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La strategia di Putin travalica la questione ucraina. Il confronto in Consiglio di Sicurezza dell’ONU ne è la conferma.

Il riconoscimento russo delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk pone l’occidente di fronte al fatto compiuto. Il rischio è di trovarsi di fronte ad un’alternativa drammatica: abbandonare l’Ucraina al suo destino; oppure sostenerla in guerra attraverso la modalità delle sanzioni economiche, di fatto controproducenti per le economie europee.

Ora che Putin ha dato ufficialmente il proprio supporto agli indipendentisti ucraini del Donbass affinché si possa costituire uno stato cuscinetto, inclusivo della Crimea, fra la Russia e l’Ucraina (che rimane a suo dire parte integrante della Russia, affermazione ribadita a futura memoria) appare in tutta la sua concretezza la tesi di Mosca: a nessun costo la NATO può allargarsi ulteriormente ad est (e così pure la UE, implicitamente). Da qui le “linee rosse” tracciate e dichiarate non valicabili.

Il riconoscimento delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk pone l’occidente di fronte al fatto compiuto, diminuendo drasticamente i margini per una trattativa che comunque sarebbe stata molto difficile e complessa. Il rischio è di trovarsi di fronte ad un’alternativa drammatica: lasciar correre e quindi sostanzialmente abbandonare l’Ucraina al suo destino; oppure sostenerla in una guerra attraverso la modalità delle sanzioni economiche, assai drastiche e proprio per questo al tempo stesso controproducenti per le economie europee.

Un altro rischio – plasticamente evidenziato dalla non casuale presenza di Putin alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino – è che la Russia stringa un’alleanza con la Cina. Il problema non sarebbe, per l’Occidente, l’improbabile rinascita di un “fronte rosso”, un novecentesco pericolo comunista ormai inverosimile. Bensì un fronte autocratico che non crede nel concetto stesso di democrazia e che è convinto che il sistema valoriale dell’occidente stia entrando in una crisi irreversibile che ne comprometterà anche lo sviluppo economico.

È questo il pericolo mortale che paventa Biden. Sul quale occorrerebbe una riflessione più profonda di quelle elaborate sin qui, a causa forse dell’indebolimento che presso gli occidentali, europei in primis, hanno palesato gli Stati Uniti dopo la cialtronesca presidenza Trump ma anche dopo la disastrosa ritirata afghana.

Una Russia che ambisce ad un ruolo strategico globale, non solo regionale (come ritenevamo tutti sino a non molto tempo fa): intesa dunque da un lato a rafforzare la propria presenza sul suolo europeo e dall’altro a costruire relazioni con il principale dominus asiatico. 

È il quadro generale, oltre la questione ucraina, che porta a considerare con più preoccupazione l’allarme del Presidente americano. E lo si nota meglio aprendo un atlante geografico, cosa che invito il lettore a fare. Del resto la geopolitica – disciplina una volta riservata agli iniziati e ora invece entrata nel linguaggio pubblicistico, a volte anche troppo semplicisticamente – richiede una consultazione attenta delle mappe geografiche.

Negli ultimi 20 anni la Russia di Putin ha con decisa determinazione operato per allargare il proprio spazio vitale, rifiutando di rimanere confinata al suo pur enorme territorio esteso su due continenti. Dapprima ha stroncato le ambizioni indipendentiste dei popoli caucasici, a iniziare dai ceceni. Poi ha invaso parzialmente la Georgia. Nel 2014 si è presa la Crimea (conquistata da Caterina II la Grande e ceduta agli ucraini due secoli dopo da Khruscev: ed infatti Putin, nell’ormai celebrato saggio pubblicato la scorsa estate ha rivendicato la comunanza di russi e ucraini, un unico popolo a suo dire).

L’area di azione – sempre militare e mai solo politica – si è allargata altresì al Mediterraneo, col sostegno decisivo in Siria a Bashar Assad che fra l’altro ha consentito il rafforzamento delle basi aeronavali già presenti in loco sin dai tempi dell’URSS. E successivamente col sostegno in Libia (in questo caso utilizzando i mercenari della Wagner, generosamente retribuiti) al generale Haftar, padrone della Cirenaica, marca orientale di quella nazione mai stata tale se non formalmente sotto la feroce dittatura di Gheddafi. Anche qui acquisendo un’area d’azione e un accesso al mare di sicuro interesse strategico. E pure al sud, verso il Sahel e i suoi disgraziati Paesi, dal Mali sino alla Repubblica Centrafricana, sempre tramite la Wagner, l’azione è volta ad acquisire qualche nuova base operativa oltre che influenza politica (e commerciale).

Non è finita. Perché negli ultimissimi anni si sono aggiunti il sostegno al dittatore bielorusso Lukashenko, in realtà mai troppo amato ma tenuto in piedi in quanto baluardo a ovest sempre storicamente essenziale ogni qualvolta qualcuno ha cercato di invadere la Russia. E ancora: il sostegno, recentissimo, al regime kazako insidiato da una protesta popolare soffocata grazie all’intervento di truppe russe appositamente inviate in loco. Anche in questo caso, un Paese enorme che fa da divisorio ad est, laddove si estende la Cina. Infine non si dimentichi l’intervento “pacificatorio” nell’infinita contesa nel Nagorno-Karabach, che ha dato a Mosca un ruolo decisivo in quella regione, cui peraltro ambisce anche la Turchia, altro attore che desidera ridarsi un profilo geopolitico regionale di una certa ambizione.

I 140.000 effettivi agli ordini del generale Gerasimov schierati ai confini ucraini sono dunque parte di un piano dilatatosi nel tempo e nello spazio, che ha un solo obiettivo: tornare a fare della Russia – come fu l’Unione Sovietica – un attore di primaria grandezza planetaria. Convinta, per di più, che le profonde divisioni interne agli Stati Uniti ne infiacchiranno le capacità espresse all’esterno, a cominciare proprio dalla loro presenza in Europa. Un’Europa a sua volta debole e divisa, che ha fame del gas che arriva da oriente.

Il Dizionario sociale di Dossetti: da Albertario ad Amministrazione.

Proponiamo quotidianamente la pubblicazione di alcune voci di questo dizionario – pensato come strumento a disposizione dei militanti – che Giuseppe Dossetti diede alle stampe nell’aprile del 1946 in qualità di Vice Segretario e responsabile dell’Ufficio Stampa, Propaganda e Studi (SPES) della Dc. Va precisato che i nomi degli autori sono trascritti per esteso, mentre nel testo originale apparivano in sigla.

ALBERTARIO Sac. Dott. DAVIDE (1846-1902). Giornalista e polemista insigne, la cui opera è intimamente legata alla storia del giornale l’Osservatore cattolico. Coinvolto dalla reazione nei processi politici del 1808, venne condannato a tre anni di detenzione. Dopo un anno l’amnistia gli ridiede la libertà. Il suo nome è particolarmente legato alla lotta contro il rosminianismo filosofico e contro il moderatismo politico. Lanciò la formula «Preparazione nell’astensione» che sostituì quella margottiana «Né eletti, né elettori». (Giuseppe Molteni).

ALBERTO MAGNO (1207-1280). Detto anche Alberto di Colonia, domenicano. La sua opera scientifica è vastissima (38 volumi) e varia. Rese accessibile al mondo latino medievale Aristotele, che egli si sforzò di interpretare genuinamente, e di integrare con conoscenze varie e dirette di scienze naturali. Iniziò ed educò all’aristotelismo Tomaso d’Aquino. (Umberto Antonio Padovani)

AMBROGIO (S.), v. Dottori della Chiesa.

AMERICANISMO. In senso ristretto è una tendenza affermatasi nel clero americano a riformare le consuetudini ecclesiastiche nel vestire, nel comportamento, nella predicazione, per adattare la Chiesa alle esigenze moderne e renderne più efficace l’azione specie presso gli eterodossi. Tale a. fu riprovato dalla S. Sede nel 1899. In senso lato a. indica gli atteggiamenti peculiari dell’uomo americano, la sua indipendenza da tradizioni, la sua intraprendenza ottimistica, il suo amore pel colossale e l’insuperato, la tendenza a commercializzare tutto e a valutare tutto in dollari. L’individualismo è quindi alla base dell’a., e, nonostante i grandi trusts, lo mantiene avverso al collettivismo. (Mario Bendiscioli)

 

AMMASSO. È il blocco, il vincolo (economico-giuridico) applicato dallo Stato ad un determinato prodotto agricolo, con obbligo della sua consegna ad un prestabilito centro di raccolta ad un prezzo prefissato. Sorto come atto di volontaria difesa degli agricoltori per sottrarsi a sfavorevoli congiunture, in sede di politica autarchica fascista venne trasformato in obbligatorio, dapprima per il grano (1936), poi, gradatamente, per molti altri prodotti, sino ad abbracciarli quasi tutti durante la guerra. Si può avere

un ammasso totale, quando l’obbligo di conferimento si estende a tutta la produzione eccedente le sole quote per i consumi familiari del conduttore e per i bisogni dell’azienda; si ha l’ammasso parziale o per contingente, quando l’obbligo è limitato ad una determinata frazione del prodotto. (Dario Perini)

AMMINISTRAZIONE. L’attività che lo Stato, e con esso gli enti pubblici, esplica per la realizzazione degli interessi concreti affidati alla sua gestione e alla sua tutela si chiama attività amministrativa e, sotto il nome di amministrazione, costituisce una delle tre fondamentali funzioni, in cui si estrinseca il pubblico potere. Accanto all’amministrazione sta la legislazione, che importa la elaborazione di norme giuridiche (leggi e regolamenti), e la giurisdizione per cui si rende effettivo, in caso di violazione e di contestazione, l’impero del diritto. Anche l’attività amministrativa è però sottoposta al diritto. In parte diversa dall’attività amministrativa è l’attività politica di governo; essa implica determinazioni per il bene unitario della comunità, compiute alla luce di determinati indirizzi generali e che può essere influenzata da criteri ideologici, ma non è gestione o tutela di interessi, beni (demanio: strade, porti ecc.) o complessi di servizi (ferrovie, poste, ecc.). (Antonio Amorth)

Incontro vescovi e sindaci del Mediterraneo. Card. Betori: “Vorrei che restasse un patrimonio della città”.

Alla vigilia dell’Incontro tra i vescovi e sindaci del Mediterraneo, il card. Betori “fa il punto” con il Sir sulla preparazione e le attese per l’evento, durante il quale Firenze diventerà per cinque giorni – dal 23 al 27 febbraio – la “capitale” del Mediterraneo, con la presenza di Papa Francesco nella giornata conclusiva.

  1. Michela Nicolais

“Vorrei che tutto ciò restasse un patrimonio anche per la città”. A rivelarlo al Sir, alla vigilia dell’incontro tra i vescovi e i sindaci del Mediterraneo, è il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che non nasconde l’emozione per l’arrivo di Papa Francesco nella città di Giorgio La Pira, che per cinque giorni – dal 23 al 27 febbraio – diventerà la “capitale” del Mediterraneo. “Credo che, come fu per lo storico discorso del 2015 – la previsione – anche l’omelia di Papa Francesco a Santa Croce, e prima di essa il discorso che rivolgerà a Palazzo Vecchio ai vescovi e ai sindaci, sarà illuminante anche per il futuro delle nostre Chiese e dei nostri Paesi”.

 

Firenze si appresta a diventare per cinque giorni “capitale” del Mediterraneo. Come si sta preparando ad accogliere i delegati?

 

Abbiamo lavorato, e stiamo lavorando, su un triplice versante di impegno: organizzativo, spirituale e culturale. Per quanto riguarda l’aspetto organizzativo, è in atto una proficua collaborazione tra comunità ecclesiale e comunità civile, soprattutto con il Comune di Firenze, per preparare i due incontri che si svolgeranno in contemporanea: quello dei vescovi e quello dei sindaci, oltre naturalmente alla giornata conclusiva di domenica in cui accoglieremo il Santo Padre. 

Non è stato difficile, si tratta di una collaborazione che avevamo già collaudato in occasione del convegno ecclesiale della Chiesa italiana nel 2015: ancora una volta, abbiamo potuto fare affidamento sulla competenza e sulla dedizione dei nostri volontari. Per quanto riguarda la preparazione spirituale, cito come esempio solo gli ultimi incontri, a cui ho partecipato personalmente. La sera del 17 febbraio abbiamo fatto una veglia nella basilica di Santa Maria dell’Annunziata, rivolta in particolare ai giovani che hanno riempito la chiesa, nei limiti della capienza imposta dalle misure necessarie per l’emergenza sanitaria in corso. C’è stata una partecipazione molto intensa, che ha coinvolto tutti. 

La settimana scorsa, invece, abbiamo radunato tutte le realtà di ispirazione lapiriana presenti a Firenze: la rivista Argomenti 2000, grazie anche alla collaborazione della delegazione del Meic, ha prodotto un contributo qualificato sulla situazione del Mediterraneo, dal punto di vista storico, politico e religioso. Lo abbiamo inviato alla Cei come contributo previo al convegno.

 

Il Papa torna per la terza volta a Firenze, dove nel 2015 ha pronunciato uno storico discorso rivolto a tutta la Chiesa italiana. Quale significato assume la sua presenza oggi?

 

Io credo che il Santo Padre voglia mettersi sulla scia dell’intuizione di Giorgio La Pira sull’unità della famiglia umana, sottolineando il ruolo delle religioni abramitiche al servizio di questa unità e della pace. Ascolteremo cosa avrà da dirci, ma penso che il tema fondamentale sia l’appello alla fraternità, sulla scia della Fratelli tutti.

Credo che, come fu per lo storico discorso del 2015, anche l’omelia di Papa Francesco a Santa Croce, e prima di essa il discorso che rivolgerà a Palazzo Vecchio ai vescovi e ai sindaci, sarà illuminante anche per il futuro delle nostre Chiese e dei nostri Paesi.

 

Nella giornata di giovedì i delegati avranno la possibilità di entrare in contatto con cinque luoghi significativi della città. Se dovesse sintetizzare il “volto” della Chiesa fiorentina, quali parole userebbe?

 

I cinque luoghi di Firenze che i delegati visiteranno sono una sorta di “stazioni” in cui proporre ed entrare in contatto con il tessuto vivo della comunità ecclesiale fiorentina e la sua identità. La chiesa di Firenze è una chiesa che sa unire fede e arte, declinando la bellezza come espressione della fede; che vive di attenzione per i più poveri e marginali, attraverso la Caritas e le sue istituzioni caritative; che dialoga nella società con i credenti di tutte le fedi, attraverso un dialogo che si incarna in persone concrete, come dimostrano i due incontri dedicati a La Pira e ad altri testimoni della comunità fiorentina.

 

A Firenze, per la prima volta, vescovi e sindaci lavoreranno insieme allo stesso tavolo per confrontarsi sulla comune cittadinanza sulle sponde di quello che Giorgio La Pira definiva “il grande lago di Tiberiade”. Quali frutti si augura per questo inedito incontro?

 

Vescovi e sindaci lavoreranno insieme mezza giornata, sabato mattina a Palazzo vecchio, e al termine della mattinata si spera che troveranno alcuni punti di convergenza per stilare una sorta di Carta di intenti.

L’obiettivo è quello di approfondire i temi legati alla vita nelle nostre citta, ma anche di interrogarsi sui temi che oggi interpellano tutti noi: il cambiamento climatico, la povertà e le disuguaglianze sociali, l’emarginazione. Tutti temi, questi, oggetto del confronto sia tra i vescovi, sia tra i sindaci.

 

C’è un auspicio che nutre nel cuore e vuole rivelarci, alla vigilia delle cinque giornate fiorentine?

 

Ci sarà tempo per fare i bilanci, ma una cosa posso rivelarla fin da ora. Assisteremo a due incontri, tra i vescovi e tra i sindaci: vorrei che tutto ciò restasse un patrimonio anche per la città, che tutta la città di Firenze possa raccogliere i frutti di queste due diverse ma convergenti riflessioni sulla cittadinanza nel Mediterraneo, e in primo luogo di ciò che ci dirà il Santo Padre.

“Intercettare i Neet. Strategie di prossimità”. Pubblicato il report dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.

Pubblichiamo l’introduzione (“Inquadramento generale e fasi del progetto”) del documento elaborato dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo. In fondo alla pagina è disponibile il link per accedere al testo integrale.

In Italia il fenomeno dei NEET ha assunto dimensioni preoccupanti (2 milioni e 100mila a fine 2020 tra i 15 e i 29 anni secondo l’aggiornamento Istat del 9 luglio 2021), sia a livello macro-economico che territoriale per i consistenti divari tra regioni. Al Sud è nella condizione di NEET quasi un giovane su tre tra i 15 e i 29 anni. Per comprendere quanto il fenomeno dei NEET sia impattante nel nostro Paese è utile partire dal confronto con gli altri Stati membri dell’Unione europea. L’ultimo dato Eurostat disponibile riguarda il 2020. L’Italia era il primo Paese europeo per numero di NEET1 sul totale della popolazione compresa tra 20 e 34 anni, superiore di circa 12 punti percentuali rispetto alla media europea.

 

Tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 ci sono la piena occupazione e condizioni dignitose per tutti, compresa una drastica riduzione dei giovani che non studiano e non lavorano. Ridurre i tassi di NEET è una grande sfida per i governi, in Italia ancora più complessa anche in relazione ad alcune specificità del Paese (come il considerare normale una lunga dipendenza economica dalla famiglia di origine e il fenomeno del lavoro sommerso).

 

Tra le principali difficoltà, se non in assoluto la principale, c’è l’aggancio (outreach) dei giovani che non stu- diano e non lavorano. Questi giovani, specie quelli appartenenti alle fasce più svantaggiate, sono “hard to reach” e non facili da coinvolgere in progetti sia sociali sia lavorativi.

 

Nonostante la ricerca in questo campo sia ormai presente da un ventennio, sono ancora molto limitate le evidenze in merito alle strategie di aggancio più efficaci e durature, ciò in stretta connessione con la com- plessità del fenomeno stesso dei NEET che raggruppa sotto una medesima etichetta giovani con storie, competenze, condizioni psico-sociali spesso molto diverse tra loro.

 

Possiamo schematicamente individuare almeno tre diversi gruppi di NEET:

  1. Giovani che cercano (più o meno intensamente) lavoro: sono coloro che si sono diplomati o laureati da poco. Sono i più dinamici e occupabili. Una parte rilevante di essi ha elevato capitale uma- no e alte aspirazioni di collocazione che non sempre trovano immediata corrispondenza nel sistema produttivo.
  2. Ragazzi scivolati nell’area grigia tra precarietà e non lavoro: hanno basse competenze ma buona disponibilità a riqualificarsi.
  3. Giovani che oramai non ci credono più, bloccati da situazioni familiari problematiche o scorag- giati da esperienze negative che li hanno fatti precipitare in una spirale di depressione progressiva del- la propria condizione, non solo economica, ma anche emotiva e relazionale. Quest’ultima categoria è la più difficile da agganciare perché è anche quella meno visibile e risulta anche più difficile da coin- volgere, se non attraverso interventi di prossimità in grado di introdurre strumenti che, prima ancora dell’occupabilità, sappiano riaccendere la fiducia in se stessi e il desiderio di riprendere attivamente in mano la propria vita.

 

Per leggere il report

https://www.rapportogiovani.it//new/wp-content/uploads/2022/02/OSSG_REPORT-INTERCETTARE-I-NEET_v2.pdf

Calenda come Zingaretti? Anche il leader di “Azione” giura sul no al M5S, ma già si coglie la fragilità di questa affermazione.

Mai e poi ancora mai: ieri lo diceva Zingaretti, oggi lo ripete Calenda. L’alleanza con i grillini non s’ha da fare. Poi Zingaretti ha cambiato opinione e il Pd ha dato vita al Conte II. In congresso il neo-segretario di “Azione” ha proclamato la sua ferma opposizione all’incontro con il M5S, ricevendo in cambio da Letta una “formula di omissione” che suona come preventiva smentita. 

Quando sento un segretario di partito pronunciare solennemente e di fronte alla sua platea di fans l’avverbio “mai”, di norma c’è un trucco. Non voglio ripercorrere i più famosi “mai” pronunciati nel recente passato, e poi puntualmente rinnegati, perchè ci vorrebbe almeno un libello per ricordarli tutti. Trascuro quelli dei 5 stelle perchè da quelle parti prevale una sorta circo barnum permanente dove la coerenza politica è un termine sconosciuto e pertanto è inutile farne cenno. Mi fermo a quello urlato a squarciagola da Nicola Zingaretti tempo fa di fronte al suo partito quando sentenziava, con rabbia e senza appello, che “mai e poi ancora mai il Pd si sarebbe alleato con il partito di Grillo”. Il tutto accompagnato da urla da stadio e ovazioni sperticate simili, appunto, alla tradizionale curva sud. E spiegava questo giuramento solenne con argomentazioni politiche, culturali e soprattutto programmatiche inoppugnabili ed indiscutibili. Passano alcune settimane e sappiamo com’andata a finire. Ogni commento è persin superfluo.

Adesso è la volta, per fermarsi alle ultime ore, del simpatico Calenda. Dunque, riepilogando per i non addetti ai lavori. Calenda ha giurato, come Zingaretti, che “mai e poi ancora mai” l’alleanza con i 5 stelle. E, ha aggiunto per rafforzare e ridicolizzare un po’ la tesi, “mai e poi ancora mai con la Meloni”. Applausi scroscianti e ripetuti. Dopodiché, nella stessa assemblea, interviene il capo del Partito democratico che, dando per scontato e siglato l’accordo con il partito di Calenda, dice tranquillamente che “vinceremo insieme le elezioni del 2023”. Applausi scroscianti e ripetuti dalla platea. C’è solo un piccolo particolare, un dettaglio si potrebbe dire in gergo. Il partito di Letta individua proprio nei 5 stelle un alleato “strategico” e decisivo ed organico per battere la cosiddetta destra. Semprechè, come dice, auspica e sostiene il guru del Pd romano Goffredo Bettini, il Pd non faccia poi l’alleanza politica ed organica con la Lega per la prossima legislatura.

Ora, per evitare di continuare ad infilarsi in questi meandri che ti portano ad una sorta di vicolo cieco – o meglio, alla solita pratica trasformistica ed opportunistica ormai collaudatissima nella politica italiana – non resta che una banale e persin scontata conclusione. E cioè, tutto quello che si è detto alla convention di Calenda a Roma in materia di alleanze appartiene al cosiddetto cabaret della politica. Tutto è possibile e tutto, puntualmente, può essere smentito e rinnegato nell’arco di poche settimane o di pochi giorni. L’unica cosa certa è che quel “mai” appartiene già al passato. Ovvero, all’armamentario più o meno comico della politica italiana. Perchè, a differenza degli altri appuntamenti politici, questa volta il solenne giuramento è già stato smentito addirittura nello stesso convegno.

Ecco perchè, morale della favola, chi pensa oggi di costruire un “centro” politico in quanto portatore di una “politica di centro” riformista, democratica, plurale e di governo, non può più farsi incantare dalle sirene trasformistiche ed opportunistiche. Ma, almeno su questo versante, Calenda è stato chiaro e coerente. Dicendo nei giorni scorsi che “il centro gli fa schifo” e quindi, e di conseguenza, per lui sono schifosi chi coltiva e chi pratica una “politica di centro”, questo spazio politico molto auspicato e molto gettonato richiede ed invoca una rinnovata rappresentanza politica, culturale, programmatica ed organizzativa. Un vuoto che in questi ultimi mesi sta trovando, finalmente, una adeguata rappresentanza politica.

Però, almeno su un aspetto, occorrerà essere chiari: e cioè, aboliamo l’avverbio “mai” quando parliamo di alleanze. Perchè anche il più spregiudicato trasformismo deve avere un limite dettato dal buon senso. Almeno adesso che il populismo sta volgendo lentamente, ma irreversibilmente, al suo capolinea.

Il Dizionario sociale di Dossetti: da Abdicazione ad Affitto rustico.

Ogni giorno – il primo è questo – la pubblicazione di alcune voci del Dizionario, promosso da Giuseppe Dossetti nel 1946, con l’attribuzione dell’autore per esteso (essendo invece nell’originale in sigla).

ABDICAZIONE. Rinunzia del sovrano alle funzioni di capo dello Stato con decisione almeno apparentemente spontanea, perchè in caso contrario si deve parlare di deposizione. La rinunzia di un capo di repubblica si indica con il termine dimissione. (Francesco Genca)

ACCION POPULAR. Partito politico a ispirazione cristiana fondato nel 1931 in Spagna con la trasformazione dell’Accion National; promosso dall’Associazione nazionale propagandisti cattolici, fu diretto da Gil Robles. Si sciolse nell’apriie 1937. (Romero Ledesma, sac.)

A.C.L.I. (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani), costituite nell’agosto 1944. Hanno lo scopo di educare alla franca e pratica professionemdella fede nella vita sociale e di preparare i lavoratori cattoici a partecipare consapevolmente, nel sindacato unitario, recandovi l’apporto della spiritualità e delle opere cristiane. Non sono organismi sindacali; la loro azione è di preparazione e di affiancamento alla vita sindacale. Sono indipendenti da ogni partito politico ed autonome rispetto all’Azione Cattolica, benchè sorte sotto i suoi auspici. Le A.C.L.I. hanno anche compiti ricreativi e di assistenza sociale. Per quest’ultimo ramo di attività è stato costituito il Patronato A.C.L.I. per i servizi sociali dei lavoratori. (Vittorino Veronesi) 

ACQUADERNI, v. Gioventù di A. C. 

ADLER VITTORIO (1852-1918). Padre di Federico (promotore della cosidetta Internazionale intermedia tra la Il e la III), fondò il partito socialdemocratico austriaco. (Francesco Genga)

AFFITTO MISTO, -v. Colonìa parziaria

AFFITTO RUSTICO. Contratto agrario, con il quale un conduttore (affittuario, fittavolo) si fa concedere da un terzo (proprietario) in genere per più anni l’uso di un determinato fondo, dietro corresponsione di un prestabilito compenso (canone) in denaro o misto (contanti e prodotti). Nell’agricoltura italiana si distinguono essenzialmente: la grande affittanza di tipo capitalistico (presente, in forme altamente intensive, nelle zone irrigue della pianura padana e, in forme estensive – cereali e pascolo – nelle zone latifondistiche dell’Agro romano, del Tavoliere di Puglia, della Sicilia); il piccolo affitto contadino, diffusissimo nella pianura asciutta piemontese, in quella veneta e nei territori del Mezzogiorno. (Dario Perini, prof.)

L’Europa di Stefan Zweig. Nostalgia e rimpianto ne «Il mondo di ieri». Lo scrittore “cosmopolita” moriva il 22 febbraio 1942.

Riproponiamo per gentile concessione l’articolo pubblicato sull’Osservatore Romano nell’edizione del 20 febbraio. Nella mente di Zweig, ricorda l’autore dell’articolo, fu sempre vivo l’ammonimento di Freud: «Non esiste una verità al cento per cento, così come non esiste l’alcol al cento per cento».

Gabriele Nicolò

Incarna una delle testimonianze più penetranti e appassionanti della storia della prima metà del ventesimo secolo Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo di Stefan Zweig. Nella sua opera si specchia l’Europa di inizio Novecento, ovvero il mondo in cui Zweig (moriva il 22 febbraio di ottant’anni fa) è cresciuto, ha raccolto i primi consensi come scrittore e ha sviluppato, in un vertiginoso crescendo, l’amore per la lettura e per i viaggi (il suo itinerario esistenziale fa tappe fondamentali a Vienna, a Berlino, a Parigi e a Londra).

In questo scenario, intessuto di nobili aspirazioni e nutrito di solide istanze etiche, Zweig strinse amicizia con eminenti personalità dell’epoca, tra le quali, Rilke e Freud, nel segno di un cenacolo di menti eccelse accomunate da una mai appagata sete di conoscenza. Questo mondo “dorato”, tuttavia, venne presto minato, quindi sconvolto e poi spazzato via dallo scoppio della Grande guerra, dal crollo delle monarchie storiche, dalla crisi delle ideologie e, infine, dalla bieca affermazione del nazismo. Nell’impietoso solco che venne a crearsi tra «il mondo di oggi» e «il mondo di ieri» si sciolgono, in una toccante sintesi, nostalgie e rimpianti: nel richiamarli, attraverso l’atto della scrittura, Zweig non cede mai a una sdolcinata retorica. Si impone, al contrario, un potente lirismo, che conferisce all’opera una cifra stilistica tale che la prosa, vigile e robusta, si traduce in delicata poesia.

Come afferma lo stesso Zweig, in quest’opera egli non racconta solo il suo destino, ma quello di un’intera generazione, «costretta a vivere eventi più gravi di quanti forse ne siano toccati a qualsiasi altra nel corso della storia». Fra tutti, comunque, lo scrittore può attribuirsi un “privilegio”: come austriaco, ebreo, umanista e pacifista, si è sempre trovato «nel luogo esatto in cui i moti tellurici, che hanno scosso senza tregua la nostra terra d’Europa, si sono manifestati con maggiore violenza». Ma Zweig non intende lamentarsi. Del resto, acutamente osserva, «chi è senza patria scopre una nuova idea di libertà e soltanto a chi è privo di legami è consentito di non avere più riguardi per nulla». E aggiunge: «Sono stato divelto come a pochi altri uomini è capitato non solo da ogni radice ma perfino dalla terra che a queste radici dava sostentamento».

Per riassumere l’epoca che precedette la prima guerra mondiale Zweig usa la formula: «l’età d’oro della sicurezza». Spiega infatti che «tutto nella nostra quasi millenaria monarchia austriaca sembrava duraturo e lo Stato stesso appariva il sommo garante di questa ininterrotta solidità. Tutto era regolato da una qualche norma, misura o peso precisi». Non mancano rilievi, in tale rievocazione, che destano un sorriso. Evidenzia Zweig che nell’epoca della sicurezza chiunque aspirasse a fare carriera doveva in qualche modo «mascherarsi per apparire più anziano». I giornali reclamizzavano farmaci per accelerare la crescita dei baffi, i giovani medici, appena laureati, portavano lunghe barbe e, anche quando non ne avevano alcun bisogno, occhiali d’oro, solo per trasmettere nei loro primi pazienti l’impressione di una solida esperienza. Possiedono un fascino particolare le pagine dedicate a Rilke, da lui conosciuto a Parigi, «la città dell’eterna giovinezza». Rilke «si sottraeva a ogni rumore e brusio, anche a quello della fama, che è la somma di tutti i malintesi che si raccolgono intorno ad un grande nome». Rilke non amava dare appuntamenti, di conseguenza «lo si poteva incontrare solo per caso». E in questa sua peculiare capacità di vivere in una situazione remota stava «il suo più profondo mistero». Il tratto che maggiormente lo caratterizzava era il suo senso della perfezione e della simmetria, esemplificato non solo dai suoi versi, ma anche dal suo modo di vestire, umile ma dignitoso, e dai suoi gesti quotidiani. «Nulla lo disturbava di più dell’imperfezione».

A rompere gli equilibri di un’epoca vissuta nel segno di un edificante liberalismo fu quel colpo di pistola esploso a Sarajevo il 28 giugno 1914. «Quel colpo di pistola — scrive Zweig — avrebbe mandato in frantumi, in un istante, il mondo della sicurezza e della forza creatrice della ragione, quel mondo in cui eravamo cresciuti e nel quale ci sentivamo a casa». Dal giorno dopo crebbe nell’animo dello scrittore la determinazione a battersi contro la guerra. Il nemico da combattere lo aveva già individuato: ovvero «il finto eroismo che preferisce che siano gli altri a soffrire e a morire, il facile ottimismo dei profeti irresponsabili, di politici o militari che, promettendo spudoratamente la vittoria, prolungano il massacro».

Finita la Prima guerra mondiale, erano in molti a sperare in una nuova era di sicurezza e di crescita generale. In realtà, sottolinea Zweig, il conflitto non era mai finito. «Che inguaribili sciocchi!» esclama, sebbene, riconosce, che quella «fallace illusione» contribuì a regale un decennio (1923-1933) di lavoro e di speranza. Poi «un solo uomo» sarebbe venuto a dissolvere quella illusione, come pure avrebbe disintegrato quell’ideale che per lo scrittore rappresentava il fulcro della sua vita: l’unità intellettuale e culturale dell’Europa.

Eppure, evidenzia Zweig, «nonostante tutte le cose che Hitler mi ha tolto, nemmeno lui è riuscito a distruggere o a sottrarmi la soddisfazione di aver vissuto ancora per un decennio, secondo il mio volere e con la più assoluta libertà interiore, da cittadino europeo».

Al contempo Zweig non può che constatare che quando ebbe inizio «l’era di Hitler» fu costretto ad abbandonare la sua casa e a rinunciare alle «proprie cose», anche le più semplici, concepite come una presenza amica, al di là dell’aspetto materiale. Una rinuncia assai dolorosa, alla luce della consapevolezza che a dargli gioia è sempre stato il piacere di creare qualcosa, non la cosa creata in sé. «Pertanto non rimpiango — scrive — ciò che possedevo, perché se esiste un’arte che noi esiliati e perseguitati abbiamo dovuto imparare in questi tempi così ostili a ogni forma d’arte è quella di saper rinunciare a tutto ciò cui una volta guardavamo con orgoglio e con amore». A essere violato era il senso della propria identità che in quelle cose trovava continuo alimento.

Per sfuggire alla persecuzione Zweig dovette lasciare Vienna. «A Salisburgo — racconta — dove si trovava la casa in cui avevo lavorato per vent’anni, passai in treno senza nemmeno scendere alla stazione. Non guardai nemmeno fuori dal finestrino, dal quale avrei potuto scorgere la mia casa sulla cima della collina, con tutti i ricordi degli anni passati. Perché mai avrei dovuto farlo, sapendo che non ci avrei più abitato? Nell’instante in cui il treno valicò il confine, compresi, come il patriarca biblico Lot, che tutto quello che mi lasciavo alle spalle era cenere e polvere, un passato trasformato in una statua di sale amaro». Chiude il libro il ricordo dell’intenso incontro con Freud. Entrambi erano sempre stati accaniti ricercatori della verità e, al contempo, «vittime sofferenti» quando essa, per motivi speciosi e implausibili, veniva negata e calpestata. Ma, indelebile, è rimasto nella mente di Zweig l’ammonimento che il fondatore della psicoanalisi gli consegnò: «Non esiste una verità al cento per cento, così come non esiste l’alcol al cento per cento».

Dialoghi sulla morfologia delle fonti: Emergenza-Incertezza-Mutamento-Istituzione.

Un incontro promosso in ambito Università Cattolica. Leggere con lenti pluridisciplinari i processi di cambiamento politico, economico e sociale in corso: un’iniziativa di interesse generale e non solo per addetti ai lavori.

Si terrà martedì 22 febbraio, dalle 16 alle 18.30, un incontro interno al ciclo dei “Dialoghi sulla morfologia della fonti”, coordinato dai proff. Giovanni Bombelli e Michele Massa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Paolo Heritier dell’Università del Piemonte Orientale. 

Sono quattro le parole che fanno da sottotitolo all’iniziativa: “Emergenza – incertezza – mutamento – istituzione”. Forse risuonando in questa sequenza concettuale qualche eco alberoniana, quello dei promotori pare un invito a percorrerla alla ricerca delle trasformazioni che la pandemia, rompendo equilibri già fragili, ha innescato a tutti i livelli, ivi compreso quello della regolazione giuridica. Un percorso di riflessione grazie al quale leggere con lenti pluridisciplinari i processi di cambiamento politico, economico e sociale in corso e orientarvisi con maggiore consapevolezza e capacità di incidervi: un’iniziativa, dunque, di interesse generale e non solo per addetti ai lavori.

Il primo incontro, che si concentrerà sul concetto di partenza (l’emergenza), vedrà la partecipazione di tre studiosi delle scienze sociali e giuridiche: Maria Rosaria Ferrarese, ordinario di sociologia del diritto nell’Università di Cagliari, Mauro Magatti, ordinario di sociologia generale nell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e Renato Balduzzi, ordinario di diritto costituzionale nel medesimo Ateneo.

Alleghiamo il programma dell’incontro, nel quale sono indicate anche le modalità per seguire da remoto il seminario.

Rileggiamo il “Dizionario sociale” (1946) voluto da Giuseppe Dossetti per formare i militanti della Dc.

Iniziamo con la “Prefazione” a ripubblicare i contenuti di questo volumetto, a dir poco storico, curato dall’allora dirigente dell’Ufficio Stampa e Propaganda della Dc. Ogni giorno pubblicheremo un gruppo di quelle voci che “egregi amici”, come li definisce Dossetti, “[avevano] accettato graziosamente di svolgere”. La sigla apposta alla fine di ogni voce ci permette di risalire al singolo autore, sicché ne forniremo le generalità, contrariamente a quanto deciso all’epoca dal curatore, per venire incontro alla prevedibile curiosità dei lettori.

La Segreteria Spes fin dalla sua costituzione nell’ottobre 1945 pose tra i suoi obiettivi quello di preparare nel più breve tempo possibile anche una piccola Enciclopedia, capace di rispondere in breve alle più usuali domande intorno ad uomini, fatti e date che possono sorgere nell’animo di chi si occupa di azione politica. A meno di sei mesi dalla formulazione del proposito posso presentare un altro frutto del nostro lavoro in aiuto alla preparazione ed alla attività del propagandista. Nel presentarlo debbo ringraziare i più che sessanta egregi amici che hanno accettato graziosamente di svolgere le voci.

Il Dizionario sociale non risponde a tutte le domande che possono passare per il capo della gente, ma orienta e dice l’essenziale intorno a quasi mille interrogativi. 

In enciclopedie della piccola mole da noi adottata né si indica il compilatore della voce, né si dànno indicazioni bibliografìche. Il nostro Dizionario sociale è innovatore anche da questo punto di vista perché d’ogni voce indica con iniziali il compilatore e per le voci più importanti dà anche una o due opere cui ricorrere per approfondimento. 

La materia alfrontata è grosso modo quella politica, ma in senso largo, abbracciando così la religione, la morale, la filosofia, la storia, l’economia, la geografia, nelle connessioni che per dati, uomini, cose, teorie hanno con la politica. E pur rispettando la massima obiettività, non si è dimenticato mai che il Dizionario sociale è pubblicato per propagandisti della Democrazia Cristiana. 

Moltissime voci mancano, ma in poco più di centocinquanta pagine di più non era possibile farne entrare. Ad altre fonti ricorrerà il propagandista bisognoso d’ulteriori notizie. Il Dizionario sociale è uno strumento di “pronto soccorso”, ad esso non abbiamo voluto dare altra missione e nessuno quindi gli richieda di più. 

Roma, aprile 1946. 

Il Vice Segretario 

Giuseppe Dossetti 

 

“Il Domani d’Italia” ringrazia Pierluigi Castagnetti, segretario nazionale del Partito Popolare Italiano – attualmente non operante ma ancora esistente – per aver concesso l’autorizzazione a riproporre online il Dizionario sociale, parte integrante del cospicuo patrimonio librario e documentale conferito all’Istituto Sturzo dal “nuovo” PPI, nato nel 1994 come erede morale della Dc.

 

L’identità è una menzogna, dice Appiah, ma si presenta come qualcosa che ci lega ad altri esseri umani. 

Riproponiamo per gentile concessione la parte conclusiva del lungo articolo pubblicato su “Notes et Documents” (n. 47/48), rivista dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain. Il titolo originale è “Il discorso politico sull’identità. Perché non si deve semplificare quando si parla di identità”.

Domenico Melidoro 

[…] abbiamo cercato di mostrare come le semplificazioni in materia di identità socio-politica possano produrre dei fenomeni preoccupanti sia in politica interna sia nello scenario internazionale. Il populismo, nel descrivere l’opposizione tra popolo e élite fa ricorso a delle semplificazioni tipiche dell’essenzialismo in materia di identità. Una strategia analoga è praticata, anche se in un contesto molto differente, dai sostenitori della lettura del nuovo ordine globale in termini di scontro fra civiltà. Dunque, le semplificazioni sull’identità non sono soltanto cattiva filosofia. 

Non si tratta, in altri termini, di faccende che interessano quei pochi che si occupano professionalmente di questioni filosofiche. Si tratta invece di fenomeni politici che comportano rischi concreti per la stabilità e la pace del mondo contemporaneo. Dopotutto, anche il fanatismo può essere ricondotto alle semplificazioni di cui abbiamo parlato in queste pagine. Come scrive Amos Oz, «conformismo e uniformità, il bisogno di appartenere e il desiderio che tutti gli altri appartengano sono tra le forme più diffuse, benché non pericolose, di fanatismo». Anche il fanatismo, di qualsiasi orientamento religioso o spirituale, si nutre di semplificazioni. Il fanatico ha bisogno di rappresentarsi il mondo sociale in modo estremamente schematico, senza sfumature. 

Nella visione del fanatico esistono da una parte i buoni (di cui egli fa parte) e dall’altra i cattivi (verso cui opera il suo istinto di redenzione). Il gruppo dei buoni è disposto a tutto, perfino a sacrificare la propria vita, pur di salvare gli altri. Questi gruppi, ci dice il fanatico coerentemente con l’essenzialismo, sono perfettamente distinguibili e hanno una identità comune molto forte che li lega in modo indissolubile. 

Come si reagisce a quanto detto finora? Bisogna abbandonare del tutto la nozione di identità? Dopotutto, secondo Appiah, dalle cui riflessioni abbiamo preso le mosse, l’identità è una menzogna. Una seria analisi filosofica mostra che spesso il concetto di identità non regge a un attento scrutinio, vale a dire che le pretese di ricondurre a unità le multiformi manifestazioni dell’identità umana sono destinate al fallimento. Eppure, di questa menzogna, gli esseri umani non possono fare a meno perché, sempre per riprendere Appiah, è una menzogna che ci lega ad altri esseri umani, e questi legami sono fondamentali per I’ autocomprensione umana e per cogliere il senso della realizzazione di una vita eticamente riuscita. 

Esiste un bisogno umano all’identificazione con altri esseri umani di cui non possiamo privarci. Rinunciare al concetto di identità, dunque, non è auspicabile né umanamente possibile. Sono però disponibili almeno due risorse per evitare che il discorso sull’identità incorra in semplificazioni che possono mettere in pericolo la perpetuazione di una vita associata pacifica e armoniosa. Ci riferiamo innanzitutto a una operazione filosofica di smascheramento delle semplificazioni in cui la riflessione sull’identità può incorrere. Una seria analisi deve aiutarci a decostruire significati acquisiti e mostrare, anche a livello empirico, che la realtà umana è contraddistinta da pluralismo, diversità e divenire, e che ogni forzata riduzione all’unità e alla omogeneità comporta la violazione dei diritti individuali su cui si reggono i nostn ordinamenti liberal-democratici. 

Inoltre, gli esseri dotati di immaginazione, cioè la capacità di immaginare l’altro come soggetto morale dotato di una irriducibile complessità. L immaginazione è, come si dice, la capacità di mettersi nei panri degli altri, di capire che gli altri hanno un modo diverso di vedere le cose. Questa capacità può dimostrarsi una risorsa molto utile nel reagire alle fallaci

del discorso sull’identità, smascherando le semplificazioni in cui i discorsi identitari finiscono per cadere. Le arti, ma soprattutto la letteratura, sono essenziali a tal proposito. Per dirla con le parole di David Grossman,

la letteratura suscita nel lettore lo stimolo a osservare un individuo, a cercare di capirlo, a studiare bene il suo lessico interiore, i suoi valori, i suoi errori, le sue paure, i suoi momenti di grandezza. La letteratura è l’inizio di una coscienza politica senza la quale sarebbe impossibile cambiare in meglio.

Prendere sul serio questo suggerimento significa sforzarsi di percepire la complessità della vita umana e contrapporsi a quegli atteggiamenti che, nel tentativo di semplificare, ci impediscono di cogliere alcuni aspetti essenziali dell’esperienza umana, in particolare la pluralità e la diversità.

Domenico Melidoro

Docente presso la Università LUISS Guido Carli di Roma. Componente del Comitato direttivo di Ethos.

 

Superare i pregiudizi antichi. Il retaggio democratico cristiano deve essere “riamalgamato” per il bene del Paese 

Mantenere le vecchie divisioni, oltre che anacronistico, si sta rivelando un atteggiamento stupido che, alla fine, produrrebbe del male solo a noi stessi e a quelle stesse classi medie e popolari orfane di una rappresentanza politica di centro seria e affidabile

Mi auguro che riesca il tentativo di invitare i diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in una sede come l’Istituto Sturzo, per discutere della loro possibile ricomposizione politica. Come ho scritto altre volte, sono anche convinto, però, che all’azione avviata dall’alto (top down) che deve sempre scontare le ambizioni di molti leader o presunti tali e le difficoltà che hanno caratterizzato la lunga stagione della diaspora post DC (1993-2022) si debba aggiungere quella dalla base (bottom up). L’iniziativa, cioè, che punti a ricomporre nelle diverse realtà territoriali l’avvicinamento di quegli stessi partiti, associazioni, movimenti e gruppi, a partire dalle elezioni amministrative che si terranno nella prossima primavera. 

Un’occasione non rinviabile per organizzare liste civiche di area popolare insieme a esponenti dell’area liberal democratica e riformista, alternative alla destra nazionalista e alla sinistra alla ricerca della propria identità. Per facilitare l’avvio di tale progetto in sede locale, la costituzione di comitati civico popolari di partecipazione democratica può risultare un efficace strumento, in assenza di partiti organizzati sul territorio secondo le forme del passato, per la selezione di una rinnovata classe dirigente da proporre nelle candidature delle liste elettorali.

Credo che, in ogni caso, sia indispensabile superare una serie di pregiudizi, alcuni dei quali, frutto delle antiche divisioni già vissute nella DC, al tempo dello scontro tra filo socialisti e filo comunisti. Il tempo del “preambolo” che segnò una fase importante della vita politica nazionale. Una divisione, tuttavia, che non ha più alcuna ragione di esistere nella nuova situazione nella quale i partiti del 1980 (Congresso DC del Febbraio di quell’anno) non esistono più e il tema odierno non è più quello della maggiore o minore distanza dal PCI, ma se e come affrontare l’alternativa a una destra nazionalista che si sta affermando quale primo partito secondo gli ultimi sondaggi. 

Mantenere, dunque, le vecchie divisioni, oltre che anacronistico, si sta rivelando un atteggiamento stupido che, alla fine, produrrebbe del male solo a noi stessi e a quelle stesse classi medie e popolari orfane di una rappresentanza politica di centro seria e affidabile. Come nella lunga storia nazionale è ben noto a noi DC che, quando viene meno la saldatura di interessi e di valori tra ceti medi e classi popolari, si apre un vuoto politico occupato o occupabile dalla destra e/o dall’uomo forte al comando. Nella crisi politico istituzionale del Paese, in questa  e nella passata legislatura, si è ricorso alla formula dei tecnici esterni non eletti alla guida del governo, sino alla leadership attuale di Mario Draghi del “governo delle larghe intese”, ma l’insufficienza e la debolezza di tale soluzione sta emergendo ogni giorno di più. Una debolezza tanto più grave considerando gli impegni derivanti all’Italia da ciò che essa ha assunto con il Next Generation UE e gli adempimenti conseguenti del PNRR.

Serve ricostruire un centro politico forte, risultante dalla collaborazione tra esponenti delle culture politiche che sono state alla base del patto costituzionale, tra le quali, essenziale è e sarà l’apporto di quella popolare. Devono, però, essere superati tra di noi i vecchi pregiudizi e le nostre distinzioni. Uniti nei valori di riferimento e nella volontà di tradurre nelle istituzioni gli orientamenti indicati dalle encicliche sociali della Chiesa e nell’attuazione integrale della Costituzione repubblicana, e affermata da tutti noi la scelta irreversibile dell’alternatività alla destra nazionalista e populista, non può essere agitata la discriminante dell’apertura apriori a sinistra come dirimente per la nostra ricomposizione. 

Ritengo questa premessa inopportuna sul piano tattico e insufficiente su quello strategico, tale da favorire soltanto la nostra divisione. Sarà sui contenuti di una piattaforma condivisa di programma e sulla volontà di attuare integralmente la Costituzione che, alla fine, insieme decideremo la scelta delle alleanze, tenendo anche presente la legge elettorale di cui disporremo e che ci auguriamo di tipo proporzionale. Ecco perché adesso è l’ora di ritrovarci a Roma e di impegnarci nel lavoro di base nelle periferie, per facilitare il progetto di ricomposizione politica utile per noi e per il nostro Paese.

 

La Fondazione per la cittadinanza festeggia i suoi vent’anni di attività. Il messaggio della Presidente Amiconi.

Riportiamo il testo della Presidente di FONDACA, Emma Amiconi. A breve, edito da Carocci, uscirà un libro della Fondazione dal titolo “La cittadinanza in Italia, una mappa”. 

A fine 2021 la nostra fondazione ha compiuto i suoi primi vent’anni di vita.

E così è cominciato il nostro terzo decennio di attività, che ci trova pieni di energia, di nuove idee e di tanti progetti che vorremmo riuscire a realizzare. Guardando indietro alla nostra storia non possiamo che essere consapevoli del tanto lavoro fatto, pur con tutti i nostri limiti, e allo stesso tempo essere soddisfatti e grati per le molteplici opportunità di approfondimento, elaborazione e accrescimento del patrimonio di conoscenza che abbiamo potuto attivare.

In particolare, grazie ai risultati del programma di ricerca teorica, empirica e applicata sulla cittadinanza democratica – al quale abbiamo dato il nome “Restaurare e reinventare la cittadinanza” – cominciato circa dieci anni fa, abbiamo realizzato una pubblicazione, dal titolo “La cittadinanza in Italia, una mappa”, che presto, nella primavera del 2022, sarà disponibile in libreria per i tipi di Carocci. Contribuire ad animare il dibattito pubblico in Italia e in Europa, utilizzando la cittadinanza come punto di osservazione delle trasformazioni in corso nella società, del resto, è il cuore della nostra mission.

Per festeggiare il nostro compleanno ci siamo regalati un nuovo logo ed abbiamo rinnovato il sito www.fondaca.org, da pochi giorni on line, che vi invitiamo a frequentare e visitare: non ancora completo in tutte le sue parti, ma con informazioni, aggiornamenti e spunti che ci fa piacere condividere con chi ci ha conosciuto e ci conoscerà.  Mandateci il vostro feedback e le vostre considerazioni in proposito.

Emma Amiconi si occupa delle nuove forme della cittadinanza, di attivismo civico e processi partecipativi. È inoltre impegnata nel supporto a programmi pubblici connessi alle politiche europee di coesione sociale, economica e territoriale. È presidente di FONDACA.

 

Per saperne di più

https://www.fondaca.org/index.php/it/

 

 

 

Lo strappo sullo Ius Soli è un investimento strategico. Lepore a Bologna rompe gli indugi. L’approvazione di Rete Bianca.

Pubblichiamo integralmente l’intervento, ripreso ieri dal “Resto del Carlino” (edizione di Bologna), sulla proposta avanzata dal Sindaco Lepore e finalizzata a riconoscere la cittadinanza onoraria a tutti i minori stabilmente residenti sulla base dei principi di Ius soli e Ius culturae. L’autore è il coordinatore regionale emiliano-romagnolo di Rete Bianca.

L’amministrazione Lepore ha intenzione di procedere speditamente sul riconoscimento della cittadinanza onoraria ai minori di origine straniera stabilmente residenti secondo il principio dello Ius Soli e dello Ius Culturae.

Ebbene, come Rete Bianca crediamo che questa azione decisa, non solo fortemente simbolica, ma anche per certi versi sostanziale per la vita quotidiana dei destinatari della stessa, sia da salutare con soddisfazione e da supportare convintamente.

Due sono i principali pregi che riconosciamo all’iniziativa.

Il primo, inerente alla questione specifica: riteniamo infatti che lo Ius Soli, ed ancor meglio lo Ius Culturae, siano un ineludibile strumento di consolidamento della vera, buona e completa integrazione e, di conseguenza, una misura fondamentale a tutela della coesione sociale. A tal proposito non trovano fondamento, a nostro avviso, le obiezioni basate sul solito “benaltrismo” e sollevate frettolosamente da qualche consigliere di minoranza: la rimozione delle gravi ed ingiuste disparità di tutela delle persone, infatti, e la conseguente promozione della coesione sociale, sono l’investimento politico più produttivo, ancorchè con effetti non immediatamente visibili, che deve essere base e priorità assoluta di ogni azione politica, in particolare di ogni politica locale.

Il secondo pregio è inerente al metodo: questo “strappo”, come l’ha definito ieri proprio questa testata, evidenzia quanto i Sindaci possano e debbano ricoprire un ruolo di vera e propria avanguardia politica anche su materie tipicamente regolamentate su scala nazionale, materie sulle quali da un pungolo proveniente dal territorio può scaturire la svolta decisiva a livello nazionale. I Sindaci ne hanno, invero, una responsabilità intrinseca nel proprio ruolo, essendo la loro l’istituzione più prossima al cittadino e ai suoi bisogni concreti e quotidiani, ma ci piace sottolinearlo proprio quando questo accade su temi socialmente strategici come quello in oggetto.

 

Nicola Caprioli

Coordinatore regionale Movimento Rete Bianca

L’app che sfida WhatsApp (ma più sicura) è italiana. Parla Santagata (Telsy). Intervista di “Formiche pop tech”.

Avere soluzioni di cui si ha il pieno controllo per garantire la sicurezza di dati e comunicazioni è fondamentale, spiega il manager che ha inaugurato una nuova strategia per la società del Gruppo Tim. La via indicata dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e dal Pnrr. E annuncia un’app di messaggistica tipo WhatsApp e Signal ma più sicura.

Gabriele Carrer

Noi, gli italiani, “siamo dipendenti tecnologicamente in tutto e per tutto” e questa “dipendenza tecnologica non aiuta la sicurezza. Laddove uno ha competenze tecnologiche proprie che controlla, allora controlla meglio la sicurezza”. Parole nette, quelle pronunciate da Nunzia Ciardi, vicedirettore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, al convegno sulle “Nuove minacce criminali” recentemente organizzato dall’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Considerato che l’Agenzia diretta da Roberto Baldoni è nata con l’obiettivo di innalzare il livello di resilienza informatica dell’Italia, queste dichiarazioni possono suonare in diversi modi. Come un avvertimento. Ma anche come un invito rivolto alle aziende tecnologiche dell’Italia, un Paese la cui sicurezza è legata a tecnologie sviluppate e gestite altrove, spesso fuori dai confini dell’Unione europea, con gli ormai noti rischi legati al controllo delle reti e dei dati.

Essere un’azienda con tecnologie proprie – non una, ma più d’una – davanti a un mondo che adotta il più delle volte prodotti esteri è l’obiettivo di Telsy, società del Gruppo Tim che opera nel campo della sicurezza delle comunicazioni e della cybersecurity e su cui il governo può esercitare il golden power.

“L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e l’ampia fetta del Pnrr dedicata al digitale confermano l’importanza di avere anche in Italia soluzioni di cui si ha il pieno controllo per garantire la sicurezza dei dati e delle comunicazioni”, spiega Eugenio Santagata, amministratore delegato di Telsy, a Decode39.com, spin-off di Formiche.net. Proprio questi elementi spingono il manager a una considerazione ottimistica sul futuro del nostro Paese: “Nei prossimi 2-4 anni il panorama della sicurezza digitale sarà molto diverso, con più operatori in coopetition tra loro”. E Telsy? “Sarà un attore di medio-grandi dimensioni”.

La svolta per la società è arrivata nel 2021, racconta Santagata, giunto a Telsy lo scorso aprile. Formatosi alla Scuola militare Nunziatella di Napoli e successivamente all’Accademia militare di Modena, Santagata ha un lungo trascorso operativo e una solida esperienza internazionale nell’industria high tech fino a fondare e creare Cy4gate, oggi leader nel campo della cyber-intelligence.

Al centro della strategia dell’azienda, forte di un contesto normativo e governativo che garantisce un altissimo livello di innovazione e qualità, “ci sono due elementi: la sicurezza dei sistemi di informazione e crittografia (Infosec), per proteggere i dati e le informazioni in tutte le loro forme, oltre all’integrità delle comunicazioni (Comsec), in grado di prevenire l’accesso non autorizzato ai dati. Fattori, questi, che in Telsy si integrano perfettamente”, spiega Santagata. A questi si aggiungono altrettanti ingredienti: “da una parte, prodotti e soluzioni proprietarie sviluppati con competenze italiane; dall’altra, una forte sinergia con le altre aziende del Gruppo TIM, a partire da Olivetti e Noovle, per la sfida cruciale del cloud. Una collaborazione che garantisce apertura sul mercato e allo stesso tempo un forte posizionamento distintivo”, continua l’amministratore delegato.

“I numeri parlano chiaro: nel 2021 il volume d’affari è cresciuto del 45%, anche grazie a soluzioni di interesse per il mercato civile”, spiega il manager. Ma la vera sfida in Italia sono le piccole e medie imprese, dove “occorre innalzare il livello di consapevolezza dei rischi associati all’esposizione di informazioni e comunicazioni”. L’auspicio è che il Pnrr serva come volano economico ma anche per un cambio di mentalità.

La strategia di crescita di Telsy inizia “dall’Italia, il cui mercato della cybersecurity supera i 2 miliardi di euro l’anno. Ma non si ferma qui”, continua Santagata. C’è, infatti, “un mercato di sicurezza internazionale, soprattutto di tipo governativo, a cui l’azienda sta guardando”, aggiunge. Poi, come detto, ci sono le soluzioni di interesse sia militare che civile (dual-use), che vanno dall’analisi preventiva e contestuale dei rischi (threat intelligence), alla gestione e al monitoraggio degli scenari di rischio (incident response team e monitoring), fino all’adozione di strumenti di analisi e controllo aperti e collaborativi (open source intelligence e decision intelligence).

 

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https://formiche.net/2022/02/intervista-eugenio-santagata-ad-telsy/

Uguaglianza: il concetto nell’opera dei Costituenti, lo sviluppo pratico nel percorso della Repubblica. Un libro, appena edito da Feltrinelli, di Ernesto Maria Ruffini.

La prefazione è a firma del Presidente della Repubblica. «Gli sono grato di questo regalo — ha dichiarato Ruffini —. Non avrei immaginato che, all’uscita del libro, il presidente sarebbe stato ancora Sergio Mattarella. Ma, soprattutto, evidentemente, non lo immaginava lui».

Come ha preso forma l’idea di uguaglianza nella nostra Costituzione e poi nella nostra vita repubblicana? Ernesto Maria Ruffini racconta la grande storia di un’utopia, nata dai sogni, dalle speranze e dalle aspettative degli italiani alla fine della Seconda guerra mondiale, nei giorni della Liberazione e della stagione straordinaria durante la quale furono poste le basi del nostro vivere insieme. 

Il risultato raggiunto in Assemblea costituente, scrive Ruffini, “non fu altro che la testimonianza del reciproco rispetto delle diverse idee di ciascun Costituente e, in ultima analisi, di ciascun cittadino. Perché anche nella possibilità di esprimere le nostre idee dobbiamo riconoscere di essere tutti uguali”. 

Accanto a quella pagina fondamentale, come in uno specchio del tempo che ci restituisce l’immagine dell’Italia in divenire, questo libro ripercorre anche le principali discussioni parlamentari che hanno accompagnato le leggi più significative della storia repubblicana dal 1948 ai nostri giorni. Quelle che hanno segnato l’avanzamento nel percorso di attuazione concreta dell’uguaglianza nel Paese e quelle che, invece, hanno rappresentato un rallentamento o un passo indietro rispetto alle conquiste che erano state raggiunte. 

Dopo quasi tre quarti di secolo di vita repubblicana, possiamo fermarci a osservare la realtà presente per chiederci quanto di essa corrisponda alla visione emersa durante la stagione costituente. Sarà così possibile riconoscere un percorso che non si esaurisce nelle leggi approvate dal Parlamento, ma che deve proseguire ogni giorno, soprattutto attraverso l’attività di coloro che prestano servizio nella pubblica amministrazione. 

È a loro “che il cittadino guarda quando si rivolge allo Stato”, perché il loro lavoro dà concretezza al principio di uguaglianza.

[Sinossi del libro a cura dell’editore]

Ernesto Maria Ruffini, Uguali per Costituzione. Storia di un’utopia incompiuta dal 1948 ad oggi, Feltrinelli 2022.

Sfiduciati, desiderosi di espatriare: i giovani turchi contro Erdogan.

Secondo la ricerca dell’ente tedesco Kas il 73% degli interpellati (fra 18 e 25 anni) vorrebbe espatriare avendone l’opportunità. Il 48% non nutri alcuna fiducia nel presidente. Scarsissima fiducia nei politici, nei partiti e nella stampa. Oltre il 90% favorevole alle relazioni prematrimoniali, l’80% per la parità fra sessi. 

AsiaNews

Pessimismo pensando al futuro, voglia di fuggire all’estero e profonda sfiducia nella leadership del Paese, anche e soprattutto nel presidente Recep Tayyip Erdogan. È il ritratto emerso dal “Rapporto 2021 sui giovani in Turchia”, pubblicato in questi giorni dagli esperti dell’istituto tedesco Konrad-Adenauer-Stiftung (Kas), fondato a Bonn nel 1955. Un quadro che solleva più di un allarme per la leadership di Ankara: circa il 73% dei rispondenti ha infatti dichiarato di voler vivere all’estero avendone l’opportunità; il 48% dice di “non avere alcuna fiducia” nel capo dello Stato da due decenni al potere.

Lo studio prende in esame dati sugli atteggiamenti, le opinioni, le aspettative, le preferenze e le composizioni di ragazzi e ragazze, che mostrano in linea generale una “prospettiva pessimistica” in un quadro di “insoddisfazione e frustrazione”. I rispondenti interpellati dal Kas hanno un’età fra i 18 e i 25 anni, circa sette milioni sul totale di oltre 84 milioni che costituiscono la popolazione complessiva del Paese; oltre 100 le domande, fatte in presenza a 3.243 giovani sparsi in 28 province. Fra i temi affrontati la politica locale e internazionale, attivismo e preferenze culturali, religiose e sociali. 

Per quanto riguarda la classe dirigente, il 48% afferma di non nutrire “alcuna fiducia” in Erdogan; sommati a quelli che “non credono” in lui, il dato sugli scontenti a vari livelli tocca quota 58,5%. Alla domanda sul leader politico preferito, il 20,1% (il dato più elevato) risponde “nessuno”; al secondo posto il presidente con il 16,8% delle preferenze. Inoltre, la grande maggioranza (80,4% dei rispondenti) critica le politiche governative in tema di rifugiati e chiede che siano cambiate e oltre la metà (56,8%) vuole che i profughi siriani siano rimpatriati. 

Per quanto riguarda il futuro, le previsioni inducono al pessimismo: il 62,8% degli interpellati dicono di non vedere “bene” la Turchia, mentre il 35,2% dice di essere “completamente sfiduciato” sulle prospettive della nazione. A destare preoccupazione l’economia, l’inflazione e la possibilità di realizzazione a livello personale. “Una maggioranza significativa, pari al 72,9%, per questo afferma di voler vivere in un altro Paese, avendone la possibilità”. Non vi è fiducia nei politici (solo 3,7%), nei partiti politici (4,4%) e giornalisti (6,9%), mentre gli scienziati (70,3%) e l’esercito (61,8%) godono di maggiore stima. Poca stima e consenso anche attorno alla presidenza (19,4%) e sistema giudiziario (11,9%). 

La stragrande maggioranza (80%) ritiene che donne e uomini siano uguali; per il 92,3%, le relazioni prematrimoniali – fra uomini e donne – sono un fatto normale, a conferma di una gioventù piuttosto liberale e aperta. La famiglia (96,6%) e gli amici (82,9%) sono le istituzioni e gli elementi più importanti per gli interpellati, nel novero di una società composta da giovani nazionalisti, che considerano simboli come la bandiera (89,7%), l’istituzione repubblicana (87,4%) e l’essere turco (71,6%) come elementi preponderanti. Essere musulmani per il 70,5% è molto importante, sebbene il dato relativo a quanti dicono di considerarsi devoti è pari al 29,8%, mentre quanti affermano di credere in Dio, ma non si considerano devoti sono il 56,9%. 

Ancora su tangentopoli e le sue conseguenze. Le ombre che gravano sulla “fase manettara” inducono a severità critica.

La lezione di tangentopoli è servita?Non siamo in grado di dare un giudizio definitivo. L’unica cosa che possiamo dire è che il “mistero” tangentopoli di quel biennio è ancora sul tavolo.

Sono stati versati fiumi di inchiostro e quintali di pubblicazioni su come è nata tangentopoli, come si è articolata concretamente nel biennio ‘92/94, sui “misteri” del suo inizio e della sua fine. Insomma, è inutile continuare ad indagare attorno ad un tema che ha squassato la politica italiana con una irruenza procedurale inaudita e con una rapidità impressionante. Elementi che, ad oggi, nessuno è ancora riuscito a dare però risposte convincenti e rassicuranti. Al di là delle opposte tifoserie che, come sempre, non fanno notizia nè contribuiscono a sciogliere nodi politici e giudiziari che erano e restano misteriosi, pieni di contraddizioni e di domande senza alcuna risposta.

Ma, al di là di questi misteri italiani che affondano le loro radici in una persistente difficoltà a trovare il bandolo della matassa anche perchè ai grandi interrogativi posti – a cominciare dalle ormai famose e celebri domande fatte da Bettino Craxi in quel memorabile intervento alla Camera dei Deputati nel lontano luglio del 1993 e che non trovò nessuno, dico nessuno, che osò dare risposte convincenti e pertinenti – e su cui anche la politica contemporanea continua a sbandare e a scivolare su altri particolari di quella storica ed irripetibile inchiesta, credo che almeno su due temi vale la pena richiamare l’attenzione dopo quella storica tangentopoli. Due soli elementi, tra i moltissimi che si potrebbero scegliere ma che restano centrali nel dibattito e nel sistema politico italiano.

Parlo, nello specifico, e tra i molti risvolti, della qualità della classe dirigente politica dopo tangentopoli e della credibilità e dell’autorevolezza dei partiti, e quindi della politica, dopo la furia giustizialista dei primi anni ‘90 e poi, come dicevo all’inizio, misteriosamente interrottasi dopo aver raso al suolo l’assetto e l’impalcatura della cosiddetta “prima repubblica”.

La classe dirigente dei partiti ha subito negli anni una profonda ed irreversibile dequalificazione. Una caduta di credibilità che è culminata infine con la stagione populista interpretata dal partito dei 5 stelle, su cui non vale la pena dispensare alcun commento….Insomma, azzerata e decapitata la prima repubblica, fatta da professionisti, da statisti e da leader politici, è subentrata la stagione dei dilettanti, degli improvvisati, della casualità e, per finire, dell’ideologia “dell’uno vale uno”. Sotto questo versante, quindi, l’eredità del post tangentopoli è stata semplicemente devastante.

Per quanto riguarda la credibilità e l’autorevolezza della politica, e in primo luogo dei partiti, ogni commento al riguardo è persin inutile, anzi platealmente inutile. Dai partiti organizzati, radicati nel territorio, espressione di una cultura politica, con una classe dirigente a livello nazionale e a livello locale degna di questo nome, siamo passati a gruppi dirigenti che scambiano la politica per un investimento personale, per una occupazione temporanea o come una esperienza da provare almeno una volta nella vita. Al punto che anche i peggiori giustizialisti – salvo i sostenitori e i fautori del celebre slogan “più manette per tutti” – e i maggiori detrattori dei partiti della prima repubblica, non perdono occasione per rimpiangere “quella” classe dirigente fatta da statisti e da leader politici che oggi possiamo solo più ascoltare nelle teche della Rai e nei servizi e nei documentari su quando la politica aveva un senso, un ruolo e una funzione precisa nella società. Anche su questo versante, quindi, l’eredità del post tangentopoli ha lasciato molto a desiderare.

Ma non si può chiudere questa breve e stringata riflessione di tangenopoli sulla cosiddetta “questione morale”. Cioè sulla contrapposizione che era dominante su quasi tutti gli organi di informazione in quel violento biennio storico. E cioè, la guerra aperta tra le “guardie” e i “ladri”. Ora, è giudizio comune che la corruzione non è affatto scomparsa nella società italiana. Certo, non è più legata direttamente al finanziamento illegale dei partiti per la semplice ragione che i partiti non ci sono più nel nostro paese. Sono stati sostituiti dai cartelli elettorali, dai partiti del capo e da movimenti guidati da guru e santoni. Nulla a che vedere, quindi, con i partiti politici democratici, collegiali, radicati nel territorio, espressivi di culture politiche e guidati da classi dirigenti autorevoli e qualificate. 

Eppure la corruzione, per bocca degli esperti del settore, non è affatto scomparsa. Anzi, pare addirittura che si è rafforzata. Con una versione modernizzata, più raffinata e soprattutto più sofisticata. E quindi, anche su questo versante, la lezione di tangentopoli è servita? Ognuno può esprimere la sua opinione al riguardo, come ovvio e scontato. A noi non resta che una conclusione, triste e sconsolata. Non solo è come prima, forse è peggio di prima, come disse in una celebre battuta il compianto Procuratore Borelli. Noi non siamo in grado di dare un giudizio definitivo. L’unica cosa che possiamo dire è che il “mistero” tangentopoli di quel biennio è ancora sul tavolo. Speriamo che, prima o poi, il mistero diventi un fatto trasparente e noto a tutti i cittadini e anche a tutte le rispettive tifoserie.

Quel rancoroso giudizio sociale. Stiamo perdendo la mitezza del pensiero e, inavvertitamente, il desiderio della speranza. 

Ognuno ha la sua croce, ma siamo tendenzialmente portati a caricarla sulle spalle degli altri. Chi si esprime con fervore radica convincimenti opposti in chi è costretto ad ascoltare. Ma perché siamo sempre così rancorosi e cattivi?

In questa Italia di veline e demagoghi, di influencer e affabulatori, di indovini e sapientoni sembra proprio che tutti abbiano sempre qualcosa da dire. L’esternazione di opinioni e sentenze a buon mercato è ormai diventata uno sport nazionale praticato in modo del tutto trasversale: tra incapienti ed evasori, caste e tesoretti, trame e raggiri, nefandezze e delitti, gli argomenti per discussioni e commenti ci rendono tutti pervasi da un sacro furore giustizialista, rivelando in molti una insospettata e diffusa vocazione a ricoprire il ruolo del pubblico ministero. La lunga pandemia è stata una ghiotta occasione per sparate e discussioni, molte sciocchezze a idiozie per un argomento serio che doveva far riflettere prima di aprir bocca.

Non sembra aver fatto proseliti l’invito del Duca Prospero ne “La tempesta” di Shakespeare, che nella riabilitazione successiva all’onta dell’esilio e della destituzione, invitava tutti ad essere più indulgenti nelle cose della vita. Ognuno, si sa, ha la sua croce ma perchè siamo tendenzialmente portati a caricarla sulle spalle degli altri? Chi si esprime con fervore radica convincimenti opposti in chi è costretto ad ascoltare. Persino nelle valutazioni delle vicende più dolorose della cronaca quotidiana non rinunciamo a cogliere spunti di presenzialismo e spettacolarizzazione: c’è sempre da puntare l’indice per stigmatizzare qualcosa, per esprimere indignazione e scandalo. C’è un limite al peggio?

Non si riesce più a tacere perchè la democrazia della comunicazione sociale ci rende protagonisti del commento e dell’esternazione. La prudenza del buon gusto e del buon senso non sembra certo ispirare le nostre gratuite valutazioni e si forma ogni giorno la coda per accettare nuove  iscrizioni al partito dei colpevolisti e a quello degli innocentisti, degli ortodossi, dei convertiti e dei negazionisti. Ognuno deve dire la sua: ma è vera giustizia quella che cerchiamo? Mai che un intervistato abbia l’umiltà di ammettere “non mi sento di commentare, non sono all’altezza”. Ma perché siamo sempre così rancorosi e cattivi? C’è forse così tanta differenza tra coloro che insultano il presunto colpevole e il destinatario di questo “dagli all’untore”? O forse c’è intercambiabilità dei ruoli visto che i mostri sono quelli della porta accanto e i “vicini da morire” spuntano dalle ombre della quotidiana normalità?

Anche la Tv – bisogna ammetterlo – fa la sua parte per fomentare questo crescente sentimento di curiosità morbosa e di giustizialismo “mordi e fuggi”: a parte l’oggettività della brutta notizia di cronaca c’è una vera e propria gara nel farne un prodotto di marketing. Via una l’altra, chiodo schiaccia chiodo. “È giusto vaccinare i bambini?”, “secondo voi il tale è colpevole o innocente?”, “ lo smart working  è una tutela per i fannulloni?”, “perché il  Covid continua a circolare?”, “la pandemia non esiste, è tutto un grande complotto?”..: mandate un SMS, la tecnologia vi aiuterà a liberare la vostra coscienza. 

E così inondiamo il web di post e di cattiverie, “nominiamo” i famosi, scegliamo le storie più commoventi, liberiamo palloncini al cielo: un bell’esempio di democrazia partecipativa. Anche i potenti non sfuggono: basta radunare un po’ di gente munita di cartelli e striscioni  e si può intentare un processo mediatico, le telecamere si sostituiscono alle prove, gli studi televisivi alle aule di tribunale. Giorno dopo giorno si alimenta un odio sociale crescente e pervasivo, che alza il tono delle voci, rende frettolosi e superficiali i giudizi e le valutazioni, semina invidia e diffidenza. E così il relativo diventa assoluto, il soggettivo oggettivo, l’opinione una certezza, il dubbio una condanna. In questo ondeggiare tra bene e male, tra polvere e altari, tra ghigliottine e nuove idolatrie si perde e si dissolve il dominio della capacità critica, la mitezza del pensiero, il sentimento della bontà e della comprensione, il desiderio della speranza.

Antonietta Giacomelli, cristiana tra due secoli. Una recente biografia ne mette in risalto il carattere profetico.

Una breve illustrazione del libro, edito da Gabrielli, che propone la conoscenza più diretta della scrittrice così vicina, agli inizi del Novecento, alle voci critiche del Modernismo.

Antonietta Giacomelli (Treviso, 1857 – Rovereto, 1949) è stata una protagonista del panorama culturale italiano a cavallo tra ottocento e novecento, impegnata nel campo sociale, educativo ed ecclesiale; fu soprattutto in quest’ultimo che profuse le sue migliori energie coniugando un’intensa attività divulgativa, una fervente vita di preghiera e un infaticabile impegno missionario.

In queste pagine, dopo un dettagliato profilo biografico, si sviluppa la dimensione ecclesiale della poliedrica attività della Giacomelli, soffermando l’attenzione sul carattere profetico di alcune sue intuizioni e sulle profonde affinità del suo pensiero con le principali istanze riformatrici della chiesa del tempo quali il movimento modernista, liturgico ed ecumenico. Un’attività che le procurò la riprovazione della curia di Pio X; le pur gravi punizioni che dovette subire – tra cui le condanne all’Indice dei suoi scritti e una temporanea privazione dei sacramenti – non riuscirono però a distoglierla dal suo impegno per un rinnovamento ecclesiale “in capite et in membris”.

La sua espressione «All’interno, ma non nel chiuso!» è forse la migliore sintesi del suo modo di essere e di sentirsi chiesa: una appartenenza critica e lucida, aperta e accogliente, ben distante dall’intolleranza e dall’integralismo tipici del cattolicesimo di quegli anni. Cristiana tra due secoli, Antonietta Giacomelli ha tanto da dire alla chiesa dei nostri tempi, nuovamente impegnata in un delicato e sofferto processo di riforma; in particolare, può rappresentare una figura di sicuro riferimento per quel laicato femminile che ancora attende il riconoscimento del suo ruolo ecclesiale.

Antonietta Giacomelli è la donna più forte che io abbia conosciuto, la più distaccata e la più ferma, la più umile e la più fiera, la più operosa e la più povera. Primo Mazzolari

Alcuni commenti

Gli scritti di Antonietta Giacomelli, così poco apprezzati dalle autorità del tempo, dovevano avviare alla comprensione della liturgia intere generazioni di credenti. Maurilio Guasco

Antonietta Giacomelli teorizzava il laicato cattolico come forza attiva e dinamica della vita della Chiesa, la difesa dell’universalità della salvezza al di fuori della Chiesa giuridica per gli uomini di buona volontà, la necessità dell’unità delle Chiese cristiane, la rivendicazione della libertà del credente di fronte al sacerdotalismo ecclesiastico. Lorenzo Bedeschi

Autore: Pietro Urciuoli (Avellino, 1964), è professo dell’Ordine Francescano Secolare e socio del Segretariato Attività Ecumeniche. Ha pubblicato Francesco d’Assisi. Giullare, non trovatore (Ed. Messaggero, Padova 2009) e (cur.) Ospitalità eucaristica: in cammino verso l’unità dei cristiani (Ed. Claudiana, Torino 2020). Laureato in Ingegneria e in Filosofia, esercita la professione di ingegnere presso un’autorità amministrativa indipendente.

Pietro Urcioli, Antonietta Giacomelli “all’interno, ma non nel chiuso”, Gabrielli Editore, 2022.

La fraternità non è un sogno impossibile. L’intervento di Mons. Nunzio Galantino su economia e finanza. 

Riproponiamo per gentile concessione l’articolo, pubblicato ieri dall’Osservatore Romano, del Presidente dell’Apsa. Parlare di sogno, e continuare a crederci, fa pendant con la considerazione di quanto sia doveroso aprire gli occhi sulla realtà attuale. «Far credere che bene comune e individualismo, possano facilmente convivere è l’inganno di questo virus». 

Adriana Masotti

Il presidente dell’Apsa, monsignor Nunzio Galantino, ha partecipato ieri pomeriggio, 16 febbraio, al convegno Sorella economia, promosso al Senato della Repubblica italiana dall’Ente nazionale per il Microcredito. Con un intervento dal titolo “La finanza può stare dalla parte degli ultimi? Il sogno e il disegno dell’enciclica Fratelli tutti”, il presule ha riproposto l’invito di Papa Francesco a un profondo cambiamento che coinvolga il mondo economico-finanziario nel segno della fraternità.

Se l’homo economicus, «sul modello del processo teorizzato da Adam Smith, ha preteso di liberare l’economia e la finanza da ogni riferimento di natura antropologica, filosofica ed etica», la Fratelli tutti, a cui fa riferimento monsignor Galantino, colloca il tema economico-finanziario all’interno di quel “nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale” che fa da sottotitolo all’enciclica, «punto di confluenza e sistematizzazione» del magistero di Francesco. Nella Fratelli tutti, afferma il presidente dell’Apsa, Francesco è sentinella e pontefice cioè costruttore di ponti: scruta la notte «perché nessuno venga sopraffatto dall’oscurità», ma insieme «spinge la modernità oltre se stessa, prospettando un sogno». Un sogno che, osserva, non è un’utopia, ma è «visione capace di orientare, di indicare una direzione di marcia». 

La concretezza del nostro mondo fa da sfondo al pensiero del Papa che entra in dialogo, osserva il relatore, con il principio alla base della modernità, il motto della Rivoluzione francese liberté, égalité, fraternité per evidenziare la cancellazione nei fatti «della fraternità dal lessico politico-economico». Ma senza una volontà politica di fraternità, si evidenza nell’enciclica, «la stessa libertà si restringe, risultando piuttosto una condizione di solitudine». Allo stesso modo, sottolinea monsignor Galantino, «l’uguaglianza senza la fraternità rimane un valore astratto». Il presidente dell’Apsa ricorda come la pandemia abbia spinto gli uomini a considerarsi «tutti sulla stessa barca» e bisognosi di aprirsi «al mondo», ma che apertura al mondo non significa, come viene intesa dall’economia e dalla finanza, «apertura agli interessi stranieri e alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi». Come fa notare l’enciclica, ciò «indebolisce la dimensione comunitaria della società umana» a vantaggio dei mercati e rende più fragile la stessa politica nei confronti dei «poteri economici transnazionali».

«Far credere che bene comune e individualismo, possano facilmente convivere è l’inganno di questo virus», afferma Galantino che sottolinea quanto la Fratelli tutti rappresenti «una forte e precisa critica al liberismo economico». Il presule fa notare che è «un apparato finanziario che non solo sta stremando l’ecosistema mondiale, ma toglie vita e respiro». Per il presidente dell’Apsa, l’enciclica va oltre la denuncia e, introducendo il principio della fratellanza, conferisce «una base antropologica, etica e spirituale a ogni processo di rinnovamento e di cambiamento». Il documento riconosce però — sottolinea ancora Galantino — che non sarà possibile alcun cambio di rotta se negli operatori della finanza, mancano quelle motivazioni interiori che danno senso all’agire. E si domanda: «quale habitus virtuoso curare e cucirsi addosso per dare volto alla fraternità nel mondo della finanza, spesso descritto come un mondo di squali?». L’indicazione di Papa Francesco, sulla scia di Benedetto XVI , è il recupero della virtù della fiducia anche in questo campo. La fiducia per il Papa, fa notare Galantino, è espressione della fraternità e prosegue: «Dalla fraternità nasce una nuova etica che, mentre impegna a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evita le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società», rendendo possibile gettare «le basi solide di una nuova architettura finanziaria internazionale». 

Alla politica spetta, sostiene inoltre Francesco, anche il compito di accompagnare e promuovere quei “piccoli semi” che possono far germogliare «un’economia equa e benefica». E questi semi sono tanti, afferma il presidente dell’Apsa, citando alcuni nuovi modelli economici che appianano le diseguaglianze sociali e mettono la persona al centro: «corporate social responsibility, fondazioni corporate, impact investing, imprese business sostenibili, fondi di investimento sostenibili, green economy, social impact bonds, gli accordi di credito cooperativo, il microcredito eccetera».

L’intervento di monsignor Galantino si chiude con l’invito a cogliere l’opportunità di cambiamento che questo particolare periodo storico offre. «Questa opportunità — sottolinea — non può nutrirsi solo di algoritmi, di previsioni, di leggi, necessita di un qualcosa che motivi e muova all’impegno». L’enciclica di Papa Francesco lo ricorda: pensare e operare come fratelli è possibile.

“La ricerca deve essere al centro della crescita dell’Italia”. L’intervento di Draghi ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso.

Il Presidente del Consiglio, nel suo intervento qui riprodotto integralmente, ha messo l’accento su questo concetto fondamentale: “La pandemia ha riproposto –  sono le sue parole – la centralità della scienza per le nostre vite e per la nostra società”.

È stata per me una grande emozione visitare i laboratori sotterranei e osservare da vicino gli esperimenti che vi rendono un punto di riferimento per la comunità scientifica mondiale. Quest’anno ricorre il 35esimo anniversario dall’inizio delle attività dei Laboratori del Gran Sasso – prova della lungimiranza degli investimenti in centri di ricerca e infrastrutture scientifiche, come ricordava il professor Parisi. La loro realizzazione, su iniziativa dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha permesso all’Italia di affermarsi nella fisica delle particelle elementari negli anni in cui emergeva questo campo. Da allora, il Gran Sasso ha contribuito – e continua a contribuire – a molte delle scoperte più rilevanti della nostra epoca nei campi della fisica subnucleare, nucleare e astroparticellare. 

È un luogo capace di attrarre menti brillanti dall’estero e di valorizzare i nostri talenti. Siete una delle grandi eccellenze del Paese. L’Italia è orgogliosa di voi. Sono particolarmente oggi felice di aver visitato i Laboratori con Giorgio Parisi, che ringrazio. In mezzo secolo di carriera, il Professor Parisi ha rappresentato le virtù della scienza: il genio della scoperta, la dedizione alla ricerca, la generosità verso gli allievi e verso la società. Il suo lavoro pionieristico ha aperto nuove vie nei campi della cromodinamica quantistica e dello studio dei sistemi disordinati complessi. Il Premio Nobel lo pone di diritto accanto ai grandi scienziati italiani, come Camillo Golgi, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Emilio Segrè, Giulio Natta, Renato Dulbecco, Carlo Rubbia, e Rita Levi-Montalcini, di cui quest’anno ricorrono i dieci anni dalla scomparsa. Testimonia la vivacità e la ricchezza del nostro mondo scientifico – e della fisica in particolare – che dobbiamo valorizzare più, molto di più, di quanto sia avvenuto in passato. La mia visita di oggi è servita a capire meglio quale sia il contributo che il Governo e le istituzioni possono dare al mondo della ricerca.

Vogliamo sostenervi e agevolare il vostro lavoro, e ovviamente senza ingerenze, almeno nel mio caso. Creare le condizioni economiche e culturali perché possiamo e possiate progettare e crescere. Facilitare le collaborazioni internazionali, di cui questi Laboratori sono un esempio virtuoso. E promuovere la cultura del merito, con la consapevolezza che i risultati possono non essere immediati. Perché, come ci ricorda il Professor Parisi, “il lavoro migliore di una vita di ricerca può saltare fuori per caso” e le sue applicazioni “apparire in campi assolutamente imprevisti”.

La ricerca deve essere al centro della crescita dell’Italia. Con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza investiamo oltre 30 miliardi in istruzione e ricerca. Finanziamo fino a 30 progetti per infrastrutture innovative di rilevanza europea. 
Nei prossimi 4 anni, destiniamo 6,9 miliardi di euro alla ricerca di base e applicata. A dicembre abbiamo pubblicato bandi, che si sono chiusi questa settimana, grazie Ministra, per un totale di circa 4,5 miliardi di euro.Finanzieranno cinque Centri Nazionali, gli Ecosistemi dell’Innovazione territoriali e le Infrastrutture di Ricerca e di Innovazione. Il nostro obiettivo è favorire il progresso scientifico e coinvolgere le nostre migliori competenze.

L’impegno del Governo – e a questo proposito voglio di nuovo ringraziare la Ministra Messa per il suo lavoro – è partire dai giovani ricercatori. Da molti voi, insomma.
Il numero di nuovi dottori di ricerca in Italia è calato del 40% in circa 10 anni, tra il 2008 e il 2019, ed è oggi tra i più bassi nell’Unione Europea. Per invertire questa tendenza, raddoppiamo il numero delle borse di dottorato, dalle attuali 8-9 mila l’anno a 20mila, e ne aumentiamo gli importi. Finanziamo circa 2.000 nuovi progetti di giovani ricercatori sul modello dei bandi europei. E riformiamo i dottorati di ricerca per valorizzare il titolo anche al di fuori della carriera accademica, e formare competenze di alto profilo nelle principali aree tecnologiche.

Realizzare il pieno potenziale della ricerca vuol dire puntare su chi è stato spesso ai margini di questo mondo, come ricordava prima la professoressa Votàno, le donne. Per troppo tempo le posizioni di vertice nella ricerca scientifica sono state appannaggio degli uomini. Oggi sono molte di più le ricercatrici italiane che si affermano ai massimi livelli. 
Penso a Lucia Votàno – che è qui con noi – la prima donna a dirigere i Laboratori del Gran Sasso. E a Fabìola Gianotti, come è stato appena detto, direttrice del CERN e coordinatrice del progetto che ha portato alla scoperta del bosone di Higgs. Un numero sempre maggiore di scienziate guida progetti che spingono in avanti le frontiere della ricerca. Questi Laboratori, dove otto su 14 responsabili di progetto sono donne, costituiscono un esempio per tutti.

Sono però ancora troppo poche le ragazze che scelgono studi scientifici. Tra le giovani immatricolate nelle università italiane, solo una su cinque sceglie le cosiddette materie “STEM” – scienza, tecnologia, ingegneria e matematica – la metà circa degli uomini.

Si tratta di diseguaglianze che partono da lontano, addirittura dall’infanzia. Lo ha ricordato nel 2010 un’altra grande scienziata, Margherita Hack, parlando dell’importanza di aver avuto genitori che non le avevano trasmesso comportamenti legati a stereotipi di genere, come anche lei ha detto poco fa. Per promuovere la partecipazione femminile al mondo delle scienze e della tecnologia dobbiamo intervenire lungo tutto l’arco dell’istruzione, dalla scuola all’università. Investiamo oltre un miliardo di euro per potenziare l’insegnamento delle materie STEM, anche con l’obiettivo di superare gli stereotipi di genere.

Come previsto dalla Strategia nazionale per la parità di genere, puntiamo a portare la percentuale di studentesse in discipline STEM almeno al 35% degli iscritti. Di questo tema si è discusso nella scorsa settimana, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza. Questo dibattito deve portare al più presto a risultati concreti. La pandemia ha riproposto la centralità della scienza per le nostre vite e per la nostra società. È il silenzioso lavoro dello scienziato a fare la differenza tra la morte e la vita, tra la disperazione e la speranza. Vale per lo sviluppo di vaccini e di medicinali, come per la lotta al cambiamento climatico. Senza ricerca non può esserci innovazione, e senza innovazione non può esserci progresso. Ma la Scienza non è soltanto una somma di scoperte. È soprattutto metodo. 


Ci ricorda che alla base di ogni dibattito, anche il più acceso, devono esserci evidenze affidabili e verificabili. E che chiunque abbia posizioni di responsabilità o la capacità di influenzare il dibattito pubblico deve distinguere tra i fatti e ciò che è soltanto opinione. Oggi, ci confrontiamo con pulsioni antiscientifiche, che puntano alla delegittimazione dei singoli scienziati o delle loro istituzioni. Dobbiamo difenderli e dobbiamo coltivare la cultura scientifica, promuoverne il ruolo centrale nella società. La società scientifica è rigore, entusiasmo, visione – a servizio della collettività e delle generazioni future. Per troppi anni, l’Italia non ha saputo accompagnare i suoi scienziati con la convinzione che meritano. Molti di loro sono partiti – e non per scelta – ma per costrizione. Troppo pochi sono arrivati a portare qui le loro competenze, la loro passione.

Colmare questi ritardi richiede coraggio, determinazione, ma – come ha ricordato oggi il Professor Parisi – soprattutto necessita di continuità. Tocca a noi tutti prenderci cura della scienza, come la scienza si è presa cura di noi.

Il Gruppo dei “Riformisti per davvero” lancia il Manifesto-Appello per la riforma elettorale in senso proporzionale.

Per iniziativa di alcuni intellettuali e studiosi vicini alla Fondazione Socialismo ed alla rivista Mondoperaio si è costituito nel corso dell’ultimo mese un Gruppo del tutto informale denominato “Riformisti per davvero”. Esso ha iniziato a confrontarsi sui maggiori temi politici del nostro tempo e ha elaborato una prima proposta di azione dedicata alla necessità e agli obietti di una riforma elettorale di tipo proporzionale da proporre e da far approvare dal Parlamento. Di seguito alleghiamo il testo con le firme dei proponenti.

L’elezione del Presidente della Repubblica ha messo a nudo un sistema che è ben lontano da quel bipolarismo che è stato vagheggiato come via alla nostra modernità politica. Siamo un paese frammentato, che se deve dividersi lungo una faglia bipolare finisce per cadere nella trappola della contrapposizione fra angeli e demoni, ovvero costruisce una cesura profonda che impedisce la legittimazione tanto del vincitore quanto del soccombente.

Il futuro non certo semplice che il nostro paese dovrà affrontare, e basterà avere riguardo al contesto sociale ed economico così come al panorama internazionale, richiede la costruzione di un sistema di rappresentanza che favorisca il reciproco riconoscimento delle componenti che formano il sistema politico nella sua complessità e la conseguente coesione del paese, pur nelle giuste dialettiche, impegnato in quella che da più parti è individuata come la seconda ricostruzione.

D’altra parte, una riforma del sistema elettorale è resa comunque urgente dal fatto che la riduzione dei membri della Camera (da 630 a 400) e del Senato (da 315 a 200), non solo produce un consistente effetto maggioritario, ma soprattutto lascia ampi territori e qualche piccola Regione senza rappresentanza. 

Per queste ragioni riteniamo che una legge elettorale di tipo proporzionale con soglia di sbarramento, oltre a correggere l’effetto maggioritario provocato dalla riduzione del numero dei rappresentanti, possa segnare il primo passo di un percorso di ristrutturazione del sistema dei partiti. 

Venute meno le speranze riposte nelle capacità trasformative del sistema di tipo maggioritario che presuppongono coesioni che al momento non sono disponibili, né che si vede come potrebbero essere costruite, sarà vantaggioso sottrarre il campo della competizione elettorale all’obbligo di creare artificialmente coalizioni assai poco omogenee e poco capaci di una solidale azione di governo. Del resto al momento non si vedono sulla scena personaggi con la forza per essere autentici federatori del loro campo, ma piuttosto primi attori in lotta fra loro per occupare le luci della ribalta.

Un sistema elettorale di tipo proporzionale, per esempio sul modello tedesco adattato alle nostre esigenze, consentirebbe alcuni risultati che libererebbero importanti energie sottraendo i cittadini alla scelta infausta fra l’accettare pedissequamente le scelte di candidati decisi per spartizione fra i capi della coalizione più vicina ai loro convincimenti e il rifugiarsi nell’astensione.

Una competizione molto aperta fra un numero contenuto di partiti (una significativa soglia di sbarramento è requisito necessario) li costringerebbe a valutare con attenzione la scelta delle candidature, perché l’elettore avrebbe la possibilità di orientarsi fra una pluralità di scelte. Ciò può significare che partiti meno legati ai ricatti del professionismo politico interno (incluso quello che finge di non esserlo) ricorreranno per competere con gli altri a candidature individuate nelle filiere di formazione delle classi dirigenti attive sul territorio portando ad una virtuosa apertura che colmi il solco fra la società civile e le oligarchie formatesi per partenogenesi. E ciò costringerà tutti a scendere su quel terreno se non vogliono essere abbandonati da una società che ha mostrato molta libertà nell’orientarsi a prescindere da antiche appartenenze ormai obsolete.

Non si tratta di esprimere una sfiducia qualunquistica verso le attuali classi politiche, ma di riconoscere che si sono in gran parte disseccati i canali di circolazione fra i corpi sociali intermedi e le pur inevitabili oligarchie politiche, che così finiscono per essere realtà chiuse anziché sedi in cui fluisce la vita sociale e politica come fu nei partiti storici nella loro fase migliore, e dunque aperte al ricambio e al confronto con lo svolgersi della storia.

Un sistema elettorale proporzionale favorisce poi il negoziato per la formazione del governo, che non significa per forza accordo sottobanco, compromesso al ribasso, e può invece tradursi in accordi di coalizione che, come insegna l’esempio tedesco, individuano in maniera compiuta gli obiettivi e le procedure per raggiungerli evitando poi continue tensioni e colpi di mano nel procedere del lavoro dell’esecutivo.

Per tutte le ragioni esposte, noi riteniamo che sia auspicabile l’apertura di un ampio confronto, scevro il più possibile di ideologismi, demagogie e furbizie tattiche, con il quale si giunga a dare al nostro Paese una buona legge elettorale di tipo proporzionale che rivitalizzi il circuito della rappresentanza politica e consenta quella operosa vita delle istituzioni democratiche così come venne progettata con grande spirito ricostruttivo dai nostri Padri Costituenti.

Gennaro Acquaviva

Nicola Antonetti

Luigi Bobba

Carlo Borgomeo

Fulvio Cammarano

Marco Cammelli

Luigi Capogrossi

Piero Craveri

Vito Gamberale 

Antonella Marsala

Oreste Massari

Mario Patrono

Luciano Pero

Cesare Pinelli

Paolo Pombeni

Mario Ricciardi

Giulio Sapelli

Beppe Vacca 

Dissonanze e varianti “nel” cattolicesimo democratico. Dall’Ucraina al covid, l’analisi controcorrente di Davicino. 

Riportiamo per stima e amicizia questa nota che l’autore – nostro amico – ha ieri pubblicato nella chat di “Rete Bianca”. Appare comunque suggestivo il suo richiamo, a conclusione della nota, sulla necessità d’identificare le basi morali e politiche di una nuova società.

A prescindere dalla questione che la crisi ucraina esiste solo nelle redazioni dei media occidentali e nelle strategie di chi li controlla (Lavrov ha chiesto anche il calendario preciso degli attacchi russi a Kiev in modo da dare la possibilità al corpo diplomatico russo di programmare le ferie… Stanno ridicolizzando la propaganda Nato), e serve per altri fini (come il rapporto Durham, oscurare le olimpiadi cinesi), l’analisi di Farinone di ieri (su “Il Domani d’Italia”, ndr) evidenzia bene l’impossibilità di una politica estera comune dell’Unione Europea. Tale debolezza è strutturale, non è dovuta a dei limiti dei rappresentanti politici. È la geopolitica che detta le regole, anche nel rapporto con la Russia. L’imperialismo tedesco ha sempre inteso le relazioni con la Russia in termini strumentali, di sfruttamento delle risorse naturali russe in funzione dell’allargamento del suo spazio vitale e di una sua supremazia sul resto d’Europa, in prospettiva anche sulla Russia, perché la Germania si concepisce, pur frustrata dalla geopolitica che la relega a potenza di terra, come potenza mondiale.

Gli interessi tedeschi a Oriente, fanno impazzire gli angloamericani, inquietano i francesi che ogni volta che Berlino rialza la testamcorrono a Mosca a proporsi da argine alla minaccia tedesca, sono antitetici a quelli italiani. Beati gli spagnoli, che sono i meno oggettivamente esposti alle pressioni geopolitiche intraeuroopee, avendo un piede nel Vecchio Continente e l’altro in America Latina. Le vittime siamo noi: ciò che sta bene alla Germania danneggia l’Italia e viceversa. È mors tua, vita mea.

Questo è ancora più vero per le politiche economiche. Non avessimo accettato di entrare nella Zona Euro a quest’ora saremmo la seconda o forse addirittura la prima potenza economica europea. E l’Euro, moneta alla tedesca, insieme ai deliranti progetti di attuazione del Great Reset per via sanitaria e climatica, non potrà che produrre ulteriori effetti infausti. In una dozzina d’anni di Euro “duro” con patto di stabilità e in un paio d’anni di Great Reset pesante attuato attraverso il terrorismo sanitario ingiustificato, abbiamo distrutto 70 anni di progresso e, cosa ancora più grave, abbiamo instradato il Paese sulla via dello schianto. Perché quel che dice Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, che il tempo è superiore allo spazio, perché sono più importanti i processi che si avviano dei risultati, ahimè, vale anche nel male. Abbiamo avviato dei processi che, se non fermati in extremis, ci porteranno a un nuovo 8 settembre.

Ma forse sta proprio qui la nostra missione fondamentale nell’ora presente, che non è più quella di fermare un treno lanciato a tutta velocità verso il baratro. Bensì è quella di capire che la nuova tragedia storica verso cui siamo diretti, sarà la porta che apre verso una rinascita su basi completamente diverse dalle direttrici imposte in modo elitario e seguite sinora acriticamente a livello nazionale e internazionale. Basi di una nuova società che sin d’ora siamo chiamati a progettare, dal basso, secondo l’insegnamento sociale della Chiesa, tenendo condo degli interessi della classe media e del suo pieno diritto a non scomparire, e riaffermando la centralità della persona sul denaro e sulle tecnologie, che devono servire e non asservire l’uomo.

 

Stato di diritto: una vittoria europea. Il Daily Focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

La corte di giustizia boccia il ricorso di Polonia e Ungheria sul meccanismo di condizionalità. Si possono bloccare i fondi europei a chi non rispetta lo stato di diritto.

Antonio Villafranca

Dopo oltre sei anni di stallo, la crisi tra istituzioni europee e i governi di Polonia e Ungheria sullo stato di diritto arriva ad una svolta: la Corte di giustizia europea ha respinto il ricorso dei due paesi contro il meccanismo di condizionalità che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Budapest e Varsavia chiedevano di annullare il regolamento che permette alla Commissione di sospendere i pagamenti a quei paesi membri in cui lo stato di diritto è minacciato. Polonia e Ungheria si erano rivolte alla Corte di giustizia nel marzo del 2021, definendo il meccanismo, in vigore dal 1° gennaio 2021, “un’interferenza illegale” negli affari interni dei singoli stati membri. Ora la Commissione dovrà valutare se e quando attivare il meccanismo che potrebbe privare i due stati membri di parte dei fondi stanziati nell’attuale bilancio pluriennale (2021-2027) e nell’ambito del Next Generation Eu. Finora Bruxelles ha già sospeso l’iter di approvazione del Pnrr di 36 miliardi di euro per la Polonia e di 7,2 miliardi di euro per l’Ungheria. Il rischio per Budapest e Varsavia è quindi di vedere sfumare non solo questi fondi ma almeno una parte di quelli normalmente ricevuti dal bilancio Ue. Per questo, la sentenza potrebbe portare lo scontro ad un livello ancora più alto. Come sintetizza una fonte comunitaria al quotidiano francese Le Monde, il premier polacco Mateusz Morawiecki e quello ungherese Viktor Orban lo hanno detto chiaro e tondo: “Siamo membri del Consiglio e possiamo complicare ogni dibattito”.

Il pronunciamento dei giudici non era inatteso e segue il parere dell’avvocato generale che a dicembre aveva respinto i ricorsi di Varsavia e Budapest, confermando che il sistema di condizionalità è compatibile con i Trattati dell’Ue. La Corte ha ricordato tra l’altro che “il rispetto da parte degli stati membri dei valori comuni sui quali l’Unione si fonda […] definisce l’identità stessa dell’Unione quale ordinamento giuridico comune” e “giustifica la fiducia reciproca tra tali stati” e pertanto “l’Unione deve essere in grado, nei limiti delle sue attribuzioni, di difendere tali valori”. Nella sentenza, i giudici del Lussemburgo sottolineano che “il bilancio dell’Unione è uno dei principali strumenti che consentono di concretizzare, nelle politiche e nelle azioni dell’Unione, il principio fondamentale di solidarietà tra stati membri” e ricordano che il meccanismo di condizionalità mira a proteggere tale bilancio “da pregiudizi derivanti in modo sufficientemente diretto da violazioni dei principi dello stato di diritto”. La sentenza, che non potrà essere oggetto di appello, era molto attesa e costituisce una pietra miliare nell’affondo senza precedenti contro il diritto comunitario portato avanti da due paesi membri.

Non si è fatta attendere la reazione dei diretti interessati: se la ministra della Giustizia ungherese, Judit Varga, ha definito il verdetto “un abuso di potere” da parte di Bruxelles, la Polonia ha parlato di “attacco contro la sovranità”. La disputa tra il governo di Varsavia, guidato dal partito conservatore di destra Diritto e Giustizia (PiS), e Bruxelles riguarda diversi ambiti: la primazia del diritto comunitario su quello nazionale, la libertà di informazione, i diritti delle donne e delle minoranze e la riforma del sistema giudiziario polacco. Quest’ultimo in particolare –osservano esperti di diritto– ha visto ridursi la propria autonomia in seguito ad una serie di nomine ad hoc decise dal governo che hanno progressivamente eroso l’indipendenza dei tribunali e della magistratura. Per questo la sentenza della Corte era particolarmente attesa tra i giudici polacchi che contestano le riforme imposte dal governo. “Dopo anni passati ad evitare lo scontro diretto con la Polonia, l’UE sembra finalmente applicare un po’ di più i propri principi” ha commentato Krystian Markiewicz, magistrato e presidente di Iustitia, un’associazione critica nei confronti del governo. Quanto all’Ungheria, il braccio di ferro con la Commissione riguarda, oltre che l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e di pensiero, i diritti delle minoranze, i conflitti di interesse e la corruzione diffusa nel paese. La sentenza, inoltre, arriva proprio mentre il paese si prepara alle elezioni, il prossimo 3 aprile, e la rielezione a premier di Viktor Orbán potrebbe dipendere anche dallo scontro con Bruxelles. 

 

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Crisi Ucraina: si muovono le nazioni europee, molto meno l’Unione. E Biden benedice gli sforzi della diplomazia.

Spiragli di pace? Vedremo cosa accadrà nelle prossime ore,  ma si coglie un relativo ottimismo a seguito dell’incontro fra il cancelliere tedesco e il presidente russo. Si va verso una de-scalation? Biden ha lanciato ulteriori messaggi di (prudente) fiducia: alla diplomazia deve essere data “ogni possibilità di avere successo”.

La crisi ucraina testimonia una volta di più la debolezza politica dell’Unione Europea. E la insopprimibile tendenza ad agire divisa in politica estera. Uno stress-test che il duro confronto fra Stati Uniti e Russia, una eco del Novecento di cui avremmo fatto volentieri a meno, sta imponendo ai singoli paesi del vecchio continente e alla UE. Più ai primi che alla seconda, come è evidente dalla mobilitazione diplomatica attivata dalla Francia in primis e ora pure dalla Germania. E’ vero, Macron ha parlato con Putin anche in nome dell’Unione Europea, quale suo presidente di turno. E Scholz lo ha fatto anche in quanto leader del Paese più importante e ricco della UE medesima. Il primo, però, è in piena campagna elettorale e quindi deve tener conto di ogni aspetto che può produrre impatti sulla situazione interna al suo Paese. Il secondo le elezioni le ha appena vinte ma deve ancora costruirsi un “suo” personale rilievo internazionale, che oggi non ha; e inoltre guida una coalizione assai differenziata al suo interno, pur se tenuta insieme da un programma assai dettagliato. Italia e Spagna, gli altri due grandi paesi dell’Unione, se ne stanno defilati, per quanto loro possibile. Tutti questi governi, e gli altri, hanno un problema – democratico – di consenso elettorale che Putin ha in misura assai minore. E questo è un primo dato di fatto.

Ma soprattutto hanno un problema energetico (la Francia di meno, avendo diverse centrali nucleari) al quale la Russia sopperisce per una quota molto rilevante. Un problema che in queste settimane ha raggiunto, per il tramite delle bollette da pagare, spesso raddoppiate o finanche triplicate negli importi, le imprese e le famiglie con tutte le conseguenze derivanti. A cominciare dal rallentamento di un’economia solo da poco tornata a crescere dopo i devastanti due anni pandemici. Ecco allora che ogni governo ha per riflesso istintivo la necessità di garantirsi gli approvvigionamenti. Esponendosi inevitabilmente al ricatto di Mosca, dal suo canto ben consapevole di quanto oggi sia impossibile per i paesi europei fare a meno del suo gas.

Se l’Europa fosse davvero unita avrebbe però un potere contrattuale, ma soprattutto politico assai più forte nei confronti del Cremlino (e non solo). Non essendolo, deve seguire – a malincuore – il gioco degli americani. E’ il motivo per il quale né Putin né, in fondo, Biden (certo, quest’ultimo non con i toni e i modi brutali di Trump) sono interessati ad uno sviluppo politico della UE. Putin, anzi, dichiara apertamente la propria determinazione nel tornare ad una specie di gestione condominiale a due dell’Europa, come fu nella seconda metà del secolo scorso. E non perde occasione per cercare di dividere i partner europei. Insinuandosi nelle loro divisioni (come quando ha incontrato il premier ungherese Orban) e nei loro singoli interessi economici (come quando ha incontrato in teleconferenza una significativa rappresentanza della comunità imprenditoriale italiana).

Il gioco degli americani, condotto per lo più tramite la NATO, è volto a minacciare di gravi sanzioni la Russia, che si tradurrebbero però anche in pesanti ripercussioni per l’economia europea, sia negli aspetti produttivi che in quelli commerciali. La tentazione di trattare ciascuno per conto proprio, quindi, è grande. Romano Prodi, ad esempio, suggerisce al governo italiano di arrivare a nuove e più a lungo termine condizioni contrattuali per l’approvvigionamento del gas russo. Una posizione comprensibile dal punto di vista nazionale. Assai meno da quello europeo. E da quello dell’Alleanza Atlantica. Ma quello che conta è solo quest’ultimo, e infatti tutti i Paesi del continente si sono allineati dietro le parole, dure, del suo Segretario Generale. Non conta invece, o conta poco, il punto di vista di Bruxelles, il cui Alto Rappresentante per la politica estera e di difesa è sostanzialmente afono in tutta questa partita. Dopodiché è vero che la Commissione può votare sanzioni commerciali a maggioranza qualificata (uno di quei casi nei quali non serve l’unanimità) ma questo fatto non è sufficiente per indurre a ritenerla un organo politico che sviluppa una propria politica estera, evidentemente.

Vedremo cosa accadrà nelle prossime ore, confidando nello spiraglio di pace apertosi dopo l’incontro di ieri fra il cancelliere tedesco e il presidente russo. Apertura che è stata confermata dal Segretario di Stato americano, Blinken, con un tweet nel pomeriggio di Washington (le 20 italiane) nel quale ha ribadito l’impegno USA nella ricerca di una “soluzione diplomatica” che Mosca avrebbe condiviso. Anche il ministro degli esteri italiano, ieri a Kiev per un colloquio col collega ucraino, ha detto esservi un concreto “spazio per una soluzione diplomatica”. E da ultimo Joe Biden si è detto “desideroso” di negoziare “accordi scritti” con la Russia, che gli Stati Uniti non intendono affatto “destabilizzare”. Clima tendente al miglioramento, dunque.

Ora, se Putin, sbagliando (e non credo che sbaglierà), opterà per l’invasione dell’Ucraina le sanzioni economiche colpiranno la Russia ma di ritorno anche i paesi europei. Se non lo farà, ed è questo il punto che mi preme qui evidenziare, avrà ottenuto, dagli americani più che dagli europei, qualcosa in cambio: la moratoria all’ingresso di Kiev nella NATO, oppure l’autonomia delle due province dell’Ucraina orientale, o addirittura entrambe le cose. In ogni caso avrà conseguito un ulteriore risultato: prendere una decisione su un territorio europeo trattando con gli americani e solo formalmente con gli europei, a corto di metano senza di lui. E’ esattamente quello che vuole.

Lavoratori fragili: stato di emergenza fino al 31 marzo e proroga delle tutele.

Ulteriore approfondimento sul tema. Mettere insieme dati notizie e informazioni che si accavallano, è certamente faticoso ma necessario, per raggiungere l’obiettivo di una reale tutela di quarta particolare categoria di lavoratori. Il provvedimento “de quo” passa ora alla Camera.

La vicenda della tutela dei lavoratori fragili ha seguito, con alti e bassi, lo stato di emergenza, dal DPCM del 31 gennaio2020 al DL 221 del 24/12/2021. In questi giorni il Parlamento sta approvando gli emendamenti che modificano alcuni punti del citato DL 221/2021: dal sito del Senato si apprende che l’iter di revisione del testo si è concluso il 9/2 e se ne attende la conversione in legge entro il 24/2 p.v., dopo il passaggio alla Camera. Il web si sta popolando di notizie riferite da siti e magazine sulla portata innovativa degli emendamenti, con alterne interpretazioni. 

Nel corpo del provvedimento ci sono due punti sui quali abbiamo assunto l’iniziativa di presentare e depositare un emendamento “riparatore”, avvalendoci della consulenza dell’esperto legislativo Dr. Francesco Alberto Comellini, che ha sensibilizzato le parti politiche ad affrontare le problematiche riferite alle questioni di maggiore e più urgente impatto sulle persone più fragili, recependo in pieno le nostre richieste: ora pare che l’emendamento sia stato approvato e le modifiche  da noi richieste, accolte. Se ne attende la conversione in legge, definitiva. I due punti da noi ripetutamente e in diverse sedi evidenziati (anche scrivendo direttamente al Governo) riguardavano – a nostro parere – altrettante lacune da colmare. La prima consisteva nell’aver prorogato- con il DL 221 ora emendato- lo smart working per i lavoratori fragili  in un primo tempo “solo” fino al 28 febbraio, mentre lo stato di emergenza era stato protratto al 31 marzo: una evidente discrasia in danno dei ‘fragili’ alla quale si è posto rimedio equiparando le due date al 31 marzo 2022, cioè come logica vuole fino al termine dello stato di emergenza. 

Il secondo vulnus da noi sottolineato concerneva il mancato rinnovo della tutela preesistente circa l’equiparazione dello stato di malattia dei lavoratori fragili al ricovero ospedaliero, al fine di evitare ad essi di attingere al periodo di comporto contrattuale o – esaurito quello – alle ferie. Tutto scaturiva dal fatto che il DL 221/2021 aveva prorogato il comma 2/bis dell’art. 26 del DL 17/3/2020 n.18 (che concerneva il solo smart working) e non anche il comma 2 della stessa fonte normativa (che afferiva alla fattispecie della malattia equiparata al ricovero ospedaliero. Ora pare che anche questo punto sia stato recepito nel testo in fase di approvazione e conversione in legge. Abbiamo ricevuto – poco prima di scrivere questo articolo –  dal dott. Carlo Giacobini – Direttore di IURA, Agenzia per i diritti delle persone con disabilitàwww.agenziaiura.it, con sua cortese sollecitudine, il testo approvato al Senato (ora all’esame della Camera) che emenda l’articolo 17 del DL 221/2021, ripristinando anche il comma 2 dell’art.26 /DL 18/2020 e prorogando lo smart working fino al termine dello stato di emergenza. 

Ecco il testo che interessa le due fattispecie sopra considerate “al comma 1, al primo periodo, le parole: « fino alla data di adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque non oltre il 28 febbraio 2022 » sono sostituite dalle seguenti: « fino al 31 marzo 2022 » e, al secondo periodo, le parole: « 39,4 milioni di euro per l’anno 2022 » sono sostituite dalle seguenti: « 68,7 milioni di euro per l’anno 2022 »; dopo il comma 3 sono inseriti i seguenti:  « 3-bis. Sono prorogate le disposizioni di cui all’articolo 26, comma 2, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino al 31 marzo 2022. Dal 1° gennaio 2022 fino al 31 marzo 2022 gli oneri a carico dell’INPS connessi con le tutele di cui al presente comma sono finanziati dallo Stato nel limite massimo di spesa di 16,4 milioni di euro per l’anno 2022, dando priorità agli eventi cronologicamente anteriori, di cui 1,5 milioni di euro per l’anno 2022 ai sensi di quanto previsto dall’articolo 26, comma 7-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, per i lavoratori di cui al comma 2 del medesimo articolo 26 non aventi diritto all’assicurazione economica di malattia presso l’INPS. L’INPS provvede al monitoraggio del limite di spesa di cui al secondo periodo del presente comma. Qualora dal predetto monitoraggio emerga che è stato raggiunto anche in via prospettica il limite di spesa, l’INPS non prende in considerazione ulteriori domande. 3-ter. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 3-bis si applicano anche nel periodo dal 1° gennaio 2022 alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto ». 

Degno di menzione quest’ultimo passaggio, in quanto introduce il portato normativo aggiornato dall’emendamento dal 1° gennaio 2022, quindi con effetto retroattivo, anche per le assenze per malattia aventi la stessa decorrenza. Grazie alla precisione e professionalità dello IURA ora possiamo disporre del testo appena approvato, disponibile alla pagina:
https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLMESS/0/1332308/index.html?part=ddlmess_ddlmess1-allegato_allegato1 mentre l’iter completo dell’atto è rinvenibile cliccando il link https://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/testi/54679_testi.htm

Quanto ai tempi del lungo iter parlamentare (siamo a metà esatta dei tre mesi del rinnovato periodo di emergenza)  ci limitiamo ad una sola, laconica considerazione: a volte la burocrazia e il “linguaggio oscuro delle leggi” (come lo definisce il prof. Sabino Cassese) creano situazioni contorte e complicate. Perché rincorrere a posteriori, con grande fatica per tutti, le soluzioni evidentemente più logiche quando le stesse potrebbero essere assunte in sede di prima stesura legislativa? Quanti pasticci crea la norma che rende retroattivo un provvedimento? Tutto diventa fonte di sofferenza, ansia e incertezze interpretative: la toppa, come si dice, a volte è peggiore del buco. Finalmente si può contare intanto sull’atteso decreto del Ministero della salute che certifica le malattie e gli stati patologici che possono rientrare nel novero delle situazioni da tutelare, vedasi https://www.agenziaiura.it/2022/02/13/smart-working-pubblicato-il-decreto-sui-lavoratori-fragili/

Nel frattempo, come il Dr. Giacobini ci fa notare, l’INPS ha già “diramato istruzioni sul pregresso (messaggio INPS 679 del 11/2/2022)” , come accaduto in passato, evidenziando una carenza di fondi disponibili, testo che può essere consultato interpellando il sito dell’Istituto e leggendo il link https://servizi2.inps.it/servizi/CircMessStd/VisualizzaDoc.aspx?tipologia=circmess&idunivoco=13714. Egli non manca di rilevare come – tardivamente assunto- il testo che verrà convertito in legge entro il 24 fabbraio p.v “ avrà comunque scarso peso rispetto al fabbisogno e nullo rispetto al post 31 marzo”: tradotto in soldoni ciò significa che al termine dello stato di emergenza ogni successiva determinazione dovrebbe essere tempestivamente assunta in relazione all’andamento della pandemia. Sono trascorsi quasi due mesi dal DL 24/12/2021 n° 221: era il cosiddetto “decreto di Natale”, ci si chiede se avremo anche un “decreto di Pasqua”. 

Speriamo che la legge di conversione sia chiara e che il Governo non defletta dai suoi impegni applicativi. Corre intanto l’obbligo di ringraziare quanti hanno condiviso questa ennesima battaglia per le tutele dei fragili, tutto diventa maledettamente complicato e c’è bisogno del concorso e della solidarietà di tutti: in particolare è doveroso ricordare oltre al già citato IURA, l’ANMIC nazionale sempre attento e disponibile, la Federazione Italiana per il superamento dell’handicap – FISH Onlus, –che per prima ha dato notizia dell’approvazione dell’emendamento, i sindacati territoriali, sempre vicini ai problemi dei lavoratori,  il sito www.informazionefiscale.it  e quello www.sinergiediscuola.it. Ci scusiamo per le dimenticanze…

Ci sono tante persone motivate verso i temi della giustizia sociale e nei confronti delle problematiche che affliggono le categorie più deboli dei lavoratori. Il problema riguarda una produzione legislativa sempre lacunosa e ipertrofica, la scarsa conoscenza dei problemi della gente da parte della politica, la burocrazia devastante: una palla al piede che ci accompagna e ci imprigiona in un linguaggio incomprensibile  per tutta la vita.

La città dopo la pandemia. Le conclusioni del dibattito promosso nell’ambito dall’universita di Padova.

Si è concluso la serie-dibattito “La città dopo la pandemia” pubblicata su Il Bo Live, il magazine online dell’Università di Padova. Di seguito riportiamo l’ultima parte dell’intervento dei due autori, grazie ai quali il dibattito ha avuto inizio e si è sviluppato.

Cristoforo Sergio Bertuglia e Franco Vaio

La città è un sistema complesso, caratterizzato da un livello di complessità estremamente elevato, fra i più elevati osservabili nei sistemi naturali e in quelli sociali. È un sistema composto da un numero elevatissimo di parti componenti, soggette ciascuna a innumerevoli interazioni con tutte le altre parti del sistema città, in forme di tipo ben difficilmente quantificabile o traducibile in formule. 

La città è un sistema complesso che evolve spinto, soprattutto ma non solo – come, nella storia, hanno drammaticamente mostrato guerre ed epidemie fra le quali quest’ultima –, da forze interne, endogene: un sistema complesso che mostra continuamente fenomeni emergenti e stati più o meno temporanei di equilibrio autorganizzativo, e talora anche turbolenze. Non è possibile governare la città in modo esclusivamente dirigistico, come era tendenza comune in passato, senza che essa finisca per spegnere la propria vitalità: la moderna scienza della città si fonda su concezioni articolate, sviluppatesi a partire da numerose discipline differenti, dall’architettura alla scienza dei trasporti, all’economia, alla sociologia e alla psicologia sociale e individuale, alla sanità e alla medicina, e così via. 

Occorre rovesciare il punto di vista tradizionale e partire “dal basso” per governare la città, anche e soprattutto in una fase critica come quella innescata dalla pandemia che si è abbattuta sulla città come un elemento esogeno: indagare nelle aree ove si è in contatto con la realtà, la realtà urbana, in continua trasformazione, ad esempio dove si formano spontaneamente comunità solidali, relazioni collaborative di vicinato, iniziative di prossimità dei servizi in un raggio di percorrenza pedonale o ciclabile, limitata nel tempo. L’urgenza della riorganizzazione territoriale del servizio sanitario nazionale, resa evidente dalla crisi in cui è stato posto dalla pandemia, può essere una fertile occasione per una ampia riflessione sui servizi di prossimità. 

Questo è un importante messaggio, forse il più importante, certamente non l’unico, che possiamo trarre al termine di questa serie-dibattito sul futuro della città dopo la pandemia. Occorre dunque sviluppare gli studi sulla città sistema complesso, anche a partire dai metodi di simulazione di singoli fenomeni o di limitati insiemi di fenomeni. Non c’è, al momento attuale, un sistema logico-deduttivo per i sistemi complessi, al quale possiamo riferirci per tracciare l’evoluzione futura dei sistemi complessi, fra cui la città. Disponiamo di efficaci tecniche informatiche per le simulazioni, che mettono lo sperimentatore in condizioni di tener conto sia di aspetti regolari dei fenomeni fisici sia dei comportamenti mutevoli e variegati degli individui in interazione fra loro, come è stato mostrato in un contributo di questa serie-dibattito con un efficacissimo esempio. Occorre proseguire le ricerche, a supporto delle necessarie decisioni strategiche, soprattutto in questa fase storica di lenta, ma ormai evidente uscita da una fase di crisi sociale e urbana. 

 

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https://ilbolive.unipd.it/it/news/citta-dopo-pandemia-traiamo-conclusioni

Una storia senza tempo sulla costruzione di un mondo migliore. Presentazione a Brescia del libro di Giovanna Brambilla.

L’apputamento è per martedì prossimo. Il libro pubblicato da Vita e Pensiero – Mettere al mondo il mondo. Immagini per una rinascita – mette a fuoco l’idea della “rinascita” attraverso la rilettura delle opere d’arte di numerosi artisti apparentemente sconnessi tra loro.

Martedì 22 febbraio alle ore 20.30 Giovanna Brambilla, storica dell’arte e docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presenta Mettere al mondo il mondo. Immagini per una rinascita, a Brescia, presso il Centro culturale CARME – Centro Arti Multiculturali e Etnosociali, impegnato nell’attivare progetti per informare e sensibilizzare sulla cultura contemporanea.

Gli organizzatori ringraziano la libreria Paoline di Brescia, che sarà presente all’evento con un banchetto libri.

Il volume, che utilizza come titolo l’espressione coniata da Alighiero Boetti ‘mettere al mondo il mondo’, vuole essere una storia senza tempo, una storia corale, che, in un tempo come il nostro, affronta il tema della rinascita, della costruzione di un futuro migliore. La possibilità data al mondo di ricostruirsi, di migliorare il proprio futuro, è proprio ciò che è permesso dall’atto del nascere ed è ciò che il titolo del volume vuole sottolineare.

L’autrice rilegge, infatti, le opere d’arte di numerosi artisti apparentemente sconnessi tra loro: cosa collega la preistorica Venere di Willendorf alla Madonna del parto di Piero della Francesca? E qual è la relazione tra la ferita della Vasca da bagno di Joseph Beuys e il cordone ombelicale ancora intatto della neonata di Oliviero Toscani? Il filo rosso è la centralità del tema della nascita, che si snoda avanti e indietro tra secoli e paesi, celebrando il potere taumaturgico della generatività.

 

BIOGRAFIA DELL’AUTRICE

Giovanna Brambilla (1969), storica dell’arte, è Responsabile dei Servizi Educativi della GAMeC, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, e insegna Storia dell’arte in una scuola superiore. Socia ICOM, è docente del Master «Economia e management dei beni culturali» della Business School del Sole24Ore e del Master «Servizi educativi per il patrimonio artistico, dei musei storici e di arti visive» dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dal 2020 insegna Iconografia presso l’Accademia di Belle Arti «Rosario Gagliardi» a Siracusa. Tra i suoi titoli più recenti ricordiamo Inferni (EDB, 2020) e Soggetti smarriti. Il museo alla prova del visitatore (Editrice Bibliografica, 2021).

 

https://www.vitaepensiero.it/news-eventi-il-tema-della-nascita-nellarte-5783.html

 

 

La tenace e autorevole difesa della “qualità della vita” da parte della Pontificia Accademia.

Un eccellente lavoro della Commissione dedicata all’esame dei problemi della “Terza età”. La forza del documento da essa elaborato consiste nel taglio pragmatico: dalla lettura del libro (e del documento stesso) si ricava un piano di assistenza domiciliare come alternativa alle RSA, alle case di cura e alle ospedalizzazioni.

Nel presentare ai lettori il comunicato stampa della Pontificia Accademia per la vita, presieduto da S.E. Mons. Vincenzo Paglia, non ci si può esimere dal constatare la centralità dell’iniziativa del Vaticano, promossa e sostenuta dallo stesso Governo Italiano, prima attraverso la nomina di Mons. Paglia da parte del Ministro Speranza a Presidente di una Commissione di studio dedicata ad approfondire i temi e le problematiche della “terza età” (con un documento redatto al termine dei lavori e consegnato al Ministro) – ne avevamo fatto menzione nell’intervista a Mons. Paglia sul Suo libro “L’età da inventare- La vecchiaia fra memoria ed identità” di cui riportiamo il link per una agevole rilettura:

https://ildomaniditalia.eu/mons-paglia-e-il-tempo-di-tessere-una-nuova-alleanza-tra-le-generazioni-2/  ) – e poi dallo stesso Premier Draghi che – come riferito da Federico Fubini sul Corriere della Sera in questi gg- ha chiesto a Mons. Paglia un piano di azione attuativo del documento citato, affinchè “la vecchiaia non sia una condanna”.                     

Già a settembre 2021 Mario Draghi aveva ricevuto Mons. Paglia per esaminare la fattibilità di un progetto esecutivo, partendo dalla proposta di  una normativa mirata su settori di intervento specifici. Da passare poi al vaglio parlamentare e dell’esecutivo, considerata l’urgenza di azioni concrete: in Italia vivono circa 14 milioni di anziani, nelle condizioni esistenziali più disparate , alcune ai margini della sopravvivenza economica, della solitudine, fino ad una sorta di emarginazione generata da una società che di fatto li espunge da ruoli di partecipazione attiva, consapevole e stimolante.

Il lavoro della Commissione presieduta dall’alto prelato è stato evidentemente convincente e superlativo, ricevendo consensi da ogni parte politica.

La forza del documento consiste nel suo taglio pragmatico: dalla lettura del libro (e del documento stesso) si ricava un piano di assistenza domiciliare come alternativa alle RSA, alle case di cura e alle ospedalizzazioni. Ha detto a Draghi il 76enne Vincenzo Paglia, nel presentare la proposta: «Noi anziani in Italia siamo ormai un grande popolo con una grande domanda: non essere abbandonati, lasciati soli, sradicati dalla nostra storia. Gli anziani sentono come una condanna il vivere gli ultimi anni della loro vita collocati in luoghi anonimi». L’aumento di cura e prevenzione a casa o in centri diurni — come nei modelli più avanzati in Europa — anche finanziariamente conviene: nelle residenze sanitarie (Rsa) oggi vivono 280 mila anziani al costo di 12 miliardi l’anno, coperto per quasi metà dalle pensioni. L’assistenza a casa invece previene il bisogno di cure e le costosissime ospedalizzazioni, come evidenziato da Federico Fubini nel suo brillante corsivo.

Quanto sopra premesso, in attesa di ulteriori sviluppi (la tenacia e la concretezza di Mons. Paglia non ammettono soste o indugi: sarà lui il play maker del piano anziani in Italia) presentiamo il comunicato stampa diffuso oggi, 11 febbraio 2022, in tema di cure palliative.

Comunicato stampa

Città del Vaticano, 11 febbraio 2022.

«Il diritto di accedere alle cure palliative deriva dalla dignità che appartiene a tutti gli esseri umani, anche i più fragili, quali le persone in fase avanzata di malattia e morenti» e «dovrebbero essere assicurate a tutti». La logica dell’accompagnamento che esse promuovono «intende superare l’immaginario del controllo della morte, che si esprime attraverso il tentativo sia di prolungare la vita a qualunque costo, sia di accelerare la morte».

Lo ha ribadito mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, aprendo i lavori del webinar organizzato dalla stessa Pontificia Accademia dedicato ad analizzare la situazione delle cure palliative in Italia. Il Ministro della Salute Roberto Speranza, in collegamento, ha portato il suo saluto. Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando, ha inviato un messaggio.

Il webinar di venerdì pomeriggio, dedicato all’Italia, chiude le due precedenti sessioni, il 9 e 10 pomeriggio, in cui si sono analizzati gli scenari delle cure palliative a livello internazionale, rilevando come sia necessario fare molto di più affinché siano conosciute e praticate, anche come un modo per rispondere alla sfida portata dalle derive eutanasiche.

Oggi – ha spiegato mons. Paglia – è necessario «mettere a fuoco la capacità del sistema italiano di rispondere ai bisogni del malato e della sua famiglia, individuando percorsi di integrazione delle cure palliative nelle reti territoriali» con adeguate «risorse per potenziare le cure palliative negli ospedali, negli hospice, a domicilio, nelle strutture per anziani». Passi avanti si fanno in Italia sul piano della formazione degli operatori, introducendo le cure palliative nel contesto accademico.

Ed ha poi aggiunto: «L’attenzione al significato e alla pratica delle cure palliative è di particolare rilievo nel nostro Paese anche in relazione al dibattito che si sta svolgendo sulla possibile regolamentazione giuridica delle questioni di fine vita. Il fatto che la legge n. 38/2010 (su Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore) –  sia ampiamente inapplicata costituisce un fattore che non aiuta per nulla a una corretta percezione degli interrogativi che si pongono su questa delicata materia. È del resto anche sintomatica la scarsa conoscenza e attuazione della legge n. 219/2017 (Consenso informato e Disposizione anticipate di trattamento – DAT). Sono fatti che manifestano la resistenza profonda che nella nostra cultura opponiamo a una elaborazione effettiva del limite e di quella sua radicale espressione che è la morte. Il dibattito giuridico non deve farci dimenticare che «la posta in gioco si trova sul terreno della cultura» tra «due più generali interpretazioni dell’esistenza e dell’esperienza del limite: quella basata sul controllo (verso cui il sistema tecnoscientifico facilmente propende) e quella ispirata appunto all’accompagnamento e alla logica della cura. È sul terreno della cultura che i credenti possono fornire il loro migliore contributo, riconoscendosi, rispetto alla società civile, non controparte, ma componente, in un atteggiamento di reciproco apprendimento».

Nel 2017 la Pontificia Accademia per la Vita ha lanciato il Progetto “PAL-LIFE: An Advisory Working Group on Diffusion and Development of Palliative Care in the World”, per contribuire alla diffusione della cultura delle cure palliative nel mondo. Inoltre la Pontificia Accademia per la Vita ha promosso e pubblicato il Libro Bianco per la Promozione delle Cure Palliative, disponibile in italiano, inglese, tedesco, spagnolo: ecco il link

 

https://www.academyforlife.va/content/pav/en/pallife/white-book.html

Mario Draghi e il cantiere aperto del centro. Non si può tardare a definire il programma dei lavori. 

Non è importante se Mario Draghi vorrà assumere la guida di un tale progetto di centro. Sarà invece essenziale che, accanto alla ricerca di un patto federativo da definirsi sul piano nazionale, si realizzi nelle realtà territoriali un processo di avvicinamento delle tre culture – popolare, liberale e riformista – che hanno fatto grande l’Italia. A maggior ragione, e con più forte determinazione, non è più rinviabile il processo di riunificazione politica della vasta e articolata area cattolica. 

Che Mario Draghi  un lavoro “possa trovarselo da solo” non abbiamo alcun dubbio, così come crediamo al suo diniego ad assumere il ruolo di federatore dei tanti centrini in cerca di riunificazione. Riteniamo anche che il suo ruolo di capo del governo debba rimanere sino al raggiungimento degli adempimenti previsti dall’UE per il PNRR. Ciò non toglie, tuttavia, che ci si debba impegnare per costruire il nuovo centro della politica italiana che, come ho scritto più volte, non può risultare dalla semplice sommatoria dei diversi addendi sul campo, ma dovrebbe rappresentare l’incontro delle principali culture politiche riformiste presenti in Italia. Nell’ambiente laico purtroppo, tranne qualche lodevole eccezione, sembra prevalere il deserto culturale. 

Dopo la caduta del Muro, si sono avuti molti atti di apostasia dalle dottrine social-democratiche e liberal-democratiche e si è notato l’abbracciare, con stolto entusiasmo, il neo-liberismo o finanz-capitalismo, pseudo-ideologia che non ha niente a che vedere col liberalismo di Benedetto Croce. Assai più attrezzata, almeno sul piano culturale, è l’area cattolico democratica e cristiano sociale, considerato che le ultime encicliche sociali della Chiesa Cattolica ( Centesimus Annus, Caritas in veritate, Evangelii gaudium, Laudato SI, Fratelli tutti) insieme all’appello di Papa Francesco in occasione della LV Giornata della pace, costituiscono le più avanzate risposte ai problemi connessi all’età della globalizzazione, in un momento nel quale quella che Papa Francesco ha dichiarato essere la terza guerra mondiale a tappe, sembra stia volgendo alle sue tragiche e drammatiche conseguenze.

Nel colpevole silenzio dell’ONU e il timido cinguettare dell’UE, privata di una politica estera e di una forza militare comune, i Paesi europei rischiano di fare la fine del vaso di coccio tra i due vasi di ferro. Anche in Italia c’è bisogno che, al di là del ruolo di sicura fedeltà atlantica ed europea assicurato da Draghi, e dell’impegno del giovane ministro degli esteri, ben lontano dalle competenze dell’antico maestro Andreotti, prendano finalmente voce le culture politiche e democratiche che sono state alla base del patto costituzionale.

L’obiettivo, dunque, è sicuramente quello di costruire un centro rinnovato che, come scrivo fino alla noia, dovrà essere ampio e articolato, di tipo laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante da una sinistra tuttora alla ricerca della propria identità. Un centro nel quale ci si possa trovare uniti dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, ed al quale, noi eredi della migliore tradizione cattolico democratica e cristiano sociale, dovremmo offrire il miglior contributo di idee e di classe dirigente.

Non è importante se Mario Draghi vorrà assumere la guida di un tale progetto in cantiere, per il quale, ripeto, non basterà la volontà dei rappresentanti ufficiali dei gruppi romani; mentre alla leadership di governo di Mario Draghi, compatibile con gli impegni derivanti dal Next Generation UE e all’attuazione del PNRR italiano, non mi sembra ci siano credibili candidature alternative. Sarà invece essenziale che, accanto alla ricerca di tale patto federativo da definirsi sul piano nazionale, si realizzi nelle realtà territoriali un processo di avvicinamento delle tre culture – popolare, liberale e riformista – che hanno fatto grande l’Italia. A maggior ragione e con più forte determinazione non è più rinviabile il processo di riunificazione politica della vasta e articolata area cattolica, culturale e sociale, la quale, ancora una volta, come nelle migliori fasi della storia italiana, potrà/dovrà offrire il proprio indispensabile contributo, traducendo nelle istituzioni, e in collaborazione con le altre componenti politico culturali, molte delle indicazioni della dottrina sociale cristiana.

Il diritto alla salute durante e dopo la pandemia. Milestones per un confronto.

La pandemia ha potenziato il dibattito, sempre ricorrente, sulle prospettive del Servizio sanitario nazionale, servendo anche a ricordarne l’importanza e ad ammonirci contro i rischi della sua destrutturazione. L’autore, già Ministro della Salute nel Governo Monti, fornisce alcune indicazioni per individuare gli aspetti più importanti e delicati a riguardo dei rapporti tra sanità pubblica e regionalismo. Di seguito riportiamo le conclusioni del contributo a suo tempo  pubblicato sulla rivista BioLaw Journal ( 4/2021).

A mo’ di rassegna sintetica riepilogativa, proviamo a elencare alcune cose da non pensare o da non fare e alcune cose da pensare e da fare.

Come si è visto, è importante non pensare che la radice delle disfunzioni siano il nuovo Titolo V della Costituzione (che in sanità non ha innovato, salvo l’art. 127 e l’art. 116, comma 3) o la regionalizzazione conseguente ai decreti di riordino del 1992-1993 (e l’art. 117 del d.lgs. n. 118/1998). Consideriamo per contro, tra i poteri esercitabili dal livello statale: il decreto-legge, i poteri sostitutivi, l’attrazione in sus- sidiarietà, le non poche clausole che prevedono e consentono espressamente la graduazione delle ga- ranzie delle libertà e dei diritti rispetto ad esigenze di incolumità e sanità pubblica (artt. 14, 16, 17, 41), nonché, da ultimo, riflettiamo a quanto deciso da Corte cost., sent. n. 37 del 2021, red. Barbera.

Per contro, è importante pensare:

  1. a) che sia necessario disporre di reali e condivisi standard ospedalieri e territoriali, che garantiscano

la distribuzione dei posti letto di terapia intensiva, incentivando la capacità di fare rete all’interno

del Ssn, in cui la mobilità è elemento costitutivo e non fattore distorsivo;

  1. b) che parimenti sia necessario collegare la richiesta di potenziamento quantitativo del personale del Ssn con la verifica circa la sua distribuzione secondo il principio che i professionisti seguono i ser-

vizi, e non l’inverso;

  1. c) che sia determinante allenarsi a parlare di “produzione” di salute e non di prestazioni sanitarie (più

salute, meno prestazioni di cura e riabilitazione, più prevenzione), nella logica dei Lea (necessari e appropriati), sottolineando che, nel sistema delle regole vigenti in tema di Ssn, aziendalizzazione è cosa diversa da economicismo;

  1. d) che la mitica “sostenibilità” vada intesa, secondo un celebre rapporto canadese di oltre quindici anni fa, nel senso che il sistema è tanto sostenibile quanto vogliamo che sia.

Quanto al “fare”, possiamo utilmente:

  1. a) non tanto richiedere più poteri al centro, ma esprimere più capacità di esercitarli, cioè più coordi-

namento da parte del livello centrale, nel senso tuttavia di un coordinamento forte, che sappia controllare l’attuazione degli standard ospedalieri, ad es. per quanto attiene al rispetto dei para- metri cui sono soggette le reti di impresa private in sanità ai sensi del d.m. 70, o per quanto attiene al rispetto delle regole sull’intramoenia approvate nel 2012;

  1. b) praticare e non soltanto declamare più integrazione sociosanitaria, non fallendo l’occasione delle cosiddette Case della comunità;
  2. c) praticare più cittadinanza sanitaria (contro le derive “illiberali” delle democrazie);
  3. d) prestare la dovuta attenzione all’appropriatezza e alla valorizzazione dei determinanti non sanitari

della salute.

L’elenco naturalmente potrebbe continuare, ma rischierebbe di fare venire meno l’obiettivo di queste poche pagine: individuare alcune pietre miliari suscettibili di una larga condivisione, così che il dibattito sui temi sanitari non sia il palcoscenico dove declamare le proprie frustrazioni, ma l’occasione per una sempre maggiore coesione all’interno del nostro Paese.

L’analisi della Fondazione Tarantelli (Cisl) sulla crescita dei costi dell’energia.

Dal secondo trimestre del 2020 il prezzo dell’energia per i consumatori italiani è gradualmente aumentato arrivando a toccare circa  il 42% in più dei costi sulle bollette degli italiani. Per aiutare a comprendere i fattori che hanno determinato l’impennata dei prezzi dell’Energia, argomento che sta caratterizzando l’attuale condizione economica, specie i riflessi che tutto ciò comporta sulle famiglie, sul lavoro, sulle imprese e sui servizi, la Fondazione Ezio Tarantelli ha inteso avviare l’analisi (curata da Antonello Assogna). Di seguito proponiamo il capitolo riguardante le “principali cause” del fenomeno, consentendo ai lettori di utilizzare il link a fondo pagina per leggere il testo integrale del documento.

[…]

Ma quali sono le principali cause di questa impennata dei prezzi dell’energia?

 

In forma proporzionale per molti studiosi l’origine di questo incremento è da ricondurre ai riflessi generatisi dalla concomitanza di alcuni accadimenti di carattere politico, geopolitico, economico- finanziario e ambientale con conseguenti riflessi tecnico-commerciali:

> la crescita della domanda di energia dovuta alla ripresa economica, che stime attestano intorno al +6% sul piano globale;

> una richiesta maggiore di energia dovuta a cause meteorologiche (un inverno e una primavera rigidi in Europa; estate calda in Asia), che ha comportato un utilizzo degli impianti di riscaldamento e climatizzazione, superiore alla media degli ultimi anni;

> un’estate poco ventosa in Nord Europa e un periodo secco in America Latina, che hanno rallentato l’offerta delle produzioni di energie rinnovabili primarie come l’eolico e l’idroelettrico.

A questi elementi si sono aggiunte le speculazioni finanziarie legate alla pressione sul mercato del gas naturale di alcuni titoli come i futures o i derivati, che allineati ai prezzi del gas, hanno moltiplicato l’effetto ben oltre la richiesta/domanda reale stessa dell’idrocarburo.

Abbiamo infatti assistito nei mesi scorsi e assistiamo ancora, a crescite con percentuali significative delle quotazioni di questi titoli, pur riscontrando una stabilità nei volumi di scambio. Infine i rapporti geopolitici tra Paesi produttori di idrocarburi fossili (in particolare di gas naturale) e Paesi utilizzatori sono il contesto nel quale emergono i principali condizionamenti nelle relazioni e negli equilibri globali, che si riflettono nelle ricadute di carattere economico e sociale.

Questi aspetti di carattere complessivo si manifestano poi direttamente attraverso fattori specifici che determinano la crescita progressiva dei costi dell’energia all’utente finale:

> L’aumento del prezzo dell’energia elettrica e del gas naturale (fondamentale per la produzione della precedente) sul mercato all’ingrosso;

> Il significativo incremento del costo dei permessi di emissione di anidride carbonica (CO2) nel contesto del sistema EU ETS, (European Union Emissions Trading Scheme) uno dei provvedimenti più importanti dell’Unione Europea per favorire la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra nei settori produttivi a maggior impatto sui cambiamenti climatici.

Per comprendere al meglio gli effetti prodotti dagli aumenti sopraindicati, riportiamo i dati seguenti:

> Il prezzo sul mercato spot (quello all’ingrosso, giornaliero) del gas naturale al TTF1 è cresciuto circa del 500 per cento nell’ultimo anno, passando da 21 a 120 euro al megawattora2;

> Inoltre, si aggiunge il rincaro delle quote che le aziende europee si scambiano per controbilanciare le emissioni generate dalla combustione di fonti fossili (carbone, gas, petrolio3). Nel corso del 2021 si è passati da € 33 (gennaio) a € 79 (dicembre) a tonnellata di CO2.

Il mix di questi due elementi (materia prima e permessi emissione) ha prodotto una crescita del costo dell’energia elettrica all’ingrosso di circa il 400%, da € 61 a € 288 al MW/h, generando conseguentemente un aumento generalizzato della “bolletta energetica” per i consumatori finali (domestici, industriali, commerciali, etc….) in tutta Europa.

I fattori derivanti da una maggiore richiesta del gas naturale (con una conseguente scarsità di disponibilità della materia prima) e gli effetti della ripresa economica potrebbero essere giudicati come fenomeni transitori; altra previsione è invece attribuibile ai prezzi delle emissioni di CO2, che saranno stabilmente e gradualmente più elevati.

Ciò è ovviamente legato all’intensità con la quale i paesi affronteranno la lotta al riscaldamento globale. Bisogna osservare che attualmente l’ETS risulta ancora incompleto. Saranno infatti necessari degli interventi normativi (alcuni già previsti nelle proposte della Commissione Europea sul Green Deal) per diminuire l’indeterminatezza sulla prospettiva dei prezzi della CO2, al fine di orientare le scelte delle aziende, dei servizi pubblici e singoli consumatori.

Inoltre, l’ETS dovrebbe essere progressivamente esteso anche ai settori del riscaldamento e dei trasporti, ad oggi ancora esclusi.

Considerando quanto sopra descritto, è evidente che il tema delle fonti di approvvigionamento, della dipendenza energetica dell’UE e dei singoli Paesi e nel medio lungo termine la sostituzione del mix energetico, a partire dall’Italia, si ripropongono in termini ancora più incisivi; successivamente approfondiremo anche questi aspetti fondamentali.

Qui di seguito il documento completo in PDF 

analisi_costi_energia

Associazione Dossetti : Covid-19 α, β, γ, δ…Omicron ‘L’importanza del fattore tempo per antivirali e monoclonali’

A 2 anni dall’inizio della pandemia siamo passati dall’emergenza ‘Covid-19’ all’emergenza varianti

 

Andrea Ammon, direttrice del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie Ecdc:

«La pandemia non è finita. È probabile che questo Covid-19  rimanga con noi»

 

Stella Kyriakides, Commissaria europea alla Salute:

«Oltre il 73% della popolazione adulta dell’Ue è vaccinato e tale percentuale aumenterà ancora. Ma i vaccini non possono essere la nostra unica risposta al Covid-19. Le persone continuano a contagiarsi e ad ammalarsi. Dobbiamo continuare a prevenire la malattia con i vaccini, ma allo stesso tempo dobbiamo fare in modo di poterla curare con terapie adeguate».

 

MONOCLONALI e ANTIVIRALI il futuro nella lotta al Covid-19

Ne parleremo con:

Gianni Rezza   Direttore Prevenzione del Ministero della Salute

Enrico Coscioni Presidente AGENAS

Claudio Cricelli Presidente SIMG

 

Matteo Bassetti   Marco Cavaleri  Ignazio Grattagliano  Antonio Magi

Claudio Mastroianni  Francesca Patarnello  Francesco Vaia

 

Sen. Paola Binetti   Sen. Ernesto Magorno   Sen. Maria Rizzotti

On. Fabiola Bologna On. Angela Ianaro
MODERA TONIA CARTOLANO, Skytg24

 

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Il maggioritario non regge più: bisogna cambiare musica.

 

È evidente che le tradizionali alleanze sono state sacrificate sullaltare di una polverizzazione politica che ha sancito la fine degli antichi contenitori di centro destra e di centro sinistra. Il maggioritario, dunque, non va incontro a una impellente ricostruzione delle identità politiche. In un contesto del genere riemerge la necessità di riscoprire un luogo politico di centro” capace di costruire e declinare una vera e autentica politica di centro”.

Giorgio Merlo

 

“La madre di tutte le riforme”. Così, già in tempi non sospetti, Carlo Donat-Cattin definiva la riforma del sistema elettorale. E così, del resto, è sempre stato. Perché ogni sistema elettorale, di norma, cambia la geografia politica nazionale. Uno dei motivi di fondo, certamente non l’unico, che ha sancito la fine definitiva della Democrazia Cristiana è stato anche quello del superamento del sistema proporzionale a vantaggio del maggioritario con l’introduzione dei collegi uninominali. E la stessa insistenza sul proporzionale è sempre stato, del resto, uno dei cavalli di battaglia principali per la presenza politica, seppur laica, dei cattolici nello scenario politico italiano. Da don Sturzo in poi.

 

Ora, è di tutta evidenza che il sistema elettorale riflette anche l’umore popolare e le condizioni politiche che in quel particolare momento storico condizionano il dibattito politico, culturale e sociale nel paese. In nessun caso si impone una legge elettorale del tutto avulsa ed estranea alle costanti che caratterizzano un sistema politico. E così è stato anche nel nostro paese negli ultimi anni. Almeno a cominciare da tangentopoli, cioè dopo che la magistratura con la sua azione aveva contribuito a radere al suolo quel sistema politico che per oltre 50 anni reggeva le sorti della nostra democrazia parlamentare. E la crisi, la precarietà e l’instabilità della politica italiana è anche il frutto dei continui cambiamenti del sistema elettorale. Una continua alternanza tra proporzionale e maggioritario che non ha contribuito a creare quella stabilità di governo che era e resta l’elemento decisivo di ogni sistema politico.

 

E, per arrivare ad oggi, ci troviamo nuovamente di fronte ad un possibile, e anche auspicabile, cambiamento del nostro sistema elettorale. Si riparla, cioè, di un ritorno del sistema proporzionale. E sin qui, nulla di nuovo. E questo per un motivo persin troppo semplice da richiamare all’attenzione. E cioè, proprio il contesto politico contemporaneo richiede il superamento di ogni sistema maggioritario a vantaggio del proporzionale. Solo un tifoso accanito del maggioritario o chi intravede, oggi, nella politica italiana la presenza virtuale ed astratta di coalizioni politicamente coerenti e programmaticamente omogenee al proprio interno può immaginare la necessità di avere un sistema elettorale di questo tipo.

 

È evidente a tutti, ma proprio a tutti, che le tradizionali alleanze sono state sacrificate sull’altare di una polverizzazione politica che ha sancito la fine degli antichi contenitori di centro destra e di centro sinistra. È appena sufficiente prendere atto delle dichiarazioni che campeggiano nel centro destra a giorni alterni per rendersene conto. Per non parlarle del campo avverso dove la sommatoria del massimalismo della sinistra con il populismo sempre più sbiadito ed ondivago dei 5 stelle offre uno spettacolo di coalizione alquanto ridicolo se non addirittura grottesco. E, oltre a questa considerazione, persin troppo plateale che si può anche fare a meno di descrivere, assistiamo ad una sorta di perenne radicalizzazione del conflitto politico che rischia di riproporre, seppur in forma diversa rispetto al passato, quella cultura degli “opposti estremismi” che non giova né alla credibilità della politica e né, tantomeno, alla stabilità nell’azione di governo.

 

Ecco perchè si parla di ritornare al proporzionale. Perchè dopo una stagione politica dominata e caratterizzata dal populismo di marca grillina che ha scassato le fondamenta del nostro sistema politico e parlamentare diventa indispensabile ripartire dal basso. Che, tradotto in termini politici, significa ripartire dalle identità – se esistono ancora – dei singoli partiti per poi costruire, lentamente, le necessarie ed indispensabili alleanze politiche che siano in grado di governare degnamente l’intero paese. E senza continuare ad appaltare l’azione di governo ad altri poteri e a commissariare, di fatto, la politica e ciò che la caratterizza da sempre.

 

E non a caso, proprio in un contesto del genere riemerge la necessità di riscoprire un luogo politico di “centro” che sia in grado, soprattutto, di costruire e declinare una vera ed autentica “politica di centro” nel nostro paese. Non per regressione nostalgica ma per ridare qualità alla politica e dignità alla stessa azione di governo. E per centrare questo obiettivo si rende necessario, se non quasi addirittura vincolante, tornare ad un sistema proporzionale che esalti da un lato le identità dei vari soggetti politici e, dall’altro, che costruisca coalizioni non fondate sul pallottoliere – come capita oggi sistematicamente – ma su motivazioni politiche e su ricette di governo.

Siamo arrivati, cioè, ad un bivio. L’ennesimo nella politica italiana. Si tratta di affrontare questa nuova ed inedita stagione non più con le armi propagandistiche e demagogiche del populismo – ormai fallite e tramontate – ma con le munizioni della buona politica ispirate ai valori costituzionali e democratici.

Ucraina. Anche la paura è una guerra.

 

Che in Europa si viva un momento a caratteri così fuori dal tempo, mette in risalto limpraticabilità di una volontà portata allestremo: quella di dare la parola alle armi.

 

 

 

Gianfranco Moretton

 

La cosa che più colpisce, in questa vicenda russa ucraina, sono le immagini anacronistiche che ci piovono negli occhi. Nel 2022 vedere carri armati, fucili mitragliatori e apparati militari schierati lungo i confini di due paesi europei, è una aspetto che ferisce lintelligenza di noi tutti. Sono immagini che potrebbero essere impiantate nella storia di metà 900, ma oggi proprio no. Per questo, per il rigetto immediato che quelle immagini producono in ciascuno di noi, ipotizzo che tutto non sia che una modalità teatrale e nulla di più. In buona sostanza, far vedere i muscoli per trattare da posizioni di forza. Ma carri armati che varchino i confini dentro il nostro continente, sono aspetti spettrali.

 

Si fan paura l’un l’altro, perché pensano che questo sia il modo migliore per ottenere qualcosa. Già questo denota quanto essi siano immaturi. E come sia una pagina deteriore, purtroppo in questi ultimi giorni scritta fittamente, da bocciare senza alcun appello. Che in Europa si viva un momento a caratteri così fuori dal tempo, mette in risalto l’impraticabilità di una volontà portata all’estremo.

 

Non ci sarà alcuna guerra. Possiamo solo dire che questo infiacchirà l’economia, avrà ripercussioni nelle relazioni degli interscambi commerciali e farà soffrire il tessuto produttivo. Ne avevamo già a sufficienza, questo oscuro angolo non era per nulla atteso e dovrebbe essere quanto meno spento nei prossimi giorni. Qualcuno ha persino ipotizzato che mercoledì sia il giorno nefasto; verrà mercoledì e non ci sarà nulla. Sposteranno la data più avanti e al mostrarsi di quella data non accadrà alcunché. Ma tutto ciò lascerà costantemente viva una cattiva tensione dentro l’intero mondo. Non va assolutamente bene.

 

Non intendo esaminare le cause che interessano gli uni e gli altri, sicuramente ne avranno e non stento a credere che siano anche fondate, ma non per dare inizio ad un conflitto armato.

«Toniolo, il profeta dell’economia umana che anticipò Davos» Mons. Sorrentino intervistato da «Famiglia Cristiana»

 

Il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, ha dedicato un volume, edito da Vita e Pensiero, alla lezione e profezia” delleconomista: «Anche se è vissuto tra metà Ottocento e i primi del Novecento ha denunciato la tendenza, di oggi, del capitale e della tecnologia a prevaricare sulluomo. Anticipando una delle domande di Klaus Schwab, liniziatore del World Economico Forum. E con il suo temperamento e scritti aiutò il beato Alberione a capire la sua vocazione»

Antonio Sanfrancesco 

 

«Giuseppe Toniolo, anche se è vissuto oltre un secolo fa, tra il 1845 e il 1918, dunque sullo sfondo della seconda rivoluzione industriale, non solo denunciò per il suo tempo, ma anche prefigurò per il nostro la tendenza del capitale e della tecnologia a prevaricare sull’uomo. Una deriva che avrebbe portato disastri già ben visibili nei suoi anni e certamente ancor più gravi con il progresso dell’economia industriale. Toniolo fu un rivendicatore appassionato della dignità dell’uomo che lavora, del diritto al lavoro, dell’organizzazione umanistica del lavoro. E quando diceva uomo, diceva la persona umana nella sua interezza. L’espressione “economia umana” è sua ed è un’espressione chiave per capire il suo pensiero. L’accento va sull’umano, in rapporto al ruolo giocato dal capitale nell’economia contemporanea».

 

È il ritratto che il vescovo di Assisi, mons. Domenico Sorrentino, traccia dell’economista e sociologo Giuseppe Toniolo, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e beatificato nel 2012, al quale ha dedicato il libro Economia umana. La lezione e la profezia di Giuseppe Toniolo: una rilettura sistematica, pubblicato da Vita e Pensiero. Sorrentino, già postulatore della causa di beatificazione di Toniolo e che fa parte del Comitato organizzatore dell’iniziativa “The economy of Francesco” voluta dal Papa, illustra e approfondisce con grande rigore la visione tonioliana del rapporto tra etica ed economia.

 

Eccellenza, qual è la lezione sull’economia umana che ci lascia questo studioso?

«L’espressione “economia umana” è del Toniolo ed è un’espressione chiave per capire il suo pensiero. L’accento va sull’umano, in rapporto al ruolo giocato dal capitale nell’economia contemporanea. Dico contemporanea, perché il Toniolo, pur essendo vissuto oltre un secolo fa, tra il 1845 e il 1918, dunque sullo sfondo della seconda rivoluzione industriale, non solo denunciò per il suo tempo, ma anche prefigurò per il nostro la tendenza del capitale e della tecnologia a prevaricare sull’uomo. Una deriva che avrebbe portato disastri già ben visibili nei suoi anni e certamente ancor più gravi con il progresso dell’economia industriale.

Il Toniolo fu un rivendicatore appassionato della dignità dell’uomo che lavora, del diritto al lavoro, dell’organizzazione umanistica del lavoro. E quando diceva uomo, diceva la persona umana nella sua interezza. “Umanesimo integrale”, avrebbe detto dopo di lui Jacques Maritain. Integrale nella visione piena di ciascuna persona, con tutte le sue dimensioni: fisica, spirituale, familiare, relazionale. Visione solidaristica, nell’intreccio delle relazioni che, partendo dalla persona, si espandono a tutti i raggruppamenti umani che costituiscono il tessuto della società. Donde una concezione della società in cui lo Stato, senza perdere il suo ruolo, perde tuttavia il suo primato. Rinuncia cioè a farla da “padrone” sulle persone e la società. Il primato – sottolineava il Toniolo – spetta alla “società civile”, ossia all’insieme delle persone organizzate in “corpi” in cui gli individui si ritrovano per le più diverse affinità e i convergenti interessi.

A quest’uomo in relazione, in tutti i corpi intermedi della società, lo Stato offre il suo servizio di sussidiarietà e solidarietà, a favore dei più deboli, a integrazione, e non in sostituzione, della base sociale. È qui il suo ruolo ineludibile, in vista dell’ordine e del bene comune. Ma guai a ribaltare la gerarchia dei valori. La tendenza statocentrica – e talvolta “statolatrica” nelle espressioni delle dittature di destra e sinistra che hanno funestato il ventesimo secolo – è una patologia foriera di sciagure. Una lezione valida ancor oggi, e direi, ancor più oggi. La si può applicare anche al potere sovra-nazionale ed eventualmente globale. Se mai ci sarà – secondo l’attuale trend della globalizzazione – una vera governance mondiale, essa dovrà essere a servizio, e non dominatrice, rispettosa del primato della persona e della società civile».

 

Perché l’economia delineata da Toniolo è stata definita profetica?

«Al tempo della “quarta rivoluzione industriale”, mentre il mercato globale e la tecnologia, giunti a livelli inauditi, in crescita continua, rischiano di fagocitare l’umano, occorre mettere in atto una strategia di consapevolezza e di iniziativa, perché questo disastro dell’umano, parallelo al disastro ambientale, venga scongiurato. La questione delle disuguaglianze è l’indice inconfutabile di un’economia malata. In questo, la lezione del Toniolo è un’autentica profezia. Oggi, persino il pensiero economico mainstream, quello dominante, sviluppato ad esempio a Davos, riscopre al suo interno delle “domande” che furono esattamente quelle del Toniolo.

Nel mio libro ho cercato di documentarlo. Ci si rende conto dell’attualità del Toniolo, paradossalmente, confrontandolo con il pensiero di Klaus Schwab, l’iniziatore del World Economic Forum di Davos. Nel paesaggio della “quarta rivoluzione industriale”, l’ingegnere economista svizzero ritrova, almeno come problematica, uno dei temi che furono cari al Toniolo: che fine fa l’uomo nell’ingranaggio tecnologico? Occorre fare in modo che il primato dell’umano venga salvaguardato. Bisogna che sia l’uomo a governare le sue macchine, se non si vuole che le macchine travolgano l’uomo. Vanamente – e forse cinicamente – si parlerà di un uomo “aumentato”, se saranno le macchine a decidere per lui. Toniolo intuiva cento anni fa il problema. Altrettanto denunciava a proposito del capitale: il lavoro deve essere sostenuto dal capitale, ma non può stare al guinzaglio del capitale. Quest’ultimo è indubbiamente necessario per un’economia progredita. Ma, sottolineava il beato economista, è di sua natura “seguace e alleato”, non tiranno del lavoro.

Per questo Toniolo elogiava i capitalisti “imprenditori”, e bersagliava i capitalisti semplicemente “finanziatori”, al riparo dai rischi d’impresa, e ben protetti nei loro bunker speculativi, a fare il bello e il cattivo tempo dell’economia. Il capitale deve accogliere e sopportare i rischi d’impresa, fungendo da capitale generativo, e non da capitale strozzino. Facendosi dunque espressione e sostegno dell’economia reale, e non crescere grazie a pratiche speculative che danno vita a un’economia di carta (o di numeri e clic informatici) staccata dalla realtà e sempre sul ciglio del precipizio (a danno naturalmente dei più poveri). Lo abbiamo visto con la crisi finanziaria di qualche anno fa. A Davos si sta anche ponendo – udite, udite – il problema della solidarietà. Era la passione del Toniolo, che su questo tema esaltava il grande contributo del cristianesimo alla storia dell’umanità.

È più che mai provato che il modello economico dominante tende ad arricchire all’inverosimile qualche paperon dei paperoni mentre una massa enorme di esseri umani arranca, e persino manca del necessario per sopravvivere. Un paesaggio di questo tipo è moralmente inaccettabile. Ma è anche, a lungo andare, un boomerang per la stessa economia. Quante conseguenze sociali devastanti ne possono derivare. Conseguenze che travolgeranno tutti, anche i ricchi. In definitiva, a partire da una semplice considerazione di opportunità, la questione dei poveri ridiventa centrale. Toniolo l’aveva posta cento e più anni fa, profetizzando che non l’avrebbe risolta il marxismo, allora in procinto di un successo che si è poi mostrato caduco. Non l’avrebbe risolta il puro libero mercato, per il fallimento della “mano invisibile” di smithiana memoria proprio sul versante della solidarietà.

Il pensiero del Toniolo, rispetto a queste sfide dell’oggi, può ben dirsi profetico».

 

 

 

Fonte: Famiglia Cristiana – 12 Febbraio 2022

 

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https://www.famigliacristiana.it/articolo/il-vescovo-di-assisi-sorrentino-giuseppe-toniolo-il-profeta-delleconomia-umana-che-anticipo-davos.aspx

Acli, oggi presentazione del volume sulla storia dell’Associazione, a Roma giocata perlopiù sul filo del moderatismo.

 

A differenza dal percorso delle Acli nazionali, progressivamente indirizzato verso sinistra, fino alla rottura di Labor con la Dc, quello dell’Associazione romana è stato caratterizzato da una costante inclinazione “a destra”, tanto da contemplare l’ingresso, tra lo sconcerto dei più, del presidente provinciale Gigi De Palo nella Giunta Alemanno.

 

Redazione

 

È in programma per oggi pomeriggio, lunedì 14 febbraio, nel Palazzo del Vicariato la presentazione del libro “I fili della memoria”, di Lidia Borzì e Maria Grazia Fasoli (ed. Rubettino), che ripercorre la storia delle Acli di Roma, tra testimonianza e visione. L’appuntamento è alle 15.30 nella Sala intitolata al cardinale Ugo Poletti, al piano terra del palazzo lateranense. Con le autrici, intervengono il cardinale vicario Angelo De Donatis, che firma anche la presentazione del volume; Carlo Felice Casula, professore emerito di Storia Contemporanea all’Università Roma Tre; Lanfranco Norcini Pala, direttore di FareBene.info; e il presidente nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia. In programma anche la lettura di alcune testimonianze tratte dal libro, interpretate da Paolo Mellucci, responsabile dell’Area cultura delle Acli provinciali di Roma.

Il libro ricostruisce le origini dell’associazione, plasmando una memoria documentale che era andata distrutta a causa dell’incendio dell’archivio della storica sede di corso Vittorio Emanuele. Una «Storia di storie», la definiscono dalle Acli, fatta di «trame e intrecci che dal passato arrivano ai nostri giorni con un bagaglio prezioso di valori ed esperienze che identificano le Acli di Roma ancora oggi e guidano i passi dell’associazione verso il futuro».

 

Si legge nella sinossi la ragione di questa interessante ricerca. Le ACLI di Roma hanno voluto attingere alla ricchezza della memoria con questo volume che ne rintraccia i fili e le risonanze, fino al presente. La memoria è un patrimonio comune che chiede di essere rivisitato e riletto, conservato e reinterpretato, perché possa alimentare la visione del futuro. Una narrazione che affonda le sue radici nelle origini, interrogando le “carte” e alcuni protagonisti di un tempo che è passato e tuttavia vivente, non solo nel ricordo, ma soprattutto nella passione. Emerge da queste pagine un ritratto delle ACLI di Roma che ci restituisce la loro specificità, in una realtà territoriale che è unica, per il valore della presenza della Chiesa universale a cui le ACLI sono legate da una storica fedeltà, per la presenza delle Istituzioni e per essere la sede della Capitale. Le ACLI romane si collocano, oggi come nel passato, al fianco delle fragilità umane, materiali e sociali, valoriali e spirituali. Una sfida che in questo volume appare nella sua antica origine ideale e nella sua attuale crucialità. La concretezza delle opere e la lungimiranza della visione sono i due tratti identitari che le ACLI di Roma consegnano, come un prezioso testimone, alle future generazioni.

 

«Il desiderio che ci ha spinto a scrivere questo libro – dice Lidia Borzi, attuale presidente delle Acli provinciali della Capitale – è stato il guardare al passato per rintracciare nelle sue pieghe quei fili rossi che cuciono il presente e tracciano il disegno del futuro. Vogliamo dedicare questo testo agli uomini e alle donne che con la loro operosità invisibile hanno contribuito a fare grandi le Acli e il Paese per rendere omaggio a tutti gli aclisti che di questa vicenda hanno fatto e fanno parte, nella quotidianità spesso nascosta del loro impegno».

 

La presentazione sarà trasmessa in diretta sulla pagina Facebook e sul canale YouTube delle Acli di Roma.

 

 

Capitalismo beffardo. La sua morte è una “notizia fortemente esagerata”. Pensarne il dinamismo è già una politica.

 

Proponiamo ampi stralci della recensione, apparsa su “doppiozero.com” a firma di Franceco Guala, del libro di Wolfang Streeck che l’editrice Moltemi ha recentemente mandato in libreria.

Redazione

Se il capitalismo fosse una persona e potesse parlare, ogni dieci anni dovrebbe annunciare, come fece Mark Twain, che ‘la notizia della mia morte è fortemente esagerata’. Più o meno ogni decennio infatti una crisi economica scuote le fondamenta dell’ordine costituito, e qualcuno si chiede se sia la volta buona: il capitalismo sta esalando gli ultimi respiri? Wofgang Streeck si pone questa domanda nel libro Come finirà il capitalismo? Anatomia di un sistema in crisi, recentemente pubblicato da Meltemi. Streeck è professore emerito di sociologia economica, ex direttore di un centro di ricerca del Max Planck Institute. Il libro raccoglie diversi saggi scritti nell’ultimo decennio, dedicati all’analisi del capitalismo e del suo destino.

[…]

Streeck riconosce che non esiste al momento una teoria in grado di concettualizzare in modo preciso il capitalismo. La definizione più puntuale che troviamo nel libro identifica l’essenza del capitalismo nell’ ‘accumulazione privata del capitale’ e nel ‘libero scambio contrattuale guidato da calcoli individuali di utilità’. Purtroppo nessuno di questi elementi è davvero distintivo: individualismo, libero mercato (del lavoro in particolare) e accumulazione del capitale co-esistono in Europa almeno dalla fine del feudalesimo. Ma la sensazione è che definire il capitalismo non sia così importante per Streeck, e che fornire una teoria rigorosa non sia il suo obiettivo principale.

[…]

Streeck insiste sulla natura dinamica del capitalismo, e sulla costante necessità di reinventarsi per sopravvivere alle crisi. Le crisi, a loro volta, sono generate da quelle che un marxista avrebbe chiamato ‘contraddizioni’ del sistema. Si tratta di tensioni sia interne che esterne, nel senso che il capitalismo convive in modo conflittuale con altre istituzioni dalle quali però dipende la sua stessa esistenza. Fra queste Streeck enfatizza in particolare la democrazia e la morale del senso comune, fondata su egalitarismo e meritocrazia. Il capitalismo ha bisogno di queste istituzioni sia per ragioni ideologiche – il sistema deve essere percepito come ‘giusto’ e funzionale al benessere di tutti i cittadini – sia per proteggersi dagli istinti predatori delle élite che potrebbero in ogni momento distruggerne gli incentivi.

 

[…]

L’ipotesi di Polanyi e Streeck, come di molti sociologi contemporanei, è che qualsiasi sistema economico sia ‘incastonato’ (embedded) in un sistema sociale più complesso, e che per miopia rischiamo di perdere di vista questa relazione di dipendenza. La critica è rivolta agli specialisti – gli economisti in particolare – che come si è detto hanno rinunciato a fornire analisi di ampio respiro. I sociologi dovrebbero assumersi questo compito, come argomenta Streeck nel capitolo conclusivo (‘La missione pubblica della sociologia’). Il problema è che non è chiaro quali strumenti tecnici li possano aiutare. I saggi riuniti nel libro sono in effetti delle sofisticate rassegne di fenomeni politico-economici ampiamente documentati e discussi nella letteratura giornalistica degli ultimi due decenni: l’instabilità dei mercati finanziari, l’aumento del debito pubblico e privato, la rivoluzione tecnologica digitale e il suo impatto sull’occupazione, la globalizzazione e delocalizzazione della produzione, l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione, la crescita della disuguaglianza, la crisi ecologica, eccetera eccetera.

[…]

I modelli delle scienze sociali contemporanee non ci aiutano, e nessuno ha il coraggio di proporre teorie di lungo periodo come quelle dei cicli storici hegeliani o marxisti. Forse dovremmo semplicemente rallegrarci che gli scienziati sociali siano diventati più umili dei loro predecessori. Resta il fatto che nessuno sa dare una risposta alla domanda ‘Come finirà il capitalismo?’. Forse per uno dei molteplici fattori citati da Streeck, ben noti a chi segue i dibattiti politici contemporanei; oppure, forse, non finirà – per lo meno non nel corso delle nostre vite – e continuerà ad aggirarsi nel cimitero delle idee, facendosi quattro risate alle spalle di chi si è posto questa domanda.

 

La recensione è di Francesco Guala. Per leggere il testo integrale digitare il seguente link.

https://www.doppiozero.com/materiali/capitalismo-beffardo

È stata la mano di Dio. La recensione su “Aggiornamenti Sociali”.

 

Nel numero di questo mese della rivista dei gesuiti di Milano è presente questa scheda del film di Paolo Sorrentino, nominato questa settimana per il premio Oscar come miglior film internazionale. 

Cesare Sposetti

 

 

I luoghi dove nasciamo e cresciamo normalmente forgiano la nostra identità e il nostro rapporto con la realtà.

 

Con il suo ultimo film, il più apertamente autobiografico della sua produzione, Paolo Sorrentino torna alle sue radici, che prendono proprio la forma del rapporto viscerale con la sua città natale, Napoli. Se la Roma del pluripremiato La grande bellezza (2013) appariva onirica e forse un po’ stereotipata, la città partenopea emerge qui in tutta la sua vitalità e complessità, nei luoghi, nelle persone, nella lingua, nella cultura, e nei simboli. Fanno capolino fin dall’inizio San Gennaro, il Munaciello, e soprattutto Maradona, Mano de Dios, la cui entrata messianica, in una vibrante Napoli anni ‘80, fa da sfondo e al tempo stesso si intreccia con la narrazione autobiografica.

 

Il protagonista, l’adolescente Fabietto, alter ego del regista nella finzione come nella realtà, verrà davvero “salvato” dalla “Mano di Dio” (se quella calcistica o quella in senso proprio, è lasciato all’interpretazione dello spettatore). La tragedia della morte dei genitori, tratteggiata in tutta la sua “ordinaria” drammaticità, fa da spartiacque nella vita del protagonista, e il racconto apparentemente spensierato del suo variopinto universo familiare (pur già non esente dalle ben celate ombre che fanno parte della storia di ogni famiglia: «Non si sa mai cosa succede veramente nelle case degli altri», come afferma la baronessa vicina di casa) lascia spazio all’improvvisa esigenza di diventare grandi, e di (ri)pensare al futuro, che per Fabietto prenderà i contorni della sua passione per il cinema.

 

Vari sono dunque i temi che si intrecciano: dal tema del lutto e della perdita a quello del romanzo di formazione e della ricerca della propria “vocazione”, del proprio posto nella vita. In tutto questo, Napoli è molto più di uno sfondo: è parte della vita e della storia di Fabietto/Paolo. Il film intero, fin dalle sequenze iniziali, appare come un autentico nostos, un ritorno alla sua identità più profonda e vera, da cui il protagonista è invitato a “non disunirsi”, in un intenso dialogo con il regista Antonio Capuano.

 

I vari frammenti della storia e dell’anima del regista paiono ritrovare nello svolgimento del film una ricomposizione inaspettata e inedita. La città ne diviene in un certo senso lo specchio, e le sue varie “anime”, quella borghese e colta dello stesso Fabietto, quella popolana del contrabbandiere Armando, quella ruvida e artistica del regista Capuano, si incontrano e si scontrano, rappresentando i “mille colori” cantati da Pino Daniele nei titoli di coda, che stanno naturalmente e miracolosamente insieme in un unico quadro.

 

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L’Africa russa, chiese e cannoni (AsiaNews)

 

Lemorragia di sacerdoti alessandrini” verso il patriarcato russo sembra inarrestabile: la vera guerra canonica” interna allOrtodossia si gioca oggi in Africa dove gli interessi di Mosca sono spirituali tanto quanto materiali, pastorali e politici, liturgici e militari al tempo stesso.

 

Stefano Caprio

 

Lesarcato russo dellAfrica

Continua a creare grande trambusto nell’Ortodossia l’“invasione russa” del patriarcato di Alessandria, titolare del cristianesimo bizantino in tutto il continente africano. La rottura ha avuto luogo dopo un evento tutto sommato minore, la concelebrazione in una sperduta isola mediterranea del patriarca alessandrino Theodoros II (Choreutakis), omonimo greco del “papa” dei copti, con il metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko) visto dai russi come il fumo negli occhi per l’autocefalia a lui concessa dal patriarca ecumenico Bartolomeo (Archontonis), il grande avversario di Mosca nella primazia universale ortodossa.

 

 

L’emorragia di sacerdoti “alessandrini” verso il patriarcato russo sembra inarrestabile: il 10 febbraio altri 15 si sono consegnati all’esarca per l’Africa nominato da Mosca, il 54enne metropolita Leonid (Gorbačev), un fedele collaboratore del patriarca Kirill (Gundjaev), che per oltre un decennio è stato rappresentante di Mosca presso il patriarcato di Theodoros, tanto da organizzare il suo incontro al Cairo con il presidente Dmitrij Medvedev nel 2009. Leonid ha servito a lungo nell’esercito e nell’aviazione russa, essendo già anche suddiacono e collaboratore patriarcale, e la sua doppia funzione militare ed ecclesiastica è stata una chiave importante del suo percorso professionale-ministeriale.

 

Il nuovo esarca ha contribuito all’inserimento organico delle cappellanie ortodosse nell’esercito russo, e ha svolto funzioni diplomatiche a tutte le latitudini: rappresentante patriarcale in Argentina, è stato recentemente nominato anche esarca dell’Armenia, operando nei territori caucasici più vicini a Mosca e accordandosi con il katholikos della Chiesa apostolica Karekin II. Ha seguito le vicende della Chiesa di Etiopia e il dialogo bilaterale tra l’Ortodossia russa e la Chiesa malankarese indiana, ottenendo infine anche il titolo di vicario patriarcale come vescovo di Klin, una località della provincia di Mosca. Tutti questi titoli e incarichi si sono freneticamente accumulati secondo la tipica procedura “a strappi” della gestione patriarcale di Kirill, che muove i suoi collaboratori più stretti come pedine da videogioco, quando deve trovare una soluzione alle questioni più scottanti.

 

Leonid ha accolto i nuovi sacerdoti russo-africani durante una “assemblea pastorale” nella cittadina di Meru nel Kenya orientale, dove la maggioranza del clero ortodosso della eparchia di Nyeri ha deciso di passare con Mosca, nonostante le suppliche e le minacce di scomunica del vescovo Neofit (Kongai), un keniano cresciuto dai greci. I preti sono giunti all’incontro in motocicletta dalle lontane parrocchie, vestendo soltanto il podrjasnik, il camice sotto la tonaca, un po’ per ragioni climatiche e un po’ per mancanza di fondi, che ora invece verranno generosamente garantiti da Mosca.

 

La versione del patriarcato russo, in effetti, è che “non si poteva non rispondere alla richiesta di tanti sacerdoti africani”, desiderosi di unirsi a Mosca per lo scandalo inaccettabile dello “scisma ucraino”. Come ha commentato ancora nei giorni scorsi il metropolita Ilarion (Alfeev), “ministro degli esteri” patriarcale, “i cristiani dell’Africa hanno bisogno della protezione della Russia, e non per nostra volontà, ma a causa della situazione che si è creata, abbiamo creato l’Esarcato per offrire un rifugio canonico ai sacerdoti africani, che non intendevano seguire Alessandria nella legittimazione dello scisma ucraino”. I russi già da tempo inviavano missionari per il servizio ai fedeli di lingua russa nei Paesi africani, e ora tutto viene riformulato in eparchie e strutture di “accoglienza canonica”.

 

Mosca ha del resto già più volte ribadito che “sarà costretta” ad aprire parrocchie russe perfino in Turchia, nel territorio di Bartolomeo, dove la presenza dei russi è piuttosto numerosa, ma finora non si è andati oltre qualche cappella nei territori consolari. La minaccia per ora non è stata rivolta alla Grecia, dove l’arcivescovo di Atene Ieronimos II (Liapis) ha riconosciuto a sua volta la metropolia di Kiev, anche se i russi ufficialmente hanno per questo deciso di rompere i rapporti con le comunità monastiche del Monte Athos, dove comunque risiedono molti monaci russi. Rimangono perlomeno neutrali gli altri due patriarchi della tradizionale “pentarchia” antica, in cui Mosca si è inserita in tempi moderni al posto della Roma “eretica”. Il patriarca di Gerusalemme Theofilos III (Giannopoulos) non può che cercare di barcamenarsi, dovendo ospitare nella Terra Santa le strutture canoniche di ogni tipo di cristianesimo, mentre quello di Antiochia Ioannis X (Yazigi) è da sempre al fianco di Mosca, sia per ragioni personali (è cresciuto ai tempi sovietici accanto al futuro patriarca Kirill), sia per oggettive ragioni territoriali, essendo la Siria molto contigua alla Russia e ora anche sotto la sua protezione politica e militare, dopo la guerra con l’Isis.

 

Per tutte queste e altre ragioni, la vera “guerra canonica” interna all’Ortodossia si gioca dunque in Africa. Le terre greche e mediorientali, pur sotto l’occhio vigile di Mosca, continueranno a essere abbastanza indipendenti senza alzare barricate canoniche, ma il continente nero è troppo vasto, troppo complesso e troppo importante da essere lasciato agli avversari. La Chiesa russa in questo caso non agisce soltanto per compassione verso i preti che rifiutano l’eresia, e magari sperano nella diaria, e neppure solo per puntiglio giuridico-ecclesiastico nella disputa sulle autocefalie e i territori canonici. Il fatto è che gli interessi russi in Africa sono spirituali tanto quanto materiali, pastorali e politici, liturgici e militari al tempo stesso.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/L’Africa-russa,-chiese-e-cannoni-55131.html

Il proporzionale? È sulla bocca di tutti, ma non è la panacea di tutti i mali. Senza politica non c’è rimedio alla crisi.

 

L’ampia riflessione dell’autore giunge a una conclusione molto semplice, e cioè che converrebbe adottare in politica la formula della Chiesa, quella del Sinodo, per confrontarsi e possibilmente capirsi, per ridare vigore e serietà all’impegno pubblico del laicato cristiano, per attivare una speranza collettiva.

 

Nino Labate

 

Siamo arrivati alla saturazione. Ormai sulla legge elettorale proporzionale ne parlano e scrivono in molti: politologi, editorialisti, commentatori, opinionisti, non escludendo gli stessi  politici in servizio permanente effettivo. Dai consensi trasversali che ottiene, sembrerebbe cosa fatta. Mancano solo previsioni serie sul tempo che occorre per approvarla, soprattutto se deve tener conto della riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Per l’elettore che vive chiuso in casa e che non va più a votare, il disinteresse in tempo di Covid è tuttavia al  punto massimo. Diciamola meglio: a lui di questa riforma non gliene importa niente. Ha altri problemi per la testa.

 

Rappresentatività o Governabilità? 

Diversi studiosi stanno da tempo avvertendo che il sistema proporzionale rinforza la rappresentatività e promuove la libertà di scelta del cittadino; ma che, nello stesso tempo, ostacola la governabilità rendendola debole e incerta. E viceversa: il sistema maggioritario promuove una solida governabilità e ostacola una rappresentatività plurale. Se lo dicono loro c’è da credere. Noi siamo liberi di pensarla come vogliamo, sapendo però che dividersi tra buoni e cattivi, tra il preferire la rappresentatività o preferire un governo solido e stabile, non porta da nessuna parte. In una sana democrazia le due cose sono entrambe necessarie. Bisogna solo ricordare che dietro le quinte del proporzionale, dimenticando in fretta “l’uno vale uno”, si nascondono in silenzio due effetti pronti ad emergere.

 

Uno più serio dell’altro. Da una parte un presidenzialismo (o semipresidenzialismo) da molti auspicabile, in grado di bilanciare un Parlamento  indebolito per le tante differenti e conflittuali presenze. Dall’altra la formazione di un Centro politico-partitico che sia in grado di equilibrare l’attuale  devastante bipolarismo italico, polarizzato su una destra e una sinistra radicali e ai giorni nostri pericolose. Così spesso  si legge!

 

Il presidenzialismo o il semipresidenzialismo come antidoto al pluralismo del proporzionale

Anche se non è per niente certo e non è verificato in altre democrazie, possiamo anche supporre che il presidenzialismo o semipresidenzialismo, con l’accentramento di (nuovi?) poteri nelle mani di un presidente eletto direttamente dal popolo consista nel bilanciare un governo debole e instabile, a cui conduce appunto un sistema elettorale proporzionale frammentato, svuotando in questo modo quella centralità del Parlamento tanto cara all’europeista Mattarella. Ciò è stato da lui fortemente evocato nel suo secondo discorso d’insediamento, assieme alla “dignità” come “pietra angolare” dell’agire politico, della giustizia e dell’eguaglianza.

 

Diciamo la verità, la scelta presidenziale non puo essere una vera  contropartita al proporzionale. È solo una scelta soft  di quel  decisionismo autoritario  tanto caro alla destra, con la sua perenne ricerca di uno “Stato forte” e di un “Capo forte”. Ci sono dei dubbi, dunque. E anche se il presidenzialismo è operante in diversi paesi di collaudata democrazia, per il ruolo secondario che assegna al Parlamento non è per niente un ottimo esempio di democrazia rispettosa del pluralismo e foriera di partecipazione.

 

Da una visuale meno razionale e più lontana dalle leggi della scienza politica e dalla politica comparata, ma più vicina al buon senso e alle informazioni del cittadino comune, in questa alternativa c’è tuttavia un punto che rimane sempre nell’ombra, nascosto com’è tra il tira e molla delle giustificazioni e dei desideri. Ed è quello che se da un lato un sistema proporzionale pieno, con tutto il suo  sbarramento più o meno alto, favorisce una totale libertà di associarsi e facilita sulla linea di partenza la formazione di più soggetti politici, il rovescio della medaglia consiste proprio nel facilitare questo malinteso pluralismo politico-partitico, frantumando l’offerta in partiti, partitini, liste, movimenti, ecc. con annessi leader, creando alla fine solo confusioni e disorientamenti nell’elettorato.

 

Una buona democrazia partecipata ha bisogno di partiti seri e robusti. Anche se pochi. Parliamo di partiti a difesa dei diritti umani e sociali, e non di quelli a difesa dei diritti civili, individuali e corporativi. Sta di fatto che il proporzionale rischia di indebolire ulteriormente la democrazia, sino a polverizzarla in decine di rivoli insignificanti a misura di leader. Così vale, nello stesso tempo, la ricerca di quel bene comune continuamente evocato, che ci dovrebbe trovare “…tutti sulla stessa barcasulla quale per i “…cambiamenti d’epoca” che viviamo dovremmo remare il piu possibile “…tutti insieme”, per dirla con l’utopia  di Bergoglio.

 

Prendiamone atto senza girarci attorno. Il partito politico robusto,  con la sua specifica  identità culturale, con le sue idee e i suoi valori, con i suoi giornali quotidiani, con le sue sezioni territoriali,  incontri e convegni,  con le sue scuole di formazione, non c’è più. Appartiene al Novecento. Oggi si vota senza appartenenza. A seconda degli umori. E il partito si è personalizzato, essendo nelle mani di un leader. Solitario persuasore non più occulto, il leader è palese e ben visibile grazie ai social, alla Tv, ai giornali, alle sue conferenze stampa, alle sue passeggiate nei mercati, nelle piazze e sulle spiagge. Un leader in rapporto diretto con l’elettorato e senza partito alle spalle, come d’altronde  aveva previsto Bernard Manin con la sua “Democrazia del pubblico”.

 

E oltre a essersi personalizato, si è moltiplicato a dismisura contro ogni più ragionevole previsione. Pur di fronte al Rosatellum, tra gruppi misti e parlamentari sono oggi presenti nel nostro Parlamento ben 38 diverse identità di soggetti politici, con altrettanti leader autonomi, tra loro nemici e slegati l’uno dall’altro: 7 partiti maggiori e 31 tra partiti minori e gruppi parlamentari, componenti politiche  del gruppo misto od altro.

 

C’è dunque una distorta e spesso interessata interpretazione sui rischi del pluralismo e della  democrazia politica pluralista, sottintesi da una legge proporzionale. È stato il parco Benigno Zaccagnini che nel lontano 1976 con un articolo su “La Stampa” aveva avvertito che il “pluralismo…non ignora i pericoli della disgregazione e delle tentazioni centrifughe…”, dando per scontate le “...condizioni permanenti di conflittualità” che crea il pluralismo  dei partiti. Per un politico di razza innamorato  e sino in fondo convinto difensore del pluralismo sociale e culturale, e della democrazia pluralista, ci sarebbe poco da aggiungere.

 

Riemerge il centro politico

Non è finita. Perché ad arricchire lo scenario del proporzionale, riemerge  con forza una  vecchia categoria politica che pensavamo consegnata ai libri di storia. Buona e utile per il secondo dopoguerra italiano. Quando si fronteggiavano una sinistra comunista con lo sguardo rivolto a Mosca, e una destra postfascista con lo sguardo rivolto al passato e  tesa a conservare la tradizione.

Mi riferisco al cosiddetto centro politico e partitico che in molti aggrappandosi, chissà perché, a  Mattarella e Draghi, ritengono possa oggi rinascere e fare la sua parte rimanendo nel mezzo delle spinte eversive della cosiddetta destra e della cosiddetta sinistra italiane. Se è ancora  giustificato individuare una destra e una sinistra radicalmente opposti, senza tener conto che oggi  significano cose completamente  diverse dal passato, allora è anche giustificato individuare e sperare in un centro politico in grado di mediare posizioni cosi estreme e alternative.

 

Il dubbio aumenta quando le trasformazioni epocali già alle nostre spalle e in corso d’opera, gestite da un capitalismo finanziario libero da qualunque vincolo statale,  richiederebbero una piu convinta e solidale unità di risposte, con un avvicinamento di posizioni discordanti. Diciamo allora che questo centro è stato nel passato interpretato bene da una Dc con lo sguardo rivolto al futuro, che aveva a disposizione un ceto medio e una borghesia consegnatagli dal primo Novecento. E poteva contare su un moderatismo sociale e culturale diffuso, frutto di retaggi familiari educativi e religiosi fortemente presenti in quegli anni di speranzosa  ricostruzione. Un ceto moderato corretto e equilibrato sin nelle classi popolari, a prescindere dalle fasce di reddito, ma oggi con i nuovi poveri, le movide, il bullismo, i figli con le valigie pronte, la disoccupazione, i licenziamenti da delocalizzazioni, completamente scomparso.

 

E si ripropone un centro cattolico…moderato

Una ultima considerazione legata al proporzionale mi sia consentita. Anche perché è sollecitata da ripetute proposte, per la verità smorzate e affievolite negli ultimi mesi a causa forse della forte concorrenza di auspicabili e inediti centri laici. Alludo al partito di centro cattolico. Che è spesso accompagnato dall’aggettivo moderato anche quando viene identificato con la storica eredità cattolico democratica e popolare, che a ben vedere  di moderatismo politico, in termini di idee e proposte, aveva ben poco. L’unico moderatismo presente in questa storica cultura politica della sinistra democristiana, era quello del comportamento tranquillo, sobrio e pacato dei suoi rappresentanti. Mattarella docet! Le tentazioni della legge proporzionale coinvolgono dunque anche questa nobile tradizione politica.

 

La quale sentendo ormai da tempo il canto del cigno, si affida e punta tutte le sue carte di ricomposizione, proprio sulla legge proporzionale. E con tanta imprudente fretta su quel 40/50% di non votanti, e su una non defiita classe media, salita nel frattempo sul “discensore”. Ecco, ho sempre seguito con interesse questa iniziativa, ma anche  con tanti dubbi. Mi ha costantemente accompagnato e sorpreso, infatti, la totale assenza di analisi sul contesto sociologico e culturale – direi storico – destinato ad accogliere e sviluppare una tale  proposta.

 

E stato don Luigi Sturzo a consigliare alla politica e ai politici,  prima di avviare  qualunque iniziativa,  di indirizzare lo sguardo verso la base sociale e verso la società reale. L’impressione è sempre stata quella, invece, che le idee e le proposte circolassero solo all’interno di una elite di persone spesso impegnate in un associazionismo territoriale di qualità, ma frammentato e isolato. Senza neanche la voglia di mettersi insieme e incontrarsi almeno un paio di volte l’anno in un Forum, un Convegno, un Dibattito, una Conferenza, una Fondazione. Oggi con le chiese chiuse, i sacerdoti introvabili e la crisi dei Seminari, e poi con i matrimoni religiosi in forte calo, la denatalità in salita e la famiglia tradizionale dileguata, parlare di  secolarizzazione è come parlare di un fenomeno scontato.

Non solo, ma la forte crisi dello storico associazionismo cattolico che preparava i giovani cristiani all’impegno sociale e politico  – Fuci, Ac, Scout, – mi porta a pensare che la sottovalutazione del prepolitico e della formazione,  non porti molto lontano. Accontentando solo coloro che pensano che un progetto come questo si possa realizzare solo con anziani, e lontani da una base sociale e culturale. Insomma, lontani da una domanda elettorale. Partito o non partito cattolico, centro o non centro cattolico, bisognerebbe seguire l’esempio della Chiesa immaginando una sorta di ‘Sinodo’ laico-politico: incontrarsi, camminare insieme, dialogare insieme, per leggere insieme i segni dei nuovi tempi.

Pensare globalmente e agire localmente. Anche questo, emblematicamente, può servire alla ricomposizione dell’area dc.

 

Solo dal dialogo e dal confronto politico dal basso, dalle realtà di base, con giovani e anziani impegnati a pensare globalmente e agire localmente, potrà emergere una nuova classe dirigente”.

L’autore sostiene da sempre l’idea di ricomporre l’area popolare e democratico cristiana dopo la lunga stagione della diaspora. Il principale problema, tuttavia, viene dalle componenti cosiddette moderate, anzitutto per il loro rifiuto a porre con chiarezza un argine a destra, come insegna e contempla la tradizione della Dc fin dai tempi della fallita operazione Sturzo (di cui ricorrono, per altro, i settant’anni).

Su questo punto la discussione rimane aperta, senza che abbia registrato finora grandi evoluzioni.

 

Ettore Bonalberti

 

Considero molto positiva l’iniziativa assunta da Renato Grassi, segretario nazionale della Dc, di invitare gli amici dei diversi partiti, movimenti, associazioni e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale per la ricomposizione politica. Mi auguro che l’Istituto Sturzo, depositario della memoria storica dei Popolari e della Dc, accetti di offrirci l’ospitalità, così come spero che, finalmente questa volta, tutti accolgano l’invito senza diserzione di alcuno.

 

Credo anche che un incontro dei vertici romani,  il quale nei lunghi anni della diaspora (1993-2022) non si è mai potuto realizzare, possa servire certamente come indicazione di una strada che, tuttavia, richiede un diretto e forte coinvolgimento delle realtà territoriali. Un progetto di tipo top down, che si limitasse a un incontro dei vertici con i tutti i limiti e i condizionamenti che sin qui hanno impedito di andare avanti, non sortirebbe esiti positivi se nelle diverse realtà territoriali non si promuovesse un processo di dialogo e ricomposizione tra le diverse espressioni culturali, sociali e politico organizzative della nostra vasta, complessa e articolata area di riferimento.

 

Era ed è tuttora questo anche il progetto della Federazione Popolare dei Dc, guidata da Peppino Gargani, espressione di un patto sottoscritto da una cinquantina di associazioni, movimenti e gruppi, compresi alcuni dei  partiti di area Dc, che, tuttavia, fatica a decollare; vuoi per la tiepidezza di alcuni, vuoi per il voltafaccia che in occasione delle ultime elezioni regionali calabresi ha fatto l’Udc di Cesa e De Poli, ma, soprattutto, per il mancato coinvolgimento delle realtà di base di cui quei sottoscrittori del patto federativo sono o dovrebbero essere espressione. Nei prossimi giorni sarà convocata una riunione on line dei soci della Federazione e da parte mia solleciterò Gargani e amici a sostenere l’iniziativa della Dc per ritrovarci tuti insieme a discutere dei modi e dei tempi utili e necssari per la nostra ricomposizione politica, delle cui motivazioni si è scritto e si scrive da parte di molti e su diverse testate.

 

Questa volta, però, è indispensabile favorire iniziative di ricomposizione che sollecitate dall’alto, devono vedere impegnate tutte le realtà territoriali in sede locale. Privi di risorse finanziarie e di sedi fisiche di incontro, a Venezia ho pensato di avviare lo strumento di un gruppo facebook (https://www.facebook.com/groups/272778101596179/?ref=share), quale sede virtuale; uno strumento per favorire la conoscenza e la partecipazione al dibattito culturale e politico dei cittadini e cittadine elettrici ed elettori, simpatizzanti e non della nostra area. In poche ore ho raccolto diverse adesioni mentre con il Comitato 10 Dicembre (https://www.facebook.com/search/top?q=comitato%2010%20dicembre) insieme a un gruppo di storici intendiamo approfondire la storia della Dc, soprattutto attraverso la presentazione degli uomini del partito che hanno contribuito allo sviluppo dell’Italia, difendendo la libertà e i valori costituzionali e con essi, quella degli umili servitori della Repubblica, donne e uomini impegnati per oltre cinquant’anni negli enti locali della penisola. Di essi vorremmo fosse conosciuta la storia, dopo che una falsa vulgata anti Dc li ha accomunati senza alcuna distinzione critica, nella damnatio memoriae seguita a “mani pulite”, di cui si dovrà presto ricostruire la verità dei fatti.

 

C’è nel Paese un desiderio di un centro nuovo della politica italiana e non saranno i tragicomici movimenti parlamentari dei diversi “nominati”, in larga parte transumanti partitici a rispondere alle esigenze di rinnovamento e di riconquista della credibilità della politica, se compiuti da molti di coloro che di questa sfiducia sono stati e/o sono apparsi (“ in politica vale ciò che appare”) come corresponsabili o diretti interpreti. Solo dal dialogo e dal confronto politico dal basso, dalle realtà di base, con giovani e anziani impegnati a pensare globalmente e agire localmente, potrà emergere una nuova classe dirigente che sarà in grado di assumere con passione civile il testimone della nostra migliore tradizione politica.

Ucraina, cresce il rischio di guerra. Importante adesso è sostenere ogni iniziativa utile alla ricerca di una soluzione diplomatica.

La situazione è allarmante, il conflitto armato potrebbe esplodere da un momento all’altro. In Italia già vivono molti ucraini, dobbiamo tenerci pronti per gli aiuti umanitari. Intanto la comunità internazionale registra con favore lo sforzo di mediazione avviato da Macron e sostenuto da Johnson, Scholz e Draghi

Tutti i leader del mondo occidentale libero e civile hanno preso posizione a tutela dell’inviolabilità dei confini ucraini.

L’Ucraina più volte ha chiesto (e in futuro, si spera, otterrà) di entrare nella NATO. È un suo diritto, così come lo è stato per tutti quei Paesi dell’ex Patto di Varsavia che, non appena ottenuta l’indipendenza dall’URSS, hanno chiesto ed ottenuto di far parte della Coalizione Atlantica.

La storiella che la NATO, organismo di difesa, possa essere una minaccia per i confini russi non regge neanche lontanamente: solo il 6% del territorio russo confina con Paesi che aderiscono alla NATO.

La verità, detta dallo stesso Putin in conferenza con Orbán, è che il giorno che l’Ucraina aderirà alla NATO pretenderà (giustamente) di riappropriarsi della Crimea, sottrattale ingiustamente sette anni fa. Ancora oggi nessun Paese della Comunità Internazionale ha riconosciuto l’annessione della Crimea come legalmente valida.

Putin sa benissimo che l’Ucraina si riprenderebbe ciò che è suo.

La settimana scorsa hanno avvisato i nostri familiari in Ucraina di tenere pronta una valigia con beni di prima necessità, viveri e documenti e gli hanno dato istruzioni su come fuggire velocemente in uno dei 135 bunker che hanno allestito, usando anche quelli della 2ª guerra mondiale e del ‘91.

La situazione in Ucraina è estremamente allarmante.

Il mondo deve sapere e anche noi italiani abbiamo il dovere morale di essere informati e prendere posizione. In questo momento le diatribe politiche, il caro bollette e la ripresa dell’inflazione hanno il sopravvento ma non possiamo eludere questa vicenda internazionale.

Molti ucraini già vivono in Italia e potremmo essere chiamati a concorrere agli aiuti comunitari. La strada aperta da Macron va condivisa e sostenuta, dando ampio respiro ad iniziative mirate ad una mediazione sulla scia di quanto già concertato tra Draghi, Johnson, Schulz e lo stesso Macron.

Carmen Frei (Dc cilena): “C’è fastidio per i nostri ex membri della Concertación, noi non entreremo nel  governo”.

 

La presidente della Dc, Carmen Frei, sottolinea che “in politica, le forme contano”. Da questo punto di vista si rammarica della decisione dei socialisti democratici di lasciare solo il suo partito per entrare nel governo Boric.  “Ci saremmo aspettati – afferma – un trattamento diverso dai partner politici con i quali abbiamo camminato insieme per tanti anni, ma nel nuovo ciclo politico che sta iniziando assumeremo una posizione in base ai nostri convincimenti.

 

L’intervista, da noi qui tradotta, è stata pubblicata il 4 febbraio scorso su “latercera.com”.

 

 

Redazione

 

Come ogni estate, l’ex senatrice e presidente della Dc, Carmen Frei, passa abitualmente il suo periodo di riposo ad Algarrobo, nella stessa casa estiva che suo padre aveva acquistato negli anni ’50.

 

È stato uno dei posti preferiti dal defunto ex presidente Eduardo Frei Montalva fino ai suoi ultimi giorni. In suo onore il Comune di Algarrobo intendeva pure dedicargli la stradina dove si trova l’immobile. Tuttavia, la stessa Carmen Frei ha suggerito una diversa alternativa al consiglio comunale.

 

“In effetti mancava il nome della via ed ero informata dal comune circa la volontà d’intitolarla a mio padre. Gliel’ho fatto presente, mio ​​padre gode di molte attestazioni, perché non pensare allora al nome di mia madre? Ho detto questo perché era lei che gestiva la casa. Ora, dunque, la via si chiama María Ruiz-Tagle de Frei”.

 

Poche settimane prima di dover lasciare la presidenza del partito – che a marzo eleggerà la sua nuova dirigenza, al secondo turno, tra le liste della deputata Joanna Pérez e del sindaco Felipe Delpin- [Carmen Frei] esprime il disagio della Dc per l’atteggiamento degli ex alleati della Concertación, i quali hanno scelto di collaborare con il governo del presidente eletto Gabriel Boric, lasciando la Falange [altra denominazione della Dc cilena, ndr] in una posizione solitaria.

 

A seguito dell’annuncio del gabinetto Boric, lei ha rilasciato una dichiarazione pubblica in cui ribadisce la volontà di collaborare con il governo.  Fino a che punto è disposta a sviluppare questa collaborazione?

 

Abbiamo sempre agito con coerenza. Indubbiamente, siamo entrati in un nuovo ciclo politico. Abbiamo sostenuto il presidente eletto senza chiedere nulla in cambio e abbiamo anche dichiarato che non aspiravamo a entrare nel gabinetto. Al ballottaggio la nostra organizzazione ha lavorato duramente per il presidente eletto. Sia in pubblico che negli incontri avuti con i membri del nuovo governo abbiamo espresso l’augurio che il nuovo governo possa avere successo per il bene di tutti. Tuttavia, benché non facciamo parte del governo, sarebbe sbagliato credere che non avremo un ruolo da attori politici rilevanti.

 

Il Consiglio Nazionale della Dc ha dichiarato che il partito “non intende entrare nel futuro governo e neppure sottomettere a condizioni il suo sostegno”. Ciò nondimeno, dopo l’annuncio di ministri e sottosegretari, è rimasta la sensazione che alcuni militanti o leader volessero invece entrarci, nel governo…

 

Noi democristiani abbiamo sempre creduto nel dialogo, con l’obiettivo di raggiungere accordi per il bene del Paese, ma questo richiede umiltà, come pure l’impegno ad agire senza massimalismi. Il fallimento del governo Piñera mostra che i cileni sono stanchi di coloro che pensano di poter risolvere i problemi da soli, senza ascoltare. Siamo determinati ad agire per il bene di tutti, ovunque siamo presenti: in Parlamento e nel territorio, ovvero negli enti locali e regionali.

 

Ma il fatto che il presidente Boric abbia convocato tutti gli ex alleati della Dc in seno alla Concertación è presumibilmente qualcosa di scomodo per lei.  È come il bambino che vede invitare a un compleanno tutti i suoi amici, ma non lui…

 

Sì (sorride)…Per molti anni abbiamo sempre avuto rapporti politici con il Ps, il PPD, il Partito Radicale…Certamente ogni partito – così la penso io – ha il diritto di definire la propria politica delle alleanze. Tuttavia, devo anche ammettere che le forme non ci sono piaciute e questa azione unilaterale dei nostri partner – i nostri ex partner – non credo sia stata la più appropriata. Personalmente ho sempre posto la massima cura nelle relazioni con tutti loro. E quando il Frente Amplio ha chiuso loro la porta impedendo la partecipazione alle primarie, siamo andati avanti con la medesima disponibilità. In politica, come nella vita, le forme contano. L’essere cortesi non rende meno valenti. Ci saremmo aspettati un altro trattamento dai partner politici con i quali, per tanti anni, abbiamo camminato insieme. Ora, nel nuovo ciclo politico che sta per iniziare, la nostra condotta rifletterà le nostre convinzioni.

 

Anche il capo dei senatori della Dc, Francisco Huenchumilla, ha detto qualcosa di simile, e cioè che si sarebbe aspettato una procedura più in linea con l’affectio societatis che un tempo vi univa nella Coalizione.  Ma il disagio è con gli ex compagni o ci si aspettava qualcosa in più dal governo del presidente Boric?

 

C’è un certo fastidio, senza dubbio, per i nostri ex partner, ma fin dall’inizio con il governo del presidente eletto siamo stati molto chiari. Vogliamo i cambiamenti, li accompagneremo lealmente, ma non entreremo nel governo.

 

Ma se Boric avesse invocato il vostro ingresso al governo, avreste accettato?

 

Non è successo, quindi si tratta solo di una esercitazione teorica. Quel che è accaduto, è accaduto: noi non ci muoveremo da dove stiamo. Sì, saremo sul pezzo ogni volta che il governo presenterà le sue soluzioni. Abbiamo una storia di più di 80 anni e da sempre, settori di sinistra o di destra, hanno desiderato vederci scomparire.

 

Ma vi aspettate ancora un trattamento diverso, tanto dal governo quanto dai vostri ex partner, in modo da intraprendere una possibile collaborazione?

 

Sì, con i nostri esperti e in maniera trasparente: non abbiamo problemi. Saremo pronti ad affrontare le riforme che ci verranno proposte. Su questo i nostri parlamentari sono disponibili. La Dc continuerà a dare molto al Cile. A tutti quei profeti di sventura che ci attaccano sempre, credendo che siamo scomparsi, ricordo che oggi abbiamo cinque senatori, otto deputati, quattro governatori regionali, più di 40 consiglieri regionali, più di 50 sindaci e più di 300 consiglieri. Siamo una forza rilevante e in questo nuovo ciclo politico opereremo in maniera coerente.

 

Alcuni postulano che la Dc dovrebbe assumere un ruolo cardine, il che a volte implica andare contro i postulati del governo. Questa tesi la convince?

 

Non siamo cardini. Siamo un partito che ha la sua rappresentanza e che ha le idee chiare. Per governare servono però umiltà e chiarezza. Il governo ha l’esigenza di trovare delle maggioranze, soprattutto su questioni che aiutino ad innescare riforme ben fatte. Siamo disponibili per questo, ma sono i vari gruppi di Appruebo Dignidad (il raggruppamento dei partiti della maggioranza, ndr) che guideranno il governo. A loro spetta di capire cosa comportano i loro accordi e, gli piaccia o no, devono anche arrivare ad accordi con noi.

 

Lei ha accennato allo spazio che vuole occupare all’interno del Congresso, ma con cinque senatori e otto deputati…Ricordiamoci che lei faceva parte di un gruppo che annoverava molti più parlamentari democristiani. Oggi, a suo giudizio, la Dc è un partito piccolo o è ancora un grande partito?

 

Senza dubbio, non è il partito che conoscevamo nel 1964 o negli anni ‘90. Ne siamo consapevoli. Il partito ha di fronte la necessità di affrontare con molta serietà la questione. Stiamo perdendo la fiducia della gente, per cui dobbiamo essere di nuovo trasparenti e prestare ancora ascolto. Saremo pochi, ma siamo necessari, perché non c’è una maggioranza precostituita in Parlamento. Noi saremo in grado, senz’altro, di influire enormemente laddove si tratterà di dare sostegno alle proposte del governo Boric.

 

 

Per leggere il testo originale

https://www.latercera.com/la-tercera-pm/noticia/carmen-frei-hay-una-molestia-con-nuestros-exsocios-de-la-concertacion-pero-nosotros-fuimos-muy-claros-en-que-no-vamos-a-entrar-al-gobierno/OX55A62ROBCNLBFSIPDVDUDBBA/

Il bisogno di buona politica 

 

Riproponiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo che ieri è uscito su “L’Adige” di Trento. All’interesse per le argomentazioni proposte si unisce la curiosità e l’apprezzamento, dal punto di vista della redazione de “Il Domani d’Italia”, per la nuova formazione (Campobase) che in Trentino mira ad aggregare l’elettorato un tempo rappresentato dalla Margherita.

 

Lorenzo Dellai

 

Abbiamo bisogno di “buona politica”. Dopo la stagione dell’uno vale uno, forse lo stiamo intuendo. Lo ha fatto magistralmente capire il Presidente della Repubblica davanti alle Camere. Il merito principale del discorso di Mattarella – grazie a Dio confermato nelle sue funzioni – è quello di aver tolto la prospettiva delle “riforme” (potremmo dire, dell’Agenda Draghi) dall’ambito angusto della tecnica e dell’emergenza e di averla collocata sul terreno della “Politica”.

 

L’ha innestata sul ceppo dei valori comunitari e della democrazia. L’ha proiettata sullo scenario di una ineludibile nuova stagione di partecipazione e di responsabilità diffusa.

Non a caso, il Presidente ha molto insistito sul ruolo dei Partiti, intesi come strumento necessario per superare la “solitudine” delle persone e delle componenti sociali difronte alle difficoltà ed alle sfide imposte dal passaggio epocale che stiamo vivendo. Un passaggio che l’Italia non ha certo ancora superato, come le nubi economiche e sociali che si profilano all’orizzonte stanno a dimostrare.

 

C’è tutta la ricchezza della cultura cattolico-democratica in questo discorso. C’è una visione della democrazia che è riassunta da una parola (la più citata nel discorso): “dignità”. Parola che esprime molto di più di quella oggi maggiormente gettonata: “diritti”. Dignità è cifra insieme personale e comunitaria, non affare “individualista”. Incorpora diritti e doveri, come sempre è stato nei processi di riscatto del popolo contro ogni forma di sopraffazione. Indica una filosofia esattamente opposta a quella del populismo e del suo inscindibile corollario: il nazionalismo. È, invece, sintesi di primati plurimi ed intrecciati, non contrapposti: la persona, la comunità, i corpi intermedi, le Autonomie Locali, lo Stato, l’Europa.

 

Il Presidente ha indicato una prospettiva “erga omnes”, naturalmente. Ha parlato al Paese e a tutte le sue componenti umane, sociali, geografiche e politiche. Ma sarebbe esiziale se questo messaggio non fosse colto in particolare dal mondo popolare, democratico e riformista. Un mondo che negli ultimi anni ha incontrato serie difficoltà nel parlare con il popolo e nel capirne ansie, sofferenze, speranze, trasformazioni. Temi come sicurezza e identità sono stati semplicemente lasciati nelle mani di una destra sempre più radicale.

 

La bandiera dei diritti sociali è stata ammainata a favore di quella dei diritti civili individualistici. E, tutt’al più, sventolata per battaglie tardo ideologiche (non si è capita la trasformazione del lavoro e del suo rapporto con la tecnologia). Si è pensato che il superamento delle disuguaglianze fosse tema esclusivo di politiche di assistenza e non invece di governo dei processi di radicale cambiamento della società, oltre che di investimento sul capitale umano e sociale. La spinta della globalizzazione non è stata intesa come occasione per un “nuovo pensiero umanistico”, tema che ormai solo Papa Francesco ha il coraggio di mettere al centro. E neppure si sono colti gli scricchiolii che le trasformazioni sociali, tecnologiche e antropologiche provocavano nell’edificio della Democrazia rappresentativa.

 

Le periferie urbane, le aree interne, la montagna sono state di fatto cancellate dal radar degli interessi, della presenza, della condivisione. E con esse una intera parte di popolo. La crisi irreversibile del populismo (di ogni populismo: di destra, di sinistra e di centro) richiede oggi una rigenerazione della Buona Politica. E l’area plurale del “centro-sinistra” (il trattino non è casuale: ma non è questo il punto essenziale. Essenziale è immaginare un nuovo profilo della proposta, che sia all’altezza delle sfide poste dal mondo nuovo nel quale siamo arrivati) deve dare il proprio contributo innovativo, non nostalgico, non supponente. Senza guardarsi troppo l’ombelico; senza perdere i propri valori di fondo; senza però immaginare banali ritorni al passato.

 

Si discute, tra l’altro, di legge elettorale. Inevitabile dopo la dissennata decisione di “potare” semplicemente il numero dei Parlamentari, in omaggio al mantra della demagogia, senza alcuna altra benché minima riforma dei meccanismi istituzionali. Non so come finirà questa discussione. In linea generale, forse, un sistema più proporzionale che maggioritario, con una soglia di sbarramento significativa, potrebbe funzionare meglio del vigente Rosatellum. Ma nessun meccanismo elettorale risolve i problemi profondi e strutturali della Politica.

 

Dunque, non illudiamoci: ciò che serve è un percorso umile e non effimero di rigenerazione delle culture e di innovazione degli strumenti di rappresentanza politica. Che non potrà essere partorito attraverso alchimie di Palazzo o “transumanze” varie. Lo dico pensando anche al cosiddetto “centro”. Scomposizioni e ri-accorpamenti di spezzoni di nomenclatura non producono alcun fatto di vera novità strutturale per la politica italiana. Sopratutto se – dietro – si scorge l’antico vizio di chi pensa al “centro” come al luogo delle “mani libere”. Più che di “mani libere”, il Paese ha bisogno di “mani intrecciate”, solidali, operose, disposte a lavorare assieme.

 

Mani autonome e autorevoli; non satelliti di nessuno; che appartengono a comunità politiche le quali esistono in quanto tali, non perché alleate con altri. Ma intrinsecamente propense a fare assieme un nuovo cammino per affermare la “dignità” delle persone e del popolo in una prospettiva solidale, comunitaria, democratica, innovativa, aperta, europeista.

 

Non so che succederà nel resto d’Italia. Ma nella Comunità Autonoma del Trentino questo percorso può essere realizzato, in coerenza con la nostra peculiare storia recente, anche assieme alle altre forze autonomiste. E senza aspettare “direttive o formule da Roma”, ma assumendo con responsabilità e coraggio il dovere di considerare un territorio “Autonomo” come produttore e non come semplice consumatore di “politica”. Il progetto di “Campobase” mi pare che si collochi in tale virtuosa direzione. Di questa rigenerazione della Politica, del resto, la nostra Speciale Autonomia ha assoluto ed urgente bisogno. A Trento e forse – mi pare di cogliere – anche a Bolzano.

Dopo il populismo, torna la politica.

 

È arrivato il momento, dice l’autore, per chi crede nella politica, in una cultura politica e nella democrazia dei partiti, di scendere nuovamente in campo.

 

Giorgio Merlo

 

Finalmente il populismo è arrivato al capolinea. La sceneggiata a cui stiamo assistendo in questi giorni è talmente grottesca – e comica – che non meriterebbe alcun commento. Se non per rilevare che una stagione politica volge al termine. Credo con enorme dispiacere per il “guru” della sinistra romana Goffredo Bettini e per il suo sodale Nicola Zingaretti – che definivano il simpatico Conte “il punto di riferimento di tutti i progressisti” italiani – e quasi per tutto il Pd. Oggi il partito dei 5 stelle è poco più di una burla. Molti sono curiosi di capire come possa un partito del genere ottenere quei consensi che i sondaggi – compiacenti o meno che siano non si sa – gli attribuiscono ancora. E questo anche perchè quando si vota realmente – l’abbiamo visto alle recenti elezioni amministrative – il consenso in tutta Italia è abbondantemente al di sotto del 10%. Vedremo alle politiche fra poco meno di un anno.

 

Ma il nodo politico di fondo, al di là delle comicità regolamentari e giuridiche che caratterizzano, da sempre, quel partito, è che quel messaggio politico – si fa per dire – è definitivamente alle nostre spalle. Finalmente e, speriamo, irreversibilmente. Anche perchè sono proprio i 5 stelle che hanno sistematicamente e radicalmente rinnegato tutto ciò che hanno predicato, urlato, scritto e proclamato solennemente in tutta Italia per alcuni lustri. Adesso resta, come da copione, l’ultimo baluardo. E cioè, il tema politicamente rilevante per molti di loro del “terzo mandato”. Ovvero, come far sì per restare ancora attaccati alla poltrona per altri anni, alla faccia della comica e grottesca “diversità” morale ed etica dei grillini rispetto agli altri partiti. Com’è a tutti evidente, è una richiesta grave perchè proprio i grillini hanno fatto le loro fortune politiche e soprattutto elettorali grazie all’attacco violento e frontale contro tutti coloro che nel passato non avevano osservato la regole del doppio mandato e via discorrendo.

 

Doppio mandato a parte, però, è indubbio che è il cosiddetto progetto politico di quel partito che è radicalmente fallito. L’anti casta, il populismo, il giustizialismo manettaro, il qualunquismo, l’antiparlamentarismo, l’ideologia “dell’uno vale uno”, la demagogia, la casualità e l’improvvisazione della classe dirigente, il rinnegamento delle tradizionali culture politiche, la demonizzazione e la criminalizzazione politica degli avversari/nemici politici, il rifiuto di qualsiasi alleanza, la democrazia diretta, le piattaforme per assumere decisioni politiche, la ridicolizzazione della destra, della sinistra e del centro, da che cosa sono stati oggi sostituiti? Questa è la domanda centrale che va posta ai 5 stelle e, soprattutto, a quel partito – cioè il Partito democratico – che intravede nel partito di Grillo “l’alleato strategico” per poter costruire il futuro politico, sociale ed economico del nostro paese.

 

Insomma, quale sarebbe il progetto politico del partito populista per eccellenza? Nessuno, ad oggi lo sa o lo percepisce, al di là delle frasi – sempre più incomprensibili e vaghe – dell’avvocato Conte dove il cambiamento delle posizioni è più rapido del divenire meteorologico.

 

Ecco perchè, di fronte all’esaurirsi di questa stagione, è inevitabile il ritorno – seppur lento e progressivo – della politica e delle sue categorie principali. Dal ruolo dei partiti democratici, organizzati e collegiali alla centralità delle culture politiche; da una maggior e miglior selezione della classe dirigente all’elaborazione di un progetto politico che non sia solo basato sulla demolizione delle persone e dei partiti del passato; dal ritorno della competenza politica ed amministrativa alla capacità di saper affrontare e risolvere i problemi del paese senza ricorrere alla scorciatoia del populismo e del qualunquismo, che purtroppo scorrono sempre ed ancora nel sottosuolo della politica italiana.

 

La politica, dunque, lentamente ritorna protagonista e decisiva. E questo non solo sul fronte dell’esaurirsi del populismo nostrano ma anche, e soprattutto, sul versante di mettere prima o poi un fine alla sostituzione della politica con un approccio e una cultura tecnocratica. Che, come ovvio, non può essere paragonata alla deriva populista ma che, al contempo, denota una persistente crisi della politica e dei suoi istituti principali. Verrebbe da dire, è arrivato il momento per chi crede nella politica, in una cultura politica e nella democrazia dei partiti, di scendere nuovamente in campo. Il tempo delle mode, come ben sappiamo, è passeggero. Tramontato il populismo ritorna la politica. Occorre prenderne atto. Definitivamente.

La tratta delle bambine in Afghanistan, aspetto agghiacciante di una crisi umanitaria.

Il gap tra poveri e ricchi si divarica e determina per chi vive in miseria totale condizioni esistenziali lesive della dignità umana e del rispetto dovuto al nostro prossimo. La tratta delle bambine per scopi sessuali, di prostituzione o di sottomissione servile dovrebbe scuotere più di una coscienza, è una consuetudine assolutamente intollerabile.

A sei mesi dalla caduta di Kabul (15/08/2021) per l’evacuazione precipitosa delle forze militari occidentali (ricordo le parole del Prof. Lucio Caracciolo, Direttore di Limes: “gli americani se la sono squagliata”) e la presa di potere dei Talebani, per l’Afghanistan – già dilaniato da circa 40 anni di faide e di guerre tra fazioni – questo è certamente l’inverno più terribile della sua storia più recente. L’ordine imposto dal nuovo regime non ha apportato alcun miglioramento sotto il profilo delle condizioni di vita della popolazione, consumata dalla miseria, dalla fame, dalla precarietà delle condizioni igieniche, dal clima infame, dall’inesistenza di servizi pubblici, dalla mancanza di lavoro. L’ONU – attraverso il Segretario generale Antonio Guterres, il direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (PAM) David Beasley e il direttore generale della FAO, Qu Dongyu – ha ufficialmente definito quella Afghana “la più grave crisi umanitaria del pianeta”, ormai sull’orlo di una catastrofe irrecuperabile.

La commissaria europea agli Interni Ylva Johansson ha spiegato: “Per evitare che la crisi umanitaria diventi una crisi migratoria, dobbiamo aiutare gli afghani in Afghanistan”. Ma l’ingresso nel Paese di aiuti esterni diventa problematico a motivo dei vincoli di accesso, delle pregiudiziali ideologiche e delle restrizioni di transito imposte da un regime che non ammette ingerenze esterne e manda al mondo messaggi falsamente rassicuranti, dall’insicurezza della permanenza per gli interventi umanitari. Mentre la politica mondiale sembra quasi aver dimenticato quel Paese: preoccupano l’ordine mondiale le mire espansionistiche della Cina (a cominciare dalle minacce a Taiwan) e la crisi ucraina, assediata dall’esercito russo e allertata per una possibile invasione, mentre la pandemia globale subisce le cangianze del virus e le varianti africane.

Già prima del precipitare della crisi bellica (peraltro ancora in atto, con qualche focolaio di resistenza) disponevamo di un Rapporto di “Save the Children” del 15 dicembre 2020, che disegnava un quadro complessivamente drammatico e di cui vale la pena ricordare alcuni passaggi significativi: nel 2019 l’Afghanistan era al 170° posto su 189 dell’indice di “Sviluppo umano”, un Paese a vulnerabilità elevata  dove “i livelli di povertà sono altissimi, l’insicurezza alimentare diffusa e l’accesso all’acqua potabile e alle strutture igienico-sanitarie limitate, con frequenti disastri naturali, come alluvioni e terremoti”….”Più di un terzo della popolazione vive a più di due ore dalla struttura sanitaria più vicina e anche prima della pandemia circa 3,7 milioni di bambiniil 50% del totale, non sono iscritti a scuola”.

Chiaramente il Covid-19 ha portato complicazioni gravissime: se pensiamo ai disagi e ai drammi dei Paesi più evoluti, possiamo immaginare l’incidenza del virus mutante in un contesto sociale già fortemente deprivato di strutture, tutele, difese, cure, profilassi. In questo contesto di problematicità le prime vittime, le più esposte sono i minori e in particolare le bambine e le adolescenti. Credenze tramandate in una cultura chiusa e maschilista, povertà, fame, igiene quasi inesistente sono un vulnus per la crescita delle figlie femmine. Il 17 % delle ragazze si sposa prima di aver compiuto 15 anni e il 46% prima dei 18 anni. Molte sono devastate nel fisico da gravidanze precoci che, insieme al matrimonio e alle condizioni di sudditanza domestica, agli abusi e alle violenze anche familiari causano l’abbandono scolastico.  Il 60 per cento delle donne afghane di età compresa tra 20 e 24 anni senza istruzione si sposa ordinariamente prima dei 18 anni. Senza contare che le classi miste sono una minima percentuale, al pari delle insegnanti donne.

A due anni da quel Rapporto la situazione delle donne e delle ragazze afghane sembra peggiorata. Giungono dall’Afghanistan notizie e video decisamente agghiaccianti e la povertà galoppante, la miseria, la precarietà delle condizioni di vita unite ad usanze arcaiche e pregiudiziali rispetto a qualsivoglia tentativo di emancipazione della condizione femminile, spingono alla disperazione di gesti drammatici. In un report di forte impatto comunicativo a firma di Marta Serafini il magazine “7” del Corriere della Sera del 7 gennaio u.s. riferisce sul triste mercimonio delle figlie femmine da parte di genitori ridotti alla povertà assoluta: “Le ragazze afghane stanno di fatto divenendo il prezzo da pagare per il cibo: senza la loro vendita le famiglie morirebbero di fame”.

Mi sembra indelicato riferire sui prezzi, darebbe il senso di un turpe e disperato mercato. Ma non si tratta solo di matrimoni combinati (badalè”) o riparatori di torti e debiti (“baad”) : si abbassa la soglia dell’età della “compravendita”, ci sono neonate ipotecate alla nascita e bambine di 6/8/10 anni vendute ad uomini adulti: per quale scopo è facile immaginare. “Il risultato è che, senza accesso alla contraccezione o ai servizi di salute riproduttiva, quasi il 10 per cento delle ragazze afghane di età compresa tra 15 e 19 anni ha già avuto un figlio, secondo i dati delle Nazioni Unite”. Il regime talebano si è affrettato a diramare normative restrittive alle quali nessuno crede e soprattutto che nessuno rispetta. I media – sull’onda emotiva delle notizie che giungono da quel Paese – si sono occupati di queste vicende, la TV ha diramato qualche succinto servizio, rigorosamente dopo quelli sul Festival di Sanremo.

Eppure queste vicende ci riguardano e ci interrogano, nell’intimo della coscienza e – comparativamente – rispetto alle lamentazioni quotidiane da cui siamo afflitti, alle mollezze dei nostri stili di vita occidentali, ai diritti continuamente rivendicati. Dovremmo coltivare una lettura paradigmatica delle condizioni di vita sul pianeta: il gap tra poveri e ricchi si divarica e determina per chi vive in miseria totale condizioni esistenziali lesive della dignità umana e del rispetto dovuto al nostro prossimo. La tratta delle bambine per scopi sessuali, di prostituzione o di sottomissione servile dovrebbe scuotere più di una coscienza, è una consuetudine assolutamente intollerabile. Bisogna attivare interventi umanitari, fermare questo lurido commercio che mette i ‘brividi’: anche noi abbiamo i nostri e sono legittime emozioni ma francamente si tratta di un’altra cosa.

Sanità e neutralità dell’Iva. Un convegno dell’Istituto Sturzo in programma il 14 febbraio.

Occorre verificare quale sia il regime IVA da applicare per potenziare i sistemi sanitari degli Stati membri e recuperare la neutralità dimposta, annullando il cosiddettotechonological fiscal drag” per consentire lo sviluppo del settore.

La crisi pandemica in corso e quella economica che ne è derivata hanno posto in luce l’urgenza di riflessioni profonde in merito alla possibilità di favorire una ripartenza del sistema economico e con essa un nuovo sviluppo. Lo sforzo richiesto dal Next Generation EU, a fronte di una iniezione di liquidità di enorme entità, è quello di utilizzare i fondi messi a disposizione per dare una nuova impronta al sistema statale nel suo complesso, in modo da programmare un “nuovo” sviluppo e così risanare le gravi inefficienze di sistema, che da troppo tempo vengono trascurate

Nell’ambito di una così ampia riflessione, sicuramente la fiscalità riveste un ruolo centrale e in questo momento storico affrontare una seria riflessione sulla fiscalità indiretta – in particolare sull’IVA – appare indispensabile per affrontare il futuro post-pandemico tenendo ad un miglioramento del sistema Paese. Il sistema dell’IVA è stato infatti concepito negli anni ’70 del secolo scorso e nel frattempo il sistema economico, politico, sociale “globale” è profondamente mutato ed è in continua e frenetica mutazione. A fronte del profondo mutamento del sistema complessivo sul quale l’imposta è stata costruita e concepita appare questo il momento più proficuo per rivedere il sistema dell’IVA soprattutto nell’ambito di quei settori che si possono ritenere cruciali per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, primo fra tutti il settore della sanità.

Perché quello attuale è il momento migliore per discuterne?

Il Consiglio ECOFIN, con decisione del 7 dicembre 2021 ha convenuto sulla necessità di rivedere le aliquote ridotte IVA, concedendo agli Stati membri una maggiore libertà di determinazione delle medesime aliquote ridotte.

Al tempo stesso, in ottemperanza al PNRR, il ddl delega per la riforma fiscale, attualmente in esame in Parlamento, prevede espressamente la riorganizzazione delle aliquote IVA con lo scopo di “semplificare la gestione e l’applicazione dell’imposta, contrastare l’erosione e l’evasione, aumentare il grado di efficienza”.

In questo quadro una profonda riflessione sulla effettiva neutralità dell’IVA per settori cruciali dell’Ordinamento, soprattutto in chiave di sviluppo di medio-lungo termine ma con risultati durevoli nel tempo, è quanto mai necessaria: spesso schemi impositivi notoriamente percepiti come di vantaggio, si risolvono invece in possibili ostacoli all’investimento: la cosiddetta IVA occulta si pone infatti come un aggravio effettivo al settore e vulnus del principio di neutralità.

Il settore degli investimenti nella sanità è uno degli ambiti di questa profonda riflessione, sia a livello nazionale che unionale: gli investimenti, la commistione e la cooperazione tra soggetti pubblici e privati in sanità si sono notevolmente evoluti nei decenni. Occorre prendere atto di questa realtà e verificare, anche in conformità al programma EU4Health dell’Unione europea, quale sia il regime IVA da applicare per potenziare i sistemi sanitari degli Stati membri e recuperare la neutralità d’imposta, annullando il cd. “techonological fiscal drag” e consentendo lo sviluppo del settore.

 

 

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Il programma

 

Un incontro nel segno di La Pira. I Vescovi recuperano la suggestione del grande Sindaco sul rapporto tra Mediterraneo e pace.

 

Si terrà a Firenze, dal 24 al 27 febbraio 2022, il convegno della Conferenza episcopale italiana dal tema: Mediterraneo frontiera di pace”. Levento segue quello che si è già tenuto a Bari nel febbraio del 2020. La scelta di Firenze come sede del suddetto convegno non è casuale, essendo la città di Giorgio La Pira. In tal modo si evidenzia lispirazione del convegno al pensiero e alla testimonianza di colui che, a cavallo degli anni 50 e 60 del secolo scorso, è stato il sindaco di questa città.

 

Luca De Santis

 

Si terrà a Firenze, dal 24 al 27 febbraio 2022, il convegno della Conferenza episcopale italiana dal tema: “Mediterraneo frontiera di pace”. L’evento segue quello che si è già tenuto a Bari nel febbraio del 2020. La scelta di Firenze, come sede del suddetto convegno, non è casuale, ma densa di significato; quest’ultima, infatti, ha sempre

svolto un ruolo importante per quanto riguarda il tema della pace, del mediterraneo e dell’ecumenismo. Nel suo comunicato, inoltre, la Conferenza episcopale italiana ci ha ricordato che Firenze è la città di Giorgio La Pira, evidenziando in tal modo l’ispirazione del convegno al pensiero e alla testimonianza di colui che, a cavallo degli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso, è stato il sindaco di questa città.

 

 

 

 

La seconda guerra mondiale si chiude con lo sgancio di due bombe atomiche in Giappone, un evento sconvolgente, che, tra i tanti personaggi dell’epoca, segnò in particolar modo il pensiero e l’azione politica di Giorgio La Pira. Gli inizi degli anni ’50 sono caratterizzati da una drastica corsa agli armamenti e alcuni Stati, come la Russia, annunciano di essere in possesso di bombe di gran lunga più potenti rispetto a quelle sganciate dagli Stati Uniti: veniva inaugurata l’era del nucleare. Giorgio La Pira è inorridito dall’idea che quanto accaduto a Hiroshima e Nagasaki possa nuovamente ripetersi.

 

Il nome di ogni città è al femminile. Esse rappresentano lutero dal quale ognuno di noi è venuto al mondo, trasmettendoci leredità dei padri attraverso il loro corredo di opere darte, tradizioni e cultura.

 

Essendo, poi, le istituzioni più vicine alla persona umana, le città hanno anche il dono di indicarci quanto compreso e vissuto dal discernimento di chi ci ha preceduto. La Pira è convinto che la loro costruzione non è casuale, la composizione non è fortuita, in quanto sono determinate così come noi le contempliamo da un istinto universale, che si concretizza nello spazio e nel tempo.

 

Gerusalemme, Atene e Roma, sono il modello da cui hanno preso vita le altre città e la loro perfetta sintesi si concretizza in Firenze. In qualunque parte del Mediterraneo, così come in tutta Europa e nel mondo occidentale, ogni città è stata edificata su questi modelli. La città esprime pienamente l’anelito di ogni persona, che è quello dell’armonia e della pace. Gli Stati, invece, perseguono sentieri diversi, che non incarnano il pensiero della gente che abita nelle loro città. In La Pira, l’idea della pace costituisce la finalità da realizzare nella città di Firenze, per poi contagiare tutte le altre.

 

Animato da una tale prospettiva, egli avvia delle iniziative importanti, come il “Convegno dei sindaci di tutte le città del mondo” e i “Colloqui di pace del Mediterraneo”, prodigandosi per il dialogo ecumenico tra le tre grandi religioni monoteistiche, che ha come fine primario non l’unione religiosa, ma quella ideologica e politica.

 

Tra il 1952 e il 1956, promuove, in piena guerra fredda, il primo “Convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana”, onde favorire il dialogo tra le tre grandi religioni monoteiste che hanno in Abramo un’unica radice comune: Ebrei, Musulmani e Cristiani. Nel 1955, prende il via l’iniziativa degli incontri dei sindaci delle città del mondo, i quali, proprio in quell’anno siglano, nel Palazzo Vecchio di Firenze, un patto di amicizia da cui sono nati i gemellaggi tra le varie città.

 

Giorgio La Pira nasce il 9 gennaio del 1904 a Pozzallo (Rg), un piccolo paese che si affaccia sul Mediterraneo. Nella collocazione del suo paese natio, posizionato sul mare chiamato dai romani con l’appellativo di “mare nostrum”, si manifesta uno degli aspetti essenziali del suo pensiero: considerare il Mediterraneo non come un mare di divisione o distinzione dei popoli che si affacciano su di esso, ma come un mare d’unione, d’interdipendenza e di mondialità, proprio come l’evangelico lago di Tiberiade.

 

Nel 1959, invitato in Russia, parla dinanzi al Soviet supremo sul disarmo e in favore della pace. In quell’occasione, nel suo discorso, affronta il tema della libertà religiosa. Il modo in cui La Pira si accosta alle problematiche della città non è di tipo descrittivo, basato sull’uso esclusivo del metodo positivista o della sociologia. Per lui, tutto ciò che è oggetto dell’osservazione deve essere indirizzato verso un fine che è il raggiungimento dell’armonia e della pace. Solo da questo processo si potrà realizzare un cammino di unione tra le città, per poi conseguire, come effetto più prossimo, l’unione degli Stati.

 

Tale condizione, dunque, si realizza tramite la città, che costituisce l’istituzione più vicina ai bisogni della persona umana, in quanto capace di rispondere al meglio alle sue esigenze.

 

(Fonte: Agensir)

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2022/02/08/un-incontro-di-pace-nel-segno-di-la-pira/

La ricostruzione del sistema politico. L’analisi sulla testata di “InformataMente”.

 

Si torna a parlare di presenzialismo. Concorrono vari fattori, non ultimo l’indebolimento dei partiti. Il loro stato di salute è preoccupante. Oscilliamo fra il partito personale” e il partito come confederazione di fazioni, ora in accordo ora in lotta fra loro. Il processo di cambiamento è inarrestabile, ma occorre fare attenzione a non ripetere gli errori commessi trent’anni fa, all’epoca del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.

 

Paolo Pombeni

 

Come era inevitabile dopo il pastrocchio delle elezioni quirinalizie si inizia a parlare di ricostruzione del nostro sistema politico. I due pilastri sono già stati individuati dall’andamento di quanto è accaduto: la presidenza della repubblica e i partiti.

 

 

 

Sul primo punto si torna a parlare di presidenzialismo, non certo “completo” sul modello americano, perché a questo non pensa nessuno, ma “semi” più o meno vagamente sul modello francese. Ci si sta rendendo conto che sarebbe necessario avere un’istituzione che possa porsi al di sopra dello scontro contingente fra i raggruppamenti politici e rappresentare al meglio l’unità della nazione. Lo si è potuto certo fare anche con il nostro attuale modello costituzionale, ma adesso in un quadro di tensioni e angosce sociali crescenti si vede che è rischioso puntare solo, come vorrebbe la nostra Carta, su un atto di responsabilità delle forze parlamentari. Questa volta è andata bene alla fine perché il parlamento ha forzato i capi partito a scegliere il congelamento della situazione, ma non si sa come potrebbe andare in futuro.

 

I problemi tecnici per un riaggiustamento della figura del Presidente della Repubblica sono molti a partire da una necessaria riforma costituzionale che non sarà facile ottenere con la maggioranza che la sottrarrebbe ad un referendum confermativo che di questi tempi è sempre un’avventura. C’è il problema del corpo elettorale che dovrebbe sceglierlo senza rischi di demagogia: elettorato polare diretto o un nuovo ampio collegio di grandi elettori scelti rendendo i parlamentari solo una delle componenti? Poi c’è quello della durata del mandato e dell’ammissibilità o meno della rieleggibilità immediata dell’eletto. Tutte questioni che andrebbero soppesate con attenzione fuori dagli slogan del populismo. È però un nodo che andrà affrontato, soprattutto in connessione con il quadro di indebolimento dei partiti come canali di formazione della classe politica all’altezza del compito e come formatori di opinione pubblica (il che è diverso da quello dell’aizzatore di passioni popolari).

 

Lo stato di salute del sistema dei partiti è preoccupante. Oscilliamo fra il partito “personale” che si organizza dietro un abile agitatore e il partito come confederazione di fazioni ora in accordo ora in lotta fra loro. Ci sembra piuttosto utopistico immaginare che ci sia un moto spontaneo di autorifondazione del sistema: bisognerebbe credere che gli attuali gruppi dirigenti delle forze politiche italiane sono disponibili a cambiare mestiere. Qualcuno nel loro seno ci sarà anche, ma non c’è dubbio che sarà trattenuto dal farlo per il pensiero dei tanti sodali che col suo ritiro verrebbero travolti (e quelli, ovviamente, premeranno perché non lo faccia).

 

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https://www.mentepolitica.it/articolo/la-ricostruzione-del-sistema-politico/2200