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POPOLO, DEMOCRAZIA, BENE COMUNE. CONTINUA IL DIBATTITO DEI CATTOLICI DEMOCRATICI DI C3DEM

Riferendosi a uno scritto con il quale aveva recensito un libro recente (C. Danani, a cura di, Democrazia e verità. Tra degenerazione e rigenerazione, Morcelliana, Brescia 2020), lautore è stato invitato da  Sandro Antoniazzi a riflettere su alcuni nodi  al centro del tema della democrazia e delle sue impasse: la nozione di popolo e quella di bene comune. Ne è scaturito questo breve ma ricco testo, presentato nellintervento che lautore ha tenuto nel convegno di c3dem dello scorso 26 novembre.

Giampiero Forcesi

La perplessità e il disincanto riguardo alla democrazia si esprime oggi nel dubbio radicale che essa sia davvero capace di realizzare il fine proclamato nella sua stessa denominazione, cioè il “governo del popolo”. A voler essere spregiudicati, non si dovrebbe riconoscere che la democrazia reale è diventata sempre più palesemente un dispositivo utile a perpetuare il governo di élites che si avvicendano nei luoghi del comando sul popolo? E quest’ultimo non verrebbe ridotto a essere supporto strumentale delle strategie e delle tattiche di chi si attribuisce in esclusiva la “vocazione” o la “professione” del politico?

Un dualismo da evitare

Come è possibile, allora, evitare il dualismo tra la chiusura autoreferenziale dei rappresentanti del popolo “addetti” alla politica e l’esaltazione ingenua e controproducente dell’antipolitica che, di volta in volta, assume il profilo della fustigazione della casta, della protesta fine a se stessa, del lamento qualunquistico o, più semplicemente, della rinuncia all’esercizio del voto? Una rinuncia  praticata come delegittimazione totale di ogni mandato e di ogni dispositivo fiduciario?

Le tendenze di autoriproduzione incontrollata del personale politico, la rigidità dell’organizzazione burocratica in funzione del proprio incremento, il consenso manipolato dall’alto e la sua diffusione “in basso” con i mezzi più sofisticati della comunicazione tecnologica, in un gioco perverso di rinforzo reciproco, sono mostri che si sono venuti materializzando nel corpo della democrazia.

La conseguenza è spesso il discredito della politica da parte di chi si colloca nella società civile, anche quando non manca l’impegno nei settori del volontariato e delle relazioni orizzontali. Se la democrazia è governo del popolo, come combattere allora la sofferenza acuta derivante dal diaframma che si frappone tra popolo e governo? S’impone innanzi tutto un esame radicale dei fattori in gioco.

Una considerazione qualitativa del popolo

Guardando alla vicenda storica della modernità, si può distinguere tra il popolo come mera realtà fattuale e generica e il popolo come idea regolativa (un’idea non astratta, ma incarnata nella sua storia). Non si tratta di cadere in una visione dualistica, ma piuttosto di cogliere una dualità utile, per un verso, a non cadere in un deteriore populismo e, per altro verso, a valorizzare le energie costruttive del popolo. Infatti il popolo come realtà generica ha qualificato sé stesso in rapporto alla propria capacità di perseguire finalità e orientamenti che ne hanno fatto il propulsore e il custode di una razionalità pratica incarnata. Essa è consistita in un’acquisizione progressiva, pagata anche a caro prezzo, di principi, diritti, istituzioni, grazie al costituirsi di soggetti organizzati sia in formato grande sia in formato piccolo, dai partiti ai sindacati ai nuclei collettivi e comunitari presenti in vario modo su scala locale, nazionale e internazionale. Attraverso il suo protagonismo, il popolo come quantità si fa forma qualitativa.

 

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LE TRE CRISI DENTRO LE RIVOLTE IN IRAN. (Asia News)

Riccardo Redaelli, direttore del master in Middle East Studies dell’Università Cattolica di Milano, sulle proteste dei giovani iraniani: sono il risultato di una progressiva degenerazione economica, sociale e politica. Una parte del regime è consapevole che sia necessario fare delle concessioni per evitare un bagno di sangue. Allo stesso tempo i dimostranti non hanno un modello alternativo in caso di caduta del regime.

Alessandra De Poli

“Le proteste e le rivolte in Iran a cui stiamo assistendo non sono una nuova rivoluzione, ma il risultato di tre crisi: economica, sociale e politica”. È quanto sostiene il prof. Riccardo Redaelli, docente di geopolitica e storia del Medio Oriente e direttore del master in Middle East Stuides dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “Il ceto medio, che è quello che ha avuto un ruolo fondamentale nella rivoluzione khomeinista del 1979, mettendo fine alla monarchia dello shah Pahlavi, si è impoverito moltissimo. I giovani sono stanchi delle intromissioni della teocrazia iraniana nella vita di tutti i giorni. Mentre l’opposizione interna al sistema, che fino alle ultime elezioni era in qualche modo presente, è stata marginalizzata”.

 

Così si è arrivati alle manifestazioni di piazza scoppiate a metà settembre dopo la morte per pestaggio di Mahsa Amini, la 22enne di etnia curda incarcerata e picchiata dalla polizia morale perché non indossava correttamente il velo. Alle proteste il regime teocratico ha risposto con incarcerazioni ed esecuzioni sommarie di giovani manifestanti accusati di moharebeh, “inimicizia contro Dio”. Eppure c’è spazio affinché il conflitto si acuisca ulteriormente. Il problema, semmai, è che l’opposizione non dispone di un modello alternativo al regime teocratico della Repubblica islamica.

 

Più volte esperti e commentatori hanno sottolineato l’unicità di queste manifestazioni data dall’unione di diversi gruppi sociali ed etnici (persiani, curdi, beluci, minoranze di tagiki, azeri eccetera). Con gli scioperi i bazarì (i commercianti) stanno dando il loro appoggio ai giovani, ma è difficile capire quanto questo sostegno sia diffuso. Con le dovute differenze, il ceto medio “è già in enorme difficoltà e non vuole fare la fine dell’Iraq e della Siria”, ovvero di Stati falliti in cui a comandare, anche sul piano economico, sono milizie locali. Per loro, dare il pieno appoggio alle proteste significherebbe “fare un salto nel vuoto, ma parliamo di un ceto medio che tradizionalmente non è molto avventurista”, spiega Redaelli.

 

“I giovani non ne possono più”, continua il docente, “ma non hanno una valida alternativa da proporre in caso di caduta del regime”. Il dato più importante da sottolineare è che “i ragazzi e le ragazze iraniane oggi si dichiarano anti-musulmani. C’è ormai un numero crescente di giovani che o si converte segretamente o veste il simbolo zoroastraiano. Il clero politicizzato dell’Iran ha provocato questo contraccolpo all’islam, in un Paese dove la religione è sempre stata fondamentale”.

 

Il sistema di governo della Repubblica islamica nato dopo il rovesciamento della monarchia nel 1979 è duale: il presidente e il Parlamento, eletti dalla popolazione, sono supervisionati dalla guida suprema e dal Consiglio dei guardiani, composto da chierici e giuristi musulmani sciiti che per tutelare il carattere islamico dell’Iran possono squalificare i candidati alle elezioni. Tuttavia questo equilibrio tra potere politico e religioso ha retto per anni perché il presidente della Repubblica è stato spesso un rappresentante delle istanze moderate.

 

“Fino al 2019 – prosegue il professore – c’erano leader che volevano riformare il sistema (detto nizam), non distruggerlo. Ma i riformisti e i moderati sono stati messi da parte dopo gli ultimi tentativi di liberalizzazione. Questo ha reso più compatto il sistema di potere, ma lo ha anche reso molto più vulnerabile. Queste proteste sono più radicali rispetto alle precedenti, perché non solo nascono da istanze diverse, ma anche perché non hanno un leader”. E così si è arrivati a uno scontro diretto tra dimostranti e difensori del regime.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Le-tre-crisi-dentro-le-rivolte-in-Iran-57310.html

PINELLI, L’INCIDENTE CHE SPIAZZÒ TUTTI (SINISTRE COMPRESE). E MORO FECE MANCARE LA SPONDA DC ALLO STATO D’ASSEDIO.

 


Giuseppe Pinelli fu trattenuto illegalmente in Questura, senza avvocato, senza contestazioni formali. Se solo gli uomini del Viminale avessero rispettato la Legge lo avrebbero dovuto rilasciare. Pinelli, dunque, non sarebbe volato giù da quarto piano dell’Ufficio di Calabresi e non sarebbe nato, almeno lì per lì, alcun caso. La storia non è (ancora) chiusa.

 

Antonio Payar

 

Se la sera del 12 Dicembre del 1969 c’era in corso una gran brutta faccenda, nella notte tra il 15 ed il 16 questa faccenda diventò un pasticciaccio. È da qui che poi nacque il Processo Calabresi-Lotta Continua, non su Piazza Fontana. Poi arriva D’Ambrosio, onesto e comunista, che cerca una chiusura ‘sovietica’ per tutti: “malore attivo”. Veniamo ai fatti. Esplose le bombe, nella Questura di Milano dal 13 Dicembre comandano gli uomini dell’UAR – Ufficio Affari Riservati (non deviati) del Viminale, diretto dal Prefetto Umberto Federico D’Amato.

 

In che direzione bisognasse guardare, al Questore Guida e al Capo dell’Ufficio Politico della Questura Antonino Allegra, va apposta a spiegarglielo ‘molto chiaramente’ l’uomo di D’Amato, il dott. Silvano Russomanno. Questi si era fatto le ossa nei campi paramilitari in Alto Adige con Amos Spiazzi; ma prima, dopo l’8 Settembre 1943, anche nelle SS italiane; più recentemente, in galera perché organizzatore del deposito in Via Circonvallazione Appia di circa 150mila fascicoli fotocopiati del Ministero dell’Interno (deposito scoperto il 4 Ottobre 1996; peraltro D’Amato stesso, in prima persona, conservava presso il suo ufficio reperti di attentati evitando di consegnarli alla magistratura).

 

Quella notte fra il 15 ed il 16 Dicembre ‘il complice’ di Valpreda cade dal quarto piano della Questura di Milano e muore all’1,50 all’Ospedale Fatebenefratelli circondato da qualche sanitario e da un nugolo di poliziotti. La moglie e la madre furono avvisate a casa in piena notte con una scampanellata di giornalisti, Stajano e Pansa; la moglie resta a casa con le bambine, la madre va all’Ospedale ma non viene fatta entrare.

 

Alle due il Questore Guida – che come Allegra e, da Roma, il capo della Polizia Parlato ci devono mettere la faccia spiegando all’opinione pubblica le mirabilie di risultanze così immediate e ‘concordantissime’ – si trova a giustificare il nuovo morto di Piazza Fontana, il ferroviere Pinelli, su cui i giornalisti insistono e su cui non appare pronto un piano b. Tant’è che, all’assalto mediatico, Guida – quello che durante il Fascismo aveva diretto il Carcere-confino di Ventotene – sbotta, dichiarando che Pinelli “era fortemente indiziato di concorso in strage…era un anarchico individualista…il suo alibi era crollato…non posso dire altro…si è visto perduto… è stato un gesto disperato… una specie di autoaccusa, insomma…il suo era un fermo prorogato dall’autorità”.

 

Appunto, poco più tardi Guida rincara la dose: “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, da lui combattuto, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”. E poi: “Non crederete mica che l’abbiamo buttato noi?…” . Ma questo chi glielo aveva chiesto?!

La storia, dopo la solitudine di Calabresi e la sua uccisione, è tutta da finire di scrivere. È stato Marino mandante Sofri? E Sofri ‘chi’ lo ingaggiò? Sofri è come Mario Moretti: vogliono finire il racconto qui, punto. Calabresi non voleva pagare per tutti e restare il gonzo di turno, si mise ad indagare sugli esplosivi negli anfratti nazifascisti del nord-est. Non finì il lavoro.

 

Infine, perché spiazzò anche le sinistre? Perché Calabresi ‘obbediva’ (cosa doveva fare se erano tutti commissariati dagli uomini venuti apposta dal Viminale?). Non era neanche nella stanza (fu Russomanno ad interrogare Pinelli?!). Il cerchio della sinistra extraparlamentare, ma anche più riservatamente del Pci, non si chiuse: era vero tutto, era terribilmente vero tutto, ma il sadismo che defenestra Pinelli da parte dello Stato democristiano resta indimostrato. Peraltro quella sera del 12 dicembre Moro non va al Quirinale e…volutamente…fa mancare a Saragat l’appoggio della Dc per dichiarare lo stato d’assedio. Questo, evidentemente, era il vero scopo delle bombe. Non a caso Mattarella annovera Piazza Fontana nella Strategia dell’Eversione, non della tensione né del terrorismo.

Nella foto qui riproposta, il Questore Marcello Guida (alle sue spalle, con la mano sul nodo delle cravatta, il Capo dell’Ufficio Politico della Questura di Milano, e capo di Calabresi, Antonino Allegra), tiene la conferenza stampa per abbozzare una prima spiegazione sulla caduta di Pinelli. È il 16 Dicembre 1969.

LA SCOMPARSA DI ALBERTO ALESSI, “UOMO GENEROSO E DALLA FORMAZIONE ENCICLOPEDICA”.

 

Legato per ragioni familiari alla storia della Sicilia democristiana, non esitò a rompere, negli ultimi mesi, con quella che definì la “Dc coricata a destra”.

 

Redazione

 

Parlamentare della Dc per tre legislature, dal 1979 al 1994, Alberto Alessi si è spento ieri, dopo una lunga malattia, all’età di 83 anni. Era figlio Giuseppe Alessi, discepolo di Sturzo e primo presidente della Regione Siciliana. Dopo la fine della Balena Bianca, aderì al Ppi di Martinazzoli e nel 1994 al Ccd (partito nato dalla scissione a destra di Casini e Mastella).

 

Negli ultimi tempi aveva maturato un’idea più fedele alla tradizione del “centro democristiano”, rompendo clamorosamente con Totò Cuffaro in piena campagna elettorale. “…mi sono dimesso – gli scriveva ad ottobre scorso – da ogni carica e incombenza che riguardi il mio rapporto con una Dc coricata a destra, perché oggi il centro-destra in Italia si è estinto laconicamente e impera la destra-centro e dunque gli affari della Dc Nuova non mi riguardano più e Ti consiglio sommessamente di procedere correntemente e con prudenza, perché non vengano bruciate e ridotte in cenere le buone intenzioni”.

 

Tra le tante espressioni di cordoglio, riportiamo di seguito quella di Luigi Rapisarda:

 

“…Mirabile esponente della Democrazia cristiana, mai si risparmiò davanti alle grandi sfide nel nome dei supremi valori della libertà, della vita, della giustizia sociale e della pacifica convivenza tra i popoli. Uomo generoso e dalla formazione enciclopedica: molto apprezzate sono state le sue riflessioni nei diversi ambiti dell’esistenza umana, e le sue novelle, spesso pervase da sottile ironia, ma con allo sfondo, sempre, la grande speranza nell’universale cammino dell’Umanità. Fu, fino all’ultimo dei suoi giorni, attento osservatore, non solo delle dinamiche politiche di casa nostra. Molto gli giovò l’ineguagliabile intuizione in virtù della quale precedeva sempre gli altri nel prefigurare nuovi scenari politici e nuovi orizzonti. Né mai tenne in non cale il grande tema dell’Autonomia siciliana: onere morale che raccolse dall’eredità politica del padre Giuseppe, primo concreto artefice di questo lungo e laborioso percorso”.

 

 

In suo onore segnaliamo l’articolo che accettò di scrivere per Il Domani d’Italia, il primo maggio del 2020, con l’obiettivo di “rivelare” genesi e paternità della traccia utilizzata nel 1955 dal neo eletto Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, in occasione del suo  insediamento davanti al Parlamento. Questo è il link per accedere al testo.

 

https://ildomaniditalia.eu/retroscena-e-interpretazione-del-discorso-di-gronchi-il-ruolo-di-mirabella/

DE GASPERI “VEDEVA LA POLITICA COME SERVIZIO AL PROSSIMO”. INTERVISTA A GIOVAGNOLI (L’OSSERVATORE ROMANO).

 

Agostino Giovagnoli, professore di storia contemporanea presso lUniversità Cattolica del Sacro Cuore, spiega il rapporto tra De Gasperi e lEuropa. Nell’introdurre l’intervista, Walton evidenzia come “le convinzioni di De Gasperi, molto chiare e nette, non potevano che essere alla base del suo agire politico e costituire un patrimonio formidabile di conoscenze al servizio dellEuropa in via di formazione”.

 

Andrea Walton

 

Alcide De Gasperi, più volte presidente del consiglio tra il 1945 ed il 1953 ed esponente di spicco della Democrazia Cristiana, ha svolto un ruolo di primo piano nell’integrazione postbellica dell’Europa grazie ad una visione lungimirante basata sulla cooperazione internazionale e sulla pace. La sua leadership ha consentito all’Italia, in rovine dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, di sviluppare forti legami con gli Stati Uniti, di aderire all’Alleanza Atlantica, di ricostruire la nazione grazie agli aiuti del Piano Marshall e di prendere parte alla nascita della Comunità Europea, vista come l’unico modo per evitare il ripetersi di nuovi conflitti. L’Europa, come immaginata da De Gasperi, doveva consentire agli Stati di collaborare in maniera operosa, integrandosi tra di loro e senza dare vita ad organismi sovranazionali totalizzanti.

 

Il Cardinale designato Raffaele Martino, in un discorso tenuto nel 2003 presso il Forum Internazionale e ripreso dall’Agensir, ricordava come «De Gasperi era fortemente convinto che i popoli europei avessero un comune patrimonio di valori spirituali ed umanistici e che, senza la formazione di una mentalità europea, le istituzioni sovranazionali avrebbero rischiato di divenire luogo di competizione e di interessi particolari». Le convinzioni di De Gasperi, molto chiare e nette, non potevano che essere alla base del suo agire politico e costituire un patrimonio formidabile di conoscenze al servizio dell’Europa in via di formazione.

 

Su questi temi, abbiamo chiesto ad Agostino Giovagnoli, professore di storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, di spiegarci meglio il rapporto tra De Gasperi e l’Europa. Giovagnoli si è occupato, tra le altre cose, dei rapporti tra lo stato italiano e la Chiesa Cattolica e della storia dell’Italia Repubblicana.

 

Quale è stato il ruolo di De Gasperi nella costruzione dellEuropa?

Il ruolo di De Gasperi è stato molto importante perché l’uomo politico è stato un convinto sostenitore del processo di integrazione europea sin dai primi passi. Questo atteggiamento ha permesso all’Italia di essere uno dei Paesi fondatori della Comunità Europea. De Gasperi ha operato con molta convinzione per la nascita, nel 1952, della Comunità Europea di Difesa che doveva portare alla formazione di un esercito europeo. Si tratta di un tema molto importante, di grande attualità ancora oggi e che avrebbe dovuto facilitare la nascita di un primo embrione di unione politica europea. In quel periodo furono messe anche le basi del Parlamento Europeo che prenderà vita, con forte ritardo, solamente nel 1979 con l’elezione a suffragio diretto da parte dei cittadini degli Stati membri.

 

Che cosa intende De Gasperi quando parla delle radici spirituali dellEuropa?

Alcide de Gasperi, proprio come il Primo Ministro francese Robert Schumann e l’omologo tedesco Konrad Adenauer, era nato in una regione di confine. Il Trentino, proprio come la Renania-Vestfalia per Adenuer e l’Alsazia Lorena per Schumann, sono territori importanti perché sono stati testimoni, nel corso dei millenni, di numerosi conflitti armati intercorsi tra le nazioni europee. L’Europa è stata tormentata, per buona parte della sua storia, da contrapposizioni militari foriere di spargimenti di sangue e devastazioni che la hanno segnata in profondità contribuendo a formarne l’identità. È anche vero che le regioni di confine hanno visto, da sempre, coabitazioni tra popoli, culture, religioni e confessioni religiose diverse come i cristiani cattolici, i riformati e gli evangelici. C’è dunque un’idea, alle radici del progetto europeo, di coabitazione tra cristiani di diversi orientamenti e confessioni e questa coabitazione è stato un tratto comune tra le confessioni nonostante le dolorose divisioni storiche che ci sono state e che hanno lasciato un segno. De Gasperi, che sino a quarant’anni è stato cittadino di un grande impero multinazionale e multireligioso come quello Austro-Ungarico, ha portato nella costituzione dell’Unione Europea questa concezione e senso di unità dalla pluralità, come afferma anche il motto pluribus unum. Le radici cristiane sono quelle che hanno alimentato questa convivenza e favorito questa coabitazione nella pace e nella costruzione comune di cui De Gasperi è stato uno degli interpreti più importanti.

 

Il modello europeo propugnato da De Gasperi è stato tradito oppure no?

No, non è stato tradito perché De Gasperi ha operato con il realismo di un grande statista che sa coniugare la fedeltà all’ideale alla politica dei piccoli passi. Il disegno De Gasperiano, così come è stato concepito, ha grandi ambizioni nell’adozione del federalismo e nell’obiettivo di formare una comunità politica riunendo diversi Paesi in un’unica realtà politico-istituzionale. Tuttavia De Gasperi sapeva bene che questo cammino sarebbe stato lungo e faticoso ed ancora oggi, infatti, non è giunto a compimento. Non si può dire che sia stato tradito dato che è ancora di fronte a noi ed è un bene prezioso che può essere realizzato ma ha scontato periodi di grande immobilismo ed altri in cui si sono manifestate forti resistenze ed ostacoli nei suoi confronti. Il fatto che, nonostante tutte queste difficoltà, il cammino esista ancora oggi e stia continuando rappresenta un fatto inedito nella storia del mondo perché in nessuna altra epoca storica (e luogo del mondo) si è visto che dei Paesi, dotati di sovranità ed autonomia, hanno progressivamente messo in comune quote sempre crescenti della propria sovranità per raggiungere un obiettivo più alto e di generosa condivisione. L’Unione Europea può essere vista, dunque, come un fenomeno politico, economico e sociale unico.

 

Qualera lidea di uomo di Stato” che De Gasperi aveva in mente?

«Gli statisti guardano alle prossime generazioni mentre gli uomini politici guardano alle prossime elezioni» oppure «bisogna guardare alla storia non con il microscopio ma con il telescopio» sono due delle frasi più note di Alcide De Gasperi e dicono molto sulla sua persona e sul suo carattere. Lo statista è stato una persona lungimirante ed ha portato l’Italia, Paese sconfitto terribilmente nella Seconda Guerra Mondiale a cause delle sconsiderate politiche intraprese del Partito Fascista che la aveva governata per molti anni, da una condizione di miseria ad una di centralità sul teatro europeo. Le immani devastazioni subite dall’Italia durante la guerra mondiale avevano portato la nazione al collasso, economico e morale ma, nel giro di pochi anni, questa condizione cambiò in maniera radicale e Roma divenne protagonista, seppur con dei limiti, della politica internazionale di quella complessa fase storica. Questa transizione, rapida ed inaspettata, mostra lo spessore di De Gasperi che ha sempre visto la politica come un servizio da fare ad una comunità, che sia quella del popolo italiano, europeo oppure dell’umanità. Si tratta di un concetto che deve essere inteso privo di retorica ma nel suo significato più vero ed autentico di cura del prossimo tanto dal punto di vista fisico e concettuale.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 12 dicembre 2022

(La riproduzione dell’intervista è stata gentilmente autorizzata dal giornale della Santa Sede)

POPOLARI DI NUOVO IN CAMPO, PER RITROVARE IL GUSTO DELLA BATTAGLIA.

 

Suggestiva l’idea di ripartire con un Ppi sul modello del Partito radicale. Sarebbe anche importante il rilancio de Il Popolo. Tuttavia, guardarsi intorno e pensare al futuro vuol dire capire innanzi tutto le cause che rendono poco incisiva la presenza cattolica nella politica attuale. In prospettiva, il ricambio generazionale dovrà essere il cruccio maggiore di chi ha a cuore la prosecuzione dell’esperienza rappresentata dal popolarismo. Infine, è ancora “accogliente” il Pd? La sensazione è che, avendo deciso di aderire al Partito socialista europeo, esso sia diventato un soggetto politico per il quale l’adesione dei Popolari si è fatta più problematica.

 

Enrico Farinone

 

Suggestiva e tutt’altro che banale l’idea esposta qui qualche giorno fa da Roberto Di Giovan Paolo. Un Partito Popolare che rinasce e si qualifica per iniziativa e capacità di battaglia politica anche radicale quando serve. Senza alcun timore reverenziale nei confronti di nessuno, con uno spirito corsaro atto a stimolare idee e dunque a valorizzare chi ne ha. Una sorta di Partito Radicale à la Pannella, naturalmente con i valori cattolico democratici, consapevole che essi avrebbero tuttora una forte capacità di incidenza e di provocazione se solo li si volesse far tornare in campo.

 

Suggestiva idea, ripeto, e non provocazione intellettuale, come probabilmente taluno avrà ritenuto. Certo, di non facile e scontata attuazione. Non tanto per il suo aspetto organizzativo, posto che, naturalmente, subito sorgerebbero posizioni favorevoli al progetto ma anche contrarie. Quanto per quello propositivo e contenutistico, perché è evidente che bisognerebbe riattivare una serie di connessioni sociali e col mondo della cultura che non sono più state coltivate dai Popolari in quanto tali negli ultimi 15/20 anni, essendo essi (meglio, alcuni fra essi) prevalentemente impegnati nel progetto-Pd. A tal fine sarebbe indispensabile disporre di un luogo di pubblico dibattito e confronto, e di conseguente elaborazione prima culturale e poi politica. Se questo strumento fosse una rinnovata versione de Il Popolo, si tratterebbe di un’ottima notizia. Sarebbe un buon punto di partenza. Necessario, però non sufficiente.

 

Perché v’è un problema a monte, come si sarebbe detto una volta. C’è ancora, nella Chiesa universale di Papa Francesco, in quella italiana del cardinale Zuppi, nel mondo cattolico nazionale la giusta disponibilità verso la promozione (nel senso non banalmente organizzativo bensì di fecondo incubatore di proposte, suggerimenti, stimoli) di un soggetto politico espressione del cattolicesimo democratico, ancorché non impegnato in alcun confronto elettorale? E ancora più a monte: c’è ancora un interesse del mondo cattolico italiano verso la politica attiva (posto che vi sia, come credo, un’attenzione vigilante sulle “politiche”?).

 

Me lo chiedo perché è sotto gli occhi di noi tutti la ritrosia prevalente nelle parrocchie – di per sé già in forti difficoltà sotto tutti i punti di vista, a cominciare dalla inesorabile decrescita del numero dei fedeli praticanti o anche solo devoti – ad anche solo semplicemente accennare alle questioni politiche, ancor più quando divisive, avendo il sacro terrore di perdere, se così facessero, qualcuno dei già non numerosi frequentanti le funzioni e di quelli, ridotti ai minimi termini, disponibili a dare una mano nelle attività sociali nelle quali esse sono lodevolmente impegnate.

 

La crisi reale nella quale si dibatte ormai la chiesa cattolica italiana (non solo essa, peraltro) è un problema col quale misurarsi. Anche se si potrebbe obiettare che forse proprio un’efficace iniziativa politica dei Popolari ancorata a contenuti esigenti potrebbe motivare qualche giovane cattolico ad un impegno che oggi gli è precluso per carenza di offerta operativa e formativa, a causa delle timidezze e ritrosie pastorali cui si è appena fatto cenno.

 

E infatti evidente che una rinnovata azione Popolare potrà essere sì avviata ancora da noi della vecchia generazione, in virtù della formazione che abbiamo avuto la fortuna di ricevere quando eravamo giovani e della passione con la quale, fra alti e bassi, abbiamo condotto la nostra “buona battaglia” nelle cose della politica, una passione che negli ultimi tempi si è un po’ attenuata non solo a causa degli anni che passano ma che comunque al fondo è rimasta perché destinata, in ognuno di noi, a non morire mai. Però è ovvio che una volta dato l’innesco sarà poi prevalentemente compito di nuove leve più giovani, anche molto più giovani, proseguire il lavoro, irrobustendolo e arricchendolo. Ci sono, questi giovani? Vanno coinvolti da subito, e attivamente. L’effetto “combattenti e reduci” non ce lo si può permettere, e ben sappiamo che sarebbe la prima battuta sarcastica che ci pioverebbe addosso al primo vagito del nuovo Ppi.

 

C’è una seconda parte, invece, della proposta di Roberto che a mio avviso richiede una puntualizzazione. Quella della doppia tessera: Ppi e Pd. Con la conseguente e coerente iniziativa dentro a quest’ultimo, in ogni caso non timorosa e non subordinata ad alcuno. Prima osservazione: ci sarà senz’altro chi dirà, legittimamente, che la doppia tessera dovrà essere possibile anche con altri partiti oltre al PD, presumibilmente quelli del nuovo Centro in via preferenziale. E qui ci si ritroverebbe da subito dentro ad un classico della politica, le alleanze. Un problema che è del resto consustanziale alla politica e che non può mai venire eluso.

 

Seconda osservazione, e con essa chiudo per il momento: detto da uno che ha ancora la tessera del PD e che voterà al congresso di quel partito. Esiste un limite. Esiste un limite oltre il quale non si può più rimanere dentro un’associazione che si allontana troppo da quei valori sui quali essa era stata fondata. Da tempo, almeno da quando ha deciso di divenire membro del Partito Socialista Europeo, il Pd ha abbandonato la sua via maestra, a definire la quale anche i Popolari avevano contribuito.  Ora rischia – stando alle parole di molti, candidati alla segreteria e loro sostenitori – di allontanarsene definitivamente. Oltre il limite.

IN ATTESA CHE SPUNTI IL CATTOLICO DI TURNO…IL PD “DI SINISTRA” SI AVVIA A CANCELLARE L’APPORTO DEI POPOLARI.

Nel Pd si registra la desertificazione della realtà cattolico popolare e democratica. Ciò non toglie che da qui alle primarie non possa intervenire qualche rimedio propizio. La conclusione di Merlo è amara e stringente: “Al netto di chi è ancora e sempre presente nelle aule Parlamentari grazie alla solita autonomina nella quota proporzionale – cosa che ormai non fa neanche più notizia sui bollettini parrocchiali talmente è nota e conosciuta – restiamo in attesa di come innestare la figura di qualche “cattolico professionista” nell’ennesimo processo costituente di questo partito”. Lo sguardo è rivolto, in modo particolare, al mondo che ruota attorno alla Comunità di Sant’Egidio.

 

Giorgio Merlo

 

Abbiamo letto con attenzione la recente intervista di Graziano Delrio alla Stampa di Torino sul prossimo congresso del Partito democratico. Per chi avesse ancora dei dubbi al riguardo – ovvero sul ruolo e sulla funzione dei Popolari e dei cattolici democratici nel processo di riscoperta e di rilancio della sinistra italiana – con questa intervista si è avuto la certezza che nella prospettiva del Pd la cultura cattolica popolare è del tutto ininfluente ed irrilevante. E parliamo di Delrio, cioè di un ex turbo renziano – come del resto quasi tutti i dirigenti di quel partito negli anni in cui imperava nel partito l’ex Sindaco di Firenze – che non dovrebbe avere particolari simpatie sul come rilanciare e ristrutturare il campo della sinistra italiana. Anche perchè, come giustamente ha detto Cesare Damiano nei giorni scorsi in una conversazione con Il Riformista – e parliamo di uno stretto collaboratore di un altro ex turbo renziano come l’immarcescibile Piero Fassino – “sogno un Pd che abbia come riferimento sindacale la Cgil di Lama e come riferimento politico il Pci di Berlinguer”.

 

Ecco, Damiano come la maggioranza dei dirigenti del Pd, coltiva coerentemente quell’obiettivo. Del resto, se si vuole da un lato vincere la competizione con la “sinistra per caso” del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle e, dall’altro, riattualizzare nella cittadella politica italiana la storia e la cultura della filiera Pci/Pds/Ds, è di tutta evidenza che la tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana e sociale è sostanzialmente estranea ed esterna rispetto a quell’obiettivo. E cioè, lo ripeto ancora una volta, ridefinire la “mission” e il ruolo della sinistra italiana post ed ex comunista. Che poi vinca il filone della sinistra liberal ed ex comunista di Bonaccini o quello della sinistra libertaria e radicale della Schlein poco cambia rispetto alla prospettiva politica di quel partito. Come, giustamente, ha ricordato nei giorni scorsi un attento osservatore politico come Luca Ricolfi. Con tanti saluti, di conseguenza, a tutto ciò che ha caratterizzato quel partito nelle sue origini. E, su questo versante, ha perfettamente ragione la politologa Nadia Urbinati quando definisce il “Manifesto dei valori” scritto da 45 saggi nel lontano 2007 come un documento “bolso e indigeribile” e quindi sostanzialmente inutile nonchè fuori luogo e fuori tempo. Perchè quella pagina politica, culturale e programmatica è, ormai, da storicizzare e da archiviare definitivamente secondo la vulgata principale.

 

Ora, però, per restare al capitolo – sempre più patetico e triste – di come continuare a giustificare la presenza dei Popolari nel partito della sinistra italiana ci si dovrà pur inventare qualcosa. Al netto di chi è ancora e sempre presente nelle aule Parlamentari grazie alla solita autonomina nella quota proporzionale – cosa che ormai non fa neanche più notizia sui bollettini parrocchiali talmente è nota e conosciuta – restiamo in attesa di come innestare la figura di qualche “cattolico professionista” nell’ennesimo processo costituente di questo partito. Insomma, una bandierina da sventolare ad uso mediatico e congressuale per giustificare, appunto, la presenza attiva e fattiva dei cattolici democratici nella ricostruzione della sinistra post comunista.

 

Ecco perchè nei prossimi giorni potrebbe arrivare l’apporto di qualche esponente del variegato, articolato, complesso e pluralistico mondo cattolico. Molti scommettono che potrebbe arrivare dall’interessante e sempre qualificata realtà di Sant’Egidio o di qualche movimento ecclesiale o espressione del volontariato o dell’intellettualità cattolica per arrivare alla conclusione – banale e scontata – che il Pd resta un partito “fortemente plurale e inclusivo”.

 

Non ci resta, quindi, che attendere. Sapendo, come ovvio, che si tratta di una semplice e anche simpatica ciliegina sulla torta. Una esperienza che tanti anni fa nella sinistra italiana, e nelle sue multiformi espressioni, andava sotto il nome di “cattolici indipendenti di sinistra”. E, per dirla con un vecchio adagio, un modo che “fa fine e non impegna”. Come l’intervista del simpatico Delrio sul futuro della sinistra italiana e il “non” ruolo dei Popolari e dei cattolici democratici.

PERCHÉ L’ITALIA È IL PAESE DEI BONUS SENZA CONTROLLO.

 

Assistiamo a interventi non sempre coordinati. Manca una visione d’insieme e una continuità operativa, essendo più forti le spinte occasionali. “Tutto questo dimostra – chiosa l’autore – che la politica dei bonus a pioggia non funziona e finisce per creare nuove sacche di ingiustizie sociali o per diventare una forma legiferata di spreco del denaro pubblico”.

 

 

Francesco Provinciali

 

Ci sono almeno tre dati che gli opinionisti dei talk-show televisivi (così frizzanti se comparati alle vecchie, noiose tribune politiche) dovrebbero sempre tenere presenti mentre discettano del “particulare” dell’oggi: i 68 governi in 76 anni di repubblica, la bulimia legislativa generata dal desiderio del governo di turno di ricominciare tutto da capo, come in una sorta di gioco dell’anno zero, e infine la smania di protagonismo dei ministri di lasciare un ricordo del proprio passaggio. Questo è il dato più soggettivo ma non certo il meno influente sui deludenti risultati che si riassumono in alcuni indici eloquenti: il debito pubblico irreversibile, l’evasione fiscale irrefrenabile, la stagnazione economica, l’inflazione in crescita, la decadenza del ceto medio, la precarizzazione del lavoro, la fuga dei cervelli e dei pensionati all’estero, compensata da una immigrazione che – absit iniuria verbis – produce molti problemi di gestione e un diffuso disagio sociale. Un minestrone rancido di problemi rimescolato in casa e maldigerito dall’Europa, di cui siamo sempre osservati speciali. Da alcuni anni ci si preoccupa più di elargire contentini simbolici piuttosto che immaginare modelli organici di ripresa e sviluppo, attraverso riforme radicali sempre rinviate e giocando sulla sponda dei decimali sperando che producano miracolosi effetti moltiplicatori.

 

È la politica dei bonus, delle mance, dei condoni, delle milleproroghe, e delle elargizioni mirate che avrebbe l’ambizione di compensare deficit di status e riappianare la distribuzione delle risorse. Anche in questa fase che precede la legge di bilancio se ne parla, ma nel caleidoscopio dei provvedimenti ipotizzati c’è più retorica che sostanza: una storia di lunga deriva che mi ricorda un aneddoto personale. Nei primi anni 90 (del dopo tangentopoli) incontrai un vecchio amico che di lì a breve avrebbe assunto un importante incarico in uno dei tanti governi del cambiamento e della rinascita. L’occasione fu casuale: allora vivevo a Genova e ci trovammo per una cena a base di pesce e farinata.  Fu in quella circostanza che mi rivelò una profezia che si è poi avverata puntualmente: “Il problema degli anni a venire sarà come mettere nel modo più scaltro le mani nelle tasche degli italiani”.

 

Il progetto si è realizzato e pare indirizzato verso un demagogico livellamento sociale: per far ripartire l’ascensore della crescita, fermo al piano terra e con le ragnatele e per alzare i redditi bassi si è finito per imbastire la più pesante e punitiva campagna di annientamento della borghesia e del ceto medio produttivo: si va dai dipendenti pubblici a reddito fisso – li chiamerei “bancomat umani” – agli imprenditori che tentano di spiccare il volo ma sono frenati dalla palla al piede di una burocrazia bizantina, ai pensionati perennemente sotto la lente di ingrandimento del fisco che li considera imputati sì, proprio loro, dopo 40 e più anni di lavoro, di privilegi inaccettabili. Colpa della politica birbona e disonesta che ha stabilito certe tassonomie sulle pensioni d’oro, nella quale rientrano praticamente tutti, eccetto coloro che vivono alle soglie della povertà. Povertà che – da un provvedimento all’altro – anziché regredire alza l’asticella dei numeri: siamo a 1,9 milioni di famiglie e 5.6 milioni di persone, secondo il recente Rapporto della Caritas.

 

Ed ecco che le politiche compensative per redistribuire i redditi e spezzare il gap tra ricchi e poveri (e qui ci vorrebbe il virgolettato) riesumano logiche corporative per status, età e professioni: l’Italia è un Paese di culle vuote? Ecco subito il bonus bebè, da protrarsi fino ai 18 anni. I giovani non studiano e non lavorano, non leggono e passano ore in discoteca o a farsi i selfie? Pronto un bonus speciale per loro: toglierlo diventa peccato di lesa maestà. La scuola lascia a desiderare perché i docenti sono demotivati? Da anni li si incentiva con un bonus di 500 euro annuali, spendibile per libri, computer o spettacoli teatrali. Il superbonus edilizio del 110% è costato 38 miliardi e il Ministro Giorgetti ha ammesso: “Non ho mai visto una norma che è costata così tanto per così pochi”. Questa vicenda dei bonus era cominciata con i famosi 80 euro, in larga parte poi recuperati in sede di dichiarazione dei redditi. Ricordo una deputata (poi promossa europarlamentare) che si era presentata in TV con uno scontrino chilometrico per dimostrare che 80 euro di spesa risolvevano tanti, ma proprio tanti problemi delle famiglie a reddito medio-basso.

 

Il capolavoro del teorema della resurrezione dei senza lavoro attraverso la dazione di denaro pubblico è poi arrivato con il reddito di cittadinanza: il fallimento di questa dazione ingloba sia i navigator che i naviganti, cioè coloro che ne beneficiano in media ben al disotto degli ipotizzati 780 euro e solitamente in modo del tutto svincolato da un lavoro se pur a termine. Se ne sta parlando ma un nuovo modello di welfare è ancora aleatorio e suscettibile di agevolazioni in itinere: parliamoci chiaro questa materia produce evidenti ricadute elettorali. Tutto questo dimostra che la politica dei bonus a pioggia non funziona e finisce per creare nuove sacche di ingiustizie sociali o per diventare una forma legiferata di spreco del denaro pubblico.

 

In secondo luogo evidenzia l’incapacità della politica di elaborare riforme e misure lungimiranti di medio –lungo periodo capaci di ipotizzare modelli sociali sostenibili, attuando una politica di redistribuzione dei redditi che non produca solo omologazioni verso il basso. Ma il dato più eclatante riguarda la totale assenza di meccanismi di controllo sull’utilizzo dei bonus: si allarga sempre la pletora delle deroghe e dei rinvii. Un vulnus normativo grave, considerato che si tratta di denaro pubblico. Basterebbe legiferare una organica politica dei controlli per accertare quale via di spesa e di utilizzo hanno preso i bonus elargiti, una verifica a posteriori con tanto di documentazione da esibire. Ma la cosa più grave è che di controllo se ne parla malvolentieri: come se applicare le regola del “buon padre di famiglia” nella gestione delle finanze pubbliche fosse una sorta di fastidiosa e indebita intromissione e non un dovere morale da assumere.

ABITARE O DIMORARE? LA CITTÀ E I NUOVI MODELLI DI VIVERE SOSTENIBILI.

 

“Credo che gli architetti e gli urbanisti – scrive l’autore in questo articolo pubblicato in originale dall’Osservatore Romano – piuttosto che procedere a operazioni di rigenerazione, che significano sempre interventi su manufatti, dovrebbero cercare soluzioni di ri-abitare, ovvero di ricostruire comunità creando le condizioni di riprodurre i luoghi ove si genera la vita”.

 

Enzo Scandurra

 

Partirò da una riflessione di Carlo Maria Martini, appena giunto in Gerusalemme: «…io sono nato qui, a Gerusalemme […] Mi pareva di essere davvero nato lì, di essere sempre vissuto a contatto con quelle pietre». E tuttavia Martini non cercava l’utopia di una città ideale, ma un ideale di città, dove ci fossero spazi di silenzio anche nel centro della città e dove ci fossero piazze in cui la gente potesse ritrovarsi per capirsi e scambiare i doni intellettuali e morali di cui nessuno è privo. Gerusalemme, la città, dunque, come luogo di amicizia, dell’ospitalità, la città dello shalom, la pace (C. Maria Martini, Verso Gerusalemme, Milano, Feltrinelli 2002, p. 28).

 

Quando un greco parla di polis intende anzitutto la sede, la dimora, dove una persona ha le proprie radici. Un giorno, durante un convegno, don Franzoni, l’animatore della comunità di San Paolo, mi chiese quasi a bruciapelo: «qual è la differenza tra giaciglio e letto?». Allora non seppi rispondere e ci misi anni per capirlo. La modernità, questa modernità, ha introdotto una cesura tra i due termini. Il giaciglio è la dimora, il letto è invece definito dalla sua funzionalità: il posto dove dormire. Più in generale le nostre case sono mini appartamenti standardizzati sparpagliate nelle grandi periferie.

 

Noi occidentali viviamo tutti in questi alloggi circondati da centri direzionali, uffici, centri commerciali, strade, viali, aree di sosta o di traffico, spesso isolati da alte mura e provviste di videocitofoni, in una desolante solitudine.

 

Ma il luogo dell’abitare non è l’alloggio così come il giaciglio non si riduce al letto. L’abitare non è vivere in un alloggio dove si guarda la televisione, si mangia e si dorme. Il luogo dell’abitare è la città dove ci si incontra, ci si riconosce, dove si celebrano feste e dove si rinnovano amicizie.

 

Non abbiamo bisogno di spazi, ma di luoghi, perché lo spazio è il cadavere dei luoghi: quello spazio cartesiano, isotropo, misurabile e senza confini.

 

Anche i nomadi avevano i loro luoghi: i grandi tappeti che li seguivano sempre durante i loro spostamenti, quei tappeti che marcavano i territori ed indicavano l’abitazione del nomade. «Il luogo è un insieme di relazioni, di legami, magari controversi e mutevoli», afferma l’antropologo Vito Teti, «eppure indispensabili. Nel paesaggio acronico dell’infanzia si formano la nostra esperienza estetica e percettiva e la nostra soggettività, il rapporto con gli oggetti e le relazioni con il mondo e con le persone. In quell’intercapedine che sfugge alla misura ferrea del divenire accadono epifanie, stupefazioni e profezie» (V. Teti, La Restanza, Milano, Mondadori 2022, p. 22).

 

Anche Cesare Pavese avvertiva l’esigenza di un paese, ovvero di un luogo nel quale tornare: un paese ci vuole, scriveva, aggiungendo: se non altro per andarsene via.

 

Oggi la metropoli ci riserva contenitori e spazi attraversati da flussi: di merci, di folle di consumatori: «È l’avvento del numero, è il flusso continuo della folla tessuto fitto come una stoffa senza strappi, né rammendi, composto da una moltitudine di eroi quantificati che perdono nome e volti divenendo il linguaggio mobile di calcoli e razionalità che non appartengono a nessuno. Fiumi di numeri lungo le strade» (M. De Certeau, Linvenzione del quotidiano, Roma, Ed. Lavoro 1990). Uno spazio indifferenziato dove non è possibile rinvenire dei luoghi.

 

Ma gli uomini non abitano flussi, essi restano ancorati ai luoghi. I luoghi costituiscono le nostre dimore, perché essi producono comunità viventi. C’è un nesso inestricabile tra comunità e luoghi: senza le prime non si danno le seconde e viceversa.

 

Che cosa abitiamo oggi? Abitiamo condomini, siamo delle persone indifferenti le une alle altre che però coabitano in una città che ha perduto il suo valore simbolico, in una città senza confini, in un continuum senza luoghi: questo è il territorio postmoderno. Marc Augè ha inventato la distopia dei non-luoghi: aeroporti, stazioni, caselli autostradali, centri commerciali e direzionali: spazi di attraversamento dove al massimo si scontrano corpi, si producono urti, senza scambiarsi nulla, senza che ci siano relazioni umane.

 

A tal proposito Papa Francesco afferma: «La sensazione di soffocamento prodotta dalle agglomerazioni urbane e dagli spazi ad alta densità abitativa, viene contrastata se si sviluppano relazioni umane di vicinanza e di calore, se si creano comunità, se i limiti ambientali sono compensati nell’interiorità di ciascuna persona, che si sente inserita in una rete di comunione e di appartenenza. In tal modo, qualsiasi luogo smette di essere un inferno e diventa il contesto di una vita degna» (Papa Francesco, Laudato sì, Segrate, Piemme 2015, p. 149).

 

In altri termini, si chiede Cacciari, il territorio postmoderno è la negazione di ogni possibilità di luoghi oppure potranno inventarsi luoghi propri nel tempo in cui la loro vitalità sembra essere negata? È la fine di ogni forma di comunità?

 

«Dovremmo pensare a una rinnovata dimensione dell’idea di casa, di domus, che sia inclusiva e dialogica. Immagino una casa i cui muri possano parlare continuamente di me, di noi, a “dire” una storia, ma la immagino con le porte sempre aperte. Della nostra disponibilità all’accoglienza ormai dipende non solo il futuro, ma anche la partita, altrettanto importante, della salvezza della nostra memoria» (La Restanza, p. 74).

 

Credo che gli architetti e gli urbanisti piuttosto che procedere a operazioni di rigenerazione, che significano sempre interventi su manufatti, dovrebbero cercare soluzioni di ri-abitare, ovvero di ricostruire comunità creando le condizioni di riprodurre i luoghi ove si genera la vita. Ristrutturare e recuperare è solo una parte di questo problema e nemmeno la più importante.

 

A questo proposito mi viene in mente un esempio (storico) illustre. Dopo la pubblicazione del libro di Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, a livello nazionale, soprattutto per merito di Adriano Olivetti si diffonde l’esigenza di mettere fine alla “vergognosa” condizione abitativa dei Sassi di Matera. Sociologi, ingegneri, architetti, antropologi formano un gruppo di studio per elaborare il progetto La Martella, località a pochi chilometri da Matera. Il Capo gruppo degli architetti è il Prof. Federico Gorio che, molti anni dopo, farà queste amare considerazioni: «Inizialmente colpito dalle condizioni di arretratezza e di degrado in cui mi era apparsa la città a una prima visita, decisi di approfondire questa conoscenza — e le relazioni sociali e comunitarie che legavano i suoi abitanti — della realtà dei Sassi. Nei “Sassi” era praticata una particolare civiltà: la civiltà del vicinato, fatta di relazioni dense, di promiscuità, di rapporti di solidarietà. Una civiltà non esportabile in un altro contesto urbano, un “ordine umanissimo” come dirà Gorio attraversandoli: si scende ancora per gli scoscesi vicoli dei Sassi e quello che era sembrato un disordine inumano, impenetrabile alla nostra comprensione come l’intrigo di una vegetazione selvaggia, si dimostra un ordine umanissimo che aveva solo la peculiarità di essere diverso dal nostro . Quanti urbanisti e quanti sociologi cercano invano la pietra filosofale dell’unità di vicinato, cioè di quell’ideale nucleo di più famiglie che l’affiatamento sociale oltre che il destino della convivenza tiene in sesto […]. Ebbene, la vita nei Sassi di Matera, esempio raro, è organizzata secondo una fitta struttura di legami socialmente e topograficamente individuati e circoscritti che la suddividono in tante unità di vicinato» (F. Gorio, Il mestiere di architetto, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1968, p.53). Concludendo con la riflessione di Carlo Maria Martini, potremmo dire: in fondo la mia casa è dovunque, è qui, è memoria, è esilio.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 10 dicembre 2022

[Articolo qui riproposto integralmente per gentile concessione del quotidiano della Santa Sede]

I POPOLARI ACCUSANO LA CRISI DEL PD. HA SENSO DIVIDERSI TRA BONACCINI E SCHLEIN O TACERE GLI ERRORI DI D’AMATO?

 

La crisi del Pd, ultimo approdo dei Popolari, ingenera la consapevolezza di un tempo nuovamente inquieto. Ciò che avviene nelle regioni, specialmente nel Lazio, getta discredito sui Dem. Per i “testimoni del popolarismo” si apre un tempo di riflessione. Bisogna reagire alla suggestione del pessimismo, senza commettere l’errore di un affidamento alla logica dell’improvvisazione.

 

Lucio D’Ubaldo

 

L’anima popolare, vivace e creativa nel passaggio di fase negli anni ‘90, appare oggi intristita. L’ombra della frustrazione si allunga, preme la sensazione di solitudine, crollano i punti di riferimento. La crisi del Pd, ultimo approdo a difesa di una originalità di visione, ingenera la consapevolezza di un tempo nuovamente inquieto. Non è infatti eccitante parteggiare per Bonaccini o Schlein, quando l’intelaiatura ideale della disputa si riduce a un enfatico contenzioso sulla rigenerazione della sinistra. Nel frattempo, a cagione di questa incertezza nel rimodulare la strategia del riformismo, le forze di governo consolidano la presa sull’elettorato: i sondaggi, anche a dispetto di un certo affanno nella gestione corrente, registrano  l’apprezzamento per l’operato di Giorgia Meloni.

 

Si dice che la parola debba tornare alla base. Eppure, a seguire le imprese della periferia, lo spettacolo del Pd non invita a pensieri rassicuranti. Va bene in Lombardia reagire al trasformismo della Moratti, mettendo anche a nudo l’incongrua esuberanza del Terzo Polo; bene anche l’apertura, comunque, all’alleanza con i riformisti, come si palesa nel Lazio; ma in entrambi i casi i candidati – Majorino e D’Amato – appaiono i banditori di una sconfitta annunciata. Quale carisma nascondono – ci si chiede – perché la dirigenza locale in essi riponga speranza? Sono in grado di spostare consensi, aprendo un varco nel blocco della destra? A dubitare non si commette errore. In realtà, i gruppi dirigenti locali mirano con il consenso della base – ci sono segnali contrari? – a preservare le condizioni della (loro) sopravvivenza.

 

Latita il progetto politico, quello autentico e sofferto, tanto da lasciare spazio a piccole astuzie. Si gioca con gli artifici. D’Amato, ad esempio, immagina di allargare il campo dando vita a ben due “liste del Presidente”, con l’unica certezza di una totale dêbacle dei candidati coinvolti, a tutto vantaggio della nomenclatura del Pd. Chi conosce la tecnica elettorale, sa come si acciuffa un seggio in extremis, grazie ai cosiddetti resti. Tutto ciò che si vede, specie nelle provincie del Lazio, è l’appiattimento sulla logica di candidature modeste, tanto per non disturbare i detentori di voti clientelari. In più si fa mostra di cadere dal pero alla notizia di una squallida orchestrazione di nomine, per giunta a fine legislatura, in nuovi enti di gestione.

 

Ora, se tale è lo scenario, sembra difficile che il popolo di centro sinistra trovi un motivo di mobilitazione. È probabile invece che aumenti l’astensionismo, motore aggiuntivo di una destra già forte di suo, nel quale finirà per trovare il suo disperato rifugio quel mondo ostile alla destra e non per questo disposto, tuttavia, a riporre fiducia nella sinistra, specie quando essa è solo…sinistra. In questo buco nero della democrazia, così come organizzata e vissuta nell’ora presente, viene risucchiata la soggettività di un elettorato ormai senza partito e persino senza coalizione. E quanti possono considerarsi, pure con umiltà, i testimoni del popolarismo, secondo la linea riformatrice che muove da Sturzo e avanza con De Gasperi, per distendersi poi nella lezione di Moro, sanno di dover reagire alla suggestione del pessimismo. Bisogna farlo con serietà, senza fretta, perché  il tempo attuale obbliga alla riflessione e al raccoglimento, non già alla proliferazione di fantasie occasionali.

PD, UN PROBLEMA DI CREDIBILITÀ. L’APPROFONDIMENTO DELLA RIVISTA “IL MULINO”.

 

Dal partito egemonico del centrosinistra ci si aspetta la capacità di coniugare crescita economica, transizione ambientale e riduzione delle diseguaglianze. Come mai allora il Pd non ci è riuscito?

 

Norberto Dimore

 

Il Pd è sotto assedio. Alla sua sinistra è insidiato dal Movimento 5 Stelle, che lo incalza su questioni redistributive e ambientaliste, mentre alla sua destra deve tenere testa al Terzo Polo, che lo sfida sui temi della crescita economica e dell’efficienza. L’attacco concentrico contro il Pd è visto con favore e sostenuto indirettamente dalla coalizione di destra-centro. Se il Pd dovesse sciogliersi o anche solo perdere il suo ruolo egemonico nel centrosinistra, questa coalizione non avrebbe di fronte a sè sfidanti politici di peso, in grado di scalzarla dal governo. Una sinistra in cui il Movimento 5 Stelle giocasse il ruolo di perno non avrebbe un programma credibile e sarebbe destinata a una sterile opposizione. Un centro-centrosinistra guidato dalla coppia Calenda-Renzi non avrebbe nessun ancoraggio popolare e risulterebbe permanentemente minoritario. Per questo la coalizione di destra-centro vede con malcelato favore il modo in cui queste due forze hanno trasformato il centro-sinistra in generale e il Pd in particolare in un campo di Agramante.

 

Naturalmente la logica e il buon senso vorrebbero che il partito egemonico del centrosinistra fosse un partito in grado di coniugare in modo coerente crescita, transizione ambientale e riduzione delle diseguaglianze. Sulla carta il Pd, per la sua natura e per la sua storia, dovrebbe essere questa forza.

 

Come mai allora non è riuscito a far passare questo messaggio? Certo, l’assenza di alleanze che potessero far vincere il centrosinistra ha avuto un effetto smobilizzatore. Inoltre, la divisione in correnti sempre più autoreferenziali e molto fameliche in posti di potere è anch’essa un’importante determinante dell’insuccesso del Pd. Ma questi fattori, per quanto importanti, spiegano solo in parte la crisi che sta attraversando il Partito democratico. A mio avviso c’è un elemento ancora più importante, legato allo iato che si è creato tra le priorità annunciate e quello che il Pd è riuscito effettivamente a realizzare. È questa disconnessione che ha allontanato progressivamente l’elettorato popolare dal partito e aumentato l’insoddisfazione dei militanti. Per ridurre questo iato e riacquistare credibilità, il Pd deve affrontare e risolvere due problemi fondamentali: il primo è retrospettivo mentre il secondo è di prospettiva.

 

Partiamo dal problema retrospettivo. Se il Pd vuole che il suo approccio comprensivo ai problemi del Paese sia credibile, deve fare i conti con il suo passato. Se si fa un consuntivo dei suoi quindici anni di esistenza (di cui dieci al governo), il Pd ha certamente al suo attivo una gestione oculata della politica economica. Nel periodo della crisi del debito sovrano, il suo appoggio alle politiche del governo Monti è stato essenziale per evitare l’arrivo della Troika in Italia. Così come il fatto che guidasse il ministero delle Finanze nel governo Conte II ha fornito le rassicurazioni necessarie per convincere gli altri Paesi europei a varare Next Generation Eu. Infine, il sostegno convinto all’agenda Draghi ha contribuito a far sì che il Paese si riprendesse rapidamente dallo shock della pandemia. In questi quindici anni il Pd è stato dunque un buon partito pompiere.

 

Se il Pd presenta un bilancio positivo nella gestione macroeconomica del Paese, non è però riuscito a far uscire l’Italia dalla stagnazione in cui si trova da più di due decenni. La massa critica delle riforme per le quali viene ricordato (nel bene e nel male) hanno avuto luogo durante il governo Renzi, come Industria 4.0, che fu una riforma che ha aiutato l’industria italiana. Tuttavia, il Pd può solo parzialmente appropriarsene perché i due principali protagonisti (Renzi e Calenda) sono scappati con la palla (copyright di Renzi). Altre riforme come quelle della pubblica amministrazione e dell’istruzione non hanno prodotto i risultati desiderati, deludendo importanti constituencies del partito. Il Jobs Act ha reso più flessibile il mercato del lavoro, adattandolo alle trasformazioni intervenute nel sistema produttivo italiano. Tuttavia, è stato anche un vulnus a tutt’oggi non rimarginato sia con i sindacati sia con una parte significativa del mondo del lavoro dipendente. Se si voleva evitare questa frattura, si sarebbe dovuto introdurre in parallelo misure vigorose volte a ridurre le diseguaglianze e a fornire tutele alle fasce più deboli della popolazione. Il bonus degli 80 euro andava in questa direzione, ma era ampiamente insufficiente. Inoltre, in alcuni momenti, il governo Renzi andò addirittura nella direzione opposta, per esempio con l’abolizione della tassa sulla prima casa, una misura populista con effetti regressivi sul sistema fiscale, che indebolì la credibilità del Pd sulla questione cruciale dell’equità fiscale.

 

 

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VUOTO DI POTERE? IL DECLINO DELLA LEGA FA EMERGERE IL FALLIMENTO DELLA LEADERSHIP DI MATTEO SALVINI.

 

“Se Enrico Letta ha perso le elezioni, Matteo Salvini è stato annientato. Dico Salvini perché è lui il responsabile di questo risultato […] Quale sarà il destino di Salvini lo scopriremo da qui ai prossimi sette otto mesi. Vedremo se si risposterà sul piano degli interessi del nord o se continuerà nella assurda richiesta di realizzare quel vuoto sogno tra Scilla e Cariddi. 

 

Gianfranco Moretton

 

Se è vero che il Pd alle politiche ha perso, chi ha davvero sorpreso negativamente è il risultato della Lega di Salvini.

 

Il Pd, grossomodo, è rimasto sulle cifre percentuali dei quattro anni precedenti, mentre la Lega è precipitata dal 34% del 2019, all’8% del 2022. In tre anni ha perso tre quarti del suo potere politico. I suoi voti sono stati tutti travasati in Fdi.

 

Se Enrico Letta ha perso le elezioni, Matteo Salvini è stato annientato. Dico Salvini perché è lui il responsabile di questo risultato. La fortuna del capo leghista va riconosciuta totalmente al fatto che nelle Regioni del nord, i Presidente delle stesse sono particolarmente stimati. A dir il vero, stimati sono Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, mentre Attilio Fontana è caduto anche lui in qualche disgrazia.

 

Se Salvini si batte ancora per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, smarrirà ulteriormente le sue già flebili forze nei territori più fertili per il partito del carroccio. Non a caso Umberto Bossi, qualche giorno fa, ha lanciato un allarme proponendo un’area di pensiero ricollegabile alle vecchie radici di quel partito.

 

In tutto questo, i Presidenti di Regione, svettano per capacità amministrative e mantengono sempre alto il loro gradimento nelle due rispettive Regioni del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. Non è da escludere che abbiano tentato di fare uno sgambetto a Fedriga, dei due, sicuramente il più debole. Difficile dare una spallata al Veneto Zaia, ma non escludo abbiano tentato di far la foglia a quello più spinto ad est.

 

Dentro la Lega, quindi, si vivrà, da qui alle prossime regionali, una fastidiosa tensione. Tensione tra il potere acquisito da Massimiliano Fedriga, il quale intende proporre una sua lista, e la scalcagnata condizione leghista della nostra regione. 

 

Non c’è alcuna guida politica che sappia governare il pur significativo pacchetto di voti del carroccio. Qui, da noi [in Griuli Venezia Giulia, ndr], l’interesse di addensa totalmente sulla figura del Presidente della regione. D’altro non c’è nulla.

 

Quale sarà il destino di Salvini lo scopriremo da qui ai prossimi sette otto mesi. Vedremo se si risposterà sul piano degli interessi del nord o se continuerà nella assurda richiesta di realizzare quel vuoto sogno tra Scilla e Cariddi. 

 

Se le liste dei Presidenti dovessero far impallidire le cifre raccolte dalla Lega, Salvini potrebbe avere qualche spiacevole inconveniente. 

 

Troppi nodi si sono presentati al pettine, troppi cattivi risultati si sono accumulati negli ultimi due anni, sfiancata ormai la sua figura di leader, potrebbe capitare che oggi quello che è outsider, sia in grado di disarcionare colui il quale sta infilando una serie infinita di risultati negativi.

MONETA DIGITALE, NON CREDITI SOCIALI.

 Il dibattito va riportato a quella che appare come la vera posta in gioco nel rapporto tra moneta fisica e moneta digitale, ovvero il modello di società che si intende costruire, rispetto al quale le nuove forme che può assumere la moneta altro non sono che strumenti.

 

Giuseppe Davicino

 

La discussione intorno all’uso del contante appare viziata da grosse semplificazioni di carattere ideologico al punto da assomigliare di più ad una fiera di opposti pregiudizi che ad un dibattito ragionato sui problemi posti dalla moneta digitale. E spesso finisce per degenerare in uno scontro sulle preferenze personali riguardo alle modalità di pagamento o addirittura nella criminalizzazione di intere categorie lavorative come baristi, taxisti, idraulici. E così si fatica a vedere come moneta digitale non sia in sé sinonimo di trasparenza, dato che nel mondo d’oggi  la gran parte delle transazioni per attività criminali e di riciclaggio, di evasione fiscale per centinaia di miliardi avviene con forme di moneta non cartacea come le criptovalute e che i grandi gruppi finanziari, con le loro holding dislocate nei paradisi fiscali, danno di gran lunga il maggiore contributo all’evasione fiscale. I soldi tutt’al più possono servire ancora a riempire dei sacchi di tangenti.

 

Per tale ragione credo che il dibattito vada riportato a quella che è la vera posta in gioco nel rapporto tra moneta fisica e moneta digitale, ovvero il modello di società che si intende costruire, rispetto al quale le forme della moneta altro non sono che strumenti. Negli anni discorso si è fatto più complesso per effetto di nuove funzioni offerte dalle tecnologie digitali, che hanno reso possibile introdurre accanto alla normale moneta non cartacea, quella usata dalle carte di credito, un altro tipo di moneta digitale, diverso e non paragonabile  a quello attuale.

 

Questa nuova valuta digitale in corso di introduzione è la Moneta Digitale delle Banche Centrali, meglio nota con l’acronimo inglese CBDC, che nel nostro caso sarà l’Euro digitale. La Commissione Europea ha illustrato, durante i lavori di una conferenza congiunta con la Bce, tenutasi lo scorso 7 novembre a Bruxelles, lo stato di avanzamento dell’Euro digitale. Già l’anno prossimo l’Esecutivo Ue intende presentare una proposta legislativa sull’Euro digitale e le previsioni più ottimistiche indicano la sua adozione come possibile già entro il 2026 . La nuova moneta potrà essere emessa dalla Bce sia tramite il sistema creditizio sia in modo diretto ovvero, scavalcando le banche, direttamente ai cittadini, sarà completamente tracciabile in ogni passaggio di mano compiuto da ciascuna sua singola unità, anche se da Francoforte assicurano di non esser interessati a vedere fin nei minimi dettagli come le persone spendono i propri soldi,  e non potrà essere convertita in contante.

 

Fondamentale per il tipo di società che avremo in futuro, sarà la definizione delle proprietà di questo Euro digitale. Si dovranno fare delle scelte tra ciò che questa valuta consente di fare (ed è facile prevedere che vi saranno pressioni fortissime per farlo) anche se comporta una non marginale riduzione di diritti, e ciò che è utile fare perseguendo il bene comune ed evitando che divenga l’anticamera del sistema cinese dei crediti sociali.

 

Lo scoglio maggiore da superare appare quello della condizionalità della moneta delle banche centrali. Caratteristica che può mutare il concetto di uso corretto del denaro da strumento di libertà a strumento di una nuova forma di autoritarismo da stato etico. Se la fruibilità dell’Euro digitale fosse posta in relazione a variabili riguardanti aspetti come eventuali pendenze nel rapporto tra cittadino e pubbliche amministrazioni, la posizione previdenziale, la cartella clinica, la composizione del nostro carrello della spesa, o addirittura le opinioni espresse dai cittadini, assisteremmo a una surrettizia trasmutazione dei nostri sistemi di governo.

 

Ecco perché il modo superficiale con il quale nel dibattito pubblico si sta affrontando il tema dell’uso del contante, non appare rassicurante sulla capacità della politica di riuscire a gestire e a governare nel rispetto dei principi umanistici scolpiti nella Costituzione, le radicali trasformazioni tecnologiche in atto.

 

Tra la strategia della destra che punta a sistemi di governo autoritari per gestire la perdita di diritti e di benessere che un uso distorto delle nuove tecnologie comporta   per la maggior parte della popolazione, e la strategia della sinistra che si illude di poter gestire la nuova questione sociale con le armi della sorveglianza digitale, credo si debba ricercare una via diversa, ispirata alla tradizione dell’umanesimo occidentale e all’Insegnamento sociale della Chiesa. La persona umana è stata creata libera e non potrà mai, se non attraverso nuove terribili forme di dispotismo e solo come bruto dato di fatto e non ontologicamente, esser privata del libero arbitrio, esser ridotta a obbedire come un cane a qualsivoglia capriccio dei gruppi dominanti.

 

Occorre prepararci per tempo a questo tipo di discussione con un atteggiamento di fiducia e di apertura al progresso, perchè già nel 2023 potrebbe partire l’iter legislativo della moneta digitale della banca centrale a livello  comunitario e tra gli stati membri.  Tocca innanzitutto alle forze popolari, in alleanza con quei settori sani delle élites che molto bene hanno operato nel precedente governo, dare un contributo che consenta di valutare i rischi e le opportunità delle nuove tecnologie applicate all’ambito monetario, capace di rispondere alle preoccupazioni dei cittadini, scegliendo le applicazioni che sono al servizio del bene comune e dei diritti inalienabili delle persone e dei corpi sociali e respingendone gli usi contrari alla dignità umana.

IL RUOLO DELLA CLASSE DIRIGENTE

 

Alcune condizioni sono necessarie perché si possa recuperare il senso effettivo dell’essere classe dirigente. Dal cattolicesimo democratico e popolare vengono stimoli che fanno della ripresa d’iniziativa politica, autonoma e responsabile,  non più un miraggio. “Assentarsi ancora una volta – sostiene Merlo – o consolidare un ruolo di mero gregariato come avviene in alcuni partiti, ad esempio nel Pd, sarebbe realmente un “peccato di omissione” come recitava uno storico passaggio contenuto nella lettera Apostolica del 14 maggio 1971 “Octogesima Adveniens” scritta da Papa Paolo VI”.

 

Giorgio Merlo

 

C’è una vecchia battuta di Carlo Donat-Cattin ad un convegno di Saint-Vincent alla fine degli anni ‘80 che conserva una bruciante attualità. E cioè, “corriamo il rischio di avere una classe dirigente dove il criterio della cooptazione dall’alto prevale su quello della selezione democratica dal basso”. Una frase accompagnata anche da considerazioni più pepate dove lo statista piemontese usava il sarcasmo più sferzante ed impietoso contro “certe classi dirigenti improvvisate nelle quali, appunto, il tempo della selezione appariva più rapido del tempo della legittimazione democratica”.

 

Ho voluto ricordare questo passaggio, peraltro pronunciato in una fase storica dove c’erano ancora i grandi partiti popolari e dove le culture politiche e le stesse classi dirigenti non erano lontanamente paragonabili al “nulla della politica” di questi ultimi anni provocati e generati dall’irruzione del populismo di marca grillina. Eppure il capitolo della classe dirigente continua a pesare come un macigno sulla credibilità della politica e sull’autorevolezza di chi guida le istituzioni. A tutti i livelli. Ma la qualità della classe dirigente politica c’è solo se vengano attivati, e quindi riscoperti, alcuni tasselli decisivi che permettono di raggiungere quell’obiettivo.

 

E, su questo versante, sono almeno tre gli aspetti qualificanti e necessari che devono essere visibili se si vuol raggiungere quel risultato. Innanzitutto devono esserci i partiti. Cioè i partiti popolari e democratici. E quindi, e di conseguenza, basta con i partiti personali e del capo e con i cartelli elettorali. In secondo luogo le classi dirigenti, come diceva Donat-Cattin in quello storico convegno di Sain- Vincent, non si improvvisano. Senza scuole di formazione e senza maturare la vocazione politica direttamente sul campo, cioè nei gangli vitali e conflittuali della società, non ci può essere classe dirigente adeguata e sufficientemente credibile. In ultimo, ma non per ordine di importanza, sono indispensabili le culture politiche. Ovvero, il ritorno, seppur aggiornato e rivisto, dei grandi filoni ideali che non sono affatto fuori moda o fuori tempo.

 

Insomma, tre condizioni basilari e decisive per cercare di far decollare una classe dirigente degna di questo nome. E, al riguardo, si tratta di condizioni che non sono affatto estranee al modo d’essere e dell’agire concreto di alcuni settori della nostra società. Penso, nello specifico, alla tradizione e alla storia del cattolicesimo politico e sociale. Tre condizioni fortemente intrecciate con quello che storicamente sono stati e che hanno concretamente rappresentato i cattolici popolari e sociali nella cittadella politica italiana. E nella stagione contemporanea recuperare e rilanciare quel giacimento ideale è, forse, il più grande contributo che quella cultura politica può fornire alla politica nel suo complesso.

 

Assentarsi ancora una volta, o consolidare un ruolo di mero gregariato come avviene in alcuni partiti, ad esempio nel Pd, sarebbe realmente un “peccato di omissione” come recitava uno storico passaggio contenuto nella lettera Apostolica del 14 maggio 1971 “Octogesima Adveniens” scritta da Papa Paolo VI. E questo lo impone, credo, proprio la nostra cultura, la nostra storia e la straordinaria classe dirigente che ci ha preceduti, fatta di donne e di uomini che sono stati al contempo leader politici e statisti nella lunga storia democratica del nostro paese.

TRATTIVD DI PACE IN UCRAINA, TRA FANTASIE E REALTÀ. IL PUNTO DI VISTA DI JEAN SU FORMICHE.

 

Durante la guerra non cessa la diplomazia tradizionale. Essa ricerca le condizioni che consentano di sostituire i negoziati ai combattimenti o di evitare lescalation di questi ultimi. Al momento, per comprendere cosa accadrà, bisognerà aspettare, forse, la primavera. Lanalisi del generale Carlo Jean.

 

Carlo Jean

 

Molti incominciano a essere stanchi della guerra in Ucraina. Tutti cercano di uscirne fuori, ma sono prigionieri delle decisioni che hanno preso. Nessuno vuole – e spesso non può – perdere la faccia e riconoscere di essersi sbagliato e che è disponibile ad accettare i compromessi, indispensabili in ogni negoziato. Tutti sanno che il conflitto potrà risolversi solo con trattative di pace. Nessuno vuole sbilanciarsi, definendone precondizioni realistiche. Per rafforzare le proprie posizioni negoziali e il consenso della propria opinione pubblica, tutti sono portati a dichiarare irrinunciabili i propri obiettivi e ad affermarsi sicuri della vittoria finale. Non è che la diplomazia sia scomparsa e che sia stata scacciata dal conflitto. Contrapporre armi e diplomazia è errato. Entrambi sono strumenti della politica e agiscono in modo coordinato fra loro. La strategia militare, cioè le cannonate, è una forma particolare di diplomazia, meno “carina” di quella che opera con negoziati e messaggi. Durante la guerra non cessa la diplomazia tradizionale. Essa ricerca le condizioni che consentano di sostituire i negoziati ai combattimenti o di evitare l’escalation di questi ultimi. Lo dimostrano i recenti incontri in Turchia fra i direttori della Cia e dell’Svr e, a Bali, fra Joe Biden e Xi Jinping. Gli sforzi diplomatici hanno un limite insormontabile: nessuno intende rischiare di perdere al tavolo dei negoziati quanto ha conquistato o spera di conquistare sul campo di battaglia. Se non ne esistono le condizioni, la richiesta di negoziati prematuri, urlata nelle piazze, è pura retorica.

 

Cresce comunque – e non solo in Europa – la preoccupazione che il conflitto si prolunghi. Lo ha ripetuto recentemente Vladimir Putin. Essa è giustificata, ma è difficile individuare una soluzione che ne renda possibile la fine. Una tregua d’armi, cioè un temporaneo “cessate il fuoco”, è improbabile. Faciliterebbe troppo Mosca, che deve addestrare i riservisti richiamati in servizio e riorganizzare le sue forze e la sua logistica. Una pace duratura è resa difficile dal fatto che l’aggressione russa all’Ucraina non ha mai, sin dal suo inizio, riguardato la sola Ucraina. Ha riguardato anche l’architettura del sistema di sicurezza europeo e, in senso più ampio ancora, le regole che governano l’ordine internazionale dalla pace di Westfalia. Mosca, infatti, contesta il principio della piena sovranità degli Stati che farebbero parte della sua “irrinunciabile” fascia di sicurezza. Essi non potrebbero scegliersi gli alleati che desiderano. Contesta poi il diritto dell’Ucraina di esistere e di conservare la sua integrità territoriale, peraltro garantita nel Memorandum di Budapest del 1994, nel quale Usa, Uk e Russia avevano riconosciuto le ragioni di Kiev, in cambio della sua cessione a Mosca del paio di migliaia di armi nucleari strategiche rimaste sul territorio ucraino. Resta infine sospeso il problema dell’identità stessa della Russia. Essa è sempre stata un impero multietnico, ma dovrebbe trasformarsi in uno Stato come tutti gli altri, ridimensionando tra l’altro il senso quasi mistico della sua missione universale, derivatole dall’Ortodossia e dai suoi legami con la politica. Un processo di pace non può quindi essere limitato all’Ucraina. Va allargato agli aspetti sopra ricordati. Per poterli risolvere, deve coinvolgere anche la Cina. La questione dovrebbe essere affrontata nella sua globalità nella Conferenza di Parigi del 13 dicembre. Essa dovrebbe anche approfondire il problema della dissociazione di molti Stati del Sud del mondo da quelli euro-atlantici, sintomo dell’esistenza di un profondo risentimento verso l’Occidente, forse accresciutosi per i ritardi degli aiuti di quest’ultimo ai primi per la lotta al Covid.

 

L’aggressione all’Ucraina è stata preceduta il 17 dicembre 2021 da una lettera del Cremlino agli Usa e alla Nato – in realtà da un ultimatum – con cui si intimava loro di ripristinare la situazione esistente nel maggio 1997, modificando gli accordi Solana-Primakov sul “Nato-Russia Founding Act”, minacciando in caso contrario un attacco all’Ucraina e ventilando anche un ricatto nucleare. Verosimilmente, le due lettere di Mosca erano finalizzate a una giustificazione dell’aggressione all’Ucraina, non ad un negoziato. Era un ultimatum non proposta. Conteneva, infatti, condizioni chiaramente inaccettabili. Malgrado ciò, l’Occidente si era dichiarato disponibile il 26 gennaio a un negoziato nel Consiglio Nato-Russia, sottolineando i punti che era possibile discutere e quali no.

 

Continua a leggere

https://formiche.net/2022/12/trattative-pace-ucraina-jean/

LE FIGLIE DELLA REPUBBLICA 2: ROSA GIOLITTI RACCONTA IL PADRE ANTONIO.

 

Un nuovo podcast della Fondazione De Gasperi. Per sapere di più sull’organizzazione e l’attività della Fondazione si può cliccare sul seguente link https://www.fondazionedegasperi.org

 

Redazione

 

Il nome Giolitti è indissolubilmente legato alla storia della democrazia liberale italiana. Un collegamento così solido e indissolubile che Antonio Giolitti spiazzò tutti quando scelse di aderire al Partito Comunista, una formazione lontanissima dalla sensibilità politica del nonno. La sua storia, raccontata nella quarta puntata della seconda stagione de “Le Figlie della Repubblica” è quella di un uomo che non ha mai avuto paura ad andare contro corrente.

 

A raccontarla in questo episodio è Rosa Giolitti, che ripercorre il ruolo da protagonista del padre nella storia del nostro Paese, prima tra le fila del PCI e poi tra quelle del PSI. Un uomo sempre fedele alle proprie idee e disposto a pagarne il prezzo, come ebbe modo di riconoscergli anche il presidente Giorgio Napolitano.

 

L’episodio può essere ascolto sul sito della Fondazione De Gasperi, cliccando qui, su Spotify e sulle principali piattaforme di podcasting.

 

Per un approfondimento si consiglia la lettura del seguente articolo pubblicato su “Mondoperaio” (6/2013)

https://academia.edu/resource/work/3773671

DALL’ANNO PROSSIMO I COREANI SARANNO ALMENO UN ANNO PIÙ GIOVANI. NOTA DI ASIANEWS.

 

Il governo ha deciso di eliminare il tradizionale metodo di conteggio dell’età in base al quale un bambino alla nascita ha già un anno. Il presidente Yoon Suk-yeol lo aveva promesso in campagna elettorale. Molti cittadini si sono detti a favore della decisione.

AsiaNews

L’altro Ieri la Corea del Sud ha eliminato il metodo tradizionale di conteggio dell’età per adattarsi agli standard internazionali, un cambiamento che sui documenti ufficiali renderà i cittadini di uno o due anni più giovani.

 

Per i coreani, infatti, un bambino quando nasce ha già un anno e gli anni successivi vengono aggiunti a partire dal primo gennaio. Per esempio, una persona nata il 20 dicembre 1995, oggi, 9 dicembre 2022, non dichiara di avere 27 anni, ma dice di averne 29. Questa è l’età che più comunemente viene citata nella vita di tutti i giorni. Esiste poi un secondo metodo di conteggio dell’età, utilizzato per la vendita di alcolici e sigarette e per il servizio di leva, in base al quale si conta a partire da zero, ma l’anno di età viene sempre aggiunto il primo gennaio. Nel nostro esempio quindi sarebbero 28 anni.

 

Dagli anni ‘60 è stato introdotto, per altri documenti legali, il sistema più utilizzato a livello internazionale, secondo cui si parte a contare da zero e gli anni vengono aggiunti il giorno del proprio compleanno.

 

Il governo ha deciso che a partire da giugno 2023, almeno sui documenti ufficiali, resterà in vigore solo il metodo di conteggio internazionale. “La riforma ha lo scopo di ridurre i costi socio-economici non necessari perché persistono controversie legali e sociali, nonché confusione a causa dei diversi modi di calcolare l’età”, ha dichiarato in Parlamento Yoo Sang-bum, deputato del People Power Party, il partito di governo. L’uniformazione del sistema di conteggio delle età era stata promessa in campagna elettorale dall’attuale presidente Yoon Suk-yeol, che considera i diversi metodi di calcolo un drenaggio di risorse.

 

Diversi critici ritengono inoltre che il sistema di conteggio coreano faccia apparire la Corea del Sud, potenza economica e tecnologica dell’Estremo Oriente, indietro rispetto ai tempi.

 

L’origine del sistema di calcolo coreano non è chiara: una teoria sostiene che venga preso in considerazione anche il tempo trascorso dal bambino all’interno dell’utero arrotondato a 12 mesi, altri ritengono invece che derivi da un antico sistema asiatico in cui non esisteva lo zero. Ancora più oscure sono le ragioni per cui gli anni successivi vengano aggiunti all’inizio dell’anno: secondo alcuni esperti in passato i coreani collocavano il loro anno di nascita all’interno del calendario cinese, per cui si invecchiava all’inizio di ogni ciclo lunare. In seguito con l’adozione del calendario gregoriano a livello internazionale sarebbe diventato uso comune aggiungere un anno di età a Capodanno.

 

Molti cittadini hanno accolto con favore la riforma del governo. “Chi non vorrebbe essere uno o due anni più giovane?”, hanno affermato.

 

ALLA RICERCA DEL VERO SENSO DELL’ESISTENZA. DIALOGO-INTERVISTA CON IL PROF. VITTORINO ANDREOLI.

 

L’uomo di natura – dice qui, a un certo punto, il famoso psichiatra – non ci piace, il mondo com’è neanche: qui il problema è di porsi il perché non ci piace più né l’uomo né il mondo. Si tratta del preludio di una piccola apocalisse: emerge il tema della ‘distruttività’, la condizione in cui non piacendomi ciò che c’è io spacco tutto, distruggo tutto e vado nel Metaverso. Dove ci può portare questa fuga? A mio parere questo genera la schizofrenia, la dissociazione.

Di seguito riportiamo la prima parte di questo dialogo-intervista, rinviando al link posto alla fine della pagina per accedere al testo integrale

Francesco Provinciali                                            

Prof. Andreoli trovo che sovente cadiamo nell’errore di cercare intorno a noi, nei beni materiali e nel desiderio del loro possesso lo scopo dell’esistenza, eludendo interrogativi profondi che riguardano invece il senso della vita anche nei suoi aspetti reconditi: le relazioni con gli altri, la fatica che accompagna ogni conquista, il dovere della responsabilità, fino al sacrificio e al dolore. Quali consapevolezze dobbiamo recuperare per nobilitare il nostro essere qui, nel mondo?

 

Vede, dottor Provinciali, io credo che ci siano momenti in cui forse devono prevalere la gioia, il gioco, la curiosità: insomma c’è anche un tempo per evadere, sono convinto che ci siano occasioni in cui il tempo diventa gradevole per l’esistenza e per l’uomo. Ci sono però situazioni di vita diverse in cui questi aspetti positivi non sono possibili perché bisogna passare dal ‘particulare’ – per usare un’espressione di Vico – al generale e quindi viene un tempo in cui è necessario dedicarsi alla ricerca del significato che ha l’uomo nel mondo e quindi reciprocamente al significato del mondo per l’uomo. In questo consiste la scoperta continua del senso della vita. Mi pare che noi dovremmo “essere dentro” questo tempo, per un motivo molto semplice: viviamo in epoca di crisi. Ora lei sa che ci sono crisi individuali che fanno parte dell’esistenza: ci sono conflitti in una parte che consideriamo positiva e altri che vanno affrontati e risolti. Fino a qualche tempo fa noi consideravamo tutti i conflitti da curare, da risolvere, questa era la lezione appresa da Freud e a lungo mantenuta. Oggi c’è una crisi dell’esistenza per ciascuno di noi: la fatica di vivere, le difficoltà che ci riguardano individualmente. Però ci sono crisi che non possiamo fingere che non esistano, eludendole, perché storicamente si caratterizzano per la loro periodicità: in passato abbiamo avuto due grandi crisi economiche, quella del 1873 – dopo la grande guerra franco-prussiana – e quella del 1929. La prima fu definita del ‘panico’, quella del 1929 della ‘depressione’: l’economia non funzionava e furono usati per descriverle due termini propri della psichiatria. Alla luce di quelle esperienze possiamo dire che oggi c’è una grande crisi economica la cui causa origina certamente dal contesto finanziario mondiale, dal crollo dei subprime in USA nel 2006 ma che ha poi subito l’enorme rallentamento dovuto alla pandemia, ed è la prima volta che accade in epoca moderna.  Questa mia premessa – rispetto alla sua domanda – vuole portare a questa conclusione: oggi è finito il tempo del giocare per capire chi siamo, perché se noi affrontiamo i singoli problemi e i bisogni individuali e specifici non arriveremo mai fuori dalla crisi epocale generale che riguarda il mondo. Oggi a me pare che il problema che noi abbiamo finora vissuto come tensione – essendo passati per lungo tempo da quella che Darwin chiamava ‘lotta per la sopravvivenza’, che è centrata sull’alimentazione, sulla difesa del territorio e sulla procreazione per far continuare la specie – riguardava il tema della ‘qualità della vita’ che ha un senso infinito e indefinibile, un mondo aperto dello stare sempre bene. Ora che cosa sta succedendo: che stiamo regredendo dalla qualità della vita alla sopravvivenza, la crisi significa perciò tornare indietro, ai bisogni di un tempo. Alcuni fanno finta che non ci sia la crisi mentre c’è qualcuno che sta male, non ha un posto di lavoro, le banche non gli fanno credito, non arriva a fine mese, non riesce a far fronte agli aumenti dei costi dell’energia, alle bollette da pagare, conseguenze anche della guerra in atto.

 

 

In questo contesto esistenziale di crisi e incertezze che Lei descrive possiamo considerare il tema della solitudine, che è come un caleidoscopio di sentimenti: c’è quella cercata per ritrovare se stessi, quella subita che può darci un senso di distacco e umiliazione, quella di chi è marginalizzato e avverte un vuoto di inadeguatezza e incomprensione. Questo stato d’animo, che ha ispirato poeti e artisti, mi pare accentuata negativamente in questa epoca di facilitazione della comunicazione – e questo è un paradosso – anche attraverso l’uso delle tecnologie. Rischiamo di essere fagocitati dai media e di perderci nella babele delle parole e dei luoghi comuni?

 

La questione posta è interessante e contiene molti spunti: mi permetta di esordire con una riflessione.

Il problema è di entrare nel merito: ‘chi è l’uomo’. Se noi vogliamo l’uomo ‘aumentato’, dandogli la possibilità di vedere in tre dimensioni, di ascoltare i suoni che abitualmente non avvertiamo, di leggere attraverso gli infrarossi dobbiamo allora chiederci: perché lo vogliamo così? Se la risposta è ‘non ci va bene questo mondo’: potrebbe essere questa la risposta. Lei in un suo recente scritto ha approfondito bene e con prudenza il tema del Metaverso: io in linea di principio sono terrorizzato dal Metaverso, ho accettato di andare a fare una relazione ad un convegno, ma ho chiesto un anno di tempo per approfondire. Vogliamo l’uomo aumentato? Un po’ lo abbiamo sempre cercato e voluto tale: lei pensi al tema della sessualità, senza il quale noi psichiatri moriremmo di fame…

Adesso si tratta di capire che se noi vogliamo l’uomo aumentato ciò significa che quello attuale non ci piace.

Lo vorremmo con un occhio dietro il collo per vedere cosa succede alle sue spalle? Con tre gambe?

Allora non ci piace neanche il mondo e per questo inventiamo il Metaverso che è un mondo che non c’è, che noi costruiamo perché vogliamo investire denaro, perché l’economia fa soldi anche nel virtuale.

L’uomo di natura non ci piace, il mondo com’è neanche: qui il problema è di porsi il perché non ci piace più né l’uomo né il mondo. Si tratta del preludio di una piccola apocalisse: emerge il tema della ‘distruttività’, la condizione in cui non piacendomi ciò che c’è io spacco tutto, distruggo tutto e vado nel Metaverso. Dove ci può portare questa fuga? A mio parere questo genera la schizofrenia, la dissociazione.

Io ho vissuto sessant’anni curando la schizofrenia e la dissociazione. Forse non ci sono riuscito? Il fatto che si vada nel Metaverso con il proprio avatar conferma ciò che la psichiatria da tempo ha scoperto: ci sono in noi due “io”. Se io mando nel Metaverso il mio avatar vuol dire che mi sto sdoppiando e devo curare questa dissociazione identitaria.

Clicca qui per leggere il testo integrale dell’intervista

 

Chi è Vittorino Andreoli


Psichiatra di fama mondiale, è stato direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona
Soave ed è membro della New York Academy of Sciences. È presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association. Si oppone fermamente alla concezione lombrosiana del delitto secondo cui il crimine veniva commesso necessariamente da un malato di mente, e sostiene la compatibilità della normalità con gli omicidi più efferati. È autore di libri che spaziano dalla medicina, alla letteratura alla poesia, e collabora con la rivista Mente e Cervello e con il giornale Avvenire. Ha realizzato alcune serie di programmi, con puntate della durata di circa 30 minuti, dedicati agli adolescenti (Adolescente TVB), alle persone anziane (W i nonni) e alla famiglia (Una sfida chiamata famiglia).
Tra le sue opere, pubblicate con Rizzoli, ricordiamo 
Elogio dell’errore (2012, con Giancarlo Provasi), Il denaro in testa (2012), Le nostre paure (2011), Il rumore delle parole (2019) e Il futuro del mondo (2019). Nel 2014 esce L’educazione (im)possibile. Orientarsi in una società senza padri, e l’anno successivo Ma siamo matti. Un paese sospeso tra normalità e follia. Nel 2016 esce La mia corsa nel tempo, nel 2017 La gioia di pensare. Elogio di un’arte dimenticata (Rizzoli), Uomini di Dio. Un’indagine sui preti e il sacro (Piemme). Nel 2018 esce Il silenzio delle pietre (Rizzoli), Beata solitudine. Il potere del silenzio (Piemme) e Homo stupidus stupidus. L’agonia di una civiltà (Rizzoli). Pubblica poi con Solferino L’uomo col cervello in tasca (2019), Una certa età (2020), Fare la pace (2020), La famiglia digitale 2021, L’origine della coscienza (2021), La Psicologia del noi (2021), Storia del dolore (2022).

LA POVERTÀ, NUDA E CRUDA, SENZA IDEOLOGIE.

 

La forza finanziaria del RdC – ricorda l’autore – ha permesso di intervenire positivamente in una congiuntura complicata dalla pandemia e dal post-pandemia [….] Senza il RdC avremmo avuto almeno un milione di poveri in più I problemi di questo paese sono tanti, ma concentrare la colpa sui poveri per lo sciupio delle risorse pubbliche non è certo la scelta migliore: il nemico è la povertà, non il povero.

 

Roberto Rossini

 

I poveri sono da anni oggetto, e non soggetto, del dibattito pubblico. Lo sono soprattutto nelle versioni caricaturali del furbetto e del divanista, che sono comunque relativamente poche e quasi sempre scoperte. Degli altri – quelli veri – si parla poco, così come si parla poco di servizi sociali territoriali, di assistenti sociali e di progetti operativi del terzo settore.

 

Peraltro i poveri non sono pochi. Sì, pur sempre meno di uno su dieci cittadini italiani, eppure questi “uno” complessivamente fanno più di cinque milioni e mezzo, secondo l’Istat. I beneficiari del Reddito di cittadinanza sono invece poco più di tre milioni e mezzo, secondo l’Inps. Quindi significa che – a occhio e croce – una buona parte dei poveri rimane scoperta. Come si interviene?

 

Il contrasto più efficace contro la povertà era stato parzialmente avviato attraverso l’introduzione del Reddito di inclusione col governo Gentiloni. Diciamo “parzialmente” giacché, per quanto il disegno del provvedimento fosse adeguato, il finanziamento non lo era: poco più di due miliardi di euro. Quando la maggioranza Lega-M5S introdusse il Reddito di cittadinanza la situazione si ribaltò: un disegno meno adeguato ma un finanziamento più adeguato, oltre sei miliardi di euro. Chissà, forse l’ideale sarebbe stato avere il disegno sartoriale del ReI e il finanziamento congruo del RdC: per rivestire la nuda povertà serve il vestito giusto, che ha un certo costo.

 

La forza finanziaria del RdC ha permesso di intervenire positivamente in una congiuntura complicata dalla pandemia e dal post-pandemia. Senza il RdC avremmo avuto almeno un milione di poveri in più: lo ricorda Bankitalia riprendendo quanto dichiarato dall’Inps sulla base dei dati Istat. Bankitalia dice anche – a proposito di modernizzazione – che l’introduzione del RdC è stata una tappa significativa nell’ammodernamento del welfare del nostro Paese, nonostante le criticità. Questa valutazione è figlia di quanto affermato dalla Commissione Europea solo pochi mesi fa, quando chiese di modernizzare i regimi di reddito minimo, perché essi sono (stati) cruciali durante la pandemia e nell’attuale contesto di aumento dei prezzi dell’energia e dell’inflazione.

 

Ma la manovra di bilancio ha preso la strada opposta, annunciando la fine del RdC per il 2024 e il contemporaneo taglio del sussidio a coloro che, pur in condizioni (teoriche) di lavorare, non troveranno lavoro entro i prossimi otto mesi del 2023. Secondo l’Istat questa riduzione colpirà 846mila individui, cioè poco più di un beneficiario su cinque. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio perderebbe il sussidio oltre il 38% degli attuali beneficiari, tra cui disoccupati e occupati con redditi talmente bassi da rientrare nei requisiti per ottenere il Reddito. Come si sa i beneficiari vengono prevalentemente dal sud Italia, hanno un titolo di studio basico e nella maggior parte dei casi non hanno lavorato nei precedenti tre anni. Forse per inserire alcune di queste persone al lavoro si rivelerebbe utile una qualche forma più strutturata e più incentivante di accompagnamento. E invece, per ora, niente: solo un indurimento delle condizioni per i più fragili. Duri coi fragili.

 

I problemi di questo paese sono tanti, ma concentrare la colpa sui poveri per lo sciupio delle risorse pubbliche non è certo la scelta migliore: il nemico è la povertà, non il povero. Il problema della povertà è chiaro e studiato, lo strumento pure e i finanziamenti già identificati: basta la volontà politica di fare la cosa giusta. Tutto il resto è propaganda.

RICORDO DI GIORGIO GUALA, SACERDOTE E UOMO DI CULTURA.

 

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, è mancato ad Alessandria il prof. don Giorgio Guala. Renato Balduzzi lo ricorda così.

 

Renato Balduzzi

 

Pensando alla straordinaria personalità di Giorgio Guala, la prima e più forte caratteristica che viene alla mente è il suo essere in costante ricerca: spirituale, culturale, pedagogica e politica in senso lato. Questa sua caratteristica egli è sempre riuscito a trasmetterla ad amici e conoscenti. Siamo quindi in tanti ad essergli debitori.

 

Per quanto concerne la ricerca teologica, i suoi suggerimenti sulla teologia della liberazione o del pluralismo religioso mi hanno sempre aperto prospettive nuove. Senza mai erigersi a maestro, ma mantenendo un equilibrio raro tra solidità delle convinzioni metodologiche e disponibilità ad ascoltare gli altri, Giorgio ha per decenni costituito un faro della vita culturale alessandrina, come, in anni lontani, aveva fatto nella sua esperienza romana nell’Azione cattolica italiana.

 

La sua competenza nel campo della metodologia della formazione non è rimasta affidata al solo studio, ma è diventata pratica associativa nel nesso tra cultura e sviluppo. È questo il nesso che ha caratterizzato la sua curiosità politico-istituzionale, sulla quale non mancava di “intervistarmi” con regolarità: il prof. Guala non faceva sconti, ma ho sempre avuto l’impressione di una grande e intima solidarietà attorno alla battaglia per la difesa della Costituzione e della sanità pubblica, per menzionare due dei temi che più ci hanno appassionato.

 

Ogni morte ci diminuisce. Quella di un amico più delle altre. Resta tuttavia il ricordo dell’umanità che ci ha trasmesso e dei tanti stimoli che l’amicizia ha provocato, e che nel suo caso è particolarmente forte. E resta la speranza di cieli nuovi e terra nuova, che ha nutrito tutta la sua vita. Grazie, don Giorgio.

FONDATO IN ITALIA IL PRINCIPATO DI VALBOSCOSA.

 

Spiega bene l’autore che “Valboscosa è un “principato”, nel senso che è principio di un progetto, quello di acquisire terreni e alberi, sostanzialmente tutti destinati alla Silvicoltura Industriale utilizzata per Edilizia, Arredamento in Legno Massello e per Legna da Ardere. […] Per sostenersi, l’oasi prealpina non accetta denaro pubblico ma solo privato, per mezzo di donazioni. […] Il denaro raccolto viene utilizzato per curare sia i terreni già di proprietà che per l’acquisto di altre terre.

 

Danilo Campanella

 

Un nome quantomai evocativo, “Valboscosa”, che rimanda i fasti letterari della mitica Narnia. Le vallate fantastiche descritte ne Il signore degli anelli, ed altri luoghi adagiati alle nostre memorie infantili, affezionate ad Arcadia e altri luoghi dell’immaginario che non vedremo mai. Eppure Valboscosa c’è, sorta tra i vigneti della Valdilana, partorita dai fianchi delle Prealpi Biellesi. Valboscosa è un “principato”, nel senso che è principio di un progetto, quello di acquisire terreni e alberi, sostanzialmente tutti destinati alla Silvicoltura Industriale utilizzata per Edilizia, Arredamento in Legno Massello e per Legna da Ardere.

 

Tutto ciò che sarebbe andato “in fumo” verrà lasciato vivere, per trasformare il tutto in un santuario, che protegga le creature di boschi e vallate. Non elfi o gnomi ma la fauna tipica del Piemonte, composta da volpi e lepri, tassi e faine, cinghiali, caprioli e camosci, e i cervi, il cui bramito riecheggia nelle vallate. Il fagiano di monte, la pernice bianca e la coturnice abbelliscono, con il loro piumaggio e i loro cinguettii, l’oasi verde. Si, perché il Principato di Valboscosa è un ente ecologista, il cui obiettivo è e vorrà essere la conservazione della fauna e della flora, preservando i boschi di conifere, e di latifoglie, composti da castagni e frassini, dalla bellezza dei faggi a quella degli aceri montani, betulle e roveri. Il Principato di Valboscosa si trova nei pressi di Montaldo Torinese (BI), mentre la sede legale è a Milano.

 

Gli alberi esistenti attualmente nella Tenuta sono in prevalenza Querce, Faggi, Castagni, Carpini e Robinie, e Vigne, impiantati da oltre 20 anni. In seguito alla morte del proprietario dei terreni 23 anni fa, sono stati abbandonati a loro stessi; necessitano quindi di cure adeguate: ogni albero deve avere il suo spazio pulito per una crescita sana, necessitano di potature e visite per verificare che insetti e piante parassite (e il cambiamento climatico) non mettano a rischio la vita dell’albero o ne pregiudichino la crescita e lo sviluppo, come anche la vita degli animali del bosco, come ricci e tassi, che vivono in simbiosi con la flora locale. All’interno di questo grande progetto, è previsto l’inserimenti di Arnie, in modo tale che l’impollinazione delle api sia garantita e i fiori possano essere regolarmente impollinati. Un altro tassello, per riequilibrare l’ambiente in passato sfruttato, poi abbandonato dall’uomo, è quello di attirare gli insetti, veri e propri operai della vita selvatica. Per questo motivo l’amministrazione di Valboscosa, sulla scia di altri esperimenti che, nel mondo, hanno portato ottimi risultati, ha previsto la costruzione di “Hotel Per Insetti,” costruiti con materiale biologico ed ecosostenibile e che attireranno nuova fauna selvatica e volatili.

 

Per sostenersi, l’oasi prealpina non accetta denaro pubblico ma solo privato, per mezzo di donazioni. In cambio, offre l’idea di Regalo Unico: una pergamena che vuole riconoscere nel benemerito donatore una “nobiltà d’animo”, attraverso una nomina, personale o di coppia, come descritto sul sito dell’ente (valboscosa.com), un titolo nobiliare decorativo, simbolico, ecologista. Il denaro raccolto viene utilizzato per curare sia i terreni già di proprietà che per l’acquisto di altre terre che, attualmente, si trovano nelle stesse condizioni. Il fine resta il medesimo: togliere dall’industria alberi e popolo dei boschi per trasformare quanto più territorio possibile in una grande oasi naturale. L’espansione eventuale del “Principato” porterà all’estensione del progetto anche nelle zone del Sud Italia.

POPOLARI ED EUROPEI: UNA PROPOSTA DI PERCORSO PER I PROSSIMI DICIOTTO MESI, CON LE ELEZIONI SULLO SFONDO.

 

“Si tratta di avviare un percorso – scrive l’autore –  […] che guarda al futuro, affidandone la regìa a persone che non vogliano fare i leader ma i federatori tra le varie realtà di base […] Maggio 2024 sarà il momento della prima verifica:  […] Si tratta infatti di vivere le Elezioni Europee non come un “accidente” o una banale e routinaria scadenza istituzionale, ma come l’occasione storica che obbliga a superare i confini, non più solo le persone e le merci, ma finalmente anche la Politica e le Istituzioni.”

 

Umberto Laurenti

 

Ormai da dieci anni si susseguono documenti, dibattiti, convegni, sulla iniziativa organizzativa dei cattolici in politica, sul popolarismo ed il cattolicesimo democratico come via d’uscita dall’impasse attuale, sulla piattaforma per una seconda ricostruzione, sul soggetto politico nuovo d’ispirazione cristiana e popolare, sulla nuova assunzione di responsabilità delle associazioni di ispirazione cristiana: li abbiamo apprezzati tutti, almeno nelle grandi linee, ma non è successo nulla. Il cambio di scenario governativo italiano ha poi stimolato una rinnovata produzione di appelli e riflessioni, su Il Domani d’Italia e su altri media, interventi significativi di Merlo e Bonalberti, l’annuncio di un interessante convegno promosso da Fioroni quale vice presidente dell’Istituto Toniolo per venerdi 16 dicembre, ed infine l’attesa iniziativa di Castagnetti, presidente dell’Associazione “I Popolari”, con un Convegno nell’intera giornata di lunedì 19 dicembre, presso l’Istituto Sturzo, intitolato: “I Cattolici Democratici nella politica di oggi: ancora utili all’Italia?”.

 

Insomma, materiale vecchio e nuovo, sicuramente valido e sufficiente per una rinnovata presa di coscienza della necessità di una proposta politica organizzata intorno ai valori ed ai programmi, patrimonio dei cattolici democratici italiani. Ma quando, come e con chi? A queste domande non avevo trovato finora risposte convincenti, che in parte dovrebbero emergere dal Convegno del 19, ed alle quali, sempre in parte, dà una prima risposta l’articolo di Roberto Di Giovan Paolo su questo giornale, che condivido largamente. In particolare, ritengo si debba creare rapidamente un “movimento” che anche attraverso la ripresa de Il Popolo, possa rappresentare le istanze tradizionali dei Popolari, dei Cattolici Democratici, della Dc, e soprattutto della sua sinistra.

 

Tuttavia, se non vogliamo vederci solo tra nostalgici, ma abbiamo l’ambizione di rivolgerci anche ai nuovi elettori, giovani o astensionisti, con l’obiettivo di offrire una proposta rispettosa dei valori che noi abbiamo avuto la fortuna di veder tradotti in politica, dobbiamo anche saper comprendere tutto ciò che coesiste nell’elettorato, insieme a noi, e riuscire a dialogarci con tutti gli strumenti della comunicazione moderna, a partire dai social, e sussidiato da un “luogo” di elaborazione e formazione. Niente altro dall’alto, per evitare centralismi e personalismi, tutto il resto deve partire dalla base, dai territori, dagli amministratori locali, dai mondi dell’associazionismo, del volontariato, della rappresentanza degli interessi. Senza la fretta di individuare gerarchie e cupole. Sono anche d’accordo con l’idea della doppia tessera, purché con l’adesione esplicita ad un trittico di “Documenti Identitari del Movimento“, ma il diritto alla doppia tessera non può certo riguardare solo gli iscritti al Pd!

 

Se non vogliamo creare un movimento “residuale” dobbiamo guardare oltre tutto il vicino e l’esistente, ed oltre i confini nazionali. Non ha molto senso immaginare una forza politica che ragioni, proponga, esprima dirigenza, eserciti potere, solo nel proprio ristretto cortile, poiché quale cortile per sovranisti identifichiamo fatalmente l’Italia, se restiamo prigionieri di una visione così vecchia. Come se l’esperienza del Covid, la preponderanza del dominio economico delle multinazionali, i commerci globalizzati delle materie prime e strategiche, i flussi ingovernabili delle migrazioni, l’emergenza climatica ed ambientale che, al pari delle temute e non improbabili emissioni nucleari come risultato disperato del confronto militare in atto in Ucraina, non fossero sufficienti a dimostrare che i confini nazionali non bastano più, rendendo sempre più urgenti e indispensabili le unioni tra Paesi confinanti, le integrazioni economiche  di filiera e di mercato, le alleanze strategiche e militari, la cooperazione Nord-Sud, le collaborazioni multilaterali, le reti di solidarietà, il dialogo interreligioso.  Si tratta di avviare un percorso non per l’oggi immediato, che non vuole riproporre il passato, ma che guarda al futuro, affidandone la regìa a persone che non vogliano fare i leader ma i federatori tra le varie realtà di base che cresceranno, ed agli animatori di tali realtà.

 

Tra diciotto mesi ci sarà il primo tagliando, con le Elezioni Europee, quelle che ancora consentono la rappresentanza proporzionale e l’espressione delle preferenze. Elezioni che ci obbligheranno ulteriormente a valutare l’urgenza per ogni movimento o forza politica di emergere da una prospettiva asfittica e nazionalistica sul piano culturale, prima ancora che politico ed economico. Maggio 2024 sarà il momento della prima verifica: se il “Movimento dei Popolari” si sarà manifestato e radicato presenterà la sua lista per le Elezioni Europee. Se non sarà pronto per la sfida elettorale, il “movimento” presenterà i suoi candidati Popolari nelle varie liste in maniera trasversale, per concorrere con le idee e le proposte, ma anche con i voti generati dal contatto reale con gli elettori.

 

Ho accennato prima ai “Documenti Identitari del Movimento” che a mio avviso sono almeno tre: – il primo, ideologico e programmatico, sulla visione dell’impegno politico atto ad affrontare le sfide dei prossimi 10 anni e con l’impegno sui punti programmatici prioritari; – il secondo sulle Riforme indispensabili per riportare i cittadini ad essere protagonisti della Democrazia, con la strada maestra che è una Assemblea Costituente a tempo, distinta dal Parlamento in carica ed eletta a suffragio universale, sistema che dovrà contraddistinguere anche la legge elettorale per il rinnovo del Parlamento nazionale; – Il terzo contenente una esplicita scelta per l’autentica Unione politica ed istituzionale dell’Europa, riprendendo le linee indicate fin dall’origine dai padri fondatori democratico-cristiani e coraggiosamente riproposte da David Sassoli nell’ultimo periodo del suo mandato da Presidente del Parlamento Europeo, per il rafforzamento istituzionale dell’Europa in senso federale.

 

Si tratta infatti di vivere le Elezioni Europee non come un “accidente” o una banale e routinaria scadenza istituzionale, ma come l’occasione storica che obbliga a superare i confini, non più solo le persone e le merci, ma finalmente anche la Politica e le Istituzioni. Con un approccio glocal che non ci fa perdere nulla di ciò che ci caratterizza positivamente, non annulla ma anzi esalta tutte le componenti del Soft Power Italico, identificando i 6 milioni di italiani residenti all’estero, non come cervelli in fuga ma in movimento, e gli 80 milioni di italo-discendenti non solo come oriundi, utilizzandoli come primi testimonial della nostra cultura, del nostro modo di vivere, insieme pure ai 250 milioni di Italici cioè coloro che nel mondo, pur non avendo una goccia di sangue italiano, si sentono culturalmente a noi legati grazie all’apprezzamento per  una specifica componente del nostro Soft Power. Facciamoli quindi esistere questi milioni di Italici, anche come cittadini partecipi delle scelte politiche, soprattutto quando sono sovranazionali, iniziando con l’inserimento di loro candidature, in Italia e negli altri Paesi Europei. Ce ne avvantaggeremo non solo in termini di consensi, ma anche di condivisione di tematiche e scelte programmatiche al di là delle Alpi, recuperando un po’ di quel vuoto culturale e valoriale innegabilmente facilitato dall’appannamento o estinzione dei movimenti politici internazionali, e per quanto ci riguarda, dalla evanescenza dell’Unione Internazionale democratico-cristiana e dallo snaturamento progressivo del Partito Popolare Europeo.

 

Qualcuno potrà dire che tutto ciò è un obiettivo difficile, se non impossibile. Ma i nostri padri democratico-cristiani, coloro che fecero la Repubblica, la Costituente e la ricostruzione, la prima riforma agraria, il voto universale, l’allaccio di rapporti paritari e non neocolonialistici con i Paesi del Terzo Mondo, l’Istruzione e la Sanità pubblica gratuita per tutti, si trovavano forse in una situazione più facile? Non credo. E comunque non credo possa interessare a noi che abbiamo delle chiare e solide radici cattolico-democratiche ed europeiste, rifugiarci nella nostalgia di una Dc del passato, neppure intravista nei suoi pregi e difetti, da chi oggi ha meno di quarant’anni, quindi la metà della popolazione. A noi non può interessare lo svilirci, per essere una piccola corrente di capetti residuali, all’interno di un “contenitore” che neppure consente più, non dico l’attuazione, ma nemmeno la visibilità dei nostri valori.

POPOLARI, OLTRE IL PD.

 

La filiera Pci/Pds/Ds/Pd – sostiene l’autore – dev’essere rinnovata, riaggiornata e rilanciata nella cittadella politica italiana […] Dopodiché, come ovvio e scontato, continuano ad esistere anche i Popolari nel Pd […] Comunque sia, si tratta di un’area che necessita oggi di una convinta e feconda, nonchè laica, ricomposizione politica” per rilanciare e far rivivere un patrimonio culturale che conserva una bruciante attualità e una straordinaria freschezza

 

Giorgio Merlo

 

L’area popolare e cattolico sociale non è più riconducibile esclusivamente all’esperienza del Partito democratico. Sono cambiate, e profondamente, le condizioni politiche, culturali e anche storiche che avevano generato quelle scelte nel passato recente e meno recente. Del resto, quando decollò l’avventura del Pd, l’area popolare e cattolico sociale, grazie all’apporto decisivo di Franco Marini e di molti altri autorevoli esponenti di quel mondo, fu decisiva per costruire la stessa identità e “mission” politica concreta di quel partito. Ma la fase politica, appunto, è mutata e, per bocca di molti ex fondatori del Partito democratico, il profilo e la natura di quel partito non è più quello delle origini.

 

Quando Veltroni disegnò al Lingotto nel 2007 il percorso e le tappe che dovevano caratterizzare questa novità politica. Oggi, al contrario, e di conseguenza, è in discussione lo stesso “Manifesto” dei valori scritto per dar vita alla prima stagione del Pd. Cioè, quindi, si tratta di un altro partito. E per entrare nello specifico, si tratta di un partito che persegue un grande e solo obiettivo: ovvero, come dicono all’unanimità tutti i suoi dirigenti e gli innumerevoli capi corrente, ridisegnare e rilanciare la sinistra nel nostro paese. Che poi si tratti di una sorta di “partito radicale di massa”, come giustamente dice Luca Ricolfi, se dovesse vincere la Schlein, o un partito di sinistra liberal, se si affermasse il suo principale competitore, poco importa. In quel partito, infatti, l’area popolare o cattolico sociale è del tutto superflua e indifferente nell’uno come nell’altro caso. Per dirla con altre parole, si tratta di una cultura politica che non è più fondante e tanto meno decisiva per la costruzione del progetto politico di sinistra del Pd.

 

La filiera Pci/Pds/Ds/Pd dev’essere rinnovata, riaggiornata e rilanciata nella cittadella politica italiana. Ma è un fatto, cioè, che riguarda principalmente ed esclusivamente la storia e la cultura della sinistra italiana, come del resto dicono tutti – veramente tutti – i commentatori e gli opinionisti politici. Dopodiché, come ovvio e scontato, continuano ad esistere anche i Popolari nel Pd. Soprattutto quelli che si sono ritagliati per sè e per i propri cari un seggio in Parlamento e per l’ennesima volta. Ma si tratta, appunto, di spazi di potere che non hanno più nulla a che vedere con il ruolo politico decisivo e qualificante dei Popolari quando nacque quel partito. E anche lo sforzo, del tutto comprensibile, di continuare ad organizzare una micro corrente all’interno del Pd non può più replicare le modalità del passato perchè, semplicemente, non ci sono più quelle condizioni. Oltrechè gran parte di quella classe dirigente.

 

Ora, è altrettanto ovvio che il mondo popolare e l’area cattolico sociale si riorganizzano. A prescindere da chi pensa ancora di rappresentarli in modo esclusivo a livello nazionale e anche a livello locale. Esiste, cioè, un mondo che a gran voce chiede di essere nuovamente rappresentato a livello politico ed istituzionale. Mondi vitali, gruppi sociali, associazioni civiche che oggi, appunto, non hanno più – e non ancora – una rappresentanza politica. Ovvero, un partito di riferimento e, di conseguenza, una credibile rappresentanza nelle istituzioni a livello nazionale e a livello locale. Un mondo in grande fermento in questi ultimi tempi perchè, soprattutto dopo il risultato del 25 settembre scorso, sente di poter ritornare a giocare un ruolo politico importante. A prescindere, per il momento, dallo strumento politico che concretamente lo rappresenterà. Certamente non nel campo della sinistra che, giustamente e comprensibilmente, deve rifondare la sinistra italiana per vincere la competizione con i populisti dei 5 stelle e rendere più chiara e netta l’identità e la mission di quel campo. Può giocare certamente un ruolo importante nella cosiddetta “area centrista” se i partiti di Renzi e di Calenda non si ridurranno ad essere, come oggi, a due partiti sostanzialmente personali che escludono, di fatto, la presenza e l’apporto di altre culture politiche e altri filoni ideali. Nel campo del centro destra occorre attendere l’evoluzione concreta di quello spazio politico, depurato dagli eccessi e dalle derive sovraniste e massimaliste.

 

Comunque sia, si tratta di un’area che necessita oggi di una convinta e feconda, nonchè laica, “ricomposizione politica” per rilanciare e far rivivere un patrimonio culturale che conserva una bruciante attualità e una straordinaria freschezza. E questo al di là – seppur del tutto legittimamente – di chi ancora di conservare piccole correnti all’interno di contenitori elettorali ormai indifferenti alle ragioni e alle istanze che provengono dal mondo variegato, complesso ed articolato dell’area popolare e cattolico sociale. E questo lo dobbiamo a tutti coloro – e sono sempre più numerosi – che sono presenti nella ricca e feconda periferia del nostro paese, dalle amministrazioni comunali al volontariato, dai gruppi culturali all’associazionismo cattolico giovanile e non che ancora credono e sono disposti ad impegnarsi in prima persona per riaffermare, con passione e grande entusiasmo, i valori e i principi della straordinaria ed intensa storia del cattolicesimo politico e sociale del nostro paese.

ZONE ECONOMICHE SPECIALI (ZES): OCCASIONE MANCATA PER LO SVILUPPO DEL MEZZOGIORNO?

 

“Le Zone Economiche Speciali si avviano a configurarsi – scrive l’autore – come aree attrattive e dinamiche ma in fin dei conti chiuse, slegate cioè dai più vivaci processi di sviluppo dei loro territori di riferimento ed estranee alle vocazioni produttive proprie del Mezzogiorno”.

 

Andrea Piraino

 

Tra i temi affrontati in un recente convegno internazionale, tenutosi all’Università di Salerno su “Ambiente, sostenibilità e principi costituzionali”, particolare interesse ha suscitato l’argomento delle Zone Economiche Speciali (Zes), istituite nel nostro Paese al fine di favorire la creazione di condizioni vantaggiose per lo sviluppo in alcune zone del Mezzogiorno.

 

L’idea, com’è noto, è nata dalla considerazione che una operazione che riguardi contemporaneamente  20 milioni di abitanti, un terzo del Paese, un’area in ritardo di sviluppo con  l’ esigenza di un saldo occupazionale di circa 3 milioni di nuovi posti di lavoro fosse difficile, se non impossibile, concretizzarla a seguito di un unico piano d’intervento. L’obbiettivo dello sviluppo del Mezzogiorno con le normali forze in campo e con il solo ausilio dello Stato, anche se supportato dall’Unione Europea, non era insomma facilmente raggiungibile, come dimostrava anche l’andamento degli ultimi anni. Da qui l’intuizione che sarebbe stato necessario attrarre investimenti dall’estero e soprattutto che essi dovessero essere indirizzati e concentrati in determinate aree circoscritte, istituendo delle Zone Economiche Speciali come da tempo era avvenuto in Cina ed, in Europa, anche in Polonia, Catalogna ed altri Paesi. In questo modo, come indicavano già alcuni economisti, aree strategiche per lo sviluppo del Mezzogiorno si sarebbero potute trasformare in Territori a Incremento Rapido (Tir) dove agevolare investimenti provenienti dall’esterno dell’area ma anche esistenti al suo interno. Con un risultato di sviluppo, quasi scontato. Lo lasciava prefigurare, questo esito, il fatto che, in generale, le più di 4.000 Zone Economiche Speciali presenti in oltre 130 Paesi concentrati in Asia e nell’area del Pacifico, secondo le stime più recenti, impiegavano ormai oltre 68 milioni e mezzo di lavoratori diretti e producevano un valore aggiunto derivante dagli scambi superiore a 850 miliardi di dollari; e che, nello specifico, in due aree allocate nel Mediterraneo: il porto di Tàngeri in Marocco e la zona franca di Barcellona, si registravano rispettivamente la creazione di 60 mila nuovi posti di lavoro ed un incremento delle esportazioni per oltre 2,6 miliardi di euro e, nell’area catalana, la presenza stabile di oltre cento imprese con più di 6 mila occupati.

 

Da queste premesse, in virtù del decreto-legge n. 91 del 20 giugno 2017 “Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno” (convertito nella legge n. 123 del 3 agosto 2017), nasce in Italia la possibilità di istituire nelle Regioni meno sviluppate o in transizione, e quindi nel Mezzogiorno, le Zone Economiche Speciali. Esse devono essere zone geograficamente delimitate e chiaramente identificate, ricadenti entro i confini dello Stato e costituite da aree anche non in continuità territoriale purché presentino un chiaro nesso economico funzionale. Inoltre, la singola Zona deve fare riferimento e svilupparsi intorno ad un’area portuale che presenti le caratteristiche stabilite dal regolamento n. 1315 dell’11 dicembre 2013 del Parlamento e del Consiglio europeo sugli orientamenti dell’Unione per lo sviluppo della rete transeuropea dei trasporti (TEN-T), in quanto le Zes rappresentano anche un importante strumento per la strategia di rilancio dei porti e delle aree produttive del Mezzogiorno.

 

Per le attività economiche ed imprenditoriali, che esercitano le aziende già operative in queste Zone e quelle che vi si insedierebbero appositamente, è previsto un regime di speciali condizioni in relazione alla natura incrementale degli investimenti e delle attività di sviluppo della singola impresa. Il decreto-legge n. 135 del 14 dicembre 2018 (convertito nella legge n. 12 dell’11 febbraio 2019) ha, infatti, introdotto per le imprese la possibilità di sospendere l’IVA e i dazi doganali per le merci stoccate all’interno di queste aree ed, inoltre, la riduzione di un terzo dei termini per alcuni procedimenti amministrativi: in materia di ambiente, di autorizzazioni paesaggistiche, edilizia, concessioni demaniali portuali, nonché il dimezzamento dei tempi per autorizzazioni, licenze, permessi o concessioni che richiedono pareri, intese e concerti di competenza di più Amministrazioni.

 

Sul piano procedimentale, le proposte di istituzione delle Zes sono presentate dalle Regioni meno sviluppate e in transizione, così come individuate dalla normativa europea, e la loro durata non  dovrà essere inferiore a sette anni e superiore a quattordici, prorogabile fino ad un massimo di ulteriori sette anni, sempre su richiesta delle regioni interessate. Così delineato il modello, le Zes, istituite nel Mezzogiorno, sono state 8: la Zes Campania; la Zes Calabria; la Zes Ionica (interregionale tra Puglia e  Basilicata); la Zes Adriatica (interregionale tra Puglia e Molise); la Zes Sicilia occidentale; la Zes Sicilia orientale; la Zes Abruzzo; la Zes Sardegna. Che, secondo l’obbiettivo della loro nascita, dovrebbero finalmente dare soluzione al problema del ritardo di sviluppo che i territori interessati presentano rispetto alle aree del Nord del Paese, rendendo più efficaci le politiche che hanno maggiore impatto territoriale e riducendo, finalmente,  le disparità esistenti.

 

Solo che, rispetto a questa disciplina, da subito, è emerso un problema. Che la delineata architettura normativa non fosse per nulla il frutto consolidato di una impostazione “teorica unitaria” ma il risultato di un legislatore compulsivo afflitto da tendenza ipertrofica. Basti pensare alle continue innovazioni legislative su temi fondamentali come la governance, i procedimenti amministrativi, le agevolazioni tributarie ed anche alla superficialità della disciplina normativa di altre quistioni come il piano strategico, la non necessarietà della continuità territoriale, la funzionalità dei trasporti e delle altre infrastrutture logistiche.

 

Ed infatti, la normativa sulle Zone Economiche Speciali, prima ancora di essere attuata, è stata fatta subito oggetto di riforma da parte del decreto-legge n. 77 del 31 maggio 2021 (convertito nella legge n. 108 del 29 luglio 2021) che ha raddoppiato il limite massimo del credito di imposta ed ha inserito, nel testo originario del decreto-legge 91/2017, l’art. 5 bis per semplificare il sistema di governance delle Zes e facilitare la cantierabilità degli interventi, nonché l’insediamento di nuove imprese.

 

A questi cambiamenti sono state ulteriormente aggiunte, poi, le ampie modifiche previste dalla riforma del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in ordine alla “semplificazione delle procedure e (al) rafforzamento del ruolo del Commissario nelle Zone Economiche Speciali” per rendere più fluido il sistema di governance delle Zes, ricondotto nella titolarità del Ministero per il Sud e la Coesione territoriale e rafforzato nei poteri del Commissario, reso il principale interlocutore degli attori economici interessati ad investire all’interno del territorio delle Zes ed il titolare dell’autorizzazione unica che conclude la procedura semplificata per l’insediamento dei progetti industriali.

 

Come se tutto ciò non bastasse, ulteriori cambiamenti sono stati introdotti dall’art. 11 del decreto-legge n. 152 del 6 novembre 2021 “Disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e per la prevenzione delle infiltrazioni mafiose” (convertito con modificazioni nella legge n. 233 del 29 dicembre 2021) che: 1) ha dotato il Commissario di una propria struttura composta da 10 unità di personale e della possibilità di disporre anche della collaborazione dell’Agenzia per la Coesione territoriale; 2) ha istituito lo Sportello unico digitale; 3) ha dimezzato i tempi per la celebrazione della Conferenza di servizi  che rilascia l’autorizzazione unica e li ha trasformati in perentori: con il risultato che, trascorso il tempo previsto, l’esito si intende in senso favorevole.

 

E qui alla quistione normativo-regolativa bisogna aggiungere quella economico-finanziaria che vede  assegnate alle Zone Economiche Speciali del Sud un importo di 630 milioni di euro per impieghi infrastrutturali volti ad assicurare un adeguato sviluppo dei collegamenti di queste aree con la rete nazionale dei trasporti, sulla base di una ripartizione che, con il decreto MIMS – Ministero per il Sud n. 492/2021, vede queste risorse assegnate, nella misura di circa 329 milioni di euro, per territorio regionale e per soggetti attuatori che vengono individuati in ANAS, RFI ed Autorità di sistema portuale territorialmente competenti e, nella misura di circa 301 milioni di euro, tra i Commissari straordinari di ciascuna Zes. A queste complessive disponibilità si devono, poi, aggiungere 1,2 miliardi di euro che il PNRR destina agli interventi riguardanti i principali porti del Mezzogiorno ma che funzionalmente sono indirizzati a fertilizzare tutta l’area meridionale e quindi ad efficientare le stesse Zone Economiche Speciali.

 

Detto questo, però, è necessario sottolineare che, poiché le analisi propedeutiche alla loro istituzione spesso si sono limitate ad una rappresentazione dell’economia territoriale esistente senza approfondirne vincoli o elementi propulsivi dello sviluppo, le Zes hanno sicuramente pregiudicato fin dalla nascita il loro potenziale contributo allo sviluppo economico che, privo di una chiara idea dei settori trainanti, difficilmente potrà trovare le condizioni del successo. Senza una chiara strategia di specializzazione delle singole zone, infatti, il rischio di una sovrapposizione tra le stesse non solo si fa concreto ma, addirittura, inevitabile. Precludendo quella che dovrebbe essere la loro vera funzione, che è di instradare le dinamiche di mercato verso gli obbiettivi della programmazione.

 

In altri termini, le Zone Economiche Speciali si avviano a configurarsi come aree attrattive e dinamiche ma in fin dei conti chiuse, slegate cioè dai più vivaci processi di sviluppo dei loro territori di riferimento ed estranee alle vocazioni produttive proprie del Mezzogiorno. Non solo. Ma, se guardate alla luce della sequenza delle risorse assegnate alle varie aree che le costituiscono, le Zes corrono il rischio di essere qualificate come il luogo del trionfo del clientelismo politico al pari di quanto molto spesso è avvenuto con l’elencazione delle opere inserite nei Programmi Operativi Regionali (POR) dei Fondi di Sviluppo e Coesione. E tutto ciò a fronte di un obbiettivo delle Zes che dovrebbe essere mirato essenzialmente al rilancio del Mezzogiorno ed alla riduzione del suo gap produttivo e di sviluppo rispetto alle regioni del Centro-Nord. Mi sembra che ce ne sia abbastanza per essere preoccupati!

ELLY SCHLEIN È ANTICAPITALISTA?

Fontr Sinigagl

 

Farsi unidea su ciò che rappresenta per la nostra civiltà e per la sopravvivenza della classe media, e in definitiva per la tenuta della democrazia, il tema di un nuovo modello di sviluppo, nel senso in cui è posto nel programma di Elly Schlein, significa innanzitutto chiarire per quale modello di società noi Popolari intendiamo impegnarci.

 

Giuseppe Davicino

 

L’invito alla discussione, fatto da Lucio D’Ubaldo su una nota rete sociale, sul programma di Elly Schlein, candidata alla segreteria del Partito Democratico, merita, a mio avviso, di esser raccolto perché ci aiuta a fare luce su quale sia la prospettiva da perseguire per i Popolari. Non, beninteso, nelle scelte contingenti di posizionamento riguardo alla fase congressuale del Pd o riguardo al Centro, bensì rispetto alla strategia di fondo.

 

Se il nuovo modello di sviluppo, si domanda D’Ubaldo, è il cuore del programma di Schlein, come valutare questo suo programma? Come un tentativo di rispolverare l’armamentario anticapitalista per ricompattare la sinistra oppure come un sostegno agli obiettivi che il capitalismo di ultima generazione intende perseguire? Chiaramente nell’idea di nuovo modello di sviluppo c’è una base di buonsenso sulla quale la convergenza non può che essere universale e bipartisan. Pensiamo a temi come l’economia circolare, la cultura del recupero contro lo spreco, la preferenza per la ristrutturazione degli edifici esistenti rispetto a nuovo consumo di suolo, il sostegno alle fonti di energia rinnovabili, le nuove opportunità date dall’economia digitale.

 

Il problema nasce, a mio avviso, quando l’ideologia prende il sopravvento sulla realtà e strumentalizza obiettivi in sé giusti per imporre un modello di società strutturalmente ingiusto, smaccatamente sbilanciato in favore degli interessi dello zero virgola qualcosa della popolazione mondiale. Infatti ciò che fa la differenza nel declinare il progetto di un nuovo modello di sviluppo, e che può renderlo auspicabile oppure distopico (come tutti i progetti di mondo nuovo nella storia, inflitti sulle persone senza un sufficiente consenso), è l’impatto sulla popolazione, sia in termini di tenore di vita che in termini di libertà e di rispetto degli altri diritti inalienabili.

 

La visione di nuovo modello di sviluppo definita dall’alto, alla quale Schlein sembra rifarsi in toto, così come impone il politicamente corretto, vera bussola della sinistra attuale e principale causa della sua crisi, risulta del tutto compatibile con l’impostazione di quello che si può definire, usando l’espressione coniata da Shoshana Zuboff, come il capitalismo della sorveglianza. Per cui, da questo punto di vista non solo la candidata a segretario del Pd non appare anticapitalista ma appare addirittura più in sintonia con gli scopi del grande capitale, in compagnia di Sinistra Italiana, Verdi, Radicali e Cinque Stelle, di quanto lo sia Enrico Letta (che dopotutto nella sua vita precedente è stato un popolare…) e di quanto lo sia la base del partito che aspira a guidare.

 

Stabilito ciò, dovrebbe risultare più chiaro verso quali questioni indirizzare la critica da un punto di vista popolare. Realizzare il nuovo modello di sviluppo procedendo a tappe forzate, sulla base di piani pluriennali o pluridecennali che non tengono in dovuto conto le novità e gli imprevisti della storia, le conquiste scientifiche e tecnologiche imprevedibili di qui a venti-trent’anni, e senza la ricerca di un necessario consenso ma procedendo con l’estensione e l’inasprimento di divieti e di multe, facendo salire alle stelle i prezzi dei beni di cui si vuole privare la popolazione, non le élites (come i mezzi per la mobilità individuale, l’alimentazione con prodotti tradizionali e del territorio in favore degli insetti e dei cibi sintetici, i carburanti di origine fossile senza aver prima fornito un’alternativa accessibile ai bisogni di popolo di energia) sta assestando dei danni incalcolabili all’economia e al tenore di vita delle classi intermedie, e concorre a indebolire la fiducia dei cittadini nella democrazia.

 

Se poi tali obiettivi si incrociano con le possibilità dischiuse dalle tecnologie digitali, si aprono scenari inediti ma prossimi, di cui non possiamo non occuparci. Lo stato etico è sull’uscio di casa. E dispone di inauditi mezzi di sorveglianza e di condizionamento tali da piegare la libertà delle persone, ridotte a numeri e codici digitali, ai fini che vuole imporre.

La superficialità con la quale le attuali forze di opposizione affrontano il tema dell’uso del  contante, rivela l’impreparazione a governare le profonde trasformazioni in corso e appare disarmante rispetto alla velocità con la quale chi detiene le redini del potere in Occidente, ci sta portando verso il sistema dei crediti sociali ovvero dei diritti concessi a punti.

 

Dobbiamo esser grati a Elly Schlein se non altro per la chiarezza con la quale intende collocare la sinistra a sostegno dell’agenda del capitalismo di nuova generazione. Un progetto che vede nel declino della classe media occidentale anziché un cataclisma per la democrazia da scongiurare, un’opportunità per accentrare ancora più la ricchezza in poche mani, instaurando di fatto una sorta di comunismo dei miliardari che trasferisce ricchezza dai moltissimi che hanno poco ai pochissimi che sono già ricchissimi rendendoli ancor più ricchi e potenti. Questo tipo di sinistra intende rispondere alla nuova questione sociale, con una illusoria scorciatoia, attraverso un regime di sorveglianza digitale, che appare speculare alla semplificazione perseguita dalla destra che è quella di rispondere alla crisi sociale con l’autoritarismo politico e istituzionale.

 

Farsi un’idea su ciò che rappresenta per la nostra civiltà e per la sopravvivenza della classe media, e in definitiva per la tenuta della democrazia, il tema di un nuovo modello di sviluppo, nel senso in cui è posto nel programma di Elly Schlein (e non solo lì), significa innanzitutto chiarire per quale modello di società noi Popolari intendiamo impegnarci e quale tipo di reputazione intendiamo conseguire presso i ceti popolari e lavoratori. Ma soprattutto significa interrogarci su quale contributo possiamo dare per fare in modo che gli enormi ed epocali cambiamenti in atto che producono effetti negativi sulla gran parte della popolazione, possano esser governati senza correre quei rischi di involuzione democratica che purtroppo la storia ci ha insegnato esser possibili.

EVASIONI: LE SANTE FESTE AUTORIZZANO A FARVI RICORSO, INVECE LA POLITICA OBBLIGA A CAPIRNE LE CONSEGUENZE.

MODULISTICA CONTRIBUTI F24 F 24 SEMPLIFICATO MODELLO DI PAGAMENTO UNIFICATO TASSE

 

“Anche le discussioni attorno alla legge di bilancio – si legge nell’articolo – hanno toccato il sostanziale tema, in una democrazia, relativo al dovere di pagare le tasse. È nota la richiesta di cittadini e di forze politiche di abbassarle, ma queste sono pesanti” solo per i cittadini fedeli. La maggior parte, invece, evade o elude lobbligo costituzionale di solidarietà”.

 

Mariapia Garavaglia

 

“Menomale, un po’ di evasione” mi è stato detto, in vista delle festività. Penso che sia vera la necessità di alleggerire almeno un po’ la tensione, anche sociale, non solo individuale, che dura da tempo: pandemia, guerra e difficoltà economica. Purtroppo ce n’è bisogno, ma la gran parte dei nostri concittadini non riusciranno a sentirsi tranquilli e senza ansia per il futuro.

 

Si può evadere dal carcere, da un territorio delimitato, da pensieri oppressivi, ecc. Evasione e fuga sembrano anche sinonimi, ma non sempre. Sperimentiamo che sono molte le persone che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalle catastrofi. Purtroppo si dice evasione anche dalle responsabilità, evasione dai doveri ma anche evasioni ai diritti. Perciò evasione mi suggerisce un significato che ha a che fare con una dura realtà: la evasione delle tasse. Si tratta di comportamenti che ledono la armonia sociale e che vengono superati solo dalla condivisione e dalla consapevolezza che “siamo tutti sulla stessa barca” (Papa Francesco).

 

Anche le discussioni attorno alla legge di bilancio hanno toccato il sostanziale tema, in una democrazia, relativo al dovere di pagare le tasse. È nota la richiesta di cittadini e di forze politiche di abbassarle, ma queste sono “pesanti” solo per i cittadini fedeli. La maggior parte, invece, evade o elude l’obbligo costituzionale di solidarietà, a sostenere con il proprio contributo tutti i servizi che lo Stato eroga per il funzionamento delle istituzioni, per le prestazioni sanitarie, scolastiche, infrastrutturali, ecc. Non contribuire con il proprio impegno alla fiscalità generale coincide anche con una minore attenzione a quei beni che sono pubblici, vale a dire di tutti, ma vengono considerati di nessuno! In tal modo si trattano male le strutture scolastiche, i muri delle abitazioni con imbrattamenti, i marciapiedi con ogni rifiuto gettato a terra ecc. Infatti solo ciò che viene pagato viene percepito come un acquisto personale, che costa e che va custodito.

 

Ritengo che nelle sedi e nelle agenzie educative si debba insistere su quei comportamenti di civismo che rispettino la dignità individuale ed anche gli ambienti di vita e di lavoro. Considero un vero “peccato sociale” approfittare dei pagamenti in nero da parte di coloro che invece, soprattutto se lavoratori dipendenti, non hanno la possibile di contare su somme importanti di liquidi. Credo quindi che il limite di 5 mila euro in contanti non sia nella possibilità di questi ultimi e dei… poveri. Semmai proprio per non tagliare il Sistema Sanitario Nazionale, il diritto allo studio e il reddito di sostegno ai meno capienti, si esiga una lotta senza quartiere alla evasione. Il governo in carica sostiene di aver dovuto affrontare una manovra in tempi stretti e con ristrettezza di fondi. Potrebbe valutare l’ammontare del mancato introito da parte della Agenzia delle Entrate per poter contare su un notevole budget. Pagare meno, pagare tutti è uno slogan caduto in disuso; eppure per le forze sociali questa sarebbe una battaglia valoriale sulla giustizia distributiva. Per creare lavoro servono imprese solide e aiutate anche fiscalmente invece di valorizzare la finanziarizzazione delle risorse che aumentano il plusvalore di pochi a svantaggio di molti.

 

Mi stupisce che soprattutto i partiti di centro sinistra non colleghino gli interessi della produzione con quelli dei lavoratori, in una sintesi di solidarietà creativa, che renda effettiva la battaglia contro le diseguaglianze che, oggi – Istat, Censis e comune sentire – denunciano essere in aggravamento. Per tutti noi cittadini sono tante le occasioni in cui possiamo trascurare o addirittura fuggire da assunzioni di responsabilità e ciò non aiuta a raggiungere quel sentimento che stiamo inseguendo, tutti, di un vissuto civile che allenti paure e incertezze riguardo al futuro. Il contrario delle varie forme di evasione è un unico rimedio: la generosità.

 

Le festività facciano assaporare, almeno un po’, questa atmosfera.

A PARTIRE DAL DIALOGO. RIFLESSIONI SU UN SAGGIO DI SERGIO COTTA.

 

“Lesigenza di elaborare una teoria filosofica della pace nasce dalla constatazione di quanto sia ormai indispensabile mettere a tema e sottoporre a critica severa un aspetto della filosofia moderna e contemporanea che sorvola sulle ragioni teoriche che spiegano le relazioni di coesistenza sociale in nome della pace”.

 

Flavio Felice

 

Immersi come siamo nel dramma quotidiano della guerra, credo che il confronto teorico tra una “filosofia della guerra” ed una “filosofia della pace” rappresenti quanto di meglio la filosofia e la teoria politica oggi possano offrire al dibattito pubblico. La Morcelliana ha recentemente ripubblicato il saggio di Sergio Cotta del 1989, Dalla guerra alla pace, mentre Rubbettino ha pubblicato la raccolta, sempre di Cotta, Scritti storicopolitici, a cura di M.S. Birtolo, D. Galimberti, A. Landolfi, A. Zarlenga, con prefazione di Lorenzo Scillitani.

 

L’itinerario filosofico tracciato da Cotta prende avvio dalla pace e conduce alla pace, nella convinzione che «in principio è il Logos», ovvero la dimensione dialogica delle relazionalità, piuttosto che il Polemos della tradizione eraclitea. E proprio nel frammento di Eraclito, Cotta intravede il punto di congiunzione di due filoni del pensiero moderno: la linea di pensiero Machiavelli, Hobbes, Spinoza, secondo la quale la guerra avrebbe un fondamento antropologico: «in principio è la guerra»; e quella che da Humboldt giunge a Giovanni Gentile, passando per Hegel, che invece teorizza il valore vitale della guerra. L’esigenza di elaborare una teoria filosofica della pace nasce dalla constatazione di quanto sia ormai indispensabile mettere a tema e sottoporre a critica severa un aspetto della filosofia moderna e contemporanea che sorvola sulle ragioni teoriche che spiegano le relazioni di coesistenza sociale in nome della pace. In pratica, Cotta contesta l’idea che la pace sia in primo luogo una questione di ordine pratico, nel senso di operativo; Cotta non esclude la pratica dell’institution building e del peace research, non intende sostituire l’arte della politica con la teoresi filosofica, piuttosto considera l’azione politica e la ricerca filosofica due piani paralleli e complementari.

 

Qui entra in scena la lezione di Sant’Agostino e l’idea di socialità come dialogicità. In tal modo, afferma Cotta, Agostino intraprende un cammino che gli consentirà di tematizzare la pace come primum antropologico e non come derivato della politica. Il compito della politica, tutt’altro che sovrano, è servire e nutrire la tranquillitas ordinis nella quale possa fiorire tale attitudine originaria e sarà questa la posizione che secoli dopo assumerà anche Luigi Sturzo nel negare il primato della politica e nel dichiarare fuorilegge la guerra. In pratica, Agostino afferma che senza la pace «nulla sarebbe», di conseguenza, la pace è la condizione stessa della vita.

 

Un ulteriore argomento a favore della tesi sulla originarietà della pace è rinvenuto da Cotta nella tesi di Emmanuel Lévinas. In Totalité et infini afferma che la guerra spezza «la continuità delle persone» e rende di conseguenza «derisoria» qualsiasi morale, in nome di un male inteso realismo politico. La realtà, a dispetto della realpolitik così ammantata di ragion di Stato, è che l’essere dell’uomo si caratterizza quale «un essere per l’altro», in opposizione alla prospettiva antropologica dell’ontologia della soggettività isolata hobbesiana, del pessimismo antropologico di Machiavelli ovvero dell’ontologia della «ragione impersonale che si realizza nella storia» di Hegel.

 

Un autentico realismo ci insegna che, così come la morte appartiene alla vita, in quanto immanente alle sue pulsioni, ai pensieri e alle attività umane, così la pace e la guerra si rincorrono e tendono a negarsi a vicenda. La guerra non è un assoluto, così come non lo è la pace, sono entrambe manifestazioni dell’umano: la proiezione della tensione che alberga nel cuore di ciascuna persona, secondo la suggestiva narrazione di Agostino che distingue la civitas Dei dalla civitas hominum, con i relativi “amori” che le caratterizzano.

 

Se con Agostino possiamo affermare che «in quanto è razionale l’essere è pace», comprendiamo che il processo di autocomprensione dell’io passa per la conoscenza dell’altro, al punto che l’altro è indispensabile alla conoscenza dell’io e rivela l’assurdo della posizione storicista-dialettica che, affermando la guerra come principio vitale, nega la relazionalità ontologica dell’uomo e rende incomprensibile l’uomo all’uomo.

 

Spogliata del suo carattere naturale, la guerra viene ricondotta a ciò che concretamente è: la negazione dell’essere e, per il cristiano, la vanificazione della creazione. Non è un caso che nella celebre allegoria del Buongoverno di Siena, la cui immagine appare sulla copertina del saggio Dalla guerra alla pace, la personificazione della pace occupi il centro della scena e che nel giuramento pronunciato dai reggenti della città, in occasione del loro insediamento, venisse enunciato in maniera diretta il compito che avrebbero assunto, impegnandosi a conservare la città di Siena «in bona pace et concordia».

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 5 dicembre 2022

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del quotidiano della Santa Sede)

 

 

Flavio Felice
Ordinario di Storia delle dottrine politiche, Università del Molise.

IL RUGGITO DELLA DESTRA: A BANKITALIA NON È CONSENTITO FARE CRITICHE. MA COSA HA DETTO REALMENTE BALASSONE?

 

Fabrizio Balassone, Capo del Servizio Struttura economica della Banca dItalia, ha tenuto l’audizione preliminare all’esame della manovra economica davanti alle Commissioni riunite V della Camera dei Deputati (Bilancio, Tesoro e Programmazione) e V del Senato della Repubblica (Programmazione economica e bilancio).

Il governo, come mai avvenuto in passato, ha contestato duramente la posizione assunta da Via Nazionale – in questo caso sulla questione del denaro contante –  anche se poi, per bocca del sottosegretario Fazzolari, braccio destro della Meloni, ha precisato che non è in discussione l’autonomia dell’Istituto centrale.

Di seguito riportiamo le conclusioni di Balassone, rinviando al link in fondo alla pagina per la lettura integrale della relazione.

 

Redazione

 

Nel difficile contesto attuale la politica di bilancio si trova a conciliare due esigenze: sostenere le famiglie e le imprese a fronte dello shock energetico e consolidare la fiducia di risparmiatori e investitori, creando così le premesse per la crescita dell’economia. Proseguire nel sentiero di riduzione del peso del debito pubblico è necessario per riportare le condizioni finanziarie del Paese in linea con quelle dei principali paesi dell’area euro.

 

Anche per il livello già molto elevato del debito pubblico in rapporto al prodotto, gli spazi per una politica espansiva sono molto limitati. D’altro canto un impulso significativo alla crescita economica verrà dalla realizzazione degli interventi previsti dal PNRR, in parte senza costi immediati per il bilancio (per i trasferimenti), in parte con costi inferiori a quelli di mercato (per i prestiti).

 

In linea con i ristretti margini di manovra, il disegno di legge di bilancio prevede un aumento del disavanzo rispetto al suo valore tendenziale quasi esclusivamente per gli interventi a sostegno di famiglie e imprese connessi con l’emergenza energetica. Tali misure tuttavia riguardano solo il primo trimestre del 2023: qualora gli effetti dello shock energetico dovessero proseguire anche nei trimestri successivi le eventuali nuove misure dovrebbero rimanere di natura temporanea ed essere prioritariamente finanziate ricorrendo a risparmi di spesa o a maggiori entrate. Si potrebbe compiere uno sforzo ulteriore per renderle ancora più mirate e selettive.

 

Le misure non connesse con l’emergenza energetica, che trovano copertura in risparmi di spesa e aumenti di entrate, hanno comunque una dimensione non trascurabile, con effetti netti non necessariamente nulli sul prodotto e sulla distribuzione del reddito. Alcuni di questi interventi presentano aspetti critici che la Banca d’Italia ha più volte segnalato in passato con riferimento a misure analoghe: la discrepanza di trattamento tributario tra lavoratori dipendenti e autonomi (e, all’interno di questi ultimi, tra contribuenti soggetti al regime forfetario e contribuenti esclusi) risulta accresciuta; le disposizioni in materia di pagamenti in contante e l’introduzione di alcuni istituti che riducono l’onere tributario per i contribuenti non in regola rischiano di entrare in contrasto con la spinta alla modernizzazione del Paese che anima il Piano nazionale di ripresa e resilienza e con l’esigenza di continuare a ridurre l’evasione fiscale.

 

Per leggere la relazione integrale

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2022/Balassone_05122022.pdf

FORSE IL CENSIS S’È SBAGLIATO, IL POPULISMO RESTA VIVO E VEGETO. MA QUAL È LA NOZIONE DI ‘POPOLO’?

 

C’è da dire che “la nozione di popolo – sostiene l’autore – per Bergoglio è altra, ma altra cosa da quella di La Russa e di tutti i populisti in pectore. Per Bergoglio e con la sua “Teologia del popolo” – come chiarisce bene Lino Prenna nel suo libro “Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco” (e di Sturzo), che bisogna per forza leggere – il popolo non è per niente lotta di classe e conflitto fra opposti”.

 

Nino Labate

 

La stampa non ne ha parlato molto. E se ne ha parlato è stato solo perché si è trattato del vice di Mattarella che, per la carica ricoperta, dovrebbe essere super partes. Invece, appena un paio di giorni fa ha partecipato e si è schierato a Catania con la Festa Tricolore – una festa voluta a suo tempo dal Msi – e al suo solito polemizzando  ad alta voce e col dito indice della mano destra alzato, come usa oggi, attaccando  violentemente sia il Sindacato sia la Confindustria: si sono permessi, guarda tu, di  criticare la Manovra finanziaria. E fin qui niente di male, perché libero di farlo. Cosi come erano liberi di criticare la Manovra, appunto, Sindacati e  Confindustria.

 

Ma se c’era da assistere a una brevissima lezione seria, sintetica sul significato e sulla nozione di populismo, quello che ancora si trascina stanco in Italia, ci ha pensato nella circostanza proprio Ignazio La Russa: “(…) noi non siamo al servizio di nessuno, se non del popolo italiano e questo vuol dire equilibrio…”. Parole che sembrano un vero polpettone acido a base di limone e aceto. Senza distinguere e senza specificare cosa si nascondesse in quel “nessuno”, criticando si, ma senza prendere le distanze e senza scegliere tra l’eventuale diavolo e l’eventuale acqua santa. Che in questo caso, come si e detto, risultano essere nel suo velato intento Confindustria e Sindacati, visto che non si sono riconosciuti nella Manovra finanziaria. Pensiamola come vogliamo, ma Sindacati e Confindustria sono corpi intermedi significativi della nostra Costituzione liberale, del nostro sistema socioeconomico e del nostro Welfare. Che però, quel particolare popolo italiano unico, compatto e indistruttibile che intende La Russa, non ne avrebbe  bisogno! Questo (suo) popolo, a cui si rivolge, in rapporto diretto col Governo e col “noi”, basta e avanza. Altre scocciature di mezzo non ne occorrono.

 

C’è solo da dire, per passare a cose molto più serie, che la nozione di popolo per Bergoglio è altra, ma altra cosa da quella di La Russa e di tutti i populisti in pectore. Per Bergoglio e con la sua “Teologia del popolo” – come chiarisce bene Lino Prenna nel suo libro “Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco” (e di Sturzo), che bisogna per forza leggere – il popolo non è per niente lotta di classe e conflitto fra opposti. È un popolo antropologicamente diversificato ma unito da una sapienza comune, che esprime “…la storia, e la cultura del paese, intendendo per  cultura la mentalità diffusa e il sentire comune” –  così Giannino Piana,  che assieme a Giorgio Vecchio e Matteo Truffelli, recensisce  bene il libro di Prenna sul numero 2/2022 di “Appunti di cultura e Politica”, periodico dell’Associazione “Città dell’uomo”.  

 

Per La Russa invece il popolo è un gruppo sociale omogeneo e compatto. Uno e uno solo. Che bisogna servire. Un gruppo unico, come quello di Grillo. E non solo di Grillo. Un popolo inteso come solitario e confuso blocco soltanto sociale, in rapporto diretto con il (suo) Governo del Paese e, caso mai, con il solo (suo) partito ben nascosti dal “noi”. E quando si è al servizio di questo unico, compatto e indistinto  popolo, significa raggiungere il top dell’equilibrio.

 

Nel vocabolario di La Russa, come si vede, il pluralismo sociale, culturale e politico non esiste. Una tragica idea autoritaria e centralistica della destra storica. Forse la stessa idea presidenzialistica di Giorgio Almirante, ripresa oggi dalla Meloni, e su cui conviene tenere gli occhi ben aperti, anche perché vecchio tema del populismo littorio.  La Russa non si rivolge ai suoi elettori o ai suoi potenziali elettori. No! Si rivolge al popolo italiano (tutto) perché sia i Sindacati quanto la Confindustria non sono popolo, ma sono lontani dalla sua idea di  popolo. È solo augurabile che non ci sia di mezzo anche la razza!

 

Ce allora da dire che per La Russa, come si vede, non esiste neanche la parola mediazione: caratteristica  centrale del cattolicesimo democratico del Novecento, ormai in disuso di fronte all’emergere del politico come alternativa tra amico e nemico. Una mediazione, come ricorda Lino Prenna – e tocca per forza dirlo – radice ideale e fondamento culturale e politico dei “compromessi storici” e delle “…convergenze parallele”. Del buon governo orientato al bene di tutti e che tiene conto delle diverse proposte in campo; pensiero e prassi politica messi in luce dalla Democrazia cristiana storica in tempi insospettabili di contrapposizioni “murate”, in cui era tuttavia possibile mediare tra proposte diverse e idee diverse ben sapendo che non si era di fronte ad un unico e roccioso popolo inteso come mix indistinto e confuso tra ricchi e poveri,  primi e ultimi, sfamati e affamati, garantiti e non garantiti. Le diversità rimanevano e si continuavano a  rappresentare. E non c’era un pensiero unico, perché la forte dialettica partitica era viva e vegeta: di fronte non si aveva un popolo compatto e supposto unito in un solo blocco, semmai diversi  “popoli” – mi si consenta la forzatura del plurale – di diversi territori; diverse  classi sociali e ceti; diversi interessi e attese. Diversi a partire dalla cultura delle irrinunciabili dimensioni locali e comunali con i loro mondi vitali, da La Russa dimenticati. E diversi nei dialetti e nei costumi, ma a tutti uniti al fondo della loro coscienza conoscitiva. 

 

Insomma, non era un solo popolo – unico, solido e compatto – a cui ci si rivolgeva, piuttosto a “popolazioni” piccole sì ma differenti, pronte a diventare un’entità unica soltanto quando facevano il salto nella fede. Chissà cosa ne pensa la sua cara amica Meloni alle prese con questioni più serie e più “s-quilibrate”, che hanno però da fare i conti con una pluralità di blocchi sociali con interessi e attese diversi, aspettative e speranze diverse, e anche domande diverse, di cui proprio la Manovra finanziaria è una significativa dimostrazione. Resta il fatto che la sua, in ogni caso, è una vera lezione di populismo oratorio. Fa capire anche ai bambini il  linguaggio del populismo,  capace di far presa e convincere strati di opinione pubblica in preda alla paura.  E tutto questo, proprio mentre il Censis nel suo ultimo Rapporto, avverte e sottolinea che in Italia il populismo è in crisi  e che siamo entrati in un periodo di post populismo. Pazienza!

 

Ripeto. C’è però Lino Prenna che nel suo libro chiarisce bene cosa sia il popolo per il mondo cattolico e per Papa Francesco. E cosa possa essere un nuovo popolarismo, che per Prenna non è un partito, ma caso mai una filosofia politica prepartica e una weltanshaung della persona, con i suoi diritti umani. Pur riconoscendo la legittimità democratica di un pluralismo politico, Prenna rimane però convinto che in un mare magnum di partiti e partitini ormai personalizzati, centristi, moderati e quant’altro, tutti nelle mani del leader di turno solitario e senza squadra, quella che occorre alimentare e non fare disperdere è proprio la cultura cattolico democratica e popolare. Ed è anche, perché no, la nozione di popolo: quella però che intende Bergoglio.

ANCORA SUL CASO MORO RACCONTATO DA “ESTERNO NOTTE”. RIFLESSIONE DI GIOVAGNOLI SU “VITA E PENSIERO”.

 

La fiction di Bellocchio – scrive l’autore – “descrive in modo grottesco i protagonisti democristiani e in modo scialbo i terroristi del caso Moro”. Non c’è molta verità, né negli uni né negli altri”.

 

Agostino Giovagnoli

 

Il rapimento e lassassinio dello statista democristiano Aldo Moro hanno segnato la coscienza e linconscio degli italiani. Si sono impressi nella memoria collettiva e hanno suscitato suggestioni profonde. Sono diventati eventi di grande potenza simbolica. Il cinema non poteva restare insensibile a tutto questo. Esterno notte, trasmesso anche dalla Rai, è l’ultimo di una serie di film e di fiction dedicati al “caso Moro”. Va detto subito che i film che ne sono scaturiti non rispettano la verità storica ed è naturale che sia così: ai film si chiede una verità cinematografica come ai romanzi una verità letteraria. Una verità cioè che non segue fedelmente i fatti, ma che coglie – possibilmente in profondità – tratti importanti dell’esperienza umana. Ma non è questo il caso.

 

Esterno Notte descrive in modo grottesco i protagonisti democristiani e in modo scialbo i terroristi del caso Moro”. Non c’è molta verità, né negli uni né negli altri. Riprende una narrazione nata prima di questa vicenda, quando, dopo il referendum sul divorzio, a metà degli anni Settanta è esplosa la “questione democristiana”: per una parte del mondo politico-culturale la Dc, anche se continuava ad avere più di un terzo dei voti degli italiani, non era più legittimata a governare. In un’Italia diventata moderna, si diceva, la Dc è un residuo di un passato ormai superato. Il partito cattolico era il vero responsabile di tutti gli scandali e le violenze di quegli anni: anche se non c’erano prove che lo dimostrassero, “io so”, scriveva Pasolini, e tanto bastava.

 

In questo clima ha preso corpo una narrazione che Leonardo Sciascia ha raccontato per primo. È di Sciascia infatti Todo modo, da cui Elio Petri ha tratto un film nel 1976. Quest’opera racconta un’assemblea dei dirigenti politici, tutti corrotti e ipocriti, attaccati al potere e super arroganti. In questo consesso avvengono una serie di omicidi, il cui autore è necessariamente tra di loro. Si tratta di una rappresentazione della realtà in chiave di farsa in cui dominano le atmosfere cupe. Il riferimento di tutto ciò alla Dc era voluto e plateale. Questa chiave narrativa è diventata usuale per rappresentare la Democrazia Cristiana e più in generale la politica della Prima repubblica. È stata ripresa spesso anche per raccontare la vicenda Moro, quale vittima dei comportamenti torbidi e assassini dei suoi colleghi democristiani. In questo storytelling non c’è molto spazio per i terroristi delle Brigate Rosse, cui infatti viene riservato un ruolo marginale e le cui fisionomie appaiono sfocate. I veri colpevoli, infatti, sono i compagni di partito del leader della Dc. Il racconto della vicenda Moro ancor oggi dominante è stato insomma confezionato prima che accadesse e senza riferimento alla realtà del rapimento e dell’assassinio dello statista democristiano. Esterno notte non fa eccezione.

 

Questo è uno dei casi in cui la realtà supera la fantasia. Perché la fantasia cinematografica e letteraria non ha avuto fino ad oggi il coraggio di svincolarsi dai binari del cliché Sciascia. La verità del caso Moro non è stata ancora raccontata perché per farlo occorrerebbe prima liberare l’ex presidente della Fuci da questa falsa narrazione, che è diventata in questi anni una sorta di verità ufficiale, impossibile da contestare perché fin dall’inizio svincolata dalla realtà.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-le-ferite-aperte-del-caso-moro-6048.html

 

 

 

Agostino Giovagnoli

Agostino Giovagnoli è ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si è occupato tra laltro dei rapporti tra Stato e Chiesa e di storia della Chiesa nel XIX e XX secolo. Fra le sue opere recenti: “Storia e globalizzazione”, Roma-Bari 2003; “Chiesa cattolica e mondo cinese tra colonialismo ed evangelizzazione (1840-1911)”, Roma 2005; “Chiesa e democrazia. La lezione di Pietro Scoppola”, Bologna 2011.

UN PPI “RADICALE”? PROVIAMO A PORTARE SCOMPIGLIO CON LE NOSTRE IDEE, RILANCIANDO IL POPOLARISMO.

 

E se auspice la Fondazione dei Popolari si ripartisse con “Il Popolo”? E se dessimo di nuovo vita al Partito Popolare Italiano (Ppi) e ci organizzassimo come facevano – anzi fanno tuttora – al Partito Radicale per una nostra battaglia delle idee? Le carte in regola le abbiamo, per fare battaglia politica. E come i radicali non mi porrei il problema di andare alle elezioni. Anzi. Proprio per garantire di far cambiare l’agenda politica dobbiamo evitarlo. E dobbiamo portare “scompiglio” politico ed ideale, in tutte le parti politiche, permettendo la “doppia tessera”. Io starò nel Pd e nel Ppi. E nel Pd porterò i temi del Ppi.

 

Roberto Di Giovan Paolo

 

Sono tra coloro che son “sospesi”. Ovvero tra coloro che scelsero il percorso Ppi, Margherita, Partito Democratico. Convinto dalle scelte dei Popolari al Convegno di Chianciano e dalle relazioni di Orvieto (Scoppola, Gualtieri, Vassallo) nonché dal Manifesto dei Democratici che oggi un comitato ridondante e pomposo dovrebbe solo spiegarci come attuare, più che tentare di riscrivere sulla base delle divisioni pseudocorrentizie del momento (lasciamo perdere le correnti politiche di un tempo, con una loro storia e una linea politico-culturale…una rivista di dibattito: erano altra cosa).

 

Ho fatto questo percorso sempre con convinzione ma mai pensando che altri amici che venivano dalla mia stessa storia e hanno scelto traiettorie diverse fossero in errore e io sempre nel giusto; l’ho fatto, cioè, praticando il dubbio e rispettando gli avversari, con convinzione. Ed è il motivo per cui credo sia giusto per chi ha fatto le mie stesse scelte andare fino in fondo a questo Congresso del Pd e verificare se esistono le condizioni per garantire, non solo a noi – questo dovrebbe essere l’alto compito del comitato di oltre 90 persone – ma al Paese, una forza politica capace di farlo progredire (progressisti perciò) e di saper proporre un’alternativa realistica (parlando quindi al Paese tutto) e quindi puntando a vincere le elezioni per andare al Governo, non solo a soddisfare i propri istinti valoriali contentandosi di una “bella battaglia” (m’hanno “fatto nero” ma quante gliene ho date…).

 

Questo era proprio il motivo per cui il Partito Comunista Italiano aveva cominciato a sviluppare una “cultura di governo”: saper comprendere che governare non è tradire le masse, anzi al contrario…tradire le masse e i propri elettori è sfiancarli in rivendicazioni che non si vuole portare al confronto e alla mediazione politica conseguente. In politica non si vince “tutto o niente” e anzi, proprio la mentalità da gioco a somma zero, è uno dei  motivi che oggi minano anche democrazie gloriose come gli Usa dove molti scienziati della politica si rendono conto di quanto la sfida “mortale” tra due soli partiti abbia eliminato le sacche di democrazia interne a Democratici e Repubblicani (pensate ad un Johnson rispetto a Kennedy oppure a un Bush padre rispetto a Trump). E in ogni caso oggi in Italia, complice una legge elettorale pessima, e vari cedimenti al populismo come la diminuzione dei parlamentari e della loro rappresentanza territoriale, abbiamo vari poli e non solamente due coalizioni, e ci dobbiamo fare i conti.

 

Tornando al Pd ecco allora che il problema principe non è se sopravviverà la mia cultura, ma anche se sopravviveranno in generale tutte le culture politiche che lo hanno generato, pur con le loro contraddizioni e dubbi, per cedere ad un pragmatismo, moderato o radicale poi conta poco, che rischia di far retrocedere il Pd ad una sorta di bric-à-brac della politica del “presenteismo” attuale.

 

Il rischio, lo chiarisco ulteriormente, non è che venga a mancare la cultura cattolico democratica con il suo apporto di riflessione su persona e comunità, la cultura della mediazione alta e delle alleanze, ma anche le altre culture, compresa quella comunista del Pci, dal momento che già Ingrao e il suo “campo largo” sono maldestramente interpretati con l’idea di un accordo con Conte e così sia…Oppure, appunto, la cultura di governo che ricordavo prima, ovvero quella di chi nel Pci riteneva che ogni passo in più sindacale o politico della democrazia fosse una garanzia in più per le classi (si diceva così allora) che erano escluse dalle decisioni. C’era confronto e sfida con il popolarismo ovviamente, ma il senso di dover fare i conti con il popolo, ovvero con la necessità di “educarlo” alla democrazia, di dare diritti e conseguenti doveri, era un terreno anche di scontro ma comune.

 

Ora, se vince un Pd “carino, educato, da talk show” capace solo di parlare di attualità e malato di protagonismi personali e di una sorta di “populismo buono”, il Manifesto e il convegno di Orvieto vengono azzerati di fatto, per tutti, non solo per i Popolari. E dunque la questione non è avere un candidato “nostro”, ma di avere un partito “nostro”, per chi ci ha investito tempo e voglia di andare oltre l’Ulivo.

 

L’impressione però è che questa consapevolezza non ci sia, e anzi alcuni puntino proprio a sfasciare il Partito democratico, chi per nostalgia, chi per  disorientamento e confusione, chi immaginando cinicamente (per le categorie più deboli che dovrebbe rappresentare) che una bella sinistra al 30 per cento ( arrivarci eh…) ti dia maggiore tranquillità: puoi comiziare come vuoi folle osannanti, con la sicurezza che tanto poi non dovrai mai “sporcarti” le mani con il governo di qualsivoglia istituzione. Io spero di no, ma intravvedo il piano inclinato. Peraltro in una situazione generale che potrebbe tendere al Presidenzialismo, che diverrebbe in ogni caso un elemento fondante di nuova legge elettorale, e sistema nuovo di relazioni con il popolo (populismo al picco possibile…)

 

E allora noi che veniamo dal Ppi e abbiamo fatto questa strada?

 

Noi siamo cresciuti in una cultura che sa dare battaglia, non si convince per approssimazioni dialettiche e rimane spesso a fare anche la minoranza quando serve. E tuttavia, se consideriamo anche la vicenda del Terzo Polo ci troviamo di fronte ad un quadro asfittico: una sorta di Pri-Pli, ma senza i La Malfa e i Malagodi. Un centro che teme la presenza del cattolicesimo democratico e tutto attento alle questioni personali e personalissime interpretate quando ha tempo da Renzi, uno che il metodo democristiano lo conosce bene ma valorialmente è “a-democratico cristiano”, e da un figlio della sinistra altoborghese anche simpatico, e un po’ “fru fru”, ma che ha praticato la politica sulle colonne di “Repubblica” più che nelle sezioni o sui territori (come molti dirigenti che fanno finta di essere di sinistra nel Pd: avete presente Gaber e la sua “Far finta di essere sani?”.)

 

E allora? direte anche giustamente. Una piccola idea, per ora solo un embrione di idea, che però mi è nata dall’anno scorso quando alla presentazione del libro di Giorgio Merlo su Donat Cattin sentii un ispirato intervento di Castagnetti che non si abbandonò alla nostalgia, raccontando di quanto le idee cattolico democratiche del popolarismo avessero davvero grandi possibilità di essere presenti ora e nel futuro. Dunque, se auspice la Fondazione dei Popolari si ripartisse con “Il Popolo”? E se dessimo di nuovo vita al Partito Popolare Italiano e ci organizzassimo come facevano al Partito Radicale – anzi fanno tuttora  per una nostra battaglia delle idee? Se penso alla nostra idea di immigrazione e a ciò che dice Papa Francesco sulle ondate umane che trasmigrano nel pianeta, io penso che sono lontano dalla destra ma anche da Minniti, francamente. E se volessimo parlare di lavoro, dignità delle condizioni dei lavoratori, non mi basta la difesa dei pensionati e dei lavoratori dipendenti del sindacato di Landini. Siamo molto più a favore dello sviluppo, certo sostenibile, e della creatività dei piccoli e medi imprenditori e dei tanti giovani sfruttati.

 

Noi non siamo con la Thatcher e Reagan (e con i Tremonti boys…) e neanche con i loro epigoni di sinistra che si vergognano a dirlo, ma hanno fatto battaglie per “patrioti” di compagnie aeree ed aziende infrastrutturali privatizzate male e col rischio oggi di doverle salvare. Siamo per una sanità pubblica, e per tutti, e per una educazione che torni ad essere “ascensore sociale” sano della nostra società; siamo per gli ultimi senza fargli la carità dei diritti, ma propagandando la lotta per i diritti a fianco dei doveri. Siamo per la persona e la comunità che vengono prima dello Stato, e per uno Stato che non sia notaio – ricordiamo l’ordine del giorno Dossetti del settembre 1946 – ma levatrice di un cambiamento sociale. Per questo siamo progressisti e, ci scommetto, se andassimo a fare i conti davvero, anche…“più di sinistra” della sinistra attuale. Fate un confronto tra il Presidente del Consiglio Prodi e quelli della “sinistra” come D’Alema, o vezzeggiati dalla sinistra borghese dei giornali, come Monti…

 

Insomma le carte in regola le abbiamo, per fare battaglia politica. E come i radicali non mi porrei il problema di andare alle elezioni. Anzi. Proprio per garantire di far cambiare l’agenda politica dobbiamo evitarlo. E dobbiamo portare “scompiglio” politico ed ideale, in tutte le parti politiche, permettendo la “doppia tessera”. Io starò nel Pd e nel Ppi. E nel Pd porterò i temi del Ppi. Come? Esempi? Immigrazione. Per cui molti nel centrosinistra si riempiono la bocca di slogan e poi fanno come le destre (vedi Conte per esempio, il governo più di destra della Repubblica sinora…). Noi abbiamo i valori di Papa Francesco. E in politica il tentativo di governo sui territori da cui parte l’immigrazione, dell’Ulivo e del Governo Prodi. Bene. Allora come Ppi, per esempio, lanciamo il referendum per l’abrogazione della Legge Bossi-Fini e successive modificazioni. Raccogliamo le firme, avendo inserito il trema in agenda politica, e chiediamo ai partiti dove altro siamo eventualmente iscritti di adeguarsi alla battaglia dei diritti che in questo caso sono sociali e civili e riguardano qualche milione di persone.

 

È possibile? È un’utopia? E perché? La Legge sull’obiezione di coscienza fu a firma del partigiano Marcora. La prima legge sulla fame nel mondo propugnata da Pannella fu a firma perfino di Flaminio Piccoli…La finisco qui. Ma credetemi in tempi di rischio Populismo-Presidenzialismo esserci sarà essenziale!

PD, CAMBIA IL MANIFESTO DEI VALORI? QUINDI… CAMBIA IL PARTITO.

 

Riscritto da una pletora di persone, ancora una volta rispecchiante il peso e il ruolo delle correnti e delle bande interne che compongono oggi il Pd, il Manifesto dei Valori non potrà che ridisegnare un nuovo partito, per una nuova prospettiva politica e forse, ma non è detto, con una nuova classe dirigente. Insomma, nulla a che vedere con il Pd delle origini e con quel partito a “vocazione maggioritaria” immaginato dagli stessi fondatori.

 

Giorgio Merlo

 

Il confronto all’interno del Partito democratico è quantomai aperto e nessuno sa, ad oggi, quale sarà L’approdo politico e culturale finale di quel partito. L’unica cosa certa è che il Pd del dopo 25 settembre non sarà più quello delle origini. Definitivamente. Un dato, questo, abbastanza scontato anche perchè sono venuti a mancare alcuni elementi costitutivi che avevano giustificato il decollo dell’esperienza del Partito democratico nel lontano 2007. Se volessimo sintetizzarli, seppur brevemente, non possiamo non citare il tramonto definitivo della cosiddetta “vocazione maggioritaria” del partito; la forte attenuazione, per non dire l’archiviazione, della “pluralità” culturale del partito – basti pensare alla sostanziale polverizzazione dell’area cattolico popolare e sociale nel Pd; la struttura rigidamente e scientificamente correntizia del partito, articolata per bande di potere interne che nulla centrano con il pluralismo culturale ed ideale dell’inizio di questa esperienza; e, infine, con una classe dirigente locale, e soprattutto nazionale, frutto del criterio della fedeltà al capo corrente di turno e non più espressione dei territori o del protagonismo sociale e culturale del partito.

 

Insomma, si tratta di una formazione politica che ha mutato radicalmente il suo profilo e la sua funzione rispetto alla entusiasmante e avvincente stagione veltroniana. Di qui la necessità, comprensibile e del tutto legittima, di cambiare in profondità lo stesso “Manifesto dei valori”. Per chi, come me e come tanti di noi cattolici popolari avevano scommesso su questo partito dopo l’esperienza del Partito Popolare Italiano e della Margherita e poi con l’avvento della segreteria Veltroni, è del tutto evidente che si tratta adesso di un altro partito e di un’altra prospettiva politica. Certo, non dipende solo dalla retorica burocratica e protocollare contenuta nel futuro “Manifesto dei valori” rinnovare e cambiare un partito. Ma è indubbio che, oggi, si tratta di ridisegnare un partito che non è più quello di un tempo e che, di conseguenza, legittima molti esponenti, e le rispettive culture politiche, a fare altre scelte e intraprendere altri percorsi politici. Si tratta, cioè, di un partito che dovrà coprire l’area di sinistra oggi fortemente minacciata dalla “sinistra per caso” del partito populista dei 5 stelle. E un partito che, sul versante moderato e centrista, registra una forte concorrenza presidiata ormai da altri partiti – anche se si tratta, purtroppo, di partiti personali – che dovranno comunque allargarsi a livello culturale e sociale se vorranno realmente rappresentare quest’area elettorale. Ma anche qui, come sul versante della sinistra, la competizione è ormai forte e spietata e il nuovo Pd difficilmente riuscirà a farsi interprete esclusivo delle istanze e delle domande che provengono da quei mondi.

 

Ecco perchè il nuovo e futuro “Manifesto dei valori” che dovrà, purtroppo, essere riscritto da una pletora di persone che, ancora una volta, rappresentano cencellianamente il peso e il ruolo determinante delle correnti e delle bande interne che compongono oggi quel partito, non potrà che ridisegnare un nuovo partito, per una nuova prospettiva politica e forse, ma non è detto, con una nuova classe dirigente. Insomma, nulla a che vedere con il Pd delle origini e con quel partito a “vocazione maggioritaria” che avevano previsto gli stessi fondatori storici di quella formazione politica. Appunto, si tratta di aprire una nuova pagina per una nuova fase politica. E, di conseguenza, un nuovo e diverso Partito democratico.

DOBBIAMO TORNARE AI NOSTRI ‘FONDAMENTALI’ PER AGGIORNARE L’AGENDA DEL POPOLARISMO.

 

Molti, troppi tentativi hanno mirato a ricomporre le tante sigle e le diverse casematte in cui si sono frantumati politicamente i cattolici dopo la fine della Dc. Fallimenti in larga parte legati al prevalere di interessi e ambizioni personali di amici preoccupati, soprattutto, di garantirsi la propria sopravvivenza politica. Invece, sostiene Bonalberti, “si deve ripartire dalla base, per tentare di ricomporre dal basso l’unità di quanti, accomunati dai principi e dai valori della dottrina sociale cristiana, intendono declinarli insieme”.

 

Ettore Bonalberti

 

Nel deserto dominante della politica italiana, non si comprende a quali culture politiche si rifacciano gli attuali partiti presenti in Parlamento, mentre siamo certi che Dc e Popolari possono contare sui principi e gli orientamenti valoriali indicati dalla dottrina sociale della Chiesa. Credo che una rilettura critica delle encicliche papali, dalla Rerum Novarum in poi, sarebbe oltremodo necessaria. Noi della  quarta e ultima generazione della Dc storica ci siamo formati negli insegnamenti delle grandi encicliche o lettere apostoliche degli anni ’60, quelle di Giovanni XXIII (Mater et Magistra e Pacem in Terris) e quelle di Paolo VI (Populorum progressio, Octogesima Adveniens e Humanae Vitae). Se la Rerum Novarum seppe indicare ai Popolari di Sturzo gli orientamenti pastorali nella fase di avvio e di sviluppo della prima rivoluzione industriale, è con le encicliche di San Giovanni Paolo II (Centesimus Annus), di Papa Benedetto XVI (Caritas in veritate) e di Papa Francesco (Evangelii gaudium, Laudato Si’ e Fratelli tutti) che abbiamo ricevuto le analisi e le indicazioni più rigorose sugli esiti, i limiti e le criticità dello sviluppo capitalistico nell’età della globalizzazione.

 

Solo la cultura cattolica può contare su una tale ricchezza di analisi e di proposte a riguardo dei grandi temi del nostro tempo, di interesse sia personale che dell’intera comunità mondiale. Ecco perché non abbiamo bisogno di manifesti laburisti o di falsi azionismi radicali, convinti come siamo che Dc e Popolari dovrebbero impegnarsi più sulla loro ricomposizione politica che non sulle diverse opzioni per le quali abbiamo patito sin qui la divisione tra destra, sinistra e/o terzo polo.

 

Una seria riflessione andrebbe promossa, da farsi insieme alla vasta realtà sociale, culturale e organizzativa del mondo cattolico, con una sorta di “Camaldoli 2.0”, dalla quale derivare un manifesto politico programmatico in grado di offrire risposte alle attese della società italiana, nella quale resta necessario garantire il giusto equilibrio tra interessi e valori del terzo stato produttivo con quelli delle classi popolari. Un equilibrio che rappresenta l’unico antidoto al prevalere delle spinte populiste su cui poggia il consenso della destra nazionale.

 

Molti, troppi tentativi hanno mirato a ricomporre le tante sigle e le diverse casematte in cui si sono frantumati politicamente i cattolici dopo la fine della Dc. Fallimenti in larga parte legati al prevalere di interessi e ambizioni personali di amici preoccupati, soprattutto, di garantirsi la propria sopravvivenza politica. Ora quel metodo va abbandonato e, come ho scritto in una recente nota, si deve ripartire dalla base, per tentare di ricomporre dal basso l’unità di quanti, accomunati dai principi e dai valori della dottrina sociale cristiana, intendono declinarli insieme, nella città dell’uomo. Sarà questo processo, che abbiamo connotato come la costruzione dell’Area Popolare, il modo più democratico per far emergere la nuova classe dirigente, espressione di un’autentica partecipazione democratica e popolare, dal basso, ben al di là delle diverse provenienze e collegamenti nazionali dei diversi soggetti.

 

Solo esaurita questa fase nelle varie realtà regionali e locali italiane si potrà organizzare un’assemblea costituente nazionale del soggetto politico nuovo di centro: democratico, popolare, aperto alla collaborazione con quanti di altre aree politiche intendono con noi difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Una carta nella quale i padri fondatori DC seppero concorrere a scrivere articoli importanti ispirati dai nostri valori cristiani. Oggi come allora compete ai cattolici democratici e ai cristiano sociali coniugare l’ispirazione della dottrina sociale cristiana ai valori costituzionali. Un modo di azione che, io credo, potrebbe ricondurre alla partecipazione politica e all’esercizio del voto quella grande massa di renitenti che, da troppo tempo, disertano i seggi elettorali. Le prossime elezioni locali e regionali potrebbero essere il terreno di prova per l’Area Popolare.

LEGGE DI BILANCIO: INIZIATO IL COUNTDOWN PER I LAVORATORI FRAGILI.

 

Francesco Provinciali

 

C’è una categoria di persone che segue con apprensione e speranza gli sviluppi del passaggio bicamerale della legge di bilancio dello Stato per il 2023: sono i cd. “lavoratori fragili” di cui abbiamo molte volte scritto negli ultimi tre anni, anche grazie alla specialissima consulenza tecnica dell’esperto legislativo Francesco Alberto Comellini, un vero top player in materia di disabilità e situazioni di fragilità sanitaria che si riverberano anche nell’ambito familiare e nel mondo del lavoro.

 

Il 31 dicembre p.v. scadranno le tutele previste dal decreto aiuti-bis, quello per intenderci voluto dal Ministro del lavoro pro-tempore Andrea Orlando: abbiamo già evidenziato il macroscopico vulnus che lo caratterizza perché in realtà non di tutele (al plurale) si tratta ma di tutela (al singolare), nella fattispecie ridotta al solo smart working per quelle categorie di lavoratori che possono accedere a questa previsione normativa. Scadute il 30 giugno 2022 le previgenti tutele – di fatto in vigore dal primo governo Conte quasi ininterrottamente (salvo alcuni vuoti di vacatio legis dovuti alla disattenzione del legislatore di turno) che di volta in volta avevano rinnovato due specifiche forme di tutela previste dall’art. 26 – commi 2 e 2 bis – del DL 17 marzo 2020 n.°18 , solo tardivamente il decreto Orlando ne ha ripristinata una, quella dello smart working appunto, escludendo da ogni protezione sanitaria in ambito lavorativo proprio le persone bisognose di maggiore tutela.

 

Il decreto aiuti-bis, infatti, non ha rinnovato la tanto attesa equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero, che in questi tre anni di pandemia aveva sempre affiancato lo smart working: ciò ha provocato ‘de iure’ una evidentissima e grave discriminazione in danno di quei lavoratori che non potendo accedere allo smart working (in quanto incompatibile con il proprio lavoro) hanno dovuto rientrare in servizio oppure, se malati o contagiati dal Covid, fare ricorso al periodo di assenza del proprio comporto contrattuale. Con il rischio di esaurirlo e di ricorrere alle ferie: un paradosso francamente inaccettabile, che lede non solo la condizione di fragilità ma la stessa dignità delle persone. Tutto ciò nonostante il deputato di FdI On. Massimiliano DeToma abbia sempre proposto con emendamenti e interventi in Aula l’approvazione integrale delle due tutele, con encomiabile dedizione e avvertita consapevolezza del problema. Sono stati versati qui e altrove fiumi di inchiostro su questo non certo apprezzabile vulnus normativo e sulla necessità di un ripristino integrale delle tutele. La politica parlamentare e governativa ne è sempre stata minuziosamente informata ma il reintegro delle due tutele non è più stato introdotto, dopo il 30 giugno 2022.

 

Per chi ancora non lo sapesse, per lavoratori fragili si intendono i chemioterapici, gli immunodepressi, i portatori di disabilità, gli ammalati di patologie degenerative peraltro comprese e previste nel Decreto del Ministro della Salute Roberto Speranza del 4 febbraio 2022. Sono soggetti “certificati” fragili dalle autorità sanitarie con patologie incluse in un DM del Ministero della Salute: stupisce non poco che di loro – eccetto pochi parlamentari, in primis l’On.le De Toma – non si sia mai posta in modo serio ed organico l’esigenza di una tutela preveggente e garantista. Un segno di indifferenza della politica, finora. Va rimarcato che il Covid c’è ancora e che ad es. nella settimana dal 17 al 24 novembre u.s sono stati registrati 229.122 contagi e 580 morti: ben più che in Cina.

 

Scrivendo che “finora nessuno si è preso a cuore il problema” si vuole accompagnare questa amara constatazione con una speranza: che il nuovo Governo se ne faccia invece carico, considerato che i vari provvedimenti finora ipotizzati vanno nella direzione di una protezione dei cittadini deboli, svantaggiati, fragili, maggiormente esposti alla crisi economica attuale. A cominciare da una necessaria e auspicabile riformulazione dall’art.62 del testo del Governo della legge di bilancio che prevede il contributo una tantum che dovrebbe, al contrario di quanto vi è scritto, essere orientato per sostenere i redditi più bassi e le famiglie numerose, prevedendo un limite reddituale incrementato sulla base del numero dei figli nel nucleo familiare, specie se con disabilità.

 

Confidiamo che questo spirito di equità e di protezione delle fasce sociali deboli si estenda anche alla categoria dei lavoratori fragili, con un rinnovo almeno trimestrale delle previgenti tutele, quelle per intenderci che si richiamano ai citati commi 2 e 2-bis – art. 26 del DL 18/2020. Non lasciando “scoperto” nessuno, finalmente.

GERARDO BIANCO, PROTAGONISTA DELLA POLITICA ITALIANA NEGLI ULTIMI DECENNI.

 

Si sono svolti ieri mattina a Roma, nella chiesa di San Gaetano, alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella e del Ministro dell’Interno Piantedosi, i funerali di Gerardo Bianco.

Il rito funebre è stato officiato da Mons. Guerino Di Tora, Vescovo emerito, insieme a don Matteo Galloni.

Al termine Pierluigi Castagnetti ha ricordato con parole toccanti l’amico di partito. “Fu un politico fedele – ha concluso – al pensiero, laico e spirituale a un tempo, del Max Weber secondo cui, senza un pensiero profondo, senza credere a nulla, non ha senso dedicarsi all’impegno politico”.

Di seguito riportiamo il testo della commemorazione.

 

Pierluigi Castagnetti

 

Carissima Tina, carissimi Maria, Fazio e Andrea, carissimo Lucio, desidero esprimervi il cordoglio e la solidarietà più affettuosi a nome dei tanti amici presenti che, a prescindere dalle attuali collocazioni partitiche, hanno condiviso con Gerardo il lungo percorso della esperienza democratico cristiana.

 

È difficile parlare di un amico quando l’affetto prevale su ogni altro sentimento. Cercherò allora di farlo prendendo le distanze, per quanto possibile, dai ricordi personali. Gerardo Bianco è stato uno dei maggiori protagonisti della politica italiana negli ultimi decenni. Uguale e diverso da numerosi altri della sua statura. Sicuramente era il più “voluto bene” dai colleghi di tutti i gruppi parlamentari. Rispettato e stimato, oltre che per la sua cultura, per la sua affabilità e lievità nel fare discorsi seri senza mai scivolare nella superficialità che, anzi, detestava, per la sua assenza di pregiudizi e settarismi nei confronti di chiunque, amico o avversario, e soprattutto per quella sua intelligenza della realtà e del futuro tipica dei grandi politici, che lo portava ad essere aperto ai cambiamenti con lo spirito di chi è a un tempo conservatore per le cose che contano e duttile per quelle che contano meno.

 

Purtroppo in meno di due anni ci hanno lasciato in tre tra i maggiori, lui, Ciriaco De Mita e Franco Marini, tutti cristiano democratici che in modo diverso hanno rappresentato questa cultura dell’essenza, della profondità e della speranza.

 

A lui era toccata una scelta non facile per quel tempo, l’Ulivo, un’alleanza fra diversi, anche molto diversi, uniti però dall’adesione al grande disegno costituzionale che altri non potevano, per scelta o semplicemente per ragioni storiche, condividere. L’aveva fatta soprattutto, come ripeteva spesso, per garantire all’Italia il ruolo di attore protagonista nella costruzione di una nuova fase dell’integrazione europea. Nei passaggi più delicati dell’adesione all’Euro, infatti, di fronte ad alcune titubanze persino di qualche ministro e alla contrarietà di tutte le forze dell’opposizione, lui schierò il peso politico del suo partito a sostegno della scelta di Prodi e Ciampi. Non bastava dichiararsi alternativi alle nuove destre, ma bisognava esserlo sulle scelte decisive per il paese. Ancora oggi godiamo i frutti di quella lungimiranza. Era molto dispiaciuto che altri amici provenienti dalla sua stessa storia, che avevano fatto legittimamente un’altra scelta politica, non apprezzassero queste ragioni.

 

Sta di fatto che volle che il suo PPI, pur rappresentando solo una parte di quella storia, continuasse a tenere aperta al suo interno una riflessione, una verifica continua, sulle ragioni profonde del cattolicesimo democratico, al punto che anche chi aveva fatto una scelta diversa si sentisse intrigato da questo dibattito: “Votano di là, ma si sentono partecipi del dibattito che si fa di qua”, mi disse un giorno. E pur esprimendo riserve e anche contrarietà per le scelte successive del PPI, come è noto, non ha mai fatto mancare solidarietà e consigli agli amici del “suo” partito.

 

Questo disegno gli ha consentito di rappresentare con dignità e autorevolezza ai popolari europei, in particolare ai suoi personali amici, il cancelliere Helmut Kohl e Josè Maria Gil-Robles, a suo tempo perseguitato dal regime franchista e poi assurto al ruolo di presidente del Parlamento europeo, le ragioni profonde che lo ispirarono in quella difficile scelta.

Un’ altra lezione della sua eredità politica riguarda la cultura meridionalistica. Il suo era un meridionalismo sturziano, dello Sturzo che quando parlava del mezzogiorno diceva “noi sud-europei”. Il sud-europeo Gerardo Bianco evocava spesso gli anni importanti della strategia mediterranea di La Pira e dei ministri Andreotti, Fanfani, Moro e anche Craxi, per dire che l’Italia senza l’ambizione di orientare la strategia occidentale nel Medio Oriente, rinunciava semplicemente a una responsabilità che le era stata affidata dalla storia e della Provvidenza. E ha guidato ANIMI, l’Associazione degli studi sul Mezzogiorno che fu di Fortunato, Salvemini, Croce, Zanotti Bianco, Compagna e altri, con questo larghezza di orizzonte, sino a poche settimane fa, quando ne ha passato la guida all’amico Giampaolo D’Andrea.

 

E, infine, il suo parlamentarismo, cioè la sua convinzione che l’architettura della nostra Costituzione si reggesse sulla centralità del Parlamento, caduta o anche solo affievolita la quale tutto sarebbe stato a rischio. Da qui la sua contrarietà, ribadita anche recentemente, alla riforma del Presidenzialismo.

 

Sono queste le ragioni per cui Gerardo è stato per molti di noi un riferimento sul piano etico e del rigore comportamentale, ma anche e soprattutto su quello politico. Fu un politico fedele al pensiero, laico e spirituale a un tempo, del Max Weber secondo cui, senza un pensiero profondo, senza credere a nulla, non ha senso dedicarsi all’impegno politico.

LA ‘CANCEL CULTURE’ DEL PD SI ABBATTE SUL POPOLARISMO D’ISPIRAZIONE CRISTIANA. IL PUNTO DI VISTA DI FIORONI.

 

Emerge la volontà di assegnare al “partito dei riformisti” una fisionomia social-radicale. “In questa cornice – sostiene Fioroni – l’apporto del cattolicesimo democratico si riduce a semplice orpello di un’operazione tutta interna alla sinistra, bramosa di ritrovare se stessa, con l’esito paradossale di una inammissibile “cancel culture” applicata al mondo del popolarismo d’ispirazione cristiana.

 

Giuseppe Fioroni

 

Il dibattito congressuale del Pd è fatto di esorcismi. Per ogni difficoltà se ne trova uno, sempre con l’aspettativa di prendere congedo dal male oscuro che attanaglia il riformismo. Le formule, benché ripetitive, restano vuote. Si cerca di venire a capo dei problemi con l’evocazione continua di una volontà di riscatto o di un desiderio di purificazione, rimettendo mano alle scelte programmatiche. In nome della concretezza, si finisce per abbozzare un disegno astratto, senza figure identificabili. Ogni esorcismo si misura con la rimozione della sconfitta, il rischio di emarginazione, lo smarrimento dell’identità. In questo modo, però, i nodi della crisi si intrecciano in maniera ancora più complicata.

 

Il Pd voleva e doveva essere la scommessa sul futuro di una democrazia che saldamente ancorata ai principi e ai valori della Carta costituzionale, secondo lo spirito di collaborazione che vide all’opera nel secondo dopoguerra le grandi forze democratiche e popolari. Si pensava a un partito che incarnasse il desiderio di costruire il futuro, mettendo da parte le ideologie del Novecento. Dunque, finito rovinosamente il comunismo, emergeva un nuovo imperativo: come salvare, in uno scenario politico così profondamente mutato, l’istanza di libertà e giustizia? Il Manifesto dei Valori indicava nel rispetto della complessità, e perciò del pluralismo ad essa collegato, il modello culturale e politico da seguire: i Democratici, piuttosto che affidarsi alla letteratura del passato, s’impegnavano a leggere i “segni dei tempi”. Grazie a Mauro Ceruti, vicino al pensatore francese Edgard Morin, il compito di armonizzare le proposte passava attraverso un lessico originale, tanto originale da escludere il riferimento a parole come “socialismo” o “sinistra”, visto che il Pd intendeva qualificarsi come un partito riformista di centro-sinistra.  

 

Oggi si vuole tornare indietro, credendo o volendo far credere che sia questo il percorso del rinnovamento. Ecco perciò che il socialismo democratico, negletto in cinquant’anni di storia della sinistra di opposizione, risorge come orizzonte del “Nuovo Pd”, assorbendo motivazioni etiche di tipo radical-progressista e generando una forma di eclettismo valoriale, sostanzialmente a copertura di un inquieto pragmatismo. In questa cornice, l’apporto del cattolicesimo democratico si riduce a semplice orpello di un’operazione tutta interna alla sinistra, bramosa di ritrovare se stessa, con l’esito paradossale di una inammissibile “cancel culture” applicata al mondo del popolarismo d’ispirazione cristiana. Andrebbe detto, insomma, che a distanza di decenni si ritorna a quel “vicolo cieco della sinistra” da cui è scaturita, per contraccolpo, la baldanzosa avanzata del turbo-capitalismo.

 

Il congresso del Pd non può ignorare che l’organismo di partito può soccombere per asfissia, visto che il dibattito si concentra su questioni che soffocano la ricchezza del disegno originariamente previsto. Non c’è la consapevolezza di quanto sia vicino il momento della crisi irreversibile. Non lo capiscono i maggiorenti del partito, lo hanno capito, in larga parte, gli elettori. I voti persi il 25 settembre non sono il prodotto di un disguido o di una incomprensione, ma il contrassegno della indisponibilità di tanti italiani, pur lontani dalla destra, a farsi irretire da una politica a sfondo social-radicale.

RIFORMARE LE REGOLE PER UNA POLITICA POPOLARE.

 

Il compito per chi si ispira al popolarismo nella fase attuale consiste, secondo lautore, nel farsi interpreti di istanze e temi che sono sottostimati o elusi, nel portare avanti unagenda popolare senza aspettare che le rivendicazioni possano venire in qualche modo ottriatedai nuovi sovrani assoluti del nostro tempo.

 

Giuseppe Davicino

 

Da più parti si avverte la necessità di rimettere in moto la democrazia dopo lo stallo e la menomazione che ha conosciuto nella cosiddetta seconda repubblica. Appare interesse di tutti, sia per i sostenitori del modello bipolare che per coloro che intendono superarlo,  riformare l’attuale stato di cose che perdura, perfezionandosi in peggio, da quasi trent’anni. Una situazione che consente di fatto a pochi capi partito di nominare la quasi totalità del parlamento. Anche se al momento appare lontano dalla volontà dei maggiori partiti, credo non costituisca esercizio vano ricordare che per restituire il potere di scelta al Corpo Elettorale che è il supremo organo Sovrano della Repubblica, per ridare dignità ed equità alla rappresentanza dei territori serve innanzitutto una legge che regoli e garantisca il rispetto della democrazia interna dei partiti, che sancisca l’obbligo di sottoporre a primarie di partito o di coalizione le candidature nei collegi uninominali e nei listini bloccati, che vieti la furbesca pratica delle candidature in più collegi. Oppure, in alternativa, serve il ritorno al proporzionale e alle preferenze.

 

L’unica certezza è che l’attuale stato di cose non può permanere senza regalare alla strategia plebiscitaria della destra, ma che piace tanto anche a certa sinistra, le condizioni ideali per il suo successo. Elemento di cui l’attuale opposizione non pare sufficientemente consapevole. Come pure viene sottovalutato il fatto che la delicata fase attuale dal punto di vista sociale ed economico, con le inedite trasformazioni che in essa si stano svolgendo, se non gestita politicamente, smussata, controbilanciata da una forte rappresentanza delle istanze popolari rispetto alla giustizia sociale, ma anche rispetto ai nuovi modelli “sostenibili” di business (che a volte danno l’impressione di esser calati dall’alto a mo’ di esperimento sociale), potenzialmente può alimentare derive incontenibili in un quadro democratico.

 

O si affronta il problema di come ridare centralità al parlamento, riformando i meccanismi della rappresentanza e della selezione dei gruppi dirigenti, oppure tale centralità appare destinata a manifestarsi in modo sempre più formale, soppiantata dalla centralità sostanziale conquistata da organismi di potere privato transnazionale. Le culture politiche di estrazione popolare, poi non dovrebbero mai dimenticare che i parlamenti storicamente sono nati per limitare l’assolutismo monarchico nei confronti delle élite economiche, non per rispondere alle istanze popolari. Solo dopo la prima guerra mondiale la questione sociale è entrata prepotentemente nel dibattito politico e parlamentare, in Italia anche per merito del Ppi di Sturzo. E il Fascismo per molti aspetti ha attecchito sulle questioni rimaste irrisolte in quel dibattito. Questioni su cui invece è stata modellata la Costituzione.

 

Ai giorni nostri in Occidente rischiamo di assistere, per una singolare eterogenesi dei fini delle democrazie liberali, al compimento di una parabola sviluppatasi nel corso dell’epoca moderna. Quelle élite economiche, dirette beneficiarie delle concessioni delle libertà economiche e politiche da parte dei sovrani assoluti, sono diventate cosi potenti al punto da aver raggiunto un concentrazione di potere così alta, così incontrastata da apparire addirittura superiore a quella esercitata dalle antiche monarchie assolute.

 

Qualche giorno fa Pio Cerocchi proponeva su queste colonne di riaprire la storica testata de Il Popolo «a tutti i resti di quel popolo democristiano non ancora assuefatto all’asfissia del politicamente corretto e desideroso di “leggere” la realtà con gli occhi di quella libertà che ha sorretto l’Italia per tanti e tanti anni». Questa può essere una lucida indicazione di quale sia il compito per i Popolari nella fase attuale. Farsi interpreti di istanze  e temi che sono sottostimati o elusi, portare avanti un’agenda popolare senza aspettare che le rivendicazioni possano venire in qualche modo “ottriate” dai nuovi sovrani assoluti del nostro tempo o da chi ne cura gli interessi nella politica, nei media, nelle professioni.

 

Riconoscere, senza ulteriori indugi, il nuovo assetto multipolare del mondo come condizione della la pace nel XXI secolo, stando saldamente a fianco del nostro principale alleato, gli Stati Uniti; progettare una società a misura delle moltitudini, sociali, culturali, territoriali e non a misura dello 0,1% più ricco; affermare un codice umanistico, universalmente accettato, per l’utilizzo delle nuove tecnologie; sostenere una transizione energetica verso fonti meno inquinanti nel segno della fiducia verso il progresso tecnico-scientifico, verso la novità della storia e non nel segno della decrescita imposta da piani pluridecennali di meschina visione, che caricano sul futuro i limiti e le ossessioni del presente: queste sono alcune delle grandi sfide che concorrono a definire una via impervia, stanti gli attuali rapporti di forza, ma anche l’unica che può consentire di assumere una responsabilità di popolo in mezzo a mutamenti epocali, che necessitano di essere governati.

ANNO FATALE. QUALE SARÀ IL FUTURO DEL PAESE?

 

Il 2022 ha inaugurato lepoca dei rischi, in cui guerra, inflazione, crisi energetica e mercato del lavoro in sofferenza delineano un cambio di rotta generale. Anche per i governi di destra.

 

Danilo Campanella

 

Il conflitto russo ucraino nell’era post-COVID ha cambiato l’orizzonte degli eventi. Più che in geopolitica, i mutamenti sono economici, politici, psicologici per milioni di europei. Il pericolo della bomba H determina un cambio di paradigma generale; uno scenario diverso che inaugura quella che potremmo definire “età dei rischi”. Il meccanismo di difesa dei cittadini sembra essere quello di una cinica sfiducia, un condiviso spettro di malinconia a cui nel prossimo futuro potrebbe seguire la ferocia propria di chi vuol sopravvivere. In Italia la classe media erode gli ultimi risparmi per sostenere la spinta inflativa. I rincari dei costi alimentari e dell’energia seguono un nuovo Natale amaro. A fine luglio 2022 la società Arera, autorità di regolazione per l’energia, aveva sganciato l’aggiornamento dei costi del gas dalle quotazioni del mercato olandese, per collegarlo alla media dei prezzi effettivi del mercato all’ingrosso italiano.

 

Nonostante il tracollo energetico dei consumi del gas, grazie a un inverno ancora mite, a novembre si assiste a un rincaro del 13,7 %. La spesa delle famiglie italiane è salita a quota 1.740 euro l’anno: un rincaro del 63,7%. L’aggiornamento di ieri 2 dicembre produrrà un ricalcolo sulle bollette ricevute sino ad oggi. Il nuovo prezzo aggiornato sembra essere di 122,41 centesimi di euro per metro cubo. Se la bolletta del gas piange, quella per l’energia elettrica non ride. La Russia pare essere favorevole a negoziati di pace con l’Ucraina: ma non a ritirare le truppe dai territori occupati.

 

I rimedi dell’Italia post-populista meloniana sono ancora umbratili. Quella sull’innalzamento del tetto del contante sembra essere la più chiara in un momento storico di difficile comprensione. Tutto, pur di facilitare la spesa delle famiglie e il flusso del denaro, senza tuttavia sperare di un aiuto dello Stato, in forte sofferenza. Altro dente che duole è quello del lavoro: gli italiani dicono di no, e gli stranieri non ci sono? Pare sia così. Pare. Al flusso dei contanti segue a breve quello dei popoli stranieri, grazie al nuovo decreto flussi triennale per fine anno, che faciliterà l’ingresso dei migranti in Italia allo scopo di facilitare l’occupazione nelle imprese italiane, bisognose di circa centomila posti. Il governo mira a fornire lavoratori già formati candidati per la formazione, attraverso corsi di formazione nei Paesi di origine, finanziati da fondi europei. Col benestare di nuove “destre liberali”per necessità.

 

Serve manodopera a basso costo, per lavorare in situazioni disagiate, nei campi e nei cantieri. I giovani cittadini italiani, da decenni proiettati allo studio e al lavoro nel campo dello spettacolo, non sono abbastanza motivati per “stringersi a coorte” chiamati dall’Italia. Quale sarà il frutto di quest’anno fatale?

IL 56° RAPPORTO CENSIS: UN’ITALIA LATENTE, MALINCONICA E IN ATTESA.

 

“Il nichilismo di questo tempo – secondo la sintesi del Rapporto sviluppata qui dall’autore – si spiega attraverso il sentimento prevalente della malinconia, l’io non è mosso da spinte propulsive verso il dominio e il cambiamento del mondo intorno a sé. Si inceppano i meccanismi proiettivi che hanno caratterizzato il passato anche recente: c’è uno sgretolamento di aspettative e un’assenza di motivazioni forti. Si cerca di raggomitolarsi in nicchie minimaliste di protezione e di sicurezza, paventando eventi catastrofici e distruttivi”.

 

 

Francesco Provinciali

 

La lettura dello stato sociale del Paese con gli occhiali del Censis è da sempre decisiva per cogliere le tendenze di breve-medio periodo in atto: quella attuale segna una radicale discontinuità rispetto al passato, si potrebbe affermare che siamo alle soglie di una nuova èra. L’incidenza negativa della fase di stagnazione e di recessione modifica gli stili di vita. È finita l’era dell’abbondanza anche se il quadro di incertezze si manifestava da tempo: è variato la stesso schema dicotomico tra percettori di reddito e strati sociali meno abbienti (garantiti versus non garantiti) in quanto l’inflazione riguarda tutti, pur con differenziali rapportati.

 

Viene meno lo scudo protettivo del risparmio accumulato a motivo della crisi energetica.

 

Le oscillazioni del PIL tra il 2020 (fortemente negativo ad un meno 9%), il rimbalzo del 2021 più 6,7 % e il 2022 con una crescita acquisita del 3,9% mentre il Fmi ipotizza per il nostro Paese un meno 0,23% per l’anno a venire, esprimono incertezze e discontinuità. Il 93% degli italiani è convinto che l’inflazione durerà a lungo, il 69% teme per il proprio tenore di vita (di cui il 79% tra i redditi più bassi) il 64% sta intaccando i risparmi per far fronte alle dinamiche inflattive.

 

La pandemia, la guerra in Ucraina, l’alta inflazione e la morsa energetica sono i quattro vettori sovrapposti che spiegano lo stato di crisi attuale e si aggiungono alle vulnerabilità strutturali del Paese: siamo in una fase di post-populismo in quanto si profilano, oltre le appartenenze ideologiche, misure protettive con una certa continuità, specie tra i governi occidentali (dazi, rimpatrio delle produzioni, politica energetica).

 

Da questo punto di vista non ha più senso parlare di derive populiste, non si tratta infatti di aspettative demagogiche polarizzate su tendenze irrealistiche. Il tema del nazionalismo riaffiora ovunque, non solo qui. La globalizzazione risulta aver impoverito ampie fasce delle classi medie e la crisi economica determina un mix di comportamenti sociali collettivi orientati al pessimismo e all’inazione.

 

Non si manifestano al momento fiammate conflittuali di piazza ma si registra una sorta di “ritrazione silenziosa dei cittadini perduti della Repubblica”, secondo la brillante definizione del Direttore Generale del Censis, Valeri. È importante rimarcare come alle ultime elezioni politiche il partito preponderate è stato di gran lunga quello dei non votanti (circa 18 milioni di cittadini, pari al 39% degli aventi diritto. Dunque, tra le elezioni politiche del 2006 e quelle del 2022 i non votanti sono raddoppiati). Nell’immaginario collettivo si è sedimentata la convinzione che tutto può accadere, si diffonde una sorta di paura straniante verso pericoli imminenti. Non funziona più la sequenza tra lavoro, benessere economico e democrazia.

 

Entriamo in una età di rischi planetari incontrollabili: l’84% degli italiani paventa che eventi lontani possano cambiare radicalmente i propri stili di vita e le aspettative per il futuro, il 61% teme il terzo conflitto mondiale, il 59% pensa alla possibilità della bomba atomica, il 58% teme che l’Italia possa entrare in guerra.

 

C’è un’intersezione tra grandi eventi della storia che irrompono nella nostra quotidianità, dentro le micro storie della nostra esistenza. I comportamenti collettivi tipici della società dei consumi stanno radicalmente mutando rispetto alle dinamiche del passato: fare carriera, modernizzarsi, crescere nella scala sociale, circondarsi di beni materiali, migliorare le aspettative in un futuro che finisce ora per acquietarsi nel presente.

 

8 italiani su 10 dicono di non avere voglia di fare sacrifici per cambiare, 36 su 100 non sono disposti a fare carriera nel lavoro, anche per guadagnare di più. Il nichilismo di questo tempo si spiega attraverso il sentimento prevalente della malinconia, l’io non è mosso da spinte propulsive verso il dominio e il cambiamento del mondo intorno a sé. Si inceppano i meccanismi proiettivi che hanno caratterizzato il passato anche recente: c’è uno sgretolamento di aspettative e un’assenza di motivazioni forti. Si cerca di raggomitolarsi in nicchie minimaliste di protezione e di sicurezza, paventando eventi catastrofici e distruttivi.

 

Nonostante una decrescita storica dei reati la percezione diffusa è una paura di vulnerabilità, insicurezze e rischi, anche personali. Denatalità e tsunami demografico negativo svuoteranno a poco a poco le aule, dalla scuola dell’obbligo all’Università. Inoltre rischiamo di avere un sistema sanitario senza medici e infermieri.

 

Insomma si sta forse chiudendo un ciclo storico espansivo, il mito del progresso che sfonda i limiti, ad una ad una cadono certezze emotivamente rassicuranti e prevalgono insicurezze di fronte ad un ignoto che non si sa descrivere. Inazione, latenza e malinconia come sentimento collettivo prevalente ridimensionano bruscamente aspettative radicate nell’immaginario collettivo del recente passato. Ma un prolungamento della fase latente della vita sociale comporta il rischio di una specie di masochistica rinuncia, senza forza e ambizione, ad ogni tensione a trasformare l’assetto sistemico e civile della nostra società.

 

Una sorta di acchiocciolamento nell’egoismo, di avvolgimento a spirale su se stessa della struttura sociale che ci inchioda tutti a traguardi brevi, in una condizione prevalente di incertezza resiliente ad un ottimismo che non c’è.

LA SCELTA DEI POPOLARI E IL FUTURO DE “IL POPOLO”.

 

Come rilanciare la proposta e l’iniziativa dei Popolari? Ci possono essere varie soluzioni, tutte implicanti vantaggi e svantaggi al tempo stesso, ma l’importante è uscire dalla penombra della marginalità, non tanto o non solo come singoli, quanto piuttosto come realtà organizzata.

 

 

Giorgio Merlo

 

Innanzitutto non si può non ringraziare l’amico Pio Cerocchi per aver posto con chiarezza, e coerenza, il tema del rilancio della testata “Il Popolo”, il tradizionale e glorioso giornale della Democrazia Cristiana prima e del Partito Popolare Italiano poi. E, al contempo, non si può non sottolineare l’immediata risposta dell’amico Pier Luigi Castagnetti, Presidente dell’Associazione nazionale dei Popolari per aver convocato un incontro nei prossimi giorni a Roma.

 

Ora, è indubbio che in questa delicata e complessa fase di transizione della politica italiana, è quanto mai importante recuperare e rilanciare pubblicamente il ruolo, la funzione e la ricchezza della tradizione politica e culturale del cattolicesimo popolare e sociale. Sì, è vero, in questi anni sono stati spesi fiumi di parole, organizzato centinaia di incontri e scritto infiniti articoli, molti libri e svariate mozioni e appelli per affrontare e approfondire questa tematica, peraltro importante e decisiva per la stessa qualità della nostra democrazia. E, senza farla lunga, siamo arrivati ad un bivio che, diciamocelo francamente, è fatto da tre possibili vie d’uscita. E anche il destino e la prospettiva de “Il Popolo” – argomento da cui siamo partiti in questo scritto – non è estraneo a questa triplice possibilità di impegno.

 

In primo luogo c’è una concreta possibilità – che sarebbe radicalmente innovativa, nonchè coraggiosa e controcorrente in questa fase storica e politica – che potrebbe rilanciare la nostra cultura, il nostro progetto, la nostra tradizione, la nostra storia e, soprattutto, la nostra originalità e specificità nel dibattito politico contemporaneo. Si tratta di rilanciare la sigla e il simbolo del “Partito Popolare Italiano”. Una scelta che sarebbe dirompente ma che, al contempo, segnerebbe la “ripartenza” di un progetto politico che, probabilmente, quasi si impone di fronte al conclamato fallimento politico di altre esperienze partitiche che puntavano a contemplare e a valorizzare questo contributo politico, culturale e valoriale al proprio interno.

 

La seconda strada, ma che contempla una prospettiva del tutto diversa, è quella di siglare come area Popolare “patti federativi” con partiti che, comunque sia, coltivano e perseguono una politica e un progetto con un profilo centrista, democratico, riformista, innovativo e di governo. Una strada, questa, che inesorabilmente trasformerebbe l’area Popolare, seppur declinata con diverse modalità organizzative, in una sorta di “corrente organizzata” all’interno del partito di riferimento. E quindi respingendo al mittente chiunque pensi di ospitare quest’area politica e culturale all’interno di un “partito personale” o “partito del capo”.

 

In ultimo, esiste una terza possibilità. Ed è quella, peraltro coltivata in questi ultimi anni con scarsi se non inutili risultati e ricadute concrete, di limitarsi a declinare un’iniziativa prepolitica e prepartitica. Cioè, per dirla con termini più comprensibili, con un’azione puramente testimoniale. E, di conseguenza, politicamente irrilevante ed elettoralmente inesistente.

 

Ecco perchè, di fronte a queste tre scelte concrete – e mi scuso per la rapidità dell’analisi, del resto necessaria per contenerla in un brevissimo articolo – si pone anche il capitolo del futuro della testata “Il Popolo”. Perchè, come ovvio, a seconda delle decisione che si assumerà cambia anche, e radicalmente, la funzione e il ruolo che può e deve giocare questa gloriosa testata.

 

Comunque sia, qualunque decisione che democraticamente verrà assunta dai vari organismi preposti e dalle singole persone, una cosa sola sarà certa: l’amicizia feconda e rispettosa tra di noi ci sarà sempre. Perchè, come diceva spesso Mino Martinazzoli – e come ci hanno insegnato concretamente e con il loro esempio quotidiano e la loro vita, e senza sbandierarlo, amici come Franco Marini e Gerardo Bianco – “la politica è importante, ma la vita è più importante della politica”. E l’amicizia tra noi Popolari è una precondizione, a prescindere dalle singole appartenenze partitiche e dalle varie storie personali.

ROSA RUSSO IERVOLINO RACCONTA LA MADRE MARIA. IL PODCAST DELLA FONDAZIONE DE GASPERI.

fonte https://www.ragionierieprevidenza.it/

 

Ultimo della serie dedicata ai “personaggi storici” della vita repubblicana, il podcast consente di prendere confidenza con una donna di grande valore –  Maria De Unterrichterche insieme al marito – Giuseppe Iervolino – si prodigò per gli ideali e le battaglie politiche della Democrazia cristiana.

 

Redazione

 

È online la terza puntata della seconda stagione de “Le Figlie della Repubblica”.

 

Protagonista dell’episodio è Rosa Russo Iervolino, che racconta il padre Raffaele, politico vicino a De Gasperi, e la madre Maria De Unterrichter, anch’essa costituente e politica democristiana.

 

Nel podcast emerge con forza come l’amore, la fede e politica abbiano costituito nella vita della coppia un connubio indissolubile, che si è intrecciato alla storia del nostro Paese. Dal ruolo preminente del padre nell’associazionismo cattolico durante il fascismo fino all’impegno della madre per la scuola, le loro storie sono percorse da un filo rosso che dimostra l’intensità e la serietà con cui vissero la loro vocazione alla politica.

 

L’episodio può essere ascolto sul sito della Fondazione De Gasperi, cliccando qui, su Spotify e sulle principali piattaforme di podcasting.

CONVEGNO DI MILANO: RIGENERARE LA DEMOCRAZIA (E INTANTO DIFENDERLA). RESOCONTO  DELL’ASSOCIAZIONE C3DEM.

 

Liniziativa della rete c3dem per riflettere sui pericoli per la democrazia ha rafforzato la convinzione che essa non si difenda da sola, che possiamo perderla o svilirla, e che tocca a ciascun cittadino prendersene cura.

 

Giampiero Forcesi

 

Introdotto da Fabio Caneri, che della rete c3dem è il coordinatore, si è tenuto a Milano, lo scorso 26 novembre, il convegno “Democrazia, in cerca di rigenerazione”, che era stato preceduto su questo sito da numerosi e interessanti contributi (leggibili qui accanto).

 

La giornata, dalle 10.00 alle 16.00, si è mossa su due binari collegati, certo, ma anche nettamente distinti. Al mattino la discussione, aperta dalle relazioni dell’ex fucino ed ex senatore del Pd Giorgio Tonini, e dal presidente della Acli Emiliano Manfredonia, ha ruotato attorno al tema della crisi della democrazia nella sua dimensione più generale e più politica, con qualche accenno alle vie di una possibile rigenerazione. Nel pomeriggio la discussione, aperta da Daniela Ciaffi, vicepresidente di Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), si è concentrata su alcune interessanti esperienze di cittadinanza attiva, potremmo dire di “democrazia dal basso”.

 

Impegnativa, e franca, la relazione iniziale di Giorgio Tonini si è articolata in questo modo: una premessa, cinque considerazioni di scenario, internazionale e nazionale, e una conclusione, sul che fare, appena accennata.

 

La democrazia e i suoi nemici esterni e interni

 

La premessa: non si può che convenire con il noto detto di Churchill secondo il quale la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. La democrazia ha difetti di tutti i generi, ha detto Tonini, ma non è stato inventato nulla di meglio, e la sua forza sta nella capacità di adattarsi ai diversi contesti, di imparare dai suoi errori. Ha in sé tutti gli strumenti per potersi rigenerare.

 

Prima considerazione. A differenza che nel ‘900, quando tra democrazia e capitalismo si è riusciti a trovare un compromesso, mentre ad Est non si è riusciti a conciliare democrazia e socialismo (neppure il Pci di Berlinguer ci è riuscito), oggi, caduta la speranza che, dopo l’89, il modello occidentale di democrazia + capitalismo si sarebbe andato diffondendo ovunque, il capitalismo non è seriamente messo in discussione da nessuno ma, viceversa, la democrazia è messa in discussione, tanto all’esterno dell’Occidente quanto al suo interno. Oggi, se il capitalismo lo si dà per scontato, a Ovest come a Est, come forza trainante della crescita, si assiste invece allo scontro tra due modelli di democrazia: uno che continua a scommettere sulla connessione tra democrazia e capitalismo (è il modello occidentale, presente anche in India e altri paesi asiatici e in America latina), e l’altro che scommette invece sul capitalismo autoritario, sulla cosiddetta democrazia illiberale, esplicitamente teorizzati. La guerra russo-ucraina, dice Tonini, può essere letta su questo piano. Per la Russia si può e si deve avere capitalismo senza democrazia. Per l’Ucraina la linea seguita è l’altra: capitalismo + democrazia. Qui è la faglia. C’è dunque un mondo che rivendica un altro sistema politico rispetto a quello occidentale.

 

Seconda considerazione. La democrazia, oggi, ha dei nemici espliciti, i quali teorizzano che il modello delle democrazie liberali è inadeguato, e lo combattono. Anche con le armi, come la Russia oggi. La democrazia è dunque costretta a difendersi, fino al punto di dover sparare, di morire e di uccidere. Le democrazie devono potersi difendere, dice Tonini, perché c’è nel mondo chi non ripudia l’uso delle armi, anche a rischio della guerra nucleare. Non si può chiedere alle democrazie di non difendersi. La democrazia – insiste Tonini – o si arrende o si difende, non c’è altra via. E, del resto, la pace propugnata da Immanuel  Kant poneva delle condizioni per potersi realizzare: che i diversi paesi avessero un regime interno di tipo democratico, che i paesi stabilissero una federazione tra loro, che ogni paese fosse aperto e ospitale.

 

Terzo. La democrazia ha oggi anche dei nemici interni. Sono il populismo e il sovranismo. L’uno mette in discussione i limiti del suffragio popolare, che per l’articolo 1 della Costituzione si deve esercitare nei limiti della legge, dello stato di diritto; il secondo che mette in discussione i limiti della sovranità nazionale. Populismo e sovranismo sono due virus, nota Tonini, che hanno colpito persino gli Stati Uniti e il Regno Unito, paesi che non hanno mai avuto rotture nel loro percorso democratico e che sono stati la culla della democrazia.

 

Quarto. Bisogna chiedersi perché stia succedendo questo, da dove viene la fiammata populista. Quello che, intanto, si vede è che i nemici esterni della democrazia fanno il tifo per i suoi nemici interni. Poi c’è il fenomeno evidente dell’impoverimento della classe media nei paesi occidentali. Tonini, a questo proposito, fa riferimento al “Grafico dell’elefante” proposto  dieci anni fa dall’economista Branko Milanovic in un rapporto per la World Bank. In un diagramma a forma di elefante, in cui si analizza l’evoluzione dei redditi della popolazione mondiale tra il 1988 e il 2008, Milanovic  mostra come si possa dividere la popolazione mondiale in quattro fasce, di cui due hanno tratto scarso o nullo beneficio dal ventennio della globalizzazione galoppante, mentre due ne hanno tratto grande beneficio. La prima fascia (pari al 5%) è quella dove si collocano i poverissimi, i quali non hanno visto alcuna crescita del proprio reddito (la coda dell’elefante). La seconda fascia (pari al 65%) è quella in cui si collocano i due terzi più poveri della popolazione mondiale, ai quali il ventennio ha portato una straordinaria crescita del reddito: dal 40 all’80 per cento (la schiena dell’elefante; si tratta dei cinesi, degli indiani, di larga parte dell’America latina e perfino di una parte dell’Africa). La terza fascia (20%) è quella in cui si collocava, nel 1988, all’incirca, la classe media europea e americana, e in cui nel  corso del ventennio ha incominciato a entrare anche la parte più ricca di quella cinese; qui si è registrata una crescita molto  bassa, non superiore al dieci per cento, e per una parte addirittura una riduzione (è la parte bassa della proboscide). La quarta fascia (10%) è quella in cui si colloca la popolazione che gode del reddito più alto e che nel ventennio ha avuto una crescita del reddito fra il trenta e il sessanta per cento (la parte alta della proboscide).

 

I due elementi più negativi del periodo travolgente della globalizzazione, nota Tonini, sono stati la crisi della sostenibilità ambientale e l’impoverimento (relativo) della classe media occidentale, ma questo a fronte del forte miglioramento delle condizioni dei due terzi della popolazione mondiale.  Quanto all’Italia, il processo di crescita dei redditi degli anni ’60 e ’70, con la crescita anche del livello di uguaglianza, si è ormai arrestato da molti anni e la percezione è che il futuro vedrà un ulteriore peggioramento. E’ caduta l’aspettativa di costruire un compromesso sempre più alto tra democrazia e capitalismo. Si è avuto anche una sorta di esaurimento dei mondi vitali che avevano caratterizzato gli anni ’60 e 70. Quel tessuto vitale non c’è più, osserva Tonini; e anche le chiese appaiono assai meno vitali.

 

Così, sia le basi materiali che quelle immateriali della società si sono indebolite. Ed è però inutile, dice Tonini, reagire alla situazione coltivando la nostalgia del passato. Non si può più fare la grande distribuzione dei redditi che si fece cinquant’anni fa. Si rischia di aumentare il già enorme debito pubblico.

 

Quinta considerazione. Ci si deve dunque chiedere che cosa possiamo fare oggi, in che direzione lavorare. Ma qui Tonini si limita a un sommesso suggerimento. Come dirà poi nel dibattito seguito alla sua relazione e a quella di Manfredonia, lui stesso non ha idee chiare in proposito né tanto meno ricette già pronte. Il suo suggerimento è ai partiti, e in primis al Partito Democratico. I partiti, dice, devono oggi, per prima cosa, generare capitale sociale. Per tanto tempo i partiti hanno usato e consumato il capitale sociale di cui era ricca la società. Ma ora, al contrario, i partiti devono impegnarsi a creare le condizioni della rigenerazione del capitale sociale, devono stimolare la partecipazione dei cittadini.

 

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https://www.c3dem.it/rigenerare-la-democrazia-e-intanto-difenderla-un-convegno-servito-a-orientarci/

GERARDO BIANCO, FEDELE ALLA LEZIONE DI DE GASPERI, NON CI VOLEVA SOCIALDEMOCRATICI.

 

Abbiamo rinunciato a morire democristiani, ma non per questo vogliamo morire socialdemocratici, disse ad un congresso. La sua ultima battaglia, nelle elezioni del 25 settembre, consisté nella denuncia del carattere implicitamente autoritario del presidenzialismo. Insomma, non usò mezze misure: apprezzava la virtù della moderazione, ma in alcuni momenti riconosceva la necessità dellintransigenza.

L’articolo è stato pubblicato su formiche.net.

Giuseppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo

 

La lunga storia di Gerardo Bianco è costellata di prestigiosi incarichi nel partito e nelle istituzioni. Uomo di cultura, non esibiva il tratto aristocratico che spesso accompagna la figura dell’intellettuale impegnato nella vita pubblica. Amava la sua terra, l’Irpinia, con la delicatezza e l’orgoglio di un vero meridionale, senza apparire ostile all’Italia produttiva del nord. Non a caso si era laureato a Milano, in quella Università Cattolica che in origine Padre Agostino Gemelli aveva pensato come fucina della classe dirigente cattolica. Anche per questo, il legame con la provincia – ammesso che l’Irpinia sia una provincia e non un pezzo d’Italia a se stante – non lo rendeva affatto provinciale. Se non avesse intrapreso il “mestiere della politica” sarebbe stato un eccellente professore di latino.

 

Il paradosso è che gli toccò raggiungere la notorietà attraverso una congiura di peones. Furono infatti loro, i deputati di seconda fila appellati in questo modo, a volerlo capogruppo dc a Montecitorio. Non fece nulla per staccarsi di dosso quella presunta contaminazione. D’altronde, dopo la vicenda Moro si scivolava verso la rottura della solidarietà nazionale e diventava stringente, vieppiù con il famoso preambolo votato al congresso del 1980, il ritorno a un’alleanza di governo con i socialisti, sbarrando la strada al confronto e alla collaborazione con i comunisti. Bianco, nato politicamente nella Base, condivise il passaggio al pentapartito. Si allontanò da De Mita e scelse Donat Cattin: passò, come usava dirsi all’epoca, dalla sinistra politica alla sinistra sociale (quest’ultima schierata a sostegno della segretaria Forlani).

 

Poi la Dc implose, non solo a causa di tangentopoli, trovando comunque i migliori a difesa di una tradizione di pensiero e di azione. Bianco scelse il Ppi, lo difese con la sua immagine di moderato a riprova di un’operazione che non voleva e non doveva configurarsi nei termini di una prevaricazione della sinistra cattolica e democristiana. E difese il Ppi, soprattutto, quando venne in chiaro il profilo ambiguo e contraddittorio della segreteria Buttiglione. Tenne duro, osannato dai più giovani, anche pronti a ribattezzarlo pubblicamente il “Gerry White” della vera Piazza del Gesù.

 

Non fu mai incline alla riduzione di ruolo e di tono del popolarismo. “Abbiamo rinunciato – disse in un congresso – a morire democristiani, ma non per questo vogliamo morire socialdemocratici”. Era il suo cruccio degli ultimi anni: non abdicare alla difesa di una tradizione, quella del cattolicesimo democratico e popolare, messa a dura prova dall’ibridismo politico-culturale insito nell’esperienza della Margherita prima e del Pd poi. Temeva del resto che l’assenza di un centro avanzato, di tipo degasperiano, aprisse le porte al successo della destra radicale. La sua ultima battaglia, nelle elezioni del 25 settembre, consisté pertanto nella denuncia del carattere implicitamente autoritario del presidenzialismo. Insomma, non usò mezze misure: apprezzava la virtù della moderazione, ma in alcuni momenti riconosceva la necessità dell’intransigenza.

 

Il suo esempio, osiamo pensare, è destinato a lasciare traccia nella politica italiana.

 

 

Fonte: https://formiche.net/2022/12/gerardo-bianco-de-gasperi-dc/

 

 

 

 

 

GERARDO BIANCO EMBLEMA DEL POPOLARISMO, SEMPRE A DIFESA DELLA SUA ORIGINALITÀ E AUTONOMIA.

 

Nella sua lunga militanza politica, Bianco non ha mai rinunciato ad una coerenza di fondo; al contempo, nella costruzione della coalizione di centro sinistra, ha sempre sostenuto la necessità del famoso trattino” tra il centro e la sinistra. Il che significava, in sostanza, lautonomia del centro rispetto alla sinistra. Il suo “testamento politico e culturale – conclude l’autore – è proprio questo, coltivato e diffuso sino agli ultimi giorni della sua vita. E cioè, non rinunciare mai alla propria identità e alla propria cultura politica”.

 

Giorgio Merlo

 

Quando parli di Gerardo Bianco pensi subito ad alcune categorie politiche e, nello specifico, ad una cultura politica: il popolarismo di ispirazione cristiana. E questo perché Gerardo nella sua lunga ed intensa militanza politica non ha mai rinunciato ad una coerenza di fondo: e cioè, il popolarismo ha sempre ispirato la sua presenza politica nel partito, nella società e nelle istituzioni. Non ha mai rinunciato a questa specificità per il semplice motivo che per Lui la politica è sempre stata ricerca del “bene comune” che si poteva percorrere attraverso il confronto costruttivo e fattivo tra le singole culture politiche. Non ha mai accettato la subalternità politica della Sua cultura rispetto ad altri filoni ideali. Sia nella prima repubblica, con la lunga ed intensa militanza nella Democrazia Cristiana e sia, soprattutto, dopo la fine della Dc e l’avvio di una nuova ed inedita stagione politica. Un anelito, questo, che lo declinò con forza nella sua esperienza con la “sinistra sociale” di Forze Nuove guidata da Carlo Donat-Cattin negli anni ‘80 e prima nella “sinistra politica” di Base ma che ebbe la sua piena maturità e completezza durante la difficile e complessa, ma straordinaria ed entusiasmante, stagione del Partito Popolare Italiano.

 

La Sua segreteria nazionale del partito è sempre stata ispirata alla necessità di sottolineare le ragioni politico, culturali e sociali del popolarismo di ispirazione cristiana, di matrice sturziana, degasperiana e morotea. La sua collaborazione, e la sua profonda amicizia umana e politica, con Franco Marini era su questo versante straordinaria ed impeccabile. Furono, quelli, gli anni del “protagonismo” politico dei Popolari – i famosi “popolari del gonfalone” di Gerardo Bianco” – e della costruzione, paziente ma tenace, di una coalizione che non era succube o gregaria della sinistra post comunista ma sempre caratterizzata dal rispetto reciproco dei vari attori politici in campo e dalla riaffermazione della propria specificità culturale. Non a caso Gerardo Bianco ha sempre teorizzato che, nella costruzione della coalizione di centro sinistra, non si poteva mai rinunciare all’ormai famoso “trattino” tra il centro e la sinistra. Un “trattino” che significava, in sostanza, l’autonomia del centro rispetto alla sinistra e, soprattutto, il pieno riconoscimento di chi incarnava plasticamente quella “politica di centro” – ovvero i Popolari – all’interno dell’alleanza. Solo così pensava che fosse possibile dar vita e consolidare il progetto politico e l’esperienza dell’Ulivo.

 

Ecco, proprio per queste motivazioni Gerardo Bianco visse con qualche perplessità la decisione di “sciogliere” i Popolari, tappa decisiva e necessaria per far decollare il progetto della Margherita e, men che meno, la nascita del Partito democratico. Ma, comunque sia, in tutti questi anni ha sempre mantenuto alta la bandiera Popolare. Sia attraverso una forte, costante e significativa collaborazione con tutti gli amici Popolari, seppur disseminati nelle varie formazioni politiche, da un lato e, dall’altro, continuando a riaffermare le ragioni politiche, culturali, sociali, programmatiche e anche etiche del popolarismo.

 

Amava dire che in politica si è credibili, soprattutto in una fase liquida e trasformistica come quella contemporanea, solo se si è in grado di declinare sino in fondo una cultura politica. Solo così si può avere una “personalità politica riconosciuta e visibile”. E il testamento politico e culturale di Gerardo Bianco è proprio questo, coltivato e diffuso sino agli ultimi giorni della sua vita. E cioè, non rinunciare mai alla propria identità e alla propria cultura politica. E questo non solo per il futuro del popolarismo ma, soprattutto, per la credibilità della politica, per la serietà dei politici e per la stessa qualità della nostra democrazia. E Gerardo Bianco, appunto, non ha mai rinunciato ad essere un vero, credibile ed autentico Popolare, cristiano e democratico.

OGGI IL VERO PROBLEMA È LA RICUCITURA.

 

Sovranisti e decisionisti dovrebbero – loro per primi – dedicarsi a unopera di rammendo del nostro spirito pubblico. Invece il governo tira dritto per la sua strada, convinto che la luna di miele durerà allinfinito.

 

Marco Follini

 

La drammatica ferita del territorio di Ischia è anche una metafora della condizione politica del paese. Quella ferita ci ricorda infatti che il fondamentale problema pubblico che abbiamo davanti è la ricucitura. Tra il diritto alla casa e la salvaguardia dell’ambiente. Tra il dovere di decidere e la saggezza di consultarsi. Tra i poteri dello Stato che procedono in ordine sparso. E anche tra forze politiche che non riescono più a parlarsi senza fare il viso dell’arme l’una contro l’altra.

 

Non vorrei fare l’appello ai buoni sentimenti, appello che ha sempre in sé qualcosa di stucchevole. Solo segnalare che questa diffusa conflittualità non porta quasi mai da nessuna parte. E più di qualche volta imballa il motore delle nostre decisioni pubbliche. Dunque, se sovranisti e decisionisti tengono al loro buon nome dovrebbero – loro per primi – dedicarsi a un’opera di rammendo del nostro spirito pubblico.

 

Per ora, a quanto pare, le cose procedono invece nella opposta direzione. Il governo tira dritto per la sua strada, convinto che la luna di miele durerà all’infinito. E l’opposizione a sua volta si esprime principalmente in piazza, laddove si illude di ritrovare lo spirito perduto dei suoi giorni migliori. È la radicalizzazione della lotta politica, come si sarebbe detto una volta. Così, neppure una tragedia come quella di Casamicciola sembra indurre i protagonisti della nostra contesa a un minimo di reciproco avvicinamento. Cosa che farebbe bene al loro animo inquieto. E anche al nostro disastrato paese, affidato alle loro cure.

 

Fonte La Voce del Popolo – 1 dicembre 2022

(Articolo qui ripristino per gentile concessione dell’autore e della direzione del settimanale).

FAMIGLIA CRISTIANA: QUANDO NELL’INFERNO DELLA GUERRA SBOCCIANO I FIORI DELLA PIETÀ E DELLA POESIA.

 

Due volumi della Ares raccontano storie di solidarietà nel Secondo Conflitto Mondiale e svelano le poesie di importanti protagonisti della letteratura del Novecento nate nel fango delle trincee della Grande Guerra.

 

Francesco Anfossi

 

Due volumi delle Edizioni Ares da pochi giorni in libreria ci introducono da due angolazioni diverse e originali nel tema della guerra. Il primo è opera di Antonio Besana e si intitola Vite incrociate”. Narra degli atti di pietà per il nemico che si verificarono nella Seconda Guerra Mondiale. Poiché, come recita l’esergo di Richard D. Winters, «la guerra tira fuori il peggio e il meglio delle persone. Le guerre non rendono grandi gli uomini, ma fanno emergere la grandezza negli uomini buoni». La conferma di questa legge universale ci viene da quello che sta avvenendo in Ucraina: a quanti atti di coraggioso altruismo e abnegazione stiamo assistendo da parte di militari e civili? Molte delle storie narrate nel volume di Besana hanno come protagonisti militari dell’aeronautica, forse perché i piloti hanno conservato il comportamento dei cavalieri del cielo nei “dogfight” della Prima guerra mondiale, che a loro volta riprendevano l’antico codice dei duelli cavallereschi delle epoche precedenti, quasi che gli ultimi protagonisti della guerra “en forme” – i Von Richtofen, i Baracca –  si fossero rifugiati tra le nuvole.

Cosa faccia scattare nell’uomo, in contesti così brutali, la parte più elevata di sé stesso, trasformandolo da demone in angelo, rimane per molti aspetti un mistero. Una risposta, spiega l’autore, «la suggerisce il grande scrittore russo Vasilij Grossman in “Vita e Destino”, quando dice che l’uomo assapora la gioia della libertà e della bontà quando riconosce negli altri ciò che ha già colto dentro di sé».

 

Ma nel gorgo della guerra non abita solo la pietà. Anche la poesia riesce a sfidare lorrore dei conflitti, ispirando i fanti sepolti nel fango delle trincee. War Poets”, a cura di Paola Tonussi, racconta delle molte voci che nellinferno della Grande Guerra hanno scritto versi immortali, pur nella consapevolezza, per dirla coi celeberrimi versi dell’aedo-fante Ungaretti, di stare «come sugli alberi le foglie» – e chi scrive ancora si ricorda il grande dilemma illustrato dalla professoressa del liceo su dove far cadere la pausa: dopo lo “sta” o dopo il “come”?. Questi poeti con l’elmetto e la maschera antigas a tracolla, la baionetta poggiata sul muro di terra, «hanno trovato il tempo e la forza di mettere sulla carta immagini,  visioni e pensieri, di raccontare il coraggio, la rabbia e la disperazione: spesso urla in forma di poesia, repositori di compassione o di cocente ironia, domande senza risposte, implorazioni di non dimenticare». Un libro superbo, quello della Tonussi, studiosa di letteratura anglosassone, che ci svela questa gigantesca rassegna di “fleurs du mal” sbocciati in  mezzo alle “tempeste d’acciaio” sul fronte, un fronte abitato da grandi della letteratura del Novecento, da Thomas Hardy a Robert Graves. Un gigantesco inno in versi per la gioventù condannata a morte da chi voleva vedere, come Cadorna, superare i reticolati salendo su “materassi di cadaveri”.

 

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https://www.famigliacristiana.it/articolo/quando-nell-inferno-della-guerra-sbocciano-i-fiori-della-pieta-e-della-poesia.aspx

 

 

 

ISTITUTO STURZO, CONCLUSO L’INVENTARIO DEL FONDO EMILIO COLOMBO: ORA CONSULTABILE ANCHE ONLINE.

Riportiamo di seguito il comunicato dell’Istituto Sturzo nella convinzione che la notizia riguardante il Fondo Emilio Colombo costituisca motivo d’interesse per i lettori del nostro Blog.

 

L’Archivio Storico comunica che, ai sensi delle leggi archivistiche vigenti in materia, dal prossimo 1° dicembre il fondo di Emilio Colombo sarà consultabile da parte di tutti gli studiosi interessati che ne faranno richiesta.

Grazie alla convenzione firmata il 9 dicembre 2019 con l’Istituto Universitario Europeo, rappresentato dal Direttore Dott. Dieter Schlenker, la documentazione è stata infatti sottoposta al propedeutico intervento di schedatura, ordinamento e inventariazione, svolto, secondo gli standard internazionali, a Firenze dagli Archivi Storici dell’Unione Europea.

La documentazione rientrata ora alla sede dell’Istituto Sturzo a Roma, consta di 281 faldoni, tutti legati da preciso vincolo archivistico.

L’inventario è disponibile in formato cartaceo per la consultazione in sede, e in formato digitale per la consultazione online sui siti istituzionali dell’Istituto Luigi Sturzo e degli Archivi Storici dell’Unione Europea.

Il fondo, depositato per volontà del titolare all’Istituto Luigi Sturzo e dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenza Archivistica per il Lazio in data 1° febbraio 2018, testimonia un interessante spaccato di vicende locali, nazionali e internazionali attraverso l’opera di uno dei più importanti protagonisti della storia italiana ed europea del Novecento. Essa copre, infatti, sessant’anni di vita di Colombo, che ha rappresentato l’Italia ai massimi livelli nazionali e internazionali, dall’esperienza di giovanissimo costituente, di parlamentare democristiano, di sindaco, di sottosegretario, di responsabile di ministeri cruciali (tra i quali Agricoltura, Commercio con l’Estero, Industria, Tesoro, Finanze, Bilancio, Affari Esteri) fino alla presidenza del Consiglio dei Ministri e a quella del Parlamento Europeo (membro del Parlamento Europeo dal 1976 al 1984 e dal 1989 al 1994, e presidente del Parlamento Europeo dal 1977 al 1979).

La tipologia della documentazione presente nel fondo è quella tipica degli archivi di persona: corrispondenza, appunti, testi di discorsi e interventi, materiale di lavoro, rassegna stampa, fotografie.

RIAPRIRE “IL POPOLO” SIGNIFICA DOTARSI DI UNO STRUMENTO DI DIBATTITO NEL SEGNO DELLA LIBERTÀ DI PENSIERO.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo rinnovato appello di Cerocchi, precisando da parte nostra, come redazione, che la risposta data da Pierluigi Castagnetti alla lettera aperta (qui citata) sgombra il terreno da qualsiasi preoccupazione a riguardo di vagheggiate resistenze o incomprensioni.

 

Ho letto con piacere il bel pezzo di Giorgio Merlo che rievoca i corsivi di Bertoldo su “Il Popolo”, alias Sandro Fontana, quando ne era direttore “politico”. Egli dimostrava con la sua libertà di lettura delle evidenze politiche e sociali che i democristiani non avevano timore a infrangere l’egemonia culturale della sinistra, poi tramutatasi in “pensiero unico” e, quindi, “politicamente corretto”.

Questa libertà culturale (mai univoca e sempre dialettica) era la vera forza del partito che adesso non c’è più e che – ormai si può dire – il Ppi non seppe (o non volle) ereditare tanto da lasciarsi convincere nel 2002 a confluire nel partito “di plastica” della Margherita.

Adesso “rumors” più o meno sotterranei fanno intravedere che il responsabili di quello scioglimento del Ppi avrebbe in animo di ridare vita alla testata “Il Popolo”, tirandola fuori dai cassetti dell’associazione degli ex-popolari che “ab immemorabili” presiede.

Personalmente con una lettera aperta su “Il Domani d’Italia” ho chiesto a Castagnetti di risuscitare “Il Popolo”, ma non come cosa sua e del suo stretto giro di amici e seguaci, bensì aprendolo alla libera e responsabile partecipazione di tutti quelli che furono i democristiani. Aprirlo a quella “libertà” che da sempre è stata il nostro più vero simbolo.

Quel giornale e la sua storia, infatti, non appartengono (se non solo legalmente) all’associazione degli ex-aderenti al disciolto Ppi, o al suo responsabile legale, ma moralmente e sostanzialmente a tutti i resti di quel popolo democristiano non ancora assuefatto all’asfissia del politicamente corretto e desideroso di “leggere” la realtà con gli occhi di quella libertà che ha sorretto l’Italia per tanti e tanti anni.

Personalmente non ho chiesto a Castagnetti di riaprire il giornale di una corrente, ma quello di un intero partito che ha saputo vivere nell’aperto confronto di sensibilità e di idee anche diverse, ma unito e forte nelle prove essenziali della democrazia.

Solo così ha senso riaprire il nostro giornale.

AUTONOMIA DIFFERENZIATA, IL SILENZIO DEL NORD. L’APPROFONDIMENTO DE “IL MULINO”.

Modificare la Costituzione per dare maggiore autonomia a tre regioni? Non è una questione territoriale fra Nord e Sud, è un grande tema politico. Di cui occorre parlare, anche al Nord.

Gianfranco Viesti

C’è un grande, sorprendente e preoccupante silenzio al Nord sull’autonomia regionale differenziata, tema su cui il lettore potrà trovare ampia documentazione su questa rivista. Anche in conseguenza di questo silenzio, la questione appare sempre più come uno scontro fra Nord e Sud: una deriva pericolosa e fuorviante. Preoccupa in particolare il recente protagonismo di alcuni presidenti di Regioni del Sud, che si sono autoproclamati “campioni del Sud”: quasi che il confronto fosse di carattere territoriale e interno a segmenti delle classi dirigenti regionali e non, invece, di natura politica e tale da interessare tutti i cittadini.
Si può obiettare che il “Nord” si è già espresso: i cittadini lombardi e veneti hanno partecipato ai referendum consultivi del 22 ottobre 2017. Ma è un’obiezione assai debole. A quel referendum la partecipazione in Lombardia fu piuttosto modesta, intorno al 38% (ancora inferiore nelle aree urbane). Di fatto dunque non è dato sapere che opinione abbiano sul tema quasi i due terzi dei Lombardi. Alcuni di essi, come il sindaco di Milano Sala, hanno espresso la propria contrarietà.

Diversa la situazione del Veneto, dove quel giorno la maggioranza degli elettori si recò alle urne per esprimere il proprio sì; ma a un quesito assai semplice (“volete voi maggiore autonomia”), che non necessariamente corrisponde alle richieste gigantesche formulate successivamente, a novembre dello stesso anno dal Consiglio Regionale, che vanno dalla regionalizzazione della scuola alla proprietà delle reti ferroviarie. Non pochi veneti sono, in ogni caso, contrari, come ad esempio dimostrano le posizioni da sempre assunte dalla Cgil in regione. Quanto all’Emilia-Romagna, nessuno ha mai chiesto ai cittadini come la pensino. Il sindaco di Bologna Lepore, ma anche gli ex presidenti della Regione Errani e Bersani, o personalità come l’ex sottosegretaria Maria Cecilia Guerra, non hanno nascosto le loro fortissime perplessità. Qui non si discute del principio di differenziazione, ma delle concrete proposte delle tre regioni, che potrebbero a breve concretizzarsi.

Nel complesso l’interesse e il dibattito fra posizioni differenti, in particolare nelle tre regioni appena menzionate, sono stati piuttosto modesti; il che non è un bene, proprio perché molte voci contrarie si sono invece levate dal Mezzogiorno. Il silenzio degli uni e il prendere posizione degli altri possono far pensare, come si diceva, che si tratti esclusivamente di una questione fra Nord e Sud. Certo, non si può negare che le richieste finanziarie lombardo-venete siano, nella costante tradizione leghista, mirate a trattenere le maggiori risorse finanziarie possibili, “togliendole” così al resto del Paese, specie alla parte più debole: come plasticamente mostrato dalle posizioni ufficiali della regione Veneto. In effetti è anche una questione territoriale. Ma solo in parte. Leggerla così lascerebbe infatti in primo luogo intendere che l’autonomia differenziata è certamente un vantaggio per i cittadini del Nord. E che quindi le (poche) posizioni contrarie di alcuni di loro nascerebbero sostanzialmente da una generosità solidaristica, contro i propri interessi. Non è così.

Le richieste di autonomia differenziata di cui discutiamo portano certamente forti, ulteriori, poteri alle classi dirigenti regionali; possono rafforzare il predominio delle istituzioni regionali su quelle cittadine: non a caso non pochi sindaci sono contrari. Ma è assai discutibile che portino automaticamente vantaggi ai cittadini. Si può pensare questo solo se si accetta la vulgata leghista – priva di riscontri teorici, scientifici e fattuali – secondo cui più sono forti le Regioni, meglio è per i loro cittadini.

Pensiamo alla scuola. Perché per le famiglie lombarde sarebbe meglio avere gli insegnanti dei propri figli selezionati da concorsi regionali, con criteri stabiliti dalla Regione e, una volta assunti, essere alle dipendenze dell’Assessore regionale? Perché dovrebbe essere meglio avere programmi definiti (oltre le differenziazioni che già esistono) su base regionale, magari con forti richiami alle antiche tradizioni? Un programma che preveda più Alberto da Giussano e meno Verga è forse preferibile?

Pensiamo poi alla sanità. Perché per famiglie lombarde dovrebbe essere meglio una esclusiva competenza regionale fuoriuscendo dal Servizio sanitario nazionale? Per avere, nell’infausto caso di una nuova pandemia, una politica regionale di acquisto dei vaccini; criteri regionali, differenziati, di vaccinazione; criteri diversi per limitarne la diffusione? Per lasciare che il sistema regionale evolva come negli ultimi vent’anni, depauperando l’assistenza sociosanitaria territoriale, invece di far parte di un sistema nazionale che il Pnrr sta orientando verso una rete nazionale di case della salute e ospedali di comunità; e magari avere così, anche in quella malaugurata evenienza, tassi di mortalità particolarmente alti come registrati purtroppo con il Covid?

Oppure pensiamo all’energia. Perché, nelle settimane in cui ci si sta rendendo conto degli altissimi costi della mancanza di una politica energetica comunitaria, della scarsa interconnessione delle reti, della drammatica diversità delle scelte nazionali, dovrebbe essere meglio ricondurre al potere di un Assessore regionale il passaggio delle grandi reti energetiche sul territorio o la definizione di criteri per i nuovi impianti? E, in materia di ambiente, in cui si sta drammaticamente cercando di costruire un consenso planetario intorno alla lotta al cambiamento climatico, sarebbe davvero opportuna una maggiore potestà regolamentare regionale su ambiente e rifiuti?

E, ancora, perché dovrebbe essere meglio – al di là delle possibili rendite finanziarie regionali di opere pagate dalla fiscalità nazionale – staccare le reti autostradali e ferroviarie dal patrimonio nazionale e affidarne gestione e manutenzione a società regionali? Sarebbe meglio, nel caso che l’autonomia regionale fosse concessa alla Liguria nei termini approvati da quella Giunta regionale l’8.3.2019, pagare tariffe autostradali stabilite da quella stessa Giunta per andare da Milano al mare; e nel caso delle imprese magari pagare tariffe di accesso al porto di Genova, ormai parte del demanio ligure?

Non sono esempi forzati: ma possibilità concrete che rivengono dalla lettura, parola per parola, delle bozze di intesa a suo tempo predisposte dall’allora (2019) ministra Erika Stefani insieme alle Regioni.

Ma, naturalmente, c’è molto di più. È davvero preferibile per chi vive nelle regioni più ricche il principio leghista del lavorare per trattenere nella propria comunità la quota maggiore del gettito fiscale? Il portafoglio è davvero l’unico criterio per avere un’opinione su queste richieste? Magari sapendo che poi la più ricca provincia di Milano potrà usare lo stesso principio con la più povera provincia di Pavia; o che il più ricco comune capoluogo potrebbe applicarlo nei confronti dei comuni dell’hinterland più poveri? Da Sud si insiste molto sulla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni previsti nell’articolo 117 della Costituzione e finora mai precisati. Ma è davvero un provvedimento caritatevole nei confronti degli sventurati meridionali? O non è invece uno dei pilastri della definizione della cittadinanza in un moderno Paese europeo con forme di decentramento? Nelle esperienze di tutti i Paesi non c’è decentramento senza perequazione delle basi fiscali. Senza l’idea che quando si nasce si gode di diritti fondamentali in materia di salute, istruzione, assistenza in quanto italiani, e non perché si ha la ventura di nascere a Reggio Emilia invece che a Reggio Calabria. Altrimenti, ci si esprima apertamente a favore dello ius domicilii: dei diritti parametrati sulla residenza.

Quest’ultima considerazione ci porta al nocciolo della questione. L’autonomia regionale differenziata così come richiesta da Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna è una questione politica enorme. Riguarda ruolo e funzionamento dello Stato, principi delle politiche pubbliche, diritti di cittadinanza. Non la compassione verso il Mezzogiorno. Perché dovrebbe essere meglio lasciar cadere una grande infrastruttura cognitiva e formativa come la scuola pubblica nazionale italiana, che – con tutti i suoi difetti – ha avuto e tuttora ha un ruolo fondamentale nel “fare gli Italiani”? Possibile che in Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna interessi così poco? Che non se ne parli nella città che un tempo menava giustamente vanto di essere la capitale morale del Paese, in grado di mostrare a tutta l’Italia i futuri possibili?

È chiaro che il tema, per motivi ben noti, è scottante in casa del Partito democratico, per le posizioni del presidente della regione Emilia-Romagna Bonaccini, ora candidato alla segreteria nazionale. Ma sia permesso chiedere: se un partito, anche attraverso una complessa e faticosa sintesi non riesce a esprimere una posizione su un tema come questo (come avvenuto dal 2017 ad oggi), a “prendere partito”, a che serve? Ma allo stesso tempo il tema è assai scomodo in casa dei Fratelli d’Italia, che vengono da una cultura fortemente centralista e ora sono alle prese con la necessità di concedere spazio alla Lega proprio su questo terreno così scomodo. Ma anche l’interesse dei 5 Stelle è a corrente alternata; seppur vada riconosciuto loro l’indiscutibile merito – nel silenzio del centro-sinistra – di aver bloccato la concretizzazione delle Intese Stato-Regioni nel 2018-19 dopo aver sottoscritto un “contratto di governo” che le indicava come “prioritarie”. Ma proprio l’opacità delle posizioni partitiche dovrebbe rendere il tema più interessante per gli intellettuali; così come la complessità e l’articolazione della materia fornire spunti per convegni e incontri nelle aule universitarie.

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AUGUSTO DEL NOCE GIORNALISTA. RACCOLTI IN VOLUME GLI ARTICOLI PUBBLICATI IN 15 ANNI SU “IL TEMPO”.

“Senza il giornalista al filosofo sarebbe mancata la tribuna, l’agone, il certame”. L’affermazione del prof. Mercadante coglie un aspetto decisivo del successo che ebbe, nella seconda metà del Novecento, il pensatore torinese. Alcune pagine di questa raccolta – Gramsci e Rodano sono gli interlocutori principali – meritano un’attenta rilettura. Del Noce è ancora attuale? Certamente l’analisi della società tecnocratica, condotta con lucidità e rigore, dovrebbe stimolare l’aggiornamento di un confronto a distanza, per capire la crisi che serpeggia in Occidente.

Pietro Giubilo

Spiega Francesco Mercadante in un recente saggio pubblicato sul n. 3/4 del 2019 della Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto che “il successo di Augusto Del Noce presso il grande pubblico nella seconda metà del Novecento richiama per analogia quello di Benedetto Croce nella prima metà”. All’opera del filosofo, si affiancò, infatti, il lavoro quotidiano dell’editorialista, “pronto – aggiunge – alla sfida quotidiana minuta“, come era accaduto con Bobbio, Sartori, Matteucci, Romeo, Colletti, Vattimo, Severino, Cacciari. “Senza il giornalista – conclude drastico l’emerito cattedratico di filosofia del diritto – al filosofo sarebbe mancata la tribuna, l’agone, il certame”.

Gli articoli raccolti in questo ampio volume, conveniamo con Mercadante, sono “sempre di qualità”, “secondo il modello dei rari filosofi che non solo sanno pensare, ma sanno anche scrivere” e consentono di orientarsi in quel rapporto, non agevole, tra i principi e la realtà, anche politica, offrendo chiavi di interpretazione preziose e non transeunti.

L’inizio della collaborazione con Il Tempo è del dicembre 1974, con uno scritto (“Fede e ragione. Il quesito dell’autenticità”) nel quale il filosofo afferma, preoccupato, che non “c’è da stupirsi” se “il caos abbia contagiato la Chiesa, non appena essa si è ‘aperta’ al mondo”. La critica al modernismo sarà uno dei temi ricorrenti negli articoli di Del Noce, anche nell’apprezzamento che più volte esprimerà su Jacques Maritain, così come quello della scristianizzazione, sorto dopo la guerra (“per il cattolicesimo un avversario allora imprevisto…di negazione di ogni religione, a livello mondiale, di una estensione senza precedenti”).

Altro argomento che ritroviamo con frequenza è quello del marxismo con la convinzione che esso non potesse prescindere dalla rivoluzione russa poiché solo con questo esito “il socialismo reale” è “rientrato nella storia”. Cioè a dire una continuità ed una inscindibilità tra Lenin e Marx, giungendo quindi non al “regno della libertà”, ma al “al grado massimo dell’oppressività”, attraverso il “tradimento necessario alla sua riuscita”. Su questo argomento il libro ospita il lungo saggio scritto il 14 marzo 1983, in occasione dei cento anni dalla morte del filosofo di Treviri. Anche le analisi che riguardano gli intellettuali italiani ed in particolare su Antonio Gramsci e Franco Rodano, anche perché, sintetizzate in articoli, sono particolarmente efficaci per la loro comprensione e il diverso contributo alla politica comunista in Italia.

Sono riportati nella raccolta degli scritti sul quotidiano romano le interessantissime e poco conosciute considerazioni su Alexsandr Solzenicyn del quale riporta la sua famosa frase: ”La Rivoluzione parte sempre dall’ateismo” e ciò, secondo Del Noce, si spiega, sempre secondo lo scrittore russo, perché “nella struttura psicologica di Marx e di Lenin, l’odio contro Dio è il movente e l’impulso principale, prima di ogni aspirazione politica ed economica”. Ricorda anche nell’articolo che per Sozenicyn “l’ateismo sovietico trova la sua replica nell’ateismo occidentale: nell’Occidente la fede è in pericolo, non perché la si stermina da fuori, ma perché è corrosa dall’interno, e forse questo pericolo è ancora più terribile”. Questo aspetto di critica all’Occidente è poco conosciuto e, tuttavia, come scrive Del Noce, è proprio partendo “dalla critica allo stalinismo” che il premio nobel per la letteratura “è stato portato a riscoprire la tesi antimodenista già enunciata dagli scrittori controrivoluzionari dell’Ottocento” sui quali il posto più eminente lo occupa Dostoevski.

Oltre agli aspetti teorici di cristianesimo e marxismo, gli articoli del professor Del Noce esaminano, con riferimento alle vicende politiche di allora, i rapporti tra la Dc e il Pci. Con la contrarietà al compromesso storico, gli articoli, esaminano quella sottovalutazione del momento della cultura e della società civile da parte del partito democristiano per il cui effetto “nel lunghissimo tempo“ del suo governo “si è avuta la massima scristianizzazione della società civile”, ciò a motivo dell’accantonamento del pregiudizio ideologico da parte della Dc verso il Pci e la conseguente caduta della “religiosità della vita politica”.

Le notazioni sul fascismo mostrano una netta diversità rispetto alle analisi e alla critica azionista e comunista. Lo ritiene “piena realizzazione e completo scacco” del “socialismo rivoluzionario”, influenzato – con il tratto che unisce D’Annunzio e Mussolini – dal superomismo nietzschiano, quindi non antimoderno e che “al momento della sua scesa al potere…trovò un consenso della cultura …quella che si era formata in Italia nei primi due decenni del ‘900”.

Meritano una evidenziazione, infine, tra i tanti ulteriori argomenti affrontati nei centosettantuno articoli e nelle otto interviste, gli scritti sulla “nuova società tecnocratica”, anche per l’attualità delle sue considerazioni. Questa si manifesta, secondo Del Noce, con la ”assolutizzazione del momento economico, assolutizzazione coincidente con la fine dell’etica”.

Anche lo stesso Pci ne viene infatti coinvolto, mentre Togliatti “pensava originariamente ad un accordo completo col mondo cattolico…con l’alternativa, Occhetto butta via quel poco che potrebbe ancora essere salvato del comunismo: la sua critica alla mentalità economicistica”. A questo proposito, nella Introduzione di Marco Brignone, curatore del ricco volume, l’ultima considerazione ci appare particolarmente adatta alla condizione odierna: “Del Noce, sul finire della sua epoca, ha scorto chiaramente i segni di una nuova realtà storica. Nel dispiegarsi della società tecnocratica, cui assistiamo nel mondo globalizzato, scorgiamo anche, nel momento stesso del suo dispiegarsi, molte forme di resistenza ad essa. E precisamente in questo senso che intendiamo oggi il lascito delnociano più fecondo”.

Augusto Del Noce, Filosofia politica e “cultura dei valori”. Scritti su Il Tempo (1975-1990), a cura di Marco Brignone, Gangemi Editore, 2020, pp.845, euro 44,00.