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Coronavirus, calcio: due italiani su tre contrari alla ripresa dei campionati

La maggioranza degli italiani, il 64% è contraria alla ripresa dei campionati di calcio professionistici. La motivazione prevalente, per quasi la metà dei contrari, è che giocare non sarebbe sicuro dal punto di vista sanitario, mentre un terzo crede che rappresenti un settore come tutti gli altri e quindi non debba essere privilegiato l’accesso a test e tamponi. È quanto emerge da un sondaggio condotto da IZI in collaborazione con Comin & Partners.

Dello stesso avviso sono quanti si dichiarano “molto” o “abbastanza” tifosi di calcio, che rappresentano quasi il 60% degli intervistati. Anche fra questi oltre la metà (51%) è contraria al riavvio dei campionati, sia pure a porte chiuse.

Solo un terzo (36%) si dichiara favorevole alla ripartenza di campionati. Fra questi la metà lo ritiene un volano di crescita economica troppo importante per il Paese.  Mandare avanti i campionati, poi, per il 26% significa evitare che la crisi infligga un duro colpo anche alle società professionistiche. Solo al 19% dei favorevoli interessa, invece, che sia assegnato un vincitore. Secondo il 4% degli italiani, infine, il calcio a porte chiuse non sarebbe vero calcio.

A decidere le sorti dei campionati nel nostro Paese dovrebbe essere il Governo per il 77% degli italiani mentre per il 15% l’ultima parola spetterebbe alla Figc e per il restante 8% al Coni.

Fra gli appassionati di calcio il 70% ha dichiarato che nei due mesi di quarantena ha sentito molto o abbastanza la mancanza delle partite. La voglia di calcio tuttavia non è stata colmata in alcun modo dal 44% dei tifosi, mentre il 24% ha visto vecchie partite in televisione, il 17% video in rete e il 15% ne ha parlato con gli amici al telefono o in chat.

Coronavirus: più di 21mila operatori sanitari colpiti

Sono più di 21mila ormai (21.007) gli operatori sanitari contagiati da Covid-19 in Italia, secondo l’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità.

Il 45,7% dei casi riguarda la categoria dei tecnici della salute, che comprende infermieri e fisioterapisti, seguita da quella degli operatori socio-sanitari (18,9%), dei medici (14,2%), degli operatori socio-assistenziali (6,2%) e del personale non qualificato nei servizi sanitari e di istruzione (4,6%).

Di questi sono 153 i medici morti in Italia per Covid-19.

Un primo maggio di sfida

Nella ultracentenaria storia dei Primo Maggio, più generazioni di lavoratori l’hanno celebrato in momenti di grandi conquiste sociali e democratiche, di semplici momenti di festa spensierata, ma anche affrontando tanti momenti di perdita di libertà, di persecuzioni, di guerra, di attacchi di avversari ai diritti dei lavoratori.

Anche in questa occasione, il primo Maggio si commemora in un clima cupo e di preoccupazione per la salute di se stessi e dei propri cari, la condizione incerta del lavoro, i rischi economici dell’Italia. Ma anche i lavoratori della attuale generazione, sono sicuro, manterranno lo stesso carattere di quelle passate nell’affrontare le difficoltà. Non diserteranno certo il campo del loro protagonismo, non inseguiranno certamente i propositi di opposizione alle nuove circostanze problematiche che la storia pone con cruda sollecitudine.

È vero che in un battere di ali ci si trova davanti a nuove esigenze di organizzazione del lavoro: o a casa in regime di smart working, o in modalità del tutto nuove presso le fabbriche, nei cantieri, nei campi, negli uffici, nelle scuole, ed ospedali. Certamente le sfide saranno tante: la quantità di lavoro che avrà ripercussione sulla occupazione; disagi e rischi nuovi. Ma c’è anche del buono come lo smart working, che ci farà guadagnare più tempo libero per la famiglia ed i nostri svaghi, e che ci esporrà meno a stress, all’inquinamento, e ci farà lavorare anche meglio. Dunque, credo, che è importante affrontare con fiducia e speranza questo tempo nuovo.

Tutti i cambiamenti, hanno visto i lavoratori sempre sostenere la ruota della storia che spinge in avanti, e si può essere sicuri che si troveranno soluzioni nuove a problemi nuovi con il fattivo contributo nell’indicare le strade più idonee per lavoratori e società in generale, grazie alla preziosissima esperienza e motivazioni ideali mantenuti sempre vivi. Si intensificheranno le richieste di confronto con i governi centrali e locali ed imprenditori, per le soluzioni migliori da adottare.

Si richiederanno nuove normative contrattuali configurabili alla situazione nuova, e salario nuovo con legami ancora più saldi tra produttività e salario, sostenuto anche da un fisco premiante per migliori produzioni in qualità e quantità. Questi obiettivi, saranno ancor piu necessari per dare soluzioni alla economia del paese, ormai a pezzi. Ed allora bisogna produrre meglio è di più e far crescere il reddito di chi lavora, occorre spendere meno e meglio i denari pubblici. Sono sicuro che anche in questi frangenti difficili, si saprà trovarela via più concreta e più vantaggiosa per il paese .

Primo maggio: Rossini (Acli), “ripartire dalla Costituzione, il lavoro fonda l’Italia”

Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli, in una lettera per il 1° maggio afferma: ”

La Festa dei lavoratori cade quest’anno in una situazione drammatica per il nostro Paese. All’emergenza sanitaria, scandita dai numeri dei morti e dei ricoverati, si sta sommando l’emergenza sociale con centinaia di migliaia di imprese e attività ferme, milioni di lavoratori in cassa integrazione, disoccupati e, soprattutto, nuovi poveri.

Se guardiamo al passato, l’immagine che abbiamo di fronte è quella dell’Italia uscita dalla II Guerra mondiale: un Paese prostrato e sconfitto che ritrovava però la sua unità intorno alla Carta Costituzionale per iniziare la ricostruzione. Anche oggi abbiamo bisogno di ripartire dalla Costituzione, proprio dalle sue righe iniziali: è il legame con il lavoro che fonda l’Italia, che dà una forma alla nostra vita quotidiana personale e collettiva.

Dobbiamo contemporaneamente intervenire sull’emergenza e progettare il futuro del Paese, gettando le basi per un nuovo piano di crescita e sviluppo. Va fatto un investimento vero sulla scuola e sulla formazione, perché lavoreremo in un contesto mutato e ancora condizionato dall’esistenza del virus. Il mercato del lavoro sta cambiando, proiettato sempre di più verso nuove forme, tra cui lo smart working, come dimostra l’esperienza di questi mesi, e in generale il ruolo della tecnologia, come dimostrano le applicazioni dell’Industria 4.0. In questo contesto dovremo monitorare con attenzione i più deboli e i più fragili. Il distanziamento fisico rischia di trasformarsi in distanziamento economico, poi sociale e infine umano.

Nel 65esimo dell’istituzione della Festa di san Giuseppe vogliamo riappropriarci della sacralità del lavoro, facendo nostre le parole di Papa Francesco: “il lavoro ci unge di dignità, ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre; dà la capacità di mantenere sé stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione”.

Solo attraverso il lavoro potremo riallacciare i legami delle nostre comunità, rifondare il patto sociale e far ripartire l’Italia. Lo faremo assieme a tutte le organizzazioni che hanno a cuore il destino dei lavoratori, a partire dalle organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, di cui condividiamo il documento e la campagna di informazione”.

 

Un lavoro per tutti

Si dice che il lavoro nobilita altre volte si dice che stanca e forse sono vere entrambe le cose.
Ma se la Costituzione Repubblicana considera il lavoro come principio fondante della stessa democrazia non credo che ciò sia dovuto ad una retorica invenzione oppure al caso.
Mio padre mi aveva insegnato che l’importanza di un lavoro si misura dalla sua utilità sociale, serve se promuove il bene comune.

Per questo ogni lavoro è complementare agli altri cosa che non comporta necessariamente una corrispondenza tra servizio reso e sua remunerazione, anzi è più spesso vero il contrario anche se tutto – a cominciare dai modelli di massima gratificazione personale e sociale promossi dalla Tv – sembra muovere nella direzione opposta.
Il lavoro – un tempo considerato ‘valore forte’ e principio di nobilitazione – adesso è sostituito dal successo.

E il successo è tanto più forte quanto più si elude il lavoro, anzi è il suo contrario: ha successo chi riesce a non lavorare, il lavoro è una pena non un fatto positivo.
Perché del lavoro si considera, giustamente direi, soprattutto il diritto ad averne uno, il diritto ad averlo tutti: credo che ciò significhi innanzitutto non precludere a nessuno la possibilità di una sua realizzazione personale e poi anche il poter condividere con gli altri – mattone su mattone, idea su idea – una casa comune, per il bene generale.
Ma, come in tutte le cose, la difficoltà consiste nel saper mantenere una giusta via di mezzo nei comportamenti sociali ed ecco che da un lato può accadere che quel diritto sacrosanto venga calpestato in nome del profitto e dell’egoismo oppure venga eluso e ingannato se del lavoro si fa motivo di personale tornaconto, lo si considera un punto di arrivo per sopravvivere, una rendita da gestire piuttosto che un punto da cui partire per dare sempre il meglio di sé.

Penso perciò che ogni lavoro, per essere ben fatto, debba saper promuovere le potenzialità di ciascuno senza perdere di vista un interesse generale: ad ogni diritto deve corrispondere un dovere e anche per il lavoro credo che debba essere così, non esiste un’etica sociale che possa eludere il passaggio attraverso ogni singola coscienza, non esiste crescita senza rispetto di valori condivisi.
La storia insegna che ogni fase di ricostruzione, così come il progresso, l’emancipazione, la democrazia, lo stesso benessere si fondano sul fervore sociale, sull’attività dell’uomo, sull’impegno e la dedizione, se necessario sul sacrificio: sono principi forti che stanno alla base dell’idea stessa di civiltà.

Ma insegna anche – la lunga teoria delle vicende umane – che ogni volta che il lavoro diventa motivo di sfruttamento, abiezione, tirannia, disuguaglianza, ingiustizia ebbene è la stessa dignità della persona ad essere calpestata, la sua libertà conculcata, il suo amor proprio umiliato e offeso.
Eppure ancora oggi si muore o ci si ammala per lavoro, si fa mercimonio della condizione minorile per fini di lucro, si generano discriminazioni e iniquità di genere e di stato sociale: non credo che ci possa essere sfruttamento più disgustoso di quello perpetrato dall’uomo su un altro uomo.
E questo vale per i periodi di crescita economica e – ancor più – per quelli di crisi: il prezzo più alto è pagato sempre dai più deboli.

Il principio di equità nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze chiama in causa la straordinaria potenzialità ed eloquenza della dottrina sociale cristiana, che in nome della solidarietà mette la carità accanto alla giustizia e considera il lavoro come strumento di soddisfazione personale e di progresso dei popoli.

Nel giorno della festa dei lavoratori il pensiero deve rivolgersi soprattutto a chi è senza un lavoro, a chi lo ha perso insieme alla speranza, a chi vorrebbe farne motivo di riscatto dalla disperazione.
Perché anche il lavoro – ahimè come il potere – logora soprattutto chi non ce l’ha.

Retroscena e interpretazione del discorso di Gronchi. il ruolo di Mirabella.

L’autorevole amico Lucio D’Ubaldo, mi ha “ordinato” di commentare il discorso pronunziato da Gronchi davanti alla Camere riunite per la Sua elezione a Presidente dela Repubblica.

Mi accingo ad ubbidire, anche agevolato dalle circostanze dell’intensa amicizia tra Gronchi e mio padre Giuseppe, allora Presidente della Regione Siciliana e delle confidenze che lo stesso in seguito mi diede.

Gronchi aveva due qualità rare: una voce suadente e gli occhi trasparenti e bellissimi, oltre ad essere dotato di profonda cultura.

Ma sul Suo discorso, ritenuto universalmente tra i migliori pronunziati dai Capi di Stato del mondo intero e ancora oggi ritenuto di una modernità essenziale e rara, vi è una “parentesi” che va raccontata.

Quando Gronchi era Ministro dell’Industria, fu invitato da mio padre a Palermo e nella sede del Banco di Sicilia, sollecitato dal Presidente Bazan e dal Direttore Generale La Barbera, tenne un discorso sullo sviluppo economico del Paese.

Alla fine della prolusione ci furono scroscianti applausi e Bazan che presiedeva la riunione, osservò se vi era qualcuno che volesse intervenire.

Si alzò il giovane palermitano professore di Economia Politica, Giuseppe Mirabella, che fece letteralmente a pezzi il discorso di Gronchi.

Il Presidente Bazan e il D.G. La Barbera si misero le mani nei capelli e si scusarono continuamente con Gronchi “per l’incidente”.

Ma Gronchi rispose: “No, ma no, desidero che questo giovanotto così audace e colto e coraggioso venga distaccato presso il Ministero che dirigo, e sarà il mio consulente”.

Così avvenne.

Passarono degli anni e poi Gronchi fu eletto Presidente della Repubblica e confermò Mirabella al Quirinale come suo consulente economico.

Un giorno Gronchi chiese a Mirabella perché malgrado i suoi servigi, mai aveva chiesto allo stesso un minimo favore dopo tanti anni.

Alle insistenze di Gronchi, Mirabella rispose titubante che gli sarebbe piaciuto diventare Vice Direttore Generale del Banco di Sicilia, dove lo stesso era impiegato con incarichi di valore.

Gronchi telefonò a mio padre, allora Presidente della Regione Sicilia, e lo pregò di interessarsi del caso Mirabella presso gli organi apicali del Banco di Sicilia.

Il Presidente Alessi allora convocò il Presidente Bazan ed il D.G. La Barbera e con molto tatto e prudenza espresse loro quali fossero le aspettative del professore Mirabella a conoscenza, però, del Presidente della Repubblica.

“Mai e poi mai” risposero all’unisono i due esponenti. “Piuttosto ci dimettiamo”.

Mio padre gelido prese un foglio in bianco e rispose a loro: “Prego, firmate qua”.

Naturalmente, e con merito Mirabella, raggiunse il suo obiettivo.

Essendo io assistente v. di Storia Moderna presso l’Università di Palermo ed essendo l’aula degli esami vicina a quella di Mirabella, quasi sempre mi chiamava per assistere ai suoi esami che erano “originali ed unici”.

Lo stesso, spirito acuto e “briccone, iniziava gli esami così: “Quelli raccomandati dai Parlamentari nazionali a destra, quelli raccomandati dai Parlamentari regionali a sinistra, quelli raccomandati dal Cardinale Ruffini un poco più avanti, e i pochissimi bravi e preparati si avvicinino alla cattedra”.

Ma l’esame per me indimenticabile fu quello con un ragazzo che si presentò con i capelli lunghi ed impomatati sino all’osso.

Mirabella gli chiese con un filo di voce: “Hai studiato?” e l’esaminando con un vocione da basso e fraseggio siculo, rispose:”Ma cetto,cetto ch’io studiai”. E il professore ancora: “Hai ripassato il libro di Economia Politica anche qui sotto nell’atrio ?”.  E quello di rimando: “Cetto, cetto prufissori “.

Mirabella si fermò pensoso e chiese:”Ed allora quante colonne ci sono nell’atrio?”. E lo studente: “Ma pruffisori che va domandando?”. Ma Mirabella fu fermissimo.” Vattinni e la prossima settimana torna”.

Passò la settimana e l’usciere mi informò che il professore Mirabella mi voleva seduto accanto a Lui per la sessione di esami.

Mi recaci nell’aula dove svolgeva gli esami e notai subito lo studente con i capelli ancora più lungi e impomatati.

Venuto il suo turno, il professore Mirabella lo fissò a lungo con gli occhi suoi azzurrizzimi e ipnotici e poi, more solito, la domandina: “Hai studiato e ripassato il testo anche nell’atrio?”. E il ragazzo agitato rispose: “Cetto, cetto prufissori!”. E Mirabella: “E quante colonne hai contato vi sono?”.

L’impomatato rimase nuovamene sbalordito per la domanda, ma ugualmente dette la risposta sgargiante: “Settandue sugnu”.

E il professore Mirabella di contro: “Figghiu mio, non sei pronto e veloce nelle risposte, avresti dovuto dirmi un numero qualsiasi quando ti ho interrogato la prima volta, perché neanche io le ho mai contate”.

Era un uomo geniale e scrisse dei testi di ottima fattura. Uno in particolare sulla visione economica di Gesù.

Poichè io lo frequentavo settimanalmente e ne avevo studiato lo stile nella scrittura, un giorno avendo letto il discorso di Gronchi, impudentemente, conoscendo i rapporti solidi tra di loro, chiesi: “Professore, mi dica la verità, quel discorso l’ha scritto Lei? Per favore non mi dia una risposta diplomatica!”.

Mirabella rimase perplesso per la mia sfrontatezza e poichè io non mi arrendevo, alla fine cedette e mi confermò che in quel discorso in larga misura aveva “messo le sue mani” e mi pregò e ordinò di mai affermarlo.

Sono passati decenni e mi pare giusto oggi raccontare la verità.

Ma perché quel testo è così straordinario. I punti trattati sono validi oggi ancora di più. Sottoliniamoli: mai la più alta Istituzione della Repubblica in quel momento fu così vicina all’anima popolare.

Iniziava una nuova fase, dove non poteva mancare la solidarietà dei popolo, necessaria alla civiltà stessa. Il popolo avvertiva più consapevolmente che il successo di una politica sana doveva fare assegnamento su di una propria responsabile visione dell’avvenire.

Urgeva la collaborazione di tutte le forze politiche.

Il potenziale del lavoro era inerte ed era insufficientemente utilizzato.

Nessun progresso vero si sarebbe sviluppato all’interno dell’Italia e al suo esterno senza il concorso del mondo del lavoro.

Per edificare uno Stato efficiente, era necessario il riconoscimento corretto dei nuovi diritti e della nuova posizione del lavoro e della trasformazione dei rapporti tra ricchi e poveri e classi sociali.

Vi era bisogno ed era necessario un pieno esercizio della libertà individuale.

E qui per rabbonirmi ed essere sicuro che avrei mantenuto il segreto,mi sussurrò che tale comma lo aveva copiato da un mio studio dal titolo: “I diritti dei cittadini, più che essere difesi devono essere esercitati”,

Naturalmente, non gli credetti affatto, perché sapevo bene che né Gronchi, né lui avevano bisogno di un assistente universitario, ma Lo ringraziai ugualmente fingendo di essere orgoglioso della citazione.

Ma continuiamo l’analisi del testo. Bisognava eliminare la contraddizione tra l’immensa utilità dell’iniziativa privata e l’osservanza dei diritti di giustizia e libertà.

Urgeva eliminare la disoccupazione.

Bisognava mettere mano alla trasformazione dell’ambiente fisico e sociale del Mezzogiorno con l’occupazione stabile e continua.

Ma la parte più significativa e illuminante ed illuminata è quando Gronchi lesse: “Se l’uomo comune vive nel timore di subire l’arbitrio.. e che oggi egli sia oggetto del buono e cattivo volere di coloro che applicano le leggi, nessuna riforma istituzionale sarà feconda”

Sembra di leggere le frasi di padre Gioacchino Ventura, un gigante della storia dei cattolici in politica e di un altro gigante ancora da scoprire e studiare a lungo: Don Luigi Sturzo.

Gronchi e lo stato dei lavoratori. Il messaggio inaugurale davanti alle camere riunite.

Quando il Presidente della Repubblica, Gronchi, accompagnato dal Presidente della Camera, Leone, e dal Presidente del Senato, Merzagora, entra nell’aula, l’Assemblea sorge in piedi tra vivissimi, generali, prolungati applausi, cui si associa il pubblico delle tribune – Si grida: Viva la Repubblica i Viva l’Italia ! Viva il Presidente della Repubblica!

Il Presidente della Camera prende posto al suo seggio, con alla destra il Presidente della Repubblica e alla sinistra il Presidente del Senato.

PRESIDENTE. Invito il Presidente della Repubblica a prestare giuramento davanti al Parlamento a norma dell’articolo 91 della Costituzione. Leggo la formula: «Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione».

Il Presidenze della Repubblica risponde: Giuro  (Vivissimi, generali applausi). 

PRESIDENTE. Il Presidente della Repubblica invita gli onorevoli deputati e gli onorevoli senatori a sedere. 

Il Presidente della Repubblica rivolgerà ora il suo messaggio al Parlamento.

Il Presidente della Camera cede il suo seggio al Presidente della Repubblica e prende posto alla sua destra. Il Presidente della Repubblica legge il seguente messaggio:

Onorevoli deputati, onorevoli senatori!

Il periodo che si chiude con la settennale presidenza di Luigi Einaudi apparirà nella storia del nostro paese come uno dei più significativi e fecondi. L’Italia, uscita dal terribile travaglio della guerra, ha atteso con tenace volontà a curare le sue ferite, a restituire al proprio organismo le possibilità fisiologiche di normale esistenza, a riconquistare il suo posto di nazione libera nella grande famiglia dei popoli europei. 

Luigi Einaudi, al quale il mio pensiero va con affettuosa reverenza, ha bene meritato della patria per la saggezza, la lunga esperienza nutrita di studi, l’esemplare correttezza del suo reggimento, ed a lui si volgeranno memori e riconoscenti anche le nuove generazioni. (L’Assemblea sorge in piedi ed applaude vivamente). 

Nel succedergli, la mia trepidazione è profonda non soltanto per l’arduo impegno richiesto dall’esigenza di continuare degnamente una tradizione, che ebbe alto inizio dall’illuminata direzione di un altro grande italiano, Enrico De Nicola (L’Assemblea sorge in piedi ed applaude vivamente); ma per l’attesa viva, spontanea, fiduciosa che verso di me si rivolge da ogni parte politica, da ogni ceto sociale del nostro paese. Forse mai, e non credo che ombra di vanità mi faccia velo, la più alta istituzione della Re-pubblica è stata cosi vicina all’anima popolare come in questo momento (Vivissimi, generali applausi); mai un’ansia di rinnovamento si è levata a cuore così aperto da ogni zona dell’opinione pubblica verso colui che ha ricevuto da una solenne indicazione del Parlamento il mandato per la suprema magistratura dello Stato. 

Quest’attesa e quest’ansia non mi sgomentano, ma fanno più presente e ammonitrice in me la coscienza della responsabilità. 

Dicevo che non mi fa velo alcun’ombra di vanità, perché io comprendo bene che non è la mia persona, quali che siano le qualità benevolmente attribuitemi, l’elemento determinante dello stato d’animo comune a tanta parte del popolo italiano. Ma è la percezione precisa nella coscienza pubblica che un ciclo decennale si è chiuso, ed una nuova fase si inizia. (Vivissimi applausi a sinistra e al centro).

I problemi fondamentali del passato sono stati la ricostituzione dello Stato nella sua organizzazione e nella sua autorità, la ricostruzione economica, finanziaria, sociale dell’apparato produttivo, il superamento nel campo internazionale della nostra inferiorità di vinti. Soccorsero allora Io sforzo verso le soluzioni auspicate, il riconoscimento di quell’esigenza di concordia fra uomini e partiti che emerge istintivamente dalla volontà di sopravvivere, e la solidarietà concreta che, a superare il travaglio della nostra economia, venne soprattutto (va ricordato con sincera gratitudine) dal popolo americano. (Vivissimi applausi al centro). 

Poi le parti politiche, i vari ceti sociali andarono accentuando per naturale processo la loro libera differenziazione nella valutazione dei problemi, nella scelta delle soluzioni attraverso una revisione dei rispettivi orientamenti. Cosi nella vita interna della nostra Italia e di molti altri paesi, come nella vita internazionale. 

Qualche cosa è accaduto, nelle coscienze e nelle vicende, in questo agitato dopoguerra. Ma il nuovo che preme sotto la dura scorza dei pregiudizi, delle abitudini e degli interessi, con l’impeto elementare delle germinazioni naturali, non ha preso forma, ancora, né aspetti precisi. 

Dalle tragiche esperienze della storia lontana e vicina scaturisce la persuasione che è necessaria la solidarietà dei popoli affinché la civiltà stessa, coi suoi valori morali ed umani, non perisca. Ed il nostro paese ha inquadrato con legittime e meditate decisioni la sua politica nelle intese pattuite tra i popoli occidentali non solo per una preoccupazione di difesa della propria indipendenza, ma per muovere un primo passo verso integrazioni più complesse e più vaste, che, senza negare od anche soltanto sminuire il sentimento sacro della patria, lo armonizzino in una concezione superiore di pacifica convivenza. (Vivissimi applausi al centro e a destra). Ma oggi il popolo, più consapevolmente che mai, avverte come per il successo di una tale politica debba fare assegnamento su di una propria responsabile visione dell’avvenire e sulla propria volontà di lavoro. 

Sullo sfondo delle difficoltà interne, liberandosi dall’asprezza della lotta fra ideologie ed interessi contrapposti, emerge dai contrasti sociali il riconoscimento che è interesse comune la collaborazione: una collaborazione che non sia rinunzia per alcuno od attenuazione dei diritti legittimi, bensì accettazione di un limite atto a garantire il reciproco rispetto di questi. Ma il clima permane agitato, le previsioni per il domani sono ancora grige ed incerte; non è scomparso dalle zone della pubblica amministrazione né da quelle del lavoro privato quel senso di insicurezza che conferisce un carattere di lotta alle rivendicazioni di migliori condizioni di esistenza. E soprattutto assai basso è il livello di vita di tante famiglie, e troppo ancora è il potenziale di lavoro inerte od insufficientemente utilizzato, preziosa riserva di energie ancora negate allo sviluppo del nostro paese. (Vivissimi applausi). 

L’attesa che circonda l’inizio del mio mandato deriva dalla persuasione, chiara in tutti, che occorre affrontare la nuova fase del nostro cammino con misurato ardimento e con adeguata visione dei fatti. Dato centrale di interpretazione del presente corso di questi mi sembra la constatazione, nella quale ben difficilmente ci si può esimere dal convenire, che nessun progresso vero si realizza nella vita interna di ciascuna nazione e nei rapporti internazionali senza il consenso ed il concorso del mondo del lavoro. (Vivissimi, prolungati applausi). lo sono lontano dall’escludere da questo mondo i dirigenti e gli imprenditori, che tanta parte sono del sistema produttivo; ma essi hanno già nella organizzazione politica dello Stato moderno un’influenza che è adeguata alla loro importanza economica. 

Io posso perciò riferirmi soprattutto a quelle masse lavoratrici ed a quei ceti medi che il suffragio universale ha condotto sino alle soglie dell’edificio dello Stato senza introdurle effettivamente dove si esercita la direzione politica di questo. (Vivissimi applausi a sinistra e al centro). Io credo fermamente che sia interesse fondamentale della democrazia realizzare pacificamente tale inserzione, per rafforzare le basi della stabilità degli istituti attraverso l’ampliato consenso. E credo che a sodisfare tale esigenza non si giunga se non attraverso il riconoscimento concreto dei nuovi diritti e della nuova posizione del lavoro, della trasformazione, sia pur graduale ma sostanziale ed effettiva, dei rapporti fra i ceti e le classi che debbono cooperare al comune benessere, economico e civile. 

Questa è insieme opera di progresso e di conservazione, di intervento dello Stato e di rispetto dell’iniziativa privata. 

Nuove forme di organizzazione economica si palesano in continua preparazione, ma non è facile prevedere la esatta configurazione del futuro ordinamento. A me sembra si possa solo determinare l’indirizzo di questa trasformazione, nel senso che nella vita economica la considerazione dell’interesse generale della comunità tende a prevalere su quella degli interessi particolari (Vivissimi applausi), anche quando questi trovano appoggio nell’ordinamento giuridico in vigore, come se esso pure non si trovasse coinvolto nel travaglio della trasformazione.

Perciò l’azione pubblica, che prima si dispiegava quasi clandestinamente a favore dello sviluppo della linea sociale dell’economia, tende ora a palesarsi con chiarezza di compiti e con coordinazione di interventi. Ed il valore positivo di tale indirizzo non deve a nessuno apparire infirmato dal fatto che il processo di trasformazione incorre sovente in ritardi, procede per tentativi, deve subire correzioni le quali implicano «sfridi» di risorse (per usare un termine corrente del gergo economistico), i cui oneri sono più pesanti per i paesi a scarsa prosperità economica. 

L’ansia di ricerca di nuove forme di economia non può distaccarsi dalla volontà di garantire il pieno esercizio della libertà individuale. Questa volontà è legittimata anche dalla constatazione dell’impareggiabile flusso di energie creative di cui è capace una illuminata utilizzazione dell’iniziativa privata. Ad essa sarebbe impossibile rinunziare senza incorrere in perdite gravissime di ricchezza e di benessere. Il problema è di eliminare la contraddizione tra l’immensa utilità che si deduce dal sano svolgersi dell’iniziativa privata e l’osservanza dei diritti più sacri della giustizia e della libertà umana. La contradizione appare invece innegabile per i tentativi di predominio che talvolta grosse concentrazioni della ricchezza esercitano anche sui pubblici poteri, sicché la necessità di disciplina e di contenimento delle posizioni mono-polistiche è chiaramente ispirata dall’interesse comune. (Applausi). 

Né questa ansia di ricerca può prescindere dalla esigenza inderogabile di mantenere condizioni di sanità monetaria, attraverso una saggia politica finanziaria per gli investimenti e per le spese. Ma, se in qualsiasi compagine nazionale è compito peculiare dell’azione pubblica trasformare in nuove fonti di utilità lo scoperto inattivo dei fattori produttivi, la cui inerzia denuncia la esistenza di potenzialità economiche non ancora tradotte in atto, per l’economia italiana tutti debbono riconoscere che il primo problema da risolvere in ordine di urgenza è costituito dalla eliminazione della disoccupazione, che si accompagna alla miseria ed agli stenti. (Applausi). E per liberare il più rapidamente possibile tutti ed ognuno dall’angoscia dell’incertezza del pane, occorre che alla continua espansione del reddito nazionale si accompagni un impegno di fondo per migliorarne la distribuzione nel senso di un costante sviluppo della linea sociale dell’economia. 

E, sempre nel quadro di una sanità monetaria consapevolmente realizzata e mantenuta, la trasformazione dell’ambiente fisico e sociale del Mezzogiorno, già efficacemente iniziata, deve procedere col ritmo più intenso, affinché le nuove occasioni di lavoro si tramutino in fonti di occupazione stabile e continua; e si impedisca l’aggravarsi dei dislivelli regionali di produzione e di reddito fra nord e sud che travagliano penosamente l’efficienza operativa dell’economia nazionale. (Vivi applausi). 

Lo Stato può dare un valido concorso a nuove forme di rapporti fra le categorie sociali; soprattutto in Italia, dove la presenza delle aziende I.R.I. in tanti settori dell’attività finanziaria ed industriale può essere organicamente indirizzata ad esperimentare una collaborazione razionale dei vari fattori della produzione (Vivissimi applausi a sinistra e al centro), dando al lavoro il posto che gli compete anche per lo spirito della nostra Costituzione. Distinguere in questo campo la responsabilità dello Stato da quella dell’iniziativa privata non vuol dire contrapporre le due forze, ma integrarle e farle motrici di un costante progresso. (Applausi).

Non è mio compito segnare dettagliati pro-grammi, ma io penso che, convenendo su questi orientamenti generali, il Parlamento abbia una insostituibile funzione per far si che l’ordinamento giuridico venga impegnato nell’accompagnare e regolare senza intralci e senza ritardi, con meditate decisioni ma insieme con vigile ardimento, Le trasformazioni delle strutture economiche e sociali. Allo Stato spetta in primissima istanza la responsabilità di mantenere le condizioni necessarie all’ordinato sviluppo democratico della comunità nazionale. Lo Stato. è imparziale tutore dei diritti di ciascuno, della libertà, dell’uguaglianza dei cittadini nella legge; ma insieme deve inflessibilmente imporre a tutti i doveri imprescindibili di un’ordinata convivenza. (Applausi). 

Non è una definizione puramente giuridica lo Stato di diritto: é l’espressione di un’esigenza politica e sociale. alla quale la democrazia deve tendere, come a fine inderogabile, se vuole affermarsi e sopravvivere. Una voce, la più autorevole nel mondo, alla cui alta saggezza possono con obiettiva deferenza ricorrere anche coloro che non hanno il dono di una fede religiosa, ha ammonito in giorni recenti che nessuna legge e nessuna riforma istituzionale possono essere feconde di bene, «se l’uomo comune vive nel timore di subire l’arbitrio (Vivissimi, prolungati applausi), e non perviene ad affrancarsi dal sentimento che egli sia soggetto al buono o cattivo volere di coloro che applicano le leggi o che come pubblici ufficiali dirigono le istituzioni e le organizzazioni; se si accorge che nella vita quotidiana tutto dipende da relazioni che egli forse non ha, a differenza di altri; se sospetta che, dietro la facciata di quel che si chiama Stato, si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati». 

Nessuna parola potrebbe più esattamente definire il carattere e le responsabilità di un Capo di Stato per quanto riguarda la piena osservanza della Costituzione, delle norme e degli ordinamenti sui quali essa ha creato la nuova Repubblica italiana; e dare un contenuto concreto ed imperioso al mio giuramento. Per questo mi consentirete di richiamare la necessità che la Costituzione sia compiuta negli istituti previsti (Vivissimi, generali applausi), quali la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, l’ordinamento regionale, il Consiglio dell’economia e del lavoro; e nell’adeguamento della legislazione e del costume. E so di non indulgere a sensibilità convenzionali se richiamo a tutti l’alto valore di un impegno di moralizzazione severa della vita pubblica e privata (Vivissimi applausi), se affido la collaborazione per il consolidamento delle istituzioni più al costume che non alle norme, e se fondo le speranze di distensione e di rasserenamento dell’orizzonte politico e sociale sul vincolo da tutti apertamente e sinceramente accettato di soggezione alla legge ed all’imparziale autorità dello Stato. (Vivissimi applausi) 

Onorevoli deputati, onorevoli senatori!

La nuova fase della nostra vita nazionale coincide con un corso dei rapporti internazionali che accenna nuovi orientamenti. Proprio in questi giorni i tre maggiori governi occidentali, accogliendo un’aspirazione che in Italia veniva da ogni ceto ed ebbe anche la sanzione di un voto parlamentare, si accingono a predisporre una conferenza a quattro nella quale si può ormai prevedere che saranno esaminati tutti i problemi che dividono in Europa l’Occidente dall’Oriente, e nel mondo milioni di uomini in opposte trincee. L’Italia ha voluto e vuole la pace, la pace nel rispetto reciproco della libertà e dell’indipendenza, nella sola preoccupazione di realizzare la più sicura difesa delle proprie tradizioni e dei propri istituti. Perciò da tutti i patti che sono stati sottoscritti coll’espresso consenso del Parlamento, ed ai quali il popolo italiano intende lealmente tener fede (Vivissimi applausi al centro e a destra), non può che esulare qualsiasi anche dissimulato intento di aggressione. (Applausi). Io so di interpretare il pensiero di tutti gli italiani qui e fuori di qui augurandomi che questi sforzi di riavvicinamento per una pacifica convivenza raggiungano con la buona volontà di tutti (dico di tutti, poiché la buona volontà di tutti è indispensabile) il miglior successo, sicché da intese limitate e specifiche si possa gradualmente passare ad accordi più vasti che con un progressivo controllato disarmo rendano meno lontana e meno difficile la pace, che è condizione di prosperità per tutti. La nostra opera sposerà sempre alla tenace difesa degli interessi nazionali e della democrazia questo superiore ideale umano e cristiano. (Vivissimi applausi). 

Onorevoli deputati, onorevoli senatori!

Io posso in questa visione volgere il mio pensiero alle nostre Forze armate (L’Assemblea sorge in piedi — Vivissimi generali prolungati applausi), parte cara del nostro popolo in armi, talvolta sfortunata, sempre gloriosa per fedeltà alla patria e spirito di sacrificio, nella guerra e nella Resistenza (Vivissimi applausi a sinistra e al centro – Si grida: Viva la Resistenza); e posso vederle non soltanto come strumento di ancor necessaria difesa, ma come scuola di generosità, di ardimento, di devozione al dovere. 

Io compirò, nei limiti modesti delle mie forze, quanto la Costituzione – solenne espressione dei doveri civili e nazionali – mi impone. Mi sia vicino il Parlamento, massimo istituto di libertà e di democrazia, colla sua saggezza e colla sua concorde volontà di far grande e prospero questo nostro popolo italiano. 

E Iddio illumini ed aiuti la nostra fatica. 

L’Assemblea si leva in piedi plaudendo vivissimamente a lungo. Il pubblico delle tribune si associa agli applausi. Ripetute grida di Viva la Repubblica!

L’Italia post-fascista, la festa del primo maggio e la svolta di Pio XII

In Italia, l’adozione e l’applicazione della Costituzione Repubblicana fu a tutti gli effetti la manifestazione che funse da spartiacque tra le elezioni del 1948 e gli anni a venire. Anni durante i quali, pur in un contesto contrassegnato da un indirizzo politico che faceva dell’antifascismo la sua prerogativa ideale, si radicalizzò sempre più la corsa a conquistarsi il favore dell’elettorato. La stessa Chiesa, nella persona del Pontefice Pio XII, si impegnò assiduamente mobilitando le sue organizzazioni a sostegno della Democrazia Cristiana, considerata a tutti gli effetti come il più accreditato e affidabile partito di massa dell’Italia post-bellica.

Tale contributo, comprensivo di un potente simbolismo politico-sociale ma anche trascendente dal mero meccanicismo utilitarista, si insinuò associando i valori cristiani al mondo del lavoro e attribuendo allo stesso contenuti non esclusivamente laici (tanto meno appannaggio tipico dell’identità culturale social-comunista). Qual è il rapporto che caratterizzò l’interazione tra fede politica e sacralità? Una delle risposte potrebbe essere che sia la religione che il secolarismo, a fronte dei cambiamenti intervenuti nel tempo, hanno variato il rispettivo retaggio dando luogo all’ammissibilità di forme culturali e filosofiche complementari.  La Chiesa si fece portavoce e parte integrante di uno dei più importanti istituti a cui era chiamata a rispondere la collettività: in tal senso, emblematica fu la proclamazione, da parte del Pontefice, il 1° maggio 1955, di San Giuseppe Artigiano come patrono di tutte le organizzazioni dei lavoratori. Si trattava dell’introduzione della presenza di “Cristo nel mondo operaio” come parte attiva. Era ciò che Pio XII asserì affacciandosi quel giorno al balcone di Piazza San Pietro, in cui riprese l’enciclica Divini Redemptoris del 1937. Non fu un gesto isolato, ma si accompagnò – soprattutto in Italia, culla del Cristianesimo – a una serie di eventi che diedero alcuni “scossoni” a tutto il sistema..

Finita la guerra, lo svecchiamento avvenuto dopo il 1953 – che fu caratterizzato dal progressivo isolamento del gruppo facente capo ad Alcide De Gasperi – creò le premesse per l’ascesa della nuova generazione formatasi nell’Azione Cattolica nel corso degli anni ’20 e ’30. Questa, più marcatamente legata alle problematiche del cattolicesimo social-popolare, si mostrò favorevole all’intervento statale in economia e apertamente critica nei confronti dell’impostazione liberista che aveva condizionato i primissimi governi dell’era post-fascista. Significativa, per non dire epica, fu anche la rottura dell’unità sindacale, che determinò l’allontanamento delle forze moderate dalla Cgil e l’istituzione di un nuovo soggetto vicino alle rivendicazioni del mondo cattolico: la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (Cisl). In quel frangente, sebbene non abbandonando in modo brusco la antica linea centrista degasperiana, la Dc si propose per una riforma strutturale della società che ebbe come principali sostenitori i poco più che quarantenni Paolo Emilio Taviani, Aldo Moro e Mariano Rumor

Potremmo dire che la svolta del Vaticano in merito alla festa del 1° maggio si inquadrava in un ampio schema per cui gli istituti del nuovo sistema democratico-parlamentare erano affiancati da principi importantissimi di tipo sociale come il diritto al lavoro e la libertà sindacale. Ispirazioni non troppo lontane dalla dottrina di San Benedetto imperniata sull’ora et labora.

Tutti gli elementi di cui sopra rappresentarono, anche e soprattutto, il rifiuto per “quell’ordine sociale più giusto” promesso dai comunisti, che pure non si mostrarono in grado di attuare. Un’altra risposta, emblema della centralità acquisita dalle forze moderate, fu la elezione a Presidente della Repubblica di Giovanni Gronchi, democristiano della corrente di sinistra (appoggiato anche da comunisti e socialisti), che avrebbe successivamente favorito – l’incidente del governo Tambroni rientrerà comunque in questa opzione di fondo – la volontà l’allargamento delle maggioranze di governo. Correva l’anno 1955.

Cessava un’epoca e ne cominciava un’altra, in cui le speranze di rigenerazione morale lasciarono poco a poco spazio alla ricerca del profitto e del benessere, aspirazione condizionata senza meno dalla grande trasformazione industriale degli anni ’60.

Primo Maggio del 1955. Pio XII istituì la festa di San Giuseppe Artigiano.

Nel discorso del 1° maggio 1955, in occasione del decimo anniversario delle ACLI, Pio XII ripropose san Giuseppe come patrono e modello al mondo del lavoro, e istituì la festa liturgica di san Giuseppe artigiano. 

Poco più di dieci anni or sono, l’11 marzo 1945, in un momento delicato della storia della Nazione italiana, e specialmente della classe lavoratrice, Noi ricevemmo per la prima volta in Udienza le Acli. Sappiamo, diletti figli e figlie, che voi tenete in grande onore quel giorno, in cui aveste il pubblico riconoscimento della Chiesa, la quale, nel lungo corso della sua storia, è sempre stata premurosa di corrispondere alle necessità dei tempi, ispirando ai fedeli il pensiero e il proposito di unirsi in particolari Associazioni a tale scopo. Così le Acli entrarono in scena, con l’approvazione e la benedizione del Vicario di Cristo.

Fin dalle origini Noi mettemmo le vostre Associazioni sotto il potente patrocinio di S. Giuseppe. Non vi potrebbe essere infatti miglior protettore per aiutarvi a far penetrare nella vostra vita lo spirito del Vangelo. Come invero allora dicemmo (cfr. Discorsi e Radiomessaggi, vol. VII, pag. 10), dal Cuore dell’Uomo-Dio, Salvatore del mondo, questo spirito affluisce in voi e in tutti gli uomini; ma è pur certo che nessun lavoratore ne fu mai tanto perfettamente e profondamente penetrato quanto il Padre putativo di Gesù, che visse con Lui nella più stretta intimità e comunanza di famiglia e di lavoro. Così, se voi volete essere vicini a Cristo, Noi anche oggi vi ripetiamo « Ite ad Ioseph »: Andate da Giuseppe! (Gen. 41, 55).

Le Acli dunque debbono far sentire la presenza di Cristo ai loro propri membri, alle loro famiglie e a tutti quelli che vivono nel mondo del lavoro. Non vogliate mai dimenticare che la vostra prima cura è di conservare e di accrescere la vita cristiana nel lavoratore. A tal fine non basta che soddisfacciate e esortiate a soddisfare gli obblighi religiosi; occorre anche che approfondiate la vostra conoscenza della dottrina della fede, e che comprendiate sempre meglio ciò che importa l’ordine morale del mondo, stabilito da Dio, insegnato e interpretato dalla Chiesa, in ciò che concerne i diritti e i doveri del lavoratore di oggi.

Noi quindi benediciamo questi vostri sforzi, e specialmente i corsi e le lezioni che opportunamente organizzate, non meno che i sacerdoti e i laici che vi prestano l’opera loro come insegnanti. Non si farà mai abbastanza in questo campo; tanto grande è il bisogno di una formazione metodica, attraente e sempre adattata alle circostanze locali. Si eviti con ogni premura che il felice esito del lavoro generoso, speso per stabilire ed estendere il regno di Dio, venga intralciato o fatto naufragare col cedere ad ambizioni personali o a rivalità di gruppi particolari. Sappiano le Acli che avranno sempre il Nostro appoggio, finchè si atterranno a queste norme e daranno alle altre organizzazioni l’esempio di uno zelo disinteressato nel servizio della causa cattolica.

Da lungo tempo pur troppo il nemico di Cristo semina zizzania nel popolo italiano, senza incontrare sempre e dappertutto una sufficiente resistenza da parte dei cattolici. Specialmente nel ceto dei lavoratori esso ha fatto e fa di tutto per diffondere false idee sull’uomo e il mondo, sulla storia, sulla struttura della società e della economia. Non è raro il caso in cui l’operaio cattolico, per mancanza di una solida formazione religiosa, si trova disarmato, quando gli si propongono simili teorie; non è capace di rispondere, e talvolta persino si lascia contaminare dal veleno dell’errore.

Questa formazione le Acli debbono dunque sempre più migliorare, persuase come sono che esercitano in tal guisa quell’apostolato del lavoratore fra i lavoratori, che il Nostro Predecessore Pio XI di f. m. auspicava nella sua Enciclica « Quadragesimo anno » (cfr. Acta Ap. Sedis, vol. XXIII pag. 226). La formazione religiosa del cristiano, e specialmente del lavoratore, è uno degli offici principali dell’azione pastorale moderna. Come gl’interessi vitali della Chiesa e delle anime hanno imposto la istituzione di scuole cattoliche per i fanciulli cattolici, così anche la vera e profonda istruzione religiosa degli adulti è una necessità di primo ordine. In tal modo voi siete sulla buona via; continuate con coraggio e perseveranza, e non lasciatevi sviare da erronei principi.

Poichè questi erronei principi sono all’opera! — Quante volte Noi abbiamo affermato e spiegato l’amore della Chiesa verso gli operai! Eppure si propaga largamente l’atroce calunnia che « la Chiesa è alleata del capitalismo contro i lavoratori »! Essa, madre e maestra di tutti, è sempre particolarmente sollecita verso i figli che si trovano in più difficili condizioni, e anche di fatto ha validamente contribuito al conseguimento degli onesti progressi già ottenuti da varie categorie di lavoratori. Noi stessi nel Radiomessaggio natalizio del 1942 dicevamo: « Mossa sempre da motivi religiosi, la Chiesa condannò i vari sistemi del socialismo marxista, e li condanna anche oggi, com’è suo dovere e diritto permanente di preservare gli uomini da correnti e influssi, che ne mettono a repentaglio la salvezza eterna. Ma la Chiesa non può ignorare o non vedere che l’operaio, nello sforzo di migliorare la sua condizione, si urta contro qualche congegno, che, lungi dall’essere conforme alla natura, contrasta con l’ordine di Dio e con lo scopo che Egli ha assegnato per i beni terreni. Per quanto fossero e siano false, condannabili e pericolose le vie, che si seguirono; chi, e soprattutto qual sacerdote o cristiano, potrebbe restar sordo al grido, che si solleva dal profondo, e il quale in un inondo di un Dio giusto invoca giustizia e spirito di fratellanza? » (Discorsi e Radiomessaggi, vol. IV pag. 336- 337).

Gesù Cristo non attende che Gli si apra il cammino per penetrare le realtà sociali, con sistemi che non derivano da Lui, si chiamino essi « umanesimo laico » a « socialismo purgato dal materialismo ». Il suo regno divino di verità e di giustizia è presente anche nelle regioni ove l’opposizione fra le classi minaccia incessantemente di avere il sopravvento. Perciò la Chiesa non si restringe ad invocare questo più giusto ordine sociale, ma ne indica i principi fondamentali, sollecitando i reggitori dei popoli, i legislatori, i datori di lavoro e i direttori delle imprese di metterli ad esecuzione.

Ma il Nostro discorso si volge ora particolarmente ai cosiddetti «, delusi » fra i cattolici italiani. Non mancano essi infatti, soprattutto fra giovani anche di ottime intenzioni, i quali avrebbero aspettato di più dall’azione delle forze cattoliche nella vita pubblica del Paese.

Noi non parliamo qui di coloro, il cui entusiasmo non è sempre accompagnato da un calmo e sicuro senso pratico riguardo a fatti presenti e futuri e alle debolezze dell’uomo comune. Ci riferiamo piuttosto a quelli, i quali riconoscono bensì i notevoli progressi conseguiti nonostante la difficile condizione del Paese, ma risentono dolorosamente che le loro possibilità e capacità, di cui hanno piena consapevolezza, non trovano campo per essere messe in valore. Senza dubbio essi avrebbero una risposta al loro lamento, se leggessero attentamente il programma delle Acli, che esige la partecipazione effettiva del lavoro subordinato nella elaborazione della vita economica e sociale della Nazione e chiede che nell’interno delle imprese ognuno sia realmente riconosciuto come un vero collaboratore.

Non abbiamo bisogno d’insistere su questo argomento, da Noi stessi già sufficientemente trattato in altre occasioni. Ma vorremmo richiamare l’attenzione di quei delusi sul fatto che né nuove leggi né nuove istituzioni sono bastevoli per dare al singolo la sicurezza di essere al riparo da ogni costrizione abusiva e di potersi liberamente evolvere nella società. Tutto sarà vano, se l’uomo comune vive nel timore di subire l’arbitrio e non perviene ad affrancarsi dai sentimento che egli sia soggetto al buono o cattivo volere di coloro che applicano le leggi o che come pubblici ufficiali dirigono le istituzioni e le organizzazioni; se Si accorge che nella vita quotidiana tutto dipende da relazioni, che egli forse non ha, a differenza di altri; se sospetta che, dietro la facciata di quel che si chiama Stato, si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati.

L’azione delle forze cristiane nella vita pubblica importa dunque certamente che si promuova la promulgazione di buone leggi e la formazione di istituzioni adatte ai tempi; ma significa anche più che si bandisca il dominio delle frasi vuote e delle parole ingannatrici, e che l’uomo comune si senta appoggiato e sostenuto nelle sue legittime esigenze ed attese. Occorre formare una opinione pubblica che, senza cercare lo scandalo, indichi con franchezza e coraggio le persone e le circostanze, che non sono conformi alle giuste leggi ed istituzioni, o che nascondono slealmente ciò che è vero. Non basta per procurare l’influsso al semplice cittadino il mettergli in mano la scheda di voto o altri simili mezzi. Se egli vuol essere associato alle classi dirigenti, se vuole, per il bene di tutti, porre talvolta rimedio alla mancanza di idee proficue e vincere l’egoismo invadente, deve possedere egli stesso le intime energie necessarie e la fervida volontà di contribuire ad infondere una sana morale in tutto l’ordinamento pubblico.

Ecco il fondamento della speranza che Noi esprimevamo alle Acli or sono dieci anni e che ripetiamo oggi con raddoppiata fiducia dinanzi a voi. Nel movimento operaio possono subire reali delusioni soltanto coloro, che dirigono il loro sguardo unicamente all’aspetto politico immediato, al giuoco delle maggioranze. L’opera vostra si svolge nello stadio preparatorio — e così essenziale — della politica. Per voi si tratta di educare ed avviare il vero lavoratore cristiano mediante la vostra « formazione sociale» alla vita sindacale e politica e di sostenere e facilitare tutta la sua condotta per mezzo della vostra « azione sociale » e del vostro « servizio sociale ». Continuate dunque senza debolezze l’opera finora prestata; in tal guisa aprirete a Cristo un adito immediato nel mondo operaio, e mediatamente poi anche negli altri gruppi sociali. È questa l’« apertura » fondamentale, senza la quale ogni altra « apertura » in qualunque senso non sarebbe che una capitolazione delle forze che si dicono cristiane.

Diletti figli e figlie, presenti in questa sacra Piazza; e voi lavoratori e lavoratrici del mondo tutto, che Noi teneramente abbracciamo con paterno affetto, simile a quello con cui Gesù avvinceva a sè le moltitudini fameliche di verità e di giustizia; siate certi che in ogni occorrenza avrete al vostro fianco una guida, un difensore, un Padre.

DiteCi apertamente, sotto questo libero cielo di Roma: Saprete voi riconoscere, tra tante voci discordi e ammalianti a voi rivolte da varie parti, alcune per insidiare le vostre anime, altre per umiliarvi come uomini, o per defraudarvi dei legittimi vostri diritti come lavoratori, saprete riconoscere chi è e sarà sempre la vostra sicura guida, chi il fedele vostro difensore, chi il sincero vostro Padre?

Si, diletti lavoratori; il Papa e la Chiesa non possono sottrarsi alla divina missione di guidare, proteggere, amare soprattutto i sofferenti, tanto più cari, quanto più bisognosi di difesa e di aiuto, siano essi operai o altri figli del popolo.

Questo dovere ed Impegno Noi, Vicario di Cristo, desideriamo di altamente riaffermare, qui, in questo giorno del 1° maggio, che il mondo del lavoro ha aggiudicato a sé, come propria festa, con l’intento che da tutti si riconosca la dignità del lavoro, e che questa ispiri la vita sociale e le leggi, fondate sull’equa ripartizione di diritti e di doveri.

In tal modo accolto dai lavoratori cristiani, e quasi ricevendo il crisma cristiano, il 1° maggio, ben lungi dall’essere risveglio di discordie, di odio e di violenza, è e sarà un ricorrente invito alla moderna società per compiere ciò che ancora manca alla pace sociale. Festa cristiana, dunque; cioè, giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali cristiani della grande famiglie del lavoro.

Affinchè vi sia presente questo significato, e in certo modo quale immediato contraccambio per i numerosi e preziosi doni, arrecatici da ogni regione d’Italia, amiamo di annunziarvi la Nostra determinazione d’istituire — come di fatto istituiamo — la festa liturgica di S. Giuseppe artigiano, assegnando ad essa precisamente il giorno 1° maggio. Gradite, diletti lavoratori e lavoratrici, questo Nostro dono? Siamo certi che sì, perchè l’umile artigiano di Nazareth non solo impersona presso Dio e la S. Chiesa la dignità del lavoratore del braccio, ma è anche sempre il provvido custode vostro e delle vostre famiglie.

Con tale augurio sulle labbra e nel cuore, diletti figli e figlie, e con la certezza che ricorderete questa giornata così densa di santi propositi, così fulgida di buone speranze, così promettente per quanto è stato compiuto, invochiamo dall’Altissimo le più elette benedizioni su di voi, sui vostri congiunti, sui degenti negli ospedali e nei sanatori, sui campi e le officine, sulle vostre Acli e sulla loro grande e nobile attività, sui datori di lavoro, sulla diletta Italia e sul mondo tutto del lavoro, a Noi sempre caro. Discenda dai cieli sulla terra, da voi lavorata e fecondata in ossequio al primordiale divino precetto, la Nostra paterna Apostolica Benedizione!

Un Primo Maggio atipico in questo 2020, con ricordi, paure e speranze!

“ Il lavoro in sicurezza: per costruire il futuro”: è questo lo slogan che CGIL, CISL e UIL, hanno scelto quest’anno per la giornata del Primo Maggio. In seguito al protrarsi dell’emergenza sanitaria Covid -19, i Sindacati Confederali hanno annullato la Manifestazione Nazionale prevista quest’anno a Padova, così come non si svolgerà la trentesima edizione del Concertone in Piazza San Giovanni a  Roma. E’ la prima volta,  da 75 anni, non si svolge in piazza la “ Festa del Lavoro”. 

Infatti gli storici appuntamenti, in tutta Italia, per il 1° Maggio ripresero nel 1945, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, perché durante il ventennio fascista la Festa del Lavoro era stata spostata al 21 aprile, e ricordata insieme al  Natale di Roma, del 1924 al 1944.

Perchè in questo 2020 il 1° Maggio è atipico? Occorre comprendere razionalmente, quanto è accaduto e immaginare quali possono essere  gli scenari futuri. Il blocco delle attività produttive, comprese cultura, libertà di culto, commercio, turismo, scuola, sport, ecc., da circa due mesi, nel nostro Paese, salvo i servizi essenziali e vitali, e l’obbligatorietà del “distanziamento sociale”, come  condizione fondamentale per combattere il contagio del virus. Quindi un invito perentorio a stare  a casa, cioè un isolamento forzato, che non consente alcuna iniziativa pubblica. Non si era mai arrivati a questa situazione di sospensione di manifestare, neanche nei momenti bui e difficili degli anni di piombo. Il coronavirus ha avuto questa forza di condizionare la vita degli italiani e non solo, perchè è diffuso in Europa e nel mondo.

Quindi una atipicità che non può far dimenticare la storia, come gli incidenti tragici di Chicago e il Congresso di Parigi, della Seconda Internazionale (fondata dai partiti socialisti e laburisti europei), che decretò il carattere internazionale della Festa del lavoro alla fine dell’Ottocento, e fu adottata in molti paesi del mondo, richiamando valori di giustizia, uguaglianza e  di unità. Successivamente, un riconoscimento importante avvenne il 1° Maggio 1955, il Papa Pio XII, che istituì la celebrazione di San Giuseppe lavoratore, così da ufficializzare la ricorrenza anche per i lavoratori cattolici. 

Questi eventi non si possono cancellare, anche se la nostra società contemporanea ha la memoria labile rispetto alla storia, ma soprattutto non si possono ignorare  i valori, la cultura, il significato e lo spirito, con la quale è nata 131 anni fa, la storica Festa dei Lavoratori. Attualmente questa ricorrenza dedicata ai lavoratori e al lavoro viene ricordata, come festa  nazionale, in oltre cento Paesi di tutti i continenti del mondo.  

Siamo passati delle grandi manifestazioni nelle piazze, delle città più importanti del nostro Paese, al grande evento musicale di piazza San Giovanni a Roma, chiamato Concertone dal 1990, e contemporaneamente a un comizio nazionale, con i tre Segretari di CGIL, CISL e UIL in una città italiana, che richiamava situazioni di criticità e di sostegno unitario. Quest’anno avremo “una manifestazione virtuale” con i tre leader sindacali Landini, Furlan e Barbagallo, che nella mattina del 1° Maggio saranno in diretta con uno speciale su Rai Tre, e nel tardo pomeriggio un grande evento musicale, promosso dalle Confederazioni, con collegamenti, riflessioni e testimonianze, sempre in TV e sui social. Parteciperanno  Cantanti, Artisti e Orchestre di rilievo del mondo dello spettacolo del nostro Paese.

Questo è il contesto e lo scenario in cui cade il 1° Maggio 2020. Siamo alla vigilia della cosiddetta “Fase 2”, cioè la graduale ripresa delle attività, in presenza di una tendenza  di contenimento della pandemia (diminuzione di contagiati e di morti, aumento  di guariti).  Le preoccupazioni, le angosce e le paure sono sempre più numerose. Gli interrogativi riguardano le aziende che probabilmente non potranno più riaprire, ma il dramma vero sono le attività autonome, citandone solo alcune, come artigiani, ristorazione, commercianti, turismo e indotto, ristorazione, servizi alla persona, che  in una realtà come Roma, che ospita ogni anno un flusso turistico di circa 29 milioni di presenze straniere.

In questa fase, c’è anche l’allarme aumento povertà, infatti le realtà come Caritas, Sant’Egidio e l’associazionismo del volontariato anche spontaneo per l’emergenza, e le stesse Parrocchie, oltre ai Servizi Sociali del Comune di Roma, hanno visto aumentare le richieste di aiuto, non solo alimentare, di famiglie e singoli in difficoltà. Non dimenticando, inoltre, chi era in cerca di un lavoro o di una occupazione prima dell’avvento del Covid – 19, in modo particolare giovani ed espulsi dal sistema produttivo.

I provvedimenti legislativi “Salva Italia” e quelli Regionali, che vanno dalla Cassa Integrazione e Guadagni in deroga, ai sussidi, allo spostamento di pagamento di tasse, di sostegno alle Aziende e ai lavoratori autonomi, al contributo agli affitti, ecc., quanto potranno durare e con quale velocità verranno erogati? Sono queste situazioni che aumentano le paure e le incertezze. Ecco perché in questa contingenza si richiede ai pubblici poteri, più unità e più umiltà, perché la complessità dei problemi necessitano di risposte serie e ponderate, oltre che rapide. 

La propaganda e lo scontro non  servono, di fronte a emergenze sanitarie, che diventano economiche e sociali, perché è il momento della responsabilità a tutti i livelli. In questa occasione è bene ribadire quanto affermano da Cgil, Cisl e Uil: “ E’ importante che il lavoro resti protagonista anche e soprattutto in occasione di questo primo Maggio, perché il lavoro è la leva fondamentale per restituire una prospettiva credibile per il futuro del nostro Paese e di coloro che rappresentiamo.”

Come sempre la celebrazione della Festa dei Lavoratori, era il momento dei bilanci e della speranza. Oggi lo è ancora di più, perché senza speranza non c’è vita, e la situazione che viviamo necessità di tante speranze: per la salute, per il lavoro, per la ripartenza e la ripresa, per la giustizia, per la lotta alle disuguaglianze. Occorre superare una crisi senza precedenti dalla fine della guerra, che certamente non è solo del nostro paese.  La Comunità Europea rimane l’approdo, con nuove regole, per rilanciare il “vecchio continente”, compresa l’Italia, anche nel confronto e nella competizione con i grandi  paesi dell’America e dell’Asia. Ecco perché dobbiamo sempre ricordare l’articolo 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Forse mai, come questo Primo Maggio atipico, per le circostanze in cui cade, è veramente la festa non solo dei lavoratori, ma di tutti gli italiani che sperano in un futuro migliore.

COVID-19: ritornare al posto di lavoro, la guida EU-OSHA

Come garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori quando tornano sul posto di lavoro? Questa è la domanda che si pongono molti datori di lavoro per un ritorno progressivo al lavoro dopo l’emergenza epidemiologica da Covid-19. Una prima risposta arriva dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), con la pubblicazione della guida “COVID-19: BACK TO THE WORKPLACE – Adapting workplaces and protecting workers“.

Oggi più che mai è prioritario proteggere e promuovere la sicurezza e la salute sul lavoro per i lavoratori, le aziende e l’intera collettività.

Il documento fornisce risposte pratiche per aiutare i datori di lavoro e le imprese a gestire il ritorno al lavoro, valutare rischi, individuare le misure appropriate, coinvolgere i lavoratori e pianificare un futuro sicuro nei luoghi di lavoro.

La guida rappresenta un contributo fondamentale dell’UE in questa situazione eccezionale e contiene anche collegamenti a informazioni nazionali su settori e professioni specifici.

Consulta la guida (che nei prossimi giorni  sarà resa disponibile anche nella versione italiana)

Il 100% dei pazienti sviluppa gli anticorpi anti Covid

Uno studio cinese pubblicato su ‘Nature Medicine’, firmato da scienziati della Chongqing Medical University dimostra che  285 pazienti su 285 (100%) sviluppano IgG contro Sars-CoV-2 entro 19 giorni dall’inizio dei sintomi clinici.

L’IgG antivirale è il tipo di anticorpo normalmente responsabile della protezione a lungo termine contro un agente microbico.

“La sieroconversione per IgG e IgM si è verificata contemporaneamente o in sequenza. Entrambi i titoli” anticorpali “di IgG e IgM hanno raggiunto il plateau entro 6 giorni dalla sieroconversione”. Secondo gli autori, per ora se ne può dedurre che “i test sierologici possono essere utili per la diagnosi di pazienti sospetti” Covid “con risultati Rt-Pcr (tamponi, ndr) negativi e per l’identificazione di infezioni asintomatiche”.

Giulio Pastore, il fondatore della Cisl: un libro che aiuta a capire la sua opera.

Oggi la CISL, fondata il 30 aprile del 1950 da Giulio Pastore, compie 70 anni!

Un’ottima occasione per valorizzare ulteriormente ed approfondire la figura e l’opera del suo fondatore attraverso la lettura del libro “GIULIO PASTORE E IL NUOVO OSSERVATORE” (Emia edizioni, prefazione di Franco Marini, presentazione di Andrea Ciampani e postfazione di Pier Luigi Ledda).

Non perdetevelo!!! Potete trovarlo in tutte le librerie o ordinarlo tranquillamente su Amazon.

I settant’anni della Cisl

La Confederazione Italiana Sindacati  fu infatti fondata a Roma il 30 aprile 1950 al Teatro Adriano di Roma in un’ Assemblea generale a cui parteciparono i delegati della LCgil, della Fil e della Ufail.

Primo Segretario Generale fu eletto Giulio Pastore, leader della corrente sindacale cristiana dopo la scomparsa di Achille Grandi. Pastore ha guidato la confederazione di Via Po fino al 1958 e successivamente è stato anche Ministro dello Sviluppo del Mezzogiorno sino al 1968.

A ricordare uno degli avvenimenti che ha segnato la storia sindacale nel nostro paese è la Segretaria Generale della Cisl, Annamaria Furlan in una lunga lettera inviata a tutti gli iscritti e delegati della Confederazione alla vigilia del Primo Maggio.

“La Cisl ha contribuito a costruire l’Italia democratica, rifiutando la demagogia, l’antagonismo sterile ed il populismo ma cercando sempre di coniugare gli interessi dei lavoratori con quelli generali del Paese”, sottolinea nella sua lettera la leader Cisl. ”Oggi, possiamo dirlo senza alcuna enfasi: la Cisl ha vinto questa sfida, delineando in questi settanta anni di storia un rapporto nuovo tra Stato e sindacato, una collaborazione virtuosa che per Giulio Pastore doveva svolgersi in piena autonomia dalla politica e dai partiti, un rapporto paritario, senza alcuna subalternità”.

Il risveglio del Parlamento

Ieri in Senato si è levata alta la voce di Luigi Zanda. È stato un intervento che è andato al di lá dei contenuti pur rilevanti in esame che non dimentichiamo riguardavano i numeri del Def e lo scostamento del Bilancio. Sono previsioni drammatiche rispetto al Pil, alla mortalità delle aziende, ai consumi delle famiglie, alla occupazione, alla tenuta sociale del Paese. Ha opportunamente sottolineato le parole di Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale.

Luigi Zanda, per cultura e per esperienza parlamentare ha voluto richiamare il ruolo del Parlamento rispetto alle scelte debordanti del Governo Conte che ha provocato una rottura nell’equilibrio di poteri sui principi delle libertà costituzionalmente garantite.

Lo ha fatto con toni fermi ma preoccupati, difendendo la storia del Parlamento di fronte a campagne populiste denigratorie che hanno finito per delegittimarlo progressivamente. L’intervento di Zanda era anche rivolto al suo partito il PD a prendere coraggio, a uscire dalle secche, a ritrovare il sentiero della sua storia che ha guardato al Parlamento come luogo della centralità politica sulle grandi scelte politiche, economiche e costituzionali.
Zanda ha gettato un sasso nelle acque stagnanti che si sono mosse con una piccola onda provocando iniziali apprezzamenti. C’è da augurarsi che l’onda si alzi e che possano suscitare ancora più larghi consensi affinché i decreti all’esame del Parlamento possano essere corretti adeguatamente recuperando l’indispensabile riequilibrio tra potere legislativo ed Esecutivo.

Non basta l’emendamento Ceccanti con il pallido parere preventivo su DPCM. C’è bisogno di qualcosa di più! Forza Zanda.

Mauro Magatti: In mezzo al guado

Articolo pubblicato sulle pagine del 29 Aprile dell’Osservatore Romano a firma di Marco Bellizi

«Questo è, in senso biblico, un momento realmente apocalittico, che chiama a un giudizio sul nostro tempo». Se l’esito però sembra abbastanza scontato, di fronte agli scenari disastrosi ai quali il nostro mondo sembra averci condotto, sia pure sotto i colpi di una crisi inedita, la previsione sul futuro rimane tutt’ora un esercizio fin troppo arbitrario. Per questo Mauro Magatti, sociologo, docente all’Università cattolica di Milano, scrittore, preferisce avvertire che ci troviamo semmai di fronte a una situazione nella quale tutti le possibilità sono aperte e sarebbe opportuno tenere a mente l’insegnamento di Romano Guardini, la consapevolezza che non esistono mai soluzioni definitive ma equilibri da cercare fra tensioni costanti. Il che presuppone un solo indispensabile strumento: la riscoperta del senso autentico della libertà.

Fra i vari giudizi sul tempo che stiamo vivendo, si distingue, se non altro perché fuori dal coro, quello del premio Nobel del 2008 per l’economia, Paul Krugman, secondo il quale il sistema economico mondiale in fondo non sta vivendo una crisi vera e propria ma un “coma farmacologico indotto”, lasciando intendere che se ne possa uscire abbastanza rapidamente… È una lettura che può essere condivisa?

Detto che naturalmente è difficile fare previsioni perché sta accadendo qualcosa di inedito e quindi è facile essere smentiti, io sono tra quelli che sono un po’ più allarmati. Se si usa il riferimento del Fondo monetario internazionale, che dice che il pil mondiale scenderà del 3 per cento (con la crisi del 2008 è sceso dello 0,4) ciò significa che siamo di fronte a qualcosa che avrà un impatto, anche se lo consideriamo solo un arresto, molto rilevante. Anche perché questo arresto si accompagna ad almeno due questioni molto importanti. Primo, creerà disoccupazione, cioè una parte del lavoro non riprenderà, il che spingerà una parte significativa della popolazione mondiale in condizioni di povertà estrema (il Papa usa giustamente il termine “fame”). Poi, una variabile che non conosciamo è quanto questa vicenda durerà. Adesso c’è stato questo blocco. Andiamo verso l’estate, almeno in una parte del mondo, e ci auguriamo che la situazione migliori. Molti esperti dicono che il virus tornerà in autunno ma non si sa se ci sarà il vaccino. Insomma, il rimbalzo che ci si può attendere, ammesso che ci sia, non riguarderà tutti.

Ragionando sui possibili scenari post pandemia, qualcuno, come l’economista Stefano Zamagni, ha individuato nel neoliberismo il nemico da combattere. Altri, come il filosofo Massimo Cacciari, ritengono invece che il neoliberismo sia già morto e che semmai si dovrà affrontare la realtà di un capitalismo delle multinazionali saldamente alleato con le istituzioni politiche. Lei da che parte si mette?

Ribadito che fare i profeti in questo momento è molto difficile, se non impossibile, credo che il neoliberismo che si è presentato alla fine del secolo scorso e che aveva già subito un bel colpo con la crisi finanziaria e con l’emergere dei vari populismi, finirà qui. Ci sarà un’altra forma di capitalismo, benigno o maligno nessuno lo sa. La speranza è che fra i due poli, il globalismo come tecnica politica astratta, e la reazione localista della chiusura e dei populismi, emerga invece una strada di sensatezza, dove si riconosca che c’è un bisogno di un governo politico dei processi a livello di macro regioni. Però ogni spazio macroregionale deve darsi in relazione agli altri, non nella logica di Huntington dello scontro di civiltà. Questo è l’esito che auspico. L’esito nefasto è invece quello in cui si va fondamentalmente verso aree di conflitto fra regioni (e magari alcune di queste, vedi l’Europa, neanche in grado di nascere realmente). Per me quindi il “globalismo della globalizzazione” e la sua reazione populista sono entrambe in difficoltà: nascerà una cosa nuova, che non sappiamo ancora se sarà ancora peggiore o migliore.

Dipende da noi… O no?

Dipende da noi, dipende da noi… Certo, dipende dai processi storici… Ma sicuramente dipende dalle spinte che si riescono a dare.

Si è un po’ tutti convinti della necessità di un cambiamento profondo del sistema economico, politico, sociale. In questo momento però stiamo usando risorse che non abbiamo ancora prodotto e stiamo creando un debito che nel medio e lungo periodo ricadrà inevitabilmente sulle spalle delle prossime generazioni. È credibile allora, in queste condizioni, parlare di riforme?

In questo momento, come è evidente, il sistema economico-sociale ha bisogno della finanza. La metafora che si può usare è questa: c’è stata una grande emorragia, causata dal blocco della circolazione, e abbiamo bisogno di una trasfusione. In tale contesto non ha alcun senso operare con un criterio di contabilità. Al momento se non c’è la trasfusione il paziente muore e quindi bisogna agire in un sistema di emergenza (naturalmente questo è anche il grande tema della risposta europea). Il problema è che questa trasfusione non può essere destinata semplicemente alla sopravvivenza ma c’è bisogno che inneschi dei percorsi di investimento che siano trasformativi. Voglio dire: attiviamo queste risorse finanziarie per fare che cosa? In che direzione dobbiamo investire? Dipende da qui la possibilità di andare in una direzione positiva. Il vero tema è individuare con sufficiente chiarezza degli obiettivi trasformativi, pensiamo al tema dell’ambiente, della sanità, dei beni non solo individuali ma di comunità. La finanza in questo momento è necessaria ma se non facciamo questo sforzo di individuare gli obiettivi e non indirizzare questa disponibilità di risorse finanziarie il problema che pone lei certamente sarà devastante… Alternativamente, la rigenerazione economica e sociale ci metterà in condizione anche di affrontare nel medio e lungo periodo le conseguenze di queste azioni che sono oggi necessarie.

Al di là di tutti i nostri tentativi di ripensare il futuro, nostro malgrado, come vede, l’attenzione finisce sempre con l’essere incentrata sul tema economico. Lo trova più realistico o più limitativo?

Il problema è che il liberismo ci ha raccontato l’economia come se fosse solo un meccanismo. Il problema è che l’economia non è una macchina che doveva correre secondo la logica del just in time, per cui nel momento in cui la macchina si ferma per un incidente tu non sai cosa fare. L’economia non è un meccanismo. L’economia, come ci hanno insegnato i grandi pensatori, è una costruzione che a che fare sì con la tecnologia, che ha a che fare con gli assetti politici, con la sua stessa regolazione (pensiamo alla finanza e alla lotta alle disuguaglianze). Ma ha basi spirituali. Il liberismo è stato espressione di una combinazione di elementi. La crisi degli anni ‘70 del secolo scorso, che è stata una crisi economica, politica e culturale, ha generato la liberalizzazione dei mercati, dietro la quale c’era il concetto secondo cui l’individuo si realizza attraverso il consumo. La combinazione di questi elementi ha retto una stagione. Poi si è andati in crisi. Il tema che abbiamo davanti è come rimettiamo insieme questi elementi, ovvero: spazi politici regolativi, nuovi modelli economici che hanno a che fare anche con il tema della digitalizzazione (lo smartworking, i nuovi beni…) e nuove basi spirituali e culturali. Per esempio, la consapevolezza crescente che i nuovi giovani hanno della sostenibilità ambientale, ma anche sociale, è il presupposto per fare un’economia diversa. Non siamo di fronte a una macchina che va riavviata. Dobbiamo ricostruire insieme degli assetti che abbiano a che fare con il senso di ciò che facciamo quando la mattina ci alziamo, lavoriamo, dedichiamo la nostra vita a fare qualche cosa che serva.

Poco tempo prima dello scoppio della pandemia è uscito il suo libro dal titolo, oggettivamente profetico, «Liberi di cadere. La libertà al tempo dell’insicurezza». Intanto le rivolgo una domanda secca: “dopo” saremo più o meno liberi? Non le chiedo un auspicio ma una previsione…

Guardi, noi siamo sospesi tra un bene e un male, tra esiti che possono essere realmente opposti. Venendo al tema della libertà: la libertà individualista, consumistica, senza limiti, propria dell’immaginario neoliberista, è già in crisi da almeno dieci anni. A un certo punto quella narrazione non ha più corrisposto alla realtà. I populismi sono l’espressione del fatto che per molti il racconto secondo cui tu sei come una particella elementare a sé stante che vive felicemente andando di qua e di là è un racconto che non stava in piedi. Oltretutto saltava completamente il tema dell’identità, del senso, del legame, dell’appartenenza. Noi arriviamo a questa crisi con una libertà già fortemente a rischio. Questo “incidente”, chiamiamolo così, può farla collassare in quello che la Zuboff definisce il “capitalismo della sorveglianza”, un mix tra grandi poteri del digitale e nuovi sistemi politici. Nella fase storica precedente la combinazione era: “Ti libero il desiderio e il tuo desiderio fa andare avanti l’economia”. Ora questo non regge più e la richiesta che qualcuno controlli e dia ordine (a partire dal punto di vista sanitario), che gestisca dall’alto il caos, può essere l’unica risposta. Ci sarà un’alternativa se si diventa consapevoli che la libertà è una relazione e di conseguenza si esprime solo nella responsabilità. Un po’ ora lo capiamo: è il tema del contagio. Io sono responsabile nei confronti della mia salute e della salute dell’altro. Di sorveglianza non c’è bisogno se diventiamo consapevoli che essere liberi vuol dire essere responsabili. Ovviamente questo è molto difficile, chiede investimenti nell’educazione, richiede un altro modo di pensare la nostra libertà, Ma è anche vero che nella storia ci sono i salti. La mia posizione è che questo incidente o ci spingerà al collasso, oppure, grazie alle tante risorse morali che ho visto in queste ultime settimane, capiremo che l’antropologia raccontata dal neoliberismo era una forzatura.

In un passaggio del suo libro lei afferma anche che uno degli strumenti utili a “liberare la libertà” è la pratica della dissidenza. Dovremmo essere tutti un po’ più rivoluzionari?

Beh, questo è un concetto un po’ particolare. La dissidenza naturalmente è solo un primo passo, non è il compimento della libertà. Però la libertà ha sempre a che fare con la nostra capacità di non assumere l’ordine delle cose in maniera superficiale. È un tema che ha molto a che fare con l’esperienza religiosa: anche la secolarizzazione, che non a caso è un prodotto della cultura europea cattolica, si oppone a tutti i tentativi teocratici di tradurre la religione in un ordine politico, una delle minacce peggiori all’esercizio della libertà individuale. Ciò dimostra che le religioni hanno un ruolo importante non quando vogliono occupare il potere ma quando lavorano per coltivare la coscienza. Il cristianesimo, sotto questo aspetto, ha un messaggio molto forte: dato un qualunque ordine politico, economico o sociale ci dice che c’è sempre un riferimento “altro” che ci consente di essere dissidenti. Questo è un elemento che, ahimé, anche nell’educazione cattolica si è troppo spesso dimenticato. Abbiamo sottolineato invece, molto, il tema dell’obbedienza. Obbedire, ricordiamolo, viene da ob audere… predisporsi all’ascolto. Questo ovviamente non significa che poi la coscienza vada per conto suo, che assumiamo il punto di vista dell’individualismo contemporaneo: è un punto di partenza che poi va rigiocato in una relazione, in un ascolto della realtà, e non semplicemente in ciò che poi ripetiamo a noi stessi…

Uno dei temi più sentiti in questi giorni è anche quello della scuola e delle difficoltà dei genitori che devono rientrare al lavoro non sapendo come gestire i figli. Fatte salve le legittime esigenze famigliari, sembra che in pochi si preoccupino di riflettere su una completa riprogettazione del sistema scolastico…

Naturalmente, se la scuola diventa un “parcheggio” fallisce il proprio ruolo. La scuola è un’istituzione che abbiamo inventato e che tra l’altro avrebbe bisogno di essere aggiornata, di essere ripensata… che affianca ma certamente non sostituisce la famiglia, o altri soggetti, quali la Chiesa, nella formazione dei giovani. E, lo sappiamo, ha il suo valore laddove compensa le differenze che esistono nell’origine famigliare. Si è visto anche in questo periodo. La scuola digitale va benissimo, fatto salvo che non è detto che a casa tua tu abbia lo spazio per studiare, gli strumenti per seguire bene le lezioni, ci sia qualcuno che ti aiuta a fare bene i compiti. La scuola ha questa funzione importante di combattere le disuguaglianze, che è il fine più difficile e più delicato fra quelli che hanno le diverse agenzie educative. Il tema del “parcheggio” ci può essere ma nel caso italiano vedo il problema opposto, ci si appresta a riaprire una serie di attività economiche senza preoccuparsi della questione molto concreta e molto reale della gestione dei figli.

Tutti vogliamo essere allo stesso tempo liberi e sicuri: una contraddizione che lei definisce come possibile “causa eziologica di una psicosi collettiva”. Insomma, non c’è libertà senza rischio. Piuttosto scomodo dirlo ora…

Beh sì, è un altro grande punto. Chiaramente con la pandemia (a parte la possibilità che ci sia stata una sottovalutazione, forse non eravamo preparati, non so) si è sentito fortemente tra le tante cose un’angoscia molto forte nei confronti del morire. Perché, come hanno detto in tanti, questa pandemia ha reso pubblico ciò che invece abbiamo reso privato, cioè la morte, che è un tema costitutivo della libertà. La libertà si gioca in questa esposizione al rischio, che può esprimersi nella pulsione di morte di chi dice “il governo non mi deve imporre quello che devo fare” (vale a dire una libertà non responsabile, radicalizzata) oppure, dall’altra parte, nella reazione opposta di chi si affida a qualcuno (non si capisce bene chi) che gli garantisca una sicurezza che naturalmente nessuno è in grado di dare. La nostra elaborazione soprattutto culturale di questo rapporto fra vita e morte è tale per cui ci immaginiamo di non morire mai e quindi che sia possibile vivere senza rischi. Abbiamo visto che questa esperienza collettiva, anche così drammatica, ha spinto molti a guardare, a riaffacciarsi, alla dimensione religiosa, anche se magari in forme superficiali: i dati sulle persone che guardano la messa di Santa Marta o le iniziative di tanti preti (per esempio i video di preghiera di un prete che ha totalizzato più di 500 mila visualizzazioni) sono importanti. Ora, non è che uno diventi improvvisamente cristiano, dal nulla gli spunti la fede, però questa esposizione collettiva alla morte ha fatto riaffiorare domande. Siamo lì nel mezzo: anche come società dobbiamo trovare la giusta misura fra il dovere di protezione, del più debole in particolare, e la vita che è apertura e come tale anche rischio.

Insomma, bisogna darsi da fare, prescindendo dall’affidarsi a quello Stato al quale fino ad ora si pretendeva di occuparsi di noi e dei nostri bisogni. Davvero il modello precedente è definitivamente morto?

Bisogna tenere sempre a mente l’insegnamento di Romano Guardini: la vita sociale e umana è sempre esposta a delle tensioni. Ad esempio la tensione fra libertà e sicurezza, fra singolo e collettività. Non è che esistano delle risposte risolutive. Le diverse fasi, i diversi momenti della storia sociale sono fatti di equilibri tra le tensioni. E questi equilibri sono per definizione inadeguati, insufficienti. Ogni tanto, come sta succedendo per esempio nella soluzione neoliberista, entrano in crisi e bisogna mettersi alla ricerca non di un’altra soluzione “definitiva” ma di un altro equilibrio, che sarà provvisorio. Io credo che ci sia lo spazio per dare realizzazione alla consapevolezza, che avevamo perso, di un comune destino. Se poi saremo capaci di dargli una forma, di approfittare di questa consapevolezza e renderla una forma sociale è tutto da dimostrare. Però a me sembra che lo spazio ci possa essere.

Tra i rischi da assumere c’è anche quello della possibilità della caduta, del fallimento. Di nuovo il problema della tutela, anche sociale, della “sconfitta”: temi che sono, dovrebbero, far parte del patrimonio culturale di ogni cattolico. Tuttavia mi sembra di poter dire che il mondo non segue questa logica…

Certamente no. Il mondo segue da sempre altre logiche. Però, di nuovo, cosa dobbiamo fare rispetto a questo incidente che ci è capitato? Dobbiamo chiudere la nostra capacità di pensare il futuro? Dobbiamo dire che tutto è finito? Che non saremo più come prima? Oppure reagire in maniera relativistica immaginando che non sia successo nulla? No, io penso che a livello personale e a livello collettivo le paure possono annichilire la nostra vita sociale oppure liberare delle energie che prima erano impensabili. Banalmente, siamo tutti fermi, e questa cosa ci fa star male, e allo stesso tempo ci siamo resi conto (almeno io mi sono reso conto) che forse si correva come dei dementi, che (dico una banalità) si facevano un miliardo di viaggi e forse se ne possono fare un po’ meno… I traumi hanno esiti che possono essere opposti. Per me questo è veramente un tempo, in senso biblico, apocalittico: questo incidente ci spinge a un giudizio su questo tempo. Però è anche una grande occasione. Almeno per chi pensa che il mondo che ci siamo lasciati alle spalle non fosse l’Eden. Non era neanche l’inferno, ovviamente: era un mondo che aveva delle cose buone e tante cose che sono morte.

Ma c’è invece qualcosa che rimarrà, fra quelle vissute in queste settimane?

La cosa che ci segnerà, anche se non so dire se nel bene o nel male, è questa esposizione collettiva alla morte. Lo dico per me, ma penso che sia stata un’esperienza per molti. Nei primi giorni, quando c’è stato il contagio, quando l’epidemia si diffondeva in maniera molto veloce e non si capiva bene nulla, credo che tutti abbiamo avuto un momento di interrogazione rispetto alla possibilità di morire. Dato che vivevamo in un mondo in cui questa cosa era messa totalmente tra parentesi e tutti avevano la sensazione di essere immortali (e di conseguenza leggermente paranoici) come ci portiamo dietro questa reimmersione nella nostra realtà di uomini? Per me questo sarà il punto decisivo, che rimarrà nell’esperienza di molte persone, in maniera confessata o inconfessata. Io ho speranza che questa consapevolezza ci possa essere d’aiuto. Ovviamente, se evitiamo di fare di tutto per metterla sotto il tappeto e fare finta di non aver mai vissuto quello che stiamo vivendo.

La lezione “politica” di Caterina

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano il 29 Aprile 2020 

Nel 1970 Paolo VI, uomo profondamente innamorato di Cristo e della Chiesa, compie un gesto che mai — in duemila anni di cristianesimo — era stato fatto: proclamare due donne Dottori della Chiesa. Una di esse è santa Caterina da Siena compatrona d’Italia e d’Europa, da lui definita «la mistica del Corpo mistico di Cristo, cioè della Chiesa».

Nata in un’epoca in cui non era facile “essere donne” — la loro nascita, infatti, non veniva annotata nei registri comunali — e penultima di venticinque figli, Caterina ha rifiutato la vita mondana per darsi totalmente a Dio fin da bambina. Circa dieci mesi dopo la sua nascita anche a Siena arriva la terribile “peste nera”, che dalla Cina era penetrata nel continente europeo a settembre del 1347, seminando morte e carestia in tutta Europa. Il terribile morbo le porta via due sorelle: Lisa e Nera. Perciò suo padre volle la venticinquesima figlia, che Lapa Benincasa mette al mondo senza fiatare. Le donne, di fatto, non avevano parola, né istruzione e la loro giornata si svolgeva tra le faccende di casa e la vita di pietà. Ma per Caterina no. Non era così.

Parlava poco e se ne stava in disparte a costruire la sua “cella interiore” nella quale incontrava Cristo, il quale, a sei anni, le si era manifestato sul tetto del convento di San Domenico assiso in trono. Da Lui riceve il dono di saper leggere e solo pochi anni prima della morte comincia a scrivere.

Caterina mostra subito di non essere una donna qualunque; tutto intorno a lei sa di soprannaturale, di presenza continua ed autentica di Cristo, che, un giorno, visitandola le disse: «Sai chi sei tu e sai chi sono io? Tu sei quella che non è; io, invece, Colui che sono» (Vita, 92). A. Vauchez ha scritto un libro intitolato: Caterina da Siena. Una mistica trasgressiva, nel quale, senza allontanarsi dalle più importanti fonti e correnti di studio sulla santa, riesce a mettere in luce la “vera grandezza di questa donna eccezionale”, descritta da alcuni come “spiacevole” e “irritante” e senza il fascino di Teresa d’Ávila.

Chi era veramente Caterina? Non si può rispondere in poche righe, però sì possiamo segnalare tratti fondamentali della sua persona marcata dalla forte e speciale intimità con Cristo che la rese mirabile “interceditrice” presso il suo Signore. Se qualcuno ha affermato che ella possedeva uno spirito “acre”, sarebbe stupido negare in lei la presenza di un particolare fascino — trascendente —, grazie al quale si circonda di discepoli — i Caterinati — “apprendisti” nelle cose dello Spirito e nella carità, che praticavano restando nel mondo. Caterina, infatti, decise di rinunciare alle “consolazioni spirituali” che Cristo le concedeva nel suo “ritiro” casalingo per mescolarsi nella vita sociale e politica della sua società, in una attività apostolica instancabile, generosa e dedita ai più bisognosi, accompagnata dalle donne e gli uomini che la seguivano.

Accusata di essere una “politicante” risponde di «esercitare la vita nell’onore di Dio e la salute delle anime» (Lett. 122). Per Caterina, infatti, la politica e l’amore per l’uomo sono un tutt’uno poiché Dio, “carità increata” ha creato l’umanità perché vivesse unita: «In questa vita mortale, mentre siete viandanti, vi ho legati nel legame della carità: l’uomo, lo voglia o no, vi è legato. Se egli si scioglie a causa di un sentimento che non sia la caritá del prossimo, vi rimane legato per necessità» (Dial. 148). La società, quindi, nasce da questo legame voluto da Dio ed è concepita da Caterina sì come qualcosa di soprannaturale, ma allo stesso tempo frutto di un mutuo e razionale consenso; in essa l’uomo è creatura provvista di una smisurata dignità e sacralità che ella ha sempre difeso pretendendo dai governanti solide virtù — umiltà, pazienza, dominio di sé —, senza le quali non si può amministrare una città con carità e giustizia, nella considerazione del bene universale e non di quello personale: «Conviensi che l’uomo che ha a signoreggiare altrui e governare, signoreggi e governi prima sé. Come potrebbe il cieco vedere e guidare altrui?» (Lett. 121).

Messaggera di pace tra i potenti ha tenuto testa a re e regine, governatori e uomini di Chiesa, ai quali chiedeva semplicemente di convertire il cuore e mettere la carità a servizio del bene di tutti, come scrive in tutte le sue lettere, nelle quali si rispecchia una forte moralità e grande spiritualità.

L’amore nella forma più alta della “caritas”, il rispetto, la libertà dell’altro, il dialogo pacifico e costruttivo, sono insegnamenti che «questa donna politica “sui generis”», come l’ha definita Paolo VI, ci ha lasciato ed hanno ancora oggi un valore inestimabile. Se in questo momento di ampia confusione umana e frammentazione politica, in cui abbiamo visto generarsi egoismi statali e personali davanti ad un male comune — che sempre esige una risposta “comune” e di “comunione” — avessimo prontamente risposto con quell’attitudine di servizio e non di potere sapendo che «bisogno è di rendere e di lassare quello che non è nostro» (Lett. 297) come ci insegna questa grande santa, quanto ne avremmo guadagnato in umanità? Ascoltiamo Caterina che ancora oggi ci dice: «Umiliatevi e pacificate i cuori e le menti vostre».

Non è un paese per bambini: la denuncia di Investing in Children.

Lo abbiamo sentito tutti. In questa Fase le priorità del Paese non sembrano prendere in considerazione la fascia più giovane del nostro Paese, quella da Zero ai 17 anni, che è stata forzatamente rinchiusa a casa dall’inizio del lockdown.

La scuola pare riaprirà a settembre. Le modalità e i tempi non sono ancora noti. Così come non è chiaro se nell’operazione di apertura sarà coinvolto anche il sistema educativo dei nidi e scuole dell’infanzia (fascia di età 0-6 anni). Questo l’unico punto – anche molto velocemente, toccato nel programma di riapertura, quasi a voler circoscrivere i diritti del bambino e dell’adolescente alla mera frequentazione della scuola. Con un bonus babysitter e congedi parentali la questione sembra essere archiviata fino a nuova discussione.

Così facendo, I diritti dell’infanzia ancora una volta rimangono i grandi esclusi nell’agenda dell’emergenza coronavirus. Ma come sottolinea anche UNICEF, senza un’azione urgente, questa crisi sanitaria “rischia di diventare una crisi dei diritti dei minori”.

I bambini e i ragazzi hanno bisogno di esperienze, di relazioni extrascolastiche per crescere; se privati per troppo tempo della possibilità di frequentare oltre che la scuola, anche attività sportiva e luoghi di socializzazione (come oratori, campus, organizzazioni di quartiere, ecc), rischiano fortemente di rimanere esclusi da un contesto sociale. Tanto più la situazione della famiglia di appartenenza è delicata/compromessa, maggiore è il rischio di esclusione sociale.

Il lockdown che stanno vivendo i bambini e gli adolescenti in Italia chiusi tra le mura delle loro case, in molti casi sovraffollate e prive di spazi adeguati, rischia di creare gravi ripercussioni importanti sulla loro crescita. Gli operatori sociali e i volontari delle realtà del Network, che continuano a rimanere in contatto anche in questo momento di grande difficoltà con le famiglie più svantaggiate segnalano che in questa fase delicata, i bambini che già erano a rischio di esclusione sociale prima del Covid19, ora seguono un’alimentazione scorretta – quando non saltano completamente il pasto, hanno perso completamente i ritmi quotidiani abitudinari, come quello importantissimo per i più piccoli, del sonno-veglia, fanno un uso smodato di videogiochi con il risultato finale di una perdita di concentrazione e motivazione allo studio.

La didattica a distanza per i bambini che vivono in famiglie povere spesso è difficile, se non impossibile. Mancano dispositivi, connessioni e soprattutto una cultura digitale – sia dei genitori, sia dei ragazzi, per poter seguire in maniera strutturata ed efficiente, questo nuovo modello di fare scuola. In Italia gli ultimi dati ISTAT disponibili indicano che il 42% dei minori vive una condizione di sovraffollamento delle proprie abitazioni e il 7% di bambini e adolescenti è vittima di un grave disagio abitativo (anche di abuso). Ed è in queste case, con famiglie in condizioni economiche ulteriormente peggiorate, che i bambini e gli adolescenti cercano uno spazio per studiare e concentrarsi.

Ora più che mai è indispensabile una collaborazione multidisciplinare (settore dell’istruzione, dei servizi sociali e associazioni territoriali) per garantire che le esigenze dei bambini e di quelli che di loro si prendono cura siano affrontate nella loro complessità. Per i mesi a venire bisognerà mettere in campo soluzioni nuove, che siano capaci di coniugare la tutela dei diritti dei bambini e ragazzi alle esigenze delle famiglie, sia dei genitori che lavorano sia di quelli che un lavoro lo hanno perso. Il terzo settore ha un ruolo fondamentale: è l’anello di congiunzione tra scuola e famiglie in stato di difficoltà. Non possiamo basare i prossimi mesi sulle iniziative di singole associazioni.

Il network Investing In Children Italia chiede al Governo:

  • Di garantire tutto il supporto necessario alle famiglie, estendendo come annunciato, l’assegno ai nuovi nati per tutti i figli fino ai 14 anni e ampliando la possibilità di utilizzo dei congedi familiari; ma anche favorendo l’adozione di modalità di lavoro veramente flessibili (lo smartworking certamente, ma anche nuovi orari e turni lavorativi) che permettano ai genitori di poter conciliare lavoro e cura dei figli in attesa della riapertura delle scuole.
  • Che i bisogni sociali ed educativi di bambini e ragazzi siano messi al centro della fase 2.

A giugno quando anche lo stranissimo anno scolastico trascorso più sugli schermi dei pc che sui banchi di scuola terminerà, si esaurirà la sola piccola finestra sulla socialità che hanno avuto fino ad oggi bambini e bambine, aspettando settembre non facciamo trascorrere 4 mesi di vuoto educativo: nei territori ci sono luoghi, come oratori, centri estivi, parchi che, se adeguatamente predisposti con tutte le attenzioni alla sicurezza sanitaria, possono diventare luoghi di incontro e socializzazione sicura per bambini e ragazzi.

  • Oltre a queste possibili occasioni di socialità, proponiamo di prevedere un buono libro, per bambini e ragazzi fino a 18 anni, auspicando che entri un libro in ogni casa degli italiani. Non possiamo permettere che questa situazione emergenziale accentui ancora di più il divario culturale presente tra i nostri ragazzi.
  • Non sprecare le risorse e le potenzialità del terzo settore.

Chiediamo che i rappresentanti di questo pezzo importante di Paese siano inclusi nella Task Force del governo per la Fase 2.

Chiediamo inoltre di favorire una stretta collaborazione tra enti locali e terzo settore proprio per mettere in campo subito, da qui a settembre, tutte le risorse e la creatività di cui il Terzo Settore è ricco, per poter garantire l’attività educativa dei bambini, nei luoghi sopra citati, ma anche le attività di cura e assistenza sociale di cui continuano ad avere bisogno le famiglie più in difficoltà.

Investing in Children Italia offre la sua collaborazione al Governo e alla Commissione Bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza per costruire ulteriori proposte per colmare le disuguaglianze generate e acuite a causa di questa emergenza, tra i bambini e le bambine del nostro Paese.

I portavoce di Investing in Children Italia

Ivano Abbruzzi, Direttore Generale Fondazione L’Albero della Vita

Gianluca Budano, Consigliere di Presidenza ACLI

Le realtà aderenti a Investing In Children Italia:

ACLI Nazionale, ANEP –Associazione Nazionale Educatori Professionali, CESVI, CNOAS – Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali, Fondazione L’Albero della Vita, Human Foundation, SOS Villaggi dei Bambini Italia.

Valdo Spini (AICI): “Ampliare l’Art Bonus: la cultura non si ferma”

Promuovere la cultura come “strumento essenziale per il rilancio del sistema paese”. La richiesta arriva dall’Associazione delle Istituzioni di cultura italiane (AICI), che comprende 120 tra fondazioni e istituti culturali, in concomitanza con l’assemblea dei suoi soci, che si è svolta via web ieri, martedì 28 aprile.

Per ripartire, dopo l’emergenza sanitaria, occorreranno dunque stanziamenti ad hoc. In particolare l’AICI allude “alla proposta, sostenuta da Federculture, di istituire un Fondo per la cultura, non alternativo al finanziamento pubblico e delle fondazioni bancarie, bensì integrativo – come ha spiegato Valdo Spini, presidente l’AICI, introducendo l’assemblea dell’associazione – . Aderiamo a questa iniziativa di #unfondoperlacultura, un appello che ha già raccolto migliaia di firme, e riteniamo necessario riportare l’attenzione sul tema del finanziamento della cultura nel dopo emergenza: basta tagli, servono invece nuovi investimenti su un comparto che sarà ancora più cruciale per l’Italia, la sua economia, la sua società, nei prossimi mesi”.

Il fondo in questione avrebbe per oggetto prevalentemente le imprese culturali. “La nostra proposta, in particolare, – continua Spini – è quella di una misura specifica per gli enti attivi in ambito culturale, che mira all’allargamento dell’Art Bonus, (il credito di imposta pari al 65% dell’importo donato a chi effettua erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico italiano) proprio ad istituzioni come le nostre. Nella forma, si tratta di inserire, nell’art.1 del d.l. 83/2014, “le fondazioni e gli istituti culturali dotati di riconoscimento giuridico”, con lo scopo in sostanza di trovare le coperture necessarie ed incentivare il finanziamento privato alle nostre attività”.

“Per ciò che concerne i nostri appuntamenti – ha aggiunto Valdo Spini – , abbiamo deciso di rinviare alla primavera del 2021 la conferenza nazionale, che si terrà a Cagliari. Non appena vi saranno le condizioni, abbiamo inoltre intenzione di promuovere al più presto un incontro dal titolo “Riparti cultura”, un’iniziativa che vorremmo organizzare a Milano, nel territorio più colpito dalla pandemia, con la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e gli altri istituti della Lombardia (Istituto Parri, Fondazione Kuliscioff, Fondazione Micheletti e tutti gli altri)”.

Nel frattempo, anche in queste settimane di lockdown l’attività delle associazioni impegnate nella ricerca, nella conservazione e nella promozione della cultura in tutti i suoi aspetti, non si è mai fermata. “Molti istituti culturali – ha concluso il presidente dell’AICI – hanno attivato canali di comunicazione digitale per diffondere i loro contenuti, far conoscere e valorizzare il patrimonio collettivo.

Anche il nostro sito ha registrato un flusso crescente di notizie dai soci e, sulla base della positiva esperienza del Dantedì, con i video realizzati dall’Accademia della Crusca, è stata aperta, nella sezione “Notizie dagli Istituti” una pagina ad hoc, dedicata ai video prodotti dagli associati. Vogliamo essere vicini ai cittadini, in queste settimane difficili, ricordando loro il contributo e il valore che la cultura italiana, in ogni suo aspetto, rappresenta”.

Fase autunnale

Anche l’economia, come mille altri fenomeni, si distribuisce nel tempo. Capita un evento, si fa storia, mostra il suo volto, il volto presente, e poi, sicuramente dobbiamo attenderci che effetto avrà sul futuro. Futuro prossimo, ma possibilmente anche futuro un po’ più distante. Per l’economia, almeno per quello che compete a queste povere righe, si tratta di aprire una finestra circa che cosa potrebbe capitare da qui all’autunno.

Quel che è successo lo abbiamo, più o meno, constatato tutti. Gli effetti immediati si sono riversati immancabilmente sull’intero Paese; oggi, avvertiamo quell’urto, ma sarebbe opportuno cercare di capire che cosa avverrà ad ottobre.

E, va debitamente sottolineato, che non capiti nulla di più, rispetto a quello subito. Abbondantemente subito. Dentro questo quadro, già si può intuire il risultato, in termini economici, che ci troveremo ad affrontare quando si spegnerà l’estate.

Con un’immagine piuttosto cruda, me ne rendo conto, ma a me compete far emergere il senso, e che nulla come una scomoda metafora, può risultare a tal fine utile. Immaginatevi un terremoto in mezzo ad un oceano, e dopo un po’, rappresentatevi l’onda d’urto che ne conseguirà.

Così a cavallo tra febbraio marzo è capitato il movimento tellurico, con tutto quello che sappiamo, ma il movimento dell’acqua giungerà a destinazione, almeno così penso, alle porte dell’autunno.

Le imprese non sono tutte nello stesso stato di salute. Qualcuna viaggia bene, altre con qualche incertezza, certe pare siano sempre ad annaspare. È chiaro che questa maledizione colpirà maggiormente coloro i quali già risentivano di sostanziali e comprovate difficoltà. E, per quanto si legga, la percentuale dell’ultima classe, si aggira intorno al 30%. Questo, lo so, è un giudizio piuttosto largo, forse un po’ grossolano, ma ha la virtù di mostrare immediatamente una possibile condizione dell’andamento delle nostre realtà produttive, del nostro commercio, dei servizi e delle funzioni che hanno a che fare in ogni caso con l’economia.

Cosa pensare? E poi, come agire?

C’è da augurarsi che il calore estivo tolga al virus la capacità di viaggiare da persona a persona: le temperature al di sopra di 30 gradi, potrebbero rappresentare un’ostacolo enorme alle carrozzine di saliva che trasportano il veleno. Già questo, non è un aspetto da trascurare. In secondo ordine, tuti quanti preghiamo che gli istituti di ricerca internazionali ce la facciano o con i farmaci o con il vaccino, a debellare questo terribile mostriciattolo.

Con queste due speranze, unite alla buona volontà di tutta la classe politica europea e internazionale, a progettare misure di sviluppo economico adeguate a fronteggiare il malanno che ci sta investendo, potremmo, con minor angoscia, attendere quella terribile onda, sul far della vendemmia.

Come si vede dobbiamo affidarci a due fattori favorevoli: a) confidare sulla natura amica (il caldo estivo); b) sulla volontà e la capacità umana.

In ogni caso, abbiamo un unico dovere, direi un dovere categorico: non cedere mai!

E’ il dottor Fauci uno dei finanziatori del laboratorio di Wuhan

Il dottor Antony Stephen Fauci, dal lontano 1984 è il direttore del National Institute of Allergies and Infectious Diseases.

Fauci ultimamente è divenuto uno dei volti più importanti nella lotta al virus Sars CoV-2, tanto da essere stato chiamato, dal presidente Donald Trump, a far parte della task force dedicata ad affrontare l’emergenza. In tale veste, ha spesso contraddetto o rettificato delle affermazioni pronunciate dal presidente durante la gestione della crisi sanitaria, tra cui la fiducia da questi manifestata nei confronti dell’efficacia di un farmaco antimalaria, la idrossiclorochina, nel combattere la COVID-19.

Però solo ora si è scoperto che è tra i finanziatori del controverso laboratorio di Wuhan.

Secondo Newsweek Il National Institute for Allergy and Infectious Diseases di Fauci ha sborsato un totale di $ 7,4 milioni al laboratorio dell’Istituto di Virologia di Wuhan – che suo malgrado è diventato il centro delle teorie sull’origine di Covid-19.

Lo stesso Fauci però interviene con Newsweek per stigmatizzare la notizia.

“La maggior parte dei virus umani emergenti proviene dalla fauna selvatica e questi rappresentano una minaccia significativa per la salute pubblica e la biosicurezza negli Stati Uniti e nel mondo”, si legge nella nota.

“La ricerca scientifica indica che non ci sono prove che suggeriscano che il virus sia stato creato in un laboratorio.”

Anche se in realtà il vero motivo dell’astio contro Fauci sembra essere più politico che tecnico e i finanziamenti sembrano essere solo una scusa per coloro che in realtà credono che questo intellettuale di sinistra debba smetterla di remare contro il presidente Donald Trump.

L’Intelligenza artificiale può essere istruita per evolversi da sola.

Un team di ricercatori di Google è riuscito a mettere a punto un software che prende in prestito concetti dell’evoluzione darwiniana, tra cui la cosiddetta “sopravvivenza del più adatto”, per costruire programmi di intelligenza artificiale che migliorano generazione dopo generazione senza l’intervento dell’uomo.

Quindi in futuro il programma sviluppato dagli esperti di Google potrebbe anche scoprire da se i nuovi approcci all’Ia. Per farlo sarà probabilmente necessario istruire il sistema con nuove formule matematiche e fornirgli più risorse di calcolo.

 

I NAS hanno chiuso 4 siti internet che offrivano medicinali

Assorted pills

I  NAS, nell’ambito della collaborazione tra Specialità e Ministero della Salute finalizzata al contrasto al cybercrime farmaceutico, ha dato esecuzione ad una serie di provvedimenti d’inibizione all’accesso (oscuramento), emessi dalla Direzione Generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Dicastero, nei confronti di 4 siti web collocati su server esteri e con “riferimenti fittizi, sui quale venivano effettuate la pubblicità e l’offerta in vendita, anche in lingua italiana, di medicinali sottoposti a particolari restrizioni all’utilizzo clinico”.

E’ stata infatti riscontrata l’offerta in vendita anche di prodotti contenenti lopinavir e ritonavir, sostanze ad azione antivirale anch’esse impiegabili in procedure off-label consentite solo in ambienti ospedalieri operanti in emergenza COVID-19.

Cattolici, la messa e i clericali…

Sulla riapertura delle Chiese e soprattutto la celebrazione della Messa, in Italia si è aperto un dibattito che, come capita alcune volte, rischia di scivolare negli “opposti estremismi”. Certo, mai la Chiesa italiana aveva dovuto affrontare un’emergenza del genere. Ed è, pertanto, del tutto naturale che ci siano delle incomprensioni e delle difficoltà nell’affrontare, e risolvere, un problema che supera e che va al di là di qualsiasi protocollo burocratico e regolamentare.

Detto questo, però, almeno due anomalie non possiamo non evidenziarle. Da un lato lo strano e singolare abbinamento della Chiesa e dell’esercizio della messa domenicale e quotidiana con un qualsiasi esercizio commerciale. E lo dico con tutto il rispetto dovuto, come ovvio e scontato per l’esercizio commerciale o per la sala da gioco. Una scivolata, forse dettata dalla fretta e dalla confusione che caratterizzano questi giorni frenetici che, però, ha rischiato di far deragliare l’intera questione. Dall’altro, e nel pieno rispetto della dura e del tutto legittima, nonchè comprensibile, posizione espressa dal vertice della Cei, abbiamo anche assistito ad un clericalismo di ritorno di chi si fa ancor più interprete e custode di ciò che dicono i Pastori. È appena sufficiente leggere i commenti su alcuni grandi organi di informazione per rendersene conto. Sono quelle figure che nelle diverse fasi storiche hanno alimentato e attraversato il movimento politico e culturale dei cattolici italiani. Carlo Donat-Cattin li chiamava negli anni ‘80 i “sepolcri imbiancati” e Mino Martinazzoli, con altrettanta ilarità, li definitiva semplicemente “i cattolici professionisti”. Verrebbe da dire, seppur senza enfasi, nulla di nuovo sotto il sole.

Per fortuna, però, esiste ancora la categoria della “mediazione”. Anche nell’area cattolica italiana, curiale e non. E ne è testimone, oggi, una significativa ed importante intervista apparsa su “Repubblica” del vescovo della mia città, Pinerolo, mons. Derio Olivero. Un vescovo colpito dalla tremenda malattia contemporanea e che ne è uscito recentemente guarito. Un messaggio, quello del vescovo piemontese, ispirato dalla prudenza e dal rispetto rigoroso nelle norme e delle regole in materia sanitaria e di contenimento della malattia da un lato, ma dettata anche da una profonda ed intensa spiritualità da praticare quotidianamente. Nella messa domenicale sicuramente, ma anche nella preghiera di tutti i giorni, nel rapporto con Dio e anche nella riscoperta della fede da parte di tante persone che devono forzatamente convivere con questa situazione di isolamento sociale ed umano. 

E poi è arrivata la puntualizzazione di Papa Francesco, senza alzare la voce e senza bandiere all’inizio della messa mattutina a Casa Santa Marta. Poche parole, senza interferenze e senza altezzosità, ma vere e dettate dalla sola esigenza di rispetto per le decisioni e le scelte degli organismi tecnici e politici in materia sanitaria da un lato e la salvaguardia, al contempo, della fede e dei suoi riti dall’altro. Quella che, in altri tempi – anche se il principio è sempre valido – si chiamava semplicemente “cultura della mediazione”.

Ecco come si può smorzare una polemica nata quasi dal nulla. Anche se comprensibile in un contesto turbolento come quello che stiamo vivendo. Una piccola lezione per il futuro. Che si ripresenterà, e per l’ennesima volta

La cultura ai tempi del Coronavirus

In questo periodo dovremmo evitare di attribuire al virus patologie tipiche del sistema in cui viviamo e della comunicazione sociale che pratichiamo. Ma a volte è forte la tentazione di riconoscerne un portatore di verità, capace di smascherare vizi pregressi.

La notizia dello sciopero dei farmacisti, in riferimento al prezzo (calmierato) delle mascherine stabilito dall’ultimo DPCM, lascia francamente perplessi. Si tratta infatti di una categoria che – assieme ai supermercati – negli ultimi due mesi ha continuato a lavorare, più o meno regolarmente.

Nessuna autocritica per le speculazioni precedenti, sul prezzo delle medesime mascherine? Nessun imbarazzo per il tempismo e l’opportunità della protesta?

Nulla a che vedere con quanti durante il lockdown sono “rimasti a casa”, senza incassi certi e con prospettive incerte di ripartenza. E’ notizia di oggi che, solo nella città di Roma, la metà delle sale cinematografiche presenti sul territorio potrebbe non riaprire i battenti. Stessa sorte per i piccoli teatri. Nel silenzio e nell’indifferenza generale del cosiddetto “mondo della cultura”.

Sembra davvero che con la cultura “non si mangia”, che sia un fenomeno del tutto marginale, a parte qualche ospitata televisiva di attori e scrittori di chiara fama. Come se la cultura fosse un compartimento a tenuta stagna, separato dal resto della vita sociale e dello stesso settore produttivo. 

Si parla da settimane di un “fondo a sostegno della cultura” ma a parte qualche editoriale interessato sui giornali e qualche sostegno simbolico da parte del mondo dell’associazionismo culturale, nulla si è fatto in concreto. Nello stesso periodo, in Germania la Merkel ha approvato un “Recovery plan” da miliardi di euro per sostenere l’arte, il teatro, il cinema, le orchestre, i musei, le biblioteche, con incentivi fiscali, sostegni materiali, una rete di sicurezza sociale per i lavoratori che rischiano il posto di lavoro a causa dell’epidemia. “Nessuno sarà lasciato indietro” ha detto la Cancelliera nel suo intervento al Bundestag.

In Italia, il futuro che ci attende è una progressiva desertificazione del nostro patrimonio culturale. O ci si rende conto che siamo sull’orlo di un precipizio e che migliaia di persone rischiano di restare ai margini, oppure non avremo più una “industria culturale” domestica. Tertium non datur. Tutti lo sanno, eppure sembra prevalere la rassegnazione e la rinuncia. Dovremmo cercare di impedirlo.

Coronavirus: burocrazia e cittadini

Che sia stato generato dal passaggio dal pipistrello all’uomo, scappato per errore dal laboratorio di Wuhan o – come sostengono i complottisti- usato come arma biologica, il Coronavirus è nato in Cina e si è poi propagato in ogni angolo del pianeta.

Non risulta che l’OMS o la Comunità Internazionale abbiano attivato azioni di protesta nei confronti del regime cinese, nonostante la presenza di accordi e protocolli internazionali che prevedevano la comunicazione immediata ai Governi mondiali dell’avvenuto contagio, della virosi in atto e delle misure atte al suo contenimento. Nelle comparizioni televisive del Presidente del Consiglio o dei Ministri e sottosegretari- cioè degli organi politici preposti a farlo- non risulta che sia stata espressa pubblicamente la minima rimostranza per gli undici (e forse più) gg di ritardo che la Cina si è presa per comunicare al mondo la genesi del virus e i pericoli del contagio. In Parlamento nessun dibattito su questo aspetto fondamentale della responsabilità oggettiva della pandemia è stato affrontato a fondo, ne’ risulta  che lo abbiano fatto l’OMS, l’Europa, l’ONU, le istituzioni governative e di controllo a livello mondiale. 

Fatta eccezione per alcuni attacchi di Trump, l’iniziativa dell’Europa tramite la piattaforma EuVsDisinfo (come evidenziato da Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 27/4 u.s.) e, per quanto riferito dalla cronaca, la curiosa, isolata denuncia di un coraggioso albergatore di Cortina che – mettendoci la faccia – ha proposto questo tema, che poi è l’incipit di tutti i guai gettando nello scompiglio e nella disperazione la vita dei cittadini.

Per sere e sere i programmi TV sono stati giustamente monopolizzati da questo tema: ricordiamo le prime valutazioni (poco più di una influenza) fino all’ammissione del disastro globale: “nulla sarà più come prima”.

Esperti e scienziati si sono alternati nel cercare spiegazioni, ipotizzare terapie, profilassi, dare raccomandazioni igienico sanitarie, consigli, suggerimenti, con grande, meritevole abnegazione. 

Salvo fisiologici casi di intemperanze i cittadini hanno dimostrato di aver capito la gravità della situazione e la maggior parte di essi si è diligentemente chiusa in casa, pensiamo alla sofferenza emotiva e psicologica della clausura coatta, al pericolo del contagio, alle varie forme di solitudine, al radicale cambiamento di stili di vita, alimentari, di rituali giornalieri abitudinari.

Il popolo in larga parte ha compreso e ubbidito. Anche chi è stato costretto alla chiusura dell’azienda, del negozio, dell’impresa, del ristorante, della palestra, di ogni tipo di attività che comportasse pericolo di contagio. Perdendo fatturato, lavoro, ordini, commesse, bloccando la produzione con i dipendenti in cassa integrazione e le partite Iva in attesa di un sussidio di sopravvivenza.

La gestione dell’emergenza ha generato contraddizioni e sovrapposizioni se non conflitti di competenze tra i soggetti istituzionali, ai quali si sono aggiunti commissioni, task force, tavoli di concertazione e in ultimo l’organismo con compiti di supervisione e coordinamento: qualcuno si è chiesto se in un Paese democratico e con istituzioni ampiamente rappresentative non sia sufficiente un Governo per governare ma sia necessario disporre di un supplente a latere. Troppe sedi decisionali: ordini, veti, divieti, obblighi, contrordini, sanzioni, multe, denunce penali, 5 o 6 modelli di autocertificazione per uscire di casa, un metro, un metro e mezzo, due metri di distanza, le mascherine utili e quelle farlocche, con relativa speculazione sui costi al consumo.  I Governatori hanno in pratica modificato le disposizioni emanate su scala nazionale, forse per sincera preoccupazione rispetto ad evidenze logisticamente più visibili, altre volte per il coacervo incomprensibile di una normativa centrale che ha suscitato spesso sconcerto e confusione. L’incertezza di agire secondo istruzioni ricevute, la divisione del Paese in contesti decisionali regionali, i nuovi confini per zone di diverso rischio: il vero pericolo a livello istituzionale è parsa l’incapacità di imboccare una strada con decisione o il pentimento di averlo fatto troppo in fretta. Una gestione acefala o multicefala, che ha comportato conflitti e malcelate insicurezze sociali, che genera sconforto e depressione, incrementando la sensazione di sentirsi soli e di non farcela più: mentre dai palazzi si ostenta una “potenza di fuoco” che si polverizza in una moltitudine di monadi isolate con il cerino in mano. La burocrazia – questa cancrena tutta italiana che si contende con l’evasione fiscale il primato del male assoluto del Paese –  l’origine di tutte le disfunzioni, le disparità di trattamento, lo sconcerto e la paura dei cittadini di essere sanzionati per uno starnuto fuori posto, per essersi appoggiati ad una panchina perché esausti dalla fila al supermercato o al banco dei pegni, ma anche le lungaggini per ottenere i finanziamenti per ripartire, i moduli da compilare per ottenerli, le difficoltà di produrre mascherine per riconversione aziendale, le start up bloccate dai timbri e dai bolli, la diffidenza delle banche, l’assenza di uno Stato unitario e risoluto.

Di uno Stato che rappresenti la Nazione e non la consideri una entità da punire con la complicazione di procedure farraginose e la polverizzazione dell’autorità centrale nella discrezionalità degli apparati più periferici dalla pubblica amministrazione. Fino ai paradossi offensivi del buon senso comune della sensibilità umana che si esprime attraverso la comprensione, se necessario, prima ancora che con la sanzione. Disposizioni calate dall’alto e in contraddizione tra diverse fonti di promanazione e incertezza nella loro esecuzione: se l’autocertificazione prevede la voce “situazioni di necessità” si crea una sorta di limbo dove il termine ‘necessario’ è devoluto alla valutazione discrezionale di chi ne accerta la sussistenza.

Multe e sanzioni cadute a pioggia, molto spesso per negligenza o leggerezza dei cittadini, altre per eccesso di zelo dei controllori. Stampa e TV hanno riportato episodi significativi, come i due genitori inizialmente multati perché tornavano dall’ospedale dove avevano portato la figlia per un controllo post trapianto. 

Aprendo il sito della Prefettura della mia città leggo un perentorio: “Non si rilasciano autorizzazioni per spostamenti” e mi domando: a chi deve rivolgersi un cittadino per essere autorizzato ad uno spostamento necessitato da circostanze oggettive ma non sempre previste dal protocollo e giustificate da chi effettua i controlli? Sanzionare le negligenze è doveroso ma punire situazioni di bisogno che sono parte della nostra vita mi sembra ingiusto. E il “faccia ricorso” non mi pare ne’ l’esercizio di un potere legittimo ne’ un atto di comprensione e di buon senso: burocrazia che genera burocrazia e sfiducia nelle istituzioni, i cittadini lasciati soli a confidare nell’umanità e nella sensibilità di chi applica norme sibilline.

Ma ritorniamo al punto d’inizio di questa riflessione. Non è giusto che il conto di questo disastro venga pagato dalle vittime incolpevoli di questa tragedia planetaria.

Il nostro “Presidente-avvocato di tutti gli italiani” prenda contatto con i suoi omologhi , a cominciare da quelli dell’U.E. e valuti se non è il caso di promuovere una azione risarcitoria da parte di tutti i Paesi vittime di una pandemia che ha un luogo e un nome e forse responsabilità da accertare pubblicamente- comunque- in nome di giustizia e verità.

Coronavirus: Trump annuncia un indagine approfondita sulla condotta di Pechino

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è tornato a contestare alla Cina i pesanti ritardi nell’informare il mondo sul nuovo coronavirus.

Trump ha dichiarato che la sua amministrazione è impegnata in una “indagine molto approfondita” in merito alla gestione della crisi da parte di Pechino, e non ha escluso che gli Stati Uniti possano arrivare a chiedere alla Cina la compensazione dei danni economici arrecati dalla pandemia.

“Esistono molti modi per porre la Cina di fronte alle sue responsabilità”. “Crediamo che (il nuovo coronavirus) poteva essere fermato rapidamente alla fonte, e così facendo non si sarebbe propagato a tutto il mondo”.

Il presidente Usa ha anche commentato la notizia della stampa tedesca che chiede alla Cina di versare 165 miliardi di dollari alla Germania a titolo di risarcimento danni: “La Germania sta studiando la questione, e lo stiamo facendo anche noi”.

Istat: i dati sulla protezione sociale.

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Nel 2019 sono stati spesi dalle Amministrazioni pubbliche quasi 479 miliardi per sollevare le famiglie da rischi, eventi o bisogni inclusi nella protezione sociale.

La maggior parte delle prestazioni sociali erogate in Italia riguardano la previdenza sociale (66,3%), il 22,7% prestazioni di tipo sanitario e solo l’11% di assistenza sociale. Negli anni ’90, la previdenza pesava ancora di più, il 71%, a discapito soprattutto dell’assistenza (circa il 7%).

Le prestazioni sanitarie fornite direttamente da strutture pubbliche costano poco meno di 68 miliardi, ma l’assistenza ospedaliera ha perso rilevanza nel tempo a favore di altre tipologie di servizi sanitari.

Per finanziare l’intero sistema della protezione sociale pubblica sono stati messi a disposizione quasi 500 miliardi nel 2019, provenienti per oltre la metà da imposte e per il 48% da contributi sociali.

Ogni abitante ha ricevuto in media nel 2017 poco più di 8mila euro annui per prestazioni sociali. Con 8.041 euro pro-capite l’Italia si attesta sui livelli medi della Ue28; la forbice è molto ampia: dai 20.514 euro del Lussemburgo ai 1.211 della Bulgaria.

I paesi europei hanno dedicato in media alla vecchiaia il 40,5% di tutte le prestazioni sociali erogate nel 2017, in Italia molto di più, il 48,8%. Le prestazioni per malattia/salute seguono con il 29,7% in Europa, ma sono solo il 23,1% in Italia.

Online le linee guida per il trasporto pubblico

Il Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti ha reso disponibili le “Linee guida” del trasporto pubblico per le modalità di informazione agli utenti e le misure organizzative per il contenimento della diffusione del Covid-19, allegate al DPCM del 26 aprile 2020 e una scheda di sintesi delle stesse.

Vengono in tal modo stabilite le modalità di informazione agli utenti nonché le misure organizzative da attuare nelle stazioni, negli aeroporti e nei porti, al fine di consentire il passaggio alla successiva fase del contenimento del contagio, che prevede la riapertura scaglionata delle attività industriali, commerciali e di libera circolazione delle merci e delle persone.

Il documento sottolinea come la tutela dei passeggeri  non è indipendente dall’adozione di altre misure di carattere generale, definibili quali “misure di sistema”, che vengono pertanto richiamate, congiuntamente ad altre “misure di carattere generale”, valide per tutte le modalità di trasporto.

In chiusura le raccomandazioni per tutti gli utenti dei servizi di trasporto pubblico:

  • Non usare il trasporto pubblico in presenza di sintomi di infezioni respiratorie acute (febbre, tosse, raffreddore)
  • Acquistare, ove possibile, i biglietti in formato elettronico, on line o tramite app
  • Seguire la segnaletica e i percorsi indicati all’interno delle stazioni o alle fermate mantenendo sempre la distanza di almeno un metro dalle altre persone
  • Utilizzare le porte di accesso ai mezzi indicate per la salita e la discesa, rispettando sempre la distanza interpersonale di sicurezza di un metro
  • Sedersi solo nei posti consentiti mantenendo il distanziamento dagli altri occupanti
  • Evitare di avvicinarsi o di chiedere informazioni al conducente
  • Nel corso del viaggio, igienizzare frequentemente le mani ed evitare di toccarsi il viso
  • Indossare necessariamente una mascherina, anche di stoffa, per la protezione del naso e della bocca

La Germania prova con il vaccino anti-Tbc

In Germania è stata avviata una sperimentazione di fase III per verificare se il vaccino contro la tubercolosi, denominato VPM1002, possa essere attivo anche contro Sars-CoV-2. Se la sperimentazione avesse esito positivo, l’uso di questo vaccino potrebbe essere una sorta di ‘soluzione ponte’ prima dell’arrivo di un prodotto specifico, da usare per proteggere i soggetti più a rischio in attesa di un siero ‘ad hoc’.

L’ipotesi nasce da studi effettuati sul vaccino Bcg, sul quale è basato il nuovo prodotto e che da oltre cento anni costituisce il vaccino base contro la tubercolosi. Le ricerche hanno dimostrato che gli animali di laboratorio vaccinati con il Bcg non soltanto sono protetti contro la tubercolosi, ma sviluppano anche maggiore resistenza contro numerose infezioni virali, comprese quelle del tratto respiratorio.

Inoltre il VPM1002 può essere prodotto utilizzando metodi di produzione all’avanguardia che renderebbero disponibili milioni di dosi in pochissimo tempo.

Viterbo e Rieti: il Meridione Ferroviario del Lazio

La riflessione sul dopo Covid 19 e sulla “ripartenza” si avvia anche nel Lazio  , per rimettere in moto l’economia e l’attività produttiva fortemente colpite dalla pandemia non è possibile prescindere dalla capacità di sviluppo propria degli investimenti pubblici, in particolare quelli dedicati alle grandi infrastrutture.

La Regione, nei giorni scorsi, ha annunciato la sua intenzione di procedere in questa direzione rendendo pubblico un piano di interventi in quel comparto, e ha dato seguito concreto alle parole siglando un Protocollo d’Intesa con il Ministero delle Infrastrutture  e dei  Trasporti  e con le Ferrovie dello Stato Italiane, mentre, nelle settimane precedenti, era stato raggiunto, in questo senso, anche un accordo tra Roma Capitale e Regione Lazio mirato al completamento e al recupero di alcune infrastrutture nella città.

Il Protocollo d’Intesa tra Regione Lazio e Ferrovie dello Stato Italiane, finalizzato ad un piano regionale di sviluppo della economia e del turismo da attuare attraverso una forte e visibile implementazione delle linee e delle strutture ferroviarie, prevede infatti corposi interventi sul territorio della regione e su quello di Roma con particolare e specifica attenzione alla parte più meridionale della regione stessa ed al quadrante nord-est della città metropolitana.

Un piano di interventi da condividere e sostenere ma anche migliorare per la complessità del territorio regionale comprovata dalla assoluta o quasi assenza di progetti, vecchi e nuovi, riguardanti Viterbo e Rieti, le due provincie a Nord del Lazio.

Per la verità, la Regione e le Ferrovie dello Stato, società interamente a capitale pubblica, hanno in cantiere, o in progetto, alcuni interventi sulle infrastrutture di trasporto presenti nelle due Provincie la cui portata va migliorata per risolvere l’atavica criticità della mobilità da e per Roma, per non parlare del resto dell’area regionale Nord.

La scelta di collocare l’Alta Velocità a Frosinone è una grande opportunità per la Ciociaria e per la Regione Lazio. Un’ operazione di sinergia politica che va dal territorio ai livelli più alti che deve essere riconosciuta a chi l’ha posta in essere e deve essere emulata anche e soprattutto in province come Rieti e Viterbo che restano esempio del Meridione Ferroviario del Lazio. Le condizioni del loro apparato infrastrutturale dei trasporti e della mobilità sono paragonabili soltanto a quelle delle nostre regioni più a Sud e delle Isole, anche se i parametri produttivi, economici e sociali delle due  province del Lazio  raccontano di realtà ben diverse, a tutto favore, ovviamente, di Viterbo e di Rieti.

Ed il paradosso è nel fatto che a Viterbo di stazioni ferroviarie ce ne sono tre, due (Porta Romana e Porta Fiorentina) delle Ferrovie dello Stato Italiane ed una (Viale Trieste) del Cotral, l’Azienda di Trasporti regionale del Lazio.

La linea ferroviaria delle Ferrovie dello Stato (Roma.Cesano-Bracciano-Viterbo) si sviluppa su di un  tracciato che corre, sostanzialmente lungo la Via Cassia, mentre la linea Cotral (Roma-Civita Castellana-Viterbo) compie il suo percorso più o meno sulla direttrice della Via Flaminia. Oltre alla linea Orte – Capranica- Civitavecchia (chiusa).

Tre linee su ferro su tre tracciati e lungo tre direttrici, sulle quali si intercettano numerosi paesi  delle provincie di Viterbo e Roma , che in teoria dovrebbero assicurare un servizio di trasporto pubblico e mobilità più che dignitoso per la miriade di passeggeri, pendolari e non, che si muovono dal territorio  verso la Capitale e viceversa, non ignorando nemmeno il fatto che Viterbo è anche sede di un Ateneo frequentato i cui corsi di laurea registrano numeri di frequenze sempre crescenti da parte dei giovani studenti romani.

Ma tre infrastrutture trascurate nei decenni, in condizioni di servizio ormai sorpassate e mai oggetto di interventi di innovazione, miglioramento, potenziamento ed organizzazione del servizio istituzionale.

L’altra irrinunciabile opportunità per la Tuscia è avere la sosta dell’Alta velocità ad Orte che ha tutte le prerogative anche tecniche per poterla accogliere e che servirebbe anche l’Umbria, su cui la politica tutta deve impegnarsi per concretizzarla e per poter passare dopo decenni dalle parole ai fatti.

Il Protocollo d’intesa sottoscritto dalla Regione Lazio e dalle Ferrovie delle Stato Italiane prevede, un intervento per il raddoppio della linea ferroviaria nel tratto Cesano-Bracciano al termine degli analoghi lavori fino a Cesano, e questo pur apprezzabile miglioramento, comunque datato 2023, non apporterà cambiamenti significativi nella efficienza del servizio e nella durata del viaggio.

La Regione, da parte sua, ha programmato il raddoppio dei binari sulla ferrovia regionale concessa ma soltanto per il tratto che insiste sul territorio della Provincia di Roma.

Per questo è ora che le forze sociali, sindacali, politiche e Istituzioni si impegnino perché il Cotral e le Ferrovie dello Stato non si fermino nei loro investimenti e ammodernamenti al confine della provincia di Viterbo. Non possiamo aspettare che prima o poi si scriva “Cristo si è fermato a Viterbo” per le infrastrutture ferroviare e stradali.

Concludendo come proposte immediate per questa emergenza Covid19 propongo:

  • L’emergenza sanitaria ha bloccato gli spostamenti, sarebbe utile trovare delle modalità di riconoscimento a tutti quei pendolari e studenti che hanno pagato un abbonamento annuale senza fruirne, per tutte le società che si occupano di trasporto pubblico.
  • Iniziare da subito a pensare un trasporto scolastico per settembre che tenga conto del distanziamento sociale che, nel caso della Tuscia si somma alle carenze di corse per gli le scuole superiori di secondo livello che si trovano in comuni diversi da Viterbo, al centro di numerose denunce da parte di Dirigenti scolastici e famiglie perché si è arrivati a ledere il diritto allo studio di tanti ragazzi.

Aggiornamenti Sociali: gratis il numero di aprile

Da oggi a fine mese, il numero di aprile di Aggiornamenti  Sociali è in omaggio. Nell’ambito delle iniziative per il 70° “compleanno” si può scaricare gratuitamente il pdf del fascicolo.

Aggiornamenti Sociali è una rivista dei gesuiti, nata nel 1950, che offre informazione ma soprattutto formazione. Frutto del lavoro di una equipe redazionale composta da gesuiti e laici delle sedi di Milano e di Palermo e di un ampio gruppo di collaboratori qualificati, il mensile offre criteri e strumenti per affrontare le questioni oggi più dibattute e partecipare in modo consapevole alla vita sociale.

La Redazione, inoltre, promuove e partecipa a reti e progetti nei campi della formazione politica ed etica, del lavoro, dell’ambiente. Un impegno che negli ultimi anni è diventato particolarmente intenso. Il nostro riferimento è il pensiero sociale della Chiesa, con il suo sguardo che tiene insieme fede e giustizia. Una prospettiva che porta oggi a promuovere l’ecologia integrale e una cultura della sostenibilità.

Qui il file PDF

Mio padre ce l’ha fatta: in ospedale sono stati fantastici.

Una testimonianza, sul filo della commozione, che volentieri pubblichiamo.

Il rifiuto è il primo sentimento che provi quando questo maledetto virus bussa alla porta di casa tua. Poi ti assale la paura guardando in faccia la realtà. L’impotenza, infine, è ciò che divora i familiari.

Il 18 marzo scorso, io e la mia famiglia siamo stati travolti da questo turbinio intenso e devastante di emozioni. Armati di coraggio e speranza abbiamo lasciato mio padre, indebolito, nell’unico posto che poteva farlo tornare forte come è sempre stato.

Abbiamo riposto tutta la nostra fiducia nei medici e nel personale sanitario del Santa Maria Goretti di Latina, potendo alla fine riscontrare come essa sia stata felicemente ripagata.

Questo virus ti entra dentro e non sai quando si manifesterà nel modo più acuto. Dopo due giorni di ricovero, lo ha fatto. Avere un padre che lotta tra la vita e la morte e non poter far nulla per lui, nemmeno una carezza, credo sia una condanna che nemmeno Dante ha potuto immaginare per i tormenti del suo inferno.

Ma c’erano loro, i dottori. Come non ringraziare il dott. Romeo che dedicava e dedica ogni suo momento libero alle chiamate con i famigliari dei pazienti del reparto di terapia d’urgenza (diretto dal prof. Aiuti al quale vanno, egualmente, i nostri più sentiti ringraziamenti). Ha affrontato, insieme a tutta la sua equipe, questa situazione di acuta emergenza in modo assolutamente professionale.

Per chi fortunatamente non lo sa, il c-pap ti salva la vita, ma allo stesso tempo rappresenta una soluzione estrema. Il paziente è cosciente, avverte tutto, ma non può né parlare né ascoltare. Sono stati tanti i cartelloni che ho fatto per mio padre dove ho scritto a mo’ di supplica di non mollare. Era l’unico modo per comunicare.

Ed è qui che dobbiamo ringraziare Luca, Silvia, Antonio, Claudia e tutti gli altri infermieri e infermiere del medesimo reparto, che oltre a prendersi cura costantemente della salute di mio padre, lo accudivano anche psicologicamente con tanti gesti a suo conforto, mostrandogli cosa la famiglia voleva comunicargli. Sono loro che, sotto la guida dell’impeccabile caposala Natalina Budelli e delle altre colleghe, hanno fatto da filo conduttore tra il paziente e la famiglia. Hanno preso tutto il nostro amore e lo hanno portato a lui.

Vorremmo ringraziarli uno ad uno. Sono tanti, coraggiosi e pronti a fare il loro lavoro con passione. Loro sono gli “angeli” che hanno ridato vita a mio padre e tante altre persone. Ed è grazie a loro che oggi 28 aprile, il sentimento che proviamo è finalmente quello di felicità. Tutto il reparto, unito alla forza di mio padre, ha avuto la meglio sull’insidia mortale del virus.

Viviamo l’eucarestia con fiducia

Le limitazioni rientrano in una strategia di tutela della salute pubblica. I cristiani devono dare conto della loro fede anche con un po’ di creatività.

A seguito del dibattito sulla libertà di celebrare messa, sento di dover intervenire come giovane e come missionaria.

Sono cattolica cristiana, battezzata poco dopo la nascita e da 10 anni missionaria.

In questo periodo stiamo vivendo una parte di storia inedita per la vita umana e spirituale di ognuno e della collettività occidentale.

Tuttavia siamo tutti egualmente cittadini e per il virus in diffusione tutti potenziali ospiti validi ed eguali a trasportarlo e diffonderlo in ogni dove.

Ora, se lo Stato italiano ha istituito un gruppo di lavoro di massimi esperti, possiamo fare fino in fondo il nostro atto di fede e di fiducia verso queste persone che stanno lavorando per tutti? Stanno facendo del loro meglio proprio come avremmo fatto noi se fossimo stati al loro posto!

Credo che sia fondamentale fare ognuno la nostra parte, lì dove siamo. Capisco i condizionamenti e i coinvolgimenti emozionali di ognuno…ma vorrei invitare a riflettere, in maniera sincera e autentica fino in fondo.

Da anni e anni, anzi da secoli, in tante parti del mondo ci sono luoghi così remoti e lontani in cui sacerdoti, frati e suore, nonché missionari laici, possono arrivare solo una o due volte l’anno. E lì, in quei posti sperduti, i vescovi stessi possono andare a svolgere celebrazioni magari solo una volta l’anno.

Io ci ho vissuto in questo mondo alla fine del mondo. Io l’ho visto con i miei occhi. Io l ho vissuto sulla mia pelle. Ora ne devo dare testimonianza. Perché è proprio in questa eccezionalità che è data a tutti, qui in occidente, la possibilità di conoscere meglio e di più questa situazione che a molti è quotidiana da sempre. Appunto, alla fine del mondo…

Possiamo fare lo sforzo di capire quanto siamo legati solo a parole che spesso recitiamo e quindi a ritualità che spesso si ripetono sotto forma di comodità e routine?Quante volte diciamo che ci bastano briciole di quella Eucaristia per essere altri Gesù. E da anni e anni si sono ricevute intere Eucaristie che ci compongono, che fanno parte del nostro sangue e della nostra carne…Ma ci crediamo veramente?

Ora è il tempo di fare questo salto di fede! Siamo veramente pronti? Riusciamo a capacitarci di questo? È fondamentale fare un passo o un passaggio di tale portata. Siamo chiamati a riconoscere quelle routine, sempre monotone, che si erano innescate anche involontariamente, così da ricreare e rinnovare veramente con una sana resurrezione della nostra Fede!

Ora, lo Stato italiano deve seguire e preservare il bene comune di tutti i cittadini. Il bene, il benessere di tutti, compresi quelli che stanno lavorando fino oltre lo stremo da settimane e settimane. Ce la facciamo a ricordarcelo e rispettarli? I servizi sanitari nazionali sono allo stremo. E non ci sono altre forze per altri incidenti previsti, per altre persone che si potrebbero far male.
Se scoppia un incendio in un luogo di culto, chi interviene?Deve far fronte lo Stato italiano. Perché si vogliono correre i rischi ancora oltre ogni limite? Se nei luoghi di culto ci vanno le persone adulte e anziane, più suscettibili, perché aumentare le possibilità di rischio?Vorreste essere voi quei soccorritori allo stremo delle forze, chiamati ancora, all’occorrenza, a far fronte ad altri incidenti più o meno indotti, forse facilmente evitabili?

Lo Stato non ce l’ha con nessuna religione. Ma proprio per rispettare tutti – cattolici, musulmani, buddisti, induisti, protestanti, ortodossi – lo Stato si erge a istituzione sopra le parti con l’obiettivo di praticare il più alto senso di responsabilità.

Impariamo dagli artisti e cerchiamo di sfruttare la creatività. Abbiamo tutti i mezzi a nostra disposizione: quanti messalini stampati, digitali, video, registrazioni, dirette tv, radio, giornali, web…Ci sono quantità infinite di materiali su innumerevoli canali. Dio è con noi già, sempre, in noi e tra noi. Facciamo noi il nostro passo creativo per andargli incontro danzando e praticando l’allegria!

Facciamo tutti la nostra parte con i Santi doni dello Spirito Santo!

El Pais: “Sostieni l’Italia”

“Sostieni l’Italia” è il titolo dell’editoriale con il quale il quotidiano spagnolo “El Pais” chiede all’Unione europea di rafforzare la solidarietà nei confronti di un paese già duramente messo alla prova dalla politiche europee.

La delusione per la lentezza con la quale le istituzioni europee si sono mosse per risolvere i problemi dell’Italia minaccia infatti di lasciare uno dei fondatore dell’Ue in balia della demagogia populista.

L’Italia è stata trascurata, in primo luogo, durante la crisi migratoria”, scrive il quotidiano spagnolo, sottolineando come quella ferita trasudi ancora sotto forma di euroscetticismo e alimentando i movimenti di estrema destra. Una ferita che si è riaperta proprio nelle prime fasi dell’attuale crisi sanitaria.

Secondo El Pais: “Il pacchetto finanziario lanciato nell’Eurogruppo che ha appena ricevuto sostegno al vertice del 27 deve, tra l’altro, impedire – per dimensioni e velocità – che i cittadini della repubblica transalpina subiscano una terza frustrazione , che sarebbe difficilmente reversibile”.

Ordine dei medici: “Fa bene il governo a partire con prudenza”

Il presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli afferma che: “Come medici, condividiamo la prudenza adoperata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, e dal governo nell’avviare, dal 4 maggio, la fase 2.

“Dobbiamo abituarci, almeno sino a che non avremo disponibili farmaci di sperimentata efficacia e vaccini, a convivere con il coronavirus. Per questo, sono necessarie, da parte di tutti i cittadini, prudenza e responsabilità, ed è indispensabile una gradualità delle riaperture, distanziando i diversi blocchi di circa due settimane, per poter monitorare l’andamento dell’epidemia. In questa fase, è poi cruciale il controllo del territorio, da attuarsi tramite la rete che abbiamo chiamato dei “medici sentinella”

Inoltre il presidente si sente tutelato dal  coinvolgimento delle cinque grandi aziende italiane che produrranno mascherine di qualità a prezzo calmierato. “Queste misure consentiranno a tutti i cittadini di dotarsi di mascherine a un prezzo equo e uguale per tutti, tutelando la loro salute e la salute di chi sta loro accanto”.

USA e il fallimento del piano di aiuto alle piccole imprese

Nelle ultime quattro settimane, il Congresso aveva dedicato oltre $ 650 miliardi di dollari per aiutare le piccole imprese, cercando di recuperare, almeno in parte, i  2 trilioni di dollari della recessione provocata dal Covid.

Sebbene le intenzioni sembrassero buone, il programma per le piccole imprese – noto come Programma di protezione dello stipendio – è rimasto senza soldi in 14 giorni.

Questo anche perché un’enorme quantità di denaro è andata ad aziende che pochi considererebbero “piccola”. Catene nazionali come Potbelly’s, Shake Shack e Ruth’s Chris Steakhouse hanno ricevuto molto denaro, così alcuni hotel come il Ritz Carlton di Atlanta. Alcuni prestiti erano così imbarazzanti che le stesse aziende hanno deciso di restituire il denaro.

Ciò è accaduto a causa di una combinazione di scappatoie e sviste nella legge originaria che consentiva alle medie e grandi imprese di poter far parte del piano.

E anche se la scorsa settimana il Congresso ha stanziato altri 310 miliardi, non è riuscito a risolvere questi problemi.  Senza alcuni importanti cambiamenti, molte piccole imprese  continueranno a non percepire i finanziamenti dovuti.

Credito e liquidità per famiglie e imprese: i primi dati della Task force

Quasi 1,3 milioni di domande o comunicazioni relativi alle moratorie sui prestiti e più di 20.000 richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese presentati al Fondo di Garanzia per le Pmi. È quanto emerge dalle rilevazioni effettuate dalla task force costituita per promuovere l’attuazione delle 1 misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19.

La Banca d’Italia ha avviato una rilevazione statistica presso le banche, riguardante sia le misure governative di cui ai decreti legge ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’, sia le iniziative volontarie. Sulla base di dati preliminari, al 17 aprile erano pervenute quasi 1,3 milioni di domande o comunicazioni di moratoria su prestiti per oltre 140 miliardi. Sulla base di una precedente rilevazione curata dall’ABI, al 3 aprile erano pervenute circa 660.000 domande, per un controvalore di 75 miliardi di prestiti.

Poco più della metà delle domande provengono dalle imprese (a fronte di prestiti per 101 miliardi). Le oltre 600.000 domande delle famiglie riguardano prestiti per 36 miliardi. Circa 42.500 domande hanno riguardato la sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa (accesso al cd. Fondo Gasparrini), per un importo medio di circa 99.000 euro. Si può stimare che circa il 70% delle domande o comunicazioni relative alle moratorie sia già stato accolto dalle banche; solo l’un per cento circa è stato sinora rigettato; la parte restante è in corso di esame.

Il Mediocredito Centrale (MCC) segnala che sono complessivamente 22.480 (di cui 1.656 relative alla previgente normativa) le domande arrivate al Fondo di Garanzia, dal 17 marzo ad oggi, per richiedere le garanzie ai finanziamenti in favore di imprese, artigiani, autonomi e professionisti. In particolare, delle 20.824 domande arrivate e relative alle misure introdotte con i decreti ‘Cura Italia e ‘Liquidità’: − 5.200 arrivate nella sola ultima settimana, sono riferite a finanziamenti fino a 25.000 mila euro, con percentuale della copertura al 100%; − 8.081 sono operazioni di garanzia diretta, con percentuale della copertura all’80%; − 4.399 sono operazioni di riassicurazione, con percentuale della copertura al 90%; −  898 sono operazioni di rinegoziazione e/o consolidamento del debito con credito aggiuntivo di almeno il 10% del debito residuo e con incremento della percentuale di copertura all’80% o al 90%; Le informazioni riportate sono raccolte nel contesto dei lavori della Task Force per le misure a sostegno 1 della liquidità.

Fanno parte della Task Force il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero dello Sviluppo Economico, la Banca d’Italia, l’Associazione Bancaria Italiana (Abi), il Mediocredito Centrale, e la Sace. −  33 sono operazioni riferite a imprese small mid cap con percentuale di copertura all’80% e al 90%; − 2.213 sono operazioni con beneficio della sola gratuità della garanzia, che a normativa previgente erano a titolo oneroso;    Le 22.480 domande complessivamente arrivate al Fondo dal 17 marzo (di cui 1.656 relative alla previgente normativa) hanno generato un importo di 3,1 miliardi di euro, di cui circa 115,3 milioni di euro per le 5.200 operazioni riferite a finanziamenti fino a 25.000 mila euro, accessibili da meno di una settimana alla data della rilevazione.

Coronavirus: nasce numero verde per supporto psicologico

E’ già operativo  il numero verde di supporto psicologico 800.833.833 attivato dal ministero della Salute e dalla Protezione Civile per gestire gli effetti dell’emergenza coronavirus: “Tutti i giorni, dalle ore 8 alle 24 – informa il dicastero di lungotevere Ripa – professionisti specializzati, psicologi, psicoterapeuti e psicoanalisti risponderanno al telefono alle richieste di aiuto”. L’iniziativa coinvolge oltre 2mila professionisti e “punta ad affiancare, in questa fase di isolamento sociale, tutti i servizi di assistenza psicologica garantiti dal Servizio sanitario nazionale”.

L’iniziativa nasce della consapevolezza che “l’emergenza Covid-19 sta mettendo a dura prova la tenuta psicologica delle persone alle prese con una situazione inedita nella sua drammaticità. Il timore del contagio, le misure di isolamento, tanto indispensabili sul piano sanitario quanto difficili su quello umano, la solitudine, i lutti, le incertezze economiche: tutti elementi che possono far nascere attacchi di ansia, stress, paure, disagio”.

 

Urge un chiarimento da parte del governo: essenziale garantire la libertà di culto.

Difficile giustificare stavolta il Governo sulla questione delle Messe.

Personalmente ho condiviso e sostenuto anche pubblicamente la decisione di sospendere la partecipazione fisica dei fedeli alle celebrazioni liturgiche nella fase del completo lockdown.

I cattolici sono cittadini come gli altri e dunque hanno il dovere di rispettare le leggi civili che le autorità pubbliche mettono in campo per la tutela della salute.

L’esigenze del culto e della condivisione liturgica è essenziale per l’esperienza cristiana, ma in circostanze particolari essa può e deve essere raccordata con le oggettive necessità di difesa della vita stessa dei fedeli e con quelle della sicurezza della comunità.

La Conferenza Episcopale ha assunto fin dall’inizio una posizione di grande responsabilità e di meritorio equilibrio – benché sollecitata da spinte interne ed esterne, talune sincere, talune strumentali, di tenore assai diverso ed accettato questa limitazione.

Durante la fase uno del lockdown i cattolici italiani hanno potuto contare sulla straordinaria testimonianza di Papa Francesco (che con le preghiere solitarie in San Pietro ha trasmesso un senso inedito del rito liturgico (pur se attraverso i mezzi di comunicazione) e sull’invito di Gesù di cui a Matteo,6 (“…tu quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”)

Le polemiche da parte cattolica nella fase del lockdown, a mio parere, non erano fondate.

Lo sono invece molto adesso, dopo l’inaudita decisione del Governo di non considerare le cerimonie del culto (non solo cattoliche) come meritorie di considerazione nell’avvio della fase due, che coinvolge (seppur confusamente) tante altre attività di interesse collettivo.

Significa forse, come sostiene Andrea Riccardi, che lo Stato non considera il culto come un servizio essenziale per la comunità? Sarebbe inaudito, sopratutto in una fase storica nella quale molti pensatori anche di matrice laica parlano di una società assetata di senso “religioso”.

Oltretutto, la Cei – accettando le limitazioni della prima fase – aveva avviato subito un dialogo con lo Stato per definire protocolli di sicurezza sanitaria utili per la ripresa delle attività.

Ora il Governo apre la fase due (o uno e mezzo, come qualcuno ha scritto) ma non considera la questione delle cerimonie liturgiche; se non i funerali, peraltro con limitazioni irragionevoli (15 parenti al massimo, a prescindere dalle condizioni fisiche e dal rispetto delle misure di distanziamento sociale).

La posizione del Governo è irragionevole sul piano tecnico (perché le condizioni di sicurezza per la fase due dovrebbero essere valide per molte altre attività e non per le cerimonie liturgiche?); irriguardosa verso l’atteggiamento costruttivo della stessa Cei; incoerente sul piano costituzionale; gravemente autolesionista sul piano politico.

Non credo a congetture anti cattoliche o anti religiose. Credo piuttosto al fatto che si è in presenza di un Governo che fatica a tenere in mano la situazione del Paese e a fare sintesi tra le esigenze e le posizioni in una fase oggettivamente inedita e drammatica.

Urge comunque una correzione immediata.

La fase 2

L’animo umano vorrebbe che tutto si risolvesse d’incanto. La natura è così. Chi di noi non immagina una pronta liberazione da questo danno? E tutti inseguono il sogno, credendo che si possa immediatamente attuare. Non si vuole alcun fardello da portare sulle spalle. Ma non è così. Questi due mesi che stanno dietro noi, peseranno a lungo.

Sia sotto il profilo economico, che dal punto di vista sanitario. Le imprese soffriranno come non mai a dare nuova benzina ai propri motori; il virus non farà le valige per andarsene. Dobbiamo saper mantenere presente questa spiacevole condizione.

Non solo, bisogna anche saperci convivere. Ogni qualvolta ci poniamo di fronte qualche problema attinente all’attuale presente e al prossimo futuro, buona regola sarebbe mantenere uno spirito d’attenzione che non liquidi facilmente quel gravame pregresso.

Abbiamo tutti ascoltato la conferenza stampa di Conte. Una conferenza stampa è sempre e solo una conferenza stampa. Non potrà assolutamente soddisfare la curiosità, tanto di chi è ben disposto, quanto di chi alimenta qualche contrarietà.

Dovremmo leggere con molta attenzione i Decreti, ma a tal proposito è già utilissimo il servizio offerto dai resoconti giornalistici. Gli specchietti a tutta pagina illustrano a dovere tanto i limiti quanto le novità e i diritti riacquisiti e ciascuno da oggi saprà come comportarsi dal 4 maggio in poi.

Possiamo dire di essere soddisfatti? No! Vorremmo sempre scaricare gl’impedimenti. Ogni giorno siamo con la massima disponibilità ad ascoltare notizie favorevoli sul fronte dei contagi e dei guariti, ma come tutti quanti voi sapete, le notizie favorevoli giungono con il contagocce.

Siamo quindi martellati da due forti esigenze: la prima intende impedire qualsiasi ricaduta verso la malattia – sarebbe un tracollo sotto tutti i profili -; dall’altro, desiderosi di far ricominciare la vita produttiva in tutti i settori. Dalle fabbriche, ai ristoranti ai teatri alle funzioni religione, ai convegni politici, ai parrucchieri, insomma all’intero mondo.

Pertanto, viviamo una contraddizione quasi insanabile, perché le due speranze non armonizzano certo a dovere. Se dessimo ascolto all’ultima citata, potremmo cadere nel peccato mortale; seguissimo solo l’andamento della prima, paralizzeremo l’intera vicenda economico. Per questo, è nostro compito saper tenere a bada entrambe, senza trascurare alcuna di queste.

Dal 4 maggio l’Italia si suddivide in 20 regioni. Ciascuno di noi, potrà nei limiti consentiti circolare esclusivamente nei confini regionali. Solo casi eccezionali permetteranno i varchi confinari. Sono altresì convinto che le Regioni non potranno essere considerate omogenee, perché alcune, quelle più colpite, dovranno seguire norme più restrittive rispetto a quelle che, fortunatamente, sono rimaste più immuni dal torrente virale. Il Governo Giuseppe Conte, tenga presente questa valutazione prima che il DPCM sia definitivamente approvato.

Per quello che posso, parlo telefonicamente con alcuni piccoli imprenditori del mio territorio, i quali mi testimoniano il loro stato depressivo piuttosto intenso. Lo dico, perché immagino che questo sia una condizione quasi universale. A costoro suggerisco di tener duro e di fronteggiare con massimo rigore il periodo grigio che stiamo attraversando. Credo che oggi il Paese sia proprio unito, al di la di qualche aspetto secondario e di costume, dalla sofferenza dettata dall’inattività che colpisce la stragrande maggioranza dell’Italia. E questo, però, permetterà di solidarizzare a vantaggio di tutte le categorie e dell’intero Paese.

Il Parlamento, non può essere silente.

È del tutto aperto il dibattito sul ruolo del Parlamento nella democrazia contemporanea. E questo al di là della furia populista e demagogica dei 5 stelle di “aprire il Parlamento come una scatola di tonno” oppure, e peggio ancora, per la voglia di questo partito di mettere radicalmente in discussione la stessa democrazia rappresentativa e parlamentare. Soprattutto in un momento in cui, di fatto, la democrazia è sospesa perchè le decisioni che vengono assunte dal Governo e dal suo Premier richiedono sempre di più urgenza e rapidità. In un contesto, purtroppo, dominato da una drammatica e del tutto inedita emergenza sanitaria nazionale ed internazionale che ha sconvolto il profilo e la fisionomia del nostro stesso sistema. Nel caso specifico del sistema sanitario nazionale. 

Ma il ruolo del Parlamento, la sua funzionalità e il suo ruolo proprio adesso rischiano di essere messi clamorosamente in discussione. 

Innanzitutto per la richiesta di una maggior rapidità delle decisioni. Il Parlamento, e la democrazia rappresentativa, com’è del tutto evidente, hanno le loro regole e la loro prassi. Se comincia a prevalere la tesi,e a consolidarsi, che si decide meglio in fretta e da soli è del tutto evidente che il dibattito parlamentare non è altro che una semplice perdita di tempo. E, di conseguenza, da ricorrerci il meno possibile. 

In secondo luogo la scarsa rilevanza e il peso politico sempre meno marcato dei parlamentari. Ora, pur senza entrare nel merito del dibattito sul numero dei parlamentari e del futuro referendum, è indubbio che la progressiva caduta di autorevolezza dei parlamentari da un lato e lo scarso livello politico del dibattito e del confronto parlamentare dall’altro sono e restano all’origine di questa decadenza di un istituto seppur decisivo e centrale della nostra democrazia rappresentativa e costituzionale. 

In ultimo, e forse è la ragione decisiva, la personalizzazione e la verticalizzazione della politica non solo hanno contribuito a depotenziare il ruolo dei partiti ma, soprattutto, hanno ridotto il Parlamento a semplice cassa di risonanza delle decisioni prese ed assunte dai capi partito. Intendiamoci, questa deriva non nasce solo con questa terribile e devastante emergenza sanitaria. Ma è indubbio che proprio questa emergenza ha contribuito prepotentemente a questa caduta di credibilità e di autorevolezza dell’istituto parlamentare. E, quel che è più grave, il tutto avviene senza una reazione non dico della stragrande maggioranza dei parlamentari – il che non stupisce essendo lo stipendio ed i relativi benefit quasi la ragione esclusiva per molti di loro che tremano al solo pensiero della scadenza della legislatura… – ma neanche con un altrettanto ed indispensabile dibattito politico e giornalistico, salvo rare eccezioni di qualche costituzionalista o di esponente illuminato della cosiddetta prima repubblica. 

Ecco, forse è anche giunto il momento, in un contesto che sarà sempre più caratterizzato da una indispensabile e necessaria ricostruzione morale, politica, sociale e soprattutto economica e produttiva, di non disperdere il ruolo, la funzione e la valenza del Parlamento. Perchè un Parlamento silente o accantonato rispetto agli altri poteri non solo indebolisce la democrazia ma, addirittura, crea le condizioni per una democrazia autoritaria e autocratica. Elementi che non solo restano estranei all’impianto della nostra Costituzione ma sono nocivi anche per un serio e credibile piano di ricostruzione del nostro paese dopo questa terribile emergenza sanitaria. Per la qualità della democrazia e non per la considerazione dei parlamentari. 

Donne in prima linea ai tempi del Covid19

“le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di “mostrare” nulla se non la loro intelligenza” ha detto Rita levi Montalcini, una testimonial d’eccezione della capacità, della tenacia e dell’ingegno femminile.

Eppure in Italia, nonostante le tante conquiste, la capacità delle donne sconta ancora un pesante gender gap, che non tende ad attenuarsi neanche dopo la grande prova di resilienza dimostrata durante l’emergenza da Coronavirus . E la composizione dei comitati e delle task force per la ripartenza  o le nomine dei vertici delle aziende partecipate sono ancora una volta un esempio di occasione persa. Ma forse qualcosa ancora si può fare….

In Italia la popolazione femminile è innanzitutto più numerosa, siamo infatti oltre 31milioni , pari al
51,3%
della popolazione, ma è anche più longeva degli uomini. E ahimè i dati di genere di contagi, guariti e mortalità da Covid di questi mesi mostrano la maggiore resistenza delle donne.

Le donne entrano nel mondo del lavoro un po’ piu’ tardi degli uomini, si sposano in età più giovane, vanno mediamente in pensione più tardi.

Le donne sono più istruite degli uomini (33,4% di laureate contro il 29,% di laureati) e sono abituate ad applicarsi di più: Sono più regolari: il 91% delle donne non fa ripetenze contro l’85% degli uomini. Raggiungono voti più alti: il voto medio di diploma è rispettivamente 78,6 % per le ragazze contro 75,1% dei ragazzi. Studiano di più: il 38% dedica allo studio e ai compiti a casa più di 15 ore settimanali contro il 16% degli uomini. Sono più le donne che gli uomini a conseguire Master e dottorati. E rimangono intellettualmente e culturalmente più attive: maggiori sono le percentuali di donne, rispetto agli uomini che leggono, vanno a Musei o teatri….

Ma a che serve tutta questa preparazione se poi permane un gap di genere nelle retribuzioni, nelle carriere, nelle posizioni di vertice?

Il divario retributivo medio tra salario femminile e maschile è del 12% e si registra per tutte le posizioni organizzative

La società americana Prudential ha condotto uno studio sugli individui che rappresentano il principale responsabile del reddito in famiglia ed è emerso che solo il 20% delle donne in questa condizione si ritiene preparata a prendere decisioni di investimento, preferendo delegare questa attività agli uomini. Non a caso di parla di PATRI-monio, accezione maschile!

E nonostante le battaglie e le leggi a tutela delle c.d. “quote rosa” le donne in parlamento sono solo al 35,4% negli organi decisionali al 15,9% nei Consigli di Amministrazione al 36%

Molto è stato fatto in questi anni se pensiamo che la percentuale rosa è stata del 20% fino al 2015…ma sicuramente non rappresenta quantitativamente e qualitativamente l’universo femminile che ne avrebbe pieno titolo.

L’ennesima prova di capacità

In questa emergenza è emersa ancora una volta la forza, la capacità, la determinazione, l’abnegazione delle donne. Basti pensare Alle 3 dottoresse italiane che in meno di 48 ore sono riuscite ad isolare il nuovo Coronavirus per prime in Europa: La Direttrice del laboratorio di Virologia dell’INMI – Istituto Nazionale Malattie Infettive – Maria Rosaria Capobianchi, Francesca Colavita, precaria allo Spallanzani, e la dott.ssa Concetta Castilletti.

Oppure Annalisa Malara è l’anestesista dell’ospedale di Codogno che ha diagnosticato il primo caso di Covid-19 in Italia. È lei che, con un’intuizione, cercando l’impossibile, ha eseguito il tampone su Mattia, il 38enne paziente 1.

O infine Elena Pagliarini l’infermiera simbolo immortalata mentre crollava dopo un turno estenuante. Dalle   deputate  di questo governo, che non si sono risparmiate discutendo ogni giorno ed ogni notte per trovare soluzioni all’emergenza sanitaria, sociale ed economica, ed isolandosi dalla propria famiglia e figli( ricordo un post del Ministro Paola De Micheli che riabbraccia il figlioletto dopo la quarantena, e post di pochi giorni dopo che la ritraevano in pieno operatività a Roma o i video serali della amica Patrizia Prestipino che si batte in Parlamento in jeans e mascherina)  a tutte le operatrici sanitarie, le cassiere, le spazzine, le insegnanti, le badanti, le madri , le  donne che tengono unita e forte la famiglia bloccata in casa dal lockdown.

Un’occasione  persa

Nonostante l’ennesima prova delle donne in prima linea, ancora una volta, si è assistito ad una carenza di donne nei vari comitati della Protezione Civile o nelle diverse Task Force nominate dal governo per la fase 2 del post coronavirus, al di là di quella specifica della Ministra per le pari opportunità, con nome aulico ”Donne per un nuovo Rinascimento”,.

Basti pensare che forse la più impattante, la c.d.  Task force “Fase 2” guidata da Vittorio Colao ed istituita dal premier Giuseppe Conte, la cui mission è studiare le misure necessarie per la fase 2, dove servirebbe tutto il pragmatismo femminile….è costituita da solo 4 donne su 17 componenti di altissimo prestigio.   E non è passato inosservato il fatto che nelle conferenze stampa quotidiane della Protezione Civile che tutti aspettavamo con ansia per conoscere l’evoluzione del contagio e le misure adottate… l’unica presenza femminile è l’interprete silenziosa per i non udenti.

Ora siamo in pieno periodo di nomine…e grazie alla legge sulle quota rosa si leggono nomi rosa nei CDA, ma i nomi dei vertici delle aziende sono prevalentemente maschili ( e sempre gli stessi..).

Siamo ancora in tempo?

Oggi le quote rosa sono applicate solo ai CDA e non a funzioni operative. I Cda hanno un ruolo di indirizzo e supervisione e sono molto prestigiosi. Peccato però che l’operatività delle aziende e degli enti sia in mano alle funzioni esecutive (dall’Amministratore Delegato alle varie direzioni). Ne’ più ne’ meno che le task force del momento. Quindi le donne, che hanno dimostrato da sempre e non da ultimo in questa pandemia, di saper essere operative, concrete, instancabili, multitasking, decisioniste non possono mettere in pratica queste loro capacità per dare un aiuto al paese, all’economia, allo sviluppo, alla gestione di un’azienda in ripartenza.

Io non sono nessuno se non un manager aziendale ma permetto di suggerire che è’ tempo di evolvere la legge Golfo-Mosca:

1) applicando le “quote rosa” a tutti gli organi operativi della vita economica aziendale e politica

2) applicando le quote almeno in proporzione ai pesi della popolazione ( 50-50 ..visto che in Italia 51,3% sono donne)

3) che vengano equiparati gli stipendi , eventualmente con forme di incentivazione alle imprese virtuose che eliminano il gap

4) che si istituiscano funzioni di “pari opportunità” non solo al governo, ma anche negli organigrammi aziendali, per monitorare i gap, valorizzare i talenti femminili, dare uno sportello di ascolto alle donne oggetto di mobbing, sessismo o discriminazione

Che le nuove quote rosa rappresentino veramente il merito!

 

 

 

 

Paolo Crepet :”Non possiamo vivere in una società anaffettiva”

Prof. Crepet,  gli  “stili di vita” e il “senso civico” degli italiani sono stati sempre oggetto di critiche che ne hanno prevalentemente enfatizzato gli aspetti deteriori: superficialità, scarso rispetto delle regole, indifferenza, egoismo. Dal Rapporto ISTAT del 2019 ai più recenti del CENSIS esce l’immagine di una società “rancorosa e cattiva”. Forse pecchiamo di autolesionismo, poiché alcuni tratti comportamentali sono tipici dell’uomo, senza confini o bandiere. Le sembra che la situazione che stiamo vivendo in epoca di Coronavirus  confermi questo scenario di fondo oppure offra qualche esempio di riscatto e qualche significativa  lezione di abnegazione e solidarietà?

La prima parte della sua domanda riguarda considerazioni emerse prevalentemente nel 2019 che denotavano una responsabilità in senso negativo della classe politica che enfatizzava temi centrati sull’odio e sul razzismo e che aveva fatto montare un rancore collettivo: noi italiani siamo “codisti”, nel senso che ci mettiamo in coda. Basta che uno dica una cosa e tutti gli altri gli vanno dietro. Quindi si era formata una larga opinione pubblica che non corrispondeva alla maggioranza degli italiani che enfatizzava i problemi dell’immigrazione, nel senso che li esasperava. Siamo un grande Paese, tra le prime sette potenze mondiali e non possiamo lasciarci condizionare in senso totalizzante dal problema dell’arrivo degli emigrati.  Paradossalmente il Coronavirus ha migliorato alcuni sentimenti dell’italiano medio, anche se non in tutti: c’è ancora chi dice ‘tanto il coronavirus uccide solo i vecchi’ e questo oltre a non essere vero è anche stupido, perché non corrisponde alla realtà. L’esperienza delle persone di età è un valore per la collettività. Vorrei avere tante persone di età come Mario Draghi o il Presidente Sergio Mattarella: competenti, sagge, equilibrate, lungimiranti. Non si può dire chiudiamo in casa queste persone per dare le chiavi del motore a qualche 35 enne imbecille che non ha neanche terminato gli studi universitari. Detto questo c’è stato anche un sentimento di sgomento per queste persone di una certa età che “se ne sono andate”, c’è stata una decimazione della parte più anziana della popolazione. Poi abbiamo scoperto di avere anche degli eroi come il personale medico e sanitario, che hanno compiuto gesti e avuto comportamenti di generosità e abnegazione encomiabili. Sono situazioni  che esistevano (in senso buono e anche per certi aspetti di malasanità) ma che il coronavirus ci ha fatto scoprire, come causa occasionale che ha dato risalto all’altruismo, alla dedizione professionale e anche ai modi di organizzazione del sistema sanitario, di attrezzature degli ospedali, di approccio alle scelte terapeutiche: ad esempio l’ospedalizzazione selvaggia dei primi casi ha enfatizzato il problema anziché risolverlo, come accaduto in Lombardia, desertificando il territorio e i servizi decentrati cosa invece  non accaduta in Emilia. Il ringraziamento che noi dobbiamo al personale sanitario  (molti dei quali hanno dato la propria vita per salvare altre persone) credo che l’italiano con un minimo di buon senso e di cuore l’abbia fatto proprio e condiviso e questo ribilancia il sentimento di odio, egoismo e rancore che si andava diffondendo a poco a poco nel Paese.

In fondo ci siamo trovato catapultati in una realtà impensabile e imprevedibile. Non so se la genesi di questa pandemia sia attribuibile agli scompensi della globalizzazione, al superamento dei limiti di tollerabilità e sostenibilità tra uomo e ambiente (il biologo Edward O.Wilson ha affermato che oltre i 6 miliardi di abitanti il pianeta fa scattare un semaforo alla crescita della popolazione: siamo 7 miliardi e mezzo e cresciamo di 70 milioni l’anno), se sia invece ascrivibile ad una mutazione genetica per zoogenesi (dal pipistrello all’uomo, ad es.) o se prenderà corpo la tesi dell’errore di laboratorio o del complotto. Fatto sta che la nostra vita ne è stata radicalmente sconvolta. Come si sta comportando l’umanità di fronte a questo tsunami dagli esiti imprevedibili? Come l’aiutano la scienza e i decisori politici?

Io non sono ‘complottista’: la mia prima reazione non è quella di andare a cercare il laboratorio segreto da cui partono gli attacchi all’umanità. Queste sono visioni paranoiche di alcuni a cui non mi associo assolutamente, perché sostanzialmente basate sull’ignoranza. Che ci sia stata specie negli ultimi decenni una totale irresponsabilità di alcuni Paesi questo è vero. Noi ci siamo lamentati della “crescita zero” italiana, cosa che ritengo non vera: almeno non contribuiamo al passaggio ai 7 miliardi e mezzo/8 miliardi di persone che non sappiamo dove mettere. Credo che cresciamo in termini normali e accettabili. Noi tutti sappiamo che la Cina è cresciuta enormemente rispetto alla sua popolazione: tutto questo comporterà un problema. Ad esempio lei pensi alla robotizzazione : una fabbrica di robot non prende il virus, una fabbrica di uomini si. Tutto questo porterà via posti di lavoro. Dato che non saranno tutti miliardi di ingegneri penso che qualcuno debba fare qualcosa. Ritengo che l’umanità dia il massimo quando esprime la sua forza individuale: pensi a cosa ha rappresentato Leonardo nella storia dell’uomo. Si deve avere una visione comparativa tra qualità e quantità. Pensi al peso di costi e impegni, risorse a livello di governo nazionale, europeo, pensi all’ONU: a cosa serve ora l’ONU se non è capace di elaborare strategie globali al servizio dell’umanità?  Una volta dire ONU significava pensare ai caschi blu che intervenivano come ‘tertium genus’ nei conflitti: ora ciò non accade o non serve. Allora cosa può fare l’ONU  (che costa una quantità di soldi…) se non rimarcare le responsabilità dei governi nazionali e transazionali per capire una domanda di fondo: dove va il mondo? Esiste nella testa di qualcuno o nei programmi dell’ONU un’ idea di società del futuro? Circa la globalizzazione io l’ho sempre difesa perché vi ho visto più vantaggi che svantaggi. Pensi al turismo, al commercio ai viaggi,  alle comunicazioni. Non esiste più un turismo a filiera corta, non ha futuro. Dietro a questo c’è uno scenario che cambierà il mondo. Pensi all’e-commerce che ora è aumentato del 50%. Sicuramente quando finirà l’emergenza pandemica i dati dell’e-commerce resteranno superiori al pre-coronavirus. Dobbiamo comunque  sempre pensare che tutto ha un costo anche in termini di socializzazione.

Alcune misure di prevenzione del contagio  e di profilassi hanno mutato drasticamente abitudini quotidiane, a livello domestico e nelle relazioni con gli altri. Cosa significa , oltre l’atto fisico, sul piano simbolico ed emotivo non potersi dare la mano, il distanziamento coatto, negarsi un abbraccio, un gesto d’affetto? Se la vita è una alternanza di abitudini apprese e se la pandemia avrà esiti lontani … rischieremo di diventare membri di una società anaffettiva? Che cosa rischiamo in termini di equilibrio emotivo e mentale?

La società anaffettiva ha sempre portato ai più grandi disastri nella storia dell’umanità. L’evento più anaffettivo che abbiamo conosciuto si chiama guerra: uccisione di bambini, di innocenti, stupri di gruppo, fucilazioni, decapitazioni. Questo a livello locale e mondiale, da sempre. Non mi auguro affatto che la società ripercorra questi percorsi di anaffettività. La vera natura dell’uomo non è “non venirmi vicino”, stare distanti: la vera natura è sedersi intorno a un tavolo a giocare a carte, fare una passeggiata con amici, fare una chiacchierata, stare insieme, trovarsi a parlare di politica, di sport o dei nipotini. Questo lo dico con ottimismo. Le tre o quattro più grandi aziende con più alto fatturato al mondo sono quelle tecnologiche. Però mi chiedo se dobbiamo essere proni e supini al volere di questi colossi economici, che esercitano un potere persuasivo anche sui governi e le loro scelte.  Sappiamo bene che cosa vogliono da noi  queste potenze tecnologiche: che stiamo sempre al telefonino, che le nostre relazioni avvengano attraverso uno schermo. E’ di tutta evidenza questo interesse.  Lo stesso errore che avevamo fatto negli anni del boom economico quando non avevamo sviluppato le linee ferroviarie a favore del trasporto su gomma. Se in Italia tutto ha viaggiato via gomma … è inutile che ci lamentiamo dell’inquinamento. Non facciamo ora lo stresso errore di sviluppare esclusivamente il settore digitale. Sarebbe un errore assai grave.

“Io resto a casa”: bello slogan di autoconvincimento collettivo, per cautela, per rispetto delle regole sanitarie, per paura. Ma quanto è difficile restare chiusi in casa, magari in un piccolo appartamento,  per una famiglia?  Vivevamo già prima relazioni e intermittenze affettive discontinue a livello domestico: esiste un limite di resistenza psico-fisica? Pare che siano in aumenti i casi di intolleranza e le distonie comportamentali: rischiamo di non sopportarci più a casa, sul lavoro, sui mezzi di trasporto, nelle relazioni sociali….?

Questo è  già in atto: se lei mi chiede se c’è un limite le rispondo….”è quello che abbiamo appena passato.       Da adesso è del tutto evidente che – a cominciare dalla ‘fase 2’ – tutto ha una spiegazione di tipo economico. Non ci sono ragioni evidenti per parlare di ‘fase 2’ se non di tipo economico:  ripresa della produzione, gente senza lavoro, commercio che non procede ecc. Però c’è un terzo aspetto che va considerato ed è quello umano : abbiamo fatto la sperimentazione di massa di confinamento familiare per milioni e milioni di persone, all’inizio abbiamo resistito bene, poi abbiamo resistito stringendo i denti, adesso non ce la facciamo più. Io ne parlo spesso con molti colleghi ed esce questa situazione di tolleranza al limite della sopportabilità, anche perchè ci sono molti genitori che si sono accorti che non è possibile tenere dei bambini chiusi in casa per dei mesi. E spero che questo illumini il cervello di chi deve organizzare la fase educativa per l’immediato futuro, che qualcuno al MIUR ragioni. C’è stato qualche illustre collega che ha parlato dell’auspicio della “digital education”, io spero che questo non accada. Ho il terrore sia di questi colleghi sia della digital education.

Lei mi apre un’autostrada professore: in Finlandia è stato avviato in tempi non di coronavirus l’apprendimento della letto-scrittura solo attraverso il tablet, con l’abolizione del corsivo e la tolleranza dello stampatello maiuscolo. Non rischiamo di avere una generazione privata dell’alfabetizzazione di base, di quella strumentale e con metodologie fondate esclusivamente sull’uso delle tecnologie? La didattica a distanza – laddove ne esistono possibilità e condizioni- sta cercando di supplire alla chiusura delle scuole: tuttavia, per quanto siano volonterosi gli insegnanti e disponibili e motivati gli alunni si tratta di un qualcosa che non potrà mai sostituire il rapporto empatico e umano che si realizza in presenza nella didattica dell’insegnamento e dell’apprendimento. L’educazione non è forse fatta soprattutto di relazioni tra persone più che di mezzi e strumenti?

Ma certamente: il discorso va ricondotto alla condizione emergenziale e allora va bene tutto. Tra ‘piuttosto’ e ‘niente’ è meglio ‘piuttosto’: se le scuole vanno chiuse perché siamo in fase di pandemia e con rischio di contagio allora l’emergenza sanitaria precede ogni altro tipo di valutazione e di scelta. Il qualche-cosa-d’altro è stato individuato nell’educazione a distanza attraverso le tecnologie: però non facciamo i furbi, ogni Paese – parlo dell’Italia ma potrei parlare della Francia – ha realtà territoriali diverse, non omogenee al suo interno. Non possiamo paragonare i Parioli di Roma con i quartieri spagnoli di Napoli. Al sud oltre il 20% dei ragazzi non ha un pc in casa, le famiglie non hanno nemmeno lo spazio abitabile: noi allora andremo ad una disparità di trattamento voluta e programmata, ripeto “voluta e programmata” che è spaventosa. Guardi noi rischiamo di tornare all’ ‘800 quando le famiglie alto-borghesi affidavano l’educazione dei figli ad un precettore, quando se lo potevano permettere. Questo è intollerabile. Rimane – questa è una mia polemica lontana di qualche anno (ai tempi del mio libro “Baciami senza rete”) – il pericolo che io pavento da tempo: far giocare i bambini con il tablet o la play station , intenti  a digitalizzare i loro spazi e i loro momenti di crescita,  comporta una anestesia dal punto di vista affettivo-relazionale che poi pagheremo in altro modo. Le videoconferenze, le lezioni a distanza permettono di collegarsi con il mondo: ma io invidio le persone che sono lì, fisicamente sentire e partecipare, perché apprendere in presenza, ascoltare dal vivo ha un altro valore. Se questo uso pervasivo di educare solo attraverso le nuove tecnologie diventasse l’unico modo per educare le future generazioni mi verrebbero i brividi.

Digitalizzazione, relazioni virtuali, preponderanza delle tecnologie: sono derive in atto peraltro facilitate dalla contingenza epocale pandemica che stiamo attraversando. Arriveremo ad una mutazione antropologica in cui il rapporto con la natura sarà deteriorato, le relazioni umane globalizzate attraverso i social ma raffreddate dal venir meno del contatto, dell’uso del linguaggio come mezzo principale di comunicazione, dal distanziamento sociale? Non Le sembra mai necessario come oggi il recupero dei valori dell’umanesimo, il rimettere la persona, i suoi affetti, i sentimenti, le passioni , la vita degli altri al centro della scena del mondo?

Questa è storicamente l’occasione per dimostrare al mondo che cosa è stata  l’Europa , per secoli il centro della cultura dell’umanità, con le religioni, il cattolicesimo, l’ebraismo, l’umanesimo, il Rinascimento, la filosofia, la musica, l’arte. Allora il problema che si pone adesso sta in questi termini: noi vogliamo , accettiamo,  ci arrendiamo a che tutto questo venga rimosso , che le macchine governino il futuro dell’umanità, attraverso i robot, l’intelligenza artificiale, attraverso una dissennata diffusione delle tecnologie  e della digitalizzazione della vita oppure vogliamo immaginare un mondo in cui “alcune cose” giustamente e responsabilmente saranno delegate alle macchine, come già fu all’inizio della rivoluzione industriale?  Questo è il punto di equilibrio che dobbiamo trovare per non morire. Però purtroppo come lei ben vede ci sono Paesi all’interno dell’Europa che hanno già scelto di inserirsi e allearsi in questo asse cinese-americano-coreano, che è basato solo sulla tecnologia. Allora che i cinesi non si abbraccino più…. mi dispiace per loro: noi siamo persone che vanno a braccetto a chiacchierare sul lungomare. Che poi la mail serve perchè è più comoda rispetto ad una lettera da imbucare alle Poste, allora viva le mail, che ci sia whatsapp mi sta anche bene ma non vorrei andare oltre, ci sono delle cose che non possono andare oltre. Le librerie e i libri cartacei devono continuare a rimanere, i bambini devono continuare a leggere e a scrivere, non a usare una tastiera. Su questa cosa vedo delle fragilità e temo che nella nostra cultura, per un fatto soprattutto commerciale, possa emergere qua e là questa seduzione della digitalizzazione totalizzante. Non si può mettere d’accordo Microsoft con l’Umanesimo.  Ora che ci siamo fermati un attimo per un virus, non per una decisone politica, abbiamo scoperto quanto era più bello il nostro mondo. Tullio De Mauro e Umberto Eco avevano intuito l’inizio di questa trasformazione culturale ma non ne hanno visto per loro fortuna gli sviluppi. Non tutto viene per nuocere, anche il Coronavirus avrà una valenza apprenditiva e pedagogica: tutto serve per imparare, anche gli errori o il caso. Se c’è un Ministro dell’Istruzione che pensa che si possa sostituire la relazione maestro-alunno con un computer a distanza è un imbecille e lo dico senza nutrire alcun dubbio e senza riferirmi a nessuno.

Mi consenta un’ultima domanda per chiudere questa interessante intervista. Parafrasando Gabriel Garcia Marquez: come sta cambiando e come sarà l’amore ai tempi del coronavirus?

Credo e voglio sperare, in parte me ne convinco, che il futuro dopo il virus assomiglierà in  buona parte al nostro passato, che certe cose siano insostituibili, non modificabili, se mai arricchibili e migliorabili per cui l’amore dopo il coronavirus potrà utilizzare naturalmente il digitale, i ragazzi si potranno mandare i cuoricini via chat, però l’importante sarà stare insieme, fare un viaggio, parlare, andare a cena insieme, avere degli amici con cui condividere conversazioni e sentimenti. Tutto questo non può essere spazzato via perché è arrivato il Coronavirus.-

Il Suo messaggio è dunque di ottimismo? 

Il mio messaggio è ottimismo ma anche di allerta:  “state attenti”….

State attenti che tutto è utile se mantiene una dimensione umana e che ciò che prima del coronavirus ci appariva banale normalità sarà una ricchezza da riscoprire?

Assolutamente è così, conserviamo sempre le relazioni umane, anche senza la mediazione delle tecnologie.

L’estrema solitudine vissuta da molti – specie dagli anziani – in questo periodo sarà una lezione per noi?

Non solo per gli anziani.  Per tante persone questa estrema solitudine non significa solo stare soli ma “sentirsi” soli, anche dentro una famiglia che scopri che non ti capisce più o per i genitori stare per un mese e mezzo chiusi in casa con dei figli adolescenti che  improvvisamente scopri di non aver finora capiti e forse nemmeno conosciuti. Questa è un’esperienza comune a tante famiglie.

La Cei contro decreto Conte: ‘Si viola libertà di culto’. La Presidenza del Consiglio studierà un protocollo.

La Cei in una nota dal titolo “Il disaccordo dei vescovi” sui contenuti del Dpcm sulla ‘Fase 2’ illustrato dal premier Giuseppe Conteafferma che: “Sono allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto”. Le parole del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, nell’intervista rilasciata lo scorso giovedì 23 aprile ad Avvenire arrivavano dopo un’interlocuzione continua e disponibile tra la Segreteria Generale della CEI, il Ministero e la stessa Presidenza del Consiglio.

Un’interlocuzione nella quale la Chiesa ha accettato, con sofferenza e senso di responsabilità, le limitazioni governative assunte per far fronte all’emergenza sanitaria. Un’interlocuzione nel corso della quale più volte si è sottolineato in maniera esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale.

Ora, dopo queste settimane di negoziato che hanno visto la CEI presentare Orientamenti e Protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel pieno rispetto di tutte le norme sanitarie, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri varato questa sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo.

Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia.

I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale.

Intanto la Presidenza del Consiglio prende atto della comunicazione della CEI e conferma quanto già anticipato in conferenza stampa dal Presidente Conte. “Già nei prossimi giorni – si legge in una nota – si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”.

Gli effetti del lockdown sulla CO2 in Italia Il calo delle emissioni ha raggiunto il 35%

L’effetto coronavirus pesa in modo significativo su consumi di energia ed emissioni di CO2. Nella fase di piena operatività delle misure di restrizione, la riduzione delle emissioni può essere stimata attorno al 35%. Solo nei mesi di marzo e aprile 2020 sono previste oltre 20 milioni di tonnellate di CO2 in meno rispetto all’ anno precedente. Questo calo delle emissioni non è però strutturale e a fine pandemia c’è il rischio che si inneschi una crescita senza precedenti che allontanerà l’Italia sempre più dai target dell’accordo di Parigi.  

L’ impatto che la pandemia  in atto ha avuto su consumi energetici e emissioni è esaminato nel dossier “Gli effetti del lockdown sulle emissioni di CO2 in Italia, una prima analisi congiunturale” realizzato da Italy for Climate, l’alleanza per il clima fra le imprese italiane della green economy  per supportare la transizione verso un’economia carbon neutral che ha tra i primi sostenitori aziende come Erg, Conou, Ing, e2i, illy, Davines, che è stata lanciata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Il dossier stima anche che questa riduzione delle emissioni di CO2 per effetto delle misure restrittive, è in realtà molto vicina a quello che dovrebbe essere il taglio da raggiungere in appena un decennio per centrare gli obiettivi di Parigi e non far precipitare la crisi climatica.

“Per riuscire a essere in linea con Parigi – ha detto Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – si dovranno mettere in campo politiche e misure tali da garantire livelli di emissione di CO2 paragonabili a quelli di queste ultime settimane, in un Paese che cresce, con un sistema produttivo pienamente operativo e elevati livelli di occupazione. Uno sforzo titanico necessario per evitare un’altra grande crisi, quella climatica, anche perché la storia insegna che dopo una crisi economica e un calo significativo delle emissioni queste potrebbero tornare a crescere anche più di prima”

Ecco alcuni numeri del dossier:

A marzo le emissioni di CO2 – 17%

Marzo è stato un mese “ibrido”, il lockdown si è attivato, infatti, gradualmente e questa gradualità la mostrano i dati: ad esempio i consumi elettrici della settimana 9-15 marzo sono diminuiti del 5,8% rispetto alla stessa settimana del 2019 e, nella settimana dal 23 al 29 marzo quando le misure restrittive erano ormai a regime, del 21,1%.  Complessivamente nel mese di marzo i consumi di energia sono diminuiti del15,9% rispetto allo stesso mese del 2019 e le emissioni di CO2 del 17% (5,7 milioni di tonnellate di CO2), i ¾ di questo calo sono dovuti alla contrazione del settore dei trasporti. Le emissioni di CO2 connesse alla mobilità si sono ridotte, infatti, di quasi 4,5 milioni di tonnellate di CO2, il crollo dei consumi di gasolio è responsabile del 60% di questo calo.

Ad aprile crollo del 70% dei prodotti petroliferi e delle emissioni

L’analisi delle prime settimane di aprile, per il gas e l’energia elettrica e la previsione del mese per i prodotti petroliferi mostra livelli di riduzione dei consumi e delle emissioni più alti di quelli della media di marzo. I consumi di energia elettrica nelle prime tre settimane di aprile si stabilizzano intorno a un – 23% rispetto allo stesso periodo del 2019. I consumi petroliferi crollano del 70% circa e altrettanto le emissioni: solo nel settore trasporti si stimano 7 milioni di tonnellate di CO2 in meno rispetto all’ anno precedente.

Poste Italiane anticipa cassa integrazione a clienti che ne faranno richiesta

Poste Italiane anticiperà il trattamento di cassa integrazione ordinaria e in deroga ai clienti BancoPosta e PostePay Evolution, accreditando lo stipendio a chi ne farà richiesta. Obiettivo dell’iniziativa, spiega l’azienda in un comunicato è quello di “offrire un sostegno concreto ai lavoratori” in regime di cassa integrazione “per aiutarli ad affrontare le esigenze economiche durante l’emergenza Covid-19”. La richiesta può essere presentata online sul sito di Poste Italiane.

Il servizio è attivato in collaborazione con Bnl Finance, società specializzata in soluzioni di finanziamento, che insieme a Poste Italiane anticiperà le somme che saranno erogate dall’Inps e messe a disposizione dallo Stato nei termini previsti dalla normativa. Le anticipazioni concesse saranno estinte automaticamente da Poste non appena l’Inps erogherà le cifre pattuite, senza necessità di alcun adempimento da parte dei lavoratori.

Vaccino Coronavirus: Elisa Granato non è morta

Elisa Granato, la ricercatrice italiana coinvolta nel programma di sperimentazione del vaccino contro il coronavirus a Oxfordnon è morta. La scienziata, con il collega australiano Edward O’Neill, è stata protagonista del primo passo del trial clinico sul nuovo vaccino. E suo malgradfo si è ritrovata nella scomoda posizione di dover smentire la fake news relativa al suo decesso. “Sto bene”, scrive su Twitter, invitando a non condividere l’articolo che, nelle ultime ore, ha avuto ampia diffusione sui social media.

Granato, ricercatrice di zoologia e microbiologia a Oxford, ha pubblicato una serie di tweet per offrire informazioni sul clinic trial. “Finora sto benissimo, l’intero team sta facendo un lavoro eccellente monitorando e sostenendo tutti i partecipanti”, ha scritto ieri. “Il vaccino non” contiene “il virus Covid19. E’ solo una piccola porzione del virus, abbinata ad un virus diverso. Questo significa che non si può replicare negli esseri umani ma è in grado (e speriamo lo farà) attivare il sistema immunitario e proteggerlo del Covid19.

“Non sarò infettata dal Covid19 di proposito”.

” Lo studio -prosegue- è in doppio cieco: né io né le persone che somministrano il vaccino sappiamo se ho ricevuto il placebo o il vaccino”.

La polemica sul 25 aprile

Cirino Pomicino ha sollevato una opportuna e vivace polemica sullo speciale sulla ricorrenza del 25 aprile per avere l’autore del servizio Rai fatto scomparire dalla ricostruzione ogni voce sul ruolo del cattolicesimo democratico. Una storia scritta dai vinti!

Dunque un problema di pluralismo informativo e culturale che non può essere sottaciuto soprattutto se avviene nel servizio pubblico!
L’autore del servizio si è giustificato dicendo che lo speciale partiva da una intervista ad una storica di matrice cattolica: Lucetta Scaraffia.

Basta essere solo un docente di storia contemporanea per garantire il pluralismo o forse è richiesta una forte specializzazione sui temi della Resistenza e sulla storia del Movimento Cattolico? Si è preferita una scelta più legata al femminismo, forse distorsiva conoscendo le recenti polemiche tra la stessa studiosa e l’Osservatore Romano piuttosto che la ricerca di un equilibrato giudizio sulle vicende della Liberazione.

Dunque il problema non è avere garantito una presenza purchessia – ma quale presenza! Una presenza per garantire il pluralismo o per determinare una linea editoriale? Questo è il punto.

Non c’erano altre figure per divulgare una raffigurazione autenticamente pluralista delle vicende legate alla Liberazione, sul ruolo fondamentale dei partigiani cristiani e dei volontari della libertà, da Luigi Bignotti a Enrico Mattei a Mario Ferrari Aggradi, da Paolo Emilio Taviani a Gian Luigi Rondi?

Non c’erano forse storici come Nicola Antonetti presidente dell’Istituto Sturzo o Francesco Malgeri? Ci saremmo accontentati di Piero Craveri che pur laico sarebbe stata una voce autenticamente libera ed obiettiva per la ricostruzione di vicende complesse che richiedono la presenza di studiosi piuttosto che di divulgatori.

Ripartiamo dalla solidarietà

Il mondo che ci aspetta al termine dell’emergenza sanitaria, sarà probabilmente diverso rispetto a quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle. Sul Domani d’Italia, sono stati affrontati in questi giorni diversi aspetti del problema. Molte cose cambieranno, come è inevitabile durante una epidemia di portata globale, quale quella che stiamo vivendo. In questa situazione, ripartire come se nulla fosse accaduto rischia di esporci a dei rischi. Ecco perché è importante provare a lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte dei prossimi mesi per identificare con chiarezza i contorni del mondo che vorremmo ricostruire.

In particolare, possiamo pensare a un nuovo modello di sviluppo incentrato sulla conoscenza, l’educazione e la solidarietà e basato su una profonda consapevolezza dell’importanza della Comunità. In una recente intervista al quotidiano Le Monde, il filosofo Edgard Morin ha parlato di uno dei mali del nostro tempo, l’individualismo: «una concezione egocentrica dell’individuo portatore di ogni sorta di diritto e che si crede proprietario del mondo; il fantasma di un essere che ha perso ogni affiliazione, al suo popolo, alla sua storia, alla sua famiglia, al suo genere; ipnotizzato dalla più assurda delle false promesse: tu puoi scegliere di essere quello che vuoi, puoi essere il creatore di te stesso».

Il mondo cambiato dall’emergenza sanitaria, con miliardi di persone confinate da settimane nelle loro abitazioni, ha contribuito a far riscoprire a tutti il valore fondante della solidarietà. Ciascuno di noi, proprio perché è isolato, sente di non appartenere più solo a se stesso ma si sente “parte” di una comunità più ampia: l’unità nazionale. Ci riferiamo anche allo sforzo di non dividere il corpo sociale e di condividere sacrifici e cambiamenti, comunicandoli in modo corretto. Un Paese più uguale socialmente, che si ponga come obiettivo la riduzione dello spread tra ricchi e poveri, sarebbe più unito e dunque meno disposto a correre pericolose “avventure” politiche.

Un Paese più territorialmente coeso, senza il pasticcio di ordinanze e protezionismi regionali che stiamo vedendo, questa nuova divisione tra Nord e Sud, sarebbe certamente più unito e questo disarmerebbe chi spera di consumare quotidiani regolamenti di conti elettorali. Un Paese in cui tutte le istituzioni (a cominciare dal Governo) cerchino ogni giorno il dialogo e la condivisione delle scelte, molto più di quanto non avvenga, sarebbe più unito e meno esposto all’influenza dei soliti demagoghi.

In futuro non si potrà affrontare nessuna grande scelta economica, che si tratti di un prestito internazionale o di un investimento pubblico, di indebitarsi con i mercati o con gli italiani, se metà della politica è sempre pronta a sparare a zero sull’altra metà.
Un Paese più unito nel rapporto con Bruxelles e con i suoi partner in Europa, avrebbe maggiore potere negoziale (senza dover “battere i pugni sul tavolo”) e più possibilità di non rinchiudersi in un nazionalismo sempre in agguato, come insegna la gestione mondiale della crisi post 1929. L’ordine dei fattori nella triade dei valori della rivoluzione francese uscirà inevitabilmente capovolto dall’emergenza sanitaria. Per salvare la libertà, stavolta avremo bisogno di ripartire dalla fratellanza.