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Terremoto a nord di Pistoia, scossa di magnitudo 4.1

Milano, 26 mar. (askanews) – Una scossa di terremoto di magnitudo 4.1 è stata registrata questa mattina nell’area a nord di Pistoia. Secondo i dati forniti dalla Sala Sismica dell’INGV, il sisma si è verificato alle 08:40 del mattino con epicentro una profondità di 52 chilometri.

“A seguito dell’evento sismico registrato alle 9.40 dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia in provincia di Pistoia di magnitudo ML 4.1, la Sala Situazione Italia del Dipartimento della Protezione Civile si è messa in contatto con le strutture locali del Servizio nazionale della protezione civile. Dalle prime verifiche effettuate, in seguito all’evento non risulterebbero danni a persone o cose”. Lo riferisce il Dipartimento della Protezione Civile.

L’Istat: a marzo brusco calo per la fiducia dei consumatori

Roma, 26 mar. (askanews) – A marzo l’indicatore di fiducia dei consumatori cala da 97,4 a 92,6 mentre l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese subisce una riduzione marginale (da 97,4 a 97,3). Lo ha reso noto l’Istat, Tra i consumatori, si evidenzia un diffuso peggioramento delle opinioni, soprattutto di quelle sulla situazione economica del Paese: il clima economico cade da 99,1 a 88,1, il clima futuro scende da 93,1 a 85,3, quello personale cala da 96,8 a 94,2 e il clima corrente diminuisce da 100,7 a 98,0.

Quanto alle imprese, l’indice di fiducia aumenta in tutti i comparti indagati ad eccezione del commercio al dettaglio: nella manifattura e nelle costruzioni il clima sale, rispettivamente, da 88,5 a 88,8 e da 103,1 a 103,6, nei servizi di mercato aumenta da 102,1 a 102,7 e nel commercio al dettaglio cala da 104,9 a 100,6.

Guardando alle componenti degli indici di fiducia, nell’industria manifatturiera gli imprenditori giudicano in miglioramento l’andamento del livello degli ordini ma si attendono una diminuzione del livello della produzione; le scorte di prodotti finiti sono giudicate in diminuzione. Nelle costruzioni tutte le componenti sono in miglioramento.

Nei servizi di mercato emerge una dinamica positiva dei giudizi sugli ordini mentre le relative attese sono in calo; le valutazioni sull’andamento degli affari sono improntate all’ottimismo. Nel commercio al dettaglio tutte le componenti peggiorano.

In base alle valutazioni fornite dagli imprenditori del comparto manifatturiero sulla variazione degli investimenti rispetto all’anno precedente, nel 2026 emerge un minore ottimismo rispetto all’analoga variazione rilevata per il 2025, rispetto al 2024.

Bce, De Guindos: monitoriamo i dati, decisioni tassi volta per volta

Roma, 26 mar. (askanews) – Alla Bce “stiamo monitorando attentamente le informazioni che pervengono per valutare l’evolversi degli effetti della guerra sulle prospettive di crescita economiche e di inflazione. Manterremo un approccio basato sui dati e in cui le decisioni vengono prese volta per volta, per determinare l’appropriata linea monetaria e ci atterremo in maniera indefessa al nostro impegno di assicurare che l’inflazione si stabilizzi al nostro obiettivo del 2% nel medio termine”. Così il vicepresidente della Bce, lo spagnolo Luis de Guindos intervenuto questa mattina a Tallinn, ad una conferenza organizzata dalla Banca centrale lettone.

Mons. Savino: “Gli italiani hanno chiesto riforme serie, non scorciatoie”. Intervista

Dietro il risultato del referendum non c’è soltanto una somma di percentuali, ma un’indicazione politica e civile che chiede di essere ascoltata. Mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della CEI, interpreta il voto come un richiamo alla prudenza istituzionale, alla chiarezza delle riforme e alla necessità di non leggere il Paese con categorie troppo rigide, come mostrano anche il ruolo dei giovani, il nodo dei fuori sede e il comportamento dell’elettorato meridionale.

Al di là del dato, comunque alto, della partecipazione, quale messaggio politico e civile arriva da questo voto?

A mio avviso, gli italiani hanno espresso un orientamento molto chiaro: quando entrano in gioco gli equilibri delicati della Costituzione, chiedono prudenza, trasparenza e un’ampia condivisione. Il dato del No, fermo al 53,74%, insieme a un’affluenza del 58,93%, restituisce l’immagine di un elettorato tutt’altro che passivo.
Non leggo, in questo risultato, una chiusura pregiudiziale verso qualsiasi ipotesi di riforma. Colgo piuttosto la richiesta di interventi più ponderati, meglio spiegati e costruiti entro un perimetro più ampio di consenso. In passaggi così sensibili della vita democratica, il metodo conta quasi quanto il merito: i cittadini sembrano averlo ricordato con chiarezza.

Quanto hanno inciso le nuove generazioni in questo esito? E che cosa rivela, invece, la questione dei fuori sede?
Le prime analisi del voto indicano che i giovani hanno inciso in modo significativo, con una presenza non marginale e, soprattutto, con un orientamento piuttosto marcato verso il No, in particolare nella fascia compresa tra i 18 e i 34 anni. È un dato da non sottovalutare, perché smentisce l’idea di una generazione soltanto distante o disillusa: quando percepisce la posta in gioco, il mondo giovanile sa esserci e sa prendere posizione.
Quanto ai fuori sede, questo referendum ha riportato in primo piano una questione che non può essere derubricata a un semplice dettaglio organizzativo. Molti studenti e lavoratori che vivono lontano dal comune di residenza hanno incontrato ostacoli concreti nell’esercizio del voto, dovendo rientrare nel luogo di iscrizione elettorale. È un punto che interpella direttamente la qualità della nostra democrazia. Partecipare non deve trasformarsi in un percorso a ostacoli: rendere il voto più accessibile significa rafforzare la cittadinanza, non banalizzarla.

Nel Mezzogiorno si è parlato di una scarsa mobilitazione dell’elettorato di centrodestra. È una lettura che condivide?
Preferirei adottare un linguaggio cauto e analitico. Parlare di diserzione in termini generalizzati rischia di essere una semplificazione eccessiva. Mi pare più corretto dire che si è registrata una mobilitazione meno lineare e meno compatta di quanto qualcuno avesse previsto.
Le analisi dei flussi richiamate in queste ore suggeriscono due elementi: da una parte, una quota significativa di astensione nell’elettorato di centrodestra; dall’altra, soprattutto in alcune realtà urbane del Sud, una parte di consenso orientata verso il No. È un dato interessante, perché mostra che, su questioni come la giustizia e gli equilibri costituzionali, gli elettori non rispondono sempre in modo meccanico alle appartenenze politiche. Talvolta prevale una valutazione più libera, più personale, persino più esigente. È un segnale che tutte le forze politiche dovrebbero leggere con umiltà, senza forzature propagandistiche.

USA, verso l’appuntamento elettorale di midterm. Un voto a rischio intimidazioni?

Un possibile ribaltamento politico

Il terremoto distruttivo che Trump ha provocato nelle relazioni internazionali potrebbe travolgerlo all’interno del suo Paese. Tutti i sondaggi sono concordi nel ritenere, allo stato, largamente vincente il Partito Democratico nelle prossime elezioni di midterm, a novembre. Dopo le quali il Presidente perderebbe il controllo del Congresso e – a fronte di una iniziativa parlamentare democratica che sarebbe senz’altro assai battagliera – si avvierebbe così a un biennio da “anatra zoppa” nel quale non potrebbe più (come ha fatto sinora) evadere sistematicamente il confronto con il Parlamento attraverso l’uso sistematico degli executive orders e gestire l’istituto presidenziale con il piglio autocratico che lo contraddistingue.

“Ci siamo liberati dagli inglesi due secoli e mezzo fa perché non volevamo un re che ci comandasse, e non lo vogliamo neppure oggi”: NO KINGS è il motto che campeggia le manifestazioni anti-trumpiane che si svolgono sistematicamente nei diversi Stati dell’Unione.

Segnali dal territorio e fattori economici

Le elezioni locali che si sono svolte nei mesi scorsi, a cominciare da quelle tenutesi a New York, in Virginia e nel New Jersey hanno indicato una tendenza che successivamente i sondaggi hanno confermato. E che si sta rafforzando in queste settimane, confermata clamorosamente l’altro ieri dalla vittoria della candidata democratica per il seggio alla Camera nel distretto, nientemeno, di Mar-a-Lago.

Trump comincia a pagare la crescita dei prezzi della benzina alla pompa, e non solo di quella, innescata dall’improvvida azione militare in Iran, da lui decisa su input del primo ministro israeliano senza aver valutato a fondo tutte le incognite e i rischi che una simile decisione avrebbe comportato.

Pericoli e perplessità che senz’altro la CIA e le altre fonti di intelligence USA avranno evidenziato nei loro dossier. Che però, probabilmente, Trump non avrà letto in quanto, sostiene, lui si fida solo del proprio istinto. Affermazione ridicola, se non fosse tragica, visto che proviene dalla persona a capo delle Forze Armate più potenti al mondo.

Il precedente del 2020 e l’ombra dell’insurrezione

E però, a questo punto, è prudente frenare l’ottimismo che genera entusiasmi eccessivi perché bisogna pur sempre ricordarsi che stiamo parlando di un Presidente che non ha mai riconosciuto la sconfitta subita ad opera di Joe Biden nel 2020 e che, assai ambiguamente, ha sostenuto un tentativo insurrezionale il 6 gennaio 2021.

Tanto è vero che, tornato alla Casa Bianca, ha quasi subito amnistiato tutti i protagonisti del gravissimo assalto al Congresso in quella disgraziata giornata. Per di più minacciando di punizioni i funzionari amministrativi che avevano correttamente presieduto alle operazioni di voto del novembre 2020.

I timori di intimidazioni elettorali

E infatti una serie di segnali hanno acceso l’allarme rosso presso i democratici e fra i più attenti osservatori (quelli che possono consentirsi ancora il lusso della libertà d’espressione: ad esempio, non più i giornalisti, ormai pochi, rimasti in forza al Washington Post).

Il più eclatante, poi ridimensionato dopo gli eccessi che hanno causato la morte a Minneapolis di due persone, è stato il lasciar intendere che i seggi elettorali verranno presidiati dagli uomini dell’ICE: una chiara intimidazione volta a impaurire e tener lontani dal voto le persone delle comunità più invise al mondo MAGA (anche se una di esse, quella dei latinos ha votato in prevalenza Trump, l’ultima volta).

In gennaio il Presidente ha detto in una intervista concessa a Dan Bongino, ex vicedirettore dell’FBI, che i repubblicani dovrebbero “prendere il controllo del voto in almeno 15 aree”: un invito a nazionalizzare il sistema di voto laddove il Partito Democratico è in maggioranza, superando così la Costituzione federale che attribuisce ai singoli Stati la competenza sulle modalità di svolgimento delle elezioni. Non si sa bene cosa abbia esattamente in testa, ma già solo queste affermazioni hanno preoccupato e non poco.

Il rischio sistemico e la tenuta democratica

Il timore – un incubo, da un punto di vista democratico – di taluno è che un qualche organismo federale si arroghi il diritto di sequestrare le schede elettorali in alcune contee decisive prima che i voti siano conteggiati procedendo poi alla convalida del risultato successivamente emerso (con un rischio-broglio assoluto, evidentemente).

Altri temono che la minaccia di una inquietante presenza dell’ICE vicino ai seggi, al momento rientrata, torni a manifestarsi per poi concretizzarsi davvero nel giorno elettorale. Gli uomini dell’ICE potrebbero ad esempio provocare ingorghi stradali in zone predefinite delle città così da impedire di fatto a molti elettori di raggiungere i seggi.

Sotto tiro, per diretta ammissione di Trump, è anche il voto per corrispondenza e in contemporanea ha chiuso l’agenzia che garantiva la corretta operatività e la protezione dagli attacchi informatici dell’infrastruttura elettorale ad esso adibita.

Insomma, qualche preoccupazione c’è, e non completamente campata in aria. Giusto che vi sia, sostengono molti osservatori, ma il sistema democratico americano è in grado di garantire in ogni caso la regolarità del voto. Speriamo.

Torna la gioiosa macchina da guerra

Il ritorno di un modello politico noto

Carlo Calenda l’ha detto con la consueta chiarezza e trasparenza. E cioè, dopo il voto sul referendum costituzionale, dopo il risultato emerso e, soprattutto, dopo i noti festeggiamenti di piazza, possiamo dire tranquillamente che nel nostro paese è ritornata in grandi stile la “gioiosa macchina guerra” di occhettiana memoria. Una osservazione semplice, ma vera e realistica. Seppur al netto della diversità dei rispettivi contesti politici e storici.

Al riguardo, è appena sufficiente osservare il palco festante dei protagonisti e dei veri detentori del nuovo cartello politico delle sinistre di piazza Barberini a Roma per rendersene conto. Sono i leader, ovviamente legittimi, della sinistra radicale, populista, estremista, sindacale e giudiziaria che adesso dettano l’agenda politica, culturale e programmatica alla intera coalizione di sinistra e progressista.

Il profilo della nuova alleanza

Un progetto che si è manifestato in tutta la sua ampiezza e naturalezza appena le urne hanno confermato la vittoria del NO. E, ieri come oggi, il profilo e la natura politica e culturale dell’alleanza è quella. Cambiano i protagonisti, come ovvio, ma la cifra decisiva della coalizione è sempre la stessa.

Il filo rosso che unisce e compatta l’alleanza resta il massimalismo, l’estremismo e il giustizialismo. L’unico elemento che varia leggermente rispetto alla stagione di Occhetto e della “gioiosa macchina da guerra” è che adesso la coalizione è politicamente e fortemente condizionata anche e soprattutto dai magistrati.

E l’immagine dei festeggiamenti “militanti” al Tribunale di Napoli – fatto anomalo ed unico nella storia democratica del nostro paese – lo ha confermato in modo persin troppo plastico che non richiede neanche ulteriori commenti ed approfondimenti.

La radicalizzazione del conflitto

Ora, è di tutta evidenza che in un quadro del genere la radicalizzazione del conflitto politico, anche violenta e senza esclusione di colpi, diventa la regola e non l’eccezione. Una radicalizzazione che contempla, come del resto è capitato concretamente in quella stagione del nostro paese, la criminalizzazione politica dell’avversario che è solo e sempre un nemico da distruggere e da annientare e, al contempo, un ostacolo da delegittimare anche sotto il versante etico e morale.

Un quadro che, seppur mutatis mutandis, ripropone i vari tasselli di un mosaico già sufficientemente noti e conosciuti dalla politica italiana. È persin inutile ricordare che non si tratta più di una coalizione di centro sinistra ma, com’è evidente credo a quasi tutti, si tratta di una coalizione di sinistra e progressista dove le componenti centriste sono del tutto assenti e se esistono sono drasticamente e strutturalmente irrilevanti e politicamente ininfluenti.

La necessità di un nuovo centro

Ecco perchè il progetto di rilanciare uno spazio politico centrista, riformista, democratico, costituzionale e autenticamente di governo oggi, e più di ieri attraverso quel famoso “Patto per l’Italia” del 1994 di Marini, Martinazzoli e Segni, può giocare un ruolo importante se non addirittura decisivo per l’intera politica italiana.

E, senza alcuna forzatura e senza piegare la storia alla situazione contemporanea, possiamo tranquillamente arrivare alla conclusione che si ripropone quella medesima situazione. Ovvero, di fronte ad un centro destra non sempre unito al proprio interno e con forti accenti radicali e massimalisti, si contrappone un’alleanza di sinistra e progressista fortemente estremista, massimalista e radicale. Appunto, una “gioiosa macchina da guerra”.

Ed è per queste ragioni che il progetto politico, culturale e programmatico di Carlo Calenda va adesso rafforzato e consolidato. Perchè è un progetto politico che non è solo centrista, moderato o riformista ma, semmai, contribuisce a rafforzare l’obiettivo di una vera e propria cultura di governo.

La pedata di Giorgia e la posa garibaldina della Santanchè

Una regola semplice (e definitiva)

Su una cosa non si può discutere: quando a Giorgia non vai più a genio, qualunque sia il ruolo che svolgi, affrettati a fare le valigie prima che lei ti cacci a suon di pedate. Non esistono scusanti, non esistono perdoni. Fai le valigie e basta.

Negli ultimi tre giorni – da domenica, per intenderci – la premier Giorgia e la capo del partito Giorgia si sono ricongiunte in un “altolà” definitivo per due componenti del governo e per un alto funzionario. Una convergenza plastica: la doppia natura si ricompone sempre quando c’è da decidere chi resta e chi no.

Le due Giorgie

Per mesi la Giorgia di governo aveva tenuto a bada le intemperanze della Giorgia di partito, che premeva per liberarsi in fretta di chi costituiva un problema politico. Problema che, essendo il governo popolato da dirigenti dello stesso partito, equivaleva a convocare un Consiglio dei ministri e distribuire una “bella strigliata” generale, alleati compresi.

Ma la Giorgia premier era presa dalla consueta girandola istituzionale: voli di qua, presenze di là, agende fitte e tempi sempre più stretti. Le settimane scorrevano senza lasciare spazio alla riflessione. E senza riflessione, si sa, le crepe si allargano.

Se avesse dato ascolto alla sua controparte politica, la premier si sarebbe accorta che la situazione si incancreniva giorno dopo giorno, che la sua leadership di capo politico rischiava di farsi evanescente – “la premier è all’estero, in Italia ci pensiamo noi” – e che sarebbe servito un intervento rapido, persino spiccio: “te ne devi andà”. Metodi ruvidi, ma risolutivi.

Il risveglio tardivo

La vocina della Giorgia politica, nel frattempo, si era fatta sempre più flebile. Fino a quando, una quindicina di giorni fa, i sondaggi sul referendum sulla giustizia hanno segnalato una rimonta della sinistra. A quel punto, la voce è tornata squillante: non si può perdere, la riforma è nel programma di governo, bisogna scendere in campo.

Peccato che quindici giorni di campagna elettorale siano una coperta troppo corta per coprire mesi di inerzia. Le due Giorgie, riunite per l’occasione, si sono messe di buona lena: tour televisivi, interviste radiofoniche, incursioni sui social. Determinate, presenti, combattive.

Inutile. La sconfitta arriva puntuale nel primo pomeriggio di domenica.

La decisione: fuori tutti

Ed è qui che la scena cambia tono. La Giorgia politica alza la voce, urla contro se stessa e contro i suoi, si fa passare i fogli dalla Giorgia premier e detta la linea: questi tre vanno fuori dal governo. Subito. Con una pedata.

“Scrivi il comunicato. Svelta, scrivi!”

La premier, non esattamente ferrata nelle sottigliezze della prassi istituzionale, esegue: comunicato ufficiale in cui si chiede a un ministro di dimettersi, mentre gli altri due hanno già annunciato l’uscita. Un piccolo primato nella storia politica italiana.

Resistenze e “obbedisco”

Il ministro designato, però, resiste. Non molto: ventiquattr’ore. Poi capitola. E dire che era considerata una figura forte, di carattere, con un certo peso politico. La chiamavano “la pitonessa”: per la capacità – si diceva – di stringere gli avversari e per presunte doti profetiche, tutte ancora da verificare.

La vicenda si chiude con una lettera alla premier che suona come un “obbedisco” di garibaldina memoria. Ma sotto la superficie epica si intravede un più ordinario compromesso di partito, negoziato con la Giorgia politica.

Calcoli e salvataggi

Del resto, la politica ha sempre una via di fuga. Il ministro è stato eletto in un collegio blindato, una sorta di assicurazione sulla vita in caso di tempesta. Le elezioni sono tra un anno: il tempo necessario per rientrare in gioco, magari a scapito di qualcun altro che resterà fuori.

Calcolo elettorale, distribuzione dei seggi, equilibri interni: la matematica del potere non perdona.

Per gli altri due, invece, la sorte è già segnata. E le due Giorgie, una volta chiuso il capitolo, difficilmente se ne occuperanno ancora.

Morale provvisoria

Resta il metodo. Rapido, diretto, inequivocabile. Una pedagogia politica basata sulla semplificazione estrema: quando qualcosa non funziona, si elimina il problema. Letteralmente.

È la politica ridotta a gesto. O, se si preferisce, a movimento del piede.

La resa dei conti nel governo Meloni

Un esito che pesa più del previsto

Il nervosismo che sta animando la vita del governo nel post-referendum è dovuto a diverse motivazioni. Tra queste, di non secondaria importanza, vi è il fatto che il risultato della consultazione ha ricordato in modo brusco alla presidente del Consiglio di trovarsi alla guida di un esecutivo che non rappresenta la maggioranza degli italiani.

E questo fin dal settembre 2022, quando il centrodestra vinse le elezioni politiche non perché avesse ottenuto la maggioranza dei voti espressi, ma per la divisione del centrosinistra al nastro di partenza. Il referendum, dunque, ha avuto anche la funzione di riportare alla luce una verità politica che era rimasta sullo sfondo.

Una “pulizia” tardiva e poco convincente

L’operazione di parziale pulizia che la premier tenta di mettere in campo in queste ore rischia di apparire quantomeno tardiva. La tempistica – peraltro successiva all’ulteriore tentativo di difesa portato avanti dal ministro Nordio ad urne chiuse – conferma che l’abborracciata difesa d’ufficio sostenuta fino al giorno prima del voto non era altro che una goffa arrampicata sugli specchi.

Ne deriva il legittimo dubbio che dimissioni e defenestramenti siano stati dettati da ragioni di opportunità politica, suggerite dal risultato referendario, più che da una valutazione autonoma e tempestiva della gravità delle vicende che hanno coinvolto Delmastro e la Bartolozzi.

Si dirà: “meglio tardi che mai”. Ma non è così. Decisioni di questo tipo, per essere credibili, avrebbero dovuto maturare in tempi non sospetti, indipendentemente dal voto e dal suo esito.

Scaricare le responsabilità non basta

Va inoltre osservato che il tentativo della presidente del Consiglio di scaricare su altri la responsabilità della sconfitta non è destinato a produrre grandi risultati. Gli esponenti oggi messi sotto accusa sono infatti il frutto diretto delle sue scelte politiche o di rapporti fiduciari consolidati.

È il caso di Delmastro, da anni legato anche professionalmente alla famiglia Meloni. Questo rende poco convincente ogni tentativo di rappresentare tali figure come corpi estranei rispetto alla linea e alla responsabilità della leadership.

Il caso Santanchè e le dimissioni inevitabili

A segnare simbolicamente questo passaggio è la vicenda della ministra del Turismo, Daniela Santanchè. Dopo settimane di resistenza e di difesa “senza se e senza ma”, la pressione politica e giudiziaria – aggravata dal contesto post-referendario – ha infine condotto alle sue dimissioni.

Un epilogo che tutti i giornali registrano come inevitabile, ma che arriva al termine di una gestione esitante e contraddittoria. La premier è passata dalla piena copertura politica alla richiesta di un passo indietro, fino all’uscita di scena della ministra: una sequenza che rafforza l’impressione di una leadership più reattiva che proattiva.

Il caso Santanchè diventa così emblematico: non solo per il merito delle contestazioni – dal rinvio a giudizio per truffa ai danni dell’INPS – ma per il modo in cui la vicenda è stata affrontata, cioè sotto la pressione degli eventi e non per autonoma scelta politica.

Una lezione che va oltre la riforma

Il referendum è servito a bocciare una riforma percepita come insufficiente e pasticciata, ma il suo significato politico va oltre. Ha inciso sugli equilibri interni al governo, ha messo in discussione la tenuta della leadership e ha imposto scelte che si è cercato di rinviare il più possibile.

In questo senso, più che chiudere una fase, il voto sembra averne aperta un’altra: più incerta, più esposta e segnata da una crescente difficoltà nel tenere insieme consenso politico e credibilità istituzionale.

Salis: primarie divisive, parliamo di programmi e obiettivi

Milano, 26 mar. (askanews) – “Quei 14 milioni e mezzo che hanno votato No, non chiedono come scegliamo il leader, ma una proposta su lavoro, sanità, sicurezza, pressione fiscale”. Lo afferma, in un’intervista a La Stampa, la sindaca di Genova Silvia Salis.

“Le primarie in sé sono uno strumento di partecipazione popolare – prosegue Salis – ma in questo caso le ritengo divisive. Darebbero alla destra argomenti per attaccarci sulle nostre differenze. Ci può essere un percorso interno di scelta del leader, o ognuno va alle elezioni col proprio leader e poi si decide chi meglio può rappresentare l’alleanza. Ma le primarie credo abbiano senso quando servono a celebrare un percorso politico”. Ribadisce quindi che lei non sarà della partita? “Sono la sindaca di Genova e non parteciperò a una gara per andare via dalla mia città. Né farò campagna per le primarie”. Non sosterrà nessuno? “No, per lealtà alla coalizione che mi sostiene, che va da Azione fino ad Avs. Non sarebbe opportuno né elegante da parte mia schierarmi. Ma io penso davvero che, davanti alla confusione del governo, dovremmo parlare di progetti e obiettivi. Esiste un campo ampio che deve trovare un programma unificante. E va scritto sui disastri del governo, dal costo della vita al sistema di welfare”. E poi “bisogna trovare una linea di principio sui conflitti internazionali. Trovata quella, al governo cambia il modo in cui si guardano le cose”.

Londra autorizza sequestri della flotta fantasma russa in acque britanniche

Roma, 26 mar. (askanews) – Le forze armate britanniche potranno ora abbordare e sequestrare le navi sanzionate appartenenti alla “flotta fantasma” russa qualora entrino nelle acque territoriali del Regno Unito, ha annunciato Downing Street in un comunicato.

“Le forze armate e le forze dell’ordine britanniche potranno ora intercettare le navi sanzionate dal Regno Unito che transitano nelle acque britanniche”, incluso il Canale della Manica, secondo quanto dichiarato dall’ufficio del primo ministro Keir Starmer.

Blanco annuncia il nuovo singolo "Ricordi" con Elisa

Milano, 26 mar. (askanews) – A pochi giorni dalla release del suo attesissimo nuovo album MA’, in uscita venerdì 3 aprile 2026 e già disponibile in preorder, Blanco svela la tracklist completa del progetto e le due importanti collaborazioni che lo arricchiscono: dopo “Peggio del diavolo” con Gianluca Grignani – anticipata pochi giorni fa con un video spoiler sui suoi canali social – annuncia oggi il nuovo singolo estratto “Ricordi” con Elisa, disponibile da venerdì 27 marzo su tutte le piattaforme digitali e in rotazione radiofonica per EMI Records Italy (Universal Music Italy) con la direzione artistica di Stefano Clessi (Eclectic Music Group).

Il brano aggiunge – dopo i già editi “Piangere a 90”, “Maledetta Rabbia” e “Anche a vent’anni si muore” – un nuovo capitolo a un racconto musicale che si preannuncia intenso, dando vita all’incontro tra due delle voci più riconoscibili della musica italiana contemporanea, BLANCO ed Elisa, capaci di attraversare generazioni e linguaggi diversi. Scritto anni fa da BLANCO tra Londra e Parigi, “Ricordi” ha conservato intatta la sua urgenza espressiva, trovando la sua forma definitiva proprio nell’incontro in studio con Elisa, che ne amplifica profondità e risonanza emotiva.

Blanco svela anche la tracklist completa dell’album MA’, disponibile in sei diversi formati: LP bianco autografato e numerato (Esclusiva Shop Universal), CD autografato e numerato (Esclusiva Shop Universal), LP alternative cover autografato e numerato (Esclusiva Shop Universal), CD alternative cover autografato e numerato (Esclusiva Shop Universal), LP bianco e CD.

Ti voglio bene, uomo Ma’ Peggio del diavolo (con Gianluca Grignani) Tanto non rinasco Ricordi (con Elisa) Los Angeles Anche a vent’anni si muore 15 dicembre (prima) 27 luglio (dopo) Woo Fuochi per aria (la fortuna) Fuori dai denti Piangere a 90 Maledetta Rabbia Un posto migliore Il nuovo disco sarà presentato dal vivo tra aprile e maggio 2026 durante “Il primo tour nei palazzetti” di Blanco, prodotto e organizzato da Friends & Partners e Vivo Concerti. I biglietti sono disponibili su Ticketone e nei punti vendita abituali. A questi appuntamenti si affianca anche il “Tour Estate 2026”.

Iran, le notizie più importanti del 26 marzo sulla guerra

Roma, 26 mar. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di giovedì 26 marzo sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge ormai tutti i Paesi del Golfo e il Libano, con forti ripercussioni sull’economia globale.

-07:09 L’aeronautica militare israeliana ha recentemente completato una “vasta” ondata di attacchi aerei in diverse aree dell’Iran, secondo quanto dichiarato dalle Forze di difesa israeliane (Idf). L’esercito ha aggiunto che gli attacchi hanno preso di mira siti infrastrutturali del regime iraniano, aggiungendo che ulteriori dettagli saranno forniti in seguito

-07:04 Cinque persone sono rimaste leggermente ferite a seguito dell’impatto di una bomba a grappolo iraniana a Kafr Qasim, nel centro di Israele, secondo quanto riferito dai soccorritori.

SpaceX rilancia a 75 mld obiettivo di raccolta da sbarco in Borsa (FT)

Roma, 26 mar. (askanews) – SpaceX rilancia le sue ambizioni già da record sulla raccolta dallo sbarco in Borsa. Secondo quanto riporta il Financial Times, il gruppo di Elon Musk ha riferito agli investitori che conta di raccogliere circa 75 miliardi di dollari al suo collocamento.

Precedentemente, ricorda il quotidiano, la società texana aveva ipotizzato una raccolta iniziale da 50 miliardi, che sarebbe stata ampiamente sufficiente per stabilire un nuovo massimo storico per uno sbarco in Borsa, superando i 29 miliardi ottenuti dal gigante petrolifero saudita Aramco nel 2019.

Il nuovo obiettivo è stato riferito dai dirigenti del gruppo di vettori spaziali e attività satellitari durante un incontro con gli investitori nella giornata di oggi, riferisce il quotidiano citando fonti vicine alla questione. Musk ora punterebbe a una valorizzazione complessiva della società di circa 1.750 miliardi di dollari.

Lo sbarco in Borsa è attesa per giugno e SpaceX dovrebbe sottoporre il suo prospetto per l’Ipo (l’acronimo inglese di Opv) alle autorità Usa nei prossimi giorni. L’operazione coinciderebbe sia con il compleanno di Musk (che cade il 28 giugno) sia con un allineamento planetario tra Giove e Venere.

Rebus leader nel campo largo, Schlein dice no al ‘papa straniero’

Roma, 25 mar. (askanews) – Niente ‘federatori’ o ‘papi stranieri’, Elly Schlein manda un messaggio chiaro a tutti, nel suo partito e al resto della coalizione. La scelta del leader della coalizione, per la segretaria Pd, è questione che non può essere decisa da ‘tavolini’ o ‘caminetti’, magari provando a lanciare appunto un terzo nome tra i ‘due litiganti’, cioè lei e il leader M5s Giuseppe Conte. La sortita del presidente 5 stelle sulle primarie ha imposto un dibattito che in ogni caso sarebbe stato difficile rimandare dopo la vittoria del ‘no’ al referendum, tanto più mentre si torna a parlare della possibilità di un voto anticipato. La sfida per la leadership è ufficialmente aperta, la Schlein e Conte sono in campo e adesso diventa fondamentale non commettere errori per evitare lotte fratricide che sprechino il vantaggio accumulato con il voto sulla riforma Nordio.

La leader Pd continua a mostrarsi cauta sul metodo da usare, e del resto l’accelerazione di Conte non è piaciuta in casa democratica. “Poteva aspettare un paio di giorni”, commentava un parlamentare Pd lunedì sera, quando a spoglio delle schede ancora in corso il leader M5s aveva già lanciato le primarie. La leader Pd ripete il suo mantra, lasciando di fatto aperte due soluzioni: “Ci metteremo d’accordo su una modalità e sono fiduciosa che troveremo l’accordo anche su questo. Si può fare l’accordo come fa la destra e scegliere che guida chi prende un voto in più alle elezioni. Oppure ci sono altre modalità, come le primarie a cui sono disponibile”.

L’ipotesi del ‘voto in più’, va da sé, significa di fatto che la leader sarà lei, a meno di imprevedibili e improbabili sorpassi del Movimento 5 stelle sul Pd alle elezioni. Ma in casa democratica, di fatto, si ragiona già sui gazebo, si parla di ottobre-novembre – voto anticipato permettendo – e i ‘tecnici’ sono già al lavoro per gestire una corsa con più candidati ‘veri’ che finora non c’è mai stata. Perché è chiaro che un conto sono primarie per incoronare un leader che è già stato scelto e accettato da tutti i partner della coalizione, altra cosa è una sfida vera, con l’incognita di milioni di elettori ai gazebo.

“Le primarie le abbiamo portate noi in Italia, sappiamo come farle”, chiosa un parlamentare dem. Innanzitutto, questa volta dovrebbe essere previsto un ballottaggio, perché ragionevolmente i candidati saranno più di due e non è affatto scontato che qualcuno superi il 50%. Oltre a Schlein e Conte si sono già fatti avanti Ernesto Ruffini e Alessandro Onorato e anche Matteo Renzi aveva assicurato che ci sarebbe stato un candidato della ‘Casa riformista’. Con il ballottaggio si potranno costruire accordi a tavolino tra i candidati, con patti di convergenza a favore di chi dovesse arrivare all’eventuale secondo turno. Un meccanismo che dovrebbe, almeno sulla carta, evitare sorprese.

Silvia Salis si è tirata fuori dalle primarie, per ora, e Dario Franceschini è andato personalmente a sincerarsi delle intenzioni della sindaca di Genova. Ma l’ex ministro dei Beni culturali non si è limitato a questo, raccontano che da settimane sta sondando tutti i potenziali ‘sfidanti’ per la leadership, come Giuseppe Sala e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, così come si starebbe dando da fare per capire le intenzioni dei riformisti più insofferenti come Graziano Delrio, per assicurarsi che non ci siano uscite dal Pd. Ci sono poi i rumors incontrollati su possibili ‘papi stranieri’, come quelli su Franco Gabrielli, o ipotesi di ‘ federatori’ come Pier Luigi Bersani e la stessa Salis che, a quanto pare, avrebbe spiegato proprio all’ex ministro di essere contraria alle primarie, ma senza escludere una sua disponibilità per il ruolo di ‘federatrice’.

Un tourbillon che rischia di sfuggire di mano, se non gestito con accortezza. Anche per questo padri nobili come Romano Prodi e Walter Veltroni hanno suggerito di non cominciare dalle primarie, ma dalla costruzione della coalizione e del programma. Un percorso che dovrebbe aiutare a incanalare nella direzione giusta spinte che altrimenti rischiano di diventare centrifughe. La Schlein, appunto, fissa intanto un paletto chiaro: no ai ‘federatori’, dice cercando di restringere il campo a due sole ipotesi. La partita è appena iniziata, ma molto dipenderà anche da quello che deciderà di fare Giorgia Meloni sulla legge elettorale e sulla prosecuzione della legislatura.

Via Santanché, Meloni chiude il cerchio. "Dimostrato che non ci sono sacche di impunità"

Algeri, 25 mar. (askanews) – Il fardello se lo scrolla di dosso mentre è sul volo di rientro da Algeri, al termine di una giornata che, vista dalle sponde del Paese nordafricano, sembra quasi surreale. Giorgia Meloni aveva deciso appena venerdì scorso di venire a incontrare il presidente Abdelmadjid Tebboune per giocare d’anticipo nella partita energetica e portare a casa quel “rafforzamento dei rapporti” che, in una fase di difficili approvigionamenti globali, significa assicurarsi maggiori forniture di gas. Perché quella sembrava essere la priorità del governo, almeno fino a pochi giorni fa. Almeno fino a quando la valanga di no che ha travolto il referendum sulla giustizia non ha avuto quelle conseguenze devastanti che lei stessa per mesi si era affannata a dire non ci sarebbero state. La premier ha preteso di dare un segnale, di dimostrare che nel suo governo “non ci sono sacche di impunità” con un repulisti che ha portato prima alle dimissioni del capo di gabinetto di via Arenula, Giusi Bartolozzi, e del sottosegretario Andrea Delmastro, e poi alla richiesta a Daniela Santanché di mostrare “analoga sensibilità”.

Quello che ne è seguito è stato un braccio di ferro tra la presidente del Consiglio e la ormai ex ministra del Turismo che, dopo aver tentato di resistere per 24 ore, ha alla fine rassegnato le dimissioni non solo auspicate ma addirittura richieste pubblicamente dalla premier, con una inedita decisione di lavare i panni sporchi in piazza che rappresenta anche una vistosa crepa nel monolite che fu Fratelli d’Italia.

Dopo la richiesta di ieri, viene riferito, Giorgia Meloni avrebbe chiuso i contatti con la ministra lasciando che altri provassero a condurla a più miti consigli. Uno su tutti, l’amico Ignazio La Russa. “Così – le avrebbe detto il presidente del Senato – stai danneggiando te stessa, Giorgia e tutto il partito”.

Ad Algeri la premier rimane per circa cinque ore, qualcuna in più del previsto, ma le uniche dichiarazioni che rilascia in pubblico sono quelle congiunte con il padrone di casa. Nessun punto stampa prima di ripartire anche perchè la conclusione della vicenda non era ancora arrivata a maturazione.

Per tutto il giorno, d’altra parte, si rincorrono voci che non fanno altro che alimentare lo scontro, per molti versi diventato ormai umano ancora più che politico, tra la premier e Santanché. Da una parte ci sono le opposizioni che annunciano e depositano una mozione di sfiducia nei confronti della ministra, con la maggioranza che non solo lascia fare e favorisce una calendarizzazione per la prossima settimana, ma ragiona anche di scenari portati alle estreme conseguenze attraverso la presentazione di un proprio documento contro di lei. Si prepara la trincea perché gira voce che Santanché sia pronta a resistere, fino a presentarsi in Parlamento per vedere i suoi stessi compagni di partito fare il pollice verso in pubblica piazza.

Toni provocatori che, viene raccontato, la diretta interessata avrebbe mescolato ad altri volti più che altro per muovere un po’ di compassione nei suoi confronti. Questa – avrebbe più o meno ragionato – è la mia vita politica, sociale ed economica, non potete togliermela. Senza successo, anche perchè da tempo la ministra – anche per quella scelta di mostrarsi spesso sopra le righe tra Cortina e Milano marittina – era avvertita dai meloniani come un corpo estraneo.

Alla fine ad aver fatto presa spingendola ob torto collo a dimettersi sarebbe stato il rischio di vedersi fare terra bruciata tutto intorno, con poco da reclamare, compresa quella ricandidatura che le potrebbe garantire alla fine della legislatura di avere ancora una protezione dai processi. D’altra parte questa volta, a differenza di un anno fa quando si era trovata in analoga posizione, la ‘Santa’ non ha incassato nemmeno la solidarietà degli alleati di governo. Il resto, è in quella sorta di arringa in cui Santanché trasforma la nota con cui si dimette, piena di così tante recriminazioni e sassolini tolti dalle scarpe da aver fatto storcere il naso a molti suoi compagni di partito e, in tanti se ne dicono convinti, anche alla stessa premier. Il capogruppo al Senato di Fdi, Lucio Malan, prova a chiudere la vicenda, parlando di “gesto di responsabilità che apprezziamo”.

Adesso Giorgia Meloni ragiona di un possibile sostituto che dovrebbe arrivare dopo qualche giorno di interim. Quello del Turismo è un ministero considerato strategico per Fdi e per questo la scelta più semplice, oltre che in continuità, sarebbe quella di Gianluca Caramanna, responsabile del partito per il settore e già consulente dello stesso ministero, che in questo momento si trova negli Usa per il Cpac. Altri nomi sempre delle fila dei meloniani potrebbero essere quelli dello stesso Malan o del senatore siciliano, Salvo Sallemi. Se si dovesse guardare fuori i nomi potrebbero essere quelli di Giovanni Malagò ma anche dell’ex governatore del Veneto, Luca Zaia.

Rebus leader nel campo largo, Schlein dice no al ‘papa straniero’

Roma, 25 mar. (askanews) – Niente ‘federatori’ o ‘papi stranieri’, Elly Schlein manda un messaggio chiaro a tutti, nel suo partito e al resto della coalizione. La scelta del leader della coalizione, per la segretaria Pd, è questione che non può essere decisa da ‘tavolini’ o ‘caminetti’, magari provando a lanciare appunto un terzo nome tra i ‘due litiganti’, cioè lei e il leader M5s Giuseppe Conte. La sortita del presidente 5 stelle sulle primarie ha imposto un dibattito che in ogni caso sarebbe stato difficile rimandare dopo la vittoria del ‘no’ al referendum, tanto più mentre si torna a parlare della possibilità di un voto anticipato. La sfida per la leadership è ufficialmente aperta, la Schlein e Conte sono in campo e adesso diventa fondamentale non commettere errori per evitare lotte fratricide che sprechino il vantaggio accumulato con il voto sulla riforma Nordio.

La leader Pd continua a mostrarsi cauta sul metodo da usare, e del resto l’accelerazione di Conte non è piaciuta in casa democratica. “Poteva aspettare un paio di giorni”, commentava un parlamentare Pd lunedì sera, quando a spoglio delle schede ancora in corso il leader M5s aveva già lanciato le primarie. La leader Pd ripete il suo mantra, lasciando di fatto aperte due soluzioni: “Ci metteremo d’accordo su una modalità e sono fiduciosa che troveremo l’accordo anche su questo. Si può fare l’accordo come fa la destra e scegliere che guida chi prende un voto in più alle elezioni. Oppure ci sono altre modalità, come le primarie a cui sono disponibile”.

L’ipotesi del ‘voto in più’, va da sé, significa di fatto che la leader sarà lei, a meno di imprevedibili e improbabili sorpassi del Movimento 5 stelle sul Pd alle elezioni. Ma in casa democratica, di fatto, si ragiona già sui gazebo, si parla di ottobre-novembre – voto anticipato permettendo – e i ‘tecnici’ sono già al lavoro per gestire una corsa con più candidati ‘veri’ che finora non c’è mai stata. Perché è chiaro che un conto sono primarie per incoronare un leader che è già stato scelto e accettato da tutti i partner della coalizione, altra cosa è una sfida vera, con l’incognita di milioni di elettori ai gazebo.

“Le primarie le abbiamo portate noi in Italia, sappiamo come farle”, chiosa un parlamentare dem. Innanzitutto, questa volta dovrebbe essere previsto un ballottaggio, perché ragionevolmente i candidati saranno più di due e non è affatto scontato che qualcuno superi il 50%. Oltre a Schlein e Conte si sono già fatti avanti Ernesto Ruffini e Alessandro Onorato e anche Matteo Renzi aveva assicurato che ci sarebbe stato un candidato della ‘Casa riformista’. Con il ballottaggio si potranno costruire accordi a tavolino tra i candidati, con patti di convergenza a favore di chi dovesse arrivare all’eventuale secondo turno. Un meccanismo che dovrebbe, almeno sulla carta, evitare sorprese.

Silvia Salis si è tirata fuori dalle primarie, per ora, e Dario Franceschini è andato personalmente a sincerarsi delle intenzioni della sindaca di Genova. Ma l’ex ministro dei Beni culturali non si è limitato a questo, raccontano che da settimane sta sondando tutti i potenziali ‘sfidanti’ per la leadership, come Giuseppe Sala e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, così come si starebbe dando da fare per capire le intenzioni dei riformisti più insofferenti come Graziano Delrio, per assicurarsi che non ci siano uscite dal Pd. Ci sono poi i rumors incontrollati su possibili ‘papi stranieri’, come quelli su Franco Gabrielli, o ipotesi di ‘ federatori’ come Pier Luigi Bersani e la stessa Salis che, a quanto pare, avrebbe spiegato proprio all’ex ministro di essere contraria alle primarie, ma senza escludere una sua disponibilità per il ruolo di ‘federatrice’.

Un tourbillon che rischia di sfuggire di mano, se non gestito con accortezza. Anche per questo padri nobili come Romano Prodi e Walter Veltroni hanno suggerito di non cominciare dalle primarie, ma dalla costruzione della coalizione e del programma. Un percorso che dovrebbe aiutare a incanalare nella direzione giusta spinte che altrimenti rischiano di diventare centrifughe. La Schlein, appunto, fissa intanto un paletto chiaro: no ai ‘federatori’, dice cercando di restringere il campo a due sole ipotesi. La partita è appena iniziata, ma molto dipenderà anche da quello che deciderà di fare Giorgia Meloni sulla legge elettorale e sulla prosecuzione della legislatura.

Mps, Cda revoca le deleghe a Lovaglio, sospeso dalle mansioni di DG

Roma, 25 mar. (askanews) – Dopo tre lunghi giorni di riunioni, il Consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena ha rotto gli indugi e comunicato la revoca delle deleghe a Luigi Lovaglio, dopo che lo stesso è stato ricandidato alla carica di amministratore delegato nella lista della Plt Holding, concorrente con la lista dello stesso Cda. Inoltre “con decorrenza immediata” ne ha anche deliberato “la sospensione dalle mansioni coperte in qualità di Direttore Generale”.

Secondo quanto riporta un comunicato diffuso in serata, il Cda, riunitosi sotto la presidenza di Nicola Maione, si è mosso dopo aver effettuato “i necessari approfondimenti anche con l’ausilio di autorevoli consulenti esterni”.

Il Cda ha avocato “a sè tutti i relativi poteri” delle deleghe. Infine, “ai sensi delle vigenti disposizioni statutarie, la gestione delle attività ordinarie, nel periodo intercorrente tra la data odierna e la prossima Assemblea dei Soci (convocata per il 15 aprile-ndrt) chiamata, tra l’altro, alla nomina del nuovo Consiglio di Amministazione, viene assegnata al Vice Direttore Generale Vicario Maurizio Bai, così garantendo la piena continuità delle attività della Banca”, conclude la nota.

Nuova riunione Fi, malumori su decisione Tajani su congressi regionali

Roma, 25 mar. (askanews) – Nuova riunione oggi alla sede di Forza Italia in via in Lucina con il vicepremier e leader Antonio Tajani, i coordinatori regionali e responsabili di settore, e i ministri azzurri. Si tratta del secondo incontro nel giro di 24 ore per analizzare la sconfitta al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia e programmare le prossime iniziative.

Mentre tra Montecitorio e Palazzo Madama si attendevano le dimissioni di Daniela Santanchè da ministra del Turismo, Tajani ha dovuto convocare una nuova riunione perché, secondo quanto riferito da fonti parlamentari, l’incontro di ieri con i capigruppo, la presidente della consulta, i vicesegretari e i responsabili della campagna referendaria ha suscitato diversi malumori. Soprattutto perché sugellato da una nota in cui si annunciava l’avvio dei congressi regionali immediatamente tra aprile e maggio e il congresso nazionale tra un anno a Milano. Insomma una cavalcata verso la riconferma degli attuali vertici come se nulla fosse successo, come se il sogno di Berlusconi di separare le carriere non si fosse infranto sotto il peso di milioni di voti.

Una linea che stride, ha fatto notare qualcuno, con l’attivismo della premier Giorgia Meloni che ha reagito alla sconfitta pretendendo un repulisti che ha portato da Delmastro a Santanchè passando per Bartolozzi. Tajani, viene riferito da chi era presente alla riunione, ha fatto una breve analisi del voto e ha sottolineato come nelle città particolarmente popolose Fi non vada bene e sia necessario un rilancio. Quindi ha ribadito quella che in molti definiscono una vera e propria “fissazione” per i congressi regionali. “Sta trasformando un partito berlusconiano leggero – è la critica di un esponente forzista – nel partito dei tesserati, un partito stile prima repubblica”. Quindi padroni delle tessere, correnti interne, tutte cose per cui il Cavaliere provava orticaria.

Con i congressi regionali alle porte, il tema politico del rilancio di Fi passerà in secondo piano, è stata la critica di chi invece spinge per una riflessione su quel rinnovamento chiesto a più riprese da Marina Berlusconi. “Per due mesi parleremo solo di congressi che sono laceranti, lasciano vincitori e sconfitti, e questo non aiuta”. Di fronte alle critiche Tajani ha ribadito che il partito è contendibile, che è giusto fare tutti i percorsi che portano al congresso nazionale del prossimo anno dove lui ha intenzione di ricandidarsi a segretario nazionale.

Resta aperta l’analisi del voto al Sud dove bisogna capire, sollecitano in diversi, come mai in Basilicata, in Calabria e in Sicilia, tre regioni guidate da governatori di Fi, si è perduto malamente. Domani intanto Tajani ha convocato la segreteria nazionale del partito.

Calcio, Coppa d’Africa, Senegal al Tas per vittoria del Marocco

Roma, 25 mar. (askanews) – Il Tribunale Arbitrale dello Sport ha confermato di aver ricevuto il ricorso del Senegal contro la decisione della Confederazione Africana di Calcio che, a due mesi dalla finale, ha ribaltato il risultato assegnando la vittoria a tavolino al Marocco nella Coppa d’Africa.

Nel comunicato ufficiale il Tas spiega che verrà nominato un collegio arbitrale che dovrà pronunciarsi sul caso e che successivamente sarà fissato un calendario procedurale. Al momento non è ancora stata stabilita una data per l’udienza e non è possibile indicare le tempistiche della decisione.

Secondo quanto reso noto dallo stesso Tribunale, la federazione senegalese ha chiesto la sospensione dei termini per la presentazione dell’atto di appello fino alla pubblicazione delle motivazioni complete della decisione della Caf. Il ricorrente avrà comunque venti giorni per depositare le proprie argomentazioni giuridiche, mentre la controparte disporrà di altri venti giorni per presentare la replica.

La vicenda nasce dalla finale disputata lo scorso 18 gennaio, vinta sul campo dal Senegal dopo una gara segnata da proteste e tensioni nel finale. Due mesi dopo la Confederazione africana ha però deciso di ribaltare il risultato assegnando il titolo al Marocco, una scelta che ha portato ora la federazione senegalese a rivolgersi al Tas.

Il tentativo di resistere poi la nota ‘risentita’, l’addio di Santanchè

Roma, 25 mar. (askanews) – La vicenda di Daniela Santanchè si chiude alle 18.11, con una nota del ministero del Turismo che annuncia le dimissioni della ministra. Il comunicato chiude quindi la questione, dopo quasi 24 ore di ‘resistenza’ alla richiesta di passo indietro che era stata pubblicamente fatta ieri sera dalla premier Giorgia Meloni. Ma i toni della nota, molto ‘risentiti’, mostrano quanto il braccio di ferro tra le due – dietro le quinte – sia stato duro.

“Cara Giorgia – si legge – ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione”. Santanchè spiega a chiare lettere di aver voluto “che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo” e che per “la mia onorabilità”, “faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio”.

Ieri Meloni e Santanchè avevano avuto un colloquio telefonico – definito come ‘acceso’ – in cui, privatamente, la presidente del Consiglio le aveva chiesto di farsi da parte. E la ministra, nel comunicato, ammette che “bruscamente” le aveva detto no a “una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio”. Inoltre le sue dimissioni vuole che siano “separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’onorevole Delmastro che pure paga un prezzo alto”. “Chiarito questo non ho difficoltà a dire ‘obbedisco’ e a fare quello che mi chiedi” senza però nascondere “un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento”.

Il comunicato arriva al termine di una giornata in cui si sono susseguite polemiche, ricostruzioni, voci. Santanchè è arrivata questa mattina al ministero, dove aveva in programma una serie di incontri. Poi, intorno alle 15, ha lasciato l’ufficio in auto e da quel momento se ne sono perse le tracce. Una zona d”ombra’ che lascia spazio a ricostruzioni più o meno fantasiose: “Si dimette oggi”, “No, vuole resistere fino all’ultimo”, i commenti che si registravano nei capannelli in Transatlantico, oggi particolarmente affollato per il Question Time con i ministri Nordio, Piantedosi e Tajani. Da Fratelli d’Italia, però, si ostentava, fin dal mattino, la sicurezza che il passo indietro sarebbe arrivato in giornata: le dimissioni sono “scontate”, diceva Giovanni Donzelli.

Anche perchè, nel frattempo, la novità è che tutte le opposizioni unite avevano presentato prima alla Camera e poi al Senato una mozione di sfiducia (la quarta) nei confronti della ministra. E a Montecitorio, nella conferenza dei capigruppo, avevano ottenuto – senza trovare alcuna resistenza da parte della maggioranza – una calendarizzazione rapida: discussione da lunedì con probabile voto mercoledì. “Abbiamo facilitato il lavoro della premier”, ironizzava la dem Chiara Braga. “Proviamo a fare quello che Meloni non riesce a fare, convincere la sua ministra, fedelissima del presidente del Senato, a dimettersi”, ha rincarato sullo stesso tasto Riccardo Ricciardi (M5S). Certo il passaggio in Aula, dopo la richiesta di dimissioni di Meloni, sarebbe stato imbarazzante. “Credo che non sarà necessario”, auspicava nel pomeriggio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Alla fine così è stato.

Il tentativo di resistere poi la nota ‘risentita’, l’addio di Santanchè

Roma, 25 mar. (askanews) – La vicenda di Daniela Santanchè si chiude alle 18.11, con una nota del ministero del Turismo che annuncia le dimissioni della ministra. Il comunicato chiude quindi la questione, dopo quasi 24 ore di ‘resistenza’ alla richiesta di passo indietro che era stata pubblicamente fatta ieri sera dalla premier Giorgia Meloni. Ma i toni della nota, molto ‘risentiti’, mostrano quanto il braccio di ferro tra le due – dietro le quinte – sia stato duro.

“Cara Giorgia – si legge – ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione”. Santanchè spiega a chiare lettere di aver voluto “che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo” e che per “la mia onorabilità”, “faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio”.

Ieri Meloni e Santanchè avevano avuto un colloquio telefonico – definito come ‘acceso’ – in cui, privatamente, la presidente del Consiglio le aveva chiesto di farsi da parte. E la ministra, nel comunicato, ammette che “bruscamente” le aveva detto no a “una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio”. Inoltre le sue dimissioni vuole che siano “separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’onorevole Delmastro che pure paga un prezzo alto”. “Chiarito questo non ho difficoltà a dire ‘obbedisco’ e a fare quello che mi chiedi” senza però nascondere “un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento”.

Il comunicato arriva al termine di una giornata in cui si sono susseguite polemiche, ricostruzioni, voci. Santanchè è arrivata questa mattina al ministero, dove aveva in programma una serie di incontri. Poi, intorno alle 15, ha lasciato l’ufficio in auto e da quel momento se ne sono perse le tracce. Una zona d”ombra’ che lascia spazio a ricostruzioni più o meno fantasiose: “Si dimette oggi”, “No, vuole resistere fino all’ultimo”, i commenti che si registravano nei capannelli in Transatlantico, oggi particolarmente affollato per il Question Time con i ministri Nordio, Piantedosi e Tajani. Da Fratelli d’Italia, però, si ostentava, fin dal mattino, la sicurezza che il passo indietro sarebbe arrivato in giornata: le dimissioni sono “scontate”, diceva Giovanni Donzelli.

Anche perchè, nel frattempo, la novità è che tutte le opposizioni unite avevano presentato prima alla Camera e poi al Senato una mozione di sfiducia (la quarta) nei confronti della ministra. E a Montecitorio, nella conferenza dei capigruppo, avevano ottenuto – senza trovare alcuna resistenza da parte della maggioranza – una calendarizzazione rapida: discussione da lunedì con probabile voto mercoledì. “Abbiamo facilitato il lavoro della premier”, ironizzava la dem Chiara Braga. “Proviamo a fare quello che Meloni non riesce a fare, convincere la sua ministra, fedelissima del presidente del Senato, a dimettersi”, ha rincarato sullo stesso tasto Riccardo Ricciardi (M5S). Certo il passaggio in Aula, dopo la richiesta di dimissioni di Meloni, sarebbe stato imbarazzante. “Credo che non sarà necessario”, auspicava nel pomeriggio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Alla fine così è stato.

Cartoons On The Bay 2026: torna la Portfolio Review

Roma, 25 mar. (askanews) – Torna a Cartoons On The Bay 2026 la Portfolio Review, rinnovata e potenziata per offrire ancora più opportunità di incontro e crescita: più postazioni disponibili, un giorno in più e un’estensione degli orari per favorire un confronto ancora più ricco tra artisti e professionisti del settore.

L’appuntamento è all’AURUM di Pescara nelle giornate di giovedì 28, venerdì 29 e sabato 30 maggio, in uno spazio pensato per mettere in connessione giovani creativi e aziende dell’animazione, sempre più alla ricerca di nuovi talenti da inserire nei propri team.

La Portfolio Review rappresenta un’occasione concreta per mostrare il proprio lavoro, ricevere feedback qualificati e avviare nuove collaborazioni all’interno dell’industria.

Aziende e artisti interessati possono candidarsi compilando i moduli disponibili ai link sottostanti entro e non oltre il 30 aprile 2026:

Form artisti: https://forms.gle/6AtSLtF2RHGzt4eBA Form aziende: https://forms.gle/DdZ1caKoMy3mwBKw7

Mef: balzo energia alza incertezza e rischi al ribasso sulla crescita

Roma, 25 mar. (askanews) – “Il recente forte rialzo dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche, riconducibile alla crisi in Medio Oriente, accresce l’incertezza sulle prospettive di crescita, con rischi al ribasso più pronunciati nell’eventualità di una continuazione e aggravamento del conflitto”. Lo afferma il ministero dell’Economia nell’ultimo documento sul programma di emissione dei titoli di Stato per il secondo trimestre del 2026.

“Le previsioni macroeconomiche del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) dei primi di ottobre saranno aggiornate nel Documento di Finanza Pubblica, che sarà pubblicato in aprile – si legge – incorporando l’impatto degli shock più recenti”.

Beretta pronta a salire al 30% di Ruger ma chiede esenzione da poison pill

Roma, 25 mar. (askanews) – Beretta è pronta a lanciare un’offerta sul 20% del capitale della statunitense Sturm Ruger Co, per salire fino al 30%. Ma con un comunicato, chiede alla società, di cui è già primo azionista con una quota di quasi il 10%, la rimozione della cosiddetta “Poison Pill”.

A conferma di precedenti indiscrezioni di Stampa, la holding che controlla la storica casa armaiola italiana, che detiene un 9,95% del capitale di Sturm Ruger & Co Inc riferisce di aver inviato una lettera al Cda dell’emittente riguardo a una possibile offerta per il 20,05% delle azioni che ancora non detiene a un prezzo unitario di 44,80 dollari.

L’offerta è interamente in contanti e rappresenta un premio di circa il 20% rispetto alla media dei passati due mesi. “Beretta è stata chiara sul suo proposito di fare un investimento più rilevante”, tuttavia “si attende una esenzione dalla poison pill”. Negli scambi pomeridiani sul Nasdaq il titolo Sturm Ruger & Co balza del 6,82% a 43,52 dollari.

Il gruppo italiano precisa che “contrariamente a quanto asserito in alcune rappresentazioni, Beretta Holding non può essere considerato un concorrente diretto della Ruger nel mercato statunitense”, data la diversa tipologia di prodotti su cui è maggiormente attiva. (fonte immagine: Beretta)

13enne accoltella prof, Novara: uso coltelli rivela carenza educativa

Roma, 25 mar. (askanews) – “L’episodio di violenza perpetrato da un alunno di 13 anni ai danni di una professoressa a Trescore Balneario non ha alcuna legittimità né giustificazione e proprio per questo è necessario cercare di capire seriamente che cosa sta succedendo. Per prima cosa, è evidente che le misure repressive, punitive e restrittive messe in campo negli ultimi anni non solo non stanno funzionando, ma in alcuni casi stanno addirittura peggiorando la situazione. Lo vediamo anche da fenomeni nuovi e inquietanti, come la presenza dei coltelli nella vita dei ragazzi e delle ragazze, qualcosa che fino a poco tempo fa non era nemmeno pensabile”: è il commento dell’autorevole pedagogista e fondatore del CPP, Daniele Novara, che interviene così sull’episodio di violenza avvenuto all’istituto comprensivo “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove una docente è stata accoltellata da uno studente di terza media.

“Resto dell’idea che la scuola debba essere pensata come un ambiente di apprendimento nel quale l’insegnare a vivere sia l’obiettivo primario. Invece, incredibilmente, stiamo assistendo a un ritorno al puro insegnamento delle materie con zaini sempre più pesanti di nozionismo e una pressione valutativa e classificatoria che finisce per svalutare la scuola come comunità educante. Il compito fondamentale dovrebbe essere ben diverso: insegnare a stare con gli altri, sviluppare relazioni sociali, saper gestire conflitti e contrarietà”, ha proseguito il pedagogista. “Altrimenti rimane sono la militarizzazione delle scuole. È questo che vogliamo? Io mi auguro di no, perché significherebbe tornare a periodi della nostra storia che non possiamo e non dobbiamo ripetere”.

“Il gravissimo fenomeno dei ragazzi che girano con il coltello, che pur essendo una minoranza non può essere sottovalutato, segnala una preoccupante carenza educativa: da un lato sul versante paterno, la cui figura sembra sempre meno educativa, dall’altro su quello che definisco competenza conflittuale, cioè la capacità di stare nelle divergenze senza trasformarle in minacce o violenza. Ed è proprio questa competenza che la scuola può e deve fornire attraverso adeguati percorsi educativi. Pensare invece alla scuola come a un luogo di rieducazione carceraria, arrivando magari a introdurre metal detector all’ingresso, è un vicolo cieco. Non solo non risolve il problema, ma rischia di aggravarlo”, ha concluso Novara.

“Women e Direttive Europee”: opportunità di cambiamento per le imprese

Roma, 25 mar. (askanews) – Le nuove Direttive Europee su Trasparenza Retributiva di Genere, Organismi di Parità e Governance Societaria sono state al centro del Forum “Impresa, Trasparenza e Autorità per la parità: Women e Direttive Europee” che nello spazio Europe Experience – David Sassoli a Roma ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee, del mondo associativo e delle imprese, per un confronto sulle principali evoluzioni del quadro normativo con l’entrata in vigore della direttiva 2023/970 il prossimo 7 giugno.

“Sarà importante capire adesso, e questo è il vulnus, come le fonti di diritto europee saranno recepite dal legislatore italiano – ha spiegato Florinda Scicolone, responsabile Pari Opportunità AIGI e vice-presidente vicaria AITRA – Come giuristi sappiamo che le normative sono importanti, però nel tema pari opportunità sono strumenti per accendere il cambiamento”.

L’iniziativa – che si è svolta nel giorno dell’anniversario del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (25 marzo 1957) ed è stata inaugurata da un video della vice-presidente del parlamento europeo Antonella Sberna – è stata promossa da Associazione Italiana Giuristi d’Impresa (AIGI) e Associazione Italiana Trasparenza e Anticorruzione (AITRA) – in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia e il patrocinio della Commissione Europea.

“La parola d’ordine sarà la trasparenza. Cioè le donne avranno il diritto di sapere quanto guadagnano i loro colleghi maschi, nel caso di differenze superiori o pari al 5%, potranno chiedere al loro datore di lavoro di giustificare questa differenza ed eventualmente di correggerla, in caso di violazione di questo principio l’azienda potrà essere sanzionata, lo prevede la direttiva”, ha spiegato Carlo Corazza Direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia.

Il divario retributivo di genere in Europa si attesta ancora attorno al 12%. Questa direttiva rappresenta una sfida importante, mentre i giuristi dovranno accompagnare le imprese nell’interpretazione e nell’attuazione delle nuove regole europee:

“La cosa che ci preme sottolineare anche come giuristi d’impresa – ha spiegato Giorgio Martellino, presidente AIGI – Noi abbiamo già degli aspetti regolamentati, pensiamo al tema della pay transparency, abbiamo comunque ad esempio i contratti collettivi, che magari in Europa, in alcune nazioni, non vengono considerati. In realtà nel nostro caso potrebbero confliggere con la nostra contrattualistica collettiva nazionale”.

“Per quanto riguarda il Women on Boards, noi abbiamo già da diversi anni la legge Golfo-Mosca, che prevede la quota di genere nei cda, anche lì dobbiamo capire come la direttiva impatterà”, ha aggiunto Martellino.

“Si deve capire che questo contribuirà alla competitività dell’impresa, perché se le pari opportunità si vedono sempre e solo come un favore alle donne non si arriva mai da nessuna parte”, ha concluso Scicolone.

Alla giornata hanno partecipato autorevoli esponenti del mondo associativo, professionale, accademico, imprenditoriale, tra cui Massimo Salza (Unindustria), Cinthia Pinotti( Presidente Aggiunto Onorario Corte dei Conti) Marcello Bianchi (Assonime), Giuseppe Catalano (Segretario del CdA di Assicurazioni Generali e Presidente emerito AIGI), Marco Giorgino (Politecnico di Milano e Presidente di Nedcommunity), Domenica Lista (Segretario del CdA di Leonardo S.p.A.) Wanya Carraro ( Vice Presidente Vicaria Aigi), insieme a posizioni apicali delle funzioni legali, HR e compliance di primarie realtà aziendali.

L’evento si è svolto con il patrocinio della Commissione europea, di Unindustria e di Nedcommunity.

Iran, mons. Martinelli (Sud Arabia): raid continui, difesa molto forte

Roma, 25 mar. (askanews) – “Negli Emirati Arabi Uniti gli attacchi sono ancora numerosi” e “più volte, sia durante il giorno sia di notte riceviamo gli allarmi sul telefonino che invitano a metterci al riparo. Tuttavia, finora la difesa è stata molto forte, ha respinto praticamente tutti gli attacchi”: a parlare ad askanews è monsignor Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale.

“La situazione dipende molto dalle diverse zone – racconta -. Negli Emirati Arabi Uniti gli attacchi sono ancora numerosi. Più volte, sia durante il giorno sia di notte riceviamo gli allarmi sul telefonino che invitano a metterci al riparo. Tuttavia, finora la difesa è stata molto forte, ha respinto praticamente tutti gli attacchi. Per questo, sebbene ci sia timore, c’è anche molta fiducia nella protezione da parte delle autorità locali. Non abbiamo particolari indicazioni se non quella di evitare incontri troppo affollati. Le nostre chiese sono sempre rimaste aperte e dopo i primi giorni, la gente è tornata a frequentare le celebrazioni come sempre, anzi, in certi casi anche più numerosa. Il catechismo è stato spostato online per evitare l’assembramento di bambini e genitori nei locali delle parrocchie”.

“In Oman, invece – prosegue il vicario apostolico – gli attacchi sono stati sporadici e non ci sono altre indicazioni. Lo Yemen al momento non sembra essere coinvolto, ma si deve tenere conto che il paese si trova in uno stato di grave povertà a causa della guerra civile iniziata oltre dieci anni fa. Spero vivamente che rimanga totalmente fuori da questo nuovo conflitto”.

“Questa guerra all’inizio ha lasciato tutti molto turbati – ribadisce mons. Martinelli – perché è stata chiara fin da subito la gravità della situazione e la possibilità di un allargamento del conflitto, senza poter individuare rapide via di uscita. Il fatto che praticamente tutti i paesi del Golfo e del Medio Oriente siano coinvolti rappresenta una situazione inedita ed estremamente pericolosa”.

“Ovviamente questa guerra ha delle radici antiche e differenziate. Tuttavia, è del tutto chiaro che un nuovo equilibrio non potrà mai nascere dalla guerra. Come ha sottolineato molto bene il Santo Padre – prosegue nella sua analisi il vicario apostolico – dalle vicendevoli minacce non nasce una pace duratura. Solo la via del dialogo e della diplomazia può portare a soluzioni significative. Niente può sostituire la pazienza dell’incontro, del dialogo e il lavoro della diplomazia per trovare nuovi equilibri tra le diverse componenti del conflitto”.

“Penso che per arrivare alla pace occorra che tutti tornino a guardare al bene dei popoli, alla vita della gente che deve affrontare il peso della vita quotidiana. Le ideologie che guidano le guerre – ribadisce – non tengono conto della realtà quotidiana della gente comune. Se ripartiamo dalla realtà dalla vita quotidiana, troveremo anche una strada per nuovi equilibri tra i Paesi”.

Mons. Martinelli rivela di essere “in contatto con i responsabili dei diversi dicasteri della Santa Sede a cui i nostri vicariati apostolici fanno riferimento. Abbiamo ricevuto messaggi e lettere molto confortanti – dice – che ci sostengono in questi momenti. Sappiamo che il Papa prega per noi, come lui stesso ha assicurato nella preghiera dell’Angelus e nelle diverse occasioni. Papa Leone XIV nelle sue prime parole dopo la sua elezione ha invitato alla pace e ha affermato: ‘Il male non prevarrà’. Lo crediamo fermamente. Anche in questo momento drammatico”.

Preghiera e vicinanza della chiesa ai suoi fedeli. “Subito, la sera del 28 febbraio, ho inviato un messaggio a tutti i nostri fedeli, invitandoli alla calma e alla solidarietà. Soprattutto – risponde mons. Martinelli – li ho invitati a essere uniti nella preghiera, specialmente il Rosario per la pace. Mi ha sorpreso che molti abbiano risposto in modo generoso e creativo. Diverse parrocchie e gruppi hanno organizzato la preghiera del rosario online, con una forte partecipazione delle famiglie. Vedo inoltre con gioia che le persone sono vicino le une alle altre, si aiutano nelle difficoltà. Abbiamo promosso anche alcuni incontri di preghiera a livello del Vicariato. Soprattutto mi ha commosso l’incontro online che abbiamo fatto per i ragazzi – i più spaventati dal conflitto. Oltre mille ragazzi tra 14 e 18 anni si sono collegati per fare le loro domande al vescovo su come vivere questi giorni difficili. Abbiamo parlato, pregato, cantato, è stato un momento di profonda connessione spirituale e umana”.

Una Pasqua diversa quella di quest’anno, per via del conflitto. “Le parrocchie stanno riorganizzando gli orari delle messe. Non sarà possibile in molti casi utilizzare gli spazi esterni, per motivi di sicurezza in caso di allarmi, e lo spazio all’interno è limitato. Anche per questo – spiega il vicario – sarà aumentato il numero di Messe e celebrazioni, per evitare assemblee troppo affollate e permettere la partecipazione di tutti. Infatti, le nostre chiese si riempiono oltre misura durante le grandi festività del Natale e della Pasqua”.

“Da un punto di vista spirituale, la vita delle parrocchie continua normalmente con le iniziative quaresimali – sottolinea – momenti di ritiro spirituale, confessioni e colloqui personali con i sacerdoti. La nostra comunità è composta esclusivamente di migranti e tutti sentiamo l’insicurezza del momento presente. La fede ci aiuta a non fuggire dalla realtà, ma a trovare un fondamento più profondo per continuare il cammino, per affrontare i problemi con coraggio nella solidarietà, aiutandoci a vicenda. Celebrare la morte e risurrezione di Cristo vuol dire celebrare una speranza più forte del male e della morte; vuol dire che l’ultima parola sulla storia dell’umanità non sarà mai la violenza ma la misericordia e la pace. Nella Settimana Santa vogliamo celebrare questa speranza”.

Di Serena Sartini

Calcio, Gattuso: "E’ la partita della vita"

Roma, 25 mar. (askanews) – Alla vigilia della semifinale playoff per il Mondiale 2026 contro l’Irlanda del Nord, il commissario tecnico Gennaro Gattuso carica l’Italia e non nasconde il peso della sfida. “Ho un Paese sulle spalle, è la gara più importante della mia carriera da allenatore”, ha dichiarato a Sky Sport, sottolineando come la squadra arrivi all’appuntamento “carica e con la giusta tensione”.

Clima positivo nel ritiro di Coverciano, ma con la piena consapevolezza della posta in palio. “Sono stati giorni intensi ma belli, con grande atmosfera. Sappiamo tutti cosa ci giochiamo”, ha spiegato il Ct, evidenziando la necessità di un equilibrio tra testa e gambe: “Servono entrambe. Loro fanno poche cose, ma con grande convinzione: bisogna essere forti mentalmente, saper soffrire e poi colpire con velocità negli ultimi metri”.

Sul fronte formazione restano da sciogliere alcuni dubbi, a partire dalle condizioni di Alessandro Bastoni, in bilico tra panchina e maglia da titolare. “Vedremo, va dato merito a chi stringe i denti e si mette a disposizione”, ha spiegato Gattuso, citando anche il lavoro differenziato svolto da Gianluca Scamacca.

In conferenza stampa il Ct ha ribadito l’importanza dell’approccio mentale: “Voglio pensare positivo, ma bisogna annusare il pericolo. Loro credono in ogni pallone”. Poi una battuta sull’insonnia pre-partita: “Ringrazio i dottori, altrimenti alle 4.30 sono già sveglio”.

Gattuso ha inoltre confermato che, in caso di rigori, il primo tiratore sarà Mateo Retegui: “Li abbiamo provati, tutti hanno tirato. Siamo pronti anche a questa eventualità”. E sullo spirito da portare in campo: “Vorrei vedere lo stesso atteggiamento di Jannik Sinner”.

Infine, uno sguardo al passato per chiuderlo definitivamente: “Non pensiamo agli spareggi precedenti, li ho ben presenti. Se Jorginho segna all’Olimpico siamo al Mondiale. Ma quello è il passato, ora conta solo domani”.

La ministra Daniela Santanchè si è dimessa

Roma, 25 mar. (askanews) – La ministra del turismo, Daniela Santanchè, ha rassegnato il suo incarico e si è dimessa. In una lettera inviata alla presidente del consiglio e che è stata resa nota spiega: “Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione. Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del turismo”.

“Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta. Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio”. Così scrive Daniela Santanchè in una inviata lettera alla presidente del consiglio e con la quale ha rassegnato il suo incarico da ministra del turismo.

“Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata sia dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro
espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio”.

“Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato
l’onorevole Del Mastro che pure paga un prezzo alto. Chiarito questo non ho difficoltà a dire ‘obbedisco’ e a fare quello che mi chiedi”, continua Santanchè. “Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento”. Poi: “Cari saluti. Daniela”.

Giappone-Cina, la rivalità sul mare entra in una nuova fase

Roma, 25 mar. (askanews) – La competizione marittima tra Giappone e Cina sta entrando in una fase più strutturale, nella quale non è più in gioco soltanto la disputa sulle isole contese Senkaku/Diaoyu, ma il controllo del Mar cinese orientale, la tenuta del fianco sudoccidentale giapponese e la capacità di reagire a un’eventuale crisi su Taiwan senza lasciare a Pechino l’iniziativa strategica. La riorganizzazione della Forza marittima di autodifesa giapponese, entrata in vigore il 23 marzo con la nascita della nuova ‘Fleet Surface Force’, è il segnale più recente di questo cambio di fase: Tokyo la presenta come un adeguamento tecnico all’ambiente di sicurezza, ma in realtà essa riflette una trasformazione più profonda del modo in cui il Giappone pensa la guerra sul mare, la deterrenza e il rapporto con la Cina.

La novità più visibile è la scomparsa della storica ‘Fleet Escort Force’, il comando che per circa 65 anni ha costituito il cuore della marina giapponese. Al suo posto nasce una forza di superficie unificata, accompagnata da un nuovo comando per la guerra informativa. Nel briefing di ieri, il capo di stato maggiore delle Forze di autodifesa marittima ammiraglio Akira Saito ha spiegato che lo scopo è costruire una struttura capace di sostenere ‘alta rapidità e alto volume di attività’ sotto un comando integrato, migliorando insieme il processo decisionale e la risposta alle nuove forme di conflitto, comprese disinformazione e guerra cognitiva. In parallelo, dal marzo 2025 è operativo anche il nuovo Comando congiunto delle Forze di autodifesa, pensato proprio per rendere più fluida l’integrazione tra domini terrestre, navale, aereo, cyber e spaziale.

Dietro il lessico burocratico c’è però una scelta militare molto netta. La nuova architettura concentra le unità di superficie in gruppi più grandi e più densi, invece che in pacchetti relativamente più autonomi, così da permettere a Tokyo di generare con maggiore elasticità forze navali ad hoc per missioni diverse: pattugliamento, difesa delle isole sudoccidentali, scorta, guerra antisommergibile, contromisure mine, supporto anfibio. Già nelle analisi pubblicate prima del varo, il riassetto veniva descritto come un modo per centralizzare il comando di navi di superficie, dragamine e altre unità, aumentando la prontezza operativa e la capacità di sostenere impieghi prolungati. E’ un modello più adatto a uno scenario di confronto continuo con la Cina che a una semplice marina di presenza costiera.

Il punto centrale della riforma è che il Giappone non sta più organizzando la propria marina attorno al solo concetto di difesa dell’arcipelago, ma attorno alla possibilità di operare in un teatro più ampio e molto più contestato. La trasformazione delle due unità classe Izumo, la Izumo e la Kaga, in piattaforme in grado di operare con gli F-35B è il simbolo di questa svolta. Nell’ottobre 2024 la Kaga ha effettuato al largo della California le prime prove di appontaggio con F-35B statunitensi, mentre i documenti del ministero della difesa registrano il dispiegamento dei primi F-35B giapponesi sulla base di Nyutabaru nell’agosto 2025. Senza chiamarle formalmente portaerei, Tokyo si sta dunque dotando di una capacità di aviazione imbarcata che il Giappone non aveva più avuto dalla seconda guerra mondiale e che accresce in modo significativo la profondità operativa della marina nipponica.

Questo salto di qualità va letto insieme al mutamento strategico ufficiale del Giappone. La Strategia di sicurezza nazionale del 2022 definisce la Cina ‘la più grande sfida strategica senza precedenti’ per la sicurezza del paese e collega esplicitamente la stabilità dello Stretto di Taiwan alla sicurezza dell’intera regione. Nei documenti di bilancio per il 2026, il ministero della difesa afferma che l’ambiente strategico è diventato ‘sempre più grave e rapidamente più duro’, rivendica di avere anticipato già al 2025 il raggiungimento del livello del 2% del Pil nella spesa per la difesa e indica come priorità capacità di attacco a distanza, impiego di sistemi senza pilota, resilienza logistica e comando integrato. In questa cornice, la riforma navale non è un provvedimento isolato ma parte di un più ampio riarmo funzionale alla deterrenza contro Pechino.

La competizione, del resto, è già quotidiana. Il Libro blu diplomatico 2025 del Giappone afferma che nel 2024 le navi della guardia costiera cinese sono entrate 39 volte nelle acque territoriali attorno alle Senkaku e sono state presenti per 355 giorni nella zona contigua, il massimo mai registrato. Tokyo descrive la situazione come ‘grave’, sottolineando che dal maggio 2020 le unità cinesi hanno ripetutamente cercato di avvicinarsi ai pescherecci giapponesi nell’area. Il 3 maggio 2025, inoltre, un elicottero decollato da una nave della guardia costiera cinese ha violato lo spazio aereo territoriale giapponese attorno alle isole, provocando una protesta formale del governo nipponico. E’ proprio questa miscela di presenza continua, pressione amministrativa e dimostrazione di forza sotto soglia a definire la nuova normalità del Mar cinese orientale.

Per Tokyo il problema è che la Cina non sta cercando necessariamente uno scontro frontale, ma un lento logoramento del controllo giapponese. In un’inchiesta Reuters di gennaio, funzionari e pescatori descrivono il dilemma di un governo che da un lato vuole continuare a mostrare la propria presenza intorno alle Senkaku, dall’altro teme che anche un piccolo incidente con la guardia costiera cinese possa degenerare rapidamente. Alcuni pescatori giapponesi sono stati discretamente invitati a evitare l’area proprio per non innescare una spirale incontrollabile. E’ un dettaglio rivelatore: quando uno Stato arriva a limitare la normale attività civile in un’area che considera propria, significa che la zona grigia è già diventata un problema strategico.

In questo senso il riassetto della marina giapponese ha anche una funzione geografica precisa. Il nuovo gruppo anfibio, ricondotto sotto il comando di superficie, è destinato a lavorare in stretto coordinamento con la forza anfibia terrestre per la difesa della catena delle Nansei, l’arco di isole che da Kyushu si allunga verso Taiwan. E’ un’area decisiva perché sta a cavallo della prima catena di isole, la barriera naturale che Pechino vuole superare per proiettare la propria potenza nel Pacifico. Non a caso il ministero della difesa giapponese segnala che la marina cinese ha ormai oltrepassato con regolarità la ‘first island chain’ e intensificato le attività fino alla seconda, mentre i ministri della difesa di Tokyo e Washington hanno appena ribadito che l’espansione della presenza congiunta nel sudovest del Giappone è una delle priorità più alte dell’alleanza.

Il nesso con Taiwan è dunque evidente, anche se Tokyo continua a calibrarlo con cautela diplomatica. Il governo giapponese insiste sul fatto che non sta abbandonando la propria linea ufficiale, che riconosce la politica dell”Unica Cina’, ma l’intero dispositivo militare viene ormai modellato per resistere a uno scenario in cui una crisi nello Stretto si allarghi rapidamente alle acque e allo spazio aereo che circondano il Giappone. Missili a lungo raggio, rafforzamento del comando congiunto, capacità portaerei leggere, cooperazione più stretta con gli Stati uniti, attenzione alle operazioni mine e alla difesa delle isole remote: tutto converge verso la stessa ipotesi di lavoro, ossia che una crisi su Taiwan e la pressione cinese nel Mar cinese orientale non possano più essere trattate come dossier separati.

Anche sul piano politico il deterioramento è ormai visibile. Reuters ha riferito che nella bozza del Libro blu diplomatico 2026 il Giappone intende eliminare la definizione del rapporto con la Cina come ‘uno dei più importanti’, limitandosi a descriverla come ‘vicino importante’. La modifica arriva dopo mesi di forte irrigidimento, sullo sfondo di tensioni attorno a Taiwan, controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare e pressioni economiche e diplomatiche reciproche. Non è un semplice aggiustamento lessicale: è il riconoscimento che la rivalità con Pechino non è più congiunturale, ma strutturale, e che il mare è il luogo dove questa rivalità si manifesta con maggiore continuità.

Per questo la riforma della marina giapponese va letta oltre la dimensione organizzativa. Il Giappone sta cercando di passare da una postura essenzialmente reattiva, basata su pattugliamento e protesta diplomatica, a una postura capace di sostenere deterrenza, presenza avanzata e operazioni multidominio in un confronto lungo e intermittente con la Cina. Pechino, dal canto suo, continua a usare guardia costiera, navi militari, ricognizione e pressione costante per erodere gradualmente il margine operativo di Tokyo senza arrivare alla guerra aperta. È questa la vera natura della competizione marittima tra i due paesi: non uno scontro improvviso, ma una prova di resistenza strategica, nella quale ogni riforma di comando, ogni pattugliamento e ogni incidente attorno alle Senkaku contribuiscono a ridefinire gli equilibri del Pacifico occidentale.

Il Premio "LaPodstar 2026" all’autrice di "Finché arriveremo a Gaza"

Roma, 25 mar. (askanews) – A vincere LaPodstar 2026, riconoscimento italiano dedicato ai podcast ideati e condotti da donne assegnato alla Fabbrica del Vapore, è stata Patrizia Dall’Argine con il podcast “Finché arriveremo a Gaza”, un racconto potente e immersivo della partecipazione alla Global March to Gaza: una mobilitazione internazionale nata dal basso che diventa narrazione di resistenza civile, un progetto che porta l’ascoltatore dentro un viaggio collettivo fatto di fatica, speranza e coraggio, restituendo voce a chi ha scelto di non restare indifferente.

“Grazie a Podstar per questo importante riconoscimento, che è anche stimolo per continuare a fare ciò che più amiamo. Per chi vive di storie, raccontare è un atto di restituzione, responsabilità e cura. Finché arriveremo a Gaza – ha dichiarato la vincitrice – racconta un movimento di migliaia di persone da 54 Paesi che scelgono di agire contro l’immobilismo dei governi e la violazione del diritto internazionale. È un racconto di umanità prima ancora che di cronaca”.

Nato nel 2023, il Premio LaPodstar punta a contrastare la sottorappresentazione femminile nel podcasting e creare nuove opportunità di visibilità e crescita professionale. Un dato basta a fotografare il problema: in Italia solo il 22% dei podcast nella Top 100 è condotto da donne. L’edizione 2026 ha raccolto 65 candidature e coinvolto una giuria di professioniste del settore – autrici, produttrici e podcaster – che hanno valutato i progetti per impatto sociale, qualità narrativa e originalità editoriale.

“I media non raccontano solo il mondo: lo modellano. E quando le donne restano ai margini, non è solo un problema di rappresentazione, ma di accesso reale alle opportunità. Nel podcasting questo si traduce in meno visibilità, meno investimenti e meno possibilità di crescita. Ed è un paradosso – ha affermato Ester Memeo, fondatrice di Podstar e direttrice artistica del Festival del Podcasting – perché i dati dimostrano che le voci femminili funzionano: il 79% delle donne si coinvolge di più quando si riconosce nella conduttrice e quasi il 50% ha una percezione migliore dei brand che investono in podcast femminili. In un mercato in cui le donne guidano fino all’80% delle decisioni d’acquisto, continuare a non dare loro spazio non è solo ingiusto: è miope”.

Il premio è stato consegnato nell’ambito dell’evento “Tutte Abbiamo Voce”, promosso da Diana De Marchi, presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano. All’incontro hanno partecipato anche l’on. Anna Ascani e una rappresentanza di podcaster italiane ed europee provenienti da Belgio, Spagna e Regno Unito.

L’iniziativa è sostenuta da Acast e Radio24, con il patrocinio di Assipod.org e Asseprim.

Famiglia del bosco da La Russa, la madre: sempre rispettate le leggi

Roma, 25 mar. (askanews) – “Dopo mesi di completo silenzio Nathan e io vogliamo esprimere la nostra sincera gratitudine a chiunque ci ha sostenuto in questi giorni lunghi e profondamente difficili pieni di dolore e tristezza per i nostri bambini”. Comincia così la dichiarazione rilasciata da Catherine Birmingham, la mamma della cosiddetta “famiglia nel bosco”, all’uscita da Palazzo Giustiniani, dove insieme col marito Nathan Trevallion è stata ricevuta in una visita privata dal presidente del Senato Ignazio La Russa.

“Abbiamo scelto l’Italia perché aveva gli stessi valori con cui volevamo crescere i nostri bambini, famiglia, amore, stare insieme, vivere e mangiare in maniera naturale e più di tutto una esistenza piena di amore e pace in cui le persone si aiutano a vicenda”, ha continuato, citando i figli al momento ancora allontanati dalla famiglia e accolti in una struttura per decisione del Tribunale di minori.

“Abbiamo vissuto in pace e armonia nel rispetto delle leggi dello Stato e della Costituzione non abbiamo mai fatto male ai nostri bambini, mai privati dei loro bisogni o abbiamo mai fatto male ai nostri vicini, al nostro Comune e alla terra in cui viviamo”, ha aggiunto.

Commemorazione Bossi in aula alla Camera, Fontana: seppe smuovere coscienze

Roma, 25 mar. (askanews) – E’ iniziata nell’aula della Camera la commemorazione di Umberto Bossi, fondatore della Lega, scomparso il 19 marzo scorso. Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha tenuto un breve discorso, ricordando di aver dedicato proprio a Bossi la sua elezione a Montecitorio, prima di chiedere all’assemblea di osservare un minuto di silenzio.

“Non dimenticò mai le sue origini”, dando “voce alle istanze dei territori spesso inascoltate” ha detto Fontana, con la voce incrinata dall’emozione ricordando la capacità di Bossi “di mobilitare le masse e smuovere le coscienze”. Dopo il silenzio l’applauso dell’aula.

Famiglia del bosco al Senato: qui per dire nostra verità, grazie Italia

Roma, 25 mar. (askanews) – “Quello che siamo venuti a offrire qua oggi è la nostra verità e il continuo impegno ad essere quei genitori responsabili rispettosi e amorevoli che siamo e con questa verità, nel dolore più insopportabile, siamo venuti qua a chiedere di essere ascoltati e a chiedere di essere di nuovo una famiglia, la nostra famiglia”. Così Catherine Birmingham, la mamma della cosiddetta “famiglia nel bosco”, all’uscita da Palazzo Giustiniani, dove insieme col marito Nathan Trevallion è stata ricevuta in una visita privata dal presidente del Senato Ignazio La Russa.

“Il nostro sincero e sentito ringraziamento al presidente del Senato italiano per averci ricevuto e sostenuto con grande umanità, siamo davvero profondamente grati a lui e tutta l’Italia nella sua bontà e nel suo amore”, ha detto in una dichiarazione in inglese rilasciata all’esterno di Palazzo Giustiniani. “Grazie di cuore”, ha concluso in italiano.

Governo,sfiducia a Santanché lunedì in aula alla Camera ma Fdi attende dimissioni oggi

Roma, 25 mar. (askanews) – In Fratelli d’Italia le dimissioni di Daniela Santanchè sono ritenute “scontate” (Giovanni Donzelli), per alcuni parlamentari di alto rango addirittura sarebbero già state messe sul tavolo ma saranno comunicate solo al rientro di Giorgia Meloni da Algeri, nel tardo pomeriggio. Sicuramente l’obiettivo, come ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, è non arrivare a discutere la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni che è stata calendarizzata a partire da lunedì: “Penso non sarà necessaria”, ha detto Ciriani in transatlantico.

Oggi le opposizioni hanno ottenuto, senza alcuna resistenza da parte di governo e maggioranza, che fosse calendarizzata rapidamente la discussione e il voto sulla loro mozione. Uscendo dalla riunione della capigruppo la dem Chiara Braga ironizza: “Abbiamo facilitato il lavoro della premier”. “Proviamo a fare quello che Meloni non riesce a fare, convincere la sua ministra, fedelissima del presidente del Senato, a dimettersi. Ci chiediamo dove sia la forza della presidente Meloni”, ha rincarato sullo stesso tasto Riccardo Ricciardi (M5S).

In un modo o nell’altro, si va dunque verso una soluzione della vicenda della ministra del Turismo Daniela Santanchè, che si trascina, tra indagini che la coinvolgono, quasi dall’inizio della legislatura e che, sul piano politico, ha registrato una accelerazione dopo che ieri la premier ha diffuso una nota in cui le ha chiesto di fare un passo indietro.

Santanché, lunedì mozione di sfiducia. Ma Fdi attende le dimissioni oggi

Roma, 25 mar. (askanews) – In Fratelli d’Italia le dimissioni di Daniela Santanchè sono ritenute “scontate” (Giovanni Donzelli), per alcuni parlamentari di alto rango addirittura sarebbero già state messe sul tavolo ma saranno comunicate solo al rientro di Giorgia Meloni da Algeri, nel tardo pomeriggio. Sicuramente l’obiettivo, come ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, è non arrivare a discutere la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni che è stata calendarizzata a partire da lunedì: “Penso non sarà necessaria”, ha detto Ciriani in transatlantico.

Oggi le opposizioni hanno ottenuto, senza alcuna resistenza da parte di governo e maggioranza, che fosse calendarizzata rapidamente la discussione e il voto sulla loro mozione. Uscendo dalla riunione della capigruppo la dem Chiara Braga ironizza: “Abbiamo facilitato il lavoro della premier”. “Proviamo a fare quello che Meloni non riesce a fare, convincere la sua ministra, fedelissima del presidente del Senato, a dimettersi. Ci chiediamo dove sia la forza della presidente Meloni”, ha rincarato sullo stesso tasto Riccardo Ricciardi (M5S).

In un modo o nell’altro, si va dunque verso una soluzione della vicenda della ministra del Turismo Daniela Santanchè, che si trascina, tra indagini che la coinvolgono, quasi dall’inizio della legislatura e che, sul piano politico, ha registrato una accelerazione dopo che ieri la premier ha diffuso una nota in cui le ha chiesto di fare un passo indietro.

Mondadori presenta offerta per acquisire l’editoria scolastica di Hoepli

Milano, 25 mar. (askanews) – Mondadori ha presentato un’offerta per l’acquisizione del ramo d’azienda relativo all’editoria scolastica di Hoepli. L’annuncio arriva a due settimane dalla decisione dell’assemblea della storica casa editrice milanese di mettere in liquidazione la società “all’esito di una sofferta e approfondita riflessione sulla situazione complessiva della società”.

Oggi la notizia del gruppo di Segrate che ha presentato “al liquidatore, nominato lo scorso 10 marzo dall’assemblea dei soci di Hoepli, un’offerta per l’acquisizione del ramo d’azienda relativo all’editoria scolastica della storica casa editrice italiana”. Eventuali ulteriori sviluppi, fanno sapere da Mondadori, saranno oggetto di comunicazione al mercato.

Nordio: nessuna ragione per cui mi debba dimettere

Roma, 25 mar. (askanews) – “Le dimissioni del ministro della giustizia dipendono, quando devono essere date, da ragioni di opportunità e non soltanto per ragioni formali. E da tutta una serie di considerazioni che in questo momento, con fondamentale la fiducia del Governo e della presidente del Consiglio è stata riconfermata . Quindi non c’è nessuna ragione per cui io mi possa dimettere”. Lo ha detto il ministro della giustizia, Carlo Nordio, parlando al question time della Camera.

Centrosinistra, Schlein: disponibile a primarie, se sceglieremo di farle

Roma, 25 mar. (askanews) – Elly Schlein è certa che il centrosinistra troverà un accordo sulle primarie e sul programma, ma chiede a tutta la coalizione di lavorare per “coinvolgere anche le milioni di persone che hanno votato ‘no’ al referendum’. La leader Pd lo ha detto parlando alla stampa estera. “Sono molto fiduciosa che, come abbiamo sempre fatto, troveremo un accordo su tutto”.

Innanzitutto, ha spiegato, “sulle modalità per costruire il programma dell’alternativa. Chiederò ai miei colleghi di non fare questo lavoro da soli, ma di trovare il modo per coinvolgere anche le milioni di persone che sono andate a votare qualche giorno fa”. E’ imperativo “non disperdere questa mobilitazione”. Bisogna pensare anche a “un grande appuntamento nazionale fatto insieme”.

Dopodiché “ho sempre detto che sarò disponibile a qualunque modalità, comprese le primarie se sceglieremo queste”.

Governo,Donzelli: Meloni non si fa logorare, rimossi ostacoli ad azione governo

Roma, 25 mar. (askanews) – “Giorgia Meloni non è una che si lascia logorare, governa perché vuole governare e fare delle scelte, se ci sono situazioni che rallentano o creano ostacoli all’azione di governo si rimuovono. Siamo chiamati non a scaldare la poltrona ma a dare risposte agli italiani”. Lo ha detto Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fdi, intercettato dai cronisti davanti a Montecitorio.

Delmastro e Bartolozzi, ha precisato, “non sono teste che cadono, è spiacevole come definizione, sono persone con alto senso delle istituzioni che hanno offerto le proprie dimissioni. Nel caso di Delmastro le aveva anche date ben prima ci fosse il risultaro del referendum”.

“Non credo Meloni abbia bisogno di dimostrazioni di forza”, ha sottolineato. E a chi gli chiedeva perché Nordio non si fosse dimesso, Donzelli ha risposto: “Che c’entra Nordio? Sono questioni diverse che avevano intralciato l’attività di governo, la riforma Nordio è una riforma che avevamo promesso agli italiani in campagna elettorale, abbiamo rispeettato la parola data. Si dovrebbe dimettere chi promette e poi fa l’opposto”.

“Non ci sono ripercussioni, scossoni nel governo. Meloni, parlando con alcune persone, ha scelto di dare un segnale chiaro alla nazione che è quello di non rimanere a governicchiare, siamo stati votati dagli italiani per fare alcune cose, le abbiamo fatte, la riforma costituzionale prevede il voto dei cittadini, si sono espressi e se c’è qualcuno che può ostacolare il dovere verso gli italiani viene rimosso”, ha osservato. “Il governo va avanti su quanto promesso agli italiani. Non è disponibile a rimanere abbarbicato alla poltrona in condizioni di continue critiche, quindi rimuove gli ostacoli che possono complicare la vita e l’attività del governo”, ha concluso.

Aziende farmaceutiche USA in Italia, ruolo strategico per il sistema-Paese

Roma, 25 mar. (askanews) – Le imprese farmaceutiche statunitensi rivestono un ruolo di rilievo nel tessuto produttivo e scientifico italiano, contribuendo alla ricerca clinica, all’innovazione e allo sviluppo dell’intero settore. L’impatto economico generato nel 2024 sul territorio è stimato in circa 6,3 miliardi di euro, con un effetto occupazionale complessivo pari a quasi 22.600 addetti; con quasi 180 milioni di investimenti in Ricerca & Sviluppo si conferma anche il ruolo di primo piano delle farmaceutiche USA nella ricerca clinica nel nostro Paese. L’Italia è dunque considerata una localizzazione vantaggiosa, anche se permangono criticità strutturali – soprattutto regolatorie ed amministrative – che limitano l’attrattività del Paese. È quanto fotografa una ricerca realizzata dalla Luiss Business School e promossa dalla Camera di Commercio americana su un campione rappresentativo di aziende.

Matteo Caroli, Associate Dean for Sustainability and Impact Luiss Business School: “Evidenzia il ruolo assolutamente centrale delle imprese americane in Italia nell’innovazione. Basta dire un dato: circa il 50% della ricerca clinica, degli investimenti in ricerca clinica in Italia, nel 2023-2024, sono stati realizzati dalle imprese americane. L’Italia è sempre stata un paese rilevante nella ricerca anche perché si riconosce l’eccellenza di molti nostri centri di ricerca, di molti nostri studiosi, ma la competizione è diventata molto più forte. Questa è una fase veramente di transizione, in cui occorre rafforzare in maniera decisiva i fattori di attrattività del Paese per gli investitori internazionali in ricerca e innovazione”.

Simone Crolla, Managing Director American Chamber of Commerce in Italy: “In questo paper cerchiamo di lavorare per promuovere delle ulteriori innovazioni che facilitino un ulteriore afflusso di questi investimenti americani, che comunque proiettano l’Italia nel mercato mondiale dell’innovazione farmaceutica. AmCham fa questo lavoro da 110 anni. Gli Stati Uniti sono il primo investitore straniero nel nostro Paese e la prima destinazione dei nostri investimenti e merci al di fuori dell’Unione Europea. Quindi c’è una simbiosi totale su quello che vuol dire investimenti e creazione del valore”.

Per il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, quella delle farmaceutiche degli Stati Uniti è “una presenza significativa” in Italia e merita perciò “un approccio sistemico” da parte del Ministero, aspetto che sarà affrontato anche nel Testo unico della legislazione farmaceutica.

Santanchè, Donzelli: do per scontato che ministro ascolti indicazioni premier

Roma, 25 mar. (askanews) – “Meloni si è espressa. Normalmente, come sempre, e accadrà anche in questo caso, un ministro ascolta le indicazioni e le richieste del premier. Non so tempi e modi, do per scontato”. Lo ha detto il responsabile organizzazione di Fdi, Giovanni Donzelli, intercettato dai cronisti davanti a Montecitorio e rispondendo alla domanda sulla posizione che terrà la maggioranza rispetto alla mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni nei confronti della ministra Santanchè.

Fdi, Donzelli: mie dimissioni? Non mi risulta ma sono a disposizione

Roma, 25 mar. (askanews) – “Magari, ditemi dove firmo, sono a disposizione”. È la risposta ironica di Giovanni Donzelli ai giornalisti che gli domandano chiarimenti sulle indiscrezioni secondo cui sarebbe stato chiesto anche a lui di dimettersi da responsabile organizzazione di Fdi. “Io lo faccio volentieri con spirito di sacrificio ma è una cosa impegnativa, per me nessun problema, io sono già onorato di tutte le cose che faccio ma non avrei alcun problema, non mi risulta ma ditemi dove firmo così posso dedicare più tempo all’attività del Copasir e all’aula”, ha aggiunto.

Centrosinistra, Schlein: il Pd continuerà ad essere testardamente unitario

Roma, 25 mar. (askanews) – Elly Schlein intende unire le opposizioni continuando “come abbiamo fatto dal primo giorno del mio mandato. Puntando sulle grandi questioni costituzionali che ci uniscono: la battaglia per la salute pubblica, le questioni della scuola, il lavoro dignitoso e le politiche industriali,i diritti”. La segretaria Pd lo ha detto parlando alla stampa estera. “Sono tutte questioni che ci hanno permesso di far crescere in maniera unita e compatta il Pd, ma anche di ricostruire una coalizione progressista”.

Dunque, “continueremo su questa strada testardamente unitaria. Anche perché sono più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono”.

Sumud Flotilla, a Civitavecchia corteo e preparativi Spring Mission

Roma, 25 mar. (askanews) – La Global Sumud Flotilla salperà dai porti italiani nel corso del prossimo mese: 100 barche, 50 delegazioni da tutto il mondo con l’obiettivo – fanno sapere gli organizzatori in un comunicato – non solo di rompere l’assedio illegale e portare aiuti umanitari ma anche di condurre a Gaza medici, costruttori, educatori e altre figure fondamentali per la vera ricostruzione della Striscia, e denunciare con forza il piano coloniale della “riviera di Gaza” e del “Board of Shame”.

Il 29 marzo nella darsena del Porto di Civitavecchia, gli attivisti “daranno il benvenuto e il buon vento” a una della barche della Flotilla che si prepara a salpare per Gaza dove gli uomini, le donne e i bambini continuano a morire non solo per le bombe e i proiettili ma anche per la mancanza di cibo, di acqua, di medicine. Insieme agli attivisti e alle attiviste della Global Sumud Flotilla ci sarà il movimento degli studenti palestinesi in Italia che il 29 marzo commemora lo Yom al-Ard, il Giorno della Terra, che ricorda gli avvenimenti del 30 marzo 1976.

In programma domenica 29 marzo quindi un corteo a Civitavecchia per celebrare il Giorno della Terra e sostenere la missione della Global Sumud Flotilla.

Appuntamento alle 11 in Piazza Guglielmotti per la partenza del corteo e alle 11.30 conferenza stampa presso la Darsena Romana nel Porto di Civitavecchia. Intervengono: Maria Elena Delia portavoce GSF/GMTG Italia, equipaggio della Flotilla, Maya Issa del Movimento Studenti Palestinesi in Italia, Global Movement to Gaza Italia, Prof. Giovanni Testa, presidente del Circolo Nautico, Riccardo Petrarolo, rappresentante portuali USB del Porto di Civitavecchia, e altri.

Al termine dell’incontro con la stampa, l’imbarcazione lascerà il porto in direzione Marina di Civitavecchia dove il corteo terminerà la propria marcia all’incirca per le 13.30

Dalle 15 sessione di interventi in Piazza Fratti, con la moderazione di Francesca Incardona, che presenterà lo studio di cui è coautrice “Gaza. Giornalisti e sanitari: vittime collaterali o bersagli?. Al dibattito parteciperanno membri degli Equipaggi di Mare (Paolo De Montis e Silvia Severini) e di Terra (Francesca Putini e Marco Faiola), il rappresentante USB Porto di Civitavecchia Riccardo Petrarolo e il fotografo palestinese Hazim Madi. Interverranno: Maria Elena Delia per GSF, Maya Issa del Movimento degli studenti palestinesi in Italia; Vera Pegna, traduttrice, attivista e scrittrice; Valentina Micheli, giurista; Ludovico Lamarra e Franco Pietropaoli, musicisti de Il Muro del Canto; Dr.ssa Simona Mattia della rete nazionale Digiuno Gaza; i portavoce di Emergency, Amnesty e Open Arms; Diana Agostinello per CGIL Roma e Lazio; rappresentante del Coordinamento docenti di Viterbo; Prof.ssa Marta Malaguti, Coordinamento docenti di Civitavecchia; Cinzia Leoni dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università; Simona Ricotti e Mathias Mancin per Supporto Global Sumud Flotilla.

Rai 3: tra coraggio, solidarietà e bellezza il 29 marzo torna "O Anche No"

Roma, 25 mar. (askanews) – “O Anche No”, il programma di inclusione sociale, disabilità e diritti fondamentali, torna in onda su Rai 3 domenica 29 marzo, a partire dalle ore 10.20 circa e in replica lunedì notte alle ore 1 circa.

Paola Severini Melograni è all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro (PD), dove incontra Franco Mutinelli, direttore del Centro Nazionale IAA. Al centro dell’approfondimento l’importanza degli interventi assistiti con gli animali e il progetto Ra.So – Radici di Solidarietà, che valorizza il ruolo educativo e sociale delle aziende agricole locali, integrando la relazione con gli animali nei percorsi di benessere e salute.

Mario Acampa va alla scoperta del Castello Gamba, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Châtillon. Nel 1904 il barone Gamba fece costruire questa residenza per sé e per la moglie, che soffriva di zoppia, e proprio per agevolarla nelle attività quotidiane fece installare il primo ascensore della Valle d’Aosta. Oggi il castello rappresenta un vero e proprio simbolo di cultura accessibile.

Riccardo Cresci racconta la storia di Lorenzo e della sua coraggiosa famiglia, che ha dovuto fare i conti con una presenza silenziosa ma costante: la malattia genetica di Huntington. Ad accompagnare questo racconto, la testimonianza di Barbara D’Alessio, presidente e direttore esecutivo LIRH – Lega Italiana Ricerca Huntington, e Ferdinando Squitieri, direttore scientifico LIRH.

“O Anche No” inoltre sarà al Parco dei Gasometri di Bovisa, un luogo del Politecnico di Milano nato per offrire spazi di aggregazione e benessere alla comunità, dove lo sport e l’inclusione diventano strumenti di partecipazione e crescita condivisa.

Infine, le rubriche: Vedere Oltre a cura di Daniele Cassioli, In forma con Ivan e Viola Cottini, Il lavoro è di tutti con Nina Daita, La posta del cuore di Daniela Iannone, I Disegni di Stefano Disegni e la musica dei Ladri di Carrozzelle. O Anche No è un format di Paola Severini Melograni, scritto con Eugenio Giannetta, Giulia Sarlo e Valeria Zanatta, regia di Gabriele Mammarella, realizzato con la collaborazione di Rai per la Sostenibilità e Rai Pubblica Utilità.

Meloni: rafforziamo la cooperazione e il flusso di gas dall’Algeria

Algeri, 25 mar. (askanews) – L’Italia e l’Algeria hanno “deciso di rafforzare la nostra solidissima cooperazione” nel settore del gas “anche lavorando su nuovi fronti come ocean gas e l’off shore e questo consentirà di rafforzare il flusso di gas”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante le dichiarazioni congiunte con il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune.

“L’amicizia tra le nostre nazioni – ha aggiunto – costituisce in un tempo come questo, in cui l’instabilità è crescente e le certezze diminuiscono, una delle straordinarie certezze su cui contare”.

“Italia e Algeria – ha sottolineato – si sono date una mano tante volte e ognuna c’è stata per l’altra nel momento del bisogno”.

Un labirinto di relazioni: gli spazi sociali di Rirkrit Tiravanija

Milano, 25 mar. (askanews) – Spazi di relazione, che uniscono le dimensioni dell’arte e della vita attraverso la componente della socialità, arrivando in fine a cambiare radicalmente l’idea stessa della pratica artistica. Pirelli HangarBicocca a Milano ospita nelle sue navate una importante retrospettiva del lavoro di Rirkrit Tiravanija, grande figura dell’arte relazionale, a partire dalla sua ricerca architettonica e spaziale.

“Il mio lavoro – ha detto l’artista ad askanews – è in realtà una piattaforma per molte persone. È come avere un tavolo da cucina molto grande, dove il tavolo è semplicemente un luogo in cui tutte le persone possono riunirsi, sedersi e cenare insieme, parlare, bere, stare insieme. Quindi, in realtà, io sto solo creando un tavolo, e la cosa importante è che le persone vi si siedano”.

Il grande tavolo c’è in mostra, così come ci sono molti ambienti, compresa una ricostruzione della casa di Tiravanija stesso all’interno dello spazio del Cubo di HangarBicoca, che cambiano la percezione del luogo espositivo, la trasformano in un altrove. Intitolata “The House That Jack Built”, la mostra, curata da Lucia Aspesi e Vicente Todolì, è costruita anche intorno a un grande intrico di percorsi misteriosi delimitati da tende arancione.

“Volevo partire dall’idea di come decostruire questo grande spazio – ha aggiunto l’artista – per questo ho creato una sorta di grande labirinto, che effettivamente è basato sul labirinto del film ‘Shining’ di Stanley Kubrick, quello che si trova fuori dall’hotel, dove Jack, il protagonista, insegue sua moglie. Quindi in un certo senso sto anche giocando con il titolo della mostra, sto giocando con il protagonista, ma anche con l’idea di andare in luoghi che non conosciamo”.

E se il labirinto è chiaramente una soglia di mistero, che instilla una potenziale dose di sottile inquietudine nel visitatore, il percorso lo porta invece a ritrovare azioni e realtà quotidiane, come mangiare, dormire o giocare e, in questo modo, a rivedere se stesso attraverso lo specchio dell’interazione con gli altri e con gli spazi dove questa avviene.

In tanti anni di esposizioni in Pirelli HangarBicocca si era visto raramente un intervento capace di cambiare così tanto la percezione dell’enorme forma e dimensione dello spazio espositivo. Ci era riuscita la mostra dedicata a Juan Munoz, memorabile, sembra riuscirci anche oggi il progetto di Tiravanija, con strumenti diversi, ma con lo stesso sorprendente risultato finale: non sapere più dentro cosa ci stiamo muovendo, e quindi, per estensione, essere anche più liberi. E questa è una straordinaria possibilità offerta dall’arte.

Del Fante: con Tim proiettare Italia verso futuro più tecnologico

Roma, 25 mar. (askanews) – “L’offerta pubblica di acquisto e scambio su Tim rappresenta una naturale evoluzione di un dossier avviato cinque anni fa insieme al Direttore Generale Giuseppe Lasco. Abbiamo fatto il primo investimento un anno fa, quindi possiamo dire di esserci fidanzati con Tim. Adesso siamo fermamente convinti che il matrimonio sia il prossimo passo, e quindi abbiamo proposto a tutti gli azionisti di Tim di venire a bordo dell’iniziativa di Poste” ha affermato Matteo Del Fante, Amministratore Delegato di Poste Italiane, in un’intervista rilasciata al TG Poste. L’AD ha ricordato che il gruppo ha avviato lo studio dell’offerta già diversi anni fa e ha aggiunto: “Due aziende storiche e iconiche come Poste Italiane e Tim, unite, possono proiettare il sistema Italia verso un futuro che sta diventando ogni giorno sempre più tecnologico. Vogliamo essere – ha concluso Del Fante – l’abilitatore della trasformazione tecnologica, delle abitudini degli italiani, persone fisiche, delle imprese, della pubblica amministrazione”.

Poste Italiane, Lasco al TG Poste: nostra strategia non cambia

Roma, 25 mar. (askanews) – “La nostra strategia è una e unica: investire sulle nostre persone. Con il Dottor Del Fante, in ogni occasione, ringraziamo i nostri colleghi: se oggi siamo arrivati a questo è anche e soprattutto grazie a loro, alla capacità, alla motivazione che hanno sempre dimostrato in questi anni di fare squadra, di fare sistema e di portare i risultati” ha spiegato il Direttore Generale di Poste Italiane, Giuseppe Lasco, in un’intervista rilasciata al TG Poste. “Continueremo a investire sulle persone. In questi anni abbiamo assunto circa 40mila persone, un ricambio generazionale importantissimo. Abbiamo portato in casa tantissimi giovani, su 40 mila il 60% sono under 30, si è molto alzato il livello di scolarizzazione con circa il 30% di laureati, l’età media si è abbassata da 51 a 47 anni e oggi il 54% dei nostri dipendenti è donna – ha aggiunto il DG Giuseppe Lasco – Le nostre risorse hanno capito l’investimento che stiamo facendo sulle persone e c’è stata una grande risposta. Stiamo investendo tanto sulla formazione e sul mondo welfare. Al Fondo Sanitario Integrativo hanno aderito tutti i 120 mila colleghi e in 50 mila hanno aderito al nostro progetto welfare. Quando l’operazione con Tim verrà a compimento l’integrazione sarà naturale. Continueremo il nostro processo di investimento sulle persone, daremo il benvenuto ai colleghi di TIM con grande motivazione e cultura professionale. Non faremo altro che continuare sulla nostra strada di fare grandi risultati e di fare grande Poste Italiane”.