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Eterno doroteismo? No, solo noia.

EPP Summit, Meise. Oct, 2013

In risposta a un intelligente e sapido commento di Cristian Coriolano su di un possibile “coagulo” di vecchi e nuovi centristi occorre avvertire che progetti di questo tipo non sono ormai più politica, ma noia. Bisogna aggiungere che il coagulo non fa del “doroteismo una categoria eterna dello spirito” ma semplicemente un prurito che può passare grattandosi. Il doroteismo è stato, quando c’è stato, un’idea che è piaciuta ad Aldo Moro, a Mariano Rumor e a tanti altri, donne e uomini della Dc affatto banali. All’epoca si poteva anche non condividerne il moderatismo, condannarne il diuturno lavorìo per il potere (largamente condiviso dagli accusatori). Tutto, si poteva dire del doroteismo, meno che fosse un espediente di politici affaticati per sopravvivere a sé stessi.

L’aforisma di Longanesi, o forse di Missiroli secondo cui: “in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti” è superato. Agiscono sulla nostra scena politica personaggi e comparse dei quali poco si sa, niente si conosce. Il nostro autore, l’esiliato Coriolano, converrà tuttavia che a noi è dato in sorte di conoscere bene alcuni di coloro che, sfidando il ridicolo, si volgono ogni giorno e ogni ora alla disperata riscoperta di un qualunque centro, per nuovi centrismi e moderatismi. Gli “ismi” ovviamente compresi nel prezzo.

La nostra conoscenza basta e avanza per diffidare di questi ricercatori e stare lontani dalle loro imprese. In questo caso non si tratta di doroteismo ma di buon costume. E sembra proprio che le parole di un cólto uomo di chiesa, Gianfranco Ravasi, ci invitino a farlo. All’amara constatazione di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera di domenica scorsa, che i cattolici in politica oggi “contano poco”, Ravasi è andato al sodo. Ha detto che “è difficile ricostruire una struttura , un’esplicita presenza cattolica. È però possibile e necessario- ha aggiunto-essere una spina nel fianco della società: non avere paura di andare controcorrente.”

Ve l’immaginate Tabacci, Casini e compagnie che vanno controcorrente? Di Casini disse una volta Gianni Baget Bozzo : “ mi viene difficile imparentare Casini alla chiesa, è più parente di Caltagirone.” Gianni Baget Bozzo lo diceva ai tempi di Benedetto XVI, dei Teodem del Pd ,delle tante assenze di cattolici professionali dal dibattito pubblico suscitato da Ratzinger. Un dibattito che scandalizzava i Casini, quelli non vanno controcorrente. Oggi, con papa Francesco la responsabilità di cattolici è addirittura più forte di allora. La consapevolezza di essere minoranza è un dato acquisito, le sfide più dure e andare controcorrente una premessa per la rinascita.

Gli Stati attuino la transizione ecologica prima che sia troppo tardi

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Tornielli

Gaël Giraud, 49 anni, prete gesuita di origini svizzere, capo economista dell’Agence Française de Développement e Direttore di ricerche al Cnrs (Centre national de la recherche scientifique) è autore del libro «Transizione ecologica» (pubblicato in Italia da emi). Conosce dall’interno il mondo finanziario per averlo frequentato ai più alti livelli prima di decidere di seguire la vocazione sacerdotale ed è oggi una delle voci che più lucidamente si leva nell’indicare l’urgenza della transizione “verde” come ha proposto l’enciclica Laudato si’. «La nostra generazione parla ma non agisce» ci dice nel corso di questo colloquio avvenuto a Roma.

Padre Giraud, quattro anni fa Papa Francesco pubblicava l’enciclica «Laudato si’». Come giudica la ricezione di quel documento?

È stata ambivalente, a mio avviso. Da una parte la ricezione è apparsa molto entusiastica: Laudato si’ è fino a questo momento, a livello mondiale, l’unico documento spirituale e anche politico che offre un orizzonte escatologico del cammino ecologico, dell’alleanza con la creazione. E che allo stesso tempo propone un’analisi scientifica accurata, con raccomandazioni improntate al realismo. Non conosco alcun documento equivalente da parte degli Stati laici. Nel primo periodo c’è stata dunque una ricezione molto positiva. Purtroppo però gli Stati d’Europa non hanno fatto niente. In Francia, ad esempio, le emissioni di co2 sono aumentate del 3,2 per cento nel periodo che va dal 2010 al 2017. Dunque si parla molto di ecologia ma si agisce poco o niente. I giovani, almeno in Francia, stanno lottando e scioperando per imporre una politica ecologica. Il partito ecologista è oggi il terzo partito francese. Secondo me i giovani lotteranno sempre di più per l’ecologia e dunque potrebbe accadere che la prossima generazione metta in pratica ciò che il Papa dice nell’enciclica. Ma la mia generazione, e quella precedente alla mia, parlano senza agire.

In quali settori rileva la resistenza maggiore?

La resistenza è innanzitutto nel settore bancario. Ai banchieri la transizione ecologica appare molto pericolosa, in quanto i bilanci sono ancora colpiti dalla crisi economico-finanziaria del 2008. Per loro la priorità è salvare le banche, e la situazione è molto rischiosa anche senza il problema climatico. Molti di loro pensano che se devono rispondere anche all’emergenza climatica, la vita diventerebbe davvero difficile per loro. È per questo motivo che i banchieri dicono: per noi salvare le banche è la priorità, tutto il resto non vale la pena. Ho parlato con finanzieri di Londra lo scorso dicembre, abbiamo discusso un giorno intero sulla crisi ecologica e alla fine hanno capito perfettamente che la situazione è gravissima.

Qual è stata la loro risposta di fronte a questa constatazione?

Mi hanno detto: noi non faremo nulla perché abbiamo lottato per quarant’anni per prendere il potere con i mercati finanziari, e adesso non lasceremo tutto solo a motivo del cambio climatico. Allora ho domandato loro come si sarebbero comportati per garantire un futuro ai loro figli, e mi hanno risposto che li avrebbero trasferiti in Svezia, perché grazie al cambio climatico quello sarà un Paese dove vivere. Nel frattempo i cinesi stanno mettendo in atto quelle politiche ecologiche che noi vorremmo vedere applicate in Europa: stanno facendo la transizione energetica a favore delle energie rinnovabili. Quando ho fatto osservare questo, mi hanno risposto citando la superiorità tecnologica europea. Ma si tratta di una pura illusione: è chiaro infatti che nel giro di dieci anni anche la tecnologia militare cinese sarà allo stesso livello di quella europea. Mi spiace di aver dovuto riscontrare questo cinismo da parte di molti banchieri. Certo, non di tutti, perché ce ne sono alcuni che hanno capito perfettamente il rischio climatico e i rischi che esso comporta per la stabilità finanziaria. Posso citare ad esempio il Governatore della Banca Centrale di Londra, Marc Carney, che dopo la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, nel 2015, ha affermato in modo chiaro che il rischio più importante per la stabilità finanziaria è proprio quello climatico. Ma anche il Governatore della Banca centrale francese l’anno scorso ha riconosciuto questo rischio.

E la politica? Non sarebbe necessario un sussulto di responsabilità in questo senso?

Nel 2015 tutti i politici europei hanno citato positivamente la Laudato si’. Hanno detto di aver letto l’enciclica, hanno detto che è meravigliosa, hanno detto che bisogna metterla in pratica. Ma poi non hanno fatto niente, forse per colpa della mancanza di tempo per pensare. La maggioranza dei politici europei oggi ha dei ritmi di lavoro pazzeschi: hanno cinque minuti alla settimana per pensare, per riflettere, su un tema del quale loro sanno poco o nulla. Perché quando erano studenti, il cambio climatico non era uno dei temi importanti oggetto di studio e di ricerca. Dunque, gli attuali politici europei non hanno il tempo per riflettere e non prendono sul serio l’emergenza climatica. Certo, parlano con i loro consiglieri. Ma anche questi consiglieri hanno poco tempo per riflettere. Me ne rendo conto, perché sto lavorando molto con il governo francese e con i governi dei Paesi del Sud: è la stessa tragedia in ogni Paese, un ritmo di lavoro pazzesco che ha come conseguenza il fatto che questa generazione non ha tempo per riflettere e pianificare.

Manca una politica di ampio respiro, che sappia pianificare, pensare al futuro, farsi carico delle prossime generazioni, pensare innanzitutto al bene comune?

Sì, di questo si avverte la mancanza, è purtroppo un dato di fatto. Allo stesso tempo, per lo meno nell’Europa occidentale, funzionari di alto livello hanno l’idea che lo Stato abbia fallito, che lo Stato sia ormai una piccola cosa e che ogni possibilità sia nelle imprese private. C’è un incredibile neo-liberalismo nei funzionari della Commissione Europea, dei ministeri delle Finanze, in Francia, in Germania, eccetera… Ho tenuto corsi nella Scuola dell’Amministrazione francese e mi sono reso conto di ciò che i giovani funzionari pensano, sapendo che lavorare per una banca può moltiplicare in modo esponenziale il loro salario. E allora si fabbricano un’immagine del mondo nella quale le banche sono il paradigma della razionalità capitalistica. Questa è una sciocchezza. Bisogna dunque lavorare per cambiare anche la visione dei funzionari, perché i funzionari lavorano per il governo e non aiutano i ministri a pensare in modo diverso. Chi dice che lo Stato non può fare nulla pensa che unici attori in grado di fare qualcosa siano le imprese.

Dunque dobbiamo sperare nelle grandi imprese e nei privati?

Quando parlo con i capi delle imprese francesi, mi dicono: sì, abbiamo compreso perfettamente il rischio climatico, ma c’è la pressione dei mercati e del valore dei titoli, delle azioni. E dunque i grandi manager spiegano di non poter fare una politica “verde” perché in questo caso rischierebbero di perdere la loro posizione in seguito alla caduta del valore delle azioni. C’è una schizofrenia notevole da parte delle imprese. Quando parliamo con i grandi proprietari delle azioni, che sono per una parte le compagnie di assicurazioni, e per altra parte i fondi pensionistici nordamericani, ci dicono esattamente lo stesso: stanno nel mercato finanziario e devono proteggere il valore delle loro azioni. Stessa storia. Manca solo il singolo proprietario delle azioni, il quale però dice: sono l’unico tra milioni di proprietari, perché dovrei essere un eroe e investire nel verde quando ci sono milioni di persone che guadagnano molto investendo in altro?

Padre Giraud, oggi però tutti parlano di investimenti sostenibili, tutti dicono di volere una finanza sostenibile. E allora?

Purtroppo gli investimenti verdi e sostenibili sono diventati un marchio pubblicitario. Tutti dicono di voler andare in quella direzione, è la politica del “green washing” per far credere di essere ecologici e conquistare consensi. Ma in verità non è possibile per il settore privato in Europa pagare gli investimenti per la transizione ecologica. Il settore privato ha infatti molti debiti, ben più alti di quelli degli Stati. Il debito privato in zona euro rappresenta mediamente il 130 per cento del Pil, mentre il debito pubblico medio è del 100 per cento. Dunque c’è molto più debito privato. Il settore privato non è pertanto in grado di pagare una vera transizione ecologica, che costa molto: migliaia di miliardi. Solo per la Francia, avremmo bisogno di una cifra tra 60 e 80 miliardi di euro all’anno per almeno dieci anni. Non è tanto se pensiamo che si tratta del 3-4 per cento del Pil, ma ogni anno bisognerebbe pagarlo: il settore privato, le banche, non possono farlo, perché le banche sono deboli dopo l’ultima crisi economico-finanziaria, anche se sostengono il contrario. Basta vedere ciò che è accaduto al Monte dei Paschi di Siena.

Bisogna trovare chi paga la transizione ecologica. Chi dovrebbe farsene carico?

Gli Stati dovrebbero farsene carico. Ora bisogna comprendere che gli Stati investono meno di ciò che sarebbe necessario per preservare il capitale pubblico, come dimostrano il caso triste del ponte crollato a Genova un anno fa o le stazioni chiuse della metropolitana a Roma. Sono esempi del fatto che il capitale pubblico si rovina quando non si investe il necessario per proteggerlo. A livello di contabilità europea ogni anno siamo più poveri per ciò che riguarda il patrimonio pubblico. Bisogna investire di più per proteggere il patrimonio pubblico e bisogna investire nelle infrastrutture “verdi”, ecologiche.

Com’è possibile che ciò avvenga con il vincolo europeo, il Patto di bilancio che pone limiti al deficit entro un massimale del tre per cento?

La soluzione consiste nell’interpretare in un modo diverso i trattati europei. Questo è possibile. Ho lavorato con giuristi specializzati in diritto comunitario e mi hanno spiegato che i trattati europei permettono di interpretare in modo diverso la regola del tre per cento del deficit pubblico. Per esempio, è perfettamente possibile e perfettamente legale dire che uno Stato intende escludere dal calcolo i costi degli investimenti pubblici per la transizione ecologica. È possibile. E la Commissione europea non può fare nulla. Può discutere, può non dirsi d’accordo con questa interpretazione, ma non può affermare che sia illegale. Una prova di questo l’abbiamo avuta lo scorso dicembre, quando i francesi avevano paura dei “gilet gialli” e delle loro proteste: il commissario europeo francese Pierre Moscovici ha tenuto a Bruxelles una conferenza stampa dicendo: non bisogna distruggere tutto a Parigi perché sappiate che noi possiamo interpretare i trattati europei in modo completamente diverso, e che l’austerità dei bilanci non è una necessità. Ora, dopo che il fenomeno dei gilet gialli si è calmato, Moscovici sembra aver dimenticato quanto aveva detto.

Che cosa dovrebbe fare dunque la politica di fronte all’emergenza climatica?

La politica deve riscoprire il suo compito, la necessità di una strategia che prenda in considerazione il bene comune e l’orizzonte di trent’anni per investire nella conversione ecologica e la re-industrializzazione “verde” dell’Europa. Questo è il piano. Ho lavorato con ingegneri ed economisti in Francia per studiare lo scenario della transizione energetica: è possibile, possiamo farlo. Non necessitiamo di una rivoluzione tecnologica, possiamo già farlo. E le tappe sono ben conosciute: il primo passo è il rinnovamento termico degli edifici, di tutti gli edifici. Il secondo la mobilità “verde”, vale a dire puntare sui treni e sulle automobili alimentate a idrogeno, non su quelle elettriche perché anche queste nel loro ciclo di vita producono co2. Infine la terza tappa è l’industrializzazione verde. Ho lavorato con gli ingegneri per valutare fattibilità e costi della prima tappa in Francia: abbiamo fatto tutti i calcoli e li ho presentati al presidente Emmanuel Macron, con l’accordo delle imprese costruttrici. In questo modo si creerebbe molto lavoro e un lavoro che non si può delocalizzare. Bisogna farlo, per non continuare a inquinare con l’aria condizionata e il riscaldamento. Mi è stato detto che avevo ragione. Ma non accade nulla.

Lettera a Michele Serra

Consapevole – per aver preso parte – del serrato dibattito sul “Centro Politico ” da parte de “il Domani” e  in parte anche da C3Dem,  allego una lettera inviata a Michele Serra  dopo aver letto una sua risposta al lettore sign. Fiumara sul “Venerdì” di Repubblica del 7 giugno.  Un lettore convinto che “…l’elettorato italiano è in maggioranza  assoluta di destra”. E  che, per provare la sua tesi, metteva insieme Mussolini, De Gasperi, Fanfani  e “…ora  Salvini”, definendoli tutti di destra(!), ma concedendo alla fine  che “…la  sinistra può governare solo quando riesce ad allearsi con un centro ragionevolmente aperto” .

Una tesi condivisa in pieno da Michele Serra che per chiarire meglio aggiungeva che “ La sinistra, largamente intesa, avrebbe un compito di contrasto ( a questa destra italiana ) quando…ovviamente (è) in alleanza con forze più “moderate” senza le quali ci si parla addosso”.   Opinioni  ragionevoli che possono  anche essere condivise. Ma che, come da qualche anno chiariscono le mie divagazioni, quando adoperano categorie politiche e sociali che appartengono alla storia, gli autori dovrebbero avere la pazienza di definire e chiarire meglio ciò che si vuol dire. Con una lettura cioè  più adeguata ai tempi che viviamo : Sinistra,Centro, Destra; Moderati e Radicali; Progressisti e Conservatori; Riformisti e Tradizionalisti; Ceto medio, Borghesia e Classe operaia; Comunisti e Fascisti, ecc. e , non per ultimo, Cattolicesimo politico e Cattolicesimo democratico hanno la stessa valenza sociale , politica e antropologica, del Novecento ?
Se sono categorie che appartengono legittimamente ad un passato e che ci hanno permesso di interpretare e vivere la storia, non è per niente detto che continuando ad usarle nel 2019 dandole per scontate, siano ancora esplicative dei profondi cambiamenti sopraggiunti e ci fanno capire qualcosa. Rimango, sulla Destra e sulla Sinistra, con gli stessi interrogativi di Giorgio Gaber. Fino a prova contraria.

Caro Serra, non perdo il vizio di leggerla.                                                                                  Questa volta però con il desiderio di dialogare. Mi riferisco al titolo della sua ultima “Posta” de il Venerdì di Repubblica del 7 giugno scorso : “La sinistra che odia i compagni” . Dove “sinistra”  e “compagni” si danno per scontati. E ho sott’occhi la risposta  che dà alla lettera del Sign. Fiumara. Il suo acume politico, che io stimo molto, non deve però  prescindere dalla storia che avanza. E non deve arrendersi ad alcune categorie politiche che puzzano di passato. E che vanno – almeno – ridefinite.                                                                                                                              La prendo alla larga . E’ vero che lo storicismo è stato anche interpretato e venduto come relativismo assoluto. Ma essere consapevoli della storia che cammina, e della società che cambia nelle sue strutture economiche e sociali , con relative “sovrastrutture” come sostiene un certo marxismo,  ponendo nuovi bisogni, nuove attese e nuove domande politiche e sociali, non significa cedere allo storicismo deterministico marxista: con i ragazzi che nella Londra ottocentesca lavoravano 12 ore al giorno, e che tornavano a casa distrutti è stato utile. E non significa neanche mettersi nelle mani del luogo comune che siccome tutto è in movimento, alcuni valori di fondo e categorie politiche e sociali non servano più: libertà ed uguaglianza – per citare Bobbio –  nuovo liberismo e nuove povertà, individualismo e solidarismo, capitalismo industriale e capitalismo finanziario, cattolicesimo clericomoderato e cattolicesimo democratico, sono coppie dialettiche che sarebbe bene non perdere mai di vista. Distinguendole tuttavia sempre, e declinandole nella storia. In questo senso sarebbe altrettanto giusto precisare e chiarire sempre cosa sono – oggi – la destra e la sinistra. Cosa è il nostro Paese “…sostanzialmente di destra”. E cosa è soprattutto “…il Centro ragionevolmente aperto” come scrive il sign Fiumara. Per me  un non luogo sociale e, oggi, luogo solo geometrico  in via di disfacimento concettuale: ceto moderato, borghesia  scomparsa come dicono De Rita , Cacciari e Bonomi ? ; ceto medio  salito sul discensore? ; middle classe senza coscienza di classe?; voto dei cattolici clericali e conservatori antibergogliani?

Lei sa bene che il capitalismo che la sinistra dovrebbe oggi mettere sotto accusa è solo quello finanziario. E’ lui che crea disuguaglianze e mette in crisi il welfare e la democrazia liberale degli Stati. Mentre il pressapochismo della destra oggi sovranista, altra cosa dalla destra fascista, non si rende conto che spingere l’individuo, come fa un certo neoliberismo,  a guardarsi il proprio ombelico con lo Stato e ‘Europa il più lontano possibili, significa giocare contro la Nazione da loro tanta amata. Insomma non dare per scontate alcune categorie politiche, sempre da ricordare ma oggi poco utili a farci leggere “i segni dei tempi”.

“…Tutto vero” dunque che,  come lei dice, “… il nostro è un Paese  sostanzialmente di destra” ? E cosa vuol dire ? E tutto vero che  De Gasperi e Fanfani vicini a Berlusconi e Salvini sono tutti di destra? E , forse,  Berlinguer e Napolitano di sinistra? Immergersi un poco nello storicismo significa confrontarsi con la realtà. Ma anche ridefinire categorie non più esplicative  come Destra, Sinistra e Centro. Se ancora ci teniamo a rivolgerci alla geometria politica orizzontale e non vogliamo invece trasferirci urgentemente su una politica sociale verticale per parlare dei primi e degli ultimi , degli alti e dei bassi, dei pochi  ricchi e dei tanti poveri . E significa radicare la politica nella storia che viviamo. I principi e i valori servono. Eccome ! Ma essi rappresentano i pilastri e le travi portanti di un edificio le cui pareti si sono fatte “liquide”. Trasparenti, leggere, sottili, intercambiabili e mutevoli. Molto ma molto diverse dai mattoni e dalle pietre “solide” di una volta. Dai muri che separavano e che, inutilmente, si vogliono alzare oggi per difendersi  e distinguersi . E Destra, Sinistra, Centro non sono più i mattoni e le pietre di una volta. Bisognerebbe solo avere la pazienza di ricordarlo. Rivisitandole – se proprio ci teniamo – alla luce della storia che ci è dato di vivere.

Accetti i miei più cari saluti. Buon lavoro.                                                                                                                           Nino Labate – Roma

Trump vuole distruggere l’Obamacare

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è pronto ad un nuovo tentativo di riscrittura della riforma sanitaria varata dal suo predecessore, Barack Obama

Una riforma che prevedeva tra l’altro il divieto per le compagnie di assicurazione di negare la stipula di assicurazioni e l’assistenza per determinate patologie o sulla base di preesistenti condizioni di salute.

Quindi una riforma necessaria per molti cittadini ma che in vista dell’annuncio ufficiale della sua candidatura per un secondo mandato presidenziale, l’inquilino della Casa Bianca punta ad abbattere.

Infatti non vuole lasciare che i Democratici monopolizzino il tema dell’assistenza sanitaria, che figura tra le priorità degli elettori Usa ed è uno dei principali asset a disposizione degli avversari di Trump per far presa sull’elettorato moderato.

Una campagna che sembra farsi sempre più calda a discapito della salute americana.

Anche se Trump ha rinnovato la promessa, sinora mancata, di sostituire l’Obamacare con “qualcosa di incredibile”, che riduca gli oneri per lo Stato federale ed estenda la copertura.

Obiettivo inverosimile anche per le tante divisioni interne al Partito repubblicano.

Oggi grazie all’Obamacare sono circa 23,5 milioni in più, rispetto al 2010, gli americani ad avere la copertura sanitaria.

Quindi sarà sufficiente illustrare ai cittadini Usa un piano sanitario nuovo, che inoltre non potrà essere votato dal Congresso federale sino al 2021, per negare il vantaggio dei Democratici sul tema dell’accessibilità alla salute pubblica?

Edo Ronchi: lo Sblocca cantieri blocca il riciclo dei rifiuti

Il decreto sblocca-cantieri rischia di diventare un decreto “blocca riciclo”. Le disposizioni contenute nel decreto, approvato ieri in via definitiva, non consentono di riciclare molte tipologie di rifiuti, né di ottenere nuovi prodotti riciclati, né avviare nuove attività di riciclo. Hanno “ingessato”, infatti, la situazione a 20 anni fa ( DM 5 Febbraio 1998), senza tener conto che da allora si sono aggiunti nuovi rifiuti,  nuove tecniche e nuovi prodotti. L’ allarme viene da Edo Ronchi, Presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile e “padre”, quali ministro dell’ambiente, della riforma dei rifiuti.

“Ci sono voluti – sottoliena Ronchi- quasi sedici mesi per intervenire con nuove norme dopo la Sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 che, riscontrando una carenza legislativa in materia, aveva bloccato sia i rinnovi sia le nuove autorizzazioni, da parte delle Regioni, per il riciclo di rifiuti non regolato da regolamenti europei o  da decreti nazionali: un blocco che ha recato gravi danni al settore coinvolgendo quasi tutte le attività innovative di riciclo  e le nuove norme in materia, inserite nel decreto  sblocca cantieri non risolvono un bel niente”.

Ronchi ricorda che, in attesa dei decreti ministeriali (ne sono stati pubblicati solo due e altri sono attesi da anni)- la nuova norma approvata stabilisce, infatti, che continuano ad essere utilizzati come decreti per la cessazione della qualifica di rifiuto(End of waste) il DM 5 febbraio 1998  e successivi, compresi  i loro allegati che  non consentono di riciclare molte  tipologie di rifiuti  con provenienze o con caratteristiche non previste dal DM stesso.

“Le nuove disposizioni  -osserva Ronchi- hanno quindi ingessato il riciclo dei rifiuti, fermandolo alle tipologie, tecnologie e prodotti del 1998, ignorando il grande progresso che c’è stato e che continua con grande rapidità e numerose innovazioni  che non possono aspettare i tempi lunghi- di anni- dei decreti nazionali.  Colpisce come in un decreto che punta a sbloccare i cantieri, si sia dimostrata una così scarsa conoscenza di un settore strategico come quello del riciclo dei rifiuti, approvando norme che bloccano lo sviluppo di nuovi impianti e nuove attività industriali che  sono pronte a partire e che porterebbero vantaggi ambientali, occupazionali ed economici”.

Ronchi elenca anche alcune tipologie di rifiuto, attività di recupero o prodotti che non sono contemplati dal DM del 1998. Tra le tipologie di rifiuti che non possono essere riciclati ci sono i rifiuti da spazzamento stradale che oggi potrebbero essere recuperati con produzione di ghiaia e sabbia; i rifiuti in vetroresina da demolizione delle barche e pale eoliche  ecc..Tra le  attività di recupero non previste ci sono attività di produzione di biometano  da rifiuti organici;  attività di trattamento di rifiuti di plastiche miste per ottenere prodotti non conformi ai prodotti in plastica usualmente commercializzati , alcuni trattamenti innovativi dei RAEE (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). Tra i prodotti, la produzione di aggregati riciclati,  con il riciclo dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione  o il granulo per i campi da calcio ottenuto dai PFU (pneumatici fuori uso).

Sicurezza dell’informazione, fattore critico per enti pubblici e imprese

L’infrastruttura consentirà ai cittadini europei di comunicare in assoluta sicurezza e allo stesso tempo, permetterà di stimolare e sviluppare l’ecosistema industriale come quello tecnologico nel settore della tutela delle comunicazioni e della conservazione-protezione dei dati rilevanti (ad esempio quelli di ambito bancario, sanitario e governativo). La sicurezza dell’informazione è un elemento sempre più critico per enti pubblici ed imprese, che devono necessariamente intervenire su più aspetti: tecnologici, organizzativi e di formazione.

La messa in sicurezza del patrimonio informativo deve occuparsi non solo di approntare misure adeguate a fronteggiare le minacce, ma anche di costruire un tessuto organizzativo capace di governare adeguatamente i processi di trattamento dell’informazione, compatibilmente con i vincoli normativi. L’accordo appena sottoscritto dal Miur guarda in questa direzione.

Opera Don Orione: Si è spento don Michał Łos.

Don Łos aveva ricevuto lo scorso 22 maggio da Papa Francesco le dispense necessarie per la professione perpetua come Figlio della Divina Provvidenza e, il giorno dopo, era stato ordinato diacono e sacerdote nel reparto di oncologia dell’ospedale militare di Varsavia da Mons. Marek Solarczyk, vescovo ausiliare di Varsavia-Praga.

Il suo gesto e la determinazione a celebrare la Messa “per essere ancora più unito a Cristo”, si sono trasformati in una testimonianza di fede che ha raggiunto ogni parte del mondo, e che ha unito in preghiera migliaia di persone che hanno conosciuto la sua storia.

“La notizia – dichiara Padre Tarcisio Vieira, Direttore Generale dell’Opera Don Orione – sapevamo sarebbe arrivata, ma ci lascia ugualmente profondamente tristi. Sappiamo, però, che non è stata la morte a togliergli la vita, ma è stato lui che ha voluto donarla per amore a Cristo e ai poveri. Questo suo messaggio e la sua testimonianza hanno insegnato qualcosa a tutti noi e faremo in modo che non andranno perduti. Ringraziamo il Signore per avercelo donato come testimone di grande fede e di amore”.

L’Arte Ritrovata

La mostra, che nasce dalla lunga e consolidata collaborazione (28 anni) fra il Nucleo TPC e il Centro Europeo per il Turismo e la Cultura, intende promuovere i tanti anni di condivisione di eventi culturali divenuti ormai “storici”: da questa sinergica collaborazione hanno infatti preso avvio le prime mostre di opere recuperate, che hanno contribuito a migliorare la conoscenza verso il grande pubblico del lavoro di salvaguardia svolto dal Comando Carabinieri TPC.

L’ARTE RITROVATA si caratterizza come un mosaico di testimonianze archeologiche e artistiche che rappresentano simbolicamente le moltissime opere restituite alla comunità ed esposte nelle mostre promosse dal TPC con il Centro Europeo per il Turismo e la Cultura.

Un viaggio quindi alla scoperta dell’archeologia e dell’arte italiana attraverso una scelta di opere di estrema qualità, messe insieme per la prima volta in un’eccezionale sintesi sulla pluridecennale azione di salvaguardia, una vera testimonianza di riconoscimento al prezioso lavoro dell’Arma dei Carabinieri.

Il focus della mostra è concentrato sull’attività di contrasto alla razzia subita dal patrimonio nell’ultimo trentennio: una lunga stagione di saccheggio archeologico e di furti nei complessi sacri a cui il TPC ha cercato di porre un freno mediante un deciso monitoraggio del territorio, arrivando a sequestrare migliaia di reperti, una quantità che dobbiamo comunque immaginare limitata rispetto al numero complessivo di opere depredate.

La mostra ospita una selezione di opere sequestrate e ora custodite presso i depositi di importanti musei italiani o restituiti alle proprie sedi originarie: si tratta di una rappresentazione ideale del lungo e faticoso lavoro di studio e di azione degli investigatori. Le opere provengono da sequestri a grandi ricettatori o collezionisti, inseriti nella ramificata trama del commercio internazionale che ha alimentato anche prestigiose collezioni di musei stranieri. Una sezione speciale è dedicata a una delle più importanti operazioni condotte dal TPC negli ultimi anni, “l’operazione Andromeda”, grazie alla quale straordinarie opere, qui esposte per la prima volta, sono state restituite alla comunità.

Si potranno ammirare anche tre dei cinque dipinti rubati nel 1999 proprio dalle collezioni dei Musei Capitolini e recuperati nello stesso anno a Latina, il San Giovanni Battista del Guercino, la Sacra Famiglia con i Santi Francesco e Caterina d’Alessandria di Ludovico Carracci e l’Adorazione dei Magi di Benvenuto Tisi, detto il Garofalo. Di notevole pregio anche la preziosa scultura raffigurante Artemide marciante di età augustea, oggetto di scavo clandestino nell’area di Caserta e recuperata al termine di complesse indagini nel 2001, quando stava per essere trasportata all’estero per essere venduta a un noto museo; in un confronto all’americana, si contrappongono all’Artemide marciante le anti-Artemide moderne, ossia tre copie in marmo e gesso dell’originale realizzate dai trafficanti per sviare le indagini dei Carabinieri. Seguono importanti affreschi indebitamente strappati da una villa romana rimasta ancora sconosciuta presso Pompei, dallo stile affine alle stanze dipinte della Villa imperiale di Poppea a Oplontis, alcuni esportati in Svizzera e altri negli Stati Uniti (al J. Paul Getty Museum e al Metropolitan Museum of Art di New York); completano la rassegna vasi e bronzi di grande prestigio e bellezza trovati in occasione di scavi clandestini in Puglia, Sicilia ed Etruria, e successivamente recuperati dall’Arma dei Carabinieri.

Oggetti tutti destinati a soddisfare il solo gusto estetico dei collezionisti privati ma che oggi tornano a essere patrimonio di ogni cittadino. E con essi ritornano i racconti che capolavori o piccoli oggetti della quotidianità ci tramandano. L’esposizione raccoglie opere databili in un lunghissimo arco di tempo compreso fra l’VIII secolo a.C. (reperti di età greca, etrusca e romana) e l’età moderna (pitture rinascimentali e barocche).

Che cos’è il Licopene

Il licopene (da solanum lycopersicum o pomodoro) è un idrocarburo isomero aciclico del beta-carotene, contenente 11 doppi legami coniugati e 2 non coniugati, appartenente al gruppo dei carotenoidi. È un additivo alimentare usato come colorante e identificato dalla sigla E160d. È sintetizzato dalle piante e dai microrganismi, ma non dagli animali.

L’interesse scientifico verso il licopene è dovuto alle sue spiccate proprietà antiossidanti. Tale caratteristica lo rende particolarmente utile nel combattere l’invecchiamento, le malattie cardiovascolari e persino alcune forme tumorali.

La maggiore fonte dietetica di licopene è rappresentata dal pomodoro, da cui prende anche il nome, e dai suoi derivati in cui rappresenta il 60% del contenuto totale in carotenoidi.

Il contenuto in licopene è influenzato dal livello di maturazione del pomodoro, infatti è stato calcolato che in pomodori rossi e maturi sono presenti 50 mg/kg di licopene, mentre la concentrazione scende a 5 mg/kg nelle varietà gialle.

Altre fonti naturali di licopene sono meloni, guava e pompelmi rosa. La concentrazione di licopene nel siero umano è strettamente correlata all’assunzione prolungata di queste materie prime.

Inoltre la biodisponibilità del composto sembra essere più elevata nei prodotti trattati termicamente (ad esempio salse di pomodoro) rispetto ai prodotti crudi. È particolarmente elevato in una specie di pomodori denominati “pomodori siccagni di Corleone”.

Questa particolare varietà è caratterizzata dal fatto che viene coltivata in ambiente arido per cui la concentrazione di licopene può arrivare fino a 75 mg/kg.

Essendo il licopene una sostanza lipofila, il suo assorbimento è correlato alla presenza di grassi nella dieta. La cottura dei cibi può aumentarne la biodisponibilità grazie alla dissociazione dei complessi proteici in cui è incorporato o per la dispersione degli aggregati cristallini di carotenoidi. Nell’intestino, in presenza degli acidi biliari, il licopene è solubilizzato, incorporato in micelle e assorbito dalla mucosa per trasporto passivo. La molecola intatta può essere incorporata in chilomicroni e trasportata all’interno del sistema linfatico. Sembra che non esistano proteine di trasporto specifiche per questo composto, ma che venga trasportato dalle lipoproteine, in particolare quelle a bassa densità (LDL).

Nonostante non possieda attività di precursore della vitamina A, esso appare eccezionalmente antiossidante, in virtù della sua struttura achilica, del numero di doppi legami coniugati e della sua elevata idrofobicità

Nel Pd torna la maretta. Calenda si “vergogna di aver chiesto voti”

Articolo già apparso sulle pagine dell’Agenzia AGI

Acque agitate in casa dem. Gli affondi piovuti da più parti contro Luca Lotti non sono piaciuti ai renziani. L’ex ministro Maria Elena Boschi parla di “interviste che sparano addosso ai compagni”. “Sono arrivati più attacchi dall’interno del Pd che dagli avversari politici”, ha spiegato l’ex responsabile delle Riforme, difendendo la scelta da parte di Lotti di autosospendersi per il sul caso procure, “non era scontata e dovuta, di grande generosità verso la comunità del Pd e va quindi rispettato”.

Martedì si prevede una direzione molto agitata dopo il varo della segreteria da parte di Nicola Zingaretti. Anche l’offerta di guidare alcuni dipartimenti potrebbe essere rifiutata. Base Riformista nello stesso giorno farà il punto per preparare anche l’appuntamento di Montecatini che si terrà dal 5 al 7 luglio.

I renziani parlano di “bullismo correntizio”

“Il nuovo Pd è malato di propaganda: Salvini la fa sulla balla dei porti chiusi, loro su quella del partito aperto e plurale – la critica di Alessia Morani alla gestione del Pd -. La segreteria varata da Zingaretti ne è la prova più palese: è l’esercizio di bullismo correntizio più potente mai visto dalla nascita del Partito Democratico”. “Zingaretti non ceda alla tentazione di provare a vedere quanti voti prende un Pd senza Renzi e tutti noi”, rincara la dose Luciano Nobili.

“Vogliamo prendere atto che un pezzo di quel 40% che ci ha votato alle europee o alle politiche, non si sente più rappresentato”, osserva Ettore Rosato. L’esclusione degli esponenti Pd vicini all’ex segretario Renzi è frutto di “una scelta consapevole”, frena Roberto Giachetti.

Il più duro sulle divisioni in casa dem è Carlo Calenda. “Facciamola finita. Io mi sono rotto di passare le giornate a fare opposizione mentre altri (molti) si dilettano in questo quotidiano cazzeggio. Basta, Zingaretti senta Renzi, Giachetti, Martina etc e troviamo soluzione”. Infine: “”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo”.

 

Merlo: La questione morale riguarda tutti, sinistra compresa.

Diceva in tempi non sospetti Carlo Donat-Cattin che la “questione morale si può affrontare in due modi: o con i moralisti o con i moralizzatori”. La battuta, come sempre, era di rara intelligenza e di grande coraggio. Soprattutto perchè è stata pronunciata all’inizio degli anni ’80 quando era di dominio pubblico che solo e soltanto la sinistra aveva il monopolio esclusivo della moralità in politica e, di conseguenza, nella società. Il resto, tutto il testo, era inesorabilmente e fatalisticamente esposto al vento della corruzione, del malcostume italiano e del del decadimento etico.

Per fermarsi alle parole dello statista piemontese, il moralista è colui che individua il male, si scaglia contro con parole veementi e denunce implacabili e, alla fine, individua se stesso e la sua parte politica come la soluzione ottimale per risolvere il problema. Il moralizzatore, al contrario, una volta centrato il problema, individua nella politica – cioè nella normativa e nella legge – lo strumento più adatto per risolvere la questione. Ben sapendo che il comportamento umano lo puoi sempre e solo disciplinare e correggere attraverso le leggi della tua coscienza .

Cioè attraverso i valori, i principi e l’etica che ti accompagnano. Ora, lo scandalo che ha investito recentemente la magistratura italiana – nello specifico il suo organo supremo, il CSM, – ci conferma, per l’ennesima volta, almeno 3 cose. Innanzitutto nessuno in Italia può rivendicare di avere il monopolio esclusivo della moralità, della correttezza e della trasparenza. E quindi neanche la sinistra o chi sventola, sempre più goffamente, la bandiera del moralismo, della verginità e della purezza a prescindere. Non c’è alcuna superiorità morale da parte di chicchessia. Anzi, come ricordava anni fa proprio Donat- Cattin, chi se ne impossessa di norma e ‘ peggio degli altri. Perché si comporta come con tutti gli altri ma pretende, al contempo, di essere superiore agli altri. O meglio, di essere più corretto e più trasparente degli altri. In secondo luogo non c’è attività umana dove si possa tranquillamente sostenere che si è immuni da qualsiasi tentazione. Anche quando la magistratura, o alcuni suoi settori, viene coinvolta da questa tentazione, emerge la sensazione se non la certezza, che la cosiddetta “questione morale” attraversa orizzontalmente la società italiana.

Perché, appunto, tocca orizzontalmente la società italiana. Certo, pur senza fare di tutta l’erba un fascio e senza mai generalizzare. Ma le cosiddette “mele marce” sono presenti, purtroppo, dappertutto. In terzo luogo, l’unico antidoto che può contrastare questa ricorrente e latente tentazione, resta quello di saper unire in modo armonico e fecondo la “cultura del progetto”, cioè la propria attività – qualunque essa sia – con la “cultura del comportamento”, cioè con una rettitudine morale ed etica. Secondo l’antico insegnamento cattolico democratico e popolare.

Il che, come ovvio, non deve essere sbandierato, descritto o raccontato ma solo e soltanto vissuto e praticato. Frutto della propria etica, dei propri convincimenti e dei propri valori di riferimento. Ecco perché la celebre distinzione tra “moralisti” e “moralizzatori” continua ad essere feconda, e conserva una bruciante attualità. Per la semplice ragione che la questione morale la si affronta ogni giorno. Senza arroganza politica, senza superiorità morale e, soprattutto, senza esclusivismi etici. Ma solo e soltanto con l’esempio, la testimonianza e la fedeltà coraggiosa e coerente ai principi e ai valori che ci ispirano. Laici o cattolici poco importa.

Rosario Livatino: Il ruolo del giudice nella società che cambia

In questo clima di bufera che da qualche settimana sconvolge il Consiglio superiore della Magistratura ci sembra doveroso riproporre la relazione che, durante la conferenza 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di Canicattì, tenne il giudice Rosario Livatino ucciso dalla Mafia il 21 settembre del 1990.

L’argomento proposto vuole offrire materia di riflessione su due temi, che possono anche porsi in perfetta antitesi fra loro: la società che cambia e il magistrato.

Da un lato viene considerata la società intesa come unione ordinata e regolamentata di persone che vivono in un ambito territoriale (e, quindi, per noi la società italiana), la quale è per sua stessa natura una entità in continua evoluzione: essa si trasforma, a volte sensibilmente e a volte insensibilmente, in modo quotidiano, dando luogo a ciò che, nel termine più comprensivo, viene definito come l’evoluzione perenne del costume.

Dall’altro abbiamo la figura del magistrato: egli altro non è che un dipendente dello Stato, al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi, che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni, in un momento di squisita delicatezza del loro operare: il momento contenzioso. Per ciò stesso, il magistrato non dovrebbe essere una realtà sul cui mutamento ci si debba interrogare: egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare. Se questa cambia, anch’egli dovrebbe cambiare; se questa rimane immutata, anch’egli dovrebbe mantenersi uguale a se stesso, quali che siano le metamorfosi della società che lo avvolge.

In questa accezione, il tema proposto potrebbe anche apparire una contraddizione in termini. Esso però trae le mosse da una diversa chiave di lettura del ruolo del magistrato, che si è venuta sempre più affermando a partire dalla metà degli anni ’60 e che vuole, esaltando il potere di interpretazione della legge, tracciare un nuovo rapporto tra tale ruolo ed il divenire della società.

Partendo dalle premesse, cioè, che non sempre la legge è in sintonia coll’evolversi del costume ma spesso, troppo spesso, si attarda e si sclerotizza, si è sostenuto che il magistrato può – pur rimanendo identica la lettera della norma – utilizzare quello fra i suoi significati che meglio si attaglia al momento contingente.

Una diversità di ruolo che non può non rifrangersi nel suo stesso protagonista: il nuovo rapporto cercato fra magistrato e norma legislativa comporta infatti di necessità che anche il primo esca dalla propria torre eburnea di immutabilità, di ibernazione sociale, divenendo attento, sensibile a quanto accanto a lui si crea, si trasforma, si perde.

Ecco, dunque, che i termini del tema propostoci non sono più in inconciliabile antitesi: le due realtà, società e magistrato, sono su un identico piano evolutivo e bene si comprende e si giustifica l’interrogativo sugli effetti che tale parallelismo può avere prodotto, sulla positività o negatività di questa esperienza che si è voluta vivere e, conseguentemente, sulla persistente conducenza del mezzo che si è scelto rispetto al fine che si voleva originariamente conseguire.

Il tema è di amplissimo respiro e di difficile risolubilità, soprattutto perché il fenomeno al quale implicitamente si riallaccia è tuttora in atto. Assolutamente pretenzioso sarebbe quindi credere di poterne affrontare la disamina da parte di chi parla; anche perché la disamina stessa implica conoscenze, soprattutto sul piano della macro e microsociologia, che esulano del tutto dalla sua esperienza culturale.

Poiché, però, il dibattito sul ridetto tema è ogni giorno riproposto dai mezzi di comunicazione di massa ed innumerevoli sono gli episodi reali che lo impongono all’attenzione della pubblica opinione, è facile presumere che ciascuno di coloro che hanno la bontà di ascoltarlo rechi con sé dei quesiti che gradirebbe poter rivolgere ad un addetto ai lavori.

R questo il taglio che sembra ideale per questo incontro e quanto adesso brevemente sarà detto avrà il solo scopo di richiamare alla memoria quelle tematiche che più di altre hanno costituito motivo di pubbliche polemiche e di fungere quindi da stimolo per le domande, le contestazioni che si vorranno porre.

Le tematiche sulle quali ci intratterrerno sono le seguenti:

– i rapporti tra il magistrato ed il mondo dell’economia e del lavoro;

– i rapporti tra il magistrato e la sfera del “politico”;

– l’aspetto della c.d. “immagine esterna” del magistrato;

– il problema della responsabilità del magistrato.

1. – I RAPPORTI TRA IL MAGISTRATO E IL MONDO DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO

La situazione economica italiana dell’ultimo decennio ha risentito in maniera notevole delle due crisi dei prodotti petroliferi (1973/1974 -1979/80) e della persistenza dei fenomeni terroristici e di instabilità politica. Ad essi si è aggiunta nello scorcio del 1980 una calamità naturale, quale il disastroso terremoto che ha colpito le regioni meridionali del paese ed in particolare la Campania, la quale ha creato particolari problematiche socio-economiche, con gravi riflessi anche sul piano della repressione penale e dell’ordine pubblico.

Il mercato del lavoro e l’economia monetaria sono stati settori nei quali le perturbazioni economiche hanno prodotto i loro maggiori effetti. Il tasso di disoccupazione è andato man mano crescendo, soprattutto a partire dal 1973-74, giungendo a sfiorare nel 1981 il tetto dei due milioni di disoccupati (8,4% delle forze di lavoro), con progressione continua a partire soprattutto dal 1976 (tasso di disoccupazione 6% delle forze di lavoro).

In questo quadro, indubbiamente difficile, si è inserito prepotente il dilemma fra la figura del giudice-garante degli interessi forti (per i quali vengono assunti a base i valori industriali dominanti) ed il giudice-garante degli interessi deboli (cioè degli interessi individuali contro l’eccessiva concentrazione del potere economico).

Dilemma che nasce dalla convinzione che la presenza giudiziaria possa esplicarsi in modo incisivo in contrasto colla congiuntura economica e al fine di sanarne in tutto o in parte gli effetti perversi.

Nell’ansimare dell’apparato esecutivo alla ricerca di politiche economiche idonee a sciogliere quel nodo congiunturale ormai sospetto di cronicità, v’è stato chi ha ritenuto che il magistrato possa far buon uso del suo potere interpretativo delle leggi, accogliendo di esse quell’accezione che privilegiasse gli interessi delle classi economiche dominanti, così consentendo alle stesse, svincolate da quei “lacci e lacciuoli”, come ebbe a definirli Guido Carli, di riprendere quella padronanza nel campo dell’iniziativa privata e quella sicurezza nel settore degli investimenti produttivi, che avevano consentito all’imprenditoria italiana di creare il c.d. “miracolo economico” degli anni ’50. Una linea, quindi, rivendicativa per il magistrato di un ruolo di protagonista occulto, indiretto della macroeconomia nazionale. Una tesi che relegherebbe il Montesquieu ed il suo principio sulla separazione dei poteri davvero in una polverosa soffitta e che farebbe inorridire economisti classici come Ricardo o Keynes.

Per contro, v’è stato chi, rigettando il ruolo di “canalizzatore” dei processi economici, ha caldeggiato quella presenza giudiziaria come elemento correttivo delle conseguenze nefaste che la congiuntura ha sui piccoli soggetti economici.

È la tesi di chi ha voluto il magistrato come difensore delle categorie più povere e, come tali, più esposte ai capricci dell’inflazione e della stagflazione, proponendo l’aula giudiziaria come luogo di necessario, di dovuto riequilibrio fra parte sociale forte e parte sociale debole ed individuando il processo del lavoro come l’arena più allettante per tale tenzone.

Per esemplificare quanto si dice, basterà citare il noto caso del pretore Paone, che, per ovviare ad una crisi di alloggi, ricorse al sequestro di immobili.

Sul punto quello che si può osservare è:

1° – che entrambe le prospettazioni sono senz’altro da rifiutare in quanto il ruolo che vogliono prefigurare è tale che il magistrato, che dovrebbe assumerlo, non sarebbe più tale in quanto imprimerebbe a se stesso ed ai propri compiti dei caratteri e delle finalità totalmente estranei a quello che ancora oggi è il prototipo dell’interprete giudiziario nel comune sentire sociale come figura super partes e tali da far seriamente pensare ad un vero e proprio tradimento nei riguardi di quei valori la cui tutela la nostra Carta costituzionale affida al giudice ben diverso che essa implicitamente teorizza;

2° – che è peraltro da fugare il timore, purtroppo diffuso, che queste spinte innovatrici siano largamente radicate nei giudici civili e, soprattutto, nella magistratura del lavoro; timore al quale si accompagna l’altrettanto diffusa sgradevole sensazione che l’esito di una controversia individuale o collettiva di lavoro non trovi la propria fonte nella legge ma nelle simpatie del magistrato per questa o quella parte sociale. Vi sono stati e vi sono casi che, col complice aiuto, a volte, di un distorto uso dei mezzi di informazione, inducono a comprendere come possano essersi formati quel timore e quella sensazione; ma va rigettata recisamente la tendenza ad una generalizzazione indiscriminata e va soprattutto con calore affermato che la maggioranza degli interpreti del diritto nel nostro paese piega ancora le proprie convinzioni alla legge e non questa a quelle.

Troppo si è esagerato sulla giurisprudenza del lavoro, giudicata come decisamente di una sola parte del rapporto. Una recente ricerca effettuata per conto del Ministero di grazia e giustizia, a cura del Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale, alla quale hanno preso parte docenti di diversa estrazione ideologica, ha clamorosamente smentito simili affermazioni.

L’indice di vittoria su cause decise con sentenza in primo grado nell’intero territorio italiano è risultato pari al 64,5%. Tale indice nei giudizi di appello scende al 29,7% quando appellante è il lavoratore ed al 43,1% quando appellante è il datore di lavoro.

La ricerca dimostra, nel complesso, un atteggiamento della magistratura del lavoro, anche in sede di legittimità, tutt’altro che “squilibrato” o “destabilizzante”. Del resto, già una precedente ricerca, condotta nel 1976 dal prof. Mengoni presso l’Istituto giuridico dell’Università Cattolica di Milano, dimostrò l’infondatezza dell’immagine del giudice del lavoro come giudice di assalto velleitariamente affetto da protagonismo o comunque di giudice prevenuto nei confronti di una sola delle parti del conflitto industriale.

D’altronde, va anche rammentato che, a giustificazione di talune decisioni, di taluni indirizzi “sorprendenti” o comunque tali da suscitare perplessità, stanno dei motivi alla cui ricorrenza è del tutto estraneo il magistrato, venendo essi in essere in un momento precedente a quello in cui egli è chiamato a svolgere la sua funzione.

Ci si intende riferire:

a) in primo luogo a leggi che di per sé sono chiaramente alteratrici di un equilibrio nella posizione delle controparti rispetto all’organo giudiziario: favor del lavoratore, tutela differenziata in sede processuale e spinte assistenzialistiche non sono invenzioni della giurisprudenza, ma precise scelte di politica legislativa. Che tali scelte siano giuste od ingiuste è problema che in questa sede non rileva: ciò che preme è il sottolineare che molto spesso si fa carico ai magistrati di “scelte di campo” alle quali egli si trova vincolato proprio per quell’ossequio alla legge che da lui si pretende;

b) in secondo luogo alle difficoltà interpretative del linguaggio oscuro delle norme che il patrio legislatore oggi emana nella materia con notevole fecondità e, soprattutto, dello strumento principe, oggi, nella regolamentazione dei rapporti di lavoro: il contratto collettivo.

La magistratura, per restare ancora fedele al dovere costituzionale di fedeltà alla legge, altro non cerca, anche per evitare ondeggiamenti, incertezze ed ulteriori ingiusti rimproveri, che di poter disporre di dettati normativi coerenti, chiari, sicuramente intelligibili, nonché di testi negoziali nei quali la posizione di diritto e di obbligo delle parti non sia offuscata da una trama tormentata di sottili e complicate espressioni verbali, che nascondono premesse politiche tutt’altro che chiare anziché una precisa volontà che sostenga il precetto. Fin quando tutto questo non sarà assicurato dal nostro legislatore e dalle parti sociali in sede di contrattazione, sarà ineliminabile che il giudice di Pordenone ed il giudice di Ragusa, con gli abissi di cultura e dei substrati territoriali, sociali ed economici nei quali si trovano ad operare, cerchino di districarsi nella perigliosa giungla di queste regolamentazioni adoperando dei machete interpretativi tra loro dissimili o addirittura contraddittori.

2. – I RAPPORTI TRA IL MAGISTRATO E LA SFERA DEL “POLITICO”

È forse questo il settore più dolente, nel quale più si impuntano le critiche e dal quale provengono i maggiori allarmi.

Il tema della politicizzazione dei giudici si inserisce a pieno titolo nel dibattito sui problemi della giustizia e nell’analisi del rinnovato rapporto tra il magistrato ed il tessuto sociale nella cui trama egli si colloca. Tanto con riferimento all’atteggiamento che, talvolta, i giudici avrebbero assunto, o potrebbero assumere, presentando all’opinione pubblica l’immagine di una giustizia parziale, fiancheggiatrice del potere politico, di un partito politico o di un gruppo di potere, pubblico o privato.

L’ipotesi concretizza evidentemente una violazione del criterio costituzionale che, proprio per evitare ogni forma di strumentalizzazione della giustizia, garantisce l’indipendenza personale dei singoli giudici, soggetti esclusivamente alla legge (art. 101), nonché quella della magistratura nel suo complesso, descrivendola come “ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere” (art. 104).

Dal combinato disposto delle norme citate, si desume quindi che il costituente ha voluto escludere ogni pericolo o sospetto di faziosità e di settarismo dei giudici, sia nell’aspettativa di vantaggi personali o per il timore di pregiudizio, sia in forza dell’interferenza di altri poteri dello Stato nella funzione giudiziaria.

È alla luce di questi principi che deve essere valutata la compatibilità tra la funzione del giudicare e l’adesione a partiti politici, gruppi, associazioni.

La trasformazione del partito politico da centro di diffusione ideologica a struttura associativa caratterizzata da sempre più rigidi vincoli burocratici e gerarchici, sovente finalizzata alla gestione del potere, rende oggi assai più difficile di quanto non fosse all’epoca della Costituente ammettere la possibilità che un giudice possa conservarsi libero iscrivendosi ad un partito politico.

Si dovrebbe ammettere che il giudice, nel momento in cui si iscrive, fosse non solo affatto risoluto a non concedere assolutamente nulla al partito come tale, nei casi in cui il partito ha un interesse, ma che anche i suoi compagni di fede non si aspettassero assolutamente nulla da lui nel momento in cui egli dovesse occuparsi di quei casi.

Parrebbe che, sul piano umano, ciò sarebbe troppo pretendere. Che dire poi della possibilità per il giudice di entrare a far parte di sette od associazioni che, se non sono segrete, mantengono tuttavia il più stretto riserbo sui nomi degli aderenti ed avvolgono nelle nebbie di una indistinta filantropia. le proprie finalità e i propri obiettivi?

Se sono già serie le ragioni di perplessità sulla adesione del giudice ad un partito politico, queste ragioni appaiono centuplicate nella partecipazione ad organizzazioni di fatto più o meno riservate o, comunque, non facilmente accessibili al controllo dell’opinione pubblica, i cui aderenti risultano fra loro legati da vincoli della cui intensità e natura nessuno è in grado di giudicare e valutare.

Qui bisognerà proclamare, con assoluta chiarezza, che la norma dell’art. 212 T.U.L.P.S., che sancisce l’immediata destituzione per tutti gli impiegati pubblici che appartengano ad associazioni i cui soci sono vincolati dal segreto, si applica anche ai magistrati, che ne sono anzi, logicamente, insieme ai militari, i destinatari più diretti.

Ciò non significa certo sopprimere nell’uomo-giudice la possibilità di formarsi una propria coscienza politica, di avere un proprio convincimento su quelli che sono i temi fondamentali della nostra convivenza sociale: nessuno può difatti contestare al giudice il diritto di ispirarsi, nella valutazione dei fatti e nell’interpretazione di norme giuridiche, a determinati modelli ideologici, che possono anche esattamente coincidere con quelli professati da gruppi od associazioni politiche.

Essenziale è però che la decisione nasca da un processo motivazionale autonomo e completo, come frutto di una propria personale elaborazione, dettata dalla meditazione del caso concreto; non come il portato della autocollocazione nell’area di questo o di quel gruppo politico o sindacale, così da apparire come in tutto od in parte dipendente da quella collocazione.

Piace qui riportare il VII canone del codice di condotta adottato negli Stati Uniti per la disciplina professionale dell’ordine giudiziario e forense e che testualmente sancisce il dovere del giudice di “sottrarsi all’attività politica, inadatta al suo ruolo”, astenendosi in particolare dall’ “assumere mansioni di leader o dal rivestire qualunque altra carica in una organizzazione politica”, nonché dal “tenere pubblicamente discorsi per un’organizzazione politica o per un suo esponente o dall’appoggiare un candidato ad una carica pubblica”.

Una previsione deontologica fatta propria da una società storicamente, economicamente, tecnologicamente più progredita della nostra, che costituisce, per ciò, un conforto alla validità di quanto prima si è detto e che dà l’ispirazione per trattare subito di un altro delicato aspetto: quello del magistrato che, ad un certo punto della propria carriera, si candida ad una elezione politica ed ottiene la carica.

Si potrebbe osservare che su questo non v’è nulla da eccepire: egli è un cittadino come tutti gli altri ed in questo non farebbe che esercitare un suo diritto costituzionalmente garantito. L’ordinamento, peraltro, prevede che durante il periodo del mandato egli non svolga le sue funzioni giudiziarie. Ma gravissimo è il problema che si pone allorquando tale mandato, per una causa od un’altra, viene a cessare: infatti, un parlamentare, anche quando si tenga rigorosamente nei limiti della legalità, assume inevitabilmente un complesso di vincoli e di obblighi verso gli organi del partito, contrae legami ed amicizie che raramente prescindono (non per cattiva volontà o desiderio di collusione, ma per necessità delle cose) dallo scambio di reciproche e sia pur consentite cortesie, dall’assunzione di impegni e obblighi che, appunto perché galantuomini, si è tenuti ad onorare, si assoggetta infine ad un’abitudine di disciplina (nei confronti delle varie gerarchie del partito e del gruppo parlamentare) in contrasto con la libertà di giudizio e l’indipendenza di decisione proprie del giudice, abitudine difficile da lasciare, anche perché, tranne casi eccezionali, l’abbandono del seggio parlamentare non rompe i vincoli di gratitudine e non distrugge il legame fiduciario fra il singolo e la struttura.

D’altronde, anche ammesso che il magistrato-parlamentare sappia riacquisire per intero la propria indipendenza dal partito, che ha rappresentato al più alto livello, e spogliarsi di ogni animosità contro avversari politici che possono averlo attaccato anche duramente, è inevitabile che l’opinione pubblica, incline al sospetto e tutt’altro che propensa a credere alla rescissione di simili vincoli, continui a considerarlo adepto di quel partito, consorte o nemico di quegli uomini politici e di quanto rappresentano.

Per inevitabile conseguenza, l’utente della giustizia di uguale militanza politica riterrà, poco importa se erroneamente, di avere valide aspettative ad una decisione favorevole e ad un trattamento di riguardo, mentre chi lo contrasta si crederà battuto in partenza ed addebiterà l’eventuale sentenza sfavorevole non a propria responsabilità, ma agli obblighi politici ed alla conseguente preordinata malafede del giudice, costretto a dare comunque partita vinta al suo commilitone e partitante.

Sarebbe quindi sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza l’ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall’ordine giudiziario.

Nel trattare quanto appena detto, si è fatto un rapido accenno a quella che è l’importanza del modo col quale l’utente della giustizia guarda colui che gestisce tale servizio; ciò ci dà il destro per trattare…

3. – L’ASPETTO DELLA C.D. “IMMAGINE ESTERNA” DEL MAGISTRATO

Si è bene detto che il giudice, oltre che essere deve anche apparire indipendente, per significare che accanto ad un problema di sostanza, certo preminente, ve n’è un altro, ineliminabile, di forma.

L’indipendenza del giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della stia condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività.

Inevitabilmente, pertanto, è da rigettare l’affermazione secondo la quale, una volta adempiuti con coscienza e scrupolo i propri doveri professionali, il giudice non ha altri obblighi da rispettare nei confronti della società e dello Stato e secondo la quale, quindi, il giudice della propria vita privata possa fare, al pari di ogni altro cittadino, quello che vuole.

Una tesi del genere è, nella sua assolutezza, insostenibile.

Bisogna riconoscere che, quando l’art. 18 della legge sulle guarentigie dice “che il magistrato non deve tenere in ufficio e fuori una condotta che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere”, esprime un’esigenza reale.

La credibilità esterna della magistratura nel suo insieme ed in ciascuno dei suoi componenti è un valore essenziale in uno Stato democratico, oggi più di ieri. “Un giudice”, dice il canone II del già richiamato codice professionale degli U.S.A. “deve in ogni circostanza comportarsi in modo tale da promuovere la fiducia del pubblico nell’integrità e nell’imparzialità dell’ordine giudiziario”.

Occorre allora fare un’altra distinzione tra ciò che attiene alla vita strettamente personale e privata e ciò che riguarda la sua vita di relazione, i rapporti coll’ambiente sociale nel quale egli vive.

Qui è importante che egli offra di se stesso l’immagine non di una persona austera o severa o compresa del suo ruolo e della sua autorità o di irraggiungibile rigore morale, ma di una persona seria, sì, di persona equilibrata, sì, di persona responsabile pure; potrebbe aggiungersi, di persona comprensiva ed umana, capace di condannare, ma anche di capire.

Solo se il giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare che gli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha. Chi domanda giustizia deve poter credere che le sue ragioni saranno ascoltate con attenzione e serietà; che il giudice potrà ricevere ed assumere come se fossero sue e difendere davanti a chiunque. Solo se offre questo tipo di disponibilità personale il cittadino potrà vincere la naturale avversione a dover raccontare le cose proprie ad uno sconosciuto; potrà cioè fidarsi del giudice e della giustizia dello Stato, accettando anche il rischio di una risposta sfavorevole.

Un giudice siffatto è quello voluto dalla umanità di sempre, configurato in ogni ordinamento dello Stato di diritto, esaltato nella Carta costituzionale. Sotto questo aspetto, pertanto, può ben concludersi che non vi può essere relazione alcuna fra l’immagine del magistrato e la società che cambia, nel senso che la prima non dovrà subire modificazione alcuna, quali che siano i capricci di costume della seconda: il giudice di ogni tempo deve essere ed apparire libero ed indipendente, e tanto può essere ed apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato.

4. – IL PROBLEMA DELLA RESPONSABILITÀ DEL MAGISTRATO

Quanto si è fin qui detto conduce a porre come argomento di chiusura l’interrogativo se il mutato sentire sociale, se le trasformazioni intervenute nel costume del nostro paese siano tali da imporre una nuova struttura della responsabilità del magistrato, delle conseguenze cioè alle quali quest’ultimo è suscettibile di andare incontro ove bene non eserciti la sua funzione.

Il ventaglio dei problemi è vastissimo, ma pare cosa più opportuna limitare il suggerimento, quale argomento di discussione per chi ascolta, alla proposta di introdurre la responsabilità civile per danni arrecati a terzi nell’esercizio di attività giudiziaria per colpa grave.

Sul punto si può osservare come contributo a tale discussione, che l’introduzione del principio della responsabilità civile pare assolutamente inaccettabile per molte ragioni, tutte difficilmente superabili.

Ogni atto giurisdizionale, anzi ogni manifestazione di potestà giudiziaria, incide necessariamente su diritti soggettivi; è per sua stessa natura idonea a produrre danno. E ciò vale non solo per le manifestazioni tipiche di potestà decisionale, ma anche per tutti quei provvedimenti che hanno funzione preparatoria ed ordinatoria rispetto alla decisione finale (concedere o non concedere un sequestro; ammettere o non ammettere una prova; concedere o no la provvisoria esecuzione).

Non esiste, si può dire, atto del giudice e più ancora del pubblico ministero che possa dirsi indolore. Ogni giudice, quindi, nell’atto stesso in cui si accingesse alla stipula di un qualsiasi provvedimento, non potrebbe non domandarsi se per caso dal suo contenuto non gliene possa derivare una causa per danni.

E sarebbe quindi inevitabile ch’egli si studiasse, più che di fare un provvedimento giusto, di fare un provvedimento innocuo.

Come possa dirsi ancora indipendente un giudice che lavora soprattutto per uscire indenne dalla propria attività, non è facile intendere. Né si dica che le parti raramente ricorrerebbero a questa possibilità. La facilità con cui, specialmente in certe regioni, si ricorre all’esposto contro il giudice, anche per i più ingiustificati motivi, autorizza la previsione che una riforma del genere aprirebbe subito un ampio contenzioso.

Se qualcuno volesse obiettare che, in fondo, la responsabilità è prevista solo per le ipotesi di colpa grave, sarebbe facile rispondere che questa limitazione introduce un elemento di aleatorietà in più, davvero insufficiente ad offrire un criterio d’orientamento obiettivo. t difficile trovare dei casi di colpa giudiziaria che non possano considerarsi gravi: la motivazione stereotipa; l’omessa convalida della perquisizione in flagranza; l’omesso esame di prove risultanti dagli atti; la mancata motivazione su specifici capi delle domande ecc., sono tutte mancanze gravi. La colpa del giudice, se c’è, è sempre grave per definizione, data dall’importanza degli interessi sui quali egli dispone.

L’altro effetto perverso, che potrebbe essere indotto dalla riforma, sarebbe quello di indurre il giudice al più rigido conformismo interpretativo: per cautelarsi contro il pericolo di seccature, è semplice prevedere che il giudice si guarderebbe bene dal tentare vie interpretative inesplorate e percorrerebbe sempre la strada maestra fornita dalla giurisprudenza maggioritaria della Cassazione; l’autorità del precedente, che è vincolo professionale per il magistrato anglosassone, diventerebbe per quello italiano fatto d’interesse personale e l’art. 101 della Costituzione potrebbe essere riscritto nel senso che i giudici sono soggetti soltanto alla Corte di Cassazione.

Quando poi la controversia toccasse affari od interessi di dimensioni eccezionali, ogni scelta diverrebbe veramente paralizzante: si pensi alla decisione di un tribunale fallimentare se far fallire o no un grosso complesso industriale od una catena di società legata magari a centri di potere politico.

Il giudice veramente verrebbe consegnato nelle mani delle forze che si scontrano fra loro e sarebbe difficile ch’egli non fosse tentato, se non è riuscito a fuggire prima di dover scegliere, di secondare il più forte.

Ma gli effetti più devastanti di una proposta del genere si avrebbero in materia penale, specialmente nel momento dell’inizio dell’azione penale.

Se l’organo dell’accusa sa che le sue iniziative investigative possono costargli, quando non ne seguisse una condanna, una causa per danni, ci si può chiedere se sarà mai più possibile trovare un pretore od un pubblico ministero che di sua iniziativa intraprenda la persecuzione di quei reati che per tradizione o per costume o per altro nel passato erano raramente perseguiti. Dai reati societari all’urbanistica, all’inquinamento ed in genere a tutti i reati che offendono interessi diffusi.

Ci si può chiedere ancora se si troverà un giudice che, in presenza di un reato che consente ma non impone la cattura, avrà l’ardire di imprigionare, ad esempio, un bancarottiere per qualche miliardo, quando rifletta alle conseguenze che gliene potrebbero derivare se, per caso, costui venisse assolto.

Questo è l’effetto perverso fondamentale che può annidarsi nella proposta di responsabilizzare civilmente il giudice: essa punisce l’azione e premia l’inazione, l’inerzia, l’indifferenza professionale. Chi ne trarrebbe beneficio sono proprio quelle categorie sociali che, avendo fino a pochi anni or sono goduto dell’omertà di un sistema di ricerca e di denuncia del reato che assicurava loro posizioni di netto privilegio, recupererebbero attraverso questa indiretta ma ancor più pesante forma di intimidazione del giudice la sostanziale garanzia della propria impunità.

Tutto ciò che si è riusciti a conquistare sul terreno di una più effettiva valenza del principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, verrebbe vanificato di colpo e le condizioni della nostra giustizia penale sarebbero retrocesse in un istante all’epoca dello Statuto Albertino.

* * * *

Nel concludere, desidererei formulare solo un’ultima considerazione. È certo che, tranne alcuni aspetti immutabili, il ruolo del giudice non può sfuggire al cammino della storia: tanto egli che il servizio da lui reso devono essere partecipi di un processo di adeguamento. Ma di ciò non può farsi carico solo ai giudici: non si può cioè chiedere che essi traggano soltanto da se stessi la forza per questo adeguamento.

Tutto è più complesso in una società moderna in materia di definizione e difesa dei bisogni, degli interessi, dei diritti.

Nelle società primitive e, comunque, semplici, tutto era relativamente chiaro in termini di “cosa era giusto e cosa era ingiusto” e tutto era facile, relativamente, in termini di accesso a chi amministrava giustizia (il capo tribù, il capo villaggio, il capo religioso); oggi, nelle società a crescente complessità e soggettività, come sono tutte le società occidentali mature, è sempre più difficile sapere e far accettare i concetti di giusto ed ingiusto ed è sempre più difficile individuare e rendere più accessibili gli strumenti per ottenere giusta protezione.

In questa prospettiva, riformare la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non di pochi magistrati, ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica.

Recuperare infatti il diritto come riferimento unitario della convivenza collettiva non può essere, in una democrazia moderna, compito di una minoranza.

Rosario Livatino

L’India vara i suoi dazi

L’India vara i dazi su 28 prodotti statunitensi, tra cui mandorle e mele.

Le misure, alcune addirittura del 70%, sono una risposta al rifiuto di Washington di esentare il Paese da tariffe più alte sulle importazioni di acciaio e alluminio.

Nel giugno del 2018 erano state annunciate dall’India tariffe fino al 120%, ma i negoziati commerciali avevano poi ritardato la loro attuazione. Mentre all’inizio di questo mese, Donald Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti si stavano ritirando dal trattato commerciale preferenziale con l’India.

Il commercio bilaterale USA-India valeva 142 miliardi di dollari nel 2018, un aumento di sette volte dal 2001, secondo i dati americani. Ma il valore di 5,6 milioni di dollari di esportazioni indiane – precedentemente esenti da dazi doganali negli Stati Uniti – sarà colpito ora che il Paese ha perso proprio il trattamento preferenziale secondo il Sistema di preferenze generalizzate (Gsp) americano.

 

Sviluppo sostenibile, economia circolare infrastrutture e tutela del territorio

Sviluppo sostenibile, economia circolare infrastrutture e tutela del territorio Genova, martedì 18 Giugno 2019, ore 9.30  Sala Quadrivium dell’Arcidiocesi – Piazza Santa Marta 2.

Intervengono: S.E. ANGELO BAGNASCO, Cardinale Arcivescovo di Genova – GIOVANNI TOTI, Presidente Regione Liguria – MARCO BUCCI, Sindaco di Genova – PIETRO SALINI, CEO Salini Impregilo – ALBERTO MAESTRINI, Direttore Generale Fincantieri e Presidente PerGenova – PATRIZIA LOMBARDI, Prorettrice Politecnico di Torino – EDOARDO CROCI, Osservatorio Green Economy Università Bocconi Green – ROBERTO LEONI, Presidente Fondazione Sorella Natura – LUCA UBALDESCHI, Direttore Secolo XIX.

Martedì 18 Giugno 2019, alle ore 09.30, a Genova nella Sala Quadrivium dell’Arcidiocesi in Piazza Santa Marta si terrà il simposio “Sviluppo sostenibile, economia circolare, infrastrutture e tutela del territorio” organizzato dalla Fondazione Sorella Natura (FSN), impegnata da oltre venticinque anni a diffondere una corretta cultura ambientale.

In apertura dei lavori, la presentazione dell’evento curata dal segretario generale della Fondazione Umberto Laurenti, per il quale << Il convegno intende promuovere un confronto tra Istituzioni, accademici e imprese sui processi di sviluppo orientati alla sostenibilità e capaci di favorire, attraverso le buone pratiche e le migliori tecnologie disponibili, l’integrazione tra aspetti economici e ambientali>>.

Seguiranno i saluti del Presidente della Regione Giovanni Toti, del Sindaco Marco Bucci e l’intervento dell’Arcivescovo di Genova, Cardinale Angelo Bagnasco.

Le infrastrutture che interessano la Liguria sono un bene comune da cui passa il benessere non solo di Genova e della regione ma dell’intero Paese visto che Genova è lo sbocco e l’ingresso per Europa.

A questo tema è dedicata la tavola rotonda coordinata dal direttore del Secolo XIX Luca Ubaldeschi a cui parteciperanno Pietro Salini, CEO di Salini Impregilo, Alberto Maestrini, Direttore Generale di Fincantieri e Presidente di PerGenova, Edoardo Croci dell’Osservatorio Green Economy dell’Università Bocconi Green di Milano e Patrizia Lombardi Prorettrice del Politecnico di Torino.

Al centro del dibattito l’esigenza di realizzare infrastrutture efficienti e sicure, indispensabili per supportare lo sviluppo economico di Genova e creare nuova occupazione, che secondo i dati INPS del terzo trimestre 2018 – quelli concomitanti e immediatamente successivi al crollo del ponte Morandi – registrò una perdita in Liguria di 5.000 posti di lavoro rispetto all’anno precedente.

Ma le grandi opere possono invertire questa tendenza. Come il nuovo ponte sul Polcevera, nel cui cantiere sono già impegnate centinaia di persone. Una grande infrastruttura per impatto e funzionalità che ripristinerà i collegamenti di Genova con la Francia, con il porto e in generale con le aree limitrofe, permettendo di far recuperare alla città il ruolo di grande hub portuale e commerciale in cui transitano 1,7 milioni di croceristi l’anno, ai quali si aggiunge una movimentazione di container pari a 2,6 milioni di teu e 69 milioni di tonnellate di merci.

Stesso impatto che avrà per Genova il Terzo Valico dei Giovi, uno dei progetti di mobilità sostenibile prioritari per il completamento della rete ferroviaria ad alta velocità che collegherà alcune rotte strategiche all’interno dell’Unione Europea e di cui fa parte il corridoio Reno-Alpi che unirà Rotterdam con Genova, quindi dal Mare del Nord al Mar Mediterraneo, in cui rientra il Terzo Valico.

L’opera creerà inoltre un collegamento tra il sistema portuale genovese e la vasta area che comprende Piemonte, Lombardia e Veneto dentro la quale viene movimentato il 50% delle merci nazionali. Come tutte le infrastrutture complesse, il Terzo Valico dei Giovi rappresenta anche una grande opportunità occupazionale: il numero dei lavoratori impegnato nel cantiere raggiunge infatti nei momenti di picco le 2500 persone, destinate a crescere fino a 4500 quando saranno aperti tutti i cantieri.

Riflessioni conclusive affidate al presidente della Fondazione Sorella Natura Roberto Leoni, per il quale << L’impegno per lo sviluppo sostenibile resta il più importante elemento strategico per migliorare la qualità della vita delle persone, generare occupazione e coesione sociale>>.

Un medico catanese studia come fermare le metastasi

Fibroblasti si sono trasformati in metastasi di un tumore al colon dopo essere stati colpiti da vescicole extracellulari derivanti dallo stesso cancro. E’ quanto è riuscito ad ottenere in laboratorio il ricercatore catanese Goffredo Arena, professore associato di chirurgia e patologia all’università McGill di Montreal (Canada).

Uno studio che apre nuovi orizzonti nella lotta ai tumori che potrebbero essere sconfitti intercettando o bloccando l’attività delle “vescicole extracellulari” che fungono da “untrici” nei confronti di cellule sane che vengono “contagiate” e trasformate in cellule tumorali.

 

Il centro di Casini come eterno ritorno del doroteismo.

Non ci siamo. L’idea di Casini, quella di mettere insieme un po’ di ceto politico, da Bruno Tabacci a Mara Carfagna, passando per Carlo Calenda, riporta il dibattito sul “centro” al vecchio gioco degli organigrammi. È un’idea che fa del doroteismo una categoria eterna dello spirito. Non contano i programmi, né la cultura politica di riferimento. Essi appaiono superflui, inutilmente onerosi, al più decorativi. Lo schema di Casini è semplice: i moderati non sono rappresentati, dunque serve un coagulo di vecchi e nuovi “centristi” per attirare il loro consenso.

A seguire questa traccia, la medesima che condusse al fallimento nel 2013 (Scelta Civica) e ancor più nel 2018 (Civica Popolare), si mette in piedi un’operazione che può ambire, nel miglior dei casi, al salvataggio dei profughi del renzismo e del berlusconismo. Il suo valore strategico sarebbe infimo, se non addirittura inesistente. Dove andrebbe, questo “centro” raffazzonato, è presto detto: a stento, smozzicando poche parole d’ordine, si allocherebbe nei piani bassi della politica. Alla resa dei conti, sarebbe la fureria di qualche reparto militare, perciò lontano dallo stato maggiore dell’esercito.

Ora, mentre cresce nel mondo cattolico la riflessione attorno ai grandi temi del presente, l’ombra misera dell’eredità democristiana si restringe a vista d’occhio. Di tale squilibrio si coglie l’effetto negativo. Da un lato si ragiona e si discute, mettendo tanta carne a fuoco, dall’altro ci si limita a balbettare la lezioncina sul ruolo dei moderati. In questo modo, però, resta ingabbiata l’aspirazione a una possibile rinascita del cattolicesimo politico. L’impasse è sotto gli occhi di tutti.

Come uscirne? La domanda corre veloce, fa parte del confronto quotidiano, lascia in sospeso dubbi ed incertezze. Certo, non se ne esce alla maniera di Casini. Anche quando si individua l’esistenza di uno spazio politico, non è la sua occupazione a legittimare di per sé la nascita di un partito. Anzi, di un nuovo partito. Prima vengono le motivazioni politiche, anche capaci di suscitare attese e inquietudini, poi le movenze tattiche e le preoccupazioni contingenti. Il nuovo “centro” non può essere pensato come la sottile cartilagine tra le giunture di uno scheletro politico artificiale. In esso deve operare, per essere un vero “centro”, il lievito della speranza, altrimenti è inutile vagheggiarne il ritorno sulla scena.

I colori di Zeffirelli

È stato un maestro del colore, Franco Zeffirelli. La forma ha avuto il ruolo principale in tutta la sua enorme produzione di regìe teatrali, cinematografiche, operistiche, televisive. È il colore che lo ha fatto ben presto riconoscere universalmente come Grande Artista. E, come moltissimi grandi artisti, Grande Artigiano. Lui, come i maestri del Rinascimento.

La sua estetica, la sua vita – viene prima l’una dell’altra negli artisti – venivano direttamente dalla sua città. Erano la sua città, Firenze. La sua dolcezza di Guelfo gli ha reso facile l’incontro con Gesù di Nazareth e con Francesco d’Assisisi. La sua fede lo ha guidato nella regìa televisiva dell’apertura della Porta Santa, la notte di Natale del 1974. Ultime immagini di un rito che dopo di allora non c’è più stato.

La forza con la quale ha messo in scena, in qualunque scena, le storie che aveva scelto di raccontare era tale che è impossibile dimenticare quel colpo al cuore. Il colore, dunque la passione, erano per lui sfacciatamente padroni del campo, non temendo le mode.  

Ho ancora negli occhi il terzo atto di “Un Ballo in maschera” alla Scala, nel 1972. Ancora sento i brividi e lo spasimo per quei bagliori, quei costumi, quelle figure. Era l’arte di Zeffirelli. Ricerca insaziabile della forma, poetica che non distingue tra classico e moderno, ma vuole trascenderli.

Una volta da lui, sull’Appia Antica, villa elegantissima nonché reggia per poveri, vidi dovunque giovani felici. Nessuno di loro si sentiva un ospite. “Bravi ragazzi, chi ha talento e chi no, chi ha studiato e chi fa il barbiere. Mi dà gioia farli star bene.”

Nel 1994 si candidò con Berlusconi e non a Firenze: in Toscana c’era ancora il senso unico a sinistra, ma a Catania dove la destra vinceva facile. Allora fu chiaro che il vecchio anticomunismo del cattolico Zeffirelli non era stato intaccato e messo in crisi dalle ragioni della storia e dalla caduta del muro di Berlino.

L’antico allievo di Giorgio la Pira era rimasto a San Marco, quel bianco e quel nero accecanti dei domenicani di là. Perché dunque, ci si chiese, scuoterlo dal suo sogno, lui che aveva incantato con i suoi colori milioni di donne e di uomini e chissà quanti vecchi comunisti?

Nella politica l’amore del prossimo è di casa

ari fratelli e sorelle,

saluto cordialmente tutti voi, partecipanti al Convegno Internazionale che si terrà a Caltagirone, città natale del servo di Dio Don Luigi Sturzo, in occasione del Centenario dell’Appello “A tutti gli uomini liberi e forti”. Ringrazio il Comitato Promotore-Scientifico e il Comitato Organizzatore per aver dato vita a questa pregevole iniziativa, unitamente a tutte le Organizzazioni, i Movimenti, le Associazioni, le Istituzioni accademiche e culturali che sono presenti in spirito di collaborazione.

È una felice intuizione onorare “uniti e insieme” un anniversario così importante per la storia d’Italia e d’Europa, rileggendo con un largo e qualificato contributo di idee, di esperienze e di buone prassi i dodici Punti che costituivano il Programma dell’Appello, per risentirne il valore e l’attualità e riaffermare la sua praticabilità tra la gente, attraverso un nuovo dialogo culturale e sociale che sia ispirato, oggi come ieri, “ai saldi principi del cristianesimo”.

In occasione del V Convegno nazionale della Chiesa Italiana, ho sottolineato l’importanza di questo metodo, che sta alla base del grande impegno profuso da Don Luigi Sturzo e dai laici cristiani dell’epoca, prima della formulazione dell’“appello”: «La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media. […] Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà» (Firenze, 10 novembre 2015). Mi pare di poter cogliere nella vostra iniziativa un esaudimento di queste parole e, pertanto, vi incoraggio a proseguire su questa strada in nome della cultura dell’incontro e del dialogo che tanto mi sta a cuore.

Questo centenario ci dà l’occasione di riflettere sulla concezione cristiana della vita sociale e sulla carità nella vita pubblica secondo il pensiero, la vita e le opere del servo di Dio Don Luigi Sturzo. Per il sacerdote di Caltagirone, il compito di informare cristianamente la vita sociale e politica appartiene soprattutto ai laici cristiani che, attraverso il proprio impegno e nella libertà che loro compete in tale ambito, attuano gli insegnamenti sociali della Chiesa, elaborando una sintesi creativa tra fede e storia che trova il suo fulcro nell’amore naturale vivificato dalla grazia divina.

In polemica con quanti sostenevano un dualismo tra etica e politica, tra Vangelo e società umana e limitavano la legge dell’amore alla vita privata, Don Sturzo affermava: «La legge dell’amore non è una legge politica; sta bene in chiesa, sta bene nelle famiglie, sta bene nei rapporti privati. È vero che molti oggi, anche cristianelli annacquati, posano a fieri censori di coloro che si occupano di vita pubblica; e definiscono la politica una sentina di mali, un elemento di corruzione, uno scatenamento di passioni; e quindi da starne lontani; costoro confondono il metodo cattivo con quella che è invece doverosa partecipazione del cittadino alla vita del proprio Paese. Il fare una buona o cattiva politica, dal punto di vista soggettivo di colui che la fa, dipende dalla rettitudine dell’intenzione, dalla bontà dei fini da raggiungere e dai mezzi onesti che si impiegano all’uopo. Così ragionano i cristiani di ogni tempo e di ogni Paese. E con questo spirito, l’amore del prossimo in politica deve stare di casa e non deve essere escluso come un estraneo: né mandato via facendolo saltare dalla finestra, come un intruso. E l’amore del prossimo non consiste nelle parole, né nelle moine: ma nelle opere e nella verità» (da “Il Cittadino di Brescia”, 30 agosto 1925: La vera vita. Sociologia del soprannaturale, Bologna 1943).

La moralizzazione della vita pubblica è legata per Don Sturzo soprattutto a una concezione religiosa della vita, da cui deriva il senso della responsabilità morale e della solidarietà sociale. L’amore è per lui il vero vincolo sociale, il motivo ispiratore di tutta la sua attività. Egli, in modo assai originale, cercò di realizzare una “ortoprassi” cristiana della politica, basata su un corretto rapporto fra etica e vita teologale, tra dimensione spirituale e dimensione sociale.

In questa prospettiva si comprende come Don Luigi Sturzo sia stato definito da San Giovanni Paolo II «infaticabile promotore del messaggio sociale cristiano e appassionato difensore delle libertà civili» (Discorso nell’Università di Palermo, 20 novembre 1982: Insegnamenti V, 3 [1982], 1355). Il mio venerato predecessore ebbe a indicarlo come modello ai seminaristi e ai sacerdoti: « La vita, l’insegnamento e l’esempio di Don Luigi Sturzo – il quale nella piena fedeltà al suo carisma sacerdotale seppe infondere non solo nei siciliani ma nei cattolici italiani il senso del diritto-dovere della partecipazione alla vita politica e sociale, alla luce dell’insegnamento della Chiesa – siano presenti e ispirino il loro apostolato di evangelizzazione e di promozione umana» (Discorso ai Vescovi di Sicilia in Visita “ad Limina Apostolorum”, 11 dicembre 1981: Insegnamenti IV, 2 [1981], 907).

Luigi Sturzo, prima che statista, politico, sociologo e poliedrico letterato, era un sacerdote obbediente alla Chiesa, un uomo di Dio che ha lottato strenuamente per difendere e incarnare gli insegnamenti evangelici, nella sua terra di Sicilia, nei lunghi anni di esilio in Inghilterra e negli Stati Uniti e negli anni ultimi della sua vita a Roma.

Nel suo testamento spirituale, redatto il 7 ottobre del 1958, egli scriveva: «A coloro che mi hanno criticato per la mia attività politica, per il mio amore alla libertà, il mio attaccamento alla democrazia, debbo aggiungere, che a questa vita di battaglie e di tribolazioni non venni di mia volontà, né per desiderio di scopi terreni né di soddisfazioni umane: vi sono arrivato portato dagli eventi». E aggiungeva: «Riconosco le difficoltà di mantenere intatta da passioni umane la vita sacerdotale e Dio sa quanto mi sono state amare le esperienze pratiche di 60 anni di tale vita; ma ho offerto a Dio e tutto indirizzato alla sua gloria e in tutto ho cercato di adempiere al servizio della verità».

Il suo insegnamento e la sua testimonianza di fede non devono essere dimenticati, soprattutto in un tempo in cui è richiesto alla politica di essere lungimirante per affrontare la grave crisi antropologica. Vanno dunque richiamati i punti-cardine dell’antropologia sociale sturziana: il primato della persona sulla società, della società sullo Stato e della morale sulla politica; la centralità della famiglia; la difesa della proprietà con la sua funzione sociale come esigenza di libertà; l’importanza del lavoro come diritto e dovere di ogni uomo; la costruzione di una pace giusta attraverso la creazione di una vera comunità internazionale. Questi valori si basano sul presupposto che il cristianesimo è un messaggio di salvezza che si incarna nella storia, che si rivolge a tutto l’uomo e deve influire positivamente sulla vita morale sia privata che pubblica.

A distanza di cento anni dall’Appello “A tutti gli uomini liberi e forti”, il Convegno che si svolge a Caltagirone rimanda a un impegno creativo e responsabile dei cristiani, chiamati a interpretare i segni dei tempi alla luce del Vangelo, per realizzare una prassi sociale e politica animata dalla fede e vissuta come esigenza intrinseca della carità. Penso soprattutto ai giovani, che vanno adeguatamente coinvolti, perché possano portare nuova passione, nuova competenza, nuovo slancio all’impegno sociale e politico. Con questa speranza, auguro che le vostre giornate di lavoro e di riflessione siano proficue e portino frutti abbondanti e duraturi. A tutti imparto di cuore la mia benedizione, chiedendovi di continuare a pregare per me.

Dal Vaticano, 13 giugno 2019

Gli orizzonti selvaggi della società globale

Fonte http://www.associazionepopolari.it a firma di Giuseppe Ladetto

Ho già fatto riferimento al recente volume di Carlo Calenda Orizzonti selvaggi limitatamente alla sua trattazione delle politiche di immigrazione. Credo sia utile prendere in considerazione, sia pure brevemente per ragioni di spazio, il tema centrale del libro riguardante il bilancio della globalizzazione e le insufficienze con cui la classe dirigente di impronta liberal-progressista ha affrontato il fenomeno. Il libro può essere considerato un’efficace sintesi di quel pensiero che cerca di coniugare tecnocrazia e valori liberal-progressisti.

Dopo 30 anni dall’avvento di quella globalizzazione che avrebbe dovuto condurre a un mondo migliore per tutti, si constata che per noi occidentali molto è andato storto. L’Occidente si è indebolito, il suo peso politico ed economico si è ridotto, i suoi valori sono messi in discussione nel mondo intero, mentre è venuto meno il senso di appartenenza ad un’unica civiltà. L’Europa ne ha seguito la parabola discendente con effetti amplificati: priva di identità, morbida, lenta, consensuale, è l’anello debole dell’Occidente.

Il bilancio economico della globalizzazione vede il successo dei Paesi emergenti che hanno realizzato rilevanti incrementi di reddito, quando invece, nei Paesi “ricchi”, la classe media non ha avuto vantaggi e una sua significativa parte ha visto ridursi il proprio reddito, mentre per i ceti popolari sono aumentate le difficoltà e la precarietà. I Paesi occidentali non hanno saputo rappresentare e proteggere quei cittadini (la maggioranza) che hanno sperimentato un peggioramento delle condizioni di vita.

La responsabilità di quanto è accaduto risale a quella classe dirigente di impronta liberal-progressista che ha dominato la scena della prima fase della globalizzazione. Essa infatti ha raccontato i fatti in modo semplificato e unilaterale: la società della conoscenza e della tecnologia è stata presentata come un secondo avvento; la globalizzazione e il progresso tecnologico sono stati descritti come fatti inevitabili che la politica deve solo assecondare; alla politica è stato richiesto di cedere il passo alla tecnica, mentre la competenza doveva restare l’unico requisito del buon politico. Pertanto, agli esseri umani non resterebbe altro che sottomettersi a leggi considerate oggettive (economiche, scientifiche, tecnologiche, psicologiche ed emotive). Ma, osserva Calenda, tutti costoro non hanno capito che, come la storia dimostra, l’uomo è disposto ad arretrare solo fino ad un certo punto, oltre al quale si ribella.

Mentre i leader progressisti si sono assoggettati alla retorica dell’inevitabile e all’ideologia del futuro, i movimenti populisti si sono affermati perché rivendicano il ruolo della politica nel proteggere i cittadini da quanto viene presentato come un cammino obbligato, e il loro messaggio vince perché è rassicurante e fonte di identità. Tuttavia, rileva Calenda, le loro proposte sono un mix di fuga dalla realtà e di ritorno al passato, tali da non essere realizzabili: i rifugi degli sconfitti (nazione, confini, barriere, dazi) sono trincee fragili ancorché, al momento, offrano una protezione almeno psicologica.

La filosofia liberista ripone le sue speranze per il futuro nella crescita economica senza fine prodotta dalla liberazione delle forze di mercato. Ma il progetto universalistico non ha messo in conto l’importanza per l’uomo della tradizione e della cultura, di cui ha progettato lo sradicamento come premessa allo sviluppo e alla pace. Inoltre ha postulato che, all’aumento della libertà individuale, dovesse corrispondere un progresso culturale e sociale di pari valore, senza fornire agli individui gli strumenti culturali per superare l’alienazione che scaturisce da una tale società.

Grave errore della classe dirigente occidentale è stato il non aver compreso che la transizione verso l’economia globale non poteva essere lasciata ai meccanismi automatici del mercato e alle logiche con cui agiscono il capitale e la finanza. Al contrario, Cina, India, Giappone, Corea e Taiwan hanno ottenuto successi accompagnando con una forte presenza dello Stato una apertura condizionata al mercato globale.

Oggi, anche in Occidente, per correggere la rotta della globalizzazione diventa necessario mutare le politiche interne dei Paesi cambiando il rapporto tra Stato e mercato, tra crescita economica e crescita sociale. Ciò richiede che lo Stato ritorni ad essere forte per proteggere chi perde e per allargare il numero dei vincenti. Qui nasce un primo interrogativo. La critica ai percorsi che caratterizzano il cammino della globalizzazione riguarda solo la gestione della fase di transizione o investe anche lo scenario seguente e la natura stessa dei contenuti e degli obiettivi posti sul lungo termine? La risposta sembrerebbe che la critica vada oltre la fase di transizione, ma non è sufficientemente netta e chiara.

L’analisi della situazione fatta dall’autore è ampiamente condivisibile, mentre si fa più complicata la valutazione dei passi successivi da lui proposti. È facile dire che la sfida da parte dei progressisti non sta nel negare l’evidenza, né le ragioni di chi soffre della condizione in cui si trova a vivere, e di chi ha una giustificata paura, ma consiste nel mettere in campo un progetto per una democrazia liberale in grado di proteggere gli sconfitti e gestire le trasformazioni, restituendo allo Stato la capacità di agire. Bisogna definire una strada percorribile.

Calenda fa molte proposte in tal senso, ma non mancano le lacune e le contraddizioni.

1) Questa seconda fase della globalizzazione, secondo l’autore, va giocata insieme da tutto l’Occidente, realizzando un’alleanza tra i Paesi che coniugano le regole di un mercato equo con alti standard sociali e ambientali, sotto la direzione degli Stati Uniti, la cui leadership è vitale per la liberaldemocrazia. Calenda sembra ignorare la geopolitica. Secondo Lucio Caracciolo, fra gli Stati ci possono essere solo alleanze temporanee dettate da motivazioni geopolitiche: mai da affinità ideologica o dei valori sostenuti. Soprattutto non si può ignorare che, da un secolo, gli USA sono ostili a che in Europa si affermi una qualunque potenza (compreso uno Stato unitario) in grado di limitare la loro leadership planetaria, mentre Calenda auspica la creazione di un’unione politica europea per quanto limitata a un nucleo “carolingio” allargato.

2) Fra il neoliberismo e il sovranismo, viene proposta una terza via che contempla la possibilità di gestire la globalizzazione in modo che porti benefici a tutti, non essendo la globalizzazione una forza naturale impossibile da governare. A tal fine, ci vuole un ruolo attivo dello Stato come investitore sociale per superare le categorie di individualismo e collettivismo, mentre deve diventare un monito per tutti che non c’è nessun diritto senza responsabilità. Per ricreare solidarietà sociale, dopo il declino della tradizione, bisogna tenere ben saldi alcuni “pilastri” alla base di una democrazia liberale vincente: a) avere fiducia nel futuro, ma le aspettative devono trovare riscontro nel presente; b) commisurare la velocità dei cambiamenti alla capacità dei cittadini di comprenderli e di adattarsi ad essi; c) salvaguardare e implementare il capitale sociale che rappresenta il patrimonio più importante; d) bilanciare il rapporto tra l’efficienza (delle soluzioni tecniche) e i principi di equità, giustizia e rappresentanza; e) riconoscere il valore del binomio Stato-Nazione, e ciò anche nel sostegno ai valori culturali.

Rilevo che, malgrado le buone intenzioni, si resta sempre nelle logiche di un riformismo che non va al cuore dei problemi. Anche per Calenda, il turbocapitalismo resta il sistema più efficiente nel produrre ricchezza. Pertanto il suo ruolo resta centrale nel tracciare il cammino dello sviluppo, mentre alla politica rimane il compito, mediante lo strumento dello Stato, di riparare i guasti sociali e ambientali che il cambiamento produce e nel contempo di cercare di redistribuire equamente la ricchezza prodotta. Ma le criticità che connotano il nostro tempo (modificazioni climatiche, esaurimento delle risorse, degrado ambientale, disoccupazione strutturale, divario fra Sud e Nord del pianeta che produce migrazioni incontrollate, ecc.) nascono dalle logiche e dalle modalità produttive del turbocapitalismo, dalla tipologia dei consumi e dei modi di vita da esso determinati e non solo dall’ineguale distribuzione della ricchezza prodotta o dall’insufficienza del welfare nel proteggere i perdenti.

3) La democrazia progressista che viene proposta ha alla base la tutela dei diritti individuali, la libertà economica, e lo Stato di diritto. Deve tuttavia ricercare il punto di equilibrio tra Stato e privato, diritti e doveri, comunità e individuo, efficienza e giustizia, democrazia e governance. Osservo, tuttavia, che il punto di equilibrio ricercato deriva anche dal peso delle spinte diversificate dei vari gruppi di interesse, dei ceti o categorie o classi in cui si articola la società. Calenda dovrebbe dirci su quali componenti della società confida per realizzare l’equilibrio desiderato. Come protagonista, pare guardare alla classe media, a suo dire liberale e progressista per natura, ma, oggi, questa è in crisi, cerca protezione ed è particolarmente arrabbiata contro quell’élite liberale da cui si è sentita abbandonata.

4) Chi vive nel Sud del mondo aspira a raggiungere gli standard di consumi e i modi di vita dei Paesi occidentali, e, a tal fine, chi ne ha i mezzi emigra (o cerca di emigrare) verso di essi. Calenda si rende conto che l’estensione delle modalità di vita degli occidentali al Sud del mondo avrebbe un impatto drammatico sull’ambiente, difficilmente sostenibile; ma poi, nelle proposte che fa, se ne dimentica invocando l’inserimento dei Paesi africani in una sorta di mercato comune che inevitabilmente li condurrebbe a ricercare uno sviluppo sul modello europeo (non più sostenibile già in casa nostra).

5) Secondo Emanuele Severino, il dominio della tecnica comporta il tramonto del capitalismo, della morale, dell’umanesimo, della politica e della democrazia. Calenda non si nasconde tale pericolo, ne discute ampiamente, ma finisce per rimuovere la questione affermando che “il compito della politica è governare l’oggi e preparare il domani e non agire sulla base di costruzioni utopistiche o apocalittiche di un futuro lontanissimo e inconoscibile”. Tuttavia i pericoli insiti in una tecnologia sempre meno sotto controllo non riguardano un futuro lontano, ma (come le modificazioni climatiche) sono già presenti.

6) Calenda riconosce l’importanza della questione ambientale e sottolinea la necessità di uno sviluppo sostenibile, ma, come ho già detto in altro articolo, sembra dare per risolto nel medio periodo il problema delle modificazioni climatiche delle quali sottovaluta la portata. Forse, inconsciamente rifiuta di prendere atto di una realtà che, se affrontata seriamente, metterebbe in crisi quel modello di sviluppo che sta comunque alla base delle sue proposte.

I sovranisti e i populisti propongono soluzioni non realizzabili o comunque inefficaci. È un’affermazione ricorrente difficilmente contestabile Tuttavia è lecito chiedersi se sia realistico e percorribile anche il cammino tracciato nel progetto di Calenda, un progetto riconducibile a quanto pensano gli esponenti del mondo economico e tecnologico ancorché l’autore manifesti particolare attenzione alle problematiche sociali e alla tutela di chi resta indietro.

Prendersi cura della Repubblica

Ogni votazione è un grande esercizio di democrazia. Il 26 maggio scorso oltre 400.000.000 di cittadini in 28 Stati europei hanno eletto il Parlamento europeo. Ma in ogni Paese gli elettori si sono sorbiti una campagna elettorale più concentrata sulla politica interna che sui problemi importanti e urgenti della Unione.

Si è consentita una campagna elettorale di sfida fra i soci del contratto di governo invece di incalzarli sul “cambiamento“. In realtà tutte le forze politiche, anche le più europeiste, si sono dichiarate favorevoli ad una Europa diversa. Come? Tranne i candidati più esperti, i leader dei partiti non si sono espressi sui fondamenti del necessario rinnovamento dell’Unione Europea.

Siamo lontani dal Trattato di Roma del 1958, come dall’Europa pensata a Maastricht e da una concezione dei confini e dei dazi dopo Schengen. C’è Trump che vagheggia una Europa indebolita (leggi visita in Gran Bretagna) e Putin che non vorrebbe la potenza più grande economicamente ai suoi confini. Le merci – e le persone – sono globalizzate veramente e varcano ogni confine. Tocca perciò alle classi dirigenti europee – mi verrebbe da dire soprattutto alle ‘sovraniste’ – costruire un sovranità europea: un fisco uguale (perché non ci siano paradisi fiscali anche nel nostro continente), un esercito comune e quindi una politica estera e di difesa comuni, un sistema bancario veramente europeo. Il Trattato di Lisbona è attuale e utile? Perché non sono stati questi i temi della campagna elettorale europea? Forse i leader non conoscono i dossier. In realtà molti obiettivi di politica interna avrebbero trovato un quadro di riferimento e di potenziamento, per esempio, sul salario minimo, sull’energia, ecc.

Personalmente avevo suggerito candidati esperti e con una qualche legislatura alle spalle, perché voglio contare – sperare!- che mettano la loro competenza al servizio del cambiamento. Per questo sono contraria al limite dei mandati, perché alterano il rapporto con gli elettori. Trattandosi di scelte, in un sistema democratico, non si può sottrarre ai cittadini la volontà di valorizzare – come di censurare- gli eletti. Gli eletti devono far contare di più, a Bruxelles, il Parlamento e la Commissione (è, anch’essa, espressione degli eletti) e ridurre il potere del Consiglio dei capi di Stato e di Governo che fanno valere, coi loro veti incrociati, le politiche nazionalistiche invece che comunitarie. Perché non si è fatto sapere in campagna elettorale se si è favorevoli a far cadere la regola del veto? Comunque, occorre leggere attentamente i risultati registrati.

Mi sembra che, tranne i politologi e i sociologi dei dati, i partiti di opposizione stanno ancora dando sulla voce dei due vicepresidenti del consiglio, piuttosto di cambiare registro e ripetere, ripetere e ripetere la propria visione del futuro, quali le scelte, gli strumenti e i finanziamenti per realizzarle. Chi stava con la gente non aveva bisogno di sondaggi per sapere come sarebbe andata. E vale la pena notare che gli elettori sanno votare… si osservino le differenze dei risultati fra quelli delle elezioni amministrative rispetto a quelli delle europee (per imparare la lezione, il PD aveva già i precedenti di Ancona e di Brescia prima di Firenze e Bergamo). La campagna elettorale mi ha portato a riflettere su tre piani, di metodo, di contenuti e di strumenti. Abbiamo un sistema che ondeggia fra bipolarismo e tripolarismo a causa di una legge elettorale finalizzata alle coalizioni. Sono convinta che la architettura elettorale non sostituisce la politica ma certo può condizionarla. Se si vuole sapere a conclusione dello spoglio delle schede chi governerà serve una diversa legge elettorale, marcatamente maggioritaria.

Inoltre se i Partiti, come indica la Costituzione (art. 49), devono “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” devono mantenere una necessaria dialettica rispetto al Governo. La coincidenza del vertice di partito con quelli di governo appiattisce il lavoro di acculturazione ‘partitica’ dell’elettorato, e interrompe la dialettica necessaria con i corpi sociali intermedi. Altrimenti il Governo fa continuamene campagna elettorale e le opposizioni sono schiacciate sul governo. Un conto è il programma di partito, altro quello di governo, sul quale si forma la maggioranza. Diversamente, si altera anche l’ordinato funzionamento delle istituzioni. Si pensi al Primo Ministro che ha nel governo i capi partito: come potrebbe togliere deleghe a un Ministro che non rispetta competenze e funzioni, ed anzi si comporta in modo da sostituirlo? Si tende a copiare sistemi bipartitici anglosassoni lontani dalla nostra tradizione.

E la somma degli incarichi diminuisce la platea delle persone che diffondono e divulgano informazioni, competenza e testimonianze. Il rapporto e il raccordo coi cittadini prevede molta presenza tra e con gli elettori. La Rete amplia e arricchisce i contatti perché raggiunge i cittadini più attenti, ma non può supplire i contatti esperienziali. Gli elettori il 26 maggio hanno lanciato le loro grida di aiuto. Non si può nè governare il Paese nè guidare un partito senza conoscere i dati. L’ISTAT dal 2017 ha fatto conoscere una condizione di disagio generale francamente inaccettabile. La globalizzazione per gli incapienti ha portato esclusione dal lavoro; il 70% delle famiglie non riesce a risparmiare e circa il 42% non riesce ad affrontare una spesa imprevista.

Anche se non è vero che la immigrazione sottrae lavoro e aumenta la criminalità, il politico deve farsi carico di quale è il sentimento del popolo e, soprattutto, attuare scelte che leniscano un grave scontento, che non è ideologico. I dati statistici sono molto molto preoccupanti e invito a verificarli. Sono vuote le culle? Quali le proposte a favore delle famiglie? Asili nido generalizzati, a tariffe coerenti con gli stipendi e gli orari di lavoro dei genitori. La scuola aperta alla comunità, tempo pieno generalizzato per consentire il lavoro dei genitori, ecc. Urgono le risposte perché serve comunque tempo per vedere i primi risultati. Conosciamo l’angoscia delle famiglie in cui appare il drammatico dilemma “dove mettere” una persona avanti nell’età (genitore o parente) e bisognosa di assistenza continua che non ha nessuno cui affidarsi? Il lavoro: primo e fondamentale diritto. Sta cambiando radicalmente e non è del tutto vero che ogni posto liberato con quota 100 sia occupato da un giovane. Urge prepararli a nuovi lavori. E la quota 100? Approvata senza alcun criterio di gradualità ha consentito a decine di migliaia di medici di uscire dal sistema e saranno i più poveri a rimanere senza assistenza sanitaria… per preparare i medici ci vogliono oltre 10 anni!

Ma la riflessione riguarda tutti i dipendenti pubblici! Abbassare le tasse: a chi? I dati del Ministero delle Finanze combinati con quelli della Agenzia delle Entrate raccontano: su 60 milioni di Italiani pagano le tasse poco più di 5 milioni (con redditi da 30.000 euro in su, il 12,8%). Le pagano tutti i redditi fissi e i pensionati. Il 49% non paga tasse. La vera rivoluzione sociale è combattere evasione ed elusione. Si tratta di furto ai poveri e allo Stato. I contribuenti leali finanziano la sanità, la scuola, le infrastrutture, le pensioni, ecc. per coloro che ne usufruiscono e che lavorano in nero e danneggiano le imprese e i cittadini che sono obbligati a pagare di più. Evasione e lavoro nero andrebbero chiamati col loro nome, ‘peccati sociali’.

Ci attende un gravoso e affascinante compito – per tutti, politici e cittadini – di “prendersi cura della Repubblica” (Mattarella), che è anche prendersi cura dell’Europa. Deve essere rifondata e rinnovata con lo spirito e il sogno dei fondatori. Per ora valgono le regole vigenti; è come un condominio nel quale tutti i condomini, anche controvoglia, devono rispettare il regolamento condominiale.

La polemica eccessiva contro il controllo da parte della Commissione sul nostro bilancio e l’irrisione dello spread lanciano messaggi sbagliati ai cittadini perché sono loro a subire i danni di un condominio ‘disastrato’. Sia il politichese che il linguaggio da bar non aiutano le persone a comprendere, quindi a sapere, per poi giudicare. Lo spread in Francia è intorno al 40% e il debito è molto inferiore a quello italiano, per cui non possiamo paragonarci ai Francesi, mentre forse sarebbe vantaggioso allearci con loro, per cambiare le regole. Sarebbero i nostri alleati naturali, ma i governanti italiani contestano Macron e si alleano con i gilet gialli! Più conoscenza della nostra storia comune ci aiuterebbe a slanci di orgoglio e di attivo civismo.

Cambiamenti climatici: Entro il 2050 circa 143 milioni di persone saranno costrette a spostarsi

Una delle zone più colpite dagli effetti del cambiamento climatico è il Corno d’Africa, dove le persone rischiano di vedere la loro situazione aggravarsi ulteriormente. Paesi dove si stima che più del 40% della popolazione sia malnutrita.

In Somalia la lunga stagione di scarsa pioggia, già sotto la media, seguita da quella secca sta avendo un impatto devastante sulla popolazione. Quest’anno, almeno 1,2 milioni di bambini sotto i cinque anni rischiano gravi forme di malnutrizione. Attualmente 1,7 milioni di persone sono in gravi condizioni di malnutrizione.

In Etiopia, dove circa un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà, la situazione non è molto diversa. Le poche piogge cadute hanno provocato il dimezzamento del bestiame con un aumento dei costi dei cereali e di altri alimenti importanti per la sopravvivenza anche dei bambini. Il risultato è che attualmente 8,1 milioni di persone si trovano sull’orlo di una crisi alimentare, 610mila bambini hanno urgente bisogno di cure per combattere la malnutrizione e gli sfollati sono circa 1 milione.

In Kenya sono almeno 1,1 milioni le persone che non riescono a procurarsi il cibo. Ad oggi, più di 540mila bambini tra i 6 mesi e i 5 anni hanno avuto bisogno di cure contro la malnutrizione acuta grave.

“L’impatto dei cambiamenti climatici ha delle cause dirette sulla scarsità di cibo e acqua, ma ne può avere di devastanti a causa delle emergenze ambientali che ne scaturiscono, come le alluvioni come la recente che ha devastato intere zone del Mozambico. In tali situazioni, i bambini, sono ancora una volta i più vulnerabili, devono abbandonare le proprie case, viene loro spesso precluso l’accesso alla scuola, si ammalano perché costretti a vivere in ambienti insalubri, esposti al rischio di abusi e spesso separati dalle loro famiglie”, ha commentato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children.

MedSeaLitter: plastiche sulla flora marina, un impatto devastante

I risultati del progetto MedSeaLitter sono stati appena illustrati a Roma, nel corso di una giornata dedicata al progetto finanziato con fondi Ue per oltre 2 milioni di euro, realizzato attraverso una rete di collaborazione tra Aree marine protette, supportate da istituti di ricerca, associazioni ambientaliste e università di quattro Paesi dell’Unione (Italia, Spagna, Francia e Grecia), che ha permesso di sviluppare per la prima volta un protocollo condiviso di monitoraggio sui rifiuti marini e i loro effetti nel Mar Mediterraneo. Le rilevazioni effettuate con un drone hanno permesso poi consentito di registrare sottocosta una densità di oggetti che varia da 34 a 40 elementi ogni chilometro quadrato. Questi dati emergono dall’analisi di oltre 4.700 immagini registrate ad una quota variabile che va da 20 a 65 metri sul livello del mare.

Gli oggetti galleggianti più frequenti provengono dal settore pesca e da quello legato al cibo: il 23% sono cassette di polistirolo, il 16% bottiglie di plastica, il 15 frammenti di oggetti non riconoscibili, il 13 % buste di plastica e l’11% frammenti di polistirolo. Il progetto ha messo a punto anche metodologie di analisi dei contenuti stomacali del biota per verificare la presenza di microframmenti di plastica grazie alle attività dei partner di MedSeaLitter in collaborazione con i centri di recupero tartarughe marine e le reti di monitoraggio degli spiaggiamenti. Anche questa metodologia viene messa ora a disposizione delle Aree marine protette.

Per le rilevazioni sono stati oltre 20.000 i chilometri di transetti di mare percorsi, di cui circa 1.600 con piccole e medie imbarcazioni e quasi 19.000 chilometri con grandi imbarcazioni (traghetto); 6.500 gli oggetti galleggianti registrati (tra il 13 e il 25%) e i rifiuti dovuti ad attività umane (tra il 75 e l’87%), di cui la maggior parte (tra l’80 e il 90%) composto da polimeri artificiali (plastica), mentre il restante è composto da carta (circa 3%), e poi vetro, metallo e tessuti. I monitoraggi per testare la metodologia di osservazione dei rifiuti sono stati effettuati nel periodo che va da febbraio 2017 a dicembre 2018 nel Mediterraneo (Costa spagnola, Golfo del Leone, Amp Capo Carbonara, lungo transetti transfrontalieri in Mar Ligure, Mar di Sardegna-Baleari, Mar Tirreno, Canale di Sardegna e Sicilia, Mar Adriatico e Ionio). Nello specifico, in alto mare tramite traghetto, sono stati percorsi oltre 23.500 chilometri (per un totale di 2.088 chilometri quadrati) su rotte che percorrono il Mediterraneo (Ancona-Patrasso, Civitavecchia-Barcellona, Livorno-Bastia, Palermo-Tunisi, Tolone-Ajaccio, Tolone-Ile Rouse, Cagliari-Palermo) e sono stati registrati 4.859 rifiuti con dimensioni maggiori di 20 cm, con una densità media variabile da 1 a 10 rifiuti ogni chilometro quadrato percorso.

Lungo la costa invece, i monitoraggi sono stati effettuati con piccole o medie imbarcazioni dalle quali è possibile avvistare anche i rifiuti di minori dimensioni. Sugli oltre 1.600 chilometri percorsi sono stati avvistati 1.415 rifiuti con dimensione maggiore di 2,5 cm, per una densità che, secondo le stime, può arrivare sino a 600 oggetti per chilometro quadro di mare. Il monitoraggio ha riguardato anche i rifiuti galleggianti alla foce del fiume Tevere. In questo caso, durante l’anno di osservazioni sono stati registrati 1.442 oggetti, con una media che varia da 76 a 95 oggetti all’ora, di cui l’85% con dimensione compresa tra 2,5 e 20 cm e il restante superiore a 20 centimetri. La comparazione tra i dati relativi agli oggetti maggiori di 20 centimetri in zone di alto mare, con quelli costieri e alla foce di un corso d’acqua come il Tevere conferma un gradiente che aumenta andando sottocosta fino alla foce dei fiumi, dimostrando che le foci sono gli input principali della dispersione dei rifiuti in mare e che le azioni di mitigazione devono considerare anche le aree dell’entroterra e non solo quelle costiere.

MedSeaLitter è un progetto europeo cofinanziato dal Programma Interreg Med, guidato dal Parco nazionale delle Cinque Terre, che vede collaborare Ispra (Italia), Università di Barcellona (Spagna), Università di Valencia (Spagna), Medasset (Grecia), Hellenic Centre for Marine Research (Grecia), Area marina protetta di Capo Carbonara (Italia), Ecole Pratique des Haute Etudes (Francia), EcoOcean (Francia) e Legambiente (Italia).

Nella sanità del Lazio si apre una grande stagione di concorsi

Nei primi sei mesi del 2019 la Regione Lazio ha avviato le procedure per reclutare 1.904 unità di personale che entrano in servizio nel Sistema sanitario regionale. Di queste 702 unità derivano dalla mobilità nazionale sono cioè medici ed infermieri che a causa del blocco del turn over erano andati in altre regioni e ora possono tornare nel Lazio e i restanti 996 da procedure concorsuali. Nello specifico si tratta di 851 unità tra medici e sanitari e di 1.053 unità del comparto.

 “Stiamo facendo fatti e non parole mettendo in campo uno sforzo straordinario per implementare gli organici e garantire l’assistenza sanitaria del territorio. Nel Lazio si è aperta una grande stagione caratterizzata da concorsi, stabilizzazioni e grandi investimenti infrastrutturali”- parole di Alessio D’Amato, assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria.

Mattarella, il garante di tutti.

Già pubblicato su Huffingtonpost

Ci sono fasi storiche dove la presenza di una figura istituzionale autorevole è semplicemente il riferimento di tutti gli italiani. Di norma, e nelle stagioni politiche più complesse, il punto di riferimento per moltissimi cittadini, a prescindere dalle loro appartenenze politiche e culturali, è stato il Presidente della Repubblica. Certo, molto dipendeva dalla personalità, dal profilo e dal contesto storico con cui si doveva convivere.

Ma, per fermarsi all’oggi, è indubbio che il magistero politico ed istituzionale di Sergio Mattarella in questi anni si è contraddistinto non solo per la sua fedeltà costituzionale ma si è caratterizzato anche e soprattutto per la sua autorevolezza morale ed istituzionale. La sua imparzialità non è mai stato un atto d’ufficio o un semplice atto protocollare ma una esperienza vissuta concretamente nell’esercizio del suo mandato. Del resto, e al di là degli indici di gradimento che vengono sfornati dai vari sondaggisti, è sufficientemente noto che Mattarella in questi anni ha saputo diventare, con il suo stile sobrio e con il suo rigore istituzionale, il punto di riferimento per la larghissima maggioranza degli italiani. E questo è un aspetto importante soprattutto nella fasi storiche che registrano – o auspicano – un profondo cambiamento politico e di costume.

Periodicamente si cerca, però, attraverso escamotage vari, di offuscare questo ruolo e questa funzione. Ma l’intransigenza morale e istituzionale del Presidente della Repubblica sono, al riguardo, semplicemente esemplari e qualunque polemica è del tutto fuori luogo. Soprattutto in questa fase politica turbolenta e confusa. È a tutti noto, del resto, che assistiamo ad una contrapposizione politica e ad una radicalizzazione che ha contribuito a riportare indietro di molti anni le lancette di una fisiologica e legittima dialettica democratica. Una contrapposizione che ricorda quella stagione antica degli “opposti estremismi” che aveva come unico obiettivo quello di annientare non l’avversario ma il nemico politico. Altroché la stagione del “confronto” e del “dialogo” tra i vari partiti che ha caratterizzato altre stagioni politiche. Comunque sia, è proprio in un contesto come quello che viviamo ormai da molti anni che si rende necessaria e preziosa la presenza di figure, o di una figura nel caso specifico, che sappia essere punto di riferimento per tutti. A prescindere, appunto, dalla stesse e radicali appartenenze politiche, ideologiche, culturali e territoriali. Certo, molti auspicano un quadro politico che sia meno esposto al vento dell’instabilità permanente e della crescente radicalizzazione tra i vari attori in campo. Ma questa speranza, seppur da molti auspicata, finisce per cozzare contro gli orientamenti elettorali degli italiani che premiano, per il momento, soluzioni che hanno come epilogo quello di destabilizzare ultimamente lo stesso quadro politico.

Tuttavia, un sistema politico-istituzionale regge nella misura in cui i nodi vengono sciolti anche attraverso l’autorevolezza e la statura di chi rappresenta la più alta carica istituzionale. E, sotto questo profilo, dalla sua elezione ad oggi, questo ruolo è stato assolto con sobrietà, equilibrio e senso delle istituzioni dal Presidente Sergio Mattarella.

 

A Caltagirone, nel segno di Sturzo, per essere ”portatori sani di laicità”. Intervista a Salvatore Martinez

Articolo già apparso sulle pagine di www.politicainsieme.com

Tre giorni intensi a Caltagiorne, in occasione del centenario dell’Appello ai liberi e forti di don Luigi Sturzo. Animatore dell’iniziativa Salvatore Martinez che ci ha rilasciato la seguente intervista.

D) 100 anni dall’Appello ai liberi e forti. Molto è cambiato, eppure l’elaborazione sturziana resta valida nel metodo e in molti suoi contenuti

Martinez: L’Appello ai liberi e forti rappresenta un’affermazione ragionevole e vitale dell’identità cristiana; una felice sintesi di “realismo e personalismo cristiano” che caratterizzò, in modo esemplare ed eroico, la testimonianza del servo di Dio don Luigi Sturzo.

L’Appello palesa un modo concreto ed efficace di essere laici, “portatori sani” di laicità nella storia; indica la possibilità di essere socialmente organizzati per rendere politicamente agibili i grandi valori del Cristianesimo. Si legge, infatti, nell’Appello: «Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia».

Dodici sono i punti del Programma che esplicitano l’Appello; uno dopo l’altro mostrano ancora oggi lungimiranza politica e spirito profetico, una compiuta visione dello Stato e della società, un rimando concreto alla vita della gente e ai bisogni primari di una comunità civile.

A Caltagirone, nei giorni 14 – 16 giugno riproponiamo l’attualità di questo Programma, riaffermando il “metodo sturziano” della corresponsabilità sociale; di fatto, quanto già suggerito da Papa Francesco a Firenze, in occasione del V Convegno nazionale della Chiesa Italiana: “La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media… Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà” (Cattedrale di Firenze, 10 novembre 2015).

Le principali Organizzazioni, Movimenti, Associazioni, Istituzioni accademiche e culturali d’ispirazione cristiana si ritrovano a Caltagirone all’insegna del motto sturziano “uniti e insieme” nel desiderio di dare nuova cittadinanza a quell’umanesimo ordinato secondo lo spirito cristiano, fortemente voluto e testimoniato dal prete di Caltagirone. Il monito è ancora forte, ripreso lapidariamente anche da Papa Francesco: «I credenti sono cittadini!». L’Appello è un invito a essere laici e laici cristiani; un invito concreto ed efficace, paradossale e profetico a essere “portatori sani” di laicità nella storia. Parole che indicano, cento anni fa come oggi, la possibilità di essere socialmente organizzati per rendere politicamente agibili i grandi valori del Cristianesimo.

D) Chiara in Sturzo la distinzione tra i diversi livelli in cui è immerso il cristiano. In qualche modo lo si può vedere  anticipatore del Concilio Vaticano II nell’affrontare la questione del laico parte integrale della Chiesa e, al tempo stesso, pienamente coinvolto nelle cose del mondo?

 Martinez: Per cogliere l’attualità dell’Appello, occorre ricordare che don Luigi Sturzo aggettivava “cristiana” la democrazia nel senso che la delineava in nome di principi saldi, eticamente validi, spiritualmente stringenti, al fine di contenere il dilagare dell’immoralità pubblica; dunque, dell’individualismo, dell’elitarismo, della dimenticanza dei poveri, in definitiva di tutto ciò che poteva discendere dall’esercizio del “potere” in luogo del “servizio”, con tutte le ingiustizie sociali che ne conseguono.

Scriveva don Sturzo: “Anche nella vita pubblica è necessario creare o ricreare l’atmosfera della moralità cristiana, e questo non può essere fatto che dai veri cristiani. Se questi, invece di cooperare, si tengono in disparte per paura della «politica» (quante volte nella mia vita ho sentito pronunciare questa parola con un senso di disgusto, non so se per ignoranza, fariseismo, egoismo, pigrizia o peggio), allora partecipano direttamente o indirettamente alla corruzione della vita pubblica, mancano negativamente o positivamente al loro dovere di carità e, in certi casi, anche di giustizia (in “Problemi spirituali…”, pag. 82).

Il pericolo peggiore che sta attraversando il nostro Paese è l’assuefazione del popolo di fronte al dilagare dell’immoralità. É paradossale che l’insensibilità al male, l’arrendevolezza dinanzi ai mali sociali che denigrano la dignità della persona e mortificano il valore della stessa comunità umana, si vadano giustificando con l’idea che sia sinonimo di modernità una vita pubblica moralmente inquinata, in cui è vera libertà l’autonomia da ogni legge morale o da ogni verità, con l’affermarsi del bene individuale sul bene comune, della forza sino alla prepotenza di pochi sulle debolezze di molti.

Chi pone rimedio a questi squilibri? Cosa fanno i laici cristiani in questa ora, non meno complessa e contrastata di cento anni fa? C’è, talvolta, tra noi, una sorta di complesso d’inferiorità dinanzi al male che si accanisce sulla storia. Si vorrebbe una sorta di cristianesimo svilito, diluito, banalizzato, anonimo. Ebbene, come ha scritto un celebre martire cristiano evangelico del Novecento, il pastore Dietrich Bonhoeffer, «noi cristiani dobbiamo tornare all’aria aperta; dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale con il mondo» (* in “Resistenza e Resa”).

Spetta ai laici cristiani elaborare una sintesi creativa fra fede e storia, tra fede e cultura, tra fede e carità, tra fede e servizio; una sintesi che trovi il suo fulcro nell’amore, che renda l’uomo capace di resistere al male e di vincere il male con il bene.

La fede non è una teoria; è una via, quindi una prassi, meglio un insieme di buone prassi. Tra il nostro “essere cristiani in questo mondo” ed “essere uomini e donne in questo mondo senza essere del mondo” non potrà mai esserci coincidenza: ed ecco il nostro permanente soffrire, il disagio della coscienza, il prezzo della coerenza, di una fede che è autenticata dalla sua immersione nella vita sociale e politica di un popolo.

La missione non è cambiata, è la stessa di sempre. “Dall’idea al fatto” (diceva Sturzo), potremmo ridire dagli ideali alle buone pratiche, dai principi alla loro attuazione. Una missione suffragata oggi da un grande bisogno di trasparenza, di partecipazione, di corresponsabilità: istanze che emergono impetuose dalla gente; voci che invocano aiuto e che anche nella protesta, nell’antipolitica, nella scelta di seguire la logica del “male minore” ribadiscono, in fondo, l’urgenza di una democrazia che torni ad essere “popolare”, soprattutto nel rapporto tra i “decisori” e i “destinatari” della vita politica.

D) Come valuta il dibattito che si è sviluppato da gennaio in avanti sul messaggio sturziano alla luce dei 25 anni di diaspora in cui siamo stati immersi? Ha notato un clima nuovo?

Martinez: Occorre intanto ribadire, ed è la buona notizia spesso taciuta, che l’Italia può ancora contare più di ogni altro Paese al mondo su una società civile ricca di fermenti ideali, religiosi, culturali, economici: reti sociali, movimenti, associazioni, fondazioni, comunità. Sono una straordinaria forza “prepolitica”, capace di riaffermare ideali e valori in modo concreto e di tradurli in buone prassi; sono la dimostrazione tangibile che l’umanesimo cristiano non ha ancora trovato alternative vincenti capaci di rispondere ai bisogni essenziali dell’uomo e di rispondere alle domande fondamentali che riguardano la vita e una vita che sia veramente umana.

Occorre, più di ieri, procedere “uniti e insieme”, come diceva lo stesso don Sturzo.

È vero che dinanzi alla crisi di rappresentanza politica, di classi dirigente, di leadership, alcuni sono passati dalla proposta alla protesta; altri si sono chiusi nell’indifferenza, protesi a salvaguardare le piccole rendite di posizione. Si sono registrate contrapposizioni anche in nome della comune fede che professiamo, finanche divisioni nell’obbedienza a quel Magistero spirituale e sociale di cui tutti noi siamo figli ed espressioni, ciascuno dove è posto e opera ed è chiamato ad essere testimone.

È però finita la stagione dei “cattolicesimi di destra, di centro e di sinistra”; è finito il dualismo tra cattolicesimo popolare e cattolicesimo democratico o tra cattolicesimo pneumatologico e cattolicesimo sociologico. Nel tempo delle “vacche magre” nel quale viviamo e come diretta conseguenza della perdita dell’identità nelle nostre comunità, occorre rifare il tessuto cristiano della nostra società, ridefinire un progetto ancor prima che un programma che ridia slancio profetico alla nostra tradizione, a quell’umanesimo cristiano che rimane il più potente strumento di trasformazione e di progresso, il migliore alleato di un futuro giusto per l’uomo, per ogni uomo, a partire o dalla sua dignità sempre integrale e trascendente.

Il clima è nuovo; sicuramente più sereno. Non mancano i nostalgici o coloro che pensano di avere “la ricetta” in tasca. Serve un nuovo discernimento comunitario, serve studio e fraternità, serve definire con competenza e compassione un nuovo impegno, che sia prima culturale e poi sociale e politico.

D) La questione partito si, partito no…

Martinez: San Giovanni Paolo II insegnava che “nel tempo della crisi i capi non s’improvvisano; occorrono tempi lunghi e severità d’impegno”. Non mi sembrano mature le condizioni per parlare di un nuovo partito, a condizione che non lo si voglia stampella di altri partiti oggi maggioritari. Per ritrovare fiducia e consistenza nella proposta e nel consenso, occorre ancora lavorare dal basso, in mezzo alla gente, ristabilendo un nuovo dialogo, esprimendo una prossimità che si è perduta fino a spingere molti a cercare altri interlocutori. I leader non nascono dai libri o nei convegni; direbbe Papa Francesco devono avere “l’odore delle pecore”, dunque il sudore e le lacrime del popolo che s’impegnano a servire. E servono giovani, una nuova generazione, formata, appassionata, tecnicamente preparata, ben guidata da padri.

Moretton: Zingaretti ramazzerà i renziani?

È il giorno del PD, mentre tutti magari inseguono le vicende Governo-Europa. Ma non c’è alcun dubbio che la parte più squisita consegnataci oggi, è la riflessione sullo stato di salute del Partito Democratico.

Non si tratta di una vicenda scabrosa come quella capitata alla Presidente della Regione Umbria, né le vicende Calabresi, bensì qualcosa di molto più profondo. Infatti, il Segretario pidino è ammutolito, fa pigolare qualche vecchio compagno, ma la cortina del riserbo sembra granitica.

Mai fino ad ora, i partiti del centro sinistra, e questo vale anche per le compagini del centro destra, si erano spinti a tanto. Eppure è capitato. La delicatezza del caso fa pensare a qualcosa di molto scabroso.

Per ritornare alla storia, a decidere il destino dei giudici nell’epoca fascista, ci pensava la politica. Chi mettere qui, chi mettere là, chi togliere, chi promuovere. Insomma, fare il cattivo e bel tempo secondo le ragioni assolutamente politiche. La giustizia serva della politica.

La modernità sorge con la netta distinzione e l’invalicabile autonomia dei tre poteri dello Stato: politico, giudiziario, parlamentare. Mettere a repentaglio l’indipendenza di ciascuno di questi, significa cancellare le grandi conquiste democratiche da più di duecento anni a questa parte.

Cosa ha fatto Lotti? Perché quella cena? Sicuramente una serata in un ristorante tra personaggi di quella portata non è certo servita a disquisire sulla biennale di Venezia, sulle ultime ricerche di fisica quantistica, né se era giusto o non premiare l’ultimo libro al Campiello.

Tutti quanti sappiamo ben immaginare il senso di quel incontro. Un convivio all’insegna di una probabile relazione tra volontà politica ed espressione giudiziaria.

L’ulteriore domanda che pongo a voi tutti, è la seguente: Lotti gustava quel vino e quella saporita carne o pesce, in quel banchetto a nome del tutto personale o lo faceva come esponente del Pd? Non avrete sicuramente dubbio nel dare preminenza alla seconda via, vero? Lotti non era un semplice cittadino, era un alto esponente del Pd, si dice fosse pure il braccio destro di Renzi e, ve lo confesso, non ho studiato dettagliatamente le date, se all’epoca fosse pure Ministro della nostra Repubblica. Indagherò, fatelo anche voi.

Siamo di fronte a un fenomeno sconcertante. Pensate cosa ha combinato quel sodalizio. Del resto, per quel che so, leggendo i giornali, sembrerebbe ci sia stato anche un tentativo di coinvolgimento del Quirinale. Che bufera e che guazzabuglio.

L’organo più autorevole della magistratura, reso gracile e incerto. Peggio di così, mai.

Nemmeno le leggi ad personam di vecchia memoria – penso a Berlusconi – possono essere comparabili con quanto emerge da questo insofferente ginepraio democratico.

Voglio proprio vedere cosa scrivono e come commentano quelli del Pd, che so e che qualche anno fa sparavano ad alzo zero sulle persone che erano semplicemente informate su qualche indagine minore, se non del tutto marginale indagine. Sono convinto che questi staranno zitti e dimostreranno una profonda malafede politica.

Il seppur mediocre risultato alle europee mostrava una leggera ripresa, dopo il tracollo del ’18 (18%), oggi sembra essere irrimediabilmente raffreddato da quello che tutti sorprendentemente scopriamo.

A meno che, Zingaretti, non decida di espellere dal Pd tutta la Segreteria di Renzi – quinquennio 2013/2018 – in modo tale che così dimostri al Paese che il suo Pd non ha più niente da fare con i responsabili del fatto di cui abbiamo trattato.

L’Occidente e la Russia: Perchè non ci si comprende?

Pubblichiamo l’abstract dell’Articolo che appare sull’ultimo numero dell’autorevole rivista dei Gesuiti “la civiltà cattolica” a firma di Vladimir Pachkov

Il contesto dell’articolo. Quello che sta accadendo oggi tra Occidente e Russia viene a volte definito come «nuova Guerra fredda». In effetti, l’ex Urss appare tornata a essere, come nel XIX secolo, un bastione del conserva­torismo ed è oggi la nazione che si oppone all’ideologia dominante in Occidente. La transizione dalla modernità alla postmodernità, che in Europa e negli Stati Uniti è avvenuta tra gli anni Sessanta e Ottan­ta del XX secolo, in Russia è arrivata con la perestrojka, ma è stata infatti rapidamente respinta. Anche per questo, spiega l’articolo, la Russia viene addirittura vi­sta come forza trainante che sta dietro i movimenti nazionalistici in Europa. 

Perché l’articolo è importante?

L’articolo del nostro corrispondente da Mosca – facendo riferimento anche alle tesi del filosofo tedesco Hauke Ritz e attraverso una ricostruzione storica dei rapporti tra cultura europea e russa – spiega perché gli appartenenti all’attuale élite, e in particolare Putin, si ritengono i «veri europei» e custodi della civiltà europea, contro il disfacimento delle identità collettive. Essi dichiarano di voler rafforzare i «valori tradizionali» della famiglia, della religione e del patriot­tismo, sostituiti in Occidente dai «valori postmoderni» e dal multiculturalismo. E questo deve essere preso in considerazione, se si vogliono capire le contraddizioni nella Russia stessa e nei suoi rapporti con l’Occidente. 

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • È davvero possibile affermare che tra Occi­dente e Russia si stia vivendo un’«era glaciale», una nuova Guerra fredda? Ma quale ne è il motivo?
  • È solo una questione di interessi e rivendicazioni di potere, o ci sono problemi più profondi?
  • Inoltre, in che senso la Rus­sia può davvero considerarsi la «vera Europa»? E davvero Putin è «il vero europeo», come vuole apparire agli occhi dei movimenti conservatori in Europa? O per il Cremlino il riferimento ai valori tradizionali europei è solo retorica?

Per leggere l’articolo integrale clicca qui 

Ricordo del cardinale Joseph-Albert Malula

Tratto dall’edizione di Venerdì 14 giugno dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Il 14 giugno del 1987 si spegneva a Bruxelles, all’età di 72 anni, il cardinale Joseph-Albert Malula, compianto arcivescovo di Kinshasa. Figura emblematica della Chiesa congolese, fu un protagonista esemplare e coraggioso della storia africana del ‘900, le cui iniziative, prese di posizione e scelte pastorali suscitarono una profonda eco in tutto il continente. Dalla partecipazione al concilio Vaticano II, alla promozione dell’inculturazione del messaggio evangelico in Africa; dall’attenzione nei confronti della vita spirituale e la liturgia, alla difesa dei diritti umani e alla promozione del laicato, il cardinale Malula fu sempre in prima linea, a fianco dei poveri, esprimendo col cuore e con la mente, sia una notevole capacità di discernimento sia grande coraggio nell’esercitare la profezia.

Nato il 17 dicembre 1917 a Léopoldville, l’attuale Kinshasa, l’abbé Joseph-Albert Malula venne ordinato sacerdote il 9 giugno 1946, distinguendosi per l’indole carismatica che lo rese capace di esprimere con disinvoltura le virtù umane e cristiane, unitamente a una notevole statura intellettuale. Il 22 settembre del 1959, sotto il pontificato di Giovanni XXIII, fu consacrato vescovo, con il titolo della sede di Attanasus, per svolgere il ministero episcopale a Léopoldville come ausiliare. In quella occasione pronunciò un celebre discorso in cui prese coraggiosamente posizione a favore di «una Chiesa congolese in uno Stato congolese». Fu il preludio di ciò che avverrà poco dopo con l’indipendenza dal Belgio, il 30 giugno 1960, e la successiva enunciazione di un tema che i politici del tempo ripresero, distorcendone il senso, dieci anni dopo, sotto la bandiera dell’autenticità zairese. Nel frattempo, a seguito dell’annuncio, da parte di Papa Roncalli, del concilio Vaticano II, venne istituita, il 6 giugno 1960, una commissione liturgica, presieduta dal cardinale Gaetano Cicognani, di cui fece parte anche monsignor Malula. Egli si distinse in particolare nel vivace dibattito liturgico, soprattutto sulla questione del latino e dell’uso delle lingue volgari. Il 4 dicembre 1963, i padri del concilio votarono la Costituzione Sacrosanctum Concilium: tra i 2.147 voti a favore (su un totale di 2.152 votanti) ci fu anche quello del presule congolese. Nel corso dell’assise conciliare, l’allora monsignor Malula non perse mai occasione di manifestare l’esigenza di un riconoscimento della dignità delle giovani Chiese africane. E l’esperienza del Vaticano II entrò così fortemente nel suo vissuto personale che egli ne divenne un autentico paladino, sia per quanto concerne il rinnovato impianto ecclesiologico (Lumen gentium e Gaudium et spes), come anche per quello missiologico (Ad gentes), seguendo poi scrupolosamente le fasi attuative del dettato conciliare nel vastissimo continente africano.

Il 28 aprile 1969, Papa Paolo VI lo creò cardinale. A Kinshasa fu davvero festa grande, trattandosi di un riconoscimento non solo nei confronti del vescovo, ma dell’intera Chiesa congolese e del suo paese, l’ex Congo Belga. Il 27 ottobre del 1971 questa giovane nazione dell’Africa occidentale venne ribattezzata Repubblica dello Zaire per volere dell’allora presidente Mobutu Sese Seko. E il regime di Kinshasa annunciò la volontà di adottare una politica all’insegna dell’autenticità, imponendo pesanti restrizioni sui diritti civili. Si trattò di un’iniziativa dalla forte valenza ideologica che intendeva recidere ogni forma di legame con il passato coloniale, imponendo, ad esempio, l’abbandono dei nomi cristiani. In quel frangente la tensione tra Stato e Chiesa crebbe a dismisura col risultato che l’arcivescovo di Kinshasa venne costretto all’esilio in Vaticano per cinque mesi. Eppure, nonostante il porporato fosse inviso al regime, riuscì pazientemente a tessere un rapporto dialogico tra la Santa Sede e il governo di Mobutu, al punto che non solo gli vennero riconfermati i suoi diritti, ma si crearono addirittura le condizioni per accogliere, in ben due circostanze, Papa Giovanni Paolo II nello Zaire: la prima del 1980 e la seconda nel 1985.

Una delle note caratteristiche del cardinale Malula, fu la sua spiritualità incentrata nella fede in Gesù Cristo. Un indirizzo dell’anima che gli impresse — in quanto cristiano, diacono, prete, vescovo ausiliare, arcivescovo e cardinale — la forza di percorrere la sua strada fino in fondo, fino al dono totale di sé. La sua personalità venne dunque forgiata da un’autentica e dinamica vita interiore, attraverso la quale coniugò le istanze dello spirito cristiano con le sfide del suo popolo. E fu proprio questa “esistenza secondo lo Spirito” che gli consentì d’innescare e promuovere l’africanizzazione della Chiesa affidatagli dalla Provvidenza, in termini di autentica incarnazione della Parola di Dio nella Storia umana.

Il “rito” zairese da lui promosso fu esemplare. Va ricordato che, già diversi anni prima del concilio Vaticano II, il cardinale Malula aveva rilevato l’importanza e l’urgenza dell’inculturazione della fede. Un’operazione questa estremamente impegnativa che diventò missione, nel vero senso della parola, sviluppandosi nel suo animo con un crescendo d’emozioni e convinzioni, soprattutto dopo la partecipazione all’assise conciliare. Sia nelle prediche, come anche nei suoi scritti, avvertì il bisogno di parlare di una “Nuova evangelizzazione” che vedesse come protagonisti i laici, in forza della loro consacrazione battesimale. Fu un tenace sostenitore della “mystique de la christification” (“la mistica della cristificazione”, una congiunzione del suo essere africano con l’imitazione di Cristo, per cui, parafrasando l’apostolo Paolo, arrivò alla conclusione che «Per me vivere è Cristo!» (Filippesi 1, 21). Non a caso, in uno dei suoi scritti, oggi accessibile nell’Oeuvres completès du Cardinal Malula, egli affermò convintamente che «Il concilio insiste sull’essenziale di tutta la santità cristiana: la carità di cui il Signore ha fatto il più grande comandamento…». E lui ne fu davvero testimone.

Al via la vacanza di Sant’Egidio

Parte la vacanza alternativa di chi sceglie di passare una o più settimane insieme a chi non avrebbe avuto la possibilità di farlo. E dimostra che esiste un’Italia generosa e solidale. Perché anche l’estate – e non solo l’inverno per il freddo – è per molti poveri un momento difficile: il caldo intenso, la diminuzione delle occasioni di incontro nelle città che si svuotano, i servizi ridotti, accentuano l’isolamento e divengono un vero fattore di rischio anche per la salute di molti tra loro. Soprattutto per i più fragili, l’estate non è sinonimo di vacanza, ma di solitudine. Un fenomeno in crescita, che riguarda soprattutto gli anziani, considerando che sono milioni gli italiani over 65 che non si allontanano da casa nemmeno per un giorno durante i mesi estivi.

Per questo, durante l’estate, in tutte le città italiane dove è presente, la Comunità di Sant’Egidio non interrompe la sua presenza accanto ai poveri, mantenendo aperte le mense e i centri di aiuto, ma propone anche delle vere e proprie vacanze con chi accompagna durante tutto l’anno: una settimana al lago, al mare, in collina, in montagna, in modo autogestito e autofinanziato. Un’occasione non solo per allontanarsi dal caldo delle città ma anche per uscire dalla solitudine, incontrare gli altri e far crescere l’amicizia. Si tratta di una vera e propria vacanza: i volontari, giovani e adulti, a volte con le loro famiglie, trascorrono questi giorni con i bambini delle Scuole della Pace (minori in difficoltà delle periferie), gli anziani, le persone con disabilità, i senza dimora e i migranti, tra i quali anche alcuni venuti con i corridoi umanitari. E’ la vacanza alternativa e solidale che ci piace e che vede crescere ogni anno l’adesione dei volontari che intendono viverla con il loro impegno libero e gratuito.


A queste iniziative si affianca, tra la fine di luglio e inizio di settembre, la Summer School of Peace, che coinvolgerà in attività di sostegno scolastico ed educativo 80 bambini rom di Roma, passo fondamentale per la loro inclusione sociale, resa possibile grazie a una rete di centinaia giovani di tutta Italia che si alterneranno durante le vacanze.
 

Infine decine di studenti universitari di varie città italiane trascorreranno alcune settimane in Africa, impegnati in missioni di solidarietà, nell’ambito del programma DREAM per la cura dell’AIDS e delle distribuzioni di aiuti alle popolazioni del Malawi e del Mozambico, colpite il marzo scorso dal ciclone Idai.

L’Inflazione frena

Nel mese di maggio 2019, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registri una variazione nulla rispetto al mese precedente e aumenti dello 0,8% su base annua (era +1,1% ad aprile); la stima preliminare era +0,9%.

La decelerazione è principalmente dovuta alla dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da +2,8% di aprile a +1,6%), dei Beni energetici non regolamentati (da +3,7% a +2,4%) e, in misura minore, dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +1,6% a +1,0%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici decelerano entrambe di due decimi di punto, rispettivamente da +0,6% a +0,4% e da +0,7% a +0,5%.

La variazione congiunturale nulla dell’indice generale è la sintesi di dinamiche opposte: da un lato la crescita dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati (+1,8%) e dei Beni energetici non regolamentati (+0,8%), dall’altro il calo dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-0,5%).

L’inflazione decelera sia per i beni (da +0,9% a +0,8%) sia, in misura più ampia, per i servizi (da +1,3% a +0,8%); pertanto rispetto al mese di aprile il differenziale inflazionistico è nullo (da +0,4 del mese precedente).

L’inflazione acquisita per il 2019 è +0,6% per l’indice generale e +0,3% per la componente di fondo.

Per i Beni alimentari, per la cura della casa e della persona l’inflazione rimane al di sotto di quella generale, stabile a +0,3%, mentre per i prodotti ad alta frequenza d’acquisto la crescita dei prezzi, in lieve rallentamento da +1,1% a +1,0%, torna al di sopra di quella riferita all’intero paniere.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,1% su base mensile e dello 0,9% in termini tendenziali (da +1,1% del mese precedente), confermando la stima preliminare.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,1% su base mensile e dello 0,7% rispetto a maggio 2018.

Vacanze, l’agriturismo cresce

In controtendenza rispetto all’andamento generale, crescono del 3% le presenze in agriturismo nell’estate 2019 spinte dal turismo verde a contatto con la natura ma anche di quello enogastronomico con la capacità di mantenere inalterate le tradizioni culinarie nel tempo che è la qualità più ricercata. E’ quanto emerge dalle prime stime della Coldiretti sulla base delle prenotazioni delle strutture associate a Campagna Amica Terranostra a integrazione dell’analisi effettuata da Cst-Assoturismo Confesercenti.

Si tratta di un aumento sostenuto dalla qualificazione dell’offerta con gli agriturismi italiani che – sottolinea la Coldiretti – offrono servizi innovativi per sportivi, nostalgici, curiosi e ambientalisti, come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking o attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici, ma anche corsi di cucina e wellness. Tra le motivazioni non manca – sottolinea la Coldiretti – la spinta alla ricerca di tranquillità per le paure dopo i recenti episodi internazionali che condiziona la scelta delle vacanze di molti italiani.

Sono oltre 23mila gli agriturismi presenti nella Penisola – conclude la Coldiretti – per un fenomeno che negli ultimi dieci anni ha visto un vero e proprio boom, con percentuali di crescita in doppia cifra, dal numero di aziende (+32%) a quello dei posti a tavola (+37%), dai posti letto (+40%) alle piazzole di sosta (+67%), fino allo stesso valore economico del settore, salito a 1,36 miliardi (+24%), secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat.

Riapre a Cori lo sportello di mediazione culturale

Sarà riattivato, a Cori, lo sportello One Stop Shop, aperto al pubblicoogni martedì dalle ore 16:00 alle ore 18:00 presso la sede dei Servizi Sociali sita in Via della libertà n. 16 (palazzo della Polizia Municipale). Gli utenti interessati al servizio di mediazione culturale potranno prendere appuntamento anche telefonicamente – 0696617267 – o tramite email – segretariato sociale@comune.cori.lt.it.

Attivato nel 2018 grazie alle azioni previste dal Progetto “IPOCAD”, One Stop Shop è ora parte integrante e qualificante di “PRIMA: PRogetto per l’Integrazione lavorativa dei MigrAnti”, operativo nei Comuni dei Distretto Socio Sanitario LT/1, per promuovere la realizzazione di Piani di rafforzamento dell’integrazione lavorativa dei migranti con la finalità di aumentare nei servizi per il lavoro territoriali (CpI, C.O.L., Agenzie per il lavoro accreditate) la capacità di intercettare questa fascia della popolazione e coinvolgerla in una gamma differenziata di politiche del lavoro, in coerenza con le esigenze, le aspettative e le caratteristiche professionali dei migranti e con i fabbisogni del sistema produttivo locale.

Si tratta di un’azione di raccordo tra le politiche del lavoro, dell’integrazione e dell’accoglienza al fine di attivare percorsi integrati individualizzati. One Stop Shop affiancherà gli utenti nell’accesso ai servizi per il lavoro presenti sul territorio, mediante l’accompagnamento e la semplificazione delle informazioni e delle comunicazioni. Sarà compito dei mediatori culturali fungere da facilitatori di dialogo tra servizi per il lavoro e migranti in tutte le azioni di supporto previste dal progetto: tutoraggio, coaching, counseling orientativo, orientamento al lavoro, alla formazione ed allo sviluppo di competenze.

L’attività proseguirà nel corso dell’anno con l’obiettivo finale di un rafforzamento dei processi di autonomia ed integrazione dei migranti, con particolare attenzione ai soggetti più deboli e vulnerabili quali donne, giovani, richiedenti asilo o titolari di protezione umanitaria ed internazionale. L’Amministrazione comunale di Cori, tramite l’Assessorato alle Politiche Sociali e i Servizi Sociali, ha espresso soddisfazione per le continue risorse messe in campo in favore dei cittadini nell’ambito della programmazione distrettuale che consente un servizio sociale di prossimità e fornisce risposte sempre più coerenti con i bisogni di ogni singolo cittadino.

Trapiantato con successo un fegato rivitalizzato

E’ l’ultima frontiera nei trapianti di fegato. E’ stato trapiantato con successo un fegato rivitalizzato con una macchina di perfusione normotermica su un uomo di 66 anni, presso il Centro trapianti di fegato dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino (diretto dal professor Renato Romagnoli).

La scoperta a novembre dell’anno scorso di un doppio tumore al fegato insorto su una cirrosi fino ad allora non diagnosticata: una sentenza pesante per un veterinario di Viterbo di 66 anni ancora in attività.

Da lì l’inizio di una corsa contro il tempo per cercare una possibilità di cura nei maggiori centri di riferimento in Italia. E quindi l’approdo all’ospedale Molinette di Torino.

Prima di tutto le terapie per arginare o, preferibilmente, fare regredire almeno in parte la malattia tumorale, che fin dall’inizio si era dimostrata essere voluminosa ed aggressiva. Quindi, a gennaio di quest’anno, sono state eseguite due termoablazioni percutanee (“bruciature del fegato”), eseguite presso la Radiologia interventistica del professor Paolo Fonio. Poi, a maggio, dopo aver riscontrato un’iniziale buona risposta alle terapie, l’ingresso in lista in attesa per un trapianto di fegato da fare il più rapidamente possibile, presso il Centro Trapianti diretto dal professor Renato Romagnoli.

Ed ecco pochi giorni fa la possibilità di un donatore di fegato compatibile deceduto, ma i cui organi potevano essere prelevati per trapianto, grazie al gesto di altruismo e generosità dei familiari. Una buona congiuntura per il paziente.

Tuttavia fin da subito si era capito che il fegato del donatore, deceduto per emorragia cerebrale, presentava caratteristiche tali (per steatosi – fegato grasso ed età di 77 anni) da farlo ritenere non ottimale e ad alto rischio di non essere in grado di funzionare dopo il trapianto seguendo le tecniche tradizionali di preservazione d’organo (cosiddetta preservazione ‘a freddo’, e cioè tenendo il fegato in ghiaccio dopo il prelievo sul donatore).

Nuove tecnologie biomediche però oggi stanno rivoluzionando il campo dei trapianti di fegato, aprendo nuove strade, tra cui la possibilità di rivitalizzare il fegato prelevato e valutarne in sicurezza la funzionalità al di fuori del corpo del donatore, prima dell’impianto nel ricevente.

Per fare questo è stata utilizzata la nuovissima tecnica detta NMP (Normothermic Machine Perfusion), ovvero la perfusione ‘a caldo’ (37 gradi, la temperatura del corpo) del fegato donato. Con lo sforzo comune ed il lavoro notturno di tutto un ospedale, ed in particolare dei centri di Coordinamento Regionale (professor Antonio Amoroso e dottoressa Anna Guermani), della Banca del Sangue delle Molinette (dottoresse Anna Maria Bordiga e Paola Manzini), del Laboratorio Analisi (dottor Giulio Mengozzi), nonché del Coordinamento Infermieristico e di Sala Operatoria del Centro Trapianto Fegato, è stato eseguito con successo il trapianto epatico sul paziente.

Dopo il prelievo dal donatore, il fegato è stato trasportato nella sala operatoria del Centro Trapianti, dove è stato sottoposto alla procedura di NMP (vedere foto allegata). Questa consiste nella perfusione continua dell’organo, attraverso le cannule ed il circuito ossigenato della macchina, utilizzando sangue umano da donatori e sostanze nutrienti in soluzione. Già dopo 2 ore di vita ‘artificiale’ in macchina si è capito che la funzione dell’organo si stava riprendendo in modo ottimale, quasi insperato. Ciò ha consentito di procedere con l’anestesia del paziente e con l’intervento chirurgico di rimozione del fegato malato. Dopo un totale di poco più di 5 ore di perfusione NMP, il fegato è stato quindi impiantato sul ricevente. La funzione immediata post-trapianto è stata da subito molto buona ed ora, dopo alcuni giorni dal trapianto, il paziente è in via di dimissione.

Oggi le tecniche di perfusione d’organo ‘ex vivo’ stanno entrando nella pratica clinica, nelle loro varie forme di utilizzo (in genere ‘a freddo’ e con solo ossigeno), coinvolgendo ormai più di un terzo dei trapianti di fegato e permettendo di migliorane gli esiti precoci. Tuttavia questa nuova tecnica ‘a caldo’ utilizzata permette di fare un passo oltre, ovvero rigenerare ed utilizzare in sicurezza organi che altrimenti sarebbero scartati per un rischio troppo elevato per il ricevente. Si calcola che saranno una decina all’anno i fegati che verranno valutati con questa nuova tecnica normotermica. Ora si aprono nuove prospettive future per i trapianti di fegato.

Quell’idea di sinistra che decreterebbe la fine del Pd

(Tratto dall’Huffington del 13 giugno 2019).
I più maliziosi attribuiscono a Massimiliano Smeriglio, neoeletto al Parlamento di Strasburgo,il ruolo di banditore ufficioso dei programmi e delle volontà di Zingaretti. È probabile che sia un’esagerazione. Tuttavia, non è importante stabilire se ciò corrisponda a verità o se piuttosto, dietro alcune uscite, non vi sia altro che il gusto dialettico di un indipendente – tale si dichiara – da sempre impegnato nel tentativo di ripristino di una sinistra che si compenetra con fantasia nel “gioco di eventi”, facendo opposizione anche quando si governa. Conta ragionare invece su quanto Smeriglio enuncia, ignorando la logica dei retropensieri.
Ieri, ad esempio, ha consegnato una lunga nota alle agenzie. Cosa si evince da questa dichiarazione molto dettagliata? La sua è la prefigurazione di una nuova sinistra alla Bertinotti, giacché attiva un’antica ostilità  verso il registro del modello riformista. In effetti, dopo le elezioni europee, la spinta a radicalizzare la linea del Pd si accentua ogni giorno che passa. Smeriglio cita Sanchez, il leader dei socialisti spagnoli, per evidenziare l’efficacia di una politica più aderente alla tradizione e ai valori della sinistra. Sanchez vince perché parla chiaro e non dimentica il legame dei socialisti con le classi più deboli e più inquiete, specie nel tempo della globalizzazione. Da qui si dovrebbe ripartire, facendo a meno d’inseguire il miraggio di un centro più o meno moderato. In un certo senso, per non esserne contaminati.
C’è in questa torsione innovativa il ritorno a un lessico profetico-profano. “Bisogna aprire porte e finestre – ecco la ricetta di Smeriglio -, far entrare aria nuova, accettare il confronto con culture politiche diverse, da quelle più liberali fino alle forze del civismo di sinistra, dell’attivismo territoriale, dell’ambientalismo, dell’europeismo più convinto, del femminismo“. Certo, un’apertura a tutto campo.
Poi, con taglio più stringente, continua e rafforza il discorso: “Questa è stata in fondo la sfida di Piazza Grande, non solo la mozione congressuale di Nicola Zingaretti, ma qualcosa di più, una idea del mondo e della ricostruzione del campo democratico mettendo in discussione approcci e perimetri dell’idea stessa di forma partito. Su questo dobbiamo lavorare”. Ecco, dobbiamo lavorare sì, ma con quale paradigma di partito? Con Smeriglio avanza, per dirla tutta e in breve, il desiderio di trascendere l’esperienza fin qui consolidata, immaginando l’appello al civismo come un “andare oltre”, che infine si traduce in una sorta di espianto degli organi del Pd delle origini.
Vale la pena osservare, a disdoro della tesi di Smeriglio, come del cattolicesimo democratico rimanga soltanto la graziosa nebulizzazione del solidarismo: non più una dottrina politica, quale si conserva dopo il Novecento la cultura (solitaria) del popolarismo, ma un generico florilegio di buone intenzioni e buone pratiche, a sostegno di sporadiche cooptazioni. È del tutto evidente che per questa via si decreta la fine del Pd. Ne è consapevole Zingaretti? Alla resa dei conti una risposta s’impone, altrimenti la discussione sul futuro del Pd può scivolare nella retorica, per poi passare molto in fretta dalla retorica al sofisma. Con danni facilmente prevedibili.

Merlo: Polito e il centro sinistra che non c’è più.

Antonio Polito, con la consueta intelligenza e puntualità, ha scritto recentemente sul Corriere della Sera un articolo che ha evidenziato la vera crisi del centro sinistra nel nostro paese. Almeno per chi continua a credere in quella prospettiva. Dice Polito, giustamente, che in Italia non esiste più il centro sinistra. Ma semplicemente esiste solo una sinistra. O meglio, aggiungiamo noi, un partito che coltiva l’obiettivo di essere la voce della sinistra anche se registriamo, misteriosamente, che i suoi principali “testimonial” mediatici sono ancora e sempre l’espressione della cultura elitaria, aristocratica e alto borghese che da tempo fa di questa realtà una semplice “sinistra al caviale” o “dei centri storici Ztl”, come viene comunemente definita nel linguaggio contemporaneo.

Ma, al di là di questo dettaglio, quello che vale la pena ricordare è ciò che richiama Polito. E cioè, dov’è oggi la coalizione di centro sinistra? Dove sono le forze politiche, come le definisce con efficacia l’editorialista del Corriere, che esprimono “l’ambientalismo, il liberalismo e il solidarismo cattolico”? In effetti, dopo la stagione della vocazione maggioritaria e della autosufficienza politica ed elettorale del Partito democratico, assistiamo oggi ad una coalizione dove il Pd dovrebbe distribuire le carte di chi copre il fianco destro, chi il fianco sinistro e chi il fianco centrista/cattolico della alleanza di centro sinistra. E’ evidente a tutti, credo, e Polito lo ha richiamato con forza, che un progetto del genere non può che relegare la coalizione di centro sinistra a giocare un ruolo del tutto marginale e periferico nella competizione con il centro destra e la destra. Fuorché si pensi che basti dar vita ad un disordinato ed eterogeneo “civismo” – peraltro utile a livello locale ma scarsamente percorribile a livello nazionale – per reggere il confronto.

Ora, se è vero com’è vero, che senza una organizzazione politica di quelle aree culturali è’ perfettamente inutile continuare a blaterare di coalizione di centro sinistra, credo sia importante – almeno per noi, per la nostra cultura e per ciò che rappresentiamo nella vasta e variegata periferia italiana – iniziare un percorso di riorganizzazione politica ed organizzativa. Lo diciamo da molto tempo e siamo anche perfettamente consapevoli che la tentazione identitaria non è più praticabile.

O meglio, è’ una strada quasi scientificamente perdente come le ultime e ripetute consultazioni elettorali hanno ampiamente confermato. Ma la costruzione di una forza di “centro” plurale, cattolico e laica, di governo e riformista, costituzionale e democratica ed esterna ed estranea alla logica e alla cultura della radicalizzazione e dell’annientamento degli avversari politici perseguita tanto dalla destra quanto della sinistra, diventa quasi un imperativo etico oltrechè un dovere politico.

Perchè Polito ha semplicemente ragione. Se nel resto dell’Europa le forze riconducibili all’ambientalismo, al liberalismo e al solidarismo cattolico ci sono e sono organizzate politicamente, non si capisce il perché in Italia tutto ciò non debba esistere. O non debba più esistere.

La vocazione maggioritaria è consegnata alla storia come è singolare e grottesco pensare di pianificare dall’alto la composizione di un’alleanza. Occorre attrezzarsi. Altrimenti, come fa capire lo stesso Polito pur senza dirlo, si corre il rischio concreto di essere complici di questa ormai insopportabile anomalia tutta italiana.

De Simoni: Alleati, poi complici e ostaggi di Salvini

Le recenti elezioni europee hanno dimostrato come il primo anno di governo abbia logorato i cinque stelle oltre ogni ragionevole previsione a causa di una evidente subalternità politica rispetto alla Lega e a Salvini in modo particolare.

L’accordo-contratto ha infatti creato le condizioni di una vera e propria complicità quando il Movimento è stato costretto ad accettare dei compromessi con alcune impostazioni che erano alla base della sua stessa esistenza politica; e la complicità, come è noto, indica la condivisione di azioni e obiettivi non leciti.

Condoni e sanatorie, anche chiamandoli “pace fiscale”, rimangono pur sempre condoni e sanatorie; salvare Salvini dal processo per il sequestro dei migranti sulla nave Diciotti per il solo fatto che la violazione di legge operata dal Ministro dell’Interno rappresentava la linea politica del governo, introduce un principio pericoloso che può aprire le porte ad altre violazioni di legge che trovassero in futuro un consenso del ministro o del governo pro-tempore.

Tutto ciò non è in contrasto solo con il tanto decantato “rigorismo” grillino, ma soprattutto con i principi della certezza del diritto e della divisione di poteri tra organi dello Stato.
Dopo la fase della complicità e dei prezzi elettorali che per questo ha pagato nelle elezioni europee, per il Movimento cinque stelle si apre una fase ancora più delicata che lo vede di fatto in ostaggio della Lega per l’impossibilità da un lato di sostenere con forza una propria iniziativa politica e dall’altro di invocare elezioni anticipate che vedrebbero i pentastellati fortemente ridimensionati rispetto al voto politico del marzo 2018.

Il Salvini tonificato dal risultato elettorale tenderà a dettare l’agenda politica lasciando sempre meno spazio alle ragioni dei cinque stelle, potendo contare su un atteggiamento molto morbido di Di Maio ed altri esponenti del Movimento per i quali la chiusura di questa esperienza di governo segnerebbe anche la fine della loro avventura politica.
Il nuovo decreto-sicurezza con il quale il Ministro dell’Interno accentra su se stesso poteri e funzioni sottraendole ad altri dicasteri, come anche l’annuncio di provvedimenti economici e riforme della giustizia da parte dello stesso Salvini, senza che i cinque stelle battano ciglio, indica lo sbilanciamento politico che si sta producendo nel governo in seguito al risultato elettorale del 26 maggio.

Come finirà? E’ difficile dirlo con certezza, ma se Di Maio e company saranno presi dalla cosiddetta “Sindrome di Stoccolma” potrebbero addirittura provare un sentimento per chi li tiene politicamente in ostaggio e quindi proseguire nell’attività governativa; e poi ad essere presi in ostaggio sarebbero gli italiani.

Sarà Bratislava la sede dell’Autorità europea del lavoro

La nuova Autorità europea del lavoro (Ela) si sposterà ad ottobre a Bratislava. La decisione è stata presa in occasione della riunione dei ministri Ue per l’occupazione, la politica sociale, la salute e i consumatori presieduta dal ministro rumeno Marius-Constantin Budai.

I ministri hanno approvato il regolamento dell’Ela e deciso la sede, tra una rosa di quattro candidature (Sofia, Nicosia e Riga le altre tre città).

L’Autorità europea del lavoro sosterrà la mobilità del lavoro e fornirà agli Stati membri dell’Ue gli strumenti di cui hanno bisogno per cooperare in modo più efficace e combattere gli abusi.

Il mare più bello del 2019 si trova in Cilento

Le località più belle d’Italia si affacciano sul Tirreno. Lo dice la guida di Legambiente e Touring Club Italiano, Il mare più bello 2019, che quest’anno assegna il riconoscimento delle 5 vele a ben sette comprensori turistici bagnati da quelle acque. In testa alla classifica c’è il Cilento Antico guidato da Pollica (Sa), la perla del Cilento e comune capofila tra quelli del comprensorio campano. A seguire il litorale della Maremma Toscana guidato da Castiglione della Pescaia (Gr), quindi la Baronia di Posada (Nu) e il Parco di Tepilora, il Litorale di Chia con Domus De Maria (Sud Sardegna), Baunei (Nu), l’Alto Salento Jonico guidato da Nardò (Le), la Planargia con Bosa (Or), la Costa d’Argento e l’Isola del Giglio (Gr), le Cinque Terre guidate da Vernazza (Sp), l’isola di Pantelleria (Tp), la Gallura Costiera e l’area marina protetta di Capo Testa Punta Falcone guidata da Santa Teresa di Gallura (Ss), la Costa del Mito e l’area marina protetta Coste degli Infreschi e della Masseta guidata da San Giovanni a Piro (Sa), l’Alto Salento Adriatico guidato da Melendugno (Le), la costa del Parco agrario degli Ulivi secolari guidata da Polignano a Mare (Ba), il Litorale Trapanese Nord guidato da San Vito lo Capo (Tp) e l’isola di Ustica (Pa). E nella guida entra un nuovo simbolo: quello dei comuni “plastic free”.

La guida sul “meglio del mare e dei laghi italiani” – dove trascorrere una vacanza attenta all’ambiente, all’insegna di natura e acqua pulita ma anche di eccellenze enogastronomiche e luoghi d’arte – è stata presentata questa mattina a Roma a villa Celimontana nell’ambito del workshop conclusivo del progetto MedSeaLitter. All’appuntamento – che si è concluso con la premiazione dei sindaci dei comprensori turistici che si aggiudicano quest’anno le “5 vele” ed è stato coordinato dal responsabile mare e turismo di Legambiente, Sebastiano Venneri – sono intervenuti, tra gli altri, il Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Salvatore Micillo, Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente e Franco Iseppi, presidente del Touring Club Italiano.

“Anche quest’anno raccontiamo quanto di buono fanno le amministrazioni locali costiere lungo la nostra penisola – ha dichiarato Sebastiano Venneri, responsabile Mare e Turismo Legambiente -. Il mondo del mare, infatti, si trova a dover dare risposte all’altezza delle sfide imposte dalla crisi ambientale planetaria e ha messo su un bel ventaglio di proposte e iniziative: enti locali, imprenditori privati, associazioni e regioni si sono impegnati a proporre soluzioni avanzate per una vacanza amica dell’ambiente. Tante pratiche concrete sulle quali, ne siamo più che mai convinti, cominciare a cambiare le sorti del pianeta”.

“La guida, frutto della storica collaborazione tra Touring Club Italiano e Legambiente, è un periplo lungo i 7500 chilometri di coste italiane che stimola la nostra voglia di viaggio e vacanze, ma è anche, anzi soprattutto, un vaglio rigoroso dello stato di salute dei nostri mari – ha affermato Franco Iseppi, Presidente del Touring Club Italiano -. La rigorosa selezione proposta dalla guida rappresenta bene la nostra missione: valorizzare il paesaggio, il patrimonio artistico culturale e le economie produttive dei territori. Ne risulta non una classifica, ma una mappatura geografica che fotografa le straordinarie ricchezze dei nostri mari e dei nostri laghi e segnala le buone pratiche ambientali, amministrative, turistiche che contribuiscono a conservarle e a farle conoscere. Un contributo, speriamo, all’anima attiva e green che sempre più spazio sta conquistando nella nostra società. Il tema delle coste ripropone una grande opportunità di sviluppo turistico, laddove si può trovare un rapporto virtuoso tra coste ed entroterra, perché è la condizione ideale per uno sviluppo sostenibile dell’intero territorio e per una pratica turistica che sia esperienziale, personale e sostenibile”.

No kids policy: La vacanza in famiglia è importante

Già molto diffusa all’estero, la «no kids policy» sta contagiando anche l’Italia dove sono almeno 52 gli hotel, agriturismi, resort e stabilimenti balneari che hanno “personalizzato” i loro servizi per offrire massimo comfort a un pubblico di soli adulti.

Così per l’estate 2019 la moda del turismo «child free» arriva anche in Italia. Dai ristoranti agli alberghi, dalle compagnie aeree alle spiagge, i luoghi di svago proibiti ai bambini stanno riscontrando sempre più successo anche nella nostra Penisola. A lanciare l’allarme è l’Università Popolare “Stefano Benemeglio” delle Discipline Analogiche (www.upda.it).

Perché proprio un allarme? «Perché la vacanza in famiglia è un momento formativo fondamentale per il bambino ed è anche un’esperienza unica per i genitori. Nelle vacanze insieme ai bambini si creano memorie indelebili e si esce dal guscio in cui ogni giorno ci rifugiamo. È la famiglia stessa ad esporsi al cambiamento e a mettersi alla prova» risponde lo psicologo Stefano Benemeglio.

Secondo gli analogisti dell’UPDA, viaggiare con i bambini serve inoltre a stimolare il «lateral thinking», quella capacità di pensare fuori dall’ordinario, affinando la capacità di improvvisare e di affrontare gli imprevisti senza paure. «È un’occasione unica per esporsi all’insolito ed è così un momento pedagogico anche per gli adulti, nel senso che prepara a prendere decisioni e ad affrontare le sfide che la vita ci pone davanti» conclude lo psicologo Stefano Benemeglio.

«I bambini vedono le cose in modo così sorprendente e candido, ma anche intelligente, che ascoltarli e viverli quando si è in vacanza è una continua scoperta, in grado di farci vedere le cose da un’ottica completamente diversa, facendoci assaporare il tempo insieme in modo ancora più bello e più profondo» puntualizza Samuela Stano.

Tutti i numeri dell’industria del vetro

L’identikit del settore: oltre 1.000 Aziende, 23 mila addetti con il 96,2% di contratti a tempo indeterminato – illustrato in occasione dell’Osservatorio Nazionale del CCNL vetro

Un comparto dal forte impatto economico, oltre che sociale, che da sempre ha fatto dell’economia circolare il suo brand. È l’industria del vetro “Made in Italy” che in totale conta oltre 1.000 Aziende, 23 mila addetti e che, situazione quasi unica in Italia, vede ben il 96,2% degli addetti con un contratto a tempo indeterminato (la media dell’industria manufatturiera italiana è, secondo ISTAT, dell’86,5%).

L’identikit dell’industria italiana del vetro è stato tracciato nel corso del consueto incontro che attiene all’Osservatorio Nazionale e che costituisce un’importante occasione di condivisione della situazione economica e sociale propria del settore Vetro, cui hanno partecipato Assovetro, l’Associazione di riferimento italiana, i rappresentanti sindacali nazionali, regionali, provinciali (Filctem-CGIL, Femca-CISL e Uiltec-UIL), le Aziende associate di tutti i comparti del vetro e, quest’ anno, come ospite d’onore, Edo Ronchi, ex ministro dell’Ambiente ed attuale Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

“Questa elevata percentuale di occupazione a tempo indeterminato – ha sottolineato il Presidente di Assovetro, Graziano Marcovecchio – se, da un lato, è un segnale della stabilità del nostro settore industriale, dall’altro è espressione del bisogno di consolidate professionalità per gestire i nostri processi produttivi; testimonia altresì l’impegno che i nostri imprenditori esprimono nell’improntare le relazioni industriali alla miglior sintonia con le parti sociali: un rapporto di lavoro stabile, che esalta la qualità del lavoro e la rafforza attraverso i processi di formazione, è, infatti, un fondamentale presupposto per realizzare il necessario clima di reciproca collaborazione all’interno delle aziende.

Guardando nel dettaglio l’intero comparto emerge che, tra le Aziende, 32 appartengono al settore della produzione con oltre 13.500 addetti, 1.000 Aziende si occupano della trasformazione del vetro e contano più di 8.500 dipendenti.
Edo Ronchi nella sua relazione si è soffermato anche sulla circolarità della filiera dei contenitori in vetro: un materiale durevole, riciclabile più volte e per infinite volte, economicamente vantaggioso grazie al risparmio non solo di materie prime vergini, ma anche di energia, ed in grado di tornare a produrre contenitori di pari qualità di quelli riciclati correttamente con la raccolta differenziata. Ma c’è un punto dolente: la qualità della raccolta differenziata non decolla, soprattutto in alcune Regioni a causa dell’aumento delle quantità raccolte gli scarti sono passati dal 7% del 2013 al 12% del 2017.

“Le filiere del riciclo e del riutilizzo – ha spiegato Edo Ronchi – che si allineeranno con i nuovi obiettivi previsti dalla Direttive europee potranno generare importanti benefici economici e occupazionali nei prossimi 5 anni: 20,1 mld di aumento di produzione, un valore aggiunto di 6,6 mld e 171 mila nuovi occupati nel quinquennio”.

L’Osservatorio Nazionale, previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, giunto alla sua quindicesima edizione, ha come obiettivo quello di alimentare e rafforzare un dialogo sociale responsabile ed evoluto, punto di forza della tradizione dell’Industria del Vetro in materia di Relazioni Industriali.

Samantha Cristoforetti scende in fondo al mare

L’astronauta italiana si tufferà nei fondali dell’Oceano Atlantico per una nuova missione della Nasa.

La Cristoforetti sarà infatti a capo della missione Neemo (Nasa Extreme Environment Mission Operations), un programma che prevede l’addestramento degli astronauti in fondo al mare.

Saranno in cinque a tuffarsi negli abissi insieme alla Cristoforetti, mentre altri tecnici della Nasa guideranno la missione da terra.

Lo scopo del programma è preparare gli astronauti alle future missioni nello spazio, tra cui anche quelle sulla Luna e Marte.

L’Ebola in Congo spaventa il mondo

Il ministro della Salute ugandese e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)confermano la notizia secondo la quale il virus ebola si sarebbe spostato dal Congo all’Uganda.

La prima vittima è un bambino di 5 anni arrivato con la sua famiglia dal Congo lo scorso 9 giugno.

Le autorità stanno cercando di determinare in che modo la famiglia, esposta al virus in Congo, sia riuscita ad attraversare un confine dove per mesi i funzionari della Sanità hanno controllato possibili sintomi in milioni di viaggiatori.

Un nuovo modello di Paese

Un Paese si regge se tutte le sue parti funzionano al meglio. Da quelle più piccole a quelle più elevate. se scricchiola qualcosa, prima o dopo, quel malessere si espande e mette in ginocchio il tutto.Per prima cosa è indispensabile che la società civile, vale a dire i ceti produttori di ricchezza siano all’altezza del compito loro assegnato che, nella parzialità, dovranno perciò perseguire gl’interessi che li animano.

Val la pena, però, ricordare che costoro dovranno eticamente seguire le norme giuridiche. In sostanza, voglio dire che non devono evadere le tasse e nella concorrenza essere leali con chi si trova nella sponda avversa.Le agenzie di formazione dovrebbero essere sempre il fiore all’occhiello del Paese; la scuola, nei suoi diversi gradi, fino all’università, dovrebbe respirare con orgoglio la funzione per la quale è chiamata al dovere. I corpi intermedi, in primis, i partiti, perché il Paese viva al meglio, dovrebbero produrre idee e mantenere sempre alta la dialettica tra le parti. Per fare questo è indispensabile la presenza di una struttura, il cosiddetto partito, capace di attuare l’ideale che la politica ha sempre di mira.

Va persino precisato che tra i corpi intermedi, sindacati, associazione di categoria, in sostanza chi fa gli interessi dei diversi soggetti della società civile, non devono mai demordere. Un Paese, per essere in salute, deve poter contare sempre su questi “avvocati” delle parti. Bene, se questo è il modello, va ricordato che, allo stato attuale, l’Italia si scosti paurosamente dello stesso. Non c’è uno di quei segmenti elencati in precedenza, che possa dire di essere in piena salute. Adesso, ad onor del vero, non ho citato lo Stato, ma va da se che lo Stato è l’insieme di tutte quelle parti e può essere l’equivalente del Paese. Uno Stato e un Paese all’altezza dei compiti presenta una fisiologia del suo corpo in ottima salute.

Sarà perché mi porto una malattia da cinquant’anni, quella che mette in primo piano la politica, ma non stento a credere che sia questo l’indicatore più interessante da decifrare per capire com’è oggi l’Italia. Non voglio, quindi, soffermarmi sulle diverse articolazioni della società ma mettere in luce il malanno che colpisce il terreno per me elettivo: i partiti in Italia.Dall’avvento di Berlusconi si era capito che qualcosa cambiava: il partito diventava una proprietà; nulla di peggiore poteva capitare. Il partito non può essere mai una azienda. L’involuzione del Pd è sotto gli occhi di tutti. L’unico vero partito, quello che raccoglieva i due assi centrali della storia italiana, aveva il compito di mantenere vivo l’impianto di Aldo Moro e di Enrico Berlinguer. Con Veltroni si è voluto, fin dall’inizio, renderlo leggero, friabile e volatile. Oggi le conclusioni le potete trarre voi.

Ad essere sinceri, l’unico partito che si possa dire tale è il partito di Salvini. Qui, però, ci sarebbero parecchie critiche da muovere. Le riserveremo per una prossima puntata. Dei 5Stelle i sociologi potrebbero dire che sono una zattera con qualche foro di troppo e soprattutto, trainata dalla famiglia Casaleggio e, pur mutando le proporzioni, il modello non è poi diverso da quello berlusconiano.

Dentro questo orizzonte, sarà difficile proseguire. Prenderne atto è un dovere. Illuminarne i limiti è una necessità. Trovare una via di uscita è l’ideale a cui tutti noi siamo chiamati a rispondere.

La violenza sui minori mette a rischio il loro e il nostro futuro

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro) 

Ancora una volta sono i fatti di cronaca a parlare di minori. Se si parlasse di loro, con la stessa frequenza, in termini di diritti conquistati, probabilmente saremmo già a metà strada rispetto all’obiettivo ONU per il 2030 di porre fine, oltre alla violenza di genere, ad ogni forma di discriminazione e sopruso nei confronti di bambini, bambine e ragazze, compresa la violenza assistita o passiva. La violenza, purtroppo, rappresenta a volte quel filo rosso che tiene insieme adulti e minori, mamme e figlie/i, accomunate/i dallo stesso drammatico destino. Il nuovo sconcertante caso di femminicidio consumato in presenza di una minore – parliamo della donna uccisa per mano del marito, reo confesso, a Cisterna di Latina – avrà sicuramente ripercussioni emotive e psichiche non indifferenti sulla piccola vittima.

È stata proprio la figlia di 10 anni a dare l’allarme. Una bimba che, come avviene in questi casi, in un colpo solo si ritrova senza mamma e senza papà. Se la violenza sulle donne è violazione dei diritti umani, quella sulle bambine e sui bambini, è un qualcosa che va oltre e che attiene a quel senso di “sacralità” che attribuiamo ad ogni fanciullo e fanciulla in quanto rappresentano nel loro il futuro di tutta l’umanità. Bisogna dire basta a questo scempio, prevenendo e punendo tutte le forme di sopraffazione che oggi “deturpano” e segnano per sempre la loro vita, in Italia e nel mondo, facilitando e sostenendo nel contempo la loro resilienza. Il fenomeno delle spose e degli sposi bambini ad esempio – esistono anche gli sposi bambini – rappresenta un’altra di queste forme, su cui si sta concentrando recentemente l’attenzione delle istituzioni e delle forze politiche e sociali nel tentativo di modificare questa triste narrazione.

I dati dell’Unicef a riguardo sono eloquenti, raccontano di 765 milioni di minori, di cui 115 milioni di bambini, che si sono sposati in tenera età. Le bambine e le ragazze restano la categoria più colpita: una giovane donna su 5 tra i 20 e i 24 anni si è sposata prima del suo diciottesimo compleanno, rispetto a un giovane uomo su 30. E mentre la percentuale, le cause e l’impatto dei matrimoni precoci sulle ragazze sono stati ampiamente studiati, quelli sui ragazzi e bambini ancora scarseggiano. In ogni caso, i bambini maggiormente a rischio di matrimoni precoci provengono da famiglie poverissime, vivono in zone rurali e spesso non posseggono alcuna istruzione. Il matrimonio minorile, che come Coordinamento nazionale donne riteniamo debba essere collocato, soprattutto per le vittime sotto i 13 anni, nel reato della pedofilia, interessa per via delle migrazioni anche il nostro Paese. Attraverso le analisi di alcune associazioni impegnate sul tema, i casi in Italia pare che si aggirino intorno ai duemila ogni anno.

Per cui occorre intervenire affinché queste pratiche, oltre al divieto già esistente in Italia, siano inquadrate come reati penali propri e quindi punibili con la reclusione, senza dimenticare però il fondamentale impegno sulla prevenzione. Su questi argomenti sono stati depositati lo scorso anno in Parlamento alcuni disegni di legge che contemplano, insieme alla violenza legata al genere, anche il problema dei matrimoni forzati. L’altro ieri siamo stati chiamati a partecipare come Cisl ad un’audizione presso il Senato sull’esame di questi provvedimenti per portare anche le nostre riflessioni a riguardo. Diverse le novità contenute nelle proposte in esame, tra cui evidenziamo positivamente: il riconoscimento del reato dei matrimoni forzati, l’inasprimento delle pene per i reati commessi nei confronti di minori, l’extraterritorialità del reato, la previsione di un Osservatorio sul fenomeno, la formazione degli operatori di polizia e carabinieri referenti in materia, i corsi per i condannati per prevenire le recidive, la maggiore severità per il reato di diffusione di immagini o video sessualmente espliciti (revenge porn) e il passaggio dalla punibilità a querela a quella d’ufficio per i reati sessuali su minorenni.

Abbiamo formulato più di qualche suggerimento, in particolare per quanto riguarda la formazione degli operatori di polizia e carabinieri, chiedendo finanziamenti adeguati e in linea con l’attuale Piano Nazionale Antiviolenza, il coinvolgimento del sindacato, l’affidamento alla contrattazione collettiva e l’estensione anche a magistrati, assistenti sociali e operatori coinvolti. Inoltre, per la partecipazione del condannato ai corsi speciali di formazione, abbiamo precisato che la stessa non potrà avere effetti sulle decisioni processuali e fungere da attenuante.

Auspichiamo a breve, comunque, la stesura di un unico testo bipartisan che raccolga tutte le proposte legislative esistenti – coincidono in più parti – da rimettere all’esame delle Aule parlamentari. La violenza e la prevaricazione su bambini e bambine è un male da estirpare subito, tardare può continuare a comprometterne irrimediabilmente la crescita personale e il normale sviluppo delle capacità socio-relazionali, con gravi conseguenze di disadattamento e rischio di ripetizione futura della violenza subita.

Germania: i Verdi diventano il primo partito

In un sondaggio condotto dall’istituto demoscopico Forsa e pubblicato dal quotidiano tedesco “Bild” mostra come in Germania prosegua l’avanzata dei Verdi: spinti dal successo alle elezioni europee del 26 maggio scorso, gli ecologisti sono oggi il primo partito del paese con il 26,5 per cento dei consensi.

Rispetto alla scorsa settimana, i Verdi guadagnano l’1,5 per cento e superano l’Unione, la coalizione conservatrice formata al Bundestag da Unione cristiano-democratica (Cdu) e Unione cristiano-sociale (Csu).

I conservatori sono infatti al 24 per cento, in calo di due punti rispetto alla settimana precedente. In terza posizione con il 13,5 per cento si colloca Alternativa per la Germania (AfD), partito di destra che raccoglie consensi anche negli ambienti estremisti.

Negli ultimi sette giorni, AfD ha visto le proprie preferenze crescere dello 0,5 per cento. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) guadagna un punto percentuale rispetto alla scorsa settimana e sale al 9 per cento. Chiude la classifica La Sinistra, che nello stesso periodo ha ceduto lo 0,5 per cento e si attesta ora al 7,5 per cento.

A cosa servono i fondi europei?

Un video per raccontare “a cosa servono i fondi europei” è quello diffuso dall’Agenzia per la coesione territoriale, l’ente che si occupa di attuare la “politica di coesione” dell’Ue che mira a ridurre le disparità di sviluppo fra le regioni degli Stati membri e a rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale. Nel video di alcuni minuti si mostra una rassegna di immagini su territori e ambiti in cui l’intervento economico-finanziario dell’Ue ha fatto la differenza per l’Italia.

I fondi europei delle politiche di coesione sono serviti “a realizzare un Paese più creativo”, come a Cesena, con il Laboratorio aperto “Casa Bufalini” o a Cava de’ Tirreni, con il Cad, primo centro di artigianato digitale in Italia; a sostenere la ricerca italiana, con l’acceleratore lineare di particelle per uso clinico (a Ruvo di Puglia, Bari); a favorire sostenibilità e protezione ambientale, come nel caso del progetto pilota Re.v.e, la Rete veicoli elettrici per il Gran Paradiso, in Valle d’Aosta, o la piattaforma digitale Ecomaps per lo smaltimento ecologico dei rifiuti speciali. L’Ue ha aiutato l’Italia anche a rendere le città più vivibili e smart, a tutelare le tradizioni e la storia del nostro Paese (come la riqualificazione dell’Antiquarium Numana o il recupero del complesso museale di Santa Maria della Scala a Siena).

Altri fondi Ue sono andati a ricostruire pezzi di Paese distrutti da eventi naturali drammatici, a garantire più sicurezza, a connettere territorio e persone sia in forma digitale sia con vie di trasporto (la banda ultra-larga o la ferrovia Circumetnea per la Sicilia). Il tutto all’insegna dell’innovazione, della ricerca e della sostenibilità.

Unicef: 115 milioni di sposi bambini, l’aspetto meno noto dei matrimoni precoci

Secondo l’UNICEF – che ha presentato i risultati della prima analisi statistica  interamente dedicato alla problematica dei matrimoni maschili in età minorile,115 milioni di ragazzi e uomini nel mondo si sono sposati in età minorile. 

In un quinto dei casi – in numeri assoluti, 23 milioni – addirittura prima di compiere 15 anni.

Attraverso i dati raccolti in 82 Stati, l’analisi rileva che il matrimonio precoce dei ragazzi continua a essere diffuso in quasi tutte le regioni nel mondo, dall’Africa Subsahariana all’America Latina, dall’Asia meridionale all’Estremo Oriente e all’Oceania.
L’incidenza maggiore del fenomeno si registra nella Repubblica Centrafricana (dove il 28% dei matrimoni vedono coinvolto un maschio minorenne). A seguire Nicaragua (19%) e Madagascar (13%).
I nuovi dati portano il numero totale di spose e sposi bambini a 765 milioni.
Le ragazze restano i soggetti maggiormente coinvolti dal fenomeno: tra le giovani donne nella fascia di età 20-24 anni, 1 su 5 si è sposata prima del suo 18° compleanno. Tra i maschi di questa stessa fascia di età, la percentuale è di 1 su 30..
Mentre incidenza, cause e impatto dei matrimoni precoci tra le ragazze sono stati ampiamente studiati, sono scarse le ricerche condotte sull’analogo fenomeno per quanto riguarda bambini e ragazzi.
I bambini maggiormente a rischio di contrarre matrimoni in età infantile sono quelli appartenenti alle famiglie più povere, quelli che vivono in aree rurali e che hanno un grado di istruzione basso o nullo.

Conto termico, attivo il Prestito investimenti per gli enti locali

Cassa depositi e prestiti comunica che a partire dal 7 giugno è disponibile il Prestito investimenti conto termico (Pict), un nuovo strumento rivolto a Comuni, Province e Città metropolitane teso a favorire la realizzazione degli interventi di efficientamento energetico sul territorio, facendo leva sulle risorse messe a disposizione dal Gestore dei servizi energetici, società del Ministero dell’Economia che in Italia promuove lo sviluppo sostenibile attraverso l’incentivazione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. L’iniziativa riflette l’approccio strategico orientato allo sviluppo sostenibile, delineato dal piano industriale Cdp 2019-2021.

Lo strumento vuole offrire una soluzione innovativa che da un lato supporti gli Enti Locali nella realizzazione dei propri progetti e dall’altro stimoli la realizzazione di obiettivi di transizione energetica anche nella Pubblica amministrazione. L’intervento rientra nel quadro dell’Agenda 2030 ed è orientato ai Sustainable Development Goals 7 “Energia pulita e accessibile” e “Città e comunità sostenibili” che tra i target hanno anche il miglioramento dell’efficienza energetica, nonchè la realizzazione di un’urbanizzazione intelligente quanto sostenibile.

Il Pict è una nuova linea di finanziamento a lungo termine concepita per rendere più rapida la realizzazione degli interventi che hanno ottenuto la concessione degli incentivi da parte del Gse a valere sul Conto termico, il meccanismo incentivante che mette a disposizione della Pubblica amministrazione 200 milioni di euro l’anno per interventi di riqualificazione energetica su edifici pubblici. Il Pict fornisce quindi completa copertura finanziaria di questi progetti, velocizzando la realizzazione degli interventi di efficienza energetica. Una volta ottenuto l’incentivo del Gse, l’Ente locale provvederà al rimborso anticipato della corrispondente quota del Pict, senza alcun onere aggiuntivo.

 

Nazionale Femminile: Ora tocca alla Giamaica

Dopo il successo all’esordio con l’Australia, la Nazionale Femminile ha raggiunto Reims, la città dello Champagne, dove venerdì spera di brindare alla qualificazione agli ottavi di finale. Contro la Giamaica, che ha iniziato il suo Mondiale incassando tre gol dal Brasile, le Azzurre avranno a disposizione il primo match point per il passaggio del turno: con un’altra vittoria l’Italia ipotecherebbe gli Ottavi e, se l’Australia non riuscisse a battere il Brasile, sarebbe sicura di chiudere il girone nelle prime due posizioni.

Inoltre, aver sconfitto l’Australia suona come una doppia soddisfazione. La Federcalcio australiana infatti, vieta (sebbene non sia scritto ufficialmente) alle calciatrici di giocare nel campionato italiano.

 

Ricercatori italiani scoprono dati falsati in un articolo sull’omeopatia

E’ stato ritirato oggi dalla rivista Scientific Reports, perché i dati che presentava erano “falsati”, un articolo che sosteneva l’efficacia terapeutica dell’omeopatia per il controllo del dolore, pubblicato nel settembre 2018, e che aveva avuto una certa eco sulla stampa italiana ed estera.

E’ accaduto per iniziativa di un gruppo di ricercatori italiani, con il biochimico Andrea Bellelli, dell’università Sapienza di Roma, il farmacologo Silvio Garattini e il biologo Enrico Bucci, della Temple University. Lo rendono noto gli stessi ricercatori.

L’articolo sosteneva che una sostanza omeopatica ultra-diluita avesse gli stessi effetti di un noto ed efficace principio attivo, chiamato gabapentina, nell’alleviare nei ratti il dolore legato a problemi nel sistema nervoso periferico.

“Ad una analisi approfondita -scrivono i ricercatori – è  emerso che il gruppo di autori ha manipolato i dati e le immagini dell’articolo, una cattiva condotta già presente in altri tre precedenti articoli degli stessi autori”. Tutto questo, rilevano costituisce “l’ennesima conferma” di come “l’omeopatia non ha efficacia terapeutica e le pubblicazioni che fino ad ora sostengono il contrario sono frutto di frodi scientifiche”.