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ALLARME COVID: SECONDO L’OMS IN PERICOLO 200 MILIONI DI CINESI ANZIANI. LA NOTA DI ASIANEWS.

LOMS lancia lallarme. Inevitabile laumento dei contagi durante le festività del Capodanno lunare (21 gennaio). Indicatori non ufficiali segnalano un numero di morti senza precedenti tra la popolazione anziana. Xi Jinping rischia di perdere la faccia (e il potere).

AsiaNews

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha ammonito che in coincidenza con le festività del Capodanno lunare si aggraverà la crisi pandemica in Cina. A rischio sono soprattutto 200 milioni di anziani, la maggior parte neanche vaccinati contro il Covid-19.

Il nuovo anno lunare, che inizia il 21 gennaio e prevede lo spostamento in massa di centinaia di milioni di cinesi, arriva a poche settimane dal repentino abbandono della politica zero-Covid di Xi Jinping. Il governo cinese ha deciso di cancellare le draconiane restrizioni sanitarie a inizio dicembre, spinto da insolite proteste popolari.

Nonostante le autorità non forniscano dati ufficiali, il quadro sanitario è molto complicato. Gli ospedali sono travolti dai pazienti, soprattutto nelle aree rurali meno attrezzate, situazione aggravata dalla mancanza di personale perché contagiato. Si registra l’esaurimento dei farmaci influenzali nelle farmacie (o la loro vendita a prezzi inflazionati), mentre manca una società civile capace di prestare aiuto con attività di volontariato.

Osservatori notano che dalle riaperture il numero di morti tra gli anziani è a livelli senza precendenti. Sono ormai note le lunghe file ai forni crematori. Lo stesso si era verificato a inizio pandemia a Wuhan (Hubei), dove il morbo polmonare è apparso la prima volta.

Conteggi non ufficiali sono possibili grazie alle informazioni diffuse dalle “unità di gestione locale” (Danwei), ai bollettini universitari e alle notizie che circolano sul web. Ad esempio, risulta notevole il numero dei decessi tra i docenti in pensione.

Come riporta Nikkei Asia, avvocati in varie parti del Paese hanno presentato petizioni alle autorità per salvare la popolazione anziana. Chiedono soprattutto l’importazione dall’estero di grandi quantità di medicinali efficaci e di produrne il più possibile nel mercato interno. Servirebbero vaccini stranieri, più efficaci di quelli domestici, e una più estesa campagna di vaccinazione.

Non sono mancate le critiche dell’Oms al governo cinese sulla mancata comunicazione di dati accurati. Un’opacità in linea con l’atteggiamento tenuto da Pechino allo scoppio della pandemia, quando negava ci fosse nel Paese un’emergenza sanitaria.

Secondo le statistiche ufficiali, nel 2021 la Cina ha registrato poco più di 10 milioni di morti: in attesa dei numeri dello scorso anno, studi all’estero prevedono oltre un milione di morti per Covid nel 2023.

Analisti osservano che il regime vuole salvare in tutti i modi la faccia. Il suo potere si basa anche sul consenso della maggior parte della popolazione, che in modo diretto o indiretto contribuisce all’attuazione delle politiche nazionali. Senza sostegno pubblico, Xi e soci non potrebbero sopravvivere politicamente, e per mantenerlo devono portare risultati concreti. Una catastrofe umanitaria causata dal Covid, insieme al mancato recupero dell’economia, avrebbe delle conseguenze sulla società cinese, come accaduto con i disastri maoisti del Grande balzo in avanti (1958-61) e della Rivoluzione culturale (1966-76).

IL RISCHIO RUSSIA

Arriverà il momento nel quale i fallimenti (si pensi ad esempio al congelamento dei rapporti commerciali/energetici con la Germania, che con la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 avrebbero dovuto essere rafforzati) presenteranno il conto all’autocrate del Cremlino.

Enrico Farinone

È davvero possibile la caduta di Putin, come ipotizza Foreign Affairs in un articolo titolato Putin, ultimo atto. La promessa e il pericolo di una sconfitta russa? Ed è davvero ipotizzabile, nel caso, un aggravamento ulteriore della situazione mondiale dovuta al rischio, concreto, che lo zar venga sostituito dall’ala più radicale del potere, magari guidata dal terribile Eugenij Prigozhin (il capo della famigerata banda di mercenari assassini denominata Wagner) o dal leader ceceno Ramzon Kadyrov? Ed è realmente probabile che a quel punto i russi valutino il ricorso all’arma atomica quale unica alternativa alla sconfitta militare sul campo oltre a quella politica nel consesso della comunità internazionale?

Michael Kimmage e Liana Fix, i due informati autori del saggio pubblicato sulla più importante rivista americana e mondiale di politica internazionale, scrivono quello che molti temono senza avere il coraggio di ammettere. Uno scenario terrificante che solo fino ad un anno fa era ritenuto più che fantascientifico. Ma che oggi, a fronte del fallimento della cosiddetta “operazione militare speciale” voluta da Putin, non può essere completamente escluso dagli analisti, in primo luogo da quelli che lavorano a Washington. Probabilmente è anche di questo che Joe Biden avrà discusso con Volodymyr Zelensky nel loro recente incontro alla Casa Bianca, incrociando le perplessità se non la totale contrarietà del presidente ucraino a qualsiasi ipotesi di mediazione, ma al tempo stesso facendo valere il peso determinante dell’aiuto militare che Washington sta garantendo a Kyiv. Cionondimeno, il varco utile ad avviare, anche solo ad avviare, una trattativa non è stato ancora individuato. Lo stesso pertugio che con la propria rinnovata disponibilità a fungere da mediatore sta cercando di trovare il ras turco Erdogan in virtù della sua possibilità di interlocuzione con il capo del Cremlino.

Il quale ultimo, se anche la situazione interna non fosse così problematica come quella descritta su Foreign Affairs, e forse (ancora) non lo è, deve cominciare a fare i conti con alcuni risultati effettivamente fallimentari, che certo potrebbero condurlo ad una condizione di progressivo isolamento nelle stanze del potere a Mosca, quasi plasticamente testimoniato dalle terree immagini della sua partecipazione solitaria ai riti del Natale ortodosso. Il nuovo avvicendamento al comando dell’operazione militare speciale, con la promozione alla sua guida del capo di stato maggiore Gerasimov e il declassamento a suo vice del generale Surovikin, responsabile della medesima sino all’altro ieri, conferma peraltro le tensioni interne alla catena di comando e non solo.

Il primo fallimento di Putin è, naturalmente ed evidentemente, quello militare. Forse tradito dalle false rassicurazioni circa la potenza di fuoco e la professionalità conclamata delle forze armate russe, Vladimir Vladimirovich ha dovuto constatare nell’ordine la vetustà di larga parte dell’armamento in dotazione, la scarsa qualificazione strategica e pure tattica dei vertici militari, la facile attitudine alla demoralizzazione di truppe poco motivate e troppo spesso mal guidate. Le operazioni militari di terra non sono andate come credeva e anzi si sono rivelate largamente insufficienti, al punto che l’avanzata sul campo da parte ucraina sta ponendo in dubbio anche le conquiste territoriali ottenute la scorsa primavera nel settore orientale e meridionale dello Stato invaso.

Il secondo fallimento è un risvolto del primo: il rinvigorimento della Nato. L’alleanza era solo un paio d’anni fa ritenuta “obsoleta” dal presidente francese, meno strategica che in passato dagli stessi presidenti americani al di là del loro posizionamento politico (da Obama a Trump, a Biden medesimo), non più così importante da altri governi europei occidentali. Oggi la situazione si è capovolta. Tutti i paesi aderenti hanno accettato la reiterata – e per anni inevasa – richiesta statunitense di dedicare il 2% del PIL nazionale alle spese militari; Svezia e Finlandia hanno autonomamente richiesto d’essere ammesse all’Alleanza: è stata così e sarà in futuro ulteriormente rafforzata la presenza attiva militare e la dotazione in armamenti conseguente lungo tutto il fronte orientale, quello che Mosca avrebbe voluto allontanare da sé. In poche parole, la Nato è più forte di prima e più vicina territorialmente alla Russia di prima.

Il terzo fallimento forse non è ancora chiaro al presidente russo ma è abbastanza evidente se si interpretano i segnali e, soprattutto, i silenzi cinesi. Quella che solo un anno fa, nell’incontro fra Xi Jinping e Putin in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici invernali di Pechino, era stata definita una “alleanza senza limiti” fra i due Paesi è divenuta un’alleanza alquanto labile e limitata. Pechino non ha certo condannato Mosca per l’invasione dell’Ucraina, ma non l’ha neppure supportata in alcun modo dal punto di vista concreto. In realtà, i cinesi giudicano assai severamente l’azione russa perché essa ha determinato un forte rallentamento dell’economia mondiale, aggravando la crisi della globalizzazione commerciale che già il Covid aveva acuito negli ultimi due anni. Ciò ha provocato un danno imponente per la Cina stessa, che proprio sullo sviluppo del proprio business nel mondo – e in particolare nel ricco mercato europeo – ha posto le fondamenta delle proprie notevoli ambizioni planetarie datate 2049, esattamente un secolo dopo la nascita della Repubblica Popolare.

Pechino ha inoltre osservato, forse con stupore, quanto poco efficienti siano le armate russe, e questo avrà un peso sugli equilibri territoriali in Asia. Il contemporaneo rafforzamento della Nato, inoltre, ha convinto la leadership cinese che non sarà certo la Russia a indebolire gli USA, il vero e unico competitor, ora ancor più forte in Europa dove invece, attraverso gli scambi commerciali favoriti dalla infrastrutturazione garantita dalla Belt & Road Initiative, Pechino contava di rafforzare significativamente la sua  presenza non solo logistica. I dubbi di Xi si sono tradotti, al momento, in sorrisi enigmatici e silenzi eloquenti che hanno già in un qualche modo limitato la portata politica dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, riunitasi pochi mesi fa a Samarcanda, che invece per Mosca dovrebbe essere l’incubatrice di una nuova e larga alleanza antioccidentale.

Arriverà il momento nel quale questi fallimenti (e altri ancora, si pensi ad esempio al congelamento dei rapporti commerciali/energetici con la Germania, che viceversa con la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 avrebbero dovuto essere rafforzati) presenteranno il conto all’autocrate del Cremlino. E sarà quello il momento della verità, quello di cui scrive Foreign Affairs. Un momento che induce una certa, comprensibile e fondata, preoccupazione.

DE RITA, L’IMPREPARAZIONE A DESTRA È L’INCUNABOLO DELL’ALTERNATIVA. E LA LINEA DEI CATTOLICI DEMOCRATICI?

Le culture politiche alternative alla destra, e distinte dalla sinistra, come quella cattolico democratica, ma non solo, possono ancora guardare all’alleanza con una sinistra così ideologizzata? Arriverà il momento del declino della Meloni, per questo urge prepararsi.

Giuseppe Davicino

Il mondo delle favole è talvolta meraviglioso. Purtroppo non è quello reale. È quanto viene da pensare sull’intervista di Giuseppe De Rita ieri a Repubblica, più a causa della intervistatrice in realtà che del grande sociologo che bene coglie i limiti del governo Meloni. Se è nell’ordine delle cose l’inadeguatezza della destra ad affrontare le enormi crisi concomitanti, veramente qualcuno può pensare che fra 6 mesi o fra 2 anni, o quando sarà il momento della caduta dell’attuale esecutivo, il popolo che ha votato a destra per disperazione e il popolo degli astenuti possa riversarsi in massa su una sinistra la cui distanza dal popolo appare siderale?

C’è ragione di pensare che chi confida che la spaventosa crisi sociale in corso concorrerà ad accelerare il ritorno della sinistra al governo, possa rimanere deluso. Intanto perché in tale crisi c’è un concorso, pratico e ideologico degli attuali partiti della sinistra nell’assecondare senza obiezioni, anziché almeno mitigare, l’agenda della parte peggiore, più feroce e anti-popolare, dell’élite globalista, quella che la settimana prossima tornerà a riunirsi a Davos, come ogni anno. Accettato il loro  schema che prevede lunghi decenni di guerra, prima alla Russia poi alla Cina, in modo da neutralizzare i principali ostacoli al progetto del governo mondiale di questi miliardari, poi si finisce per sostenere pure, con una imbarazzante subalternità culturale e politica, il fondamentalismo ambientalista che costituisce l’opposto di quella necessaria ecologia integrale indicataci nella Laudato Si’. E così, in difetto di un umanesimo, viene fuori prevalentemente il furore ideologico che si ritorce innanzitutto contro il buon senso. Le città a 30 km all’ora (anziché mettere tali limiti solo dove c’è effettiva necessità), la conseguente ostilità alla proprietà privata dei mezzi di trasporto per i ceti popolari (dimenticando che un’auto per famiglia è stata una fondamentale tappa per la riduzione delle disuguaglianze).

Ma non solo. Il sostegno acritico alla direttiva Ue sull’efficienza energetica degli edifici che comporta costi enormi per i proprietari delle case proprio in una fase di crisi acutissima e inoltre introduce alcuni trattamenti obbligatori di iper coibentazione agli edifici nocivi sia per la loro conservazione che per la salute umana. Poi si finisce per plaudere alla sostituzione del cibo con gli insetti (trascurando il palese senso esoterico di tale pratica) e a inneggiare alla decrescita economica anziché puntare su investimenti per lo sviluppo di nuovi fonti di energia pulita ma anche adeguata alle moderne esigenze industriali e a sostenere la transizione digitale. Questo solo per restare nell’ambito green. Ma purtroppo è così per ogni tema importante della politica. Questa sinistra è divenuta subalterna al progetto politico del “socialismo dei miliardari” che prevede il graduale e sistematico esproprio dei beni della classe media da parte degli ultraricchi che diverranno sempre più ricchi, e il venir meno del riconoscimento assoluto dei diritti umani fondamentali, trasformati in diritti condizionati alla cittadinanza a punti, determinata da uno spietato e assoluto regime di sorveglianza.

Tale preoccupante deriva in corso nella sinistra occidentale pone a mio avviso un dato politico che appare sempre meno eludibile anche da noi. Le culture politiche alternative alla destra, e distinte dalla sinistra, come quella cattolico-democratica, ma non solo, quanto possono ancora guardare a questa sinistra che sprizza subalternità ai poteri forti da tutti i suoi pori in termini di alleanza, a livello parlamentare (negli Enti Locali è un altro discorso)?

Oppure occorrerà prima o poi, non prima almeno del congresso del Pd, prendere atto di una frattura irreversibile, tra il centro che guarda a sinistra e una sinistra ormai votata alla causa del socialismo dei miliardari, un tipo di regime che si presenta altrettanto pericoloso per la libertà e per la dignità della persona umana quanto lo è stato socialismo reale che generazioni di cattolici impegnati in politica hanno osteggiato, non senza riconoscere le giuste istanze sociali che portarono a quella risposta terribile ed errata?

Se, come molto lascia presagire, in questi anni alle forze di centro non resterà che questa seconda via, e non certo per volontà loro, ma per manifesta incompatibilità di differenti progetti di società, allora si potrebbe profilare all’orizzonte un deciso cambio di strategia nella politica delle alleanze che mira a raggiungere un’intesa attorno a un progetto di governo alternativo al partito della Meloni, tra le forze che mantengono una forte impronta popolare. A questo progetto, che si potrà realizzare non appena inizierà a sgonfiarsi il fenomeno di Fratelli d’Italia e a calare la popolarità del presidente del Consiglio attuale, non potrà mancare l’apporto della schiera dei delusi dal Partito Democratico, del variegato mondo dei movimenti e delle liste civiche, e il centro, anche con il contributo che sarà in grado di dare il processo di riaggregazione e ricomposizione dei Popolari.

LA SINISTRA SOCIALE, EVOCATIVA DI UNA DC RADICATA NEI CETI POPOLARI, È ALTRO DAI 5 STELLE.

Lasinistra per caso” dei 5 Stelle viene quasi paragonata alla storica sinistra sociale” di ispirazione cristiana. Ma cosa c’entra la sinistra sociale” della Dc o del Ppi o della Margherita o anche della prima fase del Pd, con il populismo anti politico dei 5 Stelle?

Giorgio Merlo

Da tempo circola una strana tesi. E cioè, la cosiddetta “sinistra per caso” dei 5 Stelle, facendosi interprete di una politica pauperista e assistenzialista, viene quasi quasi paragonata alla storica “sinistra sociale” di ispirazione cristiana che ha caratterizzato e segnato, con la sua presenza e la sua iniziativa politica, il cammino cinquantennale della Democrazia cristiana. No, non c’è alcun confronto, alcun parallelismo, alcuna somiglianza tra quella esperienza della “sinistra sociale” all’interno della Dc, con la “sinistra populista” interpretata dal capo dei 5 Stelle, Giuseppe Conte.

Si tratta, infatti, di due esperienze radicalmente diverse sotto il profilo valoriale, culturale, politico e soprattutto programmatico. Certo, entrambe queste esperienze partono dalla irruzione nel contesto politico italiano della “questione sociale”. Una “questione sociale” che si manifesta sempre in forme diverse e con modalità, come ovvio e scontato, profondamente nuove ed inedite. Ma è indubbio, comunque sia, che per affrontare adeguatamente e con intelligenza la “questione sociale” servono sempre alcuni ingredienti di fondo: cultura politica, sensibilità sociale, cultura di governo e coerenza del progetto politico. Ora, è di tutta evidenza che su questo tema si qualifica una componente politica, una corrente culturale e, soprattutto, il progetto politico di un partito. Ed è proprio su questo versante che si misura la serietà, la coerenza e la credibilità di un progetto politico rispetto alla sola improvvisazione, alla più bieca strumentalizzazione e ad una spinta puramente populista e marcatamente qualunquista. E questo al di là e al di fuori dell’ultima polemica – un po’ troppo moralistica – sulle vacanze dorate del leader dei 5 stelle a Cortina dopo aver recitato la solita litania sulla povertà e la crescente disuguaglianza sociale nel nostro paese.

Certo, i tempi cambiano rapidamente e le stessi fasi politiche si susseguono altrettanto frettolosamente. Ma non si può confondere un partito che cavalca in modo spregiudicato un fortissimo disagio sociale – e anche di natura personale – con misure puramente assistenziali se non addirittura pauperiste con le esperienze politiche che fanno proprio dell’istanza sociale il perno attorno alla quale si affina e si consolida un progetto politico e di governo. Basti pensare, per fare un solo riferimento storico, cosa dicevano al riguardo proprio uomini come Carlo Donat- Cattin e Franco Marini – leader indiscussi della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana – sull’importanza dell’istanza sociale nella concreta dialettica politica e parlamentare. Era infatti loro ferma convinzione far sì che il dato politico nuovo doveva sempre consistere nel dare alla politica sociale un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politico ed amministrativa. Insomma, per uomini come Donat-Cattin e Marini l’istanza sociale doveva farsi Stato. Trovare, cioè, piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica. Certo, parliamo anche di leader politici e statisti che capivano ed interpretavano la “questione sociale” perchè avevano vissuto per molti anni quei luoghi di lavoro, conoscevano per esperienza diretta e per curriculum le istanze e le domande di quei ceti sociali e, soprattutto, frequentavano non saltuariamente quelle realtà popolari.

Ecco perché confondere la “sinistra sociale” di ispirazione cristiana che abbiamo conosciuto nel nostro paese con chi, per fare un solo esempio concreto, vuole imporre per legge il reddito di cittadinanza a chi non lavora o a chi non ha intenzione di cercarsi un posto di lavoro resta sostanzialmente un mistero. Fermo restando, come ovvio e persin scontato, che chi non può lavorare per svariate motivazioni va aiutato e sostenuto per tutta la sua vita. Ma, detto con altre parole, cosa centra la “sinistra sociale” della Dc o del Ppi o della Margherita o della prima fase del Pd con il populismo anti politico, demagogico e qualunquista dei 5 Stelle è un fatto del tutto fantasioso.

Per questi motivi, semplici ma essenziali, è sempre consigliabile non confondere le categorie politiche, i progetti politici, le culture politiche storiche con banali improvvisazioni e con grottesche strumentalizzazioni. Una osservazione utile anche per rinnovare la politica e rilanciare il suo ruolo e la sua funzione nella società contemporanea ancora, e purtroppo, segnata dal populismo e dal qualunquismo anti politico.

IRAN: QUESTIONI DI DONNA. FEMMINICIDI, DITTATURA E UN AMORE MANCATO.

I prigionieri restituiti dal carcere – in Iran non si scherza – raccontano di essere stati costretti a violentarsi lun laltro. Cose da nulla. È da poco passato il Natale. Masoumeh, una donna, rinascerà. Il regime questa volta non potrà opporsi.

Giovanni Federico

Il padre della medicina psicosomatica, Georg Groddeck, sostiene che “la donna non conosce limiti al pensiero, non si adatta a nessun sistema, non è stata ancora scoperta, è enigmatica, sorprendente. L’uomo perisce, ma la donna è eterna”. Evidentemente il suo pensiero non vale in tutte le parti del mondo.

Di Masoumeh è sufficiente il nome per dire della sua bellezza. Vuol dire “innocente” o, se piacesse di più, colei che è “senza peccato”. Almeno così avrebbe dovuto essere. Da scriteriata, ha protestato levandosi il velo, per farsi vedere bene in faccia. Ha inveito contro la morte di altre coetanee come Nika, “la vittoria”, che per capriccio, secondo le autorità, è crepata volando da un palazzo, non avendo altro di meglio da fare nella vita. Un’altra ragazza sconfitta, insieme a Masha Amini e chissà a quante altre ancora.

Masoumeh ha solo 14 anni, l’inquieta età dell’adolescenza, quella in cui ci si nutre, si cresce e si sviluppa. Al legno giovane va legato un solido tutore in modo che non cresca storto. Nel suo caso non hanno potuto attendere tanto, spendendosi in rieducazione e rinsavimento. Condotta in un carcere, l’hanno violentata chissà come e chissà in quanti. Hanno aperto con violenza la sua carne, fino ad abbattere le porte della sua anima, su in alto, varcando ogni spazio per invaderla di sana dottrina, ovunque occupandola in modo che non restasse neppure un angolo, uno spiraglio di sua libertà. L’hanno frollata in tempi stretti fino a spezzarne nervi e filamenti, d’istinto reattivi di resistenza.

Pare che stupro derivi dalla radice “stud” che declina in ottundere. Altri più gentili preferiscono pensare a “stup” che mira piuttosto verso lo stupore. Da sempre, nel male, è richiesta la perfezione della meraviglia. Per certo a Masoumeh questa non è stata risparmiata. Ogni regime deve avere episodi nobili da narrare. Vico, non uno sprovveduto, commentava: “avendo tutte le storie gentilesche somiglianti incominciamenti favolosi, come certamente la romana, che da uno stupro d’una Vestale incomincia…”. In Iran ci sono arrivati un po’ in ritardo, ma stanno recuperando il tempo perduto.

Dopo aver messo il punto sull’ultima pagina, il potere ha restituito Masoumeh alla madre. Portata in ospedale, la ragazzina è morta per gravi emorragie vaginali. Il buon Dio non si è ripetuto. Di miracoli della emorroissa ne è bastato uno. Avesse replicato il prodigio, avrebbe poi dovuto provvedere a cancellare la mente di Masoumeh, zeppa di ricordi e di orchi. Sarebbe stata altra violenza ancora. Le cose vanno fatte per benino. È sparita anche la madre che minacciava di denunciare al mondo il misfatto. Può darsi la puniscano per il doppio, responsabile per una figlia impudente e scellerata.

Hanno arrestato anche Taraneh Alidoosti, una delle più famose attrici iraniane. L’accusa è di aver “pubblicato contenuti falsi e distorti e incitato al caos”. Il caos è essere aperti, spalancati, e solo il regime ha il diritto di procedere in tal senso. Nel disordine degli elementi possono nascere fermenti nuovi. Questo è del tutto inconcepibile. Taraneh significa “canzone”. Nessuno può cantare note fuori dal pentagramma governativo. Giorni fa l’hanno rilasciata, forse per la logica difensiva del “molto rumor per nulla”.

I prigionieri restituiti dal carcere raccontano di essere stati costretti a violentarsi l’un l’altro. Cose da nulla. È giusto che si mischino ad arte, che si cementino reciprocamente la pelle e il sangue, invischiandosi all’impossibile. Impareranno cosa significa star tra loro, facendo comunella.

È da poco passato il Natale, ancora fresco il suo strale di santità e il sangue dei morti. Masoumeh rinascerà. Il regime questa volta non potrà opporsi.

COME IL CANE CHE SI MORDE LA CODA. I LIMITI DEL DIBATTITO INTERNO AL PD:  CI SI DIMENTICA CHE LA POLITICA È RISCHIO?

Non vengono alla luce suggerimenti utili circa la via da imboccare per la rigenerazione della sinistra. Sul presidenzialismo, ad esempio, si tiene un atteggiamento pavido: invece la politica è rischio. Dunque, bisogna dare battaglia anche se si perde.

Guido Bodrato

Essendo iniziato con la convocazione delle “primarie” per l’elezione del Segretario del Partito, per continuare con un congresso nazionale che dovrebbe permettere una severa riflessione sulle ragioni della sconfitta elettorale del 25 settembre, il dibattito politico in corso su numerosi quotidiani (più che nel Pd), sta concludendo come il cane che si morde la coda. Ritorna inesorabilmente sulle stesse questioni senza affrontarle con un vero “esame di coscienza” (delle responsabilità) sulle diverse ma generali cause di una scelta elettorale che, prevista come una vittoria dei rossi nella contesa con i neri, si è conclusa con una clamorosa sconfitta dei rossi…come se si trattasse di un imprevedibile terremoto.

Mi sono limitato (avendone ormai il tempo) alla veloce lettura degli interventi (numerosissimi) su Repubblica, sul Corriere della Sera e sulla Stampa, e su quelli – anche più coinvolgenti – pubblicati dal Giorno e dal Foglio, per concludere con l’intervento di Michele Salvati (il primo che ho letto alla vigila del voto storico del 25 settembre) che già prevedeva, in modo intelligente, il fallimento del  partito – erede dell’Ulivo – che avrebbe dovuto rappresentare la rinascita della democrazia, dopo il collasso della Repubblica dei partiti. Quella riflessione prevedeva l’insuccesso della Seconda repubblica, senza però alcuna autocritica sul comportamento del Pd e senza suggerimenti sulla via da imboccare per la rigenerazione della sinistra. Tutto era rinviato ad un Congresso che avrà comunque mani e piedi legati, quasi una ratifica delle Primarie, in attesa di Godot…Comunque, Salvati fa un ragionamento, suggerisce una strada per incontrare gli elettori.

Cosa aggiunge però Salvati alle sue prime osservazioni? Alcuni suoi compagni di viaggio, riconoscono che quella strategia è fallita, ma concludono che, comunque, la personalizzazione della politica riflette ormai una strada obbligata, un modo di pensare la politica…Dovremo continuare a sbagliare? Semplicemente diventando più cinici, o forse più pronti nel trasformismo?

In realtà Salvati continua a riflettere, cerca di capire dove i democratici hanno sbagliato, ma la conclusione del suo ultimo saggio è così riassunto dall’autore su Libertà Uguale: “Se il Pd vuole restare il partito egemone del centro-sinistra, esso deve essere capace di coniugare in modo coerente il suo programma di crescita economica, di transizione ambientale e di riduzione delle diseguaglianze, e di dotarli di una narrazione in grado di legare in modo coerente questi tre elementi…”…dimostrando anche di saper governare… ed evitare scorciatoie identitarie…”.

Il linguaggio resta accademico, ma è suggestivo. Ed il presidenzialismo, che la Destra considera la questione decisiva? Forse è una pagina del libro sulle narrazioni. Michele Salvati ci aiuta a capire quale strada imboccare, e riassume ciò che con serena responsabilità narra di sé, e cioè di uno che è stato fondatore del Partito Democratico e prima essendo stato alla direzione di Quaderni piacentini, per essere eletto al parlamento come indipendente di sinistra, e poi ancora legato all’Ulivo e al Pd. Oggi si considera un liberale di sinistra, un liberale…con antiche ascendenze gobettiane!? Come ogni vero liberaldemocratico ha il senso del limite, che i presidenzialisti non hanno; in quanto nella visione della lotta per il potere, la storia dell’autoritarismo ha come matrice la violenza, e “il potere (ironizzava Voltaire) non è nulla se non ne abusi”.

Tuttavia, queste sono opinioni (forse provocazioni) che dobbiamo immaginare, poiché mentre Giorgia Meloni dice – quasi come sfida – qual è l’obiettivo della sua discesa in campo, e lo corregge in parte dichiarandosi disposta a lasciare la presidenza dei conservatori dell’europarlamento per allearsi con i popolari europei (conservando però un’idea sovranista dell’Unione europea come Unione di nazioni), i democratici restano quasi tutti silenziosi anche sullo stravolgimento della Costituzione…non si compromettono. Per realismo? I democratici, ancora tormentati dalla tentazione dello scioglimento sono ancora “al cane che si morde la coda”.

Ancora sul presidenzialismo Se si affida la decisione al referendum, cosa possibile, sarebbe la terza volta che il popolo difende la Costituzione dai nemici della Carta del ’48, che sono uniti contro, ma si dividono se si tratta di cambiare: contro era la P2.

Un mio nipote, che vive con i suoi coetanei, dice che alcuni temono di restare in minoranza, poiché molti considerano inevitabile la maggioranza con la Destra. In realtà, se il Pd resta senza identità, rischia la dissoluzione: su cosa resterebbe unito? Una battaglia sulla Costituzione, sulla centralità del parlamento, sulla divisione dei poteri, contro l’autoritarismo darebbe comunque, anche in caso di sconfitta, una forte identità al Pd. Scendere “muti nel gorgo”…cosa potrebbe significare, se non la fine di un grappolo di avventure personali? La politica è rischio, e richiede coraggio!

[Le riflessioni di Bodrato sono apparse su Fb. Qui sono state raccolte e integrate, con qualche piccola correzione formale]

FANFANI E RAGGHIANTI, L’EPISTOLARIO DELLO STATISTA DC CON LO STORICO DELL’ARTE: TORRESI ILLUMINA QUESTE PAGINE.

Il libro di Tiziano Torresi, non nuovo a indagini rigorose, sarà presentato a Palazzo Giustiniani nei prossimi giorni. Si registra, nella pur rapida visione di queste pagine, la dimensione elevata del confronto intellettuale tra l’uomo politico e lo studioso.

Redazione

Martedì 17 gennaio alle ore 16:30 si terrà a Roma a Palazzo Giustiniani, presso il Senato della Repubblica, nella Sala Zuccari (in via della Dogana Vecchia 29) la presentazione ufficiale del libro Carlo Ludovico Ragghianti – Amintore Fanfani. Carteggio, a cura di Tiziano Torresi, pubblicato nel 2022 dalle Edizioni Fondazione Ragghianti. Si tratta del primo volume di una nuova collana, quella dei carteggi di Carlo Ludovico Ragghianti (1910-1987), grande storico dell’arte e uomo politico.

Il suo epistolario con Amintore Fanfani (1908-1999), esponente democristiano, tre volte presidente del Senato e cinque volte primo ministro, documenta un legame di amicizia e di collaborazione finora del tutto inesplorato. Le loro personalità, distanti nei punti di partenza, negli itinerari di pensiero e di azione e nelle mete ideali, convergono attorno a una comune professione di fede nella passione civile e nell’esercizio del pensiero critico.

Lo scambio di lettere che scaturisce da questo incontro ispira e libera le intuizioni di due menti esuberanti su argomenti di studio, su iniziative politiche e culturali e su bilanci e progetti di grande significato per lo sviluppo del Paese. È la testimonianza di un’amicizia sincera, fiorita nel fronte comune della libertà, della giustizia e della difesa del patrimonio artistico e storico.

Alla presentazione al Senato della Repubblica interverranno Roberto Balzani (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna), Paolo Bolpagni (Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca), Agostino Giovagnoli (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e Marialuisa Lucia Sergio (Università degli Studi Roma Tre). Sarà presente il curatore. 

Per la partecipazione è obbligatoria la prenotazione, da effettuare entro e non oltre venerdì 13 gennaio scrivendo a info@fondazioneragghianti.it o telefonando al numero  0583 467205

NON È  PIÙ TEMPO DI ATTESA

Non mancano iniziative impegnate nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Ettore Bonalberti

Non possiamo continuare a restare fermi in attesa di Godot, il surplace non può essere la condizione dei cattolici nella politica italiana. I Popolari della Margherita, tranne alcuni ultimi ancora fiduciosi, hanno già preso atto del fallimento del progetto aperto al Lingotto da Veltroni nel 2007 e dell’irrimediabile deriva a sinistra di quel partito. Anche a destra, dopo l’illusione del risultato “specialissimo” della nuova Dc di Cuffaro in Sicilia, a molti di noi “dc non pentiti” appare suicida l’ipotesi di alleanze a destra col solo obiettivo di far sopravvivere nel galleggiamento qualche esponente politico.

Cosa si aspetta a favorire l’avvio di liste di area popolare, tanto nelle prossime elezioni regionali di Lombardia e Lazio che in quelle locali della prossima primavera e, in prospettiva, per le europee del 2024? Se Maometto non va alla montagna, la montagna andrà a Maometto. Se capi e capetti delle diverse casematte di area Dc e popolare in sede romana non sono in grado di avviare un dialogo e un confronto tra di loro, dobbiamo far partire dalla base l’iniziativa politica. Nelle diverse realtà territoriali locali esistono partiti, movimenti, associazioni e gruppi di area cattolico democratica e cristiano sociale che potrebbero incontrarsi e formare dei comitati di partecipazione democratica e popolare, strumenti indispensabili per definire le priorità politiche e programmatiche a livello glocale e selezionare una nuova classe dirigente indispensabile a rappresentare la nostra cultura politica a livello elettorale.

Certo, un’iniziativa che fosse promossa da Roma potrebbe favorire il progetto, ma, permanendo questa condizione di stallo e di incomunicabilità, è dalla base che deve partire lo stesso. Favoriti dal sistema elettorale proporzionale con preferenze in tutte le prossime elezioni citate, non ci sono più alibi, se non l’egoistica ambizione di qualche solito noto, per contrastare la formazione di liste unitarie di area popolare. È tempo di superare la divisione tra cattolici della morale e cattolici del sociale per ritrovare insieme le ragioni di condivisione dei fondamentali della dottrina sociale cristiana che resta, con la fedeltà alla Costituzione, la base della nostra comune ispirazione etica, politica e culturale. Il popolarismo sturziano e la lezione degasperiana e della storia migliore della Dc sono i nostri riferimenti storico politici, da interpretare alla luce delle esigenze nuove presenti nella nostra società, squassata da disuguaglianze incompatibili con le priorità indicate dai principi di solidarietà e sussidiarietà proprie della nostra cultura.

Non mancano iniziative impegnate nel progetto di ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale. Cito, tra le più rilevanti, quelle di area popolare promosse dagli amici Merlo e Sanza, della Federazione popolare dei Dc di Gargani, Tassone, Gemelli, Eufemi; il movimento-partito di Insieme di Giancarlo Infante; la nuova Piattaforma 2024 di Ivo Tarolli; il costante tentativo di mantenere viva la storia e cultura politica della Dc di Grassi e tanti altri amici.  Esistono a livello di base tante altre realtà associative che andrebbero sollecitate ad assumere azioni positive e di coordinamento culturale. Molto importante è anche il ruolo svolto dalle testate giornalistiche e on line della DC (www.democraziactistiana.cloud), de Il Domani d’Italia (www.ildomaniditalia.eu), di Politica Insieme (www.politicainsieme.com), cui si è aggiunta da qualche settimana la riedizione della gloriosa testata sturziana del L’Idea popolare (www.lideapopolare.it). Sono luoghi di confronto e di riflessione che possono favorire il dialogo e lo stesso processo di ricomposizione politica di cui il Paese ha necessità.

Premessa indispensabile sarà quella di avviare una seria iniziativa per una legge popolare per il ritorno alla proporzionale con preferenze, conditio sine qua non, se si intende costruire il centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità. In parallelo, si dovrebbe ricostituire il vittorioso comitato dei Popolari per il NO alla deforma costituzionale, a suo tempo avviato con l’amico Gargani, al fine di contrastare le derive presidenzialistiche annunciate da una destra nazionalista e sovranista. Dalla base emergeranno i cahiers de doléance, in virtù dei quali il nuovo centro democratico popolare definirà il programma per l’Italia del 2023, secondo una “logica glocale”, indispensabile nell’età della globalizzazione. In alternativa a una destra di governo, che sta mostrando tutti i suoi limiti e contraddizioni e di una sinistra incapace di ridefinire il suo ruolo, è indispensabile, come nei momenti migliori della storia nazionale, che salga dalla vasta e articolata realtà del mondo cattolico, una nuova speranza per la società italiana.

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it)

NON LASCIA SPAZIO AI POPOLARI IL MODELLO DEL  “NUOVO PD”, SECCAMENTE INTERPRETATO COME PARTITO DELLA SINISTRA.

Per il Pd si è chiusa una pagina politica e culturale: il mutamento è radicale. I candidati alla segretaria tacciono sullapporto che può arrivare dalla cultura popolare, cattolico sociale e democratica per la costruzione del progetto politico complessivo del partito.

Giorgio Merlo

Il dibattito surreale che aleggia attorno al Pd sul futuro congresso che deve eleggere i nuovi organi dirigenti del partito è sempre più curioso ed intrigante per i vari commentatori ed opinionisti. Con sondaggi che sprofondano sotto il 15% dei consensi dopo una storica sconfitta elettorale, il Pd sta discutendo animatamente addirittura su come celebrare queste fatidiche “primarie”, l’ultimo e unico dogma intoccabile di un partito che quando è nato aveva l’ambizione di essere un partito a “vocazione maggioritaria”.

Ora, è del tutto evidente che anche per il Pd si è chiusa definitivamente una pagina politica e culturale. Ed è una pagina che è coincisa con il progetto inaugurato da Veltroni nel lontano 2007 con l’ormai celebre discorso tenuto al Lingotto di Torino. E cioè un partito cardine del bipolarismo della politica italiana; frutto del più raffinato e moderno riformismo italiano; incontro tra le principali culture riformiste e costituzionali del nostro paese; luogo per rilanciare la politica e la partecipazione democratica e, in ultimo, un partito che aveva anche l’ambizione di selezionare una vera ed autentica classe dirigente. Insomma, un partito che doveva anche essere il perno e il protagonista di una stagione che andava sotto il nome, forse un po’ enfatizzato, di “seconda repubblica”.

Oggi, se dovessimo definire la “mission” e il ruolo di questo partito, il giudizio sarebbe radicalmente diverso, com’è ormai evidente a tutti gli osservatori che non sono accecati dalla faziosità e dalla sola propaganda. E cioè, un partito spietatamente e militarmente organizzato per correnti – prevalentemente di potere -, un partito che non rappresenta più quei ceti e quell’area sociale per cui era nato, un partito che non è più la somma delle migliori culture riformiste del nostro paese e, soprattutto, un partito che non è affatto il perno attorno al quale ruota la costruzione di un’area alternativa al centro destra. Ovvero, un partito radicalmente diverso da quello che era stato progettato dopo la confluenza dei Ds e della Margherita in un nuovo ed inedito contenitore elettorale. E la vicenda, per alcuni versi addirittura grottesca, di come disciplinare lo svolgimento delle primarie fra circa un mese non è che l’ennesima conferma di questa confusione politica e dello smarrimento strategico in cui sono precipitati il Partito democratico e la sua dirigenza.

Ed è proprio su questo versante che voglio richiamare l’attenzione attorno ad un aspetto che può apparire marginale ma che, invece, è centrale per il profilo e l’identità futura di questa formazione politica. Mi riferisco, nello specifico, alla sostanziale e radicale assenza nelle riflessioni dei vari candidati alla segreteria nazionale del partito – tutti riconducibili, in un modo o nell’altro, alla storia e alla cultura politica della sinistra italiana – sull’apporto che può arrivare dalla cultura popolare, cattolico sociale e anche cattolico democratica per la costruzione del progetto politico complessivo del partito. Ora, sia chiaro, non c’è l’obbligo statutario e formale da parte dei vari candidati alla segreteria del partito di valorizzare il ruolo e l’apporto di questa cultura storica per il futuro del Pd. Ma è indubbio che l’assenza radicale di qualsiasi considerazione sul ruolo e sulla funzione di questa cultura politica e di questa tradizione storica nel dibattito congressuale del Pd, è quantomai sintomatica su come sia mutata la cornice in cui si racchiude il dibattito. E questo, al netto delle considerazioni formali che tutti sono utili, necessari ed indispensabili per rafforzare il partito. Dagli ambientalisti ai verdi, dai liberali ai socialisti, dai Popolari ai liberal democratici e chi più ne ha più ne metta. Ma queste sono dichiarazioni formali e protocollari.

Quello che conta, al di là della buona volontà e della generosità di Pier Luigi Castagnetti che persegue ancora l’obiettivo di costruire una micro corrente a supporto di qualche candidato alla segreteria nazionale, quello che vale la pena rilevare è che il Pd – e giustamente – sarà nel futuro uno dei tanti partiti che interpreta la tradizione e la storia della sinistra italiana. Questa sarà la prospettiva politica e culturale del Partito democratico. Il resto appartiene solo alla propaganda e ai comunicati stampa del partito romano. E questo è un aspetto, forse anche il principale, che conferma il mutamento radicale ed irreversibile della identità, del profilo e della stessa “mission” politica e strategica del Partito democratico nella cittadella politica italiana.

IL CALEIDOSCOPIO DEI PARTITI E LE NUOVE FRONTIERE DEL POPOLARISMO.

Si affaccia la sfida di un nuovo protagonismo dellarea del popolarismo. Insomma un partito di nuovo conio”, che ci ricordi la vecchia matrice aggregativa delle forze politiche della prima Repubblica.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Luigi Rapisarda

Prendo spunto dal dibattito in corso, nell’area del cattolicesimo democratico e sociale, per affacciare una mia tesi sulle possibili nuove frontiere politiche del popolarismo.

Se è vero, come dice su Il domani d’Italia, Giorgio Merlo – attento osservatore delle vicende identitarie che hanno attraversato i cattolici democratici e i popolari in questi trent’anni – che “..Sale dal basso una domanda di “ricomposizione” di tutta la vasta e plurale area dei cattolici popolari dopo la sostanziale scomparsa pubblica in questi ultimi anni”, è indubbiamente da ritenersi, non solo una percezione, ma un concreto segnale che tutto quel magma che da tempo ribolle sotto un sistema politico che si è via via depauperato, lasciando alla finestra,in quasi sei lustri, circa il 40 per cento di tutto l’elettorato, sta cercando un reale approdo. Ed è parte di quell’immensa galassia democristiana che da anni fluttua alla ricerca di lidi provvisori dove rigenerarsi, con esiti spesso assai deludenti, in attesa, per buona parte di essi, di una comune aggregazione identitaria.

La ragione, allo stato degli atti, può intravedersi in tanti fattori. Di certo tra i principali v’è l’avvento del governo Meloni e lo sfaldamento del Pd. Non c’è commentatore politico, scorrendo le pagine della nostra stampa, che non abbia messo in rilievo il salto epocale di un elettorato che per la prima volta ha dato ampia fiducia ad un partito, nonostante non abbia finora tagliato fino in fondo le radici del proprio ingombrante passato, e al contempo ha dato vita al ritorno della politica, dopo un decennio di governi nati da ibride alchimie. Una scelta – fatta sulla disillusione di tante promesse non mantenute, o dall’ eccessive faziosità nelle scelte generali da parte dei precedenti esecutivi, non da ultimo il clima rissoso del tratto finale del governo Draghi – che ha scosso profondamente equilibri da tempo consolidati sui valori precipui dell’antifascismo e della Resistenza come azione fondativa della nostra Repubblica. Il tutto è talmente inedito che sta inaspettatamente imprimendo una generale rimodulazione del modello-partito che da trent’anni, ossia da quando con tangentopoli si era finito per demolire il vecchio sistema, la fa da padrone con partiti azienda, personali o di plastica, dove a perdere è stata soprattutto la collegialità delle scelte orientative e programmatiche e la formazione di una seria classe politica.

A questo sembra non essere estraneo neanche il partito di Giorgia Meloni che si è subito resa conto, nell’impatto con l’alta funzione istituzionale, della inadeguatezza del progetto di destra retrograda che ha già messo a nudo tutti i nodi irrisolti di una miope visione sovranista. Mentre trova sempre meno veli la chiara la percezione che, mentre gioca la partita in campo, non riesca a divincolarsi dalla fascinazione del modello Draghi.

Un quadro che prima o poi la costringerà ad imporre un revisionismo dottrinale alla sua forza politica per liberarsi definitivamente da tutti quei residui cascami ideologici del “ventennio” e volgere verso una forza conservatrice moderna e flessibile a cambiamenti epocali. E qui oltre all’importante ruolo che ne gioca la stampa, con la sua critica attenta, non da meno dovrà essere essenziale, nel solco coerente dei valori dell’Umanesimo integrale, un’azione politica da parte delle forze del cattolicesimo democratico e popolare, in grado di fare maturare una diffuso sentimento che metta sempre al centro dell’azione politica la persona, per assicurare a tutti un progetto di vita quantomeno dignitoso.

Netta invece appare, in tutta l’attuale area del popolarismo, la chiara consapevolezza di non voler ripetere quelle, improvvide, esperienze che di volta in volta han finito per farli ritrovare ancelle o caudatari soprattutto di un centrosinistra che ha rinnegato tutti i valori per cui è nato.  Così Lucio D’Ubaldo non ha tutti i torti quando sostiene, nel giornale che dirige, Il Domani dItalia, che:” Fare politica esige un salto – dalle emozioni ai ragionamenti, dalle speranze ai programmi, dagli universalismi teorici alle scelte di campo – per dare voce a interessi legittimi e incarnare un progetto sostenibile.”. E anche nel diverso modo di rispondere alle sfide del tempo, ci si dovrà caratterizzare nella consapevolezza di un elettorato che nella sua inarrestabile fluidità non è più aduso a deleghe in bianco, fluttuando in questi anni, ora verso il Pd di Renzi, ora verso i 5 Stelle, ora verso la Lega di Salvini ora verso la Meloni;  e il trend non sembra essersi esaurito. Segno evidente del crescente disagio di buona parte di quella classe media, ma anche della classe operaia, che in questi anni ha subito fortemente precarizzata e depauperata.

Di certo, in questo difficile percorso di rinnovamento del sistema, i tortuosi tatticismi dei centristi improvvisati (Calenda, Renzi,ecc.) non aiutano a far sì che ci si incardini su modelli postmoderni, ma capaci di recuperare il vero spirito della collegialità, nella multiformità di scelte promotrici di progresso per tutti. Al contrario non poco interesse sta suscitando, nel quadro delle grandi matrici europee, l’intensificarsi del confronto tra i Conservatori, di cui la Meloni è presidente, e il Ppe. 

Intanto non è stato esaltante, neanche per se stessa ed i suoi elettori, l’abbrivio che la premier ha dato a questa prima fase, caratterizzato, nell’intento di dare una robusta risposta all’esponenziale aumento delle energie e al pesante drenaggio fiscale sui salari, da un eccessivo sbilanciamento. Scelta che, seppur la stessa Meloni ha precisato: “meglio di così non si poteva fare” per le poche risorse disponibili e la preminenza data al sostegno per le spese energetiche divenute assai gravose per famiglie e imprese, lascia senza neanche un principio di risposta tutta la pressante questione sociale che da tempo si ingigantisce a ritmi vorticosi.

Così, non appare tenero il giudizio di Elisabetta  Campus, che traiamo dalle pagine de Il domani d’Italia del 30.12.2022: “..Resta fuori il lavoro e la disoccupazione, il problema dei giovani che non hanno speranze per il loro futuro, le donne che si faranno ancora carico del welfare familiare, le politiche di aiuto alle famiglie, il terzo settore, il contrasto alla povertà; il sistema welfare, nel suo complesso, che ancora una volta è lasciato alla sopportazione, allo spirito di sacrificio e alla solidarietà degli italiani”. C’è poi tutto un capitolo che si sta aprendo, nel cantiere delle riforme anticipate da Giorgia Meloni, che non nasconde una nuova ed inedita prospettiva di sviluppo identitario del suo partito e probabilmente, se saprà essere collante credibile, di tutta la sua coalizione.

Non sfugge infatti a nessuno che il cantiere delle riforme della destra, ha subito appunto l’irresistibile fascinazione del modello Draghi, almeno nei termini di ricerca di un nuovo appeal comunicativo e di una più accentuata inclinazione verso la politica del fare piuttosto che annunci e promesse, che poi lasciano il tempo che trovano. Uno scenario “post-populista”, che fa prefigurare al prof. Giovanni Orsina, la concreta ipotesi per lo schieramento alternativo alla destra di una possibile “conciliazione fra progetto globalista – inteso non come globalizzazione o rivoluzioni tecnologiche bensì come ideologia dei miliardari globali (allude al deep state?) – e ceti, definiti “periferici”, imprevedibilmente spodestati da quella centralità che nella generale tutela, la Repubblica, nata dalla Liberazione dal nazi-fascismo, aveva affermato.

Anche se al momento la rovente competizione che sta caratterizzando il rapporto 5 Stelle-Pd non sembra andare nella direzione immaginata dal prof. Orsina, quantomeno nell’area della sinistra. Ma la dinamica appare assai più preoccupante se calata in uno modello di tipo presidenzialista, in pectore alla Meloni da sempre, che ha fatto dire al costituzionalista prof. Gaetano Azzariti: “Evitiamo giochi da apprendisti stregoni, col presidenzialismo si rischia l’autocrazia”, ammonendo che “il sistema funziona solo con grandi contrappesi di potere. Ispirarsi al modello francese? Inseguendo Parigi potremmo ritrovarci a Mosca”.

Ma lo scenario sarebbe ancora più incandescente se solo andasse in porto la cosiddetta “Autonomia differenziata” del ministro Calderoli. Sarebbe il preludio di una balcanizzazione dell’Italia, con l’accentuazione di ulteriori divari dei territori. Interessante sul punto quanto messo in rilievo da Giuseppe Davicino, sempre su Il Domani dItalia, che riprendendo un precedente commento di Guido Bodrato, mette in guardia dagli effetti che un tale scenario pone: da una progressiva riduzione dell’esercizio del pluralismo delle opinioni e dei punti di vista nel discorso pubblico, ad una rappresentanza parlamentare pressoché monopolizzata da pezzi di establishment a scapito di una necessaria e insostituibile rappresentanza popolare. Chiedendosi inoltre se, in un così prorompente quadro istituzionale “nel quale sembra emergere un modello di governo basato su inedite forme di oligarchia, non ci si dovrà attendere una accentuazione ulteriore piuttosto che una riduzione della separazione fra le forze di centro sinistra e gli orientamenti elettorali dei ceti popolari. Il discorso riguarda certo il Pd e la sinistra, ma non solo, vale anche per il centro. E più di tutti vale per i Cinque Stelle”.

Mentre pesano ancora i residui tattici di un certo modo di acquisire consenso per poi fare il contrario di quanto promesso: il riferimento è a tutta la speculazione che personalmente la Meloni ha fatto sul mantenimento delle accise (mentre lei non ne ha prorogato la riduzione) sui sostegni ai redditi, che liquidava come poca cosa, (non diversamente più essere definito il suo provvedimento sul punto, tant’è che persino gli imprenditori, Marcegaglia, reclamano interventi più corposi) sull’Europa e tanto altro, salvo poi a riconvertirsi in fretta sulla linea del precedente governo per non bruciarsi una iniziale credibilità con i tanti interlocutori, messi in guardia da una campagna elettorale che sembrava non lasciasse spazio a compromessi e moderazione. Anomalia che ben mette in evidenza, sul Corriere della sera del 26 dicembre scorso, Dario Di Vico, secondo il quale: “non è maturata ancora una capacità di intermediare le nuove domande della società post-Covid, di superare la stagione populista. Lo vediamo sia nelle acrobazie delle forze politiche che hanno vinto le elezioni e che pensano di giocare a specchio con il consenso sociale agitando temi giudicati astrattamente idonei, lo vediamo ancor di più nei partiti usciti sconfitti che non sanno da che parte guardare per rimettersi in cammino. È sicuramente vero che il centro-destra conserva una rendita elettorale dovuta alla precedente ondata populista caratterizzata dalla rivolta del piccolo contro il grande, del presente contro il futuro, del vissuto contro il pensato (citazione da Giovanni Orsina) ma siamo sicuri che anche queste differenze, queste liste non debbano essere aggiornate alla luce dei cambiamenti che attraversano quotidianamente la società e scardinano alcune convenzioni?”.

In questo quadro così dinamico e dagli esiti non scontati si prefigura uno spazio di interlocuzione che il mondo cattolico e popolare non può lasciarsi sfuggire non facendo mancare tutto il proprio apporto dialettico nel confronto di prospettive di cambiamenti ordinamentali e degli assi istituzionali compatibili con quei valori e principi che, affermati primariamente dalla Costituzione, sono anche il punto identitario del popolarismo: in primis, lo spirito di servizio e il bene comune che abbia al centro, ogni persona.Un dialogo che ridia voce e rappresentanza ad un’area sociale e culturale molto più ampia di quella che già si riconosce nel patrimonio storico del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Un’area che si riappropri della naturale connotazione centrista, moderata, democratica, ambientalista e innovatrice, in continuità con tutte quelle radici ideali, valori e principi riconducibili a quel filone storico. Un processo riaggregante che si incardini nella comune tutela e salvaguardia dei valori primari: dal rispetto, in ogni sua fase, della vita umana, alla stabilità della famiglia basata sul matrimonio di uomo e donna, e alla libertà di educazione, al riparo da qualsivoglia cedimento, nel solco di una condivisa visione di Umanesimo integrale, come delineato da Papa Francesco.

Uno spazio è il ruolo di non poco conto che, riempiendo un vuoto, può giocare in termini di sfida un nuovo protagonismo dell’area del popolarismo. Insomma un partito di “nuovo conio”, che ci ricordi la vecchia matrice aggregativa delle forze politiche della prima Repubblica. Non dominato all’interno da correnti di potere o gruppi clientelari, ciascuno con un proprio capo, ma protesi nel confronto, talvolta anche assai aspro, tra le diverse correnti di pensiero, non per mero lobbismo, ma rappresentativi di spicchi di società e di multiformi interessi espressione del paese. Serve insomma una fucina di idee che marchi le distanze dagli attuali modelli dove campeggia un leaderismo sfrenato e non aduso al confronto ma pura espressione di una personalizzazione totalizzante della lotta politica basata su una preconcetta egemonia della visione personale

Una rimodulazione non più procrastinabile resa inoltre urgente dal groviglio, oggi sempre più incandescente, delle profonde questioni sociali e dalle sfide epocali che abbiamo di fronte. Mentre appare assai cogente dare risposte coerenti e sostenibili ad una convivenza sempre più multiculturale, cui non giovano le occasionali e demagogiche tendenze al rafforzamento di politiche securitarie a fronte di un indebolimento dell’idea di progresso condiviso, foriere solamente di un preoccupante aumento delle diseguaglianze e di una più accentuata precarizzazione del lavoro. Un quadro sociale ed economico che mette a nudo, ancora una volta, l’inadeguatezza di politiche arroccate su maggioranze risicate, oggi sempre più affette dal rischio di estremizzazione. È questa la consapevolezza che, come una leva, sta connotando il profondo tormento di tutta l’area dei cattolici e del popolarismo, per guardare oltre, nell’interesse del paese. Cosi, in questo scenario dai tratti vichiani, che sembra preludere ad un nuovo ciclo storico, non sono pochi nei loro ragionamenti a prendere coralmente atto che la “pre-politica e la presenza testimoniale ha fatto il suo tempo”: riflessione che, tra le righe non sembra lasciar fuori da questo diffuso pessimismo – nonostante il lusinghiero successo in Sicilia, che però si deve tutto all’azione politica di Cuffaro – l’attuale tentativo di riedizione della Dc, che sconta, al contempo, una pressoché inesistente visibilità e l’inadeguatezza di una nuova classe dirigente.

Una prospettiva che fa dire a Giuseppe De Mita, ancora ne Il Domani dItalia del 5 gennaio scorso, che la “causa politica” di una mobilitazione parrebbe allora risiedere in una capacità di visione culturale su come possa essere ricomposto un equilibrio tra le multiformi istanze di libertà e le pressanti esigenze di giustizia sociale, ricostruendo quello che Moro individuava come il terzo pilastro della nostra democrazia, oltre i due appena segnalati, quello del volto largamente umano”. Connotazioni che appaiono di certo come unica via possibile per costruire una forza non polarizzata capace di riposizionare il baricentro politico su un asse che fa ritrovare il suo perno su quel prezioso patrimonio di valori e di metodi che furono il motore di crescita dell’Italia del secondo dopoguerra.

IRAN, IMPICCATI ALLA SPERANZA. TRANNE QUALCHE STREPITO DI CONVENIENZA, DI FRONTE ALLA BARBARIE IL MONDO TACE.

In Iran limpiccagione va di moda. Sembra la cura giusta per calmare i bollori, i picchi di una gioventù che osa ribellarsi ad un potere che non può andare assolutamente a picco. Il regime ha un asso nella manica. Gli è sufficiente appiccare il fuoco della morte…

Giovanni Federico

La ballata degli impiccati di François Villon del 1489 è sempre attuale. In francese il titolo è più efficace (Ballade des pendus), richiama qualcosa che pende. Anche se essere “pending” significa anche un’attesa che in questo caso non ha più ragione di essere.

“Fratelli umani che dopo noi vivrete,

non siate verso noi duri di cuore,

ché, se pietà di noi miseri avete,

Iddio ve ne saprà ricompensare.

Qui ci vedete appesi, cinque, sei:

e la carne da noi troppo nutrita,

oramai è divorata e imputridita,

noi, ossa, diveniam cenere e polvere…

La pioggia ci ha bagnati e dilavati

e il sole disseccati e anneriti.

Gazze e corvi gli occhi ci han cavati

e strappato la barba e i sopraccigli.

Mai un istante ci siamo fermati

di qua, di là siccome il vento muta,

a suo piacere si oscilla senza sosta,

più beccati che i ditali per cucire”.

Non è poi così difficile morire in questo modo che ha il pregio di essere anche economico. Basta un semplice cappio, meglio ancora un capestro buono sia per gli animali che per i condannati alla forca, per dirla alla Tommaseo, “degni se non di un pubblico”. Si fa quella fine se si è sotto uno Stato capestro o se per protesta contro di esso si è stati un po’ troppo scapestrati. Per buon ordine il potere ti riaddomestica mettendoti la cavezza che poco ha a che fare con una carezza.

Di questi giorni in Iran l’impiccagione va di moda. Sembra la cura giusta per calmare i bollori, i picchi di una gioventù che osa ribellarsi ad un potere che non può andare assolutamente a picco. Il regime ha un asso di picche nella manica. Gli è sufficiente appiccare il fuoco della morte senza che i condannati, vittime di processi farsa, se ne possano piccare oltre un certo.  Non sarà una fine gloriosa, una storia piccante da tramandare ai posteri, ma va bene ugualmente. Giuda, un traditore, ha avuto la stessa sorte e questi benedetti ragazzi non ne hanno tenuto conto.

È la lezione necessaria per placare la sommossa in corso, un sub motus inaccettabile. Torna buono il detto latino “Ab urbe submoti”, tenuti lontano intanto dalla città! Si apre d’improvviso una botola e i condannati pendolano attaccati ad una fune al collo, oscillando quel poco, al pari di un metronomo, per dare il ritmo alle esecuzioni a seguire. Per un attimo sospesi tra la vita e la morte, pendendo dalle labbra di un militare che ordina al boia di procedere.

Si apre la botola e quei botoli di protestatari hanno il fatto loro. Resta ignoto se i tiranni hanno subito la suggestione occidentale dell’impiccagione adottando la tecnica inglese, dove il cappio è messo in maniera da spezzare le vertebre del collo al momento della caduta del corpo nel vuoto. In meno di un minuto la morte è garantita, parola di Saddam Hussein che ne ha sperimentato l’efficacia. O se invece si propenda seguendo il metodo classico per asfissia. In una decina di minuti si arriva ad analogo risultato, si arresta il polso, mentre il condannato ha però il tempo di ripensare al suo misfatto. Potrebbero chiedere in Francia esperti, per lo champagne, in metodo classico o in quello charmat. L’impiccagione presenta un ulteriore innegabile vantaggio. Né la fucilazione, la sedia elettrica e neppure la decapitazione hanno procedure che consentano di mantenere in mostra gli esiti del castigo subito dopo l’esecuzione. I corpi sono portati via e il sipario si chiude.

Il wrestling è un’arte marziale teatrale con colpi già prestabiliti tra i duellanti. Un suo campione, Navid Afkari, e il campione di Karate, Mohammad Mahdi Karami, sono stati nel tempo di un mese o poco più impiccati. Non si lotta contro il potere. Con loro anche Seyyed Mohammad Hosseini che ha prestato invece volontariato con i bambini e che poteva forse istruirli alla libertà. Giorni prima è stato il turno, nella pubblica piazza a Mashad, di Majidreza Rahnavard con un rito più spettacolare: vestito di bianco, il volto coperto, il corpo che penzola dalla gru, così che tutti possano vedere la lezione da tenere a mente. Non è il magnifico uccello che a seconda del manto e della grazia è chiamato gru damigella, cenerina, coronata o del paradiso. Qui siamo all’Inferno: la gru è quel braccio mobile di ferro che regge pesi importanti ben in alto nell’aria in modo che tutti possano ammirare il carico che sostiene. Tranne qualche strepito di convenienza, il mondo tace. L’Europa sbadiglia. Non si tratta di pensieri in gabbia ma di fare spallucce. Fino a mostruosamente ingobbirsi.

DAVID SASSOLI, ESEMPIO DI EUROPEISMO CORAGGIOSO NEL SOLCO DEI GRANDI DEMOCRATICI CRISTIANI.

Ci sarà tempo per valutare con cura il suo operato, anche se già ora alcuni tratti consentono di fissarne le caratteristiche fondamentali. Sebbene nel perimetro del Pd, l’azione di Sassoli affonda le radici nell’europeismo coraggioso dei grandi democratici cristiani.

Giuseppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo

Implose le ideologie, sembra inutile tentare una definizione del politico. Tutto scivola nel pretesto di fazione, senza più fatica nel cercare, al di là del proprio campo, un percorso utile al bene comune. Così, quando si manifesta, l’eccezione incuriosisce e fa riflettere. È accaduto, in effetti, con David Sassoli: generoso ed inquieto, ha incarnato una figura di politico controcorrente. Per questo, a un anno dalla scomparsa, lo si ricorda con rispetto. Era un uomo in ricerca, sempre, di motivazioni convincenti. Cercava il dialogo quasi per istinto, o meglio per attrazione interiore; il dialogo come armatura di pensiero, non solo esercizio di buona educazione; e quindi, dialogo inteso e proposto in una dimensione di necessità, per governare il pluralismo della vita democratica.

Da ragazzo aveva fatto politica e alla politica è tornato, dopo l’esperienza professionale in Rai, rispondendo a una precisa sollecitazione. Nel 2009, con le elezioni europee alle porte, il Pd avvertiva l’urgenza di parlare ad alcuni mondi vitali. Bisognava rafforzare il rapporto con l’area cattolica.  Noi, suoi amici, gli chiedemmo una disponibilità ed egli accettò di fare il capolista per il collegio dell’Italia centrale. Si rivelò per quello che era, un leader naturale: fece campagna elettorale con mezzi moderni e criteri antichi, avendo l’idea di un compito irriducibile alla mera raccolta delle preferenze.

Forse, qualche tempo dopo, ebbe l’ingenuità di proporsi a sindaco di Roma. Com’è noto, all’esito delle primarie gli fu anteposto Ignazio Marino, il candidato più trasgressivo in apparenza, ma più interno, nella sostanza, alla nomenclatura di sinistra. In pratica fu la sua fortuna perché da quel momento si dedicò anima e corpo all’Europa. Riconfermato nel 2014 e nel 2019, fu eletto infine alla guida del Parlamento di Strasburgo.

Ci sarà tempo per valutare con cura il suo operato, anche se già ora alcuni tratti consentono di fissarne le caratteristiche fondamentali. A Sassoli, fondamentalmente, si deve il merito di aver infuso nuova linfa all’europeismo. E lo ha fatto grazie alla sua cultura di origine e formazione, recuperando senza retorica l’afflato ideale e morale dei grandi democratici cristiani – soprattutto, per noi italiani, De Gasperi – che nel secondo dopoguerra misero le ali al progetto di un’Europa unita e solidale.

Fuori da questo perimetro non ha solidità, e quindi neppure trova spiegazione, il fenomeno di un’ammirazione che di solito gli italiani riservano con parsimonia ai protagonisti della vita democratica. In un tempo dominato dall’effimero, con l’azione pubblica spoglia di ideali e autentiche passioni, si erge con Sassoli una simbologia di buone opere, segno di progresso e solidarietà, cui la politica può e deve collegarsi in ragione del suo disporsi al servizio delle persone e delle comunità. Ne vogliamo tenere conto, come esige anche un trascorso di esperienze comuni, così da essere saldi nella difesa di principi e valori che, evidentemente, assumono forme diverse dal passato, senza perdere tuttavia la loro effettiva consistenza. 

IL SACRIFICIO DI PIERSANTI MATTARELLA, IL PREZZO PAGATO ALLA COERENZA.

Una democrazia è ammalata quando le difese immunitarie si abbassano. Piersanti Mattarella è stato ucciso perché difendeva le istituzioni e si opponeva alla selvaggia occupazione della mafia, alimentata da personaggi rimasti oscuri nei processi.

Mario Tassone

In questi giorni è stato ricordato Piersanti Mattarella, assassinato dalla mafia il 6 gennaio del 1980.  Con Piersanti avevamo un rapporto di stima.  Ci eravamo conosciuti nelle riunioni del gruppo moroteo a Roma. Il nostro rapporto si era consolidato quando da commissario del Movimento Giovanile della Dc usavo il suo studio privato perché la segreteria della Dc di Palermo non aveva accettato il commissariamento. Nella Capitale ci si incontrava spesso e fummo sempre assieme durante la elezione di Pertini. E a Roma lo incontrai alla vigilia di quel Natale del 1979. Mi parlò dei suoi progetti e io mi preoccupai. Nel lasciarci colse il mio stato d’animo e mi disse con un sorriso di stare tranquillo, dandomi appuntamento a dopo le Feste.

Non lo vidi più…

Dal quel tragico giorno è trascorsa un’epoca e gli esecutori rimangono avvolti nel mistero. La gestione del crimine ha mezzi ben oleati di protezione. Un vero potere puntellato da connivenze, infami coperture e infedeli depistaggi. Una democrazia è ammalata quando le difese immunitarie si abbassano. Le verità negate sono lacerazioni irreparabili nel tessuto sociale. Quando vengono meno le certezze il cittadino si sente solo, perde fiducia nelle istituzioni. Trova talvolta negli intraprendenti capipopolo speranze seguite da delusioni. Il parlamentare “nominato“ (e non eletto dai cittadini) diventa un organo di ratifica e non di elaborazione di progetti e di proposte. In una parola viene meno il coinvolgimento dei rappresentati e la responsabilità dei rappresentanti. Un Parlamento svuotato nelle prerogative è il segno di una democrazia che declina e si decompone.  Allora non ci sono più controlli adeguati: la burocrazia, i capi delle aziende pubbliche diventano corpi separati fuori dal sistema paese, funzionali ai portatori di interessi dei movimenti che hanno sostituito i partiti.

Piersanti Mattarella è stato ucciso perché difendeva le istituzioni e si opponeva alla selvaggia occupazione della mafia, alimentata da personaggi rimasti oscuri nei processi. Le Commissioni parlamentari hanno lavorato fra mille difficoltà nel tentare di dipanare il groviglio di poteri e sottopoteri, veri corpi contundenti che colpiscono. Piersanti Mattarella si è opposto perché affarismo e criminalità soffocassero la Sua Sicilia e il Paese. Conosceva i rischi a cui andava incontro. Ma ha continuato ad andare. Il suo esempio stride con un oggi dove il senso dello Stato si è perso. L’arrivismo, che c’è sempre stato, oggi è un fenomeno incontrollato. Gente che si schiera per convenienza e si candida dove trova posto è la spia di un sistema diroccato. Quanto stride, allora, il sacrificio di Mattarella con il comportamento di tanti che non hanno un loro pensiero e hanno rinunciato alla propria identità!

Ecco perché ricordare è importante. Ecco perché conoscere la Verità è essenziale. Le ritualità delle commemorazioni vissute come un dovere burocratico mi danno fastidio. Oggi è il tempo di trovare coraggio e Piersanti è l’esempio del coraggio. Non si chiede di essere tutti eroi o vocati al martirio, ma almeno di trovare la forza per essere uomini liberi. Piersanti Mattarella fu un Uomo Libero e per questo è stato sacrificato. Moro, Piersanti Mattarella… ricordi struggenti, una lezione che ho tentato pur tra mille difficoltà di non dimenticare. Facciamo sì che i tempi nuovi siano improntati a questo dovere morale: “non dimenticare”, per riuscire a cambiare e costruire un Paese di Libertà e di Verità.

IL TUNNEL SENZA SBOCCO DELLA GUERRA: QUANDO FINIRÀ, E COME, L’ASSURDA PROVA DI FORZA IN UCRAINA? 

Dopo quasi un anno e proiettandoci alla fine del lungo inverno ormai iniziato, è legittimo domandarsi “quando finirà”. E come finirà. Occorre ammettere che non è facile essere ottimisti. Il rischio è che la guerra – assurda prova di forza – duri ancora a lungo.

Enrico Farinone

L’anno nuovo è arrivato e con passo veloce ci si avvia al primo anniversario del tragico inizio della guerra in Ucraina, quella da Putin chiamata “operazione militare speciale”. Ed in effetti tale avrebbe dovuto essere, nei piani dell’oligarca russo, l’assurda prova di forza: un intervento mirato ed efficace che avrebbe provocato la cattura o l’uccisione del presidente ucraino e di pochi altri politici a Kyiv, qualche edificio distrutto nella capitale medesima e qualche morto accidentale. Nulla di più. In meno di una settimana, a dir tanto, ci sarebbe stato un nuovo governo, prono ai voleri di Mosca.

Le cose, si è visto, sono andate ben diversamente. Il Presidente Zelensky, un attore comico e nulla più (immaginava Putin), si è dimostrato all’altezza del ruolo, non è stato catturato e non è fuggito; il popolo ucraino tutto, incluso in larga misura anche quello russofono residente nell’est del Paese, si è unito intorno alla propria leadership e ha fatto muro all’avanzata dell’esercito nemico; le forze militari ucraine, già addestrate e rifornite dagli americani, si sono rivelate assai più pronte e preparate di quanto i servizi di Mosca avessero anche solo immaginato; la solidarietà nei confronti degli aggrediti da parte dell’Occidente è stata unanime (anche se differenziata) e nel tempo ha armato le forze ucraine con sempre maggiore intensità. Infine, l’esercito russo si è dimostrato clamorosamente inadeguato a condurre un’operazione militare rapida e penetrante, col risultato non solo di aver fallito totalmente l’obiettivo iniziale ma pure – e ciò è anche più grave per il futuro della Russia – di avere mostrato agli occhi del mondo (potenziali alleati e potenziali avversari) la propria arretratezza strategica e tattica, davvero imprevista a questi livelli da tutti gli osservatori, e probabilmente anche dagli stessi americani (gli unici, non lo si dimentichi, ad aver compreso per tempo le intenzioni del Cremlino). Tant’è che col trascorrere del tempo e con il progressivo fallimento dell’avanzata russa in territorio ucraino la minaccia velata, a volte neppure tanto, dell’utilizzo dell’arsenale nucleare è stata la vera arma che Mosca ha utilizzato, impedendo così agli occidentali di osare una controffensiva che sul campo avrebbe potuto divenire devastante per l’armata russa.

Ora, dopo quasi un anno e proiettandoci alla fine del lungo inverno ormai iniziato, è legittimo domandarsi “quando finirà”. E come finirà. Quali sono i margini per stabilire una tregua nei combattimenti che dia tutto il tempo necessario alle diplomazie per architettare una costruzione politica in grado di garantire una pace duratura.

Occorre ammettere, con franchezza, che non è facile essere ottimisti. Certo, in molti hanno visto nelle proposte di cessazione delle ostilità fatta da Putin per consentire le celebrazioni del Natale ortodosso un segnale di debolezza e dunque di disponibilità ad una trattativa fino ad oggi mancata. Ma per contro, ammesso e assolutamente non concesso che questa ipotesi sia attendibile, la dura risposta di Kyiv (e degli americani) ha confermato la volontà di combattimento e di vittoria degli ucraini, ancorché fiaccati nell’ultimo mese dalla nuova strategia russa, volta a colpire le loro infrastrutture vitali e dunque a far patire loro duramente il freddo inverno. D’altro lato, il piano di pace in dieci punti predisposto da Zelensky così come è stato predisposto è palesemente inaccettabile per Putin ed è francamente difficile trovarvi qualche spiraglio nel quale entrare per trovare una qualche via d’uscita dalla crisi.

Il rischio, quindi, è che la guerra duri ancora a lungo. E non sempre a bassa intensità, come con espressione ipocrita e fuorviante a volte si dice. Con la conseguenza non solo della permanenza di un conflitto grave ai confini dell’Unione Europea. Con l’ulteriore rischio di un suo allargamento, qualora in esso dovesse entrarvi direttamente anche la Bielorussia, evento purtroppo da non escludere del tutto. Ma anche con la conseguenza della devastazione dell’Ucraina, perché se le incursioni dei micidiali droni di fabbricazione iraniana (e qui si apre un altro capitolo di indubbia pericolosità sul quale varrà la pena tornare) proseguiranno a lungo, nonostante le difese approntate dagli assaliti, è evidente che l’infrastrutturazione complessiva dell’Ucraina collasserà.

E a quel punto, e forse prima di quel punto, quale sarà la reazione degli alleati occidentali dell’Ucraina? E al tempo stesso, sul terreno, nel Donbass non saranno nel frattempo ulteriormente avanzate le forze armate di Kyiv alla riconquista di quei territori, data la debolezza esibita sul campo dai russi? Come sarà possibile una trattativa se nessuna delle parti sarà disponibile a cedere qualcosa? Ma come è possibile, per gli ucraini, cedere? Significherebbe riconoscere a Mosca una vittoria, perché ormai pure la Crimea è stata associata all’invasione del 24 febbraio, anche se occupata dai russi da oltre due lustri, e quindi rivendicata (giustamente) come legittimo territorio ucraino non negoziabile. Per contro, Putin non può permettersi alcun cedimento dopo aver rivendicato territori in nome addirittura della Storia della Madre Patria russa. Siamo in un tunnel buio pesto. Il suicidio nucleare, inquietante e tragico, è là certo lontano, ma non tanto purtroppo da essere un’ipotesi meramente teorica.

NUOVE ARMI ALL’UCRAINA TRA TATTICHE E STRATEGIE PER LA PACE

Il prossimo dibattito parlamentare sull’invio di armi all’Ucraina tenga conto dei molteplici aspetti in gioco, sempre con l’apertura a una soluzione diplomatica, dal momento che esistono cause che rendono il conflitto strutturalmente irrisolvibile per via militare.

Giuseppe Davicino

Il pressing internazionale in corso (anche) sull’Italia riguardo alle furniture militari all’Ucraina finirà per incidere sulla definizione del prossimo pacchetto di sostegni di difesa. Il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani comunque ha assicurato che tale invio dovrà esser preceduto da una informativa al parlamento. Sotto il profilo degli aiuti militari l’impegno italiano è stato sinora caratterizzato da grande equilibrio e senso di responsabilità, nel solco tracciato dal governo Draghi. Un impegno che se pure non è riuscito a evitarci lo status di Paese belligerante, ha perlomeno reso evidente che intendiamo partecipare nel modo più sostenibile possibile a una guerra che arreca immense sofferenze alla popolazione e indelebili ferite umane, come ha ricordato ieri all’Angelus Papa Francesco, alle madri delle vittime di entrambi i fronti.

Una guerra, peraltro, di cui sembra difficile allo stato attuale intravedere una fine. Perché gli obiettivi degli opposti fronti, “liberare l’Ucraina” da una parte e “difendere la stessa esistenza della Federazione Russa” dall’altra, questo significano, un conflitto di lunga durata col costante rischio di una escalation incontrollabile. Una prova che chi, fra quanti hanno le chiavi della pace, come il potere americano, sia in una pericolosa situazione di stallo, di reciproco controbilanciamento tra la fazione più propensa alla tregua e la fazione che non fa mistero di voler proseguire la guerra fino allo smembramento della Russia, forse si può intravedere anche nella inusuale modalità di elezione del nuovo speaker della Camera Kevin McCarthy, che non fa che rinviare i molti nodi da sciogliere nella strategia americana per questo secolo.

Nell’indecisione, la guerra non potrà che continuare e il prossimo dibattito parlamentare sul nuovo pacchetto di armamenti da offrire all’Ucraina, un sistema missilistico di difesa aerea italo-francese all’avanguardia, dovrà valutare sia gli elementi di sostegno politico e di coesione della coalizione occidentale sia gli elementi tecnici, logistici e di altra natura che risultano coinvolti nell’operazione, nonché il necessario confronto e coordinamento con la Francia che condivide la tecnologia adottata su questi nuovi tipi di armamenti. Tali sembrano essere gli spazi praticabili per un contributo concreto che il nostro Paese può dare in questa fase ad evitare  un ulteriore inasprimento del conflitto. Perché la delicatezza della fase che stiamo attraversando, è tale che riuscire a mantenere per il futuro al livello attuale la carneficina quotidiana  in qualche modo potrebbe costituire l’ipotesi migliore, in assenza di sempre auspicabili cambi di strategia in chi ha il potere di farlo, da entrambe le parti.

Alla luce di questa considerazione dovrebbe risultare con più forza il fatto che la realpolitik debba esser accompagnata da una insistente e reiterata richiesta di immediato cessate il fuoco. Il conflitto ucraino presenta infatti tutte le caratteristiche di una guerra senza sbocchi, e dunque anche da un punto di vista puramente pragmatico e di opportunità conviene a tutti, a cominciare dalle popolazioni toccate dai combattimenti, fermare le armi piuttosto che continuare a usarle, chiedendone sempre di nuove e di più distruttive.

Sullo sfondo della inutile strage ucraina si staglia prepotentemente la questione irrisolta di carattere generale inerente la definizione di una nuova modalità gestione della politica mondiale. Sui tanti ed ininterrotti conflitti che hanno insanguinato questo quasi quarto di XXI secolo pesa il mancato raggiungimento di una intesa fra le potenze mondiali vecchie e nuove circa il loro vicendevole riconoscimento in un’ottica di competizione e di autonomia ma all’insegna di reciproci, enormi vantaggi. Più tarderà questo accordo, che in gergo si definisce “multipolarismo”,  la svolta tanto attesa e necessaria nelle relazioni internazionali, più è possibile che si protragga in questo secolo il tempo delle guerre. La politica è degna di questo nome solo quando riesce a mantenere con saldo realismo un occhio sulle cose contingenti e nel contempo l’altro sugli orizzonti verso i quali marciare.

RIFORMA DEL VICARIATO: PIÙ “PRESENZA” DEL PAPA E PIÙ COLLEGIALITÀ. LA NOTA DI AGENSIR.

Pubblicata il 6 gennaio la Costituzione apostolica In Ecclesiarum Communione” che sostituisce la Ecclesia in Urbe” di Giovanni Paolo II (1988). Rafforzato il ruolo del Consiglio episcopale, nascono due organismi di vigilanza per finanze e abusi.

Gigliola Alfaro

Una maggiore collegialità e, al contempo, una maggiore presenza del Papa, come vescovo di Roma, in ogni decisione pastorale, amministrativa ed economica di rilievo della diocesi di Roma, dove sarà sempre il Papa a presiedere il Consiglio episcopale, “organo primo della sinodalità”, e dove cessano o mutano le attività di alcuni uffici del Vicariato. Scompaiono incarichi come quello del prelato segretario generale, nascono nuovi organismi di vigilanza su finanze e abusi e si fissa a cinque anni il mandato del personale direttivo, prorogabile solo per un altro quinquennio. Tutte novità introdotte da Papa Francesco nella In Ecclesiarum Communione, la nuova Costituzione apostolica pubblicata venerdì 6 gennaio, che abroga la precedente “Ecclesia in Urbe” del 1988 di Giovanni Paolo II e riorganizza l’ordinamento del Vicariato. In vigore dal prossimo 31 gennaio, la Costituzione si apre con un proemio in cui Francesco traccia una profonda riflessione sulla diocesi di Roma, di cui ricorda l’importanza dal punto di vista ecclesiale, ma anche le difficoltà della gente che la abita e le attività a favore delle fasce sociali più fragili. La seconda parte riporta, invece, l’elenco dei 45 articoli.

“Mentre ricordiamo i sessant’anni dall’inizio del Concilio ecumenico vaticano II, sentiamo con particolare urgenza la chiamata alla conversione missionaria di tutta la Chiesa, accompagnata da una più viva consapevolezza della sua dimensione costitutivamente sinodale – scrive il Papa nel Proemio -. Per rianimare la missione, nel primato della carità e nell’annuncio della misericordia divina, vanno sostenute e promosse, in sinergia, la collegialità episcopale e l’attiva partecipazione del popolo dei battezzati”.

Il Pontefice chiarisce: “Sogno una trasformazione missionaria che coinvolga integralmente le persone e le comunità, senza nascondersi o cercare conforto nell’astrattezza delle idee. Si tratta, dunque, di ‘porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno’”. Per il Santo Padre, “la Chiesa perde la sua credibilità quando viene riempita da ciò che non è essenziale alla sua missione o, peggio, quando i suoi membri, talvolta anche coloro che sono investiti di autorità ministeriale, sono motivo di scandalo con i loro comportamenti infedeli al Vangelo.

Questo non è un problema solo per la Chiesa: lo è anche per coloro che la Chiesa, popolo di Dio, è chiamata a servire con l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità. Solo nella totale donazione di sé a Cristo per un servizio alla salvezza del mondo la Chiesa rinnova la sua fedeltà”. A Roma, come nelle altre Chiese particolari, “bisogna continuare ad ascoltare la voce dello Spirito Santo che si manifesta anche oltre i confini dell’appartenenza ecclesiale e religiosa, curando uno stile sinceramente ospitale, animati dalla spinta di chi esce a cercare i tanti esiliati dalla Chiesa, gli invisibili e i senza parola della società”.

Nella “In Ecclesiarum Communione” il cardinale vicario, come già stabilito dalla “Ecclesia in Urbe”, continua ad esercitare “il ministero episcopale di magistero, santificazione e governo pastorale per la diocesi di Roma con potestà ordinaria vicaria” nei termini stabiliti dal Papa. È anche “giudice ordinario della diocesi di Roma”.

“L’esteso impegno che richiede il governo della Chiesa universale mi rende necessario un aiuto nella cura della diocesi di Roma. Per questo motivo nomino un cardinale come mio ausiliare e vicario generale”, chiarisce il Pontefice. “Il cardinale vicario – precisa Francesco – provvederà a informarmi periodicamente e ogniqualvolta lo riterrà necessario circa l’attività pastorale e la vita della diocesi. In particolare, non intraprenderà iniziative importanti o eccedenti l’ordinaria amministrazione senza aver prima a me riferito”.

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Per leggere il testo integrale della Costituzione apostolica (riordino del Vicariato).

https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/20230106-in-ecclesiarum-communione.html

LA POLITICA ESISTE SE RITORNANO I PARTITI.

Il ritorno della politica, giustamente sottolineato da molti osservatori e commentatori dopo la vittoria del centro destra a trazione Giorgia Meloni alle recenti elezioni del 25 settembre, non può che non andare di pari passo con un rinnovato protagonismo dei partiti.

Giorgio Merlo

Diciamoci la verità. La politica riconquista il suo prestigio, la sua funzione e la sua autorevolezza solo se c’è, al contempo, il ritorno dei partiti. Perché è indubbio che i partiti, o ciò che oggi resta di loro, continuano semplicemente ad essere dei cartelli elettorali alle dirette dipendenze del rispettivo capo o leader di turno. Certo, all’interno di questo panorama continuano ad esserci delle diversità non secondarie.

Ci sono, cioè, partiti squisitamente ed autenticamente “personali” dove qualunque decisione politica, scelta dei candidati e nomina politica è riconducibile direttamente alla volontà e ai capricci del capo. “Partiti personali” che esistono sia nel campo del centro sinistra e sia in quello alternativo di centro destra. È persin inutile ricordare che all’interno di questi contenitori elettorali il confronto e la dialettica politica sono puramente ornamentali perché, intanto, la decisione finale tocca sempre e solo al “capo” e alla sua volontà.

Dopodiché ci sono partiti che si definiscono “plurali” ma che, alla fine, sono cartelli elettorali composti rigorosamente e militarmente da correnti di potere e da cordate clientelari alle dirette dipendenze – anche qui – del rispettivo capo ed azionista. È il caso, nello specifico, dell’ultima esperienza del Partito democratico. Nulla a che vedere, come ovvio e scontato, con il modello politico ed organizzativo della Democrazia cristiana o di altri partiti meno consistenti – a livello elettorale – della prima repubblica dove il progetto politico era il frutto del confronto, e dello scontro, tra le varie “correnti di pensiero” presenti nel partito, espressione di pezzi di società e di interessi sociali, culturali e categoriali che affondavano le loro radici nella società italiana di quel tempo.

Infine ci sono i partiti guidati da personalità con un forte tratto carismatico e che, mantengono, tuttavia, al loro interno, una parvenza di democrazia attraverso un riconoscibile radicamento territoriale e una altrettanto visibile articolazione organizzativa. Penso, per fare un solo esempio, all’esperienza di Fratelli d’Italia o della Lega. Ora, però, e al di là delle singole esperienze politiche ed organizzative dei vari partiti, è indubbio che il partito pensato dai costituenti e progettato dalla miglior cultura democratica, è tutt’altra cosa. In sintesi, si tratta di luoghi politici che dovrebbero essere ispirati e caratterizzati da alcuni ingredienti di fondo. E cioè, partiti autenticamente democratici; radicati nel territorio; espressione di una specifica cultura politica; disciplinati da regole che garantiscono e tutelano le minoranze interne; attrezzati per creare classe dirigente attraverso procedure democratiche e, in ultimo ma non per ordine di importanza, che costruiscono il loro progetto politico con la celebrazione di congressi veri e trasparenti che non siano solo ispirati a quella che Norberto Bobbio definiva già alla fine degli anni ‘80 come la “democrazia dell’applauso”.

Ecco perché il ritorno della politica, giustamente sottolineato da molti osservatori e commentatori dopo la vittoria del centro destra a trazione Giorgia Meloni alle recenti elezioni del 25 settembre, non può che non andare di pari passo con un rinnovato protagonismo dei partiti. E dei principi democratici che li deve e li può contraddistinguere. E la stessa “qualità della democrazia” coincide, appunto, con il ritorno della politica e dei loro strumenti costituzionali per eccellenza, cioè i partiti. Oggi ci sono tutte le condizioni per poterlo fare. E un contributo decisivo, al riguardo, può arrivare dalla valenza e dall’importanza delle tradizionali culture politiche. Detto in altre parole e più semplicemente, occorre fare l’esatto contrario di ciò che hanno detto, fatto, predicato e praticato – e che continuano a fare e a praticare – i populisti dei 5 Stelle in questi ultimi anni. Perchè il populismo anti politico, demagogico, qualunquista e giustizialista grillino è l’alternativa esatta e scientifica della democrazia dei partiti, della centralità delle culture politiche e dell’autorevolezza delle stesse istituzioni democratiche. Cioè, in ultima istanza, del ruolo e della funzione della politica nel nostro paese.

IL CANTORE DELLA SPERANZA: CHARLES PÉGUY E I PAPI.

Papa Francesco, in particolare, ricorda che Péguy vedeva la speranza come «la virtù bambina che cammina quasi nascosta tra le gonne delle due sorelle più grandi (la fede e la carità) ma che in realtà è lei, questa speranza bambina, a tenere per mano e sostenere».

Isabella Piro

È la speranza la virtù teologale che lega fortemente i Pontefici dell’era moderna e contemporanea a Charles Péguy. Da Giovanni Paolo I a Papa Francesco, passando Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, è evidente l’ammirazione che i Pontefici provano nei confronti dello scrittore francese, della sua opera e del suo pensiero.

Albino Luciani, ad esempio, amava molto Péguy, tanto da definirlo «il cantore della speranza» e tanto da dedicargli — come ricordato da Stefania Falasca in un articolo per «Avvenire» — la quinta lettera di Illustrissimi, una raccolta di quaranta lettere immaginarie edita nel 1976. Il tema centrale di tale epistola è la speranza, intorno alla quale l’allora Pontefice intreccia un paragone tra il pensiero di Péguy e il XXV canto del Paradiso di Dante. Non solo: nella casa natale di Giovanni Paolo I, a Canale d’Agordo, nel 2019 è stata rinvenuta anche una lettera che la figlia di Péguy, Germaine, scrisse al Pontefice nel settembre del 1978 per accompagnare il dono del volume Les Enfants, una raccolta di stralci tratti dai tre poemi: Le Mystère de la charité de Jeanne dArc; Le Porche du mystère della deuxième vertu; Le Mystère des saints Innocents, tutte opere nelle quali nei quali Péguy esalta la virtù teologale della speranza. «Mi permetto di offrirLe queste pagine sulla piccola speranza — scrive Germaine —. Che il Signore L’aiuti a condurre il popolo cristiano sulla via della fede».

Marcel ou la cité harmonieuse, invece, è l’opera citata da Giovanni Paolo II il 4 marzo 1995 nell’udienza concessa all’Unione internazionale della proprietà immobiliare: «Invocando i principi fondamentali di solidarietà e di comunione, all’epoca della fondazione della vostra associazione — afferma il Pontefice —, Charles Péguy già chiedeva per ogni famiglia un tetto dove amare, al fine di dare un volto umano alla città e di permettere ad ogni famiglia di vivere degnamente».

Dal suo canto, Benedetto XVI torna sulla figura di Giovanna D’Arco: il 19 agosto 2006, l’allora Pontefice assiste, nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo, a una rappresentazione dell’opera di Péguy dedicata alla pulzella d’Orléans e sottolinea: «In questo testo di grande ricchezza, Péguy ci ha mostrato che il commovente grido di Giovanna, che traduce il suo dolore e il suo sgomento, rivela prima di tutto la sua fede ardente e lucida, caratterizzata dalla speranza e dal coraggio».

Nei discorsi e nei testi di Papa Francesco, infine, si trovano numerose citazioni di Péguy. Basti citarne due: «La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy: è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza», inserita nel Messaggio per la 52° Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2019). E poi il testo inedito contenuto nel volume Il cielo sulla terra. Amare e servire per trasformare il mondo, edito dalla Lev nel novembre 2020: in esso, il Pontefice ricorda che Péguy vedeva la speranza come «la virtù bambina che cammina quasi nascosta tra le gonne delle due sorelle più grandi (la fede e la carità) ma che in realtà è lei, questa speranza bambina, a tenere per mano e sostenere».

Al riguardo, Papa Francesco riprende alcuni versi dell’opera Il portico del mistero della seconda virtù, in cui la speranza dell’uomo suscita stupore in Dio stesso: «Ma la speranza, dice Dio, / ecco quello che mi stupisce. / Che quei poveri figli vedano come vanno le cose / e che credano che andrà meglio domattina. / Questo è stupefacente ed è proprio / la più grande meraviglia della nostra grazia. / E io stesso ne sono stupito».

Fonte: L’Osservatore Romano – 7 gennaio.

(L’articolo prende spunto dai 150 anni della nascita del poeta e scrittore francese. Qui ė riproposto per gentile concessione del Direttore del quotidiano edito in Città del Vaticano)

DEUS 2.0. RIPENSARE LA FEDE NEL POST-TEISMO: IL MONISMO RELATIVO DEL GESUITA PAOLO GAMBERINI.

«Costruire ponti tra passato e futuro, tra teismo e post-teismo…», ma anche tra scienza, filosofia e spiritualità, «ben oltre gli steccati ideologici tra credenti e non credenti…»: è questo lintento del libro (Gabrielli editore) del gesuita Paolo Gamberini.

Redazione

Stiamo vivendo un’epoca non solo di cambiamenti (Papa Francesco), ma un tempo che esige una trasformazione nel modo di pensare e vivere la religione. La coscienza di fede delle nuove generazioni risulta essere sempre più secolarizzata, agnostica e indifferente.

Allo stesso tempo la mistica e le recenti scoperte scientifiche (fisica quantistica e neuroscienze) ci dischiudono una visione della realtà che non coincide più con quella del teismo premoderno.

Siamo, infatti, nell’era del post-teismo. A differenza dell’ateismo dei secoli scorsi, il post-teismo non rifiuta qualsiasi trascendenza ma solo quella di un Dio assolutamente separato dal mondo che interviene dall’esterno per salvarlo (teismo). Il cosmo non è fuori, ma è in Dio (panenteismo). Come comprendere le verità della fede cristiana a partire da questa “aggiornata” (Deus 2.0) prospettiva teologica?

Lo scopo di questo libro è di intraprendere un esercizio di inter- e trans-disciplinarietà, integrando nel camino di ricerca l’aspetto teologico, scientifico e mistico dei vari saperi, per offrire così una proposta di rilettura della fede cristiana.

Così scrive Don Riccardo Battocchio nella prefazione al volume: «Il motivo per cui questo libro merita di essere letto è il fatto di trovarsi costantemente sottoposti a un pungolo intellettuale che costringe a mettere alla prova gli argomenti della propria fede, a coglierne i punti deboli, le possibili contraddizioni, le reali vie di uscita. Il libro di Paolo Gamberini è un utile banco di prova. Anche se il lettore non sarà sempre d’accordo con le tesi dell’autore, potrà senz’altro accogliere il saggio come un “tentativo” che “prova” e “mette alla prova” chiunque voglia vagliare intellettualmente e spiritualmente il linguaggio e le formule, nonché gli argomenti, della tradizione. L’autore vuole offrire, infatti, delle congetture, per aprire un dibattito pubblico su come ripensare la fede nel post-teismo. Fare teologia per questo mondo significa anche accettare di mettersi alla prova, di mettere alla prova e di essere messo alla prova».

Nota sullautore

Paolo Gamberini è nato a Ravenna nel 1960 ed è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1983. Ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università del Sacro Cuore di Milano e il Dottorato in Teologia presso la Philosophisch-theologische Hochschule Sankt Georgen dei Gesuiti a Francoforte sul Meno (Germania). È professore straordinario alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale Sez. “San Luigi” a Napoli, ed è stato professore associato alla University of San Francisco (California, USA) ed è stato invitato presso varie istituzioni accademiche dei gesuiti degli Stati Uniti (Chicago, Boston and Berkeley). Tra le sue numerose pubblicazioni vanno menzionate le seguenti: Pathos e Logos nel pensiero di Abraham J. Heschel.  Roma: Città Nuova, 2009; Un Dio relazione. Breve manuale di dottrina trinitaria. Roma: Città Nuova 2007; Questo Gesù. Pensare la singolarità di Gesù Cristo. Bologna: EDB 2005; Nei legami del Vangelo. L’analogia nel pensiero di Eberhard Jüngel. Brescia:  Morcelliana, 1994.  

Negli ultimi anni la ricerca di Paolo Gamberini tenta di coniugare la visione filosofica del Monismo (Dio è uno e tutto) con la prospettiva monoteista-relativa della fede cristiana, così come di e allo stesso tempo di coniugare il primato della consapevolezza, sostenuto da vari teorici della fisica quantistica e da filosofi della coscienza, con la comprensione della Mente di Dio come orizzonte intrascendibile della realtà. L’autore identifica questa prospettiva teologica con il termine: Monismo relativo.

SCHEDA DEL LIBRO

https:/www.gabriellieditori.it/shop/scienze-religiose/paolo-gamberini-deus-duepuntozero-2/

POPOLARI, LA RICOMPOSIZIONE COME PRESUPPOSTO PER UNA NUOVA POLITICA.

La ricomposizione dei Popolari appare inscindibile dalla loro iniziativa politica che si realizza solo rompendo gli indugi e tuffandosi in mezzo alle questioni più dibattute del nostro tempo. Continua il dibattito sulla scia degli interventi di Fioroni e De Mita.

Giuseppe Davicino

Mi pare che davanti al tema che pone con grande acutezza Giorgio Merlo, quello della necessità di una qualche forma di riorganizzazione della rappresentanza politica dell’arcipelago del cattolicesimo democratico e sociale, proprio in ragione di un irreversibile pluralismo politico dei cattolici e come risposta alla mutazione genetica del Partito Democratico, tutte le altre questioni in qualche modo vengano dopo. Perché se non si è in qualche forma presenti nella competizione politica, si fa semplicemente altro; cose altrettanto importanti come formazione o cultura politica.

La ricomposizione dei Popolari si configura come operazione indispensabile che nel contempo implica la definizione di una politica per questo nostro tempo. Mi sono parsi, a tal proposito, molto significativi i recenti interventi di Giuseppe Fioroni e di Giuseppe De Mita su queste colonne. Il primo sostiene la necessità di definire quale sia la causa politica per la quale farsi promotori di nuova mobilitazione verso un corpo elettorale che manifesta vasti e crescenti segni di disaffezione verso l’offerta politica attuale . Il secondo pone per i Popolari la necessità di esprimere una capacità di visione che sia espressione di un metodo che ha come suo criterio l’uomo.

Mi sembrano questi i due fuochi attorno a cui si può sviluppare una proficua discussione politica, in un vitale e irrinunciabile rapporto di interazione con l’aspetto organizzativo. Da parte mia, scusandomi per la necessaria schematicità, credo che il modo per parlare a quell’elettorato che è deluso dal Pd, che si è rifugiato nell’astensionismo o che ha dato un voto al centro destra, non di appartenenza ma occasionale e quasi solo per disperazione,  sia quello di proporsi come forza affidabile rispetto ai rischi di possibili derive, sulle questioni che più incidono e incombono sul nostro futuro, che sono anche le questioni da cui maggiormente dipende la scelta elettorale nel suddetto blocco sociale.

Tra queste questioni – non vuole essere un elenco, piuttosto uno spaccato della sfera delle priorità con cui misurarci e offrire a noi e agli elettori motivi di coinvolgimento politico – c’è sicuramente il tema della pace. La fermezza del nostro Paese sull’Ucraina non esclude il riconoscimento dell’esigenza di una discussione su un immediato cessate il fuoco anche per superare quel clima internazionale di estremizzazione delle posizioni che richiama quello antecedente alla Prima Guerra Mondiale. E soprattutto c’è bisogno di una forza politica che discuta su quanto e a quale prezzo sia sostenibile l’unilateralismo come criterio per l’approccio ai problemi internazionali e che discuta anche dei pregi, oltre che dei rischi, del multipolarismo.

Un’altra area di problemi sulla quale è impensabile presentarsi al giudizio degli elettori senza una visione, è costituita dall’ambiente. Il concetto di ecologia integrale va sviluppato e coniugato nel concreto, se si vuole che gli elettori ne percepiscano il suo significato di alternativa al fondamentalismo ambientalista al quale dobbiamo in larga misura l’attuale crisi energetica europea che sta mettendo in apprensione tante famiglie e imprese. Non solo ne deriva una incompatibilità di fondo con il partito della decrescita, il M5S, ma ci costringe a riflettere sulla svolta impressa dagli Stati Uniti in favore delle nuove fonti di energia, come la fusione nucleare, e su una necessaria gradualità con cui procedere alla rinuncia delle fonti fossili, anche facendosi promotori di una campagna per la revisione di scadenze già fissate e impegni già presi a ogni livello. In campo ambientale vi sono tante finestre di Overton aperte (come da ultima quella sulla promozione in Europa di una alimentazione a base di insetti), che destano inquietudine e sconcerto fra i ceti popolari e lavoratori.

Infine, vorrei citare un’altra questione attraverso cui passa in concreto la definizione di una specificità, di un compito, e alla fine, di una reputazione davanti agli elettori, per i Popolari contemporanei: quella della transizione digitale. Puntare a qualificarsi come luogo di discussione politica su una introduzione e gestione delle nuove tecnologie che abbia come criterio ultimo la persona umana, significa compiere anche un’operazione di lungimiranza politica. La Commissione Europea ha annunciato che già nel corso di quest’anno presenterà un progetto legislativo per l’introduzione dell’Euro digitale. La moneta digitale della banca centrale costituisce una potentissima innovazione (anche per effetto della sua combinazione con i nuovi strumenti di controllo e di sorveglianza) le cui ripercussioni potrebbero cambiare il volto della finanza pubblica, del sistema creditizio, del welfare, delle libertà economiche personali e aziendali. Ambire a presentarsi come la componente politica che intende guidare l’innovazione componendola con il bene comune e la dignità della persona, e allo stesso tempo che intende chiudere alla deriva verso il sistema della cittadinanza a punti, con cui sembra flirtare la sinistra, può rilevarsi una scelta oltre che saggia, anche elettoralmente non peregrina.

Un segmento di elettorato disilluso ma esigente, come quello dei ceti intermedi, probabilmente è alla ricerca di forze politiche che risultino affidabili rispetto alla capacità di definire un autonomo progetto di società, ma senza i rischi di autoritarismo insiti nella destra e senza la subalternità mostrata dalla sinistra a visioni di società calate dall’alto dai poteri forti transnazionali ma che prescindono dalle istanze della classe media.

Per queste ragioni credo che la riuscita organizzativa del progetto di ricomposizione dei Popolari sia inscindibile da quella della loro iniziativa politica che si realizza solo rompendo gli indugi e tuffandosi con criterio in mezzo alle questioni più dibattute del nostro tempo.

AMARE CONSIDERAZIONI ALL’INDOMANI DEL PRIMO FEMMINICIDIO DELL’ANNO APPENA INIZIATO.

Il 2023 è iniziato male: una giovane donna è stata uccisa dal suo compagno. Ormai, guardando le statistiche annuali, su 70/100 casi ascrivibili a femminicidio, emerge lassoluta normalità della vita di questi uomini che uccidono.

Elisabetta Campus

Non è stata una bella Befana per noi donne, una di noi il giorno prima è morta; ammazzata dal suo compagno per un motivo conosciutissimo: lui non voleva essere lasciato. A volte prende lo sconforto nel comprendere che sono solo i primi giorni dell’anno è già il primo femminicidio si è  compiuto. Lo scorso anno non  è  andata meglio: il primo femminicidio si è consumato il 6 gennaio, una donna di 72 anni soffocata dal marito che poi si è impiccato. Quest’anno la donna è una giovane di 23 anni, il compagno le ha sparato e poi si è sparato.

Una prima riflessione, superata l’amarezza, è chiedersi cosa siano diventati i nostri compagni, quale corto circuito sociale, educativo e personale si è messo in moto e come mai non accenna a fermarsi. Perché ormai, guardando le statistiche annuali, su 70/100 casi ascrivibili a femminicidio, emerge l’assoluta normalità della vita di questi uomini che uccidono. Come assolutamente normale appare la prevalente motivazione: l’insicurezza forte unita alla rabbia sorda per essere lasciati, per una decisione di chiusura della vita insieme presa dalla compagna. E questa insicurezza/rabbia scoppia improvvisa sia che la compagna la si conosca da mesi, anni o, appunto, da una vita insieme.

Ognuno vede maturare la propria personalità nel contesto familiare e scolastico. Sono i due momenti di vita sociale nelle quali s’impara a conoscere/riconoscere i propri limiti e quelli della convivenza con gli altri. Qui deve essere la radice di quel corto circuito emozionale che scatena la rabbia e la spinta a eliminare fisicamente l’altro. Allora, è giunto forse il momento di metterci mano con precise azioni di formazione che partano dalla scuola per l’infanzia fino a salire, e non abbandonino mai i giovani uomini e le giovani donne, pensando che aver formato e informato sia già sufficiente.

Poi dovremmo interrogarci sullo sdegno pubblico che non cresce adeguatamente, restando confinato nella patologia dell’evento criminale e perciò, in quanto tale, contrario alla legge e alla morale. Il femminicidio ha l’attenzione del momento e delle successive statistiche, ma non arriva a sollevare il nostro sdegno collettivo. Oppure, più semplicemente, non riteniamo che il femminicidio violi la nostra morale comune al punto da farci insorgere. Ma se così fosse abbiamo un problema di civiltà e di morale, di valori comuni su come debba essere nel profondo il rapporto uomo/donna e donna/uomo. Lo abbiamo lasciato nella dimensione del privato, fino a quando non è esploso nel sociale.

Eppure, quando su questo blog ragioniamo dell’identità di cattolici democratici che hanno al centro del loro ragionamento politico l’essere umano, dimentichiamo che questo “uomo ideale” sta presentando dei lati oscuri, inimmaginabili pochi decenni fa, e che solo una chiara e forte presa di posizione nel definirne i contorni può essere la risposta a una possibile innovazione civile, volendo di tipo moderato, che la società italiana sembra ricercare negli ultimi tempi. Questi uomini che uccidono le loro compagne non ci piacciono e lo diciamo ad alta voce senza paura, perché non solo distruggono la loro famiglia, ma anche quella di ciascuna di noi, e di voi tutti.

GIORGIA MELONI DICA CHIARAMENTE SE TUTTI I LAVORATORI FRAGILI POSSONO ACCEDERE ALLO SMART WORKING.

i cittadini sono uguali davanti alla legge, non possono essere discriminati in base al lavoro che svolgono (in una Repubblicafondata sul lavoro) e qualche avvocato potrebbe imbastire un procedimento per violazione di un principio di parità sancito dalla Costituzione.

Francesco Provinciali

In epoca di post-globalizzazione le notizie girano velocemente ma non sempre in tempo utile e verificabile. Si sa ad esempio che la Cina è flagellata da una nuova fase di pandemia da Covid-19. Alcuni Stati hanno imposto controlli alle frontiere, specie per gli sbarchi di passeggeri in arrivo da quel Paese dove città come Shangai registrano il 75% di contagiati. Cose che si sapevano non da ieri, ad esempio mentre in Italia si votava la legge di bilancio che prevedeva il rinnovo dello smart working per i lavoratori fragili, pur se assoggettato ad uno dei 44 rilievi formulati dalla Ragioneria dello Stato. Da quando ha ripreso a circolare anche da noi la paura di una ripresa dei contagi e il rischio di nuove varianti, si alternano in TV esperti che raccomandano la 4° e finanche la 5° dose per i soggetti fragili, l’uso delle mascherine e tutte le cautele del caso, implementate dalla concomitanza dell’influenza che può creare un mix virale pericoloso: raccomandazioni encomiabili.

Si batte il tasto delle precauzioni che fragili, defedati, immunodepressi e anziani devono assumere attraverso una preventiva e accorta profilassi ma nello stesso tempo si tergiversa su quali tutele debbano essere assunte a protezione dei lavoratori certificati fragili e inidonei al lavoro in presenza: di fatto lo smart working è stata una provvidenza normativa in bilico fino all’ultimo ed è tuttora avvolta in una nebulosa di discrezionalità che non fa onore alla certezza del diritto. Prendiamo ad esempio il mondo della scuola: pare che sia possibile usufruirne per un impiegato appartenente alla categoria del personale amministrativo mentre invece resterebbero esclusi i docenti a motivo del fatto che in caso di assenza dal servizio in classe (in caso di contagio, per una terapia specifica, per un ciclo di cure periodiche ecc.) il dirigente scolastico dovrebbe provvedere alla nomina di un supplente.

Circostanza che avrebbe dei costi – è vero- ma se leggiamo nelle pieghe della legge di bilancio e nel decreto milleproroghe troviamo una varietà infinita di prebende, bonus, provvidenze, stanziamenti mirati a specifiche esigenze locali o di categorie lavorative, rinnovi e proroghe che comportano un esborso di denaro pubblico indubbiamente superiore, anche considerando la reiterazione per sette mesi del reddito di cittadinanza. Giusto tutelare chi non ha lavoro o fonti di reddito ma altrettanto giusto sarebbe proteggere chi lavora ma è affetto da una delle patologie che lo stesso D.M. Salute del 4 febbraio 2022 ha certificato come motivo di particolare fragilità.

Il 9 gennaio riapriranno le scuole ma gli insegnanti fragili non sanno ancora se potranno chiedere l’accesso allo smart working, le alternative sono solo due: rientrare al lavoro in una situazione di potenziale rischio o mettersi in malattia usufruendo del congedo contrattuale. Ad onor del vero persino il Presidente Conte – leggasi l’art. 26 – comma 2 e 2-bis del DL 17/3/2020 n.18 aveva previsto una copertura sanitaria alternativa allo smart working. Sempre rinnovata fino al 30/6/2022, eccetto alcuni periodi di vacatio legis. Con il cosiddetto decreto aiuti-bis del 10/8/2022 su proposta dell’allora Ministro del Lavoro Orlando le tutele venivano ridotte al solo smart working e si riscontrava da subito una discriminazione tra coloro che potevano accedere a questa tutela e chi non poteva usufruirne a motivo del profilo professionale.

Alla scadenza del 31/12 u.s. questa soluzione sembra reiterata nella sua evidente lacuna: quella di proteggere alcune categorie di lavoratori e di escluderne altre, a parità di condizioni di patologie esistenti. Il caso dei docenti è emblematico e sembra riproporsi. Avendo interpellato sindacalisti ed esperti legislativi e del mondo del lavoro tutti sono giunti alla medesima laconica conclusione: spetta al datore di lavoro decidere chi ammettere allo smart working e chi no. Una bella patata bollente per i dirigenti scolastici: se accettano di ‘concedere’ il lavoro agile rischiano un rilievo dagli organi di controllo, se invece oppongono ‘diniego’ all’istanza rischiano un ricorso per disparità di trattamento tra il personale dipendente. Perché i cittadini sono uguali davanti alla legge, non possono essere discriminati in base al lavoro che svolgono (in una Repubblica…fondata sul lavoro) e qualche accorto avvocato potrebbe imbastire un procedimento per violazione di un principio di parità sancito dalla Costituzione.

Se il legislatore non è stato abbastanza chiaro nel formulare l’articolo di legge, se i Ministri interpellati tacciono al pari dei loro uffici legislativi sarebbe corretto ed autorevole che il Presidente del Consiglio in persona chiarisse se tutti i lavoratori fragili possono godere dello stesso diritto ovvero preparare un provvedimento sotto forma di decreto legislativo che ponga fine ad una ingiusta disparità di trattamento e consideri la condizione di fragilità come uno stato di salute svincolato dal tipo di professione svolta dal lavoratore.

I POPOLARI E LA POLITICA: ADESSO IL SALTO DI QUALITÀ.

Gli ultimi contributi di Giuseppe De Mita e di Beppe Fioroni su queste colonne hanno il merito di aver sottolineato, con coraggio e precisione, la necessità di non relegare la tradizione politica e culturale del popolarismo di ispirazione cristiana ad un ruolo gregario o, peggio ancora, puramente ornamentale. Senza inseguire disegni puramente testimoniali – politicamente irrilevanti ed elettoralmente inconsistenti – adesso si tratta di sciogliere il nodo politico per eccellenza, e cioè come lanciare il protagonismo di questo progetto politico – che giustamente, come sottolinea De Mita, è anche e soprattutto un “metodo” – nell’attuale cittadella politica italiana.

E questo dopo aver preso definitivamente atto che nel Pd questa presenza è ormai del tutto periferica, se non addirittura inesistente, e neanche più utile ai fini del progetto complessivo di quel partito, come la concreta esperienza ha persino platealmente confermato. E che, specularmente, in attesa che nel centro destra si ridefiniscano i nuovi equilibri e le nuove identità politiche e culturali, anche nel cosiddetto campo alternativo questa presenza continua ad essere alquanto problematica. Ma un fatto e indubbio: in questa precisa fase storica, e dopo l’esito del voto del 25 settembre, il ruolo e la funzione dei Popolari, dei cattolici sociali, del moderati di ispirazione cristiana richiedono a gran voce una nuova e diversa rappresentanza politica ed organizzativa.

Il nodo da sciogliere è proprio questo, vale a dire come ridare voce politica, presenza istituzionale, espressione culturale e struttura organizzativa ad un pezzo di società che, di fatto, ha archiviato la stagione dell’irrilevanza e della pura testimonianza a prescindere e al di là della stessa presenza ornamentale – e come ovvio di puro potere – all’interno di alcuni partiti. Ecco perché è giunto il momento di favorire e

rafforzare quel processo di “ricomposizione” di un mondo politico, culturale e sociale che non è riconducibile ad un partito specifico, ma che adesso sente forte e marcata la necessità di essere nuovamente presente nell’agone pubblico. E ciò laicamente, e senza erigere ridicoli e grotteschi steccati di nessun genere, ma con la sola volontà di ridare voce ad un’area politicamente orfana e senza alcuna rappresentanza.

Un’area che, è bene ripeterlo, guarda avanti senza alcuna regressione nostalgica, né sotto il profilo della replica di esperienze politiche del passato e né, tantomeno, per riproporre una antistorica “unità politica dei cattolici”. Ma, al contrario, si tratta di ricomporre un’area sociale e culturale molto più vasta di quella che continua a riconoscersi nel patrimonio storico del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Un’area che si potrebbe definire centrista, moderata, democratica e profondamente riformista che affonda, però, le sue radici ideali in valori e principi riconducibili a quel filone storico. Dopodiché, come si suol dire, avviato il percorso della “ricomposizione” politica e culturale ed organizzativa, si vedrà come è possibile stringere alleanze o presenze nel singoli partiti. Ben sapendo che l’unico “preambolo” a cui ancorare questa esperienza politica è quello di uscire dall’isolamento, dall’emarginazione e dal puro gregariato.

È tempo, cioè, di essere nuovamente protagonisti perché espressivi di mondi vitali presenti nel tessuto della società italiana e desiderosi di mettere in campo la propria specificità e la propria originalità politico e culturale.

UNA MORTE SENZA VITTORIA. IN MEMORIA DI EDISON, ALL’ANAGRAFE EDSON, DA TUTTI CHIAMATO PELÈ.

Pelé è stato il più grande calciatore della storia. Ora, celebrare non è solo lodare e festeggiare ma anche frequentare e affollare. Così è stato quando migliaia di persone sono andate a rendergli omaggio, piegando il ginocchio, ora da moderni vassalli, davanti al loro idolo.

Giovanni Federico

Il selfie è una foto di se stessi e con altri condivisa sui social network. Nel secondo caso par che si debba dire “ussie” o “groufie”. Fioccano i neologismi e gli acronimi, di un continuo nuovo che soppianta il vecchio.

Pelé è stato il più grande calciatore della storia, dichiarato “patrimonio storico sportivo dell’umanità”. Il suo vero nome è stato quello di Edison in onore all’inventore della luce.  All’anagrafe, un errore di trascrizione l’ha riportato in Edson, ma poi tutti l’hanno chiamato Pelé, perché da bimbo era tifoso di un portiere che si chiamava Bilé. Poi con il tempo le storpiature hanno fatto il loro corso. Pelé, recuperando la radice del suo nome, ha acceso la luce nel calcio e ha tutti i portieri del mondo ha rifilato oltre 1000 goal. Forse vendicando il suo Bilé, il solo che non era possibile superare.

Se ne sono appena celebrati i funerali nello stadio del Santos, la sua squadra. Ai Santi in cielo si è aggiunto anche Pelè che, per umiltà e stile di comportamento, è stato un riferimento non solo per il suo popolo.

Celebrare non è solo lodare e festeggiare ma anche frequentare e affollare. Così è stato quando migliaia di persone sono andate a rendergli omaggio, piegando il ginocchio, ora da moderni vassalli, davanti al loro idolo. Nell’occasione è stato presente anche Infantino, il capo del calcio mondiale, ed è stata subito polemica, una guerra di rilievi al suo indirizzo, di critiche e successivi chiarimenti.

Gli si rimprovera di aver fatto una foto con gli ex giocatori del Santos, compagni di squadra di Pelé, che gli hanno chiesto di immortalare l’avvenimento, malgrado si fosse vicino la salma del loro leader.  In questi casi per darsi un pensiero occorre guardare al contesto, tessere insieme gli elementi del fatto, collocando l’avvenimento nel complesso della specifica situazione.

C’è chi ha contestato l’episodio perlomeno secondo un profilo di opportunità, se cioè era il luogo e il tempo adatto per quel gesto, se era il caso di abbandonarsi, “ob portunum”, al vento che spinge la nave nel porto dei ritratti da web. Si discute insomma se ricorresse la stretta necessità di immortalarsi vicino ad una salma, se si fosse in proprio in presenza, secondo Boccaccio, di un bisogno corporale di agire come è stato.

Il padre di Pelé, Dondinho, a sua volta buon calciatore, è stato l’unico al mondo ad aver segnato in una partita 5 goals di testa. Maggior resta avrebbero dovuto usare tutti i protagonisti della vicenda. Deve aver fatto confusione il suo soprannome “ O Maleável”, il Malleabile” così che tutto sembra possa piegarsi all’istinto del momento. Per certo Infantino non aveva intenzione di mancare di rispetto a nessuno. L’infante è per definizione un bimbo innocente, che poi in guerra per la sua piccola condizione è diventato servitore e garzone, insomma un fante. Per la sua leggerezza, da fantino, è poi in seguito montato a cavallo nelle gare d’ippica, riscattando la sua condizione di uomo a terra.

Il fatto non è il buon cuore di Infantino di cui si è detto, accusato da alcuni di aver buttato la palla in out. Chiunque potrà ricordarsi il fiume umano di persone che andarono in preghiera davanti al feretro di Papa Giovanni Paolo II e dopo lunga fila, giunti al suo cospetto, non hanno mancato di scattare foto a segnare la loro presenza. È più di una moda. Più gravemente, c’è un narcisismo di cui si è persa consapevolezza e alla morte, affranta, è sfuggita, forse per sempre, la presa sul dolore che in genere dona quando è all’opera.

Che ciascuno porti costantemente a memoria il detto: “Scherza con i fanti ma lascia stare i Santi”.

COME RICORDARE DAVID SASSOLI? “INTESTIAMOGLI LA NUVOLA DELL’EUR”, QUESTA LA PROPOSTA DI GREGORI E BEDONI.

La Nuvola, il Centro Congressi situato all’Eur, potrebbe essere dedicata a Sassoli? La proposta vuole significare una viva e stabile riconnessione con l’ideale europeistico, oltre che un omaggio allo scomparso Presidente del Parlamento di Strasburgo.

Augusto Gregori e Luca Bedoni

L’11 gennaio 2022 ci lasciava David Sassoli, Presidente dell’Europarlamento, da tutti ricordato per aver legato il suo impegno alla visione di un Continente più unito e solidale, specie mediante il servizio alle istituzioni comunitarie.

Noi abbiamo un sogno o più semplicemente un desiderio: vedere la Nuvola, il Centro Congressi che ha ospitato il G20, nonché, in piena pandemia, un centro vaccinale tra i più grandi d’Europa, finalmente ribattezzata “Centro Congressi David Sassoli – La Nuvola”. Del resto, l’opera progettata da Massimiliano Fuksas sorge su viale Europa, in un quartiere comunemente chiamato Eur, ma che negli anni ‘60 una delibera comunale denominava “Quartiere Europa”, enfatizzando con ciò il suo carattere contemporaneo, visionario e futuristico. Un quartiere, insomma, ricco di simboli che hanno reso grande l’Europa.

Per questo i valori e le idee che David Sassoli ha professato con costanza e generosità, non possono trovare migliore accoglienza se non attraverso una degna rappresentazione. Sarebbe perciò interessante poter riscontrare in ogni evento ospitato dalla Nuvola il “soffio” di una autentica e fervida ispirazione europeistica.

L’Europa, del resto, è un esempio per il mondo intero: fino a a tutto il Novecento appariva lacerata da conflitti sanguinosi, spinti all’eccesso dell’auto distruzione, oggi invece contempla una invidiabile condizione di pace. Ad essa non è mancato il “soffio” della sensibilità umana e politica di Sassoli.

Ecco perchê presenteremo in Consiglio municipale – si tratta del Municipio Roma IX, ndr – un appello rivolto direttamente a Roberto Gualtieri, affinché come sindaco della Capitale si faccia ambasciatore di pace proprio nel solco del più autentico europeismo, facendo anche in modo che la grande eredità politica di David Sassoli si possa rispecchiare stabilmente nella immagine-simbolo, anche internazionale, della Nuvola.

Gli autori, Augusto Gregori e Luca Bedoni, sono rispettivamente il vice presidente della Giunta e il presidente del Consiglio del Municipio Roma IX.

È ON LINE LA TERZA EDIZIONE DEL VOLUME “LA BANCA D’ITALIA. FUNZIONI E OBIETTIVI”.

È stata pubblicata la terza edizione del volume “La Banca d’Italia. Funzioni e obiettivi“. Il libro racconta compiti, obiettivi e risultati della banca centrale italiana, conciliando il più possibile l’accuratezza delle informazioni con la semplicità del linguaggio.

Redazione

Il volume è articolato in quattro parti, Moneta, Sistema finanziario, Ricerca e statistica, Servizi al pubblico, ed è pensato specificamente per i cittadini e le cittadine che vogliano conoscere come e quanto il lavoro della Banca d’Italia sia presente quotidianamente nella loro vita.

Di seguito riportiamo la Premessa, rinviando al link in fondo alla pagina per l’accesso al testo integrale.

La Banca d’Italia influenza con la sua azione la vita quotidiana dei cittadini in molti modi, ma lo fa per lo più in maniera indiretta, attraverso gli effetti che esercita sul comportamento degli intermediari bancari e finanziari e sul funzionamento dei mercati.

Pertanto, nonostante abbia maturato più di 125 anni di storia, il ruolo che svolge nei numerosi settori di impegno non è generalmente percepito con chiarezza. Questo volume, che intende descriverne le attività cercando di conciliare il più possibile l’accuratezza delle informazioni con la semplicità del linguaggio, si aggiunge agli altri strumenti utilizzati per dare conto dell’operato dell’Istituto: il sito internet, la partecipazione a eventi in cui la Banca è chiamata a esprimere il proprio punto di vista, le pubblica- zioni, gli incontri con i cittadini sul territorio.

Le informazioni qui raccolte, in parte presenti nelle ultime edizioni della Relazione sulla gestione e sulle attività, vengono periodicamente aggiornate per tener conto delle modifiche nei compiti dell’Istituto.

Testo integrale

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/funzioni-obiettivi/2022-funzioni-obiettivi/BancadItalia-funzioni-obiettivi_3ed.pdf

BENEDETTO, FRANCESCO E IL PESO DELLA DIALETTICA.

La Chiesa non è lo Stato e la religione non è la politica. In ogni caso, lo straordinario affiancamento dei due Papi, Benedetto e Francesco, rivela come non vi debba essere necessariamente contrasto tra la forza delle convinzioni e la ricerca di punti comuni.

Marco Follini

La lunga convivenza dei “due Papi” contiene – anche – un messaggio involontariamente politico. Quella convivenza ci ricorda infatti che anche laddove sono in gioco princìpi cruciali e magari – a volte – cruciali differenze di opinione occorre cercare la via che conduce alla ricomposizione della comunità.

Non vorrei svilire l’argomento, che è così nobile, gettandolo impropriamente nel calderone arroventato della politica. Sia Francesco che Benedetto hanno misurato se stessi sul metro di una spiritualità profonda, accomunati dall’appartenenza alla stessa Chiesa e sottratti, tutti e due, a certe tentazioni che attraversano i percorsi della vita civile. Ma tutti e due si sono trovati anche, per dieci anni e più, a dar voce ad argomenti che non sempre erano perfettamente uguali gli uni agli altri. Cosa che hanno fatto però senza mai smarrire il senso di una missione comune.

Ora, è ovvio, la Chiesa non è lo Stato, e la religione non è la politica. Ma se si può trarre una piccola e forse impropria conseguenza da questo straordinario affiancamento dei due Papi, essa consiste nel fatto che non è affatto detto che vi debba essere contrasto tra la forza delle convinzioni e la ricerca di punti comuni. Poiché esisterà sempre una volta più ampia e accogliente sotto cui radunarsi. A patto di cercarla. La dialettica fa parte della vita e tanto più della politica che si nutre di dispute e conflitti. Ma una comunità bene ordinata – e tale è anche un Paese – dovrebbe imparare a fare in modo che le differenze trovino poi un luogo in cui cercare di ricomporsi.

Fonte: La Voce del Popolo – 4 gennaio 2023.

Si ringrazia il settimanale della Diocesi di Brescia per aver concesso l’autorizzazione a riprodurre l’articolo.

COS’È IL POPOLARISMO? NON È UNA DOTTRINA MA UN METODO POLITICO, CON AL CENTRO L’UOMO. RISPOSTA A FIORONI.

Il popolarismo ha ancora tanto da offrire per la sua specificità: perché non è una dottrina ma un metodo di analisi della realtà, che pone come unica verità luomo e ogni uomo è unico e irripetibile nelle sue specificità e tutti sono uomini allo stesso modo.

Giuseppe De Mita

Una pubblica opinione esigente che non si sente rappresentata, che tuttavia resta in attesa di una nuova rappresentanza. Forse non sarà un argomento inedito, ma il senso con il quale mi pare sia stata posta la questione da Fioroni su queste colonne ha l’indubbio merito di fissare un punto politico centrale, che aiuta anche la discussione all’interno del mondo popolare ad uscire da alcuni spazi angusti nei quali rischia di perdersi. Specie se essa restasse inutilmente impigliata nella vicenda congressuale del Pd. Ed è un punto centrale perché pone due questioni oggettive.

La prima: quasi la metà della società italiana non si riconosce in alcuna delle proposte politiche attuali. Non solo, questo processo di distacco si è ingrossato negli anni, segno di una degenerazione dei meccanismi della rappresentanza. Ed inoltre, questa degenerazione si è svolta in concomitanza con l’amplificarsi del fenomeno della mutevolezza degli orientamenti elettorali, segno di una irrequieta e insoddisfatta ricerca di riferimenti politici adeguati: negli ultimi anni sono state ben quattro le forze politiche che hanno superato il 30% dei voti e poi sono andate rapidamente calando (e sino a questo momento mi parrebbe di poter dire che anche il successo della Meloni possa essere iscritto in questa dinamica). Nella sostanza, nessuna proposta politica si è dimostrata in grado di uscire dal corto circuito della crisi di sistema, ma anzi ne ha alimentato la dinamica.

La seconda: questa parte di società resta in attesa di qualcosa. Ma è evidente che si tratta di qualcosa d’altro, non di una riedizione riveduta e corretta di progetti che si sono già dimostrati inadeguati, se non fallimentari. Certo, direi che probabilmente non è l’attesa dell’ennesima forma organizzata di nuovismo; né dell’invenzione di un’altra stravaganza populista o demagogica; ma neppure della riedizione nostalgica di cose che, appartenendo al passato, oggi ci paiono più belle di quanto fossero. Direi che è un’attesa che ha a che fare con qualcosa che offra pacificazione, anziché nuove fratture e punti alla ricostruzione di un legame di fiducia, di partecipazione e di condivisione: più che la ricerca dello specialista sembra il desiderio di un bravo medico di base.

E direi che si tratta di qualcosa che ha a che fare con la “causa politica” di una mobilitazione evocata da Fioroni. Le ragioni di fondo della crisi, quale che sia la declinazione che ciascuno ne può fare, mi pare indubbio che attengano a questioni di natura culturale intorno alle basi (morali) dei sistemi democratici. In altri termini, non siamo arrivati così in basso perché sono mancate soluzioni tecniche a specifici problemi, ma ci siamo arrivati per il progressivo accantonamento di culture politiche in grado di compiere tentativi di sintesi dei termini esponenziali di complessità prodotti dalla modernità. Ci siamo arrivati perché è prevalsa l’illusione che bastasse un vago catalogo di buoni propositi, astratti tecnicismi e inclinazioni demagogiche per sintonizzarsi con una società in tumultuosa evoluzione, senza riflettere che quella tumultuosità segnalava più uno squilibrio da risolvere che una novità cui adeguarsi. Così nelle dinamiche delle moltitudini si è pensato che bastasse addensare quantità per puntare all’unica cosa che è sembrata diventare necessaria: arrivare al potere.

La “causa politica” di una mobilitazione mi parrebbe allora risiedere in una capacità di visione culturale su come possa essere ricomposto un equilibrio tra le multiformi istanze di libertà e le pressanti esigenze di giustizia sociale, ricostruendo quello che Moro individuava come il terzo pilastro della nostra democrazia, oltre i due appena segnalati, quello del volto largamente umano.

Su questo terreno non ho dubbi ad affermare che il popolarismo ha ancora tanto da offrire per la sua specificità: perché non è una dottrina ma un metodo di analisi della realtà che, riconoscendo nella persona umana la prospettiva ultima della politica, assume nello sforzo di proposta i termini delle contraddizioni attuali: unità e diversità; individualismo e solidarietà; persona e comunità; diritti e doveri; libertà e responsabilità; in quanto pone come unica verità l’uomo e ogni uomo è unico e irripetibile nelle sue specificità e tutti sono uomini allo stesso modo.

Un’originalità in grado di misurarsi con i problemi del presente e di offrirsi come possibile rimedio alla secessione elettorale; un’originalità non certo superata dai processi di secolarizzazione sociale, ma anzi da essi attualizzata, proprio perché ne assume i termini di conflitto. A condizione di non annacquarsi in vaghe contaminazioni culturali, ma nemmeno di isolarsi in purismi identitari: solo a condizione di restare originale.

Mi pare che questo complesso di cose, che i dati della realtà, ci chiedano di non perderci in discussioni confuse, ma di avere il coraggio, la pazienza e l’umiltà di misurarci a viso aperto con questo tempo.

IL PRESIDENZIALISMO NON È SOLO UNA FORMULA POLITICA, PER QUESTO ESIGE UN DI PIÙ DI ATTENZIONE CRITICA.

È veramente assurdo e apocalittico pensare ai rischi che si corrono una volta imboccata la strada del presidenzialismo o del semipresidenzialismo? Ed è veramente una “leadership forte e determinata” quella che si attendono gli italiani, come sostiene Galli della Loggia?

Nino Labate

“(…) Gli Italiani hanno un grande desiderio di una leadership forte e determinata, e anche per questo hanno votato Giorgia Meloni…”. Cosi Ernesto Galli Della Loggia in uno dei suoi a volte emotivi articoli, pubblicato sul Corriere della Sera del 3 gennaio e dedicato a Giorgia Meloni, il cui titolo chiariva meglio le sue idee: “Una novità da non sprecare”. Al riguardo, mi permetto solo di approfondire per come posso l’ambigua sottolineatura di una novità che egli appunto definisce “…da non sprecare”. E intendo farlo da un angolo di visuale diverso, forse complementare, collocando la Meloni come protagonista della vecchia proposta di Almirante relativa a quel presidenzialismo che, in sostanza, parrebbe necessario e indispensabile al futuro dell’Italia. Intendo però rimanere lontano dalle pur legittime e interessanti discussioni della scienza politica e del diritto costituzionale, comparato o meno, come pure dagli aspetti positivi e negativi di un presidenzialismo che per una democrazia liberale come la nostra tocca questioni serie della nostra attuale Costituzione. 

Sono discussioni, queste, che lascio agli studiosi perché, a mio modesto avviso, accanto agli utili chiarimenti sui pro e i contra delle repubbliche parlamentari e di quelle presidenziali, e quindi sui poteri e contropoteri necessari,  come pure sugli equilibri indispensabili per una buona governabilità, occorrerebbe affiancare qualche riflessione di natura culturale e sociologica legata al contesto storico in cui questo presidenzialismo, o semipresidenzialismo che sia, si va a collocare. Non dimenticando le riflessioni relative ai  metodi di selezione dei potenziali presidenti, con le loro carature psicologiche e con i loro profili etici e democratici. 

Analizzare solo gli aspetti tecnico-giuridici che attengono al funzionamento delle nostre istituzioni democratiche, è una condizione necessaria e tuttavia non sufficiente. Mi spiegherò meglio elencando in questo appunto fatti già noti, ma che servono forse a capire bene il contesto nel quale si andrebbe a collocare a mio avviso il presidenzialismo.

Da tempo siamo alle prese con un grosso e inedito fenomeno di scollamento della partecipazione politica, da cui discende un ricorso abnorme all’astensionismo. In sostanza, per citare Bergoglio,  viviamo in una bolla di totale “menefreghismo”, sicché viene da pensare che un presidente potrebbe essere votato ed eletto solo da una minoranza degli italiani aventi diritto al voto, così come in Francia Macron è stato votato al secondo turno solo dal 38% dei francesi, pur avendo incassato il 58,6% dei suffragi espressi nella competizione a due.

Siamo, per giunta, in un momento di grave crisi del partito politico. Una crisi, direi, soprattutto identitaria. Basti pensare alle sigle che cambiano ripetutamente, ai nomi della nostalgia e del passato chiusi sotto chiave, alle periodiche rifondazioni di Carte di valori e Manifesti; partiti, specie quelli personali dello zero virgola, che sono diventati “liquidi” e occasionali, tanto nella loro offerta di programmi e valori che nei flussi mutevoli della domanda e del voto elettorale, avendo irrimediabilmente consegnato al Novecento la figura del “solido” partito di massa. Prevale, dunque, un diffuso relativismo che non è solo funzione delle trasformazioni culturali, sociali e tecnologiche, tutte destinate ad incidere sulle nostre opinioni e i nostri giudizi; e che non è, pertanto, becero trasformismo, espressione infine di un qualche tornaconto personale, bensì per paradosso un trasformismo etico e responsabile voluto e cercato dalla nostra coscienza, che ci fa sempre ri-pensare e ri-tarare i nostri precedenti convincimenti e i nostri pre-giudizi. E tutto ciò senza mai farci dimenticare i valori portanti e i pilastri di solidarietà ed eguaglianza della nostra  democrazia politica partecipata e rappresentativa, assieme allo sforzo rivolto alla ricerca di quel  bene comune che non è mai una frase caritatevole, ma che sottende programmi politici.

Siamo in una fase che assegna alla classe politica un carattere di occasionalità e improvvisazione, poiché arriva in Parlamento senza nessun background e senza nessuna formazione prepolitica. Senza esperienze. Forse esagero, ma siamo anche di fronte ad una classe politica non esente da “deliri di potenza” e “disturbi della personalità”, tanto da risultare incline all’arbitrio e all’autoritarismo: Donald Trump, a tutti gli effetti, ne è un esempio lampante. E siamo nella cosiddetta “Era del singolo”, come Francesca Rigotti definisce molto bene lo spirito del tempo che viviamo, tutto fondato sull’individuo, “singolarista” sin nel cibo. Appare evidente, infatti, come l’individuo sia prigioniero dei suoi interessi personali ed esclusivi. Così come siamo nel tempo della “Democrazia del Narcisio”, stando a ciò che Giovanni Orsina racconta altrettanto bene nella “Storia dell’antipolitica”. Per inciso, i due libri sono da leggere e meditare anche per capire l’hybris del presidenzialismo. Sta di fatto che l’ultimo rapporto Censis scommette sul post-populismo, ma il populismo ahimé continua a vivere in silenzio sotto forma di retorica, menzogna e demagogia, insulti e attacchi offensivi e violenti al nemico…politico.

Siamo ad uno stadio di sviluppo del partito in cui il leader assume un atteggiamento di superiorità da non discutere, con il suo carisma mediatico e il dito indice della mano destra puntato, che nel linguaggio gestuale indica “il proprio potere e il proprio controllo”. Un capo partito segretario che lancia ad alta voce continue promesse, finendo per sussumere il partito nel suo complesso, vista la vocazione a rappresentare integralmente il partito sin nelle sue dimensioni comunali e territoriali. Anche i circoli e le sezioni – in molti partiti tra le altre cose inesistenti – si riducono ad articolazioni simboliche della volontà del Capo. Eppure le “realtà locali” ancora oggi e nonostante tutto rappresentano le dimensioni più veraci delle  comunita  e dei mondi vitali.  

Siamo ad uno stadio in cui le classi sociali e i ceti, sino alla stessa borghesia, come dice De Rita, vanno sociologicamente ridefiniti, così come andrebbero ridefinite le categorie geometriche e orizzontali che abbiamo ereditato dalla storia politica passata, e che ancora insistiamo a specificare come  destra, centro e sinistra. Alla fine siamo anche al cospetto di un passaggio culturale in cui la perdita dei fondamentali valori cattolici fa registrare, per contro, l’emergere di valori alternativi di tipo protestante relativi all’individuo singolo “prescelto” e “all’eletto” per grazia ricevuta, con un effetto di pervasività sull’economia e e la finanzia. Uno stadio in cui, insomma, la secolarizzazione prende piede, con le Chiese e i seminari vuoti, i matrimoni religiosi in calo, l’associazionismo cattolico in crisi, Fuci e Ac in testa; una secolarizzazione che poi si ripercuote sulle buone intenzioni o sulle speranze di  comporre (o ricomporre) partiti a denominazione cattolica non avendo più il prepolitico dove attingere. E non avendo scuole di formazione diffuse. 

Un tempo, il nostro, in cui peraltro la politica-spettacolo è ormai irreversibile e la comunicazione a distanza dei vecchi e nuovi social media la fa da padrona, annullando quella dei rapporti interpersonali faccia a faccia, quella di territorio e di vicinato. Così, con maggiore o minore consapevolezza, rimuoviamo i diversi corpi intermedi che comunque sono o dovrebbero essere chiamati ad esercitare il loro ruolo essenziale, quand’anche mutasse il modello istituzionale. Ecco, ma con tutti questi segnali ben evidenti e che sperimentiamo ogni santo giorno, è veramente assurdo e apocalittico, di sapore complottista, pensare ai rischi che si corrono una volta imboccata la strada del presidenzialismo o del semipresidenzialismo? Ed è veramente una “leadership forte e determinata” quella che si attendono gli italiani, come sostiene Galli della Loggia? Mi sbaglierò,  ma rimango convinto che spesso la riuscita di un buon viaggio dipenda dall’ambiente che ci circonda e da quello che incontriamo lungo la strada, nonché dagli amici con cui camminiamo. 

LILLUSIONE DEL POST-POPULISMO: PASSA DA ALTRE VIE IL RILANCIO DEL CAMPO RIFORMATORE.

Non si tratta di riorganizzare il centro sinistra per tenere insieme gli ambienti organici al progetto delle oligarchie economiche con pezzi di ceti popolari, bensì di recuperare lautonomia culturale e politica del campo riformatore rispetto circa il modello di città da costruire.

Giuseppe Davicino

Posto che la riconciliazione delle forze collocabili fra il centro e la sinistra con i ceti intermedi richiederà molto tempo – sebbene particolari circostanze storiche e gruppi dirigenti diversi più che solo anagraficamente nuovi – possano accelerarne i tempi, rimane di primario interesse il dibattito su come superare una tale storica cesura.

Le amare considerazioni di Guido Bordato, affidate a una nota rete sociale, circa la possibilità di ripristinare questa naturale interazione, tanto più in una fase di crisi acuta e di aumento delle disuguaglianze, fra i ceti popolari e le culture politiche riformatrici guardando agli esiti scoraggianti conseguiti dal sistema istituzionale e elettorale francese, non inducono all’ottimismo quanto piuttosto alla costatazione, come ha fatto l’ex vicesegretario della Democrazia Cristiana, di una regressione in corso che richiama vecchie e collaudate forme di oligarchia. I ceti popolari tornano a esser tagliati fuori dalla vita democratica (niente come questo dato sancisce la sconfitta storica dei nostri tempi sulle conquiste del popolarismo sturziano) a vantaggio dell’establishment sì alto borghese, è tautologico, ma pure sindacale, in senso lato dei gruppi dirigenti dei corpi intermedi.

Osservazioni a mio avviso fondamentali che non possono che portare a conclusioni molto diverse da chi, come Giovanni Orsina, parlando di stagione “post-populista”, ritiene possibile per lo schieramento alternativo alla destra giungere a una conciliazione fra progetto globalista – inteso non come globalizzazione o rivoluzioni tecnologiche bensì come ideologia dei miliardari globali – e ceti, definiti dall’editorialista “periferici” ma che la Repubblica nata dalla Liberazione dal nazi-fascismo, aveva affermato come centrali.

Se, come rileva Bodrato, anche per effetto di sistemi istituzionali presidenzialisti, (si potrebbe aggiungere, credo, anche per una progressiva riduzione dell’esercizio del pluralismo delle opinioni e dei punti di vista nel discorso pubblico) la rappresentanza parlamentare viene pressoché monopolizzata da pezzi di establishment a scapito di una necessaria e insostituibile rappresentanza popolare, e se sta riemergendo un modello di governo basato su inedite forme di oligarchia, ci si dovrà attendere una accentuazione ulteriore piuttosto che una riduzione della separazione fra le forze di centro sinistra e gli orientamenti elettorali dei ceti popolari. Il discorso riguarda certo il Pd e la sinistra, ma non solo, vale anche per il centro. E più di tutti vale per i Cinque Stelle.

Se appare incontrovertibile il fatto che il M5S fino al 2018 abbia raccolto una indistinta protesta sociale, cosa molto più opinabile è se l’attuale partito guidato da Giuseppe Conte costituisca una forma di post-populismo, come sostiene il succitato Orsina, oppure sia stato, con ogni probabilità sin dalle sue origini, qualcos’altro. Vale a dire un soggetto politico nei fatti non paladino delle istanze popolari bensì uno strumento, in gran parte subdolo, di accompagnamento della classe media al ruolo riservatole dall’élite globalista: la decrescita economica, la caduta sociale e del tenore di vita, la sorveglianza e il controllo sociale attuata con la cittadinanza a punti, il de-popolamento, la completa subalternità economica, politica e culturale ai ristretti circoli dominanti. In sostanza, una forma di neo-feudalesimo.

Ma ciò che più lascia perplessi è la tesi di fondo di Orsina. Infatti, non si tratta di ricostruire una coalizione di centro sinistra che affidi al Partito Democratico il compito di tenere insieme gli ambienti organici al progetto globalista con pezzi di ceti popolari. Oltre che fallimentare per il Pd questa linea sancirebbe una strutturale mancanza di credibilità dell’area di centro agli occhi dei ceti lavoratori, e di debolezza nell’attrarre i voti di questi ceti sociali dall’astensione e nel contenderli al centro destra. Affermare la  coincidenza  tra progressismo e campo globalista significa, a mio avviso, decretare l’impossibilità di una alternativa politica democratica alla destra (poi si può sempre ritornare al governo avendo perso le elezioni, magari già nel corso di quest’anno,  il Pd ha maturato una certa pratica in questo, ma è un altro discorso…).

L’operazione da fare credo sia invece un’altra. Non è la divisione, che pure esiste, tra beneficiari della globalizzazione, e delle nuove tecnologie, e danneggiati da tali fenomeni lo spartiacque tra una politica di solidarietà e una politica autoritaria. Il vero spartiacque è costituito dal modello di società. Ci sono, e sono la grande maggioranza, persone di ogni ceto sociale, dentro e fuori i meccanismi dell’innovazione, urbani e periferici che guardano con preoccupazione al futuro che intendono costruire, in particolare per l’Europa, i miliardari globalisti che, come ben intuì già ai suoi tempi il democratico John F. Kennedy, in Occidente usurpano il potere alle istituzioni democratiche. Guerre continue (perché senza l’apertura al multipolarismo non ci può esser pace in questo secolo). Impoverimento imposto da uno strumentale e distorto richiamo alla nobile causa ambientale. Utilizzo delle nuove tecnologie irrispettoso della dignità umana intesa non più come “persona” ma ridotta a “essere umano”.

La via da seguire per il centro sinistra non può che essere quella di mostrare almeno dei sussulti di autonomia da un tale disegno totalitario e antidemocratico, veicolato dalla tirannia del politicamente corretto. L’alternativa al sovranismo si chiama sussidiarietà a tutti i livelli. Che è cosa diversa dal governo mondiale dei miliardari. La capacità del popolo di percepire segnali di autonomia politica laddove si manifestino, viene spesso sottovalutata. Non appena le culture politiche di sinistra e quelle cattolico sociali compiono dei piccoli passi sulla via della riconciliazione con i propri valori e con la propria storia, è certo che le porte del dialogo con i ceti intermedi si riaprono. Questo allora sì che si potrà definire post-populismo.

CENTRO, POPOLARI E OLTRE…

Sale dal basso una domanda diricomposizione” di tutta la vasta e plurale area dei cattolici popolari dopo la sostanziale scomparsa pubblica in questi ultimi anni.

Giorgio Merlo

Ci sono alcuni elementi ormai abbastanza consolidati che corrono nel sottosuolo – e non solo nel sottosuolo – del nostro mondo, cioè l’area cattolico popolare e cattolico sociale. E sono almeno tre.

Innanzitutto una forte domanda che sale dal basso di favorire una “ricomposizione” di tutta la vasta e plurale area cattolico popolare e sociale presente in modo capillare nel nostro paese dopo la sostanziale scomparsa pubblica in questi ultimi anni. Del resto, sono ormai una nicchia quelli che pensano che il tutto si debba ridurre alla formazione dell’ennesima micro corrente alla corte del post comunista Bonaccini o della radical/libertaria Schlein. Quella stagione politica e storica si è sostanzialmente chiusa. O meglio, quel ruolo gregario e ornamentale a cui si è ridotta l’area cattolico popolare nel Pd è ormai politicamente e culturalmente superata. È ritornata, per dirla in altri termini, una voglia di protagonismo politico, culturale e anche e soprattutto di natura organizzativa incompatibile con quel ruolo.

In secondo luogo emerge la volontà di essere presenti nell’agone politico. Ed è una presenza che si intreccia con la volontà di ricostruire un “centro” politico e culturale che sia in grado anche di rilanciare una “politica di centro”. Del resto, la miglior stagione politica del cattolicesimo popolare e sociale è sempre coincisa con la capacità di aver saputo costruire politiche riformiste e democratiche partendo da un centrismo senza deviazioni estremiste o massimaliste.

E, in ultimo ma non per ordine di importanza, la consapevolezza che il tempo della “pre politica” e della presenza testimoniale ha fatto il suo tempo ed è ormai alle nostre spalle. È arrivato, cioè, il momento della presenza attiva, della militanza nel territorio, dell’impegno politico diretto funzionale alla potenziale presenza nelle istituzioni. A livello locale come a livello nazionale. Una presenza che non può che replicare la miglior stagione politica di questa tradizione fatta di partiti democratici, di elaborazione culturale, di proposta programmatica, di condivisione delle scelte e di una visione di futuro. Insomma, di costruire con umiltà ma con determinazione il cosiddetto “bene comune”.

Ora in aggiunta a queste tre considerazioni vissute e sentite da larghi settori di chi si riconosce nell’attuale cattolicesimo sociale e popolare, c’è anche e soprattutto la necessità di “guardare oltre”. Perché, come ricordava giustamente Lucio D’Ubaldo su queste colonne nei giorni scorsi recuperando un celebre richiamo di Aldo Moro pronunciato nel novembre del ‘68 in un memorabile intervento al Consiglio Nazionale della Dc, “tempi nuovi si annunciano” e richiedono, di conseguenza, di essere governati anche oggi con intelligenza, coerenza e senso di responsabilità. Ma questo esige e quasi impone di allargarsi ad altri mondi vitali, ad altre espressioni sociali e professionali, e forse anche ad altre culture politiche. Perché i “tempi nuovi” richiedono, per essere governati, l’apporto e il contributo di “tutti gli uomini di buona volontà” e non si possono, quindi, erigere steccati o, peggio ancora, tracciare confini di appartenenza o di esclusione.

Ecco perché solo attraverso un fattivo coinvolgimento, seppur partendo da una precisa e definita cultura politica, sarà possibile ritornare protagonisti nella cittadella politica italiana.

TRASMETTERE LA FEDE NELL’ERA DIGITALE. RATZINGER E LA SFIDA DELLA COMUNICAZIONE: DALLE OMELIE AL TWEET.

Ratzinger ha saputo usare i social media. “Il 12 dicembre del 2012 – ricorda Gisotti sull’Osservatore Romano –  per la prima volta un Papa pubblica un tweet […] Si tratta di un gesto che viene paragonato da alcuni allistituzione della Radio Vaticana da parte di Pio XI”.

Alessandro Gisotti

Che sia stato un grande teologo è unanimemente riconosciuto, ma Joseph Ratzinger è stato anche un comunicatore notevole, con una cifra propria, la cui eredità supererà senza dubbio il limite temporale dell’esistenza terrena. Il fatto che Benedetto XVI non sia stato un comunicatore per le masse (per quanto nelle Gmg abbia attratto l’attenzione di milioni di giovani) non toglie affatto valore al suo stile di comunicazione. Innanzitutto, come teologo ha dimostrato che anche temi di alto livello intellettuale possono essere spiegati ai semplici ed essere alla portata di un pubblico ampio e non solo degli specialisti. Il successo del suo Introduzione al Cristianesimo, che è tutt’oggi — ad oltre 50 anni dalla pubblicazione — un best seller mondiale della pubblicistica religiosa, dimostra la innata capacità di Ratzinger di rendere ragione della fede in Gesù Cristo e di farlo con argomenti chiari e con un linguaggio affascinante e convincente.

Altrettanto si può dire per la trilogia su Gesù di Nazaret, un’opera nella quale Joseph Ratzinger ha messo tutto se stesso, riuscendo a completarla prima della rinuncia, nonostante le fatiche del governo della Chiesa universale. Si può perciò affermare che Benedetto XVI è stato un grande testimone della fede — e della sua ragionevolezza, come emerge da ultimo nel testamento spirituale — pure per il modo con il quale ha saputo comunicarla. In particolare, attraverso i suoi scritti, i suoi discorsi (alcuni memorabili, come ricordato da più parti in questi giorni) e le sue omelie, definite «sublimi» da padre Federico Lombardi per la sapiente armonia tra teologia, conoscenza delle Scritture e spiritualità.

Al Papa tedesco non sono mancati tuttavia i gesti e il coraggio di “rischiare” nel vasto campo della comunicazione. Benedetto XVI è stato il primo Pontefice ad incontrare delle vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero. Un atto di grande significato anche comunicativo in cui Ratzinger ha messo al centro l’ascolto. Un ascoltare — lo si è visto negli incontri durante i viaggi internazionali — lontano dai riflettori e contraddistinto dalla disponibilità e dall’empatia, condizioni essenziali per avviare quel processo di conversione del cuore che oggi Francesco porta avanti convintamente e che è stato alla base del Summit sulla protezione dei minori del febbraio 2019. Pur non essendo mancate critiche da certi media per alcune sue decisioni, Benedetto XVI ha sempre mantenuto un atteggiamento positivo rispetto al mondo dell’informazione e degli operatori della comunicazione. Dalla conversazione con il giornalista tedesco Peter Seewald è nato Luce del mondo, libro che spazia su tutte le questioni più delicate del suo Pontificato, fino a toccare il tema della rinuncia. Benedetto XVI è anche il primo Pontefice ad aver inviato degli sms (ai giovani della Gmg di Sydney), a dialogare con gli astronauti della Stazione spaziale internazionale, a rispondere a delle domande in Tv in occasione del Venerdì Santo (quello del 2011), mentre nel Natale dell’anno dopo firma un editoriale sul Financial Times incentrato sull’impegno dei cristiani nel mondo di oggi.

Soprattutto, Benedetto XVI è il primo Papa che si confronta con l’irrompere sulla scena dei social network che rimodellano profondamente il contesto comunicativo globale proprio negli anni del suo Pontificato. Ben cinque dei suoi otto messaggi per le Giornate delle comunicazioni sociali sono dedicati a questo inedito areopago digitale. Insieme costituiscono una sorta di compendio del magistero della Chiesa su tale nuova realtà che ha cambiato non solo il nostro modo di comunicare ma anche quello di relazionarci con gli altri. Benedetto XVI coglie immediatamente il senso della rivoluzione dei social, che non sono tanto un mezzo da utilizzare quanto un ambiente da abitare. Conia dunque per le reti sociali la definizione “continente digitale”. Un continente, al pari di quelli geografici, che richiede l’impegno dei fedeli — in particolare dei laici, in linea con Inter mirifica — per evangelizzare questo nuovo territorio di missione. Il Papa comprende anche che va superata la distinzione tra virtuale e reale giacché quanto viene condiviso, e commentato, sulle nuove piattaforme ha conseguenze concrete sulla vita vissuta delle persone.

Benedetto XVI incoraggia i cristiani ad essere testimoni digitali più che influencer, a trasformare le reti sociali in «porte di verità e di fede». E non si limita a farlo con le parole. Il 12 dicembre del 2012 per la prima volta un Papa pubblica un tweet attraverso l’account @Pontifex aperto pochi giorni prima. Si tratta di un gesto che viene paragonato da alcuni all’istituzione della Radio Vaticana da parte di Pio XI . Non tutti approvano, temendo un’esposizione del Papa a critiche e offese, ma Benedetto XVI è convinto di una scelta che va nella direzione della nuova evangelizzazione. Ancora una volta un Papa sa cogliere le potenzialità delle innovazioni tecnologiche per raggiungere persone che, altrimenti, rimarrebbero escluse dall’annuncio evangelico. Poche settimane dopo l’apertura dell’account, Benedetto XVI rinuncia al ministero petrino, ma @Pontifex viene “riattivato” da Francesco che oggi, attraverso i suoi tweet in 9 lingue, raggiunge ogni giorno oltre 50 milioni di follower. Se dunque nei quasi 8 anni di pontificato, Benedetto XVI ha comunicato utilizzando i linguaggi più differenti con creatività e coraggio, nei quasi 10 anni da Papa emerito la sua comunicazione ha assunto una forma diversa, invisibile ma non per questo meno efficace: la forma del silenzio e della preghiera. 

Fonte: L’Osservatore Romano (3 gennaio 2023)

L’articolo è riproposto su gentile concessione del direttore del giornale.

SIGARETTA ELETTRONICA E PRODOTTI A TABACCO RISCALDATO IN LENTO AUMENTO

Il consumo di prodotti come la sigaretta elettronica e i prodotti a tabacco riscaldato non bruciato (HnB) è un fenomeno emergente degli ultimi anni, coinvolge una porzione limitata della popolazione, soprattutto quella giovanile. Ma sta crescendo lentamente nel tempo.

Attraverso l’Indagine multiscopo “Aspetti della vita quotidiana” l’Istat ha iniziato dal 2014 a rilevare l’uso della sigaretta elettronica e, dal 2021, quello dei prodotti a tabacco riscaldato.

Nel 2021 il 2,8% delle persone di 14 anni e più (circa 1 milione e mezzo) ha dichiarato di utilizzare la sigaretta elettronica, il 3,4% dei maschi e il 2,3% delle femmine.

I ragazzi sono i maggiori fruitori della sigaretta elettronica: tra i 18 e i 34 anni la quota di utilizzatori è del 5,2% (circa il 6% dei maschi e il 4,5% delle femmine) (Figura 1).

La sigaretta elettronica è utilizzata soprattutto tra i maschi di 25-34 anni (6,2%). L’uso della sigaretta elettronica decresce progressivamente al crescere dell’età, quasi scomparendo tra la popolazione di 65 anni e più.

Si dichiara ex consumatore il 4,4% delle persone di 14 anni e più, con punte più elevate tra i giovani tra i 18 e i 24 anni (7,3%), mentre l’87,8% non ha mai sperimentato questo tipo di prodotto (con percentuali più alte tra i ragazzi di 14-17 anni e tra gli over 64enni).

DOBBIAMO COSTRUIRE LA NUOVA RAPPRESENTANZA DI UNA GRANDE AREA DEMOCRATICA

Una pubblica opinione esigente, che avverte nondimeno l’eco di una tradizione degna di rispetto, non si sente a suo agio: ha bisogno di una nuova rappresentanza. Qual è però la causa politica per la quale invitare ad una nuova mobilitazione? Serve fare passi avanti.

Giuseppe Fioroni

Qualcosa indica l’attesa di una nuova rappresentanza. Al momento i democratici, considerati in senso lato, sembrano paralizzati. Guardano alla Destra, uscita vincitrice dalle elezioni, con un misto di rabbia e rassegnazione. La risposta più immediata consiste nell’alzare la voce, come che sia, anche quando basterebbe pronunciarsi pianamente in questa fase aurorale del governo Meloni. Non c’è misura. Per altro, si dice che nel Pd emerga la tentazione di una svolta radicale, ma in realtà la politica del Nazareno è già stata percepita, con esiti negativi nelle urne, come segno tangibile e corposo di questa impostazione. Ciò detto, s’impone una domanda: la responsabilità ricade anche sui cattolici democratici, ovvero sulla classe dirigente che ne intende rappresentare i valori e le aspirazioni? Penso che nessuno, obiettivamente, possa sentirsi escluso dal dovere di un grande esame di coscienza.

La Destra ha vinto anche per l’autoreferenzialità dei progressisti, insensibili al monito che veniva da un fenomeno di estraniazione dei ceti popolari. L’illusione di essere nel giusto perché “a sinistra”, a prescindere dal quadro sociale nel suo complesso, si è rivelata esiziale. È tempo di rompere gli schemi. Bisogna parlare ai molti che stanno fuori dai confini di partito, visto che ormai la “secessione elettorale” riguarda un mondo variegato e consistente.

Ecco, non possiamo chiudere gli occhi di fronte all’evidenza dei fatti. Nella società si è formato un blocco che vede insieme i refrattari di ieri e i delusi di oggi, tanto che l’area dell’astensionismo, anche per l’apporto dell’esteso segmento cattolico, è cresciuta sempre più, fino a diventare un problema per la democrazia italiana. Una pubblica opinione esigente, che avverte nondimeno l’eco di una tradizione degna di rispetto, non si sente rappresentata. Non va a destra, ma neppure scivola a sinistra: sta nel limbo di una politica senza parole e senza suggestioni. Una politica, potremmo dire, che si addensa nel presentimento della necessità di un nuovo inizio.

Significa, allora, uscire in mare aperto? In un certo senso sì, ma non per gusto di avventura o per amore dell’ignoto. È chiaro che la risposta semplice a questo disagio conclamato porta ad evocare il discorso sulla “forma partito” più adeguata alle necessità, con le variabili del caso; ma prima di ogni evocazione, seppur generosa e attrattiva, serve un ragionamento attorno alla causa politica per la quale invitare ad una nuova mobilitazione. Il binomio “democratici e cristiani” ha fatto perno, specialmente in Italia, sul realismo di una visione storica calata nel presente e aperta verso il futuro. Questo spirito deve animare l’impegno che prendiamo all’inizio del nuovo anno. Vogliamo guardare avanti per fare, se possibile e come possibile, un grande passo avanti.

RATZINGER AVEVA TESTA E CUORE. “MI PARLÒ DI LA PIRA, CON CALORE”: LA TESTIMONIANZA DI MARCELLO BEDESCHI.

Marcello Bedeschi ricorda il suo ultimo colloquio con Ratzinger. Ne esce unimmagine diversa del Papa Emerito. Man mano che le testimonianze si moltiplicano, la figura del freddo ecclesiastico cede al profilo dell’uomo di fede innamorato della vita reale. Intervista di Lucio D’Ubaldo.

Lucio D’Ubaldo

Costantemente la figura di Ratzinger è stata rappresentata dai media nazionali e internazionali come particolarmente austera, in linea con il ritratto stereotipato di un uomo di Chiesa per un certo verso distante, viste le sue radici bavaresi, dalla sensibilità latina e mediterranea. Gli erano riconosciute grandi qualità di teologo, non fuori però da un quadro di freddezza analitica e concettuale, a conferma di una vocazione al rigore di pensiero, altrimenti percepita come pesantezza, espressione di una solida tradizione filosofica e teologica di taglio teutonico. Solo la Germania poteva regalarci un Papa con queste caratteristiche. E quando un titolo di giornale lo ha immortalato con l’icastica definizione di “Pastore tedesco”, ciò è parso agli occhi della pubblica opinione il fermoimmagine più efficace, se non il più veritiero. Oggi, nelle ore del cordoglio, tutto questo lascia spazio ad una considerazione più attenta a riguardo di una personalità che tanto ha inciso sulla vita della Chiesa nell’arco di più di mezzo secolo – ovvvero dal Concilio Vaticano II ai giorni nostri. Si scopre finanche un altro Ratzinger, man mano che le testimonianze si distendono nel gran parlare di giornali e televisioni, al punto che l’ecclesiastico imperturbabile cede all’uomo di fede innamorato della vita reale.

Piace raccogliere, su questo blog, anche il ricordo molto originale di Marcello Bedeschi, già dirigente nazionale dell’Azione cattolica, con il quale condividiamo da molti anni momenti di esperienza sia nell’Istituto Internazionale Jacques Maritain che nell’Anci, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. La conversazione, proprio per questo, ha avuto un tono decisamente amicale.

Marcello, intanto Buon Anno. Ti sapevo, in effetti, addentrato nei Sacri Palazzi, ma non immaginavo che fossi in contatto con Papa Benedetto XVI. Ho letto un tuo messaggio su una chat, a cavallo di capodanno, e sono rimasto felicemente stupito.

Auguri anche a te, Lucio. Beh…il rapporto risale a molti anni fa. Devi sapere che nell’Azione cattolica avevamo tutti noi, membri della presidenza nazionale, il compito di seguire l’attività di alcuni dicasteri della Santa Sede. A me toccò interagire con quello per la Dottrina della Fede – l’ex Sant’Uffizio – diretto da Ratzinger, all’epoca Cardinale. In quel periodo diventai amico del suo principale collaboratore, elevato poi dallo stesso Ratzinger al rango di Vescovo, ovvero Mons. Josef Clemens. Ci siamo sentiti in questi giorni.  

Clemens sarà custode di tanti ricordi…

Eraabituato a redigere una sorta di verbale per ogni incontro. Aveva un legame particolare con Ratzinger. Sarebbe stato un collaboratore prezioso anche durante gli otto anni di pontificato. È molto riservato.

E quand’è che hai incontrato per l’ultima volta Papa Ratzinger?

È stato il 30 gennaio dello scorso anno. Sono andato a trovarlo al Monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, dove ha vissuto per tutto il periodo successivo alle dimissioni, ovvero dal 2013 fino al termine della sua esistenza terrena. Ho potuto fargli visita più volte, anche per portare i saluti del Card. Menichelli, da qualche tempo Vescovo emerito della mia città, Ancona. Voglio ringraziare di questa opportunità in modo particolare Padre Georg Gänswein, il segretario che ha accompagnato il Pontefice in tutti questi anni.

Come lo hai trovato, il Papa Emerito, nel tuo ultimo incontro?

Era lucidissimo, come sempre d’altronde. Abbiamo parlato con una certa tranquillità, a lungo, anche se la mia premura – te lo puoi immaginare – era di non rubare tempo alla sua giornata. Con me è stato persino paterno. Ha chiesto informazioni sul lavoro che stavo svolgendo, sulle ultime novità… Poi, dal momento che parlavamo di Comuni e di Sindaci, in relazione appunto al mio impegno nell’Anci, si è preoccupato di citare La Pira. “L’ho conosciuto ai tempi del Concilio – mi ha detto – perché a parlarmene fu proprio Paolo VI. Un grande Sindaco, un uomo di pace, adesso anche Venerabile: La Pira ha dato molto all’Italia e alla Chiesa”. Dentro di me è salita la commozione nel sentire questo elogio di Papa Ratzinger. La Pira, infatti, è stato ed è tuttora un riferimento straordinario per i cattolici impegnati in politica.

Non temi che sia stato un accenno di cortesia? Papa Ratzinger che s’intrattiene sui temi delle autonomie locali…non è inaspettato?

Che dire? A me non ha dato la sensazione di un discorso di circostanza. Anzi! Prima di salutarmi ha insistito su un aspetto: le comunità ecclesiali devono collaborare con le comunità locali. C’è uno scopo ultimo, comune a tutt’e due le sfere, quella religiosa e quella civile, che consiste e riguarda – mi ha detto chiaramente – il bene dell’uomo nella sua interezza. Ecco, tu puoi anche affermare che il richiamo sia “inaspettato”, ma penso di poter dichiarare con semplicità che tanti aspetti di Papa Ratzinger potranno essere riconosciuti in futuro come inaspettati in virtù di nuove e più abbondanti testimonianze.

«DATE A CESARE…LETTERA DI UN CATTOLICO». NEL 1945 FELICE BALBO SCRIVEVA AL DIRETTORE DE «IL POLITECNICO».

«Cosa significa oggi dare a Cesare? Cosa è il nuovo vero di questo eterno vero?» Questo sottotitolo dava già il senso della lettera che il cattolico Balbo aveva indirizzato a Elio Vittorini, fondatore de «Il Politecnico», alla fine della II guerra mondiale.

Felice Balbo

Vogliamo ricordare, a premessa del testo qui ripubblicato, che la lettera di Felice Balbo, accolta nella prima pagina del 3° numero del “Politecnico”, rispondeva all’invito lanciato nel primo numero da Elio Vittorini, intellettuale marxista poi “scomunicato” da Togliatti. Nel suo editoriale – “Per una nuova cultura” – si poteva leggere questo passaggio saliente.

“Io mi rivolgo a tutti gli intellettuali che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell’idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze? Occuparsi del pane è ancora occuparsi dell’anima. Mentre non volere che occuparsi dell’anima lasciando a Cesare, di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale, e dar modo a Cesare, (o a Donegani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio sull’anima, dell’uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia dì difesa e non più di consolazione dell’uomo, interessare gli idealisti e i cattolici meno di quanto interessi noi?”.

LE LETTERA DI BALBO

Caro Vittorini,

le tue esigenze sono anche le mie come anche quelle di tutti gli uomini di oggi. Perciò rispondo con gran gioia un sì al tuo appello per la nuova cultura. Ma proprio in quanto cattolico non posso più permettere – nessun cattolico dovrebbe più permettere – che la parola evangelica del «date a Cesare» continui ad essere intesa apertamente e inconsciamente come «lasciate fare a Cesare», con la conseguenza di occuparsi solo della nostra anima e di lasciare che nella società degli uomini entri la belva. C’è oggi una grande chiamata per tutti gli uomini di buona volontà e in particolare per noi cattolici: far sì che la parola data sia la parola data e non lasciata. Voglio dire insomma proprio quello che tu hai detto sulla cultura inutile che lascia entrare la belva nella società e sulla necessità di una cultura che «serva» invece di una cultura che «consoli»; ma voglio anche correggere certi pericoli delle tue parole in modo che l’importante di quello che dici giunga a tutti i miei fratelli di Fede. Ho da dire qualche cosa a tutti ma a tutti loro in particolare perché troppi proprio di loro si sono lasciati scappare il senso del dare a Cesare, il senso sempre vero ma anche nuovamente vero di questa parola, perdendo anche spesso il modo di dare oggi veramente a Dio quel che è di Dio.

Cosa significa oggi dare a Cesare? Cosa è il nuovo vero di questo eterno vero?

Cesare – nel vangelo – non è il Mussolini, il tiranno, l’autocrate, ma è il simbolo di ogni società civile, di ogni Stato.

Ogni Cesare è la società del lavoro che sta lentamente ma sicuramente sorgendo per opera delle forze progressive e della buona volontà.

E oggi – oggi appunto che Cesare è la società del lavoro – si comprende che dare a Cesare significa lavorare, obbedire all’autorità delle singole tecniche umane, lavorare in ogni campo specifico, in ogni laboratorio, in ogni officina, in ogni giornale, in ogni ufficio; lavorare nella politica del cittadino.

In senso comprensivo significa dare alla storia, alla società civile: nel caso nostro significa fare tutta la cultura della società, la nuova cultura della nuova società. Ma qui il problema si allarga.

Perché Vittorini è un marxista.

E voglio chiedere ai miei fratelli di Fede: ha ragione Vittorini quando dice che il Cristo ha avuto «influenza quasi solo nell’intelletto degli uomini?».

So bene che molti si allarmeranno a questa domanda, che a molti parrà persino blasfema.

Lo so bene, molti penseranno che questa frase significhi dichiarare la fine del Cristianesimo, il suo fallimento perché non ha salvato gli uomini.

Invece non è questo il senso vero di quelle parole: lasciamo per un momento quello che può aver pensato Vittorini, lui come lui, in se stesso, nella sua fede e vediamo proprio quello che dice. Dice che Cristo è stato un grande fatto di cultura e prima ha parlato di «cristianesimo latino» e di «cristianesimo medievale» e cioè di altri fatti di cultura.

In questo senso non ha torto, è naturale quello che dice: in quanto il Cristo è stato vero uomo (in quanto ha detto parole umane oltre che divine) non poteva non «fare cultura» come ogni altro uomo e così è cultura anche il cristianesimo latino e medievale e, come ogni cultura è legata al tempo e al luogo, era naturale che Cristo e il Cristianesimo si condizionassero come tutti gli uomini al tempo e al luogo e che si desse il loro nome a quell’epoca che più fu permeata dalla loro diretta e maggiore influenza umana.

Ma le culture cadono col tempo una dopo l’altra perché divengono insufficienti alle nuove conquiste e alle nuove costruzioni degli uomini, perché divengano via via sempre più incapaci di tener lontana la belva dalle case degli uomini.

Anche la «civiltà cristiana» è caduta, anche tutti i legami temporali delle parole di Cristo sono caduti: le condizioni obiettive (sociali, economiche, scientifiche ecc.) di allora non permettevano che una cultura degli intelletti, una cultura di singoli e di gruppi, e la civiltà cristiana – per quanto grande ed eterno è il suo fondamento profondo – fu, sotto questo aspetto, quello che le condizioni dei tempi permettevano e chiedevano.

Ma noi sappiamo che Cristo è vero uomo e vero Dio come il Cristianesimo è una comunità di uomini che è Chiesa, Corpo mistico di Cristo. Per questo Egli emerge infinitamente ed eternamente dalla storia degli uomini, dalla loro civiltà e dalla loro cultura e naturalmente dalla stessa «civiltà cristiana» latina e medievale.

Saremmo noi cristiani dei bestemmiatori se pensassimo di legare le sorti del Cristo della Chiesa del Cristianesimo a quelle della «civiltà cristiana latina o medioevale». Anzi saremmo eretici addirittura se ammettessimo anche soltanto questo: che il Cristo e la sua Chiesa abbiano veramente delle «sorti».

Per noi il Cristo – con la sua Chiesa e la sua stessa Liturgia – è il lievito eterno di ogni nostra azione buona, «umana», costruttiva.

Qual è allora il nostro compito di cristiani?

Dare a Cesare, lavorare in pieno per la società civile, per una cultura che serva alla vita associata degli uomini e li difenda nella loro pacifica vita.

E allora l’anima dimenticata per amore riemergerà pura e glorificante Dio in ogni tecnica, nella società dei suoi uomini affaticati. Daremo così a Dio quel che è di Dio.

Concludendo dobbiamo fare una domanda a Vittorini: dare alla società una cultura che serva – che serva evidentemente alla società – per difendere la vita degli uomini, vuol dire che la belva entra solo nello Stato, nell’economia, nelle tecniche, negli esercizi?

Non entra essa, senza parole, senza tecniche, nel cuore dell’uomo?

Tutti sappiamo che la belva entra nel cuore dell’uomo attraverso la disperazione. Non è l’operaio disperato che fa la rivoluzione.

Non è l’uomo che corre dietro ai sensi quello che lavora: egli si dissolve nelle parti del suo corpo e non può più adoperare le mani e il cervello secondo la sua volontà.

E allora?

E allora ci vuole la «consolazione» per l’uomo. Ma una consolazione giusta, quella che non lo insabbia nel piacere, nell’assassinio, nel fatalismo, quella invece che discaccia la belva della disperazione dal cuore. Quella del Cristianesimo che è la Chiesa eterna e non quella del «cristianesimo cultura».

Noi non sappiamo cosa farcene di una cultura che consoli, che faccia finta di essere Dio, che non dia a Cesare quel che va dato a Cesare, che non serva alla società per difendersi e lasci libera la belva daifascismi. Noi vogliamo costruire la nuova

cultura.

Ma noi sappiamo anche che senza dare a Dio quel che è di Dio l’uomo non può più fare nulla, nemmeno la cultura, perché non è più uomo, non esiste più come uomo.

F. Balbo, Lettera di un cattolico, in «Il Politecnico», anno 1, n. 7, 10 novembre 1945, p. 1.



La lettera è stata ripubblicata su “DemocraticiCristiani”, organo dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), nel numero di novembre-dicembre 2022. Di seguito il link per accedere alla lettura integrale della rivista.

DIETRO L’ANGOLO: RIFLESSIONI MINIME DI INIZIO D’ANNO.

Marina Shemesh
fonte Marina Shemesh

Cosa c’è dietro l’angolo? Difficile fare previsioni, il destino si fa spesso beffe di noi. Si è chiuso un “annus horribilis” ma nessuno può scommettere che quello che si apre possa essere un “annus mirabilis”.

Francesco Provinciali

Chiedeva una volta un noto conduttore televisivo ai suoi intervistati: “che cosa c’è dietro l’angolo”? Tra tutti coloro che si cimentavano nella risposta solo in pochi ci hanno poi veramente azzeccato, parecchi non sono neppure stati in grado di prevedere le proprie faccende personali. Questo dimostra che non tutto dipende dalla volontà e che lo stesso destino si fa spesso beffe persino del più acuto discernimento critico. Non c’è una scienza esatta della previsione: non parlo della meteorologia e neppure dei terremoti, mi riferisco – e mi basta – ai comportamenti umani. Si è chiuso un “annus horribilis” ma nessuno può scommettere che quello che si apre possa essere un “annus mirabilis”. La guerra in Ucraina, la devastazione di un territorio e il tentativo di annientamento del suo popolo e della sua storia ci hanno dimostrato a quali abissi di crudeltà possa arrivare l’animo umano: una ferocia senza limiti materiali e morali, il delirio della dittatura che brama la distruzione del mondo. L’Iran e l’Afghanistan dove il fondamentalismo soffoca nel sangue ogni anelito di libertà. La pandemia che reca il senso nel suo nome: pan (tutto) demos (popolo): penso che si stia vivendo l’aspetto più devastante di una insensata globalizzazione, il flagello planetario la spiega in tutti i suoi volti negativi e irrazionali.

A cominciare dal conflitto progresso-natura: pare che quasi tutto nasca da lì. Impossessarsi del proprio futuro è un’utopia millenaria: chi interrogava le stelle, chi scrutava la sfera di cristallo, chi si affidava ai riti propiziatori, chi declinava ogni auspicio nella scaramanzia. Immaginare: ultima e gratuita frontiera della libertà, aquilone del pensiero cui affidare sogni e speranze, fantasma di amori e di paure.

Sottratto troppo spesso al rapporto diretto con la natura – che è fonte di ispirazione e maestra di verità – manca all’uomo di oggi il respiro della gratuita immaginazione: sembra che tutto sia vincolato, quasi prigioniero dei luoghi comuni che si impossessano della nostra anima. Trovo che l’umanità sia come incanalata in un gigantesco imbuto dove prevalgono risposte scontate: la prima, la più sconcertante, è quella che riguarda quasi tutte le nostre scelte, persino le più apparentemente banali. Spesso, in ogni contesto e situazione, ci viene ossessivamente insegnato che cosa ‘dobbiamo’ fare e la vita diventa la trama di un copione già scritto da realizzare ad ogni costo, segnando ogni contatto della nostra presenza senza il pudore di una saggia e prudente misura delle cose. Oggi è tutto ultimativo: quello che facciamo, che dobbiamo fare e che faremo. “Si deve”: punto e basta.

Ma dietro ad ogni angolo ne scopriamo un altro e poi un altro ancora, fino alla fine: non importa fermarsi e guardarsi intorno, non è mai il tempo di dare la mano in modo amichevole alla vita. Programmare il futuro, svoltare l’angolo e scoprirlo già noto, anticipare gli eventi, lasciare una traccia del nostro passaggio, accanirsi in modo maldestro contro gli altri per migliorare se stessi. Credo che avremmo il dovere di ritornare ogni tanto spiritualmente bambini. Ricordo che da piccolo qualcuno mi aveva insegnato a lanciare i sassolini in mare facendoli saltellare sul pelo dell’acqua: si cercavano quelli sottili, piatti e poi di scatto, assecondando il tiro con un gesto sapiente, si scagliavano di lato cercando il maggior numero possibile di rimbalzi sulla superficie, fino a vederli scomparire, terminata la loro breve corsa. Oppure si scrivevano i nomi e le parole sulla sabbia, calcando con il piede in modo che resistessero alle onde e tracciandoli così profondamente da sperare di ritrovarli l’indomani. Ma non restava nulla: i sassi inghiottiti per sempre, le impronte cancellate.

Erano le prime gare con la vita, nell’ingenuità di quegli anni di infanzia, e quegli inconcludenti passatempi sembravano invece epiche imprese, riuscivano a divertirci e a farci sognare. Poi – a poco a poco – ho cominciato a vedere il mare e la vita con occhi diversi, a occuparmi delle cose ‘veramente importanti’, a dare retta agli altri: in molti facciamo reciprocamente a gara nell’essere maestri di verità, peccato che nessuno ci abbia ancora insegnato – o che noi abbiamo finalmente imparato – ad essere veramente felici. C’è sempre un angolo da scoprire, una svolta che sarà epocale, un’impronta da lasciare. Torno spesso sulla riva del mare che non trovo cambiato: è lì e quasi mi deride perché dei due chi ha perso più scommesse sono io, non so come è andata ma credo che sia un sentimento che provano in molti, quando si siedono – soli – sulla riva e ascoltano il suo irriverente sciacquio. Lo osservo intensamente e mi vengono in mente le parole di Claudio Magris, quando descrive il mare come grande prova dell’anima: “L’epico mare insegna la libertà di riconoscersi sconfitti, pur lottando: libera dalla smania di affermazione e di vittoria che è segno dell’ossessione di impotenza. E quel fulgore talora troppo intenso è puro invito ad abbandonarsi, a dormire: quella grande acqua spegne la sete, aiuta a capire che non è poi troppo tragico se la risacca cancella le orme sulla spiaggia”.

MATTARELLA, IL RIFERIMENTO PER L’INTERO PAESE.

Il discorso di Sergio Mattarella non poteva che essere molto atteso e quindi molto ascoltato. È importante che “l’arbitro” per eccellenza delle nostre istituzioni sia anche una persona che interpreta il suo ruolo con grande senso dello Stato.

Giorgio Merlo

Il discorso del Presidente della Repubblica di fine anno, da sempre, rappresenta una importanza non indifferente per l’intera politica italiana. Certo, il riscontro dell’importanza cambia a seconda del momento politico, sociale e culturale del paese. E, inoltre, a seconda del ruolo che gioca il Presidente della Repubblica – o che ha giocato – nelle diverse fasi storiche. Un fatto, però, è indubbio: poche volte si tratta di un intervento rubricato all’ordinaria amministrazione e destinato, quindi, a non incidere nelle dinamiche della politica italiana. Ma, da quando il Presidente non riveste solo più un ruolo puramente formale se non protocollare, ogni suo intervento non solo è ascoltato da larghi settori della pubblica opinione – com’è giusto che sia – ma, soprattutto, è l’intera politica che presta una forte attenzione. E, di conseguenza, anche l’ultimo intervento di Sergio Mattarella non poteva che essere molto atteso e quindi molto ascoltato.

Del resto, erano molti i tasselli che componevano questa attesa: dal primo intervento dopo la vittoria del centro destra alle elezioni politiche e il decollo, di conseguenza, di un Governo di centro destra; dalla permanenza, purtroppo, della guerra tra la Russia e l’Ucraina alla difficile situazione sociale del nostro paese; dal futuro concreto delle nuove generazioni al punto interrogativo sul potenziale ritorno della pandemia. Insomma, come sempre e forse più di un tempo, c’erano molti elementi che contribuivano a fare del discorso del Capo dello Stato un momento importante per la fase politica che stiamo vivendo. E, pur senza addentrarci nel merito di ciò che ha detto Mattarella la sera del 31 dicembre, non possiamo non sottolineare che le parole pronunciate e gli argomenti richiamati portano ad una medesima conclusione: ovvero, l’attuale Presidente della Repubblica – anche se è appena decollato il suo secondo mandato settennale – continua ad essere “il” punto di rifermento istituzionale per eccellenza nel nostro sistema politico.

“Il” punto di riferimento a cui tutti, o la stragrande maggioranza dei cittadini, guardano per rendersi conto di ciò che capita realmente nel nostro paese e, soprattutto, per orientarsi nelle concrete e a volte complesse dinamiche politiche italiane. E anche questa volta è stato così. E questo è stato confermato non solo dagli ascolti registrati dopo il discorso di fine anno, ma anche per le parole dette e le riflessioni avanzate in questo difficile e complesso momento politico. Anche per ciò che il Presidente ha detto all’inizio del suo intervento quando ha fatto riferimento alla novità, per la prima volta nella storia democratica del nostro paese, che una donna ricopre l’incarico di Presidente del Consiglio e frutto di una chiara maggioranza politica. Un elemento, questo, che contribuisce anche e soprattutto a non radicalizzare eccessivamente lo scontro politico nel nostro paese salvaguardo, di conseguenza, un civile confronto politico tra i partiti seppur con posizioni molto diverse tra di loro. E, al contempo, la necessità di concentrare l’attenzione sulle vere emergenze che caratterizzano il nostro paese senza soffermarsi su dettagli che non contribuiscono a riqualificare la politica e a ridare prestigio ed autorevolezza alle nostre istituzioni democratiche.

Insomma, al di là delle legittime posizioni di ogni partito sulle riforme istituzionali per ridare maggior efficacia e vigore al nostro sistema politico, è importante che “l’arbitro” per eccellenza delle nostre istituzioni sia anche una persona che interpreta il suo ruolo con grande senso dello Stato e che proprio questo “stile”, corretto e trasparente, sia riconosciuto dalla stragrande maggioranza della pubblica opinione. E questo anche per un motivo che noi, cattolici democratici e popolari, possiamo dire ad alta voce. E cioè, Sergio Mattarella interpreta al meglio gli elementi costitutivi della tradizione del cattolicesimo politico italiano che, del resto, rispecchiano fedelmente i principi e i valori della nostra Costituzione. E a questi l’attuale Presidente della Repubblica riconduce fedelmente la sua azione e il suo mandato istituzionale e politico.

RISCHIO SCISSIONE NEL PD? IL NUOVO POPOLARISMO COME ARGINE ALLA DERIVA RADICALE.

Se fosse stravolto il manifesto ideato nel 2007, mortificando il contributo del popolarismo e sposando una “deriva radicale”, non è difficile immaginare che si tratterebbe di una “cosa nuova” destinata a provocare una scissione ai danni del Pd.

 

Domenico Rogante

 

Il clamore mediatica suscitato dal convegno de “I Popolari” dello scorso 19 Dicembre ci dà l’idea di quanto quella Comunità, nonostante l’indecifrabile valenza elettorale, continui ad essere un punto di riferimento politico. L’incontro, nella cornice storica dell’Istituto Sturzo di Roma, ha raccolto tanti politici, intellettuali, cittadini che hanno risposto in maniera entusiasta alla chiamata del leader storico Pierluigi Castagnetti, per prevenire la “deriva radicale” del Partito Democratico, ma soprattutto per rilanciare i valori fondanti del pensiero cattolico democratico che così tanto ha dato al nostro Paese e da cui non si può prescindere se si vuole tentare di comprendere le tante trasformazioni che ci attraversano in questo tempo. La lotta alle disuguaglianze in una società sempre più globalizzata, la centralità del lavoro coniugata al tempo dello sviluppo tecnologico e digitale, la crisi della democrazia rappresentativa, l’ecologia integrale, la pace e l’integrità delle istituzioni europee nell’attuale contesto internazionale, sono tutti temi che pongono al centro la persona e lo sviluppo umano integrale e per questo richiedono uno sforzo collettivo straordinario nell’analisi, nel confronto e nella ricerca di soluzioni comuni.

 

Risulta quindi evidente, che pensare di rispondere a questioni così cruciali con la sbandierata esigenza di “più sinistra” oppure con una necessaria “svolta socialista”, rappresenta un tentativo maldestro di semplificare problemi in realtà molto complessi, quando, invece, ci viene chiesto di avere una visione più ampia e condivisa della realtà, per governarla con una grande capacità di mediazione degli interessi e dei bisogni e, soprattutto, questa scelta radicale di sinistra pura suppone di possedere risposte nette e chiare, ignorando quanto siano “radicali”, per esempio, le posizioni di Papa Francesco sul capitalismo. Nel contesto congressuale del Partito democratico, se questa richiesta massimalista di “sinistra pura” tendesse a stravolgere il manifesto valoriale ideato da Reichlin e Scoppola nel 2007, non è difficile immaginare che si tratterebbe di una “cosa nuova” e, quindi, provocherebbe una scissione che condannerebbe inevitabilmente il Partito democratico ad una dimensione minoritaria e ad un ruolo di forza politica di opposizione “eterna”.

 

Non possiamo non notare, inoltre, le incertezze manifestate dal Segretario Enrico Letta, il che ci fa pensare se non sarebbe stato meglio avere un segretario di transizione, ma pienamente legittimato a gestire questa fase, invece che un segretario condizionato che dà l’idea di essere sfiduciato.  Tuttavia, dagli interventi pubblici dei candidati alla segreteria dal PD, nelle ultime ore, sembra che la presenza e la voce dei Popolari sia stata avvertita. Infatti, il “pluralismo” e la ricchezza delle culture fondatrici del Partito è tornato ad essere considerato un patrimonio a cui non si può rinunciare, salvo dimostrarlo anche con azioni concrete.  In ogni caso, fra “I Popolari”sta emergendo la fermala volontà di rinverdire la presenza del Partito Democratico nel panorama politico attuale, orientandolo sul crinale della storia, coerentemente con la costruzione della pace, di ogni possibile forma di solidarietà, dell’unità della famiglia umana. Ma il ruolo dei Popolari deve limitarsi solo ad una sorta di “sentinella”, a salvaguardia dei valori fondanti del Pd o è arrivato il momento di fare un ulteriore passo avanti? Ovvero riprendere il percorso per offrire il proprio contributo sulla base della propria ispirazione ideale?

 

La questione morale, tornata alla ribalta con il Quatargate, ci interroga sulla qualità dell’attuale classe dirigente, sul tema dell’etica personale che deve esprimersi sul piano comportamentale, di vita morale e sulla necessità di riavvicinare la politica ai cittadini. Questa è, secondo me, la sfida che i cattolici democratici devono intraprendere. C’è bisogno di tornare a tessere una comunità, creando una rete di organismi associativi locali che facciano riferimento ad un’unica organizzazione nazionale, per far nascere nuovi luoghi di elaborazione prepolitica ed avviare una campagna capillare di formazione, con l’obiettivo di far germogliare nei nostri territori un Nuovo Popolarismo. Non per essere alternativi al PD, che anzi ci deve vedere ancor più protagonisti, ma “a prescindere da come andranno le cose”. Un Nuovo Popolarismo, saldamente ancorato ai valori e alla sua gloriosa storia, che possa essere l’attualizzazione del Cattolicesimo Democratico, come bene spiega il prof. Lino Prenna nel suo ultimo libro.  Noi Popolari ci sentiamo chiamati a rinvigorire il Pd agendo nel solco dei principi costituzionali, per essere in grado, insieme alle altre forze popolari, di rimuovere gli ostacoli che si frappongono a una piena inclusione, a una partecipazione responsabile, allo sviluppo integrale della persona.

Segnale con freccia

 

Domenico Rogante ha svolto uno degli interventi conclusivi al convegno dell’Associazione “I Popolari” su I cattolici democratici nella politica di oggi: sono ancora utili all’Italia? (Roma, Istituto Sturzo, 19 dicembre 2022). 

L’AGIRE POLITICO SECONDO RATZINGER: DOV’È IL FONDAMENTO ETICO?

Dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti — ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione — bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi. Questo ruolo “correttivo” della religione nei confronti della ragione, tuttavia, non è sempre bene accolto, in parte poiché delle forme distorte di religione, come il settarismo e il fondamentalismo, possono mostrarsi esse stesse causa di seri problemi sociali. E, a loro volta, queste distorsioni della religione emergono quando viene data una non sufficiente attenzione al ruolo purificatore e strutturante della ragione all’interno della religione. È un processo che funziona nel doppio senso. Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana. Fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi e poi a molti altri mali sociali, non da ultimo le ideologie totalitarie del ventesimo secolo. Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il mondo della fede — il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso — hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà.

La religione, in altre parole, per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione. In tale contesto, non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore. Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che — paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni — ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza. Questi sono segni preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto conto non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica. Vorrei pertanto invitare tutti voi, ciascuno nelle rispettive sfere di influenza, a cercare vie per promuovere ed incoraggiare il dialogo tra fede e ragione ad ogni livello della vita nazionale.

Il testo è tratto dall’Osservatore Romano in distribuzione da questo pomeriggio

TEMPI NUOVI. LA NOSTRA RICERCA POLITICA.

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E’ stato il binomio “democratici e cristiani” a segnare buona parte del Novecento, non solo in Italia. Dopo la seconda guerra mondiale, democrazia e religione avevano intrecciato le loro radici al tronco della rinascita civile, dando linfa a una grande pianta di libertà e di progresso. Ne venne una politica che oggi consideriamo storia, fatta di insediamento popolare, prudente esercizio del potere, esemplarità di figure rappresentative: da qui la conclusione che la Dc fu una “civiltà politica” più che un semplice partito.

Che sia una storia irrepetibile, almeno nelle forme conosciute, è un dato fuori discussione; che possa invece rianimare una presenza pubblica, nei termini adeguati alle condizioni odierne, non è più un interrogativo clandestino. Appare ai giorni nostri quanto meno rispettabile. Ciò non significa accomodarsi nella riscoperta del passato, bensì addentrarsi con rinnovata coscienza nelle sfide di tempi nuovi.


Fare politica esige un salto – dalle emozioni ai ragionamenti, dalle speranze ai programmi, dagli universalismi teorici alle scelte di campo – per dare voce a interessi legittimi e incarnare un progetto sostenibile. Di questo c’è traccia nelle motivazioni che circolano tra gli addetti ai lavori, tutte largamente intrise di fiducia nella ripresa del cattolicesimo democratico, ma tutte ancora disadorne e sparpagliate dal punto di vista del “che fare”. In ogni caso i progressisti, a differenza dei conservatori, mettono a nudo un desiderio di ricerca come orizzonte sovrano delle proprie aspirazioni.


Ora, la contesa tra una destra nazional-popolare e una sinistra radical-sociale apre nuovi spazi al riformarsi nella coscienza del Paese di una politica caratterizzata da visione e coerenza, anche con l’apporto di quella cultura riformatrice che s’incarica di promuovere creativamente la lezione del popolarismo. Altro non si può dire, al riguardo, perché la declinazione di questa novità in itenere appartiene alla combinazione di fattori molto diversi, non sempre assoggettabili ai desideri e alle volontà degli uomini. È certo, tuttavia, che qualcosa ormai si muova.

L’articolo è tratto da “DemocraticiCristiani”, periodico dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani), pubblicato a fine anno 2022.

PRESIDENZIALISMO, LA TENTAZIONE CHE TORNA A DIVIDERE IL PAESE.

Riannodiamo frammenti di un itinerario di studio che tra storia e prospettive ci sollecitano a guardare al parlamento e al suo futuro come una lunga storia alla prova del nuovo secolo. Nella storia del pensiero politico del Novecento l’idea “presidenzialistica” sembra presente, in un contesto comunque democratico, per lo più nei Paesi in cui non ci sia stata un’esperienza totalitaria alle spalle. Non è il caso dell’Italia nella cui Costituzione non si può assolutamente leggere la possibilità di un’idea di leadership relativa al concetto di sovranità, ma soprattutto di decisionalità, che non risieda solamente nell’azione legislativa dei rappresentanti dei cittadini e perciò del Parlamento.

L’idea dell’arco costituzionale si è fondata soprattutto su questo presupposto che ha coronato la concezione di un potere orizzontale e pluralisticamente inteso con pesi e contrappesi e che si oppone a qualunque visione culturale e “antropologica” di uomo forte e tendenzialmente solo al comando. La stessa filosofia politica della Costituzione repubblicana riposa su tali presupposti e come tale definisce lo stesso arco costituzionale. Si sa bene che di questo facevano parte tutti i partiti democratici e antifascisti, quelli per intenderci legati a un patrimonio assiologico della Costituzione che dell’antifascismo ha fatto il proprio caposaldo. Per cui può senz’altro essere una democrazia liberale di tipo presidenziale, ma questa non sembra essere possibile nel caso italiano per i motivi storici, cultuali e istituzionali di cui sopra.

Qualunque proposta in questo senso nella sua “eversività” di fondo rischia di essere solamente un elemento di distrazione rispetto a un’azione di governo ove non riesce a portare avanti un’azione mirata all’impegno del Paese nel contesto europeo e a spostare spazi di polemica politica per il tramite di un tatticismo e una comunicazione politica che fondano la propria azione su un’oggettiva impossibilità strutturale e istituzionale. Con l’adozione della Carta del 1948, dall’impianto pluralista e garantista che veniva a trovare il suo specchio naturale e diretto nel governo parlamentare, il tema del presidenzialismo, salvo rare e marginali eccezioni, scompariva dalla scena politica.

Negli anni ottanta prende avvio la stagione delle Commissioni bicamerali, dalla cui conclusione negativa Leopoldo Elia trae «una importante lezione di metodo: da una parte le riforme della Costituzione esigono maggioranze ampie e convinte su posizioni chiaramente condivise e dall’altra emerge la necessità di non contaminare oltre certi modelli storicamente collaudati, con il rischio, altrimenti, di mantenere ambiguità ed antinomie, foriere di futuri conflitti». È utile ricordare il pensiero di Giuseppe Dossetti, uno dei grandi architetti della Carta: «Alcuni pensano che la Costituzione sia un fiore pungente nato quasi per caso da un arido terreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato. Altri pensano che essa nasca da una ideologia antifascista di fatto coltivata da certe minoranze che avevano vissuto soprattutto da esuli negli anni del fascismo. Altri ancora – come non pochi dei suoi attuali sostenitori – si richiamano alla Resistenza, con cui l’Italia può avere ritrovato il suo onore e in un certo modo si è omologata a una certa cultura internazionale. E così si potrebbe continuare a lungo nella rassegna delle opinioni o sbagliate o insufficienti. In realtà, la Costituzione italiana è nata ed è stata ispirata – come e più di altre pochissime costituzioni da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale. Questo fatto emergente della storia del XX secolo va considerato, rispetto alla Costituzione, in tutte le sue componenti oggettive e, al di là di ogni contrapposizione di soggetti, di parti, di schieramenti, come un evento enorme che nessun uomo che oggi vive, o anche solo che nasca oggi, può e potrà accantonare o potrà attenuarne le dimensioni, qualunque idea se ne faccia e con qualunque animo lo scruti».

Pietro Scoppola, si sofferma, non a caso, su questo passaggio di Dossetti, offrendoci una interpretazione che ha fatto scuol: «La coscienza ben viva nei Costituenti, che si ritrova nei loro scritti e nei loro ricordi, è di una grande responsabilità storica, quella appunto di dar voce alla domanda che saliva dal Paese di una radicale rifondazione della convivenza dopo gli orrori della guerra; occorreva una risposta che fosse all’altezza della vicenda epocale con cui l’Italia si era coinvolta. Indubbiamente vi fu compromesso tra i partiti, tra le componenti culturali in Assemblea costituente, basta rileggerne gli atti. In ogni caso, il compromesso era la condizione necessaria perché partendo da premesse culturali e politiche diverse quella speranza di liberazione, quella rifondazione morale del Paese potesse essere espressa e realizzarsi. Fu compromesso nel senso più alto del termine cioè del con-promettere, del promettere insieme impegnandosi su valori comuni».Il quadro instabile delle alleanze dei primi anni novanta, la debolezza dei partiti, la necessità di dare un governo al Paese ha richiesto profondi cambiamenti anche nella prassi parlamentare.

Se la precedente legislatura ha preso il via con la richiesta di impeachment di Mattarella da parte del Movimento 5 Stelle, si è chiusa invece con il respingimento del disegno di legge costituzionale (Atto Camera n. 716; Atto Senato n. 1489 della precedente legislatura) presentato alle Camere nel giugno del 2018 da Fratelli d’Italia per l’elezione diretta del Capo dello Stato. Orbene, non sfugge che dopo il 25 settembre la proposta sia di nuovo rilanciata, assumendo a questo punto il carattere di una vera e propria connotazione di tipo programmatico, come emblema della Destra di governo.

Si tratta di un disegno che annuncia motivi di contrasto e divisione, anziché di convergenza e solidarietà, quali invece servirebbero per unire maggiormente il Paese. Il presidenzialismo suscita il timore che si voglia impoverire la dialettica democratica puntando in effetti a verticalizzare – e dunque ad accentrare – il potere politico. Ci sono altre vie che possono condurre al rafforzamento delle nostre istituzioni, certamente assicurando al governo le pre-condizioni della stabilità, ma senza alterare le forme giuridiche dell’ordinamento attuale che vede nel Parlamento il perno costituzionale della democrazia, del pluralismo e delle libertà.

L’articolo è tratto da “DemocraticiCristiani”, periodico dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani), pubblicato a fine anno 2022. Qui l’articolo completo

MELONI, FINALMENTE TORNA LA POLITICA. MA DEVE TORNARE PER TUTTI.


La lunghissima conferenza stampa di Giorgia Meloni di fronte a molti giornalisti ha avuto un grande merito. Al di là dei numerosissimi temi affrontati ed approfonditi e che sono al centro dell’agenda politica del governo. Temi, tra l’altro, affrontati con pacatezza ed equilibrio.

Mi riferisco, nello specifico, a un fatto molto semplice: dopo molto tempo finalmente abbiamo un Premier, al tempo stesso leader politico, che ha vinto legittimamente le elezioni e che può rispondere liberamente e senza ipocrisia o filtri vari, alle domande dei giornalisti presenti in sala. E, soprattutto, dire liberamente ciò che vuole fare e che pensa di fare nei prossimi mesi ed anni. Era da molti anni, infatti, che tutto ciò non capitava più. Eppure avere un Premier che parla a nome di una maggioranza politica che ha vinto una libera competizione elettorale non dovrebbe essere una straordinaria novità per un sistema democratico, liberale e costituzionale. In Italia, invece, lo era. E questo per una pluralità di motivi su cui non vale neanche la pena soffermarsi visto che conosciamo benissimo quali sono state le motivazioni che hanno portato a questa degenerazione dello stesso sistema democratico ed istituzionale. Al punto che ormai quasi metà degli elettori non si presentano più alle urne. Tanto per le consultazioni nazionali quanto per quelle locali.

Ma, al di là di queste considerazioni, l’elemento qualificante della conferenza stampa di fine anno della Premier Meloni è che, seppur tardivamente, è ritornata a pieno titolo nel nostro paese la Politica. E con un governo politico, anche leader di governo espressione di uno schieramento politico ben definito e delimitato. Questo elemento, banale se non addirittura elementare in un regime democratico, comporta e richiede però la presenza di una opposizione altrettanto caratterizzata sotto il profilo politico. E culturale. E questo è anche il modo migliore per spingere tutti gli altri partiti, soprattutto quelli d’opposizione, a caratterizzarsi sotto il profilo politico, culturale, programmatico e forse anche organizzativo. Dismettendo i panni di “partiti personali” o “del capo” per trasformarsi, al contrario, in veri soggetti politici. Perchè questa è, adesso, la vera scommessa politica. E cioè, far sì che la competizione tra la maggioranza e l’opposizione sia radicalmente di natura politica. Senza alchimie parlamentari, equilibrismi vari e, soprattutto, battendo quella deriva trasformistica ed opportunistica che ha segnato l’esperienza dei populisti. Di maggioranza e di opposizione.

E, probabilmente, con il ritorno della politica al Governo ci sarà anche la possibilità di riscoprire sino in fondo il ruolo e la funzione di quelle culture politiche che storicamente hanno saputo declinare una vera e credibile cultura di governo nel nostro paese. E quindi, e di conseguenza, contribuire a scomporre e a ricomporre nel futuro lo stesso quadro politico in vista di una maggiore ed ulteriore stabilità.

I PRIMI SESSANTA GIORNI DA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI GIORGIA MELONI: IL DESTRA-CENTRO ALLA PROVA DEI FATTI.

In attesa che arrivino i primi 100 giorni del Governo Meloni, le prospettive di andare avanti con una certa tranquillità in un Paese che non è tenero con i suoi governanti e li ha abituati a stare poco tempo a Palazzo Chigi, Meloni Presidente del Consiglio si porta a casa un risultato certo. La sua maggioranza tiene anche senza abusare dello strumento del voto di fiducia in Parlamento.

Rispetto alle promesse elettorali di una decisa virata per un futuro migliore per il Paese, molte misure sono un prosieguo di quanto impostato nel precedente governo e alcune sono proprio tipiche di un governo a guida destra a cui, non mi stancherò di evidenziarlo, non eravamo più abituati. Le misure significanti sono la liberalizzazione del limite per l’utilizzo del contante, la riduzione della pressione fiscale, la riduzione della tassazione d’impresa e delle attività finanziarie, e il contenzioso fiscale. Seguono la riduzione delle opportunità per l’applicazione del reddito di cittadinanza e l’aumento delle pensioni minime. Il bacino elettorale dove è andato a pescare voti il centro destra è fatto da imprese, piccole e medie, artigiani, pensionati e lavoratori autonomi. Ne sono fuori le politiche industriali e i lavoratori/salariati rappresentati dai sindacati, così come la larga fetta dei dipendenti pubblici. Agli elettori di centro destra (ma sarebbe più corretto dire di destra-centro) la legge di bilancio ha dato quanto promesso in quello slogan sintetico che diceva tutto: “Pronti!”. Pronti a governare il Paese e a pensare prima alla difesa degli interessi interni e poi al resto. Resta fuori il lavoro e la disoccupazione, il problema dei giovani che non hanno speranze per il loro futuro, le donne che si faranno ancora carico del welfare familiare, le politiche di aiuto alle famiglie, il terzo settore, il contrasto alla povertà; il sistema welfare, nel suo complesso, che ancora una volta è lasciato alla sopportazione, allo spirito di sacrificio e alla solidarietà degli italiani.

Nei primi sessanta giorni di Governo i temi centrali del Paese sembrano essere stati procrastinati all’anno nuovo con le manovre di aggiustamento del bilancio che da marzo saranno necessarie perché l’inflazione e la crisi energetica si stanno mangiando letteralmente i risparmi degli italiani e i loro stipendi. Questa luna di miele con il Paese rischia di essere più breve di quanto concesso di solito, per il Presidente Meloni. Che dovrà necessariamente riprendere le tematiche della destra sociale (lavoro a tutti e famiglia al centro) per cercare di coniugarle con una realtà che non farà sconti. Perché cinque milioni di italiani in povertà non fanno dormire nessun capo di Governo, un aumento della disoccupazione e una crescita della richiesta di misure di sussidio temporaneo (che diventa permanente nel nostro mercato del lavoro) da parte delle imprese e dei lavoratori, la popolazione in età lavorativa che si riduce progressivamente (oggi ogni otto anziani un giovane), sono ipotesi concrete che rischiano di far saltare il banco, senza una visione strategica condivisa.

Allora converrà ragionare piuttosto che su un quinquennio, su un tempo più breve, nel quale tuttavia le misure concrete per tenere insieme il Paese possano essere prese con rapidità e d’intesa con l’opposizione. Non perché l’intesa sia necessaria, anzi se ne può fare a meno per come sono fatti i rapporti di potere in questo Parlamento, ma perché buona parte di quello che manca sono politiche definite “di sinistra” e che, qui la sinistra o il centro-sinistra ha la sua piena colpa, non sono state prese per tempo. Una sottovalutazione degli effetti a medio termine della contrazione/rigidità del mercato del lavoro nel nostro Paese che sta mostrando tutta la sua importanza adesso che la crisi energetica è evidente e che il mondo produttivo si è fermato a causa della pandemia.

E allora, mentre i giorni scorrono e si dice pubblicamente “meglio di così non potevamo fare”, un ragionamento fermo sul futuro del Paese che sta guidando dovrebbe sovvenire al Presidente Meloni, pescando soprattutto da quella lunga stagione da parlamentare all’opposizione, che l’ha vista esaminare, emendare e contestare ben dodici leggi di bilancio presentate dal centro-sinistra. Di sicuro, rivedendo qualche critica di allora si potrà meglio vedere i difetti della legge di bilancio di oggi. In attesa di marzo.

FINALMENTE TORNANO LE PROVINCE? ERA ORA.

Il ritorno delle Province è un punto programmatico molto atteso dalla stragrande maggioranza degli amministratori locali del nostro paese. Certo, è singolare che ci volesse un governo di centro destra per cancellare una pessima e devastante riforma, quella voluta dall’allora Ministro Del Rio. Una scelta, quella di Del Rio, dettata solo ed esclusivamente da ragioni demagogiche e qualunquistiche per inseguire e assecondare la spinta populista dei 5 stelle. Come, ad esempio, il taglio indiscriminato dei parlamentari per poi accorgersi, appena dopo quella riforma, del madornale errore compiuto. Sempre frutto del populismo demagogico, qualunquista e anti politico del partito di Conte.

Ma, per tornare al capitolo delle Province, semplicemente non ci si è resi conto che proprio questo ente era quello storicamente più vicino alle istanze e alle domande dei cittadini. E, di conseguenza, dei Comuni, soprattutto dei piccoli e medi Comuni che, come tutti sappiamo, rappresentano la stragrande maggioranza degli enti locali nello scacchiere nazionale. E questo perchè sono proprio le competenze istituzionali delle Province ad essere state messe in discussione delegandole alle cosiddette “Città metropolitane” che, al di là della buona volontà e della dedizione degli amministratori e dei dirigenti, si sono rivelate del tutto inadeguate al compito e al ruolo che la legge Del Rio le aveva assegnato.

Ora, finalmente, ci voleva il ritorno del centro destra al Governo per ripristinare una legge dettata unicamente dal buon senso prima ancora che da qualsiasi altra valutazione politica o di schieramento. Perché è proprio attorno a quelle competenze istituzionali – trasporti, scuola, infrastrutture, turismo e manutenzione del territorio – che si gioca la sopravvivenza e il destino degli stessi Comuni. E, nello specifico, dei piccoli Comuni. È inutile ricordare che le Province hanno svolto quel compito istituzionale in modo eccellente. Poi, certo, molto dipendeva anche e soprattutto dalla capacità dei singoli amministratori che gestivano le varie deleghe. Ma è indubbio che era proprio quella cornice istituzionale che imponeva di svolgere un ruolo essenziale ed indispensabile per il governo concreto e vero del territorio. Apprezzato e ricordato ancora oggi praticamente da quasi tutti gli amministratori locali dei vari territori.

Ma, preso atto della possibilità di far ritornare l’ideologia del buon senso sul versante della riscoperta delle Province per quanto riguarda la riorganizzazione degli enti locali, è anche bene ricordare che, appena il dibattito decollerà a livello parlamentare e nazionale, avremo nuovamente l’opposizione feroce dei populisti dei 5 stelle e di tutti i professionisti “dell’anti casta”, accompagnato quasi sicuramente dai compagni di viaggio della sinistra post comunista, che si scaglieranno contro in virtù della “buona politica” e contro l’immancabile sperpero delle risorse pubbliche. Seguendo la logica, ormai nota e collaudata, che il costo della democrazia è un orpello di cui possiamo tranquillamente fare a meno con tanti saluti al governo del territorio e, di conseguenza, alle domande e alle richieste sempre più pressanti dei cittadini che provengono da quei luoghi. E questo perché i populisti sono perfettamente estranei ai temi del governo del territorio e della gestione delle amministrazioni locali essendo interessati solo ed esclusivamente alla propaganda demagogica, anti politica e qualunquistica.
Ecco perchè il tema del ritorno delle Province dovrà, tuttavia, superare le non poche resistenze anti politiche che saranno messe in campo dai populisti di varia natura. Non sarà un iter nè semplice e nè facile ma si deve percorrere sino in fondo per non ritrovarci a fare i conti, ancora una volta, con la pessima ed incommentabile legge voluta dall’esponente del Pd Del Rio.

ALLARME COVID, SI RIPARTE DALLA CINA TRA PRESSAPPOCHISMO E SOTTOVALUTAZIONE.

Ci risiamo: l’impressione è che siano state rimosse troppo in fretta un po’ ovunque nel mondo le cautele sulla diffusione del Covid. Oltre due anni di pandemia e di restrizioni hanno sfiancato tutti, dal personale sanitario, ai pazienti, alla gente comune. E’ che governi e autorità sanitarie non si sono voluti accollare l’onere della prudenza, e l’accusa di essere menagrami: molto più facile ed elettoralmente redditizio nell’immediato, cedere alla lusinga del liberi tutti. Ma passare da martellanti campagne per l’estensione quanti-qualitativa dei vaccini, per fasce di età e tipologia dei soggetti a rischio, ad una sorta di distaccato pressappochismo con ampie tolleranze e zero controlli ha prodotto un effetto sottaciuto ma temuto dagli scienziati, ben sapendo che la mutazione delle varianti costituisce il pericolo maggiore. Chi aveva pensato di essersi scrollato di dosso questa peste del terzo millennio ha ceffato di brutto. I dati che arrivano (manco a dirlo) dalla Cina sono catastrofici: ci sono città dove le salme non riescono ad essere smaltite dai forni crematori.

L’atteggiamento delle autorità cinesi è stato sconcertante: da una politica draconiana di misure di profilassi anche con l’uso della forza, alla totale rimozione di ogni precauzione, sotto la pressione della popolazione inferocita. Si sa che una pandemia parte da un solo caso: così era stato a Wuhan così rischia di essere in ogni megalopoli, città, sobborgo o villaggio della nazione più popolata del pianeta. E immaginare di fermare la diffusione del contagio oltre confine è una pia illusione: come tentare di arginare uno tsunami con l’ombrellone da spiaggia. Per questo i cittadini cinesi partono liberamente con voli di linea diretti in ogni angolo del mondo: solo a Malpensa il 50% dei controlli effettuati in questi giorni sui passeggeri sbarcati ha dato esito positivo.

Che qualcuno sfugga al più accurato monitoraggio è un dato matematicamente certo. Per questo- in considerazione dei dati allarmanti provenienti dalle autorità sanitarie di Pechino – in ogni altro luogo del pianeta la ripartenza di controlli e misure restrittive è e sarà sicuramente tardiva. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel corso di una conferenza stampa a Ginevra ha fatto sapere di aver chiesto a Pechino “informazioni dettagliate su casi, ricoveri ospedalieri e unità di terapia intensiva”. Ma da un regime autarchico non ci si possono attendere dati veritieri. Per tutto il 2022 l’OMS ha bombardato di note e messaggi che invitavano e non dare per sconfitto il virus: la teoria delle sue mutazioni genetiche lo rende impermeabile ai vaccini che devono essere continuamente adattati. Quelli cinesi si sono rivelati a conti fatti disastrosi e fallimentari. E se l’eziopatogenesi del morbo consiste nel passaggio del virus dall’animale all’uomo gli stili alimentari riscontrati ai mercati cinesi non sono rassicuranti. A fine anno la stessa OMS ha diffuso un dato ufficiale che dovrebbe portare sulla via di Damasco il più ottuso negazionista e detrattore della medicina ufficiale: tra il 2020 e il 2022 il SARS CoV-2 ha procurato in via diretta o per postumi 14,83 milioni di decessi oltre la media annuale a fronte di 651.918.402 casi registrati nel mondo.

L’Occidente ha tuttavia colpe imperdonabili e l’Italia esce da una lunga campagna piena di contraddizioni, remore, teorie no vax propugnate anche da una parte del mondo sanitario. Ora ne ricomincia un’altra pari allo zero aritmetico: rimosse le restrizioni, le mascherine e gli assembramenti in nome delle libertà civili conculcate, non siamo stati in grado di porgere l’orecchio al reiterarsi dei contagi nelle parti meno controllate del pianeta. Forse non si è capito che il coronavirus non ha riguardi né sconti per le democrazie più garantiste e liberali se in qualche modo il melting pot demografico rimescola le carte della popolazione mondiale e dei suoi incessanti spostamenti. L’aveva scritto più volte David Quammen, l’abbiamo riscontrato ahimè a posteriori: siamo un’umanità debole, che non regge la sostenibilità con l’ambiente e fondamentalmente impreparata. A me fa piacere che il Governo di turno, dopo i DPCM ansiogeni (ma più efficaci?) del passato ora ci tranquillizzi su una futura convivenza libera da lacci e lacciuoli medievali. Che sostenga che non si tornerà al lockdown e alla morte civile. Ma dagli ospedali giungono segnali di preoccupazione. E mentre – pur sapendo che era imminente l’arrivo una nuova, grande ondata dalla Cina (a nessuno è venuto in mente di sospendere intanto il Memorandum della via della seta, il più infausto accordo commerciale foriero di spostamenti di merci e di flussi umani degli ultimi anni) – nella legge di bilancio e nel decreto milleproroghe tra incertezze, ripensamenti e rilievi della Ragioneria dello Stato sembrano ‘sparite’ le tutele per le persone fragili, le più esposte al contagio. Ho scritto ‘sembrano’ perché non se n’è più parlato. Hanno prevalso i temi dei dehors dei bar, dei bonus, delle spiagge e dei cinghiali in città. Si può sperare in una notizia rassicurante? Facciamo le corna ma se la nuova variante arriva davvero bisogna attrezzarsi, anche normativamente, per tempo. In fondo, come ho già scritto… ‘se il Covid c’è lo decide il Governo’.

LULA SI PREPARA ALL’INSEDIAMENTO UFFICIALE, I SEGUACI DI BOLSONARO SCALPITANO. TIENE LA DEMOCRAZIA IN BRASILE?

Il primo appuntamento dell’agenda politica internazionale del 2023 sarà a Brasilia, dove l’uno gennaio si insedierà il nuovo presidente del Brasile Inàcio Lula da Silva che nel ballottaggio di fine ottobre ha superato di misura Bolsonaro.

Il presidente uscente non ha mai riconosciuto la sconfitta e molti temono che possa tentare di sovvertire con la forza il risultato uscito dalle urne aizzando i propri sostenitori come fece Trump alla vigilia dell’insediamento di Biden. Proprio in forza del silenzio di Bolsonaro in questi due mesi non sono mancate manifestazioni di protesta dei suoi sostenitori costantemente radunati davanti alle caserme per richiedere l’intervento dell’esercito affinché non si arrivi all’insediamento di Lula e da ultimo il mancato attentato di Brasilia dove un estremista di destra stava cercando di realizzare un attentato dinamitardo.

Malgrado questi segnali è molto probabile che Lula possa assumere senza problemi la presidenza, accompagnato a Brasilia dalla folla dei suoi sostenitori e ciò per una serie di ragioni.

Innanzitutto la stragrande maggioranza del Brasiliani, anche fra quelli che hanno votato Bolsonaro, non ritengono che l’instaurazione di un regime sia il male minore. La parte più radicale dei sostenitori del presidente uscente non pare in grado, da sola, di organizzare un golpe e spererebbe in una azione dell’esercito. Ma dai militari, pur non mancando malumori sulle posizioni di Lula, non sono arrivati in questi due mesi segnali tali da far temere un loro intervento.

A ciò si aggiunga il prestigio internazionale riconosciuto a Lula e la diffusa disistima verso Bolsonaro. Non a caso in questi due mesi il presidente neoeletto ha cercato di rafforzare la sua immagine internazionale sperando di utilizzarla anche in chiave interna, sentendo od incontrando molti leader mondiali e ricevendo comunque attestati di stima e disponibilità di collaborazione un po’ da tutti, dalla Russia agli Stati Uniti.

Ultimo elemento che gioca per un tranquillo insediamento è il fatto che probabilmente la presidenza Lula sarà limitata ad un solo mandato. Nel 2027, infatti, Lula avrà 82 anni è ciò rende incerta una sua ricandidatura. Ciò consentirebbe anche alla destra, in parte insofferente nei confronti di Bolsonaro, di tornare ad essere competitiva per le prossime elezioni dove anche la sinistra dovrà guardare ad una nuova fase storica e politica ed al superamento di una leadership che ormai da 25 anni è protagonista del Paese.

«TUTTO APPARTIENE ALL’AMORE»: L’EREDITÀ DI SAN FRANCESCO DI SALES NELLA LETTERA APOSTOLICA DI PAPA BERGOGLIO.

«Tutto appartiene all’amore». [1] In queste sue parole possiamo raccogliere l’eredità spirituale lasciata da San Francesco di Sales, che morì quattro secoli fa, il 28 dicembre 1622, a Lione. Aveva poco più di cinquant’anni ed era vescovo e principe “esule” di Ginevra da un ventennio. A Lione era giunto in seguito alla sua ultima incombenza diplomatica. Il duca di Savoia gli aveva chiesto di accompagnare ad Avignone il Cardinale Maurizio di Savoia. Insieme avrebbero reso omaggio al giovane re Luigi XIII, di ritorno verso Parigi, risalendo la valle del Rodano, a seguito di una vittoriosa campagna militare nel sud della Francia. Stanco e malandato di salute, Francesco si era messo in viaggio per puro spirito di servizio. «Se non fosse grandemente utile al loro servizio che io faccia questo viaggio, avrei certamente molte buone e solide ragioni per esimermene; però, se si tratta del loro servizio, vivo o morto, non mi tirerò indietro, ma andrò o mi farò trascinare». [2] Era questo il suo temperamento. Giunto, infine, a Lione, prese alloggio presso il monastero delle Visitandine, nella casa del giardiniere, per non recare troppo disturbo e insieme essere più libero di incontrare chiunque lo desiderasse.
Ormai da tempo assai poco impressionato dalle «instabili grandezze della corte», [3] aveva consumato anche i suoi ultimi giorni svolgendo il ministero di pastore in un susseguirsi di appuntamenti: confessioni, conversazioni, conferenze, prediche, e le ultime, immancabili lettere di amicizia spirituale. La ragione profonda di questo stile di vita pieno di Dio gli si era fatta sempre più chiara nel tempo, ed egli l’aveva formulata con semplicità ed esattezza nel suo celebre Trattato dell’amore di Dio: «Se l’uomo pensa con un po’ di attenzione alla divinità, immediatamente sente una qual dolce emozione al cuore, il che prova che Dio è il Dio del cuore umano». [4] È la sintesi del suo pensiero. L’esperienza di Dio è un’evidenza del cuore umano. Essa non è una costruzione mentale, piuttosto è un riconoscimento pieno di stupore e di gratitudine, conseguente alla manifestazione di Dio. È nel cuore e attraverso il cuore che si compie quel sottile e intenso processo unitario in virtù del quale l’uomo riconosce Dio e, insieme, sé stesso, la propria origine e profondità, il proprio compimento, nella chiamata all’amore. Egli scopre che la fede non è un moto cieco, ma anzitutto un atteggiamento del cuore. Tramite essa l’uomo si affida a una verità che appare alla coscienza come una “dolce emozione”, capace di suscitare un corrispondente e irrinunciabile ben-volere per ogni realtà creata, come lui amava dire.
In questa luce si comprende come per San Francesco di Sales non ci fosse posto migliore per trovare Dio e aiutare a cercarlo che nel cuore di ogni donna e uomo del suo tempo. Lo aveva imparato osservando con fine attenzione sé stesso, fin nella sua prima giovinezza, e scrutando il cuore umano.
Col senso intimo di una quotidianità abitata da Dio, aveva lasciato nell’ultimo incontro di quei giorni di Lione, alle sue Visitandine, l’espressione con la quale in seguito avrebbe voluto fosse sigillata in loro la sua memoria: «Ho riassunto tutto in queste due parole quando vi ho detto di non rifiutare nulla, né desiderare nulla; non ho altro da dirvi». [5] Non era, tuttavia, un esercizio di puro volontarismo, «una volontà senza umiltà», [6] quella sottile tentazione del cammino verso la santità che la confonde con la giustificazione mediante le proprie forze, con l’adorazione della volontà umana e della propria capacità, «che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore». [7] Tanto meno si trattava di un puro quietismo, un abbandono passivo senza affetti a una dottrina senza carne e senza storia. [8] Piuttosto, nasceva dalla contemplazione della vita stessa del Figlio incarnato. Era il 26 dicembre, e il Santo parlava alle Suore nel vivo del mistero del Natale: «Vedete Gesù Bambino nella greppia? Riceve tutte le ingiurie del tempo, il freddo e tutto quello che il Padre permette che gli accada. Non rifiuta le piccole consolazioni che sua madre gli dà, e non è scritto che tenda mai le sue mani per avere il seno di sua Madre, ma lasciò tutto alla cura e alla preveggenza di lei; così non dobbiamo desiderare nulla né rifiutare nulla, sopportando tutto ciò che Dio ci invierà, il freddo e le ingiurie del tempo». [9] Commuove la sua attenzione nel riconoscere come indispensabile la cura di ciò che è umano. Alla scuola dell’incarnazione aveva, dunque, imparato a leggere la storia e ad abitarla con fiducia.

Per leggere il testo completo
https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/20221228-totum-amoris-est.html

NICOLA SIGNORELLO, EX SINDACO DI ROMA E PIÙ VOLTE MINISTRO, HA ONORATO LA DEMOCRAZIA CRISTIANA.

Così proprio nel bel mezzo delle feste del Santo Natale ci ha lasciato il nostro Nicola Signorello. E con lui se ne va anche un pezzo della bellissima storia della Democrazia cristiana romana, che ci ha visto giovani ma precocemente maturi, convinti protagonisti di tante battaglie politiche alimentate da grandi ideali e profondi convincimenti. Ed è in fondo questa la vera eredità che ci lascia Nicola: una profonda coerenza a un ideale politico vissuto con passione e lealtà sin dall’esordio come giovanissimo Consigliere provinciale a Palazzo Valentini, di cui si ha traccia nel bel libro di memorie – A piccoli passi. Storie di un militante dal 1943 al 1988, Newton Compton editore – certamente specchio di sé e insieme testimonianza viva per le generazioni future di una vita spesa interamente e generosamente al servizio della comunità.

È questo ciò che conta nella vita di un uomo politico: il ricordo non di ciò che hai fatto, che alla fine svanisce, ma di ciò che sei stato. Conta, insomma, il ricordo che lasci di te. Allora, nel giorno dell’ultimo incontro con i suoi amici e i suoi cari, non va dimenticato il suo profondo senso religioso caratterizzante, in modo discreto, i lunghi anni di militanza politica. È evidente, poi, che spicca nella memoria il curriculum politico di Nicola, davvero ricco e snodatosi in molteplici e delicati incarichi tutti assolti con grande passione e con grande senso di responsabilità. Mi piace ricordarne i tre davvero significativi: Segretario di partito a più riprese, di Sindaco di Roma e Ministro in due diversi governi. Incarichi svolti brillantemente nella continuità di una esperienza politica e anche amministrativa, multiforme e ricchissima, quale fu appunto quella della Democrazia cristiana romana. Non posso non ricordare che dopo nove anni di guida capitolina della sinistra, riconquistato alla fine il Campidoglio nel 1983, Nicola Signorello riorientò le forze e tutte le energie culturali e politiche di Roma, e non solo, nella direzione di una progettualità urbanistica complessiva, accantonata perché non compresa nella sua sostanza dalle giunte di sinistra di allora (e oggi, nondimeno, vale la stessa trascuratezza).

Un’attenzione particolare allo sviluppo urbanistico della città che fu il tratto qualificante e proprio di quella classe dirigente democristiana che era giunta alla guida del partito alla fine degli anni cinquanta provenendo dalle sezioni e perciò da un lungo confronto con i bisogni del territorio e delle periferie cresciute troppo in fretta. Fu proprio quella classe dirigente popolare e sinceramente democratica a mettere in pista, dopo l’esaltante esperienza delle Olimpiadi del 1960, l’idea di un Nuovo Piano Regolatore centrato sul famoso “Asse Attrezzato” (poi SDO) nella parte orientale della città. E fu merito di Nicola, in quella breve stagione da Sindaco, l’aver tentato il rilancio della più organica e strategica operazione urbanistica che mai la città abbia conosciuto.

Più complessa ed articolata la sua esperienza di Ministro negli anni che la storia sicuramente rivaluterà, durante i quali il centro sinistra contribuì, e non poco, a strutturare una parte della Italia di oggi nella continuità con il centrismo degasperiano, ma anche nella discontinuità imposta dall’ingresso del partito socialista nell’area di governo. La riflessione storica ancora non è giunta a maturazione su quella stagione eccezionale e dunque rimane fatalmente in ombra l’intenso lavoro svolto da Nicola. Né potrebbe essere diversamente. Il giudizio storico non può appartenere alla generazione che è stata protagonista degli avvenimenti presi in esame, la quale invece ha il compito di dare fedele testimonianza dei fatti avvenuti lasciando alle generazioni future la valutazione più serena e distaccata. E chi è stato appunto testimone sa che Andreotti, sempre attento alle vicende della città, affidava volentieri alla paziente e riservata iniziativa di Nicola l’onere di sbrogliare, come si suol dire, qualche matassa particolarmente ingarbugliata.

Nel giorno dell’ultimo addio voglio però portare la mia piccola testimonianza su quello che invece è stato un fatto storico importante, e perciò da riscoprire e ben studiare: la Dc di Roma. Non parlerò, ancora per riguardo a Nicola, delle sue ben note doti di organizzatore e animatore di innumerevoli gruppi, né della sua capacità di comunicatore, dono innato e messo fedelmente al servizio del partito e degli ideali che lo animavano. Non a caso gli fu affidata la responsabilità della Spes, l’ufficio Studi e Propaganda – così Dossetti aveva voluto che si chiamasse – di Piazza del Gesù. Voglio invece ricordare Nicola così come l’ho conosciuto e visto da vicino la prima volta, lui neo eletto segretario del Comitato romano ed io giovanissimo dirigente del Movimento giovanile.

C’è fermento e un via vai frenetico quel lunedì sera, lì nella grande e spaziosa stanza del Segretario al secondo piano di piazza Nicosia. I seggi elettorali si sono chiusi come sempre alle due e finalmente cominciano ad arrivare i segretari sezionali e le staffette che portano i risultati elettorali quartiere a quartiere, sezione elettorale a sezione elettorale. Internet non esiste e la comunicazione istantanea neanche concepibile. Occorrerà aspettare molte ore per avere dati certi dal Ministero dell’Interno e dal seggio Centrale di via dei Cerchi dove pure ci sono i “nostri”. Ed invece noi abbiamo fretta. Dobbiamo arrivare per primi. Come sempre siamo riusciti a trovare un rappresentante di seggio per ogni sezione elettorale e dunque, per fortuna, ora siamo in grado di avere i dati per ogni sezione sin da quando il seggio ha terminato lo scrutinio.

Occorre prendere una decisione difficile: esporre la bandiera della Dc al balcone che dà sul lungotevere in segno di vittoria o no. È una decisone importante perché se sbagliassimo inevitabilmente ed implacabilmente verremmo svillaneggiati il giorno dopo dall’Unità: si dichiarano vincitori ed invece non lo sono. Attorno al grande tavolo alcuni stanno seduti a corona di fronte al segretario e altri stanno in piedi. La discussione è accesa. Cominciamo ad elaborare proiezioni, a fare i conti, a vedere i rapporti con i risultati delle elezioni precedenti. Fumo, battutacce per i segretari dove la Dc è in calo e lodi per quelli dove siamo cresciuti: il clima è febbrile e la tensione si taglia a fette. Alla fine sarà lui, il nostro Nicola, a tirare le righe ed ad assumere la decisione: sì la bandiera si espone, la vittoria è nostra. Sospiro di sollievo, volti sorridenti e allegria nei cuori.

Ecco, in un giorno di dolore, mentre il sacerdote impartisce la benedizione e chiama gli Angeli e i Santi ad accompagnare in cielo quell’anima, a me piace ricordare Nicola così come mi apparve fin dal primo momento: sorridente, gioviale, espansivo ed allegro, nonostante la ben nota riservatezza e la contenuta discrezione. E lo ricordo volentieri così ricordando anche quella che fu la Dc romana, non perché sia un barboso “laudator temporis acti”, ma perché quel modello di partito va oggi ripreso ristudiato e riproposto. Per difendere le libertà civili e la stessa democrazia, è essenziale tornare infatti al modello di partito popolare e saldamente ancorato al territorio dopo che la disintermediazione digitale imposta da movimenti come i ‘5 Stelle’ ha reso i partiti liquidi, devitalizzati e legati al carro del capo con più ‘like’ e con meno idee.

I funerali di Nicola Signorello si svolgeranno questa mattina a Roma, alle ore 10.00, presso la parrocchia di Nostra Signora de La Salette (Via Fabiola 10 / Piazza Madonna de La Salette 1).

IL SIMPATICO FASSINO E LA “CORRENTE DEMOCRISTIANA”. COSA SUCCEDE NEL PARTITO DEMOCRATICO?

Ci mancava solo più questa. Quel simpaticone di Piero Fassino, ex turbo renziano e storico sponsor del segretario che di volta in volta vince – a dir la verità uno stile che accomuna quasi tutti nel Pd – adesso in nome e per conto del rinnovamento del partito, del superamento delle correnti e della necessità di favorire un sacrosanto ricambio generazionale, ha fondato un’altra corrente. No, pare non sia una bufala o una fake news. Si tratta proprio di una notizia vera. Anche se non sappiamo più quante siano. Ne abbiamo ormai perso il conto. Certo, una corrente fondata da Fassino in nome del “cambiamento” fa indubbiamente notizia. Questo è indubbio.

Innanzitutto per come si chiama, “Iniziativa democratica”. Come la storica corrente di Amintore Fanfani e Aldo Moro negli anni ‘50 che ebbero lo straordinario merito di inaugurare la prima grande stagione politica di centro sinistra nel nostro paese. Certo, parliamo di due grandi statisti. Tuttavia, credo che il solo nome di questa nuova ed ennesima corrente Fassiniana non meriti ulteriori commenti…

In secondo luogo, un’altra corrente – ancora! – per combattere il male atavico del correntismo organizzato. Certo, è decisamente positivo e da non sottovalutare che un ex o post comunista – ma sempre comunista resta – riscopra finalmente, e sempre di più, il valore e la valenza delle correnti o delle varie sensibilità culturali che siano. Una prassi, come noto, che ha caratterizzato la storica e gloriosa esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana. Ma c’è un elemento da non trascurare. Nel caso della Dc si trattava di “correnti di pensiero” e, soprattutto, di componenti che rappresentavano pezzi di società, culture politiche, interessi sociali, mondi vitali e rappresentanze categoriali e professionali. Nel caso del simpatico Fassino, – da buon comunista – si tratta semplicemente di fatti personali che attengono all’interesse contingente della “ditta”. Non a caso, la corrente del Nostro è spuntata come un fungo dall’oggi al domani ed è legata, come tutti sanno, alla potenziale vittoria dell’ennesimo segretario da appoggiare per poi ottenere candidature, presenze negli organigrammi di partito e, mai demordere, anche a possibili e futuri ruoli istituzionali.

E poi c’è il terzo aspetto. Il più gustoso e il più divertente. Una nuova corrente – pardon, un luogo di riflessione e di approfondimento politico e culturale – per rafforzare il rinnovamento della politica, favorire il suo cambiamento e, soprattutto, coltivare l’indispensabile e necessario ricambio della classe dirigente. Ora, detto fra di noi, abbiamo perso per strada quanti sono i mandati del Nostro in Parlamento. E, soprattutto quanti saranno ancora… e noi, sia ben chiaro, siamo felicissimi di tutto ciò. Ma quel che colpisce di più è il pulpito da cui arriva quella simpatica predica, ovviamente laica, per la sua nota coerenza e lungimiranza.

Ecco, bastano tre semplici osservazioni non per farci una risata sulla ennesima piroetta del simpatico Fassino ma, soprattutto, per evidenziare un aspetto. Questo sì indiscutibile ed oggettivo. Ovvero, c’è ormai una dissociazione radicale e quasi scientifica nel Pd tra ciò che si dice e ciò che si fa. O meglio, tra ciò che si promette solennemente e ciò che si pratica concretamente. E, alla luce di questa banale e quasi elementare considerazione, quel partito ha però un problema. E cioè, purtroppo per loro, adesso se ne sono accorti anche gli elettori. Purtroppo anche quelli più incalliti. E la recente ed ultima performance del simpatico Fassino non fa che confermare tutto ciò.