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Levol-App: piattaforma europea digitale per la gestione dei volontari

Dal 29 Settembre al 2 Ottobre, la città di Cori (LT), ospiterà il meeting europeo organizzato dall’Informa-Giovani del Comune di Cori con la collaborazione dell’Associazione Arcadia. Esperti di no-profit, associazionismo e volontariato si incontreranno nella Biblioteca comunale “Elio Filippo Accrocca” nell’ambito del partenariato europeo “Levol-App”, acronimo che sta per “Piattaforma digitale di formazione professionale del volontariato e del terzo settore”.

Saranno presenti operatori di realtà impegnate nel terzo settore e provenienti da Spagna (Neo-Sapiens), Slovacchia (Platforma dobrovolnickych centier a organizacii), Gran Bretagna (Birmingham Voluntary Service Council), Italia (Futuro Digitale) e Portogallo (Pista Magica). Data l’importanza dell’appuntamento coordinerà gli interventi un responsabile dell’agenzia nazionale portoghese capofila del progetto.

Si parlerà dei progressi fatti, delle esperienze locali di coinvolgimento e del futuro. L’incontro operativo però si concentrerà sul lancio della versione definitiva della piattaforma (learning.levol-app.eu), gratuita e pensata per chi opera nel solidale. Realizzata in cinque lingue, permette a chi vi accede di poter studiare del materiale di alta qualità sulla pratiche di gestione dei volontari e scaricare documenti operativi che possano essere di supporto per le azioni quotidiane delle associazioni.

“Finora oltre 100 organizzazioni da tutta Europa hanno testato la piattaforma e partecipato alla formazione online – spiega Marco De Cave, referente locale del servizio – Come Informa-Giovani siamo soddisfatti del lavoro fatto e di quanto stiamo proiettando l’immagine di Cori in Italia e all’estero, investendo fondi europei, sempre più importanti per noi e per tutti. Sarà l’occasione per 10 esperti europei di conoscere la cultura del nostro territorio e il forte cuore solidale della nostra comunità”.

Tumori: per la prima volta in calo

Per la prima volta, calano i nuovi casi di tumore in Italia: sono 371mila quelli stimati nel 2019, con 2mila diagnosi in meno rispetto al 2018, anno in cui si erano invece registrate 4mila nuove diagnosi in più sul 2017.

L’inversione di tendenza è segnalata dall’Associazione italiana di oncologia medica Aiom nel rapporto ‘I numeri del cancro 2019’. Diminuisce anche la mortalità, “grazie ai programmi di prevenzione e al miglioramento delle terapie”, afferma la presidente Stefania Gori. Sono un milione ad oggi i pazienti guariti.

Tre milioni e mezzo vivono invece dopo la scoperta della malattia.

Il tumore al seno è il più frequente. La diminuzione dei nuovi casi di tumore, che segna secondo gli oncologi una “importante inversione di tendenza”, indica che le campagne di sensibilizzazione per la prevenzione primaria (mirata a diffondere corretti stili di vita per prevenire appunto l’insorgenza delle neoplasie) stanno iniziando a dare effetti positivi.

La paralisi del PD fomenta l’iniziativa renziana

Ci si poteva attendere di più. I commentatori politici approfondiscono cause ed effetti della scissione, mentre il Pd appare anchilosato nel mettere a fuoco il problema che ne scaturisce. E per paura di svelare sentimenti inappropriati, la classe dirigente del Nazareno si arrocca nel suo “tiremm innanz”. Di Renzi si preferisce non parlare, come se la rimozione fosse la pietra miliare della ricostruzione del partito.

A parlare è stata Rosy Bindi, brevemente, ai margini della Direzione nazionale. Più che una dichiarazione, la ex pasionaria ha emesso un sibilo di raggelante esecrazione: di lui non si è mai fidata, quindi… “nessun sospiro di sollievo, ma nessuna sorpresa”. Forse è la frase che più riassume l’umore del partito dopo giorni di tensioni faticosamente controllate. Bisogna andare avanti, chissà se verso la salvezza o verso il patibolo, come fu per Amatore Sciesa (la cui battuta, eroica e sconsolata, ha fatto storia).

Renzi è in grado di occupare uno spazio più ampio – anche molto più ampio – di quello registrato in questi giorni dai sondaggi. Se inizia ad aggregare a destra, sfonda a sinistra. Sembra un paradosso, ma è così (vedi Macron). Fa bene a non invischiarsi nella logica pettegola del perché e del percome ha rotto con la Ditta: gli basta, in un certo senso, che tra ringhi e silenzi la Ditta si presenti come tale. Lo spettacolo di ieri, con una Direzione paralizzata al cospetto del pericolo, testimonia persino l’incombenza di un vago disarmo morale.

In queste condizioni, poco entusiasmanti per il Pd, la speranza legata a una scossa salutare si allontana. Nel migliore dei casi sembra di vedere l’ombra della “nuova sinistra” di Occhetto. Sappiamo come andò a finire nel 1994 con l’intervento inaspettato di Berlusconi. Stavolta il grimaldello che può far saltare tutto, cambiando bruscamente l’agenda della politica, è in mano a Renzi. Dovrebbe aprire, per vincere. E in più dovrebbe affiancare una dottrina, fresca ma vera, al suo spariglio. Fa bene, dunque, a titillare la coscienza profonda del Paese. Di certo, lungo questo tragitto non può che ritrovare il ricco sedimento di una storia alla quale, vuoi o non vuoi, i cattolici democratici hanno apposto il loro sigillo.

Anci, un congresso burocratico non serve, serve riscoprire la vera mission

Articolo già apparso sulle pagine dell’huffingtonpost

L’Anci, storicamente, rappresenta un tassello fondamentale per la stessa organizzazione democratica del nostro Paese. Come abbiamo evidenziato nel Manifesto costitutivo del Movimento “Comunità, Sindaci al centro”, contro il ripiegamento pessimistico che debilita il nostro Paese, la fiducia nel binomio di solidarietà e creatività trova la sua preziosa linfa vitale proprio nelle comunità locali.

Se nella nostra storia i Comuni hanno aperto la via alla modernità, oggi restano tuttavia il nucleo pulsante dell’assetto istituzionale repubblicano. Sono il vestito, per dirla con lo storico sindaco di Firenze Giorgio La Pira, di un’autonomia in senso pieno e autentico, che risiede e opera nel quadro di aggregazioni naturali antecedenti alla costituzione dello Stato. Essi, nello specifico, esprimono e rappresentano qualcosa – l’autonomia, appunto – che qualifica l’identità comunitaria e ne struttura l’articolazione democratica.

Ora, a fronte di un progressivo smarrimento della sua vocazione originaria, forse è giunto il momento per dare una svolta politica e culturale all’organizzazione più prestigiosa degli amministratori locali italiani. Una svolta che, innanzitutto, deve tradursi in un congresso – dalle assemblee regionali a quello nazionale – che non si riduca da un fatto meramente burocratico e protocollare. C’è poco interesse, se non nullo, oggi per i congressi regionali dell’Anci. Così non va bene.

L’occasione del congresso può fare dell’Anci una sede privilegiata per la discussione sul futuro dell’Italia. Non serve, cioè, un congresso burocratico fatto di organigrammi e di distribuzione dei pesi politici di partito e delle rispettive correnti per la composizione delle varie assemblee. Il confronto deve decollare, si deve riscoprire e riattualizzare la vera “mission” dell’Anci, il suo ruolo e la sua funzione specifica nel riconoscimento e nella promozione delle autonome locali.

Non si può continuare con una forte valorizzazione dell’istituto regionale a scapito dei comuni e del ruolo centrale e decisivo che svolgono quotidianamente nei territori. Sia per quanto riguarda il governo dei territori e sia, soprattutto, per la capacità di continuare a essere la vera “palestra democratica per eccellenza” per dirla con il fondatore del Partito popolare italiano e del teorico dell’autonomismo comunale, Luigi Sturzo. E il dibattito tra gli amministratori locali esige anche la ristrutturazione di un modello politico di presenza e di collaborazione. E non solo nel quadro interno.

L’Anci non è, e non può diventare quindi, un semplice segmento dell’apparato pubblico amministrativo. È un’associazione, come molti sanno, nata libera e che libera deve restare, anche rinunciando a qualche piccola convenienza. E chi vi opera, di conseguenza, a nome e per conto di migliaia di sindaci e di amministratori locali, deve avvertire continuamente lo scrupolo di un servizio che si nutre di un profondo senso di abnegazione.

Gli organi probabilmente vanno snelliti perché oggi non permettono di esaltare la democrazia interna. La figura del Presidente, a rigore, non può che essere quella del “primum Inter pares”. E le Anci regionali hanno il diritto e il dovere di contribuire a un riordino della funzione rappresentativa, per incidere di più e meglio nella costruzione dei programmi associativi. E sulla stessa struttura operativa occorre agire con maggior oculatezza valorizzando appieno le diverse professionalità e correggendo anche le distorsioni. E l’Associazione ha bisogno, al contempo, di coraggio e di umiltà: l’uno per cambiare e l’altro per allargare il consenso attorno allo sforzo di innovazione. E dunque, con una rinnovata azione di tipo collegiale, occorre impegnarsi a fondo, nel tradizionale spirito unitario, per poter corrispondere adeguatamente alla domanda di un rinnovato protagonismo da parte di tutti gli amministratori locali: sindaci, assessori, consiglieri comunali, Presidenti di Municipio.

Ecco perché serve un congresso di vera e autentica rifondazione. Perché l’Anci è un libro che accresce, con il variare delle circostanze, le sue pagine. E tocca anche a noi, alla nostra cultura cattolico popolare e cattolico democratica, scrivere una pagina nuova per mettere al centro le autonomie e renderle ancora più forti nel contesto della società italiana. L’alternativa sarebbe solo una semplice occasione per regolare conti politici e correntizi, stilare organigrammi e distribuire potere. Credo sia meglio intraprendere la prima strada.

Governare per sopravvivere o per costruire?

Articolo già apparso sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Anna Bosco e Francesco Ramella

In Spagna dopo le elezioni politiche del 28 aprile, che sembravano dover portare a un governo di coalizione tra il partito socialista di Sánchez e la sinistra di Unidas Podemos, non si è riusciti a dar vita ad alcun esecutivo e con tutta probabilità il Paese tornerà alle urne a novembre. Per la quarta volta in quattro anni. In Italia, invece, la crisi politica aperta dalla Lega di Salvini in pieno agosto, che sembrava dover sfociare in un appuntamento elettorale anticipato, si è inaspettatamente chiusa con la formazione di un nuovo esecutivo formato dal Partito democratico e il Movimento 5 Stelle.

Per spiegare gli opposti esiti governativi, molti commentatori spagnoli hanno evidenziato la mancanza di abitudine ai governi di coalizione che caratterizza il loro Paese rispetto all’Italia. Così, da Madrid si guarda a Roma con un misto di ammirazione e invidia, in quanto i partiti italiani nei decenni di storia repubblicana sono stati in grado di accordarsi per governare insieme in situazioni assai più difficili di quella oggi presente in Spagna. Basta ricordare, tra gli altri, il governo delle astensioni a guida Andreotti, la grande “non-coalizione” di Monti e, per finire, i due governi Conte.

Gli italiani, dicono gli spagnoli, sono abituati a formare coalizioni di governo. Persino nel 1948, quando la Dc ottenne, unica volta nella storia repubblicana, la maggioranza assoluta dei seggi, preferì condividere il governo con altre forze politiche piuttosto che insediare un esecutivo monocolore. In Spagna, invece, dopo il ritorno alla democrazia, nel 1977, non vi è mai stato un governo di coalizione con ripartizione dei ministeri tra partiti diversi, ma solo esecutivi di un solo partito, spesso blindati da solide maggioranze assolute. L’esperienza più simile a un’alleanza sono stati i governi di minoranza del Psoe e del Pp con il sostegno esterno di alcuni partiti regionali, spesso cuciti da accordi di legislatura.

Se il pragmatismo coalizionale dimostrato dall’élite politica italiana è un fatto, cosa c’è dietro l’abitudine a formare governi di coalizione che gli spagnoli ci invidiano? E perché a Madrid non riescono a imitare la nostra esperienza? In fondo, l’instabilità del sistema politico spagnolo esplosa dopo il 2015 risiede proprio nell’incapacità dei partiti iberici di superare gli steccati che li hanno aspramente contrapposti, stringendo accordi di governo simili a quelli italiani.

Dietro a ogni governo di coalizione ci sono strategie competitive e vincoli politico-istituzionali. Se le prime, di solito, sono abbastanza chiare e si concentrano sui maggiori vantaggi o i minori danni che i leader politici si attendono dalle proprie scelte, i secondi tendono a restare nell’ombra. Sgombriamo quindi il campo dalle strategie dei partiti e concentriamoci sui vincoli di tipo politico-istituzionale.

Qui l’articolo completo 

Tra Dio e l’uomo, itinerario matematico nel cristianesimo

Intervista a cura di Antonio Gaspari appaarsa sulle pagine di orbisphera

Mi è capitato di leggere il libro “Dio e l’ipercubo. Itinerario matematico nel cristianesimo” (Editrice Effatà), scritto da Francesco Malaspina, professore al Dipartimento di Scienze Matematiche del Politecnico di Torino. 

Devo confessare di aver scoperto un libro strepitoso. Illuminante nelle ipotesi e nella trattazione, saggio nelle considerazioni.
Mai avrei immaginato di poter comprendere certi assiomi matematici e geometrici leggendoli con gli occhi della fede. E mai avrei immaginato di poter comprendere più a fondo certe verità di fede come l’incarnazione, la resurrezione, la carità, l’amore di Gesù, leggendo un libro con tante formule matematiche.
Non sono riuscito a seguire nei dettagli la parte di matematica e geometria, ma quello che ho letto e compreso mi ha entusiasmato.
Per esempio la spiegazione dell’incarnazione, dove Dio infinito si fa finito, e della Resurrezione, dove il figlio di Dio torna ad essere infinito.
E poi il perdono infinito di Dio che accoglie e si avvicina alla nostra piccolezza.
Per meglio comprendere la bellezza di questo libro così prezioso ho intervistato l’autore.
“Dio e l’ipercubo. Itinerario matematico nel cristianesimo”. Un’indagine e un titolo molto impegnativi. Può spiegare in breve di cosa si tratta?
Vuole essere un tentativo di divulgare qualcosa del pensiero cristiano attraverso la matematica e viceversa. Non si vuole dimostrare nulla sulla ragionevolezza del cristianesimo ma si considera la matematica come una forma d’arte in grado di spiegare e raccontare attraverso analogie.
Il libro si dipana su tre capitoli in ognuno dei quali viene descritta una teoria matematica. Attraverso il dualismo globale-locale vengono parallelamente illustrati alcuni concetti fondamentali del cristianesimo. Trasversalmente in ogni capitolo compare una virtù teologale: nel primo la fede, nel secondo la speranza e nel terzo la carità.
Come si fa a spiegare i passaggi centrali del Vangelo con ipotesi matematiche e geometriche? O meglio, come e dove i numeri, gli insiemi, le equazioni e le figure geometriche s’incontrano con la vicenda di Gesù Cristo?
Gli oggetti matematici non solo hanno a che fare con l’arte ma sono loro stessi opere d’arte e hanno un fortissimo valore evocativo. Si possono dunque adoperare per richiamare concetti teologici e spirituali.
Guardandoli con occhi contemplativi, provo, in modo soggettivo, a tracciare un quadro del cristianesimo.
Sulla mia tavolozza ci sono insiemi, relazioni di equipotenza, spazi metrici, funzioni continue e varietà topologiche, e la tela è il mondo astratto delle idee e dei collegamenti tra di esse. Il bianco, il nero, il blu, il giallo e il rosso sono semplicemente colori ma possono essere distribuiti su una tela per rappresentare un determinato concetto. I suoni sono neutri di per sé ma possono essere organizzati in accordi e in forme per raccontare qualcosa.
Le nozioni matematiche che uso sono state introdotte per rispondere a problemi di tipo scientifico, ma qui vengono adoperate per parlare d’altro semplicemente perché la loro struttura suggeriva analogie.
Già nel primo capitolo lei ipotizza Dio infinito che con l’incarnazione si fa finito. Poi con la Resurrezione il figlio di Dio torna ad essere infinito. In questo contesto può spiegarci come la storia del figlio di Dio si interseca con quella dell’umanità? E in che modo l’uomo può aspirare all’infinito-eternità?
Nella teoria degli insiemi si ha un’infinità di insiemi infiniti e si riesce a dire in modo rigoroso che, se prendiamo due sottoinsiemi finiti dell’insieme dei numeri naturali, anche se uno è molto più grande dell’altro la loro distanza dall’infinito è la stessa. I loro complementari infatti possono essere messi in corrispondenza biunivoca e sono entrambi infiniti dello stesso tipo.
Il nostro struggente bisogno di infinito è disperatamente frustrato: non soltanto non possiamo raggiungerlo ma neppure avvicinarci. Ecco che questo mi dà il pretesto per parlare di Incarnazione: di questo infinito che si posa nel finito colmando questo abisso che non poteva essere attraversato nel senso opposto.
In questo contesto la fede è proprio l’accogliere questo infinito che ci viene incontro gratuitamente facendoci gustare già qui un po’ di infinito.
In quale spazio matematico e geometrico lei colloca l’amore di Dio, la povertà, il perdono?
Il perdono può essere visto proprio in questo viaggio dall’infinito al finito. Dio potrebbe percorrere questo abisso da noi impraticabile, ma poi fermarsi a qualche passo da noi chiedendoci quel piccolo sforzo che saremmo in grado di fare. Invece non è così: Dio sceglie di arrivare fino alla nostra piccolezza (pensiamo alla vocazione di Matteo al banco delle imposte). In questo sguardo di Gesù che chiama c’è un perdono infinito, e se scegliamo di seguirlo siamo chiamati a perdonare senza misura a nostra volta.
Inoltre l’infinito non si limita a raggiungere la nostra piccolezza ma svuota completamente se stesso fino all’insieme vuoto, fino a lasciarsi inchiodare su una croce. Ecco che anche noi siamo chiamati a svuotarci, a vivere la povertà e a donarci radicalmente.
Infine l’amore trinitario è qualcosa che la nostra mente non può contenere (come spiega Sant’Agostino), ma che possiamo provare a cogliere solo localmente nei gesti concreti di carità verso il prossimo e nel servizio. L’oggetto matematico che uso è quello di varietà topologica. Non riesco a spiegarlo in due parole; per darne un’intuizione possiamo pensare che noi ci troviamo sulla terra (quasi sferica) ma localmente, se guardiamo nel raggio di pochi chilometri, abbiamo la percezione di essere su un piano. È quello che fanno le cartine geografiche: rappresentano in modo piano una piccola regione sferica.
Alla fine della lettura del suo libro, mi sono convinto che i linguaggi matematici e geometrici non sono affatto limitati e riduzionisti; al contrario possono dare solidi argomenti all’immaginazione e alla fede. È così?
Certamente, possono aiutare nell’immaginazione e nella contemplazione. Non potrà, però, mai esistere una dimostrazione matematica della resurrezione di Cristo. Ed è bello che sia così, altrimenti non saremmo realmente liberi di credere o meno.
Ci piace un Dio che non usa argomenti inattaccabili e stringenti per convincerci, ma che rispetta profondamente la nostra libertà. La matematica non serve a dimostrarci qualcosa su Dio, ma alcune sue nozioni ci sanno parlare di Lui.

I Partiti personali

Ho sempre pensato che di tutte le possibili forme di violenza quella definita come “simbolica” – di cui dobbiamo il termine al sociologo francese Pierre Bourdieau – sia la più strisciante, infida, pervasiva e nascosta, a volte ammantata da un atteggiamento persino protezionista e addolcito, che la rende ancor più subdola e pericolosa.
Sia cioè il modo per esercitare non tanto un’azione fisica, contro la quale, essendo visibile o prevedibile, si riesce talvolta ad adottare reazioni e contromisure, in poche parole a difendersi, quanto un’influenza apparentemente eterea e impalpabile sulla mente e sui comportamenti delle persone, scontata e subìta con disattenzione o sottostima ma capace di esercitare un dominio semplicemente gestendo in conto terzi un consenso inconsapevole, stabilendo sudditanze e gerarchie di pensiero.

Semplifico subito il concetto e spiego perché sono giunto a questa conclusione.
Come al solito nel ragionamento mi ha aiutato la politica e si tratta di una conclusione che non mi sembra cervellotica ma alla portata di tutti.
Ogni parentesi elettorale, si sa, è un teatrino di mirabolanti invenzioni: promesse, miracoli, scenari onirici, visioni, incantesimi.
Ma è la parentesi più vistosa e invadente di una messinscena che dura tutto l’anno, con la complicità di una televisione ormai gestita dai partiti e magistralmente affinata nella capacità sopraffina di portare i cervelli all’ammasso.
Fin qui nulla di nuovo sotto il sole.

Ma sono i siparietti dei soliti noti che suscitano irritazione.
Quando la politica era una cosa sporca e cattiva i dibattiti congressuali stabilivano la linea da seguire, giusta o sbagliata che fosse: c’era un leader, c’erano le correnti, i colpi bassi e le bucce di banana per far scivolare rovinosamente amici e avversari, c’era il manualetto per attribuire incarichi e prebende interne.
Ma i simboli dei partiti, quelli che l’elettore vedeva nella stucchevole “tribuna politica”e ritrovava poi nelle schede nel segreto dell’urna, rappresentavano le idee: la croce, la falce e il martello, il sole nascente, la fiamma tricolore, la bandiera italiana, l’edera. Erano una cosa pulita, l’iconografia di un’idea, di un valore, ispiravano adesione e senso di appartenenza.

Poi ci sono stati altri alberi, fiori, vele e varie allegorie: ma sempre nei limiti del misurato pudore.
Ecco dunque il problema che pongo: da un po’ di tempo in qua, diciamo da alcuni anni, in quei simboli si sono insinuati dei nomi, come se rappresentassero un valore aggiunto per esprimere meglio la sintesi del pensiero, l’efficacia dell’immagine.
Ma quei nomi non sono solo il rafforzamento di un’idea, sono la rappresentazione simbolica di una volontà neanche tanto occulta di possesso: siano essi il cognome del capo o il logo da lui scelto.

Spiegano, a chi non l’avesse ancora capito, che mentre si predicano trasparenza e democrazia, mettere il proprio nome o un logo, qualche parola nella cornice di un partito significa sancire, legittimare, la regola di un possesso. Il partito è questo, io il suo capo, ergo il partito sono io.

Dietro quei nomi ci sono gerarchie di potere che sottendono gerarchie di pensiero: chi aderisce e vota sa chi comanda, sotto quel simbolo ci sta una ben rigida struttura piramidale di potere e di fedeltà. La gente non dice più voto per il tal partito o per l’altro ma “voto per tizio, caio, sempronio”. Con quali conseguenze pratiche è facile immaginare.
Mi pare si tratti di una concezione feudale e possessiva, personale, persino individualizzata della politica: il partito è “lui”, se ti va è così, altrimenti puoi sempre cambiare padrone.

Trovo aberrante che uno possa anche solo immaginare di essere così in gamba, così moralmente integro, così esemplare da far coincidere la ricchezza e la pluralità delle idee di un movimento politico con l’immagine della propria persona e del proprio nome, da essere addirittura sintesi fondativa del partito stesso.
Una presunzione francamente insostenibile che vale per scissioni, nuovi partiti personali e conversioni, da destra a sinistra, passando per il centro. Senza far nomi.

Istat: nel 2018 scende la pressione fiscale

Nel 2018 il Pil ai prezzi di mercato risulta pari a 1.765.421 milioni di euro correnti, con una revisione al rialzo di 8.439 milioni rispetto alla stima di aprile scorso. Per il 2017 il livello del Pil risulta rivisto verso l’alto di 9.220 milioni di euro. Nel 2018 il tasso di crescita del Pil in volume è pari a 0,8%, con una revisione al ribasso di 0,1 punti percentuali rispetto alla stima di aprile.

Sulla base dei nuovi dati, il Pil in volume è cresciuto nel 2017 dell’1,7%, con una revisione nulla rispetto alla stima di aprile; il tasso di crescita del 2016 è stato rivisto all’1,3% dall’1,1% della stima precedente.

Nel 2018 gli investimenti fissi lordi sono cresciuti in volume del 3,2%, i consumi finali nazionali dello 0,7%, le esportazioni di beni e servizi dell’1,8% e le importazioni del 3,0%.

Il valore aggiunto, a prezzi costanti, è aumentato dello 0,7% nel settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, del 2,0% nell’industria in senso stretto, dello 0,6% nel settore dei servizi e del 2,4% nelle costruzioni.

Per l’insieme delle società non finanziarie, la quota di profitto è pari al 42,2% e il tasso di investimento al 21,3%.

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici ha segnato nel 2018 una crescita dell’1,8% in valore nominale e dello 0,9% in termini di potere d’acquisto. Poiché il valore dei consumi privati è aumentato dell’1,7%, la propensione al risparmio delle famiglie è rimasta quasi stabile, passando dall’8,0 all’8,1%.

L’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil è pari nel 2018 a -2,2 % (-2,4 % nel 2017), con una lievissima revisione in peggioramento (+0,2 punti percentuali) rispetto alla stima pubblicata ad aprile.

Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) è pari all’+1,5 % del Pil

Da Bruxelles la Circular Plastics Alliance

Il 20 settembre oltre 100 partner pubblici e privati che rappresentano a diverso titolo la filiera della plastica hanno sottoscritto la dichiarazione dell’alleanza circolare che promuove best practice per l’economia circolare del settore. La dichiarazione definisce le modalità con cui l’alleanza raggiungerà entro il 2025 l’obiettivo di 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata utilizzata ogni anno per fabbricare nuovi prodotti in Europa. L’obiettivo è stato fissato dalla Commissione europea nella Strategia per la plastica 2018 nell’ambito degli sforzi volti a promuovere in Europa l’economia circolare di questi materiali.

La dichiarazione, sottoscritta da Pmi, grandi società, associazioni di imprese, organismi normativi, organizzazioni di ricerca, autorità locali e nazionali, ha approvato l’obiettivo dei 10 milioni di tonnellate, chiedendo una transizione verso la completa eliminazione dei rifiuti di plastica in natura e l’abbandono della messa in discarica. Le caratteristiche uniche delle materie plastiche le rendono protagoniste del percorso verso un futuro più sostenibile ed efficiente nell’impiego delle risorse. Le plastiche leggere, versatili e resistenti possono infatti aiutare a far risparmiare risorse fondamentali quali energia ed acqua in settori strategici, tra cui imballaggi, edilizia e costruzioni, automobilistico ed energie rinnovabili, per fare solo alcuni esempi. L’uso di materie plastiche negli imballaggi può contribuire inoltre alla riduzione degli scarti alimentari. Per migliorare la circolarità delle materie plastiche, è essenziale adoperarsi affinché un numero sempre maggiore di rifiuti a base di plastica sia recuperato e non finisca nelle discariche o nell’ambiente.

Il documento di Bruxelles chiede di individuare il potenziale inutilizzato, al fine di aumentare la raccolta, la selezione e il riciclaggio dei rifiuti di plastica in tutta l’Ue; la realizzazione di un programma di ricerca e sviluppo per la plastica circolare, nonché l’istituzione di un sistema di monitoraggio trasparente quanto affidabile per tenere traccia di tutti i flussi di rifiuti di plastica nei diversi Paesi dell’Unione. La dichiarazione dell’alleanza resterà aperta sul sito della Commissione europea per tutti coloro vorranno aderire all’iniziativa, in particolare le autorità pubbliche, affinché nel tempo possano esservi molti altri firmatari.

 

Influenza: meno casi ma più aggressivi

Quest’anno le prime previsioni che si possono fare, soprattutto sulla base dell’andamento dell’epidemia nell’emisfero australe , sono per una stagione con meno casi ma più aggressivi, data la presenza dei virus A che di solito danno più complicazioni.

Una malattia può uccidere, soprattutto i soggetti più fragili. D

Soprattutto se vi è la presenza o l’insorgenza di un’entità patologica accessoria durante il decorso clinico,  l’influenza può essere molto pericolosa, e non a caso ogni anno registriamo nel nostro paese 8-10mila morti collegati al virus.

I più a rischio sono i soggetti anziani, o chi ha una malattia preesistente, ma le complicazioni possono riguardare tutti.

Il risveglio dei Popolari alla scuola di Mugnano

A Mugnano, antico borgo di Bomarzo al confine con la Bassa Umbria, ho visto alla prova la volontà di resistenza e di speranza di quel che residua vitalmente dell’area popolare del Pd. Nel corso di formazione della Scuola Aldo Moro, durato tre giorni e largamente partecipato da giovani di varia provenienza, il filo conduttore delle relazioni e dei dibattiti è stato il confronto diretto o indiretto sul futuro del riformismo, specie di quello ispirato ai valori del popolarismo. Oserei dire, senza cattiveria, che lo è stato a livello preterintenzionale, quasi per istinto, in un abbraccio corale con l’inquietudine di chi resta temendo di dover partire o di chi parte sapendo di dover restare.

È merito di Fioroni, amico d’impareggiabile testardaggine, non insignito di titoli od onori e non facente parte di visibili organigrammi, l’aver tenuto a battesimo il concentrato di ribelle amore per l’identità di un “piccolo mondo antico”: il mondo dei democratici irriducibili alla cancellazione di un avamposto identitario nel partito erede di Margherita e Ds. Tanto più, del resto, che una siffatta posizione sentimentale avverte più da presso, a confronto dell’aliena insensibilità di fondo del Pd, l’effetto scisma di Matteo Renzi.

Oggi si fa più complicato e gravoso – Fioroni lo sa bene – un posizionamento che appare pur sempre necessario in quanto funzionale al dialogo tra progressisti e moderati. Come può sorreggersi, d’ora in avanti, questo dialogo? La scissione renziana, spezzando la tradizionale narrazione politologica, s’incarica di confutare l’egemonia della sinistra nel campo della modernità. Al tempo stesso, la crisi del Pd rimane in agenda, ben lontana dall’essere scongiurata per effetto del ritorno al governo o del congedo dal renzismo. L’ostentata sicurezza non rimuove il dato che i sondaggi registrano: comunque la si giri, l’operazione di Italia Vive già ora, a pochi giorni dall’annuncio, toglie voti al Pd e promette di toglierne ancora di più in futuro.

Il compito di Zingaretti è fuoriuscire in fretta dal connubio di iattanza e sgomento, per riuscire a fronteggiare il pericolo del “cambiamento climatico” che incombe sul riformismo democratico. La costituente delle idee diventa un congresso mascherato. Ora, parlare di vocazione maggioritaria non legittima automaticamente la reinvenzione di una soggettività plurale, accogliente e generosa; al contrario, suscita il sospetto che si voglia bloccare il ritorno al proporzionale e imporre un nuovo bipolarismo, ridisegnando perciò la rappresentanza che poggia o può poggiare sullo spazio elettorale attualmente occupato dalla parziale e finora configgente sovrapposizione di Pd e M5S. Per questa strada, sotto i medesimi vessilli della vocazione maggioritaria, verrebbe a configurarsi – non più guardando al centro, ma decisamente a sinistra – la costruzione di una nuova forza politica.

All’orizzonte prende forma questa suggestione. Ciò provocherebbe un ulteriore giro di vite in funzione di una presenza cattolica a carattere pre-politico, adibita cioè a presidiare le tematiche della solidarietà, del disagio sociale, della giustizia e dell’amore. Per il resto, poco o nulla si conserverebbe della identità politica dei popolari. Altro che ospiti paganti e non graditi, come Fioroni si ostina a motteggiare, inascoltato e solitario. Qui siamo al cospetto di un’insidia oggettiva. Il drappello popolare non ha la forza di correggere la spinta che promana dal suggestivo e tuttavia arrischiato “compromesso storico” tra populismo e riformismo. Servirebbe una ristrutturazione politica ed organizzativa in grado di accompagnare la trasformazione del Pd in piattaforma programmatica ed elettorale delle diverse culture riformatrici – neo-socialista, demo-liberale, verde e cattolico democratica. Ma ciò sarebbe, in altri termini, la presa d’atto del venir meno di quanto nell’ottobre del 2006 fu tratteggiato dai tre relatori del convegno di Orvieto (Pietro Scoppola, Roberto Gualtieri e Salvatore Vassallo), ossia l’avvio di un processo di ibridazione dei distinti filoni del riformismo – poi trasvalutato in chiave neo-ulivista da Veltroni nel discorso del Lingotto, nel 2007, all’atto della presentazione della sua candidatura alla guida del nascente Pd.

Non è affatto concepibile che lo scisma di Renzi passi come acqua fresca sulla pelle dei Democratici. E neppure si può immaginare la ripresa dei popolari lungo l’asse di una pragmatica rinegoziazione della loro presenza nel partito. Solo se il Pd cambia, anche in virtù di una sana critica che muova dalla preoccupazione per lo svuotamento della scommessa riguardante il “partito unico dei riformisti”; solo se emerge una visione più matura, per la quale si riconsacra il valore delle culture fondative e si ripensa la forma politico-organizzativa del partito; solo, dunque, se la risposta alla scissione è capace di drenare le ragioni da cui essa prende origine, allora gli spazi si apriranno nuovamente per dare a tutti il modo di riprendere, con vigoria ed entusiasmo, il cammino intrapreso a suo tempo.

Non so quanto debba pesare la fiducia. Certamente l’occasione di Mugnano rivela l’ammontare di queste ed altre considerazioni, tutte sul filo di un instabile equilibrio, capace di reggere fintantoché l’emergenza consista nell’opporre una prima resistenza al sovranismo di Salvini. In ogni caso l’equilibrio muterà e nuove esigenze si presenteranno. Al momento prevale la raffigurazione in chiaroscuro dell’inatteso sommovimento del quadro politico. Sarà però difficile, in prospettiva, eludere la forza e la chiarezza della “questione del centro”. Ai popolari si chiederà pertanto di essere portatori di un codice di riproduzione o meglio di aggiornamento di una politica che per lungo tempo ha nutrito il centro – in verità, secondo De Gasperi, del centro che guarda a sinistra – di valori, speranze e giuste ambizioni. Bisogna guardare avanti e in piena coscienza, dove le circostanze ne dettino le condizioni di agibilità, combattere la buona battaglia nel solco di una grande e ancora viva lezione di democrazia.

Gli Stati Uniti sono “condannati” a restare forti

Articolo già apparso sulle pagine di Servire l’Italia

Tutti parlano dello “spread” dell’Italia, ma pochi parlano dello “spread” degli Stati Uniti, ossia della differenza tra i tassi d’interesse dei titoli di Stato americani e i tassi degli altri paesi, soprattutto della Germania. Siamo all’assurdo che persino i tassi d’interesse dei titoli di Stato italiani sono inferiori a quelli americani. Gli investitori richiedono una maggiore remunerazione per finanziare il debito pubblico dello zio Sam rispetto a quello del Bel Paese, perché lo ritengono più rischioso, pur essendo inferiore a quello italiano, se rapportato al prodotto interno lordo (102% contro il 132%). Possibile che il Paese più forte del mondo debba subire questa costosa umiliazione rispetto all’Italia, che non gode certo di stabilità politica e di buona salute economica? Non solo, ma da diversi anni si assiste anche all’assurdo di vedere il dollaro in piena salute sul mercato dei cambi rispetto a tutte le altre valute.

Questa duplice “assurda stranezza” si spiega con una realtà poco capita o conosciuta. Molti si preoccupano del crescente disavanzo pubblico Usa (il prossimo anno sfonderà per la prima volta i 1.000 miliardi di dollari), ma ben più preoccupante è il crescente disavanzo annuale della bilancia commerciale americana (ormai vicino ai 700 miliardi di dollari), che contribuisce a inondare il mondo di dollari. È la conseguenza di un fenomeno iniziato nei lontani anni ’50, quando le grandi imprese statunitensi decisero di diventare “multinazionali” per aumentare il loro fatturato e i loro profitti. Fu una decisione che con il tempo, inevitabilmente, ha contribuito a ridurre le esportazioni dei prodotti americani (basti pensare a quanta Coca Cola si produce fuori dagli Stati Uniti) e ad aumentare il disavanzo commerciale.

L’enorme importo dei dollari usciti è poi in parte rientrato, ma non più di proprietà degli americani, bensì dei creditori stranieri, che li hanno investiti in titoli di Stato Usa e in attività acquistate in casa dello zio Sam (azioni e immobili). Si è così arrivati negli ultimi 10 anni a quintuplicare la differenza tra le attività possedute all’estero dagli Stati Uniti e le attività possedute dagli stranieri negli Stati Uniti. Infatti nel 2010 gli americani avevano all’estero beni per $19,8 trilioni e gli stranieri negli Usa per $21,8 trilioni (disavanzo Usa di $2 trilioni). Nel 2019 siamo, rispettivamente, a $27,1 trilioni e a $37,1 trilioni (disavanzo Usa di $10 trilioni). Paradossalmente a questo disavanzo ha contribuito anche la forza del dollaro negli ultimi anni, perché ha rivalutato gli investimenti stranieri negli Usa (specialmente della Cina) e ha svalutato quelli americani all’estero.

Ecco perché gli Stati Uniti sono “condannati” a essere forti. Una loro eventuale debolezza politica ed economica farebbe venire meno la fiducia nei loro creditori esteri e sarebbe… la fine del mondo. Ecco perché lo “spread” Usa è superiore persino a quello dell’Italia. Se il re dollaro fosse detronizzato, tutto il mondo ne pagherebbe le conseguenze. La paura dei creditori stranieri lo rende forte… La paura dei creditori dell’Italia ha colpito Salvini. La paura dei creditori stranieri colpirà anche Trump?

Usa, la Fed taglia i tassi di interesse di un quarto di punto

La Fed ha annunciato il secondo taglio dei tassi d’interesse del 2019. Il costo del denaro scenderà di un altro quarto di punto, posizionandosi tra l’1,75 per cento e il 2 per cento. La Banca centrale americana attende un ulteriore sforbiciata entro la fine dell’anno. Obiettivo: contrastare l’aumento dei rischi per l’economia.

Un doppio taglio dei tassi di interesse americani non si vedeva dalla grande crisi del 2008. La decisione è stata presa con sette voti favorevoli su dieci, segnale dei ferventi contrasti in seno ai vertici della banca statunitense. Secondo Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, l’andamento positivo dell’economia non basta. “L’economia Usa continua ad andare bene, ma assistiamo a un rallentamento globale del commercio, con incertezze legate anche all’aumento dei dazi”.

La decisione della Federal Reserve, però.non è piaciuta a Donald Trump, che nelle scorse settimane aveva chiesto un taglio più forte con l’obiettivo di portare il costo del denaro vicino o sotto lo zero.

La battaglia di Greta

Cento miliardi di euro entro il 2030. È quanto la Germania stanzierà per la protezione del clima e la transizione energetica. Obiettivo: diventare climaticamente neutrali da qui a al 2060. Dunque qualcosa si muove nell’apparente indifferenza delle istituzioni.

Troppo alto il rischio che sta correndo il Pianeta, troppo vicino il baratro largamente preannunciato dagli scienziati. Milioni di giovani di tutto il mondo – dall’Australia al Giappone, dall’Africa all’Europa – si sono riversati  per le strade iniziando lo “sciopero per il clima”.

150 Paesi mobilitati sul tema; il 50% dei cittadini UE che sacrificherebbe la crescita pur di proteggere il clima; il 74% degli italiani che si dichiara propenso a rendere il cambiamento climatico centrale nell’azione di governo… Greta Thunberg – la 16enne attivista svedese che con le sue proteste silenziose ha creato un vero e proprio movimento popolare in difesa dell’ambiente – la sua battaglia l’ha già vinta. “Uniamoci dietro la scienza”, ha tuonato. Sa che non é piu’ tempo di tentennamenti. Ora lo sanno pure i cittadini. E forse lo ha capito anche la politica.

Torino “adotta” il Po d’aMare e avvia la prima sperimentazione di prevenzione del river litter progettata anche per grandi nuclei urbani.

Parola d’ordine: prevenzione. Fiumi puliti per mari puliti e il Po con i suoi 652 km, 4 Regioni e 13 Province attraversate, è il corso d’acqua che meglio si presta a operazioni di raccolta, recupero e riciclo dei rifiuti, in plastica in particolare, prima che arrivino al mare.

Gran parte dei rifiuti marini (circa l’80%) proviene infatti dalla terraferma e raggiunge il mare prevalentemente attraverso gli scarichi urbani e i corsi d’acqua.
La presenza di rifiuti sulle spiagge e nei mari disincentiva il turismo, colpisce la pesca e la nautica con un impatto economico stimato dall’Unep (United Nations Environment Programme) in 13 miliardi di dollari l’anno.

La messa in opera del progetto Il Po d’aMare a Torino è l’evoluzione della precedente attività di intercettazione, raccolta e riciclo svoltasi in prossimità del delta del fiume nel 2018, ma con un elemento strategico ulteriore: è il primo caso di sperimentazione localizzata all’interno di un grande nucleo urbano. Le barriere infatti sono posizionate in zona Murazzi, proprio in prossimità del centro storico, fra i ponti Vittorio Emanuele I e Umberto I.

Modena: I Cori del mattino e della sera

E stata inaugurata a Nonantola, nel portico abbaziale del museo benedettino,  la mostra “Selah! per sempre”: ove sono state esposte 25 opere – dipinti, sculture, litografie, disegni per la maggior parte inediti – appartenenti alla raccolta d’arte di don Casimiro Bettelli.

Sacerdote, poeta, intellettuale e uomo di cultura, don Bettelli alla sua morte nel 1998 lasciò in eredità all’arcidiocesi di Modena-Nonantola la sua collezione, il suo archivio personale e la sua biblioteca “per la promozione culturale del clero”. Anche il titolo riecheggia un’opera di don Bettelli, “I Cori del mattino e della sera”, componimento poetico scritto nel 1950-52, in cui il poeta evoca la comunione tra l’uomo ed il creato.

L’evento – curato dall’Ufficio beni culturali della diocesi di Modena e dal museo benedettino e diocesano d’arte sacra, in collaborazione con l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – sarà il primo degli appuntamenti previsti in Abbazia per celebrare a livello diocesano la Giornata nazionale per la Custodia del Creato.

In 10 anni sottratti alla sanità pubblica 37 miliardi

La Fondazione GIMBE pubblica un report sul definanziamento 2010-2019 del SSN al fine di stimare, al di là dei proclami, la reale entità delle risorse necessarie a rilanciare la sanità pubblica.

Il finanziamento pubblico è stato decurtato di oltre € 37 miliardi, di cui circa € 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie ed oltre € 12 miliardi nel 2015-2019, quando alla sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate per esigenze di finanza pubblica.

 In termini assoluti il finanziamento pubblico in 10 anni è aumentato di € 8,8 miliardi, crescendo in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua (1,07%).
 Il DEF 2019 ha ridotto progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022.
 L’aumento del fabbisogno sanitario nazionale per gli anni 2020 (+€ 2 miliardi) e 2021 (+€ 1,5 miliardi) è subordinato alla stipula tra Governo e Regioni del Patto per la Salute 2019-2021, tuttora al palo.

 I dati OCSE aggiornati al luglio 2019 dimostrano che l’Italia si attesta sotto la media OCSE, sia per la spesa sanitaria totale ($3.428 vs $ 3.980), sia per quella pubblica ($ 2.545 vs $ 3.038), precedendo solo i paesi dell’Europa orientale oltre a Spagna, Portogallo e Grecia. Nel periodo 2009-2018 l’incremento percentuale della spesa sanitaria pubblica si è attestato al 10%, rispetto a una media OCSE del 37%.
– Tra i paesi del G7 le differenze assolute sulla spesa pubblica sono ormai incolmabili: ad esempio, se nel 2009 la Germania investiva “solo” $ 1.167 (+50,6%) in più dell’Italia ($ 3.473 vs $ 2.306), nel 2018 la differenza è di $ 2.511 (+97,7%), ovvero $ 5.056 vs $ 2.545.

Per comprendere meglio il dramma dei migranti

Articolo già apparso sulle pagine del”Osservatore Romano a firma di Francesco Ricupero 

Si intitola «Umanità InInterRotta» l’itinerario di un gruppo di giovani, guidati da un sacerdote scalabriniano, che in questi giorni stanno attraversando alcuni Paesi europei per sensibilizzare le popolazioni sul dramma dei migranti. Zaino in spalla, padre Jonas Donazzolo, insieme a Paola Tellatin, Davide Pignata, Martina Cociglio, Milena Baretta, Simone Garbero, Valentina Scala, Miriam Casetta e la giovane fotografa Barbara Beltramello stanno facendo un viaggio attraverso i confini di terra della rotta balcanica, dalla frontiera tra la Siria e la Turchia fino all’Italia. Sono partiti il 6 settembre scorso da Gaziantep, in Turchia, e concluderanno il loro itinerario mercoledì 25 settembre a Trieste. 

L’iniziativa vuole essere «un grido di solidarietà nei confronti di quelle vite migranti sospese ai confini e spesso dimenticate dall’Unione europea», «un racconto di piccole scintille di speranza portate da coloro che, quotidianamente, si impegnano al loro fianco» e «una denuncia di diritti calpestati, di attese infinite e di tacite violenze, da diffondere presso le organizzazioni internazionali, gli enti, le associazioni, le scuole e la società civile europea». 

Quotidianamente sulla pagina Facebook di “Via Scalabrini 3” — il programma di animazione giovanile interculturale promosso dai missionari di san Carlo (scalabriniani) — il gruppo in cammino condivide foto, immagini, pensieri, riflessioni e aggiornamenti sull’itinerario. 

L’idea di «Umanità InInterRotta» — si legge nel sito viascalabrini3.com — nasce dal desiderio di farci migranti con i migranti, cercando in prima persona di accorciare le distanze tra chi, come noi, possiede un passaporto che ci apre ogni confine e possibilità e chi, invece, sogna l’Europa, ma trova solamente una via sbarrata da muri, respingimenti violenti e attese infinite in campi profughi o in insediamenti di fortuna. «Vogliamo percorrere i passi dei migranti nel loro cammino verso l’Europa, incontrando le persone e le comunità che vivono nelle terre di transito e conoscendo le buone pratiche di accoglienza e di inclusione messe in opera da chi, nonostante le difficoltà, cerca di aprirsi alla solidarietà e costruire ponti. Con il nostro racconto, testuale e audiovisivo vogliamo contribuire a dare voce alle vite bloccate ai confini e costruire percorsi di solidarietà anche attraverso il volontariato». 

«Più di una settimana fa — raccontano i giovani scalabriniani sulla pagina Facebook — atterravamo a Gaziantep, grande città a sud della Turchia, a poche decine di chilometri dal confine con la Siria. Lì un quarto della popolazione è composta da siriani: quasi 500.000 persone, un record in un Paese che è il primo al mondo per presenza di rifugiati. A Gaziantep abbiamo ascoltato storie e conosciuto persone, racconti di guerra, bombe, abusi, fuga, speranze per il futuro, ottimismo e pessimismo. Quale futuro per i siriani lì a due passi dal confine di uno Stato diviso tra potenze? Torneranno a casa quando finirà la guerra? La guerra finirà? O andranno in Europa o in America o in Australia?». 

I ragazzi hanno incontrato anche decine di Organizzazioni non governative che forniscono aiuti umanitari ai rifugiati siriani. A Kirsehir, una cittadina nel centro dell’Anatolia, hanno avuto il piacere di conoscere due missionarie comboniane inviate per stare accanto alle famiglie siriane. A Smirne, hanno parlato con i volontari di una ong che lavora con i migranti nel quartiere Basname. Questa è la zona in cui ci si accorda con i trafficanti per attraversare il mare e arrivare in Grecia. Rischiando la vita. «Abbiamo lasciato la terra turca anche noi sul mare — dicono — ma su di un comodo traghetto turistico, con in mano i nostri passaporti che ci hanno portati in meno di un’ora sull’isola di Samos, in Europa». 

Dopo Gaziantep, Kirsehir, Smirne (Turchia), Samos, Atene, Salonicco (Grecia), e Skopje (Macedonia) Belgrado (Serbia), Sarajevo, Velika Kladusa e Bihać (Bosnia ed Erzegovina), padre Jonas insieme a Paola, Davide, Martina, Milena, Simone, Barbara, Valentina e Miriam andranno a Zagabria (Croazia), Lubiana (Slovenia), e infine a Trieste.

Fioroni e la scuola di Mugnano: I giovani guardano al futuro

A riprova che l’Italia è un Paese d’incomparabile bellezza, il borgo di Mugnano svela il volto del nostro Medioevo a ridosso del Rinascimento. Attuale frazione di Bomarzo, famosa per i “Mostri”, il piccolo insediamento collinare ha fatto da cornice in questi giorni (19-21 al Corso di Formazione politica organizzato dal Centro studi Aldo Moro. I ragazzi, più di ottanta, sono venuti da tutt’Italia: un’occasione per tuffarsi, prima di riprendere gli studi, nei problemi della vita pubblica.

Chi ha tenuto a battesimo la Scuola è stato Giuseppe Fioroni. Più volte il Ministro della Pubblica Istruzione nel secondo Governo Prodi ha ripetuto che l’urgenza, dal suo punto di vista, sta nel “fare cultura” per dare al cattolicesimo democratico nuova linfa. La tenacia è stata ben ripagata, i ragazzi hanno vissuto giornate molto intense, dato il programma così ricco di protagonisti e suggestioni. A giudizio di molti anche la concentrazione dei partecipanti nel corso dei vari appuntamenti ha rivelato un interesse sincero e appassionato. In un tempo segnato dal distacco dalla politica, Mugnano ha rincuorato gli organizzatori – un grande lavoro, un indiscutibile successo.

Nei dibattiti della tre giorni è risuonato l’interrogativo sulla opportunità della scissione di Renzi. Guerini, Bonafé, Sassoli hanno fatto argine, con le loro argomentazioni, alle pretese di ridurre il Pd al partito di “bandiera rossa”, tale cioè da legittimare la reazione di Renzi in chiave scismatica – il copyright è di Bettini. Si sta dentro, hanno ricordato i tre autorevoli ospiti, con la volontà di arricchire ed estendere la visione plurale del partito. Nessuno nega la preoccupazione di un rimpicciolirsi dell’autentica vocazione riformista del Pd, ma la decisione di rompere può solo produrre un “rimbalzo tecnico” a favore del momento nostalgico dei fautori del posizionamento nel vecchio filone del socialismo italiano ed europeo.

A me piace sottolineare, a conclusione del Corso, che Fioroni fa bene ad insistere sulla necessità di un reale pluralismo nel Pd. Il rischio di un irrigidimento, specie dopo la scissione, è alto. Non ha futuro un partito che disdegna il valore delle sue giovani origini e piega in direzione di un percorso a ritroso, per riannodare i fili della tradizione socialista, dimentico dell’apporto devisivo – non pietrificato ma vivo – del popolarismo e più in generale del cattolicesimo politico. Mugnano è un segno di speranza; non di una speranza, tuttavia, disarmata e irriflessiva. Ai giovani non va tolta, magari per un eccesso di residuo ideologismo, la voglia di costruire cose nuove, certamente con sensibilità e strumenti nuovi.

Vale la pena, dunque, nutrire fiducia nel fatto che la vitalità di una testimonianza generosa, come quella registrata attorno alla iniziativa del Centro Studi Aldo Moro, possa essere raccolta dai vertici del partito. Non mancherà di sicuro l’attenzione di Nicola Zingaretti.

Che cosa ci dice oggi la Luna?

Articolo già apparso sulle pagine di Civiltà Cattolica a firma di Antonio Spadaro 


50 anni fa, il 20 luglio 1969, la prima orma umana veniva impressa sulla Luna. Il fascino di questo globo luminoso non ha mai perso il mistero della sua presenza.

Questo nuovo «Punto» indaga, tra letteratura, cinema e magistero dei papi, la densità simbolica e spirituale della Luna.

In particolare, ricorda che dopo l’allunaggio la nostra rivista – in una cronaca a fir­ma di p. Giovanni Rulli nell’agosto del 1969, dal titolo «Grandezza e limiti di un’impresa» – insistette sul fatto che l’uomo si è rivelato nella grandezza della sua dignità in un’impresa che ha «dato all’umanità un obiettivo comune, un motivo di orgoglio e di esaltazione che non conosce frontiera». E riconosceva questo passo come un’occasione di «fraternità» universale e di «elevazione culturale e spirituale». Alla fine degli anni Sessanta le tensioni sociali e politiche erano enormi, ma era ancora viva la speran­za dei singoli e dei popoli. Il piede di Armstrong era diventato il simbolo di nuove opportunità che si spalan­cavano sugli schermi del salotto di casa. Quel momento sembra smarrito.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • In un mondo così diviso e in balìa di tensioni che configurano una guerra mondiale «a pezzi», siamo ancora in grado di compiere gesti di impatto globale che diano «all’umanità un obiettivo comune, un motivo di orgoglio e di esaltazione che non conosce fron­tiere» (san Paolo VI)? E quali potrebbero essere questi gesti?

Qui l’articolo completo 

L’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada aumenta i falsi

Crollo devastante delle esportazioni di Grana Padano e Parmigiano Reggiano in Canada che si sono ridotte praticamente di 1/3 (-32%) scendendo a soli 1,4 milioni di chili nel primo semestre del 2019, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat divulgata a due anni dell’entrata in vigore in via provvisoria dal 21 settembre 2017 dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada (Ceta), nonostante sia stato ratificato ad oggi da appena 15 Paesi Europei su 28.

Come prospettato, la diffusione del falso Made in Italy ha ridotto lo spazio ai prodotti originali dall’Italia e lo dimostra – sottolinea la Coldiretti – il fatto che il Canada festeggia l’anniversario con la produzione nel primo semestre del 2019 di ben 6,3 milioni di chili di falso Parmigiano Reggiano (Parmesan), in aumento del 13% rispetto allo stesso periodo del 2018, di 4,5 milioni di ricotta locale, di 1,9 milioni di chili di Provolone taroccato ai quali si aggiungono addirittura 74 milioni di chili di mozzarella e ben 228mila chili di un non ben identificato formaggio Friulano, che certamente non ha nulla a che vedere con la Regione più a Nord est d’Italia.

In altre parole oggi sono falsi otto pezzi di Parmigiano su dieci senza considerare peraltro i tarocchi che arrivano da altri Paesi sul mercato canadese con l’accordo Ceta che ha legittimato per la prima volta nella storia dell’Unione Europea le imitazioni del Made in Italy a partire dal Parmigiano Reggiano, che può essere liberamente prodotto e commercializzato dal Canada con la traduzione di Parmesan. Ma è anche possibile produrre e vendere Gorgonzola, Asiago e Fontina, mantenendo una situazione di ambiguità che rende difficile ai consumatori distinguere il prodotto originale ottenuto nel rispetto di un preciso disciplinare di produzione dall’imitazione di bassa qualità.

Un precedente disastroso che – continua la Coldiretti – è stato riproposto negli altri accordi successivi, da quello con il Giappone a quello con il Messico fino al negoziato drammaticamente concluso con i Paesi del Mercosur che sono grandi produttori di formaggi italiani taroccati.

Ad essere colpito è l’intero settore caseario nazionale che nel semestre fa registrare complessivamente un crollo in quantità esportate in Canada del -32% con punte negative del -33% per il Provolone, del – 48% per il gorgonzola, del -46% per il pecorino romano ed il fiore sardo e del -44% per Asiago, Caciocavallo, Montasio e Ragusano, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat relativi al primo semestre del 2019. Una situazione in netta controtendenza rispetto a quello che avviene sui mercati mondiali dove il settore caseario nazionale fa registrare una crescita del 7% e raggiunge il massimo di sempre nel semestre considerato.

Tra i prodotti che subiscono un vero e proprio crollo c’è anche un altro campione del Made in Italy come l’olio di oliva che nel primo semestre del 2019 fa registrare un brusco calo delle esportazioni in Canada pari al 20% nelle quantità e al 27% in valore, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Al contrario aumentano di quasi 9 volte la quantità di grano importato dal Canada in Italia nel primo semestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, per un totale di 387 milioni di chili. Il balzo delle importazioni – sottolinea la Coldiretti – è favorito dalla concorrenza sleale di prodotti che non rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale vigenti nel nostro Paese con il grano duro canadese che viene trattato con l’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate sul territorio nazionale dove la maturazione avviene grazie al sole.

A preoccupare – sottolinea la Coldiretti – sono anche le conseguenze sulle importazioni di carne canadese visto che nel Paese nord americano per l’alimentazione degli animali è consentito l’uso di derivati di sangue, peli e grassi trattati ad alte temperature, senza indicazione in etichetta, un sistema che in Europa è vietato da oltre venti anni a seguito dello scandalo della mucca pazza. Proprio quell’emergenza – afferma la Coldiretti – è costata all’Italia e all’Europa un pesante bilancio in termini di perdite di vite umane, costi sociali ed economici, con il panico che si era diffuso fra i consumatori mentre carcasse di mucche e vitelli bruciavano in enormi roghi per arginare l’epidemia. “Adesso dopo che abbiamo superato quella situazione, messo in sicurezza le famiglie e il sistema produttivo con una rete di controlli e garanzie fondamentali per la tranquillità di tutti, non possiamo certamente tornare indietro su temi così delicati che riguardano la salute dei consumatori” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

“La presenza sui mercati esteri è vitale per il made in Italy ma negli accordi di libero scambio va garantita reciprocità delle regole e salvaguardata l’efficacia delle barriere non tariffarie perché non è possibile agevolare l’importazione di prodotti ottenuti secondo modalità vietate in Italia” ha continuato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre lavorare per una profonda revisione dell’accordo che tuteli il Made in Italy dalla concorrenza sleale e garantisca ai consumatori la sicurezza alimentare”.

“Gli accordi di libero scambio siglati dall’Unione Europea devono rappresentare una priorità per il nuovo Governo affinchè sia garantito che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute” conclude il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel precisare che “il settore agricolo non deve diventare merce di scambio degli accordi internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto sul piano economico, occupazionale e ambientale sui territori.”

CROLLA L’EXPORT DEI FORMAGGI ITALIANI IN CANADA

Parmigiano Reggiano e Grana Padano – 32%
Provolone – 33%
Gorgonzola – 48%
Fiore sardo e Pecorino romano – 46%
Asiago, Caciocavallo, Montasio e Ragusano – 44%
TOTALE FORMAGGI -32%
Fonte: analisi Coldiretti su dati Istat relativi al primo semestre del 2019

Parlamento Ue: Una giornata per il multilinguismo

Il prossimo 28 settembre: il Parlamento apre le porte a tutti per vedere di persona con quali modalità ci si comprenda e si lavori pur parlando così tante lingue diverse, per incontrare interpreti e traduttori del Parlamento, per ascoltare il loro racconto e vedere come lavorano nella sala plenaria dell’emiciclo.

“La diversità linguistica e culturale è uno dei punti di forza dell’Europa e si inserisce nei trattati europei come valore fondamentale”, spiega una nota del Parlamento Ue. Sono state predisposte una serie di attività in emiciclo a Bruxelles, con cui scoprire in prima persona “l’importanza e l’impatto della comunicazione multilingue”.

Si potranno registrare podcast, si potrà provare a fare l’interprete in uno degli stand o a tradurre uno dei testi del Parlamento; con gli interpreti si potranno scoprire i “trucchi del mestiere” o capire come si arriva a fare quel lavoro. Attività dedicate al multilinguismo saranno predisposte anche nella Casa della storia europea, sempre a Bruxelles.

Intesa #plasticfree dell’Appennino: i Comuni protagonisti della svolta sostenibile

E’ stata consegnata al titolare dell’Ambiente Sergio Costa, la tavola #plasticfree firmata da Comuni, Regioni e Parchi dell’Appennino, un’intesa tra istituzioni di tutto il Paese che ha come denominatore lo sviluppo sostenibile dei territori. L’adesione alla campagna #plasticfree è stata promossa dal Mattm con l’impegno dei Comuni aderenti di ridurre al massimo l’utilizzo della plastica monouso guardando all’economia circolare e alla svolta ecologica per la salvaguardia ambientale.

Le materie plastiche sono l’85% dei rifiuti marini trovati lungo le coste, sulla superficie delle acque o sul fondo degli oceani. Ogni anno vengono prodotti a livello mondiale 300 milioni di tonnellate di materie plastiche, di cui almeno 8 milioni finiscono negli abissi. Le microplastiche rappresentano inoltre un ulteriore problema per la gestione dei rifiuti marini poichè possono trovarsi nei prodotti cosmetici e in quelli per l’igiene personale. Esse variano per dimensioni, ma si tratta in genere di particelle di plastica inferiore ai 5 millimetri, che possono quindi passare con facilità attraverso i filtri delle acque reflue, rendendo impossibile il loro recupero una volta in mare.

Dal 1° gennaio 2019 è stato vietata la vendita sul territorio nazionale dei bastoncini per la pulizia delle orecchie in plastica (possono essere solo biodegradabili). Dal prossimo anno sarà, inoltre, vietato mettere in commercio prodotti cosmetici che contengano microplastiche. Dal 16 gennaio 2018 la Commissione europea ha poi adottato la “Strategia per la plastica” al fine di rendere riciclabili tutti gli imballaggi di plastica nell’Ue entro il 2030; affrontare la questione delle micro plastiche in particolare di quelle aggiunte intenzionalmente nei prodotti che dovrebbero essere bandite. Una delle misure presentate dalla Commissione europea nell’ambito della strategia prevede il bando di bastoncini per la pulizia delle orecchie, posate, piatti e cannucce di plastica monouso. Entro il 2025, inoltre, gli Stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande.

“La tavola ricevuta rappresenta un impegno concreto di decine di Amministrazioni di tutta Italia che ringrazio per il lavoro che quotidianamente svolgono sui loro territori – ha detto il titolare dell’Ambiente, Sergio Costa – sono felice che le comunità dell’Appennino abbiano recepito con tale entusiasmo il lavoro avviato dal Ministero. Guardiamo con impegno al futuro di questi territori puntando a una complessiva riscoperta dell’Appennino – sottolinea Costa – stiamo procedendo per rendere operativo il Piano di Sviluppo Sostenibile della Dorsale a partire dalla mappatura della Ciclovia Appenninica, la direttrice cicloturistica che permetterà di rendere queste aree accessibili in modo slow e di innescare uno sviluppo organizzato del territorio”.

Sulla stessa linea il direttore generale Vivi Appennino, Enrico Della Torre, che ha tenuto a sottolineare come di fatto cresca “l’intesa tra tutti i soggetti coinvolti e la consapevolezza da parte dei territori che unendo le forze sarà possibile valorizzare una destinazione con una forte valenza turistica ed ambientale. E’ il momento di procedere con gli ultimi passaggi per rendere visibile il percorso della ciclovia per poi innescare lo sviluppo di queste aree. Dalle Regioni stiamo ricevendo risposte positive con già il via libera dell’Emilia Romagna a procedere con la revisione dell’itinerario. Nelle prossime settimane concluderemo gli accordi con le altre tredici Regioni al fine di produrre per la prossima estate tutta la documentazione necessaria che permetterà al Ministero delle Infrastrutture di predisporre il bando di gara per posizionare la cartellonistica”.

Questa iniziativa è sostenuta da numerose associazioni nazionali tra cui la Federazione ciclistica italiana, Credito Sportivo, Legambiente, Alleanza mobilità dolce, Centro turistico giovanile, Unione nazionale pro-loco italiane, Italia nostra, Touring club italiano, La Transumanza, Federazione italiana ambiente bicicletta e Associazione italiana cultura e sport.

In Francia test clinici ‘selvaggi’ su malati di Alzheimer

350 malati di Parkinson e Alzheimer sono stati sottoposti a sperimentazioni cliniche non autorizzate, definite dalla Ministra della salute Agnès Buzyn, in un articolo di France Inter, un “pesante errore” che costerà caro ai colpevoli. L’Ansm, Agenzia francese per la sicurezza dei medicinali, ha già sporto denuncia bloccando nel frattempo i pericolosi test.

I malati sono stati coinvolti in una sperimentazione illegale da un ente creato dai professori Jean-Bernard Fourtillan e Henri Joyeux, il ‘Josefa Fund’.

I test sono stati eseguiti in un’abbazia nei pressi di Poitiers, somministrando ai malati farmaci sotto forma di cerotti, contenenti derivati della melatonina (valentonina e 6-méthoxy-harmalan), i cui effetti sono sconosciuti, a insaputa dell’Ansm. Dopodiché i pazienti sono stati sottoposti a prelievi di sangue.

Perché non candidare Conte a Roma al posto di Gentiloni?

Articolo già apparso sulle pagine dell’huffingtonpost

Ora, seppur all’interno di un contesto come quello che caratterizza la situazione politica italiana, qualche barlume di chiarezza può essere utile per orientare e condizionare lo stesso dibattito pubblico. Pur dovendo fare i conti con una cornice politica, appunto, destinata a mutare in continuazione e senza più potersi appellare alla coerenza e alla trasparenza dei comportamenti come bussola per orientarsi e tracciare una linea.

Ma, se c’è un aspetto – tra i tanti – su cui adesso molti osservatori e militanti pollici, compreso chi scrive, si esercitano quotidianamente e non solo da un mese, è quello di creare tutte le condizioni affinché riparta quel progetto politico che comunemente viene definito come un “centro che guarda a sinistra”. Recuperando uno dei pochi slogan degasperiani che però ha segnato, in contesti diversi e in fasi storiche altrettanto diverse fra di loro, l’intero cammino politico e culturale del cattolicesimo democratico, popolare e sociale nel nostro paese.

Un progetto che, però, continua ad essere straordinariamente moderno a prescindere dal vento trasformistico e dai tatticismi esasperati che attraversano orizzontalmente la politica italiana. Perché un “centro che guarda a sinistra” resta l’impegno prioritario per chi non si rassegna al triste epilogo del centro sinistra. E, soprattutto, resta un impegno decisivo per quella tradizione politica, culturale, etica e programmatica che va sotto il nome del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Non c’è progetto più credibile e coerente per chi vuol costruire, senza trasformismi e tatticismi indigeribili, un’alternativa a un centro destra altrettanto credibile, coerente e affidabile sotto il profilo democratico e costituzionale.

Sotto questo versante, è stata una notizia forte e dirompente quella annunciata dal Presidente del Consiglio Conte alla Festa di Articolo 1 a Roma di essere un esponente politico che riconduce la sua “formazione alla sinistra” con una cultura ispirata al “cattolicesimo democratico e al cattolicesimo sociale”.

Ora, noi sappiamo chi sono stati, nella storia, i grandi punti di riferimento politico e culturale di questa tradizione. Per fermarsi al cattolicesimo sociale non riconducibile alla storia e all’esperienza della sinistra comunista e socialista, il pensiero corre immediatamente alla sinistra sociale di Forze Nuove della Democrazia Cristiana interpretata e rappresentata con autorevolezza e prestigio per molti anni da uomini come Carlo Donat-Cattin e Guido Bodrato. Una tradizione che conserva, tuttora, una bruciante attualità e una forte contemporaneità. Del resto, cresce la domanda in molte aree sociali e culturali del paese, e non solo nell’arcipelago cattolico, di dare una rappresentanza, seppur non più autonoma e solitaria, a queste istanze politiche e culturali.

Ma, per restare all’oggi, credo che anche alla luce delle considerazioni svolte dal Presidente Conte alla festa di Articolo 1, non si possa non prendere in seria considerazione la proposta, maturata nel movimento cattolico democratico e popolare Rete Bianca, di avanzare la candidatura dello stesso Conte alle prossime suppletive Roma per sostituire il deputato uscente Gentiloni. E questo per due motivi sostanziali.

Innanzitutto smentire, nei fatti, che il primo ministro continua a non essere un eletto. Un elemento, questo, che non viene imposto da nessuna legge o regolamento ma che contribuirebbe, semmai, a rafforzare anche politicamente la figura del Presidente del Consiglio. E, in secondo luogo, una sua candidatura contribuirebbe anche a qualificare quel “centro che guarda a sinistra” concretamente, senza ulteriori cambiamenti politici mensili o piroette improvvise.

Per questi semplici motivi la candidatura a Roma del Premier potrebbe rivestire un grande significato politico e culturale e potrebbe anche ipotecare un progetto politico che deve ancora essere costruito, definito e perfezionato anche se è fortemente richiesto e gettonato.

Italia viva e il consenso “non votante”

L’operazione lanciata nei giorni scorsi da Matteo Renzi non è facilmente inquadrabile, almeno dal punto di vista dei non “addetti ai lavori” della politica. Non si tratterebbe, in questo caso, di una semplice operazione di Palazzo (come tante scissioni nel passato anche recente) ma del tentativo di dare voce e rappresentanza a istanze politiche “moderate”, fin qui strette tra il governo giallo-rosso (a trazione M5S) e il sovranismo leghista. Il modello politico renziano sembra essere Macron: non a caso gli europarlamentari di “Italia viva” sono destinati prima o poi a lasciare il PSE per confluire nel gruppo guidato dal Presidente francese. È un’operazione legittima e forse anche interessante.

Nello stesso tempo, però, non basta guardare al centro dello schieramento politico per avere un bacino elettorale sicuro. Tanti elettori di centrosinistra – è il ragionamento di Aldo Cazzullo sul Corriere – “consideravano Fini nel complesso migliore di Berlusconi: ma non per questo votavano Fini”. Lo stesso Cavaliere (sempre sul “Corriere della Sera”) si affretta a disconoscere presunte “paternità renziane”. Il Premier Giuseppe Conte, benedetto dai sondaggi e dagli indici di gradimento, ha una compagnia di giro dove gli attori aumentano e il copione diventa più complicato. Bisogna sempre aggiungere un po’ di parti in commedia, con la cassa quasi vuota e il pubblico che rumoreggia.                           

Un ex Premier, Romano Prodi, avanza dubbi perfino sul nome: “Italia viva? Bellissimo nome. Un mio amico lo propose per uno yogurt, forse per via dei fermenti vivi. Il problema è che lo yogurt ha una data di scadenza ravvicinata e questo per un partito può essere un problema”. 

Quindi proprio non si capisce, dal punto di vista dell’uomo della strada, a quale bacino elettorale Italia viva intende riferirsi, se non alla vasta area del consenso “non votante”. Quello che, probabilmente, convinse Mario Monti a “salire in politica”, attratto dal miraggio di Scelta Civica accreditata di un (potenziale) 20%. Il partito personale (Renzi, Calenda) è anche un anticipo di proporzionale puro. Ci si presenta divisi alle elezioni, ognuno alla guida del suo partitino, poi si vedrà in Parlamento. Non c’è ancora la riforma, ci sono già le conseguenze. Eppure il sistema elettorale maggioritario sopravvive (anche piuttosto bene) nelle regioni e soprattutto nelle città, dove il doppio turno va a consacrare un sindaco che è riconosciuto da tutti e che (quasi sempre) riesce a concludere felicemente il mandato. La forza delle autonomie locali sta anche in una legge elettorale in cui, la sera stessa delle elezioni, si conosce il nome del vincitore. E si sa che (salvo sorprese) sarà in carica per cinque anni. Cosa di cui, a livello nazionale, se ne è perso il ricordo.

Disconnessioni affettive

Non giudicate se non volete essere giudicati.
Questo severo monito mi è riaffiorato alla mente apprendendo la notizia di un altro caso di un bimbo di 2 anni dimenticato in auto, questa volta a Catania, e deceduto per le complicazioni derivanti dalla prolungata esposizione ai raggi solari e dalla mancanza d’aria. In molti ci si domanda come possano accadere situazioni del genere, come possa cioè un genitore caricare il proprio figlioletto sul seggiolino prudentemente e precauzionalmente dotato di attacchi e cinture protettive per poi scordarselo dopo qualche minuto, scendendo dall’auto in perfetta e distaccata solitudine, cliccare sul telecomando e allontanarsi lasciandolo chiuso e sigillato in una trappola mortale.

A che cosa pensano in quel momento quei genitori?
In quali pensieri sprofonda la loro mente, il loro cuore, così grevi, così intensi da indurli a giungere a destinazione senza far sosta all’asilo nido, alla scuola materna che pure costituivano una tappa programmata del loro itinerario?
Come hanno potuto percorrere quel tragitto in una sorta di isolamento solipsistico, come se il gesto di collocare il figlioletto in auto fosse un rituale abitudinario, scontato, inconsapevole?

E come invece non abbiano rivolto – in quel tratto che separa partenza ed arrivo – una parola, un gesto, un’occhiata di consapevole e avvertita presenza emotiva, verso il loro bambino, puntando lo sguardo ora sulla strada ora sull’orologio, già pervasi dall’ansia di un ritardo, di una coda, di un rallentamento, già protesi verso le mille preoccupazioni della giornata lavorativa, dei rapporti con i colleghi, delle pratiche o delle mansioni da sbrigare?
Non si tratta di sprovveduti genitori, la concentrazione nel pensiero del lavoro, degli impegni è anzi spesso proporzionale a livelli professionali elevati.

Mi ha colpito ancora una volta il fatto, la sua tragicità, il suo essere ‘inspiegabile’ ad ogni pur lodevole ricognizione emotiva e razionale postuma.
E mi ha colpito, in simultanea, il prevalente sentimento di pietà, di umana comprensione di questa situazione drammatica, il pudico astenersi dal giudizio frettoloso e rancoroso che accompagna l’uomo nel valutare le azioni e gli errori dei suoi simili.
Perché quei contesti, quegli avvenimenti, quelle circostanze disvelano una condizione esistenziale drammatica nella sua apparente normalità, ripetibile, estensibile ad altri insospettabili e responsabili genitori per come appaiono ai più nei luoghi di vita della loro quotidianità ordinariamente pregna di affetti, ansie e premure, estranea alla fatalità di un’alienazione impensabile.

Eppure giace in Parlamento una legge – che attende solo il decreto attuativo- che prevede che i seggiolini siano provvisti di segnale acustico all’apertura della portiera: quante piccole vite avrebbero potuto essere salvate se la politica avesse dedicato a questo adempimento la dovuta attenzione?
Molta parte della nostra vita si dipana su rituali inconsapevoli: presi e stritolati nella morsa della frenesia, attanagliati da mille preoccupazioni, anche le emozioni e i sentimenti soffrono le intermittenze della mente e del cuore.

Non siamo circondati da un’umanità assente, superficiale, distratta, frettolosa, smemorata: ne facciamo inconsapevolmente e drammaticamente parte.
E paghiamo un quotidiano, altissimo tributo ai miti della modernità: velocità, efficienza, presenzialismo, produttività, profitto, pensiero calcolante, obblighi e divieti, doveri e prescrizioni, necessità di sopravvivere a tutto, arrivando sempre, arrivando prima.
Un’umanità messa in rete, resa virtuale ma incapace di usare a ragion veduta le mani, di far riposare il cuore, di stabilire connessioni affettive ed emotive oltre le scansioni di un tempo che ci rende prigionieri del preparare prima ancora del fare.
Sommessamente penso che dovremmo essere benevolmente indotti ad abituarci alla umana comprensione, come ultima frontiera di un umanesimo che sta compiendo il suo ciclo ultracentenario, soverchiati dalle primazie ridondanti e pervasive della post-modernità.
Trovo che l’assenza di consapevolezza, la solitudine, il doverismo formale, la disconnessione intelletto-sentimento, i ritmi di una vita scandita su incalzanti abitudini, stiano diventando i registi occulti di una nuova e drammatica condizione antropologica ed esistenziale.

Solo questa alienazione spazio-temporale, questa viscerale e non compiutamente spiegata, nuova paura dell’esistere possono cortocircuitare le relazioni affettive primordiali che dovrebbero essere il sale e il senso della nostra vita.
Fino a offuscare la consapevolezza del fare, del dire, del pensare.
Per questo bisogna – a mio avviso – sospendere il giudizio e mi riferisco al sentire comune, ai paradigmi sociali del bene e del male.
Nulla può essere spiegato, molto può essere capito: per fermarci un attimo, sostare se possibile, per riflettere e riappropriarci a poco a poco del senso vero dell’esistere.
Quel padre, quei genitori meritano un grande abbraccio, una condivisione intensa del loro dolore: siamo tutti genitori di quel bambino.

Democrazia e verità. Tra degenerazione e rigenerazione

“Democrazia e verità. Tra degenerazione e rigenerazione”. È il tema del 74° convegno della fondazione Centro studi filosofici di Gallarate, in programma a Roma, dal 26 al 28 settembre con la partecipazione di docenti con competenze filosofiche, storiche e giuridiche.

I lavori si apriranno giovedì pomeriggio, alle 15:30, nell’auditorium San Domenico in via Casilina 235 con la relazione del vice presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, che si soffermerà su “Le forme della democrazia nello Stato costituzionale”. “Chiesa e ‘autentica’ democrazia: da Leone XIII ai giorni nostri” sarà, invece, il tema discusso da Daniele Menozzi della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Il pomeriggio di venerdì 27 settembre – informano i promotori dell’iniziativa – i lavori si sposteranno presso la Pontificia Università Gregoriana, in collaborazione con la Facoltà di Filosofia dell’ateneo. Alle 15:30 Carla Danani dell’Università di Macerata terrà una relazione su “Verità della democrazia?” mentre Julian Nida-Rümelin, professore di Filosofia e Teoria politica presso la Ludwig-Maximilian-Universität di Monaco di Baviera, analizzerà la questione della “Democrazia e verità nell’epoca della comunicazione digitale”.

Le ultime due relazioni del convegno sono state affidate a Stefano Petrucciani dell’Università La Sapienza di Roma e a Vittorio Possenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il primo parlerà de “Il fondamento dialogico della democrazia e il relativismo”, mentre l’intervento di Possenti verterà su “Popolo Stato Democrazia nel personalismo: quale sovranità?”.

Protezione civile: nasce la settimana nazionale, dal 13 ottobre iniziative in tutta Italia

13 ottobre 2019. È questa la data da segnarsi, è questa la data, storica, in cui partirà la Settimana della Protezione civile. La pagina del sito su cui siete stati indirizzati è proprio dedicata al racconto delle numerose iniziative che a livello nazionale e locale caratterizzeranno i 7 giorni in cui i cittadini italiani potranno entrare a contatto con le donne e gli uomini del Servizio nazionale della protezione civile, un sistema integrato, un grande network, quasi unico al mondo che opera 24 ore al giorno per la prevenzione e la protezione dai rischi.

La Settimana della Protezione civile è nata da una specifica decisione governativa, la Direttiva firmata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 1° aprile scorso. Con questa Direttiva viene infatti ufficialmente istituita una serie di eventi e iniziative da svolgersi su tutto il territorio italiano dalle metropoli ai comuni più piccoli “volte alla diffusione della conoscenza e della cultura di protezione civile, allo scopo di promuovere e accrescere la resilienza delle comunità attraverso l’adozione di comportamenti consapevoli e misure di autoprotezione da parte dei cittadini, nonche’ a favorire l’informazione alle popolazioni sugli scenari di rischio e le relative nuove norme di comportamento, nonche’ quelle inerenti la moderna pianificazione di protezione civile”.

La scelta di tenere la Settimana di Protezione civile dal 13 al 19 ottobre sta nella contemporaneità con la Giornata internazionale per la riduzione dei disastri naturali, dichiarata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’obiettivo della Settimana non è solamente quello di presentare le attività delle componenti e delle strutture operative della Protezione civile. L’obiettivo è l’incontro, l’obiettivo è lo stare insieme, l’obiettivo è conoscerci e l’obiettivo è sottolineare cosa è importante nel mondo di oggi e nella vita quotidiana per rischiare sempre meno le nostre vite, le nostre attività, i nostri beni per le calamità naturali.

Al centro di tutto ci saranno infatti le “buone pratiche di prevenzione dai rischi” ma non solo, si parlerà tantissimo di resilienza. Quella capacità che tante volte le nostre comunità hanno dimostrato di avere in abbondanza. La capacità cioè di ripartire, di ricostruire non solo in senso letterale ma anche metaforico, le strade, le case, i palazzi e l’anima delle comunità colpite da tragedie come terremoti , alluvioni, frane, eruzioni vulcaniche, tsunami o grandi incidenti industriali. Un itinerario di eventi costellerà la settimana con uno sguardo diretto soprattutto ai giovani cittadini, come specificato anche nella Direttiva d’istituzione, perché il futuro possa vedere tra le caratteristiche più importanti del nostro Paese la capacità di prevenire e di auto proteggersi adottando le misure idonee in collaborazione e coordinamento con le istituzioni di protezione civile per ridurre al minimo le vittime e i danni materiali delle calamità.

La Settimana avrà un carattere nazionale ma soprattutto territoriale. Ci saranno eventi di livello nazionale come la Conferenza nazionale delle Autorità di protezione civile individuate dal Codice della Protezione civile che si svolgerà nella sede di via Vitorchiano del Dipartimento della Protezione civile, la sede operativa al vertice del coordinamento del sistema nella gestione delle emergenze.  La Conferenza sarà presieduta dal Presidente del Consiglio, massima autorità di protezione civile del Paese. Sono poi diversi gli eventi in programma di carattere nazionale: dalle conferenze a cui partecipano gli esponenti della comunità scientifica, alle attività di diffusione della conoscenza di protezione civile rivolte a tutti gli studenti, dai più piccoli ai giovani che si affacciano al mondo dell’Università.

Accanto a questi in centinaia di piazze italiane, in Comuni grandi e piccoli si terranno gli eventi in cui i cittadini potranno incontrare gli operatori delle componenti e delle strutture operative del sistema in coordinamento con le Regioni e le Province autonome. A proposito di piazze ad aprire la settimana sarà la Campagna Io non rischio, ormai giunta alla sua nona edizione, che vedrà la presenza dei gazebo informativi in più di 850 piazze in tutt’Italia con i volontari delle associazioni locali di protezione civile che racconteranno nel dettaglio i rischi terremoto, alluvione, maremoto e da quest’anno anche il rischio vulcanico dei Campi Flegrei.

Proprio nel territorio dei Campi Flegrei il Capo del Dipartimento Angelo Borrelli dichiarerà chiusa la settimana della protezione civile al termine della grande esercitazione “EXE Flegrei” che testerà, dal 16 al 20 ottobre, la capacità del sistema di protezione civile di evacuare la popolazione in caso di dichiarazione di fase di allarme per l’eruzione del vulcano dei Campi Flegrei caratterizzato da numerose caldere sottostanti il territorio di Pozzuoli, Napoli e diversi altri comuni della zona. Un’esercitazione di carattere nazionale che vedrà la partecipazione delle regioni gemellate con la “zona rossa” nell’ambito del Piano di protezione civile nazionale.

Tutte le notizie le immagini e le testimonianze dell’esercitazione saranno disponibili in questa sezione del sito dai prossimi giorni. L’appuntamento è al 13 ottobre, per una Settimana di prevenzione, protezione e resilienza, per stare insieme per imparare cosa vuol dire fare ed essere protezione civile!

Lazio: Nuovi spazi per l’ospitalità e la cultura

Nuovi spazi per l’ospitalità, la cultura e per la promozione di iniziative turistiche: entro il 2020 la Regione Lazio avrà 12 nuovi ostelli: uno a Roma presso l’ex ospedale Santa Maria della Pietà che sarà in grado di ospitare fino a 138 persone e 11 diffusi sul territorio grazie al progetto “Itinerario Giovani” finanziato con fondi delle Politiche Giovanili e della Presidenza del Consiglio dei Ministri con i quali saranno anche realizzati 10 nuovi spazi per l’animazione culturale.

Gli ostelli, però, non saranno solo nuovi luoghi adibiti all’accoglienza, ma anche realtà multifunzionali destinate alla ricezione turistica e alla promozione culturale con l’ideazione di eventi e attività, percorsi turistico-naturali che valorizzino le risorse paesaggistiche, storico-archeologiche e i prodotti locali del territorio regionale.

Gli 11 nuovi ostelli saranno realizzati entro il 2020, ogni progetto riceverà un finanziamento che coprirà per il 50% i lavori di ristrutturazione e allestimento e per il 50% le attività di promozione nella fase di lancio. I nuovi ostelli si trovano in tutte e 4 le province del Lazio:

PROVINCIA DI VITERBO

Comune di Caprarola: OSTELLO FARNESE

Il progetto, interamente dedicato ai giovani, prevede la realizzazione di un Ostello presso le ex scuderie di palazzo Farnese, situate lungo la via Francigena. Sono previsti interventi di ammodernamento e adeguamento delle stanze e della struttura e la realizzazione di attività di animazione rivolte e realizzate dai giovani under 35.

Comune di Acquapendente: CASALE PODERNOVO

Il progetto prevede il recupero del casale Podernovo costruito negli anni ’50, situato nei pressi della frazione Torre Alfina e inserito all’interno della Riserva Naturale Monte Rufeno, che fa parte del sistema dei Parchi della Regione Lazio. Il progetto prevede la realizzazione di attività sportive, culturali e ricreative, in particolare Campi scuola volti all’aggregazione giovanile e a far conoscere il territorio e la Riserva.

PROVINCIA DI FROSINONE

Comune di Arpino: OSTELLO DI SAN LORENZO

Il progetto prevede la realizzazione di un ostello presso il complesso monumentale del Convento di San Lorenzo fondato dai frati Minori Cappuccini nel 1560. Sono previsti interventi di adeguamento della struttura alle nuove esigenze di accoglienza e la realizzazione di attività naturalistiche, spirituali, ricreative e sociali.

Comune di Anagni: OSTELLO DI ANAGNI

Il progetto rivolto ai giovani prevede la messa in funzione di un Ostello all’interno del Centro Polifunzionale di Anagni. Verranno realizzate conferenze, ripetizioni e corsi di recupero estivo, corsi di giornalismo. Di fumetto, di scrittura creativa, mostre d’arte e attività per bambini.

Comune di Trevi nel Lazio: OSTELLO COLLE MORDANI SUI MONTI SIMBRUINI

Il progetto prevede i lavori per il completamento e risanamento del complesso edilizio “Colle Mordani”, struttura situata all’interno del Parco Regionale dei Monti Simbruini, e l’adeguamento delle strutture per il soggiorno ed il pernottamento e la realizzazione di attività di animazione rivolte ai giovani turisti. Attualmente la struttura è parzialmente adibita a Centro Studi Internazionale con all’interno una “Scuola Appenninica della Filosofia Vivente”. L’idea progettuale intende valorizzare e promuovere il luogo attraverso corsi di formazione, percorsi naturalistici e promozione dei prodotti dell’eno-gastronomia locale.

PROVINCIA DI LATINA

Comune di Itri _Parco dei Monti Aurunci OSTELLO “VILLA IACCARINI”

Il progetto intende realizzare presso “Villa Iaccarini” un Eco-Ostello dove poter svolgere anche attività culturali, ricreative, sportive, ambientali, artistiche, artigianali, didattiche, formative e turistiche di potenziale interesse per i giovani turisti e la comunità giovanile del comprensorio del Parco dei Monti Aurunci.

Villa Iaccarini sorge all’interno di un’area boschiva di grande interesse naturalistico, ai margini della località San Nicola nel Comune di Itri (FR). Il bene è stato già oggetto di lavori di recupero effettuati dal Parco dei Monti Aurunci attraverso una serie di interventi strutturali e di consolidamento.

Ipab SS Annunziata di Gaeta: OSTELLO DELLA GIOVENTÙ DI GAETA

Il progetto prevede la creazione di un ostello della gioventù e l’affido delle attività di animazione ad associazioni giovanili che già operano sul territorio. L’immobile è un edificio di proprietà della Ipab all’interno del quale realizzare l’Ostello dove ospitare i giovani e avvicinare il mondo giovanile alla bellezza culturale e all’arte che Gaeta e tutto il comprensorio del sud pontino e della Provincia di Latina offrono alla collettività. Al’interno sarà presente una biblioteca e i gestori organizzeranno visite turistiche, passeggiate naturalistiche e attività culturali.

Comune di Bassiano: OSTELLO EX CASERMA

L’Ostello sarà realizzato all’interno dell’ex caserma che verrà opportunamente rifunzionalizzata per l‘accoglienza. Verranno inoltre realizzate attività di animazione gestite e rivolte ai giovani della comunità locale e ai turisti. Verranno proposte attività sportive alla scoperta del territorio come corsi di canoa sul fiume Cavata e sul lago di Paola, parapendio e escursioni naturalistiche, ma anche eventi culturali come corsi di teatro e di musica.

Comune di Pontinia: OSTELLO EX ALBERGO PONTINO

Il progetto prevede il recupero della struttura ex Albergo Pontino, struttura edificata all’inizio del XX secolo dall’Ingegnere Angiolo Mazzoni, lo stesso che in quel periodo progettò le stazioni ferroviarie di Latina e Cisterna di Latina, che oggi è in stato di abbandono. L’edificio diventerà un Ostello e potrà al contempo ospitare attività culturali, di formazione e di promozione del territorio naturalistico.

PROVINCIA DI RIETI

Comune di Configni: OSTELLO DI CONFIGNI

L’Ostello sarà realizzato all’interno di uno stabile posto nella piazza centrale del borgo medievale di Configni, oggetto negli anni passati di un intervento di recupero non ultimato. La struttura sarà recuperata e adeguata alle esigenze dell’accoglienza. Oltre ad essere uno spazio idoneo ad ospitare turisti e visitatori, sarà anche un punto di gestione di una “residenza diffusa” che valorizzi le case private sfitte e le altre strutture ricettive del territorio. L’ostello sarà anche luogo di aggregazione giovanile grazie al progetto di animazione che prevede manifestazioni culturali, eventi, festival e feste legate alla “tipicità”, con l’obiettivo di potenziare l’offerta turistica.
Comune di Rivodutri: OSTELLO DEL CAMMINO DI FRANCESCO

L’immobile si trova nel centro storico di Rivodutri e consiste nel vecchio asilo, oggi non più utilizzato. L’edificio è in buone condizioni strutturali e necessita di sole opere di adattamento e manutenzione. Il progetto si rivolge ad un target di turisti giovani (under 35) che transitato nel territorio: dai pellegrini che compiono il Cammino di Francesco, ad appassionati camminatori, da gruppi di giovani che orbitano nell’ambito diocesano a famiglie e turisti che scelgono la provincia di Rieti come meta per visite storiche e culturali. Si prevedono dunque attività di animazione rivolte ad un pubblico targhettizzato al fine di rendere l’intervento artistico e culturale il più efficace possibile.

Questi, invece, sono i comuni che ospiteranno i 10 Centri che ospiteranno progetti dedicati alla creatività e all’aggregazione giovanile: Cassino (FR), Roccasecca dei volsci – Prossedi – Maenza (LT), Latina, Riserva naturale regionale Nazzano Tevere- Farfa (RI), Rieti, Parco naturale Bracciano-Martignano (Roma), Zagarolo (Roma), Vasanello (VT), Bagnoregio (VT) e Ronciglione (VT).

Sconfiggere l’incontinenza

Il gruppo di studio guidato da Heidi Wendell Brown, e ricercatrice presso la School of Medicine and Public Health dell’Università del Wisconsin a Madison, hanno testato l’efficacia del programma “Mind Over Matter: Healthy Bowels, Healthy Bladder”,che è progettato per ridurre l’incontinenza attraverso cambiamenti nella dieta, assunzione di liquidi, esercizi del pavimento pelvico e allenamento della vescica.

Il gruppo di studio ha assegnato in modo casuale 121 donne di età pari o superiore a 50 anni con incontinenza a partecipare immediatamente al programma o a iscriversi a una lista di attesa.

Dopo quattro mesi, il 71% delle donne nel programma ha riportato miglioramenti nella gestione dell’incontinenza urinaria, rispetto al 23% delle donne nel gruppo delle liste d’attesa.

E il 55% delle donne nel programma ha riportato miglioramenti dell’incontinenza intestinale, rispetto al 27% di quelle nel gruppo delle liste d’attesa.

Più della metà delle donne presentava sia incontinenza urinaria che intestinale. Erano prevalentemente pensionate e con un’età media di 75 anni.

Le donne del programma e il gruppo della lista d’attesa sono state valutate alla fine di quattro mesi.
A quel punto, il 39% delle donne nel programma ha dichiarato che l’ incontinenza urinaria era molto migliorata, rispetto al 5% delle donne nel gruppo della lista d’attesa.
E lo stesso ha fatto il 35% delle donne nel programma con incontinenza intestinale, rispetto all’11% nel gruppo della lista d’attesa.

Perché non candidare Conte alle supplettive?

Senza indebolire il legame con il M5S, Conte va consolidando, giorno dopo giorno, la sua immagine di uomo politico a tutto tondo, con un ancoraggio culturale sempre più identificabile.

Parlando alla festa di Mdp-Articolo 1 presso l’ex Mattatoio di Roma, ha fatto un altro passo in direzione del suo accreditamento come alfiere di una corrente di pensiero, e quindi, in prospettiva, come uomo di partito. Non ha nascosto la formazione da cui viene. “Sono stato sempre molto attento (…) alla vita politica, la mia formazione è di sinistra, nel cattolicesimo democratico. Anche quando ho parlato di immigrazione ho sempre ragionato rifuggendo la formula porti aperti o porti chiusi”.

La dichiarazione di appartenenza all’area del cattolicesimo democratico desta ovviamente curiosità, ma non sorprende i bene informati. È una sfida, per qualche verso, alle “congregazioni” dell’ortodossia. Nessuno può vietare che il Presidente del Consiglio operi coscienziosamente in direzione della propria “riconoscibilità” agli occhi della pubblica opinione.

Questo sforzo individuale, di per sé interessante, dovrebbe accompagnarsi alla più generale ricostruzione del sistema politico, superando alcuni tratti di eccezionalità della vita democratica italiana. Quanto prima, allora, dovrebbe essere cancellata l’anomalia di un Presidente del Consiglio non parlamentare. L’occasione è già offerta dalle prossime elezioni suppletive per la sostituzione di Gentiloni, eletto Commissario europeo non molti giorni fa, in un collegio della Capitale..

La candidatura di Conte non dovrebbe andare incontro a obiezioni o veti inammissibili: infatti, troppo delicata è la sua attuale funzione di cerniera tra i partiti di governo. Attorno a questa candidatura è possibile favorire un’aggregazione elettorale ampia, mettendo anzitutto alla prova la tenuta della maggioranza. Se Conte dovesse farcela, il colpo più duro sarebbe inferto alla propaganda populista e anti parlamentare. Verrebbe ripristinata la regola non scritta secondo la quale il Capo del Governo è un eletto del popolo.

Grande confusione sotto il cielo

Grande confusione sotto il cielo del centro della politica italiana. La promessa della legge elettorale proporzionale crea fibrillazione in quasi tutti gli schieramenti politici. Convinto della lezione di Bobbio ( “ Destra e sinistra- Ragioni e significati di una distinzione politica”- Donzelli editore 1994 ) condivido l’idea che destra e sinistra abbiano ancora un senso e che, nella nostra attuale fase politica, questa idea si declini anche con quella della dicotomia tra sovranisti nazionalisti e europeisti fedeli agli ideali dei padri fondatori.

Ho combattuto per oltre vent’anni per la ricomposizione dell’area democratico cristiana e cattolico popolare, dovendo constatare amaramente il fallimento del progetto. Troppe le divisioni e le dispute suicide di sabotatori seriali esterni e interni a ciò che resta della DC storica, partito “mai giuridicamente sciolto”.

Mi auguro che qualcosa di nuovo possa accadere, grazie allo sforzo di amici generosi che continuano quest’ultima battaglia, cui ho dedicato molte energie rivelatesi, almeno sin qui, insufficienti e inefficaci. Il rischio che si corre oggi, è che finisca col prevalere l’illusione renziana di “un centro che guarda a sinistra”, ridotto al partito di un altro solitario conducator, incapace di operare in squadra all’interno di un partito plurale e democratico.

Prevale in Matteo Renzi, infatti, l’idea di una leadership carismatica e solitaria sostenuta da seguaci fedelissimi e ossequenti cui impartire ordini. Alla vigilia del referendum del 4 Dicembre 2016, constatammo che “ il Bomba” ( lo pseudonimo affibbiatogli dai suoi amici adolescenti fiorentini per la sua ben nota capacità a spararle grosse) seguiva la logica dei poteri finanziari forti ( JP Morgan e C. per i quali: “ la Costituzione italiana era troppo socialista”) e fummo tra coloro che vollero attivare il comitato dei Popolari per il NO, con il quale contribuimmo alla vittoria contro le proposte del “giovin signore fiorentino”.

Oggi temiamo di esser passati dall’egemonia-dominio del conducator meneghino, Matteo Salvini, a quella del “ Bomba” fiorentino che, nonostante il merito indubbio per aver contribuito al superamento del dominio salviniano, di fatto, tiene in ostaggio il parlamento e il governo con la compagnia di ventura dei suoi voltagabbana. Un manipolo di parlamentari espressione della più sciagurata e triste fase del trasformismo politico italiano.

Ritengo che un nuovo centro serva alla politica italiana, ma deve essere il risultato di una vasta e plurale unione di componenti laiche, democratiche, popolari, liberali e riformiste, europeiste, trans nazionali, che condividono i valori dell’umanesimo cristiano e si pongono in alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra che, in tempi brevi, si ricomporrà nel Partito Democratico. Dubito che il centro renziano “ Italia viva” possa corrispondere a quest’idea. Sono assai più forti, se non prevalenti, le motivazioni di potere che attengono alla prossima spartizione delle centinaia di nomine pubbliche che il governo farà e all’elezione del futuro presidente della Repubblica. Data questa ultima, il 2022, sulla quale Renzi ha annunciato di traguardare la sopravvivenza della legislatura.

Il sistema elettorale proporzionale, che mi auguro possa essere alla tedesca, con uno sbarramento al 3-4 %, un premio alla lista che ottenga almeno il 41% dei voti, al fine di garantire la governabilità del sistema e con l’introduzione della sfiducia costruttiva ( un governo non decade se in parlamento non si forma una nuova maggioranza), potrà favorire la nascita di questo centro. Un partito che non potrà essere espressione di “ un uomo solo al comando”, ma dovrà essere fortemente partecipato e guidato da regole democratiche, come indicato dall’art. 49 della Costituzione. Un partito aperto alla collaborazione con quanti s’impegnano nella difesa e nell’ integrale attuazione della Costituzione repubblicana.

Penso che con gli amici della DC storica, i popolari sin qui sparsi in varie sedi, quelli de “la rete bianca”, di “Politica insieme”, di “ Costruire insieme” e della “Confederazione di sovranità popolare (CSP)”, insieme agli ex PD, come gli Onn. Giacchetti e Calenda, agli amici di Forza Italia disponibili con Gianfranco Rotondi e ad altri riformisti liberali, socialisti e repubblicani, si possa attivare un processo di ricomposizione al centro con le caratteristiche di partecipazione democratica e dagli obiettivi sinteticamente indicati. Un contributo decisivo, infine, potrebbe venire anche dagli amici del M5S e dal premier Conte che, già oggi, costituiscono oggettivamente il centro del governo giallo-rosso.

L’antropologia del 1968

Il 1968 è normalmente ricondotto a considerazioni sociologiche o storico-sociologiche, alla rivoluzione dei figli del benessere o a quella degli underdog: donne, negri e svantaggiati vari. Penso che valga la pena di considerare la cosa nelle sue radici spirituali: se è vero che le idee camminano sulle gambe degli uomini, è anche vero che sono le idee a plasmare le coscienze e credo illuminante considerare il watershed del 1968 per il contenuto che in esso s’afferma. 

Le due cose che colpiscono sono la sostituzione alla realtà della sua percezione e la identificazione del diritto col desiderio. Alle quali cose s’accompagna il rifiuto di accettare obbligazioni che non siano assunte volontariamente, ma nascano dalla situazione di fatto e dalle conseguenze delle nostre scelte. Perché dovrei restare con un coniuge che s’ammala e mi riduce a infermiere o mi costringe a fare da sostegno economico unico della famiglia? Il che s’accompagna a una percezione del futuro distorta: non ho da investire sul futuro, se sono un operaio da trasformare mio figlio in geometra e mia nipote in magistrato, perché qui, ora, abbiamo diritto a tutto. Non sono nella famiglia cellula, ossia unità vivente della società, ma la vivo come somma di individualità, e la stessa individualità è unità numerica: siamo uguali tra noi non nella dignità della persona, ma nell’indifferenziazione qualitativa di quell’astrazione che è l’individuo privato delle sue determinazioni di coscienza, ossia l’individuo dell’antropologia radicale, insofferente d’ogni vincolo alla sua unicità. 

Credo che uno qualsiasi dei relatori di oggi possa dare le coordinate sociologiche del sessantotto, definire il suo portato della sostituzione della percezione psicologica alla realtà, che sottende tra l’altro la cultura del gender, descrivere l’identificazione del diritto col desiderio, fino all’assurdo snaturamento dei diritti sociali a sostegno delle più varie aspirazioni, richiamare il rifiuto delle gerarchie e la ribellione contro le obbligazioni nate dalle situazioni e come conseguenza di altre scelte, senza essere esplicitamente volute. 

Credo anche che qualsiasi reduce del sessantotto ricordi lotte per la giustizia, lotte per la libertà o magari occupazioni delle scuole, attraenti perché fatte da ragazzi e ragazze insieme. Slogan come “l’immaginazione al potere”, “siamo realisti, vogliamo l’impossibile”, o “questa non è una pipa”. Ricorda il mito della rivoluzione declinato in salsa politica, sessuale, culturale, o la sostituzione del manzoniano lei col democratico tu. Magari ricorda temi veteromarxisti come la lotta contro la scuola di classe. Antiamericanismo, Vietnam, Cina vicina, Chiesa dell’abbandono del latino e della collegialità, lamento per la rivoluzione mancata del dopoguerra, tradimento del PCI, riedizione della guerra civile: un elenco incompleto che sembra l’arte dei pazzi. Tutto è politica, la libertà è partecipazione, sono slogan d’allora restati luoghi comuni per un mentre, il secondo si sente ancora oggi. Nascono icone improbabili come Castro e Guevara. 

Il passato nel sessantotto 

Ma tutto questo è il passato presente nel sessantotto. Non è Marx il suo nume, non è Mao e nemmeno l’insignificante Marcuse, nel quale Panfilo Gentile non riusciva a trovare un briciolo di originalità. Il futuro permanente del sessantotto è nell’antropologia radicale, l’elemento drammatico è la visione dell’essere umano congiunta con la percezione del diritto. 

Nel messaggio del movimento sessantottino si danno due prospettive antropologiche contraddittorie. Da un lato ha ereditato lo statalismo e il socialismo ch’erano diventati eredità e sentire comune dopo la Grande guerra, insieme al rifiuto dell’ideale dell’individuo responsabile nella autonomia della coscienza, ma anche impegnato a far sì che la retta intenzione della sua coscienza sia pure una coscienza retta. I movimenti nati dalla guerra, comunismo, fascismo, nazismo e i loro emuli, più in generale i movimenti populisti e socialisti, avevano affermato l’obbligo della partecipazione, intesa come mobilitazione e lotta collettiva, più che come azione responsabile individuale. A essi s’accompagna la superstizione della necessità del divenire storico, d’un cammino per il quale successivo è sinonimo di migliore (come se Vasco Rossi possa essere migliore di Bach). È un altro frutto avvelenato, nel quale perdura la cultura dello storicismo per il quale il più recente è anche meglio. 

Il suo sottofondo è un’antropologia che fa della coscienza la risultante dialettica di forze oggettive, che siano quelle della psiche o quelle sociali o le forme universali del pensiero, la persona si riduce alla sua partecipazione al gioco di esse forze ed è riassorbita nel ruolo, risolta nelle sue relazioni. La libertà diventa partecipazione. La coscienza di libertà coincide con una lotta di liberazione, ossia con la partecipazione a un processo oggettivo. Liberare significa rendere capaci di partecipare, di assumere una posizione in una lotta sociale di liberazione o in una lotta psicologica di liberazione. 

Il problema è costituito dal fatto che questa è una definizione negativa della libertà, che non è vista nell’assumere una forma appropriata, ma nell’avere un ostacolo da superare, da un lato è concepita come un togliere catene, non come una direzione da prendere, da un altro come condividere una direzione di lotta, farsene strumento. 

Il futuro del sessantotto 

La novità però è altrove. Nel 1964 il Governo laburista cambia il diritto di famiglia, liberalizzando nel Regno Unito il divorzio, nel 1970 questo è istituito in Italia; nel 1967 la legge britannica legalizza l’aborto, nel 1973 nella causa Roe contro Wade la Corte Suprema, cinque contro quattro, proibisce di proibire l’aborto sotto la Costituzione degli Stati Uniti, nel 1978 la Corte Costituzionale italiana segue il trend aprendo la strada al Parlamento. I referendum del 1974 e del 1981 dimostrano queste nuove prospettive largamente maggioritarie. Se il diritto di natura coincide con l’attesa media di giustizia, questa nuova percezione lo rifonda. E infatti oggi s’arriva a dichiarare negatore del diritto di natura chi s’opponga al così detto diritto di scelta della donna o sollevi obiezioni alla famiglia gay. Al centro è l’astrazione dell’individuo presentata come diritto della persona. Spesso i cattolici si contentano che quest’ultimo termine sia usato nelle dichiarazioni del diritti, sapendo bene che è un termine loro, coniato per parlare della Trinità. Ma il contenuto reale è spesso la negazione dell’intuizione cristiana, per la quale è persona semplicemente l’essere umano, coincide con la sua esistenza in atto e la sua realtà è indipendente dalla percezione soggettiva che ne abbiamo. 

Quale antropologia? 

Mi spiego. Noi abbiamo tre diverse percezioni di noi stessi. Da un lato siamo la percezione empirica, dalle caratteristiche fisiche ai sentimenti e desideri. Da un secondo punto di vista siamo esseri pensanti, che si riconoscono come tali attraverso la mediazione del pensato: pensiamo un contenuto e ci riconosciamo in chi pensa quel contenuto, riconosciamo le leggi logiche che reggono il pensiero. Esse sono anche il framework nel quale si costituisce la società umana e, come dice Kant, sono il riferimento d’un ordine di pace interna e internazionale. 

La teoria dei diritti si è plasmata su queste due percezioni: l’individuo empirico e la sua capacità di pensare. L’individuo è persona se ha la capacità di pensare. Se non l’ha ancora raggiunta, non è 

persona – che è il sofisma per negare il diritto alla vita del concepito. Edmund Burke, di fronte alla teoria dei diritti della rivoluzione francese, ne nota il carattere astratto, ch’essa condivide con l’idea dei diritti come verità autoevidenti affermate nella Dichiarazione d’indipendenza americana, e nota come questa astrazione serve a negare il carattere empirico della politica e a fondare un processo di scristianizzazione. Se è autoevidente il mio diritto, io non sono un dono di Dio, ma una entità autosufficiente. (Talmon riconoscerà l’origine della democrazia totalitaria.) 

Idealisti e positivisti la pensano diversamente sul pensiero, ma alla fine la loro antropologia riduce la persona alla sua realtà empirica e alle forme della sua coscienza. Tuttavia la realtà empirica non è che registrazione del dato di fatto, non può giustificare la contrapposizione ad esso d’un dover essere che di fatto non è. Il fondamento morale si riduce alla forma della coscienza e, se essa è interpretata a partire dalla sua percezione della realtà, è questa percezione a costituire il fondamento etico. Non la realtà, la sua percezione. La distinzione cattolica tra una coscienza sincera e una coscienza retta diventa impossibile, tutto quello che è naturalmente possibile, perché materialmente o logicamente tale, è anche naturale, nel senso di buono o, meglio, al di là del bene e del male. Quando Paolo VI disse che la pillola nega la finalità naturale dell’atto sessuale, che avesse ragione o no, non fu capito, perché pochi continuavano a vedere nella natura fini e obbligazioni e non il campo nel quale e sul quale si esercita il nostro arbitrio. 

Non ho dimenticato la terza percezione di noi stessi. Ne parlo solo ora perché non è un orizzonte comune, non tutti riconoscono infatti l’autointuizione di sé come unità spirituale irriducibile ad altro, che ha un corpo, ha un cervello e una capacità di pensare, ha una natura, ma è un chi, è se stesso non nelle sue qualità, ma nella volontà che guida quella natura, nella disposizione al dono di sé – amore – o alla negazione di sé – odio. La Trinità è comunione perché le tre persone si definiscono solo nel rapporto reciproco: il Padre si pensa ed è tale rispetto al Figlio e il Figlio rispetto al Padre, lo Spirito è il dono dell’uno all’altro ed è ed è pensabile solo in questa relazione. L’essenza delle persona è il dono di sé, la definizione nel rapporto con l’altro. La persona non è nel fenomeno della coscienza, è la radice che differenzia una coscienza dall’altra, nonostante la comune natura razionale, e non coincide con l’individualità percepita empiricamente, che è percezione del dato, non suo governo, anche se ovviamente la persona è realizzata con l’esistenza concreta dell’essere umano, dal momento del suo prima inizio1

Non so se tutti i cristiani accetterebbero questa descrizione della loro antropologia, ma è chiaro che la tradizione cristiana riconosce l’imago Dei nell’essere umano dall’istante del suo concepimento e lo riconosce come coincidente col diritto nella sua concretezza: il diritto di natura per Rosmini è la persona umana sussistente. Ossia è il singolo essere umano nell’atto della sua esistenza. Che è l’esistenza d’una natura razionale, ossia d’un individuo responsabile che riconosce quello che è, non lo crea. Il diritto dell’essere umano trova il fondamento nella sua capacità di agire secondo coscienza. 

Mi si può obiettare che questo è quello che dicono tutti, specialmente i radicali. Ma non è così, perché la coscienza non coincide con la percezione della mia irriducibilità empirica e della volontà come volontà d’arbitrio. Agire in coscienza non vuol dire agire arbitrariamente, perché le mie azioni debbono rispettare la mia identità relazionale e la mia identità naturale, l’omicidio è il delitto maggiore perché nega la relazione tra gli esseri umani, l’aborto ne è una forma, perché nega la 

1 Maritain in Approches sans entraves, Idea tomista dell’evoluzione, par. 6, sostiene che l’infusone dell’anima spirituale richiede che sia pronta la materia capace della forma spirituale, quindi lo sviluppo del cervello nel concepito. Non ne trae la conclusione della liceità dell’aborto, perché si tratta di vita umana, ma a me sembra una posizione comunque debole, in quanto la realtà in atto dell’ente e la sua natura sono date al concepimento e non si vede perché se ne debba escludere l’attualità spirituale della sostanza, descritta dall’uso della parola anima. 

relazione madre figlio, sussistente sia che il figlio sia auspicato, sia che non lo sia. Nella visione radicale l’individualità è di tipo matematico, ossia si definisce per sé e in sé. I numeri nascono perché noi ci poniamo di fronte a un insieme di unità pensabili indipendentemente l’una dall’altra, per poi essere collegate con relazioni d’ordine in coppie, terne e così via. Gli individui riconosciuti empiricamente stanno per sé, ad essi s’aggiungono relazioni che, essendo capaci di decisione, possono anche essere rifiutate, non sono vincolanti perché non entrano nella sua definizione. Invece nell’intuizione cristiana la determinazione della relazione, il dono di sé, è la forma che assume la persona e il senso della sua vita. L’essere genitori è il dono di sé ai figli, è la vocazione che trova risposta nella decisione che consente, definitivamente. 

La prospettiva cristiana implica che io sia dono. La prospettiva radicale che io sia la percezione di me. La prospettiva cristiana implica che io sia atto d’esistenza, ente in actu exercito, quella radicale che io sia il soggetto di atti arbitrari. Nella prima sono soggetto di diritto in quanto sono soggetto di dovere, non nel senso che il diritto altrui limita il mio, ma in quello che la logica della situazione coinvolta dalla decisione originaria costituisce un impegno cogente: siete marito e moglie in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia. O che la logica della situazione di fatto costituisce una vocazione cogente per quello che sono come dono: se vedo una persona che annega e so nuotare, debbo mettere la mia vita a repentaglio per salvarla. Al centro non è il diritto alla ricerca della felicità, a inseguire il piacere o qualsiasi cosa possa ritenere darmi la felicità, ma la vocazione a esistere come dono, perché l’identità ultima non è nelle mie qualità e attitudini, ma nella mia relazionalità. 

Le conseguenze della vittoria dell’antropologia radicale 

Originariamente le nostre carte dei diritti sono state scritte per una società cristiana, la riduzione antropologica che s’afferma nel sessantotto le snatura. Essa inoltre colpisce anche l’altra branca dell’antropologia sessantottina, ossia quella che risolve la coscienza nella risultante dialettica di forze oggettive e assume gli impegni dello storicismo socialista. I nuovi underdog non sono gli operai che debbono prendere il potere, la liberazione della classe e attraverso la classe, ma donne e giovani, minoranze etniche, omosessuali e handicappati. Se ne rivendica la dignità umana e quindi la parità nei diritti, ma essi non sono classi, bensì categorie, somme di individui aggregati nella rivendicazione della parità delle opportunità. Il passaggio dalla classe alla categoria toglie le relazioni unificanti, la dialettica della composizione organica del corpo sociale, per sostituirla con una società dell’aggregazione delle unità e della giustapposizione delle parti, in un sostanziale apartheid nel quale le famiglie umane condividono il territorio senza dialogare tra loro, come è nella mal sognata comunità multiculturale dei nostri giorni, completa negazione della realtà relazionale e quindi dialogica della persona, che dialoga non per accettare il diverso nella sua diversità, ma per lottare con lui alla ricerca della verità comune. 

L’effetto combinato della percezione di sé nella dialettica sociale e di quella di sé come autopercezione conduce a una drastica reinterpretazione dei diritti civili e di quelli sociali. Acquisto il diritto civile al mio desiderio e quello sociale a vederlo gratificato dalla collettività. Ma insieme chiedo alla società di trasformare questo mio sentire in sentire comune e cogente, di imporre una correttezza politica che omologa. Guai a chiamare negro il negro o cieco il cieco: le prole non sono neutre indicazioni di dati di fatto, ma etiche determinazioni di valore, e va rifiutata ogni differenza che configuri una differenza di valore tra gli esseri umani. Il che comporta un uguale diritto al successo: anche se sono una schiappa ho diritto ad aspirare ad essere il centravanti della Nazionale. 

La tragedia educativa del sessantotto non nasce dalla contestazione della scuola classista. Ricordo il me stesso diciassettenne seduto nella platea del teatro comunale a sentire Gianni Pugliese criticare l’assetto classista della scuola, tale perché preparava, nei diversi ordini, la classe dirigente, quella dei tecnici e quella degli operai. Ne nacque l’indifferenza educativa dell’unicità della funzione docente e il disastro assai democristiano dei decreti delegati del 1974, quando il problema invece d’essere affrontato, fu annegato nelle sabbie mobili delle formule populiste.

Non nasce neanche dal rifiuto della vecchia Italia, dei suoi musei e del suo umanesimo latinista e cattolico in favore della modernità ingegneristica che produce il Moplen, con il conseguente abbandono della narrazione del passato e della sua capacità di produrre identità per il futuro. Sono state due cose molto negative, ma rimediabili. La vera tragedia educativa è nella riduzione della persona all’unità empirica e alla coscienza empirica, nella incapacità che questa produce di dialogare nella ricerca della verità, non come scambio di opinioni, ma proposta e messa a rischio della propria identità, personale o culturale, nella cecità verso il dato di base per il quale tanto la vita quanto io stesso siamo dono. È la forma che ha assunto, assorbendo l’idea radicale, la coscienza comune, alla quale la mia generazione s’è abbandonata senza riflettere e ch’essa ha passato ai suoi figli, che hanno diritto di chiedere perché abbiamo chiamato libertà la caduta delle barriere sociali, culturali e psicologiche che reprimono l’individuo, ma non abbiamo saputo proporre, dire e realizzare quale sia il contenuto positivo, la forma che l’essere umano deve assumere perché la sua identità personale non sia negata. 

Conclusione 

Per chiudere andando giù duro, dirò che la tragedia del sessantotto è la sua apostasia, la secolarizzazione radicale. Le ideologie s’erano proposte come religioni laiche, idolatrie che sostituivano la religione cristiana e promettevano non l’al di là ma il futuro. Il sessantotto s’è ancora mosso tra di esse, ma nella sostanza ne ha vissuto la morte, producendo l’atomismo psicologico, sociale e spirituale al quale siamo ridotti quando non abbiamo più un Dio da servire o almeno il riconoscimento in noi della sua istanza di verità e sostituiamo la dinamica reale della vita personale, familiare, sociale con astrazioni, la prima delle quali è l’individuo atomo sociale.

David Sassoli andrà a Londra per l’accordo sulla Brexit

Il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha ricevuto una telefonata e un invito a recarsi a Londra da parte del premier britannico Boris Johnson.

In quella che è stata la prima conversazione tra i due leader, Johnson ha sottolineato l’importanza del Parlamento europeo nel processo della Brexit, esprimendo il desiderio di trovare un accordo positivo. Sassoli ha risposto che questo era anche il desiderio dei 27.

La telefonata ha fatto seguito all’approvazione di una nuova risoluzione sulla Brexit oggi da parte di Strasburgo che ha ribadito il sostegno del Parlamento Ue ad una Brexit ordinata.

Intanto su Twitter David Sassoli ha dichiarato che: “Ho ribadito che qualsiasi accordo dovrà essere approvato sia dal Regno Unito che dal Parlamento europeo, pertanto è essenziale un dibattito approfondito e un controllo parlamentare. Le nostre priorità rimangono la garanzia dei diritti dei cittadini e la protezione del processo di pace nell’Irlanda del Nord”.

Commercio estero: Istat, “a luglio vendite in calo, frenano import ed export”

A luglio 2019 entrambi i flussi commerciali con l’estero registrano una flessione congiunturale, più intensa per le esportazioni (-2,3%) che per le importazioni (-0,5%). La diminuzione congiunturale dell’export è da ascrivere al calo delle vendite sia verso i mercati extra Ue (-3,9%) sia verso i paesi Ue (-1,1%).

Nel trimestre maggio-luglio 2019 rispetto al precedente si rileva un aumento per le esportazioni (+1,5%) mentre le importazioni risultano stazionarie.

A luglio 2019 la crescita dell’export su base annua è ampiamente positiva e pari a +6,2%, trainata dall’incremento delle vendite registrato sia per l’area extra Ue (+8,0%) sia, in misura minore, per quella Ue (+4,7%). Analogamente le importazioni sono in aumento (+1,8%) sia dai mercati extra Ue (+2,8%) sia dall’area Ue (+1,0%).

Tra i settori che contribuiscono alla crescita tendenziale dell’export si segnalano articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+27,3%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+13,9%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (+15,3%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+13,1%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e pelliccia (+12,8%); mentre nello stesso mese contribuiscono negativamente i prodotti petroliferi raffinati (-19,4%).

Su base annua, i paesi che contribuiscono maggiormente all’aumento delle esportazioni sono Svizzera (+32,8%), Stati Uniti (+18,0%), Francia (+4,6%) e Spagna (+8,9%), mentre si registra una diminuzione delle vendite verso i paesi OPEC (-13,1%) e la Cina (-10,1%).

Nei primi sette mesi del 2019, l’aumento su base annua dell’export (+3,2%) è determinato principalmente dalle vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+27,9%), prodotti tessili e dell’abbigliamento, pelli e accessori (+7,9%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+8,0%).

Si stima che il surplus commerciale aumenti di 1.972 milioni di euro (da +5.659 milioni a luglio 2018 a +7.631 milioni a luglio 2019). Nei primi sette mesi dell’anno l’avanzo commerciale raggiunge +29.710 milioni (+53.484 milioni al netto dei prodotti energetici).

Nel mese di luglio 2019 si stima che l’indice dei prezzi all’importazione diminuisca dello 0,1% in termini congiunturali e dell’1,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Pragra: l’Ambasciata d’Italia rinnova il marchio culturale “Et Cetera”

Nel quadro delle celebrazioni per il centenario della rappresentanza italiana a Praga e dell’avvio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, la fondazione Eleutheria in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia rinnova il marchio culturale “Et Cetera” con una iniziativa legata alla Street art, coinvolgendo giovani artisti italiani e cechi. A fare da scenario una parte della via Thunovskà di proprietà dell’Ambasciata e normalmente non percorribile. In pieno centro storico, nel cuore del suggestivo quartiere di Malá Strana, la parte italiana di via Thunovskà sarà accessibile al pubblico dal 20 settembre fino al 3 ottobre, proiettando i visitatori in un viaggio nell’arte contemporanea.

Dopo aver affrontato aspetti delle arti figurative, della fotografia e della cinematografia in spazi prestigiosi quali il MAXXI di Roma e l’Istituto italiano di cultura di Praga, il progetto “Et Cetera” giunge alla 6° edizione e si concentra sulla Street art, un’arte che sembra essere entrata nel profondo della coscienza collettiva in quanto capace di veicolare istanze sociali espresse con un linguaggio universale. Come ha sottolineato l’ambasciatore Francesco Saverio Nisio, “la Street Art è una cartina di tornasole dell’evoluzione dei nostri tempi e una composita allegoria globalizzata del mondo odierno. Esprime con un linguaggio universale – ben noto anche in Italia – le speranze, i timori e le istanze di libertà della società contemporanea”.

Non a caso il tema scelto per la rassegna è la “libertà”, anche per commemorare i 50 anni dalla morte di Jan Palach e di Jan Zajíc, i due ragazzi cechi che nel 1969 si immolarono in nome dei diritti della propria gente, minacciati e soffocati dalle truppe del Patto di Varsavia, divenendo simboli di libertà e di lotta all’oppressione.
Gli artisti cechi e italiani selezionati tra oltre 100 candidati hanno provenienze e personalità diverse ma sono accomunati dalla forza icastica dei loro messaggi. TOY BOX, che non mostra il suo viso ma coglie l’anima nascosta delle persone con dei selfie murali; OBIC, lo sperimentatore che attraverso labirinti grafico-ornamentali elude la componente espressiva a favore della linearità stratificata e della forma pura; DAVID STRAUZZ che sfida l’isolamento interiore attraverso l’astrazione e l’interazione; I-AM-RUSHDOG, le cui specialità sono la calligrafia e il lettering.

Poi gli italiani ER PINTO e SOLO, provenienti dal Trullo di Roma, uno dei quartieri di riferimento dell’arte urbana della Capitale grazie al “Festival Internazionale di Poesia di Strada”; DIAMOND caratterizzato da uno stile elegante e provocatorio con echi di Art Nouveau, tra i primi ad operare il passaggio dal writing alla Street art e YEST che integra l’arte narrativa del fumetto con le tecniche dei graffiti.

L’iniziativa è curata da Francesco Augusto Razetto, da Ottaviano Maria Razetto e da Genny Di Bert, rispettivamente presidente, vice-presidente e curatrice della fondazione Eleutheria.
Patrocinio del comune di Praga capitale, del municipio di Praga 1, della Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca e dell’Art & Design Institut di Praga. Sponsor principali: UniCredit Bank Czech Republic and Slovakia e Architectural Consulting.

Bari smart city grazie alla banda ultra larga

E’ stato presentato il 16 settembre a Bari il piano di investimenti realizzato per la città insieme ai prossimi obiettivi. Il capoluogo pugliese a partire dal 2016 è stata una delle prime realtà in Italia a sperimentare l’intervento infastrutturale della fibra ottica con oltre 40 milioni d’investimento privato e 2.000 chilometri di cavi posati all’interno di 147.000 unità immobiliari. Questi  alcuni dati relativi alla rete di telecomunicazioni integralmente in fibra ottica realizzata a Bari da Open Fiber con il sostegno dell’Amministrazione comunale e degli operatori partner del progetto, che da marzo 2017 hanno  messo a disposizione dei cittadini i servizi di connettività a banda ultra larga.

La conclusione dei cantieri, con le operazioni di ripristino della pavimentazione stradale in avanzamento sul 90% delle tracce, segna l’apertura di una seconda fase del processo d’innovazione della città, che si articolerà su una serie di azioni rese possibili grazie ad un nuovo accordo siglato tra il Comune e l’azienda Open Fiber, finalizzato ad implementare e rendere sempre più efficienti i servizi ad alta tecnologia. Un altro obiettivo è quello di garantire le stesse opportunità d’accesso alle tecnologie in tutte le aree della città: dal centro alle periferie. E proprio in riferimento ad aree meno centrali del capoluogo, sono nate due iniziative promosse dal Comune e da Open Fiber: la realizzazione di svariati punti d’accesso wi-fi sul rinnovato lungomare di San Girolamo, nonchè un contest riservato a writers per la realizzazione di un murales sul tema dello sviluppo digitale nelle smart cities.

“Per noi è una giornata importante a esito di un percorso che ha visti impegnati Open Fiber e il Comune di Bari – ha detto il Sindaco Antonio Decaro – Ricordo la conferenza stampa a Palazzo Chigi per il lancio del progetto della Fibra ottica, nelle prime cinque città italiane, tra cui Bari e, qualche tempo più tardi, l’avvio del primo cantiere per la posa della superfibra nella nostra città. Ringrazio l’amministratore delegato, Elisabetta Ripa, per aver voluto essere qui con noi insieme ai rappresentanti di tre operatori del settore, che saranno tecnicamente i gestori dell’infrastruttura realizzata da Open Fiber. Nel corso dei lavori, sarebbe inutile negarlo, abbiamo avuto diversi problemi dovuti all’impatto dei cantieri sulla vita della città sia per gli scavi sia per i ripristini. Ma il compito di un Sindaco, lo dico spesso, è lavorare per il bene della propria comunità provando ad indirizzare lo sguardo al futuro, nonostante i disagi quotidiani. Oggi, però, possiamo dire di essere soddisfatti, perché buona parte della città, delle aziende e delle famiglie baresi hanno la possibilità di accedere a un collegamento ad internet fino a dieci volte più veloce che in passato, un risultato concreto per tutti. Inoltre, per quanto riguarda l’amministrazione comunale, c’è un’importante novità da sottolineare: avremo a disposizione una rete cittadina, una sorta di dorsale circolare con 100 punti di accesso di proprietà del Comune di Bari, ai quali, attraverso la superfibra, potremo collegare i cosiddetti “oggetti della Pubblica amministrazione”, dalle telecamere del sistema di videosorveglianza, ai semafori con controllo da remoto, alle infrastrutture di pubblica illuminazione. Avere dati che viaggiano sulla rete della superfibra ci permetterà di avere informazioni più veloci e di offrire servizi più efficaci e intelligenti. Di fatto parliamo di I.O.T., internet degli oggetti, che è uno dei fronti di sviluppo sui quali siamo maggiormente impegnati, e che ci vedrà attivare nei prossimi mesi nuove telecamere – passeremo da 300 a 500 -, altri semafori intelligenti collegati con la centrale operative, 60.000 contatori smart,  nuove ‘fototrappole’, 15.000 corpi illuminanti e mettere a sistema tutta una serie di attività, comprese quelle previste dal progetto M.U.S.I.C.A. che ci consentiranno di analizzare alcune dinamiche legate alla mobilità, al turismo, e alla vita dei cittadini. Infine oggi siamo felici di poter annunciare alla città un prosieguo delle attività che vedranno il Comune di Bari lavorare con Open Fiber, per l’estensione della fibra ottica nel quartiere San Paolo fino ad alcuni punti della nostra zone Industriale e al Comune di Modugno e l’attivazione di un servizio di rete wifi su tutto il waterfront di San Girolamo. Sperimentazione, quest’ultima, che in un secondo momento l’Amministrazione comunale potrà replicare in altri luoghi pubblici, grazie a uno dei 100 punti della dorsale che ci è stata messa a disposizione”.

Nuova terapia per il tumore alla prostata

Per combattere questo tipo di cancro, normalmente, il ciclo di radioterapia dura otto settimane, ma gli esperti del Royal Marsden Hospital e dell’Institute of Cancer Research di Londra sembrano aver individuato un nuovo metodo.

I medici hanno testato un ciclo di radioterapie di sole 5 sedute, capace di emettere radiazioni molto più potenti e mirate. I primi risultati dello studio, pubblicati sulla rivista medica Lancet, hanno dimostrato che il metodo funziona e che gli effetti collaterali non sono diversi da quelli del classico ciclo da 39 trattamenti.

La strada in salita dei Popolari impenitenti ma non velleitari

La decisione di Matteo Renzi di lasciare il PD per dare vita ad una nuova esperienza politica – comunque la si giudichi –  non va letta con gli occhiali del passato, né con troppa indulgenza in ordine a dietrologie di breve momento.

Non è una “scissione” di tipo tradizionale, maturata cioè in base ad un dissidio politico o programmatico, come più volte accaduto nella vita dei partiti. E neppure, credo, una semplice mossa legata alla furbizia, pur notoria, del personaggio.

Appare piuttosto come il nuovo capitolo di una crisi strutturale: quella del concetto stesso di “partito” e delle categorie tradizionali della rappresentanza e dell’appartenenza. Non è affatto il tentativo di occupare uno spazio “al centro”, sul presupposto che il PD starebbe andando troppo “a sinistra”. Men che meno punta a rilanciare in forma autonoma una delle culture politiche che i fondatori del PD avevano ritenuto di poter rappresentare: quella del Popolarismo di ispirazione cattolico democratica.

Il gioco pare totalmente altro.

Se il PD era nato con l’intenzione di “unire” diverse culture politiche del novecento, la nuova creazione di Renzi sembra decisamente partire dal presupposto del loro definitivo “superamento”. Questa mi pare essere la natura prevalente di “Italia Viva”, al di là di ogni altra pur verosimile interpretazione contingente. C’è in essa un elemento di fondatezza: la crisi dei partiti tradizionali è evidente (e non da oggi).

Il tema è però: quale sbocco pensiamo che questa crisi debba e possa avere? Il definitivo superamento delle culture politiche, vecchie, nuove o inedite che esse siano? L’appello alle “energie vitali” di un Paese può essere il cemento di un progetto di governo della società, oppure ne deve costituire una sorta di premessa, importante ma non “fondativa”? E la sfida al “populismo cattivo” può essere giocata (e vinta) mettendo in campo una sorta di “populismo buono”?

Domande destinate a rimanere aperte, credo, ancora a lungo. La fase di riorganizzazione della politica e della vita democratica pare solo agli inizi, con tutto il suo prevedibile carico di contraddizioni, incertezze e opportunità.

Essa si può vivere in molti modi. E ciò vale anche per la nostra piccola comunità di Popolari impenitenti ma non semplicemente nostalgici. Si può ricercare una traiettoria di “accasamenti” (anche apparentemente accattivanti e magari anche plausibili), oppure si può provare a vivere questa fase con atteggiamento di curiosa attenzione a tutti i processi in atto ed ai loro sviluppi, ma con l’ambizione (e l’ardire) di chi prova comunque ad essere “soggetto politico collettivo”: con un riferimento ideale e culturale dichiarato, un pensiero politico autonomo, una presenza organizzata, seppur in modo radicalmente nuovo. Senza velleità ma anche senza rinunce. E con una consapevolezza, appunto: siamo solo agli inizi di una trasformazione radicale della vita politica, che non può essere vissuta con attendismo passivo ma neppure con ansie da prestazione immediata.

Personalmente propendo per la seconda strada, benché tutta in salita. Anche per questo, ho molto apprezzato la provocazione di Lucio D’Ubaldo a proposito del PPI. Immagino le difficoltà di vario genere, temo quasi insormontabili. Tuttavia, se potessero prevalere la logica della “Politica” e la lungimirante capacità di leggere i “segni dei tempi”, quella sarebbe la strada maestra. 

La forza dell’autonomia locale alla base del rinnovamento dello stato

Abbiamo alle spalle un quarto di secolo, che patisce nelle fibre del sentire comune, la pena di una lunga cavalcata nell’inconcludenza.

Il Paese si è fermato, nel periodo della crisi mondiale è andato indietro. Denatalità, caduta dell’efficienza produttiva, contrazione della capacità di crescita, aumento del debito pubblico, recrudescenza del divario territoriale tra Nord e Sud: l’uscita dalla “Prima Repubblica” ha dato corso a un complesso di trasformazioni, anzitutto con l’avvento di un nuovo sistema di partiti, il cui impatto sulla società non è stato pari alle attese suscitate.

Altri diranno che la delusione susseguente alle riforme rientra nel normale basculamento di colpi e contraccolpi insiti nei percorsi di modernizzazione.
In questi casi le analisi divergono profondamente. Se da un lato si critica l’incompiutezza delle riforme, dall’altro si denuncia l’astrattezza del loro impianto. Sta di fatto che il Paese ha imboccato la strada tortuosa del declino.

Per il testo completo seguire il Link sottostante 

AUTONOMIE_LOCALI

I nuovi equilibri economici e sociali

Malgrado qualche nostro politico finga di non essersene accorto, è indubbio che i paesi dell’Europa occidentale, specificatamente i Fondatori della Comunità Europea e quelli dell’area di influenza inglese, dal dopo guerra alla crisi del 2008, abbiano goduto di elevato benessere sia economico che sociale.

E’, quindi, ingiusto ed immotivato incolpare l’idea di Europa per la crisi del 2008, dove, invece, i paesi non hanno saputo cogliere le opportunità offerte dalla globalizzazione nè dalla rivoluzione digitale che è stata poco incisiva nei sistemi produttivi e nei servizi sociali, togliendo certezze e diffondendo timori ed insoddisfazioni, anche grazie alla miopia ed all’egoismo delle cosiddette politiche del rigore.

Da qui, soprattutto in Italia, nasce la domanda di nuovi equilibri economici e sociali.

Per realizzarli, occorrono più elevati livelli di produttività e di competitività internazionale. Nonostante questo obiettivo sia stato programmato dai partiti di governo e reclamato a gran voce da quelli dell’opposizione, si è fatto poco. Il Paese è sostanzialmente fermo da decenni. A questo proposito va evidenziato come sia i sindacati che le corporazioni abbiano bloccato di fatto le riforme reali, dato il ruolo importante, nel bene e nel male, che hanno svolto le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori, protagonisti entrambi del corporativismo che ha caratterizzato, dagli anni sessanta fino ai giorni nostri, le scelte di politica economica dei grandi partiti.

In questi anni, in particolare, vi è stata un’evidente compiacenza di tutte le forze politiche e dei sindacati (al di là delle roboanti dichiarazioni) verso una “moderata” evasione fiscale pur di favorire i consumi: operazione che nei fatti non ha favorito il sistema produttivo, che, invece, avrebbe assoluta necessità di innovazione tecnologica e gestionale, con l’indispensabile corollario di servizi pubblici efficienti e poco costosi.

Va affrontato anche il tema delle aziende statali, comunali e regionali, pensate per gestire, secondo logiche di interesse generale e non di profitto, i servizi pubblici indispensabili per il bene comune; aziende che sono diventate, invece, uno strumento iniquo per  colpa di una gestione clientelare e inefficiente, soggetta a condizionamenti dei partiti e dei sindacati.

Questo stato di cose è andato bene anche al sistema imprenditoriale, che ha beneficiato di lucrose commesse.

In quest’analisi sulla carenza di investimenti strutturali emerge un tema che ha caratterizzato non solo le vicende economiche italiane, ma anche quelle politiche.

Dal dopo guerra in poi, le economie più avanzate, a cominciare da quella tedesca, hanno fatto investimenti significativi in ricerca, in tecnologie, in servizi pubblici, nell’amministrazione dello Stato e degli Enti Locali. Hanno investito nella formazione. In Italia si è data, invece, priorità al sostegno dei consumi con politiche di contribuzione a pioggia e di “diffusa elusione” fiscale, come già detto.

Appare quindi chiaro come le linee di politica economica e sociale a sostegno della domanda a breve periodo abbiano determinato un effetto di “blocco” della crescita non solo quantitativa, ma soprattutto qualitativa dell’economia italiana, come emerge con evidenza anche dalla lettura dei vari indici Istat.

E’, dunque, indispensabile uscire dalla vecchia superata governance del consenso sociale per passare a politiche di sostegno  dei nuovi sistemi di produzione ed ai conseguenti nuovi modelli di welfare, che tengano in conto maggiormente anche della sostenibilità ambientale.

Siamo di fronte ad una potenziale svolta radicale. Può partire dal nuovo Ministero dell’Innovazione? Per il nuovo governo è una grande opportunità.

Spagna: si torna al voto

Quattro mesi di battaglia per la Spagna si sono conclusi in un clamoroso fiasco. Pedro Sánchez, avverte che gli spagnoli saranno chiamati nuovamente alle urne il 10 novembre, dopo il fallito giro di consultazioni del re. Saranno le seconde elezioni generali in sette mesi e la quarta in quattro anni, un caso senza precedenti in Europa che segna il fallimento di una generazione di politici.

Sanchez aveva presentato la sua ultima proposta a Podemos pochi giorni fa nel tentativo di convincerlo a sostenere un governo monocolore ma senza offrirgli incarichi nel consiglio dei Ministri. E proprio su questo si sarebbe consumata la rorttura.

Iglesias ha infatti chiesto a più riprese ruoli chiave o comunque all’interno dell’esecutivo e a un certo punto ha provato anche a fare un passo indietro per cercare di sbloccare la situazione. Sanchez si è mostrato però irremovibile, anche rispetto all’ultima proposta di Iglesias che nelle settimane scorse aveva ipotizzato la formazione di una coalizione di governo temporanea per approvare intanto la legge di bilancio. Un’opzione esclusa pero’ dai socialisti.

Ora in Spagna inizierà il gioco della distribuzione della colpa. I tre grandi partiti hanno incolpato il PSOE e lo hanno accusato di volere le elezioni dal primo momento. Sanchez ha sottolineato, in particolare Podemos, che “ha bloccato per la quarta volta l’investitura di un socialista”. Il presidente ha evitato qualsiasi tipo di autocritica e ha chiesto agli spagnoli di parlare “ancora più chiaramente” rispetto ad aprile e di dargli una maggioranza più ampia.

 

Mese dell’Educazione Finanziaria 2019, le iscrizioni fino al 20 settembre

All’inizio di ottobre partirà la II edizione del Mese dell’Educazione Finanziaria, un appuntamento che vede il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria in prima linea con almeno 200 iniziative. A oggi al Mese dell’Educazione Finanziaria 2019 hanno aderito oltre 40 partner tra istituzioni, fondazioni, associazioni di categoria e dei consumatori, organizzazioni antiusura e referenti del mondo no profit, scuole, università, aziende, ordini e associazioni professionali, rappresentanti del mondo bancario, assicurativo e previdenziale.

Il Mese avrà un calendario ricco di momenti, a cominciare da quelli della prima settimana di ottobre connessi alla “World Investor Week”, la manifestazione internazionale dedicata alla gestione del risparmio, per proseguire con eventi culturali, seminari informativi, spettacoli, giornate di gioco e formazione sull’educazione finanziaria. Il Comitato invita pubbliche amministrazioni, istituzioni, associazioni, imprese, università e centri di ricerca, scuole, fondazioni e qualsiasi organizzazione voglia impegnarsi nel campo dell’educazione finanziaria con iniziative mirate, senza scopo di lucro e gratuite per chi vi partecipa, a proporre la propria candidatura. Saranno accolte tutte le idee che avranno come obiettivo quello di accrescere le conoscenze di base in relazione a temi assicurativi, previdenziali e di gestione o programmazione delle risorse finanziarie personali e familiari. Conoscenze indispensabili per la serenità di oggi e del futuro. Il termine di candidatura è previsto entro e non oltre il 20 settembre 2019.

Lazio: record storico di occupati

Dall’Istat arriva un’ ottima notizia per il Lazio: il numero dei lavoratori, 2 milioni 419 mila, è il dato trimestrale più alto di sempre. Con un calo di 55 mila persone in cerca di lavoro in un anno.

Due indicatori che mostrano come la Regione Lazio sia riuscita ad affrontare realtà economiche sempre più interconnesse e competitive.

Ottimi dati che daranno, sicuramente, un incentivo a continuare sulla strada intrapresa con le politiche regionali messe in campo in questi anni, anche su internazionalizzazione, formazione e lavoro, per raggiungere nuovi importanti obiettivi.

Sanità privata, sospeso lo sciopero previsto per il 20 settembre

Cgil, Cisl e Uil annunciano la sospensione dello sciopero della Sanità privata previsto per il 20 settembre in seguito all’incontro che si è tenuto al Ministero della Salute con il ministro Roberto Speranza, la Conferenza delle Regioni, le delegazioni di Aris e Aiop.

«Dopo gli scioperi, le mobilitazioni dei mesi scorsi e il positivo interessamento del Ministro Speranza, abbiamo preso atto della volontà delle parti datoriali di riprendere le trattative, con un incontro in data odierna», scrivono in una nota i sindacati. «Al centro il tema della valutazione delle disponibilità economiche utili alla sottoscrizione del CCNL e la definizione del calendario di successivi incontri».

 

Proporzionale o maggioritario? Per quale politica?

L’Espresso di metà settembre ha pubblicato un articolo del suo direttore Marco Damilano sulla formazione del governo giallorosso, in cui si sostiene che la legge proporzionale, indicata come una delle questioni che dovrebbe caratterizzare le iniziative del Conte 2, con l’obiettivo di bloccare l’onda sovranista e favorire la rifondazione dell’Unione europea, in realtà consentirebbe a tutti i partiti, in particolare ai partiti centristi e a ciò che residua della vecchia sinistra, di sopravvivere “in comode nicchie” al dilagare della destra, e quindi del sovranismo.

Damilano non ha nostalgia del sovranismo, ma scrive che il Pd doveva avere il coraggio di confrontarsi elettoralmente con la coalizione della destra, invece di partecipare ad un “ribaltone” che finirà per radicalizzare la lotta politica e regalare le piazze a Salvini e alla Meloni.

Nella stessa giornata, La Repubblica ha scritto che giustamente Prodi e Veltroni difendono la legge maggioritaria, poiché questo sistema permette a chi vince di governare, mentre la proporzionale, che fotografa l’esistente, è responsabile della frammentazione dei partiti in tribù, dei continui cambi di casacca, della ingovernabilità….

Mi sono sentito provocato da queste opinioni, che meritano rispetto, ma anche dalla lettera di Gianni Cuperlo ricordata da Damilano; condivido le riflessioni accorate di Cuperlo, sulla necessità per il Pd, se vuole vincere, di rinnovarsi e ricostruire un rapporto con la società… Ma sono dubbioso quando sostiene che “se il confronto sulla legge elettorale si conclude con un ritorno al proporzionale puro, avrebbe tra gli effetti il superamento di ogni logica di coalizione e intaccherebbe lo spirito fondante del Pd, comprese primarie e vocazione maggioritaria”.

Le cose stanno così? Per quanto ricordo, la personalizzazione della politica, il trasformismo, il cambio di casacche, hanno poco a che fare con la proporzionale; sono un’esperienza della seconda repubblica, del tempo dei maggioritari…che non hanno neppure risolto la questione della stabilità delle maggioranze di governo..Anche D’Alema ha nostalgia del maggioritario, eppure per giustificare il fallimento dell’esperienza che ha segnato la transizione dalla prima alla seconda repubblica ha parlato di “amalgama mal riuscito”.

Chi mi conosce sa che non ho aderito alla Margherita ed al Pd, pure avendo sempre votato per il centrosinistra, perchè temevo che passando da una alleanza strategica tra centro e sinistra ad un partito unico, le diverse nomenclature risolvessero i problemi di un equilibrio politico “nuovo”, sottovalutando le difficoltà che questa scelta, questa “rivoluzione dall’alto”, poneva all’elettorato tradizionale del centro e della sinistra: anche del “centro che guarda a sinistra” e della sinistra del “nuovo inizio”. Comprendo quindi le tensioni che sono riaffiorate, che riguardano scissioni e nuovi partiti. Tuttavia se queste tensioni – che non sono prodotte dalla proporzionale – non si risolvono con l’intelligenza politica, come si può pensare di risolverle con il maggioritario? Semplicemente le si rendono irrisolvibili, si radicalizzano le diversità, le ragioni del dialogo che accompagna ogni vero cambiamento

È vero che stiamo vivendo una crisi di sistema, non solo di governo; ma questa crisi, il naufragio del governo giallo-verde, è dovuta anche alla riforma elettorale approvata nel 2017 da quasi tutti i partiti, per garantire la stabilità di governo, ma anche per permettere alle maggioranze dei diversi partiti di “nominare” la propria rappresentanza parlamentare.

Chi aveva progettato maggioritario del 2017 (e la torsione della democrazia dei partiti in personalizzazione della politica) pensava di favorire – con quella legge – la svolta politica annunciata dalle precedenti elezioni europee. Le cose sono andate diversamente..

Le leggi di riforma definiscono gli obiettivi che il legislatore si propone, non possono garantirli, poiché l’esito del voto è imprevedibile, ed imprevedibili sono i comportamenti indotti dalle leggi. Quando Salvini esalta il maggioritario, affermando che “chi ha un voto in più deve poter governare” dovrebbe precisare che governa “chi ha un voto in più in Parlamento”. E quando si propone di chiedere un referendum per cancellare dal Rosatellum i seggi attribuiti con la proporzionale, per sperimentare in Italia il sistema uninominale inglese, dovrebbe riflettere sui risultati prodotti dalla quota uninominale del Rosatellum: un sistema tripolare, non una maggioranza di governo…

Così, lo dico per inciso, è accaduto anche con l’elezione diretta dei sindaci. Quella legge (una delle ultime leggi approvate dalla prima repubblica) personalizzando la competizione elettorale con l’elezione diretta del sindaco, ha influito sullo svolgimento di elezioni che riguardano anche il consiglio comunale, inducendo quasi tutti i partiti a presentare – insieme alla lista per il consiglio – anche la candidatura a sindaco; le candidature si sono moltiplicate, l’elettorato si è frammentato e al ballottaggio tra le prime due candidature a sindaco, le coalizioni – necessarie per vincere – si sono spesso costruite come si costruisce un “inciucio”. Resta comunque vero che l’elezione diretta del Sindaco ha cambiato in profondità l’amministrazione dei comuni. Non contesto questo risultato.

Aggiungo una osservazione sull’uninominale (notando che può coniugarsi anche con la proporzionale..): come “maggioritario” sarebbe di gran lunga preferibile il sistema uninominale previsto in Francia per l’elezione dell’Assemblea nazionale: tutti candidati al primo turno, poi – se nessun candidato conquista, nel collegio elettorale, la maggioranza assoluta – ballottaggio tra i primi due. Il Prof. Giovanni Sartori, che ho avuto la fortuna di conoscere, preferiva tra tutti i sistemi elettorali quello francese e sconsigliava i sistemi uninominali americano e inglese.

Torno alle elezioni politiche del 2018: il M5S ha conquistato quasi tutti i collegi uninominali del Sud, mentre al Nord ha vinto la Lega. Questo imprevisto risultato ha costretto Di Maio e Salvini, leader di due partiti alternativi, a sottoscrivere un “contratto” per governare insieme con una maggioranza giallo-verde, che ha lasciato all’opposizione il Pd, “quelli di prima”. Tale maggioranza parlamentare è durata, tra i contrasti, 14 mesi: con Conte arbitro, Di Maio e Salvini vicepresidenti…Poi lo stesso Salvini ne ha decretato la fine.

Resta aperta la discussione sulle ragioni che hanno indotto Matteo Salvini a provocare la crisi del governo dopo aver ottenuto l’approvazione, da parte del governo, del Decreto sulla sicurezza (che attendeva di essere convertito in legge dal Parlamento) e a presentare una mozione di sfiducia contro Conte. In realtà Salvini ha chiesto “elezioni subito”.per trasformare i sondaggi in voti, nella convinzione che, con il M5S in difficoltà, una coalizione di destra (nazional-populista) da lui guidata, avrebbe conquistato quasi tutti i collegi uninominali e i “pieni poteri”. Questo resta il suo obiettivo.

Salvini ha del tutto ignorato che la Costituzione definisce in cinque anni la durata di una legislatura e impone di verificare – in caso di crisi di governo – se nel Parlamento esiste la possibilità di formare una diversa maggioranza di governo. O di ricostruire quella entrata in crisi. Ed è responsabilità del Presidente della Repubblica verificarlo, decidere lo scioglimento di Camera e Senato e indire nuove elezioni. Alla Costituzione si è attenuto il Presidente Mattarella.

In questo contesto si è avviato, sin dall’inizio della crisi, un dibattito che non si è concluso con la formazione del Conte 2 e si è subito intrecciato con quello sulla riforma della legge elettorale.

Così dalle ceneri della “terza repubblica” è rinata la “querelle” sulla legge proporzionale che aveva caratterizzato il declino della “prima repubblica”. La legge proporzionale può essere criticata, come vedremo, ma è la più fedele interprete della Costituzione, poiché riconosce, più di ogni altra legge elettorale, la centralità del Parlamento. Non esiste una legge elettorale perfetta. La proporzionale pura favorisce la dispersione del voto, e se nessun partito ottiene la maggioranza assoluta dei consensi, produce un Parlamento che garantisce la stabilità dei governo solo se si formano coalizioni pluripartitiche; questo è “il tallone d’Achille” della proporzionale.

Il declino della Dc, del “centro che guarda a sinistra” e il dibattito sulla “democrazia difficile”, hanno fatto aprire, negli anni ’70, una discussione tra Psi e Dc su “come correggere” la legge proporzionale al fine di favorire la stabilità del governo
Per Craxi (che è ricordato soprattutto per la “Grande riforma” presidenziale) la proporzionale poteva essere corretta con una clausola di esclusione dal Parlamento delle liste che conquistassero meno del 3 per cento dei voti a livello nazionale. Per la Dc era preferibile assegnare un premio di maggioranza al partito – o alla coalizione – che aveva conquistato almeno il 40 per cento dei voti, permettendogli così di avere la maggioranza assoluta dei seggi. Questa era la filosofia cui si era ispirata la Dc nel ’53, la legge che fu definita “legge truffa”, e che non fu ratificata dagli elettori.

Quando la discussione si è riaccesa, Craxi pensava di costringere i partiti laici (liberali e repubblicani)- che avevano formato governi di centro con la Dc, ma rischiavano di restare senza rappresentanza – a fare coalizione con i socialisti, cioè a dare vita ad una possibile alternativa alla Dc; mentre la Dc voleva costringere i socialisti a dichiarare, prima del voto, con chi intendevano fare il governo: con la Dc, o con il Pci? I contrasti sulle leggi elettorali nascondono quasi sempre un contrasto di strategia politica, riflettono la necessità di valorizzare, in maggioranza o in opposizione, i consensi ottenuti. E quando la politica si “personalizza”, diventa “spettacolo” e si intreccia sempre più con la comunicazione, diventa più difficile evitare che la strategia politica si sottragga alle tentazioni del trasformismo, ed anche all’invasione delle fake-news.

Così, quando si discute del tramonto del bipolarismo, del declino della vocazione maggioritaria del Pd, delle coalizioni possibili, queste due questioni: quale progetto, con quali alleanze…e quale sistema elettorale per vincere…si intrecciano. E quando il Pd riconosce (come hanno fatto recentemente il suo segretario, e poi il suo ex segretario…) che per essere alternativo al sovranismo, per contenerne una marcia che pare irresistibile in tutta Europa, si capisce che bisogna tornare alla politica delle alleanze, Il Pd dovrebbe riconoscere anche che il bipolarismo di cui si discute, con riferimento alle coalizioni, è molto diverso da quello di cui abbiamo fatto esperienza.

In questo contesto, dove vince chi riesce a costruire politicamente la coalizione più forte, a questo obiettivo debbono riferirsi sia sostenitori del maggioritario che quelli della proporzionale, nelle loro diverse formulazioni. Bisogna tornare comunque alla politica, per proporre riforme che si possano calare nella realtà italiana e in quella europea. Chi vuole riformare la legge elettorale del 2016, in coerenza con una riforma costituzionale che comporta il taglio dei parlamentari, (decisone che penalizza la rappresntanza delle fascie marginali del paese) se pensa ad una legge proporzionale, propone semplicemente la cancellazione della quota uninominale, con pochi aggiustamenti dei collegi ed un modesto recupero della rappresentatività delle fasce marginali; se invece pensa, come propone la Lega, ad un rilancio del maggioritario (con un referendum?) vuole cancellare la quota riservata alla rappresentanza proporzionale, per assegnare tutti i seggi all’uninominale. Le elezioni del 2018, hanno dimostrato che questa riforma non garantirebbe una maggioranza in Parlamento..

I proporzionalisti sono convinti di respingere, con la proporzionale, l’ondata sovranista, che si fonda sul maggioritario. I maggioritari sono convinti di poter mettere in campo una coalizione di destra più forte di quella organizzabile del fronte di sinistra. Decideranno gli elettori.

In realtà, l’uninominale ad un solo turno non garantisce una maggioranza parlamentare, e nello stesso tempo minaccia un potere senza limiti…E se si dovesse varare una legge a doppio turno, sarebbero le coalizioni che si confrontano nel secondo turno a decidere la geografia del Parlamento. Come in Francia, dove il nazional-populismo di Le Pen, maggioranza relativa, si è trovata sbarrata la strada da coalizioni europeiste.

D’altra parte, se è difficile per l’elettorato di centrosinistra accettare un governo giallo rosso, nel ricordo delle polemiche che hanno caratterizzato i “grillini”, contro i “democratici” (il Pd lo sta sperimentando), sarebbe anche più difficle fare accettare all’elettorato di centrosinistra ( e forse anche a quello dei CinqueStelle) una coalizione elettorale giallorossa, che un sistema maggioritario renderebbe “obbligata”. Questo è il nodo da sciogliere per le prossime elezioni regionali.

Quì si ferma la mia riflessione. Per queste ragioni sono favorevole ad una riforma che sia caratterizzata da una “proporzionale corretta”: da una clausola di esclusione non superiore al 3 per cento, e – se possibile – da un premio di maggioranza che permetta, alla lista (o alla coalizione) che supera il 45 per cento dei voti, di diventare maggioranza di governo. Di un governo che potrà essere messo in crisi solo quando esista – come prevede il sistema tedesco- un’altra maggioranza parlamentare.

(Ndr – Al testo pubblicato sul profilo FB dell’autore sono state apportate piccole correzioni marginali, in realtà di natura tecnica. Sul piano sostanziale, d’accordo con l’autore, si è precisato il passaggio su scissioni e nuovi partiti, considerando il fatto che in queste ore, appunto, una scissione si è prodotta).

Riprendere il vessillo del PPI

Come avevo scritto qualche giorno fa, l’operazione di Renzi di dare vita a un nuovo soggetto politico pone una serie di questioni in tutti coloro che si richiamano al cattolicesimo democratico.

Attualmente nel PD la componente ex Dc è assolutamente marginale, il solo Franceschini ha un ruolo rilevante ma non mi sembra che il personaggio abbia inteso in questi anni farsi carico di dare voce a quella anche avrebbe dovuto rappresentare una delle tradizioni costitutive del partito. Lo stesso dicasi per Enrico Letta, più legato alle esigenze della gestione del potere. Fioroni, Rosy Bindi, Castagnetti hanno voce sempre più flebile … De Mita era stato messo alla porta … Casini non credo abbia la statura culturale …
Se il PD diventa sempre più di Sinistra, anche recuperando i Bersani, i D’Alema ecc., per i cattolici democratici non ci sono più ragioni di sostenere il PD …

Ciò non significa aderire automaticamente al partito di Renzi, di cui ancora non si conoscono i principi ispiratori e i riferimenti culturali, ma aprire una fase di riflessione sulla necessità (o sulla inutilità) in un tempo come questo della presenza di un partito di ispirazione cristiana, e di conseguenza sui contenuti della sua eventuale proposta politica, partendo dalla dottrina sociale di Papa Francesco, sulla sua collocazione naturale nel campo riformista, europeista, contro sovranismo, populismo e neofascismi.

Potrebbe essere il caso, come sostenuto da Lucio D’Ubaldo, di riprendere il vessillo provvisoriamente accantonato del PPI per offrire una casa ai cattolici democratici isolati, dispersi, disorientati, insoddisfatti dal quadro politico attuale.

La formazione alla Costituzione per il futuro della democrazia

Una premessa – Il punto di partenza per questa riflessione è costituito dalla considerazione del nesso stretto tra democrazia e Costituzione: democrazia intesa come potere del popolo, mentre  la Costituzione è il documento solenne che definisce i diritti e doveri delle persone e le regole di esercizio del potere, cioè le forme e i limiti della sovranità popolare, come chiarisce l’articolo 1 della Costituzione, dopo aver sancito che l’Italia è una Repubblica democratica. Ma va subito precisato che il popolo non è da intendere come un’entità astratta, monolitica, che potrebbe oltretutto facilmente degenerare  in populismo, bensì come la sintesi di una realtà composita, costituita dalle varie comunità territoriali e sociali e dai tanti mondi vitali che animano il tessuto della società, unificata dalla comune appartenenza di tutte le sue componenti ad un unico sistema istituzionale nazionale, come ben aveva sottolineato il popolarismo sturziano nella sua lucida ricostruzione del senso profondo della base personale dello Stato. Perciò, quando parliamo di forme e limiti della sovranità popolare, abbiamo naturalmente di fronte l’esigenza di considerare il potere pubblico statale non come una sede unica e indivisibile, ma piuttosto  come una realtà policentrica, in cui il potere è ripartito tra una pluralità di organi e soggetti di vario ruolo e livello, con vari pesi e contrappesi anche nella formazione dell’ indirizzo politico, cui si devono sommare una serie di meccanismi di partecipazione e di garanzia, finalizzati da un lato a favorire un ruolo attivo dei cittadini, singoli o associati, e dall’altro ad evitare abusi di potere.

 

L’ABC della democrazia – Se per democrazia intendiamo la base e gli strumenti per la convivenza pacifica e la cura corresponsabile del bene comune, possiamo sottolineare in estrema sintesi che la democrazia implica anzitutto effettive garanzie di libertà e di pluralismo delle opinioni politiche,  diritti riconosciuti e doveri sociali, finalizzati ad obiettivi di giustizia e di eguaglianza sostanziale, che debbono mettere ciascuno in condizione di esplicare la propria personalità.  

Se poi ci chiediamo quali siano i luoghi dove normalmente si realizza e si sviluppa la democrazia, dobbiamo mettere a fuoco da un lato le sedi istituzionali con organi che rappresentano  le comunità territoriali di vario livello che costituiscono la Repubblica (comuni, province, città metropolitane, regioni e stato), dall’altro gli strumenti sociali maggiormente collegati alla partecipazione politica  (pensiamo ai partiti, ai movimenti e ai gruppi organizzati per la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica) Quindi da questo punto di vista è certo importante considerare il ruolo degli organi nazionali più rilevanti, a cominciare dal Parlamento (col suo potere legislativo) e dal Governo (col suo potere di indirizzo politico), ma non si può certo perdere di vista il ruolo significativo che è riservato dalla Costituzione alle comunità locali e regionali, in cui si realizza più agevolmente il rapporto tra singole persone, gruppi sociali e imprese con  le istituzioni di governo del territorio.

Altro punto essenziale da tener presente è ovviamente quello che riguarda le modalità con cui si discute e si prendono decisioni in un sistema democratico. Da questo punto di vista acquistano rilievo specifico le dinamiche procedurali che governano la vita di una democrazia, in cui da un lato hanno importanza i sistemi elettorali (di tipo proporzionale o maggioritario o misto) preordinati alla diretta partecipazione al voto dei cittadini, dall’altro va evidenziato il rapporto tra il principio di maggioranza (i più decidono per tutti, a parte i vari modi di conteggiare la maggioranza) e il ruolo della minoranza, che si oppone e finisce per soccombere, ma svolge una funzione cruciale nello stimolare il dibattito e il confronto tra le possibili soluzioni, esercitando altresì un controllo critico  sulla maggioranza, nella prospettiva di avere a sua volta in futuro un consenso maggioritario. Rispetto a queste dinamiche acquistano rilievo non trascurabile anche le regole che cercano per un verso di impedire forme di dittatura della maggioranza, così come per altro verso una trasformazione dell’opposizione in forme di ostruzionismo paralizzante delle decisioni. 

Altro principio essenziale di un sistema democratico, almeno secondo una visione aperta e liberale del confronto politico,  è quello fondato sulla scelta di rappresentanti che devono poter esercitare il proprio ruolo con un mandato libero, cioè non vincolato strettamente alla volontà di partito o di chi li ha designati, ma con la libertà di poter scegliere nelle singole circostanze in base ad una propria valutazione del bene comune possibile in una determinata situazione. Rispetto a questa impostazione della rappresentanza politica,  acquistano ovviamente significato alcuni bilanciamenti, costituiti sia dagli spazi di partecipazione previsti per consentire ai cittadini di far valere il proprio punto di vista, sia dalle forme di democrazia diretta che dovrebbero integrare quella rappresentativa consentendo, in taluni casi, un ruolo diretto dei cittadini elettori in alcune decisioni (referendum, iniziative legislative popolari, petizioni). In tal senso è appena il caso di aggiungere che è ovviamente del tutto impensabile oggi, pur disponendo di risorse telematiche che potenzialmente potrebbero consentire di verificare rapidamente il grado di consenso o di like per una determinata decisione,  immaginare e organizzare un sistema interamente fondato sulla democrazia diretta (che qualcuno chiamerebbe la democrazia immediata), data la complessità delle decisioni da assumere nelle società contemporanee e la necessità di competenze tecniche e di effettivi confronti e mediazioni, che i social non potrebbero certo assicurare.

Va poi sottolineata, per altro verso, la fragilità della democrazia, la quale non è un’opzione di organizzazione del potere che dia luogo ad un  assetto definitivo e stabile, impermeabile alle trasformazioni sociali e culturali. Anzi corre sempre il rischio di involuzioni o di degenerazioni o di crisi di  effettiva partecipazione, con spazi all’antipolitica da un lato oppure, dall’altro, a derive centralistiche,a forme di concentrazione o personalizzazione o verticalizzazione del potere politico, senza mediazioni o con una sostanziale emarginazione di  partiti, sindacati e altre forme di partecipazione sociale, a parte il rischio di scarsa valorizzazione o responsabilizzazione delle elite amministrative e tecniche, in possesso di conoscenze utili per le scelte democratiche. In questa prospettiva è evidente anche l’importanza cruciale dei mezzi di informazione pubblica e la necessità di regole che garantiscano realmente la disponibilità di conoscenze scientifiche, il pluralismo delle opinioni e un libero confronto politico: di qui la questione, assai delicata, della disciplina e gestione della comunicazione pubblica attraverso sia i media tradizionali (giornali e tv), ma anche tenendo conto delle nuove potenzialità della rete e dei social, che certamente ampliano le possibilità di informazione, specie per i giovani, ma al tempo stesso rischiano di ridurre la comunicazione politica  a slogan, precludendo il dialogo e l’approfondimento, che sono alla base del discernimento, con un isolamento di fatto che spesso si abbina a quello che è stato chiamato il narcisismo individualistico. Si pone, in altre parole, sempre più un problema serio di cultura politica democratica, perchè la democrazia – che implica comunque la fatica di un impegno serio, costante e responsabile – ha bisogno vitale di un’informazione attendibile, al riparo dal rischio di fake news o di eccessive semplificazioni.

In sostanza, si pone sempre più l’esigenza di una democrazia educata, fondata più su ragioni che su emozioni, al riparo quindi dai  populismi e dalle tentazioni leaderistiche, con partiti trasformati in piedistalli dei leader e cittadini che finiscono per essere chiamati solo ad approvare, non a contribuire alle scelte. Di qui appunto la necessità di richiamare, oltre all’importanza di una preparazione a svolgere il ruolo di cittadino consapevole, anche  la fatica del dialogo e del discernimento, che sono essenziali per una cultura matura della partecipazione democratica e della cittadinanza attiva, in modo da evitare che prenda il sopravvento la cultura dell’immagine, del qui e ora e dell’io, invece che del noi.

 

La Costituzione come scuola di legalità e bussola per vita democratica – In questa prospettiva di una cittadinanza democratica educata e matura, si percepisce facilmente il valore cruciale della Costituzione come stabile quadro di riferimento e di orientamento per la vita democratica. In primo luogo la Costituzione offre una cornice essenziale di principi e regole fondamentali comuni a tutti i cittadini, è un patto condiviso che certamente richiede però un impegno costante per essere mantenuto e fatto vivere, fermo restando che permane anche un problema di reale attuazione di molte delle previsioni contenute nella Costituzione: spesso, infatti, si tratta di affermazioni di principio, che richiedono poi un impegno permanente sia del legislatore per concretarle, sia delle istituzioni e dei cittadini nel rispettarle nella vita di tutti i giorni (pensiamo, ad esempio, a talune previsioni in materia di supporto alle famiglie o a quanto prefigurato per partiti e sindacati o al capitolo fondamentale del decentramento delle funzioni pubbliche, in gran parte da realizzare per dar vita ad autonomie responsabili e avvicinare le istituzioni ai cittadini).

In ordine ai contenuti salienti della Costituzione – senza qui poter naturalmente dettagliare – va sottolineato anzitutto il significato e la portata generale delle prime dodici norme, che sanciscono in particolare il quadro di garanzie di principi in materia di diritti inviolabili delle persone e delle formazioni sociali, così come di riconoscimento e valorizzazione delle autonomie, senza peraltro perdere di vista il principio di unità e indivisibilità della Repubblica. Di qui anche l’accento sul principio di solidarietà e di perequazione, in base al quale vanno perseguiti obiettivi di riequilibrio per le zone più svantaggiate del Paese e  un’eguaglianza non solo formale tra i cittadini, che si fondi il più possibile su pari opportunità. D’altra parte, riguardano tutti i cittadini anche le norme sui doveri e sulle responsabilità personali, ivi comprese quelle che sono a fondamento dell’esigenza di legalità nei rapporti pubblici, in cui acquista un particolare rilievo la norma che sancisce il dovere di tutti di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi, a partire dai cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche, che devono essere adempiute con disciplina ed onore.

 Vi è poi da richiamare l’’importanza di una organizzazione del potere pubblico coerente con il principio della sussidiarietà, sia verticale che orizzontale, in base al quale per un verso vanno promosse e valorizzate il più possibile le funzioni delle istituzioni esponenziali di comunità territoriali più prossime ai cittadini, a partire dai comuni,  dando per altro verso spazio in modo concreto anche a quanto previsto espressamente nell’articolo 118, laddove si sottolinea che tutte le istituzioni pubbliche devono favorire – in chiave appunto orizzontale – l’autonomia dei cittadini singoli e associati per lo svolgimento di attività di interesse generale, così aprendo ad un ruolo significativo anche delle organizzazioni di volontariato sociale e del cosiddetto Terzo settore.

Sono, altresì, da menzionare le norme altrettanto importanti  e lungimiranti – specialmente in un’epoca in cui sono sempre più evidenti le interdipendenze sovranazionali, se non talora planetarie (basti pensare all’ambiente e al clima) – che aprono ad un rapporto collaborativo con altri Stati e organizzazioni internazionali, limitando espressamente la sovranità statuale a beneficio di obiettivi di convivenza pacifica e di reciproco riconoscimento: in tal senso creando i presupposti indispensabili anche per la prospettiva dell’Unione europea, che costituisce ormai da decenni lo scenario in cui realizzare un’effettiva integrazione tra i popoli del vecchio Continente. Si può aggiungere che – in questo orizzonte sovranazionale – la Costituzione ha già dal 1948 prefigurato il valore anche per gli italiani di documenti e Carte solenni che, a vario titolo, hanno contrassegnato la storia dei rapporti internazionali dei decenni successivi, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti umani fino alla Carta europea dell’autonomia locale del 1985 e al Trattato di Lisbona del 2004 per l’Unione europea.

 In sostanza, la Costituzione rappresenta una scuola di legalità e un punto di riferimento imprescindibile come presupposto di una reale cittadinanza democratica e di una possibile partecipazione effettiva alle dinamiche nella vita pubblica, sia nell’ordine interno che internazionale. Di conseguenza dovrebbe essere un effettivo patrimonio personale di tutti i cittadini, che dovrebbero conoscerla e farla conoscere: con un plauso alle iniziative di quei comuni o di quelle scuole che consegnano il testo della Carta costituzionale ai diciottenni, in modo che possano iniziare la loro vita democratica con piena consapevolezza dei principi e delle regole istituzionali comuni. A maggior ragione per il fatto che, pur avendo già settant’anni, la Costituzione repubblicana non è vecchia o superata, ma conserva piena vitalità ed attualità, seppure con qualche avvertenza sul linguaggio talora datato (ad esempio laddove, all’art. 9, si legge che la Repubblica tutela il paesaggio, mentre oggi si farebbe riferimento, in modo oltretutto più onnicomprensivo, alla tutela dell’ambiente) e su qualche esigenza di manutenzione o aggiornamento o integrazione su punti specifici, specie nella parte sull’organizzazione del potere, ma non sull’impianto generale. 

 

L’esigenza di una formazione istituzionale alla Costituzione – Una democrazia educata alla Costituzione potrebbe essere la sintesi di quanto fin qui considerato: ma come, in quali luoghi istituzionali aperti a tutti, affinchè sia garantita una cultura costituzionale di base a tutti i cittadini, aldilà delle opportunità di formazione e di sensibilizzazione nei contesti familiari o in sedi associative privato-sociali liberamente frequentate? Ovviamente va considerato anzitutto il ruolo possibile – anzi indispensabile – della scuola, sia quella dell’obbligo che quella superiore, pensando ad un vero e proprio  insegnamento curriculare, con le opportune verifiche conclusive, impartito o coordinato da docenti specificamente qualificati. C’è bisogno di un deciso passo avanti sia rispetto alla pur significativa esperienza dell’educazione civica introdotta per qualche tempo alla fine degli anni ‘50 nella formazione scolastica su iniziativa dell’on. Moro, sia rispetto all’erratico insegnamento di Cittadinanza e Costituzione realizzato in molte scuole – talori con ottimi risultati – negli ultimi due decenni ad opera di docenti volenterosi e benemeriti, spesso supportati dai dirigenti scolastici, ma comunque senza uno spazio didattico proprio e garantito. 

L’obiettivo didattico non dovrebbe certo mirare ad un indottrinamento, ma sostanzialmente essere quello di offrire una conoscenza adeguata – modulata ovviamente a seconda dei livelli scolastici – sul contesto della vita pubblica del Paese e sulle dinamiche della democrazia, in modo da abituare i giovani, fin da piccoli, a sapere dove vivono, con quali regole fondamentali di relazione e di dialogo con gli altri, con quali diritti e doveri principali: Nella formazione di questa cultura istituzionale dovrebbero certamente aver posto, aldilà di qualche fase d’aula frontale, soprattutto momenti di riflessione legati a testimonianze di responsabili istituzionali o di figure meritevoli a vario titolo di attenzione (per cultura o esperienze significative), nonchè visite alle sedi più rappresentative delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle comunali o di rilevante interesse locale. Non mi soffermo qui oltre sui contenuti e sul profili disciplinari di questo insegnamento – di per sè interdisciplinare, anche se maggiormente collegabile alle discipline storiche e giuridiche – sulla cui ragion d’essere vi sono, d’altronde, studi e proposte particolarmente qualificate, a partire da quelle formulate oltre un decennio fa dalla Commissione Corradini, da cui sono in certo modo scaturite anche alcune iniziative legislative parlamentari nella scorsa e nella attuale legislatura, che sembrano preludere ad un’effettiva operatività (per un approfondimento delle vicende e dei chiaroscuri dell’nsegnamento – dapprima di Educazione civica, poi di Cittadinanza e Costituzione – si veda il volume di Luciano Corradini e Giuseppe Mari, Educazione alla cittadinanza e insegnamento della Costituzione, ed. Vita e pensiero 2019). E’ urgente prendere decisioni operative in materia, ad opera di Parlamento e Governo, trovando uno spazio adeguato nella programmazione didattica dei vari ordini e gradi di scuole e stimolando, nel contempo, percorsi di formazione mirata e di aggiornamento per i docenti coinvolti.

 A parte il ruolo cruciale essenziale della scuola ci sono anche altre opportunità che possono contribuire a diffondere una cultura costituzionale e della convivenza civile e democratica di base. Si può pensare all’importanza ad esempio del servizio civile, anche volontario, che può offrire ai giovani un’esperienza certo significativa sulla realtà sociale in vari campi e sul senso di un impegno civile. Vi sono, inoltre, specie in talune parti del nostro Paese, opportunità assai positive di impegno nel campo della protezione civile o dei vigili del fuoco volontari. Ecco, questa sensibilità e questa cultura delle comuni esigenze nella convivenza civile mi pare effettivamente possano contribuire a far crescere cittadini consapevoli delle  responsabilità di ciascuno nella convivenza sociale. Aggiungo poi un’ulteriore spazio disponibile per la formazione dei giovani alla cittadinanza attiva: mi riferisco alla possibilità di dar vita nei contesti locali a quelli che si chiamano i Consigli comunali dei ragazzi, una opportunità prevista addirittura da una legge degli anni 90 che è stata sperimentata in molte realtà comunali, dando vita a organi formati da studenti scelti dagli studenti che provano a gestire piccole responsabilità di comune interesse, in collaborazione con le istituzioni comunali (ho avuto modo di verificare di recente come questo tipo di esperienza faccia maturare una coscienza dei valori sociali e civili anche in giovanissimi studenti, dagli 11 ai 14 anni, che hanno saputo animare un incontro a Lozzo di Cadore sui principi fondamentali della Costituzione, ponendo e interloquendo con domande intelligenti e curiose). Aggiungo infine anche un riferimento allo spazio offerto dal “dibattito pubblico”, con questo menzionando quanto previsto da un decreto del 2018, che prevede la possibilità di dar vita ad  un dibattito pubblico su progetti alternativi di opere pubbliche, chiamando quindi i cittadini di un dato territorio interessato a orientare le scelte di chi ha la responsabilità istituzionale di prendere le decisioni in materia di opere pubbliche.

A voler concludere queste considerazioni si può sostanzialmente dire che, a 70 anni dalla entrata in vigore della Costituzione, tuttora valida i suoi assi portanti, si deve finalmente  finalmente prendere sul serio la questione della formazione istituzionale, anzitutto scolastica, a Cittadinanza e Costituzione: per dare un’anima e un futuro alla democrazia, con cittadini delle nuove generazioni informati e formati, in grado di contribuire ad una migliore qualità della politica e alla difesa del sistema democratico. Ovviamente senza escludere – anzi auspicando – altre libere iniziative in materia da parte di partiti,  movimenti, associazioni e fondazioni interessate a migliorare la cultura costituzionale alla democrazia.

 

Gian Candido De Martin Presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’ACI per lo studio dei problemi sociali e politici “Vittorio Bachelet “

C’era da aspettarselo

Tutti a guardare lo strappo. Intenti a capire che lacerazioni produrrà nel corpo del Pd. Un’attenzione, oggi, esasperata, e si comprende e si giustifica, ma si rischia una sovrabbondanza di analisi senza che vi siano letture che entusiasmino per il taglio differenziato delle stesse. Spostiamo lo sguardo. Varchiamo la soglia del normale. Cerchiamo, in sostituzione di quanti tutti via via leggiamo, di vedere che cosa comporta la presenza di Matteo Renzi nell’ambito di un centro politico oggi claudicante, sostanzialmente sbrindellato e per lo più espressione di qualche sparuto gruppetto in cerca di mantenerlo in vita.

Credo che sia questo l’elemento che più stuzzica l’attenzione di chi non consumi il suo divertimento a vedere quante slabbrature comporterà questa partenza più o meno annunciata.

Che senso avrà questo Renzi posto a un passo da Berlusconi, ad un soffio di quelle instancabili meteore che circolano in quello spazio politico?

Giostro con una malizia estrema, ipotizzo ciò che, a dir il vero, non ho in alcun modo sperimentato, né ho ricevuto significativi segnali che mi inducono con certezza a dire quello che scriverò.

ipotizzo, pertanto, che, come un tempo, quindi cosa già vissuta, Renzi abbia cortesemente, oltre ad avvertire Conte e Zingaretti, si sia gentilmente prodigato ad informare Berlusconi di questo suo viaggio settembrino. Ricordando la visita che il fiorentino fece ad Arcore, immaginarmi che magari senza scomodare il viaggio, abbia comunque telefonato a Silvio, non credo sia una fantasia del tutto priva di sostanza.

In ragione di questo fatto, non escludo che il cantiere in atto possa prevedere la presenza di più progettisti. Ingegneri sfilati dal vecchio corteo e ingegneri provenienti dalla gran bella villa del magnate della Tv.

È questo il vero tema. Come si organizzerà, in vista di una ormai certa modifica della legge elettorale, il condominio di quello che sopra ho chiamato centro politico.

Renzi ha giocato splendidamente le sue carte, ha sigillato il governo Conte e non appena insacchettato in quel governo alcuni suoi autentici Ministri e una manciata di Sottosegretari, ha febbrilmente riempito le valige e si è spostato su una sponda che, tutto sommato, lo vedeva primeggiare da tempo immemorabile.

La sala da pranzo non è ancora allestita, ma nelle cucine di questo nuovo accampamento c’è una febbrile attività. Stanno confezionando i possibili pasti da degustare nei tempi futuri, nei graziosi tavoli della sala non ancora ordinata. Questa remata verso il centro da parte di Renzi, condizionerà non solo il centro sinistra, ma avrà pure nette ripercussioni dentro il campo del centro destra.

Il taglio che ho voluto dare, ci impone di allargare l’attenzione all’intero campo politico nazionale. Renzi spariglia le carte mettendo in difficoltà l’intero panorama politico.

C’era da aspettarselo.