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Draghi, ovvero una “politica di centro”.

Una certa “cultura della mediazione”, propria della cultura cattolico democratica e cattolico popolare, ha trovato nell’attuale Premier il suo alfiere principale.

 

 

Giorgio Merlo

 

Da molte parti si invoca la necessità di ricercare la sintesi politica, la capacità di saper far convergere le varie forze politiche attorno ad un obiettivo comune e la necessità di superare quella radicalizzazione della lotta politica che resta il vero tallone d’Achille per una buona politica. Elementi che, purtroppo, non sono così comuni in un clima politico ancora purtroppo caratterizzato dal populismo, dal trasformismo e dall’opportunismo politico e parlamentare.

 

Eppure, questa capacità di ricercare la sintesi politica attraverso la storica e sempre attuale “cultura della mediazione” di derivazione cattolico democratica e cattolico popolare, ha trovato proprio nell’attuale Premier, Mario Draghi, il suo alfiere principale. Un’azione, quella di Draghi, che ha saputo riscoprire – seppur in un contesto difficile e quasi unico dove i partiti hanno clamorosamente smarrito la loro funzione e soprattutto la loro credibilità – quella caratteristica che era e resta decisiva per esercitare una credibile azione di governo.

 

Ora, è persin ovvio ricordare che il “centro” politico e di governo si sostanzia anche e soprattutto di quella cultura e di quella prassi. E proprio un tecnico autorevole e qualificato a livello internazionale ha saputo declinare concretamente quella cultura e quella “politica di centro” che restano decisive per superare i problemi e indicare delle soluzioni. Cioè, ha saputo svolgere quel ruolo politico che molti invocano e auspicano nel frastuono della politica contemporanea. Perchè è del tutto evidente che non posso più essere la radicalizzazione del politico permanente la soluzione miracolistica ai problemi che il nostro paese si trova dinnanzi.

 

L’esaltazione di un finto bipolarismo che poi è degenerato in uno smaccato trasformismo politico e parlamentare ha contribuito in modo potente ad indebolire la qualità della politica da un lato e ad ingigantire il ruolo delle estreme dall’altro. E, non caso, sono state proprio le formazioni populiste e demagogiche quelle a nuotare con maggiore destrezza in questo mare di degrado politico e civile.

 

Ora, in vista delle prossime elezioni politiche generali e dopo l’azione concreta di questo governo, e nello specifico del suo Presidente, forse sarà possibile dar vita a quella “politica di centro” che resta l’unica carta per battere alla radice la radicalizzazione della attuale dialettica politica italiana. Una cultura di centro che, come emerge in questi mesi, non è soltanto una tecnica parlamentare o una forma astratta di governo ma risponde, al contrario, ad un metodo democratico e ad una autentica cultura politica.

Tranfaglia mise sotto accusa De Felice. Anche lui dava spazio a un pregiudizio ideologico. Oggi sappiamo chi aveva ragione.

Una breve riflessione, a metà tra ricordo personale e ricostruzione storica, permette all’ex europarlamentare di ristabilire un giudizio equanime sulla figura del grande studioso del fascismo.

 

Silvia Costa

 

La scomparsa di Nicola Tranfaglia ha spinto a ricordare la polemica che l’oppose a Renzo De Felice, colpevole ai suoi occhi di favorire, nei difficili anni ‘70, una lettura pericolosa del fenomeno fascista. Erano forti le tensioni nell’Italia di quel periodo. Tuttavia, a distanza di molto tempo, emerge ancora più nitidamente il valore di De Felice, in origine di cultura marxista, attaccato per la libertà del suo lavoro intellettuale.

 

Mi piace, in questa circostanza, rendere una piccola testimonianza. Mi sono laureata a La Sapienza proprio con De Felice, all’epoca già riconosciuto per la qualità dei suoi studi: era un interprete autorevole della lezione di Federico Chabod. Quando nel 1972 gli proposi una tesi sul sindacato cristiano tra il 1918 e il 1926 – nella sostanza sulla gloriosa CIL di Valente e Grandi – accadde che lui, benché fosse di simpatie repubblicane, si dimostrò alquanto interessato al tema.

 

Da quel momento, infatti, mi ha seguito con dedizione e convinzione perché riconosceva che si trattava di un “opera pionieristica” rispetto alla più conosciuta e approfondita storia del sindacalismo socialista e/o marxista. Volevo dimostrare che c’era stato un movimento di ispirazione cristiana, popolare, interclassista e democratica, che aveva operato nel solco del riscatto sociale arricchendo la complessa esperienza sindacale; un sindacato che visse sulla sua pelle gli anni della repressione ad opera delle squadracce fasciste e che dopo la legge Rocco non aderì, in larghissima parte, all’invito sotto forma di suggerimento del Card. Gasparri affinché i cattolici dessero prova di lealtà verso il sindacato unico voluto dal Regime.

 

Una breve nota per concludere. L’opera di De Felice sul fascismo e le sue cause, nonché sulla larga adesione che registrò nel Ventennio, scatenò appunto le accuse di molti intellettuali del tempo che arrivarono a parlare di “sindrome di Stoccolma”, come se egli si fosse lasciato prendere o peggio ammaliare dalla sua stessa indagine. Accuse infondate e ingenerose, oltre che ideologicamente connotate, tanto che oggi i suoi studi rappresentano una pietra miliare nell’ambito della ricerca storiografica. Alla lunga De Felice ha avuto ragione.

Si è fatta sera e squilla la tromba del rinnovamento: la disunione non può essere il dogma civile dei cattolici.

Non sfugge che siamo di fronte ad un possibile giro di boa epocale, ontologico ed esistenziale, uno scivolamento verso il nichilismo individuale e sociale, la fine di unepoca, il tramonto di una civiltà. Perciò la risposta della politica implica ed esige un soprassalto di virtù e coraggio.

 

Francesco Provinciali

 

Dopo la fine del partito unico dei cattolici è finita anche la loro presenza politica o rimane qualcosa di quei principi, di quei programmi, di quei valori che avevano ispirato tanta parte della storia recente di questo Paese?

 

E dopo il tramonto del collateralismo con le associazioni, con i cenacoli culturali, con il mondo del volontariato, con lo stesso sindacato, dove può trovare spazio e collocazione – se mai esiste ancora – una dottrina sociale ispirata ai principi della giustizia e della carità, dell’equità e dell’etica dei comportamenti?

 

A guardarsi in giro è difficoltoso distinguere, anche stropicciandosi gli occhi: retaggi, rimpianti, ricordi danno sostanza ad uno sparigliamento che assomiglia più al limbo dell’indeterminato di quanto non rendano l’idea di una compattezza nobilitata da connotazioni qualificanti.

 

E serve ancora a questa Italia del terzo millennio che i cattolici si rimbocchino le maniche e si diano da fare per partecipare con fattivo e concreto contributo a definire e magari guidare ancora un modello di società, a traghettare il salvabile di una stagione finita e lontana – ma che non merita di essere demonizzata – oltre le secche di una palude, come quella attuale, affidata più alle cronache spicciole di giornata, agli aneddoti pruriginosi, alle squallide diatribe di palazzo e agli inciuci tipici del peggiore trasformismo nazional-popolare?

 

Destra e sinistra – a un tempo alibi e miti di un bipolarismo sui generis, più preoccupato di rivendicare il principio di alternanza che di sostanziarne le idee – hanno diviso e separato i cattolici in nome di ragioni diverse, che gli apparentamenti politici con gli alleati di coalizione hanno poi reso sovente inconciliabili con le origini.

 

Possiamo dire che molta parte dei cattolici oggi impegnati in politica hanno svenduto a buon mercato le loro idee? A conti fatti sì, possiamo dirlo.

 

Se n’è accorta da tempo anche la Chiesa, suo malgrado accomodante verso certi adattamenti al nuovo che avanza e attenta a non mischiare fede e ragion di stato in nome di una laicità che è patrimonio culturale condiviso.

Ma non è venuta meno la Chiesa: hanno mancato, arrabattandosi di qua e di là con disinvolte capriole, coloro che – dopo lo sconquasso degli anni novanta, si sono arrogati il compito di traghettare principi e valori, mostrandone spesso il lato peggiore.

 

Eppure questioni aperte ce ne sono e il contributo del cattolicesimo sociale potrebbe essere determinante: l’etica in politica, innanzitutto, la famosa e ormai retorica ‘questione morale’, la vivibilità dei contesti urbani, i flussi migratori, le difficoltà del vivere sociale, il problema del lavoro e della casa, la nobilitazione del merito, la dignità della giustizia, il dovere della carità.

 

E in questo periodo di timori e turbolenze, in cui si accentua e diventa una preoccupazione preponderante il lento e lungo processo di sgretolamento dell’identità che ha attraversato tutto il ‘900, il tema della sessualità e della cangiante appartenenza di genere, l’emergenza dilagante dell’omofobia come espressione della violenza simbolica ma dietro ad essa anche molti malcelati pretesti per confondere la specificità dei ruoli genitoriali, la messa in discussione della famiglia tradizionale, la pedagogia gender che entra in modo strisciante nella scuola e introduce il principio del situazionismo sessuale deprivato – appunto – dall’identità naturale, il sentirsi in modo diverso e il poter essere mutanti per un semplice atto di volontà, in realtà una decadenza verso l’ibrido sessuale cangiante e defedato. E la scuola come istituzione che si fa garante di questo sfacelo identitario, in nome di un assurdo e insostenibile “principio di realtà”.

 

Spiace, turba, confligge pensare e vedere che molti sedicenti cattolici si impegnano con più fervore su altri campi, se ne sono accorti da tempo anche i vari Presidente della CEI che hanno posto il problema di una nuova classe politica dove l’impegno civile e sociale del cristianesimo trovi una concreta collocazione.

 

Non sfugge che siamo di fronte ad un possibile giro di boa epocale, ontologico ed esistenziale, uno scivolamento verso il nichilismo individuale e sociale, la fine di un’epoca, il tramonto di una civiltà.

 

I tempi si fanno bui, troppo di quello che ci compete risulta disinvoltamente possibile, aggiustabile, riciclabile: una concezione machiavellica del potere dove la preoccupazione principale è di trovare spazio per succedere a se stessi.

 

Anche alla politica locale – ovunque essa si materializzi -. si potrebbe chieder conto di ciò che qualifica una presenza personale ispirata ai valori del cattolicesimo.

 

Chiediamo a Voi, signori politici che fate professione di fede: fino a quando siete disposti ad essere di buon esempio affinchè l’elettorato cattolico si riconosca in voi, in ciò che dite e – soprattutto – in ciò che fate?

 

Troppi cedimenti, troppi compromessi al ribasso, il mettersi a lato e fuori dai problemi reali del Paese, forse neppure percepiti, il collocarsi al di sopra della società civile che non condivide le vostre priorità ed avrebbe urgente bisogno di una guida salda, emotivamente rassicurante, concreta.

 

Di fermento ce n’è, in giro, da tempo. Si è fatta sera e squilla la tromba del rinnovamento. Quando pensate possa giungere l’ora di passare la mano?

Cerri discorsi contro i vaccini fanno disperare sulla capacità di vincere la lotta alla pandemia. È nostro dovere tenere la barra dritta.

Rimangono ancora nella memoria collettiva i lutti prodotti dalla spagnola”. Si propagò in ogni dove nel mondo, non fu epidemia circoscritta ad un territorio. Come un secolo fa scontammo difficoltà e insufficienze, oggi possiamo viceversa purare nelle risorse della scienza.

 

Raffaele Bonanni

 

In questi ultimi tempi giornalmente si parla di vaccinazione, e naturalmente ognuno ha qualcosa da dire, da pensare e da decidere su questo importante e delicato argomento. Intanto si è generata una bolla mediatica come succede spesso su temi di grande attualità; la politica immancabilmente vi irrompe dentro, non sempre rendendo più semplice valutazioni e decisioni private e pubbliche. Quello che stupisce nel dibattito è la mancanza di profondità come meriterebbe la complessa questione.

 

È come se fossimo alla prima ed inedita esperienza di vaccinazioni; come se pandemie ed epidemie fossero estranee alla esperienza storica dell’umanità. Già nel XIX secolo la vaccinazione contro il vaiolo risparmiò moltissime vite e nel Regno Unito, ad esempio, fu necessario renderlo obbligatorio. Poi nel tempo si svilupparono altri vaccini: contro il morbillo, tubercolosi, sifilide, ed altre infezioni, fino ad arrivare alla vaccinazione della poliomielite, che fino alla fine degli anni ‘50 mieteva vittime ed invalidava molti bambini. Mi ricordo ancora le vaccinazioni a cui fui sottoposto; le autorità decisero ed organizzarono gli eventi per la immunizzazione nella consapevolezza comune della loro indispensabilità; le famiglie e i giornali collaborarono con entusiasmo; orgogliose si mostrarono le forze politiche per tanta efficienza, segno di civiltà che quel servizio attestava. Insomma tutti vivevano quegli accadimenti come un occasione per evitare, grazie all’intervento dello Stato, grandi pericoli personali e collettivi.

 

A nessuno, né a singoli cittadini né ad associazioni sociali e politiche veniva in mente di alimentare dubbi rispetto alla immunizzazione, né tanto meno veniva a medici e specialisti in genere, di confutare l’efficacia o la pericolosità della inoculazione del preparato. In definitiva la percezione e convinzione su cui poggiavano le certezze, era che ci si trovava di fronte ad un rimedio per scampare un pericolo che poteva sicuramente arrecare gravi danni alla salute, un mezzo in grado di neutralizzare un grave rischio per la perdita della vita stessa delle persone.

 

Rimangono ancora nella memoria collettiva i lutti prodotti dalla “spagnola” un secolo fa. Anch’essa fu pandemia, infezione che si propagò in ogni dove nel mondo, e non epidemia circoscritta ad un territorio. Non si trovò alcun vaccino da contrapporre, e le vite perse furono ben 80 milioni e più. Dunque, anche in questa esperienza del Covid, dovremmo vivere con grande interesse le opportunità che la scienza ci offre come toccasana; senza riserve in quanto ci dà la possibilità di rimediare a situazioni che l’umanità di volta in volta si trova a fronteggiare. La storia ci insegna che nel lungo viaggio dell’impegno della scienza per affrancare le persone dalle avversità, gli intralci della superstizione e della istigazione alla sfiducia sono stati sempre presenti, come è appunto accaduto in questa pandemia.

 

All’inizio è stata negata, poi di fronte alla evidente pericolosità è stata classificata come complotto, per poi entrare nel campo dell’opinabile in quanto a rimedi da allestire; come  se ognuno vivesse per conto proprio e non in un corpo unico. Dunque, in costanza di un impegno non ordinario delle istituzioni, di medici infermieri, volontari e cittadini tutti coinvolti in questa pandemia, alla stregua di altre epoche, ci tocca comunque scavalcare una serie di fastidiose difficoltà. Ed allora affrontiamo il profluvio di contrarietà, come ci succede talvolta al bar, ascoltando discorsi fuori luogo. Non è il caso di replicare ad ovvietà così evidenti, semmai conta affrontare la vita con maggiore serenità e determinazione, tenendo i piedi ben piantati a terra e la testa rivolta alla storia del progresso della umanità.

Draghi e il ritorno della politica. Per educare, non per compiacere.

“L’appello a non vaccinarsi è lappello a morire. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire. Non ti vaccini, contagi, lui o lei muoiono.” (Mario Draghi, Conferenza stampa, 22 Luglio 2021).

 

Antonio Payar

 

 

Una sequenza di quattro periodi asciutti, in tutto una ventina di parole, ciascuno terminante con il verbo morire, presentato come finale sicuro di un declamare, ritenere, opinare, agire profondamente sbagliati. Questo l’intervento asciutto e severo di Mario Draghi.

 

Non si tratta di una persona chiamata a sistemare i conti o a far valere la stima mondiale di cui gode (per poi ciascuno ripararsi dietro, e rimanere accomodati nell’atavica pigrizia intellettuale; come scrive Sebastiano Vassalli, l’italiano è quello che chiamato da Dio nel giorno del Giudizio Universale risponde: “Chi, io?”).

 

No, qui si tratta della ricomparsa a trecentosessanta gradi di un governante educatore come agivano non pochi ai tempi in cui i partiti non erano solo combutte di interessi ma anche grandi aree ideologiche, con tutta la nobiltà di questa parola: un sistema di pensiero e il primato del domani; allora… _quando sembrava che il futuro avesse ancora un avvenire_, e quindi si doveva fare politica per farlo ‘accadere’.

 

Ma in questa micidiale sequenza di Draghi c’è di più: c’è la dimostrazione che spesso la verità non è una cosa per moderatismi, per insulsi ‘buon senso’ (Draghi va in TV e parla di cimiteri sicuri), per viedimezzo e di mezzucci, per annacquare con le Ragioni Penultime (il Pil, gli sbilanci, etc.) le Ragioni Ultime (la morte, che ne è di me?) che il Covid ha ‘imposto’ nel mondo. È un messaggio che riavvolge la bobina e si ferma sui fotogrammi di metà Marzo 2020 a Bergamo, con la processione notturna dei camion militari e delle bare.

 

Una lezione che dimostra che governare sugnifica guidare e non solo assecondare, e per guidare serve la Storia (col presente e basta non ci fai nulla). Ma è anche un messaggio che proprio perché ‘osa’ il vivere e il morire, si pone come paradigmatico della portata profondissima della sfida che il Covid ha posto non solo al nostro modello di sviluppo ma anche alle ragioni antropologiche e, bisogna dirlo con forza, spirituali, al Senso, che abbiamo messo in gattabuia in nome di prestazioni da incasso monetario certo (l’unica cosa propalata come ‘concretezza’…) e ovviamente infelicità sicura.

 

La radicalità filosofica dei quattro periodi esplicitati bruscamente da Draghi è appunto la dimostrazione di un pensare-agire già post-Covid perché non ‘aggiusta’ la sfida ma la guarda per quello che interamente è, finendo su una domanda esclusivamente personale e ineludibile: Io, cosa voglio per me e i miei figli domani?

 

Perché non si riparte da noi ma da io. Diverso, interrogato e desiderante.

La Treccani stila un elenco di romanzi imperdibili e vi inserisce “La coscienza di Zeno”

La lista, ideata con la supervisione scientifica e il sostegno della Fondazione per l’arte e la cultura Lauro Chiazzese,  propone 10 romanzi da riscoprire e rileggere per conoscere il Novecento. Per ogni romanzo la Treccani mette a disposizione una breve analisi dell’opera.

 

Redazione

 

La coscienza di Zeno è il romanzo psicoanalitico di Italo Svevo pubblicato nel 1923.

 

L’isolamento dell’io si approfondisce nel terzo romanzo, che fa di Svevo uno dei grandi maestri del personaggio vociferante e solitario, discendente del dostoevskiano «uomo del sottosuolo». Durante il viaggio di nozze a Venezia, la moglie di Zeno Cosini ammira scorci di giardini e campanili vibranti nell’acqua.

 

«Io, invece, nell’oscurità, sentivo, con pieno sconforto, me stesso» ricorda Zeno (La coscienza di Zeno, cit., p. 157). Questa è la situazione sorgiva della Coscienza: un uomo ironico e sempre più solo studia sé stesso e gli effetti prodotti su di lui dagli altri (la trama dei traumi, le «lesioni» ricevute o, più raramente, inflitte). L’impulso che lo muove è una domanda: chi sono io? Per assisterlo l’autore gli mette in mano «la scienza per aiutare a studiare se stesso» (Soggiorno londinese, in Teatro e saggi, cit., p. 893): la psicanalisi. Nasce così uno dei romanzi più singolari del Novecento, capace di assorbire la teoria freudiana a diversi gradi di profondità, convertirla in racconto e poi metterla in scacco, insieme al racconto stesso. In sintonia con le sperimentazioni della letteratura del suo tempo, ma in modo meno esibito e più sottile, la sua forma congeda la tradizionale linearità della trama romanzesca: affianca un testo-cornice (la Prefazione del dottor S.), l’autobiografia di Zeno – che segue un ordine policentrico ed episodico più che causale e cronologico, e si dissemina di riflessioni e aforismi – e infine il suo diario.

 

Ciascun testo smentisce gli altri, destando sospetti su ogni pagina. E tuttavia il protagonista ci persuade ad addentrarci nell’opera prendendo sul serio il suo «proposito» più grande: scrivere per conoscersi e ottenere la «salute», cioè una vita più felice e buona (ne ha molti altri, tutti disattesi, tra cui smettere di fumare). Zeno però, che vuole cambiare, non fa che ripetersi; e anche con la verità cui aspira ha un rapporto complesso: «Ricordo tutto, ma non intendo niente» (La coscienza di Zeno, cit., p. 32).

 

 

Come molti romanzi modernisti, la Coscienza vuole essere non solo una semplice storia, ma soprattutto un’«avventura intellettuale», per usare l’espressione scelta da Musil per Der Mann ohne Eigenschaften (1930-1942; trad. it. L’uomo senza qualità, 2 voll., 1956-1962): si incentra sull’imperativo del ‘conosci te stesso’, di cui i fatti narrati non sono che l’oggetto molle ed evanescente. Dalla psicanalisi Svevo trae innanzitutto il paradigma del racconto rammemorante allo scopo di fare luce sul senso dell’agire umano; un agire compulsivo, oscuro e posseduto dal desiderio (il romanzo è intriso di eros), ma proprio per questo bisognoso di essere interpretato. Eppure l’opera è anche avvolta di ambiguità e segretezza: convivono in Zeno, ossimoricamente, una tensione allo «studio» e una all’occultamento. Come gli altri protagonisti sveviani, anche Zeno è incline all’autoinganno. Ed è sepolto nel linguaggio, di cui teorizza in più luoghi la natura falsa e potente, che lo spinge a preferire al dialogo il silenzio: «Le parole bestiali che ci lasciamo scappare rimordono più fortemente delle azioni più nefande», avverte; «la stupida lingua agisce a propria e a soddisfazione di qualche piccola parte dell’organismo […] si muove sempre in mezzo a dei traslati mastodontici» (p. 283).

 

Ma non si tratta solo di questo. Intelligentissimo, Zeno si muove con imbarazzo e inquietudine, ma anche con ironia e «leggerezza incredibile»: vacilla e glissa. Il suo mondo è fluido e vi troneggia un nuovo edificio: la Borsa del Palazzo del Tergesteo, il luogo della speculazione e del gioco (gli sfondi sveviani sono sempre insieme realistici e astratti, semantici). E Zeno gioca, come un attore in maschera e come un giocatore d’azzardo che si abbandona al caso e vince misteriosamente.

 

Perciò troviamo in lui anche un consapevole ricorso, e un diritto rivendicato, alla falsificazione e al non sapere: mente, inventa, trascura, omette. Di alcune sue storie, per esempio, afferma: «Erano vere dal momento che io non avrei saputo raccontarle altrimenti. Oggidì non m’importa di provarne la verità» (p. 82).

 

Tra le cose che Zeno cerca a lungo di ignorare ne spicca una: la guerra. La Coscienza fa parte delle opere capitali della cultura europea degli anni Venti-Trenta che portano inscritto, a loro fondamento, lo shock del conflitto mondiale: Der Zauberberg (1924; trad. it. La montagna magica, 1932) di Mann, Der Mann ohne Eigenschaften di Musil, Die Schlafwandler (1931-1932; trad. it. I sonnambuli, 1960) di Broch, Jenseits des Lustprinzips (1920; trad. it. Al di là del principio di piacere, 1974) di Freud. Ma qui la guerra entra alla chetichella, come Zeno che la incontra vagabondando per la campagna nell’ultimo capitolo del romanzo. Ne riceve i segnali e li nega, e abbraccia con inedita ma sinistra gioia la sua vita proprio lungo le rive dell’Isonzo («seppi sorridere alla mia vita ed anche alla mia malattia […] le amai, le intesi!», p. 401). E se in Der Zauberberg Castorp avanza sublime nel fango dei campi di battaglia cantando la Winterreise, Cosini ci capita per sbaglio e ha un solo grande problema: come attraversare la linea del fronte per tornare a casa e «arrivare finalmente al [suo] caffelatte». È tipico dei mondi sveviani – in questo davvero freudiani – che si possa incappare in avventure inaudite mentre ci si appresta a sorbire un caffè; Svevo inverte le maiuscole e le minuscole: se il quotidiano si ingigantisce in tic nevrotici onnipotenti (si soggiace a forze incoercibili che hanno le dimensioni di una sigaretta), gli eventi e i problemi più enormi si aggirano con ostentata noncuranza tra le pieghe della banalità, «come i principi dell’opera travestiti da mendicanti» (J. Breuer, S. Freud, Studien über Hysterie, 1895, in S. Freud, Gesammelte Werke, 1°vol., 1952, p. 282).

 

Il capolavoro sveviano delle inversioni e delle ambivalenze concettuali è l’ultimo capitolo della Coscienza. Qui Zeno affida al suo diario temi di riflessione densissimi: si dichiara sano in quanto felicemente incurabile e rifiuta la psicoanalisi come terapia; celebra l’incompiutezza dell’essere umano («ha da moversi e battersi e mai indugiarsi nell’immobilità»); decreta l’infermità del mondo e ne predice la scomparsa. E soprattutto fa scomparire sé stesso: difende a lungo l’intrinseca falsità di tutto ciò che finora ha raccontato, abolendo in poche pagine l’intero romanzo che le precede e deridendo la credulità del dottor S. («quel bestione»), che lo incoraggiava a scrivere per «vedersi intero».

 

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Controllare, cosa significa in concreto? Alla responsabilità dei cittadini deve far seguito una ‘regola’ delle istituzioni. Serve la politica.

I controlli consentono di discriminare i corrotti dai corretti e insegnano come prevenire e migliorare. Invece di controllare, in questi anni di furia antipolitica abbiamo solo scambiato il controllo con la denigrazione, umiliando il lavoro di chi fa politica. È il triste lascito di Mani Pulite.

 

Mariapia Garavaglia

 

L’etimologia ci aiuta a inquadrare il pensiero che si vuole esprimere: dal francese contrôler, contre (contro) e rôle (registro), dal latino: rotulus (rotolo). Avere un registro, un rotolo per avere tutto scritto, indica la volontà di verificare.

 

Il controllo è un atto dell’intelligenza che analizza e cerca di capire come si svolge – come si ‘srotola’ – una attività per giudicare se la sua finalità è stata raggiunta e come. Quindi il controllo ci riguarda e si manifesta soprattutto quando si rivolge a fatti che toccano la vita comunitaria. Il controllo più importante, efficace e delicato è pilastro della democrazia. È il controllo dei cittadini sul funzionamento delle istituzioni e sulla attività dei propri rappresentanti.

 

Ma attualmente il dibattito verte sulla crisi della democrazia rappresentativa. Mi sento come chi si chiede se sia nato prima l’uovo o la gallina. Infatti la partecipazione politica è ai minimi storici, l’assenteismo alle urne è in continua crescita, la reputazione dei politici inficiata da pregiudizi volutamente divulgati. Un partito che è ancora maggioritario in Parlamento, in forza del successo elettorale del 2018 è nato sull’assunto di una denigrazione generale dei meccanismi della democrazia: “vaffa”, uno vale uno, democrazia diretta con votazioni a clic, qualsiasi sia il numero dei votanti, ecc. Non è attribuibile solo a quel partito l’attuale condizione della apatia, quando non disprezzo, nei riguardi dei politici: qualche cosa deve esserci stato all’origine.

 

Con la stagione di Mani pulite si è avviata una continua delegittimazione della politica, perché i messaggi alla opinione pubblica erano indiscriminati, senza distinzione fra corrotti e politici onesti, leali e competenti. Più facile fare di ogni erba un fascio. Si dimenticò la stagione in cui i politici furono vittime della furia terroristica. “Sono tutti uguali” è una offesa inaccettabile perché mai si dovrebbe usare un giudizio senza appello verso qualsiasi cittadino: tutti evasori, tutti disonesti? È stato un modo per allontanare soprattutto i giovani. Il “vaffa” di Grillo fu preparato da anni di propaganda, anche di grandi quotidiani nazionali e talk show televisivi, affidando a famosi giornalisti di scovare le poche sacche di privilegio e le malefatte di qualche politico ad ogni livello, dai sindaci e consiglieri regionali fino a parlamentari e ministri.

 

Quanto sarebbe stato più utile al Paese fare pulizia e chiarezza attraverso gli organi deputati al controllo. Il nostro è un Paese che non ama i controlli…Il controllo ha valenza giuridica, tecnica, etica. Il crollo del Ponte Morandi ne offre una concreta evidenza, perché l’assenza di controlli e di manutenzione hanno causato morti e illeciti guadagni per i concessionari. Le istituzioni che sottoscrivono concessioni – Rai, grandi infrastrutture, servizi – quindi hanno l’obbligo giuridico e morale di offrire la massima garanzia in qualità e funzionalità. Ovviamente è previa una continua manutenzione perché, come si suol dire, prevenire costa meno che aggiustare. Anche le convenzioni, da quella dei medici di medicina generale a quelle dei farmacisti, delle strutture sanitarie private, ecc. devono poter essere utilizzate dai cittadini con la più trasparente modalità di accesso e, quando serve di pagamento.

 

Che dire dei mancati controlli riguardo la nostra casa comune, la città? Se la manutenzione delle strade, dei giardini, degli edifici pubblici, delle case popolari e di ogni struttura di pubblica utilità fossero continuamente manutenuti come diverso sarebbe il decoro della nostra vita pubblica. Anche ai cittadini tocca rispettare i beni comuni perché ciò che è pubblico non è di nessuno ma di ciascuno! Ma è difficile comportarsi adeguatamente se l’esempio non viene dall’alto. Probabilmente sarebbe uno stipendio ben programmato nel bilancio comunale quello dedicato a figure che potremmo assimilare ai maître d’hotel: la persona che “butta gli occhi” sulle attività, sul personale e sui dettagli. Il ‘direttore’ della città vedrebbe le buche delle strade, i cordoli dei marciapiedi dissestati, i semafori che non funzionano oppure piegati per qualche incidente, i lampioni con le lampadine fulminate, l’accumulo di rifiuti al di fuori degli spazi dedicati, ecc.

 

Un sogno? Piuttosto la buona creanza o se vogliamo il galateo delle pubbliche istituzioni, dei suoi dirigenti ed anche, se non soprattutto dei cittadini ai quali pure tocca la responsabilità dei controlli. Questa sarebbe una forma di partecipazione alla vita comunitaria che arricchisce il senso di appartenenza e valorizza la democrazia. Il controllo della sicurezza nella casa comune però non può essere affidato ai cittadini. Da anni si progettano vigili di quartiere, ‘ronde’ legittime con la presenza continuativa e diversificata delle diverse forze dell’ordine, ma non si è dato sufficiente seguito e si continua con la litania “si dovrebbe, di potrebbe…”. Rispondere alle segnalazioni dei cittadini, senza nascondersi dietro a risposte offensive “non tocca a me, non è mia competenza”, significa conquistare la fiducia verso le istituzioni e ridurre e semplificare le procedure. Mai come in questo periodo abbiamo imparato che non si può fare a meno gli uni degli altri.

 

I controlli consentono di discriminare i corrotti dai corretti e insegnano come prevenire e migliorare. Sanzionare pesantemente le guardie carcerarie che tradiscono il loro ruolo significa difendere tutti quegli operatori che si comportano con diligenza e onore. Il controllo più impegnativo, che ci verrebbe imposto dalla tecnologia informatica, sembra essere anche il più sfuggente e delicato quanto ai canoni della democrazia. Ciò che affidiamo a internet navigherà senza confini e per sempre. Si vorrà e potrà controllare? Ma questo è un altro discorso.

L’ultima libertà dei liberisti: licenziare con una email. Qualcuno lo chiama anarco-capitalismo. È il fantasma del nostro inevitabile futuro?

Una multinazionale inglese decide di licenziare senza avere il coraggio di un confronto diretto con i dipendenti. Quello che scandalizza di più è proprio lo strumento utilizzato dalla Gkn: una mail, perentoria nel tono e nel contenuto, che qualche operaio ha scambiato addirittura per uno scherzo.

 

Nino Labate

 

Il capitalismo liberista inglese – non da ora  ubriaco di  totali e assolute  libertà –  non si smentisce. Stravolge in maniera banale, alcuni elementari tratti di solidarietà umana e di buon gusto, che hanno da sempre caratterizzato  l’autentico liberalismo, quello rispettato persino dal sacerdote Luigi Sturzo. Ma non si smentisce. Oggi tuttavia rappresenta un pericoloso e tragico modello per quanti si ispirano ai suoi insegnamenti. A cominciare dall’Istituto italiano Bruno Leoni, innamorato della scuola economica viennese liberista, che  facendo leva sul suo fondamentale “individualismo metodologico”, trascura totalmente il contesto sociale e culturale, la comunità  e i mondi della vita in cui è immersa ogni persona umana che vive in relazione. Un paradigma di analisi sociologica che fa partire tutto dall’individuo isolato, che cura ed è attento solo e soltanto ai  propri interessi individuali privati,  a  quelli del  mercato, a quelli della sua impresa.

 

Tutto il resto non conta. Ove in questo resto, sono compresi le sorti di  lavoratori dipendenti, i loro genitori, le loro famiglie e i loro figli, il loro futuro destino: merce inutile e da scartare  appena si può guadagnare qualche sterlina in più o quando c’è  puzza di crisi. “…La nostra filosofia è conosciuta sotto molte etichette” – recita il portale dell’Istituto – “liberale”,”liberista”,”individualista”, “libertaria”…” ma soprattutto attraverso “…la fedeltà a Lord Acton e alla sua  libertà individuale“. Chiarite grosso modo le  finalità, le idee portanti, e la… “filosofia” dell’Istituto, fatte proprie e  sposate in qualche modo anche dai sudditi della regina Elisabetta e al di là dell’Atlantico, possiamo capire meglio i comportamenti di alcuni disinvolti magnati, Paperoni del Regno, che decidono all’improvviso del destino di intere comunità attraverso un clic digitale. Altra cosa, diciamo la verità, dai 3 o 4 supericchi capitalisti Usa, che come ha fatto il proprietario di Amazon preferiscono investire miliardi di dollari nella costruzione di una inutile  navicella spaziale, per poter giocare e divertirsi solo per 15 minuti attorno alla terra, facendo pagare un biglietto 28 milioni di dollari  a chi voleva provare questa emozione.

 

Fatti loro privati si dirà. Che non abbiamo nessun diritto di criticare. Giusto. Ma fatti offensivi lo stesso.

 

Ma perché mi sono dilungato? Perché è proprio tutto questo che sta alla base del nuovo capitalismo ultraliberista in rigoglioso sviluppo, disinteressato del clima, degli alberi, delle donne e degli uomini. Dei poveri. Che fa saltare sulla sedia il marxista Bergoglio, quello della “stessa barca” per intenderci, e colloca tra i ferri vecchi la sua solidale  Dottrina Sociale sempre attenta agli ultimi e agli indifesi. Che partendo  dalla  Thatcher,  nemica giurata delle aziende pubbliche e di quel Keynes antimarxista dichiarato, secondo il quale tuttavia “…il capitalismo non è giusto”, arriva sino all’antieuropeista Boris Johnson. Ma che si può financo leggere ben sfumato sulle colonne del “Corriere della Sera”, attraverso gli articoli di Angelo Panebianco, che non perde mai l’occasione di ricordarci le sue virtù, raccomandando sempre allo Stato di starsene ben nascosto e in silenzio. Forse anche durante le epidemie.

 

Ma vediamo cosa è successo in questi anni.

 

È successo che l’originario capitalismo industriale conosciuto a Londra dal giovane Marx, che bene o male creava la “borghesia utile”, ovvero posti di lavoro e ricchezza (anche) da distribuire, oggi non solo ha fatto scomparire  del tutto la borghesia e il proletariato, ma si è completamente trasformato in anarco-capitalismo finanziario digitale, tutto nelle mani dell’1% dei super-ricchi del mondo, collegati 24 ore al giorno attraverso i computer con Wall Street (New York) e LSE (Londra). Un nuovissimo capitalismo controllato da amministratori delegati strapagati, pronti ad ubbidire agli ordini superiori fregandosene delle conseguenze umane e sociali delle loro scelte. Del tutto ignari di quello che succede nei Paesi dove operano i rispettivi insediamenti aziendali, riuscono tuttavia a influire profondamente sul tessuto sociale e democratico, indifferenti alle conseguenze che pure tale impatto genera.

 

In cima a tutto stanno gli interessi degli azionisti e della proprieta, mai quelli dei lavoratori, poiché lo stato sociale e il welfare non fanno parte delle premure degli oltranzisti epigoni della scuola viennese, con a capo storicamente Von Mises. Pensano insomma a uno Stato che non deve rompere le scatole e deve mantenersi giocoforza il più lontano possibile dagli affari individuali, dato che solo l’individuo isolato, secondo questa dogmatica del progresso, può creare  ricchezza.

 

Diamo uno sguardo all’Inghilterra. Una Nazione, quella inglese, che in rapporto con l’Europa vuole comunque restare separata, viaggiando da sola, perché in fondo si sente…superiore! Il capitalismo d’Oltremanica, anche dopo l’esperienza della Thatcher, continua a ostentare piena fiducia nei suoi spiriti animali, trasferendo alla società la percezione di un orgoglio senza vincoli. Ecco dunque un Regno (United Kingdom) che anche nelle competizioni sportive vuole sempre arrivare primo, non accettando mai il secondo posto, poiché anche nel caso in cui la sorte decreti l’attribuzione del posto d’onore, rifiuta sdegnosamente la medaglia di riconoscimento facendo capire che perfino la nazionale di calcio deve essere sempre prima, ovvero sempre superiore.

 

Mi sono allungato un poco e ho persino divagato. Senz’altro. Ma perché questa lunga predica? In realtà sono convinto che senza la spiegazione qui abbozzata non si capirebbe neppure il comportamento a dir poco schiavista della Gkn, una multinazionale speculativa inglese, con sedi in circa 20 paesi del mondo, che pensa solo a fare soldi e controlla la fabbrica di ricambi a Campi Bisenzio, comune della città metropolitana a poca distanza da Firenze. Ad essa si deve lo spettacolo dei licenziamenti digitali, che ha messo sul lastrico solo attraverso un  veloce messaggino di 5 lettere ben 422 lavoratori con altrettante famiglie: “Fired: Licenziato. Più o meno questo, senza ulteriori spiegazioni. Non importa che a seguire lo spettacolo sia continuato con l’incredulità, i pianti, i drammi umani, le sofferenze dei licenziati che in quella fabbrica vi  lavoravano da oltre 20/25 anni. E persino con le invettive  dell’arcivescovo di Firenze Bettori, il quale ha ricordato che dietro quel clic digitale ci sono di mezzo persone, genitori anziani, figli. Inascoltato, l’alto prelato, assieme del resto all’utopia cristiana della “Fratelli tutti”, disattesa  nella logica inglese del “…prima i miei interessi”.

 

Intendiamoci, in Italia e nel mondo ce ne sono sempre stati, di licenziamenti. E anche nella prospettiva del telelavoro, ce ne saranno ancora. Ma ci tengo a ripetermi: quello che scandalizza di più in questo caso è proprio lo strumento utilizzato dalla Gkn: una mail, perentoria nel tono e nel contenuto, che qualche operaio ha scambiato addirittura per uno scherzo. Un gesto che ha fatto a meno del coraggio civile e del buon gusto, forse perché i suoi artefici hanno temuto le reazioni inevitabili a tutela di elementari diritti umani. Non si era mai visto. Purtroppo, sembra quasi che il digitale e il controllo a distanza delle nostre vite e del nostro destino da parte della Rete, con il G5 e quel che seguirà, debba servire anche a questo.

Il Green pass come scelta di prevenzione. Mentre il governo vara il provvedimento, la destra continua nella sua polemica squinternata.

Attorno al Green pass si consuma il rito di una politica che scade nella retorica e nell’ipocrisia. Bisogna reagire a questo modo di innalzare, con grave nocumento, l’asticella della ‘polemica per la polemica’ nel contesto già difficile del dibattito pubblico. Intanto Draghi invita a vaccinarsi, perché chi rifiuta di farlo si espone alla morte e mette a rischio anche gli altri.

 

Pierluigi Moriconi

 

Colgo una profonda ipocrisia in questo “dibattito” sul green pass e su eventuali obblighi di vaccinazione, presentati come attentati alle libertà individuali, addirittura in spregio ai principi sanciti dalla Costituzione.

 

Vorrei ricordare che alcuni obblighi ci sono già, uno riguarda i bambini, l’altro le forze armate.

 

Dobbiamo invece ascoltare dichiarazioni come questa, anche a ridosso della decisione del governo: “L’idea di utilizzare il green pass per poter partecipare alla vita sociale è raggelante, è l’ultimo passo verso la realizzazione di una società orwelliana. Una follia anticostituzionale che Fratelli d’Italia respinge con forza. Per noi la libertà individuale è sacra e inviolabile” (Georgia Meloni).

 

Non so se la giovane leader di Fratelli d’Italia comprenda fino in fondo l’uso delle parole che pronuncia. Qui di “raggelante” c’è solo il regime del ventennio con tutti i suoi orrori, compresa – verrebbe da dire con ironia – la “sacra e inviolabile libertà individuale”. Compresi tutti gli attentati alle istituzioni e ai cittadini di cui si è resa responsabile una certa destra nell’era della costruzione della Repubblica democratica.

 

Intanto può essere utile ricordare due piccole citazioni della nostra Carta. “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza” (Art. 16 della Costituzione).  E poi: “Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica” (Art. 17 della Costituzione).

 

Invece di parlare superficialmente di libertà costituzionali, la politica si impegni a realizzare fino in fondo il dettato della nostra Carta e rendere la cittadinanza vera e piena. Dalla giustizia ai diritti ce n’è di lavoro da fare, così da evitare generazioni di giovani in preda alla necessità di ricevere le briciole del “potere”.

 

Basta con le ipocrisie.

Vaccinarsi è la nostra arma per vincere la sfida drammatica della pandemia

Volenti o nolenti, dovremo convivere con un virus che sta già diventando endemico. Quattro milioni di morti in quasi due anni durante i quali tutto il mondo si è praticamente fermato, con attività commerciali e famiglie piegate alla fame, costituiscono un motivo serio ed urgente urgente per non restare fermi.

 

Giorgio Provinciali

 

Quel che dobbiamo fare è rendere il virus quanto più innocuo possibile per l’uomo. L’efficacia del vaccino, in tal senso, è comprovata dal fatto che:

1) riduce del 97,3% le ospedalizzazioni e i casi gravi e 95,8% quelli mortali (dati ISS)

2) riduce dell’88,5% (dati ISS) Ia probabilità d’infezione e almeno a soltanto un terzo la possibilità d’infettarsi con la variante Delta: giusto ricordare che chi non è infetto non può infettare

3) qualora s’incappasse in quel terzo di probabilità d’infezione, un vaccinato sarebbe vettore di una carica virale incredibilmente più bassa rispetto a un non vaccinato.

 

Questo si traduce nel fatto che un non vaccinato che entra in contatto con persone immunodepresse (pazienti oncologici, ma anche diabetici, ecc) di fatto ha un’alta probabilità di condannarle a morte, o comunque alla forma più grave d’infezione, mentre un vaccinato, no. Questo deve essere chiaro. Di conseguenza, anche il SSN non andrebbe in collasso per le terapie intensive, come è già accaduto in passato quando purtroppo ci si è trovati a “salvare il salvabile” perché il sovraffollamento era tale da far saltare qualsiasi schema.

 

Curiosamente però, dai “no vax” vengono prese in considerazione le percentuali inverse:

 

– anche i vaccinati s’infettano: l’11,5%

– anche i vaccinati finiscono in ospedale: il 5,4%

– anche i vaccinati possono finire in terapia intensiva: il 2,7%

– anche i vaccinati possono morire di Covid: il 4,2%

(fonte ISS, non il sito compiacente)

– anche un vaccinato può essere vettore virale: sí, con carica virale molto bassa , non dimentichiamolo perché è molto importante.

– “non faccio da cavia umana”: i vaccini hanno superato tutti i protocolli di sicurezza e hanno il benestare dell’OMS. Su tecnologie promettenti come quella a mRNA si lavora da più di 12 anni.

– Per chi parla di “dittatura” (senza averne mai vissuta una vera): il virus invece è molto democratico. Colpisce tutti. L’unica “scelta” imposta agli altri è quella “no vax”, semmai. -Vaccinare le categorie a rischio? Discorso senza senso: chiunque può essere vettore virale. Un vaccinato però ha 9 probabilità su 10 di non infettarsi e se s’infetta ha carica virale molto bassa. Di conseguenza proprio verso le “categorie fragili” ha minore possibilità d’incidenza mortale.

-“è il vaccino a promuovere le varianti”: altro doppio errore.

Tecnico, perché il vaccino non è un mutageno; concettuale, perché ciò che condiziona le varianti è la nostra immunità, che può essere ottenuta per selezione, con moltissimi morti, o con il vaccino, risparmiando vite.

 

Dietro quella che viene erroneamente identificata come libertà’ a non  vaccinarsi, in realtà si nasconde un gesto profondamente egoistico  e anche parecchio ignorante, spesso sostenuto in malo modo e insultando. Di fatto, si priva chi è più debole della libertà alla vita. Farlo è nella maggior parte dei casi una scelta, certo, ma una scelta responsabile, alla quale siamo chiamati a rispondere prima di tutto in nostra buona coscienza.

 

Le nostre libertà individuali finiscono quando iniziano quelle altrui e così via, sino quelle più importanti, che sono quelle della collettività. Il diritto alla salute e al lavoro, per esempio. Certezze ne abbiamo poche tutti quanti, però stiamo provando per la prima volta a ragionare in quanto SPECIE, prima ancora che come individui.

 

E l’unica arma che abbiamo sul tavolo, che prima sognavamo di avere, è questa. Non usarla sarebbe sciocco e doppiamente dannoso, anche perché invece alla “variante ignorante” non esiste vaccino. E quella, si propaga più velocemente qui da noi, dietro le nostre tastiere, piuttosto che a Nuova Delhi, dove per strada non bruciano i cassonetti ma i cadaveri, o in Tunisia, nella disperazione di veder volare via vite perché mancano ossigeno e cure.

 

Circa l’aspetto giuridico, cito testualmente il Prof. Francesco Saverio Marini, docente di Diritto Pubblico all’Università Tor Vergata di Roma e consulente dell’ISS:  «L’idea di obbligo trova fondamento nella Costituzione per il semplice fatto che al principio della libertà di salute, contenuto nell’art. 32 della Carta, viene posto un preciso limite che è quello dell’interesse della collettività. Se la propria libertà di salute oltrepassa l’interesse della comunità si può intervenire con un provvedimento restrittivo. Per spiegare ancora meglio, possiamo dire che ci sono due limitazioni imposte dalla Carta rispetto alla libertà di salute: la garanzia di una legge che regoli la materia e il rispetto della persona umana. Quindi a livello costituzionale la vaccinazione obbligatoria è legittima purché siano rispettati questi due aspetti».

 

Circa il senso di vaccinare un’intera nazione, cito testualmente Roberto Burioni, noto virologo italiano:«Nessun vaccino protegge il singolo individuo al 100%. Ma se tutti si vaccinano il virus non riesce più a circolare e allora  tutti gli individui di quella comunità sono protetti al 100%. È stato così con vaiolo e polio».

 

Quattro milioni di morti in quasi due anni in cui praticamente tutto il mondo si è fermato, attività commerciali e famiglie piegate alla fame sono motivo già drammaticamente urgente per non restare fermi, tenuti sotto scacco dal mix fatale di fake news + social network + “effetto Dunning Kruger”. Non più tardi di un anno e mezzo fa, quando il vaccino non c’era e molti di loro (tra cui mia sorella) andavano incontro all’ignoto per strappare vite alla morte, ci dicevano di non chiamarli “EROI”: ora è il nostro turno, nel nostro piccolo, di fare la nostra parte.

 

 

Giorgio Provinciali

Advanced Sports Engineering Lab® founder and CEO

Il populismo dell’antipopulismo. L’onda lunga investe anche lo sport.

Anche taluni commenti in ambito Rai si adagiano su luoghi comuni. Non è populismo, ad esempio, attaccare i vertici della Fgci per gli affollamenti ritenuti pericolosi fuori e dentro gli stadi? Invece sarebbe importante raccontare il lavoro che svolge la Federazione per aiutare i giovani più in difficoltà, specie quelli provenienti da Paesi poverissimi.

 

Ambrogio Fusella

 

Il populismo, seppur in un paio delle sue non molte declinazioni antipopulistiche di sinistra, colpisce ancora. In queste ore l’obbiettivo di tali manifestazioni di ricerca del consenso purchè sia da parte di tale populismo è il mondo del Calcio che, in forza dei recenti successi della Nazionale, appare argomento di facile approdo per le riflessioni di quanti intendano comunque proporsi all’attenzione popolare.

 

Anche perché il veloce scorrere dei giorni, pochissimi, che ci separano dalla presumibile data nella quale si terranno le elezioni amministrative in alcune delle più grandi città d’Italia – Roma ,Milano, Torino, Bologna, Napoli, Palermo – e in oltre un migliaio di Comuni in tutto il Paese, non scoraggia, ovviamente, questi tentativi di captatio benevolentiae elettorale da parte di presunti candidati o di semplici esponenti di partito.

 

Non trascurando, altresì, che la tornata elettorale autunnale riguarderà anche la Regione Calabria e più di un Collegio nel quale si terranno le suppletive per il Parlamento. Primo fra tutti quello di Siena nel quale si candiderà il Segretario Nazionale del Partito Democratico, Enrico Letta. Infatti, per stare all’argomento, registriamo la sorprendente uscita sulla stampa nazionale della posizione assunta dall’Assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato in ordine alla esplosione dei contagi nella Regione, e più segnatamente a Roma, dovuta, come molti prevedevano, all’apertura dello Stadio Olimpico agli  spettatori in occasione delle partite del Campionato disputate nella città.

 

E l’Assessore D’Amato non ha avuto nessun dubbio e nessuna esitazione nell’individuare nel cosidetto “Effetto Gravina” la causa principale di tale moltiplicazione di contagi che, comunque, si è manifestata “senza produrre complicazioni negli ospedali”. L’Assessore, del quale è corretto e doveroso apprezzare il lavoro e i risultati ottenuti nella organizzazione della campagna di vaccinazione e nella gestione delle più diverse problematiche conseguenti, in questo caso ha sbagliato obiettivo. I suoi interlocutori prima, e i suoi bersagli ora, avrebbero dovuto essere e dovrebbero ancora essere altre istituzioni o altri soggetti.

 

Non è stata di certo la FIGC, e quindi il suo Presidente Gabriele Gravina, ad imporre di disputare le partite in presenza dei tifosi,anche perchè non ne avrebbe avuto la potestà, essendo questa,invece, di competenza di altre strutture istituzionali a livello nazionale e locale.

 

Analoga sorpresa provocano alcuni passaggi della rubrica “Multischermo” su Repubblica dell’altro ieri, nella quale Antonio Di Pollina su un programma di giornalismo d’inchiesta di Rai3 affronta la questione “del viaggio continuo, negli anni, di giovanissimi calciatori africani in cerca di fortuna in Europa” e raccoglie e ripropone al riguardo denuncie di silenzi colpevoli e complicità interessate anche negli ambienti FIGC. Purtroppo la trasmissione/inchiesta di Rai 3 e il successivo commento di Di Pollina restano molto in superficie, e cioè alle affermazioni che colpiscono il lettore e la sua attenzione in un momento nel quale l’argomento Calcio vive una stagione di  grande  popolarità.

 

Forse, se andassero un poco in profondità, entrambi scoprirebbero l’universo sconosciuto della attività della FIGC in campo sociale, e in particolare quella svolta e dedicata proprio al giovani immigrati, africani e non, che arrivano nel nostro da soli, senza genitori o parenti, e che vengono ospitati nelle strutture di accoglienza istituite nel nostro Paese fino al raggiungimento della maggiore età.

 

Probabilmente basterebbe scrivessero RETE! sulla barra di ricerca del loro pc per rendersi conto della esistenza e del valore umano e sociale di un lavoro che dura da qualche anno e che risulta mirato soltanto a salvare il maggior numero di questi bambini/ragazzi da un futuro misero, quando non pericoloso e tragico, che spesso soltanto l’impegno della FIGC e dei suoi operatori riesce a sottrarli. Ma questi ragazzi non fanno notizia mai. A destra perchè non possono essere espulsi e a sinistra perchè non fanno scandalo!

Evocare il Preambolo di Donat Cattin, a prescindere dalle divisioni di quaranta anni fa, significa pensare e costruire un nuovo progetto politico.

Il tema delle alleanze, come sosteneva Martinazzoli, è sempre stato centrale nella politica italiana. Tuttavia, prima delle alleanze bisognerebbe concorrere a costruire il centro. È un progetto che inseguiamo da molto tempo, ma che per adesso rimane un miraggio.

 

Ettore Bonalberti

 

Leggere la nota di Giorgio Merlo su “Il Domani d’Italia” del 19 Luglio titolata: “Adesso serve un nuovo preambolo”. Contro  i populismi”, mi fa tornare alla mente quella mattina del Febbraio 1980 a Roma,  attorno all’altare della chiesetta sconsacrata dell’ex Convento della Minerva, sul quale Carlo Donat Cattin scrisse di pugno con la sua stilografica quello che passerà alla storia politica italiana, come “il preambolo Donat Cattin”. Eravamo presenti: Sandro Fontana, Emerenzio Barbieri, Luciano Faraguti, Pino Leccisi, e il sottoscritto, ancora incerti sul risultato di quell’autentica sortita del capo, che avrebbe segnato la conclusione vittoriosa del XIV Congresso nazionale della DC per l’area che si opponeva all’alleanza con il PCI.

 

Quella conclusione permise la ripresa della collaborazione di governo col PSI, PSDI e PRI, garantendo alla DC più di dieci anni di guida del Paese. Essa segnò anche, però, la rottura dolorosissima della nostra corrente di Forze Nuove e con gli altri amici basisti e morotei, che, come giustamente ricorda Merlo, non si sarebbe più rimarginata e continua a influenzare molte delle scelte differenti tra le schegge sparse della diaspora democristiana, comprese le diverse sistemazioni dei molti personaggi sopravvissuti a destra e a sinistra delle attuali forze politiche.

 

Merlo propone di redigere un nuovo manifesto, un “preambolo politico anti populista per la salvaguardia e conservazione della nostra democrazia”. In sostanza, un preambolo in chiave anti M5S e anti Lega, con un chiaro riferimento critico alle scelte politiche indicate per il PD da Zingaretti prima e ora da Enrico Letta. È arduo proporre modelli di soluzioni politiche validi per tempi profondamente diversi, come quelli dell’Italia degli anni’80 con quelli attuali. Quando Donat Cattin propose il preambolo, al di là delle difficoltà interne al partito, superate con un’indicazione che non poteva non far breccia, come infatti accadde, nel corpo grosso doroteo moderato della DC, esistevano le condizioni politico parlamentari per un’alternativa al “governo della solidarietà nazionale”; alternativ che il PSI, il PSDI e il PRI seppero immediatamente cogliere, partecipando a una formula di governo che sopravvisse, tra alterne vicissitudini, sino al 1992.

 

Non nutro particolari simpatie per il movimento-partito degli ex “vaffa”, anche se stimo quanto il presidente Giuseppe Conte ha saputo realizzare, sia nella prima fase di lotta alla pandemia, che nell’azione condotta per il riconoscimento dell’UE delle risorse del Recovery fund. Una positiva azione che, mi auguro, Conte sappia continuare, ora che ha assunto la guida del M5S in condominio col garante Grillo. Sono, in ogni caso, interessato a comprendere le ragioni che hanno portato oltre il 32% degli elettori a garantire ai grillini nel 2018 la maggioranza relativa nell’attuale parlamento. Inesperienza, errori e nel clima di trasformismo parlamentare dominante, transumanze incomprensibili a destra e a sinistra, al di là del discredito accumulato dagli esponenti cinque stelle, non eliminano, infatti, le ragioni, le motivazioni dei voti a loro dati, da larga parte delle classi popolari e dei ceti medi produttivi. Ragioni e motivazioni, che non sono venute meno, ma, probabilmente si sono  aggravate sul piano sociale ed economico, dopo questo lungo periodo della  pandemia. Mi domando, allora: ipotizzare come fa l’amico Merlo, un manifesto sostanzialmente anti M5S, quale alternativa politica reale propone, se, come credo, ovviamente si esclude quella di un centro destra sempre più baldanzoso e a netta dominanza leghista dell’estrema meloniana?

 

Alla fine, il problema ritorna inevitabilmente agli orientamenti e alle scelte politiche di un centro da tutti noi auspicato, nel quale un ruolo decisivo dovrebbe essere assunto da esponenti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Un centro, però, che sino a oggi, non sembra ancora in grado di decollare. È vero che il tema delle alleanze, come sosteneva Martinazzoli, è sempre stato centrale nella politica italiana, ma la questione rimane: prima delle alleanze bisognerebbe concorrere a costruirlo, il centro; un progetto che con altri amici, su diverse posizioni, inseguiamo da molto tempo, ma che sinora appare un miraggio.

 

Ho scritto più volte che partire dalle alleanze non facilita il perseguimento dell’obiettivo; prima ritroviamoci su un programma in grado di dare risposte alle attese del terzo stato produttivo e della povera gente, con proposte ispirate ai principi della dottrina sociale cristiana e all’economia sociale di mercato e dell’economia civile; riunifichiamo politicamente la nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, e allarghiamoci a quanti, ambientalisti e riformisti, sono interessati a condividere con noi la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione. Anche per questo, certo, ci vorrebbero uomini come Donat Cattin, Marcora e Bisaglia, ma, ahimè, loro non ci sono più e allora, pur con tutti i nostri limiti, spetta a noi, se ancora ci crediamo, portare avanti il progetto.

Italica Global Community: a settembre un evento unico: La Piazza Italica.

L’ Italica Global Community prenderà il via dalla sede della Stampa Estera a Roma, il 22 settembre alle ore 11, e voi potrete seguirla in diretta sulla pagina Facebook: https://www.facebook.com/ItalicaGlobalCommunity

 

Italica Net

 

Se vi state chiedendo che cos’è, perché e con quali finalità nasce, siete nel posto giusto, e tramite questa pagina potrete tenervi aggiornati sulla preparazione del programma che ci vedrà tutti protagonisti il 22 settembre.

 

Italico non è un semplice sinonimo di Italiano, ma un termine che Piero Bassetti ha aggiornato e rilanciato con nuovi significati, non ancora tutti esplorati, pubblicando nel 2015 il libro Svegliamoci Italici  (Marsilio Ed. pag. 126).

 

Italico è dunque chi ama, apprezza e riconosce il fascino della civiltà italica, non ha necessariamente passaporto o sangue italiano, può vivere nella Penisola o in qualsiasi altra parte del Globo.

 

Il modo di vivere e la comunanza dei valori è il collante culturale che unisce gli Italici sparsi in Italia, in Europa e nel mondo e ciò può rappresentare un formidabile soft power del Belpaese. Il riferimento è a quello straordinario mix di cultura, gusto, stile, artigianato di qualità, moda, design, industria fine, elettronica, robotica, imprenditoria d’avanguardia, eccellenza gastronomica che danno vita a una raffinata e praticamente unica arte del vivere bene. Tuttavia la categoria di italico e di civiltà italica sono il contenuto di un contenitore da progettare, riconoscere e far conoscere al grande pubblico. In questa ottica va interpretata l’esortazione Svegliamoci di Piero Bassetti.

 

Si stima che siano 250 milioni gli italici su scala globale. Tra questi, oltre agli italiani all’estero, rientra un’eterogenea galassia di stranieri, residenti e non nel Bel Paese, appassionati dell’Italian way of life: da chi studia la nostra lingua per puro piacere personale a chi fa business valorizzando il know-how italico.

 

L’evento del 22 settembre avrà luogo non a caso presso la sede romana della Stampa Estera. La comunità dei giornalisti stranieri in Italia rappresenta, infatti, la cartina al tornasole del concetto di italicità. Conoscono, raccontano e valorizzano il patrimonio artistico e culturale del nostro Paese, ne sono attratti fino al punto, in taluni casi, di stabilirsi permanentemente in Italia a fine carriera.

 

Il principale obiettivo di questa iniziativa è quello di ufficializzare l’apertura di quel cantiere che porterà alla costruzione, con il contributo di tutti coloro che condivideranno l’obiettivo, di  un nuovo tipo di piazza, come l’avvento di un nuovo rinascimento italico richiede.

 

In questo innovativo spazio digitale, che avrà come “bar principale” questa pagina Facebook, ci si potrà ritrovare, scambiare idee e opinioni, personali e professionali, sulle passioni e sul business italico che ciascun visitatore vorrà presentare al prossimo.

 

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https://www.italicanet.com/community/associazione-svegliamoci-italici/italica-global-community-a-settembre-un-evento-unico.kl

Reddito di cittadinanza: per la Caritas va applicato è rafforzato.

Il Reddito di Cittadinanza, la misura di contrasto alla povertà in vigore nel nostro Paese dal marzo 2019, è un importante strumento per aiutare le famiglie e le persone povere. I criteri di assegnazione, però, hanno mostrato diverse incongruenze. L’articolo è apparso in origine su Orbisphera.

 

Antonio Gaspari

 

 

Ci sono persone che ricevono il Reddito di Cittadinanza pur non essendo tanto povere, mentre esso risulta insufficiente per il sostegno alle famiglie numerose.

 

L’accesso al lavoro si rivela spesso difficile per varie forme di disagio e per la scarsa scolarizzazione, ma la soluzione non è quella di ridurre o cancellare il Reddito di Cittadinanza. Occorre, semmai, migliorare i criteri di assegnazione e fornire il sussidio ai molti poveri che ancora non ne usufruiscono.

 

Questo, in sintesi, è quanto è emerso dal convegno “Lotta alla povertà: imparare dall’esperienza, migliorare le risposte”, che si è svolto a Roma il 16 luglio scorso.

 

Nel corso dell’incontro – al quale hanno partecipato anche il Ministro del Lavoro Andrea Orlando e il Presidente dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) Pasquale Tridico – è stato presentato il 6° Rapporto della Caritas sulle Politiche contro la povertà, con un monitoraggio sul Reddito di Cittadinanza.

 

Cristiano Gori, docente all’Università di Trento e responsabile del Rapporto in oggetto, ha spiegato l’importanza del Reddito di Cittadinanza nel fronteggiare la povertà, e ha sostenuto che i tempi sono maturi per un riordino finalizzato a rafforzare e allargare le misure di sostegno.

 

In considerazioni dei nuovi poveri prodotti dall’epidemia di Covid, Gori ha chiesto che vengano introdotti criteri di accesso meno restrittivi.

 

Sulla base dei dati rilevati da diversi studi, il prof. Gori ha spiegato che attualmente il Reddito di Cittadinanza viene riconosciuto solo al 56% dei poveri residenti in Italia.

 

Per quanto riguarda l’inclusione lavorativa, vi sono problemi di fragilità socio-sanitaria e attinenti la scarsa o nulla scolarizzazione. Per cui sono stati avviati al lavoro solo il 31% degli aventi diritto al Reddito di Cittadinanza.

 

È precisato nel Rapporto che «Il 72% dei percettori del Reddito ha al massimo la licenza media, mentre solo il 3% ha ottenuto la laurea. Spesso non hanno acquisito neppure il titolo di studio obbligatorio per legge, o sono giovani che non studiano né lavorano o in evidente ritardo con gli studi. Sono tutti dotati di smartphone, ma non sanno usarlo per effettuare ricerche su Internet, non sanno redigere un curriculum e, in alcuni casi, non parlano l’italiano».

 

Nonostante tali incongruenze, Gori ha affermato che, dei tre possibili approcci sul futuro del Reddito di Cittadinanza – e cioè: abolirlo, mantenerlo inalterato o migliorarlo –, la Caritas invita a scegliere la via dell’ampliamento e del rafforzamento, privilegiando la dimensione inclusiva.

 

Il Ministro Orlando ha dichiarato che il Reddito di Cittadinanza «è stato fondamentale per superare la tempesta sociale della pandemia, ma come non aboliva la povertà prima, così non azzera le criticità e i problemi oggi. Per questo occorre partire dai dati e dai numeri, ma anche dalla ricerca di soluzioni condivise».

 

In questo contesto, il Ministro del Lavoro ha affermato che le critiche al Reddito di Cittadinanza sono in gran parte strumentali, quindi inutili se non dannose, e che il sussidio «non può essere abolito o ci troveremmo da un giorno all’altro senza strumenti per contrastare l’impoverimento crescente».

 

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https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5268/Reddito_di_Cittadinanza_per_la_Caritas_va_ampliato_e_rafforzato

Le aziende e la sostenibilità

Il 21 aprile 2021 la Commissione Europea ha pubblicato il “Corporate Sustainability Reporting Directive – CSRD“, una proposta di direttiva che richiederà alle imprese europee di divulgare una serie di informazioni su rischi e impatti relativi ai temi di sostenibilità delle proprie attività aziendali.

 

Pierlisa Di Felice

 

Il testo della Commissione aggiorna e integra la direttiva sul reporting non-finanziario attualmente in vigore (Direttiva UE 2014/95, nota come Non-financial Reporting Directive-NFRD), che è stata recepita in Italia con il Decreto Legislativo n.254 del 2016, operativo dal 1 gennaio 2017.

Il primario obiettivo della direttiva è quello di razionalizzare ed incrementare la qualità, la quantità e la comparabilità delle informazioni riguardanti il tema della  sostenibilità che vengono divulgate dalle imprese. Tali informazioni possono essere altresì utilizzate dagli investitori per integrare le strategie d’investimento e soddisfare gli obblighi di informativa verso la clientela.

Si tratta di un passo fondamentale verso la finanza sostenibile. Infatti ad oggi la mancanza di dati su fattori sociali, ambientali e di governance rappresenta un ostacolo all’efficacia degli investitori nell’integrazione della sostenibilità nelle proprie scelte di investimento.

La direttiva dovrà essere applicata da tutte le imprese di grandi dimensioni e da le PMI quotate sui mercati europei a eccezione delle micro-imprese, cioè quelle con meno di 10 dipendenti e con fatturato o bilancio inferiore a €2 milioni.

Alle imprese sarà richiesto di divulgare informazioni sia sui rischi ambientali e sociali a cui sono esposte, sia sugli impatti provocati dalle attività aziendali sui fattori di sostenibilità.

Con questa proposta ci si avvia verso l’affermazione del concetto di sostenibilità nelle politiche europee.

D’altro canto la sostenibilità rappresenta un elemento centrale dell’azione degli “Italici” ed un valore di riferimento per l’azione della nascente “Italica Global Community”.

Il “risveglio italico” non può prescindere  dal partecipare alla ricerca di adeguate soluzioni  a fenomeni globali che stanno sfidando nell’attuale fase storica i cittadini di tutto il mondo.

Sono estremamente attuali e sotto gli occhi di tutti i deleteri  effetti del cambiamento climatico: il caldo record sulla costa pacifica di Canada e USA ha portato disastri ambientali ed ha causato numerosissimi morti, così come hanno causato morte e distruzione!le inondazioni!provocate dalle copiosissime piogge che si sono abbattute in Germania, Olanda e Belgio.

Anche la Pandemia Covid-19 che dal 2020 è arrivata repentina nelle nostre vite, stravolgendone, ed ancora non superata, rappresenta quasi una nemesi della Natura torturata e violentata.

Obiettivo fondamentale di “Noi Italici” deve essere quello di farsi promotori di politiche atte a ricostituire un equilibrio tra le esigenze dell’umanità ed il rapporto con la Natura e le sue risorse, per il conseguimento indispensabile di uno sviluppo sostenibile. A tal fine è fondamentale prendere  coscienza della svolta epocale in corso e  della necessità di risposte possibilmente globali per adeguare al scenario le politiche di settore.

D’altronde il tema della sostenibilità ha un crescente impatto sull’agenda politica e sui comportamenti di famiglie, imprese, istituzioni. Il “Corporate Sustainability Reporting Directive – CSRD, quando  avrà completato il suo iter approvativo, rappresenterà un passo fondamentale per l’applicazione di nuove pratiche in grado di coniugare crescita e performance economica, sostenibilità sociale e ambientale: una norma che renderà più vicini i concetti di ecologia ed economia, termini con matrice semantica comune che fino ad oggi sono stati in totale antitesi. La Comunità Italica plaude ad iniziative di tal fatta che permettono di affermare le politiche di sviluppo sostenibile, fondamentali per    soddisfare i bisogni del presente senza compromettere le generazioni future.

 

 

Pierlisa Di Felice

Socia fondatrice della Associazione Svegliamoci Italici

Stiamo veramente lavorando a un Paese per giovani? È l’interrogativo che trova spazio su “Il Mulino”.

Alcune osservazioni sulla garanzia statale per i mutui ipotecari prevista nel Recovery Plan, lo strumento che mirerebbe a far sì che lItalia torni a essere un Paese per giovani.

 

Sonia Bertolini e Valentina Moiso

Il presidente del Consiglio Mario Draghi presentando alla Camera il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha compreso tra gli «aiuti ai giovani» la possibilità di facilitare agli under 35 l’acquisto di una casa: lo Stato farà da garante per mutui ipotecari che finanzieranno il 100 per cento del valore dell’immobile. Quindi non solo anche i giovani senza un contratto stabile saranno più facilitati nell’accendere un mutuo, ma non servirà nemmeno più una quota di risparmi per acquistare una casa. Lo strumento non è nuovo, anche se la procedura è in parte modificata: si tratta del Fondo di garanzia per l’apertura dei mutui prima casa – uno dei fondi aperto grazie alla collaborazione tra Abi – Associazione bancaria italiana e governo nata in seguito alla crisi finanziaria del 2008, che ha attualmente all’attivo circa 9 miliardi di garanzie.

 

Questo suo rilancio è stato accompagnato dal mantra «L’Italia deve tornare a essere un Paese per i giovani» che rimbalza sulle testate nazionali nel commentare questa e altre misure, riguardanti ad esempio gli asili nido, ma non sono mancate le critiche al provvedimento, che possono essere riassunte nello slogan «prima il lavoro». Il dubbio espresso nel dibattito pubblico riguarda l’utilità di dedicare fondi a sostenere l’indebitamento quando ne servirebbero in altri ambiti, quali il sistema di istruzione, il passaggio scuola-lavoro, una riforma di stage e tirocini, il sostegno ai giovani nella ricerca.

 

In un recente articolo uscito su «Stato e Mercato» (Lavoro atipico, discontinuità di reddito, welfare e accesso al credito: il modello italiano in Europa, n. 2/2020) abbiamo avanzato osservazioni che si prestano, a nostro parere, a contribuire a questo dibattito. In seguito a quanto emerso dalle voci dei giovani stessi grazie a una ricerca comparativa europea (Except – Social Exclusion of Youth in Europe, European Commission Horizon 2020 – Program) , abbiamo voluto approfondire le condizione di accesso al credito in Italia e in alcuni Paesi europei particolarmente rappresentativi, muovendo da un presupposto importante: è poco informativo guardare solo al credito se non si tiene congiuntamente conto delle situazioni che fronteggiano i giovani in altre arene (o sfere) istituzionali, in primis il mercato del lavoro e il sistema di Welfare.

 

Partiamo dal lavoro. Le politiche del lavoro degli ultimi 30 anni in Europa sono state simili, nonostante alcune differenze di passo, e all’insegna della flexsecurity. Si tratta dell’abbandono del classico posto di lavoro a tempo indeterminato e dell’introduzione massiccia di contratti atipici, che non garantiscono un reddito continuo e sono riservati soprattutto ai giovani: per loro è dunque spesso impossibile sostenere il ritmo continuo dei flussi di spesa in uscita che si susseguono con una cadenza pressoché mensile e raramente prevedono meccanismi di sospensione temporanea o di posticipazione che non implichino pesanti penali. Gli effetti della flexsecurity sono però differenziati in Europa a seconda del sistema di Welfare: in alcuni Paesi europei l’indennità di disoccupazione e/o altre misure di sostegno al reddito garantiscono una continuità anche in periodi di assenza di lavoro. Questo aspetto ha un impatto notevole sui corsi di vita degli individui, da un punto di vista pratico e cognitivo: permette loro di programmare le spese anche nel lungo periodo, e di progettare il futuro nonostante la flessibilità del lavoro.

 

Che cosa aggiunge il mercato del credito a questo quadro? Le possibilità di accesso al credito sono collegate alla condizione occupazionale, ma in modo molto differente: in alcuni Paesi le banche danno un grande importanza al tipo di contratto nel valutare il rischio che i clienti non rimborsino il loro debito, per cui gli atipici, a parità di reddito, non ricevono gli stessi crediti a cui hanno accesso i contratti a tempo indeterminato. Nel nostro studio, questo è il caso di Italia, Germania, Bulgaria e Polonia. In altri Paesi, invece, non è la condizione contrattuale a fornire garanzie sulla solvibilità del cliente, ma la sua capacità effettiva di produrre reddito, dimostrata in passato, oppure quella potenziale, cioè la capacità di produrne in futuro dato il titolo di studio e/o i progetti lavorativi, come in Svezia, Inghilterra ed Estonia.

 

Un’altra questione importante riguarda la possibilità di ricevere un credito facilitato per importi di piccole entità indipendentemente dalla condizione lavorativa. Dal nostro studio è emerso che i Paesi la cui valutazione del rischio si basa sul contratto non vi è una diffusione dei crediti ad accesso facilitato: il mercato del credito è quindi complessivamente contenuto.

Collegando l’assenza di un sistema di Welfare a favore dei giovani con contratti atipici e discontinuità di reddito, e la presenza di un mercato del credito contenuto, in Italia, Polonia e Bulgaria emerge una doppia esclusione dei giovani, per cui si può parlare di «insicurezza lavorativa istituzionalizzata». In altre parole, i contratti atipici escludono dal sostegno al Welfare ed etichettano automaticamente gli individui come più o meno affidabili nei pagamenti e più o meno sicuri come debitori, indipendentemente dal loro vissuto. I giovani si trovano così senza un sostegno al reddito e senza possibilità di accedere a crediti, che siano per comprare casa o per avere fondi di piccola entità.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/stiamo-davvero-lavorando-a-un-paese-per-giovani?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+8-19+luglio+%5B7956%5D

Un’opera originale. Nella chiesa dell’Annunziata di Pesaro l’eco delle parole di San Francesco: “Sora nostra matre terra”.

Madre Terra è tornata di nuovo protagonista e all’attenzione di tutti, come è giusto che sia sempre e specialmente in un periodo di difficoltà pandemica che sta mettendo a dura prova l’umano.

Questa volta nella Chiesa dell’Annunziata in Pesaro, grazie al recital “Echi Antichi nella Voce di Madre Terra” di Parole e Musica di Roberta Arduini nella parte di Madre Terra, voce e autrice dello spettacolo, nell’esibizione del quartetto OASI, di cui fanno parte oltre all’artista citata, i valenti maestri musicisti, Paride Battistoni al violino, Jacopo Mariotti al violoncello e Alceste Neri al pianoforte.

 

Se ne sentiva proprio il bisogno. Il caso, o Altro ha voluto per il maltempo, che quest’opera andasse in scena proprio nella Chiesa dell’Annunziata che apparteneva alla Confraternita dell’Annunziata, fondata nel 1347 dal Beato Cecco e dalla Beata Michelina Metelli (Pesaro, 1300- Pesaro, 1356), ora di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro e ben gestita dal Comune di Pesaro e dall’AMAT (Associazione Marchigiana Attività Teatrali).

 

La Beata Michelina Metelli terziaria francescana (laica chiamata a compiere il suo cammino terreno aderendo alla spiritualità francescana) scelse di seguire S. Francesco d’Assisi, discepolo di Cristo e maestro dei fratelli nella sapienza e nell’amore evangelico.

 

E si sentiva proprio il bisogno di ricordare Madre Terra, di cui se ne era riparlato più di recente nell’evento del 2007 al santuario di Aparecida, in Brasile della Conferenza Generale dell’Episcopato dell’America Latina e dei Caraibi, presieduta dal Cardinale Jorge Mario Bergoglio, e nell’enciclica “Laudato sì” di annunciare la Buona Novella “della destinazione universale dei beni e dell’ecologia”.

 

Si legge nel documento di Aparecida n. 125: “Sebbene oggi si sia diffusa una cultura di maggior rispetto per la natura, percepiamo chiaramente in quanti modi l’uomo, ancora, minaccia e distrugge il suo habitat. ‘Sora nostra matre terra’ (“Francesco d’Assisi, Cantico di Frate Sole, versetto 20”) è la nostra casa comune e il luogo dell’alleanza di Dio con gli esseri umani e con tutta la creazione. Non prendere in considerazione le mutue relazioni e l’equilibrio che Dio stesso ha stabilito tra le cose create, costituisce un’offesa al Creatore, un attentato contro la biodiversità e, in definitiva, contro la vita. Il discepolo missionario, al quale Dio ha donato la creazione, deve contemplarla, custodirla e utilizzarla, rispettando sempre l’ordine datole dal Creatore”.

 

Desidero ricordare qui quella bella strofa, perché illustra la saggezza cristiana riguardo alla Terra: “Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fior et herba”. Questa vincola familiarmente l’essere umano alla Terra. La nostra casa comune è come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia. 74). La terra partecipa al coro di tutte le creature che, attraverso la voce umana, lodano il Creatore. Essa contiene tutti i suoi frutti: “Benedite, creature tutte che germinate sulla terra, il Signore” (v. 76).

 

La terra è come una madre perché nutre noi esseri che nasciamo e cresciamo in questo mondo e, in particolare, quelli che da essa germogliano. Ci fa crescere e ci svela la nostra natura. “Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura” (Laudato si’, n. 67).

 

E Roberta Arduini allo stesso modo, riportiamo solo uno stralcio dell’opera, nella parte di Madre Terra recita: “E mentre osservi l’unicità di ogni singolo albero, ogni singolo fiore, o filo d’erba che ho creato, fai attenzione. Potrai sentire uscire dalla terra, la voce di un seme, che ti parla e ti dice, “io sono unico e realizzo con felicità, proprio ciò, per cui sono stato programmato, e nient’altro. Anche Tu, sei un essere meravigliosamente unico e irripetibile. Amati. Accetta ciò che sei, e rispetta ogni diversità. Segui il tuo destino e realizza la tua fioritura. Non importa se sei una rosa, o un tulipano o una margherita. Ciò che conta è che stai fiorendo! (…) E allora, guarda in Te, torna a Casa. Accogli ogni tuo germoglio, ogni tuo ramo. E anche ogni tua spina! Si!Accogli anche i tuoi disagi, perché ti avvisano che ti stai allontanando dalla Tua Immagine, dal tuo seme, da quel tuo sapere interno, che conosce la Tua Verità, più di qualunque filosofia. (…) E allora celebra la tua Vita e mentre percorri il viaggio verso la tua unica Verità, sbarazzati del tuo Ego, sii paziente, generoso, umile, coraggioso, come lo sono io ….

 

Il quartetto Oasi si esibirà ancora per la manifestazione “Conventinote” sempre a cura del Comune di Pesaro e AMAT,  il 7 agosto alle 21 e 30 con l’altro suo recital “La Verità negli occhi dell’Amore” in programma al Conventino dei Serviti di Maria a Monteciccardo (PU). Mentre il 23 luglio a Mondavio si esibirà ne “Il Soffio della Nuova Vita”, il recital più conosciuto del quartetto andato più volte in scena, che riguarda una vera Rinascita dalla pandemia.

 

Ogni emozionante argomento di valore umano e sociale, viene sviluppato da Roberta Arduini, in maniera diversa e originale, coinvolge lo spettatore e lo accompagna a vivere in prima persona il proprio viaggio interiore in maniera realistica, ma allo stesso tempo poetica e meditativa; una culla trasportata dalle onde delle emozioni e sensazioni più autentiche, che il Cuore ricerca mentre la Vita scorre.

 

Ogni coinvolgente spettacolo, prevede un emozionante connubio di parole e musica di alto livello (importanti colonne sonore di autori come Ennio Morricone, Hans Zimmer, John Barry ecc. e famosi brani classici).I testi toccano in profondità i diversi aspetti dell’esistenza umana e del suo mondo interiore, sviscerando dolcemente i lati psicologici profondi che regolano i comportamenti, creando una sorta di riflessione che induce verso una maggiore consapevolezza interiore.

 

“Riuscite a trasportare i pensieri e le anime nei nascondigli più profondi e segreti e poi negli spazi più alti e più vasti che si possano immaginare… Siete degli Artisti esemplari… Grazie…. Grazie per le emozioni e le riflessioni che donate…OASI – Gocce di Vita Voli del Cuore, in un abbraccio di Musica e Parole… Vi seguirò ovunque… Perché segnate un cammino che illumina il cuore, la mente e l’anima…Grazie… Le mie parole sono motivate da ciò che ho vissuto durante il vostro spettacolo…Grazie di cuore a voi… Alle vostre domande che portano ad aprire porte e finestre su mondi in parte sconosciuti…”.

 

Questo si legge in un post della pagina Facebook di OASI, il quartetto in cui Roberta Arduini è autrice e voce recitante degli spettacoli di Parole e Musica.

Jacques Maritain, il primato dello spirituale. La consonanza con Emmanuel Mounier su persona e bene comune.

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo l’articolo uscito ieri sulle pagine dell’Osservatore Romano. Franco Miano è il presidente dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain. È in programma, da parte dell’Istituto, un convegno nella seconda metà dell’anno su “L’uomo e lo Stato”, una delle opere fondamentali del pensatore francese. In America uscì nel 1951, quindi ricorrono adesso i settant’anni dalla prima edizione.

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L’Uomo e lo Stato si presenta come un’importante opera di sintesi del periodo americano di Jacques Maritain ed è essenziale per comprendere la sua filosofia politica e i grandi temi da essa proposti : il rapporto tra cristianesimo e democrazia, il significato dei diritti e del diritto naturale, il valore dello Stato democratico, l’intrinseca socialità dell’uomo, il nesso tra dimensioni teoretiche e principi pratici volti a favorire forme di accordo e cooperazione, il significato di parole come comunità e società, il rapporto tra il popolo e lo Stato, tra la Chiesa e lo Stato. Temi ancora oggi aperti che Maritain elabora, nel difficile periodo tra le due guerre mondiali e nell’immediato secondo dopoguerra, con taglio profondamente innovativo. Non si tratta di interessi casuali del pensatore francese ma dell’articolazione di due pilastri teorici fondamentali del suo pensiero : la persona e il bene comune.

La ricchezza della trattazione fa subito pensare a quanto le riflessioni maritainiane siano state importanti nel panorama culturale europeo e mondiale e a come esse esprimano non il semplice contributo di un pur grande filosofo ma una serie di temi, istanze, questioni divenute patrimonio culturale condiviso. Vengono alla mente anche i dialoghi che Maritain ha saputo intrecciare nel tempo con le figure più diverse di credenti e non, figure del mondo dell’arte, della cultura, della politica.

É in questo contesto che va sicuramente ricordata l’amicizia tra Jacques Maritain e Emmanuel Mounier, che ben esprime l’unico grande orizzonte del pensiero personalista ma anche le sue articolate prospettive e la peculiarità dei suoi diversi protagonisti. Un’amicizia consolidatasi attraverso la partecipazione di Mounier, sin dal 1928, agli incontri a casa dei Maritain a Meudon insieme a tante altre importanti pensatori di differenti competenze e sensibilità e attraverso il sostegno dato da Maritain a Mounier nella fondazione della rivista Esprit, pur mantenendo la propria indipendenza rispetto a tale esperienza e raccomandando l’indipendenza della rivista relativamente alle vicende politiche del tempo. E si potrebbe continuare perché il rapporto Maritain-Mounier, se letto senza semplificazioni, visioni parziali e luoghi comuni, rappresenta una vicenda interessantissima sotto il profilo storico-culturale ma ancor più uno spazio di ricerca, fecondo per il tempo in cui vissero e ancora molto produttivo oggi, al di là di ovvi aspetti caduchi.

Certamente l’ispirazione di Maritain trova nel pensiero classico e nel tomismo in particolare la sua fonte, mentre il pensiero di Mounier si avvale di motivi agostiniani, spiritualistici e in una certa accezione anche esistenzialistici. E questa rappresenta una indubbia diversità di fondo. Tuttavia i motivi di vicinanza e di affinità tra i due pensatori sono notevoli trovando nell’idea di persona “un fondamentale criterio di giudizio per prese di posizioni e programmi di impegno” caratterizzati specie in senso etico-politico (Rigobello).

In questo senso la rilettura dell’Uomo e lo Stato costituisce un’occasione propizia per ripensare il pensiero di Maritain e, si potrebbe dire, per ripensare in controluce anche quello di Mounier scomparso un anno prima della pubblicazione del volume maritainiano ma ben a conoscenza delle sue tesi portanti già espresse in precedenti opere e conferenze.

Credo sarebbe veramente importante oggi riprendere e confrontare la concezione della democrazia in Mounier e in Maritain non solo per cogliere distanze e convergenze tra loro, ma per mettere in luce tanti aspetti della loro riflessione ancora oggi decisivi e reciprocamente fecondantesi, una visione naturalmente lontana da ogni forma di totalitarismo, ma anche con accenti critici verso aspetti delle democrazie liberali e verso forme di astratto egualitarismo nel tentativo di proporre invece una democrazia in senso personalista.

Tale visione personalista, pur richiamandosi a tutta la tradizione democratica e conservandone gli elementi più validi, intende tuttavia sottolineare con più forza l’idea di autorità come servizio e il superamento di un’idea solo formale di democrazia a favore di una visione sostanziale ed effettiva fondata su un senso nuovo di partecipazione, di corresponsabilità e di decentramento, un senso nuovo di democrazia anche dal punto di vista economico.

Ciò significa ripensare le nozioni di popolo e di Stato, di comunità e di società e la loro interrelazione con l’idea stessa di diritti dell’uomo, significa riscoprire inoltre l’importanza di percorsi comuni a partire dalla ricerca di un accordo tra gli spiriti, dalla ricerca di relazioni fraterne, dall’impegno per la pace sempre congiunto alla tensione verso la verità. Maritain e Mounier possono aiutarci a rilanciare  quel primato dello spirituale di cui entrambi sono testimoni e di cui oggi abbiamo particolarmente bisogno non per abbandonare il temporale ma al contrario perché nel tempo si renda presente l’eterno. Non c’è pace, non c’è progresso politico e sociale senza una dimensione spirituale, senza intendere il ruolo costante dello spirituale per la vita delle persone e della società. Lo spirituale non può risolvere problemi di ordine temporale riguardanti il campo delle scelte degli uomini, degli stati, dei rapporti sociali ed economici. Ma può offrire chiavi diverse di lettura della storia e promuovere percorsi alternativi e impensati di soluzione dei problemi, percorsi nuovi che il semplice dato temporale non può riuscire a vedere.

Maritain e Mounier, in un tempo completamente diverso rispetto al loro e agli anni della pubblicazione di L’uomo e lo Stato, continuano a proporci in questa direzione prospettive di particolare profondità e acutezza.  

È vero, Gramsci parlava del partito come intellettuale collettivo. Non è dato sapere, però, quanto vi sia di gramsciano nella rappresentazione che il Pd fa di se stesso.

Enrico Letta ha chiuso domenica la Festa dell’Unità di Roma con un’intervista centrata sul tema del partito come intelligenza collettiva. Questo intervento solleva un dubbio: non è che si evoca con il titolo assegnato all’intervista un qualcosa di più omogeneo a talune formule in voga presso i cultori di una politica ridotta a flussi di informazioni e gestione dati? 

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Se penso al concetto di “intelligenza collettiva” la prima cosa che mi viene in mente è la Chiesa già a partire dalla derivazione etimologica: chiesa da εκκλησία ovvero assemblea, più persone riunite insieme per un fine che va al di là delle proprie esistenze individuali, per degli scopi che non è possibile conseguire da soli. 

Pensate agli Undici della Pentecoste e poi ai Concili ecumenici. Poi certo il principio assembleare si è dovuto bilanciare con il principio petrino del potere assoluto del Papa, ma i due ovviamente coesistono. Il concilio Vaticano II ad esempio è stata una mega manifestazione di intelligenza collettiva. E poi ci sono altre parole fondamentali del lessico ecclesiastico tipo Sinodo,  “συν οδόσ” “la strada insieme” a chiarire che la dimensione collettiva è essenziale, ma appunto perché c’è un “andare verso” che è già presupposto. 

Gli antichi non avevano questo tipo di “intelligenza collettiva”. L’accademia platonica o la Stoà oppure l’Areopago, erano collettivi di intelligenti ma non  erano “intelligenza collettiva”. Poi è arrivato Gramsci che ha studiato la Chiesa cattolica e Machiavelli e ha trovato la formula del “Partito come moderno Principe” e del “partito come intellettuale collettivo”.  

Non so se Letta è consapevole di questo processo o se replica  concetti orecchiati. Certo, come ho cercato di dimostrare l'”intelligenza collettiva” funziona se esiste una finalità condivisa, un riferimento ideale comune e potente. A naso direi che αγορά, che in greco vuol dire “piazza”, non assicura nulla sulla produzione di “intelligenza collettiva”, peraltro abbiamo gia conosciuto “Piazza Grande” e non è proprio andata come indica l’aggettivo. Ma siamo qui. Resistiamo e continuiamo a sperare.

[Tratto dalla pagina Fb dell’autore]

Papa Francesco corregge gli abusi e le strumentalizzazioni della liturgia. Il punto di “Orbisphera”.

Papa Francesco ha scritto una lettera ai Vescovi di tutto il mondo per presentare il Motu Proprio “Traditionis Custodes” sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970.

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Il Motu Proprio è ispirato a diverse finalità: fare in modo che il rito liturgico della Chiesa cattolica rinnovi la sua originale tradizione; evitare che venga messo in dubbio l’insegnamento del Concilio Vaticano II; evitare che alcuni utilizzino la liturgia preconciliare per promuovere correnti scismatiche; evitare che vengano commessi abusi in una direzione o nell’altra.

Papa Francesco ha spiegato che sono chiari i motivi che hanno indotto san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI a concedere la possibilità di usare il “Messale Romano” promulgato da san Pio V, edito da san Giovanni XXIII nel 1962, per la celebrazione del Sacrificio eucaristico.

L’indulto della Congregazione per il Culto Divino nel 1984, confermato da san Giovanni Paolo II nel Motu Proprio “Ecclesia Dei” del 1988, è stato motivato dalla volontà di favorire la ricomposizione dello scisma con il movimento guidato da mons. Lefebvre.

La richiesta, rivolta ai Vescovi, aveva dunque una ragione ecclesiale di ricomposizione dell’unità della Chiesa.

Quella facoltà venne però interpretata da molti, all’interno della Chiesa, come la possibilità di usare liberamente il “Messale Romano” promulgato da san Pio V, determinando un uso parallelo al “Messale Romano” promulgato da san Paolo VI.

Al fine di risolvere tale situazione, Benedetto XVI nel 2007 era intervenuto sulla questione con il Motu Proprio “Summorum Pontificum”, per introdurre un regolamento giuridico che concedesse una «più ampia possibilità dell’uso del Messale del 1962».

Benedetto XVI muoveva dalla convinzione che nelle comunità parrocchiali non ci sarebbero state spaccature, perché «le due forme dell’uso del Rito Romano avrebbero potuto arricchirsi a vicenda».

E invece, purtroppo, la facoltà di celebrare la liturgia preconciliare venne interpretata da molti, all’interno della Chiesa, come la possibilità di usare liberamente il “Messale” promulgato da san Pio V, determinando un uso parallelo al “Messale Romano” promulgato da san Paolo VI.

Per questo motivo papa Francesco ha incaricato la Congregazione per la Dottrina della Fede di inviare ai Vescovi un questionario sull’applicazione del Motu Proprio di Benedetto XVI “Summorum Pontificum”.

«Le risposte pervenute – ha precisato Francesco – hanno rivelato una situazione che mi addolora e mi preoccupa, confermandomi nella necessità di intervenire.

L’intento dei miei Predecessori di ritrovare l’unità è stato spesso gravemente disatteso.

L’offerta di san Giovanni Paolo II di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni.

Mi addolorano allo stesso modo gli abusi nella celebrazione della liturgia».

Il Pontefice ha lamentato che in molti luoghi la liturgia viene celebrata con deformazioni al limite del sopportabile. «Mi rattrista – ha affermato – un uso strumentale del “Missale Romanum” del 1962 sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”».

«Dubitare del Concilio – ha sottolineato Francesco – significa dubitare delle intenzioni dei Padri, i quali hanno esercitato la loro potestà collegiale in modo solenne “cum Petro et sub Petro” nel Concilio ecumenico». E significa, in ultima analisi, «dubitare dello stesso Spirito Santo che guida la Chiesa».

Papa Francesco ha spiegato in maniera chiara che «è sempre più evidente, nelle parole e negli atteggiamenti di molti, la stretta relazione tra la scelta delle celebrazioni secondo i libri liturgici precedenti al Concilio Vaticano II e il rifiuto della Chiesa e delle sue istituzioni in nome di quella che essi giudicano la “vera Chiesa”».

Ed ha aggiunto: «Si tratta di un comportamento che contraddice la comunione, alimentando la spinta alla divisione. È per difendere l’unità del Corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai miei Predecessori».

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Urla la Borsa. Chi investe ha capito che il COVID può rialzare la testa.

Il momento è delicato, non possiamo mollare la presa. Bisogna andare avanti con la politica di vaccinazione a tappeto. Guai a illuderci che l’emergenza sia terminata completamente.

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Chi più sensibile della borsa. C’è un sensore che a voi sembra più attento ai soffi di vento dell’economia? Anche della spicciola economia. Sono domande retoriche. Tutti quanti voi sarete propensi a sostenere la tesi che nessuno abbia l’olfatto più fine di Piazza Affari. Oggi, una botta da orbi. Quasi il 4% di perdita. Cosa sarà mai successo? Qualche magagna nel settore della grande industria? Nelle telecomunicazioni? Nella robotica?

No. Non è questo. Questi hanno annusato la possibilità che il covid rialzi la cresta. Sembra che alcuni turisti, forse spaventati, abbiano già disdettato gl’impegni per il prossimo mese. Non c’è da scherzare. Ogni azione, alla fine, si paga. L’oste porta il conto dopo che ci siamo riempiti lo stomaco. Avete ancora negli occhi gli assembramenti di otto giorni fa, quelle piazze gremite, festose e non curanti di che cosa potessero essere fonte. Il pullman per le strade di Roma con ai lati folle senza ritegno.

Adesso paghiamo. E anche salatamente. Potresti subito fare un calcolo approssimativo di cosa indichi quel meno 4%. Certo lo pagano alcuni e non tutti. Ma non è così, in fondo, quella sciabolata colpisce l’intero corpo del Paese. Secondo i calcoli, il contagio crescerà ancora nei prossimi giorni. Per fortuna, la stragrande maggioranza degli anziani sono vaccinati e non vengono colpiti del malanno. Il virus predilige le generazioni più giovani. E questo, per fortuna, non interessa il registro più pesante.

Cosa fare? Mantenere alta la guardia sul fronte dei vaccini. Creare le condizioni perché anche i più riottosi capiscano l’importanza di quel provvedimento. Non permettere, almeno nei prossimi quindici giorni, manifestazioni affollate; nemmeno per chi fosse in possesso del green pass. Insomma, riguadagnare responsabilmente un atteggiamento che avevamo positivamente manifestato in più di un anno di esperienza collettiva.

E’ importante predisporre ogni misura perché, nella stagione peggiore, le nostre capacità di resistenza, siano ben forgiate e ci permettano di fronteggiare l’autunno con serietà, compostezza e senso di responsabilità.

L’economia, la salute e il nostro costume vanno tutti e tre potenziati, salvaguardati e se possibile, persino ampliati.

Stupido sarebbe perdere per vuota noncuranza il traguardo che abbiamo davanti a noi.

Perù: Castillo proclamato vincitore delle elezioni presidenziali

Il candidato della sinistra radicale Pedro Castillo è stato proclamato vincitore delle elezioni presidenziali in Perù più di un mese dopo il secondo turno tra lui e la candidata populista di destra Keiko Fujimori. “Proclamo presidente della Repubblica Josè Pedro Castillo Terrones”, ha affermato il presidente della Giuria elettorale nazionale (Jne), Jorge Luis Salas, in una breve cerimonia virtuale.

Castillo è un ex insegnante e ha 51 anni. La prima volta che aveva fatto parlare di sé a livello nazionale era stato solo quattro anni fa, quando aveva guidato uno sciopero di migliaia di insegnanti che rivendicavano stipendi più alti.

La sua elezione è arrivata in un momento di enorme difficoltà per il Perù, uno dei paesi più colpiti dall’epidemia da coronavirus, e dopo anni di grossi scandali nella politica nazionale.

La Commissione Ue avvia Alleanze per i semiconduttori e le tecnologie cloud industriali

La notizia arriva dalla Commissione europea che ha dato i natali a queste cordate di imprese, rappresentanti degli Stati membri, università, utenti e organizzazioni di ricerca e tecnologia. “Le due alleanze elaboreranno ambiziose roadmap tecnologiche per sviluppare e distribuire in Europa la prossima generazione di tecnologie di elaborazione dati dal cloud ai semiconduttori edge”, ha commentato il Commissario per il mercato interno Thierry Breton.

Si svilupperanno, ad esempio “cloud industriali europei efficienti dal punto di vista energetico e altamente sicuri, che non sono soggetti a controllo o accesso da parte delle autorità di Paesi terzi” oppure si progetterà e produrrà chip avanzati. “Sostenere l’innovazione in questi settori critici è fondamentale e può aiutare l’Europa a fare un balzo in avanti insieme a partner che la pensano allo stesso modo”, il commento di Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva della Commissione Ue.

Queste alleanze sono aperte alla partecipazione di tutti gli enti pubblici e privati ​​con un rappresentante legale nell’Unione e con attività pertinenti, a condizione che soddisfino le rigide condizioni definite nel mandato. Nel suo lavoro l’Alleanza, oggi sottoscritta da 22 Paesi Ue, rispetterà alcuni principi e norme: standard elevati in termini di interoperabilità e portabilità/reversibilità, apertura e trasparenza, ma anche per protezione dei dati, sicurezza informatica e sovranità dei dati; rispetto di parametri di efficienza energetica e sostenibilità; conformità alle migliori pratiche cloud europee.

Adesso serve un nuovo “preambolo”. Contro i populismi.

In ricordo del Preambolo di Donat Cattin, che unì nel congresso dc del 1980 la maggioranza ‘anticomunista’ del partito e divise per altro le forze della sinistra interna, l’autore propone coraggiosa,ente di allestire quanto prima un nuovo ‘documento’ – analogo per qualità al vecchio Preambolo – capace di unire le forze democratiche contro il populismo ancora presente nelle pieghe della società.

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Quando si parla di “preambolo” – almeno nella politica italiana – il ricordo corre direttamente a Carlo Donat-Cattin e al congresso della Democrazia Cristiana del febbraio 1980. Si trattava, per chi se lo fosse dimenticato, di un documento che fu scritto di pugno dal leader della sinistra sociale di Forze Nuove che modificava la linea e la strategia politica della Dc facendo prevalere l’alleanza con i socialisti e i partiti di democrazia laica chiudendo, al contempo, l’esperienza della “solidarietà nazionale” con il Partito Comunista Italiano. E, soprattutto, qualunque ipotesi di alleanza con i comunisti, tanto a livello nazionale quanto a livello locale. 

Un documento che ribaltò i pronostici della vigilia di quello storico congresso democristiano e che si apprestava ad inaugurare una nuova stagione politica per il paese e per la stessa Democrazia Cristiana. Un documento, quello scritto da Donat-Cattin, che raccolse la maggioranza dei delegati e che era dettato da motivazioni squisitamente e unicamente politiche. Quindi nessuna pregiudiziale ideologica nè, tantomeno, nessuna vendetta o voglia di rivalsa nei confronti di chi governò sino a quel momento la Democrazia Cristiana. Un documento, tuttavia, che ad oltre 40 anni dalla sua stesura continua a dividere gli storici e soprattutto i cattolici impegnati in politica, nonchè i democristiani ancora attivi qua e là nei vari partiti e cartelli elettorali attuali.

Ora, però, archiviate quella stagione e quelle lunghe discussioni, si ripropone – nel nuovo contesto politico italiano – la necessità di arrivare al più presto ad un nuovo “preambolo”. Un “preambolo” che non chiude più le porte ai comunisti – che sono comunque spariti dalla scena politico elettorale italiana anche se sono rimasti nella loro declinazione peggiore come esponenti di una sinistra salottiera, alto borghese, aristocratica e con uno smaccato impianto moralistico – ma, semmai, che deve diventare un argine invalicabile ai populisti e al populismo. Vecchi e nuovi. È questa la vera sfida politica che attende i democratici, gli europeisti, i riformisti e chi pensa e vuole ancorare la propria azione politica, culturale e legislativa ai valori e alla prassi della Costituzione repubblicana. Un “preambolo” politico e culturale, appunto.

È inutile girarci attorno. “Se la politica”, come ci ricordava sempre con intelligenza e saggezza Mino Martinazzoli, “in Italia è sempre stata sinonimo di politica delle alleanze”, è pur vero che oggi l’avversario più insidioso ed irriducibile continua ad essere il populismo. E, nello specifico, il populismo di marca grillina. Perchè, al di là di qualunque pregiudizio politico o pregiudiziale ideologica, in quel populismo si annidano i principali ostacoli per declinare una vera ed autentica strategia democratica, riformista, socialmente avanzata, partecipativa e ancorata alla nostra cultura costituzionale e alla stessa prassi parlamentare e rappresentativa. È appena sufficiente ricordare alcuni postulati costitutivi del populismo nostrano per rendersene conto: antipolitica, antiparlamentarismo, antisistema, giustizialismo manettaro, demagogia, odio per le culture politiche e i partiti che affondano le loro radici nel passato, disprezzo per i politici non riconducibili alla loro esperienza. Nonchè, e non per ultimo – come la concreta esperienza ha persin platealmente confermato – trasformismo e opportunismo politico e parlamentare.

Ecco perchè, in vista delle prossime e decisive elezioni politiche, il “preambolo” politico antipopulista quasi si impone per la salvaguardia e la conservazione della nostra democrazia. E, soprattutto, per la qualità della nostra democrazia che proprio il populismo svuota e indebolisce dall’interno. Tocca alle forze democratiche che ci sono – e quelle che nasceranno in vista delle politiche – arginare quella deriva e quella decadenza e assumere una iniziativa capace di fronteggiare un’insidia che ormai da troppo tempo mina le radici del nostro sistema politico e ne infiacchisce la sua vitalità. Senza distinzioni di sorta e senza continuare a blaterare, soprattutto da parte dei circoli della sinistra salottiera, aristocratica e moralistica, sui rischi virtuali e astratti di derive autoritarie, dittatoriali, illiberali e carnevalate simili. È giunto dil tempo di gettare alle ortiche quelle amenità goliardiche e di concentrarsi, invece, sui veri rischi che attraversa la nostra democrazia.

Certo, oggi, e purtroppo, i Donat-Cattin non esistono più. Ma un “preambolo” è attualissimo. Anzi, indispensabile per la salute delle nostre istituzioni, per la qualità della nostra democrazia e per la stessa credibilità della nostra politica.

Mesi decisivi per il futuro europeo

Le elezioni in Germania e Francia saranno determinanti per il futuro dell’Unione Europea. Sullo sfondo s’intravede anche la possibilità di cambiare i Trattati. Siamo di fronte a un passaggio epocale.

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L’Unione Europea sta avviandosi verso mesi di grande importanza per il suo futuro. E ciò al di là del lavoro che la Conferenza sul medesimo tema inaugurata lo scorso 9 maggio saprà (o meno) svolgere. Naturalmente l’evoluzione pandemica sarà un fattore non secondario, soprattutto se – Dio non voglia – la variante Delta dovesse non solo, come ora, minacciare l’autunno ma addirittura rovinarlo. Oltre questa incognita non certo secondaria, però, esistono alcuni elementi che avvalorano l’affermazione iniziale.

Per la prima volta l’UE in quanto tale ottiene dal mercato finanziario denari che vengono utilizzati per supportare interventi straordinari di ripresa dei singoli Paesi. La prima tranche di questi quattrini freschi è in arrivo. Per la prima volta ci sarà dunque un debito comune, in euro. L’ortodossia ordoliberale subisce un primo smacco, ad opera di un piano che già nel suo nome (Next Generation UE) indica il futuro e quindi implicitamente indica una via ormai intrapresa e da non abbandonare. La stessa Unione in quanto tale non si limita a regolamentare il Piano ma, assai più attivamente, lo gestisce vincolando i miliardi destinati a ricostruzione e rilancio (o resilienza che dir si voglia) a dettagliati impegni di riforma che ogni nazione dovrà rispettare: e le riforme, si badi, sono tutte all’interno di un più ampio indirizzo generale comune, appunto europeo.

L’Unione Europea sta così cercando di trasformare una difficoltà – enorme – in una opportunità. Un’opportunità che potrebbe nei fatti riformare i Trattati, prima di una loro effettiva riscrittura maggiormente coerente con la pur celebrata e conclamata unità “sempre più stretta” fra i suoi diversi Stati aderenti.

In questo quadro, che mostra indubbiamente elementi di positività, si inseriranno a breve le due elezioni politiche più importanti del continente: quelle tedesche e quelle francesi. Come cinque anni prima, saranno decisive per il futuro europeo.

In Germania non si tratterà solo di eleggere il nuovo Parlamento. Si tratterà di sostituire la leader che ha rappresentato la nazione tedesca negli ultimi 15 anni. Imponendosi – al di là degli errori commessi, che pure ce ne sono stati – come l’unica statista continentale e quindi come la leader di fatto dell’Unione. Non è dunque, il prossimo autunno, un passaggio da poco, a Berlino.

Qualche mese più tardi, saremo già nel 2022, la Francia dovrà – si spera – ribadire il suo “no” alla tensione sovranista incarnata, per la verità con minor vigore (almeno all’apparenza) dalla Destra di Marine Le Pen. Il presidente Macron non è più l’outsider giovane e brillante della volta scorsa. Ma, oltre i limiti derivanti da una qual certa caratterialità del personaggio, resta in ogni caso non solo il baluardo più forte di fronte all’offensiva della Destra ma pure un convinto sostenitore dell’ideale europeista (sia pure…in salsa francese!).

Berlino e Parigi, cinque anni fa, furono decisive per fermare l’avanzata, che pareva imperiosa, dei movimenti nazionalisti e populisti. Questa volta saranno decisive per assicurare un futuro all’Unione che ha guardato al proprio domani ideando e adottando Next Generation UE.

 

La fiducia per la crescita

L’autore ha presentato questa sua riflessione al gruppo di lavoro, dedicato al tema “Governo dell’Italia”, che Vincenzo Scotti ha riunito attorno a sé nei mesi scorsi. Giovedì prossimo, alle 17.30, si terrà un nuovo seminario per approfondire le questioni legate al Pnrr. È possibile avere informazioni a riguardo scrivendo a Stefania Lazzari Celli, Eurilink University Press, email: linkpress@unilink.it.

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Leggendo il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza la parola che mi è più piaciuta è “fiducia”. Nel piano la fiducia si invoca per accrescere l’efficienza, la competitività del Paese e per favorire l’attrazione degli investimenti. La fiducia si cita con riferimento alla necessità di avere sentenze dove trionfi l’aspetto tecnico, al fine di ridurre l’alea del risultato, limitando così anche il numero dei contenziosi, ai quali alcune volte si ricorre sperando nella buona sorte. Si ripete la parola fiducia in materia di sistema sanitario e di infrastrutture tecnologiche e digitali ospedaliere, che presentando un significativo grado di obsolescenza e risultando carenti, in molte strutture, compromettono la qualità delle prestazioni e l’efficienza del sistema. 

La fiducia è uno degli elementi essenziali sui quali si muove ogni società. Circoliamo sulle nostre strade perché diamo fiducia a quelli che provengono in senso contrario, sicuri che non invaderanno la nostra corsia per investirci. Passeggiamo per le nostre strade, fiduciosi che l’inquilino del terzo piano non ci scaraventi in testa un vaso di fiori. Il piano, che fa della fiducia una strategia per promuovere la crescita è bene che la declini completamente e nel modo più proprio: quello binario. Esiste la fiducia dei cittadini verso lo Stato ed è quella alla quale si fa riferimento nel PNRR, in quanto condiziona gli investimenti. Esiste, però, la fiducia dello Stato verso i cittadini, che condiziona la struttura della legislazione. Se l’idea di fondo del legislatore continuerà ad essere più la deterrenza della norma che la sua efficacia, l’effetto sarà quello di rallentare i processi di crescita. Il tema è antico quanto è antica la società in materia di appalti pubblici. 

Già nel 1693, l’ingegnere militare e maresciallo di Francia Marchese di Vauban, all’epoca trentenne, scriveva all’eccellentissimo ministro della guerra di Luigi XIV – il Re Sole – per consigliare il tema della fiducia nei pubblici incanti, che nell’occasione consisteva nel non applicare il criterio del prezzo più basso, per il timore che gli impresari guadagnassero troppo, in quanto quella che sembrava una norma moralizzatrice avrebbe solo scoraggiato i più onesti ed attratto i peggiori malfattori. Se si vuole che le risorse associate al PNRR esplichino il loro potenziale di crescita, bisogna non eliminare il codice degli appalti, come qualcuno va predicando, ne applicare il “metodo Genova” – inapplicabile nella generalità dei casi, a meno di non ammettere che si vogliono favorire le consorterie – ma introdurre parametri oggettivi e non discrezionali. 

La legislazione sui lavori pubblici e in generale sul governo del territorio negli ultimi anni è il frutto di una politica sempre più ipocrita, conseguenza di un atteggiamento farisaico, dove vi è stata la corsa a inasprire oltre ogni limite i parametri rappresentativi di questa o quella condizione deterrente, per accreditarsi come i miglior difensori di questo o di quell’altro vincolo. Infatti il Codice degli appalti in vigore dal 2016 e la stessa Agenzia anticorruzione sono l’esempio e il frutto di una politica, che per vantarsi di fare una lotta alla corruzione (come nessun altro abbia mai fatto), ha “appaltato” il contrasto alle illegalità ad un soggetto esterno al processo istituzionale ordinario; personalizzando la medesima battaglia e identificandola addirittura con una persona. Cosa grave dal punto di vista della democrazia. Grave, appunto, perché ha personalizzato l’azione, dando al vertice dell’Agenzia la personificazione dell’anticorruzione. Egli è l’incorruttibile! Concetto che non è molto distante dall’uomo della provvidenza.

Quando il pensiero di sinistra degli anni Sessanta e Settanta dissentiva dalle leggi speciali, fatte ad hoc per risolvere un problema, non lo faceva certo perché dissentiva dalla sua risoluzione, ma perché se le leggi ordinarie pongono proprio la legge al di sopra degli uomini, le leggi speciali pongono uno o alcuni uomini al di sopra della legge.

Quando la competenza non è profonda e la spinta ipocrita è molto forte, si rischia di prendere abbagli pericolosissimi, con risultati opposti a quelli che ci si è prefissati (proprio ciò che denunciava il Marchese di Vauban). Non a caso nel nostro ordinamento per l’aggiudicazione di appalti per lavori, servizi e forniture predomina l’offerta economicamente più vantaggiosa. Che a sentirla, quando non si conosce l’essenza dei processi, l’epistemologia del metodo, sembra il rimedio universale per raggiungere il massimo della efficienza. Invece non è così. Si rischia di cogliere il risultato opposto. L’offerta economicamente più vantaggiosa ha ragione di esistere quando si tratta di grandi scelte. In fase preliminare, dove delle diverse soluzioni è riconoscibile la loro differenza. Se invece si parla di un progetto definitivo o addirittura esecutivo, non modificabile radicalmente (come prevede la norma in vigore è ciò non è secondario), già studiato da un progettista, verificato da un altro professionista e validato da un altro ancora, le possibili migliorie non potranno che essere piccole questioni, in genere opinabili. Posizioni diverse, sostenute da diversi convincimenti intellettualmente onesti. 

È proprio fra due o più posizioni intellettualmente virtuose, applicate a questioni di dettaglio, che si annida l’arruffo. Che nel caso specifico diviene strumentale, per sostenere, in alcuni casi in modo fraudolento, una o l’altra proposta. Nella considerazione che l’economia di uno Stato non debba e non possa essere salvata dal valore dei ribassi praticati  nelle gare per l’aggiudicazione delle opere pubbliche e che è necessario sveltire i tempi di aggiudicazione divenuti paradossali, la soluzione non può che essere quella di ammettere alla procedura di aggiudicazione tutte le imprese, in ragione della loro qualificazione, in base a parametri tecnici ed economici, che determinino i requisiti da possedere per candidarsi alla realizzazione dell’opera specifica. Per procedere alla individuazione del soggetto al quale affidare l’appalto, con modalità non condizionabile, si potrà ricorrere all’abbinamento di ogni partecipante a una estrazione imprevedibile, come il lotto o altro sorteggio pubblico. È evidente che se l’impresa aggiudicatrice con quella aggiudicazione avrà esaurito il suo potenziale aedificandi non potrà realizzare altre opere se non dopo aver terminato quella aggiudicata o una sua parte consistente. 

Ciò assicurerebbe oltre ad una assoluta non condizionabilità delle gare, una più equa distribuzione del lavoro e dei tempi più celeri per la loro realizzazione; in quanto solo il completamento dell’opera in corso restituirebbe all’impresa il proprio totale requisito potenziale per partecipare ad altre assegnazioni di pari importo. E’ il caso di precisare che non bisogna confondere la fiducia dello Stato verso i cittadini con la dismissione dei sistemi di controllo e repressione dei crimini, che debbono essere sempre più efficienti. Punire i corrotti è una cosa, condannare tutti all’immobilismo è un’altra!

Bartolomeo Sciannimanica 

Ingegnere, già professore a contratto presso la Federico II e l’Università di Urbino, già dirigente del Settore urbanistica della Regione Campania e dirigente del Servizio ambiente del Comune di Napoli.

 

L’algoritmo di Facebook incapace di comprendere l’uomo. Le “Idee” di Avvenire.

La pagina Facebook del Museo di Ravenna oscurata è solo l’ultimo caso di una lunga serie: gli algoritmi sono incapaci di intendere l’uomo

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È di questi giorni una notizia che non è certo la prima del suo genere, offre spunti di riflessione interessanti, ma non sul tema di cosa è arte o pornografia, il livello di lettura più gettonato e vendibile che mi sembra secondario. La pagina del Museo d’Arte della città di Ravenna (Mar) è stata oscurata per quasi un mese da Facebook, il cui algoritmo ha decretato che una immagine del fotografo Paolo Roversi era censurabile perché non rispettava i dettami del social sul nudo. 

La mia considerazione non riguarda il discrimine che dividerebbe secondo alcuni, e certo secondo l’algoritmo, arte e pornografia in modo netto, diatriba inutile che lascio volentieri a chi ama tessere geremiadi contro un preteso clima censorio senza precedenti o sul mala tempora currunt del momento. L’oscuramento in questione sottende un tema molto più focale che include anche le distinzioni posticce come corollario del suo ventaglio di conseguenze nefaste. Più volte ho presentato e sostenuto argomentazioni per cui la AI non potrà mai sostituire il cervello umano nella sua essenza e nelle sue peculiarità più specifiche. 

La notizia che riguarda Facebook e il Mar offre una occasione ulteriore che ritengo difficilmente contestabile, anche da chi si ritiene vestale profetica dell’avvento di un incontrastato dominio delle macchine prossimo venturo. L’algoritmo onniscente e onnipresente, in realtà generatore di un enorme catalogo di dati di cui non ha alcuna coscienza, non potrà mai individuare una componente fondamentale che caratterizza tutto l’agire umano e i suoi processi cognitivi: l’intenzione. 

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https://www.avvenire.it/agora/pagine/quellintenzione-artistica-che-lai-non-capir-mai

Quando Dossetti attaccava De Gasperi per gli ‘apparentamenti’ nelle amministrative. Bisognava preservare autonomia e forza propulsiva della Dc.

Nel 1951 si votò nei Comuni in due turni (27 maggio – 10 giugno) con una legge elettorale che premiava i partiti uniti in coalizione. Anche La Pira, a Firenze, vinse grazie al premio di maggioranza riscosso dalle forze democratiche di centro. 

A ridosso delle elezioni, Dossetti pubblica sul fascicolo di “Cronache Sociali” del 15 maggio un lungo articolo (Tattica elettorale): manca la firma ma viene attribuito a lui, ancora in quel momento vice segretario del partito (dopo qualche mese annuncerà il ritiro dalla politica). Dossetti, appoggiandosi a Sturzo e a Piccioni, contesta il ricorso alla logica di apparentamenti generici, a seconda delle condizioni locali, con la conseguenza di vedere sminuita l’identità e l’immagine della Dc. 

In sostanza si scaglia contro quello che veniva definito il “polipartito”, un aggregato di più partiti raccolti sotto le insegne di una Dc ormai devitalizzata. È una critica che oggi potrebbe ancora valere mutatis mutandis come un monito verso la prassi usuale di aggregare consenso attraverso lo strumento di liste cosiddette civiche, perlopiù emanazione di accordi dietro le quinte tra candidati Sindaci e gruppi di interessi locali.

Se la critica di Dossetti non “regge” al confronto con il realismo di De Gasperi, resiste tuttavia nel profilarsi come richiamo alla necessità di una politica dotata di valori, forte di una sua idea direttiva, capace di oltrepassare le consegne del piccolo cabotaggio. Una politica riformatrice vive anche di alleanze, ma non solo di esse.

Di seguito riportiamo le conclusione dell’articolo, per altro molto denso e articolato.     

Tattica elettorale

La ricostruzione fatta della vicenda della legge elettorale e i dati particolari sin qui rilevati confluiscono tutti in una con-statazione riassuntiva: lo spirito bloccardo, che sembrava definitivamente estromesso dalla tradizione popolare e ancor più dalla concezione personalistica ed organica della nuova generazione democratica cristiana (così Piccioni, Discorso sulla legge elettorale per la Costituente in Atti della Consulta Nazionale, pag. 680 e 682) è invece risorto nel Partito di maggioranza dopo il 18 Aprile. La legge elettorale del 1951 non ha spalancato le porte, ma piuttosto ha tentato di esorcizzare quello spirito e per sé vi è riuscita, almeno nella misura massima possibile, date le circostanze e gli orientamenti ormai dominanti. Ma esso, nella fase terminale dell’applicazione ha ripreso il campo più potente di prima e forse accompagnato da altri spiriti peggiori di lui

Con quali conseguenze?

È troppo presto per potere fare previsioni concrete e pronunciare giudizi definitivi. Ma sembra di potere almeno affermare: come l’intransigenza dei popolari fu nel 1920 un mezzo vivace ed arduo per costruire e imporre la personalità del Partito (Sturzo, Relazione al IV Congresso a Torino, n. 15), cosi oggi una anche limitata transigenza democristiana rischia con forte probalilità di condurre ad una certa devitalizzazione del Partito di maggioranza.

Forse qualcuno chiederà: ma questo alla fine è proprio un grande male e un danno irreparabile? O non è forse il Partito semplice mezzo rispetto allo Stato? Se lo Stato, per ipotesi, nella transigenza democristiana trovasse un vantaggio o per lo meno evitasse danni maggiori, non sarebbe forse una ostinazione partitocratica il sollevare riserve a qualche sacrificio di parte, al servizio del bene generale del Paese?

Ci proponiamo di ritornare su questo problema, sia nei suoi aspetti generali sia in quelli specifici alla presente situazione concreta: soprattutto per segnare il netto distacco della nostra visione da qualsiasi insano patrottismo di partito. 

Però, sin da ora, non possiamo non osservare che la Democrazia Cristiana dopo il 18 aprile si è trovata in una situazione di eccezionale favore e insieme si è trovata a dovere adempiere a un compito di eccezionale impegnatività. 

Si è trovata cioè nella condizione diversa rispetto a quella, quasi senza alternative, che si offriva al partito popolare nel primo dopoguerra: poteva invece essere anche una maggioranza omogenea. La Repubblica Italiana, dopo il 18 Aprile – a differenza della III e della IV Repubblica francese e della Repubblica di Weimar – poteva essere una democrazia semplificata e attivata da un mandato popolare unitario. 

D’altro canto, alla Democrazia Cristiana si poneva un compito pure fuori del comune, compito risultante da quell’insieme di problemi che il 18 Aprile non aveva risolto, pur offrendo la chiave della loro soluzione, cioè i problemi del risanamento e della stabilità reale della società e dello Stato italiano. Ossia c’era da arrestare e da ripercorrere il cammino della disgregazione sociale, del deperimento economico, della decomposizione amministrativa, ormai spinta – dopo il fascismo – a un limite di decadenza nazionale, da cui certo nel 1920 si era rimasti, nonostante tutto, ancora ben lontani. Per tutto questo non poteva prov-vedere una pluralità qualsiasi di forze eterogenee, ma occorreva una forza: una forza omogenea, dotata di un suo nerbo spirituale, di un suo programma definito, di una salda ossatura organizzativa, di una sua imponenza quantitativa. 

Solo la Democrazia Cristiana si è trovata nella possibilità e nella responsabilità di riunire tutti questi elementi e pertanto di essere non semplicemente – come era il Partito Popolare – un partito in uno Stato già dato, ma ben più, cioè l’unico strumento per la costruzione di un nuovo Stato – non più semidemocratico e semioligarchiro, ma schiettamente democratico – da dare agli Italiani. 

Cosi aveva voluto la volontà popolare che per questo aveva concentrato sulla Democrazia Cristiana, come sull’unica capace, un tanto numero di suffragi. E per quale via? Appunto per la via del sistema proporzionale. 

Al qual propostto ci si consenta di richiamare, a mo’ di conclusione, quanto diceva l’on. Piccioni alla Consulta Nazionale il 14 Febbraio 1946, con una ispirazione oramai remota, ma pure quanto attuale: «Non si può rimanere proporzionalisti a metà e da questa posizione erigersi a giudicare delle più disparate conseguenze, attribuite senza discriminazione alla proporzionale. Ora, i presupposti di questa sono i partiti, piaccia o non piaccia a quelli che sono vissuti in climi politici diversi … piaccia o non piaccia, siamo in regime di democrazia, secondo noi democratici cristiani, personalistica ed organica. I partiti sono, devono essere e devono rimanere, i protagonisti veri ed unici della lotta politica» (Atti della Consulta Nazionale, pag. 682). 

In questi protagonisti, l’on. Piccioni indicava addirittura il tramite insostituibile della volontà popolare di rinnovamento e di costruzione democratica contro l’oligarchia degli anziani, almeno, in una fase storirica come la nostra, da lui qualificata di dissolvenza dello Stato

Con il che si ritorna in definitiva all’affermazione sturziana: «Il primo partito organizzato è oggi il Governo» (Popola-rismo e Fascismo, pag. 216). 

Di qui e solo di qui muove il nostro convincimento che ogni eventuale devitalizzazione di quel protagonista dell’azione politica e dell’azione statale, che è oggi in concreto per la Repubblica Italiana il partito della Democrazia Cristiana, non sia soltanto l’indebolimento di una parte, ma si traduca in una devitalizzazione del tutto, cioè dello Stato. Ogni passo nel cammino della spersonalizzazione del Partito, verso un generico e indifferenzialo trascendimento di esso in quello che recentemente è stato chiamato il polipartito, non è un passo avanti nel servizio del Paese, ma è un passo indietro, che promulga e aggrava la permanente crisi della società e dello Stato Italiano.

Dieci proposte dell’Uncem. La Rai al servizio delle comunità e degli enti della montagna.

Il presidente dell’Associazione ha inviato una lettera ai nuovi vertici di viale Mazzini per definire un piano di collaborazione. Riportiamo il testo integralmente. 

 

La Rai è la più grande Azienda che produce cultura e intrattenimento in Italia. Assicura il Servizio pubblico radio-televisivo nel Paese ed è in rete con i più grandi broadcaster europei.

Uncem ha avviato negli ultimi anni un dialogo virtuoso con i Vertici Rai, rinnovati nei giorni scorsi, per comporre alcune urgenze che interessano i territori rurali, montani, interni del Paese. L’azione con il CTO Rai ing. Stefano Ciccotti ha permesso di definire un protocollo d’intesa, titolo “Rai per i territori montani” volto in particolare a sperimentazioni sulla diffusione del segnale radio-televisivo nelle zone alpine e appenniniche. Sperimentazione che prosegue oggi e che, per la prima volta, ha riaffermato la necessità di garantire migliore copertura a tutto il Paese, anche nelle zone più complesse mappate da AgCom e Co.Re.Com.

Uncem sottopone al Cda Rai, ai Vertici dell’Azienda appena nominati, alla Presidente e all’Amministratore Delegato, dieci proposte in questa lettera aperta. Se la Rai è vero servizio pubblico, e ci crediamo, il dialogo con chi rappresenta i Comuni e i territori montani deve proseguire e intensificarsi, nell’interesse delle comunità e della coesione nazionale, del patto tra grandi Imprese dello Stato ed Enti territoriali, per migliori servizi e interazione tra centri di cultura, pensiero, azione e zone rurali, montane, interne dell’Italia.

Dieci proposte di lavoro insieme.

Copertura del segnale radiotelevisivo

L’imminente cambio di frequenze non può essere affrontato solo con una campagna, sostenuta da risorse statali, per la sostituzione degli apparecchi televisivi. Che comunque va raccontata meglio nelle prossime settimane, in mezzo a molta distrazione dovuta evidentemente alla pandemia. Molti Enti territoriali montani – Comuni, Comunità montane, Unioni montane di Comuni – sono proprietari e gestiscono, fanno manutenzione a decine di impianti radio-televisivi per la diffusione del segnale. Non ci fossero sarebbero milioni gli italiani che non vedrebbero i canali Rai e l’intero bouquet televisivo. Gestiscono quei ripetitori nell’interesse dei cittadini, è chiaro, ma anche della Rai. Insieme dobbiamo individuare risorse – ad esempio dalla tassa di possesso sui televisori d’intesa con il Ministero dello Sviluppo economico – per la sostituzione di impianti obsoleti di proprietà degli Enti locali montani, per evitare l’interruzione di pubblico servizio a causa dell’impossibilità di manutenzione straordinaria sugli impianti. Le sperimentazioni avviate con la Direzione tecnica, con il CTO Rai, con Rai Way, con il Centro Ricerche devono continuare. E stanno proseguendo con ottima interazione di Uncem. Ma con Rai dobbiamo anche dare precise informazioni agli Enti proprietari di impianti e ripetitori per la trasmissione del segnale, affinché abbiano gli opportuni elementi per affrontare il nuovo switch-off del digitale terrestre dei prossimi mesi. Risorse economiche e (in)formazione vanno attivate subito, insieme.

Tgr in tempi raddoppiati

L’informazione regionale è importantissima per i territori e per gli Enti locali. È vero servizio pubblico che differenzia la Rai da altre aziende e crediamo che il Tgr possa essere esteso nei tempi, almeno nelle due edizioni delle 14 e delle 19,30. Come in alcune Regioni italiane, il tempo del Tgr è raddoppiabile, con maggior numero di servizi, approfondimenti, inchieste, analisi dei territori. Siamo a disposizione per unire contenuti, individuare notizie, coinvolgere gli Enti locali. L’informazione è la fonte della coesione.

Digitalizzione


Il digital divide è una grande emergenza del Paese. Uncem lo denuncia da dieci anni. Gran parte del territorio montano italiano (il 54%) naviga in internet a velocità non adeguate e in linea con gli altri Paesi UE, oltre che molto più basse rispetto alle zone urbane. Lo abbiamo capito nel corso del primo lockdown tra telelavoro e dad, call e zoom. Ma le sperequazioni sono emerse con forza. Con Rai possiamo fare un lavoro congiunto per portare infrastrutture di rete e soprattutto una nuova digitalizzazione, nuove competenze e piattaforme. Dobbiamo vincere insieme quelle sperequazioni che diventano disuguaglianze. Diversi “segnali” per territori migliori e più uniti. Migliori piattaforme di diffusione, studiate ad hoc con l’obiettivo di superare il divario digitale territoriale. Lavoriamoci.

Per le lingue madri

Le minoranze linguistiche in Italia non sono sub-cultura. Sono emblematiche della storia e delle tradizioni di molti territori, in particolare montani. Le minoranze linguistiche sono “lingue madri”. La Rai potenzi le trasmissione a diffusione locale in lingua minoritaria. Lo prevede la legge nazionale 482/1999, ma in un articolo mai attuato. È il momento giusto, per aumentare la vicinanza della Rai alle comunità dei territori.

Tgr Montagne e LineaBianca


Quando è stato chiuso Tgr Montagne, unico tg in Europa dedicato alla montagna e ai territori, Uncem avviò una mobilitazione inascoltata dai vertici Rai di allora. È stata una scelta grave, negativa. Tgr Montagne deve essere riattivato con uno spazio importante in prima o seconda serata, una edizione la settimana, un tg di approfondimento e storie. Non ne mancano e Uncem le può trovare con le redazioni regionali della Tgr. Anche LineaBianca deve essere parallelamente rafforzato. Ha innestato un buon modo di raccontare la montagna, parallelo a LineaVerde e a LineaBlu, e va reso stabile in tutto l’anno. Non solo neve e cime. Ma paesaggi, territori, comunità, futuro, borghi veri e vivi. LineaBianca e Tgr Montagne sono la Rai sui territori nei contenuti e nel racconto al grande pubblico.

Formazione informazione con Enti


Facciamo insieme formazione, oltre che informazione, agli Enti locali. Cosa è una notizia, cosa sono un racconto e una “storia”… Portiamo insieme, Rai e Uncem, questo dialogo con gli Amministratori locali per formarli e renderli protagonisti di un servizio pubblico che li ritiene al centro di un processo democratico. Abbiamo bisogno di formazione per Sindaci e Amministratori locali. Rai è azienda che fa cultura. E in questo sta un lavoro inclusivo che deve coinvolgere anche le Emittenti locali e regionali.

Sezione Borghi e Montagne sul nuovo sito rai di informazione


Il nuovo sito di informazione Rai, più volte annunciato, non potrà non avere una sezione “Borghi e Montagne”. Uno spazio dedicato alle notizie e alle storie dei territori. Costruiamolo insieme. Storie e notizie non mancano.

Docufilm sulla vita e sul futuro delle montagne

Rai Fiction, Rai Cultura… produciamo insieme con Uncem e il supporto delle Film Commission (come previsto dalla legge nazionale sui piccoli Comuni 158/2017) un docufilm, o anche una “serie-tv” sui mestieri, sulla vita, sui borghi vivi e sul futuro delle montagne. Così usciremo da “Heidi” e dagli stereotipi che purtroppo annacquano la montagna troppo spesso raccontata come baite e gerani, boschi intoccabili fauna amica sempre, oppure alpinismo ed escursionismo, turismo un po’ attempato e fighetto. I territori sono molto altro. Sono turismo di qualità, sostenibilità, green communities, economie difficili zootecniche e agricole, produzioni faticose agroalimentari di alta qualità, borghi da comporre e da rendere vivi, comunità che fanno cooperative e produzione, lavoro, riorganizzazione di servizi, nuove scuole, nuovi trasporti, nuova sanità territoriale affrontando la mancanza di medici e pediatri di base, impegno politico per plasmare norme e qualità di opportunità. Montagna è anche fuga di famiglie perché non ci sono asili nido, ritorno perché la crisi la vinciamo lì, funerali di “colonne” dei territori e nascite. Rai sa bene che “il vento ha fatto il suo giro” e i riflettori che dobbiamo accendere non sono quelli di una ricostruzione di un villaggio riprodotto a Cinecittà, bensì luci sui paesaggi plasmati dalla forza delle comunità sulle Alpi, sugli Appennini, nelle Isole. Raccontiamo la montagna vera, con le sue specificità territoriali, in un docufilm o in una serie-tv. Vinciamo così luoghi comuni e stereotipi. A farlo con noi vi sono decine di Enti e Università, Associazioni e gruppi: mai come negli ultimi dieci anni ne sono nati a si sono rafforzati. Cito Unimont, la Fondazione Montagne Italia, la Federazione delle Aree interne, Eurach, Formont, Istituto di Architettura Montana, Riabitare l’Italia… E moltissimi altri. Sono con noi nella partita che la Rai gioca per i territori montani, rurali, interni.

Sezione di film di montagna (non solo alpinismo) su RaiPlay

RaiPlay è una positiva piattaforma che non può non avere una selezione di film di montagna (non solo di alpinismo e alpinisti) al suo interno. Alcuni già ci sono. Altri possono essere aggiunti, anche con positive collaborazioni con il Trento Film Festival, con Nuovi Mondi Festival… e altre rassegne che stanno scrivendo la storia delle montagne sul piccolo e sul grande schermo. Non è banale. Cultura e servizio pubblico sono anche questo.

Un seminario annuale su informazione, comunicazione e territoriInsieme, Rai e Uncem, possono organizzare con il Dipartimento per gli Affari regionali e le Autonomie di Palazzo Chigi, dove è insediata la Direzione Montagna, almeno un seminario annuale su informazione, comunicazione e territori. Un’occasione preziosa di approfondimento, analisi, che diventi modello internazionale di lavoro sul rapporto tra territori e cultura, coinvolgendo Soggetti pubblici e privati grandi e piccoli. La Rai guida un processo per capire come cultura e comunità stanno nella moderna comunicazione, nei flussi di dati e negli scambi, nelle aperture di territori che non sono riserve indiane, bensì luoghi della relazione, aperti.

Su tutto questo e su altri elementi, Uncem propone al Cda, alla Presidente e all’Ad neoeletti di fare un percorso insieme. Un incontro e un dialogo. Un lavoro per ricollocare la Rai sui territori.

Offriamo impegno e strumenti, scientificità e relazione con le Amministrazioni locali e le comunità. A beneficio, per quanto potremo, della coesione e della ripresa del Paese.

Ecco le nuove linee del ministero per prevenire e curare la ludopatia

Il fenomeno ha assunto da anni dimensioni allarmanti. In gioco vi sono interessi cospicui, spesso con ramificazioni malavitose. Anche molti giovani cadono nella rete del gioco come ‘malattia’ non facilmente controllabile.

AskaNews

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato il decreto recante il regolamento per l’adozione delle “Linee di azione per garantire le prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette dal gioco d’azzardo patologico”.

Come previsto dal decreto, le Regioni provvederanno a dare attuazione a tali linee d’azione attraverso misure che favoriscano l’integrazione tra i servizi pubblici e le strutture private accreditate, gli enti del Terzo settore e le associazioni di auto-aiuto della rete territoriale locale. 

Il Disturbo da gioco d’azzardo (DGA) è una patologia che produce effetti sulle relazioni sociali o sulla salute seriamente invalidanti. Può assumere la connotazione di un vero e proprio disturbo psichiatrico ed è a tutti gli effetti una dipendenza patologica.

Secondo il precedente DSM-IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), la prevalenza tra la popolazione adulta varia dall’1 al 3% della popolazione, con una maggiore diffusione tra familiari e parenti di giocatori. L’Istituto Superiore di Sanità stima che in Italia l’azzardo è un’attività che coinvolge una popolazione di circa 5,2 milioni ‘abitudinari’ di cui circa 1,2 milioni sono considerati problematici, ovvero con dipendenza.

“La ludopatia è una dipendenza pericolosa che colpisce anche i più giovani. Il primo passo è riconoscerla ma poi è necessario intervenire. Per questo ho firmato oggi un decreto per l’adozione di un regolamento nazionale per la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle persone affette dal gioco d’azzardo patologico”, ha dichiarato il ministro della Salute, Roberto Speranza.

Wittgensteine e il senso della vita

Cent’anni fa veniva pubblicato il “Tractatus logico-philosophicus”. Il filosofo viennese ha posto al centro della sua riflessione il limite o l’impossibilità del dire. Solo quando si accetta il limite della conoscenza si apre il discorso sul Mistero. Il concetto di “mistica insensatezza” nasce nel momento in cui si constata la nostra inadeguatezza espressiva a stabilire e a spiegare perché si vive.

Costantino Esposito

Il problema del significato del vivere è stato il rovello continuo diLudwig Wittgenstein, la sorgente nascosta da cui si è alimentata tutta la sua opera. Esso si rende pre-sente anche quando il filosofo dice esplicitamente di volersi “liberare” finalmente da quel problema, poiché, a suo giudizio, nel corso della tradizione filosofica si è mostrato solo come un fraintendimento del linguaggio che si confonde e s’impiglia nella ricerca di un senso profondo e nascosto – ma inrealtà impossibile – del mondo. Se finora la filosofia ha incubato in sé questo inganno linguistico, ricercando unsignificato eccedente la semplice descrizione logica delmondo empirico,una volta scoperto l’inghippo il suocompito dovrà essere solo quello di chiarificare il linguaggio.

È questa la posta in gioco di uno scritto fondamentale – pubblicato perla prima volta intedesco cent’anni fa, nel 1921, e l’anno successivo in inglese – qual è il Tractatus logico-philosophicus. Da un lato infatti esso è concepito come il tentativo di direb“tutto”quello che si può dire, attraversando e concatenando – almeno idealmente – la to-talità degli stati di cose di cui è fatto il mondo; dall’altro suggerisce che ciò che più conta e più preme, conta e pre-me esattamente perché non possiamo dirlo. E tuttavia, espungendolo dal linguaggio – e dal mondo – non ci limitiamo solo a liberarcene, ma liberiamo il significato stesso dal linguaggio, consegnandolo al silenzio.

Non è esagerato dunque affermare che il Tractatus è un vero e proprio “libro dell’inquietudine”. Quello che Wittgenstein cerca, scrivendolo, è niente di meno che “sé stesso”, vale a dire, la possibilità di affrontare i problemi più interessanti per la vita, quelli che la filosofia ci ha insegnato a indicare – insensatamente, appunto – come il problema dell’essere o dell’anima, del bene o della libertà. Questi problemi, se fossero veramente tali, avrebbero per ciò stesso delle possibili soluzioni. Non è pensabile, infatti, una domanda senza poterne pensare per principio una risposta. Ma se la risposta non ci fosse – come è per il problema del senso della vita – non ci può essere neanche la domanda. 

Ma perché non c’è soluzione possibile a questo problema? Qui si indovina il dramma che attraversa da cima a fondo, come una linea di sbalzo o una crepa, la ricerca wittgensteiniana del Tractatus. Si è detto che la filosofia ha come compito quello di chiarificare il linguaggio: essa non è tanto una dottrina, ma un’“attività”, una pratica continua di demarcazione tra il pensabile e l’impensabile, ossia tra il dicibile e l’indicibile. La filosofia mira a mettere in rilievo la struttura o forma logica grazie alla quale il nostro linguaggio coglie il significato dei nomi e il senso delle proposizioni, e in cui gli “stati di cose” sono conosciuti, secondo il modello della scienza naturale. 

La funzione principale del nostro linguaggio (secondo una concezione che Wittgenstein negli anni successivi modificherà però notevolmente) è quella di “raffigurare” il mondo, di fornire “immagini” degli stati di cose: ma non semplicemente arrivando in seconda battuta, dopo aver sperimentato i fatti mondani, ma sin dall’inizio, dicendo sensatamente il mondo, e con ciò stesso facendolo apparire come tale. Se infatti «il mondo è tutto ciò che accade» (Tractatus, e se «ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose», bisogna però dire che «l’immagine logica dei fatti è il pensiero» ed è solo grazie al pensiero che noi possiamo formulare ed esprimere «una proposizione dotata di senso», vale a dire possiamo stabilire le condizioni di verità e di falsità del nostro dire e quindi degli stati di cose che diciamo. L’ontologia di Wittgenstein è stata a buon diritto definita un’ontologia linguistica, perché il mondo è in definitiva quello che possiamo dirne sensatamente con le nostre proposizioni.

Ma allora che ne sarà della dicibilità (quindi dell’esistenza) del senso della vita? Non ne sarà propriamente niente. Il senso non può essere pensato come un “oggetto”sussistente o come uno stato di cose, cioè non può essere raffigurato e diventare un’immagine, un oggetto della scienza. Anzi, come si diceva, non ci sarà possibile neanche porne il problema, ossia la domanda del senso della vita (potremmo forse chiamarlo il senso ultimo di noi stessi e del mondo), appunto perché non c’è nulla cui esso possa riferirsi tra i fatti del mondo.Insomma, il senso della vita non è e non può mai essere un fatto, e i fatti possono avere un loro senso solo se li si può enunciare attraverso le nostre proposizioni.

Cosa resta, dunque, del problema iniziale? Il suo stesso cessare come problema, ossia la pura insensatezza del senso della vita: «la soluzione del problema della vita si vede nella sparizione di tale problema». E Wittgenstein aggiunge incidentalmente che gli uomini a cui, nel corso della vita, dopo tanti dubbi se ne è chiarito il senso, «non seppero dire in cosa esso consistesse». Dire il senso sarebbe annullarlo, enquesto non solo o non tanto a motivo della nostra inadeguatezza espressiva, ma perché il senso non potrà mai dire sé stesso, non potrà mai comunicarsi agli esseri umani: questa è la sua divina, “mistica”insensatezza: «Come è il mondo, è del tutto indifferente a ciò che è più alto [del mondo]. Dio non si rivela nel mondo».

Sembrerebbe che tutto sia così sistemato, e che basti solo ricontrollare la classica toponomastica kantiana: il fe-nomeno da un lato e il noumeno dall’altro, i dati empirici e le cose in sé, la scienza e la metafisica, ciò che rientra nei limiti dell’intelletto umano e ciò che li oltrepassa…Ma non è propriamente così. Perché la filosofia non può semplicemente delimitare i campi. E anche quando essa chiarifica la forma logica delle proposizioni, si basa su qualcosa che a sua volta non può essere detto sensatamente, ma semplicemente si “mostra”, come le leggi e le connessioni logiche universali e a priori. Esse ci permettono di dire sensatamente il mondo, ma in sé sono insensate, fuori dal mondo. 

Il nome che Wittgenstein dà a questo paradosso – un nome tanto enigmatico quanto abusato – è “il Mistico”. Esso è ciò che non si può dire, ma di cui conviene piuttosto tacere. Ma questo Mistico “c’è”, “si!dà”: «Ciò che non si può esprimere tuttavia esiste. Esso si mostra: è il Mistico». L’unico «metodo rigorosamente corretto» in filosofia è «non dire nulla, se non ciò che si può dire», e quando si volesse dire «qualcosa di metafisico», mostrare che esso non ha significato alcuno, né alcun senso possibile. Sembra un ben strano e misero,risultato quello di!un’opera il cui autore arrivi ad affermare: «Noi sentiamo che, quand’anche tutte le possibili domande scientifiche avessero avuto risposta, i nostri problemi vitali non sarebbero stati neppure sfiorati. In tal caso non rimarrebbe più alcuna domanda: ma è ap-punto questa la risposta».

Ma nella tormentata situazione in cui noi cerchiamo il senso del vivere e come risposta scopriamo che non possiamo più neanche cercarlo, c’è ben altro dal positivismo scientifico e dal relativismo nichilistico. Ben altro: il riconoscimento che il “fuori” dal mondo, il “superiore”rispetto al mondo, l’“altro” dal mondo è ciò in cui noi già ci troviamo, ossia il silenzio per cui e in cui parliamo. Esso è forse un modo estremo per dire l’essere reale: «non com’è il mondo, è il Mistico, ma che esso è».

È vero che in un altro celebre passaggio del Tractatus Wittgenstein paragona questo suo procedimento come l’ascendere lungo i gradini di una scala che, a mano a mano che si sale, viene gettata via: non c’è ritorno possibile al mondo empirico una volta che si sia pensato il senso come insensato, cioè fuori dal mondo e dalla scienza. Non è un caso che, dopo aver terminato il Tractatus, l’autore abbandonerà la ricerca filosofica e vi tornerà diversi anni più tardi, solo dopo essersi accorto di aver sbagliato riguardo ad alcune cose fondamentali affermate nel testo, quali la natura e la funzione del linguaggio, la teoria del significato e la non-dissoluzione del problema del senso della vita. 

Ma per tornare all’immagine della scala del Tractatus, basterebbe questa per dire che il senso non può essere una nostra costruzione, e che piuttosto siamo noi ad appartenere adesso silenziosamente: senza cioè poterlo codificare o fissare una volta per tutte. Sembra poco, ma è l’inizio di una delle azioni più potenti che la filosofia e il pensiero umano possano compiere: riconoscere la propria misteriosa provenienza. È una scala sulla quale si può solo salire. Ma non esclude forse che da essa qualcuno possa anche scendere.

[Da alcuni giorni l’Osservatore Romano è uscito dal regime di gratuità. Ciò vale anche per l’edizione online. Il presente articolo è da noi riprodotto per gentile concessione del giornale]

Un grande balzo in avanti dell’export. A certificarlo è l’ICE attraverso il suo 35° rapporto. Il meridione segna sempre il passo.

Il commercio con l’estero ci riserva notizie confortanti. I risultati sono superiori ai livelli pre-Covid: nel primo quadrimestre l’export fa segnare il +19,8% tendenziale e il +4,2% sullo stesso periodo del 2019. Nel 2021, secondo i dati presentati ieri dall’Istituto, o meglio dall’Agenzia per la promozione all’estero e l’internalizzazione delle imprese italiane, si arriva a 161,549 miliardi di euro.

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Il Rapporto su “L’Italia nell’economia internazionale”  costituisce il principale strumento di informazione e analisi sul posizionamento competitivo del sistema produttivo italiano nel contesto dell’economia globale. 

I sette capitoli forniscono spunti interpretativi sulla struttura e la dinamica del commercio estero e dell’internazionalizzazione dell’Italia in rapporto a quelle di altri paesi. Un apposito capitolo esamina la proiezione estera delle varie tipologie di imprese mentre un altro rende conto dell’azione del sistema pubblico di sostegno attraverso servizi sia reali sia finanziari. Il volume è arricchito da tavole e grafici e contiene una serie di approfondimenti monografici sui temi di maggiore attualità. 

Il Rapporto è redatto dall’Agenzia ICE con il contributo di un Comitato editoriale formato da accademici ed esperti e si avvale dell’apporto di ricercatori e istituzioni. Al Rapporto è allegata una Sintesi con i dati e le analisi salienti.

Nella sua relazione introduttiva il Presidente Carlo Ferro ha voluto salutare con una nota di ottimismo i segnali di svolta: “Fra i Paesi del G8 l’Italia è seconda per minor flessione dell’export e ha performato molto meglio di Francia, Regno Unito e Stati Uniti”. Uno sguardo veloce permette di capire che si è mossa l’economia territoriale. Tra le Regioni italiane, quelle che hanno meno sofferto nel 2020 sono state Molise (+26% sul 2019), Basilicata (-4,4%); Abruzzo, Toscana (entrambe -6,2%) e Liguria (-0,7%); mentre, tra quelle che hanno sofferto di più, abbiamo Sardegna (-40,6%) e Sicilia (-24,2%). Queste sue regioni hanno fortemente subito la contrazione delle esportazioni di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio (-43,8%), che pesano per il 53% dell’export insulare.

Bisogna considerare che nel complesso il meridione contribuisce ancora poco all’export italiano. Anche nel 2020 la sua quota ha raggiunto appena il 9% del totale. Il dualismo dell’economia rimane sempre un peso che mina la capacità di espansione dell’Italia sui mercati internazionali. Le statistiche c’è lo ricordano inesorabilmente.

Leggi il rapporto

https://www.ice.it/it/sites/default/files/inline-files/Rapporto%20ICE_2020%202021_0.pdf

Dopo il populismo ritorna la politica

Con un populismo che corre verso il burrone, occorre avere la necessaria forza politica e culturale per tentare di invertire la rotta. Bisogna recuperare dal passato quegli ingredienti che possono rilanciare la radici, seppur fragili, della nostra democrazia. Serve una classe dirigente politica che non sia più la grigia ed indistinta sommatoria della improvvisazione, della casualità, della inesperienza e della cronica incapacità.

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Il populismo, almeno così si spera, si avvia finalmente e lentamente al suo capolinea. Credo che, dopo la concreta esperienza vissuta in questi ultimi anni, possiamo dire tranquillamente che si tratta della peggior deriva della politica italiana. Una deriva che ha contemplato in sé i peggiori vizi che possa affrontare ed incrociare una democrazia: dall’antipolitica alla demagogia, dall’antiparlamentarismo alla impreparazione della classe dirigente, dal trasformismo all’opportunismo politico e parlamentare, dalla casualità all’ormai tristemente noto “uno vale uno”. Insomma, come dicevo poc’anzi, il peggio della politica italiana. Eppure, malgrado questa deriva profondamente antidemocratica ed illiberale, nel 2018 quasi un italiano su tre ha scelto questa deriva. Certo, forse non per demolire le fondamenta politiche, culturali ed ideali della democrazia italiana ma per assecondare, del tutto inconsapevolmente, una moda che era stata predicata, teorizzata ed urlata dalla stragrande maggioranza degli organi di informazione del nostro paese.

Ora, dopo aver assaporato il gusto di questo populismo in salsa italiana, è iniziata la lenta ma inesorabile presa di distanza da parte di coloro che, pomposamente, lo avevano coltivato ed esaltato. È altrettanto vero, però, che questa deriva populista si è consolidata in molti settori della nostra vita sociale e politica e non sarà così semplice archiviarla definitivamente. La controprova è semplice: addirittura un partito di potere e governista come il Pd continua ad individuare nel protagonista indiscusso di questo populismo anti politico, cioè i 5 stelle come tutti sanno, i migliori alleati per il futuro governo del paese. Ci sarebbe da rabbrividire al solo pensarlo, ma tant’è.

Di fronte ad un quadro del genere, però, la vera sfida politica e culturale resta un’altra. Ameno per tutti coloro che non hanno mai né condiviso e né sposato la causa populista come arma decisiva per risolvere i nodi politici nel nostro paese. Con un populismo che corre verso il burrone, occorre avere la forza politica e culturale, appunto, per tentare di invertire la rotta cercando di recuperare dal passato quegli ingredienti che possono rilanciare la radici, seppur fragili, della nostra democrazia e la credibilità delle nostre stesse istituzioni democratiche. E i tasselli che devono trovare spazio in questo contesto sono quelli decisivi per centrare l’obiettivo del ritorno della democrazia e dei suoli istituti principali. Li possiamo esemplificare con alcuni titoli: il ruolo dei partiti e della loro organizzazione democratica; il ritorno delle culture politiche per giustificare l’esistenza stessa dei partiti; respingere al mittente l’esperienza squallida e decadente dei partiti personali, del capo o del guru; battere la concezione della politica fluida o liquida funzionale alla sola crescita dei follower del capo; praticare una politica che sia in grado di coniugare radicamento territoriale, rappresentanza sociale e militanza politica. E, infine ma soprattutto, ritornare ad avere una classe dirigente politica che non sia più la grigia ed indistinta sommatoria della improvvisazione, della casualità, della inesperienza e della cronica incapacità. E questo solo per odio contro il passato e contro tutto ciò che ricordi la nobiltà della politica e della sua valenza culturale e storica.

Ecco perchè dobbiamo essere pronti. Pronti come cattolici democratici, come cattolici popolari e come cattolici sociali. E questo perchè tutti noi sappiamo che il populismo in salsa grillina è il nostro vero ed irriducibile avversario. Chi pensa di convivere con quella deriva non può coltivare il ritorno della qualità della democrazia e, per quanto ci riguarda, non può pensare di riproporre il nostro patrimonio culturale ed ideale. Per questi motivi la fine, speriamo presto, del populismo di matrice grillina ci deve vedere nuovamente protagonisti, con altre esperienze culturali come ovvio, del cambiamento e del rinnovamento della politica italiana.

 

Per fortuna abbiamo Draghi

La prima decisione è stata presa: l’Ecofin ha sbloccato l’avvio del processo di finanziamento all’Italia. Ora occorre uno sforzo di vasta e autentica solidarietà a tutti i livelli. Le forze politiche non possono pensare che il loro compito si esaurisca nella formale approvazione del piano, per poi dedicarsi ad altro. È in gioco il futuro del Paese.

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Dopo un anno di discussioni e preoccupazioni, tese a far sì che il pacchetto di aiuti post covid avesse buon esito, ecco che l’Ecofin, la riunione dei ministri finanziari dei 27 Stati membri, ha dato l’ approvazione definitiva ai primi 12 piani nazionali di ripresa e resilienza, tra cui quello italiano. Questa tanto attesa decisione formale è stata acquisita con soddisfazione, anche perché condizione essenziale per ottenere il pre-finanziamento: il 13% del totale di assegnazione all’Italia di 191,5 miliardi di Euro, pari a 25 miliardi, che arriveranno già nei prossimi giorni come  anticipo per il primo step. 

Tuttavia fino al 2026 le verifiche annuali sulle attività finanziate sul buon andamento della qualità e dei tempi stabiliti dei programmi, permetteranno di garantire la continuità delle poste finanziarie previste. Dunque inizia un percorso decisivo per l’Italia che affida al successo del Piano la riconquista della stabilità economica, sociale e politica futura. Ma se si trasformasse in un fallimento a causa dei vizi degli ultimi trent’anni, entreremmo in una crisi irreversibile che ingoierebbe letteralmente il Paese. 

Dunque le forze politiche e tutte le personalità che governano il complesso ed esteso sistema istituzionale locale e nazionale, sono chiamate direttamente alle loro dirette responsabilità. Infatti si potranno ottenere i risultati attesi alla sola condizione che i cittadini siano idealmente e concretamente coinvolti anche emotivamente in questo processo di attività proteso al cambiamento. Le necessarie buone progettazioni, programmazioni e gestioni, non basteranno se non dovessero esprimersi in ambiti amministrativi e politici in forte sintonia emotiva e tecnica nelle molteplici attività a sostegno della realizzazione dei piani previsti. La concentrazione ed immedesimazione della Nazione intera su questa scommessa deve essere grande almeno quanto il valore che riveste per il nostro futuro. 

Le forze politiche non possono pensare che il loro compito si esaurisca nella formale approvazione del piano, per poi dedicarsi ad altro. Le riforme del fisco, giustizia, lavoro e pubblica amministrazione istruzione e formazione devono, con il concorso responsabile di tutti devono essere fatte senza distrarsi su altri argomenti scivolosi. infatti e` avvilente che si sia deciso avventatamente di spaccare la politica e lo stesso Governo, attraverso il tentativo di introdurre la legge Zan altamente divisiva, ed addirittura con il proposito freddo di rifiutare ogni mediazione come dovrebbe avvenire responsabilmente per ogni argomento sensibile per la convivenza della comunità intera. Un segnale inquietante che non solo devia rovinosamente le attenzioni dei cittadini dalle priorità del paese, ma che scuote anche l’idea del governo di unita` inaugurato da Mario Draghi proprio per dedicarsi alla salvaguardia del futuro economico e sociale dell’Italia. 

Una manifestazione di immaturità, come quella che si sta esprimendo in queste ore, contro la giusta eventualità di limitare la presenza dei non vaccinati negli ambiti potenzialmente affollati di persone, per evitare di dare il fianco al Covid con le sue varianti più aggressive. Si stanno ascoltando valutazioni surreali e perniciose sul rischio di limitazione di libertà che colpirebbe chi legittimamente, appunto per propria libertà puo` rifiutarsi di vaccinarsi, ma che deve rispettare a sua volta la libertà di chi ritiene sconsigliabile frequentare ambienti chiusi con chi non vaccinato. Questi accadimenti ben dimostrano i limiti gravi della classe dirigente politica, della sua incapacità ad immedesimarsi con le priorità del Paese, tanto da esorbitare dai confini della responsabilità pur di ottenere consenso. Ma per fortuna siamo rassicurati dalla presenza di Mario Draghi, che per ora, è l’unico deterrente per ricondurre a miti consigli chi vuol deviare dal cammino obbligato per riconquistare buona economia e buona reputazione in Europa come nel mondo.

America a rischio. La cartolina di “Succede oggi”.

I repubblicani, sempre più ostaggio dalla propaganda di Trump, hanno approvato in molti Stati leggi che limitano o addirittura impediscono il diritto di voto. La denuncia non viene da pericolosi rivoluzionari, ma del presidente Biden: «La prova più significativa della nostra democrazia dai tempi della guerra civile».

Anna Camaiti Hostert

Al discorso di Joe Biden di martedì scorso al Centro Nazionale della Costituzione di Filadelfia è stata data poca rilevanza, ma la passione e la rabbia con cui il presidente si è espresso sono viceversa degne di nota. Ma non solo. È il pericolo che sta dietro alle sue parole ad essere ancora più degno di attenzione. Biden ha infatti denunciato il tentativo repubblicano di amputare il diritto di voto in molti stati dove detengono la maggioranza e dove sono passate o stanno passando leggi che ne restringono l’accesso. Ha addirittura parlato di questo come “la prova più significativa della nostra democrazia dai tempi della guerra civile”. Un’affermazione non di poco conto!

Negli ultimi mesi infatti c’è stato un enorme dibattito nel paese dopo che Donald Trump ha denunciato l’esistenza di brogli elettorali che gli avrebbero impedito di vincere. In realtà tutti i tentativi messi in atto dall’ex presidente per ribaltare il risultato elettorale sono stati sconfessati e resi nulli dall’evidenza spesse volte anche sul piano giuridico. Alcuni giudici chiamati a pronunciarsi infatti hanno confermato il risultato elettorale in favore di Biden, il quale nel discorso di martedì ha definito quella di Trump “l’unica vera bugia tra tutte”.

Però, molti stati a maggioranza repubblicana, seguendo in questo la sconsiderata affermazione dell’ex presidente, hanno votato o sono in procinto di votare, come sta facendo il Texas, leggi che secondo loro dovrebbero eliminare la possibilità di alterare i risultati elettorali, ma che in realtà limitano l’accesso al voto. Infatti molti stati cercano di impedire le votazioni per posta o l’uso di speciali cassette postali per le schede elettorali, richiedono speciali documenti di identità solo per andare a votare, negando perfino assistenza a chi, spostandosi per lunghi tragitti per compiere il proprio dovere, sta in fila da ore. Inoltre stanno ridefinendo i distretti elettorali, mettendo in atto quel Gerrymandering che spostando i confini dei collegi elettorali favorisce il partito di maggioranza che ha diritto a ridisegnarli. La parola Gerrymandering viene dalla fusione tra il cognome del governatore del Massachusetts Elbridge Gerry (1744-1814) che per primo mise in atto questa pratica e la parte finale della parola salamander (salamandra) a causa della forma irregolare che assunse la superficie di quel distretto rendendolo simile al rettile suddetto. Ha sempre una connotazione negativa di manipolazione dei confini dei distretti elettorali per interessi di partito.  Inoltre il riferimento al rettile rimanda a un immaginario sfuggente, non ben definito di un animale che riesce a resistere al fuoco e che incute dunque paura.

Facendo queste modifiche vengono penalizzate le minoranze etniche che spesso si trovano in difficolta ad andare a votare, che devono usare i mezzi pubblici e a cui le complicazioni burocratiche creano ostacoli spesso insormontabili. Inoltre in molti stati come in Georgia viene data al partito di maggioranza la possibilità di controllare gli enti amministrativi che gestiscono l’organizzazione elettorale. Tanto è vero che in quello stato sono stati allontanati in molte zone, afroamericani e democratici dalle commissioni elettorali. E in Texas sta succedendo la stessa cosa. È per questo che la rabbia di Biden si è scagliata proprio contro questo stato da cui molti deputati democratici di quel parlamento, per protesta nei giorni passati sono in massa venuti via, recandosi a Washington, per non votare questa legge, accusando i loro colleghi repubblicani di intimidire gli elettori. Il governatore repubblicano ha tuttavia affermato che le leggi saranno votate e che, se necessario, farà arrestare al loro ritorno i deputati, costringendoli a venire a votare accompagnati dalle forze dell’ordine.

Come si vede è in atto una guerra che non promette niente di buono.

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http://www.succedeoggi.it/2021/07/america-a-rischio/

Sì, torna il centro: anche Panebianco è d’accordo. Ma cos’è o cosa può essere questo nuovo centro?

Sembra di assistere a un rito evanescente, fatto di annunci e ricordi, suggestioni e proclami, senza un chiave di lettura politica della realtà. Senza una prospettiva. De Gasperi invece, sulle macerie del fascismo e della guerra, costruì un partito che guardava al futuro.

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La direzione di governo impressa da Mario Draghi ha riaperto, una volta ancora, il dibattitto sul Centro politico. Un dibattito che si arresta il più delle volte allo stile, perché, è vero, il Centro è equilibrio, buona educazione, sentito amore per la democrazia e per le sue forme e capacità di mediazione, qualunque cosa voglia dire. In genere ci si ferma qui, senza specificare ciò che deve fare oggi il Centro come mezzo, cioè strumento politico utile al paese. 

Di sicuro quando parliamo di Centro ci viene in mente un metronomo che scandisce il tempo della destra e della sinistra, o un accento che cade delicatamente su una o l’altra parte. Questo succede da moltissimi anni, da quando, con la fine della Democrazia Cristiana, il Centro si è trasformato in un mistero buffo che, nell’attesa del disvelamento, ha sospinto i suoi fedeli, donne e uomini a cercarsi una collocazione vantaggiosa, a destra o a sinistra.

Su questa linea, diciamo così esoterica, piuttosto di scavare intorno alle proprie radici e offrire risposte al tempo presente, i nostri furbi centristi hanno importato valori altrui, adattandoli alle loro immaginarie sensibilità in un ibrido sfacciato. 

Con questo commercio di contrabbando questioni che si riferiscono direttamente a persona, famiglia, lavoro sono state  acquistate a basso costo in mercati sospetti. Per fare un esempio, la legge Zan che si prende cura di molti e delicati problemi deve essere introdotta, secondo alcuni dei suoi proponenti, prendere o lasciare, mentre un qualunque centrista sa bene che su certi temi spaccare il Parlamento, quando sarebbe a portata di mano il voto a larga maggioranza, è peggio di un errore. No modifiche, no mediazione. Vi piace così?

Deve far paura uno “scontro di civiltà” di questo formato a persone come Angelo Panebianco (“Il valore del Centro in politica”, Corriere della Sera, 7 luglio u.s.). Autorevole sostenitore del maggioritario, della democrazia governante, dello scontro creativo tra destra e sinistra, Panebianco si augura oggi la rinascita del Centro. Lo fa guardando Mario Draghi il quale, senza farsi intimorire, guida proprio dal centro un governo di “quasi tutti” e si augura che il presidente del Consiglio incontri “un vero partito di centro”. 

Erano in molti a pensare, nella lunghissima stagione della Seconda Repubblica, che la democrazia italiana dovesse fare a meno per sempre di un mezzo politico così dopo che un tribunale della storia aveva deciso di “toglierlo di mezzo”. Oggi invece si infittiscono, gli appelli, per un nuovo Centro in partenza da circoli dell’ex centrodestra (Toti, Brugnaro e altri) e in minor misura (Calenda) da altri del centrosinistra e non siamo che all’inizio.

I sostenitori del modello anglosassone non avevano mai seriamente riflettuto sul fatto che un tale modello da noi non è esistito prima e non soltanto per ragioni legate al “fattore K”, ma anche perché la Democrazia Cristiana non è mai stato un partito conservatore di destra e il Partito Comunista è stato altra cosa dalla creatività libertaria delle sinistre.

Finita la stagione dell’anticomunismo-comunismo, quella successiva ha visto da una parte Berlusconi, che era appunto Berlusconi e non la destra, e dall’altra un centrosinistra, con il trattino o senza, in una fusione più o meno riuscita tra eredi della Prima Repubblica. Insomma, ci sarà stata pure una ragione se la nostra democrazia non ha mai indossato abiti fumo di Londra e il massimo del maggioritario italiano che è riuscita a darsi è stato il paziente Mattarellum.

Oggi spunta in agenda il Centro e la costruzione di un mezzo politico idoneo a questo scopo. Un mezzo che sappia realizzare obiettivi negati a destre sovraniste e a sinistre predicatorie. Un mezzo che abbia a cuore i valori della Nazione e quelli della persona e delle persone che bussano alla nostra porta. De Gasperi realizzò la riforma agraria senza dimenticare Trieste e gli esuli dalla Dalmazia. 

L’incontro al Centro non potrà avvenire tuttavia tra una figura autorevole come quella di Mario Draghi e nanerottoli invecchiati, cinici praticanti della politica Zen della massima resa personale con il minimo sforzo. Non potrà avvenire questo incontro in una “piazza dove non c’è nessuno”, come nel romanzo di Dolores Prato, ma in un confronto tra posizioni anche diverse rappresentate da nuovi dirigenti che ignorino il passato non sempre cristallino di quanti sono ormai al potere, di qua o di là da oltre trent’anni. 

Per realizzare un Centro che sia un potente mezzo di azione politica è necessario un cambiamento non rottamatorio e tuttavia radicale, non soltanto di facce (il che comunque non guasta). In un’altra stagione di rinascita nazionale, la Resistenza, De Gasperi e il suo gruppo dirigente fecero a meno di un partito glorioso come quello dei Popolari di Sturzo. Cambiare, adesso, sarà più facile e giusto.

Nella logica dei “No Vax” si annida la corruzione di una sana convivenza civile

Dellai si è sforzato di cogliere le motivazioni legate al rifiuto della vaccinazione, ma non dobbiamo dimenticare che  l’irrazionalità incombe su questo scenario. Ne approfitta ovviamente la destra. Che fare? Dobbiamo tenere alta la guardia, ben sapendo che solo così è possibile rinvigorire la democrazia.    

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Devo premettere che sfoglio ogni santo giorno il “Domani d’Italia“. Fatalmente, sulla scia delle cose che leggo, mi viene anche voglia d’intervenire. E infatti, qualche volta mando in redazione un commento.  

Agli articoli di Lorenzo Dellai dedico particolare attenzione. Il suo curriculum, le sue doti di politico e amministratore, dunque i suoi “valori” testimoniati nel tempo, li ho sempre apprezzati e per quanto possibile condivisi. Sebbene non ci sia un contatto diretto, vale a dire una frequentazione amicale, partecipo con un certo trasporto di stima ed affetto alla continua ricerca che egli propone assiduamente attraverso contributi nient’affatto banali.

La premessa mi consente di osservare benevolmente come da parte sua, nell’ultimo articolo a proposito di vaccinazioni, i “No vax” siano equiparati a soggetti equilibrati e razionali, e dunque a soggetti che tutto quello che fanno e dicono, lo fanno e dicono con convinzione meditata, ovvero sia con piena lucidità mentale. Qualcosa evidentemente non torna, almeno dal mio punto di vista, se facciamo i conti con la loro distorta visione del mondo.

Ebbene sono stato sin dall’inizio fortemente convinto – a partire dal comizio in piazza del Popolo del generale Pappalardo – che si tratta di gente fortemente irrazionale ed emotivamente instabile. I “No Vax” ignorano il significato del  sacrosanto diritto alle libertà personali. In sostanza,  leggono e affrontano la storia con enormi pregiudizi. Starei per dire che nel loro agire quotidiano fanno solo uso e si alimentano della “politica-spettacolo” e della “politica-social”, ignorando l’uso del ragionamento e della buona logica orientati al bene comune (elementi, come sappiamo, fondamentali alla Polis). In sintesi, tralasciano il buon senso, che non è senso comune. 

Trovo allora molto appropriata la citazione di Moro inserita nel pezzo di Dellai. In effetti, a distanza di tanti anni, siamo ancora in attesa di un “…nuovo senso del dovere”, proprio per mancanza di effettivo raziocinio, vale a dire di quella pur lieve e argomentata riflessione, fatta con i piedi per terra, sul futuro che ci attende, e su quello che attende i nostri figli e nipoti.

Il tempo presente mette a nudo la dispersione di valori importanti, per i quali, nel bene o nel male, la nostra convivenza civile teneva. Da questo turbamento discende la l’intima corruzione della politica. Non si spiegherebbero altrimenti le robuste quote di consenso della (nuova) destra italiana. Insomma, il distacco dalla razionalità genera il mostro del radical-sovranismo. Siamo all’assurdo: Salvini tiene il rosario in mano, come abbiamo visto nei comizi, ma ignora la pietà per i disgraziati che muoiono in mare nel tentativo di fuggire, il più delle volte, da guerre e miserie. Questa è la destra, pronta a legare in un solo fascio la propaganda anti vaccinazione e le pretese anti europee di un Orbàn.     

Bisogna resistere – e penso che Dellai sia d’accordo – a questa devitalizzazione dello “scandalo”. La democrazia, in definitiva, richiede oggi più che mai uno sforzo di rigenerazione morale.

Scuola: la riapertura di settembre tra variante delta, problema degli organici, fallimento della Dad e dei progettifici

Il quadro appare preoccupante. Non si può arrivare a settembre con un sovrappiù di vaghezza e indecisione. La pandemia ha reso la scuola un terreno minato: i problemi sono enormi. Per questo occorre agire in fretta e con intelligenza.

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La riapertura dell’anno scolastico dopo la pausa estiva è sempre stato un momento di particolari criticità.

Quella che ci attende il prossimo settembre lo sarà ancor di più, nubi dense e minacciose si addensano sopra il cielo della scuola.  Il regolare funzionamento delle lezioni è fino ad ora andato in tilt a causa degli effetti dalla pandemia: leggendo la circolare del Dipartimento Prevenzione del Ministero della Salute prot. 5032/COV19 del 9 luglio u.s. avente oggetto “Allerta internazionale variante Delta: incremento dei casi Covid 19 in diversi Paesi europei” si ha il sentore di un pericolo incombente, di cui il mondo scientifico e i decisori politici sono al corrente e rispetto a cui si avverte la necessità di porre mano con decisioni condivise, serie, tempestive ed efficaci. Il virus non è sconfitto e neanche scomparso, ha una dimensione planetaria  ed ogni focolaio rischia di avere effetti pervasivi, in particolare proprio per la rapidità del passaggio di contagio della variante Delta, stimato in Australia tra i 5 e i 10 secondi, sul presupposto di una semplice compresenza fisica di due o più persone: inevitabilmente il pensiero corre agli stadi fino a pochi giorni fa stracolmi di persone senza mascherine e senza controlli preventivi di tamponi rapidi oltre che di ogni certezza circa quelle vaccinate. Ripercorrendo i ricordi di ciò che abbiamo sofferto in passato si fa urgente e doverosa un’azione di prevenzione e controllo ma soprattutto la necessità di vaccinare quelle fasce di popolazione non ancora protette. Gli scienziati hanno ribadito a chiare lettere questo impellente adempimento, valgano per tutti le parole dell’immunologo e virologo Roberto Burioni: “non vaccinarsi, sulla base dei dati inequivocabili di sicurezza ed efficacia, è una scelta autolesionista, irrazionale che danneggia l’intera società. La politica deve decidere se consentire agli irresponsabili la libertà di comportarsi in questo modo. La Francia ha deciso di no”. Il riferimento è ai provvedimenti patrocinati in prima persona da Macron, sull’obbligatorietà di un ‘pass’ per accedere a bar, ristoranti e mezzi pubblici: decisione che ha conseguito lo scopo di convincere in poche ore oltre un milione di cittadini a vaccinarsi. E a casa nostra il sottosegretario Sileri ha rilanciato l’ipotesi di provvedimenti analoghi. Nella provincia autonoma di Bolzano il personale sanitario no-vax è stato sospeso dal servizio: un provvedimento drastico ma deciso ed eloquente. 

La circolare del Ministero della salute del 9/7 – diramata a tutti i Ministeri, alle Regioni, alle ASL, alle strutture sanitarie, agli Ordini professionali ecc. descrive un’Europa pericolosamente a colori e insiste sull’opera di sensibilizzazione verso una strategia di protezione vaccinale.

Questo riguarda tutta la popolazione, specie le fasce di età più a rischio e si riverbera inevitabilmente sul mondo scolastico dove la ripresa delle lezioni a settembre sarà inesorabilmente condizionata dalle azioni concrete che saranno assunte da adesso in poi. La fase di transizione verso l’immunità dal Covid 19 è stata ben descritta nella sua dimensione planetaria dalla rivista Nature che, ricordando che fino ad oggi sono state somministrate 3,23 miliardi di dosi di cui solo l’1% ai cd. “paesi poveri” e prevedendo di raggiungere i 6 miliardi di vaccinazioni entro fine anno, ipotizza il conseguimento dell’immunità globale solo a fine 2023.

Questi dati dovrebbero far riflettere gli indecisi, i “cogitanti”, gli indolenti, gli ostili e gli irresponsabili, come 

li definisce Burioni. La gestione “a rincorsa degli eventi in uno stato di sospensione, indecisione e carenza di 

informazioni” come l’ha descritta Giuseppe De Rita, con provvedimenti intempestivi e  intermittenti, poco

lungimiranti, tentennamenti, colpevoli ritardi come stigmatizzato da Luca Ricolfi nel suo “La notte delle ninfee” non deve ripetersi, la lezione è stata durissima e dalle conseguenze devastanti, anche sotto il profilo della tenuta psicofisica, degli equilibri vitali. L’emanazione della circolare ministeriale potrebbe  essere il segnale di un’inversione di rotta rispetto ad una preventiva e adeguata consapevolezza: occorre una voce univoca da parte della scienza e assunzione di coraggio e determinazione sul versante delle decisioni politiche. In tema di riapertura del nuovo anno scolastico sono necessari uno sforzo di immaginazione e una visione lungimirante: sulla didattica in presenza estesa a tutti gli ordini e gradi di istruzione, sulle dotazioni organiche, sul modo di intendere l’autonomia scolastica, sull’utilizzo degli spazi e 

la scansione dei tempi delle attività, sulla selezione del personale.

Proprio nei giorni successivi alla circolare del Ministero della salute l’INVALSI ha pubblicato i risultati di uno

studio sulla didattica a distanza registrando  un crollo verticale delle competenze dopo la sperimentazione della DAD nella fase pandemica : alla maturità il 40% non raggiunge un livello accettabile  di conoscenza della lingua italiana mentre cresce il fenomeno della “dispersione implicita”: si tratta di alunni che pur terminando il ciclo di studi non portano con sé un bagaglio adeguato di competenze. La deprivazione culturale riguarda le fasce sociali più deboli, specie al Sud, dove il 30% delle famiglie non possedendo un tablet o un pc non è stata inserita nel circuito informatico della didattica a distanza e dell’interlocuzione scuola-casa. “Complessivamente –spiega Roberto Ricci, responsabile delle prove INVALSI – la pandemia ha fatto riscoprire la funzione sociale della scuola sia nella dimensione relazionale, che di promozione del “benessere cognitivo” che solo la scuola può promuovere. Gli esiti registrati nel 2019, in miglioramento rispetto al 2018, evidenziavano che la scuola aveva intrapreso la strada giusta, considerando che gli esiti di apprendimento, per loro natura, non possono variare velocemente da un anno all’altro. Il brusco arresto imposto dalla pandemia e i risultati delle prove realizzate quest’anno richiedono strategie urgenti per far riprendere il passo al sistema scolastico italiano”.

Questo calo di potenzialità formativa del sistema scolastico registrata con la sperimentazione della DAD attende al varco della ripresa delle lezioni Il Ministero dell’istruzione ma anche i singoli istituti nell’organizzazione dell’autonomia scolastica. Significativo al riguardo il “Manifesto per la nuova scuola” , promosso dai docenti riuniti nel gruppo “La nostra scuola”, sostenuto e condiviso dal Sindacato Gilda degli insegnanti. Riforma dopo riforma la scuola ha perduto i suoi fondamentali per lanciarsi nei corollari degli acronimi, delle circolari a manetta, delle sigle, delle riunioni preponderanti in tempo e impegno rispetto al lavoro in classe: una scuola divenuta “progettificio” dove prevale il modello aziendalistico con un portato inusitato di adempimenti burocratici autoreferenziali e di complicazioni formali.

La coincidenza tra fase pandemica, DAD ed esiti deludenti nella preparazione degli alunni invita ad agire per tempo affinchè non si inneschi una deriva di inevitabile declino formativo e culturale della scuola: bisogna decidere subito, non farsi trovare impreparati. La vaccinazione estesa a tutti sarebbe uno strumento formidabile per evitare complicazioni a livello logistico ed organizzativo, inoltre per non replicare la delusione della DAD e rilanciare la didattica in presenza. C’è più di un dubbio che ciò si realizzi, servirebbero più senso di responsabilità e meno indecisioni che possono rivelarsi fatali. In un mondo di soggettività e relativismo è quasi impossibile assumere decisioni drastiche ma quasi certamente risolutive. 

Il Ministro Bianchi annuncia un piano di assunzione di 100 mila docenti in due anni: oltre alla quantità servirebbe preoccuparsi della qualità e c’è chi parla di sanatoria inaccettabile. 

“Il merito ritorni a scuola”, ha scritto Sabino Cassese in un editoriale sul Corsera del 25 maggio u.s. 

Serve un vaglio concorsuale (come chiede la Costituzione) per selezionare personale preparato, adeguato e meritevole di svolgere una funzione delicata come l’insegnamento. 

Sul piano della profilassi e della tutela sanitaria e su quello didattico ed organizzativo richiesto da un pubblico servizio sarebbero davvero utili assunzione di responsabilità e decisioni tutelanti per tutti.

Vedremo se a settembre si ripartirà con un salto di qualità e con il piglio necessario o se la scuola ancora una volta sarà costretta a passare sotto la forca caudina del procrastinamento e del rinvio, modi di essere tipici e decadenti di una malintesa e claudicante democrazia.

Per una conversione dell’intelletto e del cuore. A colloquio con Filippo La Porta sulla lezione di Dante. Intervista dell’Osservatore Romano.

Saggista e critico letterario, Filippo La Porta è autore tra gli altri de La nuova narrativa italiana (1995), Pasolini, uno gnostico innamorato della realtà (2002) e Pasolini (2012). Due dei suoi ultimi lavori, Il bene e gli altri (Bompiani, 2018) e Come un raggio di luce (Salerno Editrice, 2021), sono dedicati alla scoperta di come la lezione di Dante rappresenti una luce per leggere e guidare il nostro tempo.

Alessandro Vergni 

Intervista

Nei suoi ultimi saggi lei affronta due temi cardine: l’educazione e il rapporto con gli altri. Lo fa partendo da Dante, un uomo distante dal nostro modo di concepire la vita. Perché questa scelta?

C’è un elemento autobiografico che forse non ho mai raccontato prima: ho avuto una nonna fiorentina che con il suo accento stupendo mi diceva versi di Dante a memoria. Mia nonna è quindi come il garante della mia operazione dantesca. A Dante poi mi sono riavvicinato durante il mio soggiorno negli Stati Uniti. Per gli americani Dante è un vertice della letteratura universale, non appena di quella italiana. Mi sono allora detto: ci sono americani che passano tutta la vita a studiare Dante, che studiano l’italiano per 40 anni solo per leggere la Commedia, possibile che io non l’abbia più ripresa in mano dai tempi del liceo? È come nato un senso di colpa. Mi sono rimesso al lavoro su tutte e tre le cantiche e ho trovato in Dante una possibile risposta ai miei dilemmi morali, cioè al tema del bene e del male, perché qui sta la questione fondamentale dell’essere uomo, non ce ne sono altre. Certamente si tratta di un uomo del medioevo che ha quella concezione della vita. Non possiamo chiedergli di essere un progressista di oggi. Dobbiamo però individuare in lui alcune verità morali che ci riguardano direttamente e che sono senza tempo. Occorre leggere i classici con amore, con pazienza, saperli ascoltare e alla fine vedere se riusciamo a farli dialogare con noi. Ecco, Dante sulla questione del bene e del male può giustamente dialogare con noi. Aggiungo, poi, che non possiamo lasciare Dante ai filologi e agli studiosi. Dante ha scritto la Commedia per ogni lettore. C’è in essa l’appello a una conversione non appena religiosa, ma anche intellettuale e del cuore. Mi chiedo, ad esempio, cosa significhi per lui eternarsi; come un uomo dentro un’esistenza che è finita, mortale, si eterna?

Nel suo percorso cita più volte Simone Weil. Cosa c’entra questa grande filosofa del Novecento con Dante?

Ho applicato al mio primo saggio sulla Commedia la frase tratta dai Quaderni di Simone Weil che dice «il bene è dare realtà agli altri, il male è togliere realtà agli altri». Una frase semplice e geniale. Ho provato a leggere la Commedia alla luce di questa frase e mi sono accorto che funziona. Per dire, i peccati capitali nascono tutti dalla sostituzione della realtà con qualcosa di fantasmatico, di immaginario, sono invidioso di te perché immagino che tu sia più felice di me. I peccati nascono dall’ipertrofia dell’immaginazione, come mostra anche Dostoevskij ne Le notti bianche. Chi pecca è qualcuno che desidera vivere in un mondo in cui c’è solo lui. Lucifero non vuole che ci sia nessun altro all’infuori di lui. È anche la definizione del potere secondo Elias Canetti: il tiranno è colui che vuole sopravvivere a tutti gli altri. La frase di Simone Weil mi permette di fondare la morale in un modo non moralistico. Mi comporto bene non per obbedire a un precetto — qui sta la questione educativa — ma perché se il bene è dare realtà agli altri, solo comportandomi bene allora do realtà al mondo facendolo esistere. Il primo atto dell’etica è: meglio l’essere che il nulla. Mentre uno potrebbe sempre scegliere il nulla. È una fondazione ontologica dell’etica, basata sulla realtà.

Parlando del rapporto con gli altri lei dice che siamo animati dal desiderio di aiutare le persone, eppure — sostiene — il prossimo non sempre vuole essere aiutato da noi. Forse gli altri hanno bisogno solo di essere riconosciuti nella loro unicità? Ho trovato nella sua lettura un superamento del principio volterriano per cui la mia libertà finisce dove inizia la tua.

Potrei dire così: non tanto la mia libertà finisce dove inizia la tua, ma la mia libertà si completa solo se io ti riconosco. Mi si potrebbe obiettare: se l’altro è un prepotente, un violento, cosa significa “lasciar essere l’altro per quello che è”? La mia risposta è che il prepotente, il violento, è colui che impedisce alle persone di essere quello che sono. È lui che incrina l’ordine, l’equilibrio. L’azione sul prepotente, allora, deve servire solo a ristabilire l’ordine. Per Dante l’obiettivo della politica è la pace universale. Questa è sempre un movimento verso e non sarà mai pienamente raggiunta. Occorre però avere sempre presente che l’obiettivo della politica è una pace stabile, perché solo in essa ognuno può essere quello che è. Ciò significa che nella storia esistono anche guerre giuste, però dobbiamo ricordare due cose: che l’obiettivo resta comunque la pace universale e la riconciliazione con il nemico, il che dà una misura e un limite alla mia violenza; e che chi usa la violenza, anche temporaneamente per ristabilire quell’ordine, ne rimane segnato per sempre.

Tornando a Dante, ci troviamo di fronte a un uomo che ha delle certezze granitiche e che incarna una fede assoluta verso un Dio artefice di un ordine buono. Al tempo stesso nel suo essere viator sviene, ha paura, non capisce, inciampa. È forse per questo che lo sentiamo così vicino a noi?

Ci sono in Dante delle contraddizioni. Da un lato vuole combattere gli eretici, elogia i condottieri e gli imperatori; dall’altro elogia san Francesco perché, facendosi pusillo, ha fatto esistere di più il creato. Così come esalta le figure di Rifeo o di Romeo di Villanova. Come stanno insieme questi elementi? È impossibile trovare una sintesi. Nel mio libro provo a far dialogare queste contraddizioni. Quando ad esempio Brunetto Latini gli parla dell’eternarsi, parla ancora della fama legata alla gloria letteraria. Dante ha però un fortissimo senso della precarietà di tutto ciò che esiste. Una concezione molto moderna. Nell’ultimo canto del Paradiso dice in modo meraviglioso: «Così la neve al sol si disigilla». C’è dunque per lui un altro modo di eternarsi ed è quello di san Francesco, di Rifeo, di Romeo di Villanova.

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-158/per-una-conversione-dell-intelletto-br-e-del-cuore.html

 

Conferenza sul futuro dell’Europa: piattaforma online vicina al milione di visite.

La piattaforma digitale della Conferenza sul futuro dell’Europa (futureu.europa.eu), lanciata il 19 aprile scorso e punto nevralgico di tutto il processo democratico, al 30 giugno è stata visitata oltre 900mila volte; il maggior numero di visite alla piattaforma arriva da Francia e Germania, seguite da Spagna e Italia.

Lussemburgo, Malta e Belgio hanno la più alta quota di visitatori in proporzione alla loro popolazione. I movimenti sulla piattaforma sono continuamente monitorati da Open Source Politics e Digidem Lab per la Commissione europea, che a intervalli regolari ne traccia una valutazione. I dati dell’ultimo rapporto sono quelli rilevati al 30 giugno: 18.853 partecipanti, 5.127 idee, 9.891 commenti, 1.317 eventi, 28.461 interazioni.

Tra i dieci temi su cui i cittadini sono chiamati ad esprimere idee e proposte per il futuro dell’Europa, quelli che attirano più idee sono “cambiamenti climatici” (17,4%), poi “democrazia europea” (16%), quindi “un’economia più forte” (11,2%). Il tema “migrazioni” è quello che suscita meno idee (5,2%).

Ma è il tema della democrazia quello attorno a cui si generano più interazioni e dibattito. Quasi i due terzi dei contributi alla piattaforma, sempre al 30 giugno, erano riconducibili a uomini (64% contro 14,1% di donne; il 21,7% non ha dichiarato il proprio genere). Il gruppo più numeroso (23,5%) di contributi è stato effettuato da utenti di età compresa tra 25 e 39 anni, seguito da persone di età compresa tra 55 e 69 anni (20,4%). Quanto agli eventi legati alla Conferenza, l’Italia è il Paese che ha inserito sulla piattaforma il maggior numero di eventi (98).

Variante Delta, Ricciardi: “Buca anche doppia dose vaccino”

Con la variante Delta, oggi, “anche se si è vaccinati si può essere infetti”. La variante, “buca perfino il doppio ciclo vaccinale”, perché “conferisce una certa protezione contro la malattia grave e l’ospedalizzazione” ma “nel 30-35% dei casi determina infezione anche nei soggetti che hanno fatto la seconda dose di vaccino, figuriamoci una sola”. Ad affermarlo Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica e consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza, intervenuto ad ‘Agorà estate’, su Rai Tre.

Ricciardi ha sottolineato che la necessità di vaccinare al più presto è legata anche al fatto che “più esitiamo più lasciamo la possibilità al virus di selezionare varianti che non solo bucano il vaccino per l’infezione ma lo bucano anche per la protezione. In questo momento stiamo guardando con grande cautela alla variante Delta Plus in India e a una variante Lambda, che è stata isolata in Perù e che ci preoccupa molto. Per cui vacciniamo presto, in maniera tale da proteggere le persone dall’ospedalizzazione e dalla malattia. E poi prendiamo le decisioni mano mano che emergono le conoscenze sulle varianti che nel mondo emergono. Perché in Europa abbiamo vaccinato il 50% della popolazione, ma in Africa l’1%, in Asia il 3%. Quindi il virus ha oggi centinaia di milioni di persone su cui si può esercitare per cercare di aggirare le nostre difese”.

 

Andreotti precursore. Lo sport come strumento di promozione di una certa unità di popolo, senza strumentalizzazioni.

Fu l’uomo politico che colse per primo nel dopoguerra l’esigenza di stimolare attraverso lo sviluppo delle diverse discipline sportive, e specialmente del calcio, una forte motivazione di autentico spirito nazionale.

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Giustamente  lunedì, nella cerimonia al Quirinale, il Capo dello Stato ha detto agli azzurri: “Avete riunito gli italiani”. Verissimo. Lo sport ha anche questa forza. 

Andreotti lo aveva intuito sin dagli albori della Repubblica.  Non si trattava, allora come ora e come sempre  fanno le dittature, di strumentalizzare lo sport come mezzo di alienazione di massa, come strumento cioè di distrazione collettiva, piuttosto come “legamento” di tutto il tessuto sociale nazionale. L’Italia del dopoguerra era ancora terribilmente divisa: Resistenza/Fascismo, Repubblica/Monarchia, Nord/Sud, Città/Campagna, Industria/Agricoltura…

La missione del governo era primariamente quella di unire il paese: l’amnistia del ministro Togliatti, l’impegno per la scuola e la reindustrializzazione, miravano esattamente a questo. 

Ma non bastava. Occorreva riunire il paese emotivamente, al di là di ciò che potevano fare governo e partiti. Come era accaduto con la tragedia del Grande Torino. 

E Andreotti a De Gasperi: “Presidente, investiamo sullo sport!”. “Pensaci tu, fatti venire qualche idea, che non sia e non sembri una volgare strumentalizzazione, però”. 

Andreotti si mise al lavoro con Onesti, il Presidente del CONI. L’Italia chiese subito le Olimpiadi. La prima data utile era il 1960. Il Comitato Olimpico Internazionale pose però la condizione di uno Stadio nuovo a Roma. “Che problema c’è?”. E subito partirono i lavori. 

Purtroppo mancavano le risorse, perché De Gasperi non era disponibile a sottrarle agli investimenti produttivi. E i due (Andreotti e Onesti) che si inventano? Il Totocalcio. Con il vincolo di destinare gli introiti, compresi quelli fiscali, alle strutture e alle attività di tutte le discipline sportive. 

E così arrivammo “alla grande” alle Olimpiadi e all’esplosione di tutto lo sport nazionale.

[tratto dalla pagina Fb dell’autore]

Unione europea e Polonia: scontro sullo stato di diritto. E c’è chi parla di ‘Polexit’.

Questa nota di Patrizia Antonini (Ansa) offe i dettagli di questo ennesimo confronto tra l’Unione europea e uno dei Paesi più ‘emblematici’ del vecchio blocco sovietico. A reagire contro la presa di posizione della Corte costituzionale polacca sono schierati entrambi i gruppi politici che reggono le sorti dell’Unione europea: quello dei Popolari e quello dei Socialisti e Democratici.  

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E’ ormai una guerra al coltello quella tra l’Unione europea e la Polonia sullo stato di diritto. La cena tra il premier Mateusz Morawiecki e la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, non ha dipanato nemmeno uno dei nodi. E la resa dei conti è ormai iniziata, con il gruppo del Ppe al Parlamento europeo che intravede i primi passi di una ‘Polexit’ e l’S&D che invita la Commissione europea a “reagire con tutti gli strumenti a sua disposizione” dopo la sentenza odierna, di fatto un attacco all’ordinamento giuridico Ue. 

Alla vigilia dello show-down finale, atteso per domani, quando la Corte costituzionale di Varsavia deciderà se la legge polacca sia al di sopra di quella europea in caso di conflitto e la Corte di giustizia Ue emetterà la sentenza definitiva sulla sezione disciplinare della Corte suprema, si sono già viste le prime pesanti schermaglie. La Corte costituzionale di Varsavia ha infatti sfidato la decisione dei togati di Lussemburgo di accogliere la richiesta della Commissione Ue (i ricorsi risalgono al 2019 e 2021) di sospendere subito, con una misura ad interim, i provvedimenti della camera disciplinare della Corte suprema polacca. Un organismo controllato (seppur in modo indiretto) dal potere politico, che secondo le istituzioni dell’Unione “mina l’indipendenza dei giudici”, con iniziative arbitrarie e mirate contro magistrati non graditi alla maggioranza di governo, il Pis di Jaroslav Kacinski. 

Il regolamento che permette alla Corte Ue di pronunciarsi su “sistemi, principi e procedure” degli ordinamenti nazionali non è “in linea con la costituzione del Paese”, ha fatto sapere la Corte di Varsavia, respingendo l’iniziativa al mittente. E a completare l’escalation sull’asse Bruxelles-Varsavia domani (ndr oggi per chi legge), salvo imprevisti, sarà anche la procedura d’infrazione per le regioni Lgbtiq-free, in base al principio di “mancata sincera collaborazione”. Secondo quanto apprende l’Ansa, infatti, il governo di Morawiecki non ha cooperato con la richiesta di Palazzo Berlaymont di fornire informazioni sulla misura. 

La Polonia avrà due mesi per rispondere alla lettera di messa in mora. Un’infrazione che farà il paio con la mossa dell’Unione contro l’Ungheria, che col pretesto della protezione dei minori equipara gli omosessuali ai pedofili e discrimina, anche in questo caso, le comunità Lgbtiq. Intanto i piani nazionali per il Recovery di Varsavia e Budapest restano in sospeso. La Polonia aveva presentato il suo Pnrr il 3 maggio. Ma come spiega un portavoce dell’Esecutivo comunitario “le autorità polacche avevano chiesto una proroga di un mese in aggiunta al normale periodo di valutazione al momento della presentazione del piano”. 

La valutazione è in corso e la scadenza dell’analisi è per il 3 agosto. La posta in gioco è un pacchetto da 23,9 miliardi di aiuti a fondo perduto. E resta in bilico anche il piano ungherese, con i rubinetti delle risorse che minacciano di restare chiusi per la mancanza di garanzie sull’uso corretto dei 7,2 miliardi che dovrebbero arrivare in dote. L’Unione europea, ricordano gli eurodeputati dell’S&D, “non è un menu à la carte”. 

A Cuba continuano le proteste. Intervento del Consiglio episcopale dell’America Latina dopo la presa di posizione dei Vescovi dell’isola caraibica.

Non accenna a placarsi il moto popolare che sfida, sull’onda di una grave crisi economica, il regime comunista cubano. La Chiesa mostra la sua sensibilità pastorale, anzitutto nel rapporto con le persone più deboli e povere, lanciando un messaggio di allarme e preoccupazione.

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Porta la firma del presidente monsignor Miguel Cabrejos e del segretario generale monsignor Jorge Lozano il messaggio indirizzato dal Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ai vescovi cubani: «Vicinanza e solidarietà di fronte ai recenti eventi che hanno avuto un impatto sulla vita, sulla dignità e sulla libertà delle persone, dopo i giorni di protesta», si legge nel testo.

I presuli del Celam sottolineano che «non possiamo chiudere gli occhi o guardare da un’altra parte, come se nulla stesse succedendo». Ed esprimono l’auspicio che «la risposta alle richieste della popolazione non sia l’immobilismo», che non si continui a dare «continuità ai problemi, senza risolverli» e che non si arrivi a un «irrigidimento di posizioni che potrebbero nuocere a tutti. Facciamo nostro anche il pensiero di Papa Francesco che chiede a tutti noi di ascoltare il grido della popolazione e risolvere i conflitti attraverso il dialogo», è scritto nella lettera.

Nello stesso tempo, «facciamo un appello deciso alle autorità governative affinché cerchino soluzioni, poiché sappiamo che nessuna azione violenta o aggressiva consentirà ai nostri popoli di avanzare lungo strade della fratellanza, giustizia e pace», le parole dei due rappresentanti del Celam. Da ultimo, l’incoraggiamento rivolto ai vescovi di Cuba a «continuare a sostenere la speranza del popolo cubano rafforzando, come già state facendo, la salvaguardia del bene comune».

In precedenza, e più direttamente. si erano espressi i Vescovi cubani. Se è vero che il governo «ha cercato di adottare misure per alleviare queste difficoltà», scrivevano l’altro giorno, è anche vero che «le persone hanno il diritto di esprimere i propri bisogni, desideri e speranze e, a loro volta, di esprimere pubblicamente come alcune misure prese li stiano colpendo seriamente. È necessario che ogni persona contribuisca con la propria creatività e iniziativa e che ogni famiglia lavori per il proprio benessere, sapendo che quando questo è possibile si sta lavorando per il bene della nazione». In questo momento invece «ci preoccupa – spiegavano impresuli – che la risposta a queste istanze sia l’immobilità, che contribuisce a dare continuità ai problemi, senza risolverli. Non solo le situazioni peggiorano ma si va anche verso una rigidità e un indurimento delle posizioni che potrebbero generare risposte negative, con conseguenze imprevedibili che danneggerebbero tutti noi».

Una vita da gregario felice. Michele Scarponi ricordato dall’Osservatore Romano.

La storia di un ciclista all’antica, capace di servire una “idea di sport” con assoluta dedizione. Legato a Nibali, ha saputo mostrare tutta la sua grandezza sacrificando se stesso, le sue belle qualità, le sue legittime aspettative. La Fondazione Scarponi, sorta nelle Marche, mira in onore dell’atleta morto in un banale incidente a promuovere la cultura ciclistica e la sicurezza stradale.

Filippo Simonelli

Tra gli sport di squadra il ciclismo è sicuramente il più atipico: il senso dell’agire del gruppo è votato alla vittoria finale di uno solo, e gli almanacchi riportano il nome del vincitore della classifica finale, con quello del team scritto accanto in piccolo. Le grandi vittorie però funzionano quando una squadra è cementata assieme dai mesi di preparazione condivisa, da una perfetta comunione di intenti e dall’abnegazione. Se a vincere sono — quasi — sempre i capitani, la differenza la fanno i gregari, quelli che passano nei grupponi e che spesso solo i più appassionati tifosi riconoscono. Nonostante gli stravolgimenti dei ruoli tradizionali negli ultimi anni questo paradigma offre ancora una fotografia nitida della realtà ciclistica.

L’eccezione più significativa a confermare questa regola è stata quella di Michele Scarponi, definito non a caso “il gregario più forte del mondo”. Scarponi è stato un ciclista marchigiano, nato e cresciuto nel pietroso entroterra anconetano. Soprannominato l’aquila di Filottrano, ha costruito la sua vita in sella fin dalla più tenera infanzia, salendo sulla sua prima bicicletta ad otto anni. Da lì in poi si è imposto nelle varie categorie giovanili con un percorso forse non lineare ma sicuramente rivelatore di quello che sarebbe stato il suo talento.

Scorrendo il suo Palmares si trovano tanti piazzamenti importanti, vittorie di tappa nei grandi giri e nelle corse a tappe, persino una maglia rosa conquistata al Giro del 2011 per una discussa squalifica ad Alberto Contador. Ma non è per questo che viene ricordato e amato oggi, bensì per il suo essere il gregario perfetto, prima ancora che quello “più forte”.

Nel 2013 fa il salto più importante della sua carriera, con l’ingaggio alla squadra Astana, quella dello “squalo” Vincenzo Nibali. E nel Tour de France di quell’anno porta letteralmente sotto braccio il suo capitano alla vittoria agli Champs Elysees, rinunciando alle ambizioni personali per mettersi al servizio del gruppo. Questo spirito di servizio tornerà più volte, fino a trovare il compimento più alto nel 2016, alla tappa Regina del Giro d’Italia.

La corsa rosa affronta il Colle dell’Agnello, un arcigno valico alpino che congiunge l’Italia alla Francia e viene affrontato sia nel Tour che nel Giro. Già dalla partenza di Pinerolo, altra località simbolo del ciclismo eroico, si capisce che Scarponi è in giornata: si lancia presto in fuga, mentre dietro di lui infuria la battaglia per la maglia rosa tra Nibali e l’olandese Kruijswijk. Arrivato da uomo solo al comando in cima al Colle, si lancia in discesa verso quella che sembra una meritatissima vittoria di tappa.

Tra le consuetudini non scritte del ciclismo c’è quella per cui in una squadra chi arriva a ottenere la testa della classifica generale lasci la vittoria di tappa ad un gregario se possibile. C’è tanto di cavalleria quanto di pragmatismo in questa scelta, visto che le vittorie di tappa regalano sia gloria che un cospicuo ritorno economico.

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-157/una-vita-da-gregario-felice.html

Siamo dinanzi a una nuova “questione cattolica”?

A differenza del passato, non c’è più un partito di riferimento dell’area cattolica. Sono mutate le condizioni storiche, sono mutati i parametri culturali. Tuttavia, se non vogliamo rassegnarci a una riemergente confusione tra potere temporale e potere spirituale, la questione della presenza pubblica del laicato cattolico torna d’attualità. Bisogna inventare una nuova formula.   

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Se possibile, possiamo anche smettere di parlare per un attimo della sceneggiata dei 5 stelle – un partito populista, demagogico, antiparlamentare che ha fatto del trasformismo e dell’opportunismo politico e parlamentare la sua cifra distintiva; della nuova identità e del “nuovo corso” del Pd di Letta, sempre più lontano dalle sue ragioni fondative; della “federazione” del centro destra che interessa poco alla politica italiana e anche, almeno così pare di capire, agli stessi partiti di quello schieramento. 

No, in attesa di vedere come finirà al Senato la discussione e il voto sulla ormai famosa legge Zan, è riemersa forse – per dirla con il vice direttore dell’Huffingtonpost Alessandro De Angelis – una nuova “questione cattolica” nel nostro paese.

Certo, il tema è antico e periodicamente risuona nelle corde del dibattito politico italiano. E, come ovvio e persin scontato, è destinato a cambiare registro e coordinate di volta in volta. Ma un fatto è indubbio. Attorno al dibattito sulla legge Zan sono emersi almeno tre elementi che portano, giustamente, a parlare di una nuova ed inedita “questione cattolica”.

Innanzitutto non esiste più un partito di riferimento per la maggioranza dell’area cattolica italiana. La Dc, come il Ppi, appartengono ormai alla storia della politica italiana; i partiti personali vivono alla giornata e hanno come principale priorità quello di aumentare i follower del “capo” a livello quotidiano; e infine non esiste più una classe dirigente di riferimento. Non esiste né a livello politico, né a livello culturale. Sono costanti diverse dal passato ma che non possiamo non prendere in seria considerazione.

In secondo luogo è tramontata la cosiddetta “cultura della mediazione”. Un elemento, questo, che ha rappresentato storicamente un asset costitutivo e decisivo della tradizione del cattolicesimo politico italiano. Una prassi che ha permesso di superare storiche difficoltà e radicali contrapposizioni, che si manifestavano all’attenzione della politica tra i vari partiti in quel particolare momento storico. E proprio grazie alla “cultura della mediazione” i cattolici italiani sono diventati nel tempo classe dirigente e, soprattutto, hanno saputo incidere e condizionare la stessa evoluzione della politica italiana.

In ultima istanza si corre il serio rischio che, di fronte all’assenza di un partito – o più partiti – di riferimento, di fronte alla sostanziale assenza di una classe dirigente autorevole e qualificata e di fronte ad una assenza di una cultura politica di ispirazione cristiana capace di orientare e condizionare le scelte dei singoli partiti, il rapporto ritorni ad essere quello tra la Chiesa italiana, nelle sue diverse articolazioni, e il potere politico. Cioè il Governo e il Parlamento. Insomma, e pur senza volerlo, ad un rapporto diretto e non mediato tra il ”potere temporale” e il “potere spirituale”.

Ecco, proprio di fronte ad un quadro del genere, riemerge in tutta la sua complessità una nuova e diversa “questione cattolica”. Ed è per questi motivi che si rende sempre più necessaria una presenza pubblica dei cattolici. Laica, ma profondamente ancorata alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano. Coerente, ma senza alcuna deviazione clericale o confessionale. E coraggiosa, senza inchinarsi all’ormai imperante “politicamente corretto” che detta le condizioni dell’agenda politica inseguendo le mode. Solo così si potrà affrontare, seriamente e senza complessi di inferiorità, la nuova ed inedita “questione cattolica”. Come, giustamente, ci ha ricordato nei giorni scorsi il vice direttore dell’Huffington Post Alessandro De Angelis.

Manifesto per Bologna. Rete Bianca aderisce al documento della coalizione che sostiene Matteo Lepore.

Dopo aver dato il proprio sostegno alla campagna per le primarie di Lepore, ex assessore della Giunta uscente, Rete Bianca ha ufficializzato ieri il suo impegno nella coalizione apponendo la sua firma al Documento qui riprodotto. Oggi prende anche il via ufficialmente l’attività della Nuova Fabbrica del Programma.La nostra presenza nella coalizione – ha detto Nicola Caprioli, coordinatore di Rete Bianca per l’Emilia Romagna -, come movimento politico ispirato al cattolicesimo democratico e popolare, e la nostra attività all’interno della Nuova Fabbrica del Programma, dimostrano che le istanze e la cultura politica del mondo moderato potranno trovare piena rappresentanza e riconoscimento nelle scelte politiche della prossima amministrazione comunale e metropolitana”.

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Usciamo dall’emergenza

La crisi pandemica ha causato all’Italia la peggiore recessione economica dai tempi della guerra ed a farne le spese sono soprattutto le classi più povere ed i soggetti  più fragili. 

Da anni il lavoro sfugge, sostituito dalla tecnologia e dalla conseguente diminuzione di molteplici attività, nonché da un mercato globale che abbatte i costi dei prodotti e dunque la competitività di molte imprese occidentali, e dunque italiane. Così lo stesso articolo 1 della Costituzione che sancisce che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro acquisisce sempre più un valore retorico. La battaglia per il lavoro si interseca oggi anche con quella per acquisire nuovi diritti da parte di categorie di lavoratori e lavoratrici che devono rassegnarsi a un frustrante precariato, vedasi i famosi rider, e che di diritti non ne hanno neanche uno. Il concetto del lavoro deve essere dunque ampliato. Non solo esso deve riguardare le categorie dipendenti, pubbliche e private, ma deve coprire anche il lavoro autonomo, e oggi soprattutto quelle nuove forme di lavoro consentite dalla creatività e dalla moderna tecnologia. Necessitano, quindi, Politiche attive del  lavoro e un progetto formativo. 

Lavoriamomper ridurre le disuguaglianze, per essere al fianco di chi lavora e che con impegno e coraggio sta facendo ripartire il paese. Chiediamo che sino a quando non saremo usciti dalla crisi siano disponibili ammortizzatori sociali ed aiuti economici, sia per lavoratori e lavoratrici dipendenti che autonomi ed per piccoli imprenditori e imprenditrici, come quelli del commercio e della  ristorazione. 

Transizione ecologica 

Quella ambientale e climatica è una sfida cruciale che abbiamo di fronte già oggi: Bologna può e deve fare tanto per abbattere drasticamente  le  emissioni  climalteranti. 

Occorre investire risorse per affrontare i cambiamenti climatici sia per rispettare gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni sia per attuare tutte le azioni di adattamento, coinvolgendo al meglio la cittadinanza. Vogliamo una Città che sia non solo all’avanguardia nell’uso delle tecnologie green per abbattere le emissioni inquinanti, ma che diventi anche luogo ove svilupparle. Dobbiamo mettere al centro la qualità dell’aria che respiriamo. Lotta all’inquinamento  acustico.

Transizione  digitale – Digitalizzazione,  Sburocratizzazione 

L’impatto della burocrazie sulle imprese è di circa il 4% del fatturato. Il tema è delicato ed è esploso con la pandemia, oltre al persistere di regole e regolamenti che non si parlano tra loro, e che rendono lunghi i processi autorizzativi (decine e decine di Regolamenti che disciplinano i settori e non le attività). Il vero problema è la mancanza di cultura della semplificazione e della digitalizzazione dei processi. Nel corso degli anni infatti quando si è digitalizzato lo si è fatto trasferendo su supporto informatico i processi cartacei, dimostrando la totale inadeguatezza nel comprendere la reale potenzialità della trasformazione digitale e la necessità di una profonda formazione culturale che manca quasi totalmente, i processi anche se informatizzati infatti rimangono non integrati tra loro, così che gli stessi dati che sono in possesso delle varie amministrazioni non sono allineati tra loro, costringendo i cittadini a produrre gli stessi documenti ogni volta che iniziano un iter amministrativo. La nostra città ha bisogno di un’educazione digitale per chi opera nella pubblica amministrazione, ma anche per cittadine e cittadini, anche puntando su progetti di collaborazione intergenerazionale e di formazione  nelle  scuole. 

Scelte coraggiose per la mobilità 

Bologna deve finalmente dotarsi di un sistema di mobilità sostenibile e di un trasporto pubblico elettrico, adatti al suo rango di città europea: si deve porre fine agli investimenti che incentivano il traffico privato inquinante, nell’ottica di offrire alternative efficaci, economiche ed efficienti. Nel solco di un percorso che ha visto compiere in questi anni scelte importanti ed attese, vogliamo lavorare per il loro ulteriore miglioramento funzionale e soprattutto  ambientale. 

Vogliamo poi completare il Servizio Ferroviario Metropolitano, trasformandolo nella nostra metropolitana di superficie. Per favorire poi una mobilità sostenibile riteniamo di promuovere un Biglietto Unico Metropolitano, valido su tutti i mezzi pubblici: bus, treno e tram. Anche alla luce del grande successo della ciclovia del Sole, vogliamo collegare il nostro Comune a tutta la Città metropolitana realizzando un innovativo progetto di Bicipolitana, la mobilità ciclistica  va  resa  più  sicura.  Bologna  città  dei  15 minuti.

Diritti civili e sociali

La nostra città, da sempre all’avanguardia sul tema, deve progredire nel percorso di riconoscimento dei nuovi diritti, nel contrasto alle discriminazioni e possibilità di rappresentanza per tutti coloro che abitano e contribuiscono a rendere vivo il nostro territorio. Non solo, deve mettere in campo gli strumenti per rispondere agli attuali bisogni sociali, in particolare alle conseguenze lasciate dalla crisi pandemica sulla nostra comunità. Vogliamo promuovere le migliori sinergie fra il settore pubblico ed il mondo del volontariato, associazionismo e terzo settore, in particolare valorizzando le buone  esperienze  di  gestione  dei  beni  comuni. 

Nuovo Welfare per gli anziani

Bologna offrirà un sostegno adeguato e personalizzato  alla  popolazione  più  anziana. 

Bologna città della parità di genere

Bologna deve attuare un cambiamento radicale e positivo, dando priorità all’integrazione della dimensione di genere nelle sue politiche, anche attraverso uno sforzo affinché si possa realizzare una conciliazione dei tempi di vita lavorativa con quella famigliare. É necessario fornire la cornice istituzionale che possa permettere alle donne di essere  protagoniste  della  loro  vita  in  città. 

Una Bologna Giovane e Europea 

Bologna è da sempre una città europea e multiculturale: dovrà essere sempre più capace di assorbire le migliori pratiche europee, e di esportare le proprie affinché possano diventare un esempio, una città innovativa di riferimento per le altre realtà europee. Bologna deve diventare una città attraente per chi già ci abita sia per chi – da tutto il mondo – vorrà sceglierla per studiare, lavorare e vivere, con una nuova attenzione delle politiche bolognesi verso i giovani. La città del futuro è una città che si impegna nella promozione dell’imprenditoria giovanile e nello sviluppo di un ecosistema in cui le nuove generazioni possano crescere, svilupparsi  e  trovare  tutte  le  opportunità  che  oggi cercano all’estero. 

Un’urbanistica solidale per l’ambiente 

La Bologna di domani non dovrà più consumare nuovo suolo, ma concentrarsi sulla rigenerazione urbana, in particolare delle aree dismesse. L’edificazione dovrà saper selezionare solo i progetti migliori, in grado di generare sia servizi per i cittadini nonché alloggi sociali.

Per meglio tutelare ambiente e territorio, la pianificazione dovrà essere condivisa con i Comuni metropolitani. Costituzione di un nuovo regolamento del  verde  urbano  e  metropolitano  volto  alla  tutela del  verde  esistente. 

Città e cittadinanza metropolitana 

L’obiettivo da raggiungere e la prospettiva a cui lavorare è quella dell’elezione diretta, per avere istituzioni più vicine ai cittadini. Promuoveremo poi le migliori forme di collaborazione con e fra i Comuni metropolitani. La Città metropolitana sarà sempre più un punto di riferimento per i comuni bolognesi, in particolare per quelli più piccoli e decentrati, e favorirà l’omogeneizzazione dei servizi, per aiutare a costruire una concreta cittadinanza  metropolitana. 

Sicurezza pubblica

Nel contesto che lega assieme legalità e solidarietà vi sono le condizioni per aiutare i più deboli. Rafforzeremo un modello integrato fra le istituzioni, capace di contrastare in maniera efficace le infiltrazioni mafiose e le attività della criminalità organizzata, aperto alla sussidiarietà, capace di rendere la nostra città inclusiva e sicura per tutti, cittadini, operatori economici  e  turisti. 

Una scuola all’avanguardia 

Confermiamo la nostra tradizionale attenzione per la scuola, impegnandoci a rendere il diritto allo studio sempre più universale ed aperto a tutti, in particolare ai più fragili. Le migliori tecnologie dovranno essere a disposizione del lavoro degli insegnanti e dello studio dei ragazzi e l’educazione dello studente come persona e cittadino deve tornare ad essere al centro. Orgogliosi di ospitare da più di nove secoli la più antica Università del mondo, vogliamo confermare il nostro supporto, per attrarre studenti  italiani  e  stranieri, nonché  le  migliori risorse  della  ricerca. 

Sanità come diritto di cittadinanza 

La pandemia ci ha ricordato l’essenzialità di servizi sanitari gratuiti, capillari e di buona qualità, e su questi non dovrà mai abbassarsi la nostra attenzione. Sarà necessario adeguare le strutture e gli organici ai bisogni della nostra comunità, ribadendo la centralità pubblica e l’investimento nella medicina prossimità. 

La sanità territoriale deve diventare sempre più garante di completezza di risposta ai bisogni di natura socio sanitaria dei cittadini, vicinanza e continuità delle cure. Un modello di offerta assistenziale capace di garantire la presa in carico in particolare per le persone anziane, fragili e affetti da malattie croniche, in modo da assicurare continuità assistenziale in integrazione con le strutture  ospedaliero  di  riferimento  territoriale. 

Oggi il bisogno di salute dei cittadini è sempre più correlato a molteplici dimensioni che riguardano la salute mentale e il contesto epidemiologico caratterizzato dalle malattie croniche, dalla non autosufficienza, dalla disabilità, da comportamenti a rischio per la salute, ai percorsi di presa in carico della malattia basati sulla medicina di iniziativa, in stretta collaborazione con le altre risorse ed istituzioni del territorio. Occorre, quindi, definire una nuova architettura organizzativa che deve vedere coinvolti non solo i servizi dell’Ausl, ma anche tutti gli altri soggetti, istituzionali e non (familiari, caregiver, associazioni di volontariato) che intervengono ai vari livelli nell’assistenza dei malati. Vogliamo una sanità fatta di cure di base, ma anche di eccellenze nazionali ed internazionali, che metta sempre al primo posto il cittadino. Cure domiciliari e politiche  sanitarie di prevenzione primaria delle malattie  degenerative. 

Sostegno allo sport

Lo sport nella nostra Città ha sempre rappresentato un modello di accessibilità ed integrazione, dal centro alle periferie. È importante continuare a tutelare e promuovere l’iniziativa sportiva attraverso percorsi che mirino a sensibilizzare e favorire lo sviluppo attraverso il sostegno delle società e associazioni sportive che sono la parte integrante del nostro tessuto territoriale. 

Turismo

Lavoreremo sull’attrattività ed accessibilità del nostro meraviglioso territorio per tornare presto alle presenze pre-pandemia che tutti ricordiamo, ridistribuendo i benefici sia a livello sociale che territoriale, e governando le esternalità  negative. 

Cultura 

La cultura, letteralmente martoriata dalla crisi pandemica, deve essere rilanciata con forza, favorendo l’ingegno e la creatività, e contribuendo a rendere Bologna un bel posto dove vivere e dove recarsi. La cultura di una città non è solo il patrimonio materiale ma anche e forse più incisivo quello immateriale, invisibile: l’atmosfera che si respira in termini di accoglienza, di ascolto, di meritocrazia, di trasparenza, di dialogo, di confronto, di senso civico, di qualità d’informazione, di libertà di espressione e di essere, di valorizzazione delle diversità, di inclusione, di offerta culturale plurale sia insenso tradizionale sia in senso innovativo, di fornire risposte adeguate alle domande  che  sorgono  nel  nostro  tempo. 

Una politica culturale così orientata genera benessere, stimola la creatività, la partecipazione, la condivisione, il dibattito e generazioni di cittadini attivi, tolleranti, propositivi, sensibili alle dinamiche sociali, attente ai cambiamenti del  nostro  tempo  e  capaci  di  rispondere  creativamente. 

L’agricoltura per uscire dalla crisi

La ripresa economica post-pandemia dovrà vedere un ruolo attivo anche del settore agricolo, troppo spesso dimenticato. Innanzitutto promozione dei prodotti locali e delle eccellenze, anche con mercatini bio e a kilometro zero. Pensiamo ad un’agricoltura che migliori l’attrattività di Bologna, contribuendo alla tutela ambientale e promuovendo forme di turismo sostenibile. Si dovranno istituire ampi parchi agricoli  per  porre  fine  al  consumo  di  suolo  agricolo nella  città  metropolitana. 

Città della partecipazione democratica

Una sfida importante  è  quella  del governo  delle  trasformazioni  del  territorio,  in  un’ottica di  rafforzamento  dei diritti  di  democrazia,  d’inclusione  e  di  partecipazione, per  rendere  la cittadinanza  attiva  alla  vita  pubblica  della  propria comunità.    Il  nostro  obiettivo sarà  quello  di  favorire  il  dialogo  democratico  tra cittadine  e  cittadini  e amministrazione  comunale,  promuovere  la  consapevolezza e  la  trasparenza, puntando  sull’esercizio  della  sovranità  popolare  e rafforzando  la  democrazia partecipativa.

 

Amministrative 2021. La storia e la mappa elettorale delle grandi città al voto: l’analisi dell’Istituto Cattaneo su Torino.

Nel capoluogo piemontese il centrosinistra ha sempre espresso il sindaco dal 1993, ad eccezione del 2016, quando il M5S, con la candidatura di Chiara Appendino, creò un cuneo tra destra e sinistra attraendo una ampia e variegata domanda di cambiamento. Questa seconda analisi segue la serie degli approfondimenti offerti dal Cattaneo in vista delle elezioni amministrative del 2021. Si tratta di analisi che ripercorrono la storia elettorale delle grandi città chiamate al voto in ottobre e l’evoluzione della loro “geografia politica” interna grazie ad un nuovo articolato set di dati recentemente creato dai ricercatori dell’Istituto.

(Istituto Cattaneo)

Le prossime elezioni amministrative rappresenteranno un appuntamento elettorale di grande importanza. Andranno al voto 1.339 comuni tra cui 21 capoluoghi di provincia. Ma soprattutto, saranno coinvolte cinque tra le più grandi città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna) nelle quali risiede oltre il 10% della popolazione nazionale e su cui sarà focalizzata la gran parte dell’attenzione del dibattito pubblico. Sarà la prima occasione di confronto elettorale tra i partiti dopo la formazione del governo Draghi, una prova per la proto-alleanza Pd-M5S e per il centrodestra tornato unito.

In vista di queste elezioni l’Istituto Cattaneo ha messo a punto un nuovo dataset che, per ognuna delle città in questione, consente sia di interpretare gli orientamenti di voto in una prospettiva longitudinale (di lungo termine) sia di analizzare il modo in cui gli orientamenti di voto sono distribuiti all’interno del territorio comunale, nelle varie zone delle città, caratterizzate da diversi gradi di benessere dei residenti.

A questo fine, i dati di tutte le elezioni comunali, regionali, per la Camera dei deputati e per il Parlamento europeo sono stati attentamente ricodificati in modo da potere ricostruire l’andamento nel tempo – dal 1993 ad oggi – dei consensi attribuiti ai principali partiti (o a gruppi di partiti minori), al mutare delle denominazioni o al netto dei processi di scissione/fusione.

I dati sono stati anche “geolocalizzati”, come verrà detto in uno dei successivi paragrafi. Sono stati cioè riaggregati – partendo dai risultati registrati in ogni sezione elettorale – al livello della unità urbanistica più piccola disponibile in modo da consentire una analisi territoriale “intracomunale” del voto per ciascuna di queste elezioni. È così possibile esaminare non solo l’evoluzione nel corso del tempo del voto ma anche verificare come il voto si sia distribuito e si distribuirà nelle diverse zone della città, variamente connotate in base ad indicatori di benessere economico, livelli medi di istruzione e di carattere demografico.

Questa seconda analisi riguarda la città di Torino. Su Milano è stata pubblicata il 23 giugno. Nelle prossime settimane seguiranno analisi simili su Roma, Napoli, Bologna.

Per leggere il Rapporto nella versione integrale

https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2018/03/2021-07-12-Torino_pre-voto.pdf

Approvato l’emendamento sul controllo parlamentare per l’attuazione del PNRR: doveri del Governo, collaborazione Parlamento-Governo, collaborazione tra le Camere.

L’intesa raggiunta in Commissione Affari Costituzionali della Camera. Ceccanti, all’interno della Commissione, assolve alla funzione di  capogruppo del Pd.

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Grazie ad una proficua collaborazione col Governo abbiamo approvato un’importante riformulazione dell’emendamento 1.1 al disegno di legge di conversione del decreto semplificazione relativo al controllo parlamentare sull’attuazione del Pnrr.

Tre i punti chiave.

In primo luogo, alcuni chiari doveri del Governo. Infatti, il Governo fornirà alle Commissioni parlamentari competenti tutte le informazioni e i documenti utili ad esercitare un controllo sull’attuazione del PNRR e del Fondo complementare, anche la fine di prevenire, rilevare e correggere eventuali criticità nell’attuazione. Il Governo trasmetterà altresì alle Commissioni parlamentari competenti tutti i documenti, che riguardano le materie di competenza delle medesime, inviati agli organi dell’Unione europea.

Così le Commissioni potranno formulare osservazioni ed esprimono valutazioni utili ai fini della migliore attuazione del PNRR nei tempi previsti.

In secondo luogo, una forte collaborazione tra Governo e Parlamento.

Le Camere potranno poi stipulare con il Ministero dell’economia e delle finanze una specifica convenzione con la quale disciplinare le modalità di fruizione dei dati di monitoraggio, anche in formato aperto rilevati dal Sistema unitario «ReGiS».

In terzo luogo, un’importante collaborazione tra le Camere.

In ultimo, i Presidenti delle Camere, al fine di favorire lo svolgimento congiunto dell’attività istruttoria e di potenziare la capacità di approfondimento dei profili tecnici della contabilità e della finanza pubblica, adotteranno intese volte a promuovere le attività delle due Camere, anche in forma congiunta, nonché l’integrazione delle attività svolte dalle rispettive strutture di supporto tecnico.

 

Nel‌ ‌XX‌ ‌Rapporto‌ ‌INPS‌ ‌i‌ ‌dati‌ ‌della‌ ‌eccezionale‌ ‌risposta‌ ‌ del‌ ‌welfare‌ ‌alla‌ ‌crisi‌ ‌pandemica‌

I segnali di ripresa, ha detto il Presidente Pasquale Tridico nella sua relazione di ieri a Palazzo Montecitorio, sono incoraggianti e robusti. Occorre trasformarli in elementi strutturali di crescita e di vero rilancio, specialmente con politiche inclusive. Di seguito uno stralcio della relazione.

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Il XX Rapporto Annuale dell’Inps copre nella sua interezza il 2020, un anno eccezionale sotto molti aspetti, che ci consegna importanti lezioni per il futuro. La memoria di questi mesi di grande difficoltà è da un lato dolorosa ma dall’altro motivo di orgoglio perché permette di ricordare il contributo delle Istituzioni e dei singoli che hanno servito con grande responsabilità la nostra Repubblica e i suoi cittadini. Lo stesso operato dell’Inps, il suo impegno per erogare correttamente sostegni a milioni di nuovi utenti nell’emergenza pandemica, insieme ai cambiamenti messi in atto per attivare prestazioni molto diverse, in modo massivo e innovativo, ha generato un profilo in parte nuovo per questo Istituto al servizio del Paese.

Lo shock pandemico, pur avendo colpito simultaneamente tutti i sistemi economici nazionali e tutti i settori, dal punto di vista degli impatti sull’economia reale ha avuto esiti molto differenziati, dato che vari attori hanno beneficiato di diversi gradi di protezione rispetto allo shock stesso. I paesi europei hanno cercato di fornire sostegno alla platea più ampia possibile dei cittadini colpiti dalla perdita di reddito e/o di occupazione. Senza esitazioni hanno deciso e permesso di ampliare in modo straordinario le risorse a debito, in nome di uno scopo comune. È stato anche un anno di innovazioni in materia di welfare a livello continentale.

Ciò nonostante, in un sistema di welfare di tipo categoriale qual è quello che ha caratterizzato il nostro paese nel secolo scorso e che per alcuni versi ancora permane nella casistica applicativa, l’impatto della pandemia ha effetti differenziati sui lavoratori, proprio in relazione alle diverse coperture assicurative. Gli strumenti di sostegno al reddito, il Reddito di cittadinanza (fortunatamente introdotto prima della fase pandemica, e rafforzato nella sua copertura dall’introduzione temporanea del Reddito di Emergenza), l’indennità di disoccupazione (NASpI) e la Cassa Integrazione in deroga (introdotta in contemporanea con il decreto di chiusura dei settori produttivi non essenziali) hanno rappresentato una tutela contro il peggioramento delle condizioni di povertà e deprivazione nel periodo della crisi.

Il ruolo dell’INPS durante la fase emergenziale è stato fondamentale per l’attuazione dei provvedimenti emanati dal Legislatore per attenuare gli effetti economici e sociali della pandemia. Gli inter- venti messi in atto dall’Istituto per emergenza Covid hanno raggiunto oltre 15 milioni di beneficiari pari a circa 20 milioni di individui, per una spesa complessiva pari a 44,5 miliardi di euro.

In particolare, ad oggi tramite l’Istituto hanno ricevuto misure per emergenza Covid: 

  • 4 milioni e 300mila lavoratori autonomi, professionisti,                stagionali, agricoli, lavoratori del turismo e dello spettacolo;
  • 6 milioni e 700mila lavoratori dipendenti beneficiari delle integrazioni salariali, che hanno ricevuto in totale oltre 32,7 milioni di pagamenti di indennità, per una spesa complessiva di 23,8 miliardi di euro;
  • 210mila disoccupati che hanno fruito del prolungamento del trattamento di disoccupazione (NASpI);
  • 515mila nuclei familiari ai quali è stata assicurata l’estensione dei congedi dal lavoro per favorire la conciliazione dell’attività lavorativa con le esigenze familiari e di cura;
  • 850mila nuclei familiari che hanno fruito del bonus baby-sitting;
  • 722mila famiglie con gravi difficoltà economiche alle quali è stato erogato il Reddito emergenziale (REm);
  •  216mila bonus per lavoratori domestici;
  • 1 milione e 800mila nuclei familiari (circa 3,7 milioni di individui) che hanno beneficiato del Reddito di cittadinanza o della Pensione di cittadinanza, che, nel corso della pandemia, ha costituito un potente strumento di sostegno del reddito nei confronti delle fasce più bisognose della popo- lazione e, al contempo, ha contribuito a ridurre il rischio di tensioni sociali.

Per far fronte alle esigenze della popolazione italiana in un contesto di emergenza economica e sociale di portata straordinaria, l’Istituto ha adottato interventi organizzativi e di sviluppo dei processi digitali che hanno determinato nel 2020 un incremento della produttività o produzione lorda totale (l’output reso omogeneo sulla base di tempi standard di lavorazione) pari a +12,5% sul 2019, con picchi di +108,0% per la produzione riferita agli ammortizzatori sociali.

Sul piano contabile, la maggior parte della spesa per prestazioni Covid-19 dell’Inps è stata finan- ziata con stanziamenti a carico della fiscalità generale, una parte importante è rimasta tuttavia a carico del bilancio dell’Istituto. In particolare, la Gestione prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti, il Fondo di integrazione salariale e gli altri Fondi di solidarietà di settore hanno finanziato interventi di integrazione salariale per una spesa complessiva pari, nel 2020, a 7,3 miliardi di euro. Inoltre, soprattutto per effetto del crollo dei contratti stagionali e a tempo determinato registrato nel 2020, le entrate contributive dell’Istituto si sono ridotte, rispetto al 2019, di 11 miliardi di euro.

L’aumento della spesa per integrazioni salariali e la contrazione delle entrate contributive hanno determinato un peggioramento del risultato finanziario di competenza dell’Istituto, che è passato da +6,6 miliardi di euro del 2019 (il miglior risultato degli ultimi 11 anni) a –7,1 miliardi di euro del 2020.

Nei primi cinque mesi dell’anno in corso registriamo tuttavia importanti segnali di ripresa del tessuto produttivo. Infatti, al 31 maggio 2021, le entrate contributive riferite a tutto il settore privato (aziende, lavoratori autonomi, liberi professionisti e lavoratori domestici) sono aumentate di 4,5 miliardi di euro, con un incremento sul 2020 di oltre nove punti percentuali. Siamo confidenti che, nel corso dell’anno, la sostenuta ripresa economica in atto riporti le entrate contributive dell’Inps ai livelli del 2019, consentendoci di superare in un solo anno gli effetti finanziari negativi della pandemia.

Il rapporto documenta e analizza la difficile fase del 2020, in cui l’improvvisa caduta di produzione e di occupazione ha attivato diverse risposte da parte del legislatore. Queste hanno attutito l’impatto della crisi, ma con efficacia differenziata. Elemento, quest’ultimo, che pone ulteriori riflessioni sulle lezioni apprese. L’allargamento degli ambiti di intervento dell’Istituto in tale straordinario periodo non impedisce però di continuare a mantenere alta l’attenzione sulla principale area delle proprie attività, quella delle prestazioni pensionistiche, soprattutto in questa fase di progressiva transizione dal regime retributivo a quello contributivo. Anche in questo caso, uno dei temi trasversali che ci fa da guida è quello dell’equità: tra generazioni e all’intero di ciascuna generazione.

In questa mia relazione annuale ritengo opportuno concentrare le mie considerazioni intorno a cinque principali aspetti:

  1. a) caduta occupazionale, nuove professioni e riforma degli ammortizzatori sociali;
  2. b) povertà e reddito minimo;
  3. c) denatalità e assegno unico;
  4. d) spesa pensionistica e bisogno di flessibilità in uscita;
  5. e) innovazione e rilancio dell’Inps.

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https://www.inps.it/docallegatiNP/Mig/AllegatiNews/Relazione_Annuale_2021.pdf