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Equità ed efficienza, banco di prova del PNRR. L’analisi di “Aggiornamenti Sociali”.

Con la consegna da parte del Governo Draghi del Piano nazionale di ripresa e resilienza alla Commissione europea è stato adempiuto un passaggio fondamentale perché lItalia possa ricevere i fondi previsti dal NextGenerationEU. Dopo anni di crescita stentata e lo shock socioeconomico prodotto dalla pandemia, sono grandi le attese per il rilancio del nostro Paese. Quali sono le misure previste a livello di investimenti e riforme per raggiungere questo obiettivo? I vari interventi consentono di ipotizzare una ripresa dellItalia nel segno dellequità e dellefficienza?

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR 2021), che il Governo italiano ha presentato a Bruxelles rispettando la scadenza del 30 aprile 2021, è un documento corposo e complesso: sfiora le 300 pagine e tocca molte questioni di straordinaria importanza per la società e leconomia italiane, rappresentando, a un tempo, un punto di arrivo e di partenza.

 

È un punto di arrivo nel senso che chiude il processo avviato nella primavera e nellestate del 2020 con lapprovazione, da parte delle autorità europee, del NextGenerationEU (NGEU), per cui ogni Stato membro doveva presentare il proprio Piano per accedere alla propria quota di fondi comunitari. Ma è anche e, forse, soprattutto un punto di partenza perché disegna il percorso di riforme e investimenti che lItalia dovrà percorrere da qui al 2026. Non è irragionevole affermare che il difficile, soprattutto per un Paese come il nostro, viene ora.

 

Il PNRR si apre con una Premessa firmata in prima persona dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, e si articola in quattro parti: 1. Obiettivi generali e struttura del piano; 2. Riforme e investimenti (a sua volta suddivisa in due parti: Le riforme e Le missioni); 3. Attuazione e monitoraggio; 4. Valutazione dellimpatto macroeconomico. Questo articolo non si propone di riassumere il Piano, ma di porne in risalto la filosofia di fondo e i principali interventi, offrendo una prima valutazione sulla sua adeguatezza per curare alcuni dei mali, antichi e più recenti, che colpiscono il nostro Paese, dopo ventanni di scarsa crescita e un anno e mezzo di devastante pandemia.

 

Della crescita (che non c’è) ne parla il presidente Draghi sin dalle prime righe della sua Premessa: «La crisi si è abbattuta su un Paese già fragile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Tra il 1999 e il 2019, il PIL in Italia è cresciuto in totale del 7,9%. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, laumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6%. [] Dal 1999 al 2019, il PIL per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2%, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3%. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di uneconomia, è diminuito del 6,2% tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo» (PNRR 2021, 2).

 

Altri dati menzionati sui NEET, sul lavoro femminile, sul degrado ambientale, sulla familiarità con le tecnologie digitali confermano il divario fra lItalia e gli altri grandi Paesi fondatori dellEuropa unita: «Questi ritardi scrive ancora Draghi sono in parte legati al calo degli investimenti pubblici e privati, che ha rallentato i necessari processi di modernizzazione della pubblica amministrazione, delle infrastrutture e delle filiere produttive » (PNRR 2021, 3). Da qui, il binomio inscindibile costituito da riforme e investimenti che caratterizza il PNRR visto nella sua interezza.

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https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/equita-ed-efficienza-banco-di-prova-del-pnrr/

Trent’anni dopo la Iugoslavia. Il punto sulla Rivista il Mulino

Trentanni dopo, molti sono i nodi ancora irrisolti, tra i quali spiccano la stagnazione politica e civile in Bosnia ed Erzegovina e limpossibile dialogo tra Belgrado e i vertici politici del Kosovo. Un approfondimento della Rivista Il Mulino.

Sono passati trentanni da quel 25 giugno 1991 che ha cambiato la vita ai cittadini della Jugoslavia. Chi si ricorda la Jugoslavia? Uno Stato federale e neutrale composto da sei repubbliche e sei nazioni più altre minoranze, da quattro lingue ufficiali più altre sei-sette minoritarie, da due alfabeti. Uno Stato uscito nel 1990 dal regime comunista con le elezioni democratiche e con linevitabile affermazione dei partiti nazionali in ogni Repubblica. Si sapeva che la democrazia avrebbe fatto affiorare le scelte politiche nazionali. Il 25 giugno del 1991 ci furono le proclamazioni dindipendenza da parte della Slovenia e della Croazia, le repubbliche economicamente più forti e storicamente diverse rispetto al resto della Jugoslavia. Un atto oggi ricordato come liberazione e realizzazione della statualità tanto agognata. Lo strappo sloveno e croato innescò il processo di dissoluzione della Jugoslavia.

Le tappe di questa dissoluzione vanno ricordate, devono essere memoria civile europea. Già il 26-27 giugno 1991 ci furono scontri aperti in Slovenia, tra le forze indipendentiste e lesercito federale. Una guerra durata dieci giorni. Poi fu la volta della Croazia: un conflitto strisciante, dato che la minoranza serba era insorta e aveva a sua volta proclamato indipendenti le proprie regioni. La guerra, che nellassedio drammatico di Vukovar ebbe lapice, si concluse dopo cinque mesi, con una tregua. La Slovenia e la Croazia ebbero il riconoscimento internazionale nel gennaio del 1992. La crisi si spostò più a Sud. Nellaprile del 1992 scoppiò la Guerra civile in Bosnia ed Erzegovina tra i locali serbi, musulmani e croati, e sarebbe durata oltre tre anni, con scontri tra tutte e tre le parti, con efferate violenze, stupri di massa, campi di detenzione, eccidi terribili, come quello di Srebrenica del luglio 1995, in cui furono trucidati ottomila bosniaci musulmani da parte dei reparti serbi. Laccordo internazionale di Dayton (Ohio), dellottobre del 1995, mise fine al conflitto e impose una soluzione statale alla Bosnia ed Erzegovina, composta, da allora, da due entità, una serba (Repubblica serba) e una federale musulmana/bosgnacca e croata.

Poi la crisi si estese al Kosovo, la regione già autonoma in seno alla Serbia, abitata da una maggioranza albanese. Anche qui violenze, scontri tra serbi e albanesi, masse di profughi, finché nel 1999 si giunse al bombardamento di Belgrado da parte della Nato. Fu il terzo bombardamento che la città subì nel Novecento. Altri scontri ci furono in Macedonia tra macedoni e albanesi, ma il conflitto fu bloccato sul nascere, tramite ingerenza statunitense. La Jugoslavia, come concetto e federazione serbo-montenegrina, sopravvisse fino al 2003. Nel 2006 la Serbia e il Montenegro si sono separate. Nel 2007, il Kosovo ha proclamato la sua indipendenza, ma non è pienamente riconosciuto sul piano internazionale.

Delle guerre jugoslave si disse fossero barbarie sulla soglia dellEuropa, che proprio in quegli anni vedeva nascere lUnione europea. Un unico conflitto, con diversi scenari, in un mondo che pareva alla fine della sua storia, non più diviso tra potenze e ideologie. Oggi capiamo meglio i fatti: folle di profughi riprese dalle televisioni in diretta, stupri di massa come guerra psicologica, il sacrificio dei propri civili per screditare il nemico, lintervento militare umanitario tramite bombardamenti «intelligenti», traffici in armi, droga e prostituzione attorno alle forze belligeranti ma anche tra quelle dislocate per pacificare, traffici di organi. E poi: la criminalità che diventa potere legittimato e viceversa, i mujaheddin, gli ultrà trasformati in commando, i mercenari e i contractor, e le Ong, gli inviati in carriera, la reciproca fabbricazione dellimmaginario dellorrore, i grandi intellettuali occidentali catapultati nella regione che scelgono la loro parte e il loro palcoscenico, i media internazionali che determinano una narrazione di portata globale e infine, e a chiusura, i processi e le sentenze del tribunale internazionale dellAia per i crimini commessi contro lumanità in Jugoslavia. In fin dei conti, la balcanizzazione interna ed esterna, nel senso peggiore del termine, dei Balcani. Ma anche un banco di sperimentazione, un anticipo sotto tanti aspetti, per altre emergenze belliche e civili che sono seguite.

Cosa abbiamo oggi, dopo tutto questo? Da un lato, Slovenia e Croazia sono Stati dellUnione europa, dallaltro ci sono i cosiddetti Balcani occidentali, una non Ue dentro lUe, che comprende Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, il Kosovo e lAlbania. In attesa che succeda qualcosa. Trentanni dopo, molti sono i nodi irrisolti, tra i quali spiccano la stagnazione politica e civile in Bosnia ed Erzegovina, che mette in questione il modello di Dayton, e limpossibile dialogo tra Belgrado e i vertici politici del Kosovo. Di fatto, sia la nazione serba sia quella albanese si trovano distribuite in tre diversi Stati. La Macedonia del Nord ha dovuto cambiare il nome per essere accettata dalla Grecia, ma trova ostacoli da parte della Bulgaria sulla incertissima strada verso lUe.

I Balcani occidentali sono nominati solo quando affiora nei media internazionali il dramma delle migrazioni che attraversano la regione. Sfugge lincastro di problematiche irrisolte, che richiamano gli esiti delle guerre balcaniche dal 1912-1913 al 1999. Ci sono dinamiche integrative europee attorno ai Balcani occidentali che li escludono, li marginalizzano. La Grecia rientra nelliniziativa EuroMed 7, un forum sorto nel 2013 che comprende pure Francia, Spagna, Portogallo, Italia e Malta. Del 2016 è il Three Seas Initiative, detto anche Trimarium, un forum di dodici Stati avviato su ispirazione della Polonia e della Croazia, forum che punta a unire ancor di più lo spazio economico, politico e sociale compreso tra il Mar Baltico, il Mar Nero e lAdriatico. Del Trimarium oggi fanno parte Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria; una compagine che traccia un confine netto, come Centro Europa, rispetto ai Balcani. Del 2014 è invece il Berlin Process, promosso dalla Germania, e, questo sì, dedicato ai Balcani occidentali. Ma, nonostante gli incontri annuali al massimo livello, lUe non è riuscita, oltre le belle parole, a imporre alcuna strategia. Contano assai di più, come riferimento, gli Stati Uniti, ma anche la Russia e, di recente, la Cina e la Turchia.

In questi ultimi mesi sono circolati nello spazio post jugoslavo diversi non paper, documenti non ufficiali e anonimi ma resi pubblici e di origine autorevole, in cui si ipotizza lo spostamento dei confini tra i sei Paesi e la creazione di Stati nazionali più omogenei, fatto che ha provocato una diffusa ansia e preoccupazione. Nel contempo, si parla sempre di più di abbattere i confini tra i sei Stati, sul modello del Benelux, e rendere i Balcani occidentali area partner dellUe. E mentre la Nato si è affermata ovunque, fuorché in Serbia e in Bosnia ed Erzegovina, i percorsi dei singoli Paesi, come candidati allUe, si sono arenati, dalla Macedonia del Nord allAlbania, al Montenegro. In merito nessuno si fa illusioni: ci sono pochissime speranze.

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Usa, la Trump Organization viene incriminata

Donald Trump ha eluso per molto tempo le conseguenze della sua discutibile etica aziendale e degli scandali personali e politici. Ma le accuse del gran giurì, dopo che un alto dirigente ha testimoniato, sono tornate di moda.

Le accuse, che dovrebbero essere svelate oggi, sono relative a presunti reati fiscali su vantaggi e benefici concessi ai dipendenti, tra cui case senza affitto, leasing di auto e bonus.

Le accuse prendono di mira la Trump Organization, il direttore finanziario e il braccio destro di Trump Allen Weisselberg. E anche se l’ex presidente non dovrebbe essere accusato, il  colpo messo a segno dal gran giurì sarà sicuramente duro.

Infatti la resa dei conti tra la Trump Organization e i pubblici ministeri segnerà un altro dramma tumultuoso nella vita dell’ex presidente tra fallimenti , divorzi e abusi di potere che hanno portato a due impeachment. 

Inoltre la significativa escalation legale, ora, avrà sicuramente anche conseguenze politiche più ampie poiché Trump cercava di rilanciare la sua carriera politica dopo la sconfitta contro il presidente Joe Biden.

Ma la buona notizia è che se sei Donald Trump non andrai in prigione sulla base di un atto d’accusa della Trump Org. Infatti nessun individuo, negli USA,  può andare in prigione sulla base di un atto d’accusa di una società.

Austria: Kristina Edlinger-Ploder è la prima donna vicepresidente Caritas.

La Caritas austriaca ha per la prima volta una vicepresidente.

Kristina Edlinger-Ploder lavora per la Caritas da oltre 20 anni e ha occupato varie posizioni professionali. Dal 2016 è presidente del Consiglio di fondazione della Caritas della Stiria. Con lei sono stati nominati anche i due direttori della Caritas del Voralber – Walter Schmolly – e del Salisburghese – Johannes Dines.

La Caritas agisce come una “roccia solida” come partner per le persone bisognose, ma è anche innovativa e reagisce alle sfide del tempo, ha evidenziato Edlinger-Ploder che, sul suo approccio ha spiegato: “Soprattutto sostengo il principio di ‘aiutare le persone ad aiutare se stesse’”.

Il Mise stanzia 286 mln a favore delle imprese

Il Ministro Giancarlo Giorgetti ha firmato i decreti che autorizzano sei accordi di sviluppo e tre accordi di programma tra il MiSE, le aziende coinvolte e le Regioni Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna e Veneto. Gli accordi puntano a favorire la competitività del territorio e la creazione di nuova occupazione, attraverso gli investimenti delle imprese in progetti produttivi e di ricerca e sviluppo di rilevante impatto strategico e tecnologico. Per la realizzazione di questi interventi sono previsti investimenti complessivi pari a circa 286 milioni di euro, a sostegno dei quali il MiSE mette a disposizione circa 107 milioni di euro di agevolazioni.

“Il doppio binario della valorizzazione del Made in Italy nelle produzioni tradizionali che caratterizzano il nostro Paese anche all’estero e gli investimenti nell’innovazione e nella produzione industriale di avanguardia – dichiara il Ministro Giorgetti – rappresentano la linea guida che il MiSE deve avere per lo sviluppo e il rilancio della nostra economia. È importante, ancor più ora con gli strumenti e le possibilità che offre il PNRR, essere protagonisti in un’azione coordinata e continua per proteggere e rilanciare i nostri asset strategici”. In particolare, nei sei accordi di sviluppo sono coinvolte tre società del “Gruppo Beretta”, Heineken Italia, Orogel, Agricola Italiana Alimentare, Mister Pet e Schlote Automotive Italia, mentre i tre accordi di programma riguardano All.Coop Società cooperativa agricola, DWB Proteins e un gruppo di società composto da Magnaghi Aeronautica, Metal Sud, Geven e Skytecno. Il Ministro aveva, inoltre, già autorizzato lo scorso mese di aprile un accordo per l’innovazione per un investimento complessivo di 18 milioni di euro, con le Regioni Lombardia e Sicilia e le aziende STMicroelectronics, FCA Italy e Comau, per la realizzazione di un progetto innovativo nel settore delle produzioni microelettroniche.

Variante Delta: cosa succede nel mondo

La variante Delta del coronavirus spaventa il mondo. La diffusione di questa variante sta portando alcuni Paesi ad adottare misure più restrittive nel tentativo di arginare i contagi, mentre si spinge sulla seconda dose della vaccinazione anti Covid. Intanto da domani 1 luglio il Green Pass europeo renderà più semplice viaggiare da e per tutti i Paesi dell’Unione europea e dell’area Schengen.

FRANCIA – In Francia la variante indiana “rappresenta circa il 20% dei nuovi casi” di coronavirus accertati nel Paese dove sta “progressivamente diventando dominante”, ha detto il ministro della Salute francese, Olivier Véran, che ha rinnovato l’appello a “vaccinarsi” e a restare “molto vigili”.

GRAN BRETAGNA – In Gb, dove l’aumento dei contagi è dovuto alla variante Delta, sono più di ventimila i casi di coronavirus registrati nelle ultime ore e 23 i decessi. Si tratta di un dato in calo rispetto ai 22.868 contagi confermati il giorno precedente, ma dati ufficiali di governo riferiscono comunque di 20.479 casi.

AUSTRALIA – Sono circa 10 milioni, su una popolazione di 25 milioni, gli australiani toccati dalle nuove misure restrittive, come il coprifuoco, a causa della diffusione della variante Delta. Dopo Sydney sulla costa orientale e Darwin nel nord, numerosi casi sono stati registrati a Perth, sulla costa occidentale e nell’area tropicale del Queensland.

INDIA – Le autorità di Nuova Delhi hanno autorizzato l’uso del vaccino Moderna contro il coronavirus per cercare di fermare la diffusione della variante Delta. Si tratta del quarto vaccino a disposizione in India dopo quello di Oxford-AstraZeneca, il Covaxin sviluppato dall’indiana Bharat Biotech e il russo Sputnik V. Dall’avvio della campagna vaccinale a metà gennaio sono state somministrate 327 milioni di dosi contro il Covid-19.

RUSSIA – Il ministro della Salute russo, Mikhail Murashko ha detto che sono 151mila le persone ricoverate per il Covid-19 in tutto il Paese, dove è in corso una terza ondata alimentata dalla variante Delta. Intervenuto in televisione nell’ambito di una riunione della task force Covid, ha riferito il Guardian, Murashko ha parlato di “situazione tesa, specie nelle grandi città”. I posti letto per il Covid, ha spiegato, sono “182mila e i ricoverati 151mila”.  Nelle ultime 24 ore la Russia ha registrato il numero delle vittime più alto dall’inizio della pandemia, 652 persone, superando il precedente record di 635 decessi lo scorso 24 dicembre. A San Pietroburgo, città che ospita senza alcuna restrizione i quarti di finale degli Europei di calcio, sono stati registrati 119 morti. I nuovi casi in Russia sono 20.616.

ISRAELE – Il governo sta conducendo una campagna per immunizzare la fascia d’età fra i 12 e i 15 anni. Fra i Paesi con il più alto tasso di vaccinazione anti Covid del mondo, Israele è alle prese con nuovi contagi dovuti alla variante Delta, che hanno colpito molti adolescenti non ancora vaccinati. C’è inoltre una spinta a vaccinare in fretta, perché molte dosi disponibili sono prossime alla scadenza.

GRECIA – Chi ha ottenuto entrambe le dosi del vaccino contro il coronavirus potrà recarsi al ristorante senza indossare la mascherina. Lo ha deciso il governo greco con l’intento di aumentare le vaccinazioni mentre si sta diffondendo sempre più la variante Delta. Dal 15 luglio, per la prima volta dallo scoppio della pandemia, le persone vaccinate potranno entrare negli impianti sportivi, ma dovranno indossare le mascherine. Lo stesso vale per teatri e cinema.

Perché l’immobilismo di Gualtieri può condurre alla sconfitta del centro sinistra nella lunga partita per il Campidoglio.

A sinistra prevale un sentimento di superficialità e presunzione, come se la “fraterna rivalità” di Calenda e la trasversalità di Michetti non costituissero un ostacolo sulla via del successo. I sondaggi parlano di un ballottaggio sul filo di pochi punti percentuali tra i contendenti dei due blocchi tradizionali. Nulla può essere dato per acquisito.

 

Cristian Coriolano

 

Mentre la destra condensa il suo messaggio di semplicità e aggressività attraverso la bonomia di un candidato senza pretese, salvo quella di portare in Campidoglio il vessillo della vittoria di tutti gli scontenti e i delusi della fallimentare gestione Raggi, ma anche di tutti i prevenuti e gli antagonisti della vecchia sinistra romana, non si comprende la razionalità di una contesa sulllo stesso terreno politico (non esteso all’infinito) da parte di Gualtieri e Calenda, con l’evidente rischio di un cedimento improvviso in qualche punto sensibile del fronte democratico e riformista.

 

Calenda porta le maggiori responsabilità. Fino a ieri dava la sensazione di condurre una bella ed onesta battaglia a tutto campo, anche nel presupposto che la critica verso il Pd potesse comportare, al di là del richiamo dei Dem alla centralità delle primarie, l’accettazione della sua candidatura a sindaco di Roma. Così non è stato: le primarie hanno avuto corso e Gualtieri, infine, è stato legittimato a guidare le operazioni per la (ri)conquista del Campidoglio. Di fronte alla tenuta del Pd, l’atteggiamento di “fraterna rivalità” del leader di Azione finisce per apparire velleitario o inconsulto, senza un connotato di opportuna generosità. Tant’è che la sua proposta tende a sovrapporsi a quella del Pd secondo la classica logica del “più uno”: se Gualtieri, accompagnato dalla Cirinnà, partecipa alla sfilata del Gay Pride, ecco che Calenda s’ingegna a far di più e a far di meglio, da par suo, annunciando la scelta di un capolista appartenente alla comunità Lgtb. In pratica, “sinistra” e “centro” vanno divisi non per conquistare consensi altrove, a danno in sostanza di Raggi e Michetti, ma per calamitare su di sé una quota degli stessi consensi sull’onda di un certo pensiero e costume radical-libertario.

 

Sta di fatto che questa strana competizione – in effetti sembra affermarsi come la “drôle de guerre” dei riformisti – inibisce il favore, almeno sotto l’aspetto di un primo e indispensabile coinvolgimento emotivo, di quella parte di elettorato che sente comunque la necessità di legare la laicità dello Stato al rispetto di alcune fondamentali concezioni, etiche e religiose, per altro ancora forti nella coscienza collettiva del Paese. Il discorso va oltre la cosiddetta “questione cattolica” dal momento che interessa e colpisce una larga fetta di opinione pubblica per la quale, evidentemente, la tolleranza non è in dubbio, come però non lo è, al tempo stesso, la misura o l’equilibrio nel tenere insieme le diverse sensibilità presenti nella vita sociale e politica della nazione. Qualcosa non quadra nel centro sinistra se ci si divide su tutto, anche sulla scelta di una candidato unitario, ma si pretende di vincere e prima ancora di convincere adottando la “lingua veicolare” dell’indifferentismo morale e quindi dell’insofferenza, più o meno mascherata, nei riguardi delle espressioni di fede, con quel che consegue in termini di orientamento o passione civile.

 

I sondaggi più attendibili ipotizzano che al ballottaggio la sfida sia tra Gualtieri e Michetti. Il primo sarebbe in vantaggio, ma di pochi punti. Non è detto che la campagna elettorale confermi l’attuale distribuzione di consensi; anzi, in uno scenario che rende altamente competitivo Michetti, pressoché sconosciuto fino a ieri agli occhi del grande pubblico, può accadere che i moderati indecisi, specialmente attratti dai temi della sicurezza e del decoro della città, subiscano lungo il percorso della campagna elettorale quel tanto di fascinazione nazional-popolare dell’ex militante della sezione dc di Monteverde, poi cresciuto all’ombra della presidenza regionale di Piero Marrazzo. La sponda assicurata dalla Matone, la vice assai prossima agli ambienti dell’Opus Dei, rende ancora più insidiosa la proposta di una destra che a Roma riesce ad aggregare un elettorato trasversale, desideroso di sentirsi rappresentato come cemento di una comunità organica, con la simbologia un po’ aristocratica e un po’ plebea della intramontabile romanità.

 

A Gualtieri, insomma, spetta prendersi cura di ciò che le circostanze impongono, ovvero l’avvio di un processo che muova dal presupposto di nuove idee e nuovi metodi da porre al servizio, come possibile, di un centro sinistra più aperto. Non è un impegno facile, visto il peso delle abitudini di una classe dirigente di lotta (al Comune) e di governo (in Regione), poco incline a rimettersi in discussione, a giocare una partita più ambiziosa. Finora s’è visto un lavorio affannoso per ripulire l’argenteria di famiglia, mentre le attese sono ben altre e ben altre anche le domande. Ancora latita la formulazione di un messaggio rivolto effettivamente al cuore di una Roma che ambisce ritrovare se stessa, la sua funzione ineludibile, in virtù soprattutto di una sana volontà di cooperazione, oltre pertanto gli steccati delle partigianerie. In fondo l’immobilismo è l’anticamera di una sconfitta che arbitrariamente s’immagina di poter disconoscere per pigrizia, se non per presunzione.

I 5 stelle e l’elettorato intercambiabile. Al Nazareno si mantiene sovrana l’indifferenza sulla involuzione del Movimento.

Ci sono quesiti che non possono essere elusi. La crisi del Movimento è sotto gli occhi di tutti. Sembra ormai evidente che Grillo ha piegato l’avvocato del popolo ridando centralità al popolo di Rousseau. Ma quali saranno le conseguenze? Il Pd tarda a rimodulare il suo pensiero su una alleanza impossibile.

 

Giorgio Merlo

 

C’è un aspetto che, francamente, incuriosisce sempre di più in questa spietata lotta di potere all’interno del partito dei 5 stelle. Certo, è del tutto inutile parlare di quello che hanno sempre predicato, giurato, urlato, scritto e sostenuto  nel corso di questi anni e che hanno sistematicamente rinnegato. Ormai non fa neanche più notizia ricordarlo.

 

Quello che, invece, merita di essere approfondito e discusso è come sia possibile che di fronte ad un potenziale cambiamento repentino e radicale del profilo politico, della natura e della proposta di quel partito, semprechè il fondatore del “vaffa” sia sconfitto a favore dell’ex Presidente del Consiglio – ma appare alquanto difficile anche alla luce della feroce polemica di queste ore – l’elettorato resti sempre lo stesso. Ovvero, cambia tutto, ovvero lo statuto, il codice etico, i regolamenti, il “capo”, la prospettiva e via discorrendo, ma resta intatto chi ti vota. Ma come è possibile tutto ciò?

 

Un punto, questo, che non può diventare una variabile indipendente rispetto alla prospettiva concreta e tangibile di un partito. Come è possibile, del resto, che un progetto politico abbia un elettorato definito e preciso e un progetto politico alternativo e radicalmente diverso conservi lo stesso elettorato? Perchè delle due l’una. O il nuovo (?) e futuro corso dei 5 stelle rinnega definitivamente il passato – e cioè, populismo, giustizialismo manettaro, anti politica, demagogia, uno vale uno, antiparlamentarismo e antisistema – e allora incrocerà un elettorato radicalmente diverso rispetto al passato oppure, cosa più probabile, restando sempre le stesse le parole d’ordine continueranno ad avere l’elettorato tradizionale. Quello grillino tradizionale per intenderci.

 

Ricordo questo aspetto perchè anche se siamo in un contesto dominato dal trasformismo politico e parlamentare, come ormai è evidente a quasi tutti, gli elettori difficilmente possono essere trascinati da un progetto ad un altro senza colpo ferire. Tanto per fare un solo esempio, sarebbe curioso verificare quanti elettori conserverebbe ancora Forza Italia se decidesse di stringere un’alleanza sutturale e organica con la sinistra italiana…. E questo perchè anche in un clima pesantemente trasformistico ed opportunistico, difficilmente un intero elettorato è disponibile a seguire fidesticamente e dogmaticamente proposte alternative tra di loro. E questo rappresenta, anche per un partito/non partito come i 5 stelle, un nodo che prima o poi andrà sciolto. Senza propaganda e senza ulteriori trucchi.

 

Esiste, però, un “post scriptum” in tutto ciò. Ma come può un partito come il Pd, il miglior erede della tradizione e della cultura della sinistra italiana, pensare che tutto ciò non incida anche sul terreno dell’alleanza politica ed elettorale che vuole stringere in vista dei prossimi appuntamenti elettorali? In altre parole, come è possibile fingere che sia un fenomeno del tutto virtuale sia che vinca una linea sia che ne prevalga un’altra? Ovviamente alternativa e radicalmente diversa? Anche questo resta un mistero della politica italiana. O meglio, della sinistra italiana.

Caro-mattone, i prezzi delle case nel Regno Unito e negli Stati Uniti

 

Gli ultimi dati parlano di una crescita record, che aumenta comunque le disuguaglianze tra chi ha risparmiato durante il lockdown e può permettersi di investire e chi invece non ha ancora le possibilità economiche per farlo.

Adnkronos

 

E’ record per i prezzi delle case negli Stati Uniti. L’indice Case-Shiller a 10 città ha guadagnato il 14,4% nel corso dell’anno conclusosi ad aprile, rispetto ad un aumento del 12,9% a marzo. Si tratta di un aumento record da oltre 30 anni, e cioé dal 1988. L’indice delle 20 città è aumentato del 14,9%, dopo un rialzo annuale del 13,4% a marzo, sfiorando il top dal dicembre 2005. La crescita dei prezzi ha accelerato in tutte e 20 le città. Gli economisti intervistati dal Wall Street Journal si aspettavano che l’indice delle 20 città guadagnasse il 14,5%. La domanda si mostra sempre in forte crescita mentre l’offerta sul mercato è più limitata.

 

Un trend che viene confermato anche oltreoceano: in Gran Bretagna i prezzi sono ai massimi da oltre 16 anni e solo a giugno sono saliti su base annua del 13,5%. In altri termini, il prezzo medio di una casa nel Regno Unito è aumentato dello 0,7% a giugno da maggio a 245.432 sterline. E’ un dato che conforta la tesi di alcuni analisti secondo cui l’economia del Regno Unito registrerà un’impennata, aiutata dalla rapida campagna di vaccinazione e dagli stimoli del governo e della Banca d’Inghilterra. Proprio gli ultimi dati della Boe hanno mostrato che i prestiti ai consumatori sono aumentati a maggio per la prima volta da agosto – anche se modestamente – poiché le restrizioni sono state eliminate e i consumatori hanno acquistato auto grazie ad accordi finanziari presi con le concessionarie e nel frattempo hanno contratto più prestiti personali.

 

Questi dati secondo alcuni analisti, come Ruth Gregory di Capital Economics, fanno prevedere che l’economia sia cresciuta dell’1,5-2,0% a maggio, rallentando leggermente dal salto del 2,3% di aprile, ma comunque sulla buona strada per riguadagnare la sua dimensione pre-pandemica in autunno, il che sarebbe leggermente prima rispetto alle stime della BoE che danno questo traguardo raggiunto per la fine del 2021.

 

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https://www.agi.it/economia/news/2021-06-29/aumento-prezzi-case-gb-usa-13097716/

Dal Reno al Tevere. Un libro sulle gesta e le glorie della famiglia Koch.

Tra le altre testimonianze quella di Marco Lodoli. Il noto scrittore e membro del ramo che ha a capo Augusto Koch offre a riguardo profonde riflessioni sullalbero genealogico.

 

Christa Langen-Peduto

 

Joseph Anton Koch e la sua grande famiglia (Joseph Anton Kock und seine große Familie) è il titolo di un libro pubblicato di recente dalla casa editrice romana L’Erma di Bretschneider (2021, 186 pagine, 125 euro), a cura di Elmar Bordfeld, dal 1971 al 1987 caporedattore dell’edizione in lingua tedesca de «L’Osservatore Romano».

 

Pur essendo cresciuto in Germania, anche Bordfeld fa parte della grande famiglia che ha come capostipite il famoso pittore, incisore su rame e disegnatore tirolese Joseph Anton Koch (1768-1839). Dal 1795 questi lavorò a Roma, dove fu uno tra i più importanti nazareni di lingua tedesca. Sposò Cassandra Ranaldi di Olevano Romano, luogo idilliaco da lui spesso dipinto, situato trenta chilometri a sudest della città eterna, e con lei fondò questa famiglia tanto ramificata, che però non si è mai persa completamente di vista. La sua storia, antica di oltre 225 anni, è legata a Roma, i Papi e lo Stato della Chiesa, ma anche al boom edilizio quando la città, dal 1871, divenne la nuova capitale del Regno d’Italia, e con il suo successivo sviluppo. Perciò questa interessante opera pubblicata in una edizione bilingue tedesca e italiana non è solo un album di famiglia per i discendenti di Koch. È anche un pezzo di storia della cosiddetta colonia tedesca a Roma, vista e narrata, per una volta, da un’angolazione diversa.

 

Da molto, ormai, tanti membri della famiglia hanno cognomi italiani o nomi italiani e cognomi tedeschi. Le figlie si sposarono, perdendo così il cognome Koch. I figli e i generi furono pittori come il capostipite. L’architetto Gaetano Koch, un nipote, è famoso per i suoi palazzi in stile neorinascimentale, ad esempio nell’attuale piazza della Repubblica a Roma, o anche per l’edificio della Banca d’Italia, completato nel 1892, chiamato ancora oggi Palazzo Koch. Luciano Koch, discendente del figlio del pittore, Augusto, fu ambasciatore. Alcuni membri della famiglia, entrati a farne parte per matrimonio, sono stati orologiai e gioiellieri — ancora oggi il nome Hausmann & Co è tra i più rinomati a Roma — e hanno collocato molti orologi da tavolo e a pendolo anche nella Città del Vaticano.

 

Altri ancora sono stati rilegatori e librai, soldati e ufficiali. Molti membri della famiglia, non importa se a Roma, a Bonn e a New York, hanno appeso nel salotto di casa un bellissimo albero genealogico. Ormai ne esistono tre, due dei quali disegnati davvero come alberi con molti rami, sui quali sono indicati i nomi dei discendenti di Koch. Il primo è stato disegnato nel 1923 dal rilegatore Costantino Glingler, marito della discendente di Koch, Erna Hausmann. L’ultimo albero genealogico, del 2019, è stato realizzato dalla discendente Giulia Fabbricotti attraverso la piattaforma online di genealogie My Heritage sotto forma di diagramma. In formato pdf, può essere ingrandito attraverso il link indicato nel libro. E da esso si evince che le persone che fanno parte della grande famiglia Koch sono ormai più di 900.

 

I discendenti non sono però uniti solo dagli alberi genealogici. Nel cimitero tedesco nella Città del Vaticano, ovvero il Campo Santo Teutonico, non è sepolto solo il capostipite. Diversi rami della sua famiglia hanno lì le loro cripte. Ed erano o sono membri importanti dell’Arciconfraternita di Santa Maria della Pietà dei Teutonici e dei Fiamminghi, che si prende cura del cimitero. La fede cattolica «ha sostenuto questa famiglia spiritualmente in tutte le vicissitudini e situata socialmente», osserva nel libro monsignor Stefan Heid, membro della presidenza dell’Arciconfraternita.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-143/dal-reno-al-tevere.html

Guardare Oltre lo specchio di Alice: le riflessioni di Bassetti, in questo prezioso volumetto, invitano ad allargare la nostra visuale politica.

Attorno a questa recensione dell’ultimo libro di Piero Bassetti, scritto nel solco di una lunga meditazione sul cambio di paradigma rispetto all’epoca del potere degli Stati nazionali, l’autore mette in luce argomenti e suggestioni attinenti alle prospettive di sviluppo della comunità transnazionale degli Italici.

 

Umberto Laurenti

 

 

Debbo iniziare con una dichiarazione di umiltà: ignoravo l’esistenza del secondo romanzo di Lewis Carrol, mi ero fermato ad Alice nel paese delle meraviglie; ho cercato di informarmi sommariamente, traendone la conclusione che il significato ultimo del libro è che è bene credere nell’impossibile. L’occasione mi è stata fornita dall’uscita del libro di Piero Bassetti, Oltre lo specchio di Alice. Governare l’innovazione nel cambiamento d’epoca, Guerini e Associati editore 2020.

Libro che invece ho letto con attenzione, trovandolo interessante ma non semplice, una sorta di matrioska letteraria, dove i continui richiami ad autori in gran parte contemporanei, stimolano se non costringono a prendere almeno conoscenza di quanto prodotto da quegli autori, ed esigono da parte del lettore una disponibilità di approccio multidisciplinare ad ogni tematica affrontata, segnalando pure come in un mondo complesso come quello d’oggi, non sia più consentito ad un essere umano consapevole, delegare totalmente agli specialisti la conoscenza di argomenti quali la fisica quantistica, tanto per fare un esempio. A volte, nella lettura di Oltre lo specchio di Alice, il lettore rischia di perdersi o di inseguire un tema invece secondario, ma ci pensa l’Autore a rimettere al centro dell’attenzione il tema principe: l’innovazione ed il suo governo. Un libro che non viene a caso, ma è strettamente legato ad altri due volumi recenti: Svegliamoci Italici. Manifesto per un futuro glocal, Marsilio Editore 2015,  e Guardare oltre. Innovazione e politica nell’esperienza di Pero Bassetti, di Francesco Samorè, Carrocci Editore 2018, ed alla vicenda umana e politica di Piero Bassetti, nato nel 1928 e con tante storie vissute nelle Istituzioni di ogni livello, ancora in pieno svolgimento e sempre con lo sguardo al futuro e due obiettivi fissi: il mondo e la sua Milano, città alla quale dedica un significativo capitolo nella parte finale del volume.

 

Indubbiamente l’innovazione è un tema centrale per chi vuol capire il presente e soprattutto cercare di vedere in anticipo il futuro dell’umanità, tuttavia non è stata finora enunciata in maniera convincente una teoria sul come possa essere gestita ed indirizzata l’innovazione, tanto da rendermi persuaso che la sua gestione è collettiva e casuale, quindi non governabile. Tra le tante invenzioni che nei secoli hanno modificato radicalmente la vita del genere umano, tanto da apparire come innovazione perenne ed irrinunciabile, l’esempio che più mi è familiare è l’invenzione della stampa. Non credo che Gutenberg fosse consapevole della rilevanza generale e perenne di ciò che lui stava inventando nel 1456, e neppure Aldo Manuzio poteva immaginare il futuro della stampa, mentre nel 1501 inventava il libro ed soprattutto il libro tascabile, creando di fatto il mercato librario,  e mentre inventava, per movimentare lo stampato, vari tipi di carattere (per la verità inventati qualche anno prima da un altro italiano che non riuscì a conservarne la proprietà, ad ulteriore conferma di quanti fattori possano influenzare la casualità ed il percorso di una invenzione), fornendo quindi con la replicabilità in centinaia o miglia di copie di un’opera,  il modo con cui la stampa diventava fruibile dalla generalità degli alfabetizzati anziché da pochi fortunati, trasformandosi per così dire in strumento democratico.

 

Non starò qui a citare i tanti studiosi che si sono dedicati all’argomento, limitandomi a ricordare la splendida definizione che dell’invenzione della stampa ha dato Elizabeth Eisenstein in un suo scritto del 1979: una rivoluzione inavvertita; sufficientemente evocativa è pure l’individuazione fatta da Lord Acton degli effetti collaterali di tale invenzione, quale l’accesso di maggior pubblico, insieme agli effetti verticali o cumulativi: ogni generazione ha la possibilità di costruire qualcosa di nuovo sul lavoro intellettuale delle generazioni precedenti.

 

Un processo continuo quindi, dove qualche intervento, aggiungo io, si segnala per qualità ed originalità, tanto da ricordarci che non si tratta di processo scontato ed automatico. E proprio Aldo Manuzio ci offre la prova di ciò, aggiungendo a quella del libro l’invenzione dell’italic font, il carattere corsivo che ingentilisce la stampa e con l’abbandono del carattere gotico avvicina alla lettura il grande pubblico, denominato italic quale istintivo richiamo alla grazia, alla bellezza ed alla originalità. Dunque, chi inventa non ha la consapevolezza piena delle conseguenze che ne scaturiranno, né può esercitare il controllo delle applicazioni della sua invenzione, a parte la rendita temporanea dell’eventuale brevetto registrato, poiché l’innovazione, cioè l’insieme di tutte le invenzioni e di tutte le applicazioni delle stesse, modificato costantemente e spesso casualmente ed anonimamente, non è governabile poiché sempre in moto, al punto che sapersi adattare ai cambiamenti è la nuova forma di convivenza civile, indubbiamente scontando la perdita di apprezzamento valoriale degli stessi.

 

L’unico rimedio che mi appare essere possibile a questa traiettoria, è lo stimolo costante alla partecipazione conoscitiva del processo globale di innovazione, affinché ne nascano, per quanto possibile, modi e strumenti di controllo e governo, almeno delle applicazioni visibili, con tutti mezzi di partecipazione sociale possibili, a partire dalla forma contemporanea di evoluzione della invenzione della stampa, che è la rete web.

 

Fino a pochissimi anni fa il termine “italico” si usava appunto, solo per indicare il carattere corsivo inventato da Manunzio, ed “italici” erano i popoli che popolavano la penisola fino alla loro assimilazione nell’Impero Romano. A conclusione delle c.d. Guerre Sociali che la “Lega Italica” e gli Etruschi avevano combattuto contro Roma, tutti erano diventati cittadini romani, grazie al valore determinante per l’ottenimento della cittadinanza, dato al comune sentire di valori più che allo jus sanguinis  o allo jus soli. Roma compiva così una prima grandiosa ed innovativa operazione culturale, dando a tutti regole, diritti e doveri comuni, ed adottando per converso ciò che di meglio appariva introitabile dagli usi e costumi dei popoli italici preesistenti. Certo, come in tutte le svolte epocali, con conseguenze sociali positive ampiamente esaltate e qualche perdita sottaciuta: ad esempio dagli Etruschi i Romani seppero assorbire tante abilità e scienze, dalla lavorazione del ferro alla scienza delle costruzioni ed all’idraulica, ma si guardarono bene dall’adottare il principio della parità di genere che vigeva per la donna etrusca, come pure il sistema dell’autonomia piena delle singole città, in un regime confederale ante litteram.

 

Si realizzò comunque una koiné culturale e poi religiosa, tra i diversi popoli della Penisola, con il collante giuridico e militare romano, capace di durare quasi due millenni contrassegnati da invasioni, dominazioni straniere e guerre dinastiche locali, fino alla “unità indotta” del 1860/70. Non è quindi difficile, per chi legge la precedente opera di Piero Bassetti: “Svegliamoci Italici” riconoscersi italico. Forse mi illudo, ma vedo un percorso che, partendo dalle Comunità immaginate descritte da Anderson, conduca almeno per quel che ci riguarda, ad una comunità inverata degli Italici, grazie al recepimento delle attese nascenti dalla svolta epocale prodotta dalla Pandemia Covid 2020/2021; un nuovo Rinascimento con le radici ben salde nel percorso bimillenario della cultura italica, rappresentato da ciò che di positivo evoca l’Italia d’oggi nell’immaginario collettivo: soft power, eleganza, creatività, empatia, arte, qualità, natura, lingua, testimoniato nel mondo dall’incontro e contaminazione con le culture locali, vissuto in una nuova prospettiva istituzionale che trova nell’Unione Europea la più efficace e credibile forma di trascendimento delle autonomie nazionali, a favore di un sistema di governo e partecipazione democratica che abolisce i confini interni, ma pone a fondamento della costruzione comune i princìpi guida che accomunano le diverse culture presenti in Europa, culture che restano intatte pur con assetti istituzionali modificati, e che si arricchiscono reciprocamente. Dovrebbe apparire evidente a tutti quanto sia conveniente, oltre che giusto, partecipare a questo disegno innovatore europeo, con la forza di una civiltà italica espressa in tutto il suo potenziale e testimoniata dai milioni di italici sparsi in Europa, individualmente come studiosi, docenti, imprenditori, artisti e tecnici, o come protagonisti delle attività di Istituti di cultura, Centri di ricerca, Camere di Commercio, anziché totalmente delegata alle rappresentanze istituzionali dello Stato italiano o alla burocrazia.

 

Potrebbe sembrare un disegno ambizioso e visionario, quello di una Community Italica che vive nel mondo, tenuta insieme da un comune disegno e da un patrimonio culturale condiviso, grazie al nuovo tessuto connettivo sociale che è il web, ma in realtà se ci guardiamo intorno, possiamo scoprire luoghi ed esperienze che già operano in sintonia con questo Progetto.

 

Ma torniamo al libro di Piero Bassetti, denso di riferimenti filosofici utilizzati per lo più non in chiave di ricostruzione storica dell’evoluzione del pensiero, ma in funzione di ricerca di spunti utili ad individuare un percorso futuro dell’umanità: “sempre valida l’affermazione di Russel, secondo il quale il potere altro non è che la produzione degli effetti voluti”(pag.89), ed io chioserei qui che a Bassetti interessa soprattutto la predizione degli effetti dell’innovazione, ed infatti proprio nella stessa pagina,  trovo esplicitato il fine che a mio parere lo ha spinto a scrivere il libro: “ In queste righe non rinuncio a cercare i presupposti di questa nuova natura del governo, di queste nuove redini del potere, di queste nuove istituzioni e comunità immaginate. Il libro vorrei aiutasse ciascuno a rivedere le categorie imparate al liceo, che sono in gran parte cambiate”. Condivido il fine, ma se fossi richiesto di dare un consiglio su come raggiungerlo, direi che quelle categorie occorre ripercorrerle tutte insieme, per immergerle nel mondo nuovo e cercare di predire il futuro, poiché per poter sperare di governare, o almeno di indirizzare positivamente le scelte che caratterizzeranno il futuro, è assolutamente necessario tener conto del passato.

E pure leggendo la pag. 40, dove parla degli strumenti che cambiano il potere, costringendoci a ripensare la geografia che diventa connettografia o scienza del dove, mi è venuto di pensare che in verità noi veniamo costretti a ripensare tutte le scienze sociali, aggiungendone di nuove, ma senza annullare o dimenticare le preesistenti, e proprio sulla necessità di non abbandonare la geografia penso di avere valide motivazioni, ma non è questa la sede per approfondire l’argomento.

Una frase di Bassetti che trovo proprio in fondo al libro: “la ricerca di senso può unirci”, mi ha portato ad un ragionamento bizzarro e forse anche folle, ma voglio esprimerlo ugualmente. E’ noto che nel corso dei millenni, l’uomo ha perso molte facoltà sensoriali di cui era dotato e che ancora sono intatte negli animali anche domestici; sappiamo ad esempio che gli Etruschi collocavano i loro “santuari” in luoghi dove era particolarmente forte il magnetismo, e certo non disponevano di strumenti per rilevarlo, ed ancora oggi capita di far cercare vene sotterranee di acqua da un rabdomante. Mi chiedo: come mai, prima di abbracciare la ricerca per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, nessuno ha pensato ad avviare una ricerca per recuperare i sensi perduti dell’uomo?  Sarebbe un semplice ritorno alla natura, ma certamente sarebbe utile in tante circostanze.

Sono arrivato alla fine del libro e traggo una conclusione finale: il miglior modo per rendere omaggio al suo Autore, è guardare sempre Oltre, ma senza mai perdere la memoria del passato e coltivando la necessità di condividere con altri il percorso.

La casa, un miraggio per i giovani.

Per favorire lacquisto di una abitazione – scrive l’autore su lavoce.info –  da parte dei giovani non bastano sconti fiscali che abbassano di poco la rata del mutuo. Occorre un aiuto più consistente, magari come parte di una più ampia politica per la casa, che consideri anche l’affitto.

 

Raffaele Lungarella

 

Il decreto legge 73/2021, denominato Sostegni bis, non presta un’adeguata attenzione alle problematiche della casa. Il solo specifico intervento previsto (all’articolo 64) è volto a favorire l’acquisto della prima casa da parte dei giovani e di particolari categorie di soggetti, rendendo meno rischioso per le banche concedere i mutui e alleggerendo gli oneri fiscali a carico del compratore. Sull’efficacia di queste misure può essere utile qualche considerazione.

 

Della prima delle due misure possono beneficiare, entro il 30 giugno 2021, i soggetti ammessi con priorità al Fondo di garanzia per la prima casa gestito da Consap (istituito nel 2008 con il decreto legge 112 e modificato con l’articolo 1 comma 48 della legge 147/2013), che ristora parzialmente la banca del capitale non ancora ammortizzato al momento in cui il mutuatario smette di pagare le rate del mutuo. Per giovani coppie, nuclei familiari monogenitoriali con figli minori, inquilini delle case popolari e giovani che non hanno compiuto 36 anni (prima del Dl 73/2021 gli anni erano 35 e i giovani dovevano avere un rapporto di lavoro atipico), con Isee non superiore a 40 mila euro, la percentuale di capitale garantita dal fondo è stata innalzata dal 50 all’80 per cento.

 

Prima dell’approvazione del decreto, i giornali ipotizzavano che il governo fosse orientato a coprire con la fideiussione l’intero ammontare del capitale (fermo restando il limite di 250 mila euro di capitale). Ma la garanzia al 100 per cento avrebbe predisposto la banca all’azzardo morale, con conseguente allentamento del rigore nella valutazione della capacità di sostenere l’ammortamento del mutuo da parte di chi lo chiede. Ora invece, anche se la garanzia all’80 per cento riduce la misura della perdita nel caso il mutuatario diventi moroso, il rischio per la banca non è del tutto eliminato. Di conseguenza, dovrà valutare il merito di credito del richiedente il mutuo con i criteri e le metodologie applicate per la concessione degli altri finanziamenti. Ed è anche interesse del Fondo che la banca non si discosti dalla prassi ordinaria.

 

È molto probabile, quindi, che l’innalzamento della quota del capitale garantito non renda una banca propensa a concedere il mutuo a un soggetto il cui reddito è ritenuto insufficiente al pagamento delle rate. L’aumento di trenta punti percentuali della garanzia, però, non riduce di molto l’importo unitario delle rate, considerato anche che la fideiussione non sembra avere grande rilievo sulla riduzione dei tassi di interesse, in questo periodo di per sé bassi.

 

Per favorire la diffusione della proprietà della prima casa non basta ridurre la perdita cui andrebbe incontro la banca qualora il mutuatario diventasse moroso, ma è necessario rendere le rate del mutuo più convenienti (il che, peraltro, aumenta la probabilità che l’ammortamento arrivi a termine senza intoppi). Il risultato può essere ottenuto con la crescita del reddito degli acquirenti oppure rendendo le case meno care e, di conseguenza, diminuendo l’importo del mutuo. In passato questa è stata una delle linee di intervento della politica per la casa (finché si è fatto qualcosa che potesse assomigliarle). Che si debba procede in questa direzione sembra consapevole anche il governo, ma sorge qualche perplessità che la misura proposta per i giovani con meno di 36 anni di età e Isee non superiore a 40 mila euro possa migliorare significativamente la loro possibilità di acquistare la propria prima casa. Se rogitano entro il 30 giugno 2022, possono beneficiare dell’esenzione dal pagamento delle imposte sulle compravendite e dell’imposta sostitutiva sui mutui. La relazione tecnica al disegno di legge contenente il Dl 73/2021 stima che queste esenzioni comportino una perdita di gettito di circa 610 milioni di euro nel biennio 2021-2022. Sulla base dei dati utilizzati per determinare l’importo, si può calcolare che questa dote finanziaria, nel periodo in cui ci si potrà avvalere degli sconti fiscali, può agevolare l’acquisto di circa 220 mila case da privati e 23 mila da imprese.

 

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La casa, un miraggio per i giovani

Lo stile paranoide nella politica americana. Una recensione del Mulino.

Nellultimo decennio, con unintensità accresciuta dallascesa di Trump, abbiamo sentito parlare spesso di «cospirazione» e «stile paranoide». Ora possiamo rileggere lo scritto con cui Richard Hofstadter introdusse la formula.

 

Ferdinando Fasce

 

Quante volte nell’ultimo decennio, con un’intensità accresciuta dall’ascesa di Donald Trump, dalla comparsa di teorie e sette ultramanipolatorie come QAnon, a lui più o meno direttamente legate, e dallo straripare delle fake news alimentate da regimi autoritari, abbiamo sentito parlare di «cospirazione», «complottismo» e «stile paranoide»? Bene ha fatto dunque Adelphi a tradurre un breve scritto col quale oltre mezzo secolo fa Richard Hofstadter introduceva la fortunata formula (Lo stile paranoide nella politica americana, 2021) che così spesso è echeggiata negli ultimi tempi.

 

Nato nel 1916 a Buffalo, figlio di una luterana di origine tedesca e di un ebreo di origine polacca, Hofstadter crebbe identificandosi culturalmente come ebreo e studiando nella prestigiosa Columbia University, alla quale tornò come docente nel 1946 in una carriera, troncata dalla leucemia nel 1970, che ne fece uno dei più importanti storici statunitensi. Il celebre sociologo radical Charles Wright Mills lo avvicinò alle scienze sociali, dalle quali Hofstadter, storico delle idee e della politica, attinse in maniera creativa categorie e suggestioni.

 

Sul piano politico, gli entusiasmi per la sinistra, nutriti intensamente in gioventù anche attraverso il matrimonio con la giornalista e scrittrice marxista Felice Swados, che morì precocemente nel 1945, non ressero alle disillusioni del Dopoguerra. Ma residuarono sul suo liberalismo un riflesso tragico e amaro. Che lo tenne al riparo dalle interpretazioni più celebrative e acritiche della storia americana, vista come una vicenda assolutamente «eccezionale» e aconflittuale, dominanti negli anni Cinquanta. E lo rese particolarmente sensibile al pericolo dei toni intolleranti e manichei della destra maccartista, incentrata su visioni «complottiste» della storia. Queste preoccupazioni (e l’influsso degli studi francofortesi sulla «personalità autoritaria») informarono la lettura controcorrente che a metà anni Cinquanta in The Age of Reform (premio Pulitzer) egli diede del movimento populista di fine Ottocento, sottolineandone le componenti retrive, nativiste e antisemite, sino ad allora sottovalutate.  Ma, dicono oggi gli studiosi, non senza forzare in direzione opposta, oscurando la forte matrice democratica e la vigorosa opposizione del movimento all’emergente capitalismo corporate.

 

Preoccupazioni analoghe per l’intolleranza e la virulenza dei seguaci del candidato estremista di destra repubblicano Barry Goldwater alle elezioni del 1964 sono alle origini de Lo stile paranoide, conferenza del 1963 trasformata in articolo l’anno successivo e riproposta in volume, assieme ad altri saggi, nel 1965. Solo che in questo caso, dopo un breve accenno ai populisti ancora affiancati a McCarthy, Hofstadter sposta il quadrante più indietro, alla ricerca della genealogia di un modo di far politica, affidato alle «animosità» e alle «passioni» incontrollate «di una piccola minoranza» e caratterizzato da «accesa esagerazione, sospettosità e fantasia cospiratoria», i tre caratteri-chiave dello «stile paranoide» (p. 11). L’analisi parte dalle polemiche antigiacobine e antimassoniche esplose dai pulpiti del New England negli anni Novanta del Settecento contro una presunta cospirazione dell’Ordine degli illuminati, piccolo «movimento tutto sommato naif e utopistico» (p. 23) del quale non si può «dire con certezza» neppure «se siano mai circolati negli Stati Uniti autentici membri» (p. 27). Passa alla rinnovata crociata antimassonica degli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, che «trova terreno fertile fra i democratici popolari e gli egualitaristi radicali» (p. 31) in vaste aree del Paese. E infine punta sui movimenti anticattolici e nativisti alimentati di lì a poco da figure come l’acclamato pittore e inventore del telegrafo Samuel F.B. Morse, figlio del pastore anti-Illuminati Jerediah Morse, che vedevano negli immigrati cattolici dall’Europa la longa manus cospiratoria delle reazionarie potenze del Vecchio mondo e del Vaticano volte a rovesciare la giovane repubblica statunitense.

 

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Il libro di Bassetti

Addio a Giorgio Tupini, il collaboratore di De Gasperi che divenne manager Iri.

Sulla chat dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani), Alessandro Forlani ne ha parlato come di una “figura centrale e significativa, insieme al padre Umberto, nella storia della Dc, soprattutto degli albori. Letà avanzata e il ritiro precoce dalla politica – benché poi abbia svolto ruoli di primo piano come manager delle partecipazioni statali – ne avevano provocato un immeritato oblio”. Di seguito riportiamo la nota pubblicata dall’agenzia di stampa Adnkronos.

 

(Adnkronos)

 

Giorgio Tupini, ex deputato Dc e stretto collaboratore di Alcide De Gasperi prima di diventare protagonista di una lunga e prestigiosa carriera come manager delle Partecipazioni statali, è morto a Fiuggi (Frosinone), alla vigilia del 99esimo compleanno.

 

L’annuncio della scomparsa è stato dato ad esequie avvenute dalla sua famiglia, con i figli Claudio, Sergio, Umberto.

 

Nato a Roma il 26 giugno 1922, figlio del senatore democristiano Umberto Tupini (membro dell’Assemblea Costituente, più volte ministro e per breve tempo sindaco di Roma), Giorgio Tupini era ‘cittadino benemerito’ di Fiuggi, città che amava profondamente e dove ha vissuto per oltre 20 anni.

 

Laureato in giurisprudenza e autore di numerose pubblicazioni giuridiche, Giorgio Tupini in vista delle elezioni del 18 aprile 1948 fu nominato capo della segreteria dell’ufficio studi propaganda e stampa (Spes) della Democrazia cristiana. Eletto alla Camera dei deputati, nel 1951 entrò a far parte del governo De Gasperi VII in qualità di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, carica alla quale venne confermato anche nei governi De Gasperi VIII e IX e nel successivo esecutivo Pella.

 

Rieletto deputato alle politiche del 1953, rassegnò le dimissioni nel 1954, dopo la morte di De Gasperi. Alla sua collaborazione con la statista padre della Repubblica ha dedicato due libri: De Gasperi. Una testimonianza (Il Mulino, 1990) e Alcide De Gasperi (1881-1954). Un popolare mitteleuropeo (Quattroventi, 1995).

 

Successivamente Tupini intraprese la carriera di dirigente d’azienda nelle società del gruppo Iri: presidente e amministratore delegato della Navalmeccanica, dal 1955 al 1959, periodo nel quale fu attuato l’ammodernamento del cantiere di Castellammare di Stabia.

 

Costituita alla fine del 1959 la Fincantieri, Tupini ne è stato il primo presidente, ricoprendo l’incarico fino a gennaio 1968. Proprio in quegli anni è stato avviato e realizzato un profondo riassetto dei cantieri del Gruppo Fincantieri, culminato nella concentrazione dell’Ansaldo, dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico e della Navalmeccanica nell’Italcantieri, della quale è stato il primo presidente dopo la sua costituzione.

 

Dal gennaio 1968 al 1974 ha ricoperto l’incarico di presidente e amministratore delegato della Finmeccanica, la holding che controllava le partecipazioni meccaniche dell’Iri e che durante il suo incarico registrò un importante incremento di produzione e di occupazione raggiungendo il livello di oltre 80.000 addetti. Nel 1974 lasciò la Finmeccanica per assumere la presidenza di Alitalia, che ha guidato fino al 1978. Nel 1974 fu nominato Cavaliere del Lavoro.

I 5 stelle e l’Ulivo. Per favore, non scherziamo.

È inammissibile che la voglia di “fare coalizione”, essendo comunque forte l’esigenza legittima (ma oggi disordinata) di giustapporre una progetto alternativo a quello delle destre, istituendo paragoni tra l’accordo Pd-5 Stelle con l’alleanza politica sancita a suo tempo dall’Ulivo. Dalle parti del Nazareno ci si dovrebbe rendere conto della forzatura finanche grottesca.

 

Giorgio Merlo

 

Ma come si fa a paragonare l’Ulivo con una ipotetica alleanza tra il Partito Democratico e il partito di Beppe Grillo? Ma come è possibile confondere una bella, costruttiva ed esaltante stagione della politica italiana come quella dell’Ulivo con un periodo storico caratterizzato dal più spietato trasformismo politico e parlamentare? Faccio queste banali domande perchè qua e là si leggono riflessioni, peraltro legittime e degne di considerazione, che però confondono la politica – almeno come dovrebbe essere concepita e praticata – con la virtualità della politica. Perchè, appunto, confondere l’Ulivo e ciò che è stato e che ha rappresentato nella storia del riformismo nel nostro paese con l’alleanza organica con un partito come quello dei 5 stelle – leader incontrastato del populismo, del trasformismo, del giustizialismo e del “vaffanculismo” – ci vuole una creatività e una fantasia non comuni.

 

Per fermarsi all’Ulivo, ci sono almeno tre indicazioni che confermano l’impossibilità di avventurarsi con qualsiasi paragone.

 

Innanzitutto l’Ulivo era una coalizione che sommava partiti e movimenti con un preciso progetto politico e di governo. Una coalizione nata, appunto, attorno ad un’idea di governo di un paese che metteva insieme le migliori culture riformiste attorno a partiti radicati nel territorio ed espressione di una precisa cultura politica. L’Ulivo non era il prodotto di una decadente stagione trasformistica unita solo da un patto di potere contro qualcuno o qualcosa. Ma, al contrario, era una alleanza tra partiti riformisti eredi delle grandi tradizioni culturali del novecento. Che, come ovvio e scontato, non ha nulla a che vedere con il populismo verbale violento di Grillo o quello “dolce” di Conte.

 

In secondo luogo l’Ulivo coincise con la stagione del “ritorno della politica” e, soprattutto, della “speranza della politica”. Ma secondo voi, seriamente, c’è qualcuno in Italia che pensa che l’alleanza con Grillo, Toninelli, Bonafede, Taverna e via discorrendo coincida con il ritorno della politica? Almeno di quella politica che si riconosce nella tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale? O di altre culture riformiste e democratiche?

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, l’Ulivo si è caratterizzato anche e soprattutto per la qualità di larga parte della sua classe dirigente. Certo, è stata una stagione breve ma, comunque sia, intensa e profonda. Una classe dirigente preparata, competente e capace di affrontare le sfide di quel periodo storico dando risposte precise e pertinenti. Una classe dirigente realmente espressiva di una cultura politica e riconosciuta come tale dalla pubblica opinione. Altrochè “uno vale uno” e l’esaltazione della improvvisazione, della casualità e della inesperienza.

 

Ora, per concludere e senza infierire eccessivamente, sarebbe auspicabile che anche qualche dirigente Dem ci risparmiasse simili paragoni pur di mettere in piedi una coalizione “contro le destre”, il “rischio fascista”, il ritorno di un possibile clima “illiberale e dittatoriale” e via vagheggiando. Ognuno faccia le coalizioni che vuole, come ovvio, ma senza confondere il reale con il virtuale. Cioè, senza paragonare l’Ulivo con l’alleanza con il partito di Beppe Grillo.

Caldo torrido. Le turbolenze dei 5 Stelle infiammano le giornate politiche di questa estate anticipata.

Non sappiamo come andrà a finire. In conferenza stampa, convocata per oggi, Conte rivelerà quale debba essere l’ultima parola di questa furibonda tenzone. Lo spettacolo, almeno finora, non ha regalato nulla di emozionante e men che meno persuasivo.

 

 

Gianfranco Moretton

 

Io che penso di aver da qualche anno perso l’ingenuità, come del resto sono convinto che anche voi siate sulla mia stessa strada, non mi meraviglio più di tanto quando osservo dei fenomeni che si modificano anche repentinamente. La staticità non è fare delle cose dell’uomo; l’uomo modifica, come modifica le proprie idee, gli strumenti che utilizza per stare al mondo, le parole e persino gli orizzonti che lo orientano nella propria esistenza.

 

Potevano forse i 5 Stelle non subire una trasformazione, come è capitato a tutte le altre realtà politiche? Certo poteva restare fermo ancora nelle posizioni iniziali, ma avrebbe calpestato il proprio nome. Infatti, essendo un movimento, è difficile che possa simpatizzare con la fissità.

 

Adesso, sta subendo una evoluzione/involuzione naturalissima. Ho messo i due termini contrapposti perché, a seconda di chi guardi il fenomeno, la cosa potrebbe essere positiva o negativa. Certo è che siamo arrivati al dunque. Due galli nello stesso pollaio, come si sa, non possono stare. A meno che non decidano di trasformare uno dei due in cappone. Chi sacrificare?

 

Ho paura che nessuno dei due voglia perdere la propria virilità, e quindi lo scontro in atto mette un po’ in subbuglio il pollaio. Oggi forse – non è stato ancora confermato – sarà l’ex primo ministro a raccontarci la posizione che intende assumere. Nel frattempo, visto il pericolo che sta torturando il corpo del movimento, c’è in atto una sacrosanta intenzione di pacificare i due contendenti, attraverso l’ausilio di uno stuolo cospicuo di mediatori.

 

Non sapendo che il carattere proprio di chi soggiorna in quella compagine, nulla ha a che fare con l’esercizio del mettere assieme le parti: non hanno nulla a che vedere con la vecchia abitudine della vecchia Democrazia Cristiana. Là sì era possibile mettere assieme il gatto con il cane, la luna con il sole, la suocera con la nuora, non certo tra quelli che erano fin l’altro giorno abituati al cosiddetto “vaffa”. Però, staremo a vedere. Non è da escludere che qualche gene politico di vecchia maniera non alberghi in qualche pontiere ben intenzionato.

 

Certo è che ormai tutta la freschezza è stata completamente consumata in questi ultimi tre anni: i 5Stelle hanno già subito mutazioni di grande effetto; al governo con la Lega, al governo con il Pd; al governo sotto la guida Draghi. Ormai si è normalizzato. Difficile che riempia le piazze come capitava solo un decennio fa; dalla protesta estrema è giunto al capolinea, cos’è infatti il lavoro di cucitura tra le due espressioni più elevate, se non l’opposto di quanto capitava agli albori della loro imponente e recalcitrante presenza.

 

Vedremo se questo improvviso, quanto inaspettato caldo estivo riuscirà a sciogliere i nodi di quella discordia.

Il Presidente dell’Uncem si rivolge al Parlamento. Il Pnrr deve essere un’occasione per rilanciare le comunità e i territori, senza discriminazioni: i piccoli Comuni contano come i grandi Comuni.

Il documento, sotto forma di lettera indirizzata a Deputati e Senatori, evidenzia come l’Unione dei Comuni e delle Comunità Montane (Uncem) registri con allarme la tendenza a concentrare risorse e attenzioni sui grandi centri urbani. È un appello alla solidarietà contro il corporativismo dei Sindaci metropolitani. Il testo qui riportato è privo, rispetto all’originale, delle classiche formule di apertura e chiusura di una comunicazione scritta.

 

Marco Bussone

 

Nelle ultime settimane si è acceso, sui media e non solo, un intenso dibattito sul ruolo degli Enti locali nell’attuazione del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza che la Commissione Europea ha approvato. Uncem ha lavorato molto, da marzo a maggio 2021 (e anche da agosto 2020), sulle proposte per il PNRR e sul dossier che racconta quanto vi è all’interno del Piano trasmesso a Bruxelles. Le Risoluzioni delle Camere – e le Audizioni in Commissione – sono state molto importanti. Stiamo redigendo un ulteriore documento con tempi e schede di ciascuna componente, provando a dire come i territori – i Comuni insieme, le Comunità montane, le Unioni montane di Comuni – possono essere protagoniste.

 

Il vero nodo oggi del PNRR, ancora da sciogliere, è quello della governance. Del chi fa che cosa, del come vengono spese (e poi monitorate) le risorse. Dal “Piano dei Borghi” alle misure per l’efficientamento energetico, dalle Green Communities all’autoconsumo e alle Comunità energetiche rinnovabili, le opportunità per i territori ci sono. Ma sappiamo tutti bene che dobbiamo avere, da oggi al 2026, una linea chiara, precisi riferimenti, e poter lavorare per investire le risorse in modo da ridurre le sperequazioni territoriali, sempre più forti. I divari tra nord e sud, tra generazioni, tra donne e uomini non sono gli unici nel Paese: il “patto” tra aree urbane e montane deve consentire di accorciare sperequazioni e disuguaglianze. Ne siamo certi. Come siamo convinti che la “cabina di regia” prevista dal Presidente Draghi debba vedere anche i Comuni impegnati nel definire cosa si fa e come, per attuare il PNRR. Non solo i rappresentanti dei grandi Comuni, ma anche chi rappresenta i piccoli Comuni e i territori deve essere nella “cabina di regia”.

 

Su questo punto centrale per il Paese e per noi, vorremmo lavorare con Voi, con i Gruppi e con le Commissioni. Per agevolare la capacità del Paese di “assorbire” quelle risorse  e avviare un percorso virtuoso che unisca e rafforzi il Paese verso il Futuro.

 

Con l’Esecutivo Uncem, vogliamo portare alla Vostra attenzione alcuni temi centrali per il lavoro che stiamo facendo per i territori e per rafforzare gli Enti territoriali. Il Parlamento è in questo processo decisivo.

 

  1. È secondo Uncem importante – come emerso in due anni e mezzo di lavoro negli Stati generali della Montagna, dare piena attuazione ai provvedimenti legislativi già varati che riguardano territori e Comuni. Ad esempio sbloccare i 160milioni di euro del fondo della legge 158/2017 sui piccoli Comuni, dare una accelerazione alla Strategia aree interne, per le 72 prime aree pilota, e sbloccando 300milioni di euro previsti dalla legge di bilancio 2020, sempre per la SNAI. ANAS, RFI, ENEL, ENI, grandi imprese dello Stato, devono investire sui nostri territori, con un’azione di concertazione che deve essere ripresa. Si attuino la legge sui piccoli Comuni, la legge sulla green economy (con green communities, oil free zones, valorizzazione dei servizi ecosistemici-ambientali, a partire da una percentuale sulle tariffe delle acque potabili degli ambiti che deve tornare a tutti i territori montani italiani, da parte dei gestori del ciclo idrico, per interventi volti alla protezione delle fonti e prevenzione del dissesto idrogeologico), il testo unico forestale. Sono tutte “bloccate” senza decreti attuativi. Il Piano banda ultralarga è drammaticamente assopito. Il digital divide va vinto in fretta, senza se e senza ma. I borghi devono essere luoghi da vivere e abitare, dove fare impresa, non solo destinazione turistica: i piccoli Comuni sono prima di tutto comunità. ll modello francese con il Piano “Avenir Montagne” e il modello spagnolo con il “Plan de Recuperacion” impongono anche all’Italia di avere una efficace strategia, all’interno del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. Strategia che unisca Montagna, Aree interne, Green Communities. Non tre diverse strategie, come si rischia oggi, bensì una sola, dotata di visione e risorse. Per essere in sintonia con i grandi Paesi EU e guidare come Italia il processo.

 

  1. Il nodo fiscale. Occorre lavorare insieme, Parlamento e Associazioni degli Enti locali, per dare dignità e capacità impositiva ai Comuni. E per creare perequazioni fiscali sugli ambiti territoriali. Oggi tutto viene portato a Roma, e va rivista la capacità impositiva fiscale locale. Se vogliamo salvare l’economia di valle, costruiamo sistemi fiscali differenziati per la montagna. I negozi e i bar delle valli appenniniche e alpine muoiono perché manca una volontà politica forte di ridurre loro le imposte e trovare sistemi nazionali di riequilibrio. Parallelamente vanno rivisti e attuati i “Livelli essenziali delle prestazioni”, i LEP sanciti dalla Costituzione. Su scuole, trasporti, sanità occorrono parametri specifici: lo afferma anche il PNRR tra le riforme da fare. La fiscalità locale ha bisogno di un profondo ripensamento. Come occorre dare immediata attuazione al Fondo perequativo di 4,6 miliardi di euro in 10 anni, previsto dal comma 815 della legge di bilancio 2021. È un fondo strategico per montagna e aree interne sul quale lavoriamo da un anno. “Montagna e aree interne” devono essere pienamente inserite tra i beneficiari di questi investimenti. Investire sui territori rende più coeso il Paese.

 

  1. Terza questione, quella organizzativa, istituzionale. I recenti bandi per le assunzioni al sud escludono, gravemente, i Comuni con meno di tremila abitanti. Se crediamo insieme – tutto il Parlamento e il Governo – nei Comuni piccoli, occorre permettere loro di fare un percorso, basato su nuove assunzioni e rafforzamento della loro capacità di azione, anche aiutandoli a lavorare insieme. Le assunzioni devono essere permesse sia ai piccoli Comuni sia alle Unioni montane di Comuni che alle Comunità montane. Siamo senza personale e per attuare politiche di sviluppo del territorio, qualunque esse siano, per garantire servizi e risposte ai bisogni, anche quelli emersi dalla crisi sanitaria, vi è bisogno di persone. Formate e pronte a mettersi in gioco per la PA, per crescere nella PA, per far crescere la PA. E anche di Segretari comunali. Le sedi vacanti in Italia sono 1800. L’ultimo concorso bandito nel 2018, per 300 nuovi Segretari, è fermo. Se non ci sono i Segretari, si permetta ai Sindaci che non hanno un Segretario o lo trovano “a gettone” o lo hanno per tre ore al mese, di trovare altre soluzioni. La macchina amministrativa locale del Paese va rivista, ma non basta una generale riforma della Pubblica amministrazione. Serve una revisione dei livelli istituzionali che guardi efficacemente a come è fatta l’Italia: siamo un Paese di piccoli Comuni – in dialogo tra loro certo, in relazione con il fondovalle, con le città medie, con le zone di pianura – ma questi piccoli Comuni devono avere dignità organizzativa e operativa. È una sfida importantissima. Vinciamola insieme.

 

Sono certo del Vostro interesse per questi e altri temi che nei Gruppi parlamentari e nelle Commissioni potranno essere esaminati, approfonditi, vedere una intensa condivisione volta a rafforzare coesione dello Stato e dei livelli amministrativi territoriali.

Crisi della secolarizzazione? L’interrogativo risuona a sorpresa sull’Osservatore Romano.

 Si dice secolarizzazione per chiudersi in una spiegazione un po’ scontata della crisi che investe il cristianesimo. L’autore viceversa abbozza una valutazione più intrigante e coraggiosa: “Si tratta di uscire dallincomunicabilità dei due mondi, quello secolare e quello ecclesiastico, di favorire unosmosi, di ripercorrere un esodo, unuscita dalle nostre chiusure mentali”.

 

Ottavio De Bertolis

 

Quello della secolarizzazione è un refrain che sentiamo da quando siamo nati; l’argomento è stato ampiamente sviscerato, sminuzzato, discusso, e a molti sembra che, un po’ come il comunismo fino a trent’anni fa, sia un orizzonte insuperabile e definitivo. Per le persone di fede, essa è una specie di nemico con il quale è inevitabile venire a patti, se non altro per evitare la propria debellatio.

 

Potremmo domandarci se, dopo la pandemia, vero crinale della nostra epoca postmoderna, tutto questo sia ancora così robusto, o se si intravvedano almeno alcune crepe nello spesso muro della città secolare. Io ne individuerei tre, corrispondenti del resto alle tre colonne sulle quali era posato l’intero sistema, le tre grandi narrazioni che sostituivano l’antica fede: l’economia, la scienza, la libertà.

Non si tratta solo di osservare quel che è evidente, cioè l’afflosciarsi della crescita indefinita e l’erodersi di un’economia dopata, ma di andare oltre l’esperienza destabilizzante di un benessere divenuto non più fruibile, ripensando i postulati stessi sui quali si basa il capitalismo, reinventandolo in chiave maggiormente personalistica e solidaristica. Questo significa ripensare quella stessa fede, facendola cozzare con i fatti, proprio come toccò alla fede precedente, quella cristiana.

 

La scienza è per il nostro Occidente la riscrittura della verità delle cose, che si sovrappone a quella biblica. Tuttavia negli ultimi mesi quello che appariva certo, ora sembra sempre meno certo: quale esperto avrà ragione? Quale vaccino è meglio che assuma? Come orientarsi in una rete di news distinguendo il bene dal male, il vero dal fake? Non si tratta affatto di negare la narrazione della scienza, come peraltro non pochi fanno, ma di constatarne la dimensione veritativa all’interno di certi dati e parametri creduti rilevanti. La sua oggettività si rivela come un mito, una fede. Ora almeno discutibile, se non discussa.

 

Infine, la libertà, corollario dell’individuo sovrano, centro dell’ordinamento giuridico costruito appunto in termini di diritti soggettivi, facoltà attribuite al soggetto considerato come monade isolata. Scolorata la dimensione relazionale della persona, l’individuo, l’atomo sociale, segue la propria orbita, determinata dal suo volere. Come pensare lo stare insieme in termini individualistici, rimane un bel problema. Comunque sia, si è dibattuto a lungo sulle libertà sospese, sul significato dello stato di emergenza  o “di eccezione”, cioè sui fondamenti, e dunque sui presupposti, della nostra dogmatica giuridica. Che è come discutere i presupposti di Dio.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-143/crisi-della-secolarizzazione.html

Eppure, visto a quale punto siamo arrivati, una legge che inibisca le violenze e i pregiudizi serve assolutamente. Il Ddl Zan non dovrebbe suscitare allarmi, neppure per la Chiesa.

 Non ci possiamo rassegnare a disquisire asetticamente sulle tante forme di discriminazione che rientrano in uno scenario di ordinaria e impietosa trasgressione del codice di umanità. Dobbiamo rompere il velo di falsa prudenza e guardare in faccia la realtà, per cambiare il corso delle cose.

 

Pierluigi Moriconi

 

Il dibattito sul ddl Zan occupa, dopo la “nota verbale” della Santa Sede, tanta parte della politica e dei media. Un gran discettare giuridico, etico e quant’altro, anche a riguardo, ovviamente, dei rapporti fra due Stati. Mentre tutto ciò si sviluppa, si pone, ai cittadini, il problema di come ne usciremo. C’è ancora la volontà di tutelare chi subisce discriminazioni anche violente o si cerca di “buttarla in caciara”?

 

Arrivano notizie, dalla costa occidentale dell’Atlantico e precisamente dal Canada, delle orribili “fosse comuni” con, a questo punto, migliaia di bambini nativi fatti morire o uccisi direttamente. Orrendo crimine di discriminazione. Crimine che si aggiunge ad altri crimini della stessa natura che la storia ci ha disvelato. Tendo l’orecchio per ascoltare voci e pensieri, dibattiti su questo ennesimo genocidio.

 

Si avverte solo il tramestio intorno al ddl Zan, si affilano i ragionamenti linguistici e giuridici. Si cavilla sulle interpretazioni, sulle eventuali ingiustizie che potrebbe ricevere chi straparlasse di persone che sono diverse e che ricevono ignobili ingiustizie e violenze continuamente. Si parla di libertà di opinione e di espressione che, anche involontariamente, potrebbero anzi possono creare “mentalità” e “ambiente favorevole” alle discriminazioni.

 

Se il ddl Zan servirà a dire un potente basta ad altre discriminazioni, ingiustizie, violenze e a creare una cultura della persona più rispettosa e accogliente, ben venga. Anche se non dovesse essere perfetta… ormai serve una tirata di freni senza precedenti. E chi dovesse essere perplesso ed esternare dubbi, pensi a quanta ingiustizia, fino ad oggi, è stata perpetrata. Pensi a cosa può arrivare la discriminazione, pensi a quelle e alle tante “fosse comuni” che ci fanno inorridire, ma a posteriori… e poi mica così tanto.

 

Il Parlamento faccia il suo dovere senza titubanze e converta in legge il decreto Zan, prima che sia troppo tardi. E anche la Chiesa faccia un passo indietro… in nome di quelle “fosse”.

La scelta di rimettersi in gioco obbliga i cattolici popolari a discutere di un nuovo programma. Alcuni spunti in vista di una forte ripresa d’iniziativa politica.

Se non s’affrontano le questioni che incarnano cause ed effetti della lunga crisi dell’Italia, ogni progetto politico è destinato a rimanere monco, senza respiro strategico, in balia degli umori di una pubblica opinione disorientata e infragilita dopo anni di populismo dilagante.

 

Ettore Bonalberti

 

Partiamo dal programma e solo dopo, nell’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro democratico e popolare, decideremo le alleanze e sceglieremo la nuova classe dirigente. Così ho scritto in alcuni miei editoriali (www.alefpopolaritaliani.it), mentre diversi amici ci sollecitano a presentare il programma dei DC e Popolari per il XXI secolo.

 

A Roma, al convegno della Federazione Popolare DC di Sabato 19 Giugno, si è avviato il confronto sui temi economico sociali, che continuerà nei prossimi incontri territoriali (Nord, Centro e Sud) con i mondi vitali, espressione degli interessi e dei valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari.

 

Alla vigilia del convegno avevo inviato agli amici del Consiglio nazionale della DC e ai soci della Federazione Popolare DC, un mio ampio contributo programmatico, per la verità, sin qui senza alcun riscontro. Provo a sintetizzare la mia proposta, partendo dalla constatazione che i problemi da risolvere con estrema urgenza riguardano la ricostruzione della Sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Sono i temi ai quali il governo Draghi dovrà dare soluzione, tenendo presenti i paletti richiesti dall’UE per l’utilizzo delle risorse del recovery fund. Fondi da spendere, come ha dichiarato Draghi martedì 22 all’incontro con la Von der Leyen a Cinecittà:“ con efficienza, efficacia e onestà”. L’unico programma politico che, tuttavia, consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello stato italiano e della sua classe media (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :

 

  1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992).
  2. Controllo statale  sulla  raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative  statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini.
  3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano  al fine che lo Stato italiano abbia,  con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per  impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
  4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993) sempre difesa dalla DC e dal governatore Guido Carli.
  5. Separazione rra banche di prestito (loan bank) e banche speculative (investment bank): abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica reintroduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di bloccare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London).
  6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico.
  7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale al 15% allo scopo di evitare scalate da parte dei fondi speculativi petroliferi kazari.
  8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short-selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.
  9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia).
  10. Conferire il potere ispettivo sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza.
  11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di eseguire ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
  12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18  febbraio 1992 firmato  da Mario Draghi).
  13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe in materia di derivati sul tasso.
  14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito.
  15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
  16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente.
  17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
  18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’ Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
  19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.
  20. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle  esecuzioni immobiliari e nel custode  e nel  notaio delle esecuzioni immobiliari.
  21. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano.
  22. Obbligo di almeno cinque  parlamentari di ogni  forza politica di partecipare all’Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese.

 

Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente, in larga parte incompetente e  orientata su una deriva nazionalista e populista, l’ha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale. Mario Draghi adotterà questi provvedimenti alternativi al dominio del turbo-capitalismo finanziario? Ce lo auguriamo, ma se non per lui, questo, secondo me, dovrà essere il nostro impegno nella politica economica e finanziaria italiana.

Perché la lotta alla crisi climatica è una sfida etica e politica

 Secondo Dale Jamieson, in libreria per Treccani con “Il tramonto della ragione”, i tentativi di prevenire il riscaldamento globale con la politica internazionale sono tutti e immancabilmente naufragati, al punto che oggi possiamo soltanto sperare di adattarci al clima che sarà, tentando di attenuare almeno un po’ gli effetti.

 

Alessio Giacometti

 

l prossimo primo novembre è una data tra le più importanti e attese dell’anno per chi si occupa di riscaldamento globale: a Glasgow, prenderà avvio la ventiseiesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, meglio nota con l’acronimo COP26. L’evento, rimandato di un anno per via della pandemia di coronavirus, vedrà i leader della Terra riunirsi tutti allo stesso tavolo, con l’ultimo report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) a portata di ciascuno, e all’ordine del giorno l’obiettivo comune di disegnare articolate geometrie politiche per stabilizzare la concentrazione atmosferica di gas a effetto serra. È un rito annuale che si ripete dal 1995, quando ad andare in scena fu la COP numero 1 di Berlino. Ma la convinzione che con la diplomazia climatica si possa far fronte al riscaldamento globale risale ancora più indietro, alla nascita della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Unfccc) in occasione del Summit della Terra di Rio, nel 1992, e all’istituzione dello stesso IPCC alla World Conference on the Changing Atmosphere del 1988.

 

Trent’anni e più di conferenze internazionali per il clima appaiono un lasso di tempo sufficiente per trarne un bilancio, e porre magari la più scomoda e diretta tra le domande: quella della diplomazia climatica è una storia di un lento ma incontestabile successo, oppure di un disastroso fallimento?

 

Il giudizio di Dale Jamieson, professore di filosofia e studi ambientali alla New York University, è tagliente: i tentativi di prevenire il riscaldamento globale con la politica internazionale sono tutti e immancabilmente naufragati, al punto che oggi possiamo soltanto sperare di adattarci al clima che sarà, tentando di attenuarne almeno un po’ gli effetti. Nel suo Il tramonto della ragione. L’uomo e la sfida del clima, scritto prima dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e tradotto quest’anno da Treccani (l’editore di questa rivista), Jamieson ricostruisce la cronistoria dell’insuccesso della diplomazia climatica partendo dagli anni Sessanta, quando l’idea che i gas serra stessero destabilizzando il clima era ormai ampiamente accettata dai climatologi e i movimenti per la difesa dell’ambiente iniziavano a muovere i primi passi. Nel ventennio successivo, però, a imperare furono l’incertezza sul da farsi e la strumentalizzazione politica delle evidenze scientifiche intorno all’origine antropica del riscaldamento globale:

 

Tra coloro che studiavano il cambiamento climatico stava cominciando ad aprirsi una linea di faglia. Mentre alcuni mettevano in guardia contro un approccio attendista”, altri invocavano esattamente quello. Cera chi riteneva che la scienza stesse premendo per ulteriori ricerche e finanziamenti, e cera chi pensava che appoggiasse lazione politica. Gli economisti tendevano a favorire la ricerca rispetto allazione; da una prospettiva esclusivamente economica, infatti, ritardare lazione fino allultimo momento possibile avrebbe implicato di agire quando fosse stata risolta la maggior parte delle incertezze, quando i costi della riduzione fossero diminuiti, e quando il rischio di mancare il bersaglio fosse minore.

 

Qualcosa a livello internazionale si scosse soltanto sul finire degli anni Ottanta, ma la stagione dei primi accordi per il clima venne di fatto sospesa dal conservatorismo neoliberale e negazionista dei due Presidenti repubblicani che si avvicendarono in quegli anni alla guida degli Stati Uniti, Ronald Reagan e George Bush senior. Le loro politiche ambientali, osserva Jamieson, furono straordinariamente coerenti: “fare il meno possibile per il cambiamento climatico e razionalizzare il tutto sia gettando dubbi sulla scienza sia gonfiando le stime dei costi di un’eventuale azione”. Il rifiuto da parte degli Stati Uniti di un intervento precoce e determinato per abbattere da subito le emissioni ebbe un’influenza enorme sui primi trattati per il clima, e culminò nella celebre dichiarazione di Bush al Summit di Rio sulla non negoziabilità dello stile di vita degli americani.

 

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Perché la lotta alla crisi climatica è una sfida etica e politica

Senza una forte unità interna, con l’espansione della fiducia nei rapporti tra cittadini e classe dirigente, l’Italia può sprecare l’occasione storica del suo rilancio.

 

I segnali non mancano, l’Europa ha interesse a sostenere l’impegno del nostro Paese. Dobbiamo essere avvertii, però, della necessità di operare con spirito di coesione, mettendo al centro il desiderio e la volontà  di riscatto.

 

Raffaele Bonanni

 

Nel corso dell’incontro avvenuto a Roma con la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, Mario Draghi ha avuto modo di affermare: “Il paese avrà una responsabilità che non si esaurisce entro i confini nazionali; soprattutto nei confronti dei Paesi europei e dei cittadini contribuenti europei che pagano le tasse. Abbiamo quindi la responsabilità non solo riguardo noi stessi ma anche verso i cittadini dell’Europa”. In questo modo, da par suo, il nostro Presidente del Consiglio ha sottolineato l’essenza dell’approccio che gli italiani dovrebbero avere rispetto al percorso economico che stiamo per affrontare, che deciderà o la svolta positiva del Bel Paese dopo tanti anni di carenti virtù, o la definitiva declassazione ad ex paese  produttore leader nel mondo.

 

Ursula von der Leyen con la sua presenza a Roma in questi giorni, annunciando solennemente il via libera per il Recovery Plan italiano, ha inteso sottolineare la scommessa europea sull’Italia, nonostante la endemica instabilità di governo e politiche economiche inadatte che per decenni sono state applicate a un paese come il nostro, ormai il più indebitato d’Europa. Si sa, abbiamo ottenuto dalla Unione Europea prestiti quasi a tassi zero e quantità di denaro a fondo perduto, la più alta tra gli Stati membri, nonostante le diffidenze degli altri paesi europei, proprio per tentare di toglierci da una anomala condizione economica la cui gravità alla lunga avrebbe potuto travolgere l’intero continente, e per sottrarci al clima anti-Unione, seppur sentimento minoritario in Italia, che i vertici di Bruxelles ritengono ambiguamente alimentato da forze internazionali ostili in oggettiva collaborazione con realtà politiche italiane.

 

Draghi ha voluto toccare anche il punto più sensibile del nostro dente più dolente: la nostra insufficiente percezione che la finanza pubblica allegra ha conseguenze gravi sul debito; sulla economia generale della Nazione; sui propri carichi fiscali, sempre più insostenibili. Dunque le precisazioni del Presidente del Consiglio sono state apprezzate dalla von der Leyen, ma rimangono ancora da chiarire il come e quando si faranno le riforme tanto richieste ed attese. Infatti pur in presenza di ingenti risorse da investire per la transizione energetica, attraverso interventi nelle infrastrutture materiali ed immateriali e per il cambiamento digitale nelle attività dei servizi pubblici e privati, senza radicali cambiamenti fiscali, della giustizia civile ed amministrativa, della pubblica amministrazione e delle normative del mercato del lavoro, toccherà ancora una volta operare con il freno a mano tirato.

 

Impegnarsi con coerenza su questi obiettivi, favorirà anche il necessario clima positivo di fattività e cooperazione in politica e tra i cittadini, dando finalmente loro delle mete coerenti di cambiamento. Il clima dovrà essere di grande coesione e rigore in quanto i primi indispensabili risultati del Recovery Plan non potranno che manifestarsi almeno nel medio periodo. Ed invece i mesi prossimi saranno impegnativi per la gestione delle opere e per la crescita di disoccupati e poveri che richiederanno prospettive concrete ed immediate. Situazioni che mal si conciliano con l’inseguimento di scelte divisive che renderà ancora più rovente il clima politico boicottando la cooperazione governativa, distraendo la opinione pubblica dalle strade prioritarie da percorrere per il rilancio economico che, per essere efficace nel superare le difficoltà, richiede una intesa forte di coesione tra italiani e  classe dirigente.

5 Stelle, nessuna novità da Grillo e Conte.

È illusorio pensare che i 5 Stelle possano cambiare fino al punto di rinnegare se stessi. L’aut-aut del fondatore, con gli strascichi polemici ai danni di Conte, è il segno di un ricompattamento attorno al “messaggio” che dalle origini condensa il significato proprio del populismo pentastellato.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, e come da copione, per i 5 stelle siamo al punto daccapo. Detto fra di noi, non ci voleva uno scienziato o un politologo per saperlo sin dall’inizio. In questa breve nota ricordo solo tre aspetti, peraltro decisivi, che confermano che la natura e il profilo politico dei 5 Stelle non mutano perchè, semplicemente, non possono mutare.

 

Innanzitutto il partito (o il Movimento) è stato “fondato” da Beppe Grillo. Da un ex comico che però, almeno per questa formazione politica, è da tutti ritenuto un guru. Non a caso, lui stesso si è definito come un “elevato”. È del tutto naturale, stando anche al ruolo politico decisivo e determinante da lui avuto in tutti questi anni, compreso l’ultimo avallo al Governo Draghi, che proprio lui, “l’elevato”, sia il solo ed autentico punto di riferimento politico ed elettorale. Per tutti. Al di là dello statuto, del regolamento, del codice etico. E come l’esperienza di questi giorni ha platealmente, e in modo del tutto scontato, dimostrato e confermato.

 

In secondo luogo un partito come i 5 Stelle non può mutare natura, profilo, forma e sostanza politica dall’oggi al domani. Tranne il Pd di Zingaretti e soprattutto quello di Letta, tutti sanno che i 5 Stelle sono e restano un partito populista, demagogico, antipolitico, tendenzialmente antisistema ed esterno ed estraneo alla pratica democratica dei partiti tradizionali. E questo perchè, come tutti sanno, ma proprio tutti, la sua nascita è segnata dal verbo del suo fondatore, appunto Beppe Grillo. Se un partito abdica a tutto ciò che ha detto, scritto, praticato, urlato, giurato e predicato per anni, è del tutto ovvio che lascia per strada larga parte del suo elettorato. Altrochè “partito liberal moderato” come vagheggia l’avv. Conte o un partito che è disponibile a rivedere tutto il suo passato iniziando a scusarsi, ad esempio, del giustizialismo manettaro che l’ha contraddistinto da sempre. Perchè un conto sono i potenziali carrieristi romani. Altra cosa è l’elettorato e le pulsioni che, giustamente, attraversano quel pezzo di società e quindi di elettorato.

 

In ultimo il futuro e la prospettiva politica dei 5 Stelle. Al di là di chi continua a predicare la necessità, del tutto legittima, di dar vita ad un progetto politico antifascista, contro la destra, contro il rischio dittatura, contro la deriva illiberale e bla bla bla, di comune intesa con il partito di Grillo, è del tutto evidente che il movimento pentastellato – ideato, fondato, diretto e teleguidato dal suo fondatore Beppe Grillo – è destinato a rimanere il punto di riferimento politico per eccellenza del populismo nostrano. Ed è giusto che sia così. E chi si allea con quel partito o Movimento non può che condividere quell’approccio e quella cultura. Al di là della propaganda e delle parole d’ordine utili per convincere i creduloni, ma destinate a sbriciolarsi di fronte alla concreta realtà.

 

E ciò che capita da ormai molti mesi all’interno di 5 Stelle, e culminato proprio in questi giorni di contrasti serrati tra Grillo e Conte non fa che confermare, in modo persin plateale, ciò che sono stati, ciò che sono e ciò che saranno i 5 Stelle nel nostro paese e nella dialettica politica italiana nel futuro.

Abbiamo bisogno di serietà, non di parodie. Vale per la battaglia contro il virus e vale per la questione della omofobia.

Spesso si parla con superficialità, anche quando le circostanze e gli argomenti impongano la scelta del rigore. Il buon esempio è venuto, anche sulla “gestione” della Nota vaticana,  dal Presidente del Consiglio. A Draghi bisogna guardare con fiducia.

 

Francesco Provinciali

 

Di tutte le parole che si dicono, si leggono, si ascoltano sul tema del giorno, vale a dire l’identità sessuale e di genere, il DDL Zan, con particolare riguardo a quanto circola in rete – un universo simbolico e semantico spesso carico di violenza e linguaggi disgustosi, toni accesi e ultimativi – bisognerebbe essere in grado di separare la realtà dalla finzione, le caricature dai vissuti, i bisogni esistenziali dalle costruzioni allegoriche e virtuali.

 

Non è che finito – o quasi – di discettare di pandemia e virus si cambi argomento tanto per trovare il tema prevalente per un’estate tra il serio e il faceto.

 

Troppe persone parlano perché hanno la lingua in bocca, tranciano giudizi, assolvono o condannano con una facilità disarmante, mentre crescono le speculazioni dialettiche, le polarizzazioni, le discriminazioni alle quali siamo abituati nei discorsi da bar: “Chi non è con me è contro di me”. Il tema è serio, esiste non da ieri e va considerato con il dovuto rispetto. La demonizzazione delle opinioni altrui non produci esiti convincenti o risolutivi.

 

Perciò – prima di entrare in medias res – occorre documentarsi per evitare di disquisire a vanvera sulla base di preconcetti, pregiudizi e conclusioni affrettate. Al centro di ogni dibattito c’è la persona: con le sue ricchezze, le sue potenzialità, le sue debolezze, le sue fragilità. Certi discorsi non si fanno in maschera, né si risolvono suonando i fischietti o colorandosi il viso.

 

Si tratta di legiferare su una questione che riguarda molti aspetti e modi di essere e di vivere l’esistenza, in genere si tratta di problematiche intime, personali, che meritano circospezione e umana considerazione. Per questo va preliminarmente puntualizzato insieme alla delicatezza del tema anche il metodo più adatto per affrontarlo. Senza enfatizzare situazioni costruite ad arte e senza minimizzare i disagi e i vissuti di ogni singolo individuo.

 

Avremo modo di ritornare a studiare ed approfondire i molteplici aspetti di una realtà complessa e caleidoscopica, dove gli stessi esperti della psiche umana, la medicina, la pedagogia e perciò la scuola, gli educatori, gli psicologi non hanno una visione univoca.

 

Solo il dialogo e il confronto possono essere le premesse indispensabili per impostare un confronto: avendo la consapevolezza che gli esiti e le scelte produrranno conseguenze che occorre immaginare, prevedere e organizzare perché incideranno in modo determinante nei comportamenti, premesso il riconoscimento costituzionale dei diritti soggettivi di ciascuno.

 

Avverto troppa enfasi che produce ansia e sconcerto. A cominciare dallo stesso Parlamento che dovrà legiferare. Bene ha fatto il Presidente Draghi a rimarcare il principio della laicità dello Stato: forse nessuno lo avrebbe mai messo in discussione, poiché le riserve avanzate dal Vaticano riguardano una materia concordataria. Penso che anche in questo caso la fretta possa essere cattiva consigliera: se si fosse considerato il tema con anticipo, al pari di quanto accaduto in altri Paesi, forse ci sarebbe stato un confronto più pacato.

Polarizzare è il pericolo più incalzante: anche i toni ultimativi fanno male a tutti. Dobbiamo comportarci con serietà e considerare le variabili di una partita difficile, che tocca l’etica, il senso civico, il rispetto dell’essere umano, i convincimenti morali. In gioco c’è il tema dell’identità personale: non è poco, visto che stiamo attraversando un periodo di crisi e di spaesamento, in cui si accentuano le condizioni di precarietà e di solitudine specialmente nella fase critica dell’adolescenza.

 

La vita non è un casting mediatico da giocare su TiK-Tok o nei social, affidando gli orientamenti emotivi agli imbonitori e agli influencer. Serve serietà e questo approccio riguarda tutti, non dobbiamo mai dimenticarlo.

L’inconsistenza dei cattolici, il ddl Zan, e il nuovo partito di centro fondato da Zamagni. Risposta controcorrente a Pio Cerocchi.

STEFANO ZAMAGNI AGENZIA TERZO SETTORE

Possiamo condividere la preoccupazione che nasce dalla disarticolata e tuttavia pretenziosa volontà, dentro e fuori la Chiesa, di proclamare un legittimo punto di vista. La Nota vaticana è stata inopportuna e fragile appare, in controluce, la presenza politica dei cattolici. Si risolve, tuttavia, con l’avventura di un nuovo partito? Umiltà e pazienza, va detto, sono valori fondativi della prassi cristiana.

 

Nino Labate

 

Ho letto con molta attenzione l’articolo del mio amico Pio Cerocchi sul ddl Zan, e non solo, pubblicato su questo giornale online sotto il titolo “L’inconsistenza dei cattolici”. Il tema principale su cui ha riflettuto Pio è serio. Ed ha avuto presso tutti i mass media – compresi i social –  gli editorialisti, gli studiosi e la stessa opinione pubblica nazionale, un seguito e una risonanza inaspettabili e imprevisti.

 

A distanza di giorni e mentre butto giù questo appunto, dopo che Draghi si è pronunciato in Parlamento sollecitandolo ad assumersi sulla vexata quaestio le proprie responsabilità, e dopo che ha ricordato, assieme grosso modo al Cardinale Parolin, che “…il nostro è  uno stato laico a  tutela di pluralismo e diversità culturali”questo ddl sta ancora occupando le prime pagine dei quotidiani e persino le aperture di qualche telegiornale. Tutto ciò, per altro, è accompagnato dalla solita apocalittica e illuministica critica semplificatrice di MicroMega, secondo cui il  Concordato è  da abolire.

 

Riguardo la nota diplomatica con cui il Vaticano ha fatto sapere al Governo che se il ddl Zan non viene rivisto ne va di mezzo “…la libertà garantita alla Chiesa cattolica…” grazie al Concordato. C’è molta esagerazione in queste finalità esplicitate attraverso il testo della Santa Sede. E non voglio credere che ci sia dell’altro. Cosi come non  voglio imbarcarmi nelle questioni di diritto che riguardano quel Concordato,  su cui  non sono competente. Ma Cerocchi ha molta ragione quando, prendendola alla larga, si rivolge  agli”...inesistenti” e  silenziosi  politici, uomini di cultura e laici del mondo cattolico.

 

E perché ha ragione?

 

Perché  dovevano essere proprio questi “fantasmi” laici dispersi in “coriandoli (De Rita), e frammentati in associazioni,  partiti e partitini personalizzati, ad agitare le acque del ddl. Ma non – addirittura – la Santa Sede. È una mia opinione: non ho infatti giustificato per niente il fatto che la Chiesa intervenisse in prima persona e a gamba tesa su una questione che si è voluto spingere fino alla esagerazione, pur essendo di stretta pertinenza del laicato cattolico. Di quello seduto in Parlamento e non solo. Se ancora esiste.

 

No! La Chiesa ha fatto un passo che poteva e doveva evitare. Perché  come si chiarirà, non c’è nessuna riduzione alle sue sacrosante libertà in ordine alla diffusione del messaggio evangelico. A meno che…mi viene maliziosamente da pensare…vedendosi sprovvista di laiche coperture e mediazioni, non l’abbia fatto per sollecitare la nascita di quel partito di Centro che Zamagni va proponendo da tempo, senza giungere a conclusioni apprezzabili. Cerocchi, fra le righe, fa capire proprio questo allorché denuncia proprio l’assenza in Italia di un “partito cattolico”.

 

In ordine a tale argomento mi sia consentita solo una riflessione.

 

Soprassiedo sulla delicatissima e complessa tematica della riproposizione di questo “partito  centrista” in un tempo storico post-Covid che, come ripete spesso  Mattarella,  è comunque sia un tempo di “Costruttori e non di “RI-costruttori, la cui differenza tra i termini, faccio notare, è notevole. E che i tempi che ci attendono, aggiunge il Presidente della Reppubloca, hanno bisogno di “… un nuovo inizio,  non di ritorno alle condizioni precedenti alla pandemia”, tanto da concludere che “…non c’è nulla più bello di in nuovo inizio”.

 

Purtuttavia l’esigenza della nascita di un tale partito  è legittima. Ci mancherebbe. Anche se deve scontrarsi con  alcuni elementari dati sociologici sulla nuova classe operaia, sul nuovo ceto medio, sulle classi medie, medio basse, e basse, sui nuovi poveri, sull’emigrazione,  sui motivi del non voto, sulla frequenza alla messa e  l’irrefrenabile secolarizzazione, sull’assenza dei giovani anche nelle vocazioni, ecc… E poi ancora sui cosiddetti moderati. Ecco, si deve misurare con quella antropologia culturale che ci rende consapevoli delle rivoluzioni  culturali  che stiamo vivendo e che vivranno, ancor più, di più i nostri figli e nipoti.

 

Esigenza legittima dunque, quella del partito di centro.  Con un solo però. Quello che non doveva essere Zamagni a promuovere la nascita di  un tale partito. Zamagni dal 27 marzo 2019 è Presidente della “Pontificia accademia delle scienze sociali”. Nominato direttamente dal Papa perché studioso capace, conosciuto e stimato, non solo nel mondo  cattolico, che gode la piena fiducia della Cei. Un uomo laico di Chiesa e che la Chiesa, dunque, rappresenta. Un intellettuale, per giunta, che   a pieno titolo è parte della Chiesa. Allora: prima si dimetteva e poi fondava il suo partito!

 

Insomma, una  grande debolezza quella di Zamagni. Che con la sua nomina ecclesiale, il suo posto e la sua funzione, ha dato l’impressione che dietro questa sua iniziativa ci fosse parte della Gerarchia. Il suo partito, a cui faccio comunque gli auguri in vista dell’imminente congresso,  ha già nome e cognome: “Insieme”. E se fosse già presente in Parlamento aveva tutto il dovere di aprire quel dibattito richiesto da Draghi.

 

A meno che, pur di fronte alla crisi e “…all’inconsistenza  dell’episcopato, spaccato e diviso come denuncia Cerocchi, anche con Zamagni in campo non si volesse scommettere tutto sulla Croce al collo e il Vangelo sotto braccio di Salvini,  e su Dio  Patria e Famiglia della Meloni.

 

No, non voglio crederlo!

 

Ma torniamo al l’argomento principale. L’intervento della Santa Sede non è stato per niente “logico, come  sottolinea ancora Cerocchi. Ma in assenza di laici corpi intermedi, c’erano altre strade. La Chiesa – come per altro ha sempre fatto – aveva, e a mio avviso ancora ha, tutto lo spazio comunicativo e la libertà per esprimere compiutamente ciò che pensa in fatto di utero in affitto, di bambini con due genitori dello stesso sesso, di aborto, di matrimonio in chiesa da parte dei gay, ecc. Sono preoccupazioni fondate, e dunque impegnative, sulle quali mi trovo perfettamente d’accordo. I principi della Chiesa, se dichiarati con garbo, senza urlare e offendere,  se esposti in punta di Vangelo e di Dottrina Sociale,  nessuno, dico nessuno, può immaginare di contrastare con l’arma della denuncia.

 

E chiudo perché proprio pochi mesi fa ho sentito con le mie orecchie, durante una omelia, e con il ddl Zan già approvato alla Camera, il sacerdote celebrante che sottolineava dal pulpito con garbo e delicatezza, senza offendere e  inveire, senza urlare e alzare la voce, i  pericoli dei matrimoni gay, degli uteri in affitto, dell’aborto, e del dramma dei bambini che crescono con due papà o con due mamme, senza che nessuno si  offendesse o denunciasse.

 

Qual è la conclusione? Sì, condivido di Cerocchi l’accusa a riguardo del silenzio dei cattolici italiani…se ancora ci sono e vogliono battere un colpo. Esistono però mille modi per farsi sentire e testimoniare. Non necessariamente con una Nota vaticana o con un  partito politico. Ho però compreso lo spirito e il senso dell’articolo di Cerocchi. E sono certo che il Parlamento ritoccherà il ddl.

I cattolici democratici non devono rassegnarsi alla logica del muro contro muro

È un errore la disarticolazione dei cattolici impegnati in politica – ma forse sarebbe meglio parlare di cattolici che vogliono fare politica – lungo l’asse della dialettica semplificata tra sostenitori e oppositori del ddl Zan.

 

Lorenzo Dellai

 

L’intervento diplomatico del Vaticano sul Disegno di Legge Zan – benché in via informale – assume una valenza politico-istituzionale inedita, rispetto alla quale sarebbe veramente pernicioso se la politica e la pubblica opinione reagissero dividendosi tra “papisti” e “anti papisti”.

 

Il Presidente Draghi ha fatto il suo dovere nel ribadire la laicità dello Stato e l’autonomia del Parlamento.  Ma, per il vero, la nota vaticana è stata inoltrata al Governo italiano quale sottoscrittore di un trattato che l’altra parte contraente ritiene possa essere non rispettato e dunque, sul piano formale, è difficile ritenerla una indebita ingerenza.

Può essere letta così solo in forza di una pulsione di riemergente anti clericalismo.

 

E ciò al di là della valutazione sulla opportunità che alla cosa sia stata data una tale pubblicità, pare non ricercata da parte vaticana (v. dichiarazione del Card. Parolin, ndr). Non è dunque su questo piano che la vicenda va inquadrata.

 

Questo intervento va interpretato e commentato piuttosto alla luce del contesto generale che lo ha prodotto. Esso è frutto, a mio parere, di due debolezze (come ben evidenziato sul Domaniditalia da Pio Cerocchi) e di una irrisolta questione di fondo.

 

La prima debolezza riguarda i laici cattolici impegnati in politica nelle varie e diverse formazioni partitiche. Nell’esercizio del loro mandato laico e dunque autonomo rispetto alla Chiesa, come in primis Degasperi ha testimoniato, essi dovrebbero operare sui temi eticamente sensibili con equilibrio e matura ragionevolezza, favorendo una efficace sintesi tra valori di riferimento, principio del bene comune e doveri di servizio ad uno Stato laico.

 

Nel caso in ispecie, con lodevoli ma esigue eccezioni, essi si sono invece disposti come militanti “senza se e senza ma” a favore oppure contro la proposta Zan così come approdata al voto finale. Da una parte dichiarando la assoluta indisponibilità a modifiche (anche difronte a dubbi e rilievi più che fondati); dall’altra negando in toto l’esigenza di un intervento legislativo su questa tematica. Tipico esempio della deriva “binaria” intrapresa dal dibattito politico.

 

Hanno così rinunciato al loro ruolo ed alla loro responsabilità di costruttori di soluzioni capaci di essere condivise e ragionevoli, pur nel rispetto delle diverse convinzioni etiche, culturali e religiose.

 

La seconda debolezza – espressa col dovuto rispetto – mi pare quella della Conferenza Episcopale Italiana. Ad essa, in prima battuta, sarebbe toccato il ruolo di stimolo, riflessione e dialogo con la politica del proprio Paese. Invece, la questione è stata ignorata per lunghi mesi, salvo sporadici interventi che non hanno fatto emergere una posizione chiara ed autorevole.

 

L’intervento della diplomazia vaticana, radicato sulla temuta possibile violazione delle clausole del Concordato, risulta perciò come una sorta di ultima istanza, con tutto ciò che questo comporta in termini di conflitto e di radicalizzazione dei rapporti.

 

La questione di fondo irrisolta, invece, riguarda il modo attraverso il quale la nostra società e le nostre Istituzioni affrontano i grandi e complessi temi delle trasformazioni antropologiche. Assistiamo ad una sorta di bipolarismo che alterna da un lato negazionismi arcaici e pregiudizi duri a morire e, dall’altro, fughe in avanti e strappi non supportati da una visione antropologica matura e condivisa.

 

Il Disegno di Legge Zan si colloca in questo contesto, con le sue buone ragioni e con le sue criticità. Le buone ragioni stanno nel suo obbiettivo dichiarato: rafforzare gli strumenti normativi contro gli atteggiamenti di pregiudizio e anche di violenza motivati dai comportamenti e dalle attitudini sessuali delle persone. Una questione di democrazia sostanziale e di civiltà, che va affrontata sul piano culturale ed educativo ma anche su quello delle norme giuridiche.

 

Le criticità stanno nell’introduzione (incongrua anche rispetto a tale dichiarata finalità) del diritto alla “percezione personale del genere a prescindere dal proprio sesso” (art.1); nel ruolo preminente assegnato allo strumento penale (in linea con la tendenza ad affidare ad esso funzioni strabordanti nella dinamica sociale); nella non adeguata definizione delle garanzie di libertà di espressione e testimonianza delle convinzioni etico-religiose, fatto salvo ovviamente il rispetto dell’ordinamento giuridico (punto al quale pare riferirsi la nota diplomatica vaticana).

 

Se i promotori del Disegno di Legge e le principali forze politiche (PD in primis) avessero preso in considerazione le obiezioni non pregiudiziali avanzate da più parti (anche da alcuni movimenti da sempre impegnati nel campo dei diritti civili) e se gli oppositori alla proposta non avessero praticato semplicemente la logica del “muro contro muro”, non si sarebbe arrivati a questo stallo. Che non aiuta i potenziali destinatari del provvedimento e neppure la maturazione culturale della società di fronte a queste sfide antropologiche inedite.

 

Anche in questo campo, la politica (e più in generale la classe dirigente, la stampa, gli intellettuali, gli artisti, gli influencer: tutti o quasi militanti e tifosi più che impegnati a ragionare con equilibrio) non è stata all’altezza dei propri compiti.

 

Speriamo in un sussulto di responsabilità e di maturità.

Inaccettabile è il tentativo di buttare fuori campo chiunque abbia un motivo da far valere a riguardo della propaganda gender

C’è qualcosa di artificiale nella forzatura che agisce al riparo della cultura sulla lotta alle discriminazioni. Si tratta di una imposizione che si presenta con la maschera della superiore difesa dell’umanità. Invece può distruggerla.

 

Giuseppe Davicino

 

Speriamo che regga il tono nell’insieme dimesso del dibattito sul ddl Zan. Il problema, secondo me, non sono i Melloni o i Riccardi che esprimono delle opinioni, ma il clima generale che è pazzesco. Chi appena non si allinea alla promozione attiva e istituzionale dell’omo-trans-sessualismo e dell’ideologia gender è messo al bando.

 

Le dichiarazioni della von der Leyen sulla legge di Orbán – che non discrimina ma fa una cosa di grande buon senso, impedire la propaganda gender verso i minori, liberissimi se vogliono di professarla – mi lasciano esterrefatto come i governi che si sono accodati, tra cui il nostro, per sostenerla.

 

Oggi cercavo un documento sul sito della Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca centrale delle banche centrali. Non può esserci al mondo cosa più asettica, e invece mi ritrovo il logo di questa istituzione, arcobaleno, come quelli delle istituzioni europee. C’è qualcosa che non va nei gangli del potere. Dall’alto si gioca con ciò che l’uomo ha di più prezioso, la coscienza, sia riguardo dall’orientamento sessuale, sia riguardo, ad es. alla razza, etnia, colore della pelle.

 

Ma facessero le manifestazioni contro la discriminazione delle donne o la pena di morte per adultere e gay in Arabia Saudita o in Qatar anziché andarci a giocare straricchi tornei di calcio!

 

È dinamite che può esplodere in mano a chi la maneggia con tanta incredibile disinvoltura, perché tale clima di tensione artificiale può fare da catalizzatore inarrestabile di motivi reali di scontento socioeconomico. Attenzione che ci vuole pochissimo agli spin doctor a tramutare le tensioni dovute alla questione sociale in odio anticlericale e anticristiano.

Invecchiare. Qualche riflessione sul tema.

Abbiamo scoperto con la pandemia cosa significano in concreto le RSA. Adesso è in corso un dibattito sulla necessità di superare i limiti di queste strutture. Per andare dove? Certo, la risorse delle tecnologie innovative possono aiutare molto, tuttavia serve una vera strategia politica a proposito dell’invecchiamento.

 

Mariapia Garavaglia

 

“A chi appartiene il vecchio?” Una domanda disumana che mi ha costretto a pensare una risposta. Ogni persona appartiene a sé stessa, ma è tale – persona – in quanto inserita in una rete di relazioni a partire innanzitutto dalla famiglia e poi dalla prima comunità di riferimento e quindi a tutta la società.

 

Queste relazioni non isolano la persona ma la integrano completamente con tutte le organizzazioni sociali. Perciò il vecchio è di tutti, perché tutti possono diventare vecchi. Le persone anziane oggi hanno la possibilità di una lunga vita. Non sempre lunga e buona. Quando non è buona è angustiata da malattia e da solitudine.

 

La domanda ora la pongo io. Cosa facciamo per rendere la vita dei vecchi degna di essere vissuta o, meglio, per garantire la inviolabile dignità dei vecchi che è diritto fondamentale di tutti i cittadini, riconosciuta dall’art. 3 della Costituzione?

 

Le famiglie che convivono con persone care anziane e affette da malattie non hanno dovuto aspettare COVID-19 per conoscere i bisogni, le difficoltà e gli strumenti a disposizione – scarsi – per affrontarle.

 

Il Paese, invece, ha scoperto la fragilità e la vulnerabilità delle persone anziane quando ha registrato la loro strage causata dalla pandemia.

 

E quali sono state le risposte?

 

Da parte del sistema sanitario gli ospedali sono stati all’altezza anche se non hanno potuto salvare i malati più gravi, nella quasi totalità vecchi e grandi vecchi. Abbiamo tutti conosciuto la dedizione professionale e umana di medici, infermieri e operatori sanitari.

 

Purtroppo, inadeguata la assistenza sociosanitaria extraospedaliera. Anzi: l’assistenza domiciliare quasi inesistente e quella nelle RSA – unica trincea di soccorso organizzato – non ha avuto buona stampa.

 

Il tutto incominciò con la grande risonanza mediatica attorno al più grande istituto di assistenza agli anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio. Le polemiche suscitate hanno avuto ampia eco in tutto il Paese e si è diffusa una generale preoccupazione circa la efficienza delle strutture residenziali per gli anziani.

 

Le famiglie sono state sollecitate da un di più di preoccupazione per aver affidato i loro cari a tali strutture. Dal punto di vista sociale e psicologico la necessità del distanziamento ha acuito il senso di abbandono sia per le morti, dolorosissime in solitudine, sia per la mancanza di contatto fisico – assenza di abbracci – con familiari. Dal punto di vista istituzionale le RSA sembravano non appartenere alla responsabilità di nessuno.

 

Molte sono private e tra queste molte appartengono al mondo cattolico, ma tutte dipendono dal sistema socioassistenziale regionale. Le Regioni oltre alle diseguaglianze che mostrano a livello nazionale, a causa delle diverse legislazioni che le caratterizzano, hanno trascurato le RSA da molti punti di vista: finanziamenti insufficienti, standard funzionali e di personale non controllati e, alla fine hanno sottratto alle RSA gli infermieri per reclutarli negli ospedali data la cronica carenza, indebolendo ulteriormente le strutture assistenziali.

 

E’ evidente che sono mancati i controlli e una corretta programmazione. Il Ministero della Salute si è affrettato a costituire una commissione allo scopo di rivedere l’intero sistema e avviare una riforma sostanziale. Occorre ricordare, però, che la competenza regionale, secondo le norme costituzionali, non viene meno. Tuttavia si è addirittura incaricato il Corpo dei Carabinieri – NAS – per controllare tutta la rete delle RSA. Non vorrei che il compito dei Carabinieri sia solo sanzionatorio con il rischio della chiusura di strutture che comporterebbe gravi difficoltà alle famiglie per assicurare l’assistenza agli ospiti, loro cari.

 

Ho avuto anch’io l’opportunità di essere ottimamente coadiuvata dal benemerito Corpo dei NAS. Il comandante di allora (quando ero Ministro) il Col. Mario Palombo, divenuto poi generale, aveva avuto da me un preciso ordine, diverificare a una prima visita ispettiva la condizione generale. Qualora si fossero rilevate irregolarità, avrebbe dovuto dare un tempo congruo per attuare le disposizioni impartite e solo quando queste non fossero state adempiute, riferire al Ministro che avrebbe assunto le doverose misure di tutela dei cittadini e della loro dignità.

 

La condizione delle persone anziane, oggi, merita una profonda analisi perché si possa decidere solo su dati veri, verificabili, la necessaria progettualità. L’aspettativa di vita continua ad aumentare ma nonostante l’impegno medico e riabilitativo, spesso vengono vissuti molti anni con vita difficile.

 

Cos’è l’invecchiamento? In realtà non è stata ancora affrontata compiutamente la riflessione per poterlo definire. Ci affidiamo ai geriatri perché possano intervenire con più competenza nella clinica ed anzi chiediamo che aumentino gli specialisti in questa disciplina. Nelle RSA l’età media è di oltre 85 anni e per il 65/70% gli ospiti sono affetti da demenza. Nelle loro case queste persone come possono essere doverosamente, adeguatamente assistite? La dimensione degli alloggi e forse la collocazione in piani alti che non si possono raggiungere nemmeno con l’ascensore a causa della mancanza o del malfunziomento (è cronaca) come si organizza l’assistenza domiciliare e con quali operatori?

 

Per chi ha la possibilità di rimanere nel proprio domicilio la tecnologia potrà rappresentare un importante, indispensabile supporto. Per tutti gli altri anziani, al contrario, si dovrà fare in modo che la istituzionalizzazione assomigli ad una casa – si chiamano residenze – sia per la struttura architettonica che per le suppellettili, e i servizi siano affidati a personale competente. E’ evidente che i costi lievitano perché non può mancare la guardia medica e l’infermiere di notte oltre agli OSS formati e numericamente sufficienti.

 

Perciò il problema si risolve non con la loro soppressione, bensì con la loro organizzazione omogenea dal nord al sud Italia, con la continua attività di controllo, che divenga anche di formazione per il personale e di innovazione strutturale. I familiari che affidano i propri cari alle RSA devono poter essere rassicurati da un sistema efficiente per la loro cura. Il sistema pubblico si intesti questa preziosa scelta di programmazione Si innovi e qualifichi l’intero comparto dei servizi agli anziani – domiciliari e territoriali – per onorare la dignità di cittadini che durante la loro vita attiva hanno cooperato allo sviluppo del Paese.

 

Il PNRR esige che i progetti siano attuati entro il 2026. Ci si presenta una data che obbliga a non perdere una occasione imperdibile.

Sulla islamizzazione della sfera pubblica turca. L’analisi del Mulino.

L’Akp di Erdoğan ha inaugurato gli anni dell’islamizzazione della sfera pubblica turca, che con la crescente erosione dello stato di diritto e delle libertà, ne ha cambiato il volto sociale e identitario.

 

Luisa Natile

 

La Turchia che Mustafa Kemal Atatürk e i suoi successori avevano plasmato quasi cent’anni fa si basava su alcuni pilastri: il nazionalismo, l’occidentalismo e il laicismo. La politica del presidente Recep Tayyip Erdoğan e del suo Partito della giustizia e dello sviluppo, Adalet ve Kalkınma Partisi (Akp) si discosta drasticamente dall’eredità kemalista, soprattutto sul terreno religioso e culturale: l’Islam sunnita ha ormai assunto un ruolo centrale nella definizione dell’identità politica turca. Le scelte dell’esecutivo sono ispirate a valori tradizionali e musulmani, tanto nelle questioni di politica interna quanto in quelle di politica estera. Il dominio politico dell’Akp è andato di pari passo a una progressiva islamizzazione della società turca.

 

A partire dal 2012, uno degli obiettivi dichiarati del governo è stato quello di favorire la crescita di una generazione devota. Sul piano dei costumi, il consumo di alcool è fortemente scoraggiato da un’aspra tassazione, nonché dalla difficoltà nel pubblicizzare questo tipo di prodotti non contemplati dall’Islam sunnita. I riferimenti alla morale pubblica, al ruolo della donna nella società e ai diritti della comunità Lgbt+ sono improntati sulla religione. Il mondo dell’istruzione scolastica è stato più volte riformato in tale direzione: gli Imam Hatip – le scuole confessionali – ricevono ormai una sproporzionata quantità di fondi pubblici se paragonati agli istituti statali e l’insegnamento della religione è ormai obbligatorio in ogni ordine e grado. Il vocabolario stesso della politica turca è oggi intriso di riferimenti all’Islam e al Corano – basti pensare al discorso di insediamento di Erdoğan in seguito all’elezione del 2014, durante il quale il presidente ha definito quel momento come un nuovo inizio con il termine Fatiha (il primo capitolo del Corano). In questo contesto non dovrebbe sorprendere la riconversione religiosa della Grande Hagia Sophia, avvenuta nel luglio del 2020; o ancora l’inaugurazione, lo scorso 28 maggio, di una grande moschea in Piazza Taksim a Istanbul, luogo simbolo dell’era kemalista, nonché storico terreno di scontro tra laici e conservatori, culminato nelle famose proteste di Gezi Park del 2013.

 

All’origine di questo processo, che sta apparentemente cambiando il volto della Turchia, c’è una questione culturale-identitaria con radici molto profonde. Nel 1923, alla nascita dello Stato-nazione turco, un moderno sentimento d’identità nazionale doveva prendere il posto dell’Islam, elemento unificatore dell’umma ottomana. A questo scopo la società turca fu modernizzata, occidentalizzata e laicizzata dall’élite politica repubblicana. Il laicismo alla turca (Laikik) aveva lo scopo ultimo di sradicare la religione dalla sfera pubblica e addomesticarla in una sfera meramente privata. Per questo motivo, l’uso politico della religione venne vietato dalla Costituzione. In realtà, questo obiettivo non fu mai realizzato appieno e, soprattutto nelle aree rurali del Paese, la popolazione continuò a identificarsi con il tradizionale sistema di valori legato principalmente all’Islam.

 

Quanto l’identità islamo-conservatrice fosse il riferimento principale per una buona parte della popolazione emerge chiaramente nella seconda metà del Novecento. All’indomani della Seconda guerra mondiale, l’élite politica kemalista mise fine all’era del partito unico e le elezioni premiarono formazioni partitiche di centrodestra; con esse si affacciò una classe politica conservatrice che, benché non mettesse in discussione i principi fondamentali del kemalismo – come il laicismo o l’orientamento filoccidentale della Turchia – fu protagonista di un’apertura nei confronti della religione, considerata come un importante collante sociale del popolo turco. Negli anni Ottanta questa nuova visione sarebbe stata fatta propria anche dall’esercito, con il terzo colpo di Stato attuato fino a quel momento. I militari si fecero infatti promotori di una nuova ideologia ufficiale, la cosiddetta «sintesi turco-islamica», accettando la religione come componente essenziale dell’identità turca.

 

Il governo di Turgut Özal, nella seconda metà degli anni Ottanta, determinò le premesse per il successo dell’Islam politico nel decennio successivo. Le politiche economiche neoliberali favorirono infatti l’affermarsi della cosiddetta borghesia islamica: una classe sociale emergente, in contrasto con l’esistente alleanza economica e culturale che legava la borghesia imprenditoriale di Istanbul e lo Stato, la cui relazione simbiotica era fondata su un accordo sulla laicità e sull’ideologia kemalista. Grazie alla precedente apertura verso la religione nel campo dell’istruzione a tutti i livelli, buona parte di questa nuova classe dirigente aveva beneficiato di un’educazione alternativa. Confraternite e organizzazioni religiose autonome, quali Nurcu e Naksibendi, e le scuole per predicatori ormai esercitavano un’influenza che superava per importanza quella degli stessi partiti. Nel giro di pochi anni questa contro-élite di matrice islamica si contrappose a quella laica di ispirazione kemalista.

 

È questo il vero punto di partenza dell’ascesa dell’attuale classe politica turca. L’Islam politico in Turchia esisteva sin dagli anni Sessanta, nelle vesti del Movimento di visione nazionale, Milli Görüş, guidato da Necmettin Erkaban, ma i partiti legati a questo movimento erano stati ripetutamente soggetti all’interdizione da parte della Corte costituzionale. Nella lunga e complessa scalata verso l’affermazione pubblica, il Movimento di visione nazionale si era fatto portavoce dei musulmani devoti, che si consideravano vittime del kemalismo, da loro giudicato un vero e proprio «errore storico»: al suo posto essi sognavano l’imposizione di un «giusto ordine», che ridesse dignità e rappresentanza politica all’altra Turchia – quella esclusa dall’élite occidentalizzata e laica.

 

Negli anni Novanta l’Islam politico, formalmente ancora vietato dalla legge, beneficiò della nuova apertura della società turca. La scalata verso il successo fu inaugurata personalmente da Erdoğan con l’elezione a sindaco di Istanbul nel 1994, anche se la fortuna del mandato di Primo ministro per Erkaban nel 1996 fu interrotta dal cosiddetto «golpe postmoderno» del 1997, con il quale l’esercito intendeva escludere il conservatorismo religioso dalla competizione politica. Il partito di Erkaban venne sciolto effettivamente l’anno successivo; dalle ceneri della sua ala moderata nacque l’Akp, guidato da Erdoğan. In un primo momento la nuova formazione scelse la via del conservatorismo moderato, abbracciò il progetto dell’integrazione europea e acquisì una retorica democratica e liberale, rifiutando l’etichetta di partito islamico-erede del Milli Görüş. A posteriori è facile osservare come l’Akp abbia agito per l’implementazione di un programma del tutto simile a quello dei suoi predecessori, al punto da spingere gli osservatori a parlare di una possibile hidden agenda del partito.

 

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Cattolici, politica e Stato. Dove sono finiti i cattolici democratici?

Sul Ddl Zan si è detto tutto e il contrario di tutto. Non si può continuare all’infinito a discettare sulle logiche astratte o sui dettagli causidici. Una verità appare tuttavia evidente: il cattolicesimo popolare deve ritrovare lo spirito idoneo a provocare un passaggio alla nuova fase dell’impegno politico in nome di un’appartenenza ideale. Il salto in avanti fa a parte della dialettica che anche la discussione sulla Nota vaticana ha messo a nudo.

 

Giorgio Merlo

 

È perfettamente inutile scendere, ancora e per l’ennesima volta, nei dettagli del cosiddetto “ddl Zan”. Tutti gli organi di informazione grondano di notizie, interviste, commenti, editoriali, pregiudiziali vari e posizioni assunte e decretate in modo netto ed intransigente. Ormai è un copione talmente noto, conosciuto e collaudato che prima di essere scandito ed approfondito sappiamo già che cosa recitano i vari attori in campo. Gli alfieri della laicità, e molte volte del laicismo, da un lato e i difensori d’ufficio degli “interessi cattolici” dall’altro. Sia gli uni che gli altri evidenziano un eterno derby che rischia solo di riprodurre, periodicamente e in occasione di grandi eventi, la solita disputa tra “guelfi e ghibellini” o la riproposizione degli “storici steccati” di antica memoria con grande gioia e giubilo per le rispettive tifoserie.

 

Un copione, appunto, persin troppo noto per essere ulteriormente commentato ed approfondito. E l’occasione della nota della Segreteria di Stato sul “ddl Zan” è talmente ghiotta al riguardo che le rispettive casacche si sono tuffate a capofitto per cercare di recuperare, almeno in parte, lo smalto originario disperso in questi anni di politica populista, demagogica, antiparlamentare e smaccatamente incompetente e vuota. Cioè dopo il trionfo del populismo e del grillismo.

 

Ora, però, all’interno di questo quadro politico, culturale e legislativo, seppur convulso e frastagliato, manca all’appello – purtroppo e per l’ennesima volta – quella categoria di persone che un tempo si chiamavano o si qualificavano come cattolici democratici. O cattolici popolari. Cioè quegli uomini e quelle donne che per molti decenni hanno rappresentano nella storia politica del nostro paese, visibilmente e pubblicamente, quel cattolicesimo politico che sapeva difendere i valori senza trasformarli in una crociata integralista e clericale e che, al contempo, praticavano una profonda laicità dello Stato e dell’azione politica senza scivolare nei meandri del laicismo. Il tutto attraverso un metodo che veniva semplicemente definito come “cultura della mediazione”.

 

Uomini e donne che, semplicemente, oggi non ci sono più. E non esistono più nè sul versante del centro destra dove prevale una linea più semplificatoria e più diretta volta alla semplice difesa “degli interessi cattolici”. A prescindere da qualsiasi elaborazione culturale nè, tantomeno, alimentati da quella “spiritualità del conflitto”, per citare il grande storico Pietro Scoppola, che ha caratterizzato per molto tempo il comportamento e la tensione dei cattolici impegnati in politica. Nè, a maggior ragione, si intravede questa categoria politica e culturale all’interno del Pd, cioè del più grande partito della sinistra italiana. Un partito sostanzialmente governista e di potere che, anche per essere fedele alle ragioni storiche e culturali della sinistra italiana e del populismo di marca grillina, ha del tutto abbandonato quella specificità e quella esperienza richiamate e sbandierate da alcuni padri fondatori di quel partito al momento della sua nascita nel lontano 2007. Di qui il confronto, scontato e anche un po’ noioso nonchè decisamente petulante, che leggiamo sui giornali o ascoltiamo nei vari talk televisivi.

 

Ma anche da questa vicenda, comunque vada a finire e destinata peraltro ad esaurirsi rapidamente, può scoccare la scintilla di un rinnovato protagonismo di quella esperienza e di quella originalità di essere in politica che ha caratterizzato la miglior stagione del cattolicesimo politico italiano. Mi riferisco a quella tradizione cattolico democratica, cattolico popolare e soprattutto cattolico sociale che ormai è ai nastri di partenza per una nuova avventura politica e che potrà, anche e soprattutto su temi come quelli che leggiamo proprio in questi giorni su vari organi di informazione, ritrovare quella freschezza culturale e quella progettualità politica e istituzionale ormai da troppo tempo sacrificati sull’altare delle mode effimere e vuote del populismo all’italiana.

 

E questo non per il bene dei cattolici, ma per la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e anche per la ripresa della politica con la P maiuscola.

Dopo la Nota vaticana il dibattito è destinato a crescere. Si tratta di sfuggire a formule idolatriche, fatte anche di accanimenti, per restituire dignità alla politica della tolleranza e della mediazione.

Se si guarda in faccia alla realtà, si può e si deve riconoscere che in Italia non dilaga il paventato ricorso alla violenza contro le minoranze, neppure contro quelle che tali sono o si sentono per ragioni di “orientamento sessuale”. La via del buon senso non dovrebbe essere preclusa. Altrimenti si arroventa inutilmente il confronto sulla base di pregiudizi o aspirazioni arbitrarie.

 

Giuseppe Davicino

 

Si può discutere a lungo sulle ragioni del passo diplomatico compiuto dalla Segreteria di Stato sul ddl Zan, ma alla fine credo che ciò che più conta sia la sostanza politica.

 

In primo luogo, come ha osservato Lucio D’Ubaldo la risposta “strutturata” di Draghi alla Nota verbale vaticana conferma, anche su tali materie, la capacità del premier di andare oltre gli “-ismi”, secondo un’azione improntata al buon senso e a quella possibilità di un compromesso possibile nei termini che ben ha indicato Nicola Caprioli, di preservare la libertà di espressione da un lato e la punizione dei comportamenti lesivi delle diversità, nel quadro del rispetto dei principi costituzionali e degli impegni internazionali.

 

C’è da cogliere una lezione di Draghi al parlamento e ai partiti a riappropriarsi in senso pieno della dialettica e della mediazione politica, che non possono mai scorrere a senso unico. Possibilmente non solo sui temi etici. Sull’economia, sulla transizione digitale e verde, che tutti osannano senza neanche avvertire i disastri a cui possono condurre tali transizioni se declinate in modo ideologico, propagandistico, miope, incapace di valutarne i problemi, la complessità delle interrelazioni, le serie controindicazioni che anche producono, per superarle.

 

In secondo luogo, emerge, come ha osservato Roberto Di Giovan Paolo, la questione di una sensibilità sui diritti (veri o presunti tali), che rivela la natura di un partito o di uno schieramento, penso in particolare al centrosinistra: se più popolare o radical-chic. Solo chi è presente nell’affermare i diritti fondamentali del lavoro, nella lotta alla povertà, per la riduzione delle disuguaglianze può poi anche non apparire sospetto di snobismo in determinate altre battaglie.

 

Infine, trovo che si possa osservare che il dibattito sul ddl Zan può costituire anche l’occasione per una riflessione politica sulla natura di certi movimenti che sembrano così votati a nobili cause come la difesa dei diritti di minoranze di vario tipo, ma che in realtà possono essere usati per perseguire scopi diametralmente opposti a quelli dichiarati, fino al punto da creare discriminazioni al contrario, e certamente usati per creare divisioni sociali e per allontanare il più possibile i ceti popolari dalla lotta per un giusto salario, per un welfare adeguato, per un’economia meno ingiusta.

 

Ora, se per motivi di opportunità politica si dovrà alla fine arrivare a una legge che apparirà tutelare in modo specifico, oltre le normali garanzie riconosciute a tutti i cittadini, particolari categorie dalle discriminazioni, credo che non si possa dimenticare che la via maestra è e rimane quella della difesa della dignità della persona in quanto tale e non in quanto appartenente a qualsivoglia categoria.

 

Tanto più che nel nostro Paese, a differenza di altri nel mondo, non esiste una reale emergenza dovuta alla discriminazione per orientamento sessuale e sono perfettamente funzionanti gli strumenti legislativi atti a punire ogni caso di violenza per tale motivo. L’emergenza invece che sta crescendo è quella prodotta dal dilagare dell’ideologia gender, che trasforma casi isolati di incertezza sessuale o di consapevoli scelte individuali in un modello di dover essere esteso a tutti. Con gravi danni psicologici e fisici sui bambini, irreversibili nei tanti casi in cui sulla scelta di cambiare sesso ha influito una martellante pressione propagandistica tale da cirquire la volontà dei ragazzi e rovinando loro la vita.

 

L’accanimento ideologico contro il dato naturale dellla differenza sessuale credo assomigli molto di più a un grave arbitrio che a un mancato diritto. Anche questi eccessi necessitano di trovare un modo per fronteggiarli.

Le elezioni amministrative a Roma.

L’autore, più volte parlamentare, si assume l’onore di parlare a nome dei democristiani di Roma. Le condizioni della città esigono uno scatto di responsabilità. Il problema, come sappiamo, riguarda tutti. Rianimare una presenza di matrice democratica e cristiana è opera faticosa ma necessaria. Anzitutto per il bene di Roma,

 

Alberto Alessi

 

Roma appare come una matura signora al contempo cupa e solenne, insediata in questo periodo da amanti, che però non vogliono onorare un matrimonio riparatore.

 

La vera causa è che non la amano veramente iure cordis, ma vogliono sedurla iure soli, intanto perchè non sanno quanti inviti devono essere distribuiti e poi perchè è solamente un matrimonio virtuale, perchè Roma in passato ha già generato figli illustri ed inimitabili.

 

La verità elettorale è anche quella che riparare a 5 anni di disastri culturali, ambientali, economici, appare impresa impossibile. Lo stesso rapporto con i cittadini romani è intorpidito, perchè ogni relazione con gli organi comunali appaiono desunte.

 

Molti leader politici dichiarano solennemente che bisogna accorciare le distanze, ma causate dai loro stessi rappresentanti comunali e tale distacco è anche di carattere psicologico e ambientale. Ora si dovrebbe imparare a distinguere tra evidenze e certezze.

 

I candidati si sforzano di offrire programmi concreti, ma nessuno ha trattato il tema dell’urgenza di un rinnovamento spirituale e civico dei romani. Roma fu caput mundi non per via della straordinaria belleza del suo territorio, ma perchè universalmente riconosciuta culla del cristianesimo. Dunque, il problema di Roma e dei romani è essenzialmente culturale.

 

Oggi dovrebbe essere compito di chi si accinge a responsabilità amministrative uscire dalle proprie stanze e segreterie e combattere perchè le convinzioni non si trasformino in convenienze.

 

Roma ha bisogno di discontinuità soprattutto culturale e perciò, in concreto, bisogna abbattere tutte quelle posizioni che sono abbarbicate ed arruginite e bisogna avere il coraggio di difendere invece un programma fortemente diretto alla socialità. Insomma bisogna fare comprendere ai cittadini romani che sono loro stessi che devono essere i protagonisti del  rinnovamento e dell’urgenza di rinverdire Roma, riscoprendo appunto il suo spirito universale mortificato .

 

Roma dovrà stupire, fare riflettere al contempo, rinnovare i cuori, gli intelletti, la ragione delle sane ragioni, con la presenza attiva del logos e del pathos e deve recuperare la sua anima universale e la sua identità oggi congelata viva.

 

Bisogna essere ottimisti impenitenti e concreti, sicché al contempo, in questa chiave politica ed etica, i democristiani romani intendono dare un supporto franco e libero. La crisi che attanaglia Roma più che scrutata va risolta. Roma va ripensata e ricostruita a misura d’uomo.

L’utopia è l’unico antidoto

Paolo Bartolini e Lelio Demichelis dialogano su potere, pandemia e liberazione. Le rispettive tesi offrono indicazioni per ulteriori approfondimenti, anche perché hanno per oggetto temi che sono al centro di un dibattito tuttaltro che concluso e che vede impegnati, su posizioni spesso diverse, intellettuali appartenenti a varie scuole di pensiero. L’articolo, qui riportato in stralcio, appare sulle pagine dell’Osservatore Romano.

 

Maurizio Shoepflin

 

«Il pensiero critico che verrà impiegato nelle pagine a seguire — contro una modernità nichilistica in sé, contro la crescente dis-umanizzazione dell’umano e contro l’artificializzazione e la nientificazione del sociale e del naturale — non si propone di tornare a una pre-modernità che nessuno rimpiange, ma di superare anche una falsa post-modernità (in realtà iper-moderna nella sua forma e nei suoi effetti) e di porre le basi concettuali per immaginare una vera post-modernità, umanistica ma non antropocentrica né tecno-centrica, solidale, sostenibile e responsabile». Quest’ampia citazione tratta dall’Introduzione del libro di Paolo Bartolini e Lelio Demichelis, La vita lucida. Un dialogo su potere, pandemia e liberazione (Milano, Jaca Book, 2021, pagine 202, euro 20), concepito in forma di colloquio fra i due autori, fa immediatamente comprendere in che contesto culturale si collochi il volume e quale sia il messaggio di fondo che intende consegnare al lettore.

 

La pandemia può diventare occasione per riflettere sul presente e sul futuro dell’umanità, e questo è ciò che Bartolini e Demichelis hanno avuto in animo di fare al fine di rimanere lucidi quanto più possibile.

 

Conquistare una particolare lucidità che permetta di guardare con occhio nuovo e libero ciò che sta accadendo intorno a noi: questo premeva agli autori, che non nascondono di osservare con grande preoccupazione lo svolgersi degli eventi in un mondo che, a loro giudizio, è sempre più disumano, sempre più inospitale, sempre più dominato da poteri e interessi che non vanno nella direzione della solidarietà, del rispetto, della gentilezza.

 

Il rischio è che tramonti la speranza e trionfi il nichilismo, mentre appare assolutamente necessario l’affermarsi di quella saggezza che, come ricorda Eugenio Borgna, citato con ammirazione nel libro, si presenta quale valore imprescindibile, capace di recuperare «esperienze e modi di essere del passato solo apparentemente perduti», e in grado di far «rinascere in noi attese e speranze che danno un senso alla vita». Ma qual è il pericolo che ci sovrasta? Bartolini e Demichelis non hanno dubbi e rispondono che esso è rappresentato dal tecno-capitalismo, che, a loro giudizio, si propone nelle vesti di una nuova religione che mette al centro la certezza di un progresso indefinito.

 

Non si tratta di rinunciare alla modernità nella sua interezza, ma di denunciarne e cancellarne gli errori e le storture che oggi gravano sulle spalle di un’ umanità stanca e impaurita, minacciata com’è dalle sue stesse conquiste che, divenute sempre più potenti e invadenti, rischiano di risultare incontrollabili, perdendo le caratteristiche proprie degli strumenti utili e trasformandosi in forze pericolosamente impazzite.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-140/l-utopia-e-l-unico-antidoto.html

L’inconsistenza dei cattolici

La Nota vaticana sul ddl Zan cade nel vuoto di presenza e di azione dei cattolici italiani. È un problema molto serio. Di fatto questo vuoto è colmato dall’intervento diplomatico della Santa Sede, anche se appare estremo o perlomeno irrituale.

 

Pio Cerocchi

 

La nota diplomatica con la quale la Santa Sede per mezzo di monsignor Paul Gallagher fa sapere al Governo italiano che «Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa (ddl Zan n.d.r.) in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato» apre una fase delicata nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa.

 

Non entro nel merito della controversia essendo totalmente d’accordo sui rilievi mossi dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, né mi meraviglio più di tanto della clamorosa irritualità di questo intervento ufficiale. Esso infatti è la conseguenza della inconsistenza della qualità dei politici che si dichiarano cattolici e che siedono in Parlamento. Oltre, naturalmente all’altrettanto grave (forse più grave) inconsistenza dell’episcopato italiano troppo impegnato forse a imparare come “puzzare di pecora” per accattivarsi la stima pontificia, piuttosto che studiare le questioni che da anni investano il popolo dei fedeli senza che si cerchino e si comunichino opportune istruzioni al riguardo.

 

In altre parole la proposta di legge in discussione cade nel vuoto pneumatico dell’inesistente iniziativa politica dei cattolici troppo impegnati ad assecondare l’onda mediatica senza considerare le conseguenze della dismissione della loro coerenza. Con un aggravante che purtroppo caratterizza il mondo politico nella sua quasi interezza e cioè il clericalismo cresciuto a dismisura da Papa Wojtyla in poi. In altri tempi ci poté anche essere un clericalismo intelligente anche perché allora esisteva una coincidenza più o meno sostanziale di intenti.

 

Oggi vuoi per un magistero che spesso appare ed è divisivo, vuoi per l’essere venuto meno il partito che raccoglieva la maggioranza dei cattolici, questa coincidenza di intenti pur declinata in mille inutilissime (e ipocrite) dichiarazioni, non esiste più. Il Papa resta superstar nel politically correct, ma non persuade.

 

La mancanza di luoghi di confronto e di organismi di partecipazione dei cittadini e dei fedeli, lascia completamente il campo alle ondate mediatiche che ostacolano di fatto le vecchie e sicure vie di comunicazione dei pastori verso le coscienze dei cattolici, oggi informati solo dal clamore apodittico dei media. Una situazione che accresce l’isolamento dei fedeli tra loro e rende ancora più evidente l’inconsistenza dell’attuale clericalismo che potremmo chiamare un diffuso accecamento delle coscienze; una sorta di nebbia dell’anima.

E la politica risente di questo sommo torpore morale anche se dà mostra di non tenerlo nella giusta considerazione, mentre invece è il vero e prioritario problema culturale per ogni iniziativa che in qualche modo voglia rifarsi ad un sia pur remoto riferimento alla cattolicità.

 

In questo torpore morale e civile proposte come il ddl Zan rischiano di farla da padrona. Logico dunque, pur se evidentemente estremo, l’intervento della Santa Sede. Ma non di questo occorre discutere, quanto invece sul vuoto che esso ha colmato. In altre parole e per ora conclusivamente, c’è a monte una “questione cattolica” in Italia di cui avere coscienza avvertita. Ed urge una discussione vera in cui ciascuno si assuma per intiero tutta la responsabilità. Immaginare di cavarsela con una melina in attesa del triplice fischio dell’arbitro, sarebbe (e speriamo non sia) una disastrosa illusione.

 

Molto peggio della nota della Santa Sede.

Ddl Zan, Mirabelli: ci sono punti critici da riconsiderare

Il costituzionalista commenta la nota verbale con cui la Segreteria di Stato ha chiesto una diversa modulazione del disegno di legge sullomotransfobia: non si contesta la legittimità di tutelare determinate categorie di persone, ma si segnala il rischio di ferire libertà sancite dal Concordato

 

Giancarlo la Vella

 

Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa del disegno di legge contro l’omotransfobia, all’esame del Senato “riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica” in tema di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale, ovvero quelle libertà sancite dall’articolo 2, ai commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato del 1984. È la sostanza della nota verbale della Segreteria di Stato consegnata il 17 giugno scorso all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede.

 

Nel documento si rileva come il ddl Zan rischi di interferire, fra l’altro, con il diritto dei cattolici e delle loro associazioni e organizzazioni alla “piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, come previsto dal comma 3. Con la nota verbale si auspica una diversa modulazione del disegno di legge.

 

Il costituzionalista Cesare Mirabelli, offre una lettura della questione:

 

In che cosa, secondo la nota verbale della Santa Sede, il disegno di legge Zan non sarebbe in consonanza con alcuni aspetti del Concordato?

 

L’accordo di revisione del Concordato garantisce alla Chiesa dei diritti che già la Costituzione afferma e, sotto questo aspetto, è un rafforzamento dei diritti costituzionali. In particolare, la libertà di educare, la libertà di esercitare il magistero e per i cattolici, ma evidentemente per tutti, la libertà di manifestazione del pensiero, di parola, di scritto ed esprimere il proprio il pensiero con ogni altro mezzo, e poi la libertà delle scuole. Si tratta di aspetti che il Disegno di Legge Zan per qualche profilo mette a rischio. Perciò non si tratta di contestare o di contrastare la protezione particolare che vuole essere assicurata a determinate categorie di persone. Questa è una scelta politica che evidentemente lo Stato liberamente può fare, né si tratta di impedire all’autonomia dello Stato di legiferare, ma di avvisare, di segnalare che alcuni aspetti della norma verrebbero a ferire, a contrastare con un impegno che lo Stato ha preso.

 

A quali aspetti si riferisce?

 

In particolare alle garanzie della libera espressione di convinzioni che possono essere legate a valutazioni antropologiche su alcuni aspetti. È particolarmente rischioso se la previsione di norme penali possano limitare la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero. Sotto questo aspetto la nota verbale della Santa Sede è una comunicazione che viene fatta, una segnalazione di attenzione per il rischio di ferire alcuni aspetti di libertà che l’accordo di revisione del Concordato assicura. Non si chiedono quindi privilegi.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2021-06/ddl-zan-omotransfobia-nota-verbale-segreteria-stato-mirabelli.html

Cosa resta delle primarie?

Se un partito delega al popolo dei gazebo il compito di individuare le sue leadership, inevitabilmente cede sovranità e quindi la sua stessa funzione politica. È una riflessione che la sinistra deve aprire al proprio interno, soprattutto per capire se in questo modo non si rischi d’indebolire, direttamente o indirettamente, la già debole democrazia.

 

Giorgio Merlo

 

A primarie celebrate verrebbe da chiedersi: ma allora, cosa resta di queste primarie? Al riguardo, le opinioni divergono radicalmente. Se la sinistra italiana, quasi tutta la sinistra, continua ad individuare in questo strumento burocratico protocollare una sorta di dogma infallibile e salvifico, un totem ideologico intoccabile e da venerare quasi tutti i giorni, per il resto del mondo resta poco più che un modo per trasferire al di fuori del Pd – cioè nel sempre più piccolo recinto dei partecipanti al voto, che vanno comunque sempre rispettati – la resa dei conti delle infinite correnti o bande che scorrazzano da quelle parti. Ovvero, un semplice prolungamento pubblico degli eterni contrasti interni di cui il Pd è portatore sano da ormai molto tempo. Del resto, è appena sufficiente leggere i commenti di tutti gli osservatori e i commentatori non interessati alle sorti politiche ed elettorali del Pd, per rendersene conto in modo persin plateale.

Ora, su queste benedette primarie della sinistra, si impongono almeno due riflessioni, al di là di ogni altra considerazione.

Innanzitutto i partecipanti al voto. Nessuno, come ovvio, mette in discussione la bontà e la passione di chi si reca ai gazebo a votare. Anche e soprattutto in una domenica afosa. Una forma di partecipazione che va sempre apprezzata e valorizzata. Ma è indubbio che proprio attorno ai partecipanti al voto registriamo le versioni più incredibili. È appena il caso di ricordare che il secondo classificato alle primarie di Roma già la sera stessa del voto metteva in discussione la cifra reale dei partecipanti denunciando oltre 10 mila voti in meno rispetto alla versione ufficiale data dal partito…

 

Ma, senza dilungarci sui numeri e sulle cifre che vengono sfornate – del resto sempre molto ballerini e altalenanti – è indubbio che è proprio lo strumento in sè che ha perso di significato. Perchè, appunto, da grande momento di partecipazione popolare le primarie si sono ridotte progressivamente ed irreversibilmente a regolamenti di conti tra le fazioni di un partito. Insomma, un congresso pubblico senza i crismi che richiede storicamente un congresso: e cioè, mozioni, piattaforme politiche, confronto e discussione e poi votazioni finali. Qui si oltrepassa tutto salvo la conta finale che diventa, inesorabilmente, una conta tra le persone. Di norma, tutti contro contro il candidato di turno dell’apparato centrale.

 

In secondo luogo, ed è la riflessione più importante perché meno legata al contingente, le primarie – piaccia o non piaccia – sono uno strumento burocratico che impedisce definitivamente ai partiti di scegliersi la propria classe dirigente. O meglio, priva il partito dell’unico compito che teoricamente dovrebbe toccargli: ovvero, selezionare la propria classe dirigente. E un partito che viene privato, addirittura per statuto, di un compito e di una responsabilità del genere, non può che diventare un cartello elettorale da un lato o un “partito del capo” dall’altro.

 

Ecco perchè attorno alle primarie, al loro uso e alla loro concreta gestione, non entra in gioco solo la discussione su uno strumento burocratico protocollare ma, addirittura, si discute del ruolo e del profilo che deve assumere un partito nella società contemporanea. Perchè in discussione non c’è solo la modalità concreta e regolamentare di come scegliere una classe dirigente ma lo stesso ruolo che in una democrazia sempre più plebiscitaria e in un contesto ancora, e purtroppo, dominato dal populismo, può e deve giocare un partito politico.

 

Sarebbe importante se anche nella sinistra italiana, al di là della continua propaganda ed esaltazione acritica dell’uso delle primarie, partisse una riflessione su ciò che innesca a lungo termine una pratica del genere. Per la credibilità della politica, per la salute dei partiti e per la stessa qualità della nostra democrazia repubblicana.

Il primato della politica

Si confondono i piani per alimentare un sentimento populista. Un conto è il potere, altro la politica: due cose distinte, anche se connesse. I cattolici democratici devono richiamare il senso di questa distinzione, certo per stabilire un limite, ma anche per rifondare il primato della politica. Spetta a loro, soprattutto oggi, riscoprire la lezione del popolarismo.

 

Paolo Frascatore

 

Le scarse virtù dell’attuale classe dirigente pongono interrogativi di fondo sul ruolo e sulla valenza dell’attuale proposta politica nel nostro Paese. Si discute, ci si confronta a destra, al centro, a sinistra su quale sia realmente il ruolo della politica in questa società globalizzata e deideologizzata. La consapevolezza dei limiti del potere sembra aver avvolto anche quella nobile arte o, se si vuole scienza, che va sotto il nome di politica.

 

Ora, non è fuori luogo operare una distinzione tra i due termini che vengono spesso confusi e ricondotti ad una sola categoria da parte soprattutto dei sovranisti e dei populisti. Probabilmente si tratta di un’operazione che muove dal manicheismo di questi ambienti al fine di delegittimare la politica cosiddetta tradizionale, per ridurla a puro esercizio del potere.

 

In questa sorta di confusione hanno buon gioco le posizioni di destra e di sinistra che, di volta in volta, riassorbono un centro incapace di riproporre la propria cultura politica per essere ancorato a quel moderatismo (che non è moderazione) e adagiarsi a destra come a sinistra nel continuare comunque a vivacchiare politicamente.

 

Gli esempi concreti, da questo punto di vista, non mancano anche nelle vicende degli ultimi giorni. Ma sino a quando potrà continuare questa sorta di giochetto politico?Continuerà sino a quando con un gesto di coraggio il centro non saprà reincarnare e reinventare una proposta politica seria, reale, sociale, legata ai problemi concreti della società italiana del Terzo millennio.

 

Ed allora, il dilemma degli ultimi trent’anni è proprio qui: riaffermare quel primato della politica che non significa primato del potere, anzi! Primato della politica, e non del potere, che vuol dire innanzitutto farsi carico dei problemi quotidiani della gente comune. Perché inevitabilmente la soluzione dei problemi attuali passa per decisione politica e non per altro.

 

Gli sforzi generosi degli ultimi tempi meritano attenzione, ma anche qualche perplessità soprattutto in ragione del fatto che non sono pochi gli illusi che credono ancora in una sorta di partito unico dei cattolici come strumento di potere. La verità è, invece, un’altra: il potere è uno strumento, “anche il partito è uno strumento” (diceva Zaccagnini) e “lo strumento si nobilita in base al fine che si vuole raggiungere”.

Occorre certo un equilibrio in ordine a strategie da mettere in campo; ma occorre soprattutto lasciare alle proprie spalle l’illusione democristiana del contenitore politico.

La strada maestra è quella del popolarismo sturziano, ossia del partito che non ha la pretesa di rappresentare nel suo complesso la società italiana, ma che si fa carico delle esigenze e dei bisogni dei più indifesi, delle minoranze, di coloro che, proprio per essere minoranza, non possono far sentire politicamente la propria voce.

 

Al di là di sigle, di simboli e di modelli dei quali l’Italia dei cattolici è piena negli ultimi sei lustri, vi è una sola strada sulla quale incamminarsi: quella del popolarismo che racchiude in sé valori, sentimenti, ideali che appartengono al popolo.

 

Non più politica come potere, ma primato della politica!

La Conferenza sull’Europa e la politica estera: il Vecchio Continente alla prova.

Biden ha posto dei problemi molto chiari, anzitutto quelli che riguardano il confronto con la Cina, sollecitando l’Europa a svolgere un ruolo più attivo e penetrante. Intanto, però, balza evidente la debolezza dell’Unione. Non esiste allo stato una politica estera comune. Bisogna tenerne conto perché alla lunga l’assenza di una coerente funzione in questo campo, laddove il globalismo impone una visione integrata e coerente, può decretare il declassamento del Vecchio Continente. 

 

(Enrico Farinone)

 

Una fortunata coincidenza ha voluto che l’incontro del G7 in Cornovaglia si svolgesse pochi giorni dopo l’avvio ufficiale della Conferenza sul futuro dell’Europa. Come abbiamo letto dai resoconti sulla riunione tenutasi in Inghilterra, la prima visita europea del nuovo presidente americano  è stata l’occasione per rilanciare l’idea dell’Occidente come baluardo di democrazia nel mondo, tema poi perfezionato dal successivo vertice della NATO. Pur con qualche accento diversificato e qualche discordanza su alcuni punti specifici il legame fra Stati Uniti ed Europa, incrinato durante il quadriennio trumpiano (e, a dir la verità, mai davvero rinforzato dalla gestione Obama), è stato per così dire rivivificato e attualizzato. Un buon risultato, che però adesso attende d’essere misurato all’atto pratico.

 

La Conferenza è allora nella condizione ideale per affrontare uno dei temi, se non – come ritengono molti osservatori – il tema, decisivi per il suo futuro, che proprio la settimana spesa in Europa da Joe Biden ha posto al centro: la politica estera della UE. Gli USA hanno rinnovato la loro partnership con gli europei (e ovviamente pure con i britannici), insistendo su un punto specifico (la Cina, ritenuta il vero avversario dei prossimi anni), mostrando fermezza ma anche cauta disponibilità al confronto su un altro (la Russia, invitata a smetterla con le provocazioni), glissando su un altro ancora (il Mediterraneo allargato, da ovest a est). Tutti punti esiziali per l’Europa. Per i rapporti commerciali la Cina, per quelli geopolitici sul territorio continentale la Russia, per quelli legati al tema migratorio e a quello dell’approvvigionamento energetico il Mediterraneo. Su ognuno di questi le posizioni, gli interessi specifici, le opzioni preferenziali sono differenziate all’interno della UE. Solo per fare un esempio, il gasdotto Nord Stream 2 (sul quale Biden si è mostrato più flessibile rispetto non solo a Trump ma anche ai suoi collaboratori) è fortemente voluto dalla Germania ma seriamente temuto dai Paesi Baltici, per i quali il problema numero uno è la politica assertiva e minacciosa di Putin. O ancora, le esportazioni verso l’immenso mercato del Dragone cinese sono un fattore economico di primaria importanza per paesi industrializzati come Germania, Francia o Italia e assai meno per altri partner meno capaci su questo fronte.

 

È insomma evidente che la politica estera dell’Unione allo stato non esista, in quanto mera sommatoria di diverse nazioni con diversi e talvolta sin opposti interessi: ciò genera debolezza complessiva nelle assise internazionali e nei rapporti bilaterali, sia con i potenziali amici sia con i potenziali avversari. Non si può procedere oltre con il sistema del diritto di veto, che in un’assemblea di 27 membri è facilmente strumentalizzabile da chiunque.

 

Osservazioni ormai talmente scontate, talmente tante volte ripetute da politici, da analisti, da semplici osservatori da apparire sin banali. Il problema è che non lo sono affatto, anche perché questa sua dissonanza interna l’UE poi la paga nel gioco politico esterno, allorquando – sempre più spesso – gli eventi la obbligano ad alzare i toni senza poi però passare ad efficaci azioni concrete. Ultimo caso quello bielorusso, a fronte del clamoroso dirottamento di un volo commerciale fra due città europee di paesi membri dell’Unione. Per non parlare dei difficili (eufemismo) rapporti con l’autocrate turco Erdogan, che si espande nel Mediterraneo impunito in quanto in grado di tenere sotto ricatto migratorio (per di più ben retribuito!) l’intera UE.

 

Joe Biden è venuto a portare un messaggio e una proposta, imperniati su una rinnovata alleanza fra le democrazie. L’Unione Europea, anche sulla scorta di questa opportunità, ha ora l’occasione storica, con la sua Conferenza sul proprio futuro, di trasformarla in una grande, inequivocabile scelta politica. Sempre più, infatti, la dimensione internazionale misura la capacità, politica appunto, di ogni istituzione.  E’ il tempo di tenerne conto.

Robert Schuman: il realista mistico. Il riconoscimento delle virtù eroiche di uno dei padri fondatori dell’Europa unita.

È stato l’artefice, insieme a De Gasperi e Adenauer, dell’Europa comunitaria. Tuttavia in patria, forse per il suo profilo di statista democristiano, gli si preferisce di gran lunga Jean Monnet. Oggi Schuman è pressoché ignorato dai media francesi. In questo articolo, pubblicato dall’Osservatore Romano, lo si inquadra anche sotto l’aspetto della condotta privata, rilevando la sua grande sobrietà e persino umiltà nel vivere quotidiano.  

 

(Roberto Morozzo della Rocca)

 

Robert Schuman sta nella storia come uno dei padri fondatori dell’Europa, al pari di Adenauer e De Gasperi. Fondamentale il suo ruolo nella creazione del primo nucleo della comunità europea, la CECA , che evolverà volta a volta in Mercato Comune, Comunità Economica Europea e infine Unione Europea.

 

A capo del governo francese nel 1947, e ministro degli Esteri dal 1948 al 1953, Schuman possedeva una doppia cultura, tedesca e francese. Come i maggiori promotori dell’idea europea, era uomo di frontiera. Se Adenauer era renano, e De Gasperi trentino, Schuman era lorenese. Il padre, soldato francese nel 1870, all’annessione tedesca dell’Alsazia-Lorena diveniva cittadino del Reich, ma si trasferiva successivamente a Lussemburgo, non contento di risiedere in terra germanica. Robert, nato cittadino tedesco, studierà diritto nelle maggiori università germaniche divenendo avvocato. Nel 1918 Alsazia e Lorena ritornano alla Francia e lui, che padroneggia il francese (con qualche accento teutonico), intraprende la carriera politica come deputato del dipartimento della Mosella. Seggio che avrebbe mantenuto, si può dire, tutta la vita.

 

Investito di alte responsabilità governative, Schuman sentiva molto la necessità di una riconciliazione tra Francia e Germania, dopo che le tre guerre del 1870, 1914-1918 e 1939-1945 avevano radicato una profonda inimicizia tra i due Paesi. Era la questione cruciale di lui ministro al Quai d’Orsay. Quale attitudine verso la Germania? Il corso naturale della politica francese stava portando a replicare l’attitudine punitiva verso la Germania sconfitta praticata all’indomani della prima guerra mondiale, con tutto ciò che ne era conseguito fino all’ascesa di Hitler. Schuman vedeva l’irrompere della guerra fredda e la necessità di coinvolgere la Germania nel fronte occidentale, ma al tempo stesso constatava come il suo Paese remasse contro la riabilitazione del nemico storico e lo contrastasse in numerosi contenziosi (carbone della Ruhr, sovranità sulla Sarre, riparazioni di guerra, controlli sui provvedimenti legislativi, ricostituzione di una forza militare).

 

L’idea fu quella di integrare la Germania in un comune progetto europeo, per stemperarne il grande potenziale ma anche per operare una riconciliazione. Per la sua doppia cultura, Schuman era credibile sia a Parigi sia a Bonn. Propose ad Adenauer il piano di quella che sarà la CECA (Comunità Europea del carbone e dell’acciaio) per mettere in comune le maggiori risorse strategiche di cui l’Europa occidentale disponeva allora, e il cancelliere, che gli dava fiducia, reagì con entusiasmo. La proposta di Schuman consisteva in una generosa condivisione di sovranità (Gleichberechtigung). Il carbone della Ruhr veniva reso disponibile per la ripresa industriale europea occidentale, la Francia si garantiva da un uso nazionalistico dell’industria pesante tedesca, la Germania si vedeva internazionalmente riabilitata in un quadro occidentale e soprattutto allontanava l’incubo di un dopoguerra simile a quello, vendicativo da parte francese, sofferto dalla Repubblica di Weimar.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-138/robert-schuman-br-il-realista-mistico.html

Eletta la nuova presidenza nazionale dell’Azione cattolica.

I nomi votati dal Consiglio nazionale dellassociazione, dopo che il Consiglio permanente Cei aveva nominato in precedenza Giuseppe Notarstefano come presidente nazionale.

 

(Redazione)

 

Il percorso è stato lungo, segno di una grande partecipazione. Alla fine sono state rinnovate al completo le cariche istituzionali dell’Azione cattolica italiana, dopo un lungo processo di partecipazione democratica che ha visto coinvolte le associazioni parrocchiali, diocesane e i consigli regionali di tutt’Italia. Dopo che il Consiglio permanente Cei, il 27 maggio scorso, ha nominato Giuseppe Notarstefano presidente nazionale per il triennio 2021 – 2024, il Consiglio diocesano ha eletto sabato scorso, 19 giugno, la nuova presidenza nazionale.

 

A Notarstefano, della diocesi di Palermo, si affiancano dunque Anna Maria Bongio, della diocesi di Como, come  responsabile nazionale Acr; Lorenzo Zardi ed Emanuela Gitto, rispettivamente della diocesi di Imola e di quella di Messina – Lipari – S. Lucia del Mela, come vicepresidenti per il settore Giovani; Paola Frattini, diocesi di Fiesole, come vicepresidente per il settore Adulti. Michele Tridente, diocesi di Tursi-Lagonegro, è il nuovo segretario generale; Lucio Turra, diocesi di Vicenza, è l’amministratore nazionale.

 

Alla Presidenza appena eletta si aggiungono i segretari dei movimenti, già eletti precedentemente dai loro Congressi nazionali e ratificati dal Consiglio, che sono Lorenzo Pellegrino (diocesi di Otranto) per il Movimento studenti di Azione cattolica (Msac) e Tommaso Marino (diocesi di Torino) per il Movimento lavoratori di Azione Cattolica.

Restaurata una chiesa cattolica in Siberia

Dedicata a SantAntonio di Padova, nel 2018 un incendio laveva ridotta in cenere. Fondata nel 1898 da deportati polacchi. Distrutta una prima volta nel 1938 da attivisti bolscevichi. Riconsacrata nel 1998. Per il restauro raccolti online 100mila euro. Donata da Varsavia una riproduzione della Madonna Nera di Częstochowa. Una nota dell’agenzia AsiaNews.

 

(Vladimir Rozanskij)

 

Il piccolo villaggio siberiano di Belostok ha festeggiato il 19 giugno l’opera di restauro della chiesa cattolica dedicata a Sant’Antonio di Padova, bruciata da un incendio nel 2018. I lavori sono stati completati il 12 giugno, festa nazionale della Russia. L’evento è riconosciuto come segno di speranza non solo dai cattolici, ma da tutti gli abitanti del luogo, racconta il sito web Sibir.Realii.

 

Belostok ha nelle radici cattoliche il segno distintivo della sua identità storica: un gruppo di polacchi ha fondato il piccolo centro nel 1898, dopo l’arrivo in questo territorio della regione di Tomsk. L’incendio sembrava aver tolto per sempre ai fedeli il luogo della comune identità; in pochissimo tempo si è riusciti però a raccogliere una somma impensabile a queste latitudini: ben 100mila euro.

 

Negli anni delle repressioni staliniane il 90% degli abitanti di sesso maschile di Belostok era stato sterminato; ad oggi vi vivono circa duecento abitanti. La fede cattolica si è conservata nel cuore di pochi anziani, e anche dopo la fine del regime comunista e le crisi economiche degli ultimi anni il villaggio sembrava destinato all’estinzione. Il restauro della chiesa infonde invece la speranza di una vita nuova per tutta la comunità locale.

 

Molti paesini della Siberia hanno avuto una storia simile. Gruppi di varia provenienza etnica e le famiglie dei deportati hanno cercato con fatica di ritagliarsi uno spazio di indipendenza nelle difficili condizioni di vita della regione. La chiesetta di Belostok è stata consacrata nel 1908. Pochi anni dopo, nel 1913, nel villaggio vicino di Maličevka, altri polacchi hanno fatto lo stesso costruendo una piccola chiesa cattolica latina. Si è formata poi una parrocchia che comprendeva i centri abitati di Belostok, Polozovo, Voznesenka, Malinovka, Maličevka e una serie di cascinali sperduti, abitati da polacchi e lettoni. I preti venivano da Tomsk e la parrocchia radunava nel complesso circa mille abitanti, sui 60mila polacchi dispersi in tutta la Siberia.

 

A differenza di altri luoghi di deportazione dei polacchi, sia ai tempi dello zar sia dopo la rivoluzione bolscevica gli abitanti di questi villaggi non si sono mai distinti per proteste o rivolte. Le persecuzioni staliniane hanno raggiunto comunque anche questi luoghi lontani. Nel 1931 le autorità sovietiche hanno arrestato l’ultimo sacerdote, padre Julian Gronskij, condannato in seguito a 10 anni di lager. Nel 1938 gli attivisti del Partito comunista hanno devastato la chiesa, utilizzata poi come deposito e “casa della cultura” bolscevica. Nel 1938 l’Nkvd (il futuro Kgb) ha realizzato in pochi giorni la cosiddetta “operazione polacca”, condannando al lager quasi 40mila polacchi siberiani.

 

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http://www.asianews.it/notizie-it/Restaurata-una-chiesa-cattolica-in-Siberia-53463.html

“Che cos’e’ la memoria”, a colloquio con Daniele Gatti e Tomaso Vecchi.

Già nell’introduzione e nel primo capitolo del Vostro libro si intuisce l’importanza di un inquadramento storico del concetto di memoria: i primi studiosi hanno parlato di ‘anamnesis’ e ‘mneme”, cioè apprendimento e accesso alle informazioni conservate nel deposito della memoria stessa. C’è dunque in questo termine il significato della sua sedimentazione nella storia e il processo gnoseologico che continuamente lo alimenta. Mi è piaciuta molto la definizione sintetica che avete dato: memoria è ‘codifica’, ‘immagazzinamento’ e ‘rievocazione’. Questa sequenza vale tanto nell’ontogenesi quanto nella filogenesi? In altri termini è applicabile al singolo individuo nella sua parabola esistenziale e all’umanità nella storia? 

Quando parliamo di memoria, parliamo appunto di un processo che ne contiene altri, anche qualitativamente differenti, come appunto l’apprendimento di un’informazione e la sua rievocazione. La divisione in fasi di “codifica”, “immagazzinamento” e “rievocazione” è una semplificazione pratica e, potremmo dire, quasi fenomenologica del processo di memoria. In altre parole, per poter rievocare un’informazione, questa deve essere immagazzinata in memoria e per essere immagazzinata in memoria, questa deve essere stata appresa. Sappiamo però che la memoria è molto più dinamica di così, per cui ad esempio quando si rievoca un’informazione, in realtà può avvenire anche un processo di aggiornamento della stessa informazione per consentire di prevedere meglio il futuro. Ne parliamo per esteso nell’ultimo capitolo: è una prospettiva piuttosto nuova e ribalta completamente l’approccio “normale” alla memoria. Per quanto riguarda la sequenza mnestica sopra citata e il suo ruolo a livello di singolo individuo e di storia umana, è molto difficile fare una ricerca “archeologica” della memoria, diciamo. Possiamo pensare che la memoria di Giulio Cesare o di Cristoforo Colombo funzionasse praticamente come la nostra; è però difficile andare più indietro rispetto a circa cinquemila anni fa – prima della scrittura per intenderci –, perché non possiamo avere testimonianze in merito. Siamo portati però a ritenere che una parte consistente di quello che è la memoria ha a che fare con elaborazione di simboli e conoscenza concettuale, che interagiscono profondamente col linguaggio. In questo senso, possiamo pensare che senza il linguaggio, gran parte della nostra esperienza mnestica sarebbe completamente differente. Con ciò però non si vuol dire che gli animali non hanno memoria, che la loro funziona diversamente o che ha un’altra finalità, ma solo che in termini di elaborazione concettuale è ampiamente inferiore alla nostra.

Risalendo alle origini storiche del concetto di memoria Vi soffermate in particolare sulla rappresentazione simbolica che ne dà Platone e a quella di Aristotele. Mentre il primo disconosce l’importanza degli apprendimenti per costruire i processi della conoscenza e attinge dal mondo delle idee una realtà preesistente, il secondo invera una concezione della memoria come funzione cognitiva legata al passato. Potete spiegare in che termini questa intuizione, fondata sul concetto di magazzino del passato a cui attingere, ha costituito un punto fermo nello studio della memoria? 

La prospettiva Aristotelica è stata per molto tempo quella dominante all’approccio alla memoria, sia sul piano pratico, sia su quello scientifico: la memoria serve a ricordare e come tale va studiata. Questo approccio però ha ampi limiti sperimentali, perché non tiene in considerazione le caratteristiche cognitive di questa, e specula solamente su inferenze “ingenue” sulla natura della memoria. Siamo infatti abituati a vivere il processo di ricordo come qualcosa di ampiamente rilevante all’interno della nostra storia di vita in virtù degli aspetti autobiografici che ci legano all’evento che viene ricordato e, di conseguenza col passato. Più o meno provocatoriamente, noi proponiamo che la memoria non serve a ricordare, ma serve a prevedere.

Questa prospettiva, quella di una memoria come sistema di previsione può sembrare controintuitiva. Ci spiegate come si articola e da quali evidenze è supportata?

Il discorso è molto semplice: abbiamo un sistema – la nostra memoria – che, se supponiamo che sia un sistema di ritenzione e di puro ricordo, funziona molto male. In altre parole, e lo esperiamo ogni giorno, la nostra memoria è imprecisa, distorce i ricordi e dimentica la maggior parte delle informazioni che incontra. Se fosse un sistema devoto solamente all’immagazzinamento di informazioni, funzionerebbe molto male. Allo stesso tempo, dobbiamo tener presente un principio fondamentale: se la nostra memoria si è evoluta in questo modo è perché garantisce a qualche livello un vantaggio adattivo. È quindi utile che abbia dei limiti, che dimentichi e che distorca. Queste caratteristiche acquisiscono senso nel momento in cui ribaltiamo la prospettiva, perché non sono coerenti con un sistema di ritenzione, ma lo sono con un sistema di previsione, con un sistema che ha bisogno di poche conoscenze flessibili (ecco perché dimentica) e sempre aggiornate (ecco perché distorce). In questo senso quindi ricordiamo male per prevedere meglio.

Hermann Ebbinghaus – Associazionismo – Gestalt – Comportamentismo (o Behaviorismo): sono alcuni passaggi nel processo di affrancamento in epoca moderna della psicologia come scienza dalla filosofia. In che misura ciò è determinante per approfondire gli studi sulla memoria, ad esempio utilizzando gli schemi di rinforzo per ovviare alla dimenticanza o per giungere ad una categorizzazione tra memoria corta e memoria lunga, o meglio “a breve termine” e “a lungo termine”, comprese differenziazioni funzionali rilevanti come quella tra ‘memoria di ritenzione’ e ‘memoria di lavoro ’ oppure tra ‘memoria episodica’ e ‘memoria semantica’, utili per comprendere il consolidamento del ricordo?

Già con Ebbinghaus – nella seconda metà dell’Ottocento – si parla di psicologia come scienza, anche se è con il Comportamentismo e, più nello specifico, con Skinner, che si arriva alla formalizzazione di principi epistemologici “duri” nell’approccio alla cognizione umana. Ciò che è adesso la scienza cognitiva lo deve in gran parte a studiosi come Ebbinghaus e Skinner, che sono tra i primi ad aver riconosciuto la necessità di abbandonare le spiegazioni mentalistiche sui processi cognitivi e, conseguentemente, ad aver evidenziato la necessità di fondare le teorie psicologiche su basi sperimentali solide. Le prospettive cognitiviste e poi le scienze cognitive derivano direttamente da questi approcci radicali che hanno spogliato la psicologia delle sue vestigia filosofiche e le hanno consentito di farsi scienza. Le teorie sviluppate al giorno d’oggi in materia di memoria e delle sue classificazioni si basano su evidenze sperimentali e rispettano i principi “positivi” secondo i quali ogni affermazione di carattere teorico deve essere supportata e corroborata da ricerche scientifiche.

Le neuroscienze hanno dato un contributo decisivo per approfondire il concetto di memoria all’interno dei processi cognitivi e di immagazzinamento dei dati, inoltre per localizzare le sedi deputate alla memoria nel cervello. Volete offrire ai lettori alcune puntualizzazioni utili per una “topografia” della memoria nella mente dell’uomo?

Anche in questo caso ci tocca “provocare”. Una topografia è senza dubbio possibile: sappiamo che l’ippocampo è una delle strutture fondamentali, che certe aree sono maggiormente coinvolte in elaborazioni di tipo verbale, altre di tipo visivo. Però in linea di massima al momento non siamo in grado di identificare un luogo fisico in cui i ricordi sono immagazzinati. Questo per due motivi: da un lato la memoria è un sistema che coinvolge praticamente tutte le funzioni cognitive, è quasi sempre attivo ed è più probabile (oltre che economico) che esistano vari sottosistemi legati alle singole funzioni cognitive, piuttosto che un unico luogo che mantiene per tutti le informazioni. Dall’altro lato, le tecniche maggiormente utilizzate per indagare le funzioni cognitive – ci riferiamo alle tecniche di neuroimmagine – necessitano di una formalizzazione chiara del processo che si propongono di osservare e misurare. In questo senso, che si attivi una certa area del cervello quando si ricorda un evento, non implica necessariamente che lì si trovi quel ricordo, ma solo che lì avviene una parte della sua elaborazione. Sarebbe altrimenti come postulare che la parte del PC che si scalda durante l’uso di un certo programma è quella in cui i dati di quello stesso programma sono immagazzinati.

Intervistando il Prof Arnaldo Benini Emerito di Neurologia e Neurochirurgia all’Università di Zurigo e il Prof. Giulio Maira chirurgo del cervello e Presidente di Fondazione Atena, sul tema della mente, delle sue straordinarie potenzialità ma anche delle sue ricorrenti fragilità (legate anche all’età, come la ‘dimenticanza senescente benigna’) ), era emerso come la sindrome di Alzheimer (la quale consiste  in un processo degenerativo delle capacità cognitive che si conclude con una condizione di dissociazione dalla realtà che passa attraverso fasi di progressivo declino delle facoltà mentali) provocasse una perdita della conoscenza e della memoria  – per usare una metafora – come se una spugna cancellasse il passato, offuscasse il presente e rimuovesse ogni futuro. Con particolare riferimento al fenomeno della perdita della memoria, come si coniuga la prospettiva che proponete di una “memoria rivolta al futuro”?

La dimenticanza è parte integrante del processo di memoria. Prendiamo l’esempio opposto: ci sono persone che non sono in grado di dimenticare (si parla di ipertimesia o di highly superior autobiographical memory) e, quindi, ricordano con precisione ogni momento di ogni giorno vissuto. Uno dei primi a parlarne è stato Luria (Luria, A.R. 1968. The mind of a mnemonist: A little book about a vast memory. Cambridge: Harvard University Press), che ha evidenziato come questa straordinaria capacità mnestica non costituisca in realtà un vantaggio adattivo, ma che invece limiti l’esercizio della persona in qualunque attività quotidiana. Una persona che non è in grado di dimenticare non può porre un ordine nelle proprie memorie e quindi è, paradossalmente, come se non avesse una memoria. È, al contrario, importante dimenticare per poter produrre conoscenza concettuale flessibile e sempre pronta all’uso. La dimenticanza, così come gli errori che la nostra memoria compie, però, non è sempre positiva, e va infatti considerata alla luce delle motivazioni che ne causano l’insorgenza e delle (eventuali) finalità che questa assolve.

La neuroplasticità del cervello è forse una delle caratteristiche più importanti della mente umana perché consente un continuo adattamento agli stimoli esterni ma anche la possibilità di controllare e gestire i cambiamenti spazio-temporali della nostra vita. Ad esempio, il reset notturno durante il sonno taglia molti input accumulati durante la giornata, una sorta di assottigliamento di circa il 20 % delle migliaia di miliardi di sinapsi presenti nella nostra corteccia cerebrale e ciò per evitare un ingolfamento informativo che depotenzierebbe ulteriori potenzialità cognitive.  Come funziona – se esiste – l’analogo processo di dimenticanza? In altre parole, perché ricordiamo determinate informazioni e non altre? 

In linea di massima, le informazioni che vengono mantenute hanno una certa utilità sul piano pratico e con l’esercizio cognitivo in generale. Mi spiego: ricordo la strada tra casa e lavoro perché mi serve per andare al lavoro e perché ha una certa rilevanza nel mio adattamento all’ambiente. Se dovesse cambiare il mio posto di lavoro, parte di quelle vecchie informazioni decadrebbe (si perderebbero soprattutto i dettagli contestuali della traccia mnestica) perché non se ne fa più uso e quindi non è più utile sul piano pratico. Si parla in genere di use it or lose it (usalo o perdilo) per indicare questo processo automatico. Ovviamente esiste tutta una serie di modalità di “controllo” del processo mnestico, di apprendimento consapevole diciamo, come quello che mettiamo in atto quando dobbiamo memorizzare una lista di parole, un nome o la forma di un oggetto. Il punto è che, come sperimentiamo tutti, buona parte di quanto abbiamo appreso in questo modo diventa oggetto di oblio in rapidissimo tempo. Basti pensare a tutto quello che abbiamo studiato a scuola e che è stato scordato dopo un breve lasso di tempo. Non assolveva più una chiara funzione pratica una volta terminato il processo di valutazione da parte dell’insegnante e, quindi, era “dannoso” mantenerlo ed è stato rimosso.

Qual è il ruolo delle emozioni nei ricordi e qual è il significato del termine ‘arousal’ in rapporto alle mutazioni fisiologiche che possono affiancarsi nell’utilizzo della memoria, ad esempio durante un esame, un corso di studi, un evento significativo e coinvolgente?

Le emozioni e l’attivazione emotiva (l’arousal) al momento del processo di memoria svolgono un ruolo centrale all’interno del ricordo. Si dice in genere che la memoria è stato-dipendente, ovvero che parte del processo di memoria è mediato dalle condizioni ambientali e personali dell’individuo. In altre parole, se ho studiato per l’esame ascoltando della musica, all’esame tenderò ad andare meglio se ascolterò della musica. Questo va inevitabilmente a legarsi con altri aspetti, come quelli emotivi, appunto. Se sono uno che va in ansia durante l’esame e ho studiato in uno stato di totale calma parecchi giorni prima, questa dissonanza andrà a interferire, talvolta anche in maniera radicale, con la mia prestazione. È paradossale, ma coloro che più vanno in ansia agli esami gioverebbero dallo studiare a ridosso della data di esame (in condizioni di ansia/stress simile a quello dell’esame stesso), così da legare l’informazione appresa allo stato emotivo.

Considerando il lato speculare opposto del ricordo che si identifica nell’oblio, richiamate alcune evidenze che vanno nella direzione di un rafforzamento della memoria anche nei suoi dettagli (la citata ipertimesia come condizione patologica), oppure di una “retrospettiva rosea” (ricordare eventi piacevoli e rimuovere quelli opposti, concludendo per un giusto equilibrio tra ricordo ed oblio. Fino a che punto possiamo sforzare la memoria e fino a che punto invece dobbiamo allenarla?

Il concetto di “allenamento della memoria” muta (e un po’ perde) di significato se inquadriamo il ricordo da una prospettiva “predittiva”, perché non stiamo più chiedendo alla nostra mente di fare meglio qualcosa che già fa, ma di fare qualcosa che la nostra mente non vuole fare. Se pensiamo proprio alla retrospettiva rosea – la tendenza ad avere un ricordo positivo o neutro delle nostre esperienze passate –, questa ha un’utilità pratica molto chiara: l’equilibrio psicologico (ovviamente qui si tratta di ricordare a tinte positive eventi come vacanze o viaggi che si sono rivelati sgradevoli, nulla può la retrospettiva rosea nei confronti di eventi che invece hanno altro impatto sulla vita). Probabilmente nessuno vuole ricordare esattamente del brutto viaggio fatto in un certo posto ed è così che un torrido viaggio in treno viene scordato in favore di altri elementi (un bel paesaggio) o rimodulato enfatizzando altre componenti del viaggio stesso. È un processo automatico ed è un processo salvavita. In quest’ottica, se uno vuole, può sempre provare a tenere un diario durante un viaggio e poi provare a trascrivere a distanza di anni cosa si ricorda di quello stesso viaggio. Generalmente, nel secondo caso, il ricordo avrà tinte molto più positive.

Nei processi di conoscenza della realtà e di padroneggiamento dei meccanismi comunicativi siamo rapidamente passati dalla manualità di carta e matita all’utilizzo sempre più intenso delle nuove tecnologie. Questo processo, che imbocca la via della irreversibile digitalizzazione, quali influenze può esercitare sulla dimensione ontologica della memoria? Rischiamo, per colpa delle macchine, che si perda la nostra memoria?

Il rischio non si pone per quanto riguarda l’utilizzo della nostra memoria. Tramite i computer abbiamo molte più informazioni disponibili e questo facilita di molto la nostra vita. I computer vanno a coprire una parte – quella del ricordo preciso – che la nostra memoria non può e non deve svolgere. Purtroppo, siamo abituati ad antropomorfizzare alla cieca un po’ troppe cose, come il computer. Pensare che ciò che avviene al di sotto di tastiere, mouse e dietro agli schermi corrisponda a quello che avviene dentro la nostra testa è molto rischioso, perché è un assunto che non è minimamente supportato. Anzi, sembra proprio l’opposto: l’uomo ha costruito il computer perché facesse qualcosa che lui non è in grado di fare: memorizzare accuratamente le informazioni. Quindi da questo punto di vista no, la nostra memoria non “peggiorerà” perché usiamo i computer, perché le funzioni pratiche delle due memorie – quella tecnologica e quella umana – sono orientate diversamente, al passato la prima e al futuro la seconda.

 


 

DANIELE GATTI, è dottorando di ricerca all’Università degli Studi di Pavia e si occupa di psicologia della memoria.

 

 

TOMASO VECCHI , è direttore del Dipartimento di Scienze del sistema nervoso e del comportamento dell’Università degli Studi di Pavia e coordina il Laboratorio di neurostimolazione cognitiva presso l’Istituto neurologico nazionale IRCCS – Fondazione Mondino.

Centro, due ingredienti per partire. Finalmente.

Si susseguono incontri, con intenti generosi e formule ancora fragili, che attestano il lento maturare di un ritorno alla politica dell’area di matrice cristiano popolare. C’è voglia di centro, ma di un centro con idee chiare (anche senza preventive dichiarazioni di adesione a questo o quello schieramento). Si può guardare, in termini nuovi, all’ipotesi di una “Margherita 2.0”?

 

(Giorgio Merlo)

 

Fioccano gli incontri e i confronti nella galassia cosiddetta centrista e cattolica del nostro paese. Sarebbe persin inutile ricordarli tutti. Incontri e confronti che, – al di là di chi pensa fanciullescamente di poter raggiungere con la propria piccola sigla consensi strabilianti – comunque sia, hanno prodotto analisi importanti e di tutto rispetto. Ma che richiedono, adesso, un passo in avanti decisivo in vista delle prossime elezioni politiche. Anche se il quadro generale è in forte movimento e, come prevedibile, arriveranno altri partiti e altre liste in vista della consultazione elettorale. Nel 2022 o nel 2023, a seconda di come finisce la partita, sempre intricata e complessa, della elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

 

E, sotto questo versante, sono almeno due le vere scommesse attorno alle quali si può costruire un serio e credibile soggetto politico capace, al contempo, di declinare una altrettanto credibile e convincente “politica di centro”. Senza rincorrere, come ovvio e scontato, sigle e siglette che, ieri come oggi, sono politicamente irrilevanti ed elettoralmente del tutto insignificanti se procedono in modo autonomo e autarchico. Come l’esperienza concreta ha ripetutamente e quasi scientificamente confermato in questi lunghi anni. A livello locale come a livello nazionale.

 

Innanzitutto dev’essere un partito/soggetto politico che antepone il suo progetto e la sua personalità al capitolo delle alleanze. Sarebbe semplicemente ridicolo se non addirittura lesivo della propria dignità dare la priorità al “con chi ci si deve alleare” rispetto al “chi siamo e che cosa vogliamo”. Definire il proprio progetto “centrista” e “riformista” non significa, come ovvio, accontentarsi di una altrettanto ridicola autosufficienza politica e numerica. Ma, al contrario, elaborare il proprio progetto per poi, democraticamente, valutare negli appositi organismi il tema dell’alleanza politica ed elettorale. Ben sapendo che il populismo anti politico e demagogico dei grillini, alleati con la sinistra, e il sovranismo sono due ingredienti non particolarmente compatibili con le ragioni politiche e culturali riconducibili ad una seria e severa “politica di centro”.

 

In secondo luogo questo partito/soggetto politico non potrà che essere il più possibile unitario sul fronte delle varie esperienze esistenti e che puntano a recuperare una ricetta centrista, democratica e riformista. Ma, al contempo, non può limitarsi ad una sola riedizione della galassia cattolico popolare e cattolico sociale. Certo, questa cultura e questo patrimonio politico, culturale e valoriale sono e restano decisivi per la credibilità di questo protetto. Ma la vera scommessa è ancora un’altra. E cioè quella di allargare il campo ad altre esperienze centriste, democratiche e riformiste. Se la vogliamo paragonare con una esperienza del passato, e quindi non replicabile, penso ad una sorta di una “Margherita 2.0” che sia in grado di elaborare una strategia con tutte quelle forze che non si rassegnano alla deriva populista e di sinistra da un lato o con la sovraesposizione della impronta sovranista dall’altro. Un progetto, quindi, che non si accontenta di una autosufficienza politica e culturale ma che riscopre anche nel pluralismo della composizione dello strumento partito una delle ragioni fondanti per la credibilità complessiva.

 

Due elementi, quindi, decisivi e discriminanti per favorire al più presto il decollo di un campo politico capace di raccogliere energie fresche ed innovative per rafforzare la nostra democrazia da un lato e consolidare la spinta riformista dall’altro. Il tutto, come ovvio, con l’appoggio decisivo e qualificante della cultura cattolico popolare e cattolico sociale.

La questione sociale chiama in causa la “sinistra sociale” di matrice cristiana.

I dati sulla povertà non sembrano suscitare allarme, invece andiamo incontro a rischi molto grandi. L’occidente s’accortoccia in una logica neo malthusiana: le nuove élite impongono il loro modello nell’economia e nel sistema di relazioni sociali. La sfida riguarda direttamente la cultura del popolarismo.

 

 

(Giuseppe Davicino)

 

 

L’allarme lanciato dalla Caritas Ambrosiana secondo cui siamo di fronte a una “pandemia sociale” è caduto pressoché nel vuoto. Non solo non ha avuto eco nelle istituzioni ma neanche nell’area dello stesso cattolicesimo sociale. La sociologa Chiara Saraceno, commentando gli ultimi dati Istat sulla povertà, ha ammesso candidamente sulle colonne di uno dei grandi quotidiani della dinastia Agnelli-Elkann che «l’aumento della povertà assoluta è un effetto diretto delle misure prese per contrastare la pandemia» senza che si sia innescato alcun dibattito sull’opportunità di continuare ad adottare tali misure palesemente distruttive di precisi settori dell’economia oltreché dimostratisi inefficaci dal punto di vista terapeutico.

 

In un tale desolato contesto porre come ha fatto Giorgio Merlo sul Domani d’Italia, con eccezionale capacità di visione, la questione se possa esistere ancora una sinistra sociale” di ispirazione cristiana che si misuri con la “questione sociale” prodotta dalla pandemia, significa, a mio parere, toccare i problemi fondamentali irrisolti di questa fase, e più in generale verificare, come scrive Merlo, “se esiste ancora nel nostro paese una politica in grado di farsi interprete seriamente e convintamente di una situazione che potrebbe, prima o poi, esplodere”.

 

Intanto, mi pare che il “frame”, il quadro interpretativo presentato da Giorgio sia, purtroppo, quello più idoneo a comprendere in che situazione siamo. Lo dico in modo sommario, ma per capirci: dobbiamo esser consapevoli che con le attuali politiche delle principali banche centrali del mondo (con l’eccezione in parte di BoC e BoJ), ormai ridotte a succursali di Big Finance, alla faccia della loro presunta indipendenza, e con la continuazione all’infinito di emergenze artefatte di natura pandemica, cybernetica, ambientale, ufologica e via fantasticando, il rischio di un epilogo non pacifico delle molteplici crisi in corso si rafforza di giorno in giorno. E se e quando, per prima in Francia, dovesse mai scoppiare la rivoluzione, si rischia un effetto domino capace di trascinare il mondo in un nuovo bagno di sangue.

 

Dunque, per evitare un tale epilogo va posta la questione sociale come priorità della politica. Non è un’operazione semplice perché tale questione è stata sommersa da una scala di false emergenze globali che nel dibattito pubblico ormai è quasi vietato criticare: si va da una malintesa questione ambientale, dettata dall’avidità degli ultraricchi e non certo dal rispetto per il Creato, intrisa di maltusianesimo e di obiettivi di demolizione della classe media, alle questioni attinenti la distruzione della famiglia e la negazione fin dalla più tenera età della differenza sessuale, alle questioni che strumentalizzando l’uguaglianza, finiscono per fomentare tensioni su base etnica, di colore della pelle, di religione.

 

Nei fatti in Occidente sono consentite solo più le lotte per tali presunti diritti, che sommergono invece i diritti veri e basilari, quelli sociali e democratici. Occorre recuperare una capacità di organizzazione di altri tempi per dialogare con l’uomo-massa imbottito dai media di false priorità che in realtà gli tolgono quei pochi diritti rimastigli in dote dalle lotte delle generazioni precedenti.

 

Far riemergere la questione sociale come priorità: questa è l’operazione culturale e politica oggi necessaria ma che implica una capacità di autonomia di pensiero e di giudizio da parte del cattolicesimo sociale e politica, a mio parere, tutta da ricostruire. Qui però si gioca la possibilità di una rinascita della sinistra sociale d’ispirazione cristiana.

 

Sul piano contingente affermare la questione sociale come prioritaria significa anche sapersi porre in un atteggiamento di critica e di proposta. Finché, ad esempio, la deflazione salariale (gli stipendi tenuti al minor livello possibile per favorire le esportazioni) sarà considerata un elemento di forza del sistema economico, non ci sarà possibilità di arrestare l’aumento delle disuguaglianze.

 

E tutti i progetti che avanzano a livello globale, approfittando dell’emergenza sanitaria infinita e delle inaudite possibilità della tecnologia digitale per imporsi, mirano a impoverire, espropriare, controllare e soggiogare le persone e le classi sociali intermedie, a togliere ai molti il poco che hanno per concentrarlo nei pochi già ricchissimi. Un nuovo “socialismo reale” alla base per alimentare il liberismo sfrenato del vertice.

 

Su queste basi come potrà essere disinnescata la questione sociale?

 

Per questo credo che dobbiamo sentire come nostro preciso compito e responsabilità storica, quello di farci carico della questione sociale sommersa, mettendoci in gioco come popolari e cattolici democratici.

Università: una vocazione da rigenerare?

Sul sito di “Comunità di Connessioni”, gruppo di giovani che P. Occhetta fin dagli inizi segue con particolare dedizione, appare questo articolo sul futuro del sistema universitario. Scrive l’autrice che “la sfida della transizione e del rinnovamento sociale si gioca anche allUniversità”. Una sfida, aggiungiamo, da non perdere assolutamente.

 

Alessandra Luna Navarro

 

Nel dibattito pubblico si parla spesso di riforme per l’Università, ma troppo poco su che cosa sia o su quale dovrebbe essere la sua vocazione. Eppure, basterebbe guardare ai desideri degli studenti che la abitano per comprenderne il ruolo essenziale come spazio pubblico di servizio e di fraternità. Ad esempio, il desiderio di chi sceglie di studiare per costruirsi un futuro che sia anche un servizio per la società. Oppure, di chi ama la ricerca della verità e, con onestà intellettuale, cerca una risposta alle domande che abitano la propria comunità. Oppure, infine, il desiderio di chi sente la responsabilità di passare il testimone alle nuove generazioni, di trasmettere ai giovani gli strumenti necessari per realizzarsi e per portare avanti il benessere di tutti.

 

Molto spesso, però, questi desideri sembrano sbiaditi, a volte persino traditi. Il passaggio del testimone tra i professori e i giovani spesso non avviene, perché i membri più senior non hanno il tempo, gli strumenti e i finanziamenti necessari per poter creare spazio per i più giovani. La mancanza di supporto tecnico-amministrativo non consente di liberare le forze e concentrarle nel servizio verso gli studenti. Invece, nei casi peggiori il desiderio di condividere è completamente assente o è sostituito da interessi personali. Alle giovani ricercatrici e ai giovani ricercatori non vengono concessi spazio e tempo per crescere, ma a loro vengono affidate mansioni che spengono la creatività e il desiderio di fare ricerca. Il desiderio di servire nella ricerca si alimenta anche della libertà e dell’autonomia dalle gerarchie universitarie, che costituiscono un terreno fecondo per sviluppare un pensiero libero e critico. In Italia occorre invece, come ha recentemente ricordato anche Maria Chiara Carrozza, avere il coraggio di dare responsabilità e spazio ai giovani. Nel nord d’Europa ai giovani vengono offerte molte più opportunità per esporsi e per imparare. Non è raro, infatti, vedere giovani ricercatori con tre anni di esperienza già a capo di piccoli research team e con prestigiosi finanziamenti.

 

Il desiderio nei giovani ricercatori non è spento solo dalla mancanza di spazio e autonomia, ma anche dalla precarietà e dal “burn-out”. Se il primo problema è tipicamente italiano, i restanti sono intrinseci anche delle Università all’estero. Chi fa ricerca ha stipendi troppo bassi, contratti troppo brevi (da pochi mesi a massimo un anno, senza sapere fino all’ultimo se sarà rinnovato o meno) e ore di lavoro troppo lunghe. La continua mobilità è una condizione necessaria per chi desidera fare ricerca. Questa precarietà è presente soprattutto nel periodo più fragile della carriera universitaria, ovvero quando dopo il dottorato si effettuano le prime esperienze “post-doc”, ma ancora non si ha l’esperienza per poter accedere alle prime posizioni da ricercatore indeterminato o “assistant professor”. Questa “fragilità” deteriora il desiderio di fare ricerca soprattutto perché coincide con la fase anagrafica in cui la giovane ricercatrice o ricercatore desiderano mettere “radici”, ovvero iniziare a costruire un progetto di vita con la propria comunità.

 

Questa precarietà è anche l’ostacolo più grande a un equilibrio lavoro-famiglia sia per gli uomini che per le donne, perché con gli assegni di pochi mesi (che per lo più arrivano quando arrivano) non si può né richiedere un mutuo né pagare l’asilo nido. Analizzando le tempistiche del gender gap si evince che è proprio in questa fase che avviene il calo maggiore delle quote femminili: fino al PhD le dottorande sono il 50% dei ricercatori, in seguito i numeri calano drammaticamente: le professoresse sono il 25% e, inoltre, solo 7% dei rettori sono donne. Per le donne, desiderare una famiglia diventa inconciliabile con la carriera accademica. Il congedo per maternità aiuta solo temporaneamente, perché non elimina il problema di dover pubblicare e vincere “grants” per poter continuare a fare carriera. In questo senso, occorre creare altri strumenti di valutazione della carriera che riescano a reinserire le donne dentro il mondo accademico dopo un periodo di maternità, come proposto da alcune fellowship programmes. Per combattere il gender gap occorre, invece, agire su questi problemi concreti ed evitare iniziative troppo simili al pink washing, una promozione della parità di genere, simile al marketing, che però rimane in superficie senza affrontarne la complessità del problema.

 

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Università: una vocazione da rigenerare?

Sofri e Moro. L’incubo del pregiudizio.

Nella rubrica delle lettere Il Fogliopubblicava il 18 giugno una nota (in versione abbreviata) che il direttore de Il Domani dItaliaaveva inviato a commento di due articoli di Sofri sul caso Moro. Di seguito, per una visione più completa, proponiamo il testo originario della suddetta nota.  

Adriano Soffi sulle colonne de Il Foglioha scritto nel giro di due giorni (28 e 29 maggio) quel che di Moro gli sembrava già vero quando nel lontano e reiterato confronto con Sciascia, debitore a sua volta di Pasolini, allegava al profilo delluomo quella definizione di politico meno implicato di tutti, naturalmente scagliata contro il sistema di potere dc. Un discorso, questo, che più non si nutre di contrasti ideologici antichi, ma sconta comunque le insidie di pregiudizi  coltivati per lungo e per largo, in un riverbero di sospetto ineliminabile.

Lanalisi di Sofri scivola lungo un sentiero facile e impervio al tempo stesso, per avvicinare il Moro giovane – non ancora democristiano – al Moro prigioniero delle Br – ormainon più democristiano. Lo fa con stile elegante, sebbene corrivo con una implicita lettura agiografica. Andrebbe detto ad esempio quanto il Moro giovane, e con lui tutta la generazione dei cattolici afascisti, manifestasse al fondo una debolezza di linea – se così possiamo esprimerci in sintesi – rispetto allantifascismo di De Gasperi. Aveva delle ragioni, certo, ma non aveva ragione. Tant’è che proprio grazie a De Gasperi, così netto nella rottura con il regime mussoliniano, di cui aveva patito larbitrio, la Dc è riuscita con pienezza di legittimità a governare il Paese per mezzo secolo.

Veniamo allaltro punto della questione, ovvero al Moro della prigione del popolo. Egli sarebbe morto nel momento in cui i suoi lo hanno disconosciuto, come linvenzione letteraria di Kafka (La metamorfosi) suggerisce di pensare sulla scia della condanna a morte che la famiglia infligge moralmente al povero commesso viaggiatore, ridotto nel giro di una notte a scarafaggio: Ma come può essere Gregorio?, dice la sorella Grete con la premura di mettere fine allo strazio. In lei non c’è più né la pietà, né la speranza.

Ora, invece, nella querelle sullautenticità delle lettere dovrebbe onestamente comprendersi quale tormento abbia guidato coloro che decretarono allepoca la non corrispondenza del Moro prigioniero con il Moro reale, sperando in questa maniera di preservarne intatta la figura pubblica. Dunque, intriso damore intellettuale, il disconoscimento poggiava sulla difesa testarda della sua umanità – umanità di leader politico – contro una metamorfosi ordita e imposta con la violenza.

Tutto questo lascia intravedere quel sospetto che aleggia sulla condotta degli amici di Moro: sarebbero stati loro, gli stessi democristiani, ad averne provocato la morte civile.  E torna Laffaire Moro di Sciascia, con quellimmagine potente che fissa i lineamenti delluomo meno implicatoe perciò “destinato a più enigmatiche e tragiche correlazioni, così da apparire tuttora come la vittima di trame domestiche inconfessate, non lontane da Piazza del Gesù. È voce diffusa anche oggi, purtroppo anche tra certi cultori della memoria di Moro. Ma è vero? Non ne sono convinto. Eppure, anche se fosse vero bisognerebbe infine spiegare perché le Br si siano decise ad uccidere un uomo che sul piano politico era già morto, non solo per il Pci – lo spiegò Pecchioli a Cossiga a ridosso del tragico ritrovamento in Via Caetani – quanto per la stessa Dc.

Perché Moro doveva morire? Il grande mistero sullatto finale delle Br sta qui, almeno sul piano di un ragionamento politico che voglia liberarsi, come Sofri potrebbe invitarci a fare, dallincubo del complottismo insensato e malevolo.

Sassoli: “Siamo ancora dentro l’inverno della crisi e della pandemia, ma dobbiamo sentire forte la spinta a costruire la nostra primavera”.

Ieri a Barcellona si è svolto il 18° Forum di dialogo tra Italia e Spagna. Nella circostanza il Presidente del Parlamento europeo ha pronunciato un discorso ufficiale, che qui presentiamo integralmente.

Signore e signori,

sono lieto che la Conferenza sul futuro dell’Europa sia uno dei temi da discutere in questo forum di alto livello fra Spagna e Italia. Grazie per linvito e un caro saluto alle autorità spagnole e italiane presenti.

In effetti, fin dall’inizio di questa legislatura, la Conferenza sul futuro dell’Europa è stata una priorità per il Parlamento europeo. Anche prima della pandemia, il Parlamento era convinto della necessità di dar vita ad un dialogo fra istituzioni e cittadini per sviluppare insieme una visione del nostro futuro.

Le varie crisi dell’ultimo decennio ci avevano già indicato la necessità di rivedere alcuni funzionamenti della governance europea non sempre in grado di offrire soluzioni efficaci alle tante sfide inedite che il mondo globale ci sottopone. Ma con la pandemia questa necessità è diventata più urgente, drammatica e senza dubbio improcrastinabile.

Se abbiamo bisogno di riforme nei nostri Stati membri, abbiamo bisogno di riforme anche nei meccanismi europei.

Stiamo chiedendo impegni importanti a tutti i paesi e anche   le istituzioni europee devono sentire il dovere di mettersi in discussione.

Questi 15 mesi di pandemia ci offrono una grande lezione:  abbiamo capito bene cosa funziona e cosa non funziona; quali meccanismi inceppano la macchina politica e quali non sono in grado di coniugare efficienza e competenza.

Abbiamo capito, ad esempio,  cosa consente ai cittadini di riconoscersi nellazione delle istituzioni europee e cosa invece li allontana.

Non è un caso che tante decisioni assunte a livello europeo abbiano ribaltato il giudizio di settori dellopinione pubblica abituati a una Europa lenta, non in grado di assumere iniziative con rapidità. LUnione europea in questo anno si è fatta apprezzare, invece, perché ha preso decisioni e sviluppato iniziative per tutti i 27 paesi dellUnione. Non è un caso che gli ultimi dati di Eurobarometro ci dicano che i nostri cittadini, a stragrande maggioranza, vorrebbero unUnione con più competenze, dunque più forte.

E questo è un dato che ribalta gli umori con cui abbiamo iniziato la legislatura europea nel 2019, quando la sfiducia nei confronti dellEuropa era molto diffusa. UnEuropa che non rinvia, che assume responsabilità e decide consente ai cittadini di essere più sicuri e ai nostri paesi di reagire a sfide a cui nessuno potrebbe rispondere da solo.

Per la prima volta, infatti, lUnione europea ha sviluppato  meccanismi di solidarietà senza precedenti. Durante questa crisi, abbiamo capito la necessità di agire uniti, di sospendere gli strumenti che avevamo perché non erano adatti a questa fase e inclini ad aumentare le diseguaglianze – come il Patto di Stabilità e crescita –  introducendo criteri inediti per lemissione di debito comune.  

LEuropa che investe su stessa ha grande successo, come abbiamo visto nei mesi scorsi con il meccanismo Sure e nei giorni scorsi con la prima tranche di obbligazioni made in UE’  utili a finanziare il Next Generation UE.

Tutto questo è conveniente per il nord, lest e il sud dellEuropa e dunque se è conveniente è replicabile.

Ricostruire le nostre economie e continuare ad integrarle nello spazio europeo sarà utile per rafforzare la nostra resilienza, la nostra sicurezza minacciata da ingerenze esterne,  e consentirci di sostenere insieme la sfida della concorrenza commerciale a livello globale.

È un segnale positivo quello che è arrivato con lultimo G7 di aver ripreso a navigare con lamministrazione Biden nel nostro Oceano, dopo anni in cui il Pacifico sembrava aver marginalizzato lAtlantico.

Ci stiamo accorgendo di quanto lUnione stia tornando centrale. Oggi niente è possibile senza lEuropa. Nessuna dinamica globale può prescindere dalla posizione europea.

Senza la nostra azione non sarà possibile sostenere che la democrazia sia più efficace dellautoritarismo. E al tempo stesso non sarà possibile reagire ai fenomeni globali diminuendo le enormi disuguaglianze presenti, netantomeno scommettere su regole che coniughino concorrenza leale e difesa dei diritti fondamentali.  

Come funziona la democrazia europea è fondamentale in tutto questo e avrà  riflessi anche nello scacchiere del Mediterraneo dove anni di disimpegno, di muri alzati, interessi contrapposti  non hanno prodotto altro che frantumazione, violenza, conflitti, morte.

Siamo ancora dentro linverno della crisi e della pandemia,  ma dobbiamo sentire forte la spinta a costruire la nostra primavera.

Cari amici spagnoli e italiani dipenderà anche da voi se saremo in grado di rilanciare quel sentiero di Isaia e spezzare le spade per farne aratri… Con una democrazia che funziona consentendo di parlare con una voce sola potremmo consentire di aprire anche nel Mediterraneo nuovi canali di comunicazione e dialogo.

È per questo che il Parlamento europeo, che ha accompagnato e migliorato tutti gli strumenti per rispondere alla crisi, ha deciso di scommettere sulla Conferenza sul futuro dellEuropa.

Siamo in un momento in cui i cittadini vogliono assumersi responsabilità, vogliono avere voce in capitolo nelle politiche che riguardano la loro vita quotidiana e il futuro del pianeta. I meccanismi di consultazione dei cittadini hanno dimostrato il loro valore in molti paesi.

Bisogna ammettere che c’è voluto del tempo per riunire i punti di vista talvolta diversi presenti nelle nostre istituzioni sullo scopo di questa conferenza. Ho lavorato intensamente su questo durante i mesi di negoziati con la presidente Von der Leyen, la presidenza tedesca e poi quella portoghese che ringrazio, e finalmente siamo riusciti a definire e firmare insieme lo scorso marzo la dichiarazione congiunta che fissa il mandato e lorizzonte della Conferenza.

Fondamentale aver accettato di arrivare il prossimo anno con un pacchetto di prime conclusioni ma senza una data di scadenza e non aver inserito linee rosse sulle conclusioni della Conferenza. Questo significa massima libertà,  niente tabù  e conclusioni trasmesse a tutte le tre le istituzioni per ladozione delle iniziative da intraprendere.  

Il Comitato Esecutivo e i tre co-presidenti hanno fatto un lavoro importante da allora e in poche settimane hanno messo la conferenza sulla buona strada. L’inaugurazione ufficiale a Strasburgo il 9 maggio e il lancio della piattaforma digitale hanno dimostrato l’ambizione delle nostre istituzioni e delle parti interessate per questo importante esercizio.

Oggi per la prima riunione dell’assemblea plenaria a Strasburgo  un gran numero di partecipanti ha confermato la propria presenza e questo è molto promettente.

Siamo fermamente convinti che la Conferenza debba arrivare alla fine di questo esercizio con proposte concrete. E ad indicare metodologie per sviluppare politiche comuni. Cosa ci chiedono oggi i nostri cittadini? Ad esempio, di uscire dalla pandemia con una vera politica europea sulla salute umana. Non partiamo da zero, abbiamo fatto una grande esperienza,  ma abbiamo bisogno di  competenze nuove. E lo stesso vale, come ben segnalato dai premier dei governi spagnolo e italiano, per una politica europea sullimmigrazione e lasilo. Sono sempre più convinto che sia arrivato il momento di intervenire con pragmatismo per una grande iniziativa europea per il salvataggio in mare, per una regia di corridoi umanitari e per un ingresso regolare con una redistribuzione equilibrata che tenga conto delle necessità dei mercati del lavoro dei nostri Stati membri. Basta morire nel Mediterraneo, e basta vietare di entrare in Europa.

Con la Conferenza rifletteremo anche sulla centralità dellistituzione parlamentare europea. È il centro della nostra democrazia. Come ogni parlamento nazionale, il diritto d’iniziativa dovrebbe essere effettivamente conferito al Parlamento Europeo affinché la nostra istituzione possa fare proposte alla Commissione e al Consiglio, e non esserne solo il destinatario.

Dovremmo anche aumentare la trasparenza delle elezioni e permettere ai cittadini di indicare le loro preferenze per la presidenza della Commissione.

Allo stesso modo, non possiamo evitare la questione dell’unanimità nel Consiglio. Una democrazia funziona se vi sono garanzie per le opposizioni ma consentendo alla maggioranza di assumere iniziative e prendere decisioni. E noi crediamo in questo sistema. È la nostra carta didentità. Ma una democrazia che decide allunanimità blocca se stessa, non risponde alle attese dei cittadini e  contribuisce alla sfiducia verso l’UE.

In questi 15 mesi abbiamo capito che possiamo non avere tabù, ecco perché possiamo permetterci di affrontare questo esercizio liberamente e con fiducia nel dibattito democratico.

La nostra unità è la garanzia del nostro successo. E in questo   i paesi europei del Mediterraneo possono aiutare ad accorciare quelle  distanze che per troppo tempo hanno diviso lEuropa.  Stiamo vivendo  in un momento molto speciale della storia europea e un vento nuovo ci carica di grandi responsabilità. Spetta a noi avere il coraggio di scrivere un nuovo capitolo della nostra storia comune.    

Città e solidarietà nell’enciclica «Fratelli tutti». Una lezione per le archistar

«È necessario curare gli spazi pubblici i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro sentirci a casaallinterno della città che ci contiene ci unisce». Nel suo articolo sullOsservatore Romano, lautore pone a fondamento di unanalisi a tutto campo questa frase emblematica dellenciclica di Francesco.

 

(Enzo Scandurra)

In un articolo pubblicato nel 1944 su «Rinascita», lurbanista Luigi Cosenza scriveva: «I piani regolatori sono problemi di solidarietà umana, di coerente valutazione delle possibilità e degli ostacoli. Essi devono rappresentare la condanna delle ambizioni egoistiche, il ritorno nellora critica alla solidarietà e alla comprensione, la manifestazione di una volontà tesa verso scopi coerenti, costruttivi, creativi».

Analogo messaggio di fratellanza e solidarietà delle città è quello dichiarato dallallora sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che nel 1955, in un convegno che riuniva tutti i sindaci del mondo, tenutosi nella sua città, disse: «Le città non sono cumuli occasionali di pietra: sono misteriose abitazioni di uomini e, più ancora, in un certo modo misteriose abitazioni di Dio».

Circa 75 anni dopo Raniero La Valle, a proposito dellenciclica di Papa Francesco Fratelli tutti ci rinnova linvito «del passaggio da una città (società” nel testo] di soci ad una di fratelli».

Queste affermazioni hanno sempre albergato nelle coscienze delle persone, tuttavia politici e amministrazioni (salvo qualche rarissima eccezione) ne hanno fatto scempio utilizzando la sacralità di una città come vetrina per esporre merci per attrarre turisti e flussi di denaro, vanificando ogni segnale di solidarietà e di accoglienza tra i suoi abitanti. È prevalso laspetto economico, il fare profitto a ogni costo, su altri criteri che pure erano, allorigine, nel Dna di ogni città. Sempre Raniero La Valle, raccogliendo il messaggio contenuto in Fratelli tutti e capovolgendo il paradigma economico, ci ricorda che: «I migranti non si devono accogliere perché possono essere utili, ma perché sono persone, e i disabili e gli anziani non si devono scartare perché una società dello scarto è essa stessa inumana».

Ma le città sono diventate il luogo del conflitto più aspro dove laccoglienza si è trasformata in una darwiniana lotta per la sopravvivenza e, al tempo stesso, i luoghi degli «scarti umani» dove una gran quantità di persone vive nella miseria senza alcuna speranza di riscatto.

Siamo di fronte, almeno nella cultura occidentale, a un collasso narrativo. Le città nate come luogo di accoglienza (laria della città rende liberi) si sono trasformate in luoghi di competizione globale dove lurbanistica e larchitettura fanno a gara per escogitare soluzioniche gli consentono di scalare improbabili classifiche di attrazione e ricchezze, delle quali nessun vantaggio viene ai loro abitanti. Modernizzare, innovare, sono le nuove parole del dogma della competizione internazionale a scapito della fratellanza, della uguaglianza e della libertà.

Competizione ed egoismi che mettono a repentaglio anche la stessa stabilità della nostra biosfera, il luogo che ospita la vita e che costituisce la nostra casa comune, nella più totale discontinuità con il messaggio del santo di Assisi, come riportato nella Laudato si: «Costruire un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, con una preoccupazione per lambiente unita ad un costante impegno per i problemi della società».

Le conseguenze di questo trionfo del mercato che domina le nostre esistenze è che esso produce la cultura dello scarto e in quanto tale degrada le nostre città e lo stesso ambiente fino a paventare la stessa sopravvivenza del genere umano. Ed è ancora la Laudato siche ci ricorda che: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale ed una sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale».

Molte altre, e importanti, sono le raccomandazioni contenute nella Laudato si, agli indirizzi degli urbanisti e degli architetti chiamati a pianificare le città: «La sensazione di soffocamento prodotta dalle agglomerazioni residenziali e dagli spazi ad alta densità abitativa, viene contrastata se si sviluppano relazioni umane di vicinanza e calore, si creano comunità». E più oltre: «Per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, lesperienza quotidiana di passare dallaffollamento allanonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza».

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-137/una-lezione-br-per-le-archistar.html

Diventa Venerabile Robert Schuman, padre dell’unità europea.

Il Papa ha autorizzato a promulgare il Decreto che riconosce le virtù eroiche dello statista francese. Col riconoscimento del martirio, saranno beatificate 10 religiose uccise in Polonia dai soldati sovietici alla fine della seconda guerra mondiale. Il testo è tratto dal sito vaticannews.va.

Alessandro De Carolis

Una materia prima, una lega ferrosa e lintuizione politica di un politico la cui anima non coincide con la sagoma delle sue tasche. Con la combinazione di questi elementi si può costruire perfino lunità di un continente ed è così che il politico con lanima grande, Robert Schuman, getta le fondamenta dellEuropa unita: usando la materia prima del carbone e una lega ferrosa come lacciaio. Sono le 16.00 del 9 maggio del 50 quando lallora ministro degli Esteri francese lancia lidea che ribalterà in pochi mesi lo status quo: mettere la produzione franco-tedesca del carbone e dellacciaio sotto una autorità sovranazionale aperta alladesione di altri Stati. Lo scopo? Togliere dalle spalle dellEuropa postbellica il peso di una guerra economica inutile e sostituirla con il principio, molto più utile, che se le risorse si condividono tutti crescono e stanno meglio.

Linizio del sogno

Quellidea diventa un balsamo sulle cicatrici del Vecchio continente, che ha ancora nelle orecchie il rombo dei cannoni, e oggi la storia insegna che la Comunità europea del carbone e dellacciaioche nasce nel 51 è di fatto la prima pietra che porterà decenni dopo al sorgere dellUe. Ma da dove veniva quellingegno politico e soprattutto quellanima di Schuman, ovvero lesercizio delle virtù eroicheper cui oggi la Chiesa, con i Decreti approvati da Papa Francesco, lo riconosce Venerabile? Il futuro padre dellEuropa unita, classe 1886, avvocato di formazione, è un cristiano a maniche rimboccate. Poco più che 25.enne si impegna con linfanzia più miserabile, quella che non ha nessuno e sopravvive di espedienti. Willibrord Benzler, che diventerà vescovo di Metz, lo vuole presidente della Federazione diocesana delle Associazioni giovanili cattoliche. Poi arriva il 1913, lanno del 60.mo Katholikentag, il Congresso dei cattolici tedeschi, che in quellanno si celebrava a Metz. Schuman viene coinvolto nellorganizzazione e in lui il sogno di unEuropa unita, fondata sulla solidarietà e a custodia di una pace mondiale, diventa un obiettivo della carriera politica che inizia nel 1919.

Il politico servitore

Fra le due guerre si occupa dellintegrazione legislativa di Alsazia e Lorena dopo lannessione alla Francia e si spende con energia per difendere il Concordato con la Santa Sede e a difesa della giustizia sociale. Gli anni secondo conflitto mondiale sono molto duri prima prigioniero della Gestapo, poi la fuga e anni di clandestinità – quindi di nuovo sugli scranni del parlamento e del governo francese ministro delle Finanze, premier, agli Esteri ma sempre con lo stile del servitore della cosa pubblica. Fino a quel 25 marzo 1957, la data del Trattato di Roma col sodalizio di Adenauer e De Gasperi e allelezione per acclamazione come primo presidente del nuovo Parlamento Europeo. Dietro lazione delluomo pubblico c’è linteriorità delluomo che vive i sacramenti, che quando può si rifugia in unabbazia, che riflette sulla Parola sacra prima di trovare la forma per le sue parole politiche.

Ispiratore per sempre

La sua eredità è stata condensata dal Papa nel Regina Caeli recitato il 10 maggio 2020, il giorno dopo il 70.mo anniversario della Dichiarazione Schuman. Da lì, ha ricordato Francesco, viene il lungo periodo di stabilità e di pace di cui beneficiamo oggi. Da lì lesempio che possa ispirare quanti hanno responsabilità nellUnione Europea, chiamati ad affrontare in spirito di concordia e di collaborazione le conseguenze sociali ed economiche provocate dalla pandemia.

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-06/robert-schuman-decreti-cause-santi-venerabile-papa-francesco.html

L’America detta la linea, contro la Cina, ma l’Europa a gioca un ruolo decisivo.

Nixon giocò la carta cinese per indebolire lURSS. Oggi Biden cerca lappoggio della Russia per mettere la Cina con le spalle al muro. Senza lEuropa la strategia americana non è destinata a conseguire risultati positivi e duraturi. Il Vecchio Continente deve essere più unito e più consapevole delle proprie responsabilità.

Ha fatto rumore nel mondo e presso le cancellerie dei vari paesi lincontro del G7 che ha riunito le democrazie occidentali, Italia compresa.

La motivazione principale del summit ha riguardato le linee strategiche per affrontare i nodi ancora non sciolti relativi alla pandemia, ma poi, con evidenza, si è capito che Joe Biden lo ha voluto fortemente per riaggiustare i legami soprattutto con gli europei assai logorati dalla politica di Donald Trump, per allestire un vero e proprio blocco anti cinese delle potenze occidentali: quasi una riedizione dellalleanza anti URSS degli anni 50.

Intanto è positivo limpegno approvato da tutti i partners di donare ai paesi poveri un miliardo di vaccini; per spegnere ogni focolaio di infezione in ogni angolo della Terra, in modo da non far correre altri ulteriori rischi sanitari economici e sociali a tutta lumanità, e per riprendere il ruolo di guida non solo economico-militare ma anche umanitario, decisivo per saldare rapporti economici e politici. Su questi propositi, si sapeva, ogni decisione avrebbe potuto contare sulla sintonia con gli europei; ma laltra questione, quella cinese, non poteva che essere più spinosa. Gli europei si può dire che sono guardinghi e divisi sul rapporto da avere con la Repubblica Popolare Cinese, e sono ancora lontani dalla determinazione di Biden.

Molti anni sono passati dal viaggio dellallora presidente Nixon in Cina nel 1972, che iniziò una crescente e poi intensa collaborazione: i cinesi miravano ad uscire dallisolamento e dallarretratezza attraverso lo sviluppo industriale, gli americani cercavano di indebolire il loro sodalizio con lUnione Sovietica (ora è in atto la stessa dinamica a ruoli rovesciati) ed a utilizzarli come  propria area privilegiata di produzione industriale, ma conservando progettazioni e linee finanziarie. Ma come si sa, limpero orientale ben presto ha imparato a progettare autonomamente ed a produrre ed accumulare enormi riserve finanziarie ben presto impiegate per fare concorrenza industriale e commerciale a danno degli stessi americani, e ad estendere la loro influenza sui vari scacchieri geopolitici mondiali.

Al momento gli europei si rendono conto del pericolo giallo, ma sono troppo divisi sulla politica estera che al massimo vivono ognuno per conto proprio come opportunità occasionali per i loro commerci. Un test significativo lo abbiamo avuto già con la operazione via della setae con lacquisizione di alcuni porti strategici mediterranei. Si è avuta anche più che la percezione che gli autocrati cinesi, aiutati dalla smobilitazione americana nel mediterraneo, siano stati impegnati a raccordi carsici con talune forze politiche dei vari paesi europei ed impegnati con piani mirati a confondere la opinione pubblica con fakes, a mezzo di piattaforme digitali impiegate per orientare i social formalmente non governative, ma provenienti in gran parte dal territorio cinese, per screditare la istituzione europea e creare confusione politica nei singoli paesi.

Insomma, Biden fa bene ad indicare i rischi della accanita competizione lanciata dai cinesi sulle più avanzate tecnologie come infiltrazione insidiosissima nel sistema di potere mondiale che riguardano i fattori di sicurezza, di indipendenza, e di spionaggio sui fattori industriali e finanziari. Ma il modo migliore per convincere gli europei, è di prendere davvero le distanze dai tentativi palesi commessi da Trump che ha palesemente tentato di sgretolare la unificazione Europea. Infatti lEuropa va sostenuta nel processo di edificazione dello Stato continentale, quale garanzia anche per gli americani di essere più forti come coalizione occidentale, e per non cadere nelle reti di paesi che dello sfruttamento bestiale degli uomini e della loro sottomissione totale, costituiscono la leva per governare il mondo con i proventi finanziari realizzati.

Ed allora se lalleanza occidentale dovrà essere più efficiente e solida, dovrà riguardare anche il pieno rispetto della autonomia e sviluppo di ogni componente a partire dallEuropa, che però dal canto suo dovrà incominciare almeno a provvedere a governare il benessere e la pace nellarea da troppo tempo rovente del mediterraneo.