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Ai ballottaggi pareggiano Lega e Pd. A vincere, di fatto, è il partito dell’astensione

I ballottaggi riconfermano il dato di una partecipazione troppo ridotta del corpo elettorale. Si supera di poco la maggioranza degli aventi diritto (52,63%). Ciò rende più deboli i Sindaci appena eletti, dal momento che solo la metà degli elettori, in media, ha contribuito a definire l’assetto dei governi locali. Non è un bene per la democrazia.

La Lega esulta, ma trova anche il Pd ad esultare. Salvini dice di aver vinto in alcuni Comuni amministrati da sempre dalla sinistra; Zingaretti rovescia il commento e sottolinea come da questa competizione esca visibile il nuovo profilo dell’opposizione. Ad entrambi si chiederà di esaminare più attentamente i risultati, con uno spirito critico maggiore, per leggere ciò che conta dentro le rispettive sconfitte (ad esempio a Rovigo per la Lega e a Ferrara per il Pd)  piuttosto che dentro le vittorie felicemente registrate.

Una lezione prevalente è quella che porta a riflettere sulla rigidità degli schieramenti in campo. L’evaporazione del centro produce effetti negativi. Quanto più il confronto si radicalizza, tanto più, infatti, si consuma il distacco dell’elettorato. Anche la contrazione dei Cinque Stelle rientra in questo quadro di incertezza e disillusione. Per giunta, il fenomeno delle liste civiche, a riprova della inadeguatezza di un bipolarismo arido e pretenzioso, assume proporzioni oltremodo consistenti.

Come concludere? Ecco, dopo il trionfo alle europee, si temeva il colpo di maglio alle amministrative. Invece non c’è stato: la Lega, in sostanza, non ha stravinto. Vuol dire che Salvini ha tanti punti di forza, ma non pochi punti di debolezza. Si tratta di capire, alla fine, che solo riarticolando il gioco politico al centro è possibile ricondurre entro limiti più modesti il fenomeno leghista. Vale a tutti i livelli, al centro e in periferia, essendo il centro (da ricostruire) il tema caldo della vita politica italiana.

Gerardo Bianco, “è sbagliato l’approccio di Rotondi: sui Popolari fa confusione”.

Il commento non può che essere amaro. Alla lettura delle dichiarazioni di Gianfranco Rotondi (sul futuro della “sua” Dc) si sente in dovere di stigmatizzare la superficilità di questa uscita. Tuttavia Gerardo Bianco, irpino come Rotondi, non vuole confondere il piano politico con quello personale.

“Non ho motivo – esordisce – di considerare le divergenze di questi anni, dopo la fine della Dc, come un ostacolo ai rapporti di buona educazione e amicizia”. Si sente, insomma, che la reazione è controllata, al riparo di qualsiasi astio personale, ma ciò nondimeno vuole essere precisa, così da non dare adito a possibili equivoci. A fatica trattiene il disappunto.

Dice Rotondi che la Dc, con tanto di Scudo Crociato, non sarà più presente alle elezioni. Tutto passa alla Fondazione Fiorentino Sullo.

Gianfranco mi aveva parlato di un rilancio della Fondazione. Voleva che assumessi la presidenza onoraria. Perché no? Mi sembrava un’occasione per coltivare la memoria di una storia importante, specie in Irpinia, dove Fiorentino Sullo ha lasciato un segno indelebile.

E allora?

Beh…allora non è ciò che il comunicato stampa indica e prevede. Di per sé la scelta di “riconsegnare” il simbolo del partito è condivisibile. Il resto è invece discutibile.

Che cosa stride, perché il resto non va bene?

È l’operazione nel suo complesso a suscitare forti perplessità. La Dc è stata superata dall’assemblea straordinaria del gennaio 1994, quando Martinazzoli propose di andare oltre con un gesto clamoroso e solenne: si decise infatti di riprendere in mano la bandiera del Partito Popolare di Sturzo.

Ma le elezioni, celebrate proprio a ridosso di quell’Assemblea, portarono alle brusche dimissioni di Martinazzoli…

Ci furono passaggi molto dolorosi, a partire dalle dimissioni di Mino. In estate un nuovo congresso elesse Rocco Buttiglione e questi, nel giro di pochi mesi, immaginò di schierare a destra il partito, accordandosi con Berlusconi e Fini.

E dunque fu rottura.

Sì, non accettammo di piegare l’esperienza del popolarismo al quadro berlusconiano. Faticosamente arrivammo ad accordarci su una sorta di “divorzio consensuale”, ciascuno rivendicando le proprie ragioni di fondo.

Parliamo del famoso accordo di Cannes del 1995. Cosa stabiliva?

Semplicemente questo: a noi restava il nome di Partito Popolare e il quotidiano “Il Popolo”; a Buttiglione fu riconosciuto il diritto di utilizzare il simbolo dello Scudo Crociato (senza il nome di Democrazia Cristiana). Di lì a poco, a luglio, un nuovo congresso mi avrebbe eletto segretario dei Popolari. Ci dotammo di un simbolo, quello del Gonfalone, per onorare il patto di Cannes. Buttiglione costituì a sua volta i Cristiani Democratici Uniti (CDU), destinati poi a unirisi al Centro Cristiano Democratico (CCD). Da questa fusione nacque l’Unione di Centro (UDC). Il riepilogo chiarisce molte questioni.

Insomma, perché Rotondi sbaglia?

Penso di essere stato chiaro. Innanzi tutto perché non è nella sua facoltà parlare a nome di un partito che nel 1994 fu “superato” dal Partito Popolare. La Dc non può far parte di queste sistemazioni odierne. Aggiungo poi che Buttiglione, per quello che qui ho ricordato, non è l’ultimo segretario dei Popolari, così come sostiene Rotondi. Si fa confusione tanto sulla vecchia Dc, quanto sul nuovo PPI.

Quindi, non sono dettagli…

Assolutamente no. Sono aspetti, formali e sostanziali, nei quali è iscritta la storia travagliata del cattolicesimo democratico e popolare dell’ultimo quarto di secolo. Giocare con il passato serve non a fondare il futuro, bensì a complicare il presente. Considero questo modo di procedere a dir poco biasimevole. Non aiuta certamente a rispettare la memoria che avvolge la straordinaria vicenda della Dc. Ne dovremmo tener conto tutti, con scrupolo.

 

Fausto Coppi, l’icona che non tramonta.

Il 10 giugno 1949 si racchiude in alcune parole che sono state consegnate alla storia italiana e mondiale. Del ciclismo, ma non solo. Le parole, semplicemente, sono queste: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco celeste, il suo nome è Fausto Coppi.”. A pronunciarle è Mario Ferretti, storico giornalista della Rai che commentando quella tappa, la Cuneo-Pinerolo del 10 giugno 1949, non sapeva ancora di passare alla storia. Per sempre. Una tappa che seguiva di poche settimane una tragedia che colpì lo sport italiano, europeo e mondiale: la tragedia di Superga del 4 maggio 1949 dove perì il Grande Torino, lo “squadrone più forte del mondo”.

E le gesta di Fausto Coppi di 4 settimane dopo rientusiamarono il popolo italiano, e non solo i tifosi del ciclismo. Ormai sappiamo tutto di quella tappa. 254 chilometri e 5 colli alpini – Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere – e la “corsa solitaria” di Fausto Coppi durata 192 chilometri dopo una fuga altrettanto solitaria. Ne parlavo con mio padre in questi giorni, lui ventunenne all’epoca, abbarbicato sulla rete dello stadio Luigi Barbieri di Pinerolo con altre migliaia di persone per potere vedere Fausto tagliare il traguardo da solo. Urla, pianti, entusiasmo, tifo, riscatto e immmdesimazione totale con il “Campionissimo”. Perché Fausto era anche tifoso del Torino e in quel giorno, almeno secondo la versione di mio padre, tutto si univa: il pianto e l’entusiasmo, il dolore e il riscatto, la forza e il destino. Tutti allo stadio Barbieri, quindi, e poi tutti sotto lo storico ristorante Regina dove Fausto a tarda sera saluta una folla sterminata di tifosi che invocano il suo nome e la sua impresa senza interruzione.

Perché la Cuneo-Pinerolo del 1949 è la storia del ciclismo. Se è vero, com’è vero, che la tappa di quest’anno del Giro d’Italia – sempre e rigorosamente la Cuneo/Pinerolo – è stata tutto un ricordo, una mostra, uno scatto d’immagine e una storia legata al “Campionissimo” di Castellania. E questo perché Fausto Coppi e’ un pezzo della storia italiana che nulla e nessuno potrà mai cancellare.

Ed ecco perché oggi, lunedì 10 giugno ci sarà un’altra Cuneo-Pinerolo. Una trentina di coraggiosi ciclisti percorreranno quella tappa sul percorso originale pedalando sulle medesime biciclette ed indossando lo stesso abbigliamento di 70 anni fa. Saranno impersonati i corridori realmente esistiti e presenti alla tappa del 1949, in rappresentanza di ogni marca di bicicletta e della relativa squadra che prese parte alla tappa più significativa della storia del ciclismo mondiale, riproponendone fedelmente anche abbigliamento ed il numero dorsale. Si partirà’ da Cuneo alle prime luci dell’alba, verso le 4, con l’arrivo previsto a Pinerolo presso i viali di piazza Matteotti, quanto di più vicino e simile al Campo Luigi Barbieri in cui si svolse l’arrivo della tappa del ’49 in una fascia oraria compresa tra le 19 e le 20 del medesimo giorno dopo oltre 15 ore di sella. Prima della partenza ci sarà la storica “punzonatura” delle biciclette e la presentazione al foglio firma dei partecipanti che dimostreranno di essere in grado di sopportare la fatica che unisce, sulle strade della leggenda, Cuneo con Pinerolo. Certo, alla fine non ci sarà il “pasta party” ma un piatto di pasta al sugo e lo storico “pane, salame e lanternino” come prescrisse lo stesso Fausto Coppi in persona.

Dunque, 10 giugno 1949; la Cuneo-Pinerolo; 192 chilometri di fuga solitaria; 11 minuti e 52 secondi il distacco inflitto a Gino Bartali; la tappa che entra nella storia. Il “volo dell’airone” non sarà mai più dimenticato. Per questo lo ricordiamo.

Caldo e tintarella

Con l’arrivo del bel tempo, dopo un maggio gelido con 1,58 gradi in meno e straordinariamente piovoso, gli italiani si espongono ai raggi solari per ottenere la sospirata abbronzatura da nord a sud della Penisola, dal mare alla montagna, lungo i fiumi o in campagna, ma anche in città fra piscine, parchi e balconi. E’ quanto afferma la Coldiretti, sulla base dei dati Isac Cnr, che per sostenere l’obiettivo ha organizzato in tutta Italia i #tintarelladay con la possibilità di scoprire la dieta che abbronza nei principali mercati di Campagna Amica a partire dalla Capitale Roma in via San Teodoro 74 dove è stata esposta la top ten della frutta e verdura che abbronza.

Il consiglio per tutti è di esporsi gradualmente al sole evitando le ore più calde soprattutto in caso di carnagione chiara ma anche l’alimentazione – sottolinea la Coldiretti – aiuta a “catturare” i raggi del sole ed è anche in grado di difendere l’organismo dalle elevate temperature e dalle scottature.

La dieta adeguata per una abbronzatura sana e naturale si fonda – precisa la Coldiretti – sul consumo di cibi ricchi in Vitamina A che favoriscono la produzione nell’epidermide del pigmento melanina che protegge dalle scottature e dona il classico colore scuro alla pelle. Sul podio del “cibo che abbronza” secondo la speciale classifica stilata dalla Coldiretti salgono carote, radicchi e albicocche, ma sono d’aiuto anche insalate, cicoria, lattughe, meloni, peperoni, pomodori, fragole o ciliegie. Il primo posto è conquistato indiscutibilmente dalle carote che contengono ben 1200 microgrammi di Vitamina A o quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile. Al posto d’onore – continua la Coldiretti – salgono gli spinaci che ne hanno circa la metà, a pari merito con il radicchio mentre al terzo si posizionano le albicocche seguite da cicoria, lattuga, melone giallo e sedano, peperoni, pomodori, pesche gialle, cocomeri, fragole e ciliegie che presentano comunque contenuti elevati di vitamina A o caroteni.

Con il caldo infatti è importante consumare frutta e verdura fresca, fonte di vitamine, sali minerali e liquidi preziosi per mantenere l’organismo in efficienza e per combattere i radicali liberi prodotti come conseguenza dell’esposizione solare. Antiossidanti “naturali” sono infatti le vitamine A, C ed E che – sottolinea la Coldiretti – sono contenute in abbondanza in frutta e verdura fresca. Alla buona alimentazione – spiega la Coldiretti – vanno accompagnate regole di buon senso nell’esposizione al sole soprattutto all’inizio della stagione.

E’ quindi importante conoscere il proprio fototipo ed utilizzare creme adeguate alla propria pelle, soprattutto su bambini, ridurre al minimo le esposizioni ai raggi solari, specie nelle ore centrali della giornata, non esporsi al sole con profumi ed essenze e – spiega la Coldiretti – utilizzare indumenti adeguati (cappelli, magliette, occhiali). In caso di scottature o di disidratazione della pelle possono essere utili – conclude la Coldiretti – anche alcuni rimedi naturali come impacchi di yogurt bianco intero oppure maschere con fette di anguria oppure la polpa di mela grattugiata stesa sulle zone più arrossate.

LA TOP TEN DELLA TINTARELLA DELLA SALUTE – Vitamina A (*)

  1. Carote 1200
  2. Radicchi 500-600
  3. Albicocche 350-500
  4. Cicorie e lattughe 220-260
  5. Meloni 200
  6. Sedano 200
  7. Peperoni 100-150
  8. Pomodori 50-100
  9. Pesche 100
  10. Cocomeri, fragole e ciliegie 10-40 (*) in microgrammi di Vitamina A o in quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile

Verona, vietato lasciare il cane sul balcone

Multe fino a 500 euro per chi lascia il cane sul balcone per molte ore al giorno.

Succede a Verona, dove il fenomeno, che si accentua soprattutto d’estate, può essere perseguito penalmente se inquadrato come maltrattamento degli animali.

L’amministrazione si è anche dotata di un consigliere per la Tutela degli animali, Laura Bocchi. E’ stata proprio lei a introdurre la norma nel regolamento comunale.

Un balcone di un metro per un metro non è certo adatto allo scopo. Ogni giorno le segnalazioni di situazioni fuori controllo sono tantE.

 

Sbarca a New York l’arte surrealista europea

L’arte surrealista europea sbarca a New York. Il 31 luglio prossimo infatti la galleria Artifact di New York inaugurerà una mostra d’arte sul surrealismo del XXI secolo, con l’artista portoghese Santiago Ribeiro e l’artista americana Shala Rosa

L’idea della mostra è nata da un invito della galleria Artifact all’artista di Coimbra Santiago Ribeiro, che a sua volta ha deciso di invitare una delle più grandi artisti femminili surrealiste del ventunesimo secolo di oggi, ovvero l’americana Shala Rosa.

Entrambi gli artisti fanno parte della più grande mostra di arte surrealista del nostro secolo, l’International Surrealism Now, di cui Santiago è il suo creatore e promotore. Creata in Portogallo a partire dal 2010, e organizzata dalla Fondazione Bissaya Barreto, la mostra itinerante si è estesa a livello internazionale, fino a toccare diversi paesi nel mondo

La mostra del Surrealismo portoghese e nordamericano si svolgerà dal 31 luglio al 4 agosto 2019, dal mercoledi al sabato, dalle ore 12 alle ore 18, presso la galleria Artifact di New York (84 Orchard Street), che offre spazi espositivi e servizi ad artisti e collezionisti.

Colesterolo: c’è differenza tra carne rossa e bianca?

A differenza di quanto sinora creduto, la carne bianca (ad esempio il pollame) potrebbe non essere più salutare per il cuore della carne rossa. È quanto emerge, perlomeno, da uno studio svolto presso la University of California, San Francisco e pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition.

l team americano, guidato da Ronald Krauss, ha verificato come i diversi tipi di carne interessano i livelli di lipidi e di lipidiproteine che possono causare i depositi di grassi.

I ricercatori hanno condotto lo studio su due gruppi di volontari, suddividendoli in base al loro consumo di alti o bassi livelli di acidi grassi.

Dopo questa iniziale scrematura, i partecipanti sono stati suddivisi in altri tre gruppi a caso. Un gruppo doveva mangiare carne rossa, un altro gruppo carne bianca ed il terzo gruppo proteine di origine non animale. Questa tipologia di dieta è stata seguita per quattro settimane.

Al termine dello studio gli esperti hanno misurato i livelli di colesterolo cattivo, i livelli di colesterolo buono e quelli di apolipoproteina B, la principale proteina costituente le lipoproteine e coinvolta nel metabolismo dei lipidi.

All’inizio dello studio il gruppo di lavoro si aspettava che la carne rossa avesse effetti negativi sul colesterolo maggiori rispetto alla carne bianca. In realtà è stato rilevato che non ci sono differenze fra i due tipi di carne. Gli esperti hanno invece notato un importante abbassamento dei livelli di colesterolo nei partecipanti che non avevano mangiato proteine di origine animale.

I giri di valzer di Rotondi, il post-DC un po’ sfacciato.

Gianfranco Rotondi prova ad agitare le acque del vecchio centrodestra. Lo fa archiviando la sua dc-bonsai e consegnando lo scudo crociato a una fondazione (quella intestata all’irpino Fiorentino Sullo, leader della sinistra di Base negli anni ‘50-60, confluito nei socialdemocratici nel periodo ultimo della sua carriera politica).

È un gesto che vuole contribuire a frenare l’ondata populista, benché muova esplicitamente dalla preoccupazione di rinnovare il sodalizio con Silvio Berlusconi, come se, in effetti, il populismo non abbia avuto inizio con il fondatore di Forza Italia.

Da notare, in ogni caso, la divaricazione di linea rispetto a Berlusconi medesimo: infatti, mentre questi agisce nella prospettiva di un recupero della Lega, una volta che abbia abbandonato la collaborazione di governo con il M5S, diversamente il centro proposto da Rotondi dovrebbe operare in chiave alternativa, giudicando inammissibile l’alleanza con Salvini.

Sulla solidità di questa proposta politica non mancano dubbi. L’ambiguità emerge chiaramente laddove si osservi la collocazione della dc di Rotondi a livello amministrativo locale: sempre a destra, ovunque, avendo concretamente la Lega come guida e motore.

Sorprende anche l’arruolamento d’ufficio, nel campo dell’anti-populismo, dell’attuale Presidente del Consiglio. Si fatica a capire la ragione per la quale Giuseppe Conte, scelto all’indomani delle elezioni politiche dello scorso anno dal tandem sovran-populista, dovrebbe entrare a far parte di questo ipotetico centro alternativo ai giallo-verdi. Sfugge, in altri termini, il nesso di coerenza.

Anche l’apertura a Urbano Cairo è sostanzialmente immotivata. Nessuno conosce, allo stato degli atti, se e come avverrebbe il passaggio alla vita politica di tale editore di successo, geloso della sua indipendenza. Lo si convoca o lo si invita “a prescindere”, al di fuori di un quadro di serietà e rigore politico, giocando in definitiva con il vecchio approccio di tipo berlusconiano, dalla “discesa in campo” al “predellino”, che tanto ha contribuito alla esplosione dell’antipolitica.

Con quale credibilità, allora, s’immagina di trasformare la presenza di una piccola formazione, figlia della diaspora democristiana, quando l’indirizzo politico e  la condotta pratica recano in grembo un coacervo di pericolose incongruenze?

Vale la pena aggiungere infine che se, a riprova della legittimità del possesso dello scudo crociato, si cita l’accordo di Cannes, siglato  nel 1995 da Gerardo Bianco e Rocco Buttiglione, proprio quell’accordo esclude la possibilità di definire Buttiglione come “ultimo segretario del Ppi”. Rotondi commette una grave scorrettezza perché, come sa molto bene, a Cannes si decise di riconoscere ai Popolari di Bianco il nome del partito, insieme alla testata de “Il Popolo”, quale indubbio segno di continuità con l’esperienza avviata da Martinazzoli. A Buttiglione fu attribuita invece la titolarità dello scudo crociato, usato in questo quarto di secolo per abbellire la coalizione di centrodestra. Non è corretto citare Cannes a sproposito. Così, con buona pace dell’eloquio composto, Rotondi si rende protagonista di una sgradevole forma d’improntitudine. Insomma, fa lo sfacciato.

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ALLEGHIAMO IL COMUNICATO STAMPA E LA DICHIARAZIONE DI GIANFRANCO ROTONDI

“La Dc diventa una fondazione politica. La svolta è stata deliberata nella notte di venerdì a Giulianova, in un Ufficio di Segreteria che formalmente doveva eleggere il successore di Gianfranco Rotondi, fondatore e presidente del partito dimessosi la scorsa settimana”. Lo annuncia in una nota l’Ufficio Stampa della Dc. “In realtà – si legge nella nota – l’Ufficio di Segreteria ha ratificato una decisione già assunta e formalizzata nei giorni precedenti, con tanto di atti sottoscritti dal notaio.

La Dc – prosegue la nota – sospende le attività come partito e cede il nome e il simbolo a una fondazione [si tratta della fondazione Fiorentino Sullo, ndr]. Non a caso all’atto notarile ha partecipato anche il professor Rocco Buttiglione, ultimo segretario del Ppi e depositario, in base al patto di Cannes, dello scudo crociato”.

La fondazione – di cui sarà presidente lo stesso Rotondi, insieme a Rocco Buttiglione  – sarà presentata a Roma venerdì 12 luglio, alle ore 15, alla Camera dei deputati.

“Il Centro – ha spiegato Rotondi – non può rinascere alleato con Salvini, che del populismo è la massima espressione. Né ha spazio un Centro alleato o peggio ancora partorito dal Pd. Esso ripeterebbe la parabola perdente dei tanti partiti di centro satelliti della sinistra. Serve un vero partito di Centro, può essere Forza Italia o una forza completamente nuova. Ma serve il coraggio di candidarsi alla guida del Paese con un programma nuovo, figure nuove e senza alleanze con Salvini e il Pd.

A questa scommessa chiamiamo il nostro amico di sempre, l’unico che ci ha sempre ascoltato, capito, difeso: Silvio Berlusconi. Lavoreremo naturalmente con gli amici Dc: Lorenzo Cesa e Mario Tassone. Useremo una ‘strategia dell’attenzione’ verso chiunque mostri interesse per il cattolicesimo politico. Due esempi per tutti: il presidente Conte e il dottor Urbano Cairo, del cui impegno pubblico si parla sempre di più. Perciò- ha concluso Rotondi – rialziamo il vessillo dello scudo crociato, per ritrovarci e camminare insieme a chi mostrerà più coraggio”.

Bloccare le città: nuovi modi di condurre una guerra informatica

Articolo già apparso sulle pagine della rivista Atlante Treccani a firma di Mirko Annunziata

A quasi un mese di distanza, gli Stati Uniti ancora s’interrogano sul caso dell’attacco hacker che ha colpito la città di Baltimora. Per settimane gli hacker hanno tenuto sotto scacco l’intera città, centro industriale e porto sull’Atlantico tra i più importanti del Paese. Con i sistemi della pubblica amministrazione bloccati, i cittadini non potevano accedere a servizi essenziali quali pagamento di bollette e imposte.

L’attacco sembra aver avuto per scopo l’estorsione di denaro, con una richiesta all’amministrazione della città di 3 bitcoin per sbloccare parzialmente i sistemi governativi e di altri 10 (un totale quindi di 13 bitcoin, corrispondenti a circa 100.000 euro), per liberare definitivamente i computer della pubblica amministrazione infettati dal ransomware “RobbinHood”. Già negli scorsi mesi Baltimora aveva subito un attacco hacker, in quel caso rivolto al sistema di chiamate d’emergenza 911.

L’amministrazione cittadina, come prevedibile, non si è piegata al ricatto, affidandosi ad un’investigazione dell’FBI e cercando di ripristinare alcuni servizi in via “analogica”. Nonostante la sequenza di attacchi, allo stato attuale sembra che non ci sia una particolare intenzione di colpire specificatamente Baltimora; l’attacco di RobinHood appare più come un risultato casuale, dovuto con ogni probabilità a una gestione non ottimale dei sistemi informatici.

Una strategia di difesa in ambito IT deficitaria e carente è stata alla base anche di un altro clamoroso attacco hacker condotto contro Atlanta. Il SamSam Ransomware, un tipo particolare di ransomware che non utilizza tecniche di phishing bensì ricorre a un attacco diretto volto a indovinare password particolarmente deboli, ha paralizzato i sistemi dell’amministrazione della città. Dinamiche non troppo diverse da quelle del caso di Baltimora, che mostrano l’apparente paradosso di spendere decine di milioni di euro per rispettare la volontà di non cedere a ricatti da centinaia di migliaia di euro. Apparente perché in primo luogo, ovviamente, il consiglio, anche per i privati, è sempre quello di rifiutare il ricatto posto da un ransomware e, in seconda battuta, un ente pubblico non può certo permettersi di pagare il riscatto, creando un precedente molto pericoloso.

Se dunque è molto improbabile, almeno allo stato attuale, che un ente governativo possa accettare di pagare un riscatto, perché questa escalation di attacchi rivolti alle amministrazioni di diverse città negli Stati Uniti? Si fa largo, innanzitutto, una prospettiva di natura più politica. Il ransomware costituirebbe quindi non tanto un modo per estorcere denaro quanto, piuttosto, per saggiare le capacità di difesa dei sistemi informatici rivali. Nel caso di Atlanta, per esempio, le indagini hanno infine puntato il dito contro hacker iraniani.

Per quanto concerne Baltimora, in questi giorni l’opinione pubblica e la stampa americana stanno facendo pressioni sulla NSA (National Security Agency) per fornire risposte in merito ai collegamenti tra le caratteristiche di RobbinHood e quelle di EternalBlue. Eternal lue è un tool pensato per sfruttare vulnerabilità insite all’interno dei sistemi operativi Windows XP e Windows Vita. Questo strumento venne sviluppato dalla NSA, ma nel 2017 alcuni hacker se ne sono impossessati. EternalBlue è stato quindi utilizzato per la realizzazione di due tra i più noti e devastanti ransomware degli ultimi anni, WannaCry e NotPetya.

La regia dietro RobbinHood potrebbe quindi provenire da uno dei numerosi Paesi che hanno beneficiato dei tool rubati. Mosca, per esempio, nel 2017 aveva già testato con successo il blocco dei sistemi informativi di un’amministrazione pubblica, quella dell’Ucraina, colpendo anche industrie e aziende private. L’Ucraina, tuttavia, è stata anche sfortunata protagonista di un episodio ancora più inquietante. Nel 2015 un attacco hacker riuscì a mettere fuori uso una centrale elettrica per un paio d’ore, lasciando al buio centinaia di migliaia di persone.

Casi del genere inesorabilmente costituiscono i primi esempi di un paradigma del tutto nuovo per la guerra informatica e il suo impatto in ambito militare e civile. Tradizionalmente, il cyberwarfare è sempre stato associato ad attività di spionaggio e, con la diffusione capillare di Internet, attività di propaganda on-line. Sebbene queste attività permangano, sempre più le azioni di guerra virtuale avranno ripercussioni nel mondo cosiddetto “reale”. La digitalizzazione dei servizi e delle attività produttive, infatti, consente possibilità pressoché infinite di infliggere danni potenzialmente devastanti all’avversario. Bloccare l’amministrazione pubblica e i servizi ad essa associati può portare danni economici enormi, sia in termini di mancata erogazione dei servizi, sia in termini d’investimenti da effettuare in corsa per riparare al danno.

Non solo computer e sistemi di raccolta delle informazioni saranno soggetti a possibili attacchi. L’avvento dell’Internet delle cose farà sì che nei prossimi anni il numero di oggetti collegati alla rete aumenti in maniera esponenziale. Oggetti comuni potrebbero venir messi fuori uso su larga scala, dando vita al classico scenario di fantascienza hollywoodiana. D’altra parte, è già possibile infliggere colpi importanti, come ad esempio la paralisi del traffico cittadino, hackerandone i semafori. Nel 2017, una raffineria in Arabia Saudita ha rischiato di saltare in aria a seguito di un attacco hacker rivolto ai sistemi di controllo della centrale.

Il potenziale distruttivo che oggi è in grado di fornire un attacco informatico organizzato da parte di un Paese dotato delle giuste competenze dipende sostanzialmente dalla volontà politica e militare e dal livello d’intensità del conflitto che s’intende portare avanti. L’assenza, ad oggi, di un quadro normativo chiaro in ambito internazionale che regoli e definisca l’impatto di questo tipo di azioni porta a prediligere gli attacchi a bassa intensità, che a costi ridotti riescono comunque a produrre danni considerevoli.

Allo stato attuale un attacco con armi “cyber” in coordinamento con il resto delle forze armate prevede innanzitutto il controllo o la messa fuori uso di asset fondamentali del Paese avversario: terminali di servizi pubblici e bancari, fornitura di energia elettrica, blocco dei sistemi informatici del comparto militare. Si tratta di una strategia che, ad esempio, i russi hanno fatto propria da più di un decennio, testandola in via preliminare durante la guerra contro la Georgia nel 2008. Tuttavia, un elemento critico nel disciplinare l’utilizzo del cyberwarfare tra i Paesi non risiede tanto nella volontà da parte degli Stati di porre delle regole, quanto dalla difficoltà di coniugare le rigide esigenze della legge internazionale rispetto alla fluidità del mezzo informatico.

Si pensi, per esempio, al possibile campo di applicazione dell’art. 5 della NATO rispetto all’attuale braccio di ferro con la Russia. Se venissero pedissequamente applicati i criteri utilizzati nel mondo “fisico” anche nell’ambito virtuale, oggi sarebbe in corso una guerra aperta tra i due schieramenti. Storicamente nei rapporti tra Stati è sufficiente una minima trasgressione, reale o dichiarata, per causare un conflitto. Questo si è spesso declinato con la creazione di casus belli di comodo, in cui era sufficiente un vero (o presunto) colpo subito da oltre frontiera per far scoppiare un conflitto. Applicando questo tipo di criterio nell’ambito del cyberwarfare, oggi qualunque Paese potrebbe dichiarare di essere stato aggredito da chiunque. La proliferazione di attacchi informatici, che segue a ruota l’espandersi della digitalizzazione, rende praticamente impossibile sperare, o pretendere, di non ricevere alcun tipo di attacco hacker.

Occorre inoltre considerare la natura intangibile della “firma” dietro questi attacchi che, a differenza del proverbiale colpo di cannone oltre confine quale causa scatenante di un conflitto aperto, consente all’esecutore di negarne la paternità. Allo stato attuale, in assenza di conflitti dichiarati tra le principali potenze, nessun governo tra Washington, Pechino o Mosca ha mai rivendicato uno dei numerosi attacchi hacker in cui è stato pressoché certo il loro coinvolgimento. Sotto questo aspetto il cyberwarfare, in virtù della sua natura sperimentale, è equiparabile alla guerra di corsa tra le potenze navali europee in epoca moderna; conflitti a bassa intensità non riconosciuti, utili non solo a infastidire l’avversario, ma anche a saggiarne le capacità in vista di una guerra aperta.

Diversi analisti si stanno già interrogando sull’eventualità di estendere una parte della dottrina strategica legata agli armamenti nucleari alla guerra informatica. L’idea di una “Mutua distruzione assicurata” (MAD, Mutual Assured Destruction) o in un contesto di guerra più o meno informale declinata al cyberwarfare sta quindi prendendo sempre più piede nelle analisi di settore.

Esistono diversi punti di contatto tra il cyberwarfare e il conflitto nucleare. Innanzitutto, il potenziale distruttivo: sebbene sia meno spettacolare rispetto a una deflagrazione atomica, oggi un attacco informatico su vasta scala potrebbe paralizzare un intero tessuto sociale o addirittura potrebbe portarlo indietro di almeno un secolo. Senza servizi fondamentali, forniture di cibo, acqua ed energia, il numero potenziale di vittime causate sia dal crollo del tessuto economico, sia dal clima di caos e violenza che si verrebbe a creare sarebbe potenzialmente non troppo diverso da quello scatenato da una testata atomica.

Un secondo elemento è l’assenza di qualsivoglia limite di natura geografica (ancora più evidente nel conflitto informatico), così come di protezione efficace. Nel cyberwarfare è infatti pressoché impossibile sperare di garantire una difesa assoluta. Questo deriva dal differenziale di efficacia tra le azioni di difesa e quelle di attacco. Nel caso del difensore, infatti, l’obiettivo è quello di evitare che vada a segno un qualunque tipo di attacco. Per chi attacca è invece sufficiente che anche un solo tentativo riesca nell’intento. Se durante la guerra fredda, in ottica nucleare, questo concetto veniva declinato nella produzione di migliaia di testate in modo che la potenza rivale non potesse essere in grado d’intercettarle tutte in caso di attacco massivo, in ambito cyberwarfare è sufficiente disporre di competenze aggiornate, con un conseguente dispendio di risorse decisamente inferiore rispetto all’ambito nucleare.

 

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Italiani all’estero, i diari raccontano

“Italiani all’estero, i diari raccontano”: questo il nome della piattaforma informatica che sarà presentata domani alle ore 17.00, alla Farnesina. Il progetto – realizzato con il contributo della Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del Ministero degli Esteri –  è una selezione delle parti più significative delle testimonianze raccolte nel fondo catalogato con il soggetto “emigrazione” presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo).

Sono i diari, le lettere e le memorie che racchiudono storie di italiani “qualunque”, vissuti all’estero tra l’inizio dell’Ottocento e i giorni nostri, raccolte a partire dal 1984 dall’Archivio diaristico nazionale e offerte ai lettori di tutto il mondo.

Alla presentazione interverranno Elisabetta Belloni, Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all’Estero, Nicola Maranesi, curatore del progetto e Pier Vittorio Buffa, consulente editoriale.

Nel corso della presentazione Francesca Ritrovato e Jacopo Bicocchi leggeranno alcuni brani di letture tratte dalle testimonianze raccolte nella Piattaforma informatica.

Carta dei diritti fondamentali Ue, questa sconosciuta…

E’ stata pubblicata la relazione annuale per valutare come le istituzioni europee e gli Stati membri abbiano applicato la Carta dei diritti fondamentali. Ricorre quest’anno il decimo anniversario della Carta, un’occasione particolare che oltre al report vede anche la presentazione di un’indagine di Eurobarometro sulla consapevolezza dei cittadini in riferimento al tema in questione. Sebbene negli ultimi due lustri sia andata progressivamente sviluppandosi una cultura dei diritti fondamentali, la Carta rimane ancora oggi un documento poco conosciuto e non pienamente sfruttato nella sua applicazione.

L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali sottolinea, in particolare, la mancanza di politiche nazionali che ne promuovano la conoscenza e la stessa attuazione. Dall’indagine di Eurobarometro, appena presentata, vediamo che nonostante un leggero miglioramento rispetto al 2012, solo quattro cittadini su dieci hanno sentito parlare della Carta e solo un cittadino su dieci sa di cosa si tratti. Sei cittadini su dieci hanno dichiarato di voler essere maggiormente informati sui diritti sanciti nel documento e su come comportarsi nel caso in cui siano violati.

Per quanto riguarda l’applicazione della Carta nel 2018, la relazione mette in evidenza le principali iniziative quali, ad esempio, garantire la protezione degli informatori; promuovere i diritti elettorali agendo per contrastare le notizie false; combattere l’illecito incitamento all’odio online. Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona il 1º dicembre 2009, la Carta dei diritti fondamentali è diventata giuridicamente vincolante e da allora la Commissione europea ha pubblicato annualmente un report sulla sua applicazione. Gli studi annuali monitorano i progressi compiuti nei settori di competenza dell’Ue, mostrando come si sia tenuto conto della Carta in situazioni reali, in particolare nel proporre nuovi atti legislativi dell’Unione e di come venga considerato il ruolo delle istituzioni europee dalle autorità degli Stati membri nell’assicurare che i diritti fondamentali diventino una realtà nella vita dei cittadini.

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riafferma, nel pieno rispetto dei poteri e delle funzioni dell’Ue e del principio della sussidiarietà, i diritti così come risultano dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni dei Paesi dell’Unione. Su questo sfondo, il denominatore comune, insieme alle disposizioni generali, rimane il pieno rispetto di dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia.

I 100 Racconti della Linea Gotica

L’Associazione Linea Gotica-Officina della Memoria ha lanciato in questi giorni un crowdfunding, ovvero una raccolta pubblica di fondi per portare a compimento con la pubblicazione di un volume l’ambizioso progetto editoriale “I 100 Racconti della Linea Gotica”.

Il progetto prevede una ricca pubblicazione contenente 100 storie vere accadute sulla Linea Gotica, cioè l’ultima linea difensiva fortificata tedesca che si estendeva dalla attuale provincia di Massa-Carrara fino alla provincia di Pesaro, fra l’estate 1944 e la primavera 1945, elaborate sotto forma di racconti.

Storie individuali vissute da persone semplici, sia in ambito militare che civile, a rappresentare un ampio spaccato umano e sociale di quella che fu l’estrema linea difensiva tedesca e l’ultimo fronte di guerra in Italia.

Un volume con contenuti senza precedenti, per fornire al pubblico un compendio di tutta la vicenda umana e bellica che si svolse sulla Linea Gotica in otto mesi di guerra.

Una chiave di lettura “nuova” degli eventi accaduti sulla Linea Gotica, con testi meno “tecnici” dei consueti lavori pubblicati sull’argomento, ma non per questo meno rigorosi dal punto di vista storico.

L’Associazione interregionale Linea Gotica-Officina della Memoria, infatti, lavora dal 2010 col suo gruppo di esperti e volontari sui temi della ricerca storica e della valorizzazione dei luoghi della memoria.

I racconti sono basati su testimonianze dirette e su ricerche storiche realizzate su documenti, video e libri. Essi narrano le vicende vissute da uomini e donne civili, soldati di tutte le parti in conflitto, partigiani, fascisti, religiosi e agenti segreti.

L’impostazione del volume è concepita secondo un criterio cronologico degli eventi accaduti su tutta la Linea Gotica, a partire dall’attacco nel settore adriatico nell’agosto 1944 fino all’offensiva finale dell’aprile 1945, con un’equa distribuzione geografica e tematica dei racconti.

Torino: I mondi di Riccardo Gualino collezionista e imprenditore

Torino riscopre la sua storia con la mostra “I mondi di Riccardo Gualino collezionista e imprenditore”, che fino al 3 novembre riunisce a Palazzo Reale ben 300 pezzi della collezione originaria: le due porzioni principali, ancora di proprietà di Banca d’Italia e della Galleria Sabauda (che nel tempo ha ricercato e acquisito alcuni dei pezzi dispersi), nonché opere ulteriori provenienti da raccolte italiane pubbliche e private.

Nelle 18 Sale Chiablese sfilano dipinti, sculture, arredi e foto d’epoca che insieme restituiscono l’universo di Gualino: il suo gusto di collezionista, gli ambienti cosmopoliti frequentati insieme alla moglie Cesarina Gurgo Salice, compagna di avventura nel mondo dell’arte, le atmosfere degli anni Venti, la parabola del fascismo, la guerra e il miracolo italiano. Fin dall’inizio i destini della raccolta si intrecciano con le vicende imprenditoriali. Ai successi della Snia Viscosa, per esempio, corrispondono acquisizioni prestigiose tra cui Venere di Botticelli, Venere e Marte di Paolo Veronese, la Négresse di Manet, il Paesaggio campestre di Claude Monet.

Sono di questo periodo i ritratti di Felice Casorati per la famiglia Gualino, che ha aperto la propria casa ai pittori dei Sei di Torino intraprendendo ufficialmente il primo progetto di mecenatismo.

Grazie ad approfondite ricerche, l’allestimento della mostra riprende da vicino quello originario nei vari domicili dell’industriale – il castello di Cereseto Monferrato, la palazzina torinese di via Galiari, l’ufficio di Corso Vittorio Emanuele – proponendo in molti casi gli stessi accostamenti tra le opere.

Sant’Andrea: la prima struttura in Italia per la cura del cancro ai polmoni

L’A.O Universitaria Sant’Andrea con 467 interventi curativi di chirurgia toracica è la prima struttura in Italia per la cura del cancro ai polmoni. È il dato che emerge dal nuovo Programma nazionale Esiti (PNE) dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS). Il Programma fotografa ogni anno la qualità delle cure ospedaliere grazie a 175 indicatori.

Per la cura del cancro ai polmoni l’ospedale capitolino si piazza primo in graduatoria per numero di interventi superando strutture come l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e l’IRCCS – Istituto Nazionale Tumori di Milano. Un risultato straordinario per la chirurgia toracica del Sant’Andrea che rappresenta un’eccellenza nel Sistema sanitario regionale.

“Voglio ringraziare tutti i professionisti e il personale sanitario.  grazie alle loro professionalità e al loro impegno quotidiano che è stato possibile raggiungere un risultato così importante e prestigioso -parole di Alessio D’Amato, assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria, che ha aggiunto: dal Piano nazionale Esiti il Lazio emerge con dati migliori rispetto a quelli nazionali in particolare per il trattamento dell’infarto, il trattamento del tumore alla mammella e con i migliori tassi di appropriatezza delle ospedalizzazioni potenzialmente evitabili come il diabete, l’asma e le broncopneumopatie”.

La magia dello spazio condiviso. Intervista a Daniel Libeskind

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Andre Monda (7 Giugno 2019)

Daniel Libeskind ha quell’approccio semplice e diretto, brillante senza essere mai superficiale che dice molto della sua libertà interiore. Un atteggiamento che gli permette di attraversare la vita con levità nonostante sia uno dei più grandi e celebri architetti del mondo. Con gioia ha accettato di parlare con «L’Osservatore Romano» di argomenti impegnativi come il rapporto tra arte e spiritualità, tra bellezza e dolore, lui che, tra le diverse opere, ha realizzato il museo della Shoah di Berlino e il memoriale di Ground Zero. Ma come primo tema della conversazione ha preferito parlare del suo antico e mai sopito amore, la musica, che tanto si intreccia con l’arte e con l’architettura in particolare.

La sua prima passione artistica è stata la musica. Alcuni pensano che la musica sia l’arte più spirituale di tutte, lei è d’accordo?

Penso che la musica sia alla base dell’architettura e dell’arte in generale. Sappiamo che la musica e il suo ritmo sono venuti prima di qualsiasi realizzazione dello spazio o costruzione. Prima di tutto c’è la musica, il suono, il tempo, il ritmo. E poi c’è il corpo che si muove nello spazio. Quindi direi che la musica è decisamente alla base dell’architettura. Anche osservando la costruzione del Partenone, possiamo vedere come l’aia di Atene era anzitutto danza prima di consolidarsi come luogo, come un luogo memorabile sul quale costruire. Quindi sì, secondo me la musica è il fondamento dell’arte e specialmente dell’architettura così come quest’ultima è un’estensione della musica, per molte ragioni. Una delle più ovvie è che il senso dell’orientamento e dell’equilibrio risiede nell’orecchio, non nell’occhio. Pertanto, il fenomeno dell’acustica precede quello visivo. Ma ancor più, penso che l’architettura sia strutturata da un senso musicale dello spazio. Da musicista sono arrivato all’architettura in modo naturale, diretto. Non sento di avere abbandonato la musica, semplicemente l’ho trasferita su un altro strumento, che è l’architettura.

Ma innanzitutto esiste una relazione tra arte e spiritualità?

Naturalmente credo che nella musica come in ogni altra forma d’arte ci sia un collegamento spirituale con il mondo. Beh, se non ci fosse alcun collegamento, non ci sarebbe l’arte. Perché l’arte non è solo il dato materiale, un dipinto non è un pezzo di tela con qualche pigmento applicato sopra. L’arte non è quindi un oggetto materiale, anche se viene trasmesso attraverso un oggetto materiale, c’è sempre un messaggio spirituale. Anche quando si tratta di una mela di Cézanne, non si tratta di una mela, è qualcos’altro.

La musica e il disegno (architettura e pittura) possono essere ricollegate alla logica filosofica e alla scienza e inducono a pensare che nel mondo esista come un grande disegno, in parte nascosto che l’uomo però è in grado di riconoscere. Questo pensiero è stato considerato normale per secoli, oggi invece la visione nichilista per cui tutto è frutto del caso sembra prevalere, qual è la sua opinione in proposito? C’è un grande disegno che ogni uomo può riconoscere o no?

“Grande disegno” per me significa semplicemente che c’è un’esperienza nel mondo per ogni essere umano e ovviamente questa esperienza nel mondo subisce trasformazioni periodiche, crisi, cambiamenti, ma ciò non cambia il fatto che ad essere al centro è l’esperienza umana nel mondo. Tutti gli altri aspetti — quelli scientifici e le altre discipline autonome — sono parte di questa esperienza nel mondo, che in realtà è parte del mistero di un mondo in continuo cambiamento. In questa esperienza umana del mondo c’è anche l’elemento che noi uomini comprendiamo, in parte, il cambiamento che non è semplicemente guidato da una sorta di caos. Il caos probabilmente è la risposta nostra, attuale, al nostro essere nel mondo. Ma anche la nostra risposta è soggetta al cambiamento.

Henry Miller ha scritto che: «L’arte non insegna assolutamente niente, a parte il senso della vita» è d’accordo?

Forse Henry Miller non ha imparato niente dall’arte, il che sarebbe un peccato, perché qualcosa avrebbe dovuto imparare.

Picasso invece sosteneva che: «Il segreto dell’arte non sta nel cercare, bensì nel trovare».

Questo, direi, è una tipica metafora d’artista di un artista di grande successo. Ma penso che la sua vita dimostri tutt’altro, visto che ha cercato per tutta la vita.

Un altro grande pittore, Chagall, affermava che «L’arte è l’incessante sforzo di gareggiare con la bellezza dei fiori, senza mai eguagliarla». Qual è il rapporto tra arte e natura?

C’è del vero in questo, decisamente. C’è del vero nell’impossibilità, nell’asimmetria delle due attività, natura e arte. Quanto dice Chagall dimostra che appartengono a mondi differenti.

Quando ho visitato il museo ebraico a Berlino da lei ideato, mi è venuta in mente una frase dell’allora cardinale tedesco Joseph Ratzinger: «La bellezza ferisce». La ferita che la bellezza produce scuote la coscienza umana, ricordandogli il suo destino ultimo e ultra-terreno, lei è d’accordo?

È un’affermazione davvero profonda acuta su ciò che l’arte è veramente. Penso che egli catturi qui una cosa molto essenziale, sulla quale sono d’accordo.

La bellezza e il dolore sono strettamente collegati. Oggi guardando il mondo contemporaneo si ha la sensazione che la società occidentale abbia creato un mondo an-estetico, che rimuove il dolore, ma anche la bellezza. O forse sono troppo pessimista?

Anche questa è una riflessione molto profonda. È assolutamente vero che spezzando la relazione tra la profondità dell’animo umano e l’idea di arte ed espressione, si rimuovono le dimensioni sia dell’arte sia dell’animo umano.

Lei è ebreo polacco trasferito nel 1960 a New York, cosa pensa degli Usa di oggi? La chiusura rispetto agli stranieri non è forse un tradimento ad una lunga tradizione ispirata ai valori dell’apertura e dell’accoglienza?

Si può constatare che le cose non rimangono uguali. L’America che vediamo oggi, la retorica del governo contro gli immigranti, contro le persone prive di istruzione, è una retorica che non mi avrebbe mai permesso di venire in questo paese. Perché i miei genitori non erano istruiti. Lavoravano in fabbrica. Siamo venuti perché l’unica sorella sopravvissuta di mio padre — sopravvissuta ad Auschwitz — viveva qui. Ma oggi non avremmo i requisiti per immigrare in questo paese, perché l’attuale governo vuole solo persone con una buona istruzione e di successo. Quindi sì, penso che dobbiamo renderci conto che il mondo non rimane sempre uguale, che il mondo è circondato da pericoli e l’America non è immune ai cambiamenti negativi, che ho visto apparire molto chiaramente all’orizzonte mentre sono sempre più numerose le affermazioni antidemocratiche, le decisioni antidemocratiche da parte di questo governo. Quindi sì, penso che non sia la stessa America. È un’America che segue vie diverse.

Su questo argomento alcuni giorni fa ho intervistato la scrittrice americana Marilynne Robinson, la quale ha detto che l’America è dominata dalla paura, che ne pensa?

Non è nulla di nuovo per me. Sono cresciuto in Polonia sotto il comunismo e sotto un antisemitismo sostenuto dallo stato. Ricordo il soffio della paura, che in realtà era un’ombra oscura sopra l’intera società. Poi quando sono tornato in Polonia, dopo il cambiamento, ho visto un popolo nuovo, una nuova rinascita della Polonia. Quindi sì, sono d’accordo sul fatto che le ombre della paura si stanno estendendo nel mondo e anche negli Stati Uniti.

L’arte ha una funzione sociale? Può educare il popolo ai valori civili, alle virtù?

Questa è una buona domanda, sulla quale hanno discusso in molti. Sì, ha un valore civico. Non attraverso una qualche sorta di realismo socialista, penso, o una specie di ingegneria sociale nell’arte, che è sempre stata un fallimento. Tuttavia ritengo che l’arte autentica, l’arte che giunge dall’animo umano nella sua solitudine, si connetta con un altro animo solo attraverso una sorta di processo trasfigurativo. Non posso che definirlo trasfigurazione. E accende una sorta di fiamma d’immaginazione e creatività in chi riceve e in chi crea. Quindi penso che sia vero che è diverso dall’ingegneria sociale, diverso dal cercare di trasmettere messaggi, ma l’arte, per la sua autenticità, secondo me è già una sorta di verità che viene comunicata in un modo che di fatto è trasfigurativo.

T.S. Eliot sosteneva che per secoli la cultura è stata trasmessa non dalla scuola ma dalla Chiesa, poi qualcosa con la modernità si è interrotto, il rapporto tra Chiesa e arte è entrato in crisi, come dimostra anche l’architettura sacra. Quale può essere il compito della Chiesa oggi in riferimento all’arte?

Direi che la necessità di trattare con il contemporaneo significa comunicare i valori, la verità spirituale, esige un’architettura che non sia sentimentale, che non abbia nostalgia del passato, bensì che sia capace di entrare nel discorso del presente. Direi che l’architettura deve assumersi qualche sorta di rischio al fine di essere fedele a se stessa e al suo messaggio.

Lei è d’accordo sulla definizione di Northrop Frye della Bibbia come Grande Codice dell’arte e della letteratura?

In qualche modo lo è. Infatti, chi saremmo senza i racconti, le memorie racchiusi in quei testi? Ma non la definirei un codice, perché questa parola implica una sorta di metabolismo che assorbe il presente nel futuro. Direi che non è un codice, bensì una serie di metafore profonde, di trasposizioni sempre all’opera. In questo senso penso che il fondamento biblico della società occidentale sia senz’altro quello sfondo che dà un senso agli interrogativi dell’umanità: chi siamo? dove siamo? dove stiamo andando? qual è il senso delle cose?

Questo mi ricorda il rocker Bruce Springsteen che da piccolo ha ricevuto un’educazione cattolica e ha detto che tutte le immagini, i racconti che ha conosciuto attraverso la Bibbia da ragazzo lo hanno influenzato per tutta la vita. Lei è ebreo e può comprendere questo discorso.

Sì, perfettamente. Io la leggo la Bibbia, il libro più bello e più letto. Ma non leggo solo la Bibbia, leggo anche il Nuovo Testamento, il Corano, il Talmud anche perché questi testi sono importanti per comprendere che cosa abbiamo in comune, da dove arriviamo, quali visioni sono state create. Sono testi che riescono a penetrare la verità della vita umana.

Papa Francesco sta cercando di creare un dialogo tra le grandi religioni. Ritiene che sia possibile che le religioni si uniscano per la pace?

Penso che quello che sta facendo Papa Francesco sia fantastico. Secondo me non c’è altro modo, se non attraverso il fatto che ci rendiamo conto che c’è qualcosa di più grande delle ideologie, incluse le teologie, che sono state in qualche modo spesso declamate e usate da ogni sorta di estremismo. Il lavoro del Papa consiste nel cercare quel radicamento dell’umanità e si basa sul credere che c’è una speranza comune di unire le persone nella pace. Altrimenti mi chiedo: qual è il significato di questo mondo? Non avrebbe nessun significato. La missione di Papa Francesco è davvero molto importante e rilevante, specialmente in questo tempo difficile. Papa Francesco spesso ripete agli insegnanti e agli educatori di suscitare nei giovani la creatività. L’attenzione alla dimensione della creatività Papa Francesco la poggia sui testi biblici, poiché Dio è Creatore e gli uomini sono figli di Dio, e quindi creativi.

Secondo lei ogni uomo ha una dimensione artistica, creativa?

Sì, non c’è alcun dubbio. All’inizio del mio ultimo libro, intitolato Edge of Order, scrivo che tutti possono essere architetti. Tutti già sono architetti. Nel momento stesso in cui aprono gli occhi, sono già esperti di spazio, di luce, di proporzioni, del corpo. Sono profondamente d’accordo che la creatività è al centro della nostra tradizione, della nostra tradizione comune, e che è fondamentale alimentare la creatività, specialmente nei giovani, mostrando che il mondo è una meraviglia aperta, che dovremmo essere stupiti da questa meraviglia del mondo. È questa la creatività che considero necessaria per vincere il cinismo, e spesso lo scetticismo che viene imposto ai giovani dagli anziani. Oggi ci concentriamo tanto su ombre e telecamere, ma la vita reale è così fantastica, così bella, così profonda che spesso siamo semplicemente accecati dai media d’informazione invece di guardare negli occhi il prossimo.

Nelle grandi città gli uomini vivono negli appartamenti che possono apparire come i simboli della grande solitudine oggi molto diffusa nel mondo occidentale. Si può secondo lei tornare alla dimensione della “casa” all’interno del “villaggio” e come?

È vero, come ha sottolineato Robert Musil molto tempo fa, che nasciamo in una stanza bianca e moriamo in una bianca stanza di ospedale. Ma questo significa dimenticarsi di ciò che il mondo è in realtà. Dovremmo invece concentrarci su quello che definirei lo spazio condiviso, lo spazio comune condiviso, il cosiddetto spazio pubblico. Infatti, senza spazio pubblico, senza un collegamento le persone possono essere condannate a vivere la propria vita nella loro piccola stanza e la vista stessa cade a pezzi. Il punto di partenza è creare una sorta di spazio in cui vivere, un salotto, dove le persone possono condividere uno spazio comune. E questo vale in modo particolare per le grandi città, che stanno iniziando a diventare sempre più private, più chiuse, sia per i ricchi sia per i poveri. Credo dunque che sia questa la chiave per creare una città equa, che superi l’immensa disparità di reddito e disuguaglianza spirituale, e crei un senso di “insieme”. Per me è questo il compito della città, dell’architettura e questo potrebbe essere in qualche modo un ritorno, inatteso, dall’abitazione alla casa.

FCA-Renault, tra capitalismo italiano e francese

Tratto dalla rivista Atlante -Treccani a firma di Alessandro Aresu (7 Giugno 2019)

Le trattative sulla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e Renault e il ritiro della proposta da parte di FCA per «le condizioni politiche» in Francia hanno riportato all’attenzione, oltre allo scenario generale del mercato dell’auto tra consolidamento e trasformazioni tecnologiche, i rapporti economici e geopolitici tra Italia e Francia.

Sono numerosi gli incroci, gli affari e i dissidi che legano i due Paesi, in una lunga storia di diffidenze e di compartecipazioni. Basti citare i contrasti con la Francia di Enrico Mattei e i rapporti tra Mediobanca e Lazard. La Francia è il Paese europeo che ha “inventato” e che pratica di più il cosiddetto sovranismo, soprattutto nell’ambito economico. L’Agenzia di partecipazioni dello Stato definisce quote e obiettivi dello “Stato azionista”, tra le cui partecipazioni vi è la stessa Renault. L’amministrazione è garantita con continuità dall’alta burocrazia francese pubblica e privata, nel cui ambito è stato peraltro elaborato, da Bernard Esambert, il concetto contemporaneo di “guerra economica”. La capacità militare sancisce l’estensione dello Stato francese, e accompagna spesso i suoi eccessi, oltre a un’assertività alla quale non corrisponde una capacità negoziale in Europa paragonabile a quella tedesca.

In ogni caso, la Francia è una potenza finanziaria di altro tenore rispetto all’Italia, in particolare per la capacità di usare le banche d’affari per promuovere la crescita dimensionale di grandi gruppi, come mostrato dal sostegno determinante di Antoine Bernheim (Lazard) al gigante del lusso di Bernard Arnault, LVMH.

Molti sono i fronti aperti tra Italia e Francia. Basti pensare alla vicenda Fincantieri. I rapporti bilaterali, ben più che con la problematica “campagna d’Italia” di Vincent Bolloré, sono cresciuti d’intensità con l’attivismo dei due maggiori azionisti di Generali dopo Mediobanca, Caltagirone e Delvecchio. Il primo è presente tra l’altro nel gigante di acqua e rifiuti Suez, anch’esso controllato dallo Stato francese. Il secondo, già attivo nell’immobiliare francese, alla prova della complessa integrazione con Essilor.

In sintesi brutale, al ruolo elefantiaco dello Stato in Francia corrisponde l’impronta delle famiglie italiane, spesso in cerca d’autore, come accade nelle vicende attuali del gruppo controllato da John Elkann. Le medie imprese, punto di forza del nostro sistema rispetto alla Francia, non hanno un vero protagonismo politico, mentre l’Italia non ha affrontato due grandi questioni: la saldatura tra il risparmio e l’investimento e la necessità di sostenere e promuovere quell’alta tecnologia che è ancora un punto di forza del Paese nonostante gli scarsi investimenti, tanto pubblici quanto privati.

L’articolo completo è leggibile qui 

Albanese: Paradosso somalo

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese (7 Giugno 2019)

Dalla caduta del regime di Siad Barre, il 26 gennaio del 1991, la Somalia è precipitata in uno stato di anarchia, nonostante i ripetuti interventi, a volte controversi, della comunità internazionale e la presenza a Mogadiscio di un governo internazionalmente riconosciuto. La dicono lunga sia i frequenti attentati perpetrati dagli estremisti al Shabaab e la persistente parcellizzazione del Paese, determinata dalla struttura clanica del tessuto sociale.

Per comprendere questa fenomenologia occorre rilevare che in termini generali, nel Corno d’Africa — e dunque anche in Somalia — non si verificò una decolonizzazione in senso proprio perché le indipendenze furono soprattutto il prodotto della sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, anziché essere il punto d’arrivo di un confronto serrato tra colonizzatore e colonizzati. Come ebbe a scrivere pertinentemente lo storico africanista Gian Paolo Calchi Novati, in Somalia, «la fusione in unico Stato dei possedimenti italiano e inglese (ndr. Somaliland) all’atto dell’indipendenza fu un’eccezione al principio dell’indipendenza territorio per territorio sulla scorta della geopolitica del colonialismo».

Ecco che allora si affermò il Pansomalismo, inteso come programma politico nato nell’immediato secondo dopoguerra, che rivendicò un unico Stato-nazione per tutti i somali sulla base di una cultura condivisa, contro le divisioni claniche e i confini coloniali. Con il risultato, però, che la Lega dei giovani somali, il partito che l’Italia dopo le iniziali reciproche diffidenze finì per investire del potere durante l’Afis (l’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia, su mandato delle Nazioni Unite, che durò dal 1950 al 1960), affondò sì le sue radici in un’élite urbanizzata e tendenzialmente aperta alla modernità, ma nessun personaggio politico somalo d’allora poté fare a meno delle opportune referenze al mondo clanico, agli anziani e alle tradizioni etniche.

Rimane il fatto, indiscutibile, che la formazione della classe dirigente somala fu comunque la principale delle preoccupazioni italiane in quel periodo. Il Paese africano, in effetti, durante l’amministrazione fiduciaria, venne dotato gradualmente di un sistema parlamentare, di un esecutivo, di una costituzione e di forze armate efficienti e ben addestrate. Sta di fatto che, al momento dell’indipendenza, la maggioranza dei politici proveniva dalla scuola di preparazione politico-amministrativa istituita a Mogadiscio dall’Afis e possedeva una laurea in scienze politiche o in giurisprudenza; un analogo iter formativo era stato seguito per i quadri dell’esercito e della polizia.

Ben presto però emersero non poche difficoltà legate in parte all’economia locale — i somali continuarono ad essere per circa il 70 per cento pastori seminomadi e in misura minore agricoltori-allevatori dediti a un’attività di auto-sussistenza — e al contesto internazionale profondamente segnato dalla guerra fredda. D’altronde, i dirigenti somali erano figli di una cultura nomadica fortemente tradizionale, avevano subito l’influsso dell’amministrazione britannica (il Somaliland si fuse con il resto del Paese nel ’60) e di quella italiana e parlavano almeno quattro lingue: somalo, arabo, inglese e italiano. Gradualmente, dopo l’indipendenza, molti di loro cominciarono a seguire corsi di perfezionamento in Egitto e in altri Paesi arabi, mentre con l’avvento di Barre al potere nel ‘69, si consolidò l’influsso politico e culturale dei Paesi del blocco sovietico. Ecco che allora fu impresa assai ardua, se non addirittura impossibile, riconciliare concetti giuridici e amministrativi appresi all’estero, spesso tra loro in contraddizione, e comunque antagonisti rispetto alle norme comportamentali in uso nei rispettivi clan di provenienza.

In altre parole, come ben evidenziò nel corso di una illuminante conferenza Basil Davidson, autorevole storico africanista britannico, l’apparato statale somalo racchiuse in quegli anni dentro di sé numerosi elementi in contraddizione tra loro, ignorando in gran parte gli aspetti tradizionali della società autoctona. A questo riguardo, un interessante dossier pubblicato da «Nigrizia», nell’aprile del ‘97, a firma di Diego Marani, evidenziò come il codice civile, improntato al diritto di famiglia italiano, non includeva molte delle norme tradizionali raccolte nei testùr somali. Per non parlare del codice penale, basato prevalentemente sul diritto nostrano, che non prevedeva in alcun modo il concetto di responsabilità collettiva in rapporto all’organizzazione delle famiglie somale in gruppi allargati. Con queste premesse è chiaro che oggi la volontà d’imporre una versione estrema della “shari’a”, da parte, prima delle Corti islamiche a Mogadiscio, poi degli al Shabaab, non sorprende affatto. S’impone pertanto l’esigenza di una mediazione culturale e religiosa prima ancora che politica, evitando così di dichiarare spacciato un intero paese; anche perché l’attuale frammentazione della Somalia confuta nei fatti l’aspirazione pansomala.

Unicef, Samengo: “L’Italia, mai come oggi, deve essere il terreno su cui ci impegneremo sempre di più”

“L’Italia, mai come oggi, come ho detto 11 mesi fa al mio insediamento, deve essere il terreno su cui ci impegneremo sempre di più come UNICEF.

Ogni giorno assistiamo a episodi incresciosi che riguardano i nostri bambini. Figli feriti o uccisi per mano dei genitori, bambine vittime di violenza, anche all’interno della scuola, discriminazioni nelle mense scolastiche e fenomeni crescenti di bullismo.

Per non parlare dell’insicurezza in cui si trovano a vivere stretti tra la povertà di alcune periferie –  in Italia vivono oltre 1,2 milioni di bambini in povertà assoluta ed il 25,7% dei giovani di età compresa tra i 18 e i 24 non studia, non lavora né è inserito in programmi di formazione – e l’indifferenza colpevole dei grandi centri urbani, bambini e adolescenti; come accaduto a Napoli giorni fa, quando la piccola Noemi ha rischiato la vita per un proiettile sparato in pieno giorno da un folle criminale mentre lei giocava in un parco con la mamma e la nonna.

A Noemi e alla sua famiglia va l’abbraccio di questa Assemblea mentre resta intollerabile che tutto questo avvenga nel nostro Paese.

Per questo motivo ritengo sempre più necessaria una forte attività di advocacy che non solo coinvolga la nostra struttura nazionale ma che veda l’UNICEF sempre più protagonista a livello locale attraverso l’attivismo dei nostri volontari integrati e in rete con società civile, scuola, genitori e istituzioni.

Siamo a disposizione del Governo per aprire da subito un tavolo sulla condizione dell’Infanzia nel nostro Paese.

L’UNICEF del futuro, quella che ho in mente è questa. Una comunità di persone che mettono la propria vita al servizio di una missione oggi complessa.

Non è facile essere volontari nel 2019, in un mondo che mette in discussione tutto, che tenta di screditare chi fa del bene, che attraverso le fake news è capace di dire tutto il contrario di tutto. Per questo sono necessarie idee, motivazioni e grandi ideali.

Il nostro, quello di proteggere i bambini, va difeso e sostenuto ogni giorno”.

Commercio al dettaglio: Istat, ad aprile vendite stabili rispetto a febbraio. Incremento del 4,2% in un anno

Ad aprile 2019 si stima, per le vendite al dettaglio, una variazione congiunturale nulla sia in valore sia in volume. Questa dinamica stazionaria è la sintesi di un aumento delle vendite dei beni alimentari (+1,0% in valore e +1,1% in volume) e di un calo delle vendite dei prodotti non alimentari (-0,7% in valore e -0,6% in volume).

Nel trimestre febbraio-aprile 2019, rispetto al trimestre precedente, le vendite al dettaglio restano sostanzialmente stazionarie sia in valore sia in volume. Le vendite di beni alimentari crescono dello 0,1% in valore mentre calano dello 0,2% in volume, quelle di beni non alimentari diminuiscono dello 0,1% in valore e restano invariate in volume.

Su base annua, le vendite al dettaglio aumentano del 4,2% in valore e del 4,6% in volume. La crescita complessiva è trainata dal positivo andamento dei beni alimentari (+8,8% in valore e +8,5% in volume), mentre si registra un aumento più contenuto per le vendite dei beni non alimentari (+0,6% in valore e +1,3% in volume).

Per quanto riguarda le vendite di beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali eterogenee per i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano Dotazioni per informatica, telecomunicazioni, telefonia (+4,7%) e Prodotti di profumeria, cura della persona (+3,1%), mentre le flessioni più marcate si registrano per Calzature ed articoli in cuoio e da viaggio (-3,3%) e Abbigliamento e pellicceria (-1,3%).

Rispetto ad aprile 2018, il valore delle vendite al dettaglio registra un aumento marcato per la grande distribuzione (+7,5%) mentre di entità molto minore è la crescita delle vendite per le imprese operanti su piccole superfici (+0,6%). In forte crescita il commercio elettronico (+17,2%).

Comuni sciolti per mafia, sono 21 nel 2018

E’ stata pubblicata la Relazione del Viminale sull’attività delle Commissioni per la gestione straordinaria degli Enti sciolti (2018), ai sensi dell’art. 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso. L’utilizzo della misura dello scioglimento degli Enti locali in conseguenza alla contaminazione della criminalità organizzata ha assunto negli ultimi anni dimensioni di grande rilevanza: basti pensare che, su un totale di 319 decreti emanati a partire dal 1991 (anno di entrata in vigore di questo strumento normativo), ben 112 sono stati gli scioglimenti deliberati dal Governo nel periodo compreso tra il 2012 e il 2018, e di questi soltanto tre annullati dai giudici amministrativi.

L’ultima Relazione del Ministero dell’Interno fornisce un quadro dettagliato dell’azione svolta dalle singole Commissioni straordinarie, anche per quel che riguarda l’attività regolamentare e la riorganizzazione dell’apparato burocratico. Risultano essere stati 21 i consigli comunali sciolti (di cui 12 in Calabria e 4 in Campania; sciolto anche il Comune di Lavagna, in Liguria, a conferma del fatto che il fenomeno non riguarda solo il Sud Italia); 5 quelli interessati dalla proroga della gestione commissariale; 38 invece le gestioni straordinarie commissariali che hanno operato nel corso dell’anno.

E con la consapevolezza che l’arma più potente contro la criminalità organizzata sia la trasmissione e la condivisione di conoscenza e coscienza civile, nel capoluogo siciliano prende il via il primo Master interuniversitario su mafie e corruzione che nasce da una convenzione tra quattro diversi Atenei: Pisa, Torino, Napoli e Palermo, con la partecipazione dell’Associazione Libera. In ciascuna di queste città, verranno affrontati aspetti particolari, all’interno di un percorso di cinque settimane in ogni Ateneo. Ad avvicendarsi sulla cattedra saranno docenti universitari, magistrati, investigatori, giornalisti.

Fra i relatori del modulo di Palermo, Giuseppe Di Chiara, Vincenzo Militello, Michele Prestipino, Roberto Scarpinato, Antonio Balsamo, Alessandro Giuliano, Nando Dalla Chiesa, Umberto Santino, Enrico Bellavia, Salvatore Cusimano. Il giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo terrà anche un laboratorio-inchiesta sulle “menti raffinatissime” e con gli studenti del Master verranno ripercorsi gli atti dell’inchiesta sul fallito attentato all’Addaura, per provare a tracciare un identikit degli insospettabili protagonisti di una lunga stagione di misteri a Palermo.

Calcio Femminile: Si avvicina l’esordio nel Mondiale

Solo un giorno separa la Nazionale Femminile dall’esordio nel Mondiale. Un’attesa lunga vent’anni quella dell’Italia, che domenica allo ‘Stade du Hainaut’ di Valenciennes tornerà a disputare un match valido per la fase finale della Coppa del Mondo.

Il primo ostacolo sulla strada delle Azzurre è rappresentato dall’Australia.

Il pericolo numero uno domenica sarà Sam Kerr, 31 reti in 76 presenze in Nazionale e stella indiscussa della squadra guidata da Ante Milicic.

Una curiosità: le ‘Matildas’ alloggiano nello stesso hotel dell’Italia, una convivenza che rende ancora più suggestiva la sfida di domenica.

Il programma della Nazionale

Sabato 8 giugno
Ore 11 – Allenamento presso lo Stadio Christophe Laurent di Valenciennes (aperto i primi 15’)
Ore 13.30 – Conferenza Stampa presso lo Stadio du Hainaut (Ct e una calciatrice)
Ore 14 – Walk around

Domenica 9 giugno
Ore 13 – Gara Australia-Italia (Stadio du Hainaut)
A seguire conferenza stampa

Lunedì 10 giugno
Ore 10 – Allenamento presso lo Stadio Christophe Laurent di Valenciennes (aperto i primi 15’)
A seguire attività stampa
Ore 12.30 – Pranzo
Ore 14 – Partenza da Valenciennes per Reims
Ore 16.15 – Arrivo a Reims

Martedì 11 giugno
Ore 13 – Pranzo
A seguire conferenza stampa con una calciatrice in Hotel
Ore 18 – Allenamento presso lo Stadio Jean Bucton (aperto i primi 15’)

Mercoledì 12 giugno
Ore 13 – Pranzo
A seguire conferenza stampa con una calciatrice in Hotel
Ore 18 – Allenamento presso lo Stadio Jean Bucton (chiuso)

Giovedì 13 giugno
Ore 11 – Allenamento presso lo Stadio Jean Bucton (aperto i primi 15’)
Ore 18.30 – Conferenza stampa presso lo Stadio Auguste Delaune (Ct e una calciatrice)
Ore 19 – Walk around

Venerdì 14 giugno
Ore 18 – Gara Giamaica-Italia (Stadio Auguste Delaune)
A seguire conferenza stampa

Sabato 15 giugno
Ore 10 – Allenamento (aperto i primi 15’)
A seguire attività stampa
Ore 12.30 – Pranzo
Ore 14 – Partenza in bus per Lille
Ore 16.45 – Arrivo a Lille

Domenica 16 giugno
Ore 12.30 – Pranzo
A seguire conferenza stampa con una calciatrice in Hotel
Ore 18 – Allenamento a Le Stadium di Villeneuve d’Ascq (chiuso)

Lunedì 17 giugno
Ore 17 – Conferenza Stampa presso lo Stadio du Hainaut (Ct e una calciatrice)
Ore 19 – Allenamento a Le Stadium di Villeneuve d’Ascq (aperto i primi 15’)

Martedì 18 giugno
Ore 21 – Gara Italia-Brasile (Stadio du Hainaut)
A seguire conferenza stampa
N.B. Il programma può essere soggetto a variazioni

 

Milano: Burri in mosta a Vistamarea

BURRI. CICLI SCELTI dell’opera grafica, una mostra di opere selezionate tra i cicli più significativi della sua produzione grafica.

Presentata lo scorso dicembre da Vistamarea Pescaraconopere grafiche appartenenti a ben sette cicli della sua creazione, la mostra arriva a Milano, dove saranno esposte una serie di multipli tra i cicli chiave delle sue opere: Cretti (1971), Multiplex (1981) e Mixoblack (1988).

La mostra mette in risalto un lato meno conosciuto dell’opera di Burri a cui l’artista si è dedicato con particolare impegno e assiduità, e a cui si è avvicinato come a una sorta di laboratorio, un terreno per la sperimentazione, proteso al raggiungimento di esiti inediti sul piano delle tecniche e dell’immagine. Lavorare sui cicli grafici gli ha permesso di collaborare con maestri incisori e calcografi come Rossi, Ascani (Nuvolo), Remba, Castelli, Baldessarini, i quali gli hanno fornito livelli qualitativi di estremo valore tecnico e artistico. Questa sperimentazione lo porta a esiti straordinari che gli consentirono di ricevere nel 1973 il Premio Feltrinelli per la Grafica conferitogli dall’Accademia Nazionale dei Lincei per l’attività di grafica artistica.

Nel 2017 la Fondazione Burri ha aperto una nuova sezione dedicata all’opera grafica nella sua sede degli Ex Seccatoi a Città di Castello. Con questa mostrala galleria vuole rendere omaggio alla produzione di queste opere.

‘Nel caso di Burri, parlare di grafica non significa parlare di una produzione minore rispetto ai dipinti, ma soltanto di una modalità artistica diversa e parallela, nella concezione e nell’esecuzione, tale insomma da potersi annoverare con assoluto rilievo nella produzione del grande pittore, a fianco di tutti gli altri suoi rivoluzionari pronunciamenti innovativi.’ Bruno Corà, Presidente della Fondazione Palazzo Albizzini, Collezione Burri.

Dal sangue si può capire lo scompenso cardiaco

Gli scienziati del Centro cardiologico Monzino e dell’università degli Studi di Milano hanno scoperto un marcatore che si promette utile non solo per diagnosticare la malattia del ‘cuore stanco’, ma anche per predirne la prognosi. La sostanza, chiamata SP-B (proteina del surfattante polmonare B), può infatti spiegare il peggioramento dello scompenso perché trasforma il colesterolo buono in colesterolo cattivo.

Il lavoro – pubblicato sull’ultimo numero dell”International Journal of Cardiology’ – è stato condotto da Piergiuseppe Agostoni, professore ordinario di Cardiologia alla Statale del capoluogo lombardo e coordinatore dell’Area di Cardiologia critica del Monzino, e da Cristina Banfi, responsabile dell’Unità di ricerca di Proteomica cardiovascolare del Monzino. Il team ha scoperto che “la proteina SP-B, rilasciata dai polmoni, indica la presenza di scompenso cardiaco, ne predice la prognosi e soprattutto è responsabile dell’aggravarsi della malattia”, spiegano gli autori che si propongono ora di “sviluppare un esame che, misurando il valore di SP-B nel sangue, renda possibile diagnosi di scompenso cardiaco più precise ed efficaci”. Secondo gli esperti, un test del genere rappresenterebbe “una svolta”.

Piercamillo Palamara

Può darsi, come afferma il leader di Magistratura Democratica Giuseppe Cascini, che l’unica vicenda assimilabile a quella che oggi investe il Csm “è quella dello scandalo P2.” Può darsi abbia ragione, ma è tuttavia legittimo chiedersi se il nostro caso non sia più grave di quello degli Anni’80.

Bei tempi, si fa per dire, quelli di Licio Gelli, delle sue trame e delle sue liste di piduisti sequestrate il 17 marzo 1981 dai giudici istruttori Giuliano Turone e Gherardo Colombo a Villa Wanda, provincia di Arezzo. All’epoca, si considerava che la magistratura, soprattutto nei “rami alti”, fosse legata al potere politico. In quegli anni la Procura di Roma veniva ribattezzata il “Porto delle nebbie”, definizione restata al suo posto anche in seguito.

Dopo la P2 in Italia sono successe molte cose. Per esempio, attraverso la grande Catarsi di Mani Pulite, la magistratura ha riscattato, se pure ne avesse avuto bisogno, il suo passato. Alcuni magistrati poi (ricordate un certo Antonio Di Pietro?) sono divenuti vere e proprie Star.

Fa impressione quindi leggere che i fondatori della nuova stagione della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, siano stati azzannati alle spalle da alcuni loro colleghi allo scopo di garantire la “discontinuità” di quella loro gestione che pure ha diradato la nebbia a piazzale Clodio.

Andato in pensione Pignatone, Palamara e altri hanno lavorato intensamente per questa “discontinuità”. Alla fine dell’intenso lavorìo, la maggioranza ha cercato e trovato un candidato alla successione di Giuseppe Pignatone nella persona, degnissima, del dottor Marcello Viola, da Firenze. La corrente della quale è capo Luca Palamara, Unicost,  ha invece scelto un altro magistrato fiorentino ,Creazzo. L’importante comunque era “diradare” ciò che a Roma resta di Pignatone. Leggi il suo vice, Paolo Ielo. Questa è la posta intorno alla quale gira tutta la vicenda “assimilabile alla P2”.

Di assimilabile a quella lontana vicenda c’è piuttosto la peregrinazione giornalistica che un giorno dopo l’altro porta lontano dalla vera questione. Sempre, nei grandi scandali italiani si perdono tempo e servizi giornalistici alla ricerca di personaggi strani, ipotesi alternative, vie traverse.

Cerchiamo di non perdere l’orientamento.  Sul nome di Viola, che va bene al “renzianissimo” Luca Lotti, in nome e per conto, e al Centauro, politico-magistrato, Cosimo Ferri, piovono quattro voti: Magistratura Indipendente, Piercamillo Davigo e i due membri “laici” del Csm espressi dalla Lega e da 5Stelle. Gli altri due candidati, il fiorentino Creazzo, votato dalla corrente di Palamara e il palermitano Lo Voi, ottengono un voto a testa.  Davigo e Palamara, sonouniti dal comune obiettivo di respingere Lo Voi, che garantirebbe la “continuità” con Pignatone. Obiettivo raggiunto

Impressiona il fatto che Davigo sia stato dalla parte della “faccia tonnesca”,  come tanti anni fa Francesco Cossiga definì in tv Palamara e che, piaccia o no, nella magistratura organizzata sia nata una nuova sigla: Piercamillo Palamara.  

Non per mettere in mezzo Davigo, prendiamo però il sottile ragionamento di Marco Travaglio, uno dei suoi ammiratori.   Sul Fatto Quotidiano Travaglio ricorda che al momento di scegliere il nuovo vicepresidente del Csm, tra un professore indicato dai 5Stelle, Arturo Maria Benedetti e un ex deputato renziano, Ermini, prevalse quest’ultimo, come voleva il Pd di Lotti e Ferri. Per il professor Benedetti votarono i “laici” di M5S e Lega e i “togati” di Area e di Autonomia e Indipendenza Davigo e Ardita. In quel caso, dunque, sostiene Travaglio, Davigo sta dalla parte giusta. Dopo qualche mese si ritrova dalla parte sbagliata, con la “faccia tonnesca” e con gli amici di Lotti e di Ferri. Non facciamo supposizioni e non avanziamo sospetti su questa scelta.  Anzi, optiamo per la buona fede di Davigo e diciamo che aver deciso di stare con Palamara contro Lo Voi sia del tutto spiegabile: vogliono entrambi rinnovare la Procura di Roma liberandola dalla gestione di Pignatone e Ielo. È meno spiegabile però che sia sfuggito alla testa fina di Mani Pulite il complesso di bassezze che muoveva i suoi compagni di strada.

 

L’anticorpo sano dell’associazionismo. Intervista a Matteo Truffelli (Azione Cattolica)

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

L’esigenza di una politica concepita e vissuta come «costruzione condivisa di futuro» e il fondamentale contributo del laicato cattolico sono i temi sui quali si sofferma Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, intervenendo in questa intervista nel dibattito sulla crisi della società italiana e sul ruolo della Chiesa.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due, altrimenti la società soffre, diventa schizofrenica. In questa situazione potrebbe giocare un ruolo importante la Chiesa.

Tutta la storia dell’umanità ci mostra con chiarezza la necessità, per il nostro convivere, di entrambe le sfere, quella politica e quella religiosa. Quella della promozione e della garanzia della sicurezza, della pace, della giustizia e dell’esercizio regolato della libertà, e quella della ricerca del significato profondo del vivere, attraverso il radicamento in una ulteriorità che possa sostenere, scandire e al tempo stesso orientare il cammino degli uomini e della società. Al tempo stesso, la storia ci ammonisce severamente rispetto ai pericoli che comporta la confusione tra questi due piani, l’illusione che l’uno possa servirsi più o meno strumentalmente dell’altro, oppure tentare di utilizzarne le specifiche dinamiche, gli strumenti, i linguaggi, senza generare conseguenze distorte. Quando questo è accaduto, la storia ha sempre mostrato il suo volto peggiore. I due piani devono rimanere distinti.

Tuttavia mi pare che la grande sfida con cui il cristianesimo ha tentato di misurarsi nella modernità e che ancora si staglia davanti a noi è quella di assumere questa distinzione senza trasformarla in separazione, nutrendo la dimensione politica con la linfa di una fede incarnata e pubblica, vissuta non individualmente, ma come comunità. E contribuendo perciò alla vita della città offrendo a essa il lievito di una visione dell’uomo e della società, un senso del bene e della giustizia, e l’impegno concreto per la realizzazione di una società più solidale, più libera, più umana.

Questo implica anche, però, che i credenti per primi non si rassegnino a una concezione della politica pensata come semplice regolazione degli inevitabili conflitti e come organizzazione di una convivenza ordinata, insomma come mera amministrazione dell’esistente. Abbiamo bisogno di ritrovare il valore profondo di una politica concepita e vissuta come pensamento e costruzione condivisa del futuro. Pur nella consapevolezza dei limiti intrinseci del suo campo d’azione, la politica deve recuperare il suo respiro progettuale: la sua funzione architettonica, avrebbe detto Giorgio La Pira.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso. In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Mi pare che l’analisi di De Rita, come anche quelle proposte negli interventi che a partire da essa si sono succeduti su queste pagine, siano del tutto condivisibili. Senza dubbio il rancore e l’insofferenza che emergono in maniera sempre più aspra dal profondo della società italiana si radicano in una sorta di disillusione nei confronti del futuro, parola che fino a non molto tempo fa era connotata da una valenza prevalentemente positiva, carica di speranza, di fiducia nel progresso, e che invece oggi si declina sempre più con un senso di incertezza, di timore, di oscurità.

Lo ha ricordato anche il presidente Mattarella nell’intervista rilasciata ai media vaticani pochi giorni fa (cfr. «L’Osservatore Romano» del 18 maggio): le ragioni del disagio sociale sono profonde, e reali. Il nostro Paese è solcato da una serie di contrapposizioni: tra Nord e Sud, o meglio tra i diversi Nord e i diversi Sud che compongono la penisola; tra chi abita in un territorio dinamico e affacciato sull’Europa e chi invece teme di non potersi costruire un futuro se non al prezzo di abbandonare la propria terra; tra chi abita nelle zone spopolate di montagna e chi vive quotidianamente a cavallo di treni e autostrade. Tra adulti e giovani che faticano ad ascoltarsi reciprocamente e ad assumersi le proprie responsabilità; tra italiani impauriti e migranti in fuga dalla morte. Tra cittadini e istituzioni, tra politica e società. Tra rispetto dell’ambiente e crescita economica, tra profitto e dignità dei lavoratori. Tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Siamo divisi anche tra credenti e non credenti, e qualcuno tenta di tracciare solchi persino dentro la comunità ecclesiale.

In questo senso, mi sembra valga la pena aggiungere una sottolineatura: l’aspetto più preoccupante di questa spinta alla frantumazione e alla contrapposizione è il fatto che la politica pare sempre più intenzionata a enfatizzare e allargare le fratture esistenti, invece che preoccuparsi di ridurle. Ed è per far questo che ricorre a un’accezione distorta di identità, riducendola a una specie di fortino dietro cui ripararsi sollevando i ponti levatoi. Ma ogni identità, tanto quella personale quanto quella collettiva, è sempre, per sua stessa natura, un’esperienza relazionale, una dinamica aperta, il prodotto di un insieme composito di somiglianze e differenze, di influenze reciproche, di appartenenze molteplici. Identità è apertura all’altro, necessariamente, fin dalla nascita. È quello che ci insegnano la ragione e l’esperienza, ma anche la nostra fede trinitaria. Ed è quello che inscrive dentro il nostro cuore il nostro saperci fratelli, appartenenti all’unica famiglia umana, in quanto figli di un solo Padre. Vale per ciascuno di noi, singolarmente, ma vale anche per tutti noi come popolo. Proprio per questo abbiamo un grande bisogno, come ha ribadito in più occasioni il presidente Mattarella, di riscoprire e rilanciare le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere una «comunità di vita», del nostro camminare gli uni a fianco degli altri.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Le dinamiche che caratterizzano le due sfere sono differenti, e dunque sono in buona parte differenti, penso, anche le ragioni delle fatiche che si registrano dentro di esse dal punto di vista della difficoltà a camminare insieme. Tuttavia una radice comune può forse essere individuata nella resistenza ad accettare la fatica e il tempo necessari a un autentico ascolto reciproco (e ancor più alla radice all’ascolto del mondo, delle domande, delle paure, dei dubbi e delle delusioni che abitano il cuore delle persone) e a un confronto libero e responsabile tra punti di vista, esperienze, sensibilità e bisogni differenti. Due condizioni indispensabili per ogni esperienza sinodale. Condizioni che postulano la disponibilità a non sapere in precedenza quale potrà essere il punto di arrivo del percorso, accettando il rischio di incamminarsi ugualmente. Se sinodalità significa camminare insieme, allora non può voler dire mettersi in strada con l’intenzione di condurre i compagni di viaggio a un punto di arrivo cui si è già convinti di dover giungere, lungo una rotta predefinita, anche quando la comune direzione generale è chiara. Non può nemmeno voler dire che qualcuno corre avanti mentre qualcun altro rimane indietro. Come sa chi frequenta i sentieri di montagna, camminare insieme chiede la prudenza di procedere senza strappi e la saggezza di rispettare il passo di ciascuno.

Mi pare che queste caratteristiche siano state la cifra dell’intervento di Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze. Non ha suggerito iniziative e priorità o dato indicazioni operative, ma ha sollecitato la Chiesa italiana a mettersi «in movimento creativo» per «avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni». Il magistero di Papa Francesco è così: un pronunciarsi che non chiude i discorsi, ma li apre, avvia processi anziché tirare le somme. Che dice fate, non cosa fare. Dice pensate, non cosa pensare. Anche quando questo può creare inquietudine e generare timore, perché costringe ad avventurarsi in spazi aperti senza navigatore. È in questo modo che può realizzarsi un intreccio armonioso tra un percorso dal basso e uno dall’alto, tra la partecipazione di tutto il gregge e la guida dei pastori.

La condizione perché ciò avvenga, però, è che ci sia fiducia reciproca. Fiducia, in particolare, in quella «immensa maggioranza del popolo di Dio» che sono i laici. Nella loro fede, nella loro passione per la Chiesa e per il mondo, nel loro senso di responsabilità e nelle loro competenze. Da questo punto di vista, avrebbe senso che per non correre il rischio di ridurre l’idea preziosa di un sinodo della Chiesa italiana a una “cosa da fare”, che magari una volta fatta corra il rischio di essere messa da parte per passare ad altro, come a volte purtroppo accade, ci preoccupassimo fin da ora di far crescere un modo di essere Chiesa e delle modalità di lavoro costantemente improntate alla sinodalità. Creando occasioni ordinarie e spazi stabili di confronto, elaborando forme adeguate e possibili di corresponsabilità, valorizzando le esperienze che già sperimentano almeno in parte la grazia di questo modo di essere Chiesa.

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Direi che il suo ruolo principale deve essere proprio quello di essere popolo. Cioè di continuare a intessere dentro la società del nostro Paese una trama ricca di legami tra le persone, le famiglie, le comunità, le formazioni sociali, i territori. Rafforzando e facendo crescere quel tessuto di vincoli solidali, di spazi di corresponsabilità e di partecipazione alla cosa pubblica che già rappresentano la spina dorsale dell’Italia, ciò che la tiene in piedi. Questo significa essere popolo, una realtà molto diversa da quella somma di individui raccolta attorno a un capopopolo con cui lo identificano i populismi.

Credo che proprio qui possiamo intravedere una possibile risposta a quella che Papa Francesco individua, fin dall’esordio dell’Evangelii gaudium, come la tentazione peggiore con cui si deve misurare l’uomo contemporaneo e perciò come la sfida decisiva per la missione evangelizzatrice della Chiesa: quella «tristezza individualista, che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata». Forse una responsabilità specifica spetta, in questo senso, a tutte quelle realtà che nella Chiesa interpretano in maniera particolarmente significativa questa dimensione, questo mettere insieme le persone, le famiglie, le generazioni, i territori, le comunità. Penso a tutte le esperienze di aggregazione, alle associazioni e ai movimenti, che devono mettere questa loro capacità a servizio non solo dell’intera comunità ecclesiale, ma dell’intero Paese. Proprio l’associazionismo può rappresentare per la nostra società un anticorpo sano, in grado di combattere il virus individualista che genera dentro il corpo della nazione processi di disgregazione dei legami sociali.

Abbiamo poi il dovere, come comunità di credenti, di tentare di tradurre in proposte buone per la vita del Paese quello straordinario patrimonio di esperienze, iniziative, idee, persone e valori che la nostra storia ha prodotto nel tempo e che la vitalità della realtà di cui siamo parte continua a generare. Declinando progetti e percorsi concreti attorno a cui confrontarci insieme a tutti coloro che hanno a cuore il presente e il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Pertile: Il bisogno di una nuova sintesi politica

Ragionando sulla possibile presenza politica di un nuovo soggetto politico, si valuta opportuno che venga elaborato un nuovo modello di mediazione politica che sostituisca il presente e innovi rispetto al passato.

Il punto di partenza del ragionamento è che i fattori produttivi tradizionali non sono più le principali leve del motore economico. La prova è che le disuguaglianze economiche e sociali, con i relativi effetti politici, non coincidono più con le istanze del movimento rivendicativo caratterizzato dalla lotta della classe operaia.

Si è, cioè, esaurita da anni la mediazione politica avvenuta tra i ceti produttivi da un lato e dall’altro il ceto operaio e contadino dell’Italia della crescita economica e sociale.
E’ in essere e in divenire una nuova mediazione politica che guarda a nuovi soggetti economici e sociali .

E’ saltato il vecchio nesso tra i luoghi della produzione ed i gruppi sociali ad essi collegati. Salvo rari casi, nel sistema della produzione, non c’è più la catena di montaggio nè le economie di scala di tipo fordista.

Ne discende che nuovi corpi intermedi, quindi nuovi soggetti politici sono chiamati a formulare e a gestire la nuova mediazione politica; mediazione che deve “guardare” (De Gasperi) alla globalizzazione (non coincidenza tra luoghi di lavoro e centri di governo aziendale); alla diffusione dell’intelligenza artificiale ; alla finanza speculativa (mercati internazionali slegati dal senso di responsabilità sociale); al malessere sociale (fenomeno generalizzato nei principali gruppi sociali, così che si può parlare di malessere interclassista) e alla sostenibilità ambientale quale bene comune.
La nuova mediazione non può basarsi (lezione appresa dalla crisi internazionale del 2008) solo sul mercato e sulla logica dell’efficienza; cioè sulla delega al mercato della crescita della ricchezza.

Inoltre, il diffondersi dell’intelligenza artificiale impone una nuova sintesi politica a livello internazionale (un paese da solo non può farcela) per ancorare alle ragioni della democrazia un fenomeno economico e sociale, che sovrasta il singolo individuo e la comunità. Infatti, la diffusione dell’intelligenza artificiale e la sua robotizzazione condizionano il nostro mondo relazionale.
Il lavoro e la vita privata di milioni di persone possono cambiare così radicalmente che potremmo diventare sudditi di un “monarca”, privo di un’anima politica, in grado di minare alle radici la libertà e la democrazia.

L’evoluzione tecnologica, il mondo produttivo digitale e globale, il mercato finanziario internazionale, la tutela dell’ambiente impongono una mediazione politica che faccia coesistere lo scambio economico, la redistribuzione dei redditi, la solidarietà in una forte e solida legittimazione democratica.

Papini: Se John Maynard Keynes torna di moda

Il mondo delle imprese da tempo chiede al governo di uscire dalle risse quotidiane e di impegnarsi in un progetto, concreto e tangibile, di politica industriale. Proprio la richiesta di maggiori investimenti pubblici è riuscita a far tornare in piazza i tre maggiori sindacati italiani, per la prima volta insieme dopo anni di incomprensioni.

E’ dunque molto tempestiva la decisione della casa editrice Mondadori di pubblicare la nuova edizione italiana degli scritti di John Maynard Keynes, un maestro del pensiero economico che ha insegnato come spetti anche agli Stati assicurare un certo livello di attività produttiva e di occupazione, garanzia che non si può lasciare solo alla “mano invisibile” del mercato (come teorizzava invece Adam Smith).

Il volume, pubblicato nella collana dei Meridiani, comprende la principale opera di Keynes, “La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” e altri scritti, la maggior parte dei quali inediti in lingua italiana, tra cui la “Lettera aperta al Presidente Roosevelt” a pochi mesi dalla sua elezione, e il saggio su “Come pagare il costo della guerra” del 1944, nel quale Keynes anticipa l’idea delle politiche dei redditi. La nuova edizione è curata da Giorgio La Malfa, che la ha arricchita con una cronologia essenziale, che in realtà ne è un’interessante biografia.

Keynes non è solo un economista, ma è anche colui che ha ricondotto questa disciplina nell’ambito delle scienze sociali e morali. Che ha rovesciato, alle soglie della Seconda guerra mondiale, il predominio di un indirizzo dominante nei cinquant’anni precedenti: una concezione dell’economia che aveva cercato di assimilarla alle «vere scienze», alle scienze della natura. E l’aveva ridotta a una scienza arida e triste, al di fuori delle possibilità di comprensione e di attrazione per coloro che volevano, dagli economisti, un aiuto a capire e migliorare le società in cui vivono.

Keynes vinse la battaglia, e anche alla sua vittoria teorica è dovuto il mondo di ieri, i trent’anni di benessere diffuso di cui i Paesi capitalistici e liberali avanzati hanno goduto tra gli anni Cinquanta e Ottanta del secolo scorso. Ma non vinse la guerra e la reazione degli economisti tradizionali non si fece attendere per molto, anche con buone ragioni. Sicché oggi la disciplina versa in uno stato di frammentazione.

Non sempre è vero, anzi lo è di rado, ciò che diceva Mao Zedong: «La confusione è grande sotto il cielo. La situazione è eccellente». Ma questa volta lo è. E questa benefica confusione è soprattutto merito di Keynes: è dovuta alla rottura del vaso di Pandora del paradigma dominante. Dunque alla riconduzione dell’economia alla via maestra delle scienze morali e sociali e di conseguenza ai dissensi e ai conflitti di opinione che inevitabilmente le attraversano.

Quali sono le lezioni di Keynes oggi? La situazione odierna, in Italia e in Europa, è profondamente diversa da quella sulla quale Keynes ebbe modo di riflettere, ai tempi della “Grande depressione” degli anni Trenta e dell’assetto che le economie capitalistiche liberali e democratiche si diedero a Bretton Woods nel 1944. Nonostante la grande crescita del reddito, la disoccupazione e la povertà ancora incrinano la coesione sociale di molti Paesi. E siamo nel mezzo di una rivoluzione tecnologica così veloce e profonda che non riusciamo a capire come sarà organizzata la società del prossimo futuro, e se riuscirà a dare lavoro, dignità e reddito ai suoi cittadini.

Non sappiamo, dunque, come Keynes avrebbe risposto a queste sfide. Ma sappiamo come le avrebbe affrontate. L’avrebbe fatto convinto che un capitalismo temperato da interventi pubblici necessari, nel contesto di un ordine politico liberaldemocratico, può trovare una buona soluzione ai problemi della convivenza umana. In economia non ci sono leggi ferree che si impongono con la necessità delle leggi naturali e una «discrezione intelligente» può sempre prevalere su «regole stupide». Se qualcuno trova un’assonanza con quanto una volta disse Romano Prodi (a proposito del Patto di Stabilità) questa non è casuale: Prodi si riferiva a Keynes. Una discrezione intelligente, orientata al bene comune, esige però classi dirigenti capaci di esercitarla. E questo è un problema non proprio trascurabile.

Moody’s:  “il debito pubblico dell’Italia continuerà a salire nei prossimi anni”

Moody’s riferisce che i minibot, potrebbero essere “un primo passo verso la creazione di una valuta parallela e la preparazione dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona”. L

Secondo l’Istituto anche “il semplice fatto che la proposta sia tornata alla ribalta rappresenta un fattore negativo”.

L’agenzia di rating ha poi aggiunto che il debito pubblico dell’Italia “continuerà a salire nei prossimi anni” e l’obiettivo del governo di un deficit al 2,1% del Pil per quest’anno “manca di credibilità”.

Secondo Moody’s, il deficit quest’anno sarà al 2,6% e il prossimo al 2,7%. “Consideriamo la legge di bilancio 2020 un importante passaggio per valutare l’affidabilità creditizia dell’Italia”.

Il provvedimento di Bruxelles secondo l’agenzia non avrà molto senso perchè Roma sarà piegata, prima ancora che dall’Europa, dalla pressione dei mercati finanziari, che minaccia già di farsi insopportabile.

Moody’s prevede di riconsiderare il rating italiano il 6 settembre.

Spagna: la rivoluzione ai vertici di Podemos non ferma le critiche

Dopo la pesante sconfitta elettorale incassata da Podemos, che ha perso circa 1 milione di voti alle legislative del 28 aprile e 900.000 preferenze alle comunali e alle regionali del 26 maggio, Pablo Iglesias ha lanciato una profonda ristrutturazione dei vertici del partito di sinistra, allontanando uno dei suoi più fedeli leader: Pablo Echenique.

Iglesias avrebbe scelto di nominare come nuovo presidente della segreteria dell’organizzazione Alberto Rodriguez (Santa Cruz de Tenerife, 1981).

Anche se  i settori più critici continuano a chiedere una profonda riflessione sulla direzione non accontentandosi di uno scambio di nomi.

Secondo Nacho Escartín. “La situazione in Podemos non riguarda il taglio delle teste, ma la ridefinizione del percorso. “Non credo che Echenique sia l’unico responsabile”, ha detto Ramón Espinar, ex leader a Madrid. 

Questa voglia di congresso che però si respira nell’opposizione non sembra aver aiutato la direzione di Podemos nella decisione di anticipare l’assemblea prevista per il 2021.

 

 

La Caritas Lombardia promuove i campi estivi nei comuni dell’Italia centrale colpiti dal terremoto

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Anche quest’anno nel cuore dell’Italia ferito dal terremoto dell’estate del 2016 si vedranno, purtroppo, pochi villeggianti.
Al loro posto, però, arriveranno volontari e artisti.

Tra luglio e agosto, nei comuni dell’Italia centrale colpiti dal terremoto, si terranno i campi estivi organizzati dalle Caritas delle dieci diocesi lombarde nell’ambito del gemellaggio tra la Delegazione lombarda degli organismi caritativi e la Diocesi di Rieti. Quest’anno, inoltre, a portare una ventata di allegria, farà tappa nel cratere del sisma anche una carovana di clown, giocolieri e saltimbanco.

Nei comuni di Amatrice, Accumoli e nei tanti altri borghi all’interno dell’area terremotata, i volontari vivranno accanto agli abitanti che ancora attendono di poter rientrare nelle loro abitazioni. In particolare dovranno occuparsi dei bambini, affiancando gli educatori della Caritas di Rieti nelle attività di animazione, gioco, studio e preghiera. Ma, stabilendo un contatto con i più piccoli, entreranno in relazione anche con genitori e nonni riempiendo quel vuoto più pesante da sopportare delle stesse macerie. I campi di volontariato si svolgeranno da luglio ad agosto. Ogni squadra sarà composta da un massimo di 15 persone, i turni dureranno ognuno una settimana. Il primo gruppo arriverà la seconda settimana di luglio. Ma ognuna delle Caritas lombarde ha già aperto le prenotazioni (sui rispettivi siti informazioni e numeri di telefono e modalità per offrire la propria disponibilità).

A dare manforte ai volontari, farà tappa nella Diocesi di Rieti, aprendo i campi estivi, il tour di “Esprimi un desiderio”, uno spettacolo di teatro integrato messo in scena da attori con e senza disabilità dalla compagna “Il Carrozzone degli artisti” grazie alla Delegazione delle Caritas lombarde. Il Carrozzone in viaggio per le piazze d’Italia, raggiungerà il 2 luglio Cittaducale, il 3 Accumoli, il 4 Amatrice, il 5 Borbona, per poi tornare in Lombardia dove è partito il 27 aprile. I 15 elementi che compongono la compagnia proporranno uno show incentrato sull’arte circense.

«Il “popolo delle seconde case” è sempre stato per le nostre terre una grande risorsa. Portava energia, vita e dava anche un po’ di linfa all’economia locale. Purtroppo non è ancora rientrato e anche quest’anno non ritornerà, perché la ricostruzione pubblica stenta a decollare e quella privata langue. Proprio ora che sentiamo il peso delle tante decisioni rinviate e delle risposte che non arrivano dalle istituzioni, abbiamo bisogno di percepire forse più ancora che nei giorni della tragedia che non siamo stati dimenticati. Per questo i volontari dei campi estivi e gli artisti saranno per noi una benedizione», spiega il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili.

La Cina va avanti sul 5G

Il 5G è la rete di nuova generazione che andrà a superare l’attuale 4G LTE.

Essa permetterà di usare la rete mobile per tutta una serie di servizi che finora sono stati appannaggio di altri mezzi.

Le velocità del 5G dovrebbe raggiungere valori di picco di ben 20 Gbps. Nell’uso pratico reale le stime però sono molto più basse, ed intorno a 1,4 Gbps. Giusto per mettere le cose in prospettiva, il picco delle reti 4G LTE è di circa 4000 Mbps (LTE Cat. 15), sebbene nella pratica siamo più vicini ai 100 Mbps.

Grazie a questa nuova rete tutti i dispositivi connessi avranno l’affidabilità di un’attuale rete cablata su rete mobile, ovvero disponibile ovunque. Parliamo di videosorveglianza, droni e auto a guida autonoma.

E anche se molti paesi ancora ne discutono, la Cina procede a passo spedito sul 5G, nonostante le turbolenze legate al caso Huawei.

Il ministero dell’Information technology ha assegnato le prime quattro licenze a uso commerciale del nuovo standard di telefonia mobile, affidandole a China Telecom, China Mobile, China Unicom e China Broadcasting Network.

Il 5G porterà “a una nuova generazione di infrastrutture di telefonia mobile ad alta velocità”, ha affermato il ministro Miao Wei.

 

Big Data e intelligenza artificiale per soluzioni innovative di risparmio energetico

Questi gli obiettivi dell’accordo di collaborazione tra Cassa depositi e prestiti, Ansaldo Energia e Snam  con uno sguardo attento allo sviluppo dell’utilizzo dell’idrogeno nel settore energetico.

L’intesa è stata siglata la scorsa settimana a Roma dagli amministratori delegati di Cdp Fabrizio Palermo, di Ansaldo Energia Giuseppe Zampini e di Snam Marco Alverà, con l’obiettivo di avviare iniziative comuni.

Le aree oggetto dell’accordo riguardano la digitalizzazione (robotica, utilizzo di Big Data e Cyber Security); il monitoraggio e la diagnostica predittiva di reti e impianti complessi;
l’efficientamento energetico delle installazioni e dei consumi, nonchè la generazione distribuita; le attività di ricerca e sviluppo sia per il settore del gas naturale liquefatto sia per l’utilizzo dell’idrogeno in ambito domestico, industriale e nella produzione di elettricità; le possibili sinergie tra elettrico e gas.

Ansaldo Energia e Snam condivideranno le proprie competenze tecniche avviando dei tavoli di lavoro dedicati sia su attività già industrializzate e disponibili che su tematiche innovative e di ricerca applicata; Cdp supporterà, dal punto di vista economico e finanziario e in linea con la propria missione istituzionale, i progetti che abbiano ricadute positive a beneficio dell’interesse del Paese.

“L’intesa rappresenta una nuova tappa del nostro percorso a sostegno della transizione energetica – ha detto l’amministratore delegato di Cdp Fabrizio Palermo –  e rinnova la stretta collaborazione con importanti realtà imprenditoriali legate al nostro Gruppo, fornendo soluzioni innovative e di flessibilità della rete per sostenere l’utilizzo dell’energia da fonti rinnovabili e diffondere i risultati della ricerca tecnologica che oggi rende possibili ambiziosi target di efficienza. Questa intesa è un acceleratore verso il raggiungimento dei nostri obiettivi di Sostenibilità anche in campo energetico”.

“Questo accordo – ha sottolineato l’amministratore delegato di Ansaldo Energia Giuseppe Zampini – ci consente di mettere a disposizione l’esperienza di Ansaldo Energia nel campo della digitalizzazione degli impianti, della diagnostica e della manutenzione predittiva e di collaborare con Snam per un ulteriore sviluppo nel campo dell’idrogeno che sarà sempre più significativo sia sull’accumulo di energia da fonte rinnovabile che nella generazione elettrica. Il supporto di Cdp, in questo contesto, potrà più facilmente consentire di raggiungere gli obiettivi sfidanti che le due aziende hanno individuato e che consentono una crescita al sistema Paese nel campo della sostenibilità ambientale”.

“Grazie a questo accordo – ha concluso l’amministratore delegato di Snam, Marco Alverà mettiamo a fattor comune le competenze e le tecnologie di Ansaldo Energia e Snam, con il supporto e il contributo di Cdp, per sviluppare progetti di innovazione nell’energia, dall’utilizzo di Big Data e intelligenza artificiale allo sviluppo dell’idrogeno fino a nuove soluzioni di risparmio energetico. Lavorando insieme facendo sistema possiamo cogliere nuove opportunità di crescita sostenibile derivanti dal processo di transizione energetica, a beneficio delle nostre aziende e del Paese”.

La moderazione è virtù, il moderatismo è vizio.

Pierferdinando Casini, nella sua uscita sul Messaggero, fa riferimento alla categoria dei “moderati”.

La domanda è: che strana creatura sono i “moderati” nella società italiana ed europea del nostro tempo? Dove sono? Quali sono i bisogni sociali che li identificano? Quali le aggregazioni comunitarie che li rappresentano? Non è che per caso parliamo di una categoria interpretativa della società oggi scomparsa sotto i colpi dei mutamenti radicali di questi anni?

La grande parte della società – sopratutto il cosiddetto “ceto medio”, impoverito dai processi economici; privato in gran parte della tradizionale propensione al miglioramento delle proprie condizioni di vita; spaventato dai cambiamenti imposti dalla globalizzazione – esprime piuttosto oggi una domanda di “radicalitá”.

Mai come oggi, dunque, risulta vero l’assunto spesso citato da Mino Martinazzoli: la moderazione è virtù, il moderatismo un vizio.
Il problema drammatico è che le risposte oggi prevalenti non hanno né moderazione come stile istituzionale e cifra di responsabilità, né vera radicalitá riformatrice nei contenuti. Come è tipico di ogni populismo.
Sono convinto che al “populismo cattivo” non è contrapponibile un “populismo buono”, che non esiste in natura.

Ma sono parimenti convinto che chi si attendesse – dopo l’eventuale naufragio di questo Governo – il ritorno ad un “Governo dei moderati” (o anche più semplicemente agli assetti politici precedenti) – resterebbe deluso.

Contro la deriva sfascista della destra serve certamente il richiamo a quella “moderazione” che in realtà è rispetto della “laica sacralità democratica” delle Istituzioni. Ma serve anche una radicalitá riformatrice, che sfidi i populisti sul loro stesso terreno: quello dei “veri” interessi del popolo.

Che significa immaginare e perseguire un nuovo “compromesso” tra democrazia e mercato. La destra populista è bravissima nel rappresentare il disagio del popolo. Ma non ha le idee e la visione per dare risposte sostenibili a questo disagio.
Anche la sinistra (nella sua accezione tradizionale) oggi fatica a interpretare il cambiamento.
Ed è vero che questa difficoltà si è talvolta tradotta in chiavi di lettura e proposte tipiche del “pensiero unico iper liberista”.

Non è, dunque, di una “gamba moderata” che abbisogna il campo politico alternativo alla destra, ma di una “simbiosi ritrovata” con gran parte del popolo.

In questa prospettiva, la rinascita di una formazione politica di ispirazione popolare e liberal democratica potrebbe portare al campo alternativo alla destra un apporto essenziale e – ritengo – doveroso.

Essa non può nascere però come “germinazione” da parte del PD. Non sarebbe credibile. Ciò che serve è un soggetto politico che sia autonomo nella sua identità e alleato col PD nella costruzione di una alternativa democratica ed europeista alla destra.
Chi oggi è nel PD ha un compito diverso e non meno importante.
Tocca a chi non ne fa parte trovare idee, linguaggi, proposte e leaders nuovi, capaci di dare voce e rappresentanza a quel mondo sociale e civile che ancora crede in un progetto.

Ma perché ciò accada serve generosità, confronto, coraggio.
E disponibilità anche di chi oggi è “fuori” dalla politica di metterci la faccia, come hanno fatto in altre epoche i “liberi e forti”.

Il ruolo di Pietro Padula al servizio dello Stato e delle Autonomie Locali.

Altrove sarebbe diverso. Non coglieremmo questo moto gentile di patriottismo locale, che riempie alla vigilia i contorni e le forme dell’evento, solo in parte cittadino. Altrove, in un convegno dedicato a chi fu sindaco nei remoti anni ‘80 del secolo scorso, una pigra e distratta ritualità avrebbe  ingabbiato ogni slancio di interesse o commozione, scivolando nel protocollare

Altrove, certo, ma non a Brescia. L’appuntamento è a Palazzo Loggia, in una giornata che doveva essere d’inizio giugno, ma che presenta all’improvviso, dopo tanto ritardo, la calura dell’estate già matura, quando i bresciani – si dice – ricercano il conforto del monte Maddalena. Sulla piazza, prima di salire lo scalone del Palazzo di città, si coglie la viva sensazione di angoscia e di vergogna, che rimonta a 45 anni di distanza da una strage ancora evocativa di un’Italia ferita, consegnata alla violenza di menti occulte e manovalanza ambigua, contro le istituzioni democratiche; strage che negli annali del terrorismo è il passaggio intermedio di una lucida strategia di destabilizzazione, iniziata nel 1969 a piazza Fontana, nel centro di Milano, e culminata nel 1978 a Roma, in via Fani.

L’invito segna le ore 18.00 del 4 giugno. Prima di tutto, alla presenza del sindaco, i relatori s’incontrano in Sala Giunta per definire gli ultimi dettagli. Il convegno richiama innanzi tutto l’attenzione sulla storia urbana più recente, in un paesaggio intellettuale e politico che suscita rispetto e ammirazione, includendo un Papa indimenticabile (Giovan Battista Montini), grandi famiglie di professionisti (si pensi ai Bazoli e agli Onofri), politici di rango alla Martinazzoli e Salvi, sindaci straordinari come Boni e Trebeschi, fior d’imprenditori e grandi servitori delle istituzioni (anche Guido Carli era nato qui). Liberali e cattolici, a cavallo tra ‘800 e ‘900, hanno forgiato una comunità stratificata ed omogenea, al tempo stesso, che conserva in qualche modo gli anticorpi per  resistere alla tentazione della Lega salviniana.

Nel Salone Vanvitelliano, affollato come nelle grandi occasioni pubbliche, la presentazione del libro (Pietro Padula. La buona politica, a cura di Ennio Pasinetti e Franco Franzoni, Editrice Morcelliana) segue un ritmo ordinato e intenso. Tino Bino, coordinatore dei lavori, legge in apertura il messaggio del Presidente della Repubblica. Non c’è retorica nelle frasi ponderate di Mattarella: Padula, politico preparato e amministratore locale di riconosciute qualità, è stato un “edificatore della Repubblica delle autonomie”. E nel libro, che raccoglie le più varie testimonianze tra cui quelle di De Mita, Bodrato, Bassetti) colpisce appunto la delicata e partecipe scrittura del Capo dello Stato.

Più volte parlamentare, uomo di governo, dirigente di partito, Padula aveva un rapporto molto stretto con la vita amministrativa locale. Guarda caso, andando indietro nelle vicende familiari, si scopre un legame con gli Sturzo di Caltagirone. Dunque, a ricalco della lezione del popolarismo, il municipio rappresenta per il giovane, ma poi anche per il maturo amministratore locale, il vero banco di prova dell’impegno pubblico.

Sul punto ha insistito particolarmente Lorenzo Dellai, sindaco di Trento all’epoca dell’Anci a guida Padula. Nella circostanza vien fuori, proseguendo nel dibattito, che proprio Dellai era il candidato in pectore che Padula immaginava  potesse raccogliere il testimone, nel congresso del 1995, alla fine di un mandato che egli aveva esercitato con autorevolezza ed equilibrio, affrontando le vicende più tormentate della stagione di Tangentopoli.

Quindi Riccardo Marchioro, altro relatore che può vantare di sicuro un legame profondo con Padula, aggiunge nel ricordo dell’uomo quel tratto di umanità e spessore morale che faceva dell’amicizia una categoria politica inserita a pieno titolo nell’agire pratico. Se per altri era la tenacia la qualità più eminente di Padula, per Marchioro lo era invece la lealtà, una virtù impossibile da coltivare al di fuori di un’autentica concezione dell’amicizia. Ciò dava al ruolo di Padula nella vita di partito quella caratura di autorevolezza che discendeva dal visibile connubio di riflessione e slancio operativo, grazie specialmente alla “cultura della mediazione” assorbita negli anni di formazione nel Movimento giovanile della Dc.

In effetti, pensiero e azione costituivano nel loro intreccio fecondo l’anima della politica della terza generazione democristiana. “Da esponente della sinistra di Base, ha sottolineato Lucio D’Ubaldo, egli ragionava sulla politica e ne spiegava le tensioni, i condizionamenti, le scelte”. Andrebbe perciò ricostruita, con grande cura, la fisionomia culturale di questa corrente dei giovani progressisti post-dossettiani. Con essi, nutriti al metodo del confronto a tutto campo e alla rigorosa gestazione e verifica del quadro di programma, il moderno politico di “tipo democristiano” avrebbe assunto i lineamenti che poi la crisi della Prima Repubblica si è purtroppo incaricata di rimuovere. “Dai Basisti, ha precisato dunque D’Ubaldo, potevi attenderti quella sorta di costante illustrazione che rendeva intellegibile la lotta politica. A differenza del modo di fare odierno, con i leader impegnati solo a consacrare il loro sconfinato egocentrismo. Dove prima esisteva il dogma della coerenza, oggi domina l’arbitrio del movimentismo, senza regole. Anzi, con l’unica regola del potere per il potere”.

Alla fine della tavola rotonda è tornato al centro il discorso sulla città. Il sindaco, nel tirare le somme, ha fatto leva sul contributo offerto da Padula, su cui vale la pena interrogarsi ancora. È lievemente commosso, Del Bono. “Brescia, ci diceva Pietro, non deve chiudersi in se stessa. Anche la provincia, in questa visione ambiziosa, aveva e ha un perimetro più ampio di quello giuridico-amministrativo. Va oltre, cioè, l’asse geografico tra Ponte di Legno e Pontevico. Ecco, siamo qui, a dieci anni dalla scomparsa, a commemorare il sindaco che dirigeva lo sguardo verso l’orizzonte di una città – la sua, la nostra – che doveva pensarsi come effettiva e concreta realtà metropolitana”. Ultimo interprete di quella continuità dinamica che appartiene al municipalismo cattolico bresciano, Del Bono ha fissato da par suo un concetto fondamentale per  un’accurata ricognizione dell’esperienza del suo predecessore: per lui un pensiero grato, se non anche affettuoso, avendolo conosciuto e apprezzato nel cimento della lotta amministrativa, quando un giovane consigliere comunale, muovendo i primi passi, avvertiva per intero la necessità di mostrarsi adeguato a condividere con i maggiori protagonisti del tempo il ruolo di rappresentante delle istanze civiche”.

Di questo dibattito rimarrà, infine, il richiamo alla centralità di questioni vecchie e nuove che interessano le battaglie per l’autonomia degli enti locali. “L’Anci di Padula, nelle conclusioni di Del Bono, non era il sindacato dei Primi cittadini. Non era dunque, nella versione più angusta, una corporazione tra le tante. Era piuttosto il luogo politico che raccoglieva e sedimentava le  dinamiche di un autonomismo pensato e vissuto come fattore originario, dotato di pari dignità rispetto agli altri livelli di governo, della “forma” costituzionale dell’ordinamento repubblicano. Un’Anci politica, quella di Padula, che dobbiamo rifare nostra, aggiornando ovviamente le modalità di interpretazione”. Dietro il velo del linguaggio aggraziato si coglie il disagio che cova, specialmente in un’ottica lombarda, nell’ambito dell’associazionismo comunale. A Palazzo Loggia ha fatto capolino un monito garbato, il cui valore assomiglia a quello di una “Brescit”.

P.S. Erano presenti in sala la moglie Luigina, le figlie e altri parenti. Con lo stile, sobrio, che piaceva a Pietro Padula.

Liliana Ocmin: Nel corretto uso del linguaggio il superamento degli stereotipi di genere

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro) 

Come Coordinamento nazionale donne, abbiamo sempre sostenuto che per contrastare efficacemente le violenze e le discriminazioni nei confronti delle donne non bastano gli interventi del solo legislatore. Le leggi tendono ad imporre dei comportamenti ma di fatto non sono sufficienti a creare consapevolezza e ad educare al rispetto della dignità delle persone. Questo fa parte di un più generale processo culturale da realizzarsi in parallelo con la tutela della sicurezza. La rappresentazione della donna nei media rimane ancora oggi distorta, mortificata e ricondotta alla consueta funzione di oggetto del desiderio, da comprare, accostandola di volta in volta ad un’automobile, ad una crema, ad un letto ortopedico o ad un materasso ergonomico.

Così nelle tv nazionali e regionali. Nel Lazio, ad esempio, nonostante l’impegno del Consiglio regionale delle comunicazioni (Corecom) attraverso il Protocollo “Donne e media nel Lazio. La rappresentazione femminile sulle TV regionali”, sottoscritto con istituzioni, media e associazioni, emerge “un’informazione ancora prevalentemente maschile nei contenuti per la quale la donna è “notiziabile” solo in casi di cronaca e soprattutto in quanto vittima”. Anche nell’applicazione delle norme capita spesso che vengano disattesi i più elementari obiettivi educativi che sottendono alle stesse, rendendo più difficile lo scardinamento di stereotipi, convinzioni e rappresentazioni errate della figura femminile all’interno della nostra società. Quante volte abbiamo assistito a pronunciamenti da parte dei giudici che hanno utilizzato espressioni “infelici” e poco rispettose della dignità della donna? “Troppo brutta per essere stuprata”, sentenzia la Corte d’Appello di Ancona, oppure “l’ha uccisa perché in preda ad una tempesta emotiva”, le fa da eco il Tribunale di Bologna.

Al di là del rispetto che ci deve essere per ogni sentenza, non possiamo condividere l’uso di un linguaggio offensivo ed inappropriato, non incanalato in quel perimetro di cambiamento culturale riconosciuto come humus essenziale per lo sviluppo della pari dignità fra uomo e donna. Perché le parole hanno il loro peso e spesso possono ferire “più della spada”. Lo ha dimostrato anche il dibattito che si è sviluppato durante la tavola rotonda organizzata da Cgil Cisl e Uil in Friuli, con il patrocinio del Comune di Palmanova, che ha messo in evidenza il rapporto stretto tra l’uso delle parole e il radicamento degli stereotipi di genere che discriminano e rendono “ordinarie” le violenze e le sopraffazioni, con conseguenze a volte terribili, come si è visto in questi giorni con il caso choc della diciassettenne olandese stuprata in tenera età che, in preda ad una lunga e profonda depressione, ha chiesto ed ottenuto la morte per eutanasia, un epilogo da brividi che interroga ad ampio spettro le nostre coscienze. Personalmente lo ritengo un fallimento per l’intera umanità, anche per i non credenti.

Il linguaggio, dunque, quello corretto, può divenire invece punto di forza nel cammino verso la parità. Abituarci, ad esempio, all’uso del femminile nel definire le singole professionalità e le diverse funzioni all’interno delle relazioni sociali diventa un modo per rendere visibile chi non lo è. E ciò vale per tutti quelle espressioni, confinate nel cosiddetto neutro-maschile, che rendono impercettibili le donne. Per questo abbiamo voluto dar vita in seno al Coordinamento nazionale ad uno specifico gruppo di lavoro con l’obiettivo di avviare riflessioni culturali volte a scovare gli stereotipi proprio nell’uso della lingua e arrivare a definire specifiche proposte per rispondere all’esigenza di femminilizzazione della nomenclatura professionale collegata al mutare della condizione femminile, in linea con quanto esiste già a livello internazionale.

Vogliamo che sia riconosciuta, inoltre, la parola femminicidio, attualmente non presente nelle leggi italiane e in quelle europee, come termine giuridico unitamente alla promozione di un codice organico contro la violenza di genere, anche attraverso la spinta di un’apposita Direttiva comunitaria.
Con questa consapevolezza e con l’impegno condiviso a tutti i livelli possiamo superare l’ostacolo rappresentato dalla cultura maschilista ancora dominante e realizzare un giusto equilibrio tra i due generi.

 

I commerci della Cina e Trump

Gli sbilanci commerciali tra gli USA e la Cina sono ingenti, a vantaggio della Cina, da oltre due decenni, durante i quali in America sono stati ignorati o considerati uno strumento per portare la Cina verso un’evoluzione liberale. I deficit commerciali USA verso la Cina e molti altri paesi sono dovuti alle differenze nel costo del lavoro e agli usi consumisti della società americana. È anche vero, però, che quei deficit – insieme agli impegni di polizia globale svolti dalle forze armate USA – hanno consentito a molti paesi dell’ex terzo mondo di uscire dalla povertà e ad altri di arricchirsi. Nei confronti della Cina quei deficit sono stati di oltre 300 miliardi di dollari l’anno. A ciò si sono aggiunte le attività predatorie cinesi, con il furto di proprietà intellettuale e di tecnologia Made in USA per centinaia di miliardi di dollari. I governi di George W. Bush e di Obama l’hanno tollerato con miope benevolenza, lasciando che i cinesi nascondessero il loro operato dietro la clausola di essere un paese in via di sviluppo. Per esempio, i cinesi hanno sottratto agli USA, con sistemi hacker e con spionaggio anche di semplici studenti, la tecnologia del solare e dell’eolico, e poi l’hanno sviluppata con prodotti più economici. Trump ha avuto il merito di affermare la necessità di una correzione e di portare la Cina al tavolo del negoziato mediante le tariffe, che hanno rallentato, in alcuni settori, la corsa dell’economia cinese. Trump parlò della necessità di una correzione già nel 2000, in libro dal titolo The America we deserve. Egli è il primo presidente a dire con chiarezza ai cinesi: squilibri commerciali di queste dimensioni non possono continuare; e a dire: vi sarà una risposta se i furti di tecnologia, per centinaia di miliardi ogni anno, proseguono; e a dire: se voi mettete tariffe del 25% sui nostri prodotti (come Pechino fa da sempre, per esempio, con le automobili USA), perché non dovremmo noi fare altrettanto? Grazie al potere decisionale che il Congresso in passato ha delegato ai presidenti in materia di commercio con l’estero (potere che essi non hanno in altri campi, come l’immigrazione), Trump ha imposto sulle merci cinesi tariffe efficaci, non soltanto perché hanno fatto incassare al Tesoro USA alcuni miliardi di dollari. Già nel dicembre 2018 The Hill (quotidiano insider di Washington) scrive: “Le tariffe funzionano. Nei quattro principali settori in cui sono applicate, acciaio, alluminio, pannelli solari e lavatrici, le imprese USA hanno aperto oltre 40 mila nuovi posti lavoro. La sola Steel Dynamics ha impiegato 3600 nuovi lavoratori dell’acciaio”. Di fatto l’America è tornata a produrre acciaio, anziché comprarlo all’estero. Per mezzo delle tariffe, l’obiettivo è di arrivare a un accordo credibile e verificabile.

 

Trump non cerca una guerra fredda con la Cina. Non vuole un’economia cinese destabilizzata. Come per il nuovo trattato con Messico e Canada, egli pensa a benefici reciproci. Non vuole tagliare i profitti delle società USA che hanno investito in Cina. Però egli chiede conti commerciali più equilibrati e avverte la necessità di salvaguardare, per quanto possibile, la tecnologia USA, contestando il progetto cinese di leadership tecnologica raggiunta con la complicità degli USA. Durante i mesi di ricerca di un accordo, tra il dicembre 2018 e il maggio 2019, Trump per due volte impone una tregua al contenzioso, decidendo di non aumentare dal 10 al 25% le tariffe su 200 miliardi di dollari di export cinese. Intorno a lui, in minoranza sono le voci – come quella del suo ex stratega Steve Bannon, o di Lou Dobbs – che consigliano di alzare le tariffe per indurre la Cina ai cambiamenti richiesti. Per lo più, invece, i consigli che gli arrivano – anche da voci nel suo governo, tra cui il Segretario al Tesoro Mnuchin – sono di accettare le concessioni cinesi in quanto a maggiori acquisti di merci negli USA. Tra febbraio e aprile 2019 vi è intorno a Trump un battere di tamburi mediatici (con il Wall Street Journal in prima fila) che ripetono: un accordo con la Cina è necessario. Anche se quell’accordo continua a favorire i cinesi, anche se non garantisce piccole imprese e artigiani americani. La fazione moderata del globalismo si impegna a fondo: il mondo degli affari, le società di Internet, ascoltati senatori. Ma un patto che non preveda la protezione dello spazio informatico USA e la fine dei furti di tecnologia, non è l’accordo di cui l’America ha bisogno. I colloqui sul commercio tra il governo Trump e la Cina non hanno lo scopo di assicurare la stabilità dei mercati finanziari o di favorire il rialzo delle quotazioni a Wall Street. Come le tariffe, essi hanno lo scopo di mettere condizioni al cammino della Cina verso il dominio finanziario, nella misura in cui quel cammino si fonda su furti hacker e su benevolenza fuori dalla realtà da parte dei governi USA. Il terzomondismo del pensiero liberal, e in qualche misura anche la teoria del libero mercato quando diviene ortodossia, per molti anni hanno reso debole la leadership USA.

 

Chi nelle società o nel mondo del business USA (la Chamber of Commerce, la Round Table, i fratelli Koch, i magnati di Internet, quelli di Wall Street) guarda con indulgenza al mercantilismo imperialista della Cina, o anche lo corteggia, ha adottato il pensiero dei leader di Pechino, per i quali il furto di programmi civili e militari occidentali è un diritto acquisito – acquisito al tempo, forse, della rivolta dei Boxer (1899). In realtà non vi può essere un accordo senza cambiamenti da parte cinese e senza verifiche. In passato i cinesi hanno violato gli accordi conclusi con i presidenti USA; e del resto, nel 2019, durante i mesi di trattative con gli inviati USA, gli attacchi cyber e i furti da parte di Pechino (spesso ad opera di strutture controllate dai militari) sono proseguiti. Per tutto ciò i conservatori non globalisti dicono a Trump che egli deve tenere aperta la possibilità di ulteriori tariffe, che sono la principale leva in mano al suo governo.

 

Il nuovo e inatteso atto del lungo confronto con la Cina prende avvio nel maggio 2019, quando l’accordo sul commercio sembra pronto. Già da alcune settimane i delegati cinesi erano impegnati a rendere meno precisi gli impegni da sottoscrivere nel segretissimo documento di 150 pagine negoziato da mesi. A inizio maggio il governo di Pechino fa marcia indietro e si ritira da impegni specifici. Benché il capo dei negoziatori cinesi, il vice premier Liu, sembri cercare davvero un accordo con Lighthizer e Mnuchin, il governo di Pechino, abituato a trattare con gli USA senza completa onestà, si prepara a rompere l’accordo ancor prima di averlo firmato; e lo fa senza pubblicità. Trump dice no. Il 5 maggio Trump annuncia che le tariffe su 200 miliardi di dollari di merci cinesi salgono dal 10 al 25%, e che sul resto dell’export cinese negli USA (325 miliardi di dollari) verranno messe tariffe in mancanza di un accordo. L’annuncio di Trump consente ai media più diffusi in America – con larga e sprovveduta, oppure in malafede, copia in Italia – di imputare l’ovvio, temporaneo calo delle Borse alle “minacce” di Trump. In realtà, lo stop al negoziato deriva dal prevalere a Pechino di quanti considerano i furti in Occidente una parte non rinunciabile del loro progetto egemone, tanto che il presidente Xi parla di “una nuova lunga marcia” a cui deve essere pronta la Cina: il che per i cinesi è un messaggio di battaglia e di sofferenze in arrivo. Quanto alla risposta di Trump, egli una volta di più sorprende i cinesi, mettendone in questione le aggressioni economiche. Chi a Pechino pensava che questo giorno non sarebbe mai arrivato, deve rifare i conti.

 

La Cina dipende di più dalle vendite di merci negli USA che non viceversa: 525 miliardi di dollari l’anno l’export cinese negli USA, 130 miliardi l’export americano. La Cina ha bisogno di esportare in America. Dunque, da parte USA, il mantenere le tariffe è uno strumento cruciale del negoziato. Le tariffe sulle proprie merci sono l’unica cosa che il governo cinese non può ignorare. Uno dei massimi esperti di Cina, Michael Pillsbury, scrive (Wall Street Journal, 6/5/2019): “È meno probabile che la Cina evada gli impegni se l’osservarli conduce a una riduzione delle tariffe. Se non vi sono tariffe a garantire l’accordo, la Cina lo violerà”. Nel maggio 2019, alle nuove tariffe imposte da Trump la Cina reagisce con l’annuncio di dazi su 60 miliardi di dollari di merci USA. Come già accaduto nel 2018, con le tariffe di rappresaglia la Cina cerca di colpire i farmers americani delle Grandi Pianure (che sono elettori di Trump) riducendo gli acquisti di derrate agricole. Molto opportuno è l’impegno di Trump a compensare in via temporanea il mondo dell’agricoltura, usando parte dei ricavi delle tariffe. Il governo Trump mette in atto un programma di sostegno al settore agricolo per 16 miliardi di dollari, benché i Democratici provino a fermarlo in Congresso. Il programma è tanto più necessario dopo le severe inondazioni che hanno colpito il Midwest nella primavera 2019, con gravi danni alle colture e ai silos del grano, e con perdite di bestiame, dal Nebraska all’Iowa, dal Kansas all’Indiana.

 

La scelta di Trump di non accettare un accordo difettoso è l’unica strada per provare a correggere squilibri che riguardano non solo gli USA, ma tutto l’Occidente. Piuttosto indecente è la reazione non soltanto dei media più diffusi, ma dei centri del potere finanziario, come Goldman Sachs e la Business Round Table (che rappresenta decine di multinazionali), i quali rendono pubbliche dichiarazioni contro “l’escalation delle tariffe” di Trump. Anche in Europa il potere globalista e i suoi media fingono di non comprendere che cosa significano ingenti deficit commerciali protratti per anni, o fingono di considerare le tariffe uno strumento antiquato. I media americani non spiegano il costo di 30 anni di massicci trade deficit per la classe media e gli americani non ricchi in termini di perdita di reddito, di salari e di lavoro. Però un argomento molto presente su quei media è che le tariffe sono “tasse pagate dai consumatori USA”, cioè che i dazi fanno aumentare i prezzi al consumo. In realtà le tariffe del 10%, in essere su merci cinesi per oltre un anno dalla primavera 2018 in poi, hanno causato un aumento minimo nel prezzo dei relativi prodotti e non hanno danneggiato, al contrario, l’economia USA.

 

Trump dice no a un accordo finto, nonostante le pressioni che arrivano da lobby influenti. Per lui sarebbe stato facile accettare un accordo con cui la Cina compra più grano o soia o automobili in America: avrebbe ottenuto i consensi di Wall Street, con il rialzo dei mercati globali. Quella di Trump è una scelta di leadership. Steve Bannon la vede addirittura come un punto di svolta per fermare il molto annunciato declino americano. Di certo, con l’impresa di cambiare la relazione con la Cina in materia di commercio e in materia di attività hacker, Trump non diviene un altro presidente (dopo Obama) che acconsente al declino nazionale. Trump sa che del declino fanno parte le fabbriche che chiudono e la droga che entra nel paese, i furti di tecnologia civile o militare e gli eccessivi sbilanci commerciali. La coerenza di Trump nel respingere un accordo difettoso è una sconfitta maggiore dei globalisti.  

 

L’accordo commerciale possibile tra USA e Cina, che si riprende a negoziare nell’estate 2019, è soltanto un armistizio nella guerra economica. I suoi contenuti sono i seguenti: Pechino si impegna a ridurre lo sbilancio commerciale con l’acquisto di più merci USA, anzitutto derrate agricole ed energia (tra cui 18 miliardi di dollari di gas liquido); si impegna a ridurre le tariffe da sempre applicate su merci USA, tra cui le automobili, e a non eseguire svalutazioni competitive della valuta (il yuan); si impegna, con promessa personale di Xi gradita a Trump, a imporre controlli sulla produzione in Cina di fentanyl, la droga sintetica che ha invaso l’America: nelle parole di Xi, “qualunque entità cinese” trasferisca (il che spesso avviene via Messico) la droga negli USA va incontro in Cina a “pene capitali”, in base a una nuova legge. Meno definiti sono gli impegni cinesi in materia di spionaggio e furti hacker, che il governo di Pechino nega e su cui dunque è evasivo. Un’altra nuova legge cinese dovrebbe ridurre la pratica usuale delle pressioni su aziende occidentali che operano in Cina, affinché consegnino tecnologia a consociate cinesi; però i critici affermano che l’impegno non è formulato in modo convincente. E in ogni caso le leggi in Cina hanno un valore relativo, perché sono del tutto superabili dal volere politico di chi dirige il partito comunista: il sistema legale è una provincia minore e controllabile del potere.

 

Di fatto l’accordo è molto difficile. La Cina non vuole rinunciare ai vantaggi acquisiti. Trump ha denunciato un pesante squilibrio: ancora nel 2018, quando le tariffe hanno iniziato a rallentare l’export cinese, gli USA, in pieno rilancio economico, hanno un deficit commerciale con la Cina di quasi 400 miliardi di dollari, il più alto da 10 anni, che inizia poi a calare nel 2019. Il governo cinese fa alcune concessioni, altre le finge. Se Pechino non ammette le intrusioni cyber, o il furto di proprietà intellettuale, o le tecniche usate per sottrarre dati militari, e si limita a comprare più mais e soia, o più gas, l’accordo rimane parziale, cosmetico. Trump chiede, come condizione per un patto commerciale, che i cinesi mettano fine ai furti di programmi americani. Poi però, come nel caso dell’immigrazione legale e di quella illegale, egli non può governare da solo. In Congresso, per i Democratici il problema maggiore sembra quello di rovistare nelle sue dichiarazioni dei redditi. In ogni caso, con la sua resistenza alla Cina, Trump ha imposto la realtà che gli USA sono una nazione sovrana, e non l’anello di una catena in un’economia globalizzata le cui regole sono concordate da Goldman Sachs con il governo di Pechino. Da parte sua, il governo cinese vuole soltanto la revoca delle impreviste tariffe di Trump; e poi vuole aspettare un diverso presidente USA.

 

Che cosa si può davvero ottenere da un accordo commerciale con la Cina? La riduzione del deficit commerciale USA (o dei deficit europei, se i governi europei fossero schierati con Trump), con maggiori acquisti di merci da parte cinese: questo sì. Tutto il resto è incerto. Il governo cinese non vuole rinunciare ai furti e allo spionaggio che da decenni consentono di saccheggiare programmi ad alta tecnologia. Inoltre, solo in parte è possibile ridurre la pratica cinese di costringere al trasferimento di tecnologia le imprese americane (o europee) che entrano sul mercato cinese, anche perché la decisione finale spetta a quelle imprese. Quanto alle società cinesi, esse continueranno a essere controllate dallo stato. Quasi niente il governo cinese concede sulla riduzione dei sostegni per le società di stato, perché tali sostegni fanno parte del modello economico cinese e mantengono il potere del partito unico. Per esempio, il motivo per cui il maggior produttore al mondo di treni veloci è cinese (la società CRRC) si trova, oltre che nei furti di tecnologia in Occidente, nei sussidi che esso riceve dallo stato. Da ultimo, tutte le correzioni previste dall’accordo sono legate al permanere delle tariffe imposte da Trump, come strumento per forzare l’applicazione di quanto concordato. E poiché le violazioni da parte cinese restano probabili, l’obiettivo che si impone al governo Trump è di disimpegnare l’economia USA da quella cinese e di affidare all’intelligence la guerra contro le intrusioni cyber e lo spionaggio della Cina. Il dovere delle agenzie di intelligence americane e dei loro sofisticati strumenti non è quello di lasciarsi coinvolgere in finte indagini su collaboratori o familiari di Trump – finte indagini indegnamente promosse dai repulsivi politici Democratici che nel 2019 sono a capo delle Commissioni Giustizia, Intelligence e Sorveglianza della Camera –, bensì quello di difendere la nazione anche sul piano informatico e anche con ritorsioni.

 

Tempesta perfetta

Quotidiano esercizio di individuazione di quel che potrebbe capitare. Il valzer potrebbe essere alle sue battute finali. Come si sa, il valzer è un ballo triste. Non possiamo più permetterci il lusso di assistere a quelle giravolte dal sapore depressivo; il Paese ha bisogno di una musica più decisa, seria, responsabile e in parte anche velata da un sano ottimismo. All’Italia servirebbe un canto alla Beethoven.
Non passa ora che tutti i commentatori signoreggiano sulla nuova discordia dei due contendenti. Non ne possiamo proprio più. E non solo perché tra un po’ si affaccerà l’estate e avremo bisogno di andamenti meno smorzati, ma soprattutto perché su di noi puntano gli occhi i cupi sparvieri del mercato, l’avvoltoio dello spread.
Ieri, ma si sa è solo una mossa diversiva, Salvini e Di Maio hanno acciuffato un accordo sullo sblocca cantieri. Però, incombono altri macigni. Oggi, giungerà la lettera della Unione Europea, cosa scriveranno, solo Dio lo sa. Possiamo solo prevedere che non saranno confetti di nozze. Alla porta bussa il tema dell’autonomia e scalpita, per bocca di Salvini, la flat-tax. Qui, credetemi, non ci sono, a parer mio, compromessi che riusciranno a incollare le due sponde: qualcuno dovrà cedere e cedere troppo.
Di fronte a questo amaro scenario, visto da noi spettatori e anche dagli attori in campo, condurrà la compagine a un inevitabile scoramento. È altamente probabile che il Governo non ce la faccia.
Tutti si riempiono la bocca di elezioni anticipate. Non c’è commentatore che non preveda un simile evento. Io, per parte mia, modestamente, sono di parere opposto. Perché immagino una tempesta perfetta. Vale a dire un tormento che, in fondo, accontenterà tutta la compagine parlamentare e, soprattutto, troverà nel Presidente Mattarella la chiave di volta per ammaestrare la cosiddetta tempesta perfetta.
Descriviamola:

1. fine del Governo;
2. ricerca di una nuova maggioranza;
3. armonizzazione delle parti in commedia;
4. perno centrale la Lega di Salvini;
5. centro destra con supporti esterni;
6. transfughi dai 5Stelle al nuovo fuoco governativo;
7. benedizione di Mattarella, esclusione di elezioni anticipate.

Tutti felici:

I 5Stelle, pur se dimagriti di qualche decina di unità, resteranno incollati alle sedie parlamentari; il Pd non deve fare immediatamente i conti al suo interno; Forza Italia tira un sospiro di sollievo, rimangono al 14% rappresentati in Parlamento; la Lega assieme alla Meloni raggiungono l’agognata meta: metteranno il primo Ministro e un vice a rappresentarli; gli altri partiti minori si asciugheranno il sudore con il fazzoletto.
Tutto questo potrebbe prender forma durante questo periodo tardo primaverile e la stagione estiva. E il “capolavoro” potrebbe presentarsi sulla scena teatrale nella seconda metà di settembre, pronto a scrivere la finanziaria 2010.

Casini Ghostbusters

Pierferdinando Casini, quando parla dei moderati, insegue un ectopalsma.
E’ vero che ”lo spazio immenso che si è creato al centro” dello schieramento politico dovrà essere coperto in qualche modo da qualcuno. Ma dovrebbe essere altrettanto chiaro, a chi ancora riesca a pensare politicamente senza l’ottundimento emotivo derivante dall’astinenza da palcoscenico, che tentare di riempire il vuoto con il nulla è impresa inutile oltre che impossibile.Poichè il moderatismo non è una categoria politica, politicamente equivale al nulla. La moderazione, casomai, può essere uno stile di vita, un metodo di comportamento e di relazione, un’attitudine preziosa, eventualmente anche in politica. Ma richiede al contempo una chiarezza ”evangelica” su obiettivi, progetto, strumenti e motivazioni, che si stenta ad intravedere nei ragionamenti di Casini.

Ma anche volendo sorvolare questi particolari, ciò che sorprende è la fervida fantasia che fa immaginare a Casini di poter qualificare come moderati, ”in grado di parlare ai moderati”, due personaggi politici come Renzi e Calenda che sono l’uno la quint’essenza dell’intemperanza e dell’incontinenza, l’altro un campione dell’ondeggiamento e dell’irresolutezza. Passi per Tabacci, che all’abilità e alla scaltrezza vetero democristiana associa la verve soporifera di un flacone di Tavor. Ma pensare di costruire un centro moderato, politicamente evocativo come una ribollita di patate lesse, con profili di questo genere, è davvero troppo.

Su una cosa, però, Casini potrebbe aver ragione: tra la Lega di Salvini che cerca di cannibalizzare i Cinquestelle e il Pd di Zingaretti che tenderà a inglobare le sinistre, esiste uno spazio che può essere riempito da una classe dirigente credibile in grado di fornire risposte alle attese del ceto medio impoverito, dei ceti operai e impiegatizi a basso reddito (compresi i pensionati), ma anche dei ceti produttivi che hanno bisogno di stabilità e certezze per programmare i loro impieghi e di quell’equilibrio politico (che oggi manca) capace di fare sintesi dei diversi interessi secondo un criterio di giustizia e di bene collettivo.

Ognuno può definire tale spazio come preferisce, ma quello che conta sono i quattro elementi sopra citati e la capacità di un gruppo promotore di fare da aggregatore di persone.
Ma è indicativo che l’intervento di Casini e quello di Panebianco siano apparsi sui certi giornali.

L’Europa torni a essere il sogno dei padri fondatori

Articolo pubblicato sull’Osservatore Romano,  del 3-4 giugno 2019

«L’Europa torni ad essere il sogno dei padri fondatori»: sul volo di rientro verso Roma, al termine del viaggio in Romania, il Papa conclude il consueto incontro con i giornalisti con un auspicio e, al tempo stesso, una preghiera. Francesco invita credenti e non credenti a unirsi in un’unica intenzione. Ai primi raccomanda: «pregate per l’Europa, per l’unità». E ai secondi chiede: «augurate la buona volontà, l’augurio del cuore» per un continente chiamato a riscoprire le sue radici per tornare a coincidere con il «sogno» dei grandi europeisti.

Per il Pontefice «bisogna riprendere lo spirito dei padri fondatori», perché «l’Europa ha bisogno di essere sé stessa, della propria identità» per «superare le divisioni e le frontiere». Un tema risuonato più volte nel colloquio con i giornalisti a bordo dell’aereo che nella serata di domenica 2 giugno ha riportato il Papa a Roma dopo tre intense giornate trascorse in terra romena. Tre giorni culminati nella beatificazione di sette vescovi greco-cattolici, elevati agli onori degli altari durante la divina liturgia celebrata domenica mattina a Blaj alla presenza di una grande folla di fedeli giunti da tutto il Paese. A loro Francesco ha affidato l’eredità dei presuli martiri — sintetizzata in due parole, libertà e misericordia — esortandoli a opporsi alle «colonizzazioni ideologiche che disprezzano il valore della persona, della vita, del matrimonio e della famiglia e nuocciono, con proposte alienanti, ugualmente atee come nel passato, in modo particolare ai nostri giovani e bambini lasciandoli privi di radici da cui crescere».

Nel pomeriggio, prima della partenza dalla Romania, la visita al quartiere Barbu Lăutaru ha offerto infine al Pontefice l’occasione per elevare una richiesta di perdono per le discriminazioni che nel corso della storia hanno colpito la comunità Rom.

Giornata mondiale della bicicletta

Si è celebrata  la Giornata mondiale della bicicletta voluta delle Nazioni Unite per promuovere le due ruote come mezzo di trasporto e per il tempo libero. Sappiamo bene che sostituire l’auto con la bici apporterebbe benefici enormi all’ambiente e all’aria che respiriamo. Un uso diffuso della bicicletta ridurrebbe drasticamente le emissioni di Co2. Secondo uno studio dell’European Cyclists’ Federation, se i cittadini della Ue dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i danesi nel corso del 2000 (una media di 2,6 chilometri al giorno) tutti i Paesi conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

“La bicicletta è un mezzo di trasporto sostenibile ed economico che oltre a far bene alla salute e all’ambiente è capace di dare slancio e prospettiva di sviluppo a una variegata filiera dell’economia che ruota attorno al mondo delle due ruote” ha detto il titolare dell’Ambiente, Sergio Costa. “Per il Ministero e per questo governo – ha aggiunto – la promozione delle mobilità dolce è fondamentale. Non penso solo ai 361 milioni di euro sbloccati dal Mit per 10 progetti di ciclovie (tra i quali la ciclovia Venezia Torino e il Grab di Roma), ma anche al bando che abbiamo aperto per le città sopra ai 50 mila abitanti per finanziare la mobilità ciclabile con stanziati 10 milioni per interventi sulla ciclabilità, 3,5 per la sharing mobility e 1,5 milioni per i mobility manager. Una persona in più che si sposta in bici in città è un’auto tolta dalla strada”.

“Il mio desiderio è che l’Italia diventi un Paese a misura di bicicletta – ha spiegato il ministro – con il potenziamento delle infrastrutture urbane necessarie a garantire la sicurezza e l’attenzione dovuta alle categorie deboli della strada. Insieme a questo immagino anche un “Italia Paese Parco” dove l’asset principale della conservazione della natura sia proprio l’ecoturismo e quello su due ruote è certamente la nicchia più importante. Un parco ricco di ciclabili è un parco più attraente per chi ci vive e per chi lo visita. Laddove si investe in infrastrutture legate alla mobilità dolce si creano nuovi posti lavoro, circa cinque per ogni chilometro di ciclabile. Se vogliamo davvero costruire un’economia nuova e a zero emissioni, da dove vogliamo partire se non da questi progetti?”.

Conte ci prova ma non è detto che riesca.

Può essere l’ennesima prova di quanto precario risulti il meccano governativo dei gialloverdi. Un tentativo fallace, pertanto, che nasconde l’ansia di ricomporre in qualche modo un equilibrio arrovesciato dopo l’esito elettorale del 26 di Maggio. Insomma, un maldestro espediente per sopravvivere all’incombenza del redde rationem tra leghisti e grillini, in attesa del gran finale. Sta di fatto che la conferenza stampa di Conte un risultato lo porta a casa e va nella direzione di un di più di autonomia nell’azione di Palazzo Chigi.

È un segnale pallido, indubbiamente. Eppure, tra le pieghe di tante sovrabbondanze di lamentazioni e aggressività, il discorso del Presidente del Consiglio si manifesta concreto e preciso: laddove, cioè, a tutela degli interessi della nazione, il premier rivendica e ottiene il diritto a una delega piena nei rapporti con l’Unione europea. Su questo punto fa testo l’immediato via libera di Salvini. Certo, non si tratta di una delega in bianco, né di una fiducia incondizionata. Ma tant’è! Se le parole hanno un senso la trattativa con Bruxelles, tesa a scongiurare l’avvio della procedura d’infrazione per eccesso di deficit, non è subordinata al gioco di distinguo e rilancio dei due vice-premier.

Conte ha voluto dire che insieme a Tria si premura di alzare il tono della partita a scacchi con la Commissione europea. Tuttavia, per vincere le resistenze e uscire a testa alta dal confronto ai tavoli di Bruxelles, c’è bisogno di un’Italia capace di parlare con una voce sola, senza l’umiliazione di telefonate nel cuor della notte per spiegare e convincere, e quindi per avere da “chi conta davvero” il consenso su quanto deciso in accordo con gli interlocutori della Commissione.

L’arringa e il piagnisteo dell’avvocato del popolo per adesso scongiurano il pericolo di una incontrollabile crisi di governo. Conte si fa forte della mancanza di alternative, giacché nemmeno Salvini è pronto a individuarne una, con le conseguenze del caso. Il leghismo rigonfio di voti può esplodere come la rana che nella favola s’immaginava di eguagliare il bue. Al di là degli atteggiamenti smargiassi, Salvini avverte il rischio di ridursi a metafora vivente di una conclamata impotenza rispetto all’Europa, il vero “bue di questa teatrale e impossibile sfida del sovranismo. Qui c’è lo stallo e qui, pertanto, il rilancio di Conte. Avrà fortuna? Per il bene del Paese, e con lo spirito di un’opposizione che non intende lucrare in modo spregiudicato sui passi falsi della maggioranza, ci si vorrebbe anche sperare contro ogni speranza. L’Italia danza sul ciglio del burrone.

Il Centro da ricostruire. Risposta a Bonalberti.

Nei giorni scorsi, visto anche l’esito delle europee, Ettore Bonalberti aveva lanciato un nuovo appello alla riaggregazione delle forze di centro. Qui pubblichiamo la risposta del nostro direttore.

Caro Ettore,

ci troviamo d’accordo, non ci sono obiezioni sostanziali ai tuoi richiami. Se aggiungo qualcosa è per amore di dibattito. Più ci confrontiamo, con fiducia e pazienza, più rendiamo serio il percorso di riattualizzazione dell’esperienza democratica di matrice cristiana.

In Italia serve un nuovo centro. Finalmente, dinanzi alle pericolose incongruenze dell’alleanza gialloverde, trova riscontro il genuino significato della formula a noi cara: il centro che guarda a sinistra (o cammina verso sinistra, come precisava De Gasperi). Il che significa la propensione, come direttiva morale e politica, a collocare il cattolicesimo popolare fuori dal perimetro del conservatorismo, quindi ancor più, in questa fase tormentata della vita nazionale, fuori dalla morsa di populismo e sovranismo.

Non è un guadagno da poco, considerato il fatto che ancora alla vigilia di questa campagna elettorale serpeggiava l’ambizione di allestire alla bell’è meglio una proposta di stampo neo-centrista; una proposta tuttavia che appariva lontana dalla realtà, senza un orientamento percepibile a riguardo degli interlocutori da privilegiare e gli avversari, viceversa, da combattere con maggiore urgenza e determinazione. In pratica, un angusto tentativo di autopromozione.

Chi vi ha creduto, seguendo suggestioni inevitabilmente fragili, è affogato nello stagno di percentuali elettorali sconfortanti. In mancanza di propositi coerenti, forti di un legame autentico con la nostra vocazione riformatrice, si rischia il naufragio preventivo. Non possiamo evocare la cultura democristiana, fondativa per altro del migliore europeismo, con la presunzione di acquisire l’automatica speranza di riaccreditamento presso ampie fasce di elettorato,  in quell’amalgama privo di rappresentanza di ceti popolari e ceti medi.

Il centro può rinascere solo in virtù di una riscossa ideale. Non si discute la volontà di salvaguardare – per esso e con esso – il principio di autonomia, con ciò volendo sfuggire al cappio della subalternità. Sicché la questione di come si debba vivere il rapporto con il Pd – unica forza organizzata, allo stato degli atti, nel campo dell’opposizione – esige un approccio rigoroso. Bisogna evitare lo schematismo, derivante dal presupposto ingenuo o capzioso, che una deriva a sinistra del nostro principale interlocutore apporti un vantaggio nel posizionamento dei Popolari al centro.

A mio avviso, dovremmo avere lo scrupolo di sollecitare l’attenzione anche del Pd verso l’area intermedia dell’elettorato, dove sappiamo che s’addensa, per così dire, lo strato gelatinoso di un popolo ostile tanto alla radicalizzazione quanto al pressappochismo. In altre parole, alla irresoonsabilità. Anche il Pd, nel suo insieme, ha il dovere di misurarsi con tale istanza di equilibrio e discernimento. Ha poco senso la ciclica scommessa su possibili scissioni. È più conveniente che Renzi e Calenda assolvano alla loro missione dall’interno, così da frenare e correggere le spinte che vanno in direzione di un populismo sussiegoso, ordinato secondo un canone di sinistra, tendenzialmente cedevole all’ipotesi di alleanza con il M5S.

Sotto questo aspetto, l’autonomia dei Popolari consiste nel dare vigore e compiutezza al riordino in senso degasperiano del “centro progressista”, punto di irradiazione della politica riformatrice e di stabilizzazione della dialettica democratica. Per questo occorre un duplice sforzo: da un lato, a garanzia di un’ampia e feconda partecipazione, senza strumentali pregiudiziali o discriminazioni; dall’altro, a sostegno della rigenerazione di “formule ideali” destinate a vivificare un programma di risanamento e sviluppo del Paese, a partire dalla battaglia per la riduzione del debito pubblico.

Insomma, nessuno sia impedito e nessuno sia costretto: insieme, con chiarezza di obiettivi, sperimentiamo i termini di un nuovo approccio condiviso. Ce la possiamo fare, a patto che si abbia lo slancio giusto laddove, a partire dalle comunità locali, le circostanze consiglino di investire sulla formazione di una nuova leva di nuovi Popolari.

Lorenzin: Roma è una città implosa

Noi romani siamo un po’ abituati a tutto, è la storia millenaria della città eterna che dona ai suoi abitanti una vena provvidenziale mista a quel disincanto di chi sa che la città ne ha viste talmente tante che può sopravvivere e risorgere dalle sue stesse macerie.

Ma il disincanto non può essere assuefazione al degrado e al brutto, né tantomeno un alibi per le classi dirigenti per rassegnarsi all’inevitabile.

Qual’è la grande capitale occidentale in cui gli abitanti filmano in pieno giorno topi che scorrazzano tra i cassonetti eternamente tracimanti immondizia?
In cui gabbiani grandi quanto tacchini hanno colonizzato la città, sorvegliano il territorio dai tetti delle nostre auto e dopo aver decimato la fauna autoctona, cacciano topoloni  e saccheggiano le pattumiere?

Inutile parlare del corollario: zecche e topi nei parchi giochi dei bimbi e al netto dell’abbandono dell’igiene pubblica abbiamo anche le zanzare killer.

La città eterna che ha resistito a più di un’invasione scricchiola nell’incuria, voragini e buche, implosione del sistema di trasporto pubblico, neanche la metro si salva più e non si capisce dopo mesi quale fermata della metro A o B si possa utilizzare.

I servizi sociali, oggetto dell’ignobile intreccio di Mafia capitale sono più che inadeguati e carenti rispetto ad una metropoli così in sofferenza. Politiche della casa, dell’ambiente, della cultura: non pervenute.
Intanto le fantomatiche politiche della sicurezza dove sono? Intere piazze continuano ad essere zona franca per gli spacciatori e le tende dei disperati continuano a mettere i paletti nei parchi urbani, così come le efferatezze di Ostia ci spalancano lo scenario di una città dove la malavita mostra la sua faccia feroce ed arrogante.

Questa non è Roma, non è una Capitale del primo mondo.

Il dibattito sul SalvaRoma di questi giorni non è all’altezza della sfida in campo. La #lega si rifugia nel solito vecchio slogan a lei caro del “Roma Ladrona” per non autorizzare un piano di risanamento e riqualificazione della Città Eterna, dimenticandosi che i cittadini romani non solo sono vittime, ma pagano con una tassazione che non ha eguali in Italia per risanare i 12 miliardi di debito della città , senza oramai avere garantito neanche l’ordinaria amministrazione.

La Lega finge di non essere al #governo e abbandona la #Capitale d’Italia ad uno spettacolo di degrado che finisce periodicamente su tutta la stampa internazionale, penalizzando gravemente l’immagine della nazione e le capacità di chi la governa.

D’altra parte il M5S ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza rispetto alla sfida e arriva a questo punto della sua amministrazione con una città che non ha un solo profilo di miglioramento. Soprattutto ha mostrato di non avere né una visione né una road Map per risanare la città sia dal punto di vista economico , sia sociale e culturale, sia per lo sviluppo e la trasformazione amministrativa.

Il confronto non è solo impietoso con le altre capitali europee che pur hanno dovuto affrontare non poche sfide e problemi in questi decenni, basta pensare a #Parigi o #Berlino, ma anche con Milano che ha saputo cogliere tutte queste sfide ed è diventata una delle città più attrattive d’Europa.

Ecco perché c’è bisogno di una grande alleanza per Roma che abbandoni il provincialismo stucchevole del dibattito politico del governo. Un’alleanza che veda la partecipazione di tutte le forze politiche e sociali per rimettere in piedi la città e scongiurare la crisi di liquidità paventata e il collasso della Capitale.

Serve un grande piano, concreto e misurabile che coinvolga i cittadini e li faccia partecipi del modello di risanamento e rilancio della propria città.

Il salva Roma serve e va costruito con attenzione, approfittando di questo decreto, deve salvare la città sul serio e non solo la sua attuale amministrazione rimandando il problema alle prossime elezioni.

Macche’ “Movimento”, e’ Casaleggio e associati s.r.l.

Non lo abbiamo scoperto noi. E’ cosa riconosciuta e comprovata. Se ne è scritto in giornali ed in libri. Quello dei “Cinque Stelle” non è un partito, o qualcosa che gli somigli, una associazione di cittadini mossi da sentimenti e convincimenti politici comuni che si siano messi assieme per esercitare il diritto sancito dell’art. 49 della Costituzione.
Il cosiddetto Movimento 5 Stelle è un pezzo della proprietà della “Casaleggio e Associati” S.r.l., uno strumento di produzione di quel lucro che è il fine di tale società.
Si è contestato, non senza fondamento, a Berlusconi di essersi considerato sempre il “proprietario” di Forza Italia. Berlusconi era (e per quel che ne resta, è) l’unico che pone e dispone di Forza Italia, partito senza organismi collegiali e con dirigenti che non siano nominati da lui, dal padrone. Che è quello che “ci ha messo e ci mette i soldi” (e “la faccia”).
Nel cosiddetto Movimento 5 Stelle, Casaleggio, prima il padre, poi il figlio, i soldi ce li ricavano e, a quel che si dice, molti.

Il rapporto tra consiglieri, deputati, senatori cinquestelluti e movimentisti è, in realtà rapporto con la società Casaleggio e Associati S.r.l. Sono dipendenti con una sorta di “rapporto di lavoro”, con uno “Statuto” che è una sorta di contratto collettivo con carattere privatistico.
Gli eletti “rendono” alla S.r.l. Casaleggio versando una quota delle loro indennità. Sono munti come vacche da latte.
Non a caso Di Maio viene chiamato “capo politico” dal Movimento. Il che sta a significare che a gestirlo ci sono altri capi che si occupano della baracca redditizia.
Ma, mentre il carattere “patrimoniale” di Forza Italia è stato sbattuto in faccia a Berlusconi ed a tutti gli aderenti e considerato di per sé motivo di diffidenza e di presa di distanza di quel partito, dal suo leader e dalla sua politica, con la “Casaleggio S.r.l.” hanno trattato non solo oggi la Lega e Salvini, ma in passato anche Renzi ed altri.
E, mentre contro il finanziamento dei partiti si è fatta una legge chiaramente diretta a renderlo difficile ed a farne quasi un delitto, nessuna regola è stata imposta, se non la stessa rappresentata dalla Costituzione, per impedire o, almeno, ostacolare, limitare, lo sfruttamento di quelli che vengono presentati al Paese come “partiti” quale fonte di redditi ed oggetto patrimoniale redditizio di società e imprese più o meno chiare.
E’ questa la più grave e disgustosa manifestazione di ipocrisia che abbia dato il nostro mondo politico.

Gli espedienti per “mungere” gli eletti 5 Stelle (e, di conseguenza la buona fede degli elettori) sono vari e spesso illegittimi alla luce delle stesse disposizioni costituzionali. Basti pensare alle “penali” a carico dei Parlamentari che lasciano il Movimento ed i suoi Gruppi: norma che sfacciatamente viola il “divieto del vincolo di mandato” per gli Eletti in Parlamento.
Si dirà che il versamento di una quota dell’indennità non l’hanno inventata né Casaleggio né Di Maio. Ma, a parte l’entità, una cosa è il concorso alle spese del proprio gruppo parlamentare ed il versamento al Gruppo, ad altri Parlamentari con i quali si lavora, altra il versamento al “proprietario” del partito, ad una società a scopo di lucro di cui il partito è solo l’ombra.
Vi sono dei corollari di questa sciagurata invadenza di una società di lucro nello sfruttamento della vita politica istituzionale dello Stato che, solo ad ipotizzarli, fanno rabbrividire.

Anche se gli affari della Casaleggio e C. vanno a gonfie vele, non può escludersi l’ipotesi di un eventuale fallimento.
In tal caso la Curatela fallimentare ed il Tribunale metterebbero piede (e le mani) nel funzionamento di un gruppo parlamentare e disporrebbero dei Parlamentari.
Mezzo Parlamento sarebbe sottoposto a qualcosa che ha a che vedere con la procedura concorsuale.
Nessuno ha sollevato tale questione di estrema delicatezza. Certamente ogni specifico rimedio normativo rischierebbe di apparire ancora più gravemente lesivo dei principi di libertà e di autonomia del Parlamento di quanto già non lo sia questa assurda baracca di sfruttamento della politica e della vita delle istituzioni cosiddette democratiche.
Un personaggio che ben conosce il marchingegno della Casaleggio S.r.l., interrogato da un giornalista sulle prospettive di sopravvivenza dell’attuale Governo, ha risposto che questo durerà finchè Salvini non farà il nome di Casaleggio.
C’è proprio bisogno che lo faccia Salvini?

Economia circolare: 4 imballaggi in carta su 5 tornano a nuova vita

Il Programma specifico di prevenzione pubblicato da Comieco presenta risultati  incoraggianti. Il documento rileva  come nel 2018 gli imballaggi cellulosici immessi al consumo siano stati oltre 4,9 milioni (+0,78% rispetto al 2017). Ma il dato di maggior interesse è quello riferito al  numero dei rifiuti da packaging destinati al riciclo, che si attestano a più di 3,9 milioni, con un incremento, rispetto all’anno precedente, del 2,45% e un tasso di recupero pari all’81,44% (+1,66% rispetto al 2017). A diminuire del 2,34% sono invece i quantitativi di imballaggi cellulosici avviati a termovalorizzazione, che passano da 382.768 tonnellate nel 2017 a 373.882 tonnellate nel 2018. A riprova del fatto che diminuisce la presenza di imballaggi in carta e cartone nel rifiuto indifferenziato.

In Italia la raccolta di macero, considerando sia la provenienza domestica sia quella industriale, raggiunge complessivamente quota 6,6 milioni di tonnellate. Un dato destinato a salire se si considera la crescita costante delle percentuali di raccolta differenziata al Sud, che sta recuperando terreno nei confronti del Centro e del Nord. Aumenta inoltre il numero dei Comuni convenzionati con Comieco (attualmente sono oltre 5.600), una rete che copre l’83,8% del territorio nazionale e coinvolge 51,3 milioni di abitanti. Un ulteriore incremento c’è stato a partire dal gennaio 2019 con numerosi Comuni, che prima gestivano la propria raccolta al di fuori del consorzio, che hanno chiesto di sottoscrivere nuove convenzioni. Questi flussi, insieme alle maggiori quantità da amministrazioni che prima affidavano al consorzio solo parte della propria raccolta e ai volumi aggiuntivi attesi principalmente al Sud, porteranno Comieco a prendere in carico e avviare a riciclo oltre 600.000 tonnellate di materiale in più rispetto al 2018. Questo per effetto di una contrazione dei prezzi del macero, dovuta anche al blocco alle importazioni imposto dalla Cina.

La raccolta differenziata ha un importante valore non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello economico per il territorio e le comunità. I corrispettivi erogati da Comieco ai Comuni,  ammontano ad oltre 110 milioni di euro, in una duplice logica di sussidiarietà e garanzia del riciclo, sostenendo a tutto campo lo sviluppo dei servizi di raccolta differenziata per la crescita dell’economia circolare.

La sfida è tra fautori di un futuro possibile e irresponsabili demagoghi.

Si è scritto molto sulla famosa “lettera” che il Governo italiano ha mandato a Bruxelles in risposta alla richiesta di chiarimenti sullo stato del nostro debito pubblico.
Sappiamo che questa lettera dice ciò che il Governo in carica – con le sue divisioni – poteva dire. Cioè ben poco, se non fare riferimento – legittimo, ma scontato – alle condizioni generali di mancata crescita registrate, seppur meno che in Italia, a livello europeo.
Qualcuno sostiene che la Commissione Europea, sulla base di questa lettera – ma forse,  più che altro, sulla base della oggettiva debolezza politica di un organismo in scadenza – non attiverà subito nessuna procedura formale di infrazione contro l’Italia per violazione degli accordi liberamente sottoscritti anche dal nostro Paese in materia di debito pubblico.
Sinceramente lo auspico, da italiano e da europeo.
Sbaglierebbe l’opposizione a scommettere su un esito diverso dell’istruttoria in corso a Bruxelles, nonostante il fatto che il Governo italiano abbia fatto di tutto per mettersi (e mettere tutti noi) nei guai.
Tocca all’opposizione – e a tutte le forze sociali e civili del Paese – dimostrare quel senso dello Stato e quella responsabilità che Lega e M5S non hanno saputo esprimere fino ad ora.
Del resto, il passaggio vero non sta nell’esito di questa famosa “lettera”.
Se la Commissione aprisse formalmente la procedura di infrazione sarebbe drammatico: ma se anche – come si spera – non lo facesse, i problemi per l’Italia non sarebbero certamente superati.
Resta, in ogni caso la necessità di una manovra autunnale di Bilancio che – stante la situazione – neppure Mago Merlino potrebbe confezionare senza decisioni gravi e impegnative.
In poche parole – Bruxelles o non Bruxelles – non ci sono i soldi per realizzare neppure una minima  parte delle promesse in base alle quali Lega e M5S – oltretutto con proposte tra loro divaricanti – hanno vinto le elezioni politiche del marzo 2018 e tanto meno per realizzare il “contratto di Governo”,  che ne rappresenta non una sintesi, ma una semplice sommatoria, di volta in volta “tirata per la giacca”.
Le poche risorse finanziarie a disposizione sono state ipotecate da misure ottime dal punto di vista elettorale, ma di dubbia efficacia sul piano della crescita e anche su quello dell’equità sociale. E nessuno sa dire come sarà possibile reperire le risorse necessarie per finanziare tutto il resto che si sbandiera.
Sarebbe buona cosa se il Governo dicesse la verità: la questione della “lettera” di cui alle discussioni attuali con Bruxelles riguarda la situazione attuale – già precaria – della nostra finanza pubblica, non  il suo prossimo futuro.
Entro il quale si colloca – tra l’altro – anche la promessa di una Flat Tax da 30 miliardi (peraltro in campagna elettorale la Lega aveva proposto una misura da 50/70 miliardi) senza che ciò riduca né la spesa corrente “sociale” né la spesa di investimento (già ridotta all’osso) e senza che ciò comporti l’aumento dell’IVA già iscritto come previsione nel Bilancio 2020 per circa 24 miliardi.
Come si pensa di ottenere questo risultato? Dio solo lo sa.
Si dice che la soluzione non può più essere quella della “austerità”. Giusto.
Le politiche restrittive sono state una dura necessità nel momento dell’emergenza finanziaria ma non possono essere un dogma valido sempre e comunque. Lo sappiamo bene.
Il problema sta nel fatto che il rilancio di una politica espansiva (orientata alla crescita e alla equità sociale) non potrà essere praticata dai singoli Stati Nazionali: nessuno di loro (a maggior ragione quelli più gravati da un gigantesco debito pubblico come l’Italia) ha le risorse e le capacità di farlo, a fronte del nuovo scenario competitivo globale. Condivido l’idea che il ricorso al debito – in una situazione come questa – può essere una necessità.
Ma come possiamo pensare che ciò possa essere fatto dai singoli Paesi ed in particolare dal nostro?  Quali sarebbero le conseguenze sui mercati finanziari? L’Italia già oggi deve mettere ogni anno a Bilancio circa 80 miliardi per pagare gli interessi sul debito: soldi che dobbiamo stanziare per pagare gli interessi a chi ci presta nuovi soldi per pagare i debiti già contratti che vengono a scadenza.
La mia opinione è che solo i Paesi Europei della Zona Euro, tutti assieme, potrebbero mettere in campo una strategia di finanziamento straordinario a debito di investimenti strutturali per la crescita e la lotta alle disuguaglianze.
La vera battaglia a Bruxelles non dovrebbe essere sulla “flessibilità” nel calcolo del rapporto tra Pil e Debito Pubblico nei singoli Bilanci Nazionali (flessibilità che peraltro l’Italia ha usato ampiamente nel recente passato) ma sulla decisione di dare vita ad una Autorità Finanziaria della Zona Euro abilitata ad emettere obbligazioni garantite dalla BCE e finalizzate a sostenere investimenti straordinari per accrescere la competitività economica, l’innovazione tecnologica, l’efficienza infrastrutturale, la ricerca e la coesione sociale.
Certo è che per varare un programma di questo tipo servono una forte volontà di segno “europeista” ed una fiducia reciproca che oggi non si vedono.
Speriamo che il nuovo Parlamento Europeo trovi al proprio interno una maggioranza che punti su questa prospettiva.
Non saranno però certo gli “amici euroscettici” di Lega e M5S a poter dare un consenso a questo progetto.
Il sovranismo è arma a doppio taglio. Mitizza la sovranità dei singoli Paesi ma non concepisce la vera, unica dimensione che oggi può garantire questa “sovranità”: quella della sua condivisione in chiave europea.
Dunque, non siamo oggi di fronte ad una disfida tra “rigoristi” fautori dell’austerità da una parte e propugnatori di una politica finanziaria ed economica espansiva dall’altra.
Siamo semplicemente di fronte ad uno scontro tra fautori di un futuro possibile e demogoghi irresponsabili.

Merlo: Quali paletti per il centro?

Dunque, senza avventurarsi in sermoni interminabili, credo sia giunto il momento per piantare alcuni paletti. Pur senza dimenticare che si trattano sempre e solo di opinioni. Soprattutto quando si parla di nuovi equilibri politici e di luoghi politici da ricostruire.

Ora, e brevemente, cerchiamo di elencare alcuni aspetti essenziali.

Innanzitutto, e parlando del fatidico “centro” – politico e culturale, di governo e plurale – da ridefinire e da ricostruire, non possiamo non prendere atto che un centro autonomo e autosufficiente da tutto e da tutti semplicemente è un non senso. O meglio, si tratta di un progetto politico tecnicamente improponibile. Fuorché si faccia della testimonianza la ragione sociale della propria presenza in politica.

In secondo luogo, come ha confermato per l’ennesima volta il recente voto europeo, non esiste un “partito dei cattolici”. Pur con tutto il rispetto del caso, è ovvio che le esperienze del passato, seppur gloriose e nobili, non possono più essere meccanicamente riproposte. E tutti i tentativi messi in campo in questi ultimi mesi – al netto delle buone intenzioni – si sono dimostrati oltrechè drasticamente perdenti anche un po’ patetici e anche goffi. E ciò per una semplice ragione: i partiti “identitari”, e anche un po’ nostalgici, sono semplicemente fuori tempo e fuori luogo.

In terzo luogo, fortunatamente, e’ tornata di moda la “cultura delle alleanze”. Dopo la sbornia della “vocazione maggioritaria” del Pd e la tentazione dell’attuale segreteria del Pd di costruire la coalizione a tavolino pianificando chi deve coprire il fianco destro, il fianco sinistro e il fianco centrista e cattolico, forse siamo arrivati al risultato di far ritornare protagonista nella cittadella politica italiana la grande intuizione della Democrazia Cristiana della “cultura delle alleanze”. E la cultura delle alleanze non può prescindere dal fatto che il “centro” ci sia e che, di conseguenza, si schieri. Fuorché, lo ripeto a scanso di equivoci, decida di giocare un ruolo puramente e stancamente testimoniale.

E quindi, e in ultimo, se il centro deve anche contribuire a costruire una coalizione, non può non decidere da che parte stare. Ora, per fermarsi su questo versante, è indubbio che un “centro” non solo identitario ma plurale deve essere collocato nel contesto storico concreto in cui è inserito. E se la storia, la cultura, il pensiero e la tradizione del cattolicesimo democratico e popolare non può subire una deriva conservatrice o di destra, è abbastanza ovvio che non può non “guardare” da un’altra parte. A due condizioni, però: che sia radicalmente autonomo e che sappia esprimere una posizione politica netta, con un definito riferimento culturale, con un radicamento sociale e territoriale e con un classe dirigente altrettanto autorevole. Ovvero, un “centro” che non sia un banale e stanco prolungamento di ciò che decide e vuole l’azionista di maggioranza della coalizione. E che, soprattutto, esprima una posizione politica e non un semplice posizionamento geografico.

Ecco, questi mi pare sono alcuni paletti essenziali – seppur affrontati in chiave volutamente sbrigativa ed essenziale – per orientare il dibattito e il confronto sul “nuovo partito di centro” che sta per decollare. Certo, restano sempre e solo opinioni. Ma è indubbio che la fase della contemplazione e della semplice osservazione e’ ormai alle nostre spalle. Il recente voto europeo accelera una fase politica che deve vedere proprio il “centro” protagonista politico, culturale e programmatico e non una semplice comparsa.

Autonomia e spirito della “coalizione”. Necessario il chiarimento

Credo che alcuni contributi pubblicati su Il Domani d’Italia in questi giorni, e il contemporaneo dibattito in corso tra gli amici della Rete Bianca, meritino una riflessione molto approfondita.

Non vorrei che si delineasse, infatti,  uno spartiacque all’interno delle considerazioni condotte negli ultimi mesi. Queste sembravano poter portare ad un potenziale sbocco convergente ed estremamente positivo tra quanti hanno comuni, forti riferimenti di pensiero.

E’ come se per qualcuno l’arrivo sulla scena di Nicola Zingaretti, molto più interessato al recupero della sinistra, significhi davvero qualcosa di dirimente in un percorso che, invece, è inevitabilmente più articolato.

Mi ha molto colpito che,  mentre il dibattito nazionale, durante e dopo le elezioni europee,  sia stato in buona parte richiamato da quella che le strumentalizzazioni di Salvini hanno fatto emergere come una rinnovata questione dei “ cattolici”, che meglio sarebbe definire voto dei cattolici, il neo segretario del Pd non abbia avviato, invece,  una neppure piccolissima riflessione al riguardo.

Credo di avere chiari i motivi di questa “ latitanza”. Essa richiama,  infatti, la necessità di un profondo ripensamento della deriva pieddina che ha preferito impegnarsi in una lunga battaglia, la cosa risale ai Dico di Bertinotti, a favore di  diritti parziali, così sacrificando quelli più generali e quegli elementi di criticità etico morali che richiederebbero una ben più forte assunzione di responsabilità.

Confrontarsi con il pensiero popolare e democratico cristiano non significa, comunque, solo parlare di legge Cirinnà, di bioetica, di applicazione completa della 194 o di fine vita. C’è questo e c’è altro: il lavoro, la famiglia, la scuola e l’educazione, il Mezzogiorno, il  riequilibrio da assicurare tra Stato centralizzato e le autonomie, il rispetto dei corpi e delle rappresentanze sociali intermedie, recuperando un autentico spirito di funzionalità , di solidarietà e sussidiarietà. Cose su cui manca la tensione adeguata anche da parte dei 5 Stelle, per non parlare della Lega.

Da tempo vogliamo  ridare corso ad una iniziativa politica ispirata al pensiero popolare e democratico cristiano. Secondo me, e secondo tanti altri, una tale presenza dovrebbe caratterizzarsi sulla base di elementi  di libertà e di autonomia.

Ciò è fortemente richiesto, tra l’altro, da una realtà territoriale in espansione, intenzionata a mettersi in gioco dopo la grande stagione dell’indifferenza e dell’irrilevanza degli ultimi 25 anni e l’accettazione di un gioco bipolare che ha segnato la fine,  non solo della capacità di presenza del nostro pensiero e della nostra sostanziale rappresentanza in Parlamento, ma anche quella di altri grazie ai quali è stata creata l’Italia repubblicana e democratica, come i liberali, i repubblicani e i socialisti.

E’ scontato che esiste la necessità di non concepire un’iniziativa politica destinata, se non bene preparata e ben gestita, a sfociare in una mera testimonianza oppure, peggio, ad  assumere una fisionomia clericale ed integralista (ce ne possono essere anche con accenti sociali di “ sinistra).

Deve anche essere evitato l’abbandonarsi a quelle suggestioni a “ farsi lievito”, indubbiamente doverose per ogni singolo cristiano, ma che sotto il profilo politico si sono rivelate del tutto inconsistenti. Così come,  tali si sono rivelate le intenzioni vagheggiate da qualcuno convinto dalla politica dei “ cento fiori”, alla Mao Zedong. Da noi, in Italia, potremmo definirla delle “ cento presenze”. Resta confermato dalle recenti esperienze  che in politica e, soprattutto, sul piano legislativo, non funzionano sempre le regole della matematica.

Questo ragionamento è sollecitato dalle riflessioni più volte avanzate da Lucio D’Ubaldo sulla necessità di non dimenticare quella caratteristica peculiarità dei cattolici democratici che richiama lo spirito degasperiano della  coalizione .

Salvo brevi pause, utili a superare momenti di crisi importanti, quelle che chiamavamo dei governi  “balneari”, tutta la storia della presenza Dc, dalla nascita della Repubblica in poi, è stata vicenda di coalizioni. Sotto questo profilo, non bisognerebbe dimenticare Aldo Moro.

Il concetto della “coalizione”, cui D’Ubaldo giustamente si riferisce, è importante. Salutare metodo mentale e adesione realistica e pratica alla concretezza nell’agire politico, fu più marcatamente distintivo in De Gasperi, a causa del contesto storico in cui egli operò dopo il 1944.

Le prime coalizioni degasperiane furono  inevitabile conseguenza della lotta di liberazione e della partecipazione alla Resistenza. Almeno  in parte-soprattutto per la posizione dei vertici settentrionali della Dc- anche per il successivo, violento  scontro Repubblica – Monarchia.

Le coalizioni che vennero dopo ebbero preminentemente sullo sfondo delle vicende internazionali  dalla fortissima influenza su quelle interne. Non si trattava, dunque, solo dello sviluppo delle caratteristiche intellettualmente innate in De Gasperi  e nel gruppo dirigente formato e sostenuto da uno dei più grandi santi della Politica, come fu Montini, bensì di cogliere e mettere in pratica quel “ fondamento realistico dei processi politici” che Lucio richiama.

L’approfondimento che dobbiamo fare, ma qui adesso devo solo limitarmi a porre la questione, è quello di come possa essere ripreso e rigenerato il concetto della coalizione. Aggiungendo i quesiti : da chi? con chi? sulla base di quale progetto?

Gli attuali processi politici in corso, in una fase del tutto improntata alla variabilità e all’indeterminatezza, caratteristiche  probabilmente destinate ad accentuarsi a seconda di come si risolveranno le questioni preminenti dei conti pubblici e del rapporto con l’Europa, possono fare intravedere già oggi una qualche coalizione praticabile e spendibile?

La montagna con cui si presenta oggi la destra, senza alcuna possibilità per noi di inerpicarcisi, ha di fronte un’altrettanto impervia ripa scoscesa rappresentata da un indifferente Pd a certe istanze.

Tornando al riferimento storico, vale la pena di ricordare come Don Luigi Sturzo non perse mai i collegamenti intellettuali con le frange più illuminate del liberalismo, soprattutto Gobetti e Sforza, e con la sua versione radicale storica, principalmente quella nittiana. Interloquì con gli esponenti del  socialismo umanitario alla Salvemini o con i non massimalisti come Turati. Ma partì e continuò a disegnare un Ppi decisamente “autonomo”.

Se viene mosso un rilievo al prete di Caltagirone è quello di aver sacrificato sull’altare dell’autonomia la possibilità di rispondere al fascismo con l’alleanza con Giolitti da lui invece, avversato fino alla fine,  nonostante vedesse chiaramente il pericolo rappresentato dalla destra estremista. Provò , con un ultimo guizzo, a pensare ad una coalizione con Turati, ma ciò restò appena appena abbozzato: evidente era l’impossibilità di avviare una collaborazione con tutto il Psi.

Come scrisse Mario Scelba nel 1960, la scelta dell’autonomia sturziana e popolare fu un atto di lealtà verso lo Stato, oltre che un elemento di chiarezza verso i laici, la Chiesa ed il mondo cattolico. Un mondo cattolico in gran parte ingabbiato nel clerico moderatismo i cui toni ed accenti sembrano trovare nuova forza ai nostri giorni.

Sin dagli inizi del ‘900, Sturzo capì che il movimento democratico dei cattolici, perché ad essi solo si rivolgeva, non a tutti i cattolici!, doveva definire e presentare  un’identità ben specifica. Essa non ruotava attorno alla necessità di dare vita ad una organizzazione fine a se stessa, bensì trovava alimento in quell’originale messaggio universale definito dalla Rerum Novarum di papa Pecci.

Il contributo di Aldo Moro nel coniugare autonomia, identità e capacità di ascolto e dialogo è talmente evidente, e più recente, da non richiedere molte parole.

Anche nel suo pensare, e nel suo agire, si coglie come il concetto di coalizione richieda il delinearsi di soggetti ben definiti e la forza e la capacità di rappresentare, ciascuno, un fenomeno dalla fisionomia chiara e distinta. Altrimenti, il rischio è quello di trasformare il “fondamento realistico dei processi politici” nell’adattarsi in panni non propri. E noi ne abbiamo visto i risultati grazie a coloro che si sono immersi nel “berlusconismo” o in un Pd ritrovatosi senz’anima.

So già che qualcuno mi verrà a parlare di quella “emergenza democratica” di cui dovremmo tenere conto. Non vorrei ora anticipare la risposta a rilievi che ancora non sono stati espressi, ma che io vedo possibili. Si tratta di osservazioni che ho, comunque, ben presenti, perché già ribadite, ma che credo debbano ricevere altra risposta rispetto a quella proposta da quanti credono possibile creare una “ corrente cristiana” nel Pd o in un “fronte” che ruoti attorno al Pd.

Sono convinto che l’attuale destra non si sconfigga solo in un modo e, in più,  rischiando di regalarle altri pezzi del voto dei cattolici, comunque oggi rifluiti in gran parte nell’astensione.

Allora, in attesa che i processi politici maturino, non è meglio cominciare ad individuare un altro percorso, ricostruendo dal basso, nei territori? Più che a coalizioni sul piano politico, che mi rendo conto possono costituire una più facile via d’uscita per chi ha anche legittime ambizioni elettorali, penso che sia meglio applicare questo spirito di coalizione, possibilmente caratterizzato da forti contenuti programmatici e da facce nuove, all’interloquire con le realtà sociali, con le categorie di rappresentanza e con tutto quel “nuovo” che sta emergendo nella stessa realtà dei laici cattolici italiani, più che mai alla ricerca di una voce e di una presenza originale.

 

Festa della Repubblica: 2 giugno una data storica per l’Italia

Spesso si attribuisce facilmente, in questa  nostra società che sembra governata dalla comunicazione non sempre veritiera, ad un evento, ad una data, ad un incontro, oppure a una scoperta o a una invenzione, l’aggettivo di storico, poi ci si rende  conto, che di storico non c’era quasi nulla. A questa constatazione fa certamente eccezione la data del 2 giugno 1946. Infatti è stato il primo giorno delle votazioni del popolo italiano sul referendum per la scelta di forma costituzionale dello Stato, tra Repubblica o Monarchia, nel secolo scorso.

La prima consultazione a suffragio universale, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale alla quale parteciparono, per la prima volta, anche le donne. La tragedia della guerra era alle spalle di chi aveva conosciuto lutti, occupazione straniera e miseria, venti anni di dittatura erano stati sconfitti, sulla rinascita e la ricostruzione i cittadini attendevano con speranza quale strada intraprendere, e il nostro Paese si confrontava su che tipo di futuro scommettere. 28 milioni di italiani, uomini e donne, avevano il diritto di esercitare questa scelta con il loro voto, conquistato con tanti sacrifici, con tanti martiri, con tante privazioni, con tanti drammi  conosciuti e sconosciuti, per dare al nostro Paese democrazia, libertà e giustizia.

Nella votazione referendaria la Repubblica ottenne 12.718.641 voti, la Monarchia 10.718.507 voti, e un milione e mezzo di voti furono annullati. Nella circoscrizione di Roma il dato elettorale vide attribuiti circa 740 mila voti alla Monarchia e 711 mila alla Repubblica. La proclamazione ufficiale che  confermò il risultato delle urne da parte della Corte di Cassazione, avvenne il 18 giugno 1946. Quindi con lo storico referendum del 2 giugno 1946, venne sancita la fine della Monarchia dopo 85 anni di Regno, e la nascita della Repubblica Italiana. Il 1° luglio Enrico De Nicola viene nominato primo Presidente della Repubblica Provvisorio, Alcide De Gasperi è il primo Presidente del Consiglio. Il 1° gennaio 1948 viene promulgata  la Costituzione della Repubblica Italiana, approvata dall’Assemblea Costituente, con 453 voti su 515 costituenti.

Con la Festa del 2 giugno si  celebra nel nostro Paese anche la nascita della Nazione moderna, in maniera simile al 14 luglio francese (anniversario della presa della Fortezza della Bastiglia a Parigi nel 1789), e al 4 luglio statunitense (anniversario della dichiarazione d’indipendenza dalla Gran Bretagna del 1776), giorno in cui nacquero ufficialmente gli Stati Uniti d’America. Prima della nascita della Repubblica, la giornata celebrativa nazionale del Regno d’Italia era la festa dello Statuto Albertino, che si teneva nella prima domenica di giugno.

Questa giornata di Festa Nazionale si caratterizza per una serie di celebrazioni ed eventi simbolici: dalla Parata militare con tutte le Forze Armate italiane, le Forze di Polizia della Repubblica, i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile, la Croce Rossa e le Freccie Tricolori, alla presenza delle più Alte Cariche dello Stato con il Presidente della Repubblica, e la partecipazione di tanti cittadini che vengono a Roma da molte città del nostro Paese, dalla visita ai Giardini del Quirinale aperti al pubblico alle cerimonie ufficiali che si tengono su tutto il territorio nazionale e nelle sedi delle Ambasciate italiane nel mondo.

La Parata viene dedicata ogni anno a una tematica differente, a secondo delle situazioni e delle circostanze. Se ne ricordano alcune: “ Le forze armate per la Patria”, “ La Repubblica e le sue forze armate impegnate in missioni di pace”, “150° anniversario dell’Unità d’Italia”, “I terremotati dell’Emilia”, “Al centenario della Grande Guerra”. In questo 2 giugno 2019, il tema scelto è “L’inclusione” che secondo fonti del Ministero della Difesa, “che vuole evidenziare la volontà di non lasciare indietro nessuno, di combattere contro le emarginazioni sociali. Un segno di attenzione agli ultimi per un evento che ha di per sé un carattere inclusivo proprio perché si svolge in occasione della Festa della Repubblica, ricorrenza che unisce tutti gli italiani.” La sfilata militare si svolgerà nella consueta cornice di via dei Fori Imperiali nella Città Eterna.    

Oggi a 73 anni da quel voto storico, c’è bisogno di riscoprire con entusiasmo i valori di una scelta fondamentale per la nostra democrazia attraverso la lettura, le testimonianze, gli approfondimenti.  

Oggi tradurre i comportamenti e l’agire dei principi che la scelta del 2 giugno 1946 ha indicato alle donne e agli uomini  anche del nostro tempo, attraverso la Carta Costituzionale, deve significare recuperare l’etica, lo spirito di solidarietà, la partecipazione, per fare del nostro paese un grande protagonista nella famiglia europea.

Oggi il richiamo infaticabile e  costante del Presidente Sergio Mattarella, come quello del 29 maggio scorso, in occasione della cerimonia di premiazione degli studenti vincitori del concorso dal titolo “Conoscere, capire, amare: i doveri nella Costituzione”, dove ha sottolineato come “I valori della Costituzione, sono in realtà quel che tiene insieme il nostro Paese, ciò che lo tiene unito. Il nostro Paese contiene – come è naturale e come è bene che sia – tante opinioni diverse, e anche interessi diversi. E questo è normale in qualunque Paese, ed è anche bene che vi sia un confronto, una dialettica di idee, di posizioni, di convinzioni. Ma quel che tiene unito, al di sopra di questo, il nostro Paese è il complesso dei valori che la Costituzione indica, perché la Costituzione è un grande risultato per il nostro Paese, che va tenuto sempre in grande attenzione e valore, e va preservato, conservato, tutelato. La democrazia è una condizione che va continuamente alimentata da impegno nuovo, da convinzione, da dedizione sempre rinnovata. Sono i valori che vivono nella quotidianità, nei comportamenti di ogni giorno”.

Questo deve essere lo spirito e la consapevolezza nel ricordare questa data storica del 2 giugno per la scelta referendaria di oltre 70 anni fa,  che ha aperto la strada alla Costituzione Repubblicana Italiana, ed è la legge fondamentale dello Stato Italiano rappresentando il vertice della gerarchia delle fonti nell’ordinamento giuridico della Repubblica. Ecco perché, riflettere sulla nostra Carta Costituzionale, può aiutare tanti cittadini a capire quale deve essere il nostro futuro. Anche questo può essere  un modo per ricordare la Festa della Repubblica.

 

Perchè Francia e Italia dovrebbero andare d’accordo

Partiamo da un dato certo. Francia e Italia hanno un interesse comune a porre fine alla guerra civile in Libia, a promuovere la stabilità in Nord Africa, a gestire la migrazione, a cooperare per costruire una difesa europea più forte in termini sia militari che industriali e a sviluppare le loro economie attraverso investimenti e infrastrutture transfrontaliere .

Dopo la Brexit, inoltre, saranno la seconda e la terza economia dell’Unione europea e avranno bisogno del sostegno reciproco per controbilanciare il potere della Germania e di un gruppo di paesi settentrionali fiscalmente conservatori sul bilancio dell’UE.

Invece, Parigi e Roma non sembrano capire questo semplice assioma.

L’arroganza francese e le spacconate italiane infatti sono di intralcio ad un potenziale riavvicinamento fra i due paesi. I sospetti che i rispettivi leader si sono lanciati in campagna elettorale, hanno minato le relazioni di amicizia. E, anche se entrambi i paesi hanno bisogno l’uno dell’altro per raggiungere i propri interessi nazionali e per una più ampia sicurezza europea e mediterranea, sembra che poco facciano per capirlo.

L’unico sprazzo di buona volontà è arrivato dall’incontro del 2 maggio, tra i Presidenti Macron e Mattarella.

Solo in quell’occasione, nell’ultimo anno, si è ricordato quanto strettamente intrecciati sono culturalmente e storicamente i due paesi.