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Londra-Sydney in sole 4 ore

L’agenzia spaziale britannica ha annunciato che lavorerà più da vicino con l’Agenzia spaziale australiana in un accordo chiamato “Il primo ponte spaziale nel mondo”. Il motore SABRE (Synergetic Air-Breathing Rocket Engine), costruito da Reaction Engines con sede nell’Oxfordshire, è supersonico e può raggiungere Mach 5 (5 volte la velocità del suono) nell’atmosfera terrestre e Mach 25 nello spazio.

“Quando il motore SABRE sarà completo, ci darà l’opportunità di viaggiare dal Regno Unito all’Australia in meno di 4 ore”, ha dichiarato Graham Turnock, capo della British Space Agency. “Stiamo parlando dell’anno 2030 per il servizio operativo ”, ha affermato. I fan dei voli supersonici sognano una nuova tecnologia che supererà la barriera del suono da quando Concorde ha smesso di volare nel 2003.

L’interesse per questa tecnologia è così grande che Reaction Engines ha ricevuto finanziamenti per oltre 140 milioni di euro negli ultimi 4 anni da importanti attori del mercato come BAE Systems, Rolls-Royce e Boeing HorizonX.

 

Mobilità sostenibile, parte la sfida tra 16 città del mondo

E’ partita la seconda edizione del ‘Sustainable City Tournament’, la competizione internazionale sulla mobilità sostenibile che vede gli abitanti di diverse città del mondo gareggiare muovendosi a piedi, in bicicletta o con il trasporto pubblico per risparmiare la maggiore quantità possibile di anidride carbonica. La sfida, in scena da oggi all’8 dicembre, rivolta a tutti i residenti delle aree metropolitane aderenti, è promossa dal consorzio ‘Muv-Mobility urban values”, progetto di ricerca finanziato dall’UE nell’ambito del programma Horizon 2020 per migliorare la mobilità urbana e supportare le amministrazioni locali nello sviluppo di nuove politiche sostenibili attraverso i dati raccolti.

Dopo il successo della prima edizione nell’estate 2019, che ha visto macinare globalmente oltre 30.000 km sostenibili in sette settimane con un risparmio di 2 tonnellate di CO2, il secondo torneo – spiega una nota – vede raddoppiare le città in gara: alle 8 che si sono già date battaglia, se ne aggiungono altrettante, tra cui due nuove italiane, Milano e Cagliari, che vanno ad affiancare Roma e Palermo.L’adesione di una città al progetto avviene attraverso la candidatura da parte di un ente o di un’organizzazione locale e, una volta accettata, la palla passa ai cittadini per la formazione delle squadre.

Per partecipare e diventare un “MUVer” è sufficiente scaricare l’app “MUV”, disponibile per Android e iOS, scegliere la città per cui si compete, iscriversi al Sustainable City Tournament, e iniziare a giocare camminando, correndo, pedalando e utilizzando i mezzi pubblici. A sostenere la partecipazione delle italiane sono il Politecnico di Milano per il capoluogo lombardo, Link Campus University per Roma, GreenShare per Cagliari, il laboratorio PUSH e il Comune per Palermo. Al di fuori della sfida, gli utenti dell’app possono anche allenarsi per migliorare le loro prestazioni individuali, competere con gli altri MUVer in sfide settimanali e aggiudicarsi training speciali come in un vero e proprio sport professionistico. Il torneo si concluderà con la premiazione della città più sostenibile e degli atleti che si sono distinti per la loro performance. In palio, oltre alla soddisfazione per aver contribuito attivamente a ridurre l’impatto ambientale degli spostamenti, premi di diversa entità offerti da sponsor locali.

Suicidio assistito: chiesta l’obiezione di coscienza

“In alcun modo i medici possono favorire un atto che possa favorire la morte. Neanche in presenza di una legge dello Stato, legge che, per altro, non c’è ancora”. Lo afferma il presidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri della provincia di Novara, Federico D’Andrea, intervenendo sulla sentenza della Corte Costituzionale che, in relazione al suicidio assistito di Dj Fabo, ha stabilito che non è punibile chi, in presenza di determinate condizioni, chi aiuta un malato terminale a porre fine alla sua vita.

“E’ chiaro che nessuno di noi può restare insensibile di fronte a vicende come quelle di chi è sottoposto a grande sofferenza e davvero non ce la fa più – aggiunge D’Andrea – Ma è altrettanto chiaro che non si può derogare dal Codice deontologico. Che precisa: “Dov­ere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispe­tto della libertà e della dignità della persona umana”. Il nostro ‘nemico’ è la morte, che non può essere considerato un alleato in grado di risolvere le sofferenze della persona”.

La scomparsa di Jacques Chirac

La scomparsa di Jacques Chirac fa sorgere spontanea una riflessione sull’Europa e sulla politica.
Quanto all’Europa: scompare uno degli ultimi veri “statisti”.

Certo, uno statista prima di tutto e fino in fondo “francese”: ma indubbiamente anche un leader “europeo”, che a pieno titolo si può considerare sul piano di Francois Mitterand o di Helmut Kohl.
Il mondo è cambiato. I meccanismi della leadership sono oggi radicalmente diversi.
Ma ciò non attenua un sapore triste di nostalgia per una stagione nella quale l’Europa sapeva esprimere condottieri non effimeri, artificiosi o semplicemente ripiegati nelle questioni “domestiche”. Erano leader, non meteore mediatiche.

Quanto alla politica: Chirac è stato l’esempio di un centrodestra democratico capace di resistere alla pressione della destra estremista e nazionalista (sovranista, diremmo oggi), senza rincorrerla – perdendosi – sul suo stesso terreno.
Emblematica la sua elezione al secondo turno delle Presidenziali del 2002 – contro Le Pen padre – con l’appoggio di larga parte dell’elettorato di sinistra.
Mutatis mutandis – e parlando di un campo politico che non è il mio – quanto è mancato nell’Italia degli ultimi anni uno come Chirac!

Se la famiglia manca di rispetto alla Scuola

Nel 45°anniversario dell’entrata in vigore dei cd. Decreti delegati nel sistema scolastico italiano (31 maggio 1974) pare utile fare un provvisorio bilancio di questa importante riforma del sistema scolastico italiano
Il Decreto più noto è il 416 poiché introdusse il principio della partecipazione democratica alla vita della scuola, istituendo i cd. organi collegiali che sancirono l’ingresso della componente dei genitori e – nelle superiori- anche di quella degli studenti nei consigli di classe e nei consigli di circolo e di istituto.

Molta acqua è passata sotto i ponti della gestione collegiale della scuola, con luci ed ombre: da un lato c’è chi ha lamentato una eccessiva ingerenza delle famiglie nelle questioni tecnico-didattiche-metodologiche proprie degli insegnanti. Altri hanno evidenziato come questo sistema abbia creato ulteriore burocrazia nella scuola, appesantendo le procedure di gestione con passaggi nuovi e spesso conflittuali, non di rado con interferenze della politica.

La partecipazione allargata alla gestione della scuola ha certamente favorito un processo di crescita e di consapevolezza intorno ai temi educativi e didattici, agli assetti organizzativi ed istituzionali, istituendo accanto alle tradizionali figure monocratiche una serie di organi collegiali a più livelli, composti dalla componente dei docenti, da quella dei genitori e degli alunni, prevendendo sempre una regia e un coordinamento affidato ai dirigenti scolastici come garanti della gestione unitaria della scuola e rappresentanti legali nell’interfaccia sociale e con il territorio.

In questi 45 anni di esperienza dei decreti delegati l’apertura alla componente familiare ha prodotto in alcuni casi vere e proprie eccellenze, in altri attriti e scontri, invasioni di campo nell’area di pertinenza delle figure professionali della scuola a riprova della descrizione di questo processo caratterizzato da chiaro-scuri e alternanze positive e conflittuali rappresentata dal pedagogista Luciano Corradini come una sorta di “difficile convivenza”.
Si può tuttavia affermare che questo continuo divenire di esperienze di confronto e collaborazione ha prodotto esiti positivi, di maturazione, inclusione, condivisione di responsabilità, stimolando la dimensione di prossimità e favorendo un’idea di comunità educante allargata.

In questi ultimi tempi, accanto a questo percorso interno alla scuola e da esso favorito per contiguità e frequentazione più intensa, si è assistito ad un lento e graduale avvicinamento confidenziale tra i docenti e le famiglie.
Un tempo i genitori si presentavano – per usare una metafora iconicamente efficace – con il cappello in mano al cospetto degli insegnanti, con un atteggiamento a volte persino reverenziale.

Non era messa in discussione l’autorità del maestro, poiché si aveva la consapevolezza che l’affidamento del proprio figlio alla scuola comportava una sorta di sacro rispetto verso l’insegnante: tutti conosciamo la metafora o storiella che dir si voglia della sgridata presa a scuola e raddoppiata a casa dai genitori.
La generazione cresciuta secondo questi principi di riconoscimento di autorità e autorevolezza del docente non ha avuto nella vita motivo di dolersi di rampogne severe, brutti voti, richiami a comportamenti più ortodossi e rispettosi. Anzi, chi è stato educato da quella scuola in genere ha ben compreso che la vita comporta impegno e sacrificio, che nulla è regalato ma va conquistato a fatica, che il rispetto che si deve ad un adulto incaricato di un compito così alto e delicato come la formazione educativa di un giovane in crescita si riverbera a tutti gli ambiti sociali e si traduce nel rispetto che si pretende dagli altri quando si fa il proprio dovere.

Purtroppo molto è cambiato rispetto a questo atteggiamento di devota considerazione della scuola, del maestro o professore e del suo compito formativo.
Una società che cresce e accampa nuove e più avanzate rivendicazioni, in termini di autorealizzazione personale e collettiva, moltiplica in genere più il senso del diritto che quello del dovere.

Ci sono stati, con frequenza crescente in termini di quantità e di tono ultimativo, episodi di ribellione, offesa personale, aggressione fino alla vera e propria violenza fisica ai danni dei docenti sia in classe per mano di ragazzi sempre più intolleranti e ribelli, che da parte dei loro genitori iperprotettivi : una sorta di avvocati d’ufficio che lamentano disparità di trattamento a fronte di oggettivi, scadenti esiti scolatici, contestano i voti e le pagelle, fanno ricorso al TAR per una bocciatura meritata, minacciano querele, azioni legali verso gli insegnanti che hanno cercato di imporre un ordinato e leale svolgimento di un compito in classe, evitando copiature, interferenze attraverso gli smartphone, violazioni del codice etico di ogni comunità.

Poi ci sono stati episodi di aggressione fisica vera e propria: dallo sfottò verbale alle sedie rovesciate in testa, ai docenti presi a calci e pugni e mandati all’ospedale.
Ricordiamo tutti il caso di quella professoressa sfregiata in volto da un alunno che aveva avuto il coraggio di perdonare e di trarre spunto da ciò che aveva subito per impartire una lezione di educazione civica e sentimentale.

Ricordiamo il fatto di quel dirigente scolastico dileggiato con frasi offensive sui muri del proprio istituto che non le aveva fatte cancellare ma le aveva utilizzate per dimostrare ai ragazzi che è facile ferire la dignità di una persona, ben più difficile ma fondamentale rendersi conto dell’errore e utilizzarlo in chiave educativa.
La scuola sta diventando terreno fertile per questi casi di violenza fisica, verbale e psicologica nei confronti dei docenti da parte degli alunni, specie con comportamenti agìti attraverso le nuove tecnologie, e dai loro genitori che compiono il più madornale degli errori possibili quando si ergono a paladini e difensori “a prescindere” delle bravate dei propri figli senza minimamente comprendere quanta difficoltà comporti essere insegnanti oggi.

Facendo in questo modo tali genitori favoriscono senza forse rendersene conto la ribellione dei propri figli verso il proprio ruolo familiare.
Decenni di buonismo e perdonismo, di pedagogia della facilitazione, di rapporti confidenziali (oggi in molti – genitori o alunni – si permettono il tu con l’insegnante) di pensiero mite unilaterale per affrontare una pedagogia sociale basata sulla rivendicazione, sul senso del diritto senza limiti, sulla violenza dilagante in ogni contesto di vita hanno favorito certi atteggiamenti inqualificabili da parte di famiglie malate di sindrome da risarcimento, che criminalizzano la funzione educativa della scuola e vorrebbero la promozione facile e dei docenti proni e supini al volere dei propri immaturi bamboccioni.

Se la scuola – aiutata da una consapevolezza sociale sempre più diffusa e matura del suo ruolo fondamentale di formazione e indirizzo, di acculturazione ma anche di proposta di stili di vita improntati al rispetto – se questa scuola non riuscisse più a portare avanti questo compito che nessun altro contesto potrebbe supplire, assisteremmo ad una progressiva deregulation anche nei comportamenti al di fuori dell’ambito scolastico in senso stretto.
Bullismo, cyberbullismo, atteggiamenti di derisione e spregio verso i più deboli, ribellione sociale, diffusione dell’alcool e della droga , giochi violenti ed estremi dove viene messa in gioco la stessa vita sono fenomeni che stanno esponenzialmente crescendo e diffondendosi tra i giovani.

Troppo tardi per quelle famiglie che li hanno difesi e protetti ad oltranza, anche contro la scuola, recriminare attribuendo la colpa di tutto ciò a qualcuno di indefinito, quando servirebbe invece un preventivo e severo esame di coscienza sugli stili di vita appresi in famiglia.

Colombia: la settimana del Migrante e del Rifugiato

Nel contesto della Settimana del Migrante e del Rifugiato, la Chiesa cattolica della Colombia ribadisce l’appello a “rispondere generosamente e saggiamente a questa situazione in cui vivono molte persone”. Richiamando i quattro verbi di Papa Francesco sulla realtà che migliaia di migranti e rifugiati vivono nel mondo, i Vescovi ricordano l’impegno cristiano di “accoglierli, proteggerli, promuoverli e integrarli”. Il tema della Settimana è desunto dal Messaggio del Papa per questa Giornata: “Non si tratta solo di migranti”.

Nella nota della Conferenza Episcopale, riferisce l’agenzia Fides si ricorda che in Colombia la Settimana nazionale del Migrante viene celebrata da oltre 30 anni al fine di rendere visibili le realtà che vivono e devono affrontare le persone che si trovano in situazioni di vulnerabilità nella mobilità umana. Le principali questioni affrontate sono state l’accoglienza, lo sfollamento forzato, le vittime della tratta e i colombiani all’estero.

Cremazione: disperdere le ceneri preservando il senso comunitario della morte

Disperdere le ceneri dei propri cari passati a miglior vita dovrebbe essere operazione mesta e insieme solenne, ma non particolarmente complessa, eppure le cose non stanno esattamente così, giacchè diverse sono le regole da osservare per rispettare la volontà del de cuius. Tant’è che, sollecitato da un Comune, è intervenuto sulla materia persino il Servizio Anci Risponde facendo chiarezza su vincoli e divieti prescritti dalla legge.

In primo luogo – spiegano gli esperti – E’ opportuno premettere che ogni Comune è tenuto ad adottare un proprio regolamento in merito a tutte le questioni concernenti la cremazione e le modalità di dispersione delle ceneri del defunto, dal momento che la legge n. 130/2001 fornisce soltanto un quadro generale, rinviando alle leggi regionali per le opportune specificazioni. Resta in ogni caso fermo – sottolineano – che la dispersione delle ceneri debba emergere proprio dalla volontà del defunto, sebbene in varie forme consentite: per disposizione testamentaria; dichiarazione autografa (da pubblicarsi come testamento olografo ex art. 620 c.c.); dichiarazione resa e sottoscritta nell’ambito dell’iscrizione ad associazione legalmente riconosciuta per la cremazione; dichiarazione ritualmente resa di fronte a pubblici ufficiali; semplice dichiarazione verbale resa in vita dal defunto (In questo caso, i congiunti: coniuge e parenti di primo grado come figli e genitori, possono esprimere la volontà del defunto di disperdere le proprie ceneri, nonché del luogo della dispersione mediante dichiarazione ritualmente resa di fronte a pubblico ufficiale).

Di conseguenza, fatte salve le disposizioni regionali e quelle regolamentari comunali applicabili in materia, la dispersione  è consentita anche in natura, ma con apposite regole e divieti. Le modalità, pertanto, cambiano e sono diverse per ogni singolo Comune – ricordano gli esperti di Anci Risponde – atteso che l’azione dispersiva richiede il rispetto di fondamentali norme igieniche. Generalmente essa è possibile all’interno del cimitero o anche fuori in aree private (con il consenso dei proprietari), in natura e quindi anche in mare, nei laghi e nei fiumi (solo nei tratti liberi da natanti e da manufatti), mentre è vietata all’interno dei centri abitati (d.lgs n.285/1992 – art. 3, comma 1, numero 8). Generalmente, i cimiteri predispongono al proprio interno luoghi ad hoc, denominati “cinerari”, “giardini del ricordo”, etc.

Inoltre – concludono gli esperti – sempre attraverso apposite disposizioni regolamentari, gli enti locali possono stabilire che, per i defunti per i quali sia stata autorizzata la dispersione delle ceneri, venga apposta, in uno spazio che verrà appositamente allestito all’interno del cimitero e per un tempo da definirsi, una targa commemorativa, individuale o collettiva, che riporti i dati anagrafici del defunto, con spese a carico dell’affidatario/incaricato della dispersione. Ovviamente, tale operazione non potrà essere espletata qualora sussista una dichiarazione in senso negativo espressa formalmente dallo stesso defunto. Infine – ci tengono a segnalare gli esperti di Anci Risponde – allo scopo di preservare il senso comunitario della morte, la legge consente forme rituali di commemorazione da tenersi nel momento della dispersione delle ceneri.

Bologna: Chagall. Sogno e Magia

A Palazzo Albergati di Bologna, una mostra dedicata al grande artista russo, Chagall. Sogno e Magia: 160 opere che raccontano, attraverso il filo conduttore della sensibilità poetica e magica, l’originalissima lingua poetica di Marc Chagall (1887-1985).

La cultura ebraica, la cultura russa e quella occidentale, il suo amore per la letteratura, il suo profondo credo religioso, il puro concetto di Amore e quello di tradizione, il sentimento per la sua sempre amatissima moglie Bella, in 160 opere tra dipinti, disegni, acquerelli e incisioni. Un nucleo di opere rare e straordinarie, provenienti da collezioni private e quindi di difficile accesso per il grande pubblico.

La mostra Chagall. Sogno e Magia vede il patrocinio del Comune di Bologna ed è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia.

Curata da Dolores Duràn Ucar, la mostra racconta il mondo intriso di stupore e meraviglia dell’artista. Nelle opere coesistono ricordi d’infanzia, fiabe, poesia, religione ed esodo, un universo di sogni dai colori vivaci, di sfumature intense che danno vita a paesaggi popolati da personaggi, reali o immaginari, che si affollano nella fantasia dell’artista.
Opere che riproducono un immaginario onirico in cui è difficile discernere il confine tra realtà e sogno.

La mostra, che resterà aperta fino al 1 marzo 2020, si divide in cinque sezioni in cui sono riassunti tutti i temi cari a Chagall: la tradizione russa legata alla sua infanzia, dalla quale non si allontanò mai; il senso del sacro e la profonda religiosità che si riflettono nelle creazioni ispirate alla Bibbia; il rapporto con i letterati e i poeti; l’interesse per la natura e gli animali e le riflessioni sul comportamento umano che trovarono espressione nelle acqueforti delle Favole; il mondo del circo, che lo affascinava sin dall’infanzia per la sua atmosfera bohémienne e la sua sete di libertà; e, ovviamente, l’amore, che domina le sue opere e dà senso all’arte e alla vita.

Novità della mostra bolognese una proiezione olografica ideata da Display Expert che con Arthemisia ha applicato la tecnica olografica in ambito espositivo per offrire al visitatore un’esperienza artistica originale ed immersiva e far sperimentare nuove prospettive sull’opera, cercando di simulare l’idea multidimensionale dell’artista durante la creazione.
Attraverso questa infatti saranno create immagini ad altissima definizione permettendo la visualizzazione di soggetti e oggetti in 3D fluttuanti nello spazio circostante. La proiezione olografica esce dagli schemi della rappresentazione bidimensionale per coinvolgere l’interlocutore in visualizzazioni realistiche tridimensionali.

L’iniziativa è sostenuta da Generali Italia attraverso Valore Cultura, il programma per promuove l’arte e la cultura su tutto il territorio italiano e avvicinare un pubblico vasto e trasversale – famiglie, giovani, clienti e dipendenti – al mondo dell’arte attraverso l’ingresso agevolato a mostre, spettacoli teatrali, eventi e attività di divulgazione artistico-culturali con lo scopo di creare valore condiviso.

Charity partner della mostra è Susan G. Komen Italia: l’esposizione aderisce alla campagna di sensibilizzazione La Prevenzione è il nostro capolavoro e si inserisce nel progetto l’arte della Solidarietà, realizzato da Arthemisia insieme a Komen Italia, Komen Italia – organizzazione in prima linea nella lotta ai tumori del seno e nella tutela della salute femminile. Una parte degli incassi provenienti dalla vendita dei biglietti d’ingresso alla mostra saranno devoluti a Komen Italia per sostenere l’ampliamento di “Donne al Centro”, uno spazio polifunzionale presso l’Ospedale Bellaria a supporto delle Breast Unit dell’Azienda Usl di Bologna e dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Bologna e delle Associazioni del territorio.
Donne al Centro offre servizi a supporto del benessere psico-fisico e dell’aggregazione delle donne in terapia oncologica. Grazie al contributo dei visitatori della mostra, verrà realizzata una nuova area polivalente, dove le pazienti potranno partecipare a laboratori gratuiti di musicoterapia, arte-terapia e scrittura creativa, lezioni di Yoga e Qi Gong, incontri educativi e dove verranno organizzati eventi di formazione per operatori sanitari del territorio.

Chagall. Sogno e Magia rappresenta una straordinaria opportunità per ammirare più di centosessanta opere di Marc Chagall e ripercorrere la traiettoria artistica del pittore dal 1925 fino alla morte. Un percorso originale che, andando oltre la presentazione cronologica, propone una lettura nuova delle opere, consentendo al visitatore di addentrarsi nei temi principali della produzione dell’artista.

Cento Città contro il Dolore

Torna la Giornata dedicata alla lotta contro il Dolore organizzata da Fondazione ISAL per realizzare un sogno: che la vita sia gioia e non dolore tragico.
Cento Città contro il Dolore, insignita nel 2016, 2017 e 2018 della Medaglia del Presidente della Repubblica quale premio di rappresentanza, si conferma un evento di grande rilevanza sociale e scientifica.

La Giornata è giunta alla sua XI Edizione e anche quest’anno schiererà in campo contro il Dolore Cronico le sue energie positive, composte da più di 3000 volontari e oltre 200 medici e infermieri, che saranno presenti in più di centoquaranta città italiane ed estere per dare Voce e Ascolto a chi vive nel dolore cronico e sensibilizzare i cittadini sul bisogno di una diffusa opera di prevenzione e cura della malattia.

Un’opera che deve partire dagli ultimi, che sono i più di due milioni di italiani affetti da Dolori Cronici Incurabili e obbligati a una vita tragica. Dolori spesso generati da interventi di amputazione, ictus o traumi stradali con lesioni spinali o del sistema nervoso. E sono le donne a patire talvolta delle manifestazioni dolorose più gravi, come la Fibromialgia, la Vulvodinia e la Cistite interstiziale, che portano a vivere una vita fragile nell’incertezza
sia di diagnosi che di cura: una cura complessa e troppo, troppo spesso inefficace.

Fondazione ISAL chiede che si avvii una nuova stagione di grande civiltà con una
“sfida per una parità di diritti e di cura” un Piano straordinario di Ricerca per giungere a conoscenze capaci di soddisfare il bisogno essenziale di Diagnosi e Cure di precisione nelle sindromi dolorose complesse e incurabili, e di un programma diffuso di
Prevenzione personalizzata. Uniti contro il Dolore per reclamare assieme una certificazione di malattia che permetta ad ogni persona di intraprendere un percorso di cittadinanza senza restrizioni di diritti.

Aiuto al suicidio. Ora il Parlamento faccia il suo dovere prendendo sul serio la sentenza della Corte su come depenalizzare.

In attesa del testo della sentenza, il comunicato chiarisce bene quanto era in realtà già evidente dall’ordinanza 207/2018, ossia che la Corte lascia ampia scelta al legislatore sul come attuare con equilibrio una parziale depenalizzazione dell’aiuto al suicidio. Invece il dibattito si è concentrato erroneamente in quest’anno non su come regolarlo, ma sull’opportunità di farlo, cosa che non era più nella disponibilità del Parlamento che avrebbe altrimenti approvato una legge incostituzionale. 

La Corte ha scelto una via media, liberale non libertaria. 

Non ha scelto una posizione libertaria che avrebbe  comportato una depenalizzazione secca dell’aiuto al suicidio perché ha ritenuto che il principio di autodeterminazione non sia un assoluto, come ha richiamato recentemente Sabino Cassese, e che sia invece giusto proteggere il soggetto da decisioni in suo danno. Non ha scelto però neanche la via opposta, quella statalistico-paternalista della legislazione vigente sin qui che disconosce del tutto l’autodeterminazione. 

Ha scelto una posizione liberale in cui a certe condizioni lo Stato rinuncia a punire, rinviando per il resto al Parlamento. 

Come ho dichiarato oggi alla Commissione Affari Costituzionali è in particolare il tempo che questa Commissione si riprenda la propria competenza regolamentare sul seguito in Parlamento delle sentenze della Corte perché grazie a questo lavoro le Commissioni di merito potranno più agevolmente approvare leggi pienamente rispettose dei principi sanciti dalla Corte. 

Ringrazio il Presidente Brescia che ha prontamente condiviso questa preoccupazione.

Pari opportunità e politiche per la famiglia, un binomio positivo

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro) 

Quando parliamo di realizzare i principi di pari opportunità e la parità di genere intendiamo la messa in campo di una strategia in grado di guardare alla questione femminile a tutto campo, perché intervenire per modificare l’esistente, che vede le donne in gran parte ancora discriminate rispetto agli uomini, è possibile solo se si ha una visione che tenga conto di tutti gli annessi e i connessi, altrimenti si rischia la frammentarietà dell’azione, con risultati parziali che comunque non fanno sistema e non permettono di ottenere risultati concreti e a carattere generale.

Nel corso degli anni sono state emanate diverse leggi in materia di uguaglianza ed empowerment delle donne, più di recente il Decreto legislativo n. 198 del 2006 (Codice per le Pari Opportunità) e successive integrazioni, ma manca un serio monitoraggio che permetta di valutare l’impatto delle norme su uomini e donne ed eventualmente apportare correzioni sulle politiche da portare avanti. Siamo in attesa in questi giorni di conoscere il bilancio di genere relativo al 2018. Quello che sappiamo è che occorre con urgenza rilanciare l’occupazione femminile, soprattutto nel Mezzogiorno, eliminare le diseguaglianze presenti nella società e nei luoghi di lavoro, favorire maggiormente la conciliazione vita-lavoro e le misure di welfare, anche attraverso il potenziamento della contrattazione collettiva, aziendale e territoriale, aiutare la scelta di maternità, contrastare più efficacemente le “dimissioni in bianco”, valorizzare la figura del/della cargiver, promuovere la rappresentanza delle donne a tutti i livelli, contrastare ed eliminare la violenza di genere sia tra le mura domestiche che nel mondo del lavoro.

L’aver ricondotto le pari opportunità nell’alveo di un Ministero, è una scelta che, secondo noi, va nella giusta direzione, ancor più se consideriamo il fatto che le stesse siano affiancate alle politiche per la famiglia, i cui provvedimenti chiamano spesso in causa le donne che si sobbarcano per intero l’impegno della cura familiare e genitoriale. Non conosciamo ancora i programmi e le intenzioni della nuova Ministra su queste tematiche, ma appena saremo ascoltati, esporremo puntualmente le nostre proposte.

Sulla conciliazione, abbiamo avuto modo di richiedere in più occasioni, grazie agli ottimi risultati ottenuti, il ritorno agli incentivi diretti per sviluppare ulteriormente accordi con aziende e istituzioni territoriali. Interessante a riguardo la giornata formativa organizzata in questi giorni dalla Cisl regionale dell’Emilia Romagna per comprendere meglio la conciliazione e le possibilità che ne possono discendere, anche alla luce dei principi contenuti nella nuova Direttiva Europea in materia e che anche il nostro Paese è chiamato a tradurre in provvedimenti concreti: aumento dei congedi parentali (fruizione per i bambini fino a 8 anni di età), congedo di paternità obbligatorio nella misura di almeno 10 giorni, congedo per i prestatori di assistenza (cinque giorni all’anno in conformità del diritto o delle prassi nazionali) e a modalità di lavoro flessibili per i lavoratori e le lavoratrici che sono genitori o prestatori di assistenza per ragioni familiari urgenti, tenendo conto delle buone pratiche che la contrattazione ha saputo finora produrre e anticipare in termini innovativi. Senza dimenticare la necessità di agire per ampliare l’offerta di asili nido per l’assistenza all’infanzia e la trasformazione di incentivi temporanei, quali bonus bebè e voucher baby-sitting, in provvedimenti a lungo termine. Sulla maternità, bene la norma sulla flessibilità del pre-congedo, ma senza abusi e nella cornice di una rivisitazione complessiva del testo unico ormai datato, a partire dal superamento della soglia del 30% della retribuzione per il congedo parentale.

Anche per quanto riguarda la violenza di genere occorre dare un colpo sull’acceleratore. Oltre all’approvazione della legge sul codice rosso, che funziona, come abbiamo visto, caso per caso, e che va sicuramente perfezionata, occorre dare subito attuazione al Piano nazionale operativo antiviolenza 2017-2020, in via di definizione, e completare la stesura del nuovo Piano antitratta. Rispetto al tema della violenza, segnaliamo un’importante iniziativa organizzata dalla Cisl di Ferrara che si terrà il prossimo 3 ottobre nella città emiliana, per ragionare insieme sulle molestie nei luoghi di lavoro e in particolare su come aiutare le vittime a denunciare i propri aguzzini, cosa che, purtroppo rimane ancora a livelli molto bassi. Questi sono i punti principali su cui intendiamo confrontarci col Governo, noi siamo pronte, aspettiamo quanto prima di riprendere la nostra collaborazione a pieno regime.

Torna la questione regionale

Articolo già apparso sulle pagine del sito internet Mente Politica a firma di Paolo Pombeni 

Il tema del seguito da dare a quanto richiesto da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna in base a quanto previsto dalla riforma costituzionale che ha introdotto le cosiddette autonomie differenziate è stato giustamente e doverosamente ripreso dal nuovo governo Conte. Nel precedente esecutivo esso era stato messo in capo ad una ministra della Lega, Erika Stefani, vicentina, che in una prima fase aveva operato in maniera accurata, per perdersi poi nel vortice delle polemiche interne alla maggioranza gialloverde anche per il crescere delle pretese dei governatori di Lombardia e Veneto, sicché si era bloccato tutto. Ora la faccenda è nelle mani del nuovo ministro, Francesco Boccia, pugliese, che sembra intenzionato a riprendere in mano la patata bollente.

Ovviamente la polemica politica tende a mettere in scena un cambio di passo fra una ministra di un Nordest con inclinazioni da republichetta autonoma e un ministro del Sud preoccupato di difendere il Meridione dallo svuotamento di risorse che si dice deriverebbe da una promozione delle istanze autonomiste dei cosiddetti “ricchi”.

Messa così, la faccenda diventa una farsa, mentre è urgente il problema di giungere ad un equilibrio nelle scelte per il regionalismo che è stata fatta, un po’ alla carlona, da passati governi tanto di destra quanto di sinistra.

Si tratta innanzitutto di ridiscutere un mito che è stato alla base della propaganda con cui si è voluto contenere il para-secessionismo della prima Lega: cioè che l’amministrazione dello stato fosse inefficiente e sprecona perché “lontana” dalla gente, mentre l’affidarsi ai governi regionali avrebbe portato ad una gestione più virtuosa delle risorse per il controllo più immediato che i cittadini delle regioni avrebbero potuto esercitare. L’esperienza non ha confermato affatto quel mito. Si potrebbe banalmente dire che dove c’era un retroterra sociale di un certo tipo le cose funzionavano già bene o abbastanza bene quando erano in mano allo stato ed hanno continuato in questo trend quando sono passate in capo alle regioni. Dove quel retroterra era carente o mancava, quel che non funzionava con lo stato centrale ha continuato a non funzionare sotto i governi regionali.

Alcuni mali endemici del sistema politico-sociale italiano hanno semplicemente cambiato il riferimento: la distribuzione di posti e prebende, la creazione di sistemi per distribuire opportunità di lavoro più o meno clientelare sono passati dall’essere in capo ai partiti nazionali che li gestivano attraverso le catene del centralismo, all’essere in capo ai partiti regionali, che hanno anch’essi le loro catene, opportunamente rimesse a punto. Del resto bastava vedere cosa era successo per le regioni autonome per vedere il rapporto fra il contesto e l’efficienza: bastava fare una comparazione fra la Sicilia e il Trentino-AltoAdige.

Ora cosa è successo con il procedere delle esperienze? Che i contesti in cui c’erano sistemi di cultura civica attrezzati per gestire oneri complessi le cose non solo hanno continuato a funzionare bene (in termini relativi, si capisce), ma hanno prodotto surplus che hanno generato altri surplus. Dove invece la debolezza della cultura civica ha lasciato campo libero alla vampirizzazione delle risorse a pro di potentati locali ristretti, si è innescata una discesa verso gli inferi che neppure tanto paradossalmente riduceva in ultima istanza il complesso delle risorse disponibili. Non è questione che da una parte si sia fatto molto sottogoverno e dall’altra invece ci si sia comportati con adamantina limpidezza amministrativa: il sottogoverno è stato all’opera dappertutto, solo che la capacità di mantenere il fenomeno nei limiti della decenza (mettiamola così) è stato notevolmente differente.

Qui l’articolo completo 

Mafia: Mattarella, “resistere a intimidazioni, opponendosi a logiche compromissorie e all’indifferenza”

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 40° anniversario dell’assassinio del Magistrato Cesare Terranova, ha inviato al Sindaco del comune di Petralia Sottana, Leonardo Iuri Neglia, il seguente messaggio:

«Il 25 settembre del 1979 venivano uccisi in uno spietato agguato, per aver fedelmente servito lo Stato, il Giudice Cesare Terranova e il Maresciallo della Polizia di Stato Lenin Mancuso, addetto alla sua sicurezza.

Magistrato rigoroso e preparato, profondo conoscitore della realtà siciliana, Cesare Terranova seppe cogliere la forza e la pervasività della mafia, qualificandola per primo come una “associazione delinquenziale” dalle variegate forme, la più pericolosa ed insidiosa delle quali “è quella camuffata sotto l’apparenza della rispettabilità”.

Da Giudice istruttore comprese la trasformazione in atto della mafia, ormai infiltrata nella vita pubblica ed economica e ben sorretta dal pilastro inossidabile dell’omertà. A lui si deve l’avvio di una stagione di indagini coraggiose e di processi inediti, culminata molti anni più tardi nel maxiprocesso di Palermo.

Proseguì da parlamentare il suo appassionato impegno per l’affermazione della legalità, mettendo a servizio delle istituzioni democratiche il patrimonio di conoscenze acquisito nel corso della sua esperienza giudiziaria.

Rievocare la vile uccisione di Cesare Terranova e Lenin Mancuso richiama la necessità di resistere alle intimidazioni della mafia, opponendosi a logiche compromissorie ed all’indifferenza, che minano le fondamenta dello stato di diritto.

A distanza di quaranta anni, desidero rinnovare i sentimenti di partecipazione e vicinanza del Paese ai loro familiari, ai colleghi e agli amici che li hanno conosciuti e stimati e che, in questi anni, ne hanno costantemente tenuto viva la memoria».

Terremoti politici

La volatilità caratterizza il nostro tempo. Tutto sembra essere disposto a lasciare il presente per un futuro diverso. Nulla che sappia mettere radici e che mantenga fede alle sue convinzioni. È proprio un tempo votato al consumo di tutto ciò che è. Non ci si fa una ragione di un posto acquisito, che già appare il suo inevitabile tramonto. Di esempi ne abbiamo ogni giorno.

Chi pensavamo registrasse un’idea, il giorno dopo dimostra di saperla completamente scordare se non proprio volutamente cancellare. Prendiamo Laura Boldrini. Chi mai avrebbe pensato che da una posizione di sinistra marcata – ricordiamoci che era espressione del gruppo di Sinistra Italiana, che nel panorama nazionale occupava la casella parlamentare all’estrema sinistra – l’ex Presidente della Camera dei Deputati prendesse i suoi bagagli e li trasferisse nel panorama nel PD? Eppure è capitato.

A leggere quel che scrive l’avrebbe fatto anche con la presenza di Matteo Renzi nella compagine da lei prescelta. Resto incredulo, ma è un tratto distintivo che illustra la tesi che cerco di dimostrare.

Un secondo esempio ce lo ha fornito l’ex Ministro Beatrice Lorenzin che dalle fila un tempo Berlusconiane oggi si trova gomito a gomito con la Boldrini.

Non fa caso l’esempio di Rosy Bindi, si è presa qualche anno sabbatico ed è rientrata dalla porta da cui era uscita. Di questi esempi ce ne sono diversi, ciascuno ne potrebbe elencare di nuovi, magari meno eclatanti, ma pur sempre significativi e che corroborano l’idea che ho espresso all’inizio.

Non posso però esimermi dal planare su terreni meno ambiziosi e citare anche il caso del vecchio compagno socialista Renzo Tondo; che è pur vero aver mondato il suo tratto rosseggiante, passando per diversi anni lungo le vie del moderatismo Berlusconiano, ma da qualche mese anche lui, con un salto da circo, è caduto tra le braccia della destra italiana: è a fianco di Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia.

Come elencato, le coerenze sembrano ormai tratti di un mondo passato; è vero, qualcuno mantiene le vecchie tradizioni e non si sposta dalla scelta compiuta in età matura, ma non fa più testo, non è più l’elemento alla moda.

Giungerei, però, ad una svolta ancor più radicale pensando che i fenomeni trattati non riguardano solo i singoli soggetti che cambiano impunemente le carrozze di viaggio, sarei propenso anche a inserire in questo frastuono di precipitose modifiche, i partiti stessi, i contenitori, le strutture culturali e politiche che reggono le sorti dei singoli soggetti che le riempiono. Forse che il PD, FI, la LEGA, i 5STELLE, non hanno in modo roboante modificato in breve tempo i loro connotati costitutivi?

Prendiamo solo la LEGA, ma val per tutti. Un tempo, due anni fa, si chiamava LEGA NORD, oggi ha ghigliottinato metà del suo nome. Le sue condizioni ideologiche sono state radicalmente trasformate dall’oggi al domani. È un bel esempio di come la struttura, il partito, sia anch’esso al pari delle persone che ho citato all’inizio votati ad abiurare se stessi e a fare come San Pietro al canto del gallo.

Sono terremoti che svelano l’insicurezza che anima questo nostro tempo e questo nostro mondo. Val bene rifletterci sopra per capire se bisogna in qualche modo rimboccarci le maniche e darci indirizzi comportamentali diversi da quelli che ho illustrato.

Il cambiamento climatico

Fonte Associazione Popolari a firma di Giuseppe Ladetto 

Su “La Stampa” del 18 settembre, si dà notizia del Rapporto ISPRA presentato al Senato il giorno precedente. Il documento fornisce dati che non necessitano di commenti.

In Italia continua inarrestabile la cementificazione del territorio. Tra il 2016 e il 2017, sono stati persi 53,5 kmq di suolo verde e libero per l’espansione delle aree edificate, per la costruzione di strade e infrastrutture varie. Nell’anno successivo (tra 2017 e 2018), per le stesse motivazioni, sono stati cementificati 51,0 kmq di territorio, con una media di 14 ettari al giorno. Il Paese, tra il 2012 e il 2018, ha perso una superficie coltivata atta a produrre 3 milioni di quintali di prodotti agricoli e 20.000 quintali di prodotti legnosi, a stoccare 2 milioni di tonnellate di carbonio e a filtrare 250 milioni di acqua piovana. Il danno potenziale è stimato tra 2 e 3 miliardi di euro l’anno.

Tenuto conto che l’obiettivo europeo è azzerare il consumo netto di suolo agricolo e libero entro il 2030, è palese che siamo lontani dall’obiettivo e che non si fanno passi in avanti. Mi permetto di aggiungere che se, in materia di suolo, le cose non vanno ancor peggio è solo per la stagnazione economica in atto.

Ma la situazione non sembra essere percepita. Due giorni dopo (il 20 settembre), sempre “La Stampa” ha pubblicato stralci dell’intervento di Filippo Patroni Griffi a un convegno di studi amministrativi a Varenna. In tale occasione, Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato, ha detto che ”il governo del territorio non si limita alla disciplina delle trasformazioni edilizie, ma deve muovere lungo due direttrici di fondo: – crescita economica, sostenibilità e coesione sociale; – chiedere alla città non solo di mettere a disposizione il suolo, ma di offrire servizi e infrastrutture ai cittadini”. Ha inoltre aggiunto che “la contrapposizione tra infrastrutture e ambiente, tra sviluppo e sostenibilità, spesso alimentata da politiche ideologiche e di parte, non ha senso: ai territori servono nuove opere e salvaguardia dell’esistente, sviluppo e conservazione, rigenerazione urbana e politiche di sviluppo”.

È evidente la grande distanza esistente fra le considerazioni riportate nei due articoli del quotidiano torinese. Qual è l’impostazione alimentata da politiche ideologiche e di parte (di cui parla Patroni Griffi)? In genere, chi ha una visione ideologica non ama confrontarsi con i numeri, che sempre richiamano alla realtà e, come ho detto, i dati forniti dall’ISPRA parlano da soli in materia. Ma la questione della possibile contrapposizione tra crescita economica e sostenibilità ambientale non riguarda il solo consumo di territorio.

“Il governo già litiga sul decreto clima” titolano i giornali. Infatti è bastato che da generiche dichiarazioni in difesa dell’ambiente e di lotta ai cambiamenti climatici si passasse a sia pur molto limitate proposte perché fiorissero gli stop da tutte le parti (opposizione e maggioranza di governo).

E a porre alt e a fare obiezioni, non sono solo i politici. In un dibattito mattutino su La7 (Omnibus) in cui non c’erano esponenti di partito, ma personalità, ricercatori ed esperti soprattutto del mondo economico e giuridico, i discorsi ascoltati sono stati di questo tenore:

    • togliere i sussidi alle fonti fossili pone gravi problemi alle industrie energivore mettendole in crisi sul piano dei costi;
    • tassare il gasolio danneggia l’agricoltura, i trasporti e fa aumentare i prezzi delle derrate;
    • porre limitazioni ai contenitori di plastica penalizza le industrie produttrici della stessa che danno notevole occupazione;
    • i film plastici sugli ortaggi ne garantiscono una più lunga conservazione; vietarli comporterebbe un forte spreco di alimenti;
    • tassare i voli in aereo penalizza il turismo. E via dicendo.

Un solo partecipante al dibattito ha colto nel segno. Consumo di territorio, inquinamento da plastica, cambiamenti climatici hanno tutti un impatto negativo sull’ambiente e vanno combattuti, ma senza fare confusione: ad esempio, eliminare o ridurre i contenitori di plastica va bene, ma ha un effetto minimo sulla riduzione delle emissioni di CO2. Il cambiamento climatico è il nemico numero uno contro cui mettere tutte le nostre energie. Affrontare questa minaccia non è compito del solo ministro dell’ambiente (con interventi settoriali che possono anche essere utili senza tuttavia andare al cuore del problema), ma deve diventare il tema centrale di ogni azione di governo. Oggi invece, come dimostrano le obiezioni fatte al decreto clima, si subordinano le azioni necessarie contro il cambiamento climatico a criteri di compatibilità con l’assetto economico-produttivo vigente che non viene messo in discussione.

È quanto da tempo dice anche Al Gore, già vicepresidente degli Stati Uniti, quando afferma che la lotta contro i cambiamenti climatici è la priorità. Lo ripete oggi Greta Thunberg trascinando a manifestare nelle piazze decine di migliaia di giovani.

E tuttavia mi chiedo fino a che punto si comprende che cosa ciò significhi nella realtà. Ascoltando parlare dei giovani studenti entusiasti delle iniziative della ragazza svedese, mi è parso che anch’essi fossero molto lontani dal percepire gli impegni e le rinunce che comporta una seria lotta contro i cambiamenti climatici. Forse per darne una idea, sarebbe il caso di parlare di “guerra” e non di semplice “lotta”.

Essere in guerra, per un Paese, significa indirizzare tutte le risorse a sostegno del combattimento in corso; prevede di privilegiare la produzione di ciò che è indispensabile a chi è al fronte e di ricercare la messa a punto di innovativi strumenti di lotta; comporta talora la requisizione dei mezzi privati se necessario; impone la precettazione dei cittadini a cominciare dai giovani; richiede di limitare i consumi non indispensabili ricorrendo al tesseramento; pone limiti ai movimenti delle persone e delle merci, e via dicendo. Certamente ciò accade quando un Paese è totalmente coinvolto in eventi bellici e si trova in prima linea.

La minaccia dei cambiamenti climatici è oggi tale da richiedere questi rimedi estremi? Fino a che punto è necessario spingersi? Sono quesiti a cui devono rispondere prioritariamente coloro che ne hanno la competenza e che da tempo studiano, misurano e valutano i fenomeni in corso e la loro evoluzione. In ogni caso, teniamo presente che quanto più si dilazionano i necessari interventi, tanto più duri questi dovranno essere e tanto più dolorose saranno le conseguenze.

Ripeto ancora una volta quanto disse Barbara Spinelli già parecchi anni fa: “La questione delle modificazioni climatiche è diventata il riferimento prioritario di ogni politica responsabile. Affrontare questo problema comporta la necessità di cambiare la nostra maniera di vivere e di pensare; ci impone di ripensare i saperi, compreso quello economico e di mutare i modi della politica. Bisogna essere consapevoli che per condurre la battaglia in difesa dell’ambiente, perirà una parte essenziale dell’esperienza liberale: quella parte che, a cominciare dalla rivoluzione industriale, ci ha abituati a credere nel progresso illimitato, nel cittadino-consumatore libero di fare quello che gli piace, nell’aspirazione a una felicità individuale indipendente dall’effetto che essa ha sulla Terra e sull’umanità”.

È venuto il momento di prendere atto di queste parole e di agire di conseguenza senza più esitazioni.

Da Legambiente dieci proposte su mobilità e trasporti

L’Associazione ambientalista ha presentato le sue idee in materia di mobilità e di trasporto, per dare una svolta decisiva ad un settore così importante in vista della prossima legge di Bilancio. “Accelerare il cambiamento nella mobilità è decisivo nella battaglia del clima – ha detto il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini –. Per questo chiediamo al nuovo governo di essere coerente con gli impegni presi in queste settimane e di dare subito un segnale chiaro ai cittadini, ai Sindaci e al sistema delle imprese. I provvedimenti che verranno approvati nei prossimi mesi, dal decreto Clima alla legge di Bilancio, dovranno definire la traiettoria delle scelte indispensabili a rilanciare il trasporto pubblico nel nostro Paese, a rendere sempre più competitiva la mobilità elettrica, a superare le barriere che ancora oggi incontra la micro-mobilità a emissioni zero nel circolare all’interno delle città”.

“Anche l’anno scorso abbiamo presentato le nostre proposte alla legge di Bilancio in materia di mobilità e trasporto – ha spiegato il responsabile mobilità e stili di vita di Legambiente Andrea Poggio – ottenendo dei primi risultati, tra cui il bonus-malus auto e moto elettriche, gli incentivi per le ricariche private e la sperimentazione sulla micro-mobilità elettrica. Ora dobbiamo andare avanti, e per questo presentiamo 10 proposte per accelerare la transizione a partire dalla legge di Bilancio, e in parallelo chiediamo anche di correggere il tiro su alcuni provvedimenti. Sulla micro-mobilità elettrica chiediamo al Ministero dei trasporti di semplificare gli adempimenti comunali equiparando le norme alle bici e definendo in modo univoco aree e modalità di circolazione, sino alla regolamentazione definitiva nel codice della strada. Oggi – ha aggiunto – solo una quindicina di città sono riuscite a regolamentare la sperimentazioni, in tutti gli altri comuni è il far west e alcuni cittadini che giravano con i monopattini elettrici hanno avuto multe di migliaia di euro”.

Tra le diverse proposte, il fatto che rientri tra i compiti dello Stato assicurare l’accesso ai servizi e ai mezzi utili alla mobilità, efficienti, economici, sicuri e possibilmente ad emissioni zero o quasi. Tra i dieci punti anche che nei trasferimenti delle risorse statali ai Comuni vengano privilegiati i piani (ad esempio Pums, Paes) con obiettivi sfidanti, basse emissioni, elettrificazione del trasporto, quartieri “car free” e ridisegno dello spazio pubblico. I trasferimenti potrebbero essere vincolati a obiettivi di sostenibilità. La spesa stimata è di 60 milioni di euro in più all’anno, da coprire con un piccolo aumento delle accise sul gasolio.

Dove è in vigore la tassa sulle bibite gassate e le merendine?

La tassazione delle bibite gassate è raccomandata, come uno dei possibili mezzi per ridurre il consumo di zuccheri, dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

In un documento del 2017 dell’Oms si legge, infatti, che il problema dell’obesità è significativamente aumentato negli ultimi anni.

L’obesità, scrive ancora l’Oms, porta con sé diverse malattie legate al consumo eccessivo di zuccheri come il diabete, il cancro e le malattie cardiache. Per contrastare la situazione, i governi hanno diverse soluzioni a disposizione, tra cui proprio una tassa sugli zuccheri. «Come tassare il tabacco aiuta a ridurre il consumo di tabacco – si legge nel rapporto – tassare le bevande zuccherate aiuta a ridurre il consumo di zuccheri”.

Ma quali sono i paesi dove già vige questo tipo di tassa?

Nell’elenco troviamo molti piccoli Stati insulari (ad esempio Mauritius, Barbados, Tonga), diverse amministrazioni locali degli Usa, vari Stati del Sud e Centroamerica (Messico, Cile, Ecuador, Perù e altri), Stati asiatici e africani (India, Filippine, Tailandia, Sudafrica) e anche numerosi Paesi europei.

Questi, in particolare, sono Norvegia (già dal 1981 e poi inasprite nel 2017), Finlandia (dal 2011), Ungheria (dal 2011), Francia (dal 2012), Belgio (dal 2016), Portogallo (dal 2017), Catalogna (2017), Regno Unito e Irlanda (dal 2018).

Sgarbi scuote anche l’albero dell’Anci: verso il congresso dei comuni italiani alla ” chetichella”

Vittorio Sgarbi scuote anche l’albero dell’Anci. In vista c’è il congresso nazionale di una delle realtà più importanti del Paese. Parliamo di quasi ottomila comuni italiani. La parte più diretta e sostanziale della nostra vita democratica e del suo concretizzarsi attorno alle questioni ” vere” che interessano i cittadini.
Si tratta della prossimità delle istituzioni  con la nostra gente, del governo di quelle che spesso costituiscono le vicende più importanti del nostro quotidiano, dell’essenza del concetto della rappresentanza politica. Questioni divenute drammaticamente attuali a seguito della crisi in cui è finito tutto il sistema delle autonomie locali per mancanza di mezzi finanziari, per complicazioni burocratiche, per il sovrapporsi di leggi e regolamenti che stanno facendo diventare quello del Sindaco e dei rappresentanti locali uno dei più difficili ” mestieri” al mondo.
Sgarbi lamenta come si stia andando, invece, quasi alla ” chetichella” verso il congresso, persino nella fase  delle assemblee regionali.
” Sono Sindaco e rimango stupito, dice Sgarbi. I Comuni incarnano una storia di libertà, sono il pilastro dell’ordinamento istituzionale, rappresentano l’autonomia delle nostre comunità. Da troppo tempo l’ANCI ha smesso di parlare a nome di tanta vitalità e bellezza dei territori. Ci vuole uno scossone. Per questo, da Sutri, voglio che salga la voce di una nuova ANCI”.
Così, il critico d’arte propone la propria candidatura alla Presidenza dell’Anci. Lo fa pensando a quello che definisce ” coro delle città d’arte e dei borghi storici, rappresentando la dimensione maggioritaria dei luoghi più belli e meno conosciuti”.
Come non seguirlo in questa sommaria, ma plastica rappresentazione di una delle risorse storiche, umane, culturali ed economiche più importanti, persino al mondo. Una ricchezza di patrimoni, di opportunità e di relazioni che andrebbero valorizzate, non mortificate.
Ora, non sappiamo quanto questa candidatura troverà consenso. Abituato com’è Sgarbi a cantare fuori dal coro, non se ne cruccierà se cadrà nel vuoto.
Ci auguriamo, però, che il suo intervento, così come quello di altri responsabili delle nostre comunità locali, porti ad un’autentica riflessione sul ruolo delle autonomie amministrative e sulla necessità che si riequilibri il rapporto dei Comuni con le Regioni e lo Stato. Deve essere superata quella pratica ” centralista” che, nei fatti, ma anche nei provvedimenti legislativi e di governo, ha finito per modificare completamente le relazioni tra le istituzioni.
Alla fine, i penalizzati sono i cittadini, le famiglie, le comunità locali. Essi vedono  nel municipio il riferimento più immediato per ciò che sta immediatamente più a cuore trovandolo, però, nella condizione di non rispondere alle attese.
Al Congresso dell’Anci speriamo di ascoltare non solo discorsi d’occasione, di non assistere a passerelle di ministri o vederci ammannite promesse destinate a tramutarsi nel contrario il giorno dopo. Lo attendiamo, invece, come occasione per ripartire per una rigenerazione del sistema delle autonomie e della rappresentanza locale.

Un fondamento etico per lo sviluppo

Se ci ponessimo davanti al grande orologio della Storia per cercare un nesso logico o causale al susseguirsi degli eventi, scopriremmo che mentre le lancette giravano beffarde senza ritardi ne’ accelerazioni, prevaleva nell’umanità una concezione strumentale e mercantile del tempo: quello utile, quello necessario, quello superfluo.

Senza accorgersi – gli uomini – che immaginando una concezione relativistica del tempo sovente non riuscivano a sottrarsi alla sua imperturbabile, silente, ingombrante tirannia. Questo fenomeno diventa gigantesco e preponderante in questa epoca di frenesia che sta producendo la fine della memoria, la morte dell’attenzione, l’oscuramento dell’identità individuale e sociale. Anche questa variabile temporale, comprimendo una miriade di esigenze e di input in spazi sempre più angusti e insufficienti, ha giocato un ruolo determinante sulla deriva critica del sistema. Il futuro, che l’economia mondiale ha cercato di addomesticare con il dominio della finanza, gonfiando a dismisura il credito, si è dissolto in una crisi di proporzioni planetarie.

Prevale un presentismo asfissiante, nel pensiero, nelle azioni, nelle speranze: tutto è accorciato, sintetizzato, sincopato, simultaneo. Tanto che i fautori della decrescita ipotizzano una sorta di mutazione antropologica dell’uomo contemporaneo: l’essere dappertutto, il cogliere tutte le opportunità in una sorta di vibrante, incontrollata tensione, trasforma l’esistenza in una specie di corsa inarrestabile verso una meta incerta, verso un traguardo che si sposta inconsapevolmente in avanti, oltre, indefinitamente. Il prevalere di quello che il filosofo Heidegger ha definito “il pensiero che fa di calcolo” ha determinato un ribaltamento nel campo dell’etica e dei valori: per questo oggi contano sempre meno gli uomini e sempre più gli interessi, in un processo che destruttura la società e crea ricchezze smisurate e nuove, a fronte di imprevedibili, emergenti povertà. Dove stiamo andando? Dove vogliamo andare? Chi vogliamo essere?

Questi sono gli interrogativi che il prevalere di nuovi modelli e stili di vita impongono all’uomo contemporaneo e spesso gli impliciti sono più carichi di significati ultimativi delle domande dirette, nella loro apparente retorica. In questa fase recessiva e di rallentamento dell’economia mondiale stiamo riscoprendo tutte le discrepanze e le discrasie delle teorie della crescita illimitata, i drammatici default dello sviluppo senza rete e senza fine. Serve, urge un nuovo umanesimo che rimetta al centro delle attenzioni e delle cure la persona: oltre i vantaggi tout-court, oltre il plusvalore, oltre le speculazioni monetarie e la crescita fine a se stessa. Occorre ricostruire una cultura del tempo misurato, che lasci spazio al loisir e all’immaginazione, ricollocando l’umanità in un contesto sostenibile, a cominciare dalla compatibilità ambientale di quello che impropriamente chiamiamo con troppa facilità “progresso”. Questa crisi epocale – che è anche generazionale – lascerà il segno: deve lasciarlo, affinchè si possano recuperare priorità e valori perduti strada facendo, con troppa disinvoltura.

Come sottolinea Umberto Galimberti bisogna imparare bene a distinguere tra la crescita e lo sviluppo da un lato e il vero progresso dall’altro: infatti non sempre coincidono, non esiste una correlazione consequenziale e speculare che si traduca in vero ben-essere.
I pifferai dello sviluppo no-limits devono ammettere di aver sbagliato ritmi e spartito, serve un coraggioso esame di coscienza presso i depositari dei poteri forti della politica e della finanza. L’algoritmo della diffusione smisurata ed allargata della ricchezza, lungi dal perseguire il risultato immaginato, ha prodotto un’altrettanto smisurata concatenazione di ingiustizie sociali.

E i temi del welfare e dell’equità non si impongono oggi solo in termini di redistribuzione quantitativa di beni e risorse poiché mettono al centro delle riflessioni e dei progetti il valore di una dignità umana troppo spesso mercificata e soccombente. E’ impensabile un’economia stabile senza una solida base etica: cinismo, avventure e speculazioni prima o poi pagano il dazio alla storia.
Anche perché, come ebbe a dire John Kenneth Galbraith: “Ogni tanto il destino si incarica di separare il denaro dagli stupidi”. Aggiungerei: “oggi purtroppo anche dagli onesti”.

Cambiamenti climatici: in Italia crescita degli impianti fotovoltaici

Un’analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop), su dati Gse in occasione del summit Onu sul clima a New York afferma che “Con una crescita degli impianti fotovoltaici di oltre il 1000% negli ultimi dieci anni in Italia lo sviluppo dell’energia solare è un caposaldo della lotta all’inquinamento per la difesa dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile”.

“In Italia  sono in attività 822.301 impianti fra installazioni domestiche e campi solari di grandi dimensioni per una potenza di oltre 20.108 megawatt, mentre nel 2009 c’erano solo 71.288 impianti per 1.144 megawatt”. “Una crescita esponenziale che da una parte ha coinvolto le abitazioni private segnale di una sempre maggiore sensibilità ambientale e dall’altra ha sviluppato nuovi business nell’ambito delle energie verdi con ditte e cooperative per l’installazione di impianti estesi con centinaia di pannelli”.

“Intanto sono cresciute di quasi 10mila unità le imprese green in Italia negli ultimi 5 anni passando da 71mila a più di 80mila realtà con un incremento del 12,7%. Una crescita che vale 532.488 addetti a livello nazionale in particolare nel settore dell’attività di servizi per edifici e paesaggi”.

“Nei prossimi 4 anni poco meno del 19% dei nuovi posti di lavoro creati dalle imprese attive in Italia sarà generato da aziende che investono in ecosostenibilità più di quelli del digitale o della filiera del benessere”. “L’economia green – conclude la nota – ha un enorme potenziale di sviluppo sia in termini di occupazione che di ricerca con la possibilità di generare crescita sostenibile, benessere e ambiente”.

Migranti: si discute di rotazione volontaria dei porti per l’accoglienza

Si è tenuto ieri a La Valletta il vertice dei ministri dell’Interno di Italia, Germania, Francia e Malta, insieme ai rappresentanti della presidenza finlandese del Consiglio Ue e della Commissione europea. Tra i punti sul tavolo: la rotazione volontaria dei porti per accogliere i migranti; la redistribuzione automatica; l’accoglienza di tutti o solo dei rifugiati; i rimpatri. La distribuzione che segue all’accoglienza in prima battuta è uno dei nodi poiché occorrerà un’intesa sull’automatismo di procedura. A tale riguardo Germania e Francia hanno espresso la loro eventuale disponibilità a prendere un quarto del totale dei migranti che arrivino in porto. Ad oggi, i “Paesi volenterosi”, oltre quelli riuniti a La Valletta, sarebbero Spagna, Portogallo, Lussemburgo, Grecia, Croazia e Irlanda.

In riferimento alla rotazione dei porti, sono state ipotizzate sanzioni per i Paesi non aderenti alla coalizione dei “volenterosi”. Una scelta di carattere politico da analizzare e da realizzare a medio termine. La Francia ha poi dato la propria disponibilità a prendere un quarto dei migranti soccorsi, ma non quelli economici. Nel protocollo di discussione è stato ipotizzato, inoltre, un impegno molto più marcato da parte dell’Unione europea. Per quanto riguarda i rapporti col nuovo governo italiano “stanno migliorando – ha detto ai giornalisti il ministro dell’Interno maltese Michael Farrugia”.

“C’è la volontà e c’è un modo – ha aggiunto Farrugia […]. Tutto dipende dalla discussione. Ci saranno alcune questioni politiche su cui dobbiamo decidere subito. Ma questo è solo un primo passo. Sarà una direzione politica che eventualmente dovremo presentare l’8 ottobre a Lussemburgo al Consiglio Affari interni e speriamo di convergere su una proposta comune che dovrà essere accettata da tutti gli altri Paesi, che potranno volontariamente partecipare al processo di sbarchi e relocation. Non posso dire al 100 per cento che avremo successo, ma l’intenzione di noi quattro è quella di arrivare ad una conclusione”.

Levol-App: piattaforma europea digitale per la gestione dei volontari

Dal 29 Settembre al 2 Ottobre, la città di Cori (LT), ospiterà il meeting europeo organizzato dall’Informa-Giovani del Comune di Cori con la collaborazione dell’Associazione Arcadia. Esperti di no-profit, associazionismo e volontariato si incontreranno nella Biblioteca comunale “Elio Filippo Accrocca” nell’ambito del partenariato europeo “Levol-App”, acronimo che sta per “Piattaforma digitale di formazione professionale del volontariato e del terzo settore”.

Saranno presenti operatori di realtà impegnate nel terzo settore e provenienti da Spagna (Neo-Sapiens), Slovacchia (Platforma dobrovolnickych centier a organizacii), Gran Bretagna (Birmingham Voluntary Service Council), Italia (Futuro Digitale) e Portogallo (Pista Magica). Data l’importanza dell’appuntamento coordinerà gli interventi un responsabile dell’agenzia nazionale portoghese capofila del progetto.

Si parlerà dei progressi fatti, delle esperienze locali di coinvolgimento e del futuro. L’incontro operativo però si concentrerà sul lancio della versione definitiva della piattaforma (learning.levol-app.eu), gratuita e pensata per chi opera nel solidale. Realizzata in cinque lingue, permette a chi vi accede di poter studiare del materiale di alta qualità sulla pratiche di gestione dei volontari e scaricare documenti operativi che possano essere di supporto per le azioni quotidiane delle associazioni.

“Finora oltre 100 organizzazioni da tutta Europa hanno testato la piattaforma e partecipato alla formazione online – spiega Marco De Cave, referente locale del servizio – Come Informa-Giovani siamo soddisfatti del lavoro fatto e di quanto stiamo proiettando l’immagine di Cori in Italia e all’estero, investendo fondi europei, sempre più importanti per noi e per tutti. Sarà l’occasione per 10 esperti europei di conoscere la cultura del nostro territorio e il forte cuore solidale della nostra comunità”.

Tumori: per la prima volta in calo

Per la prima volta, calano i nuovi casi di tumore in Italia: sono 371mila quelli stimati nel 2019, con 2mila diagnosi in meno rispetto al 2018, anno in cui si erano invece registrate 4mila nuove diagnosi in più sul 2017.

L’inversione di tendenza è segnalata dall’Associazione italiana di oncologia medica Aiom nel rapporto ‘I numeri del cancro 2019’. Diminuisce anche la mortalità, “grazie ai programmi di prevenzione e al miglioramento delle terapie”, afferma la presidente Stefania Gori. Sono un milione ad oggi i pazienti guariti.

Tre milioni e mezzo vivono invece dopo la scoperta della malattia.

Il tumore al seno è il più frequente. La diminuzione dei nuovi casi di tumore, che segna secondo gli oncologi una “importante inversione di tendenza”, indica che le campagne di sensibilizzazione per la prevenzione primaria (mirata a diffondere corretti stili di vita per prevenire appunto l’insorgenza delle neoplasie) stanno iniziando a dare effetti positivi.

La paralisi del PD fomenta l’iniziativa renziana

Ci si poteva attendere di più. I commentatori politici approfondiscono cause ed effetti della scissione, mentre il Pd appare anchilosato nel mettere a fuoco il problema che ne scaturisce. E per paura di svelare sentimenti inappropriati, la classe dirigente del Nazareno si arrocca nel suo “tiremm innanz”. Di Renzi si preferisce non parlare, come se la rimozione fosse la pietra miliare della ricostruzione del partito.

A parlare è stata Rosy Bindi, brevemente, ai margini della Direzione nazionale. Più che una dichiarazione, la ex pasionaria ha emesso un sibilo di raggelante esecrazione: di lui non si è mai fidata, quindi… “nessun sospiro di sollievo, ma nessuna sorpresa”. Forse è la frase che più riassume l’umore del partito dopo giorni di tensioni faticosamente controllate. Bisogna andare avanti, chissà se verso la salvezza o verso il patibolo, come fu per Amatore Sciesa (la cui battuta, eroica e sconsolata, ha fatto storia).

Renzi è in grado di occupare uno spazio più ampio – anche molto più ampio – di quello registrato in questi giorni dai sondaggi. Se inizia ad aggregare a destra, sfonda a sinistra. Sembra un paradosso, ma è così (vedi Macron). Fa bene a non invischiarsi nella logica pettegola del perché e del percome ha rotto con la Ditta: gli basta, in un certo senso, che tra ringhi e silenzi la Ditta si presenti come tale. Lo spettacolo di ieri, con una Direzione paralizzata al cospetto del pericolo, testimonia persino l’incombenza di un vago disarmo morale.

In queste condizioni, poco entusiasmanti per il Pd, la speranza legata a una scossa salutare si allontana. Nel migliore dei casi sembra di vedere l’ombra della “nuova sinistra” di Occhetto. Sappiamo come andò a finire nel 1994 con l’intervento inaspettato di Berlusconi. Stavolta il grimaldello che può far saltare tutto, cambiando bruscamente l’agenda della politica, è in mano a Renzi. Dovrebbe aprire, per vincere. E in più dovrebbe affiancare una dottrina, fresca ma vera, al suo spariglio. Fa bene, dunque, a titillare la coscienza profonda del Paese. Di certo, lungo questo tragitto non può che ritrovare il ricco sedimento di una storia alla quale, vuoi o non vuoi, i cattolici democratici hanno apposto il loro sigillo.

Anci, un congresso burocratico non serve, serve riscoprire la vera mission

Articolo già apparso sulle pagine dell’huffingtonpost

L’Anci, storicamente, rappresenta un tassello fondamentale per la stessa organizzazione democratica del nostro Paese. Come abbiamo evidenziato nel Manifesto costitutivo del Movimento “Comunità, Sindaci al centro”, contro il ripiegamento pessimistico che debilita il nostro Paese, la fiducia nel binomio di solidarietà e creatività trova la sua preziosa linfa vitale proprio nelle comunità locali.

Se nella nostra storia i Comuni hanno aperto la via alla modernità, oggi restano tuttavia il nucleo pulsante dell’assetto istituzionale repubblicano. Sono il vestito, per dirla con lo storico sindaco di Firenze Giorgio La Pira, di un’autonomia in senso pieno e autentico, che risiede e opera nel quadro di aggregazioni naturali antecedenti alla costituzione dello Stato. Essi, nello specifico, esprimono e rappresentano qualcosa – l’autonomia, appunto – che qualifica l’identità comunitaria e ne struttura l’articolazione democratica.

Ora, a fronte di un progressivo smarrimento della sua vocazione originaria, forse è giunto il momento per dare una svolta politica e culturale all’organizzazione più prestigiosa degli amministratori locali italiani. Una svolta che, innanzitutto, deve tradursi in un congresso – dalle assemblee regionali a quello nazionale – che non si riduca da un fatto meramente burocratico e protocollare. C’è poco interesse, se non nullo, oggi per i congressi regionali dell’Anci. Così non va bene.

L’occasione del congresso può fare dell’Anci una sede privilegiata per la discussione sul futuro dell’Italia. Non serve, cioè, un congresso burocratico fatto di organigrammi e di distribuzione dei pesi politici di partito e delle rispettive correnti per la composizione delle varie assemblee. Il confronto deve decollare, si deve riscoprire e riattualizzare la vera “mission” dell’Anci, il suo ruolo e la sua funzione specifica nel riconoscimento e nella promozione delle autonome locali.

Non si può continuare con una forte valorizzazione dell’istituto regionale a scapito dei comuni e del ruolo centrale e decisivo che svolgono quotidianamente nei territori. Sia per quanto riguarda il governo dei territori e sia, soprattutto, per la capacità di continuare a essere la vera “palestra democratica per eccellenza” per dirla con il fondatore del Partito popolare italiano e del teorico dell’autonomismo comunale, Luigi Sturzo. E il dibattito tra gli amministratori locali esige anche la ristrutturazione di un modello politico di presenza e di collaborazione. E non solo nel quadro interno.

L’Anci non è, e non può diventare quindi, un semplice segmento dell’apparato pubblico amministrativo. È un’associazione, come molti sanno, nata libera e che libera deve restare, anche rinunciando a qualche piccola convenienza. E chi vi opera, di conseguenza, a nome e per conto di migliaia di sindaci e di amministratori locali, deve avvertire continuamente lo scrupolo di un servizio che si nutre di un profondo senso di abnegazione.

Gli organi probabilmente vanno snelliti perché oggi non permettono di esaltare la democrazia interna. La figura del Presidente, a rigore, non può che essere quella del “primum Inter pares”. E le Anci regionali hanno il diritto e il dovere di contribuire a un riordino della funzione rappresentativa, per incidere di più e meglio nella costruzione dei programmi associativi. E sulla stessa struttura operativa occorre agire con maggior oculatezza valorizzando appieno le diverse professionalità e correggendo anche le distorsioni. E l’Associazione ha bisogno, al contempo, di coraggio e di umiltà: l’uno per cambiare e l’altro per allargare il consenso attorno allo sforzo di innovazione. E dunque, con una rinnovata azione di tipo collegiale, occorre impegnarsi a fondo, nel tradizionale spirito unitario, per poter corrispondere adeguatamente alla domanda di un rinnovato protagonismo da parte di tutti gli amministratori locali: sindaci, assessori, consiglieri comunali, Presidenti di Municipio.

Ecco perché serve un congresso di vera e autentica rifondazione. Perché l’Anci è un libro che accresce, con il variare delle circostanze, le sue pagine. E tocca anche a noi, alla nostra cultura cattolico popolare e cattolico democratica, scrivere una pagina nuova per mettere al centro le autonomie e renderle ancora più forti nel contesto della società italiana. L’alternativa sarebbe solo una semplice occasione per regolare conti politici e correntizi, stilare organigrammi e distribuire potere. Credo sia meglio intraprendere la prima strada.

Governare per sopravvivere o per costruire?

Articolo già apparso sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Anna Bosco e Francesco Ramella

In Spagna dopo le elezioni politiche del 28 aprile, che sembravano dover portare a un governo di coalizione tra il partito socialista di Sánchez e la sinistra di Unidas Podemos, non si è riusciti a dar vita ad alcun esecutivo e con tutta probabilità il Paese tornerà alle urne a novembre. Per la quarta volta in quattro anni. In Italia, invece, la crisi politica aperta dalla Lega di Salvini in pieno agosto, che sembrava dover sfociare in un appuntamento elettorale anticipato, si è inaspettatamente chiusa con la formazione di un nuovo esecutivo formato dal Partito democratico e il Movimento 5 Stelle.

Per spiegare gli opposti esiti governativi, molti commentatori spagnoli hanno evidenziato la mancanza di abitudine ai governi di coalizione che caratterizza il loro Paese rispetto all’Italia. Così, da Madrid si guarda a Roma con un misto di ammirazione e invidia, in quanto i partiti italiani nei decenni di storia repubblicana sono stati in grado di accordarsi per governare insieme in situazioni assai più difficili di quella oggi presente in Spagna. Basta ricordare, tra gli altri, il governo delle astensioni a guida Andreotti, la grande “non-coalizione” di Monti e, per finire, i due governi Conte.

Gli italiani, dicono gli spagnoli, sono abituati a formare coalizioni di governo. Persino nel 1948, quando la Dc ottenne, unica volta nella storia repubblicana, la maggioranza assoluta dei seggi, preferì condividere il governo con altre forze politiche piuttosto che insediare un esecutivo monocolore. In Spagna, invece, dopo il ritorno alla democrazia, nel 1977, non vi è mai stato un governo di coalizione con ripartizione dei ministeri tra partiti diversi, ma solo esecutivi di un solo partito, spesso blindati da solide maggioranze assolute. L’esperienza più simile a un’alleanza sono stati i governi di minoranza del Psoe e del Pp con il sostegno esterno di alcuni partiti regionali, spesso cuciti da accordi di legislatura.

Se il pragmatismo coalizionale dimostrato dall’élite politica italiana è un fatto, cosa c’è dietro l’abitudine a formare governi di coalizione che gli spagnoli ci invidiano? E perché a Madrid non riescono a imitare la nostra esperienza? In fondo, l’instabilità del sistema politico spagnolo esplosa dopo il 2015 risiede proprio nell’incapacità dei partiti iberici di superare gli steccati che li hanno aspramente contrapposti, stringendo accordi di governo simili a quelli italiani.

Dietro a ogni governo di coalizione ci sono strategie competitive e vincoli politico-istituzionali. Se le prime, di solito, sono abbastanza chiare e si concentrano sui maggiori vantaggi o i minori danni che i leader politici si attendono dalle proprie scelte, i secondi tendono a restare nell’ombra. Sgombriamo quindi il campo dalle strategie dei partiti e concentriamoci sui vincoli di tipo politico-istituzionale.

Qui l’articolo completo 

Tra Dio e l’uomo, itinerario matematico nel cristianesimo

Intervista a cura di Antonio Gaspari appaarsa sulle pagine di orbisphera

Mi è capitato di leggere il libro “Dio e l’ipercubo. Itinerario matematico nel cristianesimo” (Editrice Effatà), scritto da Francesco Malaspina, professore al Dipartimento di Scienze Matematiche del Politecnico di Torino. 

Devo confessare di aver scoperto un libro strepitoso. Illuminante nelle ipotesi e nella trattazione, saggio nelle considerazioni.
Mai avrei immaginato di poter comprendere certi assiomi matematici e geometrici leggendoli con gli occhi della fede. E mai avrei immaginato di poter comprendere più a fondo certe verità di fede come l’incarnazione, la resurrezione, la carità, l’amore di Gesù, leggendo un libro con tante formule matematiche.
Non sono riuscito a seguire nei dettagli la parte di matematica e geometria, ma quello che ho letto e compreso mi ha entusiasmato.
Per esempio la spiegazione dell’incarnazione, dove Dio infinito si fa finito, e della Resurrezione, dove il figlio di Dio torna ad essere infinito.
E poi il perdono infinito di Dio che accoglie e si avvicina alla nostra piccolezza.
Per meglio comprendere la bellezza di questo libro così prezioso ho intervistato l’autore.
“Dio e l’ipercubo. Itinerario matematico nel cristianesimo”. Un’indagine e un titolo molto impegnativi. Può spiegare in breve di cosa si tratta?
Vuole essere un tentativo di divulgare qualcosa del pensiero cristiano attraverso la matematica e viceversa. Non si vuole dimostrare nulla sulla ragionevolezza del cristianesimo ma si considera la matematica come una forma d’arte in grado di spiegare e raccontare attraverso analogie.
Il libro si dipana su tre capitoli in ognuno dei quali viene descritta una teoria matematica. Attraverso il dualismo globale-locale vengono parallelamente illustrati alcuni concetti fondamentali del cristianesimo. Trasversalmente in ogni capitolo compare una virtù teologale: nel primo la fede, nel secondo la speranza e nel terzo la carità.
Come si fa a spiegare i passaggi centrali del Vangelo con ipotesi matematiche e geometriche? O meglio, come e dove i numeri, gli insiemi, le equazioni e le figure geometriche s’incontrano con la vicenda di Gesù Cristo?
Gli oggetti matematici non solo hanno a che fare con l’arte ma sono loro stessi opere d’arte e hanno un fortissimo valore evocativo. Si possono dunque adoperare per richiamare concetti teologici e spirituali.
Guardandoli con occhi contemplativi, provo, in modo soggettivo, a tracciare un quadro del cristianesimo.
Sulla mia tavolozza ci sono insiemi, relazioni di equipotenza, spazi metrici, funzioni continue e varietà topologiche, e la tela è il mondo astratto delle idee e dei collegamenti tra di esse. Il bianco, il nero, il blu, il giallo e il rosso sono semplicemente colori ma possono essere distribuiti su una tela per rappresentare un determinato concetto. I suoni sono neutri di per sé ma possono essere organizzati in accordi e in forme per raccontare qualcosa.
Le nozioni matematiche che uso sono state introdotte per rispondere a problemi di tipo scientifico, ma qui vengono adoperate per parlare d’altro semplicemente perché la loro struttura suggeriva analogie.
Già nel primo capitolo lei ipotizza Dio infinito che con l’incarnazione si fa finito. Poi con la Resurrezione il figlio di Dio torna ad essere infinito. In questo contesto può spiegarci come la storia del figlio di Dio si interseca con quella dell’umanità? E in che modo l’uomo può aspirare all’infinito-eternità?
Nella teoria degli insiemi si ha un’infinità di insiemi infiniti e si riesce a dire in modo rigoroso che, se prendiamo due sottoinsiemi finiti dell’insieme dei numeri naturali, anche se uno è molto più grande dell’altro la loro distanza dall’infinito è la stessa. I loro complementari infatti possono essere messi in corrispondenza biunivoca e sono entrambi infiniti dello stesso tipo.
Il nostro struggente bisogno di infinito è disperatamente frustrato: non soltanto non possiamo raggiungerlo ma neppure avvicinarci. Ecco che questo mi dà il pretesto per parlare di Incarnazione: di questo infinito che si posa nel finito colmando questo abisso che non poteva essere attraversato nel senso opposto.
In questo contesto la fede è proprio l’accogliere questo infinito che ci viene incontro gratuitamente facendoci gustare già qui un po’ di infinito.
In quale spazio matematico e geometrico lei colloca l’amore di Dio, la povertà, il perdono?
Il perdono può essere visto proprio in questo viaggio dall’infinito al finito. Dio potrebbe percorrere questo abisso da noi impraticabile, ma poi fermarsi a qualche passo da noi chiedendoci quel piccolo sforzo che saremmo in grado di fare. Invece non è così: Dio sceglie di arrivare fino alla nostra piccolezza (pensiamo alla vocazione di Matteo al banco delle imposte). In questo sguardo di Gesù che chiama c’è un perdono infinito, e se scegliamo di seguirlo siamo chiamati a perdonare senza misura a nostra volta.
Inoltre l’infinito non si limita a raggiungere la nostra piccolezza ma svuota completamente se stesso fino all’insieme vuoto, fino a lasciarsi inchiodare su una croce. Ecco che anche noi siamo chiamati a svuotarci, a vivere la povertà e a donarci radicalmente.
Infine l’amore trinitario è qualcosa che la nostra mente non può contenere (come spiega Sant’Agostino), ma che possiamo provare a cogliere solo localmente nei gesti concreti di carità verso il prossimo e nel servizio. L’oggetto matematico che uso è quello di varietà topologica. Non riesco a spiegarlo in due parole; per darne un’intuizione possiamo pensare che noi ci troviamo sulla terra (quasi sferica) ma localmente, se guardiamo nel raggio di pochi chilometri, abbiamo la percezione di essere su un piano. È quello che fanno le cartine geografiche: rappresentano in modo piano una piccola regione sferica.
Alla fine della lettura del suo libro, mi sono convinto che i linguaggi matematici e geometrici non sono affatto limitati e riduzionisti; al contrario possono dare solidi argomenti all’immaginazione e alla fede. È così?
Certamente, possono aiutare nell’immaginazione e nella contemplazione. Non potrà, però, mai esistere una dimostrazione matematica della resurrezione di Cristo. Ed è bello che sia così, altrimenti non saremmo realmente liberi di credere o meno.
Ci piace un Dio che non usa argomenti inattaccabili e stringenti per convincerci, ma che rispetta profondamente la nostra libertà. La matematica non serve a dimostrarci qualcosa su Dio, ma alcune sue nozioni ci sanno parlare di Lui.

I Partiti personali

Ho sempre pensato che di tutte le possibili forme di violenza quella definita come “simbolica” – di cui dobbiamo il termine al sociologo francese Pierre Bourdieau – sia la più strisciante, infida, pervasiva e nascosta, a volte ammantata da un atteggiamento persino protezionista e addolcito, che la rende ancor più subdola e pericolosa.
Sia cioè il modo per esercitare non tanto un’azione fisica, contro la quale, essendo visibile o prevedibile, si riesce talvolta ad adottare reazioni e contromisure, in poche parole a difendersi, quanto un’influenza apparentemente eterea e impalpabile sulla mente e sui comportamenti delle persone, scontata e subìta con disattenzione o sottostima ma capace di esercitare un dominio semplicemente gestendo in conto terzi un consenso inconsapevole, stabilendo sudditanze e gerarchie di pensiero.

Semplifico subito il concetto e spiego perché sono giunto a questa conclusione.
Come al solito nel ragionamento mi ha aiutato la politica e si tratta di una conclusione che non mi sembra cervellotica ma alla portata di tutti.
Ogni parentesi elettorale, si sa, è un teatrino di mirabolanti invenzioni: promesse, miracoli, scenari onirici, visioni, incantesimi.
Ma è la parentesi più vistosa e invadente di una messinscena che dura tutto l’anno, con la complicità di una televisione ormai gestita dai partiti e magistralmente affinata nella capacità sopraffina di portare i cervelli all’ammasso.
Fin qui nulla di nuovo sotto il sole.

Ma sono i siparietti dei soliti noti che suscitano irritazione.
Quando la politica era una cosa sporca e cattiva i dibattiti congressuali stabilivano la linea da seguire, giusta o sbagliata che fosse: c’era un leader, c’erano le correnti, i colpi bassi e le bucce di banana per far scivolare rovinosamente amici e avversari, c’era il manualetto per attribuire incarichi e prebende interne.
Ma i simboli dei partiti, quelli che l’elettore vedeva nella stucchevole “tribuna politica”e ritrovava poi nelle schede nel segreto dell’urna, rappresentavano le idee: la croce, la falce e il martello, il sole nascente, la fiamma tricolore, la bandiera italiana, l’edera. Erano una cosa pulita, l’iconografia di un’idea, di un valore, ispiravano adesione e senso di appartenenza.

Poi ci sono stati altri alberi, fiori, vele e varie allegorie: ma sempre nei limiti del misurato pudore.
Ecco dunque il problema che pongo: da un po’ di tempo in qua, diciamo da alcuni anni, in quei simboli si sono insinuati dei nomi, come se rappresentassero un valore aggiunto per esprimere meglio la sintesi del pensiero, l’efficacia dell’immagine.
Ma quei nomi non sono solo il rafforzamento di un’idea, sono la rappresentazione simbolica di una volontà neanche tanto occulta di possesso: siano essi il cognome del capo o il logo da lui scelto.

Spiegano, a chi non l’avesse ancora capito, che mentre si predicano trasparenza e democrazia, mettere il proprio nome o un logo, qualche parola nella cornice di un partito significa sancire, legittimare, la regola di un possesso. Il partito è questo, io il suo capo, ergo il partito sono io.

Dietro quei nomi ci sono gerarchie di potere che sottendono gerarchie di pensiero: chi aderisce e vota sa chi comanda, sotto quel simbolo ci sta una ben rigida struttura piramidale di potere e di fedeltà. La gente non dice più voto per il tal partito o per l’altro ma “voto per tizio, caio, sempronio”. Con quali conseguenze pratiche è facile immaginare.
Mi pare si tratti di una concezione feudale e possessiva, personale, persino individualizzata della politica: il partito è “lui”, se ti va è così, altrimenti puoi sempre cambiare padrone.

Trovo aberrante che uno possa anche solo immaginare di essere così in gamba, così moralmente integro, così esemplare da far coincidere la ricchezza e la pluralità delle idee di un movimento politico con l’immagine della propria persona e del proprio nome, da essere addirittura sintesi fondativa del partito stesso.
Una presunzione francamente insostenibile che vale per scissioni, nuovi partiti personali e conversioni, da destra a sinistra, passando per il centro. Senza far nomi.

Istat: nel 2018 scende la pressione fiscale

Nel 2018 il Pil ai prezzi di mercato risulta pari a 1.765.421 milioni di euro correnti, con una revisione al rialzo di 8.439 milioni rispetto alla stima di aprile scorso. Per il 2017 il livello del Pil risulta rivisto verso l’alto di 9.220 milioni di euro. Nel 2018 il tasso di crescita del Pil in volume è pari a 0,8%, con una revisione al ribasso di 0,1 punti percentuali rispetto alla stima di aprile.

Sulla base dei nuovi dati, il Pil in volume è cresciuto nel 2017 dell’1,7%, con una revisione nulla rispetto alla stima di aprile; il tasso di crescita del 2016 è stato rivisto all’1,3% dall’1,1% della stima precedente.

Nel 2018 gli investimenti fissi lordi sono cresciuti in volume del 3,2%, i consumi finali nazionali dello 0,7%, le esportazioni di beni e servizi dell’1,8% e le importazioni del 3,0%.

Il valore aggiunto, a prezzi costanti, è aumentato dello 0,7% nel settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, del 2,0% nell’industria in senso stretto, dello 0,6% nel settore dei servizi e del 2,4% nelle costruzioni.

Per l’insieme delle società non finanziarie, la quota di profitto è pari al 42,2% e il tasso di investimento al 21,3%.

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici ha segnato nel 2018 una crescita dell’1,8% in valore nominale e dello 0,9% in termini di potere d’acquisto. Poiché il valore dei consumi privati è aumentato dell’1,7%, la propensione al risparmio delle famiglie è rimasta quasi stabile, passando dall’8,0 all’8,1%.

L’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil è pari nel 2018 a -2,2 % (-2,4 % nel 2017), con una lievissima revisione in peggioramento (+0,2 punti percentuali) rispetto alla stima pubblicata ad aprile.

Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) è pari all’+1,5 % del Pil

Da Bruxelles la Circular Plastics Alliance

Il 20 settembre oltre 100 partner pubblici e privati che rappresentano a diverso titolo la filiera della plastica hanno sottoscritto la dichiarazione dell’alleanza circolare che promuove best practice per l’economia circolare del settore. La dichiarazione definisce le modalità con cui l’alleanza raggiungerà entro il 2025 l’obiettivo di 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata utilizzata ogni anno per fabbricare nuovi prodotti in Europa. L’obiettivo è stato fissato dalla Commissione europea nella Strategia per la plastica 2018 nell’ambito degli sforzi volti a promuovere in Europa l’economia circolare di questi materiali.

La dichiarazione, sottoscritta da Pmi, grandi società, associazioni di imprese, organismi normativi, organizzazioni di ricerca, autorità locali e nazionali, ha approvato l’obiettivo dei 10 milioni di tonnellate, chiedendo una transizione verso la completa eliminazione dei rifiuti di plastica in natura e l’abbandono della messa in discarica. Le caratteristiche uniche delle materie plastiche le rendono protagoniste del percorso verso un futuro più sostenibile ed efficiente nell’impiego delle risorse. Le plastiche leggere, versatili e resistenti possono infatti aiutare a far risparmiare risorse fondamentali quali energia ed acqua in settori strategici, tra cui imballaggi, edilizia e costruzioni, automobilistico ed energie rinnovabili, per fare solo alcuni esempi. L’uso di materie plastiche negli imballaggi può contribuire inoltre alla riduzione degli scarti alimentari. Per migliorare la circolarità delle materie plastiche, è essenziale adoperarsi affinché un numero sempre maggiore di rifiuti a base di plastica sia recuperato e non finisca nelle discariche o nell’ambiente.

Il documento di Bruxelles chiede di individuare il potenziale inutilizzato, al fine di aumentare la raccolta, la selezione e il riciclaggio dei rifiuti di plastica in tutta l’Ue; la realizzazione di un programma di ricerca e sviluppo per la plastica circolare, nonché l’istituzione di un sistema di monitoraggio trasparente quanto affidabile per tenere traccia di tutti i flussi di rifiuti di plastica nei diversi Paesi dell’Unione. La dichiarazione dell’alleanza resterà aperta sul sito della Commissione europea per tutti coloro vorranno aderire all’iniziativa, in particolare le autorità pubbliche, affinché nel tempo possano esservi molti altri firmatari.

 

Influenza: meno casi ma più aggressivi

Quest’anno le prime previsioni che si possono fare, soprattutto sulla base dell’andamento dell’epidemia nell’emisfero australe , sono per una stagione con meno casi ma più aggressivi, data la presenza dei virus A che di solito danno più complicazioni.

Una malattia può uccidere, soprattutto i soggetti più fragili. D

Soprattutto se vi è la presenza o l’insorgenza di un’entità patologica accessoria durante il decorso clinico,  l’influenza può essere molto pericolosa, e non a caso ogni anno registriamo nel nostro paese 8-10mila morti collegati al virus.

I più a rischio sono i soggetti anziani, o chi ha una malattia preesistente, ma le complicazioni possono riguardare tutti.

Il risveglio dei Popolari alla scuola di Mugnano

A Mugnano, antico borgo di Bomarzo al confine con la Bassa Umbria, ho visto alla prova la volontà di resistenza e di speranza di quel che residua vitalmente dell’area popolare del Pd. Nel corso di formazione della Scuola Aldo Moro, durato tre giorni e largamente partecipato da giovani di varia provenienza, il filo conduttore delle relazioni e dei dibattiti è stato il confronto diretto o indiretto sul futuro del riformismo, specie di quello ispirato ai valori del popolarismo. Oserei dire, senza cattiveria, che lo è stato a livello preterintenzionale, quasi per istinto, in un abbraccio corale con l’inquietudine di chi resta temendo di dover partire o di chi parte sapendo di dover restare.

È merito di Fioroni, amico d’impareggiabile testardaggine, non insignito di titoli od onori e non facente parte di visibili organigrammi, l’aver tenuto a battesimo il concentrato di ribelle amore per l’identità di un “piccolo mondo antico”: il mondo dei democratici irriducibili alla cancellazione di un avamposto identitario nel partito erede di Margherita e Ds. Tanto più, del resto, che una siffatta posizione sentimentale avverte più da presso, a confronto dell’aliena insensibilità di fondo del Pd, l’effetto scisma di Matteo Renzi.

Oggi si fa più complicato e gravoso – Fioroni lo sa bene – un posizionamento che appare pur sempre necessario in quanto funzionale al dialogo tra progressisti e moderati. Come può sorreggersi, d’ora in avanti, questo dialogo? La scissione renziana, spezzando la tradizionale narrazione politologica, s’incarica di confutare l’egemonia della sinistra nel campo della modernità. Al tempo stesso, la crisi del Pd rimane in agenda, ben lontana dall’essere scongiurata per effetto del ritorno al governo o del congedo dal renzismo. L’ostentata sicurezza non rimuove il dato che i sondaggi registrano: comunque la si giri, l’operazione di Italia Vive già ora, a pochi giorni dall’annuncio, toglie voti al Pd e promette di toglierne ancora di più in futuro.

Il compito di Zingaretti è fuoriuscire in fretta dal connubio di iattanza e sgomento, per riuscire a fronteggiare il pericolo del “cambiamento climatico” che incombe sul riformismo democratico. La costituente delle idee diventa un congresso mascherato. Ora, parlare di vocazione maggioritaria non legittima automaticamente la reinvenzione di una soggettività plurale, accogliente e generosa; al contrario, suscita il sospetto che si voglia bloccare il ritorno al proporzionale e imporre un nuovo bipolarismo, ridisegnando perciò la rappresentanza che poggia o può poggiare sullo spazio elettorale attualmente occupato dalla parziale e finora configgente sovrapposizione di Pd e M5S. Per questa strada, sotto i medesimi vessilli della vocazione maggioritaria, verrebbe a configurarsi – non più guardando al centro, ma decisamente a sinistra – la costruzione di una nuova forza politica.

All’orizzonte prende forma questa suggestione. Ciò provocherebbe un ulteriore giro di vite in funzione di una presenza cattolica a carattere pre-politico, adibita cioè a presidiare le tematiche della solidarietà, del disagio sociale, della giustizia e dell’amore. Per il resto, poco o nulla si conserverebbe della identità politica dei popolari. Altro che ospiti paganti e non graditi, come Fioroni si ostina a motteggiare, inascoltato e solitario. Qui siamo al cospetto di un’insidia oggettiva. Il drappello popolare non ha la forza di correggere la spinta che promana dal suggestivo e tuttavia arrischiato “compromesso storico” tra populismo e riformismo. Servirebbe una ristrutturazione politica ed organizzativa in grado di accompagnare la trasformazione del Pd in piattaforma programmatica ed elettorale delle diverse culture riformatrici – neo-socialista, demo-liberale, verde e cattolico democratica. Ma ciò sarebbe, in altri termini, la presa d’atto del venir meno di quanto nell’ottobre del 2006 fu tratteggiato dai tre relatori del convegno di Orvieto (Pietro Scoppola, Roberto Gualtieri e Salvatore Vassallo), ossia l’avvio di un processo di ibridazione dei distinti filoni del riformismo – poi trasvalutato in chiave neo-ulivista da Veltroni nel discorso del Lingotto, nel 2007, all’atto della presentazione della sua candidatura alla guida del nascente Pd.

Non è affatto concepibile che lo scisma di Renzi passi come acqua fresca sulla pelle dei Democratici. E neppure si può immaginare la ripresa dei popolari lungo l’asse di una pragmatica rinegoziazione della loro presenza nel partito. Solo se il Pd cambia, anche in virtù di una sana critica che muova dalla preoccupazione per lo svuotamento della scommessa riguardante il “partito unico dei riformisti”; solo se emerge una visione più matura, per la quale si riconsacra il valore delle culture fondative e si ripensa la forma politico-organizzativa del partito; solo, dunque, se la risposta alla scissione è capace di drenare le ragioni da cui essa prende origine, allora gli spazi si apriranno nuovamente per dare a tutti il modo di riprendere, con vigoria ed entusiasmo, il cammino intrapreso a suo tempo.

Non so quanto debba pesare la fiducia. Certamente l’occasione di Mugnano rivela l’ammontare di queste ed altre considerazioni, tutte sul filo di un instabile equilibrio, capace di reggere fintantoché l’emergenza consista nell’opporre una prima resistenza al sovranismo di Salvini. In ogni caso l’equilibrio muterà e nuove esigenze si presenteranno. Al momento prevale la raffigurazione in chiaroscuro dell’inatteso sommovimento del quadro politico. Sarà però difficile, in prospettiva, eludere la forza e la chiarezza della “questione del centro”. Ai popolari si chiederà pertanto di essere portatori di un codice di riproduzione o meglio di aggiornamento di una politica che per lungo tempo ha nutrito il centro – in verità, secondo De Gasperi, del centro che guarda a sinistra – di valori, speranze e giuste ambizioni. Bisogna guardare avanti e in piena coscienza, dove le circostanze ne dettino le condizioni di agibilità, combattere la buona battaglia nel solco di una grande e ancora viva lezione di democrazia.

Gli Stati Uniti sono “condannati” a restare forti

Articolo già apparso sulle pagine di Servire l’Italia

Tutti parlano dello “spread” dell’Italia, ma pochi parlano dello “spread” degli Stati Uniti, ossia della differenza tra i tassi d’interesse dei titoli di Stato americani e i tassi degli altri paesi, soprattutto della Germania. Siamo all’assurdo che persino i tassi d’interesse dei titoli di Stato italiani sono inferiori a quelli americani. Gli investitori richiedono una maggiore remunerazione per finanziare il debito pubblico dello zio Sam rispetto a quello del Bel Paese, perché lo ritengono più rischioso, pur essendo inferiore a quello italiano, se rapportato al prodotto interno lordo (102% contro il 132%). Possibile che il Paese più forte del mondo debba subire questa costosa umiliazione rispetto all’Italia, che non gode certo di stabilità politica e di buona salute economica? Non solo, ma da diversi anni si assiste anche all’assurdo di vedere il dollaro in piena salute sul mercato dei cambi rispetto a tutte le altre valute.

Questa duplice “assurda stranezza” si spiega con una realtà poco capita o conosciuta. Molti si preoccupano del crescente disavanzo pubblico Usa (il prossimo anno sfonderà per la prima volta i 1.000 miliardi di dollari), ma ben più preoccupante è il crescente disavanzo annuale della bilancia commerciale americana (ormai vicino ai 700 miliardi di dollari), che contribuisce a inondare il mondo di dollari. È la conseguenza di un fenomeno iniziato nei lontani anni ’50, quando le grandi imprese statunitensi decisero di diventare “multinazionali” per aumentare il loro fatturato e i loro profitti. Fu una decisione che con il tempo, inevitabilmente, ha contribuito a ridurre le esportazioni dei prodotti americani (basti pensare a quanta Coca Cola si produce fuori dagli Stati Uniti) e ad aumentare il disavanzo commerciale.

L’enorme importo dei dollari usciti è poi in parte rientrato, ma non più di proprietà degli americani, bensì dei creditori stranieri, che li hanno investiti in titoli di Stato Usa e in attività acquistate in casa dello zio Sam (azioni e immobili). Si è così arrivati negli ultimi 10 anni a quintuplicare la differenza tra le attività possedute all’estero dagli Stati Uniti e le attività possedute dagli stranieri negli Stati Uniti. Infatti nel 2010 gli americani avevano all’estero beni per $19,8 trilioni e gli stranieri negli Usa per $21,8 trilioni (disavanzo Usa di $2 trilioni). Nel 2019 siamo, rispettivamente, a $27,1 trilioni e a $37,1 trilioni (disavanzo Usa di $10 trilioni). Paradossalmente a questo disavanzo ha contribuito anche la forza del dollaro negli ultimi anni, perché ha rivalutato gli investimenti stranieri negli Usa (specialmente della Cina) e ha svalutato quelli americani all’estero.

Ecco perché gli Stati Uniti sono “condannati” a essere forti. Una loro eventuale debolezza politica ed economica farebbe venire meno la fiducia nei loro creditori esteri e sarebbe… la fine del mondo. Ecco perché lo “spread” Usa è superiore persino a quello dell’Italia. Se il re dollaro fosse detronizzato, tutto il mondo ne pagherebbe le conseguenze. La paura dei creditori stranieri lo rende forte… La paura dei creditori dell’Italia ha colpito Salvini. La paura dei creditori stranieri colpirà anche Trump?

Usa, la Fed taglia i tassi di interesse di un quarto di punto

La Fed ha annunciato il secondo taglio dei tassi d’interesse del 2019. Il costo del denaro scenderà di un altro quarto di punto, posizionandosi tra l’1,75 per cento e il 2 per cento. La Banca centrale americana attende un ulteriore sforbiciata entro la fine dell’anno. Obiettivo: contrastare l’aumento dei rischi per l’economia.

Un doppio taglio dei tassi di interesse americani non si vedeva dalla grande crisi del 2008. La decisione è stata presa con sette voti favorevoli su dieci, segnale dei ferventi contrasti in seno ai vertici della banca statunitense. Secondo Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, l’andamento positivo dell’economia non basta. “L’economia Usa continua ad andare bene, ma assistiamo a un rallentamento globale del commercio, con incertezze legate anche all’aumento dei dazi”.

La decisione della Federal Reserve, però.non è piaciuta a Donald Trump, che nelle scorse settimane aveva chiesto un taglio più forte con l’obiettivo di portare il costo del denaro vicino o sotto lo zero.

La battaglia di Greta

Cento miliardi di euro entro il 2030. È quanto la Germania stanzierà per la protezione del clima e la transizione energetica. Obiettivo: diventare climaticamente neutrali da qui a al 2060. Dunque qualcosa si muove nell’apparente indifferenza delle istituzioni.

Troppo alto il rischio che sta correndo il Pianeta, troppo vicino il baratro largamente preannunciato dagli scienziati. Milioni di giovani di tutto il mondo – dall’Australia al Giappone, dall’Africa all’Europa – si sono riversati  per le strade iniziando lo “sciopero per il clima”.

150 Paesi mobilitati sul tema; il 50% dei cittadini UE che sacrificherebbe la crescita pur di proteggere il clima; il 74% degli italiani che si dichiara propenso a rendere il cambiamento climatico centrale nell’azione di governo… Greta Thunberg – la 16enne attivista svedese che con le sue proteste silenziose ha creato un vero e proprio movimento popolare in difesa dell’ambiente – la sua battaglia l’ha già vinta. “Uniamoci dietro la scienza”, ha tuonato. Sa che non é piu’ tempo di tentennamenti. Ora lo sanno pure i cittadini. E forse lo ha capito anche la politica.

Torino “adotta” il Po d’aMare e avvia la prima sperimentazione di prevenzione del river litter progettata anche per grandi nuclei urbani.

Parola d’ordine: prevenzione. Fiumi puliti per mari puliti e il Po con i suoi 652 km, 4 Regioni e 13 Province attraversate, è il corso d’acqua che meglio si presta a operazioni di raccolta, recupero e riciclo dei rifiuti, in plastica in particolare, prima che arrivino al mare.

Gran parte dei rifiuti marini (circa l’80%) proviene infatti dalla terraferma e raggiunge il mare prevalentemente attraverso gli scarichi urbani e i corsi d’acqua.
La presenza di rifiuti sulle spiagge e nei mari disincentiva il turismo, colpisce la pesca e la nautica con un impatto economico stimato dall’Unep (United Nations Environment Programme) in 13 miliardi di dollari l’anno.

La messa in opera del progetto Il Po d’aMare a Torino è l’evoluzione della precedente attività di intercettazione, raccolta e riciclo svoltasi in prossimità del delta del fiume nel 2018, ma con un elemento strategico ulteriore: è il primo caso di sperimentazione localizzata all’interno di un grande nucleo urbano. Le barriere infatti sono posizionate in zona Murazzi, proprio in prossimità del centro storico, fra i ponti Vittorio Emanuele I e Umberto I.

Modena: I Cori del mattino e della sera

E stata inaugurata a Nonantola, nel portico abbaziale del museo benedettino,  la mostra “Selah! per sempre”: ove sono state esposte 25 opere – dipinti, sculture, litografie, disegni per la maggior parte inediti – appartenenti alla raccolta d’arte di don Casimiro Bettelli.

Sacerdote, poeta, intellettuale e uomo di cultura, don Bettelli alla sua morte nel 1998 lasciò in eredità all’arcidiocesi di Modena-Nonantola la sua collezione, il suo archivio personale e la sua biblioteca “per la promozione culturale del clero”. Anche il titolo riecheggia un’opera di don Bettelli, “I Cori del mattino e della sera”, componimento poetico scritto nel 1950-52, in cui il poeta evoca la comunione tra l’uomo ed il creato.

L’evento – curato dall’Ufficio beni culturali della diocesi di Modena e dal museo benedettino e diocesano d’arte sacra, in collaborazione con l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – sarà il primo degli appuntamenti previsti in Abbazia per celebrare a livello diocesano la Giornata nazionale per la Custodia del Creato.

In 10 anni sottratti alla sanità pubblica 37 miliardi

La Fondazione GIMBE pubblica un report sul definanziamento 2010-2019 del SSN al fine di stimare, al di là dei proclami, la reale entità delle risorse necessarie a rilanciare la sanità pubblica.

Il finanziamento pubblico è stato decurtato di oltre € 37 miliardi, di cui circa € 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie ed oltre € 12 miliardi nel 2015-2019, quando alla sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate per esigenze di finanza pubblica.

– In termini assoluti il finanziamento pubblico in 10 anni è aumentato di € 8,8 miliardi, crescendo in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua (1,07%).
– Il DEF 2019 ha ridotto progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022.
– L’aumento del fabbisogno sanitario nazionale per gli anni 2020 (+€ 2 miliardi) e 2021 (+€ 1,5 miliardi) è subordinato alla stipula tra Governo e Regioni del Patto per la Salute 2019-2021, tuttora al palo.

– I dati OCSE aggiornati al luglio 2019 dimostrano che l’Italia si attesta sotto la media OCSE, sia per la spesa sanitaria totale ($3.428 vs $ 3.980), sia per quella pubblica ($ 2.545 vs $ 3.038), precedendo solo i paesi dell’Europa orientale oltre a Spagna, Portogallo e Grecia. Nel periodo 2009-2018 l’incremento percentuale della spesa sanitaria pubblica si è attestato al 10%, rispetto a una media OCSE del 37%.
– Tra i paesi del G7 le differenze assolute sulla spesa pubblica sono ormai incolmabili: ad esempio, se nel 2009 la Germania investiva “solo” $ 1.167 (+50,6%) in più dell’Italia ($ 3.473 vs $ 2.306), nel 2018 la differenza è di $ 2.511 (+97,7%), ovvero $ 5.056 vs $ 2.545.

Per comprendere meglio il dramma dei migranti

Articolo già apparso sulle pagine del”Osservatore Romano a firma di Francesco Ricupero 

Si intitola «Umanità InInterRotta» l’itinerario di un gruppo di giovani, guidati da un sacerdote scalabriniano, che in questi giorni stanno attraversando alcuni Paesi europei per sensibilizzare le popolazioni sul dramma dei migranti. Zaino in spalla, padre Jonas Donazzolo, insieme a Paola Tellatin, Davide Pignata, Martina Cociglio, Milena Baretta, Simone Garbero, Valentina Scala, Miriam Casetta e la giovane fotografa Barbara Beltramello stanno facendo un viaggio attraverso i confini di terra della rotta balcanica, dalla frontiera tra la Siria e la Turchia fino all’Italia. Sono partiti il 6 settembre scorso da Gaziantep, in Turchia, e concluderanno il loro itinerario mercoledì 25 settembre a Trieste. 

L’iniziativa vuole essere «un grido di solidarietà nei confronti di quelle vite migranti sospese ai confini e spesso dimenticate dall’Unione europea», «un racconto di piccole scintille di speranza portate da coloro che, quotidianamente, si impegnano al loro fianco» e «una denuncia di diritti calpestati, di attese infinite e di tacite violenze, da diffondere presso le organizzazioni internazionali, gli enti, le associazioni, le scuole e la società civile europea». 

Quotidianamente sulla pagina Facebook di “Via Scalabrini 3” — il programma di animazione giovanile interculturale promosso dai missionari di san Carlo (scalabriniani) — il gruppo in cammino condivide foto, immagini, pensieri, riflessioni e aggiornamenti sull’itinerario. 

L’idea di «Umanità InInterRotta» — si legge nel sito viascalabrini3.com — nasce dal desiderio di farci migranti con i migranti, cercando in prima persona di accorciare le distanze tra chi, come noi, possiede un passaporto che ci apre ogni confine e possibilità e chi, invece, sogna l’Europa, ma trova solamente una via sbarrata da muri, respingimenti violenti e attese infinite in campi profughi o in insediamenti di fortuna. «Vogliamo percorrere i passi dei migranti nel loro cammino verso l’Europa, incontrando le persone e le comunità che vivono nelle terre di transito e conoscendo le buone pratiche di accoglienza e di inclusione messe in opera da chi, nonostante le difficoltà, cerca di aprirsi alla solidarietà e costruire ponti. Con il nostro racconto, testuale e audiovisivo vogliamo contribuire a dare voce alle vite bloccate ai confini e costruire percorsi di solidarietà anche attraverso il volontariato». 

«Più di una settimana fa — raccontano i giovani scalabriniani sulla pagina Facebook — atterravamo a Gaziantep, grande città a sud della Turchia, a poche decine di chilometri dal confine con la Siria. Lì un quarto della popolazione è composta da siriani: quasi 500.000 persone, un record in un Paese che è il primo al mondo per presenza di rifugiati. A Gaziantep abbiamo ascoltato storie e conosciuto persone, racconti di guerra, bombe, abusi, fuga, speranze per il futuro, ottimismo e pessimismo. Quale futuro per i siriani lì a due passi dal confine di uno Stato diviso tra potenze? Torneranno a casa quando finirà la guerra? La guerra finirà? O andranno in Europa o in America o in Australia?». 

I ragazzi hanno incontrato anche decine di Organizzazioni non governative che forniscono aiuti umanitari ai rifugiati siriani. A Kirsehir, una cittadina nel centro dell’Anatolia, hanno avuto il piacere di conoscere due missionarie comboniane inviate per stare accanto alle famiglie siriane. A Smirne, hanno parlato con i volontari di una ong che lavora con i migranti nel quartiere Basname. Questa è la zona in cui ci si accorda con i trafficanti per attraversare il mare e arrivare in Grecia. Rischiando la vita. «Abbiamo lasciato la terra turca anche noi sul mare — dicono — ma su di un comodo traghetto turistico, con in mano i nostri passaporti che ci hanno portati in meno di un’ora sull’isola di Samos, in Europa». 

Dopo Gaziantep, Kirsehir, Smirne (Turchia), Samos, Atene, Salonicco (Grecia), e Skopje (Macedonia) Belgrado (Serbia), Sarajevo, Velika Kladusa e Bihać (Bosnia ed Erzegovina), padre Jonas insieme a Paola, Davide, Martina, Milena, Simone, Barbara, Valentina e Miriam andranno a Zagabria (Croazia), Lubiana (Slovenia), e infine a Trieste.

Fioroni e la scuola di Mugnano: I giovani guardano al futuro

A riprova che l’Italia è un Paese d’incomparabile bellezza, il borgo di Mugnano svela il volto del nostro Medioevo a ridosso del Rinascimento. Attuale frazione di Bomarzo, famosa per i “Mostri”, il piccolo insediamento collinare ha fatto da cornice in questi giorni (19-21 al Corso di Formazione politica organizzato dal Centro studi Aldo Moro. I ragazzi, più di ottanta, sono venuti da tutt’Italia: un’occasione per tuffarsi, prima di riprendere gli studi, nei problemi della vita pubblica.

Chi ha tenuto a battesimo la Scuola è stato Giuseppe Fioroni. Più volte il Ministro della Pubblica Istruzione nel secondo Governo Prodi ha ripetuto che l’urgenza, dal suo punto di vista, sta nel “fare cultura” per dare al cattolicesimo democratico nuova linfa. La tenacia è stata ben ripagata, i ragazzi hanno vissuto giornate molto intense, dato il programma così ricco di protagonisti e suggestioni. A giudizio di molti anche la concentrazione dei partecipanti nel corso dei vari appuntamenti ha rivelato un interesse sincero e appassionato. In un tempo segnato dal distacco dalla politica, Mugnano ha rincuorato gli organizzatori – un grande lavoro, un indiscutibile successo.

Nei dibattiti della tre giorni è risuonato l’interrogativo sulla opportunità della scissione di Renzi. Guerini, Bonafé, Sassoli hanno fatto argine, con le loro argomentazioni, alle pretese di ridurre il Pd al partito di “bandiera rossa”, tale cioè da legittimare la reazione di Renzi in chiave scismatica – il copyright è di Bettini. Si sta dentro, hanno ricordato i tre autorevoli ospiti, con la volontà di arricchire ed estendere la visione plurale del partito. Nessuno nega la preoccupazione di un rimpicciolirsi dell’autentica vocazione riformista del Pd, ma la decisione di rompere può solo produrre un “rimbalzo tecnico” a favore del momento nostalgico dei fautori del posizionamento nel vecchio filone del socialismo italiano ed europeo.

A me piace sottolineare, a conclusione del Corso, che Fioroni fa bene ad insistere sulla necessità di un reale pluralismo nel Pd. Il rischio di un irrigidimento, specie dopo la scissione, è alto. Non ha futuro un partito che disdegna il valore delle sue giovani origini e piega in direzione di un percorso a ritroso, per riannodare i fili della tradizione socialista, dimentico dell’apporto devisivo – non pietrificato ma vivo – del popolarismo e più in generale del cattolicesimo politico. Mugnano è un segno di speranza; non di una speranza, tuttavia, disarmata e irriflessiva. Ai giovani non va tolta, magari per un eccesso di residuo ideologismo, la voglia di costruire cose nuove, certamente con sensibilità e strumenti nuovi.

Vale la pena, dunque, nutrire fiducia nel fatto che la vitalità di una testimonianza generosa, come quella registrata attorno alla iniziativa del Centro Studi Aldo Moro, possa essere raccolta dai vertici del partito. Non mancherà di sicuro l’attenzione di Nicola Zingaretti.

Che cosa ci dice oggi la Luna?

Articolo già apparso sulle pagine di Civiltà Cattolica a firma di Antonio Spadaro 


50 anni fa, il 20 luglio 1969, la prima orma umana veniva impressa sulla Luna. Il fascino di questo globo luminoso non ha mai perso il mistero della sua presenza.

Questo nuovo «Punto» indaga, tra letteratura, cinema e magistero dei papi, la densità simbolica e spirituale della Luna.

In particolare, ricorda che dopo l’allunaggio la nostra rivista – in una cronaca a fir­ma di p. Giovanni Rulli nell’agosto del 1969, dal titolo «Grandezza e limiti di un’impresa» – insistette sul fatto che l’uomo si è rivelato nella grandezza della sua dignità in un’impresa che ha «dato all’umanità un obiettivo comune, un motivo di orgoglio e di esaltazione che non conosce frontiera». E riconosceva questo passo come un’occasione di «fraternità» universale e di «elevazione culturale e spirituale». Alla fine degli anni Sessanta le tensioni sociali e politiche erano enormi, ma era ancora viva la speran­za dei singoli e dei popoli. Il piede di Armstrong era diventato il simbolo di nuove opportunità che si spalan­cavano sugli schermi del salotto di casa. Quel momento sembra smarrito.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • In un mondo così diviso e in balìa di tensioni che configurano una guerra mondiale «a pezzi», siamo ancora in grado di compiere gesti di impatto globale che diano «all’umanità un obiettivo comune, un motivo di orgoglio e di esaltazione che non conosce fron­tiere» (san Paolo VI)? E quali potrebbero essere questi gesti?

Qui l’articolo completo 

L’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada aumenta i falsi

Crollo devastante delle esportazioni di Grana Padano e Parmigiano Reggiano in Canada che si sono ridotte praticamente di 1/3 (-32%) scendendo a soli 1,4 milioni di chili nel primo semestre del 2019, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat divulgata a due anni dell’entrata in vigore in via provvisoria dal 21 settembre 2017 dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada (Ceta), nonostante sia stato ratificato ad oggi da appena 15 Paesi Europei su 28.

Come prospettato, la diffusione del falso Made in Italy ha ridotto lo spazio ai prodotti originali dall’Italia e lo dimostra – sottolinea la Coldiretti – il fatto che il Canada festeggia l’anniversario con la produzione nel primo semestre del 2019 di ben 6,3 milioni di chili di falso Parmigiano Reggiano (Parmesan), in aumento del 13% rispetto allo stesso periodo del 2018, di 4,5 milioni di ricotta locale, di 1,9 milioni di chili di Provolone taroccato ai quali si aggiungono addirittura 74 milioni di chili di mozzarella e ben 228mila chili di un non ben identificato formaggio Friulano, che certamente non ha nulla a che vedere con la Regione più a Nord est d’Italia.

In altre parole oggi sono falsi otto pezzi di Parmigiano su dieci senza considerare peraltro i tarocchi che arrivano da altri Paesi sul mercato canadese con l’accordo Ceta che ha legittimato per la prima volta nella storia dell’Unione Europea le imitazioni del Made in Italy a partire dal Parmigiano Reggiano, che può essere liberamente prodotto e commercializzato dal Canada con la traduzione di Parmesan. Ma è anche possibile produrre e vendere Gorgonzola, Asiago e Fontina, mantenendo una situazione di ambiguità che rende difficile ai consumatori distinguere il prodotto originale ottenuto nel rispetto di un preciso disciplinare di produzione dall’imitazione di bassa qualità.

Un precedente disastroso che – continua la Coldiretti – è stato riproposto negli altri accordi successivi, da quello con il Giappone a quello con il Messico fino al negoziato drammaticamente concluso con i Paesi del Mercosur che sono grandi produttori di formaggi italiani taroccati.

Ad essere colpito è l’intero settore caseario nazionale che nel semestre fa registrare complessivamente un crollo in quantità esportate in Canada del -32% con punte negative del -33% per il Provolone, del – 48% per il gorgonzola, del -46% per il pecorino romano ed il fiore sardo e del -44% per Asiago, Caciocavallo, Montasio e Ragusano, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat relativi al primo semestre del 2019. Una situazione in netta controtendenza rispetto a quello che avviene sui mercati mondiali dove il settore caseario nazionale fa registrare una crescita del 7% e raggiunge il massimo di sempre nel semestre considerato.

Tra i prodotti che subiscono un vero e proprio crollo c’è anche un altro campione del Made in Italy come l’olio di oliva che nel primo semestre del 2019 fa registrare un brusco calo delle esportazioni in Canada pari al 20% nelle quantità e al 27% in valore, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Al contrario aumentano di quasi 9 volte la quantità di grano importato dal Canada in Italia nel primo semestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, per un totale di 387 milioni di chili. Il balzo delle importazioni – sottolinea la Coldiretti – è favorito dalla concorrenza sleale di prodotti che non rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale vigenti nel nostro Paese con il grano duro canadese che viene trattato con l’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate sul territorio nazionale dove la maturazione avviene grazie al sole.

A preoccupare – sottolinea la Coldiretti – sono anche le conseguenze sulle importazioni di carne canadese visto che nel Paese nord americano per l’alimentazione degli animali è consentito l’uso di derivati di sangue, peli e grassi trattati ad alte temperature, senza indicazione in etichetta, un sistema che in Europa è vietato da oltre venti anni a seguito dello scandalo della mucca pazza. Proprio quell’emergenza – afferma la Coldiretti – è costata all’Italia e all’Europa un pesante bilancio in termini di perdite di vite umane, costi sociali ed economici, con il panico che si era diffuso fra i consumatori mentre carcasse di mucche e vitelli bruciavano in enormi roghi per arginare l’epidemia. “Adesso dopo che abbiamo superato quella situazione, messo in sicurezza le famiglie e il sistema produttivo con una rete di controlli e garanzie fondamentali per la tranquillità di tutti, non possiamo certamente tornare indietro su temi così delicati che riguardano la salute dei consumatori” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

“La presenza sui mercati esteri è vitale per il made in Italy ma negli accordi di libero scambio va garantita reciprocità delle regole e salvaguardata l’efficacia delle barriere non tariffarie perché non è possibile agevolare l’importazione di prodotti ottenuti secondo modalità vietate in Italia” ha continuato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre lavorare per una profonda revisione dell’accordo che tuteli il Made in Italy dalla concorrenza sleale e garantisca ai consumatori la sicurezza alimentare”.

“Gli accordi di libero scambio siglati dall’Unione Europea devono rappresentare una priorità per il nuovo Governo affinchè sia garantito che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute” conclude il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel precisare che “il settore agricolo non deve diventare merce di scambio degli accordi internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto sul piano economico, occupazionale e ambientale sui territori.”

CROLLA L’EXPORT DEI FORMAGGI ITALIANI IN CANADA

Parmigiano Reggiano e Grana Padano – 32%
Provolone – 33%
Gorgonzola – 48%
Fiore sardo e Pecorino romano – 46%
Asiago, Caciocavallo, Montasio e Ragusano – 44%
TOTALE FORMAGGI -32%
Fonte: analisi Coldiretti su dati Istat relativi al primo semestre del 2019

Parlamento Ue: Una giornata per il multilinguismo

Il prossimo 28 settembre: il Parlamento apre le porte a tutti per vedere di persona con quali modalità ci si comprenda e si lavori pur parlando così tante lingue diverse, per incontrare interpreti e traduttori del Parlamento, per ascoltare il loro racconto e vedere come lavorano nella sala plenaria dell’emiciclo.

“La diversità linguistica e culturale è uno dei punti di forza dell’Europa e si inserisce nei trattati europei come valore fondamentale”, spiega una nota del Parlamento Ue. Sono state predisposte una serie di attività in emiciclo a Bruxelles, con cui scoprire in prima persona “l’importanza e l’impatto della comunicazione multilingue”.

Si potranno registrare podcast, si potrà provare a fare l’interprete in uno degli stand o a tradurre uno dei testi del Parlamento; con gli interpreti si potranno scoprire i “trucchi del mestiere” o capire come si arriva a fare quel lavoro. Attività dedicate al multilinguismo saranno predisposte anche nella Casa della storia europea, sempre a Bruxelles.

Intesa #plasticfree dell’Appennino: i Comuni protagonisti della svolta sostenibile

E’ stata consegnata al titolare dell’Ambiente Sergio Costa, la tavola #plasticfree firmata da Comuni, Regioni e Parchi dell’Appennino, un’intesa tra istituzioni di tutto il Paese che ha come denominatore lo sviluppo sostenibile dei territori. L’adesione alla campagna #plasticfree è stata promossa dal Mattm con l’impegno dei Comuni aderenti di ridurre al massimo l’utilizzo della plastica monouso guardando all’economia circolare e alla svolta ecologica per la salvaguardia ambientale.

Le materie plastiche sono l’85% dei rifiuti marini trovati lungo le coste, sulla superficie delle acque o sul fondo degli oceani. Ogni anno vengono prodotti a livello mondiale 300 milioni di tonnellate di materie plastiche, di cui almeno 8 milioni finiscono negli abissi. Le microplastiche rappresentano inoltre un ulteriore problema per la gestione dei rifiuti marini poichè possono trovarsi nei prodotti cosmetici e in quelli per l’igiene personale. Esse variano per dimensioni, ma si tratta in genere di particelle di plastica inferiore ai 5 millimetri, che possono quindi passare con facilità attraverso i filtri delle acque reflue, rendendo impossibile il loro recupero una volta in mare.

Dal 1° gennaio 2019 è stato vietata la vendita sul territorio nazionale dei bastoncini per la pulizia delle orecchie in plastica (possono essere solo biodegradabili). Dal prossimo anno sarà, inoltre, vietato mettere in commercio prodotti cosmetici che contengano microplastiche. Dal 16 gennaio 2018 la Commissione europea ha poi adottato la “Strategia per la plastica” al fine di rendere riciclabili tutti gli imballaggi di plastica nell’Ue entro il 2030; affrontare la questione delle micro plastiche in particolare di quelle aggiunte intenzionalmente nei prodotti che dovrebbero essere bandite. Una delle misure presentate dalla Commissione europea nell’ambito della strategia prevede il bando di bastoncini per la pulizia delle orecchie, posate, piatti e cannucce di plastica monouso. Entro il 2025, inoltre, gli Stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande.

“La tavola ricevuta rappresenta un impegno concreto di decine di Amministrazioni di tutta Italia che ringrazio per il lavoro che quotidianamente svolgono sui loro territori – ha detto il titolare dell’Ambiente, Sergio Costa – sono felice che le comunità dell’Appennino abbiano recepito con tale entusiasmo il lavoro avviato dal Ministero. Guardiamo con impegno al futuro di questi territori puntando a una complessiva riscoperta dell’Appennino – sottolinea Costa – stiamo procedendo per rendere operativo il Piano di Sviluppo Sostenibile della Dorsale a partire dalla mappatura della Ciclovia Appenninica, la direttrice cicloturistica che permetterà di rendere queste aree accessibili in modo slow e di innescare uno sviluppo organizzato del territorio”.

Sulla stessa linea il direttore generale Vivi Appennino, Enrico Della Torre, che ha tenuto a sottolineare come di fatto cresca “l’intesa tra tutti i soggetti coinvolti e la consapevolezza da parte dei territori che unendo le forze sarà possibile valorizzare una destinazione con una forte valenza turistica ed ambientale. E’ il momento di procedere con gli ultimi passaggi per rendere visibile il percorso della ciclovia per poi innescare lo sviluppo di queste aree. Dalle Regioni stiamo ricevendo risposte positive con già il via libera dell’Emilia Romagna a procedere con la revisione dell’itinerario. Nelle prossime settimane concluderemo gli accordi con le altre tredici Regioni al fine di produrre per la prossima estate tutta la documentazione necessaria che permetterà al Ministero delle Infrastrutture di predisporre il bando di gara per posizionare la cartellonistica”.

Questa iniziativa è sostenuta da numerose associazioni nazionali tra cui la Federazione ciclistica italiana, Credito Sportivo, Legambiente, Alleanza mobilità dolce, Centro turistico giovanile, Unione nazionale pro-loco italiane, Italia nostra, Touring club italiano, La Transumanza, Federazione italiana ambiente bicicletta e Associazione italiana cultura e sport.

In Francia test clinici ‘selvaggi’ su malati di Alzheimer

350 malati di Parkinson e Alzheimer sono stati sottoposti a sperimentazioni cliniche non autorizzate, definite dalla Ministra della salute Agnès Buzyn, in un articolo di France Inter, un “pesante errore” che costerà caro ai colpevoli. L’Ansm, Agenzia francese per la sicurezza dei medicinali, ha già sporto denuncia bloccando nel frattempo i pericolosi test.

I malati sono stati coinvolti in una sperimentazione illegale da un ente creato dai professori Jean-Bernard Fourtillan e Henri Joyeux, il ‘Josefa Fund’.

I test sono stati eseguiti in un’abbazia nei pressi di Poitiers, somministrando ai malati farmaci sotto forma di cerotti, contenenti derivati della melatonina (valentonina e 6-méthoxy-harmalan), i cui effetti sono sconosciuti, a insaputa dell’Ansm. Dopodiché i pazienti sono stati sottoposti a prelievi di sangue.

Perché non candidare Conte a Roma al posto di Gentiloni?

Articolo già apparso sulle pagine dell’huffingtonpost

Ora, seppur all’interno di un contesto come quello che caratterizza la situazione politica italiana, qualche barlume di chiarezza può essere utile per orientare e condizionare lo stesso dibattito pubblico. Pur dovendo fare i conti con una cornice politica, appunto, destinata a mutare in continuazione e senza più potersi appellare alla coerenza e alla trasparenza dei comportamenti come bussola per orientarsi e tracciare una linea.

Ma, se c’è un aspetto – tra i tanti – su cui adesso molti osservatori e militanti pollici, compreso chi scrive, si esercitano quotidianamente e non solo da un mese, è quello di creare tutte le condizioni affinché riparta quel progetto politico che comunemente viene definito come un “centro che guarda a sinistra”. Recuperando uno dei pochi slogan degasperiani che però ha segnato, in contesti diversi e in fasi storiche altrettanto diverse fra di loro, l’intero cammino politico e culturale del cattolicesimo democratico, popolare e sociale nel nostro paese.

Un progetto che, però, continua ad essere straordinariamente moderno a prescindere dal vento trasformistico e dai tatticismi esasperati che attraversano orizzontalmente la politica italiana. Perché un “centro che guarda a sinistra” resta l’impegno prioritario per chi non si rassegna al triste epilogo del centro sinistra. E, soprattutto, resta un impegno decisivo per quella tradizione politica, culturale, etica e programmatica che va sotto il nome del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Non c’è progetto più credibile e coerente per chi vuol costruire, senza trasformismi e tatticismi indigeribili, un’alternativa a un centro destra altrettanto credibile, coerente e affidabile sotto il profilo democratico e costituzionale.

Sotto questo versante, è stata una notizia forte e dirompente quella annunciata dal Presidente del Consiglio Conte alla Festa di Articolo 1 a Roma di essere un esponente politico che riconduce la sua “formazione alla sinistra” con una cultura ispirata al “cattolicesimo democratico e al cattolicesimo sociale”.

Ora, noi sappiamo chi sono stati, nella storia, i grandi punti di riferimento politico e culturale di questa tradizione. Per fermarsi al cattolicesimo sociale non riconducibile alla storia e all’esperienza della sinistra comunista e socialista, il pensiero corre immediatamente alla sinistra sociale di Forze Nuove della Democrazia Cristiana interpretata e rappresentata con autorevolezza e prestigio per molti anni da uomini come Carlo Donat-Cattin e Guido Bodrato. Una tradizione che conserva, tuttora, una bruciante attualità e una forte contemporaneità. Del resto, cresce la domanda in molte aree sociali e culturali del paese, e non solo nell’arcipelago cattolico, di dare una rappresentanza, seppur non più autonoma e solitaria, a queste istanze politiche e culturali.

Ma, per restare all’oggi, credo che anche alla luce delle considerazioni svolte dal Presidente Conte alla festa di Articolo 1, non si possa non prendere in seria considerazione la proposta, maturata nel movimento cattolico democratico e popolare Rete Bianca, di avanzare la candidatura dello stesso Conte alle prossime suppletive Roma per sostituire il deputato uscente Gentiloni. E questo per due motivi sostanziali.

Innanzitutto smentire, nei fatti, che il primo ministro continua a non essere un eletto. Un elemento, questo, che non viene imposto da nessuna legge o regolamento ma che contribuirebbe, semmai, a rafforzare anche politicamente la figura del Presidente del Consiglio. E, in secondo luogo, una sua candidatura contribuirebbe anche a qualificare quel “centro che guarda a sinistra” concretamente, senza ulteriori cambiamenti politici mensili o piroette improvvise.

Per questi semplici motivi la candidatura a Roma del Premier potrebbe rivestire un grande significato politico e culturale e potrebbe anche ipotecare un progetto politico che deve ancora essere costruito, definito e perfezionato anche se è fortemente richiesto e gettonato.

Italia viva e il consenso “non votante”

L’operazione lanciata nei giorni scorsi da Matteo Renzi non è facilmente inquadrabile, almeno dal punto di vista dei non “addetti ai lavori” della politica. Non si tratterebbe, in questo caso, di una semplice operazione di Palazzo (come tante scissioni nel passato anche recente) ma del tentativo di dare voce e rappresentanza a istanze politiche “moderate”, fin qui strette tra il governo giallo-rosso (a trazione M5S) e il sovranismo leghista. Il modello politico renziano sembra essere Macron: non a caso gli europarlamentari di “Italia viva” sono destinati prima o poi a lasciare il PSE per confluire nel gruppo guidato dal Presidente francese. È un’operazione legittima e forse anche interessante.

Nello stesso tempo, però, non basta guardare al centro dello schieramento politico per avere un bacino elettorale sicuro. Tanti elettori di centrosinistra – è il ragionamento di Aldo Cazzullo sul Corriere – “consideravano Fini nel complesso migliore di Berlusconi: ma non per questo votavano Fini”. Lo stesso Cavaliere (sempre sul “Corriere della Sera”) si affretta a disconoscere presunte “paternità renziane”. Il Premier Giuseppe Conte, benedetto dai sondaggi e dagli indici di gradimento, ha una compagnia di giro dove gli attori aumentano e il copione diventa più complicato. Bisogna sempre aggiungere un po’ di parti in commedia, con la cassa quasi vuota e il pubblico che rumoreggia.                           

Un ex Premier, Romano Prodi, avanza dubbi perfino sul nome: “Italia viva? Bellissimo nome. Un mio amico lo propose per uno yogurt, forse per via dei fermenti vivi. Il problema è che lo yogurt ha una data di scadenza ravvicinata e questo per un partito può essere un problema”. 

Quindi proprio non si capisce, dal punto di vista dell’uomo della strada, a quale bacino elettorale Italia viva intende riferirsi, se non alla vasta area del consenso “non votante”. Quello che, probabilmente, convinse Mario Monti a “salire in politica”, attratto dal miraggio di Scelta Civica accreditata di un (potenziale) 20%. Il partito personale (Renzi, Calenda) è anche un anticipo di proporzionale puro. Ci si presenta divisi alle elezioni, ognuno alla guida del suo partitino, poi si vedrà in Parlamento. Non c’è ancora la riforma, ci sono già le conseguenze. Eppure il sistema elettorale maggioritario sopravvive (anche piuttosto bene) nelle regioni e soprattutto nelle città, dove il doppio turno va a consacrare un sindaco che è riconosciuto da tutti e che (quasi sempre) riesce a concludere felicemente il mandato. La forza delle autonomie locali sta anche in una legge elettorale in cui, la sera stessa delle elezioni, si conosce il nome del vincitore. E si sa che (salvo sorprese) sarà in carica per cinque anni. Cosa di cui, a livello nazionale, se ne è perso il ricordo.

Disconnessioni affettive

Non giudicate se non volete essere giudicati.
Questo severo monito mi è riaffiorato alla mente apprendendo la notizia di un altro caso di un bimbo di 2 anni dimenticato in auto, questa volta a Catania, e deceduto per le complicazioni derivanti dalla prolungata esposizione ai raggi solari e dalla mancanza d’aria. In molti ci si domanda come possano accadere situazioni del genere, come possa cioè un genitore caricare il proprio figlioletto sul seggiolino prudentemente e precauzionalmente dotato di attacchi e cinture protettive per poi scordarselo dopo qualche minuto, scendendo dall’auto in perfetta e distaccata solitudine, cliccare sul telecomando e allontanarsi lasciandolo chiuso e sigillato in una trappola mortale.

A che cosa pensano in quel momento quei genitori?
In quali pensieri sprofonda la loro mente, il loro cuore, così grevi, così intensi da indurli a giungere a destinazione senza far sosta all’asilo nido, alla scuola materna che pure costituivano una tappa programmata del loro itinerario?
Come hanno potuto percorrere quel tragitto in una sorta di isolamento solipsistico, come se il gesto di collocare il figlioletto in auto fosse un rituale abitudinario, scontato, inconsapevole?

E come invece non abbiano rivolto – in quel tratto che separa partenza ed arrivo – una parola, un gesto, un’occhiata di consapevole e avvertita presenza emotiva, verso il loro bambino, puntando lo sguardo ora sulla strada ora sull’orologio, già pervasi dall’ansia di un ritardo, di una coda, di un rallentamento, già protesi verso le mille preoccupazioni della giornata lavorativa, dei rapporti con i colleghi, delle pratiche o delle mansioni da sbrigare?
Non si tratta di sprovveduti genitori, la concentrazione nel pensiero del lavoro, degli impegni è anzi spesso proporzionale a livelli professionali elevati.

Mi ha colpito ancora una volta il fatto, la sua tragicità, il suo essere ‘inspiegabile’ ad ogni pur lodevole ricognizione emotiva e razionale postuma.
E mi ha colpito, in simultanea, il prevalente sentimento di pietà, di umana comprensione di questa situazione drammatica, il pudico astenersi dal giudizio frettoloso e rancoroso che accompagna l’uomo nel valutare le azioni e gli errori dei suoi simili.
Perché quei contesti, quegli avvenimenti, quelle circostanze disvelano una condizione esistenziale drammatica nella sua apparente normalità, ripetibile, estensibile ad altri insospettabili e responsabili genitori per come appaiono ai più nei luoghi di vita della loro quotidianità ordinariamente pregna di affetti, ansie e premure, estranea alla fatalità di un’alienazione impensabile.

Eppure giace in Parlamento una legge – che attende solo il decreto attuativo- che prevede che i seggiolini siano provvisti di segnale acustico all’apertura della portiera: quante piccole vite avrebbero potuto essere salvate se la politica avesse dedicato a questo adempimento la dovuta attenzione?
Molta parte della nostra vita si dipana su rituali inconsapevoli: presi e stritolati nella morsa della frenesia, attanagliati da mille preoccupazioni, anche le emozioni e i sentimenti soffrono le intermittenze della mente e del cuore.

Non siamo circondati da un’umanità assente, superficiale, distratta, frettolosa, smemorata: ne facciamo inconsapevolmente e drammaticamente parte.
E paghiamo un quotidiano, altissimo tributo ai miti della modernità: velocità, efficienza, presenzialismo, produttività, profitto, pensiero calcolante, obblighi e divieti, doveri e prescrizioni, necessità di sopravvivere a tutto, arrivando sempre, arrivando prima.
Un’umanità messa in rete, resa virtuale ma incapace di usare a ragion veduta le mani, di far riposare il cuore, di stabilire connessioni affettive ed emotive oltre le scansioni di un tempo che ci rende prigionieri del preparare prima ancora del fare.
Sommessamente penso che dovremmo essere benevolmente indotti ad abituarci alla umana comprensione, come ultima frontiera di un umanesimo che sta compiendo il suo ciclo ultracentenario, soverchiati dalle primazie ridondanti e pervasive della post-modernità.
Trovo che l’assenza di consapevolezza, la solitudine, il doverismo formale, la disconnessione intelletto-sentimento, i ritmi di una vita scandita su incalzanti abitudini, stiano diventando i registi occulti di una nuova e drammatica condizione antropologica ed esistenziale.

Solo questa alienazione spazio-temporale, questa viscerale e non compiutamente spiegata, nuova paura dell’esistere possono cortocircuitare le relazioni affettive primordiali che dovrebbero essere il sale e il senso della nostra vita.
Fino a offuscare la consapevolezza del fare, del dire, del pensare.
Per questo bisogna – a mio avviso – sospendere il giudizio e mi riferisco al sentire comune, ai paradigmi sociali del bene e del male.
Nulla può essere spiegato, molto può essere capito: per fermarci un attimo, sostare se possibile, per riflettere e riappropriarci a poco a poco del senso vero dell’esistere.
Quel padre, quei genitori meritano un grande abbraccio, una condivisione intensa del loro dolore: siamo tutti genitori di quel bambino.

Democrazia e verità. Tra degenerazione e rigenerazione

“Democrazia e verità. Tra degenerazione e rigenerazione”. È il tema del 74° convegno della fondazione Centro studi filosofici di Gallarate, in programma a Roma, dal 26 al 28 settembre con la partecipazione di docenti con competenze filosofiche, storiche e giuridiche.

I lavori si apriranno giovedì pomeriggio, alle 15:30, nell’auditorium San Domenico in via Casilina 235 con la relazione del vice presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, che si soffermerà su “Le forme della democrazia nello Stato costituzionale”. “Chiesa e ‘autentica’ democrazia: da Leone XIII ai giorni nostri” sarà, invece, il tema discusso da Daniele Menozzi della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Il pomeriggio di venerdì 27 settembre – informano i promotori dell’iniziativa – i lavori si sposteranno presso la Pontificia Università Gregoriana, in collaborazione con la Facoltà di Filosofia dell’ateneo. Alle 15:30 Carla Danani dell’Università di Macerata terrà una relazione su “Verità della democrazia?” mentre Julian Nida-Rümelin, professore di Filosofia e Teoria politica presso la Ludwig-Maximilian-Universität di Monaco di Baviera, analizzerà la questione della “Democrazia e verità nell’epoca della comunicazione digitale”.

Le ultime due relazioni del convegno sono state affidate a Stefano Petrucciani dell’Università La Sapienza di Roma e a Vittorio Possenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il primo parlerà de “Il fondamento dialogico della democrazia e il relativismo”, mentre l’intervento di Possenti verterà su “Popolo Stato Democrazia nel personalismo: quale sovranità?”.

Protezione civile: nasce la settimana nazionale, dal 13 ottobre iniziative in tutta Italia

13 ottobre 2019. È questa la data da segnarsi, è questa la data, storica, in cui partirà la Settimana della Protezione civile. La pagina del sito su cui siete stati indirizzati è proprio dedicata al racconto delle numerose iniziative che a livello nazionale e locale caratterizzeranno i 7 giorni in cui i cittadini italiani potranno entrare a contatto con le donne e gli uomini del Servizio nazionale della protezione civile, un sistema integrato, un grande network, quasi unico al mondo che opera 24 ore al giorno per la prevenzione e la protezione dai rischi.

La Settimana della Protezione civile è nata da una specifica decisione governativa, la Direttiva firmata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 1° aprile scorso. Con questa Direttiva viene infatti ufficialmente istituita una serie di eventi e iniziative da svolgersi su tutto il territorio italiano dalle metropoli ai comuni più piccoli “volte alla diffusione della conoscenza e della cultura di protezione civile, allo scopo di promuovere e accrescere la resilienza delle comunità attraverso l’adozione di comportamenti consapevoli e misure di autoprotezione da parte dei cittadini, nonche’ a favorire l’informazione alle popolazioni sugli scenari di rischio e le relative nuove norme di comportamento, nonche’ quelle inerenti la moderna pianificazione di protezione civile”.

La scelta di tenere la Settimana di Protezione civile dal 13 al 19 ottobre sta nella contemporaneità con la Giornata internazionale per la riduzione dei disastri naturali, dichiarata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’obiettivo della Settimana non è solamente quello di presentare le attività delle componenti e delle strutture operative della Protezione civile. L’obiettivo è l’incontro, l’obiettivo è lo stare insieme, l’obiettivo è conoscerci e l’obiettivo è sottolineare cosa è importante nel mondo di oggi e nella vita quotidiana per rischiare sempre meno le nostre vite, le nostre attività, i nostri beni per le calamità naturali.

Al centro di tutto ci saranno infatti le “buone pratiche di prevenzione dai rischi” ma non solo, si parlerà tantissimo di resilienza. Quella capacità che tante volte le nostre comunità hanno dimostrato di avere in abbondanza. La capacità cioè di ripartire, di ricostruire non solo in senso letterale ma anche metaforico, le strade, le case, i palazzi e l’anima delle comunità colpite da tragedie come terremoti , alluvioni, frane, eruzioni vulcaniche, tsunami o grandi incidenti industriali. Un itinerario di eventi costellerà la settimana con uno sguardo diretto soprattutto ai giovani cittadini, come specificato anche nella Direttiva d’istituzione, perché il futuro possa vedere tra le caratteristiche più importanti del nostro Paese la capacità di prevenire e di auto proteggersi adottando le misure idonee in collaborazione e coordinamento con le istituzioni di protezione civile per ridurre al minimo le vittime e i danni materiali delle calamità.

La Settimana avrà un carattere nazionale ma soprattutto territoriale. Ci saranno eventi di livello nazionale come la Conferenza nazionale delle Autorità di protezione civile individuate dal Codice della Protezione civile che si svolgerà nella sede di via Vitorchiano del Dipartimento della Protezione civile, la sede operativa al vertice del coordinamento del sistema nella gestione delle emergenze.  La Conferenza sarà presieduta dal Presidente del Consiglio, massima autorità di protezione civile del Paese. Sono poi diversi gli eventi in programma di carattere nazionale: dalle conferenze a cui partecipano gli esponenti della comunità scientifica, alle attività di diffusione della conoscenza di protezione civile rivolte a tutti gli studenti, dai più piccoli ai giovani che si affacciano al mondo dell’Università.

Accanto a questi in centinaia di piazze italiane, in Comuni grandi e piccoli si terranno gli eventi in cui i cittadini potranno incontrare gli operatori delle componenti e delle strutture operative del sistema in coordinamento con le Regioni e le Province autonome. A proposito di piazze ad aprire la settimana sarà la Campagna Io non rischio, ormai giunta alla sua nona edizione, che vedrà la presenza dei gazebo informativi in più di 850 piazze in tutt’Italia con i volontari delle associazioni locali di protezione civile che racconteranno nel dettaglio i rischi terremoto, alluvione, maremoto e da quest’anno anche il rischio vulcanico dei Campi Flegrei.

Proprio nel territorio dei Campi Flegrei il Capo del Dipartimento Angelo Borrelli dichiarerà chiusa la settimana della protezione civile al termine della grande esercitazione “EXE Flegrei” che testerà, dal 16 al 20 ottobre, la capacità del sistema di protezione civile di evacuare la popolazione in caso di dichiarazione di fase di allarme per l’eruzione del vulcano dei Campi Flegrei caratterizzato da numerose caldere sottostanti il territorio di Pozzuoli, Napoli e diversi altri comuni della zona. Un’esercitazione di carattere nazionale che vedrà la partecipazione delle regioni gemellate con la “zona rossa” nell’ambito del Piano di protezione civile nazionale.

Tutte le notizie le immagini e le testimonianze dell’esercitazione saranno disponibili in questa sezione del sito dai prossimi giorni. L’appuntamento è al 13 ottobre, per una Settimana di prevenzione, protezione e resilienza, per stare insieme per imparare cosa vuol dire fare ed essere protezione civile!