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L’UE e l’etichettatura di origine degli alimenti

Mentre l’UE vanta una posizione difensiva nei settori che vanno dall’alta tecnologia alle automobili, questo non avviene per le migliaia di cibi tipici del nostro continente.

Così già il 16 dicembre scorso Francia, Spagna, Italia, Portogallo e Grecia hanno inviato una dichiarazione congiunta alla Commissione europea chiedendole di “rafforzare e armonizzare la legislazione dell’UE sull’etichettatura di origine degli alimenti” sottolineando che le attuali norme dell’UE “non sono esaustive in questo settore”.

I nazionalisti del cibo sanno che questo porterà a una battaglia su uno degli argomenti più spinosi nel processo decisionale dell’UE: etichette di origine obbligatorie, che rendono obbligatorio timbrare gli alimenti con “Made in France” o “Prodotto dell’Italia”.

Per anni i burocrati dell’UE a Bruxelles, incaricati di salvaguardare il mercato unico e le relazioni commerciali dell’UE hanno preso decisioni deboli riguardo all’etichettatura obbligatoria. Negli ultimi anni, tale etichettatura è stata autorizzata solo come misura temporanea di crisi per sostenere i caseifici francesi e i fornitori italiani di grano per la pasta.

La prima preoccupazione dei funzionari dell’UE, che sino ad oggi hanno prodotto solo deboli norme, è che tale etichettatura mina il mercato unico dell’UE incoraggiando i consumatori – e i responsabili degli acquisti nei supermercati – a preferire i prodotti nazionali.

Nel 2017, il Belgio si è lamentato , ad esempio, che le etichette obbligatorie “Made in France” su prodotti lattiero-caseari hanno ridotto le esportazioni di latte belga verso la Francia, anche se un’azienda agricola belga potrebbe essere il fornitore più vicino a un negozio francese.

La seconda preoccupazione dell’UE è che i paesi al di fuori dell’UE sono disposti a vendicarsi di etichette obbligatorie con armi commerciali. Nel 2018, il Canada ha protestato per il fatto che l’ Italia desiderasse che i produttori di spaghetti etichettassero la provenienza del grano duro usato nella pasta per rafforzare i coltivatori di grano italiani contro i concorrenti canadesi.

Nonostante queste proteste, il quintetto dell’Europa meridionale ora ritiene che i tempi siano maturi per spostare l’etichetta obbligatoria verso qualcosa di più permanente.

L’Onu condanna le violazioni dei diritti umani perpetrati dalla ex Birmania

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani perpetrati dalla ex Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione. Il documento è stato approvato a Palazzo di Vetro a New York con 134 sì su 193 Paesi rappresentati contro 9 no e 28 astensioni.

L’ambasciatore birmano all’Onu, Hau Do Suan, ha definito il documento di condanna “un altro classico esempio di ‘due pesi e due misure’, che applica principi sui diritti umani in modo parziale e discriminatorio” per “esercitare pressione politica non richiesta sulla Birmania”

La Corte penale internazionale dell’Aja dell’Onu, su denuncia del Gambia, ha istruito un’inchiesta per “genocidio” nei confronti della Birmania: accuse alle quali all’Aja ha di recente risposto, negandole, la leader “de facto” birmana, Aung San Suu Kyi,  alla quale la comunità internazionale rimprovera un colpevole silenzio nei confronti delle azioni di militari del suo Paese contro la minoranza musulmana.

 

Al Ces 2020 LG presenterà Column Garden

In occasione dell’edizione 2020 del Consumer Electronics Show (Ces), una delle più importanti fiere dedicate all’hi-tech, LG presenterà Column Garden, un nuovo elettrodomestico per la coltivazione indoor. L’apparecchio a colonna incorpora un sistema avanzato per il controllo della luce, della temperatura e dell’acqua, oltre a dei pacchetti di semi all-in-one (contenenti semi, torba e fertilizzanti e progettati per la semina immediata) e a un’app che permette di monitorare la crescita delle verdure all’interno dell’ambiente domestico.

LG ha progettato Column Garden per venire incontro alle esigenze degli utenti vegetariani e vegani o che, semplicemente, desiderano seguire uno stile di vita più sano. Utilizzandolo, infatti, sarà possibile coltivare in casa erbe e verdure fresche per tutto l’anno.

Column Garden sfrutta i moduli flessibili di cui è dotato per replicare le condizioni esterne ottimali, facendo corrispondere con precisione la temperatura all’interno dello scomparto di coltivazione isolata con l’orario effettivo del giorno. Altre caratteristiche che aiutano la crescita delle verdure sono le luci a LED, la circolazione forzata dell’aria e la gestione dell’acqua tramite uno stoppino. In totale, l’elettrodomestico può contenere fino a 24 confezione di semi all-in-one.

Tre orche avvistate nello Stretto di Messina

Un gruppo di tre orche è stato avvistato nello Stretto di Messina.

Si tratta della prima volta che la presenza di orche viene segnalata nello Stretto di Messina. Ad avvistare le orche è stato un pescatore sportivo.

Le orche avevano stazionato per qualche giorno nel mare ligure ed era stato accercato che erano arrivate dall’Islanda dopo un viaggio di 5.200 chilometri. I ricercatori islandesi le hanno chiamate Riptide (Sn113) il maschio adulto, S114 la madre adulta, Aquamarin (Sn116) e Dropi, i due esemplari più giovani, un maschio e una femmina.

 

Politica, la piazza e i partiti.

Le piazze sono ritornate protagoniste. Finalmente. Proprio quando, qua e là, veniva ricordato il cinquantennale dell’ormai mitico “1969” con le sue contraddizioni, le sue conquiste, la sua indubbia violenza accompagnata, però, anche da una massiccia partecipazione popolare, abbiamo preso atto che la piazza nella politica contemporanea non è del tutto evaporata. Anzi, prima la Lega di Salvini, poi le manifestazioni dei ragazzi al seguito di Greta e della battaglia per un “mondo pulito e sano” e infine con il cosiddetto movimento/partito delle “sardine”, c’è stato un indubbio risveglio della coscienza politica di alcuni settori della società italiana. 

Certo, non possiamo suonare le fanfare. La politica italiana continua, purtroppo, a districarsi tra la pochezza della sua classe dirigente, la sostanziale assenza di un pensiero politico e culturale organico capace di orientare e consolidare la presenza dei vari partiti e cartelli elettorali, la proliferazione di gruppi e partiti legati esclusivamente alle fortune dei suoi capi o guru di turno, tutto ciò conferma che la caduta di credibilita’, da un lato, e la crisi di autorevolezza della classe politica dall’altro continuano a farla da padrone. Me se è questo che passa il convento, con questa messe occorre pur fare i conti. 

Comunque sia, per tornare al ritorno imprevisto e inaspettato delle “piazze”, forse è anche arrivato il momento per avanzare una riflessione più specifica. E cioè, se i partiti – piaccia o non piaccia e’ così- continuano ad essere, giustamente, gli strumenti democratici per eccellenza capaci di orientare e canalizzare la volontà popolare, non ci si può non porre la questione centrale e decisiva. Ovvero, bene le piazze, benissimo la partecipazione popolare più o meno spontanea, ancor meglio alzare la voce attorno a temi che sono e restano decisivi per garantire un futuro sempre più vivibile al nostro pianeta. Ma queste proteste, questa rivendicazione di valori e principi, questo richiamo ad una trasformazione democratica della nostra società, prima o poi non possono non porsi il tema cruciale: e cioè, per rendere più efficaci ed incisive queste rivendicazioni servono i partiti. Ovvero, strumenti democratici, guidati da un pensiero e da una cultura e disciplinati da una organizzazione, che si fanno carico di tradurre nei vari livelli istituzionali quelle istanze e quelle domande in proposte e in progetti di governo. E questo non per ingabbiare o, peggio ancora, per mettere il cappello sopra queste libere manifestazioni. Ma, al contrario, per far sì che le piazze non siano solo una importante e divertente fiammata destinata a spegnersi nell’arco di poco tempo. Come, purtroppo, e’ capitato per altri movimenti e altre esperienze similari. 

Ecco, il tema dei partiti, della loro presenza, del loro ruolo e della loro preziosa funzione democratica e costituzionale forse può ricevere una spinta decisiva anche e soprattutto dal protagonismo delle piazze. E ne può trarre giovamento la stessa qualità della nostra democrazia e, soprattutto, la credibilità delle nostre istituzioni. Per questi motivi la piazza non va mai demonizzata ne’, tantomeno, sottovalutata. 

Centro studi Livantino: “un terzo degli studenti italiani ha fatto uso di droga”

I dati sulla diffusione della droga sono allarmanti, eppure c’è una dissociazione dalla realtà da parte delle istituzioni preoccupante. A denunciarlo è  il Centro studi Livantino.

A inizio dicembre il Dipartimento per le politiche antidroga della presidenza del Consiglio ha diffuso la sua annuale “Relazione al Parlamento sullo stato delle varie dipendenze in Italia”, utilizzando i dati relativi al 2018, da cui emerge, ricorda oggi in una nota il Centro studi Livatino, che “un terzo degli studenti italiani, pari a 870.000 ragazzi circa, ha fatto uso di almeno una sostanza drogante durante la propria vita; un quarto, pari a 660.000 studenti, ne ha fatto uso nel solo 2018; gli stupefacenti più diffusi sono i derivanti della cannabis, che sono il 96% delle sostanze sequestrate; la quantità di piante di cannabis sequestrata è cresciuta in un anno del 93,9%; aumentano i ricoveri ospedalieri droga-correlati (+14%), le infrazioni alla guida per uso di droga al volante (+12%), i decessi derivanti dall’assunzione di stupefacenti (+12.8%)”.

Il Centro studi Livatino fa notare: “La Relazione, pur diretta al Parlamento, non è stata discussa nell’Aula della Camera o del Senato né in alcuna Commissione. Pur se il Dipartimento che l’ha redatta rientra nella competenza politica del presidente del Consiglio, né il premier né il Governo hanno detto una parola su di essa.

Ci sono state le risposte istituzionali, ma sono andate nella direzione” opposta all’allarme che viene dai dati, “dall’emendamento che ha tentato di inserire nella manovra la vendita di hashish e marijuana nei cannabis shop alla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 19 dicembre, di cui ieri è stato reso noto il principio di diritto, che ritiene lecita la coltivazione casalinga di cannabis ‘in modica quantità’: così di fatto favorendo la vendita dei semi di canapa che le medesime Sezioni Unite avevano escluso con la sentenza sui cannabis shop del 30 maggio”.

“Preoccupa una tale dissociazione dalla realtà. Essa suona ipocrita, negli stessi giorni in cui si piangono con troppa frequenza vittime innocenti dell’aumento della diffusione della droga, voluto da leggi antiquate e stolte, da una giurisprudenza creativa e dall’indifferenza dei più”.

Capodanno, 6 mln in partenza per le vacanze (+20%)

Quasi sei milioni di italiani hanno scelto di partire per trascorrere il Capodanno fuori casa con un aumento di circa il 20% rispetto allo scorso anno. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti dalla quale si evidenzia peraltro che resta in Italia l’81% dei vacanzieri. Sul podio delle destinazioni nelle vacanze di fine anno – sottolinea la Coldiretti – salgono le città e le località d’arte con il 48% seguite dalla montagna con il 38% mentre il resto si divide tra terme, mare e campagna.

Il 67% ha scelto di alloggiare in case proprie, di parenti e amici o in affitto mentre il 24% preferisce l’albergo ma tengono le formule alternative come bed and breakfast e agriturismi. Nel tempo gli oltre 23mila agriturismi italiani – continua la Coldiretti – hanno però qualificato notevolmente la propria tradizionale offerta di alloggio e ristorazione con servizi innovativi per sportivi, nostalgici, curiosi e ambientalisti, come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking o attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici, ma anche corsi di cucina e wellness. Il budget stanziato – conclude la Coldiretti – è di 434 euro per persona con un aumento del 7% rispetto allo scorso anno.

Google Recorder una delle novità più interessanti

Google Recorder è senza dubbio una delle novità più interessanti tra quelle introdotte dal colosso di Mountain View con la gamma Google Pixel 4 e che purtroppo al momento è disponibile in via ufficiale soltanto per gli smartphone di Google.

Ricordiamo che si tratta di un registratore vocale completamente offline con trascrizioni in tempo reale e ricerca audio.

I servizi di trascrizione automatica stanno diventando sempre più comuni, ma il vantaggio dell’app Recorder di Google è che fa tutto sul dispositivo e funziona anche quando il telefono è senza una connessione Internet.

Ovviamente come sempre accade per Android non mancano le APK non ufficiali distribuite online pronte per essere installate, benchè non sia una soluzione sicura e consigliabile.

L’applicazione in versione ufficiale che funziona anche su smartphone non Pixel è soltanto una (la release 1.0.271) e può essere scaricata da APK Mirror.

Il tutto ha però qualche limitazione:

  • Lo smartphone deve avere Android 9 o 10: l’app infatti è stata creata puntando a queste due versioni

Tumori al fegato bruciati con le microonde: il primato di Padova

Azienda ospedaliera universitaria di Padova, diretta dal professor Umberto Cillo, detiene un primato mondiale: è sua la più alta ampia casistica di termoablazioni con microonde, vale a dire quella procedura mininvasiva che utilizza il calore localizzato per distruggere una massa tumorale epatica.

Il risultato è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale “Journal of Surgical Oncology”, esito di 815 procedure eseguite con microonde su 674 pazienti affetti da epatocarcinoma al fegato (hcc), riportando una percentuale di sopravvivenza a 5 anni pari al 35.9%, il tutto in un arco temporale compreso tra il 2009 al 2016.

La somma degli addendi digitali

Nei giorni scorsi i media hanno pubblicato alcune notizie riguardanti il mondo delle nuove tecnologie e della digitalizzazione che meritano di essere riprese e considerate con la dovuta attenzione.

Prima notizia. Il Ministero della Difesa con procedura d’urgenza ha sostituito i cellulari acquistati dal colosso cinese Huawei, applicando il parere del Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) che ha ritenuto non infondate le preoccupazioni circa l’ingresso delle aziende cinesi nelle attività di installazione, configurazione e mantenimento delle infrastrutture delle reti 5G”. “A parere del Comitato, il Governo e gli organi competenti in materia dovrebbero considerare molto seriamente, anche sulla base di quanto prevede la recente disciplina dettata dal decreto-legge n. 105/2019, la possibilità di limitare i rischi per le nostre infrastrutture di rete, anche attraverso provvedimenti nei confronti di operatori i cui legami, più o meno indiretti, con gli organi di governo del loro Paese appaiono evidenti”.

Consegnare la rete di ultima generazione a questi attori potrebbe compromettere “informazioni e dati sensibili riconducibili a cittadini, enti e aziende italiani”. In altri termini il timore è che l’utilizzo di hardware e software prodotti dal marchio citato – legato secondo gli USA al Partito comunista cinese – possa minare la sicurezza nazionale e la riservatezza dei dati. La delicatezza della questione è di tutta evidenza e la decisione del Ministero della Difesa di sostituire l’intera dotazione di cellulari con analoghi prodotti di altro marchio sollecita approfondimenti a tutela dello Stato e dei cittadini. Considerando altresì che il punto 29 del Memorandum Italia-Cina sottoscritto nel marzo scorso (e contestato duramente dai Paesi UE e dalla Nato) considera le aree portuali di Genova e Trieste come prossimi terminali europei dei traffici commerciali della cd. “via della seta”. Ciò mentre gli USA (e alla uscita dall’U.E, il Regno Unito) vanno nella direzione opposta con una severa politica dei dazi che limiti le importazioni di prodotti materiali, tecnologici o digitali dalla Cina.

Seconda notizia. Un attacco phishing al portale NOI.PA ha consentito ad alcuni malintenzionati di accedere ai dati di alcuni dipendenti della P.A. modificando le loro credenziali per impadronirsi di stipendi o pensioni e tredicesime. Pare che il fatto riguardi solo un numero limitato di persone ma colpisce la facilità di accesso ai dati privati con l’artifizio della sostituzione del codice IBAN del conto corrente e del telefono di sicurezza, fatto che costituisce – da qualsivoglia visuale lo si osservi- un pericoloso precedente che rende vulnerabili le vie d’accesso al sistema e i dati personali degli utenti che se ne avvalgono.

Dopo i bancomat clonati, gli attacchi hacker a governi, apparati militari, banche , istituzioni, le infiltrazioni nei sistemi WI-FI di locali pubblici, stazioni e aeroporti, i cellulari intercettati attraverso sistemi che consentono alla malavita organizzata di entrare materialmente all’interno del terminale e di carpire o modificare, alterare, duplicare, sostituire e utilizzare in modo fraudolento rubriche, messaggi, memorie dell’ignaro proprietario, le truffe telefoniche dei contratti che “scattano” alla semplice risposta, il prosciugamento dei crediti delle schede, i falsi esattori, gli addetti improbabili di inesistenti compagnie fornitrici di utenze, questo episodio, pur se circoscritto, costituisce un pessimo biglietto da visita per chi propugna la digitalizzazione totale dei servizi e dei rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione. Mentre proliferano PIN e codici alfanumerici sempre più complicati per l’utente comune, esponenzialmente cresce e si ramifica la rete delle organizzazioni criminali dedite alla truffa e all’imbroglio.

Pensando alle persone anziane si può solo immaginare come possano essere facili prede per menti raffinate che creano marchingegni che interagiscono con tutte le reti digitali, enfatizzate invece dai loro fautori come sicure e protette. Trasformare il reale in virtuale è un compito che la politica ha assunto come missione, la presunta facilitazione e semplificazione amministrativa è un’arma a doppio taglio per la sicumera con cui viene gestita. Senza contare che le reti telematiche degli stessi uffici erogatori di pubblici servizi vanno in tilt con crescente frequenza e sono essi stessi vulnerabili nella custodia dei dati personali degli utenti.

Terza notizia. Un ragazzo chiede alla fidanzatina una sua foto intima: lei gliela invia con modalità riservata ma lui la socializza mettendola in rete, rendendola di dominio pubblico. Da un’altra notizia emerge come un minore fosse stato da tempo abusato da un uomo senza scrupoli che lo aveva agganciato in rete. Da tempo ci si preoccupa in famiglia e a scuola della disinvoltura con cui gli adolescenti usano smartphone e tablet, ne facciano un uso distorto e quanto pericoloso possa essere avventurarsi nell’universo sconosciuto del web attraverso i molteplici canali che la rete dei provider mette a disposizione.
Il virtuale sta sostituendo il reale: nella conoscenza, nelle relazioni, nei servizi. Nella stessa identità.

La somma delle notizie che riguardano il mondo digitale crea una nebulosa imperscrutabile senza punti di riferimento tangibili e approdi al naufragio delle emozioni e della mente nella ‘rete’.
Purtroppo la tecnologia digitale non è più neutra: le serve il supporto ancillare dell’etica e del pensiero critico, indispensabili per riscostruire una tassonomia di valori che si sta perdendo, nella dissoluzione impalpabile e indescrivibile del vero e del giusto.
Da parte dello Stato, della famiglia e della scuola, per dirla con un’espressione efficace usata dal Prof. Vittorino Andreoli, è fondamentale veicolare questo messaggio: che nei comportamenti individuali e sociali ciascuno pensi e agisca avvalendosi del cervello che ha in testa anziché di quello artificiale che ha in tasca.

Le previsioni economiche per il 2020 di Credit Suisse

Anche in caso di distensione nella guerra commerciale USA-Cina e di minore incertezza sulla Brexit, è improbabile che nel 2020 vada tutto liscio: una campagna presidenziale USA polarizzata, pressione sui margini, debito societario alto e meno tagli dei tassi, metteranno sporadicamente alla prova i nervi degli investitori, e non parliamo di eventuali sviluppi politici inaspettati.

Al link che segue potrete leggere il testo completo dello studio.

investment-outlook-2020-it

Federico Pizzarotti: “Lamorgese meglio di Salvini”

Sulla sicurezza delle nostre città “è Roma che deve prendere  provvedimenti, lo dico da tempo: ogni volta che cambia un ministro  dell’Interno, richiedo sempre un incontro per avere più forze  dell’ordine sul territorio e leggi più efficaci”. Così il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, in un colloquio con Labparlamento.it.

“Salvini è l’unico che ci ha fatto incontrare un sottosegretario. Recentemente, invece, ho avuto un incontro con il ministro Lamorgese: nel corso del 2020 arriveranno 50 forze dell’ordine in più in città. Siamo sotto organico da tempo, lo Stato deve fare di più per le proprie città. Il ministro Lamorgese, a differenza del predecessore, ha dimostrato sensibilità e competenza”.

Quanto alla prestigiosa nomina di Parma Capitale della Cultura 2020, spiega con orgoglio il sindaco, “non vogliamo realizzare un anno della cultura come fosse una grande festa di capodanno, che il giorno dopo nelle piazze lascia il vuoto di chi ha appena festeggiato. Guardiamo già oltre: il 2020 è per Parma un esempio di quello che potrà essere tra 10
anni. Una città viva e produttiva”.Il presidente di Italia in Comune si è poi soffermato sui tagli subiti dagli Enti Locali negli ultimi anni: “Il punto è molto semplice: meno soldi ci sono, più è difficile esprimere qualità. Molto spesso a farne le spese sono le città, quindi i cittadini. Per questo come Anci chiediamo costantemente di non tagliare risorse ai Comuni. Negli ultimi 10 anni ne sono stati fatti tanti, ultimamente il trend si è invertito”.

La Russia ora si può disconnettere da Internet

In Russia è stata testata con successo la possibilità di disconnettere RuNet, la rete interna del Paese, dai DNS mondiali, trasformandola nella più grande Intranet della Terra. Il buon esito dell’operazione, di cui non sono noti tutti i dettagli, è stato annunciato pubblicamente dal governo russo.

Secondo il Ministero dello sviluppo digitale, delle comunicazioni e dei mass media, i comuni utenti non hanno notato alcun cambiamento nel corso dei test. Disconnettendo RuNet dai DNS mondiali, la Russia potrebbe ridirezionare sui server interni tutte le richieste provenienti da siti web esterni al territorio nazionale.

Non sono però mancate delle critiche alla nuova legge sulla sovranità di Internet, entrata in vigore lo scorso novembre, da molti ritenuta un possibile strumento di censura.

Gli esiti dei test saranno presentati al presidente Vladimir Putin nel corso del 2020. Oltre a RuNet, la Russia è al lavoro su altri progetti legati a Internet, tra cui un’alternativa nazionale a Wikipedia.

Inoltre, il Paese ha da poco approvato una legge che vieterà, a partire dall’1 luglio 2020, la vendita di smartphone e computer che non abbiano preinstallati software e app totalmente russe.

Il ministro dell’Istruzione Fioramonti ha dato le dimissioni

Lorenzo Fioramonti ha consegnato ieri le dimissioni a Conte. Il ministro dell’Istruzione nelle ultime settimane aveva più volte dichiarato che, se non fosse rimasto soddisfatto, avrebbe lasciato il suo ruolo dopo l’approvazione della legge di bilancio.

Le dimissioni non avrebbero però un sapore antigovernativo. Fioramonti andrebbe a costituire un gruppo alla Camera a sostegno del premier come embrione di un nuovo soggetto politico.

Nei giorni scorsi si sono fatti i nomi di alcuni deputati che potrebbero seguirlo, tra cui Nunzio Angiola e Gianluca Rospi, ma anche l’ex M5s Andrea Cecconi.

 

Chi era Santo Stefano?

Del grande e veneratissimo martire s. Stefano, si ignora la provenienza, si suppone che fosse greco, in quel tempo Gerusalemme era un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse.

Fu eletto dagli Apostoli primo dei sette diaconi per provvedere ai bisogni dei primi fedeli.

La festa è stata da sempre fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio, furono posti i “comites Christi”, cioè i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.

Gli Atti degli Apostoli, ai capitoli 6 e 7 narrano gli ultimi suoi giorni.

Atti degli Apostoli – 6

1In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. 2Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». 5Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. 6Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
7E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
8Stefano intanto, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. 9Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, 10ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. 11Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». 12E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio. 13Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. 14Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato».
15E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Atti degli Apostoli – 7

1Disse allora il sommo sacerdote: «Le cose stanno proprio così?». 2Stefano rispose: «Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo quando era in Mesopotamia, prima che si stabilisse in Carran, 3e gli disse: Esci dalla tua terra e dalla tua gente e vieni nella terra che io ti indicherò. 4Allora, uscito dalla terra dei Caldei, si stabilì in Carran; di là, dopo la morte di suo padre, Dio lo fece emigrare in questa terra dove voi ora abitate. 5In essa non gli diede alcuna proprietà, neppure quanto l’orma di un piede e, sebbene non avesse figli, promise di darla in possesso a lui e alla sua discendenza dopo di lui. 6Poi Dio parlò così: La sua discendenza vivrà da straniera in terra altrui, tenuta in schiavitù e oppressione per quattrocento anni. 7Ma la nazione di cui saranno schiavi, io la giudicherò – disse Dio – e dopo ciò usciranno e mi adoreranno in questo luogo. 8E gli diede l’alleanza della circoncisione. E così Abramo generò Isacco e lo circoncise l’ottavo giorno e Isacco generò Giacobbe e Giacobbe i dodici patriarchi. 9Ma i patriarchi, gelosi di Giuseppe, lo vendettero perché fosse condotto in Egitto. Dio però era con lui 10e lo liberò da tutte le sue tribolazioni e gli diede grazia e sapienza davanti al faraone, re d’Egitto, il quale lo nominò governatore dell’Egitto e di tutta la sua casa. 11Su tutto l’Egitto e su Canaan vennero carestia e grande tribolazione e i nostri padri non trovavano da mangiare. 12Giacobbe, avendo udito che in Egitto c’era del cibo, vi inviò i nostri padri una prima volta; 13la seconda volta Giuseppe si fece riconoscere dai suoi fratelli e così fu nota al faraone la stirpe di Giuseppe. 14Giuseppe allora mandò a chiamare suo padre Giacobbe e tutta la sua parentela, in tutto settantacinque persone. 15Giacobbe discese in Egitto. Egli morì, come anche i nostri padri; 16essi furono trasportati in Sichem e deposti nel sepolcro che Abramo aveva acquistato, pagando in denaro, dai figli di Emor, a Sichem.
17Mentre si avvicinava il tempo della promessa fatta da Dio ad Abramo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, 18finché sorse in Egitto un altro re, che non conosceva Giuseppe. 19Questi, agendo con inganno contro la nostra gente, oppresse i nostri padri fino al punto di costringerli ad abbandonare i loro bambini, perché non sopravvivessero. 20In quel tempo nacque Mosè, ed era molto bello. Fu allevato per tre mesi nella casa paterna 21e, quando fu abbandonato, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come suo figlio. 22Così Mosè venne educato in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente in parole e in opere. 23Quando compì quarant’anni, gli venne il desiderio di fare visita ai suoi fratelli, i figli d’Israele. 24Vedendone uno che veniva maltrattato, ne prese le difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egiziano. 25Egli pensava che i suoi fratelli avrebbero compreso che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. 26Il giorno dopo egli si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e cercava di rappacificarli. Disse: “Uomini, siete fratelli! Perché vi maltrattate l’un l’altro?”. 27Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice sopra di noi? 28Vuoi forse uccidermi, come ieri hai ucciso l’Egiziano?”. 29A queste parole Mosè fuggì e andò a vivere da straniero nella terra di Madian, dove ebbe due figli.
30Passati quarant’anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente. 31Mosè rimase stupito di questa visione e, mentre si avvicinava per vedere meglio, venne la voce del Signore: 32“Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Tutto tremante, Mosè non osava guardare. 33Allora il Signore gli disse: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo in cui stai è terra santa. 34Ho visto i maltrattamenti fatti al mio popolo in Egitto, ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli. Ora vieni, io ti mando in Egitto”.
35Questo Mosè, che essi avevano rinnegato dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice?”, proprio lui Dio mandò come capo e liberatore, per mezzo dell’angelo che gli era apparso nel roveto. 36Egli li fece uscire, compiendo prodigi e segni nella terra d’Egitto, nel Mar Rosso e nel deserto per quarant’anni. 37Egli è quel Mosè che disse ai figli d’Israele: “Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me”. 38Egli è colui che, mentre erano radunati nel deserto, fu mediatore tra l’angelo, che gli parlava sul monte Sinai, e i nostri padri; egli ricevette parole di vita da trasmettere a noi. 39Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, anzi lo respinsero e in cuor loro si volsero verso l’Egitto, 40dicendo ad Aronne: “Fa’ per noi degli dèi che camminino davanti a noi, perché a questo Mosè, che ci condusse fuori dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. 41E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono un sacrificio all’idolo e si rallegrarono per l’opera delle loro mani. 42Ma Dio si allontanò da loro e li abbandonò al culto degli astri del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti:
Mi avete forse offerto vittime e sacrifici
per quarant’anni nel deserto, o casa d’Israele?
43Avete preso con voi la tenda di Moloc
e la stella del vostro dio Refan,
immagini che vi siete fabbricate per adorarle!
Perciò vi deporterò al di là di Babilonia.
44Nel deserto i nostri padri avevano la tenda della testimonianza, come colui che parlava a Mosè aveva ordinato di costruirla secondo il modello che aveva visto. 45E dopo averla ricevuta, i nostri padri con Giosuè la portarono con sé nel territorio delle nazioni che Dio scacciò davanti a loro, fino ai tempi di Davide. 46Costui trovò grazia dinanzi a Dio e domandò di poter trovare una dimora per la casa di Giacobbe; 47ma fu Salomone che gli costruì una casa. 48L’Altissimo tuttavia non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo, come dice il profeta:
49Il cielo è il mio trono
e la terra sgabello dei miei piedi.
Quale casa potrete costruirmi, dice il Signore,
o quale sarà il luogo del mio riposo?
50Non è forse la mia mano che ha creato tutte queste cose?
51Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. 52Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, 53voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata».
54All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano.
55Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio 56e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». 57Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, 58lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. 59E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». 60Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

 

Dove si voterà nel 2020

Sono ben otto, infatti, le regioni che andranno al voto. Si tratta di una serie di test importanti per l’attuale maggioranza di governo.

Le elezioni in Emilia Romagna
In Emilia Romagna il voto è previsto il 26 gennaio 2020. Il governatore uscente del centrosinistra Stefano Bonaccini si ripropone per un secondo mandato. A sfidarlo dal centrodestra è Lucia Borgonzoni, della Lega.

Le elezioni in Calabria
Anche qui si voterà il 26 gennaio 2020. Il centrosinistra ha scelto di non candidare il presidente di Regione uscente, Mario Oliverio, e di puntare sull’imprenditore Pippo Callipo. Il M5s ha scelto il docente universitario Francesco Aiello, approvato dalla piattaforma Rousseau. Il centrodestra ha scelto la deputata di Forza Italia Jole Santelli.

Le elezioni in Campania
Voto in primavera invece in Campania, dove la data deve essere ancora ufficializzata. Salvo colpi di scena, per il centrosinistra dovrebbe ricandidarsi il presidente uscente Vincenzo De Luca. Già deciso, invece, il candidato della coalizione di centrodestra: è Stefano Caldoro.

Le elezioni in Puglia
Si vota entro la primavera anche in Puglia. Il presidente uscente Michele Emiliano, di centrosinistra, ha deciso di ricandidarsi, ma dovrà affrontare le primarie di coalizione. Il centrodestra candida Raffaele Fitto.

Le elezioni in Toscana
La Toscana andrà alle urne sempre in primavera.  Per il centro sinistra il nome è quello di Eugenio Giani, attuale presidente del Consiglio regionale. Il centrodestra deve ancora trovare un accordo: potrebbe sostenere Susanna Ceccardi, ex sindaca di Cascina (Pisa), ed europarlamentare della Lega. Ma si parla anche di Paolo Del Debbio. In questa regione resta invece piuttosto debole il M5S.

Le elezioni nelle Marche
In primavera si vota anche nelle Marche. La ricandidatura del presidente uscente del centrosinistra, Luca Ceriscioli, deve passare attraverso le primarie. Il centrodestra sembra aver raggiunto un accordo sul nome Guido Castelli, ex Forza Italia passato Fratelli d’Italia.

Le elezioni in Liguria
In Liguria è ancora da chiarire se il governatore uscente Giovanni Toti, fuoriuscito da Forza Italia e fondatore del nuovo partito Cambiamo!, otterrà la ricandidatura. Il centrosinistra deve invece sciogliere il nodo. Anche qui potrebbe non riproporsi l’alleanza tra Pd e M5s.

Le elezioni in Veneto
Anche il Veneto viene da una (lunga) esperienza di centrodestra. È una vera e propria roccaforte della Lega, che alle ultime Europee da sola ha ottenuto quasi il 50 percento dei consensi. È molto probabile la ricandidatura del presidente uscente Luca Zaia (Lega). Il centrosinistra sembra intenzionato a proporre la candidatura dell’attuale capogruppo Stefano Fracasso. Anche per il Veneto voto nella primavera 2020.

La Brexit fa volare il prosecco

L’avvicinarsi della Brexit fa volare del 13% nel 2019 le esportazioni di bottiglie di Prosecco in Gran Bretagna dove è corsa agli acquisti per fare scorte del prodotto Made in Italy più apprezzato dagli inglesi, tradizionali bevitori di birra. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat.

A spaventare è il rischio che il prodotto simbolo del Made in Italy in Gran Bretagna – continua la Coldiretti – possa essere colpito dalle barriere tariffare e dalle difficoltà di sdoganamento che potrebbero nascere da una Brexit con una maggiore difficoltà per le consegne.

Dopo il vino, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti in Gran Bretagna c’è l’ortofrutta fresca e trasformata come i derivati del pomodoro con 234 milioni, ma rilevante è anche il ruolo della pasta, dei formaggi e dell’olio d’oliva. Importante anche il flusso di Grana Padano e Parmigiano Reggiano per un valore attorno ai 85 milioni di euro.

Venezia: Patricia Shira Mano Tolentino, “Niñez Rubata”.

La Mostra dell’artista israeliana Patricia Shira Mano Tolentino “Niñez rubata”, s’ispira ai ritratti dei bambini presenti nel Museo della Memoria di Gerusalemme Yad Vashem e sarà allestita presso lo spazio Magazzino Gallery a piano terra di Palazzo Contarini Polignac ai piedi del Ponte dell’Accademia a Venezia che è stato messo a disposizione per gentile concessione della proprietà.

L’iniziativa si inserisce fra quelle ufficiali promosse dal Coordinamento per la Giornata della Memoria, l’opening sarà martedì 21 gennaio alle ore 17.30 dopodiché la mostra resterà aperta al pubblico fino al 4 febbraio 2020.

“L’idea del progetto Niñez Rubata è nata quasi un anno fa mentre guardavo le foto delle vittime della Shoah, nello specifico quelle del Ghetto di Varsavia – dice la Tolentino – Mi ha colpito vedere un bambino nella foto intitolata “Un bambino vestito di stracci seduto in una strada del ghetto” e ho deciso di dipingere un piccolo ritratto del solo volto, della sua espressione impaurita. Successivamente ho iniziato a cercare altri bambini da ritrarre e mi è venuta l’idea di creare un muro composto di ritratti ad olio sul Ghetto di Varsavia, ispirato all’opera dell’artista francese Christian Boltansky. Questo progetto riguarda la memoria, e si propone di combattere la caduta nell’oblio, nell’antisemitismo e nel negazionismo della Shoah”.

Il 22 gennaio alle ore 17.00, è previsto l’incontro: “Niñez rubata” per ricordare i bambini vittime della Shoah e contro le ingiustizie di ieri e di oggi presso il Museo ebraico di Venezia (in Campo di Ghetto Nuovo), durante il quale sarà presentato il piccolo catalogo della mostra. Interverranno Michela Zanon codirettrice del Museo ebraico di Venezia, Roberta Semeraro curatrice della mostra; Iris Peynado organizzatrice del progetto, Patricia Shira Mano Tolentino che in dialogo con la lettura delle poesie da parte di Rosalia Ramirez, racconterà la sua esperienza/presa di coscienza e la necessità e di esprimersi sul tema della Shoah.
Un contributo speciale all’incontro sarà dato inoltre da Lia Finzi Federici testimone e autrice del libro “Dal buio alla luce”.

Niñez Rubata, a cura del critico d’arte Roberta Semeraro, è presentata e sostenuta da Iris Peynado, Vicepresidente dell’associazione culturale Ro.Sa.M ed è ospitata, per i suoi contenuti profondamente morali l’installazione da Bikem de Montebello, nello spazio espositivo Magazzino Gallery di Palazzo Polignac Contarini.

Dalla ricerca arrivano nuove promettenti armi contro la Sla

Dalla ricerca arrivano nuove promettenti armi contro la Sla, la sclerosi laterale amiotrofica, una malattia neurogenerativa caratterizzata dalla perdita progressiva del controllo muscolare.

Un team internazionale di ricercatori coordinato dall’Università della California a San Diego è riuscito a bloccare nei topi la Sla provocata da una mutazione del gene Sod1.
Per farlo gli esperti hanno iniettato nel midollo spinale degli animali, tramite l’utilizzo di un vettore virale, shRNA una molecola di Rna artificiale, in grado di silenziare il gene bersaglio.
Utilizzando questo nuovo metodo su topi affetti da Sla, gli esperti sono riusciti a fermare la degenerazione dei neuroni responsabili del movimento e conseguentemente la progressione della patologia.

Il risultato ottenuto suggerisce che l’uso di questo nuovo metodo di consegna sarà probabilmente efficace anche nel trattamento di altre forme di altri disturbi neurodegenerativi.

 

Papa Francesco: “Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta”.

«Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). Questa profezia della prima Lettura si è realizzata nel Vangelo: infatti, mentre i pastori vegliavano di notte nelle loro terre, «la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9). Nella notte della terra è apparsa una luce dal cielo. Che cosa significa questa luce apparsa nell’oscurità? Ce lo suggerisce l’Apostolo Paolo, che ci ha detto: «È apparsa la grazia di Dio». La grazia di Dio, che «porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11), stanotte ha avvolto il mondo.

Ma che cos’è questa grazia? È l’amore divino, l’amore che trasforma la vita, rinnova la storia, libera dal male, infonde pace e gioia. Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù. In Gesù l’Altissimo si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi. Ma, possiamo ancora chiederci, perché San Paolo chiama la venuta nel mondo di Dio “grazia”? Per dirci che è completamente gratuita. Mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo.

È apparsa la grazia di Dio. Stanotte ci rendiamo conto che, mentre non eravamo all’altezza, Egli si è fatto per noi piccolezza; mentre andavamo per i fatti nostri, Egli è venuto tra noi. Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”. Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate, puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene. Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso; è fedele, è paziente. Ecco il dono che troviamo a Natale: scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. La sua gloria non ci abbaglia, la sua presenza non ci spaventa. Nasce povero di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore.

È apparsa la grazia di Dio. Grazia è sinonimo di bellezza. Stanotte, nella bellezza dell’amore di Dio, riscopriamo pure la nostra bellezza, perché siamo gli amati di Dio. Nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, felici o tristi, ai suoi occhi appariamo belli: non per quel che facciamo, ma per quello che siamo. C’è in noi una bellezza indelebile, intangibile, una bellezza insopprimibile che è il nucleo del nostro essere. Oggi Dio ce lo ricorda, prendendo con amore la nostra umanità e facendola sua, “sposandola” per sempre.

Davvero la «grande gioia» annunciata stanotte ai pastori è «di tutto il popolo». In quei pastori, che non erano certo dei santi, ci siamo anche noi, con le nostre fragilità e debolezze. Come chiamò loro, Dio chiama anche noi, perché ci ama. E, nelle notti della vita, a noi come a loro dice: «Non temete» (Lc 2,10). Coraggio, non smarrire la fiducia, non perdere la speranza, non pensare che amare sia tempo perso! Stanotte l’amore ha vinto il timore, una speranza nuova è apparsa, la luce gentile di Dio ha vinto le tenebre dell’arroganza umana. Umanità, Dio ti ama e per te si è fatto uomo, non sei più sola!

Cari fratelli e sorelle, che cosa fare di fronte a questa grazia? Una cosa sola: accogliere il dono. Prima di andare in cerca di Dio, lasciamoci cercare da Lui, che ci cerca per primo. Non partiamo dalle nostre capacità, ma dalla sua grazia, perché è Lui, Gesù, il Salvatore. Posiamo lo sguardo sul Bambino e lasciamoci avvolgere dalla sua tenerezza. Non avremo più scuse per non lasciarci amare da Lui: quello che nella vita va storto, quello che nella Chiesa non funziona, quello che nel mondo non va non sarà più una giustificazione. Passerà in secondo piano, perché di fronte all’amore folle di Gesù, a un amore tutto mitezza e vicinanza, non ci sono scuse. La questione a Natale è: “Mi lascio amare da Dio? Mi abbandono al suo amore che viene a salvarmi?”.

Un dono così grande merita tanta gratitudine. Accogliere la grazia è saper ringraziare. Ma le nostre vite trascorrono spesso lontane dalla gratitudine. Oggi è il giorno giusto per avvicinarci al tabernacolo, al presepe, alla mangiatoia, per dire grazie. Accogliamo il dono che è Gesù, per poi diventare dono come Gesù. Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo migliore per cambiare il mondo: noi cambiamo, la Chiesa cambia, la storia cambia quando cominciamo non a voler cambiare gli altri, ma noi stessi, facendo della nostra vita un dono.

Gesù ce lo mostra stanotte: non ha cambiato la storia forzando qualcuno o a forza di parole, ma col dono della sua vita. Non ha aspettato che diventassimo buoni per amarci, ma si è donato gratuitamente a noi. Anche noi, non aspettiamo che il prossimo diventi bravo per fargli del bene, che la Chiesa sia perfetta per amarla, che gli altri ci considerino per servirli. Cominciamo noi. Questo è accogliere il dono della grazia. E la santità non è altro che custodire questa gratuità.

Una graziosa leggenda narra che, alla nascita di Gesù, i pastori accorrevano alla grotta con vari doni. Ciascuno portava quel che aveva, chi i frutti del proprio lavoro, chi qualcosa di prezioso. Ma, mentre tutti si prodigavano con generosità, c’era un pastore che non aveva nulla. Era poverissimo, non aveva niente da offrire. Mentre tutti gareggiavano nel presentare i loro doni, se ne stava in disparte, con vergogna. A un certo punto San Giuseppe e la Madonna si trovarono in difficoltà a ricevere tutti i doni, tanti, soprattutto Maria, che doveva reggere il Bambino. Allora, vedendo quel pastore con le mani vuote, gli chiese di avvicinarsi. E gli mise tra le mani Gesù. Quel pastore, accogliendolo, si rese conto di aver ricevuto quanto non meritava, di avere tra le mani il dono più grande della storia. Guardò le sue mani, quelle mani che gli parevano sempre vuote: erano diventate la culla di Dio. Si sentì amato e, superando la vergogna, cominciò a mostrare agli altri Gesù, perché non poteva tenere per sé il dono dei doni.

Caro fratello, cara sorella, se le tue mani ti sembrano vuote, se vedi il tuo cuore povero di amore, questa notte è per te. È apparsa la grazia di Dio per risplendere nella tua vita. Accoglila e brillerà in te la luce del Natale.

Natale 1925: Papa Pio XI istituisce la Festa del Cristo Re

L’iniziativa di celebrare il Cristo Re con una festa liturgica apposita può essere attribuita a Papa Leone XIII, perché fu lui, nel lontano 1899, ad avanzare l’idea che gli uomini dovessero consacrare universalmente il Sacro Cuore di Gesù mediante l’istituzione di un giorno solenne. Solo non ebbe tempo di ufficializzare la pratica. Pio XI, al secolo Ambrogio Damiano Achille Ratti, pochi anni dopo si occupò esclusivamente di accelerarne il processo istitutivo promulgando l’enciclica Quas Primas, che vide la luce l’11 dicembre 1925 (non a caso, a poche ore dall’omaggio all’Immacolata Concezione e a ridosso del Natale).

A fare pressione sui pontefici che si erano succeduti negli anni furono alcune suppliche rivolte dal collegio cardinalizio e dai vescovi, i quali, in più di un’occasione, si erano dedicati anche a una serie di raccolte di firme. Ma i dubbi e le obiezioni, all’interno dello stesso mondo cattolico, erano altrettanto vivaci e motivo di inibizione. Le cause erano diverse e abbastanza complesse. Cerchiamo di decifrarle.

In primo luogo, sotto l’aspetto teologico puro, l’iniziativa trovò le resistenze di coloro che ritenevano l’Epifania una celebrazione analoga in cui era già contemplata la glorificazione del Signore, in particolare nella Natività; ma c’era anche una componente politica: per i cattolici liberali, in un’epoca contraddistinta dalla forte crescita dei partiti di ispirazione popolare, il potere monarchico rappresentava una forma di governo superata ed estemporanea. C’era infine un terzo elemento, di natura sociologica, che investiva direttamente la condizione geopolitica internazionale, ed era la progressiva affermazione dei totalitarismi, i quali, passato poco tempo dalla tragedia della Grande Guerra, stavano reclutando milioni di proseliti. A questa politica – era la posizione assunta dalla Chiesa – andava contrapposta la fede in Cristo, unico vero Sovrano di fronte all’intera umanità. Il Re, per l’appunto.

Che il Santo Padre, naturalmente stimolato dalla “spinta centrifuga” del cattolicesimo tradizionalista ancora ferito dai segni secolarizzanti imposti dalla presa di Roma, tempio della cristianità, volesse rimettere le cose al loro posto, lo si evinse dalle frasi introduttive scandite nell’enciclica: “(…) Tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore.” E’ evidente il richiamo al capitolo XIX dell’Apocalisse, allorché agli ebrei apparve Colui che figurava come “Re dei re e Signore dei signori” abbracciando “anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo”.

Quas primas, benché possa sembrare una delle tante promulgazioni cattedratiche perpetuate nel corso dei secoli, ha invece un significato profondo e arriva in una fase molto delicata per l’intera comunità. Il testo interpreta il moto di disapprovazione della Chiesa a seguito di decenni di scontri e controversie con l’autorità civile, e la sottolineatura che – nel corso di un’epoca caratterizzata dalla diminuzione delle libertà, dal crescente odio e dall’ira – l’amore e la fede restano le prerogative più adatte per scongiurare ogni guerra o violenza di alcun tipo.

Per risollevarsi, l’intera umanità dovette tuttavia attendere sino al 1946, anno spartiacque che rappresentò solo l’inizio della ricostruzione e il momento di redenzione per chi aveva appena seminato livore e disfacimento. Affinché “i desiderati frutti fossero più abbondanti e durassero più stabilmente nella società umana”. Come Quas Primas aveva in precedenza auspicato.

Quante Dc?

C’è poco da fare. Ormai diventa quasi una abitudine. E cioè, ogniqualvolta un partito assume una importanza politica significativa accompagnato da un consenso altrettanto significativo, il confronto con la storia, l’esperienza e la vicenda della Democrazia Cristiana diventa quasi obbligatorio. A 25 anni dalla fine di quel partito, gli esempi si moltiplicano e, come da copione, sono destinati a sciogliersi come neve al sole perché, molto semplicemente, non ci sono gli elementi basilari per tracciare qualsiasi confronto.
In ordine temporale, Forza Italia, il Partito democratico, il movimento 5 stelle e, infine, la Lega di Salvini, sono stati puntualmente paragonati alla Dc e puntualmente sono stati smentiti dalla concreta esperienza politica italiana. E questo, senza entrare nei dettagli, per tre motivi sostanziali.

Innanzitutto la classe dirigente. Al di là della sostanziale criminalizzazione politica declinata e raccontata per svariati lustri – giudizio poi leggermente rivisto nel corso degli anni – di quasi tutta la classe dirigente democristiana, non c’è dubbio che è difficile non prendere atto che la Dc era popolata da molti statisti e da esponenti politici con una levatura nazionale ed internazionale degna di nota. E’ possibile, se dobbiamo essere intellettualmente onesti, fissare qualche paragone tra quella classe dirigente e quella dei partiti che virtualmente avrebbero dovuto raccogliere quella eredità? Ogni commento è francamente superfluo.

In secondo luogo la cultura politica che ha ispirato per quasi 50 anni la prospettiva della Democrazia Cristiana. Si trattava di una cultura politica che affondava le sue radici nel cattolicesimo politico, nel cattolicesimo sociale e nel cattolicesimo popolare. Cultura, sensibilità, valori e principi che nei partiti virtualmente eredi si riducono a semplici titoli del tutto disancorati dal progetto politico perseguito da quei medesimi partiti.
In ultimo il progetto politico, la cultura delle alleanze e la stessa prospettiva politica della Dc. Certo, si tratta di un confronto impossibile ed anacronistico perché, rispetto ai tempi del Dc, sono profondamente cambiate le condizioni storiche, politiche, culturali e anche ecclesiali e religiose. Ma, al di là di questo elemento, e’ del tutto evidente che i singoli progetti perseguiti da quei partiti sono estranei, esterni e avulsi da ciò che ha rappresentato politicamente e storicamente la Democrazia Cristiana.

Ecco perché la voglia e l’enfasi di confrontarsi con la Dc – anche solo sotto il profilo del consenso elettorale – resta del tutto fuori luogo. Semmai, e prendendo atto definitivamente che la Dc e’ stata un “prodotto storico”, come ha detto con lucidità Guido Bodrato che quando si è “sciolta è andata in mille frantumi come un vetro infrangibile”, sarebbe opportuno consegnare definitivamente alla storia e agli archivi quella esperienza politica, culturale, programmatica ed umana e, al contempo, evitare che improvvidi e scaltri opinionisti e commentatori continuino ad esercitarsi in impossibili e anche ridicoli confronti. Per serietà politica sopratutto e anche per il rispetto del passato.

Il Natale allegro e gentile di R. L. Stevenson

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Sostiene Borges nella poesia I giusti che le persone che sono contente «che sulla terra ci sia Stevenson», magari senza saperlo, «stanno salvando il mondo». Nel novero di quei giusti che amano Stevenson fanno parte, insieme al poeta argentino, uno stuolo numerosissimo di lettori colpiti e avvinti dalla felicità che scaturisce dall’arte poetica e narrativa dello scrittore scozzese e che ora, grazie alla casa editrice Vita e Pensiero, possono aggiungere un altro piccolo gioiello al loro già grande tesoro letterario. La pubblicazione del Sermone di Natale del 1887 insieme ad altri pochi e brevi testi “natalizi” (Milano, 2019, pagine 100, euro 13) rappresenta una tessera di piccole dimensioni ma essenziale per ricostruire l’enigmatico profilo di questo grande narratore, spesso sbrigativamente liquidato come autore di romanzi d’avventura per ragazzi. Anche perché ha ragione Albert Manguel (un altro dei “giusti”) quando nella prefazione afferma che «Ogni scrittore incarna un mistero (…).

Nel caso di Stevenson, innumerevoli studi biografici e critici tentano di definire l’uomo da una varietà di punti di vista. Nessuno lo coglie per intero e nessuno, certamente, ne spiega il mistero». Questi testi illuminano una zona della “geografia stevensoniana” poco esplorata, quella della fede e più direttamente anche delle preghiere. Manguel cita una riflessione della moglie dello scrittore, Fanny, per cui per il marito «la preghiera, l’appello diretto, era una necessità. Quando era felice si sentiva spinto a offrire ringraziamenti per quella gioia immeritata; quando era triste o soffriva, invocava la forza per sopportare ciò che si deve sopportare». Colpisce la profondità del pensiero presente in questi testi scritti con la consueta semplicità e il nitore che i lettori dei romanzi di Stevenson conoscono e apprezzano, al punto che un altro suo grande lettore, Chesterton, nel saggio biografico che gli ha dedicato, lo ha definito «teologo cristiano senza saperlo», anche perché, continua l’inventore di padre Brown, «Stevenson aveva l’onestà splendida e squillante di testimoniare, con una voce simile a una tromba a favore di una verità che lui stesso non comprendeva».

Il “teologo” Stevenson mostra in questi testi squisitamente religiosi la sua dottrina di cui aveva già intriso le sue opere letterarie, come ad esempio la sua avversione verso il moralismo e la sua predilezione per l’allegria. Scrive nel Sermone di Natale: «La gentilezza e l’allegria: ecco due cose che vengono prima di ogni moralità; questi sì sono i perfetti doveri. Il problema con i moralisti è che essi non possiedono né l’uno né l’altro» e aggiunge: «C’è un’idea che circola tra i moralisti, e cioè che si debba rendere buono il prossimo. Debbo rendere buona una sola persona: me stesso. Mentre il mio dovere verso il prossimo si esprime più efficacemente dicendo che debbo, per quanto posso, renderlo felice». Si capisce allora perché questo scrittore che con le sue opere ha reso felici milioni di persone, si scagliasse con veemenza contro il reverendo Charles M. Hyde che aveva pubblicato sul «Sidney Presbyterian» un articolo con cui infamava la memoria del missionario cattolico Damiano De Veuster (poi beatificato nel 1995 da Giovanni Paolo II) in una lettera riportata in questo volume ispirato al Natale.

Lo scontro tra Stevenson difensore del missionario e il reverendo Hyde è lo scontro tra l’operosità della carità e il freddo (pre)giudizio dei moralisti, uno scontro a cui lo scrittore era particolarmente sensibile: nel suo capolavoro che vede tra i suoi protagonisti, per sorprendente coincidenza, un altro Hyde, è proprio questo il tema dominante perché, con dolente saggezza, Stevenson sa bene che il mondo è il campo in cui male e bene sono mischiati, attorcigliati l’uno sull’altro come la zizzania si intreccia sulla spiga del grano buono e che ogni approccio manicheo e ogni soluzione moralistica sono destinati a fallire.

Il moralismo non è mai morale, ci dice Stevenson, e come al cuore del Natale c’è la discesa di Dio che si china sull’uomo fino a diventare uomo lui stesso, così nel “natale” di ogni giorno il cristiano è chiamato a fare lo stesso cammino di abbassamento: «Esigiamo compiti più elevati perché non siamo capaci di riconoscere l’elevatezza di quelli che già ci sono assegnati. Cercare di essere gentili e onesti sembra un affare troppo semplice e privo di risonanza per uomini del nostro stampo eroico; piuttosto ci getteremmo in qualcosa di audace, arduo e decisivo: preferiremmo scoprire uno scisma o reprimere un’eresia, tagliarci una mano o mortificare un desiderio.

Ma il compito davanti a noi, cioè quello di sopportare la nostra esistenza, richiede una finezza microscopica, e l’eroismo necessario è quello della pazienza. Il nodo gordiano della vita non può essere risolto con un taglio: ogni intrico va sciolto sorridendo». Questi testi dimostrano come la luce del sorriso di Stevenson si sia irradiata nel mondo e lo abbia contagiato, al punto che l’affermazione poetica e paradossale di Borges può risultare anche portatrice di una credibile e sorprendente verità.

Il senso missionario del Natale in Africa

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Per comprendere il senso e il significato del Natale in chiave missionaria è utile riflettere sull’esperienza di un caro amico che vive in Kenya. Ho trovato, proprio in questi giorni, nelle pagine di uno dei miei tanti taccuini di viaggio, una serie di appunti che riguardano proprio lui: Gianfranco Morino. Si tratta di un medico che conobbi nel 1993 a Nairobi. È una persona affabile, generosa e perspicace, con un’innata passione per i poveri che ha sempre servito con zelo e dedizione. Chirurgo abilissimo, sessantuno anni, originario di Acqui Terme (Alessandria), Gianfranco vive in Kenya ormai da oltre 33 anni con la moglie Marcella Ferracciolo, di Casalpalocco (periferia di Roma). Dal loro matrimonio sono nati quattro figli, tre dei quali ora sono in Italia per completare gli studi universitari. 

La famiglia Morino è missionaria per vocazione: Gianfranco e Marcella si sono conosciuti quando erano volontari a Tigania nel distretto del Meru, nel nord del Kenya, e d’allora si sono voluti così bene che hanno deciso di rimanere in Africa riuscendo straordinariamente a coniugare professione, servizio e vita familiare. Gianfranco ha lavorato per anni con il Comitato Collaborazione Medica (CCM), una Ong di Torino presso il Nazareth Hospital, gestito dalle suore della Consolata. Successivamente, nel 2001, ha fondato World Friends, una Ong che gli ha consentito, sette anni dopo, di fondare alla periferia di Nairobi il Ruaraka Uhai Neema Hospital, un ospedale moderno ed efficiente costruito tra le baraccopoli di Mathare e di Korogocho, lungo la trafficata Thika Road. I pazienti in corsia — 70 posti letto — sono soprattutto donne e bambini. Le cifre parlano chiaro se si considera che ogni anno vengono effettuati tremila parti, oltre 1600 interventi chirurgici di vario genere e 130 mila visite ambulatoriali. Inoltre, l’ospedale è un centro di formazione per medici e infermieri. Il chiodo fisso che Gianfranco ha in testa, alla luce della sua lunga esperienza, è quello di avere un approccio globale alla medicina, che includa educazione, prevenzione, attività clinica, diagnostica, chirurgica, formazione e lotta alla disabilità. Da rilevare che questo approccio olistico trova anche un felice riscontro nel cosiddetto progetto Medical camp: medici e infermieri del Neema che fanno visite, distribuiscono farmaci, effettuano medicazioni nelle baraccopoli di Nairobi. Spesso, in passato, mi è capitato di seguire Gianfranco nei suoi itinerari attraverso lo slum di Korogocho, dove vivono 100 mila persone che per fame rovistano nei rifiuti in condizioni impossibili. Più della metà è malata di Aids. «La mancanza di tutto ha alimentato la miseria materiale e spirituale, mentre la solidarietà è stata minata alle radici, e la prostituzione e la violenza dilagano» mi ha spiegato Gianfranco che in questi anni ha svolto la sua missione anche grazie al sostegno della sua diocesi d’origine, quella di Acqui che, attraverso la Caritas locale, gli ha consentito di assistere schiere di ammalati. 

La situazione sanitaria del Kenya è un po’ la cartina di tornasole dell’intero continente dal punto di vista dell’esclusione sociale. Vi sono vari tipi d’ospedali: quelli statali, generalmente fatiscenti e male organizzati; quelli privati, spesso adeguati agli standard occidentali (come quello costruito dall’Aga Khan a Nairobi), ma molto costosi e quindi riservati ai pochi che possono permetterselo; e poi dulcis in fundo vi sono quelli missionari e delle Ong che cercano di fare quello che possono e spesso anche di più. L’Africa è un continente bellissimo, anche se la povertà d’infrastrutture, l’endemica corruzione, lo sfruttamento delle risorse e le fallimentari politiche di sviluppo, rendono dura la vita e spesso impediscono alla gente di curarsi adeguatamente. Si è poi soliti pensare che in un ospedale, di un Paese come il Kenya, le patologie con cui si viene più frequentemente a contatto siano quelle della cosiddetta medicina tropicale. Questo è vero solo in parte, poiché una minima quota delle malattie diffuse ai tropici trova la sua unica spiegazione nel fattore climatico. Nella maggior parte dei casi si ritrovano quelle malattie che erano maggiormente diffuse nei Paesi occidentali prima della rivoluzione industriale. «È stato dimostrato — mi ha spiegato Gianfranco — che in Europa la diminuzione di certe patologie come quelle infettive, si è verificata, prima dell’introduzione di farmaci quali gli antibiotici e dell’immunoprofilassi, grazie al miglioramento delle condizioni alimentari e dello standard di vita. Ecco che allora il termine “medicina tropicale” molte volte maschera quella che invece sarebbe più giusto chiamare medicina del sottosviluppo, del mancato sviluppo, o ancora, meno eufemisticamente, medicina della povertà». Infatti, il tragico stato di salute delle popolazioni della fascia tropicale è sintomatico soprattutto del fatto che questi Paesi sono caratterizzati da una terribile mancanza di risorse, soprattutto economiche, ma anche formative, sociali e professionali. «Come altrimenti si potrebbe spiegare — sono sempre parole di Gianfranco — l’altissima frequenza di lesioni perineali da parto, dovute alla mancanza d’adeguata educazione e assistenza, oppure la presenza di pazienti con ernie inguinali strozzate che giungono all’ospedale in condizioni generali disperate, con ritardi di giorni o settimane, a causa della mancanza di trasporti adeguati?».

Il lettore potrebbe comunque domandarsi come mai, chi scrive, abbia associato il Natale ormai alle porte, con la figura del dottor Morino? A parte lo stretto legame spirituale tra il mistero dell’Incarnazione e la testimonianza di tanti missionari come Gianfranco, vi è anche un’altra ragione. Non molti anni fa egli lanciò, a nome di World Friends, una campagna intitolata “Fiori degli slum”, in riferimento ai bambini nati fra le baracche e le fogne a cielo aperto. Da quelle parti, nelle baraccopoli non cresce niente: non ci sono prati, fiori o alberi. Un paradosso se si pensa che i turisti vengono in Kenya per ammirare la natura rigogliosa delle savane o delle foreste. I fiori degli slum, allora, sono la metafora di quelle creature che vengono al mondo in un contesto di grande miseria, come Nostro Signore duemila anni fa in Palestina.

Finisce l’era del franco Cfa

Il presidente francese Emmanuel Macron e l’omologo ivoriano Alassane Ouattara annunciano la fine del franco Cfa, la moneta in vigore dl 1945 in diversi paesi dell’Africa centrale e occidentale.

Lo riferisce la stampa francese, spiegando che la notizia è stata data dai due capi di Stato durante un conferenza stampa congiunta tenuta il 21 dicembre scorso ad Abidjan.

Il franco Cfa verrà sostituito con una nuova moneta unica chiamata Eco.

La riforma riguarderà otto paesi dell’Unione economica e monetaria ovest-africana (Uemoa). Questo passaggio ad un’altra valuta prevede due importanti cambiamenti. Il primo riguarda la fine dell’obbligo per la Banca centrale dell’Africa dell’ovest (Bceao) di piazzare il 50 per cento delle sue riserve di cambio presso il Tesoro francese.

Il secondo, invece, mette fine alla presenza della Francia all’interno degli organi di gestione dell’Uemoa.

Firenze: “Nella luce degli angeli”

Si intitola “Nella luce degli angeli” ed è la mostra virtuale a tema che gli Uffizi hanno deciso di regalare ai visitatori virtuali di tutto il mondo in occasione del Natale. Dell’ipervisione fanno parte 12 riproduzioni in altissima definizione di altrettante celebri opere appartenenti alle Gallerie. Tra i capolavori, “Madonna col Bambino in trono, angeli e santi (Maestà di Ognissanti)” di Giotto.

Nella Bibbia, erano identificati con la parola mal’ak cioè messaggero, un termine in seguito utilizzato anche nel Corano, il testo sacro rivelato a Maometto proprio dall’arcangelo Gabriele, inviato da Dio.

L’equivalente greco è anghelos, e connotava Hermes, il messaggero degli dei; dalla mitologia la parola transita nel Cristianesimo e assume il significato valido ancora oggi in quasi ogni lingua. E proprio in quanto messaggeri di Dio gli angeli popolano l’Antico Testamento, appaiono nel libro del Genesi a mettere in atto la cacciata di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden, corrono a fermare Abramo un attimo prima che vibri il colpo mortale sul figlio Isacco, o rivestono il ruolo di spirito guida: è il caso del giovane Tobiolo, scortato amorevolmente dall’arcangelo Raffaele nel lungo viaggio intrapreso per recuperare i crediti del vecchio padre.

Anche nei Vangeli il compito di queste creature eteree, né umane né divine, è quello di connettere terra e cielo, accompagnando la vita di Gesù e della sua famiglia.

In ognuno dei capolavori scelti ci sono gli angeli, mediatori tra il mondo umano e quello divino, che catturano la nostra attenzione, sia per la bellezza della resa pittorica sia per certe tenerissime invenzioni figurative.

 

 

Stelle di Natale in una famiglia su due

Quest’anno più di una famiglia su due (54%) comprerà una Stella di Natale per un totale di quasi 14 milioni di piante. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti/Ixè sugli acquisti verdi degli italiani nel periodo delle feste. L’andamento delle vendite è stabile con prezzi vanno dai 2,5 euro per gli esemplari più piccoli per arrivare anche ai 150 euro degli alberelli più strutturati.

Le stelle di Natale – spiega la Coldiretti – sono divenute protagoniste delle feste grazie al loro colore rosso intenso tipico della festa e alla disposizione delle foglie che le rendono simili ad una cometa, una forma affascinante tanto che il suo nome latino “Euphorbia pulcherrima” significa bellissima. Anche se non tutti sanno – spiega Coldiretti – che i veri fiori della stella di Natale, pianta originaria del Messico, sono quelli di colore giallo all’interno, mentre le parti di colore rosso non sono altro che foglie che assumono tale colorazione in particolari periodi dell’anno.

Solitamente tali brattee sono rosse, ma possono essere anche rosa o bianche e tendono, per motivi fisiologici, a cadere dopo le feste, verso la primavera. Ma questo non vuol dire che sia morta, infatti bastano alcuni accorgimenti per averla ancora in casa l’anno dopo: quando la pianta rimane “nuda” – spiega la Coldiretti – è importante mantenerla all’ombra, lontana da luoghi dove possa ricevere luce artificiale (lampadine, televisioni) perché si tratta di una pianta “brevidiurna” che fiorisce in conseguenza di un adeguato periodo trascorso con un basso numero di ore di luce.

Durante il periodo primaverile – informa la Coldiretti – è opportuna una potatura e un trasloco in terrazzo per poi farla rientrare in case verso ottobre/novembre in un ambiente poco luminoso (8 ore massimo di luce al giorno) al fine di facilitare la crescita di nuovi rami e foglie che assumeranno il caratteristico colore rosso. Questa pianta – conclude Coldiretti – predilige concimazioni a base di potassio e fosforo, soprattutto nel periodo autunno invernale.

Per Natale arriva il pandoro di mozzarella

Ogni anno in Italia si producono circa 40 milioni di chili di mozzarella di bufala campana Dop. Questo latticino è prodotto solo con latte fresco e intero di bufala di razza mediterranea italiana.

Ma quest’anno c’è una novità sotto l’albero.

L’idea è stata partorita da un ristorante di Ercolano, in provincia di Napoli, che ha lanciato sul mercato il pandoro di mozzarella di bufala.

Un prodotto che nasce dall’esperienza di antichi maestri artigiani, da sempre legati alla produzione e alla lavorazione del latte di Bufala e dei suoi derivati.

 

Tumore seno. Elevato rischio di mortalità cardiovascolare.

Nei dieci anni che seguono al trattamento del tumore del seno, le donne sono ad aumentato rischio di morte per il carcinoma mammario stesso o per altri tipi di tumori, nonché per malattie cardiache, ictus e infezioni.

L’indagine ha preso in considerazione più di 750mila donne con diagnosi di carcinoma mammario e seguite per una media di 15 anni. Di queste, circa 183mila pazienti, pari al 24%, sono morte entro 15 anni dalla diagnosi, a un’età media di 73 anni. Il numero più elevato di decessi, 84.500, pari al 46%, si è verificato entro uno o cinque anni dalla diagnosi, mentre le morti non dovute a cancro più comuni sono state quelle causate da infarti, ictus ed emorragie cerebrali.

Dobbiamo formare dei Comitati locali per il “no” al taglio dei parlamentari.

Il referendum sul taglio dei parlamentari si farà. Sono, infatti, prive di fondamento le opinioni circolate appena data la notizia dell’ormai raggiunto quinto dei senatori necessario per l’indizione del referendum sulla legge costituzionale in materia di riduzione del numero dei parlamentari. Un’eventuale crisi di governo non bloccherebbe l’iter referendario. È bene pertanto non lasciarsi condizionare dai dubbi; dobbiamo da subito iniziare a spiegare agli italiani perché sarebbe opportuno votare NO a questa riforma.

Per quanto riguarda noi di Solidarietà, è stata obbligata, dal nostro stesso statuto, la scelta di affiancare con il lobbyng sui senatori l’iniziativa di Andrea Cangini, Tommaso Nannicini e Nazario Pagano di aprire la raccolta di firme a Palazzo Madama per chiedere il referendum.
Nel nostro statuto sta scritto: Sul piano costituzionale, l’Associazione vuole uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, rispettando e promuovendo i nuclei e gli organismi naturali, come la famiglia fondata sul matrimonio, la personalità individuale e le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domanda la riforma dell’istituto parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale.

Noi di Solidarietà siamo innamorati del meno peggiore dei sistemi di governo, cioè della democrazia; siamo contrari al sistema oligarchico e alla dittatura.
Allora ragioniamo da subito su quel che dobbiamo fare per organizzare la campagna referendaria. Noi di Solidarietà proponiamo che si formino Comitati locali a livello provinciale in tutto il Paese e all’Estero. Invitiamo a promuovere la formazione dei Comitati, in particolare, tutte le Associazioni cattoliche e tutti i gruppi politici che dicono di ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa, quelli che si richiamano direttamente alla Democrazia Cristiana, ma anche quelli che aspirano alla formazione di un soggetto politico nuovo, come lo sono i gruppi di Politica Insieme, Costruire insieme e Rete Bianca.

Pensiamo che in tutto il Paese deve essere attivato un unico grande coro per far comprendere quale grande esercizio di democrazia diretta sia questo del referendum su una legge costituzionale, che sarà promulgata solo se malauguratamente avranno vinto i SÌ. Per questo varrà la pena alzarsi dalla sedia o dalla poltrona e andare a votare.
Noi siamo per il NO e pensiamo che la vittoria dei SI recherebbe un gravissimo vulnus al sistema democratico. Basterebbe far capire che alcuni territori in Italia come all’Estero, resterebbero senza rappresentanza: nessun senatore né deputato porterà la loro voce in Parlamento. È questo il Paese che vogliamo? Noi crediamo di no e voteremo per il NO.

Verso una nuova forma di democrazia?

Diceva quasi testualmente Philip Kotler nel suo Democracy in Decline. Rebuilding its: la democrazia non è più un prodotto soddisfacente in quanto al cittadino è sottratto il potere di decidere, passato saldamente in mano a milionari e miliardari, a lobby e centrali mediatiche e finanziarie. Questa situazione, aggiungeva poi Giuseppe De Rita, ha determinato il distaccamento tra corpo sociale e potere. Con la conseguenza che il corpo sociale non accetta che il potere prescinda da esso ed invece diventi dipendente dal potere finanziario e dal mercato.

Il risultato oggettivo è che popolo e potere appaiono ormai dissociati: «soggetti indipendenti incapaci di comunicare». Rotti i canali di intermediazione, l’unico elemento che li accomuna resta la reciproca accusa di populismo. Che, come è stato detto, è la “malattia infantile” che colpisce la democrazia rappresentativa, che la sempre più marcata degenerazione tende a trasformare in democrazia “esecutoria”.

Insomma, la retorica populista avanza sempre di più e con la sua vision morale della politica, che tende a marcare la diversità del popolo dalle élites corrotte che devono essere spazzate via, nega ogni pluralismo all’interno del popolo

Verso una nuova forma di democrazia

I 70 anni della nato : dall’ordine geopolitico all’ordine geoeconomico

Nel 2019 che ci sta lasciando si è compiuto il 70° compleanno della NATO.
Un profondo conoscitore del mondo americano come Federico Rampini si è spinto a scrivere su Repubblica che questa ricorrenza assomiglia oggi più ad un funerale che ad un evento celebrativo dai toni rassicuranti. Questa acuta sottolineatura di un attento lettore delle dinamiche internazionali della politica fa il paio con un articolo comparso sul Financial Times nel quale un docente dell’Università di Cambridge evidenziava come, dall’osservatorio europeo, l’Alleanza Atlantica indugi a superare una visione geopolitica dell’ordine mondiale ancorata al XX secolo.

Ciò avviene mentre Russia e Cina stanno dispiegando una strategia geoeconomica nel XXI secolo alla quale quella geopolitica è di fatto subordinata.
Washington è consapevole che la sua egemonia sulla gestione della globalizzazione non è più duratura.
La transizione dal multilateralismo al bilateralismo è netta con un chiaro costo per i paesi più deboli politicamente ed economicamente.
La creazione di prodotti sotto forma di servizi tecnologici tipica di Giappone e Corea del sud, alleati americani, contribuisce a spostare gli asset strategici dell’economia globale verso l’Asia.

Ciò comporta da parte della Casa Bianca un riconoscimento della Cina quale potenza in grado di determinare nuove primazie e tassonomie in evoluzione nel nuovo ordine mondiale.
Ma implica altresì per i partner europei una diversa riconsiderazione dei fondamentali e dei corollari della NATO all’inizio del terzo millennio, superando gli schemi e i rapporti di forza derivati dalla rivoluzione industriale per adeguarsi alle dinamiche economiche e alla mondializzazione tecnologica del tempo presente.

Ciò che un tempo era considerato l’arbitro indiscusso della stabilità politica planetaria (il controllo della NATO quale agente di garanzia di tutele) ora è subordinato ad uno svincolo sulla condivisione delle strategie dell’alleanza atlantica da parte degli USA che sotto la guida di Trump hanno già lanciato messaggi all’Europa alternando trionfalismi (America first) e recriminazioni sugli investimenti in tema di sicurezza del vecchio continente. Pur chiedendo all’Europa di destinare il 2% del PIL alle spese militari e pur minacciando dazi per 11,2 miliardi di dollari per ritorsione verso la concorrenza Airbus – Boeing.
Le politiche economico-commerciali sono imprescindibili rispetto al rafforzamento dei sovranismi dei singoli concorrenti: USA, Russia e Cina hanno imboccato la strada dell’implementazione delle economie interne per ritagliarsi un ruolo egemone di superpotenze tale che le relazioni internazionali sono viste sotto l’ottica dell’espansione sui mercati mondiali.

Peraltro la priorità della politica asiatica rispetto a quella europea non è incominciata con Trump, bensì già con lo State Department ai tempi di Obama, anche se in maniera meno sfacciata.
La parte debole dell’Europa è assai vulnerabile rispetto a tali politiche espansive, ciò che l’U.E. non ha ancora metabolizzato è che passare da una fase di tutela militare ad una basata sulla conquista dei mercati la rende vulnerabile, un boccone ghiotto in particolare per la lenta avanzata della Cina nel vecchio continente.

Nell’Europa attuale non avvertiamo identità e senso di appartenenza, piuttosto cogliamo attriti, frazionamenti, distinguo, veti incrociati. Dalla Brexit ai gilet gialli a Parigi, dal declino della Merkel al compattamento dei governi nazionali dei Paesi di Visegrad, essa è un ibrido istituzionale malaticcio e diviso quasi su tutto.
Ciò determina un indebolimento nella negoziazione politica che è speculare al declino economico.

USA, Unione Sovietica, Cina e India perseguono visibilmente interessi contrapposti per essere reciprocamente prevalenti: Trump non ha certo visto di buon occhio un’OPA della Cina lanciata sull’Italia ma – attraverso il nostro Paese- tendenzialmente estensibile al vecchio continente. Né credo che Putin ne sia soddisfatto. Qual è il potere contrattuale di un’Europa frazionata, con Governi che la vogliono lasciare, forze politiche sovraniste e nazionaliste, Paesi in recessione economica?

Se L’Europa si presenta indebolita e fragile ai consessi mondiali non saranno certo i brodini e i pannicelli caldi dell’U.E. a rinforzarla.
Il MES , meglio noto come Fondo salva Stati, sembra l’ineluttabile conclusione della crisi del 2008 ma non gode della unanimità dei consensi tra le forze politiche che siedono a Strasburgo.

Il passaggio da una dimensione geopolitica ad una dimensione geoeconomica nel nuovo ordine mondiale che si va configurando deve fare i conti con lo statuto fondativo della Nato, il permanere delle ragioni dell’alleanza atlantica, i focolai di guerra e l’onda d’urto del fondamentalismo islamico, le dinamiche di cooperazione internazionale e la forza prevalente dei mercati rispetto alle matrici ideologiche.

L’espansione della Cina, la crescita economica dell’India, quella demografica della Nigeria, le pressioni migratorie verso l’Europa dalle dimensioni imponderabili (anche in assenza di una politica di gestione condivisa dei flussi e di univocità nelle relazioni con i governi africani) impongono una diversa valutazione delle relazioni internazionali: ciò non significa allentare le ragioni che legano i Paesi aderenti al sodalizio atlantico.

Su questo aspetto Il Domani d’Italia pubblicherà a breve un’intervista all’illustre demografo Giancarlo Blangiardo, che all’incarico accademico assomma la prestigiosa Presidenza dell’ISTAT.

L’equilibrio mondiale è determinato da un mix di fattori di natura politica in senso stretto, economica (ora prevalente) e di scelte di civiltà, di costumi e stili di vita dei popoli.
Occorre affrontare le sfide del presente e del futuro salvaguardando le identità storicamente costituite e consolidate negli ultimi due secoli, per garantire un ordine mondiale basato su pesi e contrappesi.

Trump è inoltre impegnato a delineare una strategia di difesa alla procedura di impeachment nella quale la vicenda Ucraina è solo causa occasionale: lo scontro politico metterà a confronto Camera (a maggioranza democratica) e Senato (a maggioranza repubblicana). Il vero obiettivo è chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca, una variabile affatto insignificante nello scacchiere della geopolitica e della geoeconomia mondiali.
Si respira a livello mondiale un clima da guerra fredda per le interconnessioni tra politica ed economia.

L’annuncio di un “funerale della NATO” non può essere giustificato dalla primazia degli USA che impone dazi doganali agli alleati o chiede di destinare il 2% dei loro PIN nazionali alla difesa militare senza condividere scelte strategiche di tipo politico o economico: per questo è fondamentale che l’Europa recuperi in fretta le ragioni fondative dell’U.E. e dispieghi una politica condivisa e veramente “comunitaria”, che la promuova dal ruolo di partner a quello di soggetto attivo con potenzialità interlocutorie tangibilmente esprimibili. Anche se l’uscita del Regno Unito la renderà inevitabilmente più debole.
La vittoria senza se e senza ma di Boris Johnson avrà ripercussioni difficilmente immaginabili anche se profonde e divisive per il vecchio continente.

Sport di tutti: il bando pubblico per attività sportive dai 5 ai 18 anni

Pubblicato l’avviso pubblico per il progetto Sport di tutti-edizione young rivolto a bambini/e e ragazzi/e dai 5 ai 18 anni e contenente tutti i dettagli e i relativi requisiti per poter partecipare, con allegata la lista delle ASD/SSD aderenti e le relative discipline sportive.
Per iscrivere i ragazzi, le famiglie interessate possono presentare la domanda di partecipazione entro e non oltre le ore 16.00 di giovedì 16 gennaio 2020, accedendo al sito http://sportditutti.it/o direttamente attraverso il seguente link http://area.sportditutti.it.

Per favorire la più ampia partecipazione e facilitare le famiglie nell’iscrizione al progetto, sono state previste due modalità di presentazione del modulo di adesione:
1. modalità online, sul sito www.sportditutti.it, o direttamente accedendo al portale area.sportditutti.it;
2. modalità cartacea, consegnando il modulo presso le società sportive prescelte, consultando l’elenco delle ASD/SSD aderenti.

Sport di tutti“ è un modello d’intervento sportivo e sociale che mira ad abbattere le barriere economiche di accesso allo sport e declina concretamente il principio del diritto allo sport per tutti, fornendo un servizio alla comunità. L’obiettivo è di promuovere, attraverso la pratica sportiva, stili di vita sani tra tutte le fasce della popolazione, al fine di migliorare le condizioni di salute e benessere degli individui e di garantire il diritto allo sport per ragazzi e famiglie in condizioni di svantaggio economico. Come già indicato, l’intervento si rivolge alla fascia di età dai 5 ai 18 anni, con l’avvio dell’edizione dedicata ai giovani che, grazie alla rete capillare di associazioni e società sportive dilettantistiche che operano sul territorio, avranno la possibilità unica di praticare gratuitamente attività sportiva pomeridiana, per 2 ore alla settimana, scegliendo tra molteplici discipline sportive.

Tutte le informazioni sono disponibili anche consultando il sito www.sportidutti.it, inoltre è possibile rivolgersi ai riferimenti delle Strutture territoriali di Sport e salute (elenco allegato all’Avviso Pubblico).

Scoperte due stelle siamesi a 800 anni luce

Un team di astrofili italiani ha individuato a circa 800 anni luce della Terra una nuova stella variabile, con un aspetto alquanto bizzarro.
Si tratta di un sistema binario, la cui luminosità varia nel corso del tempo, composto da due stelle unite tra loro come due gemelle siamesi, che ruotano l’una attorno all’altra.

La scoperta è stata approvata ufficialmente dall’American Association of Variable Star Observers (Aavso), sul quale sito ufficiale è comparsa una pagina dedicata alla nuova scoperta.

Le stelle siamesi si trovano nella costellazione dell’Auriga e sono state scoperte grazie alla collaborazione tra gli esperti Giuseppe Conzo, Paolo Giangreco Marotta, Stefano Meneguolo, Mara Moriconi e Gabriele Spaziani del Gruppo Astrofili Palidoro, il collega Giorgio Biancardi dell’Unione Astrofili Italiani, Nello Ruocco dell’Osservatorio Nastro Verde e Giorgio Mazzacurati e Paolo Zampolini del Gruppo Astrofili Galileo Galilei.

Le due stelle sono di classe spettrale G5 e ruotano una intorno all’altra in 8.6 ore. Questo sistema binario è di tipo a contatto, per cui le stelle componenti occupano per intero il proprio lobo di roche

La colica renale

La colica renale è un dolore acuto dell’uretere che è provocato dal passaggio di calcoli e che comporta prima dilatazione e in seguito spasmi.

Il dolore è dovuto allo spasmo muscolare dell’uretere conseguente alla presenza di un calcolo ed è presente anche se il calcolo non determina ostruzione al flusso urinario. In caso di ostruzione, l’aumento della pressione stimola la sintesi ed il rilascio di prostaglandine che induce lo spasmo della muscolatura liscia.

Fra i sintomi, il più comune è il dolore addominale acuto con irradiazione verso il basso, fino all’inguine, talvolta fino ai genitali. Il dolore può localizzarsi anche al fianco e posteriormente a livello lombare. L’entità del dolore non è commisurata alle dimensioni del calcolo: calcoli molto piccoli possono dare dolore molto intenso e frequentemente l’irradiazione del dolore si sposta man mano che il calcolo procede nell’uretere verso la vescica. Il dolore cessa quando il calcolo passa nella vescica (dove spesso subito dopo viene eliminato). Il cessare del dolore, tuttavia, può essere anche dovuto al fatto che il calcolo si è arrestato nell’uretere.

Tale evenienza può impedire il normale deflusso di urina attraverso l’uretere; in questo caso si assiste alla dilatazione dell’uretere e in seguito del rene che può seriamente danneggiarsi e comportare infezioni. Tale condizione è rilevabile con una ecografia renale e, a volte, è necessario intervenire per via chirurgica, endoscopica o con il bombardamento con onde d’urto.

Fra gli altri sintomi, possono riscontrarsi ematuria, cioè la presenza di urine rosse per perdite di sangue, nausea, vomito.

La partita della Democrazia, tra Imperialismo e idea di Nazione

Articolo pubblicato sulle pagine di https://www.mosaico-cem.it/ a firma di Fiona Diwan

Che accezione diamo oggi al termine Nazionalismo? Una parola dalla sfumatura opaca, sporca, un vecchio arnese da gettare alle ortiche, l’idea di una dimensione piccina e ombelicale che evoca fiumi di sangue versato per un’idea di nazione che sarebbe quanto di più lontano dall’identità plurale e globale dei nostri giorni. Un concetto da scaraventare nella discarica della Storia e in nome del quale si sarebbero compiuti i peggiori abominii. La sensibilità contemporanea maturata nell’immediato Dopoguerra aveva giubilato senza possibilità di appello l’Idea di Nazione, relegandola a vizio inemendabile di tutte le dittature, peccato originale del più sanguinoso dei secoli, il XX. Tuttavia, quando il filosofo, politologo e biblista israeliano Yoram Hazony parla di Nazionalismo non intende declinarlo né nella vecchia accezione di heimat o patria né tantomeno dell’attuale idea di sovranismo. No, scrive Hazony, il Nazionalismo è semplicemente l’antitesi del concetto di Imperialismo e lo è da sempre, dalla notte dei tempi, dall’epoca della Pax Romana e dell’Impero carolingio, dell’Impero Britannico e di quello Asburgico fino a quello cinese, ivi compresi gli ultimi Imperi, quello americano e sovietico. Persino l’idea del Lebensraum di Hitler, lo spazio vitale di cui il Terzo Reich andava alla ricerca, era un’idea imperialista e imperiale, espansiva, e solo falsamente nazionalista. Persino la Francia Repubblicana covava un modello imperialista aggressivo e protervo. Falsa anche l’idea che sotto il governo degli Imperi sovranazionali si vivesse meglio, una narrativa dei dominatori, non dei dominati.

Con un saggio audace e controcorrente, spiazzante e a dir poco scomodo, il filosofo, politologo e biblista israeliano Yoram Hazony, 55 anni, presidente del prestigioso Herzl Institute of Jerusalem, manda oggi alle stampe Le Virtù del nazionalismo (Guerini e Associati, traduzione di Vittorio Robiati Bendaud), l’ultimo di svariati ed eclettici saggi, accolto da altrettanti plausi e polemiche. L’idea centrale è che ogni ideale universalistico celi al suo interno un progetto fondamentalmente imperialista, e che il nazionalismo altro non sia che la più antica forma di difesa della libertà, sia essa individuale, collettiva, politica e democratica. Un’idea di autodeterminazione dei popoli, di nazioni libere e indipendenti che si oppongono all’Imperialismo ovvero a forme di governo che in nome di alte idealità universalistiche – esportare la pace, la democrazia e la prosperità nel mondo-, in verità intendono imporre controllo, dominio e sudditanza. Basterebbe dare un occhiata ai dissesti prodotti dalla Pax Americana che ricalca il modello imperiale della Pax Romana, per averne un’idea recente. Da un’attenta rilettura della Bibbia ebraica fino al pensiero del filosofo inglese John Locke e alla dottrina dei pensatori liberali, dall’ebraismo al protestantesimo, da Kant alla caduta del Muro di Berlino fino all’Israele di oggi, Hazony rilegge la nostra travagliata contemporaneità gettando nuova luce su antiche e intramontabili categorie.

Qui l’articolo completo 

Il regionalismo differenziato deve coinvolgere pienamente gli Enti Locali

Nel momento in cui il processo di attuazione del regionalismo differenziato -richiesto in particolare dalle regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto- sembra faccia registrare una ulteriore pausa di riflessione, all’Università di Messina, per una fortunata coincidenza temporale, ad iniziativa dei Dipartimenti di Giurisprudenza e di Scienze politiche ed organizzato dai professori Franco Astone e Giovanni Moschella, si è svolto un interessantissimo convegno di studi su “Specialità e differenziazione.

Le nuove frontiere del regionalismo italiano” nel corso del quale, accanto ad innumerevoli profili, prepotente è balzata all’attenzione del dibattito la quistione del rapporto tra autonomia differenziata e principio di sussidiarietà. Tema, fino all’avvento dell’attuale Governo ‘giallorosso’, ampiamente trascurato, se non del tutto ignorato. Basti pensare che le varie edizioni di ‘bozze d’intesa’ tra Regioni e Stato, che si sono succedute a seguito della ripresa dell’iter per l’attuazione dell’art. 116/3 Cost. iniziata con la celebrazione il 22 ottobre 2017 dei famosi referendum popolari di Lombardia e Veneto, non ne fanno cenno alcuno. Come, del resto, la stessa dottrina giuspubblicistica, che fin qui non si è mostrata particolarmente interessata. Non che, ad esempio, non abbia ricordato al Governo che la nostra è una Repubblica delle Autonomie e non un sistema duale Stato-Regioni. Anzi è stato chiaramente detto che l’ordinamento repubblicano per fare un salto di qualità verso il federalismo comunitario non può prescindere dal protagonismo dei Comuni, delle Città metropolitane e delle Province (nella loro dimensione di sistemi urbani diffusi). Ciò nonostante, però, fino ad ora, anche il dibattito scientifico-istituzionale non ha dato grande rilievo al ruolo ed alle funzioni degli Enti Locali nel prospettato nuovo ordinamento regionale ad autonomia differenziata.

La bozza di disegno di legge generale predisposta per rimettere nei giusti binari l’iter delle intese con le Regioni dal ministro per gli Affari regionali e delle Autonomie, Francesco Boccia, ha, invece, previsto alla lettera c) del primo comma dell’art. 1 che “nelle materie oggetto di attribuzione differenziata” bisogna rispettare i “principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, previsti dall’art. 118 Costituzione”, oltre il principio solidaristico che connota il sistema degli Enti locali.

Introducendo così un positivo rivoluzionamento di tutta la questione del regionalismo asimmetrico, almeno per il modo come era stato prospettato fin qui, sia sul piano procedurale che sostanziale.

Ma se questo è vero, per quanto attiene al profilo procedurale, allora, non può essere il parere che Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto -per rispettare il dettato dell’art. 116/3 Cost.: “sentiti gli enti locali”- si sono affrettate a procurarsi attraverso i rispettivi Consigli delle Autonomie Locali, le prime due Regioni, ed un’apposita Assemblea costituita con provvedimento della Giunta, la terza Regione, ad ottemperare al principio di sussidiarietà. Al di là del burocratico adempimento ad una formalità, il parere obbligatorio ma non vincolante non mi pare che sia in grado di coinvolgere pienamente gli Enti locali. Lo conferma il fatto che nelle Regioni interessate non si sia svolto alcun dibattito di merito con le istituzioni locali e, soprattutto, che nessun indirizzo dei Comuni, delle Città o delle Province sia stato preso in considerazione dalle Regioni per rivolgere le loro richieste di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” allo Stato.

Per adeguarsi a questa svolta ed attuare un coinvolgimento reale delle Istituzioni locali, invece, io credo che il rapporto tra Regione ed Enti locali debba superare il semplice parere, anche se obbligatorio, e trasformarsi in una vera e propria intesa vincolante per entrambe le parti. Non solo. Ma ritengo anche che le intese così raggiunte presso le singole Regioni non possano essere negoziate e definite con il Governo nazionale senza un passaggio anche dalla nazionale Conferenza unificata per coinvolgere gli Enti locali del resto del Paese non direttamente interessati ai singoli accordi regionali.

E qui entriamo nel merito del rapporto tra regionalismo differenziato e principio di sussidiarietà che finora è stato escluso per via di una interpretazione del primo (il regionalismo differenziato) come capace di trasferire alle Regioni, in ordine alle materie del terzo e del secondo comma (limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, alle norme generali sull’istruzione ed alla tutela dell’ambiente e dei beni culturali) dell’art. 117 Cost., non solo la potestà legislativa ma anche quella inerente le funzioni amministrative che, in virtù dell’art. 118 Cost., è invece di competenza generale dei Comuni e solo sussidiariamente, “per assicurarne l’esercizio unitario”, può essere attribuita ad altre istituzioni come le Regioni sulla base dei principi di differenziazione ed adeguatezza. Giammai in termini generali. E soprattutto partendo dal vecchio criterio del “parallelismo delle funzioni” secondo il quale la funzione amministrativa segue quella legislativa e quindi in origine è competenza di chi è titolare di quest’ultima. E’ stata proprio il capovolgimento di questo principio una delle ‘rivoluzioni’ introdotte dal nuovo Titolo V della Costituzione e non può essere certo una norma di attuazione di esso (come le costruende intese Stato-Regioni) a determinarne un vulnus così clamoroso.

Tanto che l’annunciato disegno di legge del ministro Boccia, sempre alla lettera c) del primo comma dell’art. 1, si preoccupa di affermare che “al conferimento delle funzioni (alle Regioni) si procede tenuto conto delle funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane definite dalla legislazione statale, ai sensi dell’art. 117, 2° comma, lettera p) della Costituzione”. Ora, è vero che qui non si tratta delle funzioni amministrative inerenti le ulteriori materie legislative attribuite alle Regioni in virtù dell’art. 116/3 Cost., ma avere evocato l’intangibilità delle competenze amministrative fondamentali delle Istituzioni locali fa immediatamente capire che la regola richiamata è insopprimibile e quindi che non si può giustificare che le Regioni nel chiedere “le ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” ritengano di potere diventare attributarie di tutte le funzioni amministrative inerenti le materie loro devolute dallo Stato.

Al proposito, però, è da sottolineare che il ddl. predisposto da Boccia, per quanto costituisca un passo importante nella giusta direzione, non è ancora soddisfacente. Perché il vero obbiettivo di una amministrazione sussidiaria non si realizza con il solo rispetto da parte delle Regioni delle materie attribuite agli Enti locali come funzioni fondamentali ma con il riconoscimento in capo a questi ultimi di tutte le funzioni amministrative ivi comprese quelle che sono connesse con le funzioni legislative che saranno ulteriormente devolute alle Regioni. Il che significa che le funzioni amministrative che dovessero essere trasferite in base all’assegnazione alle Regioni delle competenze legislative non si allocano automaticamente in capo a queste ultime ma soltanto nella misura in cui, in base al principio di sussidiarietà, le Regioni si rivelino le istituzioni più adeguate ad esercitarle.
Di tutto ciò, però, come cennato, nella bozza Boccia non c’è molto.

Anzi al 3° comma dell’art. 2 si dice che “i beni nonché le risorse finanziarie, umane e strumentali correlate alle funzioni attribuite ai sensi delle intese” sono assegnate alle Regioni, lasciando quindi intendere che saranno queste ultime a decidere se e come devolverle ai Comuni ed alle altre istituzioni locali. Circostanza che, evidentemente, contrasta con il modello delineato dall’art. 118 Cost. ma che rileva soprattutto perché annienterebbe i presupposti che devono motivare la richiesta del riconoscimento dell’autonomia differenziata. Infatti, se non sono l’efficienza e l’efficacia degli apparati amministrativi che presiedono allo sviluppo culturale, sociale ed economico, quali sono le ragioni che possono giustificare il riconoscimento dell’autonomia differenziata ad una Regione?

Non certo lo sviluppo del suo apparato amministrativo che mortificherebbe non solo le esigenze di crescita dei territori concreti che ne formano lo spazio geografico ma anche quelle dell’intero Paese che soltanto da una cooperazione generale di tutte le Autonomie può trarre la spinta necessaria ad una sua ripresa.

Del resto, come è noto, oggi tutti i processi di sviluppo partono ed hanno come soggetti propulsori le Istituzioni locali ed, in particolare, le grandi Città. Senza un loro protagonismo difficile è immaginare percorsi virtuosi di sviluppo e di progresso economico, sociale, culturale. Le Regioni (soprattutto, queste Regioni derivanti dai Dipartimenti statistici di Piero Maestri e Cesare Correnti) non possono quindi farcela da sole. Sarebbero travolte dal ritorno di una logica da microstaterelli. Per evitarlo, l’apporto degli Enti locali diventa allora irrinunciabile ed il ddl. Boccia deve sancirlo pienamente.

Natale, in vacanza 12,9 mln di italiani (+19%)

Ben 12,9 milioni di italiani hanno deciso di trascorrere almeno un giorno fuori casa durante le festività natalizie e di fine anno con un forte aumento del 19% rispetto allo scorso. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ per le partenze nelle festività di Natale dalla quale si evidenzia un deciso orientamento a rimanere in Italia, scelta quest’anno come meta dall’81% dei vacanzieri.
La spesa media sarà di 434 euro per persona con un aumento del 7% rispetto allo scorso anno e si allunga ad una media di sei giorni la durata della vacanza natalizia con – sottolinea la Coldiretti – il 26% che starà fuori tre giorni al massimo, il 51% dai quattro ai sette giorni, il 17% da otto a quindici giorni ed il restante 6% ancora di più.
Il 67% ha scelto di alloggiare in case proprie, di parenti e amici o in affitto mentre il 24% preferisce l’albergo ma tengono le formule alternative come bed and breakfast e agriturismi.
La stragrande maggioranza dei vacanzieri (74%) prenota le ferie da solo, soprattutto attraverso internet, – continua Coldiretti – mentre un 19% si affida a tour operator e agenzie viaggi e un 7% si affida ad altri o preferisce improvvisare.
Sul podio delle destinazioni – continua la Coldiretti – salgono le città e le località d’arte con il 48% seguite dalla montagna con il 38% mentre il resto si divide tra terme, mare e campagna. Sono quasi un milione – stima la Coldiretti – i vacanzieri che per Natale e/o Capodanno hanno scelto l’agriturismo alla ricerca di riposo e di tranquillità lontano dalle preoccupazioni. La capacità di mantenere inalterate le tradizioni enogastronomiche nel tempo resta – continua Coldiretti – la qualità più apprezzata degli agriturismi italiani che si confermano infatti come la più valida alternativa ai pranzi e ai cenoni casalinghi delle feste.
Nel tempo gli oltre 23mila agriturismi italiani – conclude la Coldiretti – hanno però qualificato notevolmente la propria tradizionale offerta di alloggio e ristorazione con servizi innovativi per sportivi, nostalgici, curiosi e ambientalisti, come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking o attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici, ma anche corsi di cucina e wellness.

Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci

Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci.

“Si tratta – spiega Gregorio Aversa,afferente al Polo museale della Calabria, – di una pregiata museruola in bronzo che rappresenta una vera e propria rarità, non solo per il tipo di oggetto, ma anche per la sua decorazione. Nobile ornamento per cavalli, esso costituiva certamente una significativa offerta votiva da parte di un membro della cavalleria crotoniate per il santuario di Hera nella località Vigna Nuova.

Simbolo di prestigio sociale e di disponibilità economica, nel mondo antico il cavallo è sempre stato oggetto di grande attenzione da parte dell’uomo, che molto presto ha dovuto ideare strumenti di imbrigliamento per controllarlo e guidarlo. Per questo – conclude Aversa – nell’ambito del progetto VIDE (VIaggio Dell’Emozione) che lega in un affascinante percorso i vari siti appartenenti al Polo museale della Calabria, si è pensato di approfondire la tematica del cavallo come mezzo di trasporto e compagno nella guerra, nel lavoro, nel gioco anche grazie ad altri reperti riferibili al mondo equino”.

Il manufatto andrà, quindi, ad arricchire le già cospicue collezioni che detiene il Museo Archeologico Nazionale di Crotone.

La vergogna del volo

Prendere l’aeroplano? Condotta di cui vergognarsi! Tuonano così i movimenti no-aerei del Nord Europa – dagli scandinavi ai tedeschi, passando per i belgi e gli olandesi – contro chi si azzarda a scorrazzare per i cieli. L’accusa non riguarda il fattore sicurezza, bensì i presunti danni all’ecosistema.

Per costoro gli aeroplani con le loro emissioni di CO2 sarebbero tra i principali artefici del peggioramento climatico; e a nulla serve far notare che, al momento, il settore contribuisce ad una piccola percentuale delle emissioni globali. Macché; secondo i detrattori l’aviazione civile, entro una ventina d’anni, potrebbe contemplare addirittura 8 miliardi di viaggiatori con effetti devastanti sul clima e sull’ambiente.

Dunque si preferisca il treno, con buona pace dei bilanci delle compagnie. Le quali, annusando il pericolo, cominciano a correre ai ripari; talune, ad esempio, utilizzando biocarburanti. La “vergogna di volare” – così è stato battezzato il boicottaggio dei velivoli per scongiurare le emissioni dannose – fa proseliti alimentata dal tam tam dei social. Finirà in una bolla di sapone? Può darsi. Frattanto abituiamoci ad allungare il tempo dei nostri percorsi. Magari illudendoci di allungare quello delle nostre vite.

(Fonte My Pegaso)

Approvato uno spray nasale contro la depressione

E’ stato approvato dalla Commissione europea uno spray nasale per gli adulti che soffrono di disturbo depressivo maggiore resistente al trattamento (Trd).

Il disturbo depressivo maggiore (Mdd) colpisce circa 40 milioni di persone in Europa ed è la principale causa di invalidità al mondo. Per questi pazienti, l’obiettivo principale del trattamento è alleviare i sintomi della malattia e ottenere infine la remissione, eliminando totalmente o in larga parte i sintomi depressivi. Tuttavia, un terzo circa dei pazienti con Mdd non risponde alle terapie attualmente disponibili.

L’approvazione di esketamina si basa sui dati del programma di sperimentazione clinica condotto su pazienti con Trd, in cui oltre 1600 soggetti hanno ricevuto esketamina. I dati emersi dimostrano che nei pazienti adulti (18-64 anni), a partire dal secondo giorno di terapia, il trattamento con esketamina spray nasale e un antidepressivo orale iniziato ex novo era associato a una maggiore riduzione dei sintomi depressivi rispetto al trattamento con un antidepressivo orale iniziato ex novo e uno spray nasale placebo.

Il 70% circa dei pazienti trattati con esketamina ha risposto al trattamento, ottenendo una riduzione dei sintomi pari o superiore al 50%.

L’area cattolico democratica. Una nuova speranza per gli italiani

Nati dall’intuizione di un comico intelligente e dalla strategia di una società di comunicazione, affidato alla guida di un giovane senz’arte né parte, il M5S è ora in balia di un saltimbanco della politica, quel Gianluigi Paragone, che sta creando un movimento di transumanti pentastellati verso la Lega, col rischio di far saltare il governo.

Oggi la politica italiana è rappresentata da alcune forze politiche in preda a una grande confusione culturale e strategica, espressione della deriva che si trascina dalla fine della prima repubblica e dalla scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale.

Una crisi della politica che: nel PD fa i conti con un processo di lunga e complessa trasformazione del vecchio PCI ( PDS,DS, PD), nel quale non si è potuto realizzare quella corretta sintesi tra le aree culturali di provenienza social comunista e democratico cristiana, aggravata dal caso Renzi, alla ricerca di una leadership perduta col suo nuovo partito della secessione. Nella Lega, si è consumato  il passaggio da quella secessionista padana di Bossi, alla nuova realtà di un partito a guida solitaria del conducator Salvini, capace di acquisire consensi dal Nord al Sud dell’Italia; una destra italiana, che si compatta sempre di più attorno a Giorgia Meloni su posizioni estreme nazionaliste e antieuropee e, infine, il M5S che corre velocemente verso la sua dissoluzione.

Al centro è rimasta Forza Italia, guidata da una leadership consunta e sempre meno efficace del Cavaliere, in preda a un processo inarrestabile di disgregazione. Alla sinistra estrema sopravvive la LEU, in attesa di  come meglio orientarsi a misura che detterà la nuova o vecchia legge elettorale.

Manca in tutta questa rappresentazione l’espressione politico culturale dell’area cattolico democratica  e cristiano sociale che, dopo la lunga stagione della diaspora ( 1994-2019) è ridotta alla condizione di pressoché totale irrilevanza sul piano istituzionale. Unica eccezione, il caso del Presidente Mattarella, punto di riferimento essenziale per la nostra democrazia.

Non è un caso se la condizione di anomia vissuta dalla società civile e dal divario esistente tra quest’ultima e la classe dirigente del Paese, abbia preso forma e sostanza rilevante il fenomeno delle “sardine” che riempiono le piazze in tutte le più importanti città italiane. Esse sono sostenute dalla volontà di ritornare a una convivenza civile fondata sulla tolleranza e sulla solidarietà organica propria di una comunità, in alternativa alla condizione di rissa e di scontro permanente indotte dalla deriva nazionalista e populista del duo di destra Salvini-Meloni.

L’elemento che meglio caratterizza il caso delle “sardine” è la loro conclamata fedeltà alla Costituzione repubblicana e, al di là dei sei punti programmatici delineati nella loro recente assemblea romana (punti sicuramente condivisibili nella loro elementare semplicità, come fondamentali della convivenza civile e politica) ed  è proprio da questa loro conclamata fede costituzionale repubblicana che bisogna ripartire, per avviare un dialogo costruttivo con una nuova generazione di italiani cui guardare con interesse anche da parte di noi popolari.

Tornando alla situazione di casa nostra, due sono le iniziative che meglio esprimono lo stato dell’arte: quella avviata dagli amici che hanno dato vita alla Federazione popolare dei DC, che punta a ricomporre l’unità delle diverse schegge ex democratiche cristiane insieme a numerosi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolico popolare e quella degli amici che hanno sottoscritto “il Manifesto Zamagni”, nel quale si riconoscono anche tutti gli amici della Federazione popolare DC.

Se, da un lato, abbiamo la situazione espressa dai partiti oggi rappresentati in parlamento in preda alle loro convulsioni interne e alla ricerca di un difficile equilibrio attorno a quella che sarà la prossima legge elettorale, e, dall’altro, quella di un’area cattolica e popolare in movimento che punta alla ricomposizione politica, ciò che distingue nettamente tutte le forze in campo e in qualche modo è destinata a ricomporle, è la distinzione profonda che passa tra chi si pone in alternativa sovranista e isolazionista rispetto all’Unione europea e chi, invece, come noi dell’area popolare, si batte per più Europa. Un’Europa certamente da riformare nella sua governance, per farla tornare ai principi e ai valori dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman, ahimè, superati dal prevalere dei valori relativistici propri del “manifesto di Ventotene” che, alla fine, sono quelli che hanno finito col prevalere nell’Unione europea.

Contro l’attuale confusione e frammentazione politica serve allora un colpo d’ala delle due parti più importanti di quest’area, entrambe impegnate a inverare nella città dell’uomo i principi della dottrina sociale cristiana che, con le ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, costituiscono la fonte principale di indicazione pastorale e politico culturale in questa complessa fase della globalizzazione. Un’età, quella che stiamo vivendo, dai profondi sconvolgimenti sul piano antropologico, ambientale, economico, finanziario e sociale, che, come in quella della prima rivoluzione industriale, richiede l’impegno dei cattolici sul piano politico e istituzionale, sia in Italia, sia nel resto dell’Europa e del mondo, insieme agli altri uomini di buona volontà che credono nel valore della pace e della giustizia nella libertà.

Abbiamo una data importante davanti a noi: 18 Gennaio 2020. Mancano poche settimane alla celebrazione del 101 esimo anniversario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di Luigi Sturzo e della nascita del PPI. Ritroviamoci dunque al convento della Minerva, a due passi dal luogo in cui Sturzo redasse il suo appello, e tutti insieme impegniamoci a costruire il Partito Popolare Europeo in Italia, dando fine alla lunga e suicida stagione della diaspora,  per un nuovo inizio e per dare, finalmente, una nuova speranza agli italiani.

La mappa della sconfitta del Labour

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Domenico Cerabona

Le elezioni del 12 dicembre sono state un vero e proprio trionfo per il primo ministro uscente Boris Johnson, che sperava di incrementare la propria maggioranza di “soli nove seggi”, come chiedeva nel suo ultimo spot elettorale, e che invece tornerà giovedì in Parlamento con una maggioranza effettiva di ben 80 parlamentari.

Il merito va in gran parte al suo stratega, Dominic Cummings, che è riuscito a trasformare questa elezione in una riedizione del referendum sulla Brexit e, in tal modo, a portare molti elettori del Labour a non votare seguendo l’asse destra-sinistra, ma quello Leave-Remain.

Questo esito è stato certamente favorito dalla compattezza del fronte anti-Brexit: l’alleanza tra Boris Johnson e Nigel Farage ha aiutato in maniera decisiva i Tories a sconfiggere il Labour in quei collegi del Nord in cui il Leave aveva ottenuto grandi maggioranze, zone in cui infatti il Brexit Party ha ricevuto molti voti erodendo il consenso dei candidati laburisti.

Al contrario, la divisione del fronte del Remain ha danneggiato tutti i partiti, in primis il Labour e i Liberal Democrats (LibDems) che, competendo ferocemente gli uni con gli altri, hanno finito per favorire, nei singoli collegi, il candidato conservatore: un esempio su tutti è dato dal collegio di Kensington, a Londra, vinto per 20 voti – per la prima volta in decenni – dal Labour nel 2017 e perso per 200 questa volta anche grazie ad un 20% di voti conquistati dai LibDem, con il risultato di consegnare il collegio ad un candidato pro-Brexit.

Un vero cataclisma per il Labour è stato però il crollo del cosiddetto “Red Wall”, una fascia di collegi nel Nord-Est inglese ex minerario che da sempre garantiva maggioranze agevoli al Partito laburista e che in questa elezione sono passati per la prima volta da più di 50 anni al Partito conservatore. In quelle zone la crisi del Partito laburista era endemica almeno dal 2005, ma, nonostante ciò, la fedeltà al Labour non era mai venuta meno. Questa volta, complice il messaggio “Get Brexit Done”, la muraglia rossa è crollata, con risultati anche clamorosi come la perdita del seggio di Dennis Skinner, la Bestia di Bolsover, parlamentare ex minatore eletto a Westminster in quel collegio sin dal 1970. Così come clamorosa è stata la sconfitta di Laura Pidcock, giovane astro nascente del Labour indicata da più parti come possibile successore di Jeremy Corbyn alla leadership che però è stata sconfitta nel suo seggio di North West Durham. Entrambi questi seggi, da sempre laburisti, avevano dato grandi maggioranze al Leave nel 2016 ed erano rimasti fedeli al Labour e alla sua promessa di una soft Brexit nel 2017, ma questa volta hanno voltato le spalle alla proposta di un secondo referendum fatta dai laburisti.

Forte della vittoria ottenuta, Boris Johnson non ha ora più avversari, interni o esterni, in grado di impedirgli di perseguire la sua strategia per una Brexit il più rapida possibile. È facile immaginare che già dalla prossima settimana il Parlamento inizierà a votare l’accordo trattato da Johnson con l’Unione Europea e che non ci saranno problemi per il primo ministro a ratificare il compimento dell’abbandono dell’Unione entro il 31 gennaio 2020.

Johnson avrà inoltre una grande libertà nelle trattative successive, che saranno ancora più decisive per modellare il futuro dei rapporti tra l’Unione e il Regno Unito negli anni a venire e soprattutto per stabilire i nuovi rapporti commerciali con gli Stati Uniti di Donald Trump, che si è subito congratulato con il suo amico Boris per l’elezione.

Qui l’articolo completo 

Commercio estero: Istat, a novembre ampia diminuzione per le esportazioni (-8,1%)

A novembre 2019, per entrambi i flussi commerciali da e verso i paesi extra Ue, si stima una diminuzione congiunturale; essa risulta nettamente più ampia per le esportazioni (-8,1%) che per le importazioni (-0,9%).

La flessione congiunturale dell’export è da ascrivere principalmente ai beni strumentali (-19,6%). I beni energetici (+2,5%) e i beni di consumo non durevoli (+0,5%) registrano invece un aumento. Dal lato dell’import, si rilevano cali congiunturali per i beni di consumo durevoli (-4,0%), i beni di consumo non durevoli (-2,7%) e i beni intermedi (-2,4%), mentre sono in aumento gli acquisti di beni energetici (+1,8%) e di beni strumentali (+0,9%).

Nell’ultimo trimestre mobile (settembre-novembre 2019), la dinamica congiunturale dell’export verso i paesi extra Ue risulta positiva (+2,6%) ed è particolarmente intensa per l’energia (+11,3%) e i beni strumentali (+5,8%). Nello stesso periodo, per le importazioni, si rileva un calo congiunturale (-1,5%), imputabile a energia (-4,6%), beni strumentali (-2,0%) e beni intermedi (-1,8%).

A novembre 2019, le esportazioni sono in diminuzione su base annua (-3,8%). La contrazione è rilevante per l’energia (-19,8%) e i beni strumentali (-12,0%). Rispetto alle esportazioni, le importazioni registrano una flessione tendenziale più ampia (-10,7%) cui contribuiscono tutti i raggruppamenti principali di industrie e, in particolare, quello dell’energia (-20,7%).

Il surplus commerciale a novembre 2019 è stimato pari a +4.164 milioni, in aumento rispetto a +3.253 milioni di novembre 2018. Da inizio anno aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +61.400 milioni di gennaio-novembre 2018 a +66.681 milioni di gennaio-novembre 2019).

A novembre 2019 l’export verso Cina (-15,4%), Stati Uniti (-10,4%) e paesi OPEC (-10,1%) è in forte contrazione su base annua. In aumento, le vendite di beni verso Giappone (+17,8%), Turchia (+13,3%) e Svizzera (+11,4%).

Gli acquisti da paesi OPEC (-33,3%), paesi MERCOSUR (-17,7%) e Svizzera (-14,9%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue. In aumento gli acquisti da Stati Uniti (+5,9%), Turchia (+4,8%) e Russia (+3,7%).

Banda Ultra Larga: connessa la prima scuola nelle aree bianche

Nel comprensorio scolastico di Montalto delle Marche è accesa la connessione alla banda ultra larga. Si tratta del primo caso di un istituto scolastico nelle cosiddette “aree bianche”, incluso nei bandi Infratel, che vanta della connessione ad 1 gigabit al secondo.

Infratel Italia, società in house del Mise, si è occupata, nell’ambito del Piano nazionale BUL, di progettare, pianificare e affidare a bando i lavori, eseguiti da Open Fiber.
Connettere all’ultrabroadband uffici pubblici, famiglie e imprese proprio nelle aree bianche, cioè nelle zone a fallimento di mercato: è questa una delle priorità dell’agenda digitale italiana, varata dal governo e condivisa dall’Unione Europea. Montalto delle Marche, è uno degli 87 comuni marchigiani colpiti dal sisma nel 2016: per questo la progettazione Infratel prevede la connessione sia delle zone che ospitano unità immobiliari temporanee che di quelle coinvolte nella ricostruzione .

Quello di Montalto è uno degli interventi previsti da un piano che prevede un investimento complessivo, nella regione Marche, di 57 milioni di euro per realizzare una rete pubblica in tutte le sedi della PA e delle aree industriali incluse nelle aree bianche. Durante la cerimonia di inaugurazione del collegamento in fibra ad alta velocità, aperta dal sindaco Daniel Matricardi è stato realizzato una connessione video con un istituto scolastico di San Benedetto del Tronto che ha permesso ai ragazzi di San Benedetto e di Montalto delle Marche di dialogare tra loro nell’ambito di un progetto di continuità didattica.

Luigi Cudia, direttore Operations di Infratel Italia, ha ricordato che sono 236 i comuni interessati: in 147 i cantieri sono già attivi, per 156 impianti in corso di realizzazione. In Italia l’investimento pubblico è fondamentale per raggiungere l’ obiettivo di annullare il digital divide.

Il Presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli, ha ricordato il complesso percorso amministrativo con il quale il pubblico ha portato i servizi dove il mercato non sarebbe arrivato.

La missione Cheops

La missione Cheops durerà in tutto tre anni e mezzo, durante i quali il satellite osserverà oltre 7000 stelle. I primi dati arriveranno già il 7 gennaio, costringendo quindi i ricercatori a rimanere “ancora un po’ con il fiato sospeso prima di avere conferma che tutto funzioni come programmato”, come spiegato dalla direttrice Inaf di Catania Isabella Pagano.

Cheops è stato sviluppato per fornire informazioni uniche, come la misura accurata delle dimensioni degli esopianeti, che darà modo di “determinare la densità e quindi la struttura interna”, spiega l’Inaf.

Sarà così possibile capire se questi corpi celesti siano di roccia, gassosi o di ghiaccio, in maniera da stabilire se possano vantare condizioni tali da poter ospitare la vita.

Cheops sarà in grado di misurare così precisamente le dimensioni degli esopianeti grazie alla propria strumentazione di bordo all’avanguardia, composta anche da un telescopio hi-tech che è stato progettato e realizzato in Italia.

Lombardia: con Move-In gli ambulanti potranno continuare a circolare anche con gli euro 0

Il provvedimento consentirà agli operatori del commercio ambulante di aderire a Move-In su base triennale, con la possibilità di percorrere la somma dei chilometri concessi annualmente nell’arco del triennio.

Ciò rende possibile una maggiore flessibilità organizzativa e la sostituzione dei veicoli. Per gli autonegozi e gli automarket, in ragione del loro limitato numero (circa 500 in tutta la Lombardia), degli elevati costi di allestimento e della difficoltà di reperirne di nuovi in tempi brevi, sarà prevista l’assimilazione ai veicoli di classi Euro superiori (Euro 0 assimilati a Euro 2 e Euro 1 e 2 assimilati a Euro 3) se aderiranno entro il 31 marzo 2020 a Move-In.

Ciò consentirà la percorrenza di 6000 km/anno per i veicoli Euro 0 e di 9000 km/anno per i veicoli Euro 1 e 2″.

Agli operatori che avranno aderito a Move-In sarà consentito muoversi per recarsi ai mercati anche in caso di limitazioni temporanee.

‘accordo prevede un’adesione coordinata e massiva a Move-In da parte di tutti gli associati a Fiva-Confocommercio e Apeca e Anva Confersercenti nei prossimi tre mesi. Le associazioni si impegneranno altresì a raccogliere e fornire le adesioni al progetto Move-In entro il 31 marzo 2020 e a fornire a Regione Lombardia l’elenco dei soggetti che hanno aderito al servizio e che rientrano nella categoria degli operatori del commercio ambulante, individuabili tramite la carta di esercizio, e nella categoria degli autoveicoli ad uso negozio, individuabili dal libretto di circolazione.

Successivamente al 31 marzo 2020 non saranno concesse ulteriori deroghe.

La protonterapia

La protonterapia è un trattamento radiante oncologico per la cura di tumori che si sono sviluppati nelle vicinanze di organi critici o di strutture nobili e delicate, come il cervello, il cuore o il midollo spinale.

A differenza dei raggi X, utilizzati nella radioterapia convenzionale, i protoni possono essere indirizzati per fare in modo che le radiazioni colpiscano le cellule tumorali con estrema precisione salvaguardando i tessuti sani circostanti.

Questa accuratezza può rivelarsi particolarmente vantaggiosa per coloro che hanno subito un precedente trattamento radiante, sia per quelli che hanno un’alta probabilità di sopravvivenza a lungo termine nei quali il rischio di tumori indotti dal trattamento con protoni è inferiore a quello della radioterapia convenzionale.

Nella protonterapia i protoni (particelle molto più pesanti dei fotoni) vengono accelerati, tramite un’apparecchiatura chiamata Ciclotrone, fino ad una velocità pari a circa metà della velocità della luce. Quindi vengono concentrati in fasci, trasportati e rilasciati con estrema precisione sulla sede del tumore da un sistema chiamato Gantry. L’accelerazione dota i protoni di un’energia che raggiunge i 230 MeV (Mega Electron Volts), rispetto ai 30 MeV della fotonterapia, e che permette di colpire dall’esterno i tessuti tumorali che si trovano fino a 30 cm di profondità all’interno del corpo.

Il principale vantaggio del raggio protonico è che la maggior parte della sua energia è rilasciata sul tumore, dove esercita il massimo del suo effetto distruttivo.

Le rivolte globali dell’autunno caldo

Sulla rivista Civiltà Cattolica viene proposto un articolo che prova a disegnare i tratti comuni delle proteste in corso in Paesi come l’Algeria, il Libano, l’Iraq, l’Egitto, Haiti, il Cile, l’Ecuador, la Bolivia e la Colombia, per non parlare della Francia dei gilet gialli e di Hong Kong. Le condizioni politiche e sociali spesso sono diverse, ma in tutti questi Paesi si chiedono le stesse cose: riforme economiche giuste, meno tasse, più occupazione, e spesso un sostanziale «cambiamento di sistema». La rabbia è di solito indirizzata contro la «casta» al potere (non contro un particolare parti­to, una etnia o una confessione religiosa), contro chi in questi anni di crisi economica ha accumulato ricchezze sorprendenti, sottraendole alla maggioranza della popolazione.

Poi, l’articolo cerca di individuare la questione di fondo. Secondo il politologo francese Bertrand Badie, le ribellioni in corso sono «un secondo atto della globalizzazione», dove però il si­stema neoliberale, in vigore a partire dagli anni Novanta, è rimesso in discussione. In particolare, a causa della crisi economica che tra il 2007 e il 2008 ha colpito il mondo intero. Caso emblematico è quello del Cile, il Paese sudamericano ri­tenuto più stabile e pacificato, dopo il feroce colpo di Stato del ge­nerale Pinochet. Connotati particolari hanno invece le rivolte in Bolivia: il paradosso della crisi boliviana è che il Paese è cresciuto molto negli ultimi anni e il tasso di povertà è sceso drasticamente.

Infine, si tenta di inquadrare un possibile percorso politico costruttivo. «La strada è in salita – scrive Badie – e l’obiettivo è ambizioso: reinventare la democrazia. Ma è quello che chiedono queste rivolte».

Manuale di conversazione su panettone e porti aperti

Articolo pubblicato da Studiorama, la newsletter di Studio a firma di Davide Coppo

Con la consueta stupefacente ripetitività sta per tornare, con il solstizio invernale e le feste religiose a esso collegate, la altrettanto rituale discussione sulle virtù del panettone o contro la semplicità del pandoro. I detrattori del panettone, solitamente, lamentano un difetto in particolare: la presenza, nell’impasto del dolce, di uvetta o canditi. La discussione è rituale e si ripropone annualmente in quanto impossibile da risolvere, può offrire però buoni spunti per disquisizioni più interessanti, per spostare l’argomento dai capricci gastronomici alla geopolitica del cibo.

Che Milano fosse città aperta a migrazioni e spunti culturali da ogni parte del mondo è rappresentato proprio da quell’uvetta e quei canditi, arrivati dall’Oriente sul Mediterraneo via Venezia. Qualche giorno fa sul T Magazine allegato mensilmente al New York Times è stato pubblicato un bell’articolo sulla storia delle spezie, ingrediente di lusso che ha caratterizzato e sporcato di sangue migliaia di anni di imperi e conquiste. «A proposito di uvette», potrete esordire, «conoscete il nuovo mercato della curcuma in America Centrale?».

Se invece avete a che fare con l’archetipico zio leghista, altre letture consigliate a partire dal panettone e i suoi canditi sono i libri di Braudel sul Mediterraneo, con cui spiegare le origini di molti piatti della cucina non solo meridionale. I tortelli cremaschi, ad esempio, pieni proprio di quell’uva sultanina (appunto) originaria della Turchia e oggi diffusa soprattutto nel cultivar di Corinto, città portuale bizantina e ottomana e veneziana e di nuovo ottomana prima dell’indipendenza, e di canditi, altro dono arabo passato dalla Serenissima. Concludere con Predrag Matvejevic da Breviario mediterraneo: «Lungo le coste di questo mare s’incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli olii e dei profumi, della sapienza e della conoscenza. Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa». Buon appetito.