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Un Centro dotato di cultura e sintesi politica, non satellite del Pd. Risposta a Teodori.

Interessante e acuta, come sempre, l’analisi di Massimo Teodori sul Foglio di ieri, martedì 11 giugno.

Condivido la valutazione sul bipartitismo poco compatibile col DNA italiano e pure la necessità che il campo alternativo alla destra leghista e al populismo nostrano si articoli in maniera plurale non attraverso formazioni “satelliti” del PD, ma con aree riconoscibili per cultura politica ed autonome, che col PD costruiscano una ampia coalizione democratica.

Meno convincente mi sembra invece Teodori laddove immagina che la questione sia risolvibile con la nascita di un partito liberal democratico capace di interpretare gli elettori che “guardano alla società aperta” contro ogni sovranismo. Il punto è che questi elettori (ceti urbani, convinti delle opportunità della globalizzazione, sinceramente europeisti, favorevoli alle innovazioni sempre più spinte sul piano tecnologico, sociale e fin anche antropologico) votano già per il PD e il centro sinistra. Anzi, ne costituiscono ormai lo zoccolo duro.

La competizione con la destra si può vincere con proposte capaci di riconquistare gli altri elettori, quelli che guardano alla “società aperta e globale” con diffidenza e scetticismo, anche perché fino ad ora ne hanno toccato con mano solamente le ricadute negative sulla propria condizione di vita: fasce sociali con redditi bassi, ceto medio, cittadini delle aree interne, montane e rurali.

È su questo fronte che l’analisi di Teodori mi pare quantomeno parziale. Così come parziale trovo la sua rappresentazione della cultura del “popolarismo”, non riassumibile con la pur preziosa e straordinaria esperienza del pensiero dossettiano.

La DC – con l’impronta degasperiana – fu sintesi efficace di popolarismo e pensiero liberal-democratico.

La politica non si può fare con la nostalgia e riproporre formule ed esperienze appartenenti a fasi storiche terminate non porta da nessuna parte, se non all’uso strumentale e patetico delle vecchie simbologie, come si nota reiteratamente dagli anni novanta in poi.

E tuttavia, se un’area manca oggi all’appello delle forze democratiche capaci di riconquistare il consenso della maggioranza dei cittadini, contro la destra sovranista e il populismo, si tratta di questa. Con tutte le innovazioni che i tempi attuali impongono, ma con questa ispirazione culturale e politica.

Mi permetto infine, avendola vissuta direttamente, una precisazione sulla vicenda di Scelta Civica, che Teodori liquida in maniera troppo sbrigativa.

Essa fu un tentativo – non riuscito, ma ricercato con onestà intellettuale – di colmare un vuoto di rappresentanza già evidente in quegli anni. E fu promosso proprio da esponenti politici e civili delle due culture: quella del popolarismo di ispirazione cristiana e quella di matrice liberal-democratica.

Detto per inciso, non furono certo i primi a decidere ad un certo punto di entrare nel PD. Occorrerebbe in ogni caso indagare un poco più a fondo quella esperienza, che personalmente resto orgoglioso di aver concorso a far nascere, con le sue luci e le sue ombre.

Se educhi una bimba in Africa…

Tratto dall’Osservatore Romano in edicola oggi a firma di Giulio Albanese

Nella società civile africana sono in molti, oggi, a domandarsi quale possa essere il soggetto discriminante, antropologicamente parlando, capace d’imprimere l’agognato cambiamento, rispetto ai condizionamenti impressi dalla globalizzazione. E la risposta, andando al di là della retorica, è certamente complessa, ma non può prescindere dal ruolo delle donne afro. Come rilevava il sociologo francese Emmanuel Todd in L’enfance du monde (1984), in quasi tutte le società africane esiste una forte componente matrilineare, che può essere temporaneamente repressa sotto l’influenza dell’islam o di altre ideologie, ma che poi finisce sempre per riaffiorare. Ed è proprio lei, la «donna africana — secondo Jacques Giri, africanista di fama internazionale — prima degli uomini, prima della scuola, prima della radio, del cinema o della televisione, che formerà l’Africa di domani».

Occorre, comunque, stigmatizzare i condizionamenti culturali impressi dal colonialismo che hanno generato non pochi fraintendimenti. Infatti, prima che le potenze europee sbarcassero in Africa e sottomettessero le popolazioni autoctone, è stato ampiamente dimostrato che furono numerose le donne afro  capaci di distinguersi per il loro carisma. Basti pensare alla regina Ana de Sousa Nzinga Mbande (1583–1663), meglio nota con il nome  Ana Nzinga, sovrana dei regni Ndongo e Matamba, che difese tenacemente gli interessi del fiero popolo Mbundu, di ceppo bantu, prima negoziando e poi opponendosi al dominio portoghese. Da rilevare che per questo popolo il  rapporto di parentela era computato secondo la discendenza per linea femminile. Nzinga è ancora oggi ricordata in Angola non solo per la sua perspicacia politica, ma anche per le straordinarie doti nella tattica militare.

E cosa dire, in tempi relativamente più recenti,  dell’eroina keniana Mekatilili wa Mwenza dei Mijikenda, vissuta a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento? Questa donna, nata nell’entroterra di Kilifi, fu la prima guerriera a combattere contro i britannici e per questo venne imprigionata in un campo di lavoro nel nord del Paese, dal quale riuscì a fuggire raggiungendo la città costiera di Malindi a piedi e riprendendo l’azione rivoluzionaria.  Per non parlare della regina Lozikeyi Dlodlo, succeduta de facto al marito re Lobegula nel governo del popolo Ndebele verso la fine del 1800. Si oppose tenacemente, sia con la diplomazia, ma anche con la forza militare, all’occupazione delle terre ad opera dei coloni bianchi, i quali, successivamente, crearono l’ex Rhodesia (oggi Zimbabwe). Sulla stessa scia, fu emblematico il ruolo delle donne di Calabar e Owerri che furono le protagoniste della celebre sommossa, ricordata ancora oggi, come “Rivolta delle donne  Aba” che si oppose ai militari della corona britannica nel 1929. Pertinente è l’osservazione di Nanjala Nyabola, autorevole analista politica keniana, secondo cui, nonostante vi siano state nella storia africana figure di questo calibro, nel corso prima del colonialismo e poi successivamente dopo le indipendenze dai regimi coloniali, si è radicata, a livello continentale, «un’idea patriarcale dei ruoli — introdotta dal patriarcato europeo e scambiata per una presunta tradizione africana — che di fatto ha cancellato il ricordo delle donne che hanno ricoperto cariche a livello di leadership».

Ma oggi le cose stanno gradualmente cambiando. Ad esempio, l’elezione della signora Sahle-Work Zewde alla massima carica dello Stato in Etiopia, avvenuta il 25 ottobre dello scorso anno, ha rappresentato un significativo coronamento dell’impegno dell’attuale primo ministro Abiy Ahmed, nel valorizzare le donne del suo Paese. Il fatto stesso che Abiy abbia formato il suo esecutivo per metà proprio con donne, la dice lunga. Diplomatica di lungo corso, la Zewde ricopriva fino al giorno in cui è divenuta presidente la carica di rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite  António Guterres  presso l’Unione africana (Ua).

Attualmente la percentuale delle donne africane negli organismi legislativi dell’Africa subsahariana è attorno al 24 per cento e a livello continentale, il Rwanda ha il più alto numero di donne in parlamento (63,8 per cento dei seggi) e, grazie al ricorso sempre più diffuso al sistema delle quote, nella maggior parte dei Paesi dell’Africa orientale e meridionale le donne rappresentano più del 30 per cento dei parlamentari.  Abituate da sempre a fare i conti con la quotidianità della vita e con la sfida della sopravvivenza, le donne africane hanno compiuto in questi anni notevoli progressi nella vita non solo politica, ma anche economica e culturale a tutti i livelli. Sviluppi significativi hanno innescato una loro maggiore visibilità nella difesa dei diritti, fornendo competenze per sostenere il cambiamento.

Sono proprio loro che, di fronte alle prevaricazioni del potere, hanno difeso le prerogative calpestate dai satrapi di turno, dalla Liberia alla Sierra Leone, dalla Repubblica Democratica del Congo alla Somalia, dall’Uganda al Sudan. Illuminante, a questo proposito, è il pensiero della scrittrice camerunese Werewere Liking, nel suo libro «La memoria amputata». Con tono gioioso, parla di miriadi di donne «laboriose che fanno girare instancabilmente la ruota del divenire di questo continente, nell’oblio delle loro storie dolorose e infelici». Proprio come fecero, durante la seconda guerra civile sudanese (1983-2005) le donne della Sudan’s Women’s Alliance, della Sudan Women’s Association di Nairobi, della New Sudan Women’s Federation e della Sudan Women’s Voice for Peace, tutte organizzazioni femminili che diedero il loro contributo fattivo al processo di pace, mostrando sicuramente più interesse dei loro mariti per le condizioni di miseria della popolazione civile sudanese stremata dalle violenze. Un impegno che molte di loro hanno proseguito recentemente nei due Sudan, divisi a seguito del referendum del 2011, anche nelle sedi istituzionali sia a Khartoum come anche a Juba. Una cosa è certa: la forza d’impatto delle donne africane si evince anche dai numeri: esse rappresentano il 70 per cento della forza agricola del continente e gestiscono la vendita delle derrate alimentari per l’80 per cento. Le donne, inoltre, da decenni sono protagoniste nella microfinanza, consentendo la nascita di migliaia di piccole imprese. Esse svolgono con sagacia la formazione in tanti ambiti della società civile, come attività di lobbying, ricerca, educazione civica e nei servizi sociali, lottando spesso per includere nelle costituzioni clausole di equità contro ogni genere di discriminazione. E cosa dire del loro contributo nella difesa della salute, soprattutto contro il morbo dell’hiv/Aids e della malaria? Sono loro (molte delle quali religiose cattoliche) che svolgono spesso formazione sanitaria nei villaggi, impegnandosi in prima linea contro le pratiche tradizionali dell’infibulazione e della mutilazione genitale. Allora, anche se è inevitabile che l’Africa continui a sperimentare, chissà per quanto, le difficoltà determinate dalla globalizzazione, l’avvenire del continente è aperto alla speranza. Lo ha cantato a squarciagola nei suoi lunghi anni d’esilio la compianta Miriam Makeba, testimone della sete di libertà del popolo nero sudafricano. E ha continuato a cantarlo fino alla morte, sopraggiunta a Castel Volturno, in Italia il 9 novembre 2008. D’altronde, come recita un proverbio africano: «In Africa se educhi un bimbo educhi un uomo, se educhi una bimba educhi una nazione».

Roma, storie per ritrovare la nostra città

“Ho ricevuto Walter Veltroni. Mi ha regalato il suo ultimo libro e ho avuto con lui una piacevole chiacchierata”. Chi leggesse queste righe, non penserebbe mai alle parole di un esponente del M5S. Invece lo sono. Si tratta infatti del sindaco di Roma, Virginia Raggi, che in un post su Twitter ha voluto segnalare l’incontro con una figura importante del mondo della Sinistra, il primo Segretario del Partito democratico, nonché ex primo cittadino in Campidoglio. Naturalmente è solo un piccolo segnale, ma significativo, di un’operazione di dialogo che diversi esponenti politici delle rispettive forze parlamentari, a vari livelli, stanno provando a portare avanti. Una tela paziente e difficile da tessere, nella consapevolezza che le elezioni anticipate, in autunno, non convengono a nessuno.

Dicevamo del libro in oggetto (“Roma, Storie per ritrovare la mia città”, edito da Rizzoli). Spesso i libri dei politici sono utili per evidenziare un periodo storico, annunciare il ritorno sulle scene, o regolare qualche conto interno, rimasto in sospeso. Non tutti, però. Quello scritto da Walter Veltroni con Claudio Novelli è un libro non effimero. Ha il pregio della concretezza, restituisce il senso della memoria, conferma quello che i più attenti osservatori già sapevano da tempo e cioè quanto sia infondata l’idea dei nuovi governanti di essere sempre “all’anno zero” di ogni cosa. L’autore intende sfatare il mito della ingovernabilità di Roma, desidera ricostruire la sua esperienza amministrativa “per un dovere nei confronti della nostra memoria collettiva”. E infine, o soprattutto, il motivo politicamente più rilevante destinato al “nuovo ceto politico al quale guardo con rispetto” è “l’idea dei nuovi potenti di essere sempre l’anno zero di ogni cosa, di dover dimostrare che prima del loro arrivo tutto era un disastro”. L’anno zero, il mantra ripetuto all’infinito dalla giunta M5S fin dal suo insediamento, ormai tre anni fa.

Veltroni ricostruisce nel dettaglio (quasi mese per mese) i sette anni trascorsi alla guida del Campidoglio, dal giugno 2001 al febbraio 2008. Il libro è, necessariamente, anche il racconto di grandi iniziative urbanistiche. Il nuovo Auditorium, primo complesso del suo genere in Europa e secondo in assoluto nel mondo dietro il Lincoln Center. La rinascita di due parchi storici, come villa Torlonia e villa Borghese. La casa del Cinema, la casa del Jazz, la nuova stazione Tiburtina. L’ampliamento della linea B1 della Metropolitana. Il volume è anche il diario di una intensa stagione di iniziative culturali (“La cultura è un potente agente di ricucitura della città e per Roma è il più forte traino di crescita del lavoro, dell’economia urbana”, scrive l’autore), una serie di “grandi e piccoli eventi raccontati quasi con frenesia, come se le 400 pagine non bastassero”, come osserva Gigi Proietti che con Renzo Piano e il vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, hanno firmato le tre prefazioni del volume.

Ma ci sono anche le tante manifestazioni dell’estate romana, soprattutto nei quartieri periferici, ampliando quella che fu una grande idea del Sindaco Luigi Petroselli, sul finire degli anni Settanta. Il libro farà discutere, e il dibattito farà comunque bene a una città e a un tessuto sociale urbano oggi in profonda crisi.

Fca-Renault si ritenta

Le diplomazie di Fiat Chrysler Automobiles e di Renault starebbero lavorando per capire se ci sono margini per riaprire le negoziazioni.

Anche se in realtà, questa nuova trattative è più che altro spinta dagli investitori, i primi ad aver puntato sulla bontà del progetto, una volta annunciato.

Poco importa dei diktat annunciati da Nissan.

Le diplomazie al lavoro sembrano già aver trovato una soluzione.

Un’ipotesi potrebbe passare proprio per una presa meno stretta di Renault su Nissan, vendendo parte 43,4% delle azioni che ha in mano o in qualche modo congelandone il peso.

Così nell’eventuale holding che si creerebbe in Olanda Anche Nissan avrebbe diritto di voto.

Milano: parte il piano socialità

Il Comune potenzierà l’assistenza domiciliare fornita già durante l’anno agli anziani e alle persone con disabilità seguiti dai Servizi territoriali, estendendoli anche a una fascia di cittadini che durante l’estate, complice il caldo e l’assenza di familiari, badanti o vicini di casa, possono trovarsi in difficoltà.

Le richieste possono essere effettuate chiamando il numero verde gratuito 800.777.888 che è attivo dalle 8 alle 19, dal lunedì al sabato e, in caso di ondate di calore segnalate dai bollettini Ats, sarà in funzione anche la domenica con gli stessi orari. La linea telefonica rimane attiva anche oltre la stagione estiva per rafforzare i servizi che già si occupano della lotta alla solitudine soprattutto per le categorie più fragili, come gli anziani.

Durante i mesi estivi, agli operatori sarà possibile richiedere interventi assistenziali tra cui: consegna di pasti a domicilio, assistenza domiciliare per l’igiene della persona e la pulizia della casa, telefonate e visite, aiuto domestico con accompagnamento per spesa e per visite mediche.

Il piano di interventi del Comune si svolgerà in due fasi: durante la prima, che durerà fino al 28 luglio, gli interventi richiesti sono organizzati dagli operatori del Comune, attraverso i servizi territoriali dedicati, dal lunedì al venerdì dalle ore 8 alle 17 e, in presenza di ondate di calore, dalle 8 alle 19, sabato, domenica e festivi compresi. Durante la seconda, dal 29 luglio all’1 settembre, la Centrale Operativa cui far pervenire le richieste attraverso il numero verde sarà attiva dalle 8 alle 19, compresi sabato, domenica e festivi.

Ai servizi, offerti a tutte le persone con fragilità o non autosufficienti, si accede su base volontaria, per cui fondamentali sono le segnalazioni di familiari, parenti, vicini di casa e conoscenti per evidenziare le situazioni di maggiori difficoltà. Le iniziative dedicate agli anziani non riguarderanno solo l’ambito dell’assistenza, ma anche quello della socialità e coinvolgeranno le strutture ricreative dedicate agli anziani e gli spazi aggregativi dove sono presenti i custodi sociali.

3° Conferenza nazionale sulla Sharing Mobility

Il nuovo modello di mobilità condivisa continua la sua crescita e la sua evoluzione in Italia e nel Mondo. Per fare il punto su tutte le tendenze in atto, il 27 giugno prossimo si svolgerà a Roma la 3° Conferenza nazionale sulla Sharing Mobility, organizzata dall’Osservatorio nazionale Sharing Mobility presso la Sala Esquilino nella cornice dell’ala Mazzoniana della Stazione Termini. 

La Conferenza si  svolgerà nell’ arco della  giornata. Durante la mattina saranno presentati i contenuti del 3° Rapporto nazionale sulla sharing mobility e saranno discussi, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, dati e trend aggiornati della mobilità condivisa in Italia. Nel corso della mattinata, inoltre, Deloitte presenterà in esclusiva un’analisi industriale e sociale relativa agli scenari presenti e futuri della Nuova Mobilità.

La 3° Conferenza nazionale sulla Sharing Mobility è realizzata in partnership con Deloitte e nugo, in collaborazione con il Green City Network. (programma allegato)

Supercomputer, risorsa strategica per il futuro dell’industria europea

L’impresa comune europea per il calcolo ad alte prestazioni ha selezionato in 8 Stati membri gli altrettanti siti per centri di supercalcolo che ospiteranno le nuove macchine volte all’elaborazione automatica dell’informazione ad alte prestazioni. Strumenti indispensabili per lo sviluppo di nuove applicazioni in un’ampia gamma di settori che andrà dalla progettazione di medicinali e nuovi materiali alla lotta ai cambiamenti climatici. I siti ospitanti saranno a Bologna, Ostrava (Cechia), Sofia, Kajaani (Finlandia), Bissen (Lussemburgo), Minho (Portogallo), Maribor (Slovenia) e a Barcellona. Le infrastrutture sosterranno lo sviluppo di applicazioni importanti in ambiti quali la medicina personalizzata, la progettazione di farmaci e materiali, la bioingegneria, le previsioni meteorologiche e i cambiamenti climatici. In totale, 19 dei 28 Paesi partecipanti all’impresa comune faranno parte dei consorzi che gestiranno i centri e il bilancio complessivo, con i fondi dell’Ue, sarà pari a 840 milioni di euro. Le modalità precise di finanziamento dei nuovi supercomputer verranno integrate nelle convenzioni di accoglienza che saranno firmate a breve.

Oggi le capacità di calcolo ad alte prestazioni sono fondamentali per generare crescita e occupazione, ma anche per l’autonomia strategica e l’innovazione in qualsiasi settore. Il supercalcolo può essere utilizzato in tanti diversi di settori. Può, ad esempio, prevedere l’evoluzione dei modelli meteorologici locali e regionali e le dimensioni e i percorsi di tempeste e inondazioni, consentendo di attivare sistemi di allerta precoce per fenomeni meteorologici estremi. Il supercalcolo è utilizzato anche nella progettazione di nuovi medicinali, per risolvere complesse equazioni fisiche che modellano i processi molecolari e le interazioni di un nuovo farmaco con i tessuti umani. Anche le industrie del trasporto aereo e automobilistico lo utilizzano per effettuare simulazioni complesse e testare singoli componenti, interi aeromobili e autoveicoli. Essendo inoltre fondamentali per realizzare simulazioni su vasta scala e per l’analisi dei dati, i supercomputer sono un elemento fondamentale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e per rafforzare la posizione europea in ambito di cybersicurezza e blockchain.

L’impresa comune, insieme ai siti ospitanti selezionati, prevede di acquisire 8 supercomputer: 3 precursori di macchine a esascala (in grado di eseguire oltre 150 petaflop, ovvero 150 milioni di miliardi di calcoli al secondo), che saranno tra i 5 migliori al mondo, e 5 macchine a pentascala (in grado di eseguire almeno 4 petaflop, ovvero 4 milioni di miliardi di operazioni al secondo). I precursori dei sistemi a esascala avranno una potenza di calcolo 4-5 volte maggiore rispetto agli attuali sistemi di supercalcolo di punta del partenariato per l’informatica avanzata in Europa. In questo modo sarà possibile raddoppiare le risorse disponibili per il supercalcolo a livello europeo, il che significa che potranno accedervi molti utenti in più.

Nei prossimi mesi l’impresa comune firmerà convenzioni con i soggetti ospitanti selezionati e con i rispettivi consorzi ospitanti. Tali convenzioni rispecchieranno il funzionamento della procedura di appalto per l’acquisizione delle macchine e gli impegni di bilancio della Commissione e dei paesi membri. I supercomputer dovrebbero diventare operativi nella seconda metà del 2020 per gli utenti europei provenienti dal mondo accademico, dall’industria e dal settore pubblico. Tutti i nuovi supercomputer saranno collegati alla rete paneuropea ad alta velocità Geant, come i supercomputer esistenti che fanno parte del partenariato per l’informatica avanzata in Europa.

I turbanti fatti dalle detenute di San Vittore

Usciranno dalla sartoria del carcere di San Vittore e saranno a disposizione delle donne in cura all’Istituto nazionale per i tumori, nella stessa Milano: sono turbanti colorati, trasformati in accessori alla moda e nel simbolo di un’alleanza fra detenute e malate.

Il progetto si chiama “La vita Sotto il turbante” ed è nato dalla collaborazione tra l’associazione Go5-Per mano con le donne, una Onlus dedicata alle pazienti del reparto di Ginecologia Oncologica dell’Istituto dei Tumori di Milano, e la Cooperativa Alice per Sartoria SanVittore.

L’idea è venuta alle volontarie di Go5 e si è poi concretizzata fino ad ottenere, grazie all’attenzione dell’assessorato alle Politiche Sociali, il patrocinio del Comune di Milano e della Camera Penale di Milano.

L’innovazione nasce dalla tradizione e dall’uomo. Intervista ad Andrea Granelli

Tratto dall’Osservatore Romano in edicola oggi

Andrea Granelli, esperto di digitale e sensibile ai temi dell’impatto delle nuove tecnologie sull’uomo e sulle organizzazioni entra nella conversazione avviata su queste pagine dalla riflessione di Giuseppe De Rita sulla crisi della società occidentale e il ruolo dei cattolici e lo fa partendo dall’analisi della tecnologia — in primis quella digitale — nell’era contemporanea e delle sue capacità trasformative che richiedono una nuova etica e una conoscenza non solo tecnica ma anche sapienziale che rimetta al centro i valori, l’uomo integrale, l’ambiente visto come casa comune.

Partiamo dalle elezioni europee cercando di andare oltre le derive del sovranismo.

Un dato che mi sembra degno di nota è l’emergenza dei verdi in Europa che indica una visione della politica che va oltre l’attuazione di un programma e che richiede valori, progetti lunghi, sogni. Mettere al centro del pensiero politico solo un programma con gli elettori è molto pericoloso, soprattutto in un contesto in continua evoluzione. Molte delle questioni che la politica deve affrontare non erano così evidenti o urgenti durante la stesura di questo documento. Inoltre il programma rischia di trasformarsi da mero strumento in vero e proprio fine. Quando la discussione politica si anima (e va in profondità) il discorso viene sempre interrotto da due affermazioni: o “non è nel programma” (e quindi il tema diventa automaticamente non rilevante né urgente) o “è nel programma” (e quindi deve essere fatto necessariamente e acriticamente, anche se il contesto è nel frattempo mutato). È un po’ come a scuola quando il professore pone come priorità il dovere di finire il programma rivelando che forse si è perso il senso dell’esperienza scolastica. Rimettere l’ambiente al centro è quindi un ottimo punto di partenza per riallenare l’uomo a ricostruire una visione lunga e densa di valori. E soprattutto a rileggere l’ambiente come casa comune, come creato che richiede una custodia e non una tutela che rischia di imbalsamarlo. In questo l’enciclica Laudato si’ ha avuto, a mio parere, un ruolo centrale che deve produrre ancora molti frutti. Anche il nuovo vocabolario introdotto — conversione ecologica, antropocentrismo dispotico, tecnocrazia, grido della Terra — arricchisce la discussione e le prospettive, cambiando la natura del dibattito e togliendo l’esclusività della tutela ambientale dalle mani degli ambientalisti, senza nulla togliere al loro straordinario contributo: il compito è infatti di tutti; nessuno si può tirare indietro e ignorare il grido della terra.

Come si può riaccendere, allora, la passione politica anche nel nostro Paese?

È forse una delle sfide più importanti e complesse del prossimo decennio: “reingaggiare” i cittadini alla vita politica. Non ci sono infatti solo i Neet («not (engaged) in education, employment or training») di tipo economico. Ben più preoccupanti sono i Neet politici, ricondotti oggi alla banale e poco minacciosa statistica dei “non votanti” e dove le cause della loro non partecipazione vengono ricondotte a banali schematizzazioni calcistiche (“non c’è una squadra che valga la pena votare”). Come ci ricorda padre Giovanni Cucci nel suo ultimo libro, la felicità richiede non solo di avere qualcosa di cui vivere e qualcosa per cui vivere, ma anche qualcosa per cui morire, una ragione, dunque, che dia senso alla vita stessa, una ragione per cui valga la pena lottare fino in fondo, una ragione che trascenda la nostra esistenza di individui. Non stiamo vivendo un’epoca di cambiamento ma un vero e proprio cambiamento d’epoca, ha osservato Papa Francesco, e noi oggi siamo nella terra di mezzo, nell’epicentro del cambiamento sospesi fra un “non più” e un “non ancora”, per riprendere le riflessioni sul tempo di sant’Agostino rilette da Bauman con la lente della modernità. Si deve allora aprire una riflessione educativa su come reintrodurre il senso civico e il gusto per la politica; riflessione educativa che individui soluzioni concrete per controbilanciare lo strapotere del pensiero economico e l’invadenza della tecnica; è la soluzione non può che essere aumentare la presenza delle humanities, le scienze dell’uomo, sull’uomo e per l’uomo. Bisogna ridare dunque centralità alla sapienza antica, che arricchisce la conoscenza di gusto, sapidità oltre che di valori morali, che insegna a ricercare le informazioni e le idee non solo sane e nutrienti ma anche gustose, fornendo una prospettiva diversa, più ampia al problema delle fake news e a possibili soluzioni. E inoltre bisogna saper leggere gli indizi per anticipare il futuro che già si manifesta. Ciò che è sempre più evidente è che la visione lineare del tempo del progresso alimentato dall’innovazione tecnologica si è interrotta; o meglio che quella crescita lineare non era che la fase ascendente di un ciclo. Il grande filosofo Vico lo aveva capito molto tempo fa e noi stiamo scoprendo solo oggi la concreta possibilità di essere entrati in un “ricorso” storico, con il rischio reale di tornare ai “tempi barbari”. Questa riscoperta dei corsi e ricorsi della storia può dare però una nuova centralità alla terza età. Anche qui è preziosa ma per ora inascoltata l’intuizione di Papa Francesco. La loro rilevanza — economica e sociale — nell’Occidente e soprattutto in Italia è evidente anche se poco discussa se non nelle sue dimensioni problematiche: l’anno scorso, in Italia, la popolazione “over 60” ha superato in numero quella “under 30”. Ma se il tempo non è lineare ma ciclico, se molti fenomeni ritornano — anche se con forme diverse —, l’esperienza di chi ha già visto e vissuto, la saggezza cioè degli anziani, può ritornare a essere utile. Per questi motivi una delle sfide economiche e sociali sarà costruire un nuovo patto intergenerazionale dove il coraggio e l’esuberanza giovanile potranno essere mitigati e complementati dalla saggezza dei senior, riconoscendo finalmente — come ha mirabilmente notato Hilman nel suo Senex et puer— che junior e senior non sono altro che due facce dell’umano: «L’anima non è né giovane né vecchia, o meglio, è entrambe le cose».

Lei ha scritto un paio di libri sul “lato oscuro del digitale” non sempre compresi. Come si può contrastare lo strapotere della tecnologia?

Il fenomeno — soprattutto nel digitale — sta assumendo proporzioni preoccupanti. I lati oscuri del digitale sembrano dovunque: sono molto diversi (non riconducibili a semplici casistiche), nascono e si propagano ognidove e soprattutto sembrano incontenibili.

Le cause di questa esplosione sono molte: un po’ perché la tecnologia è sempre più potente e diffusa (e quindi potenzialmente pericolosa) ma soprattutto perché se ne è parlato pochissimo. Vuoi per l’omertà dei fornitori di soluzioni digitali, vuoi per l’incompetenza velata di “buonismo utopico” di molti sedicenti “evangelisti” del digitale, vuoi per la paura di molte grandi aziende di ammettere di essere cadute in qualche trappola digitale.

Dobbiamo però ricordare che il lato oscuro è strutturale alla tecnologia, ne è una componente inseparabile. Notava Paul Virilio che «la tecnologia crea innovazione ma — contemporaneamente — anche rischi e catastrofi: inventando la barca, l’uomo ha inventato il naufragio, e scoprendo il fuoco ha assunto il rischio di provocare incendi mortali». Per questa sua specificità non è facile eliminare il lato oscuro perché, come nel caso della zizzania, si rischia di sradicare anche il grano.

La soluzione va cercata non al di fuori ma nella tecnica stessa e nei suoi processi di selezione, incentivazione e adozione: «Dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva» scriveva Friedrich Hölderlin. Serve dunque il pensiero critico, la capacità di discernimento, una forma più adulta e completa di etica della tecnologia, che richiede non solo una comprensione fine della tecnologia e delle sue dinamiche ma anche dei processi sottesi. Ad esempio i criteri di finanziamenti della ricerca, le regole di validazione di una “buona” tecnologia, le modalità di formazione dei decisori e degli utilizzatori. Prendiamo quest’ultimo tema. Oggi serve educazione al digitale e non semplice addestramento all’uso di specifiche procedure. I decisori devono comprendere non solo le funzionalità messe a disposizione ma anche le implicazioni, gli effetti collaterali, le pre-condizioni di utilizzo, i lati oscuri… Nel frattempo, però, la politica e i media hanno sdoganato l’espressione “alfabetizzazione digitale” che non punta certo a questo cambiamento di mentalità; anzi genera fra manager e imprenditori (anche dello stesso settore digitale …) tre tipi di comportamenti problematici:

— essere un credulone: non sapere di non sapere, fidandosi del proprio intuito, di quanto si leggiucchia sulla Rete e rifiutando il sapere scientifico e il parere dei “veri esperti”;

— fare lo struzzo: non voler vedere le crescenti dimensioni problematiche del digitale e considerare marginali i possibili rischi e impatti negativi;

— fidarsi solo della tecnica: pensare che il digitale e Internet siano una grande piattaforma (e cioè strumento) tecnico che possa essere gestito semplicemente padroneggiandone i comandi principali; e se qualcosa non funziona, una nuova tecnologia risolverà il problema.

Un’efficace Digital Transformation dipende infatti quasi interamente dal rafforzamento (e centratura) dei fattori umani a valle della Digital Automation, cioè dell’introduzione in azienda di strumenti e ambienti digitali. Dipende, cioè, dalla possibilità di mobilitare competenze digitali di qualità, competenze che vanno molto oltre la banale alfabetizzazione digitale e richiedono una vera e propria educazione al digitale. Dobbiamo dunque puntare a una tecnica che potenzi l’uomo e non lo sostituisca. Nei meccanismi di incentivazione e orientamento nello sviluppo della tecnologia (digitale ma non solo) si scontrano infatti due ideologie: quella di tipo industriale, che vorrebbe sostituire l’uomo con macchine, robot e intelligenza artificiale, e quella di tipo artigianale, che invece vede la tecnologia come potente utensile che rafforza la mano, non la sostituisce.

Ma i valori artigiani resistono nell’era della tecnica e del digitale diffuso?

Resistono e molto. I valori artigiani sono sempre contemporanei, poco nostalgici, stanno stare al passo con i tempi. È il loro racconto, o i pregiudizi e stereotipi a essi collegati, che spesso li deformano e tendono a rappresentarli come il retaggio di un passato polveroso. Nulla di più sbagliato. La metafora del fare artigiano, dell’uomo industrioso ha radici antiche e potenti. Dio vasaio, Dio che “formò l’uomo dalla polvere della terra e alitò nelle sue narici un soffio vitale, e l’uomo divenne persona vivente”, Giuseppe falegname. L’arte che dà forma e vita agli oggetti inanimati è tipicamente artigiana e si arricchisce con le nuove tecnologie, purché siano quelle giuste e usate in modo corretto: purché siano, potremmo dire, antropologicamente armoniche.

Papa Francesco ha usato spesso metafore collegate al mondo artigiano: «La formazione è un’opera artigianale, non poliziesca. Dobbiamo formare il cuore». «Dio prepara la strada per ciascun uomo. Lo fa con amore: un “amore artigianale”, perché la prepara personalmente per ognuno». Particolarmente potente è la beatitudine relativa agli artigiani di pace: «Fare la pace è un lavoro artigianale: richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia». Infatti il valore artigiano non si esprime solo con il lavoro delle mani. Camillo Olivetti, straordinario padre di un altrettanto straordinario Adriano, notò che «non vi è divisione netta tra lavoro manuale e lavoro intellettuale: tutti i lavori, se fatti bene, richiedono uno sforzo d’intelligenza».

D’altra parte se entriamo nel profondo di una parola molto legata al valore artigiano — tradizione — essa viene, come noto, dal latino tradere e indica la consegna di qualche cosa di importante (un ordine precostituito, un sistema preesistente), la cessione del suo possesso a un altro; indica dunque una continuità — nella cosa ceduta — ma sempre un cambiamento; perciò richiede uno “slegarsi dal passato per prepararsi al futuro” e non l’“attaccamento nostalgico al passato che vuole essere riproposto così com’era per il presente e futuro”. Pertanto la consegna di una tradizione richiede sempre una traduzione, espressione simile che deriva a sua volta dal latino trans e ducere e indica il portare oltre. Tradurre vuol dire dunque comprendere tutto quello che un testo dice e riportarlo con completezza ed efficacia in un’altra lingua, lontana magari nel tempo e/o nello spazio (trans loca et tempora ducere) ma senza perdere il significato autentico. In questo processo vi è sempre, come noto, un rischio: il tradimento — che peraltro nell’italiano antico era detto tradigione — che sorge quando il vecchio sistema di regole viene abbandonato a favore della novità. Questa semplice analisi etimologica ci suggerisce che la tradizione ha sempre nel suo processo un fare innovativo, una traduzione e adattamento al nuovo contesto. Ma quando la traduzione, la consegna, non tiene più conto delle origini — è quindi radicale, disruptive — allora diventa tradimento. Per questo motivo tradizione artigiana è innovativa ma cresce con l’uomo, i suoi valori, le sue capacità, mentre l’innovazione radicale, quella esclusivamente tecnologica, rischia di essere alienante, riducente: un vero e proprio tradimento.

Ma quindi si può innovare anche senza capitali, laboratori e super-laureati?

Certamente sì. Ci sono molte forme di innovazione e tutte necessarie. La sfida dell’Italia non è l’innovazione radicale, nella ricerca di una nuova molecola per un farmaco, nella progettazione di un nuovo dispositivo iper-tecnologico e globalizzato. La nostra sfida è modernizzare un sistema produttivo fatto di piccole, piccolissime imprese e professionisti e diffuso sul territorio; è di proteggere, valorizzandolo, il nostro patrimonio culturale, ricchissimo, meraviglioso ma fragile; è di tutelare la diversità biologica e la ricchezza enogastronomica e il loro essere incastonate in un paesaggio fortemente antropizzato. Per questi motivi serve un’innovazione che fiorisca dalla tradizione e non ne sia la contrapposizione. Non si tratta di non credere nella conoscenza scientifica — sempre più importante, necessaria — ma di attingere ai suoi saperi in modo critico, di metterla in discussione, di rileggerla da una diversa prospettiva facendo domande spiazzanti e soprattutto di rendersi conto che la tecnologia, la scienza è solo uno degli ingredienti dell’innovazione e della sostenibilità. Anche i contesti d’uso e le sfide sociali contribuiscono ad alimentare il pensiero innovativo. È sempre più necessario “fare i conti con la dismisura”, per usare il suggerimento che Elena Granata propone nel suo ultimo libro e imparare dalle straordinarie — quasi incredibili — innovazioni urbane avvenute a Bogotá, a Medellin, a Constitución. Vijay Govindarajan, professore di Harvard anche lui “venuto dalla fine del mondo” ha coniato una espressione efficace per indicare questa innovazione dal basso, fuori dagli schemi, che parte dai bisogni estremi e non dalle possibilità offerte dalla tecnica: reverse innovation. Un’innovazione che inverte la direzione e non si origina più dai laboratori delle multinazionali ma dai contesti urbani più sfidanti.

La crisi della società italiana, evidenziata dall’emergere del tema delle identità, pone ai cattolici una responsabilità: cosa possono fare, quale il ruolo dei cattolici nell’attuale situazione italiana ed europea?

Credo che il ruolo principale sia aiutare a ricostruire un’identità — sia come individui che come collettività e come parte del creato — che includa e sia generativa. Mi viene in mente il progetto olivettiano che ha sempre visto Ivrea come luogo identitario, terra dove le radici potevano trovare nutrimento e protezione e dove una parte dei frutti generati dall’albero ricadevano in modo naturale restituendo il nutrimento ricevuto. Ma la forza di quelle radici consentiva la crescita dei rami oltre lo spazio del tronco e le foglie e i germogli — grazie al vento — si propagavano ben oltre, portando fertilità e vita in altri luoghi.

Credo che l’identità vada riletta non come corazza protettiva ed escludente ma come appiglio che consenta il dialogo e l’apertura verso le diversità senza timore di cadere spersonalizzandosi. L’identità si manifesta grazie a un progetto che unifica e allora l’esortazione di Papa Francesco nella messa di inizio Pontificato ci fornisce, ancora oggi, un’indicazione preziosa: essere “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura. Un progetto di vita, dunque, che ci consente di superare — gettandoci oltre — gli ostacoli e i pericoli del sovranismo e dei “prima gli …”.

 

Merlo: La “sinistra al caviale”

Già pubblicato su Huffingtonpost

Che il centro sinistra, in Italia, vada ricostruito dalle fondamenta è un dato che ormai non fa neanche più notizia. Che sia politicamente tramontata la cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Partito democratico è un dato altrettanto indiscutibile. Che sia necessario, in un sistema fortemente proporzionale, rideclinare la “cultura delle alleanze” per competere ed eventualmente vincere le elezioni è un aspetto da cui non si può più prescindere.

Ora, per affrontare seriamente questa situazione, va rimessa in campo una coalizione credibile, seria, plurale e di governo. Una coalizione che, però, non può più essere decisa e pianificata a tavolino. Come pensano in modo un po’ surreale Calenda e il neo segretario del Pd Zingaretti. La concezione gramsciana dell’egemonia non è pertinente con la fase storica che stiamo vivendo e i partiti o i movimenti che fanno parte della potenziale alleanza non possono essere decisi dall’alto. Innanzitutto perché sarebbe un’operazione politicamente ed elettoralmente fallimentare e, in secondo luogo, perché una coalizione è tale se rappresenta realmente pezzi di società veri, interessi sociali riconoscibili e valori culturali vissuti e radicati. L’esatto contrario di operazioni aristocratiche ed elitarie decise e pianificate dall’alto.

Ora, se da un lato è necessario aprire realmente il cantiere politico, culturale e programmatico della futura coalizione facendo sì che la sinistra ritorni a fare la sinistra e il centro a fare il centro, c’è un nodo antico che continua a non essere sciolto. O meglio, molti ne sono a conoscenza, ma fingono di non saperlo. Mi riferisco, per citarlo con parole ormai collaudate, alla presenza della cosiddetta “sinistra al caviale”. Al netto della polemica politica e del disprezzo verso tutto ciò che è riconducibile alla sinistra o al mondo progressista, è indubbio che da troppo tempo nel nostro paese alcuni “maitre a penser” della sinistra italiana trasmettono, forse anche inconsapevolmente, un messaggio elitario, aristocratico, alto borghese che si identifica con un “ceto sociale” radicalmente estraneo ed esterno a tutto ciò che può essere riconducibile, anche solo vagamente, ai ceti popolari, ai loro bisogni, alle loro esigenze e alle loro aspettative. Anche qui, lo sanno tutti ormai, i bisogni e le aspettative dei ceti marginali, periferici, più poveri e meno tutelati sono intercettati e rappresentati da altri. Ieri l’altro addirittura da Berlusconi, ieri dai 5 stelle e oggi in massa dalla Lega di Matteo Salvini. Del resto, ci sarà pure un perché se questi bisogni popolari ed interessi sociali non guardano più a sinistra neanche con il binocolo. Ed è proprio su questo versante che si inserisce il dibattito sulla “sinistra al caviale” o, per dirla con un linguaggio ancor più attuale, sulla “sinistra da Ztl”, quella dei centri storici e del centro delle grandi città. Come, puntualmente si è verificato nelle ultime elezioni europee ed amministrative. Ed allora sorge, in modo quasi spontaneo, una domanda molto secca: ma perché la sinistra italiana continua a fidarsi ciecamente degli esponenti – noti a tutti, senza neanche il bisogno di fare nomi e cognomi – riconducibili alla cosiddetta “sinistra al caviale”? È così difficile arrivare alla conclusione che quando i punti di riferimento più popolari e noti della sinistra sono ricchi milionari ed espressione degli interessi alto borghesi con stili di vita che solo una porzione ridottissima di italiani può permettersi, dicono poco o nulla ai ceti popolari e ai loro bisogni che si vorrebbe rappresentare? E, di conseguenza e come ovvio, proprio quei ceti e quegli interessi sociali guardano altrove e votano, in massa, partiti e movimenti che con la sinistra non hanno più nulla con cui spartire.

Forse ha ragione Massimo D’Alema quando, con la consueta chiarezza ed efficacia argomentativa, individua nella “rottura sentimentale” la ragione decisiva della crisi della sinistra nei luoghi più popolari della società italiana e la difficoltà, di conseguenza, nel rappresentarli politicamente e culturalmente. Sotto questo versante, sarebbe auspicabile che anche il neo segretario del Pd non fingesse di non sapere che questo problema è tuttora sul tappeto e che prima o poi dovrà essere affrontato. Perché con questi “testimonial” alto borghesi, elitari ed aristocratici difficilmente si incrementano i consensi tra i ceti popolari.

Perché questo, alla fine, è un problema che riguarda l’identità e il ruolo della sinistra nella società italiana ma è anche, e soprattutto, un problema che riguarda l’intera coalizione di centro sinistra. Non capirlo significa regalare un vasto consenso elettorale e politico agli avversari da un lato e pensare veramente che, dall’altro, questi “testimonial” sono i migliori rappresentanti dell’attuale sinistra italiana. Con tanti saluti, però, ai ceti popolari, ai più disagiati, agli “ultimi” e a tutti coloro che nelle pubbliche occasioni si blatera di rappresentare e di farsi carico delle loro esigenze e dei loro problemi.

 

Poco ecologisti, non ancora sovranisti

Tratto dalla rivista il Mulino a firma di Dario Tuorto

Nei giorni scorsi l’istituto Swg ha rilanciato i risultati di un sondaggio secondo cui i giovani italiani avrebbero attribuito, in occasione della recente tornata elettorale, un ampio consenso alla Lega: ben il 38% di voti nella fascia di età 18-21 anni, poco meno nella fascia più adulta. Questo studio riprende le conclusioni di una ricerca precedente, condotta dal Pew Research Center in alcuni Paesi europei, che evidenziava l’anomalia dei giovani italiani: meno a sinistra dei loro coetanei esteri, meno progressisti sui diritti civili e sull’immigrazione, più euroscettici. Ma è davvero così trionfante l’onda sovranista tra le nuove generazioni?

Prima di lanciarsi in ardite interpretazioni è utile ricordare che dal voto europeo è possibile ricostruire unicamente le scelte della minoranza di giovani che si sono recati alle urne (attorno al 40%, secondo lo stesso sondaggio Swg), mentre assai poco si riesce a sapere di quegli elettori che non hanno partecipato perché presumibilmente meno motivati e interessati alla politica (saranno anche meno estremisti?). Fatta questa premessa necessaria, proviamo allora a rileggere il dato del 2019, ancora incerto nella sua articolazione, con uno sguardo assieme comparativo e retrospettivo.

La domanda da farsi non è tanto quanti consensi abbia conquistato la Lega tra i giovani, ma se (e quanto) i giovani abbiano votato in discontinuità con il resto della popolazione al punto da alimentare il cambiamento attraverso il loro voto differente. Da questo punto di vista è lecito avanzare qualche dubbio. La storia del voto giovanile in Italia ci ricorda che, mentre in passato le nuove coorti di elettori avevano più volte anticipato le tendenze generali (si pensi al successo delle sinistre negli anni Settanta o, nella stagione successiva, al riflusso dai partiti di massa), una spinta analoga non si è riproposta successivamente, se non in sporadiche occasioni.

Nella Seconda Repubblica le scelte dei giovani sono rimaste quasi sempre indistinte rispetto a quelle degli adulti, non riuscendo a spiegare il successo elettorale delle diverse formazioni, neppure di quelle nuove. L’unico vero momento di discontinuità c’è stato nel 2013, con il voto compatto per il M5S, ma già nel 2018 questa eccezionalità è rientrata e il partito, pur crescendo, non è riuscito a trattenere a sé una generazione politica. Alle elezioni dello scorso anno la proposta di Salvini ha guadagnato consensi, ma senza particolare convinzione tra i giovani. Sul totale degli elettori leghisti gli under 30 erano solo il 13%, meno della presenza media nella popolazione e molto meno del 47% di elettori nella fascia 31-60 anni (cfr. G. Passarelli e D. Tuorto, La Lega di Salvini, Il Mulino, 2018).

L’articolo completo è leggibile qui

 

Mattarella: “Giacomo Matteotti va considerato uno dei Padri della democrazia italiana”

Giacomo Matteotti va considerato uno dei Padri della democrazia italiana. Anche se il suo brutale assassinio venne compiuto agli inizi del regime fascista, impedendo al leader socialista di continuare la battaglia di opposizione e di partecipare poi alla costruzione della Repubblica, l’eredità politica e morale di Matteotti è contenuta nei valori della nostra Costituzione e della stessa comunità nazionale.
Il sequestro e l’uccisione del deputato che ebbe il coraggio di denunciare, nell’aula di Montecitorio, le violenze e i brogli che avevano caratterizzato le elezioni del 1924, rappresentarono una svolta tragica nella storia del Paese. L’indignazione che seguì a tanta barbarie, e che si espresse anche nella protesta aventiniana, purtroppo non impedì l’affermazione di un regime dittatoriale che segnò la fine del Parlamento e condusse l’Italia all’isolamento e al conflitto.
Gli ideali democratici che Matteotti interpretò e difese, insieme agli obiettivi di giustizia sociale e di pace tra le nazioni, si sono affermati con la liberazione e la Repubblica.
Questo anniversario è un giorno di memoria che chiama le diverse generazioni di italiani a riflettere sulle responsabilità comuni, affinché i presupposti civili della democrazia siano continuamente rinsaldati, e non sia più consentito a nessuno di comprimere le libertà e i diritti

La doppia vita dell’economia spagnola

Molto è stato scritto sull’economia spagnola . I dati macroeconomici,vedono la Spagna crescere ancora attorno allo 0,6% durante il secondo trimestre di quest’anno, ovvero il 2,3% annuo – oltre il doppio della media europea, ma inferiore al risultato del 2018.

E se da un lato, i servizi mantengono un impulso espansivo grazie al boom dei consumi pubblici e privati ​​e alla creazione di posti di lavoro e i principali indici di attività sono ancora orientati verso l’alto, in linea con una crescita dei servizi di mercato, che si aggira intorno al 3%.

Un’altra cosa è l’industria e buona parte del settore delle esportazioni , che sembra essere entrato in una fase di stagnazione. La produzione manifatturiera avanza di uno scarso 0,9% all’anno (con dati destagionalizzati fino ad aprile) come conseguenza dell’arresto del commercio internazionale, che influisce notevolmente su questo settore.

Tenendo, quindi, conto del forte calo del portafoglio ordini industriale al minimo dal 2013, le prospettive non sono rosee.

L’outlook è ancora più desolante nei principali paesi limitrofi, dove gli indici avanzati indicano una contrazione dell’attività industriale. Cosa che porterà anche la Spagna verso una diminuzione della sua spinta propulsiva.

 

La produzione industriale cala ancora

Ad aprile 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dello 0,7% rispetto a marzo. Nella media del trimestre febbraio-aprile, permane una variazione positiva (+0,7%) rispetto al trimestre precedente.

L’indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale, di rilievo, solo per l’energia (+3,6%); diminuzioni si registrano, invece, per i beni strumentali (-2,5%) e, in misura più lieve, per i beni intermedi (-0,7%) e i beni di consumo (-0,5%).

Corretto per gli effetti di calendario, ad aprile 2019 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dell’1,5% (i giorni lavorativi sono stati 20, contro i 19 di aprile 2018).

Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano ad aprile 2019 un aumento tendenziale esclusivamente per l’energia (+3,6%); al contrario, ampie diminuzioni contraddistinguono i beni strumentali (-3,8%) e i beni intermedi (-2,6%), mentre diminuiscono in misura più contenuta i beni di consumo (-0,6%).

I settori di attività economica che registrano variazioni tendenziali positive sono la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+5,8%) e le industrie alimentari, bevande e tabacco (+4,9%). Le flessioni più ampie si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-8,2%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-7,4%) e nella fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (-6,2%).

Notre-Dame, prima messa dopo lʼincendio

Dopo l’incendio del 15 aprile 2019, che ha distrutto il tetto medievale e la guglia ottocentesca progettata dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc sabato o domenica prossima  sarà celebrata la prima messa nella cattedrale di Notre-Dame.

Lo ha annunciato il rettore della cattedrale, monsignor Patrick Chauvet. Per i partecipanti, soltanto alcuni religiosi, sarà obbligatorio indossare un casco da cantiere.

 

 

In Europa il settore dei trasporti all’appuntamento con la digitalizzazione

I ministri dei Trasporti dell’Unione europea si sono riuniti a Lussemburgo concordando un orientamento generale sulla proposta riguardante le informazioni elettroniche sul trasporto merci, presentata dalla Commissione nel maggio 2018 nell’ambito della proposta l’Europa in movimento III per una mobilità sicura, pulita ed efficiente. Con questo accordo, il settore dei trasporti potrà avere una riduzione degli oneri amministrativi e flussi di informazioni digitali più fluidi. Il regolamento stabilirà un contesto armonizzato, congruo e affidabile per le comunicazioni elettroniche tra gli operatori del trasporto merci e le autorità competenti.

Sempre durante il Consiglio “Trasporti” della scorsa settimana, sono state adottate le relazioni sullo stato di avanzamento dei lavori sui fascicoli riguardanti la razionalizzazione delle reti transeuropee di trasporto (Ten-T), l’utilizzo dei veicoli noleggiati per il trasporto merci, nonchè i diritti dei passeggeri ferroviari. I Ministri hanno anche discusso di capacità e ritardi nel settore dell’aviazione adottando la proposta di semplificazione e aggiornamento delle norme sulla formazione e la certificazione dei marittimi. A margine del Consiglio, a seguito di un pranzo di lavoro e di una sessione ministeriale congiunta tra l’Ue e i Paesi del partenariato orientale, è stata firmata una dichiarazione comune.

Nella comunicazione “L’Europa in movimento – un’agenda per una transizione socialmente equa verso una mobilità pulita, competitiva e interconnessa per tutti”, la Commissione delinea una serie di iniziative legislative riguardanti il trasporto su strada. Il documento di lavoro che accompagna la comunicazione sottolinea come la mobilità sia il principale settore economico in tutto il mondo e come in Europa si registri una progressiva crescita delle attività di trasporto, tanto che entro il 2050 la mobilità passeggeri dovrebbe aumentare del 42%, mentre il trasporto merci del 60%.

Ictus

Lo stress, l’ansia, le preoccupazioni e i ritmi accelerati della vita, sembra predispongano  l’organismo ad una maggiore possibilità di ammalarsi e, oltre ad altri fattori quali l’invecchiamento e  la familiarità,  tendono a far aumentare  la pressione arteriosa e la probabilità di insorgenza di aritmie, favorendo la comparsa di alcune malattie quali ad esempio infarto miocardico ed ictus cerebrale.

L’Ictus si verifica quando si ha la chiusura o la rottura di un vaso cerebrale, che  interrompe  l’apporto di sangue ossigenato in un’area del cervello facendo perdere le funzioni ad essa deputate (linguaggio, udito, vista, movimento dell’arto superiore o inferiore). L’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità)  definisce l’ictus come “una improvvisa comparsa di segni e/o sintomi riferibili a deficit delle funzioni cerebrali, localizzati o globali di durata superiore alle 24 ore o ad esito infausto non attribuibile ad altra causa apparente se non vasculopatia cerebrale”.

Recenti statistiche evidenziano la forte incidenza, specie negli uomini, dell’ictus cerebrale che attualmente in Italia rappresenta la prima causa di invalidità e la terza causa di morte dopo le malattie ischemiche del cuore e le neoplasie.

Tutto questo si verifica, nonostante le migliori terapie di prevenzione oggi a disposizione, per l’aumento della vita media, principale fattore di rischio per le malattie cerebrovascolari.
Ogni anno nel nostro paese si riscontrano 196.000 casi di nuovi ictus di cui il 20% sono recidive; due terzi dei casi si verificano sopra i 65 anni di età ma, questa malattia che colpisce in maniera improvvisa, riguarda anche persone giovani e in pieno benessere.

Esistono diversi tipi di ictus:
•    Ictus ischemico: circa l’80% degli ictus è ischemico e si potrebbe verificare in persone con predisposizione ad aritmie cardiache o affette da fattori di rischio quali diabete mellito, ipertensione, dislipidemie o con segni di aterosclerosi vasale. Nel caso di ictus ischemico, le arterie cerebrali vengono ostruite dalla formazione di una placca aterosclerotica e/o da un embolo, che può provenire dal cuore o da altro distretto vascolare.
•    Ictus emorragico: causato dalla rottura di una arteria del cervello. In genere la causa di questo tipo di ictus è l’ipertensione.
•    Attacco ischemico transitorio o TIA: si differenzia dagli altri due tipi di ictus perché i sintomi regrediscono entro le 24 ore.

La tappa finale primaverile

Che cosa ci consegna questo secondo turno elettorale delle amministrative locali? Una pietanza direi quasi riscaldata.
La novità, ma non è poi tale, è che i 5Stelle sembrano ormai smarriti. S’insediamo a Campobasso e il resto è deserto.
L’abbuffata va, indubbiamente, all’apparato digerente leghista. Qualche tozzo di pane spetta invece al Pd.

Non avevamo attese diverse e la nottata ridisegna il profilo che già conoscevamo. La stagione è totalmente a vantaggio di Matteo Salvini e agli altri compete oggi rovistare nei propri cassetti per individuare qualche progetto alternativo.
Periodo ormai segnato; il 2019 non potrà essere archiviato come un anno bellissimo, espressione in bocca al premier Giuseppe Conte, né di crescita pari agli anni 60, locuzione sentita dalla bocca del vice Ministro Luigi Di Maio; il 2019 sarà archiviato come l’anno di Matteo Salvini.

Il Pd utilizza la zattera a disposizione, constatata la défaillance dei 5Stelle, potrà affermare che l’alternativa al grande vincitore spetta al suo asse politico. Poca cosa, ma rispetto all’inferno di Matteo Renzi del 2018, qualcosina in quegli angoli sta pur capitando. Aver ammainato la bandiera a Ferrara e a Riccione, dopo 70 anni di storia, può voler dire archiviare anche il padrone del vapore di quella città, Dario Franceschini può essere ormai considerato una pagina girata nella sua Ferrara.

La nota positiva per il Pd, però, giunge dalla Livorno del 1921, qui le truppe di Pierluigi Bersani hanno ripreso il timone e il porto di Livorno si tingerà ancora di un pallido rosso.
Finito questo turno primaverile, adesso, saremo costretti a rincorrere le notizie che ci giungeranno da palazzo Chigi, Giuseppe Conte riuscirà, affiancato da Giovanni Tria, a mettere a tacere le pretese di chi vuole la flat tax e i mini bond?

Ai ballottaggi pareggiano Lega e Pd. A vincere, di fatto, è il partito dell’astensione

I ballottaggi riconfermano il dato di una partecipazione troppo ridotta del corpo elettorale. Si supera di poco la maggioranza degli aventi diritto (52,63%). Ciò rende più deboli i Sindaci appena eletti, dal momento che solo la metà degli elettori, in media, ha contribuito a definire l’assetto dei governi locali. Non è un bene per la democrazia.

La Lega esulta, ma trova anche il Pd ad esultare. Salvini dice di aver vinto in alcuni Comuni amministrati da sempre dalla sinistra; Zingaretti rovescia il commento e sottolinea come da questa competizione esca visibile il nuovo profilo dell’opposizione. Ad entrambi si chiederà di esaminare più attentamente i risultati, con uno spirito critico maggiore, per leggere ciò che conta dentro le rispettive sconfitte (ad esempio a Rovigo per la Lega e a Ferrara per il Pd)  piuttosto che dentro le vittorie felicemente registrate.

Una lezione prevalente è quella che porta a riflettere sulla rigidità degli schieramenti in campo. L’evaporazione del centro produce effetti negativi. Quanto più il confronto si radicalizza, tanto più, infatti, si consuma il distacco dell’elettorato. Anche la contrazione dei Cinque Stelle rientra in questo quadro di incertezza e disillusione. Per giunta, il fenomeno delle liste civiche, a riprova della inadeguatezza di un bipolarismo arido e pretenzioso, assume proporzioni oltremodo consistenti.

Come concludere? Ecco, dopo il trionfo alle europee, si temeva il colpo di maglio alle amministrative. Invece non c’è stato: la Lega, in sostanza, non ha stravinto. Vuol dire che Salvini ha tanti punti di forza, ma non pochi punti di debolezza. Si tratta di capire, alla fine, che solo riarticolando il gioco politico al centro è possibile ricondurre entro limiti più modesti il fenomeno leghista. Vale a tutti i livelli, al centro e in periferia, essendo il centro (da ricostruire) il tema caldo della vita politica italiana.

Gerardo Bianco, “è sbagliato l’approccio di Rotondi: sui Popolari fa confusione”.

Il commento non può che essere amaro. Alla lettura delle dichiarazioni di Gianfranco Rotondi (sul futuro della “sua” Dc) si sente in dovere di stigmatizzare la superficilità di questa uscita. Tuttavia Gerardo Bianco, irpino come Rotondi, non vuole confondere il piano politico con quello personale.

“Non ho motivo – esordisce – di considerare le divergenze di questi anni, dopo la fine della Dc, come un ostacolo ai rapporti di buona educazione e amicizia”. Si sente, insomma, che la reazione è controllata, al riparo di qualsiasi astio personale, ma ciò nondimeno vuole essere precisa, così da non dare adito a possibili equivoci. A fatica trattiene il disappunto.

Dice Rotondi che la Dc, con tanto di Scudo Crociato, non sarà più presente alle elezioni. Tutto passa alla Fondazione Fiorentino Sullo.

Gianfranco mi aveva parlato di un rilancio della Fondazione. Voleva che assumessi la presidenza onoraria. Perché no? Mi sembrava un’occasione per coltivare la memoria di una storia importante, specie in Irpinia, dove Fiorentino Sullo ha lasciato un segno indelebile.

E allora?

Beh…allora non è ciò che il comunicato stampa indica e prevede. Di per sé la scelta di “riconsegnare” il simbolo del partito è condivisibile. Il resto è invece discutibile.

Che cosa stride, perché il resto non va bene?

È l’operazione nel suo complesso a suscitare forti perplessità. La Dc è stata superata dall’assemblea straordinaria del gennaio 1994, quando Martinazzoli propose di andare oltre con un gesto clamoroso e solenne: si decise infatti di riprendere in mano la bandiera del Partito Popolare di Sturzo.

Ma le elezioni, celebrate proprio a ridosso di quell’Assemblea, portarono alle brusche dimissioni di Martinazzoli…

Ci furono passaggi molto dolorosi, a partire dalle dimissioni di Mino. In estate un nuovo congresso elesse Rocco Buttiglione e questi, nel giro di pochi mesi, immaginò di schierare a destra il partito, accordandosi con Berlusconi e Fini.

E dunque fu rottura.

Sì, non accettammo di piegare l’esperienza del popolarismo al quadro berlusconiano. Faticosamente arrivammo ad accordarci su una sorta di “divorzio consensuale”, ciascuno rivendicando le proprie ragioni di fondo.

Parliamo del famoso accordo di Cannes del 1995. Cosa stabiliva?

Semplicemente questo: a noi restava il nome di Partito Popolare e il quotidiano “Il Popolo”; a Buttiglione fu riconosciuto il diritto di utilizzare il simbolo dello Scudo Crociato (senza il nome di Democrazia Cristiana). Di lì a poco, a luglio, un nuovo congresso mi avrebbe eletto segretario dei Popolari. Ci dotammo di un simbolo, quello del Gonfalone, per onorare il patto di Cannes. Buttiglione costituì a sua volta i Cristiani Democratici Uniti (CDU), destinati poi a unirisi al Centro Cristiano Democratico (CCD). Da questa fusione nacque l’Unione di Centro (UDC). Il riepilogo chiarisce molte questioni.

Insomma, perché Rotondi sbaglia?

Penso di essere stato chiaro. Innanzi tutto perché non è nella sua facoltà parlare a nome di un partito che nel 1994 fu “superato” dal Partito Popolare. La Dc non può far parte di queste sistemazioni odierne. Aggiungo poi che Buttiglione, per quello che qui ho ricordato, non è l’ultimo segretario dei Popolari, così come sostiene Rotondi. Si fa confusione tanto sulla vecchia Dc, quanto sul nuovo PPI.

Quindi, non sono dettagli…

Assolutamente no. Sono aspetti, formali e sostanziali, nei quali è iscritta la storia travagliata del cattolicesimo democratico e popolare dell’ultimo quarto di secolo. Giocare con il passato serve non a fondare il futuro, bensì a complicare il presente. Considero questo modo di procedere a dir poco biasimevole. Non aiuta certamente a rispettare la memoria che avvolge la straordinaria vicenda della Dc. Ne dovremmo tener conto tutti, con scrupolo.

 

Fausto Coppi, l’icona che non tramonta.

Il 10 giugno 1949 si racchiude in alcune parole che sono state consegnate alla storia italiana e mondiale. Del ciclismo, ma non solo. Le parole, semplicemente, sono queste: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco celeste, il suo nome è Fausto Coppi.”. A pronunciarle è Mario Ferretti, storico giornalista della Rai che commentando quella tappa, la Cuneo-Pinerolo del 10 giugno 1949, non sapeva ancora di passare alla storia. Per sempre. Una tappa che seguiva di poche settimane una tragedia che colpì lo sport italiano, europeo e mondiale: la tragedia di Superga del 4 maggio 1949 dove perì il Grande Torino, lo “squadrone più forte del mondo”.

E le gesta di Fausto Coppi di 4 settimane dopo rientusiamarono il popolo italiano, e non solo i tifosi del ciclismo. Ormai sappiamo tutto di quella tappa. 254 chilometri e 5 colli alpini – Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere – e la “corsa solitaria” di Fausto Coppi durata 192 chilometri dopo una fuga altrettanto solitaria. Ne parlavo con mio padre in questi giorni, lui ventunenne all’epoca, abbarbicato sulla rete dello stadio Luigi Barbieri di Pinerolo con altre migliaia di persone per potere vedere Fausto tagliare il traguardo da solo. Urla, pianti, entusiasmo, tifo, riscatto e immmdesimazione totale con il “Campionissimo”. Perché Fausto era anche tifoso del Torino e in quel giorno, almeno secondo la versione di mio padre, tutto si univa: il pianto e l’entusiasmo, il dolore e il riscatto, la forza e il destino. Tutti allo stadio Barbieri, quindi, e poi tutti sotto lo storico ristorante Regina dove Fausto a tarda sera saluta una folla sterminata di tifosi che invocano il suo nome e la sua impresa senza interruzione.

Perché la Cuneo-Pinerolo del 1949 è la storia del ciclismo. Se è vero, com’è vero, che la tappa di quest’anno del Giro d’Italia – sempre e rigorosamente la Cuneo/Pinerolo – è stata tutto un ricordo, una mostra, uno scatto d’immagine e una storia legata al “Campionissimo” di Castellania. E questo perché Fausto Coppi e’ un pezzo della storia italiana che nulla e nessuno potrà mai cancellare.

Ed ecco perché oggi, lunedì 10 giugno ci sarà un’altra Cuneo-Pinerolo. Una trentina di coraggiosi ciclisti percorreranno quella tappa sul percorso originale pedalando sulle medesime biciclette ed indossando lo stesso abbigliamento di 70 anni fa. Saranno impersonati i corridori realmente esistiti e presenti alla tappa del 1949, in rappresentanza di ogni marca di bicicletta e della relativa squadra che prese parte alla tappa più significativa della storia del ciclismo mondiale, riproponendone fedelmente anche abbigliamento ed il numero dorsale. Si partirà’ da Cuneo alle prime luci dell’alba, verso le 4, con l’arrivo previsto a Pinerolo presso i viali di piazza Matteotti, quanto di più vicino e simile al Campo Luigi Barbieri in cui si svolse l’arrivo della tappa del ’49 in una fascia oraria compresa tra le 19 e le 20 del medesimo giorno dopo oltre 15 ore di sella. Prima della partenza ci sarà la storica “punzonatura” delle biciclette e la presentazione al foglio firma dei partecipanti che dimostreranno di essere in grado di sopportare la fatica che unisce, sulle strade della leggenda, Cuneo con Pinerolo. Certo, alla fine non ci sarà il “pasta party” ma un piatto di pasta al sugo e lo storico “pane, salame e lanternino” come prescrisse lo stesso Fausto Coppi in persona.

Dunque, 10 giugno 1949; la Cuneo-Pinerolo; 192 chilometri di fuga solitaria; 11 minuti e 52 secondi il distacco inflitto a Gino Bartali; la tappa che entra nella storia. Il “volo dell’airone” non sarà mai più dimenticato. Per questo lo ricordiamo.

Caldo e tintarella

Con l’arrivo del bel tempo, dopo un maggio gelido con 1,58 gradi in meno e straordinariamente piovoso, gli italiani si espongono ai raggi solari per ottenere la sospirata abbronzatura da nord a sud della Penisola, dal mare alla montagna, lungo i fiumi o in campagna, ma anche in città fra piscine, parchi e balconi. E’ quanto afferma la Coldiretti, sulla base dei dati Isac Cnr, che per sostenere l’obiettivo ha organizzato in tutta Italia i #tintarelladay con la possibilità di scoprire la dieta che abbronza nei principali mercati di Campagna Amica a partire dalla Capitale Roma in via San Teodoro 74 dove è stata esposta la top ten della frutta e verdura che abbronza.

Il consiglio per tutti è di esporsi gradualmente al sole evitando le ore più calde soprattutto in caso di carnagione chiara ma anche l’alimentazione – sottolinea la Coldiretti – aiuta a “catturare” i raggi del sole ed è anche in grado di difendere l’organismo dalle elevate temperature e dalle scottature.

La dieta adeguata per una abbronzatura sana e naturale si fonda – precisa la Coldiretti – sul consumo di cibi ricchi in Vitamina A che favoriscono la produzione nell’epidermide del pigmento melanina che protegge dalle scottature e dona il classico colore scuro alla pelle. Sul podio del “cibo che abbronza” secondo la speciale classifica stilata dalla Coldiretti salgono carote, radicchi e albicocche, ma sono d’aiuto anche insalate, cicoria, lattughe, meloni, peperoni, pomodori, fragole o ciliegie. Il primo posto è conquistato indiscutibilmente dalle carote che contengono ben 1200 microgrammi di Vitamina A o quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile. Al posto d’onore – continua la Coldiretti – salgono gli spinaci che ne hanno circa la metà, a pari merito con il radicchio mentre al terzo si posizionano le albicocche seguite da cicoria, lattuga, melone giallo e sedano, peperoni, pomodori, pesche gialle, cocomeri, fragole e ciliegie che presentano comunque contenuti elevati di vitamina A o caroteni.

Con il caldo infatti è importante consumare frutta e verdura fresca, fonte di vitamine, sali minerali e liquidi preziosi per mantenere l’organismo in efficienza e per combattere i radicali liberi prodotti come conseguenza dell’esposizione solare. Antiossidanti “naturali” sono infatti le vitamine A, C ed E che – sottolinea la Coldiretti – sono contenute in abbondanza in frutta e verdura fresca. Alla buona alimentazione – spiega la Coldiretti – vanno accompagnate regole di buon senso nell’esposizione al sole soprattutto all’inizio della stagione.

E’ quindi importante conoscere il proprio fototipo ed utilizzare creme adeguate alla propria pelle, soprattutto su bambini, ridurre al minimo le esposizioni ai raggi solari, specie nelle ore centrali della giornata, non esporsi al sole con profumi ed essenze e – spiega la Coldiretti – utilizzare indumenti adeguati (cappelli, magliette, occhiali). In caso di scottature o di disidratazione della pelle possono essere utili – conclude la Coldiretti – anche alcuni rimedi naturali come impacchi di yogurt bianco intero oppure maschere con fette di anguria oppure la polpa di mela grattugiata stesa sulle zone più arrossate.

LA TOP TEN DELLA TINTARELLA DELLA SALUTE – Vitamina A (*)

  1. Carote 1200
  2. Radicchi 500-600
  3. Albicocche 350-500
  4. Cicorie e lattughe 220-260
  5. Meloni 200
  6. Sedano 200
  7. Peperoni 100-150
  8. Pomodori 50-100
  9. Pesche 100
  10. Cocomeri, fragole e ciliegie 10-40 (*) in microgrammi di Vitamina A o in quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile

Verona, vietato lasciare il cane sul balcone

Multe fino a 500 euro per chi lascia il cane sul balcone per molte ore al giorno.

Succede a Verona, dove il fenomeno, che si accentua soprattutto d’estate, può essere perseguito penalmente se inquadrato come maltrattamento degli animali.

L’amministrazione si è anche dotata di un consigliere per la Tutela degli animali, Laura Bocchi. E’ stata proprio lei a introdurre la norma nel regolamento comunale.

Un balcone di un metro per un metro non è certo adatto allo scopo. Ogni giorno le segnalazioni di situazioni fuori controllo sono tantE.

 

Sbarca a New York l’arte surrealista europea

L’arte surrealista europea sbarca a New York. Il 31 luglio prossimo infatti la galleria Artifact di New York inaugurerà una mostra d’arte sul surrealismo del XXI secolo, con l’artista portoghese Santiago Ribeiro e l’artista americana Shala Rosa

L’idea della mostra è nata da un invito della galleria Artifact all’artista di Coimbra Santiago Ribeiro, che a sua volta ha deciso di invitare una delle più grandi artisti femminili surrealiste del ventunesimo secolo di oggi, ovvero l’americana Shala Rosa.

Entrambi gli artisti fanno parte della più grande mostra di arte surrealista del nostro secolo, l’International Surrealism Now, di cui Santiago è il suo creatore e promotore. Creata in Portogallo a partire dal 2010, e organizzata dalla Fondazione Bissaya Barreto, la mostra itinerante si è estesa a livello internazionale, fino a toccare diversi paesi nel mondo

La mostra del Surrealismo portoghese e nordamericano si svolgerà dal 31 luglio al 4 agosto 2019, dal mercoledi al sabato, dalle ore 12 alle ore 18, presso la galleria Artifact di New York (84 Orchard Street), che offre spazi espositivi e servizi ad artisti e collezionisti.

Colesterolo: c’è differenza tra carne rossa e bianca?

A differenza di quanto sinora creduto, la carne bianca (ad esempio il pollame) potrebbe non essere più salutare per il cuore della carne rossa. È quanto emerge, perlomeno, da uno studio svolto presso la University of California, San Francisco e pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition.

l team americano, guidato da Ronald Krauss, ha verificato come i diversi tipi di carne interessano i livelli di lipidi e di lipidiproteine che possono causare i depositi di grassi.

I ricercatori hanno condotto lo studio su due gruppi di volontari, suddividendoli in base al loro consumo di alti o bassi livelli di acidi grassi.

Dopo questa iniziale scrematura, i partecipanti sono stati suddivisi in altri tre gruppi a caso. Un gruppo doveva mangiare carne rossa, un altro gruppo carne bianca ed il terzo gruppo proteine di origine non animale. Questa tipologia di dieta è stata seguita per quattro settimane.

Al termine dello studio gli esperti hanno misurato i livelli di colesterolo cattivo, i livelli di colesterolo buono e quelli di apolipoproteina B, la principale proteina costituente le lipoproteine e coinvolta nel metabolismo dei lipidi.

All’inizio dello studio il gruppo di lavoro si aspettava che la carne rossa avesse effetti negativi sul colesterolo maggiori rispetto alla carne bianca. In realtà è stato rilevato che non ci sono differenze fra i due tipi di carne. Gli esperti hanno invece notato un importante abbassamento dei livelli di colesterolo nei partecipanti che non avevano mangiato proteine di origine animale.

I giri di valzer di Rotondi, il post-DC un po’ sfacciato.

Gianfranco Rotondi prova ad agitare le acque del vecchio centrodestra. Lo fa archiviando la sua dc-bonsai e consegnando lo scudo crociato a una fondazione (quella intestata all’irpino Fiorentino Sullo, leader della sinistra di Base negli anni ‘50-60, confluito nei socialdemocratici nel periodo ultimo della sua carriera politica).

È un gesto che vuole contribuire a frenare l’ondata populista, benché muova esplicitamente dalla preoccupazione di rinnovare il sodalizio con Silvio Berlusconi, come se, in effetti, il populismo non abbia avuto inizio con il fondatore di Forza Italia.

Da notare, in ogni caso, la divaricazione di linea rispetto a Berlusconi medesimo: infatti, mentre questi agisce nella prospettiva di un recupero della Lega, una volta che abbia abbandonato la collaborazione di governo con il M5S, diversamente il centro proposto da Rotondi dovrebbe operare in chiave alternativa, giudicando inammissibile l’alleanza con Salvini.

Sulla solidità di questa proposta politica non mancano dubbi. L’ambiguità emerge chiaramente laddove si osservi la collocazione della dc di Rotondi a livello amministrativo locale: sempre a destra, ovunque, avendo concretamente la Lega come guida e motore.

Sorprende anche l’arruolamento d’ufficio, nel campo dell’anti-populismo, dell’attuale Presidente del Consiglio. Si fatica a capire la ragione per la quale Giuseppe Conte, scelto all’indomani delle elezioni politiche dello scorso anno dal tandem sovran-populista, dovrebbe entrare a far parte di questo ipotetico centro alternativo ai giallo-verdi. Sfugge, in altri termini, il nesso di coerenza.

Anche l’apertura a Urbano Cairo è sostanzialmente immotivata. Nessuno conosce, allo stato degli atti, se e come avverrebbe il passaggio alla vita politica di tale editore di successo, geloso della sua indipendenza. Lo si convoca o lo si invita “a prescindere”, al di fuori di un quadro di serietà e rigore politico, giocando in definitiva con il vecchio approccio di tipo berlusconiano, dalla “discesa in campo” al “predellino”, che tanto ha contribuito alla esplosione dell’antipolitica.

Con quale credibilità, allora, s’immagina di trasformare la presenza di una piccola formazione, figlia della diaspora democristiana, quando l’indirizzo politico e  la condotta pratica recano in grembo un coacervo di pericolose incongruenze?

Vale la pena aggiungere infine che se, a riprova della legittimità del possesso dello scudo crociato, si cita l’accordo di Cannes, siglato  nel 1995 da Gerardo Bianco e Rocco Buttiglione, proprio quell’accordo esclude la possibilità di definire Buttiglione come “ultimo segretario del Ppi”. Rotondi commette una grave scorrettezza perché, come sa molto bene, a Cannes si decise di riconoscere ai Popolari di Bianco il nome del partito, insieme alla testata de “Il Popolo”, quale indubbio segno di continuità con l’esperienza avviata da Martinazzoli. A Buttiglione fu attribuita invece la titolarità dello scudo crociato, usato in questo quarto di secolo per abbellire la coalizione di centrodestra. Non è corretto citare Cannes a sproposito. Così, con buona pace dell’eloquio composto, Rotondi si rende protagonista di una sgradevole forma d’improntitudine. Insomma, fa lo sfacciato.

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ALLEGHIAMO IL COMUNICATO STAMPA E LA DICHIARAZIONE DI GIANFRANCO ROTONDI

“La Dc diventa una fondazione politica. La svolta è stata deliberata nella notte di venerdì a Giulianova, in un Ufficio di Segreteria che formalmente doveva eleggere il successore di Gianfranco Rotondi, fondatore e presidente del partito dimessosi la scorsa settimana”. Lo annuncia in una nota l’Ufficio Stampa della Dc. “In realtà – si legge nella nota – l’Ufficio di Segreteria ha ratificato una decisione già assunta e formalizzata nei giorni precedenti, con tanto di atti sottoscritti dal notaio.

La Dc – prosegue la nota – sospende le attività come partito e cede il nome e il simbolo a una fondazione [si tratta della fondazione Fiorentino Sullo, ndr]. Non a caso all’atto notarile ha partecipato anche il professor Rocco Buttiglione, ultimo segretario del Ppi e depositario, in base al patto di Cannes, dello scudo crociato”.

La fondazione – di cui sarà presidente lo stesso Rotondi, insieme a Rocco Buttiglione  – sarà presentata a Roma venerdì 12 luglio, alle ore 15, alla Camera dei deputati.

“Il Centro – ha spiegato Rotondi – non può rinascere alleato con Salvini, che del populismo è la massima espressione. Né ha spazio un Centro alleato o peggio ancora partorito dal Pd. Esso ripeterebbe la parabola perdente dei tanti partiti di centro satelliti della sinistra. Serve un vero partito di Centro, può essere Forza Italia o una forza completamente nuova. Ma serve il coraggio di candidarsi alla guida del Paese con un programma nuovo, figure nuove e senza alleanze con Salvini e il Pd.

A questa scommessa chiamiamo il nostro amico di sempre, l’unico che ci ha sempre ascoltato, capito, difeso: Silvio Berlusconi. Lavoreremo naturalmente con gli amici Dc: Lorenzo Cesa e Mario Tassone. Useremo una ‘strategia dell’attenzione’ verso chiunque mostri interesse per il cattolicesimo politico. Due esempi per tutti: il presidente Conte e il dottor Urbano Cairo, del cui impegno pubblico si parla sempre di più. Perciò- ha concluso Rotondi – rialziamo il vessillo dello scudo crociato, per ritrovarci e camminare insieme a chi mostrerà più coraggio”.

Bloccare le città: nuovi modi di condurre una guerra informatica

Articolo già apparso sulle pagine della rivista Atlante Treccani a firma di Mirko Annunziata

A quasi un mese di distanza, gli Stati Uniti ancora s’interrogano sul caso dell’attacco hacker che ha colpito la città di Baltimora. Per settimane gli hacker hanno tenuto sotto scacco l’intera città, centro industriale e porto sull’Atlantico tra i più importanti del Paese. Con i sistemi della pubblica amministrazione bloccati, i cittadini non potevano accedere a servizi essenziali quali pagamento di bollette e imposte.

L’attacco sembra aver avuto per scopo l’estorsione di denaro, con una richiesta all’amministrazione della città di 3 bitcoin per sbloccare parzialmente i sistemi governativi e di altri 10 (un totale quindi di 13 bitcoin, corrispondenti a circa 100.000 euro), per liberare definitivamente i computer della pubblica amministrazione infettati dal ransomware “RobbinHood”. Già negli scorsi mesi Baltimora aveva subito un attacco hacker, in quel caso rivolto al sistema di chiamate d’emergenza 911.

L’amministrazione cittadina, come prevedibile, non si è piegata al ricatto, affidandosi ad un’investigazione dell’FBI e cercando di ripristinare alcuni servizi in via “analogica”. Nonostante la sequenza di attacchi, allo stato attuale sembra che non ci sia una particolare intenzione di colpire specificatamente Baltimora; l’attacco di RobinHood appare più come un risultato casuale, dovuto con ogni probabilità a una gestione non ottimale dei sistemi informatici.

Una strategia di difesa in ambito IT deficitaria e carente è stata alla base anche di un altro clamoroso attacco hacker condotto contro Atlanta. Il SamSam Ransomware, un tipo particolare di ransomware che non utilizza tecniche di phishing bensì ricorre a un attacco diretto volto a indovinare password particolarmente deboli, ha paralizzato i sistemi dell’amministrazione della città. Dinamiche non troppo diverse da quelle del caso di Baltimora, che mostrano l’apparente paradosso di spendere decine di milioni di euro per rispettare la volontà di non cedere a ricatti da centinaia di migliaia di euro. Apparente perché in primo luogo, ovviamente, il consiglio, anche per i privati, è sempre quello di rifiutare il ricatto posto da un ransomware e, in seconda battuta, un ente pubblico non può certo permettersi di pagare il riscatto, creando un precedente molto pericoloso.

Se dunque è molto improbabile, almeno allo stato attuale, che un ente governativo possa accettare di pagare un riscatto, perché questa escalation di attacchi rivolti alle amministrazioni di diverse città negli Stati Uniti? Si fa largo, innanzitutto, una prospettiva di natura più politica. Il ransomware costituirebbe quindi non tanto un modo per estorcere denaro quanto, piuttosto, per saggiare le capacità di difesa dei sistemi informatici rivali. Nel caso di Atlanta, per esempio, le indagini hanno infine puntato il dito contro hacker iraniani.

Per quanto concerne Baltimora, in questi giorni l’opinione pubblica e la stampa americana stanno facendo pressioni sulla NSA (National Security Agency) per fornire risposte in merito ai collegamenti tra le caratteristiche di RobbinHood e quelle di EternalBlue. Eternal lue è un tool pensato per sfruttare vulnerabilità insite all’interno dei sistemi operativi Windows XP e Windows Vita. Questo strumento venne sviluppato dalla NSA, ma nel 2017 alcuni hacker se ne sono impossessati. EternalBlue è stato quindi utilizzato per la realizzazione di due tra i più noti e devastanti ransomware degli ultimi anni, WannaCry e NotPetya.

La regia dietro RobbinHood potrebbe quindi provenire da uno dei numerosi Paesi che hanno beneficiato dei tool rubati. Mosca, per esempio, nel 2017 aveva già testato con successo il blocco dei sistemi informativi di un’amministrazione pubblica, quella dell’Ucraina, colpendo anche industrie e aziende private. L’Ucraina, tuttavia, è stata anche sfortunata protagonista di un episodio ancora più inquietante. Nel 2015 un attacco hacker riuscì a mettere fuori uso una centrale elettrica per un paio d’ore, lasciando al buio centinaia di migliaia di persone.

Casi del genere inesorabilmente costituiscono i primi esempi di un paradigma del tutto nuovo per la guerra informatica e il suo impatto in ambito militare e civile. Tradizionalmente, il cyberwarfare è sempre stato associato ad attività di spionaggio e, con la diffusione capillare di Internet, attività di propaganda on-line. Sebbene queste attività permangano, sempre più le azioni di guerra virtuale avranno ripercussioni nel mondo cosiddetto “reale”. La digitalizzazione dei servizi e delle attività produttive, infatti, consente possibilità pressoché infinite di infliggere danni potenzialmente devastanti all’avversario. Bloccare l’amministrazione pubblica e i servizi ad essa associati può portare danni economici enormi, sia in termini di mancata erogazione dei servizi, sia in termini d’investimenti da effettuare in corsa per riparare al danno.

Non solo computer e sistemi di raccolta delle informazioni saranno soggetti a possibili attacchi. L’avvento dell’Internet delle cose farà sì che nei prossimi anni il numero di oggetti collegati alla rete aumenti in maniera esponenziale. Oggetti comuni potrebbero venir messi fuori uso su larga scala, dando vita al classico scenario di fantascienza hollywoodiana. D’altra parte, è già possibile infliggere colpi importanti, come ad esempio la paralisi del traffico cittadino, hackerandone i semafori. Nel 2017, una raffineria in Arabia Saudita ha rischiato di saltare in aria a seguito di un attacco hacker rivolto ai sistemi di controllo della centrale.

Il potenziale distruttivo che oggi è in grado di fornire un attacco informatico organizzato da parte di un Paese dotato delle giuste competenze dipende sostanzialmente dalla volontà politica e militare e dal livello d’intensità del conflitto che s’intende portare avanti. L’assenza, ad oggi, di un quadro normativo chiaro in ambito internazionale che regoli e definisca l’impatto di questo tipo di azioni porta a prediligere gli attacchi a bassa intensità, che a costi ridotti riescono comunque a produrre danni considerevoli.

Allo stato attuale un attacco con armi “cyber” in coordinamento con il resto delle forze armate prevede innanzitutto il controllo o la messa fuori uso di asset fondamentali del Paese avversario: terminali di servizi pubblici e bancari, fornitura di energia elettrica, blocco dei sistemi informatici del comparto militare. Si tratta di una strategia che, ad esempio, i russi hanno fatto propria da più di un decennio, testandola in via preliminare durante la guerra contro la Georgia nel 2008. Tuttavia, un elemento critico nel disciplinare l’utilizzo del cyberwarfare tra i Paesi non risiede tanto nella volontà da parte degli Stati di porre delle regole, quanto dalla difficoltà di coniugare le rigide esigenze della legge internazionale rispetto alla fluidità del mezzo informatico.

Si pensi, per esempio, al possibile campo di applicazione dell’art. 5 della NATO rispetto all’attuale braccio di ferro con la Russia. Se venissero pedissequamente applicati i criteri utilizzati nel mondo “fisico” anche nell’ambito virtuale, oggi sarebbe in corso una guerra aperta tra i due schieramenti. Storicamente nei rapporti tra Stati è sufficiente una minima trasgressione, reale o dichiarata, per causare un conflitto. Questo si è spesso declinato con la creazione di casus belli di comodo, in cui era sufficiente un vero (o presunto) colpo subito da oltre frontiera per far scoppiare un conflitto. Applicando questo tipo di criterio nell’ambito del cyberwarfare, oggi qualunque Paese potrebbe dichiarare di essere stato aggredito da chiunque. La proliferazione di attacchi informatici, che segue a ruota l’espandersi della digitalizzazione, rende praticamente impossibile sperare, o pretendere, di non ricevere alcun tipo di attacco hacker.

Occorre inoltre considerare la natura intangibile della “firma” dietro questi attacchi che, a differenza del proverbiale colpo di cannone oltre confine quale causa scatenante di un conflitto aperto, consente all’esecutore di negarne la paternità. Allo stato attuale, in assenza di conflitti dichiarati tra le principali potenze, nessun governo tra Washington, Pechino o Mosca ha mai rivendicato uno dei numerosi attacchi hacker in cui è stato pressoché certo il loro coinvolgimento. Sotto questo aspetto il cyberwarfare, in virtù della sua natura sperimentale, è equiparabile alla guerra di corsa tra le potenze navali europee in epoca moderna; conflitti a bassa intensità non riconosciuti, utili non solo a infastidire l’avversario, ma anche a saggiarne le capacità in vista di una guerra aperta.

Diversi analisti si stanno già interrogando sull’eventualità di estendere una parte della dottrina strategica legata agli armamenti nucleari alla guerra informatica. L’idea di una “Mutua distruzione assicurata” (MAD, Mutual Assured Destruction) o in un contesto di guerra più o meno informale declinata al cyberwarfare sta quindi prendendo sempre più piede nelle analisi di settore.

Esistono diversi punti di contatto tra il cyberwarfare e il conflitto nucleare. Innanzitutto, il potenziale distruttivo: sebbene sia meno spettacolare rispetto a una deflagrazione atomica, oggi un attacco informatico su vasta scala potrebbe paralizzare un intero tessuto sociale o addirittura potrebbe portarlo indietro di almeno un secolo. Senza servizi fondamentali, forniture di cibo, acqua ed energia, il numero potenziale di vittime causate sia dal crollo del tessuto economico, sia dal clima di caos e violenza che si verrebbe a creare sarebbe potenzialmente non troppo diverso da quello scatenato da una testata atomica.

Un secondo elemento è l’assenza di qualsivoglia limite di natura geografica (ancora più evidente nel conflitto informatico), così come di protezione efficace. Nel cyberwarfare è infatti pressoché impossibile sperare di garantire una difesa assoluta. Questo deriva dal differenziale di efficacia tra le azioni di difesa e quelle di attacco. Nel caso del difensore, infatti, l’obiettivo è quello di evitare che vada a segno un qualunque tipo di attacco. Per chi attacca è invece sufficiente che anche un solo tentativo riesca nell’intento. Se durante la guerra fredda, in ottica nucleare, questo concetto veniva declinato nella produzione di migliaia di testate in modo che la potenza rivale non potesse essere in grado d’intercettarle tutte in caso di attacco massivo, in ambito cyberwarfare è sufficiente disporre di competenze aggiornate, con un conseguente dispendio di risorse decisamente inferiore rispetto all’ambito nucleare.

 

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Italiani all’estero, i diari raccontano

“Italiani all’estero, i diari raccontano”: questo il nome della piattaforma informatica che sarà presentata domani alle ore 17.00, alla Farnesina. Il progetto – realizzato con il contributo della Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del Ministero degli Esteri –  è una selezione delle parti più significative delle testimonianze raccolte nel fondo catalogato con il soggetto “emigrazione” presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo).

Sono i diari, le lettere e le memorie che racchiudono storie di italiani “qualunque”, vissuti all’estero tra l’inizio dell’Ottocento e i giorni nostri, raccolte a partire dal 1984 dall’Archivio diaristico nazionale e offerte ai lettori di tutto il mondo.

Alla presentazione interverranno Elisabetta Belloni, Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all’Estero, Nicola Maranesi, curatore del progetto e Pier Vittorio Buffa, consulente editoriale.

Nel corso della presentazione Francesca Ritrovato e Jacopo Bicocchi leggeranno alcuni brani di letture tratte dalle testimonianze raccolte nella Piattaforma informatica.

Carta dei diritti fondamentali Ue, questa sconosciuta…

E’ stata pubblicata la relazione annuale per valutare come le istituzioni europee e gli Stati membri abbiano applicato la Carta dei diritti fondamentali. Ricorre quest’anno il decimo anniversario della Carta, un’occasione particolare che oltre al report vede anche la presentazione di un’indagine di Eurobarometro sulla consapevolezza dei cittadini in riferimento al tema in questione. Sebbene negli ultimi due lustri sia andata progressivamente sviluppandosi una cultura dei diritti fondamentali, la Carta rimane ancora oggi un documento poco conosciuto e non pienamente sfruttato nella sua applicazione.

L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali sottolinea, in particolare, la mancanza di politiche nazionali che ne promuovano la conoscenza e la stessa attuazione. Dall’indagine di Eurobarometro, appena presentata, vediamo che nonostante un leggero miglioramento rispetto al 2012, solo quattro cittadini su dieci hanno sentito parlare della Carta e solo un cittadino su dieci sa di cosa si tratti. Sei cittadini su dieci hanno dichiarato di voler essere maggiormente informati sui diritti sanciti nel documento e su come comportarsi nel caso in cui siano violati.

Per quanto riguarda l’applicazione della Carta nel 2018, la relazione mette in evidenza le principali iniziative quali, ad esempio, garantire la protezione degli informatori; promuovere i diritti elettorali agendo per contrastare le notizie false; combattere l’illecito incitamento all’odio online. Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona il 1º dicembre 2009, la Carta dei diritti fondamentali è diventata giuridicamente vincolante e da allora la Commissione europea ha pubblicato annualmente un report sulla sua applicazione. Gli studi annuali monitorano i progressi compiuti nei settori di competenza dell’Ue, mostrando come si sia tenuto conto della Carta in situazioni reali, in particolare nel proporre nuovi atti legislativi dell’Unione e di come venga considerato il ruolo delle istituzioni europee dalle autorità degli Stati membri nell’assicurare che i diritti fondamentali diventino una realtà nella vita dei cittadini.

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riafferma, nel pieno rispetto dei poteri e delle funzioni dell’Ue e del principio della sussidiarietà, i diritti così come risultano dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni dei Paesi dell’Unione. Su questo sfondo, il denominatore comune, insieme alle disposizioni generali, rimane il pieno rispetto di dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia.

I 100 Racconti della Linea Gotica

L’Associazione Linea Gotica-Officina della Memoria ha lanciato in questi giorni un crowdfunding, ovvero una raccolta pubblica di fondi per portare a compimento con la pubblicazione di un volume l’ambizioso progetto editoriale “I 100 Racconti della Linea Gotica”.

Il progetto prevede una ricca pubblicazione contenente 100 storie vere accadute sulla Linea Gotica, cioè l’ultima linea difensiva fortificata tedesca che si estendeva dalla attuale provincia di Massa-Carrara fino alla provincia di Pesaro, fra l’estate 1944 e la primavera 1945, elaborate sotto forma di racconti.

Storie individuali vissute da persone semplici, sia in ambito militare che civile, a rappresentare un ampio spaccato umano e sociale di quella che fu l’estrema linea difensiva tedesca e l’ultimo fronte di guerra in Italia.

Un volume con contenuti senza precedenti, per fornire al pubblico un compendio di tutta la vicenda umana e bellica che si svolse sulla Linea Gotica in otto mesi di guerra.

Una chiave di lettura “nuova” degli eventi accaduti sulla Linea Gotica, con testi meno “tecnici” dei consueti lavori pubblicati sull’argomento, ma non per questo meno rigorosi dal punto di vista storico.

L’Associazione interregionale Linea Gotica-Officina della Memoria, infatti, lavora dal 2010 col suo gruppo di esperti e volontari sui temi della ricerca storica e della valorizzazione dei luoghi della memoria.

I racconti sono basati su testimonianze dirette e su ricerche storiche realizzate su documenti, video e libri. Essi narrano le vicende vissute da uomini e donne civili, soldati di tutte le parti in conflitto, partigiani, fascisti, religiosi e agenti segreti.

L’impostazione del volume è concepita secondo un criterio cronologico degli eventi accaduti su tutta la Linea Gotica, a partire dall’attacco nel settore adriatico nell’agosto 1944 fino all’offensiva finale dell’aprile 1945, con un’equa distribuzione geografica e tematica dei racconti.

Torino: I mondi di Riccardo Gualino collezionista e imprenditore

Torino riscopre la sua storia con la mostra “I mondi di Riccardo Gualino collezionista e imprenditore”, che fino al 3 novembre riunisce a Palazzo Reale ben 300 pezzi della collezione originaria: le due porzioni principali, ancora di proprietà di Banca d’Italia e della Galleria Sabauda (che nel tempo ha ricercato e acquisito alcuni dei pezzi dispersi), nonché opere ulteriori provenienti da raccolte italiane pubbliche e private.

Nelle 18 Sale Chiablese sfilano dipinti, sculture, arredi e foto d’epoca che insieme restituiscono l’universo di Gualino: il suo gusto di collezionista, gli ambienti cosmopoliti frequentati insieme alla moglie Cesarina Gurgo Salice, compagna di avventura nel mondo dell’arte, le atmosfere degli anni Venti, la parabola del fascismo, la guerra e il miracolo italiano. Fin dall’inizio i destini della raccolta si intrecciano con le vicende imprenditoriali. Ai successi della Snia Viscosa, per esempio, corrispondono acquisizioni prestigiose tra cui Venere di Botticelli, Venere e Marte di Paolo Veronese, la Négresse di Manet, il Paesaggio campestre di Claude Monet.

Sono di questo periodo i ritratti di Felice Casorati per la famiglia Gualino, che ha aperto la propria casa ai pittori dei Sei di Torino intraprendendo ufficialmente il primo progetto di mecenatismo.

Grazie ad approfondite ricerche, l’allestimento della mostra riprende da vicino quello originario nei vari domicili dell’industriale – il castello di Cereseto Monferrato, la palazzina torinese di via Galiari, l’ufficio di Corso Vittorio Emanuele – proponendo in molti casi gli stessi accostamenti tra le opere.

Sant’Andrea: la prima struttura in Italia per la cura del cancro ai polmoni

L’A.O Universitaria Sant’Andrea con 467 interventi curativi di chirurgia toracica è la prima struttura in Italia per la cura del cancro ai polmoni. È il dato che emerge dal nuovo Programma nazionale Esiti (PNE) dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS). Il Programma fotografa ogni anno la qualità delle cure ospedaliere grazie a 175 indicatori.

Per la cura del cancro ai polmoni l’ospedale capitolino si piazza primo in graduatoria per numero di interventi superando strutture come l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e l’IRCCS – Istituto Nazionale Tumori di Milano. Un risultato straordinario per la chirurgia toracica del Sant’Andrea che rappresenta un’eccellenza nel Sistema sanitario regionale.

“Voglio ringraziare tutti i professionisti e il personale sanitario.  grazie alle loro professionalità e al loro impegno quotidiano che è stato possibile raggiungere un risultato così importante e prestigioso -parole di Alessio D’Amato, assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria, che ha aggiunto: dal Piano nazionale Esiti il Lazio emerge con dati migliori rispetto a quelli nazionali in particolare per il trattamento dell’infarto, il trattamento del tumore alla mammella e con i migliori tassi di appropriatezza delle ospedalizzazioni potenzialmente evitabili come il diabete, l’asma e le broncopneumopatie”.

La magia dello spazio condiviso. Intervista a Daniel Libeskind

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Andre Monda (7 Giugno 2019)

Daniel Libeskind ha quell’approccio semplice e diretto, brillante senza essere mai superficiale che dice molto della sua libertà interiore. Un atteggiamento che gli permette di attraversare la vita con levità nonostante sia uno dei più grandi e celebri architetti del mondo. Con gioia ha accettato di parlare con «L’Osservatore Romano» di argomenti impegnativi come il rapporto tra arte e spiritualità, tra bellezza e dolore, lui che, tra le diverse opere, ha realizzato il museo della Shoah di Berlino e il memoriale di Ground Zero. Ma come primo tema della conversazione ha preferito parlare del suo antico e mai sopito amore, la musica, che tanto si intreccia con l’arte e con l’architettura in particolare.

La sua prima passione artistica è stata la musica. Alcuni pensano che la musica sia l’arte più spirituale di tutte, lei è d’accordo?

Penso che la musica sia alla base dell’architettura e dell’arte in generale. Sappiamo che la musica e il suo ritmo sono venuti prima di qualsiasi realizzazione dello spazio o costruzione. Prima di tutto c’è la musica, il suono, il tempo, il ritmo. E poi c’è il corpo che si muove nello spazio. Quindi direi che la musica è decisamente alla base dell’architettura. Anche osservando la costruzione del Partenone, possiamo vedere come l’aia di Atene era anzitutto danza prima di consolidarsi come luogo, come un luogo memorabile sul quale costruire. Quindi sì, secondo me la musica è il fondamento dell’arte e specialmente dell’architettura così come quest’ultima è un’estensione della musica, per molte ragioni. Una delle più ovvie è che il senso dell’orientamento e dell’equilibrio risiede nell’orecchio, non nell’occhio. Pertanto, il fenomeno dell’acustica precede quello visivo. Ma ancor più, penso che l’architettura sia strutturata da un senso musicale dello spazio. Da musicista sono arrivato all’architettura in modo naturale, diretto. Non sento di avere abbandonato la musica, semplicemente l’ho trasferita su un altro strumento, che è l’architettura.

Ma innanzitutto esiste una relazione tra arte e spiritualità?

Naturalmente credo che nella musica come in ogni altra forma d’arte ci sia un collegamento spirituale con il mondo. Beh, se non ci fosse alcun collegamento, non ci sarebbe l’arte. Perché l’arte non è solo il dato materiale, un dipinto non è un pezzo di tela con qualche pigmento applicato sopra. L’arte non è quindi un oggetto materiale, anche se viene trasmesso attraverso un oggetto materiale, c’è sempre un messaggio spirituale. Anche quando si tratta di una mela di Cézanne, non si tratta di una mela, è qualcos’altro.

La musica e il disegno (architettura e pittura) possono essere ricollegate alla logica filosofica e alla scienza e inducono a pensare che nel mondo esista come un grande disegno, in parte nascosto che l’uomo però è in grado di riconoscere. Questo pensiero è stato considerato normale per secoli, oggi invece la visione nichilista per cui tutto è frutto del caso sembra prevalere, qual è la sua opinione in proposito? C’è un grande disegno che ogni uomo può riconoscere o no?

“Grande disegno” per me significa semplicemente che c’è un’esperienza nel mondo per ogni essere umano e ovviamente questa esperienza nel mondo subisce trasformazioni periodiche, crisi, cambiamenti, ma ciò non cambia il fatto che ad essere al centro è l’esperienza umana nel mondo. Tutti gli altri aspetti — quelli scientifici e le altre discipline autonome — sono parte di questa esperienza nel mondo, che in realtà è parte del mistero di un mondo in continuo cambiamento. In questa esperienza umana del mondo c’è anche l’elemento che noi uomini comprendiamo, in parte, il cambiamento che non è semplicemente guidato da una sorta di caos. Il caos probabilmente è la risposta nostra, attuale, al nostro essere nel mondo. Ma anche la nostra risposta è soggetta al cambiamento.

Henry Miller ha scritto che: «L’arte non insegna assolutamente niente, a parte il senso della vita» è d’accordo?

Forse Henry Miller non ha imparato niente dall’arte, il che sarebbe un peccato, perché qualcosa avrebbe dovuto imparare.

Picasso invece sosteneva che: «Il segreto dell’arte non sta nel cercare, bensì nel trovare».

Questo, direi, è una tipica metafora d’artista di un artista di grande successo. Ma penso che la sua vita dimostri tutt’altro, visto che ha cercato per tutta la vita.

Un altro grande pittore, Chagall, affermava che «L’arte è l’incessante sforzo di gareggiare con la bellezza dei fiori, senza mai eguagliarla». Qual è il rapporto tra arte e natura?

C’è del vero in questo, decisamente. C’è del vero nell’impossibilità, nell’asimmetria delle due attività, natura e arte. Quanto dice Chagall dimostra che appartengono a mondi differenti.

Quando ho visitato il museo ebraico a Berlino da lei ideato, mi è venuta in mente una frase dell’allora cardinale tedesco Joseph Ratzinger: «La bellezza ferisce». La ferita che la bellezza produce scuote la coscienza umana, ricordandogli il suo destino ultimo e ultra-terreno, lei è d’accordo?

È un’affermazione davvero profonda acuta su ciò che l’arte è veramente. Penso che egli catturi qui una cosa molto essenziale, sulla quale sono d’accordo.

La bellezza e il dolore sono strettamente collegati. Oggi guardando il mondo contemporaneo si ha la sensazione che la società occidentale abbia creato un mondo an-estetico, che rimuove il dolore, ma anche la bellezza. O forse sono troppo pessimista?

Anche questa è una riflessione molto profonda. È assolutamente vero che spezzando la relazione tra la profondità dell’animo umano e l’idea di arte ed espressione, si rimuovono le dimensioni sia dell’arte sia dell’animo umano.

Lei è ebreo polacco trasferito nel 1960 a New York, cosa pensa degli Usa di oggi? La chiusura rispetto agli stranieri non è forse un tradimento ad una lunga tradizione ispirata ai valori dell’apertura e dell’accoglienza?

Si può constatare che le cose non rimangono uguali. L’America che vediamo oggi, la retorica del governo contro gli immigranti, contro le persone prive di istruzione, è una retorica che non mi avrebbe mai permesso di venire in questo paese. Perché i miei genitori non erano istruiti. Lavoravano in fabbrica. Siamo venuti perché l’unica sorella sopravvissuta di mio padre — sopravvissuta ad Auschwitz — viveva qui. Ma oggi non avremmo i requisiti per immigrare in questo paese, perché l’attuale governo vuole solo persone con una buona istruzione e di successo. Quindi sì, penso che dobbiamo renderci conto che il mondo non rimane sempre uguale, che il mondo è circondato da pericoli e l’America non è immune ai cambiamenti negativi, che ho visto apparire molto chiaramente all’orizzonte mentre sono sempre più numerose le affermazioni antidemocratiche, le decisioni antidemocratiche da parte di questo governo. Quindi sì, penso che non sia la stessa America. È un’America che segue vie diverse.

Su questo argomento alcuni giorni fa ho intervistato la scrittrice americana Marilynne Robinson, la quale ha detto che l’America è dominata dalla paura, che ne pensa?

Non è nulla di nuovo per me. Sono cresciuto in Polonia sotto il comunismo e sotto un antisemitismo sostenuto dallo stato. Ricordo il soffio della paura, che in realtà era un’ombra oscura sopra l’intera società. Poi quando sono tornato in Polonia, dopo il cambiamento, ho visto un popolo nuovo, una nuova rinascita della Polonia. Quindi sì, sono d’accordo sul fatto che le ombre della paura si stanno estendendo nel mondo e anche negli Stati Uniti.

L’arte ha una funzione sociale? Può educare il popolo ai valori civili, alle virtù?

Questa è una buona domanda, sulla quale hanno discusso in molti. Sì, ha un valore civico. Non attraverso una qualche sorta di realismo socialista, penso, o una specie di ingegneria sociale nell’arte, che è sempre stata un fallimento. Tuttavia ritengo che l’arte autentica, l’arte che giunge dall’animo umano nella sua solitudine, si connetta con un altro animo solo attraverso una sorta di processo trasfigurativo. Non posso che definirlo trasfigurazione. E accende una sorta di fiamma d’immaginazione e creatività in chi riceve e in chi crea. Quindi penso che sia vero che è diverso dall’ingegneria sociale, diverso dal cercare di trasmettere messaggi, ma l’arte, per la sua autenticità, secondo me è già una sorta di verità che viene comunicata in un modo che di fatto è trasfigurativo.

T.S. Eliot sosteneva che per secoli la cultura è stata trasmessa non dalla scuola ma dalla Chiesa, poi qualcosa con la modernità si è interrotto, il rapporto tra Chiesa e arte è entrato in crisi, come dimostra anche l’architettura sacra. Quale può essere il compito della Chiesa oggi in riferimento all’arte?

Direi che la necessità di trattare con il contemporaneo significa comunicare i valori, la verità spirituale, esige un’architettura che non sia sentimentale, che non abbia nostalgia del passato, bensì che sia capace di entrare nel discorso del presente. Direi che l’architettura deve assumersi qualche sorta di rischio al fine di essere fedele a se stessa e al suo messaggio.

Lei è d’accordo sulla definizione di Northrop Frye della Bibbia come Grande Codice dell’arte e della letteratura?

In qualche modo lo è. Infatti, chi saremmo senza i racconti, le memorie racchiusi in quei testi? Ma non la definirei un codice, perché questa parola implica una sorta di metabolismo che assorbe il presente nel futuro. Direi che non è un codice, bensì una serie di metafore profonde, di trasposizioni sempre all’opera. In questo senso penso che il fondamento biblico della società occidentale sia senz’altro quello sfondo che dà un senso agli interrogativi dell’umanità: chi siamo? dove siamo? dove stiamo andando? qual è il senso delle cose?

Questo mi ricorda il rocker Bruce Springsteen che da piccolo ha ricevuto un’educazione cattolica e ha detto che tutte le immagini, i racconti che ha conosciuto attraverso la Bibbia da ragazzo lo hanno influenzato per tutta la vita. Lei è ebreo e può comprendere questo discorso.

Sì, perfettamente. Io la leggo la Bibbia, il libro più bello e più letto. Ma non leggo solo la Bibbia, leggo anche il Nuovo Testamento, il Corano, il Talmud anche perché questi testi sono importanti per comprendere che cosa abbiamo in comune, da dove arriviamo, quali visioni sono state create. Sono testi che riescono a penetrare la verità della vita umana.

Papa Francesco sta cercando di creare un dialogo tra le grandi religioni. Ritiene che sia possibile che le religioni si uniscano per la pace?

Penso che quello che sta facendo Papa Francesco sia fantastico. Secondo me non c’è altro modo, se non attraverso il fatto che ci rendiamo conto che c’è qualcosa di più grande delle ideologie, incluse le teologie, che sono state in qualche modo spesso declamate e usate da ogni sorta di estremismo. Il lavoro del Papa consiste nel cercare quel radicamento dell’umanità e si basa sul credere che c’è una speranza comune di unire le persone nella pace. Altrimenti mi chiedo: qual è il significato di questo mondo? Non avrebbe nessun significato. La missione di Papa Francesco è davvero molto importante e rilevante, specialmente in questo tempo difficile. Papa Francesco spesso ripete agli insegnanti e agli educatori di suscitare nei giovani la creatività. L’attenzione alla dimensione della creatività Papa Francesco la poggia sui testi biblici, poiché Dio è Creatore e gli uomini sono figli di Dio, e quindi creativi.

Secondo lei ogni uomo ha una dimensione artistica, creativa?

Sì, non c’è alcun dubbio. All’inizio del mio ultimo libro, intitolato Edge of Order, scrivo che tutti possono essere architetti. Tutti già sono architetti. Nel momento stesso in cui aprono gli occhi, sono già esperti di spazio, di luce, di proporzioni, del corpo. Sono profondamente d’accordo che la creatività è al centro della nostra tradizione, della nostra tradizione comune, e che è fondamentale alimentare la creatività, specialmente nei giovani, mostrando che il mondo è una meraviglia aperta, che dovremmo essere stupiti da questa meraviglia del mondo. È questa la creatività che considero necessaria per vincere il cinismo, e spesso lo scetticismo che viene imposto ai giovani dagli anziani. Oggi ci concentriamo tanto su ombre e telecamere, ma la vita reale è così fantastica, così bella, così profonda che spesso siamo semplicemente accecati dai media d’informazione invece di guardare negli occhi il prossimo.

Nelle grandi città gli uomini vivono negli appartamenti che possono apparire come i simboli della grande solitudine oggi molto diffusa nel mondo occidentale. Si può secondo lei tornare alla dimensione della “casa” all’interno del “villaggio” e come?

È vero, come ha sottolineato Robert Musil molto tempo fa, che nasciamo in una stanza bianca e moriamo in una bianca stanza di ospedale. Ma questo significa dimenticarsi di ciò che il mondo è in realtà. Dovremmo invece concentrarci su quello che definirei lo spazio condiviso, lo spazio comune condiviso, il cosiddetto spazio pubblico. Infatti, senza spazio pubblico, senza un collegamento le persone possono essere condannate a vivere la propria vita nella loro piccola stanza e la vista stessa cade a pezzi. Il punto di partenza è creare una sorta di spazio in cui vivere, un salotto, dove le persone possono condividere uno spazio comune. E questo vale in modo particolare per le grandi città, che stanno iniziando a diventare sempre più private, più chiuse, sia per i ricchi sia per i poveri. Credo dunque che sia questa la chiave per creare una città equa, che superi l’immensa disparità di reddito e disuguaglianza spirituale, e crei un senso di “insieme”. Per me è questo il compito della città, dell’architettura e questo potrebbe essere in qualche modo un ritorno, inatteso, dall’abitazione alla casa.

FCA-Renault, tra capitalismo italiano e francese

Tratto dalla rivista Atlante -Treccani a firma di Alessandro Aresu (7 Giugno 2019)

Le trattative sulla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e Renault e il ritiro della proposta da parte di FCA per «le condizioni politiche» in Francia hanno riportato all’attenzione, oltre allo scenario generale del mercato dell’auto tra consolidamento e trasformazioni tecnologiche, i rapporti economici e geopolitici tra Italia e Francia.

Sono numerosi gli incroci, gli affari e i dissidi che legano i due Paesi, in una lunga storia di diffidenze e di compartecipazioni. Basti citare i contrasti con la Francia di Enrico Mattei e i rapporti tra Mediobanca e Lazard. La Francia è il Paese europeo che ha “inventato” e che pratica di più il cosiddetto sovranismo, soprattutto nell’ambito economico. L’Agenzia di partecipazioni dello Stato definisce quote e obiettivi dello “Stato azionista”, tra le cui partecipazioni vi è la stessa Renault. L’amministrazione è garantita con continuità dall’alta burocrazia francese pubblica e privata, nel cui ambito è stato peraltro elaborato, da Bernard Esambert, il concetto contemporaneo di “guerra economica”. La capacità militare sancisce l’estensione dello Stato francese, e accompagna spesso i suoi eccessi, oltre a un’assertività alla quale non corrisponde una capacità negoziale in Europa paragonabile a quella tedesca.

In ogni caso, la Francia è una potenza finanziaria di altro tenore rispetto all’Italia, in particolare per la capacità di usare le banche d’affari per promuovere la crescita dimensionale di grandi gruppi, come mostrato dal sostegno determinante di Antoine Bernheim (Lazard) al gigante del lusso di Bernard Arnault, LVMH.

Molti sono i fronti aperti tra Italia e Francia. Basti pensare alla vicenda Fincantieri. I rapporti bilaterali, ben più che con la problematica “campagna d’Italia” di Vincent Bolloré, sono cresciuti d’intensità con l’attivismo dei due maggiori azionisti di Generali dopo Mediobanca, Caltagirone e Delvecchio. Il primo è presente tra l’altro nel gigante di acqua e rifiuti Suez, anch’esso controllato dallo Stato francese. Il secondo, già attivo nell’immobiliare francese, alla prova della complessa integrazione con Essilor.

In sintesi brutale, al ruolo elefantiaco dello Stato in Francia corrisponde l’impronta delle famiglie italiane, spesso in cerca d’autore, come accade nelle vicende attuali del gruppo controllato da John Elkann. Le medie imprese, punto di forza del nostro sistema rispetto alla Francia, non hanno un vero protagonismo politico, mentre l’Italia non ha affrontato due grandi questioni: la saldatura tra il risparmio e l’investimento e la necessità di sostenere e promuovere quell’alta tecnologia che è ancora un punto di forza del Paese nonostante gli scarsi investimenti, tanto pubblici quanto privati.

L’articolo completo è leggibile qui 

Albanese: Paradosso somalo

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese (7 Giugno 2019)

Dalla caduta del regime di Siad Barre, il 26 gennaio del 1991, la Somalia è precipitata in uno stato di anarchia, nonostante i ripetuti interventi, a volte controversi, della comunità internazionale e la presenza a Mogadiscio di un governo internazionalmente riconosciuto. La dicono lunga sia i frequenti attentati perpetrati dagli estremisti al Shabaab e la persistente parcellizzazione del Paese, determinata dalla struttura clanica del tessuto sociale.

Per comprendere questa fenomenologia occorre rilevare che in termini generali, nel Corno d’Africa — e dunque anche in Somalia — non si verificò una decolonizzazione in senso proprio perché le indipendenze furono soprattutto il prodotto della sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, anziché essere il punto d’arrivo di un confronto serrato tra colonizzatore e colonizzati. Come ebbe a scrivere pertinentemente lo storico africanista Gian Paolo Calchi Novati, in Somalia, «la fusione in unico Stato dei possedimenti italiano e inglese (ndr. Somaliland) all’atto dell’indipendenza fu un’eccezione al principio dell’indipendenza territorio per territorio sulla scorta della geopolitica del colonialismo».

Ecco che allora si affermò il Pansomalismo, inteso come programma politico nato nell’immediato secondo dopoguerra, che rivendicò un unico Stato-nazione per tutti i somali sulla base di una cultura condivisa, contro le divisioni claniche e i confini coloniali. Con il risultato, però, che la Lega dei giovani somali, il partito che l’Italia dopo le iniziali reciproche diffidenze finì per investire del potere durante l’Afis (l’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia, su mandato delle Nazioni Unite, che durò dal 1950 al 1960), affondò sì le sue radici in un’élite urbanizzata e tendenzialmente aperta alla modernità, ma nessun personaggio politico somalo d’allora poté fare a meno delle opportune referenze al mondo clanico, agli anziani e alle tradizioni etniche.

Rimane il fatto, indiscutibile, che la formazione della classe dirigente somala fu comunque la principale delle preoccupazioni italiane in quel periodo. Il Paese africano, in effetti, durante l’amministrazione fiduciaria, venne dotato gradualmente di un sistema parlamentare, di un esecutivo, di una costituzione e di forze armate efficienti e ben addestrate. Sta di fatto che, al momento dell’indipendenza, la maggioranza dei politici proveniva dalla scuola di preparazione politico-amministrativa istituita a Mogadiscio dall’Afis e possedeva una laurea in scienze politiche o in giurisprudenza; un analogo iter formativo era stato seguito per i quadri dell’esercito e della polizia.

Ben presto però emersero non poche difficoltà legate in parte all’economia locale — i somali continuarono ad essere per circa il 70 per cento pastori seminomadi e in misura minore agricoltori-allevatori dediti a un’attività di auto-sussistenza — e al contesto internazionale profondamente segnato dalla guerra fredda. D’altronde, i dirigenti somali erano figli di una cultura nomadica fortemente tradizionale, avevano subito l’influsso dell’amministrazione britannica (il Somaliland si fuse con il resto del Paese nel ’60) e di quella italiana e parlavano almeno quattro lingue: somalo, arabo, inglese e italiano. Gradualmente, dopo l’indipendenza, molti di loro cominciarono a seguire corsi di perfezionamento in Egitto e in altri Paesi arabi, mentre con l’avvento di Barre al potere nel ‘69, si consolidò l’influsso politico e culturale dei Paesi del blocco sovietico. Ecco che allora fu impresa assai ardua, se non addirittura impossibile, riconciliare concetti giuridici e amministrativi appresi all’estero, spesso tra loro in contraddizione, e comunque antagonisti rispetto alle norme comportamentali in uso nei rispettivi clan di provenienza.

In altre parole, come ben evidenziò nel corso di una illuminante conferenza Basil Davidson, autorevole storico africanista britannico, l’apparato statale somalo racchiuse in quegli anni dentro di sé numerosi elementi in contraddizione tra loro, ignorando in gran parte gli aspetti tradizionali della società autoctona. A questo riguardo, un interessante dossier pubblicato da «Nigrizia», nell’aprile del ‘97, a firma di Diego Marani, evidenziò come il codice civile, improntato al diritto di famiglia italiano, non includeva molte delle norme tradizionali raccolte nei testùr somali. Per non parlare del codice penale, basato prevalentemente sul diritto nostrano, che non prevedeva in alcun modo il concetto di responsabilità collettiva in rapporto all’organizzazione delle famiglie somale in gruppi allargati. Con queste premesse è chiaro che oggi la volontà d’imporre una versione estrema della “shari’a”, da parte, prima delle Corti islamiche a Mogadiscio, poi degli al Shabaab, non sorprende affatto. S’impone pertanto l’esigenza di una mediazione culturale e religiosa prima ancora che politica, evitando così di dichiarare spacciato un intero paese; anche perché l’attuale frammentazione della Somalia confuta nei fatti l’aspirazione pansomala.

Unicef, Samengo: “L’Italia, mai come oggi, deve essere il terreno su cui ci impegneremo sempre di più”

“L’Italia, mai come oggi, come ho detto 11 mesi fa al mio insediamento, deve essere il terreno su cui ci impegneremo sempre di più come UNICEF.

Ogni giorno assistiamo a episodi incresciosi che riguardano i nostri bambini. Figli feriti o uccisi per mano dei genitori, bambine vittime di violenza, anche all’interno della scuola, discriminazioni nelle mense scolastiche e fenomeni crescenti di bullismo.

Per non parlare dell’insicurezza in cui si trovano a vivere stretti tra la povertà di alcune periferie –  in Italia vivono oltre 1,2 milioni di bambini in povertà assoluta ed il 25,7% dei giovani di età compresa tra i 18 e i 24 non studia, non lavora né è inserito in programmi di formazione – e l’indifferenza colpevole dei grandi centri urbani, bambini e adolescenti; come accaduto a Napoli giorni fa, quando la piccola Noemi ha rischiato la vita per un proiettile sparato in pieno giorno da un folle criminale mentre lei giocava in un parco con la mamma e la nonna.

A Noemi e alla sua famiglia va l’abbraccio di questa Assemblea mentre resta intollerabile che tutto questo avvenga nel nostro Paese.

Per questo motivo ritengo sempre più necessaria una forte attività di advocacy che non solo coinvolga la nostra struttura nazionale ma che veda l’UNICEF sempre più protagonista a livello locale attraverso l’attivismo dei nostri volontari integrati e in rete con società civile, scuola, genitori e istituzioni.

Siamo a disposizione del Governo per aprire da subito un tavolo sulla condizione dell’Infanzia nel nostro Paese.

L’UNICEF del futuro, quella che ho in mente è questa. Una comunità di persone che mettono la propria vita al servizio di una missione oggi complessa.

Non è facile essere volontari nel 2019, in un mondo che mette in discussione tutto, che tenta di screditare chi fa del bene, che attraverso le fake news è capace di dire tutto il contrario di tutto. Per questo sono necessarie idee, motivazioni e grandi ideali.

Il nostro, quello di proteggere i bambini, va difeso e sostenuto ogni giorno”.

Commercio al dettaglio: Istat, ad aprile vendite stabili rispetto a febbraio. Incremento del 4,2% in un anno

Ad aprile 2019 si stima, per le vendite al dettaglio, una variazione congiunturale nulla sia in valore sia in volume. Questa dinamica stazionaria è la sintesi di un aumento delle vendite dei beni alimentari (+1,0% in valore e +1,1% in volume) e di un calo delle vendite dei prodotti non alimentari (-0,7% in valore e -0,6% in volume).

Nel trimestre febbraio-aprile 2019, rispetto al trimestre precedente, le vendite al dettaglio restano sostanzialmente stazionarie sia in valore sia in volume. Le vendite di beni alimentari crescono dello 0,1% in valore mentre calano dello 0,2% in volume, quelle di beni non alimentari diminuiscono dello 0,1% in valore e restano invariate in volume.

Su base annua, le vendite al dettaglio aumentano del 4,2% in valore e del 4,6% in volume. La crescita complessiva è trainata dal positivo andamento dei beni alimentari (+8,8% in valore e +8,5% in volume), mentre si registra un aumento più contenuto per le vendite dei beni non alimentari (+0,6% in valore e +1,3% in volume).

Per quanto riguarda le vendite di beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali eterogenee per i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano Dotazioni per informatica, telecomunicazioni, telefonia (+4,7%) e Prodotti di profumeria, cura della persona (+3,1%), mentre le flessioni più marcate si registrano per Calzature ed articoli in cuoio e da viaggio (-3,3%) e Abbigliamento e pellicceria (-1,3%).

Rispetto ad aprile 2018, il valore delle vendite al dettaglio registra un aumento marcato per la grande distribuzione (+7,5%) mentre di entità molto minore è la crescita delle vendite per le imprese operanti su piccole superfici (+0,6%). In forte crescita il commercio elettronico (+17,2%).

Comuni sciolti per mafia, sono 21 nel 2018

E’ stata pubblicata la Relazione del Viminale sull’attività delle Commissioni per la gestione straordinaria degli Enti sciolti (2018), ai sensi dell’art. 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso. L’utilizzo della misura dello scioglimento degli Enti locali in conseguenza alla contaminazione della criminalità organizzata ha assunto negli ultimi anni dimensioni di grande rilevanza: basti pensare che, su un totale di 319 decreti emanati a partire dal 1991 (anno di entrata in vigore di questo strumento normativo), ben 112 sono stati gli scioglimenti deliberati dal Governo nel periodo compreso tra il 2012 e il 2018, e di questi soltanto tre annullati dai giudici amministrativi.

L’ultima Relazione del Ministero dell’Interno fornisce un quadro dettagliato dell’azione svolta dalle singole Commissioni straordinarie, anche per quel che riguarda l’attività regolamentare e la riorganizzazione dell’apparato burocratico. Risultano essere stati 21 i consigli comunali sciolti (di cui 12 in Calabria e 4 in Campania; sciolto anche il Comune di Lavagna, in Liguria, a conferma del fatto che il fenomeno non riguarda solo il Sud Italia); 5 quelli interessati dalla proroga della gestione commissariale; 38 invece le gestioni straordinarie commissariali che hanno operato nel corso dell’anno.

E con la consapevolezza che l’arma più potente contro la criminalità organizzata sia la trasmissione e la condivisione di conoscenza e coscienza civile, nel capoluogo siciliano prende il via il primo Master interuniversitario su mafie e corruzione che nasce da una convenzione tra quattro diversi Atenei: Pisa, Torino, Napoli e Palermo, con la partecipazione dell’Associazione Libera. In ciascuna di queste città, verranno affrontati aspetti particolari, all’interno di un percorso di cinque settimane in ogni Ateneo. Ad avvicendarsi sulla cattedra saranno docenti universitari, magistrati, investigatori, giornalisti.

Fra i relatori del modulo di Palermo, Giuseppe Di Chiara, Vincenzo Militello, Michele Prestipino, Roberto Scarpinato, Antonio Balsamo, Alessandro Giuliano, Nando Dalla Chiesa, Umberto Santino, Enrico Bellavia, Salvatore Cusimano. Il giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo terrà anche un laboratorio-inchiesta sulle “menti raffinatissime” e con gli studenti del Master verranno ripercorsi gli atti dell’inchiesta sul fallito attentato all’Addaura, per provare a tracciare un identikit degli insospettabili protagonisti di una lunga stagione di misteri a Palermo.

Calcio Femminile: Si avvicina l’esordio nel Mondiale

Solo un giorno separa la Nazionale Femminile dall’esordio nel Mondiale. Un’attesa lunga vent’anni quella dell’Italia, che domenica allo ‘Stade du Hainaut’ di Valenciennes tornerà a disputare un match valido per la fase finale della Coppa del Mondo.

Il primo ostacolo sulla strada delle Azzurre è rappresentato dall’Australia.

Il pericolo numero uno domenica sarà Sam Kerr, 31 reti in 76 presenze in Nazionale e stella indiscussa della squadra guidata da Ante Milicic.

Una curiosità: le ‘Matildas’ alloggiano nello stesso hotel dell’Italia, una convivenza che rende ancora più suggestiva la sfida di domenica.

Il programma della Nazionale

Sabato 8 giugno
Ore 11 – Allenamento presso lo Stadio Christophe Laurent di Valenciennes (aperto i primi 15’)
Ore 13.30 – Conferenza Stampa presso lo Stadio du Hainaut (Ct e una calciatrice)
Ore 14 – Walk around

Domenica 9 giugno
Ore 13 – Gara Australia-Italia (Stadio du Hainaut)
A seguire conferenza stampa

Lunedì 10 giugno
Ore 10 – Allenamento presso lo Stadio Christophe Laurent di Valenciennes (aperto i primi 15’)
A seguire attività stampa
Ore 12.30 – Pranzo
Ore 14 – Partenza da Valenciennes per Reims
Ore 16.15 – Arrivo a Reims

Martedì 11 giugno
Ore 13 – Pranzo
A seguire conferenza stampa con una calciatrice in Hotel
Ore 18 – Allenamento presso lo Stadio Jean Bucton (aperto i primi 15’)

Mercoledì 12 giugno
Ore 13 – Pranzo
A seguire conferenza stampa con una calciatrice in Hotel
Ore 18 – Allenamento presso lo Stadio Jean Bucton (chiuso)

Giovedì 13 giugno
Ore 11 – Allenamento presso lo Stadio Jean Bucton (aperto i primi 15’)
Ore 18.30 – Conferenza stampa presso lo Stadio Auguste Delaune (Ct e una calciatrice)
Ore 19 – Walk around

Venerdì 14 giugno
Ore 18 – Gara Giamaica-Italia (Stadio Auguste Delaune)
A seguire conferenza stampa

Sabato 15 giugno
Ore 10 – Allenamento (aperto i primi 15’)
A seguire attività stampa
Ore 12.30 – Pranzo
Ore 14 – Partenza in bus per Lille
Ore 16.45 – Arrivo a Lille

Domenica 16 giugno
Ore 12.30 – Pranzo
A seguire conferenza stampa con una calciatrice in Hotel
Ore 18 – Allenamento a Le Stadium di Villeneuve d’Ascq (chiuso)

Lunedì 17 giugno
Ore 17 – Conferenza Stampa presso lo Stadio du Hainaut (Ct e una calciatrice)
Ore 19 – Allenamento a Le Stadium di Villeneuve d’Ascq (aperto i primi 15’)

Martedì 18 giugno
Ore 21 – Gara Italia-Brasile (Stadio du Hainaut)
A seguire conferenza stampa
N.B. Il programma può essere soggetto a variazioni

 

Milano: Burri in mosta a Vistamarea

BURRI. CICLI SCELTI dell’opera grafica, una mostra di opere selezionate tra i cicli più significativi della sua produzione grafica.

Presentata lo scorso dicembre da Vistamarea Pescaraconopere grafiche appartenenti a ben sette cicli della sua creazione, la mostra arriva a Milano, dove saranno esposte una serie di multipli tra i cicli chiave delle sue opere: Cretti (1971), Multiplex (1981) e Mixoblack (1988).

La mostra mette in risalto un lato meno conosciuto dell’opera di Burri a cui l’artista si è dedicato con particolare impegno e assiduità, e a cui si è avvicinato come a una sorta di laboratorio, un terreno per la sperimentazione, proteso al raggiungimento di esiti inediti sul piano delle tecniche e dell’immagine. Lavorare sui cicli grafici gli ha permesso di collaborare con maestri incisori e calcografi come Rossi, Ascani (Nuvolo), Remba, Castelli, Baldessarini, i quali gli hanno fornito livelli qualitativi di estremo valore tecnico e artistico. Questa sperimentazione lo porta a esiti straordinari che gli consentirono di ricevere nel 1973 il Premio Feltrinelli per la Grafica conferitogli dall’Accademia Nazionale dei Lincei per l’attività di grafica artistica.

Nel 2017 la Fondazione Burri ha aperto una nuova sezione dedicata all’opera grafica nella sua sede degli Ex Seccatoi a Città di Castello. Con questa mostrala galleria vuole rendere omaggio alla produzione di queste opere.

‘Nel caso di Burri, parlare di grafica non significa parlare di una produzione minore rispetto ai dipinti, ma soltanto di una modalità artistica diversa e parallela, nella concezione e nell’esecuzione, tale insomma da potersi annoverare con assoluto rilievo nella produzione del grande pittore, a fianco di tutti gli altri suoi rivoluzionari pronunciamenti innovativi.’ Bruno Corà, Presidente della Fondazione Palazzo Albizzini, Collezione Burri.

Dal sangue si può capire lo scompenso cardiaco

Gli scienziati del Centro cardiologico Monzino e dell’università degli Studi di Milano hanno scoperto un marcatore che si promette utile non solo per diagnosticare la malattia del ‘cuore stanco’, ma anche per predirne la prognosi. La sostanza, chiamata SP-B (proteina del surfattante polmonare B), può infatti spiegare il peggioramento dello scompenso perché trasforma il colesterolo buono in colesterolo cattivo.

Il lavoro – pubblicato sull’ultimo numero dell”International Journal of Cardiology’ – è stato condotto da Piergiuseppe Agostoni, professore ordinario di Cardiologia alla Statale del capoluogo lombardo e coordinatore dell’Area di Cardiologia critica del Monzino, e da Cristina Banfi, responsabile dell’Unità di ricerca di Proteomica cardiovascolare del Monzino. Il team ha scoperto che “la proteina SP-B, rilasciata dai polmoni, indica la presenza di scompenso cardiaco, ne predice la prognosi e soprattutto è responsabile dell’aggravarsi della malattia”, spiegano gli autori che si propongono ora di “sviluppare un esame che, misurando il valore di SP-B nel sangue, renda possibile diagnosi di scompenso cardiaco più precise ed efficaci”. Secondo gli esperti, un test del genere rappresenterebbe “una svolta”.

Piercamillo Palamara

Può darsi, come afferma il leader di Magistratura Democratica Giuseppe Cascini, che l’unica vicenda assimilabile a quella che oggi investe il Csm “è quella dello scandalo P2.” Può darsi abbia ragione, ma è tuttavia legittimo chiedersi se il nostro caso non sia più grave di quello degli Anni’80.

Bei tempi, si fa per dire, quelli di Licio Gelli, delle sue trame e delle sue liste di piduisti sequestrate il 17 marzo 1981 dai giudici istruttori Giuliano Turone e Gherardo Colombo a Villa Wanda, provincia di Arezzo. All’epoca, si considerava che la magistratura, soprattutto nei “rami alti”, fosse legata al potere politico. In quegli anni la Procura di Roma veniva ribattezzata il “Porto delle nebbie”, definizione restata al suo posto anche in seguito.

Dopo la P2 in Italia sono successe molte cose. Per esempio, attraverso la grande Catarsi di Mani Pulite, la magistratura ha riscattato, se pure ne avesse avuto bisogno, il suo passato. Alcuni magistrati poi (ricordate un certo Antonio Di Pietro?) sono divenuti vere e proprie Star.

Fa impressione quindi leggere che i fondatori della nuova stagione della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, siano stati azzannati alle spalle da alcuni loro colleghi allo scopo di garantire la “discontinuità” di quella loro gestione che pure ha diradato la nebbia a piazzale Clodio.

Andato in pensione Pignatone, Palamara e altri hanno lavorato intensamente per questa “discontinuità”. Alla fine dell’intenso lavorìo, la maggioranza ha cercato e trovato un candidato alla successione di Giuseppe Pignatone nella persona, degnissima, del dottor Marcello Viola, da Firenze. La corrente della quale è capo Luca Palamara, Unicost,  ha invece scelto un altro magistrato fiorentino ,Creazzo. L’importante comunque era “diradare” ciò che a Roma resta di Pignatone. Leggi il suo vice, Paolo Ielo. Questa è la posta intorno alla quale gira tutta la vicenda “assimilabile alla P2”.

Di assimilabile a quella lontana vicenda c’è piuttosto la peregrinazione giornalistica che un giorno dopo l’altro porta lontano dalla vera questione. Sempre, nei grandi scandali italiani si perdono tempo e servizi giornalistici alla ricerca di personaggi strani, ipotesi alternative, vie traverse.

Cerchiamo di non perdere l’orientamento.  Sul nome di Viola, che va bene al “renzianissimo” Luca Lotti, in nome e per conto, e al Centauro, politico-magistrato, Cosimo Ferri, piovono quattro voti: Magistratura Indipendente, Piercamillo Davigo e i due membri “laici” del Csm espressi dalla Lega e da 5Stelle. Gli altri due candidati, il fiorentino Creazzo, votato dalla corrente di Palamara e il palermitano Lo Voi, ottengono un voto a testa.  Davigo e Palamara, sonouniti dal comune obiettivo di respingere Lo Voi, che garantirebbe la “continuità” con Pignatone. Obiettivo raggiunto

Impressiona il fatto che Davigo sia stato dalla parte della “faccia tonnesca”,  come tanti anni fa Francesco Cossiga definì in tv Palamara e che, piaccia o no, nella magistratura organizzata sia nata una nuova sigla: Piercamillo Palamara.  

Non per mettere in mezzo Davigo, prendiamo però il sottile ragionamento di Marco Travaglio, uno dei suoi ammiratori.   Sul Fatto Quotidiano Travaglio ricorda che al momento di scegliere il nuovo vicepresidente del Csm, tra un professore indicato dai 5Stelle, Arturo Maria Benedetti e un ex deputato renziano, Ermini, prevalse quest’ultimo, come voleva il Pd di Lotti e Ferri. Per il professor Benedetti votarono i “laici” di M5S e Lega e i “togati” di Area e di Autonomia e Indipendenza Davigo e Ardita. In quel caso, dunque, sostiene Travaglio, Davigo sta dalla parte giusta. Dopo qualche mese si ritrova dalla parte sbagliata, con la “faccia tonnesca” e con gli amici di Lotti e di Ferri. Non facciamo supposizioni e non avanziamo sospetti su questa scelta.  Anzi, optiamo per la buona fede di Davigo e diciamo che aver deciso di stare con Palamara contro Lo Voi sia del tutto spiegabile: vogliono entrambi rinnovare la Procura di Roma liberandola dalla gestione di Pignatone e Ielo. È meno spiegabile però che sia sfuggito alla testa fina di Mani Pulite il complesso di bassezze che muoveva i suoi compagni di strada.

 

L’anticorpo sano dell’associazionismo. Intervista a Matteo Truffelli (Azione Cattolica)

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

L’esigenza di una politica concepita e vissuta come «costruzione condivisa di futuro» e il fondamentale contributo del laicato cattolico sono i temi sui quali si sofferma Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, intervenendo in questa intervista nel dibattito sulla crisi della società italiana e sul ruolo della Chiesa.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due, altrimenti la società soffre, diventa schizofrenica. In questa situazione potrebbe giocare un ruolo importante la Chiesa.

Tutta la storia dell’umanità ci mostra con chiarezza la necessità, per il nostro convivere, di entrambe le sfere, quella politica e quella religiosa. Quella della promozione e della garanzia della sicurezza, della pace, della giustizia e dell’esercizio regolato della libertà, e quella della ricerca del significato profondo del vivere, attraverso il radicamento in una ulteriorità che possa sostenere, scandire e al tempo stesso orientare il cammino degli uomini e della società. Al tempo stesso, la storia ci ammonisce severamente rispetto ai pericoli che comporta la confusione tra questi due piani, l’illusione che l’uno possa servirsi più o meno strumentalmente dell’altro, oppure tentare di utilizzarne le specifiche dinamiche, gli strumenti, i linguaggi, senza generare conseguenze distorte. Quando questo è accaduto, la storia ha sempre mostrato il suo volto peggiore. I due piani devono rimanere distinti.

Tuttavia mi pare che la grande sfida con cui il cristianesimo ha tentato di misurarsi nella modernità e che ancora si staglia davanti a noi è quella di assumere questa distinzione senza trasformarla in separazione, nutrendo la dimensione politica con la linfa di una fede incarnata e pubblica, vissuta non individualmente, ma come comunità. E contribuendo perciò alla vita della città offrendo a essa il lievito di una visione dell’uomo e della società, un senso del bene e della giustizia, e l’impegno concreto per la realizzazione di una società più solidale, più libera, più umana.

Questo implica anche, però, che i credenti per primi non si rassegnino a una concezione della politica pensata come semplice regolazione degli inevitabili conflitti e come organizzazione di una convivenza ordinata, insomma come mera amministrazione dell’esistente. Abbiamo bisogno di ritrovare il valore profondo di una politica concepita e vissuta come pensamento e costruzione condivisa del futuro. Pur nella consapevolezza dei limiti intrinseci del suo campo d’azione, la politica deve recuperare il suo respiro progettuale: la sua funzione architettonica, avrebbe detto Giorgio La Pira.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso. In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Mi pare che l’analisi di De Rita, come anche quelle proposte negli interventi che a partire da essa si sono succeduti su queste pagine, siano del tutto condivisibili. Senza dubbio il rancore e l’insofferenza che emergono in maniera sempre più aspra dal profondo della società italiana si radicano in una sorta di disillusione nei confronti del futuro, parola che fino a non molto tempo fa era connotata da una valenza prevalentemente positiva, carica di speranza, di fiducia nel progresso, e che invece oggi si declina sempre più con un senso di incertezza, di timore, di oscurità.

Lo ha ricordato anche il presidente Mattarella nell’intervista rilasciata ai media vaticani pochi giorni fa (cfr. «L’Osservatore Romano» del 18 maggio): le ragioni del disagio sociale sono profonde, e reali. Il nostro Paese è solcato da una serie di contrapposizioni: tra Nord e Sud, o meglio tra i diversi Nord e i diversi Sud che compongono la penisola; tra chi abita in un territorio dinamico e affacciato sull’Europa e chi invece teme di non potersi costruire un futuro se non al prezzo di abbandonare la propria terra; tra chi abita nelle zone spopolate di montagna e chi vive quotidianamente a cavallo di treni e autostrade. Tra adulti e giovani che faticano ad ascoltarsi reciprocamente e ad assumersi le proprie responsabilità; tra italiani impauriti e migranti in fuga dalla morte. Tra cittadini e istituzioni, tra politica e società. Tra rispetto dell’ambiente e crescita economica, tra profitto e dignità dei lavoratori. Tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Siamo divisi anche tra credenti e non credenti, e qualcuno tenta di tracciare solchi persino dentro la comunità ecclesiale.

In questo senso, mi sembra valga la pena aggiungere una sottolineatura: l’aspetto più preoccupante di questa spinta alla frantumazione e alla contrapposizione è il fatto che la politica pare sempre più intenzionata a enfatizzare e allargare le fratture esistenti, invece che preoccuparsi di ridurle. Ed è per far questo che ricorre a un’accezione distorta di identità, riducendola a una specie di fortino dietro cui ripararsi sollevando i ponti levatoi. Ma ogni identità, tanto quella personale quanto quella collettiva, è sempre, per sua stessa natura, un’esperienza relazionale, una dinamica aperta, il prodotto di un insieme composito di somiglianze e differenze, di influenze reciproche, di appartenenze molteplici. Identità è apertura all’altro, necessariamente, fin dalla nascita. È quello che ci insegnano la ragione e l’esperienza, ma anche la nostra fede trinitaria. Ed è quello che inscrive dentro il nostro cuore il nostro saperci fratelli, appartenenti all’unica famiglia umana, in quanto figli di un solo Padre. Vale per ciascuno di noi, singolarmente, ma vale anche per tutti noi come popolo. Proprio per questo abbiamo un grande bisogno, come ha ribadito in più occasioni il presidente Mattarella, di riscoprire e rilanciare le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere una «comunità di vita», del nostro camminare gli uni a fianco degli altri.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Le dinamiche che caratterizzano le due sfere sono differenti, e dunque sono in buona parte differenti, penso, anche le ragioni delle fatiche che si registrano dentro di esse dal punto di vista della difficoltà a camminare insieme. Tuttavia una radice comune può forse essere individuata nella resistenza ad accettare la fatica e il tempo necessari a un autentico ascolto reciproco (e ancor più alla radice all’ascolto del mondo, delle domande, delle paure, dei dubbi e delle delusioni che abitano il cuore delle persone) e a un confronto libero e responsabile tra punti di vista, esperienze, sensibilità e bisogni differenti. Due condizioni indispensabili per ogni esperienza sinodale. Condizioni che postulano la disponibilità a non sapere in precedenza quale potrà essere il punto di arrivo del percorso, accettando il rischio di incamminarsi ugualmente. Se sinodalità significa camminare insieme, allora non può voler dire mettersi in strada con l’intenzione di condurre i compagni di viaggio a un punto di arrivo cui si è già convinti di dover giungere, lungo una rotta predefinita, anche quando la comune direzione generale è chiara. Non può nemmeno voler dire che qualcuno corre avanti mentre qualcun altro rimane indietro. Come sa chi frequenta i sentieri di montagna, camminare insieme chiede la prudenza di procedere senza strappi e la saggezza di rispettare il passo di ciascuno.

Mi pare che queste caratteristiche siano state la cifra dell’intervento di Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze. Non ha suggerito iniziative e priorità o dato indicazioni operative, ma ha sollecitato la Chiesa italiana a mettersi «in movimento creativo» per «avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni». Il magistero di Papa Francesco è così: un pronunciarsi che non chiude i discorsi, ma li apre, avvia processi anziché tirare le somme. Che dice fate, non cosa fare. Dice pensate, non cosa pensare. Anche quando questo può creare inquietudine e generare timore, perché costringe ad avventurarsi in spazi aperti senza navigatore. È in questo modo che può realizzarsi un intreccio armonioso tra un percorso dal basso e uno dall’alto, tra la partecipazione di tutto il gregge e la guida dei pastori.

La condizione perché ciò avvenga, però, è che ci sia fiducia reciproca. Fiducia, in particolare, in quella «immensa maggioranza del popolo di Dio» che sono i laici. Nella loro fede, nella loro passione per la Chiesa e per il mondo, nel loro senso di responsabilità e nelle loro competenze. Da questo punto di vista, avrebbe senso che per non correre il rischio di ridurre l’idea preziosa di un sinodo della Chiesa italiana a una “cosa da fare”, che magari una volta fatta corra il rischio di essere messa da parte per passare ad altro, come a volte purtroppo accade, ci preoccupassimo fin da ora di far crescere un modo di essere Chiesa e delle modalità di lavoro costantemente improntate alla sinodalità. Creando occasioni ordinarie e spazi stabili di confronto, elaborando forme adeguate e possibili di corresponsabilità, valorizzando le esperienze che già sperimentano almeno in parte la grazia di questo modo di essere Chiesa.

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Direi che il suo ruolo principale deve essere proprio quello di essere popolo. Cioè di continuare a intessere dentro la società del nostro Paese una trama ricca di legami tra le persone, le famiglie, le comunità, le formazioni sociali, i territori. Rafforzando e facendo crescere quel tessuto di vincoli solidali, di spazi di corresponsabilità e di partecipazione alla cosa pubblica che già rappresentano la spina dorsale dell’Italia, ciò che la tiene in piedi. Questo significa essere popolo, una realtà molto diversa da quella somma di individui raccolta attorno a un capopopolo con cui lo identificano i populismi.

Credo che proprio qui possiamo intravedere una possibile risposta a quella che Papa Francesco individua, fin dall’esordio dell’Evangelii gaudium, come la tentazione peggiore con cui si deve misurare l’uomo contemporaneo e perciò come la sfida decisiva per la missione evangelizzatrice della Chiesa: quella «tristezza individualista, che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata». Forse una responsabilità specifica spetta, in questo senso, a tutte quelle realtà che nella Chiesa interpretano in maniera particolarmente significativa questa dimensione, questo mettere insieme le persone, le famiglie, le generazioni, i territori, le comunità. Penso a tutte le esperienze di aggregazione, alle associazioni e ai movimenti, che devono mettere questa loro capacità a servizio non solo dell’intera comunità ecclesiale, ma dell’intero Paese. Proprio l’associazionismo può rappresentare per la nostra società un anticorpo sano, in grado di combattere il virus individualista che genera dentro il corpo della nazione processi di disgregazione dei legami sociali.

Abbiamo poi il dovere, come comunità di credenti, di tentare di tradurre in proposte buone per la vita del Paese quello straordinario patrimonio di esperienze, iniziative, idee, persone e valori che la nostra storia ha prodotto nel tempo e che la vitalità della realtà di cui siamo parte continua a generare. Declinando progetti e percorsi concreti attorno a cui confrontarci insieme a tutti coloro che hanno a cuore il presente e il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Pertile: Il bisogno di una nuova sintesi politica

Ragionando sulla possibile presenza politica di un nuovo soggetto politico, si valuta opportuno che venga elaborato un nuovo modello di mediazione politica che sostituisca il presente e innovi rispetto al passato.

Il punto di partenza del ragionamento è che i fattori produttivi tradizionali non sono più le principali leve del motore economico. La prova è che le disuguaglianze economiche e sociali, con i relativi effetti politici, non coincidono più con le istanze del movimento rivendicativo caratterizzato dalla lotta della classe operaia.

Si è, cioè, esaurita da anni la mediazione politica avvenuta tra i ceti produttivi da un lato e dall’altro il ceto operaio e contadino dell’Italia della crescita economica e sociale.
E’ in essere e in divenire una nuova mediazione politica che guarda a nuovi soggetti economici e sociali .

E’ saltato il vecchio nesso tra i luoghi della produzione ed i gruppi sociali ad essi collegati. Salvo rari casi, nel sistema della produzione, non c’è più la catena di montaggio nè le economie di scala di tipo fordista.

Ne discende che nuovi corpi intermedi, quindi nuovi soggetti politici sono chiamati a formulare e a gestire la nuova mediazione politica; mediazione che deve “guardare” (De Gasperi) alla globalizzazione (non coincidenza tra luoghi di lavoro e centri di governo aziendale); alla diffusione dell’intelligenza artificiale ; alla finanza speculativa (mercati internazionali slegati dal senso di responsabilità sociale); al malessere sociale (fenomeno generalizzato nei principali gruppi sociali, così che si può parlare di malessere interclassista) e alla sostenibilità ambientale quale bene comune.
La nuova mediazione non può basarsi (lezione appresa dalla crisi internazionale del 2008) solo sul mercato e sulla logica dell’efficienza; cioè sulla delega al mercato della crescita della ricchezza.

Inoltre, il diffondersi dell’intelligenza artificiale impone una nuova sintesi politica a livello internazionale (un paese da solo non può farcela) per ancorare alle ragioni della democrazia un fenomeno economico e sociale, che sovrasta il singolo individuo e la comunità. Infatti, la diffusione dell’intelligenza artificiale e la sua robotizzazione condizionano il nostro mondo relazionale.
Il lavoro e la vita privata di milioni di persone possono cambiare così radicalmente che potremmo diventare sudditi di un “monarca”, privo di un’anima politica, in grado di minare alle radici la libertà e la democrazia.

L’evoluzione tecnologica, il mondo produttivo digitale e globale, il mercato finanziario internazionale, la tutela dell’ambiente impongono una mediazione politica che faccia coesistere lo scambio economico, la redistribuzione dei redditi, la solidarietà in una forte e solida legittimazione democratica.

Papini: Se John Maynard Keynes torna di moda

Il mondo delle imprese da tempo chiede al governo di uscire dalle risse quotidiane e di impegnarsi in un progetto, concreto e tangibile, di politica industriale. Proprio la richiesta di maggiori investimenti pubblici è riuscita a far tornare in piazza i tre maggiori sindacati italiani, per la prima volta insieme dopo anni di incomprensioni.

E’ dunque molto tempestiva la decisione della casa editrice Mondadori di pubblicare la nuova edizione italiana degli scritti di John Maynard Keynes, un maestro del pensiero economico che ha insegnato come spetti anche agli Stati assicurare un certo livello di attività produttiva e di occupazione, garanzia che non si può lasciare solo alla “mano invisibile” del mercato (come teorizzava invece Adam Smith).

Il volume, pubblicato nella collana dei Meridiani, comprende la principale opera di Keynes, “La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” e altri scritti, la maggior parte dei quali inediti in lingua italiana, tra cui la “Lettera aperta al Presidente Roosevelt” a pochi mesi dalla sua elezione, e il saggio su “Come pagare il costo della guerra” del 1944, nel quale Keynes anticipa l’idea delle politiche dei redditi. La nuova edizione è curata da Giorgio La Malfa, che la ha arricchita con una cronologia essenziale, che in realtà ne è un’interessante biografia.

Keynes non è solo un economista, ma è anche colui che ha ricondotto questa disciplina nell’ambito delle scienze sociali e morali. Che ha rovesciato, alle soglie della Seconda guerra mondiale, il predominio di un indirizzo dominante nei cinquant’anni precedenti: una concezione dell’economia che aveva cercato di assimilarla alle «vere scienze», alle scienze della natura. E l’aveva ridotta a una scienza arida e triste, al di fuori delle possibilità di comprensione e di attrazione per coloro che volevano, dagli economisti, un aiuto a capire e migliorare le società in cui vivono.

Keynes vinse la battaglia, e anche alla sua vittoria teorica è dovuto il mondo di ieri, i trent’anni di benessere diffuso di cui i Paesi capitalistici e liberali avanzati hanno goduto tra gli anni Cinquanta e Ottanta del secolo scorso. Ma non vinse la guerra e la reazione degli economisti tradizionali non si fece attendere per molto, anche con buone ragioni. Sicché oggi la disciplina versa in uno stato di frammentazione.

Non sempre è vero, anzi lo è di rado, ciò che diceva Mao Zedong: «La confusione è grande sotto il cielo. La situazione è eccellente». Ma questa volta lo è. E questa benefica confusione è soprattutto merito di Keynes: è dovuta alla rottura del vaso di Pandora del paradigma dominante. Dunque alla riconduzione dell’economia alla via maestra delle scienze morali e sociali e di conseguenza ai dissensi e ai conflitti di opinione che inevitabilmente le attraversano.

Quali sono le lezioni di Keynes oggi? La situazione odierna, in Italia e in Europa, è profondamente diversa da quella sulla quale Keynes ebbe modo di riflettere, ai tempi della “Grande depressione” degli anni Trenta e dell’assetto che le economie capitalistiche liberali e democratiche si diedero a Bretton Woods nel 1944. Nonostante la grande crescita del reddito, la disoccupazione e la povertà ancora incrinano la coesione sociale di molti Paesi. E siamo nel mezzo di una rivoluzione tecnologica così veloce e profonda che non riusciamo a capire come sarà organizzata la società del prossimo futuro, e se riuscirà a dare lavoro, dignità e reddito ai suoi cittadini.

Non sappiamo, dunque, come Keynes avrebbe risposto a queste sfide. Ma sappiamo come le avrebbe affrontate. L’avrebbe fatto convinto che un capitalismo temperato da interventi pubblici necessari, nel contesto di un ordine politico liberaldemocratico, può trovare una buona soluzione ai problemi della convivenza umana. In economia non ci sono leggi ferree che si impongono con la necessità delle leggi naturali e una «discrezione intelligente» può sempre prevalere su «regole stupide». Se qualcuno trova un’assonanza con quanto una volta disse Romano Prodi (a proposito del Patto di Stabilità) questa non è casuale: Prodi si riferiva a Keynes. Una discrezione intelligente, orientata al bene comune, esige però classi dirigenti capaci di esercitarla. E questo è un problema non proprio trascurabile.

Moody’s:  “il debito pubblico dell’Italia continuerà a salire nei prossimi anni”

Moody’s riferisce che i minibot, potrebbero essere “un primo passo verso la creazione di una valuta parallela e la preparazione dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona”. L

Secondo l’Istituto anche “il semplice fatto che la proposta sia tornata alla ribalta rappresenta un fattore negativo”.

L’agenzia di rating ha poi aggiunto che il debito pubblico dell’Italia “continuerà a salire nei prossimi anni” e l’obiettivo del governo di un deficit al 2,1% del Pil per quest’anno “manca di credibilità”.

Secondo Moody’s, il deficit quest’anno sarà al 2,6% e il prossimo al 2,7%. “Consideriamo la legge di bilancio 2020 un importante passaggio per valutare l’affidabilità creditizia dell’Italia”.

Il provvedimento di Bruxelles secondo l’agenzia non avrà molto senso perchè Roma sarà piegata, prima ancora che dall’Europa, dalla pressione dei mercati finanziari, che minaccia già di farsi insopportabile.

Moody’s prevede di riconsiderare il rating italiano il 6 settembre.

Spagna: la rivoluzione ai vertici di Podemos non ferma le critiche

Dopo la pesante sconfitta elettorale incassata da Podemos, che ha perso circa 1 milione di voti alle legislative del 28 aprile e 900.000 preferenze alle comunali e alle regionali del 26 maggio, Pablo Iglesias ha lanciato una profonda ristrutturazione dei vertici del partito di sinistra, allontanando uno dei suoi più fedeli leader: Pablo Echenique.

Iglesias avrebbe scelto di nominare come nuovo presidente della segreteria dell’organizzazione Alberto Rodriguez (Santa Cruz de Tenerife, 1981).

Anche se  i settori più critici continuano a chiedere una profonda riflessione sulla direzione non accontentandosi di uno scambio di nomi.

Secondo Nacho Escartín. “La situazione in Podemos non riguarda il taglio delle teste, ma la ridefinizione del percorso. “Non credo che Echenique sia l’unico responsabile”, ha detto Ramón Espinar, ex leader a Madrid. 

Questa voglia di congresso che però si respira nell’opposizione non sembra aver aiutato la direzione di Podemos nella decisione di anticipare l’assemblea prevista per il 2021.

 

 

La Caritas Lombardia promuove i campi estivi nei comuni dell’Italia centrale colpiti dal terremoto

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Anche quest’anno nel cuore dell’Italia ferito dal terremoto dell’estate del 2016 si vedranno, purtroppo, pochi villeggianti.
Al loro posto, però, arriveranno volontari e artisti.

Tra luglio e agosto, nei comuni dell’Italia centrale colpiti dal terremoto, si terranno i campi estivi organizzati dalle Caritas delle dieci diocesi lombarde nell’ambito del gemellaggio tra la Delegazione lombarda degli organismi caritativi e la Diocesi di Rieti. Quest’anno, inoltre, a portare una ventata di allegria, farà tappa nel cratere del sisma anche una carovana di clown, giocolieri e saltimbanco.

Nei comuni di Amatrice, Accumoli e nei tanti altri borghi all’interno dell’area terremotata, i volontari vivranno accanto agli abitanti che ancora attendono di poter rientrare nelle loro abitazioni. In particolare dovranno occuparsi dei bambini, affiancando gli educatori della Caritas di Rieti nelle attività di animazione, gioco, studio e preghiera. Ma, stabilendo un contatto con i più piccoli, entreranno in relazione anche con genitori e nonni riempiendo quel vuoto più pesante da sopportare delle stesse macerie. I campi di volontariato si svolgeranno da luglio ad agosto. Ogni squadra sarà composta da un massimo di 15 persone, i turni dureranno ognuno una settimana. Il primo gruppo arriverà la seconda settimana di luglio. Ma ognuna delle Caritas lombarde ha già aperto le prenotazioni (sui rispettivi siti informazioni e numeri di telefono e modalità per offrire la propria disponibilità).

A dare manforte ai volontari, farà tappa nella Diocesi di Rieti, aprendo i campi estivi, il tour di “Esprimi un desiderio”, uno spettacolo di teatro integrato messo in scena da attori con e senza disabilità dalla compagna “Il Carrozzone degli artisti” grazie alla Delegazione delle Caritas lombarde. Il Carrozzone in viaggio per le piazze d’Italia, raggiungerà il 2 luglio Cittaducale, il 3 Accumoli, il 4 Amatrice, il 5 Borbona, per poi tornare in Lombardia dove è partito il 27 aprile. I 15 elementi che compongono la compagnia proporranno uno show incentrato sull’arte circense.

«Il “popolo delle seconde case” è sempre stato per le nostre terre una grande risorsa. Portava energia, vita e dava anche un po’ di linfa all’economia locale. Purtroppo non è ancora rientrato e anche quest’anno non ritornerà, perché la ricostruzione pubblica stenta a decollare e quella privata langue. Proprio ora che sentiamo il peso delle tante decisioni rinviate e delle risposte che non arrivano dalle istituzioni, abbiamo bisogno di percepire forse più ancora che nei giorni della tragedia che non siamo stati dimenticati. Per questo i volontari dei campi estivi e gli artisti saranno per noi una benedizione», spiega il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili.

La Cina va avanti sul 5G

Il 5G è la rete di nuova generazione che andrà a superare l’attuale 4G LTE.

Essa permetterà di usare la rete mobile per tutta una serie di servizi che finora sono stati appannaggio di altri mezzi.

Le velocità del 5G dovrebbe raggiungere valori di picco di ben 20 Gbps. Nell’uso pratico reale le stime però sono molto più basse, ed intorno a 1,4 Gbps. Giusto per mettere le cose in prospettiva, il picco delle reti 4G LTE è di circa 4000 Mbps (LTE Cat. 15), sebbene nella pratica siamo più vicini ai 100 Mbps.

Grazie a questa nuova rete tutti i dispositivi connessi avranno l’affidabilità di un’attuale rete cablata su rete mobile, ovvero disponibile ovunque. Parliamo di videosorveglianza, droni e auto a guida autonoma.

E anche se molti paesi ancora ne discutono, la Cina procede a passo spedito sul 5G, nonostante le turbolenze legate al caso Huawei.

Il ministero dell’Information technology ha assegnato le prime quattro licenze a uso commerciale del nuovo standard di telefonia mobile, affidandole a China Telecom, China Mobile, China Unicom e China Broadcasting Network.

Il 5G porterà “a una nuova generazione di infrastrutture di telefonia mobile ad alta velocità”, ha affermato il ministro Miao Wei.

 

Big Data e intelligenza artificiale per soluzioni innovative di risparmio energetico

Questi gli obiettivi dell’accordo di collaborazione tra Cassa depositi e prestiti, Ansaldo Energia e Snam  con uno sguardo attento allo sviluppo dell’utilizzo dell’idrogeno nel settore energetico.

L’intesa è stata siglata la scorsa settimana a Roma dagli amministratori delegati di Cdp Fabrizio Palermo, di Ansaldo Energia Giuseppe Zampini e di Snam Marco Alverà, con l’obiettivo di avviare iniziative comuni.

Le aree oggetto dell’accordo riguardano la digitalizzazione (robotica, utilizzo di Big Data e Cyber Security); il monitoraggio e la diagnostica predittiva di reti e impianti complessi;
l’efficientamento energetico delle installazioni e dei consumi, nonchè la generazione distribuita; le attività di ricerca e sviluppo sia per il settore del gas naturale liquefatto sia per l’utilizzo dell’idrogeno in ambito domestico, industriale e nella produzione di elettricità; le possibili sinergie tra elettrico e gas.

Ansaldo Energia e Snam condivideranno le proprie competenze tecniche avviando dei tavoli di lavoro dedicati sia su attività già industrializzate e disponibili che su tematiche innovative e di ricerca applicata; Cdp supporterà, dal punto di vista economico e finanziario e in linea con la propria missione istituzionale, i progetti che abbiano ricadute positive a beneficio dell’interesse del Paese.

“L’intesa rappresenta una nuova tappa del nostro percorso a sostegno della transizione energetica – ha detto l’amministratore delegato di Cdp Fabrizio Palermo –  e rinnova la stretta collaborazione con importanti realtà imprenditoriali legate al nostro Gruppo, fornendo soluzioni innovative e di flessibilità della rete per sostenere l’utilizzo dell’energia da fonti rinnovabili e diffondere i risultati della ricerca tecnologica che oggi rende possibili ambiziosi target di efficienza. Questa intesa è un acceleratore verso il raggiungimento dei nostri obiettivi di Sostenibilità anche in campo energetico”.

“Questo accordo – ha sottolineato l’amministratore delegato di Ansaldo Energia Giuseppe Zampini – ci consente di mettere a disposizione l’esperienza di Ansaldo Energia nel campo della digitalizzazione degli impianti, della diagnostica e della manutenzione predittiva e di collaborare con Snam per un ulteriore sviluppo nel campo dell’idrogeno che sarà sempre più significativo sia sull’accumulo di energia da fonte rinnovabile che nella generazione elettrica. Il supporto di Cdp, in questo contesto, potrà più facilmente consentire di raggiungere gli obiettivi sfidanti che le due aziende hanno individuato e che consentono una crescita al sistema Paese nel campo della sostenibilità ambientale”.

“Grazie a questo accordo – ha concluso l’amministratore delegato di Snam, Marco Alverà mettiamo a fattor comune le competenze e le tecnologie di Ansaldo Energia e Snam, con il supporto e il contributo di Cdp, per sviluppare progetti di innovazione nell’energia, dall’utilizzo di Big Data e intelligenza artificiale allo sviluppo dell’idrogeno fino a nuove soluzioni di risparmio energetico. Lavorando insieme facendo sistema possiamo cogliere nuove opportunità di crescita sostenibile derivanti dal processo di transizione energetica, a beneficio delle nostre aziende e del Paese”.