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FEDELI ALLA NOSTRA STORIA. GLI IDEALI DELLA DC NON SI COMBINANO CON LE PERICOLOSE AMBIGUITÀ DEI SOVRANISTI.

 

È evidente che il prossimo scontro elettorale avverrà tra una destra dominata dal duo Meloni-Salvini e – si spera – una coalizione elettorale di partiti uniti dalla comune scelta euro atlantica e pronti ad offrire una proposta politico programmatica in grado di rispondere alle attese del terzo stato produttivo e della povera gente. Ora spetterà a Draghi decidere, non di dar vita a un suo partito, ma di accettare la leadership di tale alleanza che lo proporrebbe capolista indicato come capo del governo dopo la verifica elettorale.

 

Ettore Bonalberti

 

 

Ieri ho partecipato in video conferenza alla riunione della direzione nazionale della DC, convocata dal segretario Renato Grassi, in una situazione assai diversa da quella che pensavamo solo alcune settimane prima. La crisi di governo aperta da Conte e dal M5S, cui hanno fatto sponda Salvini e Berlusconi, oltre alle elezioni anticipate di autunno, ha avviato un processo di scomposizione delle forze politiche destinato a non arrestarsi. Di Maio con diversi grillini prima, la Gelmini con Brunetta e Cangini –  pare anche la Carfagna – usciti da Forza Italia, sono antesignani di una deriva che porterà a una diversa ricomposizione delle forze politiche. Abbiamo assistito allo spettacolo “inusuale” di esponenti di centro destra di governo convocati nella casa privata da un signore, il quale, assistito da una gentile compagna, dettava ai suoi adepti la linea. Peccato che a quell’incontro della destra di governo partecipasse anche Lorenzo Cesa, come un cavalier servente, che, ancora una volta utilizza lo scudo crociato per un progetto politico estraneo alla nostra cultura, storia e tradizione politica.

 

È evidente, infatti, che il prossimo scontro elettorale avverrà, com’era prevedibile, tra una destra dominata dal duo Meloni e Salvini e, almeno mi auguro, una coalizione elettorale di partiti uniti dalla comune scelta euro atlantica e pronti ad offrire una proposta politico programmatica in grado di rispondere alle attese del terzo stato produttivo e della povera gente. Alla decomposizione progressiva del M5S e di Forza Italia, anche nella Lega, specie nel Veneto e Friuli, non mancheranno scosse di assestamento, con la pressione di amministratori locali e piccoli e medi imprenditori contrari alla crisi politico istituzionale, che si aggiunge a quella economico sociale derivante da pandemia, inflazione da costi, massimi quelli dell’energia, e timorosi delle conseguenze che tale crisi potrà avere a livello europeo e internazionale per il nostro Paese.

 

Nel mio intervento in direzione ho sostenuto la necessità che la DC non si estraniasse dal processo di scomposizione e ricomposizione in essere, riaffermando le ragioni storiche della nostra scelta euro atlantica. Una scelta che ci dà piena legittimità di concorrere, mantenendo la nostra autonomia, a un’alleanza elettorale euro atlantica insieme agli amici Tabacci, Casini, Renzi, Calenda, Toti, Gelmini, Carfagna. Ho molto apprezzato l’intervento di Casini e Renzi ieri al Senato, entrambi figli della nostra tradizione. Quella che, dopo Yalta, portò De Gasperi alla firma del Patto Atlantico il 4 Aprile 1949 e il 23 Dicembre 1954 al voto per l’adesione dell’Italia all’Unione Europea Occidentale (UEO). Un voto che portò all’espulsione immediata dal partito degli Onn. Mario Melloni (il futuro Fortebraccio dell’Unità) e Ugo Bartesaghi, già sindaco di Lecco dal 1948 al 1954, per aver votato contro quel trattato. Era segretario del partito Amintore Fanfani. Altri tempi e ben altri leader politici! Con la scelta determinante fatta da quattro leader DC europei per l’avvio della CEE: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman, riteniamo di avere tutte le  carte in  regola per concorrere insieme ad altri partiti a tale alleanza elettorale.

 

Ora spetterà a Draghi decidere, non di dar vita a un suo partito, ma di accettare la leadership di tale alleanza che lo proporrebbe capolista indicato come capo del governo dopo la verifica elettorale. È evidente che compito della DC sarà anche quello di offrire alcune idee di programma ispirate dai valori dell’umanesimo cristiano e della dottrina sociale della Chiesa, quali quelli della solidarietà e sussidiarietà. Insomma programma e alleanza elettorale di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista. Una scelta con la quale intendiamo riaffermare la validità della nostra migliore tradizione e concorrere a sconfiggere la linea putiniana che gioca a dividere l’Europa euro-atlantica attraverso la guerra e il ricatto energetico. Una seria verifica andrà compiuta nelle nostre periferie per preparare al meglio le prossime elezioni politiche e indicare una classe dirigente credibile, che assuma il codice etico sturziano come riferimento morale per i propri comportamenti politici e amministrativi.

CRISI DI GOVERNO ED ELEZIONI ANTICIPATE: L’ITALIA SENZA DRAGHI SCIVOLA NELL’INSTABILITÀ. LA DESTRA ANNUSA LA VITTORIA.

Si va al voto con la prospettiva di un successo della coalizione di centro destra. Oggi questo dicono i sondaggi. È stata giusta la linea dell’intransigenza? De Gasperi agì diversamente, ma erano altri tempi. 

Dopo le dimissioni di Draghi si apre lo scenario elettorale più complicato degli ultimi trent’anni o forse più. Il centro destra non è unito, almeno non più di tanto, ma si presenterà unito per ragioni evidenti e molto concrete, fiutando una vittoria che molti danno per scontata; il centro sinistra si ridurrà a un Pd senza alleanze – questa fu la scelta di Veltroni nel 2008 – pronto a giocare la carta del suo rafforzamento in nome dell’alternativa al blocco Meloni-Salvini-Berlusconi e del voto utile; il centro, infine,  prenderà forma all’insegna di un agglomerato ad “alta fedeltà draghiana”, chiamando a raccolta l’elettorato che non si riconosce nel nuovo bipolarismo disegnato baldanzosamente sulla dialettica tra Letta e la Meloni. In ogni caso, i rapporti di forza che usciranno dalle urne potrebbero essere diversi – spes contra spem – da quelli che attualmente registrano i sondaggi.

D’altronde, fino a ieri i sondaggi ci dicevano che la stragrande maggioranza degli intervistati era contro le elezioni anticipate e giudicava positivamente, con una percentuale più bassa ma comunque rilevante, l’operato del governo Draghi. Ora, le tensioni innescate dalla formalizzazione della crisi possono solo rafforzare i timori per quello che appare agli occhi della pubblica opinione un pericoloso sbandamento, lesivo del ruolo e dell’immagine dell’Italia, con riflessi negativi proprio sul terreno della politica europea ed internazionale. Certamente l’uscita di scena di Draghi non è indolore, quale che sia l’opinione politica dei contendenti: le prime reazioni dei mercati suggeriscono di tenere alta la guardia. Un motivo in più, questo, per auspicare un raffreddamento della crisi, delineando un percorso ordinato che collochi le elezioni dentro un quadro di relativa sicurezza.

Sono tutti auspici che possono scontrarsi con la dura realtà. Avere un esecutivo debole – vedremo quale – non corrisponde in alcun modo al bisogno di stabilità del Paese. Si fa presto a lodare l’adamantina coerenza di un “tecnico” che lascia il palcoscenico della politica perché ravvede la gravosità del compromesso e il contraccolpo conseguente sulla sua credibilità personale. Nel discorso di Draghi al Senato è risuonato l’allarme per la disinvoltura di Salvini nei rapporti con Putin. Anche De Gasperi, nel lontano settembre del 1946, dovette misurarsi con l’iniziativa solitaria, non concordata, di Togliatti sulla questione di Trieste. Fu percepita come una rottura della solidarietà tra i partiti di governo. De Gasperi reagì con fermezza, ma gestì la crisi con la dovuta calma: solo dopo 8 mesi, nel maggio del 1947, si determinò alla rottura del tripartito e solo dopo un altro anno affrontò lo scontro decisivo, con le storiche elezioni  del 18 aprile del 1948.

Oggi non abbiamo De Gasperi.

 

L’AGENDA DRAGHI È IL VALORE AGGIUNTO DI UNA NUOVA COALIZIONE CHE SI FA CENTRO NELL’ELETTORATO. 

 

Il voto del Senato – spiega l’autore – segna un perimetro invalicabile nel campo delle forze politiche, ma apre ampi spazi di consenso nei cittadini.

 

Lorenzo Dellai

 

Il Presidente Draghi ha replicato al Senato in maniera telegrafica ed ineccepibile. Aveva chiesto: sono pronti i partiti della maggioranza a riprendere il percorso virtuoso per il Paese?

 

La risposta del M5S, della Lega e di Forza Italia (con l’imbarazzante corollario dei cosiddetti centristi di centro destra) è stata chiara: No.

 

Altrettanto sintetica ed opposta era la mozione presentata dal Presidente Casini: Si.

 

Non mi pare ci sia altro da dire.

 

Chi ha votato la Mozione Casini (assieme a quella larga parte di società civile che in questi giorni si è mobilitata per la stabilità del Governo) e chi si è dissociato pubblicamente dalla scelta fatta dal centro destra inizi subito a preparare la campagna elettorale.

 

Grillini e centrodestra sono responsabili “in solido” dello sfascio che si abbatterà sul Paese nei prossimi mesi. Il voto del Senato segna un perimetro invalicabile nel campo delle forze politiche, ma apre ampi spazi di consenso nei cittadini.

 

Che Draghi sia in campo (magari!) o meno, ciò che occorre ora è una coalizione che assuma la sua Agenda – e forse anche il suo stile – come progetto politico ed elettorale. Per il Paese, questo sarebbe il vero “Centro”, entro il quale i popolari veri non possono mancare.

A VOLTE RIESCE DIFFICILE CONSERVARE L’ORGOGLIO DI ESSERE ITALIANI.

 

Questa nota è stata scritta prima del voto finale al Senato, con la conseguente frantumazione della maggioranza di unità nazionale. L’autore, come si legge, ritiene che alcune considerazioni prescindano dall’esito del confronto parlamentare, tanto sono profonde e gravi. A suo giudizio, in particolare, la crisi italiana è un regalo imbarazzante alla Russia di Putin.

 

Francesco Provinciali

 

Ci sono almeno tre evidenze che si impongono al di sopra di ogni ragionevole dubbio nella bieca, crudele e spietata resa dei conti andata in scena al Senato. Senza contare le lunghe tribolazioni dei giorni scorsi, uno spettacolo veramente indegno e indecoroso orchestrato in modo maldestro ma distruttivo da chi ha voluto – costi quel che costi- questa crisi di governo rovente di una torrida mezza estate.

 

La prima riguarda il merito.

 

Innanzitutto la pervicacia e l’alterigia degli aut-aut, chi più chi meno i partiti hanno inscenato una indegna gazzarra su primazie, veti, preclusioni, anteponendo i propri interessi di una campagna elettorale iniziata con un colpo di mano, al bene del Paese. Fino a votare contro il Governo di cui facevano parte.

 

Da anni i partiti politici non sono il sale della democrazia ma gli esecutori di trame che farebbero impallidire Machiavelli e i Borgia, ponendosi senza remore etiche ai margini del rispetto delle istituzioni e del popolo italiano. Un tempo si poneva la questione morale, ora non fa più parte dell’agenda dei buoni comportamenti.  In questo senso si annidano come una cancrena nelle istituzioni veri e propri traditori della Storia e della Patria: i politici dovrebbero avere una visione diacronica dello Stato, dal Risorgimento alla Resistenza, alla Costituzione. Molti di loro non si capacitano neppure del significato di queste parole.

 

La seconda si riconduce al metodo: una riedizione 4.0 dei torbidi che hanno sempre inquinato la storia dell’uomo laddove hanno prevalso gli interessi personali, le ambizioni smodate, la presunzione di essere l’ombelico dell’universo politico, in ogni contesto, trattativa, persino nel formulare drammatici ultimatum.

 

Mario Draghi è uomo di esperienza internazionale, possiede un curriculum senza eguali, ha dimostrato di governare la politica monetaria europea in modo magistrale, ha espresso doti di competenza tecnica e politica di primordine, intuizioni vincenti, anche nella contingenza epocale della guerra in Ucraina ha saputo porsi come interlocutore non solo italiano ma del mondo libero e occidentale.

 

È paradossale che la dissoluzione per implosione del Movimento 5 Stelle lo abbia condizionato al punto da aprire una crisi deflagrante: ciò sta portando il “grillismo” alla dissoluzione ma il conto lo paga il Paese.

 

I toni ultimativi e minacciosi non si addicono a una compagine che ha nello stesso Governo che vuole affossare suoi rappresentanti. Che esprime anime sideralmente lontane tra loro. Che ci lascia errori e scelte sbagliate compiute proprio dai Governi a guida Conte, basti pensare al reddito di cittadinanza e al Memorandum della via della seta. Dovevano aprire il parlamento come una scatola di sardine, ne saranno espunti fino a lasciare un marginale ricordo del loro passaggio. In cauda venenum si aggiunge anche la Lega con le rivendicazioni dell’ultima ora.

 

La terza evidenza è intuitiva ma qualcuno – a cominciare dal Copasir – dovrebbe approfondirla. Si riferisce alle ingerenze e alla disinformazione pilotate dalla Russia in Europa e in Italia in particolare: siamo un Paese ad alto tasso di penetrazione, che subisce e metabolizza menzogne, distorsioni e pesanti giudizi indebiti.

 

Repubblica online – nella rendicontazione di una giornata caratterizzata dalla tensione altissima in Senato, dopo il discorso di Draghi che ha proposto un nuovo patto di lealtà alle forze politiche – ha tra l’altro riportato questo commento di Mosca rivolto all’Italia: “Cerchi la causa della crisi nei suoi errori”.

 

I politici europei dovrebbero cercare le cause delle crisi interne nei loro “errori” e nella “mancanza di professionalità”. Lo ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in un commento – precisa l’agenzia di stampa Tass – riferito alle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. “Consigliamo ai politici europei di cercare le cause delle loro crisi interne nei loro errori e nella mancanza di professionalità, le cui conseguenze sociali ed economiche sono sempre più avvertite dai cittadini comuni dei Paesi dell’Ue”, ha sostenuto Zakharova. Secondo la portavoce, Di Maio continua a cercare le cause esterne dei problemi politici interni dell’Italia. “Noi stessi siamo sbalorditi dalla potenza della diplomazia russa, stando a quanto suggeriscono i media italiani. Si scopre che i nostri ambasciatori possono cambiare i governi con un paio di chiamate”, ha sottolineato”. Non è necessario consultare i manuali di psicanalisi per capire che il messaggio contiene un avvertimento esplicito niente affatto garbato.

 

Come mai Mosca segue così da vicino le crisi che stanno attraversando i governi europei? Perché non nasconde la speranza che si realizzi un ribaltamento nella guida dei Paesi, come auspicato dal portavoce Peskov: “La crisi è un affare interno all’Italia… ma si auspica un governo non asservito agli USA”.

 

Mentre chiudo questa riflessione si deve ancora votare in Senato: ma l’esito del voto qualunque esso sia non inficia la sussistenza delle tre evidenze che ho posto. Il mondo ci scruta con stupore, abbiamo il miglior leader possibile e lo mettiamo in croce. Mi viene in mente un giudizio di Charles De Gaulle, pesante e irriverente ma spesso avvalorato dai fatti e dai comportamenti umani: “l’Italia non è un Paese povero ma un povero Paese”. A volte mi riesce difficile conservare l’orgoglio di essere italiano.

DRAGHI DAY. AL SENATO CINCINNATO CHIEDE UN NUOVO PATTO. LEGA VICINA ALLA ROTTURA, CONTE GIOCA DI RIMESSA.

 

 

Non ha fatto sconti, né ha eluso i problemi che l’Italia deve affrontare. Il Presidente del Consiglio, nel corso dei 36 minuti del suo intervento a Palazzo Madama, ha rivendicato il valore della unità come unica e vera condizione per rispondere alle tante emergenze e puntare alla rinascita del Paese. Nei giorni scorsi Mattarella aveva fatto capire a tutti, anche all’inquilino di Chigi, che questa è l’ora della responsabilità. La Lega però lancia l’aut aut: nuovo governo senza i 5 Stelle o le elezioni. Conte cerca di rientrare in gioco. Sospesi i lavori, fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che Draghi attenderà il voto sulle risoluzioni parlamentari prima di prendere decisioni.

 

 

Cristian Coriolano

 

La strada si è fatta impervia. Sospesi i lavori, fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che Draghi attenderà il voto sulle risoluzioni parlamentari prima di prendere decisioni. Salvini gioca la carta della radicalizzazione, Conte cerca di sfruttare le contraddizioni per rientrare in gioco. Basta osservare, sul fronte 5 Stelle,  quanto sia stato dialogico il discorso di Licheri. Al contrario, l’intervento di Romeo (Lega) ha rappresentato un vero e proprio aut aut: governo senza i 5 Stelle o voto anticipato (magari anche a febbraio per mettere comunque in sicurezza la legge di bilancio). Sempre a nome della Lega, Calderoli ha presentato una risoluzione che traccia questo spartiacque. Non è piaciuto evidentemente ciò che il Presidente del Consiglio ha detto in mattinata.

 

Vale la pena ricapitolare. Il discorso è stato quello di un Cincinnato che torna sui suoi passi, con una punta di diffidenza e molto orgoglio. Draghi non è Moro, il suo linguaggio è scabro, la sua postura impolitica: anche quando si rivolge direttamente ai senatori pecca di ingiustificato paternalismo. Neppure il richiamo agli italiani, ai sindaci e al personale sanitario, alle categorie produttive, è risuonato con la dovuta eleganza. Un orecchio fine vi ha potuto ascoltare qualche nota di eccessivo autocompiacimento, nonché di predilezione per l’appello diretto al popolo in nome del supremo interesse della nazione. Il rischio è sempre quello di scivolare sul terreno della post-democrazia a motivo della pratica esclusione del ruolo dei partiti, oggi purtroppo indeboliti.

 

In ogni caso, la questione di un nuovo patto per andare avanti è stata posta correttamente. Draghi non ha fatto sconti. È stato pungente e severo verso quanti si sono prodigati a ricavare per sé uno scampolo di libertà pre-elettorale nel corso degli ultimi mesi. Non ha risparmiato critiche a Salvini per le sue disinvolture in politica interna e (soprattutto) estera, non ha concesso a Conte l’onore delle armi visto che anche sul bonus riguardante le ristrutturazioni edilizie cala l’impegno a un’accorta revisione. Nel complesso l’atteggiamento del premier esige una quota di rispetto che cresce ogni qualvolta ci si misura con un certo “manovrismo” delle forze più irresponsabili presenti nello scacchiere politico.

 

A tarda mattinata avevamo annotato quanto segue.

 

Le voci che si rincorrono dicono che Conte e Salvini, per motivi opposti, sarebbero tentati di votare contro. Dei due, però, il secondo ha minori margini di manovra, stretto com’è tra FdI e FI. Ora il dibattito parlamentare accerterà se esistono le condizioni per questo nuovo patto, così da proseguire nel lavoro che attende il governo in vista delle tante scadenze prossime (innanzi tutto quelle relative all’attuazione del Pnrr). Non sono esclusi colpi di coda, ma è difficile immaginare che possa saltare la fiducia verso Draghi e la sua impresa. Interessante sarà leggere l’apporto che il Pd – non ha torto considerato come la “safety car” a disposizione del sistema politico nazionale – saprà dare in questo passaggio delicato. Il sostegno a Draghi, infatti, dovrebbe essere accompagnato da qualche necessaria puntualizzazione, dal momento che si avverte l’urgenza di un riequilibrio nel concepire e praticare la positiva relazione tra governo, parlamento e partiti.

 

Ancora in prima mattina, invece, scrivevamo attorno a impressioni e previsioni che, proseguendo qui nella lettura, conservano il loro significato.

 

 

Si procede a ritmo lento. Discorso del Presidente del Consiglio, interruzione di un’ora, apertura e svolgimento del dibattito e infine votazione: l’andamento dei lavori al Senato, con l’esito della fiducia in serata, fa intendere la volontà di utilizzare appieno la dinamica parlamentare per consentire fino all’ultimo la definizione del compromesso – piccolo o grande si vedrà – necessario a rilanciare l’attività del governo. Il più è fatto, non per accumulo di impegni e decisioni, bensì per semplice consapevolezza del rischio troppo alto di una rottura irreparabile. Mattarella ha fatto capire a tutti, anche all’inquilino di Palazzo Chigi, che questa è l’ora della responsabilità.

 

Letta ha distribuito pillole di ottimismo. Allo sbocciare del “Draghi Day” egli vede l’annuncio di una bella giornata. Si tratta allora di attrarre nell’orbita di questa felice evoluzione il centro destra di governo, benché i suoi leader restino guardinghi in attesa di leggere le carte. Berlusconi e Salvini vogliono vederci chiaro, immaginando di poter ottenere un risultato di chiarezza con l’esclusione dei 5 Stelle o con la loro sostanziale emarginazione. Salvini non disdegna di arrivare al rimpasto di governo, per guadagnare spazi di potere. In ogni caso, Conte esce dalla vicenda con le ossa rotte. Non ha importanza che i sondaggi rassicurino sulla tenuta dei consensi dei pentastellati, quel che vale di più è l’inesorabile declino della proposta politica che il Movimento ha tentato, in modo convulso, di accreditare nel corso degli ultimi dieci anni. In queste ore, per giunta, si rincorrono le voci a riguardo di una nuova scissione.

 

E la Meloni? Sulla richiesta di elezioni anticipate è rimasta sola. Qualcuno ipotizza che l’intransigenza dimostrata possa  rafforzare la credibilità e il peso elettorale del suo partito. Anche questo è da verificare. Intanto Fratelli d’Italia sconta persino la diffidenza degli alleati, poco disposti a cedere alle pretese di un alleato troppo forte per essere accomodante e troppo debole per acquisire l’egemonia sul centro destra. Ora sarà interessante osservare il modo con il quale, da quelle parti, si cercherà di rilanciare la coalizione in vista dell’appuntamento elettorale. Dividersi sul governo e unirsi per il voto non è una rappresentazione esaltante agli occhi della pubblica opinione.

 

Resta da mettere a fuoco la figura di Draghi, l’attore principale. Secondo il prof. Pasquino (v. editoriale sul “Domani” in edicola oggi) egli “è perfettamente consapevole che è stato chiamato a risolvere con le sue competenze, la sua autorevolezza e il suo prestigio internazionale compiti che nessuno dei politici italiani era minimamente in grado di affrontare. All’ombra del governo Draghi quei politici avrebbero dovuto dedicarsi alla rivitalizzazione delle loro organizzazioni e al ripensamento delle loro culture politiche”. Qui s’intravede una connessione, allo stato rimasta incompiuta, la quale in effetti richiede un dinamismo accresciuto. Dunque, il ruolo di Draghi non è e non sarà più, d’ora in avanti, quello del bravo ex Presidente della Bce. L’auspicata conferma della sua leadership, oggi al Senato e domani alla Camera, rafforzerà l’elemento politico che opera sempre alla base di ogni esperienza di governo. Le implicazioni si vedranno a breve.

UNA SCUOLA APERTA A TUTTI.

 

Questa riflessione – maturata durante l’esperienza professionale, prima nella scuola e poi nella giustizia minorile – lavora sulle motivazioni pedagogiche che preludono allo ius scholae, ricordando la lezione di Don Milani e le più aggiornate ricerche di psicolinguistica sul “parlare bilingue” e sul “pensare bilingue”. Dice l’autore: “La scuola accoglie tutti e in questa apertura consiste il senso più importante e significativo del suo essere luogo di educazione”.

 

 

Francesco Provinciali

 

Quando in una classe ci sono bambini e bambine di ogni parte del mondo si avverte quanto grande e importante, forse decisivo, potrebbe essere il significato di quella presenza per il futuro dell’umanità.

 

Dopo la famiglia, la scuola è il luogo della prima socializzazione, cioè dell’apertura di credito alle relazioni interpersonali, ma anche della formazione dell’intelligenza e del carattere e della trasmissione di quei valori di civiltà che possono dare un senso alla nostra vita.

 

C’è una ricchezza straordinaria insita in quel potenziale umano: di menti e di cuori pronti a ricevere buoni insegnamenti, di creature che stanno crescendo e alle quali si può indicare – con l’autorevolezza istituzionale e morale che è implicita nel compito degli educatori – la via del bene affinchè possano trovare poi da sé quella della verità.

 

Sono bambini e bambine che non sanno ancora nulla delle cattiverie e delle malizie del mondo e che non attribuiscono certamente alle culture di provenienza, alle diverse etnie, alle confessioni religiose o al colore della pelle quei significati distintivi e selettivi, a volte di retaggio, che gli adulti solitamente usano quando si rapportano tra di loro.

Il compito più straordinario che attende ogni educatore è quello di formare menti aperte, critiche e libere e questo processo si realizza in modo naturale in un contesto multiculturale.

 

La scuola accoglie tutti e in questa apertura consiste il senso più importante e significativo del suo essere luogo di educazione.

 

Anche da un punto di vista strettamente didattico il melting pot linguistico accelera e favorisce la comprensione e la comunicazione tra persone.

 

E’ infatti risaputo che l’uso e l’arricchimento delle lingue non avviene solo attraverso l’acquisizione di regole sintattiche e grammaticali ma per ‘immersione’, per ‘osmosi’, addirittura per ‘promiscuità, entrando cioè in diretto contatto con l’ambiente culturale e di vita di cui si dovrebbero mutuare gli apprendimenti.

 

La metabolizzazione dei contenuti linguistici avviene quindi più facilmente in un contesto comunicativo aperto e fluente piuttosto che in uno chiuso e separato: nel primo caso gli apprendimenti si realizzano partecipando in forma ‘viva’ e diretta alla socializzazione verbale, nel secondo solo mandando a mente aride nozioni che richiedono di essere poi declinate nell’uso della parola.

 

Le relazioni interpersonali sono uno straordinario agente di facilitazione rispetto alle competenze linguistiche, più di quanto avvenga attraverso la mera trasmissione di nozioni e regole in contesti formativi separati: non esiste un luogo dove si apprende che sia distinto nettamente da quello dove si vive, perché entrambi coesistono nell’atto didattico, si insegna e si impara mentre si vive in mezzo agli altri.

 

Le più consolidate acquisizioni della ricerca pedagogia, hanno dimostrato che c’è una fase di competenza linguistica che precede l’apprendimento espressivo in senso stretto: si può infatti affermare ad esempio che nello studio di un idioma straniero, si ‘pensa bilingue’ prima ancora di ‘parlare bilingue’.

 

Credo pertanto di poter convintamente sostenere che un ritorno a classi “differenziate” , questa volta per matrice linguistica di provenienza, sarebbe un passo indietro rispetto alle evidenze culturali e didattiche che le scelte di integrazione e di inclusione hanno realizzato, sia sul piano dei valori educativi e di civiltà sia sotto il profilo della pragmatica utilità di possedere in tempi brevi e nel modo più facilitato e spontaneo le chiavi che aprono ai saperi e alle competenze espressive e che ci permettono di capire e di comunicare.

L’ITALIA CON DRAGHI CHIEDE STABILITÀ

 

L’epilogo che domani avrà la crisi di governo, costituisce con ogni probabilità uno snodo fondamentale del modo in cui il Paese potrà uscire dalla crisi attuale. I nodi principali sono due e compendiano l’insieme delle altre urgenze: l’energia e la guerra. Per avere credibilità e autorevolezza, in particolare fuori dall’Italia, serve un premier di specchiata appartenenza ai piani alti dell“establishment occidentale.

 

Giuseppe Davvicino

 

Non credo che l’ampia richiesta che sta giungendo da molti gagli vitali del Paese, insieme a istituzioni, categorie sociali e territori, e soprattutto dal sentire comune popolare, rivolta a Mario Draghi di proseguire la sua esperienza da presidente del Consiglio vada troppo enfatizzata e meno che mai personalizzata. Il dato politico risulta inequivocabile: il Paese chiede stabilità. E il diretto interessato non necessita di troppe ulteriori attestazioni di stima e fiducia, essendo con ogni probabilità lui il primo ad essere conscio di quale sia la mole del compito che gli si richiede. L’epilogo – che speriamo di buonsenso – che domani avrà la crisi di governo, costituisce con ogni probabilità uno snodo fondamentale del modo in cui il Paese potrà uscire dalla attuale crisi sistemica internazionale.

 

I nodi principali sono due e compendiano l’insieme delle altre urgenze: l’energia e la guerra. Infatti dal controllo del costo dell’energia dipende la possibilità di domare l’iperinflazione, e in ultima analisi dipendono la ripresa economica e la pace sociale. Ormai anche i media hanno sdoganato l’espressione, finora riservata ai cultori di Enrico Mattei, della “via africana” alle fonti di energia. Una via che, per scellerate ed egoistiche strategie di nostri stretti alleati soprattutto nello scorso decennio, era stata minata sia agli interessi italiani sia agli interessi dei Paesi produttori. Una via che non si è riaperta nell’ultimo anno e mezzo per magia o per caso. La sua riapertura è dovuta all’incisivo lavoro svolto nell’alveo della tradizionale politica italiana verso l’Africa e il Mediterraneo, che è culminato nei numerosi incontri di vertice delle autorità di Algeria, Egitto, Angola, Congo, Mozambico, e altri, con quelle italiane. In un tempo brevissimo per l’entità dei grandi progetti strategici in questione, sono state avviate collaborazioni con gli Stati africani ma anche con colossi energetici aziendali internazionali che hanno reso l’Italia protagonista in Africa, e che sarebbero state impossibili senza lo standing internazionale del premier che le ha gestite. Ma ce lo immaginiamo, un presidente del consiglio, dopo le elezioni anticipate, magari donna con amicizie internazionali imbarazzanti, magari erede dell’«Africa bel suol d’amore», girare le cancellerie del Continente Nero alla ricerca di relazioni privilegiate? Oppure, con un premier che ogni volta cambia opinione a seconda dell’interlocutore di turno?

 

Un discorso in qualche modo analogo credo valga per l’altro nodo da cui dipende tutto il resto: mettere la parola fine alla guerra in Ucraina prima che la situazione possa sfuggire di mano, provocando un conflitto ben più grave. È vero che l’Italia non è il Paese che può fare cessare direttamente il conflitto – lo sono a mio avviso la Russia e gli Stati Uniti, con le loro pur diverse responsabilità – ma può svolgere un ruolo chiave, con la Germania, l’Ue e a fianco della Santa Sede, per portare le parti verso il tavolo delle trattative, non essendo immaginabile guerreggiare indefinitamente sulla pelle delle popolazioni che costituiscono lo stato ucraino. Per avere credibilità e autorevolezza su questo livello serve un premier di specchiata appartenenza ai piani alti dell’establishment occidentale, di comprovata vicinanza e amicizia all’Ucraina, inattaccabile sotto il profilo della sua indipendenza dalla Russia e dalla Cina ma nel contempo desideroso di riallacciare al più presto i fili del dialogo in modo trasparente e fuori da ogni ambiguità. Who else?

 

Domani la maggior parte dei partiti sarà chiamata a fare un passo che certo non esalta il loro ruolo perché, anche se si poteva dire in modo più diplomatico di come lo ha detto Renzi, il senso del proseguimento del governo guidato da Draghi esprime la consapevolezza che in questa difficile fase serva la massima unità sulle cose essenziali da fare senza bizantinismi. I partiti devono rimanere consapevoli dell’insostituibilità del loro ruolo anche quando toccano con mano le loro debolezze. Forse è il momento più propizio per impostare la ripartenza per tornare ad avere, dopo avere fugato le ombre del presente, partiti in senso pieno, vale a dire dotati di ampio radicamento sociale e territoriale e portatori in piena autonomia di un’idea di società che si distingue da altri.

 

Ma i problemi incalzano. Ora è il momento di scelte concrete, decisive per il futuro del Paese.

PAOLA GAIOTTI DE BIASE: LA PASSIONE E IL REALISMO DI UNA DONNA POLITICA.

 

Non è stata una donna dagli orizzonti chiusi e precostituiti, come dimostrano le sue scelte e le sue collocazioni politiche. Possiamo definirla un’intellettuale originale segnata dall’autonomia e dal rigore critico, dal pragmatismo e dal realismo politico, dalla ricerca e dalla curiosità. La sua storia non è stata la “semina” di una carriera personale, ma un investimento sui tempi lunghi.

 

Maria Chiara Mattesini

 

Paola Gaiotti de Biase: Napoli, classe 1927. Difficile trovare parole per “contenere” e “inquadrare” la sua personalità. Ma, per fortuna, ci aiuta, in questo senso, la lettura di “Passare la mano. Memorie di una donna dal Novecento incompiuto”, l’ultimo libro che Paola ci ha lasciato: la sua autobiografia. Difficile, perchè ha rappresentato un pensiero critico che mal volentieri si è allineato alle prese di posizione ufficiali e che ha stentato, per questo, a trovare una sua collocazione. Non si può dire, ad esempio, che sia stata una donna di partito, caratteristica che, del resto, ha accomunato molte figure femminili della Democrazia cristiana, di cui ha fatto parte anche Paola, sino al 1984, anno in cui decide di fondare la Lega democratica assieme ad alcuni intellettuali cattolici, tra cui lo storico Pietro Scoppola, il sociologo Achille Ardigò, il giornalista e scrittore Paolo Giuntella.

 

Non è stata una donna dagli orizzonti chiusi e precostituiti, dunque, come dimostrano le sue scelte e le sue collocazioni politiche. Si può dire, piuttosto, che ha avuto una spiccata sensibilità per la costruzione dell’Europa, per cui si è impegnata e spesa attraverso la costituzione, anche, del Club del coccodrillo, creato nel 1980 con altri parlamentari europei, fra cui Altiero Spinelli, con l’obiettivo di riformare le istituzioni comunitarie. Si può dire, soprattutto, che è stata una pioniera, quando, nel 1963, per prima si è occupata di storia delle donne in ambito cattolico. Una pioniera coraggiosa, ché le donne cattoliche, come scriveva lei stessa, rappresentavano una storia che rischiava di essere il “sommerso del sommerso” e di rimanere, quindi, senza voce.

 

Nel movimento femminista, infatti, le donne cattoliche sono state un “tabù”: tiepide e insicure, ambigue e moderate, così sono state considerate, e non di rado a ragione, come ammetteva Paola, poiché si sarebbero limitate a chiedere cittadinanza nella Chiesa senza eccessive pretese. Mentre, dall’altra parte, le gerarchie ecclesiastiche rimproveravano loro troppa audacia. Un dispiacere, si può dire, che Paola ha espresso ripetutamente in più occasioni, come membro del Movimento femminile della Democrazia cristiana, anche rispetto ad alcune semplificazioni fuorvianti secondo cui le donne si dividono fra progressiste che vogliono l’uguaglianza e tradizionaliste che vedono nella famiglia il loro unico riferimento. Clima che ancora si respirava quando Paola sedeva al Parlamento europeo, di cui ha fatto parte dal ’79 all’84. Che la presa di coscienza femminile, legata alla nuova cultura del ’68, pur essendo stata preparata da una modernizzazione del paese avvenuta sotto la guida del partito democristiano, si fosse risolta contro di esso, pareva essere indubbio a molti cattolici e cattoliche. In questo senso andavano le riflessioni anche di Pietro Scoppola.

 

Ciò che interessava sottolineare, si lamentava Paola, è che nel dibattito sulla questione femminile aperto dalla nuova cultura «noi non solo siamo state assenti, ma siamo state considerate assenti o nemiche più di quanto fosse giusto». Membro della redazione di «Reti. Pratiche e saperi di donne», rivista femminista di area comunista pubblicata dall’87 al ’92, non mancherà, anche in questa sede, di far sentire la sua voce, i suoi dubbi, le sue perplessità sul pensiero della differenza sessuale, che rischiava, a suo avviso, di sfociare in narcisismo e di isolare dentro di sé l’essere donna dall’essere umano.

 

La cultura delle donne non può che pensare esplicitamente sé, la differenza di genere, ma per pensare l’umanità, per costruire l’intero umano, per ricostruirlo come relazione e differenza, non per riproporre un altro intero parziale, pur nella coscienza della sua parzialità: così la pensava Paola. E allora, si chiedeva, se la soggettività differenziale, specifica delle donne, stia non già nel partire da sé, ma dal rapporto con l’altro. E non è certo un caso che la ripresa del discorso sulla seconda fase del femminismo, sulla scia del volume di Betty Friedan, sia stata svolta da donne credenti. La decana del femminismo americano, che nel 1963 aveva denunciato la “mistica della femminilità”, nel 1982 denunciava la “mistica del femminismo”, accusata di aver liquidato, forse troppo frettolosamente ed erroneamente, i valori familiari. Questo recupero, adesso, poteva avvenire allo scoperto, essendo finiti i tempi in cui si parlava di famiglia «in forme quasi clandestine», come ironicamente affermava Paola, pur non nascondendosi l’equivoco che potenzialmente conteneva questo messaggio: il rischio, cioè, «di fughe emotive in cui maternità e casa possono essere assunti come luoghi di un piacere diverso, anziché come possibili luoghi del fare storia».

 

Un’intellettuale originale segnata dall’autonomia e dal rigore critico, dal pragmatismo e dal realismo politico, dalla ricerca e dalla curiosità. Quasi una necessità inconscia, la sua, quella, cioè, di cercare terreni che le dessero modo di esercitare il senso critico, l’analisi, secondo il principio del non appagamento e sempre alla ricerca della “pienezza” in senso evangelico, non solo nel senso contemplativo, ma anche concreto e fattivo. Non si è “accontentata” della Democrazia cristiana e non ha cercato “rifugi” sicuri e definitivi. La sua storia non è stata la “semina” di una carriera personale, ma un investimento sui tempi lunghi. Una donna che ha lasciato il segno, Paola Gaiotti de Biase, a prescindere dalla celebrità, caratteristica, questa, che accomuna, purtoppo, moltissime donne, al di là della loro appartenenza politica, la cui storia è da inserire in quella corrente di pensiero che va sotto il nome di cattolicesimo democratico.

MA QUANTO È BANALE PUTIN?

 

Un regime non può sopravvivere senza nemici. E l’occidente è il nemico ideale. Perché per decenni i leader sovietici/russi hanno sempre incentrato il loro livore contro gli americani. In realtà le decisioni dell’autocrate di Mosca dipendono da idee suicide per il Paese, per la società, per l’economia e per la reputazione stessa della Russia.

 

David Tesoriere

 

“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.” (George Orwell 1984). In questi pochi versi è concentrato tutto il pensiero del Grande Fratello. E allo stesso tempo anche quello di Putin. L’unico ad aver stabilito nella sua terra un regime tipico della metà del XX secolo e banale come tutte le dittature dell’epoca.

 

Tutti loro promuovevano il culto del leader, facevano affidamento sull’indifferenza e l’obbedienza delle masse, divinizzavano lo stato, mantenevano il culto della forza, del militarismo e della morte eroica, si confondevano con lo stato e costruivano un modello economico autarchico. Hanno fortemente rifiutato una rotazione del potere, hanno combattuto contro i “traditori nazionali”, hanno imprigionato i loro oppositori, imposto la censura e cercato di governare per sempre. Insomma, un quadro già visto, da cui le moderne democrazie fortunatamente si sono liberate.

 

Nell’età del movimento che non conosce confini per le persone, capitali e idee, Putin mette in scena un teatro della difesa di una sovranità che nessuno aveva mai tentato di distruggere.

 

Ha proposto l’idea, ormai banale, che le sanzioni non hanno minato l’economia russa, che i parametri macroeconomici sono stabili, che il mercato del lavoro è sostenuto dallo Stato, ecc. Naturalmente non ha detto una parola sul fatto che il paese si sta costantemente dirigendo verso un disavanzo di bilancio, che il reddito disponibile reale sta diminuendo, che l’economia sommersa sta diventando legale.

 

Altra teoria fortemente amata dall’autocrate è quella secondo cui l’Occidente stava trattenendo la Russia. Come e dove non è specificato. In realtà, Putin e i suoi compari avevano bisogno della Russia senza possibilità di sviluppo, dal momento che così è più facile controllare le masse. Un regime non può sopravvivere senza nemici. E l’occidente è il nemico ideale. Perché per decenni i leader sovietici/russi hanno sempre incentrato il loro livore contro gli americani. Il nemico di uno stato che per tutti loro ha schiacciato ogni essere vivente e ha azzerato la reputazione dei russi.

 

Ma tutti questi banali deliri, degni di un film di Chaplin, sarà difficile sostituirli con una più dignitosa idea di società. Oramai la Russia è un paese in cui non è possibile cambiare rotta. Non hanno più gli strumenti per cambiare l’autocrate. Hanno distrutto quegli stessi strumenti per inutilizzo negli ultimi due decenni, perché pensavano che la democrazia non valesse niente, che il modo per fare soldi fosse collegarsi con il Cremlino e l’FSB senza alcun tipo di elezioni competitive.

 

Certo, le élite capiscono che tutte le decisioni di Putin, inclusa quella più importante del 24 febbraio, sono idee suicide per il Paese, per la società, per l’economia e per la reputazione della Russia. Ma non riescono a svincolarsi perché, come si diceva sempre in 1984, “L’ortodossia imponeva la mancanza di autocoscienza”.

EMERGENZA RIFIUTI, CIACCHERI CONTRO GUALTIERI: “CI VUOLE L’ESERCITO”. IL PD RISPONDE A TONO E PARLA DEI ROGHI.

 

Tre anni fa, contro la Raggi, la mobilitazione sulla pulizia della città vide il Pd accanto al Presidente dell’VIII municipio. I tempi sono cambiati. Ora il Pd reagisce male e fa sua la teoria del complotto, dopo che aveva taciuto stranamente sull’incendio devastante di Malagrotta. Meglio tardi che mai. Manca tuttavia un’analisi rigorosa, possibilmente negli organi di partito, sulla dinamica dei fatti. Sul punto, ad esempio, qual è il pensiero dei candidati alla successione di Zingaretti?

 

Romano Contromano

 

Come un fulmine a ciel sereno, si è abbattuto ieri pomeriggio sul “campo largo” capitolino il duro comunicato stampa di Amedeo Ciaccheri, Presidente dell’VIII Municipio nonché recente fondatore, insieme all’europarlamentare Massimiliano Smeriglio (ex Rifondazione Comunista), di “Alternativa Comune”, nuova piattaforma rosso-verde. Ciaccheri ha denunciato il grave stato di degrado della città a causa della mancata rimozione dei rifiuti dalle strade: con il caldo record si profila l’allarme igienico-sanitario. Naturalmente parlava per i quartieri del suo Municipio, sebbene con lo sguardo rivolto a tutta la città, arrivando ad invocare infatti l’intervento dell’esercito qualora l’emergenza non trovasse rimedio nei prossimi giorni. Doveva essere un proclama firmato anche da altri Presidenti di Municipio, ma all’ultimo il mini-Sindaco della Garbatella è rimasto isolato perché nemmeno l’opposizione di destra gli ha dato sponda. |In pratica l’ala più movimentata della coalizione ha rotto gli argini, mettendo chiaramente sotto accusa la Giunta Gualtieri, di cui fa parte

 

La risposta non si è fatta attendere. In una nota firmata dalla capogruppo, Valeria Baglio, e dal Presidente della Commissione capitolina Ambiente, Giammarco Palmieri, il Pd ha voluto mettere i puntini sulla i, contestando la posizione di Ciaccheri. “Roma ha avviato – si legge appunto nella nota – un percorso trasparente e determinato verso la chiusura del ciclo dei rifiuti. L’incendio che ha colpito il Tmb di Malagrotta è un evento senza precedenti di dimensioni enormi. Sicuramente frutto della mano dell’uomo, come molti degli incendi di questi ultimi giorni. Sono ombre inquietanti che stanno creando allarme nella città e rallentando il lavoro avviato dalla Giunta per pulire la città, dopo anni di inefficienza. Non bisogna cadere nella trappola di chi tenta di creare divisione”.

 

Di qui l’affermazione più dura: “Per questo diciamo no alla richiesta di intervento dell’esercito. È una proposta irricevibile, perché Roma sta iniziando con le sue gambe e le sue forze ad imboccare il percorso della normalità nella gestione dei rifiuti che produce. Il ricorso a misure emergenziali e straordinarie rappresenterebbe nei fatti il riconoscimento che intralciare il lavoro dell’amministrazione ha i suoi effetti. Con l’apertura del Tmb di Guidonia, la possibilità di nuovi conferimenti ad Albano e con il potenziamento di personale e mezzi di Ama, Roma si avvia al superamento del momento emergenziale e alla normalizzazione con le sue forze”.

 

E in conclusione Baglio e Palmieri rilanciano la proposta dell’inceneritore, per il quale nel Decreto Aiuti, all’esame del Parlamento, sono previsti i necessari finanziamenti. Precisano i due: “…è soprattutto con la realizzazione dell’impiantistica che la Capitale farà un quel salto in avanti che in questi anni è mancato. L’attuale fragilità del sistema, ed il continuo susseguirsi di emergenze è il frutto delle mancate scelte degli ultimi anni. Quello che stiamo vivendo è colpa dello stallo che Roma vive da anni. Il nostro sostegno al Sindaco Gualtieri e all’assessora Alfonsi è pieno. Per la prima volta Roma ha un piano serio ed efficiente per garantire la chiusura del ciclo dei rifiuti. È necessario andare avanti con piena responsabilità in questa direzione”.

 

La polemica probabilmente scemerà e dell’uscita provocatoria di Ciaccheri non rimarrà traccia. Solo tre anni fa, per motivi analoghi, riuscì comunque a trascinare anche il Pd in una manifestazione all’Ostiense contro l’immobilismo della Raggi. I tempi sono cambiati. Ora il Pd reagisce male e fa sua la teoria del complotto, dopo che aveva taciuto stranamente sull’incendio devastante di Malagrotta. Meglio tardi che mai. Tuttavia, se è vero che non spetta a un partito accertare le responsabilità per atti di natura criminale, ad esso compete senza dubbio di valutare organicamente, sul piano politico, la dinamica di eventi disastrosi. A chi giova, in particolare, la messa fuori uso del Tmb di Malagrotta? Come si può o si deve interpretare, in altre parole, la grave lesione all’apparato industriale collegato alla gestione dei rifiuti urbani? Non basta esorcizzare l’intervento dell’esercito, che mai la sinistra in passato avrebbe concepito, se poi manca un’analisi appropriata di ciò che di torbido si agita attorno alla gestione dell’immondizia. E stride con la rilevanza di tale questione l’assenza di un dibattito serio e approfondito negli organi del partito. Non hanno nulla dire, a riguardo, i candidati (anche se ufficiosi) alla Presidenza della Regione al posto di Zingaretti?

FIORONI, “LA CRISI PUÒ METTERE IN GINOCCHIO L’ITALIA: CONCORDO CON I SINDACI, DRAGHI VADA AVANTI”.

 

 

(Intervista di) Gabriele Papini

 

Questa conversazione doveva svolgersi diversamente, stando l’uno di fronte all’altro, magari in un bar all’aperto in qualche piazza del centro di Roma. Invece l’afa di luglio ha consigliato di ripiegare sulla comunicazione a distanza, lui idealmente con i piedi a bagno nel mare della bassa Maremma, io nel “buon retiro” della campagna senese. Fioroni, già parlamentare di lungo corso ed ex ministro, oggi segue la politica con la stessa passione di sempre. Ci tiene a farlo, però, con un certo gusto di indipendenza, essendo per altro il Vice presidente dell’Istituto Toniolo. Sono giorni e ore di grande tensione per la crisi che ha investito il governo Draghi.

 

 

 

Una crisi incomprensibile, si dice. Ma è proprio così o c’è qualcosa, al fondo, che può spiegare l’improvvisa rottura provocata dai Cinque Stelle?

 

Al fondo c’è la difficoltà dei partiti a trovare un’identità e un progetto visibili, capaci di reggere di fronte agli elettori, fungendo perciò da calamita al momento del rinnovo del Parlamento, per attirare la fiducia degli italiani a seconda degli schieramenti. La crisi investe un po’ tutti, anche se gli effetti sono diversi. L’epicentro di questa difficoltà si scopre nella fibrillazione del M5S, tanto pericolosa da determinare a questo punto la brusca interruzione del lavoro portato avanti da Draghi. Ce lo possiamo permettere?

 

È una domanda, questa, che rimando senz’altro al mittente…

 

No, non credo proprio. Non possiamo affatto permettercelo. Mi ha colpito l’appello dei sindaci, forse perché vi rintraccio quel sentimento che ho vissuto anch’io da giovane, come primo cittadino di Viterbo. I sindaci avvertono, sicuramente più di altri, quali sono le urgenze, le sensibilità, le preoccupazioni delle nostre comunità. Mentre ci attendono scadenze importanti, il messaggio della politica – o meglio della parte irresponsabile di essa – appare quello del “rompete le righe”: alla fatica della mediazione, si preferisce la fuga in avanti e magari il voto anticipato, senza uno schema chiaro. L’appello, a mio giudizio, è soprattutto un invito a mettere al primo posto l’interesse della nazione.

 

Eppure, dicono gli assertori del voto subito, le elezioni sono il cardine della democrazia: non dovrebbero suscitare reazioni di contrarietà.

 

Non è questo il punto. Far credere che ci sia la volontà di anestetizzare la volontà popolare, con un rinvio sine die delle elezioni, è fuorviante. È la Meloni, più di altri, a insistere su questa rappresentazione non veritiera. Il problema è che sfasciare tutto a distanza di pochi mesi dal termine naturale della legislatura corrisponde al desiderio di acquisire un mandato a governare a prescindere dalla coerenza e solidità del disegno politico. Lo abbiamo visto a più riprese nel lungo ciclo della cosiddetta “seconda repubblica”: una coalizione vinceva e poi non governava. Ma perché accadeva? Evidentemente perché la combinazione di forze non stava entro coordinate sicure.

 

Ma oggi a destra si rivendica – lo fa con forza, appunto, la Meloni – una unità di visione politica che troverebbe riscontro nel consenso popolare. È ciò che indicano i sondaggi.

 

Non mi sorprende. È una forma di unità pre-politica, frutto dell’avversione istintiva per il campo opposto: conta la propaganda berlusconiana, benché oramai estenuata, sulla necessità di mettere all’angolo i “comunisti”. Destra e sinistra rimangono categorie del subcosciente collettivo, da una parte per il retaggio di antiche divisioni ideologiche, dall’altro per l’avvelenamento dei pozzi, se così possiamo dire, prodotto da una comunicazione semplificata e aggressiva. Oggi ne scontiamo i difetti e le incongruenze. Comunque, è unita davvero la destra? e in che termini? Forza Italia e Lega sono al governo, Fratelli d’Italia all’opposizione: agli uni spetterebbe il compito di difendere in campagna elettorale l’operato dell’esecutivo, avendone condiviso la sorte e sostenuto l’azione; alla Meloni invece di sbandierare l’alternativa come rottura con esso, per innescare un processo svincolato dall’Agenda Draghi. Con questa contraddizione profonda il successo durerebbe lo spazio di un mattino.

 

E a sinistra? Il Pd appare in affanno dopo la svolta di Conte. Come resiste la suggestione del “campo largo”?

 

Non resiste. I fatti smentiscono le illusioni. Sono tra quelli che si attendevano, nel passaggio da Zingaretti a Letta, una maggiore consapevolezza circa l’inagibilità dell’alleanza strategica tra il Pd e il M5S. Mi pare che ora i Democratici debbano reinventare il profilo della coalizione riformatrice. Si parla di “nuovo Ulivo”, ma mi permetto di segnalare che l’Ulivo aveva nella collaborazione dialettica tra PDS e PPI il suo principale punto di forza. Adesso manca proprio quella dialettica. E anche il confronto con Calenda e Renzi risente della perdita di significato del “Centro” giacché, alla luce della storia repubblicana, il “Centro” rimanda alla tradizione popolare e democristiana. Se questa resta fuori dal monitor della politica, diventa più complicato il tentativo di riordinare il quadro delle alleanze, a cominciare dal centro-sinistra. Dovrebbe essere il Pd a favorire, dentro e fuori il circuito di partito, la ripresa di questa incancellabile tradizione di pensiero politico, che attraverso la “memoria del moroteismo” gli appartiene abbondantemente.

 

Dunque, ci vorrebbe un Pd più…democristiano?

 

Capisco che può apparire forzato, ma il concetto ha una sua valenza oggettiva. D’altronde lo stesso Letta viene dal mondo cattolico democratico e ha conosciuto la vicenda dello Scudo crociato prima e del Gonfalone poi. Quando parla e quando agisce, si nota che la sua formazione non è improvvisata: lui stesso parla di “maestri” come Andreatta. Tuttavia se della DC resta solo la scorza, ovvero la consumata abilità di comporre e organizzare le cose della politica, allora ci limitiamo a un supporto che interviene nella mera gestione del potere. Non è ciò che serve: questo è un tempo di rinascita, ancorché incerta e faticosa, della politica come visione del futuro.

 

Intanto il futuro passa attraverso la crisi del governo Draghi. Torniamo dunque alle battute iniziali. Come se ne esce, se ancora esiste, ben inteso, un margine per uscirne? Mi pare un esercizio di predizione che mette a dura prova anche quella “sapientia cordis” democristiana allocata – si spera – in qualche cloud della politica italiana.

 

Nel Paese cresce la domanda di stabilità. Adesso il governo faccia la sua parte, puntando a mettere sotto controllo le tante emergenze. Non devo elencare i problemi, sono sotto gli occhi di tutti e tutti possono capire, in base alle evidenze, le ragioni ostative del ricorso anticipato alle urne. Moro parlerebbe di tregua. E oggi la Chiesa, in vario modo, consiglia di non far precipitare gli eventi. Nessuno deve forzare la mano, nemmeno chi immagina di organizzare, dopo la sciagurata dissociazione dei 5 Stelle, una sorta di “governo assoluto” impaniato di presunzione contro la legittima e indispensabile funzione dei partiti. A Draghi va garantita lealtà, in cambio deve essere lui, lo stesso Draghi, il primo a riconoscere che l’intransigenza sui principi non esclude la duttilità nelle forme e nei modi di agire, stando alla guida del Paese. Se vogliamo evitare il baratro, dobbiamo mettere da parte gli egoismi di parte e condividere la risorsa del buon senso, per il bene dell’Italia. Senza inseguire nessuno: chi vuole restare fuori, si accomodi. L’elettorato, a tempo debito, saprà giudicare.

DRAGHI NON HA CAMBIATO IDEA: CONOSCENZA, CORAGGIO E UMILTÀ.

 

Un uomo retto e competente – dice l’autore –  non può accettare il gioco delle tre tavolette, mi viene in mente una frase de ‘Il giorno della civetta di Sciascia’: “Non era Zecchinetta, giocavano a zecchinetta”.

 

Francesco Provinciali

 

Solo due anni fa in occasione del conferimento della laurea honoris causa alla Cattolica di Milano l’allora ex Presidente della BCE Mario Draghi  delineava i tratti connotativi del decisore politico, riassumendoli in queste tre doti: conoscenza, coraggio e umiltà. Non mi pare che sia venuta meno in lui e nella sua azione di Governo questa ispirazione fondativa: nel caravanserraglio della politica italiana, fatto di finzioni, tradimenti, alleanze traballanti, voltagabbana, programmi prima condivisi e poi disattesi, dove si aggirano torbide figure di demagoghi capaci di barattare la propria dignità fino a smentire se stessi, la sua coerenza brilla cristallina e intonsa. Un uomo retto e competente non può accettare il gioco delle tre tavolette, mi viene in mente una frase de ‘Il giorno della civetta di Sciascia’: “Non era Zecchinetta, giocavano a zecchinetta”. Come dire che le carte si erano troppo sparigliate in una coalizione di unità nazionale che avrebbe dovuto perseguire il bene del Paese e qualche baro serviva – laicamente ‘a Dio e a Mammona’. “Non abbiamo la libertà di decidere se dobbiamo fare ciò che è necessario fare per assolvere il nostro mandato. È nostro dovere farlo”: con queste parole Draghi aveva dettato un imperativo morale categorico che Conte non ha recepito, si capiva – come conferma lo stesso Di Maio – che tramava da tempo aspettando il momento più adatto per la giravolta del Movimento di cui è capo politico, fino ad  abbandonare l’aula del Senato per non votare ciò che aveva approvato alla Camera.

 

Da quando la politica si è fatta cronaca – come diceva Martinazzoli- è possibile tutto e il suo contrario. Poco importa se le cancellerie e i leader del mondo libero si sono interrogati su questo gesto scellerato: in qualunque Paese democratico un uomo della statura internazionale, della cultura e dell’esperienza di Mario Draghi , una laurea alla Sapienza e una al MIT – il tempio indiscusso della formazione economica – se lo sarebbero tenuti stretto. Viene da sorridere pensando che un quisque de populo possa contestare ad un leader come Draghi di aver agito senza la necessaria competenza. Abbiamo sentito pronunciare parole e affermazioni, avanzare rivendicazioni persino tautologiche e contradditorie  poiché Draghi- da persona lungimirante e vero galantuomo – non ha mai usato metri diversi nel rapportarsi con le forze della compagine governativa. Per questo, tradito il patto dai 5S , lui ha considerato il venir meno delle condizioni che l’avevano generato. Significativa l’analisi di Reputation Science, che ha colto presso gli utenti Twitter un 74% con ‘sentiment’ negativo nei cfr. di Conte, mentre secondo l’indagine di Izi Spa il 53% degli italiani sono contrari ad immediate elezioni  Così come sarebbe utile riflettere sulle parole di Peskov, portavoce di Putin: “la crisi è un affare interno all’Italia… ma si auspica un governo non asservito agli USA”.

 

Molti ominicchi hanno soffiato sul fuoco per stigmatizzare la fedeltà all’alleanza atlantica di Draghi, per colpevolizzarlo di aver intuito le mosse economiche utili per mettere in crisi la Russia, a cominciare dal crollo di Gazprom. In una brillante analisi Laura Aprati, su Rai news, muove più di un sospetto sul fatto che nella crisi di governo italiana ci sia lo zampino di Mosca, troppe coincidenza anche nel resto d’Europa: Johnson, Macron, Scholz, Rutte e ora Draghi. Certamente la mossa di Conte- che sta generando defezioni nel suo gruppo parlamentare e sarà forse vagliata dalla prassi demagogica del voto on line,  rischia di far deflagrare il Movimento, è stata pensata dal giorno stesso del passaggio di consegne al Governo Draghi. Una vendetta personale: siamo troppo abituati ad attribuire valenza oggettiva e credibilità alle ragioni ufficiali di certe scelte: c’è una dimensione soggettiva e personologica che resta sottesa ed è fatta di sentimenti, in questo caso di antipatia, rancore, desiderio di vendetta. Per questo motivo le valutazioni di un attento e fine osservatore politico come Marco Follini sembrano ingenerose.

 

Non si può avanzare l’ipotesi che Draghi non sia stato capace di gestire i rapporti con le forze della coalizione di governo. Sono stati piuttosto i partiti a trasformarsi in cordate e congreghe di “cani perduti senza collare”, ingestibili dall’interno, figuriamoci da Palazzo Chigi. Draghi è un premier, non una badante. La partitocrazia che si esprime attraverso i nomi dei capi nei simboli elettorali è la negazione del merito, mentre la gestione delle alleanze (anche di governo) è sempre in predicato e troppo legata agli umori e ai comportamenti del proprio capo. Non esiste leader di governo che possa rendersi garante della fedeltà alla coalizione in un rassemblement dove sprizzano scintille improvvise e schegge impazzite. Ritorniamo alle “virtù” indicate da Draghi: ciascuno deve fare i conti con la propria coscienza. Si pensa forse che un regime presidenziale possa dirimere i conflitti ma vediamo quanto sia arduo compattare le alleanze su programmi ampiamente concordati, votati e condivisi. Molti sperano che Draghi ci ripensi, per il bene del Paese: anche il pragmatismo è una virtù, se unita a coerenza e lungimiranza.

IL FASCINO INDISCRETO DEL POPULISMO: A PAROLE MOLTI L’OSTEGGIANO, NEI FATTI NON LO DISDEGNANO.

Si tratta di capire il segreto” della sub cultura populista che formalmente tutti respingono senza appello e poi un intero schieramento la corteggia pur di dar vita ad una coalizione potenzialmente vincente.

 

 

Giorgio Merlo

 

C’è un mistero che aleggia nella politica italiana. Riguarda principalmente, se non quasi esclusivamente, la sinistra ma lambisce anche alcuni settori della destra. E, al riguardo, la domanda è molto secca. Ovvero, ma come è possibile continuare ad allearsi con i populisti che praticano, deliberatamente, la demagogia, l’anti politica, il qualunquismo, il giustizialismo e l’anti parlamentarismo?

 

La domanda è legittima e credo fondata perchè, anche dopo l’ultima buffonata, – grave e persin incommentabile – non mancano gli appelli, dal campo della sinistra, di rinverdire l’alleanza con il partito di Grillo e di Conte ritenuto, comunque sia, indispensabile per costruire una seria alternativa politica al centro destra in vista delle prossime elezioni politiche. A prescindere da quando ci saranno. E se non fosse per alcuni esponenti centristi che hanno pubblicamente posto la questione – da Renzi a Mastella a Toti ad altri ancora – oltre a quasi tutto il centro destra, i populisti continuerebbero ad essere interlocutori politici indiscutibili e indispensabili. E questo malgrado il clamoroso fallimento dell’azione di governo declinata in questa squallida legislatura caratterizzata dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare. Una presenza che si è distinta unicamente, per i 5 Stelle, per il suo atavico attaccamento al potere, ai suoi privilegi, ai suoi benefit e a tutto ciò che è riconducibile alla cosiddetta “poltrona” sacrificando il resto di fronte a questo totem intoccabile. Diventa francamente complicato individuare e capire quali siano gli elementi distintivi che possono concretamente qualificare l’apporto politico del populismo grillino per una vera e credibile strategia di governo.

 

E, al riguardo, perchè la cosiddetta sinistra si intestardisce su questo versante? Perchè la sinistra, nello specifico, preferisce l’apporto qualunquista, populista e trasformista dei 5 Stelle a q u e l l o delle formazioni centriste, democratiche e riformiste? O meglio, perchè continuare ad inseguire questa deriva come priorità politica, e forse anche culturale, rispetto a qualsiasi altro apporto per poter costruire una vera coalizione politica e di governo?

 

Insomma, si tratta di capire l’entità, l’importanza e il “segreto” di questa sub cultura populista che formalmente tutti respingono senza appello e poi, misteriosamente, un intero schieramento la corteggia ancora pur di dar vita ad una coalizione potenzialmente vincente. Ora, dopo questa ennesima, e plateale, sceneggiata orchestrata da Conte e da ciò che resta dei 5 Stelle, e dopo la perdita massiccia e verticale di credibilità di quella pseudo comunità politica, non resta che una conclusione. Ovvero, se il populismo ancora adesso continua ad essere un interlocutore essenziale, nonchè decisivo, per la costruzione di una alleanza politica, la motivazione vera è che non si individua realmente nel populismo demagogico e anti politico il nemico per eccellenza da battere. Questa, purtroppo, resta l’unica spiegazione politica reale se dobbiamo registrare, per l’ennesima volta, che del populismo dei 5 Stelle non si può fare a meno neanche in questa occasione. Cioè quando ha giocato pubblicamente per demolire e azzerare gli interessi generali del paese a scapito dei propri piccoli tornaconti elettorali.

UN COMPLOTTO DEI POTERI FORTI DIETRO LE PRIVATIZZAZIONI DEGLI ANNI ‘90? NO, MA GUARINO PERSE LA PARTITA POLITICA.

La ricostruzione dei fatti “smentisce – a giudizio dell’autore, testimone autorevole di quei giorni – i tanti complottisti che da allora in poi hanno fatto discendere la stagione delle privatizzazioni da una volontà espressa dai “poteri forti” nel corso della crociera del 2 giugno 1992 sul panfilo Britannia. In realtà la scelta di privatizzare era già stata presa e codificata dal governo Andreotti nel 1991, per obiettive esigenze di debito pubblico e per impegni assunti a livello comunitario… La verità è che tutti arrivammo impreparati a quel drammatico incrocio di eventi che fu l’anno 1992… E non sarebbe male fare una seria riflessione su quel periodo”.

 

Umberto Laurenti

 

Tutti gli organi di informazione ci hanno fatto rivivere l’11 luglio 1982, con la vittoria ai Mondiali di calcio in Spagna. Quasi nessuno invece ci ha ricordato l’11 luglio 1992, data che indubbiamente ha  tutt’altro sapore, poiché mescola il ricordo amarognolo del prelievo forzoso del 6xmille dai depositi bancari con l’introduzione della tassa straordinaria sugli immobili (poi diventata ICI) e con l’avvio della privatizzazione delle grandi aziende pubbliche italiane, una  vicenda allora vissuta in maniera quasi segreta e  caotica e tuttora ancora controversa, che mi vide osservatore privilegiato e che  voglio velocemente ripercorrere a trenta anni di distanza.

 

Ma andiamo con ordine. Il primo governo Amato nacque il 28 giugno 1992 ed il professor Guarino assunse in quel governo, con grande autorevolezza, la titolarità sia del Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato (l’attuale Ministero per lo Sviluppo Economico) che del Ministero delle Partecipazioni Statali (record: l’unico ministro della Repubblica che ha abolito il proprio ministero). Guarino, che conoscevo bene anche per essere stati entrambi nella seconda metà degli anni ’80 dirigenti del Dipartimento Affari Esteri della DC nazionale, lui come responsabile per l’Europa ed io responsabile per la Cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo, mi chiese di lasciare ogni altra mia attività per seguirlo al Ministero come Capo della Segreteria Tecnica, offerta che accettai di buon grado come segno di stima personale, intuendo subito che non stava nascendo un governo qualsiasi. Ed in effetti c’erano tutte le premesse per una esperienza unica, dalla personalità carismatica e coinvolgente di Guarino, alle sue ben note doti di maestro in campo giuridico, ai tanti segnali anche drammatici che indicavano un profondo sommovimento in corso nella realtà politica, economica e sociale italiana. Il primo giorno al Ministero, coincidendo con la festività, totale a Roma, dei santi Pietro e Paolo, lo passai pressoché da solo. Ma dal secondo giorno fu un seguito travolgente, spesso anche drammatico, di novità e colpi di scena, dove gli arresti ed i suicidi di personaggi di primo piano, catturavano l’attenzione dell’opinione pubblica lasciando in secondo piano la radicale ed incontrollata trasformazione delle Istituzioni nazionali nel loro insieme.

 

Il racconto della attività del governo Amato con Guarino superministro inizia con il Decreto Legge adottato dal Consiglio dei Ministri del venerdi 10 luglio 1992: “Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica”. Dentro c’era di tutto, e tutto era già in cottura dalla riunione riservata del C.d.M di venerdi 3 luglio, con un percorso carsico di scrittura del testo poi finito in Gazzetta Ufficiale, che rese quei 10 giorni tra i più incandescenti della storia repubblicana. La riunione di governo del 3 luglio si era conclusa senza comunicati e senza apparenti decisioni, ma Guarino era uscito da quella riunione molto soddisfatto e con in mano una cartellina “Palazzo Chigi” (v. foto in allegato) che  aveva  all’interno pochi fogli vergati dalla sua grafia lineare, contenenti ciò che aveva detto senza ricevere obiezioni di sorta, ai suoi colleghi di governo, copertina che risultava abbondantemente scarabocchiata all’esterno con lo schema di un articolato: avevo già sentito prima d’allora parlare di “provvedimento approvato in copertina”, modo di dire che quella sera mi apparve con pieno significato. Il Consiglio dei Ministri aveva approvato formalmente un decreto la cui stesura era demandata al ministro Guarino sulla base di alcune stringate note appuntate sulla copertina: era un pezzo importante e qualificante del Decreto Legge 333/92 approvato complessivamente nella riunione di governo del venerdi successivo.

 

Apparve a tutti noi chiaro come il problema non fosse scrivere il testo dell’articolato, ma garantire sul suo contenuto il necessario assoluto riserbo per la settimana a venire. Tutti gli ingressi del Ministero vennero sbarrati (solo il Governatore della Banca d’Italia era autorizzato ad entrare, cosa che puntualmente Ciampi fece per molte mattine di seguito, prima di andare nel suo ufficio), io stesso accompagnato da un colonnello dei Carabinieri dovetti fare un sopralluogo al tunnel sotterraneo che collegava il Ministero con l’allora sede centrale di via Veneto della BNL (oggi destinata a sede di un Hotel) per verificare che non ci fossero possibili vie di fuga o di ingresso. Le poche persone a conoscenza delle decisioni presa dai Ministri ricevettero il divieto assoluto di parlarne con chicchessia. Guarino partì per l’Argentario, facendo sosta nella casa estiva di Ciampi a Santa Severa, ed il week end passò apparentemente tranquillo. Dal primo mattino di lunedi 6 luglio fu però l’inferno, con tutti i maggiori esponenti politici ed i “boiardi” al vertice delle Partecipazioni Statali che cercavano notizie; inutilmente, trovando non solo i portoni ministeriali chiusi ma le comunicazioni telefoniche disattivate: il segreto doveva essere totale, non solo e non tanto circa il futuro delle Aziende pubbliche, comunque segnato, ma soprattutto per quel passaggio del Decreto in preparazione, dove si prevedeva il prelievo forzoso, non potendo il Governo correre il rischio di provocare una precipitosa fuga di capitali all’estero.

 

Il professor Guarino era soddisfatto del risultato raggiunto in Consiglio dei Ministri e sicuro del percorso da proseguire, ma per maggior tranquillità volle convocare nella sala del parlamentino del ministero di via Veneto, una riunione di vertici confindustriali; ad essi disse più o meno ciò che aveva detto in C.d.M. e che era appuntato su alcuni fogli manoscritti dentro la cartellina scarabocchiata, aggiungendo però una frase: “Signori, da oggi avete una opportunità in più, quella di potervi gradualmente impadronire e a cifre ragionevoli, dei gioielli industriali dello Stato italiano”. La platea degli imprenditori reagì a quel discorso con evidente incertezza, che l’avvocato Agnelli riassunse in una sintetica frase, parlando a nome di tutti: “Professore, grazie per la sua esposizione e per la sua offerta, ma dobbiamo dirle con franchezza che qui nessuno ha una lira da spendere per ciò che Lei vuol vendere”. In quel momento Guarino ebbe chiara la percezione della gravità e dell’ampiezza della crisi italiana, a dispetto delle statistiche ufficiali che nell’anno 1991 avevano fatto salire il nostro Paese tra le prime quattro potenze economiche mondiali.

 

Ma leggiamo qualche stralcio del testo guariniano: “Il Governo presieduto dal sen. Giulio Andreotti, sotto l’impulso dei Ministri del Bilancio e del Tesoro, on. Paolo Cirino Pomicino e sen. Guido Carli, ha dato avvio ad una coraggiosa azione di privatizzazione delle imprese pubbliche e di quelle del sistema delle partecipazioni statali in particolare. Nella messa a punto dello strumento legislativo (L. 29.1.1992 n.35). data la assoluta novità della materia, si sono incontrate non poche difficoltà che hanno fatto sì che nonostante i fermi propositi del Governo, altamente apprezzati anche in sede comunitaria, le procedure non abbiano potuto ancora perfezionarsi. Di conseguenza anche i previsti apporti, che avrebbero dovuto contribuire in una misura rilevante alla riduzione dell’indebitamento pubblico, non hanno potuto conseguirsi. Non è da sottacere che la mancata immediatezza dei risultati ha generato perplessità sulla idoneità delle procedure e, in qualche ambiente estero e comunitario, persino dubbi sulla serietà degli intenti perseguiti. (…) La manovra economica esige che i risultati in termini finanziari e patrimoniali per la Tesoreria dello Sato si producano in termini rapidi, con caratteristiche di certezza ed in misura possibilmente più ampia.(…) Va adottata pertanto una forma istituzionale che consenta di mobilitare in uno spazio di tempo non superiore ad un anno mezzi finanziari in favore delle imprese in una misura non inferiore ai 10 mila miliardi di lire (…) gli Enti costituiscono organismi complessi la cui configurazione di conseguenza va mantenuta per quanto possibile intatta, evitando interventi a carattere episodico che si rifletterebbero sulla efficienza. A questi vari e concorrenti obiettivi si provvede perseguendo la privatizzazione con l’operare verso l’alto, anziché verso il basso. Il meccanismo giuridico predisposto valorizza il netto patrimoniale degli Enti, che formano oggetto del provvedimento, il quale secondo una stima prudenziale può calcolarsi in un ordine di grandezza non inferiore ai sessanta mila miliardi di lire. La tecnica adottata è piuttosto semplice: gli Enti vengono direttamente trasformati dalla norma con forza di legge in Società, con trasferimento immediato al Tesoro delle azioni rappresentative del patrimonio degli Enti. Il Tesoro, a sua volta, raggruppa le partecipazioni che gli vengono trasferite, unitamente a quelle che sono già in suo possesso, in due società per azioni…etc etc…”.

 

Bastano le prime frasi del ragionamento fatto dal ministro Guarino ai suoi colleghi per smentire i tanti complottisti che da allora in poi hanno fatto discendere la stagione delle privatizzazioni da una volontà espressa dai “poteri forti” nel corso della crociera del 2 giugno 1992 sul panfilo Britannia. In realtà la scelta di privatizzare era già stata presa e codificata dal governo Andreotti nel 1991, per obiettive esigenze di debito pubblico e per impegni assunti a livello comunitario. Semmai l’agitare lo spettro del “complotto ordito sul panfilo Britannia” serviva a nascondere il vero obiettivo dei “poteri marci”: cedere a prezzi da fallimento i gioielli pubblici a gruppi imprenditoriali italiani non dotati di mezzi finanziari adeguati o più facilmente a gruppi stranieri, obiettivo che si poteva raggiungere con il metodo dello “spezzatino” anziché confrontandosi con due Super Holding governate dal Tesoro, con l’attivazione di un meccanismo pure previsto da Guarino, per il quale si doveva avviare una gigantesca operazione di trasformazione del debito pubblico italiano, in grandissima parte allora detenuto dai privati cittadini italiani, in azionariato diffuso. Poiché il problema non era che della vicenda si occupassero grandi Banche e grandi Società di consulenza internazionali, bensì la intervenuta volontà di svendere, forse anche per la pressione psicologica causata dai continui assalti finanziari alla lira, ed anche, occorre aggiungere con sincerità, la pressoché generale non consapevolezza, nelle sue componenti politica, imprenditoriale, finanziaria, sociale, del baratro in cui il Paese, stava per precipitare. E le varie ricostruzioni di parte che in questi trenta anni si sono succedute hanno badato ad evidenziare le resistenze dei ministri Barucci e Reviglio al piano Guarino, trascurando il danno procurato dal mancato ricorso al meccanismo finanziario inventato dallo stesso, quasi si rattasse di una battaglia navale giocata a tavolino.

 

Ci ha provato in parte Angelo Polimeno Bottai, a svelare qualche squarcio di verità, con un pamphlet intitolato Alto Tradimento – Le carte segrete di Giuseppe Guarino, Rubbettino Editore 2019, dove il valore del racconto dei fatti da parte del principale protagonista, peraltro non avvalorato da pubblicazione di carte o documenti, è pregiudicato dalle sbadataggini che non ci si aspetterebbero da un “giornalista esperto di politica italiana ed internazionale ed ex vice direttore del TG1”. Come si può dare piena credibilità a chi attesta che Guarino “fu eletto alla Camera come indipendente nelle file della DC alle consultazioni politiche del 5 e 6 aprile 1992”, quando invece Guarino fu eletto una sola volta deputato, ma nelle elezioni del 1987? Come si fa a credergli quando scrive che Guarino fu eurodeputato, cosa mai avvenuta? O quando scrive che sul Britannia c’era “il dirigente ENI Beniamino Andreatta”? E così via..

 

Sono passati appunto trent’anni, ma le ricostruzioni fantasiose o complottiste continuano, fino a farci credere (vedasi sul “Sole 24 Ore” pag. 6 del 10 luglio 2022: “La riunione segreta del governo Amato, così Eni ed Iri divennero Spa”) che la necessità di allontanare dai consigli di amministrazione i rappresentanti dei partiti fosse il primo obiettivo. “Scrive Amato in una dettagliata relazione: nel più assoluto segreto, io ed i ministri Barucci, Guarino e Reviglio decidemmo (…) tre soli componenti fra i quali un amministratore unico, tutti estranei ai partiti”. Mah! E Franco Nobili e Gabriele Cagliari nominati alla guida delle nuove Spa Iri ed Eni erano dei tecnici reperiti sul mercato? Le carte ci sono tutte, alcune ancora manoscritte, anche nel mio archivio, se qualcuno si vorrà prendere la briga di scrivere la storia di quel 1992: la storia però, non la cronaca di bottega. La verità è che tutti arrivammo impreparati a quel drammatico incrocio di eventi che fu l’anno 1992, ognuno cercò di fare la sua parte con maggiore o minore competenza, con maggiore o minore disinteresse di parte.

 

Ricordo ancora nitidamente l’espressione stralunata di autorevoli parlamentari che chiedevano a me, quasi che io potessi essere in grado di dare una risposta rassicurante: “Ma è vero che lo Stato italiano sta per fare default?”. Voglio raccontare uno solo degli episodi incredibili che in quelle settimane mi accadde di vivere. L’amministratore delegato di Italimpianti, società del gruppo IRI, chiedeva di essere ricevuto dal Ministro per parlargli di argomento urgente ed importante, ed essendo Guarino impossibilitato a riceverlo, fu portato da me. “Italimpianti ha vinto in ATI con la società di ingegneria Techint una gara per un lavoro di grande rilevanza a Bandar Abbas, ma Italimpianti non ha denaro sufficiente per pagare la cauzione da presentare, né ce l’ha l’Iri, quindi dovremo rinunciare a questa grande realizzazione”, disse l’ing. Tornich a me che lo ascoltavo incredulo e che per puro scrupolo chiesi al centralino di rintracciarmi l’ing. Rocca di Techint. Quando me lo passarono al telefono gli dissi senza troppi preamboli: “Scusami se approfitto della nostra conoscenza personale di lunga data, ma potresti pagare la fidejussione per conto di Italimpianti tua socia nella gara di Bandar Abbas?”. La risposta per fortuna fu positiva e la commessa non saltò, ma è di tutta evidenza che la soluzione all’italiana che in quel momento escogitai, non era replicabile e non poteva risolvere problemi giganteschi di debito, di mala gestio, di mancata programmazione, di inadeguatezza della classe dirigente, che in quei mesi divennero ingestibili perché sommati alla speculazione di Soros e compagnia contro la lira, alla caduta di credibilità di una classe politica corrotta e colpita da Tangentopoli, con l’opinione pubblica traumatizzata dagli attentati mafiosi.

 

Forse fu tutto questo insieme che convinse il governo dell’epoca e con esso la classe dirigente del Paese, ad optare per la soluzione più a portata di mano e meno impegnativa, cioè la svendita dello “spezzatino” di Stato, anziché intraprendere la via virtuosa ma impegnativa”immaginata dalla grande fantasia giuridica di Giuseppe Guarino. E non sarebbe male fare una seria riflessione su quel periodo e sulla vicenda privatizzazioni in particolare, proprio oggi quando eventi di grandissima e pericolosa rilevanza stanno mettendo a repentaglio convivenza pacifica, equilibrio sociale, crescita economica; e non a caso si guarda di nuovo alla mano pubblica, nazionale o europea, a sostegno dell’economia e spesso della sopravvivenza. Ma un Governo, autorevole e libero da conati populistici, accreditato sul piano internazionale e rispettato sui mercati mondiali, bisogna averlo.

 

 

 

LA CURA DRAGHI NON HA CURATO I PARTITI. L’ANALISI DI FOLLINI SU “LA VOCE DEL POPOLO”.

 

Il premier – scrive l’autore – ha molte doti e qualità, e di sicuro resta oggi l’italiano più credibile agli occhi del mondo (non solo di quello economico). Ma la sua capacità di domare il cavallo imbizzarrito della politica resta almeno dubbia.

Riproponiamo, per gentile concessione, l’articolo di Follini pubblicato in origine sull’ultimo numero (n. 28 – 14 luglio 2022) de “La voce del popolo”, settimanale della Diocesi di Brescia.

 

Marco Follini

 

C’è un modo sicuro per sbagliare le previsioni: inseguire giorno per giorno, ora per ora, cronache e vicissitudini politiche in corso d’opera. Al momento, nessuno sa se il governo durerà oppure no, se il M5S resterà in maggioranza o ne uscirà, se la legislatura avrà una fine canonica o con-vulsa. E via almanaccando.

 

Resta il fatto che, a dispetto di previsioni che ballano e considerazioni ancor più ballerine, alcune circostanze sembrano ripetersi. Primo. La trasformazione dei grillini da forza di protesta a forza di sistema non è riuscita più di tanto. Hanno governato un po’ con tutti e lasciato per terra una parte del loro armamentario. Ma si è acclarato ormai che la loro vocazione non è quella di governare, semmai quella di protestare governando. Che non è proprio la stessa cosa.

 

Secondo. I partiti nel frattempo non sono cambiati né migliorati più di tanto. La cura Draghi su di loro non ha sortito gli effetti che si speravano. Certo, governare (quasi) tutti insieme non era il massimo per nessuno di loro. E tuttavia c’era da spera-re che la crisi di sistema che stiamo attraversando li inducesse a ripensare almeno se stessi. Speranza vana, a quanto pare.

 

Terzo. Draghi non è una pozione magica. Certo, il premier ha molte doti e qualità, e di sicuro resta oggi l’italiano più credibile agli occhi del mondo (non solo di quello economico). Non è poco, e gliene dobbiamo essere grati. Per giunta ha azzeccato la posizione internazionale. Ed è moltissimo. Ma la sua capacità di domare il cavallo imbizzarrito della politica resta almeno dubbia.

Il pdf dell’ultimo numero de “La voce del popolo”

 

ADESSO UN NUOVO CENTRO SINISTRA? LA RESPONSABILITÀ PRINCIPALE RICADE SULLE SPALLE DEL PD.

 

In discussione c’è la possibilità, o meno, di ricostruire un progetto politico di centro sinistra. Credibilmente di governo e senza condizionamenti di natura populista, estremista o massimalista. Un progetto che richiede, al contempo, il recupero delle migliori culture riformiste e costituzionali di ispirazione centrista accompagnato da una classe dirigente che non sia improvvisata, casuale o del tutto virtuale.

 

Giorgio Merlo

 

La crisi, irresponsabile e persino grottesca, pianificata e innescata dal partito populista dei 5 Stelle contro il Governo Draghi, è indubbiamente grave e senza precedenti. Una scelta, quella di Conte e di ciò che rimane dei 5 Stelle, che stride con la più banale regola democratica della coerenza e della trasparenza della dialettica politica. Del resto, la deriva e la sub cultura populista, demagogica, anti politica e qualunquista non hanno regole e, soprattutto, non hanno alcuna coerenza politica. Non a caso, la “legislatura populista” passerà alla storia anche per l’alto tasso di trasformismo politico e di opportunismo parlamentare che l’hanno contrassegnata. Una degenerazione che è coincisa con la caduta libera della credibilità della politica, la crisi delle istituzioni democratiche e l’inefficacia dell’azione di governo. Una legislatura decollata con l’esplosione elettorale del populismo pentastellato e che si conclude, puntualmente e paradossalmente, con i disastri provocati ed innescati proprio dello stesso populismo.

 

Ora, in un contesto del genere – e al di là di come il Capo dello Stato risolverà questa strana, difficile, complessa e singolare crisi di governo – è indubbio che si pone una domanda politica di fondo: ovvero, chi pensa ancora di stringere una alleanza politica e di governo con i populisti dei 5 Stelle? Chi, detto in altre parole, può ancora fare affidamento sulla prassi e sulla sub cultura populista per cercare di governare il nostro paese? È di tutta evidenza che la domanda va posta quasi esclusivamente al Partito democratico e a chi lo guida temporaneamente. E questo per la semplice ragione che in questi ultimi anni la quasi totalità dei dirigenti di quel partito ha individuato nei 5 Stelle, e chi li dirige, l’alleato più coerente e più congeniale per costruire un’alleanza di governo alternativa al certerò destra. Una scelta che rischia, oggi più che mai, di essere politicamente devastante non solo per quella alleanza ma, soprattutto, per il tasso di affidabilità e di serietà che trasmette una coalizione che contempla al suo interno la presenza attiva e costante della sub cultura e della deriva populista.

 

Ecco perchè la responsabilità politica principale adesso passa al Partito democratico. Perchè in discussione c’è la possibilità, o meno, di ricostruire un progetto politico di centro sinistra. Credibilmente di governo e senza condizionamenti di natura populista, estremista o massimalista. Un progetto che richiede, al contempo, il recupero delle migliori culture riformiste e costituzionali di ispirazione centrista accompagnato da una classe dirigente che non sia improvvisata, casuale o del tutto virtuale. Ma per centrare questi obiettivi, è decisivo sciogliere il nodo prioritario, ovvero la necessità di bloccare definitivamente alleanze con i 5 Stelle archiviando irreversibilmente la deriva populista e demagogica. È del tutto superfluo aggiungere che le forze centriste, che saranno comunque presenti alla prossima competizione elettorale, non potrebbero rientrare in una coalizione che prevede anche la presenza decisiva e determinante delle forze populiste. Nello specifico, del partito di Grillo e di Conte.

 

Sotto questo versante può rinascere, o tramontare, una seria prospettiva politica di centro sinistra. Del resto, si può tranquillamente ricordare che è ormai da molto tempo che la nostra politica non prevede la presenza di un vero e credibile centro sinistra. È dai tempi dell’Ulivo a metà degli anni ‘90 che non c’è più, una coalizione di centro sinistra di governo. Forse è arrivato il momento di inaugurare una nuova stagione politica che recuperi sì le migliori culture riformiste ma che, al contempo, sappia anche pronunciare dei no verso quelle forze che per la loro indole e per il loro profilo sono del tutto estranei ed esterni alla benchè minima cultura di governo. E questa crisi di governo, paradossale e gravissima, può innescare questo soprassalto di dignità e di coraggio delle forze riformiste, democratiche e di governo presenti oggi nella geografia politica del nostro paese.

NON È TEMPO DI POLEMICHE, MA DI RICOMPOSIZIONE.

 

Nessuno di noi pensa di rifare la DC storica, semmai di concorrere a costruire un partito che si rifà a quella tradizione politica, nel contesto storico politico presente. Occorre metterci tutti veramente alla stanga, per costruire una formazione politica e una lista elettorale che, permanendo questo indecente sistema elettorale, possa competere in alternativa democratica al blocco conservatore sovranista e nazionalista.

 

 

Ettore Bonalberti

 

Stimolato dall’ultimo articolo di Giorgio Merlo su “ Il Domani d’Italia” (NO alla DC, si a una Democrazia di ispirazione cristiana) ho redatto questa mia riflessione. Appartengo a quegli indomabili “ultimi mohicani democristiani” che, dal 2011, perseguono l’obiettivo della ripresa politica della DC, dopo che la Corte di Cassazione, con sentenza definitiva n.25999 del 23.12.2010, ha stabilito che: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”. Un progetto avviato da un’indicazione dell’amico Publio Fiori e dall’impegno assunto con il compianto Silvio Lega per l’autoconvocazione dell’ultimo consiglio nazionale del partito. Un’autoconvocazione che riuscimmo a realizzare nel 2012. Sono passati dieci anni e, tra vicende alterne, alcune delle quali dolorose, il 14 Ottobre 2018 si è celebrato il XIX Congresso nazionale della DC, nel  quale Renato Grassi è stato eletto segretario nazionale.

 

La recente sentenza n.10654 del 4.7.2022 del tribunale di Roma ha posto fine alla ridda dei sedicenti capi e capetti di fantomatiche Democrazie Cristiane, che tanta confusione ha creato in molti amici presenti nelle diverse realtà territoriali. Comprendo le difficoltà di amici ex DC, i quali, avendo vissuto l’esperienza del passaggio dal PPI di Martinazzoli, Marini e Castagnetti all’Ulivo di Prodi e, quindi, al PD, dopo un lungo travaglio, si ritrovano adesso nella situazione ambigua e difficile di ex democratici cristiani (magari confortati dal perentorio giudizio dell’On Bodrato sul “prezioso cristallo infranto”) senza un partito e con alle spalle una militanza infelice nel PD, nel quale, per dirla con Donat Cattin, alla fine hanno fatto esperienza di quell’aforisma  secondo cui: “ è sempre il cane che muove la coda”.

 

Condivido con Merlo l’idea della costruzione di “una democrazia di ispirazione cristiana”, ma, nel contesto politico concreto dell’Italia oggi, alla vigilia di un confronto elettorale che si annuncia durissimo e su alcuni valori fondanti della storia politica della nostra Repubblica, come quelli della scelta nella politica estera, penso che servirebbe un partito organizzato, cristianamente ispirato, anche se non si desidera chiamarlo Democrazia Cristiana. Nessuno di noi pensa di rifare la DC storica, semmai di concorrere a costruire un partito che si rifà a quella tradizione politica, nel contesto storico politico presente. Caro Giorgio, non basta richiamarsi a Sturzo e a De Gasperi, ai governi di Moro e Fanfani, alle grandi scuole della sinistra sociale di Donat Cattin e politico istituzionale di De Mita, se, alla fine, tutto ciò si riduce a una generica richiesta di “una democrazia di ispirazione cristiana”.

 

Come scrivo con monotonia anche su questo giornale, da molto tempo mi batto per la ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, per concorrere alla formazione di un blocco culturale,  sociale, economico e politico istituzionale, nettamente schierato per l’Unione europea e per la scelta atlantica in politica estera, coerentemente con la migliore tradizione politica della DC. Un blocco che, mi auguro, possa costruire alle prossime elezioni una lista unitaria progressista, alternativa alla destra nazionalista e populista, nella quale il ruolo della parte democratico cristiana e popolare sia ben garantito. Per quest’obiettivo serviranno tutte le diverse parti oggi frastagliate e divise dalla lunga stagione della diaspora e servirà, al contempo, superare anche quella situazione di stallo, di surplace, di amici come gli ex popolari già presenti nel PD, i quali hanno il dovere di riconoscere i limiti di un partito che ha permesso lo sviluppo e l’egemonia sempre più diffusa di una cultura radicale di massa,  contraria ai valori fondanti non negoziabili di noi cattolici in materia di persona, vita e famiglia.

 

Una cultura che allontana dal voto non solo i teocom, ma molti elettori ed elettrici del terzo stato produttivo ( artigiani, agricoltori, commercianti, piccoli e medi imprenditori, professionisti) che credono nei principi indicati dalla dottrina sociale della Chiesa. Essenziale sarà trovare un minimo comun denominatore che, nella situazione politica attuale, aggravata dalla crisi aperta da Giuseppe Conte e da ciò che resta del M5S, ritengo possa proprio trovarsi nella scelta unitaria euro atlantica e in un progetto di politica economica, finanziaria e sociale in grado di garantire l’equilibrio tra gli interessi dei ceti medi produttivi e quelli delle classi popolari. In questo contesto, non servono le polemiche superficiali  e gli astratti riferimenti a progetti ideali, ma, piuttosto, metterci tutti veramente alla stanga, per costruire una formazione politica e una lista elettorale che, permanendo questo indecente sistema elettorale, possa competere in alternativa democratica al blocco conservatore sovranista e nazionalista guidato da Fratelli d’Italia e dalla Lega salviniana.

BAROMETRO CISL, I DATI DEL PRIMO TRIMESTRE.

 

I dati rappresentano, secondo l’ancipazione di Gallo, Presidente della Fondazione Ezio Tarantelli, “una sorta di punto massimo per gli indicatori di benessere delle famiglie. La fase di miglioramento potrebbe, difatti, essere prossima a terminare”.

 

Giuseppe Gallo

 

 

il prossimo 18 luglio alle ore 15.30, si svolgerà sulla Piattorma Zoom della Fondazione Ezio Tarantelli il Webinar di presentazione del Barometro Cisl relativo all’aggiornamento del primo trimestre 2022. Nell’allegarvi il programma dell’incontro, l’articolo di presentazione  e il nuovo numero del Barometro con i dati aggiornati, di seguito, trasmettiamo una breve introduzione al dibattito che, per i risultati dell’analisi,  si presenta interessante,  auspicando la vostra partecipata presenza. L’evento viene trasmesso anche sul canale youtube della Fondazione.

 

Il Barometro Cisl, relativo al primo trimestre 2022, disegna un quadro di grande complessità entrando nell’anatomia delle sue determinanti, delle loro interazioni, convergenze cumulative, asimmetrie, contrasti.

 

A partire dall’indicatore sintetico ponderato di benessere/disagio sociale delle famiglie italiane che ha raggiunto il valore 93,4 (fatto 100 il primo trimestre 2007), recuperando quasi completamente la caduta registrata nel corso dello shock pandemico. Alla risalita hanno contribuito il dinamismo del ‘rimbalzo’ dell’attività economica e del mercato del lavoro, sostenuti dall’ampia batteria di politica economica a favore delle imprese e delle famiglie.

 

La diagnosi tendenziale non è, tuttavia, rassicurante poiché l’analisi del contesto globale depone a favore della probabilità “che i dati del primo trimestre 2022 rappresentino una sorta di punto massimo per gli indicatori di benessere delle famiglie. La fase di miglioramento potrebbe, difatti, essere prossima a terminare.”

 

La vigorosa ripresa del 2021, combinata con le code irrisolte della pandemia e con le strozzature delle catene di fornitura e della logistica, hanno, infatti determinato tassi di crescita esponenziale dell’inflazione energetica ed, in minor misura, alimentare che la guerra scatenata dall’invasione russa in Ucraina, il razionamento del gas ed il suo uso politico hanno estremizzato.

 

La ricomparsa sulla scena di un’inflazione europea intorno all’8%, ben oltre il 2% a lungo programmato dalle Banche Centrali, nel lungo periodo deflativo, combinata con una riglobalizzazione selettiva, già in atto, che tende a ricondurre all’interno di aree geopolitiche omogenee catene di fornitura, di consumo, di creazione di valore, prefigura uno scenario ad alto rischio di stagflazione.

 

Negli USA, un’inflazione da domanda oltre il 9% e la severa reazione restrittiva della politica monetaria della FED, inducono autorevoli osservatori a prevedere una recessione in tempi brevi.

 

Per affrontare l’obiettiva complessità del quadro economico, sociale e politico, descritto in questo numero del Barometro, il 12 luglio u.s. si è svolto a Palazzo Chigi l’incontro fra Governo e Cgil, Cisl, Uil.

 

Si è trattato di un confronto molto positivo, nel corso del quale le proposte che la Cisl sostiene da tempo hanno trovato ampio apprezzamento, a partire dal modello di governance, ovvero da un grande Patto fra Governo e Parti Sociali a sostegno dello sviluppo socialmente giusto e responsabile ed ambientalmente sostenibile, per gestire il quale il Premier Draghi ha proposto un percorso di incontri aventi per oggetto il PNRR, le politiche industriali, l’energia, la Legge di bilancio.

 

La strategia della Cisl viene, puntualmente, descritta nell’ultimo paragrafo.

 

La grande lezione degli Accordi di concertazione vincenti degli anni novanta del secolo scorso che, grazie allo straordinario lavoro della Cisl, il Governo Draghi ha assunto come opzione strategica(sperando fermamente che non sia il suo ultimo atto), rappresenta il viatico prezioso anche in questo tornante, non meno complesso e rischioso, della storia del nostro Paese e dell’Europa.

 

 

In allegato le credenziali di accesso al Webinar

 

Piattaforma Zoom della Fondazione Ezio Tarantelli Centro Studi Ricerca e Formazione

https://us02web.zoom.us/j/89584852199?pwd=dGljVzVRL2dZdmdHaGZpZj FZWVZEUT09

ID riunione: 895 8485 2199 Passcode: 451088

L’evento viene trasmesso in diretta sul canale YouTube della Fondazione Ezio Tarantelli:

https://www.youtube.com/channel/UCzOsAbDYtHpO_0NiIAzHACA/featured

DRAGHI TIRA DRITTO: LA SUA SFIDA RIGUARDA IL BUONGOVERNO. SE OGGI VINCE, DEVE PENSARE AL DOMANI.

Sarebbe paradossale che il Parlamento tornasse a dargli la fiducia e lui, forte della rinnovata investitura, dovesse nel giro di pochi mesi trincerarsi nella logica del Cincinnato, abbandonando il campo.

Nella storia delle crisi di governo è accaduto nel passato che alla base delle dimissioni del Presidente del Consiglio ci fosse la registrazione o di un logoramento politico, giunto a livelli insopportabili, o di uno scacco parlamentare, decifrabile in termini di rottura all’interno della maggioranza.  Stavolta il voto al Senato ha confermato la fiducia al governo, ma con la contestuale formalizzazione del dissenso del M5S. Draghi pertanto è salito al Quirinale per rassegnare le dimissioni, ma il Capo dello Stato non ha potuto constatare la mancanza di una base parlamentare sufficiente alla prosecuzione dell’attività di governo. Dunque, Mattarella ha ritenuto opportuno respingere le dimissioni, invitando il Presidente del Consiglio a verificare lo stato dei rapporti tra le forze politiche di maggioranza. Non poteva andare oltre, essendo estranea alla condotta del Custode della Costituzione una valutazione strettamente politica. A questo punto la verifica attorno alla coesione della maggioranza passa attraverso il ritorno di Draghi in Parlamento.

Questo è l’aspetto formale della crisi. Nella sostanza, invece, giova riflettere sulle implicazioni della crisi. Il Presidente del Consiglio è stato fermo, e certamente lo sarà anche nei prossimi giorni, nel respingere la pretesa di trasformare la fase conclusiva della legislatura in una fiera delle convenienze e persino delle stravaganze di partito. La crisi, sotto questo punto di vista, è il risultato più aderente alla orgogliosa postura di Draghi, indisponibile a mediare tra continue rivendicazioni finalizzate al proprio tornaconto elettorale. La sua è una sfida che mette a nudo le incongruenze di una politica aggrovigliata su stessa, con alleanze oramai impraticabili a sinistra (PD-M5S) e incomprensibili a destra, vista la separazione tra chi sta al governo (FI e Lega) e chi all’opposizione (FdI). Tutto ciò fa capire quanto sia azzardato, in mancanza di prospettive chiare, il ricorso anticipato alle urne.

Ad ogni buon conto, la difficoltà si ripropone anche nell’auspicata prospettiva del voto a scadenza naturale, ed anzi, in questo caso, con maggiore intensità visto che Draghi ha ribadito più volte di non volersi candidare. Ora, se supera la prova di questi giorni, egli dovrà mettere bene a fuoco il compito che l’attende nel prossimo futuro. Sarebbe paradossale che il Parlamento tornasse a dargli la fiducia e lui, forte della rinnovata investitura, dovesse nel giro di pochi mesi trincerarsi nella logica del Cincinnato, abbandonando il campo. L’Italia non può permetterselo. Certo, salvare la legislatura è importante, se serve a governare il Paese in una fase molto complicata; ma lo sforzo di oggi ha senso se commisurato alle scelte di fondo che gli elettori dovranno consacrare. L’appello alla responsabilità suona come incipit di una politica solida e coerente, proiettata verso nuovi scenari.

SCALFARI, LA PASSIONE E IL GIORNALISMO.

Non appena ieri mattina si è diffusa la notizia, il web ha cominciato a macinare commenti su commenti a riguardo della scomparsa del fondatore di Repubblica. Papini contribuisce, qui di seguito. alla riflessione sul ruolo svolto per decenni da questo maestro del giornalismo italiano. “Scalfari si accetta o si respinge: senza poterne negare tuttavia lo straordinario fiuto giornalistico, la capacità di creare talenti e di costruire una comunità coesa (che è ben più di un semplice pubblico di lettori), di orientare il dibattito pubblico, di fare la fortuna o segnare il destino di questo o quell’uomo politico”.

Qualche tempo fa la televisione pubblica ha mandato in onda un documentario dal titolo “Scalfari: a sentimental journey”. Non è questa la sede per riflettere sulla moda dell’anglicismo imperante. Il prodotto è stato realizzato dalle figlie Donata ed Enrica Scalfari (in collaborazione con la Rai) e voleva essere – almeno nelle intenzioni – un’occasione di dialogo e di confronto con un genitore così importante e ingombrante, scomparso oggi (ieri per chi legge) alla veneranda età di 98 anni.

Nel film vengono rievocati i tratti fondamentali della biografia (quasi centenaria) di Scalfari: per cominciare, il liceo classico a Sanremo con Italo Calvino come compagno di banco, insieme al quale costruisce una grammatica del pensiero e delle emozioni. Dopo l’ipnosi del fascismo, Scalfari resta legato – e lo sarà per tutta la vita – al 14 luglio francese: “Il laicismo di Voltaire e Diderot, il socialismo riformista di Babeuf e le barricate in strada dei Miserabili”. 

Nel dopoguerra, l’esperienza irripetibile del “Mondo” di Mario Pannunzio (sul quale scrivono personaggi come Benedetto Croce e Gaetano Salvemini), raccontata nel bellissimo libro La sera andavamo in via Veneto recentemente ristampato da Einaudi. Ambiente perlopiù liberaldemocratico, con venature azioniste. Negli anni ’60 la direzione del settimanale “L’Espresso” e nel decennio successivo l’avventura (umana, politica e giornalistica) del quotidiano “La Repubblica”. L’utopia – rivendicata dal fondatore nel 1976 – di essere “con la sinistra, oltre la sinistra”. Il successo editoriale (a cui contribuì – come è noto – il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro) che lo porta a essere, nei favolosi anni Ottanta, direttore del primo giornale italiano (con 800 mila copie vendute, sorpassando il “Corriere della Sera”) e, sul finire del decennio, uno degli uomini più ricchi d’Italia (dopo aver venduto le quote di sua proprietà del giornale all’Ingegner Carlo De Benedetti). 

Come Montanelli, il grande antagonista espressione della cultura liberal-conservatrice, Scalfari si accetta o si respinge: senza poterne negare tuttavia lo straordinario fiuto giornalistico, la capacità di creare talenti e di costruire una comunità coesa (che è ben più di un semplice pubblico di lettori), di orientare il dibattito pubblico, di fare la fortuna o segnare il destino di questo o quell’uomo politico. Una posizione così esposta naturalmente non metteva Scalfari al riparo dalle critiche, dettate dalla sua ambizione (mai nascosta) di fare dell’informazione un potente strumento di formazione dell’opinione pubblica. Le sue ultime riflessioni, per lo più di carattere filosofico, si rifanno alle ascendenze razionalistiche alle quali Scalfari, con risultati discutibili ma con indubbia passione e intelligenza, ha cercato di restare fedele per tutta la vita.

La parte forse meno nota del docufilm – di cui si diceva all’inizio – è quella dell’uomo privato Eugenio, della sua pedagogia martellante (e a tratti umiliante) e della sua ricerca laica sul senso della vita. La sorprendente intesa con Papa Francesco, una conversione “sentimentale” che fu sempre per Scalfari il grande dubbio al centro delle loro conversazioni a Casa Santa Marta. Un’amicizia senile tra due persone che accettano le loro differenze intellettuali, unendosi nella sintonia umana. “Non ti commuove tutto questo?” domanda Enrica al padre, ricevendo come risposta soltanto un orgoglioso “Beh, mi tocca”. Fino a 98 anni Scalfari scriveva ancora i suoi editoriali (più spesso li dettava a braccio) sorretto da lampi di memoria accecanti. Anzi lui creava, come precisa alle figlie, con modi degni di Picasso (“Io non cerco, trovo”). 

La memoria delle figlie ha invece conti più prosaici da regolare, qualcosa ancora da capire: “Ti abbiamo vissuto come un padre diviso”. Quando lo cercano, spesso non lo trovano. Stava in due famiglie, diviso tra due donne, la moglie Simonetta e Serena, sposata dopo la morte della madre di Enrica e Donata. Alla fine le sorelle si sono arrese: “Abbiamo condiviso questa dualità”. Eugenio, candidamente, riteneva – fino alla fine – di aver fatto la scelta migliore: un accordo. Simonetta e Serena erano a conoscenza l’una dell’altra e lui si impegnava a dare a entrambe “lo stesso affetto e le medesime attenzioni”. Proteggere e ricomporre il “lessico familiare” è stata la sua missione per tutta la vita, un fuoco da seguire la cui torcia rimaneva saldamente nelle sue mani. Le figlie rivelano che gli è sempre piaciuto paragonarsi a Noè dentro l’arca, felice del ruolo che gli attribuiva da fuori quella “tempesta necessaria”. Passano rapidamente in rassegna nel docufilm la prima abitazione sulla via Nomentana, il “buen retiro” di Velletri, che ha rappresentato a lungo il rifugio delle vacanze estive. Infine, l’ultima casa al Pantheon, dalla quale il quasi centenario Eugenio contemplava i tetti di Roma e il bilancio di una lunga e tormentata esistenza, forse irripetibile.

«Papà hai paura della morte?», gli chiedono le figlie. Lo sguardo arriva sereno, quasi non ci fosse bisogno del suo no. “Si muore desiderando”, diceva. Desiderando di scrivere. Desiderando di amare. Desiderando di essere sempre nelle contraddizioni del mondo.

NO ALLA DC, SÌ AD UNA DEMOCRAZIA DI ISPIRAZIONE CRISTIANA.

“Al di là di uno strumento politico ed organizzativo _ scrive l’autore -, e quindi anche di un progetto politico concreto ma storicizzato, quello su cui vale la pena richiamare l’attenzione è che la DC come partito è consegnato agli archivi storici ma una democrazia di ispirazione cristiana continua ad essere, invece, utile, attuale e contemporanea anche nel contesto politico e culturale odierno”.

Il partito della Democrazia Cristiana è politicamente e storicamente archiviato. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. Ovvero, la DC è stata un “fatto storico”, cioè una esperienza politica concreta collocata in una precisa stagione storica del nostro paese. Dopodichè, quando sono venute meno le ragioni politiche, culturali e anche storiche che hanno giustificato la presenza di quel partito, la Democrazia Cristiana si è sciolta come neve al sole. E, accanto alle motivazioni di ordine politico, lo tsunami innescato dalla magistratura ha fatto il resto. E, per citare una celebre definizione di un autorevole leader di quel partito, Guido Bodrato, “la DC era come un vetro infrangibile. Quando è andata in frantumi si è dissolta in mille pezzi che non sono più ricomponibili”. Una frase secca, perentoria ma senza attenuanti.

Ora, al di là di uno strumento politico ed organizzativo, e quindi anche di un progetto politico concreto ma storicizzato, quello su cui vale la pena richiamare l’attenzione è che la DC come partito è consegnato agli archivi storici ma una democrazia di ispirazione cristiana continua ad essere, invece, utile, attuale e contemporanea anche nel contesto politico e culturale odierno. E questo perchè i valori, l’esperienza democratica nutrita di una ispirazione cristiana laicamente declinata nella società contemporanea, non è affatto una evocazione astratta o, peggio ancora, nostalgica. Per una semplice ragione: in un clima ancora caratterizzato da una pesante desertificazione culturale e da una radicale assenza di riferimenti etici – per non parlare della visione della società coltivata dai singoli partiti – recuperare il patrimonio ideale e una cultura politica che non sono mai fallite alla prova della storia, può e deve essere una strada ancora da ripercorrere e da assecondare. 

Certo, non si tratta di riproporre un modello organizzativo che, del resto, è sistematicamente fallito ogniqualvolta qualche anima generosa cercava di riportarlo all’onore della cronaca politica. Né, d’altro canto, è immaginabile, nella fase storica contemporanea, pensare ad un partito fortemente identitario ed espressione di una sola cultura politica. Esperienze che hanno contrassegnato, invece, la lunga stagione della prima repubblica e che si è progressivamente dispersa dopo l’avvento dei partiti personali/cartelli elettorali da un lato e, in modo più credibile, dei cosiddetti “partiti plurali” dall’altro. Partiti plurali che, nella migliore delle ipotesi, sono caratterizzati dall’apporto di più culture politiche anche se, purtroppo, con i partiti personali o del “capo” la stessa identità politica e culturale è quasi sempre sacrificata sull’altare della fedeltà al verbo o al dogma dello stesso “capo”.

Ma la tradizione storica e l’esperienza politica e culturale del cattolicesimo politico italiano non possono essere passivamente associati alla sola storia della Democrazia Cristiana. Perchè lo strumento politico del partito è una cosa ma la cultura politica di una tradizione ideale è tutt’altra cosa. A cominciare anche e soprattutto dalla lezione e dal “magistero” concreti di molti leader e statisti di quel partito disseminato in 50 anni di governo, seppur tra alti e bassi. Come si può, per fare due soli esempi concreti, non recuperare l’eredità politica di Carlo Donat-Cattin sulla importanza e sulla centralità della “questione sociale” nell’ orientare e nel disegnare una visione di società e un programma politico di governo che non sia solo dettato dalle emergenze e dalla contingenza? Al contempo, il magistero di Ciriaco de Mita – ripeto, per citare due soli leader della lunga e ricca tradizione del cattolicesimo politico e sociale italiano – sul terreno istituzionale e di riordino e rilancio delle nostre regole continua ad essere di straordinaria attualità. Per non parlare della tensione riformista di Tina Anselmi o della caratura politica e di governi di uomini come Andreotti o Fanfani.

Insomma, la vera sfida in vista della ricostruzione e della rifondazione della politica dopo il fallimento del populismo demagogico e anti politico e della esperienza penosa di governo dei 5 stelle, non può non ripartire dalle “fondamenta”. Se non vogliamo ripiombare in un’altra moda altrettanto dannosa e nefasta per la qualità della nostra democrazia, per la credibilità delle istituzioni e per l’efficacia dell’azione di governo. E una democrazia di ispirazione cristiana può, al riguardo, essere ancora utile e necessaria. Soprattutto per quel Centro e quella “politica di centro” che saranno presenti alle prossime elezioni politiche generali

SULL’ORLO DELLA CRISI DI GOVERNO: DRAGHI NON VUOLE TIRARE A CAMPARE. E BERLUSCONI E LETTA PARLANO DI “VERIFICA”.

Viene da pensare che tanta prudenza, lungo l’insolito asse tra Pd e Forza Italia, rispecchi il timore del Quirinale per le incognite di una crisi particolarmente subdola, con il rischio di lacerazioni ulteriori. Bisogna evitare il ricorso anticipato alle urne.

Le ragioni di una forza politica non possono prevaricare le ragioni di un Paese. L’Italia piomba nel buio dell’incertezza poltica che può rappresentare, a giudizio di alcuni, l’anticamera dello scioglimento anticipato delle Camere. 

Emergenze fuori dall’ordinario – Putin ancora ieri ha rilanciato la minaccia di un conflitto nucleare – non consentono di maneggiare ciecamente l’arma del proprio tornaconto. Conte sceglie però di riportare i 5 Stelle nella caverna dell’identitarismo corsaro, certo più evoluto e garbato rispetto ai gloriosi esordi, ma forse persino più corrosivo di quel tempo non troppo lontano. Dunque, si fa l’esatto contrario di quanto auspicabile nelle condizioni attuali. È la prima volta, infatti, che si sfoglia la margherita della crisi ponendo tra i fattori dirimenti l’avversità alla prevista realizzazione di un inceneritore, a Roma, ovvero nella città penalizzata nel merito dall’inerzia colpevole della Raggi. 

Si è giunti al punto più basso della dialettica democratica. A questo punto, cosa può accadere dopo l’annunciata volontà del M5S di non votare, sia pure per motivi tecnici, la fiducia al Senato? Berlusconi si è pronunciato con chiarezza: il governo ha i numeri per andare avanti, salvo una verifica tra le forze che ne sostengono l’attività. Solo che la parola “verifica” riporta ai vecchi riti della Prima Repubblica e questo, a Berlusconi, è stato subito rimproverato. Ciò nondimeno, durante la Festa dell’Unità a Melzo, Enrico Letta ha fatto ricorso al medesimo vocabolo incriminato. “È evidente – si legge nel comunicato diffuso attorno alle 23 – che la scelta annunciata da Conte e M5S rimette in discussione molte cose, e in una maggioranza così eterogenea ci sono dei distinguo. Ma io non mi preoccupo, esiste il voto di fiducia che è fondamentale. Chiederemo di fare una verifica (nostro corsivo, ndr) per capire se questa maggioranza c’è ancora o no”.

Viene da pensare che tanta prudenza, lungo l’insolito asse tra Pd e Forza Italia, rispecchi il timore del Quirinale per le incognite di una crisi particolarmente subdola, con il rischio di lacerazioni ulteriori. Non è un mistero che Mattarella faccia trapelare i dubbi, volendo usare un eufemismo, sulla plausibilità di un anticipo elettorale in autunno mentre il Parlamento avrà di fronte scadenze impegnative, a partire dalla legge di bilancio. Il filo del dialogo, dunque, non va spezzato. È tutto molto difficile, ma anche tutto così necessario, perché lo scenario peggiore consiste nella inarrestabile divaricazione tra le forze che pur a fatica hanno dato vita al governo Draghi.

Da oggi si apre un altro capitolo. Servirà capire, in particolare, quale struttura e quale profilo dovrà avere il centro-sinistra. Qualora la crisi rientrasse, l’auspicata evoluzione dei 5 Stelle dal velleitarismo alla responsabilità, similare al passaggio dallo stato adolescenziale all’età adulta, sarebbe schiacciata ai margini delle previsioni di medio-lungo termine a cui legare un autentico progetto politico. Aver confidato sul nuovo amalgama del progressismo, con PD e M5S alleati strategici, è stato l’errore che l’ormai lontana sostituzione di Zingaretti non ha sanato. Letta, seppur con altro stile, ha proseguito sulla stessa linea facendo credere che l’alleanza in qualche comune fosse l’alba di questa stagione di rinnovamento a sinistra. La realtà s’incarica, come si vede, di smentire le fantasie dei vari agrimensori del campo largo.

LA DERIVA DEI 5 STELLE. L’ITALIA PAGA L’INCOERENZA E LA FRAGILITÀ DEL LORO PROGETTO POLITICO. 

Sappiamo che sono stati i teorici e i sostenitori concreti della tesi goliardica e ridicola “dell’uno vale uno”. Sappiamo anche, però, che sono un partito trasformista ed opportunista. L’ultima mossa, a tarda serata, innesca un processo di estrema fibrillazione, foriero di gravi rischi. Ora, si vuole realmente chiudere la brutta e decadente stagione del populismo nel nostro paese, è indispensabile attivare una iniziativa politica che sia in grado di isolare prima e di sconfiggere poi quella deriva e quella sub cultura politica.

Certo che diventa sempre più difficile decifrare e scrutare chi sono realmente i 5 Stelle. Oggi. Dunque, quello che sappiamo è che sono il partito populista per eccellenza nel panorama politico italiano. Sappiamo che il “vaffa Day” è stato, da sempre, il vero ed autentico collante ideologico, culturale, etico e politico del loro programma di governo. Sappiamo che hanno sostenuto tesi strampalate, grossolane, squisitamente antidemocratiche e anti liberali. Sappiamo che sono stati un partito giustizialista, manettaro, demagogico e profondamente anti politico. Per loro stessa ammissione. Sappiamo che sono stati i teorici e i sostenitori concreti della tesi goliardica e ridicola “dell’uno vale uno”. Sappiamo anche, però, che sono un partito trasformista ed opportunista. L’ultima mossa, a tarda serata, innesca un processo di estrema fibrillazione, foriero di gravi rischi. 

Occorre ricordare che nel tempo hanno stretto alleanze di governo, pur di restare al potere, con chicchessia senza la benchè minima difficoltà politica. Cioè con tutto e il contrario di tutto. E, al riguardo, senza alcun dibattito politico, culturale e di natura programmatica. Sappiamo, infine, che hanno rinnegato tutto ciò – ma proprio tutto e non vale neanche la pena di soffermarsi su questo versante – che hanno predicato, urlato, giurato e promesso in tutte le piazze italiane per svariati lustri. Ora, per non limitarsi a fare un elenco di cose stranote e straconosciute dalla pubblica opinione italiana, restano aperte due domande di fondo che ci permettiamo di avanzare da queste colonne.

Innanzitutto qual è il partito o la forza politica democratica, riformista, di governo e popolare che vuole intraprendere un percorso di alleanza con un partito populista nel suo dna e trasformista nella sua pratica quotidiana? Qual è il partito o la forza politica che pensa di elaborare un programma di governo con una formazione del genere guidata da un leader – si fa per dire – che nell’arco di questi 2/3 anni si è definito un populista, poi un cattolico democratico, poi un cattolico di sinistra, poi un avvocato del popolo, poi un anti sistema, poi un garante delle istituzioni e infine anche un difensore dei ceti popolari? È persin ovvio che sorge una banale domanda: ma chi sono oggi questi 5 Stelle? Per chi ha le idee chiare nel centro destra o nel campo della sinistra forse è giunto il momento di dirlo con chiarezza. Anche perchè è difficile saperlo da un partito trasformista ed opportunista.

In secondo luogo se si vuole realmente chiudere la brutta e decadente stagione del populismo nel nostro paese, è indispensabile attivare una iniziativa politica che sia in grado di isolare prima e di sconfiggere poi quella deriva e quella sub cultura politica. Non esiste un’alternativa concreta a questo percorso. Fuorché non si voglia contribuire ad individuare nella prassi populista, demagogica, giustizialista e manettara una prospettiva politica con cui è possibile costruire concretamente un programma di governo credibile e realmente percorribile.

Ecco perché, quando si parla del populismo da sconfiggere e da archiviare – cioè del partito di Grillo e di Conte – si parla di come rapportarsi con i 5 Stelle. E questo ancora al di là di ciò che stanno mostrando in questi giorni – e soprattutto nelle ultime ore – nei confronti del Governo Draghi. Gli equivoci, le doppiezze e gli atteggiamenti balbettanti non sono più tollerabili. Serve, adesso, chiarezza e, soprattutto, è necessaria la coerenza del proprio progetto politico. Soprattutto per quelle forze e quei partiti che vantano di appartenere rigorosamente all’area democratica, riformista, di governo e ancorati ai principi e ai valori costituzionali.

CALO DELLE IMPORTAZIONI: LA RUSSIA CORRE AI RIPARI CONFERENDO ALLA FIGLIA DI PUTIN UN INCARICO SPECIALE.

Secondo quanto si legge nelle statistiche della Banca centrale russa, rispetto ai primi tre mesi dell’anno il valore delle esportazioni è diminuito da 166 a 153 miliardi. L’intero settore industriale sta vivendo un momento di blocco totale. Dietro la facciata di sicurezza esibita da Putin, a Mosca incombe la crisi.

La figlia più giovane del presidente Vladimir Putin, Katerina Tikhonova, è stata nominata supervisore del programma delle importazioni in difficoltà della Russia. Un gruppo formato da varie lobby d’affari. La creazione di queste nuove figure è stata resa necessaria in seguito agli effetti prodotti dalle sanzioni occidentali; le importazioni russe, infatti, sono crollate al minimo nei mesi successivi all’invasione dell’Ucraina e da allora hanno mostrato pochi segni di ripresa.  

La Banca centrale ha affermato, lo scorso anno, che quasi due terzi delle imprese russe dipendono dalle importazioni e, dall’inizio dell’attacco all’Ucraina, ci sono state segnalazioni regolari di scarsità di forniture e di beni chiave. E non sono pochi i beni che la Russia importa. I proventi del proprio export (gas e petrolio) servono per acquistare soprattutto prodotti lavorati, spesso ad alta tecnologia. Computer (3,3 miliardi), parti di macchinari da ufficio (2,4 miliardi), macchine pesanti (2 miliardi), auto per 11 miliardi e prodotti farmaceutici per 8, 10 miliardi di dollari.

Secondo quanto si legge nelle statistiche della Banca centrale russa (prima che smettessero di pubblicarle), rispetto ai primi tre mesi dell’anno il valore delle esportazioni è diminuito da 166 a 153 miliardi ma le importazioni sono scese ancora di più passando da 88,7 a 72,3 miliardi. Questo rende forte il rublo. La moneta è forte, di fatto perché la Russia non riesce a spendere in importazioni. E uno stato che non importa diventa uno stato debole.

Proprio per questo, il nuovo gruppo delle importazioni è in difficoltà e, secondo quanto riferito dal capo dell’RSPP Alexander Shokin, dovrà redigere proposte legislative, creare servizi digitali ed evidenziare le migliori pratiche nei tentativi di ridurre la dipendenza della Russia dai beni di fabbricazione estera.

Sarà una dura lotta per tutti loro rimpiazzare la tecnologia occidentale. L’automobile, uno dei settori dell’economia più importante per la Russia, dopo l’uscita dei gruppi stranieri, si sta pian piano avvicinando a una vera e propria paralisi.  Lada, il brand più importante, ha subito un crollo delle vendite pari all’84% e un aumento dei prezzi di listino pari al 30%. Ma non è tutto: l’intero settore industriale sta vivendo un momento di blocco totale, con il 40% dei camion prodotti in meno, e anche locomotive ed elettrodomestici come lavatrici e frigoriferi in calo del 60%.

Non ci resta che augurare buona fortuna, come a tutte le economie in via di sviluppo e sperare che anche loro possano prima o poi voltare pagina e dirigersi verso la scelta di un sistema finalmente libero e democratico.

IL PROFILO DELLA NUOVA EUROPA POLITICA 

Tramite il “Laboratorio Europa” dell’Eurispes Davicino ha sottoscritto un documento sulla riforma dell’Europa, il cui testo si può leggere integralmente grazie al link posto a fine pagina. Di seguito riportiamo l’introduzione al documento preparata dall’autore a beneficio dei lettori de “Il Domani d’Italia””. 

 

Benché le maggiori sfide alla stabilità dell’Ue ultimamente sembrino dovute più a decisioni di natura politica, in questa fase di crisi si fa ancora più sentire l’incompletezza della costruzione europea dal punto di vista istituzionale. Per questo anche sotto questo secondo profilo occorre un’accelerazione dei tempi del cambiamento. Lo chiedono in un documento un gruppo di soggetti impegnati a studiare e a promuovere l’integrazione politica europea, tra cui Laboratorio Europa/Eurispes, CesUE”/Università di Pisa, Istituto Diplomatico Internazionale, Rete “Università per l’Europa Politica”.

 

“Serve una soluzione politica – affermano i promotori – un progetto politico forte in grado di segnare una svolta, un cambiamento profondo del funzionamento attuale dell’Unione che rimuova le principali cause che ne frenano il ruolo”. L’architettura istituzionale che viene proposta, si struttura per cerchi concentrici e a geometrie variabili. Un primo nucleo di Paesi potrebbe procedere verso la realizzazione di una Unione Politica, a struttura federale, composta da un’avanguardia di Paesi che hanno adottato o che adottano l’Euro, che funga da forza di attrazione, come avvenuto con la CEE del ’57. “Una Unione che – si legge nel documento – con un corretto bilanciamento dei poteri, possa agire come soggetto politico democratico e autonomo, nel contesto interno ed internazionale, rappresentata da un interlocutore riconoscibile. Un soggetto politico europeo, ben connotato nel contesto internazionale e capace di univoca interlocuzione rispetto agli attori presenti sulla scena globale, dotato di potere legislativo, di governo e di controllo, con una responsabilità politica comune, condivisa e trasparente”.

 

Un secondo livello di intervento individuato nella suddetta proposta di riforma, riguarda l’Unione Europea attuale, a 27 che avrebbe comunque bisogno di uno snellimento della procedura decisionale: “trasformare il Consiglio in Camera degli Stati, ripartire meglio le competenze tra Unione e Stati”.

 

Infine, si contempla la creazione di una Comunità Politica Europea, intesa come una “piattaforma di coordinamento politico per i Paesi europei di tutto il continente”, al fine di promuovere il dialogo e la cooperazione sulle questioni di interesse comune, senza sostituire le politiche e l’autonomia decisionale dell’Unione Europea. L’aspetto decisivo di tale riforma, sarà, secondo i suoi proponenti, quello di cambiare l’approccio politico rispetto a quanto avvenuto sinora. “I Paesi che decideranno di partecipare al cambiamento devono essere convinti che le politiche e le regole introdotte – (come l’UEM) – o da introdurre, non si possono considerate giuste di per sé e difese a prescindere dagli effetti che avranno sui due aspetti fondamentali della creazione e della distribuzione di valore”. Su tutto deve sempre prevalere la logica della solidarietà.​

 

Per leggere il documento

http://www.agendadomani.it/?p=15103

IL CORTO CIRCUITO DELLA CRISI: QUALE AGENDA DRAGHI PUÒ ESISTERE SENZA DRAGHI?

Il Presidente del Consiglio dà prova di autocontrollo e guida questa fase difficile con mano ferma. Come si andrà alle elezioni del prossimo anno? L’idea di resuscitare la vecchia dialettica tra centrodestra e centrosinistra non è aderente alla pressione di nuove urgenze e prospettive. Intanto bisogna evitare la crisi di governo, poi servirà una mappa per orientarsi nella navigazione verso l’approdo elettorale.

In mezzo al frastuono le parole di Draghi risuonano nitide. Di questi tempi è già molto, più di quello che la sfibrata condizione politica mediamente può offrire. Ed è un pregio la chiarezza che si ricava ascoltandole, mentre l’accumulo delle altrui verbosità indica la stratificazione di discorsi ultimativi, residua frontiera del populismo. 

Stile e sostanza, dunque, polarizzano l’attenzione di chi accoglie questo eloquio di responsabilità, ma insieme di concretezza e speranza. Sicché le emergenze, gravide di minacce, sono affrontate con una dose elevata di consapevolezza e moderato ottimismo circa la tenuta del nostro Paese, di solito bistrattato. Il Presidente del Consiglio ne ha dato prova ieri sera alla cena organizzata dalla stampa estera: “Attraversiamo – ha detto – diverse crisi, dall’invasione dell’Ucraina, ai costi dell’energia, all’inflazione. Ma in un momento così difficile l’Italia resta un Paese forte. Forse è una novità, ma è forte. La nostra economia è in crescita anche se come dicono a Roma non bisogna allargarsi troppo, perchè i rischi restano. I dati sul fabbisogno e i conti pubblici vanno molto bene”. 

Ora, l’iniziativa di Conte ha messo a nudo la fragilità delle alternative che, a partire dalle mosse di questi giorni, sembrano proiettare le loro ombre sullo schermo delle elezioni del prossimo anno. Non si materializza alcuna proposta convincente, dato che l’esercizio di riabilitazione fisica delle vecchie coalizioni assomiglia a uno spettacolo di prestigiatori alle prese con il futuro. Il campo largo, vagheggiato a sinistra, fa pensare a misure catastali di una politica immaginifica. Eppure, in questa evocazione, un senso è possibile pure trovarlo: la formula di unità nazionale dovrebbe lasciare il posto a una nuova maggioranza, disegnata attorno al Pd, che metterebbe insieme i progressisti (e i moderati) coinvolti nel governo Draghi. Il punto è che l’instabilità dei Cinque Stelle, sotto la direzione di un Conte politicamente smarrito, rende tutto più complicato.

Altro è invece il discorso di Berlusconi. Tornato al centro della scena politica, come ama ripetere con insistenza, il vecchio leader di Forza Italia prospetta la resuscitazione del centrodestra e la sua vittoria elettorale, per guidare l’Italia attraverso un insieme di forze che oggi sono divise, stando FdI all’opposizione, ma che domani sarebbero unite proprio nell’attuazione della cosiddetta Agenda Draghi: continuità di programmi, si potrebbe insomma dire, ma discontinuità di assetto e guida politica. Può essere, questa, una proposta credibile? Se lo fosse, verrebbe allo scoperto l’amara trasformazione della politica in veicolo di mero impossessamento del potere, facendo sempre ricorso all’armamentario di slogan ad implicito connotato populistico. Dell’esperienza di Draghi, entro questa cornice di ambiguità, non rimarrebbe nulla.

L’auspico è che intanto giovedì al Senato non si consumi lo strappo e il governo venga messo al sicuro. I segnali, a riguardo, sono positivi. Anche i Cinque Stelle avvertono il rischio di una crisi senza sbocchi, con un lento e faticoso trascinamento, come che sia, verso la scadenza elettorale del 2023. Superato questo scoglio, bisognerà tuttavia capire come affrontare la navigazione in mare aperto guardando a un possibile approdo sicuro.   

 

IL CARDINALE MARTINI PRECURSORE DI PAPA FRANCESCO 

Per gentile concessione degli autori riproponiamo questo saggio che in origine è stato pubblicato da Adista, settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religiosa.

 

L’intervista rilasciata l’8 agosto 2012 dal cardinal Martini  – rivista e approvata dall’autore, che sarebbe morto di lì a qualche giorno, il 30 agosto 2012 – a Georg Sporschill, il confratello gesuita che lo aveva intervistato per le  Conversazioni notturne a Gerusalemme, e a Federica Radice, costituisce il testamento spirituale di questo grande intellettuale ed uomo di Chiesa. Rileggerla oggi è un’esperienza istruttiva, e anche emozionante. Martini si rende perfettamente conto del baratro in cui rischia di cadere la Chiesa cattolica, la sua Chiesa. E le sue affermazioni sono estremamente lucide, franche,  scabre ed essenziali. Nel momento finale, non è più tempo di perifrasi, di attenuazioni: rimane solo  la nuda verità. Cerchiamo  di mettere in risalto le caratteristiche fondamentali della sintesi finale del cardinal Martini, e poi cercheremo di vederne le analogie con il pensiero e la pratica di Papa Francesco.  

Il punto fondamentale, a nostro avviso, viene enunciato alla fine: “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio”. Il cardinal Martini era un uomo che pesava le parole che diceva. Cerchiamo allora di capire bene il significato della sua dichiarazione. Cominciamo dal negativo:  perché, in che senso  la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni? La risposta crediamo sia questa: perché, traumatizzata dagli effetti della rivoluzione francese, all’inizio dell’Ottocento pensò di contrapporsi frontalmente alla modernità in tutti i suoi aspetti – la scienza moderna, la libertà di coscienza, di opinione, di stampa, il pluralismo religioso,  la democrazia – e ritenne, a questo fine, di poter ritornare ai privilegi dell’ancien régime, idolatrato come presunto regime cristiano. Basta leggere il Sillabo, emanato dal Pio IX nel 1864, per capire a quali abissi di incomprensione potesse portare questo atteggiamento  culturalmente ottuso e politicamente reazionario. Esso continuò ben oltre Pio IX: basti ricordare la triste vicenda della condanna del cosiddetto modernismo, con l’Enciclica Pascendi dominici gregis firmata da Pio X nel 1907, che diede l’avvio a una vera e propria caccia al modernista che si trascinò per anni e anni nella Chiesa cattolica, con episodi particolarmente squallidi. 

Questo atteggiamento di chiusura continuò negli anni: basti ricordare  le persecuzioni contro i teologi aperti alla sfida della modernità – i Teilhard de Chardin, De Lubac, Chenu, Congar … Queste condanne furono rovesciate solo al tempo del Concilio, con il riconoscimento dell’apporto decisivo dato da questi teologi all’‘aggiornamento’ (Papa Giovanni XXIII) della dottrina della Chiesa. Insomma, per capire il ritardo plurisecolare della Chiesa di cui parla Martini siamo costretti a ricorrere all’evento capitale nella storia della Chiesa cattolica degli ultimi secoli, cioè al Concilio Vaticano II, che in linea di principio chiuse un’epoca  e aprì le porte della Chiesa al confronto con il mondo moderno – e ora postmoderno (il cardinal Martini, raffinato biblista, si rendeva ben conto di quanto provvidenziale fosse stata l’apertura alle scienze moderne anche nel campo della ricerca biblica). Dunque, nell’affermazione sui duecento anni di ritardo deve essere letta anche una istanza polemica nei confronti dei sostenitori della cosiddetta ‘ermeneutica della continuità’ che, contrastando i risultati  della più accreditata ricerca storiografica – pensiamo alla Storia del Concilio Vaticano II, curata da Giuseppe Alberigo – intendevano   appiattire il Concilio Vaticano II sul Concilio Vaticano I e, prima, sul Concilio di Trento, rimuovendo così la novità del Concilio in nome del richiamo al tradizionalismo, confuso con la tradizione. (Il tradizionalismo è cosa diversa dalla tradizione vivente: come diceva Mahler – ripreso da Karl Rahner – “tradizione è conservare il fuoco, non adorare le ceneri”). 

Si trattava di ‘normalizzare’ il Concilio Vaticano II sul modello del I, di contenerne,  ‘sopire e troncare’, le manifestazioni più rigorose ed autentiche, come purtroppo la Chiesa scelse di fare negli anni Settanta (si pensi, per fare un solo esempio, alla repressione dell’intelligenza di uno dei più brillanti teologi morali del secondo Novecento, Ambrogio Valsecchi). Invece – questo ci sembra il cuore del messaggio del cardinal Martini – occorreva e occorre dare pieno corso, in modo coraggioso e aperto, agli sviluppi che nascono dall’assunzione del paradigma del Concilio Vaticano II, cioè dal confronto obbligato con le scienze e le filosofie della modernità (e oggi della postmodernità). Ma ciò comporta la diversa risoluzione di un problema fondamentale: in che modo pensare l’inculturazione del cristianesimo? Come è noto, il primo cristianesimo venne pensato attraverso le categorie della filosofia greca, che costituiscono una meravigliosa espressione dell’intelligenza  umana e che anche noi amiamo. E tuttavia, il pensiero umano in Occidente non si  fermò ad essa. In campo scientifico e filosofico,  passando attraverso il Rinascimento, la nascita delle scienze naturali e sociali,  l’illuminismo, è sopravvenuto un altro modello di ragione, rispetto a quella greca classica: in esso la valenza teologico-metafisica non è per nulla data come un corollario indiscutibile delle proposizioni scientifiche ma viene problematizzata, se non messa tra parentesi o addirittura negata. Questa è l’aria del nostro tempo, questo  è il senso comune dell’Occidente, questa è la sfida che dobbiamo affrontare: e non possiamo farlo invocando il ritorno a un passato, anche se glorioso nei suoi momenti migliori (e orribile in quelli peggiori). 

La testimonianza cristiana deve sapersi confrontare con i livelli più alti raggiunti dal sapere contemporaneo.  Facciamo un esempio che un fine conoscitore di musica come Ratzinger potrebbe capire bene: tutte le persone con una cultura musicale ammirano la splendida polifonia di Palestrina. Ma forse ciò  impedisce  di apprezzare la Missa solemnis di Beethoven o le musiche sacre di Messiaen o di Pärt? La risposta che i tradizionalisti danno al problema dell’inculturazione della fede cristiana  – Papa Benedetto XVI nel Discorso di Ratisbona lo ha fatto in modo raffinato, i  seguaci lo fanno spesso in modo intellettualmente grossolano  – è in sostanza questa: l’inculturazione della fede cristiana  nella grecità è un evento provvidenziale, dunque noi dobbiamo assumerne gli esiti non soltanto come un dato storico, che come tale va sempre ripensato, ma come un dato metastorico, cioè un insieme di verità metafisico-teologiche che vanno custodite e tramandate come verità eterne, nella loro sostanza come nella loro forma. 

Dunque la fede cristiana equivale alla dottrina tradizionale cristiana. Stando così le cose, è evidente che risultano incomprensibili una serie di acquisizione della ricerca scientifica moderna, tanto nel campo delle scienze umane (per esempio l’ebraicità di Gesù, “un ebreo marginale”, per riferirci al titolo della grande ricerca in più volumi di padre Meier) quanto nell’ambito delle scienze naturali (p.es. la teoria dell’evoluzione, le ricerche intorno alla genesi e alla dinamica dell’universo ecc.). Senza il tomismo non c’è la fede cristiana? In generale:  la fede cristiana equivale alla sua inculturazione originaria? Secondo Ratzinger sì, secondo Martini no.  

Per Martini era ora di riprendere con lena e con coraggio il confronto con la (post)modernità, iniziato, ma non certo terminato, con il Concilio Vaticano II. Ma questo richiedeva due presupposti, uno intellettuale e uno morale. Sul piano intellettuale, occorreva uscire dalla ‘sindrome di onniscienza’ che aveva accompagnato la Chiesa cattolica nella sua battaglia contro la cultura scientifica e filosofica moderna. In questo senso egli assunse  alcune iniziative, che sicuramente suscitarono sconcerto, se non scandalo, nei settori più chiusi della Chiesa. Prendiamo per esempio la ‘cattedra dei non credenti’: di per sé costituiva uno schiaffo al tradizionalismo, perché ipotizzava che i non credenti, lungi dall’essere pecore smarrite da evangelizzare, potessero andare in cattedra e insegnare qualcosa, e talvolta molto, ai credenti!

A questo fine era necessario un supplemento di fede (il cardinal Martini era uomo di intensa, profonda fede: proprio questa gli consentiva l’apertura ai diversi e ai lontani). E l’apertura del cuore. Per questo Martini raccomandava tre rimedi alla  crisi della Chiesa. “Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a compiere un cammino di conversione. La domanda sulla sessualità e su tutti i temi che riguardano il corpo ne sono un esempio […] Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura nei media?”. “Il secondo è la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici (…) [Si pensi alla gravità di questa affermazione! E si consideri se, anche solo per questo, il Concilio Vaticano non debba essere considerato un evento rivoluzionario – nel senso della parola latina revolutio, ritorno al punto di partenza, alle origini]. Sulla Parola di Dio, il biblista Martini dice cose fondamentali: “Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (…). Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. [Quanto il clero ha capito, quanto pratica questa massima?]. Tutte le regole esterne, le leggi,  i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”. Terzo  rimedio, i sacramenti. È degno di nota il modo in cui Martini ne parla. “Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto agli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano di una  nuova forza?” E dal seguito del ragionamento si desume che la risposta è chiara: no, non li portiamo. “Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Queste hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l’indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e famiglia riescono (…) L’atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della comunione noi preghiamo: “Signore non sono degno” … Noi sappiamo di non essere degni (…) L’amore è grazia. L’amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?”.

Nascono da questo atteggiamento fondamentale una serie di posizioni di Martini – dall’atteggiamento rispettoso nei confronti dell’omosessualità (che invece il Catechismo, redatto sotto la direzione di Ratzinger, continua a considerare  ‘intrinsecamente disordinata, contraria alla legge naturale’, § 2537) alla critica nei confronti della Humanae vitae di Paolo VI, un Papa  che peraltro Martini stimava molto. Infine non possiamo dimenticare che la stessa apertura della mente e del cuore si manifestò nell’appoggio convinto di Martini all’ecumenismo e al dialogo interreligioso: una dimensione dell’esperienza religiosa che, nella crisi attuale dell’umanità al tempo della globalizzazione, è di importanza decisiva. Il fondamento teologico del dialogo interreligioso è una teologia apofatica [negativa] che non  toglie nulla alla peculiarità dell’essere cattolico, ma apre fino in fondo alle istanze positive presentate dalle altre religioni mondiali. In Conversazioni notturne a Gerusalemme Martini ne dà una formulazione particolarmente incisiva: “Dobbiamo imparare a vivere la vastità dell’«essere cattolici». E dobbiamo imparare a conoscere gli altri. Per esempio i musulmani …  Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio, il cui cuore è sempre più vasto. Egli non si lascia dominare o addomesticare. Per proteggere questa immensità non conosco modo migliore che continuare a leggere la Bibbia. Così facendo possiamo trasmettere ad altri il nostro entusiasmo e condividere con loro i tesori che vi troviamo”. La più netta antitesi a questa presa di posizione era stata costituita dalla «Dichiarazione ‘Dominus Iesus’ circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa», emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2000, a firma dell’allora prefetto della Congregazione, il cardinale Ratzinger. Seguendo la icastica espressione di Martini, si potrebbe dire che per Ratzinger “Dio è cattolico”.  Deriva logicamente da questo atteggiamento originario  il  sostanziale disinteresse di Ratzinger per il dialogo interreligioso, mostrato per esempio dal celebre Discorso di Ratisbona.  

Nella sua presentazione di Conversazioni notturne a Gerusalemme, intitolata significativamente Per una Chiesa coraggiosa, padre Sporschill osservava: “Per anni il cardinale Martini è stato da molti considerato papabilis, candidato alla successione del papa. Il fatto che soffra di Parkinson può avere rappresentato un impedimento. In Italia i mezzi di comunicazione tentano spesso di servirsi di questo coraggioso alto prelato come di un antiPapa a causa della sua mentalità aperta. Il cardinale si limita a sorridere e a dire: «Sono, semmai, un ante-papa, un precursore e preparatore per il Santo Padre»”. L’elezione al soglio pontificio di Papa Francesco, a nostro parere, conferma la veracità di questa previsione  – di questa profezia, verrebbe quasi voglia di dire: effettivamente, il cardinale Martini è stato “un precursore e preparatore” di Papa Francesco. 

Ciò non vuol dire che i due siano uguali. La loro storia è diversa – Martini era un raffinato intellettuale europeo, Bergoglio è un pastore sudamericano, popolare ma non populista, colto ma non specialista (anche se le sue radici culturali sono molto più profonde e ramificate di quanto normalmente si creda). È vero che sono   entrambi gesuiti, e questo fatto ha esercitato una grande e comune influenza sulla loro spiritualità. Ma non sono identici: per esempio, Papa Francesco dà una valutazione molto più positiva della Humanae vitae rispetto al cardinal Martini. E probabilmente Martini aveva un’attenzione più spiccata alla formazione intellettuale del clero rispetto a Papa Francesco, che forse è più interessato ai risvolti sociali, pratici dell’azione della Chiesa.  E poi, ci sono le particolarità individuali e i condizionamenti storici di questi  due grandi  uomini, che  vanno ammirati ma non idolatrati, come osserva Vittorio Bellavite (“Ora tocca a noi sopravvissuti ‘martiniani’ non fare errori, non farci trascinare dall’enfasi nei confronti  del personaggio fino a metterlo in pista per una carriera ecclesiastica postmortem”). Detto tutto questo, ci sembra che la grandezza del cardinal Martini emerga  in piena luce proprio considerando il complesso delle questioni storico-teologiche, filosofiche ed ermeneutiche a cui abbiamo fatto riferimento nel nostro intervento. Esse risaltano ancor di più considerando l’opera di rinnovamento della Chiesa, intrapresa da Papa Francesco alla luce del Concilio Vaticano II e certo non conclusa. Ricordiamo solo una questione fondamentale: il ruolo delle donne nella Chiesa, un tema assolutamente centrale su cui è veramente  indispensabile un cambio di paradigma – o, se si preferisce, una  rivoluzione culturale – la cui necessità è  avvertita anche da Papa Francesco, ma che è ben lungi dall’essere realizzata.

 

Note:

1 Carlo Maria Martini-Georg Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, tr. it.  Mondadori, Milano  2008.

2 Conversazioni notturne a Gerusalemme cit., pp. 20-21.

 Cfr. Massimo Borghesi, Jorge Maria Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book, 2017 Milano. In un nostro saggio di prossima pubblicazione sul pensiero di papa Bergoglio ci soffermiamo sulla caratteristica complessità strutturale della sua formazione culturale, tra America latina ed Europa. Del resto, basta ascoltare una delle omelie di papa Francesco per capire come questa apparente semplicità sia in realtà una straordinaria capacità di andare al nocciolo delle questioni, e dunque presupponga una complessa e nascosta attività di elaborazione, secondo  lo stile dell’anatra di cui parlava Raffaele La Capria – facile apparentemente, ma sorretto da un vorticoso movimento delle zampe sotto il pelo dell’acqua. 

4 Questa è l’opinione di Marinella Perroni: “Purtroppo sento la mancanza di un’esigenza di diventare cristiani adulti, critici, pensanti, non accademici. Anche Papa Francesco su questo punto non ci sente … per lui esiste solo il sociale, mentre l’aspetto intellettuale non lo vede proprio” (La Lettura, domenica 3 luglio 2022, p. 7).

5 Vittorio Bellavite,  Martini: una memoria non apologetica in Adista 23, 25 giugno 2022, pp. 1-3. 

 

Monsignor Gianfranco Poma, teologo. E’ stato assistente spirituale dell’Azione cattolica della diocesi di Pavia (1988-1995), docente in Seminario (1966-2000), direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi (1997-2005), delegato vescovile per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (2005 – 2016).

Prof. Walter Minella: saggista e filosofo. Ha tradotto il breve saggio di  Varlam Tichonovič Šalamov,Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Como – Pavia 2012). Ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini,  Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Caltanissetta – Roma 2015); sullo stesso autore ha scritto la monografia Pietro Prini (Città del Vaticano, 2016). Ha curato con altri studiosi il volume Credere oggi in Dio, ancora e nonostante: Pietro Prini filosofo del dialogo tra fede e scienza (Roma 2018).

 

SVILUPPO E ACCESSO ALLA TECNOLOGIA DIGITALE: UN TERZO DELL’UMANITÀ NON HA CONNESSIONE WEB. 

Mentre nei Paesi sviluppati ormai oltre il 91 per cento della popolazione è on line, nei Paesi a basso reddito la percentuale scende al 22 per cento. La quota di utenti di Internet è doppia nelle aree urbane rispetto alle aree rurali, così come permane un serio divario di genere: a livello globale, il 62 per cento degli uomini utilizza il web rispetto al 57 per cento delle donne. Il testo, gentilmente concesso, in profonde è stato pubblicato sull’Osservatore Romano (Sviluppo e accesso alla tecnologia digitale: un legame imprescindibile – 12 luglio 2022).

 

Anna Lisa Antonucci

La disuguaglianza economica e sociale e la mancanza di sviluppo passano anche attraverso il mancato accesso a Internet. Mentre il numero di “navigatori” è cresciuto, da pochi milioni all’inizio degli anni ‘90 a quasi cinque miliardi di oggi, 2,9 miliardi di persone, invece, ovvero circa un terzo dell’umanità, rimangono ancora non connesse e molte altre centinaia di milioni lottano con servizi costosi e un accesso di scarsa qualità che impedisce materialmente di migliorare le loro vite, fuori dal mondo digitale. È quanto rileva il nuovo rapporto dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu), l’agenzia delle Nazioni Unite per l’informazione e la comunicazione, pubblicato in occasione della Itu World Telecommunication Development Conference che si è aperta a Kigali, in Rwanda.

Il Global Connectivity Report 2022 evidenzia come, mentre un accesso facile e conveniente alla banda larga veloce è quasi onnipresente nella maggior parte dei Paesi ricchi, ampie fasce di umanità rimangono escluse dalle possibilità offerte dal web, e ciò ostacola lo sviluppo economico e amplia enormemente le disuguaglianze globali. In particolare, il rapporto punta il dito sui costi degli abbonamenti a banda larga e dei dispositivi digitali che rimane, nei Paesi in via di sviluppo, il più grave ostacolo alla connettività.

Infatti, mentre l’accesso a Internet è diventato sempre più economico nelle nazioni più ricche, il suo costo in molti Paesi a reddito basso e medio-basso, rimane proibitivo.

E dunque, mentre l’impennata della domanda di accesso a Internet legata al covid-19 ha portato on line, secondo il rapporto, circa 800 milioni di persone in più, ha anche aumentato notevolmente il costo dell’esclusione digitale, con un enorme numero di persone che, non riuscendo a connettersi, vengono improvvisamente private del lavoro, dell’istruzione, dell’accesso alla consulenza sanitaria, ai servizi finanziari e a molto altro.

I numeri forniti dal rapporto parlano chiaro e danno la misura del grave divario che persiste nell’utilizzo di Internet. Mentre nei Paesi sviluppati ormai oltre il 91 per cento della popolazione è on line, nei Paesi a basso reddito la percentuale scende al 22 per cento. La quota di utenti di Internet è doppia nelle aree urbane rispetto alle aree rurali, così come permane un serio divario di genere: a livello globale, il 62 per cento degli uomini utilizza il web rispetto al 57 per cento delle donne. È dimostrato, inoltre, sempre secondo il rapporto, che i giovani sono gli utenti più accaniti rispetto alla popolazione adulta e che più cresce il livello di istruzione più si “naviga”.

Ma con appena il 5 per cento della popolazione mondiale ancora fisicamente fuori dalla portata di un segnale mobile a banda larga, sempre off line a causa di costi proibitivi, mancanza di accesso a un dispositivo o carenza di consapevolezza, abilità o capacità di reperire contenuti utili, l’obiettivo di Internet per tutti potrebbe comunque essere a portata di mano. È necessario, sostengono gli esperti, «creare le condizioni giuste, anche promuovendo ambienti favorevoli agli investimenti, per interrompere i cicli di esclusione e portare la trasformazione digitale a tutti».

«L’accesso equo alle tecnologie digitali non è solo una responsabilità morale, è essenziale per la prosperità e la sostenibilità globali», ha affermato il segretario generale dell’Itu, Houlin Zhao, secondo il quale al centro dello sviluppo globale non può non esserci «la connettività universale, definita come la possibilità di un’esperienza on line sicura, soddisfacente, gratificante, produttiva e conveniente per tutti».

CONTE, ORGOGLIO E PREGIUDIZIO … INSENSATO

Di fatto si è aperta una mezza CRISI DI GOVERNO che agli occhi della pubblica opinione non doveva aprirsi. Sono troppe le emergenze che segnano l’orizzonte politico nazionale e internazionale. Mattarella, in ogni caso, non fa intravedere il minimo assenso a una prospettiva di elezioni anticipata. Conte ha sbagliato? In effetti, potrebbe essere lui a pagare il prezzo di una squinternata opera di destabilizzazione.

A guardare da vicino l’azione destabilizzante di Conte, fino all’innesco di una potenziale sfiducia al governo, si ha la sensazione che il gran ballo sul Titanic sia cominciato. Troppe tensioni accumulate hanno minato la solidità di una maggioranza priva di collante politico. Anche l’inceneritore di Roma diventa argomento di scontro in ambito parlamentare, dimenticando che i poteri locali esistono nella Repubblica delle autonomie, così come egregiamente disegnata dalla nostra Costituzione, per trattenere a sé l’oggetto di simili decisioni amministrative. Invece, una questione che dovrebbe animare il confronto nell’Aula Giulio Cesare del Campidoglio, una volta trasferita al Parlamento diventa il casus belli che obbliga il Presidente del Consiglio a una difficile presa d’atto. 

Berlusconi ha chiesto subito la verifica, una parola scomparsa da tempo dal vocabolario della politica perché  ritenuta intrinseca al vecchio ritualismo della Prima Rebubblica. Ieri è tornata dunque di moda. Letta è stato preso in contropiede, Salvini ha dato mostra di entusiasmo, non si sa quanto sincero, Renzi ha evocato le elezioni anticipate (come se non bastasse che a farlo, dall’opposizione, fosse la Meloni). I veterani del grillismo, artefici di tanto subbuglio, un po’ esultano e un po’ trattengono il fiato: la musica suona ma il Titanic imbarca acqua. E ora, come finisce questa prova di forza? E quale forza reale incarna oggi il Movimento?

Può anche finire con i 5 Stelle alle porte o con un nulla di fatto, senza crisi di governo. In ogni caso, dall’incontro serale al Quirinale tra Mattarella e Draghi non è emerso alcun indizio che possa adombrare l’ipotesi di ultimatum a riguardo dello scioglimento anticipato delle Camere. Nervi saldi? Senza dubbio. S’intravede infatti la volontà del Presidente della Repubblica di tenere sotto controllo la situazione, lasciando intendere che al Draghi 1 potrebbe subentrare il Draghi 2, forse con un impianto ancora più tecnico o comunque, ove tutto rimanesse fermo, con un patto che impegni i partiti a mitigare le loro richieste in vista della campagna elettorale del prossimo anno. Andiamo incontro a un autunno difficile e non possiamo permetterci di abbassare la guardia: guerra in Ucraina, emergenza energetica e inflazione, non dimenticando affatto la minaccia del Covid, sono alcuni fattori critici che rendono ancora necessario lo sforzo di unità nazionale.

Conte rischia di pagare un prezzo salato per questa impennata di orgoglio e pregiudizio – dove l’orgoglio riguarda se stesso e il pregiudizio investe il suo successore a Palazzo Chigi – perché agli occhi della pubblica opinione costituisce un’espressione di egocentrismo non proprio adeguata alle necessità del momento. Indebolito dalla scissione di Di Maio, guardato a vista dal “garante” Beppe Grillo, poco apprezzato persino dagli interlocutori più aperti e dialoganti, egli potrebbe rappresentare il classico capro espiatorio di questa crisi dagli esiti imprevedibili. In effetti, non riesce a interpretare un ruolo costruttivo, malgrado la postura di eleganza e cortesia che dovrebbe sostenerne l’agognata immagine rassicurante di leader politico. Nei prossimi giorni si vedrà quanto possa reggere il suo esercizio pressoché abituale di provocazioni e accomodamenti, con poca chiarezza strategica. 

BODRATO E LA CLASSE DIRIGENTE

La politica non può vivere a lungo senza leader e senza autorevoli punti di riferimento. Una comunità politica è legata infatti da una cultura politica, da una storia ideale e, soprattutto, da una classe dirigente riconosciuta e visibile. Dobbiamo recuperare forma e sostanza di una storia di successo, quella dei partiti radicati nella società civile.  

La recente intervista di Maurizio Eufemi all’amico Guido Bodrato sulle colonne del “Domani d’Italia” sulla esperienza storica, politica e culturale della Democrazia Cristiana ci induce ad alcune, seppur rapide, riflessioni. E questo non solo perchè l’intervista ha registrato un numero massiccio di visualizzazioni ma anche, e soprattutto, perchè emerge in modo plastico una caratteristica di “quella” classe dirigente. Ovvero, erano sì politici di serie A e quindi leader e statisti ma, al contempo, erano anche “educatori” e punti di riferimento insostituibili delle rispettive comunità politiche. 

È appena sufficiente registrare come, ormai da tempo, vengono considerati e metabolizzati le interviste, le riflessioni e gli articoli che periodicamente scrivono i leader politici del passato. Li si legge con rara attenzione e con grande interesse perchè non ci sono slogan, fatue polemiche, riflessioni scontate o banali. Ma ci sono sempre e solo indicazioni concrete culturali, politiche e storiche che ci fanno riflettere. Ovvero, una capacità di analisi e una visione della società che si intrecciano di continuo e che fanno della politica un luogo decisivo ed essenziale per affrontare e risolvere i problemi della società in cui siamo chiamati a vivere. Appunto, leader politici ed educatori, nonchè persone interpreti di una cultura politica da cui non deflettevano mai.

Ora, il fatto che viviamo in una stagione dominata da una profonda crisi politica è un dato abbastanza oggettivo da non richiedere ulteriori approfondimenti. Ma l’elemento che va richiamato con forza è che la politica non può vivere a lungo senza leader e senza autorevoli punti di riferimento. Perchè una comunità politica è legata da una cultura politica, da una storia ideale e, soprattutto, da una classe dirigente riconosciuta e visibile. E il progetto politico del partito di riferimento è sempre la stella polare che orienta il comportamento concreto e tangibile dello stesso partito. Quando questi elementi sono carenti o mancano del tutto, è evidente che la politica precipita in una crisi irreversibile e senza sbocchi concreti e realisticamente percorribili.

Come si evince, quindi, una distanza siderale e una differenza quasi antropologica rispetto allo squallore e alla decadenza etica, politica, culturale e programmatica della classe dirigente contemporanea. Altrochè l’ideologia “dell’uno vale uno”, l’esaltazione della casualità, della improvvisazione e della incompetenza ed inesperienza della cosiddetta classe dirigente….

Interviste come quelle a Guido Bodrato o a Rino Formica, tanto per fare solo un esempio, confermano che la politica può tornare ad avere un ruolo se cancella definitivamente ed irreversibilmente la parentesi populista, demagogica, anti politica, giustizialista e manettara che la caratterizza ormai da troppo tempo. Certo, il populismo continua a correre come un fiume carsico nei meandri della società italiana e può riaffiorare quanto meno te l’aspetti. Come hanno confermato, tra l’altro, le recenti elezioni francesi. 

Ma il dovere di chi è cresciuto politicamente a “quella scuola” di formazione e di preparazione alla politica è oggi quello – dopo la sbornia e la successiva crisi della sub cultura populista di matrice grillina – di recuperare quelle “fondamenta” ideali che sono necessarie e fondamentali per riqualificare la politica, la credibilità delle istituzioni e l’autorevolezza della classe dirigente. Nonchè, in ultima analisi, per rafforzare la qualità della nostra democrazia.

QUALE SCUOLA A SETTEMBRE CON LE VARIANTI OMICRON?

“A meno di due mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico – ha detto Marcello Pacifico (ANIEF) -, non c’è ancora uno straccio di programmazione e intervento in chiave prevenzione pandemia: si tratta di una mancanza particolarmente grave, perché significa che le esperienze fallimentari degli ultimi due anni, con le scuole impreparate e immutate rispetto al pre-Covid19, non ci hanno insegnato nulla”.

La scuola 4.0 avanza solo nei documenti del Pnnr, quella militante attende di fare i conti con la riapertura di settembre. Il gap che separa la teoria dalla pratica è un problema ricorrente in Italia ma spesso irrisolto. 

Verrà istituita la “Scuola di alta formazione per il personale docente e ATA” con ambiziosi progetti di aggiornamento in servizio che si affiancherà alla già ridondante burocrazia che pervade il Ministero e le scuole. Il timore è tuttavia di ritrovare i problemi di sempre: organici carenti, classi pollaio, disabili senza sostegno e – per il terzo anno consecutivo – il Covid alle porte e la DaD dietro le quinte.

Mentre il consulente del Ministro della Salute Prof. Walter Ricciardi preannuncia un autunno ad alto tasso di contagi e gli esperti raccomandano la quarta dose, arrivano le varianti Omicron BA.5 e BA.2.75 e  i presidi denunciano il ritardo del piano di aerazione delle aule: il Ministro dell’istruzione doveva presentarlo in primavera ma non è ancora pronto. In quali condizioni riapriranno gli istituti scolastici  non è dato sapere: intanto si prenda nota che i lavoratori fragili della scuola – a cui non sono state rinnovate le tutele scadute il 30 giugno – dovranno ripresentarsi al suono della campanella senza protezione normativa della loro condizione patologica, ma con in mano un certificato di inidoneità al lavoro in presenza.

Una nota informale della Funzione Pubblica demanda ai dirigenti le decisioni da assumere ma in una situazione di legge non rinnovata essi dovranno ricorrere al cilindro del prestigiatore o alla sfera di cristallo.

Nonostante un odg approvato dal Parlamento il Governo non ha ancora deciso nulla. Chiaramente la sovraesposizione al contagio dei lavoratori fragili si sommerà a quella della popolazione scolastica al rientro dalle vacanze: mandati al macero i banchi a rotelle gli scienziati hanno insistito sulla ventilazione nelle aule ma in mancanza di un piano del Ministro Bianchi resta solo l’ipotesi di tenere aperte le finestre, compresa la stagione invernale. Quasi certamente ritorneranno in uso le mascherine, con i soliti distinguo senza alcuna base scientifica. Da decenni le figure del medico scolastico e dell’assistente sanitaria sono scomparse dai radar: almeno sul piano della profilassi e del controllo avrebbero svolto un ruolo di supporto alle difficoltà organizzative. Ma né Bianchi (P.I.) né Speranza ne hanno mai parlato. 

Recentemente anche Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, ha reso noto che “a meno di due mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico, non c’è ancora uno straccio di programmazione e intervento in chiave prevenzione pandemia: si tratta di una mancanza particolarmente grave, perché significa che le esperienze fallimentari degli ultimi due anni, con le scuole impreparate e immutate rispetto al pre-Covid19, non ci hanno insegnato nulla”. Le incognite sono enormi e mentre la politica si prepara alla campagna elettorale, dirigenti scolastici, docenti, genitori e alunni ritroveranno i problemi di sempre, a cominciare dai contagi dilaganti.

DAL ROGO DEI LIBRI A QUELLO DELLE LIBRERIE

Una bravata o cos’altro? Sta di fatto che la libreria di Alberto Maccaroni è stata distrutta. Ora la si vuole rimettere in piedi.

10 luglio, Roma. Un tempo si bruciavano i libri, ora, complice il caldo torrido della Capitale, si approfitta, andando oltre. Chi pensava che l’ignoranza fosse fine a se stessa si sbagliava. 

Dal disinteresse può nascere qualcosa: quel vuoto di senso che, nell’inerzia, crea e alimenta sentimenti antisociali e potenzialmente violenti. Sarebbe la bravata di alcuni “annoiati”, senza un vero e proprio movente, ad aver causato l’incendio e la distruzione della libreria di Alberto Maccaroni, storico ritrovo di intellettuali e appassionati, anche di libri antichi, a Piazzale Flaminio. 

Gli ignoti (o l’ignoto) piromani hanno dato alle fiamme circa seimila libri del Maccaroni, detto amabilmente “il professore” da chi lo conosce da tempo. Comitati spontanei, amici, intellettuali, si stanno dando da fare per ripristinare, sotto il tumulo di libri carbonizzati, un rinnovato avamposto della cultura di strada. 

Il pittore “Hypnos”, al secolo Gilberto Di Benedetto, psicologo di professione, artista per vocazione, affezionato cliente del chiosco da quarant’anni, si starebbe adoperando per aiutare il celebre libraio romano, assieme a tutti coloro che vorranno partecipare.

ROMA, PRIME DAY DEL SINDACO GUALTIERI. Offerta “speciale rifiuti” dopo i roghi: nuovi impianti, ma forse non l’inceneritore.

Dopo un silenzio assordante, malgrado la micidiale distruzione dei due Tmb di Malagrotta, si parla di un disegno criminale ai danni della Capitale. Ma l’incendio di Centocelle che c’entra con la questione dei rifiuti?

Adesso Gualtieri scopre la matrice criminale dietro gli incendi a ripetizione che hanno colpito la Capitale. Non l’aveva fatto prima, neppure dopo l’episodio di Malagrotta, con due Tmb mandati fuori uso (uno poi, quello minore, recuperato), sebbene dovesse scattare proprio allora l’allarme massimo per un gesto senza precedenti, diretto a squinternare l’apparato industriale che sostiene, ancorché malamente, il sistema di smaltimento dei rifiuti a Roma. A seguire, una coltre di silenzio ha circonfuso il Pd, la sua dirigenza distratta, l’insieme dei quadri e militanti perlopiù interessati alla cruciale questione “primarie sì, primarie no” per la scelta del candidato alla presidenza della Regione. L’opposizione ha balbettato qualcosa, ma nessuno ha capito bene cosa.

“Sta indagando la magistratura, è presto per fare ipotesi”, ha dichiarato ieri sera al Tg1 il sindaco – ma “è certo che c’è la mano dell’uomo, poi si vedrà se sono episodi colposi o dolosi”. E ha poi aggiunto: “È una situazione molto grave, molto difficile, stiamo lavorando con grande intensità sul fronte della prevenzione e degli interventi”. Di analogo tenore le affermazioni che stamane trovano ospitalità nell’intervista resa a Maria Teresa Meli al “Corriere della Sera”. 

Il concetto è semplice, la catena dei roghi si presenta come un disegno unitario di aggressione alle scelte dell’amministrazione capitolina in materia di nuova organizzazione di raccolta e smaltimento dei rifiuti, soprattutto con la realizzazione di un termovalorizzatore. Sul punto, comunque, Gualtieri aggiusta il tiro perché nell’intervista fa presente di aver rassicurato Conte circa l’impegno a trovare la soluzione migliore sul piano tecnologico. Il che significa indietreggiare rispetto alla già decisa – almeno così appariva – soluzione del classico e per molti obsoleto imceneritore. “Abbiamo l’ambizione – questo il messaggio di Gualtieri – di realizzare l’impiantistica più avanzata sul piano della sostenibilità e dell’economia circolare”.

Ora, se l’ultimo incendio a Centocelle, un tempo quartiere cardine del cosiddetto Sistema Direzionale Orientale (SDO) e poi lasciato in abbandono dopo l’improvvido stralcio di tale avveniristico progetto urbanistico da parte di Rutelli all’inizio del suo primo mandato, ha dato la spinta a una generale presa di coscienza di quanto Roma abbia bisogno di una guida stabile e lungimirante, non può che essere considerato un fatto importante e positivo, benché prodotto dalle fiamme evidentemente propiziate da qualche mano interessata. Ma ecco, interessata a cosa? A bloccare l’azione di Gualtieri per risolvere il problema del ciclo dei rifiuti? Non sembra molto convincente. L’incendio, semmai, ha liberato dall’ingombro degli sfasciacarrozze e gettato le basi – involontariamente? – per la sistemazione di un’area collegata a Torre Spaccata dove sorgeranno, con i fondi del Pnrr, i nuovi Studio’s di Cinecittà. 

Dunque, che c’entra la “monnezza”?

 

IL PREAMBOLO CONTE

Il M5S è allo sfascio e l’avvocato del popolo appare un generale senza esercito, rappresentante a mala pena se stesso. Dove vuole arrivare Conte? Se Draghi dovesse capitolare per i navigator o il termovalorizzatore di Roma, ne seguirebbe un danno per l’Europa, indebolita rispetto a una Russia sempre più minacciosa.

Con il Movimento in stato confusivo e lacerato dalla scissione di Di Maio e dei transfughi di Insieme per il futuro, Conte cerca di far quadrato con le truppe rimaste e punta i piedi con il premier Draghi per ottenere un “forte segnale di discontinuità”. Due volte Primo Ministro, suo malgrado, di due Governi alternativi tra loro per programmi e alleanze, usa la lancia e lo scudo per piazzarsi al centro dell’agenda politica, sfidando il suo invocato interlocutore. Latore di nove punti condensati in alcune pagine di conditio-sine-qua-non, dimostra di non soffrire di complessi di inferiorità. Ma le pretese da penultimatum sono più simboliche che sostanziali: il movimento è allo sfascio, in ordine sparso, e l’avvocato del popolo è come un generale senza esercito, a mala pena rappresenta se stesso.

Il direttore de il Riformista Piero Sansonetti lo menziona come il nulla, qualcosa di cui si parla ma che non esiste. Sbattuti i pugni sul tavolo si affretta a rassicurare le istituzioni e la politica. Per ora restiamo, poi vedremo. Non si accorge che la strategia dell’attacco e del rinvio a lungo andare non regge: o dentro o fuori, il problema è che il contributo portato dai 5S è stato dispendioso, la trentina di miliardi impegnati per imporre e difendere all’arma bianca il reddito di cittadinanza sono uno scandalo che meriterebbe una commissione parlamentare d’inchiesta. Subentra a chiedere il rinnovo di disastri che Di Maio ha disconosciuto, convertendosi sulla via del centro ma senza cadere da cavallo. Il Memorandum della via della Seta è una spada di Damocle per l’Italia e per l’Europa ma nessuno per il quieto vivere ha mai detto che si trattava di un errore del 2019 che può diventare un cavallo di Troia nella geopolitica internazionale attuale, con Russia e Cina che non nascondono mire espansionistiche sui mercati mondiali. Eppure il tono delle rivendicazioni di Conte e il modo di presentarle al premier in carica dimostrano l’immaturità del movimento. 

È passato il tempo in cui giocando di rilancio e assemblando il voto di protesta, i Cinue Stelle (o quel che resta di loro) indossano un giorno il gilet giallo e l’altro la grisaglia. Stupisce tuttavia una certa protervia di fondo, l’arroganza di ergersi a paladini dei poveri e degli indifesi, all’opposizione su tutto ma lesti nel porre condizioni senza mediazioni al ribasso. Se in uno stato di emergenza, con un Governo composito, ciascuna forza politica imponesse veti senza mediazione cadrebbe tutto come un castello di carte. Macron è un’anatra zoppa, Boris Johnson estromesso, Scholz indeciso: se anche Draghi dovesse capitolare per i navigator o il termovalorizzatore di Roma, l’Europa mostrerebbe le terga ad una Russia sempre minacciosa.

Il preambolo Conte è un insieme di aut aut a matrice elettorale che trasuda demagogia e populismo, un lungo elenco di rivendicazioni in stile giacobino come nelle corde del grillismo deteriore. Mi viene in mente una frase storica di Rino Formica, vecchia volpe della prima repubblica: “La politica è sangue e merda”. C’è sempre qualcuno disposto a ricordarcelo.        

STILE DC E METODO CALENDA.

Ognuno è libero di comportarsi come vuole con chiunque. Incuriosisce però che un personaggio che ha già cambiato un numero considerevole di partiti, sia anche quello che dispensa patenti di moralità, di onestà, di affidabilità, di presentabilità e di capacità a destra e a manca. Altro stile, quello della classe dirigente democristiana.

E poi ci si lamenta se ad ogni difficoltà della politica contemporanea – e non c’è che l’imbarazzo della scelta – si fa sempre più persistente il richiamo del passato. Recente e meno recente. L’ultimo in ordine di tempo è il comportamento politico di Calenda. Un personaggio curioso e singolare della politica italiana – come del resto molti altri che affollano momentaneamente questa foresta – perchè si candida continuamente a “federatore” di una fantomatica “area liberal democratica, azionista, radicale e di governo” e, al contempo, trascorre buona parte della giornata a lanciare insulti e attacchi personali a leader – o presunti tali – e a esponenti politici che potenzialmente potrebbero far parte di quel campo.

Ora, ognuno – e come ovvio e scontato – è libero di comportarsi come vuole con chiunque. Ci mancherebbe altro. Ma incuriosisce che un personaggio che ha già cambiato un numero considerevole di partiti e che coltiva l’ambizione, del tutto legittima, di “federare” il campo politico liberal democratico, moderato e riformista del nostro paese, sia anche quello che dispensa patenti di moralità, di onestà, di affidabilità, di presentabilità e di capacità a destra e a manca. E quindi, e di conseguenza, anche al centro. Una sorta di “tribunale dell’ inquisizione” de noantri che, in virtù di una virtuale ed astratta superiorità morale di antica memoria, si permette il lusso di ergersi ad interprete esclusivo di tutto ciò che è riconducibile alla “buona politica”.

È del tutto evidente che di fronte ad un atteggiamento del genere le risposte sono soltanto due. E cioè, o si scende sul suo livello – e per qualche tempo è giusto e sacrosanto farlo – oppure lo si ignora e si procede a costruire un progetto politico senza il suo apporto e senza il suo partito. Anche perchè, detto fra di noi, si tratta di un partito, il suo – dove la consistenza elettorale è ancora tutta da verificare al di là di qualche sondaggio compiacente – più quel che resta dei radicali. Un po’ poco per pretendere di rappresentare l’intera galassia popolare, liberal democratica, moderata e centrista del nostro paese. Tra l’altro, in mezzo a molti insulti, tempo fa disse pure che il “centro mi fa schifo”. E quindi, e di conseguenza, schifa anche i cosiddetti “centristi”.

Insomma, parliamo di un personaggio che insulta gli avversari politici, che li attacca sul profilo personale in modo persin squallido – è persin inutile farne l’elenco perchè lo leggiamo tutti i giorni su alcuni organi di informazione -, che li delegittima sotto il profilo politico e, in ultimo, che li declassa a semplici comparse dell’universo politico italiano.

Ecco perchè, parlando proprio di Calenda, mi viene in mente la storia, l’esperienza e, soprattutto, lo “stile” e il “metodo” usato storicamente dalla Democrazia Cristiana e dai suoi leader nel costruire i processi politici, nel rapporto con gli avversari politici e nel confronto quotidiano con gli interlocutori. Chiunque essi fossero. Stima degli avversari, cultura inclusiva, dialogo e confronto, approfondimento ed elaborazione e, soprattutto rispetto di tutti. A prescindere chi fossero, appunto, gli interlocutori. Politici, sociali, culturali od imprenditoriali. Per questi motivi, molto concreti, l’approccio di Calenda, al di là delle chiacchiere e della propaganda, ricorda molto l’esperienza grillina fatta di attacchi personali, di insulti, di ogni sorta di contumelia e di delegittimazione politica e personale. Altrochè l’alternativa al populismo demagogico e anti politico di matrice grillina. Sul terreno politico concreto, il metodo scelto è praticamente lo stesso.

In ultimo, è bene, consigliabile nonchè auspicabile, che l’area di Centro che si va formando nel nostro paese in vista delle ormai prossime elezioni politiche generali, faccia a meno di dei Calenda di turno e dei suoi insulti. Sotto questo versante, è meglio scegliere il metodo inclusivo e rispettoso della Dc che non quello insultante e diffamatorio di questo singolare leader di un fantomatico mondo liberal democratico, radicale, riformista ed azionista.

DOPO ZINGARETTI, IL PD CERCA L’UNITÀ INTERNA. Un banco di prova per il gruppo dirigente romano.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo che l’autore, nostro lettore da sempre, ha chiesto di firmare con uno pseudonimo.  

La Direzione del PD di Roma, già convocata a metà giugno e poi rinviata a causa del violento incendio del Tmb di Malagrotta, si svolgerà in un clima sicuramente diverso e potrà avere un significato più importante e più incisivo sulla stato del partito della intera Regione. Nella precedente convocazione era stabilito che si sarebbe dovuto approvare la bozza di Regolamento congressuale, fissando le regole per il tesseramento 2022 e provvedendo, ai sensi dello Statuto, alla istituzione dell’apposita Commissione per il Congresso. Non c’è dubbio che nella prossima riunione, invece, si dovrà tener conto del dibattito apertosi negli ultimi giorni sulla scelta del candidato alla presidenza della Regione. Il nodo è costituito dalle primarie, non registrandosi una convergenza unitaria sulla opportunità di ricorrere a questo strumento di selezione della candidatura.

La storia delle precedenti elezioni del Lazio ci racconta che Il PD riesce ad affermarsi soltanto quando il numero di voti ottenuti nella Capitale supera di 180.000/200.00 unità i voti ottenuti dalla lista concorrente. Solo con un risultato simile il PD riuscirebbe a rimediare alla prevedibile sconfitta elettorale nel resto della Regione ed ottenere, di conseguenza, un risultato finale positivo, come avvenne nel 2018 anche in virtù del carisma e la forza personale dell’uscente Nicola Zingaretti, oggi non facilmente sostituibile.

A maggior ragione, nella prossima primavera tali difficoltà potrebbero assumere dimensioni di maggiore portata in forza dei risultati delle ultime amministrative che hanno visto primeggiare in tutti i capoluoghi di Provincia i candidati sindaco presentati alle forze politiche avversarie e della perdita a breve, con il ritorno alle urne, del Comune di Latina. Alla luce di queste considerazioni, appare in tutta la sua evidenza quanto pesi l’elettorato della Capitale e, di seguito, la funzione del PD di Roma, per altro non al massimo dello spolvero a motivo del suo sostanziale commissariamento da parte della Federazione regionale.

Qui emerge però una contraddizione. La presa di posizione del Segretario Enrico Letta ha notevolmente indebolito la segreteria regionale di Bruno Astorre. L’obiettivo da essa perseguito puntava ad imporre le Primarie come metodo di selezione, immaginano per questa via di ottenere l’affermazione di Daniele Leodori, attualmente Vice Presidente della Giunta Zingaretti, ma soprattutto vicino da sempre allo stesso Astorre. Zingaretti, Gualtieri, Mancini, Bettini…hanno tutti manifestato le loro perplessità rispetto alla linea della segreteria regionale. Anche gli esponenti di Base Riformista, corrente che a livello nazionale fa capo al Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, e guidata a Roma e nel Lazio da Giuseppe Fioroni e Patrizia Prestipino, ha messo verbale il suo dissenso.

Al momento queste forze, raccogliendo in pieno l’appello all’unità (formale e sostanziale) di Enrico Letta, stanno lavorando di comune accordo con l’obbiettivo di pervenire ad una intesa su un nome da presentare come candidato “unitario”, così da evitare il ricorso a Primarie fortemente divisive. Tale impostazione merita di essere condivisa anche dagli uomini e dalle donne che si dovranno impegnare nella ristrutturazione del PD di Roma, occasione fondamentale per restituire alla Capitale –  alla sua classe dirigente – il ruolo centrale che storicamente e politicamente le compete. Il PD che ha portato, con il massimo sforzo di unità, Roberto Gualtieri al Campidoglio è probabilmente l’unico strumento per conservare la Regione Lazio alle forze progressiste di centrosinistra. E la Festa dell’Unità, in programma a Caracalla dal 14 al 31 luglio, dovrà essere la rappresentazione più autentica di questa volontà.

MANESKIN. Una metafora sul presente e il futuro del cattolicesimo democratico. Lettera aperta a MARCO DAMILANO.

Si sono perse molte occasioni, nel passato più o meno recente, per affrontare i problemi legati al vasto processo di secolarizzazione. Invece di respirare aria fresca, ci si è rinchiusi nelle conventicole. Sono nate pretese improbabili e sono morte suggestioni valide, come la formazione di una nuova cultura a sostegno di una nuova politica. Serve un afflato ampio e una larga partecipazione, per far rivivere gli ideali che ci appartengono. 

Caro Marco, ti leggo sempre con piacere sin dai tempi di Segno 7. Grazie per il buon articolo pubblicato sul Domani. E grazie anche a Lucio D’Ubaldo che lo ha commentato e riproposto sul (suo) Il Domani d’Italia. Ecco, si batte il chiodo su questo domani sconosciuto con le sue sfide già iniziate. Su questo domani, con le “grandi metamorfosi” che ci attendono, come  Bergoglio definisce i cambiamenti epocali in atto. Sono sfide e cambiamenti rivolti anche a quel che rimane del cattolicesimo democratico e popolare su cui ti soffermi nell’articolo. Indirizzati anche a quella élite di  ultrasessantenni, se non settantenni, che sanno di cosa parli e conoscono questo particolare pensiero politico con i suoi principi e valori.  

Andiamo a noi. Perché chi ti scrive,caro Marco, ha da tempo maturato la bizzara idea che le categorie politiche della tradizione storica e democratica (sinistra, centro e destra), nella prospettiva di quel futuro dietro l’angolo e in larga parte già alle nostre spalle, devono essere messe da parte. O, se proprio uno ci tiene, devono essere usate con molta cautela. Indicano divisioni e differenze frutto della storia passata, e  non  esprimono bene tutta la  complessità della società dei nostri giorni. E sulla storia futura, tacciono. Ciò porta a trascurare il suggerimento di essere più uniti possibile, e di salire bergoglianamente  “…tutti sulla stessa e unica barca”, per uscire dalla tempesta storica in corso che tutti coinvolge, senza distinzioni. 

Una mezza utopia, capisco. Specie con il ritorno della guerra legata a tragici segnali imperialisti e con il ritorno della diade amico/nemico. Una mezza utopia che tuttavia si sostiene sull’altra diade più ragionevole e umana di Norberto Bobbio uguaglianza/diseguaglianza; e che non dimentica i radicali e rivoluzionari cambiamenti che dovremmo tutti insieme affrontare, senza essere diversi e distanti per comodità elettorali. Il pluralismo vero non è mai infatti fotocopia fra simili. 

La convinzione che il futuro ci deve trovare piu uniti e vicini, mi lascia dunque critico sulla necessità di distinguerci,e sull’opportunità di ricomporre necessariamente un’area politica cattolica – specie se di centro come ripetutamente si auspica – scommettendo solo su una legge proporzionale e sui non votanti; insistendo banalmente sulla china trasformistica e populistica dell’attuale momento politico;  e mettendo il tutto nelle mani dell’offerta che rimuove completamente la domanda assieme alla qualità della base sociale dei nostri giorni, in realtà fortemente secolarizzata.  E mi lascia molto più scettico sul fatto che al suo interno si possa riaggregare quel cattolicesimo democratico e popolare che giustamente citi nell’articolo, appoggiandoti a quel fior fiore di protagonisti e personaggi, oramai consegnati ai libri di storia politica…antica! 

Il cigno cantava da moltissimi anni, caro Marco. E il progressivo e lento declino del cattolicesimo democratico era ben visibile,  senza che nessuna anima viva abbia avuto la forza e il coraggio di sottoporlo a una terapia intensiva. Oggi siamo solo di fronte a una – benemerita intendiamoci – testimonianza frammentata che stenta a riconoscersi unita e unica. E per quanto riguarda il suo “specifico progressista” non basta difendere la Legge 194. Così come non bastano Mattarella – quel Mattarella che chiede di “…non respingere gli emigranti quando sono sulle barche” – Zuppi, Letta, Castagnetti,  e,  da ultimissimo Tommasi,  per illudersi che la specificità di questo virtuoso pensiero politico  sia  ancora vivo e vegeto. Rimane invece il fatto che tutte le proposte di riaggregazione e incontri dei tanti spezzoni isolati e dispersi che si riconoscono in questa nobile tradizione, sono in questi  lunghi anni  miseramente falliti. 

Era il 2002, a ridosso della nascita della Margherita. Un partito, per inciso, che il mio caro amico Pio Cerocchi non ha mai digerito sostenendo – forse, ammetto ora, con qualche buona ragione – che il Partito Popolare non doveva essere sciolto perché serviva se non altro ad alimentare e a individuare un punto e un luogo della cultura cattolico democratica e popolare. Quella cultura che ai nostri giorni non sappiamo dove abita di casa. O forse sappiamo che è dispersa in tanti monolocali. 

In quello  stesso anno, uno storico e sociologo del calibro di Giorgio Campanini – anche lui emiliano,  pensa un po’ – nel corso di un convegno dell’associazione “Agire Politicamente” di Lino Prenna, avendo fiutato l’aria di un inglorioso tramonto, lancia l’idea sulla urgente necessità di un Forum dei cattolici democratici italiani, in grado di riunire periodicamente e far incontrare e dialogare quanti tra associazioni, movimenti, gruppi e persone singole, si riconoscevano in questo pensiero e in questa tradizione politica, avendo alle spalle i valori del Concilio e della Costituzione italiana. Quel giorno, alla Domus Mariae, ero presente anch’io in veste di segretario e rappresentante  della mia associazione romana “Polis Duemila”, in quegli anni attiva. Era un’idea, quella di Campanini, rivolta ad alimentare la ricerca del bene comune, come dici tu. Non tanto per sostenere o rifare una realtà partitica, ma per aggregare i tanti pezzettini culturali sulla via di frantumarsi e disperdersi in singole e solitarie realtà di testimonianza.  

Non se ne fece mai nulla, nemmeno dal punto di vista della formazione permanente a causa della demonizzazione dei percorsi formativi prepolitici destinati a giovani disposti e sensibili ad impegnarsi. Accade così che oggi ci parliamo tra ultrasessantenni, se non oltre o  molto oltre. I giovani, infatti, non sanno chi è stato Sturzo, Dossetti, La Pira, e ignorano completamente il Vaticano II. E forse la stessa Costituzione. Nel mentre accanto alle Chiese vuote, ai parroci con due o tre chiese da gestire, ai Seminari senza studenti, e all’eclissi dei matrimoni religiosi,  la Fuci, l’AC, il Meic, ecc. sino alle stesse e benemerite Scuole Diocesane di Formazione all’impegno sociale e politico, nate sulla scia di quella voluta a Palermo da padre Sorge sotto le sferzate mai viste della secolarizzazione galoppante, sono in profonda crisi di presenze. 

Se tu a questo punto mi chiedi se la proposta di Giorgio Campanini è ancora valida, io ti rispondo subito di sì. Anche se pieno di dubbi sulle tante realtà oggi disperse e “sovrane”, chiuse nei propri recinti associativi parrocchiali e cittadini, che dicono di riconoscersi in questo pensiero e magari si dichiarano pronte a cedere parte della loro gelosa  autonomia, per un percorso da fare una volta riunite e vicine. Una volta un poco più solide, insomma, come si ripete ormai spesso di fronte a una società liquida, al voto fluido gassoso e umorale, e ai partiti personali. È dunque da anni che si avverte una forte silenzio sull’esigenza dell’incontro. E Zuppi, da solo, sul futuro del cattolicesimo democratico può fare ben poco. Ha altro da pensare. Con un Sinodo già avviato che richiede molta sapienza e pazienza, e col suo delicato ruolo di fronte a un clero in larga parte ancora ruiniano.  

Ma partito o non partito, coalizzati a sinistra o a destra, centro o non centro – un centro ormai ingolfato di liste, partitini, sigle e quant’altro in attesa di semafori rossi e  solennamente preteso anche da Berlusconi che con l’ultima sua uscita mediatica fa sapere, bontà sua, che il suo è un centro anche…cristiano – di incontri e dialoghi fra cattolici con posizioni diverse non ne vuole sapere! E viene da pensare che la distinzione fra cattolicesimo tradizionale e cattolicesimo progressista, fra passato e futuro, fra identità rocciose e conservatrici e identità in ascolto dei segni dei tempi, rappresenti qualcosa di veramente insanabile. 

Ora, se la situazione storica “…è grave”, come dice Castagnetti, non basta allora ricordare l’indimenticabile Sassoli e lanciare Zuppi nell’agone del cattolicesimo democratico. Perché, come tu giustamente affermi, il cattolicesimo democratico non è mai stato “…un apparato” bensì, certamente e prioritariamente, un pensatoio che nutre e assorbe incontri e dialoghi fra persone col Vangelo in tasca e le dinamiche sociali di fronte agli occhi. E con pensatori che hanno in testa – l’esperienza di un tempo ci deve ammaestrare – il bene comune prima del bene individuale. 

Per “ricostruire questa cultura”, come tu dici, non basta allora Zuppi, da solo. Anzi ti dirò che col ruolo che ricopre e con gli assalti quotidiani a Bergoglio di un “clero veronese” teocon, don Matteo deve essere molto cauto. La “…deriva illiberalec’è, su questo hai ragione. E non solo in USA,  con le scelte trumpiane sull’aborto e il possesso delle armi buttate nel dibattito per distogliere l’attenzione  dai problemi più seri e più gravi: il clima, il digitale, la disoccupazione e le nuove e inedite povertà, come quelle che incombono su milioni di sub sahariani con la valigia in mano e pronti ad emigrare.  

Concludo. Per “ricostruire questa cultura” – non solo  politica, caro Marco – occorre che si renda attuale l’idea di Giorgio Campanini. Perché questa cultura non va dispersa, ma va “…ricostruita (assieme) alla politica nel suo insieme,  come tu sottolinei. Per ritornare ad una “…presenza nella società” occorre che Ac, Msac, Fuci, Meic, Acli, Scout, nonché Parrocchie Diocesi e Istituti scolastici,  approfittando del Sinodo si risveglino dal torpore in cui si sono rifugiati e si misurino con i cambiamenti antropologici, culturali e sociali. Occorre ricomporre la dispersione, Occorre riunirsi e incontrarsi con le metodologie di un Sinodo laico che guardi al futuro. E occorre dialogare per leggere uniti i segni dei tempi. A riguardo, anche D’Ubaldo è stato chiaro nello scambio avuto con te: “(…) Il vero problema è capire come si ricompone questo mosaico di esperienze nuove – ognuna però con antecedenze e collegamenti esplicativi di una tradizione ancora viva – che oggi lo spontaneismo della testimonianza può anche isterilire…”. È bene che ne discutiamo ancora, intensamente, per immaginare che valga per il futuro del cattolicesimo democratico più l’atmosfera dei Maneskin al Circo Massimo, con tanta passione di massa, che non l’aria viziata degli atelier d’improbabili centrismi. 

 

P.S. Un pizzico di humor ogni tanto ci vuole. È chiaro che non pretendo di arruolare i Maneskin alla nostra causa, semmai propongo questa una metafora per rompere l’assedio del gruppuscolarismo. Comunque, caro Marco, accetta un saluto cordiale, assieme agli auguri per il tuo nuovo lavoro in RAI: sicuramente ti appartiene. 

GUIDO BODRATO “La DC? Un grande partito di popolo”. Intervista esclusiva.

Guido Bodrato classe 1933, piemontese, tre volte ministro, della Pubblica Istruzione, nei Governi Forlani e Spadolini 1 e 2, poi del Bilancio nel governo Fanfani e infine dell’Industria, nel governo Andreotti VII. Deputato per 7 legislature, parlamentare europeo, del PPE, direttore de “Il  Popolo” dal 1995 al 1999, a lungo consigliere comunale di Torino. 

L’ultima volta ci siamo visti a visti a Chieri, alla Sala della Conceria, per la presentazione del mio libro Pagine democristiane. Appena lo sento, è Bodrato che mi rivolge la prima domanda. 

Ti occupi ancora di qualcosa? 

Adesso sto ricostruendo la storia della DC attraverso la conoscenza di alcuni personaggi. Mi piaceva fare, anche con lei, una riflessione sui tempi lontani. 

Alla mia età, impegni che mi facciano uscire di casa non ne prendo più. Ho visto che negli ultimi due o tre anni faccio fatica. Gli anni che ho si vedono. Preferisco evitare di affrontare prove che, piccole o grandi, non sono più gestibili con la freschezza di un tempo. La seconda ragione è più oggettiva e serena: passo gran parte della giornata a leggere e scrivere. Continuo ad avere la malattia della politica. Ho i piedi nel novantesimo anno per cui vedo molti amici, anche più giovani di me, che se ne sono andati:  “Sono davanti a noi”, come dicono gli alpini. 

In occasione del novantesimo la associazione degli ex parlamentari conferisce la medaglia con una cerimonia. È un gesto simbolico, denso di significato. Quell’appuntamento si avvicina. 

Bene. Guardo però in faccia la realtà. Mi sembra che del passato sopravvivono solo delle malinconie poco più che individuali. La forza di una rinascita non la vedo; semmai noto piccole ambizioni, qualche volta giustificate se non effettivamente meritorie. Riguardano persone che conosco, e non è un caso, dato che avendo girato molto l’Italia di amici ne ho incontrati molti. 

Lo so bene! 

Ci sono altre iniziative invece che anziché guardare avanti, fissano gli occhi all’indietro. In un mondo come questo – un mondo che cambia continuamente e dove si invecchia senza fare niente – alcune iniziative corrispondono a velleità piuttosto che ad autentiche speranze. Dunque, sto alla finestra, ma non passivamente: a chi mi chiede un’opinione, volentieri la offro. 

Stavo rileggendo in questi giorni “Per l’Azione”, la rivista dei giovani dc. Mi sono imbattuto in un dibattito interessante e ho ritrovato un articolo, pregevole, a tua firma sul significato politico del convegno del MgDc di fine agosto del 1957 al Sestriere. 

Non ho mai negato il passato. Non solo, ma ero e sono uno tra quelli che il passato ha cercato sempre di interpretarlo e spiegarlo, per darne una ragione plausibile, non per farne oggetto di superficiali valutazioni che recano in seno il desiderio di una condanna preventiva. Ho partecipato tempo fa a un convegno organizzato dalla CGIL a Genova e a Roma, presente Pietro Ingrao, dove era in discussione la tormentata vicenda di Tambroni. Hanno pubblicato gli atti. Oserei dire che l’unico intervento in cui si può leggere una difesa di quel passaggio complicato nella storia della DC, è il mio. La verità è che non sono minimamente attratto dalla demonizzazione di quegli eventi che costituiscono ancora oggi il motivo di alimentazione della polemica anti DC. 

Quale è stata la molla che spinge il giovane Guido Bodrato ad entrare nel Movimento giovanile, in cui c’erano per altro Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Gianni Baget Bozzo, Franco Malfatti, Bartolo Ciccardini, Carlo Fuscagni, Celso Destefanis, Pietro Padula?  

Negli anni ‘50 sono stato segretario generale degli studenti universitari torinesi. L’Ateneo aveva 12 mila iscritti, non 40 mila come oggi. Andavano all’università solo quelli che provenivano dal liceo classico, gli altri potevano accedere al  Politecnico. Avevo in mano la maggioranza assoluta. Mi conoscevano per essere impegnato contemporaneamente nell’Azione Cattolica, nella Democrazia Cristiana e nel Movimento Federalista, allora molto forte: solo a Torino aveva più iscritti – circa mille – di quanti ne abbia attualmente sul piano nazionale. Oggi si registra un indebolimento generale delle esperienze associative e ciò rimanda, senza ombra di dubbio, a un deficit di motivazione culturale e politica. Ci si rifugia nei gruppi a base più ristretta, con finalità specifiche, senza orizzonti nazionali. 

Prima c’erano  gli ideali… 

Sì, appunto. Il problema non investe solo i partiti. Riconosco che la storia della democrazia, e non solo di un partito cardine qual era nella cosiddetta Prima Repubblica la Democrazia cristiana, è purtroppo fatta di tanti peccati di comportamento. 

Ricordo due o tre libri che avevo letto quando incominciai a far politica, tutti con il medesimo riferimento nel titolo: crisi della democrazia. Certo, si riferivano agli anni ‘30, ma le cose si possono ripetere, alcune volte in senso positivo e altre in senso negativo. Forse, con molti meno anni sulle spalle, probabilmente il mio giudizio sarebbe un altro. Il vissuto della politica è gran parte della politica: in fondo la politica la rappresenta chi si occupa concretamente di essa. Direi, semplicemente, chi la vive. Alla mia età, di politica posso parlare da lontano, ma non posso dire o pensare che ne sono artefice diretto.

Chi conosce Bodrato apprezzava ed apprezza tuttora la sua coerenza.  

L’impegno politico esige coerenza. Ho sempre detto quello che pensavo, anche se con l’avanzare dell’età si diventa più accondiscendenti alle forme e allo stile, perdendo certe asprezze giovanili. Come tutti, sono stato giovane una volta, mica dieci volte. Ho raggiunto traguardi importanti senza però venire meno alle mie convinzioni profonde. Sono stato ministro più volte e penso di aver difeso le idee, nelle istituzioni e nel partito, che trovano radici nel popolarismo. Per questo ho manifestato il mio dissenso quando si è cercato di agguantare con artifici e spregiudicatezze il consenso che sfuggiva, cercando di prendere al volo la prima liana disponibile. Il paradosso è che non mi sono mai sentito minoranza, ma sono stato quasi sempre minoranza. Anche adesso, lontano dalla battaglia diretta, vivo questa condizione psicologica che esige attenzione alla dinamica, spesso complicata, dell’innovazione in ambito politico. Mi auguro, al riguardo, che nei giovani sia sempre forte la capacità di rigenerare una sana ambizione creativa. D’altronde, guardo ai giovani con interesse e curiosità perché ho la fortuna di essere bisnonno. 

Rallegramenti! 

Beh…mi confronto con dodici nipoti, di diversa età, e so come affrontano i problemi. Purtroppo pensano in base a una tecnica di ragionamento che appare molto condizionata dal dispositivo logico del computer, avendo pause ridotte e intuizioni a breve. I giovani, magari senza esserne pienamente consapevoli, operano con più velocità, ma finiscono succubi di un pensiero contratto, senza la forza della elaborazione complessa. 

Faccio mia la considerazione che emerge da questo colloquio: non bisogna smettere di pensare il presente e il futuro alla luce di ciò che il passato ci consegna. Dunque, cosa insegna la storia? O meglio, la nostra storia? 

In questo momento sto davanti al computer alle prese con una ricerca della Fondazione Donat-Cattin sulla classe dirigente del primo Partito popolare, dal 1919 al 1926, in Piemonte. Cosa emerge? Il retroterra cattolico esprimeva una quantità di piccole formazioni nelle diverse diocesi e molti erano i nomi rappresentativi di quel mondo. Ora, sappiamo bene che senza un quadro di riferimento politico ogni descrizione di fatti e persone stenta a fornire gli elementi per individuare il nesso della vicenda esaminata. Sto cercando di dare alla ricerca questo riferimento politico, così da inquadrare in modo più corretto il contributo di alcuni protagonisti. Comunque, se ti guardi indietro non trovi solo cose belle e interessanti. Gli ambiziosi, i traditori, gli opportunisti, si mescolano e convivono con figure straordinarie di dirigenti e militanti politici, capaci di sacrificarsi per il partito.

Racconto ai miei nipoti questa complessa realtà ed essi mi dicono “nonno, non è cambiato niente”. In effetti, la politica al suo interno conosce e subisce tentazioni che continuamente la mettono alla prova. 

Torniamo alla ricerca. Il contesto storico è quello che ha costretto Sturzo, su consiglio della Segreteria di Stato Vaticana, ad andarsene all’estero, praticamente in esilio. Lui aveva fondato un partito aconfessionale, ma metà dei dirigenti di quel partito erano preti. Quando la Santa Sede ha detto “basta, non fate più politica”, in quel momento è come se avesse sciolto il Partito popolare. Questo incastro sfugge normalmente allo sguardo degli storici. Ora, analizzando la realtà concreta del Piemonte e della mia città, sembra di poter cogliere il fenomeno con più chiarezza. 

La ricostruzione effettuata mi pare abbastanza dettagliata e convincente, adesso vedrò cosa farne. L’intenzione non è riscrivere una storia, ma provare ad organizzare gli elementi che consentano una sua più adeguata interpretazione, riferendola a sentimenti che sono collegati alla realtà odierna. Questo, in definitiva, mi fa continuare a far politica anche se sconto una oggettiva condizione di solitudine. 

Meno male che ci sono Fondazioni che svolgono un lavoro meritorio, fanno emergere queste storie attraverso serie ricerche storiche.

Per 20 anni ho tenuto in piedi l’Associazione dei popolari,  potendo contare su circa 600 iscritti. Quella del Piemonte è stata la più robusta delle Associazioni nate sulla scia dello scioglimento della DC e la sospensione dell’attività politica da parte del Ppi. Poi lentamente si è disgregata. Un sodalizio rivolto soltanto all’elemento culturale, alla riflessione storica, alle idee e non alla azione, non interessava più a nessuno. Dicevano: facciamo una  corrente capace d’inserirsi a pieno titolo nel contesto politico del partito (prima la Margherita, poi il Pd) che rappresenta il punto di confluenza politica dopo la breve stagione del Ppi. Ma se le correnti non fanno politica, se esse stess sono fatte di nominati, muoiono mentre nascono. Oggi saranno una cinquantina di persone in tutto e purtroppo l’Associazione langue, essendo convinte ormai che lo strumento così indebolito non serva a produrre politica  

A proposito di nominati, ricordo la sua grande battaglia per la legge proporzionale. 

Se non vivi il rapporto quotidiano con la gente, non fai esperienza di ciò che costituisce il nucleo vitale della democrazia. La centralità del fare politica stava nel rapporto con l’elettorato e rappresentava una combinazione difficilissima. Oggi si parlerebbe, in modo più sofisticato, di una sorta di algoritmo della politica, con il quale organizzare concettualmente ciò che un tempo apparteneva alla naturale combinazione di pensiero e azione, dove magari si registrava più spontaneità e più passione. D’altronde, se si indebolisce uno si indebolisce anche l’altra: un pensiero vale in politica se determina un’azione e, viceversa, un’azione politica regge, significativamente, se incorpora un pensiero. Non c’è alternativa possibile a una tale connessione. 

Ora, ben si comprende come l’impegno di molti amici si perda nella inanità dell’impresa. Anche quelli più attivi – li giustifico perché hanno 60 anni e mentre io ne ho 90 – si illudono di maneggiare qualcosa di gratificante. Sono disperatamente alla ricerca di un ruolo personale che non trovano, semplicemente perché non esiste al di fori di una precisa dimensione di partito. Forse sono cose banali, ma tutte le cose vere sono sempre banali: da soli si fa filosofia, non si fa politica. 

Purtroppo mancano i luoghi di aggregazione. Anche le riviste politiche, spesso organi delle correnti di partito, davano vita a processi fatti di incontri, solidarietà, riconoscimento reciproco . 

C’è una rincorsa infinita alla leadership, quale che sia la sua ragione effettiva, il suo riscontro con le dinamiche sociali, il suo intrecciarsi con le spinte democratiche di lungo periodo. Si opera con il cronometro in mano, tutto scorre veloce, senza che avvenga quella sedimentazione culturale che nutre da sempre l’azione politica. Tu hai conosciuto dall’interno la DC: quel circuito democratico che ne determinava la legittimazione pratica agli occhi degli iscritti e degli elettori, oggi dov’è? In quale partito riesci a scorgerne il tratto, per indovinare una qualche similitudine? Non è solo un problema di partito. 

Il mondo cattolico ha stentato ad aggregare i fedeli. Ce lo dice questo sant’uomo del Papa! Tutti vogliono la Chiesa trionfante, ma lui appartiene alla Chiesa di oggi, che non è per niente trionfante. 

In politica il leaderismo è un dato di corrosione democratica. Nessuno che dica sono disposto a fare il  quarto o il quinto. Tutti vogliono essere i primi – fenomeno, questo, che va oltre i confini nazionali – altrimenti fanno le valigie e provano a organizzare un nuovo partito. 

Guarda quanti segretari ha cambiato il Pd, ne puoi contare 6 o 7! Forse di più. Lo cambiano, virtualmente, già prima che sia  segretario! 

Nessuno è disposto a fare l’opposizione interna. Donat Cattin invece ha vissuto questa condizione a lungo, lo stesso è avvenuto, sia pur brevemente, con Moro. 

Anche in questo caso la storia – la nostra storia – può insegnarci molto. Nelle mie ricerche mi sono addentrato nella riflessione su cosa politicamente ha davvero rappresentato Sturzo. Gli si possono attribuire anche grossi errori. La rigidità di approccio, o se vogliamo un certo tipo d’integralismo, costituiscono il suo tallone d’Achille. Non ha saputo realizzare, quando pure appariva necessario, le alleanze che potevano garantire una tenuta migliore dell’iniziativa dei Popolari. E non promosso o acccettato alleanze perché pensava sempre che il rischio fosse quello di perdere l’identità di partito. Ha sempre detto: se resiste questo motivo d’identità ci sto, altrimenti faccio la minoranza. Ora, se ti guardi attorno, è proprio vero che più nessuno accetta l’idea di essere minoranza. Un partito di minoranza risulta un’offesa allo spirito del mondo, una lesione alla credibilità dei vari protagonisti politici. Ora, però, un partito che non metta nel conto il dovere di essere all’occorrenza minoranza, è un partito destinato a scomparire prima di quanto s’immagini. 

La DC ne era immune?  

Non lo so. Mi sono fatto la convinzione che se la DC avesse accettato unanimemente di andare in minoranza, dopo un periodo di lontananza dal potere sarebbe tornata ad essere una forza determinante. Non è andata in minoranza perché quando è iniziata la crisi i tre o quattro dirigenti da cui dipendeva il futuro si sono asserragliati nei fragili recinti della loro autodifesa. Ognuno di loro ha pensato di trasmigrare in una diversa maggioranza. È si è visto cosa è accaduto.

Si sono rinchiusi in un potere che assomigliava a un guscio vuoto…

Mi piace parlare con te perché sei una persona che ascolta. 

Eppure l’esperienza della DC offre ancora molti spunti di riflessione. Abbiamo di fronte il dramma della guerra russo-ucraina: la causa scatenante è stata la tensione mai sopita nella regione del Donbass. Ora,  l’accordo De Gasperi-Gruber, che dette vita al pacchetto Alto Adige, ci dice quanta lungimiranza ha guidato l’azione dello statista trentino.

Ricordati soltanto che per quasi undici anni sono continuati gli atti di terrorismo. Gli estremisti, da una parte e dall’altra, non si sono fermati. Il rivendicazionismo sudtirolese si scontrava con il nazionalismo della destra radicale italiana. Eppure, grazie all’accordo tra Roma e Vienna, quella crisi è stata largamente governata, per essere in ultimo assorbita del tutto.

Che giudizio possiamo dare di De Gasperi?

Su di lui ha scritto un bel libro Giuseppe Matulli. Il punto che mette in evidenza si collega a una riflessione già sviluppata da Gabriele De Rosa. De Gasperi, per la sua formazione in ambiente austro-ungarico, non ha l’intransigenza di Sturzo. Tra i due esiste una differenza importante: Sturzo concepisce la lotta democratica in termini di esaltazione dell’identità di partito, De Gasperi come ricerca dell’equilibrio e anche del compromesso, per non restringere indebitamente lo spazio di manovra dei cattolici popolari.  

De Gasperi fu deputato in un Parlamento, quello di Vienna, in cui la componente italiana era la quattordicesima minoranza e dove in Aula si parlavano sette o otto lingue diverse. La piccola minoranza italiana doveva fare politica con la consapevolezza che solo la capacità di dialogo poteva facilitare il raggiungimento dei suoi obiettivi  

L’attitudine di De Gasperi consisteva, almeno nel periodo iniziale dell’impegno pubblico, nel prendere sul serio il lavoro di avvicinamento delle posizioni più divaricate. Capire gli altri e farsi capire, cercando i margini possibili d’intesa, era un modo per difendere gli interessi dei suoi trentini.  

Se vogliamo valutare in modo corretto l’atteggiamento di De Gasperi all’avvento del fascismo, abbiamo il dovere di riconoscere la preoccupazione che sottostava alla sua condotta pubblica. Quando c’è stato lo scontro iniziale con il fascismo, De Gasperi cercava il compromesso per ottenere il meglio e, dunque, una via di uscita per evitare la guerra civile. Sturzo invece fu pronto a rispondere con fermezza, perché abituato a ragionare secondo un paradigma di chiarezza, non edulcorando i contrasti. 

De Gasperi non era meno antifascista di Sturzo, ma confidava più del prete siciliano in un’opera di contenimento dell’irruenza politica mussoliniana. Da qui la divaricazione tattica tra la segreteria e il gruppo parlamentare del Ppi. Indubbiamente Sturzo fu più lucido e anni dopo, riconquistate le libertà, De Gasperi lo riconobbe. Tuttavia il retaggio della sua lezione di prudenza, ancora valida oggi, permette di vagliare il pericolo che si nasconde in uno scontro permanente, anche sui principi e i valori fondamentali dell’ordinamento democratico. Gli esempi non mancano, anche fuori dall’Italia. Se prendiamo in esame il dissidio interno alla società americana, con il carico di odio tra le aperti avverse e le conseguenti esplosioni di violenza, non possiamo che raccogliere a posteriori l’invito di De Gasperi a limitare o mitigare lo scontro politico. In fondo, come gestì il duro braccio di ferro con Togliatti e l’opposizione frontista? Non oltrepassò mai i confini della convivenza civile e del rispetto democratico. Contrariamente alla Germania, l’Italia non mise fuori legge i comunisti. De Gasperi tenne fede alla ricerca dell’unità possibile, per il bene della collettività e la difesa delle istituzioni.     

Alcuni insegnamenti ritornano con il tempo. C’è sempre da imparare a rileggere il modo in cui i “grandi padri” della DC hanno esercitato la loro leadership. Ad ogni buon conto, De Gasperi usava il metodo democratico in tutti i passaggi interni al partito.

Non c’è dubbio, De Gasperi rientra in quella categoria che potremmo definire dei leader veri, autentici, a differenza di quelli costruiti da leggi elettorali e meccanismi selettivi ad hoc. 

Nella DC esisteva un meccanismo di controllo e verifica a carattere permanente. In questo modo si allargava la partecipazione. Giulio Pastore dette vita a una corrente parlamentare, poi trasformata in corrente di partito, per contrastare la presenza di un’altra corrente, schierata a destra, che aveva come obiettivo di condizionare continuamente De Gasperi. 

Nessuno ricorda, neppure gli storici, che De Gasperi nel 1953 perse le elezioni e fu sfiduciato in Parlamento, nonostante il sostegno del segretario del partito, Guido Gonella, e l’apertura ai monarchici: “Non ci conosciamo” – come dire votatemi – “poi ci conosceremo!”. Tornò alla guida della DC, ma il suo ciclo era concluso. 

La sua politica influì sugli sviluppi successivi per molti anni, dando un profilo marcato e stabile alla democrazia repubblicana. Tuttavia il suo periodo aureo è stato appena di sette o otto anni, poco più di una legislatura. 

Purtroppo le grandi testimonianze appassiscono nella nostra memoria. Adesso tutti lo ricordano perché era uomo di una correttezza assoluta, tanto nei rapporti personali quanto nei rapporti politici, in grado con la sua autorevolezza di contribuire notevolmente a formare la classe dirigente democristiana. Poi è avvenuto che questa correttezza “à la De Gasperi” sia andata lentamente consumandosi, fino ad arrivare alla sciatteria e al disordine che abbiamo constatato nel recente passato, di cui purtroppo non riusciamo a intravedere il dovuto superamento nello stile di molta parte dei politici attuali. 

In effetti, me ne rendo conto, sono drastico. Non mi piace arrotondare i giudizi per guadagnare consenso, dato che ormai non ho neppure necessità di inseguire obiettivi e riconoscimenti che in democrazia sono giustamente legati alla raccolta di solidarietà e convergenza. Mi posso permettere di essere franco fino in fondo. 

Che cosa ricorda di più della esperienza parlamentare? 

Non saprei scegliere. Ho avuto la fortuna di costruire con molti colleghi parlamentari, anche di altri partiti, una felice condivisione di sensibilità attorno soprattutto ai temi emergenti dalla crisi del primo centro-sinistra, partendo perciò dagli anni ‘70 per arrivare fino alla caduta della cosiddetta Prima Repubblica. Le difficoltà dello Stato sociale e l’avanzata del neo-liberismo costituivano argomenti che spesso offrivano spunti concreti di collaborazione, superando alcune barriere di partito.

Sono stato Ministro in tre governi diversi, negli anni ‘80, sempre con la preoccupazione di adempiere a un compito che prescindeva dalla mera gratificazione personale. Non ho fatto niente di straordinario. Mi ricordano in genere come una persona che aveva una sua linearità di atteggiamento politico; ciò nondimeno, quella linearità non era tutta e solo mia perché nei dicasteri dell’Istruzione, del Bilancio e dell’Industria mi sono avvalso in misura cospicua del consiglio e della esperienza di collaboratori, funzionari e amici di partito. Stavamo a contatto quotidiano e la sera andavamo a cena assieme, in una politica senza orario, come i negozi che sono aperti giorno e notte. 

Il cena e il dopo cena in attesa delle prime copie dei giornali… 

Sì, anche questo era un rito. Sono stato cinque anni direttore de “Il Popolo”, oltre che parlamentare nazionale ed europeo, nonché Ministro. Ruoli intercambiabili, tecnicamente diversi ma per me simili, sotto molti aspetti. Ho conosciuto da vicino il mestiere del commentatore e del cronista. Adesso vedo comparire in tv, come corrispondenti dall’Ucraina, diversi giornalisti che sono ben presenti alla mia memoria di direttore del quodidiano ufficiale del partito. Li vedo che sono cresciuti e apprezzo il fatto che abbiano mantenuto rigore e obiettività nel dare le notizie. Fortunatamente non c’è quel settarismo che spesso incontri nelle urlate dispute dei talk show. “Siamo minoranza, non diventiamo una setta”: così si espresse una volta, con spirito acuto, il card. Martini. Un pensiero illuminante! Quando invece la tendenza è quella di trasformare l’essere minoranza in pratica e condizione settaria, allora sì che si sprofonda nella palude dei falsi orgogli. Potremmo definirlo il suicidio delle ragioni professate con poca fiducia nello strumento del dialogo. A me preme, invece, stare su questo terreno e mettere a valore il confronto con gli altri. Non sono così bravo, così coerente e lineare, ma cerco di essere all’altezza dei propositi. 

Chi ricorda dei politici con più grande affetto? 

Una persona mi ha aiutato a crescere, Carlo Donat  Cattin, un’altra mi ha aiutato a “tramontare”,  Benigno Zaccagnini: due personalità straordinarie, assolutamente diverse, che considero decisive nella mia esperienza umana e politica. Poi, indubbiamente, c’è stato Aldo Moro. Dire che ho provato a somigliarli, non sarebbe appropriato. Semmai, nei momenti più difficili, il suo esempio l’ho considerato un criterio direttivo per l’azione. Credo sia facilmente comprensibile il motivo. 

Ce ne sono altre? 

Ho avuto un rapporto amichevole con Franco Salvi, uomo di ammirevole intelligenza, forse intransigente a tal punto da apparire duro e scostante. 

Se penso all’oggi, ci sono sette o otto parlamentari con i quali mi sento per gli auguri nelle circostanze più disparate. Tra noi vige una rapporto di amicizia e conoscenza tale da scavalcare qualsiasi fraintendimento. Non parliamo mai di politica in senso stretto, ma scambiandoci le impressioni su questo o quell’argomento ci troviamo subito d’accordo. 

Nessuno di loro è una bussola – questo è il paradosso – ma insieme sono l’orizzonte al quale rivolgo volentieri lo sguardo. Se a uno di loro chiedi ad esempio come va a Napoli, te lo dice con semplicità e precisione, sicché puoi capire in poche battute l’essenziale. 

Poi i ricordi sono fatti anche di ambientazioni, ovvero di contesti che spiegano la politica, ne illuminano il valore paradigmatico, incarnando qualcosa di attrattivo ed esemplare. Le “bianche” Brescia e Bergamo, come pure le “rosse” Modena e Reggio Emilia erano città che raccontavano la vivacità e la forza della politica. In entrambe operava una DC attenta e moderna. Qui trovavi il partito capace di governare bene o di fare bene l’opposizione, il modello di partito da mettere su un piedistallo, quello che la DC doveva essere ovunque. Perché invece dominavano o sembravano dominare, in troppe situazioni locali, logiche e costumi deprecabili? Il gioco delle tessere, le collusioni con realtà moralmente opache, casi di corruzione inaccettabili: ecco, dovevamo  fronteggiare nostro malgrado le accuse che derivavano dalla diffusione di tali fenomeni. 

Facciamo attenzione, i luoghi dell’eccellenza, se vogliamo chiamarli così, non erano politicamente amorfi, anzi. La democrazia locale era intessuta di lotte e competizioni, ma prevaleva una regola di amore per la comunità. Certo, dentro queste esperienze fai presto a individuare una tipologia di impegno politico. 

Recentemente, sulla DC di Bergamo mi ha raccontato molto bene Gilberto Bonalumi. 

Devo dire che Bonalumi è una persona che tutti noi abbiamo sottovalutato. Conosce la situazione concreta dell’America Latina, avendo tessuto rapporti di amicizia  con i democratici cristiani di quel continente. Credo che nessun altro nella DC abbia avuto la stessa ampiezza e consistenza di conoscenze e relazioni. Sapeva tutto di ogni nazione. Ti diceva il nome di questo o quel dirigente, e all’occorrenza sapeva come rintracciarlo. Il suo lavoro è stato straordinario, frutto di un apprendistato politico di alto livello che una città come Bergamo, con un partito robusto e qualificato,  poteva evidentemente garantire. 

Non abbiamo parlato della dialettica tra le due sinistre democristiane.

Nel rapporto tra Forze Nuove e Base, ovvero tra la corrente sociale e quella politica, c’è sempre stato un “odi et amo” nel dare compimento a una politica autenticamente popolare. Io sono cresciuto nella corrente di Forze Nuove. Con Luigi Granelli e Giovanni Galloni, esponenti della Base, andavo molto d’accordo. Erano quelli che incontravo più frequentemente. Abbiamo dato vita insieme a una quantità di iniziative editoriali. Sia i periodici della Base che quelli di Forze Nuove rappresentavano la sede di un intenso dibattito politico. Donat Cattin era straordinario, aveva l’animo del giornalista e questa sua inclinazione esaltava le sue doti di leadership. “Settegiorni”, un settimanale a larga diffusione, fu voluto e sostenuto da lui. Poi venne “Il Domani d’Italia” di Pratesi e Galloni, “Il Confronto” come strumento della cosiddetta Area Zac, quando le due sinistre si mescolarono e presero a concepirsi alla stregua di una sola corrente. Finché, ricorderai, alla fine Donat Cattin ruppe con la politica del confronto e lanciò, nel congresso del 1980, il Preambolo. A me toccò assumere allora la rappresentanza di quella parte della corrente – scegliemmo la denominazione di Nuove Forze – che non intendeva disperdere o peggio rinnegare il carattere unitario della stagione zaccagniniana. 

Sta di fatto che la storia della DC passa ampiamente per le pagine delle riviste delle sue correnti di sinistra. Noi ci tenevamo a precisare che eravamo sinistra della DC, non sinistra nella DC. Una distinzione importante, giacché significava che l’essere di sinistra andava a qualificare organicamente la battaglia per una DC più consapevole della sua natura popolare e democratica. La sinistra interna si connotava come avamposto di un partito socialmente aperto, con un programma avanzato, non come un gruppuscolo alieno che operava transitoriamente nell’involucro democristiano, ma in vista di una dissoluzione apportatrice di novità nella sinistra italiana nel suo complesso. 

Le correnti non erano di per sé un male, vero?

Le correnti, anche quelle moderate, sono state nei momenti migliori un fattore di ricchezza ideale. De Gasperi, sempre lui, usava dire: “Sono correnti dello stesso bar”. Tuttavia, se ci abbandonassimo all’astrazione, non capiremmo la complessità della DC. Le idee contano, ma alla fine conta di più la realtà; conta come vivi la politica dentro l’esperienza reale, nel contesto del tuo territorio, dentro la tua comunità. I problemi contano più della tua idea e dunque la tua idea, per affermarsi, deve farsi carico di quei problemi. 

Bisogna ascoltare, ci suggeriva Moro. Ognuno ti aiuta a collocare nel modo più utile le idee che maturano in un determinato frangente.

La grandezza di Moro, oltre che sul pacchetto Alto Adige, l’ho vista nella legge sulla ricostruzione del Friuli, con Zamberletti commissario straordinario.

Moro ebbe chiaro l’obiettivo di dotare gli amici friuliani di strumenti eccezionali per rimettere in piedi la regione devastata dal sisma. La scelta di Zamberletti a capo di quella che diventerà la Protezione civile fu una intuizione efficace. Evidentemente Moro apprezzava le qualità di Zamberletti. Quando eravamo nel Movimento giovanile, per due stagioni lui ed io siamo stati nello stesso alberghetto, dormivamo nella stessa stanza. Tutti lo riconoscevano capace di “mettere a terra”, secondo il lessico dei nostri giorni, le competenze derivanti da una coscienziosa militanza politica. Non ci siamo più ritrovati sulla stessa lunghezza d’onda quando prese parte a “Europa 70”,anche insieme a Bartolo Ciccardini, un movimento (e una rivista) che privilegiava la consonanza con i temi gollisti, in pratica sostenendo l’introduzione del presidenzialismo e la costruzione di una democrazia più ordinata sulla nettezza della dialettica tra maggioranza e opposizione, quindi tendenzialmente bipolarista. 

Altri la pensavano come lui. O sbaglio?

Una componente a tendenza presidenzialista c’è sempre stata nella DC, anche tra noi della sinistra. Non ho mai condiviso questo tipo di proposta, scontando per questo un certo grado di solitudine nel partito. Penso però, a distanza di molto tempo, che avevo ragione. Anche quando alcuni settori del mondo cattolico (Azione Cattolica, Fuci, Acli, ecc…) puntavano a inizio degli anni ‘80 a cambiare ordinamento istituzionale per ottenere con un presidenzialismo più o meno adattato al caso italiano un di più di efficienza, mi sono dichiarato nettamente contrario. Ho ancora riscontri precisi di quegli incontri che ruotavano attorno alla trasformazione in senso presidenzialistico della nostra Costituzione. Sul punto ero in disaccordo con il prof. Pietro Scoppola, come pure lo fui sul passaggio da lui teorizzato dal Ppi all’Ulivo, poi alla Margherita e infine al Pd.

Cosa è accaduto con la fine della DC? La nascita della Margherita in fondo resta un mistero. 

Dovevano convincermi, ma…non ci sono riusciti. Ecco, non ho aderito alla Margherita, né successivamente al Pd, malgrado la vicinanza con amici carissimi per i quali nutrivo stima sincera. Ciò non toglie che il mio voto sia andato a queste formazioni politiche, non solo per questioni di amicizia. Pur vedendo oggi i limiti del Pd, mi domando: posso votare per altri? Mi guardo intorno e non trovo nulla – nulla di adeguato e convincente – quindi mi oriento nella direzione più omogenea con la mia storia e la mia sensibilità politica.  

La sensibilità di un moroteo irriducibile agli stereotipi di un moroteimo di comodo…

Quando il figlio di Moro, Giovanni, insieme a Giancarlo Quaranta mise in piedi l’associazione Febbraio 74, che poi si trasformò in Movimento Federativo Democratico, più vicino al PCI che non alla DC, fui invitato a un loro convegno. O meglio, fu Aldo Moro a chiamarmi e a dirmi di partecipare: “Perché non ci vai tu, i giovani li conosci meglio di me”. Questo per ricordare che intrattenevo con Moro un rapporto molto prossimo alla confidenza. Ero tra i pochi a dargli del tu, come facevo d’altronde con Fanfani. In famiglia, nei difficili anni ‘70, i figli sono stati per alcuni – pensa al dramma vissuto da Donat Cattin – un motivo di apprensione e sofferenza. Il conflitto generazionale attraversava le vicende di partito e Moro ne aveva una conoscenza diretta.

Perché attiro l’attenzione su questi aspetti? Perché sovente mi devo misurare con una immagine di Moro che non corrisponde alla realtà più vera del suo vissuto privato, con tutti i riflessi possibili sulla vita pubblica. Non amo gli stereotipi, come tu esattamente rilevi, perciò non amo lo schiacciamento della figura d Moro sulla prospettiva totalizzante del compromesso storico, quasi a stabilire per lui una funzione di accondiscendenza alla strategia del PCI di Berlinguer.

Moro merita più rispetto.

Chi ricorda con più affetto del movimento giovanile degli anni ‘50? 

Ho sempre avuto un rapporto personale piuttosto cordiale con Gianni Baget Bozzo. All’inizio lo consideravo un riferimento ancora più autorevole di Dossetti. Poi ho capito che non era così, che lui e Dossetti avevano talora punti di vista discordanti. Andando avanti, mi sono sentito più vicino a Dossetti. 

Comunque Baget Bozzo incuteva ammirazione per il suo indubbio talento. Ha scritto diversi libri, a tre di questi sono sono stato coinvolto negli incontri di presentazione. Aveva un nutrito pubblico di estimatori. Quando ho criticato qualcosa dei suoi scritti, mi sono arrivate lettere persino violente da parte dei suoi fedelissimi. L’accusa era sempre la stessa, non ero all’altezza di comprendere il suo pensiero. Invece ritengo di essere un buon conoscitore della “filosofia” che sorreggeva la sua visione politica.

Venne anche alle prime Feste dell’Amicizia. Sentiva attrazione per la DC,  ma avrebbe voluto comandarla lui. Poi divenne parlamentare europeo del Partito socialista e in quella veste ha difeso Berlusconi nella sua richiesta di adesione al PPE. Castagnetti ed io eravamo contrari, essendo quanto mai evidente che il fondatore di Forza Italia non aveva nulla a che fare con la cultura democratico cristiana. 

La discussione fu lunga e non sempre pacifica. “Ma vi rendete conto – dicevo ai colleghi Popolari europei – che la  domanda di adesione è caldeggiata da un membro del PSE? Dunque, un socialista ha la pretesa di sollecitare i democristiani a spalancare le porte a Berlusconi!”. Non se ne erano accorti.

Eravamo in contrasto, ma l’ho sempre rispettato. Cercava di conciliare una visione teocratica, ben accolta dal card. Siri, suo superiore a Genova, con quella che era l’ambizione politica. È andato dall’estrema destra all’estrema sinistra senza provare imbarazzo, come se le contraddizioni insiste in questa radicale oscillazione non lo riguardassero. Se operava una svolta, pretendeva di giustificarla in nome della sua credibilità personale.   

Anch’io ebbi modo, grazie a Malfatti, di inquadrare bene il personaggio. A proposito, di Malfatti cosa possiamo dire?

Franco è stato il primo del Movimento giovanile a diventare  parlamentare e Ministro. Quando si candidò la prima volta, Riccardo Misasi gli disse beffardamente: “Non puoi fare solo tu il Ministro, bisogna essere in due o in tre”. Allora Malfatti, uomo pronto alla battuta ma anche un po’ cinico, rispose: “Pensa che tristezza, per me, essere da solo in  Parlamento”. La sua ironia era tagliente. Se mi chiedi un giudizio, ti direi che è stato uno dei migliori Delegati nazionali del Movimento giovanile.

Lo abbiamo fatto questo discorso, il Movimento giovanile è stato un serbatoio di quadri politici. Molti li ho persi di vista, chissà se hanno continuato tutti a fare politica. 

Beh…no, in tanti sono tornati alla professione. Chissà quali altri percorsi hanno intrapreso. Come fare ad avere un pensiero per tutti? Eravamo un esercito, siamo entrati in massa in Parlamento. Nel 1968 c’è stato un ricambio forte nella DC, in chiave strettamente elettorale, perché dalle esperienze giovanili, specialmente nelle Università, il passo verso il partito fu breve. Su 265 eletti alla Camera, in quell’anno le matricole furono 79: un elenco lungo per un grande ringiovanimento di classe dirigente. Adesso ci tocca coltivare in solitudine questa raccolta di testimonianze di cui la politica odierna, in qualche modo, dovrebbe riuscire a conservare una traccia viva. Ne trarrebbe vantaggio, ne sono sicuro.

CONCLUSIONE

Qui finisce la nostra lunga conservazione. E un po’ come Bodrato anch’io mi rimetto a fare politica da solo, al computer, con i pensieri rivolti al passato, a quel convegno del Sestriere del 31 agosto 1957 con Malfatti, Donat Cattin e Rumor sui giovani in politica, al saggio di Augusto Del Noce su schemi ideologici e formule politiche o a quello di Riccardo Misasi su una classe politica per il sud (v. il numero di “Per L’Azione” che riportava le principali relazioni). Poi mentre scrivo mi arriva una lettera di un giovane del liceo Augusto che, appena quindicenne, partecipò a quel convegno del Sestriere!

L PARADOSSO DEL PROGETTO POLITICO 

Si aprono margini di azione insperati per tutti coloro che, al centro e non solo, sono consci della delicatezza del momento. Tutto si gioca sul filo del paradosso costituito dalla possibilità di rilanciare la politica, partendo proprio dalla disponibilità a confermare per la prossima legislatura Draghi a palazzo Chigi.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche riemerge l’importanza di un confronto fra progetti politici, che è la sostanza della democrazia. In sua mancanza l’ingegneria istituzionale e i diversi sistemi elettorali, pur essendo fattori rilevanti, non sono in grado da soli di colmare il crescente deficit di rappresentanza.

Se si osservano le dinamiche attraverso cui si formano i programmi e si definiscono i progetti politici dei partiti e delle coalizioni, almeno negli ultimi anni che hanno sancito la supremazia dei poteri economici sulla politica, si può constatare che sulle cose veramente importanti per la vita delle persone e per l’avvenire del Paese, non vi sono più effettive differenze.

I partiti ridotti a simulacri, sono costituiti per lo più da gente preoccupata di avere l’approvazione immediata dei media e il gradimento nei social mentre i contenuti delle scelte sono definiti da pochissimi centri di potere, di natura privata, strutturati a livello globale e in qualche caso più potenti sia degli stati che degli organismi internazionali.

In una tale situazione va riconosciuta, per rimanere all’Italia, la ragguardevole duttilità del Partito Democratico che ha saputo adattarsi al compito di identificare la propria visione con quella dettata dai poteri che ambiscono a gestire l’Occidente, e in prospettiva il mondo, secondo i loro esclusivi interessi e scopi. Non sottovalutando altresì il ruolo di Renzi, abilissimo a interpretare con rapidità anche le divisioni fra chi detta le priorità alla politica, come pure il ruolo di Forza Italia.

Al di fuori di ciò restano le terre del populismo e del sovranismo, rese desolate dalla prova del governo. Se questo modello di governance, di democrazia “leggera”, non fosse entrato in crisi, il Pd  potrebbe continuare ad essere per inerzia il cardine della politica italiana. Invece la nascita del governo Draghi ha prodotto una discontinuità che sta avendo forti ripercussioni sul sistema dei partiti.

E, a mio avviso, sta aprendo a tutti coloro che sono consci dell’elevata delicatezza di questa fase, margini di azione insperati, al centro, nel Pd, nel centrodestra, nella società civile, ovunque si trovino persone equilibrate e di buonsenso.

Il tutto si gioca sul filo del paradosso costituito dalla possibilità di rilanciare la politica, partendo proprio dalla disponibilità a confermare per la prossima legislatura Draghi a palazzo Chigi.

E l’originalità del progetto politico? Per come sembra messa la nostra, e altre democrazie occidentali, questa è una domanda ingenua. Lo spazio pubblico che conta, che forma l’opinione e la mentalità delle masse, appare saldamente occupato da una sola visione, sempre meno tollerante verso convinzioni, interessi, acquisizioni culturali e scientifiche, orientamenti ad essa in contrasto. L’unica dialettica che conta, fra posizioni diverse, talora alternative su questioni cruciali – come sulla guerra, sull’energia – avviene a livello di élite e quasi sempre in modo discreto e impercettibile ai più.

Dunque, non potendo più far valere il punto di vista popolare per manifesta disparità di forze, a livello di confronto di opinioni, si dovrà recitare, per incidere, l’unico mantra consentito ma con l’occhio rivolto ai fatti che non si piegano al potere incontrastato delle narrazioni. E proprio in questo modo si può liberare la forza di un progetto politico per il centro, e non solo, per le persone più attente a farsi interpellare dalla realtà, nei vari schieramenti.

Tale progetto politico in concreto consiste essenzialmente nel puntare a temperare, a disinnescare, a ridurre le conseguenze di scelte strategiche che, se attuate in modo integrale, con furore nei tempi e nell’applicazione, rischiano di compromettere la stabilità sociale ed economica del Paese e dell’Europa, e sul piano internazionale rischiano di allontanarci dall’80% dell’umanità non occidentale.

Il tutto nella speranza che il passaggio verso il mondo multipolare e del ritorno al primato dell’economia reale su quella virtuale, e della politica sull’economia e sulla tecnologia, avvenga nel modo meno traumatico e bellicoso possibile.

E mentre si puntella un sistema di governance sbagliato, anomalo per le democrazie occidentali, cercando di ridurre i danni, nel solo modo concretamente possibile, l’attenzione deve essere tutta sul mondo che sorgerà dall’attuale scontro fra Occidente e Resto del Mondo. La forza politica che riuscirà a veicolare un simile messaggio potrà non solo apparire interessante a chi vota ma anche contribuire a ridimensionare l’area purtroppo sempre più estesa del non voto.

PRIMARIE PD LAZIO Gregori, “non sono escluse ma prima costruiamo il programma e la coalizione”. 

La dichiarazione del Presidente dell’Assemblea regionale del PD, qui riproposta integralmente, rafforza l’approccio pragmatico alla questione delle primarie per la scelta del candidato alla successione di Zingaretti. Intanto sono pronti al confronto nei gazebo due esponenti di peso della Giunta regionale: Daniele Leodori, Vice Presidente, e Alessio D’Amato, Assessore alla sanità. Andranno fino in fondo? Il partito s’interroga sulla soluzione migliore. Soprattutto Base Riformista, la corrente di Gregori, invita a non irrigidire le posizioni. 

 

Abbiamo fatto un grande lavoro in questi anni come Partito Democratico del Lazio, puntando molto sull’ascolto e il confronto incentrato sulla condivisione delle scelte  con le Federazioni Provinciali, il mondo associativo, sociale e produttivo, che insieme al grande lavoro fatto dalla Giunta Zingaretti, ci darà la forza per costruire un grande progetto per il futuro. In questi giorni stiamo lavorando alla costruzione della coalizione per le elezioni regionali del 2023, strutturando le 10 idee per il Lazio del futuro. Una coalizione ampia che lavora di settimana in settimana per arrivare a metà luglio con le idee chiare su cosa proporre in condivisione. Solo dopo la costruzione di questa carta dei valori, si decideranno le modalità di scelta per la candidata o il candidato Presidente. 

 

Le primarie sono previste dal nostro statuto e sono uno strumento, anzi lo strumento democratico per eccellenza, che fa ed ha fatto sempre la differenza nel Partito Democratico. Abbiamo approvato un documento poche settimane fa in Direzione Regionale, all’unanimità, dove si dice che nel solco della costruzione della coalizione e per la scelta della candidata o candidato Presidente, non sono escluse le primarie. La sana competizione fa parte della democrazia e deve assolutamente essere vista come un valore aggiunto. Ma ripeto, prima la coalizione, la condivisione delle 10 idee per il Lazio del futuro e poi insieme decideremo la strada migliore da percorrere, in condivisione e con responsabilità.

 

Fonte: Agenzia DIRE – 7 luglio 2022.

L’ex primo ministro nipponico SHINZO ABE  è morto

L’ex primo ministro nipponico Shinzo Abe  è morto dopo essere stato ferito da colpi di arma da fuoco mentre stava tenendo un comizio a Nara.

Conservatore, Abe ha sempre cercato di stringere rapporti con gli Stati Uniti, appoggiando tutte le sanzioni delle Nazioni Unite nei confronti della Corea del Nord.

L’attentato nei confronti di Shinzo Abe ha suscitato reazioni di dolore e sconcerto in tutto il mondo. Il segretario generale della Nato Stoltenberg ha parlato di “attentato atroce”.

L’ambasciatore Usa a Tokyo Rahm Emanuel ha affermato di essere “rattristato e scioccato”

Il primo ministro Fumio Kishida, rientrato d’urgenza alla Kantei con il governo dopo aver sospeso con tutti i partiti di opposizione la campagna elettorale per il rinnovo della Camera Alta in programma domenica 10 luglio.

MARITAIN, TOMMASI E L’ABORTO

Il dibattito sui cristiani e la politica si è di colpo riacceso in queste settimane per due fatti, distanti e distinti: la sentenza statunitense sull’aborto e la candidatura di Damiano Tommasi a sindaco di Verona. L’autore, già Presidente delle ACLI, invita a pensare al futuro, non immaginando il ritorno a un partito di matrice cattolica, ma agli sviluppi di una cultura d’ispirazione cristiana, capace d’incidere sulla vita democratica del Parse. L’articolo è tratto, per gentile concessione, dall’ultimo numero de “La Voce del Popolo”, settimanale diocesiano di Brescia. Titolo originale: “SOCIETÀ. I temi etici e la politica”. 

 

Fine della cristianità: già lo sosteneva Jacques Maritain negli anni trenta, poi ripreso da destra come da sinistra. Il Medioevo poneva Dio al centro di tutto, la Modernità al centro di tutto pone invece l’individuo senza la sua dimensione transcendente, quella che conduce a Dio. Troppo verticale il Medioevo, troppo orizzontale la Modernità. Che fare, dunque? Maritain immagina una “nuova cristianità” attraverso un umanesimo integrale dove in politica si rinuncia ad una concezione sacrale del mondo a favore di una concezione cristianamente ispirata. Come a dire che possiamo fare politica solo con una cultura della politica che – nel nostro caso – sarà una cultura politica laica e cristianamente ispirata. Tra i valori astratti e le scelte concrete si colloca la “terra di mezzo” della politica responsabile.

Il Papa aggiorna questa cultura con l’idea dell’ecologia integrale: tutto è connesso, povertà e ambiente, politica e vita, salute e filosofia e tanto altro. Il Papa costruisce un nuovo immaginario che connette – che incrocia – il verticale con l’orizzontale. Meno attenzione alla singola cosa, più attenzione alle relazioni tra le cose. Dalla cosa alla connessione.

Il dibattito sui cristiani e la politica si è di colpo riacceso in queste settimane per due fatti, distanti e distinti: la sentenza statunitense sull’aborto e la candidatura di Damiano Tommasi a sindaco di Verona. L’aborto è un tema ad alto contenuto etico che scalda il dibattito americano (meno quello italiano). La vicenda di Tommasi ha sollecitato qualche critica perché il candidato non ha preso le distanze da iniziative di matrice culturale differente dalla cattolica, in particolare della cultura LGBT. Fare politica in un contesto complesso e poco cristianizzato è così. Ma – riprendendo l’idea delle connessioni – più che il singolo punto contano le connessioni, l’architettura complessiva della società che costruiamo. Noi sappiamo di dover costruire una città dove ogni persona possa vivere in libertà e giustizia, in verità e carità. Ci si arriverà attraverso conflitti e mediazioni, discernimento e tanta pazienza: in politica il tempo è decisivo. 

Dovremo abituarci a stare in politica con la pazienza e l’intelligenza degli eventi: quella che spesso dimostra il presidente Mattarella, appunto un cattolico impegnato in politica. Non servono partiti cattolici, quanto un pensiero cattolico, una cultura cattolica capace di misurarsi con la complessità di questo passaggio d’epoca, di essere ancora centro di gravità non di giudizio e sentenza. 

 

Fonte: La voce del Popolo

https://www.lavocedelpopolo.it/opinioni/maritain-tommasi-e-l-aborto

QUESTIONE SOCIALE Il CENTRO deve dotarsi di un progetto politico per affrontare l’emergenza

Ci si trova di fronte ad una situazione che richiede, per essere affrontata e possibilmente risolta, sensibilità sociale, intelligenza politica, cultura riformista e coraggio e determinazione per le scelte concrete che si intraprendono.

C’è un tema – lo potremmo addirittura definire un capitolo – che inesorabilmente è destinato a segnare la politica italiana nei prossimi mesi e nei prossimi anni. E questo tema si chiama semplicemente “questione sociale”. Certo, già in altre fasi storiche questo capitolo ha caratterizzato l’agenda politica dei partiti – almeno di quelli che non hanno una innata vocazione liberista o populista – e dettato le dinamiche delle politiche di governo. E oggi, nuovamente, siamo di fronte ad un tornante della storia che ci ripropone una diversa, seppur drammatica ed inedita, “questione sociale”. Certo, la risposta alla “questione sociale” non può esaurire l’azione politica di un partito e, di conseguenza, di una coalizione. È noto a tutti. Ed è persin inutile ricordarlo.

Però, per tornare al tema iniziale, è indubbio che le ricadute della guerra russo/ucraina da un lato e la persistente pandemia dall’altro, hanno riaperto una ferita che non nostro paese non si è mai del tutto chiusa. E la “questione sociale” contemporanea si nutre, purtroppo, di una serie di tasselli che sono noti da tempo alle cronache politiche, sociali, economiche e sociologiche: dalla crescita esponenziale della povertà all’incremento delle disuguaglianze sociali; dalla crisi sempre più grave del ceto medio alla difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro; dall’esplosione di molteplici crisi psicologiche alla crescente difficoltà relazionale nei nuclei famigliari e sociali investiti dalla crisi alla stessa tenuta dell’ordine pubblico.

Insomma, ci si trova di fronte ad una situazione che richiede, per essere affrontata e possibilmente risolta, sensibilità sociale, intelligenza politica, cultura riformista e coraggio e determinazione per le scelte concrete che si intraprendono. Probabilmente, e senza alcuna regressione nostalgica, vanno recuperati sino un fondo la lezione e l’azione di uomini come Carlo Donat-Cattin che dovettero affrontare, in altri tempi, una altrettanto ed esplosiva “questione sociale”. Ora, è evidente che le stagioni storiche scorrono rapidamente e le ricette di un tempo devono essere adeguate, riviste ed aggiornate. Ma un punto, tra i tanti che si possono apprendere dal passato, resta di una straordinaria attualità. E riguarda proprio quello che Donat-Cattin, appena approdato al Ministero del Lavoro alla fine degli anni ‘60, si impegnò concretamente a fare per innescare una forte discontinuità. Ovvero, diceva il leader della sinistra sociale della Dc in quel periodo, “il dato politico nuovo deve consistere nel dare alla politica sociale complessiva un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politico/ amministrativa”. 

Insomma, per Donat-Cattin, proprio “l’istanza sociale” doveva “farsi Stato”. Trovare, cioè, piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica. E questo perchè il suo radicamento nel sociale si saldava con le esigenze più mature e moderne dello Stato di diritto. In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin di porre la “questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni. Scelte che ebbero conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari italiane seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricco solo di braccia e di intelligenza pratica. La sua ambizione – e come dovrebbe essere oggi – era più grande: egli voleva che nell’architettura amministrativa dello Stato democratico quei ceti e quelle istanze non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo.

Ecco, ho voluto ricordare, succintamente, un tassello – peraltro centrale – del magistero politico, culturale ed istituzionale di un leader politico come Carlo Donat-Cattin per arrivare ad una conclusione legata all’attualità. Ovvero, se il Centro – che comunque sarà presente alla prossima consultazione elettorale nazionale – vuole darsi anche un profilo politico, culturale e programmatico serio e credibile pur senza cedimenti classisti o fumisterie ideologiche, faccia anche e soprattutto della “questione sociale” un tema centrale della sua azione, del suo progetto e del suo profilo politico e culturale. Sarebbe una bella ed importante risposta alla cultura tecnocratica e al vuoto della politica che continua, purtroppo, a caratterizzare il dibattito pubblico nel nostro paese. Dopo la sbornia populista e demagogica dei 5 Stelle, sarebbe, questa, una bella e significativa risposta politica e di contenuto.

FIGLI CONTESI GENITORI CONFLITTUALI Sentimenti ed emozioni sono l’ultima frontiera delle LIBERTÀ personali

Quando finisce una relazione sentimentale, insorgono solitamente conflitti che penalizzano il soggetto o i soggetti con maggiore fragilità. È di evidenza solare che quando prevale la ricerca di una soluzione ragionevole ed equa e si usa la buona volontà per venirsi reciprocamente incontro si smussano le occasioni di attrito e si mette davvero il figlio al centro delle attenzioni e dell’impegno di entrambi

 

Quando i figli si trovano collocati al centro dei conflitti di coppia si materializzano situazioni emotivamente complesse, non di rado apertamente dolorose e insostenibili per tutti: per i due genitori a causa delle relazioni quasi sempre reciprocamente ostili e per i figli stessi che finiscono per essere inglobati e coinvolti nella contesa e condividono loro malgrado condizioni di malessere e sofferenza.

I dissidi originano prevalentemente dalla crisi del rapporto sentimentale tra marito e moglie, compagno e compagna ma sono molte le ragioni per cui una storia d’amore può finire e subentrano sentimenti nuovi: indifferenza, intolleranza, incomprensione a volte persino odio e rancore.

Sono stati scritti libri, romanzi, trattati, poesie, preghiere sul sentimento dell’amore e sui suoi opposti e contrari: non è nelle mie intenzioni aggiungere o togliere una parola, non è questo il senso di questo scritto.

Ogni storia è una storia a sé e io aggiungerei: “per fortuna è così”. Sentimenti ed emozioni sono l’ultima frontiera delle libertà personali, non c’è un inizio e una fine, un alto e un basso, un meglio e un peggio, forse nemmeno un ‘giusto’ e uno ‘sbagliato’, almeno in senso relativo. Appartengono ad ogni esistenza e insieme ad essa sono unici e irripetibili, fanno parte integrante del mestiere e della fatica di vivere: ognuno risponde ad una sua coscienza, qualche volta a capo chino e col cappello in mano. Molta parte di ciò che ci riguarda va per la sua strada e non è sempre quella che avremmo scelto noi.

Subentrano poi delle regole e delle convenzioni culturali e sociali che fanno sì che ogni vita e ogni storia possano inserirsi nel grande contenitore della narrazione universale, quella che racconta dell’umanità intera e ci permette di riconoscere e distinguere una vicenda a lieto fine da una andata male, il rispetto dalla prevaricazione, l’armonia dalla violenza, la generosità dall’egoismo. Sono quei valori condivisi che ci rendono reciprocamente civili. Se i vissuti affettivi riguardano solo i diretti interessati la soluzione del conflitto è una questione a due ma se ci sono uno o più figli la vicenda si fa subito più complessa perché questo tertium genus,

questo terzo polo crea una triangolazione di diritti e doveri, di bisogni e di ruoli che merita una più attenta considerazione.

Il soggetto più debole è sempre il minore e ogni ipotesi di accordo deve tener conto di questa priorità. Quando i genitori non ce la fanno da soli ad uscire dal pantano della crisi di coppia, specialmente  perché la presenza dei figli richiede un patto “super partes”, occorre un intervento esterno che esplichi la necessaria funzione di aiuto, sostegno, integrazione e verifica. Se bisogna ristabilire una ‘sostenibile situazione di non belligeranza’, il ruolo esercitato dai vari soggetti che possono contribuire a questo scopo consiste innanzitutto nel favorire con delicatezza il ripristino di un clima colloquiale nelle relazioni di coppia.

Ascolto e dialogo sono i due canali privilegiati per conseguire questo scopo, ricerca e pratica della umana comprensione. Prima di definire ogni successiva ipotesi di regolamentazione deve essere chiaro ad entrambi i genitori che la più importante azione di tutela va esercitata verso i loro figli, bambini o adolescenti. Spesso infatti i differenti punti di vista dei padri e delle madri sono viziati da un peccato d’origine: quello di ricostruire le vicende e di immaginare le soluzioni a partire dalle rispettive spiegazioni e verità, che finiscono così per essere proposte come misura di ogni valutazione ritenuta oggettiva.

Come in un duello, quasi mai cavalleresco, i due contendenti partono lancia in resta, armati e bardati di tutto punto per vincere la posta in palio: la gestione affettiva e organizzativa della vita di quello che un tempo era soprattutto il frutto del loro amore e il motivo della loro unione. Ciascuno dei due genitori rivive soggettivamente la storia di coppia e cerca di attingere in questa rivisitazione autobiografica la prevalenza e l’attualità delle proprie ragioni: si tratta degli argomenti che ciascuno dei due butta sul piatto di quella bilancia che regolerà la gestione della vita del figlio conteso, affinché penda dalla propria parte e soddisfi le esigenze e le aspettative ritenute più legittime, cercando il suo preminente interesse.

Peccato che a volte i buoni propositi non coincidano con le effettive realizzazioni né preludano spesso ad azioni ad essi coerenti: un conto sono infatti le motivazioni addotte per dimostrare la congruità del proprio ruolo genitoriale un conto le rivalse contro l’ex partner generalmente tese a dimostrare la sua inidoneità di padre o di madre. Il senso della sottolineatura è che in genere prevalgono le ragioni della diaspora e del contendere su quelle della ricomposizione, solitamente infatti i genitori cercano di accaparrarsi a tutti i costi una  eloquente vittoria piuttosto che accontentarsi di un onorevole pareggio.

E poi c’è pure da aggiungere che molti vivono con enfasi partecipativa un’eventuale successiva battaglia legale per dimostrare la legittimità e la congruità delle proprie richieste e confutare le argomentazioni “di controparte”: piace il colpo di teatro, la battuta ad effetto, il gioco delle parti, lo scambio delle accuse, la libera e liberatoria interpretazione retrospettiva. In genere non si disdegna, almeno a partire dalle schermaglie iniziali, di metabolizzare intensamente il momento del confronto-scontro, di norma infatti ciascuno dei due genitori ha interiorizzato una propria tesi che potrebbe rivelarsi vincente. Succede infatti che la fase di transizione del confronto e della mediazione in vista dell’accordo, di per sé preliminare ad una regolamentazione stabilizzante, venga invece vissuta come una estesa parentesi dove sostare e quasi indugiare a lungo, per chiarire fino in fondo e magari imporre i propri punti di vista rimestando il coltello nella piaga della sofferenza e del rancore.

Questa è una tendenza generalizzata che presenta le ovvie eccezioni rispetto a situazioni dove il padre e la madre si accordano in modo pacifico, nella reciprocità dei ruoli (chi ha il bambino con sé e chi invece lo vuole vedere e frequentare) su come, dove e quando il figlio può incontrarsi insieme o separatamente con loro. È di evidenza solare che quando prevale la ricerca di una soluzione ragionevole ed equa e si usa la buona volontà per venirsi reciprocamente incontro si smussano le occasioni di attrito e si mette davvero il figlio al centro delle attenzioni e dell’impegno di entrambi. La soluzione migliore per tutti è certamente quella che ricorre nei casi di accordo pacifico tra il padre e la madre: “normalmente sta con me ma lui/lei potrà vederlo e incontrarlo liberamente previe opportune intese di volta in volta”.

Non sempre, purtroppo, ricorrono i presupposti oggettivi per una soluzione così libera dai lacci e laccioli dei veti e dei vincoli, infatti il contenzioso si attiva nel momento in cui un genitore mette in discussione le competenze e l’affidabilità dell’altro.

SALA e DI MAIO S’incontrano in privato ma SINDACO e MINISTRO proiettano in pubblico la loro ricerca di spazio.

Riunione riservata, ieri mattina, in casa del sindaco di Milano. Alla fine dell’incontro nessuna dichiarazione. Il rischio è che tra il Primo cittadino e il Ministro degli esteri non venga fuori una proposta davvero attrattiva sul piano elettorale.

La notizia non è giunta inaspettata. Da giorni si parlava di questa possibile mossa, dopo che Sindaco e Ministro nulla avevano fatto per smentire l’esistenza di una crescente simpatia politica. A New York, circa un mese fa, l’approccio iniziale: entrambi in USA, per l’ONU, pare abbiano tratteggiato nell’occasione lo schema di questo dialogo impegnativo. Dovrebbe essere la piattaforma capace di aggregare altre disponibilità, dalla Gelmini alla Carfagna, per inventare un nuovo centro.

In verità, Sala non ha interesse – ripete in continuazione – a qualificarsi come artefice di tale operazione centrista. Non gli piace e non gli appartiene. Di fatto, confida sull’evenienza di un rimescolamento di carte, anche al centro, con l’obiettivo finale di rafforzare lo schieramento progressista. Non si sa con quali affidamenti 

Carlo Calenda (Azione) ha subito reagito con fastidio scrivendo su twitter: “Davvero mi sfugge come Beppe Sala possa anche solo pensare che un tandem con Di Maio porti qualche beneficio a lui o al Paese. Il centro come ricettacolo di ogni trasformismo – ha aggiunto – non è un progetto politico, ma un ufficio di collocamento. Di quelli gestiti dai navigator”. Sulla stessa lunghezza d’onda si è trovato Benedetto Della Vedova, per il quale, evidentemente, il centro alleato del PD non raccoglie grande entusiasmo. Perlomeno non lo raccoglie, nel pensiero degli ex radicali di +Europa, tra quanti sono propensi a una vera battaglia di modernizzazione del Paese.

Che impressione si ricava dall’iniziativa del tandem Sala-Di Maio? Certamente è un fatto che merita attenzione, se non altro perché stiamo parlando del Sindaco della città motore del Paese e del Ministro fuoriuscito dal M5S in chiave di ripudio del populismo. È però necessario un distinguo laddove fosse chiaro che l’unica ambizione concreta fosse quella di aggregare alla rinfusa, senza un progetto chiaro, i frammenti di un elettorato insoddisfatto. Alla fine, c’è anche il rischio che l’operazione imploda, lasciando detriti sul campo. 

Accade talvolta che una minoranza attiva, con personalità capaci di accarezzare il sentimento popolare, invece di conquistare il proscenio della politica si avviti nella logica della testimonianza a basso regime. Partire infatti con l’idea di essere minoranza, per poi diventare un gruppuscolo solitario e pretenzioso – non importa se di centro – è quanto di più deludente. D’altronde, non si capisce al momento quali siano le ragioni che giustifichino la formazione di un nuovo partito nel quadro del rinascente centrosinistra. Senza basi solide, idealmente forti, non si edifica nulla di attendibile e duraturo.   

OPPORTUNISMO E RESPONSABILITÀ La crisi del M5S nella fase di “messa a terra” del PNRR

Sarebbe grave nterrompere il lavoro che il governo sta facendo per contrastare le difficoltà economiche create dalla pandemia e dal conflitto russo-ucraino, il ritorno dell’inflazione, la crescita dei prezzi e l’impennata di contagi dovuti alle nuove varianti Covid, avviando nel contempo un proficuo impiego delle risorse PNRR.

 

Il risultato dell’ultima tornata amministrativa ha indubbiamente portato qualche buona notizia in casa del centrosinistra, ma guai a lasciarsi andare a trionfalismi che stonerebbero con la dimensione locale del test politico e con il preoccupante dato del crescente astensionismo che vede, ormai sistematicamente, rinunciare al voto circa la metà degli aventi diritto.

 

È peraltro realistico immaginare che in occasione delle prossime elezioni politiche la destra – facendo di necessità virtù – possa ritrovare quell’unità che è mancata fino ad oggi; la voglia di vincere, soprattutto a destra, è sempre stato un buon collante.

 

I recenti risultati elettorali hanno avuto un effetto devastante su quel che fu il Movimento Cinque Stelle, determinando di fatto l’uscita di Di Maio con un folto gruppo di parlamentari in cerca di fortuna; come spesso accade le elezioni amministrative hanno quindi delle ripercussioni sul quadro politico nazionale con possibili effetti destabilizzanti anche sull’esecutivo. Può sembrare perfino superfluo dirlo, ma in questo momento non si sente davvero la necessità di una crisi che interrompa il lavoro che il governo sta facendo per contrastare le serie difficoltà economiche create dalla pandemia e dal conflitto russo-ucraino, il ritorno dell’inflazione, la crescita dei prezzi e l’impennata di contagi dovuti alle nuove varianti Covid, avviando nel contempo un proficuo impiego delle risorse PNRR.

 

In casa pentastellata la rabbia per gli scarsi risultati elettorali rischia di trasformarsi in una condizione di disagio per la permanenza nel perimetro della maggioranza di governo; è forte il rimpianto nel M5S per i tempi in cui dall’opposizione si strillavano slogan e si esibivano soluzioni per risolvere più o meno tutti i problemi. Anche la Lega mostra una crescente sofferenza per l’azione di logoramento che subisce sul fronte destro ad opera della Meloni; e anche in questo caso analisi sbrigative e superficiali portano la Lega (e Salvini in particolare), almeno una volta al giorno, a pentirsi di essere nel Governo Draghi. 

 

Ma in entrambi i casi è ormai tardi per collocarsi all’opposizione, troppo tardi per non farle apparire come operazioni di mero opportunismo per tentare di recuperare qualche consenso. Sottrarsi all’impegno di governare il Paese nel momento più difficile della legislatura, darebbe infatti l’idea di una ingiustificabile fuga dalle responsabilità per giocare la carta di inutili e colpevoli tatticismi.

CULTURA D’IMPRESA L’industria deve saper comunicare se stessa. Il libro di Calabrò (Osservatore Romano)

Il mondo industriale italiano si sta interrogando su come rimettersi alla guida di un processo di sviluppo (sostenibile) del Paese. Del resto più che di una scelta si tratta di una necessità, se si vuole competere.

Proponiamo per gentile concessione la recensione, che L’Osservatore Romano pubblica nell’edizione odierna, del libro di Antonio Calabrò, L’avvenire della memoria. Raccontare l’impresa per stimolare l’innovazione, Edizioni Egea, Milano, 2022 .

 

Marco Bellizi

 

L’Italia del dopoguerra, come è noto, è cresciuta in maniera impetuosa grazie non solo agli aiuti arrivati da oltreoceano, ma grazie anche a quegli industriali che si sono fatti carico di ricostruire un intero Paese attraverso la propria laboriosità e il proprio ingegno. Ai nostri giorni non c’è economista, sociologo o politologo che non si volga con sguardo malinconico alla stagione in cui personaggi come Olivetti pensavano alla fabbrica come centro di una comunità, attorno alla quale crescevano case, scuole, una cultura della bellezza a tutto tondo. Una cultura del fare e del fare bene. Un’imprenditoria che sarebbe poi svanita nel fumo del conflitto di classe, lasciando spazio, dopo aver prevalso nel confronto anche cruento degli anni ‘70, a una classe dirigente di altro tipo, con altra cultura e altri obiettivi.

 

Era, quello del dopoguerra, un gruppo di “capitani d’industria” caratterizzato da una consistente componente etica, forgiato dal conflitto mondiale, ma aperto a un futuro che si pensava potesse essere radioso e progressivo. C’è oggi un movimento economico-culturale che si rivolge a quella esperienza, in un momento in cui ci si rende conto che il modello di sviluppo utilizzato dagli anni ’80 in poi del secolo scorso è in fase di esaurimento. Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli, presidente di Museimpresa, nel suo libro L’avvenire della memoria. Raccontare l’impresa per stimolare l’innovazione (Edizioni Egea, Milano, 2022, pagine 129, euro 16) aggiunge a questo “amarcord” l’appello a rimettere l’impresa al centro della vita culturale del Paese. Non un semplice auspicio, ma l’invito a tornare a comunicare quello che l’industria italiana sta già facendo adeguandosi alle nuove necessità, a un mondo che giustamente chiede di porre il benessere della persona come obiettivo produttivo invece che come mera leva dei consumi.

 

L’industria italiana, sostiene Calabrò, ha le carte in regola per una stagione simile a quella del dopoguerra. Deve però saper comunicare se stessa, così come avveniva un tempo attraverso le sue storiche pubblicazioni, la «Rivista Pirelli», il «Gatto selvatico» di Eni, la «Comunità» di Olivetti, la «Civiltà delle macchine» di Finmeccanica-Iri, periodici (house organ si direbbe forse oggi) che ospitavano dibattiti culturali, articoli degli intellettuali illustri dell’epoca, progetti e aspirazioni, veicolando l’idea di un mondo nuovo, ancora da creare.

 

L’operazione di cui si parla non è facile né scontata: «C’è il fatto — scrive Calabrò — che la figura stessa dell’imprenditore ha una sua carica di ambiguità» e il risentimento sociale è sempre un elemento di cui tenere conto. Tuttavia, ricorda Calabrò, che è anche vicepresidente dell’Unione industriali di Torino, «sono le imprese, oggi, a interpretare il ruolo principale di ascensore sociale, in un’Italia troppo a lungo ferma, stagnante, invecchiata, lenta a crescere, scarsamente incline alla mobilità»; l’industria italiana è molto più avanti di quanto non si pensi, «legata ai territori, attenta alle dimensioni della qualità e della bellezza, sta crescendo e incorporando i valori della sostenibilità ambientale e sociale tra le ragioni di fondo della competitività sui mercati globali». Bisogna fare di più, naturalmente. Per Calabrò bisogna prendere la strada di un rilancio dell’approccio keynesiano; lo Stato deve tornare a mettere le imprese in condizioni di operare nel senso sopra indicato, creare i presupposti di un “remade in Italy”. «Per la filiera produttiva — scrive l’autore — dovrà aprirsi un tempo in cui il territorio sia fonte di valore nella sua dimensione di bene comune da rigenerare>. 

 

Ci sono dei nuovi “capitani d’industria” animati dall’aspirazione di edificare un Paese e non solo dalla fame di accumulare profitti. Ed è positivo che il mondo industriale italiano si stia interrogando su come rimettersi alla guida di un processo di sviluppo (sostenibile) del Paese. Del resto più che di una scelta si tratta di una necessità, se si vuole competere. Ma con una avvertenza: in un’economia che aspira ad essere circolare (il “Rapporto Symbola” sulla green economy, citato nel libro, evidenzia come le imprese italiane siano leader europei sotto questo aspetto) va trovato spazio anche alla dimensione del conflitto, che per sua natura interrompe ogni circolarità. «La cultura d’impresa è estranea alla vuota retorica», osserva nel libro Calabrò, e dunque occorre non cadere nell’errore di un’autoreferenzialità sognante. La realtà è complessa e se è vero che ogni trasformazione crea, appunto, tensione il punto fondamentale è come porsi di fronte a quest’ultimo. Ma questa è un’altra storia.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 7 luglio 2022

Follini, ci vuole un patto tra i partiti più forti: celebrare vittorie effimere, come nelle amministrative, logora la democrazia.

È un’illusione pensare che una vittoria di parte, quale che sia, ponga rimedio a una crisi di grande portata. Così, l’unica strada che resta ora è quella di un patto sulle regole, almeno tra i partiti più forti. Non si può andare avanti in questo modo. L’articolo è tratto, per gentile concessione, dall’ultimo numero de “La Voce del Popolo”, settimanale diocesiano di Brescia. Titolo originale: “L’eccessiva enfasi nasconde i problemi”.

 

Si avverte un eccesso di enfasi nella celebrazione che il centrosinistra va facendo degli ultimi risultati amministrativi. Pari a quella che quindici giorni fa andava facendo il centro-destra dalla parte opposta. Gli uni festeggiano oggi l’espugnazione di Verona e Monza. Gli altri celebravano due settimane fa l’altrettanta espugnazione di Palermo e Genova. 

Ora, non si vorrebbe guastare la festa né agli uni né agli altri. Solo sottolineare che ogni vittoria di questi tempi pare piuttosto effimera, e ogni previsione fin troppo ottimistica. Il dato vero è semmai la sempre più massiccia diserzione dalle urne. Cosa che evoca, inevitabilmente, una crisi di sistema assai più profonda delle singole difficoltà che attanagliano di volta in volta l’una e l’altra metà. 

È un’illusione pensare che una vittoria di parte, quale che sia, ponga rimedio a una crisi di questa portata. Semmai servirebbe che le parti, tutte, si dedicassero a un’opera comune di tessitura istituzionale. Argomento che stride con le logiche elettorali, si sa. Ma stride un po’ meno con gli interessi vitali del paese. In questi anni di illusioni se ne sono consumate fin troppe. 

Che i partiti ritornassero quelli di una volta. Che i tecnocrati fossero capaci di operare miracoli anche politici. Che i populisti rigenerassero i nostri costumi. Non è accaduto nulla di tutto questo. Così, l’unica strada che resta ora è quella di un patto sulle regole, almeno tra i partiti più forti. Improbabile, si dirà. È vero. Ma è ancor più improbabile che si possa continuare così.

 

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Alleanze, adesso si faccia nella chiarezza. E senza furbizie.

È inutile richiamare l’attenzione sul fatto che il “centro” che si va costruendo in vista delle elezioni – e che sarà presente nella consultazione della prossima primavera – opta per una prospettiva di centro sinistra senza alcuna deriva o condizionamento massimalista, populista o anti politico.

 

Dunque, le elezioni si avvicinano e la politica italiana cerca di uscire faticosamente dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare che l’ha contraddistinta in quest’ultima legislatura. Una delle stagioni più squallide e decadenti nella lunga storia democratica del nostro paese, caratterizzata da una profonda crisi politica, culturale e soprattutto etica.

 

Ora, di fronte a questo scenario, forse è arrivato anche il momento di sciogliere il nodo delle alleanze. O meglio, delle coalizioni da ricostruire dopo la sbornia populista, demagogica e anti populista scaturita dal voto del marzo 2018. Quella fase, fortunatamente, volge al termine e la bolla populista si sta sciogliendo, seppur lentamente, come neve al sole e non si può, di conseguenza, non aprire una nuova stagione.

 

Molto, però, dipende dalle scelte concette dei partiti. O almeno, dei principali partiti italiani. A cominciare, appunto, dalla scelta concreta che farà il Partito democratico. E da cosa decide il Pd dipende anche, seppur in parte, il futuro del partito di “centro” che si va configurando e consolidando, malgrado gli atteggiamenti grotteschi se non addirittura ridicoli di chi all’interno di quest’area politica e culturale continua a distribuire patenti di competenza, di onestà e di presentabilità a destra e a manca. E quindi anche al centro. Nello specifico penso, com’è evidente a tutti, a Calenda e al suo partito.

 

Ma, al di là di Calenda, nel merito si confrontano almeno tre prospettive politiche all’interno del Pd, al di là e al di fuori del sempre più misterioso “campo largo”.

 

C’è chi pensa di riproporre, con una versione aggiornata e rivista, l’antica e mai sopita “vocazione maggioritaria” del partito. Una sorta di revival gramsciano che vede il Pd al centro di tutte le operazioni politiche supportato da alcuni “satelliti” scelti dall’alto come semplice truppa di complemento da contrapporre alla destra.

 

C’è chi, invece, pensa ancora in modo forte e determinato a stringere un‘alleanza organica e duratura con il partito populista per eccellenza, cioè il partito di Grillo e di Conte, in nome e per conto della solita, e ormai un po’ noiosa, alleanza contro la destra illiberale, fascista, sovversiva, sovranista e chi più ne ha più ne metta. La solita solfa che viene recitata ormai a memoria da svariati decenni dalla sinistra post comunista alcuni mesi prima di celebrare le elezioni politiche nazionali. Un modo questo, però, per non battere e archiviare definitivamente la mapalapianta del populismo demagogico, anti politico, giustizialista e manettaro che continuerebbe, purtroppo, a circolare nel sottosuolo, e non solo, della società e della politica italiana.

 

E c’è chi, invece, con maggior realismo e coerenza politica, punta a ricostruire dalla fondamenta un vero e credibile centro sinistra di governo. Autenticamente riformista e democratico. Un progetto, questo, che non contempla affatto la deriva populista e che punta, semmai, ad archiviare definitivamente una stagione politica che sarà ricordata per i danni che ha provocato al paese e per la distruzione di alcuni caposaldi costitutivi della nostra democrazia rappresentativa e costituzionale.

 

Ecco perchè, adesso, si tratta di capire quale di queste strade sarà intrapresa. Con l’avvertenza che ognuna delle prospettive politiche richiamate, e ben presenti nel dibattito interno al Pd, avrà delle ricadute politiche altrettanto precise e definite all’interno della cittadella politica italiana. È inutile richiamare l’attenzione sul fatto che il “centro” che si va costruendo in vista delle elezioni – e che sarà presente nella consultazione della prossima primavera – opta per una prospettiva di centro sinistra senza alcuna deriva o condizionamento massimalista, populista o anti politico. Se così non fosse, credo, ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Come, del resto, capita sempre in politica per le scelte concrete che un partito fa e compie.

Tempo di convegni e di strategie elettorali.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo dell’amico Bonalberti precisando, per correttezza, che la redazione nutre dubbi sulla opportunità di una iniziativa di “ricomposizione al centro” che pare in sostanza destinata, una volta di più, a ricomporre lo schieramento di centrodestra, senza nessuna distinzione rispetto alla destra nazional-sovranista.

 

Si è aperta la stagione dei convegni e degli incontri politici estivi, tanto più interessanti alla vigilia delle elezioni sempre più vicine. Si incontrano le correnti del PD, come quella del ministro Franceschini a Cortona e si annunciano incontri, in presenza fisica o virtuale via web, all’interno e tra i partiti, movimenti e associazioni delle diverse aree politiche. Non è ancora chiaro con quale legge elettorale si andrà a votare, ma, sia che permanga il rosatellum maggioritario, o che, alla fine, si adotti una legge proporzionale con sbarramento, è opportuno utilizzare il periodo estivo-autunnale per mettere a punto le strategie e le tattiche in vista delle elezioni programmate per la primavera 2023.

 

Oggi, poi, è un momento particolarmente importante per l’area politica cattolico democratica e cristiano sociale, oggetto della riflessione svolta da Marco Damilano su il “Domani” (4 Luglio 2022), commentata in maniera approfondita  dal sen. D’Ubaldo, ieri , su “Il Domani d’Italia”. “Il ritorno dei cattolici in politica” da Zuppi a Tommasi, è il titolo dell’articolo di Damilano, che evidenzia molti argomenti su cui discutiamo da diverso tempo. Avendo vissuto in tutta la sua estenuante durata la stagione della diaspora democratico cristiana (1993-2022), alla vigilia delle prossime elezioni politiche è tempo di tentare la raccolta della semina sin qui compiuta. 

 

Viviamo ancora oggi una situazione di stallo, caratterizzata da diversi tentativi di ricomposizione, ahimè, quasi tutti inficiati dall’eterno vezzo italico per il quale tutti vorrebbero coordinare e nessuno vuol essere coordinato. Permane la distinzione propria della fase ruiniana tra teocon e teodem, che si traduce, in molti casi, nella divisione tra i sostenitori dell’alleanza a destra con quelli di un rapporto privilegiato a sinistra; ultimi colpi di coda di una dicotomia che ha origini ancor più antiche, alcune delle quali risalenti al tempo della scelta divisiva del “preambolo”, al congresso della DC del 1980. 

 

La grave situazione internazionale causata dalla guerra di invasione russa in Ucraina e lo sconvolgimento degli equilibri internazionali fissati a Yalta (Febbraio 1945), nella nuova realtà multipolare che si sta delineando nei rapporti tra le grandi potenze, assegnano alla politica estera un ruolo decisivo per qualsivoglia opzione strategica che si intenda perseguire in vista delle prossime elezioni politiche. Ritengo, infatti, che di là delle vecchie distinzioni tra centro destra e centro sinistra, il prossimo scontro elettorale sarà imperniato sul confronto scontro tra partiti schierati nettamente a sostegno della scelta euro atlantica e partiti sovranisti e nazionalisti, in Italia guidati dal duo Meloni-Salvini. Il grande travaglio presente nel mondo cattolico, che richiederà tempi di soluzione incompatibili con quelli più brevi imposti dalla politica italiana, ci costringerà a scegliere inevitabilmente sulla base dell’opzione decisiva in politica estera. 

 

Fu così per la DC di De Gasperi, all’indomani della seconda guerra mondiale e, seppur in una diversa situazione interna, lo sarà anche per noi il prossimo anno. Personalmente ho sempre sostenuto l’idea che compito dei DC e dei Popolari avrebbe dovuto essere, come credo ancora sia, quello di concorrere a costruire un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista e filo atlantico, alternativo alla  destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra tuttora in cerca della propria identità. Una sinistra nella quale permangono visioni etico morali antitetiche ai valori non negoziabili di noi cattolici, tanto da rendere concreta l’idea di Augusto Del Noce di una sinistra “partito radicale di massa” con cui, per molti dei nostri elettori, risulta difficile, se non impossibile, la collaborazione. 

 

E’ tempo però di assumere, tra quanti sostengono l’opzione euro-atlantica, una seria disponibilità a comprendere gli uni le ragioni degli altri, riconoscendosi unitariamente nei valori fondanti della nostra Costituzione. Con l’amico Carlo Giovanardi (Popolari Liberali) abbiamo deciso di ritrovarci in una riunione online, nel mese di Luglio, per una prima verifica con quanti sono interessati al progetto di ricomposizione politica della nostra area. Molti hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa; altri hanno confermato la loro partecipazione; qualcuno ha espresso riserve, nel timore di pregiudiziali sulle alleanze. Scelte queste ultime che, condivisa quella sulla politica internazionale dell’Italia, ritengo si debbano fare solo dopo che, anche sulla politica economica, finanziaria e sociale, ossia sul programma, si saranno trovati i necessari accordi. Anche dalla base si stanno muovendo positivamente con il medesimo obiettivo, stanchi delle incertezze e dei rinvii dei vertici nazionali. E’ il caso degli amici molisani del “Centro Leone XIII” di Rionero in Vulture e degli “Amici dei valori della DC”, con la loro pagina facebook; azioni che, partendo dai territori, tentano di coinvolgere il maggior numero di adesioni di movimenti, gruppi, associazioni, in preparazione di un’assemblea costituente per la ricomposizione politica dei DC e Popolari, assolutamente indispensabile qualunque possa essere, alla fine, la legge elettorale con cui si voterà nel 2023, anche per scegliere una rinnovata classe dirigente coerente con la nostra migliore tradizione.