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Armonie di Pace. A Torino il Concerto interreligioso dì Capodanno a fianco della popolo afgano.

Come tutti gli anni il Coordinamento interconfessionale del Piemonte organizzano il 1° gennaio 2022, dalle 18.00 alle  19.30, un concerto con un’orchestra multietnica per la pace nel mondo. Data la situazione sanitaria l’evento sarà in streaming.

Come Coordinamento interconfessionale del Piemonte “Noi siamo con voi” abbiamo  deciso di tornare a celebrare la “Giornata Mondiale della Pace”. Purtroppo, però, a cagione della delicatissima situazione sanitaria, si è reso opportuno garantire la partecipazione solo in streaming cercando comunque di offrire il meglio, abbiamo pensato che sarebbe stato bello farlo innanzitutto tramite un variegato concerto, realizzato dalla nostra orchestra interconfessionale (hanno provato e suoneranno insieme giovani di diverse fedi religiose).

Siccome il nostro obbiettivo pervicacemente perseguito è quello della pace, la serata sarà intitolata “Armonie di Pace”.  

Inoltre la scelta della musica ha un duplice valore: il primo, quello di sottolineare che l’impegno per la pace e per i diritti umani deve essere – pur nell’estrema tragicità della situazione attuale in molti paesi del mondo – mosso dalla speranza e in un clima di confortante fraternità. Il secondo, quello di denunciare l’assurda brutalità di quei regimi e di quei poteri che addirittura vogliono proibire la musica, che è espressione universale di libertà e di gioia.

Il concerto sarà accompagnato dalla  proiezione di frasi e motti in tema, patrimonio delle religioni del mondo, e sarà preceduto da brevi interventi.

Oltre alla introduzione da parte del portavoce del Coordinamento, sono previsti i saluti delle principali autorità civili e religiose della nostra Città e della nostra Regione, a partire dell’Arcivescovo Mons Cesare Nosiglia. A dare il senso pieno della nostra iniziativa, ci sarà una testimonianza particolarmente attesa, da parte della dott.ssa Amiri Farzana, ginecologa già responsabile della Clinica dell’amicizia italo afghana di Kabul, che è stata recentemente premiata per il suo valore, il suo coraggio e la sua coerenza, dal Comitato per i diritti umani del Consiglio regionale del Piemonte (insieme ad una donna esponente dell’opposizione democratica venezuelana, ed a un’altra che rappresenta una delle più importanti organizzazioni solidariste delle donne africane, oltre alla nostra suor Angela Pozzoli).

Dunque un concerto e una serata affinchè, come appassionatamente ci chiedono le tante persone – a partire dalle donne – che lottano per la libertà, la giustizia e i diritti fondamentali, noi non ci dimentichiamo – e non permettiamo che ci si dimentichi – di loro. Al contrario, vogliamo e dobbiamo far sì che tutte/i loro si possano sentire realmente nostre sorelle e fratelli, non solo nelle occasioni “di moda”, ma in ogni giorno della vita.

 

Link a cui collegarsi: https://live.sermig.org/armoniedipace

 

Misure urgenti per il contenimento della diffusione dell’epidemia da COVID-19 e disposizioni in materia di sorveglianza sanitaria (decreto-legge)

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Mario Draghi e del Ministro della salute Roberto Speranza, ha approvato un decreto-legge che introduce misure urgenti per il contenimento della diffusione dell’epidemia da COVID-19 e disposizioni in materia di sorveglianza sanitaria.

Il testo prevede nuove misure in merito all’estensione del Green Pass rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.

Green Pass rafforzato

Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza, si amplia l’uso del Green Pass rafforzato alle seguenti attività:

alberghi e strutture ricettive;
feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;
sagre e fiere;
centri congressi;
servizi di ristorazione all’aperto;
impianti di risalita con finalità turistico-commerciale anche se ubicati in comprensori sciistici;
piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto;
centro culturali, centro sociali e ricreativi per le attività all’aperto.
Inoltre il Green Pass rafforzato è necessario per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale.

Quarantene

Il decreto prevede che la quarantena precauzionale non si applica a coloro che hanno avuto contatti stretti con soggetti confermati positivi al COVID-19 nei 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario o dalla guarigione nonché dopo la somministrazione della dose di richiamo.

Fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al caso, ai suddetti soggetti è fatto obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo FFP2 e di effettuare – solo qualora sintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione al caso.

Infine, si prevede che la cessazione della quarantena o dell’auto-sorveglianza sopradescritta consegua all’esito negativo di un test antigenico rapido o molecolare, effettuato anche presso centri privati; in tale ultimo caso la trasmissione all’Asl del referto a esito negativo, con modalità anche elettroniche, determina la cessazione di quarantena o del periodo di auto-sorveglianza.

Capienze

Il decreto prevede che le capienze saranno consentite al massimo al 50% per gli impianti all’aperto e al 35% per gli impianti al chiuso.

Si sono esaurite le culture della Novecento. Borghi ricorre a Dossetti per archiviare Berlusconi. Un assist a Draghi?

Nell’intervista a “formiche.net”, il deputato ossolano, oggi tra i più stretti collaboratori di Enrico Letta, si aggrappa alla lezione di Dossetti (già citato ieri da Castagnetti, per ragioni più ampie, nella densa intervista al “Domani”), sulla consunzione delle ideologie novecentesche e stronca apertamente, in virtù di questo richiamo, l’ipotesi della candidatura di Berlusconi a Presidente della Repubblica. 

Su tali basi appare controverso l’apporto del Pd alla soluzione Draghi, non solo per il peso relativo dei Dem – 150 grandi elettori su 1008 – quanto, soprattutto, per l’imprinting di una soluzione che si presenta in antitesi a un partito della maggioranza. Perché Forza Italia, una volta registrato il veto del Pd, dovrebbe aderire alla controproposta che proprio il Nazareno lascia intravedere con le allusive e tuttavia impegnative dichiarazioni dei suoi vertici? 

Da ciò sembra dedursi un sottile gioco che porta altresì al declassamento della stessa candidatura di Draghi, quasi tirato in ballo in funzione meramente antiberlusconiana. 

Di seguito riportiamo uno stralcio dell’intervista di Enrico Borghi. 

 

Il Quirinale e i tre “infarti” della politica secondo Borghi. Intervista a cura dì Federico Dì Bisceglie.

[…] quale sarebbe secondo lei il profilo ideale per il successore di Mattarella?

Una persona di alto profilo che sappia lavorare, al pari di Mattarella, nella direzione della coesione sociale e della politica del confronto alternativa a quella dell’urlo, e che sia apprezzato e rispettato anche oltre i confini italiani. Quantomeno dal punto di vista dello stile, mi immagino un prossimo presidente che si muova nel solco di quello attuale.

Il centrodestra sembra convergere sulla figura di Silvio Berlusconi. 

Quella è una candidatura che, per antonomasia, è inopportuna. E mi pare che in realtà, il centrodestra non si poi così compatto nel sostenere il nome di Berlusconi per la partita quirinalizia. Anzi, spero che la coalizione prima di intavolare il dialogo faccia chiarezza al suo interno.  Fermo rimanendo che il leader di Forza Italia sta facendo in queste ultime settimane una campagna acquisti che si commenta da sé. Ma al di là di questo, il fatto stesso di proporre la candidatura del leader di Forza Italia, rappresenta in qualche modo una delle concause del fallimento della politica.

Cosa intende dire?

Mi pare che si stia realizzando una teoria di Dossetti: siamo di fronte a uno scenario nel quale, mentre si sono esaurite le culture del Novecento, la politica tenta in tutti i modi di replicare se stessa mentre tutto il mondo attorno sta cambiando anziché sforzarsi di innovare e rinnovare se stessa. Non a caso la politica italiana, negli ultimi anni, ha avuto tre ‘infarti’. Prima con Ciampi, poi con Monti e ora con Draghi (sebbene questo ultimo esecutivo abbia in seno una grande valenza politica). Per questo non ci sono parentesi da chiudere per tornare a mitologiche stagioni dell’oro, ma c’è da andare avanti.

 

Per leggere l’intervista completa

https://formiche.net/2021/12/quirinale-berlusconi-sciarra-borghi/

Sulla Rai il “lessico familiare” di Scalfari. Nel dialogo con le figlie si dipana il racconto del principe della carta stampata.  

Il docufilm sul fondatore di Repubblica è stato realizzato dalle figlie Donata ed Enrica Scalfari (in collaborazione con la Rai) e vuole essere – almeno nelle intenzioni – un’occasione di dialogo e di confronto con un genitore così importante e ingombrante. 

Qualche sera fa la televisione pubblica ha mandato in onda un documentario dal titolo “Scalfari: a sentimental journey”. Non è questa la sede per riflettere sulla moda dell’anglicismo imperante, non solo nei media ma ormai quasi ovunque. Il prodotto è stato realizzato dalle figlie Donata ed Enrica Scalfari (in collaborazione con la Rai) e vuole essere – almeno nelle intenzioni – un’occasione di dialogo e di confronto con un genitore così importante e ingombrante. I luoghi e ancor più le stanze di casa diventano la cornice attraverso cui vengono veicolati, con un ritmo lento e costante, i ricordi personali e professionali. 

Nel film vengono rievocati i tratti fondamentali della biografia (quasi centenaria) di Scalfari: per cominciare, il liceo classico a Sanremo con Italo Calvino come compagno di banco. Dopo l’ipnosi del fascismo, Scalfari resta legato – e lo sarà per tutta la vita – al 14 luglio francese: “Il laicismo di Voltaire e Diderot, il socialismo riformista di Babeuf e le barricate in strada dei Miserabili”. Nel dopoguerra, l’esperienza irripetibile del “Mondo” di Mario Pannunzio, raccontata nel bellissimo libro La sera andavamo in via Veneto (recentemente ristampato da Einaudi). Negli anni ’60 la direzione del settimanale “L’Espresso” e nel decennio successivo l’avventura (umana, politica e giornalistica) del quotidiano La Repubblica. L’utopia – rivendicata dal fondatore nel 1976 – di essere “con la sinistra, oltre la sinistra”. Il successo editoriale (a cui contribuì – come è noto – il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro) che lo porta a essere, nei favolosi anni Ottanta, direttore del primo giornale italiano (con 800 mila copie vendute, sorpassando il “Corriere della Sera”) e, sul finire del decennio, uno degli uomini più ricchi d’Italia (dopo aver venduto le quote del giornale all’Ingegner Carlo De Benedetti). A tale riguardo, la lettura del saggio di Giampaolo Pansa “La Repubblica di Barbapapà” è stata fondamentale nell’apprezzare meglio alcuni passaggi del racconto pubblico che le figlie di Scalfari davano fin troppo per scontati.

La parte forse meno nota del docufilm è quella dell’uomo privato Eugenio, della sua pedagogia martellante (e a tratti umiliante) e della sua ricerca laica sul senso della vita. La sorprendente intesa con Papa Francesco, una conversione “sentimentale” che resta per Scalfari il grande dubbio al centro delle loro conversazioni a Casa Santa Marta. Un’amicizia senile tra due persone che accettano le loro differenze intellettuali, unendosi nella sintonia umana. “Non ti commuove tutto questo?” domanda Enrica al padre, ricevendo come risposta soltanto un orgoglioso “Beh, mi tocca”. A 97 anni compiuti Eugenio scrive ancora i suoi editoriali (più spesso li detta a braccio) sorretto da lampi di memoria accecanti. Anzi lui crea, come precisa alle figlie, con modi degni di Picasso (“Io non cerco, trovo”). 

La memoria delle figlie ha invece conti più prosaici da regolare, qualcosa ancora da capire: “Ti abbiamo vissuto come un padre diviso”. Quando lo cercavano, spesso non lo trovavano. Stava in due famiglie, diviso tra due donne, la moglie Simonetta e Serena, sposata dopo la morte della madre di Enrica e Donata. Alla fine le sorelle si sono arrese: “Abbiamo condiviso questa dualità”. Eugenio, candidamente, ritiene – ancora oggi – di aver fatto la scelta migliore: un accordo. Simonetta e Serena erano a conoscenza l’una dell’altra e lui si impegnava a dare a entrambe “lo stesso affetto e le medesime attenzioni”. Proteggere e ricomporre il “lessico familiare” è stata la sua missione, un fuoco da seguire la cui torcia rimaneva saldamente nelle sue mani. Le figlie rivelano che gli è sempre piaciuto paragonarsi a Noè dentro l’arca, felice del ruolo che gli attribuiva da fuori quella “tempesta necessaria”.

Passano rapidamente in rassegna nel docufilm la prima abitazione sulla Nomentana, il “buen retiro” di Velletri, che ha rappresentato a lungo il rifugio delle vacanze estive. L’ultima casa al Pantheon, dalla quale il quasi centenario Eugenio contempla i tetti di Roma e il bilancio di una lunga esistenza, forse irripetibile.

Sui lavoratori fragili occorre far chiarezza. Provinciali scrive al governo: serve un’informazione certa e comprensibile.

Riportiamo la lettera aperta al Presidente del Consiglio e ai Ministri della Salute, del Lavoro, delle Disabilità, della Pubblica Amministrazione, con la quale Francesco Provinciali rafforza la richiesta di un chiarimento normativo sulla condizione dei lavoratori fragili.  

 

Lettera aperta 

 

Ill.mo Sig. Presidemte, ill.mi Sigg. Ministri, 

riporto a margine l’art. 17 del Decreto Legge 221 del 24 dicembre 2021 pubblicato in pari data sulla  GU del 24/12/2021 n. 305 .

Il 1° comma dell’art 17 citato proroga le disposizioni di cui all’art. 26 comma 2-bis del Decreto legge 17 marzo 2020 , n° 18 ….. comunque non oltre la data del 28 febbraio 2022..

Quanto sopra sulla base del disposto dell’art 2 del decreto 221/2021 medesimo che prevede l’emanazione di un ulteriore decreto del Ministro della Salute (di concerto con il Ministro del Lavoro e con quello della Pubblica Amministrazione) entro trenta gg .dalla pubblicazione in GU.

Non è un periodo “lungo” per trattare una fattispecie così delicata? Dopo due anni di pandemia si avverte solo ora il bisogno di definire le patologie fragili?

In considerazione del fatto che alcune Agenzie di stampa hanno riportato la notizia in termini di semplificazione giornalistica, ad esempio riferendo solo la proroga del “lavoro agile” e non anche quella dell’equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero (come sempre avvenuto dall’inizio della pandemia ad oggi) pare necessaria una informativa ufficiale, completa e possibilmente chiara e comprensibile ai cittadini, specie ai lavoratori fragili, affetti da situazioni patologiche anche gravi.

1) Si chiede se il testo dell’art 1 DL 221/2021 va inteso dunque nel senso che le tutele a favore dei lavoratori fragili sono prorogate fino al 28 febbraio 2022 e non fino al termine dello stato di emergenza.

Ricordo a questo proposito che le certificazioni di inidoneità temporanea rilasciate da medico competente o dalla autorità sanitarie delle ATS si riferiscono – in un’ottica di continuità diagnostica e prognostica –  fino al termine dello stato di emergenza.

2) Con riguardo alle tutele per i lavoratori fragili il citato comma 2 dell’art. 26 del Decreto Legge 17 marzo 2020 n.18 prevedeva la modalità di lavoro agile e l’equiparazione dell’assenza per malattia al ricovero ospedaliero, senza computo nel cosiddetto periodo di comporto.

Quindi, prorogando integralmente le citate previsioni normative del DL 18/2020, il nuovo decreto 221/2021 dovrebbe contemplare entrambe le fattispecie. Al fine di dare una corretta informazione ai nostri lettori, si chiede dunque conferma del fatto che questa previsione normativa – peraltro richiamata e prorogata integralmente – contempli dunque le due fattispecie sopra evidenziate.

Ringrazio anticipatamente per la Vostra umana considerazione. Penso di interpretare il bisogno di una informazione certa e comprensibile da parte dei lavoratori fragili.

 

 

Art. 17 DL 24/12/2021 n.° 221 pubblicato sulla G.U. 305 del 24/12/2021

   Prestazione lavorativa dei soggetti fragili e congedi parentali

  1. Sono prorogate le disposizioni di  cui  all'articolo  26,  comma
2-bis, del decreto-legge  17  marzo  2020,  n.  18,  convertito,  con
modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino alla  data  di
adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque  non  oltre  il  28
febbraio 2022. Al fine di garantire  la  sostituzione  del  personale
docente,  educativo,  amministrativo,  tecnico  ed  ausiliario  delle
istituzioni scolastiche che usufruisce dei benefici di cui  al  primo
periodo e' autorizzata la spesa di 39,4 milioni di  euro  per  l'anno
2022.
  2. Con decreto  del  Ministro  della  salute,  di  concerto  con  i
Ministri del lavoro e delle  politiche  sociali  e  per  la  pubblica
amministrazione, da  adottare  entro  trenta  giorni  dalla  data  di
entrata in vigore del presente decreto, sono individuate le patologie
croniche con scarso compenso clinico e con  particolare  connotazione
di gravita', in presenza delle quali, fino al 28  febbraio  2022,  la
prestazione lavorativa e' normalmente svolta, secondo  la  disciplina
definita nei Contratti collettivi, ove presente, in modalita'  agile,
anche attraverso l'adibizione a  diversa  mansione  ricompresa  nella
medesima  categoria  o  area  di  inquadramento,  come  definite  dai
contratti vigenti, e specifiche attivita' di formazione professionale
sono svolte da remoto.
  3. Le misure di cui all'articolo 9  del  decreto-legge  21  ottobre
2021, n. 146, convertito, con modificazioni, dalla legge 17  dicembre
2021, n. 215, si applicano fino al 31 marzo 2022. I benefici  di  cui
al primo periodo del presente comma sono riconosciuti nel  limite  di
spesa di 29,7 milioni di euro  per  l'anno  2022.  Sulla  base  delle
domande pervenute, l'INPS provvede al monitoraggio del  rispetto  del
limite  di  spesa  di  cui  al  primo  periodo  del  presente   comma
comunicandone le risultanze al Ministero del lavoro e delle politiche
sociali e al Ministero dell'economia e  delle  finanze.  Qualora  dal
predetto  monitoraggio  emerga  il  raggiungimento,  anche   in   via
prospettica, del predetto limite  di  spesa,  l'INPS  non  prende  in
considerazione  ulteriori  domande.   Al   fine   di   garantire   la
sostituzione  del  personale  docente,   educativo,   amministrativo,
tecnico ed ausiliario delle istituzioni  scolastiche  che  usufruisce
dei  benefici  di  cui  al  primo  periodo  del  presente  comma,  e'
autorizzata la spesa di 7,6 milioni di euro per l'anno 2022.
  4. Agli oneri derivanti dai commi 1 e 3, pari  a  76,7  milioni  di
euro per l'anno 2022, si provvede mediante  corrispondente  riduzione
del Fondo per interventi strutturali di  politica  economica  di  cui
all'articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282,
convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 3

 

Così l’Italia è di nuovo al centro. L’Osservatore Romano recensisce il libro di Maurizio Molinari, direttore di Repubblica.

Molinari individua sette grandi sfide che si pongono nello scenario internazionale, in ognuna delle quali l’Italia può inserirsi come parte attiva, piuttosto che subirne passivamente le ricadute. Pubblichiamo per gentile concessione l’articolo che appare nell’edizione odierna del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

Marco Bellizi

Quando si parla di campo di battaglia, l’espressione può essere intesa in due modi: come indicazione di semplice luogo fisico di scontri o come spazio ideale di confronti decisivi.

L’Italia si trova a scegliere fra queste due dimensioni. E Maurizio Molinari, direttore de «La Repubblica», scrittore, a lungo corrispondente da New York, poi da Bruxelles e Gerusalemme-Ramallah, già inviato in Medio Oriente, Africa e Turchia, nel suo ultimo libro, intitolato appunto «Il campo di battaglia. Perché il Grande Gioco passa per l’Italia» (La nave di Teseo editore, Milano 2021, pagine 261, euro 18), descrive le contingenze in virtù delle quali oggi il Belpaese è di fronte, oltre che a delle oggettive insidie, a opportunità imperdibili per riacquistare una centralità strategica persa ormai da decenni.

Molinari individua sette grandi sfide che si pongono nello scenario internazionale, in ognuna delle quali l’Italia può inserirsi come parte attiva, piuttosto che subirne passivamente le ricadute.

È anzi chiamata a farlo, prima di tutto perché Roma è un crocevia fondamentale per la ricostruzione dell’Europa post covid. La pandemia, ancora in corso, ha segnato infatti in maniera profonda il vecchio continente, in primo luogo sotto l’aspetto emotivo della tragedia consumatasi ai danni dei più fragili. «Migliaia di famiglie hanno avuto gli affetti più cari aggrediti, stravolti, stracciati, accumulando ferite profonde, che è responsabilità di tutti affrontare con serietà e rispetto», ricorda Molinari.

Lutti e sofferenze che appunto richiedono di essere onorati volgendo al positivo l’esperienza vissuta. Il Recovey Fund è una grande opportunità ma per realizzarla sarà necessario un salto, uno scatto di nervi della politica italiana che deve diventare più «competente» e «snella», scrive Molinari, perché resistenze e opportunismi sono sempre dietro l’angolo.

Prima di tutto, però, occorre sconfiggere definitivamente il virus. E le prossime pandemie, che molti esperti danno per molto probabili. Per il direttore di «Repubblica» serve un «New Deal sanitario», perché occorre prendere atto che la salute dei cittadini è ormai un tassello della sicurezza collettiva. Il tema si intreccia quello dei populismi, che in questi ultimi mesi hanno alimentato anche le proteste antisistema del variegato popolo dei no vax.

Ma soprattutto si intreccia con il tema delle migrazioni, che risulta politicamente divisivo tanto per l’Europa quanto per l’Italia, spesso lasciata sola dalle istituzioni comunitarie. Sul tema degli immigrati si giocano infatti partite politiche e strategiche importanti, che coinvolgono gli equilibri dell’intero Mediterraneo e i rapporti per esempio all’interno del variegato mondo dell’islam sunnita. «Se a prevalere sarà il seme dell’odio — è l’avvertenza di Molinari — perderemo l’occasione dell’Italia multietnica e resteremo una provincia insulare, ai margini delle sfide globali, mentre se ad imporsi sarà il seme della coesione l’incontro fra italiani per nascita e italiani per scelta promette di renderci competitivi su ogni fronte». È anche sulla nuova frontiera dei diritti che l’Italia gioca la sua partita: i diritti dei migranti come quelli dei lavoratori nell’era del lavoro 4.0, dello smartworking, dell’occupazione digitale, con i rischi legati al controllo delle comunicazioni, il 5 G in testa.

Secondo Molinari l’Italia deve scegliere, ma a suo parere la via più virtuosa e utile è già tracciata con evidenza dal convergere delle posizioni del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, con quelle del presidente del Consiglio dei ministri italiano Mario Draghi e di Keir Starmer, leader del partito laburista britannico. Una politica che punta sulla difesa dei valori tradizionali, dell’ambiente e della salute in grado di limitare le posizioni più estremiste, sfociate spesso in populismi e autocrazie.

Due missioni, in sintesi, per l’Italia vista da Molinari: essere protagonista della ricostruzione economico-sociale dell’Occidente all’interno dell’Ue e della difesa della Alleanza atlantica.

 

In dialogo con la solitudine. Eugenio Borgna, decano degli psichiatri italiani, riepiloga e illumina i temi della sua ricerca.

La solitudine è l’anima nascosta e segreta della vita, ma come non avere la sensazione che oggi, nel mondo della modernità esasperata e della comunicazione digitale, sia grande il rischio di naufragare nell’isolamento?

In questo delicato e scorrevole libro che il Prof. Borgna ha dedicato al tema della solitudine come condizione esistenziale presente nelle alterne vicende della vita, si riannodano molti fili della narrazione sviluppata nella sterminata produzione editoriale precedente, che si tratti di studi e ricerche prettamente scientifiche o di testi di saggistica con un taglio più divulgativo. Ciò che alimenta la narrazione dell’autore – decano degli psichiatri italiani e assai noto in campo internazionale –  non è solo un dovere di etica professionale ma anche e soprattutto il convincimento, maturato in anni e anni di cura e di ascolto dei pazienti, che occorre un approccio terapeutico più ampio di quello strettamente clinico che va dunque accompagnato da una spiccata sensibilità umana, una spontanea propensione all’introspezione per conoscere, capire, aiutare. Scienza ed umana comprensione non sono dunque poli separati e antitetici ma approcci compresenti , incentrati sul dialogo reciproco e nell’ascolto empatico del paziente psichiatrico, una nuova maniera di accostarsi alla malattia più rispettosa dello stato di sofferenza della persona.

Borgna si  conferma tenace sostenitore di una “psichiatria dell’interiorità”, capace di scorgere quella dimensione profonda e soggettiva del disagio psichico, attraverso una prospettiva interdisciplinare che coinvolge discipline e campi eterogenei, quali la letteratura, la filosofia e l’arte, nel tentativo di evidenziarne la dimensione plurima e complessa restituendo così un significato condiviso alla dimensione esistenziale della sofferenza e alle sue forme di manifestazione, che possono essere intercettate e approfondite solo se è il terapeuta che compie un passo verso il malato e gli tende la mano.

Nell’ esordio del libro l’autore  si sofferma sulla distinzione tra solitudine ed isolamento: si tratta di due stati d’animo differenti. Citando le Confessioni di Sant’Agostino ed evocando la categoria del ‘tempo’, distingue tra “solitudine creatrice”, cercata, voluta e “solitudine ferita”, quasi autistica, dove viene spezzata la circolarità tra presente, passato e futuro, dove muore la speranza. Nel caleidoscopio della precarietà esistenziale si riscontra una molteplicità di solitudini, a volte subìte, altre desiderate o accettate ma pur sempre diverse rispetto all’isolamento, soprattutto in rapporto ai cangianti contesti di vita e alle relazioni con gli altri nonché ai processi che possono evitare uno stato di irreversibilità difficile da spezzare. 

Nella sua prolifica produzione di saggistica e certamente anche qui, dove Borgna cerca il dialogo con la persona sola,  la riflessione si sofferma spesso sui sentimenti, sulle emozioni, sugli stati d’animo che per un professionista della “umana comprensione con valenza terapeutica” sono una categoria di conoscenza imprescindibile ma anche una scelta di metodo: a chi legge capita di essere colpito e affascinato dal ricorrente uso della parola “cuore” e dall’ ascolto delle sue “intermittenze”.

Si coglie dunque un approccio olistico alla condizione umana, l’alfabeto dei sentimenti diventa quasi prevalente (come fonte di indagine e di cura) su quello strettamente clinico. Tutti sappiamo che il “cuore” è una metafora letteraria usata per descrivere emozioni e sentimenti, non certo la sede fisiologica dei comportamenti cognitivi o affettivi. Non sfugge tuttavia l’intenso richiamo che Borgna propone delle liriche di Leopardi, delle poesie di Emily Dickinson e di Katherine Mansfield, o delle lettere di Rainer Maria Rilke dimostrando quanto sia importante questa scelta umanistica per la comprensione delle fragilità interiori.

Borgna non dimentica di evocare il periodo pandemico che stiamo attraversando, con la paura del contagio, della malattia, della morte, una lunga fase critica dalla quale fatichiamo ad uscire ci ha radicati nel timore del contatto, considerando il prossimo come una fonte di pericolo, quasi un nemico da evitare. Questo “noli me tangere” ha lasciato tracce forse indelebili e ci ha cambiati. La solitudine è stata una condizione imposta dall’isolamento e dal distanziamento come scelte terapeutiche e di profilassi: viene da chiedersi se e come riusciremo a metabolizzare questa esperienza rendendola reversibile per il futuro.

Assai interessante la trattazione del tema della solitudine in relazione ai contesti di vita: capita di sentirsi soli immersi in una folla vociante e di non sentirsi soli in un deserto, se l’ascolto di sé e il desiderio di interiorità ci porta ad aprirci agli altri o ci aiuta nella ricerca di un dialogo con Dio. Non conta tanto infatti la presenza fisica quanto la ‘sapientia cordis’, la disponibilità dell’animo. Anche se Borgna predilige i ricordi e le retrospettive intimiste poiché sovente anche la pratica della solitudine, come occasione di riflessione, ci custodisce, specie se ricca – come nel libro – di commoventi riferimenti autobiografici. Ogni solitudine ha poi una stagione, con peculiarità sue proprie: tra l’adolescenza e la vecchiaia le età della vita esprimono condizioni di solitudine diverse.

Ci sono solitudini nell’infanzia e nell’adolescenza quasi impenetrabili: a volte si trascinano per l’intera vita, lasciano ferite e cicatrici non sempre rimarginabili. Ci sono ragazzini che “sballano” per queste soccombenze, altri che pensano al suicidio come via d’uscita. Sono vittime, non carnefici. Nella tarda età la solitudine comincia quando si vive più di ricordi che di speranze. Ad esempio gli anziani non sono considerati per la ricchezza di esperienza e saggezza che recano con sé: inutili, quasi espunti dai flussi vitali delle comunicazioni sociali, delle relazioni umane. La burocrazia e la corsa verso le tecnologie e la digitalizzazione marginalizzano le persone anziane in una condizione di inevitabile e quasi spietata soccombenza, frappongono al loro bisogno di serenità ostacoli di codici alfanumerici complessi, di moduli indecifrabili, di assilli e incombenze insostenibili.

La solitudine nella condizione di malattia e di sofferenza: un capitolo doloroso del libro ma assai ricorrente nella vita quotidiana. Parliamo di patologie incurabili, di case di riposo, di RSA, di lunghe degenze ospedaliere, di forme invalidanti, di internamento nei manicomi (di cui a lungo Borgna si è occupato) ora strutture psichiatriche. Per chi è in grado di riflettere sulle proprie condizioni di salute e di capacitarsi della loro gravità, nelle forme incurabili, la solitudine non è sempre buona consigliera. Molto possono aiutare l’umana comprensione, l’affetto, la vicinanza, l’empatia degli altri. Spesso la solitudine diventa consustanziale alla malattia e alla sofferenza, silente compagno di viaggio verso il declino.

Ma lo stesso silenzio che a volte ‘spaventa’ può diventare il bene immateriale più prezioso e raro perché ci fa dono dell’ascolto di sé stessi, ci scava dentro e nel profondo può essere persino rivelatore di verità nascoste. Bisogna essere capaci di fargli spazio nella nostra vita. La solitudine e il silenzio possono essere buoni compagni di viaggio nella riflessione poiché prendendo distanza dalle cose finiamo per essere più vicini alla nostra esistenza di quanto consapevolmente ci capiti di fare “vivendola”. Siamo immersi in un universo linguistico carico di molteplici significati semantici e simbolici, disponiamo di una dotazione straordinaria di mezzi di comunicazione, siamo assorbiti dalle nuove tecnologie, invaghiti dai beni materiali, omologati dall’affabulazione digitale. Eppure capita di non riuscire a capirci. È forse questa la vera solitudine che si impone e ci incupisce oltre un nostro atto di volontà? Lo psichiatra umanista Prof. Borgna ci prende per mano e ci accompagna a scoprire quanto sia importante distinguere tra il silenzio che nasce da una depressione, dalla fatica di vivere, dalle angosce da cui non si riesce a liberarsi e il silenzio “come ricerca di una solitudine che consenta di meditare sul senso del vivere e del morire”.

La solitudine può avere dunque una funzione maieutica, perché ci mette in contatto con il passato, ci fa rivisitare il presente, può persino essere fonte generativa di una speranza, aiuto nella ricerca di ciò che è davvero essenziale. Trovo molto significativa la metafora che l’autore evoca nella chiusa della Sua riflessione, laddove paragona la solitudine ad una “oasi nel deserto”. Importante perché l’oasi significa approdo e molto spesso salvezza – siamo tutti naufraghi alla deriva di una inevitabile precarietà esistenziale – ma anche per il deserto che sta intorno a noi, nonostante le apparenze di un ecumenismo virtuale, dove sovente la solidarietà e il perseguimento del bene comune non si materializzano nell’immaginario collettivo come un dovere che ci pertiene.

Questo inciso – a cui il Prof. Borgna attribuisce un senso riassuntivo e quasi conclusivo del suo discorso – dovrebbe forse aiutarci a rispettare le solitudini altrui, a raccogliere l’invito di Prospero, quando cala il sipario ne ‘La tempesta’ di Shakespeare, ad essere “più indulgenti nelle cose della vita”.

 

Eugenio Borgna è uno psichiatra, saggista e accademico.Come primario di servizi psichiatrici ospedalieri, fin dai primi anni ’60 ha adottato metodi di cura che, esorbitando dalla comune prassi clinica, si sono incentrati sul dialogo reciproco e l’ascolto empatico del paziente psichiatrico, non soggetto ad alcuna forma di coercizione, contenzione o imposizione, sperimentando così, per la prima volta in Italia una nuova maniera di accostarsi alla malattia psichiatrica, più umana, rispettosa e comprensiva del dolore del paziente, Strenuo sostenitore di una “psichiatria dell’interiorità”, capace di individuare o cercare di scorgere quella dimensione profonda e soggettiva del disagio psichico, attraverso una prospettiva interdisciplinare che coinvolge discipline e campi eterogenei, quali la letteratura la filosofia e l’arte, ha altresì condotto interessanti e innovativi studi sulla malinconia, la depressione e la schizofrenia nonché sui fondamenti epistemologici e metodologici della psichiatria. Nel 2018, è stato insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Autore di numerosissimi saggi e libri, per Einaudi ha pubblicato: Elogio della depressione (2011), La fragilità che è in noi (2014), Parlarsi (2015), Responsabilità e speranza (2018), Le parole che ci salvano (2017), L’ascolto gentile (2017 e 2018),
La nostalgia ferita (2018), La follia che è anche in noi (2019), Speranza e disperazione (2020), In dialogo con la solitudine (2021). 

 

I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini. Di Bert “legge” la mostra organizzata presso la Ex Cavallerizza di Lucca.

Fino all’ottobre del prossimo anno, si tiene nella città tosca na questa ammirevole esposizione nella quale si colgono ovunque personaggi colmi di verità, di vita e di ardore. 

Fino al 2 ottobre 2022 nelle sale della Cavallerizza di Lucca si può visitare la mostra I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini: più di cento opere provenienti da musei italiani e esteri, dalle Diocesi, oltre che da prestigiose collezioni private e internazionali.

Una ricca ed approfondita selezione di pittori che hanno “ruotato” intorno alla mitica figura di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Alcuni di loro “lo hanno incontrato, qualcuno forse superato, o addirittura per certi aspetti anticipato”. Sono i luministi, chiamati qui “i Pittori della Luce”, perché in tutte le loro opere è la luce la vera protagonista. Viva, imprescindibile, innovativa.

“La mostra parte dalla rivoluzione di Caravaggio, indiziaria, con la presenza di un’opera assai notevole come il Cavadenti, sulla quale, per taglio e genere, sicuramente Paolini dovette riflettere, testimoniando la più integrale coerenza tra i pittori di luce”, osserva Vittorio Sgarbi, curatore dell’esposizione, che in merito all’iniziativa commenta: “dopo tutto questo buio a Lucca ritorna la luce”.

La rassegna si apre con un dipinto di Caravaggio, l’artista rivoluzionario della luce che si oppose ad ogni forma di idealizzazione e che rappresenta la natura ed il reale, costringendo i vari colori a convivere sulla tela con l’oscurità. Si tratta del “nero caravaggesco” che, similmente alle zone oscure della psiche, non manifesta pienamente le proprie pulsioni ed i profondi pensieri, ma riesce ad attirare l’attenzione ed a catapultarci in una sorte di vortice emozionale in cui cogliamo un’intensa trasformazione materica (energie cosmiche). Così i rossi si stagliano dallo scuro dello sfondo, luce ed ombra, vita e morte: la caducità della vita è al proscenio. 

Le narrazioni di Caravaggio spesso evocano il comportamento dell’uomo oscillante tra il bene ed il male, il tangibile e l’ignoto. La sua pittura, ammirata, studiata ed amata dagli artisti in esposizione, propone l’attimo “bloccato” di un’azione in corso e, come “frame” di un film, ci fa attraversare il tempo che sembra annullarsi con lo spazio, creando una dimensione diversa (sublime preannuncio alla quarta dimensione). 

Caravaggio ha sapientemente ed emozionalmente “giocato” con la luce che in una prima fase è naturale e, successivamente, “artificiale”, fissa o in movimento, usata per comporre visioni in cui gli oggetti si delineano grazie al modo di disporre volutamente fasci luminosi oltre la realtà delle cose. Il Canestro di frutta (c.1596) ad esempio, riflette una luce naturale ed è una delle prime nature morte dipinte in Italia. Alla seconda fase della sua sperimentazione appartengono opere come: Vocazione di San Matteo (1599), Crocefissione di San Pietro (1600), Morte della Vergine (1605-1606). Gli autori esposti, primo tra tutti Paolini, sono affascinati dal naturalismo sfrenato e possente dell’impeto caravaggesco, di quel Maestro “bravo egualmente a maneggiare il pennello e la spada”. Così, nei lavori di questa ammirevole esposizione, si colgono ovunque personaggi colmi di verità, di vita e di ardore. 

L’attenzione espositiva si sofferma su Pietro Paolini «pittore di gran bizzarria, e di nobile invenzione», protagonista lucchese della nuova scuola naturalistica al quale viene, giustamente, restituita “…la reputazione e la estrema centralità, nel novero dei caravaggisti, che gli era stata riconosciuta dalle fonti storiche, dai collezionisti e dagli antiquari, con una debole reazione degli storici e degli studiosi. Ma a questa non è seguita una rinnovata prospettiva storica, come è toccata, nella stessa stagione degli studi, a personalità come Serodine, Tanzio da Varallo, Guercino, Guido Cagnacci, Mattia Preti, Battistello Caracciolo. Forse anche per ragioni geografiche”.

Paolini a Roma scopre, intorno al 1620, le opere di Caravaggio e ritorna a Lucca, portando una serie di novità pittoriche. Si veda, ad esempio, Il cantore (c.1625) in cui il realismo e la presenza scenica del personaggio ci rimandano a scenografie cinematografiche alla Merisi con la luce proveniente da destra ed una bocca spalancata: chiudendo gli occhi (per non venir distratti dallo sfondo scuro) riecheggia un canto lontano. Sempre di Paolini: Le età della vita (c.1628-1629), in cui si coglie il superamento completo di un Cinquecento giorgionesco verso la ricerca di momenti realistici affini ad osservazioni “fotografiche” –  proposte in diverse sue opere come La bottega dell’artista (Ritratto di famiglia) del 1650c. –  che fanno trasparire riferimenti anche ad autori romani del periodo.

Altri pittori toscani selezionati si distinguono per l’utilizzo della luce in cupi notturni: Baccio Ciarpi, Paolo Biancucci, Orazio Riminaldi, Rutilio Manetti, Francesco Rustici detto il Rustichino, Simone del Tintore, Giovanni Coli e Filippo Gherardi, Girolamo Scaglia, Pietro Sigismondi, Paolo Guidotti detto il Cavalier Borghese, Antiveduto Gramatica, Giovan Domenico Lombardi e infine Pietro Ricchi detto il Lucchese. Tra gli autori presenti troviamo anche Orazio Gentileschi, considerato tra i più importanti caravaggeschi toscani, in mostra con una inedita e raffinata Madonna con bambino ai primi passi. E poi, tra tutti: Giovanni Baglione, Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino, Bartolomeo Manfredi e Giovanni Francesco Guerrieri. Insomma, una “gamma” di pittori che permette al fruitore di riflettere sulla contaminazione caravaggesca sin dai tempi passati e sulla continuazione di un lavoro già iniziato da altri (alla maniera di…). “Non conta dove prendete l’ispirazione ma dove la portate” afferma il regista Jean-Luc Godard secoli dopo. Grande verità!

La luce, ovviamente protagonista indiscussa della rassegna, porta ad immaginare gli autori alle prese con candele (luminosità vibrante e soffusa) o con torce (dalle fiamme intense e prepotenti nell’oscurità) nel perenne contrasto tra luce ed ombra… Un tema inizialmente suggerito da un Caravaggio irrequieto ed oltremodo geniale con l’opera Il seppellimento di Santa Lucia (1608). 

Lungo il percorso, ci imbattiamo in ambientazioni notturne come quelle di Pieter Paul Rubens, quando a Roma, nel 1609, dipinge l’Adorazione dei Pastori per la Chiesa dei Filippini di Fermo. Ed ancora: quadri dello spagnolo Jusepe de Ribera e del francese Valentin de Boulogne. In ognuno di essi il colore è ardito, a tratti fermo, le luci sono “rapide e rare”, (Caravaggio-Rembrandt) e celano un vago senso di angoscia. 

Tra i dipinti citiamo, tra gli altri: Amore vincente (c.1620) di Orazio Riminaldi (che riecheggia l’Amor vincit omnia di Caravaggio, sicuramente meno statico nella posa ma con simili effetti di luce, una sorta di faretto unidirezionale).

Da considerare con attenzione Pietro Ricchi “un fenomeno curioso di approfondimento teatrale e virtuosistico dei dipinti di genere – osserva Sgarbi – con l’insistente riferimento al lume artificiale come unica fonte di luce, in cupi notturni…Anche nel caso di Ricchi la lezione di Paolini, virata in effetti speciali, deriva da uno spunto caravaggesco riconosciuto dal Baldinucci, tutto giocato sulla luce di candele, a partire dalla fiaccola delle Sette Opere di Misericordia di Caravaggio, attraverso il modello di Trophime Bigot e appoggiandosi, infine, al maestro lucchese, come si vede nella Giuditta con la testa di Oloferne del Castello del Buonconsiglio di Trento. Con Ricchi, già verso il 1660, la pittura di luce si spegne, e la lunga notte densa, intensa e misteriosa di Paolini finisce nei fuochi d’artifici”.

In definitiva, può dirsi che gli artisti presentati hanno saputo seguire le tracce di Michelangelo Merisi, mantenendo un proprio stile, rendendo omaggio alla “nobilissima e compitissima virtù della pittura” senza sfociare in un manierismo esasperato e creando opere di intrinseco valore e contenuto estetico.

Nasce “Noi CORViale Tv”, progetto crossmediale per raccontare il quartiere romano con il controverso Serpentone.

Il serpentone di Corviale

Presentazione oggi pomeriggio della NOI CORviale, TV ideata e diretta da Monica Melani. Documentario a cura di Andrea D’Andrea. Video Stalker Osservatorio Nomade: Corviale Network – 2004.Video Corviale Domani Forum Mibact “La forza nel segno” – 2012. Performances degli Artisti Festa delle 7 arti fondata da Francesca Chialà. Mercoledì 29 dicembre 2021 ore 16,00, Mitreo Arte Contemporanea, Via Marino Mazzacurati 61/63:

La NOI CorViale Tv è un progetto crossmediale che nasce dall’esperienza di tanti professionisti in vari settori dell’arte e della comunicazione ma anche da normali cittadini che grazie alle nuove tecnologie, in maniera di produzione audiovisiva, hanno deciso di raccontare e far raccontare le tante realtà che compongono il “Quadrante Corviale”, un’area delimitata dai 1350 ettari della Valle dei Casali e della Tenuta dei Massimi, che ha come centro il “palazzo” più grande e controverso d’Italia.

Un universo, che dal grigio passa al verde dei suoi parchi, ai mille colori dei murales, e alle diverse energie di chi lo abita ed anima, da raccontare per incidere positivamente nel tempo verso una rinnovata e più consapevole identità culturale.  

Informazione, Arte, Cultura, Musica, Confronti, Documentari, Filmati storici: sono alcune delle rubriche che andranno a comporre il palinsesto digitale della NOI CORvialeTv, che sarà disponibile sulla piattaforma NCG Television.

Il Contesto sociale, politico e Culturale

Ogni cosa che appare nel mondo ha radici nella struttura stessa del pensiero di chi l’ha concepita. Il complesso di Corviale è la sua storia: attraverso fasi, metamorfosi e stati di coscienza, sta trasmutando per “darsi nuova forma“. 

Grazie all’operato di una comunità formata da operatori culturali appassionati e visionari, che hanno coinvolto  fra gli altri, dal 2008 ad oggi, il Ministero dei Beni Culturali, quattro Università,  Municipi, Assessorati e Dipartimenti di Regione Lazio e Roma Capitale, Corviale sta mettendosi in gioco in modo nuovo e più creativo, ribaltando e colorando di inaspettati punti di vista, un ambiente divenuto specchio della sua ricchezza: parchi naturali, arte diffusa, beni relazionali e buone pratiche.

La NOI CORviale TV, che ben si inserisce in questo contesto, con l’ambizione di divenire il luogo virtuale, fisico, immaginativo e delle memorie, nasce, in questo delicato momento storico, per contribuire a ricreare quella dimensione di vicinanza e prossimità che i corpi faticano a riconquistare.

Ideazione ed ambizione del progetto

Ideata dall’artista Monica Melani*, vincitore dell’Avviso per il sostegno alla ripartenza delle attività di promozione culturale ed animazione territoriale – Regione Lazio, partendo dall’esperimento virtuoso della street tv Corviale Network del 2004 (Stalker/Osservatorio Nomade – collettivo di artisti ed architetti fondato a Roma nel 1995), ha avviato un percorso di animazione territoriale per narrare e promuovere una nuova immagine condivisa del quartiere, con l’obiettivo di incidere positivamente nel tempo verso una rinnovata e più consapevole identità culturale

Attraverso il lavoro di professionisti ed artisti si indagheranno criticità e ricchezze, mettendo in relazione l’immaginario del luogo, ovvero desideri e proiezioni degli abitanti, con le realtà culturali attive e le ipotesi della sua rigenerazione: conoscere il territorio per elaborare strategie condivise di riqualificazione.

Una sperimentazione che coniuga pratiche di progettazione partecipata e di produzione artistica e multimediale. Un percorso di conoscenza e valorizzazione del vissuto ed operato umano, in armonia e sinergia con la forza del genius loci del territorio in cui vive.

La NOI CORviale TV e’ per chi vuol continuare a sperare, per chi desidera mettere in campo tempo, risorse o talenti e raccontare come si crea un futuro ed una qualità di vita migliore per tutti i cittadini del mondo.

 

L’ingresso è gratuito e regolamentato con Green Pass. È gradita la prenotazione al fine di contenere il numero delle presenze. Per info, prenotazioni e dettagli: info@mitreoiside.com – 3939593773

 

Trailer con Leonardo Bocci  

https://fb.watch/aaRWrJoxpG/

https://www.instagram.com/noicorvialetv/tv/CYBanHdhzjm/?utm_medium=copy_link

 

Afghanistan: ritorno all’Ancien Regime. La nota dell’Istituto per gli Studi di Politica Estera (ISPI).

Talebani vietano i viaggi alle donne non accompagnate da uomini. Il regime sta tornando a prendere la forma del vecchio Emirato, mentre la crisi umanitaria diventa sempre più drammatica.

Le donne afghane non potranno viaggiare da sole per distanze che superano i 72 chilometri. È questo il contenuto principale del decreto di domenica scorsa del ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. “Alle donne che compiono viaggi di oltre 72 chilometri non dovrebbe essere offerto un passaggio se non sono accompagnate da un parente stretto”, ha detto il portavoce del ministero Sadeq Akif Muhajir, specificando che il parente deve essere un uomo

All’interno dello stesso decreto, viene anche vietato ai tassisti di far salire a bordo donne che non indossino il velo. Inoltre, sarà proibito ascoltare musica mentre si è in macchina. Il decreto è solo l’ultimo di una serie di atti con cui i Talebani stanno de facto ripristinando il vecchio Emirato e attraverso il quale stanno erodendo le poche libertà delle donne. Dalla fuga dei contingenti USA, il nuovo governo di Kabul ha rapidamente limitato lo studio e il lavoro per le donne, così come le loro apparizioni in tv e in ambito culturale. 

Mentre i Talebani concentrano i propri sforzi sulla negazione dei diritti della popolazione femminile, il paese è ormai in piena crisi umanitaria e nel 2022 la carestia potrebbe riguardare oltre 22 milioni di persone.

Cancellare le donne?

Nonostante a pochi giorni dalla presa di Kabul lo scorso 15 agosto i Talebani avessero promesso di essere inclusivi, l’esecutivo nato a inizio settembre non lo è affatto e in questi primi quattro mesi di governo hanno demolito pezzo dopo pezzo quel poco di libertà di cui le ragazze e le donne afghane avevano goduto negli ultimi vent’anni. Prima dell’ultimo decreto contro la libertà di movimento, gli studenti coranici avevano già vietato la trasmissione di pubblicità o telenovele in cui compaiono donne, mentre le giornaliste e le presentatrici hanno l’obbligo di avere il capo coperto. Inoltre, i cartelloni pubblicitari riportanti immagini di donne sono stati rimossi dagli spazi pubblici. Anche il diritto allo studio è stato fortemente compromesso

Nonostante le promesse iniziali, solo per gli studenti maschi è stato possibile tornare alle scuole secondarie, limitando di fatto l’istruzione delle ragazze afghane all’età di 12 anni. Infine, sebbene i Talebani non abbiano formalmente vietato l’accesso all’università alle donne, è stato predisposto che i corsi universitari siano separati per maschi e femmine, ma questi devono ancora ricominciare.

In generale, come riportato dalle Nazioni Unite, il deterioramento dei diritti umani dei cittadini e delle cittadine dell’Afghanistan è strettamente collegato alla grave crisi economica e umanitaria del paese.

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https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050cccffe3dd&sd=166050cccfe6b23&n=11699e4c0ac9113&mrd=166050cccfe6b0d&m=1

 

 

Intelligenza artificiale in finanza: responsabilità e relazione. Dal Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa.

L’autrice si sofferma sul ruolo dell’uomo-macchina alla luce dell’importante sviluppo dell’intelligenza artificiale. Dunque, ella scrive, ”lo snodo centrale della questione riguarda la modalità di attribuzione della responsabilità”.

La crescente diffusione dell’intelligenza artificiale impone di considerare la questione centrale della responsabilità uomo-macchina. Un tema caro a Papa Francesco che, in occasione del convegno della Pontificia Accademia per la Vita del febbraio 2020, ha detto: «Il rapporto tra l’apporto umano e il calcolo automatico va studiato bene perché non sempre è facile prevederne gli effetti e definirne le responsabilità».

Intuitivamente sembra inevitabile assegnare la responsabilità agli esseri umani, anche quando gli algoritmi sviluppano capacità di apprendimento. Ma quando parliamo di esseri umani intendiamo gli utenti finali o gli sviluppatori di algoritmi (data scientists)? In alcuni contesti, come ad esempio nei sistemi di guida automatica assistita da un copilota umano, l’attribuzione di responsabilità può avvenire coinvolgendo l’utente finale con una sua partecipazione attiva e consapevole alle decisioni e azioni dell’algoritmo. A volte però, come nel caso delle strategie di investimento basate sull’intelligenza artificiale, gli algoritmi sono imperscrutabili al punto da rendere impossibile o inefficiente una ricostruzione analitica del processo decisionale e una partecipazione dell’utente finale. In tali casi la responsabilità non può che essere fatta risalire fino agli sviluppatori degli algoritmi, anche per scelte non direttamente effettuate da loro.

Lo snodo centrale della questione riguarda la modalità di attribuzione della responsabilità. In contesti complessi con elevata innovazione, l’archetipo dell’attribuzione gerarchica basata su pratiche di controllo mostra i suoi limiti a vantaggio di un processo di attribuzione della responsabilità di natura sociale e relazionale. Per essere efficaci le attività lavorative sono organizzate su gruppi di lavoro che incoraggiano l’interazione e la collaborazione al fine di realizzare un allineamento continuo tra gli sviluppatori e i loro responsabili. Allineamento che è garantito da fiducia, collaborazione e autonomia, con gli sviluppatori che emergono come agenti responsabili.

Perfino in contesti basati sulle più sofisticate tecnologie dell’informazione come l’intelligenza artificiale, contesti dove gli aspetti economici e tecnologici potrebbero far passare in secondo piano gli aspetti etici, vi sono esperienze in cui emerge la “fondamentale indole relazionale dell’uomo”, perno del documento “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones” della Congregazione per la Dottrina della Fede e del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

*Preside della Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Per saperne di più

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-12/intelligenza-artificiale-finanza-responsabilita-relazione.html

Ma il centro non è più solo politologia. Merlo risponde a Provinciali.

Finalmente al “centro” qualcosa si muove. Il progetto di dar vita ad una sorta di “Margherita 2.0” cerca di colmare un vuoto politico che anche i sondaggisti più accreditati e non quelli compiacenti con i vari partiti committenti, indicano in una forbice elettorale che viaggia tra l’8 e il 12% dei consensi.

La bella riflessione di Francesco Provinciali su queste colonne in merito alla difficoltà a “riaggregare il centro” esige e forse richiede un supplemento di riflessione. Che un “partito di centro” e una “politica di centro” ormai si impongano nel dibattito e nella dialettica politica italiana è, ormai, un dato di fatto. E questo non solo perchè ci troviamo di fronte ad un sostanziale esaurimento della spinta e della sub cultura populista di marca grillina e tutto ciò che quella deriva si è trascinato dietro. Ma anche e soprattutto per la necessità di rideclinare nella politica italiana una cultura, una politica, una prassi e un metodo che sono stati determinanti e decisivi nel nostro sistema politico nelle diverse fasi storiche e che, purtroppo, proprio in questi ultimi sono stati sacrificati sull’altare dei dogmi del populismo da un lato e da un bipolarismo muscolare e spietato dall’altro. Un bipolarismo che è stato più funzionale alla cultura e alla logica degli “opposti estremismi” che non ad una reale e fisiologica democrazia dell’alternanza. 

Non a caso, le parole d’ordine e soprattutto i comportamenti concreti sono stati più ispirati alla logica dell’annientamento e della distruzione del “nemico” che non a quello del dialogo e del normale confronto tra la maggioranza e l’opposizione di turno. Oltre, com’è evidente a tutti coloro che non amano la politica dello struzzo, a quella delegittimazione morale ed etica che resta una prassi molto gettonata nella cultura della sinistra italiana dal secondo dopoguerra in poi e che non si è mai dispersa od attenuata. Anzi. È più viva che mai.

Ma, al di là di queste considerazioni talmente oggettive da non fare neanche più notizia, non possiamo non rilevare che finalmente al “centro” qualcosa si muove. Non a livello testimoniale o puramente virtuale, come purtroppo è capitato per troppo tempo, ma nel concreto della dialettica politica italiana. Il progetto di dar vita ad una sorta di “Margherita 2.0” risponde a questo obiettivo e cerca di colmare un vuoto politico che anche i sondaggisti più accreditati e non quelli compiacenti con i vari partiti committenti, indicano in una forbice elettorale che viaggia tra l’8 e il 12% dei consensi. Un’area che difficilmente è intercettata dagli attuali schieramenti politici. Cioè, da un lato da una sinistra a tratti massimalista saldamente alleata con il tardo populismo dei 5 stelle e, dall’altro, da un eccessivo sovranismo della destra che, al di là della indubbia capacità della Meloni, non riesce ancora a schiodarsi dal marchio politico originario. Una “Margherita 2.0”, appunto, che sappia riunificare in un solo soggetto politico culture ed esperienze diverse che, al di là del sistema elettorale che ci sarà per le elezioni del 2023, potrà essere un punto di riferimento per tutti coloro che non si riconoscono nell’attuale sinistra massimalista o nella destra ancora largamente sovranista. Dopodichè, come ovvio, se si renderanno necessarie le alleanze si faranno le alleanze, ma non in condizioni di subalternità e di puro gregariato.

Il processo costituente di questo progetto politico è già decollato. Tocca a tutti coloro che ci credono e che non si limitano a gridare nel deserto portare un contributo fattivo e concreto. Il resto, purtroppo, si limita sempre, e ancora una volta, alla sola testimonianza sterile ed impotente e alla attesa di tempi migliori…

Un semestre europeo molto importante.

La Francia guiderà la UE assegnandosi un compito vasto e ambizioso, anticipato nei suoi termini generali dal presidente Macron. L’argomento principe, quello che caratterizzerà il semestre è ovviamente il superamento dei famosi parametri di Maastricht. Tuttavia, non vi sono solo i parametri di bilancio. L’Europa delineata dal Presidente francese deve affrontare i macro-temi del futuro, dalla sostenibilità ambientale alle energie alternative.

Quella che inizierà il 1° gennaio promette d’essere una presidenza semestrale europea fra le più significative di sempre. In mezzo alla nuova ondata pandemica, affrontata stavolta con l’arma vaccinale, la Francia guiderà la UE assegnandosi un compito vasto e ambizioso, anticipato nei suoi termini generali dal presidente Macron. Il quale ultimo, per di più, affronterà contemporaneamente un ulteriore e non facile impegno, ovvero la campagna elettorale per la riconferma insidiato a destra dalla solita Marine Le Pen e dalla novità Valérie Pécresse.

Anche questa volta, dunque, Macron giocherà sul fronte interno la carta europea. E anche stavolta una sua vittoria avrebbe un significato inequivocabile sotto questo punto di vista. La differenza è che oggi quello che era lo spirito europeista della campagna di quattro anni fa deve tradursi in qualche decisione concreta, conferma della possibile incarnazione di quell’afflato. Quando si è al potere bisogna dimostrare di saperlo utilizzare nel senso indicato quando si combatteva per conquistarlo. 

I temi da affrontare sono di straordinaria importanza e coincidono temporalmente – non per caso – con le attese conclusioni della “Conferenza sul futuro dell’Europa” avviata lo scorso 9 maggio che proprio il presidente francese propose ma che sino ad ora è stata solo una pallida rappresentazione priva di qualsiasi appeal per i non addetti ai lavori. Non è sbagliato immaginare che l’inquilino dell’Eliseo proverà sin dalle prossime settimane a farle cambiare verso, cercando di renderla utile ai fini della realizzazione di quella “Europa più sovrana” che egli ha voluto quale titolo di presentazione del suo manifesto programmatico della sua presidenza semestrale dell’Unione.

L’argomento principe, quello che certamente caratterizzerà il semestre è ovviamente il superamento dei famosi parametri di Maastricht, ormai datati e superati dagli eventi. La pandemia e il conseguente piano comune Next Generation UE hanno condotto l’Unione già oltre lo spauracchio del vincolo a non superare il 3% del rapporto deficit/PIL e il 60% di quello debito/PIL (un tetto peraltro in qualche modo già aggirato dal Fiscal Compact di qualche anno fa). E anche se sul punto i paesi del settentrione continentale paiono voler puntare i piedi, il nuovo asse franco-italiano e quello consolidato franco-tedesco dovrebbero avere la forza, sapendo coinvolgere altri paesi a cominciare dalla Spagna, per avanzare proposte innovative capaci sia di confermare l’idea generale per la quale occorre in ogni caso avere regole di bilancio comuni sia di proseguire senza brusche inversioni a U la cooperazione avviata per rispondere alla crisi economica generata dal Covid-19 con la messa in comune  di debito europeo. Le soluzioni da individuare possono essere varie, e certamente non tutte di pari impatto sui meccanismi che regolano la complicata costruzione comunitaria, ma non è possibile né immaginabile “fare come se non fosse accaduto nulla”, ha detto giustamente il presidente francese. 

È evidente che il citato “asse franco-tedesco” potrà indirizzare l’intero percorso di cambiamento e quindi di revisione del Patto di Stabilità solo se il nuovo governo di Berlino vorrà e saprà farlo. Sulla volontà gli impegni scritti nel programma della neonata “coalizione semaforo” non lasciano dubbi. Semmai questi possono sorgere sulle capacità, e dunque sul secondo dei verbi qui appena declinati al futuro. Le resistenze interne, a cominciare da quelle della Bundesbank, non saranno poche e bisognerà vedere se il Cancelliere Scholz dimostrerà la medesima abilità a suo tempo esibita da Angela Merkel quando sostenne Mario Draghi e la BCE nonostante la forte opposizione interna della Bundesbank e non solo. Aggiungendo che la Kanzerlin guidava una Grosse Koalition fra i due principali partiti mentre ora Scholz dovrà tenere insieme tre partiti aventi posizioni anche assai distanti: si pensi a quelle fra i Verdi e i Liberali o a quelle fra questi ultimi e l’ala più a sinistra della socialdemocrazia. Un punto che meriterà un’analisi a parte.

Non vi sono solo i parametri di bilancio, naturalmente. L’Europa delineata da Macron deve affrontare i macro-temi del futuro, o meglio di un futuro prossimo sempre più incastonato nel presente: dalla sostenibilità ambientale alle energie alternative. Litio, semiconduttori, idrogeno, cloud…un mondo nuovo che l’Unione non può lasciare nelle sole possibilità di asiatici e americani, con i quali pertanto si troverà a competere, o anche a collaborare in quanto in grado di competere. Divenire protagonisti in questi settori significherà sviluppare un “nuovo modello di crescita” che ponga l’occupazione – a cominciare da quella delle giovani generazioni – al centro dei propri obiettivi: “impieghi di qualità, qualificati e ben remunerati”. Del resto, se non si indirizzerà in questa direzione, l’inverno demografico del quale ha parlato Papa Francesco sarà una definitiva realtà nel nostro continente sin dal prossimo decennio, con la conseguente sua decadenza a livello mondiale.

La via è obbligata, si dovrebbe concludere. Vedremo cosa ne penseranno i Ventisette riuniti, al summit appositamente convocato dalla presidenza francese i prossimi 10 e 11 marzo a Parigi. Dove non mancherà anche lo scenario geopolitico, con i problemi da affrontare nel complicato rapporto con la Russia, nella complicata alleanza con gli Stati Uniti, nella complicata situazione del Mediterraneo, sia orientale sia occidentale, nella sempre complicata e intricata realtà balcanica… e quindi difesa e politica estera comuni non potranno mancare nell’agenda. Molto fitta. Ma è ora che l’Unione si chiarisca le idee sui vari temi. La realtà circostante non attende. E non fa sconti.

Solitudine di massa. Il commento su “SuccedeOggi.it” al libro di Noreena Hertz “Il secolo della solitudine”.

La sociologa inglese Noreena Hertz analizza uno dei fenomeni più inquietanti tra quelli connessi al covid: la perdita di rapporti sociali. Una menomazione che ha origini economiche e psicologiche (precedenti alla pandemia) ma destinata a influire sui corpi più di quanto si pensi

Pier Mario Fasanotti 

«Questo è il secolo della solitudine». Affermazione perentoria, alla quale sarebbe arduo, se non impossibile, opporsi. La tesi – sorretta da una nostra personale percezione nonché da una documentazione scientifica molto ampia – è di Noreena Hertz, di Cambridge, che si occupa di sociologia ed è consulente di management. Il suo poderoso saggio (Il secolo della solitudine, 441 pagine, 25 Euro) è stato appena pubblicato dal Saggiatore.

Innegabili i dati di fatto. Confessa una moglie: «Accoccolata contro di lui, il mio petto che preme sulla sua schiena, i nostri respiri sincronizzati, i piedi intrecciati. Ecco come abbiamo dormito per oltre 5000 notti. Di giorno zigzaghiamo a due metri di distanza. Abbracci, carezze: il nostro codice quotidiano è ora proibito. “Stai lontano da me” è il nostro appellativo affettuoso.». La dichiarazione risale al 2020 (quando un terzo della popolazione mondiale è stata presa in contropiede), ma sono in tantissimi a prevedere che dovremo convivere, sotto varie forme (e chissà per quanto tempo), con quel mostro planetario che si chiama Covid. Per fortuna, a quanto ne sappiamo, pochissimi credono che la pandemia sia una atroce punizione divina (ci sarebbero altrimenti cortei di autoflagellanti, come nella peste nera del 1300, al confronto dei quali le manifestazioni no-vax sarebbero da considerare del tutto pacifiche).

Certo, si parla sempre più sovente di vaccini (quante saranno le dosi, quante le varianti, più veloci e subdole di serpenti), della loro efficacia temporale, dell’influenza sui bambini. Il lessico anomalo si diffonde: «distanza sociale», «quarantena», «zone bianche, zone gialle, zone rosse» e via dicendo. È una paurosa arlecchinata. Un uomo scrive al suo migliore amico: «L’isolamento mi fa impazzire». Certo, non siamo più agli esordi dell’aggressione infettiva, con la Cina che continua a rifiutare una seria indagine sul campo, là dove i pipistrelli si sono sentiti minacciati e si sono ribellati alla depredazione del loro habitat (no comment sull’abitudine di porli sulle bancarelle per essere comprati e mangiati): è scattato lo «spill-overı», trasmissione dell’infezione dall’animale all’uomo, meccanismo criminale tollerato da anni e anni da un paese dittatoriale.

Non è successo d’improvviso, se si considera l’effetto psicologico del Covid: già nel 2014 due quinti degli anziani dissero che la loro principale fonte di compagnia era la televisione. Difficile scovare dati certi, ma è verosimile che il piccolo schermo sia ora acceso per un enorme numero di ore, con programmi inzeppati di pubblicità inneggianti al consumo, frutto inesorabile di un intaccabile neo-liberismo: l’odioso e martellante black-friday ha avuto il suo apice, una sorta di climax sociale.

Smartphone e social network ci hanno, in un certo senso «preparati» all’auto-isolamento, a alla riduzione del dialogo vero tra umani, e quindi anche a quell’eccezionale propensione all’empatia. I topi da laboratorio insegnano: se, dopo alcune settimane di isolamento, si inserisce nella gabbietta, il «padrone di casa» lo respinge con forte violenza. Nello studio edito dal Saggiatore, si accenna a reazioni simili, o quasi, tra gli umani. Dicevamo che l’esplosione della solitudine non ha per nulla un inizio certo. Ricordiamo che con la crisi finanziaria del 2008 le politiche dell’austerity coatte hanno demolito biblioteche, parchi pubblici, circoli giovanili. Attenzione: quel che è stato spazzato via sono luoghi in cui esercitiamo la civiltà e la democrazia, «nella sua forma inclusiva, imparando a coesistere pacificamente con persone diverse da noi e a gestire punti di vista diversi». Scrive l’autrice: «Senza questi spazi che ci permettono di riunirci è inevitabile che ci allontaneremo sempre di più». Aggiungiamo noi: i bambini sono esseri naturalmente aggreganti. Ma come la mettiamo oggi, quando i dati ci avvertono che essi sono portatori di Covid? Avremo bambini sempre più soli? Non è da escludere.

Dal punto vi vista sociologico, al volgere dello scorso decennio, un numero record di persone di tutto il mondo credeva che il capitalismo attuale facesse più male che bene. Di fronte ai grandi interventi fatti dai governi – dice la studiosa inglese – circa la metà della popolazione pensava che fosse davvero così, ossia che lo stato fosse così asservito al mercato da non prendersi più cura di loro da non preoccuparsi dei loro bisogni. Risultato: sentirsi trascurati, invisibili e impotenti in questo modo ci fa sentire soli. E ancora: «Se vogliamo fermare il percorso distruttivo della solitudine e recuperare il senso della comunità e coesione che abbiamo perso, dovremmo prendere atto che ci sono passi da compiere, come anche compromessi a cui dovremo scendere – tra individualismo e collettivismo, tra interesse personale, tra anonimato e familiari, tra comodità e cura degli altri, tra ciò che è giusto per se stessi e ciò che è meglio per la comunità, tra libertà e fratellanza».

 

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https://www.succedeoggi.it/2021/12/solitudine-di-massa/

 

Quanto è difficile riaggregare il centro

Il centro parlamentare e i suoi piccoli satelliti vivono uno stato di ‘sospensione’ dove i numeri contano più delle idee. Oltre a questo centro tattico c’è poi il centro che fermenta nella società civile dove a rifulgere è il radicamento territoriale, la visione moderata della politica, l’espressione delle istanze popolari del “paese reale”. Di esso il cattolicesimo sociale e liberale ne fa parte, da sempre, in modo determinante.

Il discorso di Draghi Presidente del Consiglio del 22 dicembre u.s. è stato interpretato da stampa e politica come una lampante e cogente autoinvestitura alla Presidenza della Repubblica: fare il nonno è un’alternativa che non va presa in considerazione se non per stigmatizzare come congetture insostenibili tutte le altre ipotesi sul toto-nomi. Se sarà così la salita al Colle diventerà, per parafrasare un film di Tornatore, ‘una pura formalità’. E la votazione un plebiscito per ovazione.

In caso contrario il centro politico parlamentare diventerebbe  determinante per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, pur nella condizione di sfarinamento in gruppi diversi che si compongono e scompongono: regola non scritta  da quando il corpaccione della Dc è stato sfaldato e dissolto dalle vicende di tangentopoli, al pari degli altri partiti della Prima Repubblica. Tuttavia lo zoccolo duro è rimasto, pur nelle rappresentanze che avevo evidenziato in una precedente riflessione (https://ildomaniditalia.eu/ha-deluso-lattuale-bipolarismo-al-centro-convergono-in-molti-anche-troppi-chi-tirera-le-fila-lopinione-di-provinciali/), basandomi sulle attuali aggregazioni parlamentari. Si aggiunga la notevole consistenza bicamerale del Gruppo Misto, pur nel limbo indeterminato e fluttuante di una incerta collocazione e di una connotazione ”politica” nei due emicicli. 

Il fermo immagine del centro alla Camera e al Senato fotografa una frantumazione dei vari soggetti in esso compresenti pur nelle diverse sfumature identitarie: la stabilità di questa rappresentanza argina la forza di attrazione esercitata dalla polarizzazione bipolare da ambo i lati, anche se non tutti le sanno resistere. Con questo sistema elettorale bastano alcuni transfughi per determinare nuove maggioranze. Può darsi che l’ideologo Bettini, nel tentativo di creare un polo più consistente immagini per la sinistra un progetto duale Pd-Cinque stelle: viene però da chiedersi con quali retaggi, vincoli e intorbidamenti di visione politica ciò possa avvenire.

Quando i calcoli prevalgono sui riferimenti ideali e sulle tradizioni ereditate la promiscuità che ne deriva cede molte ragioni al populismo, il melting pot che si materializza non gioca a favore della stabilità. Non tutte le conversioni sono autentiche come accadde sulla via di Damasco, quelle successive sono state sovente imparentate con le convenienze del momento. Lo stesso dicasi a destra dove la lotta sottesa per la primazia partitica e le leadership personali disegnano una coalizione autodefinitasi ‘compatta’ ma più sommativa che ideologica, considerati tra l’altro anche i diversi riferimenti nel Parlamento europeo.

Il centro parlamentare e i suoi piccoli satelliti vivono uno stato di ‘sospensione’ dove i numeri contano più delle idee, al pari della consapevolezza di poter essere determinanti in un bipolarismo equivalente.

Oltre a questo centro tattico c’è poi il centro che fermenta nella società civile e vive di molteplici iniziative che nascono dal basso, un mosto che ribolle nelle decine di tinozze che qua e là per il Paese esprimono un pull di motivazioni forti: il radicamento territoriale, la visione moderata della politica, l’espressione delle istanze popolari del “paese reale”, da sempre il cattolicesimo sociale e liberale ne fa parte in modo determinante. Potrebbe essere questo il laboratorio politico necessario per definire una connotazione identitaria e una strategia per riaggregare il centro e in esso la presenza dei cattolici impegnati a testimoniare – in primis con l’esempio – quei valori radicati nella nostra Storia e fatti propri dalla stessa Costituzione. Coscienza morale e consapevolezza di operare per il bene comune possono essere motivazioni forti e aggreganti per ricondurre a sintesi i cantieri sempre aperti delle idee e dei contributi al fine di perseguire un’unità di intenti che possa dar corpo ad una presenza fattiva utile, forse necessaria per Paese.

 

I 90 anni di Famiglia Cristiana. Don Rizzolo (direttore), “schierati dalla parte del bene comune” (AgenSIR).

Il direttore del settimanale di ispirazione cattolica indica le caratteristiche dell’impegno editoriale della rivista, ieri e oggi: “Siamo sempre stati dalla parte della gente. Guardiamo i fatti, alla luce dei valori cristiani”.

 

Filippo Passantino

Nei 90 anni di pubblicazione in che modo Famiglia Cristiana ha inciso sulla storia del Paese?

Faamiglia Cristiana ha accompagnato la storia italiana cercando di dare un’impronta di apertura, di speranza, di fiducia alle persone e, in particolare, alle famiglie. Il 25 dicembre 1931 il primo numero della rivisita usciva in un contesto storico-sociale piuttosto difficile. Solo due anni prima c’era stato il crollo di Wall Street con tutte le ripercussioni economiche e sociali di livello mondiale. In Italia dominava il Fascismo. In Germania Hitler stava cominciando a prendere potere. Eppure in un contesto così difficile, nasce una rivista dedicata inizialmente alle donne, alle figlie e alle ragazze – una rivista femminile tutto sommato – per poi allargarsi sempre più nel dopoguerra, con l’arrivo di don Giuseppe Zilli alla direzione, ad affrontare la società, la cultura e l’attualità in tutte le sue forme. Da lì una serie di attenzioni alle realtà di cui non si parla spesso nei grandi media. Da questo punto di vista, Famiglia Cristiana è stata importante e lo è tuttora per questa attenzione a tutti e soprattutto a quelli che hanno meno voce. E per quest’apertura di fiducia e speranza che ha cercato di infondere nei suoi lettori.

Una delle caratteristiche di Famiglia Cristiana è l’impegno nel segno della Dottrina sociale della Chiesa e del bene comune. In quest’ottica quale contributo ha offerto?

Questa è stata una delle idee guida della rivista. Al di là delle accusa di una parte o dell’altra, non siamo mai stati un giornale schierato dal punto di vista politico, ma dalla parte delle famiglie e della gente.

Quando è capitato di criticare chi stava governando, a prescindere dal colore politico, l’intento era sempre quello di guardare al bene comune e stare attenti alla realtà delle famiglie che è alla base della rete che sta tenendo il tessuto sociale ed economico del Paese.

Come la realtà della solidarietà, del bene che è sempre molto diffuso nonostante il male sembri prevalere.

Alcune rubriche di Famiglia Cristiana sono molto note, come i Colloqui col padre. Quanto sono state importanti per la rivista?

 

Sono state fondamentali perché mettono in rilievo un aspetto caratteristico della rivista, cioè il rapporto con i lettori. Il nostro giornale è fatto per loro e con loro in realtà abbiamo un legame molto stretto. E questo appare evidente proprio nella rubrica i Colloqui col padre. Che non è la classica rubrica delle risposte del direttore. Ma una sorta di “confessionale pubblico”. Ci si rivolge al direttore chiamandolo “padre”. 

Quindi, considerando anche il suo ruolo di prete, di sacerdote. E aspetta anche risposte di questo genere. Persone nel corso degli anni hanno scritto e scrivono anche oggi per confidare la loro situazione di vita. Ma anche le cose belle che capitano. Un’impronta significativa l’ha data don Giuseppe Zilli, rendendola un dialogo molto schietto con i lettori. Ricordo un episodio in cui mandò una lettera una ragazza che voleva abortire, raccontando la sua solitudine e i suoi problemi. 

La risposta di don Zilli fu lapidaria: “Lo faccia questo bambini e me lo porti qui”. Poi in effetti il bambino è nato e la ragazza è venuta con la carrozzina qui a farglielo vedere. Lui aveva la capita di entrare in sintonia con chi scriveva. E, con risposte dirette, riusciva a interagire in maniera straordinaria con i lettori.

 

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https://www.agensir.it/italia/2021/12/26/i-90-anni-di-famiglia-cristiana-don-rizzolo-direttore-schierati-dalla-parte-del-bene-comune/

Nel 2022 il Pil mondiale supererà i 100 trilioni di dollari. È la prima volta (AGI).

È la stima dell’ultimo report del Centre for Economics and Business Research, secondo cui la crescita dell’economia mondiale è sostenuta dalla ripresa dalla pandemia.

 

Gaia Vendettuoli

 

Il Pil mondiale supererà per la prima volta i 100 trilioni di dollari nel 2022, con due anni di anticipo rispetto alle previsioni. È la stima dell’ultimo report del Centre for Economics and Business Research, secondo cui la crescita dell’economia mondiale è sostenuta dalla ripresa dalla pandemia, anche se l’inflazione resta una minaccia e potrebbe far scivolare le economie in recessione nel 2023 o 2024.

Inoltre la Cina diventerà la prima economia al mondo nel 2030 togliendo il primato agli Usa con 24 mesi di ritardo sui calcoli precedenti. E nel 2022 l’India supererà la Francia mentre nel 2023 batterà la Germania per diventare la terza economia al mondo nel 2031, un anno dopo le stime. L’Italia da parte sua manterrà l’ottava posizione in classifica nel 2022, ma nei prossimi 15 anni la sua situazione conomica peggiorerà ed entro il 2036 scivolerà al 13esimo posto.

“L’ex presidente della Bce Mario Draghi – si legge nel capitolo sull’Italia – ha guidato con successo il paese negli ultimi mesi dopo essere divenuto premier nel febbraio 2021. Tuttavia, non è chiaro quanto durerà questo periodo di relativa stabilità politica: i governi italiani cadono il più delle volte prima della loro naturale scadenza e comunque le nuove elezioni sono previste per l’inizio del 2023. Ci sono anche voci che Mr Draghi possa essere un candidato per la presidenza della Repubblica” visto che “l’attuale capo di Stato Sergio Mattarella lascerà il suo ufficio nel febbraio 2022”.

Tornando alla situazione globale, per il Centre for Economics and Business Research la crescita dell’economia è dovuta principalmente agli stimoli dei governi messi in campo per contrastare la crisi innescata dalla pandemia. Una ripresa – si sottolinea – che però è stata accompagnata da un’impennata dell’inflazione che, se sarà persistente, rischia di causare una recessione nel 2023 o nel 2024. Il caro prezzi, accentuato dalle strozzature alle catene di approvvigionamento, è oramai diffuso a livello globale e sta accelerando in tutto il mondo. Un fattore che sembra aumentare l’inflazione salariale mondiale – sottolineano gli esperti – è una contrazione dell’offerta di lavoro durante la pandemia, poiché molti lavoratori più anziani hanno deciso di andare in pensione. 

Un contesto generale che sta spingendo le banche centrali ad accantonare il concetto di “inflazione temporanea” e accelerare il ritiro degli stimoli. 

 

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https://www.agi.it/economia/news/2021-12-26/pil-globale-supera-100-trilioni-di-dollari-per-la-prima-volta-15035117/

 

In libreria“La rivoluzione sessuale americana”. La profezia di Sorokin sulle conseguenze della svolta dei costumi.

Uno dei massimi esponenti della sociologia del XX secolo, il russo Sorokin ricavava dalla critica alla “rivoluzione sessuale”, infine apportatrice di disgregazione sociale, l’alternativa fondata sul concetto di “amore creativo altruistico”.

«Non è segnata da eventi drammatici su larga scala, non è accompagnata da una guerra civile, da lotta di classe e spargimento di sangue. Non possiede un esercito rivoluzionario per attaccare i suoi nemici. Essa non tenta di rovesciare governi. Non ha grandi leader, nessun eroe la pianifica, nessun “politburo” la guida. Senza un piano né una organizzazione, essa è condotta da milioni di individui, ciascuno agendo per conto suo. Non è stata annunciata in quanto rivoluzione, sulle prime pagine della stampa, o per radio o televisione. Il suo nome è rivoluzione sessuale». 

Pitirim A. Sorokin è uno dei massimi esponenti della sociologia culturale del XX secolo. Per la prima volta tradotto in italiano, La rivoluzione sessuale americana s’inserisce nel quadro di un’autentica riscoperta della sua ampia produzione. La vastità e la concretezza della sua analisi storico-sociologica e, in pari tempo, la portata critica, filosofico-antropologica della sua riflessione fondata sul concetto di “amore creativo altruistico” sono alla base di questo nuovo interesse. 

Accade oggi, di nuovo, quello che avvenne nel 1969, l’anno dopo la sua morte, quando i giovani sociologi, al Congresso dell’American Sociological Association, esponevano sul bavero della giacca una spilla con la scritta: Sorokin Lives!

(Dalla sinossi del libro di Alexandrovitch Sorokin Pitirim, La rivoluzione sessuale americana, Cantagalli, 2021) 

 

Chi era Alexandrovitch Sorokin Pitirim

(Treccani)

Sociologo russo (Tur´ja, gov. di Vologda, 1889 – Winchester, Massachusetts, 1968), naturalizzato statunitense nel 1930. Studiò all’università di Pietroburgo, dove ebbe come maestri, fra gli altri, V. M. Bechterev e I. P. Pavlov; in possesso di una cultura estremamente vasta, estesa a campi disparati come filosofia, psicologia, storia, diritto, ecc., si concentrò da ultimo sugli studî sociologici. Membro dell’Assemblea costituente dopo la rivoluzione sovietica e segretario di Kerenskij, fu poi costretto (1922) a lasciare l’Unione Sovietica per la sua opposizione al bolscevismo. Trasferitosi negli Stati Uniti, insegnò all’università del Minnesota (1924), e poi alla Harvard University (1930). Fu presidente (nel 1964) dell’American sociological association. La sua opera più importante si può considerare Social and cultural dynamics (4 voll., 1937-41), in cui sono affrontati i problemi della dinamica socio-culturale alla luce di una vera e propria filosofia della storia. S. ha peraltro contribuito alla ricerca sociologica specifica in diverse aree, come quelle della sociologia rurale e urbana, della sociologia politica, della sociologia dell’arte, ecc. Si è occupato inoltre di teoria e storia della sociologia, impegnandosi in una critica serrata nei confronti dell’uso dei metodi quantitativi in sociologia.

 

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https://www.treccani.it/enciclopedia/pitirim-aleksandrovic-sorokin/

 

 

Il cinema e l’esperienza religiosa. Intervista a Raffaele Simongini.

In fondo per secoli – dice Simongini –  l’obiettivo delle arti è stato quello di rendere visibile ciò che è invisibile, ciò che denominiamo con le parole mistero, soprannaturale e trascendente. L’esperienza cinematografica può diventare un’esperienza religiosa, un rito che coinvolge una comunità disposta a confrontarsi con il soprannaturale, con l’irrazionale, con il trascendente e con l’invisibile.

Raffaele Simongini, docente di Storia del cinema e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti, saggista e documentarista (autore di numerosi programmi d’arte per Rai Educational), si occupa in particolar modo di teoria dell’immagine nelle aree disciplinari delle arti visive con particolare attenzione al cinema.

Cinema e religione, un rapporto complesso?

Si dovrebbe cominciare dalla definizione del termine religione, definizione che non potrà mai essere esaustiva, considerando la complessità dell’argomento. Tra le molte teorie, preferisco quella che ha enunciato il grande filosofo e psicologo nordamericano William James nel saggio Le varie forme dell’esperienza religiosa del 1902, in cui l’autore orienta l’attenzione sui sentimenti religiosi e su come si manifestano a livello psicologico nei soggetti analizzati.

Secondo James, la religione definisce “i sentimenti, gli atti e le esperienze d’individui nella loro solitudine, in quanto comprendono di essere in relazione con qualsiasi cosa che possono considerare il divino”. D’altra parte è un’esperienza religiosa molto comune quella di provare un’insoddisfazione esistenziale, scandita dalla contraddizione tra la consapevolezza di una finitezza temporale e l’aspirazione ad una eternità regolata da un ordine superiore. In particolar modo il filosofo esalta il primato dell’esperienza vissuta, dell’immaginazione creatrice e del sentimento, rispetto agli aspetti dottrinali appartenenti alle religioni istituzionali. Inoltre l’interpretazione psicologica di James consente di inserire la religione all’interno di un discorso più ampio che coinvolge la natura umana. In sintesi: la religiosità è un’attitudine psicologica dell’umanità che si manifesta in ogni individuo dotato di una coscienza e di un inconscio, dove risiedono le risorse interiori più originarie dell’umanità, ispirate dal senso del divino e dal sacro. Per James infatti la coscienza non è che una piccola isola perduta nel grande mare dell’inconscio. In tal senso le sue analisi sono proficue soprattutto se collegate a esperienze estetiche. In particolar modo alcuni artisti, e nel nostro caso i cineasti, esprimono sentimenti religiosi molto particolari, raramente dettati dalle convenzioni della professione di fede o da tradizioni consolidate da abitudini familiari. Essi infatti hanno una vita interiore costellata da una religiosità travagliata, da un senso del sacro tormentato dal dubbio, dall’angoscia davanti al nulla, dall’impotenza nei confronti del mistero dell’Universo e da forme di sofferenza caratterizzate dalla melanconia o dalla depressione.

In fondo che diritto abbiamo di credere che il divino compia la sua opera solo per mezzo di spiriti perfetti? Talvolta anche in un individuo imperfetto, quale può essere l’artista, si può scorgere uno strumento più adatto ad un elevato scopo, quello di suscitare in noi un sentimento religioso. Ciò che conta, infatti, è unicamente l’opera compiuta, anche se l’artefice sia in realtà pieno di difetti o afflitto da angosce esistenziali. Pertanto la religione dovrebbe essere osservata come un’esperienza individuale di dialogo con il divino, fondata sul sentimento.

Scriveva Federico Fellini a tal proposito: “Chi fa un mestiere come il mio, l’artista, anche se non vuole porselo sul piano etico e della responsabilità, vive in un sentimento che per forza di cose è religioso”.

Il cinema, quindi, come le arti visive in passato, può suscitare o raccontare esperienze religiose? 

In fondo per secoli l’obiettivo delle arti è stato quello di rendere visibile ciò che è invisibile, ciò che denominiamo con le parole mistero, soprannaturale e trascendente. 

Ha ragione il cardinale Giancarlo Ravasi quando collega le origini del cinema a quelle della teologia, fondate sull’immagine e la parola.   

Non solo, ma la comunicazione neotestamentaria dei Vangeli, rispetto a quella del Decalogo, fonda la rappresentabilità della religione sulle immagini. Inoltre il linguaggio teologico è riconducibile a una struttura simbolica e analogica, come quella cinematografica.

Tuttavia, rispetto alla pittura e alla scultura, se il cinema è stato condannato alla riproduzione mimetica del mondo fisico, determinato dal medium fotografico, è pur vero che trae la sua forza nella presenza dell’immagine sul grande schermo, “nella fisicità delle emozioni, per cui il trascendente diventa l’immanente che vive nella vibrazione di un gesto, nell’esperienza di un volto, nella forza di una parola”, come ha scritto lo storico del cinema Edoardo Bruno.

L’esperienza cinematografica può diventare un’esperienza religiosa, un rito che coinvolge una comunità disposta a confrontarsi con il soprannaturale, con l’irrazionale, con il trascendente e con l’invisibile. Si tratta di assistere a rappresentazioni simboliche costituite da immagini in movimento, che suscitano un senso di appartenenza a qualcosa di più grande, un senso nascosto che le parole nella loro accezione letterale non possono chiarire. Probabilmente la natura simbolica delle immagini, nel senso più elevato del termine, definisce l’affinità tra l’esperienza cinematografica e quella religiosa. Inoltre il simbolo è un utile antidoto alla superficiale e ingannevole moltiplicazione delle immagini prodotte dai media. 

Nella società attuale, nella quale ogni oggetto di consumo è ridotto a immagine, e dove le immagini dominano le nostre esistenze, si devono stabilire modelli e criteri di distinzione tra le immagini. Tento di spiegarmi meglio: occorre distinguere tra immagini appartenenti a una sfera universale e simbolica della sensibilità, forme di conoscenza e d’identità che aspirano a perdurare nel tempo, come nel caso delle immagini proiettate sul grande schermo, e quelle invece appartenenti alla sfera della comunicazione, che esprimono la fugacità della nostra vita senza lasciar traccia dentro di noi. Infatti, la produzione e il consumo delle immagini in movimento si caratterizzano per un’evidente varietà di supporti tecnologici, come smartphone, computer, e altre tipologie di schermi; ciò comporta l’esposizione a una quantità eccessiva d’immagini che provocano una specie di accecamento simbolico: si guarda senza ricordare e senza fare esperienza. 

Il cinema muore quando i film affogano in un flusso indiscriminato d’immagini, in un archivio senza fondo dove giacciono immagini consumate in un istante. Il cinema sopravvive se continua il processo di rappresentazione della nostra esistenza fondato su un rituale che si ripete fin dalla notte dei tempi: dai racconti delle Sacre Scritture, al vecchio saggio del villaggio che attorno al fuoco narrava storie riguardanti il sacro, fino ad Omero, il padre di tutti i poeti, che innalzò il racconto fin sulle vette del mito. Dopotutto le immagini in movimento e le storie sono atti simbolici di resistenza nei confronti della morte e di una ricerca di significato nella nostra vita. 

Nella relazione tra cinema e religione ci sono stati molti film ispirati alla Bibbia?

Certo, per molto tempo, fin dalle origini, il cinema ha dedicato alla religione pellicole a soggetto biblico o comunque ispirate a valori più prettamente cristiani. Non è però l’argomento che intendo sviluppare. Non sono gli effetti speciali di Hollywood a suscitare l’aspetto sacro nel cinema, e neppure storie ispirate alle Sacre Scritture. Sono altre forme spirituali e culturali a suggerire sentimenti religiosi. 

Sussiste una relazione prioritaria tra cinema, sogno, mito e religione?  

Ora se vogliamo riflettere attorno alla funzione del cinema, o per meglio dire, a una particolare funzione che non si esaurisca in un senso estetico o di puro intrattenimento, si può asserire che il cinema corrisponde, in virtù dei suoi aspetti simbolici, a caratteristiche simili al mito, al sogno e al sentimento religioso. Sto pensando a un ragionamento suggerito da Joseph Campbell, tra i più autorevoli studiosi dei miti dedicati alla figura dell’eroe e ispiratore di numerosi film statunitensi, secondo cui il mito non è molto diverso dal sogno. 

“Perché in sogno abbiamo un’esperienza personale di quel fondamento profondo e oscuro che sta alla base delle nostre vite coscienti, mentre un mito è il sogno di una società. Il mito è il sogno pubblico e il sogno è il mito privato. Se il tuo mito privato, il tuo sogno, coincide con quello della società, sei in buon accordo con il gruppo. Altrimenti ti aspetta un’avventura nella foresta buia”

Come non associare queste parole a quelle espresse dal genio di Fellini:

L’individuo attraverso i sogni esprime quella parte di se stesso più segreta, misteriosa, inesplorata che corrisponde all’inconscio, così la collettività, l’umanità farebbe la stessa cosa attraverso la creazione degli artisti. La produzione artistica cioè, non sarebbe altro che l’attività onirica dell’umanità”

Il mito indica un tempo prossimo all’eternità mentre il sogno un istante vissuto dal nostro inconscio. E’ l’eternità di un istante che il cinema realizza trasformando l’immanente nel trascendente, il materiale nello spirituale, il profano nel sacro.

Anche il teorico del cinema, André Bazin ha scritto qualcosa riguardo al sacro.

Bazin crede nella realtà, che grazie al cinema e alla temporalità delle immagini, 

restituisce l’aspetto sacrale finalizzato alla vittoria sulla morte.

Nel saggio Che cosa è il cinema? André Bazin ricorre alla psicologia per ricondurre le origini delle arti plastiche al complesso della mummia; ciò comporta nell’umanità l’esigenza di sostituire con l’immagine ciò che è destinato a dissolversi. In questo senso il cinema costituisce l’atto finale di una storia dell’arte fondata su un comune intento, quello di resistere al divenire e alla morte. Il cinema ha introdotto il movimento e la durata nel mondo delle immagini, rendendo eterno quell’istante strappato alla contingenza della realtà mostrata sul grande schermo. In tal modo l’indagine fenomenologica della cinepresa è indirizzata alla realtà quotidiana per scorgere nei fenomeni i riflessi del sacro. Ogni istante è pervaso da una sacralità che riscatta il reale dalla materialità. E’ uno dei motivi per cui Bazin amava il cinema di Roberto Rossellini. Un senso di attesa e di angoscia che si risolve in un atto improvviso di fede. Un’epifania, una manifestazione del sacro che colpisce, come San Paolo sulla via di Damasco, i personaggi. Penso all’episodio de Il miracolo con Anna Magnani e Federico Fellini o a Francesco, Giullare di Dio.

Oltre a Bazin, sempre in un’area teorica francese, ricordiamo l’abate Amédée Ayfre, che ha proposto un’interessante lettura della relazione tra sacro e cinema, attraverso due aspetti, secondo l’analisi del docente di teologia, Davide Zordan: lo stile della trascendenza e lo stile dell’incarnazione.  Il primo stile adatta il rigore ieratico e stilizzato dell’arte bizantina alle immagini cinematografiche, secondo un’espressività austera e una messa in scena essenziale.

Il linguaggio adottato dal regista restituisce una visione liturgica dei fenomeni, secondo principi ispirati al cristianesimo.

Ad esempio possiamo ritrovare lo stile trascendente in Ordet di Theodor Dreyer, che sviluppa una problematica tipica della religione protestante, quella della dottrina della predestinazione ma allo stesso tempo anche quella riguardante il miracolo della resurrezione. Per Dreyer, erede della tradizione filosofica di Kierkegaard, l’angoscia davanti al nulla può essere superata solo con la purezza della fede. Oppure Au hazard Balthazar di Robert Bresson, che riguarda la visione giansenista della vita: la consapevolezza che l’esistenza religiosa si muove tra predestinazione, eventualità casuale, libero arbitrio e probabilmente anche la Grazia. 

L’altro stile, quello dell’incarnazione, cattura le tracce del sacro sul corpo dei personaggi. Spesso le storie raccontano la crisi esistenziale del protagonista in una situazione drammatica, al limite della sopravvivenza. La condizione d’angoscia può diventare un grido di preghiera per la salvezza dei personaggi. In fondo sono essere umani disposti a credere al divino, per riscattare una condizione di miseria. Tra i film citati da Ayfre ricordiamo Umberto D. di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini e La strada e Il bidone di Fellini. 

E rispetto ad Andrej Tarkovskij?

Tra i grandi di sempre, leggiamo questa sua affermazione straordinaria: 

«L’immagine artistica è di per sé espressione della speranza, grido della fede, e ciò è vero indipendentemente da cosa essa esprima, foss’anche la perdizione dell’uomo. L’atto creativo è già di per sé una negazione della morte. […] Il significato dell’arte è la ricerca di Dio nell’uomo. La ricerca del cammino per l’uomo».

Tuttavia l’esperienza cinematografica, quando aspira alla dimensione più religiosa, non si esaurisce solo nella ricerca di un senso dopo la morte, ma anche nell’esperienza di vivere per un istante in uno stato di grazia. E’ un vitalismo che si oppone al pensiero tragico del nulla, è  un concetto, a parer mio, che si lega al cinema di Fellini. Sono riflessioni ispirate da pellicole come Le notti di Cabiria e Otto e ½. Siamo progettati, infatti, per credere che le cose non nascano dal nulla e che non svaniscano del tutto. Rifiutiamo qualsiasi pensiero che conduca la nostra coscienza verso il baratro, verso l’abisso del vuoto. Spetta alla filosofia e alla religione, ma soprattutto all’arte di confortarci anche quando la situazione sembra precipitare, giù fino nelle voragini della coscienza. Non abbiamo scelte: preferiamo pensare a qualcosa che esista, anche se è nascosta, come una divinità, piuttosto che ad una prospettiva priva di speranze. E’ la natura umana ma anche quella del cinema: la persistenza di un’immagine che possa durare per l’eternità, come un ricordo indelebile. 

D’altronde Fellini collegava l’atto creativo ad un sentimento religioso:

“Chi ci guida nell’ avventura creativa? Come è potuto accadere? Soltanto la fiducia in qualcosa o in qualcuno nascosto dentro di te, qualcuno che conosci poco, che si fa vivo ogni tanto, una tua parte sorniona e sapiente che si è messa a lavorare al posto tuo può aver favorito la misteriosa operazione. Tu l’hai aiutata questa tua parte inconscia dandole fiducia, non contrastando, lasciando fare a lei. Questo sentimento di fiducia credo che possa definirsi sentimento religioso.”

Si tratta di attribuire un significato nella nostra esistenza?

Lo ha spiegato molto bene Campbell.

Non cerchiamo solo di attribuire un senso alla vita; piuttosto di sentire dentro di noi l’esperienza di essere vivi, di sentire una risonanza interiore che sia in sintonia con l’universo e con gli altri. Si tratta di provare il rapimento del vivere nel mondo e, perché negarlo, di meravigliarsi dinnanzi ad un capolavoro proiettato nella sala cinematografica.

Non è un caso che bisognerebbe parlare dei film di Fellini come se fossero una creatura viva, una persona, lasciandosi coinvolgere da un’emozione personale. 

Quando conosciamo qualcuno non teorizziamo sopra di lui, non domandiamo come è giunto a essere quel determinato individuo, non ricorriamo agli algidi ragionamenti razionali, ma restiamo affascinati dal carattere, dai sentimenti che suscita in noi, dall’energia che emana e da un inconscio che parla anche con i gesti. In una parola: empatia.

Da quello che hai detto la sala cinematografica può diventare un luogo “sacro”? 

Ti rispondo ancora con le parole di Joseph Cambell:

“Bisogna avere uno spazio o dei momenti particolari, oppure un giorno, in cui non sapere che cosa scrivono i giornali, o dove sono i nostri amici, né gli obblighi che abbiamo verso gli altri e quelli che gli altri hanno nei nostri confronti. Uno spazio in cui poter fare semplicemente esperienza e sviluppare ciò che siamo e potremmo essere. E’ il luogo dell’incubazione creativa. All’inizio può accadere che non succeda niente, ma se possiedi un luogo sacro e te ne servi, può darsi che qualcosa avvenga”. 

Spesso pensiamo che il mondo sia diventato un brutto e finto spettacolo a cui non crediamo più, un pessimo film guardato in una sala cinematografica mal attrezzata. Tuttavia possiamo tornare a credere nel mondo anche attraverso il cinema, come ha scritto Gilles Deleuze: “Bisogna che il cinema non filmi il mondo, ma la credenza in questo mondo, il nostro unico legame.
Ci si è spesso interrogati sulla natura dell’illusione cinematografica. Restituirci la credenza nel mondo, questo è il cinema moderno (quando smette d’essere brutto). Nella nostra universale schizofrenia abbiamo bisogno di ragioni per credere in questo mondo”

Nel corso del tempo alcuni cineasti hanno suggerito attraverso le immagini la possibilità di credere a qualcosa di ordine superiore.  La credenza in un mondo che altrimenti rischia di dissolversi in una ragione calcolante universale, d’ispirazione puramente scientifica, che non si interroga più sul senso della nostra esistenza.

Ci siamo dimenticati di Ingmar Bergman?

Nel cinema di Ingmar Bergman sussiste una visione del trascendente molto particolare. Quasi certamente il regista pensava ad un lento e progressivo allontanamento di Dio dagli uomini, dove trionfa la desolazione o l’assurdità dell’esistenza. Ha ragione Emanuele Severino quando sostiene che per comprendere il cinema di Bergman è necessario partire da Nietzsche e dalla morte di Dio. Nella prima parte della carriera affronta spesso il problema della questione dell’esistenza di Dio, soprattutto nel Settimo sigillo. Poi improvvisamente cala “il silenzio”, termine che dà il titolo ad un film del 1963, con cui il regista conclude la trilogia iniziata con Come in uno specchio (1961), dove il problema della fede giunge fino alla follia della protagonista e Luci d’inverno (1962), dove invece Bergman affronta la crisi religiosa di un pastore protestante. 

Più ci inoltriamo nella sua filmografia e maggiormente il problema del nulla prende il sopravvento su quello di Dio.

Prendiamo ad esempio Persona (1966), il senso ultimo del film può essere sintetizzato leggendo un brano tratto dalla sceneggiatura: 

“Le grida della nostra fede e del nostro dubbio nell’oscurità e nel silenzio, sono una delle più terribili prove della nostra innegabile solitudine, e della costante paura che ci possiede”.

Altri registi?

Oltre a quelli già citati, penso ad Accattone, Mamma Roma e Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, a La leggenda del Santo bevitore di Ermanno Olmi. Per i registi stranieri al Decalogo di Krzysztof Kieslowski o alla Via Lattea di Luis Bunuel, il quale affermava di essere ateo per grazia di Dio; nella contemporaneità a First reformed (ispirato a Luci d’inverno di Bergman e al Diario di un curato di campagna di Bresson) e a Il collezionista di carte di Paul Schrader, e infine a The tree of life di Terence Malick. Ricordiamo che Paul Schrader ha scritto un saggio intitolato “Il trascendente nel cinema”, in cui analizza le opere di Dreyer, Bresson e Ozu.

Sono solo i primi nomi che mi vengono in mente, la lista sarebbe troppo lunga. 

 

Arrivederci, bandiera rossa

Trent’anni fa la fine dell’Urss. Gorbaciov. Per tale motivo la redazione de “Il Domani d’Italia” ha scelto per oggi di dedicare ai lettori questa poesia di EVGENIJ EVTUŠENKO (1932 – 2017).

Arrivederci, bandiera rossa – dal Cremlino scivolata giù
Non come ti innalzasti, agile, lacera, fiera,
sotto il nostro esecrare sul fumante Reichstag,
sebbene pure allora intorno all’asta, truffa si attuasse.
Arrivederci bandiera rossa… Eri metà sorella, metà nemica.
Eri in trincea speranza unanime d’Europa,
ma tu di rosso schermo recingevi il Gulag
e sciagurati tanti in tuta da carcerati.

Arrivederci, bandiera rossa. Riposa tu, distenditi.
E noi ricorderemo quelli che dalle tombe più non si leveranno.
Gl’ingannati hai condotto al massacro, alla strage.
Ricorderanno anche te – ingannata tu stessa.
Arrivederci bandiera rossa. Non ci portarsti bene.
Grondavi di sangue e te noi col sangue togliamo.
Ecco perché adesso lacrime non ci sono da detergere,
così brutalmente sferzasti, con le nappe scarlatte, le pupille.
Arrivederci, bandiera rossa… Il primo passo verso la libertà
lo compimmo d’impulso sulla nostra bandiera
A su noi stessi, nella lotta inaspriti.

Che non si calpesti di nuovo «l’occhialuto» Zivago.
Arrivederci, bandiera rossa… Da te disserra il pugno,
che ti serra di nuovo, ancora minacciando fratricidio,
quando all’asta si afferra la marmaglia
o la gente affamata, confusa dalla retorica.
Arrivederci bandiera rossa… Tu fluttui nei sogni,
rimasta una striscia nel russo tricolore.
Nelle mani dell’azzurrità e del biancore
Forse il colore rosso dal sangue sarà liberato.
Arrivederci, bandiera rossa… guarda, nostro tricolore,
che i bari di bandiere non barino con te!
Possibile anche per te lo stesso giudizio:
pallottole proprie ed altri ne hanno la seta divorato?

Arrivederci, bandiera rossa… Sin dalla nostra infanzia
Noi giocavamo ai «rossi» e i «bianchi» battevamo forte.
Noi, nati nel paese che più non c’è,
ma in quell’Atlantide noi eravamo, noi amavamo.
Giace la nostra bandiera al gran bazar d’Ismajlovo.
La «smerciano» per dollari, alla meglio.
Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non ho assaltato il Reichstag.
Non sono un «kommunjak». Ma guardo la bandiera e piango.

Vieni sempre Signore

La preghiera di un grande sacerdote poeta.

 

David Maria Turoldo

 

Vieni di notte, ma nel nostro cuore è sempre notte:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni in silenzio, noi non sappiamo più cosa dirci:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni in solitudine, ma ognuno di noi è sempre più solo:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni figlio della pace, noi ignoriamo cosa sia la pace:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni a liberarci, noi siamo sempre più schiavi:

e dunque vieni sempre Signore.

Vieni a consolarci, noi siamo sempre più tristi:

e dunque vieni sempre Signore.

Vieni a cercarci, noi siamo sempre più perduti:

e dunque vieni sempre Signore.

Vieni, tu che ci ami, nessuno è in comunione col fratello

se prima non è con te, o Signore.

Noi siamo tutti lontani, smarriti,

né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo:

vieni, Signore. Vieni sempre, Signore.

Rai Due: Sulla via di Damasco, il 26 dicembre una puntata da Assisi sul francescanesimo.

Come può l’utopia economica e sociale dei primi discepoli di San Francesco offrire risposte ai problemi dell’oggi?

Il periodo che stiamo vivendo porterà la troupe di Sulla via di Damasco a riflettere su quello che il carisma francescano può apportare alla ripresa e al cammino di rinascita. Tra gli affreschi giotteschi della Basilica Superiore di Assisi, Eva Crosetta, domenica 26 dicembre, su Rai Due, alle 8.30, intervisterà fra’ Felice Autieri, storico del Sacro Convento, interrogandolo proprio su come l’utopia economica e sociale dei primi discepoli di San Francesco possa ancora offrire le risposte ai problemi di questo tempo buio, ingombro di disuguaglianze e precarietà.


Che economia e francescanesimo non siano un paradosso lo dimostra la storia della Legatoria Tuderte, di Todi (Pg): 9 operai racconteranno come, innescando la fiducia reciproca, hanno salvato la loro impresa e il lavoro dal fallimento. Con fra’ Emanuele Gelmi, subito dopo, uno sguardo sulla vita di accoglienza nella Casa Papa Francesco (Assisi), luogo di ascolto, di rinascita e di bellezza per tanti che sono disprezzati dall’economia che uccide. “L’economia va ripensata e guarita senza ricorrere a particolari medicinali – ha detto fra’ Felice – se non quello di ripartire dalla centralità dell’uomo”.

Anche noi donne vorremmo essere “nonne al servizio delle Istituzioni”. Ma le condizioni non ci sono. 

Non abbiamo il coraggio di scegliere per la nostra Repubblica una figura intorno ai 50 anni (soglia minima per essere eletti) femminile, competente e di moralità ferma. 

Elisabetta Caponi

Giovedì 16 dicembre a “Spazio” condotto da Roberto Inciocchi su TGSky24, alle 10.30, in un orario per casalinghe si direbbe ma con lo smart working diffuso l’audience potrebbe essere diversa, Claudio Martelli politico di razza della I° Repubblica, afferma che se i partiti candidassero una donna al Quirinale sarebbe questo un fatto e non una mera notizia. E centra la questione da par suo. Perché finora le donne candidato Presidente della Repubblica sono nella manica dei 5 leader politici che debbono decidere, assi da calare se del caso nel momento opportuno per vincere la battaglia o condizionarla fortemente. Tranne che per il gruppo misto che non ha un leader come ovvio e nemmeno un portavoce. E noi donne del Paese, statisticamente contate in 30.369.987 pari al 51,3% secondo l’ultima rilevazione di Istat, non siamo né sentite né ci facciamo sentire. Come a dire che la questione del Presidente della Repubblica è affare che non ci riguarda direttamente o per il quale, non essendo state mai interpellate in merito, vige la stanca rassegnazione dell’indifferenza all’argomento. Per dirla tutta non vale la regola tutta maschile che le donne non hanno interesse per la politica attiva preferendo nella maggioranza andare a votare e basta, ma non è valida nemmeno quella di aprire una consultazione pubblica per individuare una rosa di candidate scelte dalle donne del paese e dagli uomini che con loro solidarizzano perché anche fossero le migliori nella competenza e nella qualità morale della persona, nei fatti diventerebbero solo la riserva dalla quale attingere se mai servisse. 

La verità si nasconde nello stesso termine di repubblica democratica. Perché un Paese che non ha nelle sue Istituzioni pubbliche la rappresentanza femminile non può dirsi democratico poiché esclude una parte della sua stessa essenza: il demos che non è più popolo nella sua interezza ma diventa solo parte/componente di un insieme. Certamente le Istituzioni della Repubblica sono democratiche ma è il governo di esse ad essere non democratico e non servono solo le leggi speciali per tentare di arginare questo vulnus nel Paese, serve una cultura veramente democratica che riesca a far comprendere a noi tutti amaramente che questo Paese non è democratico nella sua stessa natura; una contraddizione in termini che fa male alle coscienze di noi tutti e anche ai sentimenti di moltissime donne nel Paese. 

Anche le donne vorrebbero essere “nonne al servizio delle Istituzioni” per riprendere le parole del Presidente del Consiglio in carica, ma le condizioni di questa partecipazione non ci sono. Ci rappresentiamo ancora una volta con l’equazione età=sapienza, che ha una sua verità interna forte e non detta visto che il governo delle Istituzioni è affidato a questa generazione, ma non abbiamo il coraggio di scegliere per la nostra Repubblica una figura intorno ai 50 anni (soglia minima per essere eletti) femminile, competente e di moralità ferma. Se lo facessimo il nostro simbolo, la nostra iconica immagine di Repubblica difronte al mondo sarebbe letta come quella di un Paese che guarda al suo futuro e affida il cammino ad una “madre” per una volta dopo una lunga teoria di “padri”. E così ho scritto la mia letterina a Gesù Bambino. 

Caro Gesù Bambino, 

In questo Natale che sta arrivando, se t’avanza del tempo alle molte e più importanti richieste che tutti noi ti facciamo in questo tempo di sofferenza e senza pace, ti chiediamo umilmente di mandare “una madre” alla guida del nostro Paese, perché il cuore del Paese molto soffre, la gente è spaventata e ha paura della pandemia, la povertà avanza rapida tra noi, abbiamo timore di non farcela a superare il quotidiano che viviamo e il nostro futuro è nebbioso e scuro. Ci sta mancando il coraggio di affrontare le prove, mandaci una “madre” che consoli i nostri cuori, ponga la sua mano sulle nostre spalle, prenda le nostre mani, quelle vecchie come quelle giovani, e ci conduca lungo questo percorso.

Il Quirinale e la politica

Nella elezione del Presidente della Repubblica le dinamiche tradizionali e strutturali della politica non possono non ritornare protagoniste anche quando gli attuali partiti sono in una crisi profonda, se non addirittura irreversibile.

Forse ha ragione il nostro amico e Direttore Lucio D’Ubaldo quando dice, anche se solo in un tweet, che alcuni contenuti della conferenza stampa del Presidente del Consiglio hanno evidenziato alcuni aspetti che rischiano di contraddire i principi basilari della politica. E questo sostanzialmente per due motivi che sono e restano centrali anche, e soprattutto, quando si affronta il capitolo più importante della vita politica italiana: e cioè l’elezione del Capo dello Stato.

In primo luogo, anche se questo governo è stato il frutto di un sostanziale fallimento della politica e dei partiti – nello specifico delle forze populiste uscite vincenti dalle elezioni del marzo 2018 e, per essere ancora più precisi, del populismo demagogico, anti politico, qualunquista, antiparlamentare, giustizialista e manettaro dei 5 stelle – è indubbio che la politica non può essere commissariata a lungo. Riemerge come un fiume carsico anche quando è stata ridicolizzata e resa grottesca dopo l’irruzione del populismo grillino. Perchè, appunto, prima o poi si riprende il comando. E nella elezione del Presidente della Repubblica le dinamiche tradizionali e strutturali della politica non possono non ritornare protagoniste anche quando gli attuali partiti sono in una crisi profonda, se non addirittura irreversibile.

In secondo luogo tutti noi sappiamo che, questa volta, l’elezione del Presidente della Repubblica è resa particolarmente complessa e difficile per un motivo molto semplice: e cioè, i cosiddetti capi patito non controllano più i rispettivi gruppi parlamentari. Gruppi che, come ormai tutti sanno – almeno quelli che si occupano di politica e di questo importante ma sempre più colorito percorso singolare che coincide con l’elezione del Capo dello Stato – badano quasi esclusivamente ad ottenere il massimo possibile a livello personale. Ovvero, stipendio di rango garantito sino a fine legislatura e raggiungimento del vitalizio dopo 4 anni, sei mesi e un giorno della legislatura. È del tutto evidente che di fronte ad una situazione del genere, più squallida di quasi tutte le altre vigilie per l’elezione dell’inquilino al Colle più alto, quel che resta della politica non può che tornare in campo. E le accelerazioni non guidate politicamente e non governate dalla politica rischiano, realmente, di aggrovigliare sempre di più la situazione. Come puntualmente è capitato dopo la conferenza, seppur interessante, del Presidente del Consiglio. 

Verrebbe veramente da chiedersi, se non ora quando?

 

La mostra dei 100 presepi per portare il Natale nel cuore (Città Nuova).

Fino al 9 dicembre 2022 in piazza san Pietro a Roma sarà possibile visitare la mostra dei 100 presepi.

Vittoria Terenzi

«Non viviamo un Natale finto, per favore, un Natale commerciale! Lasciamoci avvolgere dalla vicinanza di Dio, questa vicinanza che è compassionevole, che è tenera». Ancora una volta, le parole di papa Francesco restituiscono a tutti il significato profondo e più vero del Natale.

A portare a tutti questo annuncio, anche quest’anno la Mostra dei 100 presepi in Vaticano è tornata ad ornare uno dei bracci del colonnato di S. Pietro. È una festa di luci e colori. Piccoli e grandi, provenienti dalla Sicilia o dal Venezuela, i presepi ricordano a ciascuno che la vera Nascita avviene nel cuore. «A Natale il regalo migliore si scarta col cuore», hanno scritto i bambini delle scuole primarie nella sezione a loro dedicata.

Un Natale del cuore, quello dei più piccoli e quello degli adulti, la natività riprodotta con diversi materiali e colori esprime aspirazioni e stati d’animo: dal desiderio di vita e di gioia rappresentato con festosa semplicità dai presepi coloratissimi dei bambini, alla voglia di leggerezza del presepe di Annalisa Paniccià fatto interamente all’uncinetto, alla ricercatezza di quello realizzato da Assocoral – Calypso, nel quale il rosso del corallo naturale impreziosisce gli abiti dei personaggi. Accanto al classico presepe napoletano, non manca l’originalità di chi lo ha realizzato all’interno di un autobus o in una vecchia caffettiera riproducendo il Natale di Greccio del 1223. Non si può, tuttavia, dimenticare l’attuale emergenza sanitaria, così Barbara Forgione ha incollato la sua natività su uno schermo protettivo contro il Covid-19, auspicando che la venuta al mondo del Salvatore porti la pace in ogni angolo della terra.

Il Bambino Gesù si incarna nella vita e nella storia, come quella dell’artista Massimiliano Signorile che ha portato alla Mostra un presepe in legno, sughero e gesso. «Il presepe in mostra quest’anno è dedicato a mia madre per tanti motivi – spiega -. Quelle nel presepe sono le sue statuine e mi diceva sempre che appena possibile avrei dovuto creare qualcosa per lei. Purtroppo è venuta a mancare, ma prima della sua morte, durante la malattia, sono riuscito a costruire questo presepe ispirato al tempio di Palmira che era stato distrutto, che rappresenta mia madre distrutta dalla malattia, tempio che Gesù ha ricostruito in tre giorni, esempio di chi torna a vivere per sempre». La sua passione nasce circa venti anni fa, quasi per caso: «Un giorno – racconta –  salendo in soffitta ho visto delle statuine della natività buttate alla rinfusa su uno scaffale, e senza pensarci due volte le ho sistemate alla meglio ponendo intorno a loro dei cartoni per dargli riparo. 

Qualche giorno dopo salendo di nuovo in quel luogo ho notato che i cartoni erano caduti, allora con la colla li ho attaccati tra di loro». Inizia così la sua ricerca: «Non soddisfatto, ho comprato un libro di presepi dove si parlava di gesso, colla vinilica, cartone e senza rendermene conto dopo qualche mese su quella soffitta avevo impastato e colato chili di gesso, costruendo case, colonne, recinti, e incidendo su di esse forme architettoniche a me del tutto sconosciute fino ad allora. Da lì, una passione che è cresciuta sempre di più per quella storia che ormai è parte profonda della mia vita».

Continua a leggere

https://www.cittanuova.it/la-mostra-dei-100-presepi-portare-natale-nel-cuore/?ms=002&se=004

 

(Qui tutte le informazioni sulla mostra)

Notizie in breve dal mondo. AsiaNews consegna, nella nota pre-natalizia, pillole d’informazione preziose. 

In forma succinta, l’agenzia internazionale dei gesuiti fornisce ai lettori il quadro di alcune novità non sempre presenti sui principali media.

HONG KONG
Nella notte (del 22 dicembre, ndr) è stato tolto il Pilastro della vergogna, celebre statua nell’università di Hong Kong che commemora il massacro cinese di piazza Tiananmen del 1989. La costruzione riproduceva corpi e volti insanguinati dei manifestanti pro-democrazia uccisi dalle autorità cinesi. I vertici dell’ateneo ne avevano ordinato la rimozione a ottobre. L’autore Jens Galschiot parla di gesto “brutale”.

MYANMAR
Dai primi di febbraio, quando la giunta ha preso il potere rovesciando il governo civile di Aung San Suu Kyi, nella regione di Yangon i tribunali militari hanno condannato a morte oltre 90 persone. Secondo stime della Assistance Association for Political Prisoners, l’esercito ha ucciso 1348 civili e ne ha arrestati 8131, la maggior parte dei quali fermati durante le proteste di piazza non violente.

CINA
Col pretesto del Covid-19, le autorità cinesi del Sichuan e del Qinghai impediscono ai familiari di visitare i prigionieri politici tibetani chiusi in carcere. Le restrizioni restano in vigore sebbene da oltre un anno non vi siano contagi nelle prigioni di Mianyang e di Minyak Yak-nga. Vietati gli incontri anche distanziati e separati da un vetro, proibita la consegna di cibo, vestiti o medicine.

SRI LANKA – IRAN
Lo Sri Lanka vuole saldare il debito con l’Iran sulle importazioni di petrolio barattandolo con del tè. La proposta è del ministro Ramesh Pathirana, il quale intende inviare merce per 5 milioni di dollari ogni mese, fino alla somma di 251 milioni. Colombo vive una grave crisi economica, acuita dalla pandemia di Covid-19 che ha affossato il turismo. La modalità non violerebbe le sanzioni Usa. 

TURCHIA
La Turchia ha approvato per uso “di emergenza” il primo vaccino contro il Covid-19 di produzione interna. Il ministero della Sanità afferma che l’uso su larga scala di Turkovac, basato su un virus inattivato, dovrebbe partire entro la fine dell’anno. Il processo di produzione è iniziato nell’aprile del 2020, ma risultati positivi di studi pre-clinici sugli animali sono arrivati solo nell’ottobre scorso. 

INDIA
I leader di alcuni gruppi di estrema destra, legati al governo del premier Narendra Modi, hanno invocato la “pulizia etnica” delle minoranze in India, in particolare i 200 milioni di musulmani. L’attacco è giunto durante un summit di tre giorni promosso da Yati Narsinghanand, leader Hindutva. Come esempio hanno citato le atrocità di massa del 2017 in Myanmar contro i Rohingya. 

RUSSIA – STATI UNITI
Il primo round delle trattative tra Russia e Stati Uniti sulle garanzie di sicurezza si terrà all’inizio del 2022. È quanto ha assicurato il ministro degli esteri di Mosca Sergej Lavrov in un’intervista al canale televisivo RT. Per il capo della diplomazia russa “sono già state approvate le modalità del lavoro da svolgere insieme e gli americani hanno già nominato i responsabili degli incontri”.

GEORGIA
A Tbilisi si è svolta una nuova manifestazione del “Movimento Nazionale” a sostegno dell’ex-presidente Mikhail Saakašvili, per chiederne la liberazione. Migliaia di persone hanno sfilato con la pioggia e al gelo sul prospekt Rustaveli al centro della capitale. Una colonna di auto ha sfilato davanti all’ospedale militare di Gori per salutare il leader detenuto nel giorno del suo compleanno.

Tokyo Godfathers. La recensione del film di Satoshi Kon nell’ultima newsletter de “La Civiltà Cattolica”.

La pellicola del regista giapponese, morto nel 2010, suscita il vivo apprezzamento di Padre Vezzani. In conclusione, lo definisce “un film adatto a questo tempo natalizio”

 

Leonardo Vezzani S.I.

Tokyo Godfathers è un film di animazione del 2003 diretto da Satoshi Kon, pubblicato su Netflix in questo tempo di Natale, e racconta di tre persone senza dimora: Hana, una donna transessuale, Gin, un alcolizzato, e Miyuki, una ragazzina scappata di casa. I tre vivono insieme in una baracca nella periferia di Tokyo e in un certo modo vivono tutte le dinamiche di una famiglia.


La notte di Natale i tre protagonisti, durante una delle tante discussioni, trovano una neonata che piange dietro a un cumulo di immondizia. Se per Hana quello è un dono del cielo, il coronamento del suo desiderio di diventare madre, per gli altri due la bambina è un problema di cui sbarazzarsi portandola alla polizia. Dopo diverse tensioni riescono a trovare un accordo: è necessario ritrovare i genitori, e ci penseranno loro a farlo.


Seguendo i vari indizi che si sono lasciati dietro i presunti genitori, i tre compagni di viaggio si ritroveranno a fare i conti con la loro vita precedente. Ognuno di loro ha una ferita aperta con la quale non erano riusciti a riconciliarsi, e il lasciare tutto per vivere per strada è stato l’unico modo attraverso cui, a suo tempo, sono stati capaci di affrontarla. L’arrivo della neonata li smuove e scatena tutta una serie di coincidenze: per caso Hana ritorna nel locale in cui ha lavorato da giovane e in cui ha conosciuto l’amore; per caso Gin ritrova una persona amata che non aveva il coraggio di cercare; per caso Miyuki ha un’opportunità di riconciliazione con il suo passato.


Questa strana e disfunzionale famiglia nel frattemmpo attraversa tutto l’underground di Tokyo, intrecciando la sua vita con la mafia giapponese, con il mondo dell’immigrazione clandestina e dell’emarginazione sociale, e facendo esperienza di come, nelle vite piegate dalle fatiche e dal dolore, possa esserci ancora spazio per la tenerezza.


La piccola Kiyoko è la protagonista indiscussa di questa storia. La neonata, nella sua impotenza, ha la forza di ribaltare le esistenze di tutti quelli che hanno a che fare con lei. Quasi come se le vite di tutti stessero aspettando qualcuno che rompesse gli equilibri precari del presente e desse la forza di guardare con occhi riconciliati al proprio passato. Insomma, è un film adatto a questo tempo natalizio. 

 

Le grandi religioni mondiali. Il dialogo di Papa Francesco.

Questo contributo è stato presentato martedì 14 dicembre a un dibattito organizzato a Brescia dal Circolo Cultura Libera sul tema ‘Il sociale e il sacro. Riflessioni sull’ Enciclica ‘Fratelli tutti’, con la partecipazione del teologo  Mons. Giacomo Canobbio, della pastora valdese Anne Zell e di Giuditta Serra (Gruppo Donne di Sant’Eufemia). Pubblichiamo l’ultima delle quattro parti in cui abbiamo diviso l’intervento del prof. Minella.

Il progetto di Papa Francesco nella Fratelli tutti, a mio parere, si pone precisamente due obiettivi. 

 

  1. Combattere le grandi distruzioni e le grandi disuguaglianze che il turbocapitalismo, la civiltà ipermoderna, sta producendo nel mondo, fino a minacciare di renderlo invivibile per le prossime generazioni: e a questo fine recuperare un  sentimento della presenza attuale del divino in modo, con un linguaggio, con un apparato concettuale che sia comprensibile per gli uomini e le donne della tarda modernità, che sono inseriti nella cultura scientifica moderna. Dal rifiuto di accettare  questa volontà e capacità di attualizzare il sentimento della fede, radicandolo nella cultura e nelle contraddizioni contemporanee, nascono le obiezioni di principio dei tradizionalisti a Papa Francesco. 
  2. Recuperare a questo fine un dialogo tra tutte le religioni mondiali, grandi e piccole, in ciascuna delle quali devono essere riconosciuti dei ‘semi di verità’, che vanno valorizzati al di là delle particolarità locali e storicamente transitorie. Naturalmente a questo fine devono essere combattute le tendenze integraliste e fanatiche, che allignano in ogni religione e che portano a misconoscere la fondamentale fraternità originaria degli esseri umani. 

 

E Papa Francesco è molto preciso e sottile nel ricordare le precondizioni psicologiche di questo movimento fraterno verso l’altro, che  costituisce la sostanza più profonda delle religioni, su cui in questa sede non posso soffermarmi. Infine, vi è un riconoscimento che Papa Francesco ha spesso ribadito, per esempio nei suoi dialoghi con i rappresentanti del mondo islamico, e che viene spesso sottaciuto: è il riconoscimento della legittimità, in linea di principio, del pluralismo religioso. Il fondamento implicito  di questa apertura ecumenica è costituito, a mio parere, dal recupero della teologia apofatica, cioè negativa: per cui Dio è come una cima coperta di nuvole eterne, una verità verso cui si dirigono tutte le religioni senza che nessuna possa dire di possederla interamente e monopolisticamente. Si potrebbe obiettare a questa concezione: ma essa elimina la verità assoluta del cristianesimo! 

 

Non è così: essa invece lo apre alla verità delle altre religioni. Come dice Rémi Chéno, segretario generale dell’Istituto domenicano di Studi orientali: “In Cristo i cristiani trovano in verità la pienezza della verità, come affermano nelle loro Scritture (Col., 2, 9). Ma questa pienezza non è esclusiva: essi intuiscono che può essere trovata altrove! Tutta la divinità, dice Rémi Cheno, non il tutto della divinità: la tota divinitas, non il totum divinitatis”.

 

Chi è Walter Minella

Walter Minella ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (Armando, Roma 1994). Ha tradotto dal russo il breve saggio di Varlam Šalamov, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Ibis, Como-Pavia 2012) . L’incontro personale e la frequentazione con il vecchio Pietro Prini lo ha indotto a curare il libro postumo del maestro, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2015) e a scrivere la monografia Pietro Prini (Lateran University Press, Città del Vaticano 2016). Ha curato con altri studiosi: Credere oggi in Dio e nell’uomo. Pietro Prini filosofo del  dialogo tra fede e scienza (Armando, Roma 2018), Etica oggi tra empatia e libero arbitrio (Ibis, Como-Pavia 2019) e L’invasione della vita. Le scelte difficili nell’epoca della pandemia (Mimesis, Milano-Udine 2020).

A proposito del Quirinale. La “linea” dì Argomenti 2000 sul tema dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Nella Newsletter n. 9, appena distribuita per email, l’«Associazione dì amicizia politica» Argomenti 2000 ha provveduto a inserire una breve nota – qui attribuita per comodità al Presidente – che riassume gli elementi principali della condotta tenuta da questa realtà associativa di matrice cattolico democratica in ordine alla questione del Quirinale.

La debolezza dei partiti si riconosce anche nelle contorsioni del dibattito che prelude alla nomina del capo dello Stato. C’è incertezza sul profilo del futuro presidente, la personalizzazione dei partiti non consente di uscire da uno schema sostanzialmente bloccato, salvo invocare un’alternanza in virtù di un bipolarismo che non c’è e di una maggioranza della destra fatta di sondaggi e non di risultati. Avvisaglie pericolose che parlano di una destabilizzazione ulteriore e di un’occasione mancata perché i partiti tornino a fare politica. E questo in un momento in cui la stabilità avrebbe un valore aggiunto nel portare a termine la strategia post Covid.

Abbiamo firmato insieme ad altre associazione una sorta di identikit di come dovrebbe essere il futuro Presidente della Repubblica.  (clicca qui per leggere il documento).

Tuttavia il passaggio dell’elezione del Presidente della Repubblica porta con sé anche altri temi che ci chiedono di guardare avanti verso la fine della legislatura. La sconsiderata riforma del taglio orizzontale dei parlamentari cui, nonostante gli impegni, non ha fatto seguito alcun contrappeso delle modifiche regolamentari o simili (adesso si ventila una riforma costituzionale per abolire il semestre bianco che elimina l’impossibilità di sciogliere le camere negli ultimi sei mesi di mandato presidenziale) purtroppo al calo numerico non è detto che corrisponda un aumento di qualità del personale politico.

Anche se può apparire scontato, dobbiamo ribadire come oggi in crisi sia la stessa democrazia. È in crisi nella percezione comune, nell’arretramento delle conoscenze, nella distanza siderale dall’esperienza di coloro che sono usciti dalla guerra e hanno combattuto per la democrazia. C’è carenza di senso civico e quindi dello stato. Senza la coscienza dei cittadini, le istituzioni da sole non possono svolgere il loro compito. Il calo costante di partecipazione elettorale è un indicatore troppo sottovalutato. A preoccuparsi dovrebbero essere i cittadini perché chi fa politica di professione, tutto sommato può essere agevolato dal contrarsi del corpo elettorale eppure il percorso democratico è la migliore garanzia per i diritti e la libertà.

Riflessioni in ordine sparso, come ho detto, che possono alimentare il nostro confronto, arricchendosi dell’opinione di tanti amici. All’inizio del nuovo anno comunicheremo alcune iniziative su cui avremo modo di tornare.

 

La saggezza dell’umiltà (e dell’umorismo). Editoriale dell’Osservatore Romano.

È una scena paradossale quella di Betlemme –  scrive il direttore  Monda – perché da una parte c’è il movimento della terra, i Magi, come i pastori, che sentono l’urgenza dell’andare e adorare, dall’altra la pace del cielo.

Una grotta, un buco nel terreno, è qui che Gesù, il Figlio di Dio, sta per nascere. Dio s’incarna e viene ad abitare in mezzo a noi “piantandosi” nella terra, nell’humus. Da questa parola, humus, provengono diverse altre parole come umano, umanità ma anche umile, umiltà e forse anche umorismo. Umanità e umiltà senza dubbio camminano insieme perché, lo ricordava san Paolo VI, umiltà vuol dire verità, significa guardarsi senza ipocrisie e riconoscersi per quello che siamo, esseri fatti di humus, di fango, fragili e limitati. I problemi nascono quando le due cose non camminano insieme, quando l’umanità si discosta dalla saggezza dell’umiltà e recita una parte che non è la sua, quella del potente o, peggio, dell’onnipotente. È appunto una recita, una vera “ipocrisia” (ipocrites in greco è l’attore).

Il Santo Padre oggi [ieri per chi legge, ndr] nell’ultima catechesi precedente al Natale ci ha ricordato invece la saggezza dell’umiltà che è «la via che ci conduce a Dio e, allo stesso tempo, proprio perché ci conduce a Lui, ci porta anche all’essenziale della vita, al suo significato più vero, al motivo più affidabile per cui la vita vale la pena di essere vissuta». Una saggezza quella dell’umiltà che «ci spalanca all’esperienza della verità, della gioia autentica, della conoscenza che conta. Senza umiltà siamo “tagliati fuori”, siamo tagliati fuori dalla comprensione di Dio, dalla comprensione di noi stessi. Occorre essere umile per capire noi stessi, tanto più per capire Dio. I Magi potevano anche essere dei grandi secondo la logica del mondo, ma si fanno piccoli, umili, e proprio per questo riescono a trovare Gesù e a riconoscerlo. Essi accettano l’umiltà di cercare, di mettersi in viaggio, di chiedere, di rischiare, di sbagliare…».

Pensando ai Magi prende consistenza il legame tra umiltà e umorismo: essi, i sapienti, si fanno piccoli, cioè non si prendono troppo sul serio, ma si abbassano, rovesciano lo schema mentale a cui naturalmente potrebbero fare riferimento. La loro autoironia e autocritica li salva, permette quel cammino di conversione che li scuote e li mette in movimento. È una scena paradossale quella di Betlemme, perché da una parte c’è il movimento della terra, i Magi, come i pastori, che sentono l’urgenza dell’andare e adorare, dall’altra la pace del cielo: stille nacht diciamo in una delle più famose canzoni natalizie, cantiamo la notte calma, ferma, serena. In questa serenità il mondo cambia, si stravolge: il sussulto dei cuori, del cuore di Maria, di Giuseppe, dei pastori e dei Magi (molto diverso dal sussulto nel cuore di Erode), è il preludio al sussulto dell’universo che vive in questo momento una nuova creazione, una ripartenza che è l’alba della redenzione. Così questa scena ci invita a meditare sul paradosso della necessità di fermarsi un momento nella pace, spezzando la frenesia dei ritmi quotidiani, fermarsi ma per ripartire, spegnere i motori ma per riaccendere i motivi, ritornare a quell’essenziale della vita di cui parla il Papa, quello per cui la vita è degna di essere vissuta.

Politiche urbane. Governare la riurbanizzazione di Roma. L’analisi de “Il Mulino”.

Dopo la crisi del 2008, si è avviata una fase di riurbanizzazione che, se opportunamente governata, potrebbe avere ricadute positive sulle disuguaglianze generate da decenni di caotica diffusione residenziale.

Massimiliano Crisci

All’indomani della grande crisi del 2008 il crollo dei valori immobiliari ha prodotto un forte calo dei trasferimenti dalla città compatta di Roma alle periferie metropolitane, interrompendo uno spopolamento dell’urban core che sembrava inarrestabile. Si è avviata una fase di riurbanizzazione che, se opportunamente governata, potrebbe avere ricadute positive sugli squilibri e le disuguaglianze generate da decenni di intensa e caotica diffusione residenziale.

Il processo di diffusione residenziale nell’area romana ha preso vigore negli anni Settanta e in meno di quattro decenni ha ridotto di ben 700 mila residenti la popolazione dell’urban core, scesa da 2,2 a 1,5 milioni di abitanti, mentre nel resto della città metropolitana i residenti sono raddoppiati, passando da 1,2 a 2,8 milioni. 

Lo spopolamento della città compatta è stato dovuto in parte a scelte di vita, ma soprattutto ai valori immobiliari insostenibili che hanno innescato traiettorie in uscita dalla città fortemente selettive. Si trattava soprattutto di giovani adulti e famiglie con figli in tenera età che non potevano permettersi di rimanere a vivere nei quartieri di origine e si insediavano in aree a bassissima densità, povere di servizi e prive di validi collegamenti con mezzi pubblici. In una città monocentrica e dal territorio enorme come Roma, si è così sviluppata una popolazione periurbana sempre più ampia che ha dovuto adattarsi ad allungare percorsi e tempi degli spostamenti casa-lavoro, determinando un cronico sovra-utilizzo del mezzo privato.

Lo spopolamento della città compatta è stato dovuto in parte a scelte di vita, ma soprattutto ai valori immobiliari insostenibili che hanno innescato traiettorie in uscita dalla città fortemente selettive

L’allontanamento dei giovani adulti dalla città compatta ha prodotto anche differenze nelle caratteristiche delle famiglie lungo l’asse centro-periferia, con i nuclei giovani con figli presenti soprattutto nelle aree periferiche e gli anziani soli o in coppia concentrati nei quartieri centrali. Una configurazione che ha ulteriormente indebolito un Welfare familiare già sotto pressione, diradando le relazioni di cura e di mutuo aiuto tra generazioni della stessa famiglia, cioè tra figli e genitori anziani e tra nonni e nipoti.

Il modello insediativo dispersivo della capitale ha generato enormi costi collettivi: dal consumo di suolo all’inquinamento atmosferico, dal consumo energetico all’incidentalità nelle strade, fino alla complessa gestione dei servizi pubblici di rete. Costi collettivi che ricadono soprattutto sui cittadini periurbani, producendo significative disuguaglianze nelle opportunità e nella qualità di vita tra gli abitanti del centro e delle periferie.

Negli anni successivi alla grande crisi del 2008 la diffusione residenziale ha subito un freno e l’urban core di Roma ha ripreso ad attrarre residenti. Se nel 2005 la città compatta perdeva ogni anno quasi 20 mila abitanti a favore dei quartieri a cavallo del Grande raccordo anulare (Gra) e dei comuni dell’hinterland, nel 2016 ne ha persi solo 2.000, un saldo negativo analogo a quello della fine degli anni Sessanta, quando il processo diffusivo non era ancora esploso.

Il ripopolamento della città compatta si deve soprattutto al forte calo dei trasferimenti verso le periferie metropolitane ed è legato all’andamento di alcuni fattori macroeconomici che incidono sulla domanda e sull’offerta di abitazioni, come i prezzi delle abitazioni e i tassi di interesse sui mutui. 

In questa ottica, negli anni Duemila si possono individuare quattro fasi nell’evoluzione dei flussi centrifughi dall’urban core di Roma

1) Fino al 2005 si ha una fase espansiva del mercato immobiliare, sia nei valori sia nel volume delle transazioni, favorita anche da tassi di interesse decrescenti, e la diffusione urbana raggiunge la sua massima intensità sulla spinta del forte differenziale dei valori immobiliari tra aree centrali e periferiche, con un tasso di emigrazione del 20 per mille. 

2) A partire dal 2006 il mercato immobiliare romano sperimenta una prima crisi a carattere endogeno, dovuta all’improvviso aumento dei tassi sui mutui e alla forte crescita dei prezzi delle abitazioni, che comporta un calo delle compravendite e una prima diminuzione dei trasferimenti in uscita dalla città compatta (18 per ogni mille residenti). 

3) La crisi globale del 2008 è il potente fattore esogeno che arresta finalmente i prezzi delle abitazioni, che si stabilizzano su livelli ancora molto elevati (in media, circa 3.700 euro/m2 nel 2011 a Roma). Malgrado il taglio dei tassi di interesse, le transazioni continuano a diminuire per la maggiore prudenza delle banche nella concessione dei mutui. In una congiuntura di forte instabilità economica, il tasso di emigrazione dall’urban core subisce una nuova diminuzione (16 per mille nel 2012).

4) Dopo l’ulteriore shock prodotto nel 2011-12 dalla crisi del debito sovrano, dal 2013 si ha una ripresa delle compravendite favorita da una politica creditizia espansiva e soprattutto dalla diminuzione dei prezzi delle case (in media, circa 3.000 euro/m2 nel 2016 a Roma) che provoca un rapido calo della diffusione urbana, con il tasso di emigrazione dalla città compatta che nel 2016 crolla all’11,6 per mille.

 

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Il sacro e il divino costituiscono un rimando alla trascendenza. Così l’uomo apprende il rispetto per gli altri esseri viventi.

Questo contributo è stato presentato martedì 14 dicembre a un dibattito organizzato a Brescia dal Circolo Cultura Libera sul tema ‘Il sociale e il sacro. Riflessioni sull’ Enciclica ‘Fratelli tutti’, con la partecipazione del teologo  Mons. Giacomo Canobbio, della pastora valdese Anne Zell e di Giuditta Serra (Gruppo Donne di Sant’Eufemia). Pubblichiamo la terza delle quattro parti in cui abbiamo diviso l’intervento del prof. Minella.

Ce lo dicono alcuni dei più grandi filosofi del Novecento: penso per esempio a Heidegger (“Solo un dio ci può salvare”, titolo dell’intervista postuma) o a Jaspers, il geniale allievo di Weber per cui l’idea di Dio come ‘onniabbracciante’ costituisce il centro del suo pensiero. Oppure al filosofo francese di origine ebraica Emanuel Lévinas o al filosofo francese Paul Ricoeur o al filosofo italiano Pietro Prini. O a filosofe come Edith Stein, Simone Weil, Maria Zambrano, o a scrittrici come Catherine Mansfield, Virginia Woolf, Ludmila Ulickaja (non credo sia casuale la presenza di tante donne nell’avvertire questa presenza-assenza di Dio). Il sacro attiva sentimenti che vengono espunti nella oggettività della scienza, giustamente, e nell’atomizzazione della società, erroneamente: il senso della partecipazione all’altro, il senso dell’empatia come via regia per la conoscenza antropologica e psicologica (come aveva già stabilito la scuola antropologica statunitense fondata da Boas): in breve, l’amore come potenza conoscitiva. 

Si potrebbe obiettare a questa riflessione che viene compiuto un passaggio troppo brusco e immotivato tra il sacro e il divino, che enormemente varie sono le forme del sacro, così come le forme del divino: per cui il rigore intellettuale impedirebbe di omogeneizzare sentimenti così differenziati nella storia e nelle loro espressioni. Rispondo che il sacro e il divino comunque costituiscono un rimando alla trascendenza, all’ulteriorità, e che da questo rimando all’alterità l’esperienza umana risulta, o può risultare, arricchita di un alone di rispetto e di reverenza verso gli altri esseri del mondo. È pur vero che il sacro e il divino possono anche essere piegati a mostruose deformazioni disumane: si vedano i sacrifici religiosi o le guerre di religione. 

Proprio per questo non possono essere recuperati in toto, ma nel sentimento originario che, al di là del velo di ignoranza e anche di barbarie, in essi si esprime: un po’ come faceva, con la grande sapienza dell’arte, Lev Tolstoj a proposito dei barbari suoi contemporanei, i contadini russi alla cui profonda umanità, nascosta sotto uno strato di superstizione, si ispirava e a cui ha dedicato splendidi ritratti (per esempio, Platon Karataev in Guerra e Pace).  Questa esperienza fondamentale – ‘un filo di luce che lega al cielo’ (Hegel) – trascende l’immediatezza e i particolarismi e consente di contrastare le istanze distruttive di cui questi sono portatori. Ma proprio essa viene per principio espulsa dall’immanenza tecnico-economica che prevale nella civiltà contemporanea, con le conseguenze che abbiamo ricordato prima e che oggi appaiono evidenti nel loro esito tragico. 

Non si devono comprendere le forme, antiche e moderne, del sacro o del divino nella loro esteriorità formale, oggi non proponibile: si tratta di compiere un’opera di recupero che sia, per quanto è possibile, rispettosa del senso nascosto della tradizione, di capire qual è l’investimento emotivo che in queste culture arcaiche si esprime e che manifesta un profondo senso di coappartenenza vitale al mondo naturale e a quello sociale: l’esatto opposto del sentimento dominante nelle società ipermoderne, in cui il valore, e potremmo anche dire la ‘religione’ dominante, è costituito dal culto del profitto (denaro) e dalla crescita infinita, di tipo puramente quantitativo, così ben espressa  dal parametro del PIL. In breve: potremmo dire che questa cultura ipermoderna, che si pone come ‘obiettiva’, avalutativa, neutrale, costituisce una grande religione di massa, che ha i suoi adepti, le sue articolazioni, le sue gerarchie, e che si oppone alle grandi religioni tradizionali. Le quali a loro volta spesso reagiscono, in alcune civiltà-mondo (penso per esempio alla civiltà islamica) negando completamente i valori scientifici e civili della modernità, limitandosi a importarne le tecnologie, anzitutto quelle militari.

 

Chi è Walter Minella

Walter Minella ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (Armando, Roma 1994). Ha tradotto dal russo il breve saggio di Varlam Šalamov, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Ibis, Como-Pavia 2012) . L’incontro personale e la frequentazione con il vecchio Pietro Prini lo ha indotto a curare il libro postumo del maestro, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2015) e a scrivere la monografia Pietro Prini (Lateran University Press, Città del Vaticano 2016). Ha curato con altri studiosi: Credere oggi in Dio e nell’uomo. Pietro Prini filosofo del  dialogo tra fede e scienza (Armando, Roma 2018), Etica oggi tra empatia e libero arbitrio (Ibis, Como-Pavia 2019) e L’invasione della vita. Le scelte difficili nell’epoca della pandemia (Mimesis, Milano-Udine 2020).

Tenda della solidarietà: 50 anni fa, a Roma, la battaglia del sindacato per il diritto al lavoro. I pensieri di un protagonista.

Ricordare un episodio cruciale per le lotti sindacali a Roma, quando il 22 dicembre 1971 l’opinione pubblica prese bruscamente coscienza dei problemi di occupazione in alcune fabbriche della città, serve a fissare lo sguardo su analoghe esigenze e preoccupazioni nell’attuale fase di crisi innescata dalla pandemia.

Quante sono le storie dimenticate o ignorate, che hanno segnato la vita di centinaia e centinaia di persone, in modo particolare di lavoratori e lavoratrici, che nella Capitale d’Italia hanno assunto un valore simbolico nella lotta per la difesa del lavoro e dell’occupazione? Una, tra le tante che se ne possono raccontare, è accaduta a Roma e dopo 50 anni è giusto ricordare, proprio perché in questo periodo il “problema lavoro” è centrale e urgente nella vita dl nostro paese: “Senza lavoro non esiste dignità umana e i giovani, in particolare, sembrano essere senza speranza ed espropriati del loro futuro”.

Nel 1971, a Roma, si viveva in continuità con la stagione dell’autunno caldo, ovvero con la fase delle lotte sindacali operaie che prese il via nel 1969, in concomitanza con il drammatico preludio degli anni di piombo. La grande mobilitazione sindacale matura alla scadenza dei contratti di lavoro – scadenza fissata a tre anni dalla firma – in particolar modo di quello dei metalmeccanici. In quel periodo le rivendicazioni salariali spontanee nelle grandi fabbriche si congiungono alle agitazioni studentesche che reclamano un generalizzato “diritto allo studio” per tutti gli strati sociali (accordo sulle 150 ore). L’azione combinata del movimento degli studenti e degli operai costrinse il sindacato a recuperare la testa e la guida del movimento spontaneo.

I rapporti di forza, le tecniche di sciopero, l’astensione dal lavoro e dallo studio, le occupazioni di fabbriche e scuole,  coordinate da una nuova coscienza sindacale politica e partecipativa, portarono a formalizzare negli anni successivi alcune conquiste sociali di rilievo, prima fra tutte lo Statuto dei lavoratori. A Roma la situazione occupazionale era molto complessa e difficile, perché accanto ai processi di ristrutturazione aziendale, che spesso significavano espulsione di forza lavoro, ossia licenziamenti (poiché gli ammortizzatori sociali non garantivano coperture salariali), esistevano realtà produttive in crisi o occupate. La Coca Cola, le Camicerie Cagli, le Cartiere Tiburtine, la Pantanella, l’Aereostatica, il Lanificio Luciani, oltre Fatme, Voxson, Autovox, Lanificio Gatti, e altre ancora, erano le aziende ove il conflitto sociale determinava insicurezza e tensioni sociali, e si rifletteva anche nei quartieri e nei territori.

Le strutture sindacali di Roma e Provincia di CGIL,  CISL, e UIL quasi quotidianamente, fin dal settembre 1971, organizzavano delegazioni, picchetti, contatti con i rappresentanti dei lavoratori delle “aziende in crisi” per sollecitare interventi, trattative, individuare soluzioni, trovare nuovi interlocutori per le fabbriche sotto tutela di amministratori giudiziari come Giudici, Curatori e Custodi), con le Istituzioni (dal Comune alla Provincia, dal Governo al Parlamento) e con le Organizzazioni degli Imprenditori (Confindustria, Federlazio, ecc.) al fine di concludere le vertenze in essere.

Nel mese di dicembre, poiché esistevano problemi reali come le mancate soluzioni delle vertenze in atto e lo stato di disagio delle famiglie di lavoratori ( delle aziende in crisi), senza alcuna forma di tutela economica (v. cassa integrazione o indennità di disoccupazione), si decise di richiamare l’attenzione della pubblica opinione e delle Istituzioni con una iniziativa innovativa, mai fatta in precedenza nella Capitale. Un’iniziativa di grande impatto mediatico: “Una tenda di solidarietà per i lavoratori delle fabbriche occupate di Roma”, a Piazza di Spagna, nel cuore della Roma del benessere, nei giorni che precedevano il Santo Natale, per raccogliere aiuti economici. Si decise che mercoledì 22 dicembre 1971 doveva essere il giorno della solidarietà per i lavoratori in condizioni precarie, erigendo la tenda fra la “Barcaccia” e gli alberi delle palme.

Per la verità il clima politico di quei giorni era teso e difficile, da un lato c’erano le prime avvisaglie della stagione del terrorismo (fra il 1970 e il 1971, le vittime riconducibili agli anni di piombo erano state una ventina) e dall’altro non si riusciva ad eleggere il nuovo Capo dello Stato. Giuseppe Saragat era il Presidente uscente che aveva completato il settennato, Emilio Colombo era il Premier e Franco Restivo il Ministro dell’ Interno. Al Senato, il Presidente era Amintore Fanfani e alla Camera, Sandro Pertini. Le votazioni per il Quirinale andarono avanti fino al 29 dicembre 1971 e dopo 23 scrutini (il numero più alto di tutte le elezioni del Presidente) venne eletto Giovanni Leone. Quindi, immaginare il clima non solo politico di quel periodo rendeva l’iniziativa sindacale di solidarietà “un evento sensibile per l’ordine pubblico”.

Il Comune di Roma autorizzò formalmente l’occupazione di suolo pubblico, a Piazza di Spagna, per montare la tenda  , mentre la Questura, alla quale venne inviata e notificata la notizia dell’evento, non diede alcuna risposta. La mattina del 22 dicembre la piazza “salotto della Città eterna” è animata in maniera inconsueta, perché non ci sono solo turisti, ma arrivano drappelli e delegazioni di lavoratrici e lavoratori delle fabbriche occupate dai quartieri della città. Intendono raccogliere fondi e far sentire la loro voce con striscioni, cartelli, battendo in maniera ritmata su bidoni e urlando “lavoro, lavoro…”. Sembra la scena di un film, invece è il bisogno, la disperazione dei senza lavoro, che rappresentano il malessere sociale di quel periodo.

Tutto è controllato a vista dalle forze dell’ordine con equipaggiamento antisommossa, dagli scudi ai manganelli, dai lancia-fumogeni alle pistole, e con agenti in borghese muniti di macchine fotografiche. Dopo un breve colloquio fra il dirigente di PS e alcuni rappresentanti sindacali delle Confederazioni, viene comunicato che per la Questura di Roma non si può montare la tenda, vero punto di riferimento per la solidarietà cittadina con lavoratori in lotta. Un breve scambio di opinioni fra lavoratori e sindacalisti e scatta la decisione di montare comunque la tenda. Inizia l’allestimento, il commissario di PS indossa la fascia tricolore e si sente uno squillo di tromba. Ē il segnale della carica contro coloro che stavano intorno alla tenda. Grande confusione, un fuggi fuggi generale, un dirigente sindacale si sente male, forse perché colpito da qualche manganellata: arriva subito l’intervento dell’ambulanza e il ricovero al Pronto soccorso. Da un lato della piazza, sul tetto di un furgone fermo al centro della baraonda, si scorge  l’attore Gian Maria Volontè, che dietro una cinepresa riprende a tratti quanto stava accadendo. Poi una mezz’ora di tranquillità e di pace, il ritorno nella piazza, infine due nuovi tentativi di montare la tenda. Fra urla e suoni, le operazioni s’infrangono all’impatto di altre due cariche delle forze dell’ordine. 

Piazza di Spagna sembra un campo di battaglia, trenta persone fra lavoratori, lavoratrici e sindacalisti, nonché lo stesso Volontè, vengono fermati e portati con i furgoni cellulari al Commissariato Trevi Campo Marzio a piazza del Collegio Romano e sistemati in camera di sicurezza. Due ore di attesa, le identificazioni che sembravano uno stillicidio per le lungaggini burocratiche, ma alla fine ecco il rilascio: uscì anche Volontè dopo che gli fu chiesto se aveva il passaporto. Era stata una guerra di nervi. Le reazioni sindacali e politiche non si fecero attendere, dalla minaccia dello sciopero il giorno successivo con il blocco dei trasporti pubblici alle interrogazioni urgenti al Consiglio Comunale di Roma e al Parlamento. La sera arrivò dal Ministro Restivo, attraverso la Prefettura di Roma, l’autorizzazione a montare la tenda il giorno successivo. Il sindacato e i lavoratori delle fabbriche occupate avevano vinto una battaglia, il buon senso aveva avuto la meglio.

Il 23 dicembre la tenda era in piazza di Spagna. Grande folla, lavoratori, uomini dello spettacolo e della politica (Visconti, Loy, Ferreri, l’on. Cabras, Petroselli e tanti altri): si raccolsero molti fondi (diversi milioni, oltre all’impegno del Sindaco Darida che assicurò il contribuito di 25 milioni del Campidoglio). Le feste di Natale cadevano due giorni dopo e per molti furono meno nere. Le riprese di Volontè uscirono dopo 20 anni a testimonianza di quel giorno di lotta e di solidarietà del sindacato romano, in difesa del lavoro. Oggi, a 50 anni da dall’evento descritto, molte cose sono cambiate e si sono trasformate, ma quella lotta portò nelle settimane successive a verificare lo stato delle vertenze in atto. Alcune furono risolte, altre si chiusero negativamente, ma il confronto comunque riprese a dimostrazione che la tenda di Piazza di Spagna “aveva pagato”. 

Cosa dire in conclusione? La tristezza di questo periodo, dopo circa due anni di pandemia dovuta al Covid 19, è che i problemi del lavoro sono più acuti di quelli dell’inizio degli anni ’70. Occorre ridare slancio e speranza, con uno sguardo al futuro, superando le forme esasperate di individualismo, e quindi con una nuova etica e una nuova moralità nella società. E questo vale anche e soprattutto per il mondo del lavoro.

Solo se saremo uniti saremo forti. Quel che serve,  conoscendo gli attuali ostacoli, alla rimobilitazione dell’area di centro.

L’analisi qui esposta parte dal confronto tra partiti, movimenti e gruppi che orbitano, ancora in questa fase, nell’area di centro destra. L’autore insiste, da tempo, sulla rivisitazione di indirizzi e programmi politici, con l’obiettivo di rompere le pluriennali resistenze a riprendere un cammino comune, evidentemente su una linea nuova. 

È numerosa la schiera degli amici alla ricerca del centro perduto, considerato da tutti il luogo della politica privilegiato per rappresentare gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e dei ceti popolari. A riguardo, nel mio archivio elettronico ho raccolto oltre 180 testimonianze, tra le quali le più numerose sono quelle della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale. Ciascuna è meritevole di interesse e di attenzione anche se, non conoscendo quale sarà, alla fine, la legge elettorale che sarà adottata, è evidente come ognuna di esse, da sola, non sia in grado di garantire alcuna traduzione degli obiettivi prefissati sul piano politico istituzionale. Interesse e attenzione, ovviamente, in primis per la mia Dc, per la rinascita politica della quale mi sono battuto sin dal 2011; ma che, rispetto a essa, ora vivo una condizione di “osservatore non partecipante” in quanto, dopo dieci anni di impegno costante, permangono e, anzi, si sono moltiplicate, le divisioni, con una diffusa germinazione di sigle e simboli alla ricerca del glorioso scudo crociato, tuttora nella disponibilità elettorale e come rendita di posizione del trio Udc: Cesa-De Poli-Saccone. 

I buoni risultati elettorali nei comuni siciliani con il ritorno alla politica dell’amico Totò Cuffaro, sono un ottimo segnale, ancorché insufficiente a garantire una sicura prospettiva in vista delle prossime elezioni politiche sul piano nazionale. Anche l’esperienza della Federazione Popolare Dc avviata con l’amico Peppino Gargani, non è riuscita a sfociare nella formazione di quel “soggetto politico nuovo” che insieme all’amico Alberto Alessi avevamo indicato come soluzione compatibile, in attesa delle decisioni sempre promesse e mai attuate di Cesa e dell’Udc. È mancata alla Federazione, da un lato, l’accettazione reale del progetto da parte dell’Udc che, alla fine, ha confermato la sua ferma appartenenza al centro destra a guida prevalentemente leghista; una partecipazione ridotta a un ruolo subordinato e di mera sopravvivenza del trio; e dall’altro, il mancato convinto coinvolgimento della Dc di Grassi, più interessata a una riconferma del proprio ruolo di unica legittima continuità giuridica della Dc storica. Infine, non ha contribuito il tentativo intelligente, seppur tutto da verificare, dell’amico Rotondi con la sua intuizione di Verde Popolare, ossia il tentativo di coinvolgere in un nuovo movimento/lista/partito espressioni di area cattolica con quelle dei verdi, unite dai valori espressi dalla Laudato si’ di Papa Francesco: i temi strategici del nostro tempo in materia di clima e ambiente.  Anche il tentativo di  Clemente Mastella con il suo “Noi di Centro”, sconta il limite della riproposizione di un modello di partito di tipo personalistico assai lontano dalla nostra tradizione democratica popolare.

Con l’incontro di dell’altro ieri del direttivo della Federazione Popolare si è preso atto delle criticità esistenti e con l’amico Gargani si è condivisa l’idea di partire dalle realtà locali e regionali per verificare le concrete possibilità esistenti in ordine all’attivazione di un raggruppamento al centro di componenti politico culturali di area cattolico democratica e cristiano sociale, con quelle di area liberale e riformista. Un centro, dunque, ampio plurale e democratico, a guida collegiale, capace di rappresentare gli interessi e i valori di larga parte di quell’area elettorale da troppo tempo renitente al voto.

Le esperienze positive sperimentate in diversi comuni della Campania nelle recenti elezioni amministrative, come a Napoli, Salerno e Benevento, con risultati attorno al 5% di liste unitarie di centro, dimostrano che, partendo dal locale, con una visione forte sul piano più generale, possano nascere aggregazioni politiche insieme alle quali costruire un’assemblea costituente nazionale di un soggetto politico nuovo di centro, finalmente denominato come “Popolare, Liberale, Riformista”, capace di rappresentare una nuova credibile realtà della politica italiana. Non un partito di qualcuno, ma un partito a guida democratica e collegiale, rappresentativo di tutte le istanze proprie di un nuovo centro italiano. Si è anche evidenziata la necessità che questo soggetto politico nuovo, partendo dalle realtà locali, raccogliendo le indicazioni di programma a misura dei bisogni esistenti, sia guidato da una rinnovata classe dirigente alla quale si potranno affiancare quei “consiglieri anziani” in grado di offrire le loro migliori competenze. 

La presenza al direttivo della Federazione, convocato da Gargani, dell’amico Gianfranco Rotondi, lascia ben sperare che, alla fine, anche la sua bella iniziativa possa incontrarsi con quella che la Federazione Popolare Dc intende sviluppare nelle diverse realtà locali. È un invito questo rivolto anche agli amici di Insieme, di Rete Bianca e di Centro democratico, nella convinzione che, ancora una volta, solo se “saremo uniti saremo forti, e se saremo forti, saremo liberi” di portare avanti nelle sedi istituzionali le nostre proposte politiche.

Beppe Andreis, un punto di riferimento. Il ricordo dì Merlo su “Rinascita Popolare”.

Un laico cristiano fortemente impegnato nella società, nell’associazionismo e nella politica di ispirazione cristiana. Verrebbe quasi da dire un “uomo di altri tempi”. No, Beppe era un uomo moderno perché era un contemporaneo.

Beppe Andreis, 86 anni, ci ha lasciati nella sua Piossasco, di cui fu giovanissimo sindaco tra il 1963 e il 1970. Silenziosamente, com’è era il suo stile di vita. Sobrio, gentile, saggio e riservato, ma profondo e intenso nella sua analisi, nel suo impegno, nel suo comportamento e nella sua coerente e permanente militanza sociale, politica e culturale. Beppe è stato tante cose nella sua vita. Innanzitutto un grande lavoratore. Nella sua Sinio, nelle Langhe dove è stato viticoltore e coltivava nocciole di prestigio. Le sue mani ruvide e callose lo confermavano, senza tanti giri di parole, cosa faceva nella vita. Ma il curriculum di Beppe e la sua popolarità tra la gente comune affondano le radici nel cattolicesimo sociale e popolare. Dirigente per lunghi delle ACLI a livello locale e regionale e nazionale dopo la formazione politica e culturale nell’associazionismo cattolico, Beppe aveva sempre saputo dimostrare – concretamente e con il suo atteggiamento mite e aperto al dialogo e al confronto ma fermo nelle sue convinzioni profonde – di come si può essere un dirigente del mondo associativo e del mondo politico senza mai perdere il contatto con la base, con la realtà, con le condizioni concrete che vivono tutti i giorni gli uomini e le donne. Beppe fu il segretario amministrativo nazionale delle ACLI durante la grande e qualificata presidenza di Giovanni Bianchi.

E anche in quella occasione dimostrò in modo tangibile, attraverso la sua proverbiale saggezza e ricca umanità, come si può essere fedele all’Associazione aclista e al messaggio della Chiesa.

E poi c’è l’impegno politico diretto e militante. Beppe diventa segretario regionale del Partito Popolare Italiano su richiesta di Franco Marini e con la condivisione di tutta la nostra comunità politica piemontese. Erano gli anni della “diaspora” Popolare con la spaccatura del PPI tra Franco Marini e Gerardo Bianco da un lato e Rocco Buttiglione dall’altro. Una stagione politica decisiva per il PPI e per la costruzione dell’Ulivo. Beppe alla segreteria regionale e il sottoscritto a quella provinciale di Torino. E anche in quegli anni la saggezza, la buona educazione, il rispetto delle persone e la disponibilità al dialogo e all’incontro avevano sempre il sopravvento su qualunque altra considerazione. E sempre di comune accordo con i nostri amici più autorevoli, Guido Bodrato e Gianfranco Morgando.

 

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http://www.associazionepopolari.it/APWP/2021/12/21/beppe-andreis-un-punto-di-riferimento/

Il sacro è un’idea sorpassata? 

Questo contributo è stato presentato martedì 14 dicembre a un dibattito organizzato a Brescia dal Circolo Cultura Libera sul tema ‘Il sociale e il sacro. Riflessioni sull’ Enciclica ‘Fratelli tutti’, con la partecipazione del teologo Mons. Giacomo Canobbio, della pastora valdese Anne Zell e di Giuditta Serra (Gruppo Donne di Sant’Eufemia). Pubblichiamo la seconda delle quattro parti in cui abbiamo diviso l’intervento del prof. Minella.

La cultura del profitto come unico criterio sociale significativo porta con sé, necessariamente, la devastazione del mondo. E questa devastazione rende la vita alla fine impossibile.

Questa idea è stata una idea ricevuta, quasi un luogo comune, nella grande maggioranza dei filosofi tra Ottocento e Novecento. Accennerò a tre maestri del pensiero occidentale moderno: Marx, Weber e Nietzsche. Tutti e tre condividono la teoria della scomparsa del sacro come destino, ma la tonalità affettiva è diversa: ottimista in Marx che, dalla dissacrazione di ogni sacralità (alles Heiliges wird entweiht, Manifesto) operata dalla borghesia  deriva uno stimolo potente all’affermazione dell’essere umano, attraverso la rivoluzione comunista: si tratta di una tipica ideologia del titanismo moderno, i cui risultati  conosciamo bene. Il secondo maestro è Weber, che in sue due celebri conferenze, pronunciate alla fine della sua vita e riunite in traduzione italiana con il titolo Il lavoro intellettuale come professione, teorizzava con amarezza (non con esultanza, come Marx) il fatto che noi dobbiamo vivere in “un’epoca senza dei e senza profeti”: e questo a causa del processo intellettuale della Entzauberung der Welt, che solitamente viene tradotto come “disincantamento del mondo”, ma che propriamente significa qualcosa come demagificazione del mondo. Questo dettaglio getta luce sulla concezione del sacro che era implicita in questi pensatori: il sacro come magico, antitetico alla scienza. Infine ricordiamo il Nietzsche della Gaja scienza e la sua concezione tragica della morte di Dio, perché la morte di Dio  è legata – e qui sta la genialità di un filosofo per altri versi così discutibile – alla catastrofe dell’essere umano, per così dire alla morte dell’uomo.

Le conseguenze di questa assunzione filosofica, che potremmo definire con Nietzsche come la morte di Dio, sono state diverse, in diverse aree del mondo. Per quanto riguarda il marxismo, o forse meglio il cosiddetto marxismo orientale, il totalitarismo comunista si è affermato  nella prima metà del Novecento e continua a dominare in molti paesi asiatici. Nell’Occidente ricco si è invece affermata dapprima una cultura della modernità (non senza alcune cadute totalitarie in alcuni paesi dalle strutture democratiche più fragili, come l’Italia e la Germania tra le due guerre)  e poi della postmodernità, o ipermodernità, che per molti aspetti decisivi (la democrazia liberale anzitutto) è ben superiore alla cultura del totalitarismo. E tuttavia, dal punto di vista economico-sociale è proprio in Occidente  che sono state  elaborate le  ‘ricette’ che poi, dopo il 1989, sono state assorbite dai paesi dell’Est e che si compendiano in una legge: l’assolutizzazione del mercato come supremo risolutore di ogni problema umano. Ma questa, lo abbiamo visto, è la causa prima della rovina attuale del mondo.   

Quali sono le ricadute  esistenziali di questa impostazione? La cultura post-moderna, finiti i grandi sogni di trasformazione prometeica propri della modernità, ha finito per assumere, talvolta esplicitamente ma per lo più implicitamente, il postulato dell’insensatezza del vivere, avvertito particolarmente dai più giovani: è  una cultura ‘leggera’, ‘aperta’, ‘curiosa’ (viene in mente la fenomenologia dell’esistenza inautentica di Heidegger: chiacchiera, curiosità ed equivoco), che, generalmente individualista, dà per scontata la perdita del legame sociale. La post-modernità rifiuta le grandi fedi (spesso per responsabilità di queste ultime, che sono rimaste legate a una ricezione letteralista dei testi sacri, rifiutando di fare i conti con le grandi conquiste della scienza moderna) come, in genere, i grandi progetti di vita collettiva. Può ritagliarsi delle fedi piccole o minime (ad esempio la ‘fede’ in una squadra di calcio, in un cantante o in un gruppo rock, oppure, a livello collettivo, nel proprio popolo oppresso dalla ‘mondializzazione’, cioè  da altri popoli – ecco le radici del populismo – ecc.). Crede facilmente nei complotti. Cerca un’alleanza tra vittime dei complotti contro ‘i padroni del mondo’. Il suo nuovo ambiente vitale è costituito dai nuovi mass-media – non certo per la loro enorme e positiva capacità di comunicare notizie immediatamente da un capo all’altro del mondo, ma perché colpiscono l’attenzione, sono pieni di breaking news, danno l’impressione di svelare i retroscena nascosti della storia – insomma, di gettare luce sui grandi complotti mondiali.  

Il criterio implicito soggiacente a tutto questo modo di vivere è la ricerca del denaro che, da mezzo per procurarsi piacere, sicurezza, soddisfazione, diventa fine a se stesso,  spazzando via tutti gli altri fini. Che ne è, in questo contesto, delle più grandi conquiste dell’umanità, le arti, le filosofie e le scienze (quest’ultime in particolare sono il  più grande risultato intellettuale della modernità occidentale, non senza anticipazioni o agganci in altre grandi tradizioni culturali dell’umanità)? Mentre le arti e le filosofie sono in genere trascurate o disprezzate, in quanto residui del passato, le scienze vengono in genere accettate (anche se noi oggi assistiamo al dilagare, con una forza imprevista, di superstizioni antiscientifiche che vedono l’appoggio di alcuni intellettuali, protagonisti di una vera e propria trahison des clercs). Ma certo non sono apprezzate  per il loro rigore, per la serietà dell’impegno intellettuale che richiedono, per il controllo pubblico tendenzialmente universale a cui sono costantemente sottoposti i loro risultati, per la qualità delle loro scoperte – ma in quanto sono all’origine della tecnologia,  la quale a sua volta  è in grado di facilitare e promuovere il complesso di scelte di vita implicite, non problematizzate e perciò fortemente pervasive, della cultura di massa. Tecnologia che, a sua volta, è potentemente orientata dal criterio della ricerca del profitto imprenditoriale, che costituisce il criterio di attività socialmente dominante.  

Esistono sicuramente altri criteri sociali, oltre a quello della profittabilità: penso per esempio alle tante forme di generosità sociale, di impegno del proprio tempo senza volere nulla in cambio. Ma si tratta di varianti sociali oggi in grande misura subordinate. 

Ma allora, se ne deve trarre una implicazione: se questa cultura dominante nel mondo contemporaneo è caratterizzata da una presenza ubiqua – la cultura del profitto, della crescita produttiva, della distruzione dell’ambiente naturale, della desertificazione dell’umano – e insieme da un’assenza implicita – l’assenza del sacro, la morte di Dio – allora sarà contro questa cultura che si rivolgerà Papa Francesco. Attenzione: non contro le scienze, che sono sempre un accrescimento dell’esperienza umana – ma contro il cattivo uso delle scienze che la società tecnologica, iperprivatistica, imperniata sulla caccia al profitto può fare e spesso ha fatto. La distinzione tra scienza e organizzazione sociale del mondo è centrale nel ragionamento di Papa Francesco.  

 

Chi è Walter Minella

Walter Minella ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (Armando, Roma 1994). Ha tradotto dal russo il breve saggio di Varlam Šalamov, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Ibis, Como-Pavia 2012) . L’incontro personale e la frequentazione con il vecchio Pietro Prini lo ha indotto a curare il libro postumo del maestro, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2015) e a scrivere la monografia Pietro Prini (Lateran University Press, Città del Vaticano 2016). Ha curato con altri studiosi: Credere oggi in Dio e nell’uomo. Pietro Prini filosofo del  dialogo tra fede e scienza (Armando, Roma 2018), Etica oggi tra empatia e libero arbitrio (Ibis, Como-Pavia 2019) e L’invasione della vita. Le scelte difficili nell’epoca della pandemia (Mimesis, Milano-Udine 2020).

La demografia squaderna le difficoltà dell’Italia. Senza un’inversione di rotta, dice Bonanni, le prospettive di sviluppo collassano. 

Il crollo delle nascite non è un problema tra gli altri, ma l’epicentro di tutti i problemi. È la vera emergenza del Paese. Dobbiamo allungare lo sguardo e ricostruire un’idea di futuro. Aiutare i giovani, sostenere le nuove coppie, incrementare i servizi: questo è l’unico orizzonte che abbraccia la formazione di una politica in senso alto, come attendibile impostazione per una strategia di crescita e di progresso.  

Il tema trascurato e preoccupante della demografia italiana, torna alla ribalta nei media solo quando l’Istat rassegna il suo disastroso resoconto di come vanno le cose in Italia. È successo anche stavolta con i numeri della denatalità di quest’anno: meno 12 e 500 mila dei nati, già nei primi nove mesi del 2021, rispetto al 2020. Il dato certamente si è accentuato con la pandemia, ma già la tendenza  da molto tempo, progressivamente si è incrementata negativamente. 

Il numero medio di prolificità delle donne di cittadinanza italiana nel 2020 è stato di 1,17,  il dato più basso mai registrato in Italia per coppie di genitori entrambi italiani. Si spiega così, ovvero con 360 mila nati quest’anno, dunque 160 mila in meno rispetto al 2008. Intanto, alla conclusione in questi ultimi giorni del 2021 giungeremo al dato che da solo indica il declino: gli italiani saranno appena meno di 59 milioni segnando plasticamente il ritorno all’indietro di tantissimi anni dopo che avevamo raggiunto 12 anni fa i 60 milioni. Non poteva che andare così, con meno famiglie che si formano stabilmente, con donne che in media diventano madri per la prima volta ad oltre 30 anni. Ed intanto gli analisti ci mettono in guardia riguardo al tracollo demografico che avremo nel prossimo futuro qualora i fattori elencati non dovessero modificarsi, con conseguenze che si manifesteranno già nel 2050 con indici di nascituri pari alla meta dei morti. 

In una condizione tale, se volessimo riassumere ogni guaio italiano e capirne le conseguenze gravissime a cui saremo inesorabilmente condannati, il nostro repentino cambiamento demografico lo testimonia con efficacia. Infatti le tendenze che discutiamo hanno molte origini, a partire dal tenore di vita, dalla cultura dominante che ha stravolto i valori su cui poggiavano i comportamenti delle persone, dalla paura del sovrappopolamento globale. Ma questo andamento è anche spinto dai comportamenti della politica e dei governi che non ritengono popolare avere lo sguardo lungo e preferiscono occuparsi dei temi più spiccioli del momento. Dobbiamo essere consci che il prezzo di questa superficialità può diventare molto alto, con conseguenze nefaste per il futuro prossimo. A metà di questo secolo, riducendosi sensibilmente gli indici demografici di una decina di milioni di persone, ad esempio non avremo quante professionalità occorreranno per mantenere sufficienti produzioni e i servizi; il patrimonio abitativo privato perderà valore, le infrastrutture e i servizi pubblici costeranno di più a causa della sfavorevole economia di scala; il sostentamento del welfare avrà notevoli problemi per il numero esiguo di occupati versanti contribuzioni per la platea più vasta di pensionati con aspettativa di vita più alta. 

Insomma è insensato far finta di niente ed occorrerà fare molto per riconquistare un equilibrio tra nascite e morti. Lo si può fare nel lavoro conciliandolo meglio con i progetti genitoriali delle giovani coppie, sostenuti da misure fiscali ad hoc per imprese e genitori per politiche virtuose a favore di questi obiettivi; implementando la disponibilità di asili nido ed asili d’infanzia gratuiti; progettando il rilancio della buona economia e dunque rassicurando le giovani coppie con figli con redditi più alti si potrà concorrere a correggere la tendenza negativa che discutiamo. Insomma bisogna concludere la fase sciagurata di distribuzione di bonus pubblici per assecondare consumi frivoli e concentrare sostegni di grande valore e prospettiva come la difesa della natalità e la protezione  dello sviluppo demografico.

Il Quirinale e il costume politico. L’opinione di Merlo.

Stiamo assistendo a uno spettacolo poco decoroso. Sembra che prevalga su tutto un istinto che volge inevitabilmente al trasformismo. Siamo, dunque, ad uno snodo. O l’elezione del Capo dello Stato assume la giusta solennità, quel garbo e quella serietà che merita da parte della politica e dei suoi attori essendo la più alta carica dello Stato, oppure il potenziale cambio di sistema elettorale, con il passaggio alla elezione diretta, non potrà che essere preso in seria considerazione.

Noi sappiamo, ormai da svariati decenni, che la corsa per l’elezione del Presidente della Repubblica è un grande evento politico ma che è diventato, sempre di più, anche un fatto di costume politico. Cioè intere paginate di giornale – e adesso anche nei vari talk televisivi – dedicate alle trame, ai tranelli, alle ambizioni personali e alle potenziali alleanze che possono emergere dopo l’elezione da parte dei cosiddetti “grandi elettori” del Presidente della Repubblica. 

Per carità, un iter che esiste da tempo e che ormai quasi non è più una novità. Però c’è una differenza, e anche profonda, rispetto ad un passato anche solo recente. E cioè, mentre un tempo esistevano i partiti, i grandi partiti popolari e non solo quelli e, accanto ai partiti, anche i leader che guidavano ed affollavano questi soggetti politici, ora il panorama è cambiato quasi radicalmente. Ovvero, partiti simili a cartelli elettorali, leader che al primo snodo difficile e complesso vanno in difficoltà, numero di peones – cioè di parlamentari eletti per caso e destinati, quasi scientificamente, a non ritornare più nei palazzi del potere – sempre maggiore ed esposti al vento della instabilità e della precarietà degli attuali equilibri politici e, infine e soprattutto, partiti e capi partito che non controllano più i rispettivi gruppi parlamentari.

Ecco perchè questa elezione – e quella del prossimo gennaio in particolare – è diventata più un elemento di colore politico che non un fatto politico di straordinaria importanza. È anche solo sufficiente osservare silenziosamente come viene gestita e affrontata dai grandi organi di informazione per rendersene conto. Sembra solo e soltanto una somma di trame infinite e di tranelli quotidiani conditi con un intramontabile trasformismo parlamentare accompagnato da un ceto politico radicalmente squalificato e alla ricerca – come nei fatti risulta, purtroppo – dell’unico elemento che li interessa: ovvero, come conservare il più a lungo possibile lo stipendio mensile.

Ed è proprio di fronte a questo quadro che può nascere una comprensibile reazione. E mi riferisco a tutti coloro che perseguono, da anni, l’obiettivo di una radicale riforma per l’elezione del Presidente della Repubblica. Cioè una elezione disciplinata dal sistema presidenziale. Una strada, quindi, che eviterebbe questo spettacolo, sempre più degradante, a cui assistiamo ormai da mesi anche questa volta.

Siamo, dunque, ad uno snodo. O l’elezione del Capo dello Stato assume quella solennità, quel garbo e quella serietà che merita da parte della politica e dei suoi attori essendo la più alta carica dello Stato oppure il potenziale cambio di sistema elettorale non potrà che essere preso in seria considerazione prima o poi. Ancora una volta dipende tutto e soltanto della politica. Speriamo che le scorie del populismo grillino, al riguardo, siano giunte al capolinea e possa ritornare, almeno un po’ alla volta e progressivamente, la credibilità e la nobiltà della politica. Per il bene della politica italiana ma, soprattutto, per la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Democrazia targata Hong Kong. Il “Daily News” dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale .

Astensionismo record alle legislative di Hong Kong riservate ai “patrioti”. Ma Pechino difende “la nuova democrazia con caratteristiche locali”. Le riforme elettorali e la legge sulla sicurezza nazionale – spiega un white paper del potere cinese – hanno aperto la strada per affrontare “i sintomi e le cause profonde dei disordini” e il “ripristino dell’ordine” a Hong Kong.

Alessia Amighini

È l’astensionismo il dato che sarà ricordato, più di ogni altro, nella recente tornata elettorale a Hong Kong, la prima con il nuovo sistema per soli ‘patrioti’ imposto dal governo di Pechino. Solo il 30% degli aventi diritto si è recato ai seggi: un minimo storico che supera di molto l’ultima elezione in cui gli honkonghesi avevano disertato il voto, quella del 2000, dove comunque l’affluenza complessiva era prossima al 45%, mentre all’ultima tornata, nel 2016, il dato finale ha sfiorato il 60%. Il voto per il rinnovo del parlamento locale interessava 4,5 milioni di elettori. Nonostante le 14 ore di apertura dei seggi, soltanto 1 milione e 350mila aventi diritto ha votato. “Il nuovo Consiglio legislativo (LegCo), eletto col modello revisionato, aumenterà l’efficacia amministrativa della Regione speciale. Siamo sulla giusta via per il buon governo”, ha dichiarato la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, in partenza per Pechino per informare i leader statali dei “progressi” in campo economico, sociale e politico nell’ex colonia britannica. Secondo gli osservatori però i numeri parlano chiaro: dopo un anno e mezzo di repressione, una stretta sui diritti politici, gli arresti e le liste di proscrizione e la riforma della legge elettorale, il processo di voto ha perso ogni credibilità agli occhi della popolazione.

Un rinvio mirato?

Il rinnovo del consiglio legislativo di Hong Kong avrebbe dovuto tenersi il 6 settembre del 2020. Il governo di Hong Kong aveva deciso di rinviare il voto per contenere la pandemia da coronavirus, ma l’opposizione si era rivoltata accusando l’esecutivo di voler impedire alle persone di votare.

Un’accusa corroborata dal fatto che le forze di opposizione avevano stravinto da poco le elezioni per i consigli distrettuali: all’appuntamento si era registrato un tasso di votanti del 71% e i candidati democratici avevano ottenuto 396 seggi su 452. Un exploit senza precedenti che aveva alimentato la convinzione che le forze democratiche del ‘porto profumato’ avrebbero potuto imporsi anche nel parlamento locale. Ma soprattutto un risultato che dimostrava, al di là di ogni dubbio, che la maggioranza silenziosa degli hongkonghesi era nettamente schierata con i manifestanti scesi in piazza nelle ultime settimane. Un duro colpo alla credibilità della governatrice Carrie Lam che aveva più volte definito i disordini frutto di “una minoranza abilmente manovrata dall’esterno”. la reazione di Pechino non si è fatta attendere: il 30 giugno 2020 il parlamento cinese ha varato una legge sulla sicurezza nazionale che prevede il carcere a vita per la sedizione e la repressione per ogni forma di dissenso politico. La normativa ha portato a un’ondata di arresti tra gli attivisti e allo scioglimento del Demosistō, il più noto movimento per la democrazia a Hong Kong. 

Referendum su Pechino?

Allo stato attuale, dunque, il boicottaggio delle elezioni resta l’ultima forma di resistenza consentita alle forze pro-democratiche dell’arcipelago. “Naturalmente, il governo non ammetterà che si tratti di una sorta di referendum sulla loro performance, ma gli elettori sanno bene che queste elezioni non riguardano davvero chi ottiene i seggi”, spiega Kenneth Chan al quotidiano britannico The Guardian. “Il basso tasso di affluenza a Hong Kong indica fino a che punto le persone qui sono soddisfatte dello stato delle cose”. Per incoraggiare le persone a votare, il governo ha dato ai residenti la possibilità di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici il giorno delle elezioni e sono stati istituiti seggi elettorali ai confini con la Cina continentale per consentire a coloro che vivono sulla terraferma di esprimere la propria preferenza. Un totale di 153 candidati, approvati dal governo e ritenuti dunque onesti ‘patrioti’, si è presentato per i 90 seggi. Ma anche il numero di seggi eletti a suffragio è stato drasticamente ridotto passando da 35 a 20 su un totale salito da 70 a 90. Di questi, 82 sono stati vinti da membri del campo pro-establishment e pro-Pechino.

Nonostante le critiche provenienti da diversi paesi, Pechino ha rivendicato le elezioni a Hong Kong come “un grande successo”.

 

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La sfida ecumenica di Papa Francesco al mercatismo universale

Questo contributo è stato presentato martedì 14 dicembre a un dibattito organizzato a Brescia dal Circolo Cultura Libera sul tema ‘Il sociale e il sacro. Riflessioni sull’ Enciclica ‘Fratelli tutti’, con la partecipazione del teologo Mons. Giacomo Canobbio, della pastora valdese Anne Zell e di Giuditta Serra (Gruppo Donne di Sant’Eufemia). Pubblichiamo la prima delle quattro parti in cui abbiamo diviso l’intervento del prof. Minella, continuando poi da domani con le altre.

Walter Minella

La crisi della società mondiale contemporanea 

Oggi sembra finalmente accettata in linea di principio – meno, purtroppo, nei fatti – la denuncia che già anni fa aveva lanciato all’opinione pubblica del mondo Papa Francesco, insieme a molte autorità mondiali (penso per esempio al patriarca ortodosso Atenagora, oppure al Consiglio delle Chiese protestanti, oltre che a diversi studiosi e gruppi di ricerca indipendenti) sul pericolo imminente di una catastrofe ecologica globale. Si è preso atto, e non si poteva non farlo, della catastrofe che ha già cominciato a manifestarsi: ne sono prova le sempre più diffuse e devastanti  manifestazioni del cambio del clima, così come la riduzione preoccupante delle varietà della flora e della fauna. Ma probabilmente è una presa di coscienza ancora parziale e insufficiente, che confligge con colossali interessi economici in grado di condizionare le scelte dei decisori politici e gli orientamenti della pubblica opinione,  come dimostrano le insufficienti misure internazionali che finora sono state assunte. Quali  sono le ragioni di fondo di questa catastrofe? In estrema sintesi, ne indicherò, seguendo le indicazioni del Papa, due:  una di ordine economico-sociale, l’altra antropologico-culturale.   Sul piano economico-sociale, dopo il crollo dei regimi comunisti  tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, si è sviluppato  nell’Europa centro-orientale il neoliberismo economico insieme alla libertà politica,  in Cina il neoliberismo economico senza libertà politica e sotto lo stretto controllo politico di un partito unico che si proclama “comunista”. Si tratta di un evento epocale perché, detto in breve, per la prima volta si assiste a una piena globalizzazione del mondo, oltrepassando le diverse civiltà-mondo che erano (e in parte sono) ancora vive. Ma quali  sono state le conseguenze di questo processo? La  massima del neoliberismo è più o meno questa: che ‘ciò che fa bene all’impresa fa bene alla società’. Come corollario di questa tesi, era stata coniata la curiosa teoria del ‘gocciolamento’ (trickle-down): la ricchezza creata dall’impresa privata sarebbe ‘gocciolata giù’ su tutta la società. Oggi, le ricerche di diversi economisti, e in particolare di Piketty, ci dicono il contrario: è in corso, e continua a  svilupparsi, un terribile processo di crescita della disuguaglianza, tra i diversi stati e all’interno di ciascuno stato. Se ricordiamo il punto da cui siamo partiti, ossia la devastante crisi climatica, e più in generale ambientale, che mette in dubbio la possibilità stessa che l’umanità abbia un futuro, dobbiamo riconoscere che, se il modello della pianificazione centralizzata e autoritaria del totalitarismo comunista era risultato largamente fallimentare, anche il modello neoliberista mostra dei segni inequivocabili di fallimento sulla questione centrale: il mantenimento delle condizioni di sopravvivenza della terra. Sembra che il neoliberismo dimentichi  che non abbiamo un’altra terra a disposizione. 

Ho accennato a un secondo carattere del modello neoliberista, ed è quello antropologico-culturale. Qual è la filosofia implicita sottesa alla pratica economica neoliberista, che si vuole perfettamente razionale? E’ una filosofia in realtà profondamente irrazionale, ovvero espressione di una razionalità calcolante ridicolmente limitata, parziale. L’unico criterio sociale accettato come razionale, e perciò  dominante,  è costituito dalla ricerca del profitto d’impresa, l’unico criterio individuale è il profitto individuale.  Ma la profittabilità non è certo l’unica e nemmeno la più alta delle dimensioni. Esistono, molto più in alto di essa, la bellezza, la contemplazione,  l’interiorità: tutte esperienze possibili che questa cultura dell’efficienza e della profittabilità ignora o disprezza. Si tratta di  una cultura faustiana, esemplarmente rappresentata dal mito del Faust di Goethe: all’inizio dell’opera Faust deve tradurre il principio del Vangelo di Giovanni, ‘In principio era il logos’, e, dopo una serie di ripensamenti, traduce: “In principio era l’azione”. Se integriamo questo traduzione di Faust con quanto abbiamo detto sopra, dovremo dire: in principio era l’azione per il profitto. La conseguenza ultima di tutto ciò è la ‘barbarie civile’ in cui stiamo sprofondando, al termine della quale sta la distruzione del mondo. La realtà, in questa ideologia, è concepita come una serie di oggetti inanimati disponibili all’uso e all’abuso, mentre animali e vegetali sono visti come macchine semoventi. E, al di là della retorica sui diritti umani, che cosa sono gli umani, dal punto di vista della logica del profitto come unico criterio regolatore? Macchine semoventi anch’essi. Altri, altro, da utilizzare o da escludere.  Non si tiene presente che la devastazione del mondo esterno significa un impoverimento, se non alla fine un esaurimento, della vita di tutti: la chiusura, la riduzione dei mondi della vita finisce in una perdita del sentimento vitale, in una sorta di spaesamento e depressione. E, d’altra parte,  una  antica saggezza religiosa e filosofica ci ammonisce che ‘tu sei quello’, l’altro da te è una parte nascosta di te. 

Dunque, riassumendo questo brevissimo schema – della cui rapidità mi scuso: la cultura del profitto come unico criterio sociale significativo porta con sé, necessariamente, la devastazione del mondo. E questa devastazione rende la vita alla fine impossibile.

 

 Biografia di Walter Minella

Walter Minella ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (Armando, Roma 1994). Ha tradotto dal russo il breve saggio di Varlam Šalamov, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Ibis, Como-Pavia 2012) . L’incontro personale e la frequentazione con il vecchio Pietro Prini lo ha indotto a curare il libro postumo del maestro, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2015) e a scrivere la monografia Pietro Prini (Lateran University Press, Città del Vaticano 2016). Ha curato con altri studiosi: Credere oggi in Dio e nell’uomo. Pietro Prini filosofo del  dialogo tra fede e scienza (Armando, Roma 2018), Etica oggi tra empatia e libero arbitrio (Ibis, Como-Pavia  2019) e L’invasione della vita. Le scelte difficili nell’epoca della pandemia (Mimesis, Milano-Udine 2020).

 

 

Morti sul lavoro: quale prevenzione adottare? Inammissibile l’imitazione del modello asiatico. 

Se l’obiettivo è quello di estendere il sistema di rigido controllo e sorveglianza “stile cinese” all’interno Occidente, converrebbe dichiararlo apertamente, anziché limitarsi a spingerlo sull’onda di qualche emergenza.

Purtroppo nelle dinamiche della comunicazione la tragedia della gru a Torino che cade, inspiegabilmente, offusca le tre morti per lavoro che in media ogni giorno avvengono in Italia. Se poi si approfitta di eventi così anomali per accelerare il passaggio ai sistema dei crediti sociali, temo si finisca per non dare le risposte necessarie al contrasto e alla prevenzione delle morti bianche.

Così ha fatto il segretario della Cisl Sbarra che ha proposto la patente a punti per le aziende.

È appena il caso di ricordare che il sistema dei crediti sociali cinese ha visto la sua origine proprio nell’ambito aziendale, come sistema per valutare la credibilità, o “chengxin” (诚信) delle medesime. Così sorse nello scorso decennio il sistema per valutare la credibilità commerciale, o shangwu chengxin (商务诚信), che solo successivamente si estese ad altri ambiti, come quello istituzionale, giudiziario fino ad arrivare al sistema di valutazione della credibilità sociale di ogni individuo, il credito sociale vero e proprio, il shehui chengxin (社会诚信).

Ora, se l’obiettivo è quello di estendere rapidamente tale sistema di rigido controllo e sorveglianza all’interno Occidente, forse converrebbe dichiararlo apertamente, anziché limitarsi a spingerlo sull’onda di emergenze non sempre tali.

Magari anche indire un referendum, visto che si tratta di pensionare la Costituzione, mettendola a tenere compagnia allo Statuto Albertino, tra i cimeli della nostra storia.

Invece appare non privo di rischi sotto vari profili di primaria importanza, perseguire l’instaurarazione del sistema della cittadinanza a punti senza spiegarlo e senza preparare i cittadini (e assicurarsi prima che lo vogliano) al passaggio dalla civiltà giudaico-cristiana a quella asiatica, in contrapposizione della quale storicamente da sempre la nostra civiltà è nata e si è affermata.

Il Natale della tradizione? Lo abbiamo ricevuto dalla immigrazione.

Non è Festa senza le note di “White Christmas”. Bing Crosby ha reso famoso nel mondo il disco (e poi il film) della tradizione natalizia. Tutto viene da lontano, da un bielorusso immigrato in America.

50 milioni di copie, resta ad oggi (2021) il singolo discografico più venduto della storia. C’è di mezzo l’Hollywood di Fred Astaire e Danny Kaye, la Paramount e soprattutto Bing Crosby. “White Christmas” è questo, e nell’immaginario del Natale viene subito dopo Babbo Natale con la slitta trainata dalle classiche otto renne, a cui guarda caso proprio nel 1949 e sempre grazie ad una canzone – di Johnny Marks – si aggiunge Rudolph, la renna dal naso rosso luminoso che traccia la strada siderale per Santa.

Ma “White Christmas” non è americano, viene da Talačyn, un Comune nel cuore della Bielorussia. Lì nel 1888 nacque Izrail’ Moiseevič Bejlin, che noi conosciamo come Irving Berlin.  La famiglia, di origini ebraiche, emigrò poi negli Stati Uniti, stabilendosi a New York. Il padre, Moiseev Bejlin, anglicizzò il cognome in Baline, da cui poi Berlin, per mantenere la stessa fonetica bielorussa anche in inglese. Irving, presto orfano di padre, cominciò a lavorare fin da piccolo vendendo giornali e facendo l’artista di strada.

Un po’ di musica la imparò da autodidatta, trovando i primi insegnamenti elementari in famiglia. Non seppe mai suonare correttamente il pianoforte né leggere la musica da professionista. Si fece costruire un piano speciale di cui usava solo i tasti bianchi. Questo aggeggio aveva pedali che consentivano a Berlin di cambiare tonalità a piacimento, senza spostarsi sulla tastiera. Irving Berlin compose “White Christmas” per il film “La taverna dell’allegria” (Holiday Inn), che conquistò l’Oscar per la migliore canzone. Cantato da Bing Crosby il brano raggiunge il primo posto della classifica americana il 3 Ottobre del 1942. La canzone esplode nel 1954, quando la Paramount produce il film musicale omonimo con protagonista proprio Bing Crosby.

Irving Berlin è morto nel 1989 a 101 anni, un’anno dopo la seconda moglie, Ellin McKay, cattolica, di quindici anni più giovane di lui. La prima si era ammalata in viaggio di nozze e lo aveva lasciato solo dopo pochi mesi. Chi volesse sapere chi era basta ascolti la struggente “When I lost you” che Berlin compose per lei. L’interpretazione di Sinatra è molto bella. Come si vede, nel più consolidato nostro immaginario natalizio di neve e caminetti e cime luccicanti di abeti e letterine a Babbo Natale c’è un piccolo immigrato bielorusso, partito senza arte né parte.

 

I consigli di lettura della Fondazione Fossoli. Ne “Il nemico dentro” Nichols pone un quesito: dove ha fallito la democrazia?

Una società narcisistica e infantile – la nostra – affamata non di pane ma di conferme tribali e nazionalistiche, nella quale le tentazioni autoritarie stanno mettendo sempre più a rischio la tenuta dei sistemi democratici. Ma non tutto è perduto…

“Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi”, diceva all’inizio degli anni ‘70 Pogo, un popolare personaggio dei fumetti. Walt Kelly, il suo creatore, non immaginava che la battuta sarebbe diventata un modo di dire comune, né che avrebbe descritto a perfezione la situazione di cinquant’anni dopo. Mentre in Occidente le condizioni materiali di vita sono le migliori di sempre e continuano a migliorare, infatti, risentimento e malcontento sembrano dominare ogni spazio della vita comune: élite ciniche e corrotte, stranieri e immigrati, banchieri e intellettuali sono di volta in volta i “colpevoli” della decadenza che tanti cittadini dei paesi più evoluti al mondo percepiscono ormai in modo tanto drastico da mettere in discussione la democrazia liberale. 

Il consenso ottenuto da autocrati populisti, la propensione di molti per un governo di funzionari non eletti o le giustificazioni per l’uso politico della violenza sono i pericolosi segnali di tendenze illiberali sempre più diffuse: dopo aver supe – rato malattie, tensioni sociali, guerre e tragedie di ogni tipo, i paesi occidentali rischiano il paradosso di non superare la sfida di prosperità e benessere. Ma dove ha fallito la democrazia? La risposta che Tom Nichols dà in questo libro ha la forma di un’altra, scomodissima domanda: e se invece fossimo noi a non aver superato la prova della democrazia? Quando Edward Banfield teorizzò il “familismo amorale” nella Basilicata degli anni ‘50, stava descrivendo una società disfunzionale in cui persone altrimenti perbene erano capaci di pensare soltanto al loro benessere e a quello della loro ristretta cerchia familiare: uno schema che rischia di descrivere ancora meglio noi, cittadini globali del Ventunesimo secolo, ormai incapaci di dedicare tempo, motivazione, impegno e persino intelligenza ai temi politici del giorno – a meno che non siano per noi di vitale importanza personale. 

Secondo Tom Nichols, siamo ormai diventati una società narcisistica e infantile, affamata non di pane ma di conferme tribali e nazionalistiche, nella quale le tentazioni autoritarie stanno mettendo sempre più a rischio la tenuta dei sistemi democratici. Tutto è perduto, dunque? No, perché, anche se sarà difficile, resuscitando virtù dimenticate come amore per la comunità, compromesso, orgoglio civile e sacrificio, potremo difendere la democrazia, ancora oggi il nostro più prezioso bene comune.

Tom Nichols, Il nemico dentro, Luiss University Press.

Chi è l’autore:

Tom Nichols pè professore alla Harvard Extension School e allo U.S. Naval War College, è tra i più popolari e ascoltati commentatori politici statunitensi. Nel suo bestseller ‘La conoscenza e i suoi nemici’ (Luiss University Press, 2018) ha descritto l’ascesa dell’era dell’incompetenza – il nostro tempo, in cui ci siamo rivelati disposti a sacrificare la democrazia sull’altare dei nostri ego e della presunzione di conoscenza nutrita dai social network e dal web. In quel libro, Nichols scriveva che solo un improbabile evento catastrofico, ad esempio una guerra o una pandemia, avrebbe posto fine a tutto ciò rimettendoci sulla giusta traiettoria. Ha scritto Il nemico dentro perché si era sbagliato.

 

Fondazione Fossoli

www.fondazionefossoli.org 

 

Sbarra (Cisl) invita a fare della negoziazione il fulcro di un sindacalismo moderno e responsabile.

Il leader della Cisl ha rivendicato, ieri a Piazza Sant’Apostoli, il successo ottenuto al tavolo con il governo: non si può negare il sostanziale miglioramento della manovra di bilancio. E l’unità sindacale? “Figurarsi – ha detto Sbarra – se noi siamo contrari! Ma dobbiamo fare chiarezza sugli obiettivi, sui contenuti, e soprattutto sul modello di sindacato che serve a questo Paese”. Di seguito il discorso integrale.

La marcia verso il nuovo va orientata con la bussola della concordia e della corresponsabilità. Noi oggi vogliamo lanciare questa sfida. E diciamo al Governo, alle controparti pubbliche e private e anche a Cgil e Uil che questo è il tempo di esserci per cambiare. Di negoziare crescita, lavoro, contrasto alle disuguaglianze, lotta alla povertà. Ecco perché oggi siamo qui. Per promuovere un metodo e un percorso che ha un traguardo strategico per tutti: un nuovo e moderno Patto per il lavoro, la crescita e la coesione. Un grande Accordo che dia protagonismo sociale alle strategie di ripartenza, che contrasti i divari tenendo dentro chi ha più bisogno, dando nuove opportunità a chi perde il lavoro, o ne rimane ai margini, ai giovani e alle donne, ad anziani e migranti.

Questo è il messaggio che vogliamo dare in questa bella giornata, da questa ‘piazza della responsabilità’. Questo vogliamo fare, consolidando quel dialogo che è alla base dei risultati che abbiamo ottenuto e di quelli che otterremo. Per cambiare l’Italia e farla tornare a crescere, in modo equo, sostenibile e inclusivo. Per un Paese finalmente unito, da Nord a Sud, in cammino verso l’avvenire”, ha ribadito il leader Cisl.

Siamo in tanti a riempire questa bella piazza con i nostri colori,  le nostre voci e le nostre ragioni. Con tutto l’orgoglio per quel che siamo e rappresentiamo. Liberi. Autonomi. Lontani da totem ideologici, da qualsiasi tipo di subalternità politica. Nell’interesse esclusivo di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati. Principi, valori, che abbiamo sempre seguito e che guidano la nostra azione anche ora, in un momento che per il Paese è complicato e decisivo. Complicato, perché quella da cui stiamo cercando faticosamente di uscire, è la peggiore crisi dal dopoguerra, perché la pandemia morde ancora e le disuguaglianze continuano a creare ferite profonde. Decisivo, perché molto di ciò che sarà l’Italia nel prossimo futuro dipenderà dalle scelte di queste settimane. Allora c’è bisogno di illuminare la strada. Ma per questo non servono i bagliori di un incendio. Serve invece la luce che nasce dalle idee, dalle proposte concrete, dal coinvolgimento e dal confronto.

Non è il momento in cui ci si può accontentare di essere ‘contro’. Questa piazza di certo non lo è.

Non ci contrapponiamo a Governo e forze politiche di cui, pure, vediamo limiti e interessi di parte che non fanno bene al Paese. Men che meno siamo in contrapposizione rispetto alle piazze di due giorni fa. Convocate con parole d’ordine che non condividiamo. Ma che rispettiamo. Con allarmi eccessivi e una scelta degli strumenti di lotta che riteniamo sbagliati.

Questo passaggio ha messo in evidenza differenti culture e sensibilità. Due modi diversi di intendere l’azione sindacale.

Ma l’orizzonte dei nostri obiettivi deve restare comune. Dobbiamo tornare a guardare al domani insieme. Ma con gli occhi della responsabilità, dell’autonomia dalla politica, del riformismo vero. Noi iniziamo già oggi. Perché questa è una piazza ‘per’. Per incalzare Governo e Parlamento a migliorare ancora una Legge di Bilancio che all’inizio aveva molte più ombre che luci. E che ora si presenta in modo assai diverso. I passi sono stati fatti proprio perché abbiamo costruito e seguito la strada del dialogo, della ricerca pragmatica di punti di sintesi. D’altra parte è così che abbiamo affrontato e risolto questioni decisive nei mesi più duri della pandemia. Lo abbiamo fatto insieme.

Penso al rallentamento e alla ripartenza dell’attività produttiva. Alla sigla dei Protocolli sulla sicurezza, al loro aggiornamento. All’accordo sulle vaccinazioni in azienda. Al Patto per il pubblico impiego e a quello sulla scuola. E ancora: all’Avviso comune contro i licenziamenti. Alla comune assunzione di responsabilità sulla campagna vaccinale. All’accordo di pochi giorni fa sullo smart working. Quando si decide insieme, si decide bene. Sfilarsi dai tavoli di trattativa, invece, porta a decisioni unilaterali e isola il mondo del lavoro da scelte strategiche. Certo, non sono mancati gli stop and go. E quando il Governo ha avuto qualche sbandamento, qualche “amnesia”, non abbiamo fatto sconti.

Come è successo a ottobre con una manovra nata male, insufficiente proprio per la mancanza di coinvolgimento sociale. Per questo ci siamo mobilitati nei luoghi di lavoro e sul territorio. La nostra azione è stata determinata e intransigente. Ma dobbiamo essere sinceri: di fronte a noi non c’è stato un muro. Se fosse stato così avremmo fatto di tutto per tirarlo giù, con ogni mezzo a disposizione. E allora sì, lo sciopero generale sarebbe stato non solo giusto, ma doveroso. Per amor di verità, però, è impossibile dire che sia successo questo.

Il Presidente Draghi, che incontreremo ancora una volta dopodomani a Palazzo Chigi, si è dimostrato capace di ascoltare, si è impegnato ad aprire i Tavoli sui nodi cruciali del fisco e delle pensioni. E ha saputo cambiare e far progredire la Manovra. Non su tutto quello che volevamo. E per questo continueremo a farci sentire. Ma su molto, sì. Con forti elementi espansivi. Per la riforma degli ammortizzatori ci sono 5 miliardi e mezzo, 2 e mezzo in più rispetto a ottobre. Per la sanità si era partiti con 2 miliardi nel ‘22 e siamo arrivati a 6 per i prossimi tre anni. Sulle politiche sociali c’è un incremento da 150 a 850 milioni per la non autosufficienza, si avvia l’Assegno unico con 6 miliardi, si rifinanzia il Reddito di cittadinanza, che va meglio collegato a famiglie con minori e reso più accessibile agli immigrati.

L’Italia che vogliamo passa anche da questo. Dalla valorizzazione delle culture e della fraternità attraverso la solidarietà, l’inclusione nel lavoro, il coinvolgimento sociale. Vogliamo dirlo con più forza oggi, in occasione della giornata internazionale del migrante: non è possibile aspettare 10 anni per riconoscere un sostegno a donne e uomini che vivono, lavorano, creano ricchezza e bellezza del nostro Paese. 

E ancora: nel pubblico impiego ci sono le risorse per sbloccare i rinnovi contrattuali, si aggiornano gli ordinamenti e si finanzia la formazione. Per il caro-bollette ai 2 miliardi iniziali del Fondo di compensazione si sono aggiunti prima altri 800 milioni e poi un ulteriore miliardo.  Sul fisco siamo partiti con 3 miliardi su l’Irpef e 3 sull’Irap. Oggi sono diventati 8, con un rapporto di 7 a 1 a favore di lavoratori e pensionati. L’85% delle risorse è concentrato sotto i 50 mila euro, più del 40% sui redditi fino a 28mila. Si aggiunge 1 miliardo e mezzo per le decontribuzioni dei salari sotto i 35 mila euro, si eleva la no tax area dei pensionati a 8.500 euro e si sbloccano gli adeguamenti pensionistici con un intervento che da solo vale 4,7 miliardi.

Certo: la fumata nera sul contributo di solidarietà è stata una brutta pagina. Un’occasione persa. Ma quel che manca non può pesare più di quel che c’è. Con la logica del ‘benaltrismo’ non si è mai fatta una riforma e non si sono mai migliorate le condizioni dei lavoratori. Mai.

E a proposito di pensioni, è vero: la partita decisiva deve ancora iniziare. Ma intanto nella Legge di Bilancio passano la proroga dell’Ape sociale allargata e Opzione donna, insieme a un Fondo per accompagnare il pensionamento a 62 anni dei lavoratori delle piccole aziende in crisi. Abbiamo bloccato quota 103 nel 2023 e 2024. Restano cose che non vanno, sulle quali fino all’ultimo minuto noi continueremo nella nostra azione di pressing: la scuola e la piena inclusione di giovani e donne, su tutto. Ma se ci si trova su una via che fa compiere passi in avanti, si commette un grave errore ad abbandonarla. Soprattutto se l’alternativa è un sentiero che rischia di portare all’isolamento il sindacato e di trasformare i luoghi di lavoro in trincee. 

Il Paese ha bisogno di coesione e unità. Di una ricostruzione fatta insieme alle parti sociali che ci liberi da ritardi storici. Di approdare ad un nuovo modello di sviluppo, equo e sostenibile, con al centro il lavoro e la persona. Molto si deciderà da gennaio, nei prossimi mesi, quando ci saranno da affrontare i capitoli centrali di una nuova agenda sociale. A cominciare da fisco e pensioni. Al Tavolo sul fisco bisogna confermare e rafforzare l’intervento redistributivo e inserirlo in una riforma complessiva del sistema in nome dell’equità e della progressività. Vuol dire consolidare il sostegno ai redditi bassi, ampliare la no tax area, premiare le imprese che investono su occupazione stabile e formazione, abbattere il cuneo sul lato lavoro. E lotta decisa, senza tregua, all’evasione e all’elusione. Il cancro che corrode il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini. Un furto di 100 miliardi – mezzo PNRR – che ogni anno colpisce soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati.  

 

Sulle pensioni, c’è un punto di partenza chiaro: guai a pensare di tornare alle rigidità e ai freddi numeri della Legge Fornero, che non tengono conto della vita delle persone, della loro fatica, della differenza dei lavori.  Dei rischi che si corrono quando a 65 o 66 anni si è ancora costretti a stare alla catena di montaggio, su un campo assolato o sopra un ponteggio. No, non è possibile. Va costruita una previdenza dal volto umano, flessibile e inclusiva, specialmente per giovani e donne. Vanno introdotte pensioni di garanzia per ragazze e ragazzi incastrati in percorsi di precarietà. Bisogna sostenere la previdenza complementare ed estendere le quattordicesime. Soprattutto, va riconosciuta a tutti la libertà di uscire prima e in modo dignitoso dal circuito produttivo: 62 anni di età o 41 di contributi devono bastare. Una previdenza riformata deve essere la base di un patto tra generazioni, di un’Alleanza tra genitori e figli che unisca il Paese e sostenga le famiglie. Famiglie che stanno per essere investite dalla più iniqua delle tasse: un’inflazione che si abbatte in modo pesante e lineare sui consumi, danneggiando soprattutto le fasce deboli.

E allora, tra le risposte di sistema, non può che esserci anche una nuova politica dei redditi e delle tariffe. Così come si deve affrontare il tema della crescita dei salari, dell’incremento e della redistribuzione della produttività. Non solo per sacrosanti motivi di equità e giustizia. Ma perché l’uscita dalla crisi passa per la ripartenza del mercato interno. Poi è evidente che la chiave decisiva sono le risorse del PNRR. Bisogna impiegarle bene, senza sprechi. Va avviata una governance partecipata per assicurare qualità di spesa, certezza dei tempi, legalità e rispetto di forti condizionalità occupazionali, soprattutto per giovani e donne.

La traduzione di PNRR deve essere: investimenti e lavoro. Investimenti, sbloccando capitali pubblici e incentivando quelli privati. Per politiche industriali di rilancio dei nostri asset strategici. Per vincere la sfida della transizione digitale, ecologica ed energetica. Per infrastrutture materiali e immateriali che uniscano Nord e Sud, e il Paese all’Europa. Per il riscatto e lo sviluppo del Mezzogiorno. Per la lotta alle disuguaglianze. Per fare il salto di qualità su formazione, competenze e valorizzazione del “capitale umano”.

Troppo poco, davvero troppo poco, si continua a fare per la scuola. Bisogna valorizzare chi fa vivere ogni giorno le nostre comunità educanti: si sblocchi il contratto, si adeguino gli stipendi, si proceda alle stabilizzazioni del personale precario e a nuove assunzioni.

Il lavoro è ‘il valore su cui si basa la coesione della società, merita riconoscimento e tutela’. Lo ha detto il Presidente Mattarella, sottolineando che il successo del PNRR si misurerà da questo. Le giunga anche oggi, da questa piazza, caro Presidente, il nostro saluto, la nostra ammirazione, e il nostro grazie più sincero. Per tutto quello che ha fatto e ancora farà per il bene dell’Italia.

Con il lavoro, con le persone. Solo così ripartiremo. Creando occupazione stabile e dignitosa. Ben tutelata, retribuita, contrattualizzata. Lavoro di qualità, ben formato, compiendo un grande passo sulle politiche attive e l’occupabilità, dando un forte impulso all’apprendistato come canale privilegiato di ingresso. Lavoro dignitoso, che richiede di disboscare la giungla delle false partite Iva. Dei part-time involontari. Dei falsi tirocini e stage, che non sono altro che sfruttamento e lasciano i giovani nella precarietà. Quando invece dovrebbero essere loro, i giovani, i primi protagonisti e beneficiari di un grande piano nazionale per le competenze, per un inserimento lavorativo stabile e qualificato.

Si occupino di questo il Ministro Orlando e la politica! E restino fuori da materie di stretta competenza delle relazioni industriali come il salario minimo e la rappresentanza! Si pensi a rispondere alle delocalizzazioni predatorie. Bene, finalmente, l’emendamento in Manovra per imporre alle imprese il rispetto della responsabilità sociale e della Costituzione. L’Italia non è una riserva di caccia per le multinazionali! Se vuoi andar via per speculare, devi essere obbligato a negoziare con il sindacato e le istituzioni un piano per garantire la piena continuità occupazionale e produttiva. Altrimenti è giusto pagare penali salate! Bisogna affermare una volta per tutte il principio che le persone non sono pedine da sacrificare sull’altare del profitto. Un altare su cui perdono la vita cento lavoratori ogni mese. Nelle fabbriche, nei campi, nei cantieri. Una strage indegna di un Paese civile! Le norme conquistate al tavolo di negoziato e approvate sono primi passi nella direzione giusta. Il cammino deve andare avanti: servono più ispettori e controlli, più coordinamento, maggiore prevenzione e formazione. La sicurezza del lavoro deve essere una priorità assoluta!

Occupazione, sicurezza, sviluppo, coesione: su tutto questo oggi si può davvero voltare pagina. Abbiamo un’occasione storica per portare il Paese dentro una nuova economia sociale più solidale e competitiva. Solidarietà e competitività si incontrano nella Partecipazione. È quello che serve al Paese. Un nuovo modello di rapporti sociali e industriali partecipativo: un’occasione da cogliere sia nella contrattazione, sia attuando l’articolo 46 della Costituzione e assicurando maggiore coinvolgimento dei lavoratori nella vita delle imprese.

Due giorni fa, da piazza del Popolo, ho sentito parole di incoraggiamento a recuperare l’unità sindacale. Figurarsi se noi siamo contrari! Ma dobbiamo fare chiarezza sugli obiettivi, sui contenuti, e soprattutto sul modello di sindacato che serve a questo Paese.

La posizione identitaria e valoriale della Cisl è quella di un sindacato dell’autonomia, del pragmatismo, del riformismo, della partecipazione, della contrattazione. Questo serve. E non un sindacato ideologico, che radicalizza il conflitto su basi generiche e fumose, legato a un antagonismo secco rischia di alimentare l’astensionismo sindacale e di logorare la rappresentanza sociale, lasciandola ostaggio di riti e battaglie di retroguardia.

 

La rivista dei gesuiti di Milano, Aggiornamenti Sociali, ha un nuovo direttore: Padre Giuseppe Riggio SJ.

Già caporedattore, dal 1° gennaio 2022 subentra a Padre Giacomo Costa SJ,  alla guida della Rivista da 12 anni.

Il 2022 si apre con un avvicendamento alla direzione di Aggiornamenti Sociali, il mensile dei gesuiti dedicato alla riflessione e all’approfondimento dei fenomeni sociali articolando fede e giustizia nella prospettiva dell’ecologia integrale: p. Giacomo Costa, direttore dal 2010, passa il testimone a p. Giuseppe Riggio, ma continuerà a svolgere il ruolo di presidente della Fondazione Culturale San Fedele, editore della rivista, oltre che di superiore dei gesuiti di Milano e di vicepresidente della Fondazione Carlo Maria Martini; inoltre potrà dedicare maggiori risorse alla collaborazione con la Segreteria del Sinodo per il coordinamento del Sinodo 2021-2023 della Chiesa universale.

Nato a Messina nel 1976, dopo la laurea in giurisprudenza, p. Giuseppe Riggio ha conseguito la specializzazione in Diritto ed economia delle Comunità europee presso l’Università La Sapienza e ha lavorato alcuni anni presso il CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro). Entrato nella Compagnia di Gesù nel 2003, ha compiuto gli studi filosofici a Padova e quelli teologici fra Parigi e Milano svolgendo un tirocinio di due anni al Segretariato per la giustizia sociale e l’ecologia della Curia generalizia della Compagnia di Gesù, a Roma. Nel 2013 entra nella redazione di Aggiornamenti Sociali, diventando caporedattore due anni dopo. 

Oltre ad aver pubblicato una monografia teologica sul gesuita francese Michel de Certeau (storico, antropologo e studioso dei mistici del Seicento), p. Giuseppe Riggio è coautore di Il nome giusto delle cose, pubblicato nel 2018, un volume sul discernimento ignaziano rivolto ai giovani e a quanti li accompagnano, nato dall’esperienza maturata nel corso degli anni di impegno nella pastorale giovanile. Nel novembre 2021 è stato nominato Consulente ecclesiastico nazionale dell’UCSI, l’associazione dei giornalisti cattolici.

Il cambio di direzione si pone in un momento particolarmente stimolante per la vita della Rivista: dopo aver rinnovato il proprio progetto editoriale e la propria grafica a inizio 2021, la prossima sfida che attende Aggiornamenti Sociali è potenziare la propria presenza nel mondo del web e dei new media, scoprendo nuovi canali e nuovi linguaggi per portare avanti la propria missione di stimolare il dialogo, favorire il discernimento dei fenomeni sociali e accompagnare l’azione per il cambiamento.

Aggiornamenti Sociali è una rivista dei gesuiti che da oltre settant’anni offre strumenti per orientarsi nei cambiamenti della vita sociale, politica ed ecclesiale, articolando fede cristiana e giustizia, nella prospettiva dell’ecologia integrale. Fa parte della rete delle Riviste e Centri di ricerca e azione sociale dei gesuiti in Europa e della Federazione Jesuit Social Network – Italia.

I film di Natale. Breve rassegna su “Città Nuova” online.

Molte uscite di favole, commedie e drammi che si spera riempiranno le sale.

Mario Dal Bello

Cinema per tutti i gusti. È una uscita quasi fluviale post-pandemica. Riusciranno a far ritornare la gente in sala? Speriamo. Intanto, sfogliamo alcuni titoli.

Certo, Monica Bellucci in capelli argentati fa notizia. E mantiene lo charme, anche quando apre bocca in un dialetto umbro-romano che non è male. Protagonista della favola un po’ dark, un po’ furba La Befana vien di notte II – Le origini, agisce nel Settecento dello stato pontificio dove un cattivissimo gobbo poliziotto (un magistrale Fabio De Luigi), frustrato da genitori semidelinquenti, gioisce nell’ammazzare streghe e nel rapire bambini. Ma la strega Bellucci, in arte Dolores, smemorata e francesizzante, più fata buona che perfida strega, li protegge e protegge la ragazzina orfana, ladra e selvaggia Paola (Zoe Massenti, star di Tik Tok) destinata a diventare la Befana. Tra ville bellissime, nature incontaminate, papi e cardinali, ed effetti speciali l’iniziazione della ragazzina ribelle funzionerà e il cattivissimo verrà sistemato.

Piacevole, citazionista, un po’ televisivo, e astutamente fatto per i più giovani, il film fantasy diretto da Paola Randi funziona e offre quel che promette: favola bella con un po’ di suspence, bravi attori, e magie. Esce il 30. 

Tutta un’altra cosa House of Gucci, filmone diretto dal solito Ridley Scott, che ama lo spettacolo – soldi sesso star – ma ormai emoziona poco. Qui in salsa telenovela abbiamo la storia del delitto in casa Gucci, con Lady Gaga perfetta ad impersonare la terribile arrampicatrice moglie di Gucci, Patrizia Reggiani, e mandante del suo assassinio. In una Milano da bere, molto glamour e pretenziosa, la dinastia Gucci si afferma con lo stile impeccabile, classico e moderno, i giri internazionali, i modi di alta classe. Ovviamente, il film è stato girato in Italia e allora via con brani lirici e Caterina Caselli, secondo il gusto americano (che ormai ha stancato).

La storia è nota, i cattivi sono finiti in carcere, qualcuno è uscito e pare pentito. Certo, il dramma appare costruito appositamente su star come Lady Gaga, Al Pacino, Jared Leto (bravissimo), Jeremy Irons e loro danno il meglio, ma è freddo. Prodotto di lusso, piacevole per chi ama i melodrammi made in Italy sulle grandi dinastie e i loro contrasti, di formato televisivo a cui siamo abituati e che fa sognare chi ama una Milano ricca e mondana, perfida e geniale. Ma a questo forse ci siamo già abituati. Tutto sommato, uno spettacolo tranquillizzante.

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https://www.cittanuova.it/i-film-di-natale-4/?ms=005&se=003

Licio Benedetti, grande creatore di Presepi, ha lasciato ai Gordiani (Roma) un segno indelebile della sua arte.

Conosciutissimi sono i Presepi di Licio sulla Roma sparita. Fu tra i primi, moltissimi anni fa, ad utilizzare polistirolo e cartone per realizzare le scenografie presepiali. Adottava tecniche innovative quando ancora gli altri lavoravano quasi esclusivamente gesso, tanto che i Presepi risultavano pesantissimi da spostare.

“Fra Natale e la Befana i romani vanno per Presepi”. Questo vecchio adagio, ricordato in dialetto romanesco, era un modo di dire molto usato nel secolo scorso, riassumeva il sentimento di una abitudine molto diffusa nel popolo della Città Eterna, cioè di andare a visitare il Presepio non solo nella propria Parrocchia, ma anche nelle chiese vicine. Era quasi “un rito”, ma dimostrava come la tradizione popolare avesse aspetti di interessi non solo religiosi, ma anche storici, artistici e culturali. Un rito che si è tramandato nel tempo, con il valore e il significato che il Presepio ogni anno ci ricorda.

La Parrocchia romana di Santa Maria Madre della Misericordia ai Gordiani, ha avuto il previlegio di avere per oltre 40 anni un parrocchiano, Licio Benedetti, scomparso in questi giorni a 88 anni, che ha creato per la comunità parrocchiale e per gli abitanti del quartiere di Nuova Gordiani tanti Presepi nel corso dei decenni trascorsi. Con tanta passione, con tanto impegno e con un personale stile artistico, che animato da una grande creatività riusciva ad evidenziare il valore religioso del suo lavoro nel rappresentare il Natale.

Il funerale di Licio Benedetti ha rappresentato un momento di preghiera, ma anche di ricordo di un personaggio, umile e modesto, che ha lasciato una testimonianza indelebile del suo lavoro di abile artigiano e creatore di arte presepiale. Nell’omelia, Don Stefano Meloni già Parroco ai Gordiani, che ha celebrato il funerale insieme al Parroco Don Saju Perumayan Varghese, ha ricordato i tanti aspetti dell’impegno e la grande fede nel realizzare, anno dopo anno, il semplice ma significativo atto di “fare il Presepio”. Al termine della cerimonia ci sono stati gli elogi funebri per onorare la memoria di Licio Benedetti. 

Il primo è stato quello di Peppe Tedesco, che ha richiamato uno scritto dei presepisti dell’Istituto Sant’Anna di Castelfidardo (Ancona), ove la tradizione del “fare il Presepio” è molto sentita e radicata nel territorio, nel quale si legge:” Licio è stato uno dei più grandi presepisti, conosciutissimi sono i suoi Presepi sulla Roma sparita. Tra i primi, moltissimi anni fa ad utilizzare polistirolo e cartone per realizzare le scenografie presepiali; adottava tecniche poi risultate innovative quando ancora gli altri lavoravano quasi esclusivamente gesso e i Presepi risultavano pesantissimi da spostare. Dotato di una manualità eccezionale, con le sue innovazioni ha creato modelli di lampioncini e minuterie di metallo, che oggi diverse aziende, che costruiscono Presepi, utilizzano anche per merito suo. Un commosso e sentito saluto è stato quello di Peppe Pastori e del Rappresentante dell’AIAP di Roma (Associazione Italiana Amici del Presepio).

Non si può non ricordare la partecipazione di Licio Benedetti alla decima edizione della manifestazione “Costruiamo il Natale”, promossa dal francescano padre Nicola Scarlatino, con partecipanti da tutta Italia, con artisti come Renato Marchesi di Milano, Pier Luigi Bombelli di Crema, Angela Tripi di Palermo e tanti altri. Un evento per ammirare veri e propri capolavori dell’arte presepiale, ove Licio Benedetti fece conoscere non solo in Toscana la sua arte. Un aspetto che Licio non trascurava era quello di cercare di conoscere le valutazioni e i giudizi sul suo operato, dopo aver realizzato un nuovo Presepio: si metteva quasi in disparte, vicino all’allestimento presepiale, ascoltando i commenti di chi vedeva il suo lavoro all’entrata o all’uscita dalla chiesa. Questo è utile per capire il gradimento di chi guarda il Presepio, sosteneva Licio, e raccogliere suggerimenti e osservazioni. Diversi Presepi non più utilizzati a Santa Maria Madre della Misericordia, sono stati donati ad altre comunità parrocchiali.

La scomparsa di Lucio Benedetti, definito da molti conoscenti un  grande Maestro, papà e creatore di tanti Presepi, di una parrocchia della periferia romana, ha lasciato una preziosa eredità che dovrà essere raccolta. Si avvicina l’ottavo centenario della prima rappresentazione del Presepe di Greccio, la rappresentazione vivente di quell’evento, voluto da San Francesco, era la vigilia di Natale del 1223: una ricorrenza da valorizzare da chi ama il Natale. Per molte di queste cose, in tanti Ti hanno detto: “Riposa in pace mitico Licio”. 

Marini e il libro, perchè non ripartire dal “Popolo”?

Pur prendendo atto che le cosiddette condizioni politiche sono mutate e la presenza politica Popolare non è più declinabile come un tempo, resta il fatto che questo mondo possiede tuttora uno strumento straordinario che può rappresentare, ancora e come sempre, un volano di elaborazione culturale e di proposta politica qualificata e autorevole. E questo strumento di chiama “Il Popolo”.

Alla presentazione del mio ultimo libro intitolato “Franco Marini, il Popolare” e promosso dall’Istituto Sturzo a Roma nei giorni scorsi, sono emersi spunti di grande interesse politico e culturale avanzati dai qualificati amici intervenuti. Da Rosy Bindi a Gerardo Bianco, da Pierluigi Castagnetti a David Sassoli hanno sì affrontato i temi contenuti nel libro rileggendo, seppur rapidamente, i tratti salienti del magistero politico e sociale di Franco Marini ma, e soprattutto, hanno approfondito anche i punti decisivi che da tempo campeggiano nell’area cattolico democratica e popolare del nostro paese.

Senza entrare eccessivamente nel merito della discussione – che è possibile comunque riascoltare sul canale YouTube dell’Istituto Sturzo – il nodo principale che resta al centro del dibattito è quello di capire se la presenza popolare e sociale dei cattolici italiani si debba accontentare dei risultati ottenuti sul campo – dal valore e dal riconoscimento pieno e organico dell’Europa al ruolo dello Stato sociale, dalla qualità della democrazia ai valori contenuti nella nostra Costituzione – oppure se resta ancora necessario insistere su una presenza diretta nella cittadella politica italiana.

Certo, i tempi cambiano e, come ha suggerito Castagnetti nel suo intervento parlando del libro, è un esercizio sterile, ad esempio, confrontare le “scelte politiche” di Carlo Donat-Cattin con quelle di Franco Marini per il semplice motivo che le stagioni politiche mutano rapidamente e i rispettivi contesti storici altrettanto. Se questo è vero, com’è vero, è altrettanto credibile la tesi che la dispersione di questo mondo culturale ha generato inevitabilmente l’indebolimento di questa cultura politica che era e resta decisiva per la stessa qualità della nostra democrazia e per la salute del nostro sistema politico. Del resto, tutti i tentativi identitari di questi ultimi anni – almeno dopo la fine dell’esperienza del Partito Popolare Italiano in poi ad inizio degli anni duemila – sono franati o nell’irrilevanza politica o nel fallimento elettorale. Un dato di cui, piaccia o non piaccia, occorre pur prenderne atto dopo il varo di molti progetti che non hanno più incrociato il gradimento dei cittadini elettori

Ma un dato merita di essere ripreso ed evidenziato e che è emerso dal dibattito, evidenziato da Gerardo Bianco e anche da Rosy Bindi. E cioè, pur prendendo atto che le cosiddette condizioni politiche sono mutate e la presenza politica Popolare non è più declinabile come un tempo, resta il fatto che questo mondo possiede tuttora uno strumento straordinario che può rappresentare, ancora e come sempre, un volano di elaborazione culturale e di proposta politica qualificata e autorevole. E questo strumento di chiama “Il Popolo”, cioè lo storico e nobile quotidiano attorno al quale si sono formate intere generazioni di cattolici democratici, popolari e sociali e che ha contribuito, con la sua presenza e la sua azione, a condizionare e a indirizzare il corso della politica italiana. Certo, un tema ben noto a tutti noi Popolari. Ma, come sempre capita, ci sono circostanze storiche in cui è richiesto un supplemento di riflessione e anche di iniziativa e di proposta organizzativa. Una pubblicazione che non può diventare, come ovvio, una sorta di megafono di qualche partito o, peggio ancora, di qualche corrente di partito, ma uno strumento capace di declinare i principi, i valori e il giacimento politico e culturale che affondano le sue radici nel popolarismo di ispirazione cristiana.

Ecco, se il bel dibattito dell’Istituto Sturzo per commentare il magistero e l’esperienza politica di un grande Popolare come Franco Marini servisse anche per una riflessione sul “Popolo”, potremmo dire che il confronto tra di noi è sempre e ancora necessario, indispensabile e costruttivo.

La povertà dei giovanissimi: nostra è la responsabilità e un nostro dovere contrastarla. L’opinione di Elisabetta Campus.

La povertà non è solo economica e culturale, ma anche una dimensione psicologica che attraversa nel profondo l’animo di chi la conosce e la sta patendo, a qualunque età. Perché conoscere la povertà e affrontare le rinunce che essa comporta ti lascia un segno grande e profondo specie se sei nella infanzia e nell’adolescenza.

Trieste, una giornata come tante in questo dicembre, solo che Francesca (il nome è di fantasia) per pagare le bollette di casa vende i mobili della cameretta dei suoi bambini. È sola, ha tre figli in età scolare e un lavoro precario. Questa povertà diretta della famiglia si conserverà nel ricordo dei bambini che comprendono dolorosamente che il loro spazio vitale (la cameretta) può diventare precario se le esigenze economiche della famiglia ( le bollette di luce e gas) lo richiedono. Se la mamma non ha soldi e la vita diventa improvvisamente incerta, povertà è uguale a mobili che non abbiamo più e forse chissà cosa altro ci toglieranno nel futuro. 

Francesca e i suoi figli sono un simbolo della realtà di questo nostro Paese, non del Sud alla cui povertà ci siamo ipocritamente quasi assuefatti, ma del ricco Sud Est che nasconde le proprie difficoltà nel profondo del suo tessuto sociale ed economico, e che non vuole guardare alla povertà dei giovani e dei giovanissimi, mentre giriamo la testa da un’altra parte non volendo né vedere né sentire, tantomeno fare. Eppure non poche settimane fa il rapporto di Save the Children lo aveva detto chiaramente: il 13,5 % dei giovani è povero, significa che 1 minore su 7 è in povertà relativa che comporta la riduzione della capacità di spesa della famiglia non consente di accedere alle condizioni minime per una crescita sana: meno cibo, riduzione dello studio, delle relazioni sociali, delle attività culturali e sportive; una potenzialità di crescita dimezzata.

 E questo amarissimo fenomeno colpisce anche il Nord del Paese con una incidenza che sorprende: una forbice del 12-14% (nel Friuli di Francesca il 14.2 che su una popolazione scolastica alle primarie di poco più di 45.000 studenti significa che 6.300 studenti poveri e non è poco), su cui le politiche regionali poco fanno e poco hanno fatto, e l’attenuante pandemia non riesce a giustificare l’assenza dell’attenzione delle Istituzioni per il futuro di queste generazioni. 

Ma la povertà non è solo economica e culturale ma anche una dimensione psicologica che attraversa nel profondo l’animo di chi la conosce e la sta patendo, a qualunque età. Perché conoscere la povertà e affrontare le rinunce che essa comporta ti lascia un segno grande e profondo specie se sei nella infanzia e nell’adolescenza, quando i tuoi strumenti per elaborare quello che ti accade intorno sono ancora in fase di costruzione. Lo sanno bene tutte le generazioni passate e quelle contemporanee che sono uscite da una guerra o da un grande migrazione come la migrazione economica in atto dall’Asia e dall’Africa. 

Nessuna madre e nessun padre, in verità, vorrebbe mai che i propri figli conoscano la povertà, ma se questo accade la società tutta non può voltarsi da un altro lato. Perché le famiglie con un solo genitore, con un figlio o con tanti, sono quelli che abbiamo lasciato indietro nei nostri piani per un futuro migliore; e lo abbiamo fatto anche inconsciamente e senza una vera e propria cattiveria e piccineria piccolo borghese che tiene stretto il proprio piccolo gruzzoletto senza curarsi degli altri, semplicemente abbiamo creduto che non fosse un problema strutturale della nostra società ma un temporaneo effetto economico, la cui soluzione abbiamo lasciato alle regole del mercato ( tra tutte la più semplice e che prima o poi questo genitore un lavoro lo avrebbe trovato). Ma così facendo abbiamo condannato i loro figli, che sono il futuro di tutti noi. Quel futuro a cui lasciamo il debito alto del PNRR con il quale stiamo disegnando il nostro breve presente. 

Allora prima di ogni azione il nostro dovere e la nostra responsabilità di uomini e donne va al loro futuro, affinché possano dire che si sono stati poveri ma accanto al loro papà e alla loro mamma, c’eravamo tutti noi, quelli che stanno nelle Istituzioni e quelli che fanno volontariato, e quelli che semplicemente per gli altri ci sono e basta. 

 

Elisabetta Campus – Giustizia e civiltà solidale. Centro studi popolari europei.

L’Africa in cima all’agenda di politica internazionale. Il punto di don Giulio Albanese (L’Osservatore Romano).

L’Africa è storicamente un continente contendibile per le sue straordinarie risorse umane e naturali. Fino a che punto i governi africani e la stessa Ua saranno in grado di far valere il principio che il proprio continente, nel suo complesso, deve essere protagonista del proprio sviluppo?

Lo spazio di manovra dei governi africani è ancora fortemente condizionato non solo dagli effetti globali della pandemia covid-19, ma anche da una crescita economica più lenta del previsto e dal pesante fardello dell’indebitamento. Ciò nonostante l’agenda politica africana continua ad essere densa di appuntamenti di alto profilo.

Ad esempio, lo scorso ottobre si è svolto nella capitale rwandese Kigali il 2° meeting ministeriale Unione africana (Ua) – Unione europea (Ue), una riunione propedeutica in vista del 6° Summit Ua-Ue, previsto per il prossimo mese di febbraio a Bruxelles.

Durante l’incontro di Kigali, si è discusso su vari temi che hanno riguardato in particolare l’impegno per contrastare la pandemia, gli investimenti nelle transizioni digitali e green, la pace, la sicurezza, la governance globale e la mobilità umana. A questo punto gli occhi sono tutti puntati sul vertice di Bruxelles che dovrebbe rappresentare l’occasione propizia per meglio definire il futuro del partenariato tra i due continenti, dando risposte convincenti alle nuove sfide poste dall’emergenza pandemica. Vi è poi il tema della mobilità umana dalle coste africane, tanto caro a Papa Francesco, che merita risposte coraggiose in una stagione della storia umana profondamente segnata dalle diseguaglianze.

Nel frattempo, dal 28 al 30 novembre, si è svolto, nella capitale senegalese, Dakar, il Forum on China – Africa Cooperation (Focac), un evento triennale ormai alla sua ottava edizione. Si è trattato di un appuntamento particolarmente rilevante per il continente africano. Definito come un high-level forum — un mix tra un incontro a livello ministeriale e un vertice — l’iniziativa è servita a dare nuovo vigore alle relazioni sino-africane. A questo proposito sono state conseguite importanti intese sul programma sanitario e di salute pubblica — soprattutto per quanto concerne il contrasto al covid-19 — così come sul programma di riduzione della povertà, di promozione degli investimenti esteri e di contrasto al cambiamento climatico.

Il governo di Pechino ha deciso di sostenere il progetto della Great Green Wall — la Grande Muraglia Verde, da realizzare nel territorio del Sahel, di cui peraltro abbiamo già parlato ampiamente in questa rubrica — lanciata nel 2007 dalla Ua per contrastare il riscaldamento globale. È bene rammentare che il partenariato sino-africano, fin dagli esordi, ha dato un impulso notevole allo sviluppo infrastrutturale in Africa, dando nuova linfa alla Belt and Road Initiative (Bri), la nuova via della seta, ufficialmente inaugurata nel 2013, il cui valore stimato — per volume di scambi avvenuti dopo la sua istituzione — ha toccato i 4 miliardi di dollari Usa. Naturalmente il cammino è ancora lungo perché ciò che è ancora carente in Africa sono proprio le hard infrastructure — come porti e strade — cui la Ua e il governo di Pechino stanno lavorando congiuntamente con l’intento di rendere operativa l’African Continental Free Trade Agreement (Afcfta). Si tratta di un’iniziativa panafricana, inaugurata ufficialmente lo scorso gennaio, volta a creare un’area di libero scambio interna al continente, con lo scopo di supportare l’industrializzazione nel continente africano.

Da rilevare che la Turchia, in quanto potenza emergente, non intende stare alla finestra a guardare e sta rafforzando la propria politica in Africa con molteplici iniziative. Lo scorso ottobre il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha intrapreso un viaggio che lo ha portato in Angola, Nigeria e Togo. Poco dopo si è svolto ad Istanbul il Turkey-Africa Business Council Meeting, al quale hanno partecipato oltre trenta ministri e diversi rappresentanti di organizzazioni regionali africane. Mentre proprio oggi si apre a Istanbul il 3° summit Turchia-Africa, sul tema «Partenariato rafforzato per lo sviluppo comune e la prosperità», a conferma che Ankara vuole restare ben posizionata nel continente africano, avviando una nuova fase nelle relazioni della Turchia con la Ua e i Paesi africani.

Non è un caso se il numero delle ambasciate turche in Africa è passato da 12 del 2002 alle attuali 43, con una di prossima apertura in Guinea-Bissau. Il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, intervenendo in una conferenza stampa il 30 settembre scorso, ha affermato che l’approccio della Turchia all’Africa si basa sul principio delle «soluzioni africane ai problemi dell’Africa». Rilevando che la Turchia è stata un partner strategico della Ua dal 2008, Çavuşoğlu ha precisato che il suo governo «mira a sostenere gli sforzi di sviluppo dell’Africa e ad aumentare le relazioni commerciali, culturali e umane».

Ma attenzione, anche gli Stati Uniti hanno deciso di rilanciare la propria presenza in Africa. Nel quadro di un rinnovato interesse di Washington per il continente africano, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, il mese scorso, ha compiuto una missione diplomatica di ampio respiro in alcuni Paesi africani, la prima nel continente dalla sua entrata in carica. Una visita, quella del capo della diplomazia statunitense, che lo ha visto fare tappa prima in Kenya, poi in Nigeria e a seguire in Senegal, con l’intento — più o meno esplicito — di riaffermare una presenza statunitense nel continente che, soprattutto negli ultimi anni, sembrava essersi affievolita, lasciando spazio ad altri attori internazionali. L’obiettivo di fondo degli Stati Uniti è quindi quello di elevare il proprio profilo come protagonista di primo piano nelle iniziative regionali e internazionali per ripristinare la pace e promuovere la democrazia nella macroregione africana. Di particolare rilevo è stato l’annuncio, formulato nella capitale nigeriana Abuja, della volontà, da parte del presidente Usa Joe Biden, di organizzare il prossimo anno un vertice con i leader africani per dimostrare il rinnovato impegno di Washington nel continente. «Il presidente Biden intende ospitare il vertice dei leader Usa-Africa per guidare il tipo di diplomazia e di impegno di alto livello che possono trasformare le relazioni e rendere possibile una cooperazione efficace», ha affermato Blinken nel suo discorso pronunciato nella sede della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas). Il segretario di Stato Usa si è anche fatto interprete del disagio che viene avvertito nei circoli della diplomazia africana in riferimento alla parcellizzazione degli interessi stranieri in Africa. Ha infatti riconosciuto che molti governi africani «temono che in un mondo di rivalità più acute tra le maggiori potenze saranno costretti a scegliere».

A questo proposito ha detto con chiarezza: «Non vogliamo farvi scegliere. Vogliamo darvi delle scelte», ricordando che gli Stati Uniti hanno finora fornito più di 50 milioni di dosi di vaccino contro il covid-19 in Africa «senza alcun vincolo» e che altre forniture sono in arrivo, oltre ad aver erogato oltre 1,9 miliardi di dollari in assistenza per finanziare aiuti alimentari di emergenza e altri aiuti umanitari in tempo di pandemia.

Da rilevare, comunque, che anche la Russia intende riaffermare la propria presenza in Africa. In vista del secondo vertice Russia-Africa, previsto per ottobre-novembre 2022 ad Addis Abeba, in Etiopia, è stato istituito un consiglio di coordinamento sotto l’egida del Segretariato del Forum del partenariato Russia-Africa (Rapf). Anche il governo di Mosca è molto interessato a sostenere l’Afcfta, facendo anche leva su due documenti firmati durante il precedente vertice di Sochi, vale a dire il Memorandum d’intesa tra il governo della Federazione russa e l’Unione africana sui principi fondamentali delle relazioni e della cooperazione e il Memorandum d’intesa tra la Commissione economica eurasiatica e l’Unione africana sulla cooperazione economica. Naturalmente l’interesse nei confronti dell’Africa riguarda anche altri attori come le monarchie del Golfo, il Pakistan, l’India, l’Iran, Israele e tanti altri. Una domanda però, a questo punto, sorge spontanea: l’Africa è storicamente un continente contendibile per le sue straordinarie risorse umane e naturali. Fino a che punto i governi africani e la stessa Ua saranno in grado di far valere il principio che il proprio continente, nel suo complesso, deve essere protagonista del proprio sviluppo? Il quesito è centrale perché bisognerà verificare in che termini per gli stati africani le relazioni con il mondo esterno saranno effettivamente un fattore qualificante nel processo di transizione verso una maggiore stabilità e una migliore governance.

Per dirla con le parole di Papa Francesco, serve un approccio più responsabile, all’insegna del «multilateralismo come espressione di un rinnovato senso di corresponsabilità globale», non escludendo, come spesso accade, i poveri e i più vulnerabili.