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La Voce del Popolo | La monocrazia alla Berlusconi compiace anche la Schlein

La scelta dei nuovi capigruppo di Pd e Forza Italia ci ricorda che i partiti di oggi sono forze monocratiche. È il leader che sceglie in larga misura la classe dirigente e dirime a modo suo le controversie interne. Cosa che dalle parti di Berlusconi è sempre accaduta (fin troppo), e dalle altre parti (non solo quelle del Pd) comincia a capitare con crescente frequenza. 

I due casi non sono paragonabili, si dirà. Il Cav. è padre padrone del suo partito fin dalle origini. E se ora è calato il sipario sulla commedia di un finto ricambio della classe dirigente, si può quasi apprezzare la sincerità con cui si regolano i conti da quelle parti. Mentre nel Partito Demo- cratico Elly Schlein può almeno vantare a suo favore la partecipazione massiccia di migliaia e migliaia di militanti che hanno animato le primarie. 

Resta il fatto che una volta scelto il leader, il resto sembra discenderne in modo quasi inesorabile. E il ricordo di quando, nei lontani anni settanta del secolo scorso, Gerardo Bianco (nella foto) si fece alfiere dei “peones” democristiani riuscendo a farsi eleggere contro lo stato maggiore del suo partito si fa ancora più lontano e quasi inverosimile. 

Eppure un po’ di contesa nei partiti farebbe bene alla loro salute. Non il litigio quotidiano, s’intende. Ma almeno una sana competizione che dia voce anche a quei malumori, a quelle ambizioni, a quelle forme di indisciplina che fanno parte di storie democratiche mai troppo appagate dal conformismo. Tutte cose che non vanno più di moda, è risaputo. Sostituite però da un rito di ubbidienza che non convince fino in fondo.

Fonte: La Voce del Popolo – 30 marzo 2023

[Testo qui riproposto per gentile concessione della direzione del settimanale della Diocesi di Brescia. Titolo originale: “Un po’ di contesa farebbe bene ai partiti”]

Il futuro partito di Calenda accetti la sfida del pluralismo

In vista dell’avvio della fase costituente del cosiddetto “terzo polo” con l’obiettivo di dar vita ad un partito unico di quest’area centrista, riformista e di governo, c’è un nodo che ancora attende di essere sciolto e che rappresenta il vero salto di qualità a livello politico e culturale. E forse, e quasi sicuramente, anche sotto il versante del consenso. Ovvero, il futuro partito di centro sarà un soggetto politico autenticamente ed organicamente “plurale” al suo interno? Perchè proprio attorno a questa domanda si gioca un passaggio decisivo e cruciale per capire la stessa identità culturale e il profilo politico di quel partito. È persin inutile ricordare che un partito di centro – riformista e di governo – nella storia democratica del nostro paese non può ridursi ad essere una sorta di rinnovato partito repubblicano o liberale o tardo azionista. Ciò significherebbe relegare quell’esperienza politica a giocare un ruolo del tutto marginale e periferico nello scacchiere politico italiano. Come, e specularmente, nessuno pensa – salvo qualche simpaticone nostalgico e fuori tempo e fuori luogo – di dar vita ad un partito cattolico fortemente identitario e neo confessionale se non addirittura di stampo neo clericale. No, la vera scommessa e la vera sfida politica è quella di saper costruire un luogo politico autenticamente plurale dove la capacità di chi guiderà il partito è quella di saper elaborare un progetto che faccia sintesi dei vari filoni ideali democratici e riformisti che vi partecipano.

Sotto questo versante la fase costituente del partito è decisiva e cruciale. Almeno su due aspetti.

Innanzitutto quando si parla di fase costituente di un partito è necessario garantire e praticare una vera e non virtuale apertura a tutti quei mondi vitali e culturali che si riconoscono in una potenziale prospettiva centrista e riformista. Nessuna deriva autoreferenziale e nessun tentativo di escludere a priori, in virtù di strane e singolari pregiudiziali politiche o ideologiche, alcune tradizioni culturali ed ideali rispetto ad altre. Inoltre, la fase costituente di un partito è credibile nella misura in cui apre un vero dibattito nel paese senza alcuna preoccupazione di garantire e consolidare rendite di posizione o di salvare leadership che si sono affermate legittimamente nel frattempo. Un aspetto, questo, decisivo per valorizzare e salvaguardare quel pluralismo che era e resta la vera cifra distintiva di un partito autenticamente democratico, plurale, popolare e liberale.

In secondo luogo va garantita la cosiddetta contendibilità interna al partito. Ovvero, certificare la possibilità – attraverso norme statutarie certe, sottoscritte e condivise – che la leadership politica va conquistata sul campo attraverso un vero ed autentico percorso democratico e partecipativo. Nulla di nuovo, del resto, rispetto all’impianto democratico e trasparente dei partiti del passato che, almeno su questo versante, non possono essere visti ed interpretati come strumenti inservibili e da criminalizzare sotto il versante politico e culturale. E, inoltre, questa è l’unica strada concreta per battere alla radice qualsiasi tentazione di “partito personale” o di un banale cartello elettorale prolungamento delle volontà del “capo”. Elemento, questo, che era e resta il vero nemico da battere dopo una lunga stagione caratterizzata dal populismo grillino che ha distrutto i partiti, ridicolizzato le culture politiche, azzerato la militanza, cancellato il radicamento territoriale e indebolito la qualità e l’autorevolezza delle classi dirigenti politiche ed amministrative.

Ecco perchè la fase costituente di un partito – nel caso specifico di un partito di centro che vuole perseguire una vera e credibile “politica di centro” – non può e non dev’essere affrontata con leggerezza e con disinvoltura. Ogni cedimento sul terreno della partecipazione democratica, della collegialità decisionale, dell’apertura verso l’esterno e della piena valorizzazione del pluralismo culturale, rischia di mettere in discussione l’intero progetto politico. Insomma, si tratta di un “avviso ai naviganti” che non può essere nè sottovalutato e nè ridimensionato.

Prosciutto plastic free. Via le vaschette, nuova vita alla carta.

Il Parma è una delizia. Tant’è che non si spende neanche la parola prosciutto, basta dire Parma. E una delizia ha bisogno di liberarsi per arrivare al gusto di chi lo può apprezzare. Ma liberarsi da cosa? 

Adesso il Parma vuole liberarsi dalla plastica. Necessaria perché è il modo per arrivare a tutti (nel mondo si calcola che siano 90 milioni le confezioni di prosciutto in fette), ma nello stesso tempo sappiamo che è una nemica dichiarata dell’ambiente. E allora il Parma proverà ad arrivare ovunque avvolto nella carta anziché nelle vaschette di plastica. Sembra utopico, ma i produttori del consorzio traguardano questo obiettivo per i prossimi anni, seguendo quanto emerso da uno studio realizzato negli ultimi due anni e presentato a Cibus connecting.

“Noi contiamo in tempi relativamente brevi di cambiare dalla plastica alla carta – dice Paolo Tramelli, marketing manager del Consorzio del Prosciutto di Parma. Questo procedimento consente una conservazione addirittura migliore. Per passare poi a un materiale completamente compostabile (quindi anche recuperabile alla fine del ciclo. ndr). Per questo ci vorrà un po’ più di tempo perché lo studio su questi materiali è in corso. Un domani però si arriverà sia all’utilizzo di materiali completamente riciclati che compostabili”.

Pensiamo solo al contenitore o al contenuto? È possibile migliorare ancora un prodotto che è già un’eccellenza riconosciuta ovunque? “Certo che è possibile” dicono quelli del consorzio che hanno messo mano al rigoroso disciplinare introducendo importanti migliorie. “Si parte dalla genetica dei maiali fino ad arrivare alla stagionatura, che aumenterà, e alla riduzione del tenore del sale presente nel prosciutto – aggiunge Tramelli. Quindi un insieme di regole che ci aiuteranno a rendere la dop Prosciutto di Parma ancora più distintiva rispetto al prosciutto crudo generico e anche una maggiore trasparenza e rafforzamento dei controlli”.

[Fonte: Askanews – 30 marzo 2023. Titolo originale: “Prosciutto di Parma: elimineremo 90 milioni di vaschette plastica”.]

L’Osservatore Romano | Leggenda della fantasia moderna. Teologia e guerre stellari.

Quando nella seconda metà degli anni Settanta i primi film di George Lucas videro la luce, un nuovo mondo di fantasia si apriva per l’uomo moderno. Tutto il mondo dello spettacolo (che poi produsse sequel, prequel, fumetti e serie televisive) rimase incantato da queste nuove storie, che ancora oggi hanno successo senza perdere il loro fascino. Ed è così che Lucas cercò di «creare un racconto morale, divertente e molto identificabile», come scrive Benjamin D. Espinoza, curatore del volume Theology and the Star Wars Universe (Lanham, Lexington Books, 2022, pagine 250, dollari 35), una raccolta di saggi di diversi autori che tentano di avvicinarsi, attraverso le lenti di concetti offerti dalla teologia cristiana, al mondo di fantasia delle guerre stellari.

Quattro sono le parti che compongono l’opera. La prima comincia con la premessa, nonché spiegazione, del perché “teologizzare” quest’opera. La comparazione tra i cavalieri Jedi con i monaci risulta più che evidente, dato che «analizzare Star Wars attraverso le lenti della religione, la teologia o la spiritualità non ci sorprende, con temi come la speranza, la vendetta, la redenzione, la riconciliazione, il bene e il male, la liberazione, temi tutti questi profondamente radicati nella serie. Star Wars è pieno di analisi teologiche».

Nella seconda parte (Le teologie dei Jedi), invece, si affrontano temi cruciali come la forza, gli eroi e le loro gesta. Un’eco che risuona nella comparazione con gli “eroi” del capitolo 11 della lettera agli Ebrei, infatti: «Pensare in termini di eroismo attraversando queste due collezioni di storie ci aiuta a vedere realtà indiscutibili sulla vita umana e sulla diversità». Ci mostra anche — si legge nel saggio di Bethany Keeley-Jonker e Robert Keeley — «la promessa fatta attraverso la morte e risurrezione di Cristo». Un altro tema è l’ascetismo e la lotta tra la luce e la sua oscurità nella figura misteriosa e attrattiva dei “Sith”, come mostra Nathan García nel suo saggio. Si evidenzia la necessità di un maestro, come anche il bisogno di una relazione virtuosa tra maestro e discepolo, arrivando addirittura a compararlo con il cammino dell’ascensione spirituale. Questa sezione si chiude con una demistificazione tanto dei Jedi come del clero.

Teologie politiche è il titolo della terza parte nella quale si sottolinea l’accento tra «l’opposizione» o «modo di vedere» la vecchia religione così come il vecchio credo, mettendo a fuoco personaggi come Ahsoka, Tano e Luke che mettono in discussione la visione contraddittoria dell’ordine Jedi, arrivando addirittura a reinterpretarla. Visione questa che scatena una prospettiva di non-violenza difesa da un anziano Luke, che è in netta sintonia con la visione cristiana contraria alla violenza. In questo capitolo c’è anche un saggio dedicato al misticismo nella serie.

Chiudendo questo ciclo di saggi a più voci, l’ultimo capitolo si apre con un dialogo tra questa serie di fantascienza e i pensatori del passato. Ed è Jonathan Lyonhart che, approfittando della dualità che c’è tra luce e ombra tanto caratteristica nella serie, inizia un dialogo col manicheismo, rifiutato e combattuto da sant’Agostino. Shaun Brown, dal canto suo, mette alla prova il termine “speranza”, che il cristianesimo ha forgiato lungo i secoli, con il filo narrativo delle Guerre stellari che basa, a sua volta, l’unità della narrazione appunto su questo stesso termine. Ruan Duns invece si distanzia nel suo articolo dall’equiparare lo Spirito Santo con la Forza. E in una altrettanto interessante disquisizione, Russel Johnson, prendendo spunto da Albert Camus, critica «il valore degli eroi» presentando a sua volta la figura dell’antieroe. Prende come scenario il film L’ultimo Jedi, dove si vede Luke che chiede a Rei quale sia il ruolo che lei rappresenta in questa storia, dato che il suo sangue non unisce le grandi dinastie del mondo di Star Wars, essendo lei però potente nella Forza. È così che devierebbe «i pilastri della speranza della Resistenza» verso personaggi minori che sorprendono per l’unione con la Forza. Johnson mette in guardia: «A partire da questo film occorre rammentare ai cristiani di non mettere i santi sui piedistalli e ignorare i loro fallimenti. Fare questo non è solo falsificare le loro vite, ma privarci addirittura dalla testimonianza della fede ordinaria».

Uno degli aspetti più interessanti di questo volume curato da Espinoza, al di là degli approfondimenti dei diversi articoli e saggi ivi presentati, è senz’altro la varietà di temi affrontati. È evidente che non omnibus omnia e quindi, nella sua lettura, uno può consultare i capitoli o le tematiche che possano sembrare più interessanti al lettore. Ma d’altro canto è degno di menzione l’interesse nell’avvicinare e interpretare, sotto la luce di Guerre stellari, l’uomo di oggi e cristiano a uno dei più grandi «miti della modernità», a questa formidabile «leggenda della fantasia moderna», a questo mondo della Forza impastato di luce e ombra, di bene e male. Costituisce senza dubbio uno sforzo umano e un valore umanistico il voler parlare con l’uomo moderno con il linguaggio che non potrà mai morire: quello dell’immaginazione, dove simbolo, immagine, mito, si mescolano in una narrativa che in fin di conti è chiamata a trascendere l’anima umana e la stessa storia dell’uomo.

Bloccare i sistemi d’intelligenza artificiale? Almeno per sei mesi, dice Musk.

Il miliardario Elon Musk e una serie di esperti del settore tech hanno firmato un appello per chiedere una pausa nello sviluppo dei potenti sistemi di intelligenza artificiale (AI) per concedere il tempo necessario a elaborare regole per il suo controllo. La lettera aperta, firmata finora da più di 1.000 persone tra cui Musk appunto e il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, è stata sollecitata dal rilascio di GPT-4 dalla società OpenAI di San Francisco. L’azienda afferma che il suo ultimo modello è molto più potente della versione precedente, utilizzata per alimentare ChatGPT.

“Questi sistemi di intelligenza artificiale possono comportare gravi rischi per la società e l’umanità”, afferma la lettera aperta intitolata “Pause Giant AI Experiments”. “I potenti sistemi di intelligenza artificiale dovrebbero essere sviluppati solo quando saremo sicuri che i loro effetti saranno positivi e i loro rischi saranno gestibili”, ammoniscono i firmatari del testo. 

Musk è stato un investitore di OpenAI, ha trascorso anni nel suo consiglio di amministrazione e la sua azienda automobilistica Tesla sviluppa sistemi di intelligenza artificiale per aiutare a potenziare la sua tecnologia di guida autonoma, tra le altre applicazioni. La lettera, pubblicata dal Future of Life Institute finanziato da Musk, è stata firmata da importanti critici e concorrenti di OpenAI come il capo di Stability AI Emad Mostaque.

“Invitiamo tutti i laboratori di intelligenza artificiale a sospendere immediatamente per almeno 6 mesi lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale più potenti di GPT-4”, si legge nella lettera che chiede ai governi di intervenire e imporre una moratoria se le aziende non fossero d’accordo.

I sei mesi dovrebbero essere utilizzati per sviluppare protocolli di sicurezza, sistemi di governance dell’AI e riorientare la ricerca per garantire che i sistemi di intelligenza artificiale siano più accurati, sicuri, “affidabili e leali”.

Fonte: Agenzia Italia – 29 marzo 2023

Dibattito | Di centro, conservatore e liberale. Spunti per un…partito cattolico.

Davvero suona così scandalosa l’idea di un partito cattolico? Davvero la nascita di un soggetto politico identitario di matrice cattolica rappresenterebbe un vulnus alla laicità e, allo stesso tempo, un tradimento dei principi della dottrina sociale della Chiesa? Davvero il destino dei cattolici in politica dopo la stagione della Dc (che, è bene ricordarlo, non era un partito cattolico, tutt’al più d’ispirazione e con un lascito in tal senso a ampiamente fallimentare) e suoi epigoni, è quello della “diaspora”, che si scrive diaspora ma si legge irrilevanza? Credo si tratti di domande, e molte altre ne se ne potrebbero aggiungere, dalle quali tanto dopo l’esito delle elezioni del 25 settembre scorso quanto, e soprattutto, dopo la violenta (ma non inattesa, chi ha orecchie intenda) torsione in senso radicale e massimalista del Pd targato Schlein non è più possibile sottrarsi. Né può essere un caso se da un recente sondaggio di YouTrend per SkyTg24, di cui molto si è già parlato e che giustamente continua a far discutere, sia emerso che un italiano su quattro è favorevole alla nascita, appunto, di un partito cattolico. Si tratta anzi di un risultato che, anche al netto del fatto che i sondaggi vanno sempre maneggiati con molta cura, rappresenta un segnale importante perché dice non solo dell’esigenza, per altro già manifestatasi a più riprese negli ultimi anni, di un rinnovato impegno dei cattolici in politica; ma, ed è questo l’aspetto di novità, dell’esigenza di un rinnovato impegno unitario dei cattolici in politica. Il che già di per sé connota una precisa scelta di campo. 

Sulle ragioni che stanno o che starebbero dietro una simile presa di posizione si è già detto e scritto molto, ma si tratta in fin dei conti di una questione secondaria. Il tema vero è che c’è voglia, si sente il bisogno di un partito cattolico. Dalla fine della Dc la questione della presenza dei cattolici in politica ha visto l’affermazione – oltre a sacche residuali a vario titolo eredi o che come tali si proponevano dello scudo crociato – del modello, lo si accennava poc’anzi, della “diaspora” cristallizzatosi nella stagione del cosiddetto ruinismo. Si trattava in sostanza di una presenza non organizzata in un (unico) partito di riferimento, ma articolata in più formazioni (quando non articolata affatto) che a vario titolo si rifacevano (o come tali si proponevano) all’esperienza del popolarismo sturziano, e il cui obiettivo era quello di trovare di volta in volta una convergenza su temi e contenuti precisi innervando, per così dire, dal di dentro i vari schieramenti in campo. E se va dato atto del fatto che quella stagione un qualche risultato l’ha ottenuto, è altrettanto vero che – parallelamente al venir meno (anche se non direttamente collegato ad esso) del ruolo della chiesa italiana nella società e nella politica – soprattutto gli ultimi anni sono stati contrassegnati da una crescente e sostanziale irrilevanza delle istanze ultimamente riconducibili all’alveo della dottrina sociale della chiesa. 

Anche un resoconto approssimativo dei provvedimenti e delle leggi varate dagli ultimi governi fa emergere con straordinaria evidenza quanto quelle istanze siano state per nulla recepite se non calpestate, al punto che l’Italia non solo non è più un paese cattolico, se non nominalmente; ma non è più neanche un paese per cattolici. La qual cosa è apparentemente paradossale se solo si pensi che alla guida dei succitati governi vi erano esponenti sedicenti cattolici. Ora dal momento che non si scorgono all’orizzonte segnali di un sostanziale cambio di rotta, risulta essere oltremodo velleitario, oltre che scarsamente lungimirante, insistere con quel modello. Se a ciò si aggiunge che da più parti si invoca il superamento dell’attuale legge elettorale per un ritorno ad un sistema proporzionale – ciò che indubbiamente rappresenterebbe un framework più favorevole di quello attuale – ecco la prospettiva di una formazione politica unitaria e identitaria di matrice cattolica non può non essere presa seriamente in considerazione. Tanto più, anche questo va detto, in un frangente come quello attuale in cui la Chiesa italiana, o quanto meno ampi settori di essa, nonostante gli appelli affinché i cattolici siano più presenti nel dibattito politico, sembra non voler più opporre alcuna resistenza alla deriva secolarista e laicista che solo un cieco potrebbe non vedere (e di cui l’attuale corso del Pd è esempio lampante), essendo altre le urgenze, altri i problemi che sembrano stare in cima all’agenda ecclesiale.

Da questo punto di vista è anzi quanto mai urgente che soprattutto il laicato cattolico maturi al più presto una rinnovata coscienza sia della gravità delle sfide e della posta in gioco, in primis a livello antropologico, sia dell’importanza del proprio ruolo, riaffermato con forza dal Concilio Vaticano II e dal magistero successivo fino alla definitiva archiviazione della figura del vescovo-pilota. La nascita di una nuova formazione politica cattolica avrebbe anche un doppio valore di natura, per così dire, extra politica. Da un lato fungerebbe da cartina di tornasole sullo stato di crisi in cui versa il cattolicesimo in Italia, posto che c’è da scommettere che una simile operazione verrebbe criticata, se non osteggiata, primariamente in seno al cattolicesimo in quanto giudicata “divisiva” e, quindi, eterodossa rispetto allo zeitgeist contemporaneo; dall’altro, sarebbe anche l’occasione per affrontare (e auspicabilmente risolvere) quello che a tutti gli effetti è un limite delle moderne democrazie liberali.

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Quando finisce un amore…Padri e madri a confronto con i figli.

In genere i conflitti genitoriali riguardano figli minori molto o relativamente piccoli. A cominciare dalla prima fase dell’adolescenza, i ragazzini e le ragazzine compensano in parte il fatto di essere “contesi” da entrambi i genitori con occasioni di socializzazione extra domestiche, a partire dalla scuola e dalle frequentazioni dei coetanei. Non mancano le debite eccezioni che peraltro coincidono con i casi più dolorosi, quelli che presentano un elevato indice di coinvolgimento emotivo nelle vicende sentimentali del padre e della madre, sovente vissuti con sofferta partecipazione.

Questo accade in particolare quando uno dei due genitori, se non entrambi, chiedono più o meno esplicitamente al figlio o alla figlia di parteggiare, di schierarsi dalla loro parte forzando inevitabilmente i suoi spontanei sentimenti. Quando il conflitto si fa così aspro, costellato da episodi incongruenti o dannosi e comunque da situazioni ingarbugliate sotto il profilo emotivo, sono gli stessi genitori che allargano il fronte della contesa invocando reciprocamente e molto spesso anche per il figlio la necessità di valutazioni del profilo personologico e comportamentale, al fine di individuare ed evidenziare eventuali patologie da curare o rimuovere. 

Si rivolgono pertanto di loro iniziativa a “consulenti tecnici di parte”(CTP) o sollecitano perizie d’ufficio (CTU), per avere una descrizione analitica e particolareggiata del carattere e dei comportamenti del figlio e magari la chiedono anche a carico dell’altro genitore. Se non disposte motivatamente da chi ne ha la responsabilità, si tratta in genere di scelte ossessive che esasperano e acuiscono realtà già compromesse, vanno nella direzione della  problematizzazione dei vissuti e costringono sovente i figli  a estenuanti sedute terapeutiche, oggettivamente non necessarie. Eppure ci sono padri e madri che ritengono con lucida determinazione che questa scelta rientri nei propri doveri genitoriali, alla stregua di quelli che natura e buon senso solitamente attribuiscono loro: il mantenimento, l’affetto, le cure, la tutela.

Come dire: pane, amore e perizie a 360°. Che cosa mette vicendevolmente in competizione i padri e le madri nei confronti dei loro figli? Sicuramente – prima di ogni altra cosa- la paura di perderli. Non è solo il timore della privazione di un rapporto di ‘fisicità’, di frequentazione, c’è anche l’ansia, la preoccupazione che vengano espropriati i sentimenti, le relazioni, gli affetti. Sono le ragioni del cuore quelle che spingono i genitori a spendersi nella contesa: se mai ne esiste una è la metafora della ‘lancia’ e dello ‘scudo’ quella che più compiutamente ne spiega i comportamenti. Da un lato devono attrezzarsi per la difesa ad oltranza: rintuzzare gli attacchi dell’altro contendente, ritagliarsi uno spazio di gestione del figlio, una specie di fortino invalicabile, un presidio, uno zoccolo duro da cui partire per realizzare strategie di appropriazione e di conquista, spostando sempre più in là il confine dei propri diritti.

Dall’altro sono costretti generalmente ad attaccare per primi, cercando di evidenziare le carenze altrui, utilizzando in modo improprio il figlio conteso: una ‘testa d’ariete’ per sfondare il fronte avverso. Quando queste strategie riescono in genere producono risultati dannosi per sé e per i figli stessi. Ogni volta che ci sono relazioni sentimentali che si chiudono ciò non avviene solitamente in modo improvviso e repentino, si tratta in genere di un lento declino dei rapporti affettivi che sfocia in una decisione a volte unilaterale e altre volte condivisa: concludere, finire, voltare pagina, magari ricominciare altrove. Se c’è un figlio di mezzo bisogna considerare che ogni decisione che riguarda la vita di coppia dei suoi genitori ricade, nel bene o nel male, anche e soprattutto su di lui, che in genere – per età o inconsapevolezza rispetto ai loro vissuti – è estraneo alle ragioni del conflitto e ne subisce solo le ricadute.

La storia rimane “a tre” (pensando al caso tipico di due genitori e un figlio) e comunque “al plurale” ma va riscritta da capo. A volte i genitori ce la fanno da soli: prendono atto della fine del rapporto e civilmente e pacificamente si dividono responsabilità, presenze, diritti e doveri che riguardano la prole. Riescono a programmare anche una fase così delicata cercando di evitare al figlio il trauma della rottura, sfumano le presenze, attenuano i toni della separazione, mantengono un clima di cordiale coesistenza, creano un ambiente più ovattato magari coinvolgendo altre figure di sicuro riferimento affettivo nell’ambito del nucleo familiare più allargato (ad es. i nonni, gli zii).  

Ciò comporta, è opportuno interiorizzare questo concetto, che entrambi i genitori sappiano fare un passo indietro rispetto alla prevalenza delle proprie ragioni e un passo avanti verso il benessere emotivo ed esistenziale del proprio figlio. Ovvio che questo interesse “terzo” possa essere riconosciuto e rispettato solo a costo di rinunciare, dall’una e dall’altra parte, al desiderio di voler chiarire tutto, ma proprio tutto, di una vicenda che sarebbe più onesto accettare nell’evidenza della sua attualità. Prendere atto della fine di un rapporto di coppia non è una cosa facile da metabolizzare: ci sono sempre da rimarcare vicende, accuse, manchevolezze, episodi, fatti, circostanze che inevitabilmente riemergono nella narrazione dei rispettivi vissuti.

Visti dalla Francia, i nostri anni di piombo non meritano la giustizia.

“Era già tutto previsto”, cantava Cocciante che è, per parte di madre, di sangue francese e di certe cose ne intuiva in anticipo gli esiti.
In Francia si è deciso che i terroristi responsabili dei nostri anni di piombo non debbano conoscere le nostre patrie galere. Ormai si sono rifatti una vita e sarebbe un peccato sciupargliela.
In Italia ci sarebbe un sistema di giustizia da ultimo mondo, senza le necessarie garanzie per quelli riconosciuti responsabili di omicidi per lotta armata, niente insomma di speciale. Per questo non possono essere prese per buone le condanne a loro destinate.

Oltralpe ne hanno fatta, nuovamente, una di più di Carlo in Francia.
Appena un paio di giorni fa il Guardasigilli Dupond-Moretti ha dichiarato ormai passate le tensioni tra i due Stati cugini, rimarcando l’alleanza tra la grande democrazia italiana e quella francese; solo che, della prima, se ne è messa alla gogna invece, un attimo dopo, la giustizia.
Si apriranno a stento per qualche ora dibattiti su chi abbia storicamente ragione o torto, ma alla fine le parole non sposteranno di una virgola i fatti.
Forse, sul punto, l’Europa avrebbe dovere di dire qualcosa, chiamata alla sua responsabilità di disciplinare la vita dei suoi abitanti, oltre la sua attenzione in merito alla lunghezza accettabile delle zucchine da mettere sul mercato.

Se le dimensioni contano, dovrebbe suonar di scandalo anche il singolare disconoscimento di un sistema di giustizia vigente in uno Stato, messo alla berlina da parte di un altro che apparterrebbe, almeno in teoria, alla stessa comunità di persone.
Si potrebbe essere curiosi di leggere gli eventuali commenti della stampa estera, compresi quelli dei governi, riguardo allo schiaffo in faccia che abbiamo ricevuto. Più verosimilmente fuori dai nostri confini “non c’è emozione, non c’è tensione, nessun dolore”, quindi nessun grido di protesta si leverà né in alto né in basso.
Nel nostro recinto italico, almeno nelle prime ore, non è mancato, al contrario, il pronto grido di “Sinistra ecologista” che si è immediatamente compiaciuta dell’accaduto.
Per il resto, un silenzio assordante dei big della politica. Anche sui giornali il giorno dopo la notizia, tutto sembra messo già in archivio.
Appena un mese fa la Schlein ha dichiarato la necessità di lavorare insieme ai 5 Stelle ed a Sinistra Ecologista per organizzare una opposizione nel paese in Parlamento.

La stessa Sinistra Ecologista che invoca una giustizia sociale e la necessità di un cambiamento. Per la sensibilità, che quel partito di certo avrà per i fenomeni migratori, è possibile che i loro leaders diano il buon esempio e muovano verso la Francia, dove c’è vera aria di libertà e rispetto dei diritti. Ci rassegneremo alla circostanza.
La Schlein, loro compagna di cordata, non li lasci soli. Del resto, chi tace acconsente. Facciano insieme il viaggio verso terre nuove e accoglienti.

Quanto ai terroristi, sappiano che su di loro pende, ancor più di una sentenza, un destino incancellabile. Hanno sprecato proiettili e morti senza che siano riusciti a scalfire il sistema che odiavano.
Non sono soltanto degli sconfitti ma dei falliti, ora tutti rinchiusi in un’altra sopravvivenza, sperando solo di sfangarla per il giorno a seguire.
Si guardassero allo specchio, dovrebbero dirsi che sono i tristi protagonisti di una storia balorda ancor più che sbagliata e che il solo modo di ricominciare sarebbe stato quello di ammetterlo e pagarne le conseguenze.
Così la loro esistenza non è più vita ma solo un arrabattarsi, un andare avanti in uno spazio che gli si è ristretto addosso. Da pretesi eroi sono passati ad un anonimato, dove hanno scoperto peraltro di sguazzare assai bene, trovando finalmente ciò che erano. Ci riferiamo alla autentica dimensione del loro nulla, che ha prodotto però infinito dolore. Incapaci di darsi delle risposte perché incapaci di porsi delle domande, ciò che solo possono vantare è drammaticamente la loro assenza di senso, perduti nel grande secchio del vuoto di tutto, che abitano e compongono all’un tempo. Quando si ha a che fare con il sangue degli innocenti non c’è acqua che possa passare. E’ ferma a formare il ristagno indelebile delle loro coscienze.

Non hanno un’oncia della grandezza dei vinti, perché solo a quelli che hanno combattuto lealmente, spetta l’onore delle armi. A chi scappa va solo il dispregio che si deve ai vili. Al meglio, sono solo dei guappi di cartone.
Per la storia che si racconterà, le loro eventuali memorie del resto non interesserebbero a nessuno. Rintanati nel loro guscio, niente hanno da condividere con lo spirito del miserabile e magnifico Jean Valjean e del popolo buono, innocente e perseguitato di Victor Hugo.
La Schlein si faccia due conti: se avesse qualcosa da dire, parli adesso o taccia per sempre. Non si faccia scrupoli: in Francia c’è spazio anche per lei.

Ai Popolari il compito di dare linfa alla rinascita della politica

Forse ai giorni nostri, come e più che nel 1989, si avverte la sersazione di una accelerazione della storia di portata epocale. Allora veniva meno la divisione bipolare del mondo con la fine del centro del “socialismo reale”, l’Unione Sovietica. Un processo avvenuto prevalentemente in maniera incruenta, sebbene accompagnato dalle tremende guerre balcaniche e caucasiche.

Questa volta i cambiamenti di equilibri investono il mondo intero, l’Occidente collettivo col suo “miliardo d’oro”, i Brics che rappresentano oltre il 40 per cento della popolazione mondiale, e il resto del pianeta. In gioco vi è il sistema di governo del mondo con due visioni che sembrano inconciliabili, quella unipolare e quella multipolare. Il sistema unipolare, che ha cercato di imporsi dopo la fine del sistema bipolare Usa-Urss, più per opera di potenti circoli privati che per volontà del popolo americano, dopo aver prodotto un trentennio di guerre nell’area MENA,  tra Medio Oriente e Nord Africa, sembra esser giunto al capolinea. 

In questo secolo non pare più in grado di raccogliere il consenso degli altri blocchi economici e geopolitici. La tentazione di difenderlo con la guerra potrebbe avere un prezzo ben superiore a quello che stiamo già pagando per l’invasione russa dell’Ucraina. Non si può sapere che piega prenderanno gli avvenimenti, sperando che, parafrasando Churchill, la Storia non insista a provare tutte le vie sbagliate prima di imboccare quella giusta. Una cosa però sembra almeno da doversi metter in conto per il futuro: nei prossimi anni, al massimo entro un paio di decenni,  per via politica o, Dio non voglia, con altri mezzi, si assisterà all’esaurimento di un ciclo storico apertosi con la fine della seconda guerra mondiale e all’inizio di un nuovo ciclo storico caratterizzato dalla presenza di molteplici soggetti sulla scena mondiale.

In questa prospettiva appare straordinariamente lungimirante l’invito di Guido Bodrato, che l’altro ieri ha compiuto 90 anni e a cui rinnoviamo i nostri affettuosi auguri, di ripartire dalla cultura per affrontare questo nuovo ciclo storico nel quale, egli ci avverte, rinascerà la politica. Credo che più di altri i Popolari debbano riconoscersi in questo invito. L’Italia dove ormai la maggioranza dei cittadini diserta le urne, la Francia in clima prerivoluzionario, la Germania in forte declino economico, gli Stati Uniti e Israele scossi da profondissime divisioni interne, tutto l’Occidente anela alla rinascita della politica e del pluralismo al posto dell’attuale oligarchia degli ambienti di Davos, dei tecnocrati, di alcuni fra i giganti tecnologici, del pensiero unico imposto da una ristrettissima minoranza di potenti.

In Italia la sinistra con la Schlein sembra invece aver scelto di legare il proprio destino in tutto e per tutto a un universo destinato a scomparire negli anni a venire. Visti gli attuali trend internazionali, tra qualche decennio, o forse anche prima, potrebbe  rimanere ben poco di tutta la costruzione radicale, transumanista, gender, politically correct, unipolarista che spadroneggia in Occidente in modo sempre meno compatibile con il pluralismo, con la ragione e financo con il semplice buonsenso. Per i cattolici democratici e popolari in tali delicate fasi di cambio d’epoca la preoccupazione di stare dalla parte “giusta” della storia (come seppero fare negli anni venti e trenta del Novecento e poi con De Gasperi) non potrà che precedere e fare da cornice alle grandi scelte politiche e programmatiche.

I dubbi sul salario minimo

Ricordo quando Prodi riuscì a vincere la sfida del cambio contro il marco tedesco, proiettando l’Italia della moneta unica nell’Europa economica. La lira, vecchia gloria della nostra economia, non era più competitiva. Con tutti i dubbi della banca tedesca entrammo nell’euro. Ci si potrebbe chiedere cosa centri questo col salario minimo. Nelle settimane successive al cambio lira-euro non vennero istituite le commissioni provinciali per il controllo dei prezzi. Morale della favola, tutti si aggiustarono col cambio da soli, e le piccole e medie imprese commerciali arrotondarono il preziario, aumentando di fatto il costo di ogni prodotto. 

Ma gli stipendi degli italiani non raddoppiarono come il costo del caffè. I problemi derivati dall’euro, in Italia, non sono quindi da imputare unicamente al cambio internazionale, bensì a un problema interno. Temo che l’Italia del salario minimo possa trasformarsi nell’Italia del minimo salario, attraverso un processo similare. È ovvio che in un momento di grave crisi economica come il nostro, molti siano allettati dall’idea di un’imposizione governativa di una retribuzione minima ordinaria, da cui nessuna impresa potrà scendere quando assumerà. 

Chi ci assicura però che le parti datoriali non si sfileranno da quei contratti collettivi che hanno livelli più alti, per applicare solo il minimo di legge? E non si troveranno impoveriti quei lavoratori che per anzianità o qualifiche percepiscono o percepiranno una paga oraria superiore alle 9 euro lorde l’ora? Inoltre, quando l’inflazione continuerà a salire, e il prezzo dei beni e dei servizi salirà, come faremo, senza una contrattazione sindacale, a rivedere i salari? Chiederemo una legge per l’abolizione del salario minimo? 

Come lo è stato per l’euro, temo che il problema della gestione interna sarà cogente in un Paese come il nostro, in cui le zone d’ombra sono più vaste di quelle visibili alla luce.

Da lontano…per capire la ribellione al modello di liberismo autocratico.

Spesso è ai margini che nascono le idee migliori e rivoluzionarie. È dai confini, dove si intersecano direzioni diverse e le voci hanno bisogno di traduzione, che il futuro si può toccare con mano perché arriva prima. In questi luoghi la dimensione locale non è uno spazio angusto e recintato, ma è il globale stesso, nella sua forma piena, molto più che nelle metropoli.

Per ragioni di ricerca scientifica mi trovo in Brasile, ospitato dagli indigeni Tikmũ’ũn dello stato del Minas Gerais. I risultati delle elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia del 2-3 Aprile mi arriveranno quando sarò in mezzo a fazzoletti di foresta tropicale. In questo contesto, in cui il locale e il globale condividono la stessa forma, ho voluto riflettere sul voto che i miei concittadini dovranno esprimere e sul nuovo paradigma di fare politica espresso del Patto per l’Autonomia.

Era il 25 ottobre 1918 quando i deputati friulani Giuseppe Bugatto e Luigi Faidutti chiusero il loro ultimo discorso al parlamento austriaco col motto «che nissun disponi di nô, sensa di nô». Che nessuno disponga di noi, senza di noi. Più d’un secolo dopo, la richiesta di autonomia ed autodeterminazione dei due parlamentari friulani a Vienna potremmo declinarla in due modi. Da una parte, essa indica che è diritto delle comunità autorizzare o meno qualsivoglia progetto proposto da istituzioni o imprese esterne ai territori delle suddette comunità. Dall’altra parte, afferma che non ci può essere nessun futuro e nessuna giustizia sociale senza il riconoscimento ed il rispetto della storia e delle forme di vita di tali comunità.

L’idea dei due parlamentari friulani riproposta oggi rimanda ad un’idea diversa del noi, soprattutto in una Italia che troppo spesso scorda di aver rimosso le identità locali preesistenti al Risorgimento. Serve un noi che sia un’articolazione solidale, comunitaria e cosciente di tutte le identità, minoritarie e non, che costituiscono il passato, il presente ed il futuro della nostra terra.

L’esperienza tra gli indigeni Tikmũ’ũn mi obbliga ad un confronto incessante con l’identità friulana. Quasi imparagonabili, la nostra regione ed i villaggi indigeni possono comunicare tra loro e raccontare qualcosa l’uno dell’altro. I Tikmũ’ũn lottano da anni per il rispetto negato da secoli e per l’ottenimento di condizioni di vita dignitose. La distruzione della foresta atlantica ha compromesso la risorsa più importante per i popoli indigeni, l’acqua, pregiudicando le due attività principali per la loro sussistenza, la caccia e la raccolta. In questa depressione ecologica, la dipendenza dai prodotti alimentari degli allevamenti e dell’agricoltura intensivi e industriali continua a negare la libertà dei Tikmũ’ũn e di tutti i popoli indigeni.

In questo momento un’équipe di antropologi e funzionari statali brasiliani sta promuovendo un progetto di agro-foresta per i territori tikmũ’ũn. Durante la presentazione del progetto nei vari villaggi, l’équipe ha richiamato incessantemente l’attenzione sulla Convenzione 169 del 2011 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la quale indica che nessun progetto possa essere attuato su un territorio indigeno senza l’autorizzazione delle comunità autoctone. Il principio filosofico che anima la Convenzione è simile a quello del discorso viennese dei parlamentari Bugatto e Faidutti. Con le dovute differenze dal contesto brasiliano, bisogna ricordare che anche in Europa questo principio andrebbe riaffermato, ad esempio per l’ultimo popolo indigeno europeo, i Sami della Lapponia, o per le comunità montane, come in Val di Susa. Restando a noi, dovrebbe valere anche per tutte quelle comunità che necessitano della tutela dei loro diritti ambientali e alla salute, ad esempio quelle affacciate al Tagliamento o al lago dei Tre Comuni e Casteons di Paluzza. Serve quindi un noi diverso perché questo principio possa essere riaffermato. E per realizzarlo serve una rete solida fra le generazioni e le classi sociali.

Nel frattempo, il sentimento dei miei coetanei riguardo alle elezioni è la frustrazione. Voteranno, ma senza ottimismo, con la classica disperata rassegnazione dei nostri tempi. Nonostante i tempi non siano benevoli, credo tuttavia che sia necessario abbandonare il nostro disfattismo perché le sfide che ci attendono pretendono un’articolazione incessante delle nostre migliori energie.

Assistendo alla campagna elettorale brasiliana del 2022, per le strade delle città, nei villaggi indigeni o nelle comunità rurali dei quilombolas si percepiva un’atmosfera surreale. I sostenitori di Lula sembravano senza speranze, ma mai rassegnati, animati invece da una vivacità contagiosa. I bolsonaristi, violentissimi nelle intenzioni, nei gesti e nelle parole (come hanno dimostrato anche l’8 gennaio durante il tentativo di golpe), sembravano invincibili nella loro spavalderia. Ciò che li ha sconfitti è stata la costruzione di una rete trasversale che abbraccia indigeni, agricoltori poveri, operai, piccoli imprenditori, dipendenti pubblici o di grandi aziende, intellettuali, studenti, minoranze, etc. Si è costruito un ponte tra i popoli per superare quelle frontiere di incomunicabilità erette tra le classi medie e povere. Diritto alla sanità pubblica, all’autonomia alimentare, all’acqua pubblica, ad un salario giusto ed un lavoro stabile, alla giustizia sociale e climatica, al riconoscimento ed al rispetto delle svariate identità sono state presentate da Lula come battaglie di tutti e non di una classe specifica. Si può vincere le elezioni in molti modi, ma si può avere successo solo unendo la società.

Bisogna quindi ricomporre la società e non bastano gli esseri umani. I fiumi, i boschi, le montagne, il cielo, il mare, la pianura, le colline, gli animali e le piante che li abitano non sono meno persone di noi. Hanno un ruolo sociale che abbiamo dimenticato. Hanno da sempre dei rapporti con noi, che oggi abbiamo annichilito. È nostro dovere ricostruire questi legami, rivedere le nostre idee sulla relazione con le altre forme di vita. Solo un programma politico che mette al centro la società lato sensu può riordinare le nostre priorità fuori dalla logica del profitto e dell’individualismo egoistico.

Infine, gli avvenimenti francesi delle ultime settimane ci riportano a terra. La mobilitazione contro la riforma delle pensioni usa tale occasione come pretesto per esprimere un malcontento più ampio, verso quella modalità di fare politica che potremmo oggi definire «neo-liberismo autocratico». La composizione dei manifestanti è di una varietà sociale che da tempo si faticava a notare nei grandi scioperi europei. Si potrebbe dire, senza troppe illusioni ottimistiche, che in questo momento in Francia è in corso un «ri-assemblaggio» del Sociale, in risposta al governo ed alla presidenza che più hanno inasprito le differenze sociali tra le classi. In una Europa sempre più frammentata, la necessità più impellente è quella di rendere traducibili e comunicabili le voci di coloro che chiedono una società giusta ed egualitaria. A livello europeo, penso sia imprescindibile sviluppare la fraternità, il principio più disatteso ed incompiuto della Rivoluzione Francese, che avrebbe dovuto essere il collante tra la libertà e l’uguaglianza. Questo sentimento non deve essere inteso solo nel suo senso universalistico e vago, ma innanzitutto nel suo essere incarnato nelle pratiche che fondano le comunità e nella comunione delle differenze che animano le società.

Ed è ai confini dell’Impero che una alternativa reale è nata. Il Patto per l’Autonomia incarna non solo il motto di Bugatto e Faidutti, ma tutte le novità migliori per aggiornare i nostri processi democratici. La sfida è tra una politica che preferisce gli interessi finanziari di coloro che non abitano i luoghi in cui cercano di ricavare i profitti, e una politica che mette al centro la vita delle comunità radicate nei loro territori e che reclamano un modello di sviluppo sostenibile e finalmente dignitoso.

[Teófilo Otoni – Minas Gerais, Brasile]

Pensieri Politici |  La vedova di Luca Attanasio respinge la legge del taglione.

Estratto dal sito di Pensieri Politici

In tempi in cui la legge del taglione sembra tornare prepotentemente di moda, risuona profetica e controcorrente la voce di Zakia Sedikki, la vedova di Luca Attanasio, il console italiano nella Repubblica democratica del Congo, ucciso in circostanze ancora da chiarire nel febbraio 2021 insieme con il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustafa MIlambo.

Originaria del Marocco, Zakia, che ha sposato Luca nel 2015 e col quale ha generato tre bambine, ha lanciato una petizione sul sito della fondazione “Mama Sofia”, da lei presieduta, per chiedere alle autorità congolesi di non applicare la pena capitale contro gli imputati, nel processo in corso a Kishasa. Spiega così il suo gesto: «Luca era un uomo buono ed era assolutamente contro la pena di morte. Ne avevamo parlato spesso e desidero testimoniarlo ora». In una recente intervista alla “Stampa” ha poi aggiunto: «Alle mie figlie voglio trasmettere valori e ideali, non rancori. Io sono musulmana e Luca era cattolico. Pregavamo lo stesso Dio. Se fosse qui si opporrebbe alla pena capitale. La petizione per mandare in carcere e non al patibolo i responsabili dell’agguato è il messaggio con cui voglio celebrare e difendere la vita. Nessuno ha il diritto di spargere altro sangue, altrimenti lo Stato si mette sullo stesso piano di chi ha assassinato Luca». 

Alida e Salvatore Attanasio, genitori di Luca, condividono e appoggiano in pieno la posizione di Zakia. Pochi giorni fa ho intervistato papà Salvatore che mi ha ripetuto il medesimo concetto: «Sommare morte a morte non serve a niente. Non è quello che Luca avrebbe voluto, non è quello che gli abbiamo insegnato, in famiglia e qui a Limbiate. Vogliamo giustizia, non vendetta».

Per leggere il testo completo

http://pensieripolitici.it/giustizia-non-vendetta/

Cercasi leader politico che parli di doveri agli italiani

La politica è ormai diventata un gigantesco megafono di rivendicazioni, slogan e promesse: tutti devono avere tutto, tutti hanno ragione, tutti devono essere blanditi e accontentati. Non c’è ambito della umana convivenza dove non si celebri l’unilaterale, parossistica, preconcetta, totalizzante rivendicazione dei diritti. Si tratta di una deriva planetaria, forse eredità della globalizzazione, ma persino il suo contrario perché si assiste al trionfo annunciato della soggettività a sua volta figlia del relativismo etico e persino del localismo, basti pensare che dopo due secoli impegnati a configurare un faticoso equilibrio di stabilità centrato sulle identità nazionali ora si sta sfaldando in mille rivoli il concetto di appartenenza: prevale un ibrido indistinto di pulsioni, una narrazione policentrica, la sovrapposizione di insopprimibili urgenze vitali che si scavalcano facendo saltare come birilli le tassonomie dei valori. In un quadro internazionale caratterizzato dal perdurare dei conflitti e dal perseguimento di un nuovo ordine mondiale sull’asse Cina-Russia, queste differenziazioni potrebbero essere fatali per le democrazie occidentali. Se l’Ottocento era impegnato a cercare la “parola nuova”, la porta della modernità, il Novecento si è speso nella faticosa definizione del senso dell’identità e si è affidato alle protesi compensative e sostitutive della tecnica e della scienza: sembra ora che il nuovo millennio sia come pervaso da una frenesia dell’annullamento e del negazionismo, i “no” prevalgono sulle certezze, le opinioni sulle idee, i passaparola sui ragionamenti, le pulsioni improvvise e soggettive scalzano le certezze consolidate, i luoghi comuni dei linguaggi circolanti nei social occultano le radici della storia e della cultura che stiamo abbandonando come un inutile fardello di cui fare a meno. 

Si ascolta un urlo corale che proferisce un’unica parola: “diritti”. Di dissenso, di dissacrazione, di disgregazione, di solipsismo esistenziale: siamo ovunque, sappiamo tutto, siamo depositari di verità non negoziabili, di polarizzazioni inconciliabili. Ma anche di affrancamento da retaggi che ci hanno ingabbiati nel socialmente, politicamente, tradizionalmente corretto: c’è spazio per tutti, la differenza è un valore, l’identità una consapevolezza, ci stanno il corpo e l’anima, il cuore e la mente. È bene riflettere su questa esplosione di diritti: molti sono sacrosanti, poiché a lungo conculcati, altri esprimono forme di egoismo, di narcisismo individualista che confligge con le buone ragioni che sostanziano un’idea di democrazia dove davvero ci sia spazio per tutti. Uguaglianza, equità sociale, sostenibilità, rispetto per l’ambiente sono valori tendenzialmente aggreganti e altrettanto rivendicati e possono continuare a coesistere con questa incalzante stagione di crescita dei diritti individuali.

La democrazia dovrebbe costituire un approdo di garanzia per la tutela dei diritti. Quella occidentale è una democrazia delle minoranze, chiassose o silenti che siano. Ad esempio la pandemia ci ha trovati impreparati – come ammoniva David Quammen – ma non abbiamo ancora imparato che l’eziopatogenesi del virus nasce dal conflitto uomo-natura. Dovremmo esserne consapevoli anche quando la sovreccitazione che rivendica il situazionismo delle teorie sull’identità cangiante va oltre il desiderio delle unioni omosessuali: si tratta di scelte che vanno rispettate e tutelate dall’omofobia. Ben diversa cosa è la maternità surrogata, pretesa da chi professa l’emancipazione della donna, poi usa il suo corpo fatto strumento dell’egoismo altrui.

Si tratta di un mercimonio dei concepimenti che prelude a scenari inaccettabili. Quanto ai figli delle coppie omogenitoriali credo che molto dipenda dall’onestà di intenti e dalla nobiltà dei sentimenti: ricorda il tema delle adozioni per le quali è forse meglio lasciare abbandonati al loro destino questi figli di Dio o prendersene cura? Farli cresce in un orfanotrofio o sulla strada senza affetti, protezioni e sicurezze emotive, pregiudizialmente deprivati della pienezza rassicurante di una vita futura? Però non si può imporre un tema e farne oggetto di rivendicazione immediata: dal punto di vista di onesti aspiranti genitori è un desiderio che trova diritto di cittadinanza in un approfondimento serio e sereno tra istanze soggettive ed equilibri sociali e nella necessaria delicatezza di approccio.

Non è argomento da piazza, né da coreografie multicolori. Ma quanti possono a ragione e con competenza rappresentare ed esprimere i sentimenti dei minori? Parlano in loro nome ma partendo dalle proprie soggettive rivendicazioni. Nella mia esperienza di ascolto in sede giudiziaria posso dire con certezza morale che bambini e adolescenti hanno sempre espresso il desiderio di avere un padre e una madre ed esserne amati, di sapere cosa attendersi distintamente da loro, consapevoli della specificità dei ruoli genitoriali che esprimono una complementarietà difficilmente surrogabile in altre forme.

Soprattutto oggi, in una società che registra un vistoso declino della figura paterna. L’irrompere sulla scena politica di Elly Schlein ha imposto questo tema dei diritti individuali come priorità del Pd: quanto è lontano il richiamo di Berlinguer ai bisogni sociali delle masse lavoratrici? Quanto viene marginalizzato il contributo (pure fondativo) dei cattolici popolari negli argomenti, nei modi e nello stile comunicativo? Quanto il riformismo socialista? Bisogna pure aver consapevolezza della reciprocità tra diritti e doveri, la società prima o poi presenta il conto e non è necessario far ricorso alle analisi del Censis per capacitarsi di questa ineludibile corrispondenza.
Una leadership politica che promette diritti per tutti senza chieder conto dei doveri ricorda la deriva concessiva che ha reso in questi anni l’Italia il Paese dei bonus senza controllo. Come ha scritto Luca Ricolfi, il PD a guida Schlein assomiglia ad un partito radicale di massa (in una società signorile di massa) che postula diritti soggettivi senza aver chiaro un modello, una visione di società futura. “Non chiedete che cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese” (20 gennaio 1961, John Fitzgerald Kennedy). “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere (23 giugno 1976, Aldo Moro). Nell’area culturale e nell’esperienza storica dei Democratici troviamo richiami autorevoli che indicano con chiarezza che la postulazione di diritti individuali non può essere disgiunta dalla consapevolezza dei doveri che ci competono.

Il bene della democrazia e la ricerca del bene possibile

Pubblichiamo la relazione (“Lo stato delle democrazie costituzionali”) del prof. Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, tenuta ieri al convegno internazionale su “Democrazia per il bene comune. Quale mondo vogliamo costruire?” (Università Gregoriana, 27 marzo 2023).

Segue il testo.

1. La convergenza delle definizioni laica e conciliare. 

Si ha una ‘democrazia costituzionale’ dove sono rispettate le condizioni poste dall’articolo 16 della Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, secondo la quale non c’è una vera Costituzione, ossia un’effettiva libertà, se non vi sono garanzia dei diritti e separazione dei poteri. 

Sostanzialmente coincidente con questa definizione laica è quella che ne dà la Gaudium et Spes affermando un’opzione preferenziale per la democrazia, superando la precedente indifferenza per quelle che la Chiesa chiama forme di governo e che in diritto costituzionale si definiscono forme di Stato:  “È poi da lodarsi il modo di agire di quelle nazioni nelle quali la maggioranza dei cittadini è fatta partecipe degli affari pubblici, in un’autentica libertà” (31 b). Si cerca in altri termini un governo efficiente e partecipativo della cosa pubblica, ma pur sempre un potere limitato, che rispetti quella “immunità dalla coercizione esterna” su cui si fonda la libertà religiosa e l’intero edificio delle libertà, secondo quel testo fortemente costituzionalistico che è la Dignitatis Humanae, in particolare al paragrafo 2 b.

2. Un trend importante, anche causato dal rinnovamento conciliare, ma non irreversibile.

Abbiamo vissuto dal 25 aprile del 1974, dalla Rivoluzione dei garofani in Portogallo, fino alle rivoluzioni del Centro e dell’Est Europa nel 1989 e alla fine delle dittature del Cono Sud, una fase importante di espansione delle democrazie, che ha fatto sperare molti in un trend irreversibile. Un trend in cui, come segnala Samuel Huntington nel suo volume dulla Terza Ondata, ha pesato in modo decisivo l’impulso del Concilio Vaticano II. I documenti conciliari vanno colti per un verso come punto di arrivo di alcune rilevanti esperienze storiche: quelle europee continentali delle democrazie cristiane e quelle anglosassoni dei credenti impegnati nel Labour Party e dei democratici americani con la Presidenza Kennedy; ma per altro verso anche come impulso decisivo ad abbattere i regimi autoritari di Portogallo e Spagna in precedenza sostenuti anche dalla Chiesa nonché le sedicenti democrazie popolari dell’Est Europa. Poggiano su De Gasperi, Schuman, Adenauer, Kennedy, e hanno contributo alla formazione di de Lourdes Pintasilgo, Ruiz-Gimenez, Mazowiecky, testimoni chiave delle transizioni.

Così, però, alla lunga, non è stato. Il trend sembra bloccato.

A oggi, facendo una fotografia, solo il 20% della popolazione mondiale vive in paesi stabilmente democratici, che rientrano cioè in quelle esigenti definizioni prima presentate.  Ma, soprattutto, al di là della fotografia quantitativa, sono apparse in molti luoghi rilevanti inversioni di tendenza, inversioni subdole. Nessuno ha riproposto le modalità tradizionali delle esperienze fallite dei cosiddetti stati autoritari o degli stati cosiddetti socialisti pre-1989, ma sono emerse altre scorciatoie.

3. Autocrazie elettorali e democrazie illiberali.

A parte il caso della Cina, che ha mantenuto il monopolio politico del Partito comunista e la repressione di minoranze e di confessioni religiose nonostante il tentativo di dialogo con la Santa Sede, coniugandolo con un’economia di mercato fortemente controllata dallo Stato, in vari altri paesi le transizioni hanno dato vita a regimi ibridi, con un minimo grado di pluralismo elettorale che però non intacca la logica autocratica. Si è pertanto parlato di autocrazie elettorali. Autocrazie che, peraltro, tendono poi a scaricare i conflitti verso l’esterno, anche col ritorno all’uso della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Mentre persiste e si espande un colonialismo economico, in particolare ai danni dell’Africa, e tutti fanno fatica a rendere effettivo il diritto all’ambiente nel contesto delle attuali sfide climatiche ed energetiche. 

Vi è il tema del preoccupante fascino ambiguo di Cina e Russia sui paesi emergenti, in particolare in Africa e Medio Oriente. Pechino e Mosca trovano porte aperte proprio perché non pongono problemi né di diritti umani né di democrazia, mentre USA e Ue, quando lo fanno, vengono accusati di ingerenza nella sovranità altrui o addirittura di colonialismo, di imposizione autoritaria di un modello che sarebbe solo occidentale e non universale, nonostante che esso sia fatto proprio dalla Dichiarazione Onu a cui collaborò in modo decisivo Jacques Maritain.

In altri casi, anche in Paesi non troppo distanti da noi, sono stati gli stessi governanti a rivendicare la definizione di democrazie illiberali, di paesi dove si vota, ma dove prima e dopo il voto è messa in discussione l’autonomia del potere giudiziario, l’indipendenza delle corti costituzionali, il pluralismo dei media, delle associazioni e l’autonomia delle amministrazioni locali. 

4. Quali obiettivi porsi nella distinzione dei ruoli per essere parte della soluzione e non del problema.

In alcuni casi anche uomini di Chiesa e personalità politiche cristiane non sembrano cogliere queste gravi contraddizioni rispetto all’opzione preferenziale per la democrazia sancita dal Vaticano II. Non c’è sostegno a valori o concessione verso le comunità religiose che valga la pena di scambiare col consenso a regimi che negano la dignità e la libertà delle persone.

In altri casi ancora vediamo con preoccupazione un susseguirsi di cadute di governanti per fenomeni di corruzione e un’instabilità costante. Di fronte a questi fenomeni quali obiettivi può proporsi? In primo luogo diffondere informazioni e denunciare le violazioni dei diritti. Purtroppo la disinformazione è un grave male di questa epoca ed occorre contribuire alla diffusione di un’informazione corretta e di una vera cultura democratica. In secondo luogo affrontare le cause politiche, economiche, sociali, ecclesiali, che portano consenso a queste linee regressive. Qui non si può nascondere che in molti casi siamo di fronte alle promesse non mantenute della democrazia, che creano sfiducia e scetticismo nei popoli di fronte al permanere di ingiustizie e diseguaglianze che le transizioni democratiche non sembrano aver ridotto, anzi, in molti casi hanno aumentato. L’enciclica di papa Francesco Laudato si’ ha colto pienamente le contraddizioni insite in democrazie che sembrano spesso essere strumenti di un capitalismo spietato. Soltanto se la democrazia sarà capace di essere anche portatrice di giustizia ed equità potrà essere difesa. Insistere sui principi della Laudato si’ può rappresentare un contributo prezioso. In terzo luogo fare proposte e stimolare impegni anche personali diretti per diffondere esperienze positive, conoscenze, nuove pratiche di partecipazione e di democrazia, a partire dalla rilettura dei documenti conciliari, in primis la costituzione Gaudium et spes e la dichiarazione Dignitatis humanae, e dei testi giuridici che ci hanno fatto progredire nella tutela dei diritti, dalla Dichiarazione Onu del 1948 alla Convenzione europea del 1950, fino alle Costituzioni delle democrazie stabilizzate.

In altri termini si tratta di capire se nella Chiesa, nella società civile e nelle istituzioni vogliamo essere parte del problema o parte della soluzione.  Da questo punto di vista credo non sia stata colta fin qui in tutta la sua importanza l’impostazione della lettera del cardinale Ladaria al Presidente della Conferenza episcopale nordamericana del 7 maggio 2021, che invita ad un uso corretto, non asimmetrico, non astorico, non ideologico del richiamo a principi e valori nelle democrazie pluralistiche. Un approccio ideologico, che ignorasse la necessità di mediazioni tra valori e realtà, di contemperare diversi principi in una medesima decisione e di tener conto anche dello strutturale pluralismo delle democrazie costituzionali, finirebbe col comportare una sorta di ‘non expedit’ generalizzato nella vita politica. Un approccio asimmetrico che selezionasse a priori valori negoziabili e non negoziabili porterebbe ad alleanze ambigue con forze spesso solo nominalmente rispettose del fatto religioso. “Sarebbe fuorviante” scrive il cardinale, allora in quanto prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede “se si desse l’impressione che aborto e eutanasia da soli costituiscano le uniche gravi questioni della dottrina morale e sociale cattolica”.
Infine una preoccupazione, direi soprattutto italiana: non bisogna mai confondere le responsabilità istituzionali della Santa Sede e quelle peculiari dei cattolici impegnati in politica nelle democrazie costituzionali. La prima ha a che fare con un dovere di confronto e di mediazione con regimi di vario tipo, procurando preziose occasioni di pace anche laddove esse sembrino impossibili, oltre al dovere di tutelare con una necessaria prudenza gli spazi di libertà dei propri fedeli in regimi non democratici. I secondi hanno responsabilità diverse, di raccordo tra le democrazie costituzionali, che possono richiedere anche gravose decisioni di creazione di alleanze difensive, di risposte pronte e immediate ad aggressioni belliche con mezzi imperfetti anche di natura militare. Sarebbe non responsabile abdicare a tali responsabilità scegliendo forme di appeasement scambiando i livelli di impegno e di responsabilità. Nel 1949 Alcide de Gasperi e Giovanni Battista Montini, quest’ultimo figlio di un deputato antifascista, ritennero doverosa la scelta dell’adesione dell’Italia alla Nato, così come ritennero poi doverosa la scelta intrecciata del contributo alle istituzioni europee, in un mondo lacerato dalla frattura della Guerra Fredda. Altri autorevoli uomini di Chiesa e altri autorevoli politici cattolici erano di avviso diverso. La storia, però, diede chiaramente ragione a De Gasperi e Montini: sulle opzioni da loro difese si è raggiunta nei decenni una sostanziale unità delle forze politiche, anche di chi allora vi si era opposto. Di questo occorre tenere conto in tempi di conflitti internazionali perché non si parte mai dall’anno zero. Contro ricorrenti tentazioni di astratto neutralismo, che derivano da visioni di massimalismo etico, l’eredità degasperiana e montiniana, protesa alla ricerca del bene possibile, resta ancora del tutto feconda.

Adesso al Centro serve un leader di orientamento cattolico popolare

Dopo il ritorno della destra democratica e di governo, dopo il decollo di una sinistra libertaria, radicale e massimalista, dopo il consolidamento della prassi e della sub cultura populista e qualunquista dei 5 stelle, è del tutto naturale che nel nostro paese decolli anche un Centro politico, riformista, democratico e di governo. Ma questo non per una esigenza geografica o per una rendita di posizione ma, al contrario, per una ragione di ordine squisitamente politica e culturale.

Certo, il Centro non può che essere culturalmente plurale anche se politicamente è sempre più necessario che sia maggiormente caratterizzato. E, al riguardo, una leadership politica cattolico popolare a livello nazionale diventa un elemento quasi fisiologico. E questo non solo perchè nel nostro paese il Centro si è storicamente identificato con l’esperienza, la storia e la cultura del cattolicesimo popolare e sociale. Ma per la semplice ragione che questa cultura e questa sensibilità politica e sociale devono nuovamente essere presenti nella cittadella politica italiana perchè servono al paese e sono utili alla qualità della nostra democrazia. E il luogo e lo spazio politico naturale di questa cultura sono, appunto, il Centro. Un Centro che, com’è altrettanto ovvio, è plurale ma che sotto il profilo del suo progetto politico non può che risentire anche dell’apporto della cultura cattolico popolare e sociale.

Però, per poter caratterizzare con maggior forza l’impronta di questa cultura, la futura formazione politica di Centro deve anche avere una leadership nazionale di matrice cattolico popolare. Che sia donna o uomo non ha nessuna rilevanza. Purché l’elemento politicamente determinante è che questa cultura sia visibile e in grado di contribuire, con altri filoni ideali, a costruire un progetto politico democratico, riformista e di governo. Non è lontanamente pensabile che nel nostro paese, e non in un sistema politico astratto o virtuale, ci sia un Centro inteso come un semplice prolungamento della cultura liberale o repubblicana o tardo azionista. Ovvero, per dirla in altri termini, pensare al Centro solo come ad una sorta di “partito liberale o repubblicano di massa”. Di massa si fa per dire, come ovvio.

Per questi semplici motivi anche il cosiddetto “terzo polo” adesso deve porsi questa domanda. E cioè, non di un leader cattolico popolare alla guida del partito – i leader non si inventano a tavolino ma sono il frutto concreto della battaglia politica sul campo – ma, al contrario, quello di non ripetere esperienze e modelli di un recente passato che difficilmente possono incrociare consensi e adesioni popolari e di massa. È giunto il momento, cioè, di dare una sterzata decisiva al futuro e alla prospettiva di questa scommessa di Centro. L’unico dato che non si può replicare passivamente è quello di pensare che la riscoperta del Centro e la declinazione di una vera ed autentica ‘politica di centro’ possano decollare e consolidarsi proseguendo stancamente quello che è stato il terzo polo” sino ad oggi. È evidente a tutti, del resto, che anche in questo campo politico serve una discontinuità rispetto al passato anche solo recente. Quello che, comunemente, viene definito come un colpo d’ala. Ed è proprio su questo versante che si pone anche il tema di una leadership politica nazionale di un esponente dell’area cattolico popolare e sociale. Più che di una scommessa o di una avventura, si tratta di un investimento politico decisivo e qualificante per riavere un Centro credibile e affidabile nel nostro paese.

I dubbi sul richiamo ai cattolici democratici e popolari a stare nel Pd.

Ho trovato molto interessante l’intervista ad Alessandro Albergamo (componente della segreteria provinciale bolognese del Pd) apparsa ieri sull’edizione locale de “La  Repubblica”. In particolare alcuni elementi meritano attenzione.

Il principale è senza dubbio l’alquanto acrobatica e provocatoria associazione che l’esponente democratico avanza tra la radicalità evangelica e quella della segretaria Schlein. Si apprezza lo sforzo profuso nel cercare di rendere credibile tale affermazione, ma il dubbio che pervade chi scrive è che la “radicalità” della neo segretaria del Pd sia in effetti un po’ più vicina a una sorta di “profetismo tardo-prodiano” che a na sensibilità propriamente evangelica.

Una radicalità, quindi, molto più associabile, o comunque meglio combinabile, con quel liberal-liberismo in salsa italica tradizionalmente sì generoso sul piano dei diritti civili (utili “contentini” individuali che non disturbano più di tanto chi detiene il timone), ma storicamente molto meno propenso alla tutela e promozione dei diritti sociali e alla lotta alle disuguaglianze socioeconomiche.

Di un approccio fortemente radicale per le politiche sociali e di contrasto alle disuguaglianze c’è sicuramente bisogno, ma forse è il caso di ricercare paradigmi realmente nuovi e dirompenti. Ovunque essi si stiano presentando. Sta e starà a noi a decodificare la sostanza delle visioni e delle concrete azioni dei soggetti presenti oggi sulla scena politica nazionale e prendere posizione con il coraggio necessario.

Un ulteriore elemento, che emerge dalle posizioni espresse, riguarda l’agibilità politica nel Pd attuale per i cattolici democratici. In particolare si sostiene che sarebbe “anacronistica l’idea di essere cattolici dentro un partito”. Ora, con il massimo rispetto, mi pare che questa posizione riveli molto di ciò che, anche a livello di federazioni locali, sia destinato legittimamente (e anche auspicabilmente per la chiarezza di contesto) a diventare il Pd: un soggetto sicuramente progressista, di sinistra e attento prioritariamente ai diritti civili, ma dove ai cattolici L viene garantita solo una piccola riserva indiana ad alto grado di (pura) testimonianza e a sovranità ben limitata.

Va da sè che l’appetibilità, o meno, di questa comoda (ma “inoffensiva”) collocazione non può che dipendere dagli obiettivi che un politico cattolico si vuole porre. E però un siffatto Pd può essere (e dovrà essere) un importante alleato in un campo autenticamente progressista per una forza alternativa che accolga con piena e vera dignità al suo interno la cultura e la tradizione cattolico democratica e popolare.

Infine, meritano  un plauso le analisi (mea culpa compresi) e le proposte concrete che Albergamo avanza riguardo all’emergenza casa: vanno nella giusta direzione e sono dirette ai giusti interlocutori. Caratteristiche purtroppo non così frequenti nell’attuale contesto.

Guido Bodrato, maestro di rigore politico nel solco del cattolicesimo democratico.

Il Consiglio nazionale del Ppi, tenuto a Roma nel novembre del 1999, fu dedicato alla commemorazione di Benigno Zaccagnini a dieci anni dalla scomparsa. Furono poi  pubblicati gli atti, ricchi di ben tredici contributi. L’opuscolo, allegato a “Il Popolo” del 2 dicembre dello stesso anno, aveva per titolo “Zaccagnini, un cristiano in politica a causa della fede”. 

“Riproporre Zaccagnini oggi – scriveva nell’introduzione Pierluigi Castagnetti, segretario del Ppi – significa dunque parlare di un uomo sempre alle novità, sempre rivolto al futuro, sempre in ascolto e capace di assumersi la responsabilità più pesanti: non un uomo di nostalgie, ma di speranza, anche quando questa era «faticosa» da conquistarsi e da diffondere”.

La riflessione di Guido Bodrato, qui ripresa integralmente, fornisce un interessante affresco storico sulle vicende che hanno riguardato (in particolare) la Dc a cavallo della tormentata vicenda, conclusa con il martirio di Aldo Moro, della solidarietà nazionale. 

Gli anni di una “democrazia difficile”

(Guido Bodrato)

Le “storie” della Repubblica hanno riservato a Benigno Zaccagnini un posto importante tra i personaggi che hanno partecipato a vicende decisive per la vita del Paese, senza tuttavia considerarlo tra i protagonisti. E il revisionismo, che ha cercato di ridimensionare ulteriormente il significato della fase politica della solidarietà nazionale, ha finito col dimenticarlo. I Popolari debbono ricordarlo, poiché ha scritto una pagina importante della loro storia.

Non è estraneo alla censura dei revisionisti l’obiettivo di dare un significato di “svolta storica” alla fase post-consociativa e ad una polemica contro la “democrazia dei partiti” che in realtà si è dissolta in pochi anni. Quella che doveva essere una “rivoluzione democratica” si è esaurita infatti in un’ondata populista e la riforma istituzionale, che avrebbe dovuto garantire consenso elettorale e stabilità di governo, rischia di farci naufragare in un nuovo trasformismo.

Cresce così il bisogno di recuperare la memoria del passato e di tornare a riflettere sul significato di un’esperienza che ha segnato una generazione, anche se si sono indebolite le speranze che facevano riferimento a uomini come Zaccagnini. La storia della solidarietà nazionale è stata più tragica e più seria di quanto hanno scritto i teorici del “doppio stato”, che non a caso sono costretti a rifugiarsi nei “misteri” e nel teorema della “restaurazione”, per mettere in ombra il fallimento dell’uso politico della storia, cui sono spregiudicatamente ricorsi. La storia di quegli anni si è accompagnata a straordinari mutamenti della società italiana, che hanno riguardato anche i valori cui si è ispirata la Costituzione, ma che in qualche modo anticipavano le trasformazioni che ormai condizionano tutte le grandi democrazie.

L’evoluzione del Paese è stata tutt’altro che lineare: per comprenderlo è sufficiente ricordare gli anni delle stragi “nere” e del terrorismo “rosso”, sui quali è comunque prevalsa la strategia dei partiti democratici. Zaccagnini ha vissuto quel periodo con la consapevolezza delle contraddizioni che pesavano sulla realtà italiana e anche dei limiti della DC, ma con una straordinaria passione democratica. C’è un evidente rapporto tra la strategia dell’attenzione di cui parlava Moro (contrapponendola alla strategia della tensione), e la politica del confronto cui si sono riferite le scelte di Zaccagnini (che rifiutava la logica dello scontro), sia quando facciamo riferimento alla questione democristiana, sia alla vicenda nazionale.

Da un lato la secolarizzazione, dall’altro gli orientamenti post conciliari, avevano inciso in profondità sull’unità politica dei cattolici, che era stata per trent’anni punto di riferimento per la DC e per la vita democratica italiana. Anche l’opposizione comunista aveva tenuto presente questa “coordinata”, sin dalla stagione costituente.

I comunisti non potevano tuttavia ignorare la evoluzione della situazione italiana, come è dimostrato dagli anni della contestazione e poi dal referendum sul divorzio. Quel referendum, voluto dai radicali ma anche da una parte rilevante del mondo cattolico, ha sconvolto gli schieramenti tradizionali, assegnando al PCI una centralità che aveva a lungo, ma inutilmente, inseguito. Nella DC, Fanfani pensava di poter giocare una carte decisiva per il rilancio dell’unità politica dei cattolici sul tema dell’unità della famiglia. Moro cercò di evitare un conflitto che avrebbe minato l’alleanza tra cattolici e laici; tuttavia dopo un inutile rinvio, pensò che la cosa migliore fosse non logorare i rapporti con il mondo cattolico. Zaccagnini avrebbe voluto evitare la “politicizzazione” del referendum, lasciando questa scelta alla coscienza degli elettori; ma quando nella Direzione del Partito una minoranza fece propria la proposta elaborata della DC emiliano romagnola, fini con lo schierarsi con l’amico e maestro Aldo Moro, anche se non nascose le sue preoccupazioni.

La sconfitta referendaria, più pesante del previsto, ha preparato la sconfitta delle elezioni regionali del ’75, che per la prima volta fecero temere l’isolamento della DC. Il referendum ha messo in crisi la strategia degasperiana: i cattolici democratici si sono trovati in conflitto con i partiti laici, registrando una spaccatura dell’elettorato cattolico. E la sinistra ha conquistato il governo delle grandi città e la maggior parte delle regioni, restando tuttavia convinta di non poter rischiare uno scontro frontale con la DC per la conquista del governo nazionale. La riflessione berlingueriana sul “compromesso storico” aveva anticipato questa vicenda di qualche mese. Ora i revisionisti sostengono che Berlinguer ha commesso l’errore storico di non perseguire l’alternativa alla DC. Secondo i revisionisti lo avrebbe fatto per la debolezza della sua cultura istituzionale. Ma dimenticano che il PCI era ancora legato al socialismo reale, che i socialisti italiani pretendevano di guidare l’alternativa di governo, che quando entrerà in crisi il compromesso storico, la “base” e la “nomenclatura” del partito comunista solleciteranno una svolta anti-capitalistica, in contrasto con la strategia riformista. La rottura della “solidarietà” avverrà infatti contro l’adesione al sistema monetario europeo, e poco tempo dopo il partito comunista promuoverà il referendum contro il costo del lavoro. Sono considerazioni insignificanti?

Torniamo al referendum sul divorzio ed alle elezioni regio-nali.

Questa duplice sconfitta metteva i democristiani di fronte ad un bivio: la maggioranza moderata proponeva di consolidare in modo pragmatico i legami con l’area intermedia della società, anche se questa scelta comportava l’indebolimento dei rapporti con l’ispirazione cristiana e con la tradizione popolare del Partito; i cattolici democratici ritenevano invece necessario rinnovare il riferimento ai valori cristiani e stimolare un nuovo rapporto tra le correnti riformiste impegnate nella politica di centro-sinistra, per contrastare la deriva conservatrice cui avrebbe portato la strategia dei moderati. La linea dei cattolici democratici comportava un profondo rinnovamento della DC, che – come dichiarò Aldo Moro – doveva “‘essere opposizione di se stessa” e liberarsi dall’immagine di partito segnato dall’arroganza del potere. Eppure non era possibile abbassare la guardia nei confronti di un partito comunista che non aveva consumato lo strappo con Mosca e che sognava ancora una società socialista.

Come coniugare la continuità dell’ispirazione ed il rinnovamento dell’azione politica? Come arginare il declino eletto-rale, evidente soprattutto sulla sinistra, senza indebolire il ruolo storico di un partito che aveva evitato la radicalizzazione dello scontro sociale e aveva tenuto sul terreno democratico la polemica anticomunista, contrastando le tentazioni reazionarie che covavano nelle viscere del Paese? Oggi si calcolano i costi di quella “politica di mediazione”, e si mettono in evidenza i suoi limiti, ma si ignorano del tutto i risultati cui ha portato, sia in termini di democrazia che di diffusione del benessere. E poi, perché imputare tutti gli errori alla DC, anche quelli (per dirlo con parole di Berlinguer) che non potevano non essere commessi?

In quella situazione, straordinariamente difficile, tormentata dall’affiorare di una violenza che diventerà terrorismo, si delinea la candidatura di Zaccagnini alla guida della DC. Doveva essere una segreteria di “transizione”, verso il congresso del Partito; le circostanze costrinsero Zaccagnini a restare segretario per quattro anni. La “nuova DC”, che recupera tutti i voti persi alle regionali col voto politico del 76, ha il volto di Zac, dell’uomo che un anno prima, parlando come presidente del Consiglio Nazionale, aveva condannato con severità il degrado morale della vita politica. Su questo tema insisterà con decisione, invitando il Partito a ritornare di valori originari ed a comportamenti capaci di fare recuperare la fiducia degli elettori.

Anche la “politica del confronto” esprime un ritorno alle ori-gini, cioè ai valori della Resistenza e della Costituzione, a ciò che poteva unire gli italiani nella lotta contro ciò che cercava di dividerli. Eppure “il confronto” conteneva anche gli elementi essenziali della “sfida” impliciti nella “confrontation” anglosassone; non si trattava di un azzeramento delle differenze ideali e programmatiche, né di un patto fondato sulla debolezza della DC e del PCI. Non si può dimenticare che il voto del ’76, con due vincitori, aveva rafforzato la polarizzazione elettorale e che un nuovo voto avrebbe accentuato questa polarizzazione, e insieme il potere di condizionamento delle “estreme”. D’altra parte, la cronaca di quegli anni dimostra che non si è trattato di un compromesso di potere, ma di una scommessa politica di straordinario valore. Se in quegli anni si fosse inasprito lo scontro sociale e politico, potemmo oggi parlare di “Ulivo”? Lo sottolineo ricordando molto bene che lo svolgimento di quella fase politica fu condizionato dalla strage di via Fani e dall’assassinio di Moro e sapendo che c’è continuità tra una vicenda ormai lontana e la realtà da cui ha preso le mosse la stagione dell’Ulivo.

Per Zaccagnini, la politica del confronto (con la sinistra) è incomprensibile se non è considerata come l’altra faccia della politica del rinnovamento della DC. Ed il rinnovamento morale della politica, che nelle riflessioni di Zaccagnini ha radici nella intransigenza, non comportava affatto una chiusura settaria dei cattolici. Zaccagnini era consapevole della valenza reazionaria del clericalismo, e della subalternità del “gentilonismo” (cioè del trasformismo dei clerico-moderati) agli interessi economici di volta in volta dominanti. Zaccagnini apparteneva, come ha scritto Biagio Bonardi nel suo libro dedicato alla “vitalità interiore della sua fede”, ad una generazione che era giunta alla politica attraverso una severa formazione religiosa e la dura prova della lotta, ad una generazione consapevole della necessità di dare una misura umana alla politica. Zaccagnini aveva compreso che eravamo a un tornante decisivo della storia del cattolicesimo democratico, a un tornante che richiedeva grande coerenza ma altrettanta apertura al dialogo. Si trattava di “superare”, non di negare l’esperienza fatta dopo la Resistenza, nel corso della ricostruzione e poi del lungo cammino verso l’Europa.

Ma su quei temi, come abbiamo già accennato, si misuravano strategie diverse, anche tra i sostenitori della politica di soli-darietà: alcuni si proponevano la “riaggregazione dell’area cattolica”, anche se in una prospettiva che doveva fare i conti con la secolarizzazione; altri ritenevano ormai del tutto consumate le ragioni dell’unità e pensavano che i cattolici più aperti dovevano convergere sui partiti di sinistra, per favorirne l’evoluzione riformista. Dove avrebbe portato la “democrazia compiuta”? E cos’era il “partito diverso” cui pensava Berlinguer?

Molti sono i problemi rimasti. Tuttavia, chi continua a polemizzare contro le radici consociative della “politica del confronto e contro la stagione della solidarietà nazionale, poiché non poneva al primo posto la questione delle riforme istitu-zionali, in realtà ignora la drammaticità di un tempo che ha messo alla prova la stessa democrazia e riduce l’orizzonte della ricerca storica. Si può sostenere che Zaccagnini e Berlinguer sono stati sconfitti; la stessa osservazione è stata fatta per Moro, quando si è affermato che ha pagato con la vita i limiti della sua politica. Ma queste affermazioni non aiutano a delineare una alternativa alle scelte che hanno fatto, e non mettono in campo una politica più “alta” e più lungimirante di quella che ha caratterizzato l’esperienza di una “democrazia difficile”, ma vera e profondamente umana, che ha lasciato un’impronta nel nostro modo di pensare la politica. Quella politica aveva un’anima.

No alla GPA, salviamo l’uomo dal mercato dell’umano.

“Ma a chi assomiglia? Ha il naso della mamma ma gli occhi sono della nonna paterna, non vedi!”. Quando nasce una creatura i familiari stupiti cercano subito di cogliere le somiglianze fra i membri della famiglia di cui fa parte. È un bel momento che ripete la nostra genesi tra femminile e maschile. In seguito, crescendo, la creatura riconoscerà nei propri lineamenti e carattere l’eredità della propria identità. Un patrimonio che fonda il suo essere e su cui costruirà il suo futuro. È stato cosi per me, per chi mi pubblica e per chi legge. Una vita biologica e valoriale che conosciamo e che possiamo tramandare. È la storia delle genesi umana da Adamo ed Eva, passata dall’homo sapiens e per tanti antenati che non conosciamo per giungere sino a noi ove la memoria e le foto sbiadite ci aiutano a ricordare la concatenazione dei nostri legami. 

Questa trama è lo statuto della vita che anima la Costituzione. Il principio personalista che evidenzia la precedenza sostanziale della persona (intesa nella componente dei suoi valori, bisogni non solo materiali ma anche spirituali) rispetto allo Stato che è al suo servizio e non viceversa. La persona nella sua integralità. Siamo figli di leggi naturali, ma fino a poco tempo fa non avevamo capito questa stretta correlazione e cosi siamo divenuti dominatori del creato. Oggi che assistiamo agli impatti dello stravolgimento dell’ambiente pare che abbiamo compreso il disastro della concezione antropocentrica. 

Tutto si tiene, cosi dice la natura che non mente mai. Papa Francesco l’ha sintetizzato nel principio dell’ecologia umana integrale. Dovrebbe essere tutto logicamente chiaro e bello. E invece pare di no, oggi la genesi umana biologica viene messa in discussione da pratiche come la maternità surrogata in varie forme, tra cui la più estrema è la gestazione per conto d’altri o altrimenti detta utero in affitto che “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane” (Cassazione, sentenza 38162/2022). Pratiche che cambiano le logiche di concepimento arrivando a negare al nascituro tutta o una parte della sua identità. Oggettivamente una violazione del suo diritto sacrosanto di sapere da chi è stato generato, come e perché. Più volte Papa Francesco ha denunciato la pericolosità di queste pratiche figlie della cultura “gender” più estremista che nega il principio di genitorialità biologica sintetizzato nello slogan “love is love”, cioè genitori sono coloro che amano i figli e non coloro che li fanno. Una scissione dalla carne e sangue densa di gravi incognite sulla ripercussione che avrà sui bambini. Una estremizzazione del principio di autodeterminazione e soddisfacimento dei propri desideri che, utile dirlo con chiarezza, è anche spinta da potenti logiche economiche del capitalismo più bieco. Il mercato dell’umano causato dal liberismo procreativo è la nuova frontiera dell’avidità. 
Già nel 1883 Karl Marx preconizzava: “Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile, divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato”. Queste richieste caldeggiate da movimenti dalla sinistra libertaria dividono i progressisti, già nel 2014 la gauche francese di Delors, Jospin, Bové e tanti altri si oppose per analoghi motivi. Pare un controsenso battersi contro la manipolazione dell’ambiente per poi consentire quella dell’uomo. Se questa logica continuerà allora presto tutto sarà consentito, dall’eutanasia senza limiti alla selezione genetica. Ci sarà quindi una bella gara nel mercato a offrire servizi al miglior prezzo possibile.  Salvare l’umano nell’uomo, è la sfida del terzo millennio.

Ucraina, la guerra nucleare contro…la noia del fronte?

C’è in giro una certa aria dimessa, la guerra ha stancato. In Primavera il freddo andrà in letargo ed il sangue tornerà a scorrere nelle vene dei soldati. Se i protagonisti potessero parlare, la loro intima convinzione sul fatto di menare le mani appare però sempre più incline a farla finita. Putin ha fiutato l’aria: per riaccendere gli animi, non manca di alzare la voce per occupare i titoli dei giornali. Sull’altro fronte non si è da meno. A ottobre la Nato già dava l’allarme su possibili test nucleari russi ai confini dell’Ucraina. Per adesso non se ne è fatto nulla.

Per come stanno andando le cose, prima o poi finirà nel modo più banale possibile, un accordo che lascerà sul campo, contenti, scontenti ed un consistente numero di morti al quale non sarà possibile chiedere alcun parere. Poco da perdere, avrebbero tutti da dire la stessa cosa. Sembrerebbe inevitabile, contro l’incubo di uno scenario sempre uguale a se stesso, dare uno scossone che vivacizzi lo scenario per non far morire i sodati di noia, oltre che di pallottole. La morte spera in una novità che superi la ripetitività a cui da sempre è condannata. 

Al pari, anche i lettori di giornali che seguono gli aggiornamenti sempre più indifferentemente. C’è un pericolo sempre in agguato, una minaccia che è sempre lì, pronta a dire la sua. Un test nucleare per far girare un po’ di adrenalina in giro per il mondo.  Ci vorrebbe una bella testa per fare un test, così chiamato secoli fa in Francia un vaso usato dagli alchimisti per saggiare l’oro. Ora più ruvidamente si tratterebbe di far sentire al nemico una dose di legnate, di quelle buone a farlo piegare. 

Testis è in latino il testimone della strage che sarà. Per risolvere il contenzioso si deve avere il coraggio di andare nel cuore della faccenda senza timidezza, andare, intrepidi, dentro al nucleo dei fatti, assaggiare il sapore del gheriglio di sangue della guerra, aprire la noce, sventrarla per arrivarne al prezioso tesoro.

Testarda è l’idea di quelli che vogliono vincere a tutti i costi, disarmando le parole con il loro pericoloso potenziale. Testuggine è la formazione di fanteria che ancor oggi seduce la mente dei combattenti. Testicoli sono gli attributi richiesti per procedere nell’intento. L’incombenza di una bomba atomica è quel che ci vuole per scuotere gli animi dal torpore della abitudine. Poi ci si abituerà anche a questo, ma saranno in pochi a potersene lamentare se si passasse ai fatti. 

Già i Greci chiamavano atomo l’indivisibilità di una particella, senza sapere che gli uomini oggi, scomposti in popoli e in risse, hanno creduto di far saltare il banco con sopra i legami del cuore e della scienza. Atollo è un isolotto che ha fatto da prova. Ora si tratta di allargarsi per come conviene. Se la tattica è utile per ottenere un valido esito in una battaglia, la strategia è la macchinazione complessiva per vincere la guerra. Tatto, per la prima e per la seconda, ne è richiesto poco. Malgrado la noia sul tema, siamo in guerra.

AgenSIR | Giuseppe Contaldo eletto alla guida del Rinnovamento nello Spirito.

Giuseppe Contaldo è il nuovo presidente di Rinnovamento nello Spirito. È stato votato dall’Assemblea nazionale riunitosi a Sacrofano (Roma) dal 24 al 26 marzo per il rinnovo degli Organismi pastorali di servizio del livello nazionale secondo il nuovo Regolamento e lo Statuto, approvato definitivamente dal Consiglio permanente della Cei il 14 marzo 2002 e sottoposto a successive modifiche nel 2007 e poi nel 2019. Contaldo subentra a Salvatore Martinez, alla guida del Movimento dal 1997. 

Nato a Pagani (Sa) il 6 luglio 1970, nel 1986 Contaldo riceve la preghiera di effusione. È componente della Consulta delle Aggregazioni laicali e del Forum regionale delle Famiglie della Campania. Segretario della Consulta diocesana delle Aggregazioni laicali della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, nel 2021 è nominato notaio aggiunto del Tribunale per le cause dei Santi della stessa diocesi. È stato coordinatore diocesano della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno dal 2005 al 2010. Dal 2011 fino al 2014 è stato membro del Comitato regionale di Servizio della Campania e, dal 2015 a tutt’oggi, è coordinatore regionale della Campania. Dirigente di risorse umane presso aziende di rilievo nazionale con un elevato numero di dipendenti (300/500), ricoprendo diversi incarichi di responsabilità sociali all’interno delle stesse. Consulente abilitato iscritto presso l’Ordine dei consulenti del lavoro di Salerno. 

Come coordinatore nazionale, votato dal Consiglio nazionale, è stato eletto Rosario Sollazzo, già membro del Comitato nazionale di Servizio uscente per l’Area Carismatica-Ministeriale. 

“Cuore, mani e piedi: sono le tre dimensioni che in questo momento animano la mia chiamata all’incarico che mi attende. Cuore, ossia passione per Dio e per la Chiesa, e sacrificio nel servire i fratelli, come donazione di sé; mani, elevate al Cielo in segno di preghiera continua, di lode e vittoria del Signore; piedi, come passo missionario per annunciare il Vangelo. In tutto ciò – ha detto Contaldo -, nasce un dinamismo che crea il corpo, a rappresentare ciascuno di noi a servizio del Regno di Dio in una armonia comunionale e sinodale, così come più volte è stato richiamato dal Santo Padre, specialmente in questo tempo particolarmente straordinario del Sinodo universale”.

Fonte: AgenSIR – 26 marzo 2023

Il Papa in Congo ha esortato a combattere la battaglia dell’amore

Il Viaggio Apostolico di Francesco a Kinshasa è stato caratterizzato da un messaggio rivoluzionario, tanto da porre la questione di quanto saremo in grado noi fedeli di metterne in pratica le indicazioni più concrete e immediate. Chi avrà la forza di asssumere come propria direttiva di vita questo messaggio potrà osservare come il corso della storia, non solo del Congo o dell’Africa, ma del mondo intero, s’incammini nella direzione irreversibile della novità annunciata dal Salvatore. Papa Francesco ci ha ricordato che dipende da ciascuno di noi realizzare la pace, la comunione, la fraternità, l’amore, per rendere il mondo un cielo già su questa terra. È necessario diventare una comunità nuova, protagonista dell’impegno quotidiano per un mondo migliore.

Il Papa ha ricordato inoltre quanto sia urgente mettere fine alla “guerra mondiale a pezzi”, che da anni insanguina il mondo intero, dando a poche persone l’opportunità di un arricchimento vergognoso. Le parole sono scolpite sulla pietra: pace, riconciliazione, fraternità, comunione e  libertà, tutte indirizzate a un’autentica promessa di sviluppo e prosperità. In particolare, Francesco ha invitato i congolesi a lottare contro la violenza e l’odio, a difendere la propria dignità e integrità territoriale, a valorizzare le immense risorse del paese, rifiutando a testa alta la condizione dell’asservimento. Ha poi esortato a lavorare insieme, come fratelli e sorelle di un’unica famiglia, per un avvenire più degno. Egli ha proclamato poi il vivo apprezzamento per il coraggio di coloro che lottano contro la corruzione, pagando un prezzo elevato, fino addirittura al sacrificio della vita.

La grande sfida è condividere con i poveri e aprire il cuore agli altri, anziché chiuderlo a sé stessi. Fermarsi a guardare e ad ascoltare, questo è il fondamento dell’apertura agli altri, specialmente ai più poveri. Ed essere missionari di pace vuol dire portare pace anche a noi stessi. Ci viene chiesto perciò di fare spazio a tutti nel nostro cuore e di credere che le differenze etniche, geografiche, socio-culturali e religiose non sono ostacoli insormontabili. O meglio, non debbono esserlo. È nostro dovere, entro questo orizzonte, spezzare il cerchio della violenza e smontare le trame dell’odio. Come cristiani, siamo chiamati a essere coscienza di pace del mondo, testimoni di amore, fraternità, perdono: dobbiamo farci tutti  missionari del folle amore che Dio ha per ogni essere umano.

Costruire la pace e l’amore significa anche decidere come usare le nostre mani. Possiamo usarle per edificare o distruggere, donare o accaparrare, amare o odiare. La scelta è nostra. Il Papa ha voluto ancora suggerire quali siano gli “ingredienti per il futuro”, primo tra tutti la preghiera come viatico per radicarci nell’ascolto della Parola di Dio, crescendo nella fede. La preghiera è “l’acqua dell’anima” che ci aiuta a vincere le resistenze e le difficoltà, a maturare nella consapevolezza dei nostri mezzi e dei nostri limiti, per  alzare lo sguardo verso l’alto, ricordandoci che siamo fatti per il cielo. La preghiera ci permette di trasformare l’inquinamento dell’anima in ossigeno vitale, così da sperimentare il conforto della forza di pace, ovvero la forza dello Spirito Santo.

Infine, alle cinquemila persone consacrate, tra cui cardinali, vescovi, preti e religiosi, il Papa ha fatto memoria del servizio cui sono stati chiamati da Dio, per essere testimoni dell’amore e per dedicare l’intera esistenza al servizio dei poveri e dei bisognosi. Gesù deve essere al centro delle loro vite, per servire il popolo in quanto testimoni dell’amore di Dio ed evitare altresì la mediocrità spirituale, il comfort mondano e la superficialità. Occorre allora che sacerdoti e religiosi siano preparati, ma soprattutto appassionati del Vangelo. Riflettere sulla bellezza di una vita dedicata a Dio è la maniera più delicata e convincente per trasmettere il senso della propria fede, sapendo che la testimonianza vale più della sapienza, specialmente agli occhi dei più giovani.

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Centro più forte se una donna ne assumerà la leadership

Dunque, riepiloghiamo. La destra ha un leader politico (rosa) riconosciuto e legittimato dagli elettori. È Giorgia Meloni. La sinistra ha un nuovo leader (rosa), certificato dai gazebo delle primarie del suo partito – anche se non sapremo mai chi ha votato realmente a quella consultazione – ed è Elly Schlein. È evidente a tutti che se esiste un altro polo politico che vuole differenziarsi dalla destra e dalla sinistra – ovvero il centro – deve avere un altro leader, riconosciuto e certificato dagli elettori, competivo sotto molti aspetti. Certo, non c’è alcuna legge, o decreto, che dice che il leader dev’essere necessariamente di genere femminile. Ma è indubbio che la riflessione ha un suo carattere di suggestione non banale, che passa per un interrogativo: se fosse ancora una donna il nuovo leader di un centro democratico, riformista e di governo? Qualcuno potrebbe obiettare, da quelle parti, che un leader c’è già e si chiama Calenda. O, meglio ancora, Renzi. 

Ma, per restare al genere femminile, anche nel cosiddetto “terzo polo” – o futuro partito di centro –  non mancano donne affermate che in questi ultimi anni si sono ritagliate un ruolo politico e di governo. Faccio solo tre nomi che spiccano per il loro rilievo pubblico: Elena Bonetti, Maria Elena Boschi e Maria Stella Gelmini. Tuttavia, al di là dei nomi e dei cognomi, un fatto è abbastanza oggettivo: e cioè, anche il centro politico e di governo potrebbe sperimentare la scommessa di un leader al femminile. 

Dopodichè, anche l’ultimo cittadino/elettore sa benissimo che la leadership in politica si forma e matura sul campo e non è il frutto di una nomina dall’alto o la conseguenza di una designazione centralistica. E sia Giorgia Meloni su un versante che Elly Schlein sull’altro hanno confermato, in modo evidente e persin plateale, cha la leadership l’hanno conquistata sul campo pur essendo quei due partiti caratterizzati da un forte e marcato maschilismo. L’uno per la sua tradizione storica e culturale e l’altro per la struttura interna di partito caratterizzata da più correnti guidate e gestite rigorosamente da capi maschili. E, sotto questo versante, il futuro centro sarà messo alla prova. 

Vedremo se, al di là delle chiacchiere di rito e della propaganda sulla sacrosanta parità di genere, ci sarà un salto di qualità nella guida di questo futuro centro o se, invece, proseguirà la prassi della cooptazione delle donne da parte del tradizionale “cerchio magico” maschile. Come, del resto, è quasi sempre avvenuto.

Se ChatGPT sostituisce l’uomo…È un’ipotesi attendibile?

In questo momento storico l’IA sta mostrando un’accelerazione senza precedenti (vedasi ChatGPT). Sto usando regolarmente ChatGPT nel mio lavoro, lo considero un collega competente e disponibile. Talvolta è impreciso, ma accetta le mie osservazioni e si corregge senza innervosirsi (contrariamente a qualche collega umano). Recentemente mi ha aiutato a trovare una soluzione (un algoritmo) in una mezz’ora, senza di lui (?) avrebbe richiesto almeno mezza giornata.

Quindi nella mia esperienza ChatGPT riesce spesso a sostituire un collega umano al quale prima mi rivolgevo, spesso abusando della sua disponibilità, e distogliendolo dai suoi impegni.

Dunque ChatGPT può sostituire l’uomo? Ovviamente no, anche se per molte attività specifiche lo può fare. Ma soprattutto, siamo all’alba di una nuova genia di strumenti, che continueranno ad evolvere molto velocemente (si guardi il nuovo GPT-4), allargandone lo spazio di intervento e l’affidabilità.

Dunque ChatGPT è uno strumento che si sostituisce, e in meglio, all’uomo in molte funzioni. A prima vista è quanto successe con il telaio a vapore o la scavatrice meccanica. Sappiamo che sul termine medio-lungo la disoccupazione indotta dalla meccanizzazione del lavoro è stata riassorbita. Ma quante distorsioni ha causato a livello sociale? Quante lotte sono state necessarie per ribilanciare (in qualche misura) quelle storture? Forse due secoli, e siamo ancora lontani da una soluzione: un equilibrio equo tra capitale e lavoro.

Questa volta non dobbiamo farci trovare impreparati. Dobbiamo informarci, studiare questi nuovi strumenti avanzati di automazione del lavoro intellettuale (ma anche manuale, con i robot). Siamo di fronte a nuovi strumenti potentissimi di creazione di valore, che stanno già accelerando la polarizzazione della ricchezza, che verrà accumulata fa quanti hanno le competenze e i mezzi (Digital Lords), relegando le fasce deboli (anche, soprattutto, culturalmente) della società ai margini.

Dunque è importantissimo comprendere il fenomeno, appropriandosi delle competenze necessarie, che consentano di formare uno coscienza collettiva, attivando opportuni processi di indirizzo e regolazione di questi nuovi fenomeni. Prima che il nuovo tecno-capitalismo si consolidi al di là del punto in cui sarà molto difficile cambiare lo stato delle cose…

[Il testo è stato pubblicato su Fb]

Chi è l’autore
Michele Misha Missikoff, Ricercatore Associato Senior del CNR e docente di Innovazione Digitale presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università Uninettuno.

Vita e Pensiero | Le radici dell’Umanesimo europeo secondo Werner Jaeger

Dopo Paideia, il monumentale saggio sulla formazione dell’uomo greco, divenuto uno dei cardini della riflessione culturale della nostra epoca, Werner Jaeger ricerca, nella conferenza del 1943 che qui riproponiamo, le radici dell’Umanesimo europeo. E le trova aprendo una via diversa rispetto alla convinzione consolidata secondo cui l’Umanesimo nasce da una rottura rispetto al Medioevo ‘teologico’ e a favore di un ritorno alla classicità centrato su una nuova concezione della natura umana. 

È vero, come ricorda qui lo stesso Jaeger, che gli umanisti rinascimentali ammiravano e desideravano far rivivere l’antica cultura della Grecia e di Roma e ritenevano il Medioevo un periodo barbaro che aveva interrotto il progresso della civiltà classica, ma il loro rifiuto era indirizzato principalmente alla forma degenerata della tradizione scolastica, con il risultato di offuscare la grande portata ‘umanistica’ di autori medievali – primo fra tutti san Tommaso, ma anche Dante – che seppero arricchire di universalità il pensiero di Aristotele e di Platone

Il cristianesimo, fondato sull’Incarnazione, trae da essa la ragione profonda della dignitas hominis, riprendendo il lascito greco della virtù come ‘conversione’ dal mondo dell’illusione sensibile al mondo dell’essere vero e unico che è il bene assoluto e desiderabile. 

Lungi dal rappresentare una rottura, il Medioevo emerge dunque come il compimento dell’anelito a quell’«Umanesimo integrale» che, pochi anni prima della conferenza di Jaeger, Maritain aveva così formulato: «L’uomo è chiamato a un destino migliore che a una vita puramente umana». Una lezione di grande respiro, questa di Jaeger, che giunge «come una freccia acuminata» (per usare le parole di Carlo Ossola nella Presentazione) a illuminare i ‘secoli bui’ e far risplendere ancora oggi la loro eredità.

[Qui riproposta è la presentazione curata dall’editore. Per approfondire clicca qui https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/werner-jaeger/umanesimo-e-teologia-9788834351659-394773.html]

Biografia dell’autore

Werner Jaeger (1888-1961), filologo e storico del pensiero antico, è stato una delle voci culturali più alte del XX secolo. Professore in università prestigiose, come Berlino e poi Harvard, ove ha diretto anche l’Institute for Classical Studies, nelle sue ricerche ha sempre sottolineato il valore dello studio dell’antichità per la comprensione del presente. Così accade nella sua opera più nota, Paideia (3 voll., 1933-1945, tradotta in italiano nel 1936-1954), in cui, animato dall’ideale di un umanesimo moderno, delinea la storia del modello greco di cultura e di educazione. Tra i suoi altri innumerevoli lavori, ricordiamo Aristotele (1923, tradotto in italiano nel 1935) e La posizione di Platone nella costruzione della cultura greca (1928, tradotto in italiano nel 1942).

Sturzo sulle Fosse Ardeatine: un segno del sistema di terrorismo e vendetta nazi-fascista. Le parole scarne e ambigue della presidente Meloni.

Non c’è paese o villaggio occupato dai tedeschi che non ricorderà con orrore l’esecuzione di ostaggi innocenti, il massacro collettivo di popolazioni inermi, la distruzione completa di abitati. 

Lidice in Cecoslovacchia è nota in tutto il mondo; ma quante sono le Lidice in Italia e in tutta l’Europa? Roma ebbe le sue vittime dal 10 settembre 1943 al 4 giugno 1944. Su tutte si ricorda il massacro delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, per il complesso tragico dei fatti, il numero delle vittime riunite insieme, la stessa vicinanza di nomi e di luoghi con i martiri cristiani dei primi secoli. Queste vittime sono per gli italiani e anche per gli stranieri un simbolo storico perenne, che, insieme ai tanti ricordi storici di quasi tremila anni di esistenza, fa di Roma la città più significativa del mondo.

Il simbolo trascende il fatto e il luogo, prende e mantiene un suo carattere indelebile.

Mentre le Fosse Ardeatine sono per tutti il segno di un sistema di terrorismo e di vendetta, che ha caratterizzato in modo eccezionale il nazismo e il fascismo in pace e in guerra, per noi italiani significano l’ideale di libertà per il quale molti sono periti, non solo sui campi di battaglia e nella lotta partigiana, ma nella resistenza morale e civile, della quale fan testimonianza il resto di coloro che morirono in quelle Fosse. Risalta ancora di più il loro sacrificio in quanto essi furono presi come ostaggi, pur moralmente e legalmente innocenti, il cui eccidio fu voluto allo scopo di terrorizzare l’intera città. I tedeschi nel riattivare un sistema barbaro e anti-cristiano di rappresaglia, quale quello dell’uccisione di ostaggi civili, vi hanno aggiunto la loro freddezza di metodo e disprezzo per ogni sentimento di umanità.

La reazione morale – anche quando è impossibile la reazione materiale – ha i suoi effetti superiori all’uso della forza bruta, perché questi sono in rapporto alla ingiustizia commessa.

Il sistema di uccidere ostaggi per terrorizzare le popolazioni è tanto più ingiusto in quanto nessun ostaggio può rispondere della condotta dei suoi concittadini verso gli occupanti, non esistendo né potendo esistere in tale caso alla solidarietà politica e civile.

Quando ogni elementare senso di giustizia manca nei rapporti tra autorità occupanti e città occupata, quando una antitesi di ideali, interessi e posizioni, è fra di loro stabilita, la resistenza morale è una precondizione alla soluzione che si attende dalla forza materiale.

L’Italia ha dimostrato di possedere il senso di tale resistenza morale, e in maniera degna del suo Risorgimento, fin da prima dell’armistizio, da prima della caduta del regime fascista e del suo capo, da prima dello sbarco alleato in Sicilia. 

La storia italiana della resistenza al fascismo sarà fatta a suo tempo e dovrà essere fatta obiettivamente, serenamente.

Tale storia, ben documentata, dovrà portare come illustrazione il monumento che sarà eretto alle vittime delle Fosse Ardeatine, per il suo significato morale. Essa dovrà avere per ultima pagina la dichiarazione dell’Assemblea Costituente, la quale, come suo primo atto, dovrà ricordare le vittime del regime fascista, della guerra doppiamente distruggitrice, della occupazione tedesca e tutti quegli italiani che disseminati per il mondo soffrirono e morirono per l’Italia libera e democratica. 

Allo stesso tempo il nostro omaggio riconoscente dovrà essere indirizzato a quei soldati alleati che, combattendo sul nostro suolo la guerra di liberazione, vi hanno lasciato la vita, e a quanti hanno lealmente e generosamente cooperato al risorgimento del nostro Paese nel quadro di un’Europa pacificata e riunita.

La Voce del Popolo | Nelle coalizioni si litiga di più sui fondamentali.

Il nostro bipolarismo procede zoppicando un po’. Nel senso che le due coalizioni traballano tutte e due quando si parla di Ucraina. E diventano improvvisamente granitiche quando si parla di temi etici (e anche di temi frivoli, a volte). Sulle armi a Kiev le opposizioni votano in ordine sparso, e anche tra le forze di maggioranza si intuiscono differenze. Mentre sulle politiche per le famiglie e sui loro diversi diritti corre tra destra e sinistra una barriera etica che nessuno si sogna di attraversare.

Per non dire dei giudizi sulle trasmissioni televisive dove l’ordine di scuderia regna sovrano. Dovrebbe essere il contrario, secondo i manuali della buona politica. Le coalizioni dovrebbero avere una e una sola idea sulla politica estera, fondamento di ogni alleanza degna del nome.

E viceversa sarebbe più proficuo se si lasciasse un margine più ampio di libertà quando si affrontano temi sensibili che la coscienza delle persone può elaborare in molti modi. Invece, è sui fondamentali che si litiga di più all’interno dei blocchi. Mentre sui temi che un tempo sarebbero stati definiti “sovrastrutturali” si recupera quella coesione che viceversa sarebbe saggio allentare almeno un poco. 

Segno che le coalizioni si sono formate in modi piuttosto discutibili. Ma soprattutto che i partiti e i loro leader hanno la consapevolezza di non essere più decisivi come un tempo. E così pensano bene di utilizzare qualche argomento di bandiera per riempire il vuoto di una più ampia strategia di cui si sono perse un poco le tracce.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 marzo 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Sui diritti civili non siamo allo scontro tra guelfi e ghibellini.

Tom Nora Licenza Unsplash

Il dibattito, come al solito acceso e persin violento che si è innescato dopo la manifestazione di Milano organizzata dalle “famiglie arcobaleno” sulla difesa di alcuni diritti, non ha affatto riproposto la storica contrapposizione tra i guelfi e i ghibellini come avevamo conosciuto nel passato recente e meno recente. Perché in discussione, adesso, c’è una visione differente della società frutto anche, e soprattutto, di un sistema valoriale, etico, culturale e politico diverso se non addirittura alternativo. Semmai, e al contrario, emergono in modo netto e tagliente le diversità culturali che non possono più essere sottaciute o, peggio ancora, sacrificate sull’altare di piccole convenienze personali o di corrente all’interno dei rispettivi partiti di riferimento.

A cominciare anche, e soprattutto, dalla cultura cattolico popolare. Un filone di pensiero che non può, soprattutto di fronte all’ennesima riproposizione della cultura radicale, libertaria e laicista, non far sentire laicamente e rispettosamente le sue radici. Del resto, non è una gran novità il carosello di appoggi mediatici, di supporto giornalistico e di condivisione di costume che arriva dagli alfieri del caravanserraglio del “politicamente corretto”. Soprattutto da molti protagonisti del piccolo schermo, storicamente contigui ai sostenitori di queste battaglie e acerrimi nemici di chi le contesta o le contrasta.

Ora, per fugare qualsiasi equivoco, non c’è nessuno che pensa di bloccare diritti alle persone e, men che meno, ai diritti sacrosanti dei bambini, in virtù di una concezione culturale e politica confessionale, clericale o peggio ancora reazionaria. Chi fa accuse del genere, com’è ovvio e scontato, fa solo propaganda politica e bassa speculazione giornalistica e culturale. Semmai, e al contrario, si tratta di avere il coraggio e la coerenza di riaffermare laicamente la propria visione culturale, e di società, senza per questo negare diritti altrui o non riconoscere la dignità di tutte le persone e di tutte le esperienze di relazione affettiva che sono presenti nella nostra società sempre più articolata e pluralistica.

E quella dei cattolici popolari, soprattutto dopo un lento ma irreversibile ritorno delle culture politiche e delle stesse identità politiche, non può che ritornare protagonista. Un protagonismo che prescinde da prove di forza o da riaffermazioni integralistiche della propria visione, ma che semmai si basa sulla necessità di non rinunciarci pregiudizialmente per ragioni di puro organigramma interno ai rispettivi partiti di appartenenza. E questo per la semplice ragione che le culture politiche, nello specifico quelle democratiche, riformiste e costituzionali, continuano ad essere punto di riferimento e bussola di orientamento delle persone nella misura in cui non rinunciano alla propria specificità ed originalità.

Del resto, i grandi leader del passato del cattolicesimo popolare e sociale hanno sempre avuto il coraggio, la coerenza e la dignità di non rinunciare alle proprie idee e alle proprie convinzioni. Erano sì leader e statisti politici ma erano anche, e soprattutto, nella loro comunità di riferimento degli educatori e dei modelli a cui guardare con rispetto ed ammirazione. Perchè il “politicamente corretto” che esisteva anche nel passato, benché fosse meno virulento ed ossessivo, non li ha mai sfiorati nè condizionati. Perchè era “la forza delle idee” che li guidava e non solo le ragioni del realismo politico.

Sussidiarietà, la risposta al fallimento di sovranismo e globalismo.

Questo mese di marzo sia per le cose che accadono che per gli anniversari che ricorrono, ci può dire molto sulla prospettiva da seguire, e innanzitutto da discutere, per fare in modo che il 2023 non finisca per assomigliare al 1939 ma sia piuttosto simile al 1989 dell’Occidente, nel senso di un inizio incruento, al netto dei conflitti ancor in corso, del passaggio dall’unilateralismo al multilateralismo.

La Cina, ormai a tutti gli effetti superpotenza globale, si prepara a prendere le redini del “secolo cinese” senza aver dovuto sparare un solo colpo. Il suo piano di pace sull’Ucraina, in un primo momento respinto dall’Occidente, sta ora attirando un tiepido e crescente interesse nelle cancellerie occidentali e s’infittisce l’agenda degli incontri internazionali nella capitale cinese. Un piano che ha il sapore dei punti irrinunciabili per un nuovo ordine mondiale multipolare, presupposto indispensabile seppur se non sufficiente, anche per una soluzione diplomatica al conflitto in Ucraina.

Nel loro recente incontro a Mosca Xi Jinping e Putin non hanno certo usato giri di parole per dire cosa ritengono irrinunciabile: la fine dell’unilateralismo. La rinuncia da parte dell’Occidente a ritenersi superiore al resto del mondo, e al doppiopesismo che ne deriva. E la parola fine a ogni progetto di governo mondiale da parte di una minoranza, sia essa, si potrebbe osservare, il governo degli Stati Uniti, o peggio ancora, come purtroppo in realtà accade, costituita da ristrettissimi circoli privati che si infiltrano e usurpano il potere nei Paesi occidentali, dettandone la rovinosa agenda che si è vista in questo secolo. In una parola Cina e Russia, all’unisono e insieme agli altri Brics e a altri importantissimi Paesi emergenti, chiedono il loro riconoscimento come co-protagonisti della politica mondiale. Nessuno può più decidere per tutti a livello mondo, dobbiamo renderci conto che non è più accettato questo, ma a tutti deve esser riconosciuto titolo a concorrere agli accordi sulle decisioni di portata globale.

Come se non bastasse questo ulteriore avvicinamento tra Cina e Russia, si devono registrare, anche su loro impulso, rapidi riposizionamenti in Medio Oriente, dove ex nemici  riprendono a parlarsi, con Arabia Saudita e Iran che riallacciano relazioni diplomatiche e con la storica vista del presidente siriano Bashar al-Assad negli Emirati Arabi. Così pure in Africa, in Asia meridionale e America Latina.

Alla luce di questi avvenimenti credo si possa vedere meglio come sia stata tragicamente miope e fallimentare la strategia imposta agli Stati Uniti da piccoli ma potentissimi circoli, come quelli costituito dai neocons, di imposizione armata dell’ordine unilaterale in Europa e in Medio Oriente. Gli anniversari che cadono in questo mese della guerra su Belgrado come quello della del tutto pretestuosa invasione dell’Iraq stanno lì a ricordarcelo.

Al delirio di questi circoli, responsabili anche nel far precipitare le cose in Ucraina, si è aggiunto il delirio dei circoli di Davos e di certi colossi tecnologici che danno l’impressione di considerare a portata di mano un governo mondiale, di cui si ergono in concreto a regolatori.

Ebbene, gli eventi in corso ci dicono che il mondo non sta andando né nella direzione sostenuta dai sovranisti (senza alleanze internazionali neanche gli Stati Uniti e la Cina avrebbero il peso che hanno) e neppure nella direzione sostenuta dai globalisti, di un governo mondiale in pratica nelle mani dei miliardari occidentali.

Ecco perché mai come ora la pace dipende dall’Occidente. Il resto del mondo lo ha espresso in un modo inequivocabile cosa vuole. Tocca all’Occidente, e in primo luogo agli Stati Uniti, indicare una posizione saggia. Che a ben vedere deriva dall’applicazione del principio di sussidiarietà, che è uno dei principi ispiratori del popolarismo, sin dalle sue origini. Anche la politica globale deve ispirarsi al suddetto principio, non nel senso di costituire un governo mondiale che, inevitabilmente porterebbe i gruppi più potenti a prevaricare sugli altri, bensì trovando dei criteri che consentano alle potenze di questo secolo di affrontare e di risolvere insieme, in amicizia e autonomia, e con reciproco riconoscimento, i problemi di portata globale.

“O bailan todos o no baila nadie”. I cacicchi…malgrado Schlein.

Dopo essere stata eletta Segretaria, nel corso dell’Assemblea Nazionale del PD, Elly Shlein ha testualmente affermato: “Abbiamo dei mali da estirpare, non vogliamo più vedere capibastone e cacicchi vari”.

Capobastone è un termine molto diffuso. Secondo la terminologia “ndranghetistica”,  il capobastone è il capo di una “ndrina locale” ovvero di una cosca malavitosa con una competenza territoriale ben definita. Se invece al capobastone si assimila, in politica, un  Capo corrente, la sua competenza non è sempre limitata ma addirittura può essere riferita al Partito nella sua interezza territoriale. Inizialmente i capibastone erano una prerogativa del Mezzogiorno ma, come profetizzò Leonardo Sciascia, la linea della Palma è salita verso il nord sicché il fenomeno è di portata nazionale. Non potendo colpire solo il Partito del Sud il termine negli ultimi tempi è un po’ desueto.

Cacicchio, invece, è un termine più originale e meno diffuso. È stato D’Alema ad utilizzarlo per primo per identificare i vari capi locali. Era il tempo in cui si vagheggiava “il Partito dei Sindaci” tanto da indurre Giuliano Amato a definire l’improbabile partito come il partito delle “cento padelle”. Come cambia il clima … ora si invoca un  Partito capace di  puntare sui Sindaci  per uscire dalla crisi di rappresentanza e di consensi!

I “Cacicchi” evocano, per certi aspetti, anche una particolare suggestione. In America Meridionale, in particolare in Uruguay negli anni 60/70, si diffusero i “tupamaros”, oppositori di un regime dispotico. I tupamaros derivarono il loro nome da Tupac Amaru, ultimo imperatore Inca che ebbe un lontano discendente che prese il nome di Tupac Amaru II, leggendario capo della rivolta per l’indipendenza del Perù. Ereditò poi dal fratello maggiore il titolo di “cacique”.

Cacicco indicava il capo di alcune comunità tribali nell’America Latina, mentre in Spagna il controllo della vita politica locale da parte di alcuni grossi proprietari terrieri venne definito “cacicchismo”. Forse è interessante richiamare lo slogan della guerriglia dei tupamaros: “O bailan todos o no baila nadie”. Che significa “O ballano tutti o non balla nessuno”. I cacicchi, nella versione più suggestiva, sono legati a questo slogan.

Elly Schlein nel corso dell’Assemblea Nazionale ha lanciato uno slogan carico di seduzione : “Pd – La forza della comunità’”. Ma per sentirsi tutti dentro la comunità-partito forse non sarebbe inopportuno richiamare lo slogan dei “cacicchi” versione tupamaros: O bailan todos o no baila nadie! È pura illusione se qualcuno/a ritenesse di poter ballare da solo/sola. Come direbbe Martinazzoli, sarebbe prigioniero/a di una finzione!

Laicità e umanesimo: via l’attributo “cattolico” dal dizionario della politica.

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Di fronte alla devastazione culturale e politica alla quale da anni stiamo assistendo senza mai aver trovato modo di reagire con qualche efficacia, domando agli scrittori e ai lettori riuniti attorno al blog de “Il Domani d’Italia”, perché ci ostiniamo a usare l’espressione “cattolici democratici” come se questa indichi ancora una identità precisa e riconoscibile.

Si preferisce dire “cattolici democratici” per non dirsi più semplicemente “democratici cristiani”, che poi è un perfetto sinonimo, solo che riesumando il primo dagli archivi del Novecento s’intende di fatto attutire lo scomodo ricordo della Democrazia Cristiana. Anche se già nella prima metà degli anni ’70 nei tentativi di ripresa dell’attività politico-partitica nell’università (di Roma), gli attivisti del Pci preferivano chiamarci “cattolici democratici” e non “democristiani”. Una pretesa ancora attuale, anche un po’ arrogante, di una sinistra generica alla quale corrisponde una certa accondiscendente e minimalista debolezza dei nostri amici e tante volte di noi stessi.

Ma il punto vero sul quale aprire una riflessione è un altro e cioè: cosa significa dirsi “cattolico” nella società e in politica? 

La domanda è una sola, ma le risposte sono una costellazione intera. Provo ad elencarne qualcuna anche se a qualcuno sembrerà banale: cattolici sono quelli che vanno a messa la domenica e nelle feste comandate? Sono quelli che si confessano almeno una volta all’anno e si comunicano almeno a Pasqua? Cattolici sono quelli che ubbidiscono al Papa e ai vescovi? Cattolici sono quelli attivi in Parrocchia e nelle articolazioni associative ecclesiali? Cattolici sono quelli che si dedicano al volontariato? Cattolici sono quelli che educano cristianamente i propri figli e che li seguono nel percorso catechistico? Cattolici sono quelli che rispettano i precetti della Chiesa anche nelle opere dirette di carità? Cattolici sono quelli che non temono di dichiararsi tali anche quando la loro testimonianza di fede potrebbe nuocergli sul lavoro, o nella pubblica reputazione? Cattolico è chi si informa sulla Dottrina Sociale Cristiana? L’elenco potrebbe continuare con tanti altri esempi, ma già questi sono sufficienti per capire che dirsi cattolici, purtroppo, non basta più a definire una persona; tanto più in politica.

Insomma l’attributo cattolico, a meno di un uso opportunistico, esige risposte coerenti e chiare. Ma – ahinoi! – raramente troviamo risposte univoche e unificanti. Nella maggior parte dei casi invece le risposte sempre diverse (e spesso divaricanti) ci raccontano l’immagine e la storia di un popolo “disperso” nella burrasca non finita del cambiamento epocale che stiamo vivendo. Una società frantumata (“liquida” secondo la felice definizione di Bauman) nella quale anche la più semplice ricomposizione appare problematica e non realizzabile. Neppure – per restare agli esempi – tra coloro che sono presenti ad una stessa cerimonia eucaristica.

Su queste basi è impossibile costruire qualsiasi credibile ipotesi di organizzazione politica. L’attributo “cattolico” va espunto dal dizionario della politica a meno che non si vogliano creare ulteriori lacerazioni oltre alle numerose che già tormentano la cristianità attuale. Da questo primo indice di problemi sull’uso dei termini “cattolico” e “cristiani” in politica possono scaturire alcune prime piste di impegno. La prima può essere quella di estrarre dall’esperienza ecclesiale delle parrocchie, associative e di comunità gli elementi fondamentali per una proposta culturale dialogante e ad ampio spettro nella quale i credenti e i simpatizzanti con la dimensione cristiana possano conoscersi e riconoscersi nella figura di un umanesimo globale. Obbiettivo non impossibile considerando l’enorme massa critica (università, accademie, editrici, studiosi e ricercatori) attiva e variamente impegnata nei confini globali della Chiesa.

Sotto forma di “umanesimo nuovo” anche gli aspetti dottrinali e regolamentari della Chiesa potranno essere colti da tutti con animo più disponibile e, quindi, senza integralismi, fondamentalismi e settarismi vari. Un umanesimo fondato sull’idea della sostanziale libertà dell’uomo e quindi sulla realtà di una opinione pubblica nella Chiesa che sostituisca le dinamiche di autoritarismi gerarchici del tutto anacronistici. Insomma sentirsi più liberi e sollevati dai troppi vincoli dell’obbedienza. Operazione attraente, ma non facile se ricordiamo in quale modo è finito quel “progetto culturale” della Chiesa italiana naufragato purtroppo nel nulla.

Concludendo i cattolici, al pari degli altri uomini, staranno in politica (ove sia loro richiesto) come singoli, “uti singuli” e “boni viri” con fede nella libertà e nella grande elaborazione culturale (studi ed esperienze) vissuta e proposta nella cristianità. I “cattolici democratici” così non saranno formazione politica o partito, ma singole persone impegnate per il bene comune. Solo così si potrà ripartire.

E per il o un partito? Sì, un’idea ce l’ho: l’Unione Popolare.

AGI | I sindacati ritrovano lo spirito unitario e scelgono di mobilitarsi.

Cgil, Cisl e Uil avviano un percorso di mobilitazione unitaria. È quanto hanno deciso i segretari generali, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri, che ieri si sono riuniti presso la sede della Cgil in un incontro durato circa due ore. Tempi e modalità della protesta saranno comunicati a breve: “Ci prendiamo qualche giorno – ha riferito Sbarra – per fare un’opportuna verifica nei nostri organismi; la prossima settimana saremo nelle condizioni di fornire ogni utile informazione su modalità, articolazione e intensità delle iniziative che pensiamo di mettere in campo”.

“Inizia una fase di mobilitazione che coinvolgerà le lavoratrici e i lavoratori a partire dalle piattaforme e dalle proposte che abbiamo avanzato, perché vogliamo cambiare le decisioni che ha preso finora il Governo”, ha detto Landini. “La prossima settimana saremo nelle condizioni di dire quello che vogliamo fare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”.

“Vogliamo parlare con le persone e spiegare le nostre ragioni e le nostre rivendicazioni”, ha spiegato il leader Uil. “Abbiamo deciso di avviare unitariamente un percorso di mobilitazione per confrontarci con i lavoratori sui temi delle nostre piattaforme, per ascoltare i lavoratori e capire le sofferenze che stanno attraversando in questo momento e per ribadire la necessità di dare ascolto alle nostre richieste”, ha aggiunto Bombardieri. “Gli aspetti organizzativi e le modalità – ha concluso – li decideremo nei prossimi giorni dopo aver consultato ognuno i propri organismi. La notizia è che la mobilitazione è unitaria: mi pare già una bella notizia”.
Fonte: Agenzia Italia (AGI)

La Voce del Popolo | Da Draghi a Meloni, sostegno confermato alle famiglie.

L’assegno unico e universale familiare (AUUF), nato col governo di centrosinistra, è stato conservato dal governo di centrodestra. Una buona notizia, dunque, perché nelle politiche sociali la continuità è fondamentale. Anzi, il Governo ha addirittura apportato dei miglioramenti e ha di- chiarato di volerlo implementare. Basterebbe poco: più soldi. I dati 2022 dicono che oltre 6 milioni di famiglie hanno presentato la domanda per ottenere l’assegno unico per oltre 9 milioni di figli, con netta prevalenza di Lombardia, Campania e Lazio. Alla fine i beneficiari sono oltre 5 milioni per 8,5 milioni di figli, con un importo medio mensile per figlio pari a 146 euro. Ai genitori vanno dai 129 euro medi mensili per le famiglie con 1 figlio fino ai 1.585 per famiglie con oltre 6 figli. 

È ormai un dato di fatto che l’assegno unico e universale familiare abbia dato un forte contributo a contrastare la povertà. In realtà, come è certificato anche dai dati dell’Istat, la povertà si è ridotta soprattutto grazie al Reddito di cittadinanza, ma questo provvedimento – invece – non sarà conservato. Peraltro se c’era un difetto da sempre rilevato nel RDC, questo era proprio il fatto che non andava incontro alle famiglie numerose, favorendo invece i singoli. Comunque al posto del RDC arriverà la MIA – la Misura per l’Inclusione attiva — e tra le cose da verificare ci sarà proprio il come si in terfaccerà con l’AUFF.

Scusate tutte queste sigle. Se l’AUFF disponesse di maggiori risorse, si potrebbe allora ridurre o eliminare l’incidenza della prima casa nel calcolo dell’Isee e garantire

a tutti le clausole di salvaguardia rispetto al precedente regime. Inoltre c’è anche chi ricorda come sia importante prevedere una commissione per riconoscere i casi particolari a cui concedere l’AUFF anche senza i requisiti previsti, come ad esempio le donne in gravidanza, povere e straniere, anche quando irregolari. 

La questione della famiglia è importante sotto molti aspetti. Ricordiamo, e non incidentalmente, che il sostegno alla famiglia è importante anche sul piano economico e lavorativo. I tassi di occupazione femminile sono notevolmente più alti nei Paesi dove le misure a sostegno della famiglia sono sostanziose. In Italia lavora il 49,4% delle donne, in Francia le donne occupate sono il 64,5% e in Germania – dove c’è un assegno familiare molto sostanzioso e indipendente dal reddito – lavora il 72,2% delle donne. Si deve smettere di pensare al sostegno del reddito come ad una spesa, perché in realtà è un investimento.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 marzo 2023

[Articolo – titolo originale “Famiglia: investimento “ – qui riprodottoper gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia.

Dibattito | Il centro, adesso è necessario tenere fermi i principi e i contenuti.

Giorgio Merlo con la sua ultima nota su questo blog (Il centro e le alleanze. Tema non aggirabilehttps://ildomaniditalia.eu/il-centro-e-le-alleanze-tema-non-aggirabile/), pone una questione cruciale, quale quella delle alleanze. Una questione che, tuttavia, posta in questa fase di ristrutturazione delle forze politiche e alla ricerca della nostra ricomposizione politica, rischia di creare più polemiche e divisioni che unità.

Esiste una parte rilevante dell’area cattolica democratica, liberale e cristiano sociale, espressione di quella parte importante di amici che potremmo definire “cristiani della morale”. Essa non accetterà mai una collaborazione con “un partito radicale di massa”, come il profilo del Pd disvela con la nuova segreteria di Elly Schlein. Eppure questa parte di amici ed elettori di area ex Dc e popolare è essenziale, se vogliamo ricomporre la nostra unità politica. Un’unità che non può che derivare dalla convivenza necessaria tra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”, come sempre è stato nella lunga stagione politica a guida democristiana.

Credo che premessa indispensabile per un rapporto non equivoco con questi amici, sia assumere come riferimento ideale e culturale l’idea che Alcide De Gasperi aveva del partito; la Dc come “partito di centro che guarda a sinistra”, formulata in un momento storico, dove il Pci di Togliatti era forma e sostanza assai diversa da quella del Pd attuale della Schlein.

Nell’attuale situazione politica, continuo a ritenere che compito dei dc e dei Popolari sia quello di concorrere alla formazione di un centro politico nuovo, ampio e plurale. Molti gli aggettivi che lo qualificano: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista. Parliamo quindi di un centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista, ma pure distinto e distante dalla sinistra, ora in affannosa ricerva della propria identità a seguito di tanti sbandamenti subiti con la scomparsa  del Pci.

Le alleanze per noi possibili, caro Merlo, non potranno che essere fatte con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, partendo dal rispetto dei principi fondamentali in essa contenuti. La Carta è l’espressione del migliore compromesso etico, politico e culturale compiuto dai nostri padri costituenti come De Gasperi, Fanfani, La Pira, Dossetti, Lazzati, Gonella e Aldo Moro, con i partiti che assieme a loromposero le basi del nostro assetto costituzionale. Essenziale sarà trovare un accordo sulla legge elettorale, che per noi non potrà che essere di tipo proporzionale, con sbarramento e preferenza unica, e su un progetto di politica economica e finanziaria in grado di rispettare il principio del primato della politica sulla finanza e l’economia. Quel NOMA (Non Overlapping Magisteriae) che richiede, in primis, il ritorno alla legge bancaria del 1936, sempre difesa dalla Dc con Guido Carli alla guida di Banca d’Italia. Legge che garantiva la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, il superamento della quale è all’origine di tutti i problemi di subordinazione dell’economia reale alla finanza, della politica ai poteri dominanti, e delle gravi crisi finanziarie che, con frequenza settennale, si ripetono dal 2008 in poi.

Credo che su queste due premesse fondamentali sia opportuno e necessario, non solo favorire il nostro progetto di ricomposizione politica, su basi non equivoche, ma anche di individuare le alleanze più opportune e indispensabili per assumere un ruolo non di mera testimonianza politica, ma di concreta azione di governo. Pensare che tutto ciò possa nascere dall’alto, con metodo top down, per semplice accomodamento e compromesso di alcuni vertici, credo sarebbe miope ed errato, alla luce di ciò che abbiamo già sperimentato nel merito, nei lunghi anni della diaspora democristiana. Serve, certamente, una forte iniziativa dei responsabili nazionali dei diversi partiti e movimenti d’area che deve, però, esser sostenuta dal basso, con procedimento bottom up, come quello che, con i comitati civico popolari di partecipazione democratica, luoghi di incontro e di dialogo tra tutte le componenti ex Dc e popolari presenti nei territori, sapremo favorire e  organizzare.

Dov’è finita l’educazione civica? Fatta bene, aiuterebbe a radicare un’idea d’appartenenza.

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Correva l’estate del 2019 e l’educazione civica sarebbe dovuta rientrare con pieno titolo tra le materie scolastiche nelle scuole di ogni ordine e grado con l’inizio dell’anno scolastico 2019/20, con 33 ore all’anno di insegnamento ad hoc. Poi era successo il pasticcio della tardiva pubblicazione della legge istitutiva sulla G.U. del 20 anziché del 16 agosto, a cui aveva tentato di rimediare lo stesso Ministro pro-tempore Bussetti  con un decreto ministeriale in data 27 agosto che introduceva la materia come “sperimentazione nazionale obbligatoria”, a sua volta definitivamente cassato dal Consiglio nazionale della P.I. che aveva ritenuto inopportuno un così tardivo provvedimento a tre giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico.

Tutto era stato dunque rimandato all’ a.s. 2020/21: in ritardo ma con grande enfasi l’educazione civica tornava ad essere materia curricolare, dalla scuola dell’infanzia alle superiori, dopo una lunga latitanza dovuta ad una lenta espunzione di questa pedagogia dei diritti e dei doveri individuali e sociali nella scuola e nella vita 

Poi le cose si erano complicate con la pandemia, gli alunni a casa, le famiglie in enorme difficoltà, la sperimentazione della didattica a distanza, i salti mortali doppi, tripli e carpiati degli insegnanti che avevano cercato di mantenere un contatto didattico e visivo, persino telefonico con i loro scolari, gli esami di licenza media e di maturità riveduti, corretti e semplificati a motivo dell’insorta emergenza pandemica.

Un lungo periodo di latenza del sistema formativo che ha provocato complicazioni didattiche e turbamenti emotivi: le scuole chiuse sono state una necessità sanitaria e – a un tempo- una sventura pedagogica, poiché la formazione e l’istruzione sono elementi costitutivi della crescita umana, sociale ed economica di un Paese. Un disagio profondo vissuto da docenti, famiglie, alunni che resterà nella memoria collettiva come un incubo degno di un periodo bellico, all’atto pratico una sorta di catastrofe sociale irripetibile. Ecco allora che il ritorno dell’educazione civica nelle scuole era stato salutato non come un grattacapo aggiuntivo da gestire ma una risorsa da utilizzare, una sorta di fulcro tematico e pedagogico, uno snodo per stimolare in tutti, anche negli alunni e nelle loro famiglie, sentimenti di condivisione, partecipazione, solidarietà.

L’educazione civica – se valorizzata con buoni insegnamenti – sarebbe uno strumento formativo per radicare un’idea di appartenenza, per sentirsi parte di una comunità solidale affinchè ciascuno sia responsabilmente consapevole di portare, secondo le sue potenzialità, un piccolo mattone alla costruzione del bene comune. Tuttavia ascoltando gli echi di cronaca ricorrenti si ritrovano tutti gli ingredienti negativi del suo opposto: indifferenza verso gli altri, vita sociale come contenitore di episodi di violenza, sopraffazione, bullismo, intolleranza, femminicidi, con fatti gravi che esprimono il totale disprezzo verso la vita. Si assiste con preoccupazione ad una adultizzazione precoce dell’adolescenza e ora persino dell’infanzia (c’è chi propone di abbassare l’età della responsabilità penale dagli attuali 14 ai 12 anni, ma pare un azzardo), nei suoi aspetti più deteriori: dall’uso disinvolto di droghe di ogni tipo, dalla facilità con cui circolano le armi, dalle aggressioni di compagni e persino insegnanti a scuola, dalla derisione fino ai pestaggi dei disabili o degli emarginati, dall’utilizzo persecutorio delle tecnologie, per commettere reati dal cyberbullismo al revenge porn. 

Sembra saltata ogni regola che conferiva al vivere sociale una tollerabile sostenibilità e questa tendenza cresce di giorno in giorno nei comportamenti sociali ricorrenti, quasi con emulazione.

La violazione delle regole è anzi la prevalente pedagogia sociale che si diffonde in ogni target sociale e si estende ad ogni età, mentre violenza fisica e simbolica sono le facce di una deriva che secondo Vittorino Andreoli va oltre e porta verso la distruzione come forma di ribellione totale e dilagante.

Mentre l’impunità diffusa e la convinzione di farla franca prevalgono sulla certezza del diritto e sul rispetto della dignità umana, si spegne la coscienza come sede della consapevolezza emotiva e razionale, la giustizia spesso è arrendevole o pervasa da burocrazia e laccioli paralizzanti, tuttavia si avverte la necessità di ripartire dalla famiglia e dalla scuola, messe in crisi da un avvertito senso di impotenza. Osservazione, ascolto, dialogo, soprattutto buoni esempi: bisogna riprendere l’antica usanza di queste metodologie educative affinchè il destino dei bambini e dei ragazzi non sfugga di mano ma sia orientato verso il bene.

Educazione sentimentale ed educazione civica sono la ‘didattica’ più efficace perchè ciò si realizzi.

Le famiglie devono esserne consapevoli: certe forme di difesa d’ufficio dei figli sono deleterie. Ma intanto ci si chiede che fine abbia fatto l’educazione civica a scuola: consiste forse in qualche corso accelerato di bon ton, o nell’abc dell’educazione stradale, ambientale o nell’uso dello smartphone? Di solito questi progetti educativi sono effimeri e producono l’effetto contrario. 

Messi in appendice alle materie scolastiche sono escrescenze didattiche posticce: diciamo subito che 33 ore all’anno sono veramente poche, persino per capacitarsi di un’idea, di un’utilità dell’educazione civica che andrebbe invece implementata e distribuita su tutti gli insegnamenti, direi quotidianamente, partendo dai vissuti, dai fatti di cronaca, dalle buone regole da condividere nella vita scolastica. Scomparsa dai radar educativi e relegata ad una quantificazione oraria marginale e ininfluente, l’educazione civica andrebbe riconsiderata a fondo, fino a diventare un codice di comportamento da metabolizzare ed esportare fuori dalla scuola, nella vita di tutti i giorni.

Libri | L’Istituto Cattaneo passa al setaccio i numeri delle ultime elezioni politiche.

Dalla presentazione del volume

Era chiaro che di fronte ad avversari divisi il centrodestra avrebbe vinto a mani basse le elezioni del 2022. Allora perché i protagonisti dell’ipotizzato «campo largo» (Conte, Letta, Calenda) non hanno voluto o non sono riusciti a trovare un accordo? Intorno a quali temi e con quali obiettivi si è svolta la strana campagna estiva del 2022? Quali categorie di elettori hanno disertato le urne decretando il calo più vistoso della partecipazione tra una elezione e la precedente di tutta la storia repubblicana? 

Alla fine, quale impatto ha avuto il sistema elettorale combinato con la riduzione del numero dei parlamentari? E come è cambiata la classe parlamentare ora ridotta numericamente? Da dove sono arrivati i voti guadagnati da Fdl e ricevuti dal cosiddetto “terzo polo”? Dove sono andati quelli persi dal M5s? Ma soprattutto, qual è la nuova geografia politica italiana? 

Quanto sono distanti (o vicini) gli elettorati dei vari partiti sulla transizione energetica o sui diritti civili, sul presidenzialismo o sulla gestione delle grandi crisi globali, dalla pandemia all’invasione russa in Ucraina? Quanto promette di rimanere coesa la maggioranza parlamentare di centrodestra sulle scelte di fondo? E quanto sarà difficile, dall’altra parte, ricucire i pezzi del «polo assente»?

«Il contesto e l’esito delle elezioni del 25 settembre 2022 si possono sintetizzare in meno di 500 parole, se il racconto inizia dai primi di agosto; se invece si introduce un confronto diacronico con le elezioni di quattro anni e mezzo prima, si notano cambiamenti straordinari e fenomeni allora impensabili. Se poi si allunga lo sguardo partendo dalla metà degli anni Novanta si capisce che le elezioni del 2022 riflettono eredità dell’ultimo decennio destinate a segnare ancora a lungo, in maniera asimmetrica, a sinistra più che a destra, la politica italiana».

Salvatore Vassallo

È direttore dell’Istituto Cattaneo. Insegna Politica comparata e Analisi dell’opinione pubblica nell’Università di Bologna. Per il Mulino ha pubblicato «Liberiamo la politica» (2014), «Sistemi politici comparati» (2016), «Fratelli di Giorgia. Il partito della destra nazional-conservatrice» (2023, con R. Vignati).

Luca VerzichelliInsegna Scienza Politica e Global Comparative Politics nell’Università di Siena. È presidente della Società Italiana di Scienza Politica. Per il Mulino ha pubblicato «Il sistema politico italiano» (2020, con M. Cotta) e «La classe politica italiana» (2023, con P. Isernia e S. Martini).

Il Centro e le alleanze. Tema non aggirabile.

La “politica di centro” si rende sempre più necessaria ed indispensabile di fronte alla crescente, ed insopportabile, radicalizzazione della lotta politica nel nostro paese. Una “politica di centro” che, come ovvio, comporta la presenza attiva e feconda di un partito di centro. Dinamico, riformista, innovativo e moderno. Un partito che, com’è altrettanto ovvio, non può essere di natura personale o un mero “partito del capo”. E questo perchè un vero partito di centro non può che essere culturalmente plurale dove la convergenza di varie culture politiche riformiste e democratiche era e resta il segreto di questa scommessa politica.

Ora, è di tutta evidenza che, soprattutto di fronte ad un persistente “bipolarismo selvaggio” – soprattutto dopo l’arrivo al potere nel principale partito della sinistra italiana di Elly Schlein – il centro prima deve caratterizzarsi con un suo preciso profilo politico, culturale e programmatico e poi, solo in un secondo momento, innescare un processo di necessarie alleanze politiche. Perchè il tutto, come sempre, è legato al sistema elettorale che era, e resta, come amava dire già nella prima repubblica Carlo Donat-Cattin, “la madre di tutte le riforme”. E con un sistema che spinge verso il maggioritario e alla formazione delle coalizioni, è giocoforza che i partiti devono costruire alleanze di governo. Pena coltivare sogni astratti di “vocazioni maggioritarie” da un lato o perseguire solo una presenza testimoniale ed impotente dall’altro. Ma quando arriverà il momento di costruire alleanze – utili tanto per le elezioni nazionali quanto per quelle comunali e soprattutto regionali – anche il centro dovrà esprimersi con chiarezza, coerenza e lungimiranza.

Certo, il quadro politico è in continua evoluzione ed è estremamente difficile già tracciare oggi il campo entro cui giocare più facilmente domani. Ma anche in una situazione fluida come quella contemporanea, è indubbio che ci sono dei paletti politici e culturali – e non ideologici – che non possono essere oltrepassati. E questi paletti sono almeno due: da un lato la netta contrarietà ed ostilità politica nei confronti del populismo che era e resta il vero nemico della “buona politica”, dei partiti democratici ed organizzati, dell’impianto riformista, del rispetto delle istituzioni e, in ultimi, del significato delle culture politiche nella cittadella politica italiana. Un populismo interpretato sino ad oggi magistralmente dal partito di Grillo e di Conte. E, accanto alla deriva populista, qualunquista e demagogica, c’è un altro elemento politico che non può essere oltrepassato: e cioè, chi persegue ed incarna una concezione massimalista ed estremista della politica, frutto di una sub cultura ideologica.

Ecco perché anche per il Centro, prima o poi, arriverà il momento della costruzione delle alleanze. E questo non solo perché in Italia “la politica è sempre stata politica delle alleanze” ma per la semplice ragione che senza alleanze non ci si candida a governare e, di conseguenza, a costruire nuovi equilibri politici e di governo. E il cantiere della costruzione di un centro democratico, riformista e di governo sarà chiamato a sciogliere questi nodi squisitamente politici. Soprattutto nella sua fase costituente. Il tutto per evitare che il centro si riduca ad essere un luogo puramente geografico, trasformista a livello politico ed opportunista a livello parlamentare. Perchè il Centro politico e di governo è esattamente l’opposto di questa deriva politica e l’alternativa di questo malcostume etico e culturale.

Guerra di Ucraina e dirty words. Un episodio da tenere a mente per la sua oscenità.

C’è qualcosa di più sbrigativo che portare i bambini ucraini in campi di rieducazione in terra russa perché possano crescere sani, forti e ricchi di amore per la nuova patria. Forse, parlando come ha parlato, si è sentito un G man, un uomo di governo, o forse è solo uno yes man o ha voluto provare il brivido di essere un one man show. Forse la sua rabbia è venuta fuori perché è stato uno self made man. Di certo fino a poco fa, è stato un anchorman, uno di quelli che, per mestiere, farebbero opinione. Ha messo troppa foga nel suo ruolo e si è inabissato, ancorato stretto alle sue parole, nella melma della pazzia. 

Ha alzato un po’ di polvere suggerendo alla sua gente di annegare o bruciare i bimbi ucraini, giustificando anche gli stupri commessi dai soldati russi ai danni delle donne ucraine. Va detto che si è trattato di un suggerimento, non ha obbligato nessuno a dargli retta. Fuori onda avrà forse detto che le donne da quelle parti non sono così male e quindi…. Potrebbe piuttosto più giustificatamente essere rimproverato di aver creato confusione, dando una opzione che può lasciare interdetti. Esperto di ancorotti forse preferirebbe l’annegamento, ma con la crisi del gas un po’ di infantile combustibile non sarebbe male.

Il Direttore della emittente televisiva ha dichiarato il suo disgusto e lestamente ha sospeso il giornalista dalla sua collaborazione, dichiarando di aspettarsi una spiegazione per quel momento di temporanea follia. Ha emesso il suo verdetto transitorio, ha messo fuori il giornalista ma non per sempre. Conta, c’è da pensare, su un prossimo rinsavimento. Per l’intanto, più che al Purgatorio è nel limbo, appeso ad un lembo di speranza, sull’orlo della coscienza divina, in attesa di essere precipitato da una parte o dall’altra per il giudizio che verrà. Eppure, sospeso nell’aria, come un giocatore di pallacanestro, ha creduto di far centro, dando un consiglio che possa tagliar corto la guerra. 

Ha avuto così tanta foga che non ha avuto bisogno di un espediente dialettico per richiamare l’attenzione dello spettatore, sospendendo artatamente il discorso per poi riprenderlo dopo studiata pausa. La sospensione d’armi è quella che si osserva in guerra quando le parti si mettono d’accordo per raccogliere i propri morti. Ma questo al nostro bravo giornalista non interessa, perché i morti vanno nascosti, senza tanti fronzoli, sott’acqua o dissolti in aria. Si parla dell’allestimento di una bomba sporca, come possa essercene di pulite. In guerra corrono anche parole sporche e fanno ugualmente danni. 

La TV “Russia Today”, si avvale di finanziamenti del governo. Ne è stato chiesto il bando internazionale. Il giornalista si chiama Anton Krasovsky. Chissà se è stato reintegrato o che fine abbia fatto. Tra le regole di alcuni giochi di sport è previsto il time out, una sospensione provvisoria, un tempo concesso all’allenatore per dare delle istruzioni alla propria squadra. Chissà se Russia Today, una volta rinfrancata tornerà in campo. Tutto è possibile. Anche che il pubblico, intanto, se ne sia per sempre andato.

America Magazine | La via d’uscita dalla trappola della polarizzazione.

Intento a pensare come funziona la polarizzazione, ho scoperto che l’analisi del filosofo Charles Taylor in A Secular Age offre una panoramica illuminante su quanto la materia della controversia sia aumentata nella condizione del nostro tempo. (Nel frattempo vorrei incoraggiare tutti coloro che sono interessati a questi problemi affinché leggano loro stessi A Secular Age, un tomo di 900 pagine che costituisce anche un’ottima ragione per raccomandare un testo più breve – James K. A. Smith, How (Not) to Be Secular – qualificabile come un’eccellente esplorazione dei punti chiave del lavoro di Taylor).

Due punti esaminati da Taylor hanno a che fare principalmente con la questione della polarizzazione: con essi infatti si ha la distinzione tra ciò che riguarda, da un lato, i tre diversi significati di secolare e, dall’altro, il concetto di “cross-pressure”, ovvero la “pressione decisiva” che subiamo in permanenza quando dobbiamo scegliere tra le molte fonti inerenti il senso ultimo delle cose.

Taylor sostiene che il significato della parola secolare ha perlomeno tre diverse accezioni. In primo luogo, il secolare può caratterizzare una sfera distinta dal sacro, come quando la Chiesa è separata dallo Stato. In secondo luogo, può descrivere i risultati del processo storico di secolarizzazione, come nel caso del declino della fede in Dio o della pratica religiosa. In ogni caso, Taylor non è convinto dell’assunto circa il fatto che la modernità o la razionalità portino necessariamente alla secolarizzazione e al declino della pratica religiosa. Quindi la terza accezione di secolare descrive un contesto culturale in cui il credo religioso è giunto a significare un’opzione in conflitto con altre.

Ciò vuol dire che il terzo significato di secolare proposto da Taylor si applica anche a coloro che sono fervidi credenti e autentici convertiti. In sostanza denomina la condizione in cui le risposte alle domande ultime non possono più essere date per scontate, nemmeno da coloro che prendono maggiormente sul serio la religione. Tutti, credenti o non, viviamo in un’epoca secolare nella quale diventiamo  responsabili di scegliere se credere.

Per leggere il testo nella versione originale

https://www.americamagazine.org/politics-society/2023/03/16/polarization-communion-sam-sawyer-244882

[Traduzione a cura della redazione]

L’Osservatore Romano | Minimalia – Goethe e lord Byron.

Non vi è stato Paese europeo dove il culto di lord Byron si sia diffuso con più penetrante vigore che in Germania. Alla fine dell’Ottocento si contavano ben ventidue traduzioni in tedesco del dramma Manfredi, diciassette del poema narrativo Il pellegrinaggio del giovane Aroldo, sedici dei Racconti orientali

Agli uomini di cultura tedeschi, il poeta e politico britannico appariva come colui che veniva incontro alle aspirazioni sia romantiche che classiche del popolo tedesco: grazie al suo genio, le due aspirazioni erano state risolte in una felice sintesi. Si formarono, in varie parti del Paese, veri centri di culto byroniano: ad Amburgo, nel prestigioso circolo dell’armatore Jacobsen, la baronessa von Hohenhausen tradusse ella stessa opere minori di Byron e, al contempo, indirizzò allo studio del poeta il giovane scrittore Heinrich Heine. 

E, trattandosi di Germania, tra gli estimatori più fervidi di Byron non poteva non figurare Goethe il quale, va tra l’altro rilevato, tendeva a essere parco di complimenti nei riguardi dei colleghi. In una lettera del 25 febbraio 1825, l’“Olimpico” così scriveva: «La vera forza poetica in nessuno mi è apparsa più grande che in Byron. Nella comprensione degli elementi esterni e nella chiara visione di età trascorse egli è grande come Shakespeare». 

Goethe finì per idealizzare la figura del lord nella seconda parte del Faust, mediante il personaggio di Euforione, nato dal connubio di Faust con Elena, ossia dello spirito moderno con la bellezza classica. Lo stesso Goethe, commentando tale creazione, dichiarò: «Io non potevo, come rappresentante della poesia moderna, scegliere altri che Byron, che deve essere considerato, senza riserve, il più grande talento del secolo». 

Ma, come spesso accade, c’è chi si tira fuori dal coro di elogi. In questo caso è il filosofo Friedrich Schlegel a intonare un controcanto, definendo Byron «un anticristiano», reo di aver suscitato, nella tragedia in versi Caino, «un falso incantesimo di un’esaltazione demoniaca».

Bisogna ri-armare la diplomazia. Ceruti firma su “Le Monde” un appello per la pace.

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Guerra in Ucraina: “Non abbiamo l’ingenuità e l’avventatezza di credere che le armi basteranno a garantire la soluzione: rafforziamo la diplomazia!».

[L’appello è apparso ieri sulle pagine online del prestigioso quotidiano parigino].

Serve sollecitare ‘indefessamente’ l’Assemblea Generale dell’ONU perché l’Ucraina non è in grado di ottenere la pace senza mediazione internazionale, affermano in un appello su ‘Le Monde’, quasi 300 accademici, ricercatori e operatori umanitari.

La guerra che sta devastando l’Ucraina dal 24 febbraio 2022 ha rigettato in un’altra epoca l’Europa. Un’epoca in cui le armi hanno già rubato la vita a migliaia di bambini, donne e uomini, civili e militari. Le sue ripercussioni sulla sicurezza alimentare, sull’economia e sulle relazioni internazionali sono già allarmanti. Per gli europei, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è un atto terrificante, che ci lascia come pietrificati. Ai nostri schemi mentali sovvengono in eredità le guerre del XX secolo, ma chi può sostenere che le colpevoli tergiversazioni delle democrazie dinanzi alle minacce incombenti degli anni ’30 si applichino alla realtà odierna? Se la storia si ripete, ciò dipende meno dai fatti nudi e crudi (a volte sfruttati in modo selettivo per difendere un punto di vista sul conflitto in essere) che non da uno stato d’animo polarizzato che travolge i belligeranti e i loro alleati.

Abbiamo appreso dal passato come ogni guerra fosse accompagnata da meccaniche fatali che implicavano la demonizzazione regressiva dell’avversario e l’inconciliabile certezza, su entrambi i lati delle trincee, di difendere un ordine ‘giusto’. I nostri cimiteri civili o militari, come le nostre fosse comuni, attestano che in nome dei suoi più alti valori – branditi oggi sui media da coloro che non andranno a morire al fronte – l’umanità poteva sacrificare la sua giovinezza e la sua prosperità. Bisogna proprio accettare, ancora, un massacro sul suolo europeo in attesa di ricostruire, prima o poi, sopra le macerie?

Considerare seriamente i seguenti passaggi

Naturalmente, in questa guerra i protagonisti non si equivalgono affatto. Mentre oggi appare fuori portata –  neppure se ne ha l’avvisaglia – una qualche concordanza sulle responsabilità più remote, alcuni fatti oggettivi ci pressano nell’immediato. Il 24 febbraio 2022, un paese sovrano è stato invaso, aggredito e bombardato dal suo vicino, sicché ora esercita il suo diritto di legittima difesa. Iscritto in un contesto storico e geopolitico complesso ed esplosivo, il conflitto in corso esacerba le tensioni che gli preesistevano,tanto da poter causare persino una deflagrazione globale. Ora, senza considerare il peggio, ossia l’incidente o l’aggressione nucleare (ma come escluderlo del tutto?), temiamo che rimanere su questo percorso comporterà il massacro d’innumerevoli civili e militari, ucraini e russi (per limitarsi agli attuali belligeranti).

Poiché gli sforzi diplomatici sono per il momento infruttuosi, la risposta di paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Svezia, Finlandia, Polonia, Paesi baltici, Italia o Germania, consiste nell’invio di armi all’Ucraina. Questa opzione di emergenza ha consentito di respingere l’aggressione russa, ma ormai alimenta una preoccupante dinamica di crescita della letalità del conflitto, e quindi un rischio di escalation globale.

Insomma, queste armi sempre più potenti dovrebbero essere utilizzate per fermare l’invasione, per riprendere i territori conquistati dall’esercito di Vladimir Putin dal febbraio 2022 o per riconquistare la Crimea? Immaginiamo allora che l’Ucraina riprenda questo territorio, annesso con la forza dalla Russia quasi dieci anni fa: cosa può accadere subito dopo? Considerare seriamente i futuri passi, vuol dire ragionare in modo diverso rispetto alla logica dello scontro armato.

Infine, per quanto la grande maggioranza dei paesi del mondo condanni la Russia, il sostegno militare all’Ucraina stenta a raccogliere raccoglie consenso, come dimostra un recente sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni internazionali. E dunque, sebbene riteniamo necessario il sostegno militare, non può essere scartato con un colpo di mano il dato del sondaggio.

Rafforzare la diplomazia

Al di là delle sanzioni economiche e delle forniture di armi, ora servono indicazioni di progressi diplomatici concreti. L’Ucraina non è in grado di ottenere oggi la pace senza la mediazione internazionale. Il sostegno militare da parte dei suoi alleati potrebbe essere un modo per indurre questo paese a prendere in esame una graduale risoluzione. La diplomazia deve quindi moltiplicare le sue iniziative e proporre opzioni ai paesi geopoliticamente legati alla Russia e a coloro che hanno deciso di non applicare l’attuale embargo.

Poiché oggi manca una mediazione politica e il Consiglio di sicurezza non ottiene l’autorizzazione ad andare avanti, bisogna rivolgersi indefessamente all’Assemblea Generale dell’ONU. È davvero impensabile porre oggi dei territori temporaneamente sotto protezione internazionale (dell’Onu?)?

«L’attuale dinamica, cioè la consegna di armi sempre più letali all’Ucraina, avviene a scapito della consultazione democratica. Fino a quando, e fino a che punto?»

Forse dobbiamo riprendere in considerazione gli accordi di Minsk II del 2015, conclusi sotto l’egida dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. In quel contesto, l’Ucraina, la Russia, la Francia, la Germania e le autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk avevano raggiunto l’accordo su un cessate il fuoco, con annesso un protocollo per l’uscita dalla crisi. Tali accordi non hanno funzionato e quindi devono essere riscritti, potendo contare comunque su una determinata base.

Superare il fatalismo bellicista e rafforzare la diplomazia, ecco la nostra unica via d’uscita: come possiamo credere infatti che dopo più bombe, morti e famiglie in lutto, o paesi militarmente coinvolti, un accordo sarà più facile e perciò più adatto a mantenere una pace duratura?

L’attuale dinamica, cioè l’invio all’Ucraina di armi sempre più letali, senza che venga dispiegata una strategia concertata per la de-escalation e la promozione della pace, deve essere lucidamente esaminata. Per giunta, questo modo di procedere sconta la mancanza di consultazione democratica. Fino a quando, fino a che punto?

Allontanarsi dal precipizio è la priorità

Noi non difendiamo un’idea di civiltà, ma un’urgenza: salvare la vita di migliaia di persone innocenti, ucraine e russe, e fermare l’ingranaggio della guerra. Quando arriverà il momento, il diritto penale internazionale dovrà perseguire e punire i responsabili dei crimini e sanzionare coloro che hanno imposto sofferenze terribili alle popolazioni civili, le hanno massacrate, torturate, e hanno commesso stupri o rapito bambini.

Ma per il momento,  la priorità è allontanarsi dal precipizio. La nostra esperienza del passato e l’esempio di molti conflitti contemporanei ci spingono a non scommettere esclusivamente sulle variabili della forza e sugli orrori del confronto militare, ma su una diplomazia avente il coraggio di imporsi nonostante le avversità e i meccanismi troppo noti di distorsioni e polarizzazioni ostili, che impediscono agli avversari di immaginare prospettive preferibili alla distruzione reciproca.

Alcuni giudicheranno questo appello eccessivamente ingenuo ed eccentrico, ma nella reale incertezza della situazione attuale non è più ragionevole puntare esclusivamente sulle virtù risolutive della forza armata.

L’Europa si è già fortemente impegnata per l’Ucraina. Abbiamo sostenuto e accolto gli ucraini nei nostri paesi, nelle nostre case e, come ricercatori e accademici, nei nostri laboratori. Resta all’Europa e al mondo il compito di avanzare ancora più audacemente verso la diplomazia. Sulla scia del filosofo Jürgen Habermas, invitiamo pertanto alla ricerca di un ‘compromesso sopportabile’.

Non abbiamo l’ingenuità e l’avventatezza di credere che le armi siano sufficienti a garantire la soluzione; e però, piuttosto che sperare in un’ipotetica pace dopo i massacri e sopra le macerie, sollecitiamo incessantemente i nostri diplomatici affinché vite preziose e risorse materiali non vadano sprecate all’infinito, per altro in un periodo in cui l’unica guerra sostenibile è quella che l’umanità deve ingaggiare contro le incombenti catastrofi ecologiche.

Primi firmatari

Rony Brauman, co-fondatore di Medici senza frontiere; Brad Bushman, segretario esecutivo dell’International Society for Research on Agression; Mauro Ceruti, filosofo; Valérie d’Acremont, professoressa di salute globale, Università di Losanna; Clara Egger, professoressa di relazioni internazionali, Università Erasme, Rotterdam, Paesi Bassi; Xavier Emmanuelli, ex segretario di Stato per gli interventi umanitari di emergenza, fondatore del SAMU sociale; Nathalie Frascaria-Lacoste, professoressa di ecologia, AgroParis Tech; Pierre Micheletti, membro della Commissione nazionale consultiva per i diritti umani; Edgar Morin, sociologo; Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani; Sophie Wahnich, direttore della ricerca, scienze politiche, CNRS/Université Grenoble Alpes, Grenoble.

Trova tutti i firmatari: 

www.docdroid.net/bnIpxs0/signataires-diplomatie-

[Traduzione a cura della redazione]

3Cdem | A Cutro una tragedia senza una risposta adeguata.

C’è un punto che – nel profluvio di parole e di sofferenze seguito alla tragedia di Cutro –  è parzialmente  sfuggito alla polemica giornalistica e politica: riunitosi a pochi chilometri di distanza dal luogo ove i i familiari delle vittime erano ancora abbracciati alle bare, il Consiglio dei Ministri, proprio lì, ha varato una norma rivolta a impedire che nel decidere chi può restare o meno sul nostro territorio si tenga conto dei legami familiari: uno schiaffo –   ben più forte del famoso karaoke – alla sofferenza, alla famiglia, al senso di umanità, ma prima ancora alla razionalità.

La norma in questione è quella che assesta un primo colpo di mannaia al permesso per protezione speciale cioè il permesso rilasciato a coloro che, pur non potendo godere della protezione internazionale, tuttavia non possono essere espulsi. Dopo la riforma del 2020 contenuta nel cd “decreto Lamorgese”,  la norma vietava l’espulsione qualora questa potesse comportare “una violazione del diritto al rispetto della vita privata e  familiare del migrante” e imponeva di valutare il  rischio di tale violazione tenendo conto “della  natura e della effettivita’ dei vincoli familiari dell’interessato, del  suo effettivo  inserimento  sociale  in  Italia….”.

In pratica la norma ha consentito la regolarizzazione (oltre 10.000 persone nel 2022) di persone presenti da anni sul territorio, ampiamente inserite nel contesto sociale e lavorativo e ormai prive di qualsiasi legame con il paese di origine: in buona parte si tratta di richiedenti la protezione internazionale che nel corso della lunga attesa del responso della Commissione o del giudice (in molti Tribunali si stanno esaminando ora domande presentate nel 2019 !) si sono legittimamente ricostruite  una vita familiare e lavorativa del tutto “regolare” (godevano infatti del permesso per richiesta asilo). Esattamente dunque quelle persone che “sono qui per lavorare e integrarsi” ai quali il Governo dichiara di voler aprire le porte.

Nella pretesa di cancellare queste previsioni colpiscono tre  cose.

In primo luogo la collocazione della norma in un decreto urgente che reca nel titolo la “prevenzione e il contrasto all’immigrazione irregolare”; come se togliere  un titolo di soggiorno ignorando il legame familiare nel frattempo costituito e  gettando la persona nell’irregolarità, avesse qualcosa di assolutamente urgente e avesse a che vedere con il contrasto all’immigrazione irregolare.

La seconda è la colossale bugia con la quale si vorrebbe giustificare l’operazione invocando un inesistente “divieto europeo”, ma sottacendo che analoga previsione esiste in 20 paesi europei e che, ad es., la Spagna, sulla base di analoghi meccanismi,  inserisce in uno stabile percorso di regolarità almeno 30.000 persone “irregolari” l’anno.

La terza è che la modifica legislativa pretende addirittura di cancellare il richiamo alla tutela della vita familiare contenuto nella  Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo: una cancellazione ovviamente impossibile (i giudici non potranno certo sottrarsi all’applicazione della CEDU) che  moltiplicherà inutilmente il contenzioso giudiziario, creando l’ennesima inefficienza nel sistema di governo dell’immigrazione  e che – soprattutto – segnala una inaccettabile insofferenza per regole internazionali che costituiscono invece le travi portanti della convivenza globale.

Un’operazione dunque talmente irrazionale e sciocca che indurrebbe a concludere con il classico “una risata vi seppellirà”. Se non ci fossero i morti di Cutro a ricordarci che di tragedia si tratta e non di farsa.

Per leggere il testo sul sito di C3dem

https://www.c3dem.it/dopo-la-tragedia-di-cutro-le-non-risposte/

A Silvia Costa preme distinguere maternità surrogata e diritti dei bambini.

La manifestazione […] delle “famiglie arcobaleno” per chiedere l’iscrizione nelle anagrafi comunali di entrambi i genitori omosessuali, e non solo di quello biologico, in particolare di bambini nati attraverso il ricorso alla maternità surrogata, pone una questione giusta – ovvero la piena tutela dei diritti dei bambini, indipendentemente da come sono stati messi al mondo – ma rischia di essere omissiva di una realtà incontrovertibile.

Il primo diritto di un bambino è il diritto ad una madre e un padre, a una identità biologica e familiare, quindi a poter conoscere le proprie origini. Questo non avviene nella coppia omosessuale che ricorre alla maternità surrogata, in cui un bambino viene programmaticamente privato alla sua  nascita della relazione con la madre (di cui sappiamo molto bene l’intensità e l’importanza già durante la gravidanza), in nome di un “diritto” assoluto di  un adulto di avere un figlio attraverso l’affitto o l’utilizzo dell’utero di una donna estranea alla coppia, che dovrà scomparire dalla vita del figlio.

La  definizione GPA, ovvero “gestazione per altri”, sembra voler ridurre la portata negativa di questa  pratica, che è vietata in Italia e in altri Paesi, e che in una recente  sentenza della Corte costituzionale (sentenza 33/2021)  è considerata una intollerabile offesa alla dignità della donna, oltre che spesso occasione di abusi e di sfruttamento. La maternità surrogata è stata anche definita, in una Risoluzione del Parlamento europeo che ho fortemente sostenuto, una “violazione di diritti umani”, come sfruttamento della donna e come privazione del bambino di fondamentali diritti.

Ora certamente, di fronte alle coppie omosessuali che chiedono il riconoscimento dei figli così nati, si pone la questione – come ha scritto Giovanni Maria Flick – “di distinguere il diritto ad essere genitori dal diritto ad essere figli come gli altri. Il primo diritto non esiste in senso assoluto, viene rimesso alla discrezionalità del legislatore nazionale. Il secondo sì, va riconosciuto fino in fondo perché protegge il soggetto più debole”. E attualmente sappiamo che la giurisprudenza della Cassazione ammette   la registrazione all’Anagrafe come figli di un solo genitore, quello naturale, ma consente al genitore non biologico il ricorso alla adozione speciale, come avviene nella procreazione assistita. “Naturalmente – commenta Flick –  questa può essere più problematica per una coppia omosessuale, perché si scarica sul bambino il diverso trattamento riservato ai genitori e alla modalità con cui e stato concepito”.

Sappiamo dunque, come ha messo in luce la Corte costituzionale nel 2021, che esiste un grave vuoto di tutela dei diritti di questi bambini che va colmato dal Parlamento. Ma non dimenticando che la GPA lede i diritti e la dignità di donne e bambini. Non sarebbe quindi accettabile che la difesa dei diritti dei bambini celi in realtà una surrettizia legittimazione della maternità surrogata e della violazione dei diritti che implica.

Per questo rivolgo a Elly Schlein la ferma richiesta di  distinguere la battaglia per equiparare i diritti dei bambini delle coppe omosessuali dall’impegno che dobbiamo come Pd continuare ad onorare, perché la maternità surrogata resti in Italia una pratica vietata e un reato e perché lo sia anche in ambito europeo e internazionale, come abbiamo chiesto nella risoluzione del Parlamento europeo. Per questo è  urgente e necessario aprire  nel Pd  uno spazio in cui mettere a confronto le diverse sensibilità e culture politiche su questo tema di grande rilevanza e grandi implicazioni etiche e antropologiche, per poter giungere ad una sintesi alta e attenta ai valori e ai diritti in gioco.

Silvia Costa, membro della direzione nazionale del Partito democratico, già parlamentare nazionale ed europea.
(Il comunicato è stato diffuso in data 18 marzo 2023)

XI e Putin, un incontro che attira le speranze di pace.

ll susseguirsi di eventi quasi estremi che caratterizzano questo tempo, mette un po’ in difficoltà la capacità di ordinarli e di relazionare gli uni agli altri. La guerra in atto, l’affaticamento del capitalismo finanziario, il tribunale internazionale con la sentenza su Putin, la vicenda inquietante di Trump, le tragedie nel mediterraneo e ieri la visita di Xi Jinping al Cremlino, evidenzia quanto sia complicato costruire un quadro per toglierci l’inquietudine che ogni singolo momento fa sorgere in ciascuna persona.

Non sarò certo io a togliere queste spine. Non ne ho la capacità. In sostanza non riesco a sintetizzare il senso di tutto ciò che accade. Prendo degli spicchi e cerco di esaminarli un po’. Parto da quello che accadrà con l’atteso faccia a faccia del Cremlino. L’asse Pechino-Mosca si rinsalderà con questa visita del Presidente della Cina al Presidente della Russia. Un viaggio che dovrebbe non solo sigillare il già buon legame tra i due Paesi, ma essere ponte di una proposta di pace, per porre fine a quel eccidio che la guerra produce in Ucraina.

Non sarà una proposta che farà immediatamente breccia. Fosse anche altamente positiva. Perché il sigillo su un protocollo di questo respiro, dovrà essere contemporaneamente posto dai Paesi che reggono le sorti di quanto sta accadendo. In buona sostanza senza gli Usa, quanto verrà esaminato e sigillato traXi Jinping e Putin, non avrà la forza sufficiente per far breccia e mettere fine alla vicenda. La pace, per essere guadagnata, avrà bisogno di un concerto e di una armonia tra tutti gli assi portanti della vicenda mondiale.

Nonostante tutto questo, è comunque preferibile che si aprano costantemente dei tavoli di confronto. Ancorché, fossero questi parziali, limitati, di parte. Nella giornata di oggi, a conclusione della visita, sapremo meglio che cosa avrà partorito l’incontro. È certo che il Presidente della Cina dovrà porre dei limiti tanto a Putin quanto a Zelens’kyj. Stupido sarebbe pensare che la pace giunga con la vittoria di uno dei contendenti. Fosse così, la guerra continuerebbe per ancora chissà quanto. È evidente che ciascuno deve fare un passo indietro. Lo deve fare soprattutto Putin, ma non può essere che non lo facciano nemmeno gli altri. Non ci resta che seguire i passi di costoro e tra qualche giorno illustrare che cosa si è o non si è guadagnato lungo il sentiero che conduce alla pace.

“Cara Schlein, non va bene: questo Pd è una delusione”.

C’era una volta il Pd…eredità del Pci e della Margherita, di centrosinistra a vasta componente cattolica e riformista. Adesso non c’è più, è morto anche se c’è chi si illude che con una donna al vertice, la Schlein, le cose cambieranno. Ma chi è la Schlein? L’ho sentita dire che vorrebbe espropriare le case sfitte degli italiani, tanto per dirne una. Ma lei è ricca e borghese, non so proprio cose ne sappia dei problemi della “classe operaia” per usare un termine ormai in disuso, e dei problemi dell’arrivare a fine mese; lei che ha tre cittadinanze (perché sono tre i passaporti) e se qui in Italia le cose le vanno male può sempre correre in Svizzera o negli USA. 

Ma la cosa che fa ribollire il sangue è che si è recata come un fulmine a Cutro per portare solidarietà ai sopravvissuti di quel terribile naufragio, politicizzando una tragedia che non ha nessun colore politico, solo quello nero della morte di persone che scappano dal loro paese perché la guerra li sta distruggendo, quella stessa guerra che alimenta le nostre tasche di venditori d’armi ai paesi poveri. E mi fa specie, e mi offende che si getti la colpa di un naufragio sulle spalle di uomini e donne che giorno e notte pattugliano i nostri mari e salvano sempre – dico sempre – i naufraghi, perché questa è la legge del mare. 

E poi corre a dare solidarietà alle famiglie omogenitoriali perché il diritti dei loro figli, nati da uteri in affitto per la maggior parte delle volte, non sono riconosciuti. Ma i diritti dei bambini non si toccano, mai! L’utero in affitto che cosa è, se non una lesione del diritto di nascere di ogni bambino che viene alla luce grazie a dei bei soldoni dati alla madre di turno? Quando mai la vita si baratta con i soldi? Ma sì, siamo tornati ai tempi dello schiavismo, quando la vita di una persona valeva meno di nulla. Pensiamo che quel bambino e quella bambina domani non si chiederanno come sono venuti al mondo? E che per quanto due padri gli assicureranno tutto l’amore di quel gesto – e non ne dubito di questo amore – questi bambini, ormai adulti non si sentiranno come il regalino che esce dall’uovo di Pasqua? 

In Italia ci sono tante priorità: avere una visita medica senza aspettare un anno, specialmente quando si ha un tumore; eliminare le barriere architettoniche per permettere a tutti, dico a “tutti” di essere cittadini e non ricorrere ai vigili urbani – quando ci sono – che ti prendono in braccio; le pensioni degli anziani, assurdamente tassate ancora e ancora; la sicurezza nelle strade, nelle stazioni come Milano o Roma, dove si rischia la vita per nulla; l’aumento indiscriminato dei prezzi degli alimentari; l’istruzione, e tanto altro. Certo, direte che spetta al governo di turno. Ma cosa ha fatto il Pd quando era di turno? E cosa fa oggi all’opposizione? Si lascia che parta una flat tax che è anticostituzionale e favorisce i più ricchi, mentre chi ha sempre pagato le tasse si sente preso in giro. Ammiro la Meloni – e non sono di destra – perché è una donna capace e con capacità di dialogo, come ha fatto finora e si è visto al congresso di Rimini della Cgil. Ora mi piace ciò che ha detto Calenda: “Governare con voi (Schlein-Conte)? No”. Cara Schlein, grazie a te il Pd non avrà più il mio voto.

Cosa possono fare ormai i cattolici in questo Pd “radicale”?

Beh, adesso attendiamo con ansia e trepidazione cosa pensano i cattolici del Pd dopo la bella e democratica manifestazione di Milano promossa dal Sindaco di quella città ed organizzata e gestita dalle “famiglie arcobaleno”.

Chiariamo, però, subito un aspetto per sgombrare qualsiasi equivoco: il Bertoldo rispetta tutti, non attacca le persone e non ha pregiudizi politici o ideologici nei confronti di chicchessia. Semplicemente si pone delle domande. E, nello specifico, una su tutte: ma i cattolici del Pd, dopo la scontata torsione libertaria, estremista e radicale della loro segretaria, come si comporteranno sotto il versante politico e valoriale attorno ad un tema che, comunque sia, fa discutere?

Noi pensiamo, a naso, che le risposte sono soltanto tre: fare la “politica dello struzzo”, cioè mettere la testa sotto la sabbia per non disturbare il manovratore; richiamare l’attenzione su altri temi – forse di carattere sociale – per lanciare il messaggio che i cattolici del Pd si soffermano su temi che interessano maggiormente gli interessi dei cittadini italiani; oppure affrontare di petto la questione emersa, per l’ennesima volta, dalla piazza di Milano da parte delle famiglie arcobaleno per sostenere altre tesi e, di conseguenza, polemizzare con la posizione netta, definita e dogmatica sostenuta dalla loro neo segreteria nazionale.

In attesa di capire quale sarà la reazione dei cattolici “professionisti” alla Del Rio, credo che anche un semplice passante conosce già quale sarà la tesi prevalente: sicuramente la prima. Ovvero, facciamo finta che non sia capitato nulla e così l’avventura prosegue. Perchè intanto, come diceva quell’altro, “domani è un altro giorno”.

Ora, come ovvio, nessuno vuole mettere in discussione la legittimità che i cattolici stiano anche in un partito guidato da una leadership radicale e libertaria ma, di grazia, ci si risparmi la predica – ipocrita e grottesca – che quel partito, oggi, è la “casa naturale” dei cattolici popolari e sociali del nostro paese. Perchè altrimenti saremmo costretti a dire che ogni domenica negli stadi si va esclusivamente per riflettere, in silenzio e con compostezza, su come gioca e con quale assetto tecnico la propria squadra del cuore.

Come si suol dire, “ingenui sì, ma sino ad un certo punto”…

Francia, governo sotto assedio. Come funziona il voto di sfiducia?

Il Governo francese ha posto la fiducia nei termini previsti dall’articolo 49.3 della Costituzione del 1958. Questo articolo, inserito allora nel testo e poi modificato in seguito in senso restrittivo, ha la funzione di proteggere Governi cosiddetti di minoranza, ossia di maggioranza relativa, che abbiano contro di loro altre minoranze che di norma non sarebbero sommabili tra di loro.

Il Governo mette la fiducia perché se si votasse solo sul testo, senza fiducia, si conterebbero i sì e i no: i gruppi di opposizione potrebbero sommarsi agevolmente, ciascuno con le proprie motivazioni separate, e l’esecutivo potrebbe perdere. Invece i Governo mettendo la fiducia fa sì che il testo o passi senza voto (se le opposizioni non reagiscono) oppure se esse presentano mozioni di sfiducia per reazione alla fiducia il metodo cambi alzando lo scalino: una mozione di sfiducia votata insieme deve arrivare alla metà più uno dei componenti.

È una logica analoga alla sfiducia costruttiva: gli oppositori hanno l’onere della prova di dimostrare che la maggioranza è in realtà una minoranza, ma per farlo dal punto di vista quantitativo hanno l’obbligo di arrivare alla metà più uno e dal punto di vista qualitativo sono obbligati per così dire a sporcarsi le mani votando insieme ad avversari politici che sono posizionati sull’altro estremo.

In questo caso gli avversari di Macron sembrano in grado di riuscire con uno stratagemma per così dire ‘siciliano’ a superare il secondo problema: l’estrema destra di Le Pen e la sinistra della Nupes voterebbero insieme il testo di un gruppo centrista. Dico ‘siciliano’ perché richiama alla mente l’esperimento della Giunta Milazzo in Sicilia nel 1958, quando a un esponente centrista che ruppe con la Dc diedero i loro consensi sia il Pci sia l’Msi.

Non sembrano però al momento in grado di superare quello quantitativo arrivando alla maggioranza assoluta perché hanno bisogno di vari voti provenienti anche dei Repubblicani di centro-destra, che non sembrano in numero sufficiente a far superare il gradino. 

Contrariamente a quanto molti possono pensare, pur se inserito nella Costituzione del 1958, questo strumento non lo ha inventato né de Gaulle né qualche esponente gollista, ma il deputato della Dc francese Moisan nel 1953 come emendamento puntuale alla Costituzione della Quarta Repubblica (ispirato in realtà dal suo collega di partito Fernand Chaussebourg)  in cui Governi che restavano con una maggioranza relativa si dimettevano perché non erano in grado di governare. Una proposta poi modificata in modo più puntuale da un altro dc, Paul Coste-Floret nel 1957, sempre come emendamento alla Quarta, e da lì transitata nel nuovo testo.

Se volete più dettagli li trovate qui:

http://www.amicalemrp.org/html/oeuvre.php?L=3

https://www.revuegeneraledudroit.eu/blog/2019/04/02/la-genese-du-49-al-3/

Al di là di quello che si possa pensare sul caso specifico di oggi e sul modo concreto con cui è costruito il 49.3, il problema però è il seguente: se si immagina che ci possano essere situazioni come la Repubblica di Weimar o come la Quarta Repubblica francese in cui ci possano essere Governi di maggioranza relativa circondati da opposizioni eterogenee non sommabili politicamente tra di loro, qualche sistema va comunque pensato.

A me è sempre sembrato ben più drastico del 49.3 francese l’articolo 81 della Legge Fondamentale tedesca che a certe condizioni consente al Governo che perda sulla fiducia di non dimettersi e di andare avanti coi voti del Bundesrat, che è una Camera non eletta direttamente dai cittadini. Solo che la maggiore strutturazione del sistema dei partiti tedesco ha finora evitato di usarlo.

Appuntamento alle ore 16 di questo pomeriggio.

AsiaNews | Emergenza previdenziale anche in Cina. Pensioni a 65 anni?

La maggior parte dei cinesi non vuole andare in pensione più tardi: è probabile però che il governo interverrà in questo modo per contenere gli effetti economico-sociali del progressivo invecchiamento della popolazione. Secondo un recente sondaggio di Life Times, rilanciato da Nikkei Asia, il 74% degli intervistati ritiene giusto ritirarsi dal lavoro prima dei 55 anni e solo il 6% oltre i 61.

L’umore dei cinesi non è diverso da quello di molti francesi che protestano in questi giorni contro la riforma che dovrebbe alzare l’età pensionabile da 62 a 64 anni. Lo dimostrano anche le massicce proteste di febbraio, quando migliaia di pensionati hanno protestato a Wuhan (Hubei) e Dalian (Liaoning) per i tagli decisi dalle autorità provinciali ai loro sussidi sanitari.

Oggi in Cina gli impiegati cinesi vanno in pensione a 60 anni e le donne a 55. La media nazionale di pensionamento è 54 anni, 11 in meno che nei Paesi avanzati. Il problema per una società cinese che invecchia a ritmi rapidissimi è che avrà meno forza lavoro per  spingere l’economia e pagare chi è già pensionato. Al momento in Cina ci sono 2,26 lavoratori che contribuiscono al sussidio di un anziano: si calcola che nel giro di 20 anni saranno 1,25.

Le stime sono che entro i prossimi 10 anni circa 228 milioni di cinesi andranno in pensione. Il governo sta studiando una possibile risposta per non mettere il pericolo il sistema previdenziale. Quella più considerata prevede la pensione per tutti a 65 anni nei prossimi 30 anni. Come in Occidente, allungare la vita lavorativa di una persona ha due principali implicazioni: la prima è che ci saranno meno nonni per sostenere e aiutare giovani famiglie con figli. La seconda è che ci saranno sempre meno impieghi per chi entra nel mercato del lavoro: un problema in Cina, dove la disoccupazione giovanile è quasi al 19%.

Fonte: AsiaNews – 18 marzo 2023

https://www.asianews.it/notizie-it/Come-i-francesi,-i-cinesi-contro-aumento-età-pensionabile-57992.html

Tra Meloni e Schlein, tutto lo spazio di un progetto popolare.

“Tra la Meloni e la Schlein c’è un’Italia che chiede di essere rapprentata”, ci ha ricordato ieri Giuseppe Fioroni su Piattaforma Popolare-Tempi Nuovi, indicando il compito e la sfida per i processi politici che stanno avvenendo nell’area di centro, sia come riaggregazione dei Popolari, sia come tentativo più ampio di dar vita a un soggetto politico unitario in questa area sul modello della Margherita. Un soggetto che respinga il disegno di instaurare la peggior forma di bipolarismo possibile, quello tra destra-destra e sinistra radicale, e che sappia invece cogliere le effettive prospettive alternative che sembrano delinearsi sia nella politica italiana che a livello internazionale. A questo proposito sono tre gli aspetti da affrontare.

La prima caratteristica distintiva di questo centro in via di costruzione credo debba consistere nell’essere popolare e non populista. Alternativo a tutti i populisti, di destra e di sinistra, sia a quanti agitano problemi pur reali più per amplificare l’incertezza che per risolverli, sia a quanti paiono voler più accompagnare lo spegnimento della classe media con l’eutanasia dell’assistenzialismo che affrontare in modo responsabile i cambiamenti. In secondo luogo, a mio avviso, il progetto di questo nuovo centro dovrà collocarsi distintamente nei nuovi equilibri di potere che i processi di internazionalizzazione dei mercati hanno determinato. La globalizzazione e la rivoluzione tecnologica hanno fatto saltare quel compromesso fra capitalismo e democrazia che è stato alla base della rinascita post seconda guerra mondiale dell’Italia e dell’Europa. Gran parte del potere effettivo, nell’economia, nel sapere, nei media nel mondo occidentale è controllato da poche élites le quali fortunatamente manifestano significative distinzioni riguardo al modello di società da costruire. 

La scelta del centro, a mio giudizio, dev’essere chiara su questo: c’è una élite che non considera la democrazia un simulacro da sostituire con i crediti sociali, che ha saputo mantenere una visione umanistica e non transumana della società, e con questa si può e si deve dialogare alla ricerca di adeguate mediazioni con le attese e gli interessi dei ceti medi e popolari. Per usare un’etichetta, rimane l'”agenda Draghi” la cornice più consona in cui  collocare l’iniziativa del centro. La medesima agenda, non dimentichiamolo mai, che, per ora, ha evitato al governo Meloni problemi di credibilità internazionale e sembra renderlo in grado di affrontare una situazione sociale ed economica complicata in modo concreto seppur migliorabile.

In terzo luogo credo che al centro occorra una visione programmatica di ampio respiro soprattutto su tre grandi temi chiave della nostra epoca che corrispondono ad una triplice transizione in atto: quella ecologica, quella digitale (e presto quantistica) e quella verso un mondo che, volenti o nolenti sta divenendo multipolare. Sul terzo tema, quello internazionale, la cosa più necessaria, insieme all’unanime sostegno all’Ucraina, sembra esser quella di caratterizzarsi per fare in modo che il nostro Paese eserciti tutta la sua capacità di persuasione con gli Alleati per immaginare un assetto globale post bellico che sia in qualche modo accettabile anche al resto del mondo, in cui vive l’85% della popolazione globale. 

Le altre due questioni sono quelle in cui il centro può fare risaltare in modo nitido la diversità da una sinistra, ormai lontana dal popolo che sembra seguire acriticamente il progetto tecnocratico, malthusiano, transumanista imposto da certe oligarchie economiche. Ribadendo la necessità della gradualità e della sostenibilità anche sociale di una ecologia che voglia esser “integrale”, e respingendo l’estremismo ideologico green e il relativismo antropologico di cui è portatore, che impone piani improntati a un rigido dirigismo fuori dalla realtà e contrari a un sistema di economia sociale di mercato. Anche nel campo della transizione digitale il centro è auspicabile si caratterizzi per l’uso delle tecnologie come strumenti e non come fini, a servizio della partecipazione alla vita sociale e lavorativa, della riduzione dei divari sociali e territoriali, abbandonando l’ossessione della sinistra per il controllo, il tracciamento, la sorveglianza come valori in sé.

A mio avviso questi ambiti costituiscono ora una sorta di riedizione della scelta di campo con la quale gli elettori si confrontarono nei decenni iniziali della Repubblica. Se in quei tempi la scelta era: di qua il mondo libero, di là Stalin, nella nostra epoca la scelta che poi determina in gran parte dell’elettorato la decisione di voto (o di non voto consapevole) è fra una visione di società aperta al futuro, che non asfissia le persone, che non minaccia la sicurezza della classe media, che usa il buonsenso per gestire i cambiamenti, e dall’ altra parte una visione di società in cui tutto appare pianificato, controllato, irrigidito su una distopia ideologica senza badare alle novità della storia e senza tenere nel giusto conto l’umanità, l’esser persona, dei cittadini.

Prima della necessaria piattaforma programmatica credo serva innanzitutto al centro collocarsi con chiarezza dalla parte giusta della storia, essendo questa la prima cosa che guarda l’elettore medio, con un progetto popolare per il nostro tempo, alla cui definizione ai cattolici democratici, sociali e popolari tocca un ruolo insostituibile.

Eroi di città: pagine di libro Cuore a Roma.

In Zambia c’è una sorella di nome Carol, una ragazzina di 14 anni particolarmente attenta al fratellino disabile. Una volta alla settimana lo porta, caricandolo sulle spalle, al Centro di recupero St. Daniel gestito da suore comboniane per le cure di riabilitazione. SI legge questa notizia dal blog “Africa chiama onlus ong”. Di eroismi di questo tipo per fortuna è intriso il mondo. Il buon Garrone del libro Cuore avrebbe fatto lo stesso per garantire al compagno Robetti di poter comunque frequentare la scuola. A sua volta Robetti “era una ragazzo della seconda, che venendo a scuola per via Dora Grossa e vedendo un bimbo della prima inferiore, sfuggito alla madre, cadere in mezzo alla strada, a pochi passi da un omnibus che gli veniva addosso, era accorso arditamente, l’aveva afferrato e messo in salvo; ma non essendo stato lesto a ritirare il piede, la ruota dell’omnibus gli era passata su…”.

A Roma i tanto vituperati agenti della Polizia Locale non sono stati da meno. Si occupano di mille cose, di edilizia, commercio, ambiente, attività giudiziaria, traffico, sicurezza e chissà quante altre cose ancora. Sono in pochi ad amarli per via delle multe che di tanto in tanto ti affibbiano, come se il loro compito fosse quello di dover fissare non altro che il cielo per vedere se piove o c’è il sole. L’episodio che si legge in cronaca dal “Corriere della Sera” è di una turista americana che aveva il desiderio di visitare il Colosseo. Si muove con il deambulatore. Arrivata nel piazzale dove ci sono le scale per accedere al sito archeologico più famoso del mondo, scopre che le scale in discesa sono da tempo fuori uso. 

Dopo di che, in via alternativa, se ben si capisce, avrebbe potuto utilizzare un altro percorso, passando dalla scala della Metro, però destinata solo per la direzione in salita, ma anch’essa peraltro momentaneamente fuori uso. Sarebbe previsto un montascale, appunto per chi ha difficoltà motorie, che richiederebbe ovviamente il ricorso agli addetti al servizio. Per sbrogliare la matassa e non rendere di colossale impegno l’ambizione di visitare il Colosseo, due agenti del gruppo SPE, Sicurezza pubblica ed emergenziale della Polizia locale di Roma Capitale, hanno preso in braccio la turista con il suo deambulatore, consentendole di coronare il suo piccolo sogno. Ne sono seguite lacrime di ringraziamento e di gioia. 

Resta il fatto che tutte le scale, fisse o mobili, fossero in dissesto e non sfugga come per la Metro siano previste comunque solo quelle in senso di ascesa alla verità. Con maggior complicazione si può scendere verso gli inferi della Stazione. Evidentemente il Colosseo comporta una redenzione che esclude ogni macchia dallo spirito. In uno dei luoghi più battuti dal turismo, non proprio in una sperduta periferia, è accaduto che, per felice combinazione, alcune possibilità di visita ad uno dei pezzi pregiati della Capitale siano stati simultaneamente in difetto, temporaneamente inibito alle persone con problemi motori. 

Malgrado i circa ottomila visitatori quotidiani, l’attenzione alla questione è stata piena di buchi, ispirandosi senza volerlo al triplo colonnato di ottanta archi e di quaranta finestre della struttura. 

Forse è stato per motivi di sensibilità: si voleva evitare che persone non in perfetta forma scendessero nell’arena, risparmiandogli il trauma di un passato che ancora potrebbe sconvolgerli. Giusto per la memoria è il luogo dove si inginocchiò S. Teresina del Bambin Gesù ricordando il sangue dei martiri ora offuscato solo da turisti, tutti presi a farsi ritrarre come se quello fosse un luna park. Per il resto la turista è stata fortunata. Sarà vero che la vita è fatta a scale….

Casini, l’ultimo dei dorotei.

Negli anni della cosiddetta “prima Repubblica” vi era una componente interna alla Democrazia cristiana dal nome “dorotea”. La sua specificità era la mira infallibile, come quella del bravo cacciatore che individua, mira e fa centro con il fucile sulla preda. L’unica differenza rispetto al bravo cacciatore era solo l’obiettivo: i dorotei non andavano a caccia di animali (ovviamente), ma di potere. Erano presenti in maniera palese od occulta ogniqualvolta c’era da accaparrarsi un posto per gestire il potere.

Negli ultimi tempi il sempre verde (politicamente parlando) Pier Ferdinando Casini ha iniziato a girare l’Italia per presentare il suo primo libro dal titolo incredibile (per chi scrive): “C’era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano”. L’incredulità è soltanto perché non si può camuffare o, peggio, cancellare la storia politica generale, partitica e personale. L’ex presidente della Camera dei Deputati si autodefinisce come l’ultimo dei democristiani con la celata intenzione di fare centro su quelle coscienze che hanno vissuto la stagione democristiana e poi quella del Partito Popolare di Martinazzoli con passione, entusiasmo e voglia di contribuire in maniera disinteressata allo sviluppo della democrazia italiana e al rinnovamento della classe politica e delle istituzioni, ma soprattutto per non aver abbandonato mai la nave anche quando le acque erano molto agitate.

Il Pierre nazionale, invece, da buon doroteo (ha iniziato, infatti, a muovere i primi passi come allievo politico di quel Toni Bisaglia potente doroteo del Veneto) nel 1993, quando la Dc si avviava a cambiare nome per riprendere le idee originarie dei cattolici democratici di don Luigi Sturzo, si schierava contro il suo partito per fondarne un altro (il Centro Cristiano Democratico-CCD) insieme all’attuale sindaco di Benevento, Clemente Mastella.

L’uno e l’altro (non immuni da un certo trasformismo che aveva caratterizzato gli ambienti democristiani) si schieravano così contro la politica di centro incarnata dal Ppi di Martinazzoli; contro il proporzionale, ma soprattutto in funzione di un sistema politico bipolare che consentisse sul versante di centrodestra di salvaguardare posizioni politiche personali e poltrone. Esiste poi (ma questa è storia recente) la spiccata agilità di Casini nel saper saltare i fossi: da parlamentare di centrodestra a senatore del Partito democratico. Ma qui, almeno, è in buona compagnia avendo ritrovato quel Dario Franceschini che allo stesso modo (ma da sinistra) nel 1993 non esitò a imbottire di piombo le ali del giovane Ppi per schierarsi con i cristiano sociali, quindi in funzione sussidiaria ai post comunisti di Occhetto .

Più che ultimo democristiano, Casini assomiglia sempre più a ultimo dei dorotei, vista la sua vicinanza al potere inteso, per lo più, come fine e non come mezzo. Di fatto, il suo esempio fatica ad incrociare quello di tante coscienze limpide del cattolicesimo democratico (democristiani): De Gasperi, Dossetti, La Pira, Lazzati, Moro, Fanfani, Zaccagnini, Donat Cattin, Granelli, Martinazzoli, Galloni. Certo, potrà obiettarsi, non è il solo a doversi far “perdonare” nell’attuale scenario politico. Esiste in ogni caso quella che si definisce dignità politica, generale ed individuale. Le passerelle finalizzate all’auto esistenza politica o a nuove poltrone più prestigiose passano, lambendo quella vera storia che invece si scrive con i fatti e con i propri comportamenti, sia pubblici che personali. E su questi ultimi il neo senatore piddino non brilla sicuramente per tenuta di condotta e di pensiero.