Home Blog Pagina 474

La fraternità non è un sogno impossibile. L’intervento di Mons. Nunzio Galantino su economia e finanza. 

Riproponiamo per gentile concessione l’articolo, pubblicato ieri dall’Osservatore Romano, del Presidente dell’Apsa. Parlare di sogno, e continuare a crederci, fa pendant con la considerazione di quanto sia doveroso aprire gli occhi sulla realtà attuale. «Far credere che bene comune e individualismo, possano facilmente convivere è l’inganno di questo virus». 

Adriana Masotti

Il presidente dell’Apsa, monsignor Nunzio Galantino, ha partecipato ieri pomeriggio, 16 febbraio, al convegno Sorella economia, promosso al Senato della Repubblica italiana dall’Ente nazionale per il Microcredito. Con un intervento dal titolo “La finanza può stare dalla parte degli ultimi? Il sogno e il disegno dell’enciclica Fratelli tutti”, il presule ha riproposto l’invito di Papa Francesco a un profondo cambiamento che coinvolga il mondo economico-finanziario nel segno della fraternità.

Se l’homo economicus, «sul modello del processo teorizzato da Adam Smith, ha preteso di liberare l’economia e la finanza da ogni riferimento di natura antropologica, filosofica ed etica», la Fratelli tutti, a cui fa riferimento monsignor Galantino, colloca il tema economico-finanziario all’interno di quel “nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale” che fa da sottotitolo all’enciclica, «punto di confluenza e sistematizzazione» del magistero di Francesco. Nella Fratelli tutti, afferma il presidente dell’Apsa, Francesco è sentinella e pontefice cioè costruttore di ponti: scruta la notte «perché nessuno venga sopraffatto dall’oscurità», ma insieme «spinge la modernità oltre se stessa, prospettando un sogno». Un sogno che, osserva, non è un’utopia, ma è «visione capace di orientare, di indicare una direzione di marcia». 

La concretezza del nostro mondo fa da sfondo al pensiero del Papa che entra in dialogo, osserva il relatore, con il principio alla base della modernità, il motto della Rivoluzione francese liberté, égalité, fraternité per evidenziare la cancellazione nei fatti «della fraternità dal lessico politico-economico». Ma senza una volontà politica di fraternità, si evidenza nell’enciclica, «la stessa libertà si restringe, risultando piuttosto una condizione di solitudine». Allo stesso modo, sottolinea monsignor Galantino, «l’uguaglianza senza la fraternità rimane un valore astratto». Il presidente dell’Apsa ricorda come la pandemia abbia spinto gli uomini a considerarsi «tutti sulla stessa barca» e bisognosi di aprirsi «al mondo», ma che apertura al mondo non significa, come viene intesa dall’economia e dalla finanza, «apertura agli interessi stranieri e alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi». Come fa notare l’enciclica, ciò «indebolisce la dimensione comunitaria della società umana» a vantaggio dei mercati e rende più fragile la stessa politica nei confronti dei «poteri economici transnazionali».

«Far credere che bene comune e individualismo, possano facilmente convivere è l’inganno di questo virus», afferma Galantino che sottolinea quanto la Fratelli tutti rappresenti «una forte e precisa critica al liberismo economico». Il presule fa notare che è «un apparato finanziario che non solo sta stremando l’ecosistema mondiale, ma toglie vita e respiro». Per il presidente dell’Apsa, l’enciclica va oltre la denuncia e, introducendo il principio della fratellanza, conferisce «una base antropologica, etica e spirituale a ogni processo di rinnovamento e di cambiamento». Il documento riconosce però — sottolinea ancora Galantino — che non sarà possibile alcun cambio di rotta se negli operatori della finanza, mancano quelle motivazioni interiori che danno senso all’agire. E si domanda: «quale habitus virtuoso curare e cucirsi addosso per dare volto alla fraternità nel mondo della finanza, spesso descritto come un mondo di squali?». L’indicazione di Papa Francesco, sulla scia di Benedetto XVI , è il recupero della virtù della fiducia anche in questo campo. La fiducia per il Papa, fa notare Galantino, è espressione della fraternità e prosegue: «Dalla fraternità nasce una nuova etica che, mentre impegna a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evita le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società», rendendo possibile gettare «le basi solide di una nuova architettura finanziaria internazionale». 

Alla politica spetta, sostiene inoltre Francesco, anche il compito di accompagnare e promuovere quei “piccoli semi” che possono far germogliare «un’economia equa e benefica». E questi semi sono tanti, afferma il presidente dell’Apsa, citando alcuni nuovi modelli economici che appianano le diseguaglianze sociali e mettono la persona al centro: «corporate social responsibility, fondazioni corporate, impact investing, imprese business sostenibili, fondi di investimento sostenibili, green economy, social impact bonds, gli accordi di credito cooperativo, il microcredito eccetera».

L’intervento di monsignor Galantino si chiude con l’invito a cogliere l’opportunità di cambiamento che questo particolare periodo storico offre. «Questa opportunità — sottolinea — non può nutrirsi solo di algoritmi, di previsioni, di leggi, necessita di un qualcosa che motivi e muova all’impegno». L’enciclica di Papa Francesco lo ricorda: pensare e operare come fratelli è possibile.

“La ricerca deve essere al centro della crescita dell’Italia”. L’intervento di Draghi ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso.

Il Presidente del Consiglio, nel suo intervento qui riprodotto integralmente, ha messo l’accento su questo concetto fondamentale: “La pandemia ha riproposto –  sono le sue parole – la centralità della scienza per le nostre vite e per la nostra società”.

È stata per me una grande emozione visitare i laboratori sotterranei e osservare da vicino gli esperimenti che vi rendono un punto di riferimento per la comunità scientifica mondiale. Quest’anno ricorre il 35esimo anniversario dall’inizio delle attività dei Laboratori del Gran Sasso – prova della lungimiranza degli investimenti in centri di ricerca e infrastrutture scientifiche, come ricordava il professor Parisi. La loro realizzazione, su iniziativa dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha permesso all’Italia di affermarsi nella fisica delle particelle elementari negli anni in cui emergeva questo campo. Da allora, il Gran Sasso ha contribuito – e continua a contribuire – a molte delle scoperte più rilevanti della nostra epoca nei campi della fisica subnucleare, nucleare e astroparticellare. 

È un luogo capace di attrarre menti brillanti dall’estero e di valorizzare i nostri talenti. Siete una delle grandi eccellenze del Paese. L’Italia è orgogliosa di voi. Sono particolarmente oggi felice di aver visitato i Laboratori con Giorgio Parisi, che ringrazio. In mezzo secolo di carriera, il Professor Parisi ha rappresentato le virtù della scienza: il genio della scoperta, la dedizione alla ricerca, la generosità verso gli allievi e verso la società. Il suo lavoro pionieristico ha aperto nuove vie nei campi della cromodinamica quantistica e dello studio dei sistemi disordinati complessi. Il Premio Nobel lo pone di diritto accanto ai grandi scienziati italiani, come Camillo Golgi, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Emilio Segrè, Giulio Natta, Renato Dulbecco, Carlo Rubbia, e Rita Levi-Montalcini, di cui quest’anno ricorrono i dieci anni dalla scomparsa. Testimonia la vivacità e la ricchezza del nostro mondo scientifico – e della fisica in particolare – che dobbiamo valorizzare più, molto di più, di quanto sia avvenuto in passato. La mia visita di oggi è servita a capire meglio quale sia il contributo che il Governo e le istituzioni possono dare al mondo della ricerca.

Vogliamo sostenervi e agevolare il vostro lavoro, e ovviamente senza ingerenze, almeno nel mio caso. Creare le condizioni economiche e culturali perché possiamo e possiate progettare e crescere. Facilitare le collaborazioni internazionali, di cui questi Laboratori sono un esempio virtuoso. E promuovere la cultura del merito, con la consapevolezza che i risultati possono non essere immediati. Perché, come ci ricorda il Professor Parisi, “il lavoro migliore di una vita di ricerca può saltare fuori per caso” e le sue applicazioni “apparire in campi assolutamente imprevisti”.

La ricerca deve essere al centro della crescita dell’Italia. Con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza investiamo oltre 30 miliardi in istruzione e ricerca. Finanziamo fino a 30 progetti per infrastrutture innovative di rilevanza europea. 
Nei prossimi 4 anni, destiniamo 6,9 miliardi di euro alla ricerca di base e applicata. A dicembre abbiamo pubblicato bandi, che si sono chiusi questa settimana, grazie Ministra, per un totale di circa 4,5 miliardi di euro.Finanzieranno cinque Centri Nazionali, gli Ecosistemi dell’Innovazione territoriali e le Infrastrutture di Ricerca e di Innovazione. Il nostro obiettivo è favorire il progresso scientifico e coinvolgere le nostre migliori competenze.

L’impegno del Governo – e a questo proposito voglio di nuovo ringraziare la Ministra Messa per il suo lavoro – è partire dai giovani ricercatori. Da molti voi, insomma.
Il numero di nuovi dottori di ricerca in Italia è calato del 40% in circa 10 anni, tra il 2008 e il 2019, ed è oggi tra i più bassi nell’Unione Europea. Per invertire questa tendenza, raddoppiamo il numero delle borse di dottorato, dalle attuali 8-9 mila l’anno a 20mila, e ne aumentiamo gli importi. Finanziamo circa 2.000 nuovi progetti di giovani ricercatori sul modello dei bandi europei. E riformiamo i dottorati di ricerca per valorizzare il titolo anche al di fuori della carriera accademica, e formare competenze di alto profilo nelle principali aree tecnologiche.

Realizzare il pieno potenziale della ricerca vuol dire puntare su chi è stato spesso ai margini di questo mondo, come ricordava prima la professoressa Votàno, le donne. Per troppo tempo le posizioni di vertice nella ricerca scientifica sono state appannaggio degli uomini. Oggi sono molte di più le ricercatrici italiane che si affermano ai massimi livelli. 
Penso a Lucia Votàno – che è qui con noi – la prima donna a dirigere i Laboratori del Gran Sasso. E a Fabìola Gianotti, come è stato appena detto, direttrice del CERN e coordinatrice del progetto che ha portato alla scoperta del bosone di Higgs. Un numero sempre maggiore di scienziate guida progetti che spingono in avanti le frontiere della ricerca. Questi Laboratori, dove otto su 14 responsabili di progetto sono donne, costituiscono un esempio per tutti.

Sono però ancora troppo poche le ragazze che scelgono studi scientifici. Tra le giovani immatricolate nelle università italiane, solo una su cinque sceglie le cosiddette materie “STEM” – scienza, tecnologia, ingegneria e matematica – la metà circa degli uomini.

Si tratta di diseguaglianze che partono da lontano, addirittura dall’infanzia. Lo ha ricordato nel 2010 un’altra grande scienziata, Margherita Hack, parlando dell’importanza di aver avuto genitori che non le avevano trasmesso comportamenti legati a stereotipi di genere, come anche lei ha detto poco fa. Per promuovere la partecipazione femminile al mondo delle scienze e della tecnologia dobbiamo intervenire lungo tutto l’arco dell’istruzione, dalla scuola all’università. Investiamo oltre un miliardo di euro per potenziare l’insegnamento delle materie STEM, anche con l’obiettivo di superare gli stereotipi di genere.

Come previsto dalla Strategia nazionale per la parità di genere, puntiamo a portare la percentuale di studentesse in discipline STEM almeno al 35% degli iscritti. Di questo tema si è discusso nella scorsa settimana, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza. Questo dibattito deve portare al più presto a risultati concreti. La pandemia ha riproposto la centralità della scienza per le nostre vite e per la nostra società. È il silenzioso lavoro dello scienziato a fare la differenza tra la morte e la vita, tra la disperazione e la speranza. Vale per lo sviluppo di vaccini e di medicinali, come per la lotta al cambiamento climatico. Senza ricerca non può esserci innovazione, e senza innovazione non può esserci progresso. Ma la Scienza non è soltanto una somma di scoperte. È soprattutto metodo. 


Ci ricorda che alla base di ogni dibattito, anche il più acceso, devono esserci evidenze affidabili e verificabili. E che chiunque abbia posizioni di responsabilità o la capacità di influenzare il dibattito pubblico deve distinguere tra i fatti e ciò che è soltanto opinione. Oggi, ci confrontiamo con pulsioni antiscientifiche, che puntano alla delegittimazione dei singoli scienziati o delle loro istituzioni. Dobbiamo difenderli e dobbiamo coltivare la cultura scientifica, promuoverne il ruolo centrale nella società. La società scientifica è rigore, entusiasmo, visione – a servizio della collettività e delle generazioni future. Per troppi anni, l’Italia non ha saputo accompagnare i suoi scienziati con la convinzione che meritano. Molti di loro sono partiti – e non per scelta – ma per costrizione. Troppo pochi sono arrivati a portare qui le loro competenze, la loro passione.

Colmare questi ritardi richiede coraggio, determinazione, ma – come ha ricordato oggi il Professor Parisi – soprattutto necessita di continuità. Tocca a noi tutti prenderci cura della scienza, come la scienza si è presa cura di noi.

Il Gruppo dei “Riformisti per davvero” lancia il Manifesto-Appello per la riforma elettorale in senso proporzionale.

Per iniziativa di alcuni intellettuali e studiosi vicini alla Fondazione Socialismo ed alla rivista Mondoperaio si è costituito nel corso dell’ultimo mese un Gruppo del tutto informale denominato “Riformisti per davvero”. Esso ha iniziato a confrontarsi sui maggiori temi politici del nostro tempo e ha elaborato una prima proposta di azione dedicata alla necessità e agli obietti di una riforma elettorale di tipo proporzionale da proporre e da far approvare dal Parlamento. Di seguito alleghiamo il testo con le firme dei proponenti.

L’elezione del Presidente della Repubblica ha messo a nudo un sistema che è ben lontano da quel bipolarismo che è stato vagheggiato come via alla nostra modernità politica. Siamo un paese frammentato, che se deve dividersi lungo una faglia bipolare finisce per cadere nella trappola della contrapposizione fra angeli e demoni, ovvero costruisce una cesura profonda che impedisce la legittimazione tanto del vincitore quanto del soccombente.

Il futuro non certo semplice che il nostro paese dovrà affrontare, e basterà avere riguardo al contesto sociale ed economico così come al panorama internazionale, richiede la costruzione di un sistema di rappresentanza che favorisca il reciproco riconoscimento delle componenti che formano il sistema politico nella sua complessità e la conseguente coesione del paese, pur nelle giuste dialettiche, impegnato in quella che da più parti è individuata come la seconda ricostruzione.

D’altra parte, una riforma del sistema elettorale è resa comunque urgente dal fatto che la riduzione dei membri della Camera (da 630 a 400) e del Senato (da 315 a 200), non solo produce un consistente effetto maggioritario, ma soprattutto lascia ampi territori e qualche piccola Regione senza rappresentanza. 

Per queste ragioni riteniamo che una legge elettorale di tipo proporzionale con soglia di sbarramento, oltre a correggere l’effetto maggioritario provocato dalla riduzione del numero dei rappresentanti, possa segnare il primo passo di un percorso di ristrutturazione del sistema dei partiti. 

Venute meno le speranze riposte nelle capacità trasformative del sistema di tipo maggioritario che presuppongono coesioni che al momento non sono disponibili, né che si vede come potrebbero essere costruite, sarà vantaggioso sottrarre il campo della competizione elettorale all’obbligo di creare artificialmente coalizioni assai poco omogenee e poco capaci di una solidale azione di governo. Del resto al momento non si vedono sulla scena personaggi con la forza per essere autentici federatori del loro campo, ma piuttosto primi attori in lotta fra loro per occupare le luci della ribalta.

Un sistema elettorale di tipo proporzionale, per esempio sul modello tedesco adattato alle nostre esigenze, consentirebbe alcuni risultati che libererebbero importanti energie sottraendo i cittadini alla scelta infausta fra l’accettare pedissequamente le scelte di candidati decisi per spartizione fra i capi della coalizione più vicina ai loro convincimenti e il rifugiarsi nell’astensione.

Una competizione molto aperta fra un numero contenuto di partiti (una significativa soglia di sbarramento è requisito necessario) li costringerebbe a valutare con attenzione la scelta delle candidature, perché l’elettore avrebbe la possibilità di orientarsi fra una pluralità di scelte. Ciò può significare che partiti meno legati ai ricatti del professionismo politico interno (incluso quello che finge di non esserlo) ricorreranno per competere con gli altri a candidature individuate nelle filiere di formazione delle classi dirigenti attive sul territorio portando ad una virtuosa apertura che colmi il solco fra la società civile e le oligarchie formatesi per partenogenesi. E ciò costringerà tutti a scendere su quel terreno se non vogliono essere abbandonati da una società che ha mostrato molta libertà nell’orientarsi a prescindere da antiche appartenenze ormai obsolete.

Non si tratta di esprimere una sfiducia qualunquistica verso le attuali classi politiche, ma di riconoscere che si sono in gran parte disseccati i canali di circolazione fra i corpi sociali intermedi e le pur inevitabili oligarchie politiche, che così finiscono per essere realtà chiuse anziché sedi in cui fluisce la vita sociale e politica come fu nei partiti storici nella loro fase migliore, e dunque aperte al ricambio e al confronto con lo svolgersi della storia.

Un sistema elettorale proporzionale favorisce poi il negoziato per la formazione del governo, che non significa per forza accordo sottobanco, compromesso al ribasso, e può invece tradursi in accordi di coalizione che, come insegna l’esempio tedesco, individuano in maniera compiuta gli obiettivi e le procedure per raggiungerli evitando poi continue tensioni e colpi di mano nel procedere del lavoro dell’esecutivo.

Per tutte le ragioni esposte, noi riteniamo che sia auspicabile l’apertura di un ampio confronto, scevro il più possibile di ideologismi, demagogie e furbizie tattiche, con il quale si giunga a dare al nostro Paese una buona legge elettorale di tipo proporzionale che rivitalizzi il circuito della rappresentanza politica e consenta quella operosa vita delle istituzioni democratiche così come venne progettata con grande spirito ricostruttivo dai nostri Padri Costituenti.

Gennaro Acquaviva

Nicola Antonetti

Luigi Bobba

Carlo Borgomeo

Fulvio Cammarano

Marco Cammelli

Luigi Capogrossi

Piero Craveri

Vito Gamberale 

Antonella Marsala

Oreste Massari

Mario Patrono

Luciano Pero

Cesare Pinelli

Paolo Pombeni

Mario Ricciardi

Giulio Sapelli

Beppe Vacca 

Dissonanze e varianti “nel” cattolicesimo democratico. Dall’Ucraina al covid, l’analisi controcorrente di Davicino. 

Riportiamo per stima e amicizia questa nota che l’autore – nostro amico – ha ieri pubblicato nella chat di “Rete Bianca”. Appare comunque suggestivo il suo richiamo, a conclusione della nota, sulla necessità d’identificare le basi morali e politiche di una nuova società.

A prescindere dalla questione che la crisi ucraina esiste solo nelle redazioni dei media occidentali e nelle strategie di chi li controlla (Lavrov ha chiesto anche il calendario preciso degli attacchi russi a Kiev in modo da dare la possibilità al corpo diplomatico russo di programmare le ferie… Stanno ridicolizzando la propaganda Nato), e serve per altri fini (come il rapporto Durham, oscurare le olimpiadi cinesi), l’analisi di Farinone di ieri (su “Il Domani d’Italia”, ndr) evidenzia bene l’impossibilità di una politica estera comune dell’Unione Europea. Tale debolezza è strutturale, non è dovuta a dei limiti dei rappresentanti politici. È la geopolitica che detta le regole, anche nel rapporto con la Russia. L’imperialismo tedesco ha sempre inteso le relazioni con la Russia in termini strumentali, di sfruttamento delle risorse naturali russe in funzione dell’allargamento del suo spazio vitale e di una sua supremazia sul resto d’Europa, in prospettiva anche sulla Russia, perché la Germania si concepisce, pur frustrata dalla geopolitica che la relega a potenza di terra, come potenza mondiale.

Gli interessi tedeschi a Oriente, fanno impazzire gli angloamericani, inquietano i francesi che ogni volta che Berlino rialza la testamcorrono a Mosca a proporsi da argine alla minaccia tedesca, sono antitetici a quelli italiani. Beati gli spagnoli, che sono i meno oggettivamente esposti alle pressioni geopolitiche intraeuroopee, avendo un piede nel Vecchio Continente e l’altro in America Latina. Le vittime siamo noi: ciò che sta bene alla Germania danneggia l’Italia e viceversa. È mors tua, vita mea.

Questo è ancora più vero per le politiche economiche. Non avessimo accettato di entrare nella Zona Euro a quest’ora saremmo la seconda o forse addirittura la prima potenza economica europea. E l’Euro, moneta alla tedesca, insieme ai deliranti progetti di attuazione del Great Reset per via sanitaria e climatica, non potrà che produrre ulteriori effetti infausti. In una dozzina d’anni di Euro “duro” con patto di stabilità e in un paio d’anni di Great Reset pesante attuato attraverso il terrorismo sanitario ingiustificato, abbiamo distrutto 70 anni di progresso e, cosa ancora più grave, abbiamo instradato il Paese sulla via dello schianto. Perché quel che dice Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, che il tempo è superiore allo spazio, perché sono più importanti i processi che si avviano dei risultati, ahimè, vale anche nel male. Abbiamo avviato dei processi che, se non fermati in extremis, ci porteranno a un nuovo 8 settembre.

Ma forse sta proprio qui la nostra missione fondamentale nell’ora presente, che non è più quella di fermare un treno lanciato a tutta velocità verso il baratro. Bensì è quella di capire che la nuova tragedia storica verso cui siamo diretti, sarà la porta che apre verso una rinascita su basi completamente diverse dalle direttrici imposte in modo elitario e seguite sinora acriticamente a livello nazionale e internazionale. Basi di una nuova società che sin d’ora siamo chiamati a progettare, dal basso, secondo l’insegnamento sociale della Chiesa, tenendo condo degli interessi della classe media e del suo pieno diritto a non scomparire, e riaffermando la centralità della persona sul denaro e sulle tecnologie, che devono servire e non asservire l’uomo.

 

Stato di diritto: una vittoria europea. Il Daily Focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

La corte di giustizia boccia il ricorso di Polonia e Ungheria sul meccanismo di condizionalità. Si possono bloccare i fondi europei a chi non rispetta lo stato di diritto.

Antonio Villafranca

Dopo oltre sei anni di stallo, la crisi tra istituzioni europee e i governi di Polonia e Ungheria sullo stato di diritto arriva ad una svolta: la Corte di giustizia europea ha respinto il ricorso dei due paesi contro il meccanismo di condizionalità che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Budapest e Varsavia chiedevano di annullare il regolamento che permette alla Commissione di sospendere i pagamenti a quei paesi membri in cui lo stato di diritto è minacciato. Polonia e Ungheria si erano rivolte alla Corte di giustizia nel marzo del 2021, definendo il meccanismo, in vigore dal 1° gennaio 2021, “un’interferenza illegale” negli affari interni dei singoli stati membri. Ora la Commissione dovrà valutare se e quando attivare il meccanismo che potrebbe privare i due stati membri di parte dei fondi stanziati nell’attuale bilancio pluriennale (2021-2027) e nell’ambito del Next Generation Eu. Finora Bruxelles ha già sospeso l’iter di approvazione del Pnrr di 36 miliardi di euro per la Polonia e di 7,2 miliardi di euro per l’Ungheria. Il rischio per Budapest e Varsavia è quindi di vedere sfumare non solo questi fondi ma almeno una parte di quelli normalmente ricevuti dal bilancio Ue. Per questo, la sentenza potrebbe portare lo scontro ad un livello ancora più alto. Come sintetizza una fonte comunitaria al quotidiano francese Le Monde, il premier polacco Mateusz Morawiecki e quello ungherese Viktor Orban lo hanno detto chiaro e tondo: “Siamo membri del Consiglio e possiamo complicare ogni dibattito”.

Il pronunciamento dei giudici non era inatteso e segue il parere dell’avvocato generale che a dicembre aveva respinto i ricorsi di Varsavia e Budapest, confermando che il sistema di condizionalità è compatibile con i Trattati dell’Ue. La Corte ha ricordato tra l’altro che “il rispetto da parte degli stati membri dei valori comuni sui quali l’Unione si fonda […] definisce l’identità stessa dell’Unione quale ordinamento giuridico comune” e “giustifica la fiducia reciproca tra tali stati” e pertanto “l’Unione deve essere in grado, nei limiti delle sue attribuzioni, di difendere tali valori”. Nella sentenza, i giudici del Lussemburgo sottolineano che “il bilancio dell’Unione è uno dei principali strumenti che consentono di concretizzare, nelle politiche e nelle azioni dell’Unione, il principio fondamentale di solidarietà tra stati membri” e ricordano che il meccanismo di condizionalità mira a proteggere tale bilancio “da pregiudizi derivanti in modo sufficientemente diretto da violazioni dei principi dello stato di diritto”. La sentenza, che non potrà essere oggetto di appello, era molto attesa e costituisce una pietra miliare nell’affondo senza precedenti contro il diritto comunitario portato avanti da due paesi membri.

Non si è fatta attendere la reazione dei diretti interessati: se la ministra della Giustizia ungherese, Judit Varga, ha definito il verdetto “un abuso di potere” da parte di Bruxelles, la Polonia ha parlato di “attacco contro la sovranità”. La disputa tra il governo di Varsavia, guidato dal partito conservatore di destra Diritto e Giustizia (PiS), e Bruxelles riguarda diversi ambiti: la primazia del diritto comunitario su quello nazionale, la libertà di informazione, i diritti delle donne e delle minoranze e la riforma del sistema giudiziario polacco. Quest’ultimo in particolare –osservano esperti di diritto– ha visto ridursi la propria autonomia in seguito ad una serie di nomine ad hoc decise dal governo che hanno progressivamente eroso l’indipendenza dei tribunali e della magistratura. Per questo la sentenza della Corte era particolarmente attesa tra i giudici polacchi che contestano le riforme imposte dal governo. “Dopo anni passati ad evitare lo scontro diretto con la Polonia, l’UE sembra finalmente applicare un po’ di più i propri principi” ha commentato Krystian Markiewicz, magistrato e presidente di Iustitia, un’associazione critica nei confronti del governo. Quanto all’Ungheria, il braccio di ferro con la Commissione riguarda, oltre che l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e di pensiero, i diritti delle minoranze, i conflitti di interesse e la corruzione diffusa nel paese. La sentenza, inoltre, arriva proprio mentre il paese si prepara alle elezioni, il prossimo 3 aprile, e la rielezione a premier di Viktor Orbán potrebbe dipendere anche dallo scontro con Bruxelles. 

 

Continua a leggere

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccd9ec0fd&sd=166050ccd9dd902&n=11699e4bfca9c91&mrd=166050ccd9dd8ec&m=1

 

Crisi Ucraina: si muovono le nazioni europee, molto meno l’Unione. E Biden benedice gli sforzi della diplomazia.

Spiragli di pace? Vedremo cosa accadrà nelle prossime ore,  ma si coglie un relativo ottimismo a seguito dell’incontro fra il cancelliere tedesco e il presidente russo. Si va verso una de-scalation? Biden ha lanciato ulteriori messaggi di (prudente) fiducia: alla diplomazia deve essere data “ogni possibilità di avere successo”.

La crisi ucraina testimonia una volta di più la debolezza politica dell’Unione Europea. E la insopprimibile tendenza ad agire divisa in politica estera. Uno stress-test che il duro confronto fra Stati Uniti e Russia, una eco del Novecento di cui avremmo fatto volentieri a meno, sta imponendo ai singoli paesi del vecchio continente e alla UE. Più ai primi che alla seconda, come è evidente dalla mobilitazione diplomatica attivata dalla Francia in primis e ora pure dalla Germania. E’ vero, Macron ha parlato con Putin anche in nome dell’Unione Europea, quale suo presidente di turno. E Scholz lo ha fatto anche in quanto leader del Paese più importante e ricco della UE medesima. Il primo, però, è in piena campagna elettorale e quindi deve tener conto di ogni aspetto che può produrre impatti sulla situazione interna al suo Paese. Il secondo le elezioni le ha appena vinte ma deve ancora costruirsi un “suo” personale rilievo internazionale, che oggi non ha; e inoltre guida una coalizione assai differenziata al suo interno, pur se tenuta insieme da un programma assai dettagliato. Italia e Spagna, gli altri due grandi paesi dell’Unione, se ne stanno defilati, per quanto loro possibile. Tutti questi governi, e gli altri, hanno un problema – democratico – di consenso elettorale che Putin ha in misura assai minore. E questo è un primo dato di fatto.

Ma soprattutto hanno un problema energetico (la Francia di meno, avendo diverse centrali nucleari) al quale la Russia sopperisce per una quota molto rilevante. Un problema che in queste settimane ha raggiunto, per il tramite delle bollette da pagare, spesso raddoppiate o finanche triplicate negli importi, le imprese e le famiglie con tutte le conseguenze derivanti. A cominciare dal rallentamento di un’economia solo da poco tornata a crescere dopo i devastanti due anni pandemici. Ecco allora che ogni governo ha per riflesso istintivo la necessità di garantirsi gli approvvigionamenti. Esponendosi inevitabilmente al ricatto di Mosca, dal suo canto ben consapevole di quanto oggi sia impossibile per i paesi europei fare a meno del suo gas.

Se l’Europa fosse davvero unita avrebbe però un potere contrattuale, ma soprattutto politico assai più forte nei confronti del Cremlino (e non solo). Non essendolo, deve seguire – a malincuore – il gioco degli americani. E’ il motivo per il quale né Putin né, in fondo, Biden (certo, quest’ultimo non con i toni e i modi brutali di Trump) sono interessati ad uno sviluppo politico della UE. Putin, anzi, dichiara apertamente la propria determinazione nel tornare ad una specie di gestione condominiale a due dell’Europa, come fu nella seconda metà del secolo scorso. E non perde occasione per cercare di dividere i partner europei. Insinuandosi nelle loro divisioni (come quando ha incontrato il premier ungherese Orban) e nei loro singoli interessi economici (come quando ha incontrato in teleconferenza una significativa rappresentanza della comunità imprenditoriale italiana).

Il gioco degli americani, condotto per lo più tramite la NATO, è volto a minacciare di gravi sanzioni la Russia, che si tradurrebbero però anche in pesanti ripercussioni per l’economia europea, sia negli aspetti produttivi che in quelli commerciali. La tentazione di trattare ciascuno per conto proprio, quindi, è grande. Romano Prodi, ad esempio, suggerisce al governo italiano di arrivare a nuove e più a lungo termine condizioni contrattuali per l’approvvigionamento del gas russo. Una posizione comprensibile dal punto di vista nazionale. Assai meno da quello europeo. E da quello dell’Alleanza Atlantica. Ma quello che conta è solo quest’ultimo, e infatti tutti i Paesi del continente si sono allineati dietro le parole, dure, del suo Segretario Generale. Non conta invece, o conta poco, il punto di vista di Bruxelles, il cui Alto Rappresentante per la politica estera e di difesa è sostanzialmente afono in tutta questa partita. Dopodiché è vero che la Commissione può votare sanzioni commerciali a maggioranza qualificata (uno di quei casi nei quali non serve l’unanimità) ma questo fatto non è sufficiente per indurre a ritenerla un organo politico che sviluppa una propria politica estera, evidentemente.

Vedremo cosa accadrà nelle prossime ore, confidando nello spiraglio di pace apertosi dopo l’incontro di ieri fra il cancelliere tedesco e il presidente russo. Apertura che è stata confermata dal Segretario di Stato americano, Blinken, con un tweet nel pomeriggio di Washington (le 20 italiane) nel quale ha ribadito l’impegno USA nella ricerca di una “soluzione diplomatica” che Mosca avrebbe condiviso. Anche il ministro degli esteri italiano, ieri a Kiev per un colloquio col collega ucraino, ha detto esservi un concreto “spazio per una soluzione diplomatica”. E da ultimo Joe Biden si è detto “desideroso” di negoziare “accordi scritti” con la Russia, che gli Stati Uniti non intendono affatto “destabilizzare”. Clima tendente al miglioramento, dunque.

Ora, se Putin, sbagliando (e non credo che sbaglierà), opterà per l’invasione dell’Ucraina le sanzioni economiche colpiranno la Russia ma di ritorno anche i paesi europei. Se non lo farà, ed è questo il punto che mi preme qui evidenziare, avrà ottenuto, dagli americani più che dagli europei, qualcosa in cambio: la moratoria all’ingresso di Kiev nella NATO, oppure l’autonomia delle due province dell’Ucraina orientale, o addirittura entrambe le cose. In ogni caso avrà conseguito un ulteriore risultato: prendere una decisione su un territorio europeo trattando con gli americani e solo formalmente con gli europei, a corto di metano senza di lui. E’ esattamente quello che vuole.

Lavoratori fragili: stato di emergenza fino al 31 marzo e proroga delle tutele.

Ulteriore approfondimento sul tema. Mettere insieme dati notizie e informazioni che si accavallano, è certamente faticoso ma necessario, per raggiungere l’obiettivo di una reale tutela di quarta particolare categoria di lavoratori. Il provvedimento “de quo” passa ora alla Camera.

La vicenda della tutela dei lavoratori fragili ha seguito, con alti e bassi, lo stato di emergenza, dal DPCM del 31 gennaio2020 al DL 221 del 24/12/2021. In questi giorni il Parlamento sta approvando gli emendamenti che modificano alcuni punti del citato DL 221/2021: dal sito del Senato si apprende che l’iter di revisione del testo si è concluso il 9/2 e se ne attende la conversione in legge entro il 24/2 p.v., dopo il passaggio alla Camera. Il web si sta popolando di notizie riferite da siti e magazine sulla portata innovativa degli emendamenti, con alterne interpretazioni. 

Nel corpo del provvedimento ci sono due punti sui quali abbiamo assunto l’iniziativa di presentare e depositare un emendamento “riparatore”, avvalendoci della consulenza dell’esperto legislativo Dr. Francesco Alberto Comellini, che ha sensibilizzato le parti politiche ad affrontare le problematiche riferite alle questioni di maggiore e più urgente impatto sulle persone più fragili, recependo in pieno le nostre richieste: ora pare che l’emendamento sia stato approvato e le modifiche  da noi richieste, accolte. Se ne attende la conversione in legge, definitiva. I due punti da noi ripetutamente e in diverse sedi evidenziati (anche scrivendo direttamente al Governo) riguardavano – a nostro parere – altrettante lacune da colmare. La prima consisteva nell’aver prorogato- con il DL 221 ora emendato- lo smart working per i lavoratori fragili  in un primo tempo “solo” fino al 28 febbraio, mentre lo stato di emergenza era stato protratto al 31 marzo: una evidente discrasia in danno dei ‘fragili’ alla quale si è posto rimedio equiparando le due date al 31 marzo 2022, cioè come logica vuole fino al termine dello stato di emergenza. 

Il secondo vulnus da noi sottolineato concerneva il mancato rinnovo della tutela preesistente circa l’equiparazione dello stato di malattia dei lavoratori fragili al ricovero ospedaliero, al fine di evitare ad essi di attingere al periodo di comporto contrattuale o – esaurito quello – alle ferie. Tutto scaturiva dal fatto che il DL 221/2021 aveva prorogato il comma 2/bis dell’art. 26 del DL 17/3/2020 n.18 (che concerneva il solo smart working) e non anche il comma 2 della stessa fonte normativa (che afferiva alla fattispecie della malattia equiparata al ricovero ospedaliero. Ora pare che anche questo punto sia stato recepito nel testo in fase di approvazione e conversione in legge. Abbiamo ricevuto – poco prima di scrivere questo articolo –  dal dott. Carlo Giacobini – Direttore di IURA, Agenzia per i diritti delle persone con disabilitàwww.agenziaiura.it, con sua cortese sollecitudine, il testo approvato al Senato (ora all’esame della Camera) che emenda l’articolo 17 del DL 221/2021, ripristinando anche il comma 2 dell’art.26 /DL 18/2020 e prorogando lo smart working fino al termine dello stato di emergenza. 

Ecco il testo che interessa le due fattispecie sopra considerate “al comma 1, al primo periodo, le parole: « fino alla data di adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque non oltre il 28 febbraio 2022 » sono sostituite dalle seguenti: « fino al 31 marzo 2022 » e, al secondo periodo, le parole: « 39,4 milioni di euro per l’anno 2022 » sono sostituite dalle seguenti: « 68,7 milioni di euro per l’anno 2022 »; dopo il comma 3 sono inseriti i seguenti:  « 3-bis. Sono prorogate le disposizioni di cui all’articolo 26, comma 2, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino al 31 marzo 2022. Dal 1° gennaio 2022 fino al 31 marzo 2022 gli oneri a carico dell’INPS connessi con le tutele di cui al presente comma sono finanziati dallo Stato nel limite massimo di spesa di 16,4 milioni di euro per l’anno 2022, dando priorità agli eventi cronologicamente anteriori, di cui 1,5 milioni di euro per l’anno 2022 ai sensi di quanto previsto dall’articolo 26, comma 7-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, per i lavoratori di cui al comma 2 del medesimo articolo 26 non aventi diritto all’assicurazione economica di malattia presso l’INPS. L’INPS provvede al monitoraggio del limite di spesa di cui al secondo periodo del presente comma. Qualora dal predetto monitoraggio emerga che è stato raggiunto anche in via prospettica il limite di spesa, l’INPS non prende in considerazione ulteriori domande. 3-ter. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 3-bis si applicano anche nel periodo dal 1° gennaio 2022 alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto ». 

Degno di menzione quest’ultimo passaggio, in quanto introduce il portato normativo aggiornato dall’emendamento dal 1° gennaio 2022, quindi con effetto retroattivo, anche per le assenze per malattia aventi la stessa decorrenza. Grazie alla precisione e professionalità dello IURA ora possiamo disporre del testo appena approvato, disponibile alla pagina:
https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLMESS/0/1332308/index.html?part=ddlmess_ddlmess1-allegato_allegato1 mentre l’iter completo dell’atto è rinvenibile cliccando il link https://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/testi/54679_testi.htm

Quanto ai tempi del lungo iter parlamentare (siamo a metà esatta dei tre mesi del rinnovato periodo di emergenza)  ci limitiamo ad una sola, laconica considerazione: a volte la burocrazia e il “linguaggio oscuro delle leggi” (come lo definisce il prof. Sabino Cassese) creano situazioni contorte e complicate. Perché rincorrere a posteriori, con grande fatica per tutti, le soluzioni evidentemente più logiche quando le stesse potrebbero essere assunte in sede di prima stesura legislativa? Quanti pasticci crea la norma che rende retroattivo un provvedimento? Tutto diventa fonte di sofferenza, ansia e incertezze interpretative: la toppa, come si dice, a volte è peggiore del buco. Finalmente si può contare intanto sull’atteso decreto del Ministero della salute che certifica le malattie e gli stati patologici che possono rientrare nel novero delle situazioni da tutelare, vedasi https://www.agenziaiura.it/2022/02/13/smart-working-pubblicato-il-decreto-sui-lavoratori-fragili/

Nel frattempo, come il Dr. Giacobini ci fa notare, l’INPS ha già “diramato istruzioni sul pregresso (messaggio INPS 679 del 11/2/2022)” , come accaduto in passato, evidenziando una carenza di fondi disponibili, testo che può essere consultato interpellando il sito dell’Istituto e leggendo il link https://servizi2.inps.it/servizi/CircMessStd/VisualizzaDoc.aspx?tipologia=circmess&idunivoco=13714. Egli non manca di rilevare come – tardivamente assunto- il testo che verrà convertito in legge entro il 24 fabbraio p.v “ avrà comunque scarso peso rispetto al fabbisogno e nullo rispetto al post 31 marzo”: tradotto in soldoni ciò significa che al termine dello stato di emergenza ogni successiva determinazione dovrebbe essere tempestivamente assunta in relazione all’andamento della pandemia. Sono trascorsi quasi due mesi dal DL 24/12/2021 n° 221: era il cosiddetto “decreto di Natale”, ci si chiede se avremo anche un “decreto di Pasqua”. 

Speriamo che la legge di conversione sia chiara e che il Governo non defletta dai suoi impegni applicativi. Corre intanto l’obbligo di ringraziare quanti hanno condiviso questa ennesima battaglia per le tutele dei fragili, tutto diventa maledettamente complicato e c’è bisogno del concorso e della solidarietà di tutti: in particolare è doveroso ricordare oltre al già citato IURA, l’ANMIC nazionale sempre attento e disponibile, la Federazione Italiana per il superamento dell’handicap – FISH Onlus, –che per prima ha dato notizia dell’approvazione dell’emendamento, i sindacati territoriali, sempre vicini ai problemi dei lavoratori,  il sito www.informazionefiscale.it  e quello www.sinergiediscuola.it. Ci scusiamo per le dimenticanze…

Ci sono tante persone motivate verso i temi della giustizia sociale e nei confronti delle problematiche che affliggono le categorie più deboli dei lavoratori. Il problema riguarda una produzione legislativa sempre lacunosa e ipertrofica, la scarsa conoscenza dei problemi della gente da parte della politica, la burocrazia devastante: una palla al piede che ci accompagna e ci imprigiona in un linguaggio incomprensibile  per tutta la vita.

La città dopo la pandemia. Le conclusioni del dibattito promosso nell’ambito dall’universita di Padova.

Si è concluso la serie-dibattito “La città dopo la pandemia” pubblicata su Il Bo Live, il magazine online dell’Università di Padova. Di seguito riportiamo l’ultima parte dell’intervento dei due autori, grazie ai quali il dibattito ha avuto inizio e si è sviluppato.

Cristoforo Sergio Bertuglia e Franco Vaio

La città è un sistema complesso, caratterizzato da un livello di complessità estremamente elevato, fra i più elevati osservabili nei sistemi naturali e in quelli sociali. È un sistema composto da un numero elevatissimo di parti componenti, soggette ciascuna a innumerevoli interazioni con tutte le altre parti del sistema città, in forme di tipo ben difficilmente quantificabile o traducibile in formule. 

La città è un sistema complesso che evolve spinto, soprattutto ma non solo – come, nella storia, hanno drammaticamente mostrato guerre ed epidemie fra le quali quest’ultima –, da forze interne, endogene: un sistema complesso che mostra continuamente fenomeni emergenti e stati più o meno temporanei di equilibrio autorganizzativo, e talora anche turbolenze. Non è possibile governare la città in modo esclusivamente dirigistico, come era tendenza comune in passato, senza che essa finisca per spegnere la propria vitalità: la moderna scienza della città si fonda su concezioni articolate, sviluppatesi a partire da numerose discipline differenti, dall’architettura alla scienza dei trasporti, all’economia, alla sociologia e alla psicologia sociale e individuale, alla sanità e alla medicina, e così via. 

Occorre rovesciare il punto di vista tradizionale e partire “dal basso” per governare la città, anche e soprattutto in una fase critica come quella innescata dalla pandemia che si è abbattuta sulla città come un elemento esogeno: indagare nelle aree ove si è in contatto con la realtà, la realtà urbana, in continua trasformazione, ad esempio dove si formano spontaneamente comunità solidali, relazioni collaborative di vicinato, iniziative di prossimità dei servizi in un raggio di percorrenza pedonale o ciclabile, limitata nel tempo. L’urgenza della riorganizzazione territoriale del servizio sanitario nazionale, resa evidente dalla crisi in cui è stato posto dalla pandemia, può essere una fertile occasione per una ampia riflessione sui servizi di prossimità. 

Questo è un importante messaggio, forse il più importante, certamente non l’unico, che possiamo trarre al termine di questa serie-dibattito sul futuro della città dopo la pandemia. Occorre dunque sviluppare gli studi sulla città sistema complesso, anche a partire dai metodi di simulazione di singoli fenomeni o di limitati insiemi di fenomeni. Non c’è, al momento attuale, un sistema logico-deduttivo per i sistemi complessi, al quale possiamo riferirci per tracciare l’evoluzione futura dei sistemi complessi, fra cui la città. Disponiamo di efficaci tecniche informatiche per le simulazioni, che mettono lo sperimentatore in condizioni di tener conto sia di aspetti regolari dei fenomeni fisici sia dei comportamenti mutevoli e variegati degli individui in interazione fra loro, come è stato mostrato in un contributo di questa serie-dibattito con un efficacissimo esempio. Occorre proseguire le ricerche, a supporto delle necessarie decisioni strategiche, soprattutto in questa fase storica di lenta, ma ormai evidente uscita da una fase di crisi sociale e urbana. 

 

Continua a leggere

https://ilbolive.unipd.it/it/news/citta-dopo-pandemia-traiamo-conclusioni

Una storia senza tempo sulla costruzione di un mondo migliore. Presentazione a Brescia del libro di Giovanna Brambilla.

L’apputamento è per martedì prossimo. Il libro pubblicato da Vita e Pensiero – Mettere al mondo il mondo. Immagini per una rinascita – mette a fuoco l’idea della “rinascita” attraverso la rilettura delle opere d’arte di numerosi artisti apparentemente sconnessi tra loro.

Martedì 22 febbraio alle ore 20.30 Giovanna Brambilla, storica dell’arte e docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presenta Mettere al mondo il mondo. Immagini per una rinascita, a Brescia, presso il Centro culturale CARME – Centro Arti Multiculturali e Etnosociali, impegnato nell’attivare progetti per informare e sensibilizzare sulla cultura contemporanea.

Gli organizzatori ringraziano la libreria Paoline di Brescia, che sarà presente all’evento con un banchetto libri.

Il volume, che utilizza come titolo l’espressione coniata da Alighiero Boetti ‘mettere al mondo il mondo’, vuole essere una storia senza tempo, una storia corale, che, in un tempo come il nostro, affronta il tema della rinascita, della costruzione di un futuro migliore. La possibilità data al mondo di ricostruirsi, di migliorare il proprio futuro, è proprio ciò che è permesso dall’atto del nascere ed è ciò che il titolo del volume vuole sottolineare.

L’autrice rilegge, infatti, le opere d’arte di numerosi artisti apparentemente sconnessi tra loro: cosa collega la preistorica Venere di Willendorf alla Madonna del parto di Piero della Francesca? E qual è la relazione tra la ferita della Vasca da bagno di Joseph Beuys e il cordone ombelicale ancora intatto della neonata di Oliviero Toscani? Il filo rosso è la centralità del tema della nascita, che si snoda avanti e indietro tra secoli e paesi, celebrando il potere taumaturgico della generatività.

 

BIOGRAFIA DELL’AUTRICE

Giovanna Brambilla (1969), storica dell’arte, è Responsabile dei Servizi Educativi della GAMeC, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, e insegna Storia dell’arte in una scuola superiore. Socia ICOM, è docente del Master «Economia e management dei beni culturali» della Business School del Sole24Ore e del Master «Servizi educativi per il patrimonio artistico, dei musei storici e di arti visive» dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dal 2020 insegna Iconografia presso l’Accademia di Belle Arti «Rosario Gagliardi» a Siracusa. Tra i suoi titoli più recenti ricordiamo Inferni (EDB, 2020) e Soggetti smarriti. Il museo alla prova del visitatore (Editrice Bibliografica, 2021).

 

https://www.vitaepensiero.it/news-eventi-il-tema-della-nascita-nellarte-5783.html

 

 

La tenace e autorevole difesa della “qualità della vita” da parte della Pontificia Accademia.

Un eccellente lavoro della Commissione dedicata all’esame dei problemi della “Terza età”. La forza del documento da essa elaborato consiste nel taglio pragmatico: dalla lettura del libro (e del documento stesso) si ricava un piano di assistenza domiciliare come alternativa alle RSA, alle case di cura e alle ospedalizzazioni.

Nel presentare ai lettori il comunicato stampa della Pontificia Accademia per la vita, presieduto da S.E. Mons. Vincenzo Paglia, non ci si può esimere dal constatare la centralità dell’iniziativa del Vaticano, promossa e sostenuta dallo stesso Governo Italiano, prima attraverso la nomina di Mons. Paglia da parte del Ministro Speranza a Presidente di una Commissione di studio dedicata ad approfondire i temi e le problematiche della “terza età” (con un documento redatto al termine dei lavori e consegnato al Ministro) – ne avevamo fatto menzione nell’intervista a Mons. Paglia sul Suo libro “L’età da inventare- La vecchiaia fra memoria ed identità” di cui riportiamo il link per una agevole rilettura:

https://ildomaniditalia.eu/mons-paglia-e-il-tempo-di-tessere-una-nuova-alleanza-tra-le-generazioni-2/  ) – e poi dallo stesso Premier Draghi che – come riferito da Federico Fubini sul Corriere della Sera in questi gg- ha chiesto a Mons. Paglia un piano di azione attuativo del documento citato, affinchè “la vecchiaia non sia una condanna”.                     

Già a settembre 2021 Mario Draghi aveva ricevuto Mons. Paglia per esaminare la fattibilità di un progetto esecutivo, partendo dalla proposta di  una normativa mirata su settori di intervento specifici. Da passare poi al vaglio parlamentare e dell’esecutivo, considerata l’urgenza di azioni concrete: in Italia vivono circa 14 milioni di anziani, nelle condizioni esistenziali più disparate , alcune ai margini della sopravvivenza economica, della solitudine, fino ad una sorta di emarginazione generata da una società che di fatto li espunge da ruoli di partecipazione attiva, consapevole e stimolante.

Il lavoro della Commissione presieduta dall’alto prelato è stato evidentemente convincente e superlativo, ricevendo consensi da ogni parte politica.

La forza del documento consiste nel suo taglio pragmatico: dalla lettura del libro (e del documento stesso) si ricava un piano di assistenza domiciliare come alternativa alle RSA, alle case di cura e alle ospedalizzazioni. Ha detto a Draghi il 76enne Vincenzo Paglia, nel presentare la proposta: «Noi anziani in Italia siamo ormai un grande popolo con una grande domanda: non essere abbandonati, lasciati soli, sradicati dalla nostra storia. Gli anziani sentono come una condanna il vivere gli ultimi anni della loro vita collocati in luoghi anonimi». L’aumento di cura e prevenzione a casa o in centri diurni — come nei modelli più avanzati in Europa — anche finanziariamente conviene: nelle residenze sanitarie (Rsa) oggi vivono 280 mila anziani al costo di 12 miliardi l’anno, coperto per quasi metà dalle pensioni. L’assistenza a casa invece previene il bisogno di cure e le costosissime ospedalizzazioni, come evidenziato da Federico Fubini nel suo brillante corsivo.

Quanto sopra premesso, in attesa di ulteriori sviluppi (la tenacia e la concretezza di Mons. Paglia non ammettono soste o indugi: sarà lui il play maker del piano anziani in Italia) presentiamo il comunicato stampa diffuso oggi, 11 febbraio 2022, in tema di cure palliative.

Comunicato stampa

Città del Vaticano, 11 febbraio 2022.

«Il diritto di accedere alle cure palliative deriva dalla dignità che appartiene a tutti gli esseri umani, anche i più fragili, quali le persone in fase avanzata di malattia e morenti» e «dovrebbero essere assicurate a tutti». La logica dell’accompagnamento che esse promuovono «intende superare l’immaginario del controllo della morte, che si esprime attraverso il tentativo sia di prolungare la vita a qualunque costo, sia di accelerare la morte».

Lo ha ribadito mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, aprendo i lavori del webinar organizzato dalla stessa Pontificia Accademia dedicato ad analizzare la situazione delle cure palliative in Italia. Il Ministro della Salute Roberto Speranza, in collegamento, ha portato il suo saluto. Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando, ha inviato un messaggio.

Il webinar di venerdì pomeriggio, dedicato all’Italia, chiude le due precedenti sessioni, il 9 e 10 pomeriggio, in cui si sono analizzati gli scenari delle cure palliative a livello internazionale, rilevando come sia necessario fare molto di più affinché siano conosciute e praticate, anche come un modo per rispondere alla sfida portata dalle derive eutanasiche.

Oggi – ha spiegato mons. Paglia – è necessario «mettere a fuoco la capacità del sistema italiano di rispondere ai bisogni del malato e della sua famiglia, individuando percorsi di integrazione delle cure palliative nelle reti territoriali» con adeguate «risorse per potenziare le cure palliative negli ospedali, negli hospice, a domicilio, nelle strutture per anziani». Passi avanti si fanno in Italia sul piano della formazione degli operatori, introducendo le cure palliative nel contesto accademico.

Ed ha poi aggiunto: «L’attenzione al significato e alla pratica delle cure palliative è di particolare rilievo nel nostro Paese anche in relazione al dibattito che si sta svolgendo sulla possibile regolamentazione giuridica delle questioni di fine vita. Il fatto che la legge n. 38/2010 (su Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore) –  sia ampiamente inapplicata costituisce un fattore che non aiuta per nulla a una corretta percezione degli interrogativi che si pongono su questa delicata materia. È del resto anche sintomatica la scarsa conoscenza e attuazione della legge n. 219/2017 (Consenso informato e Disposizione anticipate di trattamento – DAT). Sono fatti che manifestano la resistenza profonda che nella nostra cultura opponiamo a una elaborazione effettiva del limite e di quella sua radicale espressione che è la morte. Il dibattito giuridico non deve farci dimenticare che «la posta in gioco si trova sul terreno della cultura» tra «due più generali interpretazioni dell’esistenza e dell’esperienza del limite: quella basata sul controllo (verso cui il sistema tecnoscientifico facilmente propende) e quella ispirata appunto all’accompagnamento e alla logica della cura. È sul terreno della cultura che i credenti possono fornire il loro migliore contributo, riconoscendosi, rispetto alla società civile, non controparte, ma componente, in un atteggiamento di reciproco apprendimento».

Nel 2017 la Pontificia Accademia per la Vita ha lanciato il Progetto “PAL-LIFE: An Advisory Working Group on Diffusion and Development of Palliative Care in the World”, per contribuire alla diffusione della cultura delle cure palliative nel mondo. Inoltre la Pontificia Accademia per la Vita ha promosso e pubblicato il Libro Bianco per la Promozione delle Cure Palliative, disponibile in italiano, inglese, tedesco, spagnolo: ecco il link

 

https://www.academyforlife.va/content/pav/en/pallife/white-book.html

Mario Draghi e il cantiere aperto del centro. Non si può tardare a definire il programma dei lavori. 

Non è importante se Mario Draghi vorrà assumere la guida di un tale progetto di centro. Sarà invece essenziale che, accanto alla ricerca di un patto federativo da definirsi sul piano nazionale, si realizzi nelle realtà territoriali un processo di avvicinamento delle tre culture – popolare, liberale e riformista – che hanno fatto grande l’Italia. A maggior ragione, e con più forte determinazione, non è più rinviabile il processo di riunificazione politica della vasta e articolata area cattolica. 

Che Mario Draghi  un lavoro “possa trovarselo da solo” non abbiamo alcun dubbio, così come crediamo al suo diniego ad assumere il ruolo di federatore dei tanti centrini in cerca di riunificazione. Riteniamo anche che il suo ruolo di capo del governo debba rimanere sino al raggiungimento degli adempimenti previsti dall’UE per il PNRR. Ciò non toglie, tuttavia, che ci si debba impegnare per costruire il nuovo centro della politica italiana che, come ho scritto più volte, non può risultare dalla semplice sommatoria dei diversi addendi sul campo, ma dovrebbe rappresentare l’incontro delle principali culture politiche riformiste presenti in Italia. Nell’ambiente laico purtroppo, tranne qualche lodevole eccezione, sembra prevalere il deserto culturale. 

Dopo la caduta del Muro, si sono avuti molti atti di apostasia dalle dottrine social-democratiche e liberal-democratiche e si è notato l’abbracciare, con stolto entusiasmo, il neo-liberismo o finanz-capitalismo, pseudo-ideologia che non ha niente a che vedere col liberalismo di Benedetto Croce. Assai più attrezzata, almeno sul piano culturale, è l’area cattolico democratica e cristiano sociale, considerato che le ultime encicliche sociali della Chiesa Cattolica ( Centesimus Annus, Caritas in veritate, Evangelii gaudium, Laudato SI, Fratelli tutti) insieme all’appello di Papa Francesco in occasione della LV Giornata della pace, costituiscono le più avanzate risposte ai problemi connessi all’età della globalizzazione, in un momento nel quale quella che Papa Francesco ha dichiarato essere la terza guerra mondiale a tappe, sembra stia volgendo alle sue tragiche e drammatiche conseguenze.

Nel colpevole silenzio dell’ONU e il timido cinguettare dell’UE, privata di una politica estera e di una forza militare comune, i Paesi europei rischiano di fare la fine del vaso di coccio tra i due vasi di ferro. Anche in Italia c’è bisogno che, al di là del ruolo di sicura fedeltà atlantica ed europea assicurato da Draghi, e dell’impegno del giovane ministro degli esteri, ben lontano dalle competenze dell’antico maestro Andreotti, prendano finalmente voce le culture politiche e democratiche che sono state alla base del patto costituzionale.

L’obiettivo, dunque, è sicuramente quello di costruire un centro rinnovato che, come scrivo fino alla noia, dovrà essere ampio e articolato, di tipo laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante da una sinistra tuttora alla ricerca della propria identità. Un centro nel quale ci si possa trovare uniti dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, ed al quale, noi eredi della migliore tradizione cattolico democratica e cristiano sociale, dovremmo offrire il miglior contributo di idee e di classe dirigente.

Non è importante se Mario Draghi vorrà assumere la guida di un tale progetto in cantiere, per il quale, ripeto, non basterà la volontà dei rappresentanti ufficiali dei gruppi romani; mentre alla leadership di governo di Mario Draghi, compatibile con gli impegni derivanti dal Next Generation UE e all’attuazione del PNRR italiano, non mi sembra ci siano credibili candidature alternative. Sarà invece essenziale che, accanto alla ricerca di tale patto federativo da definirsi sul piano nazionale, si realizzi nelle realtà territoriali un processo di avvicinamento delle tre culture – popolare, liberale e riformista – che hanno fatto grande l’Italia. A maggior ragione e con più forte determinazione non è più rinviabile il processo di riunificazione politica della vasta e articolata area cattolica, culturale e sociale, la quale, ancora una volta, come nelle migliori fasi della storia italiana, potrà/dovrà offrire il proprio indispensabile contributo, traducendo nelle istituzioni, e in collaborazione con le altre componenti politico culturali, molte delle indicazioni della dottrina sociale cristiana.

Il diritto alla salute durante e dopo la pandemia. Milestones per un confronto.

La pandemia ha potenziato il dibattito, sempre ricorrente, sulle prospettive del Servizio sanitario nazionale, servendo anche a ricordarne l’importanza e ad ammonirci contro i rischi della sua destrutturazione. L’autore, già Ministro della Salute nel Governo Monti, fornisce alcune indicazioni per individuare gli aspetti più importanti e delicati a riguardo dei rapporti tra sanità pubblica e regionalismo. Di seguito riportiamo le conclusioni del contributo a suo tempo  pubblicato sulla rivista BioLaw Journal ( 4/2021).

A mo’ di rassegna sintetica riepilogativa, proviamo a elencare alcune cose da non pensare o da non fare e alcune cose da pensare e da fare.

Come si è visto, è importante non pensare che la radice delle disfunzioni siano il nuovo Titolo V della Costituzione (che in sanità non ha innovato, salvo l’art. 127 e l’art. 116, comma 3) o la regionalizzazione conseguente ai decreti di riordino del 1992-1993 (e l’art. 117 del d.lgs. n. 118/1998). Consideriamo per contro, tra i poteri esercitabili dal livello statale: il decreto-legge, i poteri sostitutivi, l’attrazione in sus- sidiarietà, le non poche clausole che prevedono e consentono espressamente la graduazione delle ga- ranzie delle libertà e dei diritti rispetto ad esigenze di incolumità e sanità pubblica (artt. 14, 16, 17, 41), nonché, da ultimo, riflettiamo a quanto deciso da Corte cost., sent. n. 37 del 2021, red. Barbera.

Per contro, è importante pensare:

  1. a) che sia necessario disporre di reali e condivisi standard ospedalieri e territoriali, che garantiscano

la distribuzione dei posti letto di terapia intensiva, incentivando la capacità di fare rete all’interno

del Ssn, in cui la mobilità è elemento costitutivo e non fattore distorsivo;

  1. b) che parimenti sia necessario collegare la richiesta di potenziamento quantitativo del personale del Ssn con la verifica circa la sua distribuzione secondo il principio che i professionisti seguono i ser-

vizi, e non l’inverso;

  1. c) che sia determinante allenarsi a parlare di “produzione” di salute e non di prestazioni sanitarie (più

salute, meno prestazioni di cura e riabilitazione, più prevenzione), nella logica dei Lea (necessari e appropriati), sottolineando che, nel sistema delle regole vigenti in tema di Ssn, aziendalizzazione è cosa diversa da economicismo;

  1. d) che la mitica “sostenibilità” vada intesa, secondo un celebre rapporto canadese di oltre quindici anni fa, nel senso che il sistema è tanto sostenibile quanto vogliamo che sia.

Quanto al “fare”, possiamo utilmente:

  1. a) non tanto richiedere più poteri al centro, ma esprimere più capacità di esercitarli, cioè più coordi-

namento da parte del livello centrale, nel senso tuttavia di un coordinamento forte, che sappia controllare l’attuazione degli standard ospedalieri, ad es. per quanto attiene al rispetto dei para- metri cui sono soggette le reti di impresa private in sanità ai sensi del d.m. 70, o per quanto attiene al rispetto delle regole sull’intramoenia approvate nel 2012;

  1. b) praticare e non soltanto declamare più integrazione sociosanitaria, non fallendo l’occasione delle cosiddette Case della comunità;
  2. c) praticare più cittadinanza sanitaria (contro le derive “illiberali” delle democrazie);
  3. d) prestare la dovuta attenzione all’appropriatezza e alla valorizzazione dei determinanti non sanitari

della salute.

L’elenco naturalmente potrebbe continuare, ma rischierebbe di fare venire meno l’obiettivo di queste poche pagine: individuare alcune pietre miliari suscettibili di una larga condivisione, così che il dibattito sui temi sanitari non sia il palcoscenico dove declamare le proprie frustrazioni, ma l’occasione per una sempre maggiore coesione all’interno del nostro Paese.

L’analisi della Fondazione Tarantelli (Cisl) sulla crescita dei costi dell’energia.

Dal secondo trimestre del 2020 il prezzo dell’energia per i consumatori italiani è gradualmente aumentato arrivando a toccare circa  il 42% in più dei costi sulle bollette degli italiani. Per aiutare a comprendere i fattori che hanno determinato l’impennata dei prezzi dell’Energia, argomento che sta caratterizzando l’attuale condizione economica, specie i riflessi che tutto ciò comporta sulle famiglie, sul lavoro, sulle imprese e sui servizi, la Fondazione Ezio Tarantelli ha inteso avviare l’analisi (curata da Antonello Assogna). Di seguito proponiamo il capitolo riguardante le “principali cause” del fenomeno, consentendo ai lettori di utilizzare il link a fondo pagina per leggere il testo integrale del documento.

[…]

Ma quali sono le principali cause di questa impennata dei prezzi dell’energia?

 

In forma proporzionale per molti studiosi l’origine di questo incremento è da ricondurre ai riflessi generatisi dalla concomitanza di alcuni accadimenti di carattere politico, geopolitico, economico- finanziario e ambientale con conseguenti riflessi tecnico-commerciali:

> la crescita della domanda di energia dovuta alla ripresa economica, che stime attestano intorno al +6% sul piano globale;

> una richiesta maggiore di energia dovuta a cause meteorologiche (un inverno e una primavera rigidi in Europa; estate calda in Asia), che ha comportato un utilizzo degli impianti di riscaldamento e climatizzazione, superiore alla media degli ultimi anni;

> un’estate poco ventosa in Nord Europa e un periodo secco in America Latina, che hanno rallentato l’offerta delle produzioni di energie rinnovabili primarie come l’eolico e l’idroelettrico.

A questi elementi si sono aggiunte le speculazioni finanziarie legate alla pressione sul mercato del gas naturale di alcuni titoli come i futures o i derivati, che allineati ai prezzi del gas, hanno moltiplicato l’effetto ben oltre la richiesta/domanda reale stessa dell’idrocarburo.

Abbiamo infatti assistito nei mesi scorsi e assistiamo ancora, a crescite con percentuali significative delle quotazioni di questi titoli, pur riscontrando una stabilità nei volumi di scambio. Infine i rapporti geopolitici tra Paesi produttori di idrocarburi fossili (in particolare di gas naturale) e Paesi utilizzatori sono il contesto nel quale emergono i principali condizionamenti nelle relazioni e negli equilibri globali, che si riflettono nelle ricadute di carattere economico e sociale.

Questi aspetti di carattere complessivo si manifestano poi direttamente attraverso fattori specifici che determinano la crescita progressiva dei costi dell’energia all’utente finale:

> L’aumento del prezzo dell’energia elettrica e del gas naturale (fondamentale per la produzione della precedente) sul mercato all’ingrosso;

> Il significativo incremento del costo dei permessi di emissione di anidride carbonica (CO2) nel contesto del sistema EU ETS, (European Union Emissions Trading Scheme) uno dei provvedimenti più importanti dell’Unione Europea per favorire la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra nei settori produttivi a maggior impatto sui cambiamenti climatici.

Per comprendere al meglio gli effetti prodotti dagli aumenti sopraindicati, riportiamo i dati seguenti:

> Il prezzo sul mercato spot (quello all’ingrosso, giornaliero) del gas naturale al TTF1 è cresciuto circa del 500 per cento nell’ultimo anno, passando da 21 a 120 euro al megawattora2;

> Inoltre, si aggiunge il rincaro delle quote che le aziende europee si scambiano per controbilanciare le emissioni generate dalla combustione di fonti fossili (carbone, gas, petrolio3). Nel corso del 2021 si è passati da € 33 (gennaio) a € 79 (dicembre) a tonnellata di CO2.

Il mix di questi due elementi (materia prima e permessi emissione) ha prodotto una crescita del costo dell’energia elettrica all’ingrosso di circa il 400%, da € 61 a € 288 al MW/h, generando conseguentemente un aumento generalizzato della “bolletta energetica” per i consumatori finali (domestici, industriali, commerciali, etc….) in tutta Europa.

I fattori derivanti da una maggiore richiesta del gas naturale (con una conseguente scarsità di disponibilità della materia prima) e gli effetti della ripresa economica potrebbero essere giudicati come fenomeni transitori; altra previsione è invece attribuibile ai prezzi delle emissioni di CO2, che saranno stabilmente e gradualmente più elevati.

Ciò è ovviamente legato all’intensità con la quale i paesi affronteranno la lotta al riscaldamento globale. Bisogna osservare che attualmente l’ETS risulta ancora incompleto. Saranno infatti necessari degli interventi normativi (alcuni già previsti nelle proposte della Commissione Europea sul Green Deal) per diminuire l’indeterminatezza sulla prospettiva dei prezzi della CO2, al fine di orientare le scelte delle aziende, dei servizi pubblici e singoli consumatori.

Inoltre, l’ETS dovrebbe essere progressivamente esteso anche ai settori del riscaldamento e dei trasporti, ad oggi ancora esclusi.

Considerando quanto sopra descritto, è evidente che il tema delle fonti di approvvigionamento, della dipendenza energetica dell’UE e dei singoli Paesi e nel medio lungo termine la sostituzione del mix energetico, a partire dall’Italia, si ripropongono in termini ancora più incisivi; successivamente approfondiremo anche questi aspetti fondamentali.

Qui di seguito il documento completo in PDF 

analisi_costi_energia

Associazione Dossetti : Covid-19 α, β, γ, δ…Omicron ‘L’importanza del fattore tempo per antivirali e monoclonali’

A 2 anni dall’inizio della pandemia siamo passati dall’emergenza ‘Covid-19’ all’emergenza varianti

 

Andrea Ammon, direttrice del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie Ecdc:

«La pandemia non è finita. È probabile che questo Covid-19  rimanga con noi»

 

Stella Kyriakides, Commissaria europea alla Salute:

«Oltre il 73% della popolazione adulta dell’Ue è vaccinato e tale percentuale aumenterà ancora. Ma i vaccini non possono essere la nostra unica risposta al Covid-19. Le persone continuano a contagiarsi e ad ammalarsi. Dobbiamo continuare a prevenire la malattia con i vaccini, ma allo stesso tempo dobbiamo fare in modo di poterla curare con terapie adeguate».

 

MONOCLONALI e ANTIVIRALI il futuro nella lotta al Covid-19

Ne parleremo con:

Gianni Rezza   Direttore Prevenzione del Ministero della Salute

Enrico Coscioni Presidente AGENAS

Claudio Cricelli Presidente SIMG

 

Matteo Bassetti   Marco Cavaleri  Ignazio Grattagliano  Antonio Magi

Claudio Mastroianni  Francesca Patarnello  Francesco Vaia

 

Sen. Paola Binetti   Sen. Ernesto Magorno   Sen. Maria Rizzotti

On. Fabiola Bologna On. Angela Ianaro
MODERA TONIA CARTOLANO, Skytg24

 

PER PROGRAMMA E ISCRIZIONI CLICCA QUI

Il maggioritario non regge più: bisogna cambiare musica.

 

È evidente che le tradizionali alleanze sono state sacrificate sullaltare di una polverizzazione politica che ha sancito la fine degli antichi contenitori di centro destra e di centro sinistra. Il maggioritario, dunque, non va incontro a una impellente ricostruzione delle identità politiche. In un contesto del genere riemerge la necessità di riscoprire un luogo politico di centro” capace di costruire e declinare una vera e autentica politica di centro”.

Giorgio Merlo

 

“La madre di tutte le riforme”. Così, già in tempi non sospetti, Carlo Donat-Cattin definiva la riforma del sistema elettorale. E così, del resto, è sempre stato. Perché ogni sistema elettorale, di norma, cambia la geografia politica nazionale. Uno dei motivi di fondo, certamente non l’unico, che ha sancito la fine definitiva della Democrazia Cristiana è stato anche quello del superamento del sistema proporzionale a vantaggio del maggioritario con l’introduzione dei collegi uninominali. E la stessa insistenza sul proporzionale è sempre stato, del resto, uno dei cavalli di battaglia principali per la presenza politica, seppur laica, dei cattolici nello scenario politico italiano. Da don Sturzo in poi.

 

Ora, è di tutta evidenza che il sistema elettorale riflette anche l’umore popolare e le condizioni politiche che in quel particolare momento storico condizionano il dibattito politico, culturale e sociale nel paese. In nessun caso si impone una legge elettorale del tutto avulsa ed estranea alle costanti che caratterizzano un sistema politico. E così è stato anche nel nostro paese negli ultimi anni. Almeno a cominciare da tangentopoli, cioè dopo che la magistratura con la sua azione aveva contribuito a radere al suolo quel sistema politico che per oltre 50 anni reggeva le sorti della nostra democrazia parlamentare. E la crisi, la precarietà e l’instabilità della politica italiana è anche il frutto dei continui cambiamenti del sistema elettorale. Una continua alternanza tra proporzionale e maggioritario che non ha contribuito a creare quella stabilità di governo che era e resta l’elemento decisivo di ogni sistema politico.

 

E, per arrivare ad oggi, ci troviamo nuovamente di fronte ad un possibile, e anche auspicabile, cambiamento del nostro sistema elettorale. Si riparla, cioè, di un ritorno del sistema proporzionale. E sin qui, nulla di nuovo. E questo per un motivo persin troppo semplice da richiamare all’attenzione. E cioè, proprio il contesto politico contemporaneo richiede il superamento di ogni sistema maggioritario a vantaggio del proporzionale. Solo un tifoso accanito del maggioritario o chi intravede, oggi, nella politica italiana la presenza virtuale ed astratta di coalizioni politicamente coerenti e programmaticamente omogenee al proprio interno può immaginare la necessità di avere un sistema elettorale di questo tipo.

 

È evidente a tutti, ma proprio a tutti, che le tradizionali alleanze sono state sacrificate sull’altare di una polverizzazione politica che ha sancito la fine degli antichi contenitori di centro destra e di centro sinistra. È appena sufficiente prendere atto delle dichiarazioni che campeggiano nel centro destra a giorni alterni per rendersene conto. Per non parlarle del campo avverso dove la sommatoria del massimalismo della sinistra con il populismo sempre più sbiadito ed ondivago dei 5 stelle offre uno spettacolo di coalizione alquanto ridicolo se non addirittura grottesco. E, oltre a questa considerazione, persin troppo plateale che si può anche fare a meno di descrivere, assistiamo ad una sorta di perenne radicalizzazione del conflitto politico che rischia di riproporre, seppur in forma diversa rispetto al passato, quella cultura degli “opposti estremismi” che non giova né alla credibilità della politica e né, tantomeno, alla stabilità nell’azione di governo.

 

Ecco perchè si parla di ritornare al proporzionale. Perchè dopo una stagione politica dominata e caratterizzata dal populismo di marca grillina che ha scassato le fondamenta del nostro sistema politico e parlamentare diventa indispensabile ripartire dal basso. Che, tradotto in termini politici, significa ripartire dalle identità – se esistono ancora – dei singoli partiti per poi costruire, lentamente, le necessarie ed indispensabili alleanze politiche che siano in grado di governare degnamente l’intero paese. E senza continuare ad appaltare l’azione di governo ad altri poteri e a commissariare, di fatto, la politica e ciò che la caratterizza da sempre.

 

E non a caso, proprio in un contesto del genere riemerge la necessità di riscoprire un luogo politico di “centro” che sia in grado, soprattutto, di costruire e declinare una vera ed autentica “politica di centro” nel nostro paese. Non per regressione nostalgica ma per ridare qualità alla politica e dignità alla stessa azione di governo. E per centrare questo obiettivo si rende necessario, se non quasi addirittura vincolante, tornare ad un sistema proporzionale che esalti da un lato le identità dei vari soggetti politici e, dall’altro, che costruisca coalizioni non fondate sul pallottoliere – come capita oggi sistematicamente – ma su motivazioni politiche e su ricette di governo.

Siamo arrivati, cioè, ad un bivio. L’ennesimo nella politica italiana. Si tratta di affrontare questa nuova ed inedita stagione non più con le armi propagandistiche e demagogiche del populismo – ormai fallite e tramontate – ma con le munizioni della buona politica ispirate ai valori costituzionali e democratici.

Ucraina. Anche la paura è una guerra.

 

Che in Europa si viva un momento a caratteri così fuori dal tempo, mette in risalto limpraticabilità di una volontà portata allestremo: quella di dare la parola alle armi.

 

 

 

Gianfranco Moretton

 

La cosa che più colpisce, in questa vicenda russa ucraina, sono le immagini anacronistiche che ci piovono negli occhi. Nel 2022 vedere carri armati, fucili mitragliatori e apparati militari schierati lungo i confini di due paesi europei, è una aspetto che ferisce lintelligenza di noi tutti. Sono immagini che potrebbero essere impiantate nella storia di metà 900, ma oggi proprio no. Per questo, per il rigetto immediato che quelle immagini producono in ciascuno di noi, ipotizzo che tutto non sia che una modalità teatrale e nulla di più. In buona sostanza, far vedere i muscoli per trattare da posizioni di forza. Ma carri armati che varchino i confini dentro il nostro continente, sono aspetti spettrali.

 

Si fan paura l’un l’altro, perché pensano che questo sia il modo migliore per ottenere qualcosa. Già questo denota quanto essi siano immaturi. E come sia una pagina deteriore, purtroppo in questi ultimi giorni scritta fittamente, da bocciare senza alcun appello. Che in Europa si viva un momento a caratteri così fuori dal tempo, mette in risalto l’impraticabilità di una volontà portata all’estremo.

 

Non ci sarà alcuna guerra. Possiamo solo dire che questo infiacchirà l’economia, avrà ripercussioni nelle relazioni degli interscambi commerciali e farà soffrire il tessuto produttivo. Ne avevamo già a sufficienza, questo oscuro angolo non era per nulla atteso e dovrebbe essere quanto meno spento nei prossimi giorni. Qualcuno ha persino ipotizzato che mercoledì sia il giorno nefasto; verrà mercoledì e non ci sarà nulla. Sposteranno la data più avanti e al mostrarsi di quella data non accadrà alcunché. Ma tutto ciò lascerà costantemente viva una cattiva tensione dentro l’intero mondo. Non va assolutamente bene.

 

Non intendo esaminare le cause che interessano gli uni e gli altri, sicuramente ne avranno e non stento a credere che siano anche fondate, ma non per dare inizio ad un conflitto armato.

«Toniolo, il profeta dell’economia umana che anticipò Davos» Mons. Sorrentino intervistato da «Famiglia Cristiana»

 

Il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, ha dedicato un volume, edito da Vita e Pensiero, alla lezione e profezia” delleconomista: «Anche se è vissuto tra metà Ottocento e i primi del Novecento ha denunciato la tendenza, di oggi, del capitale e della tecnologia a prevaricare sulluomo. Anticipando una delle domande di Klaus Schwab, liniziatore del World Economico Forum. E con il suo temperamento e scritti aiutò il beato Alberione a capire la sua vocazione»

Antonio Sanfrancesco 

 

«Giuseppe Toniolo, anche se è vissuto oltre un secolo fa, tra il 1845 e il 1918, dunque sullo sfondo della seconda rivoluzione industriale, non solo denunciò per il suo tempo, ma anche prefigurò per il nostro la tendenza del capitale e della tecnologia a prevaricare sull’uomo. Una deriva che avrebbe portato disastri già ben visibili nei suoi anni e certamente ancor più gravi con il progresso dell’economia industriale. Toniolo fu un rivendicatore appassionato della dignità dell’uomo che lavora, del diritto al lavoro, dell’organizzazione umanistica del lavoro. E quando diceva uomo, diceva la persona umana nella sua interezza. L’espressione “economia umana” è sua ed è un’espressione chiave per capire il suo pensiero. L’accento va sull’umano, in rapporto al ruolo giocato dal capitale nell’economia contemporanea».

 

È il ritratto che il vescovo di Assisi, mons. Domenico Sorrentino, traccia dell’economista e sociologo Giuseppe Toniolo, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e beatificato nel 2012, al quale ha dedicato il libro Economia umana. La lezione e la profezia di Giuseppe Toniolo: una rilettura sistematica, pubblicato da Vita e Pensiero. Sorrentino, già postulatore della causa di beatificazione di Toniolo e che fa parte del Comitato organizzatore dell’iniziativa “The economy of Francesco” voluta dal Papa, illustra e approfondisce con grande rigore la visione tonioliana del rapporto tra etica ed economia.

 

Eccellenza, qual è la lezione sull’economia umana che ci lascia questo studioso?

«L’espressione “economia umana” è del Toniolo ed è un’espressione chiave per capire il suo pensiero. L’accento va sull’umano, in rapporto al ruolo giocato dal capitale nell’economia contemporanea. Dico contemporanea, perché il Toniolo, pur essendo vissuto oltre un secolo fa, tra il 1845 e il 1918, dunque sullo sfondo della seconda rivoluzione industriale, non solo denunciò per il suo tempo, ma anche prefigurò per il nostro la tendenza del capitale e della tecnologia a prevaricare sull’uomo. Una deriva che avrebbe portato disastri già ben visibili nei suoi anni e certamente ancor più gravi con il progresso dell’economia industriale.

Il Toniolo fu un rivendicatore appassionato della dignità dell’uomo che lavora, del diritto al lavoro, dell’organizzazione umanistica del lavoro. E quando diceva uomo, diceva la persona umana nella sua interezza. “Umanesimo integrale”, avrebbe detto dopo di lui Jacques Maritain. Integrale nella visione piena di ciascuna persona, con tutte le sue dimensioni: fisica, spirituale, familiare, relazionale. Visione solidaristica, nell’intreccio delle relazioni che, partendo dalla persona, si espandono a tutti i raggruppamenti umani che costituiscono il tessuto della società. Donde una concezione della società in cui lo Stato, senza perdere il suo ruolo, perde tuttavia il suo primato. Rinuncia cioè a farla da “padrone” sulle persone e la società. Il primato – sottolineava il Toniolo – spetta alla “società civile”, ossia all’insieme delle persone organizzate in “corpi” in cui gli individui si ritrovano per le più diverse affinità e i convergenti interessi.

A quest’uomo in relazione, in tutti i corpi intermedi della società, lo Stato offre il suo servizio di sussidiarietà e solidarietà, a favore dei più deboli, a integrazione, e non in sostituzione, della base sociale. È qui il suo ruolo ineludibile, in vista dell’ordine e del bene comune. Ma guai a ribaltare la gerarchia dei valori. La tendenza statocentrica – e talvolta “statolatrica” nelle espressioni delle dittature di destra e sinistra che hanno funestato il ventesimo secolo – è una patologia foriera di sciagure. Una lezione valida ancor oggi, e direi, ancor più oggi. La si può applicare anche al potere sovra-nazionale ed eventualmente globale. Se mai ci sarà – secondo l’attuale trend della globalizzazione – una vera governance mondiale, essa dovrà essere a servizio, e non dominatrice, rispettosa del primato della persona e della società civile».

 

Perché l’economia delineata da Toniolo è stata definita profetica?

«Al tempo della “quarta rivoluzione industriale”, mentre il mercato globale e la tecnologia, giunti a livelli inauditi, in crescita continua, rischiano di fagocitare l’umano, occorre mettere in atto una strategia di consapevolezza e di iniziativa, perché questo disastro dell’umano, parallelo al disastro ambientale, venga scongiurato. La questione delle disuguaglianze è l’indice inconfutabile di un’economia malata. In questo, la lezione del Toniolo è un’autentica profezia. Oggi, persino il pensiero economico mainstream, quello dominante, sviluppato ad esempio a Davos, riscopre al suo interno delle “domande” che furono esattamente quelle del Toniolo.

Nel mio libro ho cercato di documentarlo. Ci si rende conto dell’attualità del Toniolo, paradossalmente, confrontandolo con il pensiero di Klaus Schwab, l’iniziatore del World Economic Forum di Davos. Nel paesaggio della “quarta rivoluzione industriale”, l’ingegnere economista svizzero ritrova, almeno come problematica, uno dei temi che furono cari al Toniolo: che fine fa l’uomo nell’ingranaggio tecnologico? Occorre fare in modo che il primato dell’umano venga salvaguardato. Bisogna che sia l’uomo a governare le sue macchine, se non si vuole che le macchine travolgano l’uomo. Vanamente – e forse cinicamente – si parlerà di un uomo “aumentato”, se saranno le macchine a decidere per lui. Toniolo intuiva cento anni fa il problema. Altrettanto denunciava a proposito del capitale: il lavoro deve essere sostenuto dal capitale, ma non può stare al guinzaglio del capitale. Quest’ultimo è indubbiamente necessario per un’economia progredita. Ma, sottolineava il beato economista, è di sua natura “seguace e alleato”, non tiranno del lavoro.

Per questo Toniolo elogiava i capitalisti “imprenditori”, e bersagliava i capitalisti semplicemente “finanziatori”, al riparo dai rischi d’impresa, e ben protetti nei loro bunker speculativi, a fare il bello e il cattivo tempo dell’economia. Il capitale deve accogliere e sopportare i rischi d’impresa, fungendo da capitale generativo, e non da capitale strozzino. Facendosi dunque espressione e sostegno dell’economia reale, e non crescere grazie a pratiche speculative che danno vita a un’economia di carta (o di numeri e clic informatici) staccata dalla realtà e sempre sul ciglio del precipizio (a danno naturalmente dei più poveri). Lo abbiamo visto con la crisi finanziaria di qualche anno fa. A Davos si sta anche ponendo – udite, udite – il problema della solidarietà. Era la passione del Toniolo, che su questo tema esaltava il grande contributo del cristianesimo alla storia dell’umanità.

È più che mai provato che il modello economico dominante tende ad arricchire all’inverosimile qualche paperon dei paperoni mentre una massa enorme di esseri umani arranca, e persino manca del necessario per sopravvivere. Un paesaggio di questo tipo è moralmente inaccettabile. Ma è anche, a lungo andare, un boomerang per la stessa economia. Quante conseguenze sociali devastanti ne possono derivare. Conseguenze che travolgeranno tutti, anche i ricchi. In definitiva, a partire da una semplice considerazione di opportunità, la questione dei poveri ridiventa centrale. Toniolo l’aveva posta cento e più anni fa, profetizzando che non l’avrebbe risolta il marxismo, allora in procinto di un successo che si è poi mostrato caduco. Non l’avrebbe risolta il puro libero mercato, per il fallimento della “mano invisibile” di smithiana memoria proprio sul versante della solidarietà.

Il pensiero del Toniolo, rispetto a queste sfide dell’oggi, può ben dirsi profetico».

 

 

 

Fonte: Famiglia Cristiana – 12 Febbraio 2022

 

Continua a leggere

https://www.famigliacristiana.it/articolo/il-vescovo-di-assisi-sorrentino-giuseppe-toniolo-il-profeta-delleconomia-umana-che-anticipo-davos.aspx

Acli, oggi presentazione del volume sulla storia dell’Associazione, a Roma giocata perlopiù sul filo del moderatismo.

 

A differenza dal percorso delle Acli nazionali, progressivamente indirizzato verso sinistra, fino alla rottura di Labor con la Dc, quello dell’Associazione romana è stato caratterizzato da una costante inclinazione “a destra”, tanto da contemplare l’ingresso, tra lo sconcerto dei più, del presidente provinciale Gigi De Palo nella Giunta Alemanno.

 

Redazione

 

È in programma per oggi pomeriggio, lunedì 14 febbraio, nel Palazzo del Vicariato la presentazione del libro “I fili della memoria”, di Lidia Borzì e Maria Grazia Fasoli (ed. Rubettino), che ripercorre la storia delle Acli di Roma, tra testimonianza e visione. L’appuntamento è alle 15.30 nella Sala intitolata al cardinale Ugo Poletti, al piano terra del palazzo lateranense. Con le autrici, intervengono il cardinale vicario Angelo De Donatis, che firma anche la presentazione del volume; Carlo Felice Casula, professore emerito di Storia Contemporanea all’Università Roma Tre; Lanfranco Norcini Pala, direttore di FareBene.info; e il presidente nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia. In programma anche la lettura di alcune testimonianze tratte dal libro, interpretate da Paolo Mellucci, responsabile dell’Area cultura delle Acli provinciali di Roma.

Il libro ricostruisce le origini dell’associazione, plasmando una memoria documentale che era andata distrutta a causa dell’incendio dell’archivio della storica sede di corso Vittorio Emanuele. Una «Storia di storie», la definiscono dalle Acli, fatta di «trame e intrecci che dal passato arrivano ai nostri giorni con un bagaglio prezioso di valori ed esperienze che identificano le Acli di Roma ancora oggi e guidano i passi dell’associazione verso il futuro».

 

Si legge nella sinossi la ragione di questa interessante ricerca. Le ACLI di Roma hanno voluto attingere alla ricchezza della memoria con questo volume che ne rintraccia i fili e le risonanze, fino al presente. La memoria è un patrimonio comune che chiede di essere rivisitato e riletto, conservato e reinterpretato, perché possa alimentare la visione del futuro. Una narrazione che affonda le sue radici nelle origini, interrogando le “carte” e alcuni protagonisti di un tempo che è passato e tuttavia vivente, non solo nel ricordo, ma soprattutto nella passione. Emerge da queste pagine un ritratto delle ACLI di Roma che ci restituisce la loro specificità, in una realtà territoriale che è unica, per il valore della presenza della Chiesa universale a cui le ACLI sono legate da una storica fedeltà, per la presenza delle Istituzioni e per essere la sede della Capitale. Le ACLI romane si collocano, oggi come nel passato, al fianco delle fragilità umane, materiali e sociali, valoriali e spirituali. Una sfida che in questo volume appare nella sua antica origine ideale e nella sua attuale crucialità. La concretezza delle opere e la lungimiranza della visione sono i due tratti identitari che le ACLI di Roma consegnano, come un prezioso testimone, alle future generazioni.

 

«Il desiderio che ci ha spinto a scrivere questo libro – dice Lidia Borzi, attuale presidente delle Acli provinciali della Capitale – è stato il guardare al passato per rintracciare nelle sue pieghe quei fili rossi che cuciono il presente e tracciano il disegno del futuro. Vogliamo dedicare questo testo agli uomini e alle donne che con la loro operosità invisibile hanno contribuito a fare grandi le Acli e il Paese per rendere omaggio a tutti gli aclisti che di questa vicenda hanno fatto e fanno parte, nella quotidianità spesso nascosta del loro impegno».

 

La presentazione sarà trasmessa in diretta sulla pagina Facebook e sul canale YouTube delle Acli di Roma.

 

 

Capitalismo beffardo. La sua morte è una “notizia fortemente esagerata”. Pensarne il dinamismo è già una politica.

 

Proponiamo ampi stralci della recensione, apparsa su “doppiozero.com” a firma di Franceco Guala, del libro di Wolfang Streeck che l’editrice Moltemi ha recentemente mandato in libreria.

Redazione

Se il capitalismo fosse una persona e potesse parlare, ogni dieci anni dovrebbe annunciare, come fece Mark Twain, che ‘la notizia della mia morte è fortemente esagerata’. Più o meno ogni decennio infatti una crisi economica scuote le fondamenta dell’ordine costituito, e qualcuno si chiede se sia la volta buona: il capitalismo sta esalando gli ultimi respiri? Wofgang Streeck si pone questa domanda nel libro Come finirà il capitalismo? Anatomia di un sistema in crisi, recentemente pubblicato da Meltemi. Streeck è professore emerito di sociologia economica, ex direttore di un centro di ricerca del Max Planck Institute. Il libro raccoglie diversi saggi scritti nell’ultimo decennio, dedicati all’analisi del capitalismo e del suo destino.

[…]

Streeck riconosce che non esiste al momento una teoria in grado di concettualizzare in modo preciso il capitalismo. La definizione più puntuale che troviamo nel libro identifica l’essenza del capitalismo nell’ ‘accumulazione privata del capitale’ e nel ‘libero scambio contrattuale guidato da calcoli individuali di utilità’. Purtroppo nessuno di questi elementi è davvero distintivo: individualismo, libero mercato (del lavoro in particolare) e accumulazione del capitale co-esistono in Europa almeno dalla fine del feudalesimo. Ma la sensazione è che definire il capitalismo non sia così importante per Streeck, e che fornire una teoria rigorosa non sia il suo obiettivo principale.

[…]

Streeck insiste sulla natura dinamica del capitalismo, e sulla costante necessità di reinventarsi per sopravvivere alle crisi. Le crisi, a loro volta, sono generate da quelle che un marxista avrebbe chiamato ‘contraddizioni’ del sistema. Si tratta di tensioni sia interne che esterne, nel senso che il capitalismo convive in modo conflittuale con altre istituzioni dalle quali però dipende la sua stessa esistenza. Fra queste Streeck enfatizza in particolare la democrazia e la morale del senso comune, fondata su egalitarismo e meritocrazia. Il capitalismo ha bisogno di queste istituzioni sia per ragioni ideologiche – il sistema deve essere percepito come ‘giusto’ e funzionale al benessere di tutti i cittadini – sia per proteggersi dagli istinti predatori delle élite che potrebbero in ogni momento distruggerne gli incentivi.

 

[…]

L’ipotesi di Polanyi e Streeck, come di molti sociologi contemporanei, è che qualsiasi sistema economico sia ‘incastonato’ (embedded) in un sistema sociale più complesso, e che per miopia rischiamo di perdere di vista questa relazione di dipendenza. La critica è rivolta agli specialisti – gli economisti in particolare – che come si è detto hanno rinunciato a fornire analisi di ampio respiro. I sociologi dovrebbero assumersi questo compito, come argomenta Streeck nel capitolo conclusivo (‘La missione pubblica della sociologia’). Il problema è che non è chiaro quali strumenti tecnici li possano aiutare. I saggi riuniti nel libro sono in effetti delle sofisticate rassegne di fenomeni politico-economici ampiamente documentati e discussi nella letteratura giornalistica degli ultimi due decenni: l’instabilità dei mercati finanziari, l’aumento del debito pubblico e privato, la rivoluzione tecnologica digitale e il suo impatto sull’occupazione, la globalizzazione e delocalizzazione della produzione, l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione, la crescita della disuguaglianza, la crisi ecologica, eccetera eccetera.

[…]

I modelli delle scienze sociali contemporanee non ci aiutano, e nessuno ha il coraggio di proporre teorie di lungo periodo come quelle dei cicli storici hegeliani o marxisti. Forse dovremmo semplicemente rallegrarci che gli scienziati sociali siano diventati più umili dei loro predecessori. Resta il fatto che nessuno sa dare una risposta alla domanda ‘Come finirà il capitalismo?’. Forse per uno dei molteplici fattori citati da Streeck, ben noti a chi segue i dibattiti politici contemporanei; oppure, forse, non finirà – per lo meno non nel corso delle nostre vite – e continuerà ad aggirarsi nel cimitero delle idee, facendosi quattro risate alle spalle di chi si è posto questa domanda.

 

La recensione è di Francesco Guala. Per leggere il testo integrale digitare il seguente link.

https://www.doppiozero.com/materiali/capitalismo-beffardo

È stata la mano di Dio. La recensione su “Aggiornamenti Sociali”.

 

Nel numero di questo mese della rivista dei gesuiti di Milano è presente questa scheda del film di Paolo Sorrentino, nominato questa settimana per il premio Oscar come miglior film internazionale. 

Cesare Sposetti

 

 

I luoghi dove nasciamo e cresciamo normalmente forgiano la nostra identità e il nostro rapporto con la realtà.

 

Con il suo ultimo film, il più apertamente autobiografico della sua produzione, Paolo Sorrentino torna alle sue radici, che prendono proprio la forma del rapporto viscerale con la sua città natale, Napoli. Se la Roma del pluripremiato La grande bellezza (2013) appariva onirica e forse un po’ stereotipata, la città partenopea emerge qui in tutta la sua vitalità e complessità, nei luoghi, nelle persone, nella lingua, nella cultura, e nei simboli. Fanno capolino fin dall’inizio San Gennaro, il Munaciello, e soprattutto Maradona, Mano de Dios, la cui entrata messianica, in una vibrante Napoli anni ‘80, fa da sfondo e al tempo stesso si intreccia con la narrazione autobiografica.

 

Il protagonista, l’adolescente Fabietto, alter ego del regista nella finzione come nella realtà, verrà davvero “salvato” dalla “Mano di Dio” (se quella calcistica o quella in senso proprio, è lasciato all’interpretazione dello spettatore). La tragedia della morte dei genitori, tratteggiata in tutta la sua “ordinaria” drammaticità, fa da spartiacque nella vita del protagonista, e il racconto apparentemente spensierato del suo variopinto universo familiare (pur già non esente dalle ben celate ombre che fanno parte della storia di ogni famiglia: «Non si sa mai cosa succede veramente nelle case degli altri», come afferma la baronessa vicina di casa) lascia spazio all’improvvisa esigenza di diventare grandi, e di (ri)pensare al futuro, che per Fabietto prenderà i contorni della sua passione per il cinema.

 

Vari sono dunque i temi che si intrecciano: dal tema del lutto e della perdita a quello del romanzo di formazione e della ricerca della propria “vocazione”, del proprio posto nella vita. In tutto questo, Napoli è molto più di uno sfondo: è parte della vita e della storia di Fabietto/Paolo. Il film intero, fin dalle sequenze iniziali, appare come un autentico nostos, un ritorno alla sua identità più profonda e vera, da cui il protagonista è invitato a “non disunirsi”, in un intenso dialogo con il regista Antonio Capuano.

 

I vari frammenti della storia e dell’anima del regista paiono ritrovare nello svolgimento del film una ricomposizione inaspettata e inedita. La città ne diviene in un certo senso lo specchio, e le sue varie “anime”, quella borghese e colta dello stesso Fabietto, quella popolana del contrabbandiere Armando, quella ruvida e artistica del regista Capuano, si incontrano e si scontrano, rappresentando i “mille colori” cantati da Pino Daniele nei titoli di coda, che stanno naturalmente e miracolosamente insieme in un unico quadro.

 

Continua a leggere

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/e-stata-la-mano-di-dio/

 

 

Per abbonarsi alla rivista

https://www.aggiornamentisociali.it/per-abbonarsi/

L’Africa russa, chiese e cannoni (AsiaNews)

 

Lemorragia di sacerdoti alessandrini” verso il patriarcato russo sembra inarrestabile: la vera guerra canonica” interna allOrtodossia si gioca oggi in Africa dove gli interessi di Mosca sono spirituali tanto quanto materiali, pastorali e politici, liturgici e militari al tempo stesso.

 

Stefano Caprio

 

Lesarcato russo dellAfrica

Continua a creare grande trambusto nell’Ortodossia l’“invasione russa” del patriarcato di Alessandria, titolare del cristianesimo bizantino in tutto il continente africano. La rottura ha avuto luogo dopo un evento tutto sommato minore, la concelebrazione in una sperduta isola mediterranea del patriarca alessandrino Theodoros II (Choreutakis), omonimo greco del “papa” dei copti, con il metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko) visto dai russi come il fumo negli occhi per l’autocefalia a lui concessa dal patriarca ecumenico Bartolomeo (Archontonis), il grande avversario di Mosca nella primazia universale ortodossa.

 

 

L’emorragia di sacerdoti “alessandrini” verso il patriarcato russo sembra inarrestabile: il 10 febbraio altri 15 si sono consegnati all’esarca per l’Africa nominato da Mosca, il 54enne metropolita Leonid (Gorbačev), un fedele collaboratore del patriarca Kirill (Gundjaev), che per oltre un decennio è stato rappresentante di Mosca presso il patriarcato di Theodoros, tanto da organizzare il suo incontro al Cairo con il presidente Dmitrij Medvedev nel 2009. Leonid ha servito a lungo nell’esercito e nell’aviazione russa, essendo già anche suddiacono e collaboratore patriarcale, e la sua doppia funzione militare ed ecclesiastica è stata una chiave importante del suo percorso professionale-ministeriale.

 

Il nuovo esarca ha contribuito all’inserimento organico delle cappellanie ortodosse nell’esercito russo, e ha svolto funzioni diplomatiche a tutte le latitudini: rappresentante patriarcale in Argentina, è stato recentemente nominato anche esarca dell’Armenia, operando nei territori caucasici più vicini a Mosca e accordandosi con il katholikos della Chiesa apostolica Karekin II. Ha seguito le vicende della Chiesa di Etiopia e il dialogo bilaterale tra l’Ortodossia russa e la Chiesa malankarese indiana, ottenendo infine anche il titolo di vicario patriarcale come vescovo di Klin, una località della provincia di Mosca. Tutti questi titoli e incarichi si sono freneticamente accumulati secondo la tipica procedura “a strappi” della gestione patriarcale di Kirill, che muove i suoi collaboratori più stretti come pedine da videogioco, quando deve trovare una soluzione alle questioni più scottanti.

 

Leonid ha accolto i nuovi sacerdoti russo-africani durante una “assemblea pastorale” nella cittadina di Meru nel Kenya orientale, dove la maggioranza del clero ortodosso della eparchia di Nyeri ha deciso di passare con Mosca, nonostante le suppliche e le minacce di scomunica del vescovo Neofit (Kongai), un keniano cresciuto dai greci. I preti sono giunti all’incontro in motocicletta dalle lontane parrocchie, vestendo soltanto il podrjasnik, il camice sotto la tonaca, un po’ per ragioni climatiche e un po’ per mancanza di fondi, che ora invece verranno generosamente garantiti da Mosca.

 

La versione del patriarcato russo, in effetti, è che “non si poteva non rispondere alla richiesta di tanti sacerdoti africani”, desiderosi di unirsi a Mosca per lo scandalo inaccettabile dello “scisma ucraino”. Come ha commentato ancora nei giorni scorsi il metropolita Ilarion (Alfeev), “ministro degli esteri” patriarcale, “i cristiani dell’Africa hanno bisogno della protezione della Russia, e non per nostra volontà, ma a causa della situazione che si è creata, abbiamo creato l’Esarcato per offrire un rifugio canonico ai sacerdoti africani, che non intendevano seguire Alessandria nella legittimazione dello scisma ucraino”. I russi già da tempo inviavano missionari per il servizio ai fedeli di lingua russa nei Paesi africani, e ora tutto viene riformulato in eparchie e strutture di “accoglienza canonica”.

 

Mosca ha del resto già più volte ribadito che “sarà costretta” ad aprire parrocchie russe perfino in Turchia, nel territorio di Bartolomeo, dove la presenza dei russi è piuttosto numerosa, ma finora non si è andati oltre qualche cappella nei territori consolari. La minaccia per ora non è stata rivolta alla Grecia, dove l’arcivescovo di Atene Ieronimos II (Liapis) ha riconosciuto a sua volta la metropolia di Kiev, anche se i russi ufficialmente hanno per questo deciso di rompere i rapporti con le comunità monastiche del Monte Athos, dove comunque risiedono molti monaci russi. Rimangono perlomeno neutrali gli altri due patriarchi della tradizionale “pentarchia” antica, in cui Mosca si è inserita in tempi moderni al posto della Roma “eretica”. Il patriarca di Gerusalemme Theofilos III (Giannopoulos) non può che cercare di barcamenarsi, dovendo ospitare nella Terra Santa le strutture canoniche di ogni tipo di cristianesimo, mentre quello di Antiochia Ioannis X (Yazigi) è da sempre al fianco di Mosca, sia per ragioni personali (è cresciuto ai tempi sovietici accanto al futuro patriarca Kirill), sia per oggettive ragioni territoriali, essendo la Siria molto contigua alla Russia e ora anche sotto la sua protezione politica e militare, dopo la guerra con l’Isis.

 

Per tutte queste e altre ragioni, la vera “guerra canonica” interna all’Ortodossia si gioca dunque in Africa. Le terre greche e mediorientali, pur sotto l’occhio vigile di Mosca, continueranno a essere abbastanza indipendenti senza alzare barricate canoniche, ma il continente nero è troppo vasto, troppo complesso e troppo importante da essere lasciato agli avversari. La Chiesa russa in questo caso non agisce soltanto per compassione verso i preti che rifiutano l’eresia, e magari sperano nella diaria, e neppure solo per puntiglio giuridico-ecclesiastico nella disputa sulle autocefalie e i territori canonici. Il fatto è che gli interessi russi in Africa sono spirituali tanto quanto materiali, pastorali e politici, liturgici e militari al tempo stesso.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/L’Africa-russa,-chiese-e-cannoni-55131.html

Il proporzionale? È sulla bocca di tutti, ma non è la panacea di tutti i mali. Senza politica non c’è rimedio alla crisi.

 

L’ampia riflessione dell’autore giunge a una conclusione molto semplice, e cioè che converrebbe adottare in politica la formula della Chiesa, quella del Sinodo, per confrontarsi e possibilmente capirsi, per ridare vigore e serietà all’impegno pubblico del laicato cristiano, per attivare una speranza collettiva.

 

Nino Labate

 

Siamo arrivati alla saturazione. Ormai sulla legge elettorale proporzionale ne parlano e scrivono in molti: politologi, editorialisti, commentatori, opinionisti, non escludendo gli stessi  politici in servizio permanente effettivo. Dai consensi trasversali che ottiene, sembrerebbe cosa fatta. Mancano solo previsioni serie sul tempo che occorre per approvarla, soprattutto se deve tener conto della riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Per l’elettore che vive chiuso in casa e che non va più a votare, il disinteresse in tempo di Covid è tuttavia al  punto massimo. Diciamola meglio: a lui di questa riforma non gliene importa niente. Ha altri problemi per la testa.

 

Rappresentatività o Governabilità? 

Diversi studiosi stanno da tempo avvertendo che il sistema proporzionale rinforza la rappresentatività e promuove la libertà di scelta del cittadino; ma che, nello stesso tempo, ostacola la governabilità rendendola debole e incerta. E viceversa: il sistema maggioritario promuove una solida governabilità e ostacola una rappresentatività plurale. Se lo dicono loro c’è da credere. Noi siamo liberi di pensarla come vogliamo, sapendo però che dividersi tra buoni e cattivi, tra il preferire la rappresentatività o preferire un governo solido e stabile, non porta da nessuna parte. In una sana democrazia le due cose sono entrambe necessarie. Bisogna solo ricordare che dietro le quinte del proporzionale, dimenticando in fretta “l’uno vale uno”, si nascondono in silenzio due effetti pronti ad emergere.

 

Uno più serio dell’altro. Da una parte un presidenzialismo (o semipresidenzialismo) da molti auspicabile, in grado di bilanciare un Parlamento  indebolito per le tante differenti e conflittuali presenze. Dall’altra la formazione di un Centro politico-partitico che sia in grado di equilibrare l’attuale  devastante bipolarismo italico, polarizzato su una destra e una sinistra radicali e ai giorni nostri pericolose. Così spesso  si legge!

 

Il presidenzialismo o il semipresidenzialismo come antidoto al pluralismo del proporzionale

Anche se non è per niente certo e non è verificato in altre democrazie, possiamo anche supporre che il presidenzialismo o semipresidenzialismo, con l’accentramento di (nuovi?) poteri nelle mani di un presidente eletto direttamente dal popolo consista nel bilanciare un governo debole e instabile, a cui conduce appunto un sistema elettorale proporzionale frammentato, svuotando in questo modo quella centralità del Parlamento tanto cara all’europeista Mattarella. Ciò è stato da lui fortemente evocato nel suo secondo discorso d’insediamento, assieme alla “dignità” come “pietra angolare” dell’agire politico, della giustizia e dell’eguaglianza.

 

Diciamo la verità, la scelta presidenziale non puo essere una vera  contropartita al proporzionale. È solo una scelta soft  di quel  decisionismo autoritario  tanto caro alla destra, con la sua perenne ricerca di uno “Stato forte” e di un “Capo forte”. Ci sono dei dubbi, dunque. E anche se il presidenzialismo è operante in diversi paesi di collaudata democrazia, per il ruolo secondario che assegna al Parlamento non è per niente un ottimo esempio di democrazia rispettosa del pluralismo e foriera di partecipazione.

 

Da una visuale meno razionale e più lontana dalle leggi della scienza politica e dalla politica comparata, ma più vicina al buon senso e alle informazioni del cittadino comune, in questa alternativa c’è tuttavia un punto che rimane sempre nell’ombra, nascosto com’è tra il tira e molla delle giustificazioni e dei desideri. Ed è quello che se da un lato un sistema proporzionale pieno, con tutto il suo  sbarramento più o meno alto, favorisce una totale libertà di associarsi e facilita sulla linea di partenza la formazione di più soggetti politici, il rovescio della medaglia consiste proprio nel facilitare questo malinteso pluralismo politico-partitico, frantumando l’offerta in partiti, partitini, liste, movimenti, ecc. con annessi leader, creando alla fine solo confusioni e disorientamenti nell’elettorato.

 

Una buona democrazia partecipata ha bisogno di partiti seri e robusti. Anche se pochi. Parliamo di partiti a difesa dei diritti umani e sociali, e non di quelli a difesa dei diritti civili, individuali e corporativi. Sta di fatto che il proporzionale rischia di indebolire ulteriormente la democrazia, sino a polverizzarla in decine di rivoli insignificanti a misura di leader. Così vale, nello stesso tempo, la ricerca di quel bene comune continuamente evocato, che ci dovrebbe trovare “…tutti sulla stessa barcasulla quale per i “…cambiamenti d’epoca” che viviamo dovremmo remare il piu possibile “…tutti insieme”, per dirla con l’utopia  di Bergoglio.

 

Prendiamone atto senza girarci attorno. Il partito politico robusto,  con la sua specifica  identità culturale, con le sue idee e i suoi valori, con i suoi giornali quotidiani, con le sue sezioni territoriali,  incontri e convegni,  con le sue scuole di formazione, non c’è più. Appartiene al Novecento. Oggi si vota senza appartenenza. A seconda degli umori. E il partito si è personalizzato, essendo nelle mani di un leader. Solitario persuasore non più occulto, il leader è palese e ben visibile grazie ai social, alla Tv, ai giornali, alle sue conferenze stampa, alle sue passeggiate nei mercati, nelle piazze e sulle spiagge. Un leader in rapporto diretto con l’elettorato e senza partito alle spalle, come d’altronde  aveva previsto Bernard Manin con la sua “Democrazia del pubblico”.

 

E oltre a essersi personalizato, si è moltiplicato a dismisura contro ogni più ragionevole previsione. Pur di fronte al Rosatellum, tra gruppi misti e parlamentari sono oggi presenti nel nostro Parlamento ben 38 diverse identità di soggetti politici, con altrettanti leader autonomi, tra loro nemici e slegati l’uno dall’altro: 7 partiti maggiori e 31 tra partiti minori e gruppi parlamentari, componenti politiche  del gruppo misto od altro.

 

C’è dunque una distorta e spesso interessata interpretazione sui rischi del pluralismo e della  democrazia politica pluralista, sottintesi da una legge proporzionale. È stato il parco Benigno Zaccagnini che nel lontano 1976 con un articolo su “La Stampa” aveva avvertito che il “pluralismo…non ignora i pericoli della disgregazione e delle tentazioni centrifughe…”, dando per scontate le “...condizioni permanenti di conflittualità” che crea il pluralismo  dei partiti. Per un politico di razza innamorato  e sino in fondo convinto difensore del pluralismo sociale e culturale, e della democrazia pluralista, ci sarebbe poco da aggiungere.

 

Riemerge il centro politico

Non è finita. Perché ad arricchire lo scenario del proporzionale, riemerge  con forza una  vecchia categoria politica che pensavamo consegnata ai libri di storia. Buona e utile per il secondo dopoguerra italiano. Quando si fronteggiavano una sinistra comunista con lo sguardo rivolto a Mosca, e una destra postfascista con lo sguardo rivolto al passato e  tesa a conservare la tradizione.

Mi riferisco al cosiddetto centro politico e partitico che in molti aggrappandosi, chissà perché, a  Mattarella e Draghi, ritengono possa oggi rinascere e fare la sua parte rimanendo nel mezzo delle spinte eversive della cosiddetta destra e della cosiddetta sinistra italiane. Se è ancora  giustificato individuare una destra e una sinistra radicalmente opposti, senza tener conto che oggi  significano cose completamente  diverse dal passato, allora è anche giustificato individuare e sperare in un centro politico in grado di mediare posizioni cosi estreme e alternative.

 

Il dubbio aumenta quando le trasformazioni epocali già alle nostre spalle e in corso d’opera, gestite da un capitalismo finanziario libero da qualunque vincolo statale,  richiederebbero una piu convinta e solidale unità di risposte, con un avvicinamento di posizioni discordanti. Diciamo allora che questo centro è stato nel passato interpretato bene da una Dc con lo sguardo rivolto al futuro, che aveva a disposizione un ceto medio e una borghesia consegnatagli dal primo Novecento. E poteva contare su un moderatismo sociale e culturale diffuso, frutto di retaggi familiari educativi e religiosi fortemente presenti in quegli anni di speranzosa  ricostruzione. Un ceto moderato corretto e equilibrato sin nelle classi popolari, a prescindere dalle fasce di reddito, ma oggi con i nuovi poveri, le movide, il bullismo, i figli con le valigie pronte, la disoccupazione, i licenziamenti da delocalizzazioni, completamente scomparso.

 

E si ripropone un centro cattolico…moderato

Una ultima considerazione legata al proporzionale mi sia consentita. Anche perché è sollecitata da ripetute proposte, per la verità smorzate e affievolite negli ultimi mesi a causa forse della forte concorrenza di auspicabili e inediti centri laici. Alludo al partito di centro cattolico. Che è spesso accompagnato dall’aggettivo moderato anche quando viene identificato con la storica eredità cattolico democratica e popolare, che a ben vedere  di moderatismo politico, in termini di idee e proposte, aveva ben poco. L’unico moderatismo presente in questa storica cultura politica della sinistra democristiana, era quello del comportamento tranquillo, sobrio e pacato dei suoi rappresentanti. Mattarella docet! Le tentazioni della legge proporzionale coinvolgono dunque anche questa nobile tradizione politica.

 

La quale sentendo ormai da tempo il canto del cigno, si affida e punta tutte le sue carte di ricomposizione, proprio sulla legge proporzionale. E con tanta imprudente fretta su quel 40/50% di non votanti, e su una non defiita classe media, salita nel frattempo sul “discensore”. Ecco, ho sempre seguito con interesse questa iniziativa, ma anche  con tanti dubbi. Mi ha costantemente accompagnato e sorpreso, infatti, la totale assenza di analisi sul contesto sociologico e culturale – direi storico – destinato ad accogliere e sviluppare una tale  proposta.

 

E stato don Luigi Sturzo a consigliare alla politica e ai politici,  prima di avviare  qualunque iniziativa,  di indirizzare lo sguardo verso la base sociale e verso la società reale. L’impressione è sempre stata quella, invece, che le idee e le proposte circolassero solo all’interno di una elite di persone spesso impegnate in un associazionismo territoriale di qualità, ma frammentato e isolato. Senza neanche la voglia di mettersi insieme e incontrarsi almeno un paio di volte l’anno in un Forum, un Convegno, un Dibattito, una Conferenza, una Fondazione. Oggi con le chiese chiuse, i sacerdoti introvabili e la crisi dei Seminari, e poi con i matrimoni religiosi in forte calo, la denatalità in salita e la famiglia tradizionale dileguata, parlare di  secolarizzazione è come parlare di un fenomeno scontato.

Non solo, ma la forte crisi dello storico associazionismo cattolico che preparava i giovani cristiani all’impegno sociale e politico  – Fuci, Ac, Scout, – mi porta a pensare che la sottovalutazione del prepolitico e della formazione,  non porti molto lontano. Accontentando solo coloro che pensano che un progetto come questo si possa realizzare solo con anziani, e lontani da una base sociale e culturale. Insomma, lontani da una domanda elettorale. Partito o non partito cattolico, centro o non centro cattolico, bisognerebbe seguire l’esempio della Chiesa immaginando una sorta di ‘Sinodo’ laico-politico: incontrarsi, camminare insieme, dialogare insieme, per leggere insieme i segni dei nuovi tempi.

Pensare globalmente e agire localmente. Anche questo, emblematicamente, può servire alla ricomposizione dell’area dc.

 

Solo dal dialogo e dal confronto politico dal basso, dalle realtà di base, con giovani e anziani impegnati a pensare globalmente e agire localmente, potrà emergere una nuova classe dirigente”.

L’autore sostiene da sempre l’idea di ricomporre l’area popolare e democratico cristiana dopo la lunga stagione della diaspora. Il principale problema, tuttavia, viene dalle componenti cosiddette moderate, anzitutto per il loro rifiuto a porre con chiarezza un argine a destra, come insegna e contempla la tradizione della Dc fin dai tempi della fallita operazione Sturzo (di cui ricorrono, per altro, i settant’anni).

Su questo punto la discussione rimane aperta, senza che abbia registrato finora grandi evoluzioni.

 

Ettore Bonalberti

 

Considero molto positiva l’iniziativa assunta da Renato Grassi, segretario nazionale della Dc, di invitare gli amici dei diversi partiti, movimenti, associazioni e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale per la ricomposizione politica. Mi auguro che l’Istituto Sturzo, depositario della memoria storica dei Popolari e della Dc, accetti di offrirci l’ospitalità, così come spero che, finalmente questa volta, tutti accolgano l’invito senza diserzione di alcuno.

 

Credo anche che un incontro dei vertici romani,  il quale nei lunghi anni della diaspora (1993-2022) non si è mai potuto realizzare, possa servire certamente come indicazione di una strada che, tuttavia, richiede un diretto e forte coinvolgimento delle realtà territoriali. Un progetto di tipo top down, che si limitasse a un incontro dei vertici con i tutti i limiti e i condizionamenti che sin qui hanno impedito di andare avanti, non sortirebbe esiti positivi se nelle diverse realtà territoriali non si promuovesse un processo di dialogo e ricomposizione tra le diverse espressioni culturali, sociali e politico organizzative della nostra vasta, complessa e articolata area di riferimento.

 

Era ed è tuttora questo anche il progetto della Federazione Popolare dei Dc, guidata da Peppino Gargani, espressione di un patto sottoscritto da una cinquantina di associazioni, movimenti e gruppi, compresi alcuni dei  partiti di area Dc, che, tuttavia, fatica a decollare; vuoi per la tiepidezza di alcuni, vuoi per il voltafaccia che in occasione delle ultime elezioni regionali calabresi ha fatto l’Udc di Cesa e De Poli, ma, soprattutto, per il mancato coinvolgimento delle realtà di base di cui quei sottoscrittori del patto federativo sono o dovrebbero essere espressione. Nei prossimi giorni sarà convocata una riunione on line dei soci della Federazione e da parte mia solleciterò Gargani e amici a sostenere l’iniziativa della Dc per ritrovarci tuti insieme a discutere dei modi e dei tempi utili e necssari per la nostra ricomposizione politica, delle cui motivazioni si è scritto e si scrive da parte di molti e su diverse testate.

 

Questa volta, però, è indispensabile favorire iniziative di ricomposizione che sollecitate dall’alto, devono vedere impegnate tutte le realtà territoriali in sede locale. Privi di risorse finanziarie e di sedi fisiche di incontro, a Venezia ho pensato di avviare lo strumento di un gruppo facebook (https://www.facebook.com/groups/272778101596179/?ref=share), quale sede virtuale; uno strumento per favorire la conoscenza e la partecipazione al dibattito culturale e politico dei cittadini e cittadine elettrici ed elettori, simpatizzanti e non della nostra area. In poche ore ho raccolto diverse adesioni mentre con il Comitato 10 Dicembre (https://www.facebook.com/search/top?q=comitato%2010%20dicembre) insieme a un gruppo di storici intendiamo approfondire la storia della Dc, soprattutto attraverso la presentazione degli uomini del partito che hanno contribuito allo sviluppo dell’Italia, difendendo la libertà e i valori costituzionali e con essi, quella degli umili servitori della Repubblica, donne e uomini impegnati per oltre cinquant’anni negli enti locali della penisola. Di essi vorremmo fosse conosciuta la storia, dopo che una falsa vulgata anti Dc li ha accomunati senza alcuna distinzione critica, nella damnatio memoriae seguita a “mani pulite”, di cui si dovrà presto ricostruire la verità dei fatti.

 

C’è nel Paese un desiderio di un centro nuovo della politica italiana e non saranno i tragicomici movimenti parlamentari dei diversi “nominati”, in larga parte transumanti partitici a rispondere alle esigenze di rinnovamento e di riconquista della credibilità della politica, se compiuti da molti di coloro che di questa sfiducia sono stati e/o sono apparsi (“ in politica vale ciò che appare”) come corresponsabili o diretti interpreti. Solo dal dialogo e dal confronto politico dal basso, dalle realtà di base, con giovani e anziani impegnati a pensare globalmente e agire localmente, potrà emergere una nuova classe dirigente che sarà in grado di assumere con passione civile il testimone della nostra migliore tradizione politica.

Ucraina, cresce il rischio di guerra. Importante adesso è sostenere ogni iniziativa utile alla ricerca di una soluzione diplomatica.

La situazione è allarmante, il conflitto armato potrebbe esplodere da un momento all’altro. In Italia già vivono molti ucraini, dobbiamo tenerci pronti per gli aiuti umanitari. Intanto la comunità internazionale registra con favore lo sforzo di mediazione avviato da Macron e sostenuto da Johnson, Scholz e Draghi

Tutti i leader del mondo occidentale libero e civile hanno preso posizione a tutela dell’inviolabilità dei confini ucraini.

L’Ucraina più volte ha chiesto (e in futuro, si spera, otterrà) di entrare nella NATO. È un suo diritto, così come lo è stato per tutti quei Paesi dell’ex Patto di Varsavia che, non appena ottenuta l’indipendenza dall’URSS, hanno chiesto ed ottenuto di far parte della Coalizione Atlantica.

La storiella che la NATO, organismo di difesa, possa essere una minaccia per i confini russi non regge neanche lontanamente: solo il 6% del territorio russo confina con Paesi che aderiscono alla NATO.

La verità, detta dallo stesso Putin in conferenza con Orbán, è che il giorno che l’Ucraina aderirà alla NATO pretenderà (giustamente) di riappropriarsi della Crimea, sottrattale ingiustamente sette anni fa. Ancora oggi nessun Paese della Comunità Internazionale ha riconosciuto l’annessione della Crimea come legalmente valida.

Putin sa benissimo che l’Ucraina si riprenderebbe ciò che è suo.

La settimana scorsa hanno avvisato i nostri familiari in Ucraina di tenere pronta una valigia con beni di prima necessità, viveri e documenti e gli hanno dato istruzioni su come fuggire velocemente in uno dei 135 bunker che hanno allestito, usando anche quelli della 2ª guerra mondiale e del ‘91.

La situazione in Ucraina è estremamente allarmante.

Il mondo deve sapere e anche noi italiani abbiamo il dovere morale di essere informati e prendere posizione. In questo momento le diatribe politiche, il caro bollette e la ripresa dell’inflazione hanno il sopravvento ma non possiamo eludere questa vicenda internazionale.

Molti ucraini già vivono in Italia e potremmo essere chiamati a concorrere agli aiuti comunitari. La strada aperta da Macron va condivisa e sostenuta, dando ampio respiro ad iniziative mirate ad una mediazione sulla scia di quanto già concertato tra Draghi, Johnson, Schulz e lo stesso Macron.

Carmen Frei (Dc cilena): “C’è fastidio per i nostri ex membri della Concertación, noi non entreremo nel  governo”.

 

La presidente della Dc, Carmen Frei, sottolinea che “in politica, le forme contano”. Da questo punto di vista si rammarica della decisione dei socialisti democratici di lasciare solo il suo partito per entrare nel governo Boric.  “Ci saremmo aspettati – afferma – un trattamento diverso dai partner politici con i quali abbiamo camminato insieme per tanti anni, ma nel nuovo ciclo politico che sta iniziando assumeremo una posizione in base ai nostri convincimenti.

 

L’intervista, da noi qui tradotta, è stata pubblicata il 4 febbraio scorso su “latercera.com”.

 

 

Redazione

 

Come ogni estate, l’ex senatrice e presidente della Dc, Carmen Frei, passa abitualmente il suo periodo di riposo ad Algarrobo, nella stessa casa estiva che suo padre aveva acquistato negli anni ’50.

 

È stato uno dei posti preferiti dal defunto ex presidente Eduardo Frei Montalva fino ai suoi ultimi giorni. In suo onore il Comune di Algarrobo intendeva pure dedicargli la stradina dove si trova l’immobile. Tuttavia, la stessa Carmen Frei ha suggerito una diversa alternativa al consiglio comunale.

 

“In effetti mancava il nome della via ed ero informata dal comune circa la volontà d’intitolarla a mio padre. Gliel’ho fatto presente, mio ​​padre gode di molte attestazioni, perché non pensare allora al nome di mia madre? Ho detto questo perché era lei che gestiva la casa. Ora, dunque, la via si chiama María Ruiz-Tagle de Frei”.

 

Poche settimane prima di dover lasciare la presidenza del partito – che a marzo eleggerà la sua nuova dirigenza, al secondo turno, tra le liste della deputata Joanna Pérez e del sindaco Felipe Delpin- [Carmen Frei] esprime il disagio della Dc per l’atteggiamento degli ex alleati della Concertación, i quali hanno scelto di collaborare con il governo del presidente eletto Gabriel Boric, lasciando la Falange [altra denominazione della Dc cilena, ndr] in una posizione solitaria.

 

A seguito dell’annuncio del gabinetto Boric, lei ha rilasciato una dichiarazione pubblica in cui ribadisce la volontà di collaborare con il governo.  Fino a che punto è disposta a sviluppare questa collaborazione?

 

Abbiamo sempre agito con coerenza. Indubbiamente, siamo entrati in un nuovo ciclo politico. Abbiamo sostenuto il presidente eletto senza chiedere nulla in cambio e abbiamo anche dichiarato che non aspiravamo a entrare nel gabinetto. Al ballottaggio la nostra organizzazione ha lavorato duramente per il presidente eletto. Sia in pubblico che negli incontri avuti con i membri del nuovo governo abbiamo espresso l’augurio che il nuovo governo possa avere successo per il bene di tutti. Tuttavia, benché non facciamo parte del governo, sarebbe sbagliato credere che non avremo un ruolo da attori politici rilevanti.

 

Il Consiglio Nazionale della Dc ha dichiarato che il partito “non intende entrare nel futuro governo e neppure sottomettere a condizioni il suo sostegno”. Ciò nondimeno, dopo l’annuncio di ministri e sottosegretari, è rimasta la sensazione che alcuni militanti o leader volessero invece entrarci, nel governo…

 

Noi democristiani abbiamo sempre creduto nel dialogo, con l’obiettivo di raggiungere accordi per il bene del Paese, ma questo richiede umiltà, come pure l’impegno ad agire senza massimalismi. Il fallimento del governo Piñera mostra che i cileni sono stanchi di coloro che pensano di poter risolvere i problemi da soli, senza ascoltare. Siamo determinati ad agire per il bene di tutti, ovunque siamo presenti: in Parlamento e nel territorio, ovvero negli enti locali e regionali.

 

Ma il fatto che il presidente Boric abbia convocato tutti gli ex alleati della Dc in seno alla Concertación è presumibilmente qualcosa di scomodo per lei.  È come il bambino che vede invitare a un compleanno tutti i suoi amici, ma non lui…

 

Sì (sorride)…Per molti anni abbiamo sempre avuto rapporti politici con il Ps, il PPD, il Partito Radicale…Certamente ogni partito – così la penso io – ha il diritto di definire la propria politica delle alleanze. Tuttavia, devo anche ammettere che le forme non ci sono piaciute e questa azione unilaterale dei nostri partner – i nostri ex partner – non credo sia stata la più appropriata. Personalmente ho sempre posto la massima cura nelle relazioni con tutti loro. E quando il Frente Amplio ha chiuso loro la porta impedendo la partecipazione alle primarie, siamo andati avanti con la medesima disponibilità. In politica, come nella vita, le forme contano. L’essere cortesi non rende meno valenti. Ci saremmo aspettati un altro trattamento dai partner politici con i quali, per tanti anni, abbiamo camminato insieme. Ora, nel nuovo ciclo politico che sta per iniziare, la nostra condotta rifletterà le nostre convinzioni.

 

Anche il capo dei senatori della Dc, Francisco Huenchumilla, ha detto qualcosa di simile, e cioè che si sarebbe aspettato una procedura più in linea con l’affectio societatis che un tempo vi univa nella Coalizione.  Ma il disagio è con gli ex compagni o ci si aspettava qualcosa in più dal governo del presidente Boric?

 

C’è un certo fastidio, senza dubbio, per i nostri ex partner, ma fin dall’inizio con il governo del presidente eletto siamo stati molto chiari. Vogliamo i cambiamenti, li accompagneremo lealmente, ma non entreremo nel governo.

 

Ma se Boric avesse invocato il vostro ingresso al governo, avreste accettato?

 

Non è successo, quindi si tratta solo di una esercitazione teorica. Quel che è accaduto, è accaduto: noi non ci muoveremo da dove stiamo. Sì, saremo sul pezzo ogni volta che il governo presenterà le sue soluzioni. Abbiamo una storia di più di 80 anni e da sempre, settori di sinistra o di destra, hanno desiderato vederci scomparire.

 

Ma vi aspettate ancora un trattamento diverso, tanto dal governo quanto dai vostri ex partner, in modo da intraprendere una possibile collaborazione?

 

Sì, con i nostri esperti e in maniera trasparente: non abbiamo problemi. Saremo pronti ad affrontare le riforme che ci verranno proposte. Su questo i nostri parlamentari sono disponibili. La Dc continuerà a dare molto al Cile. A tutti quei profeti di sventura che ci attaccano sempre, credendo che siamo scomparsi, ricordo che oggi abbiamo cinque senatori, otto deputati, quattro governatori regionali, più di 40 consiglieri regionali, più di 50 sindaci e più di 300 consiglieri. Siamo una forza rilevante e in questo nuovo ciclo politico opereremo in maniera coerente.

 

Alcuni postulano che la Dc dovrebbe assumere un ruolo cardine, il che a volte implica andare contro i postulati del governo. Questa tesi la convince?

 

Non siamo cardini. Siamo un partito che ha la sua rappresentanza e che ha le idee chiare. Per governare servono però umiltà e chiarezza. Il governo ha l’esigenza di trovare delle maggioranze, soprattutto su questioni che aiutino ad innescare riforme ben fatte. Siamo disponibili per questo, ma sono i vari gruppi di Appruebo Dignidad (il raggruppamento dei partiti della maggioranza, ndr) che guideranno il governo. A loro spetta di capire cosa comportano i loro accordi e, gli piaccia o no, devono anche arrivare ad accordi con noi.

 

Lei ha accennato allo spazio che vuole occupare all’interno del Congresso, ma con cinque senatori e otto deputati…Ricordiamoci che lei faceva parte di un gruppo che annoverava molti più parlamentari democristiani. Oggi, a suo giudizio, la Dc è un partito piccolo o è ancora un grande partito?

 

Senza dubbio, non è il partito che conoscevamo nel 1964 o negli anni ‘90. Ne siamo consapevoli. Il partito ha di fronte la necessità di affrontare con molta serietà la questione. Stiamo perdendo la fiducia della gente, per cui dobbiamo essere di nuovo trasparenti e prestare ancora ascolto. Saremo pochi, ma siamo necessari, perché non c’è una maggioranza precostituita in Parlamento. Noi saremo in grado, senz’altro, di influire enormemente laddove si tratterà di dare sostegno alle proposte del governo Boric.

 

 

Per leggere il testo originale

https://www.latercera.com/la-tercera-pm/noticia/carmen-frei-hay-una-molestia-con-nuestros-exsocios-de-la-concertacion-pero-nosotros-fuimos-muy-claros-en-que-no-vamos-a-entrar-al-gobierno/OX55A62ROBCNLBFSIPDVDUDBBA/

Il bisogno di buona politica 

 

Riproponiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo che ieri è uscito su “L’Adige” di Trento. All’interesse per le argomentazioni proposte si unisce la curiosità e l’apprezzamento, dal punto di vista della redazione de “Il Domani d’Italia”, per la nuova formazione (Campobase) che in Trentino mira ad aggregare l’elettorato un tempo rappresentato dalla Margherita.

 

Lorenzo Dellai

 

Abbiamo bisogno di “buona politica”. Dopo la stagione dell’uno vale uno, forse lo stiamo intuendo. Lo ha fatto magistralmente capire il Presidente della Repubblica davanti alle Camere. Il merito principale del discorso di Mattarella – grazie a Dio confermato nelle sue funzioni – è quello di aver tolto la prospettiva delle “riforme” (potremmo dire, dell’Agenda Draghi) dall’ambito angusto della tecnica e dell’emergenza e di averla collocata sul terreno della “Politica”.

 

L’ha innestata sul ceppo dei valori comunitari e della democrazia. L’ha proiettata sullo scenario di una ineludibile nuova stagione di partecipazione e di responsabilità diffusa.

Non a caso, il Presidente ha molto insistito sul ruolo dei Partiti, intesi come strumento necessario per superare la “solitudine” delle persone e delle componenti sociali difronte alle difficoltà ed alle sfide imposte dal passaggio epocale che stiamo vivendo. Un passaggio che l’Italia non ha certo ancora superato, come le nubi economiche e sociali che si profilano all’orizzonte stanno a dimostrare.

 

C’è tutta la ricchezza della cultura cattolico-democratica in questo discorso. C’è una visione della democrazia che è riassunta da una parola (la più citata nel discorso): “dignità”. Parola che esprime molto di più di quella oggi maggiormente gettonata: “diritti”. Dignità è cifra insieme personale e comunitaria, non affare “individualista”. Incorpora diritti e doveri, come sempre è stato nei processi di riscatto del popolo contro ogni forma di sopraffazione. Indica una filosofia esattamente opposta a quella del populismo e del suo inscindibile corollario: il nazionalismo. È, invece, sintesi di primati plurimi ed intrecciati, non contrapposti: la persona, la comunità, i corpi intermedi, le Autonomie Locali, lo Stato, l’Europa.

 

Il Presidente ha indicato una prospettiva “erga omnes”, naturalmente. Ha parlato al Paese e a tutte le sue componenti umane, sociali, geografiche e politiche. Ma sarebbe esiziale se questo messaggio non fosse colto in particolare dal mondo popolare, democratico e riformista. Un mondo che negli ultimi anni ha incontrato serie difficoltà nel parlare con il popolo e nel capirne ansie, sofferenze, speranze, trasformazioni. Temi come sicurezza e identità sono stati semplicemente lasciati nelle mani di una destra sempre più radicale.

 

La bandiera dei diritti sociali è stata ammainata a favore di quella dei diritti civili individualistici. E, tutt’al più, sventolata per battaglie tardo ideologiche (non si è capita la trasformazione del lavoro e del suo rapporto con la tecnologia). Si è pensato che il superamento delle disuguaglianze fosse tema esclusivo di politiche di assistenza e non invece di governo dei processi di radicale cambiamento della società, oltre che di investimento sul capitale umano e sociale. La spinta della globalizzazione non è stata intesa come occasione per un “nuovo pensiero umanistico”, tema che ormai solo Papa Francesco ha il coraggio di mettere al centro. E neppure si sono colti gli scricchiolii che le trasformazioni sociali, tecnologiche e antropologiche provocavano nell’edificio della Democrazia rappresentativa.

 

Le periferie urbane, le aree interne, la montagna sono state di fatto cancellate dal radar degli interessi, della presenza, della condivisione. E con esse una intera parte di popolo. La crisi irreversibile del populismo (di ogni populismo: di destra, di sinistra e di centro) richiede oggi una rigenerazione della Buona Politica. E l’area plurale del “centro-sinistra” (il trattino non è casuale: ma non è questo il punto essenziale. Essenziale è immaginare un nuovo profilo della proposta, che sia all’altezza delle sfide poste dal mondo nuovo nel quale siamo arrivati) deve dare il proprio contributo innovativo, non nostalgico, non supponente. Senza guardarsi troppo l’ombelico; senza perdere i propri valori di fondo; senza però immaginare banali ritorni al passato.

 

Si discute, tra l’altro, di legge elettorale. Inevitabile dopo la dissennata decisione di “potare” semplicemente il numero dei Parlamentari, in omaggio al mantra della demagogia, senza alcuna altra benché minima riforma dei meccanismi istituzionali. Non so come finirà questa discussione. In linea generale, forse, un sistema più proporzionale che maggioritario, con una soglia di sbarramento significativa, potrebbe funzionare meglio del vigente Rosatellum. Ma nessun meccanismo elettorale risolve i problemi profondi e strutturali della Politica.

 

Dunque, non illudiamoci: ciò che serve è un percorso umile e non effimero di rigenerazione delle culture e di innovazione degli strumenti di rappresentanza politica. Che non potrà essere partorito attraverso alchimie di Palazzo o “transumanze” varie. Lo dico pensando anche al cosiddetto “centro”. Scomposizioni e ri-accorpamenti di spezzoni di nomenclatura non producono alcun fatto di vera novità strutturale per la politica italiana. Sopratutto se – dietro – si scorge l’antico vizio di chi pensa al “centro” come al luogo delle “mani libere”. Più che di “mani libere”, il Paese ha bisogno di “mani intrecciate”, solidali, operose, disposte a lavorare assieme.

 

Mani autonome e autorevoli; non satelliti di nessuno; che appartengono a comunità politiche le quali esistono in quanto tali, non perché alleate con altri. Ma intrinsecamente propense a fare assieme un nuovo cammino per affermare la “dignità” delle persone e del popolo in una prospettiva solidale, comunitaria, democratica, innovativa, aperta, europeista.

 

Non so che succederà nel resto d’Italia. Ma nella Comunità Autonoma del Trentino questo percorso può essere realizzato, in coerenza con la nostra peculiare storia recente, anche assieme alle altre forze autonomiste. E senza aspettare “direttive o formule da Roma”, ma assumendo con responsabilità e coraggio il dovere di considerare un territorio “Autonomo” come produttore e non come semplice consumatore di “politica”. Il progetto di “Campobase” mi pare che si collochi in tale virtuosa direzione. Di questa rigenerazione della Politica, del resto, la nostra Speciale Autonomia ha assoluto ed urgente bisogno. A Trento e forse – mi pare di cogliere – anche a Bolzano.

Dopo il populismo, torna la politica.

 

È arrivato il momento, dice l’autore, per chi crede nella politica, in una cultura politica e nella democrazia dei partiti, di scendere nuovamente in campo.

 

Giorgio Merlo

 

Finalmente il populismo è arrivato al capolinea. La sceneggiata a cui stiamo assistendo in questi giorni è talmente grottesca – e comica – che non meriterebbe alcun commento. Se non per rilevare che una stagione politica volge al termine. Credo con enorme dispiacere per il “guru” della sinistra romana Goffredo Bettini e per il suo sodale Nicola Zingaretti – che definivano il simpatico Conte “il punto di riferimento di tutti i progressisti” italiani – e quasi per tutto il Pd. Oggi il partito dei 5 stelle è poco più di una burla. Molti sono curiosi di capire come possa un partito del genere ottenere quei consensi che i sondaggi – compiacenti o meno che siano non si sa – gli attribuiscono ancora. E questo anche perchè quando si vota realmente – l’abbiamo visto alle recenti elezioni amministrative – il consenso in tutta Italia è abbondantemente al di sotto del 10%. Vedremo alle politiche fra poco meno di un anno.

 

Ma il nodo politico di fondo, al di là delle comicità regolamentari e giuridiche che caratterizzano, da sempre, quel partito, è che quel messaggio politico – si fa per dire – è definitivamente alle nostre spalle. Finalmente e, speriamo, irreversibilmente. Anche perchè sono proprio i 5 stelle che hanno sistematicamente e radicalmente rinnegato tutto ciò che hanno predicato, urlato, scritto e proclamato solennemente in tutta Italia per alcuni lustri. Adesso resta, come da copione, l’ultimo baluardo. E cioè, il tema politicamente rilevante per molti di loro del “terzo mandato”. Ovvero, come far sì per restare ancora attaccati alla poltrona per altri anni, alla faccia della comica e grottesca “diversità” morale ed etica dei grillini rispetto agli altri partiti. Com’è a tutti evidente, è una richiesta grave perchè proprio i grillini hanno fatto le loro fortune politiche e soprattutto elettorali grazie all’attacco violento e frontale contro tutti coloro che nel passato non avevano osservato la regole del doppio mandato e via discorrendo.

 

Doppio mandato a parte, però, è indubbio che è il cosiddetto progetto politico di quel partito che è radicalmente fallito. L’anti casta, il populismo, il giustizialismo manettaro, il qualunquismo, l’antiparlamentarismo, l’ideologia “dell’uno vale uno”, la demagogia, la casualità e l’improvvisazione della classe dirigente, il rinnegamento delle tradizionali culture politiche, la demonizzazione e la criminalizzazione politica degli avversari/nemici politici, il rifiuto di qualsiasi alleanza, la democrazia diretta, le piattaforme per assumere decisioni politiche, la ridicolizzazione della destra, della sinistra e del centro, da che cosa sono stati oggi sostituiti? Questa è la domanda centrale che va posta ai 5 stelle e, soprattutto, a quel partito – cioè il Partito democratico – che intravede nel partito di Grillo “l’alleato strategico” per poter costruire il futuro politico, sociale ed economico del nostro paese.

 

Insomma, quale sarebbe il progetto politico del partito populista per eccellenza? Nessuno, ad oggi lo sa o lo percepisce, al di là delle frasi – sempre più incomprensibili e vaghe – dell’avvocato Conte dove il cambiamento delle posizioni è più rapido del divenire meteorologico.

 

Ecco perchè, di fronte all’esaurirsi di questa stagione, è inevitabile il ritorno – seppur lento e progressivo – della politica e delle sue categorie principali. Dal ruolo dei partiti democratici, organizzati e collegiali alla centralità delle culture politiche; da una maggior e miglior selezione della classe dirigente all’elaborazione di un progetto politico che non sia solo basato sulla demolizione delle persone e dei partiti del passato; dal ritorno della competenza politica ed amministrativa alla capacità di saper affrontare e risolvere i problemi del paese senza ricorrere alla scorciatoia del populismo e del qualunquismo, che purtroppo scorrono sempre ed ancora nel sottosuolo della politica italiana.

 

La politica, dunque, lentamente ritorna protagonista e decisiva. E questo non solo sul fronte dell’esaurirsi del populismo nostrano ma anche, e soprattutto, sul versante di mettere prima o poi un fine alla sostituzione della politica con un approccio e una cultura tecnocratica. Che, come ovvio, non può essere paragonata alla deriva populista ma che, al contempo, denota una persistente crisi della politica e dei suoi istituti principali. Verrebbe da dire, è arrivato il momento per chi crede nella politica, in una cultura politica e nella democrazia dei partiti, di scendere nuovamente in campo. Il tempo delle mode, come ben sappiamo, è passeggero. Tramontato il populismo ritorna la politica. Occorre prenderne atto. Definitivamente.

La tratta delle bambine in Afghanistan, aspetto agghiacciante di una crisi umanitaria.

Il gap tra poveri e ricchi si divarica e determina per chi vive in miseria totale condizioni esistenziali lesive della dignità umana e del rispetto dovuto al nostro prossimo. La tratta delle bambine per scopi sessuali, di prostituzione o di sottomissione servile dovrebbe scuotere più di una coscienza, è una consuetudine assolutamente intollerabile.

A sei mesi dalla caduta di Kabul (15/08/2021) per l’evacuazione precipitosa delle forze militari occidentali (ricordo le parole del Prof. Lucio Caracciolo, Direttore di Limes: “gli americani se la sono squagliata”) e la presa di potere dei Talebani, per l’Afghanistan – già dilaniato da circa 40 anni di faide e di guerre tra fazioni – questo è certamente l’inverno più terribile della sua storia più recente. L’ordine imposto dal nuovo regime non ha apportato alcun miglioramento sotto il profilo delle condizioni di vita della popolazione, consumata dalla miseria, dalla fame, dalla precarietà delle condizioni igieniche, dal clima infame, dall’inesistenza di servizi pubblici, dalla mancanza di lavoro. L’ONU – attraverso il Segretario generale Antonio Guterres, il direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (PAM) David Beasley e il direttore generale della FAO, Qu Dongyu – ha ufficialmente definito quella Afghana “la più grave crisi umanitaria del pianeta”, ormai sull’orlo di una catastrofe irrecuperabile.

La commissaria europea agli Interni Ylva Johansson ha spiegato: “Per evitare che la crisi umanitaria diventi una crisi migratoria, dobbiamo aiutare gli afghani in Afghanistan”. Ma l’ingresso nel Paese di aiuti esterni diventa problematico a motivo dei vincoli di accesso, delle pregiudiziali ideologiche e delle restrizioni di transito imposte da un regime che non ammette ingerenze esterne e manda al mondo messaggi falsamente rassicuranti, dall’insicurezza della permanenza per gli interventi umanitari. Mentre la politica mondiale sembra quasi aver dimenticato quel Paese: preoccupano l’ordine mondiale le mire espansionistiche della Cina (a cominciare dalle minacce a Taiwan) e la crisi ucraina, assediata dall’esercito russo e allertata per una possibile invasione, mentre la pandemia globale subisce le cangianze del virus e le varianti africane.

Già prima del precipitare della crisi bellica (peraltro ancora in atto, con qualche focolaio di resistenza) disponevamo di un Rapporto di “Save the Children” del 15 dicembre 2020, che disegnava un quadro complessivamente drammatico e di cui vale la pena ricordare alcuni passaggi significativi: nel 2019 l’Afghanistan era al 170° posto su 189 dell’indice di “Sviluppo umano”, un Paese a vulnerabilità elevata  dove “i livelli di povertà sono altissimi, l’insicurezza alimentare diffusa e l’accesso all’acqua potabile e alle strutture igienico-sanitarie limitate, con frequenti disastri naturali, come alluvioni e terremoti”….”Più di un terzo della popolazione vive a più di due ore dalla struttura sanitaria più vicina e anche prima della pandemia circa 3,7 milioni di bambiniil 50% del totale, non sono iscritti a scuola”.

Chiaramente il Covid-19 ha portato complicazioni gravissime: se pensiamo ai disagi e ai drammi dei Paesi più evoluti, possiamo immaginare l’incidenza del virus mutante in un contesto sociale già fortemente deprivato di strutture, tutele, difese, cure, profilassi. In questo contesto di problematicità le prime vittime, le più esposte sono i minori e in particolare le bambine e le adolescenti. Credenze tramandate in una cultura chiusa e maschilista, povertà, fame, igiene quasi inesistente sono un vulnus per la crescita delle figlie femmine. Il 17 % delle ragazze si sposa prima di aver compiuto 15 anni e il 46% prima dei 18 anni. Molte sono devastate nel fisico da gravidanze precoci che, insieme al matrimonio e alle condizioni di sudditanza domestica, agli abusi e alle violenze anche familiari causano l’abbandono scolastico.  Il 60 per cento delle donne afghane di età compresa tra 20 e 24 anni senza istruzione si sposa ordinariamente prima dei 18 anni. Senza contare che le classi miste sono una minima percentuale, al pari delle insegnanti donne.

A due anni da quel Rapporto la situazione delle donne e delle ragazze afghane sembra peggiorata. Giungono dall’Afghanistan notizie e video decisamente agghiaccianti e la povertà galoppante, la miseria, la precarietà delle condizioni di vita unite ad usanze arcaiche e pregiudiziali rispetto a qualsivoglia tentativo di emancipazione della condizione femminile, spingono alla disperazione di gesti drammatici. In un report di forte impatto comunicativo a firma di Marta Serafini il magazine “7” del Corriere della Sera del 7 gennaio u.s. riferisce sul triste mercimonio delle figlie femmine da parte di genitori ridotti alla povertà assoluta: “Le ragazze afghane stanno di fatto divenendo il prezzo da pagare per il cibo: senza la loro vendita le famiglie morirebbero di fame”.

Mi sembra indelicato riferire sui prezzi, darebbe il senso di un turpe e disperato mercato. Ma non si tratta solo di matrimoni combinati (badalè”) o riparatori di torti e debiti (“baad”) : si abbassa la soglia dell’età della “compravendita”, ci sono neonate ipotecate alla nascita e bambine di 6/8/10 anni vendute ad uomini adulti: per quale scopo è facile immaginare. “Il risultato è che, senza accesso alla contraccezione o ai servizi di salute riproduttiva, quasi il 10 per cento delle ragazze afghane di età compresa tra 15 e 19 anni ha già avuto un figlio, secondo i dati delle Nazioni Unite”. Il regime talebano si è affrettato a diramare normative restrittive alle quali nessuno crede e soprattutto che nessuno rispetta. I media – sull’onda emotiva delle notizie che giungono da quel Paese – si sono occupati di queste vicende, la TV ha diramato qualche succinto servizio, rigorosamente dopo quelli sul Festival di Sanremo.

Eppure queste vicende ci riguardano e ci interrogano, nell’intimo della coscienza e – comparativamente – rispetto alle lamentazioni quotidiane da cui siamo afflitti, alle mollezze dei nostri stili di vita occidentali, ai diritti continuamente rivendicati. Dovremmo coltivare una lettura paradigmatica delle condizioni di vita sul pianeta: il gap tra poveri e ricchi si divarica e determina per chi vive in miseria totale condizioni esistenziali lesive della dignità umana e del rispetto dovuto al nostro prossimo. La tratta delle bambine per scopi sessuali, di prostituzione o di sottomissione servile dovrebbe scuotere più di una coscienza, è una consuetudine assolutamente intollerabile. Bisogna attivare interventi umanitari, fermare questo lurido commercio che mette i ‘brividi’: anche noi abbiamo i nostri e sono legittime emozioni ma francamente si tratta di un’altra cosa.

Sanità e neutralità dell’Iva. Un convegno dell’Istituto Sturzo in programma il 14 febbraio.

Occorre verificare quale sia il regime IVA da applicare per potenziare i sistemi sanitari degli Stati membri e recuperare la neutralità dimposta, annullando il cosiddettotechonological fiscal drag” per consentire lo sviluppo del settore.

La crisi pandemica in corso e quella economica che ne è derivata hanno posto in luce l’urgenza di riflessioni profonde in merito alla possibilità di favorire una ripartenza del sistema economico e con essa un nuovo sviluppo. Lo sforzo richiesto dal Next Generation EU, a fronte di una iniezione di liquidità di enorme entità, è quello di utilizzare i fondi messi a disposizione per dare una nuova impronta al sistema statale nel suo complesso, in modo da programmare un “nuovo” sviluppo e così risanare le gravi inefficienze di sistema, che da troppo tempo vengono trascurate

Nell’ambito di una così ampia riflessione, sicuramente la fiscalità riveste un ruolo centrale e in questo momento storico affrontare una seria riflessione sulla fiscalità indiretta – in particolare sull’IVA – appare indispensabile per affrontare il futuro post-pandemico tenendo ad un miglioramento del sistema Paese. Il sistema dell’IVA è stato infatti concepito negli anni ’70 del secolo scorso e nel frattempo il sistema economico, politico, sociale “globale” è profondamente mutato ed è in continua e frenetica mutazione. A fronte del profondo mutamento del sistema complessivo sul quale l’imposta è stata costruita e concepita appare questo il momento più proficuo per rivedere il sistema dell’IVA soprattutto nell’ambito di quei settori che si possono ritenere cruciali per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, primo fra tutti il settore della sanità.

Perché quello attuale è il momento migliore per discuterne?

Il Consiglio ECOFIN, con decisione del 7 dicembre 2021 ha convenuto sulla necessità di rivedere le aliquote ridotte IVA, concedendo agli Stati membri una maggiore libertà di determinazione delle medesime aliquote ridotte.

Al tempo stesso, in ottemperanza al PNRR, il ddl delega per la riforma fiscale, attualmente in esame in Parlamento, prevede espressamente la riorganizzazione delle aliquote IVA con lo scopo di “semplificare la gestione e l’applicazione dell’imposta, contrastare l’erosione e l’evasione, aumentare il grado di efficienza”.

In questo quadro una profonda riflessione sulla effettiva neutralità dell’IVA per settori cruciali dell’Ordinamento, soprattutto in chiave di sviluppo di medio-lungo termine ma con risultati durevoli nel tempo, è quanto mai necessaria: spesso schemi impositivi notoriamente percepiti come di vantaggio, si risolvono invece in possibili ostacoli all’investimento: la cosiddetta IVA occulta si pone infatti come un aggravio effettivo al settore e vulnus del principio di neutralità.

Il settore degli investimenti nella sanità è uno degli ambiti di questa profonda riflessione, sia a livello nazionale che unionale: gli investimenti, la commistione e la cooperazione tra soggetti pubblici e privati in sanità si sono notevolmente evoluti nei decenni. Occorre prendere atto di questa realtà e verificare, anche in conformità al programma EU4Health dell’Unione europea, quale sia il regime IVA da applicare per potenziare i sistemi sanitari degli Stati membri e recuperare la neutralità d’imposta, annullando il cd. “techonological fiscal drag” e consentendo lo sviluppo del settore.

 

 

Zoom:

https://us02web.zoom.us/j/83183178411? pwd=SUYyVnN3TWx2KytrRUlvVGh0K3VMdz09

 

Con interpretariato IT/EN/IT

 

Contatti

Tel.  06  6840421

infopoint@sturzo.it

www.sturzo.it

 

Il programma

 

Un incontro nel segno di La Pira. I Vescovi recuperano la suggestione del grande Sindaco sul rapporto tra Mediterraneo e pace.

 

Si terrà a Firenze, dal 24 al 27 febbraio 2022, il convegno della Conferenza episcopale italiana dal tema: Mediterraneo frontiera di pace”. Levento segue quello che si è già tenuto a Bari nel febbraio del 2020. La scelta di Firenze come sede del suddetto convegno non è casuale, essendo la città di Giorgio La Pira. In tal modo si evidenzia lispirazione del convegno al pensiero e alla testimonianza di colui che, a cavallo degli anni 50 e 60 del secolo scorso, è stato il sindaco di questa città.

 

Luca De Santis

 

Si terrà a Firenze, dal 24 al 27 febbraio 2022, il convegno della Conferenza episcopale italiana dal tema: “Mediterraneo frontiera di pace”. L’evento segue quello che si è già tenuto a Bari nel febbraio del 2020. La scelta di Firenze, come sede del suddetto convegno, non è casuale, ma densa di significato; quest’ultima, infatti, ha sempre

svolto un ruolo importante per quanto riguarda il tema della pace, del mediterraneo e dell’ecumenismo. Nel suo comunicato, inoltre, la Conferenza episcopale italiana ci ha ricordato che Firenze è la città di Giorgio La Pira, evidenziando in tal modo l’ispirazione del convegno al pensiero e alla testimonianza di colui che, a cavallo degli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso, è stato il sindaco di questa città.

 

 

 

 

La seconda guerra mondiale si chiude con lo sgancio di due bombe atomiche in Giappone, un evento sconvolgente, che, tra i tanti personaggi dell’epoca, segnò in particolar modo il pensiero e l’azione politica di Giorgio La Pira. Gli inizi degli anni ’50 sono caratterizzati da una drastica corsa agli armamenti e alcuni Stati, come la Russia, annunciano di essere in possesso di bombe di gran lunga più potenti rispetto a quelle sganciate dagli Stati Uniti: veniva inaugurata l’era del nucleare. Giorgio La Pira è inorridito dall’idea che quanto accaduto a Hiroshima e Nagasaki possa nuovamente ripetersi.

 

Il nome di ogni città è al femminile. Esse rappresentano lutero dal quale ognuno di noi è venuto al mondo, trasmettendoci leredità dei padri attraverso il loro corredo di opere darte, tradizioni e cultura.

 

Essendo, poi, le istituzioni più vicine alla persona umana, le città hanno anche il dono di indicarci quanto compreso e vissuto dal discernimento di chi ci ha preceduto. La Pira è convinto che la loro costruzione non è casuale, la composizione non è fortuita, in quanto sono determinate così come noi le contempliamo da un istinto universale, che si concretizza nello spazio e nel tempo.

 

Gerusalemme, Atene e Roma, sono il modello da cui hanno preso vita le altre città e la loro perfetta sintesi si concretizza in Firenze. In qualunque parte del Mediterraneo, così come in tutta Europa e nel mondo occidentale, ogni città è stata edificata su questi modelli. La città esprime pienamente l’anelito di ogni persona, che è quello dell’armonia e della pace. Gli Stati, invece, perseguono sentieri diversi, che non incarnano il pensiero della gente che abita nelle loro città. In La Pira, l’idea della pace costituisce la finalità da realizzare nella città di Firenze, per poi contagiare tutte le altre.

 

Animato da una tale prospettiva, egli avvia delle iniziative importanti, come il “Convegno dei sindaci di tutte le città del mondo” e i “Colloqui di pace del Mediterraneo”, prodigandosi per il dialogo ecumenico tra le tre grandi religioni monoteistiche, che ha come fine primario non l’unione religiosa, ma quella ideologica e politica.

 

Tra il 1952 e il 1956, promuove, in piena guerra fredda, il primo “Convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana”, onde favorire il dialogo tra le tre grandi religioni monoteiste che hanno in Abramo un’unica radice comune: Ebrei, Musulmani e Cristiani. Nel 1955, prende il via l’iniziativa degli incontri dei sindaci delle città del mondo, i quali, proprio in quell’anno siglano, nel Palazzo Vecchio di Firenze, un patto di amicizia da cui sono nati i gemellaggi tra le varie città.

 

Giorgio La Pira nasce il 9 gennaio del 1904 a Pozzallo (Rg), un piccolo paese che si affaccia sul Mediterraneo. Nella collocazione del suo paese natio, posizionato sul mare chiamato dai romani con l’appellativo di “mare nostrum”, si manifesta uno degli aspetti essenziali del suo pensiero: considerare il Mediterraneo non come un mare di divisione o distinzione dei popoli che si affacciano su di esso, ma come un mare d’unione, d’interdipendenza e di mondialità, proprio come l’evangelico lago di Tiberiade.

 

Nel 1959, invitato in Russia, parla dinanzi al Soviet supremo sul disarmo e in favore della pace. In quell’occasione, nel suo discorso, affronta il tema della libertà religiosa. Il modo in cui La Pira si accosta alle problematiche della città non è di tipo descrittivo, basato sull’uso esclusivo del metodo positivista o della sociologia. Per lui, tutto ciò che è oggetto dell’osservazione deve essere indirizzato verso un fine che è il raggiungimento dell’armonia e della pace. Solo da questo processo si potrà realizzare un cammino di unione tra le città, per poi conseguire, come effetto più prossimo, l’unione degli Stati.

 

Tale condizione, dunque, si realizza tramite la città, che costituisce l’istituzione più vicina ai bisogni della persona umana, in quanto capace di rispondere al meglio alle sue esigenze.

 

(Fonte: Agensir)

 

Continua a leggere

https://www.agensir.it/chiesa/2022/02/08/un-incontro-di-pace-nel-segno-di-la-pira/

La ricostruzione del sistema politico. L’analisi sulla testata di “InformataMente”.

 

Si torna a parlare di presenzialismo. Concorrono vari fattori, non ultimo l’indebolimento dei partiti. Il loro stato di salute è preoccupante. Oscilliamo fra il partito personale” e il partito come confederazione di fazioni, ora in accordo ora in lotta fra loro. Il processo di cambiamento è inarrestabile, ma occorre fare attenzione a non ripetere gli errori commessi trent’anni fa, all’epoca del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.

 

Paolo Pombeni

 

Come era inevitabile dopo il pastrocchio delle elezioni quirinalizie si inizia a parlare di ricostruzione del nostro sistema politico. I due pilastri sono già stati individuati dall’andamento di quanto è accaduto: la presidenza della repubblica e i partiti.

 

 

 

Sul primo punto si torna a parlare di presidenzialismo, non certo “completo” sul modello americano, perché a questo non pensa nessuno, ma “semi” più o meno vagamente sul modello francese. Ci si sta rendendo conto che sarebbe necessario avere un’istituzione che possa porsi al di sopra dello scontro contingente fra i raggruppamenti politici e rappresentare al meglio l’unità della nazione. Lo si è potuto certo fare anche con il nostro attuale modello costituzionale, ma adesso in un quadro di tensioni e angosce sociali crescenti si vede che è rischioso puntare solo, come vorrebbe la nostra Carta, su un atto di responsabilità delle forze parlamentari. Questa volta è andata bene alla fine perché il parlamento ha forzato i capi partito a scegliere il congelamento della situazione, ma non si sa come potrebbe andare in futuro.

 

I problemi tecnici per un riaggiustamento della figura del Presidente della Repubblica sono molti a partire da una necessaria riforma costituzionale che non sarà facile ottenere con la maggioranza che la sottrarrebbe ad un referendum confermativo che di questi tempi è sempre un’avventura. C’è il problema del corpo elettorale che dovrebbe sceglierlo senza rischi di demagogia: elettorato polare diretto o un nuovo ampio collegio di grandi elettori scelti rendendo i parlamentari solo una delle componenti? Poi c’è quello della durata del mandato e dell’ammissibilità o meno della rieleggibilità immediata dell’eletto. Tutte questioni che andrebbero soppesate con attenzione fuori dagli slogan del populismo. È però un nodo che andrà affrontato, soprattutto in connessione con il quadro di indebolimento dei partiti come canali di formazione della classe politica all’altezza del compito e come formatori di opinione pubblica (il che è diverso da quello dell’aizzatore di passioni popolari).

 

Lo stato di salute del sistema dei partiti è preoccupante. Oscilliamo fra il partito “personale” che si organizza dietro un abile agitatore e il partito come confederazione di fazioni ora in accordo ora in lotta fra loro. Ci sembra piuttosto utopistico immaginare che ci sia un moto spontaneo di autorifondazione del sistema: bisognerebbe credere che gli attuali gruppi dirigenti delle forze politiche italiane sono disponibili a cambiare mestiere. Qualcuno nel loro seno ci sarà anche, ma non c’è dubbio che sarà trattenuto dal farlo per il pensiero dei tanti sodali che col suo ritiro verrebbero travolti (e quelli, ovviamente, premeranno perché non lo faccia).

 

Per continuare a leggere

https://www.mentepolitica.it/articolo/la-ricostruzione-del-sistema-politico/2200

 

Luigi Sbarra (Cisl): “Il lavoro resta la grande prorità da affrontare e risolvere nel Mezzogiorno e nel resto del Paese”.

 

 

Ci sono tante risorse – ha detto ieri il Segretario generale della Cisl al congresso dellUst Cisl Magna Grecia, svoltosi a Feroleto Antico (Cz) – che ci arrivano dallUnione europea. Bisogna fare un potente investimento sulle vie di comunicazione e sulle grandi infrastrutture viarie, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sulle reti digitali e sulla messa in sicurezza del territorio.

 

(Redazione)

 

Ci sono le condizioni per dare un impulso forte nonostante questa fiammata inflattiva, l’aumento del costo dell’energia e la mancanza di materie prime, che stanno rallentando la crescita. Ecco perché pensiamo che vada rafforzato e consolidato il dialogo e il confronto. E la ragione per cui la Cisl chiede in questa fase responsabilità e pragmatismo. Basta con le tensioni, con le contrapposizioni. Dobbiamo aiutare insieme il Paese a incamminarsi sul sentiero della crescita, dello sviluppo e del lavoro”. Lo ha detto il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, a Feroleto Antico, nel Catanzarese, a margine del congresso dell’Ust Cisl Magna Grecia. “Con il governo Draghi, in questi ultimi 12 mesi, abbiamo dialogato, ci siamo confrontati e insieme abbiamo conquistato risultati importanti, ma non basta, bisogna fare di più” ha detto. “Stiamo chiedendo al governo di valutare la necessità di uno scostamento di bilancio per sostenere le famiglie, i lavoratori, le imprese in difficoltà per l’aumento delle bollette elettriche e del gas. Dobbiamo sterilizzare – ha aggiunto – questi aumenti, dobbiamo salvaguardare il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni e dobbiamo dare una spinta forte di accelerazione agli investimenti con le risorse del Pnrr”.

 

Ha quindi ricordato gli importanti risultati ottenuti attraverso il confronto ed il dialogo con il Governo. “Vorrei ricordare – ha aggiunto – il patto che abbiamo sottoscritto a Palazzo Chigi sulla valorizzazione e l’innovazione del lavoro pubblico; abbiamo firmato un’importante intesa sui temi della scuola e dell’istruzione; due accordi sulle questioni che riguardano la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro; un’intesa per sostenere la campagna di vaccinazione negli ambienti lavorativi. Abbiamo negoziato due importanti accordi sullo smart working nel sistema privato e anche nella pubblica amministrazione.  A giugno – ha proseguito – abbiamo gestito insieme l’uscita graduale dal blocco dei licenziamenti e poi abbiamo negoziato i contenuti di una legge di bilancio che oggi ha, grazie al dialogo e al confronto tra Governo e parti sociali, un profilo coesivo, inclusivo, espansivo. Abbiamo anche contribuito a fare un forte intervento di riduzione delle tasse soprattutto per i lavoratori dipendenti e i pensionati, finanziato la riforma degli ammortizzatori sociali. Abbiamo portato a casa risultati importanti per i nostri pensionati. Nel 2022 ci sarà la piena rivalutazione delle pensioni, abbiamo alzato la no tax area, abbiamo finanziato un fondo per la non autosufficienza con 850 mlioni di euro. Sostanzialmente – ha sottolineato Sbarra – abbiamo, attraverso il confronto, la concertazione, conquistato risultati importanti. Tutto ciò non basta. Bisogna fare di più” ha ribadito.

Si è anche soffermato sul tema delle infrastrutture ribadendo la necessità di “portare avanti l’offensiva di grandi investimenti per adeguare e ammodernare le vie di comunicazione nel Mezzogiorno e in modo particolare in Calabria. Penso – ha aggiunto Sbarra – che l’ammodernamento e la riqualificazione della strada statale 106, il potenziamento della rete ferroviaria, il progetto dell’Alta velocità siano questioni che dobbiamo mettere in cima alle priorita’ da sollecitare e da rivendicare. Oggi ci sono tante risorse che ci arrivano dall’Unione europea, ci sono fonti di finanziamento nazionale, bisogna fare un potente investimento sulle vie di comunicazione e sulle grandi infrastrutture viarie, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sulle reti digitali e sulla messa in sicurezza del territorio. Tutto questo oggi – ha proseguito il segretario generale della Cisl – puo’ essere alla portata ed e’ necessario che anche in Calabria il governo regionale, le organizzazioni sindacali, le forze imprenditoriali stringano e lavorino per un grande patto sociale che metta in priorita’ gli investimenti, il lavoro, la necessita’ di fare politiche di vera inclusione sociale”.

 

Continua a leggere

https://www.cisl.it/notizie/primo-piano/lavoro-sbarra-al-congresso-dellust-cisl-magna-grecia-sosteniamo-il-paese-sulla-strada-della-crescita-del-lavoro-e-dello-sviluppo/

Il magistero della Chiesa cattolica sull’eutanasia. Una  sintesi proposta da “Radio Vaticana”.

 

La Chiesa, nei suoi 2000 anni di storia, ha sempre difeso la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, con una particolare attenzione alle fasi fragili dellesistenza. Il no alleutanasia e allaccanimento terapeutico sono un sì alla dignità e ai diritti della persona: inguaribile non vuol dire incurabile

 

Amedeo Lomonaco

 

Nella sua etimologia greca, la parola eutanasia è legata al concetto di “buona morte” (εὐθάνατος). Questo termine veniva associato, nell’antichità, ad una morte senza sofferenze. Lo scopo del medico era quello di fare in modo, per quanto possibile, che gli ultimi istanti di vita non fossero dolorosi. Questa forma di “eutanasia” non era discordante con quanto indicato nel giuramento di Ippocrate: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”. Oggi con il termine eutanasia, invece, non si fa più riferimento a quel significato originario. Si intende, piuttosto, una azione volta a procurare anticipatamente la morte di un malato con lo scopo di alleviarne le sofferenze.

 

 

 

No alleutanasia e allaccanimento terapeutico

Nella sua storia bimillenaria, la Chiesa cattolica ha sempre affermato che la vita umana deve essere difesa dal suo concepimento fino alla morte naturale. Così, secondo quanto afferma il Catechismo della Chiesa cattolica, “l’eutanasia volontaria, qualunque ne siano le forme e i motivi, costituisce un omicidio. È gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore” (2324).

 

Col progresso tecnologico sono sorte nuove domande dal punto di vista etico. Lo sviluppo della medicina ha permesso di migliorare la salute e di protrarre la vita come nel passato non era mai accaduto né si poteva immaginare. A questo proposito, 65 anni fa, il 24 novembre del 1957, Pio XII tenne un discorso a un gruppo di anestesisti e rianimatori che Papa Francesco ha definito “memorabile”.

Ribadendo la non liceità dell’eutanasia, Papa Pacelli afferma tuttavia che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene: è il primo accenno al principio del cosiddetto “accanimento terapeutico”. Viene definito moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde al criterio della “proporzionalità delle cure”.

 

Giovanni XXIII, Paolo VI e il Concilio Vaticano II

Nell’enciclica “Mater e Magistra” Giovanni XXIII sottolinea che la “la vita umana è sacra: fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio”. Nell’enciclica “Pacem in terris”  Giovanni XXIII indica inoltre tra i diritti quello “di ogni essere umano all’esistenza”, un diritto “connesso con il dovere di conservarsi in vita”.

 

La Costituzione conciliare “Gaudium et spes”  pone l’eutanasia nell’elenco delle violazioni del rispetto della persona umana e di “tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili” (GS 27).

Paolo VI, nel 1974, accosta il fine vita alle questioni razziali,  rivolgendosi al Comitato speciale delle Nazioni Unite per la questione dell’Apartheid sottolineando l’uguaglianza di tutti gli esseri umani e la necessità di proteggere i diritti delle minoranze così come  “i diritti dei malati inguaribili e di tutti coloro che vivono ai margini della società e sono senza voce”.

 

Giovanni Paolo II: leutanasia e la cultura della morte

Nell’enciclica del 1995 “Evangelium Vitae” Giovanni Paolo II sottolinea che l’eutanasia, “mascherata e strisciante o attuata apertamente e persino legalizzata”, è sempre più diffusa. “Per una presunta pietà di fronte al dolore del paziente, viene talora giustificata con una ragione utilitaristica, volta ad evitare spese improduttive troppo gravose per la società”. Si propone così “la soppressione dei neonati malformati, degli handicappati gravi, degli inabili, degli anziani, soprattutto se non autosufficienti, e dei malati terminali”. Il Pontefice polacco sottolinea che “si fa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine ‘dolcemente’ alla vita propria o altrui”. In realtà, “ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della cultura di morte”.

 

Benedetto XVI: cura dellamore e dellaccompagnamento

Ha ancora senso l’esistenza di un essere umano che versa in condizioni assai precarie, perché anziano e malato? Perché, quando la sfida della malattia si fa drammatica, continuare a difendere la vita, non accettando piuttosto l’eutanasia come una liberazione? Con queste domande, spiega Benedetto XVI nel 2007 “deve misurarsi chi è chiamato ad accompagnare gli anziani ammalati, specialmente quando sembrano non avere più possibilità di guarigione”.  “L’odierna mentalità efficientista – aggiunge – tende spesso ad emarginare questi nostri fratelli e sorelle sofferenti, quasi fossero soltanto un ‘peso’ ed ‘un problema’ per la società”. “Chi ha il senso della dignità umana sa che essi vanno, invece, rispettati e sostenuti mentre affrontano serie difficoltà legate al loro stato. È anzi giusto che si ricorra pure, quando è necessario, all’utilizzo di cure palliative, le quali, anche se non possono guarire, sono in grado però di lenire le pene che derivano dalla malattia”. “Sempre, tuttavia, accanto alle indispensabili cure cliniche – afferma Benedetto XVI – occorre mostrare una concreta capacità di amare, perché i malati hanno bisogno di comprensione, di conforto e di costante incoraggiamento e accompagnamento”.

 

 

 

Francesco: no alla cultura dello scarto

Il pensiero dominante, segnato dalla “cultura dello scarto”, propone a volte una “falsa compassione”: “quella – sottolinea Papa Francesco rivolgendosi nel 2014 ai partecipanti al convegno promosso dall’Associazione  medici cattolici italiani – che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica ‘produrre’ un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre. La compassione evangelica invece è quella che accompagna nel momento del bisogno, cioè quella del Buon Samaritano, che ‘vede’, ha compassione, si avvicina e offre aiuto concreto”. Papa Francesco sottolinea infine, in un messaggio del 2017 sul tema del fine vita, che “non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia”. E ricorda quanto espresso nel Catechismo della Chiesa cattolica : “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”.

 

Inguaribile non è incurabile

Nella Lettera “Samaritanus bonus” sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, approvata da Papa Francesco e pubblicata il 22 settembre 2020, la Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che “inguaribile non è mai sinonimo di incurabile”: chi è affetto da una malattia allo stadio terminale come chi nasce con una previsione limitata di sopravvivenza ha diritto ad essere accolto, curato, circondato di affetto. La Chiesa è contraria all’accanimento terapeutico, ma ribadisce come “insegnamento definitivo” che “l’eutanasia è un crimine contro la vita umana”.

 

Per saperne di più

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-02/magistero-chiesa-cattolica-eutanasia-papi.html

Il Messaggio di Papa Francesco per la XXX Giornata Mondiale del Malato

Si intitola «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Porsi accanto a chi soffre in un cammino di carità il Messaggio di Papa Francesco per la XXX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio prossimo.

Cari fratelli e sorelle,

trent’anni fa san Giovanni Paolo II istituì la Giornata Mondiale del Malato per sensibilizzare il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie cattoliche e la società civile all’attenzione verso i malati e verso quanti se ne prendono cura.

Siamo riconoscenti al Signore per il cammino compiuto in questi anni nelle Chiese particolari del mondo intero. Molti passi avanti sono stati fatti, ma molta strada rimane ancora da percorrere per assicurare a tutti i malati, anche nei luoghi e nelle situazioni di maggiore povertà ed emarginazione, le cure sanitarie di cui hanno bisogno; come pure l’accompagnamento pastorale, perché possano vivere il tempo della malattia uniti a Cristo crocifisso e risorto. La 30ª Giornata Mondiale del Malato, la cui celebrazione culminante, a causa della pandemia, non potrà aver luogo ad Arequipa in Perù, ma si terrà nella Basilica di San Pietro in Vaticano, possa aiutarci a crescere nella vicinanza e nel servizio alle persone inferme e alle loro famiglie.

1. Misericordiosi come il Padre

Il tema scelto per questa trentesima Giornata, «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36), ci fa anzitutto volgere lo sguardo a Dio “ricco di misericordia” (Ef 2,4), il quale guarda sempre i suoi figli con amore di padre, anche quando si allontanano da Lui. La misericordia, infatti, è per eccellenza il nome di Dio, che esprime la sua natura non alla maniera di un sentimento occasionale, ma come forza presente in tutto ciò che Egli opera. È forza e tenerezza insieme. Per questo possiamo dire, con stupore e riconoscenza, che la misericordia di Dio ha in sé sia la dimensione della paternità sia quella della maternità (cfr Is 49,15), perché Egli si prende cura di noi con la forza di un padre e con la tenerezza di una madre, sempre desideroso di donarci nuova vita nello Spirito Santo.

2. Gesù, misericordia del Padre

Testimone sommo dell’amore misericordioso del Padre verso i malati è il suo Figlio unigenito. Quante volte i Vangeli ci narrano gli incontri di Gesù con persone affette da diverse malattie! Egli «percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23). Possiamo chiederci: perché questa attenzione particolare di Gesù verso i malati, al punto che essa diventa anche l’opera principale nella missione degli apostoli, mandati dal Maestro ad annunciare il Vangelo e curare gli infermi? (cfr Lc 9,2).

Un pensatore del XX secolo ci suggerisce una motivazione: «Il dolore isola assolutamente ed è da questo isolamento assoluto che nasce l’appello all’altro, l’invocazione all’altro». Quando una persona sperimenta nella propria carne fragilità e sofferenza a causa della malattia, anche il suo cuore si appesantisce, la paura cresce, gli interrogativi si moltiplicano, la domanda di senso per tutto quello che succede si fa più urgente. Come non ricordare, a questo proposito, i numerosi ammalati che, durante questo tempo di pandemia, hanno vissuto nella solitudine di un reparto di terapia intensiva l’ultimo tratto della loro esistenza, certamente curati da generosi operatori sanitari, ma lontani dagli affetti più cari e dalle persone più importanti della loro vita terrena? Ecco, allora, l’importanza di avere accanto dei testimoni della carità di Dio che, sull’esempio di Gesù, misericordia del Padre, versino sulle ferite dei malati l’olio della consolazione e il vino della speranza.

3. Toccare la carne sofferente di Cristo

L’invito di Gesù a essere misericordiosi come il Padre acquista un significato particolare per gli operatori sanitari. Penso ai medici, agli infermieri, ai tecnici di laboratorio, agli addetti all’assistenza e alla cura dei malati, come pure ai numerosi volontari che donano tempo prezioso a chi soffre. Cari operatori sanitari, il vostro servizio accanto ai malati, svolto con amore e competenza, trascende i limiti della professione per diventare una missione. Le vostre mani che toccano la carne sofferente di Cristo possono essere segno delle mani misericordiose del Padre. Siate consapevoli della grande dignità della vostra professione, come pure della responsabilità che essa comporta.

Benediciamo il Signore per i progressi che la scienza medica ha compiuto soprattutto in questi ultimi tempi; le nuove tecnologie hanno permesso di approntare percorsi terapeutici che sono di grande beneficio per i malati; la ricerca continua a dare il suo prezioso contributo per sconfiggere patologie antiche e nuove; la medicina riabilitativa ha sviluppato notevolmente le sue conoscenze e le sue competenze. Tutto questo, però, non deve mai far dimenticare la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e le sue fragilità. Il malato è sempre più importante della sua malattia, e per questo ogni approccio terapeutico non può prescindere dall’ascolto del paziente, della sua storia, delle sue ansie, delle sue paure. Anche quando non è possibile guarire, sempre è possibile curare, sempre è possibile consolare, sempre è possibile far sentire una vicinanza che mostra interesse alla persona prima che alla sua patologia. Per questo auspico che i percorsi formativi degli operatori della salute siano capaci di abilitare all’ascolto e alla dimensione relazionale.

4. I luoghi di cura, case di misericordia

La Giornata Mondiale del Malato è occasione propizia anche per porre la nostra attenzione sui luoghi di cura. La misericordia verso i malati, nel corso dei secoli, ha portato la comunità cristiana ad aprire innumerevoli “locande del buon samaritano”, nelle quali potessero essere accolti e curati malati di ogni genere, soprattutto coloro che non trovavano risposta alla loro domanda di salute o per indigenza o per l’esclusione sociale o per le difficoltà di cura di alcune patologie. A farne le spese, in queste situazioni, sono soprattutto i bambini, gli anziani e le persone più fragili. Misericordiosi come il Padre, tanti missionari hanno accompagnato l’annuncio del Vangelo con la costruzione di ospedali, dispensari e luoghi di cura. Sono opere preziose mediante le quali la carità cristiana ha preso forma e l’amore di Cristo, testimoniato dai suoi discepoli, è diventato più credibile. Penso soprattutto alle popolazioni delle zone più povere del pianeta, dove a volte occorre percorrere lunghe distanze per trovare centri di cura che, seppur con risorse limitate, offrono quanto è disponibile. La strada è ancora lunga e in alcuni Paesi ricevere cure adeguate rimane un lusso. Lo attesta ad esempio la scarsa disponibilità, nei Paesi più poveri, di vaccini contro il Covid-19; ma ancor di più la mancanza di cure per patologie che necessitano di medicinali ben più semplici.

In questo contesto desidero riaffermare l’importanza delle istituzioni sanitarie cattoliche: esse sono un tesoro prezioso da custodire e sostenere; la loro presenza ha contraddistinto la storia della Chiesa per la prossimità ai malati più poveri e alle situazioni più dimenticate.  Quanti fondatori di famiglie religiose hanno saputo ascoltare il grido di fratelli e sorelle privi di accesso alle cure o curati malamente e si sono prodigati al loro servizio! Ancora oggi, anche nei Paesi più sviluppati, la loro presenza è una benedizione, perché sempre possono offrire, oltre alla cura del corpo con tutta la competenza necessaria, anche quella carità per la quale il malato e i suoi familiari sono al centro dell’attenzione. In un tempo nel quale è diffusa la cultura dello scarto e la vita non è sempre riconosciuta degna di essere accolta e vissuta, queste strutture, come case della misericordia, possono essere esemplari nel custodire e curare ogni esistenza, anche la più fragile, dal suo inizio fino al suo termine naturale.

5. La misericordia pastorale: presenza e prossimità

Nel cammino di questi trent’anni, anche la pastorale della salute ha visto sempre più riconosciuto il suo indispensabile servizio. Se la peggiore discriminazione di cui soffrono i poveri – e i malati sono poveri di salute – è la mancanza di attenzione spirituale, non possiamo tralasciare di offrire loro la vicinanza di Dio, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede.  A questo proposito, vorrei ricordare che la vicinanza agli infermi e la loro cura pastorale non è compito solo di alcuni ministri specificamente dedicati; visitare gli infermi è un invito rivolto da Cristo a tutti i suoi discepoli. Quanti malati e quante persone anziane vivono a casa e aspettano una visita! Il ministero della consolazione è compito di ogni battezzato, memore della parola di Gesù: «Ero malato e mi avete visitato» ( Mt 25,36).

Cari fratelli e sorelle, all’intercessione di Maria, salute degli infermi, affido tutti i malati e le loro famiglie. Uniti a Cristo, che porta su di sé il dolore del mondo, possano trovare senso, consolazione e fiducia. Prego per tutti gli operatori sanitari affinché, ricchi di misericordia, offrano ai pazienti, insieme alle cure adeguate, la loro vicinanza fraterna.

Su tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Roma, San Giovanni in Laterano, 10 dicembre 2021, Memoria della B.V. Maria di Loreto    

Franco Marini, a un anno dalla scomparsa. La sua lezione resta attuale.

Il magistero di un uomo del sindacato e del partito, ma anche delle istituzioni: un dirigente politico con il senso dello Stato. Il suo esempio resta attuale, specialmente per tutti coloro che continuano a credere che il cattolicesimo sociale e popolare non tramonta come una semplice moda.

 

Giorgio Merlo

 

 

 

 

 

 

Un anno fa ci lasciava Franco Marini. Un grande sindacalista, un leader politico, un uomo delle istituzioni. Una vita intera caratterizzata dall’impegno pubblico nelle sue varie articolazioni ma sempre ispirata ad una cultura politica, ad un preciso fiocine ideale e, soprattutto, ad uno “stile” che l’ha sempre contraddistinto. Uno stile, cioè, sobrio e trasparente, ma sempre coerente e coraggioso. E questo filone ideale si chiama semplicemente cattolicesimo sociale.

 

Ecco, Franco Marini – come prima di lui Carlo Donat-Cattin, il “suo maestro politico” – è stato, sin dai primi passi nella Cisl, un interprete autorevole e significativo di questa cultura che non tramonta con la scomparsa dei suoi leader ma continua a fermentare e a lievitare l’intera politica italiana.

 

E il magistero politico, sociale, culturale ed istituzionale di Marini è destinato a lasciare il segno nella concreta dialettica politica, in particolare nell’area cattolica italiana. Anche se variegata e composita. Perchè i due caposaldi di fondo attorno ai quali si è concentrata l’azione di Marini nella sua lunga esperienza pubblica sono sempre stati quelli di porre la “questione sociale” al centro dell’iniziativa politica da un lato e la difesa, la promozione e la tutela dei ceti popolari dall’altro. E quindi, una forte attenzione alle ragioni, alle istanze, ai problemi che attraversano i ceti popolari nel nostro paese. Non in chiave classista ma con l’obiettivo, parallelo, di favorire la crescita, lo sviluppo e il progresso del nostro paese senza dimenticare però chi è più difficoltà, chi vive ai margini e soprattutto chi rischia di uscire sconfitto o emarginato dal divenire della storia. Il tutto senza cedere nulla alla retorica, alla propaganda o al solo richiamo burocratico e protocollare della propria cultura. No, Franco Marini è sempre stato esplicito su questo versante, ai limiti della ruvidezza.

 

Non amava la sola testimonianza, anche se la rispettava. La riteneva impotente e sterile. Perché la sua formazione è sempre stata ispirata ad un criterio ben definito. E cioè, la cultura politica, un filone ideale – nel caso specifico il cattolicesimo sociale e popolare – hanno un senso se sono accompagnati dall’azione. Dall’impegno sindacale a quello politico in un partito, dalla presenza nelle sedi istituzionali al ruolo nei vari organi di governo. Insomma, per Marini la difesa e la promozione dei ceti popolari richiede la conoscenza e la condivisione di quelle domande e di quelle istanze e la capacità, al contempo, di saper dare delle risposte concrete. E questo richiede alcuni elementi costitutivi del modo d’essere in politica: radicamento territoriale, rappresentanza sociale, militanza popolare, disponibilità all’ascolto e, infine, elaborazione politica e traduzione legislativa. Elementi che portano ad una conclusione: la politica “popolare” è l’esatta alternativa della deriva populista, demagogica, antiparlamentare e qualunquista.

 

Marini, come ovvio, non assecondava le mode che sono sempre fluide, passeggere ed insignificanti. Perchè Marini è sempre stato l’interprete per eccellenza di una tradizione che affondava la sua credibilità nella rete popolare della nostra società. Una concezione che non è destinata a tramontare se non si vuol ridurre la politica alla sola personalizzazione e spettacolarizzazione. Cioè, ad una dimensione che prescinde radicalmente da ogni sorta di orizzonte ideale e da ogni radicamento sociale e popolare.

 

Ecco perchè il magistero di Franco Marini resta attuale e contemporaneo. Innanzitutto per tutti coloro che continuano a credere che il cattolicesimo sociale e popolare non tramonta come una semplice moda. E, in secondo luogo, perchè la credibilità e la nobiltà della politica ritornano solo se alcune categorie non vengono emarginate o derise. E la lezione di Marini, come di altri leader e statisti che sono stati interpreti eccellenti di quella tradizione, continua ad essere un faro che illumina l’azione concreta di molti di noi che, con molta modestia e riconosciuta umiltà, cercano di non far cadere quella fiaccola nei meandri dell’antipolitica e del qualunquismo anti istituzionale.

Frammenti della memoria: idee, episodi e uomini nell’orizzonte della «mia» Democrazia Cristiana.

 

La lettura dell’articolo che Di Capua scrisse sul congresso nazionale della Dc del 1976, nel quale fu eletto alla segreteria nazionale Benigno Zaccagnini in alternativa ad Arnaldo Forlani, è all’origine di questa carrellata di ricordi.

 

Ettore Bonalberti

Giovanni Di Capua

 

 

 

Leggendo la nota di Lucio D’Ubaldo su Giovanni Di Capua, un amico caro con il quale abbiamo dialogato sia nella DC  che durante la lunga stagione della diaspora, mi ha incuriosito leggere l’articolo che Di Capua scrisse sul congresso nazionale della DC nel quale eleggemmo alla segreteria nazionale Benigno Zaccagnini in alternativa ad Arnaldo Forlani.

 

Ricordo che fummo Angelo Sanza ed io che in quel congresso, nel quale il segretario nazionale era eletto direttamente dai delegati congressuali, raccogliemmo le firme per la presentazione della candidatura del leader romagnolo. Ricordo con quanta passione svolgemmo quel compito, iniziato nella mattinata e concluso solo a notte avanzata ai seggi, ansiosi di conoscere il risultato delle votazioni. Alla fine tornammo ciascuno tra i propri amici di corrente che avevano sostenuto la candidatura di Zaccagnini, salutata col ripetuto grido di “Zac, Zac, Zaccagnini”, che sarà il leit motiv che risuonerà dopo poco tempo al primo festival dell’amicizia di Palmanova del Friuli (settembre 1977) che con Zaccagnini permise il recupero elettorale del partito, dopo che nel 1976 il Pci aveva tentato il sorpasso.

 

Il mio rapporto con Zaccagnini si consolidò per i frequenti viaggi che da Bologna ebbi modo di fare con lui in aereo per Roma. Ero ammirato dalla sua gentilezza e apertura al dialogo, anche con una persona molto più giovane com’ero io e dalla conoscenza delle sue radici cristiano sociali esemplarmente testimoniate nella resistenza emiliano romagnola, come quella dell’amico Ermanno Gorrieri. Sapendo che venivo dal Polesine e conoscendo la mia appartenenza alla corrente di Forze Nuove, Zaccagnini era curioso di conoscere la realtà di una DC dominata dai dorotei e, in particolare, dal ruolo che a Rovigo e nel Veneto era svolto da Antonio Bisaglia.

 

Il mio rapporto con il leader polesano era assai contrastato e complesso, fondato su una reciproca stima e da un’amicizia profonda che si manifestò in uno dei momenti più difficili della vita di Bisaglia, dopo l’incidente d’auto che lo costrinse a una forzata assenza, almeno fisica, dal ministero delle partecipazioni statali che reggeva in quel frangente. Sul piano politico interno al partito, era netta la nostra alternatività che portava Bisaglia, sempre attivo e presente nella vita interna del partito, a giungere direttamente da Roma nella mia sezione di appartenenza per confrontarsi con me a sostegno dei suoi amici dorotei locali, la maggior parte dei quali iscritti contemporaneamente alla Coldiretti e alla Dc. Se mi iscrissi alla Dc, nel 1962 a soli diciasette anni, fu proprio per la sollecitazione dell’amico Toni al mio arciprete, dopo una sua conferenza tenutasi nel mia parrocchia, nella quale, da lettore assiduo di “Avvenire” del direttore La Valle e di Pratesi, lo contestai da sinistra suscitando nell’allora ancor giovane segretario provinciale un certo interesse.

 

Seguì la sua proposta di candidarmi alla delegazione provinciale del Movimento Giovanile della Dc di Rovigo, una proposta che ritirò qualche tempo dopo, al mio rientro dal Congresso nazionale del partito del 1964 a Roma, dal quale ritornai colpito dal ruolo assunto dalla sinistra Dc unita nella corrente di Forze Nuove con Carlo Donat Cattin, Marcora,  Galloni, Misasi, Bodrato, Granelli…

 

Bisaglia m’invitò nel suo studio alla direzione provinciale della Coldiretti di Rovigo e molto onestamente mi disse: hai fatto la tua scelta e adesso nel Movimento Giovanile  polesano ho pensato che la soluzione migliore sia quella di eleggere il tuo compaesano e amico, Ilario Bellinazzi.

 

Questo era Bisaglia, un uomo politico di straordinaria capacità politica e organizzativa sempre fondata sulla lealtà nei rapporti interni e personali. Quante volte nei nostri non frequenti incontri mi ammoniva: ah se tu avessi scelto di rimanere con me…Ricordo quella volta che  nella sua auto, che raramente guidava, eravamo nel 1983, mi informò che aveva scelto un giovane di Bologna cui aveva favorito, con il lavoro, la candidatura alle elezioni politiche. Era Pierferdinando Casini che, proprio nella squadra di Bisaglia e dei dorotei, iniziò la sua carriera parlamentare.

 

Zaccagnini sul modello di Moro aveva una sorta di idiosincrasia nel rapporto con alcuni esponenti dorotei, anche se intatta era la sua fede nella Democrazia Cristiana, sempre considerata lo strumento per la difesa della giustizia e della libertà nella coerenza ai principi della dottrina sociale cristiana, di cui fu un esemplare testimone per tutta la sua vita. Dovremmo far conoscere di più gli uomini della Dc che hanno concorso alla difesa e al consolidamento della democrazia, insieme allo sviluppo del nostro Paese. È proprio l’obiettivo che ci siamo posti con il Comitato 10 Dicembre, ossia di un gruppo di amici che con alcuni storici autorevoli intendono proporre documenti, testimonianze scritte e orali, raccolte da amici delle diverse realtà locali nelle quali vissero i nostri più importanti esponenti, insieme a quella miriade di saggi amministratori locali che seppero guidare le loro comunità, spesso dimenticati o, peggio, confusi nella damnatio memoriae della vulgata anti Dc scatenata durante “mani pulite”. Serve comporre questo mosaico della nostra storia, non per un regressivo seppur nobile sentimento nostalgico, ma per far conoscere alle nuove generazioni quale sia stato il ruolo reale svolto dai cattolici democratici e cristiano sociali della Democrazia Cristiana nella politica e nella storia dell’Italia.

 

 

P.S.: per chi fosse interessato a seguire e partecipare alle attività del comitato 10 Dicembre può scrivere agli indirizzi di posta elettronica dei seguenti amici:

ettore@bonalberti.com

mariorossivr53@gmail.com

pasruga58@gmail.com

mariotassone43@gmail.com

I Giubilei e la progettazione della città. Nel corso dei secoli la Capitale si è modellata attorno a questi eventi (L’Osservatore Romano).

Oggi è praticamente impossibile cercare di intervenire secondo la logica che, per almeno cinque secoli di Giubilei, ha permesso di seguire e controllare lo sviluppo attraverso il disegno di edifici e strade. L’articolo, qui riproposto per gentile concessione, è uscito nell’edizione del 5 febbraio 2022 dell’organo ufficioso della Santa Sede.

Mario Panizza

Alla data del primo Giubileo, aperto da Bonifacio VIII il 22 febbraio 1300, Roma si presenta con nuove realizzazioni e importanti restauri sia di palazzi che di chiese. Celebrato dall’affresco di Giotto nella Basilica del Laterano, individua un momento significativo per la città: l’eccellenza dello sviluppo artistico medievale, ma anche il trauma storico-politico del trasferimento del papato ad Avignone, che avverrà subito dopo la morte di Bonifacio VIII , segnando l’interruzione di una serie di commesse d’arte che il papa e le famiglie cardinalizie avevano avviato. Dopo il lungo periodo della “Cattività Avignonese”, il Giubileo indetto da Martino V nel 1423 segna la rinascita di Roma, al centro del grande rilancio culturale del ‘400. Numerose sono le opere commissionate ai maggiori pittori; importanti sono tuttavia anche gli interventi di ricostruzione e consolidamento: il portico di San Pietro; il pavimento e il soffitto di San Giovanni in Laterano; San Paolo fuori le mura e quasi tutti i palazzi collegati. Oltre agli edifici religiosi, gli interventi di consolidamento e di restauro riguardano il Pantheon e Castel Sant’Angelo sui quali ricade l’interesse dei pellegrini che, approfittando dell’occasione, si immergono nella fiorente architettura del Rinascimento inserita nell’ambientazione della classicità romana.

La data del prossimo Giubileo, 2025, che coincide peraltro con la scadenza dell’impegno di spesa del Piano nazionale di ripresa e resilienza ( PNRR ), evidenzia il valore di questa occasione cui Roma deve partecipare con tutte le sue risorse per risalire una situazione alquanto difficile e alleggerire gli affanni in cui versa. È pur vero che il Giubileo è una ricorrenza religiosa, tuttavia l’afflusso eccezionale di molte persone, in un periodo concentrato, affaticherà le strutture, obbligando ad affrontare alcuni problemi primari, già oggi carenti, come il trasporto e la ricettività. Tutti i servizi saranno pertanto sottoposti a un uso più intenso, rendendo ogni cosa più caotica e ingolfata. Non va dimenticato che la passata amministrazione capitolina ha rinunciato a concorrere ai Giochi olimpici, avendo valutato le strutture esistenti inadeguate per un evento di grande affollamento. Un giubileo sicuramente impegnerà la città in modo meno gravoso, tuttavia richiederà dotazioni e opere di razionalizzazione capaci di corrispondere a esigenze straordinarie. Il problema non è certo nuovo: in preparazione del Giubileo del 1500 Alessandro VI dispone la demolizione di alcune case medievali e della piramide sepolcrale della Meta Romuli per liberare il collegamento tra Castel Sant’Angelo e San Pietro che, già in precedenza, aveva causato non pochi problemi di intasamento.

È possibile, con uno sguardo al passato, individuare alcuni temi che, proprio perché ricorrenti, siano di traccia anche per il programma attuale.

 

Il rapporto con larcheologia

In preparazione del Giubileo di Benedetto XIV del 1750, alle opere edilizie si affiancano lo studio di G. B. Nolli con il disegno delle 12 piante, pubblicate nel 1748, che includono l’intero territorio interno alle Mura Aureliane, e le incisioni di G. B. Piranesi che intensificano l’interesse nel rapporto tra la città e l’archeologia. Sarà questo tema, molto rilevante nella cultura della città contemporanea, a intervenire in maniera consistente nella programmazione dei prossimi anni. Il rapporto con l’archeologia pone due aspetti decisivi: il rispetto dei siti antichi, dal punto di vista della loro tutela edilizia e ambientale; la facilità di accesso, più complicata in occasione della visita dei pellegrini. È certamente questo un campo dove l’amministrazione vaticana e quella municipale dovranno costruire precise intese, in quanto non pochi siti archeologici, ad esempio le catacombe, appartengono al Vaticano, ma il loro raggiungimento dipende dalla semplicità dei percorsi cittadini.

I servizi urbani

Il Giubileo del 1475 è organizzato da Sisto IV , il “gran fabbricatore”, che promuove gli interventi di maggiore consistenza. La sua azione, nota come “renovatio urbis”, comprende un insieme molto vasto di opere d’arte che include, oltre ai dipinti all’interno degli edifici religiosi, architetture, nuove o restaurate, destinate sia a luoghi per il culto che civili, ed inoltre la sistemazione delle strade principali della città. L’impegno è rivolto a dotare la città di strutture che possano alleggerirne il carico, rendendo più razionale il funzionamento dei trasporti. Tra questi, emerge la costruzione di Ponte Sisto, che dimezza il peso del transito su Ponte Sant’Angelo, l’unico in uso nell’area centrale della città dopo il crollo di “Ponte Rotto”. Sisto IV promuove anche l’ampliamento dell’Ospedale Santo Spirito in Sassia che, alla metà del ‘400, era ormai diventato del tutto inadeguato alla sua missione di accoglienza degli infermi, dei poveri e dei bambini abbandonati.

Oggi il miglioramento delle condizioni del traffico deve essere orientato a contenere piuttosto che a razionalizzarne l’espansione. I collegamenti all’interno della città devono tendere a favorire mezzi non inquinanti e ridurre al minimo il trasporto privato. Alla base dell’ottimizzazione delle risorse esistenti si pone il riequilibrio di quanto è sottoutilizzato o addirittura abbandonato. I casi più gravi sono dati dalle strutture sanitarie non in uso che, al contrario, sarebbero state particolarmente preziose durante la pandemia.

Il decoro urbano

Paolo III avvia il riordino del Campidoglio attraverso il progetto di Michelangelo e il trasferimento della statua equestre di Marco Aurelio dal Laterano al centro della piazza stellare. Interviene anche su Palazzo Farnese e sulla piazza antistante che conclude il nuovo asse di Via dei Baullari, ponendo il prospetto dell’edificio in una posizione di fondale dal forte rilievo scenografico. Un intento altrettanto scenografico è dedicato al completamento di Ponte Sant’Angelo, arricchito di nuove statue.

Il tema del decoro urbano, ricondotto a temi semplici e concreti, è sicuramente quello che nei tre anni che mancano al 2025 può essere risolto. I due aspetti, al momento più trascurati, riguardano gli spazi aperti, dalle piazze, non solo di periferia, alle banchine del Tevere sulle quali è spesso difficile anche solo transitare e, soprattutto, la raccolta dei rifiuti. Questo problema non può essere risolto attraverso dichiarazioni a scadenza ravvicinata, può invece essere precisato attraverso il chiarimento delle azioni che l’amministrazione pubblica intende avviare. La soluzione presenta un problema imprescindibile e deve essere garantita per un naturale uso delle aree pubbliche, soprattutto quando queste saranno più intensamente frequentate da pellegrini e turisti.

Il risanamento urbano

Un evento straordinario, l’alluvione del 1598 con l’esondazione del Tevere, che dissesta strade, ponti e palazzi, sembra richiamare le condizioni precarie delle attuali vie della città. In occasione del Giubileo del 1600, promulgato da Clemente VIII , una parte non indifferente dell’impegno economico è rivolta soprattutto a risanare le chiese, le piazze antistanti e, in generale, il manto stradale dell’intera città. Risulta oggi necessario avviare con metodo la manutenzione ordinaria degli spazi pubblici, in particolare delle strade, costrette a sostenere un carico per il quale non erano state progettate. Le soluzioni non possono essere episodiche, ma vanno rapportate alle destinazioni d’uso programmate, adeguando ad esse anche il sistema dei mezzi di trasporto.

Lidea di città

Per il 1550 Paolo III indice un Giubileo con una città devastata non solo dalle truppe imperiali, ma anche dalla pirateria turca. Muore lasciando a Giulio III la pesante eredità di dare corso a interventi solo in parte avviati. Questi hanno tuttavia un disegno molto chiaro dal punto di vista urbanistico: riguardano la Via Trionfale, realizzata in onore di Carlo V , che prevede la demolizione di molte costruzioni per dare all’asse viario un importante valore celebrativo; ma soprattutto comprendono l’ordinamento stradale del tridente con via Leonina (Ripetta), via Clementina, poi Paolina (Babuino) e via Lata (Corso). Gli assi del tridente sono attraversati da Via Trinitatis, voluta da Giulio III per mettere in collegamento il Porto di Ripetta con il Pincio. L’area così delimitata si arricchisce di importanti palazzi che compongono l’intero Campo Marzio.

Il secolo si conclude con i due Giubilei straordinari di Sisto V (1585 e 1590) che completa il piano urbanistico dei suoi predecessori costruendo la rete viaria che mette in comunicazione le basiliche romane. L’impianto va oltre l’esito della razionalizzazione funzionale, in quanto affronta anche l’enfasi visiva ponendo in corrispondenza dei punti di maggior rilievo — i piazzali antistanti le basiliche — il traguardo di quattro obelischi. Passato alla storia con l’appellativo di “creatore della nuova Roma”, Sisto V , in appena cinque anni, imprime un assetto urbanistico che segna lo sviluppo del tessuto barocco e fornisce la città di impianti funzionali come l’Acquedotto Felice e la sua uscita in città attraverso la monumentale Fontana del Mosè a largo Santa Susanna.

Oggi il territorio urbanizzato è nella maggior parte al di fuori della cinta muraria e solo in alcune sue parti costituisce un sistema continuo. È formato da nuclei distinti, anche se non fisicamente separati. È quindi praticamente impossibile cercare di intervenire secondo la logica che, per almeno cinque secoli di Giubilei, ha permesso di seguire e controllare lo sviluppo attraverso il disegno di edifici e strade. Gli interventi di carattere urbanistico sono pertanto destinati a realizzare punti di aggregazione capaci di assorbire in termini unitari porzioni di periferia, spesso cresciute in modo indifferenziato, in modo da rendere concreti i contorni del luogo di appartenenza.

L’islam intellettuale della Siberia (AsiaNews)

 

Celebrazioni in corso per i 1.100 anni dalla conversione dei bulgari del Volga. I musulmani di Russia invocano la riscoperta dei valori tradizionali, come il patriarcato ortodosso. La sinergia dei leader islamici con lamministrazione Putin. Lesaltazione della civiltà russa.

 

Vladimir Rozanskij

 

A Novosibirsk, città al centro della Siberia, si è tenuto un convegno su “Islam intellettuale: il mondo islamico contemporaneo. Uno sguardo dalla Siberia”, a cui ha preso parte una delegazione dell’Assemblea spirituale dei musulmani di Russia (Asmr) guidata dal muftì Albir Krganov. La conferenza faceva parte di una serie di manifestazioni dedicate ai 1.100 anni dall’adozione dell’islam da parte dei bulgari del Volga: hanno contribuito all’incontro le sezioni dell’Asmr della regione di Novosibirsk, dell’intera Siberia, di Russia e dei Tatari.

I partecipanti hanno affrontato questioni legate al potenziale delle organizzazioni religiose nell’educazione morale e spirituale, ma anche patriottica e civile delle generazioni più giovani. Hanno riflettuto poi su temi come la formazione dell’identità popolare russa, l’influsso dei valori religiosi offerti dalle confessioni tradizionali della Russia – soprattutto l’Islam e l’Ortodossia – nello sviluppo del dialogo etno-confessionale e la sicurezza spirituale del Paese.

Sono intervenuti rappresentanti di comunità religiose e accademiche dal Kirghizistan e dalla Giordania, e il professore dell’accademia islamica bulgara Ismail Bul-Bul, ex muftì di Palestina, che ha trasmesso il saluto di tutti i palestinesi. Dalle altre sezioni dell’Asmr hanno dato il loro contributo il presidente della regione di Kemerovo in Siberia, il muftì Tagir Bikčantaev, da Mosca l’imam-khatyb Denis Mustafin e altri esponenti delle amministrazioni musulmane.

Krganov ha tenuto la relazione d’apertura, annunciando che per decisione del presidente Vladimir Putin i festeggiamenti per il giubileo islamico sono estesi all’intera Federazione Russa, dopo l’inizio in Tatarstan il mese scorso, che ha suscitato grande risonanza nel Paese. Egli ha sottolineato il fatto che “il testimone di questa staffetta celebrativa è giustamente passato dai tatari alla terra di Siberia, e per noi si tratta di un programma molto legato all’attualità e alle aspettative della popolazione”. Richiamandosi al progetto del ministero della Cultura per la ridefinizione delle “Fondamenta della politica statale e rafforzamento dei valori tradizionali”, il gran muftì ha voluto assicurare il contributo dei musulmani a questo solenne impegno culturale ed educativo.

Per Krganov l’uscita dalla crisi spirituale del mondo contemporaneo potrà realizzarsi con il contributo della Russia, nel “ritorno alle fondamenta culturali e civili organiche dell’identità del popolo, con la rinascita religiosa, la riscoperta dei valori della cultura classica, la formazione di nuove motivazioni valoriali che ispirino l’attività sociale ed economica, con il cambiamento verso il meglio dell’immagine morale e spirituale della generazione giovanile, con la garanzia dell’unità e della sicurezza del popolo e della nazione”.

I musulmani di Russia sono grati ai cambiamenti sociali degli ultimi decenni, che hanno permesso la piena espressione della libertà religiosa e l’apertura delle scuole religiose di vario livello, la pubblicazione di materiali informativi islamici e la creazione di associazioni sociali di indirizzo musulmano, molte delle quali per aiutare i fedeli a compiere i pellegrinaggi all’estero, così importanti per la fede maomettana. Il contributo islamico all’identità nazionale russa è una forma di “profilassi contro l’estremismo pseudo-religioso”, in grado di rafforzare l’intera “civiltà eurasiatica, di cui lo stato russo è una colonna fondamentale nell’incrocio tra tradizioni, territori e destini degli uomini”.

La ricomposizione del centro parlamentare non deve essere un’operazione di vertice. C’è bisogno di rinnovamento.

Dalla fine della Dc, del Partito Popolare e poi della Margherita sono state tentate operazioni di ricostruzione del centro. Ora si annuncia una stagione nuova, sul cui sfondo conta il binomio Mattarella-Draghi. Tuttavia un’operazione meramente di vertice, senza un vigoroso ricambio di classe dirigente, sarebbe una mera somma di addendi.

 

Francesco Provinciali

 

Il Parlamento non è uscito indenne dalle elezioni Presidenziali, la richiesta di proroga indirizzata a Mattarella più che un segnale di unità, almeno da parte dei partiti della maggioranza di governo, è stata la conseguenza di un senso di impotenza, una palese difficoltà a convergere su un nome nuovo, a cui si era aggiunto il timore di imprimere un’accelerazione verso lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate.

 

Ci sono poi altri elementi confusivi che danno del Parlamento, nella sua attuale composizione, l’immagine di uno sparigliamento evidente, tra distinguo e tentativi di ricomposizione: che il centro destra sia arrivato al capolinea lo dicono gli stessi leader di quella che fino a un mese fa veniva definita alleanza o coalizione, mentre si cercano temi convincenti che qualifichino i nomi nuovi che sono emersi, a cominciare dal partito repubblicano a quello conservatore, mentre i liberal-popolari fedeli a Berlusconi scrutano nuove leadership, sempre sotto l’egida del Cavaliere cui ha fatto visita Casini. A sinistra scarseggiano le idee sul da farsi, dopo la “liaison dangereuse” con il M5S, persino Bettini, Guerini e Franceschini si riposizionano: basti pensare che il Pd, che ha sempre espresso un marcato orientamento per il bipolarismo (Prodi docet), sta pensando ad una riforma elettorale che riporti in vigore il proporzionale puro, anche se con una soglia di accesso (e Letta è il padre putativo di questo ripensamento).

 

Nel M5S è in atto la diaspora neanche tanto velata tra Conte e Di Maio, e molti indizi fanno pensare che il secondo, fiutando aria di ridimensionamento e forse di implosione di un Movimento orfano di una linea politica condivisa al suo interno, cominci a pensare ad emigrare verso il Pd, dove eviterebbe la tagliola del vincolo del secondo mandato e si ritaglierebbe un futuro politico garantito e progressista.

 

Deve far presto visto che proprio su sua iniziativa il Parlamento sarà decapitato: perché se resta e perde il confronto con la sua creatura politica deve attendersi anche il ritorno in campo di Di Battista, forte personalità non incline ai compromessi.

 

Anche il centro si muove, persino con argomentazioni più convincenti: in fondo Mattarella rappresenta l’area moderata, è un democristiano della prima ora, il riferimento alto di una tradizione politica che ha saputo resistere al velleitarismo populista e al giustizialismo giacobino. Il centro moderato, nel suo rassemblement tattico è stato determinante per mitigare le alternative di destra e sinistra, entrambe senza numeri per imporre un candidato di area. Ci si aspetta un salto dalla tattica alla strategia, con un comune denominatore di imprinting ideologico: moderazione, governabilità, stabilità, tradizione e innovazione.

 

Ci si attenderebbe anche un rinnovamento dei timonieri, ma forse i tempi non sono maturi: c’è molto fermento in periferia mentre si origlia soprattutto ciò che accade nel centro parlamentare. È di questi giorni la notizia di fermenti e di incontri, di progetti in fieri e di una volontà di ricomposizione di cui non si aveva sentore da anni: un sistema elettorale proporzionale favorirebbe un ricompattamento al centro che tornerebbe ad essere incisivo e determinante. Dall’incontro tra Renzi, Toti e Mastella nasce ‘Italia di centro’, mentre Cesa, Lupi, Brugnaro e Rotondi restano per ora legati al centro destra.

 

C’è “fame di centro”, osserva Osvaldo Napoli, uno dei registi dell’operazione guidata da Renzi. Dalla fine della Dc, del Partito Popolare e poi della Margherita sono state tentate operazioni di ricostruzione, seguite dal perdurare degli sparigliamenti e dal crescere lento ma inesorabile del Gruppo misto, un contenitore per tutte le stagioni. I nomi ‘di peso’ adesso in campo preludono ad una stagione nuova e il centro moderato – nella sua accezione più ampia – prende ora consapevolezza di una fattibilità concreta, sul cui sfondo conta, eccome, il binomio Mattarella-Draghi.

 

In vista delle elezioni del 2023 il palinsesto aggregativo dovrebbe prendere consistenza: resta tuttavia un nodo cruciale per la sua credibilità e il suo auspicabile successo. Esso è continuamente sollecitato dagli amici che su “Il Domani d’Italia”, “Rinascita Popolare”, “Insieme”, “Democraticicristiani-Per l’Azione” e altri magazine pongono con sagacia e autorevolezza culturale l’ambito tematico dei contenuti, dell’ispirazione ideale, dei riferimenti autorevoli della tradizione e della militanza del cattolicesimo popolare e liberale, oltre al postulato rinnovamento della classe politica, tenendo conto della forte spinta che proviene dall’associazionismo e dalla base sociale. Un’operazione meramente di vertice, un’alchimia delle componenti pilotata dal centro e priva di un vigoroso ricambio di classe dirigente sarebbe una mera somma di addendi, senza garanzia del risultato. La pertinenza delle argomentazioni sollevate da chi scrive analisi politiche sensate e aderenti ai bisogni del paese reale non può ridursi a “flatus vocis”, meritando il diritto ad un ricambio che sostanzi la necessità di rinnovamento.

Prima Repubblica: più luci che ombre, secondo  Passigli. Il suo ultimo libro, letto per noi da Papini, ne spiega i motivi.

 

Il biennio (1992-1993) è stato soprattutto una stagione di grandi illusioni: l’illusione della fine della corruzione. In tutto l’Occidente si è compiuta una profonda trasformazione, la fine della politica dei grandi partiti, ma in Italia dove la democrazia è più fragile (come sapeva bene Moro), i processi sono stati più rapidi.

 

Gabriele Papini

 

La Prima Repubblica non ha mai goduto, nella pubblicistica come in larga parte della storiografia, di buona fama. Anzi, possiamo dire che difficilmente un periodo della nostra storia recente – fatta forse eccezione per il ventennio del regime fascista – è stato giudicato in maniera così lontana dai suoi effettivi meriti. Molti osservatori sono portati a far risalire la conclusione traumatica della prima Repubblica a trent’anni fa. Quel famigerato biennio (1992-1993) in realtà è stato soprattutto una stagione di grandi illusioni: l’illusione della fine della corruzione e degli intrighi, l’illusione secondo cui i magistrati erano i vendicatori della società civile contro una politica in disfacimento. L’illusione che la Seconda Repubblica sarebbe stata portatrice sana di una “nuova stagione”.

 

A costruire questa narrazione, in parte mitologica, furono soprattutto i mezzi di informazione. Oggi – trent’anni dopo – abbiamo la certezza che il ’92-’93 è stato un gioco “a somma zero” e però al contempo avvertiamo la necessità di una riflessione storica più ponderata sulla vicenda italiana del secondo Dopoguerra. Stefano Passigli, già senatore della Repubblica nelle file dell’Ulivo e a lungo docente di scienze politiche all’Università di Firenze, nel suo ultimo saggio punta fin dal titolo (Elogio della prima Repubblica, edzioni La Nave di Teseo) a una riabilitazione storica dell’esperienza della “Repubblica dei partiti” (secondo la definizione di Pietro Scoppola) a suo giudizio “momento straordinario di buon governo senza eguali nella nostra storia”.

 

Nella puntuale ricostruzione operata dall’autore, in un Paese “distrutto e comunque poverissimo”, una classe politica di grande spessore seppe promuovere non solo la ripresa delle fondamentali infrastrutture e il rilancio delle attività produttive, ma anche favorire una maggiore inclusione sociale con alcune lungimiranti misure di policy (come si dice oggi) che hanno permesso a un sempre maggior numero di cittadini di accedere all’istruzione, alla previdenza e alla assistenza sanitaria pubblica. In una parola, al Welfare State tipico di un Paese moderno.

 

Il compito che la classe politica si era trovata ad affrontare alla fine della guerra, come sappiamo, era immane. Il Paese esce sconvolto nella sua coesione sociale dal conflitto bellico e al contempo profondamente diviso dalla “questione istituzionale”. È anche grazie alla saggezza e all’equilibrio delle classi dirigenti di allora (lo “spirito dell’Assemblea Costituente” secondo Passigli) se il Paese seppe darsi una forma di governo (la democrazia parlamentare) e una legge elettorale (il sistema proporzionale) che assicuravano – al contempo – competenza e rappresentatività.

 

A favorire la stabilizzazione del Paese contribuirono non poco anche gli aiuti internazionali dell’Unrra (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) che salvarono l’Italia dalle prime necessità postbelliche. L’Unrra dispensò infatti non solo aiuti alimentari e materie prime, ma finanziò anche programmi di ricostruzione di case e di sostegno alla maternità e all’infanzia. Come ricorda l’autore, “su 3.653 milioni di dollari di contributi totali dell’ERP (European Recovery Program) l’Italia ne ricevette 429 milioni”. Ciò si spiega con l’evidente sforzo dell’amministrazione Truman di sostenere un “Paese cerniera” del blocco dell’Europa occidentale nei confronti dell’espansionismo sovietico. Analogie e parallelismi con il Pnrr non sono possibili perché – come si legge nell’introduzione – il post pandemia non ha termini di paragone con il secondo dopoguerra.

 

Dopo un periodo di sostanziale benessere negli anni del Boom economico (culminato nell’Oscar delle valute per la lira nel 1960) la democrazia italiana inizia lentamente ad avvitarsi su sé stessa. Questo processo culmina nel 1978, anno del rapimento e uccisione di Aldo Moro. Il 1978 è anche l’anno di mezzo tra il ’68 e l’89, tra la rivoluzione dei giovani in Occidente, la contestazione e la caduta del muro di Berlino. È anche l’anno che fa da spartiacque della generazione che cresce tra il prima e il dopo: il tutto della politica (“gli ideali e il sangue” secondo Passigli) e il suo nulla. La trasformazione della politica, da orizzonte di senso a puro narcisismo e nichilismo. Il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro ne costituisce lo spartiacque fondamentale. Lui che pure aveva indicato una strada difficile, tortuosa, per uscire dalla crisi della democrazia che avvertiva come un dramma.

 

In tutto l’Occidente si è compiuta questa trasformazione, la fine della politica dei grandi partiti, ma in Italia dove la democrazia è più fragile (come sapeva bene Moro), i processi sono stati più rapidi. La politica è diventata sempre di più apparenza (“ha smesso di essere un orizzonte di senso collettivo in cui identificarsi” secondo Passigli), non ha coltivato più la speranza, ma la paura dei cittadini e la loro rabbia, generando frustrazione negli elettori, perché continua a promettere quello che non riesce più a dare.

 

Ecco perché, venendo ai giorni nostri, partiti nuovi e leader giovani riescono a prendere milioni di voti, ma non avendo neppure un “atomo di verità” (come diceva Moro) sono in ogni caso condannati alla cultura della sconfitta.

Quello che l’azzardo di Putin dice all’Europa.  L’analisi di Farinone.

 

Putin si sta prendendo diversi rischi, quelli che derivano dalla Nato: sono i soli che considera. Li vede nel momento in cui l’Alleanza si ricompatta, addirittura rendendosi interessante per paesi oggi neutrali come Svezia e Finlandia. L’Europa manifesta la sua debolezza.

 

Enrico Farinone

 

La crisi ucraina sta ponendo l’Unione Europea di fronte a tutte le proprie debolezze e contraddizioni nel campo di una politica estera che essa continua a non possedere. E’ stato detto che “la crisi non riguarda l’Ucraina in sé quanto piuttosto il nuovo patto sulla sicurezza europea”. Se ne sta occupando, per conto degli europei, non la UE bensì la NATO. Sì, quella medesima organizzazione che solo poco più di un anno fa il Presidente francese definiva in fase di “morte cerebrale” e che ora al contrario la scommessa al tavolo da poker di Putin ha reso nuovamente indispensabile, al centro delle preoccupazioni di Mosca, delle speranze ucraine e moldave (e forse pure georgiane), della strategia di difesa dei paesi baltici ex sovietici così come di quella dei paesi est europei già appartenenti al Patto di Varsavia.

 

Ciò che pensa lo zar del Cremlino ormai è chiaro. Nella sua visione tardo novecentesca l’Europa deve essere presidiata da due blocchi, uno a guida americana e uno a guida russa. Purtroppo per lui l’estensione territoriale e militare dell’area di sua influenza è ridotta rispetto ai tempi dell’URSS (la cui fine egli ritiene la più grande tragedia del fin-de-siecle), ma questo non significa che una qual certa influenza, anche economica oltre che culturale, non possa nuovamente venire esercitata su popolazioni che in fin dei conti hanno abbandonato Mosca da soli trent’anni. Anche e forse soprattutto considerando le difficoltà che esse, e i loro governi ancor di più, hanno nei rapporti con l’Europa di Bruxelles.

 

A questa riflessione, non declamata ma evidente, Putin aggiunge in chiaro una affermazione netta, ovvero la sua assoluta opposizione ad un ulteriore allargamento ad est del Patto Atlantico. Bielorussia, Moldavia, Georgia, Ucraina sono territori no-limits per la Nato. E per la verità aggiunge la richiesta, non proprio secondaria, di un ritiro dell’Alleanza dai paesi europei che furono parte dell’impero sovietico. Dell’Unione invece non si preoccupa, dando per scontato il disinteresse europeo per quelle nazioni dal punto di vista di un eventuale allargamento dei Ventisette.

 

Ora, con questa mano di poker Putin si sta prendendo diversi rischi. Questo è evidente. Ma sono quelli che derivano dalla Nato i soli che considera. Li vede nel momento in cui l’Alleanza si ricompatta, addirittura rendendosi interessante per paesi oggi neutrali come Svezia e Finlandia. E li vede altresì nella nuova potenziale pressione statunitense sulla Germania per bloccare il gasdotto Nord Stream 2, che Biden aveva allentato forse con troppa precipitazione, non considerando che la forza politica della cancelliera Merkel non sarebbe stata – almeno nell’immediato – rimpiazzata da una nuova guida politica a Berlino altrettanto autorevole.

 

Per contro, Putin di rischi con l’UE non ne vede, se non marginali. Priva di una politica estera comune; priva di una politica di difesa comune; priva di una potenziale forza militare di grande impatto, ora che la Gran Bretagna ne è uscita; priva di una leadership riconosciuta, ora che la Kanzerlin non c’è più; priva di risorse energetiche sufficienti qualora Mosca decidesse di chiudere i gasdotti che alimentano il 40% del suo consumo di gas; perennemente divisa al suo interno dal prevalere degli interessi nazionali, che entrano di prepotenza in qualsiasi campagna elettorale (così è stato la scorsa estate in Germania, così è ora in Francia); divisa, infine, da una barriera culturale e dalla stessa concezione dello stato di diritto fra il suo occidente e il suo oriente. No, l’Europa così come è ora non preoccupa Putin più di tanto.

 

Certo, ora il cancelliere Scholz ha alzato la voce, ponendo Nord Stream 2 fra i titoli del lungo elenco di sanzioni che colpirebbero Mosca nel caso si decidesse a invadere l’Ucraina. Ma Putin ha pure notato che Berlino ha impedito all’Estonia – paese membro UE – di inviare a Kiev armi di produzione tedesca. E che nessun paese europeo, a parte la Slovenia, ha difeso la Lituania sottoposta ad un duro boicottaggio commerciale cinese solo per aver accolto una sede diplomatica di Taiwan. Cosa c’entra? C’entra, perché illustra la debolezza europea. Forse a margine della fastosa cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, Putin e Xi avranno dedicato qualche minuto anche a questo particolare, non così insignificante del resto.

I Popolari di fronte al fascismo. Un tracciato storico a 100 anni dalla Marcia su Roma. Alcune pagine del libro di Giorgi.  

 

Lo studio di Luigi Giorgi – I liberi e forti non vacillano. Il Partito popolare italiano nel Lazio (1919-1926), Atlantide editore, Latina 2021 – permette di leggere con la lente d’ingrandimento l’esperienza del Ppi in un contesto delicato e strategico, se non altro per la “consistenza” del dato riguardante la città di Roma. Di seguito, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, riportiamo alcuni stralci che permettono di inquadrare la prima resistenza dei Popolari di fronte alla irruzione del fenomeno dittatoriale fascista.   

 

Luigi Giorgi

 

Il secondo governo Facta ebbe la fiducia il 10 agosto. Ma oramai si era incamminati verso la resa dello Stato liberale al fascismo. Mussolini fu abile nel mantenere una sostanziale ambiguità giocando su più tavoli, intrecciando oltretutto trattative con i suoi possibili alleati e rivali da Giolitti a Nitti, da Salandra allo stesso Facta.

 

La marcia fu effettuata alla fine di ottobre. Nella notte fra il 26 e 27 ottobre i dirigenti del Partito fascista dovevano consegnare il potere nelle mani dei quadrumviri, Bianchi, De Bono, Balbo e De Vecchi.

 

La concentrazione di fascisti alle porte di Roma avrebbe potuto essere sciolto con la firma dello stato d’assedio (il decreto era stato già preparato da Facta) da parte del re. Cosa che non avvenne. Vittorio Emanuele III affidò l’incarico a Mussolini di formare un nuovo governo il 30 di ottobre.

 

Interessante quanto scriveva il settimanale popolare Il Popolo nuovo sul rifiuto del sovrano di firmare lo stato d’assedio: «Capovolgimento della situazione. Situazione gravissima. Il fascismo ha il passo libero su Roma per la conquista dei poteri pubblici, dello Stato. Principio o fine della crisi? Esprimere giudizi su quanto sta avvenendo, è assurdo in questo momento; l’ansia con cui assistiamo a questo rivolgimento – e perché non dirlo? – a questa rivoluzione ci impedisce di farlo».

 

[…]

 

Mussolini presentò il suo governo, cui parteciparono i popolari (Tangorra al Tesoro, Cavazzoni al Lavoro, Vassallo sottosegretario agli Esteri, Milani sottosegretario alla Giustizia, Gronchi sottosegretario all’Industria e Commercio e Merlin alle Terre liberate), con una decisione che avrebbe creato non poche polemiche in quanto presa dal Direttorio del Gruppo parlamentare (nemmeno al completo) senza l’approvazione della segreteria politica del Partito. L’Esecutivo Mussolini venne presentato il 16 novembre con il noto intervento «dell’aula sorda e grigia»: conosciuto come il discorso del «bivacco». Un intervento dai toni decisamente aggressivi, che non lasciava presagire nulla di positivo per la fragile democrazia italiana.

 

Di particolare rilievo quanto si poteva leggere su Il Popolo nuovo in merito alla partecipazione del Partito al governo Mussolini, soprattutto nel passaggio nel quale si scriveva che:

 

Gli amici, le Sezioni, le Amministrazioni comunali e provinciali di parte nostra, che in varie parti d’Italia, nonostante gli ordini del Governo, sono fatte segno alle ire locali, e quindi sentono forte il disagio tra la loro passione e la partecipazione del Gruppo Popolare al Ministero, sappiano valutare tutto il fenomeno che in questi giorni ha interessato la Nazione al di fuori di ogni forma tradizionale e di ogni norma costituzionale per una visione sintetica dei problemi generali; e sappiano che i nostri uomini al Governo cercano con ogni attività di temperare le asprezze e gli urti locali, di attenuare gli effetti di lotte passate, di avviare le varie forze e organizzazioni in contrasto e in lotta, verso un terreno di tolleranza e di convivenza, che renda possibile e auspicata la pacificazione del Paese. Ieri come oggi e come domani il nostro Partito è al suo posto, con il suo programma, con i suoi organi, con i suoi uomini senza nulla rinunziare ai suoi ideali, senza nulla pentirsi del suo lavoro e dei suoi sacrifici per la patria comune.

 

Un breve commento che lasciava trasparire la sofferenza della decisione, le opposizioni che sorgevano rispetto a questa scelta e la necessità, comunque, di individuare un ruolo popolare all’interno dell’alleanza di governo. Allo stesso tempo, pur nella difficoltà, emergeva il senso ultimo, seppur in modo farraginoso, della decisione e cioè il pregresso di violenze, scontri, tensioni, che aveva determinato la scelta popolare nella speranza di porvi, in qualche misura, fine e di contribuire così ad un rasserenamento del clima generale.

 

Per il testo completo leggere “Per l’Azione-Democraticicristiani”.

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2022/02/NUMERO-3.pdf

Mattarella e Draghi. Il tandem dell’Italia vincente.

 

I partiti – tutti – sono chiamati a ridefinirsi. Ora, il centro non è il fossile guida degli archeologi per classificare il passato, ma lo strumento di creatività politica per dare spazio al futuro. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani-Per L’Azione” in uscita oggi in versione digitale (pdf).

 

Lucio D’Ubaldo

 

Due uomini al comando, segnala in copertina questo numero di “Per l’Azione”. Che vuol dire? Intanto è una constatazione, perché Mattarella è il Presidente della Repubblica italiana e Draghi il Presidente del Consiglio. Ciò significa che su di loro, in effetti, grava il peso maggiore della ripresa, o meglio della rinascita, del Paese. Ovviamente l’uno e l’altro hanno responsabilità diverse come spiegava Meuccio Ruini in un memorabile discorso del 1947: il primo è il “Capo spirituale e non solo temporale della Repubblica”, il secondo è il “Capo della maggioranza e dell’esecutivo”. Non significa però che siano loro, in perfetta solitudine, l’alfa e l’omega di questa  rigenerazione dello spirito nazionale, grazie alla quale dare forma e sostanza al processo di cambiamento. Senza un recupero di energie collettive, specie nel campo della politica, qualsiasi leadership è destinata a maneggiare una pretesa frustrata, al peggio un’illusione di breve durata.

 

In giro si avverte il bisogno di proporzionale e la volontà di riorganizzare il centro: facce diverse della stessa medaglia, e quindi prospettiva unificante di alleanze e identità di partito. Finora questo discorso scontava l’obiezione dei paladini del sistema maggioritario. Da essi veniva il monito a preservare il bene dell’alternanza; in altri termini, il primato di coalizioni funzionali a contenere le differenze, affiatatandole nello scilinguagnolo di facili dogmi, con l’obiettivo fondamentale di consacrare la dialettica tra destra e sinistra.

 

Adesso gli schemi sono saltati: “Ogni partito – ha scritto Pierluigi Castagnetti – è chiamato a ridefinirsi”. Pertanto anche il centro come categoria della politica ha necessità di assumere il profilo giusto, per non fungere da catalizzatore delle spurie e generiche metafisiche non dell’essere, ma dell’esserci. Deve ridefinirsi, insomma, come luogo dì elaborazione e propulsione politica, per il bene del Paese.

 

In sostanza, mentre la contrapposizione tra destra e sinistra inibisce – o più brutalmente punisce – lo sforzo che serve a tradurre in prospettiva di medio termine la convergenza di aspettative e volontà diverse, ignorando perciò l’invito dell’Appello ai liberi e forti ad “attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso”; diversamente oggi, in linea con la sintesi sturziana, il centro deve rappresentare il motore di una iniziativa nuova, sebbene ancora sprovvista dell’armatura di partito, per riorganizzare un grande campo democratico, come fu nella stagione del centrismo e poi del centro-sinistra.

 

Il tempo è breve, le elezioni non sono distanti e scelte di lungo respiro s’impongono: nel 2023, con Draghi protagonista, si tratterà di conquistare il consenso degli italiani attorno a una politica di innovazione e solidarietà. In questo orizzonte ancora incerto e tuttavia impellente, il centro potrà esistere non come fossile guida degli archeologi, in sostanza per classificare il passato, ma come principio e strumento di creatività politica, per dare spazio al futuro

La vicenda del Quirinale obbliga a ripensare l’architettura della politica.

 

Il secondo mandato per il Capo dello Stato uscente, fino all’ultimo estraneo al gioco della reinvestitura, costituisce una scelta di alto profilo che certamente rassicura il Paese, ma non può celare una certa crisi del sistema politico. Emerge la spinta a favore del proporzionale. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani-Per L’Azione” in uscita oggi in versione digitale (pdf).

 

Alessandro Forlani

 

La rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica può certamente ritenersi un evento favorevole e rassicurante per il Paese, che giova sensibilmente ai rapporti internazionali, al prestigio delle istituzioni e alla funzionalità della democrazia repubblicana. Stile, sobrietà e competenza, sensibilità istituzionale, gli vengono universalmente riconosciuti, così come l’indubbia capacità di moral suasion.

 

Ma gli aspetti positivi della soluzione prescelta dai Grandi Elettori e l’indubbio valore del Presidente rieletto non possono celare o ridimensionare la percezione dello spettacolo avvilente, offerto, in questa occasione, da una classe politica caratterizzata da improvvisazione, imperizia e scarso senso di responsabilità.   Anche perché è pur vero che il Presidente Mattarella risultava di gran lunga il favorito, nei sondaggi e negli apprezzamenti espressi nelle più diverse sedi, tra i possibili candidati per il nuovo settennato, ma aveva egli stesso lasciato intendere con estrema chiarezza, in più occasioni, di non essere disponibile a ricandidarsi per un secondo mandato.

 

Quindi il rispetto della persona e della sua sensibilità e volontà, unitamente alla riconoscenza per l’encomiabile

servizio svolto nel suo primo settennato, avrebbero dovuto indurre i vertici delle forze politiche rappresentate in Parlamento a trovare tempestivamente adeguate soluzioni alternative, in grado di raccogliere l’ampio consenso necessario all’elezione presidenziale. Già, perché il contesto politico in cui si collocavano queste elezioni richiedeva una convergenza di portata direi quasi eccezionale, ben al di là della maggioranza assoluta dei componenti il Collegio, la confluenza di tutte le forze che sostengono l’esecutivo attualmente in carica, ai fini di preservare il governo Draghi dai pericolosi effetti di eventuali lacerazioni tra i partiti della sua maggioranza.     Era chiaro, fin dagli inizi, che l’ampia e frastagliata alleanza che sostiene da circa un anno l’esecutivo tuttora in carica non avrebbe dovuto infrangersi in occasione dell’elezione del nuovo Capo dello Stato, pena il rischio di crisi di governo e di elezioni anticipate, con possibile pregiudizio dei rilevanti obiettivi perseguiti.

 

Questa convergenza eccezionale che il momento richiedeva, ben chiara a tutti gli attori – ripeto – fin da principio, doveva indurre i partiti, già prima dell’insediamento dei Grandi Elettori, a costruire tempestivamente una candidatura autorevole e condivisa.     E, possibilmente, una candidatura indipendente, perché era ben chiaro che ciascuno degli schieramenti non avrebbe mai accettato una personalità ritenuta “organica” alla compagine avversa. Non ha aiutato certamente, in questo senso, la candidatura di Berlusconi da parte del centrodestra: non si può negare che sia uomo di parte per eccellenza, è tuttora il Presidente di uno dei partiti della coalizione, è stato a lungo il leader del cartello di centrodestra nelle diverse competizioni elettorali del passato. E, al di là di torti e ragioni, di pregiudizi e dietrologie, della sua stessa volontà, è oggettivamente figura divisiva, come in genere accade a tutti i leader particolarmente esposti come identificazione di una precisa posizione politica.

 

Nel suo caso, poi, rilevano molti altri aspetti della sua biografia, sui quali ognuno naturalmente avrà le proprie opinioni, che tuttavia lo rendono inviso ad una parte rilevante dell’opinione pubblica e delle sue espressioni politiche, mentre un’altra parte, anch’essa rilevante, gli dimostra ancora il proprio consenso ed apprezzamento.   La candidatura di Berlusconi, sostenuta inizialmente, almeno ufficialmente, dall’intero schieramento di centrodestra, ha dunque differito nel tempo la ricerca di un accordo su un candidato condiviso dall’intera maggioranza di governo.

 

Però, a mio giudizio, anche l’eccessivo fuoco di sbarramento partito da Pd e 5 Stelle nei confronti di questa candidatura, con i soliti stereotipi e pregiudizi, ha ostacolato il tempestivo raggiungimento di un’intesa unitaria, perché ha favorito l’arroccamento del centrodestra, dopo il ritiro di Berlusconi, sui tre nomi della “rosa” (Pera, Moratti e Nordio) e poi su Maria Elisabetta Casellati, esposta a un esito disastroso, con circa settanta franchi tiratori. Non intendo certo contestare al centrosinistra la mancata adesione alla candidatura del fondatore e leader di Forza Italia – sarebbe politicamente impensabile – ma forse un maggiore rispetto per la candidatura stessa, magari avanzandone inizialmente un’altra, omogenea alla sinistra stessa, per poi dare inizio alle danze, avrebbe creato maggiore apertura nel centrodestra, anche perché, ragionando sui numeri, si sarebbe potuto facilmente immaginare che il nome del Cavaliere sarebbe stato a un dato momento ritirato, come infatti è avvenuto, prima ancora che iniziassero le votazioni. Ma le astiose polemiche dei giorni precedenti hanno, probabilmente, lasciato il segno e allontanato una soluzione concordata.

 

Un altro nodo fondamentale di questo contrastato iter dell’elezione presidenziale era costituito dalla posizione di Mario Draghi. Per molte ragioni era il candidato ideale per una soluzione bipartisan e rispettosa della preannunciata indisponibilità di Mattarella. Ma era anche il Presidente del Consiglio in carica, una condizione dalla quale non è mai accaduto, nella nostra storia repubblicana, che si sia verificato il “trasloco” al Quirinale. Sono stati eletti alla Presidenza della Repubblica diversi ex capi dell’esecutivo (Segni, Leone, Cossiga, Ciampi), ma mai il premier in carica al momento dell’elezione stessa. La candidatura di Draghi ingenerava inevitabilmente diffuse preoccupazioni sulla sorte del governo, dopo l’eventuale trasferimento dell’ex Presidente Bce da Palazzo Chigi al Quirinale e sulla possibilità di trovare un altro premier in grado di tenere unita l’ampia maggioranza che sostiene il governo stesso.   E con queste preoccupazioni, affiorava incombente lo spettro della conclusione immediata o quasi della legislatura e di elezioni anticipate del nuovo Parlamento, peraltro a ranghi ridotti.

 

L’esplorazione di una strada che consentisse la prosecuzione delle larghe intese – e quindi anche della legislatura – con un altro premier, magari anche lui tecnico e indipendente, non ha trovato, a quanto pare, le necessarie adesioni. Abbiamo sentito molte campane ripetere all’infinito che Draghi è necessario al Paese e deve restare dov’è, non tenendo conto che, con l’elezione alla Presidenza della Repubblica, il Paese stesso lo avrebbe preservato al suo servizio, sia pure in una veste diversa, molto più a lungo.

 

Un’altra possibilità di risparmiare al Presidente Mattarella la revisione dei propositi già manifestati si è ravvisata nella candidatura di Pier Ferdinando Casini che aveva quei requisiti di prestigio istituzionale e di indipendenza che si rendevano necessari. Nel corso delle convulse trattative che hanno accompagnato gli otto scrutini è sembrato più volte molto vicino al traguardo e, forse, insistendo, avrebbe potuto trovare un terreno favorevole. Con la sua rinuncia ha dato prova di alta sensibilità politica e istituzionale. Da questa nuova elezione presidenziale usciamo, questa volta, con il nostro sofferto bipolarismo assai malridotto, il centrodestra diviso e in attesa ormai di una rifondazione, più ancora che di chiarimenti o rese dei conti. E l’asse PD-5 Stelle, già in rodaggio da tempo, sembra anch’esso scricchiolare, a causa delle tensioni e conflittualità che investono il movimento grillino, rese ancora più visibili all’esito dell’elezione presidenziale.

 

È tempo, credo, di una revisione sistemica degli assetti politici e della presa d’atto – fatta salva la necessaria intesa su cui è fondato il governo Draghi – del logoramento dei vecchi equilibri. Molto dipenderà anche dalla legge elettorale che verrà adottata: proprio la crisi degli schieramenti contrapposti potrebbe rafforzare la tentazione del ritorno al proporzionale.

Anticipi e ritardi. Da Leone a Mattarella: oggi, rispetto al 1971, ha prevalso la tenuta della maggioranza.

 

Eletto Presidente, con la frattura di socialisti e democristiani, Leone fu “costretto” a sciogliere le urne. L’elezione di Mattarella ha registrato in extremis l’unità della maggioranza di governo. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani-Per L’Azione” in uscita oggi in versione digitale (pdf).

 

 

 

Maria Chiara Mattesini

 

Quelle del 1972 furono le prime elezioni anticipate in epoca repubblicana, ma altre, poi, ne sarebbero seguite. L’ultima volta era accaduto il 25 gennaio 1924, per “mettere a terra” il nuovo sistema elettorale voluto dai fascisti, che assegnava due terzi dei seggi di Montecitorio al partito di maggioranza relativa: era la nota “legge Acerbo”.

 

Ma parlavamo delle consultazioni del ’72. Presidente della Repubblica era il napoletano Giovanni Leone eletto, dopo due settimane di votazioni andate a vuoto, il 24 dicembre 1971 con 518 voti su 1.008: una maggioranza risicata ottenuta grazie al sostegno determinante – e però non ricercato dalla Dc – del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. L’elezione di Leone fu tortuosa: servirono infatti 23 scrutini. I candidati a tale ruolo non erano mancati: in primo luogo Amintore Fanfani, inviso, però, a una parte degli stessi democristiani; quindi Pietro Nenni, che l’ombra di un neo-frontismo fuori tempo consegnava a un ruolo di testimonianza; e poi ancora Aldo Moro, ritenuto dai suoi stessi colleghi di partito, ma non solo, troppo spostato a sinistra.

 

A distanza di pochi mesi dalla elezione, la decisione di ricorrere anticipatamente alle urne fu presa da Leone in accordo con gran parte dello schieramento politico. Il neo-presidente, tra l’altro, avrebbe decretato anche la fine della sesta legislatura, cominciata il 25 maggio del 1972 e conclusa il 4 luglio del 1976. Malgrado le divisioni, i risultati del ’72 riconsegnarono al centro-sinistra la maggioranza assoluta dei votanti e del Parlamento: la Democrazia Cristiana rimaneva il primo partito; socialisti e socialdemocratici confermavano divisi i voti assommati insieme nel disciolto Partito Socialista Unificato; i comunisti, alla cui guida era da poco arrivato Enrico Berlinguer, rimanevano sostanzialmente stabili. Sull’altro fronte politico, i liberali subivano un forte arretramento, mentre il Movimento Sociale Italiano, che già l’anno prima, nella tornata parziale di elezioni amministrative, aveva incrementato i propri voti, continuava a crescere, raddoppiando i consensi e ottenendo il suo massimo storico.

 

 

 

 

Si comprende, allora, perché la Dc avesse manovrato in direzione del voto anticipato, dal momento che l’insidia della destra neo-fascista si era fatta particolarmente acuta. Si trattava di fronteggiare lo smottamento a destra dell’elettorato moderato. Anche altri partiti, però, avevano buone ragioni per sciogliere le Camere prima del previsto. Il Pci, ad esempio, temeva i dissidenti del Manifesto, con la prospettiva di un progressivo coagulo di forze alla sua sinistra. L’Italia del ‘72 era anche quella della bomba di piazza Fontana; era il paese del tentato golpe Borghese e della più lunga rivolta metropolitana, quella di Reggio Calabria, “cavalcata” dai missini. E poi, soprattutto, c’era la questione, temuta da quasi tutti gli schieramenti politici, del referendum sul divorzio, che slittò proprio per la convocazione dei comizi elettorali.

 

A confronto, dunque, la recente rielezione di Sergio Mattarella sembra avvenuta a tempo di record e l’attuale maggioranza si profila comunque più compatta rispetto al quadro delle forze di governo nei burrascosi anni che abbiamo appena ricordato. Leone al Quirinale, eletto sull’onda di un centro-sinistra che doveva registrare al proprio interno una frattura clamorosa, era perciò chiamato a “coprire” istituzionalmente la voglia di correggere il processo riformatore incarnato dall’alleanza strategica tra cattolici e socialisti. Nuove elezioni e nuovo esecutivo: il centrismo sarebbe riemerso con la costituzione del governo Andreotti-Malagodi. Tuttavia il ritorno, illusorio, alla stabilità col contributo dei liberali non fu una scelta di grande respiro.

 

Con Mattarella la stabilità ha un altro senso perché “costringe” la maggioranza a concentrarsi su stessa, per il bene del Paese. Non dimentichiamoci che nel 2023 si torna alle urne. Il cattolico e originariamente democristiano Costantino Mortati, uno dei padri della Costituzione, in un saggio del 1973 (“Lezioni sulle forme di governo”) metteva in guardia sull’effetto frenante, a suo avviso, della collocazione al centro della Dc. Esauritasi, poi, la parabola centrista, un sistema politico incapace di esprimere una diversa classe politica ha progressivamente portato al logoramento delle istituzioni (e del senso civico della cittadinanza). Sembra, oggi, di essere rimasti in quella condizione psicologica, pur non essendoci più il partito democristiano, con una estensione esasperata alla delega e con mediazioni estenuanti fra i partiti. Lo stato di emergenza (e ricordiamoci le riflessioni di Carl Schmitt a tale proposito) in conseguenza della pandemia ha fatto il resto.

 

Un’ultima considerazione a proposito di elezioni e riforma elettorale: già Mattarella si fece promotore di una legge, rimasta in vigore dal ’93 al 2005, volta ad introdurre un sistema elettorale misto, recependo, in parte, le indicazioni emerse dal risultato del referendum del 18 aprile 1993. Anche stavolta, se pur con un ruolo diverso, si troverà ad affrontare alcuni degli stesssi problemi. Non so se l’attuale situazione o, meglio, se la conformazione geopolitica dell’Italia suggerisca una riforma di tal genere, che aveva privilegiato i grandi partiti. È da notare, infatti, che il Gruppo misto è sempre più numeroso (nel caso della rielezione di Mattarella è stato anche decisivo). Ma qui entrano in ballo ulteriori riflessioni: i partiti, il reclutamento e la formazione della classe politica, il tema della rappresentatività, della governabilità e soprattutto la ricerca, come avrebbe detto, fra i primi, il sociologo Gino Germani, di un nucleo minimo comune di valori che ci consenta una convivenza ragionevole. Magari ci sarà tempo e modo di parlare anche di questo.

Le reinvenzioni ideologiche del centrosinistra. Una riflessione su “Il Mulino” attorno al libro della sociologa Mudge.

 

Quali potrebbero essere le conseguenze di questo riallineamento dellorizzonte ideologico per i partiti di centrosinistra, che nei decenni passati hanno sposato con dedizione la visione neoliberista?

 

Paolo Gerbaudo

 

Esplorare i processi di trasformazione ideologica è un compito urgente nel tempo presente, in cui diverse certezze stanno venendo meno sia a destra sia a sinistra. Dopo decenni di dominio incontrastato e trasversale del neoliberismo – fino al punto di essere descritto come «pensiero unico» da Ignacio Ramonet di “Le Monde Diplomatique” – dieci anni di stagnazione, austerità e sofferenza sociale ulteriormente acuita dagli effetti della pandemia sembrano avere aperto squarci nell’orizzonte ideologico. Ne è dimostrazione il fatto che anche i sostenitori dell’austerità a seguito della crisi del 2008 – tra cui da noi Mario Draghi e il suo consigliere economico Francesco Giavazzi – hanno abbandonato alcuni dogmi in voga nei decenni passati e adesso parlano della necessità di spesa e investimenti pubblici (il famoso «debito buono»), mentre negli Stati Uniti – tradizionale cittadella del neoliberismo – Joe Biden ha provato (finora con poco successo) a recuperare ricette keynesiane. Oltre il tramonto del consenso neoliberista, c’è chi vede l’emergere di un nuovo consenso, un «Cornwall Consensus» (in riferimento all’ultimo G7 in Cornovaglia) in cui, come sostenuto dall’economista Mariana Mazzucato, «viene rivitalizzato il ruolo dello Stato nell’economia».

 

Quali potrebbero essere le conseguenze di questo riallineamento dell’orizzonte ideologico per i partiti di centrosinistra, che nei decenni passati hanno sposato con dedizione la visione neoliberista? E quali passi dovrebbero essere intrapresi per facilitare il rinnovamento culturale necessario alle sfide di questi tempi di crisi del neoliberismo e della globalizzazione?

 

Per affrontare queste domande, è necessario partire da una prospettiva storica, che in tempi di «presentismo» – l’ossessione per il presente – restituisca una visione di lungo periodo. Solo chiarendo quanto è successo negli ultimi decenni si può immaginare un percorso orientato al futuro. Utile, a questo scopo di mappatura ideologica e storica, è il lavoro della sociologa statunitense Stephanie L. Mudge, che nel suo Leftism Reinvented analizza la trasformazione ideologica dei partiti di centrosinistra in Occidente negli ultimi decenni, e in particolare la loro conversione alla dottrina neoliberista. Il libro è un imponente volume di 500 pagine (ancora non tradotto in italiano), in cui la sociologa esplora con grande dettaglio documentario la trasformazione di quattro partiti, la Spd tedesca, il Sap svedese, il Labour britannico e il Partito Democratico negli Stati Uniti.

 

Il libro usa come materiale primario d’analisi il linguaggio politico che – come afferma Mudge nel primo capitolo – «è il mezzo della politica rappresentativa, ma un mezzo la cui produzione i rappresentanti non controllano» (p. 10). Questo interesse per il ruolo del linguaggio presenta alcune somiglianze con la tradizione dell’analisi del discorso, sviluppatasi nel mondo anglosassone a cavallo tra studi culturali e teoria politica. Particolarmente influente è stata la «Essex School» (dall’Università dell’Essex dove si è sviluppata) di analisi dell’ideologia e del discorso, legata ai teorici del populismo Ernesto Laclau e Chantal Mouffe. Mudge si differenzia da questa tradizione perché non è interessata solamente al linguaggio politico, ma anche alla sua produzione.

 

Il lavoro di Mudge si muove nel solco della «sociologia della conoscenza», e in particolare le ricerche di Karl Mannheim come Ideologia e Utopia, e in linea con questa tradizione ricollega il linguaggio agli attori che lo producono e gli interessi che essi rappresentano. Per Mudge il luogo decisivo per la produzione del linguaggio politico è il partito, e in particolare quelle figure che chiama «esperti di partito» o «teorici di partito». Gli esperti di partito «sono attori sociali nella rete dei partiti che orientano la loro attività verso la produzione di idee, retoriche e agende programmatiche, con l’obiettivo di modellare il modo in cui l’elettorato e i politici vedono e comprendono il mondo» (p. 5). Essi giocano un luogo di intermediari tra politici ed elettorato che è decisivo nella battaglia per il consenso. I profili professionali di queste figure sono diversi: accademici, economisti, spin doctor, attivisti, giornalisti ecc. Inoltre la loro composizione sociale e posizione organizzativa – questa è la tesi fondamentale del libro – evolve nel tempo, riflettendo il cambiamento politico e ideologico dei partiti di riferimento.

 

La periodizzazione ideologica proposta da Mudge distingue tre fasi della sinistra: la sinistra socialista; la sinistra economicista; la sinistra neoliberista. La prima fase è piuttosto ovvia: corrisponde al momento di affermazione dei partiti socialisti e social-democratici durante i primi decenni del Novecento. In questo contesto, rifacendosi a discorsi ufficiali e documenti programmatici, Mudge mostra come i partiti di sinistra europei condividevano un’analisi marxista della realtà, schierandosi senza mezzi termini con i lavoratori nella lotta di classe e dichiarando come loro obiettivo la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Chiaramente negli Stati Uniti il Partito Democratico – un caso limite in tutto il libro – non ha queste posizioni apertamente socialiste né un legame organico al movimento dei lavoratori, come già evidenziato a inizio Novecento dal sociologo tedesco Werner Sombart. Ma, rispetto a oggi, si dichiarava in modo più esplicito il portatore degli interessi del mondo del lavoro.

 

La seconda fase – la sinistra economicista – è invece quella che ha luogo nel dopoguerra, arrivando al culmine negli anni Sessanta, in cui il keynesismo sostituisce il socialismo come riferimento ideologico dei partiti di centrosinistra. La richiesta della collettivizzazione dei mezzi di produzione viene progressivamente annacquata, e le parole d’ordine si focalizzano sulla necessità di crescita, pieno impiego e prosperità condivisa. In Europa, un passaggio decisivo è il congresso della Spd a Bad Godesberg nel 1959, in cui vengono abbandonate le parole d’ordine marxiste e proposto l’obiettivo di una «economia sociale di mercato», in cui –  secondo la famosa massima – si intendeva conciliare «tanta concorrenza quanto possibile, tanta pianificazione quanto necessaria».

 

La terza fase è la reinvenzione neoliberista dei partiti di centrosinistra. Rispondendo al declino del consenso keynesiano (a lungo sostenuto anche dal centrodestra) e le vittorie di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, i partiti di centrosinistra cercano di «modernizzarsi». La premessa è che nei «nuovi tempi» (per usare una definizione in voga tra i blairiani durante gli anni Novanta) i partiti di centrosinistra dovevano fare i conti con un mondo in cui la classe operaia aveva perso il ruolo di soggetto universale e sposare un vago «progressismo» capace di sedurre la classe media. Nel discorso politico dei partiti del centrosinistra il mercato viene ora visto come una forza benevola e la globalizzazione come un fatto ineluttabile.

 

Continua a leggere

https://www.rivistailmulino.it/a/le-reinvenzioni-ideologiche-del-centrosinistra?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+1+-+3+febbraio+%5B8295%5D

A 30 anni da Maastricht

 

Un anniversario che obbliga a pensare al futuro dell’Europa. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani- Per L’Azione”in uscita domani nella versione digitale (pdf).

 

Maurizio Eufemi

 

Il 7 febbraio cade il trentennale del Trattato di Maastricht, una tappa fondamentale nel cammino della costruzione della Unione Europea.

 

Viene ricordato più per il vincolo esterno, con i suoi parametri sul disavanzo, sul rapporto debito-Pil, sull’inflazione, sul livello dei tassi che come atto politico base della moneta unica attraverso i programmi di convergenza. Quel Trattato, invece, ha posto le premesse per la costruzione dell’Euro, la moneta unica, simbolo di identificazione collettiva di 447 milioni di cittadini europei.

Esso poggia sul percorso costruito con il rapporto Werner del 1970 e con l’Atto Unico di Jacques Delors del 1986.

Andrebbe anche ricordato che il programma elettorale della Dc, con Arnaldo Forlani segretario politico, nel 1992 fu tutto incentrato sulla novità di Maastricht. La presentazione del documento avvenne a Firenze, città simbolo in virtù della presenza dell’Istituto Europeo. Il clima fu di grande entusiasmo, si sentiva molto – e a ragione – l’importanza del momento.

Che dire, oggi? Un rinnovato europeismo può essere determinante per ridare slancio all’Unione Europea, dato che ha bisogno di nuovi coraggiosi protagonisti. In effetti – come disse una volta Helmut Kohl in un incontro a Palazzo Giustiniani – non c’è una via comunitaria senza compromessi.

Dunque, se riconosceremo,di aver commesso anche qualche errore – nemmeno il Trattato di Maastricht è perfetto – non dovremo vergognarci di avere concepito una opera importante ed ammettere che essa era circoscritta ad un periodo limitato, che comunque ha spianato la strada verso il futuro.

Il deserto dei Tartari: il lungo tempo dell’inutile attesa, struggente metafora della vita.

Omaggio a Dino Buzzati a cinquant’anni dalla sua scomparsa. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani- Per L’Azione”in uscita domani nella versione digitale (pdf).

Nelle nostre rivisitazioni del passato non può non trovare spazio il ricordo di persone che hanno lasciato una traccia profonda del loro passaggio nelle vicende esistenziali, culturali e artistiche del proprio tempo. Con una avvertita consapevolezza: che il render loro omaggio e richiamare al lettore quelle esperienze di vita così intense e ad un tempo intime, ove non nascoste, diventa una fonte inesauribile di scoperta e valorizzazione anche postuma: lo abbiamo sperimentato con Dostoevskij, con Kafka, con Beckett. Accade infatti che lo scorrere del tempo, anziché far dimenticare, contribuisca a restituire meriti e valore a personalità che in vita furono sovente sottostimate ove non disdegnate. Gran parte di ciò che in ambito letterario, artistico, teatrale, figurativo viene prodotto da chi esprime un talento, può apparire alla miopia degli osservatori confuso o banale, stucchevole o incompreso, irrilevante ed estemporaneo, poi sovente matura con lo scorrere degli anni e disvela grandezze ed originalità che la critica coeva – troppo legata agli stereotipi del mestiere per comprendere la “parola nuova”, parafrasando una metafora di Dostoevskij – non era stata in grado di comprendere e stimare. Accadde a Bach, a Proust, al citato Kafka, a Van Gogh, a E. A. Poe, a Dickinson, tanto per menzionare alcuni nomi.

Anche Dino Buzzati, giornalista, scrittore, pittore, autore teatrale, mente eclettica in uno spirito mite, riservato, riflessivo, intimista, meditativo può essere annoverato in questa schiera di talenti assoluti di cui si sta scoprendo e valorizzando la grandezza, la genialità, la capacità di esprimere sentimenti universali e con essi la nostra gratitudine per aver ricevuto in dono capolavori assoluti e unici.

Il cinquantesimo anniversario della sua scomparsa (1972-2022) può essere l’occasione per la riscoperta e una doverosa valorizzazione, specie se consideriamo che si tratta di un autore i cui libri – in particolare Il deserto dei Tartari, l’opera più famosa e letta – sono tradotti in molte lingue, conosciuti e apprezzati in tutto il mondo, forse più di quanto gli dovrebbe in riconoscenza e gratitudine anche il nostro Paese.  Ed è a questo capolavoro della letteratura del ‘900 che rivolgiamo la nostra attenzione: ci interessa non tanto o non solo la trama narrativa (”Di sicuro risulta piuttosto agevole raccontare la trama poiché, sostanzialmente, non succede niente”) quanto una certa visione dell’esistenza umana, fondata su eventi attesi e sul dovere di stare al proprio posto per aspettarli e fronteggiarli. Un tema già considerato nella riflessione su ‘Il processo’ di Fanz Kafka (di cui certamente Buzzati avvertì l’influsso e l’ispirazione) ma che ora riprendiamo in un’ottica speculare: nel capolavoro del romanziere boemo il personaggio principale è vittima di meccanismi occulti che lo rendono colpevole senza una sostenibile ragione e condannato a morte, nel romanzo dello scrittore  bellunese un militare viene inviato in un presidio di confine per respingere un paventato attacco dell’esercito Tartaro ed assume questo incarico immedesimandosi in esso, quasi in modo simbiotico, per assolvere deliberatamente ciò che ritiene un dovere, accettando ogni conforme condizione di vita e di sacrificio imposto dalla sua scelta.

Non è vero che “non succede niente”: trascorre infatti una lunga e importante fase della vita, quella – per descrivere sommariamente la trama che c’è e spiega molte cose – della carriera del sottufficiale Giovanni Drogo che viene inviato a far parte della guarnigione di stanza nella Fortezza Bastiani, ai confini dello Stato, in una regione lontana e periferica, per presidiarla e difenderla da possibili attacchi dell’esercito dei Tartari provenienti dalla immensa pianura che si stende ai piedi del fortilizio dell’esercito.

È nell’attesa che si compie il senso dell’esistenza e il suo destino: l’apparente “nulla” della routine in una guarnigione militare diventa il “tutto”.

L’apparente “nulla” della routine in una guarnigione militare diventa il “tutto” perché nell’attesa si compie il senso dell’esistenza e il suo destino. Siamo nel pieno di un contesto narrativo saturo di obblighi e doveri, di adempimenti da assolvere, poiché il nemico potrebbe giungere all’improvviso e non ci si dovrebbe far trovare impreparati. La traccia (la trama) è già scritta e si sostanzia e si satura nella missione militare come compito e dovere: spiegazione diversa e gravida di connotazioni etiche rispetto alla “vita come attesa” di Samuel Beckett, dove la monotonia dello scorrere del tempo può essere interrotta dalla decisione di farla finita, dove lo spazio è contratto e limitato in un perimetro vitale di sopravvivenza forzata, dove Godot non arriva mai, anche se lo si aspetta ma con scarsa convinzione, mentre Drogo trascorre la sua vita nell’attesa di un nemico che presto o tardi – questo è il suo timore e insieme la sua speranza – arriverà e non dovrà trovarlo impreparato. Poiché la trama della realtà narrata nel romanzo è l’attesa stessa, tra il tempo che scorre lentamente e lo spazio scrutato, dal cui orizzonte nulla si materializza: in questo vuoto di esercitazioni  di routine e di un deserto che resta tale stanno i sentimenti del protagonista e la sua vigilanza tenace, fino alla fine.

Lo scrittore in un’intervista affermò che lo spunto per il romanzo era nato: «…dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva». Il tema centrale del romanzo è dunque quello della “fuga del tempo”. Aggiungerei anche la dimensione dello “spazio” –  indefinito, a perdita d’occhio, esteso, incommensurabile – esso descrive bene la nostra collocazione esistenziale: da un lato siamo convinti di padroneggiare i contesti dell’esistenza, dall’altro ne scrutiamo la distanza, ansiosi e condizionati da eventi attesi e imprevedibili. Una dimensione mutuata delle sue montagne bellunesi, dove amava trascorrere il tempo libero per momenti di riflessione, silenzio e isolamento come si ricava da un articolo del 1960, rilanciato appena qualche tempo fa.

Giovanni Drogo – assunto l’impegno di difendere la Fortezza da un improbabile ma temuto, possibile attacco – porta a termine la sua missione: l’impegno preso lo legava all’attesa come dovere assoluto.

Ciò che Dino Buzzati argomenta come spunto motivazionale dell’incipit narrativo è la sintesi di una vita regolata da impegni, orari, compiti, incombenze: certamente per un amante delle sue montagne e valente scalatore, gli spazi della redazione di un giornale risultavano angusti, mentre  le sue radici e i suoi ambienti di origine non potevano non suscitargli fantasie e pensieri più liberi (ciò anche se la prima edizione de ‘Il deserto dei Tartari’ uscì nella tarda primavera del 1940, mentre Buzzati si trovava nell’Africa orientale, come inviato del Corriere della Sera).  Tuttavia si tratta di consuetudini che traslate nel romanzo ci raccontano una sequenza abitudinaria e senza esiti ma regolata dal senso del dovere di compiere con diligenza un incarico ricevuto. Questo è un altro grande tema sotteso alla trama e al racconto: Giovanni Drogo – assunto l’impegno di difendere la Fortezza da un improbabile ma temuto, possibile attacco – porta a termine la sua missione, nella routine di liturgie e di regole militari, fino alla morte, pur avendo avuto  la possibilità di un trasferimento ad una sede meno logorante. Si allontana infatti, per disposizione dei superiori, dal Forte Bastiani ma poi vi fa ritorno per scelta: l’impegno preso lo legava all’attesa come dovere assoluto.

Questo fondamento etico dell’attesa è alla base di un dovere militare, ma nell’intenzione dello scrittore e giornalista va esteso a ciò che facciamo nella vita civile rispetto ai nostri contratti sociali e alle loro convenzioni. La routine e le abitudini finiscono a volte per prendere il sopravvento rispetto a possibili azioni divergenti: l’attesa e lo scorrere del tempo saturano i nostri obblighi e le nostre incombenze fino a diventare il senso stesso della vita. Le regole e la parola data, l’impegno assunto scandiscono lo scorrere del tempo, quasi inconsapevolmente,  poichè “non siamo noi che custodiamo le regole, sono le regole che custodiscono noi”: la realtà è ferma sempre uguale, giorno per giorno, mese per mese, anno per anno.

Ma nell’immaginario fantastico del personaggio prende forma e si materializza l’imminenza di un evento a cui Drogo in realtà non parteciperà mai. Solo quando si avvisteranno all’orizzonte lontano dei movimenti che potrebbero essere l’inizio dell’arrivo tanto atteso, l’ufficiale di guarnigione Drogo ne sarà escluso, perché lo scorrere della vita ci ingloba e ci rende partecipi di un fluire più ampio della storia ma la nostra soggettività ne è solo parte e la continuità del prima e del dopo la assorbe e insieme ad essa le fantasie, il senso di incompiuto che nella mutevolezza del susseguirsi dei fatti rendono sempre la realtà diversa dalla sua immaginazione.

Solo guardando a ritroso si può scoprire se l’impegno profuso nell’assolvimento di un dovere può essere fonte di recriminazione rispetto a soddisfazioni o desideri non cercati e non colti: qui sembra che la recensione del libro in ‘Mescalina.it’ colga nel segno: l’attesa come metafora e spiegazione della vita sta all’opposto del “carpe diem” ma ciò implica che la valutazione sommativa e la ricapitolazione di tutte le cose si compiano al termine dell’esistenza. Per assolvere il proprio dovere militare il sottufficiale poi graduato Giovanni Drogo rinuncia dunque all’altrove: il tempo e lo spazio sono quelli assegnati ed egli resta loro fedele fino all’ultimo dei suoi giorni.

Viene subito da pensare a quante vite si consumano nella perenne attesa di un evento solo probabile e nello spazio – ora angusto e ristretto (i contesti interni della Fortezza Bastiani) come sono i luoghi della nostra infinita e ripetuta quotidianità – ovvero in distese infinite, alterità intraviste o immaginate, ma non praticate né esperite, se non come rappresentazioni mentali. Dopo essere stato a casa in licenza, per 4 anni, Drogo ottiene di ritornare alla Fortezza Bastiani: il suo mondo è lì, non riesce più ad accettare il senso di smarrimento che gli provoca la vita cittadina. Intanto gli organici della piazzaforte sono stati ridotti e la guarnigione è appena sufficiente per tenerla aperta. Ma nulla di tanto atteso accade. Un giorno si avvistano dei movimenti in fondo alla pianura ma si tratta della costruzione di una strada ad opera del Regno del Nord, ci vorranno almeno 15 anni per attraversare il deserto e raggiungere la zona intorno alla Fortezza, inoltre si pensa ad un’opera di ingegneria civile, non ad una invasione armata.

I riferimenti geografici e i Tartari stessi sono ricavati da Buzzati dal Milione di Marco Polo

Praticamente tutti gli anni trascorsi in quella guarnigione sono passati invano, immaginando un evento che non avverrà mai. Nel frattempo Drogo è diventato maggiore e vice comandante della Fortezza Bastiani: lì ha speso tutta la sua vita militare. E proprio nel momento in cui improvvisamente giungono alla Fortezza due reggimenti di rinforzo perché davvero questa volta può essere probabile una guerra contro il regno del nord (i riferimenti geografici e i Tartari stessi sono ricavati da Buzzati dal Milione di Marco Polo), Drogo – ormai irrimediabilmente malato –  viene fatto spostare dal comandante Simeoni in una locanda sperduta, per far posto ai nuovi ufficiali: lì la morte lo coglierà –  altri hanno preso il suo posto forse nel momento in cui si sta materializzando l’evento atteso tutta la vita – ma senza cedere a sentimenti di rabbia o delusione.

Drogo, infatti, gettando uno sguardo a ritroso su tutta la sua vita, capisce negli  ultimi istanti quale fosse in realtà la sua personale missione, l’occasione per provare il suo valore che aveva atteso da quando era entrato il primo giorno nella Fortezza Bastiani: affrontare la morte con dignità, “mangiato dal male, esiliato tra ignota gente”. Drogo pur non realizzando lo scopo militare della sua esistenza si scopre ad aver sconfitto il nemico più grande: non la morte ma la paura di morire. Con la consapevolezza di aver combattuto questa battaglia decisiva, egli finisce la sua vita dunque da vero soldato, rappacificato con la sua storia, della quale ha finalmente trovato un senso che supera la sua vicenda personale.

Trovo che la struttura narrativa del romanzo abbia una dimensione solo apparentemente essenziale e scarna: descrive in sostanza la lunga permanenza del sottufficiale e poi graduato Giovanni Drogo nella guarnigione della Fortezza Bastiani, per fronteggiare un paventato attacco dei Tartari attraverso il prospiciente, immenso deserto. È la vicenda di un militare che assolve ad un compito ricevuto ma lo fa con convinzione, immedesimandosi nell’incarico fino a farne la ragione di una vita. Una trama definita lineare, riduttiva, inesistente. Trovo invece prevalente in essa il tema dell’attesa, già considerato in altri autori e argomento diffuso nella letteratura del 900, secondo coordinate spazio (deserto- vita ristretta e limitata all’interno della Fortezza) – temporali (lo scorrere dei giorni, dei mesi e degli anni, di cui si ha spesso contezza solo alla fine).

Scorgo anzi nella narrazione e nei suoi impliciti un senso struggente del concetto di attesa. Drogo sa che per adempiere alla sua missione militare deve dedicare la sua vita all’incarico ricevuto, svolgere con dedizione totale questo adempimento in nome di un interesse superiore: per un militare è la difesa dei confini della Patria, come per un civile potrebbe essere il perseguimento del bene comune.

La figura di Drogo, se mi è consentita l’analogia, mi ricorda molto il personaggio del libro “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, dal quale prese spunto il regista James Ivory per un omonimo film che ci fece dono della magistrale interpretazione di Anthony  Hopkins. In entrambi i casi si tratta di vicende esistenziali imperniate sull’adempimento di un dovere, per un obbligo professionale, morale, per la semplice parola data.

Nel tempo della rivendicazione dei diritti un libro che tratta il senso del dovere riveste un carattere di attualità

Credo che il punto cruciale sia proprio questo. Il concetto di vita come attesa implica quello di un continuo rimando della sua realizzazione, della sua pienezza esistenziale. Penso che in tempi di prevalenza dei diritti di ciò che spetta, che va rivendicato, di soggettività e individualismi, un libro che tratti il tema del “senso del dovere” sia antropologicamente attuale. Anche in sede giudiziaria, oltre che nella quotidianità del nostro essere e del nostro porsi, mi pare  sia ora prevalente la ricerca delle attenuanti: di quelle giustificazioni cioè che creano alibi e consentono comportamenti eticamente divergenti, come avvalersi della facoltà di non rispondere, trincerarsi dietro a silenzi impenetrabili, ammalarsi facilmente di sindrome da risarcimento, pescare nell’inconscio per cercarvi recondite motivazioni.

Buzzati ne Il deserto dei Tartari pone al centro, come più volte ripetuto, il tema dell’attesa e ne fa l’essenza della vita stessa. Ma accanto all’attesa come dominio imposto dagli eventi o dal loro non verificarsi, ricorda che l’esistenza umana cammina per la retta via se reca con se, ad ogni svolta, ad ogni incrocio, ad ogni sosta o ripartenza il “senso del dovere” come imperativo morale che scaturisce dalla coscienza. A volte ci perdiamo dietro sofismi senza costrutto o a spiegazioni contorte e arzigogolate. La lezione di Buzzati mi sembra invece chiara, cristallina: per questo il libro va letto e meditato, come tutte le narrazioni che scavano nel profondo per cercare una onesta, lineare verità.

Mi sia consentito concludere con la citazione di un breve pensiero dello stesso Buzzati, riferita a se stesso. Il cronista e giornalista Dino Buzzati, in forza al “Corriere della Sera”, possedeva una vivacità narrativa straordinaria, sia in forma di racconti brevi che di romanzi, di cui Il deserto dei Tartari è certamente il più conosciuto. Tuttavia egli si considerava più un pittore che un narratore, nonostante il successo dei suoi scritti. «Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista». Questo esprime una naturale modestia che lo rende ancora più autorevole, anche se una rivisitazione postuma dei suoi scritti ci aiuterebbe a conoscerlo meglio e valorizzarlo. Per questo l’anniversario dei cinquant’anni dalla sua scomparsa può essere una buona occasione da perseguire.

 

 

                                                                       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dino Buzzati (Belluno 1906 – Milano 1972), tra i più originali autori italiani del Novecento, entrò nel 1928 al «Corriere della Sera», di cui fu cronista, redattore e inviato speciale. Esordì nel 1933 con Bàrnabo delle montagne, cui seguirono numerosi romanzi e racconti di successo tra i quali: Il segreto del Bosco Vecchio (1935), Il deserto dei Tartari (1940), La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945), Paura alla Scala (1949), Sessanta racconti (premio Strega nel 1958), Un amore (1963) e Il colombre (1966). Fu pittore, scenografo teatrale, costumista, fumettista, cultore di musica classica, valente alpinista nelle sue montagne bellunesi.

Il Papa ai Sindaci italiani: «La politica è ascolto e dialogo più che contrattazione tra schieramenti».

 

Le periferie delle città «non vanno solo aiutate, devono trasformarsi in laboratori di uneconomia e di una società diverse». È la raccomandazione rivolta da Papa Francesco ai sindaci riuniti nellAssociazione nazionale comuni italiani (Anci) che hanno partecipato alludienza di ieri, sabato 5 febbraio, nella Sala Clementina. Segue il testo integrale del discorso di Francesco.

Redazione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio il Presidente per le sue parole di saluto. Sono contento di accogliervi per un momento di riflessione sul vostro servizio per la difesa e la promozione del bene comune nelle città e nelle comunità che amministrate. Attraverso di voi, saluto i Sindaci di tutto il territorio nazionale, con grato apprezzamento, in particolare, per ciò che state facendo e che avete fatto in questi due anni di pandemia. La vostra presenza è stata determinante per incoraggiare le persone a continuare a guardare avanti. Siete stati punto di riferimento nel far rispettare normative a volte gravose, ma necessarie per la salute dei cittadini. Anzi, la vostra voce ha aiutato anche chi aveva responsabilità legislative a prendere decisioni tempestive per il bene di tutti. Grazie!

Se penso al vostro lavoro mi rendo conto di quanto sia complesso. A momenti di consolazione si affiancano tante difficoltà. Da una parte, infatti, la vostra vicinanza alla gente è una grande opportunità per servire i cittadini, che vi vogliono bene per la vostra presenza in mezzo a loro. La vicinanza. Dall’altra parte, immagino che a volte sentiate la solitudine della responsabilità. Spesso la gente pensa che la democrazia si riduca a delegare col voto, dimenticando il principio della partecipazione, essenziale perché una città possa essere bene amministrata. Si pretende che i sindaci abbiano la soluzione a tutti i problemi! Ma questi — lo sappiamo — non si risolvono solo ricorrendo alle risorse finanziarie. Quanto è importante poter contare sulla presenza di reti solidali, che mettano a disposizione competenze per affrontarle! La pandemia ha fatto emergere tante fragilità, ma anche la generosità di volontari, vicini di casa, personale sanitario e amministratori che si sono spesi per alleviare le sofferenze e le solitudini di poveri e anziani. Questa rete di relazioni solidali è una ricchezza che va custodita e rafforzata.

Guardando al vostro servizio, vorrei offrirvi tre parole di incoraggiamento. Paternità — o maternità —, periferie e pace.

Paternità o maternità. Il servizio al bene comune è una forma alta di carità, paragonabile a quello dei genitori in una famiglia. Anche in una città, a situazioni differenti si deve rispondere con attenzioni diversificate; perciò la paternità — o maternità — si attua anzitutto attraverso l’ascolto. Il sindaco o la sindaca sa ascoltare. Non temete di “perdere tempo” ascoltando le persone e i loro problemi! Un buon ascolto aiuta a fare discernimento, per capire le priorità su cui intervenire. Non mancano, grazie a Dio, le testimonianze di sindaci che hanno dedicato gran parte del tempo ad ascoltare e raccogliere le preoccupazioni della gente.

E con l’ascolto non deve mancare il coraggio dell’immaginazione. A volte ci si illude che per risolvere i problemi bastino finanziamenti adeguati. Non è vero, in realtà, occorre anche un progetto di convivenza civile e di cittadinanza: occorre investire in bellezza laddove c’è più degrado, in educazione laddove regna il disagio sociale, in luoghi di aggregazione sociale laddove si vedono reazioni violente, in formazione alla legalità laddove domina la corruzione. Saper sognare una città migliore e condividere il sogno con gli altri amministratori del territorio, con gli eletti nel consiglio comunale e con tutti i cittadini di buona volontà è un indice di cura sociale. È un po’ il mestiere del sindaco e della sindaca.

La seconda parola è periferie. Fa pensare il fatto che Gesù sia nato in una stalla a Betlemme e sia morto fuori dalle mura di Gerusalemme sul Calvario. Ci ricorda la “centralità” evangelica delle periferie. Mi piace ripetere che dalle periferie si vede meglio la totalità: non dal centro, dalle periferie. Spesso voi avvertite il dramma che si vive in periferie degradate, dove la trascuratezza sociale genera violenza e forme di esclusione. Partire dalle periferie non vuol dire escludere qualcuno, è una scelta di metodo; non una scelta ideologica, ma di partire dai poveri per servire il bene di tutti. Voi lo sapete molto bene: non c’è città senza poveri. Aggiungerei che i poveri sono la ricchezza di una città. Questo a qualcuno sembrerebbe cinico; no, non è così; ci ricordano — loro, i poveri — le nostre fragilità e che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ci chiamano alla solidarietà, che è un valore-cardine della dottrina sociale della Chiesa, particolarmente sviluppato da San Giovanni Paolo II .

In tempo di pandemia abbiamo scoperto solitudini e conflitti all’interno delle case, che erano nascosti; il dramma di chi ha dovuto chiudere la propria attività economica, l’isolamento degli anziani, la depressione di adolescenti e giovani — pensate al numero dei suicidi dei giovani! —, le disuguaglianze sociali che hanno favorito chi godeva già di condizioni economiche agiate, le fatiche di famiglie che non arrivano a fine mese… E anche, mi permetto di menzionarli, gli usurai che bussano alle porte. E questo succede nelle città, almeno qui a Roma. Quante sofferenze avete incontrato! Ma le periferie non vanno solo aiutate, devono trasformarsi in laboratori di un’economia e di una società diverse. Infatti, quando abbiamo a che fare con i volti delle persone, non basta dare un pacco alimentare. La loro dignità chiede un lavoro, e quindi un progetto in cui ciascuno sia valorizzato per quello che può offrire agli altri. Il lavoro è davvero unzione di dignità! Il modo più sicuro per togliere la dignità a una persona o a un popolo è togliere il lavoro. Non si tratta di portare il pane a casa: questo non ti dà dignità. Si tratta di guadagnare il pane che tu porti a casa. E quello sì, ti unge di dignità.

Terza parola: pace. Una delle indicazioni offerte da Gesù ai discepoli inviati in missione è quella di portare pace nelle case: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”» (Lc 10, 5). Tra le mura domestiche si vivono tanti conflitti, c’è bisogno di serenità e di pace. E siamo certi che la buona qualità delle relazioni è la vera sicurezza sociale in una città. Per questo c’è un compito storico che coinvolge tutti: creare un tessuto comune di valori che porti a disarmare le tensioni tra le differenze culturali e sociali. La stessa politica di cui siete protagonisti può essere una palestra di dialogo tra culture, prima ancora che contrattazione tra schieramenti diversi. La pace non è assenza di conflitto, ma la capacità di farlo evolvere verso una forma nuova di incontro e di convivenza con l’altro. «Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse […]. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri […]. Vi è però un terzo modo, il più adeguato […]: accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. “Beati gli operatori di pace” (Mt 5, 9)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 227). Il conflitto è pericoloso se rimane chiuso in sé stesso. Non dobbiamo confondere la crisi con il conflitto. Per esempio, la pandemia ci ha messo in crisi, questo è buono. La crisi è buona, perché la crisi ti fa risolvere e fare passi avanti. Ma la cosa cattiva è quando la crisi si trasforma in conflitto e il conflitto è chiuso, il conflitto è guerra, il conflitto è difficile che trovi una soluzione che vada più avanti. Crisi sì, conflitto no. Fuggire dai conflitti ma vivere in crisi.

La pace sociale è frutto della capacità di mettere in comune vocazioni, competenze, risorse. È fondamentale favorire l’intraprendenza e la creatività delle persone, in modo che possano tessere relazioni significative all’interno dei quartieri. Tante piccole responsabilità sono la premessa di una pacificazione concreta e che si costruisce quotidianamente. È bene ricordare qui il principio di sussidiarietà, che dà valore agli enti intermedi e non mortifica la libera iniziativa personale.

Cari fratelli e sorelle, vi incoraggio a rimanere vicini alla gente. Perché una tentazione di fronte alle responsabilità è quella di fuggire. Isolarsi, fuggire…Isolarsi è un modo di fuggire. San Giovanni Crisostomo, vescovo e padre della Chiesa, pensando proprio a questa tentazione, esortava a spendersi per gli altri, piuttosto che restare sulle montagne a guardarli con indifferenza. Spendersi. È un insegnamento da custodire, soprattutto quando rischiamo di farci prendere dallo scoraggiamento e dalla delusione. Vi accompagno con la mia preghiera e vi benedico, benedico tutti voi: ognuno nel suo cuore, nel suo mestiere, benedico i vostri uffici di sindaco, benedico i vostri collaboratori, il vostro lavoro. E ognuno riceva questa benedizione nella misura della propria fede. E vi chiedo per favore di pregare per me, perché anch’io sono “sindaco” di qualcosa! Grazie.

Decaro (Anci), La Pira costituisce motivo d’ispirazione per i Sindaci italiani. Il messaggio nell’udienza in Vaticano.

 

 

Nel suo saluto al Santo Padre, oltre al ricordo di Giorgio Lapira, il Presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani ha voluto sottolineare l’impegno profuso dai Primi cittadini nei momenti più difficili della pandemia. Ora bisogna guardare aa anti sicché “Noi Sindaci – ha aggiunto – accompagneremo il nostro Paese in questa rinascita, torneremo a vivere pienamente insieme ai nostri concittadini”. Segue il testo integrale del discorso di Antonio Decaro.

 

Redazione

 

 

Beatissimo Padre,

Sono particolalmente emozionato e felice di ritrovarmi qui davanti a Lei insieme alle mie colleghe e ai miei colleghi dell’Anci, per portarLe il saluto affettuoso e deferente di tutti i Sindaci d’Italia e per ringraziarLa di persona per la vicinanza e l’attenzione che ha sempre voluto dimostrare nei confronti nostri, delle nostre comunità, del nostro impegno quotidiano.

 

Poterci incontrare e ringraziarLa di persona è quanto mai significativo in questi tempi così difficili segnati dalla distanza, dalla sofferenza, dalla paura e dall’isolamento. I due anni che abbiamo alle spalle sono stati anni di lutti e di dolore non solo per l’Italia ma per tutto il mondo. Di questa ferita, il rischio più profondo è la perdita del senso di comunità, di vicinanza e di condivisione. Quanto disagio personale, sociale e psicologico hanno recato i pur necessari comportamenti imposti ai cittadini ed in particolare a quelli più fragili che già prima della pandemia e, a prescindere da essa, vivevano ai margini delle nostre comunità?

 

 

Ecco, Santità, in questi lunghi mesi i Sindaci hanno dovuto e voluto affrontare anche questo tipo di emergenza. Mentre ci prodigavamo per fare quanto ci era richiesto dalle esigenze sanitarie: convincere i cittadini a rispettare le regole, riorganizzare gli uffici pubblici, contribuire ad allestire i centri di soccorso e quelli per la campagna vaccinale, coordinare i volontari e fra essi i tanti delle associazioni cattoliche, ci siamo però soprattutto occupati di tenere insieme le nostre comunità e i nostri concittadini.

Per far questo abbiamo guardato negli occhi la paura, abbiamo affrontato la morte di chi ci stava intorno, abbiamo aiutato chi restava solo in casa e facendogli avere un sacchetto di spesa o anche solo chiamandolo al telefono per una breve chiacchierata.

 

Anche noi abbiamo avuto paura, Santità. Non ci vergogniamo a dirlo. Ci siamo trovati, come tutti, a dover affrontare una minaccia sconosciuta e invisibile. Come tutti, non avevamo nei primi tempi gli strumenti e le conoscenze per affrontarla e temevamo che questa bufera avrebbe spazzato via tanti anni di lavoro e di sacrificio, dei nostri concittadini e di noi amministratori. Eppure noi, anche per la responsabilità che abbiamo, questa paura sapevamo di doverla vincere e l’abbiamo vinta.

 

Lei allora può capire quanto sia stato importante nei giorni più bui ricevere nelle nostre case il Suo messaggio. Mi riferisco in particolare a quelle frasi, pronunciate due anni fa, in una Piazza San Pietro deserta, con le quali Lei, Santità, ci esortava con parole di Gesù ai discepoli, mentre la barca sembra naufragare nella tempesta, di notte: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” Sono parole che mettono in luce la capacità dell’uomo di riprendersi dalle avversità e di ricostruire sulle macerie. Ciò può realizzarsi solo se lo si farà insieme.

 

Non riesco a pensare nulla di più vicino al compito che noi Sindaci sappiamo di avere: la grande responsabilità e il grande onore di tenere unite le nostre comunità e di spendersi in opere concrete che migliorino la vita di tutti. Più volte la pandemia è stata paragonata a una guerra mondiale. Questo paragone, secondo me appropriato, mi ha fatto pensare che allora anche noi Sindaci abbiamo dei riferimenti storici ai quali ispirarci, per ciò che dobbiamo fare e per ciò che ci attende.

 

II primo nome che mi viene in mente a questo proposito è quello di Giorgio La Pira, che fu Sindaco di Firenze, figura che so a Lei molto cara e che compare sempre, giustamente, nel novero dei grandi Sindaci che sono stati protagonisti della rinascita delle rispettive città dopo la catastrofe del conflitto mondiale. Credo che l’esperienza di La Pira come Sindaco, simboleggi alla perfezione — sia pure a un livello che nessuno di noi può aspirare a raggiungere — quell’insieme di concretezza.

 

Stiamo parlando di un amministratore che, riferendosi a Isaia, durante i Consigli comunali era solito dire “per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalenmne non mi concederò riposo”. Questo era il suo impegno che gli permise di ricostruire i ponti sull’Arno, di costruire nuovi quartieri a misura d’uomo, di promuovere Firenze come capitale mondiale dei dialoghi per la pace, mentre non lasciava passare giorno senza rivolgere una parola e un ascolto ai suoi interlocutori preferiti: lavoratori ed in particolari i giovani, dei quali diceva “sono come le rondini, annunciano la Primavera”.

 

Per tutto questo, pensando ai legami che Giorgio La Pira aveva con la Terra Santa, abbiamo deciso di confermare quanto fatto nelle precedenti udienze che Vostra Sarltità ci ha concesso il contributo finanziario al Caritas Baby Hospital di Betlemme e alla custodia della Terra Santa. Tra i nostri concittadini c’è una grande voglia di riprendere a vivere, di tornare alla normalità e se possibile di ritrovarsi dopo la grande paura in città migliori di come erano prima.

Riusciremo nel nostro compito se saremo bravi e fattivi anche per preparare il prossimo anno Giubilare del 2025.

 

Noi Sindaci accompagneremo il nostro Paese in questa rinascita, torneremo a vivere pienamente insieme ai nostri concittadini. E la forza per farlo, Santo Padre, l’avremo ricevuta anche dalle Sue preghiere, dalle Sue parole, dalla Sua attenzione, dal Suo incoraggiamento, dalla vicinanza e dall’affetto che abbiamo sempre avvertito e delle quali La ringraziamo una volta di più.

 

Antonio Decaro