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Che dire? Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune. Ora dobbiamo dire grazie a Mattarella.

Più che opportuna la citazione del Manzoni. Prevale il buon senso, quindi, la continuità non è più il male assoluto della politica, ma stavolta la sua salvezza. Peccato che questo atteso buon senso prevalga solo dopo che i luoghi comuni, gli slogan, le promesse e i veti incrociati abbiano tentato ancora una volta di sbarrargli il passo.

Dopo inutili e confusi tentativi di creare candidature surrettizie da portare in emiciclo, ma durate poi lo spazio di una votazione, il Parlamento ha compiuto un gesto di resipiscenza e una presa d’atto della realtà. Nomi autorevoli ne sono circolati più nei corridoi, dietro le quinte e nei conciliaboli malcelati che nelle proposte da sottoporre ai grandi elettori.

Alcuni partiti non hanno proferito parola e si sono trincerati dietro un inspiegabile riserbo, altri hanno scelto la via dell’iniziativa ma finendo per bruciare – come è per i più incauti neofiti della politica – i nomi proposti. La destra ha fallito l’abbordaggio, ma la sinistra non ha titolo per cantare vittoria: acefala e muta. Tanti personaggi in cerca d’autore, imprigionati a Montecitorio come i protagonisti di un film di Bunuel.

Evidentemente qualche domanda più di uno dovrà porsela: la politica vince virando in extremis per la scelta migliore e di maggior garanzia per tutti: il settennato di Mattarella si è infatti realizzato all’insegna del senso di responsabilità più avvertito, il ruolo istituzionale è stato avvalorato dalle doti personali dell’uomo, dalla percezione netta e mai venuta meno di privilegiare gli interessi della comunità e di perseguire il bene comune. Pacatezza, lungimiranza, avvertito senso della misura, mai fuori dalle righe: il Presidente uscente ha dimostrato di possedere le doti e il talento del capo di Stato e del più alto rappresentante delle istituzioni e della società, di cui ha saputo intercettare umori, desideri, timori e speranze.

La scelta del Parlamento ha le sembianze di una resa ragionevole e accorta di fronte all’evidenza della realtà, ma è anche una sconfitta della politica, incapace di gestire una partita così alta, in un momento così critico per il Paese. Una caduta verticale in fatto di autorevolezza dei singoli e dell’organo legislativo. La linea della continuità non aveva allo stato pratico valide alternative e i partiti hanno temuto di portare Draghi al Quirinale scegliendo di fatto la soluzione del doppio arbitro: uno resta a Palazzo Chigi perché anch’egli non ha supplenti in grado di prenderne il posto, l’altro continua ad essere garanzia per tutti dal Colle più alto.

Qualche riflessione sulle condizioni miserevoli della politica nel suo complesso sarebbe tuttavia opportuna e necessaria: il quadro parlamentare ha evidenziato tutta la sua pochezza: non un modello di società, non un disegno di governabilità stabile, nessun programma denso per contenuti ed obiettivi, qualche vagito sul PNRR, vistose dimenticanze, carenza di temi nobili, qualche minutaglia sparpagliata nel Decreto milleproroghe. I problemi di selezione e la necessità di ricambio radicale della classe dirigente del Paese restano in tutta la loro macroscopica evidenza. Preparandosi alle elezioni del 2023 i partiti dovranno affinare strategie politiche innanzitutto basate su un saldo fondamento culturale: ciò che attualmente non è e non sarà certo destinato a migliorare con la semplice riduzione del numero dei parlamentari.

Tirano il fiato coloro che in caso di elezioni anticipate sarebbero stati destinati ad una frettolosa e anonima uscita di scena, senza possibilità di rientro. Però non è questione quantitativa ma qualitativa: evidentemente il popolo non è adeguatamente rappresentato, in Parlamento – luogo di elaborazione legislativa e quindi attore di potenziali strategie da perseguire – non vanno i migliori ma i prescelti. Questo è un nodo gordiano che va risolto e qualche aspirante leader dovrebbe essere indotto a più di una doverosa meditazione.“Tutto è bene quel che finisce bene”, ha commentato Casini anche se il ritorno di Mattarella tronca sul nascere la sua candidatura. Ma c’è da credergli, in fondo è uomo politico esperto e sagace.

Prevale il buon senso, quindi, la continuità non è più il male assoluto della politica, ma stavolta la sua salvezza. Peccato che questo atteso buon senso prevalga solo dopo che i luoghi comuni, gli slogan, le promesse e i veti incrociati abbiano tentato ancora una volta di sbarrargli il passo. Grazie di cuore, caro Presidente Mattarella, sappiamo bene che è più un sacrificio che una salutare passeggiata: per questo Le siamo doppiamente grati per aver scelto per il bene del nostro Paese.

 

L’Associazione nazionale dei democratici cristiani (ANDC) e la rielezione del presidente Mattarella: evitato il “fascistibile”!

Archiviata la cosiddetta “Prima repubblica”, si è entrati in un periodo di allegria politica teso a superare le radici della presenza democratica dell’Italia nel continente europeo, riprendendo e rivitalizzando un “ideologia della dominanza” che ha contribuito a rinverdire il “fascistibile”, qualcosa di sopito, ma pericolosamente latente nel corpo sociale italiano.

Alcune settimane fa come Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) ci pemettemmo di rivolgere un appello al Presidente Mattarella affinchè prendesse in considerazione la possibilità di accettare un secondo mandato presidenziale: la cronaca di questi giorni e direi di queste ore ci ha dato ragione!

La delicatezza del momento politico, l’emergenza della situazione sociale e, non disgiunto da ciò, il prestigio e l’imparzialità del Presidente, ovunque apprezzata e stimata, ci ha dato uno scenario che fino a qualche giorno fa sembrava impossibile. Nel contempo ci consente alcune riflessioni spontanee ma, credo, non peregrine. Il mondo politico italiano patisce da quasi trent’anni l’assenza di partiti politici e con essa l’assenza di una politica con un progetto basato sull’espressione di un vero pensiero politico. Lo scenario di formazioni che in questi tre decenni si sono trasformate o mimetizzate per nascondere la miseria ingannevole e populista degli slogan da esse propinati, ha condotto all’erosione di una ben che minima parvenza di costrutto democratico, con la conseguenza di scene degne del peggiore – non migliore – avanspettacolo di provincia.

Aver affidato a personaggi privi di cultura civica il destino dell’Italia, aver seguito i loro propinamenti demagogici e averli, cosa grave, pure votati nelle diverse elezioni, ha prodotto l’eclisse della politica e la crisi della democrazia. L’appiattimento sulla figura del leader di un partito o di un movimento, a volte capaci solo di poter guidare l’assalto ai forni o la caccia all’untore di manzoniana memoria, ha ridotto il nostro paese alla derisione del mondo democratico per non saper esprimere non tanto una figura politica in grado di rappresentare la più alta magistratura dello Stato, quanto piuttosto la “verità” che la democrazia – non una dottrina politica ma un ideale politico – necessita di un “metodo”, di un confronto tra le posizioni, le aspirazioni, le esigenze, con un piccolo prerequisito non da poco: mostrare, tutti, di avere un pensiero da esprimere! 

Quando si è archiviata la cosiddetta “Prima repubblica”, si è entrati in un periodo di allegria politica teso a superare quelle che sono state le radici della presenza democratica dell’Italia nel continente europeo, riprendendo e rivitalizzando un “ideologia della dominanza” che ha contribuito a rinverdire qualcosa di sopito, ma pericolosamente latente nel corpo sociale italiano: qualcosa che definire “fascistibile”. Voglio riferirirmi all’aver identificato la presenza del leader politico come il protagonista incontrastato dell’azione politica, mentre sono i partiti il vero nucleo di una sana democrazia parlamentare, come sancisce la nostra costituzione, per passare da cittadino-Stato a cittadino-persona. Le condizioni di un partito che sia veramente espressione di una cultura democratica devono legarsi all’espressione di organi interni rappresentativi e distinti, cosi come era nella Prima repubblica, non solo la voce del leader o, peggio, il comando del capopopolo del movimento di turno. 

Voglio ricordare che l’Italia, uscita con le ossa rotte dalla seconda guerra mondiale, con una dinastia fuggiasca e fellona che l’aveva portata in conflitto con il mondo intero, ebbe la forza di dimostrare la propria vitalità e il proprio vigore di giovane democrazia scegliendo, appunto, il “metodo” democratico e indicando essa stessa la strada per superare ogni aporia internazionale. Ciò avvenne il 20 novembre 1948, all’indomani di una competizione difficile che il nostro paese aveva affrontato e che pure spinse Alcide De Gasperi, primo fra tutti i leader europei a scegliere la strada di una futura unità europea, svolgendo a Bruxelles una lectio magistralis su “Le basi morali della democrazia”. In questa lezione lo statista dimostrò come la democrazia debba sempre dotarsi di un metodo fondato non solo sul riconoscimento dei principi nati dalla rivoluzione francese, uniti ai diritti della coscienza di ogni persona, ma che essa può vivere solo nel confronto tra posizioni differenti, capaci di arricchire il dibattito e creare quell’”uomo democratico” che i leader di questa ormai morente Seconda repubblica ignorano, pensando sempre a ipotetici balconi o virtuali allocuzioni. 

Il paese esige una classe dirigente decente, non un “fascistibile” riverniciato di chi cerca solo il potere, espressione non di dominio bensì manifestazione di  prestigio. E in questi giorni mi è parso assente in tutti gli schieramenti del Parlamento italiano!

 

Prof. Giulio AlfanoPresidente dell’Istituto Emmanuel Mounier-Italia e Presidente emerito dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

 

Per leggere o rileggere l’ordine del giorno dell’ANDC

 

Evviva! L’acclamazione degli antichi romani, “Io triumphe”, vale oggi per Mattarella. Poi investiamo sul cambiamento.

Il centro destra esce distrutto da questa vicenda, con la Meloni che si riconferma nel suo ruolo di unica opposizione parlamentare, mentre si sta costruendo una proposta di nuovo centro politico. Un centro democratico popolare, liberale e riformista, ampio e plurale, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della sua identità.

Io triumphe, così si acclamava a Roma l’elezione dell’imperatore e così scriveva Gianni Brera nel 1982, dopo la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio. Uso anch’io quest’acclamazione con la riconferma del duo Mattarella-Draghi, innanzi tutto perché comporta garanzia di stabilità politica e istituzionale, di cui il Paese ha bisogno, e anche perché, modestamente, era ciò che avevo indicato il 18 gennaio scorso con la mia nota: prevalga il buon senso.

Il buon senso ha prevalso e pure c’è stato l’appello al Presidente Mattarella di Mario Draghi a nome della maggioranza di governo; appello confermato dalla visita processionale dei gruppi parlamentari al Quirinale nel primo pomeriggio di ieri. I tentativi di Salvini di imporre un presidente di centro destra sono falliti, così come quelli operati sino all’ultimo dalla Meloni di rompere l’unità della maggioranza di governo. Il centro destra ha vissuto la difficoltà del gruppo di Forza Italia, privata della presenza del suo leader, insieme alla serie di errori tattici di Salvini, stretto nella morsa tra restare dentro la maggioranza di governo e conservare l’unità del centro destra, sempre più egemonizzato dalla Meloni e Fratelli d’Italia.

Il centro destra esce distrutto da questa vicenda, con la Meloni che si riconferma nel suo ruolo di unica opposizione parlamentare, mentre si sta costruendo una proposta di nuovo centro politico (Toti, Calenda, Renzi, Brugnaro) facilitato dalla saggia decisione di Pierferdinando Casini di ritirare la sua candidatura, nel momento in cui la maggioranza di governo, comprensiva del suo partito, il Pd, ha deciso di fare appello alla disponibilità di Mattarella per il reincarico. Una prospettiva alla quale anche noi DC e Popolari dovremo guardare con interesse, dato che serve concorrere alla costruzione di un centro democratico popolare, liberale e riformista, ampio e plurale, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della sua identità.

Forti tensioni anche nel M5S dove Conte dovrà tenere presenti le dissonanze del giovane rampante Di Maio che, in una fase delicata come quella di ieri, all’annuncio di una possibile candidatura della Belloni, con un comunicato improvvido è riuscito a smarcarsi insieme da Conte e dallo stesso capo spirituale Beppe Grillo. Insomma un’elezione che rappresenta un momento di svolta rilevante della politica italiana per la quale non si può applicare la formula gattopardesca del: cambiare tutto perché tutto resti come prima, dato che nelle prossime settimane assisteremo a processi seri e, in taluni casi dolorosi, di scomposizione e ricomposizione nelle e tra le forze politiche.

Resta confermata la maggioranza di governo che potrà/dovrà impegnarsi a risolvere le grandi questioni aperte: pandemia, energia, inflazione, disoccupazione, debito pubblico con tutti gli adempimenti connessi al PNRR, sino alla scadenza naturale della Legislatura. Ancora una volta, alla fine, nonostante lo spettacolo di questa settimana, amplificato da una copertura mediatica (radio,TV e social media) senza precedenti, il buon senso è riuscito a prevalere, anche se sarà molto difficile restare fedeli al mandato costituzionale dell’elezione indiretta del presidente della Repubblica. Anche a chi come molti di noi sono fedeli, senza se e senza ma, alla Repubblica parlamentare, un serio approfondimento su questa delicata materia si imporrà. 

Avendo ereditato dai nostri padri “la più bella Costituzione del mondo”, qualora si mettesse mano a uno stravolgimento istituzionale clamoroso come quello del passaggio a una Repubblica di tipo presidenziale, è evidente che l’intero assetto repubblicano andrebbe rivisto. Un cambiamento per il quale solo un’assemblea costituente eletta ad hoc potrebbe por mano. Prima di un tale rivolgimento, però, serviranno ben altri partiti da organizzarsi e consolidarsi su basi autenticamente democratiche secondo i dettami dell’art. 49 della Costituzione.

Torna la questione del proporzionale. Dopo la conferma di Mattarella occorre dare all’Italia un rinnovato sistema politico.

Emerge in modo chiaro e netto che il ritorno di un sano e legittimo sistema elettorale proporzionale è oggi l’unica condizione per ridare credibilità alla politica, trasparenza degli atteggiamenti politici e un minimo di coerenza di ciò che predicano e di ciò che poi praticano i singoli partiti.

Non tutto vien per nuocere. È un vecchio proverbio ma è sempre attuale e convincente. L’incredibile e paradossale scenario a cui abbiamo assistito in questi giorni per l’elezione del Presidente della Repubblica ci ha portato ad alcune conclusioni che sono sotto gli occhi di tutti. Osservatori, esperti del settore e cittadini comuni. Uno su tutti, e credo il più importante. Ovvero, la fine irreversibile e senza ulteriori ipocrisie degli schieramenti politici che abbiamo conosciuto sino ad oggi. E con il tramonto degli schieramenti, la fine del sistema elettorale che li ha giustificati, cioè il sistema maggioritario.

Ecco perchè, d’ora in poi – e cioè dopo questa inguardabile e quasi incommentabile sceneggiata – il sistema proporzionale si staglia all’orizzonte. Partiamo dal centro destra. Ci sono tre partiti che, ormai, hanno tre strategie politiche diverse. Chi ha una maggior attitudine alla cultura di governo, cioè Forza Italia; chi coltiva con maggior interesse di stare all’opposizione perchè hanno una storica cultura di opposizione, cioè i Fratelli d’Italia; e c’è chi sta in mezzo a due fuochi perchè non rinuncia nè al governo e nè all’opposizione, cioè la Lega di Salvini. Come faccia questa coalizione a puntare sul maggioritario resta, francamente, un mistero della fede.

Nel campo della sinistra resta il massimalismo della sinistra con l’alleanza con un partito, i populisti dei 5 stelle, che non si sa più quante strategie hanno al loro interno. Ovvero, ognuno corre per sè e non si sa neanche più chi esercita la leadership in quel partito. Più che un partito è un grande movimento diviso in fazioni, bande e pseudo capi che coltivano strategie diverse e opposte fra di loro. Anche su questo versante, conservare il maggioritario più che una strategia a lungo termine è una bestemmia politica.

E poi c’è la galassia centrista che finalmente si riorganizza e si ricompatta attorno ad un disegno politico che proprio dopo questo fallimento della politica nel suo complesso riemerge in tutta la sua corposità. Ovvero, il decollo di un partito di centro che sappia declinare concretamente ed autenticamente una “politica di centro”. Elementi che sino ad oggi sono clamorosamente scomparsi dall’orizzonte politico perchè sacrificati sull’altare del dio maggioritario da un lato e di un finto bipolarismo dall’altro. Un bipolarismo più orientato all’annientamento del nemico che alla satireggiai del confronto e del dialogo. Una sorta di logica degli “opposti estremismi” poco compatibile con una normale e fisiologica democrazia dell’alternanza. E anche su questo versante il sistema maggioritario non può che essere un ostacolo da liquidare al più presto.

Ma, al di là di questi giudizi politici che non sono opinioni ma una semplice fotografia – peraltro oggettiva e quindi poco discutibile – emerge in modo chiaro e netto che il ritorno di un sano e legittimo sistema elettorale proporzionale è oggi l’unica condizione per ridare credibilità alla politica, trasparenza degli atteggiamenti politici e un minimo di coerenza di ciò che predicano e di ciò che poi praticano i singoli partiti. Un sistema proporzionale che adesso, semplicemente, si impone. Per il bene della democrazia, per la credibilità del sistema politico e anche per la salute e una ritrovata identità politica e culturale dei singoli partiti presenti sullo scenario politico nazionale.

 

Il Pd frena Salvini, anche grazie a Berlusconi. Bisogna recuperare l’unità della maggioranza e bloccare le derive sfasciste.

L’augurio a questo punto è che si eviti in extremis di esporre la Belloni al voto, essendo più che probabile la bocciatura da parte dei Grandi elettori.

Lo sforzo del Pd va nella direzione giusta. Non è una scelta apprezzabile l’ultima “invenzione” che l’attivismo di Salvini ha messo in campo lanciando, insieme al mutevole Conte, la candidatura di Elisabetta Belloni (dopo aver bruciato la Casellati, Presidente del Senato). La veemente reazione di Renzi ha chiarito in un baleno che si tratta di una operazione improvvida, lesiva del decoro della Repubblica. Giusta, allora, la richiesta di Letta per una sollecita ricomposizione della maggioranza, altrimenti il nodo del Quirinale si aggroviglia sempre più e strozza quella creatura, strana ma indispensabile, rappresentata dal governo Draghi. Al Nazareno giova per altro l’uscita di Berlusconi, a notte fonda, che certifica la disunione del centrodestra: Forza Italia si dispone a trattare in proprio, senza più deleghe formali o informali.

L’augurio a questo punto è che si eviti in extremis di esporre la Belloni al voto, essendo più che probabile la bocciatura da parte dei Grandi elettori; e che, in alternativa, si prenda a ragionare seriamente tra le forze della maggioranza sulla soluzione più adeguata. È necessario prendere atto che la stabilità del governo ha subito duri colpi nel corso di queste giornate tumultuose: perciò qualsiasi tentativo di forzatura, anche se brillante in apparenza, produce fatalmente uno scossone ai danni dell’esecutivo. Siamo a un passo da una crisi che reca in sé, dopo una gestione irrazionale della vicenda quirinalizia, un’unica prospettiva certa: quella delle elezioni anticipate.

Solo la conferma di Sergio Mattarella può garantire la rilegittimazione della leadership di Draghi e quindi la tenuta del governo. Sempre il Pd ha voluto ricordare che ieri a Montecitorio si è visto quanto sia diffusa e robusta la stima verso l’attuale Presidente della Repubblica. Non sono pochi i 336 voti ottenuti al di fuori di una precisa indicazione di partito. Di questo bisogna pure tener conto, se non si vuole restare prigionieri del funambolismo di Salvini e di chi, come la Meloni, gioca allo sfascio del quadro politico, per andare subito alle elezioni. 

Il Paese non è distratto, segue anzi con crescente apprensione lo sviluppo delle trattative per il Colle, finora inficiate dal mix di spregiudicatezza e disinvoltura di qualche presunto regista. In genere – come si dice – chi rompe paga, ovvero subisce la sanzione degli elettori. Non compiere un atto di responsabilità, in un momento delicato del Paese, mette a rischio la credibilità delle singole forze politiche inadempienti.

Mattarella, un argine al populismo. Un politico di qualità e di severa competenza istituzionale. L’opinione di Farinone.

Una cultura democratica ancorata alla Costituzione ha consentito al Presidente di affrontare con la determinazione indispensabile il fenomeno populista, che proprio negli anni del suo mandato ha espresso una forza non indifferente. Mattarella lo ha contrastato con i suoi modi garbati e gentili, con il suo stile anche felpato, ma con la fermezza che il pericolo esigeva.

Sergio Mattarella è stato un grande Presidente della Repubblica. È questo un giudizio che un’ampia maggioranza della popolazione italiana fa suo. Cosa c’è dietro questo consenso tanto vasto, distribuito nelle diverse zone geografiche del Paese e fra differenti ceti sociali?

Vi sono certo, io credo preminenti, valutazioni derivanti dalla percezione per così dire “istintiva” che nel corso di questi sette anni ciascuno di noi cittadini ha avvertito circa le qualità umane della persona: seria, affidabile, posata, tranquilla ma pure ferma e determinata ogni volta che si fosse reso necessario difendere i principi che stanno alla base della Costituzione italiana. Un politico di qualità e di severa competenza istituzionale che al tempo stesso è un cittadino italiano come chiunque altro, privo di quella più o meno velata arroganza che traspare da molte persone esercitanti un qualche potere sulle altre o su alcune altre. Così è apparso alla gente comune perché così egli è. E quando realtà e immagine percepita coincidono, anche oggi nella società spesso falsa dell’apparenza per una qualche ragione nascosta, ma insita nella dimensione umana di ognuno, le persone lo capiscono, lo intuiscono e lo apprezzano.

Ma oltre a questa dimensione umana così ricca di semplicità, c’è molto di più. C’è innanzitutto una cultura politica, quella del cattolicesimo democratico, che molto ha offerto a questo Paese e che il Presidente Mattarella ha rappresentato al meglio nelle sue espressioni ferme in difesa della Costituzione e dei diritti/doveri in essa presenti nonché nella sua attiva azione in favore di un ruolo rilevante dell’Italia nella costruzione, sempre complicata, dell’edificio comunitario europeo.

E c’è altresì la sapienza costituzionale propria non solo del giurista, del professore del diritto intimamente rimasto tale anche se la vita lo ha condotto a divenire un politico; ma anche e, direi, soprattutto del politico innervato di quella cultura, artefice delle migliori e più intense pagine della Carta fondativa della nostra Repubblica.

Questa intensa cultura democratica ancorata alla Costituzione ha consentito al Presidente di affrontare con la determinazione indispensabile il fenomeno populista, che proprio negli anni del suo mandato ha espresso una forza non indifferente. Mattarella lo ha contrastato con i suoi modi garbati e gentili, con il suo stile anche felpato ma con la fermezza che il pericolo esigeva. Ciò egli ha potuto e saputo fare in virtù della saldezza dei suoi principi costituzionali.

Oggi il M5S ha in buona misura cambiato rotta (anche se non è affatto chiaro se i germi della sua originaria rivolta contro il “sistema” siano definitivamente scomparsi oppure no, o se sono tuttora incistati nel suo vecchio elettorato ancorché meno evidenti o finanche evaporati nei suoi rappresentanti istituzionali) ma non è difficile ricordare la loro ridicola richiesta di messa in stato d’accusa proprio del Presidente Mattarella, solo pochi anni fa; né il sostegno portato in Francia ai gilet gialli dall’allora capo politico e ministro della Repubblica Luigi Di Maio: una crisi con Parigi che non deflagrò solo in virtù dell’immediatezza con la quale Mattarella intervenne presso Macron; né numerosi altri episodi, a cominciare dalla esibita irriverenza di Beppe Grillo verso le figure e i luoghi del ”sistema”, che hanno contraddistinto la via italiana al populismo di marca pentastellata. Che ha trovato però nel Quirinale. Un valico insormontabile. E così pure può dirsi per l’altra forma populista di questa epoca, il sovranismo anti-europeista della Destra e soprattutto quello della nuova Lega nazionalista grande vincitrice dalle elezioni del 2019 per il Parlamento di Strasburgo.

Il populismo grillino e il sovranismo salviniano hanno inoltre attivamente operato per stravolgere la storica collocazione internazionale dell’Italia, con le evidenti aperture nei confronti del regime cinese del primo e le roboanti dichiarazioni esternate dalla Piazza Rossa e non solo del secondo. E sull’europeismo e la collocazione atlantica del nostro Paese è stato Mattarella a tenere la barra diritta, attraverso un sapiente e accorto lavoro di tenuta delle relazioni internazionali al massimo livello diplomatico. 

C’è stato, dunque, durante il settennato il più forte tentativo di scardinamento delle nostre istituzioni e del nostro tessuto di alleanze internazionali. Ad esso si è opposto, con pieno successo, proprio il Presidente Mattarella. Qualcuno magari fa finta di non ricordarselo. E allora è bene rammentarlo. Serve da ammonimento per il futuro. Non si sa mai.

Quirinale, adesso ci vuole il king maker, singolare o collettivo poco importa. Il punto di vista di Merlo.

Il cambiamento improvviso delle posizioni – addirittura nell’arco di poche ore cambiano continuamente e repentinamente i vari scenari – confermano che il trasformismo parlamentare e l’opportunismo politico sono ormai diventati gli assi portanti del modo di fare politica nel nostro paese.

Dopo l’inguardabile e quasi incommentabile sceneggiata a cui assistiamo da alcuni giorni, è arrivato il momento per sciogliere definitivamente il nodo Quirinale. Nell’epoca della frammentazione e della crisi della politica, dei partiti liquidi, dell’assenza di una vera e riconoscibile classe dirigente, è persin ovvio che, per la infinita partita del Quirinale, adesso si deve chiudere. Ad oggi, al di là di alcuni capi partito – pochissimi, per la verità – che guardano con maggior propensione al dopodomani e non esauriscono la politica a ciò che capita entro le 24 ore, è indubbio che l’assenza di un regista autorevole e credibile ha pesato sull’autorevolezza dell’intera politica. E l’avvitamento e il conseguente incartamento di questi giorni sulla vicenda Quirinale lo confermano in modo persin plateale.

Ora, il ‘regista’ prescinde dal peso politico ed elettorale del suo partito di appartenenza e anche dal giudizio che i vari osservatori sentenziano sul soggetto in questione. Del resto, la storia lunga e travagliata della elezione dei Presidenti della Repubblica nel nostro paese hanno sempre avuto il timbro di un regista – singolare o collettivo poco importa – e, quindi, di una politica che esiste ancora. Era abbastanza evidente che la crisi profonda e terribile della politica emersa in questi ultimi anni dominati e caratterizzati dal populismo e dall’antipolitica del populismo dei 5 stelle e che ha contagiato, purtroppo, larghi settori della stessa politica italiana, non poteva non produrre questo stallo e lo spettacolo, abbastanza singolare, a cui stiamo assistendo. 

E c’è un ulteriore elemento che contribuisce ad aggravare ulteriormente l’intero scenario politico italiano in questo momento abbastanza drammatico per l’intero paese per le motivazioni note a tutti. E cioè, il cambiamento improvviso delle posizioni – addirittura nell’arco di poche ore cambiano continuamente e repentinamente i vari scenari – confermano che il trasformismo parlamentare e l’opportunismo politico sono ormai diventati gli assi portanti del modo di fare politica nel nostro paese. Che, oltretutto, sono le due derive che hanno costellato i vari passaggi parlamentari in questi ultimi anni, almeno dopo il boom elettorale dei 5 stelle nel marzo del 2018.

Ecco perchè se la politica vuole invertire la rotta è giunto il momento che attorno a questa partita del Quirinale si stagli la figura di un ‘king maker’ che sia in grado di far combaciare i desiderata dei partiti – o almeno la stragrande maggioranza di essi – con l’autorevolezza, la qualità e la terzietà del candidato a Presidente. Una figura che, lo ripeto, al di là del peso elettorale del suo partito e del gradimento tra la pubblica opinione sappia indicare una via d’uscita. Credibile e politicamente percorribile. Perchè senza questa figura politica che sappia sciogliere il nodo della matassa sempre più aggrovigliata che si è creata, si avrà una ricaduta negativa a cascata. Che parte dal Quirinale e che rischia di coinvolgere il governo e l’intero Parlamento. Il tutto, soprattutto, in un contesto politico dove sta per esplodere una “questione sociale” difficilmente rimuovibile e destinata a lasciare i suoi segni nel corpo vivo del paese.

Occorre, cioè, fare in fretta. È fondamentale ed utile per tutti gli italiani. Non solo per la credibilità della politica ma, soprattutto, per l’intero sistema democratico e costituzionale.

In the mood for war. Lo “Speciale Ucraina” dell’ISPI.

Macron sente Putin al telefono e stasera parlerà con il leader ucraino Zelensky. La via d’uscita diplomatica alla crisi ucraina passa per l’Europa?

Paolo Magri

È ancora presto per dirlo, ma l’escalation militare lungo il confine orientale dell’Ucraina potrebbe trovare una soluzione diplomatica anche grazie agli sforzi europei. Dopo giorni febbrili di colloqui e incontri, oggi il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto un colloquio telefonico di circa un’ora con il suo omologo russo Vladimir Putin e stasera – fa sapere in una nota l’Eliseo – parlerà con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Se nulla, al momento, è filtrato sui contenuti dei colloqui, è fuor di dubbio che Macron, presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europa, si sia fatto portavoce di una mediazione – sostenuta anche da Italia e Germania – per cercare di disinnescare la crisi ucraina e le tensioni crescenti tra Mosca e Washington. Quest’ultimo tema sarà sul tavolo anche nell’incontro che il prossimo 7 febbraio il cancelliere tedesco Olaf Scholz avrà con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden a Washington. L’Europa stretta tra due fuochi, insomma, cerca una via d’uscita ad un conflitto che non conviene a nessuno, senza che nessuno ci perda la faccia. Nelle scorse settimane molto si era detto dell’assenza della Ue ai tavoli decisivi per le sorti della sua stessa sicurezza. Se Putin “sa perfettamente come giocare sulle divisioni tra gli europei”, come osserva un editoriale di Le Monde, dargli l’opportunità di farlo non invitando la Ue ai colloqui stavolta non ha giocato in favore di nessuno, nemmeno degli Stati Uniti. “Ma è anche a Washington che i 27 devono mandare un messaggio chiaro, unito e deciso – prosegue il quotidiano francese – Il futuro del continente europeo non può essere negoziato senza la Ue”. 

 

La crisi vista da Kiev

 

Che lo scontro tra Mosca e Washington vada oltre il loro interesse nazionale lo hanno capito anche gli ucraini, che da giorni esortano tutti – americani compresi – ad abbassare i toni, avvertendo esplicitamente e persino in contraddizione con quanto sostenuto dagli alleati che un’invasione di terra da parte dei russi “non è imminente”. Non preoccupatevi, dormite sereni, non c’è bisogno di tenere le valigie pronte sotto il letto”, ha detto il ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov intervenendo al parlamento di Kiev mentre il presidente Zelensky ha addirittura criticato la decisione di alcuni paesi alleati – tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Germania e Canada – di ritirare parte del loro corpo diplomatico come “un’esagerazione che non riflette l’imminenza di un attacco”. Ciononostante, il presidente americano Biden è tornato a ribadire al suo omologo ucraino “la chiara possibilità che la Russia possa invadere l’Ucraina a metà febbraio”Secondo la Cnn, “la frustrazione a Kiev è aumentata man mano che la retorica statunitense contribuiva alla corsa alla svalutazione della moneta nazionale e a indebolire l’economia”, scoraggiando gli investitori e “provocando pericolose brecce di instabilità politica”.

 

Il dilemma di Ankara

 

Anche il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, cerca di ritagliarsi un ruolo di mediatore nella crisi. Putin ha accettato un suo invito ad Ankara e Erdogan ha fatto sapere che vedrà nei prossimi giorni, separatamente, anche Zelensky. “La Russia non sarebbe saggia ad attaccare, e in quel caso la Turchia agirebbe di conseguenza”, ha detto il leader della Turchia, membro Nato e, dopo gli Stati Uniti, secondo esercito dell’Alleanza per numero di uomini. Ankara ha ottimi rapporti con l’Ucraina, ma è anche un cliente dell’industria militare russa e con il Cremlino è presente in alcuni fronti caldi, dalla Siria alla Libia, fino al Nagorno-Karabakh. È difficile pensare che il tentativo conduca davvero a un risultato, ma è un sforzo che Erdogan sa di dover fare: in caso di conflitto, la Turchia sarebbe chiamata in causa e si troverebbe a dover scegliere da che parte stare: “Il sostegno alla Nato nella regione del Mar Nero ha più volte sollevato interrogativi a Mosca sull’impegno di Ankara nei confronti della Convenzione di Montreux del 1936 – spiega il quotidiano Al Monitor – La convenzione regola il traffico marittimo attraverso lo stretto turco del Bosforo e dei Dardanelli e impone rigide limitazioni alle navi militari degli stati non costieri, limitando di fatto l’accesso delle forze navali statunitensi e Nato al Mar Nero”.

 

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Quirinale, Salvini tira dritto. In realtà è vicino al tracollo, vista la difficoltà di raccogliere consensi sulla candidatura della destra.

Il vertice del centrodestra si è concluso a tarda notte con il via libera a una candidatura – spetta a Salvini individuare quale – che dovrebbe significare una precisa volontà di sfondamento tra i Grandi elettori. In realtà i numeri sono sempre gli stessi, e non bastano. A che serve la mossa? Il protagonismo salviniano è giunto a un punto limite, con il pericolo di un tracollo improvviso. A farne le spese è già il governo Draghi.

Stiamo uscendo dal clima un po’ goliardico delle prime giornate e affiorano timori sempre più marcati nei commenti degli osservatori. 

La vicenda del Quirinale si presenta nella forma peggiore, come un torneo rusticano o un gioco d’azzardo, senza un punto di discrimine visibile tra ciò che si può o non si può fare nella cornice di un sano principio di responsabilità. Prima delle candidature viene la questione di un governo che poggia su una maggioranza anomala, figlia dell’emergenza sanitaria ed economica; un governo, dunque, che traduce la sua debolezza politica in forza istituzionale grazie a un premier, voluto da Mattarella, stimato a livello internazionale. È evidente che l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica esige la tenuta di questa maggioranza governativa, anche se anomala. Ed è altrettanto evidente, all’inverso, che la fuoriuscita da questo schema produce l’indebolimento o peggio la caduta della compagine ministeriale.  

È stato il Partito democratico, come è noto, a porre sotto i riflettori il dato di questa semplice e incontrovertibile verità. Forse doveva rendere il concetto più esplicito, forse doveva assumerlo a premessa di ogni confronto. Così non è stato e ciò ha comportato l’impazzimento dei rapporti, fino a dover patire una conduzione delle trattative a dir poco disordinata. Ora siamo di fronte alla prova di forza, con il passaggio ad un voto di schieramento, centrodestra contro centrosinistra, che non lascia prevedere il successo dell’operazione. Per questo Salvini è sull’orlo del fallimento, non avendo più margini di manovra dopo la probabile sconfitta odierna su uno dei nomi lanciati nei giorni scorsi dal centrodestra. 

C’è solo da augurarsi che subito dopo, avendo consumato la pretesa dell’autosufficienza, Salvini si disponga finalmente ad un atteggiamento più libero e costruttivo, per il bene del Paese.

Un parlamento annichilito in attesa di un nome

Difficile commentare ciò che sta accadendo a Montecitorio per scegliere un nuovo Capo dello Stato.

Le elezioni del Presidente della Repubblica in Italia sono sempre state in un certo senso speculari ai sentimenti contingenti espressi dalla società civile : lo sparigliamento e la condizione di sospensione che si percepisce nel paese reale si riflette nelle incertezze e nelle indecisioni del paese legale.

Ogni elezione ha avuto una storia a sé – dai tempi delle convergenze parallele, alla logica dei due forni, dall’età dello stragismo, ai condizionamenti congressuali dei singoli partiti, dalle stagioni balneari e quelle dell’unanimismo anche stavolta la rappresentazione nel teatrino della politica si ripete. In epoca di soggettività e di mancanza di forte collante sociale i grandi elettori sono come i personaggi in cerca d’autore di cui narrava Pirandello. Tra strategie finte o presunte, tattiche, veti incrociati si gioca una partita che riguarda in primo luogo la quintessenza e l’esigenza principale della politica: la preoccupazione di non soccombere e di valicare questo ostacolo per prorogare la legislatura fino al termine naturale. 

La politica teme Draghi e non vuole farsi guidare da due tecnici, uno al Quirinale e l’altro a Palazzo Chigi. Mentre scrivo si è chiusa la quarta votazione dove astensioni e schede bianche l’hanno fatta da padrone:

magari domani vedremo la luce del sole e una fumata bianca, tutto è imponderabile giorno per giorno.

Intanto nel Paese tutto langue ed attende, mente la pandemia prosegue la sua corsa: i riflettori si sono spostati alla Camera e delle urne escono anche nomi irriverenti per un mandato alto e la scelta di una figura al di sopra delle parti, che anteponga gli interessi della collettività a quello delle coalizioni, la serietà del ruolo.

Questa volta la politica è come il re nudo che paga lo scotto di scelte sbagliate, di rappresentanze parlamentari non più rispondenti alla società civile, dove ciascuno postula una certa primazia. 

La consistenza spropositata del gruppo misto nelle due Camere spiega lo sfarinamento e il trasformismo di questa legislatura.

Il protagonismo dei capi partito dimostra che la democrazia come espressione della volontà popolare è un ossimoro che copre l’oligarchia di un ristretto numero di persone che oggi giocano ai dadi il nome del futuro ospite del Quirinale mentre per l’anno prossimo, alla scadenza del mandato, non hanno ancora indicato un sistema elettorale che premi il diritto di scelta dei cittadini: saranno ancora loro che stabiliranno i capilista dei collegi e quindi gli eletti sicuri, i vassalli e i valvassori fedeli.

Molti sanno che non torneranno più ad occupare gli scranni parlamentari e cercano di protrarre la propria agonia politica fino al termine del mandato.

Perché chi ha deciso la riduzione dei posti e la rimodulazione dei collegi elettorali non pare più disposto a mantenere fede alla promessa di evitare ricandidature oltre il doppio mandato.

Quando il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita, uno che di politologia se ne intende, afferma che la politica in crisi verticalizza sempre vuol dire che il gap che separa gente e istituzioni è destinato a divaricarsi. Questa democrazia si sta lentamente orientando verso scelte elitarie.

E la ricerca spasmodica e senza esito di un nome condiviso che rappresenti il Paese e l’unità di intenti nel perseguimento del bene comune è la rappresentazione plastica del più deteriore bipolarismo, la sua più negativa rappresentazione.

C’è molta spettacolarizzazione intorno a questo voto ma poche idee che orientino verso una persona che sia espressione del Paese e suo più alto garante: più si prolungano le trattative senza esito, più ne esce potenzialmente condizionata l’immagine della persona super-partes che si poteva concordare in questi mesi di attese inutili e di tatticismi e rinvii esasperati.

Tutti sanno in cuor loro che se fosse stato chiesto a Mattarella di rimanere al suo posto., se tutte le forze politiche – consapevoli della fase critica che stiamo  attraversando – si  fossero presentate al Quirinale con una proposta di ricandidatura forse oggi racconteremmo un’altra storia.

Spero di essere smentito: nomi autorevoli ce ne sono in giro, ciò che manca è l’umiltà del passo di lato, ogni forza politica  si ritiene depositaria del diritto di porre veti e di bocciare candidature altrui. Magari domani (oggi per chi legge) un nome può uscir fuori ed essere condiviso: il giorno della scelta è solo il primo di sette anni di lavoro che attendono il nuovo Presidente, calato il sipario sulla grande kermesse parlamentare tutti dovranno rimboccarsi le maniche e lavorare sodo. In un Parlamento annichilito nella propria autoreferenzialità e in un Paese profondamente disorientato c’è bisogno di qualcuno che sappia parlare a tutti.                 

Ad Auschwitz le porte dell’inferno. Il messaggio di Sergio Mattarella nel Giorno della Memoria.

Il Presidente della Repubblica ha voluto ricordare la “delirante ideologia basata su grottesche teorie di superiorità razziale”, il cui impatto drammatico ha comportato in breve tempo la cancellazione dei “valori antichi di solidarietà, convivenza, tolleranza e perfino i più basilari sentimenti umani: quelli della pietà e della compassione”. 

Nel Giorno della Memoria, che ricorda le vittime dei campi di sterminio nazisti e il folle e criminale progetto di genocidio degli ebrei d’Europa, voglio far giungere a tutti i partecipanti alla cerimonia ufficiale – che si svolge quest’anno al Ministero dell’Istruzione – agli studenti, ai telespettatori la mia vicinanza e il mio sostegno.

Quando le truppe russe entrarono nel campo di Auschwitz – la più imponente e sciagurata macchina di morte mai costruita nella storia dell’umanità – si spalancarono di fronte ai loro occhi le porte dell’Inferno. 

Nel cuore dell’Europa si era aperta una voragine che aveva inghiottito secoli di civiltà, di diritti, di conquiste, di cultura. Una delirante ideologia basata su grottesche teorie di superiorità razziale aveva cancellato, in poco tempo, i valori antichi di solidarietà, convivenza, tolleranza e perfino i più basilari sentimenti umani: quelli della pietà e della compassione. 

La storia aveva subito, in meno di un ventennio, un tragico stravolgimento, tornando a concezioni e pratiche barbare e crudeli, che si pensava fossero retaggio di un passato ormai remoto.  Guerra, stermini, eccidi ne furono le tragiche ma inesorabili conseguenze.

La giornata della Memoria, che si celebra oggi in tutto il mondo, non ci impone solamente di ricordare i milioni di morti, i lutti e le sofferenze di tante vittime innocenti, tra cui molti italiane.  Ma ci invita a prevenire e   combattere, oggi e nel futuro, ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza. A partire dai banchi di scuola. Perché la conoscenza, l’informazione e l’educazione rivestono un ruolo fondamentale nel promuovere una società giusta e solidale. E, come recenti episodi di cronaca attestano, mai deve essere abbassata la guardia Auschwitz, con i suoi lugubri reticolati, le ciminiere e le camere a gas, è diventato il simbolo dell’orrore nazista, del male assoluto. Ma è, e deve essere, la testimonianza costante di quali misfatti sia capace l’uomo quando si abbandona, tradendo la sua stessa umanità, a sentimenti, parole e ideologie di odio e di morte».

Quirinale. Mons. Russo: “Prossimo presidente sia una figura di garanzia” (AgenSir).

Illustrando il comunicato finale del Cep, mons. Russo ha tracciato anche l’identikit del nuovo presidente della Repubblica, mentre sono in corso le votazioni. Emergenza sanitaria, Sinodo, Mediterraneo, giovani, abusi, eutanasia gli altri temi della conferenza stampa, cominciata con la lettura di una dichiarazione sul Giorno della Memoria.

 

  1. Michela Nicolais

 

Sul prossimo presidente della Repubblica “c’è stata una dichiarazione del cardinale presidente che è stata condivisa e apprezzata”. Così mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha risposto alle domande dei giornalisti durante la presentazione del comunicato finale del Consiglio episcopale permanente, terminato ieri a Roma. “L’auspicio – ha proseguito Russo tracciando una sorta di identikit ideale del nuovo capo dello Stato, mentre in Parlamento sono in corso le procedure per l’elezione – è che sia una figura di garanzia, capace – soprattutto in un tempo come questo – di favorire e di lavorare per l’unità del Paese”. “Abbiamo necessità soprattutto di questo, di camminare insieme”, ha concluso.

 

Giorno della Memoria. A nome dei vescovi italiani, il segretario generale ha letto inoltre una dichiarazione sul Giorno della Memoria. “L’appello della Chiesa che è in Italia è che il Giorno della memoria sia monito per una cultura di pace, di rispetto e di fratellanza”, si legge nella dichiarazione: “Purtroppo, nonostante un passato così drammatico, ancora oggi facciamo esperienza quotidiana di minacce e manifestazioni di violenza. Guerre, genocidi, persecuzioni, fanatismi vari continuano a verificarsi, anche se la storia insegna che la violenza non porta mai alla pace. Oggi ribadiamo: mai più crimini così grandi per l’umanità!”.

 

Emergenza sanitaria. “C’è preoccupazione per i sacerdoti no vax. Ribadiamo l’importanza morale di vaccinarsi, che significa volere il bene di sé stessi e degli altri, della comunità”, ha ribadito Russo, spiegando che l’intenzione della Chiesa italiana “è di farsi prossimi a queste situazioni, e laddove persistano di fare tutto il possibile per mettere in sicurezza le persone che prendono parte alla vita della Chiesa”.

 

Sinodo. “C’è entusiasmo per il percorso sinodale che sta compiendo la Chiesa italiana, in sintonia con il Sinodo della Chiesa universale indetto dal Papa”. Nell’affermarlo, il segretario generale della Cei ha assicurato che “pur in un tempo così difficile il percorso sinodale sta contagiando le nostre comunità e sta coinvolgendo i giovani. Il tempo di ascolto, che caratterizza questo primo anno e anche il prossimo, è un tempo efficace per recuperare dal territorio suggerimenti su come camminare”. Una “tappa importante” del percorso sinodale sarà la prossima Assemblea dei vescovi italiani, in programma a maggio.

 

Mediterraneo. “Un’occasione bella, che mette in evidenza la necessità di incontrarsi per edificare ponti tra di noi”. Così Russo ha definito la novità dell’incontro su “Mediterraneo, frontiera di pace” in programma a Firenze dal 23 al 27 novembre, in cui per la prima volta vescovi e sindaci delle aree del Mare Nostrum lavoreranno prima parallelamente e poi insieme, per ritrovarsi poi ancora insieme alla presenza del Papa nel giorno finale dei lavori. “E’ una formula nuova interessante”, ha commentato il segretario della Cei a proposito dell’imminente appuntamento, che giunge a due anni da quello analogo di Bari, anch’esso caratterizzato dalla presenza conclusiva del Santo Padre: “Vescovi e sindaci si confronteranno su tematiche simili, legate alla fratellanza e alla cittadinanza. La speranza è che da lì giungano linee e intenzioni comuni nel segno di un’azione di pace e di comunione, di cui vogliamo essere noi per primi testimoni”.

 

Giovani. “I giovani hanno voglia di ritrovarsi, sentono il desiderio di essere protagonisti, pur nelle difficoltà della pandemia”. Parola di mons. Russo, che a proposito del “ritiro sociale” degli adolescenti al tempo del Coronavirus ha fatto notare come in parte sia dovuto “alle difficoltà delle famiglie, alla necessità di mettere in sicurezza i propri figli con tutto ciò che ne deriva”, ma dall’altra a “un processo che non comincia ora”. Quello attuale, però, secondo il segretario generale della Cei “è un tempo di ripresa: dove vengono messe in campo iniziative per i giovani, in genere i giovani rispondono positivamente all’appello. E questo è successo e succede anche in questo periodo di pandemia”. “Fin dall’inizio della pandemia – ha spiegato infatti mons. Valentino Bulgarelli, direttore dell’Ufficio catechistico nazionale della Cei – c’è stata una grande attenzione ai giovani. Abbiamo cercato di sostenere le parrocchie, i catechisti, gli oratori con proposte e strumenti che hanno loro consentito di essere molto attenti a quello che stava accadendo”. Il prossimo incontro dei giovani con il Santo Padre, il 18 aprile in piazza San Pietro, è nato proprio “dalla necessità di ritrovare luoghi e spazi per stare insieme”, ha spiegato Bulgarelli.

 

Abusi. Rispondendo alle domande dei giornalisti sull’intenzione o meno della Chiesa italiana, sull’esempio di alcune Conferenze episcopali, di affidare ad un organismo indipendente un’indagine sugli abusi commessi ad membri del clero nel nostro territorio, il segretario generale della Cei ha spiegato: “Stiamo facendo un lavoro molto serio per la costituzione di una rete: non ci interessa tanto la quantità, ma la qualità, e al primo posto c’è l’attenzione alle vittime”. “In Italia – ha ricordato – ci sono 227 diocesi e oltre 27.500 parrocchie: se faremo un’indagine, la faremo in modo attento al fatto che sia significativa rispetto ai risultati. Vogliamo che i dati siano quanto più possibile attendibili. E questo lavoro che stiamo mettendo in campo può aiutare”.

Eutanasia. Non è mancato un riferimento al disegno di legge sull’omicidio del consenziente: durante il Cep, ha riferito Russo, “ha avuto grande risonanza l’appello del card. Bassetti a scongiurare la liberalizzazione dell’eutanasia, facendo leva su situazioni che richiederebbero ben altro tipo di risposte”. La strada indicata dalla Chiesa italiana, ha ricordato il vescovo, “è quella dell’accompagnamento e l’aiuto, per ritrovare ragioni di vita”.

Chi vestirà la maglia rosa?

Non appena si cita un candidato nasce un vespaio; se in serbo se ne ha un altro, apriti cielo; un terzo è meglio non sfiorarlo, potrebbe essere fulminato all’istante.

A un passo dal traguardo, domani (oggi per chi legge, ndr) è altamente probabile che il Parlamento si decida una buona volta, a chiudere la partita. Diventerebbe particolarmente ridicolo che protraessero i giochi oltre il limite di questa settimana e scomodassero, questi poveri elettori, a starsene a Roma anche il sabato e la domenica. Quindi, prevedo che durante queste ore siano tutti inclini a far le valige per domani.

Questa vicenda mette a nudo come sia complessa la politica. Non può mai essere scordato il buon senso, viene sempre convocata una buona dose di razionalità, ma tra i piedi c’è sempre una smisurata quantità di passione, di intrighi, di gelosie ed invidie e la coda non può mai mancare della più feroce irrazionalità. Bisogna fare i conti con tutto questo. Non appena si cita un candidato nasce un vespaio; se in serbo se ne ha un altro, apriti cielo; un terzo è meglio non sfiorarlo, potrebbe essere fulminato all’istante. Insomma, come ben capite, navigano tutti in un mare piuttosto tenebroso. 

Sono doglie piuttosto dolorose. Abbiamo iniziato con la presenza di Silvio Berlusconi, tutti ce la siamo già dimenticata. Facessi altri nomi, che sono stati comunque proposti, sono convinto che li avete già, come li ho io, archiviati e completamente scordati. 

Ora, sul far del crepuscolo, non si può più scherzare. Restano in ballo sostanzialmente due o tre nomi. Tranne uno, pescato dalla politica, gli altri sono espressione di società civile. 

 Il primo è Ferdinando Casini. Avrà sufficiente consenso per essere incoronato? Qualche dubbio io ce l’avrei. È uomo che è stato un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Ha qualche estimatore, ma nutro sostanziali sospetti che ci sia un bel numero di elettori che potrebbero invidiarlo troppo. 

Mario Draghi, nome che se ne stava li sin dall’inizio. La pedina più ambiziosa. Ma anche quella che spostandosi creerebbe un sacco di problemi. Forse, tra tutti, quello a cifra più tonda e alta. Ma spostarlo da Palazzo Chigi comporterebbe un frastuono troppo forte per i Parlamentari a rischio di andarsene anzi tempo a casa.

Sabino Cassese, il suo limite è anagrafico. Ottantasette anni. Come si fa ad eleggere un Presidente che non ha dalla sua il tempo minimo per svolgere a dovere il suo incarico? Credo che le speranze siano al lumicino.

Elisabetta Belloni, annovera un vantaggio che altri non hanno. Sarebbe una Presidente donna. Non è un elemento da sottovalutare. Esperta nelle istituzioni, alle spalle un curriculum di tutto rispetto, non compromessa con alcun partito, potrebbe per questo essere la persona che più di tutti metterebbe a tacere le critiche di ambo i lati.

Come si vede ho dato una preminenza, ma ho giocato solo con il buon senso. Basterà? Non credo, ed è per questo che come voi, seguirò con attenzione l’evolversi della situazione dopo la votazione di oggi.

 

 

Sulla giornata della Memoria

In questa giornata ricordiamo la catastrofe, per usare un’espressione di un pressoché ignoto e grandissimo filosofo italiano, una delle tragedie più eclatanti, più clamorosamente enormi e tremendamente emblematiche di quella capacità dell’uomo di volgersi al male come profetizzato da Sofocle nel coro dell’Antigone (“molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più dell’uomo”). Un male assoluto, radicale ma spesso, paradossalmente, definito come banale (secondo la fortunata formula di Hannah Arendt, che quell’ignoto filosofo italiano, Giuseppe Capograssi, aveva già utilizzato diversi anni prima) per far emergere le responsabilità di tanti individui anonimi statistici comuni nella organizzazione e nella esecuzione del male.

Da questa constatazione si apre la riflessione sulle grandi implicazioni filosofiche, morali, giuridiche e politiche della catastrofe, a partire da quella riguardante l’obbligazione giuridica e politica o del rapporto dell’individuo con la legge e col potere. Devo sempre rispettare la legge o il comando? Devo sempre dire di sì? Anche se mi si chiede di compiere atti contrari alla mia coscienza (o, peggio, crimini contro l’umanità)? Sofocle e Socrate hanno offerto la prima tematizzazione sul piano letterario e filosofico di questa radicale questione.

Il processo di Norimberga si è posto il problema sul piano squisitamente giuridico.
La Costituzione (così come elaborata dal costituzionalismo del secondo novecento) è la risposta più completa più sofisticata (Benigni direbbe più bella) a quell’interrogativo perché la Costituzione non è solo una dichiarazione di principi (antitotalitari e antifascisti) ma rappresenta soprattutto la positivizzazione di una normatività di grado superiore (assiologicamente superiore) che si pone come vero argine, come limite assoluto, invalicabile, all’uso abusivo e disumano del potere politico che, in quanto potere che un uomo esercita su un altro uomo, si impone da sempre come una delle questioni più complesse (e irrisolte) nella storia del pensiero occidentale.

C’è un’altra espressione della Arendt, che in un certo senso rappresenta un filo conduttore del suo pensiero, che ci può aiutare nella riflessione sulla Memoria: evitiamo che l’uomo diventi un essere superfluo.
Alla base dei totalitarismi del secolo passato (e di quelli che potrebbero ripresentarsi magari col volto accattivante della tecnologia), alle radici teoretiche della catastrofe, c’è la considerazione che l’individuo (senza individualità direbbe quell’ignoto e geniale filosofo) sia mera passività, sia un essere plasmabile, oggi anche riproducibile, programmabile sostituibile, nella prospettiva postumanistica, con un automa, un avatar, un cyborg, un robot; un essere da emarginare e da eliminare se non funzionale allo scopo determinato da chi si è impossessato del potere; un individuo secondario da relegare in una condizione di (sub)umanità, un essere appunto superfluo.

E come corollario l’idea che ci siano individui di serie A e di serie B o C e che i diritti umani (espressione tra le più abusate retoricamente) valgano solo se riferiti a certi uomini (che anzi ne rivendicano egoisticamente sempre più) e non valgano per altri, per chi, per esempio, bussa alle nostre porte o per chi ogni giorno, quasi banalmente, muore nel Mediterraneo.
Perdere di vista ciò che “di umano c’è nell’uomo”, è questa la radice del male. E il significato profondo di questa giornata deve essere questo: difendere tutti, a partire dalla quotidianità più apparentemente comune, l’umanità, difendere ciò che di umano c’è nell’uomo, evitare che l’uomo diventi superfluo.

Non è un caso che nella costruzione dell’uomo nuovo, del superuomo annunciato da Zarathustra, al di là del bene e del male, Nietzsche (un filosofo caro a Mussolini e a Hitler, che lo leggono spregiudicatamente) demolisce, per demolire la morale tradizionale, il ruolo della memoria, considerata una malattia mortale, imputata per il suo ancorare ai doveri della vita morale.
Tutto ciò naturalmente a partire dall’annuncio della morte di Dio.
Ma, come aveva intuito Dostoevskij, con la sua magistrale profondità e capacità di indagare l’animo umano, se Dio non esiste, tutto è permesso …

Giornata della Memoria, Sbarra (Cisl): “Shoah, una ferita sempre aperta. C’è ancora molto da fare sul piano culturale e nella società. Bisogna ripartire dalla scuola”.

“Non c’è umanità senza libertà. Non c’è libertà senza rispetto per ogni persona. La democrazia, la tolleranza, l’uguaglianza,  che non è egualitarismo, sono valori da salvaguardare e trasmettere ai giovani”. È quanto sottolinea oggi in un editoriale su Il Dubbio il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra.

“Ha colpito davvero tutti la vicenda del bambino di dodici anni che domenica scorsa a Livorno è stato insultato e picchiato da due coetanee perché ebreo. Un vergognoso atto di antisemitismo e di intolleranza a pochi giorni dalla giornata della memoria”, aggiunge Sbarra. “Sei milioni di ebrei furono uccisi negli anni neri della Shoah. Una ferita sempre aperta, che fa inorridire, ma che non può essere dimenticata. Perché la notte della ragione è possibile solo se manca la memoria. Ecco perché dobbiamo coltivare e rinnovare il ricordo, far conoscere la storia, coinvolgere le nuove generazioni tramandando fatti e circostanze che portarono alla più grande tragedia del Novecento.

Possiamo e dobbiamo farlo attraverso la testimonianza di chi l’ha vissuto, come fa ogni giorno la senatrice Liliana Segre con coraggio e determinazione. La rete ed i social network sono spesso il luogo dove corrono l’odio e l’intolleranza, dove è facile veicolare messaggi pericolosi che raggiungono molte persone. C’è ancora molto da fare sul piano culturale e nella società. Bisogna ripartire dalla scuola, dai luoghi dove avviene la formazione dei giovani, spiegando con la forza della verita’ quello che accadde davvero nel secolo scorso”.

Sbarra ricorda che “la nostra Costituzione è stata scritta avendo davanti le tragiche vicende delle leggi razziali e delle persecuzioni naziste. E’ stata approvata con la ferma determinazione di non permettere che i mostri del totalitarismo e della xenofobia che avevano devastato l’Europa potessero ancora avvelenare l’Italia e il nostro continente. Questo bisogna spiegare ai più giovani. Mai più privazione della libertà, guerre di aggressione, mai più negazione dei diritti umani, mai più razzismo, odio, intolleranza: questa era la comune volontà dei padri costituenti. Merito loro se la nostra Repubblica è fondata sulla democrazia, sul lavoro dignitoso, sul diritto di ognuno di avere un’esistenza dignitosa e libera. Principi che vanno tenuti ancora più saldi in un Paese impegnato ad uscire dalle conseguenze della pandemia, dove bisogna contrastare povertà, disoccupazione, diseguaglianze e marginalità sociali.

Bisogna proprio ripartire dal significato profondo della fratellanza, vivere le differenze come una ricchezza, lavorare per unire e non dividere,  come ricorda Papa Francesco. Istituzioni, politica, parti sociali devono ritrovarsi in un perimetro di corresponsabilità e farsi davvero responsabili costruttori di pace, per promuovere un nuovo spirito costituente e una società fondata sul rispetto della vita, sulla centralità della persona, sulla partecipazione diffusa alla costruzione del bene comune”, conclude il leader Cisl.

Quirinale, qualcosa si muove. Ora si parla di unità della maggioranza di governo. Che fa Salvini, rompe con FdI? E intanto Mattarella…

La cronaca qui riportata, tratta dall’Agenzia Italia, offre  una rappresentazione limpida di una situazione che rimane, in effetti, ben lontana dall’essere limpida. S’indovina comunque lo “gnommero” che inquieta principalmente Salvini: dipende da lui dare il via libera a Casini, rompendo con la Meloni, o tenere unito il centro-destra, mandando a gambe all’aria la maggioranza di governo. Comunque, sul nome di Casini rimane da verificare la tenuta del M5S. Per questo resiste – e i 125 voti di ieri lo attestano in modo più che eleoquente – l’ipotesi della conferma dell’attuale Presidente. Stavolta i peones interpretano l’umore del Paese perché infrangere l’equilibrio Mattarella-Draghi appare un azzardo pericoloso.

Fumata nera anche al terzo scrutinio per l’elezione del presidente della Repubblica. Ma, a differenza dei voti precedenti, la situazione – pur nello stallo delle trattative tra i due schieramenti in campo – fa registrare alcuni ‘movimenti’ che appaiono come veri e propri segnali di avvertimento. A smuovere le acque arriva la mossa di Fratelli d’Italia che, a sorpresa, non si allinea al resto della coalizione e anziché votare scheda bianca dà indicazione ai suoi 63 grandi elettori di scrivere il nome di Guido Crosetto sulla scheda. Una mossa che vuol essere sì una ‘conta’, ma ha anche l’obiettivo di ‘scuotere’ il centrodestra, forte dei 114 voti incassati da uno dei tre fondatori del partito, pari a quasi il doppio dei numeri di FdI.

“Il centrodestra si deve misurare in questa partita”, scandisce Giorgia Meloni. A urne chiuse, una nota del partito esplicita in chiaro la linea: “FdI continua a ritenere imprescindibile una votazione compatta del centrodestra su un candidato della coalizione, come concordemente valutato nell’ultimo vertice”. Dunque, il partito di Meloni dà mandato a Matteo Salvini di “individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo tra quelli presentati ieri”, ovvero Marcello Pera, Carlo Nordio e Letizia Moratti. Nomi sui quali già ieri il centrosinistra ha innalzato un muro.

E mentre sembra naufragare definitivamente la proposta dem di un conclave tra i due schieramenti avversi, la giornata del terzo scrutinio inizia con le voci sempre più ricorrenti sulla presunta volontà leghista di andare alla prova di forza sui numeri, candidando dal quarto voto, quando il quorum si abbassa a 505 voti, la presidente del Senato Elisabetta Casellati (che per la prima volta dall’avvio delle votazioni lascia a lungo vuoto lo scranno accanto al presidente Fico). Una prova di forza che mette subito in allarme il centrosinistra.

Durissimo il segretario del Pd, che prima incontra Matteo Renzi e poi lancia l’altolà: “Proporre Casellati farebbe saltare tutto”, avverte Enrico Letta. Asse con Renzi, che fa sapere: “No a candidature che dividono la maggioranza. Evitare nomi che mettano a rischio la coalizione che sostiene il governo”.

Un no netto all’ipotesi Casellati arriva anche da Giuseppe Conte, reduce da una telefonata con Beppe Grillo (con tanto di giallo iniziale sui contenuti): “Invitiamo il centrodestra a trovare un metodo e a lavorare in modo condiviso senza nessuna iniziativa che metta a rischio le istituzioni”. E Grillo chiarisce: nessuna divergenza con il leader M5s, Draghi resti a palazzo Chigi.

Intanto nelle fila M5s cresce il fronte pro Mattarella bis, nel giorno in cui crescono i voti a favore del presidente della Repubblica, che salgono dai 39 di ieri ai 125 odierni. Dimuniscono le schede bianche, toccando quota 412. Ma la giornata e’ ancora lunga: nel tardo pomeriggio Salvini – che ha avuto una “cordiale” telefonata con Silvio Berlusconi – riunisce prima i governatori e i vertici del partito e poi a seguire i gruppi parlamentari. “Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. La soluzione puo’ essere vicina”, afferma. In serata riunione del segretario con i grandi elettori del Pd.

 

 

L’elezione del Colle, il Governo e la tutela del Pnrr. Il punto di vista di Papini.

Nel 2022 sarà possibile per ogni Paese beneficiari correggere il tiro su alcuni progetti del Piano. Lo si potrà fare sostanzialmente in due modi. O in una logica di grande responsabilità nazionale o con uno sguardo più rivolto ai vantaggi immediati, alle aspettative delle varie corporazioni, e ovviamente alle prossime elezioni. L’Italia comunque non potrà assolutamente permettersi un governo “balneare”.

Mentre proseguono le votazioni per la presidenza della Repubblica, forse sarebbe il caso di porsi qualche domanda sull’indispensabile qualità dell’azione di governo. A maggior ragione di fronte al dilagare della quarta ondata della variante Omicron. Non c’è dubbio che il buon senso (ne esiste ancora?) consiglierebbe, in uno stato di totale emergenza, di lasciare ancora per un po’ – tra Quirinale e Palazzo Chigi – le cose così come stanno. E non c’è dubbio che dal momento in cui è emersa l’autorevole candidatura del premier alla presidenza della Repubblica, l’esecutivo si sia indebolito e la maggioranza si sia di fatto lacerata. Naturalmente andrà ricomposta (con quale perimetro?) alla luce dell’esito, quanto mai incerto, dell’elezione presidenziale. Le forze politiche sono inevitabilmente concentrate anche sulla scadenza elettorale del 2023, dalla quale dipende il loro peso specifico e persino, in qualche caso, la loro stessa sopravvivenza. Ma il destino del Paese è assai più importante di ciò ed è legato in realtà a un’altra data. 

Entro il 2026, infatti, andranno realizzati tutti gli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Un Piano che non è praticamente già fatto, come qualcuno ritiene, ma ancora tutto da completare. Occorre infatti «mettere a terra» i tanti progetti vitali per l’ammodernamento del Paese, da definire entro il 2023, dallo sviluppo della sanità territoriale alla digitalizzazione e riconversione ecologica passando per l’alta velocità ferroviaria (soprattutto nel Mezzogiorno). Se falliremo sul PNRR, avremo perso l’ultima grande occasione per far ritornare l’Italia su un sentiero di crescita stabile e duratura, in una dimensione economica e civile più equa e inclusiva. E saremo esposti alle grandi difficoltà di gestire un enorme debito pubblico a tassi crescenti e la progressiva fine del programma di acquisto di titoli della Banca centrale europea (quantitative easing). 

Uno scenario da incubo che, se siamo seri e responsabili, non va mai dimenticato. Dunque, occorre salvare il PNRR dalla ricerca del consenso per le elezioni del 2023. E per farlo occorre che durante quest’anno ci sia un governo forte e autorevole e non un esecutivo di passaggio (una volta si sarebbe detto “balneare”) in grado solo di portare ordinatamente il Paese al voto nella primavera 2023.

La governance del PNRR, come sappiamo, è strettamente legata all’efficienza amministrativa. Molti dei 51 obiettivi già conseguiti dall’esecutivo negli ultimi mesi ne sono la diretta conseguenza. Ma molto dipende anche dalla credibilità personale del premier Draghi in Europa e di conseguenza del suo governo. E dall’approvazione di alcune riforme indispensabili per l’erogazione regolare dei fondi europei, ad esempio la disciplina della concorrenza e il codice degli appalti. È vero che il governo ha creato una struttura ad hoc per la governance del PNRR che è protetta da qualsiasi tentazione di spoils system. In altre parole, un nuovo esecutivo non potrebbe cambiarne la composizione solo per ragioni politiche. Ma è altrettanto vero che sarà necessario, per assicurare la realizzazione dei progetti, fare ricorso ai «poteri sostitutivi», cioè commissariare se necessario gli enti attuatori (Regioni e Comuni). E questo lo potrà fare solo un esecutivo autorevole, in grado di andare contro logiche crescenti di puro consenso territoriale e la resistenza della burocrazia, direttamente proporzionale alla debolezza dell’esecutivo. 

Nel frattempo, si moltiplicano le richieste di modifiche significative da parte delle Regioni. Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ha già messo le mani avanti sull’incapacità di rispettare programmi e tempi. Il suo collega presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, ha scritto direttamente al presidente del Consiglio chiedendo la revisione dei criteri stabiliti nel PNRR per le opere strategiche. Nel 2022 sarà infatti possibile per ogni Paese beneficiari – ed è questo un aspetto finora poco considerato dell’intera architettura del Next Generation EU – correggere il tiro su alcuni progetti del Piano, cioè apportare integrazioni migliorative. Lo si potrà fare sostanzialmente in due modi. O in una logica di grande responsabilità nazionale, con una maggiore attenzione al ritorno futuro degli investimenti; oppure con uno sguardo più rivolto ai vantaggi immediati, alle aspettative delle varie corporazioni, e ovviamente alle prossime elezioni. Ecco perché una volta concluse le “quirinarie” l’Italia non potrà assolutamente permettersi un governo “balneare”.

 

Cos’è il ritorno della politica? L’opinione di Merlo.

La politica ha iniziato a perdere colpi quando la sua autorevolezza ha ceduto il passo alla casualità, alla improvvisazione e alla fedeltà al capo di turno. E quando la fedeltà diventa l’elemento centrale, è abbastanza naturale che chiunque possa candidarsi a coprire quel vuoto. Uscire da questa condizione è necessario, ma non cedendo alla tentazione dell’uomo della provvidenza.

Lo dicono in tanti, ma non tutti. Lo pensano quasi tutti anche se permangono ancora titubanze e perplessità. Ovvero, sarebbe – meglio usare il condizionale – opportuno il ritorno della politica nel nostro paese. O meglio, che la politica riconquisti la sua centralità, il suo ruolo, la sua “mission”. E questo perchè è ormai da troppo tempo che abdica concretamente al suo ruolo e cede il suo potere ad altri poteri. Siano essi tecnocratici, legati alla magistratura o agli esperti espressione degli eterni “poteri forti”. E la questione è culminata proprio nel dibattito sull’elezione del futuro Presidente della Repubblica.

Ora, al di là di come si risolve il rebus del Colle, è indubbio che la politica in Italia è in crisi. Una crisi gravissima. A cominciare dai suoi strumenti principali, cioè i partiti politici. E, di conseguenza, la scarsa qualità della classe dirigente e della sua reale leadership. Elementi, questi, che fanno della politica un campo invaso da chiunque dove la sua professionalità – non il suo professionismo – non è più riconosciuta e dove l’avvento dell’”uno vale uno” ha avuto un impatto devastante per la stessa credibilità ed autorevolezza della politica. Certo, sotto questo versante non possiamo non ricordare che la vulgata populista dei 5 stelle ha avuto delle ricadute devastanti per la qualità della nostra democrazia e per la tenuta delle istituzioni democratiche. 

La criminalizzazione politica dei partiti, la liquidazione delle culture politiche, la ridicolizzazione delle classi dirigenti del passato del passato, la sottovalutazione del Parlamento e della democrazia rappresentativa, un massiccio uso del giustizialismo manettaro e, infine, una prassi sfacciatamente populista, demagogica e qualunquista non tramontano così rapidamente nel sentire comune dei cittadini. Si tratta di una sub cultura e di una deriva che hanno contagiato in profondità le radici della nostra democrazia e del nostro tessuto civile che difficilmente possono essere cancellati nell’arco di poco tempo. E questo a prescindere anche dal peso elettorale e politico del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle di Grillo e di Conte. Perchè i disvalori sono stati spalmati per svariati lustri nelle corde del nostro paese e sono stati esaltati, valorizzati, enfatizzati e divulgati da molti organi di informazione e da larghi settori dell’establishment del nostro paese. Al punto che l’anti politica era diventata la vera politica e la politica tradizionale era un’arma da gettare alle ortiche.

Detto questo, che comunque sia non può essere nè dimenticato e nè sottovalutato, noi sappiamo che la politica può ritornare protagonista se ritornano tre condizioni basilari. Innanzitutto non esiste la politica se non ci sono i partiti. E non solo i cartelli elettorali. Come, del resto, recita la nostra Costituzione. Cioè strumenti politici democratici, collegiali, radicati nel territorio, portatori ed espressione di precisi interessi sociali – e quindi rappresentativi di pezzi di società reale -, riconoscibili attraverso una cultura politica e, soprattutto, dotati di una classe dirigente autorevole e realmente rappresentativa.

In secondo luogo ritorna la politica se fanno nuovamente capolino le culture politiche. Non può esistere una politica se non è espressione anche di una cultura. L’alternativa è molto semplice, ed è quello che è concretamente capitato in questi anni di incontrastato dominio del populismo grillino: e cioè, l’esaltazione del trasformismo politico e dell’opportunismo parlamentare. Ovvero, il peggio della politica. Sotto questo versante, si tratta di riscoprire un elemento distintivo del passato senza alcuna regressione nostalgica o passatista. Ovvero la riconoscibilità culturale dei partiti politici.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la politica si impone quando c’è una classe dirigente riconosciuta ed autorevole. È inutile tergiversare attorno a questo tassello: la politica nella prima repubblica contava perchè la classe dirigente era universalmente riconosciuta come preparata, competente, radicata nel territorio ed espressiva ed interprete di pezzi della società italiana. Salvo eccezioni, come ovvio. La politica ha iniziato a perdere colpi quando la sua autorevolezza ha ceduto il passo alla casualità, alla improvvisazione e alla fedeltà al capo di turno. E quando la fedeltà diventa l’elemento centrale della selezione della classe dirigente, è abbastanza naturale che il degrado e la non credibilità della politica sono dietro l’angolo e chiunque può candidarsi a coprire quel vuoto. Ed è poi del tutto inutile lamentarsi in un secondo momento se c’è qualcuno che supplisce a quella carenza. E anche con autorevolezza e capacità, com’è capitato realmente in questi ultimi anni.

Ecco perchè la politica è arrivata ad un bivio. E cioè, o asseconda la moda di turno – di norma di stampo populista, demagogica e anti politica – oppure inverte la rotta recuperando, ed aggiornando, alcuni caposaldi del passato democratico della nostra storia repubblicana. L’alternativa, come sempre, è quella di attendere l’uomo della provvidenza di turno che ci promette di risolvere tutti i problemi.

 

L’umanesimo integrale che illumina coloro che soffrono. Colloquio con Lidia Borzi (Interris) sull’emergenza dei senzatetto a Roma.

Il poeta povero, 1839, di Karl Spitzweg (Monaco 1808-1885) – olio su tela – Opera esposta alla ‘Alte Nationalgalerie’ di Berlino

Interris.it ha intervistato la Presidente delle Acli di Roma Lidia Borzi in merito alle azioni svolte in favore dei senza fissa dimora nella Capitale. “La città – dice – ha bisogno di dotarsi di un modello di welfare promozionale capace non solo di rispondere ai bisogni ma anche di valorizzare le tante buone pratiche sociali che ci sono nel territorio.

Christian Cabello

Le persone senza fissa dimora per la maggior parte di noi sono invisibili ma, in Italia, secondo le ultime rilevazioni dell’Istat, sono oltre mezzo milione e, negli ultimi dieci anni, complici la crisi economica e la pandemia, sono quadruplicate. In particolare, in questo periodo dell’anno, nel quale sono iniziate le settimane più fredde e, per le donne e gli uomini senza fissa dimora, questo è il frangente in assoluto più duro che mette a repentaglio le sicurezze e, nei casi peggiori, la loro stessa vita. Roma è seconda città italiana dopo Milano per numero di senzatetto, Interris.it ha intervistato la Dottoressa Lidia Borzi  – Presidente delle Acli di Roma nonché componente della Presidenza Nazionale delle Acli con delega alla famiglia e agli stili di vita – in merito alle azioni nei confronti delle persone in situazione di grave marginalità messe in atto dalle Acli di Roma.

L’intervista

Quali sono le azioni che Acli Roma sta ponendo in essere nei confronti dei senza fissa dimora?

“Le azioni che poniamo in essere si dividono in azioni che portiamo avanti tutto l’anno e altre che sono un po’ più collegate all’emergenza freddo che noi auspichiamo noi sia più tale visto che – il freddo – è in arrivo ogni anno; quindi, con le istituzioni e con tutta la nostra rete, si sta lavorando in questa direzione. Tengo a dire che tutte le operazioni, le quali portiamo avanti vengono espresse attraverso una rete perché, siamo fortemente convinti che, la rete fa la differenza e in questo senso si pone come un moltiplicatore. 

Per quanto riguarda le progettualità che esemplifichiamo tutto l’anno siamo in prima linea con la nostra buona pratica denominata Il cibo che serve, con la quale si recuperano pietanze cotte ma anche frutta, verdura e pane – ancora buoni da mangiare ma non più buoni da vendere – quindi gli esercenti ce li donano e noi, attraverso questo progetto il quale è un moltiplicatore di solidarietà che aiuta chi aiuta, facciamo arrivare i generi alimentari alle organizzazioni solidali che si occupano delle persone che si trovano in uno stato di estrema povertà. Mi riferisco in particolare a Caritas Roma a cui – da sette anni – consegniamo in diversi giorni a settimana il pane attraverso i nostri volontari – i quali sono il bene più prezioso del progetto Il cibo che serve – che, nel contempo, lotta contro la povertà e contrasta lo spreco alimentare. In particolare, con questa attività, abbiamo recuperato fino a un milione e duecentomila pasti in un anno grazie ad un contributo importante di diversi donatori, tra cui grandi catene e piccoli imprenditori. 

Questo avviene tutto l’anno ed, in particolare, a partire da quest’anno, sempre in favore dei senza fissa dimora e delle persone con fragilità estreme c’è un progetto svolto con Roma Cares – la quale è la Fondazione che si occupa di sociale dell’A.s. Roma Calcio –  con cui, quando la squadra gioca in casa, recuperiamo il cibo che viene servito nella hospitality e lo doniamo a favore di organizzazioni che si occupano di povertà estreme, in particolare di realtà di periferia, come ad esempio i quartieri Corviale, Tor Bella Monaca ed altre zone della città di Roma. Questo è il nostro lavoro durante tutto l’anno e, attraverso queste nuove pratiche, portiamo avanti, dando ciò che serve, un aiuto costante che però diventa il gancio per attuare un modello di azione sociale a tutto tondo che aiuta a prendere in carico la persona non solo nei bisogni di emergenza ma anche nei bisogni quotidiani per uscire dallo stesso, come ad esempio l’esercitare i diritti, il contrasto alle povertà materiali, relazionali, sanitarie per cui proponiamo anche visite mediche gratuite e l’esigibilità dei diritti attraverso il nostro patronato. 

Le persone che entrano in contatto con noi per un bisogno estremo proviamo poi ad inserirle in un sistema di protezione sociale per farle uscire da questo stato”.

 

Come state agendo per l’emergenza freddo?

“Per quanto riguarda l’emergenza freddo abbiamo attivato un protocollo d’intesa con il Municipio I Roma Centro con capofila il progetto Nonna Roma e con un progetto di accoglienza denominato Galilei 57 rivolto a dieci persone senza fissa dimora. Anche in questo caso al quartiere Esquilino, ci occupiamo di distribuire i pasti, sempre grazie alla nostra attività di recupero delle eccedenze alimentari. In questi giorni stiamo avviando una collaborazione con il IV Municipio per un altro centro di accoglienza a Montelibretti in cui noi daremo frutta, verdura ed altri alimenti per la colazione. In seguito, dove ci sarà bisogno, porteremo l’ascolto attraverso i nostri servizi rivolti all’esigibilità dei diritti. È importante inserire la persona fragile in un modello di inclusione attiva”.

 

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Il rischio è di trovarci nelle prossime ore senza Mattarella e con Draghi indebolito. Sarebbe un grave danno per il Paese.

Non ci sono scorciatoie e se ci fossero non andrebbero percorse. La vicenda del Quirinale esige una soluzione che metta il riparo Draghi da un possibile processo di logoramento. Occorre un gesto di collegiale sapienza e responsabilità.

Condivido pienamente quanto scritto da Lucio D’Ubaldo in tema di Quirinale. Più si va avanti, più emerge con evidenza solare che la soluzione era lì, visibile a tutti. Avevamo due punti di forza: Mattarella e Draghi.

Rischiamo di uscire da questa vicenda senza il primo e col secondo comunque indebolito. Era evidente che il passaggio del Quirinale avrebbe potuto mettere in discussione il Governo. Draghi, nella sua unica uscita pubblica al riguardo, lo aveva detto chiaro e tondo: se la maggioranza di governo si divide sul Quirinale, il governo non può continuare.

Ognuno di noi poteva sognare un nome come successore di Mattarella. Io, per esempio, quando pareva profilarsi quello di Andrea Riccardi, ho pensato: magari, sarebbe un segnale straordinario! Ma, come poteva essere ampiamente previsto, l’ipotesi è durata poco.C’erano (e ci sono) due soli modi per affrontare il passaggio del Quirinale senza uccidere Draghi e ciò che egli rappresenta per il Paese e per l’Europa. Il primo era (ed è) rieleggere Sergio Mattarella. Il secondo era (ed è) eleggere Mario Draghi stesso.

L’Italia non è – però – una Repubblica Presidenziale e neppure lo può essere “di fatto”. Questa seconda scelta – in via di principio eccellente – lascia (lascerebbe) dunque aperta non solo la questione del governo in questo fine legislatura (questione, in astratto, non irrisolvibile) ma sopratutto quella della “direzione di marcia” del Paese.

L’Agenda Draghi va rafforzata e resa programma politico condiviso dal popolo, non archiviata con l’eventuale fine del suo attuale governo. Va “incarnata” nella politica democratica, non assunta come parentesi “tecnica”.

Il tema è tutto qua: Draghi è una parentesi che ci è servita – in emergenza – per ottenere i soldi della UE – e chi si è visto si è visto – oppure è risorsa preziosa per una radicale riforma del nostro sistema politico, amministrativo ed economico? In una parola: per diventare un Paese più efficiente, innovativo, maturo e competitivo?

Il sistema politico italiano è oggi credibilmente pronto a cimentarsi su questo scenario senza la continuità della leadership di governo di Mario Draghi?

La rielezione di Mattarella avrebbe consentito (consentirebbe: se i “consules” evocati da Lucio avessero un sussulto di realismo e di responsabilità) di accompagnare il Paese un poco più avanti rispetto alla “metà del guado” nel quale oggi si trova da ogni punto di vista: economico, finanziario, sociale, sanitario. Ed anche politico-istituzionale: rigenerazione dei partiti e riforma elettorale comprese.

La soluzione era ed e lì sotto gli occhi di tutti: sono convinto che il Presidente non avrebbe rifiutato (e non rifiuterebbe) una richiesta corale in tal senso. Contro le sue stesse opinioni più volte espresse, il senso delle Istituzioni e del dovere che lo ha sempre connotato non glielo permetterebbe. Ma talvolta gli occhiali in dotazione al sistema sono irrimediabilmente appannati.

La balcanizzazione dell’Ucraina non è nell’interesse di nessuno”. Provinciali intervista Giorgio Cella sullo stato della crisi .

In un ampio servizio dedicato agli avvenimenti di geopolitica e di geoeconomia più attesi e probabili per il 2022, il “Corriere della Sera” ha indicato al primo posto “l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo”, che attualmente presidia una parte delle frontiere tra i due Paesi. Questa ipotesi è stata avanzata poco dopo la pubblicazione del libro di Giorgio Cella, Dottore di Ricerca c/o l’università Cattolica di Milano, intitolato “Storia e geopolitica della crisi ucraina” – per i tipi della Carocci Editore – e anche se le due fattispecie non sono correlate tra loro entrambe esprimono la viva attualità del tema.

 

Presentazione

In un ampio servizio dedicato agli avvenimenti di geopolitica e di geoeconomia più attesi e probabili per il 2022, il Corriere della Sera ha indicato al primo posto “l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo”, che attualmente presidia una parte delle frontiere tra i due Paesi. Questa ipotesi è stata avanzata poco dopo la pubblicazione del libro di Giorgio Cella, Dottore di Ricerca c/o l’università Cattolica di Milano, intitolato “Storia e geopolitica della crisi ucraina” -per i tipi della Carocci Editore-  e anche se le due fattispecie non sono correlate tra loro entrambe esprimono la viva attualità del tema.

Non ci si può esimere dall’apprezzare l’encomiabile valore dell’opera di Cella,  sotto molteplici profili strettamente collegati tra loro che, intrecciati in una descrizione lucida e super partes riescono a fornire al lettore una visione d’insieme oserei dire fondamentale nella comprensione di eventi altrimenti troppo spesso semplicisticamente inquadrati a livello di pubblica opinione, sovente non adeguatamente informata. L’autore delinea una ricostruzione storica pressoché perfetta nell’intero arco temporale che ha portato all’identificazione di un popolo in una Nazione e al riconoscimento di un contesto geografico molto ampio in uno Stato, passando per tutte le dominazioni, le influenze socio-culturali e le caratterizzazioni e connotazioni uniche che ha poi preso quella che oggi è l’Ucraina.  Fondamentale, per sfatare alcuni luoghi comuni figli di un’interpretazione limitata e troppo semplicistica, ahimè sovente, ricorrente e figlia di limitate scorciatoie culturali.  Quello che il lettore si ritrova tra le mani è un saggio, di altissimo profilo, che fornisce strumenti inconfutabili e dati storici certi. 

Lodevole l’analisi distaccata e terza  di ciò che è stato -ritengo- il lavoro più difficile: saper descrivere e riportare fedelmente condizioni spesso dicotomiche di vita, aspettative e ragioni di persone, così vicine e così distanti, connazionali di una Terra contesa. Il lettore viene ulteriormente edotto di quelle che sono inoltre altrettante aspettative, interessi e addirittura pretese verso quella che di fatto è comodamente e utilitaristicamente mantenuta nella condizione di “Stato-cuscinetto”, “Terra di mezzo”, dalle grandi Potenze economiche e militari mondiali. La descrizione di antefatti, premesse e minuziose nonché importanti precisazioni di ciò che ha portato e che poi è stato l’Euro-Maidan è imprescindibile a chiunque abbia l’intenzione d’inquadrare bene l’evento che ha segnato la Storia recente di un Paese e che tuttora ne sta influenzando eventi e politica, delicate questioni internazionali. 

La drammaticità di certe immagini, del vissuto di chi sulla propria pelle ne porta le conseguenze, il modo in cui avvenimenti di cronaca di grande rilevanza internazionale sono stati riportati fedelmente e ciò aiuta ancor di più a percepirne l’intricata complessità. Chi di noi in presa diretta e non soltanto per cultura scolastica sa collegare mentalmente immagini, emozioni, sogni, illusioni, delusioni della generazione che ha vissuto la divisione delle “due Germanie”, dalla costruzione alla demolizione del muro, certamente saprà trovare qualche similitudine ma anche molte differenze nei differenti approcci alla “questione Ucraina” da parte di chi ne abita la zona più occidentale (ed europeista, pro-NATO) e chi invece vive quella del Donbass (filorussa). A tal proposito valutando la realtà ucraina, così dicotomica, anche se, come spiega l’autore, non è sempre una dicotomia così monolitica e certa come alcune narrative vorrebbero semplicisticamente far figurare, ma anche così unita sotto il motto “слава Україні!», “Viva l’Ucraina! Gloria ai nostri eroi”, oggetto di recenti polemiche anche con la FIFA per esser stata stampata sulle maglie della Nazionale di calcio ucraina ai recenti europei, mi permetto di rivolgere alcune domande  all’Autore.

Intervista

Quale futuro vede per questa situazione? Due confederazioni unite sotto un’unica bandiera, ciascuna delle quali avente libertà di scambio rispettivamente con l’UE e con la Russia e rispettivamente sotto il protettorato NATO e Russo?

La sistemazione in termini amministrativo-territoriali del paese è ancora un miraggio, a quasi otto anni dall’inizio del conflitto. La prospettiva prospettata nella sua domanda appare dunque purtroppo remota, quantomeno in modo compiuto e stabile. Oggi noi abbiamo già, de facto, un controllo (indiretto) di Mosca e tutto il resto dell’Ucraina nella sfera di influenza atlantica. Arrivare a una sistemazione federale del territorio con il Donbass con forti autonomie non sarà un processo facile, anzi saranno negoziati lunghi e molto complessi. Certo, bisognerebbe poi tastare la volontà popolare reale delle popolazioni del sud-est ucraino, in quanto non è detto che vi si trovino orientamenti filorussi tout court.

Inoltre: la Grivnia ormai ha subito una svalutazione spaventosa. Irreparabile. Si trova chiusa tra due mercati con due monete differenti e spesso anche in Ucraina stessa si trovano prezzi espressi in monete differenti da quella ufficiale. Ritiene in tal senso (e alla luce della domanda precedente) possibile lo scenario in cui in un’ipotetica Ucraina occidentale sia in uso l’Euro mentre in quella orientale il Rublo, per ammissione nelle rispettive Comunità delle due confederazioni? 

La descrizione di un’ipotetica doppia valuta in Ucraina rispecchia un pò la situazione stessa del paese, e un po’ la sua stessa storia: tirata da un lato e da un altro, preda di continue forze e tendenze esterne che ne plasmano la realtà interna. Venendo alla domanda, e non essendo un economista, non credo questa sia uno scenario verosimile nel futuro prossimo: ne l’entrata nell’euro dell’Ucraina (la zona euro e l’EU mi sembrano abbiano già varie questioni di alta priorità da gestire…) ne l’adozione del rublo per la tribolata area del Donbass. Più probabile invece la continuazione della cosiddetta passportization policy delle autorità russe nell’area, una delle varie e ormai classiche carte delle cosiddette operazioni ibride del Cremlino nell’ex spazio sovietico.

La Storia recente, dell’ultimo secolo –  come si evince dai relativi capitoli del suo libro – ha mostrato tutta la resilienza, la resistenza e la tenacia di un popolo con una statualità fragile ma che è riuscito a rimanere comunque unito in uno spirito nazionale che non tutti davano per certo, che nonostante vari traumi non è mai stato totalmente assoggettato: dallo sterminio dei kulaki a tutto il periodo sovietico.  Come inquadra in tal senso la bramosia di “riprendersela” dello “Zar Putin”?

La volontà del Cremlino sotto la leadership di Vladimir Putin –  tra l’altro certamente non in discontinuità con l’era Eltsin – è quella di tenere una qualche forma di stretto contatto o se vogliamo di influenza sull’Ucraina, per le mille e lunghe ragioni spiegate all’interno del libro. Ciò, di per se, rientra nei “normali” pilastri di una qualsiasi articolazione imperiale, il fatto è che l’impero di un tempo non c’è più, e le nazioni un tempo sotto il controllo dell’impero russo – zarista, poi sovietico – hanno in maggioranza scelto un altro sentiero, un’altra galassia sulla quale orbitare (quella euroatlantica, ca va sans dire). Da qui il grande problema del trovare un equilibrio tra le volontà post-imperiali di Mosca e le volontà di libera scelta di collocazione nel quadro internazionale e di politica estera e di sovranità e difesa dell’integrità territoriale degli stati post-sovietici / post Patto di Varsavia. 

L’Ucraina è sempre stata il “granaio d’Europa”. La maggior parte delle attività commerciali redditizie sono ora nella parte orientale. L’Ucraina riceve enormi sovvenzioni da parte degli USA ma attraverso il suo territorio transita il gas russo diretto verso l’Europa. Una situazione difficilmente risolvibile, quella dell’indipendenza dai rispettivi “protettorati”.  A Suo modo di vedere tutto ciò rafforza l’ipotesi di una divisione in due confederazioni?

Non credo, ripeto, che una balcanizzazione del Paese sia nell’interesse della maggioranza degli attori coinvolti in questa enorme crisi di politica internazionale nota come crisi ucraina. Non lo è ovviamente per Kiev, non lo è per l’Occidente e la NATO  e l’Unione Europea, che pongono come principio quasi sacrale la non modifica dei confini territoriali usciti dal secondo dopoguerra. Bisogna anche dire tuttavia che l’Ucraina oggi ha asset economici non individuabili esclusivamente nel sud-est del Paese; per quanto concerne la questione del gas la questione, come noto, è estremamente delicata non solo dal punto di vista meramente economico-energetica, ma lo è sempre di più anche nella dimensione politica, specie dopo l’azione – assolutamente legittima… – del raddoppio del North Stream II voluto, in pieno moto machiavellico, dalla Germania di Angela Merkel, alla faccia dell’unità di intenti delle politiche euroatlantiche…


Circa la “presa della Crimea”, molte sono le voci contrastanti: ascoltando un telegiornale filorusso ovviamente si ha un’idea molto, anzi totalmente differente da quella ascoltata in un telegiornale “occidentale”. Quanto ha influito la propaganda filorussa in tutto ciò, anche a seguito delle recenti questioni circa le ingerenze russe nelle ultime due elezioni in USA, in Francia e anche in Italia, con chiari segnali di sostegno sovranista, populista e antieuropeista da parte di Putin?

Non è immediato il legame tra presa della Crimea e supposte ingerenze russe in campo internazionale elettorale, USA su tutte. Impossibile qui inoltrarsi in questa palude di notizie, smentite, processi, assoluzioni et cetera (riferendosi alla questione del supposto intervento russo nelle elezioni americane). La Crimea è una questione che si lega agli ultimi tre secoli di storia delle relazioni internazionali, ergo europee, precisamente dal 1783 quando la zarina Caterina II annesse la penisola all’impero russo, sottraendolo all’Impero Ottomano, che da secoli era il protettore di questo territorio di tradizione turcico-islamica, patria dei tatari di Crimea, per l’appunto, tutt’oggi presenti. Altro capitolo fondamentale di questa storia si trova nel 1954, anno del trasferimento della penisola crimeana al territorio ucraino per volere di Krushev: il capitolo nel libro dedicato precisamente a questa questione dà, in una mia personale decodificazione dei fatti, in una mia visione storiografica, una possibile spiegazione di questo atto unilaterale che ancora oggi tormenta le classi dirigenti russe. 

Julija Tymošenko, “la pasionaria”, è stata incarcerata sotto il regime di Viktor Yanukovich (fortemente voluto e sostenuto da Putin stesso, che lo ha poi tratto in salvo durante la fuga dal “palazzo d’oro” durante la rivolta del Maidan) per sette anni ed è stata poi liberata dopo tre di detenzione. Era considerata un’icona ma una volta apparsa in sedia a rotelle sul palco dell’Euromaidan è stata acclamata per certo poco tempo, dopodiché ha perduto anche lei parecchio consenso. Stesso dicasi per Vitalij Klyčko, ora sindaco di Kiev. Il popolo ucraino chiede volti nuovi, figure fresche e “pulite”. Chi vede nell’attuale panorama politico come possibile “promessa” da ritenersi accreditata e attendibile?

L’Ucraina ha certamente vissuto una prolungata crisi della sua classe politica, delle sue classi dirigenti, ma in questo mi pare in buona compagnia se pensiamo ad alcuni governi occidentali… Con Zelensky, l’opinione pubblica – stanca di decenni di malgoverno, per usare un eufemismo, c’è chi le ha definite financo cleptocrazie, se pensiamo agli anni al potere di Yanukovich, con una asfissiante corruzione di imprint sovietico… – aveva individuato in Zelensky quel volto nuovo da lei citato, quella nuova linfa politica incarnata da un politico nuovo e giovane. Le aspettative, come spesso accade, per di più quando molto alte, finiscono col deludere parzialmente, specie in ambito politico. Non è tuttavia certamente questa l’occasione per fare un bilancio dell’operato del nuovo governo, anche perché il periodo che sta vivendo il paese nel suo braccio di ferro con la Russia non facilita certamente la sua governance. 

Aleksei Navalny è considerato un eroe in Terra Ucraina e da molti russi, eppure sta scontando una pena di detenzione di almeno due anni nelle durissime carceri russe. La pressoché totalità degli altri oppositori al regime di Putin è stata messa fuorigioco spesse volte anche al caro prezzo della vita. Considerata la sua enorme notorietà e il consenso che ha raggiunto, in questo momento l’eventuale morte di Navalny lo renderebbe un martire; una sua riammissione nella scena politica lo renderebbe viceversa un avversario temibile e certamente molto scomodo. Qual è la sua personale opinione in merito?

Trovandomi in questi giorni a Bruxelles, visto l’enorme poster a difesa di Alexey Navalny davanti ai palazzi dell’Unione Europea, si direbbe che si tratti di un eroe non solo per alcune fasce della popolazione russa o di altri paesi ex sovietici. Tuttavia, non vedo sinceramente un legame tra la crisi ucraina e l’affaire Navalny, quantomeno non diretto. Le posizioni eventuali di un Navalny politico poi sono tutte da vedere, visto che spesso si è collocato su posizioni etno-nazionalistiche, non esattamente liberali insomma (basta pensare ai suoi pericolosi, xenofobici slogan diretti alle popolazioni a maggioranza islamica del Caucaso settentrionale della Federazione Russa). L’elemento Navalny, più che altro, dovrà essere analizzato e contestualizzato all’interno della più grande e importante olistica analisi che occorrerà fare sul tuttora ignotissimo orizzonte post-Putin che, prima o poi, ineluttabilmente busserà alle porte della Storia. 

 

I vescovi francesi in vista delle presidenziali. Una scelta di responsabilità (L’Osservatore Romano).

L’attuale globalizzazione, si legge nel documento della Conferenza episcopale francese, richiede uno sforzo creativo affinché il rispetto delle storie prevalga sulla logica della destrutturazione.

Charles de Pechpeyrou

Si intitola La speranza non delude il documento pubblicato dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale francese (Cef) in vista delle elezioni presidenziali di fine aprile. I vescovi seguono così una tradizione avviata quindici anni fa in occasione del scrutinio del 2007, che consiste nel proporre ai cattolici spunti di riflessione sulle sfide legate al rinnovo della carica del capo di Stato. Il contesto, però, è diverso: l’epoca attuale — ammettono i vescovi nell’introduzione — è stata segnata dalle rivelazioni sugli abusi sessuali commessi dal clero francese, che hanno messo in discussione la credibilità della parola episcopale. Riconoscendo di aver «fallito», la Chiesa vuole quindi esprimersi con «umiltà». «Non diamo né daremo indicazioni di voto», spiegano i vescovi, che tuttavia esortano i cattolici ad andare alle urne: «Astenersi dal voto è una violazione di responsabilità» nei confronti di una società che rischia di «fratturarsi», perché «divisa e abitata da violenze latenti».

Il testo di una sessantina di pagine si divide in sette capitoli che definiscono altrettanti punti su cui focalizzare l’attenzione: «scegliere di vivere insieme in pace», «il rispetto incondizionato di tutta la vita umana», «promuovere la libertà, l’uguaglianza e la fraternità», «le religioni: un’opportunità per la nostra società in cerca di senso», «per un’ecologia autenticamente integrale», «la Francia non è un’isola» e infine «trasmettere».

In modo particolare, la Cef avverte del rischio di «frattura» della «comunità nazionale» e chiede «un dibattito pre-elettorale che consenta un incontro rispettoso e franco per quanto riguarda le idee e i programmi, al fine di raggiungere una scelta elettorale che possa essere accolta da tutti e portare frutti nel lungo periodo». Nell’attuale clima segnato da molteplici crisi, i vescovi invitano i cristiani a coltivare un senso di responsabilità verso tutti, vigilanza etica e sociale, speranza, ed esortano a non cedere all’amarezza, allo scoraggiamento e alla paura.

Il testo affronta con prudenza la questione della tentazione del ripiegamento su sé stessi e cerca di analizzare piuttosto che giudicare. «L’attuale globalizzazione economica e culturale — si legge — richiede uno sforzo creativo da parte di tutti affinché il rispetto delle storie, delle culture, degli ecosistemi locali e delle persone prevalga sulla logica del confronto o della destrutturazione». La costruzione europea, proseguono i presuli francesi, «così emblematica di una lotta vinta contro le tentazioni di scontro e di guerra», deve essere costantemente rivista per non cadere «nella deriva libertaria, l’eccesso tecnocratico, la rinuncia a promuovere i veri valori morali».

Nel documento si può rilevare inoltre un monito contro il pericolo di strumentalizzazione delle religioni. «Il movimento fondamentale della religione non può ridursi alla ricerca di un’identità particolare» ma «deve essere suscitato dalla ricerca di Dio, per il bene, il vero e il bello», afferma la Cef. Sulla questione migratoria, si ricordano gli «appelli profetici» di Papa Francesco e viene ribadita anche la «legittimità della regolamentazione giuridica dei flussi». Posizioni molto forti vengono prese sugli aspetti bioetici: i vescovi ricordano che «la via autenticamente umana, quella che contribuisce in profondità alla pace, non può consistere in un accanimento terapeutico o nell’uso dell’eutanasia». Mentre è in seconda lettura al Senato il disegno di legge volto in particolare a prolungare la possibilità di abortire fino a 14 settimane, l’episcopato ritiene che questo progetto «costituisce un’ulteriore violenza contro la società nel suo insieme, in particolare nei confronti dei più fragili o portatori di handicap». Viene ribadita infine l’urgenza di una riconversione ecologica e di una revisione del sistema di produzione e dei modi di consumo, in linea con l’enciclica Laudato si’.

 

I 90 anni de “La Settimana Enigmistica”

Era il 23 gennaio 1932: un eccellenza culturale italiana

Nel 1932 il nostro Paese, o come si usava chiamare all’epoca la Nazione o la Patria, era di circa 41 milioni di abitanti e il 21% era analfabeta, in quanto non sapeva ne leggere e ne scrivere. L’Italia era in Europa una delle nazioni con il più alto numero di persone prive di due funzioni primarie e distintive dell’essere umano. Notevoli erano gli sforzi per favorire lo sviluppo della cultura fra i cittadini, per recuperare ritardi storici sulla condizione educativa dei giovani e delle persone volenterose. Si leggono ancora le aspirazioni di tante famiglie italiane che rivendicavano la possibilità di avere strumenti di studio, di lettura e di conoscenza, per poter aspirare a una vita migliore. 

Significativo era quanto si scriveva in quel periodo, in modo particolare da una Casa Editrice: “Un’enciclopedia in ogni casa. Questo, che sarebbe stato un paradosso librario vent’anni fa, sta per essere una conquista certa, confortante e feconda della cultura italiana: conquista che ha avuto ragione del dispregio dei pochi per tal genere di produzione intellettuale, come avrà ragione dell’incomprensione e dell’indifferenza dei più.” In questo concetto e con queste parole gli Editori della Labor, nel 1935, presentavano agli italiani la prima edizione del “Dizionario Enciclopedico Moderno”, una pubblicazione rivoluzionaria a quei tempi, perché stampata anche  fascicoli, che poi si potevano rilegare in quattro volumi.

Questa modalità era per andare incontro a coloro che non potevano acquistare la grande enciclopedia all’epoca esistente, e cercava di favorire tutti i ceti sociali, in modo particolare per incoraggiare all’acquisto le persone con modeste condizioni economiche, perché poteva essere pagata con rate mensili. Esisteva, in quel tempo, una disputa che considerava “il libro dei libri” l’enciclopedia, e perciò ogni famiglia doveva avere un’enciclopedia, la quale naturalmente non poteva essere eguale per tutte le famiglie, perché diversi erano i bisogni, varie le possibilità e le esigenze.

In quel “dinamismo” di ricerca e di conoscenza da parte dei cittadini più attivi, promosso anche dagli stimoli e dalle novità indotte della “prima guerra mondiale”, nasce una particolare e quanto significativa “ eccellenza culturale italiana”.   Ancora oggi, nonostante le grandiose trasformazioni avvenute – a cavallo del XX e XXI secolo – è presente nella nostra società: complessa, tecnologica, e ricca di continue innovazioni, parliamo di una delle riviste più antiche d’Italia: La Settimana Enigmistica. Il primo numero fu stampato, in 16 pagine ed al costo di 50 centesimi.  Uscì il 23 gennaio 1932: sono passati novanta anni.

In quel contesto storico e sociale, La Settimana Enigmistica, la cui redazione è a Milano, è diventata  rapidamente un fenomeno editoriale senza precedenti. E’ stato in Italia, il primo periodico settimanale di enigmistica (rebus, cruciverba, giochi, vignette e tanta cultura attraverso rubriche, i cui contenuti hanno trasmesso saperi e nozioni),  che ha visto nel tempo il moltiplicarsi di un gran numero di testate simili. Non a caso su tutti i numeri del Settimanale, a fianco della sua testata appaiono due slogan per ribadire l’unicità e la primogenitura, in quelli pari si legge “La rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione”, (nel corso degli anni ne sono stati contatati oltre 200), e in quelli dispari “La rivista di enigmistica prima per fondazione e per diffusione”.

Come nacque La Settimana Enigmistica? Ad inventare la rivista fu un nobile di origine sarda, Giorgio Sisini conte di Sant’Andrea, figlio di uno dei fondatori del primo Rotary Club della Sardegna. Il giovane Sisini, laureatosi in ingegneria a Milano, nel 1930 durante un soggiorno a Vienna, gli capitò per caso fra le mani un giornale di enigmistica austriaca Das Ratsel, per il nobile sardo che era un appassionato cultore di giochi ed enigmi, il passo fu breve. Così iniziò l’avventura in Italia del capostipite del nuovo filone editoriale dei periodici di enigmistica, diretta per 40 anni dal fondatore Sisini, fino al 21 giugno 1972, giorno della sua morte.

Quali sono i segreti della rivista che settimanalmente dal 1932, e ha pubblicato 4687 numeri fino ad oggi? Certamente alcuni motivi del successo, vanno ricercati nel fatto che La Settimana Enigmistica, è divenuta “un’attesa consuetudine” in edicola per migliaia di famiglie italiane, di cultura medio – alta,  con il passare degli  anni questa consuetudine si è diffusa in tutte le classi sociali della società, che l’acquistavano anche insieme ai quotidiani e alle riviste preferite. Per molti anni usciva il sabato e dal 2014, il giovedì. La Settimana non ha mai mancato un’uscita. Ci sono state solo due eccezioni, ed entrambe molto serie: nel periodo agosto/settembre 1943, per i bombardamenti, che avevano danneggiato la tipografia e la distribuzione, e nell’aprile/luglio 1945, in seguito agli “ storici avvenimenti bellici che hanno impedito le pubblicazioni”, erano i giorni della Liberazione.

I contenuti della Settimana, hanno fatto la differenza per qualità e   gradimento, rispetto al panorama che veniva offerto dalle altre pubblicazioni, per le novità, la fantasia, la creatività e i tanti risvolti culturali presenti. Tutte pagine ricche  di giochi, ma anche di notizie e barzellette: tanti schemi di parole crociate, da quelle classiche a quelle senza schema, a quelle crittografiche oppure facilitate. E ancora, i rebus, gli indovinelli, le cornici concentriche, inoltre le raccolte di notizie curiose o insolite come succede con “Forse non tutti sanno che…”, “Strano ma vero”, “Spigolature”,  “ Perché ”, “Se non lo trovate…..ve lo dico io”,  “Una gita a …”, e tante altre rubriche che contribuiscono alla riflessione e alla ricerca dell’apprendimento.  

L’influenza culturale della Settimana Enigmistica, motivo del successo editoriale, è presente e viene anche citata, ad esempio, in film, canzoni, e a molti personaggi protagonisti di giochi e vignette, presenti nel corso della vita della rivista. Si può affermare che molti giochi radiofonici prima e televisivi poi, sono stati ispirati del settimanale fondato nel lontano 1932. Va ricordato che la veste tipografica è sostanzialmente, nonostante le più moderne tecnologie di stampa offset, la stessa dei primi numeri, con l’immagine di un personaggio donna sulla prima pagina nei numeri dispari e uomo nei numeri pari.

 In fondo alla prima pagina, appariva uno slogan “Per conservare la memoria occorre esercitarla: La Settimana Enigmistica ve ne dà la possibilità”, oggi c’è un richiamo storico: 23.1.1932 Novant’anni di settimana 23.1.2022, ecco in sostanza il segreto di quella che viene definita “Un eccellenza culturale italiana che si rinnova ogni sette giorni”. 

Ed è proprio vero!

Il tempo stringe, bisogna fare in fretta. Non si può tardare ulteriormente a eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

Il Paese ha bisogno di una figura che prenda in corsa il testimone di Mattarella e risponda alle ansie di un paese ancora provato – come tutti in Europa – dal dramma della pandemia. 

L’elezione del Presidente della Repubblica. Un appuntamento importante per l’intera nazione, perché il Presidente non è una figura rappresentativa, ma è diventato l’uomo – o la donna – del popolo italiano e gli italiani si aspettano qualcuno che non sia solamente importante per il prestigio della nazione all’estero, ma che sia una persona vicina a tutti, in grado di comprendere i bisogni di tutti e, se necessario, schierarsi dalla parte dei più deboli. Oggi il nostro paese ha bisogno di una figura così, che prenda in corsa il testimone di Mattarella, e risponda alle ansie di un paese ancora provato – come tutti in Europa – dal dramma interminabile della pandemia. 

Non so, però, se i partiti lo abbiano capito, perché in tutti questi mesi hanno nicchiato nelle loro cose, nei loro problemucci personali per poi di colpo svegliarsi ieri e pretendere di avere in mano la strategia per eleggere il presidente di tutti: la scheda bianca.

In queste ultime settimane siamo passati dalla folle attesa del sì di Berlusconi, con la sua candidatura improponibile, al no per la Casellati e a qualche altro nome ventilato indiscriminatamente, come se si dovesse eleggere il sindaco di un paesello, che pure si merita la sua dignità. E non serve spremersi il cervello per tirare fuori due o tre nomi “degni”, come ha detto ieri qualcuno tra un watsapp e l’altro in cerca di consensi. Forse bisogna ragionare su ciò che si ha e non su ipotesi inverosimili. E siamo d’accordo che a Mattarella non si può chiedere di più. 

E intanto, come ha fatto notare Tiziana Ferrario in un tweet di questa mattina, si sta surriscaldando il clima nella vicina Ucraina. Biden mobilita 8500 soldati, la NATO invia armi, e noi ci ritroviamo con 1009 elettori che giocano a votare scheda bianca. Qualcuno, giorni fa, diceva che bisogna prendere spunto dal Conclave per l’elezione del Presidente. Certamente andrebbe fatto come nel conclave di Viterbo del giugno 1279 quando i viterbesi chiusero i cardinali nel palazzo dei papi, riducendo loro le vivande per accelerare l’elezione papale. 

Oggi più che mai c’è bisogno di un maggiore senso di responsabilità. Non è questo che si aspettano gli italiani, la maggioranza dei quali vorrebbe finalmente andare a votare. Tutti attendiamo un nuovo Presidente, ma che non sia alle calende greche. L’Italia attende.

Alla ricerca di un altro Mattarella. La trattativa entra nel vivo, le ipotesi si rincorrono, i giochi restano complicati. E allora? 

Il rischio più grande è che l’attivismo di Salvini si risolva nella equivocità di un disegno gravido di conseguenze sul piano della stabilità politica.  

La conferma di Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi corrispondeva, e in qualche modo continua a corrispondere, all’idea di un Paese che attraverso la sua classe dirigente riconosce la necessità di preservare un delicato e prezioso equilibrio politico. La difficoltà nasce quando si prova, come in queste ore, a costruire un equilibrio analogo con il passaggio di Draghi al Quirinale. Gli ottimisti interpretano i messaggi che filtrano dagli incontri di ieri come il preludio di un’intesa complessiva, sia sulla presidenza della repubblica che sulla presidenza del consiglio (ovvero sul governo). Gli altri, meno ottimisti, si limitano a riconoscere che il confronto sta producendo effetti positivi, se non altro perché si è formato un asse Salvini-Conte-Letta che potrebbe – il condizionale è d’obbligo – condurre a buon fine la partita.

A ben vedere, la prima giornata dei Grandi elettori si è chiusa in un clima di sospensione, senza un vero punto fermo. Anche la figura di Draghi è investita da una strana luce che ne rivela la forza derivante dal ruolo ricoperto e dal prestigio personale, come pure la debolezza conseguente alla incertezza delle prospettive, fino al rischio di pericolosi contraccolpi. Se non va al Quirinale, il problema si trasforma in un quesito molto semplice: quale altro candidato può garantire, alla stregua di Mattarella in questi mesi, la stabilità o la continuità della sua leadership di governo? Chi caldeggia l’ipotesi di Casini, il più solido dei nomi ricorrenti, deve smontare le preoccupazioni che aleggiano come nuvole gravide di tempesta su Palazzo Chigi.

In gioco, oltretutto, è la conferma dell’attuale maggioranza. Nata sotto la stella dell’emergenza, adesso si ritrova sottomessa al gioco più brillante e più incauto, quello che sconta la velleità dell’oltrepassamento nell’orizzonte dell’unitarismo, con l’appello, come si dice, a una “personalità autorevole e non divisiva”. Ecco, la  retorica in questo caso si scontra con la realtà: di regola un consenso più ampio, auspicabile senz’altro nel caso della elezione del Presidente della Repubblica, si raggiunge solo a condizione che si mantenga il consenso di una preesistente maggioranza. L’alternativa è che la piroetta dei giocolieri finisca in un atterraggio disastroso, ovvero con la dissoluzione del quadro politico esistente. 

Sventare tutti questi pericoli significa disporsi ad eleggere al Quirinale un altro Mattarella. Ad essere equanimi, in giro se ne vede solo uno, ed è proprio Mattarella. Videant consules…

 

Emma e Matilda con Sergio. Cronaca di un incontro….al Quirinale.

Il Presidente Mattarella ha ricevuto lo scorso novembre le due ragazzine, naturalmente incredule e commossse. La cronaca dell’incontro è qui descritta dalla persona – nascosta sotto lo pseudonimo di Nemo – che ha lavorato assiduamente per trasformare in realtà il desiderio di Emma e Matilda. Il testo è preso dal nuovo numero 0 (gennaio 2022) del periodico “Democraticicristiani-Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

Nemo

Emozione e curiosità si sono mescolate in un intreccio indissolubile sin dall’arrivo della notizia di essere ricevute dal Presidente della Repubblica al Quirinale.

Il 19 novembre 2021 resterà, per sempre, scolpito nei loro ricordi tra incredulità e riconoscenza.

Emma e Matilda mi avevano espresso questo desiderio durante le vacanze estive e io lo avevo raccolto senza far trasparire quanto fosse difficile accogliere tale richiesta. Ma anche consapevole che non bisogna mai negare ai bambini che i loro sogni si possano realizzare. E così, dopo qualche giorno, ho scritto al Presidente Sergio Mattarella e chiesto udienza. Una breve lettera in cui illustravo quanto Emma e Matilda ci tenessero a conoscerlo, raccontavo il loro ritorno a scuola in presenza e lo studio dei primi articoli della Costituzione, il – seppur breve – ma intenso percorso di vita, la malattia di Matilda.

L’emozione di quell’incontro aveva contagiato anche mamma e papà, Ines e Andrea.

Con trepidazione salirono in ascensore e attesero di essere chiamati senza prima dimenticare di fare la foto con il corazziere che sostava davanti all’ingresso dell’appartamento del Presidente. 

All’annuncio che potevamo entrare fu gioia subito.

Emma e Matilda avevano portato dei dolci al Presidente, quelli che a Lui piacciono tanto. 

Con sicurezza e slancio seguivano l’uscere anticipando tutti, correndo incontro ad una persona che sembrava conoscessero da sempre.

Ma l’emozione fece dire poche cose delle tante preparate. Ci fu però lo spazio per parlare del loro ritorno a scuola in presenza e di quegli articoli della Costituzione così cari non solo al Presidente. La consegna dei regali coprì quel momento d’incertezza e poi la foto, a perenne ricordo. 

Sentito come “una persona di famiglia”, a Natale Emma e Matilda hanno inviato gli auguri a Sergio Mattarella.

Caro Presidente,

siamo quasi alla vigilia di un nuovo Natale e Lei avrà ricevuto già tanti biglietti e messaggi di auguri per le festività.

Saranno talmente tanti che, magari, non riuscirà a leggerli tutti, ma anche noi vogliamo unirci alle persone che le esprimono il oro affetto.

Le auguriamo, innanzitutto di riuscire a trascorrere momenti di gioia con la sua famiglia e i suoi nipoti, perché un vero Natale si vive con le persone che amiamo e che ci amano.

Le auguriamo di trovare sotto l’albero i regali che Le piacciono davvero, accanto a quelli che dovrà farsi piacere per forza.

Le auguriamo di riuscire a trovare sempre un po’ di serenità, anche quando intorno a Lei ci saranno tensioni e litigi.

Le auguriamo di trovare sempre Gesù Bambino nel suo cuore.

Infine La ringraziamo perché noi, il nostro regalo più bello quest’anno lo abbiamo ricevuto con un mese di anticipo: poterLa incontrare a casa sua è stato bellissimo!

Eravamo molto emozionate e non siamo riuscite a dirle quello che volevamo….

Ma la cosa più importante oggi la scriviamo qui: grazie di cuore per aver realizzato il nostro desiderio di conoscerLa, nonostante i suoi tanti impegni e grazie per aver sempre rappresentato il nostro Paese con la Sua onestà e gentilezza.

Un abbraccio forte 

Matilda ed Emma 

Le soprese per loro non sono finite perché Mattarella risponde ai loro auguri con un biglietto autografo.

Care Matilda ed Emma,

Vi ringrazio molto per la Vostra bella lettera e per gli auguri, che Vi ricambio con affetto.

Spero che anche Voi abbiate trascorso un bel Natale in famiglia e state passando bene questi giorni di vacanza.

Mi ha fatto tanto piacere incontrarvi e conoscervi e augurarvi un bel futuro.

Un caro saluto

Sergio Mattarella

Da tutti noi, Grazie Presidente!

 

Per leggere la rivista “Democraticicristiani–Per l’Azione”

Istituto Cattaneo: “Occupazione al 2030 e mutamenti demografici. Centro-Nord e Mezzogiorno”.

Come sarebbe il mondo del lavoro del Centro-Nord e del Mezzogiorno fra dieci anni, se improvvisamente le migrazioni si azzerassero e i tassi di occupazione rimanessero co- stanti per sesso ed età? Sia al Nord che al Sud vi sarebbe una drammatica carenza di manodopera, mentre sia i colletti blu che i colletti bianchi invecchierebbero fortemente. È da questi numeri – difficilmente modificabili – che bisognerebbe partire per stimare il fabbisogno di immigrati dall’estero dei prossimi anni.

Chiara Gargiulo e Gianpiero Dalla Zuanna 

La legge Bossi Fini del 2002 chiede che alla fine di ogni anno il Governo emani un decreto flussi, fissando il numero di immigrati cui permettere di entrare nel nostro paese nell’anno successivo. Il numero viene fissato con criteri non definiti a priori, su suggerimento del Comitato per il coordinamento e il monitoraggio istituito dalla stessa legge. Nel difficile tentativo di determinare un numero “ottimale” annuale di immigrati, abbiamo provato a fare un primo passo, isolando i soli fattori demografici. I numeri che illustreremo non definiscono quindi il fabbisogno reale, perché molte altre cose possono cambiare, oltre e assieme alla demografia. Tuttavia, è da qui che si deve partire per arrivare a numeri dotati di qualche razionalità. Infatti molti aspetti dell’evoluzione demografica della popolazione lavorativa sono definibili quasi con certezza, almeno per il pros- simo decennio.

Le nostre stime sono differenziate per il Centro-Nord Italia, dove il mercato del lavoro è assai dinamico e la popolazione straniera supera oggi il 10% della popolazione totale, e per il Mezzogiorno, dove gli stranieri sono molti di meno, i tassi di attività più bassi e quelli di disoccupazione assai più elevati. La stima proietta il fabbisogno dal 2012-20 al 2022-30. La fonte è la Rilevazione Continua Istat delle Forze di Lavoro, che ha almeno tre pregi: fornisce risultati tempestivi (pochi mesi dopo la rilevazione), ha numerosità elevate (annualmente viene intervistata l’1% della popolazione residente in Italia) e ri- leva il lavoro in modo dettagliato. L’utilizzo di questa fonte potrà permettere di aggiornare annualmente queste stime.

L’obiettivo è vedere come si modificherà la domanda di occupati nei prossimi anni rispetto a quella odierna, partendo dalla popolazione suddivisa per cittadinanza (italiani e stranieri), sesso (uomini e donne) e titolo di studio (basso: no titolo, elementari, medie, corsi professionali e alto: diploma e laurea). La stima riguarda la popolazione totale in età lavorativa (15-64 anni), suddivisa per classi di età quinquennali. Quali saranno le categorie della popolazione per le quali, nel prossimo decennio, si avrà un numero sufficiente di potenziali nuovi occupati per coprire il vuoto occupazionale lasciato dai nuovi pensionati, ovvero vi sarà un tendenziale deficit o surplus di lavoratori, ricopribile mediante modifiche strutturali del mercato del lavoro e/o grazie a flussi migratori?

Supponiamo che il mercato del lavoro sia “cristallizzato”, ossia che la percentuale di occupati per ogni categoria frutto degli incroci fra le variabili sesso, cittadinanza e titolo di studio resti la stessa nei prossimi anni, per ogni classe di età quinquennale, che non ci siano migrazioni né cambi di cittadinanza, Per semplicità, facciamo anche l’ipotesi di mortalità nulla, visto che fortunatamente nel nostro paese la mortalità fra 5 e 64 anni è demograficamente trascurabile. Queste ipotesi non sono ovviamente verosimili. Tuttavia, lavorando in questo modo, per ogni categoria considerata possiamo isolare l’effetto di trasformazioni demografiche che si verificheranno in ogni caso, ossia il progressivo invecchiamento delle generazioni: perché – in ogni caso – fra dieci anni la grandissima parte dei lavoratori di 15-64 anni sarà costituita da chi oggi ha 5-54 anni.

Partendo da questa prima stima, in un momento successivo sarà possibile fare ipotesi sull’evoluzione della propensione all’occupazione futura (ad esempio supponendo che il tasso di occupazione femminile continui ad aumentare, come è accaduto nel corso degli ultimi decenni, che la disoccupazione diminuisca, che la produttività aumenti…), per giungere a stime più realistiche del fabbisogno migratorio (in entrata o in uscita) nei prossimi anni.

Come già accennato, i dati fanno riferimento alla Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro, considerando in un solo blocco gli anni 2012-2020. L’informazione relativa allo stato occupazionale è stata ricavata dalla domanda I1: Nella settimana di riferimento, si considerava occupato, disoccupato, casalinga, studente o ritirato dal lavoro? Le risposte a tale domanda sono state suddivise in sei modalità: occupato, disoccupato, casalinga, studente, altro inattivo, ritirato/inabile.

 

Per leggere la ricerca

https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2022/01/2022-01-21-occupazione-e-demografia-al-2030.pdf

 

Depositati tre emendamenti in Parlamento: uno riguarda i lavoratori fragili. 

La questione riveste sempre un’importanza particolare. Seguiremo l’iter parlamentare degli emendamenti depositati e daremo notizia degli esiti legislativi.

In questi giorni su nostra sollecitazione e grazie alla collaborazione dell’amico Francesco Comellini – esperto legislativo – che ha sensibilizzato le parti politiche ad affrontare le problematiche riferite alle questioni di maggiore e più urgente impatto sulle persone più fragili, recependo in pieno le nostre richieste con competenza e avvertito sentimento di condivisione di tutte le segnalazioni pervenute da ogni parte del Paese, sono stati depositati nei termini, tre emendamenti, di cui due al Senato sul DL 221/2021 e uno alla Camera in relazione al ‘Decreto milleproroghe’.

Diamo testuale notizia degli emendamenti di cui sopra, comprensivi del testo depositato e della relazione esplicativa.

Senato della Repubblica.

Emendamento al AS. 2488

Dopo l’articolo 17, inserire il seguente: 

“Articolo 17-bis.

(Misure per il personale delle pubbliche amministrazioni)

  1. L’assenza dal lavoro del personale, che svolge un’attività lavorativa a tempo indeterminato e a tempo determinato, delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nelle giornate immediatamente successive alla somministrazione del vaccino contro il COVID-19, dovute al verificarsi di eventi avversi purché questi siano certificati dai competenti organi medico-legali o da struttura sanitaria pubblica, che ne attestino la correlazione con la somministrazione della dose vaccinale contro COVID-19, non determina, anche per periodi inferiori ai 10 giorni, alcuna decurtazione del trattamento economico, né fondamentale né accessorio. I periodi di assenza dal servizio di cui al presente articolo non sono computabili ai fini del periodo di comporto.

Relazione esplicativa

Sulla base dell’emendamento approvato in Senato al DL 172/2021, che ha introdotto al Capo I, dopo l’articolo 2, l’articolo 2-bis recante «Misure per il personale delle pubbliche amministrazioni» che prevede come l’assenza dal lavoro del personale, che svolge un’attività lavorativa a tempo indeterminato e a tempo determinato, delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, per la somministrazione del vaccino contro il COVID-19 sia giustificata e che la predetta assenza non determina alcuna decurtazione del trattamento economico, né fondamentale né accessorio, con il presente emendamento si intende garantire al personale delle Pubbliche Amministrazioni – a fronte della somministrazione vaccinale da Covid-19 quale atto volontario del lavoratore al sostenere e contribuire personalmente ad ogni azione di tutela sanitaria a garanzia del luogo di lavoro e per assicurare il corretto funzionamento della Pubblica Amministrazione nell’esercizio delle sue funzioni – si propone di non rendere operativa la decurtazione prevista dall’art 71 del D.L. n.112 del 2008 (Legge 133/08) per i periodi di malattia inferiori ai 10 giorni che dovessero essere necessari per il verificarsi di eventi avversi conseguenti alla somministrazione del Vaccino contro Covid-19, purché tali eventi sino ad esso correlati e certificati dai competenti organi medico legali. 

Al riguardo si precisa che per ‘competenti organi medico legali’ debbano intendersi anche le figure preposte a rilasciare la certificazione di malattia tra cui i medici preposti al servizio di medicina generale (c.d. medico di base) che i medici convenzionati con il SSN (accordo collettivo nazionale di cui all’ Art. 8 d.lgs 502/92) la cui attività prevede l’esercizio di poteri pubblicistici di certificazione. Inoltre proprio in conseguenza del valore che tale disposizione riveste al fine di sostenere con ogni mezzo le azioni di contrasto alla diffusione pandemica di Covid-19 e delle sue varianti, si ritiene doveroso non conteggiare, ai fini del comporto, le giornate di malattia come individuate dalla presente disposizione. La disposizione non genera nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica in quanto le attestazioni delle condizioni cliniche documentate che determina l’assenza per malattia sono già previste da disposizioni vigenti.

Senato della Repubblica

Emendamento al AS. 2488

All’articolo 17, apportare le seguenti modifiche:

  1. al comma 1, primo periodo, le parole “comma 2-bis” sono sostituite dalle seguenti: “comma 2 e comma 2-bis”;
  2. al comma 1, secondo periodo, dopo le parole “sostituzione del personale” aggiungere le seguenti: “ , anche

conseguentemente 

al comma 1, secondo periodo, le parole “la spesa di 39,4 milioni di euro per l’anno 2022” sono sostituite dalle seguenti: “la spesa, nel limite massimo, di 39,4 milioni di euro per l’anno 2022”

Relazione esplicativa

La misura è volta ad estendere le tutele previste per le persone con fragilità in possesso di certificazione  rilasciata  dai competenti organi medico-legali, attestante una condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o dallo svolgimento di  relative terapie salvavita, ivi inclusi i lavoratori in possesso   del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità  ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio  1992, n. 104, il periodo di assenza dal servizio è equiparato al ricovero ospedaliero ed è prescritto dalle competenti autorità sanitarie, nonché dal medico di assistenza primaria che ha in  carico  il  paziente,  sulla base  documentata  del  riconoscimento di disabilità o delle certificazioni dei competenti organi medico-legali di cui sopra, i cui riferimenti sono riportati, per le verifiche di competenza,  nel medesimo certificato secondo il disposto dall’articolo 26, comma 2 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino alla data di adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque non oltre il 28 febbraio 2022. 

Inoltre appare importante prorogare la disposizione in parola anche ai fini di evitare, soprattutto per prevenire il rischio di contagio per le persone immunodepresse o con da esiti da patologie oncologiche o che sono sottoposte allo svolgimento di terapie salvavita, assicurando quindi che i periodi di assenza dal servizio di cui al presente comma non sono computabili ai fini del periodo di comporto. 

Camera dei Deputati

Il termine di cui all’art.1, comma 4 bis, del Decreto legge 8 aprile 2020 n° 22 convertito, con modificazioni,  dalla legge 6 giugno 2020 n° 41, relativi allo svolgimento dell’attività dei gruppi di lavoro per l’inclusione scolastica, è prorogato al 31marzo 2022, ferma restando la facoltà, anche dopo tale data, di poter continuare ad effettuare in videoconferenze le sedute dei gruppi di lavori suindicati, dandone comunicazione all’Istituzione scolastica presso la quale sono istituiti.

Seguiremo l’iter parlamentare degli emendamenti depositati e daremo notizia degli esiti legislativi.

Inutile sottolineare l’importanza dell’emendamento che prevede la proroga del comma 2 (oltre al comma 2 bis, già prorogato) dell’art. 17 DL 24/12/2021 n.21, e quindi l’equiparazione dei periodi di malattia al ricovero ospedaliero, senza computo nel cd. ‘periodo di comporto’. Una questione che abbiamo più volte sollevato anche direttamente al Governo e il cui esito positivo sarebbe accolto con sollievo dai lavoratori fragili.

Ricominciare dalle fondamenta. Cioè dal magistero dei grandi testimoni del passato.

Giova a tutti noi la rilettura critica ma necessaria dei nostri padri fondatori. Essi non appartengono al passato ma sono e restano contemporanei per le scelte concrete che hanno fatto e per il progetto politico e culturale che hanno saputo dispiegare. 

C’è un modo, sicuramente il più importante, per poter ricostruire il nostro patrimonio culturale e, soprattutto, per rendere attuale e contemporaneo il filone ideale del cattolicesimo politico, democratico, popolare e sociale nel nostro paese. E la strada è quella della rilettura del magistero politico, sociale, culturale ed istituzionale dei grandi statisti e dei veri leader che hanno costellato e caratterizzato il cammino del cattolicesimo politico e, di conseguenza, della democrazia italiana dal secondo dopoguerra in poi. 

C’è un motivo se, ogniqualvolta si richiamano l’insegnamento e il magistero dei grandi uomini politici del passato crescono l’attenzione e l’interesse di chi ascolta, di chi legge o di chi scopre la specificità e l’originalità di questi uomini e di queste donne. Da Carlo Donat-Cattin a Mino Martinazzoli, da Tina Anselmi e Maria Eletta Martini, da Benigno Zaccagnini a Aldo Moro, da Giulio Andreotti a Emilio Colombo, da Giovanni Marcora a Luigi Granelli e Giovanni Galloni. Certo, tutti sappiamo che non possiamo e non dobbiamo essere catturati dalla regressione nostalgica nè, tanto meno, di rifugiarsi nel passato come ancora di salvezza rispetto allo squallore e alla decadenza della politica e della classe dirigente contemporanei. Ma un fatto è indubbio. E cioè, l’attualità e la modernità di una cultura politica la riscopri solo e soltanto attraverso le scelte, la testimonianza, la militanza, il progetto e lo stile dei grandi statisti e dei grandi leader che hanno contribuito in modo determinante a rendere praticabile nella concreta dialettica politica, e nelle diverse fasi storiche, un qualificato e nobile patrimonio culturale ed ideale.

Per fare un solo esempio tra i tanti che si potrebbero citare, è appena sufficiente capire che una “sinistra sociale” di ispirazione cristiana continua ad essere fortemente attuale anche e soprattutto nella fase storica che stiamo vivendo. E questo perchè, causa anche i danni provocati da una persistente pandemia, la cosiddetta “questione sociale” è nuovamente esplosa nei meandri del nostro paese. In tutte le fasce generazionali e che coinvolge molte fasce sociali e moltissime professioni. Ma per capire gli elementi costitutivi di questa originale e moderna cultura politica non possiamo non rileggere il magistero e la testimonianza concrete di uomini come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini. Soprattutto per le scelte compiute – che conservano una bruciante attualità ancora oggi – e per le intuizioni che hanno messo in campo in tempi altrettanto difficili e drammatici. 

Basti pensare al varo dello “Statuto dei lavoratori” o al valore della “contrattazione” e dell’autonomia costruttiva e leale del sindacato rispetto ai partiti e alla politica nel suo complesso. Una “sinistra sociale” che non può essere banalmente archiviata o storicizzata pena l’indiretta adesione, acritica e forse anche inconsapevole, di liquidare quella lezione politica, culturale, sociale e anche etica. E l’esperienza della “sinistra sociale” non è che un solo esempio fra i molti che si potrebbero fare. Per non parlare della cultura di governo, del rispetto dello Stato e delle istituzioni democratiche, della cultura di governo, della cultura della mediazione e del confronto con gli avversari messi in campo per molti decenni e da varie generazioni di cattolici democratici e popolari.

Ecco perchè, dopo il lento ma inesorabile declino del populismo e dell’antipolitica giustizialista e demagogica dei 5 stelle e la probabile conclusione dei quella esperienza politica – con sommo dispiacere del Pd di Letta, immagino – è giunto il momento anche per riscoprire le fondamenta vere e autentiche della politica. E tra queste fondamenta non può mancare, come ovvio ed evidente, il pensiero e la cultura del cattolicesimo politico italiano. Partendo, appunto, dalla rilettura critica ma necessaria dei nostri padri fondatori. Che non appartengono al passato ma sono e restano contemporanei per le scelte concrete che hanno fatto e per il progetto politico e culturale che hanno saputo dispiegare nei tempi in cui erano protagonisti e in prima linea.

E se Draghi andasse al Colle?

Difficile immaginare cosa farà Draghi nelle prossime ore e come andranno le elezioni per il Presidente della Repubblica. Ma ciò non togli che si possano fare alcune valutazioni sui futuri scenari.

E mo? Bisogna dare atto a Berlusconi che ancora una volta ha gettato la politica nel caos. Che abbia rinunciato al Colle per amor di Patria ci credo poco, che lo abbia fatto per puntare a favorire una soluzione capace di aprire ad un rimpasto di governo e una risalita di Forza Italia o quanto meno limitare i danni, è più plausibile. Che lo abbia fatto per spaccare il PD e una maggioranza inconciliabile è certo. La soluzione migliore sarebbe Draghi al Colle e Franco a Chigi (uomo, si dice, di osservanza strettamente draghiana), il resto sono favole per far sognare la gloria o la chiusura di una carriera troppo lunga ai tanti disinvolti evergreen.
Tuttavia se Draghi va veramente al colle, l’ipotesi voto anticipato (auspicata da Giorgia Meloni, che sale sempre più nei consensi essendo la sola opposizione di peso) diviene realistica, perché un qualunque premier incaricato, non espressione del PdR eletto, avrebbe una enorme gatta da pelare.

Da un lato la difficile gestione del Pnrr da mandare avanti, driblando le pressioni di chi vorrebbe vedere nel piano solo una montagna di soldi da spendere, posti e potere da occupare (forse per cercare di risalire nei consensi) e non una occasione irripetibile per la crescita del Paese. Dall’altro il problema di certa politica che vuole sopravvivere a se stessa, dove da un lato si agita quella bisognosa di blindarsi il ruolo di solo capitano sulla tolda della nave in affanno e dall’altro quella bisognosa di tornare a contare decimi di percentuale per non ridursi all’irrilevanza (nonostante ora abbia il boccino e la possibilità di sparigliare ancora). Ed infine un PdR che – lo ha già dimostrato con lo stile esecutivo adottato da Palazzo Chigi – non si limiterà a fare il notaio e tagliare nastri, usando tutte le leve che la Costituzione gli offre per guidare modernamente il Paese.

Dunque con Draghi al Colle la gestione del voto anticipato, ma non solo questa, diviene particolarmente spinosa per l’attuale maggioranza (tutti nessuno escluso) perché in caso di non fiducia al premier incaricato, da parte di un parlamento contrario ad un esecutivo che per forza di cose dovrà essere prevalentemente tecnico, resta il voto ed in attesa che si vada alle urne, il ruolo di guida dei ministri spetterebbe al ministro più anziano (Brunetta) anche perché nell’esecutivo non ci sta nessuno con il ruolo di vicepremier. Si tratterebbe vero di poco tempo, ma sarebbe uno tsunami per la politica e, soprattutto, per il Paese che si ritroverebbe di fatto con un esecutivo provvisorio con una situazione economica delicatissima.

A questo vanno aggiunti due altri fattori che potrebbero facilitare la soluzione Draghi/Franco. Il primo riguarda la mancanza di una legge elettorale conseguente alla riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Cosa non irrilevante. Il secondo riguarda i segretari dei partiti, ed è forse il più preoccupante, che vedranno per effetto della riforma, non solo ridotto il numero dei posti teoricamente a loro disposizione (l’elettorato detta la vittoria) ma – se non saranno accorti – vedranno ridursi anche il loro potere e la loro leadership nella trattativa verso il voto, con conseguente scatenarsi di guerre interne per la “poltrona” che non gioveranno ad alcuno.

Nel frattempo, se non si userà il buon senso, l’Italia avrà problemi interni (a cominciare da possibili tensioni sociali di cui nell’ultimo anno abbiamo avuto diversi assaggi) e di credibilità internazionale soprattutto con i partner europei (li ha già e non solo per la storia del Green Pass da sei mesi rispetto a quello europeo da nove, che è la questione minima). Insomma uno scenario tutt’altro che semplice che dovrebbe spingere i grandi elettori ad una soluzione nell’interesse del Paese, entrando più in empatia con il sentimento popolare, anche perché incatenare Draghi a Palazzo Chigi, fino alla fine della XVIII legislatura, potrebbe portarlo ad assumere la decisione di non farsi logorare da questa maggioranza.

La figura di Pasquale Saraceno 

Economista cattolico, partecipe della ricostruzione post bellica, teorico della politica di programmazione, valtellinese di “fede meridionalista”.   Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

Nel 150º di fondazione della Bps, Franco Monteforte ricostruisce il ruolo e gli studi poco conosciuti del grande economista di Morbegno, scritti in occasione del centenario dell’Istituto nel 1971. L’articolo è stato pubblicato sul n. 146 (agosto 2021) del “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” con il titolo “Pasquale Saraceno storico della Banca Popolare di Sondrio”. Lo stralcio della parte iniziale è stato autorizzato dalla direzione del “Notiziario”. Il testo integrale può essere letto digitando il link posto alla fine del testo.

Padre nobile, insieme a Donato Menichella e Alberto  Beneduce, delle partecipazioni statali e dell’impresa  pubblica come espressione degli  interessi  collettivi,  fermo  sostenitore  dello  sviluppo  autonomo  del  Mezzogiorno e del superamento del dualismo Nord-Sud come  compimento  dell’unificazione  italiana, maestro  di  decine  di manager ed economisti aziendali alla Bocconi, alla  Cattolica e infine a Ca’ Foscari, protagonista della breve stagione della programmazione economica a fianco di Ezio Vanoni del cui Piano (in realtà solo uno Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia) fu il maggiore artefice, Pasquale Saraceno è solitamente ricordato come il grande tecnico di Stato, il commis d’État, spesso profeta  inascoltato, della ricostruzione postbellica e della politica economica degli anni degasperiani. 

Ma  dietro quella sua rocciosa solidità tecnica e quella laica  razionalità scientifica del suo pensiero stava un altrettanto  saldo sistema di valori cristiani, fondato sull’idea del  bonum commune della tradizione cattolica, del lavoro come base della dignità dell’individuo-persona e della giustizia sociale come fondamento dell’uguaglianza, lotta al  privilegio e idea direttiva dello sviluppo economico e di una società ben ordinata. È con questo bagaglio etico che, fra il 1943 e il 1944, Saraceno aveva attivamente partecipato  all’elaborazione di quello che è passato alla storia come il  Codice di Camaldoli, che aggiornava la dottrina sociale della Chiesa e che tanta influenza avrebbe esercitato, nel  corso dei lavori della Costituente, sull’élite politica cattolica e sulla formulazione dei princìpi fondamentali della nostra Costituzione, specie in tema di lavoro e di ruolo dello Stato  nell’economia, in  cui  il  nostro  Paese  andava  anche  oltre  quell’idea  di “economia  sociale  di  mercato” che con Wilhelm Röpke si affermava allora in Germania, e quella  concezione del Welfare State che Lord Beveridge diffondeva in Inghilterra. 

A quel documento, pubblicato nell’aprile del 1945 col titolo  Per la comunità  cristiana. Principi dell’ordinamento sociale  a  cura  di un gruppo di  studiosi amici di Camaldoli, aveva contribuito un gruppo di giovani laureati dell’Azione  Cattolica  che  comprendeva  tra  gli altri  Giulio  Andreotti,  Aldo Moro, Mario Ferrari Aggradi, Giorgio La Pira, Paolo Emilio Taviani, il  filosofo del diritto  Giuseppe Capograssi  e  Ludovico Montini, fratello del cardinal Montini, futuro  Paolo  VI, che del gruppo era il punto di riferimento ecclesiale. Ma il capitolo centrale sui problemi economici e finanziari era stato interamente scritto dalla cosiddetta “triade  valtellinese”, vale a dire  Ezio Vanoni, Pasquale  Saraceno  e Sergio Paronetto, tutti nativi di Morbegno in Valtellina e legati fra loro da forti vincoli di amicizia rafforzati dalla  comune militanza cattolica. 

Vanoni e Saraceno erano stati a Morbegno compagni di  classe alle elementari e la loro amicizia si era consolidata  anche dopo il trasferimento dei Saraceno a Milano, nel corso delle lunghe estati che Pasquale, insieme ai fratelli, amava trascorrere in Valtellina coi Vanoni, a S. Martino  Valmasino, dov’era maturato presto anche l’amore per Giuseppina Vanoni, sorella di Ezio, che Saraceno, giovane incaricato di tecnica bancaria alla Bocconi,  aveva  sposato  nel settembre del 1930  e  con  cui  tre  anni  dopo,  quando  era stato assunto da Donato Menichella all’IRI come responsabile della sezione  finanziamenti, si era trasferito  a  Roma, dove Ezio Vanoni insegnava già Scienza delle finanze e Diritto finanziario.

Fu a Roma che Saraceno, fra le prime persone, conobbe  Sergio Paronetto. 

Nato a Morbegno nel 1911, Paronetto aveva lasciato la Valtellina con la famiglia a soli sette mesi seguendo le  peregrinazioni del padre, impiegato nell’amministrazione statale,  ma  ai  fratelli  Vanoni  lo  legava  la  stretta amicizia fra la loro madre, Luigia Samaden, e la propria, Rosa Dassogno, figlia di un’agiata famiglia di Berbenno e storica figura del cattolicesimo valtellinese, che nel 1907 aveva  fondato il Movimento  femminile  delle donne  democratico-cristiane,  nell’ambito  di quella che fu in Valtellina la prima Democrazia cristiana di don Enrico Sala. 

Più giovane di sette anni rispetto a Vanoni e Saraceno,  Paronetto, allora caporedattore all’Illustrazione vaticana, li aveva presto conquistati con quella sua disarmante  capacità  di  unire  alla  vasta  preparazione  culturale una fede trascinante, che faceva riscoprire ai due amici  valtellinesi come fondamento etico e senso ultimo dell’azione politica e dell’attività  economica,  al  punto  che  Saraceno lo aveva voluto già nel ’34 all’IRI prima come  responsabile dell’Ufficio studi e poi come capo della sua  segreteria tecnica, facendone il suo più stretto  collaboratore. 

Si era così formata, all’interno del movimento  dei  laureati  cattolici, quella “triade  valtellinese” che nel ’44-’45 sarebbe stata il perno della  redazione del Codice di Camaldoli, di cui Paronetto, per unanime riconoscimento dei suoi autori, fu l’indiscusso animatore. 

Ma Paronetto, morto prematuramente nel marzo del ’45,  quel Codice non l’avrebbe mai visto pubblicato. In  compenso la sua sotterranea eredità nel mondo politico  cattolico e all’interno della stessa IRI sarebbe a lungo  sopravvissuta. 

All’IRI,  in  particolare,  era  stato  accanto a Saraceno negli anni in cui prendeva corpo la filosofia dell’impresa pubblica  come strumento di riunificazione nazionale e di superamento dello squilibrio Nord-Sud, non in  concorrenza  ma a fianco dell’impresa privata, in un contesto di economia di mercato. 

Per  Saraceno l’unica via d’integrazione del Mezzogiorno  nell’economia nazionale era quella di stimolare in esso,  attraverso grandi poli pubblici nei settori dell’industria di  base, un autonomo sviluppo economico moderno, fondato su una rete diffusa di piccole e medie imprese, che  i grandi gruppi industriali privati del  Nord  – che  del  sottosviluppo  del Meridione erano stati fino allora i beneficiari e ad esso guardavano come mera appendice  territoriale  del  proprio  stesso sviluppo – non sarebbero mai riusciti ad assicurare. 

L’autonomia dello sviluppo industriale del Sud diventava così garanzia non solo di equilibrio e razionalità dello  sviluppo economico nazionale ma anche strumento di eguaglianza e giustizia sociale, fine ultimo della politica economica dello  Stato. 

 

Link per leggere l’articolo completo sul “Notiziario” della Banca Popolare di Sondrio

Per leggere la rivista “Democraticicristiani – Per l’Azione”

 

Benigno Zaccagnini, protagonista del suo tempo. Una nuova biografia di Frascatore.

L’autore tratteggia del “mite Zac” l’indole romagnola (rivoluzionaria), la profonda fede religiosa che lo colloca tra utopia e realtà e che traspare dal suo pensiero soprattutto con riferimento al concetto evangelico “nulla è impossibile a Dio”. Nel solco arido della politica attuale, uno spiraglio di luce è rappresentato senza dubbio dal nuovo libro di Paolo Frascatore: Una democrazia più avanzata, La sfida di Benigno Zaccagnini (Arduino Sacco Editore). Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

 

L’autore riflette soprattutto sul pensiero e sul magistero politico di Benigno Zaccagnini in una fase della politica italiana tra le più difficili e drammatiche della storia della Repubblica.

E pur tuttavia, non si tratta di un semplice excursus storico, quanto invece di un’analisi che poggia su una base ideale solida che fa riferimento alle idee, ai comportamenti, alle abitudini quotidiane di un personaggio politico (ritenuto di secondo piano) che alla metà degli anni Settanta diviene, quasi per incanto, il punto di riferimento politico dei giovani e delle classi popolari più umili e disagiate della società italiana.

L’autore ne tratteggia l’indole romagnola (rivoluzionaria), la profonda fede religiosa che lo colloca tra utopia e realtà e che traspare dal suo pensiero soprattutto con riferimento al concetto evangelico “nulla è impossibile a Dio” per traslarlo all’interno dell’impegno politico come motivo più alto, più nobile nel convincimento che la politica non sia “l’arte del possibile, ma dell’impossibile”.

Nell’introduzione curata da Lucio D’Ubaldo, nel rilevare come questo nuovo sforzo politico-culturale dell’autore si inserisca in una sorta di genesi zaccagniniana legata alle origini riferibili alla sua terra (la Romagna), ad un’avversione consistente (emiliano-romagnola) verso tutto ciò che proveniva dalla Chiesa e dal mondo cattolico in generale, non manca di mettere in luce quanto abbia inciso la politica, le idee, la cultura e, soprattutto, il comportamento di Benigno Zaccagnini.

L’autore nel mettere in risalto i sentimenti popolari di allora legati ad un segretario politico della DC anomalo rispetto ai suoi predecessori, ma proprio per questo più vero, più amato e certamente più capace nel saper interpretare i bisogni reali ed essenziali (insieme alla valorizzazione della protesta giovanile legata soprattutto alle nuove idealità), ne traccia un quadro politico personale e generale con riferimento alla democrazia italiana, o meglio a quella sorta di “democrazia bloccata” alla quale in quegli anni fa riferimento una mente illuminata ed unica che porta il nome di Aldo Moro.

È uno scenario unico, irripetibile quello che va in onda alla metà degli anni Settanta in un’Italia flagellata dalla crisi economica, dall’inflazione galoppante, dalla svalutazione della lira, ma anche dall’esplodere del terrorismo che travolgerà nel giro di un biennio proprio quella mente illuminata di Aldo Moro.

In questo quadro Zaccagnini non svolge certamente un ruolo di secondo piano: convinto assertore della politica del confronto, interpreta le esigenze più vere della democrazia italiana.

Si tratta, per quanto riguarda la DC, di uscire dalle secche dell’uso del potere per fini elettorali nonché per favorire un naturale ricambio della classe dirigente.

Perché una democrazia sana, una politica ispirata dai valori vivono su un’esigenza ineliminabile: l’alternanza al potere tra forze politiche diverse, ma comunque rispettose della democrazia, della libertà e del riconoscimento dei diritti della persona umana.

Questa visione politico-sociale accompagna Benigno Zaccagnini lungo tutto l’arco del suo impegno politico per assumere alla metà degli anni Settanta quella che l’autore definisce quasi una missione nel saper intraprendere e guidare un processo democratico capace di educare e legittimare, nel contempo, il PCI alla democrazia occidentale e, quindi, all’assunzione di responsabilità politiche di Governo.

Non si tratta certamente, come sostenuto da alcuni, di compromesso storico: la “terza fase” della politica italiana disegnata da Moro è tutta in funzione dell’alternanza al potere tra le due maggiori forze politiche popolari.

La sfida (ripresa nel titolo del volume) che Zaccagnini lancia a tutte le forze politiche democratiche è proprio quella di contribuire alla realizzazione della “democrazia compiuta” per mettere definitivamente una pietra tombale sulla conventio ad excludendum nei riguardi del PCI e, allo stesso tempo, ridare una moralità di fondo ad un esercizio del potere che se protratto troppo a lungo senza un sostanziale ricambio di classe dirigente, scivola inevitabilmente nel malcostume, nella corruzione e negli scandali.

Il disegno politico moroteo e zaccagniniano non è certamente facile. L’autore ne rileva i contrasti sia interni (le forze politiche conservatrici, nonché alcuni settori della stessa DC), sia internazionali (USA ed URSS per ragioni diverse).

Questo saggio di Paolo Frascatore, nel mettere in rilievo anche queste ultime problematiche, si snoda sostanzialmente lungo il percorso politico-ideale che ha contrassegnato l’azione di Benigno Zaccagnini dal 1975 al 1980, ossia nel quinquennio del suo impegno politico quale segretario politico della Democrazia Cristiana.

 

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La candidatura di alto profilo e largamente condivisa esiste già, il suo nome è Sergio Mattarella.

Resta alquanto difficile immaginare il pacifico “trasloco” al Colle del Presidente del Consiglio; ma è altrettanto difficile credere che una figura diversa da Mattarella possa assicurare la necessaria copertura all’attuale compagine governativa.

Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

Deve essere chiaro che la preferenza per il Mattarella bis non risponde alla premura di qualche conventicola di vecchi sodali, ma ruota attorno alla difesa dell’interesse generale del Paese. L’Italia ha ripreso a camminare, anche a passo lesto, dopo il lungo periodo di blocco provocato dalla pandemia. Ciò nonostante il caro bollette e l’inflazione gettano ombre pesanti sulla ripresa, stando anche agli allarmi di Bankitalia e Confindustria. Da parte sua il capo del governo è riuscito a garantire quell’equilibrio dinamico, per dir così, che la larga coalizione aveva come obiettivo all’atto della sua formazione. Non era scontato. A questo punto l’opinione pubblica si divide, anche perché a dividersi innanzi tutto è la politica: conviene avere Draghi al Quirinale o a Palazzo Chigi? Qui sta il nodo.

È più che logico ricavare dalle infinite e laboriose trattative, fino all’ultimo segnate dal protagonismo di Berlusconi, la difficoltà a uscire dall’incastro che obbliga a trovare il sostituto di Draghi alla guida del governo nel caso fosse eletto, appunto, alla massima carica della Repubblica. Per giunta, la soluzione deve assicurare la tenuta della maggioranza, altrimenti il rischio di mandare a gambe all’aria la legislatura assume contorni molto forti. Dopo l’annuncio di Berlusconi – una ritirata pressoché obbligata – è stata la Meloni a riproporre con piglio il ritorno anticipato alle urne. 

Insomma, resta alquanto difficile immaginare il pacifico “trasloco” al Colle del Presidente del Consiglio; ma è altrettanto difficile credere che una figura diversa da Mattarella possa assicurare la necessaria copertura all’attuale compagine governativa, tutelando perciò l’azione del premier nella prospettiva di un fine legislatura senza scosse. La connessione sembra resistere a qualsiasi colpo di fantasia.

È vero, infine, che Mattarella ha ripetuto in tutte le sedi e con grande energia la sua valutazione sulla inopportunità del doppio mandato, finanche suggerendo implicitamente di apportare un correttivo alla norma costituzionale. Sta di fatto però che l’eventuale rielezione, giustificata ampiamente per l’eccezionalità delle condizioni presenti, non si scontrerebbe con alcun divieto di ordine giuridico: il caso di Napolitano lo conferma. Guai però a scivolare nelle sabbie mobili dell’esperienza del 2013, quando il caos prodotto dalla gestione di Bersani, unitamente alle imboscate dei franchi tiratori, decretarono il fallimento di un’intera classe dirigente, poi costretta a ripiegare sulla conferma del Presidente in carica.  

Oggi serve prendere atto che la strada maestra passa per la difesa di un assetto politico, forse precario ma insostituibile.  Concentrarsi su questo aspetto, in sé decisivo, evoca la necessità di un garante supremo. E la figura di alto profilo, capace d’impersonare una candidatura largamente condivisa e adatta a preservare l’unità di fondo del Paese, esiste già: il suo nome è Sergio Mattarella. 

 

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Quando De Gasperì rifiutò la candidatura al Quirinale

Lo statista trentino non esitò a legare le sorti della sua battaglia politica al ruolo di capo del governo.

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I successi eclatanti nascondono spesso, come si sa, zone oscure di non chiarezza, non sincerità. E così fu anche in quella famigerata tornata elettorale del ’48. Tanti e tante testimoni dell’epoca  maturarono già allora questa considerazione: quei molti voti ottenuti dalla Democrazia cristiana, che avrebbero fatto sentire il loro peso nelle sedi decisionali, erano stati il frutto della paura, «nel senso più letterale di emozione e di reazione irriflessa a una minaccia di conquista da parte del Partito comunista», così scriveva Giuseppe Dossetti su «Cronache sociali» del 15 maggio del ’48. Aveva influito, infine, proseguiva lo stesso Dossetti, «una mobilitazione degli ideali cristiani e delle organizzazioni cattoliche, talvolta spinta fino ad essere in qualche modo deviata dal genuino e fraterno senso cristiano della vita e dei rapporti umani o dal doveroso rispetto della distribuzione di competenza tra religione e politica». Sono gli anni drammatici del dopoguerra, in cui l’Italia si trova ad affrontare i gravi problemi della ricostruzione e delicate questioni interne e internazionali: l’approvazione del Trattato di pace, con l’angosciante nodo delle rivendicazioni jugoslave sull’Istria e su Trieste e con la difficile trattativa sull’Alto Adige; la scelta fra monarchia e repubblica; l’approvazione della Costituzione; la nascita dell’Alleanza atlantica e i primi passi dell’unità europea e infine, nel ’53, la tormentata questione della riforma elettorale voluta da De Gasperi per garantire una maggiore stabilità al governo e duramente contrasta dall’opposizione che quella riforma definì “legge truffa”. Sono gli anni, soprattutto, della divisione internazionale fra Occidente e blocco comunista col conseguente, radicale contrasto fra Democrazia cristiana e Partito comunista, come dimostrato anche dalle accennate elezioni.

A poco tempo di distanza da quella consultazione elettorale, il paese affrontava un’altra delicata elezione: quella del presidente della Repubblica. Alcide De Gasperi puntava a far coincidere la maggioranza presidenziale con la maggioranza di governo. Suo candidato era il repubblicano Carlo Sforza, già ministro degli Esteri, convinto filoccidentale sostenuto dagli USA. Candidatura a cui si opponevano le sinistre socialcomuniste e la sinistra democristiana facente capo a Dossetti e Giorgio La Pira. Sin dal primo scrutinio apparve chiaro il dissenso all’interno del partito di maggioranza: Sforza otteneva 100 voti in meno della maggioranza dei gruppi democristiani. Dopo l’esito negativo del secondo scrutinio, Giuseppe Saragat contropropose Ivanoe Bonomi, candidatura che avrebbe potuto essere votata dalla sinistra. La Dc, contraria a questa possibilità, si orientava sul liberale Luigi Einaudi. Respinta la proposta di Palmiro Togliatti di una sospensione delle votazioni per discutere nei rispettivi gruppi la nuova candidatura, al terzo scrutinio comunisti, socialisti, monarchici e missini votarono scheda bianca. Al quarto scrutinio, Einaudi era eletto con 518 voti. Le sinistre e il Movimento Sociale Italiano votavano, invece, Vittorio Emanuele Orlando, il quale otteneva 320 voti. 

C’è un fatto generalmente poco ricordato dalla pubblicistica corrente: due anni prima De Gasperi aveva assunto le funzioni di capo provvisorio dello Stato dal 13 alla fine di giugno del 1946; una presidenza breve, ma tutt’altro che semplice. Non così accadde nel ’48, quando rifiutò di candidarsi nel ruolo poi ricoperto, appunto, da Einaudi. Ma, come si scriveva all’inizio, preferì rimanere al governo per poter meglio gestire la difficilissima situazione postbellica, di cui, sinteticamente, si è parlato. E avrebbe potuto, a buon diritto, accettare di candidarsi, ma non lo fece nonostante o, forse, proprio a causa di quell’eclatante successo elettorale. 

 

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L’Europa, il Pnrr e il futuro del Paese. Garantire l’equilibrio politico di governo è la responsabilità primaria dei partiti della maggioranza. 

Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

L’impegno del governo per il rispetto degli steps previsti per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, un’occasione unica per il superamento di cronici ritardi e criticità, non deve essere assolutamente vanificato e/o ritardato, ai fini di allinearci agli standards di crescita e di produttività degli stati più avanzati di quella famiglia europea di cui intendiamo restare parte integrante e, possibilmente, in quanto cofondatori, tra i Paesi trainanti. All’origine di questo grande intervento finanziario dell’Unione Europea, in questo caso non più penalizzante, limitativo e prevalentemente vincolistico (benché vincoli ce ne siano), ma incentivante e propulsivo rispetto alle esigenze di crescita e di espansione di un’economia già in affanno, si colloca proprio la tragedia pandemica che ha persuaso l’Europa a invertire la rotta delle politiche rigorose e tendenzialmente recessive.   

E non possiamo non ricordare, con riconoscenza, il ruolo svolto, con passione ed abnegazione, in questa difficile congiuntura, dal Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, venuto prematuramente a mancare da pochi giorni, lasciando un grande vuoto e un altrettanto grande rimpianto. Come italiani, siamo i maggiori beneficiari dei due principali strumenti dell’iniziativa Next Generation EU, il Dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF, 191,5  miliardi da impiegare nel quinquennio 2021-2026) e il Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori d’Europa (React-Eu, 13 miliardi). Aggiungendo le risorse del Fondo Nazionale Complementare (30,6 miliardi), istituito per integrare l’apporto europeo all’attuazione del PNRR, si raggiunge un importo di 235,1 miliardi.   

Già penalizzata da tempo da una bassa crescita della produzione e degli investimenti, da un’alta percentuale di popolazione sotto la soglia della povertà assoluta e un alto tasso di giovani rimasti esclusi da formazione e lavoro, una percentuale di donne occupate molto inferiore alla media europea, una peculiare esposizione alle offensive ambientali e climatiche, tra i paesi più duramente colpiti dall’emergenza pandemica, sotto il profilo sanitario ed economico, l’Italia, in questa fase,  può veramente avviare un secondo Rinascimento, con un’avveduta, efficiente e tempestiva gestione delle nuove risorse.   

Uno strumento che impone, peraltro, di superare i cronici ritardi nelle cosiddette riforme strutturali (giustizia, fisco, pubblica amministrazione, accesso al mercato del lavoro, semplificazioni, concorrenza), nell’adeguamento alla rivoluzione digitale, nell’impulso alla ricerca e alla formazione, nella realizzazione di adeguate infrastrutture. Il Piano RRF, articolato in 6 missioni, 16 componenti, 63 riforme, 134 investimenti, prevede una sua tempistica e un sistema articolato di procedure, competenze e controlli.    Insieme all’emergenza pandemica, costituisce la grande sfida per il governo Draghi e per l’ampia maggioranza parlamentare che lo sostiene.   

Complessità e tecnicismi del Piano, con il contorno di riforme che dovrà accompagnarlo, richiederebbero, tuttavia, una più accurata ed efficace campagna informativa da parte del governo stesso, per assicurare una più diffusa conoscenza della tempistica, delle potenzialità, dei risultati, dei benefici che ne deriveranno per la nostra comunità nazionale e per il nostro sistema produttivo.    

I complessi processi di attuazione richiederanno una continuità e una coerenza operativa che andrebbe tenuta, per quanto possibile, al riparo da scossoni derivanti da eventuali smottamenti del quadro politico e dalla compromissione di quella stabilità di governo che sembrava profilarsi in seguito all’avvento di Draghi alla guida dell’Esecutivo.   Ma l’imminente appuntamento per l’elezione del Presidente della Repubblica costituisce, ora, un banco di prova piuttosto insidioso della tenuta della grande coalizione.   

Se una maggioranza diversa e più ristretta dovesse esprimere il nuovo inquilino del Quirinale, difficilmente si potrebbe evitare il contraccolpo sull’alleanza di governo.   Il dibattito in corso, segnato da veti e contro-veti, già determina un logoramento di nervi tra le forze politiche e non sappiamo ancora se verrà individuata una candidatura condivisa da tutte le forze di governo e magari anche dall’opposizione.    

E se questo non si rivelasse possibile e si arrivasse ad una soluzione a maggioranza più ristretta (“Ursula” o anche più contenuta), allora le elezioni politiche potrebbero ritenersi più vicine, rispetto alla scadenza naturale e, a quel punto, su piani, programmi e scadenze del Pnrr si abbatterebbero le conseguenze di una deriva politica incerta e precaria, di una precoce discontinuità che potrebbe innescare un rallentamento della fase di avviamento dei progetti. 

Un duplice e contestuale accordo tra tutti i partiti di maggioranza sul nome del Capo dello Stato e, qualora questo coincidesse con quello dell’attuale premier, su quello del nuovo Presidente del Consiglio, eviterebbe il rischio di uno stallo che non favorirebbe il tempestivo raggiungimento degli obiettivi di sostegno e di rilancio perseguiti dal Piano europeo.    

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Province in mezzo al guado: non più soppresse e non ancora riorganizzate.

Il paradosso è che i cittadini non sono più elettori: la definizione degli organi dello storico ente intermedio rimandano alle scelte dei consiglieri dei Comuni appartenenti all’area provinciale o metropolitana.  Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

Da anni il tentativo di ridurre un sistema complesso ad uno più semplice ha affascinato l’élite del nostro Paese, essendo forte l’ambizione, non sempre all’altezza della sfida, di ridisegnare l’articolazione istituzionale della Repubblica. In questo processo di revisione sono stati coinvolti tutti gli enti e i relativi sistemi di attribuzione a livello territoriale di funzioni, di poteri e soprattutto di risorse finanziarie.

A ricevere meno attenzioni – a dirla eufemisticamente – fu la Provincia per la quale, infine, il legislatore richiese addirittura la soppressione, individuando un percorso breve e avvalendosi, perciò, anche dell’uso della legge ordinaria e del decreto legge. Il cammino si rivelò ben presto accidentato perché la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 220/2013 dichiarò l’illegittimità sia dell’art. 23 del d.l. n. 201 del 2011, sia degli artt. 17 e 18 del d.l. n. 95 del 2012, fissando le sue censure quasi esclusivamente sulla violazione dell’art. 77 Costituzione.

Il processo riformatore è stato ripreso successivamente con l’approvazione della legge n. 56 del 7 aprile 2014 (legge «Delrio»), che, in conformità alla pronuncia della Corte, ha seguito il percorso della legislazione ordinaria. In essa, secondo una tecnica di formulazione non proprio inconsueta nella legislazione recente, si annunciava al comma 51 la «riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione e delle relative norme di attuazione», intendendo così conferire alla nuova norma un carattere dichiaratamente transitorio.

Ma la riforma si arrestò dopo la “bocciatura” determinata dagli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

E ora riemergono perplessità di ordine costituzionale, già in precedenza sollevate, nei confronti della riforma: perplessità che, pur esplicitate da alcuni giuristi e solo in parte dissipate dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, erano state per così dire “congelate” in attesa dell’esito del referendum. Se fosse prevalso il sì, le Province sarebbero state abolite in via di principio, ma riproposte in altra forma, con un assai probabile aumento di numero, per effetto della riconosciuta potestà delle Regioni a ridisegnare il modello dell’ente intermedio. 

Ora le Province si trovano in mezzo al guado: non sono più gli enti rappresentativi – manca persino l’elezione diretta a suffragio popolare – dotati di chiara identità istituzionale, impegnati anche a definire indirizzi e obiettivi programmatici per un territorio di riferimento; ma non possono più essere solo aggregazioni funzionali dei Comuni, così come pensate dalla legge Delrio nell’ambito di quel complessivo «disegno di una Repubblica delle autonomie fondata su due livelli territoriali di diretta rappresentanza delle rispettive comunità, le Regioni e i Comuni» (v. Relazione illustrativa del disegno di legge costituzionale Renzi-Boschi). 

La scelta della legge Delrio è stata quella di lasciare alle Province poche funzioni fondamentali: edilizia e rete scolastica, strade provinciali, alcune competenze sull’ambiente, controllo delle discriminazioni nel mondo del lavoro. Oltre alla possibilità di fornire assistenza tecnica ai Comuni, ad esempio come stazione appaltante. Del pari, alle “omologhe” Città metropolitane sono state assegnate le stesse competenze, con maggiori poteri di programmazione nell’ambito della mobilità, della pianificazione territoriale, della strutturazione dei servizi pubblici e nello sviluppo economico.

Tutte le altre funzioni delle vecchie Province dovevano essere riassegnate dalla Regione ai vari enti locali. Parliamo di materie come l’organizzazione dello smaltimento dei rifiuti, la valorizzazione dei beni culturali, la protezione dell’ambiente e la formazione professionale.

Si è così aperto il percorso di riassegnazione, con forti differenze tra le Regioni. Il rischio sempre più evidente è quello di creare tanti sistemi diversi e privi di una visione generale. (Cosa che stiamo già verificando in materia di gestione e tutela della salute)

Ha ancora senso proseguire lungo tale percorso? Su materie così delicate intervenire è possibile e necessario, ma se si ha una visione di sistema perché altrimenti è come guidare a fari spenti nella notte. Cosa, in verità, molto pericolosa.

 

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Quando Mattarella ricordò la “Presidenza breve” di De Gasperi, contemporaneamente Capo del Governo e Capo dello Stato.

Il testo qui riprodotto è un breve stralcio dell’intervento che il Presidente della Repubblica svolse a Pieve Tesino, il 18 agosto del 2016, in occasione dell’incontro (Lectio degasperiana) organizzato ogni anno dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi.

De Gasperi assunse la guida della Repubblica con mano sicura. Aveva innato il senso dei tempi dei processi di cambiamento politici. La sua azione nel non facile passaggio alla Repubblica fu magistrale. Volle fermamente il referendum e riuscì a ottenerlo.

Si trovò di fronte alle impazienze di molti, anche all’interno del suo partito. Dopo la conclusione di una tesissima riunione della direzione di questo, disse a uno dei suoi vicesegretari – anch’egli fermamente repubblicano e dal quale l’ho direttamente appreso – «Non si vuol comprendere che bisogna preparare la svolta senza che il carro si rovesci».

Prese con decisione le redini della giovane Repubblica, proteggendola con cura, prima di tutto dall’insidia del passato, sempre in agguato. A buon diritto, possiamo riconoscergli l’attributo di “Padre” della nostra Repubblica. Quando esitazioni e incertezze potevano produrre danni o gravi pericoli non gli mancava il coraggio di assumere decisioni forti. Il coraggio di De Gasperi non era quello di un uomo impulsivo, bensì di un uomo esperto e tenace.

Mario Bracci, ministro nel suo governo per il Partito d’Azione, lo aveva accompagnato al colloquio con Umberto II nella serata del 10 giugno e riferirà, a fronte delle tergiversazioni del Quirinale: “(De Gasperi) non vuole il conflitto (con la monarchia) ma è persuaso della giustezza della tesi del governo, sa che il popolo, nella sua maggioranza, ha voluto la repubblica e ne sente il comando di cui avverte più il peso morale che quello politico. È quasi commovente quest’uomo mite, che non ha origini repubblicane e che ora, da galantuomo, affronta deciso e sereno la lotta contro la corona per obbedire al popolo”.

Al Museo della sua casa natale abbiamo poc’anzi scoperto una piccola iscrizione che ci ricorda che De Gasperi assunse le funzioni di Capo provvisorio dello Stato dal 13 alla fine di giugno del 1946. Questo evento, di solito eclissato nella pubblicistica corrente, lega la figura di De Gasperi – primo Capo dello Stato repubblicano – in maniera ancor più significativa alla nostra Repubblica.

De Gasperi era consapevole delle titubanze di Casa Savoia e delle inconsistenti contestazioni di esponenti monarchici ed era preoccupato dalla notizia che per il Re era stato preparato un discorso alla nazione che avrebbe gettato una luce nefasta sul referendum istituzionale e sulla nuova classe politica, legittimata finalmente dal voto popolare. L’Italia era in bilico e i sanguinosi scontri di Napoli lanciavano segnali allarmanti.

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1946, ad annuncio avvenuto della Cassazione sui risultati del referendum istituzionale, il leader trentino convocò il Consiglio dei ministri e, sostenuto anche dalle sinistre, ruppe gli indugi, assumendo, secondo la legge, la responsabilità delle funzioni di Capo dello Stato così come previsto dal decreto luogotenenziale del marzo precedente, che faceva parte della cosiddetta Costituzione provvisoria.

Iniziava così la “Presidenza breve” di De Gasperi.

Per leggere il testo integrale della Lectio magistralis

https://www.degasperitn.it/394/Testo-Lectio-degasperiana-2016.pdf

Riforestazione urbana: un’occasione da non perdere.

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’editoriale che firma il nuovo direttore editoriale della rivista “Ambiente – Comunità e salute” nel n.123 del 2021.

Ci fu un tempo in cui molte comunità locali consideravano  un pericolo per il loro benessere economico la protezione della natura. Ne è testimonianza lo scempio che dal  Dopoguerra  sino  almeno  agli  anni  ’80  si  è  fatto  del territorio del nostro Paese. La febbre edilizia durante la Ricostruzione post bellica ha finito per alimentare una  gigantesca speculazione edilizia che ha sfregiato molte  nostre città, cementificando, consumando suolo agricolo,  distruggendo il verde per espandere le brutte periferie delle “palazzine” e dei “palazzoni”.

Il comandamento politico allora era: costruire ovunque si può, per dare pane e lavoro e  mettere  un  tetto  sulla  testa  degli  Italiani.  Così  si  è  costruito  troppo  e  male  senza peraltro risolvere il problema di assicurare a tutti, anche ai ceti più disagiati, una sistemazione dignitosa mediante una strategia razionale di edilizia popolare. Che la lobby del cemento nel nostro Paese sia sempre stata potentissima lo dimostra il fatto che chiunque abbia provato a varare una legge sui suoli è stato fermato o politicamente distrutto (celebre il caso del democristiano Fiorentino Sullo che, da ministro dei Lavori Pubblici, presentò negli anni ‘60 un testo così illuminato da provocare la propria condanna politica eseguita mediante una campagna di stampa  diffamatoria).

Chi  si  opponeva alla distruzione dell’ambiente naturale era  considerato un povero illuso, uno “figlio dei fiori”, un  pazzo  che ignorava le ragioni del progresso. La politica rispondeva agli ambientalisti con condoni edilizi a ripetizione. Ora, va detto che una legge sul consumo dei suoi all’alba del secondo decennio del nuovo  Millennio  noi  in Italia non l’abbiamo ancora. E questo è grave. Tuttavia molte cose sono cambiate da quei tempi sciagurati. Soprattutto è cresciuta la consapevolezza della pubblica opinione che fatalmente investe la classe politica,gli amministratori locali e anche i costruttori. Tanto più ora: le persone, in tempo di pandemia e di lockdown, hanno  capito quale vitale rapporto ci sia tra la propria salute  fisica  e  un  ambiente  naturale  sano.

Lo  dimostra  il  fatto  che  ogni  volta  che un comune apre uno spazio verde i cittadini vi accorrono a frotte per poter passare delle ore all’aria aperta. Non solo: si è anche capito che il “paesaggio” in cui si vive è un insieme di elementi che devono essere armonizzati: la natura, il verde fruibile, ma anche i beni culturali e artistici, testimonianza di una storia, di una tradizione, espressione di una identità. Ci si può anche lamentare del fatto che ad ogni piè sospinto nascano comitati che dicono “no” a qualche iniziativa (anche sbagliando,  come  nel  caso  degli  impianti  di  energia  rinnovabile  o  di  trattamento sostenibile  dei  rifiuti)  ma  è  –  visto  in  positivo  –  il  sintomo  di  una  reattività  sociale assai utile per impedire nuovi scempi.

Quando le famiglie scendono in piazza per difendere un  fazzoletto  di  verde  superstite  nella  loro  città  o  un  bene  architettonico in rovina, dimostrano che la società ha maturato una forte coscienza ambientale per la semplice ragione che vuole vivere bene, in salute, il più possibile in armonia con  il  contesto  paesaggistico,  e  non  tra  le  brutture cementizie che oltretutto, mal costruite come sono, mettono a rischio le persone e le loro vite. Ci sono tra i fondi del PNRR adeguate risorse per la riforestazione urbana: è un’occasione da non perdere. Serve a  combattere  il  climate  change,  a  ridurre  le emissioni  di  Co2,  a  combattere  l’inquinamento  da  polveri  sottili,  a  rendere più gradevole la vita. Molte amministrazioni si stanno attrezzando per riconvertire aree dismesse e  piantare  alberi,  ma  è  poco  –  forse  con  l’eccezione  di  Milano  che  ha programmato  la  piantumazione  di  3  milioni  di  alberi  –  rispetto  a  quello  che  si  sta progettando di fare in altre città europee: a Madrid una gigantesca fascia verde intorno  all’abitato,  a  Parigi  parchi  ovunque  compresi  gli  Champs-Elysées,  per  non parlare di Berlino e della Germania…

 

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«Don’t look up»: quando la realtà supera la fantasia.

Abitare nella possibilità. Una newsletter de La Civiltà Cattolica

 

Mariano Iacobellis S.I.

Subito dopo l’uscita di Don’t Look Up nei cinema, e soprattutto dopo il successivo approdo su Netflix, la commedia satirica del regista Adam McKay è diventata un argomento di accese discussioni nei social network e di grandi divisioni tra i critici, che per lo più l’hanno stroncata. Il film, che ha un cast pieno di attori e attrici celebri ed è costato 75 milioni di dollari, parla di una grande cometa che potrebbe colpire la Terra e annientare l’umanità, nel generale disinteresse di chi dovrebbe provare a prevenire il disastro.


Una metafora molto esplicita sul cambiamento climatico, apprezzata da chi è interessato al cinema che trasmette messaggi di questo tipo, ma giudicata da molti troppo didascalica e grossolana. Ma forse il punto sta proprio qui. Sebbene di film che abbiano diviso la critica, pur avendo avuto enorme successo e finendo per competere agli Oscar, ce ne siano stati parecchi, tuttavia non tutti hanno scatenato un tale livore nei detrattori ed entusiasmo nei sostenitori. Questo succede ai film che hanno «un messaggio», e Don’t Look Up lo ha, eccome. Ed è un messaggio fortemente legato all’attualità e a un tema già ampiamente dibattuto e divisivo di suo.

 

È probabile che chiunque si avvicini al film si sia già fatto un’idea del fenomeno del riscaldamento globale e si approcci a Don’t Look Up con un’opinione ben precisa, politicamente schierata e inamovibile. Chi crede nella catastrofe climatica lo vede come un film profetico e importante, da mettere su un piedistallo. Chi invece la nega lo liquiderà come l’ennesima sparata «di sinistra». Entrambi gli schieramenti lo useranno come prova della loro posizione e proseguiranno a vomitarsi insulti addosso. Prova di questo è il fatto che, spesso, chi commenta una recensione negativa di Don’t Look Up non lo fa argomentando sul film, ma sul fatto che il recensore non ha capito il messaggio importante che il film intende veicolare.


Prendersela con i critici perché hanno bocciato il film equivale, insomma, a perdere di vista il senso della questione: da un lato, ci sono i temi del film, che sono indubbiamente importanti ed è positivo che un film se ne faccia portavoce e abbia così tanto successo, e ci mancherebbe altro! Dall’altra c’è invece un discorso critico sul film in quanto tale, sull’opera d’arte, che può essere riuscita o meno indipendentemente dal tema che veicola.


Sicuramente la durata di oltre le due ore non è giustificata e la regia è un po’ insicura e rende il film confusionario nel complesso. Ma per il fine di far riflettere il mondo sulla sua preoccupante attualità, Don’t Look Up è utile e vale la pena vederlo, nonostante i suoi difetti. Personalmente ritengo che il film di McKay racconti tante verità. È senza dubbio un grido di denuncia verso la società nella quale viviamo. Un’opera che consente quanto meno allo spettatore di mettersi davanti allo specchio per chiedersi: posso ancora fare qualcosa per cambiare in meglio.

 

Guarda il trailer di Don’t Look Up.

Ucraina: i vescovi europei alla comunità internazionale, “la crisi si superi esclusivamente attraverso il dialogo”.

Nell’appello del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (Ccee) si legge tutta la preoccupazione per la crisi in corso: “Non si dimentichino le tragedie delle Guerre mondiali”.

Un appello all’Europa per la situazione in Ucraina, per chiedere alla comunità internazionale di “sostenere il Paese di fronte al pericolo di un’offensiva militare russa” e auspicare che “la crisi venga superata, esclusivamente, attraverso il dialogo”. Sono i vescovi europei di tutto il continente a scendere oggi in campo per il popolo ucraino con un appello diffuso dal Ccee.

“La Presidenza del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa – si legge nel testo firmato da mons. Gintaras Grušas, arcivescovo di Vilnius e presidente del Ccee -, dando voce ai vescovi del Continente europeo, in questo drammatico momento di tensione intorno all’Ucraina, desidera esprimere la sua vicinanza alle Chiese che sono in Ucraina e a tutto il suo popolo, e invita la Comunità internazionale a sostenere il Paese di fronte al pericolo di un’offensiva militare russa”. “Mentre l’intera Comunità internazionale interpreta le azioni delle forze militari russe come una vera minaccia per la pace in tutto il mondo, ci stringiamo – in questo periodo di paura e di incertezza per il futuro del Paese – ai fratelli e alle sorelle nella fede e a tutto il popolo ucraino”, scrivono i vescovi.

Nella dichiarazione, la presidenza del Ccee ricorda i ripetuti appelli di Papa Francesco per la “cara Ucraina” e il suo invito ai “potenti del mondo” a risolvere la crisi “attraverso un serio dialogo internazionale e non con le armi”. Anche nel suo recente Discorso al Corpo Diplomatico, accreditato presso la Santa Sede, il Papa ha sottolineato che la “fiducia reciproca e la disponibilità a un confronto sereno devono animare tutte le parti interessate per trovare soluzioni accettabili e durature in Ucraina”.  “Anche noi, come pastori del Continente europeo scrivono i vescovi europei nel messaggio diffuso oggi dal Ccee – vogliamo fare appello ai Responsabili delle Nazioni, affinché non dimentichino le tragedie delle Guerre mondiali del secolo scorso e affinché venga difeso il diritto internazionale, l’indipendenza e la sovranità territoriale di ciascun Paese. Insieme al Santo Padre, vogliamo chiedere ai Governanti di “trovare soluzioni accettabili e durature in Ucraina”, basandosi sul dialogo e sul negoziato e senza ricorrere alle armi. In questo momento estremamente delicato, chiediamo ai cristiani di pregare per il dono della pace in Ucraina affinché i Responsabili siano “contagiati dal bene della Pace” e affinché la crisi venga superata, esclusivamente, attraverso il dialogo”.

L’appello viene diffuso nel giorno in cui proprio in queste ore a Ginevra si stanno incontrando il Segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Blinken è reduce da un viaggio a Kiev dove ha promesso 200 milioni di dollari in più in aiuti militari all’Ucraina. Sono purtroppo sempre più fragili le speranze che i due paesi possano raggiungere un accordo sull’Ucraina. Gli Stati Uniti sono risoluti a intervenire con forza in caso di “qualsiasi” tipo di violazione del confine. La Russia continua a chiedere assicurazione sul fatto che l’Ucraina non diventi “mai e poi mai un membro della Nato”. In questo stallo “diplomatico” a preoccupare sono soprattutto le continue manovre militari nella regione. Stando a fonti locali raccolte dal Sir, la tensione si avverte in tutto il Paese, non solo nella regione orientale del Donbass. Per molti ucraini lo spettro di un attacco incombente è reale e diffuso. A Kiev i supermercati cominciano ad essere svuotati, segno di un clima di paura crescente tra la popolazione.

 

 

 

 

 

Ora la stampa estera vuole Draghi al Quirinale. Anche il Financial Times si unisce al coro. La nota dell’Agenzia Italia.

Gli argomenti del quotidiano della City a favore dell’attuale Presidente del Consiglio non aiutano a capire quale possa essere la soluzione per garantire la continuità della legislatura: quale maggioranza e quale premier nello scenario successivo alla eventuale elezione di Draghi alla Presidenza della Repubblica? 

Ivana Pisciotta

“L’Italia ha goduto di un eccezionale periodo di stabilità e successo sotto la guida di Mario Draghi”. Così si apre un lungo editoriale sul Financial Times sulle prossime elezioni al Quirinale. La testata britannica sostiene che a questo punto sia meglio avere l’attuale premier come Capo dello Stato, visto che ha tutte le carte in regola “per mantenere il paese sulla strada giusta”. Secondo il Ft, coordinare la sua ascesa e trovare un premier che lo possa sostituire è un compito assai arduo che richiede che tutti i partiti politici “si uniscano alla squadra”. In questo senso, eccetto Fratelli d’Italia, “hanno firmato un contratto con l’UE quando hanno accettato il piano di ripresa. Devono assumerne la responsabilità” sottolinea l’editoriale, che non è firmato. 

Il ragionamento è semplice: “Nominato come primo ministro 11 mesi fa per guidare il paese verso la ripresa, l’ex presidente della Banca centrale europea – scrive il Ft – ha irrobustito la campagna di vaccinazione Covid-19 e contro il virus ha dato il via” ad una serie di misure per limitarne la diffusione. Dal punto di vista economico, “il Pil è rimbalzato e il suo governo di unità nazionale ha iniziato ad attuare un programma a lungo termine di riforme economiche e investimenti, sostenuto da 190 miliardi di euro dal fondo di ripresa dell’UE”. Si tratta di un'”opportunità unica” per stimolare il potenziale di crescita dell’Italia  e per rendere più sostenibile la montagna di debito pubblico.

Certo, ammette il Ft, “è sempre stato ingenuo aspettarsi che Draghi facesse miracoli” questo perché “i problemi economici e sociali dell’Italia sono radicati”. “Draghi, che non si sarebbe mai presentato alle elezioni del 2023 – ricorda il Ft – una soluzione temporanea. Ma la premiership riformista di Draghi si è rivelata breve e deludente”. Questo a causa delle “turbolenze politiche” per l’elezione del Quirinale. Ft sottolinea che “Draghi non ha fatto nulla per dissipare le voci sul suo interesse a salire al Colle. E il distinto servizio pubblico di Draghi e la sua capacità di esercitare influenza dietro le quinte gli danno credenziali impeccabili per il lavoro”.

C’è però un problema: “Il governo potrebbe vacillare o addirittura cadere senza di lui” peraltro in un momento impegnativo con riforme che rappresenterebbero “pietre miliari”, tra cui quella fiscale, degli appalti pubblici e della concorrenza. Però la ricerca del nome per il nuovo Presidente sta “una turbolenza politica che sta destabilizzando il governo. Alcuni dei 1.009 deputati, senatori e rappresentanti regionali che sceglieranno il prossimo Capo di Stato a scrutinio segreto non vogliono Draghi, sia perché temono che acquisti troppa forza, sia perché il suo trasferimento al Quirinale potrebbe far scattare elezioni a sorpresa e perderebbero i loro seggi”.

Però, è pur vero che “la mancanza di alternative plausibili accettabili da tutte le parti significa che un’altra scelta potrebbe rivelarsi così divisiva da indebolire il governo o farlo cadere del tutto”. Il Ft sottolinea che la candidatura dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi “è un caso esemplare”. Il risultato peggiore, a giudizio dell’editoriale, “sarebbe quello di elezioni anticipate che farebbe deragliare il piano di riforma e di ripresa dell’Italia. In queste circostanze, sarebbe meglio avere Draghi alla presidenza che usa la sua autorevolezza e la moral suasion per mantenere il paese sulla strada giusta”.

 

Fonte: Agenzia Italia

Il vizio della “superiorità morale”. È giunto il momento che la sinistra abbandoni il dogma che sostiene la sua presunzione.

È di tutta evidenza che questa cultura, o meglio sub cultura, difficilmente declina perchè resta un elemento costitutivo e decisivo della stessa identità della sinistra. Soprattutto in una stagione dominata dal “pensiero debole” e da una politica priva di riferimenti culturali ed ideali solidi e percepibili.

E ci risiamo. Quel vizio della cosiddetta, e conosciutissima, “superiorità morale” della sinistra stenta ad attenuarsi o a scomparire. Una superiorità morale, ovviamente presunta e del tutto virtuale, che ha accompagnato l’intera esperienza della prima repubblica e che, come naturale, non si è affatto attenuata dopo il tramonto della Democrazia Cristiana nei primi anni ‘90. Una superiorità che è stata scandita in vai momenti della vita repubblicana per arrivare al suo culmine quando la “diversità morale” è diventata addirittura un progetto politico. È di tutta evidenza che questa cultura, o meglio sub cultura, difficilmente declina perchè resta un elemento costitutivo e decisivo della stessa identità della sinistra. Soprattutto in una stagione dominata dal “pensiero debole” e da una politica priva di riferimenti culturali ed ideali solidi e percepibili. Appunto, resta il giudizio morale sulle persone.

Ora, il nodo di fondo non è – come ovvio a tutti – il giudizio su Berlusconi e su quello che ha rappresentato e che, per certi versi, continua a rappresentare il capo di Forza Italia nel nostro paese. Quello è un giudizio già consegnato alla storia recente e meno recente. No, il tema di fondo riguarda altri versanti. Come, ad esempio, sostenere chi è in grado e chi non è in grado, a prescindere da qualsiasi valutazione politica e culturale, di governare nel nostro paese. Un giudizio che si rinnova, al di là delle di diverse fasi storiche, e che trova sempre terreno fertile in ogni formazione politica riconducibile seppur vagamente alla sinistra. Certo, la vecchia concezione ideologica della “egemonia” gramsciana ha lasciato le sue scorie in questo campo e più che un tabù da rimuovere resta un dogma da smaltire. Ma il moralismo, che è altra cosa, resta il fratello povero di quell’impianto ideologico e che si ritrova, seppur con accenti diversi a seconda delle stagioni politiche, nelle varie formazioni della sinistra. E oggi, nello specifico, nella concreta esperienza del Partito democratico.

È appena sufficiente, al riguardo, osservare con attenzione il giudizio politico alquanto sprezzante che viene formulato, o meglio sentenziato, sulla opportunità, o meno, di ricostruire il “centro” nella cittadella politica italiana. Il giudizio politico del guru del Pd romano, Bettini, sotto questo versante è persin troppo eloquente al riguardo. Un misto di disprezzo politico e di altezzosità morale che ripropongono, appunto, il peggio di quella tradizione culturale e politica. Giudizi che trovano cittadinanza anche in altri settori di quel partito anche se in misura minore. E per motivazioni più legate alla contingenza e agli interessi politici ed elettorali dei singoli.

Ecco perchè è necessario dire, ancora una volta, che la presunta e virtuale superiorità morale non è una politica, non è un progetto politico, non è una scelta culturale o programmatica ma resta solo e soltanto la conseguenza di un lascito post ideologico flebile e meschino, privo di qualsiasi valenza progettuale. Se non quello di attaccare frontalmente le persone e delegittimarle sotto il profilo politico. Appunto, il peggior moralismo.

È tempo, quindi, che anche la sinistra su questo versante si spogli definitivamente del suo passato senza pensare che la categoria dell’egemonia da un lato e della superiorità morale dall’altro possano continuare ad essere semplicemente riproposti ad ogni tornante della storia.

“Come foglie al vento”: la persecuzione della comunità ebraica di Venezia al centro del Giorno della Memoria di Rai Ragazzi.

Lo special sarà trasmesso il 27 Gennaio da Rai Gulp alle 11:15 e alle 19:00 e sarà disponibile su Rai Play dalla mattina.

Per il Giorno della Memoria 2022, Rai Gulp ricorda la persecuzione della comunità ebraica di Venezia con lo special “Come Foglie al Vento”, una produzione originale Rai Ragazzi realizzata da Caterina De Mata.

Due ragazzi in gita scolastica a Venezia incontrano Riccardo Calimani, scrittore e storico dell’ebraismo, che prendendo spunto dalle pietre d’inciampo racconta la persecuzione subita dagli ebrei di Venezia, spiega che cosa è il razzismo e come si alimenta, mostra loro il Ghetto e la Sinagoga dove i suoi genitori, giovanissimi si sposarono velocemente dopo l’8 settembre ’43 per fuggire da Venezia come marito e moglie, mentre i nazisti stavano occupando la città. Poche settimane dopo, iniziarono le razzie e le deportazioni che decimarono una delle comunità ebraiche più antiche d’Europa.

“Come Foglie al Vento”, programma che ha ottenuto il patrocinio dell’UCEI, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, sarà trasmesso il 27 Gennaio da Rai Gulp alle 11:15 e alle 19:00 e sarà disponibile su Rai Play dalla mattina.

Il programma, che dura 11 minuti, si rivolge ai ragazzi e potrà essere utilizzato anche nelle scuole, che potranno seguirlo in diretta su Rai Gulp oppure on demand su Rai Play, come contributo alla didattica per il Giorno della Memoria.

L’impegno di Rai Ragazzi per il Giorno della Memoria si completa con la riproposizione del premiato film d’animazione “La Stella di Andra e Tati”, sulla storia vera delle sorelle Andra e Tatiana Bucci deportate a 4 e 6 anni, tra i pochissimi bambini sopravvissuti ad Auschwitz. Il film sarà trasmesso alle 19:15 su Rai Gulp, dopo “Come Foglie al Vento”, e sarà disponibile su Rai Play.

Quest’anno Rai Play distribuirà “La Stella di Andra e Tati” dal 24 al 30 gennaio in tutto il mondo, senza limitazioni territoriali.

Grazie alla collaborazione degli Istituti Italiani di Cultura di Amburgo e Colonia, il film sarà distribuito in Germania con i sottotitoli in tedesco, per una iniziativa di particolare significato per la Memoria e per l’europeismo.

Un anno di Biden. Il daily focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

A un anno dall’inizio del suo mandato il presidente americano traccia un bilancio e dice: “L’America è di nuovo in moto”. Ma tra sondaggi in calo e l’ombra di Trump che incombe sulle elezioni di midterm.

Un anno che ne vale dieci. Una considerazione ancora più vera per il 46esimo presidente degli Stati Unti, Joe Biden. Dodici mesi fa, il 20 gennaio 2021, il mondo assisteva alla cerimonia per il suo insediamento in una Capitoll Hill blindata, ancora sotto shock dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio: il giuramento, toccante, davanti al ‘field of flags’, una distesa di 200mila bandiere, a rappresentare il popolo americano e le vittime del Covid che avevano impedito il tradizionale bagno di folla; Lady Gaga che canta l’inno nazionale e la poetessa afroamericana Amanda Gorman, di appena 22 anni, che incanta il pubblico in mondovisione con il suo componimento “la collina su cui saliamo”. E poi, ovviamente, Jill e Joe Biden, la coppia presidenziale che incarna le aspettative per un ‘ritorno alla normalità’ dopo gli eccessi e la ostentata irritualità del clan Trump. Era solo un anno fa

Da allora l’amministrazione Biden può vantare al suo attivo l’approvazione dei due piani di aiuto ‘monstre’ da 1900 e 1250 miliardi di dollari, il cui voto però è più volte slittato; un tasso di vaccinati del 74% e 6,4 milioni di nuovi posti di lavoro, che hanno fatto bruscamente calare la disoccupazione. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: il disastroso ritiro dall’Afghanistan e il paese tornato, con un tempismo beffardo, nelle mani dei Talebani a pochi giorni dalle commemorazioni per i 20 anni dall’11 Settembre. E ancora lo stallo su tutti i principali dossier di politica estera: la rivalità con la Cina, i negoziati sul nucleare iraniano, una relazione fatta di alti e bassi con gli alleati europei e, soprattutto, il rischioso braccio di ferro con Mosca sull’Ucraina

Mentre sul fronte interno persino la decantata ripresa economica è strangolata dal caro benzina e da un’inflazione al 7%, il massimo da 40 anni. Inoltre, la percezione comune è che il presidente non abbia ancora conquistato i traguardi che si era prefisso un anno fa: primo fra tutti quello di riunire un’America mai così divisa e polarizzata su cui, ancora oggi, incombe l’ombra di Donald Trump. Il tutto a soli dieci mesi dalle elezioni di midterm di novembre, quando i repubblicani – in vantaggio nelle preferenze di voto – potrebbero conquistare entrambi i rami del parlamento decretando di fatto, e con due anni di anticipo, la fine di una presidenza già in affanno.

Un’America polarizzata?

“È stato un anno denso di difficoltà ma anche di enormi progressi”: il tentativo di Joe Biden in conferenza stampa di rilanciare la sua presidenza a un anno dall’inizio del mandato si scontra con le cifre dei sondaggi. Solo il 41% degli americani sostiene il suo operato contro un 52% che ‘disapprova’ secondo FivethirtyEight e CNN. Equivale a una delle peggiori performance per un presidente neoeletto da quando i sondaggisti hanno iniziato a monitorare le valutazioni di approvazione. Peggio di lui tra i suoi immediati predecessori aveva fatto solo Trump, sceso al 40% al suo primo giro di boa. Tuttavia, gli altridue presidenti le cui valutazioni alla fine del primo anno erano scese al di sotto del 50% sono stati entrambi rieletti: Ronald Reagan, al 47%, e Barack Obama, al 49%. Ma quello che i sondaggi rivelano, osserva Gallup, è che le opinioni su Biden sono nettamente divise lungo linee ideologiche e di partito, esattamente come lo erano quelle su Trump. Secondo le rilevazioni, il primo anno di Biden è stato il secondo più politicamente polarizzato nella storia degli Stati Uniti. Solo il quarto e ultimo anno in carica di Trump è stato più polarizzato. Segno che il presidente non è riuscito ad intaccare il fenomeno e le divisioni che lacerano la società americana al suo interno e che hanno cominciato a manifestarsi in modo sempre più evidente e ripetuto negli ultimi anni.

Tutta cola dei Repubblicani?

Come era prevedibile nel primo anno di presidenza, Joe Biden si è concentrato più sulle sfide interne, Coronavirus ed economia fra tutte, che sulle questioni internazionali. Cionondimeno, dopo quattro anni burrascosi e caratterizzati dal disimpegno, l’arrivo del democratico alla Casa Bianca aveva generato forti aspettative per il ritorno degli Stati Uniti sulla scena internazionale. Attese che hanno cominciato a scricchiolare presto: se il drammatico ritiro dall’Afghanistan ha segnato la fine della luna di miele tra le due sponde dell’Atlantico, l’affaire Aukus che ha fatto infuriare la Francia, ha dato molto dapensare anche ad altre capitali europee. “Le aspettative erano molto alte quando Joe Biden è entrato, probabilmente troppo alte, erano irrealistiche”, ha spiegato alla BBC Carl Bildt, ex primo ministro svedese. “Il suo ‘America is back’ suggeriva una nuova età dell’oro nelle nostre relazioni. Ma non è successo e tutto è cambiato rapidamente”. Prova ne è la reticenza con cui i 27 oggi guardano all’idea di un conflitto contro Mosca nell’ambito della crisi ucraina. Mentre l’attenzione di Washington si sposta progressivamente verso il suo ‘pivot to Asia’, sembra inevitabile che la frustrazione e il senso di abbandono degli europei aumenti e c’è chi parla apertamente di ‘transatlantic decoupling’. Il 2022 costituirà un test nelle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico ma da questa parte dell’Oceano si osserva con timore crescente quello che accadrà al midterm e nel 2024. “Nonostante tutto – osserva Politico – lo sviluppo più corrosivo nelle relazioni transatlantiche nel prossimo anno potrebbe ancora rivelarsi il deterioramento della stessa democrazia americana e ciò che questo dirà sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleati”. 

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“Il Capo dello Stato deve rappresentare l’unità nazionale”. Intervista su “La Voce Alessandrina” a Renato Balduzzi. 

Quelle che ci apprestiamo a vivere saranno settimane (giorni per chi legge, ndr) roventi per l’elezione del nuovo capo dello Stato. Il mandato di Sergio Mattarella terminerà ufficialmente giovedì 3 febbraio, a sette anni esatti dal giorno del suo giuramento. Ma già da mesi è partito il “toto-presidente”, tra candidature, ipotesi e suggestioni che scaldano la corsa al Colle. Riproponiamo, per gentile concessione dell’intervistato, il testo del colloquio con il prof. Balduzzi al settimanale della Diocesi di Alessandria. 

Andrea Antonuccio

Professor Balduzzi, lunedì 24 gennaio 1.009 Grandi elettori si ritroveranno per eleggere il nuovo Presi- dente della Repubblica. Prima di “addentrarci” nei meccanismi e nelle dinamiche di questa elezione, le chiedo un giudizio sul settennato di Sergio Mattarella.

«Credo che non mi faccia velo l’amicizia se dico che si è trattato di uno dei settennati più autorevoli della storia repubblicana. Nel dire questo sono del resto in buona compagnia, perché è l’opinione dei capi di Stato e di governo dei Paesi esteri con i quali abbiamo le più intense relazioni, oltre che, stando ai sondaggi, della stragrande maggioranza del popolo italiano».

Lei ritiene possibile un “Mattarella-bis”?

«Il primo ad escluderlo è l’interessato, che ha motivato la propria posizione con argomenti di diritto costituzionale e di opportunità, cui è diffifficile replicare, in quanto nessun mandato pubblico è ov- viamente coercibile. Non mi pare, comunque, che vi sia unanimità tra le forze politiche su un secondo mandato all’attuale presidente, e soltanto un appello unanime po- trebbe, forse, indurre l’interessato a una diversa ancorché sofferta valutazione. L’elezione del 2013, che riconfermò il presidente Giorgio Napolitano, non costitu- isce un precedente decisivo, troppo diversi essendo il contesto, i rapporti di forza politico-parlamentari, la prospettiva della legislatura, che allora era appena iniziata, oggi entra nell’ultimo anno».

Siamo in un momento molto delicato della nostra storia repubblicana, in piena emergenza Covid. Qual è, a suo avviso, il “profilo ideale” del prossimo Presidente della Repubblica?

«Stando alla Costituzione italiana, il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (art. 87, comma 1). In questa formula c’è tutta l’essenza della funzione e anche, implicitamente, il target della stessa. Per rappresentare bene, e non soltanto in modo formale, l’unità nazionale, il presidente deve avere in sé stesso il senso di questa unità, che è un intreccio di storia, dignità, sofferenza, moralità. In fondo, i dodici presidenti che la Repubblica che sinora abbiamo avuto rientrano tutti perfettamente in questo target: essi non avevano soltanto alle spalle esperienze istituzionali importanti, nel governo, nel parlamento o in autorità indipendenti, ma erano un pezzo di storia italiana. Ecco perché sono sempre stati, tutti, riconosciuti dalla stragrande maggioranza degli italiani come super partes».

L’attuale classe politica sarà in grado di trovare un accordo sul nuovo Presidente, o si arriverà allo scontro?

«Il nostro Paese è conosciuto nel mondo, e in parte anche apprezzato, per una certa misura di imprevedibilità. Mi permetta di auspicare che, anche questa volta, riusciamo a capovolgere le difficoltà della vigilia e a realizzare una scelta giusta e condivisa, o almeno non troppo divisiva. Consideriamo altresì che la sto- ria delle diverse presidenze dimostra che anche un presidente eletto dalla sola maggioranza politica può riuscire a diventare il presidente di tutti gli italiani: non è soltanto una questione di, per dir così, grazia di stato: è che la funzione imparziale, la cui aria si respira al Quirinale, sviluppa l’organo…».

Una domanda al costituzionalista: l’eventuale elezione di Mario Draghi al Quirinale porterebbe l’Italia, Repubblica parlamentare, ad avvicinarsi a un modello di Repubblica presidenziale, in cui il Presidente è allo stesso tempo capo dello Stato e capo del governo? In fondo, è uno scenario che diversi analisti ritengono plausibile, se non desiderabile…

«Mi sembrano analisi e analisti un po’ frettolosi. La reputazione internazionale di Mario Draghi al Quirinale gioverebbe senz’altro all’Italia, ma questo non significherebbe spostare il baricentro delle decisioni. Governare comporta fare scelte tutti i giorni, sui temi più disparati, e fare sintesi politica, necessariamente di parte anche se, si spera, orien- tata sempre all’interesse generale o meglio, me lo lasci dire, al bene comune. Chi sta al Quirinale non deve e non può intromettersi nelle politiche di tutti i giorni, perché ne andrebbe della sua immagine e realtà di soggetto super partes, che ciascun Presidente avverte subito come presupposto ineludibile della propria credibilità. E poi non dobbiamo dimenticare che la forma di governo parlamentare è per natura molto duttile, si presta a equilibri e connotazioni anche molto diversi. Semmai, un’eventuale trasformazione della nostra forma di governo avrebbe potuto e potrebbe derivare dall’elezione di un leader molto caratterizzato, il quale più difficilmente sarebbe nelle condizioni e nel desiderio di scrollarsi di dosso la propria storia politica. Non è casuale che la saggezza dei capi democratico-cristiani abbia sempre scelto per il Quirinale non una figura di primo piano della contesa politica, bensì una persona con un profilo istituzionale alto, ma in qualche misura meno caratterizzato».

Con Mario Draghi al Colle si andrebbe a elezioni anticipate, secondo lei?

«Non credo necessariamente. La decisione di scio- glimento richiede tanti attori e tanti consensi. Si tenga poi presente che la prossima legislatura avrà un numero di parlamentari sensibilmente ridotto rispetto all’attuale. Questo fatto cambia, sotto diversi profili, i termini della situazione. Aggiungerei che l’anticipo della scadenza elettorale, perdurando la pandemia, non mi pare nell’interesse vero di nessuno».

Se lei fosse uno dei Grandi elettori, chi voterebbe?

«(Sorride) Voterei, come ho fatto nel 2013, quando sono stato elettore presidenziale, e mi adopererei perché altri facciano come me, un candidato o una candidata con quel profilo ideale che ho prima ricordato».

Un programma per Firenze 2022. Una riflessione su “Argomenti 2000” a riguardo del convegno della CEI di fine febbraio.

Quello che può prendere forma a Firenze, dove sulle orme di La Pira s’incontreranno Vescovi e Sindaci del Mediterraneo, è un cambio di sguardo in grado di recuperare gli europei ad una fedeltà alla verità delle cose. Il Mediterraneo è uno spazio nel quale non solo si consuma ogni giorno di più la ragione morale dell’Europa, ma anche la radice storica della sua soggettività politica. 

Riccardo Saccenti

La ricerca della comune radice storico-religiosa dei popoli che abitano le sponde del Mediterraneo: questa la ragione ufficiale della convocazione del primo dei colloqui del Mediterraneo, voluti dal sindaco di Firenze Giorgio La Pira a partire dal 1958. Eppure, al si sotto queste apparente diplomazia culturale quella iniziativa costituì una risposta articolata ai grandi nodi storici posti da un quadro geopolitico e religioso che nei due decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale affrontava mutamenti profondi, quando non radicali.

Allorché La Pira apriva il primo dei colloqui, il 3 ottobre 1958, indicando come fine di quell’incontro il «cooperare alla costruzione della pace nel Mediterraneo e nel mondo», il quadro era quello di un’area nella quale erano ancora visibili le tracce e le ferite lasciate dalla crisi di Suez del 1956. Fra i fumi lasciati dagli scontri fra le forze egiziane e quelle israeliane e anglofrancesi consumatisi attorno al canale fra Mar Rosso e Mediterraneo si era palesata tutta la drammaticità di un processo di decolonizzazione intrecciato con l’emergere della soggettività politica del mondo arabo. Un quadro reso più complesso e conflittuale dall’irrisolta contrapposizione fra Stato d’Israele e mondo arabo e a cui si sommava la lunga guerra d’indipendenza algerina. Un conflitto, quest’ultimo, vissuto dalla Quarta Repubblica francese come una vera e propria guerra civile e che aveva consumato il sistema politico-costituzionale, la cultura e la stessa società transalpina che appena quattro mesi prima, il 1° giugno, si era affidata al generale De Gaulle per uscire dalla crisi. Dentro questo scenario il mandato che il sindaco di Firenze intendeva affidare ai colloqui del Mediterraneo non era quello di un generico appello alla pace, alla sospensione dell’uso delle armi. Al contrario, vi era la lucida consapevolezza di un contesto che esigeva una direzione politica condivisa e che per elaborarla aveva l’urgenza di trovare una chiave di lettura trasversale alle sponde del Mediterraneo, attorno a cui potessero costruirsi itinerari e processi di pacificazione fatti di cooperazione, di dialogo costante, di condivisione di risorse e di speranze, di individuazione di orizzonti comuni possibili.

In attesa del convegno fiorentino che alla fine del prossimo febbraio riunirà i sindaci e i vescovi delle città del Mediterraneo il richiamo alla esperienza lapiriana non può essere giocato semplicemente sul terreno del modello da imitare, né tantomeno nella chiave di un passato di cui il presente tenta di essere un maldestro epigono. Piuttosto, serve raccogliere la sfida di una occasione da non costringere nella logica dell’evento, svincolato da un prima e da un dopo e soprattutto dal contesto nel quale prende forma. Perché quello che si prepara in questi mesi può essere un passaggio di grande valore per avviare processi importanti e duraturi su piani molteplici: dalla politica all’economia, dalla cultura alla pratica attiva di una sostenibilità socio-ambientale. Tutto questo esige però una chiara visione di ordine politico, una intelligenza dei processi che segnano il Mediterraneo di questa fine 2021, delle opzioni possibili, degli attori che animano questo teatro – non solo gli attori istituzionali e politici ma anche quelli culturali, sociali e religiosi –, delle tensioni e delle convergenze che in esso si consumano. Affinare una comprensione di cosa sia per l’area mediterranea questo passaggio storico richiede dunque una chiave interpretativa, capace di fare ordine fra le cose, di ricondurre interessi, attese e aspirazioni al loro ordine naturale di grandezza e di affinare la capacità di comporre esigenze e conflitti in un orizzonte comune.

Del resto, il quadro attuale è profondamente segnato dalle ferite ancora aperte della guerra in Libia, in Siria e Medioriente, dalla fragilità di soggetti politici importanti come l’Algeria e l’Egitto, dalle contraddizioni che segnano la Turchia e la presenza russa, dall’assenza di una politica europea per il Mediterraneo. E a tutto questo si intrecciano le tensioni religiose e culturali: i conflitti a cui abbiamo assistito da “spettatori” hanno cancellato equilibri di convivenza dinamici, che nei secoli erano sopravvissuti al succedersi dei vari imperi – si pensi alla sorte delle comunità cristiane o yazide fra Siria e Iraq –; il radicalismo religioso da un lato e la retorica della paura di “invasioni” migratorie dall’altro hanno alimentato una logica da “scontro di civiltà” che vede nel Mare nostrum solo il confine sud dell’Unione Europea. Rispetto a tutto questo il discorso di Francesco a Lesbo dello scorso 5 dicembre rappresenta una vera e propria chiamata alla responsabilità di misurarsi con estrema lucidità e realismo con il Mediterraneo di oggi. Nelle parole del Papa e nell’appello alla priorità della dignità delle persone, infatti, non vi è solo un richiamo di carattere etico e morale: vi è piuttosto una lucida consapevolezza che è politica e religiosa ad un tempo. L’invito a cercare le cause profonde di questo fenomeno, per dare risposte adeguate rappresenta un invito a spostare lo sguardo dalla superficie degli eventi al loro senso più intimo e profondo. Così, il movimento di milioni di persone dalle regioni mediorentiali e dall’Africa verso l’Europa si rivela come l’effetto di uno scenario ben più ampio e drammatico. Il quadro è quello della “terza guerra mondiale permanente” che oramai da un decennio si combatte a cavallo dell’equatore, a partire dalle coste atlantiche dell’Africa fino all’Afghanistan e al Pakistan. Uno scenario fatto di una catena di conflitti più o meno noti alle opinioni pubbliche europee e che riversano sulle sponde del Mediterraneo le loro conseguenze più tragiche che hanno il volto e gli occhi di donne, uomini e bambini in fuga tanto dalla violenza quanto dalla povertà.

 

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https://www.argomenti2000.it/content/un-programma-firenze-2022

Il Pd deve scegliere. Che fare? Rinviare non è più possibile. Da Roma parte una riflessione dei quadri di Base Riformista.

“Purtroppo dobbiamo ammettere, dicono i firmatari del documento, che nel partito alberga, qui e là, la riduzione del centro sinistra a sinistra e della sinistra alla cultura di origine comunista”. Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo testo elaborato da alcuni quadri del Pd appartenenti all’area di Base Riformista.

Il Pd deve scegliere. Si tratta di una scelta di quale partito può e vuole essere il Pd, se quello con un’alleanza precaria (e anche sui generis) nata in nome di una necessità di fronte comune contro le destre di Salvini e Meloni (il cav sembra sul viale del tramonto);  oppure quello al centro di una vasta alleanza di tutte le forze riformiste che abbiano volontà e capacità di combattere i grandi problemi connessi allo sviluppo, dalla salute dei cittadini, all’ambiente, alle disuguaglianze.

Per compiere una scelta di questa portata occorre che il partito si sblocchi e risolva attriti e incomprensioni d’altri tempi, a cominciare da un rapporto complicato, quando non ostile, tra maggioranza e opposizioni al suo interno. Siamo su questa strada? 

La stravagante uscita di D’Alema sul Pd, bontà sua guarito dal “renzismo”, si aggiunge a rumori di fondo di un venticello che continua peraltro a spirare qua e là in casa dem e dimostra quanto sia grande la confusione, anche perché con l’attacco al renzismo si arriva a mettere a dura prova, per strani sillogismi, il rapporto con il variegato mondo del cattolicesimo popolare, senza il cui impegno, ricordiamolo ancora una volta, si perderebbe il senso stesso del Pd, finendo per rifare in definitiva i Ds, senza, quindi, una parte della sinistra e con la conseguente riduzione al rimanente 15%, stando ai risultati delle ultime elezioni comunali.

Di contro, appare evidente come si tralascino, a favore delle tifoserie, le cause oggettive che hanno portato ad impasse tipo la tassa di successione o alla stessa sconfitta sul ddl Zan; cause connesse al ripetersi di un errore che il centrosinistra ha sovente compiuto dalla caduta del primo e del secondo governo Prodi, specie in occasione della mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica; un errore dovuto al fatto che l’attacco prende di mira i franchi tiratori interni sottovalutando, perlopiù, la miopia di una linea politica che assume a parametro decisivo un certo integralismo vetero-ideologico, non facendo i conti con le implicazioni delle alleanze.

Atteggiamenti rigidi e incomprensivi, privi cioè della flessibilità che serve nei rapporti interni a una coalizione, possono portare il partito a “vocazioni minoritarie”, con culto dell’opposizione in quanto tale. Non un partito, quindi, che rivendichi lo status di vera forza responsabile. Un rischio del genere non è assente nel Pd, che pure è l’asse portante – e non da oggi – di un modello e di uno stile di governo che nei passaggi più delicati della vita democratica del Paese ha retto in virtù di un approccio pragmatico, realistico e fortemente inclusivo.   

Non possiamo dimenticare che il Pd è nato con l’obiettivo di una grande sintesi tra le migliori tradizioni riformiste cattoliche, socialiste, post comuniste e ambientaliste; culture politiche e visioni del mondo che, da sponde diverse, hanno caratterizzato la storia dell’Italia repubblicana. Culture politiche che, però, da angolazioni diverse dalla nostra, ancora si propongono o vengono usate nella comunicazione con iscritti e votanti con strumentale atteggiamento nostalgico, nonostante i mutamenti che la storia ha portato nella cultura e nella politica del Paese.

Spendiamo due parole in tutta chiarezza su questo tema, proprio mettendo in luce ancora una volta che quella di renzismo, priva di qualsiasi base di pensiero politico, denota un’accusa riconducibile al non essere di sinistra, della vera sinistra. Purtroppo dobbiamo ammettere in tutta franchezza che nel partito alberga, qui e là, la riduzione del centro sinistra a sinistra e della sinistra alla cultura di origine comunista. Ciò, pur essendo un madornale errore storico e politico, non sarebbe neanche troppo grave o sorprendente se non costituisse un bagaglio nostalgico da impiegare opportunisticamente con militanti, simpatizzanti ed elettori, sia nelle tornate elettorali, sia, soprattutto, nella gestione delle responsabilità e degli incarichi.

Noi non siamo renziani, non potremmo esserlo neanche volendo. Senza disconoscere i meriti di Renzi nel suo breve operato da premier, non ravvediamo particolari motivi strategici, filosofici, di visione del mondo per poter considerare o addirittura sposare il renzismo come un pensiero politico a 360°. La nostra critica, quindi, vuole essere senz’altro dura, se la vediamo rivolta verso le grottesche uscite di D’Alema e non solo. E’, invece, una nota di riflessione dialettica se rivolta all’interno del partito in nome di una ricerca di rapporti corretti e unitari, nel pieno rispetto – reciproco – delle differenze.

Sono, questi, temi (che andrebbero certamente affrontati meglio in una sede congressuale), che rischiano di produrre crepe inopportune nei prossimi, cruciali appuntamenti istituzionali, proprio quando, invece, sarebbe ottimale poter contare sul massimo della compattezza. 

Il Pd deve scegliere: Quali sono le opzioni più importanti? Il PNRR è una occasione irripetibile, per rifondare e rilanciare il sistema-paese, al punto da costituire il nodo principale da sciogliere per la soluzione della crisi di governo e, ancor prima, della stessa nomina del futuro PdR. Abbiamo la necessità di impedire che si trasformi in un piano assistenziale come non dispiacerebbe a qualche formazione della stessa sinistra. E’ l’occasione per una svolta epocale nel tessuto socio-economico del Paese. Piano energetico e quale, Nucleare si o no? Tap si o no? Geotermico si o no?

Bisogna avere come obiettivo il miglioramento sensibile delle condizioni di vita degli italiani, non lasciando ai 5 Stelle il grande volano del superbonus e dell’ammodernamento delle infrastrutture; misure importanti, in effetti, che significano rilancio dell’edilizia e del suo indotto; misure capaci di portare ad un aumento del Pil oltre il 7 % annuo, con l’incremento di posti di lavoro e, soprattutto, la formazione di una classe di lavoratori qualificata e competente.

È un orizzonte che evoca la felice materializzazione, se così possiamo dire, di una genuina politica riformatrice, fuori da pregiudizi e fanatismi. Ecco perciò che il rilancio del Paese, a livello economico e sociale, deve accompagnarsi ad una crescita dei diritti civili, i quali tuttavia non hanno da subire la torsione di un radicalismo eticamente controverso. Questo è il senso di responsabilità e di equilibrio che si richiede a una grande forza politica di matrice popolare. E, in sostanza, è ciò che la pubblica opinione più attenta e riflessiva si attende dal Pd.

Se i problemi acutizzati dalla crisi sono quelli dell’occupazione, soprattutto giovanile e femminile, dei livelli retributivi (i più bassi in Europa e fermi al potere d’acquisto di trent’anni or sono), delle disuguaglianze (fra generi, fra nord e sud, fra ceti sociali) e del blocco di forme anche minime di ascensore sociale; se a questi si aggiungono i problemi ambientali, quelli energetici e i costi di una transizione ecologica non più rinviabile; se, infine, la pandemia ha evidenziato scricchiolii e crepe nel rapporto tra istituzioni e tra pubblico e privato in più di qualche settore strutturale, segnalando l’urgenza di una definizione di nuovi rapporti tra stato e mercato in campi di grande interesse pubblico, quali la sanità, i trasporti, l’istruzione e la ricerca; se a tutto ciò si aggiungerà, come inevitabile, la necessità di politiche di spesa in grado di assicurare lo sviluppo nonostante un livello pazzesco di indebitamento pubblico (in parte non trascurabile dovuto ai costi di funzionamento di una P.A. burocratica, clientelare e inefficiente);

allora diventa più chiaro che Base Riformista rinnovi e moltiplichi l’impegno di disegnare un programma per spingere il partito verso un modello di alleanze quanto più largo possibile tra forze riformiste e progressiste, a partire da una salda unità interna nel Partito Democratico stesso. 

Lo spirito necessario, che ci anima, è quello di agire da maggioranza con la dovuta moderazione inclusiva, con forte richiamo alla originaria vocazione maggioritaria, quella che implica il superamento di una visione del partito come mero rappresentante di questa o quella classe (visione ancora presente tra molti militanti ed elettori del PD), a favore, invece, di una volontà programmatica di guida a difesa degli interessi dell’intero Paese. 

Se non ha avuto tutti i torti chi abbia rimproverato al Pd di Letta una certa “sonnolenza”, dovuta proprio ai problemi della precarietà della sua politica delle alleanze, bisogna oggi riconoscere ed apprezzare che Letta vi ha posto rimedio proprio nell’occasione più stringente, quella degli assetti istituzionali. Capovolgendo l’agenda, bene ha fatto il Responsabile dem accentuando l’appoggio al governo di larghe intese a guida Draghi, a cercare un accordo di fine legislatura tra le forze della maggioranza proprio per rendere meno burrascosa la ricerca della soluzione per il Quirinale. Se non altro per chiarire, in caso di rifiuto, le responsabilità di chi antepone gli interessi di parte a quelli del Paese. 

Occorre, però, adesso, mettere i piedi nel piatto, in una situazione che marcia verso campagne elettorali ad elevato tasso di spaccatura tra le forze politiche e, per quanto ci riguarda, con scelte di alleanze, quelle attuali, inadeguate ad assicurare la governabilità del Paese. Nello stesso tempo, le faglie di crisi montano, le condizionalità connesse al PNRR premono, il mondo stesso, in larghe aree, chiede una vera e propria trasformazione della politica e dei partiti, un vero e proprio rinascimento della democrazia occidentale. 

Noi vogliamo esserci ed esserci a questi livelli di sfida sui grandi temi, in netta opposizione a chi, in una situazione così seria, voglia mettersi a soffiare sul fuoco sperando di trasformare il venticello in rombo divisivo e distruttivo. 

 

Il documento è firmato da

Carlo Cotticelli – Vincenzo Iavarone – Alberto Tanzilli – Nino Zappalà

Open Doors: perseguitato 1 cristiano su 7, Afghanistan il Paese più pericoloso (AsiaNews).

Nella lista 2022 Kabul per la prima volta “scalza” dalla graduatoria dei Paesi più ostili ai cristiani Pyongyang (dove peraltro la situazione è comunque peggiorata). In media ogni giorno 16 cristiani uccisi e 10 rapiti nel mondo. 2 cristiani asiatici ogni 5 vivono in un’area dove si sperimenta la persecuzione. A Jaipur diffuso un altro rapporto che elenca 300 attacchi contro i cristiani avvenuti in India negli ultimi nove mesi.

Nel 2021 è cresciuta ulteriormente la persecuzione contro i cristiani nel mondo: sono oltre 360 milioni (1 ogni 7 a livello globale) quelli che oggi sperimentano nel proprio Paese un livello alto di persecuzione e discriminazione. È il dato che emerge dalla World Watch List 2022 di Open Doors, il rapporto che l’ong internazionale dedica ogni anno alla persecuzione anticristiana, stilando la graduatoria dei 50 Paesi dove la situazione è peggiore.

Dopo vent’anni la Corea del Nord per la prima volta non viene più indicata come il Paese più pericoloso, ma solo per il precipitare della situazione in Afghanistan dove con il ritorno dei talebani la condizione dei cristiani nascosti si è fatta ancora più drammatica. In realtà, però, anche sotto il regime di Kim Jong-un la situazione della libertà religiosa è ulteriormente peggiorata nel periodo preso in esame, che va dal 1 ottobre 2020 al 30 settembre 2021. Tra i 100 Paesi monitorati da Open Doors salgono da 74 a 76 quelli con un livello di persecuzione definito alto, molto alto o estremo. Nel periodo preso in esame sono stati registrati 5.898 cristiani uccisi nel mondo (in media 16 al giorno), 5.110 chiese attaccate o chiuse, 6.175 cristiani arrestati senza processo e 3.829 cristiani rapiti (10 al giorno).

Tra i 10 Paesi dove è stato registrato il maggior numero di violenze 7 si trovano nell’Africa sub-sahariana. Ma il rapporto di Open Doors non manca di mettere in risalto anche la crescita del controllo da parte dei governi autoritari in Asia, sottolineando in particolare come la Cina abbia utilizzato le restrizioni imposte dalla pandemia per indebolire le comunità cristiane in diverse province. In generale 2 cristiani asiatici ogni 5 vivono in un’area dove si sperimenta la persecuzione.

Viene posto poi in risalto anche l’aumento delle violenze contro i cristiani in India. E proprio da qui giunge la notizia che sono diventati ormai almeno 300 gli attacchi che hanno colpito le comunità cristiane del Paese negli ultimi 9 mesi. A riportarlo – offrendo un elenco dettagliato delle violenze – è un altro rapporto intitolato “I cristiani sotto attacco in India” presentatati ieri a Jaipur, nello Stato nord-orientale del Rajasthan, in una conferenza stampa organizzata dalla diocesi cattolica di Jaipur insieme all’Associazione per la Protezione dei Diritti civili, United Christian Forum e United Against Hate.

Il vescovo di Jaipur, mons. Oswald Lewis, ha detto commentando i dati: “L’India è un Paese dove ogni religione è rispettata e dove si vive insieme in pace e armonia da secoli. Ma negli ultimi anni i gruppi minoritari sono stati presi di mira, specialmente le comunità cristiane e musulmane. Il governo deve intraprendere azioni severe contro queste frange estremiste per preservare l’unità e la democrazia del Paese”.

Alla presentazione del rapporto hanno partecipato anche rappresentanti delle altre minoranze religiose. Il presidente di Jamat-e-Islami Hind, Mohammad Nazimuddin, ha detto: “Già subito dopo l’indipendenza alcuni gruppi erano scontenti del Mahatma Gandhi perché sottolineava la laicità e la parità di diritti per tutti i cittadini. Da allora l’India ha sofferto molto perdendo migliaia di vite. E anche gli attacchi ai cristiani si inseriscono in questo contesto”. Il presidente del Buddhist Mahasabha, T. C. Rahul ha aggiunto: “Il nostro Paese è multireligioso e tutte le confessioni hanno vissuto qui in pace e armonia per secoli. Ma ora l’odio si sta diffondendo e questo è pericoloso per l’unità dell’India”.

(ha collaborato Nirmala Carvalho)

 

 

 

 

L’esperienza di Luigi Sturzo come consigliere della Provincia di Catania

In occasione dell’anniversario della conferenza stampa di presentazione a Roma, il giorno 19 gennaio 1919 presso la sede dell’Unione Romana, in via dell’Umiltà 36, del Partito Popolare Italiano appena costituito, pubblichiamo uno stralcio del saggio “Sturzo: la lotta per l’autonomia e la democrazia nel Consiglio provinciale di Catania”. L’autore ha concesso al nostro giornale, e per questo lo ringraziamo vivamente, di mettere a disposizione dei lettori il testo integrale, qui scaricabile appunto attraverso il seguente link posto in fondo alla pagina. 

[…] Con questi chiari obbiettivi strategici e con il programma amministrativo ben strutturato che il movimento cattolico calatino aveva approntato,  Sturzo si candida nel collegio di Caltagirone alle elezioni, per il rinnovo di un terzo della rappresentanza del consiglio provinciale di Catania, che si  sarebbero tenute il 16 luglio 1905. 

Il contesto era quello di una provincia dominata dalla politica affaristico-clientelare del “blocco popolare”, formato da socialisti-repubblicani-radicali, che già si era imposto con la conquista di 48 seggi su 60 nelle precedenti elezioni comunali del giugno 1902 a Catania, scalzando il quarantennale predominio di liberali-monarchici-conservatori e consacrando la leadership di G. De Felice Giuffrida. A questo si aggiungeva una notevole confusione ideologica alimentata proprio dal De Felice, contemporaneamente prosindaco di Catania, presidente della camera del lavoro, consigliere provinciale e deputato, che non aveva mai rinunciato a praticare una certa politica movimentista, ispirata ai fasci siciliani, ma declinata sempre in termini demagogici quando non addirittura clientelari e corruttivi. Tutto ciò rendeva il clima elettorale incandescente non solo a Catania ma anche a Caltagirone.

Sturzo, che si era presentato anche per dare un chiaro segnale contro “la personalizzazione delle candidature provinciali, cucite su personaggi della nobiltà agraria locale o su professionisti senza alcun patto programmatico con gli elettori”, accentuava così i tratti del suo impegno con i cattolici per realizzarne gli otto punti fondamentali del programma ed, in questa prospettiva, si apriva ad una sorta di intesa elettorale con il blocco popolare cittadino (dalle caratteristiche, però, ben diverse da quello di Catania) guidato dall’ex sindaco e consigliere uscente, Mario Milazzo. Smentendo, così di fatto, le voci di un accordo con l’altro candidato, sostenuto dall’on. Libertini, il liberale sindaco uscente di Caltagirone Domenico Nicastro, coinvolto nel famoso scandalo della luce elettrica. In ogni caso, la presenza del centro cattolico che Sturzo rappresentava, con le sue caratteristiche: a) di corpo organizzato contro la corruzione; b) di forza spinta da una idealità di programma; c) di soggetto capace di sostenere lo sviluppo sociale ed il rilancio dei sentimenti religiosi nella vita politica,  costituì la vera novità della competizione elettorale.

Che, all’esito del voto, fece registrare l’elezione a consiglieri provinciali di Luigi Sturzo e Mario Milazzo. Il primo con 753 voti. Mentre 740 furono i voti andati a Milazzo. Con Nicastro, non eletto,  distanziato a 488 preferenze. In complesso, come relazionava il prefetto al ministro dell’interno, nel parziale rinnovo del consiglio provinciale di Catania gli eletti erano stati: nove liberali, sei dell’estrema ed un democratico cristiano.

Sturzo entra così in abito talare  a palazzo Minoriti, sede della provincia di Catania, il 14 agosto 1905 alle ore 14 per l’insediamento del nuovo consiglio, composto da 50 consiglieri che, in virtù della legge comunale e provinciale 164/1898 e sue successive modifiche, provenivano: due terzi da  precedenti elezioni ed un terzo era quello eletto con il rinnovo del 1905. Dal punto di vista politico, egli è solo, indipendente da qualsiasi partito, al centro, ‘circondato’ da consiglieri socialisti, radicali, repubblicani, massoni, clerico-moderati, monarchici, liberali ma preparato a resistere a qualsiasi pressione, pronto a dare il suo voto secondo coscienza e soltanto ubbidendo ai principi ispiratori del programma amministrativo dei cattolici. Certo, il suo isolamento gli avrebbe precluso ogni potere contrattuale ma, al contempo, gli avrebbe consentito di aggregare più facilmente altri consiglieri di ispirazione cattolica per costruire, prima a livello provinciale e poi regionale ed anche nazionale, quel movimento democratico-popolare che ormai da diverse parti veniva auspicato.

 

L’esperienza di Luigi Sturzo come consigliere della Provincia di Catania (2)

Prevalga il buon senso. Il binomio Mattarella-Draghi ha dato forza al Paese: dobbiamo giocare la carta della continuità.

Quando è in atto una situazione di crisi tra e nelle forze politiche, che accompagna e amplifica quella stessa della rappresentanza, servono soluzioni che permettano di garantire una tregua, anche per favorire la ricomposizione e il graduale ritorno a un nuovo equilibrio da realizzare con il voto previsto alla scadenza naturale della legislatura.

La situazione è alquanto agitata e confusa, tra il centro destra in progressiva fibrillazione, dopo che il tentativo del Cavaliere sembra ormai considerato da Salvini superabile/to e la sinistra  che rimane ferma in un surplace impotente. Ho salutato con grande soddisfazione l’indicazione di alcuni ex parlamentari grillini a favore della candidatura del prof. Paolo Maddalena, costituzionalista a tutto tondo e uno dei più strenui difensori della Carta fondamentale della Repubblica. Sembra, però, che stiano prevalendo gli interessi e le motivazioni “particulari” di singoli, movimenti  e gruppi parlamentari non più sostenuti da quei legami forti che erano alla base dei partiti della prima repubblica, e forte è il rischio, dunque, di una saga dei franchi tiratori preoccupati solo del loro stipendio e dell’agognato vitalizio. 

La fragile situazione economico sociale di un Paese sfibrato da una crisi pandemica ben lungi dal potersi considerare finita, suggerirebbe di tener in debita considerazione il motto: quieta non movere et mota quietare, non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato. Recitava così il broccardo latino espressione di un’antica sperimentata saggezza. La saggezza che dovrebbe assistere gli elettori del prossimo Presidente della Repubblica.

Il binomio Mattarella presidente della Repubblica, Draghi capo del governo, ha assicurato sin qui all’Italia stabilità politica e un’affidabilità internazionale senza pari, l’unica che può garantire la prosecuzione della legislatura sino al suo termine naturale. È noto il reiterato NO del presidente Mattarella a una sua rielezione; un NO motivato dal ricordo di Segni e della sua proposta di “non rieleggibilità del Presidente della Repubblica”. Come ha sostenuto, tuttavia, con grande rispetto Paolo Cirino Pomicino al TG2, a riguardo della candidatura del Cavaliere, ma come regola generale: “Al Quirinale non ci si candida, ma si viene scelti”. E, allora, perché non attenersi alla saggezza del broccardo latino?

Anche le reiterate e motivate indisponibilità espresse da Mattarella, se avvenisse un voto a larghissima maggioranza del Parlamento integrato dai rappresentanti regionali, sono convinto che possano essere superate. Sarebbe la soluzione più semplice e adeguata alla complessità della situazione politica, economica, sociale e istituzionale dell’Italia. La stessa rielezione del Presidente Napolitano costituisce un precedente da considerare. Quando è in atto una situazione di crisi tra e nelle forze politiche, che accompagna e amplifica quella stessa della rappresentanza, servono soluzioni che permettano di garantire una tregua, anche per favorire la ricomposizione e il graduale ritorno a un nuovo equilibrio da realizzare con il voto previsto alla scadenza naturale della legislatura. Ogni altra soluzione, al di là dei tatticismi e promesse vane collegate/bili al voto dei 1009 che inizia il prossimo lunedì, è certo che provocherebbe l’immediata crisi di governo e le elezioni anticipate con una legge maggioritaria foriera della conservazione di un bipolarismo forzato, incapace di garantire la governabilità di cui l’Italia ha assoluta necessità in questa fase delicatissima della sua storia politico istituzionale. Il bis di Mattarella e la continuazione del governo delle larghe intese, con i possibili aggiustamenti, è ciò che serve. E’ la soluzione più semplice che richiede  un suggeritore autorevole come il capo del governo. Rompere questo equilibrio porterebbe soltanto alla confusione e al triste spettacolo dei nominati parlamentari, molti dei quali transumanti seriali. Auguriamoci che prevalga il buon senso e che Mario Draghi sappia lanciare il suo autorevole appello.