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Il Coronavirus spiegato ai bambini

Mamma perché non andiamo all’asilo? La scuola è un posto pericoloso? Non potrò più vedere i miei amici e la maestra?

Sono queste alcune domande che i bambini stanno facendo ai propri genitori in questi giorni di emergenza Coronavirus. Ma anche i bimbi, specialmente i più piccoli, che non chiedono, o non sono in grado di farlo, si accorgono e potrebbero risentire di questa situazione di allarme generale. Perché, come spiega la Dott.ssa Antonella Vincesilao, Psicoterapeuta esperta in Psicologia dell’età evolutiva dell’Ospedalino Koelliker di Torino, “i nostri figli leggono il nostro comportamento non verbale, le nostre espressioni emotive e quindi non parlare loro delle nostre preoccupazioni rischia di non proteggerli ma di spaventarli ancor di più”.

Quando un evento imprevisto come il Coronavirus fa la sua comparsa è importante parlarne con i bambini nel modo adeguato, mentre “far finta di nulla” non è una strategia vincente.

In questi giorni di vacanza vedranno molte immagini al telegiornale, sentiranno interviste ad esperti e testimonianze di persone che vivono nelle “zone rosse”, incontreranno persone con guanti e mascherine e scopriranno che non potranno fare ritorno a scuola.” – spiega ancora la Dott.ssa – “Un gioco, un disegno o una storia potrebbero essere la chiave giusta per spiegare loro la situazione e per insegnargli le misure di sicurezza, vincendo insieme la paura!”.

Come spiegare dunque ai più piccoli il Coronavirus?

Ecco alcuni consigli da seguire:

1.     I bambini hanno bisogno di comprendere appieno ciò che accade intorno a loro. Condividete con loro le preoccupazioni cercando di rimanere sempre il più possibile tranquilli e fiduciosi.

2.     Per spiegare cosa sia il virus potete raccontare loro una breve e avvincente storia, come questa proposta dalla Dott. ssa Vincesilao:

A CACCIA DI COVID-19

Il Cugino Coronavirus (per gli amici Covid-19) arriva da molto lontano, è così piccolo da non vedersi se non con il microscopio elettronico. Appartiene alla famiglia Corona di cui si conoscono alcuni cugini, che da noi abitano già da molti anni come  alcuni membri della sua famiglia, forse li conosci già, portano la tosse, la febbre e il raffreddore, ma gli scienziati sono riusciti a trovare una cura per addomesticarli. Del cugino Covid-19 invece si conosce ben poco, dicono che sia molto dispettoso e che viaggi velocissimo, che quando si arrabbia diventi furioso e che sia difficile fermarlo. Non si sa molto su di lui, alcuni l’hanno già incontrato, altri ancora no, sappiamo però che gli piace stare in compagnia. Più persone ci sono e più è felice, salta da un posto all’altro, partecipa alle feste, va al cinema, si dedica al teatro, allo sport ma soprattutto ha la passione per i viaggi. Visto che non lo conosciamo ancora bene però abbiamo bisogno di catturarlo per studiarlo meglio e scoprire la medicina adatta per addomesticarlo. Si è già fatto vedere in alcune regioni d’Italia, dove gli abitanti si sono messi subito al lavoro per intrappolarlo. Anche qui da noi è stato avvistato, per questo si è deciso di chiudere alcuni luoghi affollati che possono incuriosirlo come le scuole, le società sportive e i cinema. Per riuscire in questa impresa c’è bisogno dell’aiuto di tutti, compreso il tuo!

 

3.     Ricorrete a giochi e musica per insegnare loro i modi per prevenire il contagio (ad esempio “Do the Global Handwashing Dance!”, il progetto video realizzato dall’Unicef per insegnare una corretta igiene ai più piccoli) e spiegate loro le regole igieniche di base in modo semplice:

–       Lavati spesso le mani, a Covid-19 piace infatti lo sporco

–       Copriti naso e bocca quando starnutisci o tossisci, sono i mezzi preferiti da Covid-19 per spostarsi

–       A Covid-19 non piacciono gli animali, per cui se ne hai uno, non preoccuparti, puoi fargli coccole a volontà!

La tutela della salute dei cittadini non richiede artificiosamente un governo di salute pubblica

L’attacco concentrico di Renzi e Salvini sottopone il capo del governo a un nuovo stress test d’indubbia rilevanza. Può darsi che l’apparenza inganni e dietro la manovra dei due Matteo non vi sia alcuna convergenza strategica, rimanendo distinte le rispettive traiettorie di medio periodo. Eppure, a giudizio di molti, si va materializzando il sospetto che un cambio di assetto politico costituisca l’obiettivo di questa ennesima operazione destabilizzante.

L’ipotesi di un governo di unità nazionale, complice l’emergenza del coronavirus, è suggestiva e strampalata al tempo stesso: suggestiva perché il Paese ha bisogno di una iniezione di fiducia e serenità, che solo esiste in quanto le forze politiche convergano sul terreno di una comune responsabilità; strampalata, invece, proprio in ragione di un eccesso di buona volontà, destinato a sfrangiarsi immediatamente, con rischi di gravosi contraccolpi.

Non si capisce, in effetti, cosa dovrebbe rappresentare un esecutivo congegnato secondo una logica di precipitosa e dunque fragile aggregazione di forze che fino ad ora sono apparse radicalmente contrapposte. Un governo di solidarietà nazionale non s’inventa dall’oggi al domani, nemmeno in una fase di particolare tensione psicologica per il rischio, non ancora pienamente fugato, di contagio virale.

Intanto l’unico risultato, di per sé felice, che l’iniziativa renzian-salviniana produce è quello della progressiva trasformazione di un movimento a base populista, originariamente anti sistema, in partito consapevole delle proprie decisive funzioni di coprotagonista nella gestione della cosa pubblica. In questo passaggio difficile, un po’ si è attenuata la sensazione di inaffidabilità che il M5S ha guadagnato sul campo per le improvvisazioni dei suoi leader, a partire da Di Maio.

Il problema, a questo punto, è proprio Conte. Non può rimanere sospeso, metà leader super partes e metà leader di partito, a seconda delle circostanze. La sua popolarità va tradotta in uno schema politico più rigoroso e consistente. In sostanza deve fare una scelta, anzitutto nell’interesse del Paese e poi, legittimamente, anche nel suo. L’impressione è che abbia molto da temere, da qui in avanti, se come “avvocato del popolo” si riterrà esentato dall’obbligo di una precisa definizione del suo profilo pubblico, rinunciando a costituirsi punto di riferimento politico anche per un nuovo “centro”, tutto ancora da inventare.

Si apre la corsa per la guida della Cdu

Kay Nietfeld

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano 

Hanno in mente direzioni diverse e saranno i veri avversari nella partita per guidare l’Unione cristiano-democratica (Cdu) del post-Merkel. Il governatore della Renania Settentrionale – Vestfalia Armin Laschet e l’avvocato finanziario Friedrich Merz sono scesi ieri in campo ufficialmente in vista del voto del 25 aprile al congresso straordinario dei cristiano-democratici. 

La vera novità della giornata è stata però la rinuncia di Jens Spahn, il giovane ministro della Salute, che ha stretto un’alleanza a sorpresa col governatore della Renania Settentrionale – Vestfalia e si è proposto come suo vice in caso di vittoria: una mossa strategica, che rafforza il candidato ritenuto più in continuità con il cancelliere Merkel.

«Corro per la vittoria, non per un posto» ha detto ieri senza giri di parole Merz, come noto sostenuto da Wolfgang Schäuble, presidente del Bundestag. Con Laschet, ha rimarcato Merz in una conferenza stampa, si sceglie la continuità con Angela Merkel. Si apre «una nuova partenza per il futuro di un partito che vuole rivolgersi soprattutto ai giovani». Merz ha parlato esplicitamente all’elettorato più conservatore nell’0biettivo di recuperare i voti emigrati verso Alternative für Deutschland. Ma rispetto all’ultradestra traccia una linea precisa: «Il caso Turingia non doveva accadere, serviva un piano B fin dal primo giorno». Un chiaro riferimento alla disfatta della Cdu nelle recenti elezioni in Turingia. 

Merz ha comunque voluto mandare un messaggio di collaborazione con Merkel. «Sono certo che troveremo una via ragionevole» con il cancelliere, «ma le decisioni del partito non potrà più prenderle lei, come accaduto in passato». Il candidato non ha poi nascosto le sue critiche nei confronti dell’Unione europea e delle decisioni della Banca centrale europea (Bce). «Non ho mai fatto mistero di vedere criticamente le misure della Bce nella crisi del debito» ha detto. E sul caso greco ha rivendicato la linea dura: «Era giusta la linea di Schäuble, che l’avrebbe voluta fuori dall’euro». Merz dice di «volere più Europa e più responsabilità della Germania sui migranti: non sono un problema italiano o greco, ma una questione europea».

Laschet, dal canto suo, può vantare una lunga esperienza da amministratore sul campo, come dimostra anche l’esempio di buon governo nella Renania Settentrionale – Vestfalia, immagine di «un Paese che sa unire ecologia ed economia» come ha detto presentando la sua candidatura alla guida della Cdu in una conferenza stampa a Berlino. Il governatore si è posto anche come figura in grado di riunificare l’Unione dopo le tensioni del passato. E del resto l’appoggio di Spahn garantirà la confluenza dei voti di un’ala più a destra nel partito. «La coesione della società e lo smantellamento delle paure è il nostro compito» ha detto Laschet. «Economicamente siamo forti e abbiamo successo e ciononostante c’è tanta scontentezza nella società, tanta rabbia, aggressività, odio» ha aggiunto. «La Cdu si trova attualmente nella crisi più grave della sua storia» ha spiegato Spahn motivando la sua scelta di sostenere Laschet. Per questo — ha spiegato — occorre trovare unità e coerenza.

Nuovo coronavirus: a infezione globale, soluzioni condivise

In modo tanto repentino quanto imprevisto, il 21 febbraio l’Italia ha registrato i primi casi di COVID-19 a carico di persone mai state in Cina e quindi contagiate sul territorio nazionale. Con rapidità, nel giro di pochi giorni, le persone positive al test sono diventate alcune centinaia, abbiamo iniziato a contare le prime vittime e a fare i conti con le “zone rosse” messe in quarantena nel lodigiano e nel padovano, con la chiusura di scuole, università e il blocco di manifestazioni sportive, culturali e persino religiose in ampie zone del Paese.

Niente di tutto questo era prevedibile quando, una settimana prima, abbiamo chiuso il numero di marzo di Aggiornamenti Sociali, il cui editoriale è dedicato proprio a una riflessione sulle dinamiche che il COVID-19 ha scatenato in ambito sanitario, economico e mediatico. Allora si trattava di un fenomeno che ci pareva di poter osservare tutto sommato “da lontano”, mentre oggi ne sentiamo con forza gli effetti direttamente sulla nostra pelle. Quello che allora valeva per i cinesi, riguarda oggi gli italiani, come alcune reazioni internazionali iniziano a mostrare.

Al netto del carico emotivo, che è indubbiamente cresciuto, le dinamiche di fondo restano però sostanzialmente le stesse. Per questo riteniamo interessante anticipare di qualche giorno la pubblicazione dell’editoriale di marzo – disponibile da oggi online sul sito internet di Aggiornamenti Sociali – intitolato «Nuovo coronavirus: a infezione globale, soluzioni condivise». Anzi, oggi capiamo ancora meglio quanto l’infezione sia davvero globale e quanto grande il bisogno di soluzioni condivise. Comprensibilmente il lettore non troverà nell’editoriale alcun riferimento alla situazione italiana e alla sua evoluzione, e dovrà quindi adattarne le parole al nuovo contesto, ma siamo fiduciosi che si tratti di un contributo utile a mettere a fuoco come vivere in modo maturo la situazione che il Paese sta affrontando. Ci sembra ancora più vero quanto scrivevamo nella conclusione: «Alla giusta dose di quarantena occorre saperne accoppiare una altrettanto giusta di collaborazione e solidarietà».

 

Un disciplinare garantirà la provenienza dei cereali italiani a partire dal seme

Grano tenero, grano duro, orzo e triticale da oggi potranno essere tracciati a partire dal seme grazie al nuovo disciplinare “Seme di Qualità”. Gli agricoltori italiani avranno così accesso online ai dati sulle caratteristiche delle sementi che acquistano e che sono alla base di alcune delle colture più strategiche del Made in Italy.

Il disciplinare “Seme di Qualità” è stato elaborato da Convase (Consorzio per la valorizzazione delle sementi), che riunisce 23 aziende che rappresentano il 40% della produzione nazionale di sementi certificate di cereali a paglia. Il supporto che Cia-Agricoltori Italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza Cooperative Agroalimentari hanno riconosciuto al progetto testimonia la necessità di poter disporre di uno strumento che in maniera trasparente fornisca dati utili per un uso agronomico ottimale delle sementi e la produzione di raccolti di elevata qualità.

In Italia sono Puglia, Sicilia ed Emilia Romagna le regioni maggiormente interessate alla coltivazione di grano duro, grano tenero e orzo. Nel 2019 le superfici produttive per queste tre colture sono state di 2 milioni di ettari, per una produzione di 7,7 milioni di tonnellate, facendo registrare un calo rispetto ai dodici mesi precedenti di oltre il 3% (dati Istat).

Parallelamente anche l’uso di seme certificato per queste specie fondamentali per il nostro sistema produttivo e per le nostre produzioni tipiche sta registrando contrazioni significative anno dopo anno. Un esempio è il caso del grano duro, punto di partenza di un simbolo del nostro agroalimentare come la pasta, dove si assiste all’impiego di seme non certificato per oltre il 50% delle superfici (elaborazione Assosementi su dati Istat, 2019).

Una situazione che si riscontra anche per altre colture cerealicole, dal grano tenero all’orzo, con il risultato di non poter garantire la piena tracciabilità delle produzioni. Ciò ovviamente comporta una involuzione dell’intero sistema produttivo che vede ridursi costantemente la disponibilità di materiali innovativi e perde quindi in competitività registrando, al tempo stesso, crescenti problematiche di tipo sanitario.

Proprio per questo il progetto “Seme di qualità” rappresenta un primo significativo passo che vede protagonisti i principali attori della filiera produttiva impegnati su un tavolo comune in grado di favorire il confronto fra i diversi settori produttivi tutti orientati verso l’ottenimento di un unico obiettivo: la qualificazione delle produzioni nazionali e la valorizzazione delle filiere produttive italiane.

Cambiamento climatico: Una grande minaccia globale

Il cambiamento climatico, cioè il cambiamento del clima globale e in particolare i cambiamenti delle condizioni meteorologiche che si estendono su larga scala temporale, rappresentano una grande minaccia esistenziale globale.

L’effetto serra provoca l’aumento della temperatura del pianeta principalmente a causa dell’enorme aumento del biossido di carbonio, che è aumentato del 35% dall’inizio della rivoluzione industriale. E, naturalmente, la parte del leone nell’inquinamento dell’atmosfera con il 50% di tutto l’anidride carbonica ha l’Europa e il Nord America come principali autori. Tutti gli altri paesi insieme sono responsabili dell’altra metà, mentre i paesi più poveri sono i meno responsabili. Tuttavia, le persone che vivono in questi paesi sono loro che soffriranno più fortemente delle conseguenze.

Le cause del cambiamento climatico sono principalmente identificate nella combustione di combustibili fossili (carbone, petrolio, benzina, gas naturale, ecc.) che rappresentano il 50% delle emissioni totali, nella produzione e nell’uso di sostanze chimiche di sintesi, nella distruzione delle aree forestali che contribuisce alla produzione di gas aggiuntivi nell’atmosfera e, naturalmente, all’effetto serra del 15% e nell’agricoltura convenzionale e nell’allevamento che rappresentano il 15% delle emissioni.

Gli scienziati hanno suonato il campanello d’allarme e avvertito  che se non vi fosse alcuna azione coordinata globale da parte di leader politici, governi, industrie e cittadini in tutto il mondo, probabilmente la temperatura del pianeta supererà i 2 ° C rispetto ai livelli preindustriali entro il 2060 e l’aumento potrebbe anche raggiungere i 5 ° C entro la fine del ventunesimo secolo, il che renderà problematica la vita delle generazioni future.

Un tale aumento della temperatura del nostro pianeta avrà un impatto devastante sulla natura, causando cambiamenti irreversibili in molti ecosistemi e conseguente perdita di biodiversità, cioè tutti gli organismi viventi e le specie che compongono la vita sul pianeta, cioè gli animali, uccelli, pesci e piante (fauna e flora).

Molte specie dovrebbero scomparire dalle aree che saranno direttamente e gravemente colpite dal cambiamento climatico.
Oggi, rispetto al 1850 -da quando è iniziata la registrazione dei dati- si osserva un aumento della temperatura di 1,1 ° C. Quindi, è di vitale importanza, che l’aumento non superi 1,5 ° C, perché come stimano gli scienziati, oltre questo punto cruciale non ci sarà modo di tornare indietro.

Il cambiamento climatico, tuttavia, dovuto alle attività umane, è una realtà tangibile e sta già influenzando negativamente il nostro pianeta. I settori responsabili della produzione di gas a effetto serra sono principalmente il settore della produzione di energia (unità di produzione di energia elettrica, raffinerie) ma anche le attività industriali, i moderni mezzi di trasporto (automobili, aerei, ecc.) .

Quindi, gli eventi meteorologici estremi, gli incendi incontrollati in foreste come l’Amazzonia, le ondate di calore, le forti piogge, le siccità prolungate che creano gravi problemi alimentari nelle aree colpite del pianeta, i potenti uragani stanno diventando più frequenti, costando decine di migliaia di vite ogni anno e causando enormi disastri.

Il ghiaccio e la neve sui poli si stanno sciogliendo e il livello medio del mare sale.

Cosa che causa inondazioni ed erosione su coste e zone costiere di pianura e crea rifugiati ambientali. Se questo sviluppo sfavorevole continua, aree come i Paesi Bassi e Venezia saranno a rischio di perdersi permanentemente sotto le acque del mare come nuova Atlantide.

Il cambiamento climatico aumenta anche le malattie esistenti in tutto il mondo, ma ne crea anche di nuove e può anche portare a morte prematura. Troppe malattie sono particolarmente sensibili al cambiamento di temperatura. Malattie trasmissibili come la febbre gialla, la malaria, l’encefalite e la febbre dengue, ma anche disturbi alimentari, malattie mentali, malattie cardiovascolari e malattie respiratorie.

Il cambiamento climatico avrà anche impatti negativi sulle economie dei paesi, dato che le alte temperature minano la produttività della maggior parte dei settori dell’economia, dal settore agricolo all’industria. Gli scienziati prevedono che entro la fine del secolo, il PIL globale sarà sceso del 7,22% .

L’adolescente attivista Svedese contro il cambiamento climatico, Greta Thunberg, è riuscita nel modo più vigoroso e rumoroso a passare il dibattito su questo enorme problema, dai capi di stato e di governo alle discussioni amichevoli, mobilitando milioni di persone in tutto il mondo, in particolare i giovani, che hanno iniziato a manifestare chiedendo ai governi l’immediata adozione di misure per il confronto dei cambiamento climatico.

La stessa Greta Thunberg afferma che le misure che sono state prese per ridurre i gas a effetto serra e, soprattutto, l’anidride carbonica non sono sufficienti.
Quindi, quali sono le misure appropriate da adottare senza indugio per ridurre efficacemente le emissioni di gas serra entro il 2050 e mantenere la temperatura a + 1,5 ° C?
Le politiche di base per mitigare risolutamente il problema consistono nella promozione e nell’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili (eolico, solare, biomassa, ecc.), Il miglioramento dell’efficienza energetica, la riduzione drastica dello sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas e l’imposizione di tasse sul carbonio al fine di limitare l’uso dei combustibili fossili e quindi ridurre in modo significativo le emissioni di biossido di carbonio entro il 2030 ed eliminarle al più tardi entro il 2050, la rapida riduzione delle emissioni di metano, nerofumo e altri inquinanti di breve durata che gravano sul clima, il ripristino e la protezione degli ecosistemi e, soprattutto, delle foreste.

L’accordo di Parigi, il primo accordo universale e giuridicamente vincolante per il clima, è entrato in vigore nel 2016 con grande ottimismo e manifeste ambizioni, nonostante la dichiarazione ufficiale di partenza degli Stati Uniti, che è uno dei maggiori inquinatori.

Sono trascorsi quattro anni da allora e non ci sono risultati sostanziali, fatto che solleva seri dubbi sulla reale volontà politica di affrontare questo problema globale particolarmente minaccioso.

In conclusione, vorrei sottolineare che gli effetti del cambiamento climatico saranno così drammatici che la civiltà umana rischia di crollare come una torre di carta. Quindi, di fronte a questa  pericolosa crisi climatica, i cittadini di tutto il mondo dovrebbero aumentare ulteriormente la loro mobilitazione e i leader politici dovrebbero finalmente porsi all’altezza della situazione e prendere immediatamente le misure drastiche necessarie, prima che sia troppo tardi, per invertire questa rotta insostenibile e salvare il pianeta.

Amazon Go: a Seattle il supermercato più grande senza casse

Si chiama Amazon Go Grocery ed è un vero e proprio supermercato senza casse e addetti alla vendita, che offre una vasta gamma di articoli alimentari.

Il negozio occupa 996 metri quadrati, circa 700 in più rispetto agli altri Amazon Go aperti negli Stati Uniti, che si estendono per una superficie compresa tra i 110 e i 210 metri quadrati.

Amazon afferma che il negozio combina la disponibilità dei prodotti e i prezzi bassi di una catena di negozi come Publix o Walmart con la praticità e i rapidi tempi di acquisto del suo modello Go, con una selezione che include sia grandi marchi tradizionali che prodotti biologici locali. Si unisce ai quasi 20 negozi Go attualmente aperti in tutto il paese in città come New York e San Francisco.

Fino ad ora i negozi Go si sono concentrati su cibi preparati, snack e una leggera quantità di prodotti alimentari tra cui cibi surgelati e condimenti. Alcuni hanno acquisito anche licenze per vendere alcolici. Ma nessun negozio Go fino ad oggi ha le dimensioni o la portata del nuovo Go Grocery di Amazon.

 

Coronavirus. Una crisi post-globalista.

Gli ultimi tre mesi sono stati particolarmente interessanti per i sociologi. Si, non soltanto per i virologi. L’epidemia di coronavirus, esplosa in Cina nel dicembre del 2019, ha colpito con alcune centinaia di contagiati e pochissimi decessi (tra anziani già malati) in tutta Europa. In Italia sembrano essersi scoperti tutti igienisti. Mascherine, alcool, candeggina. Sembra che gli italiani prima del virus vivessero in una specie di trogolo, in cui passassero il tempo a sguazzare.

I sociologi impegnati nell’analisi della psicologia di massa si sono ingolositi. La psicosi dilagante è chiaramente sproporzionata, per ora, all’entità del male. Chiaramente il virus è particolarmente contagioso. Sebbene virulento, non si dimostra più pericoloso di una forte influenza stagionale.

Non è sminuendo un problema che lo si risolve; tuttavia cercare di inquadrarlo, passo dopo passo, nel giusto contesto, aiuta a definire e rimodulare costantemente l’entità del male. E’ saggio non abbassare la guardia. Forse, da questo periodo, ci sveglieremo più attenti e, in definitiva, più scrupolosi per quanto concerne l’igiene pubblica. Non quella privata, in cui ancora gli italiani sono particolarmente solerti. Il web come mass media per eccellenza ha bombardato da subito con milioni di informazioni. Molte delle quali di dubbia autenticità.

Il “coronavirus affaire” ha dimostrato quanto l’ignoranza sia diffusa nel nostro Paese e quanto incida negli equilibri sociali. L’abitudine a non vivere informati, a non acculturarsi, informandosi molto (e male) soltanto quando c’è un’emergenza, sta procurando una psicosi diffusa.

Quando si seppe che in Italia vi erano ben 2 contagiati è quasi scoppiato il panico. Con un morto, le persone hanno fatto incetta di mascherine e disinfettanti. Ci “siamo” fatti prendere dal panico per un decesso e pochi contagiati da questo virus, quando, probabilmente, quasi tutti ignorano che in Italia, ogni anno, vengono riconosciuti dai 6 ai 9 malati di lebbra. Si, lebbra, una parola atroce, che fa paura quanto “peste”.

Un morbo batterico particolarmente feroce, molto antico e che i più credono scomparso, o confinato in qualche cimicioso Paese terzomondista. In Italia i quattro centri di ricerca sulla lebbra (Genova, Gioia del Colle (Bari), Messina e Cagliari) hanno il compito di riconoscere la malattia e guarirla, quando possibile, grazie alla terapia PCT, una polichemioterapia attiva dal 1981 e che si basa sull’assunzione di ben tre farmaci.

Il problema della lebbra consiste nel fatto che il suo studio è difficile, in quanto il batterio non si sviluppa sotto vetro in laboratorio, ma preferisce farlo direttamente nel corpo umano. Questo rende ancor più difficoltoso il suo studio.

Se noi sapessimo che dall’India o dall’Africa un turista ha importato la malattia nel nostro Paese, come ci comporteremmo? Bene, tutti gli anni ce ne sono alcuni, ma pare non interessare. Questa riflessione serve a chiarire quanto sia importante mediare tra l’indifferenza e l’allarmismo. Non facciamoci quindi trovare impreparati. Ma non soltanto dal coronavirus. La società in cui viviamo, con meno confini, è sempre più globale. Questo porterà a dover fare i conti non soltanto con il viaggio dei turisti e dei migranti ma anche con quello dei parassiti e delle malattie. Ci porterà a dover fare i conti anche con il nostro provincialismo, a cui dobbiamo sostituire un nuovo atteggiamento: quello del cittadino e della cittadina post-globali.

La paura? Manca anche la cultura dell’unità nazionale.

La polemica politica, almeno quella più sterile ed inconcludente, ha sospeso la sua incessante ed inutile attività quotidiana. Ma, ci vuol poco a capirlo, riprenderà in tutto il suo splendore – si fa per dire – appena l’emergenza sanitaria internazionale, e nazionale, si attenuerà. 

Ora, l’unica riflessione che mi sento di avanzare in un momento così delicato e così drammatico per il nostro paese, è quello di capire perché la strategia “dell’unità nazionale” non riesce più a far breccia nella cittadella politica italiana. Certo, il dibattito, cioè gli insulti, le demonizzazioni e gli attacchi personali sono stati momentaneamente sospesi. E non poteva essere altrimenti. Ma è solo un fuoco che arde sotto le ceneri. E questo per un semplice motivo. E cioè, quando la politica è vittima e schiava delle percentuali legate ai sondaggi quotidiani, le costanti di fondo non possono che essere quelle legate alle continue e reiterate provocazioni. Un esempio per tutti. Il comportamento politico del capo di Italia Viva, Matteo Renzi. Anche se non è il solo, come ovvio e scontato. 

Ma, fatta questa riflessione persin oggettiva nonché purtroppo veritiera, resta aperta la vera domanda politica. E cioè, perché il sistema politico italiano non riesce più a declinare una vera “unità nazionale” neanche di fronte ad eventi così drammatici che scuotono le coscienze dei cittadini mettendo a rischio la stessa tenuta democratica per le comprensibili e più che giustificate preoccupazioni di tutti i cittadini italiani? 

Le risposte, probabilmente, sono sostanzialmente due. 

Innanzitutto perché la politica non è più popolata da statisti ma da pianificatori del consenso. Le stagioni politiche che hanno prodotto nelle diverse fasi storiche la strategia della cosiddetta “unita’ nazionale” nascevano da situazioni drammatiche che scuotevano l’opinione pubblica e che richiedevano una unità politica indispensabile per poter affrontare adeguatamente e con senso di responsabilità le emergenze che si presentavano all’attenzione dei governanti. Leader politici e statisti che sapevano anteporre sempre gli interessi generali ai calcoli politici del momento. Oggi, e da molto tempo purtroppo, così non è più. 

In secondo luogo manca del tutto la capacità di interpretare la politica come ricostruzione del cosiddetto “bene comune” partendo anche dal pieno riconoscimento politico dell’avversario. Perché di questo si tratta. E cioè, l’obiettivo politico di fondo resta sempre quello di distruggere il nemico. Altroché il rispetto dell’avversario politico. Altroché continuare a demonizzare la prima repubblica come ci hanno predicato per anni i 5 stelle. È sufficiente ricordare il rispetto tra gli statisti della Democrazia Cristiana e alcuni leader del Partito comunista italiano anche quando i contrasti politici erano forti e visibili e il dibattito politico era, a tratti, anche caratterizzato da toni aspri e senza colpi. Ma non era difficile, in momenti cruciali e delicati per la vita democratica del nostro paese, convergere attorno ad un minimo comun denominatore in grado di governare insieme l’emergenza senza mettere in difficoltà l’equilibrio democratico dell’intero paese. 

Ecco perché, oggi, di fronte a questa inedita sfida, la politica nel suo complesso non può più permettersi di continuare ad abdicare al suo ruolo tradizionale e storico. Anche se mancano gli statisti e, soprattutto, la cultura e la tensione del “bene comune”. Ne va della nostra credibilità come sistema paese e anche della tranquillità e della sicurezza di tutti i cittadini. 

La sanità in mano alle regioni è un problema

In queste ore si fa più chiaro il nesso tra disordine e frammentazione che caratterizza la gestione dell’emergenza coronavirus.

Non si può ignorare il problema. L’ex ministro della Salute, Sirchia, ha parlato di moltiplicazione dei messaggi che genera disorientamento nella pubblica opinione. 

“Ricordo che la salute pubblica – dice Sirchia in una intervista a formiche.net – non interviene solo per il coronavirus, ma ad esempio anche in caso di minaccia atomica. In queste condizioni di vera emergenza siamo costretti a negoziare con le Regioni”. Far finta di non capire è dunque la cosa peggiore.

Spiace constatare che mentre si discute di come prevenire il contagio, sapendo che non esistono barriere fisiche o strumentazioni tecniche in grado d’impedirlo, i rappresentanti delle Regioni sembrano preoccupati di difendere l’orticello del loro potere. Il contagio si combatte in Lombardia o in Veneto, con misure su scala locale? È ben evidente che le esigenze di tutela della salute pubblica richiedano in questo caso provvedimenti ad ampio raggio, sotto la piena responsabilità dello Stato.

Questa condizione di fragilità, in gran parte dovuta alla disarticolazione del quadro delle competenze, deve trovare una risposta adeguata. Alle Regioni va tolta la gestione, anche con le necessarie modifiche al Titolo V della Costituzione, prevedendo una funzione nel campo della tutela della salute pubblica che veda in esse un presidio di sana cooperazione con lo Stato centrale (non di competizione).

Superata l’emergenza, questo confronto politico dovrà essere sviluppato con forza per arrivare a una diversa configurazione del nostro ordinamento sanitario. 

Una riflessione sulla Quaresima

In questi giorni, nelle diversi parti del mondo, in particolare nelle società in cui prevale la cultura cattolica, si assiste alle celebrazioni di carnevale. Che significato ha in realtà il carnevale? È la sfilata in strade di persone mascherate? O è la baldoria sfrenata in Brasile? Consiste in ingozzarsi di dolci, salumi e bere fino ad ubriacarsi? Come le altre tradizioni religiose influenzate dalla secolarizzazione, anche il carnevale si è allontanato dal suo significato originario.

Il termine “Carnevale” deriva dalla locuzione latina “carnem levare” con significato di “privarsi della carne” e si riferiva all’ultimo banchetto che si teneva l’ultimo giorno subito prima del periodo di astinenza e digiuno di attesa della Pasqua, ossia il giorno prima di entrare nel periodo di Quaresima. Mentre nella tradizione ortodossa in questo periodo ci si allontana da tutti gli alimenti animali; in quella cattolica, a seguito in particolare delle riforme del 1965, si evita di mangiare per quaranta giorni cibi che piacciono e che in genere creano una certa dipendenza. Ad esempio gli italiani cattolici che seguono questa dieta, evitano gelati, caffè, vino e dolci. Un’altra tendenza ancora è quella di sospendere i social media ed astenersene dall’uso. Non manca anche chi mette da parte i soldi dei dolci non mangiati, caffè non bevuti per quaranta giorni per darli ai bisognosi.

Considerare la Quaresima meramente come astinenza dal mangiare la carne non permette di coglierne la dimensione spirituale. Nel senso più profondo, è abbandonare il corpo fatto di carne, i desideri e i piaceri mondani, rafforzando la dimensione spirituale e morale. Il primo giorno di Quaresima, ovvero il Mercoledì delle Ceneri, i partecipanti alla messa in chiesa ritornano a casa con la cenere cosparsa sulla loro fronte. La cenere è il segno della fragilità e mortalità del corpo uomo, rammentando la sua origine e la sua fine. “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”, ovvero: “Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. Si tratta pertanto di un periodo di preparazione e riabilitazione spirituale per tutto l’anno. Oltre ad evitare pettegolezzi, calunnie, parole offensive, si dovrebbe fare del bene al prossimo, comportarsi in modo gentile e generoso, correre all’aiuto del bisognoso. Attraverso le preghiere e le meditazioni aggiuntive durante la giornata e le letture settimanali della Bibbia si cerca di elevarsi anche spiritualmente.

Quest’anno, mentre il 26 febbraio, con il Mercoledì delle Ceneri, i cristiani manifestano la loro intenzione di entrare nello spirito della Quaresima, il giorno subito dopo nella Notte dei Doni, Laylat al-Raghaib, che segna l’inizio dei tre mesi sacri dell’Islam, i musulmani esprimono la loro intenzione di entrare nello spirito di Rajab, Sha’ban e Ramadan e vivere un periodo molto simile a quello della Quaresima. 

Questa coincidenza potrebbe essere una bella occasione per i credenti delle due religioni per scoprire la dimensioni spirituali del dialogo e abbandonare non solo i desideri mondani e carnali ma anche i pregiudizi reciproci. 

 

Coronavirus, garantiti i rifornimenti di frutta e verdura

I rifornimenti di frutta e verdura sono garantiti dagli agricoltori in tutte le aree del Paese con i mercati generali all’ingrosso che hanno aperto e funzionano regolarmente, da Milano a Padova fino a Roma.

Lo rende noto la Coldiretti in riferimento alla corsa agli acquisti che si sta verificando in supermercati e negozi. Nel week end si è registrato un aumento della spesa per prodotti alimentari freschi e trasformati stimato tra il 5 e il 10%, secondo il monitoraggio della Coldiretti nei mercati di Campagna Amica.

La crescente preoccupazione – sottolinea la Coldiretti – sembra spingere molti a fare scorte con la sollecitazione delle autorità alla limitazione degli spostamenti per evitare la diffusione del contagio.

Anche perché – continua la Coldiretti – nelle aree già a rischio sono state adottate misure cautelative con la chiusura di negozi, centri commerciali e mercati all’aperto per evitare forme di aggregazione. Tra i prodotti piu’ richiesti – conclude la Coldiretti – frutta, verdura e carne ma anche altri alimenti conservabili.

 

Il rapporto React su terrorismo e radicalismo islamico in Europa

Circa 390 morti e 2.359 feriti per terrorismo di matrice jihadista dal 2014 al 2019. È il primo dato che emerge dal Rapporto sul terrorismo e il radicalismo islamico in Europa di React, l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo,

I numeri del fenomeno analizzati.

18 gli attacchi terroristici ed episodi di violenza di matrice jihadista nel 2019: Francia (9), Italia (2), Paesi Bassi (3), Norvegia (2), Regno Unito (1) e Svezia (1), per un totale di 10 persone uccise e 46 ferite.

La maggior parte delle azioni ha visto l’uso di coltelli (76%) e armi da fuoco (18%); solo in un caso (Lione) è stato fatto uso di esplosivi. Un trend in linea con l’evoluzione di un fenomeno che ha registrato in Europa, nel 2014-2019, 120 azioni violente “in nome del jihad”, con 390 morti e 2359 feriti: sette attacchi su dieci si sono concentrati nel periodo di massima espansione dello Stato islamico (2015-2017).

Il 56% degli attacchi è registrato come fallimentare, il 22% è un successo tattico, sebbene nel 78% dei casi sia stato ottenuto un risultato significativo in termini di danni: è questo un grande risultato per i terroristi, perché non mirano solo ad uccidere e ferire, ma a dividere le nostre società e a diffondere odio e intolleranza.

Il Rapporto si sofferma anche sul possibile collegamento tra immigrati e terrorismo: “Dal gennaio 2014, 44 rifugiati o richiedenti asilo sono stati coinvolti in 32 complotti jihadisti in Europa. Sebbene la maggior parte di questi soggetti si sia radicalizzata prima dell’ingresso in uno dei Paesi europei, tuttavia i processi di radicalizzazione avviati dopo l’arrivo in Europa sono divenuti più comuni a partire dall’autunno del 2016. Nel complesso – annota la ricerca – il periodo di latenza tra l’arrivo in Europa e la partecipazione a un’azione terroristica in genere associata allo Stato islamico è di 26 mesi”.

Nuovo Coronavirus: il CNT dispone test su tutti i donatori di organi

In considerazione della rapida evoluzione epidemiologica della diffusione del nuovo Coronavirus SARS‐CoV‐2 nel nostro Paese, sebbene ad oggi non siano state documentate trasmissioni mediante donazione di organi, tessuti e cellule e il rischio non sia attualmente noto, il Centro nazionale trapianti ha rafforzato le misure di prevenzione infettivologica sui donatori segnalati nelle Regioni italiane che hanno registrato casi di contagio.

Per quanto riguarda i prelievi di organi e tessuti da donatore deceduto, è stata disposta l’esecuzione del test specifico per la ricerca di SARS‐CoV‐2 sulle secrezioni respiratorie (tampone rino‐faringeo o BAL) di tutti i donatori segnalati in LombardiaVenetoPiemonteEmilia Romagna e Provincia di Trento. In caso di positività sarà necessario procedere alla verifica dell’eventuale viremia con prelievo di sangue. Il risultato del test dovrà essere disponibile prima del prelievo degli organi e dei tessuti ed in caso di positività il donatore sarà ritenuto non idoneo.

Per i donatori segnalati nelle altre Regioni, la Rete nazionale trapianti manterrà un’attenta sorveglianza anamnestica del donatore che abbia soggiornato nelle Regioni a rischio o in Cina nei 28 giorni precedenti la donazione. In questi casi verrà immediatamente attivata la task force infettivologica del Centro nazionale trapianti, già normalmente operativa per le potenziali donazioni di difficile valutazione clinica.

Le stesse disposizioni si applicano ai donatori viventi di organi, tessuti e cellule staminali emopoietiche (CSE) da sangue midollare, periferico e cordonale che risiedono in LombardiaVenetoPiemonteEmilia Romagna e Provincia di Trento: test specifico e, in caso di positività, sospensione temporanea della donazione e immediato coinvolgimento della task force infettivologica nazionale. Per i donatori viventi delle altre regioni dovrà essere applicato il criterio di sospensione temporanea di 28 giorni per i donatori che abbiano soggiornato nelle regioni a rischio o in Cina.

Il sistema di vigilanza del CNT era già intervenuto due volte dall’inizio dell’emergenza, in occasione di due donazioni potenziali di cittadini cinesi deceduti in Italia. In entrambi i casi i test specifici avevano dato esito negativo e i prelievi erano stati effettuati normalmente.

Infine, il Centro nazionale trapianti invita i pazienti trapiantati e in trattamento con immunosoppressori a evitare, ove possibile, luoghi di grande assembramento di persone e di utilizzare dispositivi di protezione individuale (come le mascherine) e raccomanda alle Regioni di assicurare la continuità di cura per i pazienti trapiantati e percorsi di accesso alle strutture ospedaliere che minimizzino il rischio di trasmissione.

Centro, non è né trasformismo né tatticismo.

Continua il dibattito e il confronto sulla cosiddetta assenza del “centro politico” nel nostro paese. Anche se questo dibattito e’ accompagnato dalla volontà di molti partiti di occupare uno spazio politico tutt’oggi orfano di rappresentanza e di visibilità programmatica. Certo, e’ la storia concreta del nostro paese a dirci che la “politica di centro”, più che non un “partito di centro”, e’ stata la costante che ha caratterizzato la crescita e lo sviluppo della nostra democrazia parlamentare. E non solo perché per quasi cinquant’anni il partito della Democrazia Cristiana ha giocato un ruolo, e a lungo, protagonistico nello scacchiere politico italiano. “Un partito di centro che muove verso sinistra”, per citare una ormai celebre affermazione di Alcide De Gasperi. Ma era un partito che riuscì a coniugare una politica di centro essendo, di fatto, anche un partito di centro. Sia per ragioni nazionali e sia, soprattutto, per ragioni di natura internazionale. 

Ma questo, come tutti sanno, appartiene alla storia checche’ ne dicano intellettuali ed opinionisti che danno per scontato che se dovesse casomai tornare un sistema proporzionale quasi automaticamente riemergerebbe, coma una sorta di fiume carsico, una sorta di Dc, seppur rinnovata e corretta per l’uso domestico e contemporaneo. Ora, parliamoci chiaro. Di fatto siamo già in un sistema proporzionale perché per governare devi costruire le alleanze e le coalizioni – anche se con i governi Conte siamo entrati in una fase politica dominata dal trasformismo più spregiudicato – e, al contempo, si moltiplicano, purtroppo, i partiti personali o del capo che rivendicano una primogenitura e un ruolo specifico nella definizione dei vari accordi per il governo. 

Ecco perché quando si parla oggi del centro, di un partito di centro o addirittura di una politica di centro, non dobbiamo fare confusione. Per uscire dalla metafora, va detto con chiarezza che non possiamo confondere la tradizione politica e culturale del centro nel nostro paese con chi fa del trasformismo, della inaffidabilità e della improvvisazione la sua cifra politica di riferimento. Come si può definire il partito personale di Renzi come il partito del nuovo centro della politica italiana? O il movimento personale di Calenda? O, per restare nel campo del centro destra, il partito – o ciò che resta di quel partito – di Berlusconi può ancora essere etichettato come il perno attorno a cui ruota il centro politico, democratico e riformista nel nostro paese? Per non parlare delle decine e decine di sigle, movimenti e tentativi – peraltro clandestini e del tutto testimoniali – che si autoproclamano di fatto gli eredi esclusivi della grande tradizione democratico e cristiana ma che, purtroppo, sono accomunati dal progressivo, ripetuto, reiterato e quasi scientifico fallimento politico ed elettorale. 

Il centro, la sua tradizione, la sua cultura, la sua storia e il suo progetto politico non possono essere lontanamente paragonati agli attuali esperimenti politici ed organizzativi, prevalentemente di natura personale o proprietaria. Il centro continua, si’, ad essere evocato ed auspicato da più partiti e da più pulpiti giornalistici e politologici. Ma la sua traduzione politica ed organizzativa non può continuare ad essere confusa, lo ripeto, con la spregiudicatezza trasformistica da un lato o con l’improvvisazione e il tatticismo dall’altro. Perché il centro, è sempre bene ricordarlo, era una politica ed un progetto. Oggi, purtroppo, è solo tatticismo e posizionamento di potere. Appunto, l’esatto contrario.

Fermezza e decisione

Mentre l’emergenza sanitaria accresce la paura, scuotendo le deboli infrastrutture morali del Paese, stenta a manifestarsi un’autentica, indispensabile politica di coesione nazionale. 

Prevale infatti l’improvvisazione. L’idea di misurare il consenso con l’approntamento di azioni “a chilometro zero” non convince affatto e per di più non rassicura sulla tutela complessiva degli italiani. Questa vicenda del coronavirus segnala, ove c’è ne fosse stato bisogno, che un modello di sanità a dominante regionale rappresenta nei passaggi critici un problema molto serio. 

Per giunta è l’atteggiamento delle opposizioni, che non dovrebbe mai scadere nella irresponsabilità, a suscitare dubbi e apprensione. L’allarme provocato dal contagio esigerebbe uno sforzo di collaborazione ad ogni livello, rinviando ad altra fase la verifica delle ragioni che dividono maggioranza e minoranza. Invece da Salvini e Meloni vengono parole di esplicita o implicita condanna nei riguardi dell’operato del governo. Sembra di assistere alle manifestazioni di tifo in uno stadio a rischio.

Si scopre così, nel momento più difficile, che la condotta delle diverse autorità è di tipo difensivo. Ognuno sceglie la via più semplice, anche se porta a guai maggiori. È uno stillicidio di decisioni prese con l’unico timore di non essere incastrati, essendo ormai diffusa una psicosi più leggera ma più radicata di quella in atto sul fronte sanitario, causa ed effetto della grande giostra populista che ha investito la nazione: la psicosi del fare tutto il possibile per evitare contraccolpi sul piano delle responsabilità amministrative e penali, e farlo con l’unico obiettivo, evidentemente, di tutelare se stessi.

L’Italia è ferma. Tuttavia, dinanzi alle difficoltà non ci può fermare, anzi si deve contrattaccare con tutta l’energia possibile e con assoluta determinazione. Occorre che il Paese riscopra l’importanza del comune sentire e soprattutto del comune operare nell’interesse generale. Una tregua morale, prima che politica, s’impone in questa fase eccezionale. Spetta al governo mettere in chiaro che esiste un dovere supremo, di cui esso è garante per sé e per tutti, che ruota attorno alla salvaguardia del “bene comune”.

È tempo di fermezza e decisione. 

L’Ue stanzia 230 milioni di euro per la lotta e la diffusione del Coronavirus

Il commissario europeo alla gestione delle crisi, Janez Lenarcicha annunciato un contributo congiunto di 230 milioni di euro alla lotta contro la diffusione globale di Coronavirus.

“Non ci sono dubbi che questa è una sfida globale e richiede la cooperazione di tutta la comunità internazionale e il coordinamento di tutti i settori. Voglio elogiare la veloce e professionale risposta delle autorità italiane. Abbiamo una cooperazione eccellente con l’Italia e sono sicuro che l’Italia ha le strutture e le competenze per rispondere in modo coordinato a questa diffusione”, ha detto.

Di questi 230 milioni di euro, 114 milioni di euro sosterranno l’Oms, in particolare il piano globale di preparazione e risposta globale, per rafforzare la preparazione all’emergenza della sanità pubblica e il lavoro di risposta nei paesi con sistemi sanitari deboli e capacità di ripresa limitata. Parte di questo finanziamento è soggetta all’accordo delle autorità di bilancio dell’Ue. Quindici milioni di euro sono previsti per essere assegnati in Africa, compreso l’Istituto Pasteur Dakar, in Senegal, a sostegno di misure quali la diagnosi rapida e la sorveglianza epidemiologica.

Cento milioni di euro, di cui 90 milioni di euro per un partenariato pubblico-privato con l’industria farmaceutica alla ricerca di un vaccino e 10 milioni per progetti di ricerca su epidemiologia, diagnostica, terapia e gestione clinica nel contenimento e nella prevenzione. Tre milioni di euro saranno assegnati al meccanismo di protezione civile dell’Ue per i voli di rimpatrio di cittadini dell’Ue da Wuhan, in Cina

Reddito di cittadinanza, partono i Progetti Utili alla Collettività

Possono partire i PUC, i Progetti Utili alla Collettività che i beneficiari del Reddito di cittadinanza sono tenuti a svolgere nel proprio Comune di residenza per almeno 8 ore settimanali, aumentabili fino a 16.

A seguito della pubblicazione, sulla Gazzetta Ufficiale n. 5 dell’8 gennaio 2020, del Decreto ministeriale del 22 ottobre 2019 che definisce forme, caratteristiche e modalità di attuazione dei PUC, il Decreto ministeriale del 14 gennaio 2020 stabilisce, su proposta dell’INAIL, il premio speciale unitario per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dei soggetti impegnati nei PUC.

A tal fine, sulla Piattaforma GePI dal 22 febbraio sarà attivata una nuova funzione che consentirà ai Comuni di caricare sia i progetti messi in campo, sia l’elenco dei beneficiari Rdc per i quali deve essere aperta la copertura assicurativa.

Si ricorda che sono tenuti ad offrire la propria disponibilità allo svolgimento dei PUC i beneficiari del Reddito di cittadinanza che abbiano sottoscritto un Patto per il Lavoro o un Patto per l’Inclusione Sociale, pena la decadenza dal beneficio. La partecipazione ai progetti è facoltativa per le persone non tenute agli obblighi connessi al Reddito di cittadinanza, che possono aderire volontariamente nell’ambito dei percorsi concordati con i servizi sociali dei Comuni/Ambiti Territoriali.

Oltre a un obbligo, i PUC rappresentano un’occasione di inclusione e crescita per i beneficiari e per la collettività:

  • per i beneficiari, perché i progetti saranno strutturati in coerenza con le competenze professionali del beneficiario, con quelle acquisite anche in altri contesti e in base agli interessi e alle propensioni emerse nel corso dei colloqui sostenuti presso il Centro per l’impiego o presso il Servizio sociale del Comune;
  • per la collettività, perché i PUC dovranno essere individuati a partire dai bisogni e dalle esigenze della comunità locale e dovranno intendersi come complementari, a supporto e integrazione rispetto alle attività ordinariamente svolte dai Comuni e dagli Enti pubblici coinvolti.

Per saperne di più, vai alla pagina PUC nella sezione Rdc Operatori dove, oltre alle norme, sono a disposizione le slide di approfondimento e la lezione interattiva.

Storie di donne dall’antichità

Domenica 8 marzo 2020, alle ore 11.00, a Roccelletta di Borgia – Borgia (Catanzaro), presso il museo e parco archeologico nazionale di Scolacium, sarà celebrata la Giornata internazionale della donna con una proposta affascinante, suggestiva, di grande impatto emotivo dal titolo Storie di donne dall’antichità.

Sarà, infatti, possibile ripercorrere tramite un’apposita visita guidata le tante testimonianze del mondo femminile presenti in questa Sede afferente al Polo museale della Calabria.

Un itinerario – come precisa appunto la dottoressa Elisa Nisticòattraverso la storia delle donne dell’antichità che hanno lasciato la traccia, il solco profondo del loro passaggio”.

Istituito nel 2005, il museo è allestito in un edificio rurale dell’Ottocento appartenuto ai baroni Mazza. I materiali esposti, frutto della ricerca archeologica compiuta nell’area su cui sorge il museo, si riferiscono ad un arco temporale che va dal V sec. a.C. al VI d.C.. Nel parco, in gran parte coltivato ad ulivi e acquisito al demanio dello Stato nel 1982, spicca l’imponente struttura della basilica normanna detta della Roccelletta, databile tra la fine dell’XI sec. e la metà del XII. Sono inoltre visibili i resti della città romana, erede della greca Skylletion, divenuta colonia, dopo la guerra contro Annibale, con il nome di Minervia Scolacium.

Pertanto la rivisitazione delle tante figure femminili che hanno indelebilmente segnato il loro passaggio terreno è appropriata e in linea per la oramai consolidata e diffusa celebrazione dell’8 marzo.

Il coronavirus in Cina sta perdendo forza

Se secondo gli scienziati cinesi il virus starebbe diventando meno contagioso, lo dice il  team di ricercatori guidato da Zhong Nanshan.

Dopo non aver registrato negli ultimi giorni nessun nuovo caso di infezione, le province cinese del Liaoning e del Gansu hanno abbassato il livello di emergenza che dalla fine di gennaio era ai massimi in tutta la Repubblica Popolare, anche se focolai prima sconosciuti sono stati ora registrati in alcune carceri del Paese.

Proprio in questi giorni per la prima volta che il tasso di guarigioni ha superato quello delle vittime.

Nello Hubei e a Wuhan, ground zero del Covid-19, i nuovi casi accertati sono stati 1.808 e i morti 93, anche questi in diminuzione.

Invece la Corea del Sud ad oggi è il Paese più colpito dopo la Cina, se si escludono i 630 casi sulla nave da crociera ancorata in Giappone.

Cattolici, politica e partito. Un dialogo da continuare.

L’amico Ettore Bonalberti, con la sua consueta passionalità e partecipazione, ha riproposto all’attenzione di tutti noi il tema cruciale di come ridare visibilità e concretezza alla tradizione politica e culturale del cattolicesimo politico e sociale nel nostro paese. Ora, senza entrare nel dialogo epistolare tra Ettore Bonalberti e Lucio d’Ubaldo con le rispettive posizioni, credo sia necessario almeno richiamare tre aspetti che restano importanti per tutti noi. Soprattutto per coloro che arrivano dall’esperienza della Democrazia Cristiana e che si sono riconosciuti per molti anni nell’esperienza politica e culturale dei cattolici impegnati in politica. 

Innanzitutto c’è l’ambizione, condivisa e sentita da tutti, di evitare di continuare a giocare un ruolo meramente satellitare o periferico o marginale nella vita politica italiana. Per troppo tempo, infatti, e per svariate motivazioni, abbiamo assistito ad una sorta di inspiegabile “silenzio” pubblico dei cattolici democratici e popolari che ha avuto la conseguenza concreta di rendere sterile ed inconcludente questo filone ideale nella concreta dialettica politica italiana. 

In secondo luogo resta aperto il tema, peraltro decisivo, di come rideclinare organizzativamente la ricerca e la volontà di ridare un giusto protagonismo politico a questa cultura. E qui la risposta non è nè univoca e nè omogenea. L’unico aspetto su cui mi permetto di avanzare una riflessione è quello di evitare, se possibile, di continuare a dar vita a gruppi o movimenti o partiti destinati al fallimento politico ed elettorale. Abbiamo avuto troppi esempi che, nel corso di questi anni, seppur ispirati dalla buona volontà e dalla generosità dei singoli, si sono dimostrati di fronte alla prova politica ed elettorale del tutto avulsi dalla realtà concreta. Uno stillicidio che non si deve più ripetere anche perché si rischia, inconsapevolmente, di consegnare alla storia una cultura, un pensiero e un progetto politico che invece può ancora giocare un ruolo decisivo nella povertà della politica contemporanea. 

In ultimo, e non per ordine di importanza, la disputa se il futuro di un cosiddetto “partito di centro” deve essere autonomo o deve dichiarare sin da subito la sua collocazione in un “campo politico” definito e definitivo. Ora, anche se siamo collocati in un contesto politico profondamente trasformistico, non c’è alcun dubbio che il mondo cattolico italiano è sempre stato una realtà fortemente plurale al suo interno e, pertanto, con prospettive politiche diverse se non addirittura alternative. Ecco perché non deve stupire se, oggi, ci sia una inclinazione a fare una scelta di campo nel momento in cui si decide, per un verso o per l’altro, di “scendere in campo”. Appartiene alla libera dialettica democratica che, come detto, attraversa storicamente ed orizzontalmente l’area cattolica italiana. 

Quello che conta, semmai, è quello di continuare un dialogo e un confronto libero e franco tra di noi senza lanciare anatemi e senza avere la presunzione e l’arroganza di rappresentare tutti. Solo i moralisti di professione e i cosiddetti “sepolcri imbiancati”, per dirla con Donat-Cattin, rappresentano questa deriva. E proprio il confronto tra Ettore e Lucio dalle colonne del Domani D’Italia è la conferma che si può costruire un percorso condiviso pur partendo da presupposti un po’ diversi. Perché, alla fine, abbiamo una comune cultura di riferimento e leader e statisti altrettanto comuni che ci hanno insegnato molto con il loro magistero politico, culturale, ideale, sociale e forse anche etico. E questo non lo possiamo mai dimenticare. 

Bernie Sanders è sempre più solo nella corsa alla presidenza

Il senatore del Vermont ha ottenuto quasi il 50% dei voti. Alle sue spalle si è piazzato l’ex vice presidente Biden, ma con la metà dei consensi. Tutti gli altri candidati sono distaccati, con Buttigieg al terzo posto e Warren al quarto. Bloomberg non si era presentato per questa consultazione, e scenderà in campo solo nel Super Tuesday (il giorno in cui va al voto il maggior numero di Stati) del 3 marzo.

Solitamente, in tale giorno, si comincia ad avere un’idea piuttosto chiara di chi sarà il candidato Presidente, che sarà poi nominato in estate durante le convention dei delegati. Una notevole eccezione fu il 2008, quando la sfida tra Barack Obama e Hillary Clinton finì in un sostanziale pareggio.

L’ultimo Super Tuesday si tenne il 1º marzo 2016. Esso consolidò il predominio di Donald Trump in campo repubblicano, lasciando però aperta la sfida tra i democratici Hillary Clinton e Bernie Sanders.

All’epoca Hillary Clinton vinse in Vermont su Sanders, grazie al sostegno dei sindacati, a cominciare dalla Culinary Workers Union, la lega dei circa 60 mila lavoratori impiegati negli alberghi, ristoranti e casinò di Las Vegas.

Questa volta il gruppo dirigente della Union non si era schierato apertamente. Tuttavia aveva diffuso un opuscolo per difendere la copertura sanitaria prevista nei contratti collettivi e bocciare, quindi, la proposta di Sanders che vuole istituire un servizio nazionale uguale per tutti, «all’europea».

La fame minaccia oltre la metà della popolazione del Sud Sudan

Circa 6,5 ​​milioni di persone nel Sudan del Sud – più della metà della popolazione – potrebbero essere in acuta insicurezza alimentare tra maggio e luglio.

Secondo il rapporto (IPC) pubblicato dal governo del Sud Sudan, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) e il World Food Programme (WFP) la situazione è particolarmente preoccupante nelle aree più colpite dalle inondazioni del 2019, in cui la sicurezza alimentare è notevolmente peggiorata dallo scorso giugno.

Particolarmente a rischio sono 20.000 persone che da febbraio ad aprile soffriranno i livelli più estremi di fame (livello di “catastrofe” di insicurezza alimentare o IPC 5) nelle contee di Akobo, Duk e Ayod che sono state colpite da forti piogge l’anno scorso, e hanno bisogno di un sostegno umanitario urgente e sostenuto.

Si prevede che il problema peggiorerà progressivamente fino a luglio, principalmente a Jonglei, nell’Alto Nilo, a Warrap e nel Northern Bar el-Ghazal, con oltre 1,7 milioni di persone che affrontano un livello molto alto di insicurezza alimentare (Fase 4 IPC).

Il rapporto stima inoltre che 1,3 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta nel 2020.

 

L’ESA vuole dei volontari sdraiati

Restare sdraiati a letto tutto il giorno per un mese intero o rimanere in una vasca piena d’acqua per poco meno di una settimana, in cambio di un compenso molto alto.

E’ l’European Space Agency (ESA) infatti ad aver comunicato la ricerca di volontari che partecipino ad un programma dettagliato che consenta ai ricercatori di studiare come i corpi umani reagiscono alla vita nello spazio, studiando così gli effetti della microgravità sul corpo umano.

I test saranno effettuati sulla terra perché  effettuare uno studio in orbita sarebbe troppo costoso e complesso.

I test si terranno negli istituti di medicina spaziale Medes di Tolosa e Jozef Stefan di Planica, in Slovenia, tra 2021 e 2022.

Durante i test, i partecipanti dovranno rimanere sdraiati negli speciali letti attrezzati dall’Esa per 60 giorni, senza potersi mai alzare e dovranno tenere sempre almeno una spalla poggiata sul materasso, inclinato di sei gradi, in modo che i piedi siano in posizione più rialzata rispetto alla testa. Questa modalità servirà ai ricercatori di monitorare i cambiamenti del corpo, testando diete alimentari oltre a specifici esercizi fisici.

Coronavirus: chi è più a rischio.

Secondo il maggiore studio epidemiologico realizzato su oltre 44 mila casi di nuovo coronavirus nella Repubblica popolare, pubblicato dal Chinese Journal of Epidemiology il numero più alto di decessi per Covid-19 c’è stato tra persone con più di 80 anni.

L’analisi del Chinese Centre for Disease Control and Prevention ha riscontrato che il tasso di mortalità cresce dallo 0,2% tra 10 e 39 anni al 14,8% sopra gli 80. Un altro fattore di rischio è la presenza di malattie preesistenti, specie quelle cardiovascolari, diabete, insufficienza respiratoria cronica e ipertensione.

Bisogna fare particolare attenzione, anche se non servono allarmismi,  perché al momento la prevenzione si basa solo sulle regole classiche e l’unica terapia, ospedaliera, sembra essere il plasma dei pazienti guariti.

Persone fidate

Carissimi, mi rendo conto che di fronte al coronavirus ci sentiamo tutti un po’ a disagio e tutti bisognosi, anche, di consigli e rassicurazioni.

Vedere gente con la mascherina contribuisce a diffondere l’allarme. Anche l’Organizzazione mondiale della salute è intervenuta (non proprio tempestivamente, ma alla fine è intervenuta).

Colpisce leggere che tra i suoi consigli per combattere il rischio contagio vi sia quello di lavarsi le mani. Che detta così, fa venire in mente le raccomandazioni dei nostri telegiornali quando la canicola estiva imperversa: “Non uscire nelle ore calde della giornata, evitare cibi pesanti, ingerire bevande non troppo gelate…”. Alle donne incinte e agli anziani – ad abundantiam – si prescrive intelligentemente di non fare sforzi.

Avete presente, vero? Non dico bugie o fanfaluche. Questi sono i consigli. Dunque, mentre restiamo in attesa di apprendere notizie confortanti sul fronte del vaccino, ansiosi di uscire dal labirinto di paura, dobbiamo attrezzarci di buona volontà e sciacquarci per intanto le mani al lavandino, magari prima dei pasti.

Ma non finisce qui! Se aprite il sito della suddetta Organizzazione mondiale potrete anche scoprire che nel caso vi sentiate spaventati, meglio di ogni altro rimedio sarebbe rivolgersi a persone di cui vi fidate. In sostanza, non bisogna chiedere aiuto a chi stimiamo poco, ai ciarlatani di professione, agli imbonitori variamente camuffati.

Ecco perché mi scuote la dichiarazione che ho ascoltato ieri sera. Suonava in questi termini: “Chiediamo una risposta chiara a quattro domande: qual è il tasso di contagio, qual è il tasso di mortalità, si può essere infettati da persone asintomatiche, si può guarire. Vogliamo sapere tutto sul coronavirus, altrimenti non potremo dare una mano”.

E che diamine! Siccome nessuno dice niente, tutti tacciono, ciascuno si arrangia come può; siccome giornali e tv fanno pippa, parlando di sport invece che del virus; e siccome, infine, il governo ha posto la censura sull’informazione e tutti i politici si trastullano con altro, senza pensare ai rischi di contagio; per tutte queste ragioni, è giusto – santo cielo – annunciare il disimpegno dal fronte della collaborazione!

Evvia, diciamolo, a quale livello di spregiudicatezza si deve giungere per farsi dire “brava Meloni”! Ma che sia lei, con questi annunci, la persona fidata alla quale ci indirizzano gli esperti mondiali della sanità?

Sassoli: “La paura, per troppo tempo, è stata la nostra risposta ad un mondo che cambia”.

Illustrissime autorità,

Eccellenze,

Gentili ospiti,

Desidero ringraziare innanzi tutto Sua Eminenza mons. Gualtiero Bassetti, salutare le autorità presenti e dare il benvenuto ai rappresentanti delle Chiese del Mediterraneo che si sono riuniti in questi giorni a Bari, una città che è luogo ideale di incontro tra Oriente e Occidente.

Dopo anni di paure, finalmente, si torna a parlare di Mediterraneo come di una opportunità. L’Europa che per lungo ha guardato, anche giustamente, a Nord e a Est ha evitato spesso di concentrare la propria attenzione su quest’area in cui, come ricorda Fernand Braudel, “tutto si mescola e si ricompone in un’unità originale”.

La complessità dell’area del Mediterraneo, invece, ci ha fatto solo paura.

Paura dei problemi che propone, delle questioni nuove che dobbiamo affrontare, degli squilibri che dobbiamo ripianare.

E come sempre avviene, la paura ci ha paralizzati, risvegliandoci di volta in volta e facendoci trovare impreparati, senza strumenti adatti per esprimere un punto di vista condiviso.

La paura, per troppo tempo, è stata la nostra risposta ad un mondo che cambia.

Paura dell’altro e degli altri; paura che in quei paesi potessero nascere classi dirigenti orgogliose non più disposte a svendere le proprie risorse, paura di essere chiamati ad una concorrenza leale e a un confronto impegnativo.

Il vuoto lasciato dall’Europa si è riempito oggi con nuovi attori, interessati ad alimentare i conflitti in corso per assicurarsi la loro presenza.

Senza una politica europea per il Mediterraneo il divario Nord-Sud si è accresciuto. Non si è stati capaci di stabilire interessi condivisi e neppure di operare per il dialogo fra i paesi della sponda sud, la cui incomunicabilità accresce le crisi e i conflitti. Per molti paesi europei è sembrato più semplice alimentare le divisioni fra i paesi del Sahel e del Mashreq piuttosto che facilitarne il dialogo.
Oppure, dispensare sanzioni aiutando i governi a rafforzarsi , i poveri a diventare sempre più poveri e i paesi ricchi a pulirsi l’anima.

Una relazione più stretta e dinamica tra il Nord e il Sud del Mediterraneo rappresenta, invece, la premessa indispensabile per definire un approccio regionale condiviso di fronte a sfide comuni, quali la crescita demografica, il cambiamento climatico, l’inquinamento, le infrastrutture di trasporto, la pianificazione dello sviluppo urbano, l’incremento della domanda di energia e la scarsità di risorse primarie, come l’acqua.

L’Unione europea si trova a vivere una fase di grandi sfide e profondi cambiamenti e all’inizio di questa legislatura europea ci siamo chiesti quale fosse la nostra chiave di lettura della contemporaneità.

E la riflessione ha intravisto una opportunità in un interesse, comune e condiviso, a salvare il Pianeta, come leva per un profondo cambiamento del nostro modello di sviluppo. La tabella di marcia illustrata dalla presidente Von Der Leyen è un buon punto di partenza perché contiene obiettivi ambiziosi e strumenti adeguati per imboccare la strada della sostenibilità attorno a cui rilanciare gli investimenti, sostenere la transizione, sviluppare una strategia integrata contro la povertà e attuare il Patto Verde europeo. Papa Francesco, sapete, fa scuola anche in Europa…

Tutto questo, se finanziato adeguatamente, sarà molto utile anche per rilanciare una politica per il Mediterraneo.

Ecco perché siamo molto delusi della riunione che si è svolta ieri al Consiglio europeo fra i capi di Stato e di governo sul quadro finanziario pluriannuale in cui è emersa poca lungimiranza e molto egoismo.

Lo stesso egoismo che si è declinato in questi anni rinunciando a sviluppare una politica per l’immigrazione, rifiutando di accogliere la decisone, votata a stragrande maggioranza dal Parlamento, per la riforma del trattato di Dublino.

Con quella riforma avremmo avuto una politica europea, e non avremmo avuto paesi meno soli, più capacità di organizzazione e integrazione, più convenienza per tutti e un forte investimento sulla nostra umanità…

Le decisioni che saranno adottate sul bilancio pluriennale avranno un forte impatto sulle nostre opinioni pubbliche. Ne condizioneranno la fiducia. Un’Europa più unita e consapevole è una garanzia per tutti.
E sarà utile anche per guardare al Mediterraneo con occhi diversi, creando le condizioni per una maggiore integrazione tra le due sponde e per uno sviluppo condiviso di tutta la regione.

Ma per fare tutto ciò serve partire dimostrando che abbiamo deciso di sconfiggere la paura.

Non possiamo rassegnarci ad un Mediterraneo trasformato in un cimitero di profughi se vogliamo far leva su questo mare per costruire nuovi ponti.

A testimonianza della ferma convinzione di dover investire con ambizione nelle relazioni euro-mediterranee, come Parlamento europeo, abbiamo deciso di assumere fino al 2021 la presidenza dell’Assemblea parlamentare dell’Unione del Mediterraneo, un forum parlamentare che accoglie i Parlamenti delle diverse sponde del Mediterraneo, l’unica assise dove siedono allo stesso tavolo israeliani e palestinesi.

In questo scenario la diplomazia parlamentare può giocare un ruolo molto importante sui temi più sensibili e sulle sfide comuni. Nel nostro sforzo abbiamo bisogno delle nostre opinioni pubbliche. L’obiettivo della nostra Presidenza, che coinciderà con il 25esimo anniversario della dichiarazione di Barcellona, sarà sicuramente quello di rilanciare questo forum attorno ai valori e alle politiche di interesse comune con i nostri partners della sponda Sud.

Su certe questioni l’Europa deve giocare d’anticipo ed assumere una leadership in termini di proposta e iniziativa. La diplomazia parlamentare è ancora, per certi aspetti, uno strumento poco esplorato. Nei confronti del Mediterraneo dobbiamo sviluppare una riflessione integrata, una strategia comune e nuove politiche al servizio dei cittadini. Ecco perché sostengo l’idea di promuovere una Conferenza dei presidenti dei Parlamenti del Mediterraneo, una occasione che può mettere a fuoco interessi comuni.

Signore e Signori,

stiamo vivendo una fase di svolta e mai come in questo momento abbiamo bisogno di una strategia che sia in grado di dare impulso e slancio alla politica. Nel Mediterraneo, l’Europa ha il dovere di investire su progetti in grado di abbattere le disuguaglianze, favorire il passaggio ad una società sostenibile e rilanciare politiche di partenariato in ambito sociale, economico e culturale. Dobbiamo far valere il nostro peso nella stabilizzazione dei conflitti e aprire una prospettiva di libero scambio.

Pensare il Mediterraneo significa pensare la differenza, la pluralità, l’alterità.

La dimensione interculturale è una componente strutturale di questa regione. Ecco perché investire sul dialogo interculturale e interreligioso è indispensabile. È il senso delle domande che ha posto Papa Francesco in occasione dell’incontro interreligioso di Abu Dhabi, ovvero “come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione e come possiamo far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro”.

Il dialogo e la cooperazione fra le confessioni religiose è fondamentale.

Sappiamo bene quanto siano decisivi in questo passaggio coloro che operano per rafforzare nell’uomo il significato della propria vita. E quanto nel “mosaico di culture” – riprendendo mons. Bassetti – “le religioni possono avere un ruolo inclusivo nello spazio europeo”.

Ed è proprio nel Mediterraneo, nell’antichità spazio del politeismo più spinto, che la vittoria sugli idoli ha fatto diventare questo mare lo spazio del Dio unico. Ne sono testimonianza i giudizi di Geremia e Isaia che ritroviamo quasi alla lettera nel Corano: “Io sono il primo e sono l’ultimo. E fuori di me non vi è Dio”.

Qui non si tratta di annullare le differenze, perché sappiamo che l’idea del Dio unico solleverà sempre questioni sugli attributi di Dio, la Creazione, il libero arbitrio, la predestinazione… Qui si tratta di rispondere alla domanda che il Corano, con semplicità rivolge a tutti coloro che oggi stanno navigando nel Mediterraneo in tempesta: “O genti del Libro, perché litigate?”.

A Bagdad, nella Casa della Saggezza del Califfo Al Ma’mun s’incontravano ebrei, cristiani e musulmani a leggere i libri sacri e i filosofi greci. Oggi sentiamo tutti, credenti e laici, la necessità di riedificare quella casa per continuare insieme a combattere gli idoli, abbattere muri, costruire ponti, dare corpo ad un nuovo umanesimo.

Guardare in profondità il nostro tempo e amarlo anche di più quando è difficile da amare, credo che sia il seme gettato in queste giornate così attente al nostro destino. Basta avere paura dei problemi che ci sottopone il Mediterraneo.
Per l’Unione europea e per tutti noi ne va della nostra sopravvivenza.

Ministri che chiedono quello che non fanno!

I ministri europei sono tutti determinati ad ottenere un risultato irrinviabile: un forte cambiamento fiscale che impegni ogni paese nel mondo a varare di concerto la tassazione per le holding internazionali delle vendite on line, ed interrompere il vagare delle imprese tra i paesi meno costosi fiscalmente per i loro investimenti. Per questo hanno concordato il contenuto di una lettera da mandare alle autorità internazionali.

È risaputo che soprattutto le aziende digitali che si occupano di social e quelle della vendita di beni on line, oramai sono le più ricche della Terra, ma proprio loro non pagano le tasse. Invece le aziende che spostano le loro produzioni in paesi a fisco meno pesante, lo fanno per ridurre i costi per avere i propri prodotti nel mercato globale più competitivi, anche se questi traslochi procurano di riflesso disoccupati nei paesi abbandonati. Dunque questi propositi sono di grande rilevanza e ci auguriamo che l’azione di questi Ministri produca risultati.

Ma vorremmo che gli stessi Ministri economici, chiedendo aiuto alle autorità internazionali, si premuniscano dalla circostanza assai probabile di cadere nel ridicolo, rischiando di sentirsi dire di cominciare intanto loro a fare i compiti a casa. Ad esempio, potranno essere interrogati su cosa intendono fare per ridurre il loro debito, che è la causa principale di pesi fiscali insostenibili a carico dei cittadini. Infatti, chiedere a chi vende beni on line più tasse, equivarrebbe indirettamente anche a colpire i consumatori che oggi, tutto sommato, beneficiano di una sorta di ‘no tax area on line’, e che diversamente li vedrebbe pagare con ulteriori tasse le merci da acquistare, con un aumento dal 20 al 30% delle merci, che subito i venditori on line scaricherebbero su di loro.

Invece, riguardo al dumping fiscale che provoca tante sciagurate delocalizzazioni, prima di chiedere agli altri paesi un allineamento fiscale per contenere il fenomeno in questione, è bene che i ministri europei pongano ai loro paesi, di devolvere la sovranità fiscale alla Unione Europea, per avere un unico fisco almeno in tutta Europa, che eviti il ‘dumping’ nel vecchio continente e che renda più coerente la loro sacrosanta iniziativa. Per equiparare le tasse in ogni parte del mondo, speriamo che i Ministri europei comprendano che probabilmente dovranno chiedere a molti altri di aumentare le tasse, datosi che gli europei le pagano più salate degli altri.

Ecco penso che se nel fare questa richiesta, non si pongono l’obiettivo di ridurre le proprie per aumentare quelle altrui, difficilmente il tema potrà essere risolvibile. In questo tempo è molto ricorrente che i governanti si danno tanti obiettivi solenni, ma che non trovano sbocchi a causa di presupposti non idonei che loro stessi non rimuovono o che addirittura loro stessi compromettono. definitiva se chiedi ad un’altro di fare quello che tu desideri, quantomeno tu avrai dovuto dare esempio da non cadere in contraddizione palese.

Il Piano nazionale contro lo sfruttamento e il caporalato in agricoltura

Soprattutto prevenzione, più vigilanza e contrasto, uniti a protezione, assistenza e reinserimento socio-lavorativo per le vittime. È quanto prevede il primo Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato (2020-2022).

Partendo da una mappatura dei territori e dei fabbisogni di manodopera agricola, il Piano affianca interventi emergenziali e interventi di sistema o di lungo periodo, seguendo 4 assi strategici: prevenzione; vigilanza e contrasto; protezione e assistenza; reintegrazione socio-lavorativa.

Proprio questi assi, saranno declinati in 10 azioni, considerate prioritarie:

1. Un sistema informativo con calendario delle colture, dei fabbisogni di manodopera e altri dati e informazioni sviluppato e utilizzato per la pianificazione, gestione e monitoraggio del mercato del lavoro agricolo.
2. Gli interventi strutturali, investimenti in innovazione e valorizzazione dei prodotti migliorano il funzionamento e l’efficienza del mercato dei prodotti agricoli.
3. Il rafforzamento della Rete del lavoro agricolo di qualità, l’espansione del numero delle imprese aderenti e l’introduzione di misure per la certificazione dei prodotti migliorano la trasparenza e le condizioni di lavoro del mercato del lavoro agricolo.
4. La pianificazione dei flussi di manodopera e il miglioramento dell’efficacia e della gamma dei servizi per l’incontro tra la domanda e l’offerta (CPI) di lavoro agricolo prevengono il ricorso al caporalato e ad altre forme d’intermediazione illecita.
5. Pianificazione e attuazione di soluzioni alloggiative dignitose per i lavoratori del settore agricolo in alternativa a insediamenti spontanei e altri alloggi degradanti.
6. Pianificazione e attuazione di soluzioni di trasporto per migliorare l’offerta di servizi adeguati ai bisogni dei lavoratori agricoli.
7. Campagna di comunicazione istituzionale e sociale per la prevenzione e sensibilizzazione sullo sfruttamento lavorativo e la promozione del lavoro dignitoso.
8. Rafforzamento delle attività di vigilanza e contrasto allo sfruttamento lavorativo.
9. Pianificazione e attuazione di un sistema di servizi integrati (referral) per la protezione e prima assistenza delle vittime di sfruttamento lavorativo in agricoltura e rafforzamento degli interventi per la loro reintegrazione socio-lavorativa.
10. Realizzazione di un sistema nazionale per il reinserimento socio-lavorativo delle vittime di sfruttamento lavorativo in agricoltura.

Carnevale, dolci fai da te in una casa su tre

Una sfilata di dolci da 150 milioni di euro per la settimana del Carnevale con più di 1 famiglia su 3 (38%) che riscopre il gusto di preparare a casa le ricette tradizionali soprattutto durante le feste. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixè.

Un trionfo delle specialità più zuccherose da nord a sud della Penisola nei giorni delle maschere: dai tortelli della Lombardia alle tagliatelle fritte dell’Emilia, dalla schiacciata toscana ai grostoli del Trentino, fino agli scroccafusi delle Marche ma anche la pignolata bianconera della Sicilia, il migliaccio della Campania, gli aciuleddi della Sardegna.

A Carnevale – stima la Coldiretti – vengono consumati oltre 11 milioni di chili di dolci tipici con un costo che oscilla fra 5 euro al chilo di chi usa forno e fornelli casalinghi ai 15 ai 30 euro, con picchi anche di 65, per le diverse specialità che si possono trovare nelle panetterie e nelle pasticcerie. Ma non è solo una questione di prezzo – evidenzia la Coldiretti – perché preparare i dolci a casa permette di fare la differenza sul risultato finale grazie a una scelta accurata di ingredienti freschi e di qualità, a partire dalle uova e dal miele che – continua la Coldiretti – possono essere acquistati anche nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica dove si possono trovare anche le specialità delle feste della tradizione contadina i cui segreti sono stati tramandati da generazioni.

I dolci di Carnevale sono un tesoro anche per i bambini che spesso – precisa la Coldiretti – portano a scuola o nelle feste il risultato dell’abilità in cucina delle proprie mamme. Il fatto poi che una porzione di 50 grammi di classiche frappe contenga 235 chilocalorie significa che un consumo moderato non ha conseguenze drammatiche sulla dieta e sulla salute, ma può avere invece avere un effetto positivo sull’umore di grandi e piccini.

E se le frappe sono fra i dolci più diffusi da nord a sud dell’Italia, con appellativi e forme diverse, la leggenda racconta che la loro origine risalga – precisa la Coldiretti – ai tempi dell’antica Roma con il nome di “frictilia” ed erano realizzate con un impasto di farina e uova che veniva steso, tagliato e fritte nello strutto bollente e mangiato durante le feste, soprattutto nel periodo invernale.

Il Carnevale – ricorda la Coldiretti – prende le mosse dalla tradizione della campagna, dove segnava il passaggio tra la stagione invernale e quella primaverile e l’inizio della semina nei campi che doveva essere festeggiata con dovizia. I banchetti carnevaleschi – conclude la Coldiretti – sono molto ricchi di portate perché, una volta in questo periodo si usava consumare tutti i prodotti della terra, non conservabili, in vista del digiuno quaresimale.

 

CARNEVALE: COLDIRETTI, I DOLCI TIPICI DELLE REGIONI D’ITALIA

 
ABRUZZO: la cicerchiata – spiega Coldiretti – è composta da gnocchetti grandi come ceci, fritti, guarniti con zucchero caramellato e miele e decorati con i canditi e confettini
BASILICATA: dalle pastarelle, biscotti ricoperti da glassa fondente e coriandoli, alle chiacchiere al vin cotto o spolverate di zucchero a velo, dalla torta da sanguinaccio ai taralli al nastro con glassa di zucchero
CALABRIA: la pignolata, fatta da piccole sfere di pasta dolce, fritte in olio di oliva e unite tra di loro dal miele e chiacchiere, e i nacatuli o nacatole
CAMPANIA: struffoli, palline fritte con zucchero e miele, il sanguinaccio e l’antico migliaccio che – afferma la Coldiretti – nasce da una base di semolino, latte e burro.
EMILIA ROMAGNA: sfrappole e lasagnette, tagliatelle dolci fritte bagnate con succo di arancia e cosparse di zucchero a velo
FRIULI-VENEZIA GIULIA: crostoli, frittelle e castagnole
LAZIO: oltre alle classiche frappe e castagnole gustose e morbide palline di pasta fritta riempite di ricotta o crema pasticciera ci sono i cecamariti ciociari preparati durante il carnevale per ingolosire i mariti. Si tratta – spiega la Coldiretti – di golose palline preparate da un impasto abbastanza compatto con cui vengono creati dei grandi gnocchi che vengono arrotolati a mano e fritti.
LIGURIA: le bugie sono nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo
LOMBARDIA: tortelli, dolci fritti cosparsi di zucchero e cannella o farciti con crema o con uvetta
MARCHE: arancini e scroccafusi, palline di pasta con cannella e scorza di limone spolverate di zucchero e bagnate con alchermes
MOLISE: scorpelle, dolcetti ricoperti di miele, tortelli di carnevale guarniti con tre tipologie di ripieno (crema, cioccolato, noci e mandorle, o marmellata di amarene) e poi fritti.
PIEMONTE: Friciò, dolcetti fritti con uvetta e scorze di limone, bugie, rombi o nastri fritti
PUGLIA: chiacchiere e frittelle
SARDEGNA: i brugnolus – sottolinea la Coldiretti – sono a base di farina, uova e purea di patate, fritti e avvolti nello zucchero e le orillettas, listarelle di pasta intrecciate, fritte e ricoperte di miele, aciuleddi con il miele
SICILIA: la pignolata, che è un dolce metà bianco e metà nero composto da pezzettini di pasta fritti e ricoperti da glassa al limone o cioccolata e iravioli fritti con crema o ricotta
TOSCANA: berlingozzi, ciambelle e cenci, nastri di sfoglia fritti e schiacciata dolce realizzata anticamente – ricorda la Coldiretti – con l’uso di strutto insieme a uova, latte e farina.
TRENTINO A.A: grostoi, nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo
UMBRIA: frappe, brighelle e strufoli, dolci fritti e bagnati con alchermes
VALLE D’AOSTA: bugie, tortelli con uva sultanina ammorbidita nel liquore e ricoperti di zucchero e panzerotti alla marmellata
VENETO: i galani, strisce quadrate o rettangolari fritte, frittelle, castagnole, bocconcini e crema fritta alla veneziana.

L’Automobile verso la decarbonizzazione

Un percorso green per avviare la decarbonizzazione delle automobili e centrare gli obiettivi climatici Italiani ed Europei al 2030 e 2050. Questi gli argomenti al centro del convegno “L’Automobile verso la decarbonizzazione” organizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile con il supporto di Groupe PSA Italia che si svolgerà il 25 febbraio a Roma, presso Sala dell’Auditorium del Museo dell’Ara Pacis..

L’Italia, che detiene la più alta percentuale di automobili per abitante in Europa, e punta all’attuazione del piano europeo di investimenti Green Deal deve muoversi rapidamente per realizzare la transizione green della mobilità e dei trasporti, un settore che presenta incoraggianti possibilità di cambiamento verso la green economy e gli assi per il futuro delle automobili: less, electric, green and shared.

L’incontro, previsto dalle ore 10.30 alle 13.00, sarà l’occasione anche per presentare il Rapporto “L’Automobile verso la decarbonizzazione” elaborato dalla Fondazione, e per avviare un confronto fra i principali stakeholder privati ed istituzionali su questo tema e fare il punto sulla “rivoluzione” della mobilità green.

A questo proposito sono stati invitati a confrontarsi diversi attori di rilievo nel mondo italiano e internazionale: fra cui figurano i rappresentanti della IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia) di Ispra, del Governo e del Parlamento italiano. Grazie per l’ attenzione Federica Cingolani Programma allegato

Gli adolescenti sedentari sono più inclini alla depressione a 18 anni

Gli adolescenti sedentari hanno maggiori probabilità di essere depressi rispetto ai loro coetanei attivi. E i sintomi di depressione cominciano a manifestarsi a 18 anni.

Lo dice Aaron Kandola dello University College di Londra, autore principale dello studio pubblicato da The Lancet Psychiatry.

I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 4.257 giovani che hanno indossato accelerometri per una settimana quando avevano 12, 14 e 16 anni. I partecipanti hanno anche completato questionari pensati per identificare eventuali sintomi di depressione o altri disturbi di salute mentale a 18 anni.

Gli accelerometri misuravano oggettivamente quando i partecipanti si dedicavano ad attività leggere, come camminare, o fare esercizi più intensi come correre o andare in bicicletta. I dispositivi hanno anche registrato i momenti in cui gli adolescenti erano sedentari perché stavano facendo i compiti o giocando ai videogiochi.

Tra i 12 e i 16 anni, il tempo medio sedentario giornaliero dei partecipanti è aumentato da circa sette ore a quasi nove ore. Nello stesso periodo, il loro tempo medio giornaliero dedicato ad attività soft come camminare è passato da circa cinque ore a circa due ore.

Lo studio ha rilevato che ogni ora aggiuntiva di sedentarietà a 12 e a 14 anni era associata a un rischio dall’8% all’11% più elevato di sintomi depressivi. Era vero anche il contrario, con ogni ulteriore ora al giorno di attività fisica leggera riduceva le probabilità di depressione a 18 anni si una percentuale variabile tra l’8% e l’11%.

Zamagni tiene il punto ma con prudenza. Si può andare avanti così?

Nel giro di pochi giorni, Zamagni è tornato a parlare della vicenda emiliana. Lo aveva fatto, in precedenza, per criticare Bonaccini sul punto relativo alla gestione del dopo voto. Anche stavolta, nell’intervista a ”Famiglia Cristiana“ , ripete l’accusa: prima si è chiesto l’aiuto dell’associazionismo, anche e soprattutto cattolico, poi si è scelto di ignorare il contributo da esso garantito in campagna elettorale. Da qui discende un ragionamento che porta in evidenza la incapacità della sinistra – ma il discorso vale a maggior ragione per la destra – di “tenere la linea” nei rapporti con l’area del cattolicesimo democratico e sociale.

In effetti, gli argomenti di Zamagni non sono astratti e inventati. Ormai l’insofferenza che monta al “centro” della vita politica italiana, se non altro come ripudio del forzato bipolarismo della cosiddetta Seconda Repubblica, costituisce un dato politico inequivocabile. Senonché, immaginare che il rilancio di una posizione politica consista nel semplice evocare “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, assomiglia a un disagio camuffato da proclama politico. Cos’è questo ritorno al centro? Si riparte da Sturzo, De Gasperi e Moro, rinnovando la cultura e la tradizione democristiana, o si va a pescare nei mari procellosi dell’integralismo, vecchio e nuovo? Zamagni si spertica nel vuoto di una velleità pacioccona, ma non per questo meno complicata e deleteria.

Nell’intervista si dice che non vale l’opzione integralista. Di questi tempi, soffocati dai predicatori dell’identitarismo senza se e senza ma, è già molto. Poi però si dice che il distacco dall’ipotesi del “partito cattolico” deve intendersi nell’ottica della dissipazione di ogni equivoco, a tutto beneficio di un progetto aperto, comunque riconducibile a un’operazione ispirata ai valori e ai principi del messaggio cristiano. La precisazione funge in qualche modo da argano teorico per andare a risollevare la mediazione tra fede e politica, che fu alla base del cattolicesimo democratico fedele alla lezione di Maritain. Ma se fosse così, perché non asserirlo chiaramente? È evidente che sul punto, sempre molto delicato, si rischia di mancare a un dovere di chiarezza.

Più prudente è il discorso sulle conseguenze. Zamagni insiste, ad esempio, sulla possibile candidatura nel 2021 di un civico alla guida del Comune di Bologna, dando opportunamente il là a una critica serpeggiante in città sulla insufficienza dell’attuale Sindaco del Pd. Non è più una minaccia, ma una valutazione: segno che larvatamente riprende a farsi valere, nonostante le impennate di sdegno doroteo sulla mancata nomina di persone di fiducia nella giunta Bonaccini, un sano principio di discernimento a carattere eminentemente politico. Forse Zamagni ha pure avvertito il pericolo della sovraesposizione, essendo a capo della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, tant’è che ammorbidisce i toni per non incorrere nell’accusa di portatore d’acqua di un certo neo-clericalismo. 

Alla lunga questo approccio ancora oscillante, un po’ alla Dossetti e un po’ alla Gedda, è destinato a evolvere in senso più nitido e concreto. Se vuole far politica, Zamagni ha l’obbligo di dimettersi dal suo incarico in Vaticano. Sarebbe un gesto utile a rilanciare alcuni temi che per adesso anche lui ha solo agitato in mancanza di un chiaro progetto politico. Intanto fa piacere osservare che questa agitazione impone a tutti il recupero di interesse per il dibattito sul futuro del cattolicesimo democratico. Tempi nuovi si annunciano…

Presidenziali 2020: sei fattori per cui Trump oggi è il favorito

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccania firma di Mario Del Pero

Tanto può accadere da qui al voto del 3 novembre prossimo. E tanto, ovviamente, sarà determinato dal corso delle primarie democratiche, dalla candidatura che emergerà e dal ticket presidenziale che sarà in seguito costruito. Ma oggi Donald Trump è indubbiamente favorito e le probabilità di una sua rielezione appaiono particolarmente alte. Questo per almeno sei fattori, strutturali e contingenti.

Il primo è storico: negli ultimi 120 anni solo in un’occasione, con Jimmy Carter nel 1980, il presidente di un partito appena ritornato alla Casa Bianca non ha ottenuto un secondo mandato. Tanto è difficile per un partito ottenere tre mandati presidenziali consecutivi – i democratici hanno fallito nel 2000 e nel 2016, i repubblicani nel 2008 – quanto è improbabile che l’elettorato non gli conceda una seconda chance, per completare quanto iniziato o per ovviare agli errori commessi.

Il secondo fattore è legato al sistema elettorale, che sovrarappresenta Stati piccoli e poco popolati dove più forti sono oggi i repubblicani. Nelle ultime sette elezioni i candidati repubblicani hanno vinto il voto popolare una sola volta, nel 2000, ma hanno conquistato o mantenuto la presidenza in tre occasioni. I democratici sono cioè costretti a portare alle urne molti più elettori e laddove nel Wyoming repubblicano (lo Stato meno popolato dell’Unione) il rapporto tra grandi elettori presidenziali e votanti è di uno a 190.000, nella California democratica (lo Stato più popolato) questo rapporto è invece di uno a 720.000.

Direttamente legato a questo è un terzo elemento: la mappa elettorale. Anch’essa sembra avvantaggiare Trump e i repubblicani. Come sempre la partita sarà decisa da un numero limitato (tra i 7/8 e gli 11/12) di Swing States. Più numerosi, e a geometrie maggiormente variabili, paiono essere i percorsi che possono confermare Trump alla Casa Bianca. Rispetto al 2016, il presidente può addirittura permettersi di perdere la Florida, o il Wisconsin e uno tra Pennsylvania e Michigan, e preservare una maggioranza dei grandi elettori. O può vedere crollare l’intero firewall dei tre Stati del Midwest e compensare tale perdita con un successo in Minnesota, dove i sondaggi lo danno particolarmente competitivo e dove nel 2016, con un limitatissimo investimento di risorse e tempo, perse con uno scarto di appena l’1,5% dei voti.

Quarto fattore: la popolarità di Trump e l’apprezzamento del suo operato. Che ha raggiunto oggi i livelli più alti dalla data del suo insediamento e si colloca al di sopra di quello di Obama e Clinton e sullo stesso piano di quello di Nixon nello stesso periodo del loro primo mandato. Tre presidenti – Nixon, Clinton e Obama – tutti poi confermati con un ampio margine.  È, questa, una popolarità spinta dall’esito di un impeachment che pare in ultimo avere galvanizzato più i sostenitori del presidente che i suoi avversari. E alimentata ovviamente dai dati economici di un Paese che continua a crescere a ritmi del 2-2,5% annuo e con una disoccupazione ormai stabile sotto il 4%. Certo sono dati a cui andrebbero fatte mille tare, sottolineando ad esempio che tutti gli indicatori usati 4 anni fa da Trump per denunciare il declino degli Stati Uniti – deficit, disavanzo commerciale, debito pubblico e privato, bassa crescita del manifatturiero – sono ulteriormente peggiorati sotto questa amministrazione repubblicana. E che la crescita è visibilmente drogata da altissimi deficit, che ormai sfiorano il 5% del PIL, quasi il doppio rispetto a quelli del secondo mandato obamiano. La percezione di una parte dell’opinione pubblica è diversa, anche perché la crescita è finalmente accompagnata da un impatto sulle retribuzioni anche dei percettori di redditi più bassi. Lo vediamo bene nel mercato immobiliare, termometro indiretto ma emblematico delle aspettative degli Americani, con l’indice Schiller Case sui prezzi degli immobili che cresce con regolarità; e lo vediamo negli indici di fiducia dei consumatori, che oggi si collocano a livelli superiori rispetto a quelli di 4 anni fa.

Quinto elemento: la maggiore coesione ideologica e demografica dell’elettorato repubblicano. Che rimane strutturalmente minoritario, anche se il rapporto tra gli elettori registrati come repubblicani e quelli democratici si è un po’ riequilbrato a vantaggio dei primi. Tra chi vota repubblicano, e voterà Trump, grandemente sovrarappresentati sono i bianchi, maschi, over 45. Un segmento elettorale, questo, che ha tendenzialmente tassi di partecipazione più elevati, ad esempio rispetto al multiforme elettorato giovane che è oggi in larghissima maggioranza democratico. E che non è attraversato dalle fratture e dalle divisioni che lacerano il fronte avversario.

Qui l’articolo completo 

Partiamo dal programma

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Continua il dibattito sul futuro dei cattolici democratici.

Caro Lucio,

sono molto contento che la rivista da te diretta abbia avviato questo sereno confronto al quale mi auguro possano partecipare altre voci delle nostre due esperienze politiche, convinto come sono che quelle avviate  dagli amici della Federazione popolare dei DC e dagli amici de “ il Manifesto Zamagni” siano, non solo le più importanti attivate sin qui, ma anche quelle che dovranno trovare un momento di sintesi se, come entrambe sostengono, sono interessate alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Confesso di aver usato due attributi forti : “vecchia e stantia”, volendo commentare il vostro reiterato richiamo alla frase degasperiana, spesso citata a sostegno dell’apertura all’alleanza dei DC con la sinistra.

A quel “vecchia e stantia” sono legato dal 1964, essendo state  due parole scolpite nella mia memoria. Parole assai contrastate dai numerosi dorotei che affollavano il palazzo dei congressi di Roma, al congresso della DC, quelle  che Carlo Donat Cattin pronunciò in avvio del suo intervento in opposizione alla relazione del segretario politico dell’epoca, Mariano Rumor. 

Ero diciannovenne, iscritto già da quattro anni alla DC, partecipante per la prima volta da semplice spettatore a un congresso del partito. Fu il mio battesimo democristiano che, proprio in quel congresso in cui il partito vide nascere le correnti. La  sinistra politica della Base, con Forze sociali e il Movimento Giovanile DC avviarono l’esperienza di Forze Nuove e quella fu la mia corrente per sempre.

L’ho, mi auguro, degnamente rappresentata per oltre cinquant’anni: nel consiglio nazionale del MG DC prima e in  quello del partito, poi e sino alla traumatica seduta del 18 Gennaio 1994 che decretò la fine politica della DC.

Vorrei ricordare che l’espressione degasperiana da voi citata fu pronunciata dal leader trentino in un discorso a Predazzo (val di Fiemme), dove il “guardare a sinistra” non era inteso come alleanze con i partiti di sinistra (De Gasperi fu sempre un centrista, e a sinistra aveva il fronte social-comunista sottomesso all’URSS), ma come un indirizzo politico di attenzione ai ceti popolari e alla giustizia sociale. Utilizzarlo in un contesto storico politico molto diverso mi sembra anacronistico e improprio. Quanto poi alla coerenza andreottiana da te citata su tale scelta, credo che non avrai dimenticato le altalenanti incursioni del nostro Giulio a destra ( governo con Malagodi) e le disinvolte acquisizioni di voti in area missina, sino alla colpevole azione dei franchi tiratori contro l’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, col bel risultato del settennato Scalfaro di dolorosa memoria per tutti noi.

Se vogliamo progredire nel dialogo, continuo a pensare che, come nella migliore tradizione DC, dovremmo partire dai contenuti e non dalle alleanze, facilitati dalla premessa comune e condivisa della nostra alternatività alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e meloniana. Le basi del popolarismo non stanno nella scelta pregiudiziale a sinistra, semmai, nell’assumere come ho proposto alla Federazione popolare dei DC, gli undici principi sturziani alla base del comportamento dei cattolici che intendono “servire la politica e non servirsi della politica”, insieme alla volontà di tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa.

Questo e non altro è ciò che fece Sturzo rispetto ai principi indicati dalla Rerum Novarum di Leone XIII e questo è quello che dovremmo fare noi, se vogliamo tradurre in politica le indicazioni pastorali delle ultime encicliche sociali della Chiesa: dalla Centesimus Annus, alla Caritas in veritate e alle ultime di Papa Francesco: Evangelii Gaudium e Laudato Si.

Nella “Lettera agli amici del Manifesto Zamagni” che mi auguro tu possa esaminare, ho indicato alcune proposte sui tre temi prioritari della politica italiana ed europea.

Credo che sulla questione antropologica esistano le maggiori difficoltà della nostra possibile mediazione politica tra i nostri valori non negoziabili e il laicismo radicale prevalente nel PD, come ha potuto sperimentare il prof Zamagni nel caso delle recenti elezioni regionali emiliano romagnole  e con la successiva formazione di quella giunta regionale..

In quel caso, ad esempio, meglio sarebbe stato se avessimo potuto presentare una lista unitaria di ispirazione popolare e di centro, aperta alla collaborazione con chi proponesse soluzioni programmatiche coerenti con i nostri valori e con gli interessi dei ceti popolari e produttivi che intendiamo rappresentare. E’ evidente che, fatte le scelte di schieramento citate, anch’io, in assenza di una tale lista, avrei sostenuto, come voi amici de la rete Bianca avete fatto, Bonaccini in alternativa alla Borgonzoni.

Analogamente, sulla questione ambientale, ho avanzato alcune idee che, a mio parere, potrebbero costituire una valida traduzione sul piano politico istituzionale delle indicazioni pastorali della Laudato SI; così come sulla questione, a mio parere, principale e dirimente di una reale collocazione riformatrice e progressista, in materia di rapporti tra sovranità monetaria e sovranità popolare e di come stare in Europa in alternativa al prevalere del dominio dei poteri finanziari, ho indicato una serie di riforme, la più importante delle quali è il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.

Perché non ci confrontiamo su questi temi e solo dopo aver raggiunto una condivisione tra noi ci apriamo alla collaborazione con chi intende condividere con noi la nostra proposta?

Infine, caro Lucio, continuare a proporre come premessa l’idea di “un centro che muove verso sinistra”, posto che entrambi non intendiamo volgere lo sguardo a destra, da parte di chi, come voi, quell’esperienza l’ha già vissuta dall’interno del PD, non ti sembra quanto meno contraddittorio e una sorta di autolesionismo masochista? Continuo a pensare che meglio, molto meglio, sia costruire prima un rinnovato e forte centro ispirato ai valori del popolarismo e dopo, solo dopo, porci il tema delle alleanze. 

Tutto ciò, poi, in stretta relazione con la legge elettorale che, alla fine, il Parlamento adotterà, che, sia nel caso fosse di tipo proporzionale, o, peggio, di un permanente maggioritario, richiederà la presenza di un centro popolare forte, pronto alle collaborazioni possibili per non cadere nella iugulatoria dicotomia del bipolarismo: Salvini o Zingaretti.  Servirà un centro popolare che per essere tale richiede che le nostre energie e sin qui scarse risorse siano congiunte, come nella migliore tradizione della DC, secondo l’insegnamento di De Gasperi: “ solo se saremo uniti saremo forti, sole se saremo forti saremo liberi”.

 

Via delle Coppelle 35, quel delitto che scosse Roma e le alte stanze di governo

L’atmosfera, nella testé proclamata capitale del Regno, era di grande fermento, grande vivacità. Da Nord e da Sud era un continuo via vai di personaggi famosi e meno famosi, di giovani e meno giovani che si apprestavano a occupare i nuovi uffici politici (e di conseguenza burocratici) allestiti per avviare, ex novo, la macchina istituzionale dell’Italia unita. Così si presentava la Roma preumbertina del XIX secolo.

Anni Settanta. In Campidoglio siede Pietro Venturi, avvocato, sotto il cui mandato hanno luogo il rifacimento delle anse del Tevere (compresa la viabilità su strada) e la bonifica di interi agglomerati del vecchio centro storico come Borgo, Parione, Regola e Campo Marzio. Una bonifica – o meglio una disinfestazione – per difendere la città dalle inondazioni del Tevere e dal diffondersi della malaria. In Parlamento, che ha sede presso Palazzo Braschi, la Destra Storica si appresta a concedere il passo alla Sinistra di Depretis e a gran parte dell’entourage garibaldino – vedi i Nicotera, i Crispi, gli Zanardelli, i Cairoli – fresco reduce dalle primavere risorgimentali. E tra i caffè del Corso e Piazza del Popolo, nei quali si respira un’aria nuova, quasi mondana, girano copiosi i giornali, i giornalini, gli opuscoli e i fogli, che si stanno raddoppiando e ne escono ogni giorno di nuovi. Gli strilloni hanno sotto braccio Il Tribuno, Il Campidoglio, La Raspa, Il Ciceruacchio, Il Don Pirlone e il Don Pirloncino, tanto per citarne alcuni. Tra i molti, dal 1874 comincia a essere pubblicato anche La Capitale, che prende sede in Via delle Coppelle 35, presso Palazzo Baldassini (per capirci, dove oggi si trova l’Istituto Don Luigi Sturzo, a due passi dal Pantheon). Il suo editore, un distinto signore proveniente dalla Milano bene, è un ex deputato radicale eletto nel collegio di Pizzighettone, al momento di professione giornalista. Si chiama Raffaele Sonzogno, ed è il giovane rampollo della stirpe degli stampatori che dal 1818 sono cresciuti sino a divenire una vera e propria industria libraria, giornalistica e musicale. 

Solo poche settimane di vita e La Capitale è già oggetto di querele poiché distintosi per la diffusione di notizie di gossip e per non essere proprio, per così dire, simpatizzante del movimento patriottico facente capo al generale Giuseppe Garibaldi. Ma ha un buon successo. Tra le polemiche più “rumorose”, quella di aver creato motivi di scontro ideologico tra Menotti Garibaldi e il padre. Padre che guarda caso, risiede anche lui a Via delle Coppelle 35, dove, di quando in quando, si organizzano incontri e riunioni politiche tricolori incentrate sull’amor patrio e sui tempi che furono.

Motivo più frequente delle cause giudiziarie che investono La Capitale: diffamazione. Per difendersi, Sonzogno paga profumatamente avvocati e avvocatucci, carte e scartoffie, e per le casse di un giovane giornale non è buon segno. Tuttavia, le cose si mettono male anche e soprattutto in un altro senso. La moglie dell’editore, una volta approdata a Roma la coppia, ha una relazione extra-coniugale e dopo poche settimane rimane incinta. Partono le denunce – allora si parlava di adulterio – quando si scopre che a soffiare la consorte al Sonzogno è stato l’onorevole Giuseppe Luciani, deputato della maggioranza parlamentare, per altro vecchia conoscenza del giovane milanese. Tra un’accusa e un’altra, mentre la cosa diventa pubblica e il chiacchiericcio (specie femminile) si sparge a macchia d’olio, Sonzogno “sguinzaglia” la redazione de La Capitale contro il Luciani; il deputato viene demolito e sputtanato mediante una campagna di stampa che definire denigratoria è un eufemismo. La quale campagna provoca a sua volta uno scandalo che tracima nel moralismo ineffabile di una società per certi versi ancora pudica e conservatrice.

Dall’altra parte, cioè da parte del Luciani e del suo staff, vengono fatte circolare notizie secondo cui sembra che pochi anni prima, Sonzogno, allora residente in Lombardia, fosse un giornalista al soldo degli Asburgo, e automaticamente un potenziale nemico dell’Italia. La “guerra” delle voci e del discredito continua per giorni, sino al fatidico 6 febbraio del 1875, quando in piena notte, probabilmente per buttare giù un articolo o un editoriale, il giovane editore si reca a Via delle Coppelle, in redazione. Lo trovano il mattino dopo nel suo ufficio in una pozza di sangue, ucciso con 13 coltellate. Accanto a Raffaele, esanime, un tizio, immobile e imbambolato, tale Pio Frezza, soprannominato “Spaghetto”, già passato alle cronache perché pregiudicato e fanatico militante garibaldino. Un tipo focoso, non troppo intelligente, men che meno raccomandabile. Proprio quello che ci voleva. 

A seguito delle dichiarazioni dell’assassino – che a torto o a ragione tira in ballo mezzo Parlamento –  Luciani è accusato come mandante dell’omicidio, e il Frezza come esecutore materiale dietro il pagamento hic et nunc di un corrispettivo (cinquemila lire). Le indagini appurano che il delinquente è stato sobillato contro il povero Sonzogno perché fatto passare, quest’ultimo, alla stregua di un congiurato antigaribaldino. Roma è scossa. 

Autunno 1875. Al processo furono chiamati a deporre e testimoniare Felice Cavallotti, Menotti Garibaldi, Costanzo Chauvet e altri del gruppo parlamentare della Sinistra Storica. La alte stanze della politica italiana tremarono per qualche ora, facendo pensare a una serie di dimissioni di massa, ma i capi d’accusa e le relative condanne (all’ergastolo) misero a tacere l’intera vicenda archiviandola come una storia di corna e ripicche. Per la cronaca: pochi anni dopo, più precisamente l’11 marzo 1882, sempre in Via delle Coppelle 35, nella sede de Il Monitore, si uccise il direttore Fedele Albanese, strozzato dai debiti.

Il coronavirus fa respirare il mondo riducendo le emissioni di CO2

Secondo uno studio pubblicato il 19 febbraio da Carbon Brief, l’emergenza del coronavirus in Cina ha contribuito in modo rilevante alla riduzione di un quarto delle emissioni di C02 nel Paese.

Il progressivo blocco di parte delle attività produttive nelle fabbriche (tra il 15% al 40% nei principali settori industriali), il prolungamento delle ferie per il Capodanno cinese, gli obblighi di isolamento e i limiti alla circolazione – misure decise dal governo di Pechino per arginare il diffondersi dell’epidemia – hanno infatti portato a un sensibile abbassamento dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra, con quest’ultime ridottesi di 10 milioni di tonnellate rispetto allo stesso periodo del 2019.

Le prime analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) e dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) suggeriscono che le ripercussioni dell’epidemia potrebbero raddoppiare fino al mezzo percento sulla domanda mondiale di petrolio tra gennaio e settembre di quest’anno.

Nel periodo di due settimane a partire dal 3 febbraio di quest’anno, il consumo medio di carbone nelle centrali elettriche che riportavano dati giornalieri è sceso al minimo, dato più basso degli ultimi quattro anni, senza alcun segno di recupero nei dati più recenti, relativi a domenica 16 febbraio.

Allo stesso modo, i tassi di funzionamento della raffineria nella provincia di Shandong, il principale centro del paese per la raffinazione del petrolio, sono scesi al livello più basso dall’autunno 2015, indicando una prospettiva fortemente ridotta della domanda di petrolio.

Considerato l’enorme peso demografico ed economico della Cina a livello globale, questa “stretta” forzata ha avuto ovviamente dei riflessi anche sul resto del pianeta, facendo registrare un meno 6% delle emissioni mondiali in comparazione allo stesso periodo dello scorso anno.

Clima: sul Po come in estate, è allarme siccità.

Il livello idrometrico del Po è sceso ed è basso come in piena estate ma anomalie si vedono anche nei grandi laghi che hanno percentuali di riempimento che vanno dal 25% di quello di Como al 28% dell’Iseo. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti dal quale si evidenzia che il livello idrometrico del fiume Po al Ponte della Becca è di -2,4 metri, lo stesso di metà agosto scorso. Sono gli effetti – sottolinea la Coldiretti – del grande caldo e dell’assenza di precipitazioni significative in un inverno bollente con una temperatura che fino ad ora è stata in Italia superiore di 1,65 gradi la media storica secondo le elaborazioni su dati Isac Cnr relativi al mesi di dicembre e gennaio.

La situazione critica a causa di siccita’ e delle alte temperature per il fiume Po – sottolinea la Coldiretti – ha spinto l’Autorita’ distrettuale di bacino a convocare per il 6 marzo l’Osservatorio sulle crisi idriche per fare il punto della situazione anche perché non si prevedono precipitazioni se non di scarsa entita’, per cui potrebbero verificarsi ulteriori riduzioni dei livelli idrometrici anche del 20%.

Nel centro sud la situazione è ancora piu’ difficile con l’allarme siccità in campagna che è scattato a partire dalla Puglia dove – sottolinea la Coldiretti – la disponibilità idrica è addirittura dimezzata negli invasi rispetto allo scorso anno secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Anbi che registra difficoltà anche in Umbria con il 75% di pioggia in meno rispetto allo scorso anno caduta nel mese di gennaio ed in Basilicata dove mancano all’appello circa 2/3 delle risorse idriche disponibili rispetto allo steso periodo del 2019. In Basso Molise – prosegue la Coldiretti – i terreni secchi seminati a cereali rischiano di non far germogliare ed irrobustire a dovere le piantine mai i problemi riguardano anche gli ortaggi, che già necessitano di irrigazioni di soccorso.   Difficoltà – continua la Coldiretti – si registrano anche in Sardegna il Consorzio di Bonifica di Oristano hanno addirittura predisposto a tempo di record l’attivazione degli impianti per l’irrigazione per garantire acqua ai distretti colpiti dalle grave siccità a causa della mancanza di piogge a seguito alle segnalazioni relative alle colture in sofferenza per il perdurare dell’assenza di precipitazioni. In vaste aree della Sicilia i campi sono aridi e i semi non riescono neanche a germinare ma la mancanza di acqua ed il vento minaccia anche le lenticchie di Ustica e problemi nella zona del ragusano ci sono nei pascoli per l’erba è secca e si temono speculazioni sul prezzo del fieno per alimentare gli animali.

Nelle campagne lungo tutta la Penisola si fanno i conti con il clima anomalo che ha mandato in tilt la natura con piante in fiore e gli animali con le chiocciole che si sono risvegliate dal letargo prima del tempo nel Veneto ma  – riferisce la Coldiretti –le ripetute giornate di sole hanno risvegliato 50 miliardi di api presenti sul territorio nazionale che sono state ingannate dalla finta primavera e sono uscite dagli alveari presenti per ricominciare il loro prezioso lavoro di bottinatura ed impollinazione ed ora-il rischio e che ritorni di freddo possano far gelare i fiori e anche far morire parte delle api dopo una delle peggiori annate per la produzione di miele in Italia. Il clima mite si fa sentire anche con le fioriture anticipate delle mimose in Liguria e dei mandorli in Sicilia e Sardegna dove iniziano a sbocciare le piante da frutto, ma in Abruzzo sono in fase di risveglio gli alberi di susine, pesche mentre anche gli albicocchi in Emilia e in Puglia hanno già i fiori. Sui banchi – precisa la Coldiretti – sono arrivate con oltre un mese di anticipo le primizie e se nel Lazio gli agricoltori offrono agretti, carciofi romaneschi, erbe spontanee come il papavero e le fave che sono già presenti anche in Puglia insieme alle fragole arrivate prima di alcune settimane e già pronte al consumo.

L’eccezionalità degli eventi atmosferici – evidenzia Coldiretti – è ormai diventata la norma anche in Italia tanto che siamo di fronte ad una evidente tendenza alla tropicalizzazione in Italia dove il 2019 – sottolinea la Coldiretti – è stato il quarto anno piu’ caldo per il nostro Paese dopo i record di 2014, 2015 e 2018 secondo le elaborazioni su dati Isac/Cnr che effettua le rilevazioni dal 1800. L’andamento anomalo di questo inverno conferma dunque – continua la Coldiretti – i cambiamenti climatici in atto che si manifestano con la più elevata frequenza di eventi estremi e sfasamenti stagionali che sconvolgono i normali cicli colturali ed impattano sul calendario di raccolta e sulle disponibilità dei prodotti che i consumatori mettono nel carrello della spesa.

L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con sfasamenti stagionali ed eventi estremi che hanno causato una perdita in Italia di oltre 14 miliardi di euro nel corso del decennio tra produzione agricola nazionale, strutture e infrastrutture rurali.

Nuovi dati su un anticorpo monoclonale contro la malattia di Crohn.

Ci sono buone notizie per i malati di Morbo di Crohn. Un nuovo anticorpo monoclonale potrebbe combatterlo. Le società farmaceutiche Janssen di Johnson & Johnson hanno presentato i dati intermedi dallo studio di fase 3b STARDUST.

Alla settimana 16, il 79% dei pazienti con malattia di Crohn (MC) ad attività moderata-severa ha ottenuto una risposta clinicae il 67% ha raggiunto la remissione clinicab dopo aver ricevuto una dose da ~6 mg/kg per via endovenosa (IV) seguita da una dose da 90 mg sottocutanea (SC) di STELARA® (ustekinumab), in aperto.

L’endpoint primario dello studio sarà valutato dopo 48 settimane, quando sarà confrontata la risposta endoscopica tra i pazienti adulti con malattia di Crohn che ricevono la terapia di mantenimento con ustekinumab. Alla sedicesima settimana, i pazienti che hanno raggiunto una diminuzione pari o superiore a 70 punti dell’indice di attività della malattia di Crohn (CDAI70-responder) sono stati randomizzati in gruppi di trattamento treat-to-target o di cura standard in un rapporto 1 a 1.

 

Il vincolo del partito di centro che muove verso sinistra

Il nostro direttore risponde alla nota di Ettore Bonalberti pubblicata stamane su queste pagine.

Caro Ettore,
il nostro dialogo prosegue come deve, con lealtà, senza illusionismi. Dico subito che il richiamo al “partito di centro che muove verso sinistra” – questa l’espressione usata da De Gasperi per definire la Dc – non può essere facilmente liquidabile. È un vincolo per il nostro ragionamento che presumiamo in linea con l’appartenenza a una precisa tradizione ideale e politica. Non si tratta di una formula “vecchia e stantia”, perché allora sarebbe tutta intera la nostra tradizione “vecchia e stantia” e nessuno avrebbe interesse o diritto a rivendicare un titolo di appartenenza impegnativo.

Se cancelliamo la formula degasperiana non ha più senso questo faticoso e generoso insistere sulla ripresa di una politica di centro. Di quale centro parliamo? In mancanza di un codice identificativo, qualsiasi posizione “di centro” potrebbe apparire conforme – sempre per analogia – alla esperienza democristiana. Invece così non è, altrimenti non staremmo qui a discutere, con reciproco coinvolgimento intellettuale ed emotivo, sulla necessità di riannodare i fili della memoria, superare la fase della diaspora, progettare il rilancio di alcuni valori politici e contenuti programmatici.

Al Congresso di Napoli del 1962, quando Moro riuscì nel miracolo di portare la Dc sostanzialmente unita all’incontro di governo con il Psi, gli oppositori legati a Scelba e Andreotti non proposero – nemmeno loro – di abbandonare il richiamo fatto da De Gasperi. Andreotti, per altro, fu artefice della formula quando, proprio nell’immediato dopoguerra, De Gasperi gli chiese di scrivere la risposta a Togliatti sul presunto conservatorismo della Dc. Dunque, nel suo intervento a Napoli l’andreottiano Pietro Lucisano (produttore cinematografico) disse: “La Dc non può piegare la sua bandiera di partito di centro, sia pure rivolto a sinistra”.

Era una posizione debole, avendo come obiettivo un governo dc in piena autonomia, senza alleanze; debole come lo è la posizione odierna, che pone la fiducia in questo medesimo sogno di sovrana autonomia, sebbene oggi s’ammanti addirittura della pretesa di fare del nuovo partito di centro un aggregato che prescinda dal connotato (“sia pure rivolto a sinistra”) che il moderato e anticomunista Lucisano intendeva comunque rispettare.

Non vedo, insomma, la congruenza di un appello al popolarismo quando le basi del popolarismo vengano divelte. Un generico stare al centro, questo sì appare essere “vecchio e stantio”: non ti ricorda il giolittismo, ovvero l’impasto di tatticismo e spregiudicatezza nella gestione del potere, tanto odiato dal nostro Sturzo?

Attenzione, volendo ancora scomodare l’autorità di De Gasperi, a lui si deve l’osservazione circa il fatto che tutti i partiti si definiscono e sono grosso modo “di centro”; sicché il centro di matrice democratico cristiana, ispirato ai valori del solidarismo e della giustizia sociale, non poteva (e non può) dissolversi in un centrismo informe, inabile di fronte all’istanza di democrazia come “elevazione degli umili”, immemore delle ragioni che la libertas popolare implica e sollecita, tanto da stabilire l’urgenza di “muovere verso sinistra”.

Dove sta l’alternativa? Certo, apprezzo il ditirambo che accompagna l’auspicato ritorno al proporzionale e capisco pure che, nel caso, la libertà dall’incombenza di fare alleanze diventi l’ingenuo presupposto dell’azione politica di centro. E dopo, una volta fatte le elezioni, che succede? Si sceglie anche noi di rendere interscambiabili Zingaretti e Salvini? Di fare cioè come i grillini, omologandoci all’opportunismo di questo nostro tempo politico?

Ecco, sono domande che non possono essere accantonate alla bell’e meglio, rifuggendo dall’obbligo di un’autocritica profonda per essere – chi più progressista e chi più moderato – autentici e sinceri protagonisti di una nuova politica di “centro a sinistra”, l’unica conforme alla tradizione del cattolicesimo democratico e popolare.

P.S. Mi dispiace che sia stato distorto il mio garbato dissenso da Zamagni. Ribadisco la stima che nutro nei suoi riguardi. È però inutile o sbagliato mettere in guardia, come mi sono permesso di fare, affinché si eviti anche nelle polemiche più giustificabili lo “sconfinamento nell’improvvisazione”? Solo Rete Bianca ha dato indicazione di voto per Bonaccini, tanto che rivendica, senza pentimenti, la validità di quella scelta. Era meglio, d’altronde, che vincesse la Borgonzoni, dando aggio a Salvini di chiedere a ragion veduta la crisi di governo e ottenere con ogni probabilità il ricorso alle elezioni anticipate? Forse, dinanzi al pericolo rappresentato dal sovranismo salviniano, dovremmo essere più compatti e soprattutto più fedeli a una consegna di rigore e di coerenza.

Il centro che muove a sinistra? Bando a ogni fissità.

Un punto fermo. Ogni lettura non può che essere storica. Tratta cioè della vita di noi uomini e questa è  leggibile solo in chiave storica. Questo ci insegna Sturzo e questo di recente ha chiaramente ribadito anche papa Francesco. 

Ogni assolutizzazione di fatti e di pensiero è un’astrazione prodotta dalla ragione umana. Sottostanno alla legge della storia anche le affermazioni dogmatiche della Chiesa, figuriamoci del resto! Anche le riflessioni di Sturzo, di De Gasperi e di Moro sono soggette alla lettura storica e vanno quindi storicizzate, non assolutizzate. 

Cosa voleva dire quindi la famosa frase di De Gasperi? A mio avviso questo: perché tanto popolo si rivolge a sinistra? Quale popolo? Quali i motivi? A questi interrogativi secondo De Gasperi bisognava rispondere e quindi offrire risposte che soddisfacessero quegli interrogativi, risposte che fossero compatibili con il patrimonio di cultura politica espresso allora dalla Dc. 

Non vi è quindi il pericolo che qualcuno adombra di una risposta ondivaga o peggio qualunquistica e utilitaristica. Ogni fatto e ogni riflessione sono sotto il segno della relatività storica e della coerenza di pensiero e di azione. Ma anche ogni lettura di tipo fisso è astratta, frutto di ideologizzazione o di alienazione, al limite anche di semplice pigrizia mentale o addirittura di convenienza. 

Tutto è storia. Questo a mio parere. La lettura della famosa frase di De Gasperi rivolta all’oggi è dunque la seguente: perché tanto popolo si rivolge oggi a sostenere le scelte di talune forze politiche? Quale popolo? Quali le istanze? Come dare risposte a questi interrogativi che siano coerenti, compatibili con la cultura politica che noi oggi sosteniamo? 

Bando quindi a ogni fissità e a ogni nominalismo e quindi a ogni lettura ideologica della storia. Questo il mio pensiero.

Oltre la pregiudiziale vecchia e stantia del partito di centro che muove verso sinistra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota di Ettore Bonalberti come contributo al dibattito sulla ricomposizione dell’area democristiana.

Matteo Renzi ha svolto il suo compitino da Bruno Vespa, l’altroieri sera  a Porta a Porta. Risultato: continua la doccia scozzese sul governo Conte e parte il rilancio di una vecchia tesi di Mariotto Segni: l’elezione diretta del premier, sul modello di quella dei sindaci.

Immediata la risposta negativa di Salvini che sa bene come sarebbe difficile per lui, in quel caso, prevalere. Del tutto impervia, poi, quella strada, sarebbe anche per il giovane leader di “Italia Viva”, molto più attrattivo per la sua pattuglia di transumanti parlamentari che per la più ampia platea degli elettori.

La proposta di modifica costituzionale indicata, oltre a tutto, richiederebbe tempi talmente lunghi, di fatto incompatibili con quelli che il presidente Conte si augura per la sua compagine in costante surplace, ossia, fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2023.

Sino a oggi è rimasta ferma anche l’idea di dar vita a un gruppo parlamentare di centro interessato a far sopravvivere Conte, foriero di possibili evoluzioni dello scenario politico italiano. Un progetto al quale anche molti DC e popolari sarebbero interessati.

I due processi politici più rilevanti nell’area vasta del cattolicesimo politico democratico e cristiano sociale sono quelli dell’avviata Federazione popolare dei DC, che vede come protagonisti gli amici Gargani, Cesa, Rotondi, Grassi, Tassone e Paola Binetti con i responsabili di oltre quaranta associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, e degli amici che hanno condiviso “il manifesto Zamagni”, tra i quali, quelli già facenti parte del PD, oggi riuniti nella “Rete Bianca”, coordinata dall’amico Lucio D’Ubaldo.

Sulle colonne de “Il Domani d’Italia” è aperto il confronto tra queste due aree, con gli amici del “manifesto Zamagni” che continuano a esprimere una pregiudiziale di schieramento nei confronti della Federazione popolare DC attraverso la riproposizione del loro riferimento degasperiano al “partito di centro che muove verso sinistra”.

A parte l’evidente contraddizione di questi amici che, proprio sulla base dell’infelice esperienza vissuta prima nel PD, hanno deciso di uscire da quel partito, avendo patito sulla propria pelle la condizione di assoluta irrilevanza in quell’ambito; amici che hanno, poi, ricevuto la controprova nelle recenti elezioni regionali emiliano romagnole, come ha immediatamente sottolineato il prof Zamagni, dopo quel voto e l’elezione della nuova giunta Bonaccini, con la sua intervista del 16 Febbraio a “ Il resto del Carlino”-

Il prof. Zamagni, dopo quell’infelice esperienza, propone ai cattolici nel 2021 di “correre da soli”. Replicare come fa la redazione de “Il Domani d’Italia” a Zamagni, liquidando quell’intervista come “uno sconfinamento nell’improvvisazione”, a me pare sia la conferma semmai della posizione contraddittoria degli amici della rivista.

Vorrei fare alcune domande all’amico D’Ubaldo, sperando che ci consentano di chiarire meglio le nostre rispettive posizioni e aprirci a un confronto che possa favorire il processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale che, credo, sia negli obiettivi reciproci.

Con due precedenti note: la “Lettera agli amici del Manifesto Zamagni” del 23 Gennaio scorso, senza risposta, e “Commento a una nota di Lucio D’Ubaldo” del 27 Gennaio correttamente riportata dalla rivista, avevo indicato alcune proposte di programma sulle quali ritenevo e ritengo fosse e sia prioritario confrontarci, prima di anteporre le questioni di schieramento come pregiudiziali, considerato, poi, che su queste, è ben netta da parte della Federazione popolare la posizione di alternativa alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana-meloniana.

Come ho avuto modo di chiarire con l’amico Giorgio Merlo, che nella sua ultima nota pubblicata sulla rivista sembra riaprire un discorso rivolto soprattutto agli amici del Partito Democratico: “Nessuno di noi è tanto sciocco dal pensare di riproporre la DC (fatto ovviamente storico compiuto e non riproducibile come un qualsiasi artifatto) e come ho avuto modo di esprimere più volte, non è un sentimento nostalgico che guida la nostra iniziativa, ma la consapevolezza che tra la deriva nazionalista a dominanza salviniana e una sinistra che ha perduto ogni identità culturale, nell’età della globalizzazione è solo dal popolarismo, ossia da una cultura politica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, che può venire l’indicazione di valori e principi in grado di offrire una nuova speranza al terzo stato produttivo e ai ceti popolari. Questa è semmai la funzione storica del partito dei cattolici democratici e cristiano sociali, ossia, proprio quella di aver saputo saldare gli interessi e i valori di questi ceti sociali e popolari.

Mi auguro che anche voi della “Rete Bianca”, come ho ribadito a Merlo, non vogliate liquidare il nostro tentativo, che pone fine a una lunga e suicida stagione della diaspora DC, a una mera operazione nostalgica di un progetto senza futuro. A partire dalle prossime elezioni regionali e locali noi presenteremo liste unitarie in ciascuna sede interessata e verificheremo con una rinnovata classe dirigente, se esiste ancora uno spazio politico per un partito di centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. 

Prima ricostruiamo insieme un centro credibile di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, espressione della migliore cultura del popolarismo. Insomma, prima confrontiamoci sui contenuti di programma attorno a tre grandi questioni del nostro tempo: quella antropologica, quella ambientale e quella relativa alla sovranità monetaria e popolare, da cui deriva il discorso sul nostro modo di restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione. Ci sono proposte, su tutti e tre i versanti, analiticamente evidenziate nella mia lettera del 23 Gennaio scorso. Dunque, solo dopo discuteremo di alleanze che si faranno con quanti giudicheremo più omogeni ai nostri valori e agli interessi da noi rappresentati.

Continuare con la formula pregiudiziale, “vecchia e stantia”, del “partito di centro che muove verso sinistra”, non ci aiuta a far passi avanti nel comune e nobile tentativo di riportare il popolarismo sulla scena politica italiana, dopo la lunga, tormentata, disastrosa stagione della diaspora.

 

Il dissenso è una cosa seria

Secondo Charles Larmore – filosofo statunitense, specialista di filosofia morale – l’aspettativa di un ragionevole disaccordo è tipica dell’età moderna.

Ma nel caso degli ultimi avvenimenti legati al Governo Conte, non si riesce a capire se il disaccordo renziano sia veritiero.

E’ anche vero che dei, presunti, diritti viene fatto un uso meramente retorico come arma ideologica collegandoli spesso ad una “verità” etica personale.

Ma in questo caso i valori alla base dello scontro non sembrano essere fondamentali per chi ha iniziato una rappresentazione teatrale della crisi.

La sfiducia a Bonafede non sembra avere una calendarizzazione veloce e Italia viva nelle ultime ore ha, anche, votato la fiducia al Governo.

Un modo di fare abbastanza strano.

Quando vengono violati i propri valori, solitamente, si sbatte la porta, si rovescia il tavolo di trattativa e si esce dalla porta principale a testa alta.

Ma questo non sembra la via intrapresa da Renzi.

La paura è di non superare lo sbarramento al cinque per cento gli fa gettare il sasso e ritirare la mano.

Tutto proteso all’idea di un governo per le riforme, magari guidato da Draghi che gli consenta di continuare a sedere negli scranni senatoriali e gli permetta di allontanare l’immagine dello sfascista.

Da piccoli solitamente i papà redarguivano i figli chiedendogli di contare fino a 10 prima di parlare.

Sembra che papà Renzi non abbia dato questo utile consiglio al figliolo.

Che ora cerca un centro di gravità.

Sandro Pertini, il ‘Presidente più amato dagli italiani’

A 30 anni dalla sua scomparsa (24 febbraio 1990) ripenso ad una frase del mio conterraneo Sandro Pertini, il ‘Presidente più amato dagli italiani’.
Non la ricordo nella sua letterale precisione ma ne colgo il senso, avendola personalmente da lui ascoltata e poi misurata con le alterne vicende della mia stessa vita.
Diceva più o meno questo: ‘che più degli uomini – che sbagliano, tradiscono e cadono volutamente nell’errore – sono importanti le idee’, perché si codificano nei valori che restano immutabili nel tempo e sono di monito e di esempio alle azioni umane fino a diventare motivo e senso dell’esistenza.

“Un uomo è tale quando vince il dolore senza tradire le proprie idee”.
E ai politici aveva rivolto questo richiamo: “L’insidia più grande per un uomo politico è quella di innamorarsi del potere”.
Dovremmo riscoprire e valorizzare oggi il senso esplicito di questa affermazione, in epoca di compromessi e trasformismi, dove il potere viene esercitato con disinvoltura e svincolato da interessi superiori, come l’amore per la Patria e il perseguimento del bene comune.
Prevalgono i calcoli e gli algoritmi, le alchimie tattiche e le logiche spartitorie, i vassallaggi e la pratica dello spoil system che mercificano la militanza ad asservimento, anche rinunciando alla fede gratuita verso gli ideali più nobili e alla rettitudine come prassi di comportamento pubblico e privato.

Pertini era un tutt’uno: non esisteva in lui doppiezza, essere a un modo e presentarsi diverso.
Fino all’apparire duro e intransigente sui principi e sui valori ai quali la sua vita era ispirata: la libertà, la democrazia, la dignità del lavoro.
Con una particolare predilezione verso i giovani che “non hanno bisogno di sermoni, ma di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”.
“Giovani, se voi volete vivere la vostra vita degnamente, fieramente, nella buona e nella cattiva sorte, fate che la vostra vita sia illuminata dalla luce di una nobile idea”.
Seppe pagare di persona la coerenza con le idee che andava propugnando: subì l’umiliazione del carcere, l’esilio, il confino. Partecipò attivamente alla lotta di Liberazione nazionale.
Era una grande persona che esprimeva un nobile e alto pensiero, per questo affermava una cosa saggia e credibile.

Ed è certamente vero che libertà, giustizia, pace, democrazia, uguaglianza sono ideali eterni, ragioni per cui vale la pena di vivere e di combattere, motivo di sussulto delle coscienze, imperativi morali oltre le soggettività, gli egoismi, i facili tornaconti e i meschini compromessi.
Ho ben presenti – infatti – le loro non sempre coerenti declinazioni e mi è più facile stupirmi e inorridire di fronte all’uso distorto che se ne è fatto, con una iniquità direttamente proporzionale alla loro importanza e purtroppo a volte alla stessa apparente autorevolezza dei loro sostenitori.
Ho sentito spesso e con disinvoltura ogni volta sorprendente parlare di ideali e di valori come se fossero decalcomanie da appiccicare alla nostra vita, scudetti e mostrine da esibire, diplomi da ostentare, titoli e appartenenze di status.
Altre volte ho ascoltato persone che parlavano di merito dopo averlo calpestato, di equità facendo ingiustizia, di accoglienza generando discriminazione, di pace seminando discordia, di famiglia senza conoscerne le tribolazioni, di verità sapendo di mentire, discettando di bene e di male e addebitando colpe o elargendo assoluzioni solo nel nome degli astratti principi assoluti, oltre la dovuta, umana comprensione.

A cominciare proprio dalla casa, dagli affetti, dal lavoro, dalle relazioni umane più immediate.
Allora mi sono sempre più convinto che le idee e i valori si misurano con la testa e il cuore delle persone, camminano con le loro gambe, sono fatte della loro carne e del loro sangue.
Per sostenere una grande idea e renderla credibile ci vuole una grande persona: più questa è giusta, saggia, integra e retta e più vero e autentico è il valore che riesce ad esprimere attraverso la coerenza della sua vita.
Come disse qualche anno dopo Giovanni Falcone “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.
Perché…. “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. (Paolo Borsellino).

Sono i comportamenti umani, dunque che confermano o smentiscono di volta in volta i valori: senza i primi resta solo l’assolutismo astratto e spietato di un pensiero vuoto e lontano.
Non per niente le nefandezze più crudeli della storia sono state quelle perpetrate in nome delle ideologie.
E i tribunali della ragione e della fede hanno tagliato con solerzia molte teste sperando così di salvare poche idee.
Tutto ciò cui attribuiamo valore dovrebbe secondo me passare – nel bene e nel male – attraverso la mediazione imprevedibile, persino imperscrutabile dell’esistenza dove anche la carità e il perdono se unite alla giustizia possono elevare l’uomo senza rinnegare la verità.
Non abbiamo bisogno soltanto di definizioni, le idee codificate sono lettera morta se non assumono sembianze umane.

Il ricordo di Pertini è dunque legato a questa coerenza tra idee e azioni.
Per questo- anche oggi – più che invocare astrattamente la giustizia, la libertà e la pace, abbiamo fortemente e davvero bisogno di uomini giusti, liberi e temperanti.

A colloquio con Renzo Piano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del direttore Andrea Monda

Il Messaggio di Papa Francesco per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali è incentrato sul tema della narrazione, sulla necessità, propria dell’uomo «essere narrante», di raccontare storie, perché è il racconto di storie buone che permette di respirare più liberamente in un mondo soffocato dalle chiacchiere e dalle fake news. Abbiamo girato la provocazione insita in questo messaggio a una serie di artisti coinvolti con la loro opera creativa a rendere più bello e umano il mondo e in molti hanno reagito riflettendo “in dialogo” con il testo del Papa. Iniziamo questa serie con le parole che ci ha consegnato Renzo Piano.

L’ha colpita questo messaggio del Papa tutto incentrato sul racconto?

Sì, perché narrare è una cosa che credo faccia parte della nostra umanità così come cercare, esplorare, cercar di sapere. Non c’è niente da fare: siamo nati con questa speranza del sapere ed è questo che fa di noi tutti degli scienziati potenziali. C’è chi prende la strada dell’arte, chi della filosofia, chi della scienza ma tutti noi cerchiamo di capire il mistero. Ne conosco tanti di scienziati, come ad esempio gli astrofisici che lavorano al Cern di Ginevra che di fatto non fanno altro che indagare il mistero dell’universo nelle dimensioni dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. Ma le strade sono appunto tante e diverse, da qui nasce il racconto, che è legato al linguaggio che fa sì che un poeta quello che ha da dire lo dice con la poesia, che lo scrittore lo dice scrivendo, e l’architetto lo dice costruendo. Costruire ripari per gli uomini, questo fanno gli architetti, rispondendo all’istinto propriamente umano del costruire. Cercare, conoscere, costruire, a questi istinti si collega l’istinto della narrazione il quale è un po’ trasversale a tutti gli altri che hanno bisogno di un racconto. La narrazione è lo strumento con cui tutti gli altri possono trovare riscontro. Senza narrazione non ci sarebbe scienza, non ci sarebbe scambio. È un tema affascinante.

Oscar Wilde diceva che lo scultore pensa in marmo. Lei lo fa “costruendo ripari”. Come è successo che a un certo punto della vita ha seguito l’istinto della costruzione?

Io sono un figlio della guerra, sono «figlio di un temporale» come diceva il mio amico De André. Quando ero piccolo, dovevo avere sei o sette anni, seguivo mio padre nei cantieri. Era un piccolo imprenditore con una piccola ditta con dieci, quindici operai e io ci andavo volentieri, lui mi ci portava spesso e lì osservavo la vita del cantiere che a quell’età mi appariva come una cosa magica, perché vedi cose inanimate, mucchi di mattoni, mucchi di sabbia e poi avviene qualcosa di miracoloso e tutto si trasforma. Per gli occhi di un bambino di sette anni questo è miracoloso direi in maniera ingenua, ma poi crescendo ti accorgi che costruire è sempre magia pura. Cresci, vai a scuola, studi per diventare architetto e ben presto capisci che non si tratta solo di costruire, si aggiunge sempre un po’ di magia. Costruire case è già molto bello, ma ancora più bello è costruire luoghi dove la gente si incontra, edifici per la comunità ed è quello che un po’ è successo a me che ho praticamente sempre costruito biblioteche, musei, sale per concerti o università. Questo aggiunge una dimensione sociale e quindi etica al lavoro di architetto: costruisci qualcosa per cambiare il mondo, per far sì che la gente si incontri e incontrandosi possa parlare, conoscersi, conoscere… siamo sempre lì. Per questo dico che c’è un di più, non solo la dimensione etica ma anche quella poetica. Ci deve essere il kalòs, quella cosa gratuita e inutile che è la bellezza senza la quale però nulla ha senso. Una biblioteca serve a conservare i libri, ma non può essere brutta, non può essere priva di questa magia della luce, della bellezza. Come architetto sei anche tu un narratore, costruisci luoghi che permettono la narrazione; non sei un musicista ma sei un liutaio, costruisci un luogo dove la musica può muoversi, svilupparsi. I luoghi che un architetto costruisce sono luoghi di fortissima dimensione umanista: una biblioteca, il luogo dove passa il sapere, la conoscenza, oppure una scuola o un ospedale, non sono edifici da costruire solo con la tecnica, sono luoghi umani, c’è qualcosa in più.

Ritorniamo alle semplici abitazioni, alle case. Ogni abitazione di fatto rivela una storia, quasi come una “pelle” di chi l’abita. Noi umani abbiamo la pelle, poi abbiamo gli abiti che già rivelano qualcosa di noi, di quello che pensiamo e poi c’è la terza pelle che è la casa in cui abitiamo. Anche nelle case private vi è sempre una storia, un’identità, un racconto…

Sì, per questo mi piace il messaggio del Papa. Perché l’architettura risponde senza dubbio ai bisogni pratici di una persona, di una famiglia, di una comunità, ma non ha solo una funzione pratica, è anche sempre legata alle aspirazioni, ai desideri e ai sogni delle persone, dei popoli. Pensiamo alla dimensione popolare: c’è sempre bisogno di spazi dove ci si senta uniti, dove si possano condividere dei valori. Per le singole persone, ebbene anche la più modesta casetta, una capanna assolve la funzione di coprire, riparare, ma porta con sé i tratti di un racconto, di una narrazione per l’appunto. Cioè racconta la storia di quella famiglia, di quella persona, delle sue ambizioni in qualche maniera. Anche nella casa più modesta in qualche maniera c’è sempre dentro questo. Ed è lì che l’abitazione diventa interessante. L’architettura, quella pienamente umana, è quella che si mette a servizio di una narrazione.

Il Papa parla di una narrazione umana che ci parli di noi e del bello che ci abita…

Esattamente, è ciò di cui sto parlando. Un architetto è un costruttore ovviamente, ma è al tempo stesso una persona che umanisticamente appartiene al mondo, che ha una sua etica, che svolge un’attività per cui ha bisogno di parlare con la gente, conoscerla, capirla. Alla fine anche lui porta con sé un racconto e un messaggio, così come un poeta, uno scrittore… e tutti questi messaggi, perché possano essere significativi, devono essere poetici, poetici nel senso profondo della parola, cioè devono avere i caratteri della bellezza. Naturalmente per bellezza qui intendiamo quella giusta, quella di cui parla il Papa, collegata anche al senso del giusto e del buono, pensiamo al Kalòs kai agathòs dei greci e notiamo come in tutto il bacino mediterraneo la parola bello è associata al buono: nel sud Italia “bello” lo si dice anche di un piatto di pastasciutta. Anche in Africa è così, non esiste una parola che indichi una cosa bella e basta, una cosa bella è anche buona. In questa logica, la bellezza è necessaria. Se non c’è questa bellezza in questo suo scrivere il suo giornale, in quello che io cerco di fare nel mio spazio, in quello che dice il poeta, se non c’è questa bellezza il messaggio della narrazione non passa. C’è quella bella scena de Il Postino con Massimo Troisi, quando  Neruda-Noiret recita l’Ode al Mare e il postino gli dice: «Cos’è questa?». E Neruda risponde: «È una metafora  poetica». Allora  il postino gli chiede: «Ma me la spieghi?». E lui gli dice: «Ma io sono un poeta e quello che devo dire lo dico con la poesia, non ho altro modo di dirlo». 

E qui rispunta il tema del linguaggio.

Io sono architetto, non posso far passare il  mio messaggio attraverso le parole mettendomi a scrivere (cosa che non mi sogno nemmeno di fare): non è nel mio linguaggio, fallirei. Quello che ho da dire l’ho costruito facendo Beaubourg a Parigi, facendo la sede di «The New York Times», costruendo un ospedale in Grecia e così via… Esiste una connessione tra la mia narrazione e la dote che il Padre Eterno mi ha dato e di cui tutti, in modo diverso, siamo stati dotati e di cui dovremmo essere grati. Forse dovremmo provare ad accontentarci di quello che abbiamo ricevuto e cercare di usarlo bene. Stando attenti a non confonderci l’uno con l’altro, io lo dico sempre a tutti quanti: «Tu sai scrivere bene, fallo attraverso la scrittura; tu sai cercare, fallo attraverso la ricerca».

C’è però anche un lato negativo della narrazione, ne parla anche il Papa nel suo messaggio quando riflette sui rischi della comunicazione…

Senza dubbio, esiste un aspetto negativo, penso all’informazione, alle news. Sì, c’è anche un uso malato delle news, un uso strumentale, e questa è la tragedia delle fake news. L’uso che si fa delle parole, della narrazione per sedurre o per convincere, addirittura spingendosi fino a creare una narrazione falsa.

Ci può essere un’architettura malata?

Ci potrebbe essere. È il caso di un’architettura aggressiva, che non accoglie, che non dà spazio, che s’impone in qualche modo, è l’architettura che vuole persuadere, manipolare, un’architettura che diventa retorica. Ricordo quello che mi diceva Norberto Bobbio sul fatto che c’è moltissima gente che passa la propria esistenza a persuadere gli altri delle proprie idee, invece che dedicarla ad avere idee giuste. E questi sono i narratori malati, non  cattivi (poi ci sono anche quelli cattivi che raccontano una narrazione volutamente falsa per estorcere o per sedurre) perché questa forma di malattia di cui parla Bobbio è innocente, anche se molto diffusa, una malattia imparentata con il narcisismo. 

Sempre il Papa, parlando di recente in tema di educazione, ha detto che il segno di un buon sistema educativo è se è capace di creare poeti, che ne pensi?

Molto interessante. Detto meglio, è quello che stavamo dicendo prima. Se tu non sei capace, come cineasta, come scrittore, come scienziato, se non sei capace di tradurre tutto  in poesia, e quindi toccare emotivamente chi ti ascolta, il messaggio non riesce a passare, ti scivola via, è interessante, ma non colpisce il cuore. Non penetra profondamente, non ti fa nascere quella vibrazione interna. La dimensione della poesia è fondamentale. Questo mi fa venire in mente un’altra cosa: tutti i grandi scienziati che conosco sono tutte persone che si spingono fino al massimo e poi si fermano sempre di fronte a un mistero.  Ed essendo persone, uomini e donne intelligenti, restano in sospensione. C’è sempre un momento in cui ciò accade. In questo senso siamo tutti uguali. Poi c’è chi lo nega, chi non lo nega, c’è chi lo accetta all’ultimo istante. Ma noi esseri umani siamo tutti quanti accumunati da questa consapevolezza di un mistero che ci sorvola, ci supera. Anche questo ha a che fare con la poesia.

L’immigrazione negli USA nel quarto anno di presidenza Trump

Oltre al falso impeachment e alle false indagini anti-Trump, di una cospirazione contro la parte migliore della nazione americana fanno parte le azioni del potere globalista e immigrazionista, che si oppone a ogni misura volta a contenere l’invasione di immigrati. Una politica dell’immigrazione che non aumenti la già notevole confusione della società, e che sia gestibile da un bilancio federale le cui risorse sono occupate per il 70% dal welfare, è la priorità. Voci credibili affermano che il sistema USA dell’immigrazione può rimanere generoso pur tagliando eccessi ed anacronismi. Quelle voci affermano che leggi più vicine alla realtà sono necessarie: leggi che riformino il diritto di asilo, blocchino i fondi federali alle città-santuario (cioè rifugio di clandestini e piccoli criminali), chiudano le falle maggiori del sistema immigrazione. 

 

Riguardo all’immigrazione e dunque al futuro del paese, decisivo è l’esito delle elezioni del 2020. In primo luogo riguardo all’immigrazione legale, che prosegue come se vi fossero territori di frontiera da popolare e con insufficiente attenzione al merito e alle qualifiche dei richiedenti. Programmi come la catena migratoria (che consente arrivi senza limiti ai parenti, spesso anziani o malati, di chi è già immigrato) sono divenuti un incubo. Secondo dati della Homeland Security, negli ultimi 10 anni sono entrati negli USA, grazie alla “catena”, oltre 6 milioni di persone, su un totale di 10,8 milioni di immigrati legali. La richiesta di Trump di ridurre a proporzioni ragionevoli la catena migratoria, consentendo l’ingresso soltanto al coniuge e ai figli, e di mettere fine alla “lotteria”, che concede 50 mila ingressi l’anno assegnati con una lotteria in paesi dell’ex terzo mondo, non è stata accolta dal Congresso, che è il ramo legislativo del governo e che ha ampi poteri in materia di immigrazione. Come per le obsolete (di oltre un secolo) leggi sul diritto di asilo, come per la pratica del rilascio dei clandestini fermati sul confine purché si accompagnino a minorenni o purché si dichiarino perseguitati nel loro paese d’origine (cosa che fanno quasi tutti), come per la spaventosa illegalità delle città-santuario (in circa 200 città e contee gli immigrati illegali sono esenti da espulsioni anche per i colpevoli di reati), i Democratici in Congresso si oppongono a ogni cambiamento. Ciò di cui essi si occupano è di combattere Trump con accuse infondate. Peraltro anche alcuni senatori del GOP proteggono gli eccessi dell’immigrazione, senza dubbio in favore di datori di lavoro e grandi società che impiegano gli immigrati a costi del lavoro ridotti. 

 

Se Trump otterrà un secondo mandato e se il GOP avrà la maggioranza alla Camera, mantenendo quella in Senato, per l’immigrazione legale un cambiamento potrebbe venire dalla proposta di Trump del maggio 2019 per una riforma che dia priorità a criteri di merito. Benché la proposta non riduca il numero degli ingressi, benché sia fin troppo moderata oltre che in ritardo di anni, i Democratici alla Camera l’hanno respinta. La riforma riduce i visti concessi per legami familiari, elimina la “lotteria” e alza al 55% (dall’attuale 10%) il numero di visti rilasciati in base a criteri di merito. Tra tali criteri vi sono la certezza di un impiego, la conoscenza dell’inglese e un esame di cognizioni civiche. Nessuno parla, invece, della misura che a me sembra necessaria, cioè il blocco totale dell’immigrazione, per un anno o più: unico strumento in grado di consentire una qualche integrazione per i nuovi immigrati. Misura da unire a decise espulsioni verso chi commette reati o verso spacciatori, membri di gang criminali e altro. Troppi giudici sono pronti a bloccare anche le delibere più necessarie. Però Trump è il capo dell’esecutivo. I suoi elettori gli chiedono di agire. Durante il primo mandato, in materia di immigrazione gli esiti sono stati inferiori alle necessità. 

 

Per quanto riguarda l’immigrazione illegale, sul confine con il Messico, che è lungo 2300 km, circa 100 km di già esistenti steccati, spesso facili da superare, sono sostituiti da efficaci barriere di assi d’acciaio e, a inizio 2020, vi sono altri 21 km di nuove barriere. Ma l’obiettivo del governo Trump di 560 km di “muro” (cioè le nuove barriere) entro fine 2020 appare fuori portata. Il grave ritardo ha molti motivi, in primo luogo l’accanimento dei Democratici in Congresso nel non concedere i fondi necessari. Nei bilanci per il 2018 e per il 2019, le richieste di Trump al Congresso per finanziare il muro sono bloccate dall’opposizione di tutti i Democratici e di alcuni senatori Repubblicani. Il database elettronico, per il controllo sui datori di lavoro che impiegano illegali, non entra in vigore. Solo a inizio estate 2019 il governo Trump porta cambiamenti sul confine. Gli ingressi illegali scendono dai picchi di 130-140 mila al mese di aprile-maggio 2019, a cifre di 40-50 mila al mese a fine 2019. I decreti di Trump per modificare il “ferma-e-rilascia” applicato da due decenni, i cambiamenti al vertice di alcune agenzie della Homeland e gli accordi conclusi dal governo Trump con il Messico e i paesi centroamericani, spiegano la riduzione nei passaggi illegali, che comunque rimangono di entità destabilizzante. Nel 2019 gli immigrati illegali sono stati più di un milione, come nel 2012 e 2014. Alla cifra vanno aggiunti coloro che passano non visti e non fermati. 

 

La piaga delle città-santuario e degli stati-santuario (California, Illinois, New Jersey, Maryland) ha devastato la convivenza in intere contee. L’ex ministro della Giustizia Sessions provò ad annunciare il taglio dei finanziamenti federali alle città-santuario, ma cause legali fermarono la sua azione. Da oltre dieci anni quelle città ostacolano e di fatto combattono l’agenzia federale ICE, delegata all’arresto e all’espulsione dei clandestini responsabili di reati. Di recente, a metà febbraio 2020, il ministro della Giustizia William Barr (così tanto invocato da chi chiede giustizia, e così tanto in difficoltà nella battaglia contro la cospirazione) fa un passo avanti con l’avvertire i governi delle città-santuario che “potrebbero essere implicati” in processi penali per aver protetto clandestini e criminali. Barr comunica che tre denunce sono depositate in tribunale (verso gli stati della California e del New Jersey, e verso una contea nello stato di Washington) per aver impedito all’agenzia ICE di applicare la legge. Barr afferma anche che i procuratori locali che condonano reati commessi dagli immigrati illegali verranno perseguiti, e aggiunge: “Prenderemo in considerazione iniziative verso i politici che ostruiscono l’applicazione delle leggi”. Se si tratti di un reale giro di vite, o soltanto di buone intenzioni che non avranno seguito, è difficile dirlo. Io tendo alla seconda ipotesi. La stessa cosa vale per le recenti denunce della Homeland verso la città di New York per aver reso ufficiale la pratica di garantire agli immigrati illegali la patente di guida (il che significa: garantire il voto) e di impedire ad agenzie della Homeland (ICE e CBP) l’accesso all’anagrafe dei veicoli, in questo modo rendendo impossibile il negare benefici a chi ha commesso reati registrati da quell’anagrafe. A New York la protezione e il voto per gli illegali, o anche per chi ha commesso reati (come dimostrano le nuove regole per il “rilascio su cauzione”, che conducono alla scarcerazione di pericolosi criminali), sono priorità per politici come il sindaco De Blasio, attenti a ciò che essi definiscono “i diritti della comunità di immigrati”.

 

Da parte sua il DoJ (Department of Justice) di Barr ha ancora centinaia di alti funzionari, residui del governo Obama, che appartengono alla burocrazia dello “stato profondo” impegnato nella cospirazione contro Trump e contro i suoi elettori. Il risultato è che dopo oltre un anno di gestione Barr non uno solo tra i conduttori della sovversione ha pagato per gli illeciti commessi. Il risultato è anche che decine di procuratori non pagano per azioni giudiziarie dettate da scopi politici avversi al governo Trump. Ciò avviene mentre il presidente viene attaccato dal coro dei media più diffusi anche soltanto per esprimersi in favore dei diritti di un cittadino, come accade quando egli denuncia l’indecente persecuzione giudiziaria, basata su accuse false, del suo ex consigliere Michael Flynn o la condanna, decisa da giurati che sono attivisti politici, del suo ex collaboratore Roger Stone per un reato (aver mentito ad agenti dell’FBI o in Congresso) per il quale i vertici del DoJ, della CIA e dell’FBI di Obama restano impuniti. 

 

Ma torniamo al confine con il Messico. Troppi politici e con loro i maggiori media fingono di non vedere che i cartelli della droga controllano il confine sul lato messicano e fanno passare, insieme agli illegali, quantità di droghe letali. Nel 2019 sul confine i sequestri di droga sono aumentati e, per la prima volta da decenni, negli USA le morti da overdose sono diminuite. Le droghe pesanti che entrano nel paese sono un tema di tale rilevanza per la società americana da giustificare, da solo, la costruzione di un muro e altre misure di controllo. Secondo testimonianze dei vertici della CBP (gli agenti di confine), dopo anni di governo Obama in cui la loro voce era inascoltata e anche denigrata, essi hanno nuovi mezzi. All’interno degli USA, la battaglia del governo Trump contro le gang criminali importate (come la banda MS-13, che è composta da immigrati centroamericani) ha avuto esiti positivi. Il fatto che media come la CNN o la NBC, e politici come il sindaco di New York (o quello di Chicago, o quello di Los Angeles, e molti altri), cerchino di travisare persino la battaglia contro le gang criminali, e attaccare Trump anche su questo tema, è un indice del loro degrado. 

 

Per i politici Democratici dell’era Trump, per il globalismo, per l’immigrazionismo, la difesa della società non è priorità. Tantomeno la difesa della nazione storica. Gli immigrati vengono attirati con le garanzie di un welfare dove molti programmi sono strumenti di consenso politico dai tempi di Franklin Roosevelt e da un decennio sono a rischio di bancarotta. Se un presidente, Trump, definisce emergenza nazionale l’invasione di immigrati illegali e cerca di arginarla, intervengono giudici, spesso nominati da Obama, che bloccano le sue azioni. Si finge attenzione umanitaria per i migranti, mentre si promuove una nuova forma di schiavismo. Si finge di non vedere che difendere il confine dell’Afghanistan dalle infiltrazioni del terrorismo, e avere un confine aperto con il Messico, è un’aberrazione. Si distrugge la convivenza nelle città un tempo vetrina dell’America (Los Angeles, San Francisco, Filadelfia, Denver, ed altre) facendole divenire rifugi di clandestini. Tornano a diffondersi malattie infettive un tempo sradicate, in conseguenza dell’arrivo di immigrati non vaccinati in comunità già sature. A Los Angeles, una città dove vi sono 70 mila persone senza casa che vivono in tende sulle strade, ma il cui governo apre le porte ai nuovi immigrati, a Los Angeles, dove in ville lussuose risiedono i miliardari di Hollywood, a Los Angeles nel 2019 vi è un’epidemia di tifo, dai mucchi di rifiuti escono i topi, alcuni poliziotti vengono ricoverati con diagnosi di malattie infettive. In altre città-santuario vi sono epidemie di tubercolosi, di morbillo, di varicella. Sono tutte città governate dai Democratici. 

 

Inizio estate 2019 è il momento peggiore sul confine con il Messico. In un’intervista (con Maria Bartiromo) del maggio 2019, Trump definisce la situazione sul confine sud “un disastro”. Dalla Camera con maggioranza Democratica non arriva alcun aiuto. Però per due anni, 2017 e 2018, i Repubblicani hanno la maggioranza in Congresso e non agiscono sul tema immigrazione, mentre per mesi Trump si lascia bloccare da polemiche perfide e strumentali, come quelle dell’estate 2017 con le false accuse di “razzismo”. Poi nel marzo 2018 Trump approva un mega-bilancio che non stanzia fondi per il muro sul confine. Il recupero che egli realizza nel 2019 è importante ma tardivo. Da anni nei settori più trafficati del confine (per esempio nella zona di El Paso, Texas) vi è un costante flusso di clandestini per tutto il giorno e la notte. Se essi si presentano con un minorenne, vengono considerati “unità familiare” e passano. Molti bambini vengono “affittati” in paesi del Centroamerica, portati sul confine per far passare i clandestini, e poi rimandati indietro per ripetere la truffa. Prima della riduzione nel “ferma-e-rilascia” di fine estate 2019, gli agenti della Border Patrol fermano gli illegali a migliaia, ma non possono mandarli indietro; devono occuparsi delle loro condizioni sanitarie, e poi devono iniziare la pratica per inviarli davanti a un giudice che deliberi sulla loro richiesta di “asylum” (spesso l’unica parola in inglese che i clandestini conoscono quando volentieri si consegnano agli agenti): un garantismo che sembrerebbe eccessivo persino in Europa. Gli immigrati sanno di aver davanti a sé anni di welfare garantito, e i sindaci Democratici delle grandi città lo ribadiscono a ogni occasione. Chi nel 2018 o 2019, tra i politici o nei media o nella finanza o nelle università, permette che tale “disastro” prosegua, odia l’America, oltre che odiare Trump. E ciò fa parte della cospirazione che ha cercato di rovesciare Trump. Il senatore Repubblicano Ron Johnson dice: “Siamo troppo stupidi per cambiare le leggi”. Ma sul lato dei Democratici e del garantismo immigrazionista non si tratta di stupidità, ma di intenzione malvagia.

 

Per un anno, dall’estate 2018 all’estate 2019, la cifra dei migranti illegali che attraversano il confine sud è tra i 70 mila e i 140 mila al mese. Carovane di migliaia di migranti attraversano il Messico su autobus, su camion, sul tetto dei treni merci, diretti a nord. Ma negli USA figure pubbliche nel mondo del giornalismo o dello spettacolo, e troppi giudici, sostengono l’immigrazionismo senza freni: essi agiscono in malafede o in nome di un’ideologia lesiva della società. Dopo decenni di confini aperti, la nazione paga un prezzo di confusione sociale, di incremento nella diffusione del crimine e della droga, di crisi nell’istruzione primaria (in parte migliorata dalla “scelta della scuola” promossa dal governo Trump), di alti prezzi nella sanità (solo in parte ridotti dalla cancellazione degli obblighi più pesanti per il cittadino, e più utili alle assicurazioni, della Obamacare). I politici Democratici vogliono i confini aperti con obiettivi elettorali e i giudici di sinistra deliberano affinché l’invasione prosegua. 

 

Vi è poi il tema della Homeland Security. Da quando fu stabilita dopo l’11 settembre, la Homeland è un mega-dicastero, il più grande negli USA, con duplicati e troppi incarichi, che vanno dal controllo dei passaporti alla guardia costiera (Coast Guard), dall’agenzia per i trasporti (TSA) a quella per la gestione dei disastri naturali (FEMA). Trump la vuole riformare, ma senza il Congresso non lo può fare. Nella crisi sul confine sud la Homeland è a lungo incapace, secondo osservatori credibili, di interpretare le leggi in modo tale da ridurre l’invasione. Non lo ha fatto il ministro Kirstjen Nielsen, nominato nel 2017, né il ministro McAleenan, nominato nell’aprile 2019, il quale si lamentava fin troppo che la Homeland non poteva, senza nuove leggi, gestire la crisi (da fine 2019 ministro provvisorio è Chad Wolf). Le poche centinaia di militari che nel 2019 arrivano in soccorso sono autisti per portare gli immigrati negli ospedali, psicologi per assisterli, cuochi per preparare i pasti: non militari armati per chiudere un confine al di là del quale il territorio è controllato da gruppi criminali, forniti di armi di ogni tipo. Non ci sono strutture per detenere le decine di migliaia di persone al mese che arrivano. Non ci sono giudici per deliberare rapidamente sulle loro richieste di asilo. Non si può mandare indietro chi arriva da paesi non confinanti. Di conseguenza, fino all’estate 2019 vi è il rilascio quasi totale di chi arriva. Le leggi sono incongrue, ma la Homeland appare priva di iniziativa. Inoltre, davanti a un’invasione, il controllo del confine con il Messico affidato ai civili, cioè alla Homeland, è insufficiente. Non vi è alcun motivo per non impiegare i militari per impedire gli ingressi illegali.  Finalmente, da metà 2019 in poi, vi è una correzione: i numeri del “ferma-e-rilascia” scendono, viene posta qualche condizione al diritto di asilo, e si ottiene che decine di migliaia di migranti attendano in Messico la delibera di un giudice sulla loro richiesta di accoglienza. Ma il flusso dei migranti illegali prosegue, con numeri di 40-50 mila al mese. 

 

Quando nell’aprile 2019 su Fox News David Asman chiede a Brandon Judd (che è a capo del Border Patrol Council): “Quanta parte dei clandestini sono portati sul confine dai cartelli della droga, a cui versano un importo in denaro?”, la risposta è: “Tutti. I cartelli criminali controllano tutto. Non si attraversa il confine, se prima non si paga.”. Tra i suggerimenti che arrivano al presidente vi è quello di definire i cartelli messicani della droga come gruppi terroristi, il che consentirebbe interventi contro di loro sul suolo messicano. O vi è quello di un decreto per respingere i clandestini che eccedono la capacità di detenzione, perché le leggi sul diritto di asilo non possono essere un viatico per il suicidio nazionale. Benché la responsabilità del non agire sia del Congresso e dei Democratici, la mia opinione è che Trump avrebbe dovuto fare di più sul tema dell’immigrazione, e farlo prima: due anni prima dell’estate 2019. Di certo l’indecente guerra mediatico-giudiziaria condotta contro di lui, con le false indagini e le accuse infondate, lo hanno condizionato. Ma, forse, anche il suo passato di datore di lavoro lo induce a una qualche considerazione positiva dei flussi di immigrati. 

 

Un tema esplosivo è quello dei rifugiati che l’ONU dichiara in fuga da paesi ad alta densità di terrorismo e che gli USA accolgono. Obama ne portò il numero a 100 mila l’anno, Trump lo ha ridotto a 30 mila. Uno dei maggiori crimini contro la nazione americana fu compiuto negli anni Novanta quando l’ONU, in accordo con funzionari del Dipartimento di Stato e con ONG americane, ottenne di collocare decine di migliaia di rifugiati somali (poi divenuti centinaia di migliaia) i cui precedenti politici non furono esaminati e che erano ben poco desiderosi di integrarsi. Essi furono assegnati al Minnesota, cioè quello che era uno degli stati più intatti, più vergini, più delineati di chiarezza nordica, d’America (è rimasto tale solo nel nord dello stato). Negli anni successivi centinaia di essi furono arrestati per attività jihadiste. Senza consultare gli abitanti della città (che allora non aveva il sindaco facinoroso e di estrema sinistra che ha oggi), essi trasformarono Minneapolis, la capitale, in una tana di integralismo islamico, che due decenni dopo, nelle midterm del 2018, avrebbe eletto per la Camera una donna, nata in Somalia, la quale esibisce impunita affermazioni di odio antisraeliano e antiamericano. Quanto è accaduto a Minneapolis è documentato da Michelle Malkin nel libro Open Borders Inc. Who is funding America’s destruction, in cui l’autrice definisce questo e altri episodi di insediamento di rifugiati “il racket da un miliardo di dollari”.

 

Nel 2020, e se otterrà un secondo mandato, Trump deve opporsi a tale progetto distruttivo con ogni mezzo che gli fornisce il potere esecutivo. Per arrestare la china, o provare a farlo, non serve la moderazione. Gli argomenti inclusivi, il tono presidenziale e l’ottimismo reaganiano, che hanno dominato l’eccellente discorso di Trump sullo “stato dell’Unione” del febbraio 2020, non modificano la violenta opposizione che egli incontra in materia di controllo dell’immigrazione.  Con i poteri conferitigli dalla dichiarata emergenza nazionale, Trump deve costruire la barriera sul confine nella misura più estesa e più rapida possibile. Deve far applicare alla Homeland Security le leggi esistenti in modo innovativo, mettendo al vertice le persone più adeguate (come fa a metà 2019, con Ken Cuccinelli e Mark Morgan, per due agenzie della Homeland). Deve fermare gli ingressi, anche quelli legali, per un anno o più, per stabilizzare la società. Deve mandare migliaia di giudici sul confine, affinché la delibera sulla richiesta di asilo sia immediata. Deve far deportare almeno i responsabili di crimini. Deve, deve, deve. Il compito è colossale, ma anche dettato da esigenze vitali. Fino a quando i Democratici controllano la Camera, niente può arrivare dal Congresso in materia di immigrazione. Dunque si può agire solo con i poteri esecutivi. Non c’è un terreno comune. Non vi sono obiettivi comuni. Con le elezioni del 2020 la decisione spetta ai cittadini americani.

 

Continua a diminuire il numero di contagi causati dai virus influenzal

Continua a diminuire il numero di contagi causati dai virus influenzali, mentre sale quello dei casi gravi (118 persone) e dei decessi (24 casi).

Sono stati 656.000 gli italiani costretti a letto dall’influenza la scorsa settimana, per un totale, da metà ottobre a oggi, di circa 5.632.000 casi. Ad aggiornare le stime è il bollettino di sorveglianza epidemiologica Influnet, a cura dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Dopo aver raggiunto il picco tra fine gennaio e inizio febbraio, con 12,8 casi per mille assistiti, il livello di incidenza dell’influenza stagionale, nella settimana dal 10 al 16 febbraio è stato di intensità media, con 11 casi per mille assistiti.

Lombardia, Marche, Abruzzo e Basilicata le regioni maggiormente colpite. Intanto continuano a salire i casi gravi, che hanno portato a complicanze e a un ricovero in terapia intensiva.

Bologna: Uniform into the work/out of the work

Uniform into the work/out of the work è il nuovo progetto espositivo della Fondazione MAST curato da Urs Stahel e dedicato alle uniformi da lavoro, che attraverso oltre 600 scatti di grandi fotografi internazionali mostra le molteplici tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali diversi. Nate per distinguere chi le indossa, le uniformi da un lato mostrano l’appartenenza a una categoria, a un ordinamento o a un corpo, senza distinzioni di classe e di censo, dall’altro possono evidenziare una separazione dalla collettività. Le parole italiane “uniforme” e “divisa” evocano, allo stesso tempo, inclusione ed esclusione.

Uniform into the work/out of the work comprende una mostra collettiva sulle divise da lavoro nelle immagini di 44 fotografi e un’esposizione monografica di Walead Beshty, che raccoglie centinaia di ritratti di addetti ai lavori del mondo dell’arte incontrati dall’artista nel corso della sua carriera, per i quali l’abbigliamento professionale, estremamente differenziato e individualistico, rispetta una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme.

È Kristian Ghedina l’Aquila del Carnevale 2020

Sarà Kristian Ghedina il protagonista del Volo dell’Aquila 2020. Il campione italiano con più vittorie negli anni 90 nella discesa libera di Coppa del Mondo di sci alpino, volerà, domenica 23 febbraio alle 12.00, dal Campanile di San Marco sul palco della piazza per il tradizionale evento che ha visto, prima di lui, tra le Aquile sportive, Giusy Versace (2015), Carolina Kostner (2014), Francesca Piccinini (2013), Fabrizia d‘Ottavio (2012).

Il discesista di Cortina D’Ampezzo, con un abito ideato dall’Atelier Pietro Longhi si calerà dal campanile sventolando la bandiera dei prossimi Campionati Mondiali di sci alpino 2021, di cui è Ambassador – il grande evento che si terrà a Cortina e che precederà le Olimpiadi del 2026 – e interpreterà una versione originale di “discesa libera” questa volta non sulla neve ma “in aria” sullo sfondo della piazza più bella del mondo rievocando una delle sue imprese più memorabili, la “folle” spaccata a 140km/h fatta sullo schuss finale di Kitzbuhel nel 2004, storica gara austriaca patrocinata da Red Bull che da sempre “mette le ali” ai talenti del mondo dello sport. Il brand, per il quarto anno consecutivo è main partner del Carnevale di Venezia.

Il Volo dell’Aquila anche quest’anno vuole essere, quindi, un riconoscimento al mondo dello sport, ai suoi valori e alla sua profonda valenza educativa ma anche un messaggio di sostegno per i Mondiali di sci alpino 2021 e, successivamente, le Olimpiadi Invernali che si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026 a Milano e Cortina.

Ad attendere Kristian Ghedina, sul colorato palco del Carnevale di Venezia 2020, ci sarà la conduttrice televisiva Cristina Chiabotto, già madrina della manifestazione nel 2006.

Prima del volo, sfileranno le maschere dei cortei storici del Cers coordinati da Massimo Andreoli. Al pomeriggio, a partire dalle 15.30, il gran finale della maschera più bella.

Il Movimento Cristiano dei Lavoratori affronta i mali di Roma senza indicare un chiaro sbocco politico.

Il dibattito sui mali di Roma deve continuare: è questo il senso dell’iniziativa che il Movimento cristiano lavoratori (Mcl), nato agli inizi degli anni ‘70 da una doppia scissione a destra delle Acli, ha organizzato ieri pomeriggio a Roma. Nel corso dell’incontro sono stati presentati alla stampa gli atti del convegno “Dai mali, le idee: proposte per Roma” che si è tenuto lo scorso 30 ottobre all’Ara Pacis.

Il maggior contributo reca la firma di Pietro Giubilo, già segretario romano dc e per 11 mesi sindaco della città (agosto 1988-luglio 1989), che nel precedente incontro aveva svolto la relazione più densa sul piano programmatico.

Dagli interventi sono emersi ulteriori proposte e progetti per il rilancio di Roma, che saranno approfonditi in altre iniziative ad hoc, sia confrontandosi con le categorie economiche sia andando nelle periferie dove sono presenti e attive sul territorio sedi di Mcl e dei suoi servizi.

“È un percorso che continueremo fino alle prossime elezioni amministrative e anche dopo, se necessario, richiamando tutti, in primis il mondo cattolico, alla disponibilità di un impegno per Roma e i suoi cittadini”, ha detto il presidente del Movimento, Carlo Costalli, a conclusione dei lavori.

La nota più significativa di questa mobilitazione in chiave cattolico moderata è lo sforzo teso ad aggiornare le grandi linee socio-urbanistiche su cui, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, è cresciuto il dibattito sul governo della città.

È mancato tuttavia un chiaro ragionamento sulle future scelte di ordine elettorale. Il Movimento, di certo, non confonde il piano sociale con quello politico. Tuttavia, in questa fase di larvato desiderio unitario dopo anni di diaspora susseguente alla scomparsa della Dc, bisogna capire se e come può intervenire la ripresa di autonomia (al centro) dei cattolici fino a ieri alleati di Berlusconi.

L’orgoglio di Giubilo, ora che si guarda alle res gestae democristiane con più serenità e interesse, merita indubbiamente rispetto. Se però resta solo orgoglio finisce per isterilirsi, non avendo respiro politico. 

Per questo è necessario che ulteriori sviluppi precisino il senso e la portata dell’iniziativa  utilmente avviata dal Mcl nazionale e romano.