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Una tappa importante: verso un centro moderato in linea con il Partito Popolare Europeo

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

C’eravamo lasciati con l’accordo federativo di concorrere tutti insiemi alla nascita del soggetto politico nuovo, col quale porre fine alla lunga e dolorosa diaspora post democristiana e alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Lorenzo Cesa l’altroieri, col presidente del Consiglio nazionale dell’UDC, sen Antonio De Poli, ha riunito in webinar, oltre 130 persone, i consiglieri nazionali del partito e alcuni “osservatori partecipanti”, tra i quali: Giuseppe Gargani, Mario Tassone, Gianfranco Rotondi, Antonino Giannone e il sottoscritto. Ho potuto partecipare così, dopo molti anni di confronto, talora assai critico, con molte persone a me sconosciute, ritrovando intatti interessi e valori come quelli a cui tutti ci sentiamo legati, ossia quelli della migliore tradizione popolare e democratico cristiana.

Ottima la relazione di Cesa che, partendo da un’analisi attenta dei dati economici sociali della grave crisi in cui versa l’Italia, squassata dagli effetti drammatici della pandemia, si trova nella necessità di riconfermare la scelta storica della DC: l’unità dell’Europa senza se e senza ma, distinti e distanti da ogni assurda velleità nazionalista propria dei populismi e sovranismi che agitano fantasmi senza senso. Il segretario dell’UDC ha colto l’importanza della suggestione di Saint Vincent, affermando l’opportunità di concorrere alla costruzione di un soggetto politico nuovo che, accanto alla ricomposizione democratico cristiana e popolare, possa allargarsi a componenti ambientaliste e riformiste nel segno degli orientamenti definiti da Papa Francesco con l’enciclica Laudato SI. Un passaggio sottolineato anche nell’intervento della sen. Paola Binetti, che ha ricordato il fatto nuovo della formazione dell’intergruppo ambientale parlamentare, nucleo originario foriero di ulteriori sviluppi al centro.

Quella della ricostruzione di un centro democratico, popolare, liberale e riformista è stata la cifra emersa in tutti gli oltre trenta interventi dei consiglieri nazionali. Interventi appassionati di vecchi e nuovi esponenti democratici cristiani espressione di diverse realtà territoriali e istituzionali del nostro Paese. Cesa è stato chiarissimo nella scelta della legge elettorale proporzionale con preferenze e nella volontà di superare le ultime difficoltà con quanti sono interessati a compiere un passo insieme per la ricomposizione politica della nostra area sociale e culturale. Obiettivo: riportare al voto quel 30% di renitenti che non si riconoscono più nell’attuale assetto e dare finalmente rappresentanza ai quei ceti medi produttivi, partite IVA e alle classi popolari sin qui prive di una loro espressione sul piano politico e istituzionale.

Forte è stata la consapevolezza di aprire una fase nuova nella quale riportare in campo l’unità di tutti i Liberi e Forti. Impegnativa la parola d’ordine offerta: generosità, ossia la disponibilità da parte di tutti e di ciascuno a fare un passo indietro per farne uno più avanti, col superamento delle vecchie appartenenze sin qui divisive per far nascere il soggetto politico nuovo di centro, collegato alla migliore tradizione democratico cristiana e popolare e a quella del PPE.

Decisivo l’impegno, come ci era già stato assicurato nella Federazione Popolare, di concorrere nell’organizzazione di un congresso di fondazione del soggetto politico nuovo nella prossima primavera, con l’immediata formazione di un comitato di garanzia congressuale rappresentativo di tutte le componenti disponibili per il progetto. Superamento, dunque, delle “bandierine di parte e delle piccole appartenenze”, per concorrere tutti insieme all’avvio del soggetto politico nuovo. Unanime l’approvazione della relazione del segretario e significativi gli interventi degli “osservatori partecipanti”, componenti del direttivo della Federazione Popolare DC. L’On Gianfranco Rotondi, apprezzando i contenuti e le proposte di Cesa, ha confermato il suo impegno per un partito politico nuovo, distinto e distante da una destra italiana che non corrisponde più ai caratteri di un’area politica compatibile con la nostra tradizione democratico cristiana. “ Diciamo si al congresso di fondazione, per mettere al centro la nostra bandiera con l’affermazione dei nostri valori “, ha concluso l’On Rotondi.

Mario Tassone ha evidenziato che, quella avviata dalla Federazione Popolare Dc e confermata dalla relazione di Cesa, sia probabilmente l’ultima occasione per la ricomposizione politica dei democratici cristiani. Netta è stata l’affermazione che si tratta di costruire un soggetto politico nuovo e non di un allargamento di vecchie casematte. In una situazione del Paese caratterizzato da un’afasia culturale e politico istituzionale come quella attuale dell’Italia, serve recuperare una storia antica, ha continuato Tassone, offrendo i nostri principi e valori a una società che vive la forte delusione di una destra sovranista e populista e della stessa incomprensibile mutevolezza di Forza Italia.

Giuseppe Gargani, presidente della Federazione Popolare DC, ha reso omaggio al coraggio di Cesa che con la sua relazione ha segnato, finalmente, il superamento della diaspora. Si è tornati finalmente a discutere, ha continuato Gargani, ed è emersa nettamente la volontà di concorrere alla costruzione del centro, alternativo sia alla destra che alla sinistra, in grado di raccogliere, come si è avviato già con la Federazione Popolare, tutte le diverse frazioni della nostra area politica. Sì, dunque, all’apertura di “ un tempio” nel quale rendere partecipi gli italiani di una nuova speranza. Sì alla formazione del comitato dei garanti con tutti i partiti che condividono i nostri valori. Partiamo sin da domani, ha concluso Gargani, per costruire un partito democratico, collegiale, europeista, inserito e pieno titolo nel PPE, attraverso un congresso che sarà il congresso di tutti i DC e Popolari italiani; un partito in grado di offrire all’Italia un’identità che attualmente non c’è.

Sono intervenuto anch’io, sollecitato da un dibattito intenso e partecipato e con la netta sensazione di sentirmi a casa tra amici. Ho ripresentato il valore del superamento della diaspora suicida, della scelta della legge elettorale proporzionale con preferenze e della riconferma europeista e ho detto anch’io si al comitato di garanzia congressuale indicato da Cesa. Ho anche proposto la necessità di una Camaldoli 2021, che dovrebbe procedere il congresso di fondazione del soggetto politico nuovo, al fine di approfondire il nostro confronto e per offrire all’Italia il programma dei DC e Popolari per il superamento della gravissima situazione post pandemica. Un programma in grado di intercettare i bisogni reali dei ceti medi produttivi e delle classi popolari secondo gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana.

Credo che con il Consiglio nazionale dell’UDC si sia compiuto una tappa importante nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, cui ne seguiranno sicuramente altre. Obiettivo: presentarci uniti nella stessa lista e con lo stesso simbolo alle elezioni amministrative di primavera, quale positiva premessa della nostra unità alle prossime elezioni politiche nazionali.

Magistrati e università, mondo dell’impresa e terzo settore: uniti contro lo sfruttamento del lavoro. Il “caporalato”, oggi

Si è svolto nei giorni scorsi il primo web-seminar dell’Associazione Vittorio Bachelet sul tema del “caporalato”.  L’incontro ha avviato un percorso di studio e di proposta che l’associazione – fondata presso il CSM, quasi  quarant’anni fa, in memoria del giurista assassinato dalle Brigate Rosse – ha promosso in collaborazione con  la Fondazione “Don Tonino Bello” e l’Università del Salento, con l’obiettivo di pervenire all’elaborazione di  proposte capaci di aiutare il contrasto a un fenomeno che registra numeri imponenti e in crescita. 

“In realtà – ha precisato il prof. Renato Balduzzi, presidente dell’Associazione Bachelet, in apertura del convegno – dovremmo parlare di ‘caporalati’, al plurale, perché siamo oggi di fronte a tanti tipi di  sfruttamento e di bisogno, alcuni dei quali arrivano fino alla riduzione in schiavitù. Il fenomeno interessa  settori produttivi diversi (dai settori originari della manovalanza edile e agricola fino al mondo degli appalti  di servizi e dell’organizzazione in forma imprenditoriale della c.d. ‘gig economy’), attraversa tristemente il  problema dell’immigrazione e si compone spesso in un intreccio insidioso tra economia legale e mafie. Una  realtà che riguarda ormai il Sud come il Nord del Paese e che nega la dignità del lavoro, rovesciando in modo  intollerabile i principi costituzionali”.  

Dopo i saluti di Giancarlo Piccinni (presidente della Fondazione “Don Tonino Bello”) e Luigi Melica (direttore  del dipartimento di scienze giuridiche dell’Università del Salento) e l’introduzione di Giovanni Mammone (presidente emerito della Corte di Cassazione), a prendere la parola sono state voci provenienti da mondi  diversi, nel comune intento di tracciare le coordinate della riflessione e portare alla luce le priorità di un  contrasto al caporalato efficace non soltanto sul piano della repressione dei reati, ma anche di una  prevenzione diffusa e partecipata. 

La voce della cronaca, anzitutto, con l’intervento di Toni Mira, giornalista d’inchiesta e caporedattore di  Avvenire, che ha ripercorso le storie delle vittime, dei ghetti, delle morti, che hanno scandito anche  l’evoluzione della legislazione contro il caporalato, che ne ha fino agli anni recenti sottovalutato la portata  disumana e criminale. 

La voce degli studiosi del diritto penale (Giulio De Simone, ordinario nell’Università del Salento) e del diritto  del lavoro (Antonella Occhino, preside della Facoltà di Economia nell’Università Cattolica), che hanno  spiegato perché la fattispecie di reato introdotta nel 2016 abbia consentito un formidabile salto di qualità  nella lotta al caporalato, ma anche le ragioni per cui è necessario generare a monte le condizioni che, nella  regolazione delle relazioni industriali così come nella programmazione e attuazione delle politiche del lavoro,  siano in grado di prevenire il fenomeno. 

La voce della magistratura, con l’intervento di tre p.m. in prima linea e titolari di inchieste fondamentali in  materia, come Giuseppe Gatti (direzione nazionale antimafia), Antonio Patrono (procuratore di La Spezia) e  Ludovico Vaccaro (procuratore di Foggia), i quali hanno sottolineato la rilevanza strategica delle misure di  prevenzione patrimoniale e, in particolare, del controllo giudiziario dell’impresa. 

Alle relazioni è seguito il dibattito, al quale hanno preso parte il colonnello della Guardia di Finanza Paolo  Consiglio, Caterina Boca della Caritas italiana, Vito Domenico Sciancalepore di Confcooperative, Gianmarco  Laviola a.d. di Princes Industrie Alimentari e la giuslavorista Madia D’Onghia. Al centro dell’attenzione sia il  ruolo del Terzo Settore nell’emersione del fenomeno e nel reinserimento delle vittime, sia l’azione delle  imprese a favore di un controllo orizzontale tra operatori economici e dell’introduzione di requisiti di ordine 

etico all’interno della catena produttiva e di costruzione del valore del prodotto, sia la necessità di una  maggiore sensibilità e responsabilità del consumatore finale nella scelta tra prodotti certificati e non. 

Un’esigenza di fare rete emersa anche dall’intervento del Rettore dell’Ateneo salentino Fabio Pollice, che ha  sottolineato il ruolo della cosiddetta “terza missione” dell’Università e nelle conclusioni di Giancarlo Caselli, intervenuto anche nella sua qualità di presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio di Coldiretti sulla  criminalità e sul sistema agro-alimentare, il quale ha evidenziato sia la necessità di marginalizzare nei rapporti  produttivi gli operatori e i metodi di organizzazione del lavoro che, direttamente o indirettamente,  alimentano il fenomeno, sia la necessità di introdurre regole speciali che favoriscano l’emersione dei  lavoratori sfruttati che siano anche immigrati irregolari attraverso l’introduzione di un permesso ad hoc per  il lavoro in agricoltura. 

Il percorso proseguirà a inizio marzo.

Il censimento Istat 2019: “175mila persone in meno rispetto al 31 dicembre 2018”.

Con il rilascio dei primi dati relativi alle edizioni del 2018 e del 2019, l’Istat da avvio la diffusione progressiva e continua dei risultati del censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, prevista con cadenza annuale.

Da una prima analisi possiamo stabile che:

La popolazione censita in Italia al 31 dicembre 2019 ammonta a 59.641.488 residenti – circa 175mila persone in meno rispetto al 31 dicembre 2018, pari a -0,3% – ma risulta sostanzialmente stabile nel confronto con il 2011 (anno dell’ultimo censimento di tipo tradizionale), quando si contarono 59.433.744 residenti (+0,3%, per un totale di +207.744 individui).

Rispetto al 2011, i residenti diminuiscono nell’Italia Meridionale e nelle Isole (-1,9% e -2,3%), e aumentano nell’Italia Centrale (+2%) e in entrambe le ripartizioni del Nord (+1,6% nell’Italia Nordorientale e +1,4% nell’Italia Nord-occidentale). Più del 50% dei residenti è concentrato in cinque regioni, una per ogni ripartizione geografica: Lombardia (16,8%), Veneto (8,2%), Lazio (9,7%), Campania (9,6%) e Sicilia (8,2%).

Il lievissimo incremento di popolazione rispetto al 2011 è da attribuire esclusivamente alla componente straniera. Nel periodo 2011-2019 la popolazione di cittadinanza italiana è diminuita di circa 800mila unità (-1,5%) mentre i cittadini stranieri sono aumentati di circa 1 milione (+25,1%), senza considerare che sono più di 1 milione le acquisizioni di cittadinanza nel periodo 2012-2019 e che già al censimento del 2011 i cittadini italiani per acquisizione erano quasi 700mila.

Il comune più grande è Roma con 2,8 milioni di abitanti, mentre quello più piccolo è Morterone, in provincia di Lecco, con 30 abitanti. A tal riguardo è da notare che i Borghi più belli d’Italia anche se spesso distanti geograficamente tra loro rappresentano una realtà
interessante dal punto di vista storico, artistico e naturale e alcuni di essi sono riusciti ad invertire lo spopolamento per aver accolto flussi immigratori dall’estero. A questi contesti dinamici dal punto di vista demografico se si associa la valorizzazione della dotazione naturale, storica, paesaggistica e ambientale si determinano le condizioni favorevoli per lo sviluppo e il benessere e, in quanto tali, possono essere considerate delle best practice di riferimento per l’intero Paese.

La struttura per genere della popolazione residente si caratterizza per una maggiore presenza di donne. Nel 2019 le donne sono 30.591.392 – il 51,3% del totale – e superano gli uomini di 1.541.296 unità. Il nostro però è un Paese sempre più vecchio. Tutte le classi di età sotto i 44 anni vedono diminuire il proprio peso relativo rispetto al 2011 mentre aumentano molto le persone dai 45 anni in su che passano dal 48,2% del 2011 al 53,5% del 2019.

Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana è, poi,  ancora più evidente nel confronto con i censimenti passati. Il numero di anziani per bambino passa da meno di 1 nel 1951 a 5 nel 2019 (era 3,8 nel 2011) e l’indice di vecchiaia (dato dal rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni) è notevolmente aumentato, dal 33,5% del 1951 a quasi il 180% del 2019 (148,7% nel 2001).

 

Regione Lazio, premiati i vincitori delle challenge di GIOMI. L’infermiere robot e il bracciale “salva vita”

L’infermiere robot e il bracciale “salva vita” sono i due progetti vincitori delle Challenge lanciate da GIOMI, Regione Lazio e Lazio Innova a startup, team imprenditoriali e spin off con l’obiettivo di selezionare soluzioni innovative, sia in ambito ospedaliero sia a domicilio, per il monitoraggio e l’assistenza dei pazienti. Le sfide hanno riguardato “Soluzioni IoT per la salute dei pazienti anziani e disabili” e “Robotica biomedica per il monitoraggio e l’intrattenimento del paziente”.

All’Innovation Day, che si è svolto in streaming sulla pagina facebook di Lazio Innova, sono intervenuti tra gli altri: Emmanuel Miraglia, Presidente Gruppo GIOMI; Fabio Miraglia, amministratore Innovation and Research GIOMI; Nicola Tasco, presidente di Lazio Innova e Luigi Campitelli, direttore operativo Spazi Attivi di Lazio Innova.

Alla finale hanno partecipato i 10 migliori team che hanno beneficiato di un percorso di mentorship per la definizione delle proposte imprenditoriali insieme ad esperti di Lazio Innova e di GIOMI. Ma a vincere, come primi classificati ottenendo un premio complessivo di 30 mila euro, sono stati:

per le soluzioni IoT il progetto DEED con il prodotto GetMed, bracciale per la rilevazione di parametri biometrici, per il monitoraggio e la previsione medica; mentre per la robotica biomedica ha vinto la challenge Studio 5T con il prodotto TrustTool – robot semovente per il monitoraggio e l’intrattenimento dei degenti.

I Primi classificati di entrambe le sfide saranno inseriti nell’albo fornitori di GIOMI, che si riserva la possibilità di avviare, con uno o più partecipanti, un’attività di collaborazione e di sviluppo congiunto di nuove soluzioni.

I secondi e terzi classificati riceveranno invece una serie di servizi specialistici da parte di Lazio Innova per lo sviluppo del proprio business.

IL BRACCIALE “SALVA VITA”

Si tratta di un nuovo strumento indossabile, Get, per creare la piattaforma intelligente tra l’umano e il digitale. La trasmissione SOUND si ottiene attraverso la tecnologia di conduzione ossea che consente un’esperienza unica nel campo della comunicazione. Lo strumento può effettuare un ECG e attraverso il riconoscimento del segnale elettrocardiogramma il bracciale consente un’autenticazione utente sicura e inequivocabile in modo comodo e continuo senza la necessità di password o interruzioni ripetute. Get potrà essere usato per l’assistenza domiciliare integrata, per l’assistenza individuale preventiva, curativa e riabilitativa. I dati che vengono raccolti con il device sono sfruttati per il monitoraggio dello stato di salute e lo stile di vita del paziente. La soluzione è fortemente indicata nel settore sanitario, medicale e insurance. Il sistema andrà a rivelare dati come battito cardiaco, tachicardia, aritmia, apnee nottune, stress , ossigenazione del sangue e la temperatura. Il tutto verrà condiviso con la piattaforma di controllo. Il device è in grado anche di combattere la battaglia contro il Covid, prima tenendo sotto controllo i sintomi, poi durante il trattamento con le terapie appropriate e seguirà il paziente dopo il ricovero. Il tutto made in Italy.

L’INFERMIERE ROBOT

TrusTool è un robot Line-Follower, che si muoverà su percorsi predefiniti identificati sul pavimento da linee colorate. Avrà contezza della sua posizione assoluta attraverso la triangolazione dei segnali, e riconoscerà la stanza ed il paziente su cui intervenire. TrusTool ha un doppio ruolo: assistente dell’infermiere e amico del degente. Per la modalità di relazione con l’infermiere TrusTool avrà una interfaccia molto tecnica, rapida ed efficiente in cui l’infermiere tramite la sua postazione di controllo potrà tenere sotto controllo la situazione generale ed inviare TrusTool dove serve con pochi click. TrusTool ha particolare efficacia nei casi di malattie infettive, come l’attuale pandemia Covid. Per la modalità di relazione con il degente TrusTool sarà dotato di una interfaccia molto user friendly, chiara, semplice ed intuitiva.

Trustool è dotato di: Sensori d’ingombro per il movimento; Wi-Fi per il controllo da remoto del robot e l’invio dei dati rilevati sul paziente; Tablet per comunicazioni audio-video tra paziente e infermiere; Termocamera IR per la rilevazione della temperatura corporea, sensori indossabili dal paziente (che comunichino via Bluetooth al dispositivo informatico) per la rilevazione della pressione, del battito cardiaco e della saturazione. Trustool invierà i dati del paziente in tempo reale direttamente al sistema informatizzato esistente, attualizzando la cartella clinica digitale del paziente.

“Il Gruppo Giomi da anni pone grande attenzione alla ricerca e all’innovazione con una forte apertura nei confronti di start up e soluzioni innovative. Il rapporto consolidato nel tempo tra la Giomi e la Regione Lazio ci permette di avviare insieme notevoli progetti ed iniziative che possano dare nuovo slancio alla ricerca e al lavoro – ha affermato Emmanuel Miraglia, presidente del Gruppo Sanitario Giomi Spa – L’obiettivo di Giomi è quello di promuovere e sostenere la realizzazione e lo sviluppo di innovazione al fine di accrescere la qualità dell’assistenza e il benessere dei pazienti”

“La Open Innovation Challenge ha rappresentato una importante opportunità, quella di incontrare giovani team e meritevoli progetti, in grado di comunicare con soluzioni già presenti in Giomi, in virtù di un Gruppo dedito alla ricerca e aperto a nuovi sviluppi. Non a caso abbiamo creato la Giomi Innovation and Research, motore interno di ricerca e sviluppo di tutto il Gruppo, che svolge un’attività quotidiana a servizio dell’innovazione, da cui l’ultimo progetto nato. Si chiama Giomi Home ed è la prima piattaforma integrata di telemedicina a servizio dei pazienti, il punto di partenza da cui iniziare una potenziale sinergia con i vincitori della challenge al fine di potenziare ed implementare quella che abbiamo nominato The Italian Health Platform“ – ha sottolineato Fabio Miraglia, Amministratore della Giomi Innovation and Research.

“L’iniziativa rientra nel programma strategico di open innovation della Regione Lazio – ha evidenziato Nicola Tasco, presidente di Lazio Innova – Queste che si concludono oggi sono la diciassettesima e diciottesima challenge, che sono state realizzate da Lazio Innova con l’obiettivo di mettere in connessione le grandi imprese già attive sui mercati con la creatività e la competenza di giovani talenti e startup, per complessivi 122 progetti innovativi supportati attraverso un programma di mentorship”.

La Variante del Covid 19 mette paura

l’immunologa dell’Università di Padova Antonella Viola in un post su Facebook, commentando la nuova variante di Sars-CoV-2 scoperta da poco in Inghilterra chiarisce che: “Non sappiamo se la nuova variante” di coronavirus “sia più pericolosa: non si sa ancora se si trasmette più facilmente, se causa una malattia più o meno grave, se si nasconde meglio al sistema immunitario. Quindi niente panico: va tenuta sotto osservazione, ma per il momento potrebbe essere una variante che non cambia lo stato delle cose”.

“La variante che il Public Health England chiama ‘VUI-202012/01’ (sigla complessa che sta a significare che è la prima variante sotto osservazione a dicembre 2020) è stata identificata in più di 1.100 pazienti nelle regioni del sud ed est dell’Inghilterra – ricostruisce Viola – Questa variante avrebbe diverse mutazioni e alcune interesserebbero la proteina ‘spike’, la chiave utilizzata dal virus per entrare nelle nostre cellule e quella contro la quale si generano gli anticorpi neutralizzanti. Sembra che si tratti di una delezione (perdita) di 2 amminoacidi (i mattoncini che formano la proteina). Ma a parte diversi annunci, i dati non sono ancora stati mostrati (pare che stia per arrivare un pre-print da Cambridge)”.

“Non è sorprendente che il virus muti – evidenzia Viola – e che compaiano delle nuove varianti. Spesso queste varianti vengono selezionate proprio a causa della pressione selettiva operata dagli anticorpi prodotti durante l’infezione: il virus muta per caso mentre si replica, ma se gli anticorpi non riescono a bloccare bene una delle varianti, questa prende il sopravvento sulle altre. Questo è uno dei motivi per cui sarebbe bene non far circolare il virus: maggiore possibilità di mutare gli diamo, più rischi corriamo”.

“Per quanto riguarda l’efficacia di anticorpi monoclonali e vaccini nei confronti di questa nuova variante, non possiamo ancora dire nulla e speriamo che i ricercatori rendano subito disponibili i loro dati. In teoria, alterazioni della ‘spike’ potrebbero aver effetto sulla capacità del virus di entrare nelle nostre cellule, così come potrebbero rendere meno efficaci gli anticorpi monoclonali e alcuni dei vaccini in produzione. Ma la possibilità che i vaccini siano inefficaci è davvero bassa”, conclude l’immunologa.

Italia- Egitto- Francia- Europa. L’assassinio di un ragazzo sconvolge i rapporti internazionali

Come preannunciato con una clamorosa dichiarazione al quotidiano “La Repubblica”, lo storico Corrado Augias, giornalista e scrittore, ha restituito le insegne della più alta onorificenza di Francia, la Legion d’onore, all’ambasciatore di Parigi Cristian Masset, appartenente allo stesso Ordine col grado di Cavaliere.  

La dolorosa decisione era dovuta al fatto che che il Gran Maestro dell’Ordine, il Presidente della Repubblica di Francia Emmanuel Macron, aveva conferito la stessa insegna ad “un capo di Stato, complice di efferati criminali. E lo dico- precisa testualmente- per la memoria dello sventurato Giulio Regeni, ma anche per la Francia, per l’importanza che quel riconoscimento ancora rappresenta dopo più di due secoli dalla sua istituzione”.

In pratica, Corrado Augias non si limita ad uscire dall’Ordine, ma mette in discussione la legittimità della appartenenza alla Legion d’onore dello stesso capo dell’Istituzione, il Presidente francese in carica.

E’ noto che neppure la nuova Europa è riuscita a mitigare le rivalità della Francia nei confronti dell’Italia e che, a oltre duemila anni di distanza dalle guerre galliche, è stato inventato perfino un personaggio come Astérix, per cancellare l’onta della sconfitta inflitta da Giulio Cesare.

Andando avanti nei secoli, l’ideatore dell’illustre Legion d’onore, Napoleone Bonaparte, condizionato dal complesso delle sue origini italiane, decise che ogni genio in grado di emergere sui suoi simili, altro non potesse essere che francese.  

In tempi più recenti e sorvolando, per carità di patria, sul mistero ancora ufficialmente irrisolto della tragedia di Ustica, nel 2011, col governo Berlusconi e il placet del presidente della Repubblica Napolitano, venne decisa la partecipazione dell’Italia alla guerra contro la Libia governata da Gheddafi, peraltro già irrevocabilmente decretata dal presidente americano Obama e dal presidente francese Sarkozy. La guerra fu vinta, Gheddafi venne barbaramente trucidato e, per i meriti acquisiti, l’Italia si guadagnò una invasione di profughi ai quali tutti i governi di Parigi che in seguito si succedettero, impedirono con ogni mezzo l’ingresso nel territorio francese. 

Nel luglio del 2014,  all’epoca della presidenza Hollande, il ministro dell’Ambiente  Ségolène Royal , non solo non mosse un dito per aiutare le difficili e complicatissime operazioni di rigalleggiamento della nave Concordia affondata  due anni prima sulle coste dell’isola del Giglio, ma severamente chiese al governo italiano  precisi chiarimenti sul percorso dei mezzi di bonifica delle acque, esigendo “ una prova scritta e incontestabile del pompaggio completo degli idrocarburi dai serbatoi e di fornire la prova di assenza di rischi legati ad altre sostanze pericolose”. L’Italia se la cavò egregiamente da sola e neppure una goccia di materiali inquinanti deturpò la cristallina purezza delle acque francesi. 

Come di consueto, anche allora l’Unione Europea si astenne da ogni soccorso e si chiuse in un rigoroso silenzio. 

A complicare una situazione già difficile, nel 2017 venne eletto alla presidenza della Repubblica francese il marciatore Emmanuel Macron il quale, mal celando la sua antipatia per il movimento dei “Cinque Stelle”, non resistette alla tentazione di dichiarare che i suoi aderenti stavano crescendo come la lebbra. 

Da quel momento, la politica estera della Francia nei confronti dell’Italia, sempre nell’ovattato silenzio di Bruxelles, si mescola con gli impulsi personali.

 Il Presidente Macron unisce l’utile al dilettevole e nell’ottobre del 2017, riceve con tutti gli onori il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi, incurante del lutto che soltanto un anno prima aveva colpito l’Italia con l’assassinio di Giulio Regeni ad opera di emissari governativi del Cairo. Ad un giornalista che gli ricordava quella tragedia, il Presidente Macron non esitava a rispondere: “Come non accetto che altri leader mi impartiscano lezioni sul modo di governare il mio Paese, così  io non impartisco lezioni agli altri leader. Credo nella sovranità degli Stati. Al Sisi ha una sfida, la stabilità del Paese, la lotta ai movimenti terroristici, questo è il contesto in cui è chiamato a governare, non possiamo non tenerne conto”. 

Esaltato dai successi commerciali conseguiti con le sue trattative con l’Egitto, arrivava implicitamente ad accusare il nostro Regeni di terrorismo.

Di Maio, di ripicca e ignorando la sua dignità di vice presidente del Consiglio italiano, non resistette alla tentazione di recarsi in Francia con Di Battista, per incontrare uno dei capi dei Gilet gialli in rivolta contro Macron, il fabbro provenzale Christophe Chalençon.

Da allora e sempre nel silenzio di una Unione Europea che si sta sbriciolando ogni giorno di più, le relazioni tra Francia e Italia sono arrivate sull’orlo del precipizio.

Adesso, in risposta alla decisione del nostro Parlamento che, in seguito alle prove sul coinvolgimento del Cairo ha deciso di interrompere le relazioni con il Parlamento egiziano, Macron ha creduto bene di decorare il generale al -Sisi della più alta onorificenza della Francia, decisione che, nella lettera di rinuncia alla stessa onorificenza, Corrado Augias  definisce “ ingiusta”, accusando al-Sisi di comportamento “delittuoso” e di violazione  dei “canoni della giustizia  “ prima  ancora di quelli dell’umanità”.

In base al regolamento della onorificenza della Legion d’onore,” i membri condannati per gravi crimini, sono dimessi”. Non è contemplato il caso in cui sia il “Gran Maestro” a conferire ad un criminale il grande onore, sia pure in assenza di una esplicita condanna. 

Nella inquietante paralisi di una Unione Europea che ormai esiste soltanto nel sogno dei suoi fondatori, è stato necessario il gesto sdegnato di un giornalista gentiluomo per scuotere, non si sa fino a quando, il generale torpore degli spettatori di Bruxelles.   

Intervista al Prof. Giulio Maira: “Le età della mente”

Prof. Maira, dopo l’intervista sul suo libro “il cervello è più grande del cielo” che è stata molto apprezzata dai lettori, eccoci ad approfondire il contenuto del Suo ultimo lavoro , “Le età della mente”, scritto in collaborazione con la giornalista Vira Carboni. Scorrendo le pagine di questa nuova opera si coglie una continuità tematica, che va letta sotto diversi profili: scientifico, clinico, psicologico, comportamentale, emotivo. Si può affermare dunque che questo argomento che Lei studia e spiega da vari approcci costituisce un ambito di studio e applicazione professionale ma anche un interesse ricco di fascino e di misteri che vuole rendere accessibile al grande pubblico?

Da tanti anni ho il grande privilegio di fare il neurochirurgo, una professione che ritengo tra le più belle che si possano fare, dove ogni intervento è scienza ma anche il fascino di un‘avventura unica che ci porta a contatto con l’organo più straordinario e misterioso che si conosca. Anche se quel che sappiamo sul cervello è ancora una minima parte del tutto, tuttavia è già sufficiente per farci capire che è un capolavoro sconcertante. In questo libro ho voluto raccontare la magia del suo funzionamento e analizzare, per ogni età, le modalità di maturazione e i comportamenti utili perché la crescita avvenga nel modo migliore dandoci, per ogni età della vita, un cervello “allenato” e con buone capacità cognitive.   Ricordiamoci che la qualità della nostra vita dipende dalle capacità mentali che avremo sviluppato nel corso dell’intera esistenza: se il cervello non funziona bene, la vita non sarà meravigliosa.

Già nell’introduzione di questa lunga riflessione si coglie la dimensione cosmologica del Suo studio. Partendo dal ‘Big Bang’, avvenuto 13,8 miliardi fa, alla comparsa dell’homo sapiens 100 mila anni da oggi e il ‘grande balzo in avanti’ che Lei colloca intorno a 70 mila anni fa e attribuisce ai ‘neuroni specchio’, che potrebbero essere considerati la base della rivoluzione cognitiva, prima attraverso l’apprendimento per imitazione, poi mediante il linguaggio e la scrittura, come strumenti di comunicazione e catalogazione delle esperienze apprenditive e poi scientifiche: possiamo dunque cogliere in questa teoria evolutiva mutazioni morfologiche del cervello che hanno accompagnato una trasformazione funzionale? Si può ragionevolmente dedurne una mutazione genetica che ha moltiplicato operazioni mentali sempre più complesse? Come spiega che negli ultimi 50 mila anni non ci sia stato un cambiamento significativo nel nostro genoma (l’insieme dei nostri geni, dal concepimento della vita umana) mentre assistiamo ad una evoluzione straordinaria delle potenzialità cognitive? Possiamo attribuire questo sviluppo al “connettoma”, cioè alle connessioni neuronali del cervello che sono diverse per ciascuno di noi a motivo del continuo plasmarsi delle reti neurali attraverso le esperienze di vita e l’accumulo culturale, che ci rendono unici tra i nostri simili? Mi colpisce la citazione dell’opera di Isaac Newton del 1687, “Principi matematici della filosofia naturale” da Lei definito… ‘ il libro più importante della storia moderna’: ce ne vuole illustrare la ragione scientifica?

Nella lunga e lenta storia dell’evoluzione dell’uomo, fino all’Homo Sapiens, ad un certo punto è successo qualcosa di straordinario e fortemente rivoluzionario che ha svincolato l’uomo dalla lentezza dell’evoluzione basata sulle trasformazioni genetiche. Fu allora che si ebbe, come dice Yuval Noah Harari, un punto di svolta, quello in cui la storia dichiarò la sua indipendenza dalla biologia. Comparvero nuovi modi di pensare e di comunicare, l’uomo realizzò le prime pitture rupestri e da allora, sempre più velocemente, si affermò quella che, con il grande balzo, fu chiamata una rivoluzione cognitiva. A questa fece seguito una rivoluzione culturale e poi una rivoluzione scientifica grazie alle quali l’uomo, pur mantenendo il genoma di 50mila o 100mila anni fa, accelerò decisamente il suo destino e la sua storia, giungendo alle scoperte e alle realizzazioni straordinarie di oggi. Molti si sono chiesti come tutto ciò fu possibile. Certo l’accrescersi delle connessioni cerebrali, il cosiddetto connettoma, fu molto importante. Ma in questo gioco ritengo che le connessioni abbiano un ruolo secondario; sono le aree cerebrali, con i neuroni che le guidano, a stabilire le funzioni. Secondo alcuni scienziati tutto avvenne grazie a una piccola modificazione genetica che portò allo sviluppo dei neuroni specchio, con tutte le ricadute sull’apprendimento che queste cellule portarono. Per rispondere alla parte finale della sua domanda, Isaac Newton, nato il giorno di Natale di quel 1642 che fu anche quello della morte di Galileo, altro gigante della scienza, fu uno degli esponenti più importanti della rivoluzione scientifica di cui si diceva prima. Newton, in un‘equazione, descrisse la forza che tiene i pianeti in orbita nel cielo e che dà forma a tutta la vita sulla Terra, e capì come il codice della natura fosse scritto nel linguaggio della matematica. Ci sono voluti molti secoli e molti progressi tecnologici e nelle conoscenze perché la scienza riuscisse ad usare estesamente la matematica avviando così uno sviluppo scientifico straordinario che oggi ci ha portati all’intelligenza artificiale.

Collocare lo sviluppo cognitivo e la longevità del cervello nell’alveo di una evoluzione temporale che detta le regole della genesi e dell’obsolescenza, come vincolo fondativo della natura stessa (in estrema ratio il nascere e il morire), è certo materia di straordinario fascino scientifico e culturale: ci è stato insegnato che l’ontogenesi (la storia del singolo uomo) tendenzialmente segue e spiega  la filogenesi (l’evoluzione nel tempo dell’umanità, dalle sue origini). Eppure una delle ragioni del suo libro è quella di dimostrare che la sfida al genoma umano (che riassumiamo come DNA) attraverso la via della rivoluzione cognitiva e scientifica può allungare la vita e potenziare le nostre capacità cerebrali. Già nella precedente intervista Lei aveva approfondito la complessità morfologica e la straordinaria potenzialità del cervello, l’organo che sostanzialmente detta le regole al corpo umano e ci consente di vivere esperienze cognitive e relazionali sempre più evolute. Particolarmente interessante sarebbe riprendere in considerazione il passaggio dai meccanismi chimici che avvengono nel cervello al pensiero, che è l’agente capace di trasformare la chimica in azioni e sentimenti. Per quanto possa essere difficile comprenderlo può spiegarci come nasce il pensiero e con esso i sentimenti?

Nel corso della sua lunga evoluzione il cervello ha sviluppato la capacità straordinaria e affascinante di “inglobare la sua storia”, di custodire, quasi fosse un museo, i resti di tutte le fasi di un’evoluzione avvenuta nel corso di milioni di anni e che, come ultimo atto, ha visto lo sviluppo della corteccia cerebrale che, materialmente e simbolicamente, ha avvolto dall’esterno le strutture nervose preesistenti. La cosa affascinante è che nello sviluppo del cervello di ognuno di noi, dall’embrione all’età adulta, grosso modo viene seguito lo stesso percorso: il cervello si sviluppa ripercorrendo, in un brevissimo tempo, gli stadi succedutisi in millenni di lenti e continui cambiamenti. Anche dopo la nascita, il lento completamento del cervello inizia da quello più antico e solo alla fine la corteccia, il cervello più recente, raggiunge la sua maturità.  Ogni operazione del nostro cervello, dal pensiero al sentimento di felicità, avviene attraverso un gioco continuo di propagazione di impulsi elettrici e liberazione di sostanze chimiche, i neurotrasmettitori. I segnali elettrici e chimici costituiscono il linguaggio con cui le cellule si parlano. Come possa succedere questo passaggio dalla materia all’immateriale è ancora sconosciuto alla nostra mente; è ciò che gli scienziati e i filosofi chiamano “the hard problem”. Certamente, sapere che le nostre emozioni più intime siano solamente il risultato di un gioco, apparentemente da noi poco controllato, tra impulsi elettrici che corrono lungo i prolungamenti dei neuroni e sostanze chimiche che attivano le cellule, può togliere la poesia a parole come felicità, amore, nostalgia. Ma io credo che il miracolo, incomprensibile per la nostra mente, stia proprio qui, in questo salto inebriante dagli atomi al pensiero, dai neurotrasmettitori alla coscienza. E’ proprio nell’imperscrutabilità della nostra mente e della via della coscienza verso la felicità che l’uomo riconosce di essere parte di un progetto superiore.

La neuroplasticità del cervello è forse una delle caratteristiche più importanti e significative della mente umana perché consente un continuo adattamento agli stimoli esterni ma anche la possibilità di controllare e gestire i cambiamenti spazio-temporali della nostra vita. Mi ha molto affascinato la descrizione del reset notturno che taglia molti input accumulati durante la giornata, una sorta di assottigliamento di circa il 20 % delle migliaia di miliardi di sinapsi presenti nella nostra corteccia cerebrale e ciò per evitare un ingolfamento informativo che depotenzierebbe ulteriori potenzialità cognitive: dopo aver riposato, il sentirci svegli ci predispone a nuovi apprendimenti, a relazioni, a conoscenze, a sentimenti che rendono sempre viva e predisposta al nuovo la nostra mente. Direi che si tratta di una rimozione automatica che ha dello straordinario: funziona sempre così o si possono verificare patologie che rallentano questa funzione , chiamiamola, rigenerativa della “batteria mentale”? 

La neuroplasticità è una delle caratteristiche più importanti e peculiari del nostro cervello e consiste, come lei ha detto, nella capacità di cambiare struttura e funzione in risposta a stimoli esterni, così da crescere e imparare sempre. Ma, per un meccanismo apparentemente strano, durante la notte avviene un fenomeno straordinario: i ricordi ritenuti significativi vengono consolidati mentre le esperienze ritenute poco interessanti vengono rimosse. A questo punto viene naturale porsi una domanda: perché la natura non ci permette di ricordare tutto?  Perché se non riuscissimo a fermare la mente e tutto si imprimesse nella memoria, ciò richiederebbe un dispendio di energia eccessivo da cui deriverebbe un malessere fisico e psichico. Inoltre, satureremmo così ampiamente le reti neurali e le attività mentali per contenere il ricordo di ogni esperienza che “non saremmo in grado di formulare idee generali, e forse non saremmo proprio in grado di pensare”, come dice Borges del suo personaggio Ireneo Funes, nel racconto  “Funes el memorioso”, dove racconta la storia di un uomo ipermnestico, condannato a ricordare tutto. La mancanza del meccanismo dell’oblio terrebbe sempre vivido il dolore di ogni ricordo triste, che non verrebbe mai cancellato. Inoltre, il carattere non selettivo della memoria, togliendo le emozioni dai ricordi, non ci farebbe più distinguere le cose importanti dalle cose banali, ci precluderebbe le gioie o la malinconia, non ci consentirebbe di avere nostalgia del nostro passato. 

La neuroplasticità cerebrale – come Lei spiega – non è dettata solo dalla formazione di nuove sinapsi e quindi di connessione tra neuroni (ce ne sono circa 150 mila miliardi) ma è anche data dal cd. “giro dentato dell’ippocampo”, correlato a funzioni come la memoria e i  nuovi apprendimenti, peraltro in stretta connessione con gli stimoli  dell’ambiente esterno. Dove si colloca morfologicamente? Possiamo dire che le potenzialità cerebrali sono dettate e condizionate oltre che dal contesto , dall’età della persona? E quanto conta “esercitare” il cervello a nuovi apprendimenti? Certe malattie degenerative della mente possono aver luogo per patologie preeesistenti ma possono essere negativamente condizionate dall’assenza di stimolazioni nell’ambiente di vita? Lei scrive inoltre che – al pari di altri organi del corpo umano- anche il cervello segue una parabola evolutiva che tuttavia – pur essendo legata all’età – può essere conservata più a lungo stimolando l’uso del pensiero, della lettura, della scrittura, gli interessi culturali, potenziando e assecondando attitudini innate, diverse per ciascuno di noi. E’ per questo che l’età della mente può avere uno scarto positivo rispetto all’età anagrafica? La storia dell’arte, quella delle scienze, della musica e della letteratura ci offrono molti esempi…. E’ allora utile “allenare “ il cervello a rimanere desto e produttivo, nella sfera cognitiva e relazionale? In che modo possiamo fare training mentale?

I neuroni cerebrali, dopo l’incredibile crescita numerica che abbiamo quando siamo nella pancia della mamma, in genere tendono a non duplicarsi, a differenza delle altre cellule del nostro organismo. La crescita del cervello legata alla plasticità avviene in gran parte per sviluppo di nuovi connessioni e di nuove sinapsi.  Vi sono tuttavia aree del cervello dove continuano a formarsi nuovi neuroni, dove è attiva la neurogenesi. E’ in particolare nel giro dentato dell’ippocampo, localizzato nella parte più mediale e basale del lobo temporale, bilateralmente, che nel corso dell’intera vita continuano a svilupparsi nuovi neuroni. L’ippocampo è correlato a funzioni fondamentali come quelle dell’apprendimento e della memoria e la crescita di nuovi neuroni riveste un ruolo fondamentale per il mantenimento e lo sviluppo di queste abilità cognitive. La continua aggiunta di neuroni al giro dentato fa sì che, con il passare dell’età, la plasticità strutturale e funzionale dei circuiti nervosi dell’ippocampo, e quindi la sua capacità di aggiungere nuove memorie, si mantenga o venga aumentata. Naturalmente, un corretto utilizzo del cervello lungo tutta la vita, evitando tutti i comportamenti che possono interferire con una sua piena maturazione o possono danneggiarlo, contribuisce, assieme alla neurogenesi, a costituire una riserva cognitiva che permetterà di giungere in età avanzata con un cervello bene efficiente. Fare training mentale significa proprio utilizzare il cervello. Leggere, socializzare, imparare nuove attività, avere un atteggiamento positivo verso la vita, evitare di impigrire la propria mente, sono tutti comportamenti utilissimi per mantenere vivo il cervello.

“Le età della mente”  è un titolo che evoca un percorso fisiologico in larga parte predeterminato ma anche la possibilità di sviluppare una produzione mentale, affettiva, emotiva, comportamentale che rafforza identità, autostima, relazioni interpersonali mantenendo un livello elevato di interessi. Poi ci sono purtroppo le malattie mentali degenerative che spegnendo a poco a poco le potenzialità del pensiero  isolano chi ne è colpito dal mondo affettivo e cognitivo del contesto abituale di vita. In particolare l’Alzheimer costituisce una patologia fortemente penalizzante: più che una malattia potrebbe essere considerata un progressivo depotenziamento,  tanto che si riferisce di “sindrome di Alzheimer”. Esiste una correlazione diretta tra invecchiamento della mente umana e insorgenza di questa patologia oppure prevalgono altri fattori congeniti, accelerati magari da un contesto deprivante e povero di stimoli? Possiamo stabilire una sovrapponibilità o un rapporto di  consequenzialità tra demenza senile e sindrome di Alzheimer?

Quando si parla di demenza ci si riferisce a un disturbo acquisito che, in conseguenza di processi patologici che uccidono le cellule del nostro cervello e alterano i normali funzionamenti mentali, compromette le funzioni più importanti del nostro cervello, cioè le funzioni cognitive, quelle grazie alle quali ricordiamo le cose e le persone, riconosciamo i luoghi, sviluppiamo i pensieri che caratterizzano le nostre giornate e le nostre esperienze. In Italia circa un milione di persone soffre di demenza; la forma più diffusa e conosciuta è la demenza di Alzheimer, seguita dalla demenza vascolare. Molto rara sotto i 65 anni, la sua incidenza aumenta progressivamente con l’aumentare dell’età, per raggiungere una diffusione significativa nella popolazione oltre gli 85 anni. Nei paesi industrializzati, la prevalenza della demenza (cioè la presenza di malattia nella popolazione generale) è di circa l’8% negli ultrasessantacinquenni e sale a oltre il 20% dopo gli ottanta anni.  La demenza è tra le malattie di cui si ha più paura, che può colpire chiunque mortificandone l’identità e la dignità. E’ una patologia che ha due caratteristiche fondamentali. Colpisce il paziente togliendogli la vita ma lasciandolo in vita; in apparenza è normale ma dentro non c’è più, ha bruciato il suo rapporto con il mondo e con le cose. Ma colpisce anche il nucleo familiare, che gli è intorno. E senza le cure di chi gli è intorno il malato non potrebbe sopravvivere.  Purtroppo, fino ad ora, la ricerca non ha dato risposte importanti relativamente a farmaci che la possano curare. La prestigiosa rivista Lancet Neurology, nel 2016 ha definito questo fatto come “il maggior insuccesso della medicina moderna” (The Lancet Neurology 15, 649, 2016). Si è visto, ed è questo un dato positivo, che nei paesi più attenti al welfare, la diffusione di comportamenti preventivi, quali osservare le regole elementari della buona salute e adottare stili di vita corretti, può portare ad una diminuzione significativa dell’incidenza annuale di demenza. Negli USA, ad esempio, dal 1975 l’incidenza annuale è scesa di quasi il 50%, parallelamente a quella dei disturbi cardiocircolatori.

Ripercorrendo le fasi di formazione del cervello nel feto Lei si sofferma sui passaggi che generano lo sviluppo delle fasi sensoriali, evidenziando come tale organo durante la gravidanza sia il più complesso e nello stesso tempo il più grande per dimensioni rispetto al corpicino che si sta formando. Vuole ricordarci alcune peculiarità di questa formazione, dal punto di vista neurologico? Lei evidenzia inoltre l’importanza di una corretta gestazione poiché durante la gravidanza si realizza l’organizzazione delle funzioni cerebrali del nascituro e, quindi, si costituisce il suo iniziale patrimonio cognitivo: quali cautele bisogna unque assumere per evitare complicazioni (es. uso di alcool e droghe da parte della madre)? Dopo la nascita Lei ci ricorda che i primi sei anni di vita sono fondamentali poichè la formazione delle sinapsi ha luogo attraverso fasi di proliferazione neuronale, alternate a reset sinaptici: immagino che ciò spieghi il fatto che la crescita del cervello nella fase infantile non è solo un fenomeno di accumulo quantitativo, bensì di ‘selezione funzionale’. Poi Lei si sofferma a considerare quanto sia importante il contesto di vita, relazionale, cognitivo e affettivo, per uno sviluppo armonico delle facoltà mentali. La fase scolastica è un periodo fortemente ricettivo in quanto a stimoli e apprendimenti che durano tutta la vita, pur se aggiornati da continue selezioni e sostituzioni di dati trattenuti. Quando si parla di ‘lifelong education’ (cioè di educazione permanente) si esprime allora un concetto scientificamente sostenibile?

Nella pancia della mamma a partire da poche cellule avviene un fenomeno quasi miracoloso: tutti gli organi, e con essi il nostro cervello, prendono la loro forma e iniziano la loro funzione. La formazione del cervello che avremo alla nascita avviene per il susseguirsi di fasi di costruzione e di fasi di eliminazione. Fra il terzo e il sesto mese di vita intrauterina la proliferazione neurale prenatale raggiunge l’apice; in una delle aree del cervello vengono prodotte circa mezzo milione di sinapsi al secondo. Eppure, incredibilmente, durante gli ultimi mesi di gestazione, il cervello subisce una netta riduzione cellulare e molti neuroni vengono eliminati. “Il sistema nervoso agisce attraverso drastici processi di eliminazione di popolazioni cellulari eccedenti il fabbisogno”, scriveva molti decenni fa il premio Nobel Rita Levi Montalcini.  Tutto questo ci fa capire come la gravidanza rappresenti un momento molto delicato, e allo stesso tempo di grande responsabilità nei confronti dell’essere che nascerà. Ogni comportamento materno scorretto, come un’alimentazione sbagliata, il fumo, l’esposizione a un ambiente inquinato per la presenza di agenti tossici, di suoni ad alto indice di decibel, di stress cronico e altro, oppure l’assunzione di alcol e droghe, può indurre alterazioni nei geni che controllano il processo di maturazione cerebrale embrionale e fetale e determinare anomalie. Un altro momento cruciale nella formazione del cervello lo si ha nei primi anni di vita. Prendersi cura con amore dei piccoli è importantissimo; anche se appaiono distratti, il loro cervello è come una spugna che assorbe tutto e approfitterà di ogni occasione per imparare e progressivamente svilupparsi. Il meccanismo attraverso cui sviluppano una parte considerevole delle loro abilità intellettive ed emotive passa attraverso l’osservazione e l’imitazione. Per questo, quando parliamo con nostro figlio, quando lo baciamo, o semplicemente quando lui ci osserva, il suo cervello crea connessioni che saranno importanti per la sua vita da adulto.

Considerando l’età adolescenziale la Sua riflessione alterna e mette in correlazione continua i fattori endogeni di crescita e di consolidamento delle funzioni cerebrali con gli influssi esterni, dalla famiglia all’educazione scolastica, all’ambiente accogliente e stimolante, al gruppo dei pari, agli stili di vita, le pratiche sportive, la dimensione affettiva e relazionale, l’utilizzo delle tecnologie in modo sempre più pervasivo, le conseguenze negative di fumo, alcool e droghe: si può dire che l’adolescenza costituisca anche ai fini di un approccio valutativo clinico e auxologico un passaggio cruciale per il resto della vita. Trovo importantissima questa correlazione tra conoscenza di ciò che avviene nella morfologia del cervello e dimensione direi quasi pedagogica di considerazione del soggetto in piena esplosione di crescita e formazione. Ci illustra brevemente ciò che ritiene più importante sapere di questa età della vita, nell’economia della Sua riflessione sulle età della mente?

L’adolescenza è la fase più bella della vita, ma allo stesso tempo è un momento molto critico. In questa momento della vita le regioni limbiche, deputate alle funzioni più istintive, prevalgono sulle regioni frontali del raziocinio. Ciò spiega perché gli adolescenti siano sbilanciati verso il piacere e spiega il prevalere di comportamenti a rischio, dovuto allo scarso controllo delle regioni corticali frontali sugli impulsi primari. Hanno più difficoltà a prendere decisioni mature e a comprendere le conseguenze delle proprie azioni, e questo li porta a essere fragili, vulnerabili alle situazioni pericolose, ad assumere comportamenti trasgressivi come ubriacarsi o consumare sostanze illegali.  Negli ultimi decenni, l’abuso di alcol e droghe, anche in età precoce, è diventata una vera e propria malattia sociale. E purtroppo la scienza ci dice che le droghe possono provocare gravi danni al cervello. La prima battaglia contro la droga deve essere combattuta nelle famiglie e nelle scuole. Lo slogan da seguire deve essere: “Attenzione e informazione”, attenzione ai comportamenti e informazione ai giovani sui danni che le droghe possono provocare. Far sapere quali sono le possibili conseguenze  cerebrali che si rischia di portarsi dietro per tutta la vita perché ci si droga o ci si ubriaca, può servire a far capire che l’alcol e la droga non sono un gioco o un divertimento fine a se stesso ma possono compromettere la vita per sempre. E in questo gioco pericoloso non vi sono droghe pesanti e droghe leggere, tutte fanno male al cervello.

Passando a considerare l’età adulta e da essa il periodo che va verso la senescenza Lei sottolinea come il cervello umano raggiunga in questa fase la piena maturità, che non è solo un fatto biologico, ma grazie ad esso e alla straordinaria possibilità di rimodularsi e alla sua plasticità favorita da stimoli che generano nuove produzioni sinaptiche, diventa l’età della saggezza, dell’esperienza e della conoscenza della vita, aprendosi potenzialmente a nuovi interessi da coltivare. Se ne evince che un ambiente ricco di stimoli favorisce una longevità delle potenzialità e delle facoltà mentali. Con grande vantaggio per i lettori Lei si sofferma ad analizzare l’importanza degli stili di vita (alimentazione, movimento, sport, lettura, loisir, relazioni umane affettive e amicali, contrasto delle situazioni di stress, gestione diretta delle personali incombenze nel contesto della vita sociale…) . Un tempo la maggior parte delle persone invecchiava prima, anche mentalmente. Se si fa debita eccezione per i geni dotati di una capacità produttiva mentale fuori dall’ordinario. Per chi legge, ha qualche valutazione  da evidenziare o qualche consiglio da suggerire?

L’età adulta è ancora un periodo straordinario della età della mente: si consolidano le esperienze di tanti anni e si sviluppa ciò che chiamiamo saggezza, conoscenza della vita. Ci sentiamo nel pieno della capacità fisica e cognitiva, ma la curva discendente è già iniziata e i primi segni di indebolimento della memoria ci mettono in allarme. E’ importante tenere sempre presente che, grazie alla sua straordinaria plasticità, il cervello, anche in età adulta o nella senescenza può modificare la sua struttura, far crescere nuove sinapsi, far germogliare nuove ramificazioni e aumentare la sua connettività neuronica. La ricerca scientifica, inoltre, ha mostrato che sull’osservazione delle regole elementari della buona salute e di stili di vita corretti si può impostare un’importante strategia di prevenzione per vivere più a lungo e con un cervello migliore. Certamente, gli effetti positivi di una vita sana si manifestano maggiormente se si comincia a pensarci da giovani, ma non è mai troppo tardi per cominciare.  Le regole da seguire sono semplici e possono riassumersi in questo modo: “Avere una vita attiva, sia intellettualmente che fisicamente, seguire un’alimentazione leggera, sana e variata, e dormire bene”. La hit parade delle cose utili comincia con quello che mangiamo e con l’attività fisica costante, entrambe cose necessarie anche per la buona salute del cervello. Ma sul cervello possiamo agire direttamente. Anche se, a partire da una certa età, e soprattutto con la senescenza, perdiamo neuroni, i nostri collegamenti nervosi sono in costante rinnovamento. A qualunque età possono formarsi nuove fibre e nuove sinapsi, e il modo per farlo è molto semplice: in pratica, basta pensare. La chiave dell’intelligenza sta proprio in questo, nella capacità continua di apprendimento: ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo, il nostro cervello, in un certo senso, si ristruttura e costruisce nuove connessioni. Le attività utili possono essere tante, come leggere molto, imparare una lingua nuova o fare musica (ascoltarla, studiarla, eseguirla, imparare a suonare uno strumento musicale), socializzare, avere un atteggiamento positivo e ottimista verso la vita, riposare bene, contrastare lo stress. Anche un buon sonno è molto importante per la salute della nostra mente.

Lo scorrere del tempo, l’incremento demografico, il degrado ambientale, i mutamenti climatici ed ora la crisi pandemica determinano situazioni antropologicamente sempre più complesse e dense di opportunità ma anche di difficoltà e di incognite. La scienza spinge verso l’ottimismo poiché dal progresso possono nascere soluzioni ai problemi nuovi del vivere oggi. Un approccio più umanistico mette in guardia dai pericoli dello scientismo e paventa una mutazione ontologica della natura umana, ipotizzando l’incombenza di una sorta di selezione naturale per deficit di resilienza. Mai come oggi avvertiamo la sensazione di andare incontro ad un ignoto forse ingestibile, certamente foriero di una biosostenibilità sempre più difficile, anche sul piano dell’interscambio e del conflitto generazionale. Mi piacerebbe una Sua valutazione su questi aspetti che si stanno palesando – specie nella cd. terza età – in questa fase di pandemia planetaria. Fino a quanto la scienza potrà far fronte alla ribellione della natura? Come potrà esserci di aiuto l’intelligenza artificiale senza privarci delle redini atte a  guidare i nostri destini? Quanto conta l’uso del pensiero critico nelle scelte da compiere, da quelle affidate ai decisori politici a quelle che riguardano la nostra vita quotidiana? Lei, in esordio del Suo libro, ricorda quanto sia stato storicamente importante il “cinquecento”: oltre la fiducia doverosa nella scienza e nel progresso quanto sarebbe utile un’epoca di rinascimento culturale, un nuovo umanesimo? Lo chiedo appunto allo scienziato e all’uomo ricco di cultura e di lungimiranza.

Certamente, in tutti questi mesi passati con lo spettro del virus, il pensiero della pandemia ha catturato la nostra mente e governato le nostre vite. Ma ci ha anche spinto a riflettere su tante cose. Tra le cose a cui si è pensato c’è la nostra sanità. Ci illudevamo che fosse tra le migliori al mondo: ma come poteva esserlo se avevamo il più basso numero di posti di terapia intensiva in Europa, e se avevamo dedicato agli ospedali e alla ricerca una quota troppo bassa del PIL? Ma poi ho pensato che possiamo dire, con orgoglio, che abbiamo i più bravi medici del mondo, capaci di sacrificare i loro affetti e le loro vite per dedicarsi agli altri, a persone sconosciute ma per le quali, quando ce n’è stato veramente bisogno, sono stati in grado di aprire i loro cuori e dare tutto quello che avevano, anche le loro vite. Ho pensato che per proteggere il cervello, ma anche per sconfiggere il virus, era necessario che nella nostra vita la ragione riprendesse il sopravvento, e che da reazioni e comportamenti puramente emotivi, pur se umanamente comprensibili, si passasse a comportamenti razionali, per non permettere al virus di colonizzare anche la nostra mente. Ho pensato che abbiamo bisogno di darci punti di riferimento lontani dall’oggi, per quando le cose cambieranno, ricominciando a progettare la nostra vita con fiducia nella scienza da cui presto avremo una cura e un vaccino, ma mantenendo alto il senso di responsabilità sociale e di solidarietà umana.  La pandemia, anche se soltanto per un breve periodo, ha permesso alla natura di riappropriarsi della Terra e ci ha ridato immagini oramai dimenticate e questo mi ha fatto pensare che l’uomo ha avuto un dono stupendo in confronto agli altri animali e che dovrebbe sentire ciò come un dovere e una missione e usare la sua intelligenza, la sua creatività, le sue tecnologie, l’intelligenza artificiale, per costruire un mondo migliore, senza malattie, senza povertà, senza discriminazioni, con una più equa distribuzione delle risorse, con rispetto per l’ecosistema in cui viviamo. Altrimenti sarà la natura con i suoi virus e le sue carestie a fare definitivamente a meno di noi. Tra le letture di questi giorni ho trovato molto toccante che il grande neurologo e scrittore Oliver Sacks, negli ultimi giorni della sua vita, abbia espresso il desiderio “di un cielo spolverato di stelle”. Un ultimo desiderio di bellezza, di un luogo, un’immagine, in cui la scienza e l’universo si sposano da sempre con l’arte e la poesia: il cielo stellato. A thing of beauty, una cosa bella, per andare in pace. Questo è l’augurio per il nostro incerto futuro, quello di un mondo in cui scienza e umanesimo si incontrino, perché il mondo sia ancora bello e vivibile. Il domani è di chi continua a crederci e con semplicità torna ad alzare gli occhi al cielo.

Padre Francesco Occhetta: “In politica diventiamo le parole che ascoltiamo e le scelte che facciamo”

Padre Francesco Occhetta, nell’editoriale del giornale online della Comunità di Connessioni, scrive che: “Nel tempo dell’epidemia, la paura e l’incertezza hanno fatto emergere le vulnerabilità strutturali in cui versa il Paese. Il virus ha aggredito i polmoni sociali e politici di una società ripiegata sul proprio individualismo, provata dall’erosione della classe media, dall’aumento dei poveri e dalla crescita di pochi ricchi”.

“La storia ci insegna che, quando la percentuale dei vulnerabili è troppo alta e la ricchezza rimane nelle mani di pochi, le rivolte sociali sono dietro l’angolo”.

Ma avverte: “Non sono (solo) i consumi da rilanciare, noi stessi rischieremmo di finire consumati. La qualità della vita personale e sociale è da ripensare. Il sistema ha bisogno di una deframmentazione, come quella che si fa nei nostri computer. C’è bisogno di scegliere e decidere da quale parte stare”. Secondo p. Occhetta, poi, “il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione in deroga sono solo misure analgesiche che alleviano il dolore senza risolvere il problema. L’alternativa – inclusa anche nella visione sociale della Chiesa – è quella di creare le condizioni per “il lavoro per tutti”. Questo obiettivo diventa raggiungibile grazie alla nuova visione di lavoro che le nuove generazioni stanno, in parte, sperimentando”.

“Dobbiamo renderci conto che un mondo, quello che abbiamo conosciuto, in cui abbiamo creduto e vissuto, è finito – conclude p. Occhetta –. Ricominciare un ciclo nuovo, guidato da comunità culturali preoccupate di ‘coltivare persone’, e non di ‘sedurre clienti’, è ancora possibile. Occorre però ritornare a impegnarsi direttamente”.

La risposta della Cisl all’inchiesta di Report

Poiché riteniamo che la CISL rappresenti nella storia del Paese un vero pilastro del movimento di ascesa ed emancipazione dei lavoratori, riteniamo opportuno pubblicare il comunicato diffuso a caldo dall’organizzazione in risposta all’inchiesta di Report su presunte irregolarità nella gestione interna al sindacato di via Po.

È tuttavia onesto far presente che un rimpallo di accuse non toglie di mezzo la sensazione di un progressivo appannamento della capacità di rappresentanza e mobilitazione del mondo cislino. Ad essere benevoli, vien voglia di osservare che la sfida innescata dalla pandemia mette in risalto la fragilità dell’attuale dirigenza sindacale. Il logoramento della segreteria Furlan è sotto gli occhi di tutti e far finta di nulla non giova alle sorti della CISL.

https://www.cisl.it/in-evidenza/18130-la-nostra-risposta-all-inchiesta-di-report.html

Qualità della vita 2020: Bologna è la città in cui vivere

Tra contagi, decessi, crisi economiche, lockdown e quarantene come si misura la Qualità della vita? La 31esima indagine del Sole 24 Ore sul benessere nei territori, presentata sul Sole Ore di lunedì 14 dicembre, parte proprio da questo interrogativo.

Per misurare l’emergenza sanitaria in corso, innanzitutto, è stato inserito tra i parametri l’indice dei casi Covid rilevati ogni mille abitanti, l’unico indice che è stato pesato maggiormente (in pratica, se ogni parametro vale 1/90°, i punti di questa classifica valgono doppio sulla media totale) per testimoniare come la diffusione dei contagi ha esercitato una pressione differente sui sistemi sanitari, sulle vite e sulla quotidianità delle persone.

La classifica generale premia Bologna, al primo posto, che guadagna ben 13 posizioni e traina un po’ tutte le province dell’Emilia Romagna. Ben cinque su nove si incontrano tra le prime venti: oltre al capoluogo, Parma (8va), Forlì Cesena (14ma), Modena (15ma) e Reggio Emilia (17ma). In particolare, Bologna è prima in livello di Ricchezza e Consumi, quarta in Affari e Lavoro, seconda in Ambiente e Servizi, terza in Cultura e Tempo Libero. Di contro non brilla per Sicurezza e gestione della giustizia (106ma): è nella parte bassa della graduatoria nazionale per denunce di furti, estorsioni, frodi, violenze sessuali, comune denominatore di molte città universitarie con un’alta presenza di fuorisede.

Il report registra poi un duro colpo al Nord con Milano che “affonda”. Sul podio ci sono Bolzano (seconda) e Trento (terza), habitué della top 5 della Qualità della vita, che hanno saputo tenere le posizioni anche nell’anno della pandemia, benché siano ora attese alla prova di un inverno difficile per l’economia della montagna.

A parte queste due province, dall’indagine risulta come soprattutto il Nord della Penisola esca penalizzato. Le province lombarde hanno segno negativo, in peggioramento rispetto allo scorso anno, ad eccezione di Sondrio e Mantova. Colpita anche Milano  che perde 11 posizioni, dove pesa il crollo del Pil pro capite in base alle stime 2020, ma anche il nuovo indicatore sullo spazio abitativo medio a disposizione (con una media di 51 mq per famiglia).

La crisi penalizza, inoltre, le aree metropolitane più turistiche, come Venezia (33ª, in calo di 24 posizioni), Roma (32ª, -14), Firenze (27ª, -12) oppure Napoli (92ª, -11). E della mancanza di turisti risentono anche le località di mare: peggiorano le province di Puglia e Sardegna (fatta eccezione per Cagliari e Foggia), Rimini (36ª, perde 19 posizioni rispetto allo scorso anno), Salerno, Siracusa e Ragusa.

In controtendenza solo la Liguria, tutta in miglioramento, dove addirittura Genova (19ª) celebra la riapertura dopo il crollo del ponte Morandi recuperando 26 posizioni. Resistono, invece, le province dell’arco alpino (a partire da Bolzano e Trento: salde sul podio, al 2° e 3° posto), ma gli effetti della seconda ondata di contagi, partita a ottobre 2020, e le restrizioni alla stagione invernale non sono ancora misurabili.

A registrare “scatti di crescita”, piazzandosi nella top ten, sono anche altre province di medie dimensioni come Verona (4ª, +3 posizioni), Udine (sesta, +10 che ottiene la sua migliore performance in Giustizia e sicurezza) e Cagliari (nona, +11, regina della categoria Demografia e salute).

La geografia dell’Italia digitale, però, non è per niente scontata. E l’arrivo del virus non ha trovato tutti pronti allo stesso modo. Tra i primati si rileva Firenze, premiata dall’indice di trasformazione digitale elaborato dal Forum Pa, mentre Viterbo è in testa per il numero di Spid erogate ogni mille abitanti, Monza per la quota di enti pubblici che si affidano alla piattaforma unica Pago Pa e, infine, Milano per l’incidenza di imprese che fanno ecommerce sul totale.

E anche se il Nord scende il Sud non scala la classifica. Il Sud, infatti, resta fermo nella parte bassa della classifica, con i sui problemi di sempre. Le aree metropolitane del Mezzogiorno guadagnano posizioni al capitolo Demografia e salute, proprio perché il virus ha picchiato più duro altrove, ma restano sul fondo nelle altre categorie dove pesano i divari strutturali ereditati dal passato.

Opere pubbliche, intesa Mit/sindacati per accelerare i lavori

Cantieri delle infrastrutture commissariate più veloci grazie all’ottimizzazione dei turni di lavoro anche sulle 24 ore, per favorire l’incremento dell’occupazione in condizioni di piena sicurezza e con l’utilizzo delle migliori pratiche del settore. Lo prevede il Protocollo sottoscritto dalla Ministra delle Infrastrutture e Trasporti, Paola De Micheli, e dai vertici dei sindacati di categoria FenealUil (Vito Panzarella), Filca-Cisl (Stefano Macale), Fillea-Cgil (Alessandro Genovesi). Le regole dell’intesa, in piena conformità con le norme del contratto nazionale dell’edilizia,  saranno applicate alle opere commissariate sulla base dell’Articolo 9 del Decreto Legge Semplificazioni. L’organizzazione degli orari di lavoro nei cantieri potrà prevedere la possibilità di turni alternati anche notturni e festivi, o a ciclo continuo mediante l’attività di squadre operanti sette giorni su sette. Si promuove inoltre l’utilizzo delle migliori pratiche del settore contro ogni forma di dumping. L’obiettivo dell’accordo è anche quello di favorire la creazione di più posti di lavoro. Il Protocollo, a disposizione dei commissari delle opere inserite nell’elenco trasmesso in Parlamento dalla Presidenza del Consiglio, ha raccolto diverse proposte del sindacato per porre al centro degli interventi non solo la celerità esecutiva, ma anche la legalità, la regolarità, l’occupazione di qualità e la sicurezza.

“Questo accordo costituisce un passo avanti di grande rilievo – afferma il Ministro De Micheli – sotto alcuni aspetti per noi fondamentali, la velocizzazione dei cantieri delle opere pubbliche, la promozione e la tutela del lavoro di qualità. Voglio ringraziare le forze sindacali per il percorso comune che ci ha portato sino a questa firma che delinea un sistema di regole, fissa una cornice di legalità e offre una spinta significativa anche all’aumento dell’occupazione. Perché un’opera pubblica sia realmente utile alle persone deve essere realizzata secondo i migliori standard esecutivi e questo obiettivo può essere raggiunto soltanto nel pieno rispetto dei lavoratori e dei loro diritti”.

“Si tratta di un accordo davvero innovativo e importante – spiegano Panzarella, Macale, Genovesi – che ha il merito di consentire la consegna in tempi più brevi di opere strategiche, attese dalla comunità, di garantire ulteriormente i lavoratori coinvolti e di consentire la creazione di circa 22 mila posti di lavoro aggiuntivi a quelli previsti in esecuzione ordinaria, un vero toccasana soprattutto in vista della fine del blocco dei licenziamenti. Tra i provvedimenti contemplati dal testo segnaliamo la possibilità di ricorrere al lavoro a turni, su 24 ore, avvicendato, notturno ma senza straordinari, controlli più rigidi sulle imprese coinvolte, comprese quelle in subappalto, un giro di vite sulla sicurezza nei cantieri e una maggiore formazione dei lavoratori, grazie anche agli Enti bilaterali. Il Protocollo prevede inoltre l’obbligo di applicare il contratto nazionale dell’edilizia, per contrastare il dumping contrattuale, e l’introduzione di un sistema di verifica sulla forza lavoro occupata. Infine abbiamo inserito una clausola sociale per garantire la stabilità occupazionale del personale in caso di avvicendamento di operatori economici, mantenendo inalterata la contrattazione d’anticipo prevista per le grandi opere. Si tratta di misure efficaci e auspicate da tempo, che sarebbe necessario diffondere anche negli altri cantieri. L’intesa odierna – concludono i rappresentanti di Feneal, Filca, Fillea – dimostra l’importanza e la validità di un’azione sinergica tra tutti i soggetti interessati, nell’interesse non solo dei lavoratori del settore ma dell’intero Paese”.

259 i medici morti in Italia per Covid

Salgono a 259 i medici morti a causa del coronavirus con la morte di Giovanni Ferraro, 55 anni, medico di medicina generale al distretto 13 della ASL Roma 1. Sono 80 nella seconda ondata. A darne notizia è la Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo).

“È il tempo del dolore e del distacco – commenta il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli -. Ma è anche il momento di individuare ed eliminare i rischi. Per ogni medico che muore, oltre al dolore umano dei familiari, degli amici, dei pazienti, ci sono 1500 persone che si trovano senza il loro medico di famiglia, reparti d’ospedale che si trovano senza uno specialista. Dobbiamo porre fine a questa strage, straziante per noi e che costituisce una ferita per tutto il Servizio Sanitario Nazionale”.

La pandemia si è portata via Angelo Sferrazza e Beppe del Colle.

Due galantuomini; giornalisti e comunicatori, cattolici democratici per formazione e convinzione, che sono stati guida di molti di noi, e che ho avuto la fortuna di conoscere piuttosto bene.

Angelo era un giornalista, un dirigente Rai, che molto si spendeva con i giovani per spiegare la politica estera, di cui era esperto ed innamorato, in ambienti ed in tempi in cui le prime pagine (e quasi tutte le altre poi) erano imperniate sulla politica interna, le tattiche di questo o quel leader, il colore. Era molto ascoltato ma non incuteva timore reverenziale, anzi era alla mano e scherzoso come pochi. Uno impegnato da sempre nella sinistra Dc, che mi ha fatto capire molte cose e mi ha sempre sostenuto nelle mie battaglie anche quando gli sembravano un po’ estreme. Di carattere quasi opposto Beppe del Colle, e d’altronde per me lui era un emblema della piemontesità: un cattolicesimo democratico appassionato ma senza esteriorità, saldo nei principi.

Incuteva in me un certo timore quando ebbi la fortuna di collaborare con Famiglia Cristiana di cui fu “vicedirettore” (senza offesa faccio fatica a ricordare chi fosse il direttore responsabile in realtà) ed opinionista quando diffondeva oltre un milione di copia tra metà anni ottanta e novanta ed anche con il glorioso giornale settimanale “Il Nostro Tempo” che dirigeva, come una missione, anche per mantenere alta la bandiera di un giornale fondato dalla diocesi nel 1946 e che oggi si è fuso con la Voce del Popolo https://www.lavocedeltempo.com/, altro giornale diocesano torinese .

Angelo e Beppe sono stati dei Maestri per me, come Gianfranco Martini all’AICCRE (Associazione Italiana dei Consigli delle Comunità e delle Regioni d’Europa). Umili ma grandi. Che era una caratteristica di quella generazione di cattolici democratici che hanno sperato nel Concilio Vaticano secondo e lo hanno praticato nella loro vita.
Non so se la mia generazione saprà esserlo per chi viene. E questo pensiero e la loro assenza un po’ mi spaura…

Tramontato il nuovismo.

Dunque, il cosiddetto nuovismo politico pare sia definitivamente tramontato. Anche se, come  ormai è sempre più evidente, chi si professa nuovista o nuovo nell’arco di poco tempo si  trasforma nel più incallito conservatore e difensore dei propri privilegi. È la logica, del resto, che  ha ispirato e disciplinato il comportamento politico concreto del partito dei 5 stelle in questi anni.  Da partito rivoluzionario che sconquassava e rivoltava tutti i palazzi del potere a movimento che  coltiva un solo, grande ed esclusivo obiettivo: conservare il potere a tutti i costi. E, soprattutto,  costi quel che costi. Del resto, è appena sufficiente snocciolare gli ormai sempre più innumerevoli  “cedimenti” per arrivare alla semplice conclusione che tutti gli annunci “rivoluzionari, e per  l’appunto, nuovi, si sono lentamente ma inesorabilmente mutati in atti di difesa di tutto ciò che è  riconducibile alla tanto detestata “casta”. E ai relativi benefit. 

Ma, per andare oltre a ciò che resta dei 5 stelle, stanno ritornando tutti i tasselli che  campeggiavano durante l’altrettanto bistrattata prima repubblica. In sintesi, tutte le liturgie che  l’hanno accompagnata e segnata nel corso degli anni. Soprattutto nei momenti in cui si  cambiavano gli assetti dei governi. Dalla “verifica” al “rimpasto”, dal “caminetto” dei capi partito  al “tagliando” e via discorrendo. L’elenco potrebbe essere lunghissimo ma, del resto, è inutile  ricordarlo perché è sotto gli occhi di tutti. Almeno di quelli che lo vogliono vedere. 

C’è, però, una grande e significativa differenza rispetto a quella stagione. Ed è l’unica, e rapida,  riflessione che voglio fare. E cioè, la liturgia con tutti i suoi rituali si ripete come prima senza però  due tasselli fondamentali. Che sono e restano decisivi per la qualità della politica e la stessa  credibilità delle istituzioni. Ovvero, la sostanziale mancanza dei partiti sostituiti da cartelli elettorali  e movimenti personali e l’assenza di una credibile e qualificata classe dirigente. Due elementi, due  tasselli che non possono passare sotto silenzio quando si analizza lo scenario politico  contemporaneo. Perché anche la liturgia con le sue regole hanno un senso e una logica,  soprattutto in un contesto democratico. Purché siano accompagnati da quei dati costitutivi che,  nel passato, garantivano serietà alla politica e credibilità ai passaggi cruciali delle varie fasi  politiche. Elementi che, purtroppo, oggi si leggono solo più nelle cronache e nelle dispute del  passato.  

Altroché il nuovismo delle forze populiste, demagogiche, anti politiche e antiparlamentari….

Da Biden a noi

Per gentile concessione dell’autore, Guido Formigoni, pubblichiamo un ampio stralcio di questo articolo che è apparso nei giorni scorsi su www.c3dem.it, sito online del gruppo “Costituzione Concilio e Cittadinanza. Per una rete tra cattolici e democratici”.

C’era da aspettarselo. Dopo il faticoso ma fondamentale verdetto delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, alcuni protagonisti nostrani hanno lanciato un messaggio inequivoco sulle conseguenze di tali vicende per noi, progressisti europei e italiani: ci vuole un candidato moderato, si vince al centro, e quindi è addirittura il caso di rinverdire la «terza via» degli anni Novanta. Si è distinta in questa iniziale campagna (che ci accompagnerà per qualche tempo) la nuova versione di «Repubblica» made in Fiat, seguita a ruota da Renzi e da altri epigoni di quella vecchia vicenda. Credo fortemente che questi slogan siano frutto di un’incomprensione radicale di quanto avvenuto Oltreoceano; e inoltre di una sottovalutazione drammatica delle condizioni delle nostre democrazie in questo periodo di crisi (ideologica, economica e sanitaria).

Il primo tema. Si potrebbe semplicemente dire che sarebbe ridicolo attribuire (per differenza) la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 a un presunto estremismo. Ma soprattutto il punto è un altro: l’onesta, centrista, prudente, «normale» candidatura di Biden è stata sollevata fino alla vittoria da una mobilitazione complessa, che ha avuto bisogno di molteplici componenti e protagonisti, compresi soprattutto quelli più radicali. Il dato è evidente: possiamo dire con qualche certezza che i democratici non hanno strappato quasi nessun voto «moderato» ai repubblicani rispetto a quattro anni prima. In effetti a livello complessivo Trump non ha perso voti, ma li ha fortemente aumentati, passando da 63 a 74 milioni di voti. Nonostante il carattere tutt’altro che moderato della sua politica e l’approccio divisivo del suo personaggio. Biden è riuscito a vincere solo – a sua volta – con un enorme passo avanti: dai 65 milioni di Clinton agli attuali 81 milioni. L’affluenza è salita di un mostruoso +11%, in un paese dove le difficoltà a registrarsi, il farraginoso sistema (per cui negli Stati «sicuri» per uno dei due partiti, gli oppositori spesso nemmeno pensano di votare) e il disinteresse di molti hanno sempre tenuto basse le affluenze. È successo qualcosa di simile anche nei cruciali tre stati in cui la Clinton aveva lasciato la posta quattro anni fa (Wisconsin, Pennsylvania e Michigan), perdendoli per meno di centomila voti complessivi, nonostante il vantaggio nel collegio elettorale nazionale. Biden ha vinto il Wisconsin per 20.000 voti, ma con 500.000 elettori in più del 2016; in Michigan 150.000 voti in più per Biden, raccolti tra 700.000 nuovi elettori. E potremmo continuare in questo senso.

In breve: Biden ha vinto sull’onda di una mobilitazione straordinaria, in cui hanno contato molto anche i movimenti come Black Lives Matter, i giovani simpatizzanti del socialismo di Sanders, le pattuglie ecologiste, le comunità degli immigrati, che hanno fatto registrare e condotto a votare molte più persone. Quindi non ha vinto per la sua immagine moderata, ma per la capacità di tenere assieme un fronte ampio, capace di contrapporsi alla fortissima radicalizzazione dei repubblicani, incentivata da Trump, che appunto non è stata affatto negativa per il presidente uscente, anzi: non gli è bastata, ma è stata efficace in termini di consenso. Il paese è oggi drammaticamente diviso e polarizzato, certo, e questo è un problema che Biden ha mostrato di voler affrontare nei suoi primi discorsi post-elettorali. Ma è del tutto evidente che se le logiche ricompositive non dovranno mancare (anche per il mancato controllo democratico del Congresso), Biden non potrà cogliere i frutti della vittoria solo sul terreno di una prassi accomodante e bipartisan. Dovrà invece essere soprattutto capace di esprimere una guida saggia e articolata dell’arcobaleno di forze che l’ha sostenuto, per valorizzarne ogni elemento nel modo più efficace. Pena una débacle storica e la mancanza della capacità di costruire un nuovo ciclo politico.

Di qui il secondo aspetto. Se il tema delle sinistre «moderate» e riformiste poteva avere un senso quando negli anni ’90 si iniziava a fare i conti con la globalizzazione e si pensava ancora di poterne gestire riformisticamente gli effetti, oggi il quadro globale è totalmente diverso. La crisi del 2008 ha spazzato via la fiducia ingenua nei benefici complessivi del nuovo assetto globale. Si è chiaramente compreso che gli effetti del nuovo sistema internazionale sono stati ambivalenti: se c’è stata una straordinaria uscita della povertà di una parte del mondo sottosviluppato, il prezzo è stata la crescente diseguaglianza nei paesi ricchi, con l’impoverimento (reale, proporzionale o fosse anche solo simbolico) e la conseguente frustrazione del ceto medio e delle élites popolari rispetto a un piccolo manipolo di privilegiati favoriti dalla finanziarizzazione del sistema. Non a caso, proprio questi perdenti del nuovo ciclo storico sono stati negli ultimi anni il fulcro e il perno delle rivolte populiste e sovraniste, a partire dal trumpismo. Che le destre si siano radicalizzate anche in Italia e in Europa è sotto gli occhi di tutti (con le particolarità di ogni paese, certo), addirittura di coloro che (sbagliando) rivalutano ora il Berlusconi «statista moderato» rispetto alla sguaiatezza dei suoi successori. La crisi pandemica sta accelerando drammaticamente la china di queste vicende: ci sono vincitori e perdenti anche all’ombra dei lockdown e delle mascherine anti-covid.

Qui l’articolo completo 

 

L’ultimo valzer di Renzi

Fossimo rimasti al dicembre del 2016, più precisamente il giorno 5, potevamo scrivere sul nostro personale diario: “Renzi ha dichiarato che lascerà la politica”. Infatti, durante la campagna elettorale aveva dichiarato che se avesse perso il referendum Costituzionale, avrebbe lasciato definitivamente la politica.

Sono passati ormai quattro anni, e lo troviamo vispo e pimpante a dettar regole al Governo nazionale. C’è da sorprendersi? No. Semmai, da riderci. O, in altri casi, da essere tristi e preoccupati. Renzi fa ballar la samba a Conte. Fino a quando suonerà la sua band? Avrà l’ardire di portare a compimento il suo azzardo? Farà saltare in aria chi ha posto al comando? Perché, val la pena ricordare, che fu sempre Renzi nell’agosto del 2019 a spiazzare tutti, proponendo Giuseppe Conte a guidare il Governo che si stava formando, dopo la défaillance della mossa Salviniana.

Il Pd sembra sotto l’effetto della narcosi. Al più, pigola. Nella stragrande maggioranza del tempo, si assenta.

Siamo alla farsa. Che Renzi sia di nuovo al centro dell’attenzione, svela quanto sia in crisi il pensiero politico nel Paese. Sono convinto che, alla luce dei sondaggi di lunedì sera, quello di Rignano, si deciderà per una contromossa, al fine di ulteriormente stupirci.

Il Pd, seguiterà a pigolare.

I 5Stelle reggeranno le sorti del traballante Presidente del Consiglio dei Ministri. Non possono far altro. Lasciamo perdere la funzione della quarta gamba; è talmente ridotta che passa persino inosservata. Mi riferisco alla sinistra governativa.

Ciò che più stupisce, è che una fragilità ormai largamente vidimata – non c’è alcuno più che scommette un cent sul Toscano – sia ancora a decidere le danze della stabilità politica italiana.

Non so se averte visto un film degli anni ’70, il titolo era “L’ultimo valzer”, raccontava la vicenda della Band che accompagnava Bob Dylan nei concerti degli anni ’60. L’ultimo valzer, per dire che finiva quel sodalizio. Credo che quell’opera cinematografica, rappresenti quanto sta avvenendo in casa renziana. Le sue attuali mosse sembrano ricapitolare il senso del tema: l’ultimo valzer.

Covid: 4 mln di persone senza pranzo a Natale

Sono oltre 4 milioni i poveri in Italia che nelle feste di Natale sono costretti a chiedere aiuto per il cibo da mangiare nelle mense o con la distribuzione di pacchi alimentari a causa della crisi economica legata al Covid. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati della Fondazione Divulga diffusa in occasione della prima giornata della “Spesa sospesa del contadino”, l’iniziativa di solidarietà promossa dagli agricoltori nei mercati di Campagna Amica e negli agriturismi in tutta Italia per aiutare a combattere le nuove povertà e offrire ai più bisognosi delle festività più serene. La nuova ondata di contagi – sottolinea la Coldiretti – non limita solo la convivialità durante le feste di fine anno ma ha anche peggiorato la situazione di quanti si trovano in uno stato di precarietà.

A preoccupare è soprattutto la fascia di anziani over 65 soli in condizioni di povertà assoluta, ben 230mila secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, che vedono aggravarsi la propria condizione di isolamento anche a causa delle misure contenute nell’ultimo Dpcm che  limitano gli spostamenti per Natale e Capodanno e alla possibilità di passare le feste in compagnia.

Ma fra i nuovi poveri nel Natale al tempo del Covid – sottolinea la Coldiretti – ci sono anche coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid. Persone e famiglie che mai prima d’ora – precisa la Coldiretti – avevano sperimentato condizioni di vita così problematiche.

Non a caso – spiega Coldiretti – secondo l’ultima indagine di Eurobarometro nel quadro della pandemia di coronavirus quasi un italiano su quattro (39%) afferma che la propria condizione finanziaria è negativa contro il 28% della media europea, mentre il 37% definisce cattiva la sua situazione lavorativa (rispetto al 24% della Ue).
 
Le situazioni di difficoltà sono diffuse lungo tutta la Penisola ma le maggiori criticità – continua la Coldiretti – si registrano nel Mezzogiorno con il 20% degli indigenti che si trova in Campania, il 14% in Calabria e l’11% in Sicilia ma condizioni diffuse di bisogno alimentare si rilevano anche nel Lazio (10%) e nella Lombardia (9%) dove più duramente ha colpito l’emergenza sanitaria, stando agli ultimi dati Fead.

“C’è una larga parte della popolazione italiana che in questo momento vive grandi sofferenze a causa della crisi economica e sociale provocata dall’emergenza e dalla conseguente perdita di opportunità di lavoro” ha ricordato il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, nel sottolineare che “è necessario subito accelerare gli acquisti di cibi e bevande Made in Italy di qualità previsti dalle misure per l’emergenza Covid fortemente sostenute dalla Coldiretti per soddisfare le richieste di aiuto dei nuovi poveri”.

Per un mondo libero dalle armi

“A World Free from Nuclear Weapons” è il webinar promosso il 16 dicembre dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale – in collaborazione con altri partner accademici – in occasione della presentazione del libro edito da Georgetown University Press sul tema. L’incontro si terrà alle 16 e potrà essere seguito sul canale YouTube di Vatican News.

Richiamando la “Fratelli tutti” e la “Populorum progressio”, il Dicastero ricorda in un comunicato che già nel 2017 il Papa aveva denunciato la deterrenza nucleare come “moralmente inaccettabile”, dando una svolta importante alla dottrina nucleare del Vaticano durante il simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per il disarmo integrale”, primo incontro globale sul tema dopo l’approvazione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari nel 2017. L’evento del 16 dicembre mira a continuare la discussione iniziata.

Tra i relatori confermati il card. Peter Turkson, prefetto del suddetto Dicastero; mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati; p. Drew Christiansen, professore di etica e sviluppo umano alla Georgetown’s School of Foreign Service e senior fellow presso il Berkley Center for Religion, Peace, and World Affairs; Beatrice Fihn, direttore esecutivo International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Ican).

ABC: morti in Italia da Covid: “Bilancio sconcertante”

Abc News, in un ampio servizio dedicato alla gestione della pandemia nel nostro Paese dichiara: “L’Italia potrebbe presto reclamare un record che nessuno vuole, il maggior numero di morti da coronavirus in Europa, dopo che il sistema sanitario ancora una volta non è riuscito a proteggere gli anziani e le autorità di governo hanno tardato nell’imporre nuove restrizioni”, afferma l’emittente Usa, non tenendo conto che, secondo i dati internazionali, l’Italia ha già superato, di poche unità, il bilancio delle vittime della Gran Bretagna.

“Non doveva accadere – prosegue il servizio – L’Italia è stata il primo Paese occidentale ad essere travolto dal Covid-19 e, dopo aver sofferto un’impennata di decessi in primavera, aveva portato l’infezione sotto controllo”.

“L’Italia aveva quindi il vantaggio del tempo e dell’esperienza nella ripresa autunnale, perché era dietro a Spagna, Francia e Germania nella registrazione di nuovi focolai di infezione. Eppure, il virus si è diffuso in fretta e ampiamente, e l’Italia ha contato quasi 29mila morti dal 1 settembre”.

Il posto di Roma nel mondo

Negli ultimi decenni le città hanno conosciuto uno sviluppo economico e demografico straordinario, divenendo – ai giorni nostri – attori globali sempre più rilevanti.

Mentre, tuttavia, centri come Los Angeles, Londra e Parigi hanno già una forte proiezione internazionale (Los Angeles stipula accordi bilaterali con il Messico, per intenderci) e anche un “marchio” globale identificabile e riconosciuto, Roma da questo punto di vista pare arrancare. La stessa Milano ha attualmente una proiezione internazionale più definita, il che è incredibile se si pensa alla storia dell’Urbe.

Ciò che interessa dunque approfondire, nel dibattito in programma mercoledì 16 dicembre, alle ore 17.00, sono le potenzialità di Roma sul piano internazionale: come sviluppare una sua azione maggiormente assertiva in ambito diplomatico (anche solo – molto prosaicamente – per attrarre maggiori investimenti sul territorio)? Che immagine globale dare al “marchio” di Roma all’estero?

Occorre in sostanza tener conto del potenziale racchiuso nella “straordinarietà” del contesto romano dalla presenza dello Stato Vaticano entro i confini dell’Urbe, al soft power che la città può dispiegare attraverso alta moda, Cinema e Cultura.

Si confronteranno sul tema, nella ormai consueta modalità online, studiosi e politici che hanno incrociato a vario titolo e conoscono nei risvolti meno noti  la complessa vicenda di Roma come grande capitale del mondo.

Sembra significativo, in ultimo, che l’evento sia organizzato da La Sapienza, attualmente il più grande ateneo d’Europa.

Introduce e modera
Augusto D’Angelo – Prof. di Storia contemporanea, Sapienza

Intervengono
sen. Lucio d’Ubaldo – Direttore del Centro di documentazione e Studi dei comuni italiani presso ANCI
on. Francesco Rutelli – Presidente di Anica, autore del libro Tutte le strade partono da Roma (Laterza)
Piero Schiavazzi – Prof. straordinario di Geopolitica Vaticana presso la Link Campus University
Lorenzo Innocenti – Sapienza, autore del libro City diplomacy Italia (Giapeto)

Saluti conclusivi
Luca Micheletta – Prof. di Storia delle relazioni internazionali Sapienza; Coordinatore Dottorato di Studi Politici

Le battaglie della Merlin: laicità e indissolubilità del matrimonio

Quando presero corpo in modo ideale e giuridico i dibattiti sulla pari dignità sociale e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (con l’aggiunta della locuzione “senza distinzione di sesso”), l’Italia stava per vivere ciò che nella memoria storica collettiva viene ricordato come boom economico. In realtà, tra i Costituenti e l’insigne intellettualismo politico riferiti al dopo 1945, periodo post-conflitto, c’era già chi aveva precorso i tempi e aveva dato luogo ex ante a tutta una serie di iniziative che sarebbero confluite in alcuni tra i provvedimenti di legge più epocali e discussi del secondo Novecento. Tra quei protagonisti va annoverata sicuramente Angelina Merlin, socialista, già senatrice e paladina a difesa dei diritti delle donne, la quale – suo malgrado – resta a tutt’oggi “inchiodata” allo stereotipo legato a colei che si rese artefice della chiusura delle case chiuse («Chi si prostituisce è sempre il soggetto debole»,             anno 1958) e dell’abolizione della dicitura “N.N” riportata nei dati anagrafici di chi aveva genitori non identificati («Restituire dignità a questi cittadini, ritenuti a torto figli illegittimi» , 1975). 

Gli ultimi anni di vita della politica veneta, classe 1887, a dire il vero furono contrassegnati da altrettanto impegno profuso in un contesto più ampio e variegato, da cui emerse la sua versatilità. L’intensa stagione di impegno sociale e morale iniziata nei primi anni ’60 coincise infatti con una serie di lotte dei lavoratori dell’industria e con la protesta giovanile, che sfociarono progressivamente nell’aperto dissenso contro il sistema e nella dura contestazione all’apparato partitico tradizionale. A partire dal ’68, momento caratterizzato anche dal riavvicinamento delle tre maggiori sigle sindacali, i movimenti riuscirono a “pilotare” suddetti impegni verso la realizzazione di obiettivi ritenuti di fondamentale importanza: la difesa dei diritti del lavoro e di quelli civili. Contemporaneamente, venivano portati a compimento nuovi impianti giuridici che rimarranno nella storia del paese come l’istituzione delle Regioni e – con l’appoggio dei partiti laici e delle sinistre – l’approvazione della legge Fortuna-Baslini che introdusse il Divorzio, alla quale la Dc si oppose sino a ottenere l’indizione del referendum nel 1974. 

Suddette disposizioni diedero il chiaro segno che la società stava cambiando di fronte alle pressanti richieste di rinnovamento dei cittadini e dell’universo giovanile, ma forse in modo precoce, almeno riguardo alle fasce più vulnerabili della popolazione. Proprio la perdurante condizione di fragilità delle donne indusse la Merlin, e insieme a lei altri personaggi illustri come Giorgio La Pira (“il sindaco santo”) e il fisico Enrico Medi, ad appellarsi per convocare il sopracitato referendum abrogativo. Questo punto resta uno dei più controversi circa le posizioni assunte da Merlin: da una parte c’è la consapevolezza che l’anziana senatrice riteneva le donne, in caso di divorzio, poco garantite poiché ancora discriminate nel lavoro e dunque non pronte economicamente ad affrontare la separazione legale; dall’altra, forte della sua lunga militanza socialista (e femminista), permane il dubbio che a suo parere la “mentalità divorzista” divenisse un baluardo della corrente di pensiero acquiescente nei confronti del maschio libertino e legittimato a intraprendere relazioni promiscue. 

Sia che prevalesse la volontà di preservare il mondo delle donne da contesti di insicurezza sociale sia che in lei fosse intima e predominante una disputa di genere, Lina Merlin ha pagato il prezzo di una persistente e scomoda notorietà; per questo è stata esposta, negli anni, a puntuali campagne denigratorie anche nel momento dell’assunzione (coraggiosa) di responsabilità nel condurre una lotta di ispirazione tipicamente cristiana.  Il dato è che il Parlamento, attuate poche riforme nel lontano 1958, non è stato più in grado di legiferare in materia non tanto sotto l’aspetto dei contenuti quanto nell’adattare i nostri codici alla mutata realtà, la quale, quando si parla di diritti civili, resta tutt’oggi alquanto complessa.

La Gran Bretagna rischia di diventare il porto franco del falso Made in Italy in Europa

Senza accordo sulle regole con l’Unione Europea, la Gran Bretagna rischia di diventare il porto franco del falso Made in Italy in Europa per la mancata tutela giuridica dei marchi dei prodotti italiani a indicazioni geografica e di qualità (Dop/Igp), che rappresentano circa il 30% sul totale dell’export agroalimentare tricolore. E’ quanto afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini in riferimento alle misure adottate nell’Ue e in Uk nel caso di No Deal sulla Brexit che si fa più probabile. La Gran Bretagna – sottolinea la Coldiretti – potrebbe infatti diventare un porto franco per l’arrivo di prodotti agroalimentari di imitazione del Made in Italy che nel mondo fatturano 100 miliardi e che vedono tra i maggiori contraffattori gli Usa, con i quali gli inglesi hanno stretto un accordo commerciale, ma anche il Canada e l’Australia che fanno parte del Commonwealth.

Si tratta purtroppo di un rischio reale come dimostrano – continua la Coldiretti – le vertenze Ue del passato nei confronti di Londra con i casi della vendita di falso Prosecco alla spina o in lattina fino ai kit per produrre in casa finti Barolo e Valpolicella o addirittura Parmigiano Reggiano. Ma è anche possibile che in Gran Bretagna senza le regole sanitarie dell’Unione Europea arrivino prodotti arrivino prodotti vietati nell’ Unione come il pollo al cloro o la carne agli ormoni permessi in Nordamerica. Il rischio è peraltro che – continua la Coldiretti – si affermi una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane come ad esempio l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti che si sta diffondendo in gran parte dei supermercati britannici e che boccia ingiustamente quasi l’85% del Made in Italy a denominazione di origine (Dop), compresi prodotti simbolo, dall’extravergine di oliva al prosciutto di Parma, dal Grana Padano al Parmigiano Reggiano.

Le esportazioni di prodotti alimentari tricolori sono state pari a 3,4 miliardi di euro nel 2019, dopo il vino che complessivamente ha fatturato sul mercato inglese quasi 771 milioni di euro, spinto dal Prosecco Dop, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti in Gran Bretagna ci sono – sottolinea la Coldiretti – i derivati del pomodoro con circa 350 milioni di euro nel 2020, con un aumento del 14% in valore nei primi nove mesi del 2020 ma che rischiano di subire l’impatto dei nuovi standard imposti con l’uscita della Gran Bretagna dalle Ue.

Per questo nel primo contratto di filiera pluriennale del pomodoro da industria per il sud Italia tra Princes industrie alimentari e Coldiretti è stata introdotta per la prima volta in Italia la tecnologia blockchain in grado di fissare immutabilmente in un database pubblico tutti i dati relativi al “viaggio” del pomodoro dal campo allo stabilimento industriale. Nella blockchain sono stati raccolti – spiega la Coldiretti – tutti i dati relativi all’origine del prodotto (tutti gli appezzamenti di terreno coltivati), ai lavoratori assunti per la raccolta ed ai macchinari utilizzati nonché i dati relativi al trasporto ed alla trasformazione. Un progetto con la collaborazione della Casaleggio Associati – conclude la Coldiretti –  che ha coinvolto 300 aziende agricole, 19 cooperative e 9 Organizzazioni dei produttori per un totale di quasi 3 milioni di quintali di prodotto destinato all’estero dove le grandi catene chiedono il rispetto di precisi standard sanitari, ambientali e di tutela del lavoro contro il caporalato.

Gestione rifiuti ai tempi della pandemia

Dopo un 2019 di nuova crescita e consolidamento, la pandemia ha impattato duramente anche sul settore della gestione rifiuti che ha mostrato resilienza, evitando situazioni emergenziali, assorbendo le criticità e garantendo le diverse fasi di raccolta, trattamento e riciclo. Nel 2020 sono aumentate le raccolte differenziate domestiche degli imballaggi, mentre hanno registrato un brusco calo quelle presso le isole ecologiche (in particolare i rifiuti elettrici ed elettronici e alcuni imballaggi) e quelle legate alle attività industriali e commerciali. Per centrare gli obiettivi di Circular Economy fissati a livello europeo, serve semplificazione amministrativa e normativa e misure di sostegno al mercato dei prodotti riciclati, da attivare anche sfruttando i fondi che arriveranno nei prossimi mesi con il piano NEXT Generation EU.

Sono queste le principali evidenze emerse nel corso della presentazione dello studio annuale “L’Italia del Riciclo”, il Rapporto promosso e realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da FISE UNICIRCULAR (l’Unione Imprese Economia Circolare), tenutasi stamane nel corso di un evento digital.

 

La crescita delle filiere del riciclo nel 2019

Il Rapporto evidenzia le performance delle singole filiere nel 2019, l’anno prima della pandemia, con il riciclo degli imballaggi che ha mantenuto un buon andamento: 9,6 milioni di tonnellate avviate a recupero di materia (il 3% in più rispetto al 2018) e un complessivo tasso di riciclo che ha raggiunto il 70% sull’immesso al consumo.

I tassi di recupero dei rifiuti d’imballaggio si sono assestati ormai su livelli di avanguardia in Europa: carta (81%), vetro (77%), plastica (46%), legno (63%), alluminio (70%), acciaio (82%).

Persistono scenari con luci e ombre sulle altre filiere. Ancora non centrano gli obiettivi europei la raccolta dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) che ha raggiunto il 38% (in crescita del 10%), ma distante dall’obiettivo del 65% fissato per il 2019; stesso discorso vale per la raccolta delle pile (43%, 2 punti sotto il target), così come la percentuale di reimpiego e riciclo dei veicoli fuori uso, al di sotto della soglia dell’85% del peso del veicolo, decisamente lontana dal target del 95% di recupero complessivo previsto per il 2015.

Mostrano trend in crescita la filiera dei rifiuti tessili (+10% della raccolta differenziata), quella dei rifiuti da costruzione e demolizione (tasso di recupero arrivato al 77%), gli oli minerali (raccolta al 47%) e gli oli vegetali esausti (riciclo a +9% vs 2018). In crescita anche il recupero della frazione organica (+7,5%), la principale porzione in peso dei rifiuti urbani. Per quanto riguarda gli pneumatici fuori uso, la raccolta ha raggiunto l’obiettivo nazionale, avviando a recupero di materia 151.000 tonnellate e a recupero energetico 116.000 tonnellate.

L’impatto della pandemia: hanno tenuto le raccolte differenziate degli imballaggi domestici, in calo l’organico per il crollo della ristorazione e del turismo, in calo i rifiuti speciali di origine industriale, delle costruzioni e del commercio.

L’undicesima edizione de L’Italia del Riciclo fornisce una prima panoramica degli effetti sortiti dall’impatto della pandemia sul riciclo dei rifiuti urbani e speciali. L’indagine, condotta tra settembre e ottobre 2020, si è rivolta a un campione composto da imprese, consorzi di filiera, utility, associazioni di categoria e altri soggetti.

Tra marzo e maggio il 53% degli intervistati ha riscontrato riduzioni significative delle raccolte differenziate, superiori al 20% rispetto allo stesso periodo del 2019; tra giugno e agosto la quota che ha registrato un calo della raccolta differenziata è scesa sotto il 50% e la contrazione si è ridotta al 10-20% vs 2019. L’andamento delle raccolte delle singole filiere nel 2020 ha mostrato trend diversificati. Sommando i dati dei primi 4 mesi del 2020, compresi quindi circa due mesi di lockdown, si è registrato, rispetto allo stesso periodo del 2019, un incremento di otre il 7% della raccolta differenziata dei rifiuti d’imballaggio domestici anche per l’aumento del commercio on-line, con un aumento del 5-6% per quelli in vetro e in plastica e del 10% per quelli in carta e acciaio, mentre sono risultati stabili quelli in alluminio.

Riduzioni importanti (superiori al 10%) hanno subito, invece, tutte le filiere collegate ai conferimenti presso le isole ecologiche (RAEE e imballaggi in legno) e quelle legate alle attività industriali e commerciali che hanno dovuto interrompere la loro attività o visto una riduzione delle importazioni (solventi, oli minerali usati, pneumatici fuori uso, oli e grassi animali e vegetali esausti).

Durante il lockdown anche il rifiuto organico è diminuito di circa il 15%: l’aumento del rifiuto domestico è stato controbilanciato dalla diminuzione di quello da utenze collettive (mense, ristoranti, pubblici esercizi). Equilibrio che si è ristabilito a partire da maggio-giugno con la ripresa di tutte le attività produttive, commerciali, turistiche. Nel periodo giungo-agosto 2020 tutte le raccolte differenziate sono tornate a crescere grazie alla riapertura delle attività. Con l’arrivo della seconda ondata di Covid a settembre si sono prodotti effetti sulla gestione dei rifiuti che risulterebbero simili a quelli della prima ondata e che saranno misurati e valutati più precisamente all’inizio del nuovo anno.

Nei mesi della pandemia ripercussioni più pesanti si sono registrate su altri due fronti: la riduzione degli sbocchi esteri (chiusure e rallentamenti doganali) e di quelli nazionali per via del blocco/crisi di alcuni settori produttivi (ad esempio l’automotive e l’edilizia) ha determinato un crollo della richiesta di materie prime riciclate e una maggiore competizione da parte delle materie prime vergini per il crollo dei loro prezzi. Un altro effetto negativo innescato dall’epidemia è stato il rallentamento e i tagli degli investimenti programmati nel settore dei rifiuti: il 65% degli intervistati del settore ha dichiarato di prevedere una riduzione dei futuri investimenti

“È necessaria in particolare”, evidenzia Paolo Barberi, Presidente di FISE UNICIRCULAR, “la rapida definizione dei decreti nazionali per le diverse filiere End of Waste e la semplificazione delle procedure di controllo sulle autorizzazioni End of Waste, caso per caso. L’emergenza ha evidenziato inoltre alcune carenze di dotazione impiantistica (soprattutto per la frazione organica e la frazione residuale non riciclabile) e la necessità di nuove tecnologie di riciclo per alcune tipologie di rifiuti (plastiche miste e alcuni RAEE). Il sistema italiano del riciclo è in grado di affrontare i nuovi e più ambiziosi target europei per l’economia circolare purché si facciano ulteriori sforzi per migliorare la qualità delle raccolte e di conseguenza dei materiali da riciclo, venga promosso l’uso dei prodotti “circolari” e siano recuperati i ritardi e le carenze impiantistiche ancora presenti in alcune zone del Paese”.

Con l’aumento della quantità di rifiuti riciclati, occorrerà promuovere un impiego più consistente dei materiali generati dal riciclo dei rifiuti, rafforzando il ricorso a prodotti e beni riciclati negli acquisti pubblici verdi (GPP) e introducendo l’obbligo, per determinati prodotti e opere, di un contenuto minimo di riciclato, anticipando le azioni previste dal nuovo Piano europeo sull’economia circolare. Occorre, infine, che nel considerare i prezzi di acquisto dei beni circolari, si ponga particolare attenzione ai reali vantaggi e ai reali costi anche ambientali: quando ciò non avviene, occorre intervenire con il contributo ambientale, con la fiscalità, o con un uso opportunamente combinato dei due strumenti, per disincentivare gli impatti negativi sull’ambiente e sulle risorse e per riconoscere i benefici ambientali derivanti dall’uso di prodotti “circolari”.

“Per sviluppare l’economia circolare, favorire innovazione e nuovi investimenti”, ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “sarebbe molto utile ridurre i tempi troppo lunghi , a volte di anni, per le autorizzazioni  di attività di riciclo di rifiuti che generano prodotti (End of waste) affidate, caso per caso, alle Regioni e oggi sottoposte ad un doppio regime di controllo a campione, non previsto dalle Direttive europee e non richiesto in nessun altro Paese europeo. Nell’uso delle risorse europee del Recovery fund è inoltre necessario finanziare la ricerca e l’innovazione delle tecniche di riciclo in settori critici che hanno importanti potenzialità ambientali e di sviluppo (per esempio il riciclo delle plastiche miste e di alcuni RAEE) nonché finanziare l’innovazione per migliorare la riciclabilità di alcuni prodotti e per aumentare l’impiego di materiale riciclato in sostituzione di materie prime vergini”.

Le reti colabrodo perdono il 42% dell’acqua

Un quadro drammatico dello stato dei corpi idrici del Belpaese è tracciato dal Censimento delle acque per uso civile 2018 che certifica l’aumento delle perdite in distribuzione: il 42,0% del volume immesso in rete. Seguono altri dati significativi. Nel 2018, operavano in Italia 2.552 gestori di servizi idrici, 305 in meno rispetto al 2015, ma la gestione risultava ancora fortemente frammentata. I prelievi di acqua per uso potabile erano in calo per la prima volta negli ultimi vent’anni (-2,7% rispetto al 2015). L’87% del volume movimentato nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile era gestito da enti specializzati, mentre risultava assente il servizio pubblico di fognatura in 40 Comuni, soprattutto nel Mezzogiorno. 215 i litri di acqua potabile erogati ogni giorno per usi autorizzati nelle reti comunali di distribuzione. Nel 2015 erano 220. 18.140 Gli impianti di depurazione delle acque reflue urbane, mentre 339 Comuni risultavano privi di servizio pubblico di depurazione interessando circa 1,6 milioni di residenti.

Indubbiamente, il Censimento delle acque per uso civile restituisce una fotografia dettagliata della gestione della filiera pubblica delle risorse idriche (dal prelievo di acqua per uso potabile alla depurazione delle acque reflue urbane) dei servizi idrici attivi sul territorio comunale e delle infrastrutture idriche presenti in Italia. Non a caso, le unità rispondenti al Censimento sono tutti gli enti gestori dei servizi idrici operativi nel 2018, ultimo anno di riferimento dei dati presentati nel report, dal cilindro del quale piovono dati e cifre senza soluzione di continuità. Ancora frammentata, ad esempio, la gestione del servizio idrico in alcune aree del Paese. I gestori che operavano in Italia nel campo dei servizi idrici per uso civile nel corso del 2018erano 2.552; nell’83,0% dei casi si tratta di gestori in economia (2.119), ovvero enti locali, e nel restante 17,0% di gestori specializzati (433). Rispetto al 2015, il numero dei gestori si è ridutto di 305 unità, confermando il trend in calo cui si assiste dal 1994, anno della riforma che ha dato l’avvio al servizio idrico integrato e che, nel periodo 2015-2018, ha interessato in particolar modo alcuni territori, tra cui le province di Varese, Imperia e Rieti. Sebbene il numero di gestori attivi nel settore si sia molto ridotto (7.826 nel 1999), persiste una spiccata parcellizzazione gestionale, localizzata in alcune aree del territorio dove la riforma non è ancora stata completamente attuata, come in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, Valle d’Aosta e nelle province autonome di Bolzano e Trento. In particolare, l’approvvigionamento di acqua per uso potabile era gestito da 1.714 enti, l’80,2% dei quali opera in economia (1.374). Rispetto al 2015 il numero di gestori operativi in questo settore si è ridotto di 163 unità.

Nella maggior parte dei casi (96,1%) l’ente gestisce l’intero flusso delle acque potabili, dal prelievo alla distribuzione agli utenti finali. Ci sono inoltre enti che si occupano unicamente del prelievo di acqua che viene poi ceduta ai gestori della distribuzione: da un lato si tratta di grandi gestori di sovrambito e grossisti di acqua per uso potabile e, dall’altro, di piccoli consorzi, imprese e associazioni, attivi in alcune aree del territorio, soprattutto nella provincia autonoma di Bolzano e in Sicilia. Le reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile serano gestite da 2.088 enti. Nell’85,1% dei casi si tratta di gestori in economia (1.777) e nel restante 14,9% di gestori specializzati (311). Rispetto al 2015 c’è stata un’importante riduzione del numero degli enti (-218 unità) che ha riguardato quasi interamente le gestioni in economia. La fognatura comunale, gestita da 2.263 enti, è il servizio idrico con il più alto numero di gestori e in cui si ha la maggiore quota in economia (2.065, pari al 91,3%). Rispetto al 2015, si ha una riduzione degli enti di 287 unità. Al contrario, la depurazione delle acque reflue urbane è il servizio con il minor numero di enti gestori, 1.451 nel 2018, in diminuzione di 21 unità rispetto al 2015. Nell’83,0% dei casi sono gestori in economia (1.204) e nel restante 17,0% gestori specializzati (247).

Vaccino: “Si parte entro la Befana”

La Befana porterà l’atteso vaccino anti Covid anche in Italia. I leader europei accelerano e lavorano a un ‘V-Day già’ per i primi di gennaio. “Se come auspico si deciderà di partire tutti insieme noi siamo certamente pronti a farlo già per la prima settimana del nuovo anno”.

Lo afferma a ‘La Stampa’ il ministro della Salute, Roberto Speranza. Al quale fa eco il commissario Domenico Arcuri. “Se come da accordi sottoscritti con tutti i Paesi europei Pfizer consegnerà già ai primi dell’anno le dosi – assicurano gli uomini del suo staff – noi siamo pronti.

Abbiamo siringhe e diluenti, oltre che gli elenchi dei 570mila anziani e operatori delle Rsa che raggiungeremo con le unità mobili. Che a loro volta partiranno dai 277 ospedali di riferimento nei quali si vaccineranno anche un milione e 400mila sanitari”.

Le praterie e gli orticelli di plastica del centro

L’ottimo Coriolano, col suo ultimo pezzo sul domaniditalia, prende atto che l’apertura di credito concessa qualche giorno fa nei confronti dell’UDC (il titolo era:” La scelta dell’UCD merita l’apprezzamento di tutti i popolari”) era troppo generosa.

Del resto, non basta certo un singolo comunicato stampa per mutare il senso di una appartenenza “organica” alla destra.

È evidente – oltre ogni ragionevole dubbio – che la “ricomposizione” (direi, meglio, la rigenerazione su basi nuove) del mondo popolare non può avvenire partendo dagli spezzoni di partito oggi presenti in Parlamento.

Non si fa pane nuovo con farina vecchia.

La questione, ovviamente, non riguarda gli elettori, ma le classi politiche.
E riguarda però anche i “valori politici”.

Destra e sinistra saranno anche, in quanto tali, categorie superate – come molti sostengono – ma dietro di esse vi sono sensibilità e visioni che sono insite nelle mutevoli condizioni della storia, al di là delle terminologie, poiché attengono all’idea della società e della democrazia.

Guardiamo a ciò che sta fuori dai Palazzi e forse troveremo praterie molto più feconde rispetto agli orticelli di plastica in parola.
Non è in essi che troveremo le basi per ridare al Paese un “bari centro” europeista, capace di ritrovare la bussola smarrita.

L’opera di carità di mons. Eugenio Pacelli durante la I guerra mondiale

La figura del Ven. Pio XII è solitamente accostata alle tragiche vicende della II Guerra Mondiale, ma il suo slancio eroico di carità ebbe modo di manifestarsi già durante quella che fu definita “l’inutile strage” della Grande Guerra.
Per introdurre l’argomento, credo opportuno innanzitutto rammentare alcuni dati relativi alla biografia di Eugenio Pacelli.

Eugenio Pacelli nacque a Roma il 2 marzo 1876 dall’Avvocato Filippo e da Virginia Graziosi.
Dopo gli studi liceali, condotti presso il Regio Liceo Ginnasio “Ennio Quirino Visconti”, manifestò la sua corrispondenza alla vocazione al sacerdozio, che da tempo coltivava, e nell’autunno del 1894 venne accolto al Collegio Capranica.
Per motivi di salute però non poté proseguire la vita in collegio, per cui continuò gli studi come chierico esterno, frequentando sia l’Ateneo Pontificio di Sant’Apollinare sia l’Università Statale.

Mi piace ricordare che anche Giacomo della Chiesa, dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita nel 1875 presso l’Università di Genova, era stato per 3 anni alunno presso il Collegio Capranica.
Il 5 febbraio 1899 fu ordinato diacono e il giorno di Pasqua dello stesso anno, il 2 aprile, sacerdote.

Oltre alla Laurea in teologia, conseguì la Laurea in utroque iure, mentre, ancora per problemi di salute, non completò gli studi presso l’Università statale.
Già prima di terminare gli studi comunque, nel 1901, venne assunto, per interessamento di Mons. Pietro Gasparri, presso la Segreteria di Stato, acquisendo rapidamente sempre maggiori responsabilità: nel 1903 fu nominato minutante presso la Sacra Congregazione degli Affari straordinari e, nel febbraio del 1914, fu nominato Segretario della stessa Congregazione, iniziando a interessarsi dell’argomento che era stato oggetto del suo dottorato in diritto canonico, ossia i concordati tra la Santa Sede e i governi nazionali.
In particolare all’epoca di dedicò a predisporre il Concordato tra la Santa Sede e la Serbia, firmato nel giugno del 1914.

Gli inizi del servizio di Mons. Pacelli presso la Curia Romana risalgono quindi al Pontificato di Leone XIII, per proseguire sotto S. Pio X, ma sarà sotto Benedetto XV, eletto il 3 settembre 1914, che riceverà gli incarichi più gravosi, anche perché quello che era stato il suo maestro, Pietro Gasparri, sarà chiamato dal nuovo Papa a ricoprire l’incarico di Segretario di Stato.

L’elezione di Benedetto XV coincise con l’inizio della Prima Guerra Mondiale.
Nella sua prima Enciclica, Papa Della Chiesa lamentava il terribile spettacolo offerto dal conflitto, “il più tetro e il più luttuoso nella storia dei tempi” e, di fronte ad esso, egli rivendicava un ruolo di “padre e amico di tutti”, invitando i governi alla pace.
Una delle prime imprese di Benedetto XV fu la creazione di un ente internazionale di soccorso per le vittime della guerra di tutti i paesi, la cui organizzazione fu affidata proprio a Mons. Pacelli.

Nel 1915 fu istituita in Vaticano l’Opera dei prigionieri per la ricerca delle persone scomparse, per l’aiuto e il rimpatrio dei prigionieri di guerra malati, e per lo scambio di corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie.
Non costa fatica pensare che queste prime esperienze di soccorso umanitario costituirono, per così dire, per Pacelli, la “palestra” in cui si esercitò per quando, in occasione del secondo e più terribile conflitto mondiale, sarebbe stato chiamato, in prima persona, a dar vita ad opere e strutture analoghe, come appunto l’Ufficio ricerche e prigionieri, o l’Opera di assistenza o l’Ente per la distribuzione dei soccorsi.
Segno della stima di Benedetto XV nei confronti di Mons. Pacelli fu l’incarico affidatogli nel gennaio del 1915 presso l’Imperatore austriaco Francesco Giuseppe, nel tentativo di tenere l’Italia fuori dalla Grande Guerra.

In estrema sintesi, il progetto, di cui Pacelli si faceva latore, prevedeva che l’Austria cedesse il Trentino al Vaticano, che l’avrebbe a sua volta offerto all’Italia ottenendone in cambio adeguate compensazioni in grado di chiudere il contenzioso aperto nel 1870 con la presa di Roma.
La Germania e l’Austria si sarebbero fatte garanti dell’autonomia e della libertà della Santa Sede.
Mons. Pacelli fu accolto dall’imperatore con ogni onore, ma non ottenne altro che l’assicurazione che la proposta sarebbe stata attentamente considerata.
Solo dopo diversi mesi l’Austria sarebbe giunta a più miti consigli, ma a quel punto le pretese del Governo di Roma erano aumentate, abbracciando non solo il Trentino, ma anche il Sud Tirolo.

In questi anni Eugenio Pacelli doveva sperimentare la grande difficoltà dell’opera diplomatica, e soprattutto la delicatezza della posizione della Santa Sede, spesso oggetto di incomprensione o di strumentalizzazione.
Ad esempio, allorquando Benedetto XV con una nota al Governo belga del gennaio del 1915 condannò la violazione tedesca della neutralità del Belgio, scoppiò in Germania una reazione violentissima, tanto che lo stesso Benedetto XV in una successiva allocuzione, ritenne prudente proclamare la condanna di ogni ingiustizia o atrocità, da qualunque parte fosse stata commessa.

Non posso soffermarmi sui molteplici tentativi diplomatici del Vaticano, a cui partecipò Mons. Pacelli, ad esempio la mediazione per una pace separata tra Germania e Francia.
Prima di arrivare alla nomina di Eugenio Pacelli alla Nunziatura di Monaco di Baviera, mi piace ricordare un episodio relativo al rapporto del futuro Papa Pio XII con gli Ebrei.
Pochi giorni prima della sua consacrazione episcopale, Mons. Pacelli fu intermediario di un colloquio tra Benedetto XV e l’Ing. Nahum Sokolow, dirigente del Movimento Sionistico che si batteva per la nascita dello Stato d’Israele in Palestina, colloquio la cui cordialità è attribuita dallo stesso Sokolow all’interessamento di Pacelli, come anche Benedetto XV ebbe a riconoscere.

Ciò non significa che Pacelli approvasse tutte le istanze sionistiche, ma indica un atteggiamento di attenzione, di cortesia, che è l’opposto di qualsiasi sentimento antisemita.
E arriviamo ora alla nomina di Eugenio Pacelli quale Nunzio a Monaco di Baviera.
La sede era, per così dire, strategica, anche perché dopo l’entrata in guerra dell’Italia, i rappresentanti diplomatici di Austria, Prussia e Baviera si erano trasferiti in Svizzera: tra la Santa Sede ed il Reich tedesco non c’era alcun rapporto diplomatico (solo nel 1920, e grazie all’attività diplomatica di Pacelli, si stabiliranno rapporti diplomatici tra la Santa Sede e Berlino).

La nomina di Pacelli inizialmente stentava in quanto il Card. Gasparri non voleva privarsi del suo più valente collaboratore, di quello che definiva il suo “braccio destro”, ad esempio nella questione dei lavori per il Codice di Diritto Canonico, che sarà promulgato il 27 maggio 1917.
D’altra parte, Benedetto XV temeva di “bruciare” Pacelli, la cui nomina avrebbe voluto riservare per la fine della guerra.

Ma la morte improvvisa di Mons. Giuseppe Aversa, nell’aprile del 1917, dopo soli tre mesi di servizio, renderà pressoché inevitabile, nonostante il dispiacere di Gasparri, la nomina di Eugenio Pacelli, nomina che ricevette rapidamente il gradimento del Re Ludovico III di Baviera e che venne formalizzata il 20 aprile.
Il 13 maggio 1917 Eugenio Pacelli venne consacrato Vescovo nella splendida cornice della Cappella Sistina personalmente dal Papa.
Pochi giorni dopo egli partiva per Monaco di Baviera.

Circa questo viaggio, si può citare un episodio che ha fatto discutere gli storici, ma che ora sembra definitivamente chiarito.
Parallelamente al salvacondotto personale sino alla frontiera svizzera, Pacelli ottenne la spedizione internazionale di un carro sigillato fino a Zurigo, contenente un gran numero di casse di viveri e di vettovaglie.

Ora, considerato lo stile di vita di Pacelli, e soprattutto la sua rigorosissima dieta, anche per motivi di salute, è logico pensare (e ora i documenti lo confermano) che tutti quei viveri e quelle vettovaglie non servissero a lui, ma ad altri, molto probabilmente anche alla Nunziatura a Vienna, che si trovava in grave difficoltà, o comunque a quanti potessero avere bisogno.
Alla fine di maggio Pacelli presentava le sue credenziali al Re Ludovico III e il suo primo discorso, pronunciato in buon tedesco, riscosse subito successo.

Anche se Pacelli è Nunzio presso il Regno di Baviera, la sua vera missione in quel momento è di rappresentare le istanze di Papa Benedetto presso il Kaiser Guglielmo II, con il quale, come si è detto, la Santa Sede non intratteneva rapporti diplomatici.
Il 26 giugno 1917 Pacelli viaggiava alla volta di Berlino per incontrare il Cancelliere Von Biethmann – Hollweg e due giorni dopo lo stesso Guglielmo II.

Va detto che già il 12 dicembre 1916 le potenze della Triplice Alleanza avevano formulato un appello per la pace, così anche nel gennaio 1917 il Presidente americano Wilson aveva esposto un programma per raggiungere l’obiettivo della pacificazione: si trattava, in entrambi i casi, di proposte molto generiche e vaghe, destinate al fallimento.
La proposta di cui Pacelli era latore era invece molto concreta: si chiedeva al Reich l’evacuazione del Belgio e la restituzione a quella nazione della totale sovranità.
Il colloquio con il Cancelliere fu positivo e manifestava una disponibilità della Germania, soprattutto per quanto riguarda la restituzione al Belgio della sua autonomia e la restituzione alla Francia di alcuni territori di Alsazia e Lorena.

Ben diverso purtroppo fu l’esito dell’incontro che avvenne con Guglielmo II: lo stesso Pacelli inviò una dettagliatissima relazione al Card. Gasparri, nella quale tra l’altro descrisse il suo interlocutore “come esaltato e non del tutto normale”.
D’altra parte Guglielmo II, alcuni anni dopo, ormai decaduto, nelle sue Memorie definì Pacelli come “un uomo distinto, simpatico, di alta intelligenza e di una perfetta cortesia”.
Lo stesso Guglielmo II volle poi accreditare l’immagine di un Pacelli che sarebbe rimasto impressionato dal suo eloquio e dai suoi argomenti, ma, come si è visto, nella relazione che egli mandò al Segretario di Stato, ben altro appare il giudizio che ne diede.
Non posso qui soffermarmi su tutti passaggi dell’azione diplomatica di Pacelli, che ebbe modo anche di incontrare Carlo I d’Asburgo, di passaggio a Monaco, così come di ricevere l’invito del nuovo Cancelliere a Berlino Michaelis, al quale presenterà il 24 luglio un promemoria relativo ai contenuti della proposta di pace di Benedetto XV.

Nonostante una certa disponibilità del Cancelliere, così come del Reichstag, continuava a sussistere la difficoltà rappresentata da Guglielmo II, il quale era sempre più dominato dagli ambienti militari, decisi alla guerra ad oltranza.
Non mi soffermo sulla celebre Nota di pace ai “Capi dei popoli belligeranti” datata 1 agosto 1917, ma inviata il 9 agosto e dall’esito, come sappiamo, purtroppo, non positivo.
Mi sono soffermato sull’attività diplomatica del Nunzio Pacelli, ma la sua missione abbracciava anche un altro aspetto, ossia quello umanitario.

Se sotto l’aspetto diplomatico, come si è visto, tanti furono gli insuccessi, dovuti a molteplici fattori, soprattutto all’egoismo di chi, di volta in volta, pensava di avere la vittoria in pugno, e perciò non esitava mandare a morte centinaia di migliaia di giovani, oppure al pregiudizio ideologico e politico, sotto quello umanitario si può dire che non siano mancati i risultati positivi.
Egli visitò innanzitutto i campi di prigionia, tra i quali quelli di Halle, Celle, Ellwagen, Munster, Ratisbona, cercando di portare conforto alle migliaia di prigionieri di guerra lontani dai loro paesi e dalle loro famiglie.
Nonostante i sentimenti anticlericali di molti ufficiali, ad esempio di quelli francesi, alla fine tutti rimanevano commossi dalle sue parole e dalla sua bontà.
Pacelli non si limitava alle parole, ma consegnava i pacchi appositamente inviati dal Vaticano, in nome di Papa Benedetto, pacchi contenenti viveri, ma anche maglieria di lana, medicinali e generi di conforto.

Tra le carte dell’archivio privato di Eugenio Pacelli sono conservate decine di fotografie riguardanti le visite del Nunzio ai campi di prigionia, immagini che ritraggono il giovane Arcivescovo mentre rivolge il suo saluto agli internati, e quando conversa singolarmente con alcuni di loro, assumendo le informazioni, prima o dopo aver distribuito i preziosi pacchi.
Al di là dell’opera di sostegno materiale e di conforto spirituale, il Nunzio si prodigava nella raccolta di notizie sui militari prigionieri da inviare alle famiglie, attività che, come si è accennato, costituirà il grande impegno dell’Ufficio informazioni durante la Seconda Guerra Mondiale.

Noi abbiamo il resoconto di un discorso pronunciato da Mons. Pacelli in occasione della visita al campo di prigionia di Ellwagen ai prigionieri italiani: ad essi, tra l’altro, diceva: “ci unisce il ricordo soave della diletta Patria lontana; ci unisce il cocente desiderio nostalgico della bella Italia, da cui vi separò non la viltà, che non alberga in cuore italiano, ma l’aspra vicenda della guerra”.
Il discorso di Pacelli sottintendeva l’accusa che da alcuni ambienti militari italiani veniva rivolta ai prigionieri, ossia di essersi vilmente arresi al nemico, soprattutto in occasione della ritirata di Caporetto.

Per questo i prigionieri non ricevevano aiuti dal nostro governo, in quanto considerati alla stregua di traditori: era quindi solo la Chiesa a confortarli materialmente ma soprattutto moralmente.
Un testimone, presente a quel discorso, ricorda che alle parole del Nunzio “scoppia un urlo che fa tremare la baracca. Tutti gli ufficiali, in piedi, si protendono verso l’austera figura del Nunzio. Viva l’Italia! si grida…..chi agita le braccia, chi piange, chi getta baci al Nunzio. Egli, eretto e fiero nella persona, calmo e sereno, volge lo sguardo pensoso, velato di malinconia, su quella folla di cui ha fatto vibrare le più intime fibre del cuore”.

Insomma, seppure a grandi linee, spero di aver illustrato come l’opera di Mons. Pacelli durante la Prima Guerra Mondiale, in perfetta aderenza alle indicazioni che gli venivano da Papa Benedetto XV, si sia svolta su un doppio binario: quello diplomatico e quello umanitario.

Sarà questo anche il doppio binario che egli seguirà come Pontefice nelle non meno difficili circostanze del Secondo Conflitto Mondiale, che affrontò con la più grave responsabilità di Pontefice, ma anche – ribadiamo – allenato dall’esperienza del primo.
A me piace definire Pio XII il Papa della carità, e in questo periodo dell’anno in cui ci prepariamo a celebrare il mistero d’amore del Dio Incarnato, ancor più ci è di conforto e di esempio l’opera di questo grande Pontefice.

Il popolarismo come antipopulismo

Il di battito politico più recente riprende ad interrogarsi sulla necessità di una posizione di centro, anche se travagliata dal dubbio ispirazione cristiana sì, ispirazione cristiana no.

Per la verità, non è la prima volta che tali tentativi vengono intrapresi per poi cadere inevitabilmente nel nulla della politica propriamente organizzata.

Si dirà (e sono in molti a sostenerlo) che l’organizzazione dei vecchi partiti politici oggi non regge più rispetto ad una società globalizzata, deideologizzata e secolarizzata, che spesso fa dell’antipolitica e del populismo il motore di quella che viene definita “nuova politica”.

Nuova politica? Se questa novità a cui ormai assistiamo da diversi anni significa il dover agitare in continuazione il popolo (per fini puramente elettoralistici) parlando alla pancia più che alla testa e al cuore; se questa novità significa, altresì, l’uso continuo di un linguaggio rozzo e per nulla educato, fatto di insulti anche personali nei riguardi dell’avversario politico di turno, allora una seria riflessione, anche se sintetica per ragioni di spazio, va fatta.

Non si tratta né di nostalgia, né di riproposizione di vecchi modelli politici, ma di uno sguardo acuto a questa realtà sempre più frastagliata, individualista, edonista, consumista e scristianizzata.

Si può essere favorevoli o contrari a questa globalizzazione del mondo. Favorevoli se per globalizzazione intendiamo ed operiamo per un mondo più giusto, più solidale basato sulla fraternità dei popoli secondi i continui richiami di Papa Francesco. Contrari se questa globalizzazione (purtroppo in atto) significa mercificazione della persona e del lavoro, arricchimento senza regole di pochi, commercio di armi, disconoscimento dei poveri e meno fortunati che bussano alle porte dell’opulenza per il diritto al pane quotidiano, primato dell’economia sulla politica.

Eppure, basta una riconsiderazione seria di alcune fonti storico-politiche inerenti le idee del Partito Popolare di don Luigi Sturzo per riprendere con nuovo entusiasmo un cammino politico bruscamente interrotto, ma valido anche in questi tempi post moderni e globalizzati.

Basti pensare al regionalismo come antifederalismo: Europa delle regioni dove ogni singolo Stato al proprio interno sappia valorizzare ogni potenzialità del territorio inteso come comunità di persone in funzione di tante microeconomie che solidarmente concorrono a creare ricchezza di beni e servizi per tutti.

Ed ancora, il popolarismo come antipopulismo: una nuova idea di proposta politica che dai valori etici e morali sappia arrivare non solo al cuore e alla testa, ma anche alla pancia di tutti i cittadini.

Occorre, come diceva Lazzati, impegnarsi per costruire la città dell’uomo a misura d’uomo.

Tre squilli nel nulla: i minori scomparsi

Articolo già pubblicato sulla rivista “DPU- DIRITTO PENALE e UOMO – Rivista internazionale di studi giuridici e antropologici”

Sono trascorsi 10 anni dalla scomparsa di Yara Gambirasio, una vicenda umana che aveva coinvolto emotivamente tutti noi, dal doloroso epilogo.

Sono molti i “minori scomparsi”: pochi ritornano, di molti vengono restituite le spoglie, della maggior parte si perdono le tracce.

Vorrei dedicare a questi bambini e adolescenti questa riflessione, che segue la precedente sui “Minori senza pagina”, oserei dire… la completa.

Sono storie tristi e spesso violente del nostro tempo: da sempre infanzia e adolescenza soccombono in un mondo non a loro misura.

Nel contesto antropologico contemporaneo peraltro le nuove tecnologie compaiono sempre più spesso sullo sfondo di queste vicende che riguardano i minori.

Mai come nel presente molti minori sono collocati al centro della cronaca ma non sempre per  buone notizie. Le numerose vicende che riguardano storie di adolescenti vittime di violenza sono diffusamente vissute come penetranti eventi mediatici, suscitano sentimenti, emozioni, paure, angosce, speranze, disperazione e dolore. 

Spettacolarizzazione mediatica non scevra da curiosità morbose, alternate a passioni avvertite, pietà e attesa, condanna e assoluzione, indagini parallele, anticipazioni, notizie frettolose di vita e di morte, irruzioni intrusive nelle intimità personali e familiari, desiderio di riserbo, dignità, presenze che assumono improvvisamente le sembianze dei ricordi, minori svaniti nel nulla: li invochi e non rispondono, li chiami e non ci sono.

Una volta, i contesti dell’ infanzia erano forse più rassicuranti da vivere, anche le ombre erano amiche, i pericoli lontani, le notizie sempre altrove. 

Ora, invece, gli orizzonti della quotidianità si allargano e persino i cortili, la campagna, i dossi e gli alberi, assumono sembianze nuove e allora scopri che gli stradoni, i manufatti e il verde della periferia diventano luoghi misteriosi e saturi di angosce nuove.

Posti dove bambini e adolescenti, in giro da soli, possono esser preda di mani ignote e assassine.

Penso al brivido che prova un genitore quando – cercando il contatto attraverso il cellulare – ascolta solo squilli che cadono nel vuoto, quando il nulla di una mancata risposta non spiega niente ma può far pensare al peggio, quando il «si prega di riprovare più tardi» sposta e prolunga l’ansia e l’angoscia senza la certezza di un limite oltre il quale tutto torni come prima e – parlando e ascoltando – si possano fugare le ombre della paura e dell’assenza.

Nelle storie moderne – di vita e di morte – la dimensione tecnologica assume una presenza sempre più inquietante: una volta i bambini si perdevano nel bosco, ora sono inghiottiti nella “rete”.

Nell’epoca della comunicazione facilitata dalle nuove tecnologie, dove ci si può sentire, vedere, parlare accorciando le distanze, annullando le assenze, affidando le parole, i pensieri e le immagini ad una piccola scatoletta magica qual è il cellulare, per cercare la rassicurante immediatezza del contatto che è di per sé già messaggio, diventano ancor più agghiaccianti quegli squilli senza risposta, che cadono nel vuoto di un’attesa, che si fanno timore, ansia, angoscia, che anticipano sospetti e sgomento. 

Un silenzio, un vuoto, un nulla inaccettabili al cuore.

I minori scomparsi sono inghiottiti in un mondo ostile e crudele, che li aspetta al varco per divorare la loro innocenza, per impossessarsi della loro vita.

Crescono esponenzialmente di numero (In Italia nel 2019 le denunce di scomparsa di minori sono state 8.331,  di cui 5.376 stranieri e 2.955 italiani – Fonte “Telefono azzurro”) con destini diversi: come scritto in esordio pochi fanno ritorno, di molti vengono restituiti dalle indagini o dal destino i corpi, ma la maggior si perde nel nulla.

Alcune vicende riaffiorano a distanza di anni: per la tenacia degli investigatori o per l’irriducibile dolore dei parenti che non si danno per vinti e vorrebbero avere almeno la consolazione di un posto dove portare un fiore, recitare una preghiera, rivivere intensamente i ricordi, posare una foto sbiadita dal tempo. Ma il nulla avvolge la dissolvenza di storie brevi e imperscrutabili, lasciando la sensazione di assenze mai spiegate.

Come scriveva Attilio Bertolucci, in una delle più belle e struggenti poesie del 900: «Assenza, più acuta presenza. Vago pensier di te, vaghi ricordi turbano l’ora calma e il dolce sole. Dolente il petto ti porta come una pietra leggera».

La simbologia poetica tratteggia ciò che non si può altrimenti descrivere: sono vite troppo brevi per esprimere una loro pienezza esistenziale, la memoria le afferra e le riporta in modo labile ed effimero all’intensità del presente che resta per un legame di sangue, un affetto indicibile, una nostalgia inesprimibile che non possono essere fagocitati dall’oblio del fiume carsico della vita che scorre e sedimenta, come una pietra nascosta nel cuore, un dolore che non va via, una presenza che resta.

Opere pubbliche; 35 miliardi di dotazione finanziaria complessiva nel triennio 2021-2023

Ammontano a oltre 35 miliardi le risorse di competenza per la realizzazione di tutte le opere pubbliche in capo al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e alle stazioni appaltanti nazionali, per il triennio 2021-2023.

Si tratta di una dotazione finanziaria imponente grazie a risorse stanziate negli anni precedenti, durante il 2020 e nella legge di bilancio 2021, e ovviamente in corso di stanziamento sul piano del Recovery. Al netto delle ulteriori risorse che saranno rese disponibili nei prossimi mesi dal fondo “Sviluppo e coesione” e dai fondi ordinari della programmazione europea.

Saranno quasi 10 miliardi le risorse aggiuntive solo nei primi 3 anni grazie agli interventi dell’Unione Europea, alle quali si aggiungono risorse ulteriori per tecnologie e mezzi di trasporto (autobus, treni e navi). Inoltre, una quota parte sarà finanziata con i mutui più vantaggiosi all’interno del Piano Recovery che determinerà un beneficio immediato per la finanza pubblica, ma garantirà comunque il rifinanziamento dal 2024.

Il fatto che le opere pubbliche oltre a contribuire al PIL possano migliorare anche la situazione generale del bilancio conferma la bontà delle scelte che il governo si appresta a definire.

Altro dato particolarmente rilevante, in un momento di crisi economica, è il cronoprogramma dell’utilizzo di queste risorse: infatti se la dotazione finanziaria complessiva è pari a 35 miliardi, i cronoprogramma attuativi che le stazioni appaltanti realizzeranno nei prossimi tre anni per le opere previste in Italia veloce, a carico della finanza statale, ammontano a oltre 27 miliardi. Si tratta della cifra che nella programmazione delle stazioni appaltanti diventerà stato di avanzamento lavori, con effetti diretti sul sistema economico.

Le principali opere avviate con il Recovery fund e che consentiranno la realizzazione entro il 2026 di lotti funzionali efficaci per la mobilità saranno completati entro il 2030 a valere sulle risorse nazionali.

Colesterolo: via libera a Inclisiran

La Commissione europea ha approvato inclisiran di Novartis per il trattamento di pazienti adulti con ipercolesterolemia o dislipidemia mista. Questa approvazione si basa sui risultati del programma di sviluppo clinico ORION, nel quale inclisiran ha dimostrato una riduzione efficace (fino al 52%) del colesterolo a bassa densità (LDL-C) in pazienti con livelli elevati di LDL-C, nonostante la terapia con statine alla dose massima tollerata. Con due somministrazioni all’anno, si prevede che inclisiran migliori l’aderenza a lungo termine.

Inclisiran è un siRNA,(small-interfering RNA) first-in-class che riduce in modo efficace e sostenuto il colesterolo a bassa densità (LDL-C) nei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica (ASCVD, Atherosclerotic Cardiovascular Disease), con equivalenti di rischio ASCVD e con ipercolesterolemia familiare eterozigote (HeFH, heterozygous familial hypercholesterolemia).

Mattarella: “Non arrendiamoci a danni della pandemia”

La XI edizione della cerimonia di conferimento del Premio Nazionale per l’Innovazione “Premio dei Premi” 2020, istituito presso Fondazione COTEC, si è svolta in videoconferenza con la presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la partecipazione della Ministra per la Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, della Ministra per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, Paola Pisano e del Presidente della Fondazione Cotec, Luigi Nicolais.

Il Premio è conferito ad aziende, enti pubblici, e professioni del design, individuati tra i vincitori dei premi per l’innovazione assegnati annualmente a livello nazionale dalle principali Associazioni imprenditoriali e professionali nei settori dell’industria e del terziario (ABI, ADI, Confcommercio, Confindustria, PNICube), nonché da grandi gruppi industriali e dal Dipartimento della Funzione Pubblica.

Il “Premio dei Premi” ha l’obiettivo sia di sostenere la capacità d’innovazione, sia di incentivare gli attori dell’innovazione a proseguire nell’attività creativa affinché si sviluppi una cultura del cambiamento ai temi della ricerca e dell’innovazione.

Dov’è il decoro dei post dc che non rompono con il sovranismo?

Mentre può tirare un sospiro di sollievo per l’accordo raggiunto a Bruxelles sul Recovery Fund, a Roma il premier Giuseppe Conte è costretto a misurarsi faticosamente con le turbolenze della sua maggioranza. Lo spettro della crisi continua ad aggirarsi tra i Palazzi del potere. Sembra profilarsi un blocco di interessi che torna a premere sulle istituzioni – in primis sul Quirinale – per giungere alla sostituzione in tempi rapidi dell’attuale Presidente del Consiglio.

Vediamo i numeri. Una nota dell’Agenzia Italia, diffusa nella serata di ieri e riportata dal Domani d’Italia, analizza la media degli ultimi sondaggi da cui si evince il deterioramento dei consensi a favore del governo e dei partiti che lo sostengono. Il dato più evidente e significativo è quello riguardante la simmetria che si riscontra nell’osservare come i conflitti all’interno della maggioranza, ad esempio sulla gestione dei 209 miliardi del Piano europeo destinati a rimettere in piedi l’Italia, favoriscano direttamente la Lega e per estensione le forze di opposizione.

In questa fase, insomma, il sistema politico non conosce intercapedini di compensazione: l’elettore deluso non sceglie di rifugiarsi nell’astensione, ma passa armi e bagagli dall’altra parte della barricata. È la classica spia di un disagio che non incrocia forme e luoghi di ricomposizione politica. Salvini rilancia pertanto la sua iniziativa sfruttando le semovenze tattiche di Berlusconi.

L’aspetto curioso di questa destra anomala, fino a ieri apparentemente destinata a scomporsi tra europeisti e antieuropeisti, è che riesce nonostante la torsione sovranista imposta da Lega e FdI a fregiarsi di una improvvida copertura del cosiddetto centrismo post-democristiano. Infatti, sulla riforma del Mes si è dispiegata una sibillina esercitazione in ambito cattolico moderato attorno a distinguo di dubbia valenza politica – in sede parlamentare l’esempio più grave per ambiguità lo ha fornito il drappello dell’Udc – avendo a riferimento, in ogni caso, la coda sempre meno lumescente della cometa Berlusconi.

È sull’europeismo che va ricostruita la comunanza d’indirizzo tra spezzoni di mondo popolare. Nel nome di De Gasperi non si può fiancheggiare l’oltranzismo demagogico di chi osteggia la politica di equilibrio della stessa Angela Merkel. C’è un limite a tutto e oggi, se non si vuole disperdere l’ultimo granello di fedeltà alla tradizione democristiana, il limite consiste nel tenere a bada il demone del sovranismo. Offuscare questa necessità, per la quale s’impone un soprassalto di rigore, vuol dire soltanto che sulla strategia di fondo s’insedia il motivo della convenienza, senza più decoro.

 

Gli scricchiolii nella maggioranza registrati dai sondaggi politici

Mentre può tirare un sospiro di sollievo per l’accordo raggiunto a Bruxelles sul Recovery Fund, a Roma Conte si trova a fronteggiare le turbolenze della sua maggioranza. La nota dell’Agenzia Italia, diffusa nella serata di ieri, analizza la media degli ultimi sondaggi da cui si evince il deterioramento dei consensi al governo e ai partiti che lo sostengono. Il dato più evidente è quello della simmetria che si riscontra nell’osservare come i conflitti all’interno della maggioranza, ad esempio sulla gestione dei 209 miliardi destinati a rimettere in piedi l’Italia, favoriscano direttamente la Lega e per estensione le forze di opposizione. In questa fase, insomma, il sistema politico non conosce intercapedini di compensazione: l’elettore deluso non sceglie di rifugiarsi nell’astensione, ma passa armi e bagagli dall’altra parte della barricata. È la classica spia di un disagio che non incrocia forme e luoghi di ricomposizione politica.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Agenzia Giornalistica Italiana (AGI)

Vengono prima le fibrillazioni interne a una coalizione di governo oppure la crisi di consenso del governo stesso? A volte – come nel celebre dilemma dell’uovo e della gallina – non è così facile stabilirlo. E in effetti pare di essere in una di quelle situazioni. Soltanto una settimana fa abbiamo dato conto dei primi segnali di un (possibile) calo dei consensi verso la maggioranza giallo-rossa, a vantaggio dell’opposizione di centrodestra.

Nei giorni immediatamente successivi, ecco materializzarsi lo spettro di una crisi di governo, in occasione della votazione parlamentare sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes). Superato quello scoglio, con la “neutralizzazione” dei dissidenti del M5S e il voto favorevole incassato dal premier – prima alla Camera e poi, soprattutto, al Senato – ecco profilarsi un’altra fonte di instabilità: i forti contrasti, soprattutto interni alla maggioranza, sull’idea del Presidente del Consiglio di creare una “task force” autonoma per la gestione dei progetti (e soprattutto dei fondi) legati al programma Next Generation EU – più noto come Recovery Fund.

Oggi, puntuale, arriva la conferma delle avvisaglie della scorsa settimana: il consenso per i partiti di maggioranza scricchiola, mentre si rafforza l’opposizione. È questo che emerge dalla nostra Supermedia dei sondaggi, che vede oggi un forte aumento della Lega (+0,8% in due settimane), unico tra tutti i partiti a guadagnare consensi e che ritorna sopra quota 24%. Gli altri partiti inseguono, con il PD in leggera crescita al 20,6% (+0,2%) e il Movimento 5 Stelle che torna a calare sotto quota 15% (14,7 per la precisione), perdendo lo 0,4% e accusando esattamente un punto e mezzo di distacco da Fratelli d’Italia, stabile al terzo posto (16,2%).

Stabili tutti gli altri partiti, da Forza Italia in giù, con il “derby” tra i partiti minori che questa settimana vede prevalere di un soffio Azione di Calenda sulla sinistra di Speranza e Fratoianni e su Italia Viva di Matteo Renzi. Ma, come spesso accade, più che sulle singole liste conviene concentrarsi sulle aggregazioni, e in particolare sulle due principali aree di maggioranza e opposizione in Parlamento.

Più che a un ritrovato attivismo di Matteo Salvini, la crescita della Lega (e, di conseguenza, del centrodestra) si può interpretare in questo modo: e cioè col fatto che i consensi in uscita dai partiti di governo vanno a beneficio – direttamente o indirettamente – del principale partito di opposizione. A dire il vero, che il Governo Conte abbia perduto, almeno in parte, gli altissimi consensi di cui ha goduto durante la prima ondata del Covid-19, non è una novità. Già da alcune settimane diversi istituti demoscopici hanno registrato questo calo: secondo l’ultima rilevazione di Ipsos, a fine novembre, tanto il premier quanto l’esecutivo nel suo complesso hanno perso circa 10 punti rispetto al “picco” del 65% (registrato poco prima della pausa agostana).

Tuttavia, Conte rimane tuttora, secondo quasi tutte le rilevazioni, il leader politico con il maggior tasso di gradimento e fiducia – a eccezione di Mattarella. Ma si tratta di un consenso che è stato decisamente scalfito dall’arrivo della seconda ondata, e che è ormai molto “polarizzato” a seconda dell’orientamento politico. Lo conferma il sondaggio svolto da Quorum/YouTrend per Sky, secondo cui anche tra coloro (e sono tanti) che promuovono l’operato del Governo durante la prima ondata, sono moltissimi i critici della gestione della seconda.

Solo un italiano su 4, infatti, ritiene che l’esecutivo abbia gestito bene entrambe le ondate; soprattutto, il giudizio dipende moltissimo dall’orientamento politico di chi risponde, con gli elettori di PD e M5S molto più “generosi” e quelli di Lega e FDI decisamente più “severi”.

Nonostante i numeri visti fin qui, è probabilmente un azzardo affermare che nell’opinione pubblica siano maturi i tempi per una crisi di governo. Innanzitutto, perché il 56%, secondo il più recente sondaggio di EMG, ritiene che una crisi di governo oggi sarebbe “un errore”.

Qui l’articolo completo

Ernesto Preziosi “Cattolici e presenza politica”

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore questo scritto, già apparso su Dialoghi, n. 4/2020, che recensisce l’ultimo libro di Preziosi.

Un saggio interessante e stimolante, che – seppur scritto prima della pandemia – può essere una lettura utile e un punto di riferimento per riprendere il cammino di un impegno di presenza politica seria e responsabile dopo la prova difficile dell’emergenza epidemica, allorquando si dovrà por mano a scelte politiche in una nuova prospettiva di bene comune per far fronte agli squilibri e alle nuove diseguaglianze sociali. E sarà ancor più necessario ricostruire, nella dialettica democratica, un clima e orientamenti capaci di superare i rischi ricorrenti e deleteri di individualismi, populismi e sovranismi, con cui siamo da tempo alle prese, con esiti evidenti di fragilità e frammentazione delle stesse istituzioni.

Il volume di Preziosi è in certo modo lo sbocco e il frutto di un percorso personale sul versante della politica, intesa sia come impegno culturale, da laico cristiano, che come esperienza concreta di chi non si ritrae di fronte a concrete opportunità di azione sul campo. E in effetti il saggio si sviluppa con due tipi di riflessioni, che corrispondono a due distinte vocazioni dell’autore, da un lato attratto dalla ricostruzione storica dell’appello sturziano ai liberi e forti di cent’anni addietro, assunto come fatto emblematico e determinante di una presenza attiva di credenti nella vita politica del Paese, dall’altro ancor più motivato, nella ricerca di un filo conduttore per l’oggi, dalla verifica del se e del come quella esperienza risalente possa avere una qualche attualità nel contesto odierno e cosa ci possa suggerire.

Di qui l’analisi accurata, nelle prime due parti del lavoro, della realtà di allora e delle condizioni che resero possibile quell’esperienza significativa di ingresso attivo di credenti nella vita politica, peraltro in una prospettiva laica, sviluppatasi intorno all’idea guida del popolarismo, che avrebbe poi in vario modo influito sulla presenza politica organizzata dei cattolici nel secondo dopoguerra, fino alla rinascita – sia pure per un breve periodo –  del partito popolare nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, conclusasi con la diaspora nell’Ulivo e in altre forze politiche, conseguente in larga misura all’opzione per un sistema elettorale maggioritario.

La rilettura (documentata e non retorica) dell’esperienza sturziana e delle vicende successive che si possono in qualche modo collegare al popolarismo, arricchita da puntuali indicazioni bibliografiche, non è però la premessa per riproporre oggi quel modello, pur ricordando per certi versi la situazione odierna di involuzione delle dinamiche politiche i disorientamenti ed i conflitti di allora tra i partiti, con sintomi di crisi per la tenuta del sistema sociale e politico-istituzionale. E’ piuttosto una rilettura finalizzata ad un discernimento utile per la realtà contemporanea, soprattutto per capire se è possibile ricavare da quella storia una spinta morale per fare anche oggi la nostra parte, come credenti eredi – e non solo custodi – di quella tradizione di cattolici impegnati a perseguire il bene comune possibile.

Su questo piano si sviluppa tutta la terza parte del volume, dedicata anzitutto a ripercorrere alcuni momenti rilevanti del dibattito dell’ultimo decennio promosso da componenti attive e pensose del cattolicesimo politico democratico, intorno all’interrogativo “quale presenza politica dei cattolici”, a partire dal seminario di Todi del febbraio 2011. Qui emerge anche la ricchezza e il senso profondo dell’esperienza personale di Preziosi, sia come promotore indefesso e corresponsabile di iniziative di presenza e raccordo culturale e di progettazione politica (tra cui il Centro di ricerca e studi storici e sociali e  Argomenti 2000, con la Costituente delle idee), sia come protagonista di un mandato quinquennale di rappresentante politico in Parlamento: il doppio volto di un solido impegno politico, in certo modo naturale per chi sente davvero e vuole interpretare oggi il messaggio ai liberi e forti.

Di qui la sottolineatura del ruolo del volontariato intellettuale dei laici credenti per contribuire a rendere possibile ed animare (“con creatività”) la dialettica democratica al servizio del Paese, in modo da rendere il popolo, nella sua realtà concreta e plurale, protagonista consapevole della vita politica, al riparo da tentazioni di disimpegno. E al riparo pure, per altro verso, da certe scorciatoie pericolose di una partecipazione spesso solo apparente o narcisistica, in realtà di frequente succube di derive leaderistiche fondate su un uso disinvolto della comunicazione politica e di tecniche di manipolazione del consenso. In tal senso a Ernesto Preziosi sta a cuore approfondire, più che la discussione sull’opportunità  di una formazione politica autonoma di cattolici, soprattutto la capacità 

dei credenti di fornire un contributo e di interagire con donne e uomini di buona volontà per la realizzazione del bene comune, nel rispetto del pluralismo, evitando il latente declino della politica e le derive demagogiche e populiste.

Di qui quella che viene qualificata una “nuova chiamata”, ma per avviare processi, più che per occupare spazi, mirando in realtà soprattutto a un nuovo partito. Processi in grado di mobilitare le coscienze con stimoli forti, sviluppando una effettiva sensibilità per l’impegno politico, alimentato da principi e riferimenti che il magistero senz’altro può offrire a chi abbia passione civile e si proponga di concretare il bene comune possibile. In una prospettiva anzitutto di sussidiarietà e   solidarietà, due caposaldi sia della dottrina sociale che della Costituzione, che vanno costantemente tenuti presenti e declinati con coerenza e pervicacia. Ma ovviamente tenendo in massimo conto anche quanto da ultimo ci è stato offerto dalla <Laudato sì> sul piano di un’antropologia in sintonia con le esigenze di un’ecologia integrale nei rapporti tra persona e ambiente.

In tal senso l’appello sturziano mantiene una sua sostanziale attualità, oltre che come spinta morale, come richiamo di metodo a comunicare e argomentare senza ricorrere a forme di propaganda furbesca e strumentale, ma facendo crescere la capacità di discernimento e di dialogo non in funzione di astratti riferimenti identitari, ma accettando il pluralismo e il conflitto, consci dell’autonomia della politica da ogni ipoteca confessionale. Sul piano del metodo emerge, d’altra parte, specie nelle pagine conclusive, un ulteriore elemento che per Preziosi è sicuramente decisivo per dare respiro e prospettiva al lavoro di elaborazione e partecipazione politica. Ossia la necessità di puntare a percorsi unitari di orientamenti e propositi, cercando con fiducia e pazienza luoghi e punti di incontro e di coordinamento (“reti”)  tra i mondi vitali del cattolicesimo politico, lasciando comunque alla responsabilità e alla fatica di chi si impegna nel servizio politico il compito della mediazione con la storia, con i suoi conflitti e lacerazioni, alla ricerca del bene comune possibile.

Di qui peraltro l’esigenza imprescindibile di coscienze educate alla partecipazione democratica, nelle varie sedi e livelli in cui si articola il sistema istituzionale e la rappresentanza politica. Di qui un ineludibile compito formativo, anche in ambito ecclesiale, all’impegno socio-politico, ovviamente in una prospettiva prepartitica, per dare basi culturali salde ad una presenza politica dei cattolici, laica ma cristianamente ispirata. Un compito formativo – si potrebbe aggiungere – che dovrebbe concorrere e integrarsi con quell’educazione alla cittadinanza, che sempre più è percepita come un compito essenziale della formazione scolastica, dove da quest’anno è diventato obbligatorio l’insegnamento di educazione civica, al fine di fornire ai giovani le chiavi per la convivenza civile e il dialogo democratico, nel rispetto delle libertà e dei valori costituzionali.

Croce rossa di Roma: Vivi un Natale solidale”

#ViviunNataleSolidale. Questo periodo tradizionalmente di Feste, quest’anno sarà diverso per tutti. Ma c’è un modo per poterlo vivere con maggiore calore e condivisione, continuare ad aiutare chi è più fragile, anche a causa di questa emergenza. Per questo la Croce rossa di Roma torna a fare appello ai cittadini romani a sostenere i volontari nell’aiutare le famiglie in difficoltà.

La presidente della Croce Rossa di Roma Debora Diodati parlando dell’iniziativa ha dichiarato: “La nostra raccolta di generi alimentari continua ormai da mesi e anche la distribuzione dei pacchi per chi ci chiede un sostegno per la spesa attraverso il numero verde della Croce rossa italiana 800.065510. In questi giorni che ci avvicinano alle festività, sebbene saranno diverse dal solito per tutti, c’è chi rischia di viverle in modo ancora più isolato e difficile. Per questo vogliamo rilanciare il nostro invito a donare affinché anche il Natale possa essere migliore per coloro che stanno vivendo un momento particolarmente difficile di crisi economica e sociale”. Molti comitati della Croce rossa a Roma stanno incrementando la raccolta della spesa solidale nei vari quartieri nei supermercati e nelle sedi Cri. Il comitato di Roma area metropolitana continua ogni giovedì ad aprire le porte della sede centrale di Via Ramazzini 37 dalle 10 alle 16 per tutti coloro che vogliono portare generi alimentari a lunga conservazione. Prima di Natale l’appuntamento sarà, invece, per martedì 22 dicembre.

Istat: le esportazioni delle regioni italiane

Nel terzo trimestre 2020, si stima una forte crescita congiunturale delle esportazioni per tutte le ripartizioni territoriali: +34,3% per il Centro, +33,4% per il Nord-est, +30,3% per il Nord-ovest e +27,0% per il Sud.

Nel periodo gennaio-settembre 2020, l’export registra una diminuzione su base annua marcata e diffusa a livello territoriale: rispetto alla media nazionale, è più ampia per le Isole (-28,2%) e, in misura minore, per il Nord-ovest (-14,0%), più contenuta per il Centro (-11,8%), il Nord-est (-10,4%) e il Sud (-10,1%).

Nei primi nove mesi dell’anno, la flessione tendenziale dell’export interessa quasi tutte le regioni ed è più accentuata per Sardegna (-39,9%), Valle d’Aosta (-24,5%), Sicilia (-21,4%) e Basilicata (-21,3%). Le performance negative di quattro regioni – Piemonte (-17,6%), Lombardia (-13,4%), Veneto (-11,0%) ed Emilia-Romagna (-10,6%) – spiegano oltre i due terzi del calo su base annua dell’export nazionale. Solo Molise (+31,4%) e Liguria (+1,1%) registrano, nel confronto con i primi nove mesi del 2019, un aumento delle esportazioni.

Nello stesso periodo, la riduzione delle vendite di macchinari e apparecchi da Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte, di metalli di base e prodotti in metallo dalla Lombardia e di articoli in pelle, escluso abbigliamento e simili, dalla Toscana contribuisce per 3 punti percentuali al calo tendenziale dell’export nazionale. Per contro, l’aumento delle esportazioni di metalli di base e prodotti in metallo da Toscana e Lazio e di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici da Toscana, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Marche contrasta per 1,4 punti la flessione dell’export.

Nei primi nove mesi del 2020, i contributi maggiori alla diminuzione su base annua delle esportazioni nazionali derivano dal calo delle vendite di Piemonte (-16,2%) e Lombardia (-14,3%) verso la Germania, di Piemonte (-17,8%), Lombardia (-15,3%) ed Emilia-Romagna (-12,5%) verso la Francia e di Lazio (-34,0%), Piemonte (-22,6%) ed Emilia-Romagna (-13,5%) verso gli Stati Uniti.

L’analisi provinciale dell’export mostra performance negative per la maggior parte delle province italiane: le peggiori interessano Milano, Torino, Firenze, Bergamo, Brescia, Cagliari e Vicenza. Tra le performance positive, le migliori si registrano per Arezzo, Gorizia e Rovigo.

Si comunica che i dati del 2019 del commercio con l’estero sono stati resi definitivi e che quelli dei primi cinque mesi del 2020 sono stati revisionati, utilizzando le dichiarazioni Intrastat che si sono rese disponibili dopo il 30 giugno 2020, al termine della sospensione dell’obbligo di trasmissione, prevista tra le misure a sostegno delle imprese dal Decreto “Cura Italia” nella prima fase dell’emergenza Covid-19.

Le misure per la scuola dell’ultimo Dpcm

L’ultimo Dpcm, che contiene le nuove misure per il contenimento della diffusione del COVID-19, include diverse disposizioni riguardanti le scuole e l’attività didattica. Di seguito, la sintesi delle misure previste per questo importante settore.

Misure valide su tutto il territorio nazionale

Nelle scuole secondarie di secondo grado, il 100% delle attività continuerà a svolgersi per tutti gli studenti, fino alla pausa natalizia, tramite didattica digitale integrata. Dal 7 gennaio 2021, il 75% della popolazione studentesca dovrà tornare alla didattica in presenza. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o per garantire l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità o con bisogni educativi speciali.
Nei servizi educativi per l’infanzia, nelle scuole dell’infanzia e nel primo ciclo di istruzione (scuole primarie e secondarie di I grado) la didattica continua a svolgersi integralmente in presenza. È obbligatorio l’uso di dispositivi di protezione delle vie respiratorie, fatta eccezione per i bambini di età inferiore ai 6 anni e per i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso della mascherina.
Presso ciascuna Prefettura sarà istituito un Tavolo di coordinamento, presieduto dal Prefetto, che avrà l’obiettivo di definire il più idoneo raccordo tra gli orari di inizio e termine delle attività didattiche e gli orari dei servizi di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano. Al Tavolo parteciperanno il Presidente della Provincia o il Sindaco della Città Metropolitana, gli altri Sindaci eventualmente interessati, i dirigenti degli Ambiti Territoriali del Ministero dell’Istruzione, i rappresentanti del Ministero dei Trasporti, delle Regioni, delle Province autonome di Trento e Bolzano e delle aziende di trasporto locali. All’esito del tavolo ogni Prefetto redigerà un documento operativo sulla base del quale le amministrazioni coinvolte adotteranno le misure di loro competenza.
Le riunioni degli organi collegiali continueranno a svolgersi con modalità a distanza. Il loro rinnovo, qualora non completato, avverrà anch’esso a distanza, nel rispetto dei principi di segretezza e libertà nella partecipazione alle elezioni.
Restano sospesi i viaggi di istruzione, le iniziative di scambio o gemellaggio, le visite guidate e le uscite didattiche, fatte salve le attività inerenti i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (PCTO).
Il Dpcm conferma la sospensione per “lo svolgimento delle prove preselettive e scritte delle procedure concorsuali pubbliche e private”. Rimangono quindi sospese le prove del concorso straordinario per la scuola secondaria di primo grado e secondo grado che saranno comunque ricalendarizzate. Il Ministero sta dotando le commissioni degli strumenti per procedere con la correzione da remoto delle procedure già effettuate.

Misure per i territori con scenari di maggiore gravità

Nelle aree caratterizzate da uno scenario di “massima gravità e da un livello di rischio alto”, cosiddette zone rosse, restano in presenza i servizi educativi per l’infanzia, la scuola dell’infanzia, la primaria e il primo anno della scuola secondaria di primo grado. Le attività didattiche in tutti gli altri casi si svolgeranno esclusivamente con modalità a distanza. Resta comunque salva la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o per garantire l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e in generale con bisogni educativi speciali. Le disposizioni del Dpcm si applicano dalla data del 4 dicembre 2020, in sostituzione del Dpcm del 3 novembre 2020, e sono efficaci fino al 15 gennaio 2021.

Covid: terza ondata dietro l’angolo

“C’è tanto virus in giro e per questo la terza ondata è dietro l’angolo”. Lo afferma all’Adnkronos Salute Giorgio Sestili, fisico e ideatore della pagina Facebook ‘Coronavirus – Dati e analisi scientifiche’, da oggi anche sul web con un proprio sito www.giorgiosestili.it. “Il numero dei contagi scende, ma non velocemente come è accaduto nella prima fase. Ma allora – spiega Sestili – si è deciso per un lockdown totale che ha permesso di tagliare i contagi in maniera efficace.

Oggi è molto più difficile arrivare a quel risultato, le Regioni sono in zona gialla e le persone circolano e prendono i mezzi pubblici. Sarà dura far scendere la curva a poche centinaia di casi al giorno come in estate e la paura è che basti poco per riaccendere l’incremento. C’è tanto virus in giro e per questo la terza ondata è dietro l’angolo. Dobbiamo stare molto attenti”.

“A gennaio-febbraio ci sarà la probabile e pericolosa sovrapposizione tra Sars-CoV-2 e influenza – avverte – Ecco perché non capisco il calo nei numero dei tamponi, siamo scesi rispetto ai 250mila di novembre. Mentre dovremmo continuare a scovare i positivi, fare screening e andare a stanare gli asintomatici. La terza ondata Covid-19 potrebbe riportarci indietro e causare seri problemi agli ospedali. Non ‘sediamoci’ troppo vedendo un lieve calo dei contagi giornalieri”.

David Sassoli: “Crisi di Governo? Paese potrebbe pagarla davvero cara, da evitare”

Il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli (Pd), rispondendo, a margine di una conferenza stampa a Bruxelles, in merito alle continue voci di stampa su un possibile cambio di esecutivo. dichiara: “Crisi di Governo? Paese potrebbe pagarla davvero cara, da evitare” “Aggiungere al lockdown sanitario un lockdown politico penso che sia la cosa per cui un Paese possa pagarla davvero cara. Potrebbe essere marginalizzato e certamente azzoppato nella sua capacità di ripresa. Penso che questo sia da evitare”.

Invece l’accordo che consentirà di procedere con il Recovery Plan e con il bilancio pluriennale dell’Ue per il 2021-27, insieme al meccanismo che proteggerà l’attuazione del bilancio Ue dalle violazioni dello Stato di diritto, se confermato dal Consiglio Europeo costituirà “un buon risultato” per l’Ue.

A tal riguardo affrontando, nella giornata odierna i temi europei, aveva dichiarato: “Le decisioni che siamo chiamati ad assumere sul Recovery Plan saranno il veicolo per la trasformazione verde, per il Green Deal europeo, come per la trasformazione digitale e per la riduzione delle disuguaglianze e la lotta alla povertà”.

“Gli investimenti dell’Ue saranno fondamentali in tal senso in quanto i cittadini, le città e le imprese dell’Unione contano su di noi per un intervento urgente volto a contrastare gli effetti della pandemia, a generare un nuovo benessere basato sulla solidarietà e a creare posti di lavoro sicuri”.

Io e Paolo Rossi a Santa Lucia di Prato

Sono nato e cresciuto a un paio di chilometri dalla casa di Paolo Rossi, a Santa Lucia di Prato (gli amici Fabrizio Tomada e Mons. Simoni conoscono Prato centimetro centimetro e possono dire dove lì si apre la Vallata del Fiume Bisenzio e dell’industria laniera, e dove Rossi spiccò il volo).

La sera del Mondiale dell’82 eravamo proprio lì dove vivevano i genitori, e sembrava il 4 Novembre. Il ponticino sul Bisenzio a Santa Lucia? Il Ponte di Bassano.
Martellini che grida “Campioni del mondo”, e Pertini sull’aereo – “E no Bearzot, lo faceva lui il sette!” – che sgrida il Mister nella partita a scopone, rimarranno nelle steli come il comunicato di Diaz.

Ciao Paolo, spero ci reincontremo. Ci salutiamo con un pezzo di Bennato-Giannini, arrivato dopo ma che avrebbe dovuto essere scritto per quel 1982: “Quel sogno che comincia da bambino. E che ti porta sempre più lontano. Non è una favola, e dagli spogliatoi
Escono i ragazzi e siamo noi”. Quel “siamo noi” in quelle ‘notti magiche’ si respirava come se d’incanto qualcuno o qualcosa ci avesse rifondato.

La non coalizione e il Governo.

Per chi arriva dalla tradizione politica e culturale del cattolicesimo democratico e sociale, le  coalizioni – o meglio, la “cultura delle alleanze” – sono sempre state centrali nella strategia del  partito di riferimento. Sia sul versante democratico/riformista sia su quello conservatore/liberale.  Del resto, Mino Martinazzoli lo ricordava sempre con una felice espressione. Ovvero, “In Italia la  politica è sinonimo di politica delle alleanze”. Appunto, la “nostra” tradizione culturale e politica è  sempre stata allergica rispetto alla concezione egemonica di un solo partito – la vulgata centrale e  costitutiva del pensiero della sinistra italiana – nè ha mai individuato nelle alleanze la scorciatoia  trasformistica e consociativa per poter governare. Certo, nella lunga storia democratica del nostro  paese non sono mancati alti e bassi con l’invenzione di mille formule, anche le più innovative e  singolari, che hanno accompagnato la formazione di molti governi nelle diverse fasi storiche. Ma  questo capitava con il sistema proporzionale. Ma, anche con il sistema maggioritario della  cosiddetta seconda repubblica, le cose non sono cambiate granchè. Anche perchè, come  ricordava con efficacia Pietro Scoppola, “In Italia si è riusciti anche a proporzionalizzare il  maggioritario”. 

Ora, però, di fronte a ciò che capita concretamente nella politica italiana diventa francamente  difficile capire quali sono gli elementi costitutivi che reggono e giustificano la strana alleanza di  governo. Che resta, tuttavia, senza reali alternative politiche. Almeno per ora. Elementi che poco  hanno a che fare con “la cultura delle alleanze” e, soprattutto, con una strategia che guardi oltre  alla settimana o al mese di riferimento.  

Innanzitutto siamo in una fase dominata dal trasformismo politico e parlamentare. Per cui è, di  fatto, inutile parlare di alleanze e di coalizioni perchè tutto può cambiare nell’arco di pochi giorni o  al massimo di poche settimane. Appunto, dominate dalla logica trasformistica che non tollera nel  suo statuto alcuna coerenza e alcuna strategia politica e di governo di lungo respiro se non quella  della pura sopravvivenza del ceto politico e parlamentare.  

In secondo luogo siamo di fronte ad un partito, quello dei 5 stelle, che coltiva un solo e grande  obiettivo: la permanenza in Parlamento. Per motivi facilmente e umanamente comprensibili…Un  elemento, questo, che ormai tutti sanno e che tutti conoscono e su cui non vale neanche la pena  di soffermarsi un minuto in più. Su questo versante è inutile insistere. Ogni giorno ce lo ricordano i  fatti concreti. E non a caso, la deriva trasformistica non può che essere il naturale approdo di  questa impostazione. Ciò che è puntualmente avvenuto dal voto del 2018 ad oggi.  

In terzo luogo il ruolo di uno strano partito personale. Quello di Renzi denominato Italia Viva. Un  movimento nato nel palazzo – e sonoramente battuto nella società e nelle elezioni appena si è  presentato qua e là nel recente appuntamento regionale – che ha un solo ed esclusivo obiettivo:  garantire la carriera personale del suo fondatore. Appunto, Renzi. E quindi riflette  quotidianamente il carattere e il profilo del suo fondatore. Ormai conosciuto da quasi tutti, se non  addirittura da tutti. Cioè, distruggere, rottamare, annientare e rimescolare continuamente le carte.  L’esatto opposto di ciò che caratterizza “la cultura delle alleanze” e la “centralità delle coalizione”. 

Infine Leu. E qui è perfettamente inutile soffermarsi su un partito che ha visto profilarsi  all’orizzonte un miracolo laico: andare al Governo senza sapere il perchè. Resta il Pd che, frutto  delle tradizioni della sinistra democratica e del cattolicesimo democratico, individua nella  coalizione un postulato essenziale anche nella politica contemporanea. Ma è francamente difficile  percorrere e declinare questo disegno con gli attuali compagni di viaggio. Ma questo è un altro  discorso che meriterebbe altre riflessioni. 

In conclusione, non resta che una sola considerazione. Nel sistema politico italiano, prima o poi,  va ricreata dalle fondamenta la “cultura delle alleanze”. Semprechè ci si creda. Perchè, altrimenti,  non resta che una alternativa. Ovvero, aderire alla logica trasformisticica, consociativa e di puro  potere. Ma poi non lamentiamoci se ad avvantaggiarsi di tutto ciò saranno, ancora una volta, le  forze populiste, demagogiche, anti politiche e forse anche autoritarie. 

Addio Pablito

Per tutti noi era Pablito, l’eroe del Mundial ’82. Paolo Rossi è morto a 64 anni, era affetto da un male incurabile. L’annuncio è stato dato dalla moglie, Federica Cappelletti, con un post su Instagram.

Con i suoi gol trascinò gli Azzurri di Enzo Bearzot a vincere i campionati del Mondo in Spagna. Tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania in finale. Il trionfo, il titolo di capocannoniere, il pallone d’oro. E un posto indelebile nella storia sportiva del Paese.

Ha chiuso la carriera nel Milan (1985-86) e poi nel Verona la stagione successiva. In tutto ha giocato 340 partite, segnando 134 gol, mentre in azzurro vanta 48 gettoni e 20 reti (compreso un titolo di capocannoniere mondiale) in dieci anni di Nazionale.

Ma non è stato solo un ottimo calciatore. Rossi, dopo aver concluso l’attività calcistica, ha contribuito molto all’impegno sociale. Nel 2007, insieme ai ciclisti Matteo Tosatto e Filippo Pozzato, all’avvocato Claudio Pasqualin e a Don Backy, ha preso parte alle registrazioni del disco Voci dal cuore, il cui ricavato è stato devoluto al Progetto Conca d’oro ONLUS di Bassano e all’Associazione bambini cardiopatici del mondo; l’ex attaccante ha cantato la canzone La leva calcistica della classe ’68. Nel 2009 è stato testimonial italiano della FAO per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere fondi in favore della lotta globale contro la fame nel mondo.

Nel 2012 è stato testimonial della seconda edizione della manifestazione “Un mese per l’affido”, organizzata allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica ad accogliere temporaneamente nelle loro case bambini e ragazzi in serie difficoltà. Il 16 maggio 2014 ha preso parte al torneo di calcio benefico “Bambini senza confini”, organizzato da don Paolo De Grandi e giocato allo stadio Città di Arezzo, per raccogliere fondi da destinare ai bambini palestinesi.

Può rinascere il campo di calcio di Villa Gordiani a Roma? Appello a Francesco Totti e le responsabilità del V° Municipio

Dall’inizio della terza decade di novembre è tornato di grande attualità l’impianto sportivo di Villa Gordiani, dismesso lo scorso anno per decisione del V° Municipio. Questo interesse grazie a un filmato di 22 secondi, presente nel film – documentario;  “Mi chiamo Francesco Totti” di Alex Infascelli, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2020 e successivamente,  in visione in diverse modalità, per il grande pubblico. In un breve spezzone del film, si vede un giovanissimo Totti,  all’epoca era della Lodigiani, (forse 1988), che “ segnava un goal su calcio di rigore, nel campo  di Villa Gordiani, e poi la corsa gioiosa verso il centro campo”.

Un gruppo di giovani della squadra di calcio di Villa Gordiani, dopo aver visto il film, inviano attraverso un post sui  social  un accorato appello a Totti, chiedendo di aiutarli a far restituire  ai ragazzi nel territorio dei Gordiani lo storico campo di calcio.  Gli autori dell’appello, scrivono: “Noi non ci abbiamo messo un secondo a riconoscere quel campo di terra battuta. Il nostro campo. Forse non lo sai Francè, ma oggi quella porta non c’è più! Per noi, che siamo una realtà formata da ragazzi in questo quartiere, quel campo oggi è l’unica possibilità per provare a rendere veramente accessibile il diritto allo sport in un quartiere popolare come il nostro. Oggi quel campo non c’è più, resta solo una porta, l’altra rispetto a quella dove tu segnasti. Su quel campo c’è un enorme vuoto e un mare di ricordi.” Uno spazio sportivo conosciuto e praticato non solo dagli attuali giovani e ragazzi, ma dai loro padri e dai loro nonni. Una bella storia vera,  di oltre 60 anni, ma che oggi è diventata purtroppo triste, in nome della presunta “ trasparenza, legalità e  partecipazione.”

Ma come nasce il campo di calcio di Villa Gordiani? Quando alla metà degli anni ‘50, si costruiva il “Nuovo quartiere urbano di Villa Gordiani”, un enorme cartellone del Comune di Roma, posizionato sulla via Prenestina, allora a una corsia (così era da Largo Preneste/Acqua Bullicante, davanti allo stabilimento Snia, verso Quarticciolo), indicava le caratteristiche del nuovo insediamento. Un quartiere che comprendeva: “la costruzione di 110 fabbricati con 2.000 appartamenti per 10.000 vani, due edifici per scuole popolari con 90 aule, laboratori, refettori e palestre, mercato coperto e negozi, parco pubblico archeologico con campo sportivo”, era una zona urbana autosufficiente, fra la Prenestina e la linea delle F.S. per Pascara, nel quadrante Est della città.

Erano tempi in cui lo sviluppo e la crescita della popolazione nella Città Eterna era di 70/80 mila cittadini all’anno e le esigenze abitative e sociali erano particolarmente urgenti, specialmente per le zone di periferia con forte espansione, ove esistevano anche i drammatici problemi di precarietà  dei baraccati. In questo contesto “ il campo di calcio di Villa Gordiani”, nell’omonimo parco archeologico, grande polmone verde della zona, ha rappresentato, per oltre mezzo secolo, non solo per i ragazzi del quartiere Prenestino, un centro di aggregazione sportivo e sociale, un ritrovo per le famiglie per vedere partite e allenamenti, una sede riconosciuta dal Coni, di incontri di calcio amichevoli e di campionati della FIGC (federazione Italiana Gioco Calcio) delle serie minori, un servizio che dava prestigio alla periferia e al territorio, prima circoscrizionale e poi municipale.

Nel 2019 la Giunta del V° Municipio di Roma decide di dismettere il campo di calcio, in nome di una presunta tutela ambientale:  rimuovere alcuni manufatti di servizio, considerati abusivi, su terreno comunale, e una presenza di amianto. Un fatto discutibile, dal punto di vista del buon senso. Sarebbe stato meglio per l’interesse dei cittadini, quello di promuovere invece una bonifica e una riqualificazione dei manufatti dell’impianto sportivo. Una decisione incomprensibile,  priva di alcun fondamento logico e di buona amministrazione, che viene energicamente contestata dai cittadini del quartiere, anche con prese di posizione sulla stampa, nei social e dalle opposizioni nel Consiglio del V° Municipio.                                                                    

La riprova dell’impopolarità e della “ideologica decisione”,  di dismettere il campo di calcio di Villa Gordiani, è stata verificata soprattutto dalla contrarietà dei cittadini il 24 giugno 2019, in occasione della riunione del Consiglio del V° Municipio, convocato per discutere di questo argomento. “Surreale il clima, davanti e dentro la struttura utilizzata per il dibattito, presso il Centro Sociale Anziani di Villa Gordiani; decine di Agenti della Polizia Roma Capitale, Polizia di Stato, Autoblindo della Celere, Polizia Forestale e Volontari delle Guardie Ambientali. La gente intervenuta è stata davvero tanta, e questo nonostante l’ingresso nella Sala sia stato governato per la prima volta dalla nascita delle Circoscrizioni prima, e dei Municipi poi, dalle Forze di Polizia. Un segno più che evidente, di una ingiustificata paura da parte dei Pentastellati, che governano il Municipio. Tutto invece è filato liscio, come del resto doveva essere.”

Ci sono stati interventi, da un lato chi, come i componenti della Giunta Boccuzzi, che sostenevano la bontà dell’operazione, con la demolizione del polo sportivo, a causa dalla presenza di amianto   e la   tutela archeologica,  dall’ altro, esponenti dell’opposizione, associazioni e cittadini, sostenitori della struttura sportiva perchè  nata con il quartiere,  parte integrante del complesso urbano, e per questo da tutelare con le necessarie  bonifiche,  per rilanciare sport e associazionismo. Per quanto riguarda i vincoli archeologici la collocazione del sito sportivo è irrilevante rispetto al parco e ai resti della Villa Patrizia, non a caso a Roma esistono altri impianti nel cuore della città come lo Stadio delle Terme , per l’atletica leggera, a Caracalla dal 1939, e nessuno si sogna  di sostenere che le antichità non sono tutelate.

La decisione del V° Municipio, approvata a maggioranza dal Consiglio, è stata immediatamente resa esecutiva, e nel luglio 2019, malgrado tante proteste, con l’intervento di ruspe e operai, hanno raso al suolo lo storico campo di calcio, per una spesa di circa 100.000 euro. Poi all’inizio di agosto 2019, una Commissione Sport e Cultura del Consiglio Comunale di Roma, di fatto ha coperto il discutibile e contestato operato del Municipio. Sono rimasti dubbi, tanta amarezza e molta delusione su questa brutta vicenda, perché riflettendo si può affermare che la decisioni prese dal V° Municipio, possano aver avuto un eccesso di potere, non essendo vincolanti, senza il consenso del Campidoglio. Questo si rileva dall’interpretazione del Regolamento del decentramento. L’Assessorato allo Sport non ha tutelato gli interessi dei cittadini del quartiere perché poteva proporre soluzioni di riqualificazione con una gestione partecipata, anziché far mortificare e creare danni sociali a una periferia del quadrante est, con la più alta densità abitativa della città.

Ecco perché l’appello dei giovani di Villa Gordiani, dopo oltre un anno dalla distruzione dello storico campo, a Francesco Totti, ha trovato spazio e ospitalità su tanti mezzi d’informazione nazionali e locali. E’ stata rimessa al centro una esigenza, un bisogno e una speranza di futuro che riaccende l’interesse per una struttura d riconquistare per i giovani e  i cittadini, in un periodo difficile, ove la pandemia ha ridimensionato, se non annullato, la vita sociale e sportiva.

Rinascerà il campo di calcio? Forse, le strade sono due, difficili ma non impossibili! Una, la Giunta Boccuzzi, che governa il V° Municipio, riesamini le sue decisioni insieme all’Amministrazione Capitolina, perché parlare per anni dello Stadio di Tor di Valle, e cancellare lo sport dalla periferia è uno scandalo. L’altra, con le elezioni per il rinnovo di Comune e Municipi del prossimo anno, nessuna coalizione politica, che vincerà le elezioni, si potrà sottrarre  dall’ affrontare e risolvere questa vicenda sportiva e sociale, conosciuta non solo a Villa Gordiani, ma in tutta la città !

 

Chi è Pete Buttigieg (forse) il prossimo ambasciatore statunitense in Cina

Il 38enne Pete Buttigieg, ex sindaco della cittadina di South Bend, nell’Indiana, potrebbe essere nominato da Joe Biden prossimo ambasciatore statunitense in Cina.

Ad anticipare in esclusiva la possibile nomina è stato il sito d’informazione “Axios”.

Ma chi  è Pete Buttigieg?

Ex sindaco di South Bend, cittadina di 100 mila abitanti nell’Indiana, Buttigieg è considerato dai media statunitensi come uno tra i volti più promettenti dell’establishment progressista.

Laureatosi all’Università di Harvard e ottenuto un Master al Pembroke College dell’Università di Oxford, Buttigieg ha lavorato dal 2004 al 2005 presso la società di consulenza strategica dell’ex segretario della difesa William Cohen[6], impegnandosi anche per la campagna presidenziale di John Kerry per le elezioni del 2004.

Nel marzo 2014 il Washington Post ha definito Buttigieg “il sindaco più interessante di cui non si è mai sentito parlare”, discutendo sulla sua età, la sua istruzione e il suo trascorso militare.

Nel 2016, il New York Times ha pubblicato un editoriale elogiando il lavoro di Buttigieg come sindaco e chiedendosi nel titolo se potesse alla fine essere eletto come “il primo presidente gay”.

Il 3 novembre 2015 è stato rieletto sindaco di South Bend con oltre l’80% dei voti. Nel dicembre 2018, Buttigieg ha annunciato che non avrebbe corso per un terzo mandato da sindaco.

Buttigieg ha debuttato sul palcoscenico della politica nazionale statunitense alla fine dello scorso anno con la sua candidatura alle primarie presidenziali del Partito democratico. Durante le prime fasi delle primarie, all’inizio di quest’anno, ha conquistato la maggior parte dei delegati dell’Iowa, prima di ritirarsi dalla contesa e sostenere la candidatura di Biden.

All’inizio il suo nome era stato associato alla carica di direttore del dipartimento per gli Affari dei veterani.

Istat: Il censimento permanente delle Istituzioni Pubbliche: Forze di polizia, Forze armate

Il personale in divisa nel suo complesso occupa, nel 2017, 476.566 lavoratori dipendenti, di cui 300.425 nel comparto Sicurezza, 165.387 nel comparto Difesa e 10.754 nelle Capitanerie di porto.

In relazione al tipo di contratto, i dipendenti a tempo indeterminato sono quasi 444mila (il 93,1% del totale), mentre ammontano a 32.868 i dipendenti a tempo determinato (il 6,9%) (Prospetto 1).
Nel biennio 2015-2017 si registra una flessione complessiva del personale dipendente pari al 2,9% (circa 14mila unità in meno). Più nel dettaglio, nei comparti Difesa e Sicurezza il calo è rispettivamente del 2,3% e del 3,4%, mentre le Capitanerie di Porto mostrano un aumento del 2,6%.

Il personale dipendente di genere femminile rappresenta una quota contenuta del personale dipendente totale, pari al 7,6% nel 2017, in lieve aumento rispetto al 2015 (7%). Osservando in dettaglio la distribuzione delle lavoratrici dipendenti per area geografica, nel 2017 la quota maggiore si rileva al Centro (34,6%) e al Sud (20,8%); seguono nell’ordine Nord-ovest (18,2%), Nord-est (17,2%) e Isole (9,1%).

Per ciò che concerne il comparto Difesa, le regioni del Nord che presentano un numero maggiore di dipendenti sono il Veneto (10.024) e il Friuli Venezia Giulia (9.928); al Centro, oltre al Lazio (43.279) la regione con il maggior numero di dipendenti è la Toscana (10.488); mentre tra le regioni del Mezzogiorno emergono Puglia (23.259), Campania (12.519) e Sicilia (10.537).

Per il comparto Sicurezza, le regioni del Nord con più dipendenti sono la Lombardia (29.935), il Piemonte (17.513) e l’Emilia Romagna (16.421); al Centro spiccano il Lazio (56.034) e la Toscana (19.101) e nel Mezzogiorno la Sicilia (28.025) e la Campania (27.104). Per le Capitanerie di Porto, le regioni con la quota maggiore di dipendenti sono la Sicilia (2.120), il Lazio (1.454) e la Puglia (1.162)

La Polonia e l’Ungheria hanno concordato un compromesso con la Germania per sbloccare il Recovery Fund e il budget dell’Unione europea.

La situazione era in fase di stallo dopo il rifiuto di Budapest e Varsavia di legare i finanziamenti europei al rispetto dello stato di diritto.

Il vicepremier polacco Jaroslaw Gowin dice che l’accordo sarà presentato al resto del blocco e potrebbe essere finalizzato entro venerdì.

“Per ora abbiamo un accordo tra Varsavia, Budapest e Berlino”, ha detto Gowin ai giornalisti a Varsavia, “Credo che questo accordo includerà anche le 24 capitali europee rimanenti”.

Gowin, che è stato il più grande sostenitore dell’abbandono della minaccia di veto da parte della Polonia, ha rifiutato di entrare nei dettagli dell’accordo, dicendo solo che mantiene “la Polonia sovrana e l’Ue unita”.

 

Covid: Italia fra i 5 Paesi con più casi

L’Italia resta ancora fra i 5 Paesi con i numeri più alti in termini di contagi settimanali da coronavirus mentre l’incidenza globale di nuovi casi nel mondo nell’ultima settimana è rimasta molto simile alla precedente: poco meno di 4 milioni di nuovi contagi segnalati, con i nuovi decessi a livello globale aumentati leggermente superando quota 73mila in 7 giorni. In questo quadro, nonostante le riduzioni osservate, l’Europa continua ad avere a livello globale la seconda maggiore quota di nuovi contagi, 37%, e morti, 48%.

In Italia quindi ancora numeri alti, nonostante registri un calo del 21% e nonostante davanti alla Penisola e ai suoi oltre 145mila nuovi casi registrati in 7 giorni si trovino Stati Uniti (oltre 1,2 milioni di casi, in aumento del 9% rispetto alla settimana precedente), Brasile (oltre 295mila nuovi casi, in aumento del 35%), India (oltre 251mila casi, -15%) e Russia (oltre 191mila nuovi casi, +6%). E’ il quadro tracciato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel suo bollettino settimanale.

Il numero di nuovi casi nella regione europea rimane elevato con oltre 1,4 milioni di contagi segnalati la scorsa settimana. Tuttavia, il dato continua a calare, in linea con le ultime 4 settimane: si registra un -10% rispetto agli ultimi 7 giorni. Anche le morti sono diminuite nell’ultima settimana ma ne sono state segnalate comunque quasi 35.200. Sul fronte europeo i numeri più alti si rilevavano la scorsa settimana, oltre che in Russia e in Italia (dove i casi sono stati 2.406 per 1 milione di abitanti), anche in Germania (128.622 nuovi casi, 1.535 per milione) e Regno Unito (100.799 nuovi casi, 1.485 per milione).

Qual è la sinistra di D’Alema? In realtà tutte le culture politiche sono chiamate a un cambio di paradigma.

Giorgio Merlo, giustamente, commenta il recente incontro sul “futuro della sinistra” promosso dalla Fondazione ItalianiEuropei con parole di stima e di considerazione della capacità politica di Massimo D’Alema.

Rispetto alla statura di molti dei leader attuali, appare effettivamente su un pianeta diverso.

Ma questa considerazione non attenua per nulla la portata di due domande che sorgono spontanee.

Primo: la “sinistra” di cui si parla che cosa è? Un partito? Una riforma evolutiva o una ripartenza del PD? Una coalizione? Una via di mezzo, tipo “Ulivo”? Un movimento “pre politico”?

Secondo: al netto della condivisibile constatazione che destra e sinistra non sono la stessa cosa (per i popolari “veri” non è una novità), attorno a quale visione di società si intende riorganizzare questo nuovo ciclo della “sinistra”?

Le due linee emerse negli ultimi decenni scontano pesanti fallimenti.

La sinistra della “terza via” ha sposato senza alcuna forma di “tenuta valoriale” la globalizzazione economica ed ha perso molta della sua capacità di rappresentanza dei ceti popolari e dei territori non metropolitani.

La sinistra della “conservazione” ha dimostrato di non cogliere i segni dei tempi ed ha pensato che i valori del novecento fossero difendibili con le ricette del “tempo che fu”.
Due fallimenti speculari che hanno creato le basi per il successo della destra populista.

Forse, allora, più che di un “cantiere della sinistra” abbiano bisogno di nuovi paradigmi del pensiero democratico e sociale.

Dentro i quali ogni cultura politica deve riprogettarsi e rigenerarsi, senza nessuna presunzione di auto sufficienza ma anche senza nessuna paura di “esistere”.

Intervista al prof Arnaldo Benini. Vaccino: il vulnus potrebbe essere la mutazione genetica del virus.

Caro Professore, una notizia diffusa dal canale TV tedesco Zdf  e ripresa dal quotidiano italiano Il Giornale riporta la teoria sviluppata dal virologo Alexander Kekulé, direttore dell’Istituto di microbiologia medica dell’Universitätsklinikum di Halle, secondo cui il 99,5% dei casi mondiali di Covid-19 risalirebbe a un ceppo di coronavirus più virulento nato nel Nord Italia. “Il virus diffuso in tutto il mondo in questo momento non è il virus di Wuhan.  È una variante comparsa solo nel nord Italia“, spiegando la presenza di più ceppi di coronavirus. “La quasi totalità dei casi della variante del virus attualmente in circolazione può essere fatta risalire a una particolare mutazione dell’agente patogeno avvenuta in Italia. Il ceppo Italiano è stato chiamato “mutante G “e sarebbe più contagioso della variante cinese. Aggiungendo che “Nei primi giorni del 2020 è esplosa un’epidemia non rilevata del virus originale per diverse settimane. Fino a quando non è stato scoperto a febbraio, il virus ha avuto abbastanza tempo per cambiare geneticamente. Ora è più contagioso della variante originale di Wuhan“. Questo spiegherebbe secondo Lei che l’Italia è ancora adesso uno dei Paesi con più alto tasso di contagio?

Il Prof. Alexander Kekulé. medico di valore,  non ha detto quel che gli ha messo in bocca il giornale italiano, e cioè che il virus diffuso in tutto il mondo sarebbe nato in Norditalia, nel nord della Lombardia: ha detto invece che in quella regione c’è stata una mutazione del virus, arrivato dalla Cina, particolarmente aggressiva,. Il virus era più virulento di quello di Wuhan,  e si è diffuso in tutto il mondo.  Essa è insorta, come sempre, casualmente, e i lombardi ne sono stati e ne sono  le vittime. Ancora oggi circa un terzo dei molti casi mortali in Italia è in Lombardia, a conferma che lì imperversa  una mutazione virale particolarmente aggressiva. Kekulé ha rimproverato non solo gli italiani, ma tutti gli europei di non aver capito per tempo la pericolosità del virus. Possiamo aggiungere che nessuno ha preso sul serio l’ammonimento che l’OMS aveva diffuso alla fine di gennaio, secondo il quale la pericolosità del virus era particolarmente alta a causa della frequenza delle sue mutazioni, cioè dell’imprevedibilità della sua virulenza.  Nei giornali, che hanno diffuso montagne di insensatezze, qualche volte si è parlato delle mutazioni del virus come rarità senza pericolo. È vero per la maggioranza delle mutazioni, tant’è che l’80 per cento delle persone infettate non ha disturbi, ma non è vero in assoluto. Ogni mutazione può essere insignificante, aggressiva o molto aggressiva, e non si può  né prevederla né prevenirla.  Gli esami non ci dicono se la mutazione è o sarà virulenta o innocua, ciò si vede solo da quel che succede nella popolazione.  Il genoma virale non è il solo responsabile di quel che succede:  anche il genoma della popolazione, l’età, malattie pregresse, l’inquinamento dell’aria, giocano un ruolo importante. Ma per ciò che è successo nel Nord Italia in primavera , Kekulé ha ragione: il  maggior responsabile è stato il genoma virale mutato.

Questa ricostruzione richiama alla mente la Sua intervista pubblicata il 30 marzo 2020  da Il Domani d’Italia, talmente anticipatoria, intuitiva ed esplicativa che vale la pena richiamarla all’attenzione dei lettori riproponendone il link integrale   (https://ildomaniditalia.eu/pandemia-covid-19-lumanita-impreparata-intervista-ad-arnaldo-benini/) insieme al nostro editoriale che ne aveva ripreso i temi fondamentali  (https://ildomaniditalia.eu/il-nome-della-cosa/) . In tale occasione Lei aveva evidenziato come la “mutazione genetica” del virus Covid 19 rendesse difficoltosa la battaglia che la scienza stava e sta combattendo per neutralizzarlo e sconfiggerlo. Lei aveva descritto  le caratteristiche particolarmente aggressive e atipiche del virus che stava colpendo le popolazioni delle province di Bergamo e Brescia, affermando “: “Si pensi alla varietà del quadro clinico: l’80per cento delle persone infettate non ha disturbi o solo lievi, il 15-18 per cento disturbi rilevanti, e l’1 o 2 per cento una polmonite incurabile che porta a morte in pochi giorni anche persone giovani e sane. Come si può pensare che si tratti dello stesso agente patogeno? È più verosimile che si tratti di agenti  che mutano spesso” E’ dunque la mutazione genetica del coronavirus a renderlo atipico e difficile da combattere e sconfiggere?

La ringrazio per la citazione. Non sono virologo, mi sono fidato e mi fido di quel che hanno scritto e comunicano riviste di cui son noti da decenni  rigore e serietà.  Una cosa ancor oggi, a pochi giorni o settimane dalla distribuzione del  o dei vaccini , non si sa: con quali criteri sono stati sviluppati. Ci auguriamo che i vaccini siano efficaci, ma perché le società che li producono, e li reclamizzano prima del tempo, non comunicano come possano agire?  Il vaccino non è una medicina. Esso sollecita il sistema immunitario a reagire senza indugi alla presenza dell’aggressore, in questo caso il virus, producendo il medicamento, che è un anticorpo altamente specifico contro l’antigene, cioè l’aggressore. I vaccini sono una delle maggiori scoperte della medicina,  senza i quali l’umanità dovrebbe ancora combattere contro flagelli come il morbillo, la difterite o la poliomielite.  Ma se l’antigene cambia, e nel caso del COVID 19 ciò sembra succedere più spesso che con altri virus, che effetto ha un anticorpo selezionato per un antigene diverso?  Di questo  problema non si parla. 

Le Sue valutazioni dell’aprile scorso avevano una valenza quasi profetica. “Si prevede una malattia influenzale da virus-RNA (come quella attuale), facilitata dai collegamenti fra regioni lontane e dalle città mostruosamente popolate. I virus potrebbero essere nuovi per mutazione oppure esser vissuti in altri animali e attaccare l’uomo per la prima volta, privo di difesa in ambienti sfavorevoli per eccesso d’abitanti. Anche se questa previsione non dovesse avverarsi pienamente, per miliardi d’esseri umani la vita potrebbe diventare un inferno”.

Ripeto: a quest’aspetto della pandemia da COVID 19 avevano richiamato l’attenzione istituti e virologi , non è stata la mia intuizione. Ho  pensato che avessero ragione.

Siamo abituati a dibattiti televisivi ripetitivi e stucchevoli, dove opinionisti ed influencer (cioè soggetti privi alcuna cognizione scientifica) si cimentano in diatribe inconcludenti e prive di alcuna spiegazione logica. Non mi risulta sia stato mi affrontato – ad esempio- il tema dell’incremento demografico che aveva indotto il biologo Edward O. Wilson ad affermare che la sovrappopolazione genera una sorta di conflitto di sostenibilità ambientale. E gli studi ONU sulla estinzione della biodiversità, la ribellione della natura di fronte allo sfacelo provocato dalla mano dell’uomo. Lei aveva evocato questo scenario come il contesto più favorevole ad un attacco virale del genoma umano, anche per zoogenesi: anziché approfondire il tema ci si è soffermati più sulle conseguenze che sulle cause, molte del tutto trascurate. Ce le vuole ricordare?

Credo che sia opportuno riportare ciò che scrive Noam Chomsky nel suo libro appena uscito:  è  stupefacente che la popolazione, di fronte ai danni già oggi immensi della crisi climatica dovuta alle follie dell’homo sapiens sia “disposta a guardare dall’altra parte quando la posta in gioco è la sopravvivenza della società umana.”  Chomsky  sottolinea che   “problemi spaventosi” , per risolvere i quali il tempo sta per scadere,  alimentano il dubbio più che fondato che la società umana non sia “in grado di sopravvivere.”  L’indifferenza circa i problemi fondamentali si manifesta a tutti i livelli, non solo per quel che riguarda il clima: la società più ricca del mondo, gli Stati Uniti,  ha un sistema sanitario che “è un’autentica vergogna internazionale, con costi pari a circa il doppio di quelli di paesi  comparabili”, complice, fra l’altro, “la ricerca del profitto…in gran parte privatizzato.”  Se la crisi climatica continuerà, fra pochi decenni tutta l’Africa subsahariana, prevede Chomsky,  diventerà inabitabile, e ciò non per precipua colpa degli africani, ma soprattutto per l’uso crescente di combustibili fossili da parte delle società industrializzate. L’impegno, preso da diversi stati, di ridurlo a zero entro il 2050,  è una tragica burla. 

Ci si chiede – e Le chiedo- come si possano avanzare teorie riduttive o negazioniste ( “si tratta di una forma simile all’influenza”…. “il virus è un’invenzione della politica per limitare le libertà individuali e imporre il terrore”….”le mascherine, il distanziamento e la prevenzione non servono a nulla… abbracciatevi e baciatevi” …) anche in ambiti vicini al mondo scientifico o farne motivo di conflitto politico. Lei aveva parlato nella precedente intervista di una “umanità impreparata”: conferma questo assioma?

Molto di quel che si è detto e scritto sulla pandemia ha superato i limiti non solo della ragionevolezza, ma anche della decenza, fino al punto di sostenere,  nel Parlamento italiano, che si chiudevano mostre e gallerie solo perché “la sinistra odia la bellezza”.  Se è comprensibile che  nelle prime settimane si potesse credere ad una comune influenza, il crederlo dopo è la manifestazione più evidente del livello culturale della classe dirigente, non solo in Italia.

Nella Sua citata intervista dell’aprile scorso Lei affermava: “Nel 2017 uno dei maggiori virologi,     l’americano Ralph S. Baric, alla domanda circa il pericolo di una pandemia catastrofica, ammonì che    la prima barriera preventiva sono le infrastrutture di sanità pubblica: maggiore igiene, strutture      mediche più efficienti e un sistema di assistenza in grado di attivarsi velocemente. Inoltre era    indispensabile rafforzare la ricerca per capire i virus. Parole al vento. Si sono ridotti, anche    drasticamente, in Italia e altrove i fondi per la ricerca e la sanità pubblica”.  Perché – ad esempio- l’Italia ha rinunciato finora  ad avvalersi delle provvidenze finanziarie del MES     per adeguar le proprie strutture sanitarie? Le evidenze non sono abbastanza eloquenti?  

La rinuncia alle provvidenze del MES ad uso sanitario in una situazione come quella attuale in italia è la conferma della stoltezza  di una classe politica fanatica e scandalosamente impreparata.  

Saranno le case farmaceutiche a garantire l’efficacia del vaccino o interverranno autorità sanitarie    pubbliche?.  Il Prof. Andrea Crisanti docente di microbiologia all’Università di Padova ha sollevato     questo problema delle “garanzie di efficienza-efficacia” . Rischiamo di avere vaccini inefficaci per    una sorta di insofferenza ed ansia anticipatoria collettiva?  La mutazione genica è un problema affrontabile? Ma perché non se ne parla abbastanza nelle sedi opportune?

Perché non se ne parli o se ne parli tanto poco, non riesco a capirlo, quando il problema delle mutazioni dell’antigene è fondamentale.  Circa la garanzia dell’efficacia del vaccino,  il giornale Tages Anzeiger di Zurigo il 28 novembre e l’Agenzia Reuters qualche giorno prima hanno dato risalto ad un evento senza precedenti: le società che producono vaccini li vendono esclusivamente agli Stati che s’impegnano ad assumersi la responsabilità di effetti collaterali e complicazioni. Le società non assumono rischi. I rischi sono degli Stati, i guadagni delle società.  La cosa è particolarmente  urtante, ha scritto un esperto di economia sanitaria, per il fatto che le società che producono vaccini ricevono massicci sussidi dagli Stati.  Anche di questo  si tace.  Non si può dire con sufficiente certezza che cosa ci si può aspettare dai vaccini.

La preponderanza e la diffusione pervasiva del coronavirus ha messo alle corde i Governi e i sistemi sanitari di tutti Paesi del mondo. Qualcuno adombra ipotesi di selezione della specie: sono discorsi orribili ma Lei stesso lo ricordava la volta scorsa:   “Se il numero dei colpiti gravi intaserà le sale di rianimazione, i medici, il cui lavoro è veramente eroico e molto rischioso, saranno posti di fronte ad un problema etico senza precedenti: dover scegliere chi curare e chi lasciare al suo destino per ragioni di posto. Già ora Accademie mediche diffondono raccomandazioni e linee di condotta. Sento l’atrocità d’un tale dilemma, al quale, in quaranta e più anni di professione, non sono mai stato obbligato”. Sperare di farcela è un dovere morale ma ci sono alcuni punti irrinunciabili che dobbiamo imparare e non dimenticare mai più?

I punti sono tanti, tantissimi, perché la cattiva gestione della sanità, non solo in Italia, ma in molti paesi, ha superato da anni i limiti della decenza. Sugli Stati Uniti abbiamo riportato il giudizio di Chomsky. In Italia la spesa sanitaria è ad uno degli ultimi posti in Europa. Negli ultimi anni sono stati licenziati migliaia di  medici e di personale sanitario, ed ora si va alla caccia di medici in pensione. Molti di loro sono andati in pensione anzitempo grazie alla famigerata legge “quota cento”, la maggior parte dei quali per lavorare nelle cliniche private. In Italia sono morti oltre 200 medici al fronte della battaglia contro il virus, in pronti soccorsi ed ospedali. In Svizzera e in Germania nemmeno uno. Sarebbe utile capire le ragioni di tale differenza. È ora di finirla di lodare il sistema sanitario italiano come il migliore o fra i migliori del mondo: lo si vada a dire a chi deve aspettare mesi per una esame, anche se urgente, se lo paga la mutua. Tutte le volte che chiedevo al telefono una data per un esame radiologico per un paziente italiano, la prima domanda non era, come dovrebbe essere, ‘quanto l’esame era urgente’, ma ‘chi lo pagava’. Se è la mutua, non si riceve nessuna data. Il paziente allora entrava in una lista d’attesa che poteva essere infinitamente lunga. Una prassi, diffusa in tutta Italia, infame.   

Già un’infamia del genere è la prova che il sistema sanitario italiano dovrebbe essere riformato dalle fondamenta, dalla medicina di base a quella specializzata.