Home Blog Pagina 564

Cgia: in Italia dal 2007 oltre 2 miliardi di ore lavorate in meno

Pur avendo recuperato il numero di occupati persi in tutti questi anni, rispetto all’anno pre-crisi (2007) il nostro monte ore lavorate è crollato di 2,3 miliardi (-5 per cento), anche se ad aver patito questa caduta verticale non sono stati i lavoratori dipendenti, bensì gli autonomi.

Se i primi, infatti, tra il 2007 e la fine del 2018 hanno registrato una contrazione delle ore lavorate pari a 121 milioni (- 0,4 per cento), i secondi, invece, hanno perso quasi 2,2 miliardi di ore (-14,4 per cento). Nei primi 9 mesi del 2019 (ultimo dato disponibile) la situazione è in via di miglioramento. Nel confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente, infatti, autonomi e dipendenti hanno incrementato di 175 milioni lo stock di ore lavorate (+0,5 per cento) .

“Sebbene dal 2015 il monte ore lavorate sia tornato a crescere – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – il gap con il livello pre-crisi è ancora fortissimo e a pagare il conto sono stati, in particolar modo, gli artigiani e i piccoli commercianti. In questi ultimi 10 anni, infatti, il numero complessivo di queste piccole attività di vicinato è diminuito di 200 mila unità. Chiusure che hanno desertificato molti centri storici e altrettante periferie di piccole e grandi città, con una veemenza che dal secondo dopoguerra non si era mai verificata”.

Con un’occupazione in aumento e un monte ore lavorate ancora molto inferiore al livello pre-crisi, la produttività del lavoro , tuttavia, non ha registrato alcun incremento significativo.

Oltre ad aver costretto alla chiusura molte piccolissime attività, la bassa crescita del Pil registratasi in questi ultimi 12 anni ha condizionato negativamente anche la qualità dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro. Se i lavoratori dipendenti a tempo parziale sono aumentati di oltre 1 milione di unità (+40,2 per cento rispetto al 2008), lo stock di quelli full time, invece, è sceso di 341 mila unità (-2,3 per cento rispetto al 2008) .

 

Oxfam: aumenta la diseguaglianza

La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale.

Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.

Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi.

In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale.

In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5.50$ al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro.

Con un reddito medio da lavoro pari a 22$ al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate (pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale) superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse (25,82%).

Basti pensare che:

  • le donne a livello globale impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici;
  • nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili. Solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione;
  • in Italia, al 2018, l’11,1% delle donne, per prendersi cura dei figli, non ha mai avuto un impiego. Un dato fortemente superiore alla media europea del 3,7%, mentre quasi 1 madre su 2 tra i 18 e i 64 anni (il 38,3%) con figli under 15 è stata costretta a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. Una quota superiore di oltre 3 volte a quella degli uomini;
  • le donne svolgono nel mondo più di tre quarti di tutto il lavoro di cura, trovandosi spesso nella condizione di dover optare per soluzioni professionali part-time o a rinunciare definitivamente al proprio impiego nell’impossibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Pur costituendo i due terzi della forza lavoro retribuita nel settore di cura – come collaboratrici domestiche, baby-sitter, assistenti per gli anziani – le donne sono spesso sotto pagate, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi psico-fisici debilitanti.

Solo politiche veramente mirate a combattere le disuguaglianze potranno correggere il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. Tuttavia, solo pochissimi governi sembrano avere l’intenzione di affrontare il tema.

È ora di ripensare anche il modo in cui il nostro modello economico considera il lavoro di cura. La domanda di questo tipo di lavoratori, non retribuiti o sottopagati, è destinata a crescere nel prossimo decennio dato che la popolazione globale è in aumento con percentuali di invecchiamento sempre più alte.

Si stima che entro il 2030, avranno bisogno di assistenza 2,3 miliardi di persone, un incremento di 200 milioni di persone dal 2015. È urgente che i governi reperiscano, tramite politiche fiscali e di spesa pubblica più orientate alla lotta alle disuguaglianze, le risorse necessarie per liberare le donne dal lavoro di cura – servizi pubblici, infrastrutture – e affrontare seriamente le piaghe di disuguaglianza e povertà.

L’Italia non è un Paese per giovani

Distribuzione della ricchezza nazionale netta

Distribuzione della ricchezza nazionale netta (metà 2019) – Fonte: Credit Suisse

In Italia i ricchi sono soprattutto figli dei ricchi e i poveri figli dei poveri: condizioni socio-economiche che si tramandano di generazione in generazione.

L’edificio sociale ha un pavimento e soffitto “appiccicosi”: 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato a rimanere fermo al piano più basso (quello in cui si colloca il 20% più povero della popolazione), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale.

I giovani italiani che ambiscono a un lavoro di qualità devono fare oggi i conti con un mercato profondamente disuguale, caratterizzato, a fronte della ripresa dei livelli occupazionali dopo la crisi del 2008, dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili.

Oltre il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% degli under 29 italiani versa in condizione di povertà lavorativa.

Un quadro d’insieme contraddistinto  da carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, da un arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, dalla sotto-occupazione giovanile, da un marcato scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese in assenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera.

Tanti giovani italiani non studiano né lavorano, tanti lavorano per una paga risibile, meditando di partire in cerca di un futuro migliore.

Servono interventi efficaci, per fare in modo che le giovani generazioni non siano lasciate indietro e al contrario siano, come è giusto, una risorsa per il nostro Paese. I giovani italiani reclamano un futuro più equo e aspirano a un profondo cambiamento della società, non più lacerata da disparità economico-sociali, ma più equa, dinamica e mobile: abbiamo la responsabilità di ascoltare le loro richieste.

 

Lazio: Prorogati al 31 dicembre 2020 i ticket per i comuni terremotati

Prorogate al 31 dicembre 2020 le disposizioni in merito all’assistenza sanitaria, sociosanitaria e sociale per i cittadini residenti nei comuni colpiti dal terremoto. Si tratta nello specifico dei comuni di Accumoli, Amatrice, Posta, Cittareale, Borbona, Antrodoco e Leonessa.

I residenti sono dunque esentati dalla compartecipazione alla spesa sanitaria a carico del SSR tramite codice T16 (popolazione colpita dal terremoto) relativa alle prestazioni di specialistica ambulatoriale erogate da strutture pubbliche e private accreditate ed inoltre all’assistenza farmaceutica per i prodotti di assistenza farmaceutica integrativa e protesica e per il latte artificiale per la prima infanzia.

Sono esentate inoltre le persone fisiche residenti e le imprese con sede operativa o legale nei comuni indicati dal pagamento delle tariffe per le prestazioni erogate dalla Asl di Rieti. Sono sospesi infine i termini di pagamento per i residenti o le attività produttive oggetto di sanzioni amministrative in materia igienico sanitaria”.

Roma seconda nel mondo per ore perse nel traffico

Dal Global card scorecard di Inrix, analisi dei trend della mobilità e della congestione urbana in 200 città di 38 Paesi emerge che:  Roma e Milano sono nella top 10 delle città del mondo con più ore perse per ogni cittadino nel traffico.

La capitale è addirittura al secondo posto con 254 ore, preceduta solamente da Bogotà con 272.

Il capoluogo lombardo è invece settimo con 226 ore. Terzo posto per Dublino (246), davanti a Parigi e la russa Rostov (237) e Londra, con 227.

Scorrendo la classifica scopriamo poi che Firenze è 15/ma con 195 ore perse nel traffico, Napoli è 17/ma (186 ore), Torino è 22/ma con 167, Genova è 46/ma con 148 ore e Bologna è 47/ma con 147 ore. Migliore la situazione a Bari (71/ma e 133 ore perse), e Palermo (83/ma con 119 ore perse).

Popolari, il confronto continua.

L’articolo, ricco di contenuti e di umanità, dell’amico Ettore Bonalberti su queste colonne, merita di essere ripreso ed approfondito. Da molti anni conosciamo la passionalità, il disinteresse e l’intelligenza di Ettore quando affronta il tema – peraltro decisivo ed importante – della potenziale ricomposizione ed unità dell’area popolare ed ex democratico Cristiana nel nostro paese. Un tema che da circa 25 anni, cioè dalla fine della Dc, anima e attraversa orizzontalmente il dibattito e il confronto tra tutti coloro che lamentano una inspiegabile assenza ed irrilevanza dei cattolici democratici e popolari nella cittadella politica italiana. 

Ora, per essere onesti con noi stessi, non possiamo dimenticare che dal 2001 in poi – cioè dopo l’esperienza di Democrazia Europa di Sergio D’Antoni e Giulio Andreotti – si sono susseguiti circa 60 tentativi per rilanciare una minima presenza politica ed organizzativa, autonoma, degli ex democristiani. Tutte iniziative lodevoli e da non disprezzare ma accomunate da un filo rosso: sono tutte miseramente fallite sotto il profilo politico e, soprattutto, elettorale. Nelle ultime settimane, per fermarsi ad oggi, ne sono nate altre due. La “Federazione di centro” richiamata dall’amico Ettore e l’iniziativa, a tutt’oggi un po’ nebulosa, di coloro che si richiamano al cosiddetto “manifesto Zamagni”. Due nuovi partiti, due nuovi potenziali soggetti politici – almeno questo, mi pare di capire, e’ l’obiettivo dei proponenti – che si propongono lo stesso obiettivo dei tentativi, seppur generosi, che ci sono stati, appunto, negli ultimi 25 anni. 

Ecco perché, con spirito costruttivo e con la fraterna amicizia che mi lega ad Ettore, vorrei avanzare due sole considerazioni. 

Innanzitutto dobbiamo far sì, almeno a mio parere, che i nuovi sforzi politici ed organizzativi non allunghino la lista dei fallimenti che hanno caratterizzato i precedenti tentativi. Perché il continuo ed insistente fallimento di tutte queste esperienze rischia di essere nefasto per lo stesso patrimonio politico, culturale, ideale, programmatico e forse anche etico del cattolicesimo politico e sociale che si vuole rappresentare ancora nel nostro paese. Ma soprattutto perché si crea una sorta di eterogenesi dei fini dove la sacrosanta difesa dei valori e della tradizione del cattolicesimo politico italiano si traduce, a volte, nella sua sconfessione con il fallimento continuo e reiterato dei vari tentativi che puntano a ricostruire una presenza autonoma e credibile dei cattolici democratici e popolari. 

In secondo luogo la questione delle alleanze. Certo, ha ragione l’amico Ettore quando sostiene che in un sistema proporzionale ciò che conta è il peso politico ed elettorale del singolo partito. A prescindere dal capitolo delle alleanze e delle coalizioni. Ma, per fermarsi al magistero degasperianio, moroteo e sturziano, ieri come oggi, un “centro che guarda a sinistra” o che guarda a destra non è sinonimo dello stesso progetto politico. Perché un conto è, giustamente, riaffermare la propria identità e il proprio progetto. Altra cosa, com’è ovvio, e’ costruire anche una alleanza, un progetto o una coalizione di governo. Perché su questo versante non possiamo rifugiarci nel trasformismo o nell’attendismo. Due elementi che mal si conciliano con la nostra tradizione, soprattutto con quella che accomuna Ettore e il sottoscritto. Cioè la grande lezione e il prezioso e fecondo magistero politico ed ideale di Carlo Donat-Cattin e della sinistra sociale della Dc. 

Comunque sia, la riflessione avviata da Ettore Bonalberti va ripresa ed approfondita. Abbiamo un ricco ed indimenticabile passato comune. Forse possiamo avere anche un futuro politico altrettanto comune. 

Digitalizzazione e sindrome del 70%

I ripetuti richiami del Censis sull’impoverimento culturale della politica fanno il paio con la ricerca pubblicata nel 2011 (ma sempre attuale) da Tullio De Mauro, “principe dei linguisti” ed ex Ministro dell’Istruzione, in una delle sue ultime ricerche sul patrimonio linguistico degli italiani.
Richiami, osservazioni e analisi sociologiche che sono state rapidamente metabolizzate nel nulla, passate quasi inosservate e inascoltate, come in una sorta di nemesi che conferma l’assioma iniziale.

Il decadimento culturale riguarda i contenuti e i toni del linguaggio politico, non certo elevati sul piano dell’etica ed eloquentemente negativi circa le modalità espressive e di comunicazione.
Sono ben noti i siparietti televisivi e le interviste a sorpresa dei parlamentari all’uscita della Camera o del Senato: mi è rimasta impressa la definizione del Darfur come ‘un tipo di cioccolata’ e la definizione degli ‘esodati’ come il risultato della bollitura delle uova sode.
Forse però le osservazioni ripetute negli ultimi anni dal Censis riguardano soprattutto l’assenza disarmante di proposte politiche sostenute da contenuti culturali nobilitanti. Dopo il tramonto delle ideologie e dei loro retaggi bene o male radicati nella tradizione e nella storia siamo in presenza di una cultura politica ibrida e indefinita, senza capo né coda, senza sostanza e senza meta, priva di una progettualità non dico di lunga ma almeno di media gittata.

Più che discorsi sono slogan, più che parole sensate si tratta di affabulazioni ripetitive e retoriche.
Tanto che un sociologo come Sabino Acquaviva attribuiva alla politica la minimale gestione dell’ovvio e del banale.
Sul versante sociale le cose non vanno poi tanto meglio, a conferma del fatto che i rappresentati esprimono una classe politica speculare al diffuso analfabetismo culturale di cui sono i rappresentanti.

Dalla ricerca di Tullio De Mauro era emerso lo spaccato di una società dove il 70% degli italiani è affetto da una sorta di analfabetismo di ritorno: questa è infatti la percentuale di coloro che non sono in grado di leggere e comprendere un testo definito “di media difficoltà”.
Non credo che la situazione, a pochi anni di distanza e con un ricambio generazionale e culturale così evidente della classe dirigente del Paese, sia ad oggi migliore.

Si discetta spesso sul gap tra Paese legale e Paese reale ma in questo campo c’è quasi una specie di sovrapposizione speculare: la società esprime i propri rappresentanti in un contesto di deprivazione culturale tale che il passaggio dai rappresentati ai rappresentanti non sortisce salti qualitativi né esprime eccellenze che si discostino per merito dalla mediocrità prevalente.

Basti pensare ai risultati scolastici (Invalsi docet) e ai passatempi prediletti.
La lettura è un esercizio di cui ci si priva sempre più volentieri: pare infatti che costi fatica.
Molto più semplice metabolizzare i linguaggi televisivi, praticare la navigazione informatica, utilizzare comunicazioni brevi e sincopate come le mail o gli sms.
Più che parlare si “briffa” e presto ci saluteremo con un bit.

Perché c’è differenza tra cultura del tempo breve e cultura lentamente metabolizzata.
E il dilagare della violenza esprime una vistosa carenza di capacità esplicativa e persuasiva, di dialogo, comprensione, accorciando lo spazio che separa l’ignoranza dalla grettezza, la superficialità dal pregiudizio.
Senza contare i pericoli della cyber aggressione (l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza riferisce di un aumento di oltre il 200% dei casi di intercettazione, spionaggio e violazione della privacy negli ultimi anni) e – di converso – della omologazione culturale e dell’assenza di un controllo delle informazioni che circolano in rete e vengono disseminate in una società puntilliforme, spesso in nome di una millantata trasparenza che di fatto mette le manette ai polsi delle relazioni sociali.

Ma che dialogo può esistere in una società del monologo collettivo?
Colpa della scuola? Può darsi. Di colpe la scuola ne ha già tante e può reggere anche questa.
Il problema è anche di tipo motivazionale: manca l’interesse ad apprendere, la capacità di ascoltare, di reggere un’interlocuzione basata su argomenti profondi e sostenuta da toni di moderazione e di rispetto.

E poi viene a scemare il gusto della ricerca, dell’approfondimento, il piacere di leggere i capolavori della letteratura di ogni tempo, classici intramontabili e più educativi di un qualsiasi manuale di istruzioni per l’uso, di un abbecedario sul bon ton, di una ricerca sul web.
Inconsapevolmente ci stiamo abituando a nuovi alfabeti, a terminologie ubiquitarie adatte ad ogni circostanza, ad un linguaggio orfano di parole appropriate che scompaiono dal vocabolario, sostituite da neologismi onomatopeici, dalle evanescenze del ‘coso’ e della ‘cosa’, ‘nel senso’ e ‘cioè’, dei banali luoghi comuni scaduti e riciclati.
Il problema della formazione e della codificazione di una cultura prevalente condivisa negli anni a venire consisterà nella graduale sostituzione dell’alfabetizzazione costruita e sedimentata attraverso il linguaggio tramandato con l’alfabetizzazione digitale il che comporterà nuovi codici espressivi, nuove simbologie e – quel che più conta – nuovi contenuti.

Una rivoluzione dagli esiti imprevedibili assai più rilevante di quanto fu l’invenzione della stampa: mentre questa favorì il consolidamento della cultura e la sua conservazione attraverso i libri (si pensi alle biblioteche) non possiamo prevedere in quali forme, modi e contesti i nuovi alfabeti saranno custoditi e quali saranno le modalità di accesso e di interscambio poiché il virtuale non essendo tangibile può dar luogo ad una frammentazione espressiva certamente aperta e facilmente fruibile ma forse sovraesposta al pericolo di una compromissione della democrazia delle parole e dei linguaggi, per come la conosciamo attraverso la cultura classica tramandata.
Se un rischio si paventa è quello che l’alfabeto digitale produca una generazione di analfabeti sprovvisti di memoria condivisa e – quindi – proiettati in una galassia semantica e simbolica che li allontana dalla storia.

Intanto le immagini sostituiscono le parole e – come acutamente osservava Giovanni Sartori – l’homo videns sta prendendo il posto dell’homo sapiens. Il popolo dei lettori di un tempo si sta trasformando in un caravanserraglio di internauti. E quel 70% di persone che faticano a decodificare un testo la dice lunga sulla sindrome da incomunicabilità del nostro tempo.

Referendum: Chi vincerà?

Giovedì scorso ho atteso con una certa ansia la sentenza della Corte costituzionale in tema di “ammissibilità del referendum elettorale Abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentata da otto Consigli regionali (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria). Sono stato così deluso dalla sentenza della Consulta che ha dichiarato “inammissibile” la richiesta di referendum “per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito”.

Io avrei preferito che gli italiani avessero potuto esprimersi in tema di sistema elettorale rispondendo alla domanda se sia meglio il maggioritario o il proporzionale. Coloro che hanno preparato il quesito non sono stati evidentemente dei bravi scultori, considerato che il quesito di un referendum abrogativo è il frutto appunto di un opera di scultura su un testo di legge, in questo caso ordinaria, o meglio di un lavoro di taglio di parole e punteggiatura.

Se fossero stati più bravi forse gli italiani avrebbero dovuto ragionare su due quesiti: quello del citato referendum abrogativo e quello del referendum sulla legge costituzionale sul taglio dei parlamentari.  Essendo contrario sia al sistema maggioritario sia al taglio dei parlamentari io avrei fatto campagna per due NO. 

A questo punto gli italiani, invece,  dovranno ragionare soltanto sulla bandiera del M5s e cioè sulla riduzione del numero dei parlamentari e scegliere tra un SÌ e un NO.

Chi vincerà? Credo che nessuno, proprio nessuno, ad oggi lo possa prevedere e sarebbe bene attendere l’esito del referendum, che si terrà nella prossima primavera.

L’attuale maggioranza invece sta discutendo di un’ipotesi di legge elettorale proporzionale, ma calibrata come se dovessero vincere i SÌ. Io ed alcuni amici, venerdì prossimo a Milano, davanti a un notaio, costituiremo il Comitato popolare per il NO al taglio dei parlamentari. E da sabato prossimo inizierà la nostra campagna referendaria per il NO.

A come Amarcord, E come Ekberg

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriele Nicolò

È un alfabeto di lusso quello coniato da Federico Fellini: a ciascuna lettera, infatti, corrisponde o un grande attore o un celebre film, nonché un simbolo o un’icona di squisita fattura. Dalla A di Amarcord alla V di Vitelloni, passando per la E di Ekberg e per la G di Giulietta. E non può non avere il giusto rilievo la P di Paparazzo. Sciorinando tali voci Oscar Iarussi, nel libro Amarcord Fellini. L’alfabeto di Federico (Bologna, il Mulino, 2020, pagine 237, euro 16) guida il lettore lungo l’esaltante itinerario della poetica felliniana. Un itinerario scandito dunque dalle lettere di questo peculiare alfabeto, le quali finiscono per comporre uno scenario caratterizzato da una doppia dimensione: da un lato, le luci della ribalta, quindi i successi e gli onori; dall’altro, la solitudine dell’uomo e dell’artista, animato, ma non di meno angustiato, da un’ansia, nobilitante ma pure corrosiva, di ricerca. 

Il mondo che Fellini ha descritto è complesso, ricco di sfumature, di messaggi sottintesi, di citazioni dotte. Eppure, nel raccontarsi, il regista non poteva essere più spartano. Non a caso, la prima pagina del libro si apre con una frase che in poche parole dice tutto: «Sono nato, sono venuto a Roma, mi sono sposato, e sono entrato a Cinecittà. Non c’è altro». A questa affermazione segue una dichiarazione di Fellini che a buon titolo si può assumere come il suo marchio di fabbrica: «Il visionario è l’unico vero realista». Si tratta, scrive Iarussi, di «un magnifico paradosso», che al regista riconosce subito un alto merito: quello di essere stato fra i pochi a saper raccontare un’Italia in radicale trasformazione. La sua non fu certo un’opera semplice poiché fu «spesso incompresa o avversata, puntualmente equivocata sotto il segno della presunta nostalgia goliardica, laddove invece illumina il presente o addirittura capta il futuro». 

Vincitore di cinque premi Oscar, Fellini — sottolinea Iarussi, saggista, critico cinematografico e letterario — è stato «un raffinato antropologo del Novecento nel suo farsi e disfarsi». La sua eccellenza si può misurare anche sulla capacità di consacrare la supremazia dell’abnorme, del beffardo, del bizzarro. Tale primato del grottesco scandisce il progressivo declino di una società invecchiata e stanca, «forse paga — evidenzia Iarussi — del ricordo o della pallida imitazione, spesso parodistica, della sua fioritura leggendaria nelle stagioni del boom degli anni Sessanta, ovvero della Dolce vita». Nel libro si fa presente poi che senza «le struggenti invettive» di Pasolini contro la modernità, il Riminese si configura come un lungimirante testimone nel campo delle metamorfosi sociali. Intervistato dall’amico Georges Simenon, Fellini ebbe a confessare: «In fin dei conti lei e io abbiamo sempre raccontato delle sconfitte. Ma voglio, devo riuscire a dirle che credo che l’arte sia questo, la possibilità di trasformare la sconfitta in vittoria, la tristezza in felicità». 

Nella cultura di massa e nell’immaginario collettivo il nome di Fellini è legato anzitutto al film La dolce vita. Riscosse subito un grandissimo successo: si stima che l’anno in cui uscì, 1960, furono più di 13.600.000 le persone che accorsero nelle sale. Tra gli spettatori non mancarono i minori di 16 anni nonostante il divieto della commissione ministeriale (soltanto nel 1975 tale divieto sarà abbassato a 14 anni). La critica non fu univoca: sulla pellicola non fioccarono solo elogi, ma anche strali, anzitutto da parte ecclesiastica, ricorda Iarussi. «L’Osservatore Romano» scrisse un commento dal titolo La sconcia vita (per poi pubblicare, nel cinquantenario del film, 2010, un saggio elogiativo). 

Ne La dolce vita il regista, in bilico fra le dimensioni oggettiva e onirica, tra realtà e vena surrealista, descrive in filigrana un’Italia che si vuole divertire: ma è un divertimento che non riesce a scrollarsi di dosso un sentore di amarezza costante, un retrogusto di disillusione carico di malinconia. Nel «bagno fatale» della Ekberg nella fontana di Trevi — afferma Iarussi — l’Italia diventa «il Paese dei Balocchi, in cui si possono sperimentare amori passeggeri e grandi passioni, avventure notturne e un domani a occhi aperti». Vittorio De Sica definì il film «una cafonata, il sogno di un provinciale». Dal canto suo, Luchino Visconti, dichiarò: «Ma quelli sono i nobili visti dal mio cameriere». E di nobili il regista de Il Gattopardo, chiosa l’autore, si intendeva, essendo il rampollo della casa patrizia milanese Visconti di Modrone. Alla luce di questi commenti, Iarussi sottolinea che sia De Sica che Visconti hanno torto, perché come molti altri, interpretano il film come un’apologia del vizio o del tempo perso «tra le braccia di una Roma seducente e paralizzante». 

In realtà la Dolce vita riserva una panoramica compassionevole sulla «vita agra» — come la definirà lo scrittore Luciano Bianciardi (definizione che dà il titolo al suo romanzo più noto) — di un paese in equilibrio fra passato futuro. del resto anche Roma, nel film, non è soltanto via Veneto o la fontana di Trevi: Roma è anche borgate, rovine, caos, ovvero quegli scenari che furono tanto cari a Pasolini.

Nel gioco di finzione e realtà dagli echi pirandelliani, Fellini si trovava completamente a suo agio. Ma al contempo, egli pagava lo scotto, in termini di identità, di questo intrecciarsi — mai veramente fluido e stabilito una volta per tutte — di cosa fattuale e citazione astratta. Molto significativo è quanto il regista stesso dichiarò nel febbraio 1993, ovvero pochi mesi prima di morire. Alla vigilia della cerimonia, a Los Angeles, in cui avrebbe ritirato il premio Oscar alla carriera, Fellini confidò all’amico giornalista Vincenzo Mollica: «Se dovessi scrivere delle battute per un attore chiamato a interpretare la parte di un regista premiato con l’Oscar, probabilmente me la caverei abbastanza bene. Ma il fatto che sono proprio io coinvolto in questa vicenda mi rende balbettante e insicuro». Infatti, in questi casi — notava il regista — bisogna essere spiritosi, intelligenti, elegantemente distaccati. E si deve essere, sottolineava non senza ironia, «anche felliniano». Al riguardo, sentenziò: «Quest’ultimo è il ruolo più difficile, perché nonostante sia lusingato di essere diventato anche un aggettivo, non so cosa voglia dire». In questa frase, c’è tutto Fellini (e la cifra felliniana).

Mediterraneo, frontiera di pace

È online  www.mediterraneodipace.it, il sito dell’evento “Mediterraneo, frontiera di pace” in programma a Bari dal 19 al 23 febbraio; organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana, si concluderà, domenica 23, con l’incontro e la S. Messa presieduti da Papa Francesco.

Il portale contiene tutte le informazioni, le notizie e gli approfondimenti riguardanti l’incontro di riflessione e spiritualità che vedrà riuniti, nel capoluogo pugliese, i vescovi cattolici dei Paesi affacciati sul Mare Nostrum per confrontarsi sui problemi e il futuro dell’area mediterranea, ma anche per rafforzare un processo organico di scambio e aiuto tra le Chiese.

“La gravità delle crisi che stanno colpendo il bacino del Mare Nostrum è sotto gli occhi di tutti; come Chiesa abbiamo il dovere non solo di non chiudere gli occhi, ma di comprenderla e denunciarla con forza”, afferma il Cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della Cei. Con l’iniziativa di Bari, dunque, “la Chiesa italiana ha deciso di non unirsi al coro dei profeti di sventura, per riconoscere invece che qualcosa di nuovo può e deve nascere anche nell’area mediterranea”.

L’appuntamento di Bari vuole essere un laboratorio di sinodalità, intesa come stile da far trasparire nella stima vicendevole, nella gratitudine, nella cura delle relazioni. La Chiesa mediterranea, ricca di tradizioni liturgiche, spirituali ed ecclesiologiche, infatti, è presente e operosa, desiderosa di rafforzare le strutture di comunione esistenti e forse anche d’inventarne di nuove.

Gabriele Basilico in mostra a Roma

Dedicata a uno dei maggiori protagonisti della fotografia italiana e internazionale, la rassegna è incentrata sul tema della città con oltre 250 opere in diversi formati datate dagli anni Settanta ai Duemila, alcune delle quali esposte per la prima volta.

La metropoli è sempre stata al centro delle indagini e degli interessi di Gabriele Basilico (Milano 1944-2013). Il tema del paesaggio antropizzato, dello sviluppo e delle stratificazioni storiche delle città, dei margini e delle periferie in continua trasformazione sono stati da sempre il principale motore della sua ricerca.

La mostra analizza questi temi mettendo a confronto le opere realizzate nelle numerose città ritratte, tra le quali Beirut, Milano, Roma, Palermo, Napoli, Barcellona, Madrid, Lisbona, Parigi, Berlino, Buenos Aires, Gerusalemme, Londra, Boston, Tel Aviv, Istanbul, Rio de Janeiro, San Francisco, New York, Shanghai, accostate secondo analogie e differenze, assonanze e dissonanze, punti di vista diversi nel modo di interpretare e di mettere in relazione lo spazio costruito.

Il percorso espositivo della rassegna si articola in cinque grandi capitoli: “Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980”, il primo importante progetto realizzato da  Basilico; le  “Sezioni del paesaggio italiano”, un’indagine sul nostro Paese suddiviso in sei itinerari realizzata nel 1996 in collaborazione con Stefano Boeri e presentata alla Biennale Architettura di Venezia; “Beirut“, due campagne fotografiche per la prima volta esposte insieme, realizzate nel 1991 in bianco e nero e nel 2011 a colori, la prima alla fine di una lunga guerra durata oltre quindici anni, la seconda per raccontarne la ricostruzione; “le città del mondo”, un viaggio nel tempo e nei luoghi da Palermo, Bari, Napoli, Genova e Milano sino a Istanbul, Gerusalemme, Shanghai, Mosca, New York, Rio de Janeiro e molte altre ancora; infine  “Roma”, la città nella quale Basilico ha lavorato a più riprese, sviluppando progetti sempre diversi fino al 2010, in occasione di una stimolante quanto impegnativa messa a confronto tra la città contemporanea e le settecentesche incisioni di Giovambattista Piranesi.

Oltre alle opere in mostra, viene proposta un’ampia biografia illustrata che racconta attraverso brevi testi e immagini il percorso artistico e professionale di Basilico (più volte infatti le due ricerche si sono incrociate) e tre video: il primo realizzato da Tanino Musso nel 1991 a Beirut e rimontato da Giacomo Traldi che ha rielaborato anche un’intervista del regista Amos Gitai del 2012 dedicata a Roma e a Piranesi. Il terzo video, “A proposito di Sezioni del Paesaggio italiano”, è un’intervista a Stefano Boeri realizzata da Marina Spada nel 2002.

Dolci: Made in Italy, record nell’export.

I dolci italiani mettono a segno nel 2019 il record storico nelle esportazioni che hanno raggiunto la cifra di 1,5 miliardi per effetto di un aumento record dell’11%. E’ quanto emerge dalle proiezioni Coldiretti su dati Istat relativi ai primi dieci mesi per i prodotti della panetteria, della pasticceria o della biscotteria divulgate in occasione del salone internazionale Sigep a Rimini. Una conferma del successo di un settore in grande crescita che in Italia – sottolinea la Coldiretti – puo’ contare su tradizioni, creatività e materie prime di qualità che sempre piu’ spesso vengono valorizzate nelle ricette anche con accordi di filiera con le aziende agricole.
Tendenze positive anche a livello nazionale dove il surriscaldamento – continua la Coldiretti – fa salire ad oltre 3 miliardi di euro i consumi di gelato nel 2019 che ha fatto registrare temperature di 0,96 gradi superiori alla media del periodo e si è classificato al quarto posto in Italia fra quelli più roventi dal 1800.
A livello globale e nazionale il settore risente dei cambiamenti climatici che – sottolinea la Coldiretti – ha provocato una progressiva destagionalizzazione dei consumi di gelato, nonostante l’estate resti la stagione privilegiata per coni e coppette. Ad essere preferito è di gran lunga il gelato artigianale nei gusti storici anche se – precisa la Coldiretti – cresce la tendenza nelle diverse gelaterie ad offrire “specialità della casa” che incontrano le attese dei diverse target di consumatori, tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico, vegano ma anche a chilometri zero con gusti locali espressione di prodotti del territorio che non devono essere trasportati con mezzi che sprecano energia ed inquinano l’ambiente.
Rilevante in Italia – continua la Coldiretti – è anche l’impatto sull’indotto, con l’utilizzo di 220mila tonnellate di latte, 64mila di zuccheri, 21mila di frutta fresca e 29mila di altre materie prime. Va per questo sottolineata – sottolinea la Coldiretti – l’importanza della frutta e del latte freschi italiani nella preparazione del vero gelato dove purtroppo rischiano di prevalere surrogati di bassa qualità. Da segnalare infatti negli ultimi anni il boom delle agrigelaterie che garantiscono la provenienza della materia prima dalla stalla alla coppetta con gusti che vanno dal latte di asina a quello di capra fino alla bufala.
In epoca moderna la storia del gelato risale alla prima metà del XVI secolo nella corte medicea di Firenze con l’introduzione stabile di sorbetti e cremolati nell’ambito di feste e banchetti, anche se fu il successo dell’export’ in Francia a fare da moltiplicatore globale con il debutto ufficiale in terra americana: con l’apertura della prima gelateria a New York nel 1770 grazie all’imprenditore genovese Giovanni Bosio. Da allora – conclude la Coldiretti – la corsa del gelato non si è più fermata.

Lo stress da lavoro che danneggia il cuore

Lo stress lavorativo potrebbe portare alla sindrome del “burnout”, una patologia associata ad un disturbo del ritmo cardiaco, in certi casi potenzialmente mortale.

Questa correlazione è stata scoperta da un ampio studio pubblicato sull’European Journal of Preventive Cardiology, rivista dell’European Society of Cardiology (ESC). La ricerca, in sostanza, dimostrerebbe per la prima volta l’associazione tra burnout e alcune patologie cardiache, in particolare un aumento del 20% del rischio di fibrillazione atriale.

La fibrillazione atriale è la forma più comune di aritmia cardiaca. Gli esperti stimano che 17 milioni di persone in Europa e 10 milioni di persone negli Stati Uniti possano soffrire di questa condizione entro il prossimo anno, aumentando così il rischio di infarto e di ictus.

Bersani con Humor

Mi è stato d’aiuto qualche bacillo influenzale perché, costretto a casa, ho riletto Bersani.
Sono frate, ma credo alle cure omeopatiche. Di regola Bersani mi mette la febbre: forse, stavolta, mi avrebbe aiutato a guarire. Omeopaticamente.
Mi prende la febbre, con Bersani, a motivo della sua testardaggine. Non potendo picchiarlo, somatizzo.

Parla bene e sbaglia bene, con l’eleganza alto-contadina del nord.
È un modo di sbagliare che solo Bersani sa vivere e realizzare. Con humor padano!
Un grande poeta, ammazzato ad Ostia, diceva che la piccola borghesia ricorre allo humor per minimizzare le cose, per non averne scrupolo, per non dare scandalo.

Bersani ci mette tanto humor perché avverte il pericolo delle sue uscite brillanti.
Ho riletto, dicevo, qualcosa di lui. Qualcosa di fresco. L’altro giorno ha parlato con un giornalista e ha stabilito – ecco lo humor – che il centro è il “luogo del narcisismo”.

Ebbene sì, lui ha rotto con il Pd (di Renzi) e ha preso il tre e mezzo per cento scarso; poi oggi sulla testa di Renzi (che ha rotto parimenti con il Pd) fa cadere la spada del sarcasmo. Nei sondaggi Renzi starebbe messo male, attorno al tre o quattro per cento, quindi è narciso.

Logica stringente, rigorosa, inappellabile: Renzi è narciso, Bersani no.
Mi tengo la febbre e so che stavolta, per accontentare il Nostro, è una febbre…sinistra. E poco narcisa.

Per l’unità dei Popolari

Riceviamo e gentilmente pubblichiamo la nota della Direzione nazionale DC

E’ stata una giornata di grande impegno politico culturale quella svolta ieri, sabato 18 gennaio 2020,  in occasione del 101 esimo anniversario dell’”appello ai liberi e forti” di Sturzo.In una sala stracolma di rappresentanti di partiti, associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, Lillo Mannino, accolto calorosamente dall’assemblea, reduce da una sentenza definitivamente assolutoria dopo oltre vent’anni vissuti dolorosamente, ha svolto una magistrale lectio storico politica sul pensiero di Sturzo e sullo sviluppo dell’idea popolare e democratico cristiana dal 1919 sino alla fine politica della DC (1994). Una fine, frutto dei nostri errori e di una ben calcolata strategia internazionale, la cui regia fu definita nell’incontro sul panfilo  “Britannia”, dove si stabilì “la saga dei vincitori e vinti” nel nostro Paese.

Oggi la situazione, come ha ricordato l’amico sen  Maurizio Eufemi con la sua nota uscita all’inizio dei lavori alla sala Alessandrina di lungotevere in Sassia a Roma, è caratterizzata da alcuni aspetti simili a quelli presenti al tempo di Sturzo nel 1919. Allora l’Italia era alle prese con i problemi di assetto interno con la crisi del giolittismo, che aveva esaurito la fase del trasformismo parlamentare su cui si era retto per anni, e con le conseguenze drammatiche del conflitto mondiale. Oggi siamo al culmine del più vasto trasformismo parlamentare che ha caratterizzato la stagione decadente della seconda repubblica, nella quale i partiti e i movimenti presenti a livello parlamentare sono espressione della più arida incultura politica. Regna l’incompetenza e l’improvvisazione  che hanno finito col delegittimare la politica, lasciando ampio spazio alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana e della destra di Fratelli d’Italia.

Ecco perché Mannino ha terminato il suo intervento facendo appello ai firmatari del patto federativo popolare dei DC  e a tutti i popolari affinché non si perda l’occasione che abbiamo davanti a noi, specie dopo la sentenza della corte costituzionale di rigetto del referendum richiesto dalla Lega, e la scelta  espressa della maggioranza di governo per il sistema elettorale proporzionale simil tedesco.

Invito raccolto immediatamente da Gianfranco Rotondi e da Lorenzo Cesa, reduci dall’accordo appena siglato per le regionali d’Abruzzo, uniti nella scelta condivisa e sottoscritta nel patto federativo per dar vita a un nuovo soggetto politico, ispirato ai valori del popolarismo, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra radicale.

“Il partito del popolo italiano”, è ciò che  ha indicato Rotondi per il nuovo soggetto politico, inserito a pieno titolo nel PPE, che assume il simbolo storico della DC, lo scudo crociato e si propone come luogo della partecipazione politica dei ceti medi e delle classi popolari rimasti sin qui privi di rappresentanza, disgustati della politica urlata e renitente al voto per la quasi metà dell’elettorato italiano.

Certo, come hanno detto Renato Grassi, segretario nazionale della DC e da Mario Tassone, segretario nazionale del NCDU, non sarà solo un patto duale a risolvere il caso della diaspora apertasi dal 1994, anche se esso costituisce certamente una condizione necessaria, ma, appunto, non sufficiente. Serve la più ampia partecipazione aperta a quanti si riconoscono negli obietti del patto federativo. 

Ora si tratta, di ragionare con lo sguardo rivolto in avanti, preoccupati non delle possibilità di sopravvivenza personali di qualcuno, quanto della capacità di offrire una nuova speranza al popolo italiano.

A chi temeva che anche dall’incontro della Federazione popolare dei  DC scaturisse l’ennesimo tentativo da aggiungere a quelli sorti consecutivamente negli ultimi vent’anni, tutti destinati al fallimento, dobbiamo assicurare che ora lo sguardo è rivolto al futuro, convinti come siamo che serva riportare in campo la nostra cultura cattolico democratico e cristiano sociale, non per un nostalgico pensiero retro, regressivo e inefficace politicamente, quanto per concorrere a costruire un grande progetto: quello di una politica al servizio e per la partecipazione di una “comunità” fondata sulla solidarietà organica tra persone, gruppi e classi sociali. Si tratta di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali delle ultime encicliche sociali di Papa san Giovanni Paolo II ( Centesimus Annus) ,  di Benedetto XVI (Caritas in veritate) e di Papa Francesco (Evangelii Gaudium e Laudato SI); gli unici documenti che hanno saputo leggere “ i tempi nuovi” che stiamo vivendo e offrire preziose indicazioni, che spetta ora a noi cattolici impegnati in politica rendere operativi sul piano istituzionale. Sono le encicliche che hanno affrontato le questioni rilevanti del nostro tempo:

  1. la questione antropologica e demografica particolarmente grave in Italia;
  2. la questione ambientale;
  3.  la realtà nuova, complessa della globalizzazione, che per noi italiani si traduce soprattutto nel tema  della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di restare nell’Unione europea, caratterizzata dal dominio della finanza sull’economia reale e sulla politica ridotta a un ruolo subordinato e ancillare ( rovesciamento del NOMA –  Non Overlapping Magisteria, come l’ha definito il prof Zamagni).

Per fare questo, però, serve l’unità più ampia possibile e, soprattutto, un partito. Serve, insomma, la ricomposizione dell’area politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Mettiamo, intanto, subito in rete tutti i nostri siti web per preparare i comitati locali e regionali della Federazione e prepariamo l’assemblea costituente in cui decideremo insieme: nome, simbolo, programma e sceglieremo la nuova classe dirigente del partito.

Come un albero antico, possiamo cambiare le foglie conservando però le radici e possiamo avanzare le nostre proposte a misura dei nuovi bisogni delle classi popolari e dei ceti medi, conservando la fedeltà ai nostri principi.

E’ un invito che rivolgiamo anche agli amici della “Rete bianca” e a quanti hanno sottoscritto “il manifesto Zamagni”.  Seguiamo da osservatori partecipanti il serio dibattito che si è aperto su “ il domani d’Italia” e desideriamo ricordare che é unanime tra di noi  il giudizio di alternatività alla deriva nazionalista e sovranista della destra italiana, così come anche da noi sono condivise le indicazioni progettuali offerte dal manifesto Zamagni. Con franchezza evidenziamo che se sono comprensibili, proprio date le premesse, le scelte da voi assunte per le prossime elezioni emiliane e calabresi, del tutto sconcertante, a nostro parere, ci sembra quella di un dibattito che si svolge a senso unico e ripercorre senza soluzione di continuità la già consumata  strada di una corrente popolare interna al PD, di cui, semmai, ci si preoccupa solo del suo possibile sbandamento a sinistra.

Cari amici, col voto della Consulta è finita la lunga stagione del maggioritario, che riduceva i cattolici e popolari a un ruolo ancillare nella destra o nella sinistra dei partiti e si torna al proporzionale, stella polare della nostra cultura politica: il tempo del mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum, è finito. Ora, come nel 1919 lo fu per Sturzo con risultati straordinari imprevisti, dobbiamo ragionare secondo le regole del sistema proporzionale, con lo sbarramento al 5% e ci auguriamo con le preferenze Non vi sembra una condizione più che sufficiente per mettere insieme tutte le nostre energie e sensibilità, per condividere insieme, sulla base dei nostri comuni principi  ispiratori e la strategica scelta di campo, una proposta politica programmatica all’altezza dei bisogni della società italiana ed europea? Il nuovo partito politico di cattolici, aperto alla partecipazione di altre culture compatibili, non sarà mai monolitico, come non lo furono, né il PPI sturziano, né la DC degasperiana, fanfaniana, morotea e fino alla fine dello scontro del “preambolo”. Oggi è il tempo per il ritorno in campo della nostra cultura politica. Dopo e solo dopo aver costruito il partito, si porrà la questione delle alleanze, fermi nella nostra alternatività alla destra e alla sinistra radicale.

Ettore Bonalberti
Direzione nazionale DC
Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC
Roma, 19 Gennaio 2020

 

Milano: Scuola di formazione politica, “Conoscere per decidere”

Back to school education background concept with falling and balancing school accessories and items. 3D render illustration.

“Re-imparare la democrazia” è il tema dell’incontro che il prossimo 21 gennaio a Milano inaugurerà la II edizione della Scuola di formazione politica “Conoscere per decidere”.

Appuntamento alle 20.30 presso il Salone degli affreschi della Società umanitaria (Via San Barnaba, 48). Intervengono Enrico Letta, direttore della Scuola di affari internazionali dell’Istituto di Studi politici di Parigi, e Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia. Conclude Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà; modera Alberto Orioli, vicedirettore de “Il Sole 24 Ore”.

“I principi su cui si basa la democrazia, ritenuti finora immutabili, sembrano in crisi e vengono ora messi in discussione – si legge in un comunicato –: la necessità di un luogo fisico, il Parlamento, in cui ci si confronti, ci si esprima e si decida per il Paese; la separazione dei poteri, che impedisca la prevaricazione dell’uno sull’altro; il debito pubblico come strumento di sviluppo; la sostenibilità come necessità globale per poter vivere meglio tutti; gli equilibri internazionali e la necessità di un’Europa che abbia un ruolo politico reale. Sono nodi cruciali che occorre affrontare per capire cosa significhi oggi un impegno politico che voglia difendere e promuovere la democrazia”.

“Conoscere per decidere” è un’iniziativa nata da un’idea condivisa con l’Associazione Italiadecide ed è organizzata da Fondazione per la sussidiarietà e società umanitaria, in collaborazione con Fondazione Vittorino Colombo, generAzione, M’impegno, Sioi-Sezione Lombardia.

A Modena nasce la culla dell’Intelligenza Artificiale

Il primo polo italiano di Nvidia dedicato all’intelligenza artificiale aprirà a Modena, presso il Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari. Si tratta dell’Nvidia Ai Technology Center, un centro di ricerca e assistenza che lavorerà in stretta sinergia con l’AlmageLab diretto dalla professoressa Rita Cucchiara. Nell’ambito di un convegno Nvida, azienda californiana leader mondiale in AI computing, e il Cini, Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica, hanno firmato l’accordo di cooperazione.

Nvidia è una delle multinazionali più in vista nel capo delle Ai e del cosiddetto “deep learning”, uno dei processi per consentire alle macchine di apprendere da sole. Le sue soluzioni vengono adottate dal campo della guida autonoma a quello della medicina di nuova generazione.

 

La chiusura della “Paravia” di Torino

Sembrava avesse chiuso i battenti in occasione delle festività di fine d’anno; invece non li ha più riaperti.

Si è compiuto così il destino della seconda libreria più antica d’Italia, la “Paravia” di Torino fondata nel 1802. Più di due secoli di storia gloriosa alle spalle, ma non c’è stato nulla da fare.

Troppo difficile competere su un mercato dove il libro te lo portano fin nel salotto di casa, magari a prezzo scontato, in una manciata di ore dall’acquisto online.

La chiusura della Paravia è la conferma che nella società globale c’è sempre meno gloria per le attività a base familiare spazzate via dalla concorrenza di gigantesche strutture (vedi Amazon nel caso specifico) che corrono sul web da un capo all’altro del Pianeta a costi estremamente contenuti.

La chiusura della Paravia è l’ennesima riprova che quel mondo analogico – lento e compassato al quale eravamo abituati – è sparito per sempre. Al suo posto ne è subentrato un altro assai più veloce, liquido, efficiente, cinico,impersonale.

Con il quale dobbiamo attrezzarci a convivere senza pregiudizi. Prima che sia troppo tardi.

(Fonte My Pegaso)

In Italia i malati oncologici vivono di più

Emerge dal rapporto ‘State of Health in the EU: Italy. Country Health Profile 2019’ presentato a Bari. Per il tumore alla prostata in Italia la sopravvivenza è del 90% contro una media dell’87% nel resto d’Europa. Per il cancro ai polmoni è del 16% in Italia e 15% in Europa, per quello al seno 86% in Italia contro l’83% europeo, per il tumore al colon 64% in Italia e 60%in Europa. “Il sistema sanitario nazionale – si legge nel rapporto – fornisce di norma cure efficaci e tempestive per i pazienti oncologici”.

Più in generale, il Ssn italiano viene promosso per la sua efficacia: “L’Italia – è scritto – registra il secondo tasso più basso di mortalità prevenibile nell’UE, dopo Cipro”. Il rapporto – che verrà presentato successivamente ad Atene, Stoccolma e Helsinki – analizza l’efficacia ed efficienza del sistema sanitario italiano paragonandolo a quello di 26 Stati membri dell’UE.

Popolari 101

101 e sei decimi come i deputati che i Popolari matematicamente avrebbero dovuto conquistare rispetto a 1.178.473 di voti su 5 milioni e mezzo di votanti. Furono invece 100 rispetto ai 410 candidati. Non si presentarono in 3 circoscrizioni: Chieti Potenza e Aquila. Il successo sorprese anche Sturzo di fronte a così tanti voti e troppi seggi.

Chi rilegge oggi gli scritti politici di Luigi Sturzo riesce ad immergersi nella storia del nostro Paese per la profondità del pensiero, la lucidità della analisi, le indicazioni prospettiche. Oggi come allora il Parlamento vive una crisi profonda. Scrive Sturzo “è stata sottratta al Parlamento quasi tutta la tumultuosa legislazione, fatta con decreti legge”; e ancora ”questo Parlamento deve essere rifatto da un lavacro elettorale, che non può lasciare permanere le torbide acque del personalismo politico; abbiamo bisogno di elevare il corpo elettorale dalla pressione elettorale alla concezione delle idee e dei partiti”.

La legge elettorale appariva dunque a Sturzo il mezzo per ridare vigore al Parlamento. E c’era bisogno di un partito nuovo, avente da sè stesso forza di organizzazione, luce programmata ed energia combattiva. Oggi forse siamo nella stessa situazione del 1919. Solo che non viviamo i tormenti del mito della “vittoria mutilata” della prima guerra mondiale, ma le ferite della guerra finanziaria globale, con le macerie degli apparati industriali, dei risparmi distrutti, della disoccupazione crescente.

Come non guardare alla correlazione nel pensiero sturziano tra politica interna e politica estera! Sturzo anticipa la diagnosi sui totalitarismi di ogni tipo senza distinzione. La forza del Partito Popolare è stato il suo programma innovativo fondato sulle libertà, sulla organicità e sulla giustizia, in contrapposizione allo Stato liberale accentratore in cui i ceti medi cercavano spazio di rappresentanza.

Dunque il popolarismo come risposta alla demagogia e al populismo, perché il pensiero sturziano poggia sulle comunità intermedie, sui corpi sociali, su una visione poliedrica della società. Il popolo di Sturzo non è quello di Rousseau, perché è un popolo autentico, non c’è leader o un capo, ma c’è articolazione, c’è pluralismo della società. C’è un rapporto inscindibile tra libertà e Istituzioni, perché la libertà individuale senza Istituzioni non esiste.

Merita di essere ricordato il suo appello a proseguire nella loro interezza ideali di giustizia e di libertà. Così come il suo richiamo alla riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione. Tutto questo ci riporta alle vessazioni fiscali ai processi infiniti di cui sono piene le cronache.

Come sino validi i richiami di De Rosa secondo il quale “per Sturzo ogni difesa delle istanze sociali e civili passa attraverso il ruolo fondamentale delle Istituzioni parlamentari senza le quali è facile l’attrazione verso interpretazioni populistiche-agitatorie”. Di qui il nostro rifiuto a forme di democrazia diretta che minano la democrazia parlamentare.

Ciao, Luciano

Immagino già la scena dell’incontro, l’abbraccio con Mimmo, suo grande allievo. Con Luciano se ne va un maestro, una persona perbene, disponibile e pratica. Un vero funzionario, esperto di legislazione elettorale, di enti locali e “raccomandate”… Era sempre in prima linea, soprattutto quando su di lui ricadeva la responsabilità di presentare le liste e le candidature. Non ha mai sbagliato un colpo. Amante del cerimoniale, non ha mai fatto mancare il suo prezioso supporto alle diverse ricorrenze. A tanti ha trasmesso sua passione. Con lui se ne va un pezzo di tutti noi, di chi ha scelto e amato questo lavoro, senza improvvisarsi.

Ciao Luciano

[Giovanni Iannuzzi]

Ho conosciuto Luciano e abbiamo lavorato insieme al Partito, la DC per essere precisi. Avevamo un impegno comune che abbiamo rispettato anche in questi ultimi anni:l ‘anniversario della morte di Alcude De Gasperi, il 19 Agosto alla Basilica di San Lorenzo. E quest’anno eravamo ancora lì. Sia a lui lieve la terra d’Italia.

[Alberto Tanzilli]

Luciano con la sua semplicità e riservatezza è stato uno dei personaggi fondamentali per i tanti momenti delicati che abbiamo avuto. Mi dispiace veramente.

[Gerardo Capozza]

Penso che dobbiamo ricordare con grande affetto Luciano Gesuelli, che ci ha lasciati, grande funzionario della Democrazia Cristiana. Chi lo ha conosciuto ne ha potuto apprezzare le doti di umanità, di bravura, di attaccamento all’idea democristiana. Buon vento, caro Luciano.
[Giuseppe Sangiorgi]

Nel corso della sua vita, mai separando del tutto la passione dal proprio ufficio, mai andando in pensione con la testa e con il cuore, Luciano ha dato dimostrazione di come servire il partito, e attraverso il partito la società, fosse un ideale, non un accomodamento. La sua fedeltà a un dovere c’è d’esempio. Poteva ammantarsi di superbia, almeno in parte, data la frequentazione del potere. Invece restò umile sempre, restò se stesso: gli abbiamo voluto bene anche per questo. Preghiamo per lui! 

[Un amico]

Regionali, Rete Bianca sostiene Bonaccini e Callipo.

Nella ricorrenza dell’Appello di Luigi Sturzo ai “Liberi e Forti”  bisogna chiarire da che parte stanno oggi i Popolari.

Il voto per il rinnovo delle amministrazioni regionali dell’Emilia Romagna e della Calabria ha una valenza politica decisiva per il futuro del nostro paese. 

Un voto di fronte al quale diventa difficile, nonché singolare, assumere un atteggiamento di equidistanza o, peggio ancora, di indifferenza rispetto alla posta in campo. 

Certo, è un voto locale, ma inevitabilmente è destinato a condizionare pesantemente l’evoluzione del quadro democratico e l’impegno delle forze riformatrici.

La scelta di campo, questa volta più che mai, è necessaria e indispensabile. A maggior ragione per una esperienza politica e culturale come quella di Rete Bianca, un movimento che affonda le sue radici nella tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. 

Questo voto non può corrispondere a una scelta dogmatica, ma nemmeno deve scadere a mera convenienza tattica. Al contrario, è una scelta convintamente politica perché risponde ad una scala di valori e di opzioni programmatiche alternative alla destra, specialmente a quella che oggi s’incarna nel sovranismo leghista. 

Rete Bianca, come altri movimenti politici di ispirazione cristiana, democratica e riformista non ha dubbi in questa questa fase storica e politica. 

Solo una rinnovata e moderna coalizione riformatrice può rappresentare una speranza politica per una nuova stagione democratica.

Pertanto, in via preferenziale, Rete Bianca invita a sostenere le liste collegate ai candidati alla Presidenza regionale – rispettivamente Stefano Bonaccini (Emilia Romagna) e Filippo Callipo (Calabria) – per favorire, anche attraverso questo passaggio elettorale, l’allargamento e l’ulteriore qualificazione di uno schieramento capace di ricomprendere le diverse identità.

Occorre operare affinché l’area democratica di matrice cristiana, chiamata a definire una sua futura ricomposizione nel segno della tradizione di Sturzo De Gasperi e Moro, si rispecchi in una iniziativa che assorba e faccia propri alcuni valori, per costruire – dal basso – una forte ed equilibrata maggioranza in grado di guidare il Paese con autorevolezza nei prossimi anni.

Dante Monda (Coordinatore)
Giorgio Merlo (Portavoce)

Nicola Caprioli (Coordinatore Emilia Romagna)
Maria Locanto (Coordinatrice Calabria)

Alessio Ditta
Andrea Olivero
David Tesoriere
Elisa Macci
Enzo Carra
Gabriele Papini
Giuseppe Sangiorgi
Genny Di Bert
Lorenzo Dellai
Lucio D’Ubaldo
Lucio Vitobello
Franco Caprioli
Glauco Venturi
Angela Capellani
Chiara Bernardini
Enrico Schiavina
Mario Miniaci
Massimo Bella
Massimo Lucchese
Paolo di Pistoia
Piero Scapicchio
Pierluigi Moriconi
Pietro Bruzzi
Renato Balduzzi
Sandro De Caterini
Silvia Bernardini
Vincenzo Gambale
Valter Vari
Elio Mensurati

Elezioni in Emilia-Romagna: un voto importante, una strana campagna elettorale

Articolo pubblicato sulle pagine di www.c3dem.it a firma di Sandro Campanini

Non so quanto le persone che non vivono in Emilia-Romagna stiano seguendo la strana campagna elettorale che si sta svolgendo qui (chi scrive è di Parma). Da un lato, un Presidente, Stefano Bonaccini, e un’amministrazione uscente di centrosinistra (Partito Democratico e altri), insieme a diversi nuovi alleati, che si presentano con i loro risultati e i programmi per il futuro. Dall’altra, una candidata (e per favore, si eviti ogni accusa di sessismo), la senatrice della Lega Lucia Borgonzoni, il cui mantra è “basta il PD”, di cui non si sanno e non si capiscono idee e programmi, autrice di boutades senza fondamento e numerose gaffes, tendenzialmente assente dalla scena, che in diverse occasioni (l’ultima con Sky) ha annullato all’ultimo momento confronti faccia faccia giornalistici e televisivi già annunciati, accompagnata o, più delle volte, direttamente sostituita dal leader nazionale della Lega, Matteo Salvini. Il quale ha tranquillamente ammesso davanti ai suoi delegati (galeotti gli appunti incautamente dimenticati da uno di essi) che è inutile negare il buon governo della Regione e bisogna puntare su altri temi (ovviamente, diciamo noi, generali e populisti): dal (solito) Bibbiano, alla (solita) immigrazione e via dicendo. Un Salvini che considera le elezioni in questa Regione unicamente come test nazionale, principalmente nel tentativo di dare una spallata al Governo. Il leghista, del resto, che ha messo più o meno le sue tende qui per “coprire” la sua “candidata invisibile”, riceve l’applauso festante di piccole folle nei suoi vari blitz: segno che, comunque, ha dalla sua una parte di popolazione, nonostante tutti i guai che ha combinato stando al Governo. Ma questo lo si sapeva. Così come si sapeva che definire l’Emilia-Romagna una “regione rossa” è ormai un anacronismo – e non da oggi.

Delle “sardine” si è detto tanto e non c’è dubbio che il fenomeno sia stato la vera novità emersa in questa campagna elettorale: in tutte le città della regione, le autoconvocazioni in piazza hanno sempre avuto un’enorme adesione, senza slogan violenti, richiamando la Costituzione, il valore della buona politica e l’esigenza di agirla in modo serio e rispettoso. In più, questa reazione popolare (e non populista) ha avuto l’effetto benefico di dimostrare che i comizietti con qualche centinaio di persone di Salvini, fatti passare nei primi giorni di campagna dalla sua macchina comunicativa e da qualche organo di stampa compiacente come “bagni di folla”, diventavano ben poca cosa a fronte delle migliaia e migliaia di partecipanti agli eventi delle “sardine”, con ciò che ne consegue anche sul piano dell’utilizzabilità mediatica di certi più o meno numerosi assembramenti.

E i cosiddetti “cattolici democratici”? Ci sono, candidati prevalentemente nelle liste del Partito Democratico. Sapremo il 27 gennaio se il buon lavoro svolto dagli uscenti e le buone idee messe in campo dai nuovi candidati saranno premiate, come si spera, dall’elettorato.

A livello ecclesiale è importante sottolineare che negli ultimi giorni sono stati pubblicati due documenti: uno dell’Osservatorio della Conferenza Episcopale regionale sulle tematiche politico-sociali “Giovanni Bersani” e l’altro, ancora più rilevante dal punto di vista dell’ufficialità, direttamente dalla Conferenza Episcopale regionale, intitolato “La Regione, laboratorio di democrazia” . Essendo sintetici e molto chiari, non li riassumo qui ed invito a leggerli direttamente.

Entriamo ormai nell’ultima settimana di campagna elettorale e sappiamo che moltissime persone cominciano ad assumere decisioni proprio quando ci si approssima alla data del voto. Quindi i prossimi giorni saranno decisivi per l’esito delle elezioni, che – è inutile nasconderlo – potrebbero avere riflessi anche a livello nazionale, in un senso o nell’altro. E’ un voto di grande importanza e c’è da augurarsi che anche chi non risiede in Emilia-Romagna ma conosce qualcuno che ci vive, dia una mano per far prevalere la coalizione di centrosinistra. Non per uno spirito di continuità o per una legge non scritta che vuole questa regione “di centrosinistra” per antonomasia. Ma perché, oltre a riconoscere la bontà dei risultati e dei programmi, occorre che prevalga, certamente anche dando un contributo critico dove necessario, un’idea di società e di politica profondamente democratica, egualitaria, radicata nei valori costituzionali e capace di riaffermare la funzione essenziale del pubblico a garanzia dei diritti sociali fondamentali di tutti i cittadini.

La società americana e le strategie elettorali per il voto 2020

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Mattia Diletti

In queste ultime settimane l’attenzione dei media americani e internazionali si è concentrata, giustamente, sui fatti politici di maggior rilievo: il processo di impeachment del presidente Donald Trump e l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. Tra i due eventi vi è una connessione ‒ più di un commentatore ha messo in evidenza questa relazione, soprattutto negli Stati Uniti ‒ e senza dubbio possiamo dire che essi rappresentano gli assi portanti del dibattito pubblico americano, quelli che annunciano l’anno elettorale. Superfluo ripetere quanto sia cruciale, questo anno elettorale: si tratta di osservare se il mini ciclo politico che ha portato alla ribalta le leadership populiste mondiali ‒ avviatosi nel 2016, con l’elezione di Trump e il referendum sulla Brexit ‒ si confermerà per altri quattro anni anche negli USA (in Gran Bretagna abbiamo già ottenuto una prima risposta nelle elezioni di dicembre).

Come ovvio, ad attrarre l’attenzione sono le strategie mediatiche dei concorrenti, da Trump al gruppo di leader democratici che si sfideranno alle primarie (che avranno inizio il 3 febbraio, con i tradizionali caucus dell’Iowa): si entra in partita, si osservano i profili dei giocatori. Un altro aspetto però di grandissimo rilievo ‒ su cui pongono attenzione soprattutto i commentatori americani e gli specialisti di analisi elettorali ‒ e sul quale crescerà sempre di più l’interesse con l’avvicinarsi delle scadenze elettorali, riguarda quale parte della società americana si mobiliterà in vista delle elezioni del 2020, ovvero quali segmenti della composita società statunitense saranno attratti dall’appello al voto dei candidati (sollecitati, ça va sans dire, dalle sempre più sofisticate strategie di targettizzazione messe in atto dai team dei candidati).

Qui l’articolo completo

Imprese: un marchio green per valorizzare i prodotti made in Italy

Migliorare il profilo ambientale di alcuni prodotti italiani dei settori agroalimentare (caffè, formaggio, prodotti da forno, gelati e ortofrutta), cosmetici, serramenti e pellame attraverso la diffusione del marchio “Made Green in Italy” (MGI) che punta a valorizzare i prodotti italiani con le migliori prestazioni ambientali. È questo l’obiettivo del progetto LIFE MAGIS (MAde Green in Italy Scheme), coordinato da ENEA e co-finanziato dal Programma Ue LIFE, per diffondere la valutazione dell’impronta ambientale dei prodotti (PEF), in linea con le iniziative europee per la promozione della green economy.

Nell’ambito del progetto ENEA guiderà la sperimentazione dell’intero processo previsto dal regolamento del Made Green in Italy, a partire dallo sviluppo di regole di categoria di prodotto e classi di prestazione ambientale, garantendone la conformità con le indicazioni nazionali ed europee, e dalla loro applicazione in oltre 21 aziende dei settori coinvolti, ma anche attività per la valutazione della percezione del marchio da parte dei consumatori e il potenziamento degli strumenti di comunicazione verso clienti e consumatori finali. Inoltre, ENEA svilupperà strumenti e banca dati pubblica per favorire l’adesione delle aziende al marchio MGI.

“Con l’impegno in questo progetto, ENEA prosegue un percorso già avviato nei progetti PEFMED e LIFE EFFIGE sulla comunicazione dell’impronta ambientale di prodotto, la promozione di una crescita sostenibile e il sostegno alle aziende italiane nella valorizzazione delle produzioni nazionali”, sottolinea la ricercatrice ENEA Sara Cortesi, responsabile scientifico del progetto.

Oltre a ENEA sono partner di LIFE MAGIS Apo Conerpo, Cosmetica Italia, Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano, Legnolegno, Lineapelle e Unione Italiana Food, in rappresentanza dei settori coinvolti, e le istituzioni scientifiche Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa, Istituto per la Bioeconomia del CNR e Università Tecnica di Aquisgrana (RWTH), una delle università più grandi in Germania.

Un novembre 2019 nero per le esportazioni

A novembre 2019 si stima una flessione congiunturale delle esportazioni (-4,2%) e una variazione nulla delle importazioni. Il calo congiunturale dell’export è da ascrivere in particolare all’ampia diminuzione delle vendite verso i mercati extra Ue (-8,1%), mentre quella verso l’area Ue è più contenuta (-0,9%).

Nel trimestre settembre-novembre 2019 rispetto al precedente si rileva un aumento delle esportazioni (+1,4%) e una lieve contrazione delle importazioni (-0,6%).

A novembre 2019 la diminuzione su base annua dell’export è pari a -3,2% e coinvolge sia l’area extra Ue (-3,7%) sia i paesi dall’area Ue (-2,7%). La diminuzione tendenziale dell’import (-5,9%) è principalmente determinata dal forte calo registrato per i mercati extra Ue (-10,6%), mentre per i paesi dell’area Ue la flessione è meno ampia (-2,7%).

Tra i settori che contribuiscono maggiormente alla diminuzione tendenziale dell’export nel mese di novembre si segnalano mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (-23,7%), macchinari e apparecchi n.c.a. (-5,5%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-5,1%) e computer, apparecchi elettronici e ottici (-11,5%). In aumento, su base annua, le esportazioni di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+22,4%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (+5,9%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (+3,0%).

Su base annua, i paesi che contribuiscono in misura più ampia alla flessione delle esportazioni nazionali sono Stati Uniti (-10,5%), Spagna (-10,8%), Germania (-4,5%), Regno Unito (-8,7%) e Cina (-15,5%), mentre si registra un incremento delle vendite verso Svizzera (+11,4%), Francia (+2,5%), Giappone (+17,8%), Belgio (+9,2%) e Turchia (+13,3%).

Nei primi undici mesi del 2019, l’aumento su base annua dell’export (+2,1%) è trainato dalle vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+25,8%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+6,3%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (+9,2%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (+6,8%).

Si stima che il surplus commerciale a novembre 2019 aumenti di 897 milioni di euro (da +3.975 milioni a novembre 2018 a +4.872 milioni a novembre 2019). Nei primi undici mesi dell’anno l’avanzo commerciale raggiunge +47.909 milioni (+83.331 milioni al netto dei prodotti energetici).

Nel mese di novembre 2019 si stima che l’indice dei prezzi all’importazione cresca dello 0,6% rispetto al mese precedente e diminuisca del 2,1% in termini tendenziali.

Poste Italiane: 700 querce per Dante

Poste Italiane scende in campo per promuovere le celebrazioni del settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri, il poeta che ha “sdoganato” la lingua nazionale. La notizia l’ha data il 10 gennaio scorso l‘Amministratore delegato Matteo Del Fante, annunciando il coinvolgimento attivo di 70 piccoli Comuni, che nel 2021 daranno vita a iniziative ad hoc, selezionati in quanto collegati in qualche modo alla vita e all’opera di Dante. Si va, ad esempio, da Mulazzo (Massa Carrara), località legata al poeta attraverso la famiglia Malaspina che lo ospitò, a Gradara (Pesaro e Urbino) -il cui castello avrebbe fatto da sfondo all’amore tra Paolo e Francesca  – per dimenticare Ariano (Rovigo), dove Dante passò nel 1321 e salì sulla quercia del borgo per ritrovare la strada di casa. Qui verranno ripiantumate simbolicamente altre 700 querce, tante quanti sono gli anni che ci separano dalla sua scomparsa.

Tempestiva e autorevole la presa di posizione del Ministro Dario Franceschini: “Mi aspetto di vedere Dante dappertutto. Ho chiesto alla Rai di produrre qualcosa da far circolare anche fuori dall’Italia. Il sostegno di Poste ai piccoli comuni — ha poi aggiunto— inaugura una positiva collaborazione tra pubblico e privato in un’importante ricorrenza a cui sta lavorando il Comitato nazionale, che nei prossimi mesi valuterà gli oltre 320 progetti pervenuti. Vorrei che quello di Poste fosse un esempio per le altre imprese italiane che non si possono sottrarre dal fare qualcosa per Dante. Dante — ha sentenziato — è di tutti, è identitario, è stato anche uno dei primi a parlare di Europa. Celebrare i 700 anni è anche lavorare per l’unità e l’orgoglio di cui il nostro Paese ha bisogno”.

 

Una notte di sonno persa potrebbe avere effetti gravissimi sul cervello.

Anche solo una notte di sonno persa da giovani potrebbe avere effetti gravissimi sul cervello. Questa è la più recente scoperta sull’Alzheimer basata su uno studio condotto da Jonathan Cedernaes, senior researcher dell’ «Università di Uppsala» in Svezia, pubblicato sulla rivista «Neurology», che ha messo in evidenza come perdere una notte di sonno porti all’aumento del 17% della proteina tau presente nel sangue, il più probabile marker del rischio di malattia di Alzheimer.

«Nel frattempo, però, nuove ricerche aprono la strada verso un vaccino contro questa malattia e il decennio appena iniziato potrebbe così segnare la svolta. Bisogna solo trovare più fondi per finanziare la ricerca e di questo possiamo farci carico noi rotariani, proprio come abbiamo fatto per la poliomelite» commenta il dottor Renato Boccia, portavoce e responsabile -insieme al consocio Claudio Pernazza- del Progetto Alzheimer del Rotary Club Roma Capitale.

Combinando due vaccini, i risultati ottenuti sui topi da un team composto da ricercatori dell’ Istituto di Medicina Molecolare e dell’ Università della California, a Irvine, sono promettenti e sono già stati pubblicati su «Alzheimer’s Research & Therapy», prevedendo di arrivare alla sperimentazione umana entro 2 anni.

La sfida più grande, quindi, parte ora da Roma ci vuole un ambizioso obiettivo da raggiungere: sconfiggere l’Alzheimer. E d’altra parte gli studiosi italiani stanno dando un contributo fondamentale, con in prima linea i ricercatori della Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) “Rita Levi-Montalcini”.

In pratica, i ricercatori italiani hanno scoperto una molecola che «ringiovanisce» il cervello bloccando l’Alzheimer nella prima fase: è l’ anticorpo A13 che favorisce la nascita di nuovi neuroni e contrasta così i difetti che accompagnano le fasi precoci della malattia.

Lo studio coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli, presso la Fondazione EBRI in collaborazione con il CNR, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre, è stato recentemente pubblicato sulla rivista «Cell Death and Differentiation».

«Con l’Alzheimer ci proponiamo di fare lo stesso che abbiamo fatto con la poliomelite» commenta il dottor Pier Luigi  Di Giorgio di presidente del Rotary Club Roma Capitale.

Conversazione con Michail Gorbačëv

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Flaminia Marinaro

«Cosa ti piacerebbe che fosse inciso sulla tua lapide?». Gorbačëv è seduto di fronte a lui. La sedia è piccola, insufficiente per la sua stazza. È cambiato dai giorni della perestrojka e del glasnost; anche quella macchia scura sul cranio sembra sbiadita. Colpisce il suo sguardo, carico di bontà ma fermo sugli occhi di Herzog. Li scruta con i suoi, immobili e intensi. «Ci abbiamo provato!» è la risposta.

Così comincia Herzog incontra Gorbačëv (2018), diretto da Werner Herzog e André Singer, nelle sale italiane dal 19 al 22 gennaio. Un film potente che si sottrae agli stereotipi del documentario storico indagando l’uomo prima ancora che il politico e mantenendo, per tutta la durata, una tensione emotiva a tratti commovente. Werner Herzog, forse il più rappresentativo esponente del Nuovo cinema tedesco senza indulgenze scava nella vita pubblica e privata di Gorbačëv. Lo fa con difficoltà, tra un ricovero e l’altro in ospedale, tra una degenza e un set in ambulanza. 

È un uomo provato Michail, a 87 anni vive solo a Mosca, non vuole pesare sulla quotidianità di sua figlia Irina e gli si velano gli occhi quando parla di Raisa, delle sue ultime ore, di quando ha sentito le sue mani diventare gelide tra le sue. «Se n’è andata così, con me, perché quel giorno sono morto anch’io», scandisce lentamente senza distogliere lo sguardo dalla telecamera. 

Herzog è teso, nonostante la sua enorme esperienza, il personaggio Gorbačëv è complicato. Chi ha davanti a sé? Un vincitore che ha cambiato le sorti del mondo oppure un grande sconfitto? Su questo dilemma, che ha diviso il popolo russo e non gli ha reso giustizia, è costruito il film che intreccia interviste, reportage, visioni e intuizioni di una delle personalità più carismatiche del ventesimo secolo.

Non c’è una risposta netta — risponde il regista al «L’Osservatore Romano» — «sarebbe uno scenario da western, dove c’è un cattivo contrapposto ad un eroe solitario, ma la Storia non funziona così, non sappiamo come questa lo giudicherà, ma certamente verrà considerata la grandezza della sua figura storica, in tutta la sua umanità di uomo veramente molto buono. In ogni momento del film si percepisce un essere umano di grande profondità, capace di notevole visione politica, e credo per aver creato le condizioni per l’inevitabile». 

L’unica colpa di Gorbačëv, nella prospettiva limpida dei registi, è di aver intuito che l’Unione Sovietica ormai esisteva soltanto sulle mappe. Di aver saputo leggere nell’animo delle persone, di aver voluto rispondere agli appelli disperati per l’indipendenza. 

Sfilano, volutamente senza un ritmo cronologico, le immagini della catena umana che attraversa Estonia, Lituania e Lettonia, la caduta del muro di Berlino, il disastro di Černobyl’, il vertice di Reykjavik, l’epilogo di quella che è stata la guerra fredda.

Si sovrappongono le testimonianze di Shultz, segretario di Stato degli Stati Uniti sotto la presidenza Reagan, di Lech Wałęsa, leader di Solidarność, di Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990, e di altri che rendono la ricostruzione completa. 

La storia è chiara, probabilmente era già scritta e Gorbačëv l’ha resa pubblica, trovando la chiave giusta per cambiare la politica senza dissolvere il tutto, a partire dalla stessa Russia che avrebbe rischiato di frantumarsi in una miriade di micronazioni. In questo senso lo definisco «una figura tragica» — continua il regista — «perché è tragico che proprio i suoi compatrioti lo abbiano percepito come un personaggio negativo, ma questa percezione sta cambiando».

L’intervista è quasi conclusa, è andata meglio del previsto. La sintonia è stata immediata, non è soltanto un documento prezioso per Herzog, ma un atto di riconoscenza. Lo sottolinea più volte, sente di avere lo stesso background, lo stesso retroterra di povertà; anche lui è cresciuto senza acqua corrente né telefono e nessun altro strumento di civilizzazione avanzata. Un contesto non facile da decifrare per un bambino. Quell’uomo granitico e risoluto è stato uno degli artefici della riunificazione della Germania e questo, per uno come lui, ha un valore inestimabile. E ora, vecchio e impassibile, si innesta ancora di più nel suo puzzle personale e nella sua visione del mondo. 

In un faccia a faccia di oltre un’ora e mezza ogni domanda ha trovato risposta, anche quelle più difficili come la battaglia alle armi nucleari, di fronte alla quale non trattiene la rabbia per non essere riuscito nella strategia che aveva iniziato con Ronald Reagan. Conclude con l’ultimo giorno della sua Presidenza, anche su quello non si sottrae dal rispondere. È un peso che sembra piegarlo ancora.

Lo sguardo è assente mentre ricorda quell’ultima vacanza in Crimea, ma poi punta il dito e incalza. «È stato un colpo di stato. Hanno detto che ero malato ma la storia la conoscete. Quando tornai avevano organizzato uno show mediatico, mi chiesero di firmare in diretta, di fronte all’intera popolazione. Rifiutai e firmai prima che si accendessero le telecamere».

«Si pentì di quelle dimissioni?» è l’ultimo interrogativo del regista. «Me ne pento ogni giorno» risponde.

Smog: Save the Children, in Italia ogni anno 4 macchine immatricolate per ogni neonato

“La cattiva qualità dell’aria in Italia incide sulla vita di migliaia di bambini, contribuendo a mettere a rischio la loro salute, l’ambiente e il loro futuro. I bambini e gli adolescenti italiani crescono in un paese in cui c’è sempre meno verde, con un aumento di 30.000 ettari di territorio cementificato dal 2012 al 2018 e dove ben il 44% va a scuola in macchina. Un paese in cui il rapporto tra ogni neonato e le macchine immatricolate è di 1 a 4”, dichiara Raffaela Milano, Direttrice Programmi Italia-Europa di Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini e garantire loro un futuro, in merito all’emergenza sulle polveri sottili che sta riguardando molte città del Nord e del Centro Italia e che ha fatto scattare i divieti di circolazione.

Purtroppo, sul fronte della mobilità alternativa e sostenibile, l’Italia continua a scontare un grave ritardo rispetto ad altre realtà europee analoghe per lo sviluppo ridotto di metropolitane e tram, l’invecchiamento delle reti ferroviarie suburbane, i continui tagli al trasporto pubblico, e un quadro che presenta situazioni molto disomogenee da un’area geografica all’altra.

“Non stupisce quindi che l’Italia continui a guidare la classifica europea per il rapporto tra automobili e abitanti, pari a 616 vetture per 1.000 abitanti, contro le 497 della Francia e le 552 della Germania e che quasi la metà di bambini e ragazzi utilizzi la macchina per andare a scuola. I bambini sono i soggetti più vulnerabili agli agenti inquinanti, non solo per l’impatto sul loro sistema respiratorio ma anche per le possibili conseguenze sullo sviluppo neurale e cognitivo, ipotizzate dalla comunità scientifica negli ultimi anni”, conclude Raffaela Milano.

In un momento in cui sono i ragazzi stessi a scendere in piazza e a chiedere a gran voce un rinnovato impegno per rispondere in maniera concreta alla crisi climatica e al suo impatto sul pianeta – attraverso movimenti globali come Fridays for Future e le migliaia di gruppi di ragazze e ragazzi, tra cui anche quelli del movimento Sottosopra per Save the Children – l’Organizzazione sottolinea l’importanza di intervenire non solo con provvedimenti spot, volti a far fronte a situazioni emergenziali, ma evidenzia la necessità di implementare programmi, inclusi quelli educativi per la promozione della tutela dell’ambiente, volti a trasformare radicalmente l’attuale modello di sviluppo.

Gli ultimi anni della roma papalina: il sacerdote che unì laici e cattolici

Forse il giovane Vincenzo era un predestinato, e forse proprio per questo fu definito “l’erede di San Filippo Neri”. Romano, nato nel 1795 in Via del Pellegrino 130, nel popolare quartiere del Parione, a due passi da Piazza Navona, scoprì sin dall’adolescenza la sua vocazione religiosa fondata sulla misericordia.

Erano gli ultimi anni di governo della Roma papalina, anni di conflitti tra potere spirituale e secolare, anni di scontri non solo ideologici. Pio IX stava rientrando da Gaeta dopo il breve esilio che seguì al drammatico attentato a Pellegrino Rossi e alla breve (ma intensa) esperienza della Repubblica Romana. Le discussioni tra il laicato e i fedeli della Chiesa erano sempre più animate; ragazzi appena ventenni si riunivano segretamente per mettere in atto strategie volte a esautorare il potere pontificio, fosse anche con le cattive. Altri ancora partivano volontari verso il Lombardo-Veneto – una delle culle del sentimento patriottico italiano – per muovere contro l’occupante austriaco.

E nonostante i “fuochi” della primavera del ’48 divampassero e i moderni stati d’Europa si orientassero progressivamente verso ordinamenti politici di tipo parlamentare, nella capitale c’era chi, come don Vincenzo, insisteva con il suo impegno filantropico volto a tutelare i più deboli e i diseredati. Perché in fin dei conti, quelli che stavano peggio, a scapito delle ormai annose lacerazioni politico-sociali, erano sempre i poveracci e gli indifesi (come i fanciulli).

I conflitti non avevano scalfito di una virgola l’intenzione di introdurre nelle case il messaggio evangelico in cui quel giovane credeva e da cui si sentiva ispirato.
Ordinato nel 1818, l’opera di sensibilizzazione del sacerdote del Parione non risparmiava nessuno: nobili, laici, attivisti politici, donne, e neanche gli stessi fedeli che la mattina si recavano a messa presso Santa Maria del Suffragio, in Via Giulia, dove egli svolgeva il suo ufficio. Offriva, per quanto potesse, cibo e beni di prima necessità a chi ne aveva bisogno. Ma la predilezione maggiore era tuttavia per i giovani, specialmente i più sfortunati, coloro che facevano  fatica anche a usufruire di un piatto caldo di minestra. L’attività di Don Vincenzo era diventata quasi martellante; bussava porta a porta, spiegava ciò di cui si occupava e chiedeva fondi, esortando i suoi dirimpettai a fare lo stesso per la analoga causa. A Campo dè Fiori tutti lo conoscevano, e la sua popolarità si diffuse via via in modo sempre più vasto, sino a varcare le soglie delle più alte stanze della Curia romana. Una condizione che indusse Papa Gregorio XVI a concedere la benedizione apostolica al suo movimento, il quale prese il nome di Pia Unione dell’Apostolato Cattolico. Era la primavera del 1835.

Nello stesso periodo, su don Vincenzo iniziarono a circolare voci straordinarie: secondo alcune di queste, era stato in grado di guarire una giovane in fin di vita con la preghiera. Secondo altre, a un poco più che ventenne Giovanni Maria Mastai Ferretti, suo coetaneo, durante un colloquio aveva predetto il pontificato. Inoltre, nella Roma popolare si vociferava che compisse atti di flagellazione. Nel frattempo, l’Unione dell’Apostolato attirò progressivamente centinaia di volontari e fedeli, senza distinzione di fede o di estrazione sociale. Vennero organizzate le prime missioni e fu redatta la prima regola (distribuita in trentatré punti, quanti gli anni di Cristo) in continuità con la diffusione di un impegno universale, non selettivo e che aveva nel volontariato il suo cuore pulsante. Pratica che in nome del Pallotti fu trasmessa in tutti i continenti.

Don Vincenzo se ne andò dopo una lunga malattia, nel gennaio del 1850, quando i semi da lui gettati stavano dando grandi frutti e il potere secolare ecclesiastico si avviava verso il crepuscolo. Pio XII lo beatificò nel 1950, mentre la canonizzazione avvenne nel 1963 per mano di Giovanni XXIII. A lui, la parrocchia di San Salvatore in Onda di Roma riservò uno spazio sotto l’altare maggiore, dove è tutt’ora deposto e ben visibile ai fedeli che si recano nella splendida chiesa di Via dei Pettinari.

Wikipedia torna accessibile in Turchia

È terminato dopo quasi tre anni il blocco che impediva agli utenti turchi di accedere a Wikipedia. La rimozione della censura è stata disposta dalla Corte costituzionale, secondo cui il divieto di accesso all’enciclopedia online rappresentava una violazione della libertà di espressione.

Il blocco di Wikipedia era avvenuto “per difendere la sicurezza nazionale” il 29 aprile del 2017, come risposta al rifiuto di Wikipedia di rimuovere dal sito informazioni che accusavano Ankara di avere cooperato con organizzazioni terroristiche. La Turchia censura diversi siti web accusati di diffondere materiale illegale, tra cui presunta propaganda terroristica. In passato anche social network come Facebook e Twitter sono stati temporaneamente bloccati

Dopo la decisione presa a fine dicembre, è arrivata, ora, la pubblicazione dei motivi che hanno portato alla sentenza sulla Gazzetta ufficiale, un passaggio atteso dalla Btk per rendere nuovamente accessibile Wikipedia agli utenti del Paese.

 

Un nuovo farmaco dimezza il colesterolo cattivo

Il colesterolo appartiene alla famiglia dei lipidi o grassi; è una delle componenti della membrana delle cellule ed è presente nel sangue e in tutti i tessuti. Mentre, in quantità fisiologiche, è indispensabile per la costruzione di cellule sane, quando il colesterolo è alto, costituisce uno dei fattori di rischio maggiori per le malattie cardiache.

Ora un nuovo farmaco contro il colesterolo, sembra essere in grado di dimezzare il valore del colesterolo LDL (quello “cattivo“) anche in coloro che non hanno tratto benefici dall’assunzione di statine. Sarebbero sufficienti due iniezioni l’anno, motivo per cui viene definito “vaccino“.

La nuova molecola è l’inclisiran un inibitore di un gene chiamatoPCSK9, obiettivo anche di altri farmaci messi a punto da diverse aziende, e consente al fegato di assorbire più colesterolo LDL.

Intervista a Giancarlo Blangiardo: “l’interscambio con gli altri è sempre arricchente”

Professore, può fare un quadro riassuntivo dei macro-dati numerici più interessanti e delle evidenze più significative relativamente alla consistenza e alla distribuzione della popolazione mondiale, europea e italiana allo stato attuale?

Le valutazioni più recenti indicano in circa 7,6 miliardi il numero di esseri umani che oggi popolano il Pianeta e se ne contano poco più di 60 milioni in Italia. Guardando al passato vediamo come ci siano voluti numerosi millenni per arrivare al primo miliardo di cittadini del mondo, mentre è stato sufficiente un solo secolo per sfondare il muro dei 5 miliardi e già pochi decenni dopo si viaggia velocemente verso il confine dei dieci. Ma ciò che è rilevante non è solo la crescita della popolazione mondiale bensì, e soprattutto, la divaricazione tra i paesi economicamente più sviluppati – il loro attuale miliardo di abitanti resterà tale anche in futuro- e quelli etichettati come “in via di sviluppo”, cui sarà interamente ascrivibile la crescita demografica mondiale.

  • Quali sono le emergenze che richiedono alla politica di gestire i fenomeni delle evoluzioni spontanee, come le migrazioni, e la progettualità dei cambiamenti indotti e guidati? Si ha l’impressione che la politica percorra un binario separato e neanche parallelo rispetto agli studi che le scienze demografiche le mettono a disposizione.

La demografia ha il compito di aprire gli occhi all’opinione pubblica e alla politica su un insieme di temi che si legano alle dinamiche e al cambiamento demografico. Offre elementi di riflessione sui processi di ricambio generazionale, i troppi nati di alcune regioni e i troppo pochi di altre, così come sulle disuguaglianze sul fronte della sopravvivenza e della malattia. Senza dimenticare il grande problema dell’invecchiamento demografico e della gestione dei flussi di mobilità, interni e internazionali, che impongono regole di intervento e azioni di governo.

  • Quali sono attualmente le tendenze demografiche più significative? In quali Paesi e per quali ragioni climatiche, socio-economiche ed etniche si vive più a lungo? Quanto incidono poi il tenore di vita, il sesso, le radici etniche di appartenenza? Qual è il rapporto biunivoco tra benessere e longevità e quali invece gli aspetti che – rispetto alla durata media della vita – influiscono negativamente a causa delle degenerazioni degli stili di vita nei paesi cosiddetti ricchi e industrializzati?

Le persistenti disparità di fronte alla malattia e alla morte sono una delle persistenti ingiustizie del nostro tempo. Se è vero che nel tempo si sono registrati progressi sostanzialmente ovunque, è anche vero che ci sono tuttora popoli e persone fortemente avvantaggiate o svantaggiate da questo punto di vista. Mentre da noi la durata media della vita è nell’ordine di 83 anni (81 per i maschi e 85 per le femmine) ci sono paesi, specie nell’Africa subsahariana, dove si fatica a superare i 50. Si tratta di realtà drammatiche caratterizzate da sottosviluppo, non solo sotto il profilo economico, in cui agiscono negativamente le carenze sul piano dell’istruzione, della sanità, della partecipazione alla vita sociale, del riconoscimento dei diritti della donna e dell’infanzia; tutto ciò avviene spesso nel contesto di un sistema socio-economico e politico incapace di assicurare libertà e democrazia. Quanto poi al discorso sui paesi ricchi, è chiaro che i cambiamenti ambientali e la comparsa di nuovi stili di vita possono avere anche qualche controindicazione in termini di benessere psico-fisico ma, nonostante il ricorrente allarmismo, è un dato di fatto che la vita in buona salute – non solo la sua durata in quanto tale- si allunga nei paesi del Nord del mondo costantemente.

  • La stagnazione e la recessione in atto nei paesi occidentali sembrano favorire ed accentuare le derive di crescita espansiva di Paesi emergenti come l’India e la Cina. Ho letto che la crescita demografica della Nigeria porterà rapidamente questo Paese al terzo posto al mondo per consistenza della popolazione. Cosa significa questo da un punto di vista economico e politico? Se i macroprocessi socioeconomici in atto dovessero consolidarsi, verso quali scenari ci stiamo dirigendo, specie in Italia e in Europa?

La demografia di paesi emergenti come Cina e India è segnata da dinamiche espansive partite anni fa, ma destinate ad esaurire gli effetti di crescita, specie per la Cina. Quest’ultima dovrebbe fermarsi attorno a 1,4 miliardi già dai prossimi anni, mentre l’India, eseguito il sorpasso entro il prossimo decennio, dovrebbe assestarsi attorno a 1,6 miliardi attorno alla metà del secolo. Quanto alla Nigeria, gli attuali 200 milioni di abitanti saliranno a 300 milioni tra meno di vent’anni e a 400 milioni alla metà del secolo. D’altra parte negli scenari mondiali la vera incognita resta l’Africa, in particolare quella sub sahariana, dove i segnali di rallentamento della fecondità e della crescita sono ancora modesti. È evidente che tutto ciò impone una revisione di alcuni equilibri sul piano della produzione, del consumo e della distribuzione delle risorse e delle persone nel panorama mondiale.

 

  • È immaginabile un arresto o un’attenuazione dell’ondata espansiva della popolazione, in relazione alla sostenibilità ambientale? C’è un problema di compatibilità, un limite? L’ONU ha ipotizzato una estinzione graduale della biodiversità sul pianeta: la sesta nella storia della Terra, ma stavolta per mano dell’uomo.

Dire poi se 9-10 miliardi siano o non siano troppi richiede una valutazione non solo delle risorse disponibili, ma anche della loro distribuzione e dei conseguenti comportamenti in termini di produzione e di consumo. È evidente che 10 miliardi di consumatori di energia secondo gli standard del nord America o della ricca Europa avrebbero un effetto dirompente su alcuni equilibri. Ma questo lo possiamo dire alle condizioni di oggi. Non si possono escludere sviluppi sul piano tecnologico in questo e in altri campi. Possiamo anche sperare che si accreditino comportamenti e modelli di vita più rispettosi della condivisione delle risorse e dell’ambiente di un pianeta che ha inevitabilmente dei limiti.

  • Si assiste ad uno spostamento negli equilibri mondiali e nelle relazioni strategiche degli Stati dalla geopolitica alla geoeconomia. In che misura ciò influirà sulla popolazione mondiale e in che modo la demografia potrà aiutare a prevedere nuovi scenari con studi utili ai decisori politici ed economici?

La demografia ha il compito, come si è detto, di descrivere e interpretare le dinamiche e i fenomeni, evidenziando le diverse realtà e le loro problematiche. Ma è proprio dall’identificazione dei punti deboli che sarà possibile adottare i rimedi necessari. Questo naturalmente richiede che i messaggi della demografia non siano ignorati per motivi di convenienza o per le esigenze della politica, come spesso accade.

  • In che modo le politiche nazionali sul welfare possono concretamente incidere come fattori regolativi degli indici di natalità? Ius soli e ius culturae: se ne fa un gran parlare ma mi pare prevalgano ragionamenti pre-giudizialmente non suffragati dalla conoscenza dei dati, delle loro proiezioni e della loro incidenza verso la “sostenibilità” dei modelli sociali che ne deriverebbero.

Certamente le scelte riproduttive, e quindi la natalità, dipendono dalle condizioni di contesto entro cui maturano. Il costo dei figli, i problemi di cura, la compatibilità del ruolo di madre rispetto al lavoro, sono tutti elementi che incidono e rispetto ai quali i servizi di welfare possono agire da facilitatori nella scelta dell’essere genitori, non dimentichiamo tuttavia i fattori di ordine culturale. La nostra società non gratifica chi si fa carico dell’impegno nel produrre, mantenere e formare il capitale umano indispensabile per garantire la continuità della società stessa. Anche in questo senso è opportuno che vi sia una riflessione e un’azione di cambiamento.

Riguardo al tema dello jus soli o jus culturae non entro nel dibattito. Mi limito a ricordare che già oggi molti bambini con cittadinanza straniera diventano, in base alle leggi attualmente in vigore, cittadini italiani. Siamo tra i primi 5 paesi dell’Unione europea per la più alta percentuale bambini con meno di 15 anni tra coloro che acquisiscono la cittadinanza italiana. Questo è sotto gli occhi di tutti attraverso i dati Eurostat del triennio 2015-2017, gli ultimi disponibili. Aggiungo che gli stessi dati sottolineano come l’Italia sia stato nel triennio, tra i 28 paesi dell’UE, quello con il maggior numero di acquisizioni di cittadinanza, sia in generale che rispetto ai i soggetti con meno di 15 anni.

Mi piacerebbe che il dibattito, qualunque sia la posizione assunta, partisse da una base di conoscenze oggettive che spesso non vedo.

  • I flussi e gli spostamenti dei popoli generano rimescolamenti culturali, etnici, religiosi, sociali persino inarrestabili, mutano le condizioni e gli stili di vita, favoriscono gli interscambi culturali e le comunicazioni sociali. Ma in che modo si può creare un meccanismo virtuoso di autoregolazione e controllo che favorisca la gradualità e l’inclusione sociale ed eviti – invece – i conflitti e le esasperazioni di convivenze a volte insostenibili?

Sono pienamente convinto che il confronto e l’interscambio con gli altri è sempre arricchente, ma devo aggiungere che per poterlo valorizzare occorrono condizioni di fiducia reciproca. Penso che i flussi migratori siano un contributo per la società ospite e un vantaggio per i migranti solo se si realizzano forme di convivenza rispettose di regole e valori. Perché ciò accada è importante che vi sia chiarezza sulle norme e che siano altresì condivisi i principi che definiscono diritti e doveri del vivere sociale. Il percorso di integrazione deve essere reso possibile a tutti gli immigrati, ma questo naturalmente richiede un dispendio di risorse che difficilmente sono compatibili con flussi di entità particolarmente rilevante. I numeri, ancora una volta, hanno una grande importanza.

  • L’esperienza di questi ultimi anni ci ha insegnato che i popoli si muovono per tre motivi: la guerra, la fame e il lavoro. Allora chiedo al demografo: fino a che punto la politica, oltre ad aprire le frontiere e generare concentrazioni e collassi da una parte e desertificazione umana e di dotazioni e mezzi dall’altra, può impegnarsi concretamente per favorire un nuovo ordine mondiale, basato sulla distribuzione delle risorse, sull’equità sociale, sul rispetto delle identità?

Se si vuole definire un nuovo ordine mondiale è chiaro che non si deve prescindere da conoscenze demografiche. Le persone, i popoli sono i protagonisti e i destinatari del cambiamento. Oggi sappiamo quali sono le tendenze più probabili e le problematiche che si portano dietro, ma non disponiamo ancora di una proposta convincente sul piano dei nuovi equilibri che dovrebbero dare benessere, equità e rispetto. Esempi di programmi come il “piano mondiale d’azione”, nato nel 1974 con la conferenza ONU di Bucarest e poi ripreso in Messico al Cairo a cadenza decennale, servivano più ad affrontare l’emergenza di fronte a cambiamenti troppo rapidi, oggi serve una visione che ha come riferimento precisi obiettivi di investimento al fine ultimo di eliminare – o almeno ridurre ai minimi termini – le diseguaglianze. A tale proposito, la statistica ufficiale ha messo in campo una batteria di indicatori per misurare l’avvicinamento ai così detti “Obiettivi di sviluppo sostenibile”. È un contributo importante che ci auguriamo possa non solo darci un resoconto di quanto accade, ma anche stimolare l’azione e l’impegno perché si possa giungere a un Mondo migliore per tutti.

 

 

L’establishment italiano

Noi italiani siamo primi al mondo in due specialità sportive non invidiabili, apparentemente opposte eppure intimamente legate da uno stesso fluido di inferiorità psicologica: il servo encomio e il codardo oltraggio. Entrambe appartengono all’essenza delle relazioni umane con il potere e sono sempre unanimemente censurate con toni politicamente impeccabili, moraleggianti. Nessuno si sottrae al dovere sociale di condannare chi si piega al potere pro tempore, la moda obbligata è il contropotere, parlare sempre male di chi governa e sfrondare gli allori dallo scettro dei governanti di turno. Finché non cadono in disgrazia, e comincia un altro giro di giostra.

John Mayor è stato l’ultimo Premier Britannico Tory (prima dell’avvento di Boris Johnson) che è riuscito a vincere le elezioni, subito dopo la Thatcher, con una maggioranza conservatrice pura (1992). Di recente ha attaccato Nigel Farage, leader del partito sovranista Ukip, perché è “contro l’establishment”. Da noi non potrebbe fare un’affermazione del genere. In Italia, come ben sappiamo, l’establishment non è mai realmente esistito, è più un flatus vocis che una realtà. Non a caso, Leo Longanesi sosteneva che il liberalismo italiano era ristretto a due famiglie, i Croce e i Carandini. Per il resto, tra destra storica piemontese, sinistra trasformista, decennio giolittiano, fascismo e poi Prima Repubblica, non c’è mai stata nessuna base nazionale comune, riconosciuta e legittimata dalla continuità. Non abbiamo inventato e consolidato nel tempo un fondamento civile e culturale comune. In altre parole, l’establishment italiano è sempre stato “legato alle Alpi”, come sosteneva (a ragione) Gianni Agnelli. Bettino Craxi, di cui ricorre in questi giorni il ventennale della morte (a proposito, quante polemiche sterili sul film Hammamet), provò a far saltare il banco, pagandola duramente sul piano politico e personale, per la soddisfazione degli “intellettuali dei miei stivali”, come lui li definiva. L’establishment internazionale se ne liberò grazie all’aiuto di alcuni magistrati e del partito moralista, che venne poi bruscamente moralizzato dalla realtà. 

La leadership personale ormai è questo. Non esiste più la “Repubblica dei partiti” come sistema, non esiste più un ceto produttivo e borghese, non esiste più una intellighentsia di sinistra (neanche tout court), non esiste più la “coscienza di classe” con la sua rappresentanza politica. Oggi il “popolo” si muove flessuoso tra un’elezione e l’altra, è disponibile alle avventure politiche (purché di breve durata). Bisogna capire che, dopo il biennio 1992-1993, è venuta la stagione dei nani (senza neanche le ballerine di Craxiana memoria). Allora bisogna ricordare la lezione di Papa Francesco: non praticare la grandiosità ma seguire i piccoli passi attraverso i piccoli gesti.

In Segreteria di Stato un sottosegretario donna: Francesca Di Giovanni

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

Papa Francesco ha nominato la dottoressa Francesca Di Giovanni, officiale della Segreteria di Stato, nuova sotto-segretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati, incaricandola di seguire il settore multilaterale. Di Giovanni, da quasi 27 anni in Segreteria di Stato, è nata a Palermo il 24 marzo 1953, è laureata in Giurisprudenza. Ha completato la pratica notarile e ha lavorato nell’ambito del settore giuridico-amministrativo presso il Centro internazionale dell’Opera di Maria (Movimento dei Focolari). Dal 15 settembre 1993 lavora come officiale nella Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo. Da oggi la Sezione per i Rapporti con gli Stati ha due sotto-segretari: Di Giovanni infatti va ad affiancare Monsignor Mirosław Wachowski, che si occuperà principalmente del settore della diplomazia bilaterale. Vatican News e «L’Osservatore Romano» l’hanno intervistata.

È stata sorpresa dalla nomina a sotto-segretario?

Sì, assolutamente! È da vari anni che si pensa alla necessità di un sottosegretario per il settore multilaterale: un settore delicato e impegnativo che necessita di un’attenzione particolare, perché ha modalità proprie, in parte diverse da quelle dell’ambito bilaterale. Ma che il Santo Padre affidasse a me questo ruolo, sinceramente non l’avrei mai pensato. È un ruolo nuovo e cercherò di impegnarmi al meglio per corrispondere alla fiducia del Santo Padre, ma spero di farlo non da sola: vorrei far tanto calcolo sulla sintonia che ha sinora caratterizzato il nostro gruppo di lavoro.

Può spiegare che cos’è il “settore multilaterale”?

In parole povere si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni inter-governative a livello internazionale e comprende la rete dei trattati multilaterali, che sono importanti perché sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo ai vari temi concernenti il bene comune internazionale: pensiamo allo sviluppo, all’ambiente, alla protezione delle vittime dei conflitti, alla condizione della donna, e così via.

In che cosa consiste il suo lavoro?

Continuerò ad occuparmi di ciò che ho seguito fino ad ora all’interno della Sezione per i Rapporti con gli Stati, anche se adesso, in questo nuovo ruolo, avrò il compito di coordinare il lavoro di questo settore. 

Lei è la prima donna a ricoprire un incarico di questo livello in Segreteria di Stato…

Sì, effettivamente, è la prima volta che una donna ha un compito dirigenziale in Segreteria di Stato. Il Santo Padre ha preso una decisione innovativa, certamente, che, al di là della mia persona, rappresenta un segno di attenzione nei confronti delle donne. Ma la responsabilità è legata al compito, più che al fatto di essere donna. 

Quale può essere, a suo avviso, lo specifico contributo di una donna in questo campo?

Non possono non tornarmi in mente le parole del Santo Padre nell’omelia del 1° gennaio scorso, in cui egli fa — possiamo dire — un inno al ruolo della donna, dicendo anche che «La donna è donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace». Vorrei poter contribuire a che questa visione del Santo Padre si possa realizzare, con le altre colleghe che lavorano in questo settore in Segreteria di Stato, ma anche con altre donne — e sono tante — che operano per costruire la fraternità anche in questa dimensione internazionale. È importante sottolineare l’attenzione del Papa verso il settore multilaterale, che oggi è messo in discussione da alcuni, ma che ha una funzione fondamentale nella comunità internazionale. Una donna può avere determinate attitudini per trovare punti comuni, curare i rapporti avendo a cuore l’unità. Spero che il mio essere donna possa riflettersi positivamente in questo compito anche se sono doni che riscontro certamente anche nell’atteggiamento dei miei colleghi di lavoro uomini.

Il Papa nel suo recente discorso al Corpo Diplomatico ha parlato del sistema multilaterale, chiedendo che venga riformato.

La Santa Sede ha anche la missione, nella Comunità internazionale, di curare che l’interdipendenza tra gli uomini e le nazioni si sviluppi in una dimensione morale ed etica, oltre che nelle altre dimensioni e vari aspetti che le relazioni acquistano nel mondo attuale. Non bisogna mai stancarsi di favorire il dialogo a tutti livelli, sempre alla ricerca di soluzioni diplomatiche. Ad esempio, il Papa nel suo recente discorso al Corpo Diplomatico ha ricordato, tra l’altro, i tanti risultati positivi delle Nazioni Unite, che quest’anno celebrano il 75° anniversario di istituzione. Vogliamo continuare a vederle come un mezzo necessario per conseguire il bene comune, anche se questo non ci esime dal chiedere modifiche o riforme là dove si vedono necessarie.

Per il 75° anniversario della nascita di Pippi Calzelunghe, Save the Children lancia la campagna globale “Pippi di oggi”, per supportare le ragazze in fuga da guerra e povertà

In occasione del 75° anniversario del primo libro pubblicato su Pippi Calzelunghe, la Astrid Lindgren Company e Save the Children lanciano la campagna globale “Pippi di oggi”, volta a sensibilizzare il pubblico e a sostenere il lavoro che l’Organizzazione internazionale, che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, svolge per supportare le ragazze in fuga da guerra e povertà.

Nel 2018, più di 70 milioni di persone sono state costrette a fuggire dal proprio Paese, con un aumento di 2,3 milioni rispetto all’anno prima, di cui oltre la metà sono minori (53%). Si stima che 138.600 siano bambini soli, senza genitori[1] e tra di loro molte sono le ragazze, che rappresentano un gruppo particolarmente vulnerabile tra i rifugiati. Non raggiungevano un numero così alto dalla fine della seconda guerra mondiale, corrono rischi maggiori di essere esposte a violenza e sfruttamento, abusi sessuali e matrimoni precoci. Nella maggior parte dei casi, sono costrette anche a smettere di andare a scuola.

Settantacinque anni fa Pippi Calzelunghe arrivò da sola in una nuova città: oggi, milioni di ragazze sono costrette a lasciare le loro case e a trasferirsi non solo in nuove città, ma anche in nuovi Paesi. Le ragazze in fuga da guerra e povertà devono raccogliere tutta la loro forza, coraggio e speranza per affrontare le sfide di questo percorso e trovare la strada per un futuro migliore. Sono le “Pippi di oggi”.

Alcune delle principali aziende di tutto il mondo hanno deciso di aderire alla campagna internazionale “Pippi di Oggi”, che si svolge, tra gli altri, nei Paesi Nordici, in USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Svizzera. Attraverso edizioni limitate di oggetti, eventi e altre iniziative, verranno raccolti fondi che contribuiranno a sostenere il lavoro di Save the Children e ad aiutare queste ragazze.

“In un mondo dove crescono nazionalismo e xenofobia, vogliamo sottolineare la nostra responsabilità condivisa affinché tutti i bambini possano dimostrare la propria forza e potenzialità. Con l’aiuto di Pippi, vogliamo supportare le ragazze che ne hanno più bisogno, dando loro voce. Le attività di Save the Children mirano a sostenerle, mentre Pippi può essere un modello ispiratore che dia loro forza e speranza”, ha dichiarato Olle Nyman, Direttore Generale di Astrid Lindgren Company e nipote dell’autrice del celebre romanzo.

Per sensibilizzare il pubblico sulle storie delle “Pippi di oggi”, Save the Children ha raccolto le testimonianze di alcune ragazze che hanno fatto dei percorsi migratori, in cui condividono le loro esperienze, le sfide che affrontano ogni giorno e il futuro che sognano. Ragazze come Claudia[2], una dodicenne che, come milioni di persone ha lasciato il Venezuela per andare in Colombia, dove lei e la sorellina sono state separate dalla madre, perché non riuscivano a trovare un posto per tutta la famiglia. “In Venezuela eravamo sempre insieme. Ma qui sto solo con Mariana, perché mia mamma vive per strada al mercato. Il denaro serve per comprare cibo per la mia sorellina”.

Inger Ashing, Direttore Generale di Save the Children International, ha dichiarato: “I diritti dei minori non conoscono confini. Non importa chi siano o dove vivano, tutti i bambini dovrebbero avere gli stessi diritti. Save the Children è entusiasta di collaborare con la Astrid Lindgren Company per rafforzare il lavoro dell’Organizzazione per le ragazze migranti. Nel 2019 abbiamo incontrato tante bambine e adolescenti provenienti da tutto il mondo, per capire meglio le loro esperienze e come possiamo supportarle al meglio. Tuttavia, purtroppo, non ci sono ancora dati e conoscenze sufficienti. Con i fondi raccolti, saremo in grado di aiutare a colmare queste lacune e a espandere il nostro lavoro, in modo da garantire a ogni ragazza sopravvivenza, istruzione e protezione. “

Amianto: 385 milioni di euro per la rimozione dalle scuole e dagli ospedali

385 milioni di euro per la bonifica dall’amianto negli edifici pubblici, in particolare per la rimozione e lo smaltimento nelle scuole e negli ospedali. Lo prevede il “Piano di bonifica da amianto”, previsto nel secondo Addendum al Piano operativo “Ambiente” approvato dal Cipe nel 2016 e adottato adesso con un provvedimento dalla Direzione generale competente del ministero dell’Ambiente.

Nel piano, sono individuati i soggetti beneficiari delle risorse (Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano) e le modalità di trasferimento. I soggetti beneficiari individuano, a loro volta, gli interventi da finanziare e ne curano la gestione, il controllo e il monitoraggio sulla realizzazione.

Il ministero si impegna a garantire che le Regioni e le Province autonome ricevano tutte le informazioni pertinenti per l’attuazione degli interventi, in particolare le istruzioni sulle modalità per la corretta gestione, verifica e rendicontazione delle spese, attraverso anche la condivisione di quanto previsto dal Sistema di gestione e controllo del Piano operativo “Ambiente”.

Tutti gli interventi dovranno essere realizzati entro il 31 dicembre 2025. I 385 milioni di euro sono stati ripartiti secondo i coefficienti di assegnazione regionale utilizzati per le risorse del Fondo Sviluppo e Coesione. Alla Regione Sicilia sono stati assegnati i finanziamenti più corposi: 107 milioni di euro. In seconda posizione la Puglia, con 74 milioni di euro, e la Calabria, con 43 milioni di euro.

“Con questi fondi per la rimozione dell’amianto dagli edifici pubblici – afferma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – daremo priorità al risanamento delle scuole e degli ospedali italiani. Confido nella collaborazione con le Regioni e le Province autonome per dare avvio subito ai progetti più urgenti. E’ fondamentale accelerare la messa in sicurezza del Paese perché i soldi ci sono e vanno spesi. I cittadini hanno atteso abbastanza”.

Novara: Divisionismo. La rivoluzione della luce

La grande mostra “Divisionismo. La rivoluzione della luce”  aperta sino al 5 aprile 2020 a Novara nella magnifica cornice del Castello Visconteo Sforzesco ha l’ambizione di essere la più importante mostra dedicata al Divisionismo realizzata negli ultimi anni, movimento giustamente considerato prima avanguardia in Italia.
Promossa e organizzata dal Comune di Novara è curata dalla nota studiosa Annie-Paule Quinsac, tra i primi storici dell’arte ad essersi dedicata al Divisionismo sul finire degli anni Sessanta, esperta in particolare di Giovanni Segantini – figura che ha dominato l’arte europea dagli anni Novanta alla Prima guerra mondiale –, di Carlo Fornara e di Vittore Grubicy de Dragon, artisti ai quali ha dedicato fondamentali pubblicazioni ed esposizioni.

Ordinata in otto sezioni tematiche, l’esposizione consta di circa settanta opere tutte di grande qualità e bellezza, provenienti da importanti musei e istituzioni pubbliche e da collezioni private.

Straordinarie opere dei più noti divisionisti italiani sfileranno in un percorso articolato e di grande fascino: Giovanni Segantini, con alcune celebri vedute montane – come Dopo il temporale (1883-1885), Savognino sotto la neve (1890) non più esposta dal 1970,  All’ovile (1892), e una sala dedicata con sette eccezionali disegni tra cui il monumentale e spettacolare La Natura (1898);  Angelo Morbelli con alcune delle sue commoventi scene di anziani in solitudine e intensi paesaggi innevati; Giuseppe Pellizza da Volpedo, con Il Mediatore (1801) e una sala dedicata con opere notevoli come Il Ponte (1893-1894), Sul fienile (1893-1894), La processione (1893-1895); Gaetano Previati con la magnifica Maternità (1890–1891) di proprietà del Banco BPM che ritorna nel capoluogo piemontese dove non è mai stata esposta e che, proprio per l’eccezionalità del prestito, si potrà ammirare con ingresso gratuito, e una sala dedicata con opere importanti come Sacra famiglia (1902), Il vento o Fantasia (1908), il monumentale La migrazione in val padana (1916-1917); Carlo Fornara con gli splendidi paesaggi montani Fontanalba (1904-1906), Vespero d’inverno (1912-1914), Ora radiosa (1924-1925); Emilio Longoni con i celebri dipinti di denuncia sociale L’oratore dello sciopero (1890-1891) e Riflessioni di un  affamato (1894), oltre a notevoli opere di interni familiari e scene naturali; Plinio Nomellini con l’importante olio di soggetto operaio La Diana del lavoro (1893), e i più tardi e splendidi paesaggi Baci di sole (1908) e Sole e brina (1905-1910).

Completano il percorso altri notevoli dipinti di precursori del Divisionismo come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni e magnifici paesaggi di Vittore Grubicy, Giovanni Sottocornola, Achille Tominetti, Cesare Maggi.

L’ipertensione arteriosa in gravidanza

L’ipertensione arteriosa in gravidanza rappresenta un rilevante problema di salute pubblica, sia per la frequenza (interessa circa il 10% delle donne gravide) sia per la gravità, in quanto può determinare gravi conseguenze per la donna (es. ictus, mortalità materna e aumento del rischio cardiovascolare) e per il neonato (es. basso peso alla nascita, necessità di cure intensive neonatali).

Quali sono i sintomi di questo stato, e quali i rischi per il bambino o per la mamma?

Ci sono diversi sintomi che dovrebbero segnalare a una donna incinta che potrebbe soffrire di ipertensione. I più comuni sono:

mal di testa e capogiri
improvviso aumento di peso
sensazione di pesantezza
ritenzione idrica
gonfiori fuori dalla norma
vista sfocata

Questa situazione comporta diversi rischi: le arterie ristrette pompano meno sangue nel feto, attraverso la placenta, che potrebbe distaccarsi o causare comunque una crescita insufficiente del feto. L’ipertensione può causare anche preeclampsia (o gestosi) ed eclampsia, che possono causare danni agli organi del bambino, soprattutto fegato, cervello, sistema cardiovascolare e sistema ormonale.

Tempi lunghi. Per questo i cattolici democratici devono rimboccarsi le maniche.

Ho letto e riletto con grande attenzione l’intervento di Nino Labate (pubblicato ieri su questo nostro foglio) sul tema che tutti ci avvince: “Un processo politico culturale verso un nuovo partito”. 

Il punto della riflessione che mi ha stimolato è tutto in quel “verso”. Cioè in quel processo che è di natura “politico culturale” e che prevede quindi i tempi di tali processi che sono in genere assai lunghi e gli esiti degli stessi che non sono del tutto prevedibili e che – secondo la nota visione di Pietro Scoppola che giustamente parlava, non da integralista, ma da liberal-democratico quale era, della “democrazia dei cristiani”, prefigurando quindi una pluralità di scelte partitiche – sono esiti che non possono individuarsi fin da ora verso “un nuovo partito”. 

Forse è da auspicarsi che in via prevalente tali scelte si indirizzino nel futuro verso una scelta largamente maggioritaria verso chi saprà meglio incarnare quella grande, meravigliosa, positiva tradizione degli Sturzo-De Gasperi-Moro: ed io personalmente, se vivrò, sarò tra quanti sceglieranno tale strada. 

Ma il futuro, si suole dire, è in grembo a Giove. Ora dobbiamo lavorare sul presente ed il lavoro è per attivare quel processo politico culturale che per esser tale richiede tempi lunghi, fatti soprattutto di iniziative di noi anziani “con” i giovani, “insieme” ai giovani e non “per” i giovani. 

E quando si tratta di processi culturali sappiamo tutti che si tratta di tempi medio-lunghi e non di breve momento. Come dimostra la stessa nostra forte nostalgia per l’esperienza meravigliosa del partito democratico cristiano che fu, i fatti culturali mettono solide radici, che fanno resistenza a modificarsi, ma sono sempre lenti nel processo iniziale della semina e del primo sviluppo. 

Oggi quindi c’è solo da rimboccarsi le maniche e mettersi all’opera.

E sul piano politico, nel presente? Nel presente, a mio parere, occorre riferirsi alla realtà politica che oggi il nostro Paese offre, operando quelle scelte che come cattolici di cultura e tradizione liberal-democratica noi con convinzione nutriamo. 

Il partito politico che i nostri padri hanno pensato, costruito e praticato era un’associazione di cittadini che, ai vari livello di governo, condividevano un programma. Questo personalmente credo debba essere ancora il nostro orientamento di base: rifuggire quindi da partiti ridotti a pure macchine elettorali, guidate da élites interessate solo a mantenersi al potere, senza un programma di proposte di governo civilmente e tecnicamente valide, interessate quindi solo a una visione politologica tattica, con un uso spregiudicato delle istituzioni e delle leggi a fini di consenso elettorale partigiano. 

Preferire quindi quelle aggregazioni politiche che presentano, accanto a strutture dirigenti, una partecipazione di cittadini quanto più larga possibile, con un chiaro programma sui maggiori e più urgenti problemi locali e nazionali. Non vi è quindi una nostalgia di un passato che nel presente sarebbe errato riproporre: le radici infatti sono sacrosante, servono anch’esse per guidarci, perché ci offrono utili indicazioni di metodo, ma non sono riproducibili tal quali nelle stesse forme come eventi accaduti perché il tempo stesso questi li ha cancellati.

Referendum: Pirovano lancia la campagna per il NO.

Il pomeriggio di venerdì 10 gennaio è stato accompagnato da infuocate polemiche l’arrivo in Corte di Cassazione dei senatori Andrea Cangini, Tommaso Nannicini e Maurizio Pagano con le firme necessarie (almeno un quinto dei senatori) per richiedere il referendum sulla legge costituzionale in tema di riduzione del numero dei parlamentari. Alle polemiche c’è da rispondere in un solo modo: il fatto importante è che ora spetta agli Italiani decidere se la Costituzione debba essere modificata votando SÌ o NO. Il referendum sarà un importante esercizio di democrazia diretta, alla vecchia maniera, andando ai seggi.

Si svolgerà nella prossima tarda primavera, ma è bene iniziare da subito ad organizzare la campagna, che sarà nel suo apice nei trenta giorni antecedenti la data del voto.
Per questo venerdì 24 gennaio alle ore 11.30 presso un notaio di Milano sarà costituito, a livello nazionale, un COMITATO POPOLARE PER IL NO AL TAGLIO DEI PARLAMENTARI.

L’Atto prevede che siano componenti del Comitato coloro che il 31 ottobre scorso si sono presentati in Corte di Cassazione per richiedere l’indizione del referendum confermativo, coloro che saranno presenti alla stipula dell’atto stesso e coloro che successivamente ne faranno richiesta, condividendo ovviamente l’obiettivo del NO. Organi deliberativi saranno l’assemblea dei componenti e il consiglio direttivo nazionale.
La tappa successiva sarà la costituzione in Italia e all’estero di sezioni territoriali, che organizzino la campagna per il NO nei rispettivi territori. C’è da lavorare intensamente per tutti, da subito!

L’auspicio è che si mobilitino tutti coloro che credono nella democrazia e nella necessità che il Popolo possa esercitare il suo diritto di assenso o di veto di fronte alle Leggi che cambiano la Costituzione, che il Popolo stesso si è data, ma non solo: scelte e decisioni del Popolo debbono essere massimamente rappresentate nel Parlamento. Per info visitare il sito www.solidarieta-italia.eu.

Smog, è allarme per inverno senza pioggia

A pesare sui livelli di inquinamento è l’alta pressione che staziona sulle regioni del nord in un inverno senza pioggia con l’ultimo mese di dicembre che è risultato il secondo più caldo dal 1800. E’ quanto afferma la Coldiretti sulla base dei dati Isac Cnr, in relazione al nuovo allarme inquinamento nelle principali città italiane dove a partire dalla Capitale sono scattate le misure di limitazione del traffico.

Il mese di dicembre – sottolinea la Coldiretti – ha fatto registrare in Italia una temperatura superiore addirittura di 1,9 gradi rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010 con effetti rilevanti sull’ambiente dove sono stati sconvolti i normali cicli stagionali con le viole sbocciate nei prati al nord mentre al sud gli alberi di pero a causa del clima pazzo sono fioriti con gli agricoltori che hanno raccolto broccoli, cavoli, sedano, prezzemolo, finocchi, cicorie, bietole, tutti maturati contemporaneamente.

L’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai diventata la norma anche in Italia tanto che siamo di fronte ad una evidente tendenza alla tropicalizzazione che – sostiene Coldiretti – si manifesta con una più elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali e territoriali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal maltempo alla siccità. A favorire lo smog nelle città – sottolinea la Coldiretti – è proprio l’effetto combinato dei cambiamenti climatici, del traffico e della ridotta disponibilità di spazi verdi che concorrono a combattere le polveri sottili e gli inquinanti gassosi. Ma in Italia – precisa la Coldiretti – ogni abitante dispone in città di appena 31 metri quadrati di verde urbano, e la situazione peggiora per le metropoli con valori che vanno dai 6,3 di Genova ai 17,9 di Milano, dai 22 di Torino fino ai 29 metri quadrati a Bologna.

Non si può quindi continuare a rincorrere le emergenze, ma bisogna intervenire in modo strutturale favorendo nelle città la diffusione del verde pubblico e privato considerato che – conclude la Coldiretti – una pianta adulta è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili e un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno.

Biobot: I nuovi organismi riprogrammabili

Quattro giovani scienziati americani hanno creato per la prima volta “macchine viventi”, realizzate con cellule animali e in grado di svolgere compiti molto semplici. I ricercatori, finanziati dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ritengono che i loro “organismi riprogrammabili” potrebbero servire in un futuro ancora troppo lontano per applicazioni mediche – come il rilevamento di tumori, la rimozione della placca arteriosa e la consegna intelligente. di farmaci all’interno del corpo umano – e anche per operazioni di ripristino ambientale di siti contaminati.

Gli autori di queste macchine viventi sono due biologi, Michael Levin e Douglas Blackiston , e due esperti di robotica, Josh Bongard e Sam Kriegman . I ricercatori hanno usato due tipi di cellule di rana africane. Per mesi, gli scienziati hanno utilizzato un supercomputer per simulare migliaia di aggregati cellulari in diversi modi e cercare di prevederne il comportamento.

Il risultato principale è una macchina biologica da mezzo millimetro, con alcune centinaia di celle, in grado di muoversi in una direzione determinata dagli scienziati.

Levin spiega, inoltre, che i suoi biobot non si moltiplicano. “Fondamentalmente, rimangono come sono e si dissolvono in una settimana”

Inizia la consultazione pubblica per la strategia per l’innovazione “Italia 2025”

D:DCIM100DICAMDSCI0153.JPG

“Lo avevamo annunciato – si legge sul sito innovazione.gov.it –  durante l’evento di presentazione che si è tenuto a Roma alla fine del 2019 e abbiamo mantenuto l’impegno: da oggi e fino al 30 aprile 2020 il Piano strategico nazionale per l’innovazione “Italia 2025” è aperto a una consultazione pubblica sulla piattaforma ParteciPa”.

“Il documento di strategia riguarda il futuro del Paese e di tutti noi: per questo la consultazione è aperta a tutti, amministrazioni, imprese e singoli cittadini. Ognuno è parte dell’ecosistema che vogliamo trasformare e ognuno può dare il proprio contributo per indirizzare il nostro lavoro nei prossimi anni”.

Il Piano “Italia 2025” raccoglie 20 azioni, individuate come prioritarie per raggiungere tre grandi sfide:

  • Una società digitale, dove i servizi mettono al centro i cittadini e le imprese, sono efficienti, facili da usare e da integrare. Un obiettivo per far diventare la digitalizzazione un motore di sviluppo per tutto il Paese e ripensare il rapporto tra lo Stato e le persone.
  • Un obiettivo innovazione, che punta su ricerca e sviluppo applicate, favorisce il proliferare di idee, che diventano imprese hi-tech italiane e a sostegno delle filiere produttive tradizionali del nostro Paese.
  • Uno sviluppo sostenibile e inclusivo, dove l’innovazione è al servizio delle persone, delle comunità e dei territori, nel rispetto della sostenibilità ambientale.

Attraverso la consultazione, si può contribuire al piano con feedback, proposte e suggerimenti relativi a ciascuna azione, per renderle sempre più vicine alle reali esigenze dei cittadini e degli stakeholder pubblici e privati.

ParteciPa è una piattaforma open source realizzata dal Dipartimento della Funzione Pubblica e dal Dipartimento per le Riforme istituzionali della Presidenza del Consiglio dei ministri, per favorire la partecipazione dei cittadini al dibattito sulle decisioni e le politiche adottate dalle istituzioni.

Partecipa adesso alla consultazione!

L’Escherichia coli può causare l’infarto

L’Escherichia coli è uno dei più seri nemici del cuore. Questo il il risultato che potrebbe aprire la strada sia a cure per l’infarto nella fase acuta sia a un vaccino preventivo per la popolazione a rischio cuore.

Il batterio, secondo gli scienziati, contribuisce a causare l’infarto trovando una via di fuga dall’intestino, entrando in circolo nel sangue e annidandosi nelle maglie del coagulo (meglio conosciuto come trombo), che ostruisce una delle arterie (coronarie) che porta ossigeno al cuore.

Questi risultati si devono  alla collaborazione di un team di cardiologi, cardiologi interventisti, anatomopatologi, patologi clinici e biologi guidato da Francesco Violi, direttore della I Clinica Medica del Policlinico universitario Umberto I di Roma.

Incontro con Lucio D’Ubaldo

Pubblichiamo un estratto dell’Intervista, al nostro direttore Lucio D’Ubaldo, che la rivista http://www.condivisionedemocratica.com/ ha diffuso sulle sue pagine a firma di Giorgio Gabrielli

100 anni fa Luigi Sturzo scriveva un “Appello ai liberi e forti”, come ha ricordato nel suo libro: quanto di quell’appello è ancora valido nell’Italia del nuovo millennio? Lo domando anche perché spesso si sente parlare di “difesa delle radici cristiane” con toni propagandistici che hanno poco a che fare con la mitezza e l’accoglienza che professa Papa Francesco.

Sturzo ha strappato i cattolici al loro rifugio minoritario. Li ha resi consapevoli della loro forza organizzativa e del loro potenziale politico-elettorale. Con Sturzo nasce il partito moderno, non solo per i cattolici; nasce il partito di programma, il partito di popolo e non di classe, ben diverso dal semplice “comitato elettorale” o dal “comitato rivoluzionario”; nasce con un impronta riformatrice, senza timori reverenziali verso altre forze – liberali o socialiste – ma con l’ansia di trovare il criterio di utilità generale al fine di mobilitare le migliori energie della nazione, per dare una prospettiva democratica all’Italia uscita vittoriosa e depressa, al tempo stesso, dalla Prima guerra mondiale. Sturzo ebbe il merito di riconoscere per tempo, insieme a pochi altri, la natura eversiva e dittatoriale del fascismo. Fu un alfiere della libertà. Oggi, del suo insegnamento, rimane indelebile il fascino di un partito nuovo, che volle costruito sul paradigma della partecipazione attiva degli aderenti. E rimane altrettanto indelebile il senso della laicità della politica – il Partito popolare si definiva “aconfessionale” – che ai nostri giorni sembra offuscata dallo strumentalismo clericale della destra xenofoba. Salvini, per intenderci, non ha nulla a che vedere con il fondatore del popolarismo.  Lo slogan più efficace, almeno per i cattolici democratici, rimane dunque questo: contro il populismo serve riscoprire il popolarismo.

Qui l’Intervista completa

Zingaretti, il “nuovo Pd” e i Popolari.

Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha lanciato la proposta/provocazione di un nuovo Pd e, di conseguenza, di un partito nuovo dopo il risultato delle elezioni regionali dell’Emilia Romagna. Una proposta che non va affatto sottovalutata e che va presa seriamente per le corna da parte di tutti coloro che ritengono percorribile un cammino politico in un partito riformista, plurale e inclusivo. 

Certo, periodicamente nella storia della sinistra italiana irrompe la necessità di dare una sterzata al profilo e all’organizzazione del partito di riferimento in quel particolare momento storico. Alcuni organi di informazione lo hanno già ricordato in questi ultimi giorni dopo la recente uscita del segretario nazionale del Pd. Ed è inutile, pertanto, ritornarci. Semmai, una riflessione specifica si rende necessaria proprio sul profilo politico che il futuro partito di centro sinistra potrebbe avere. A partire proprio dalla sua natura plurale. 

Ora, su questo versante mi limito a fare tre considerazioni secche. 

Innanzitutto va sgombrato il campo, e definitivamente, dal rischio di ridare vita ad un “partito della sinistra italiana”. Quella è una stagione archiviata. O meglio, il partito della sinistra non è compatibile con le ragioni fondative e con l’esperienza concreta del Partito democratico così come si è venuto definendo in questi ultimi anni, seppur con alti e bassi com’è naturale per un grande partito. Per capirci, e al di là della propaganda e della strumentalizzazione di rito, il futuro Pd non può essere la naturale prosecuzione della storia, della cultura e dalla prassi politica ed organizzativa della sinistra italiana. Il Pd è, come credo sia ovvio a tutti, è un’altra cosa. Politica, culturale, ideale e programmatica. 

In secondo luogo non si può non essere d’accordo con Zingaretti quando persegue concretamente l’obiettivo di un partito inclusivo e largo. Su questo versante, in effetti, si gioca la vera sfida e la più grande scommessa del futuro Partito democratico. E un partito inclusivo, di conseguenza, non può essere un movimento ideologico o un soggetto politico mono culturale. Bene, quindi, l’apertura alle novità che ultimamente hanno caratterizzato il panorama politico italiano, anche se non ci si può limitare ad inseguire acriticamente tutto ciò che fa spettacolo. Anche perché la durata di questi fenomeni rischia sempre di essere talmente breve che diventa difficile anche solo puntare ad un investimento in vista della definizione di un progetto politico a breve /media scadenza. Non sempre la novità è sinonimo di solidità e di progettualità politica. 

In ultimo, ed è l’argomento che più mi interessa quando si parla di un “nuovo Pd”, penso al ruolo, alla funzione e alla rilevanza pubblica della cultura cattolico popolare e cattolico democratica. Al netto, com’è ovvio, del profondo e consolidato pluralismo politico che caratterizza anche questo filone culturale. Un ruolo, comunque sia, che può essere e diventare importante se riesce laicamente a ritrovare le ragioni di una progressiva unità all’interno del Partito democratico. Una unità politica, e auspicabilmente anche organizzativa, che può essere feconda e necessaria per dare anima e contenuto ad un soggetto sempre più inclusivo, aperto e plurale. Non penso, com’è ovvio, ad una nicchia confessionale o identitaria. Non rientra, del resto, nella nostra tradizione e nella nostra esperienza. Ma, al contrario, una assunzione di responsabilità politica e culturale all’interno di un partito che, piaccia o non piaccia, ha un futuro se riesce ad essere autenticamente plurale. Come è stato congegnato, del resto, sin dal suo inizio. E su questo versante si può e si deve scommettere anche sull’attuale superamento della frantumazione politica ed organizzativa di un’area che era e resta decisiva per segnare e condizionare la stessa identità politica e culturale del Partito democratico. 

Ecco, quindi, tre considerazioni concrete che possono accompagnare la proposta/provocazione avanzata da Zingaretti. Tre considerazioni che richiedono, però, coraggio, coerenza e determinazione. Ingredienti necessari per dare un futuro stabile e credibile all’esperienza politica del Partito democratico. 

Un processo politico culturale verso un nuovo partito

Emerge in questi giorni una domanda rivolta, forse non tanto indirettamente, al cattolicesimo democratico e popolare, e a quel Manifesto Zamagni che ne vuole incarnare la storia accompagnandolo verso il futuro. La domanda è tacita. Ma è rimasta sinora dietro le quinte. Perché depositata in quella grande riserva silenziosa che ha sempre caratterizzato la prudenza unita alla solitudine molecolare e frammentata di questa nobile cultura politica cattolica, ancora divisa in mille rivoli. Sono però certo che uscirà allo scoperto quanto prima , e appena si chiariranno le intenzioni di Zingaretti.

I commenti che hanno accompagnato la sua proposta di rifondare il Pd con una forte apertura verso i sindaci italiani, le Sardine e l a società civile, non sono stati senza interessi per la galassia cattolica più coinvolta nell’impegno sociale e politico. Si è rimasti silenziosi, è vero. Come capita spesso. Ma è forse stata l’intervista di Macaluso su tale proposta pubblicata l’indomani sullo stesso giornale, che ha destato curiosità e amplificato gli interessi .

Ne parlo soprattutto perché leggendola, mi sono accorto che dall’alto della sua veneranda età e facendo leva sul suo mai rimosso “comunismo” novecentesco, se non ottocentesco, Macaluso pur dimostrando scetticismo sulla proposta, lo riveste nello stesso tempo con questioni di alto valore culturale che fanno pensare. Non ha avuto infatti timore a ricordare che lui non ha mai aderito al Pd , perché l’operazione di unire a suo tempo “ …un pezzo di sinistra e un pezzo di… ‘sinistra Dc’…, non è stato un processo politico-culturale , bensì un incontro tra stati maggiori”. Come non dargli ragione ? E se si tratta di un processo politico-culturale e non politico-partitico, come non vedere un certo legame tra quello che ha in testa Zingaretti, i rimproveri e le perplessità di Macaluso e il Manifesto Zamagni ?

Lo scetticismo di Macaluso è rivolto soprattutto all’assenza di giovani . Che non li vede coinvolti nel progetto di un nuovo partito. E nel mentre continua ad essere molto critico e col dente avvelenato sulla scissione Bersani, Renzi e Calenda, irrilevanti a suo avviso nell’intercettare una domanda politica, consiglia infine a Zingaretti di “ valutare quali sono le forze che vogliono concorrere a formare un nuovo partito”. Ecco. Le nostalgie di Macaluso verso una sinistra-sinistra sono note.

Anche perché è per lui difficile declinare una nuova sinistra che non metta al centro il lavoro e i lavoratori. Ci sono però nuove sfide che ci portano a valutare i diritti dell’uomo, la giustizia con la sua nuova questione sociale, e le ragionevoli libertà, con paradigmi del tutto nuovi. Tali da potersi confrontare con i cambiamenti epocali sotto i nostri occhi e con quel Futuro assente, che preoccupa tanto Papa Francesco. I suoi occhi sono rivolti al passato. Ma quando consiglia di non dimenticare la centralità politico-culturale di un processo di rifondazione, e di guardarsi attorno per vedere le forze disponibili a fare un Nuovo partito, dimostra quel realismo politico che è sempre mancato a chi ha preferito scegliere gli “stati maggiori” dimenticandosi di quelli minori e delle autentiche culture riformiste come quella cattolico democratica e popolare.

Vado al dunque. Sono persuaso che l’emarginazione della “sinistra Dc” – per dirla con Macaluso – dentro il Pd, non è stata colpa della vecchia guardia post-comunista presente nel Pds,Ds, Pd, e negli “stati maggiori” del Pd, ma è stata favorita e facilitata dalla frantumazione silenziosa, a volte accomodante, di quanti provenivano da quella laica e robusta formazione cattolica, rimasti silenziosi e appartati , senza nessuna voce unitaria di rilievo nazionale, e accontentandosi di periodici incontri per respirare e dare certezze proprio mentre il cigno cantava più forte.

E va ricercata anche in una incomprensibile voglia di stare divisi e rimanere slegati con le centinaia di associazioni locali, a cui il Manifesto Zamagni cerca di dare una risposta. Se proprio non la vogliamo chiamare una “corrente Zamagni” interna al “Nuovo Pd”, naturalmente una corrente politico – culturale e non di tessere, chiamiamola come vogliamo. Ma decidiamoci di fare di quel Manifesto qualcosa di concreto prima che sia troppo tardi.

Ecco, se attorno al Manifesto si sono incontrate e scontrate l’anima realista del cattolicesimo democratico e popolare tesa a fare da “pungolo” dentro il Pd – come a suo tempo suggerì Dossetti per la Dc – e quella utopica tesa a rifare un partito di soli cattolici se non proprio della vecchia Dc dimenticandosi della distinzione di Sturzo del cattolicesimo politico, il suggerimento e le preoccupazioni di Macaluso di avviare questa volta un processo politico-culturale, con quelle forze disponibili a un Nuovo partito, è da prendere sul serio. E interessa anche i cattolici democratici e popolari rimasti attenti al Manifesto Zamagni e all’unità che si attende.

Un nuovo tentativo degli Usa per impedire l’ingresso a Londra di Huawei

Gli Stati Uniti hanno avviato l’ultimo tentativo per convincere il Regno Unito a escludere l’azienda di telecomunicazioni cinese Huawei dalla realizzazione della propria rete 5G.

Nei prossimi giorni, i rappresentanti degli Usa avranno una serie di incontri con i ministri e con i capi dei dipartimenti ministeriali del Regno Unito coinvolti nella decisione su Heawei.

Il “Times”, comunque, prevede che il nodo della partecipazione di Huawei al 5G britannico alla fine sarà sciolto dal primo ministro Boris Johnson entro la fine del mese.

E anche se il pressing degli Stati Uniti rimane alto, la decisione non  scontanta.

Infatti Huawei aveva, già precedentemente,  accettato di cambiare alcune pratiche nel Regno Unito dopo che le autorità avevano minacciato di escluderla dalla fornitura di tecnologie per la realizzazione delle reti di prossima generazione  sviluppate dall’operatore British Telecom.

Inoltre, l’anno scorso, si è chiuso con il Mail on Sunday che riportava una “luce verde” data dagli ambienti della sicurezza britannica al premier Boris Johnson in merito al colosso Huawei, “nonostante i timori che riguardano lo spionaggio”. E per mettere pressione sul governo britannico, Pechino ha, anche, deciso di bloccare le previste quotazioni incrociate tra le borse di Shanghai e Londra.

 

 

Bruxelles: L’Italia invia il fascicolo con la stima dei danni dell’emergenza maltempo

Il Dipartimento della Protezione Civile ha trasmesso a Bruxelles il fascicolo con la stima dei costi relativi ai danni causati dagli eccezionali eventi meteorologici che, nell’autunno scorso, hanno interessato gran parte del territorio italiano, al fine di attivare il Fondo di Solidarietà dell’Unione Europea (FSUE), destinato a sostenere gli Stati membri dell’Ue colpiti da catastrofi naturali.

L’impatto economico determinato dall’eccezionale ondata di maltempo, ammonta complessivamente ad oltre 5,6 miliardi di euro: di questi, oltre 4,5 miliardi sono i danni diretti relativi a edifici, infrastrutture pubbliche e ad attività produttive, mentre oltre 1,1 miliardi sono i costi relativi alla gestione dell’emergenza.

La stima comprende danni diretti, sia pubblici che privati – vale a dire quelli che hanno compromesso edifici, infrastrutture e che hanno colpito industrie e imprese, il patrimonio culturale, le reti di distribuzione dell’energia, del gas, dell’acqua – e i costi eleggibili, sostenuti dallo Stato per far fronte alla prima fase dell’emergenza. Questi ultimi, in particolare, comprendono i costi per il ripristino immediato delle funzionalità di infrastrutture e impianti nei settori dell’energia, dell’acqua, delle acque reflue, delle telecomunicazioni, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione; per i servizi d’emergenza legati al soccorso della popolazione colpita e ad assicurare gli alloggi provvisori; per la messa in sicurezza delle infrastrutture di prevenzione e per la protezione del patrimonio culturale; per l’immediata ripulitura delle zone danneggiate.

Il dossier inviato alla Commissione Europea – per il tramite della Rappresentanza permanente d’Italia – rappresenta la sintesi, su scala nazionale, delle informazioni e dei dati comunicati al Dipartimento dalle Regioni e dalle Province autonome coinvolte: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Piemonte, Valle d’Aosta, Province autonome di Trento e Bolzano, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.