Home Blog Pagina 729

Franceschini il cacciatore

Nonostante la pandemia non arretri, siamo ancora in piena stagione di caccia. La politica nazionale non fa eccezione in questi giorni di crisi determinati dall’avventata iniziativa di Matteo Renzi nel far naufragare il secondo governo Conte.

Ma tant’è, occorre abituarsi a questa “nuova” classe politica che ormai si considera, come canta Jovanotti, l’ombelico del mondo.

Intanto, Conte ha deciso: andrà lunedì prossimo 18 gennaio a Monte Citorio e il giorno successivo a Palazzo Madama.

Una scelta quest’ultima che aggrava ancor di più la crisi aperta da Renzi e che denota, ancora una volta, improvvisazione e mancanza di senso della realtà e dello Stato. Perché si va in Parlamento quando si è certi di avere almeno un barlume di maggioranza, altrimenti è meglio rassegnare le dimissioni ed avviare nuove consultazioni.

Ma, come per il passato, ecco spuntare dal suo quartier generale l’inossidabile Dario Franceschini, stavolta nel ruolo di cacciatore. Eh sì! Cacciatore di parlamentari, senza patria e senza lode.

Il politico ferrarese, per la verità, non è nuovo a questi giochini. Già ai tempi dell’Area Zac scomponeva e ricomponeva il gruppo giovanile della sinistra democristiana a suo piacimento,  in perfetto stile doroteo, secondo i propri interessi politici personali. Lo stesso dicasi all’interno del Partito Democratico: egli è sempre l’uomo di maggioranza. Fiuta in anticipo chi è in odore di segreteria per saltare da un carro all’altro. E’ salito sul carro di Renzi dopo aver fatto i conti, per poi abbandonare immediatamente l’incolpevole Enrico Letta. La sceneggiata si è ripetuta con l’attuale segretario Zingaretti.

Ma se prima il fine ultimo era quello della poltrona ministeriale, oggi l’uomo politico di Ferrara pensa ed agisce ancora più in grande: sa bene che per salire le scale di Palazzo Chigi deve liberarsi di Giuseppe Conte (una figura ingombrante per carattere e per moderazione), per cui meglio non arrivare ad uno scontro personale, ma persuaderlo che in Parlamento è possibile trovare parlamentari a destra e a manca disposti ad appoggiare l’attuale governo in funzione della semplice contrarietà alle elezioni anticipate. 

Chi non ricorda il clamore che destò in tutto il Paese quando due parlamentari, Scilipoti e Razzi, abbandonarono il Partito, l’Italia dei Valori di Di Pietro, dove erano stati eletti per appoggiare il governo Berlusconi?

Per Franceschini, però, quest’ultimo episodio non può essere paragonato con l’attuale situazione in quanto il quadro politico odierno è completamente diverso, a suo dire: non abbiamo più un sistema bipolare e si va verso il proporzionale.

Sarebbe a dire che oggi saltare da una coalizione all’altra è moralmente legittimo e non deve più destare scandalo. E’ questo il puro e semplice riconoscimento della politica del potere per il potere, senza regole morali con a capo l’intramontabile Franceschini e lo spregiudicato Renzi.

Un tandem d’attacco che si ricompatterà non appena Conte dovrà verificare di non avere una maggioranza in Parlamento.

L’abbraccio mortale di Franceschini a Conte ha come attore non protagonista proprio l’ex sindaco di Firenze, che ha già dato il suo appoggio ad un nuovo governo con a capo l’attuale ministro dei Beni Culturali.

Ora il Pd parli chiaro.

“Mai senza Conte”, “a Conte non c’è alternativa”, “il Governo prosegue con Conte Premier”. Sono  svariate le dichiarazioni di questo tenore in queste ultime ore di esponenti di primo piano del Pd, il  partito che rappresenta il perno più autorevole dell’attuale coalizione di governo. C’è una sola  domanda che non si può non avanzare a fronte di queste solenni dichiarazioni. E cioè, sino a  quando durano queste affermazioni? 2 ore, 6 ore, mezza giornata, un giorno? La domanda si  rende legittima perchè se uno dovesse registrare ciò che ha detto in questi ultimi due mesi la  figura più autorevole e più influente dell’attuale corso del Pd, cioè Goffredo Bettini, attorno alla  figura di Conte c’è tutto e il contrario di tutto. Dal “punto di riferimento di tutti i progressisti  italiani” all’unico esponente capace di unire tutta la sinistra; dalla necessità che faccia una sua  lista per le prossime elezioni politiche all’insostituibilità come capo di governo. 

Ora, di fronte all’ennesima piroetta irresponsabile e devastante di Renzi – a proposito, quanti sono  ancora i renziani “in servizio effettivo” nell’attuale Pd? -, soprattutto in un contesto drammatico  come quello che sta concretamente vivendo il popolo italiano, è doveroso che il partito che  conserva tuttora una maggior credibilità politica e una classe dirigente di tutto rispetto, elabori  una sola linea politica e la porti avanti con tenacia, coerenza e determinazione. Ben sapendo che  un alleato come Renzi – lo dovrebbe conoscere bene anche l’80% del Pd che sino a qualche anno  era strutturalmente e organicamente renziano, a cominciare dagli attuali capigruppo di Camera e  Senato – rappresenta una destabilizzazione continua in qualsiasi coalizione, fuorchè non la guidi  lui. E anche in quel caso, come ha dimostrato la concreta esperienza della politica italiana negli  ultimi anni, la destabilizzazione era un elemento centrale della sua azione.  

Ecco perchè, conoscendo i tasselli che compongono lo strano e singolare mosaico politico che  attualmente governa il nostro paese, è veramente arrivato il momento affinchè il partito più  responsabile, che esprime una antica cultura di governo e che conserva, pur tra molti limiti, una  discreta classe dirigente, dica una parola chiara e netta su ciò che sta capitando in questa  sempre più confusa fase della politica italiana. Un partito, per dirla con Cacciari, che non può più  limitarsi ad “assistere” ciò che capita nella cittadella politica. E questo non solo per il bene del  Governo o del centro sinistra ma per il bene comune e per la stabilità del nostro paese. 

Gli insegnamenti appresi in famiglia servono per la vita

Gli insegnamenti appresi in famiglia sono sempre, nel bene e purtroppo anche nel male, insegnamenti per la vita.

Ce ne accorgiamo ogni volta che dobbiamo dare un senso alla nostra esistenza, quando ci interroghiamo sulla meta del nostro cammino, quando contiamo i passi della strada che stiamo percorrendo.

Viene un momento in cui ciascuno di noi è chiamato a fare i conti con se stesso e non sempre ci capita di poterlo fare presentando un’apposita domanda scritta.

Non parlo, s’intende, del traguardo finale perché alla meta il giudice d’arrivo potrebbe essere persino  più indulgente dei nostri interessati calcoli soggettivi.

Non è necessario cadere ogni giorno folgorati sulla strada della conversione per capacitarsi del senso della vita: a volte i misteri sono imperscrutabili, sovrastano le nostre capacità di comprensione e non sempre le conclusioni raggiunte sono scevre da accomodanti valutazioni personali.

Ci possono anche bastare gli esamini di coscienza che – dismessi gli abiti di scena indossati durante la giornata e tolte le varie maschere dietro cui siamo soliti nasconderci – ci accompagnano nel sonno quando la sera posiamo la testa sul cuscino.

San Tommaso diceva che il mondo va avanti se gli uomini si dicono reciprocamente la verità ma mi pare che questa affermazione, che rende merito più alla nobiltà d’animo di chi l’ha pensata che alla coerenza di chi avrebbe dovuto applicarla, sia stata molte volte disattesa.

Infatti non si riesce neppure facilmente ad essere sinceri con se stessi.

Quel poco che resta della famiglia nella società contemporanea può essere una preziosa risorsa per riappropriarci dell’identità dei nostri vissuti: mettere un nome e un cognome sotto ai nostri pensieri e alle nostre azioni, dare valore all’educazione ricevuta, far parlare i nostri sentimenti e i nostri affetti più cari.

Come mi disse Enzo Biagi – quando gli chiesi che cosa di importante gli fosse rimasto delle molte conoscenze di una vita da cronista – “le verità che contano, i grandi principi, alla fine restano due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino”. 

E il Cardinale Tonini mi raccontò l’insegnamento ricevuto da suo padre, contadino: “Un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”. Aggiungendo che non trovava verità migliore nei molti libri archiviati nel suo studio.

Per come si sono ribaltati certi valori penso tuttavia che se oggi qualcuno propugnasse questa “ricetta di vita” rischierebbe di essere additato come un povero mentecatto.

La famiglia è un punto di partenza e anche un punto di arrivo e di approdo, la metafora dell’eterno ritorno, dovrebbe essere una cosa quasi naturale, un buen retiro alla fatica del vivere.

Diventa invece sempre più spesso il contenitore di violenze simboliche e fisiche che si nascondono dietro la porta di casa. 

Oltre ogni retorica sul disinteresse è il luogo della gratuità dei sentimenti: quando i legami si sciolgono quello che resta non ci appaga mai abbastanza.

Ma il ricordo di chi ci ha preceduti può vivificare la nostra speranza, dare un senso e una pace alla nostra vita.

C’è chi eredita ricchezze e chi eredita valori: davanti allo specchio magico che ci legge dentro, quello di cui solo noi conosciamo i segreti, questi ultimi ci possono aiutare dove le prime non riescono ad arrivare.  

Ci sono delle nicchie nell’anima che nessuno mai perlustrerà e in questo tabernacolo dell’intimità custodiamo il senso della nostra vita.

 

Credo che il valore più grande che possiamo praticare sia quello della pace perché ci dona l’appagamento che nulla ci rende ostile.

La pace ci rende sereni, distaccati dalle cose, miti, ci fa vivere la “quietudine”, quella che i latini chiamavano “sapientia cordis”, cioè bontà dell’animo.

La quiete è un’apparente stato di riposo che può preludere a nuove tempeste.

La quietudine è la pace interiore che non ci rende nemico il mondo, il rifugio di cui solo noi abbiamo le chiavi, la scelta consapevole del sapersi accontentare, la mitezza dei sentimenti, la rettitudine come esempio da ricevere e da donare.

Se questo dono fosse reciprocamente scambiato in ogni famiglia molti comportamenti sociali sbagliati sarebbero emendabili.

Ciò può essere applicato alla vita di ciascuno: oggi più che mai ci sarebbe veramente utile per raddrizzare la curva del relativismo etico che sta cambiando i sentimenti prevalenti.

Bollo auto: tutte le scadenze e le possibili esenzioni

Secondo la guida diffusa da Aci, per quanto riguarda le vetture in circolazione, il bollo va rinnovato entro il primo febbraio per quelle di potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta a dicembre 2020.

Entro il primo marzo deve essere versato il bollo auto per le vetture di potenza fino ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o di potenza fiscale fino a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, per i motoveicoli, gli autocarri, i rimorchi trasporto merci, gli autoveicoli speciali, i trattori stradali e gli autobus la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di gennaio 2021. Entro il 31 maggio, invece deve essere rinnovato il bollo per le vetture di potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta ad aprile 2021.

Le altre scadenze da segnare sono quelle del 30 giugno per gli autocarri, i rimorchi trasporto merci, gli autoveicoli speciali, i trattori stradali e gli autobus la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di maggio 2021; il 31 agosto per le vetture di potenza fino ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o di potenza fiscale fino a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, nonché per i motoveicoli la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di luglio 2021.

Entro il 30 settembre il rinnovo vale per le vetture con potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta a agosto 2021.

Entro il 2 novembre, invece, il versamento dovrà essere effettuato per i possessori di autocarri, i rimorchi trasporto merci, gli autoveicoli speciali, i trattori stradali e gli autobus la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di settembre 2021. E infine, entro il 31 gennaio del prossimo anno, il rinnovo riguarderà le vetture di potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta a dicembre 2021.

Per i veicoli di prima immatricolazione, il bollo va versato entro il mese di immatricolazione dell’auto. Se l’acquisto avviene negli ultimi 10 giorni del mese, però, si può pagare il bollo auto entro il mese successivo a quello di immatricolazione, ferma restando la decorrenza dal mese di immatricolazione. I termini di pagamenti sono differenti per i residenti dei comuni colpiti dagli eventi sismici del 24 agosto 2016 (centro Italia) e del dicembre 2018 (Sicilia).

Nel corso dell’anno 2020 le Regioni/Province Autonome hanno previsto sospensioni dei termini di pagamento della tassa automobilistica a causa dell’Emergenza epidemiologica da Covid-19 che dipende dalle decisioni delle singole Amministrazioni in merito alla disposizione della sospensione, indicando il termine per il versamento della tassa senza applicazione di sanzioni e interessi.

Il calcolo avviene in maniera semplice, attraverso il portale Aci.

Il Covid spinge il consumo degli alimenti bio

Con il Covid che spinge i consumi domestici di alimenti bio al record di 3,3 miliardi di euro grazie alla svolta green degli italiani costretti in casa dalla pandemia, il via libera al ddl sul biologico rappresenta un passo importante verso la tutela dei consumatori e delle vere produzioni Made in Italy. E’ quanto afferma la Coldiretti, sulla base dei dati Ismea relativi all’anno 2020, nel commentare positivamente l’approvazione da parte della Commissione Agricoltura del Senato della la proposta di legge che prevede, tra le altre misure, l’introduzione di un marchio per il bio italiano, richiesto dalla Coldiretti per contrassegnare tutti i prodotti biologici ottenuti da materia prima italiana che potranno essere valorizzati sul mercato con l’indicazione “biologico italiano” e come tali protetti contro tutte le usurpazioni, imitazioni e  evocazioni.

Previsto anche l’impiego di piattaforme digitali – aggiunge Coldiretti – per garantire una piena informazione circa la provenienza, la qualità e la tracciabilità dei prodotti. Il ddl rivede inoltre anche il sistema delle sanzioni per renderle finalmente efficaci contro le frodi del settore e quello dei controlli per garantire la terzietà dei soggetti incaricati. Si va infine ad equiparare tutte le previsioni di agevolazione e sostegno al metodo dell’agricoltura biodinamica che contraddistingue imprese e prodotti in base a caratteristiche differenziate di sostenibilità.

La possibilità di riconoscere i prodotti di origine nazionale – sottolinea la Coldiretti – rafforza la leadership dell’Italia che è il primo Paese europeo per numero di aziende agricole impegnate nel biologico dove sono saliti a ben a 80643 gli operatori coinvolti (+2%) mentre anche le superfici coltivate a biologico sono arrivate a sfiorare i 2 milioni di ettari (+2%) con percentuali a due cifre per la Provincia di Trento (+31,3%) e il Veneto (+25,4%). Ma è il Mezzogiorno – spiega la Coldiretti – a guidare la classifica delle superfici con il record della Sicilia su oltre 370mila ettari, a seguire la Puglia con 266mila ettari e la Calabria che sfiora i 208mila ettari. Al centro le prime tre regioni per superfici a bio sono il Lazio con 144mila ettari, la Toscana con oltre 143mila e le Marche con più di 104mila. Mentre al nord la classifica è guidata dall’Emilia Romagna con 166mila ettari, dalla Lombardia con 56mila ettari e dal Piemonte con quasi 51mila.

L’incidenza della superficie biologica nel nostro Paese ha raggiunto nel 2019 il 15,8% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) a livello nazionale, e questo posiziona l’Italia di gran lunga al di sopra della media UE, che nel 2018 si attestava all’8%, e a quella dei principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%). A livello regionale – evidenzia la Coldiretti – in Calabria più 1 campo su 3 è bio (36,4%) mentre in Sicilia si sfiora il 26% del totale, ma percentuali a due cifre al Sud si registrano anche in Puglia (20,7%), Basilicata (21%), Campania (13,1%), Abruzzo (11,4%) e Sardegna (10,2%). Valori alti anche nelle regioni del centro Italia con il Lazio (23,2%), le Marche (22,2%), la Toscana (21,7%) e l’Umbria (13,9%). Al Nord la maggior incidenza del bio si rileva in Emilia Romagna con il 15,4% e in Liguria con il 11,2% mentre Friuli, Trentino Alto Adige e Piemonte sono ampiamente sopra il 5%, la Lombardia sfiora il 6% e Valle d’Aosta e Veneto sono al 6,2%.

Una crescita alla quale fa però da contraltare l’invasione di prodotti biologici da Paesi extracomunitari, con un incremento complessivo del 13,1% delle quantità totali nel 2019 rispetto all’anno precedente, per un totale di ben 210 milioni di chili di cui quasi 1/3 dall’ Asia. I cereali, le colture industriali e la frutta fresca e secca sono le categorie di prodotto biologico più importate, con un’incidenza rispettivamente del 30,2%, 19,5% e 17,0%. I tassi di crescita delle importazioni bio piu’ rilevanti si sono avuti per la categoria di colture industriali (+35,2%), di cereali (16,9%) e per la categoria che raggruppa caffè, cacao, zuccheri, tè e spezie (+22,8%).

Una vera e propria invasione che rende ancora più urgente dare la possibilità di distinguere sullo scaffale i veri prodotti biologici Made in Italy ma anche rafforzare i controlli sui cibi bio importati che non rispettano gli stessi standard di sicurezza di quelli Europei, fornendo una spinta al raggiungimento degli obiettivi della strategia Farm to Fork del New Green Deal che punta ad avere in futuro almeno 1 campo su 4 (25%) coltivato a bio in Italia.

Le tendenze della mobilità durante il Covid

La diffusione globale del COVID-19 a inizio 2020 ha generato nuovi fattori di profonda criticità e incertezza nel settore dei trasporti e della logistica. per il nostro Paese, l’Europa e il mondo intero, modificando radicalmente i possibili scenari produttivi, economici e sociali nazionali e internazionali sia di breve che di lungo periodo.

Per meglio comprendere e quindi anticipare le conseguenze di tale crisi pandemica sul settore dei trasporti, il presente report riporta i risultati dell’Osservatorio sulle tendenze di mobilità predisposto dalla Struttura Tecnica di Missione per l’indirizzo strategico, lo sviluppo delle infrastrutture e l’Alta sorveglianza del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, al fine di monitorare l’evoluzione, le tendenze e le esigenze del settore dei trasporti e della logistica italiana, anche per meglio pianificare, programmare e gestire gli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi di trasporto.

Vaccino Covid: nel secondo trimestre in Ue almeno 125 mln dosi

Nel corso del secondo trimestre del 2020 Pfizer e BionTech si sono impegnate a consegnare 125 mln di dosi del vaccino anti-Covid, aggiuntive rispetto a quelle contrattate in un primo tempo. Lo spiega il Ceo di Pfizer Albert Bourla, collegato con un seminario online organizzato dal gruppo del Ppe nel Parlamento Europeo, a Bruxelles.

“All’inizio – ha detto Bourla, che non ha fornito il quadro completo della tempistica concordata per le consegne delle dosi, ma alcuni elementi – gli europei avevano 200 mln di dosi, che erano spalmate sull’anno. Poi hanno contrattato ulteriori 100 mln di dosi: hanno insistito, e sono riusciti ad ottenerlo, che 50 mln di questi 100 mln siano nel secondo trimestre”.

“Poi – prosegue Bourla – abbiamo negoziato per ulteriori 200 mln: hanno insistito, e noi abbiamo concordato, di consegnare 75 mln nel secondo trimestre. Ora, da questi tre contratti (quello iniziale per 200 mln di dosi, quello che ha esercitato l’opzione per ulteriori 100 mln e quello che ne ha contrattate altre 200 mln, ndr), nel secondo trimestre ci saranno un numero significativo di dosi. E naturalmente ci saranno le dosi pattuite per il primo trimestre”.

Bourla ha ribadito che la compagnia Usa e BionTech stanno aumentando la capacità produttiva e che contano al momento di consegnare 2 mld di dosi nel 2020, obiettivo che era già emerso nei giorni scorsi da documenti depositati da BionTech alla Sec.

Dagli esperimenti condotti “in vitro”, ci sono “chiari indizi” di un’efficacia “molto elevata” del vaccino anti-Covid sviluppato da BionTech con Pfizer nei confronti di “entrambe” le nuove varianti del coronavirus Sars-CoV-2, “quella britannica e quella sudafricana”. Prima di poterlo affermare con certezza, occorrerà aspettare “i risultati clinici”, ma “se mi chiede la mia opinione, penso che i risultati saranno molto positivi”, ha poi sottolineato Bourla.

Conte si dimetta. Non sarà una crisi lampo.

Ora si attendono le dimissioni di Giuseppe Conte. Non ci sono passaggi intermedi, dialoghi ancora possibili in virtù di aggiustamenti esteriori, con qualche pacca sulle spalle ai contendenti, infine pregati di soprassedere alle idiosincrasie reciproche. Renzi chiede la testa di Conte e non si vede all’orizzonte una volontà di difesa totale, dal Pd ai Cinque Stelle, anche a rischio di elezioni anticipate.

È sorprendente la blanda reazione all’accusa che il leader di Italia Viva rivolge al Presidente del Consiglio sulla maniera di pensare e dirigere la cosa pubblica. Renzi, in effetti, fa una denuncia molto dura. In queste settimane la democrazia avrebbe corso seri pericoli a causa di manovre e operazioni (cabina di regia per il Recovery Plan e Fondazione per la sicurezza nazionale) miranti a fare di Palazzo Chigi un centro di potere sovraordinato, fuori perciò dagli equilibri fissati dalla Costituzione.

Se Renzi ha torto, dovrebbe essere il Pd a contrastare in modo netto tali affermazioni, fino al punto di rendere evidente la necessita di un chiarimento, se necessario anche attraverso il ritorno alle urne. Rino Formica, un vecchio della politica in grado come pochi di leggere la politica, ha parlato di Conte come di un nuovo Tambroni. Il Pd non ha battuto ciglio, né accenna, nel pieno della crisi, a fare di questo rilievo eccezionale il punto di discrimine della verifica tra i partiti.

Tutto scivola nel bailamme delle furbizie, costringendo il Quirinale a prendere posizione sulla inammissibilità di scorribande parlamentari per salvare con truppe alla Scilipoti un precario equilibrio di governo. Sul punto Conte e Bettini hanno dovuto correggere il tiro riconoscendo la necessità di una verifica tra alleati, non a scavalco, tortuosamente, di uno di essi. Mattarella assolve a un compito pedagogico essenziale – un richiamo cioè all’abc della lotta democratica – che mette in mostra tutta la fragilità dell’attuale classe dirigente. Sembra di assistere a un epilogo triste e deludente di tante ambizioni politiche.

Dunque, le dimissioni sono un atto di correttezza e responsabilità, che ormai, allo stato degli atti, Conte non può rinviare oltre la giornata odierna. È vero, se si dimette rischia di non rimettere più piede a Palazzo Chigi. Ciò non giustifica però un ennesimo giro di valzer, con poco decoro per le istituzioni. Una partita si è chiusa, in via definitiva, per colpa di un vaneggiamento di potere intollerabile, cui un’opinione pubblica frastornata ha dovuto assistere nel bel mezzo di una grave emergenza sanitaria ed economica. Dopo le dimissioni, ci vorrà tempo per riordinare le fila e per capire come andare avanti in questa legislatura. Non sarà una crisi lampo.

Crisi di Governo: freddo, virus e Renzi.

Il gioco non ha sortito l’effetto desiderato. L’arbitro non ha fischiato la fine della partita. Pensavamo che ci fossero tutti i presupposti per chiudere una santa volta una diatriba di questo tipo. Proprio perché giunge in un periodo infausto e con sofferenze a non finire.

Matteo Renzi ha giocato. Ha lanciato la palla e non ha così tirato la somma di tutti i presupposti che andava in queste ultime settimane vociando. In sostanza, ha mantenuto aperto il quadro di riferimento politico, ha dichiarato che la maggioranza è quella attuale; poi, in un passaggio successivo, ha detto che andrebbe bene pure un Governo istituzionale; precisando ulteriormente, che mai farebbe un Governo con la Lega e Fratelli d’Italia. Non ha specificato se la crisi debba risolversi all’interno del Parlamento, anche se sembra l’unica via possibile, visto che formalmente ha ritirato i rappresentanti di Italia Viva dal Governo Conte.

Ha fatto capire che il problema non è l’eventuale nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, ma si capisce, e non ci vuole molto, che vorrebbe la testa dell’attuale capo dell’esecutivo. Resta, e questo è sacrosanto, che il tema non è chiuso. Va da se che lasciare aperta una ferita così grande, in un momento così delicato, è francamente irresponsabile e inqualificabile.

Non ci si può, in alcun modo, permettere il lusso di correre sul crinale, con l’incertezza se l’equilibrio si manterrà o se il piede scivolerà lungo un infausto dirupo.

L’Italia, per fronteggiare al meglio la pandemia, ha bisogno di conduzioni sagge e di stabilità garantite.

Adesso, attendiamo la mossa del Governo. Cosa risponderà Conte rispetto alle dimissioni formali delle due Ministre e del Sottosegretario. Attendiamo pure la presa di posizioni degli altri partner di maggioranza.

Il centro destra guarderà soddisfatto la mossa del cavallo del toscano. Sa che questa non potrà che produrre ulteriori indebolimenti nel quadro dell’attuale compagine governativa.

Saranno giorni frenetici. Fuori dalla divisa politica, questi aspetti non sono sicuramente accettabili e, sicuramente, feriscono anche il senso comune di gran parte della nostra realtà italiana.

Freddo, virus e Renzi sono i tristi colori che caratterizzano questa e anche purtroppo, le giornate che seguiranno.

Perché le élite liberali e i conservatori curiali non sopportano Papa Francesco

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’articolo di Paolo Sorbi 

Da un po’ di tempo in qua nelle pubblicazioni della grande stampa “liberal” europea si può notare una sorta di presa di distanza dai contenuti pastorali – e più chiaramente sociali – del pontificato di papa Francesco.
Ma se all’inizio del suo pontificato il Pontefice argentino fu, in parte, accettato e sostenuto da queste stesse realtà liberali, come si spiega l’attuale sordo “mormorar dissidenze” di tutti i tipi?
Molto semplicemente perché la posizione di papa Francesco NON è riducibile ad un generico progressismo basato sulla cultura dei diritti individuali. Anzi tutt’altro. Il nocciolo duro della proposta pastorale e culturale dell’attuale pontificato si basa sul pensiero personalista e comunitario che trova i suoi fondamenti nella “Teologia del popolo”, una corrente teologica nata in Argentina dopo il Concilio Vaticano II.
Nella versione di papa Francesco “l’opzione preferenziale per i poveri si espande fino a diventare opzione preferenziale per gli esclusi”, e si radicalizza recuperando l’animo movimentista nelle posizioni economiche.
La “Teologia del popolo” differisce dalla teologia di liberazione superando la concezione della lotta di classe verso una partecipazione pluralista e democratica, dove ogni cultura apporta un contributo all’umanità e dove le differenze sono rispettate.
Papa Francesco avversa la concezione speculativa e utilitaristica del denaro, critica il concetto “sacrale” della proprietà privata, rigetta le vecchie e nuove schiavitù e il vecchio e nuovo colonialismo.
E come se non bastasse, il Pontefice attacca apertamente l’industria delle armi, le lobby che gestiscono i combustibili fossili e quelle che speculano sui farmaci.
Tutto questo TRAVALICA nella sostanza le posizioni “liberal” sopra accennate, che mal sopportano la rivendicazione popolare e impolitica di papa Francesco.
Per questi ambienti fino a che si parla dei diritti individuali o di presenza delle donne nella gestione dei Dicasteri romani, la cosa è accettabile. Ma appena si toccano questioni di fondo ECONOMICHE, ecco che scatta lo stop “super-liberale”.
C’è poi un’altra serie di problemi che riguardano l’emergenza antropologica e che i liberisti non vogliono sentire.
Si tratta di questioni gravissime, come lo sfruttamento delle donne tramite l’utero in affitto (ormai business su scala internazionale), la cancellazione e neutralità delle relazioni di genere, la ricostruzione scientifica sulle questioni embrionali, la rieducazione anti droghe (dalla cannabis agli impasti terribili di eroina con altre sostanze chimiche), il rispetto educativo verso qualsiasi minoranza etnico-culturale, e così via.
A questo proposito, sostengo da oltre trent’anni che UNO DEI PASSAGGI CENTRALI per la ricostruzione della sinistra democratica su scala internazionale è una nuova riflessione umanistica per tentare di superare l’egemonia dell’attuale “nichilismo dolce” sostenuto da questi stessi gruppi “liberal”.
Ciò che più stupisce è che certi ambienti “liberal” vorrebbero un Papa ricostruttore del “barocco teologico-politico romano”.
Questo è anche il motivo per cui non riescono ad accettare l’Enciclica “Fratelli tutti”.
Soprattutto nella seconda parte, l’ultima Enciclica di Papa Francesco propone un forte appello in difesa dell’impegno politico e della militanza sociale.
Le realtà borghesi a cui sopra accennavo non hanno compreso il nocciolo duro della proposta evangelica, né le grandi linee dei “segni dei tempi” emerse dal Concilio Vaticano II e che da sessant’anni “lavorano” nel profondo delle coscienze cristiane.
Cercano irreali e fasulle contrapposizioni con le elaborazioni ratzingeriane o del Pontefice polacco, che al contrario sono in profonda sintonia con Papa Francesco (anche se ognuno con la sua peculiare personalità).
Da tutto ciò, l’ipocrita nostalgia di una “cristianità che fu” e che oggi non ci appartiene.
Non appartiene alla sostanza di questo pontificato. Non può appartenervi, perché esso è tutto proiettato verso un Cristianesimo libero da “barocchismi” di passate esperienze di cristianità colluse con i potenti.
Oggi siamo per venti nuovi e luoghi nuovi. Verso dove? Se il senso autentico di questo pontificato è “suscitare processi” piuttosto che governarli – come spesso dice papa Francesco – allora una Chiesa non priva di strutture, ma con STRUTTURE POVERE E SEMPLICI, funzionali ai disegni missionari globali, potrà indicare la via per DISTACCARCI dalla visione neocolonialista occidentale e operare nei NUOVI punti strategici delle ingiustizie mondiali.
Come viene descritto negli “Atti degli Apostoli” e nella decisiva “Lettera a Diogneto”, vera “carta costituzionale” della vita di testimonianza povera dei cristiani: dall’antico Impero alle odierne reti metropolitane “digitalizzate”.
Questa è la strada che ci indica papa Francesco, le cui radici si trovano abbondantemente nel Concilio Vaticano II.
Lì nelle realtà della globalizzazione stravolta, si misurerà chi ha più filo da tessere verso la QUANTITÀ delle moltitudini proletarie e scartate, verso le intelligenze migliori, come diceva il mio carissimo don Milani, “disposte ad abbassarsi verso i ‘Gianni’ della storia contro i ‘Pierini’ di tutti i tipi”. Vincenti “perché sanno parlare meglio”.
È ora di saperne una parola in più dei padroni dei giornali e delle economie dello sfruttamento.

2021: in che modo (ci) investiamo per il nostro Paese?

Articolo pubblicato sulle pagine della Rivista Aggiornamenti Sociali 

Così è verosimile che il 2021 possa essere davvero l’anno in cui come Paese avremo la possibilità di ripartire, una possibilità che siamo chiamati a cogliere e sfruttare appieno. In che direzione muoverci, visto che la speranza non elimina l’incertezza?

Per contribuire a questa riflessione ci sembra utile metterci in ascolto dei responsabili di tre Fondazioni, che, pur con le loro diversità, hanno la finalità di investire sul sociale, cioè di sostenere iniziative che producano un ritorno per la collettività invece di un dividendo per chi fornisce il capitale. Per svolgere bene il loro compito, queste istituzioni devono dotarsi di sensori capaci di cogliere che cosa si muove nella realtà sociale e quali sono i problemi più urgenti, ma anche di riconoscere i soggetti portatori di una autentica capacità innovativa. Viste in un’altra prospettiva, le loro priorità operative rappresentano una lettura aggiornata della società italiana che può servire da ispirazione per una molteplicità di soggetti, dal Terzo settore alla Pubblica amministrazione e alla politica locale e nazionale, anche in vista di stimolare nuovi dialoghi. Così ai rappresentanti delle tre Fondazioni abbiamo chiesto suggerimenti su che cosa scommettere oggi per avere un “ritorno sociale”, su quali siano le novità più promettenti da accompagnare, e anche su come spendere bene le ingenti risorse in arrivo dall’Europa.

Dalle loro risposte emergono segnali incoraggianti: nel tessuto della nostra società le risorse ci sono. Il problema, oggi più cruciale che mai, è non disperdere le potenzialità, delle persone ma soprattutto delle comunità, superando ad esempio il vizio ormai incancrenito della frammentazione: che cosa può aiutare a tenere insieme pezzi diversi? Come attivare e valorizzare le risorse di persone e comunità che spesso sono pensate come beneficiarie più che protagoniste degli interventi sociali?

La riflessione si salda qui con quella sul rinnovamento, radicale e non più procrastinabile, del sistema di welfare, ancora più cruciale in un momento in cui registriamo un ulteriore aumento della povertà e delle disuguaglianze. L’esigenza che nessuno sia lasciato indietro e i valori che hanno ispirato la costruzione del nostro sistema di welfare rimangono un patrimonio fondamentale, anche perché sono radicati nella Costituzione repubblicana. Tuttavia l’accelerazione dei processi prodotta dalla pandemia rende ancora più evidente che il sistema, così come è configurato adesso, non regge più: basta pensare al riparto delle competenze tra amministrazioni centrali e locali (dalla gestione della sanità a quella dei ristori e della lotta alla povertà), o a una effettiva integrazione delle capacità e delle risorse delle comunità e del Terzo settore. Ci sono esperienze positive già consolidate e molte sperimentazioni in corso, a cui cerchiamo di dare spazio sulle pagine di Aggiornamenti Sociali. Le idee non mancano, ma è arrivato il momento di procedere con maggior decisione.

In radice, emerge un nodo da affrontare innanzi tutto a livello culturale, rivisitando precomprensioni e innovando modelli e paradigmi: il rapporto tra il pubblico e il privato, entrambi sempre meno monolitici e più variegati che in passato, o forse meglio la definizione stessa di pubblico, da intendersi sempre meno come sinonimo di statale o riferito all’insieme delle Pubbliche amministrazioni. Da un lato aumentano le forme ibride, dall’altro emerge il protagonismo crescente di soggetti radicati nel tessuto sociale e operanti sulla base di modalità di regolazione che non passano dall’autorità (cioè dallo Stato) o dal prezzo (cioè dal mercato). Come si collocano rispetto alla tradizionale dicotomia pubblico-privato? Non sono piuttosto la spia del fatto che è ormai inadeguata? Certo, lo Stato non è estraneo alla loro azione, ma è chiamato a ricoprire, nella chiave della sussidiarietà, un ruolo di garante delle condizioni istituzionali perché i processi sociali possano svilupparsi in autonomia, ma garantendo la partecipazione degli utenti e la tutela dei beni in questione. Magari utilizzando anche le potenzialità di nuove tecnologie che permettono l’emergere di soggetti collettivi, persino a scala globale, così come di rinnovare le forme della mutualità.

Forse non è più un lusso pensare che, accanto agli interessi di parte (il “privato”) – che nessuno nega, sarebbe ingenuo – e al loro bisogno di un’autorità di regolazione (lo Stato, in uno schema che resta di matrice hobbesiana), vi sia anche lo spazio per provare a costruire una qualche forma di progetto comune, “pubblica” nel senso che muove dal riconoscimento di nessi e vincoli già esistenti all’interno della società e per questo può convocare e interrogare gli attori privati così come quelli statali. Probabilmente è questa la vera scommessa del 2021: l’esito della ripartenza dipenderà certo dalle risorse disponibili, ma anche dai paradigmi sulla cui base saremo capaci di progettare il modo di utilizzarle.

Leggi l’articolo

La Città di New York taglia tutte le sue relazioni economiche con l’Organizzazione Trump

La Città di New York taglia tutte le sue relazioni economiche con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Lo ha annunciato ieri mattina il sindaco Bill de Blasio, spiegando che la decisione è stata assunta in risposta all’assalto dei sostenitori di Trump al Campidoglio di Washington, avvenuto lo scorso 6 gennaio e a seguito del quale hanno perso la vita sei persone.

“La Città di New York ha interrotto tutti i contratti con l’Organizzazione Trump a causa di questa attività criminale”, ha annunciato de Blasio. Attualmente, la Trump Organization è titolare di contratti per la gestione di una giostra, di due piste ghiacciate e di un campo da golf nei parchi cittadini.

Tali accordi portano 17 milioni di dollari l’anno al gruppo che fa riferimento all’inquilino della Casa Bianca.

Irlanda: Il rapporto choc sugli istituti per ragazze madri. Le reazioni della a conferenza episcopale irlandese.

Il leader della Chiesa cattolica in Irlanda ha in una lunga nota diffusa dalla Conferenza episcopale irlandese, chiesto scusa dopo la pubblicazione del rapporto choc sugli istituti per ragazze madri.

Nella nota si legge: “Accolgo con favore la pubblicazione del Rapporto ‘Mother & Baby Homes’. In qualità di leader della Chiesa oggi, prendo atto che la Chiesa fosse chiaramente parte di quella cultura in cui le persone venivano spesso stigmatizzate, giudicate e rifiutate. Per questo, e per il dolore di lunga durata e l’angoscia emotiva che ne sono derivati, chiedo scusa senza riserve ai sopravvissuti e a tutti coloro che sono personalmente coinvolti dalla realtà scoperta”.

“Sebbene possa essere angosciante, è importante che nei prossimi giorni tutti noi dedichiamo del tempo a riflettere su questo Rapporto che tocca la storia personale e l’esperienza di molte famiglie in Irlanda”, scrive il presidente dei vescovi cattolici. “Il Rapporto della Commissione aiuta a fare ulteriormente luce su quella che per molti anni è stata una parte nascosta della nostra storia comune e mette a nudo la cultura dell’isolamento, della segretezza e dell’ostracismo sociale che hanno dovuto affrontare le ‘madri non sposate’ e i loro figli in questo Paese”. “Dobbiamo chiederci: come è potuto succedere?”. “Dobbiamo identificare, accettare e rispondere alle più ampie questioni sollevate dal Rapporto sul nostro passato, presente e futuro”.

Istituite nel XIX e XX secolo, le istituzioni ospitavano donne e ragazze rimaste incinte al di fuori del matrimonio. Circa 9.000 bambini sono morti nelle 18 istituzioni sotto inchiesta, di cui due nel Donegal. Il primo ministro Mícheál Martin ha affermato che il rapporto, che può essere letto integralmente qui, descrive un “capitolo oscuro, difficile e vergognoso” della storia irlandese. “Come nazione dobbiamo affrontare la piena verità del nostro passato”, ha detto.

Economia: Istat, “le nuove misure di contenimento hanno frenato la ripresa”

Nelle ultime settimane del 2020, il riacutizzarsi dei contagi nella maggior parte dei paesi ha reso necessarie nuove misure di contenimento che hanno frenato la ripresa economica internazionale. Il lockdown in molti casi è stato parziale, determinando effetti eterogenei nei settori produttivi. Le prospettive economiche globali continuano a essere dominate dall’incertezza legata all’evoluzione difficilmente prevedibile della pandemia. Tuttavia, l’avvio delle campagne di vaccinazione e la persistenza di diversi segnali di recupero definiscono uno scenario moderatamente favorevole. A ottobre, il commercio mondiale di merci in volume ha continuato a crescere (+0,7% in termini congiunturali, fonte: Central planning bureau), sebbene in netta decelerazione rispetto al mese precedente (+2,7%). Le prospettive, tuttavia, sono in peggioramento come segnalato dal PMI globale sui nuovi ordinativi all’export che a dicembre, dopo tre mesi di espansione, è tornato sotto la soglia di 50.

Nell’area euro, il graduale allentamento delle misure di chiusura delle attività a partire da maggio aveva favorito la ripresa dei ritmi produttivi. Il Pil era aumentato del 12,5% (-11,7% nel secondo trimestre). Tuttavia, negli ultimi mesi dell’anno la ripresa delle misure di contenimento ha condizionato l’evoluzione dell’economia soprattutto per il settore dei servizi.  Così a novembre, le vendite al dettaglio sono diminuite del 6,1% in termini congiunturali (+1,4% a ottobre).

I settori più colpiti sono stati il carburante per autotrazione e i prodotti non alimentari mentre gli alimentari hanno mostrato una flessione meno accentuata. Solo il settore dell’e-commerce risulta in espansione, mentre il tessile, abbigliamento e calzature è stato il più colpito dai vincoli amministrativi all’operatività degli esercizi commerciali. Il tasso di disoccupazione dell’area nel mese di novembre è sceso marginalmente attestandosi all’8,3%.

In Italia, gli indicatori congiunturali hanno mostrato un’evoluzione in linea con quella dell’area euro. A novembre, la produzione industriale e le vendite al dettaglio hanno segnato una flessione.

Segnali positivi hanno caratterizzato, invece, l’andamento del mercato del lavoro, con una ripresa della tendenza all’aumento dell’occupazione a cui si è accompagnata una decisa riduzione della disoccupazione.

A fine anno, si è attenuata la fase deflativa dei prezzi al consumo, come effetto di una minore deflazione per i beni energetici e di una moderata ripresa della core inflation.
Le aspettative per i prossimi mesi mantengono un elevato grado di incertezza, anche se a dicembre la fiducia di famiglie e imprese ha registrato un miglioramento.

Milano, Food policy: nuova iniziativa per la distribuzione di cibo a oltre 12.000 persone

Continua l’azione di sostegno alimentare alle persone in difficoltà grazie alla collaborazione tra Fondazione AVSI, Comitato di Milano della Croce rossa italiana e Comune di Milano, nell’ambito di un’iniziativa che raggiungerà, entro la fine di gennaio, oltre 12.000 persone (4.500 famiglie) in difficoltà economiche a causa della pandemia da Covid-19.

L’Amministrazione ha infatti approvato la concessione di patrocinio al progetto “Building hope: emergency support for hospitals and vulnerable families in Italy affected by Covid-19”, promosso dalla Fondazione AVSI, organizzato in collaborazione con la Croce rossa italiana – Comitato di Milano e finanziato dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) con un contributo di 225mila euro.

“Un altro tassello si aggiunge all’azione del Comune di Milano in favore delle persone che maggiormente stanno subendo le conseguenze economiche derivanti dal prolungarsi della pandemia – dichiara la vicesindaco con delega alla Food policy Anna Scavuzzo –. Questa azione ben si integra con il nuovo Dispositivo di aiuto alimentare, andando a rafforzare, grazie anche a nuovi partner, il quadro di interventi dedicati al contrasto della povertà alimentare e a garantire l’accesso al cibo sano a più persone possibile: una delle priorità anche in questa fase per l’attuazione della Food policy di Milano”.

L’iniziativa prevede l’acquisto e la distribuzione di un rifornimento straordinario di derrate alimentari a 42 enti del Terzo settore attivi a Milano nell’ambito degli aiuti alimentari; tale rifornimento andrà ad integrarsi con le normali fonti di approvvigionamento e permetterà un rapido incremento della disponibilità di risorse alimentari per le famiglie.

“Con questo progetto – sottolinea Giampaolo Silvestri, Segretario generale di Fondazione AVSI – attingendo alla sua esperienza di quasi cinquant’anni di interventi in situazioni di emergenza nel mondo, AVSI lavora per farsi vicina ai più vulnerabili, stremati da questa crisi dal punto di vista materiale e psicologico. In collaborazione con il Comune di Milano e altre realtà locali si è creata una rete che vuole rispondere ai bisogni più urgenti, ma in una prospettiva di ripartenza”.

Grazie alla partecipazione di Croce rossa italiana – Comitato di Milano, già partner del Comune nel primo Dispositivo di aiuto alimentare insieme a tante altre organizzazioni private e del Terzo settore, è stato possibile acquistare con questo finanziamento ulteriori 68 tonnellate di cibo, che verranno distribuite agli enti entro la fine di gennaio 2021.

“Gli effetti di questa pandemia dureranno anni, – commenta Luigi Maraghini Garrone, Presidente della Croce rossa di Milano – ma i prossimi mesi saranno forse i più difficili dal punto di vista sociale ed economico. Di fronte a questo scenario, Milano dimostra ancora una volta la sua capacità di reagire facendo squadra. Solo grazie alla stretta cooperazione tra istituzioni, organizzazioni del Terzo settore e privati sarà possibile infatti trovare soluzioni capaci di guardare al futuro senza lasciare indietro nessuno”.

Il reflusso gastroesofageo

La malattia da reflusso gastroesofageo, è una malattia di interesse gastroenterologico.

Si parla di reflusso quando esso causa sintomi (pirosi, rigurgito) o quando, con la gastroscopia, si evidenziano lesioni infiammatorie a carico dell’esofago (esofagite), o ulcere, o trasformazione metaplastica della mucosa (esofago di Barrett).

La diagnosi di reflusso gastroesofageo patologico si effettua con la ph-impedenziometria o ph-metria esofagea delle 24 ore che consente di differenziare i reflussi fisiologici da quelli patologici. In alcuni casi, anche reflussi “fisiologici” possono provocare sintomi (“esofago irritabile o ipersensibile”).

Per una diagnosi più coerente e certificabile soprattutto in casi di reflusso atipico, alcuni centri mettono a disposizione la Ph-metria con impedenziometria multicanale intraluminale, che permette di valutare se il refluito giunge fino in gola, in che entità ed in quale forma (liquido, gassoso o biliare).

Nel caso in cui si rilevino solo reflussi gastro-esofagei (solitamente si verificano entro i 120 minuti dal pasto), la manometria gastro-esofagea può definire la tonia del cardias.

Altri modi di indagine comprendono i test provocativi, il test di Bernstein, esami di radiologia, scintigrafia, istologia, endoscopia e manometria.

È utile inoltre ricercare la presenza dell’Helicobacter pylori a livello gastrico, per stabilire la condotta terapeutica più adeguata.

La terapia è solitamente basata su alcune norme igienico-dietetiche di base, e sull’assunzione (per periodi più o meno prolungati) di farmaci appartenenti alle classi degli inibitori di pompa protonica/IPP (che inibiscono notevolmente la produzione acida nello stomaco) e degli anti-H2 (in gran parte però soppiantati dai più moderni e potenti IPP); non è comprovata l’efficacia dei procinetici. Gli antiacidi e gli alginati sono usati al bisogno a fini di sollievo sintomatico.

Per quanto riguarda la terapia del reflusso in genere, si prescrive una modificazione della dieta e dello stile di vita (cessazione del fumo).

Lettera aperta ai partiti di maggioranza e opposizione. (È sottinteso che il Governo è di Conte)

Pubblichiamo il testo integrale della lettera che stamane Beppe Grillo, il garante M5s,ha inviato, tramite Facebook, a tutti i partiti 

Fra le conseguenze che il dramma della pandemia ci consegna c’è la sofferenza di milioni di persone che si sono ridotte in povertà assoluta o quasi, la solitudine di quanti si trovano a dovere affrontare una malattia sconosciuta e potenzialmente mortale, il dramma di una economia che nonostante tutto stenta a far funzionare il Paese. E poi ci sono gli 80.000 deceduti che pesano sulla coscienza di molti perché hanno fatto una fine orribile tra sofferenze indicibili ed abbandono.

Tutto ciò deve indurci a riflettere sull’opportunità di continuare sulla strada di polemiche sterili e strumentali che in questo momento servono solo a dividere le energie di tutti coloro che devono occuparsi di rappresentare il Paese intero.

Da più parti si sostiene che il Next Generation EU è una opportunità unica che consentirà all’Italia di ripartire quando la pandemia sarà alle spalle o comunque molto ridimensionata. Non è pensabile che il Paese possa essere ricostruito senza il contributo di tutti e soprattutto dopo avere ascoltato le proposte di tutto il Parlamento, delle Regioni, dei Comuni, dei Sindacati, degli Imprenditori e di coloro che fanno parte di quel mondo che ogni mattina si alza dal letto per portare il proprio contributo al funzionamento del sistema Paese.

Non può esistere in questo momento una distinzione tra maggioranza ed opposizione perché tutti i rappresentanti del popolo devono contribuire uniti a sostenere, in uno dei momenti più bui della sua storia, il Paese.

Nessuno cerchi scusi o pretesti per sottrarsi a questa grande responsabilità o ancor peggio faccia in questo momento biechi calcoli elettorali sul proprio futuro. Bisogna parlare un linguaggio concreto e di speranza agli Italiani perché sono i parlamentari a rappresentarli nei momenti propizi ma anche in quelli più difficili, come quello attuale.

L’Europa ha dimostrato di credere nelle potenzialità dell’Italia ed ha stanziato un fondo cospicuo per sostenere la nostra ripresa. Dimostriamo di essere degni del passato ed all’altezza del presente. Lavoriamo uniti per costruire il nuovo futuro.

Stiliamo insieme un patto tra tutti i partiti e lavoriamo per la ricerca di un obiettivo condiviso che altro non può essere che la ricerca del bene comune per il Paese e colmiamo quel vuoto e la disaffezione che la politica ha lasciato in questi anni nell’animo degli italiani. Allarghiamo questo patto al mondo dell’informazione affinché riesca a ritrovare se stessa in un ruolo non di partigianeria interessata ma esclusivamente di descrizione delle notizie e di indispensabile ruolo comunicativo.

E su questo patto convergano e lo sottoscrivano idealmente tutti i Cittadini Italiani nella certezza che le Istituzioni lavoreranno per loro e con loro ma che del loro singolo contributo avranno bisogno per far funzionare ogni più elementare meccanismo di quella macchina complessa che dovrà chiamarsi “ripresa”.

Lavoriamo uniti e dimostriamo che la politica può essere anche di qualità e che può aggregarsi su progetti condivisi, nel segno reale del prendersi cura delle sofferenze e delle difficoltà degli altri. Diventiamo un po’ più egoisti nel senso buon del termine, cercando le soluzioni migliori per soddisfare le esigenze delle categorie più fragili e migliorando lo stile di vita di tutti nel segno dell’innovazione e del miglioramento delle conoscenze.

Ricordiamo che nei giovani e nella loro capacità di imparare è fondato il futuro di ogni popolo e per questo motivo cerchiamo ogni modalità per consentire loro di formarsi in sicurezza e sotto il controllo e la tutela delle istituzioni.

Cambiamo la nostra prospettiva di ricerca di quello che può essere utile al singolo individuo e raccogliamo l’esortazione che ci indirizza il Presidente Mattarella di diventare costruttori mettendo al primo posto il bene comune dell’Italia.

La spirale della crisi non si sblocca

La nota che riportiamo di Barbara Tedaldi (AGI) appare equilibrata e persuasiva. Ieri abbiamo scritto che la crisi di governo è inevitabile, anzi è già in pieno svolgimento.

Intanto il Pd comincia timidamente ad uscire dal labirinto di varianti, persino aperte al soccorso di veri o presunti “responsabili”, che perlopiù ne ha mortificato la credibilità. Nell’opinione pubblica continua a far presa la posizione del Presidente del Consiglio, risultando in questa fase “parte lesa” nello scontro con Renzi.

Immaginare tuttavia che sia Conte a prevalere, sia scansando la crisi che attraversandola indenne, sembra davvero improbabile. Il suo logoramento è sotto gli occhi di tutti, anche a dispetto dei sondaggi. In conclusione,  la spirale della crisi non si blocca.

https://www.agi.it/politica/news/2021-01-12/governo-conte-crisi-mattarella-10998245/

Ricordo di una conversazione con Giulio Andreotti

Presidente, innanzitutto desidero ringraziarla per avermi concesso, attraverso questa intervista, la possibilità di raccogliere una testimonianza così autorevole e  prestigiosa.

Grazie a lei, ho aderito volentieri alla sua richiesta. Il mio unico merito è che sopravvivo da tempo. 

Presidente Andreotti, partiamo da dove ci troviamo: com’è cambiata Roma in questi ultimi cinquant’anni? Parliamo della Roma del dopoguerra e della ricostruzione, del boom economico e dei cantieri politici ma anche la Roma delle borgate, così bene descritta nel cinema degli anni 50/60? La sua storia, la sua identità la mantengono ancora originale e unica al mondo?

Le caratteristiche del romano che io dico sempre esser meglio definite come ‘romanesche’ più che romane, sono andate indubbiamente a mano a mano attenuandosi perché la crescita della città è stata enorme. Roma dello Stato Pontificio era un’urbe di trecentomila anime, mentre già trent’anni dopo, all’inizio del 900 era raddoppiata la popolazione, poi c’è stato un continuo incremento di abitanti. Oggi siamo forse sopra i tre milioni ma siamo anche probabilmente di parecchio sopra, censimenti recenti non ce ne sono stati. Comunque io credo che qualche cosa deve rimanere di Roma nel senso che la città ha questa doppia caratteristica che la mantiene unica: di essere la capitale dello Stato ma anche il centro mondiale della Chiesa Cattolica. Queste due realtà in parte si influenzano e, momenti più momenti meno, danno questa caratteristica tutta particolare alla città rispetto alle altre.

E’stato recentemente costituito il Comitato pro-Pio XII, di cui Lei è il primo aderente (e di cui anche io – ultimo della lista- faccio parte), con lo scopo di rivalutare la figura di questo Pontefice oltre le distorsioni di una memoria storica non sempre obbiettiva. Quali sono le finalità di questa iniziativa? 

Io credo che sia necessario correggere alcuni errori nella ricostruzione della personalità di Pio XII e integrarli con una visione precisa del momento storico nel quale lui ha vissuto. Se facciamo questo, se rivediamo con questi criteri l’epoca e il personaggio allora vediamo non solo la fermezza con cui per esempio si era opposto alla diffusione del partito comunista e all’idea comunista in generale ma osserviamo come il fondamento di tutta la sua azione era un fondamento pastorale. Non era lui che invadeva il campo politico era la politica che aveva invaso il campo spirituale e psicologico. Certamente Papa Pacelli è stato un grande Pontefice. Penso al risentimento che hanno avuto i comunisti quando si erano visti scomunicare  da lui: ma lui aveva fatto quello che il capo supremo della Chiesa deve fare, nessuno credo può lasciare che si confondano i campi per motivi politici che non c’entrano niente con i motivi religiosi.

Essendo io genovese ricordo un discorso che il Cardinale Giuseppe Siri, ricevendoci in udienza presso l’Arcivescovado fece a noi giovani impegnati in politica. Disse una cosa che mi stupì molto – nel mio fervore di quegli anni giovanili-  ma che poi ho ripensato con maggiore riflessione, trovandola vera: disse in sostanza che la Chiesa cattolica non potrà mai essere una istituzione del tutto analoga alle democrazie, perché si regge sul dogma e sulla verità rivelata, di cui le gerarchie ecclesiastiche sono garanti.

Penso che questo sia giusto e corrisponda al vero e d’altra parte lei cita il Cardinal Siri che io ho conosciuto perché seguivo le lezioni che teneva a Camaldoli, nel Casentino, in quel periodo di formazione culturale e spirituale che diede poi luogo alla elaborazione del cosiddetto ’Codice di Camaldoli’, una riflessione sul magistero sociale della Chiesa. Le sue lezioni erano di una chiarezza straordinaria. Lui aveva una grandissima capacità comunicativa dicendo nel modo assolutamente più accessibile a tutti le cose anche più complesse, sia di teologia che di altro. Io ne ho un ricordo anche molto affettuoso perché aveva spesso la bontà di dedicarci individualmente del tempo, ci riceveva anche presso le suore di Ravasco dove lui alloggiava qui a Roma e non dava mai l’idea di essere pressato da altre cose più importanti cosa che invece era, perché generalmente la visita che gli facevano noi  – lui era gentilissimo nel concederla – non poteva certamente arricchire niente in lui mentre per noi rappresentava un punto fermo di preparazione culturale spirituale.

Lei fu molto vicino ad Alcide De Gasperi: come ricorda questo grande statista, le sue scelte politiche sulle alleanze, la sua vocazione al dialogo, il duro confronto con la sinistra di Togliatti, la sua intuizione europeista?

Di De Gasperi quello che creava entusiasmo era la sua integrità. Cioè a dire: era ‘tutto uno’, come politico, come cattolico, come uomo di cultura, non era fatto a compartimenti come siamo fatti spesso molti di noi. Esprimeva il grandissimo fascino di saper testimoniare la sua assoluta coerenza con la sua vita anche quando questo gli era costato molto, compreso il carcere. Noi dobbiamo moltissimo a De Gasperi e al modo con cui ha interpretato quella che era stata una prima bozza di Democrazia Cristiana di Don Romolo Murri e gli altri. Tutte le sue scelte successive furono ispirate a quella sua costitutiva coerenza.

Recentemente Paolo Mieli ha affermato che della riforma elettorale del 1953 (ricordata come ‘legge truffa’) fallì il progetto plebiscitario ma che – ripensandola a distanza di anni – essa avrebbe probabilmente aperto all’Italia prospettive analoghe a quelle realizzate in altri Paesi e che il sistema maggioritario va ora cercando:  il superamento della democrazia bloccata e il sistema dell’alternanza. La storia non si fa con i ma e con i se però qualcosa sarebbe cambiato…. Adesso siamo passati da un bipartitismo imperfetto ad un bipolarismo altrettanto imperfetto? 

Certo, io credo che un sistema perfetto non si troverà mai perché nelle cose di questo mondo risentiamo tutti di un certo pressapochismo o comunque di una certa parzialità di soluzioni. Però la cosa importante è che si mantenga vivo il diritto-dovere al dialogo, nella società, perché questo poi può rappresentare il modo con cui ci si organizza, accentuando in alcuni momenti di più e in altri momenti di meno l’aggregazione Insomma il superamento dell’individualismo a compartimenti stagni, questo è l’obiettivo. Trovo che questo sia l’insieme di tutto ciò che coloro che hanno avuto l’idea della prima Democrazia Cristiana avevano concepito molto bene.

Presidente Lei fu testimone e protagonista dei grandi processi di modernizzazione del Paese  sulla scia della Costituzione Repubblicana:  le riforme sociali, l’allargamento della base democratica, le nazionalizzazioni, il ‘decentramento assistito’ di uno Stato fondamentalmente centralista. Come valuta i temi del dibattito attuale: ‘seconda repubblica’, riforma della Costituzione e istituzionale, federalismo, sistema elettorale….

Probabilmente le parole prevalgono sul loro significato: io credo che quello che alla fine conta nell’indirizzare e nel cercare di correggere gli errori nella vita pubblica è di trovare sempre delle soluzioni che avvicinino le persone, gli ambienti, le idee. Abbandonare la vecchia idea dell’homo homini lupus, quella dell’essere ognuno in contrasto per forza con gli altri e assumere l’idea che tanto più uno è meritevole quanto più cerca di avvicinare le posizioni. Del resto tutta la dottrina sociale della Chiesa non è per l’essere ‘contro’ gli altri ma per realizzare consensi anche presso i non battezzati verso le idee di fondo della sociologia cristiana.

Negli anni cosiddetti della ‘solidarietà nazionale –  in cui Lei guidò il Paese – si  Propugnava il dialogo e la concertazione tra maggioranza e opposizione, si invocava il senso di responsabilità collettiva….

Certo, dobbiamo tener conto che vi era allora un condizionamento che è durato fino a che è durata la potenza del comunismo a Mosca. Quando si è poi dissolto quel vincolo si sono aperti allora orizzonti nei quali si può camminare e si cammina a ritmi differenti. Non c’è più un punto centrale a cui ci si deve ispirare per forza o dal quale ci si deve premunire per non subirne l’influenza. Io credo che a Mosca si è voltata pagina e gli effetti si ripercuotono su tutto.

L’elezione del Presidente Obama può configurare scenari mondiali nuovi e aperti alla speranza della pace?  Sullo sfondo restano però le ombre inquietanti del conflitto arabo-palestinese e dei fondamentalismi. E’ una deriva veramente irrisolvibile?

Certamente io credo che su questa terra la pace universale – politicamente parlando – forse non ci sarà mai, nel senso che i contrasti e le contrapposizioni, anche di interessi di varia natura, influiranno certamente. Però mi sembra che la linea di fondo a cui si ispira Obama sia una linea che può avvicinare le parti e quindi ridurre i contrasti, se ben interpretata. Sempre ripeto, tenendo conto che noi ci occupiamo di questa terra e non dell’altra.

Intervistando qualche giorno fa Vittorio Messori, mi ha detto che pensiamo troppo alle cose terrene e non abbiamo una prospettiva escatologica, quella dell’eternità. E’ così?

Sì, l’osservazione è giusta però non dobbiamo cadere nell’errore opposto, cioè di pensare solo all’eternità dimenticando che ci dobbiamo occupare anche delle nostre cose quotidiane o di questa terra, a periodi più brevi. D’altra parte la vita sociale è un punto d’incontro tra persone, tra ambienti e tra interessi differenti e quindi se uno pretende di voler ridurre tutto al proprio modo di vedere….beh insomma si crea – la si chiami o la si colori come si vuole – una dittatura. Mentre invece la vita deve essere democratica, cioè di rappresentatività. Devono prevalere sempre il dialogo e il confronto. Se ognuno presume che quello che pensa lui sia da estendere come dominio su tutti gli altri, realizza il difetto anche filosofico delle dittature.

Presidente Lei ha incontrato i più grandi statisti del 900, si può dire che ha dato la mano ai grandi del secolo scorso. Gliene cito due, per parità di genere una donna e un uomo, Margaret Thatcher e Michail Gorbaciov: come li ricorda, visti da vicino? 

La Signora Thatcher è una donna molto ferma, non esprime quella che uno pensa sia la dote femminile per eccellenza, la gentilezza. Non che sia scortese, tutt’altro, solo che usa più i sostantivi che gli aggettivi nel dialogo, è molto precisa, ecco. Bisogna essere attenti a come ci si esprime parlando con lei, altrettanto precisi. Gorbaciov per noi ha rappresentato una svolta perché ha superato non dico l’incomunicabilità ma le difficoltà di prima. Io in precedenza avevo avuto molti colloqui con i russi, specie con Gromiko, estremamente aperti. Ricordo ad esempio che una volta lui mi disse : “Voi siete degli aristocratici, non avete il contatto con il popolo, come noi”. E prosegui: “Se ad esempio le domando quanto costa il biglietto del tram lei non lo sa…”….”Sì, veramente non lo so” – gli risposi, però poi ci ripensai e dopo qualche secondo gli dissi: “Senta Presidente Gromiko ma quanto costa il biglietto del passaggio in metropolitana?” e non lo sapeva nemmeno lui. Gorbaciov è stato senza dubbio un personaggio epocale, di svolta anche nei rapporti con la Chiesa e il Vaticano….

Trovo però che non sia molto amato attualmente dalla sua patria…

Beh, tutti coloro che ancora lì coltivano l’idea  – non dico solo del partito unico – ma del primato loro  su tutto il resto, non possono vedere con favore questa apertura che c’è stata nella politica che ha messo in campo Gorbaciov.

Presidente, dopo la fine della DC e  il superamento delle contrapposizioni ideologiche, quali sono le prospettive dei cattolici impegnati in politica? Viviamo in una fase di transizione o siamo orfani delle ideologie?

Io credo che sempre di più non dobbiamo farne un motivo organizzativo di questa coerenza con il modo di sentire la politica, come cattolici, ma di cercare di estendere al massimo possibile il senso di interesse per gli altri. Nella società, accanto alla giustizia ci deve essere anche la carità.

Il Cardinale Tonini mi ricordava recentemente che la carità integra e completa anche le altre due virtù….come ha spiegato San Paolo.

Sì, parliamo della carità non in senso elemosiniero ma proprio come capacità di rendersi conto che per avere una convivenza fertile e produttiva ognuno deve cercare di capire molto bene gli altri e rinunciare a quello che pensa che sia invece esclusivo. Ogni giorno si costruisce o comunque non si intacca la convivenza accettabile e auspicabile. Tenendo conto che apparteniamo a questo mondo:  nell’altro ci sarà poi perfezione, in questo no. Non a caso noi parliamo di ‘un mondo migliore’: vuol dire credere che va al di là dell’anagrafe.

Un’ultima domanda, politica ma anche personale. Quali sentimenti e quali emozioni prova ogni volta che passa davanti a Piazza del Gesù che fu, per oltre quarant’anni, il fulcro della politica italiana?

Io collego sempre ‘Piazza del Gesù 46’ con il resto di questa piazza dove ad esempio c’è la Chiesa del Gesù – che è forse la Chiesa meglio officiata di tutta Roma – e ci sono anche dei ricordi personali. Ci abitava un comunista meraviglioso, un amico: Giampaolo Bufalini.  E’ veramente una piazza che mi ricorda Roma vera, Roma centrale, compreso il Palazzo Altieri dove io stesso avevo studiato, ai tempi del ginnasio.

Presidente Lei ha incontrato molte persone nella Sua vita, ha ascoltato parole da tutti, è stato chiamato Lei stesso a fare importanti discorsi. Qual è l’importanza del  silenzio, della lettura, delle riflessioni nelle Sue scelte personali?

Vede, mi sono sempre più convinto- e ultimamente in modo totale – che non è tanto importante il dire quanto l’ascoltare. Tu formi la tua vita e i concetti a cui la devi ispirare ascoltando e meditando sugli altri. Qualche volta invece se hai la tentazione di essere sempre sul pulpito, beh….puoi avere delle soddisfazioni immediate ma non costruisci niente.

 Presidente mi tolga una curiosità sul famoso aneddoto: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Lo disse Talleyrand o un Suo elettore ciociaro?

E’una delle cose che ho imparato dai contadini di Cassino, la zona più disastrata dai bombardamenti. Ho imparato tanto da loro, c’era da ricostruire tutto ma per prima cosa volevano ricostruire l’Abbazia come parte della loro storia., come fatto primario. C’era veramente un senso di comprensione tra le persone, che altrove non ho trovato: ecco, il contrario esatto dell’homo homini lupus. Aspirare a ricostruire, dopo tanta distruzione, sapeva mettere uno a fianco all’altro.

 

Potere, solo potere. Altrochè i contenuti…

Ma saranno mica gli organigrammi, le poltrone, il potere e le sfrenate ambizioni personali dei  singoli la soluzione definitiva a questa misteriosa crisi di governo? Il sospetto comincia a  serpeggiare pericolosamente. E questo non solo perchè il piccolo partitino personale di Renzi, la  cosiddetta Italia Viva, abbia come unico ed esclusivo obiettivo la ricerca e il consolidamento di  potere. Cioè di posti. Del resto, un partitino personale che è nato con una spregiudicata  operazione trasformistica e dettata unicamente dall’opportunismo e dalle continue giravolte del  suo capo, è del tutto naturale che sia e rappresenti una continua instabilità all’interno della  coalizione di cui fa momentaneamente parte. Sotto questo versante, è sufficiente scorrere l’ormai  lunga biografia del fondatore e capo di Italia Viva per rendersi conto che affidabilità politica e  coerenza politica e programmatica non appartengono al bagaglio di questo gruppo parlamentare. 

Ma, al di là di questa considerazione ormai sotto gli occhi di tutti, quello che sconcerta ormai  sempre di più larghi settori della pubblica opinione italiana, è la drammatica distanza della politica  e di questa interminabile guerra di potere dalle domande, dalle istanze e soprattutto dalle  preoccupazioni che attraversano i cittadini del nostro paese in questa precisa fase storica. Al  riguardo, cominciano a fioccare le richieste di ministeri, di sottosegretariati, di incarichi di  sottogoverno e i mille appetiti di singoli sempre più bramosi di potere.  

Ora, una sola domanda, visto che siamo uomini di mondo. Ma ci vuol molto a capire che di fronte  ad una dissociazione sempre più radicale tra il reale e il virtuale, tra il palazzo e i cittadini, tra la  politica e il paese, tra le istituzioni e la società civile nelle sue multiformi espressioni – soprattutto  in una fase drammatica come quella che stiamo vivendo – il rischio è quello, da un lato di  alimentare il disinteresse e l’apatia nei confronti del “pubblico” e, dall’altro, di creare le condizioni  per l’arrivo, prima o poi, di un “uomo forte” o di un “potere che decide”?. Ci vuol molto a capire  che una lunga ed estenuante discussione sul potere e sugli incarichi da distribuire ai singoli  affamati di prebende, in un contesto ancora dominato dalla pandemia, non produce altro che  disinteresse e distacco verso tutto ciò che è riconducibile alla politica e alle istituzioni? In ultima  analisi, a rischio è la qualità della nostra democrazia e la stessa credibilità del nostro sistema  democratico. Ci vuole veramente molto per capirlo? 

Brescia, Bergamo 2023. Due premesse per vincere la scommessa.

Pubblichiamo un capitolo del libro di Tino Bino, Lo spaesamento. I giorni del Coronavirus. Appunti per non dimenticare, La Quadra Editrice, €10. L’autore, amico di una vita di Mino Martinazzoli, è saggista e giornalista: un qualificato riferimento del cattolicesimo democratico bresciano.

Brescia, Bergamo 2023. Due premesse per vincere la scommessa.

Una buona idea. Nata dal cuore di due città sconfitte. Brescia e Bergamo saranno insieme capitali della cultura 2023. La decisione ha il senso di un riscatto. l’occasione di una rivincita e la volontà di una scommessa: ragionare all’unisono, far prevalere una unica visione dcl territorio, in due città che anche storicamente sono state concorrenziali. Adesso questo incontro che, per le complementari vocazioni, mette insieme il meglio della Lombardia in una originale partita di futuro post covid. Per questo servono premesse condivise.

Ne cito due: una di metodo, l’altra di conseguente contenuto.

La prima riguarda il linguaggio. Il virus ha cambiato anche il senso delle parole. Da molto tempo, ma soprattutto dopo il covid, la cultura non è più l’esclusiva allusione ai valori della storia. Alla monumentalità. Alla bellezza allo spettacolo. Il virus ha dato ideo alla cultura che guarda l’orizzonte estetico dentro la forma della città e dei suoi modelli di vita di visione del mondo e dello state insieme.

Seconda è una prima presa d’atto essenziale di come stanno le cose. Vuol dire riconoscere dia il prodotto economico, la ricchezza finanziaria, i primati industriali, la possente energia che ha sviluppato queste città dal dopoguerra ad oggi sono forti caratteri che avrebbero dovuto temprare in misura inossidabile il territorio e chi lo abita e che al contrario, la prova del corona-virus è stata esemplare, quei canneti li hanno resi, (città e individui), indifesi, soli di fronte al cielo, del tutto vulnerabili fino allo smarrimento, al naufragio.

E dunque serve una ambizione che disegni per le due città caratteri meno vulnerabili, capitali costruite su nuove fondamenta. Idee e prototipi di grande qualità. Dalle scuole, alla cura degli anziani e del territorio, alla nuova idea di sanità diffusa, Brescia e Bergamo devono presentare al mondo per il 2023 progetti e ove possibile, prototipi emblematici di un tempo nuovo. Dentro questa visione di ambiente e territorio va inserita la valorizzazione di ogni pietra monumentale, storica, artistica, dalle chiese ai paesaggi, e ogni reperto di identità ed ogni capacità di organizzazione dello spettacolo e della cultura che si fa. Per esempio, pure banale, ma significativo: più musica, più teatro, più poesia nelle scuole, negli ospedali, nelle residenze per anziani.

Con l’intento di acquisire nell’immaginario della coscienza collettiva la convinzione che musica e poesia sono, almeno quanto la medicina, strumenti di sopravvivenza nei giorni tristi e nelle stagioni confuse della vita. Si è capitali nella sfida ai tempi nuovi che avanzano dopo il flagello del virus.

Commercio al dettaglio: Istat, a novembre 2020 vendite in calo del 6,9% .

A novembre 2020 si stima, per le vendite al dettaglio, un calo rispetto a ottobre del 6,9% in valore e del 7,4% in volume. In crescita le vendite dei beni alimentari (+1,0% in valore e in volume) mentre le vendite dei beni non alimentari diminuiscono sia in valore sia in volume (rispettivamente del 13,2% e del 13,5%).

Nel trimestre settembre-novembre 2020, le vendite al dettaglio registrano un aumento congiunturale dello 0,5% in valore e dell’1,5% in volume. Crescono le vendite dei beni alimentari (+2,0% in valore e in volume) mentre quelle dei beni non alimentari calano in valore (-0,6%) e aumentano in volume (+1,1%).

Su base tendenziale, a novembre, le vendite al dettaglio diminuiscono dell’8,1% in valore e dell’8,4% in volume. A determinare il segno negativo sono le vendite dei beni non alimentari, in deciso calo (-15,1% in valore e in volume), mentre le vendite dei beni alimentari sono in aumento (+2,2% in valore e +0,7% in volume).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di Dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+28,7%) e Utensileria per la casa e ferramenta (+2,0%). Le flessioni più marcate si evidenziano, invece, per Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-45,8%) e Abbigliamento e pellicceria (-37,7%).

Rispetto a novembre 2019, il valore delle vendite al dettaglio diminuisce sia per la grande distribuzione (-8,3%) sia per le imprese operanti su piccole superfici (-12,5%). Le vendite al di fuori dei negozi calano del 14,3% mentre il commercio elettronico è in forte aumento (+50,2%).

Bonus Mobilità: rimborsi riaperti dal 14 gennaio al 15 febbraio

Si riaprirà dal 14 gennaio fino al 15 febbraio una “finestra” per richiedere il rimborso degli acquisti previsti dal Programma Sperimentale Buono mobilità ed effettuati tra il 4 maggio 2020 e il 2 novembre 2020. Sono stati infatti contabilizzati i fondi necessari per poter soddisfare tutte le richieste in tal senso. Tutti coloro che non abbiano finora ottenuto il rimborso, anche chi non si sia pre-registrato, possono ora richiederlo. Bisognerà però essere in possesso della fattura o dello scontrino attestante la tipologia di bene o servizio acquistato e identificarsi tramite SPID sul portale “www.buonomobilita.it”.

A tutti coloro che invece si siano pre-registrati nelle scorse settimane, circa 119 mila, arriverà nei prossimi giorni una e-mail all’indirizzo indicato, per invitarli a caricare i dati e la documentazione attestante l’acquisto effettuato. Fino al 15 febbraio 2021 sarà, inoltre, possibile accedere alla propria area riservata per apportare eventuali modifiche ai dati e alla documentazione inseriti. I rimborsi saranno erogati successivamente al 15 febbraio 2021.

Covid: è caccia all’animale zero.

In principio fu il pipistrello, il primo animale nel mirino degli scienziati impegnati nella caccia all’ospite del virus progenitore del Sars-CoV-2 umano.

Dopo i pipistrelli è toccato ai pangolini salire sul banco degli imputati. Entrambi i primi due indiziati trasportavano coronavirus con genomi dal 90 al 96% simili al Sars-CoV-2 umano.

Poi è scoppiato il caso visoni. E adesso c’è chi si chiede: se fossero loro l”animale zero’? Il sospetto viene lanciato su ‘Science’ da due scienziati cinesi: Peng Zhou, dell’Istituto di virologia di Wuhan (Accademia cinese delle scienze), e Zheng-Li Shi dell’università di Fudan, Shanghai.

Un altro dibattito, non meno interessante, riguarda la fonte di Sars-CoV-2 che ha causato l’epidemia di Covid-19 alla fine del 2019. “I dati attuali mettono in dubbio l’origine animale di Sars-CoV-2 nel mercato dei frutti di mare dove sono stati identificati i primi casi a Wuhan, Cina” – dicono i due scienziati, mentre proprio in questi giorni è in corso una  missione Oms nel Paese per indagare sulle origini del virus partendo proprio da Wuhan.

 

La crisi di governo rivela la debolezza del PD

È molto improbabile che la crisi possa rientrare. Il Capo dello Stato, incompreso, ha raccomandato prudenza. La pandemia non accenna a piegarsi, dando perciò forza al partito della responsabilità. Gli analisti finanziari prevedono addirittura un rimbalzo eccezionale dell’economia nel 2021, eppure la solidità del quadro politico è messa in discussione. Anche Papa Francesco ha fatto appello all’unità, ma le sue parole testimoniano la distanza tra il cielo e la terra della politica italiana, ovviamente con la terra a farla da padrona.

Renzi senza essere La Malfa ha posto il suo partito, come più volte avveniva con il PRI al tempo della Prima Repubblica, al centro della scena pubblica. Ha detto cose sagge, di buon senso, difficilmente contestabili per la loro implicita ed esplicita consistenza. La sua offensiva non è stata priva di razionalità, anzi ha prodotto un sussulto di quella razionalità spesso carente tra i diversi interlocutori politici. L’agenda si è riempita di contenuti renziani, comprovando la debolezza di Conte, la fragilità dei Cinque Stelle e il torpore del Pd. Soprattutto il Pd si è ritrovato in balia degli eventi, depotenziato nelle sue ragioni o ambizioni, senza un criterio direttivo che fosse o che sia adeguato alla gestione di questo difficile passaggio politico.

Al Nazareno studiano da Cavour, ma operano alla Cencelli, ovvero con il manuale sulla distribuzione del potere. Mentre al pubblico si offre l’immagine di un partito in ansia per le sorti del Paese, tra i maggiorenti circola il virus dell’organigramma. Il problema è se Zingaretti può andare al governo senza abbandonare la carica di segretario. Tutto il resto appare condizionato – e come potrebbe essere altrimenti? – dalla soluzione che si dà al caso Zingaretti, ivi compreso il futuro della Regione Lazio e soprattutto del Comune di Roma.

Sta di fatto che il rimpasto non  è più sufficiente. In giornata Conte potrebbe rassegnare le dimissioni. O se non oggi, domani, sperando fino all’ultimo che venga in soccorso qualche mutamento favorevole. Tuttavia non si vede all’orizzonte come ciò sia possibile e perché, giunti a questo punto, dovrebbe ripiegare l’iniziativa renziana. In assenza di una strategia, a cagione della vacuità e confusione del Pd, tutto diventa molto difficile. Nel vuoto la crisi si dilata, così da presentarsi più ostica di quanto si potesse supporre a cavallo delle festività. Al Quirinale si annunciano giornate faticose.

 

Dopo Brexit, le conseguenze politiche

La questione politico-istituzionale di primaria importanza che il governo di Sua Maestà Britannica dovrà affrontare sarà quella scozzese. Come è noto, ai tempi del referendum il nord del Regno si pronunziò a larga maggioranza contrario all’uscita dall’Unione Europea. Ora tutti i sondaggi dicono che quella maggioranza si è ulteriormente ampliata e che lo Scottish National Party guidato dalla combattiva premier di Edimburgo, Nicolas Sturgeon, vincerà a mani basse le imminenti elezioni locali. Il programma è ben definito: la Scozia vuole rimanere nella UE e quindi promuoverà un nuovo referendum per separarsi da Londra. Una bomba ad orologeria che non sarà facile per Boris Johnson disinnescare e che porrà in serio pericolo il Regno di Elisabetta, di fatto l’unica persona che unisce la (quasi) totalità dei britannici.

Come si era già visto nel precedente referendum, la base di consenso alla secessione è molto ampia e ora Brexit non potrà che averla allargata (soprattutto in campo laburista, la volta precedente con l’ex inquilino di Downing Street Gordon Brown invece attivamente impegnato nella campagna per il Remain). Certo, senza il consenso del Governo centrale il referendum non si potrà tenere: ma sarà difficile impedirlo se la vittoria del partito indipendentista alle elezioni scozzesi dovesse risultare travolgente. Questo possibile conflitto interno al Regno Unito che tale potrebbe non essere più porrebbe – sia detto per inciso – seri problemi relazionali anche alla UE, stretta fra la necessità di mantenere – come vedremo – un rapporto di cooperazione in alcuni campi con Londra, oltre agli evidenti interessi commerciali, e la simpatia verso un possibile nuovo membro che però se è importante sul piano simbolico lo è meno su quello degli affari (e militare).

L’attenzione che inevitabilmente la Scozia richiamerà su di sé non deve però far dimenticare la questione irlandese. Ora, l’accordo con la UE garantisce in un qualche modo il non ripristino di un confine fisico fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda de Nord appartenente al Regno Unito. E tutti sanno quanto ciò sia decisivo ai fini del mantenimento della pace nell’isola verde. In verità Londra effettuerà alcuni controlli doganali nel Mare d’Irlanda e quindi una sia pur minima separazione di confine verrà introdotta, ma non essendo sul terreno si spera non dia rinnovato fiato a risentimenti sepolti, ma forse non del tutto.

Infine, il rapporto con gli Stati Uniti. La famosa “special relationship”. Brexit incorpora in sé la volontà di rafforzare le relazioni interne al Commonwealth, politiche e soprattutto commerciali. Australia, Canada come importanti partner di un mondo anglosassone ancora capace di affermare il rilievo economico di quella che Churchill definì “anglosfera”. E, quindi, naturalmente innanzitutto USA. Il punto però è che se Donald Trump era un forte sostenitore della strategia sottostante a Brexit e avrebbe dunque dovuto comportarsi di conseguenza (o, almeno, questi erano gli auspici britannici sin dai tempi di Theresa May) lo stesso non si può certamente dire di Joe Biden. Il quale vorrà senz’altro ristabilire un rapporto da alleato – ancorché competitivo – con la vecchia Europa e non intenderà certo sostituirla con una relazione univoca con gli inglesi, che saranno considerati sì “amici speciali” ma non “partner privilegiati”. Lo scenario dunque è cambiato, e non di poco. Non si sa quali contromosse Boris Johnson abbia in mente, né se le ha.

Sul fronte europeo si avverte come una sensazione di sollievo per l’accordo raggiunto e, più ancora, per la conclusione della vicenda. Al dunque l’Unione si è ritrovata unita dietro al suo negoziatore-capo e alla sua ferma determinazione a non cedere né sui principi né sugli interessi concreti. La potenza economica della UE ha indotto il governo britannico a trovare infine una intesa ragionevole. E ora, libera dai continui freni britannici e dai loro irritanti opting-out, l’Unione potrà più facilmente marciare verso una sua maggiore integrazione. La dimostrazione si è avuta sin da ora, con il varo di Next Generation UE, un intervento molto rilevante finanziato per la prima volta da debito comune che senz’altro avrebbe visto l’opposizione britannica con annesso ricorso al diritto di veto, e che quindi non avrebbe, assai probabilmente, potuto essere varato. 

Tutto vero. Non solo. Molti e importanti sono gli interessi comuni di UE e Gran Bretagna. E ciò proprio perché l’isola è sì fuori dall’Unione ma è – geograficamente e quindi anche geopoliticamente – posizionata in Europa. In primis l’indispensabile collaborazione ai fini della sicurezza anti-terroristica, un terreno dal quale sarebbe irresponsabile togliere lo sguardo comune. Quindi la cooperazione delle diverse intelligence nazionali rimane essenziale. Altri ambiti di impegno comune, per non citare che i principali, sono senz’altro quelli della tutela ambientale e della conseguente lotta al cambiamento climatico (ove gli obiettivi europei restano i più ambiziosi a livello planetario) e quelli scientifici di Ricerca & Sviluppo. 

C’è poi il piano militare, che andrà affrontato in sede NATO. Resta il fatto, e non va sottaciuto, che privata della forza britannica l’Unione è oggettivamente debole, al di là della sua divisione in ventisette Forze Armate diverse e non coordinate. Un tema che Bruxelles a questo punto dovrà affrontare sul serio, foss’anche solo per decidere che non c’è la volontà politica di gestirlo unitariamente (e rimanendo così, di fatto, vincolati alle scelte e alle richieste di un alleato americano che non ritiene più il nostro continente così vitale per i suoi interessi come lo fu nello scorso secolo). 

E questa riflessione già inizia a mostrarci l’altro lato della medaglia. Ve ne sono sempre due, non bisogna mai dimenticarlo.

E l’altro lato è soprattutto il messaggio che Brexit invia, ovvero che si può entrare e/o uscire dalla UE a proprio piacimento: basta un semplice referendum, strumento facilmente manipolabile se organizzato nel periodo giusto, in un clima di generale insoddisfazione per un qualche motivo e supportato da una campagna fitta di fake news.  Brexit è un precedente che potrebbe anche avere un seguito, se solo si pensa ai problemi già sorti con Polonia e Ungheria sul fronte dei principi liberali o, su quello economico-finanziario, con Olanda e Danimarca. O, ancora, con paesi in difficoltà, come la Grecia. O nella gestione di problemi complessi quali le migrazioni, come l’Italia.

Al di là di come le cose andranno a Londra, e non è affatto detto che andranno bene, sarà decisiva la capacità dell’Unione di far apprezzare ai propri cittadini i vantaggi dello stare insieme. La gestione del piano Next Generation UE è un’opportunità da non sprecare. Se non fallirà nei suoi obiettivi sarà un punto segnato a favore. Ma se per un qualsiasi motivo le cose non dovessero andare come devono la crisi generata dalla pandemia potrebbe innescare altre exit e quindi la fine dell’idea unitaria. Forse non è ancora ben chiaro, ma Brexit pone l’Unione di fronte a scelte decisive. Se davvero l’annunciata Conferenza sul futuro dell’Europa ci sarà dovrà prenderne atto e svilupparsi di conseguenza. 

Il mercato del lavoro americano punisce le donne

Un anno fa, è successa una cosa rara alle donne americane. Per tre mesi, hanno ricoperto più posti di lavoro degli uomini. Qualcosa che era accaduto solo tra il 2009 e l’inizio del 2010.

La pandemia però ha cambiato rapidamente questa storia. E ora secondo i nuovi dati  di dicembre i datori di lavoro che hanno tagliato ben 140.000 posti di lavoro a dicembre hanno preferito licenziare le donne.
Questo crea nella società americana uno scioccante divario di genere: le donne licenziate sono state 156.000 mentre gli uomini hanno guadagnati 16.000 lavori.
Nel frattempo, un’indagine separata sulle famiglie, che include i lavoratori autonomi, ha mostrato una disparità di genere ancora più ampia .

Neri e latini sono il gruppo maggiormente colpito, mentre le donne bianche hanno ottenuto guadagni significativi.

Tra le donne, le latine hanno attualmente il tasso di disoccupazione più alto al 9,1% , seguite dalle donne nere all’8,4% . Le donne bianche hanno il tasso di disoccupazione più basso al 5,7% .

Ovviamente anche molti uomini hanno perso il lavoro, ma se presi insieme come gruppo, sono usciti in vantaggio, mentre le donne sono rimaste indietro.

Gli economisti spesso mettono in guardia dal leggere i dati di un solo mese, ma la perdita di posti di lavoro di dicembre ha coronato un anno già terribile per le donne che lavorano, in particolare le donne di colore che, nell’economia americana,  lavorano in modo sproporzionato in alcuni dei settori più colpiti dalla pandemia, spesso in ruoli che non hanno congedo per malattia o la possibilità di attivare il telelavoro.

Questo divario, secondo gli esperti,  è in gran parte dovuto alla forte perdita di posti di lavoro in tre settori: istruzione – che rimane un settore dominato dalle donne – ospitalità e vendita al dettaglio.

Scuola: Uecoop, “una famiglia su 4 senza banda larga, per loro didattica a distanza più difficile”

Didattica a distanza sempre più difficile in una famiglia su 4 (25,3%) che in Italia non dispone di un accesso Internet a banda larga in grado di supportare senza problemi massicci flussi di dati e i collegamenti audio video necessari alle lezioni telematiche.

E’ quanto emerge da una analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati Istat in riferimento alla mancata riapertura delle scuole con le lezioni in presenza e gli alunni in classe a causa delle misure anti contagio per combattere la pandemia da Covid. La carente diffusione della banda larga colpisce di più le regioni del sud, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Basilicata al Molise fino alla Puglia.

Uecoop, tra l’altro, ricorda che il diritto all’istruzione oltre a essere costituzionalmente tutelato è anche il presupposto per la costruzione del futuro delle nuove generazioni e del Paese, soprattutto in un momento delicato come quello attuale dove le conseguenze dell’emergenza coronavirus hanno già provocato una drammatica caduta del Pil.

I nuovi termini e condizioni di WhatsApp consentono la condivisione dei dati con Facebook

Il CEO di Facebook Mark Zuckerberg si è posto l’obiettivo di integrare più da vicino le piattaforme del suo gruppo. Lo fa in un momento in cui Facebook è sempre più preso di mira da politici e regolatori per la sua posizione di mercato e le pratiche commerciali. Poche settimane fa, l’autorità antitrust americana FTC ha intentato una causa antitrust contro Facebook. Tra le altre cose, vuole costringere l’azienda a separarsi dai servizi acquistati come Instagram e Whatsapp. Quindi un legame più forte tra i servizi, hanno pensato a facebook. renderebbe  tutto più difficile.

Così, da questa volontà sono nate le nuove linee guida, per gli utenti di Whatsapp, che hanno dovuto accettare che i loro dati possano essere condivisi con altre offerte di Facebook.

Finora non è stato così. Nelle precedenti linee guida di Whatsapp si diceva: “L’utente, può scegliere di non condividere le informazioni del suo account Whatsapp con Facebook”. Questa opzione ora  non è più disponibile. Gli utenti di Whatsapp hanno ricevuto una notifica con le nuove regole si applicheranno dall’8 febbraio. Chiunque voglia continuare a utilizzare il servizio in seguito deve accettare le linee guida.

Whatsapp ha specificato sul proprio sito Web quali informazioni devono saranno condivise. Tra le informazioni che l’app di messaggistica sta raccogliendo e che presto condividerà con Facebook ci sono i dati sulla posizione, indirizzi IP, modello di telefono, sistema operativo, livello della batteria, potenza del segnale, browser, rete mobile, lingua, fuso orario e persino l’IMEI, il codice numerico che identifica univocamente un terminale mobile.

L’influenza stagionale non colpisce

In Italia, del 2020, l’incidenza delle sindromi simil-influenzali continua ad essere stabilmente sotto la soglia basale con un valore pari a 1,5 casi per mille assistiti. Nella scorsa stagione in questo stesso periodo il livello di incidenza era pari a 3,9 casi per mille assistiti.

In tutte le Regioni italiane che hanno attivato la sorveglianza il livello di incidenza delle sindromi similinfluenzali è sotto la soglia basale tranne Valle d’Aosta.

La maggiore incidenza si registra nella fascia di età 0-4 anni con 3,03 casi per mille assistiti. Segue la fascia 15-64 anni con 1,46 casi ogni mille; poi la fascia con età uguale o superiore a 65 anni con 1,25 casi e infine bambini e adolescenti tra i 5 e i 14 anni con 1,12 casi ogni mille assistiti.

Il vero discrimine è la coscienza morale

Chiodo schiaccia chiodo, nel senso più doloroso dell’avvicendamento degli eventi: basta ripercorrere fatti ed avvenimenti dell’ultimo anno per cogliere una forte accelerazione nella disgregazione della realtà in termini ubiquitari. Come se la ruota della storia che ci aveva abituato ad una ciclicità persino annunciata fosse uscita dal perno che la sorreggeva per frantumarsi in una implosione scomposta e imprevedibile.

A livello geopolitico e geoeconomico si stanno configurando scenari imponderabili e dagli esiti indefiniti.

Guardando a ritroso e intorno a me mi è venuto in mente l’aforisma scolpito sull’architrave all’ingresso della baita di Martin Heidegger, nella Foresta Nera: “Il fulmine governa ogni cosa” . Ce ne riferisce Hans-Georg Gadamer nel suo “Eraclito”, ma l’intuizione che mi ha riportato al filosofo tedesco del 900 mi ha fatto pensare a lui come depositario di alcune profezie che riguardano il presente, a cominciare proprio da quell’insolubile unità e dualità di svelamento e nascondimento, di luce e oscurità, in cui il pensiero dell’uomo si trova avvolto. E’ come se la filosofia si riappropriasse di un codice semantico che le è lungamente appartenuto, per provare a spiegare una serie di cortocircuiti che stano scompaginando la nostra vita. Non posso dimenticare lo ‘spaesamento’ di cui da oltre trent’anni ci parla Gianni Vattimo (La società trasparente è del 1989), né dimenticare la geniale intuizione di Zygmunt Bauman e dalla sua società liquida, o trascurare da quanto tempo Umberto Galimberti si occupa della lunga parabola della metafisica che da Platone fino ad Heidegger, appunto, ha finito per far prevalere il pensiero calcolante e con esso la tecnica e l’economia, fino a preconizzare il tramonto dell’Occidente e a interrogarsi sul senso della vita.

L’uomo non è tuttavia solo razionalità, la dimensione del reale esistenziale non è solo oggettiva: ci sono la fantasia, l’immaginazione, l’ideazione, il desiderio, il sogno. Ciò che Heidegger appunto chiamava il “Dasein” , cioè l’esser-ci, l’hic et nunc che non è mai tuttavia a-storico.  Ma questa soggettività che vuole spazio e si ribella disvela anche tratti di negatività: l’ipertrofia dell’io, il subentro delle opinioni alle idee, il relativismo etico, mentre il discostamento del pensiero divergente dall’ordine delle cose finisce per scompaginare i processi stessi di consolidamento ed emancipazione della democrazia.

Se “il fulmine governa ogni cosa” Nerone incendia Roma e Trump incita all’assalto del Campidoglio, senza contare che anche in casa nostra molte vicende inspiegabili razionalmente andrebbero portate, come disse un giornalista in un talk show televisivo, sul lettino dello psicanalista.

Ecco allora che la grande intuizione profetica di Martin Heidegger, che deve l’appartenenza ad un esistenzialismo atipico connesso alla temporalità del ‘qui e adesso’ per la visione soggettiva e non oggettiva della realtà e proprio per la sua tessitura di opposti e di contrari che si attraggono e si respingono, può spiegare come ciò che accade o può accadere su questo dannatissimo pianeta sia legato a fattori talmente soggettivi da diventare impersonificati e sottesi a tratti caratteriologici o ad un inconscio da esplorare.

Trovo che questo sia il principale pericolo che una democrazia reca inevitabilmente con sé: gli eventi e gli equilibri che reggono l’ordine mondiale, le istituzioni, i trattati, le intese, gli assetti politici dei Paesi e il radicamento storicamente raggiunto delle Nazioni, possono essere messi in discussione, assumere una svolta, prendere un indirizzo per il narcisismo impenetrabile e teatrale di una sola persona.

Figuriamoci se tutto questo avviene in tempo di pandemia: trovo scioccante che la personalizzazione della politica e la sua astrazione dal contesto pulsante della platea immensa dei popoli, riesca persino a bypassare la vita e la morte, a subordinare la scienza, i suoi tempi, le sue conquiste, le sue scoperte e le possibili sue garanzie, ignorando i pericoli e le sofferenze di un big crash planetario.

Nella sua analisi razionale, frutto di una capacità interpretativa della realtà svincolata dal pensiero calcolante degli interessi personali, Mario Draghi ha dato una ricetta ai mali della politica, che vale per noi ma può essere esportata al mondo intero: conoscenza, coraggio e umiltà. Possiamo aggiungere sommessamente: responsabilità e competenza, ma quella sintesi è già efficace di per sé.

Ma se la politica, l’economia, la tecnica non poggiano su una solida base etica possiamo cadere in uno sterile specialismo non sorretto da alcun valore.

Ecco perché il primo discrimine tra il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il tornaconto personale e l’interesse comune non può non passare necessariamente al vaglio della coscienza morale.

A condizione che tra oggettività del necessario e soggettività della scelta, ci sia una mente pensante capace di aver memoria del passato, consapevolezza del presente e lungimirante visione del futuro.

Leader del passato. Citarli o ricordarli?

Forse ha ragione Marco Follini quando dice che i leader del passato non vanno tirati per la  giacchetta. O meglio, essere consapevoli che le loro parole e le loro riflessioni sono anche e  soprattutto il frutto del tempo in cui erano collocati e appartengono a quella determinata fase  storica. E l’amico Marco ha oltremodo ragione quando dice che “il passato è oggetto di consumo  per politici incapaci di cose nuove”. E Marco parla, nello specifico, delle parole e delle riflessioni  di Aldo Moro. 

Ora, se è vero che non possiamo citare a sproposito i grandi leader e gli statisti del passato – che  non vanno mai confusi con i semplici “capi”, per dirla con l’indimenticabile Mino Martinazzoli – è  altresì vero che proprio il magistero di quei leader e di quegli statisti continua a conservare una  bruciante attualità e modernità. Certo, non quando le riflessioni sono riconducibili ad un quadro  politico oggi semplicemente non più riproponibile per la semplice ragione che il passato non si  ripete meccanicamente.

Mai. Ma proprio nel rigoroso rispetto dello scorrere delle diverse fasi  storiche, si può tranquillamente sostenere che da quel magistero politico, culturale, sociale, di  governo e forse anche spirituale è possibile e doveroso continuare ad attingere. Valori, principi,  stili di vita e cultura politica restano pietre angolari che caratterizzano non solo il magistero dei  grandi leader politici del passato ma anche e soprattutto il percorso e l’avventura di un filone  ideale. Penso, nello specifico, al cammino tormentato ma fecondo storicamente del cattolicesimo  sociale e del cattolicesimo democratico.

Certo, ha ragione Follini quando evidenzia che la stanca  e scolastica ripetizione di alcune parole d’ordine del magistero politico di quegli uomini da parte di  molti esponenti della classe politica contemporanea è semplicemente ridicolo, nonchè grottesco. 

Perchè i partiti personali, i cartelli elettorali e i capi della post politica che hanno teorizzato e  praticato la cultura dell’”anno zero” per anni, cioè la sostanziale cancellazione delle culture  politiche tradizionali, non sono particolarmente credibili quando citano i “giganti” politici del  passato. Ma ricordare, citare e forse anche inverare il loro magistero, almeno per coloro che  provengono da quella tradizione ideale e politica, forse più che un omaggio è anche e soprattutto  un dovere. Politico, culturale, e forse anche morale. 

Gli ultimi giorni di Trump

La presidenza di Donald Trump è ormai in una spirale finale caotica . Ma anche con la fine così vicina, ogni ora sembra portare una nuova minaccia alla fragile democrazia americana.

A meno di due settimane dall’insediamento del presidente eletto Joe Biden, la nazione è al limite – incerta se Trump inciterà un altro round di violenza o se continuerà, petulante, come al solito, a  lamentarsi della decisione di Twitter di bandirlo .

Il rapporto tra Trump e Pence (il suo vice)  è ormai esaurito: non si parlano da mercoledì scorso, dopo la presa d’assalto del Campidoglio, con il presidente che non si è mai preso la briga di controllare la sicurezza di Pence.

Presidente, che inoltre, non ha mai speso una parola per Brian Sicknick, che è morto, secondo i funzionari, “a causa delle ferite riportate durante il servizio” in Campidoglio.

E se l’insurrezione ha quindi messo il paese e i legislatori davanti ad un bivio. Impeachment o provvedimenti contro il presidente.

Biden invece, ha mostrato scarso entusiasmo per queste soluzioni, sapendo che un processo al Senato oscurerebbe i suoi primi giorni in carica e offrirebbe ai repubblicani una platea dalla quale sostenere che i suoi appelli all’unità e all’impegno per raffreddare le passioni partigiane erano solo parole .

Comunque in qualsiasi modo finirà sarà la fine ignominiosa del trumpismo.

 

La dieta dopo le feste in lockdown

Più di un italiano su tre (36%) ha deciso di mettersi a dieta dopo le feste trascorse per lungo tempo in casa a causa del lockdown per contrastare la pandemia da Covid. E’ quanto emerge dall’analisi Coldiretti/Ixe’ divulgata in occasione del primo fine settimana dopo l’’Epifania che “tutte le feste si porta via” lasciando però a molti uno sgradito ricordo che va ad aggiungersi alle preoccupazioni legate ai contagi e alla crisi economica.

Durante le feste dalle tavole delle case degli italiani sono spariti 67 milioni di chili tra pandori e panettoni, 63 milioni di bottiglie di spumante, 20mila tonnellate di pasta, 6 milioni di chili tra cotechini e zamponi e frutta secca, pane, carne, salumi, formaggi e dolci per un valore complessivo pari a 3,5 miliardi, solamente tra il pranzo di Natale e i cenoni della Vigilia e di Capodanno. L’effetto del maggior consumo di cibi calorici abbinato a bevande alcoliche è aggravato dal fatto che – sottolinea la Coldiretti – l’abbuffata per le festività è stata anche accompagnata spesso dalla sospensione delle attività sportive e da una maggiore sedentarietà che ha ridotto il movimento fisico e favorito l’accumulo di peso.

Con la chiusura di palestre e piscine, per aiutare le buone intenzioni la Coldiretti ha stilato una lista dei prodotti le cui proprietà terapeutiche e nutrizionali sono utili per disintossicare l’organismo e per accompagnare il rientro in salute alla normalità dopo gli stress dei viaggi e dei banchetti natalizi. In questa stagione – continua la Coldiretti – tra la frutta da non dimenticare ci sono arance, mele, pere e kiwi mentre per quanto riguarda le verdure quelle particolarmente indicate sono spinaci, cicoria, radicchio, zucche e zucchine, insalata, finocchi e carote. Tutte le insalate e le verdure vanno condite – sottolinea la Coldiretti – con olio d’oliva, ricco di tocoferolo, un antiossidante che combatte l’invecchiamento dell’organismo e favorisce l’eliminazione delle scorie metaboliche, e abbondante succo di limone che purifica l’organismo dalle tossine, fluidifica e pulisce il sangue, è un ottimo astringente e cura l’iperacidità gastrica.

Le arance – informa la Coldiretti – sono una notevole fonte di vitamina C che migliora il sistema immunitario, favorisce la circolazione, ossigena i tessuti e combatte i radicali liberi. Le mele per il loro modesto apporto calorico e per la prevalenza del potassio sul sodio sono capaci di svolgere un’azione antidiarroica e di regolare la colesterolemia. Ancora, le pere che oltre ad avere un buon potere saziante, contenendo zuccheri semplici come il fruttosio, fibra, molta acqua e poche calorie, sono adatte per chi soffre di intestino pigro.

L’Anno europeo delle ferrovie

Incentivando l’utilizzo delle ferrovie e incrementando la percentuale degli utilizzatori, sarà possibile ridurre le emissioni di gas a effetto serra e l’inquinamento dovuto ai trasporti dell’Unione, apportando un contributo importante agli sforzi dell’UE, nell’ambito del Green Deal europeo, di rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050.  Adina Vălean, Commissaria per i Trasporti, ha dichiarato: “La nostra mobilità futura deve essere sostenibile, sicura, confortevole ed economicamente accessibile. Il trasporto ferroviario offre tutto questo e molto di più! L’Anno europeo delle ferrovie ci offre l’occasione di riscoprire questo modo di trasporto.

Nell’UE il trasporto ferroviario è responsabile di meno dello 0,5% delle emissioni di gas serra legate ai trasporti. Ciò lo rende una delle forme di trasporto passeggeri e merci più sostenibili. Il trasporto ferroviario è eccezionalmente sicuro e collega persone e imprese in tutta l’UE attraverso la rete transeuropea dei trasporti (TEN-T). Nonostante questi vantaggi, solo circa il 7% dei passeggeri e l’11% delle merci ne usufruiscono. L’Anno europeo delle ferrovie contribuirà ad incrementare queste percentuali”.

Vaccinazione Covid-19 gravidanza e allattamento, le indicazioni dell’Iss

Nonostante non siano disponibili dati per valutare gli effetti dei vaccini COVID-19 in gravidanza e allattamento, la vaccinazione non è controindicata. Le donne ad alto rischio di contrarre la malattia in forma grave dovrebbero discutere i potenziali benefici e rischi della vaccinazione con i professionisti sanitari che le assistono, mentre se una donna scopre di essere incinta dopo la prima o la seconda dose non c’è alcuna motivazione per interrompere la gravidanza. Sono queste le principali indicazioni del documento ad interim su “Vaccinazione contro il COVID19 in gravidanza e allattamento” elaborato dall’Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS) dell’Istituto Superiore di Sanità, condiviso e sottoscritto dalle principali società scientifiche del settore (SIGO, AOGOI, AGUI, AGITE, FNOPO, SIMP, SIN, SIP, ACP e SIAARTI).

Il documento passa in rassegna le principali indicazioni adottate a livello internazionale e nazionale, oltre alle evidenze scientifiche emerse fino a questo momento sul tema. “In Italia – sottolinea – si offre alle donne in gravidanza e allattamento la possibilità di scegliere, con il supporto dei professionisti sanitari, se sottoporsi o meno alla vaccinazione dopo una valutazione individuale del profilo rischio/beneficio. La scelta di non escludere la vaccinazione in gravidanza riguarda le donne che presentano un alto rischio di esposizione al virus SARS-CoV-2 e/o hanno condizioni di salute che le espongono a un rischio di grave morbosità materna e/o feto/neonatale a seguito dell’infezione. In questi casi selezionati le donne sono invitate a discutere individualmente i potenziali benefici e rischi con i professionisti sanitari che le assistono, al fine di prendere una decisione informata e consapevole”.

Queste le principali indicazioni:

•         Le donne in gravidanza e allattamento non sono state incluse nei trial di valutazione dei vaccini Pfizer-BioNtech mRNA (Comirnaty) e Moderna per cui non disponiamo di dati di sicurezza ed efficacia relativi a queste persone

•         Gli studi condotti finora non hanno evidenziato né suggerito meccanismi biologici che possano associare i vaccini a mRNA ad effetti avversi in gravidanza e le evidenze di laboratorio su animali suggeriscono l’assenza di rischio da vaccinazione.

•         Al momento le donne in gravidanza e allattamento non sono un target prioritario dell’offerta di vaccinazione contro il COVID-19 che, ad oggi, non è raccomandata di routine per queste persone.

•         Dai dati dello studio ItOSS – relativi alla prima ondata pandemica in Italia – emerge che le donne in gravidanza non presentano un rischio aumentato di infezione rispetto alla popolazione generale. Le donne di cittadinanza africana, asiatica, centro e sud-americana ed est-europea e quelle affette da comorbidità pregresse (obesità, ipertensione) presentano un rischio significativamente maggiore di sviluppare una polmonite da COVID-19 che, complessivamente, riguardano una minoranza di madri e neonati.

•         La vaccinazione dovrebbe essere presa in considerazione per le donne in gravidanza che sono ad alto rischio di complicazioni gravi da COVID19. Le donne in queste condizioni devono valutare, con i sanitari che le assistono, i potenziali benefici e rischi e la scelta deve essere fatta caso per caso.

•         Se una donna vaccinata scopre di essere in gravidanza subito dopo la vaccinazione, non c’è evidenza in favore dell’interruzione della gravidanza.

•         Se una donna scopre di essere in gravidanza tra la prima e la seconda dose del vaccino può rimandare la seconda dose dopo la conclusione della gravidanza, eccezion fatta per i soggetti ad altro rischio.

•         Le donne che allattano possono essere incluse nell’offerta vaccinale senza necessità di interrompere l’allattamento.

Make Italy great again

Iniziato un nuovo anno, ecco che la politica italiana in questi giorni dovrà imprimere un andatura diversa e offrire agli italiani una maggiore chiarezza. Nell’ultimo mese siamo stati oggetto di martellamento continuo dai media sul rischio di una crisi di governo, che penso abbia diffusamente disgustato i cittadini, soprattutto perché ad originarlo ha riguardato come e chi dovrà gestire le risorse del recovery fund: un monte di miliardi di Euro da cui può dipendere il futuro d’Italia. Aldilà di quello che si dice, sicuramente la crisi non ci sarà.

Il Presidente del Consiglio Conte e Matteo Renzi si metteranno comunque d’accordo sulla vasta e su alcuni aspetti misteriosa questione del contendere. Stando a quello che ripetono i media riforniti di informazioni dagli stessi contendenti, l’accordo riguarderebbe la struttura nuova del governo, la natura degli investimenti, le modalità e le strutture per la spesa. Se le cose dovessero procedere in tal modo, tutto bene?

Sicuramente evitare la crisi in questi frangenti è un bene, ma non lo sarebbe qualora si intendesse procedere senza considerare come fondamentali gli unici requisiti da ricercare nell’uso dei denari del recovery fund: la rigida e coerente scelta dei settori di riforma e investimenti indicati dalla Unione Europea, come gli strumenti efficienti e trasparenti per sostenere la conduzione della spesa.

Infatti spendere bene i soldi per un auspicabile giovamento economico, dovrà essere l’obiettivo essenziale. Se dovessimo sprecare le risorse in mille rivoli senza una coerenza di fondo da raggiungere, sull’obiettivo della evoluzione della cultura e delle strutture digitali e sulla transizione energetica verde, non solo perderemmo l’occasione unica per recuperare il ritardo accumulato in questo ultimo decennio, ma subiremmo anche il tracollo economico, in quanto i soldi impiegati male, in luogo di riassorbire il debito pubblico, lo andranno ad inesorabilmente ad aumentare.

Insomma queste risorse dovranno servire per ottenere le principali riforme economiche che sinora si sono state trascurate, e che se sfruttate bene ci possono ridare competitività e dunque capacità di stare nel mercato. Ma nel caso italiano, occorre tenere conto che anche le strutture tecniche di gestione, hanno la loro importanza. Alcuni politici hanno tuonato sul fatto che debba essere il Parlamento il soggetto deputato a decidere come accade a Parigi, a Madrid o a Berlino, e su questo assunto nessuno potrà certamente dire il contrario.

Ma il nostro Governo e il Parlamento, se volessimo ben inquadrare la nostra situazione di incapacità endemica tecnica degli apparati pubblici, non potranno contarci come verifichiamo nella incapacità di spesa dei fondi europei e statali, al contrario di quello che come accade nei paesi paesi succitati del Continente.

In definitiva se registriamo forti lacune nella spesa ordinaria e di somme enormemente più piccole, si può già da ora immaginare cosa potrà accadere nella gestione delle somme ingentissime del Recovery Fund. In questo ultimo trentennio la incapacità di gestione progettuale e di gestione dei controlli è stata così grave, che in ogni occasione di progettazione e gestione di grandi e piccoli progetti, i tecnici privati sono diventati quasi l’esclusivo espediente per andare avanti, al prezzo di grandi guai . A tale proposito, per farla breve, penso che la prima proposta di Conte di costituire un nutrito staff di tecnici come task force sia giusto. Infatti se il Governo e Parlamento dovranno indicare la strada da intraprendere e i controlli sulle realizzazioni della spesa, la gestione deve essere altamente qualificata; fatta di altissime e indiscusse professionalità italiane ( e se sarà il caso anche estere ) proprio per assicurarsi il massimo risultato ed alta trasparenza.

Si sa, i professionisti di altissimo valore, oltre alla perizia, sapranno garantire anche autonomia. Tant’è così, che chi ha un alto prestigio professionale, difficilmente diventa disponibile a traffici di ogni sorta, come spesso apprendiamo dalla cronaca negativa. Confesso che quello che mi ha molto preoccupato dell’annuncio dato dell’allestimento della nutrita task force, risiede nella circostanza che non si è fatto alcun nome di professionisti e non si è data nessuna enfasi sulla necessità di requisiti altissimi da richiedere.

Da questa banale constatazione, ho tratto, ne sono sicuro, che nell’ambiente politico si è intensificata la pressione sul Governo, per imbarcare tecnici di propria fiducia. Credo che questo tema, al pari dell’auspicabile programma sul digitale e la transizione energetica, ha bisogno nello Stato centrale, nelle Regioni, nei Comuni, di un scompaginamento delle abitudini e schemi di lavoro, se vogliamo ottenere il risultato di una migliore Italia: semplicemente più moderna, più efficiente, più trasparente.

De Gasperi ha dato molto all’Italia

Il confronto Ortolina-Tarquinio, riproposto ieri da “Il Domani d’Italia”, sulle affermazioni di Gramellini a proposito di De Gasperi “uomo di destra liberale”, offre notevoli spunti di riflessione. Per De Gasperi parla la storia, anche quella “parlata”, nel senso di testimonianze orali e scritte.

Ne ho ritrovata una che Andreotti pronunciò a Milano, in occasione dei cinquant’anni dal decesso, per il ciclo delle iniziative della Fondazione De Gasperi. Andreotti metteva in evidenza lo stretto collegamento tra politica estera e politica interna nell’opera dello statista trentino. Fondamentale la concezione di un Patto Atlantico collegata alla costruzione dell’Unione Europea, superando le resistenze di ambienti cattolici contrari a patti militari grazie al colloquio dell’ambasciatore Tarchiani, azionista, non uno “della nostra parrocchia”, con Pio XII.

Poi il riformismo, con una socialità vera e concreta, con iniziative sociali come la riforma fondiaria, spezzando il latifondo, e la Cassa per il Mezzogiorno, per superare i divari nord-sud, tutte cose che toccavano grandi interessi. Se ne ebbe prova con il calo di voti nel 1953. Non va dimenticato, a tale proposito, il ruolo degli agrari nell’avvento del fascismo.
Inoltre aggiungiamo il metodo democratico, nel significato più proprio, ovvero come metodo incentrato sul criterio che le regole non possono essere aggirate. Il concetto di De Gasperi era quello presente nella Bibbia: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.

Va detto con chiarezza che De Gasperi respinse sempre le spinte della destra, non propriamente malagodiana, ma più ben più accentuata e aggressiva. Respinse anche le suggestioni antidemocratiche di alcune strutture dello Stato che temevano di non riuscire a fronteggiare i comunisti con mezzi ordinari. C’era il cruccio del 1922, quando si produsse inusitatamente la sconfitta del metodo democratico proprio perché in tanti si erano illusi di potere far cadere il governo in Parlamento dopo la Marcia su Roma.
De Gasperi, uomo delle coalizioni, fu abbandonato dai suoi alleati – da Saragat e dagli altri – nelle elezioni del 1953. E quando fece un estremo tentativo di ricomporre il quadripartito, chiedendo ai monarchici una non belligeranza sotto forma di astensione, la risposta fu No. Andreotti riporta un giudizio di Achille Lauro su De Gasperi: “È veramente ‘sta persona così importante? Ma è uno che ha più di 70 anni e non ha una lira?”. Un giudizio incongruo, senza dubbio, che a tutti sembrò il modo migliore di elogiare la personalità di De Gasperi.

Vorrei concludere con una bella frase di Giorgio Rumi, storico cattolico di affinato ingegno, sull’uomo della Ricostruzione: “De Gasperi era il presidente del Consiglio di tutti, compresi i liberali, gli azionisti, i socialisti, i comunisti, con un senso di uomo di tutti, di uomo che ha tale funzione, in cui il partito, la fazione, la corrente, il raggruppamento ecclesiale non vincono mai su questa signoria della coscienza, senza paraventi e difese se non la dignità”. È un grande insegnamento di cui possiamo e dobbiamo far tesoro ai giorni nostri.

Il populismo nemico del popolo

Gli avvenimenti drammatici avvenuti di recente negli USA impongono alcune riflessioni sul concetto di populismo usato ed abusato spesso anche nel nostro Paese.
Donald Trump, al pari di altri politici italiani, può essere definito politico populista.
Ma cosa vuol dire essere populista? Vi sono studi e pubblicazioni di vari autori a livello internazionale che hanno analizzato questo fenomeno così come si è manifestato nei vari Paesi.

Il primo sintomo del populismo è quando si riscontra come il delicato equilibrio tra democrazia e liberalismo si è eccessivamente spostato a favore del secondo.
Il populismo si identifica con la figura di un leader (leaderismo) ed ha bisogno di un elemento fondamentale: la demagogia, ossia un modo di agire politicamente che porta alla manipolazione interessata delle componenti sociali più ignoranti e meno fortunate.
Il demagogo usa un particolare espediente per attrarre l’uditorio: discorsi sempre inerenti a diritti reclamati dai più per accendere gli animi. Il segreto del suo successo sta nella capacità di dire ai cittadini quello che amano ascoltare.

Possiamo, dunque, definire la demagogia come arte di sedurre discorsivamente il popolo.
Ora, non è difficile immaginare come questo modo d’essere e di agire politicamente porti pian piano alla figura del condottiero (leader) a scapito della democrazia.
Il condottiero si preoccupa, più che di dimostrare, di affermare secondo le credenze e i convincimenti del proprio uditorio.

In Italia ne abbiamo visti a iosa, soprattutto tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta: Bossi, Di Pietro, Berlusconi, e via via, Salvini, Grillo.
Il tratto saliente che accomuna tutti questi populisti è quello di considerare il popolo come un tutt’uno. E questo tratto porta ad una conclusione nemica della democrazia: l’inutilità dei corpi intermedi tra la società civile e lo Stato (sindacati, associazioni, partiti politici).
Quante volte abbiamo sentito Beppe Grillo dire che i sindacati sono inutili e vanno aboliti?
Ma dietro queste affermazioni vi è un preciso disegno politico: eliminare tutto un sistema di pesi e contrappesi che caratterizza un’autentica democrazia per instaurare un regime tirannico.

Ecco perché padre Bartolomeo Sorge ha scritto un libro dal significativo titolo “Perché il populismo fa male al popolo”, e individua l’antidoto al populismo nel popolarismo di matrice sturziana.

Allora, occorre ricercare le ragioni di un impegno politico democratico, onesto, solidale che sappia riconoscere nel popolo non un corpo unico indefinito, ma come l’insieme di associazioni libere aventi interessi diversi e il compito dell

Ora l’America torni ad essere faro di libertà e democrazia

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Erano in molti ad essere preoccupati per la salute mentale e le reazioni alla sconfitta elettorale dell’ormai ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Pochi, però, pensavano che si potesse arrivare al punto di assaltare e occupare Capitol Hill, il simbolo della democrazia americana, il palazzo dove i rappresentanti del popolo al Congresso si riuniscono per discutere e legiferare per il bene della Nazione.
Durante la seduta in cui le Camere riunite stavano certificando la vittoria di Joe Biden, il presidente Trump ha arringato la folla di estremisti che si erano riuniti a Washington e li ha incitati ad assaltare Capitol Hill.
Così, con la complicità di alcuni poliziotti del servizio di sicurezza, gli esponenti dei gruppi più estremisti, alcuni dei quali armati, hanno superato le transenne, sfondato porte e finestre, e guidato l’assalto al palazzo.
I lavori delle Camere sono stati sospesi, mentre i presidenti di Camera e Senato e il vicepresidente degli Stati Uniti sono stati spostati in zone di sicurezza.
La situazione è andata fuori controllo. Ci sono stati scontri con armi da fuoco. Tragico il risultato: 5 morti, 13 feriti e 80 arresti.
Su richiesta del vicepresidente Mike Pence è intervenuta la Guardia Nazionale, e dopo le 18,00 è scattato il coprifuoco.
Nelle prime ore della mattina tra il 6 ed il 7 dicembre le Camere sono tornate a riunirsi e Joe Biden è stato proclamato ufficialmente nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.
Ciò che è accaduto a Washington ha destato sconcerto in tutto il mondo.
Ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel: «Sono triste e arrabbiata. Deploro il presidente Trump. I dubbi sollevati sull’esito delle elezioni hanno preparato l’atmosfera per gli eventi della notte scorsa…».
«La mia condanna è senza riserve – ha detto il premier britannico Boris Johnson –, Trump ha incoraggiato le persone ad agire in un modo vergognoso».
E il presidente francese Macron: «Non cederemo mai alla violenza di pochi che vogliono rimettere in discussione la democrazia».
Ha scritto Massimo Giannini, direttore del quotidiano “La Stampa”: «L’impensabile è infine accaduto. La più grande democrazia del pianeta colpita al cuore da un manipolo di rivoltosi, sobillati da un presidente ancora in carica».
Tra i cattolici, il cardinale Wilton Gregory, arcivescovo di Washington, ha detto: «Il tono di divisione che ha recentemente dominato le nostre conversazioni deve cambiare». Ed ha invitato al rispetto e alla salvaguardia di Capitol Hill: «il terreno sacro in cui le leggi e le politiche della nazione americana vengono discusse e decise».
Dopo aver pregato per le vittime, il porporato ha richiamato tutti alla collaborazione, al rispetto dei valori democratici e al bene comune.
Il reverendo Ian Sauca, segretario ad interim del Consiglio mondiale delle Chiese (WCC), ha spiegato che «la politica populista divisiva degli ultimi anni ha scatenato forze che minacciano le basi della democrazia negli Stati Uniti e nel resto del mondo». Per questo motivo – ha aggiunto Sauca – «preghiamo affinché tutte le Chiese in America abbiano la saggezza e la forza per dare una guida al Paese in questa crisi e per riportarlo sulla strada della pace, della riconciliazione e della giustizia».
Il danno per l’America è enorme. Un Paese che, fin dalla nascita, ha cercato di costruire la sua unità, identità e credibilità sui valori della libertà, della democrazia e della ricerca della felicità, è ora vilipeso e sfregiato.
Dopo aver visto che cosa è stato capace di fare un presidente in carica, il quale ha sobillato i suoi per mettere a tacere i rappresentanti di Camera e Senato eletti dal popolo, con quale autorità gli Usa potranno presentarsi al mondo come il faro della libertà e della democrazia?
Chi ha fomentato l’assalto degli estremisti è espressione di quella ideologia razzista e violenta che ha portato all’assassinio di grandi personalità come Abramo Lincoln, Martin Luther King, Robert Kennedy e John Fitzgerald Kennedy.
A questo punto è ancora più urgente che la nuova amministrazione americana si muova velocemente nel realizzare un programma in grado di superare le ingiustizie sociali, la discriminazione razziale, la violenza armata, l’abuso di potere della polizia, la pena di morte.
Il “Green New Deal” non potrà essere solo un progetto di ripresa economica ed occupazionale. Avrà successo solo se affiancato da riforme come la sanità pubblica per tutti, l’istruzione universitaria gratuita, la reale parità di diritti per le donne, gli immigrati e le popolazioni indigene.
A Joe Biden spetta il grande compito di realizzare concordia dove c’è odio e far rinascere la migliore America, quella che ha combattuto per i diritti civili, per sconfiggere la fame e il sottosviluppo nel mondo.

INPS: esonero dal versamento dei contributi previdenziali

Con un Messaggio, l’INPS fornisce ulteriori indicazioni in materia di esonero dal versamento dei contributi previdenziali per le aziende con lavoratori iscritti alla Gestione pubblica, che non richiedono trattamenti di cassa integrazione, ai sensi dell’art. 3 del D.L. n 104/2020 (c.d. Decreto Agosto), convertito con modificazioni in Legge n. 126/2020. In particolare, nel ribadire che l’esonero contributivo è escluso per le Pubbliche Amministrazioni (art. 1, comma 2, D.Lgs. n. 165/2001), il provvedimento individua come destinatari del beneficio i seguenti enti:

*gli enti pubblici economici;
*gli Istituti Autonomi Case Popolari trasformati in base alle diverse leggi regionali in enti pubblici economici;
*gli enti che per effetto dei processi di privatizzazione si sono trasformati in società di capitali, ancorché a capitale interamente pubblico;
*le ex IPAB trasformate in associazioni o fondazioni di diritto privato, in quanto prive dei requisiti per trasformarsi in ASP e iscritte nel registro delle persone giuridiche;
*le aziende speciali costituite anche in consorzio, ai sensi degli artt. 31 e 114 del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267;
*i consorzi di bonifica;
*i consorzi industriali;
*gli enti morali;
*gli enti ecclesiastici.
L’Istituto chiarisce, inoltre, che l’esonero può essere fruito per un massimo di 4 mesi, dal mese di competenza di settembre 2020 al mese di competenza di dicembre 2020, e che l’agevolazione riguarda esclusivamente la contribuzione dovuta ai fini pensionistici.

Covid: “Per alcuni mesi sarà ancora dura”.

“Per alcuni mesi sarà ancora dura”. Lo dice il ministro della Salute, Roberto Speranza, parlando dell’emergenza Covid in un’intervista al Corriere della Sera. “I vaccini sono la luce, la svolta che apre un’altra fase, ma la verità è semplice. Per avere un impatto il vaccino ha bisogno di mesi e dobbiamo resistere, la battaglia è ancora dura. Dopo sei settimane l’indice Rt è scattato sopra 1…”, sottolinea Speranza. E quando gli chiedono se la terza ondata stia arrivando, risponde: “La seconda ondata non è mai finita davvero. Adesso c’è una ripartenza e probabilmente sì, il terzo picco arriverà”.

Il contatore delle vaccinazioni ha superato quota mezzo milione: “Siamo in recupero”, commenta il ministro. “Abbiamo lavorato molto per organizzare la campagna, la macchina sta entrando a regime. Non è una gara, però dopo tante critiche prive di senso è bello vedere che siamo secondi in Europa in valore assoluto. Abbiamo 470 mila dosi a settimana e riusciamo a farle tutte”, evidenzia Speranza.

Ma quando ne usciremo? “Prima dell’estate, quando 10 o 15 milioni di italiani saranno stati vaccinati”, risponde. Insomma, bisogna resistere “alcuni mesi”. Nelle prossime settimane “la curva può facilmente risalire, come purtroppo vediamo in larga parte dei Paesi europei, dove i numeri sono significativamente peggiori dei nostri”. Ecco perché il nuovo Dpcm “manterrà l’attenzione al rigore, con misure di contenimento significative”.

Elogio a uno che supererà Napoleone

Si salta di giorno in giorno. Metodo quasi da guerriglia. Da stazione a stazione. Ogni stazione va bersagliata. Lotta senza quartiere. Il dispaccio è stato diramato con prontezza, e tutti gli accoliti sanno le mosse di Napoleone. È come fossimo a Austerlitz di Napoleone del 1805.

Giuseppe Conte e i suoi, crederanno di farcela. Hanno più truppe. Immaginano che Bonaparte si ritirerà e piegherà all’indietro. La carta topografica, sotto gli occhi del Corso, presenta alcuni cerchietti:

il ponte sullo stretto di Messina;

il Mes;

nuovi Ministri;

Recovery Plan.

Durante la notte ha lanciato i suoi missili, gli altri se la ridono; per ora se la ridono. Ma domani 2 dicembre 1805, per i più disattenti martedì prossimo al consiglio dei Ministri, le truppe d’assalto dell’Imperatore sgombreranno il corpo centrale degli Austriaci e dei Russi. Così, in un modo tragico, gli Ussari, i Cosacchi e gli Asburgo, vedranno il crollo delle loro speranze.

Matteo Renzi, porrà il suo vessillo vittorioso sulle macerie del Conte due. In tal modo il famoso condottiero di Rignano riporterà in auge la sua illustrissima capacità politica.

Questa ipotesi politica, ha un che di letterario, lo so. Gioca sul filo di un improbabile parallelismo storico-politico. Ma, voi mi capirete, non potrò sempre rincorrere minuscole, per quanto veritiere, mosse giornalistiche. Di tanto in tanto, infiocchettare con colori sgargianti, il greve e plumbeo periodo che stiamo vivendo, può rendere più divertente la lettura.

Si scommette circa la possibilità di sovrapporre la gigantesca mossa di Renzi, sulla minuscolo operazione Napoleonica.

Per Conte le ore sono…contate. L’Amerikano Renzi scuote l’albero della crisi, resa inevitabile dal funambolismo di Zingaretti.

Il Pd si scuote dalla sua infingarda terzietà, ora giocata a favore e ora contro i due litiganti, Conte e Renzi, arrivando infine a collocare la crisi di governo in uno scenario fatto di ombre minacciose, gravido di incognite, decisamente pericoloso. L’errore sedimentato in queste lunghe settimane a cavallo delle feste natalizie ha messo in evidenza la vuota sinuosità della politica del Nazareno. Imbalsamata la funzione direttiva, non è rimasto che l’ondeggiamento tipico dell’indecisione, anche se mascherata da sentimenti di buona volontà. In realtà, se un pensiero continua a frullare nella mente di Zingaretti, questo riguarda la convenienza personale a che la crisi degeneri a tal punto da rendere inevitabili le elezioni anticipate. L’appello alla responsabilità non appare convincente: dovrebbe, nel caso, accompagnarsi a gesti ben più chiari e risoluti.

Ieri in direzione nazionale il segretario ha ripetuto che sarebbe un errore imboccare la scorciatoia delle urne. Non c’è solo l’emergenza sanitaria, giacché l’Italia è alle prese con una crisi economica e sociale che può innescare una forte protesta popolare. Ora, si domanda Zingaretti, come reagirebbe la pubblica opinione di fronte a una crisi politica che scaturisce dalla litigiosità delle forze politiche di maggioranza? Il pericolo più serio, a suo giudizio, è che “il protrarsi di una situazione di incertezza allarghi in modo irrimediabile il distacco tra la politica, le istituzioni e i sentimenti e le aspettative delle famiglie. Nessuno commetta l’errore di sottovalutare la gravità di ciò che potrebbe accadere. Non sottovalutiamo la disperazione e la rabbia delle persone se a fronte di paure e incertezze la politica assumesse il volto dei giochi di palazzo. C’è un humus sociale ad alta infiammabilità, ci sono pensieri incendiari pronti a scatenarsi”.

A fronte di questa corretta rappresentazione del disagio serpeggiante nella società manca la forza di un giudizio politico sul progressivo sfarinamento della solidarietà di governo. Renzi non ha un consenso neppure lontanamente paragonabile alla forza di un protagonismo irrefrenabile. Ciò detto, le sue critiche al furbo manovrismo di Conte sono incontrovertibili. Le ambiguità accumulate forniscono pretesti giganteschi alla dissociazione di Italia Viva. Solo un miracolo può impedire l’apertura formale della crisi, quale che sia, in Parlamento o fuori, la procedura che a breve ne segnerà lo svolgimento. E poi? Ecco, non sono le elezioni anticipate lo sbocco naturale, senza alternative, a cui si lega la malcelata aspettativa di un leader, Nicola Zingaretti, vittima del suo funambolismo. L’unica cosa certa è che per Conte le ore sono…contate: non c’è all’orizzonte un salvatore di ultima istanza che ne legittimi il ruolo. Ormai, vista la potenza di fuoco dell’Amerikano Renzi, “Giuseppi” è visibilmente senza copertura.

La scelta di campo di De Gasperi e la sua visione del tutto popolare

Riproponiamo lo scambio epistolare tra Vincenzo Ortolina e il direttore Marco Tarquinio (“Avvenire” – 8 gennaio 2020) a proposito della qualificazione di un De Gasperi “di destra liberale” che nei giorni scorsi, a sorpresa, era stata proposta da Massimo Gramellini.

Marco Tarquinio venerdì 8 gennaio 2021

Caro direttore,
un giornalista che pure apprezzo, Gramellini, qualche giorno fa, sul “Corriere” ha proposto Alcide De Gasperi quale antidoto alla volgarità e meschinità del tempo presente, ma l’ha definito, sorprendentemente, «esponente di una destra liberale ed antifascista». A me viene allora da segnalare che lo statista trentino antifascista lo fu di certo, ma che non era uomo «di destra», tanto più se pensiamo che cosa significhi “destra”, politicamente parlando, oggi, in Italia. De Gasperi dovrebbe essere definito invece, al minimo, un “centrista”. Un centrista, poi, che guardava a sinistra. E non era neppure, semplicemente, un “liberale”: egli era in realtà un “cattolico popolare”, con forti radici sociali, disponibile a collaborare con liberali e socialisti, ma avendo piena consapevolezza di essere altra cosa rispetto a loro. Possibile che anche firme apprezzate non abbiano presente tutto ciò?

Vincenzo Ortolina

Domanda legittima, caro amico. E rimostranza assennata, mi verrebbe da dire centrata, anzi centratissima, al cospetto di certi schematismi nel leggere, definire e classificare il contribuito dei cattolici e, più in generale, dei cristiani alla politica italiana e non solo (penso anche e soprattutto alla Germania). Ci sono stati, ci sono e ci saranno anche cattolici liberali e cattolici illiberali di ogni colore. Ma il «centro che guarda a sinistra » di Alcide De Gasperi è stato progetto politico e ha fatto la storia in altro modo, con altra ispirazione e altro fine. E l’adesione di De Gasperi e dei suoi amici e compagni di strada ai princìpi cardine della liberaldemocrazia non ne fa un “liberale”, ma un cattolico popolare che con i liberali e i socialdemocratici seppe e volle essere alleato, anche quando poteva farne a meno, per ricostruire l’Italia nella libertà e secondo una salda idea di giustizia. De Gasperi è stato e resta un democratico cristiano che con la destra illiberale mai volle fare patti, anche quando sembrava questi fossero (e non erano) l’unica soluzione per fronteggiare una sinistra altrettanto illiberale. Una lezione da tenere cara, se si vuole far vivere l’dea di una politica popolare e non populista.

Avvenire  8/I/2021

Il potere di veto

Che i piccoli partiti, anche nella prima repubblica quando la politica e i partiti stessi – quelli veri,  però, e non quelli finti contemporanei – erano protagonisti, esisteva il cosiddetto “potere di veto”,  o di “ricatto” o di “interdizione” come dir si voglia. Cioè, la possibilità che piccole formazioni  politiche, in virtù del principio di coalizione, potevano mettere in discussione la solidità e l’unità  dell’alleanza di governo di cui facevano parte per le motivazioni più disparate. Era la normale  dialettica politica che ha sempre costellato le dinamiche della democrazia italiana sin dal secondo  dopoguerra. Pertanto, oggi c’è addirittura qualcuno che traccia dei confronti tra ciò che capitava  ieri e quello che è sotto ai nostri occhi in queste settimane. 

Ora, per evitare di essere ipocriti o maldestri, chi oggi esercita concretamente il potere di veto, o  di ricatto o di interdizione coltiva altri obiettivi e persegue altre mete politiche con modalità che fa  restare basiti anche coloro che hanno una lunga esperienza politica e parlamentare. È appena  sufficiente osservare e registrare i comportamenti concreti, le dichiarazioni e le prese di posizione  del piccolo partito personale di Renzi per rendersi conto di come la politica sia scaduta e sia  sempre più decadente. Come progetto politico e, soprattutto, come comportamenti individuali. E  quindi, si tratta di una doppia crisi. Politica, sicuramente e anche etica, se vogliamo citare una  parola che ormai è passata di moda. Del resto, nell’epoca dominata dal trasformismo e dal più  spregiudicato opportunismo, tutto diventa lecito e possibile e non c’è più alcun argine alla deriva  e al malcostume della politica. Il cosiddetto “bene comune” è diventato un optional e il “patto di  coalizione” – elemento decisivo per esercitare un’azione di governo – un elemento del tutto  astratto e virtuale.  

È del tutto evidente, quindi, che di fronte ad una situazione del genere non c’è alcuna coerenza,  alcun limite e soprattutto alcuna possibilità di garantire una efficace e feconda azione di governo.  L’obiettivo centrale resta quello di far ciò che uno vuole a prescindere. Per motivazioni di puro  potere da un lato e per ragioni riconducibili a pregiudiziali personali dall’altro e che rispondono,  com’è ovvio a tutti, ad obiettivi di posizionamento tattico e di organigrammi di potere personale e  di gruppo nel futuro.  

Il tutto, è bene richiamarlo ancora una volta, si rende possibile perché i partiti personali hanno  soppiantato i partiti politici, i leader sono scomparsi a vantaggio dei capi, il trasformismo è  diventato la religione laica che ispira e disciplina i comportamenti dei singoli padroni dei rispettivi  cartelli elettorali e, in ultimo, la coerenza è stata definitivamente sacrificata sull’altare della  convenienza momentanea e contingente.  

Ecco perché il potere di veto è diventato la regola, e non l’eccezione, della politica  contemporanea. Soprattutto di quei partiti personali, frutto e conseguenza di operazioni  trasformistiche ed opportunistiche, che ormai condizionano e dettano l’agenda dello stesso  governo nazionale. Un pessimo segnale per il recupero di credibilità della politica, dei partiti e dei  politici. In ultima analisi, per la credibilità della nostra democrazia.  

Sulla scissione comunista di Livorno. Ma è questo il centenario?

Mi ha inevitabilmente provocato un sorriso un trafiletto apparso su «Bandiera Rossa», organo dei comunisti anconetani, contro Girardengo e il Giro d’Italia. Siamo ai primi di giugno del 1921. Non sono passati neppure cinque mesi dalla scissione di Livorno e la nostra stampa “bolscevica” in genere inneggia alla Russia dei Soviet ed è feroce contro i socialisti. 

Eppure trovare un particolare così apparentemente irrilevante come l’attacco a un mito del ciclismo, osannato in anni recenti da Francesco De Gregori, ci dice tanto sulla mentalità dei “rivoluzionari” di allora”. Chi poi, come il sottoscritto, ha vissuto la stagione del ‘68, sa bene che tutti i movimenti sovversivi, almeno nella fase originaria e propulsiva, intendono andare al cuore del potere da abbattere.

Così lo sport viene percepito come strumento del consenso del potere “borghese” (anche allora si chiamava così), essenziale per distrarre le masse dai loro naturali obiettivi rivoluzionari. Come si fa a non riportare alla mente la vittoria di Bartali al Tour de France 28 anni dopo! Anche allora non era così essenziale per fermare una rivolta senza speranze, ma l’immaginario collettivo ha avuto piacere ritenerlo plausibile.

Insomma questi fondatori erano coloro che dovevano sovvertire l’ordine costituito e che invece nel giro di poco più di un anno furono spazzati via dalle camicie nere e dal “potere borghese”, con soddisfazione delle masse che amavano il ciclismo, il calcio e così via. 

Se non ci fossero state menti lucide che avrebbero riflettuto a fondo su cotante disastrosa sconfitta, quel partitino sarebbe davvero scomparso. Allo stesso tempo se l’elemento utopico non avesse mantenuto in vita la speranza (a costo di persecuzioni, galera, confino, ecc..), quel partitino sarebbe davvero scomparso. Se l’attesa della parusia, dell’avvento del regno della giustizia in terra, non fosse rimasta viva tra qualche giovane, che oggi definiremmo fanatico, quel partitino sarebbe davvero scomparso.

Ma, ecco il punto, se è rinato ed è diventato il più forte partito comunista al mondo in regime di libertà, ciò è accaduto grazie all’abbandono totale dei presupposti da cui era nato.

Davvero un altro partito quello sorto con la “svolta di Salerno”, quello che sente la democrazia non come una eredità del potere borghese, ma come conquista del proprio popolo; che percepisce la politica non come strumento di eversione, ma come espressione della intelligenza umana, come voce dell’”intellettuale collettivo”; che svolge una funzione pedagogica tra le masse, e così via. 

Si ricordi che la prima cosa che Togliatti chiedeva il lunedì mattina ai suoi collaboratori era: cosa ha fatto la Juventus? Certo poi ha faticato a capire le novità della cultura e della musica leggera in particolare. Se non ci fosse stato Umberto Eco molti comunisti avrebbero ritenuto Mina un frutto della distrazione di massa. Ma guai a perseverare nell’errore. Ben presto i gruppi rock più all’avanguardia avrebbero trovato il loro trampolino di lancio nelle Feste dell’Unità.

Insomma, il partito di massa, che collabora alla stesura della Costituzione, che crede fortemente nella democrazia, che diffida di gesti sovversivi, come, ad esempio, l’occupazione della Prefettura di Milano, che, certo, mantiene in vita alcune ambiguità e non è esente da errori, svolge comunque un ruolo nazionale che i rivoluzionari del 1921 avrebbero ritenuto politica da rinnegati.

Ma allora davvero i comunisti sono poi diventati socialdemocratici pur senza saperlo o senza volerlo riconoscere? Ecco un punto dolente troppo spesso risolto con superficialità. Intanto perché in genere non si riflette abbastanza sul socialismo in Italia, sul perché sia fallita la possibile alleanza con i Popolari, perché sia fallito il centro sinistra, perché quel partito sia sempre rimasto radicalmente anticlericale e in fondo massimalista oltre che diviso al proprio interno. 

Negli anni trenta erano diventati delle mummie, fermi nella loro ideologia ormai sclerotica. Mi ha sempre molto colpito l’ostracismo e l’espulsione di Giuseppe Donati (ex direttore del Popolo) dalla Concentrazione antifascista, perché non aveva dato un giudizio negativo, bensì articolato, sui Patti Lateranensi!

Togliatti voterà l’articolo 7 della Costituzione, ma non solo o non tanto in modo tattico, ma perché ne era convinto. Non a caso era contrario al Fronte popolare nel ‘48 e vi fu  trascinato da Nenni. Pare addirittura che tirò un sospiro di sollievo quando conobbe i risultati del voto.

E nel ‘49 dopo la scomunica, rassicurò don De Luca che se l’aspettava e che non intendeva rispondere con la contrapposizione frontale. In questo caso fu De Luca a tirare un sospiro di sollievo…

Togliatti, nel suo intimo, stimava De Gasperi, molto meno Nenni e non intendeva in alcun modo favorire la fusione con i socialisti, come chiedeva la destra del partito (Amendola in testa).  Anche per questo il Pci non diventò socialdemocratico. Paradossalmente restare comunisti voleva dire mantenere l’originalità e, al contempo, un filo rosso sotterraneo con i valori religiosi e nutrire quindi la comune avversione verso il “radicalismo borghese”. Il discorso di Bergamo, la scambio di lettere tra Berlinguer e mons. Bettazzi, sono non solo un superamento oggettivo della scolastica marxista, ma anche e soprattutto la testimonianza di una “diversità” che in qualche modo ha reso il Pci uno strano animale, né comunista col kappa né socialista (alla Turati o alla Nenni, o alla Craxi, sempre rimasti “tribuni del popolo” e, al contempo, con la fissa della “stanza dei bottoni”). 

Forse andrebbero riletti i discorsi del Brancaccio del luglio 1944, quello di Togliatti e quello successivo di De Gasperi, come fondativi di culture diverse ma non inconciliabili. Per poi magari trovare spunti interessanti per la mia tesi.

Per questo non celebro il 21 gennaio, mentre aspetto il 2044 per ricordare il centenario del Pci. Ovviamente non ci sarò, ma i nostri nipoti lo celebreranno assieme a quello…della Democrazia Cristiana.

Istat, effetto Covid: il deficit della pubblica amministrazione nel terzo trimestre 2020 è al 9,4%, ma nelle famiglie aumenta il reddito disponibile lordo.

Nel terzo trimestre 2020 il rapporto deficit-Pil è balzato al 9,4% dal 2,2% nello stesso trimestre del 2019. Lo rende noto l’Istat, spiegando che “in termini assoluti, il peggioramento dei saldi è dovuto sia alla riduzione delle entrate sia al consistente aumento delle uscite, legato alle misure di sostegno introdotte per contrastare gli effetti dell’emergenza economica e sanitaria su famiglie e imprese”.

Nello specifico le uscite totali nel terzo trimestre 2020 sono aumentate del 10,3% rispetto al corrispondente periodo del 2019 e la loro incidenza sul Pil (pari al 53,1%) è aumentata in termini tendenziali di 7,1 punti percentuali. Nei primi nove mesi del 2020 la relativa incidenza è stata pari al 55,2%, in aumento di 8,3 punti percentuali rispetto al
corrispondente periodo del 2019.

Le uscite correnti hanno registrato, nel terzo trimestre 2020, un aumento tendenziale del 5,3% dovuto principalmente all’incremento delle prestazioni sociali in denaro (+10,9%), mentre le uscite in conto capitale sono cresciute in termini tendenziali del 77,4%  per effetto delle misure straordinarie a favore delle imprese messe in atto dalle AP per contrastare gli effetti dell’emergenza sanitaria.

Le entrate totali nel terzo trimestre 2020 si sono ridotte in termini tendenziali del 4,8% e la loro incidenza sul Pil è stata del 43,7%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2019 .
Nei primi tre trimestri dell’anno, l’incidenza delle entrate totali sul Pil è stata del 45,1%, in diminuzione di 1 punto percentuale rispetto al corrispondente periodo del 2019.
Le entrate correnti nel terzo trimestre 2020 hanno segnato, in termini tendenziali, una riduzione del 4,9% a fronte di un aumento delle entrate in conto capitale dell’8,5% . La pressione fiscale si è ridotta di 0,4 punti percentuali passando dal 39,7% del Pil nel terzo trimestre 2019 al 39,3% nel terzo trimestre del 2020.

Quindi complessivamente, nei primi tre trimestri del 2020 le AP hanno registrato un indebitamento netto pari al 10,1% del Pil, in deciso aumento rispetto al 2,8% del corrispondente periodo del 2019. In termini di incidenza sul Pil, il saldo primario e il saldo corrente sono risultati negativi, pari rispettivamente al -6,5% (+0,5% nello stesso
periodo del 2019) e al -5,7% (+0,3% nel corrispondente periodo del 2019). Nei primi nove mesi dell’anno la pressione fiscale si attesta al 39,9% del Pil, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto al 39,4 del 2019, per la minore flessione delle entrate fiscali e contributive (-7,5%) rispetto a quella del Pil a prezzi correnti (-8,7%).

Mentre per quanto riguarda le famiglie nel terzo trimestre 2020 il reddito disponibile lordo è aumentato del 6,3% in termini nominali e del 6,6% in termini reali (potere d’acquisto). Rispetto al terzo trimestre del 2019 il reddito lordo disponibile è invece diminuito dello 0,6% .

Nello stesso periodo, la spesa per consumi finali delle famiglie è aumentata in termini nominali del 12,1%, determinando una flessione della propensione al risparmio di 4,4 punti percentuali (14,6%, da 19,0% nel trimestre precedente).

Il tasso di investimento delle famiglie consumatrici nel terzo trimestre del 2020 è stato pari al 6,0%, 1,5 punti percentuali più alto rispetto al trimestre precedente, a fronte di un aumento degli investimenti fissi lordi del 43,2% e del già segnalato aumento del 6,3% del reddito lordo disponibile .

Cyber security: si rafforza il sistema PEC

A distanza di quasi un anno dall’avvio di un piano d’iniziative coordinato da AgID per rafforzare la sicurezza del sistema PEC, al quale hanno aderito tutti i gestori, si sono significativamente ridotte le campagne di diffusione di malware via PEC.

Nel piano sono state definite iniziative a breve, medio e lungo termine relative, tra l’altro, al  contrasto  delle campagne mailspam veicolate tramite PEC e alla prevenzione di utilizzi impropri o a scopo fraudolento del sistema PEC.

I risultati conseguiti evidenziano una situazione di gran lunga differente da quella di partenza: le campagne malspam veicolate tramite PEC sono diminuite del 90% rispetto a dicembre 2019. L’unica campagna rilevata dal CERT-AgID negli ultimi 4 mesi, mirata alla diffusione del malware sLoad, è stata prontamente intercettata e bloccata grazie alla collaborazione e alla pronta reazione dei gestori impattati, che hanno impedito il propagarsi incontrollato dell’evento malevolo.

Vaccino Covid: le differenze tra Pfizer e Moderna

Profili di sicurezza ed efficacia “sostanzialmente sovrapponibili”, ma anche alcune differenze fra i due vaccini ad oggi disponibili in Italia: Moderna, autorizzato oggi dall’Agenzia italiana del farmaco, e Pfizer con il quale sono già partite le immunizzazioni nel Paese.

Quelle più salienti sono sulle temperature di conservazione e il tempo dopo il quale scatta l’immunità, che per Moderna “si considera pienamente acquisita a partire da 2 settimane” dopo la seconda somministrazione, anziché una settimana che è la tempistica che riguarda il vaccino Pfizer.

A tracciare un breve quadro è l’Aifa che ricorda innanzitutto che il vaccino Moderna è indicato a partire dai 18 anni di età, anziché dai 16. Diversa anche la distanza fra le due dosi: la schedula vaccinale prevede due somministrazioni a distanza di 28 giorni per Moderna, invece che di almeno 21.

Il vaccino Moderna viene conservato a temperature comprese tra i -15° e -25°, ma è stabile tra +2° e +8° per 30 giorni se in confezione integra. Altro dettaglio è che “il flaconcino multidose contiene 6,3 ml e non richiede diluizione, è quindi già pronto all’uso”.