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Noi, cosa dobbiamo fare? Lettera di Infante

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Caro Lucio,

Il Domani d’Italia ha pubblicato ieri tre interventi che,  a mio avviso, risentono dei più recenti passaggi della discussione avviata sui cattolici in politica. Alla varietà delle posizioni, che tendono però ad essere sempre più convergenti, fanno da contorno indecisioni, confusione e, persino, un pizzico di ambiguità politica, se non di opportunismo personale. 

La continua riflessione deve riuscire a far emergere il meglio, all’insegna della chiarezza e dell’onestà intellettuale e nei comportamenti.

E’ di pochi giorni fa l’incontro, destinato a rimanere“ riservato”,  organizzato dall’amico Bruno Tabacci cui hanno partecipato, su invito strettamente personale,  alcune personalità di estrazione cattolica. Molti schierati nel Pd. Da essi è giunta la misura delle difficoltà in cui si trovano.

Parlo di quell’incontro perché la riservatezza chiesta agli inizi della chiacchierata è stata subito smentita da chi ha fatto uscire su Il Fatto Quotidiano, e poi su Affari Italiani, la notizia. Chiaro il tentativo di trasformare un ragionamento serio in un maldestro tentativo di lanciare a Zingaretti il messaggio minaccioso sull’esistenza di  qualche parlamentare d’estrazione cattolica pronto a lasciare il Pd. 

Non possiamo essere interessati a ciò, se questa è l’intenzione di fondo.

Ciò premesso, torno alla sostanza dell’incontro e della convinzione con cui ne sono uscito. Di positivo c’è stato che, per la prima volta, in maniera esplicita è stato posto anche da questi amici il problema di dare vita a un nuovo partito. Il tempo non passa invano e fa la sua parte nel costringere all’ascolto di quello che in molti, in realtà, ascoltiamo da tempo in mezzo alla nostra gente.

Non mi è sfuggito, o questa è l’impressione che io ne ho tratto, l’esistenza di un consesso di cattolici che, da persone intelligenti e da politici di lungo, lunghissimo, corso si pongono i problemi dell’oggi, mentre continuano a correre il rischio di tornare a usare categorie mentali proprie del passato.

Una buona parte del dibattito è andato ruotando attorno al quesito sull’opportunità di chiedere o meno il permesso alla “ casa madre”, cioè il Pd. 

Come se il partito di Nicola Zingaretti  fosse in grado affrontare la vera questione al tappeto che a noi interessa: le attese e il superamento delle delusioni, venute a piene mani anche dal centrosinistra, dei tanti intenzionati  a ragionare politicamente sulla base del pensiero popolare e cristiano democratico. La risposta è stata generalmente a favore dell’idea di non chiedere alcuna autorizzazione. Bene!

Il punto di fondo che ci riguarda, però, è quello di valutare se l’avvertita necessità del cambiamento sia in grado di superare la difficoltà a cogliere pienamente  la straordinarietà della situazione e, quindi, di quanto altrettanto straordinaria debba essere la risposta alla richiesta di mutazione. Ciò significa, a mio avviso, ma anche secondo tanti altri amici, un’assunzione di responsabilità in proprio, senza porci in via pregiudiziale il problema di passaggi su cui sarà necessario interrogarsi in relazione a quello che fatti e vicende concrete ci presenteranno. Abbiamo bisogno, per prima cosa, di diventare davvero adulti , quindi, autosufficienti e di liberarsi da qualsiasi dipendenza politica e psicologica.

Qui si pone in effetti il tema su cui, caro Lucio, parliamo da tempo anche io te: quello della coalizione d’impronta degasperiana. 

La questione si è inevitabilmente riproposta ieri su Il Domani d’Italia, con talune sfumature leggermente non coincidenti tra di loro, con gli interventi di Lorenzo Dellai e di Giorgio Merlo.

I cattolici tra identità ed alleanze. Non è proprio l’annosa e irrisolta questione dell’uovo oggi e della gallina domani, ma poco ci manca. In ogni caso, di due aspetti diversi si tratta. Se ciò non fosse, lo sbocco del ragionare filosofico e politico in materia sarebbe già stato individuato.

Si tratta di un punto cruciale di metodo, che però diventa sostanza politica. Da risolvere perché altrimenti rischia di rendere problematici  i primi passi possibili da fare assieme con tanti amici e gruppi intenzionati , come scrive Dellai a “rigenerare una cultura sociale e politica” o,  dice Merlo, a scommettere sulla capacità di “trafficare i propri talenti”.

Finalmente si sta giungendo ad una convergente sensibilità sulla necessità di definire, assieme ad un progetto programmatico, anche la presentazione di una identità, argomento su cui siamo intervenuti noi due, quasi in contemporanea, con una non concordata, immediata reazione all’incontro promosso da Bruno Tabacci.

Si tratta ora di delineare il resto e valutare quanto siano maturi i tempi ed evolute le cose da portarci al punto, già oggi, di farci addirittura riflettere sulle alleanze, mentre si affronta il tema dell’identità e, spero, quello dei contenuti politici programmatici utili alla definizione di un nuovo ed originale percorso politico.

Personalmente non credo che si sia già nella condizione di parlare delle alleanze: se vogliamo essere realisti, in relazione alle condizione del nostro mondo; concreti, se si valutano le vere intenzioni del Pd, visto che soprattutto di esso si parla. 

Lo abbiamo sempre detto: quella delle alleanze, in ogni caso del rapporto con gli altri, costituisce  una delle essenze del ragionare politico democratico, ma si deve pur tenere conto delle situazioni concrete e degli interlocutori possibili. Soprattutto, dopo che si è riusciti a qualificarci per quello che si è.

Credo, dunque, che una seria, responsabile, credibile nuova presenza debba essere calibrata sulla volontà e la capacità di riuscire a portare autonomamente, anche sul piano politico concreto, un rinnovato pensiero cattolico e democratico cristiano e nella condizione di presentarsi ed essere soprattutto percepito quale vera alternativa possibile alla destra revanscista e chiusa che vediamo avanzare.

E’ bene che i democratici di Zingaretti e Renzi compiano un loro percorso di rigenerazione. Di esso, comunque, cogliamo scarsissime tracce, nonostante all’interno del Pd  siano già presenti molti parlamentari che si dicono cristianamente ispirati.

C’è però di scrutare l’orizzonte con un proprio binocolo ed essere pronti a cogliere il vento migliore, indipendentemente da quello che vogliono mettere nelle proprie vele altrui imbarcazioni.

Se scrutassimo con quel binocolo senza schemi precostituiti vedremmo tante altre realtà con cui è possibile collegarci. Composte da chi ha seguito altre opzioni finora, ma anche da chi è sceso sulla battigia de “ l’isola degli astenuti” e non è più tanto disponibile ad un nuovo imbarco su quegli stessi mezzi la cui rotta e le cui condizioni lo hanno deluso finora.

E’ questo il vero popolo verso cui deve andare il nostro ascolto. A partire dalle realtà territoriali completamente emarginate dalla politica verticistica praticata anche dal Pd, sulla scia di visioni “ leaderistiche” capaci solo di segnare la perdita di contatto con ampi settori della vita economica, civile e culturale. 

Noi attorno a questo dovremmo ragionare e dare, in tal senso, un segnale definitivo di autentica rottura con i metodi del passato. Dobbiamo avere l’ambizione di offrire, assieme a tanti altri democratici che cattolici non si dicono o non sono, quella reale proposta di cambiamento richiesta da una sostanziale maggioranza del Paese.

 

Mio padre, la politica e la fede: parabola per questi tempi.

Mio padre ha lavorato per quarant’anni nella Democrazia Cristiana, individuata nell’immediato dopoguerra come la possibilità di impegnarsi seriamente nella ricostruzione leggendo il suo manifesto politico. Mio padre ha vissuto la politica come un altissimo servizio di carità, senza usufruire del minimo privilegio, pur essendo stato l’unico non deputato o senatore a rivestire la carica di capo della segreteria politica. Ho imparato a leggere sui giornali di ogni colore politico che portava a casa, sono cresciuto ascoltando in suoi racconti, andando a giocare nel Palazzo dell’Eur, e ho seguito, ragazzino, i congressi della Dc al Palazzo dello Sport a fianco di Pansa e altri giornalisti, introfulandomi dietro le quinte per studiare da vicino come si faceva la politica, e lì diero c’erano Andreotti e Forlani, Zaccagnini e De Mita, Piccoli e Donat Cattin, Moro e Bodrato.

Ho  imparato a guidare su una vecchia 600 stanca di chilometri macinati nelle campagne elettorali, addobbata con megafoni e manifesti. Ho quindi  “naturalmente” provato a vivere la politica: ho iniziato durante le scuole superiori con il bravissimo e compianto Fratel Lazzaro delle Scuole Cristiane (conoscendo tanti amici che ora sono politici ad alto livello), ho poi frequentato il Movimento Giovanile della Dc, presi le botte a una fermata della Metro mentre facevo volantinaggio per il referendum sull’aborto insieme a tanti amici di CL appena entrato all’università sono stato collaboratore e amico di Ruffilli (trucidato dalle Brigate Rosse) mentre preparavo la rassegna stampa quotidiana per l’Anci (Associazione Nazionale Comuni d’Italia) l’Upi (Unione Provincie d’Italia) e la Cispel. Ma il Signore aveva per me altri progetti, e, illuminando la mia storia con il suo amore, mi ha fatto scoprire la chiamata con la quale mi aveva da sempre accompagnato, e sono partito per un’esperienza di evangelizzazione.

Ero in un incontro vicino Trento quando il telegiornale mi informò della morte del dolcissimo e buonisssimo Ruffilli. E dire che pochi mesi prima eravamo in giro nella periferia est con la mia Panda 30 per la campagna elettorale. Il Signore mi aveva misteriosamente salvato, avrebbero potuto uccidere comodamente Ruffilli mentre era in macchina con me. Poi ho visto il declino morale della Dc attraverso gli occhi di mio padre, che, proprio mentre andava in pensione, è entrato con mia madre nel Cammino Neocatecumenale. Soffriva nel vedere il disfacimento del Partito a cui aveva offerto buona parte della sua vita, ma stava conoscendo più profondamente il Signore, scoprendo, a 70 anni, la bellezza di crescere nella fede in una piccola comunità.

Lui che aveva passato notti e notti con i politici, passava le serate con i fratelli sedotto dalla Paroa di Dio. La sua vita è cambiata radicalmente, ed è stato lui, la sua storia, i suoi occhi disincantati perchè illuminati dalla fede nel Cielo, il destino eterno che tutti ci attende, ad aprire la mia mente e il mio sguardo sulla politica e sull’unico approccio autentico e realista alle cose del mondo. E la sua era la politica della Prima Repubblica, ben altra cosa rispetto a quella di oggi – è poi politica? – fatta di tweet, selfie, slogan e ideologia esibita in girotondi, magliette colorate e altre tragiche amenità, indignazioni a corrente alternata e, purtroppo, principi non negoziabili trattati come arma da gettare come bombe contro i nemici, confondendo nella polemica mediatica e internettiana l’ideologia con chi, nell’ideologia, è caduto perché ingannato.

La politica che ho conosciuto era invece il luogo dove uomini di fede come mio padre hanno potuto compiere la missione di carità auspicata da San Paolo VI. Dove l’avversario politico non era mai un nemico da abbattare ma piuttosto da battere nelle urne in virtù di una proposta politica. Poi è venuta la politica spettacolo, quella sguaiata sui social, “semplificata” a destra, al centro e a sinistra perché più di slogan ad effetto non ha da dire.

La politica è lo specchio della società, e non si raccoglie uva dalle spine, basta vedere i frutti per riconoscere l’albero. Questo mi ha insegnato la vicenda e l’esperienza di mio padre che ha attraversato tutta la stagione politica del dopoguerra, dall’alba della ricostruzione, dai sani entusiasmi e dalle sane battaglie del ’48 e degli anni successivi sino alla crisi di Mani Pulite e al conseguente disfacimento della DC e di quella politica. Ho visto la crisi di fede della società italiana lasciare a piedi anche la politica. Lo svuotarsi delle Chiese, la fuga dei giovani dalle parrocchie, dal Vangelo e da Cristo per seguire le chimere mondane ha prodotto conseguenze anche nel mondo politico. La società è cambiata, e con essa la politica. L’Azione Cattolica e la Fuci prima e CL poi hanno vissuto questa crisi profonda, mentre la Dc, morendo vedeva dividersi la sua ultima generazione nei nuovi soggetti politici e diventare così la spalla del centro destra e del centro sinistra.

Ma Dio mi ha fatto la Grazia di poter vedere nella storia benedetta di mio padre la sua mano sicura condurre anche la storia di un Paese, del mondo. Proprio mentre il Partito per il quale si era speso gli crollava intorno il Signore non lo abbandonava ma gli donava una comunità cristiana dove poter sperimentare sino al suo passaggio al Cielo ciò che gli era stato seminato nell’intimo durante la sua formazione da ragazzo (ex alunno salesiano di tempi gloriosi…). Dal Partito alla Chiesa, un pochino come accadde nel passaggio dal mondo antico a quello medievale: mentre crollavano le istituzioni e non vi erano più certezza, si ergeva la Chiesa formata e forgiata da secoli di persecuzioni.

Ho visto mio padre passare dal fallimento di ciò che aveva di più caro dopo la sua famiglia a ciò per cui lui e la sua famiglia erano quanto di più caro: la Chiesa, il Corpo di Cristo vivo nella storia. Ho visto in mio padre la parabola della fedeltà di Dio con ogni uomo. Anche oggi, dove tutto crolla, mentre la donna è attaccata in quanto vergine, sposa e madre, mentre la famiglia è sotto scacco, dove l’inganno satanico si veste di luce e seduce in ogni apsetto della vita scambiando come al solito il bene con il male, anche ora mentre la politica non può offrire null’altro che il vuoto dell’apparenza di cui è frutto, mentre ci assedia la morte e i nuovi barbari sembrano averla vinta, Cristo Gesù è vivo nella sua Chiesa.

Tutto passa, solo la sua Parola resterà in eterno. In questa fase non si può chiedere alla politica ciò che non può dare, e non solo perché non ci sono le condizioni per costruire un partito che abbia voce in capitolo. Ma perché la società è neopagana, la politica che conoscono e farebbero se vi si impegnassero le nuove generazioni è quella di plastica, fartta di apparenze e di ovvie clientele che abbiamo sotto gli occhi, e non vi è differenza alcuna tra le varie fazioni.

Oggi ci troviamo slla soglia di una svolta cruciale, quella profetizzata dall’allora giovane professore Ratzinger nel 1969: “Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poichè il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso… Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza. Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto… A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico… ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

Ecco, la Chiesa come la casa dell’uomo, l’ha conosciuta mio padre proprio mentre restava solo, abbandonato dal partito che aveva servito integerrimo, dove ha trovato davvero vita e speranza oltre la morte. E’ morto infatti come un santo, piccolo, umile, varcando le soglie della vita terrena sospirando con mia madre e me un “amen” che chiudeva la sua ultima Ave Maria. La Chiesa è la casa che ho conosciuto anche io, l’unica che non fa distinzioni, che non appiccica etichette, che non cede alla polemica e alla tifoseria, ma che guarda ogni uomo con gli occhi di Cristo. Questo sguardo posato su mio padre, su mia madre e su di me ha cambiato e compiuto in Lui la nostra vita. Per questo, oggi vedo con chiarezza la chiamata ad evangelizzare, a non temere la solitudine e il rifiuto del mondo, a lasciarci seminare nella storia, a conoscere intimitamente Cristo come i monaci che hanno salato l’Europa in crisi costituendo le radici della meravigliosa fioritura medievale.

Questo è il tempo indicato da Ratzinger, e non è fuga o declino di responsabilità. Al contrario, è perdere la vita come il seme caduto in terra, perché non rimanga solo ma dia frutto. Se la società non è più cristiana, se non vi sono cristiani e la maggior parte di quelli che ancora vi sono non sono d’accordo su nulla, come si può immaginare una presenza politica dei cristiani? Occorre saper discernere, attraversare questa crisi appoggiatio a Cristo che non ci abbandona e non abbandona nessuno, offrendoci anche al martirio, perché è ciò che aspetta i nostri figli o davvero ci illudiamo che andando in giro con un pullmann o facendo dei gazebo o campagne internet salveremo i nostri figli dall’esclusione, dal rifiuto e dal martirio? Siamo diversi dai cristiani che stanno dando la vita in giro per il mondo? O forse pensiamo che esserlo è qualcosa di diverso, è fare un po’ di politica per costruire il paradiso quaggiù? Preoccupiamoci della nostra fede piuttosto, se possiamo oggi amare il nemico che ci è accanto, se prendiamo i peccati di moglie, marito e collega. E di trasmettere la fede ai nostri figli, perché sappiano affrontare il martirio che li attende. Li abbiamo segnati con la Croce il giorno del loro battesimo, o no?

Coraggio allora, che qui non si tratta di Lega o Pd o Pdf o FdI o non so che. Qui si tratta della Vita Eterna, di averla dentro. Perché se ce l’hai dentro, allora ogni tuo gesto diventerà un gesto politico, per il quale forse, sarai messo in carcere, e magari giustiziato.

Scintille di Luce. Un ricordo di Ersilio Tonini.

Incontrare uomini come il Cardinale Ersilio Tonini è un’esperienza che può concedere indicibili emozioni: così era successo anche a me che ho avuto questa straordinaria opportunità.
Tornando da Ravenna portavo il dono di un incontro-intervista e il ricordo di un contatto umano e spirituale che mi ha arricchito come forse mai mi era capitato nella mia vita.
Probabilmente nessun’altra occasione di riflessione e di meditazione avrebbe potuto restituirmi il senso più autentico dell’intimità spirituale. Da persone di questa levatura morale si possono ricevere parole di consolazione e di incoraggiamento che –come scintille di luce – riescono ad illuminare la nostra esistenza per capire il mondo intorno a noi, dare un senso al nostro cammino terreno nella ricerca della verità e del bene ed aiutarci ad essere migliori.

Avevo trascorso quasi una giornata in sua compagnia ma è stato come se ci fossimo conosciuti da sempre: mi aveva accolto come un padre e nel suo argomentare la figura paterna era riecheggiata come memoria della sua stessa vita e come spiegazione del mistero dell’incarnazione e del sacrificio “li hai dati a me e io li ho custoditi”: il concetto di paternità come affidamento, condivisione e protezione.
Nel suo studio, ricco di libri di religione, cultura, teologia, filosofia, storia, sotto il crocifisso spiccava una enorme foto del 1915, dove era ritratto – bambino di un anno – con sua madre.
E i suoi genitori erano sempre sullo sfondo dei suoi pensieri, i veri valori sono quelli che si ricevono in famiglia e lui mi aveva aperto lo scrigno di quelli che apprese e imparò fino a dare un senso alla sua stessa vita.

“Mio padre era un bifolco, cioè il capo dei contadini. Alla mattina ci svegliava prima delle cinque per mungere le mucche. Una mattina ci disse: “Uno di voi fratelli non vuole fare più questa vita, non gli sta più bene, vuole andare in America a cercare fortuna. Io non sono d’accordo ma non posso impedirgli di partire. Ma lascio a voi e a lui che parte questo insegnamento”….. “Nella vita contano tre cose: un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”. Ho ripensato in questi anni a quell’aneddoto e applicandolo alla vita di oggi penso quanto sarebbe difficile trasmettere e accettare quell’insegnamento paterno (ammesso che ci siamo padri ai nostri giorni capaci di impartirlo) : ciò che conta infatti è il profitto, il prevalere del denaro come valore assoluto, la cancellazione dal vocabolario corrente della parola ‘accontentarsi’.
La ricerca della felicità e della serenità interiore nelle piccole cose e nella gratuità dei gesti.
Dimostrandomi che quelle parole che gli insegnò suo padre, umile agricoltore, non sono dissimili dalle verità del Vangelo e della filosofia e leggendo insieme a me alcune pagine di Platone dove la preghiera di Socrate ha un’invocazione perfettamente sovrapponibile:” O Dio, concedimi di essere più bello di dentro che di fuori e fai che l’esterno di me sia conforme all’intimo di me”.

Si era fatta l’ora di pranzo ma lui leggeva, con calma: “E’ importante – mi diceva – trovare le parole giuste per capire”.
Pensando alla frettolosa e superficiale vita di tutti i giorni mi ero commosso per questo suo pacato invito alla riflessione e ne ho sempre fatto tesoro.
La sua grande umanità mi aveva riconciliato con la speranza, la sua ricchezza spirituale mi aveva reso partecipe – io, piccolo uomo e peccatore – di un grande respiro planetario, la sua profonda, aperta e illuminata cultura mi aveva disvelato una dimensione universale e affatto dogmatica del processo di ricerca della verità, che è connaturato all’uomo e appartiene alla storia tutta.

Che cosa dunque ricorderò e serberò al mio cuore come il dono più grande e sorprendente di questo grande uomo di Dio, di questa “montagna” che per prima vedeva la luce (per usare un’espressione di S. Agostino da lui citata), di questo ‘grande vecchio’ così aperto all’ottimismo e alla speranza?
Direi soprattutto la sua “innocenza”: l’aver attraversato quasi un secolo di storia, conoscendo e vivendo tutta la gamma dei sentimenti e dei dubbi che possono attanagliare una così lunga esistenza, l’aver condiviso dolore e gioia, sofferenza e turbamenti conservando la speranza e la capacità di cogliere e suggerire – nel buio degli errori e delle cadute che da sempre accompagnano il cammino dell’uomo- l’ottimismo della resurrezione.
La consolazione della parola, la via dell’esempio come fonte di insegnamento e ricerca della verità, la rettitudine delle persone semplici, la temperanza come prima virtù dell’uomo ricco di saggezza.

La testimonianza della sua vita e la luce che emanava dalle sue parole ci permettono di ricordare come San Paolo spiega il senso più autentico e il coronamento più degno di ogni esistenza: “ho combattuto la mia buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.

Il Paradosso dei Cristiani

Nei giorni scorsi, sulla chat di Rete Bianca, Elisabetta Campus ha usato una formula che centra proprio il nostro ineludibile problema: “Mai contenti ‘sti cristiani!! laici ma non troppo cristiani, cristiani ma no troppo laici…”.

La verità è che il Padre creando l’uomo l’ha fatto di creta e gli ha inspirato dentro il suo soffio divino, il suo Spirito. L’ha creato a sua immagine e somiglianza. Questa è la nostra fede.

Il bisogno di noi cristiani di dare valore al mondo creato da Dio, il quale vide che la sua opera era cosa buona, cioè il bisogno di laicità, di dare valore alle cose di questo mondo, deriva tutto da questo. Il bisogno di distinguere e dare valore al creato in tutti i suoi aspetti, alla stessa vita politica, deriva proprio dalla nostra fede religiosa.

Lo stesso rapporto tra il Padre che è nei cieli e questo nostro mondo è ab origine nello stesso atto creativo, che si completa con la stessa Incarnazione del Figlio Unigenito, Dio da Dio, che si fa addirittura creato, cioè carne, cioè peccato, come scrive lo stesso San Paolo.

Dunque il nostro bisogno come cristiani di distinguere, cioè di essere laici, cioè di dare valore al mondo, deriva dalla nostra stessa fede, dalla stessa volontà di Dio. Non è una bestemmia, anzi paradossalmente è una cosa sacrosanta. Dobbiamo sempre avere sensibilità nel distinguere, con la consapevolezza però che non possiamo separare.

Questa è la nostra fede. In politica dunque non dobbiamo negare o misconoscere o nascondere la nostra fede, ma per operare politicamente, cioè nel mondo, dobbiamo fondare la nostra azione su una riflessione culturale e su una proposta programmatica di azione concreta sul nostro mondo che valorizzi i problemi concreti di questo mondo per quello che gli stessi significano.

Tutto qui. Non è una strada proprio del tutto agevole, ma è questa la sola, non ne disponiamo di altre, cara Elisabetta, dal nome di quella che prima esaltò l’Incarnazione, mistero della nostra fede,  Dio stesso che si è fatto carne, il Creatore che si è fatto creatura.

Siamo la sola religione della storia che afferma questo paradosso, anche se altri mondi culturali ci si sono molto avvicinati, persino taluni pensieri greci.

Leggere Sturzo per rivalutare le élite

Fonte Servire l’Italia a firma di  Antonio Campati

Nel dibattito pubblico, il termine élite è avvolto da una patina di negatività. Eppure, non bisogna dimenticare che le élite sono importanti per un buon funzionamento della democrazia. Lo sapeva bene don Luigi Sturzo che in diverse occasioni sottolinea come il dinamismo interno alla democrazia sia dato proprio dalla formazione e dalla circolazione di nuclei politici ed economici. Scrive nel 1946: «Chiamiamo questi nuclei élites, con grave scandalo dei demagoghi che fanno appello alle folle. Se il termine non piace, se ne scelga un altro, la nozione rimane perché è nelle cose». 

Ai giorni nostri, complice l’innovazione tecnologica, taluni credono che non sia più necessario delegare il potere a una minoranza ristretta, poiché ormai tutti possono intervenire direttamente per orientare le scelte politiche. È un’idea che fa breccia in larghi strati dell’opinione pubblica, e talvolta trova anche qualche riscontro nella realtà (si pensi a quelle leggi modificate o persino cancellate perché «ce lo chiede la rete»). Però, un discorso serio sul funzionamento della democrazia non può prescindere dal ruolo e dalle funzioni delle élite: non è corretto adottarle semplicemente come categoria polemica da contrapporre al popolo. In tal senso, il pensiero e l’azione di Sturzo ci dicono ancora molto. Fondando un partito politico, il sacerdote di Caltagirone non ha certamente l’obiettivo di precludere l’ingresso nella vita politica alla «folla». Tutt’altro. È proprio la sua iniziativa a spingere molti italiani, e molti cattolici, nell’arena democratica, rendendoli partecipi a pieno titolo delle sue dinamiche. 

L’idea che non serva più delegare il potere a una minoranza poiché grazie alla rete tutti possono intervenire direttamente per orientare le scelte politiche fa breccia in ampi strati dell’opinione pubblica. Alle radici del populismo di Antonio Campati 

Ma ciò che Sturzo ha ben chiaro in mente è che all’interno della democrazia deve crearsi un dinamismo virtuoso per favorire la circolazione di élite con qualità apprezzabili (e per ostacolare la formazione di oligarchie). 

A tal proposito, si apre un altro capitolo molto interessante, ed estremamente attuale. Scrive due decenni dopo il fatidico gennaio 1919: «Come in una fabbrica non ci può essere macchinista o ingegnere o direttore senza la capacità, così nella società politica non si deve arrivare a esserne dirigenti senza le qualità necessarie e il tirocinio sufficiente». Com’è possibile educare e selezionare una classe politica adeguata? Un compito tanto delicato, per Sturzo, lo può assolvere soprattutto il partito, il quale, con la sua organizzazione e con la sua vita interna, consente al popolo di esprimersi in forma organizzata. Specialmente – come auspica nell’Appello a tutti gli uomini liberi e forti – se lo stato deve rappresentare «la più sincera espressione del volere popolare». 

Pensando all’oggi, è vano denunciare genericamente la mancanza di «qualità necessarie» nella classe politica. L’eredità di Sturzo ci può allora aiutare in una duplice direzione: da un lato, a diffondere la consapevolezza che le élite sono importanti per il funzionamento della democrazia; dall’altro, che queste devono affrontare un «tirocinio» capace di renderle davvero consce delle loro responsabilità. Il che non significa solamente acquisire conoscenze tecniche, ma alimentare costantemente la propria vocazione ad essere una minoranza libera e forte, cioè al servizio del popolo.

29 luglio 1900, l’attentato a Umberto I: trame, collusioni e terrorismo anarchico.

Quel 29 luglio a Monza, nonostante fosse sera inoltrata, faceva un caldo afoso. Intorno alle 22 Gaetano Bresci si confuse tra la folla, e sgattaiolando riuscì ad ottenere la visuale giusta per attuare il suo piano omicida (un piano politico o più semplicemente dovuto a motivi di odio?). Giunto a pochi metri dal sovrano sparò tre colpi, forse quattro, come stabilirono i rilievi di polizia, di cui uno fatale. Umberto I, secondo re d’Italia, colpito a bruciapelo in pieno petto, si accasciò sul sedile della sua carrozza scoperta. Un proiettile gli aveva trapassato il cuore. Stava passando la sua villeggiatura in Brianza. Quello che altri soggetti avevano provato a fare almeno due volte al medesimo re, si consumò in un giorno di mezza estate nel giro di una manciata di secondi.

Per l’Italia, quel gesto estremo rappresentò l’epilogo di alcuni anni di grande tensione, durante i quali si erano alternati scandali (vedi la Banca Romana), instabilità, scontri di piazza (vedi i moti siciliani e quelli di Milano) e fratture ideologiche difficilmente sanabili. I dissidi tra le istituzioni del giovane Stato e buona parte dei suoi cittadini, soprattutto quelli socialmente più vulnerabili, che pure rappresentavano lo “zoccolo duro” della cosiddetta nuova società di massa del paese, si trascinavano sin dagli aumenti dei prezzi su alcuni beni di prima necessità come il pane e il riso, promulgati a metà del 1897. Condizione che aveva inasprito i rapporti e provocato dimostrazioni alle quali le forze dell’ordine avevano reagito in modo feroce, sparando talvolta sulla folla. Sentitosi colpito anche nell’orgoglio, il “quarto stato” – analogamente ai movimenti anarchici fuoriusciti per gran parte dalle sinistre socialiste – decise di non dimenticare.

Ancora oggi, sul regicidio di Umberto I serpeggia un alone di mistero, legato in sostanza ai mandanti occulti dell’assassinio e alla rete di potenziali complici resisi corresponsabili indiretti dello stesso. Certo è che la pista anarchica – benché i rapporti tra i gruppi di estremisti, i socialisti, una frangia cattolica delle opposizioni e (addirittura) il legittimismo borbonico si fossero fatti sempre più fitti – fu ritenuta sin dalle prime indagini la più attendibile. In precedenza, erano usciti fuori i nomi di Turati e addirittura quello di Maria Sofia, ex regina di Napoli, l’eroina di Gaeta, tanto agguerrita quanto ancora ansiosa di approfittare dei periodi di crisi del governo nazionale per sovvenzionare organizzazioni pronte a pianificare un golpe. Ancor più anomala risultò la libertà di movimento del pregiudicato Bresci, il quale, nonostante fosse già schedato e sorvegliato speciale dall’intelligence del Regno, ebbe il tempo di partire dagli Stati Uniti, soggiornare indisturbato in Italia per settimane, giungere a Monza e colpire infine il re. Già, perché la comunità italiana di Paterson, capitale americana della seta, brulicava di organizzazioni filo-anarchiche e di ricercati per sovversione sottrattisi alla giustizia mediante la fuga e l’espatrio nel New Jersey. Località d’oltreoceano dove si era costituita una folta rappresentanza di cellule politiche apertamente ostili ai Savoia e al governo. Governo di Crispi e Rudinì prima, di Pelloux e di Saracco dopo. Vi bazzicavano, fra gli altri, Errico Malatesta, Giovanni Passannante (che attentò a Umberto I nel ’78) e Pietro Acciarito (che attentò a Umberto I nel ’97).

Dopo un rapido processo in cui il regicida ammise le sue colpe senza coinvolgere i suoi compagni o citare i suoi contatti, le alte stanze governative mostrarono di voler chiudere molto in fretta quella drammatica vicenda. Probabilmente, l’atto conclusivo, culminato il 22 maggio 1901 con l’impiccagione di Bresci presso il carcere di Santo Stefano – episodio tutto da chiarire – fece comodo alla maggior parte della classe dirigente di allora, che poté sostenere di ritenere chiusa la traversia. Ferme restando le più disparate ipotesi e le decine di arresti senza prove che erano seguite all’attentato.

Il cimitero acattolico. Un luogo di pace e di bellezza.

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di  Daniele Mencarelli

La morte di Andrea Camilleri ha portato all’attenzione delle cronache nazionali uno dei luoghi più magici e segreti della nostra città: il Cimitero acattolico. Il papà del Commissario Montalbano è stato sepolto lì, accanto ad altri grandi scrittori e artisti provenienti da tutto il mondo, in molti, infatti, hanno scelto questo fazzoletto di terra dietro la Piramide di Caio Cestio per il lungo riposo.

La storia del Cimitero acattolico, chiamato in passato anche Cimitero degli inglesi e poi Cimitero dei protestanti, affonda le sue radici nella Storia, passano i secoli ma un dato rimane inalterato: Roma è crocevia di mondi e culture, di artisti e avventurieri, diplomatici e fedeli di ogni religione possibile.

La prima sepoltura risale al 1716 e fu concessa da Papa Clemente XI ai membri della famiglia Stuart in esilio dall’Inghilterra, si aggiunsero subito dopo i tanti viaggiatori nord-europei che arrivavano nella zona di Roma e dell’agro romano per le tappe del “Grand Tour”. Dagli inizi del 1800 in poi, fu il turno dei primi nord-americani.

Oggi, nel Cimitero acattolico riposano quasi quattromila persone, in maggioranza di religione protestante, ci sono anche presenze islamiche e buddiste, oltre a confuciani e zoroastriani.

Ma è la foltissima schiera di artisti di ogni disciplina esistente a fare del Cimitero acattolico, chiamato anche, non a caso, Cimitero degli artisti, luogo di quotidiano e affettuoso pellegrinaggio. La lista dei nomi lascia a bocca spalancata. Gli inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, dall’America Gregory Corso e Richard Henry Dana, gli italiani Dario Bellezza e Carlo Emilio Gadda, Emilio Lussu e Miriam Mafai, Amelia Rosselli e Antonio Gramsci.

Oltre ai nomi, è la bellezza delle tombe a incidere il cuore. Figure di marmo bianco custodiscono il riposo dei presenti, angeli ad ali spiegate, altri dormienti sulle lapidi, tra cipressi immobili, la numerosa colonia di gatti presente chiamata a far da sentinella al sonno delle tante spoglie mortali.

Tutto al Cimitero acattolico parla di bellezza, tutto sembra rimandare alle amorose mani del Primo Artista, da cui abbiamo ereditato la smania del creare, attraverso la materia. Quell’unico Dio che sta dietro ai tanti nomi che gli umani gli attribuiscono, che testimoniano con la loro opera anche quando credono di negarlo.

Farmaci generici, questione di brand

Assorted pills

Un miliardo e duecento milioni di euro. È quanto gli italiani spendono in più ogni anno per avere in casa un farmaco conosciuto in luogo di uno equivalente (ma non pubblicizzato). Proprio così. In questa riluttanza ai generici siamo i primi in Europa.

Le belle parole sul fatto che si tratti di farmaci in tutto e per tutto identici a quelli sostenuti da lauti budget promozionali servono a nulla. Testardi come muli fingiamo di non capire che l’abitudine è più forte del raziocinio. Acquistiamo ciò che è noto in quanto percepito come più sicuro per la nostra salute. Questione di marca, di “brand”.

L’aspetto curioso è che la diffidenza nei confronti dei farmaci generici si concentra maggiormente nelle regioni del Sud, tradizionalmente in difficoltà economiche rispetto alle aree ricche della Penisola. Un paradosso che mette in evidenza asimmetrie informative e comportamenti disomogenei a livello nazionale. Finendo per scavare un ulteriore fossato tra le due Italie.

Agli amici del Partito Democratico

Vorrei rivolgere una riflessione agli amici del Partito Democratico.
Non ho mai aderito al vostro partito, ma lo ho sempre guardato con simpatia e rispetto, sempre cercando di concorrere a costruire condizioni di cooperazione e di alleanza.
Per favore, risparmiateci due cose.
La prima: il rilancio, improbabile, di una “vocazione maggioritaria” comunque condita e mascherata.

Ovvio che i numeri non la consentono. Ma, prima di tutto, non è questione di numeri, ma di concezione della “politica come coalizione”.

Una coalizione si fa tra soggetti autonomi, liberi e diversi. Non attraverso la germinazione di formazioni in franchising.
Passare da una visione tolemaica ad una copernicana è difficile, ma ciò non di meno è necessario.

Resta da capire quale sia il “sole” attorno a cui accettare il fatto che tutto giri: a mio parere non può che essere la comune prospettiva di un nuovo compromesso tra “democrazia e mercato”, per evitare il rischio di una involuzione autoritaria resa ogni giorno di più pericolosamente appetibile per un popolo che tende a percepire sempre meno il carisma di un futuro di sicurezza, uguaglianza e benessere nei meccanismi della democrazia liberale e rappresentativa.
Questo è il “sole”. Tutto il testo sono satelliti, PD compreso.
La seconda: una divisione tra fautori e detrattori dell’alleanza con il M5S come unica via per battere la destra. Così semplicemente posta (prima o dopo un eventuale voto anticipato) la questione non ha senso alcuno.
Dalla destra ci separa tutto. Dal M5S “quasi” tutto.
Si può lavorare su questo “quasi”? Certo. Sta nel DNA della buona politica ricercare ogni pur labile interstizio di dialogo.

Ma c’è un macigno su questa strada e – a mio parere – non consiste nel merito delle politiche propugnate dal M5S (che sicuramente sono pasticciate e spesso incomprensibili, ma in molti casi corrispondono a esigenze vere, vedasi la lotta alla povertà) e neppure nella diffusa inconsistenza della sua classe dirigente (non è che altrove vi siano tante genialità applicate….).

Il vero macigno consiste piuttosto nella concezione della “democrazia”.

Anti parlamentarismo; mitizzazione della democrazia diretta; superamento della visione comunitaria della Democrazia in favore della sua “individualizzazione” supportata dalle nuove frontiere digitali non possono essere basi di nessun possibile accordo.
È semmai questo il terreno di un confronto esigente e tutt’altro che scontato, che sarebbe nell’interesse del Paese sviluppare, al di là delle congetture di breve momento.
Su questo piano, i “popolari” (laddove volessero rigenerarsi come soggetto politico) potrebbero senza dubbio avere un ruolo importante.
In fondo, forse, l’opzione di una “democrazia” capace di recuperare un forte respiro comunitario ed una credibile finalizzazione sociale può essere veramente una via di uscita dalle secche della crisi valoriale del sistema senza passare dalla sua delegittimazione distruttiva.
Ma occorre che i “popolari” decidano di tornare ad essere “vero soggetto politico”.
Il loro compito non è salvare la “cristianitá”, come pare di capire leggendo qualche presa di posizione: a questo ci pensa Papa Francesco (che il Signore lo conservi a lungo!).
Il loro compito è molto più modesto ma non meno nobile: rigenerare una cultura sociale e politica ispirata ai valori cristiani ma umilmente incarnata sul piano della laicità, a servizio di una democrazia che non può degradare verso l’autoritarismo e di una visione dei rapporti civili che non può lasciare spazio alla deriva del tutto contro tutti.
Le tante esperienze nate in questi mesi hanno dunque il dovere, immediato, di una coraggiosa scommessa comune, solidale, condivisa. La vocazione “di servizio” di Rete Bianca, a mio parere, non può che  essere questa.

Cattolici popolari tra identità e alleanze.

Il dibattito tra i cattolici popolari e democratici tra la conservazione dell’identità e la ricerca delle alleanze non nasce oggi. Anzi. Accompagna, da sempre, il cammino tortuoso ma esaltante, di un’area culturale che, malgrado l’afonia e l’irrilevanza pubblica degli ultimi anni, ha comunque contribuito in modo decisivo e qualificante alla conservazione della qualità della nostra democrazia, al consolidamento delle istituzioni democratiche e alla salvaguardia del nostro impianto costituzionale. In un paese, è sempre bene ricordarlo, che continua ad essere caratterizzato da “una passione intensa e da strutture fragili, secondo l’ormai celebre definizione di Aldo Moro. 

Ora, è del tutto evidente che di fronte ad una crisi della politica sempre più marcata e strutturale, le stesse culture politiche possono e debbono far risaltare la propria voce, il proprio pensiero e, soprattutto, la propria originalità. Sotto questo versante, la vera sfida politica, culturale e forse anche organizzativa nella stagione contemporanea, è proprio quella di saper valorizzare la propria identità da un lato inserendola, però, in una cornice di alleanze che preveda la presenza di altri filoni ideali e che siano in grado, insieme, di dar vita ad un progetto politico democratico, riformista, di governo e in grado di saper intercettare e di farsi carico delle istanze e dei bisogni dei ceti popolari. A partire, appunto, dai ceti popolari. Una sfida, quindi, a cui si deve rispondere non con la riproposizione di una sterile ed inconcludente testimonianza ma, al contrario, con una strategia che sappia declinare laicamente il nostro patrimonio culturale con l’apporto decisivo di altre esperienze. E questo per una ragione molto, molto semplice. Dopo al fine della Dc e del Ppi e l’impossibilita’ di riproporre quelle straordinarie esperienze politico ed organizzative, dopo il fallimento politico ed elettorale delle cosiddette esperienze “identitarie” frutto e prodotto di un impianto clerical/ confessionale e di inguaribili primogeniture narcisistiche ed autoreferenziali, dopo l’inadeguatezza dell’avventura populista e demagogica degli attuali attori politici – anche se ancora accompagnati da vasti consensi popolari e sociali – è sempre più indispensabile rilanciare una strategia politica che veda nel cattolicesimo popolare e sociale un protagonista e non solo una stampella. Purché accetti, sino in fondo, un postulato della vera cultura democratico cristiana: ovvero, saper misurarsi con una autentica “cultura delle alleanze”. Senza cedimenti clericali e confessionali, senza tentazioni autoreferenziali e soggettive e, soprattutto, senza regressioni puramente testimoniali. Anche se nobili e del tutto legittime. 

Ecco, la vera sfida oggi è tutta racchiusa in questa scommessa. La capacita’ di saper “trafficare i propri talenti” deve saper coniugarsi con l’altrettanto capacità di ritornare protagonisti in una stagione politica che richiede presenza pubblica, organizzazione, elaborazione culturale e un progetto di società. Il ritorno della destra, l’auspicato – per il momento un pio desiderio – ritorno della sinistra e la persistenza di una presenza antisistema e populista come quella dei 5 stelle non può non prevedere una presenza qualificata e visibile di una tradizione culturale che, con altre, può far uscire il nostro paese da una situazione di degrado politico e di pressappochismo culturale ineguagliabili. Viene da dire, citando uno slogan di cui si è molto abusato negli anni passati, “se non ora quando?”

Dopo Rutelli Veltroni e Renzi ci prova un altro sindaco. Ma è Sala il futuro?

La recente intervista di Beppe Sala, sindaco di Milano, ha dato fondo alle fantasie o alle angosce del Pd attorno a un probabile accordo nel futuro con i Cinque Stelle.  Amministratore compassato, manchevole di pathos e seduttività, Sala fatica a proporre con il suo stile d’impeccabile sales manager lumbard l’immagine del politico intraprendente e creativo. Di brillante, nella conversazione affidata a Repubblica, si trova in effetti l’annuncio della borraccia di alluminio, in sostituzione di quella di plastica, che a settembre il Comune donerà ai bambini delle elementari e ai ragazzi delle medie in vista del loro ritorno a scuola. Un gesto carino, senza dubbio, ma lontano anni luce dalla emozione di un riformismo generoso e accattivante.

Sala vuole proporsi come uomo del dialogo tra riformisti e populisti. Il suo “esprit de finesse” si arresta sulla soglia dell’enunciazione predittiva e non va oltre, ben al di sotto perciò dell’analogo esprit di un Franceschini, certamente in grande spolvero. Oggi no, ma in futuro sarà possibile e anzi auspicabile che l’alleanza prenda forma. Su quali basi, il Sindaco non lo dice. In effetti dice solo che Di Maio, protagonista secondario del blocco giallo-verde, dovrà farsi da parte. Dunque, con  altri interlocutori la formazione di una nuova alleanza sarà a portata di mano.

Tutto qui, niente di più e niente di meno. Siamo di fronte al bignamino delle buone intenzioni di cui, come si sa, le vie dell’inferno sono lastricate. Il massimo che riesca a produrre la politica della città più dinamica, orgogliosamente protesa verso gli orizzonti dell’innovazione e dello sviluppo, passa per questo  programma minimo di sopravvivenza democratica. Rutelli e Veltroni, sindaci di Roma, hanno tentato l’assalto a Palazzo Chigi; a riuscirci è stato solo Renzi, senza passare per l’elezione al Parlamento, come primo cittadino di Firenze; tutti comunque hanno messo a fuoco il sogno di un nuovo progetto politico, portando la freschezza della loro esperienza nell’agone elettorale. Invece Sala, a ricalco della pubblicità di un noto immobiliarista, non regala sogni ma solide realtà.

È la solidità del buon senso, anche quando s’alza la timida bandierina del cambiamento. Torna un po’ di antistatalismo, giusto per titillare le corde del popolo viziato dalla propaganda giallo-verde. Come se lo Stato potesse tornare in salute, principalmente con i conti a posto, vendendo all’occorrenza un po’ di caserme – perché no? – malgrado il fatto che dai tempi di Giuliano Amato nessuno riesca a vendere sul serio (forse per qualche motivo non banale, forse perché costituiscono la riserva di capitale a disposizione del nostro apparato militare).

Ecco, con queste brillanti ricette Sala ritiene di potersi atteggiare a  leader di una sinistra finalmente agghindata a festa, che vedrebbe ad esempio abbracciate, nella banalità di programmi e indirizzi politici, le inconciliabili personalità  di Calenda e Casaleggio. È difficile rassegnarsi a tanta inconsapevole superficialità. Anche nel Pd dovrebbe affacciarsi una  serena e ferma considerazione sui rischi di una perenne retorica del vuoto.

La rivoluzione femminista non è terminata

Articolo già apparso sulle pagine dell’ Osservatore Romano, edizione mensile “donne chiesa mondo” di luglio 2019 a firma di Abraham Yehoshua

Il conflitto israelo-palestinese ultimamente risulta sempre più evidente se letto su un piano religioso. Si tratta di un conflitto che si va rafforzando tra Islam radicale e fanatismo religioso che va crescendo sempre più nelle cerchie della società ebraica. In questa complessa costellazione si finisce per dimenticare i palestinesi di fede cristiana, sia all’interno dello stesso Israele che della West Bank occupata da Israele. 

I palestinesi cristiani appartengono a una stirpe presente in Terrasanta dall’antichità. Anche dopo che il cristianesimo si è separato dalla nazione ebraica e il Vangelo di Paolo ha spiegato le sue ali dalla Terra d’Israele per rivolgersi a tutta l’umanità, gli ebrei convertitisi al cristianesimo sono rimasti fedeli alla Terra d’Israele quale loro patria storica. Essi hanno ricevuto uno status speciale che li vede non solo custodi dei luoghi santi, Betlemme, Gerusalemme, Nazareth, ma che anche conferma che il cristianesimo non viene a negare l’ebraismo bensì ad ampliarlo e ad arricchirlo di contenuti umani, importanti e innovativi che non sono asserviti ai precetti stabiliti dalla Torah e dalla Halacha (corpus di norme religiose ebraiche). 

È vero che nel momento in cui tali ebrei si sono convertiti al cristianesimo hanno cessato di fare parte del popolo ebraico, ma, dal mio punto di vista, i palestinesi cristiani rivestono grande importanza per la memoria storica degli israeliani rispetto alla Terra di Israele. Pochissimi sono i siti archeologici ebraici, sia del periodo del Secondo Santuario che dei secoli successivi, sopravvissuti in Israele sino all’epoca contemporanea. Al contrario, proprio i monasteri e le chiese, costruiti nel corso dei numerosi secoli nei quali la presenza ebraica in Terra d’Israele era molto esigua, se non del tutto assente, insieme alla presenza cristiana del periodo dei crociati, conferiscono agli israeliani, oggi intenti a forgiare la loro identità attraverso la lingua ebraica e il territorio stesso, una ricchezza e un ulteriore punto di forza. Pertanto i simboli cristiani in Terra d’Israele divengono parte di un’identità nazionale che si va rinnovando e non c’è da stupirsi che molte delle opere d’arte e letteratura israeliane degli ultimi cent’anni facciano riemergere la figura di Gesù e degli altri discepoli. In Terra d’Israele, infatti, il Gesù cristiano non è un nemico degli ebrei, come nella diaspora, bensì, come ho spiegato, una parte dell’eredità che si va rinnovando nella lingua e nel territorio. 

A Gerusalemme, soprattutto nella città vecchia la cui grandezza è di 1 km² in totale, ebrei, musulmani e cristiani vivono a stretto contatto. E in questo chilometro quadrato, più che in qualunque altro luogo al mondo, la maggior parte dei luoghi sacri di primaria importanza per le tre religioni monoteiste si trovano uno affianco all’altro. Oltre al fatto che, mentre la Cupola della Roccia, la Moschea di Al-Aqsa o il Santo Sepolcro sono siti belli e imponenti, il Muro del Pianto, ovvero le rovine delle mura esterne che circondavano il Secondo Tempio, è un sito a mio parere privo di profondità e bellezza religiosa, il cui significato sta tutto nella memoria della distruzione del santuario che non verrà mai ricostruito.

Israele detiene il controllo di Gerusalemme e i fanatici ebrei e musulmani sono in perenne conflitto. Pertanto i cristiani, e non importa se cattolici, maroniti, ortodossi o protestanti, devono unirsi per invitare le altre due religioni a un altro tipo di cooperazione, non su base etnica, ma religiosa e spirituale, per cercare di liberare questo luogo faticoso, nel quale sono presenti contraddizioni e conflitti che possono ancora sfociare in grave violenza, sino a tradursi drammaticamente in una tragedia capace di coinvolgere tutta la regione. 

Solo i cristiani, soprattutto i cattolici sotto la guida del Vaticano, quali partner non coinvolti nel cuore del conflitto etnico-religioso in merito al Monte del Tempio e al Santuario distrutto, possono pretendere e imporre una voce più autorevole con l’appoggio dei paesi cattolici forti d’Europa, Sud America e Asia. Theodor Herzel, padre del sionismo e fondatore del contratto dello stato ebraico, ha affermato già alla fine del secolo XIX che Gerusalemme non appartiene a nessuno poiché appartiene a tutti. 

Gli Stati Uniti evangelici d’altra parte non sono d’aiuto, anzi talvolta buttano ulteriore benzina sul fuoco, per una concezione distorta in base alla quale gli ebrei dovrebbero combattere l’Islam per riportare il messia cristiano, il quale non solo salverebbe il mondo intero dalle sofferenze, ma convertirebbe anche gli ebrei in cristiani credenti. Così che, allo stato politico attuale, negli Stati Uniti, i cristiani evangelici, che hanno molta influenza nelle cerchie del governo repubblicano, si trasformano in sostenitori dell’integralismo e della supremazia ebraica su Gerusalemme. 

Per molti anni i governi vaticani hanno rifiutato di riconoscere lo Stato di Israele e di intessere relazioni con esso. Ora che le relazioni sono solide e produttive, il Vaticano ha pieno diritto di pretendere da Israele, che ha la supremazia su Gerusalemme, di tenere a bada i fondamentalisti etnico-religiosi e giungere a una convivenza rispettosa delle tre fedi. Tuttora la città vecchia di Gerusalemme, nella quale si trovano tutti i luoghi sacri, ha insito in sé un potenziale distruttivo fonte di conflitti sanguinosi e pertanto deve ricevere uno statuto differente, anche dopo che Trump l’ha riconosciuta, compresa la sua parte palestinese, quale capitale di Israele, e dal momento che è chiaro a tutti che Gerusalemme stessa non verrà ulteriormente divisa e che non sarà possibile far passare una linea di confine internazionale al suo interno. I cristiani del mondo, e soprattutto d’Europa, devono uscire dalla passività con la quale ultimamente si sono rapportati a tale questione e farsi custodi della santità e del giusto equilibrio tra le tre grandi religioni. Su questo argomento mi aspetterei che il Papa non fosse cauto, bensì che osasse e prendesse l’iniziativa, non solo tramite dichiarazioni, ma avanzando richieste concrete e assertive nei confronti dei governi israeliani. 

Il popolo d’Israele (io preferisco questa denominazione originaria a quella di popolo ebraico) è un popolo di origini antiche che non ha vissuto nella propria terra nel corso dei millenni, e pertanto la sua identità esiste grazie a miti religiosi e nazionali, soprattutto collegati ai libri, motivo per cui viene chiamato anche al suo interno “popolo del libro”. Naturalmente è difficile mantenere un’identità nazionale solo tramite i libri, e pertanto la maggior parte del popolo ha subito un processo di assimilazione nel corso delle generazioni e, da 3 milioni all’inizio del i secolo d.C., si è notevolmente ridotto di numero, finendo per contare, all’inizio del secolo 18º, solamente 1 milione di persone. Il ritorno tardivo al rinnovamento e alla costruzione dell’identità nazionale anche tramite il territorio, ovvero il ritorno in Terra d’Israele, per lo più naturale per altri popoli, è invece rivoluzionario e complesso per il popolo ebraico. Se i vecchi miti, in particolare attraverso la religione, continuano ancora a essere importanti per l’identità storica, oltre al fatto che metà del popolo ebraico vive ancora nella diaspora, è pur vero d’altra parte che nel territorio antico-nuovo si sono aperti nuovi orizzonti storici. In tal modo nell’Israele di oggi operano in parallelo due forze che talvolta si amalgamano meravigliosamente l’una con l’altra e altre si scontrano: da una parte una modernità fonte di grande ispirazione per tutto ciò che riguarda l’esercito, l’industria, la medicina, il governo ecc., e dall’altra l’attaccamento agli antichi miti biblici, da cui deriva la prosecuzione dell’occupazione dei palestinesi nella West Bank, che crea a Israele problemi etici ed esistenziali gravi sia al suo interno che oltre i suoi confini. 

Dal mio punto di vista, se ci separassimo dai miti che si trovano nei libri sacri per concentrarci su un’analisi nuova e creativa della realtà intorno a noi, potremmo trasformare la rivoluzione sionista, il cui significato è ritorno alla “normalità nazionale”, in una corretta e più giusta normalità per il mondo che va costantemente cambiando dinnanzi ai nostri occhi.

Dal mio punto di vista la “rivoluzione femminista” è la rivoluzione più importante della seconda metà del secolo XX: non è terminata e ha dinanzi a sé ancora molti ostacoli, ma non c’è dubbio che il segnale di apertura sia stato dato e la consapevolezza della discriminazione della donna nel corso dei millenni vada permeando la coscienza pubblica. Non c’è dubbio che il rallentamento dello sviluppo nella gran parte del mondo musulmano, in particolare arabo, derivi dallo status di inferiorità di una donna ancora sottomessa all’uomo. Così come non c’è dubbio, ad esempio, che l’incredibile progresso della Cina derivi dalla liberazione della donna e dal miglioramento della sua condizione sociale. 

Io personalmente ho vissuto con grande soddisfazione e pienezza un matrimonio durato cinquantasei anni con mia moglie, che ora è morta. Penso che la chiave di tanta gioia e armonia sia consistita nel fatto che sin dall’inizio mi fosse stato chiaro il dover stabilire una piena uguaglianza riguardo ai nostri reciproci diritti e doveri. Proprio perché a casa dei miei genitori ero stato testimone del fatto che mia madre, pur detenendo un forte potenziale intellettuale e pratico, era stata costretta a rinunciare alla propria realizzazione per fare unicamente la casalinga, sono stato spinto, non solo a incoraggiare mia moglie a costruirsi una sua carriera, ma anche ad assumermi a pieno titolo e volontariamente il dovere di sostenere di fatto l’avanzamento di tale carriera in collaborazione con lei, occupandomi cioè della cura della casa e dei figli, talvolta anche a scapito del mio di lavoro. 

La parola chiave è uguaglianza. Per ovvi motivi è molto facile violarla e altrettanto difficile risulta l’esserle fedeli. Pertanto, quando descrivo la vita coniugale nei miei racconti e romanzi, cerco, per quanto possibile, di mostrarne il potenziale positivo, nonostante le difficoltà e le liti. A differenza del rapporto con i propri figli o genitori, dove il legame poggia su una relazione biologica innegabile, la relazione coniugale, per quanto duratura e felice, si può distruggere in un solo colpo. Naturalmente non accolgo la posizione della Chiesa cattolica che nega fermamente il divorzio, ma sono d’accordo nell’opporsi a una rottura facile e immediata di tale unione. Mia moglie Rivka, di benedetta memoria, che era una psicologa clinica e psicoanalista, ha sempre combattuto a fianco dei suoi pazienti per salvare i loro matrimoni nei momenti di crisi. È facile distruggere e difficile costruire. Oltre al fatto che in molti casi entrambe le parti, in seguito alla separazione, riproducono in seguito lo stesso modello di relazione problematica. 

Sul femminismo sono stati pubblicati numerosi studi e continua a essere un argomento caldo di pubblico interesse. Si oscilla tra due visioni: una che vede la donna come completamente pari all’uomo, e perciò non ci si aspetta dalla sua condotta politica, sociale, manageriale o accademica, niente che distingua in modo unico il suo operato e le sue abilità da quelle maschili, e un’altra visione in cui la donna, in veste di guida politica, economica, o giuridica, riesce a trarre dalla propria femminilità capacità diverse da quelle dell’uomo, riversando e incanalando la natura femminile tradizionale all’interno dei nuovi ruoli rivestiti. Naturalmente la rivoluzione non è terminata, non solo perché in molte culture la donna è ancora sottomessa sotto vari aspetti, ma perché anche nei paesi in cui l’attesa uguaglianza formale appare davvero raggiunta, bisogna tuttavia indagarne e approfondirne gli aspetti, affinché non venga percepita come unicamente formale, a scapito della natura, dei bisogni e delle particolari caratteristiche di ogni sesso. 

Nella società religiosa israeliana esiste ancora una evidente discriminazione delle donne, che riceve la sua giustificazione da rabbini oscurantisti e integralisti. Pertanto la rivoluzione femminista non deve preoccuparsi solo delle donne presenti nei settori economici o accademici, ma anche per prima cosa dell’incessante e audace lotta per la libertà e l’uguaglianza di quest’ultima nel mondo religioso ebraico. Purtroppo, a causa del perenne conflitto tra la destra e la sinistra, l’ambito religioso finisce per rivestire una valenza politica che neutralizza gli interessi nazionali generali.

Ultimamente mi sembra che la letteratura, il cinema e il teatro abbiano perso parte del loro rilievo nel discorso pubblico; un’importanza considerata significativa in particolare nel XIX secolo e nella prima metà del secolo XX. La produzione di letteratura, romanzi e racconti, accanto al fiorire crescente di film e serie televisive è diventata più “facile” rispetto ai tempi passati. La tecnologia moderna ha reso molto più economica la possibilità di creare libri e film. I canali di comunicazione si sono notevolmente moltiplicati, il tempo libero delle persone è aumentato, e pertanto esse possono “consumare maggiore cultura”. Ciò nonostante, ma forse io guardo alla realtà dal punto di vista di un uomo anziano che non comprende pienamente il nuovo, mi sembra che tutta questa abbondanza di creatività e arte, nonostante le sofisticate pubbliche relazioni, non dia origine alla stessa carica emotiva, etica e politica emanata dalle opere eccellenti del secolo XIX, o dell’inizio del secolo XX. Non voglio, nell’ambito di un’intervista giornalistica, entrare in tutti i dettagli di tale questione, ma secondo me la letteratura, e in un certo senso anche il cinema e il teatro, hanno rinunciato alla necessità di porre dilemmi etici di bene e male al centro della scena, come si faceva ad esempio nelle opere di Tolstoj o Dostoevskij, o nelle opere di Faulkner, Thomas Mann, Pirandello e altri. La psicologia ha represso il giudizio etico, in base al paziente principio del “comprendere significa scusare”. Il sistema giuridico nel mondo moderno e democratico è divenuto l’autorità etica che stabilisce che tutto ciò che è legale diventa automaticamente etico. La comunicazione, nella sua velocità, benché svolga un lavoro di verifica e talvolta istituisca tribunali giudicanti su ciò che è buono o cattivo, non può sostituire la capacità dell’arte di dar vita a un laboratorio etico esperienziale nel quale il lettore o lo spettatore, tramite la loro capacità di profonda interiorizzazione e identificazione, vaglino situazioni etiche, vecchie e anche completamente nuove, al fine di raffinare la propria percezione e comprensione. La letteratura ultimamente ha rinunciato sia alla centralità del dibattito etico nelle sue opere che alla presa di posizioni etiche definite, a causa del sospetto di disattendere, anche solo parzialmente le teorie post-moderne che negano l’autorità degli uomini di stabilire regole etiche “superiori”, o a fronte della concezione del politically correct che fa emergere tutta una serie di nuove sensibilità che non si possono esaminare all’interno di categorie etiche definite. 

In conclusione, io credo che la letteratura, il teatro e il cinema, debbano ritornare ad esprimere, almeno in parte, la necessità di sollevare dilemmi etici nuovi e audaci, ponendoli in prima linea. Quando insegnavo letteratura all’università ho selezionato ed esaminato diverse opere solo dal punto di vista etico. Ciò significa che non mi sono occupato di aspetti psicologici, storici, linguistici o biografici, ma mi sono riferito solo all’aspetto etico presente in esse. Ed ecco la rivelazione dinnanzi ai miei studenti di nuovi e rivoluzionari risvolti che mai si sarebbero aspettati.

Propongo perciò ai lettori di questa intervista di esaminare per proprio conto la storia di Caino e Abele. La narrazione del primo omicidio nella Bibbia termina in un modo in cui non solo l’omicida non viene punito, bensì al contrario la sua situazione personale va migliorando. Qual è il significato di tutto ciò? Perché solo un esame etico e profondo è in grado di rivelare il grave problema teologico che si nasconde dietro questa vicenda?

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato il via libera alla costruzione del muro

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato all’Amministrazione Trump il via libera allo stanziamento di 2,5 miliardi di dollari per la costruzione di un muro al confine con il Messico.

I saggi hanno ribaltato la decisione della Corte d’Appello del Nono Circuito, che si era schierata con il Sierra Club e una coalizione di comunità al confine nel definire in violazione della legge l’appropriazione di fondi dal Dipartimento della Difesa per la costruzione del muro. Secondo la Corte Suprema il governo ha mostrato “sufficienti” prove sul fatto che non ci sono le basi per bloccare il trasferimento di fondi.

Trump non nasconde la sua soddisfazione per la decisione. “Wow! Una grande vittoria sul muro e per la sicurezza al confine” twitta pochi minuti dopo la decisione. Il presidente ha dichiarato lo scorso febbraio l’emergenza nazionale al confine con il Messico dopo due mesi di battaglia con il Congresso, che si sono tradotti nello shutdown più lungo della storia americana.

 

Al via la quinta sessione del Parlamento universale della gioventù

“Pace in costruzione: prendere decisioni insieme per una nuova civilizzazione”. È il tema della quinta sessione internazionale del Parlamento universale della gioventù, in programma alla Pontificia Università di Salamanca (Upsa), in Spagna, da oggi fino al 4 agosto.

Riunirà 120 giovani rappresentanti di 22 Paesi dell’America, dell’Africa, dell’Asia e dell’Europa. L’ente promotore è l’organizzazione Idente Youth, con il supporto della Fondazione Fernando Rielo e dell’Upsa. L’evento sarà inaugurato, anche se la manifestazioe parte oggi,  lunedì 29 luglio, alle 11, con gli interventi del vicerettore dell’Upsa, padre Jacinto Núñez Regodón, del presidente della Fondazione Fernando Rielo e dell’Istituto dei Missionari Identes, padre Jesús Fernández, e della presidente del Parlamento universale della gioventù, Eleanna Guglielmi. I parlamentari saranno ricevuti anche dal Comune di Salamanca. Poi, spazio alle sessioni formative alle quali interverranno, tra gli altri, padre Raffaele Lanzilli della Segreteria permanente del Sinodo dei vescovi e Luis Casasús, vicepresidente della Fondazione Fernando Rielo.

Durante tutta la settimana, i parlamentari parteciperanno alle varie commissioni e alle plenarie, nelle quali i delegati presenteranno la proposta di ogni Paese e faranno un lavoro di sintesi e costruzione congiunta fino alla stesura di un manifesto finale, che sarà presentato all’assemblea generale di sabato 3 agosto.

Luca Signorelli in mostra a Roma

Luca Signorelli, uno dei più grandi protagonisti del Rinascimento italiano.
Eppure, nonostante avesse realizzato per la Cappella Sistina l’affresco con il Testamento e morte di Mosè eseguito nel 1482, Signorelli a Roma non ottenne un grosso riconoscimento. Quella stessa Roma,oggi gli dedica una mostra che si potrà visitare fino al 3 novembre.

A Palazzo Caffarelli, una sessantina di opere di grande prestigio provenienti da collezioni italiane e straniere, molte delle quali esposte nella capitale per la prima volta. Dallo studio delle antichità nella città pontificia, ma anche dai nudi maschili, Signorelli sviluppò un particolare repertorio tipologico e quella varietà di pose che rivivono con dinamismo, animazione e grazia nei protagonisti dei suoi dipinti.

L’obiettivo del percorso è quello di far luce sul contesto storico che caratterizzò il primo soggiorno romano dell’artista offrendo un nuovo punto di vista sul legame con la città eterna.

Minori stranieri non accompagnati, arrivano i fondi per venti progetti

E’ stato siglato  il decreto che assegna le risorse del fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo a 20 nuovi progetti presentati dagli Enti locali per l’accoglienza di minori stranieri non accompagnati (Msna). Un’iniziativa che prende corpo nell’ambito del Sistema per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati (Siproimi), nuova denominazione del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).

I finanziamenti renderanno possibile l’attivazione di 728 nuovi posti nella rete del Siproimi, anche in risposta alle difficoltà manifestate dagli Enti locali nella gestione dell’accoglienza. Nel Sistema possono entrare i minori stranieri non accompagnati che sono attualmente ospiti di strutture finanziate dal ministero dell’Interno o messe a disposizione dai Comuni. Con lo stesso decreto 25 luglio 2019 sono stati anche assegnati contributi aggiuntivi a 13 Enti locali titolari di progetti dedicati alla stessa tipologia di beneficiari.

Online sulla stessa pagina di Amministrazione trasparente, insieme al decreto del Ministro dell’Interno, anche il decreto del direttore centrale per i Servizi civili per l’Immigrazione e l’Asilo 16 luglio 2019 con il quale sono autorizzate le richieste di aumento e diminuzione della capacità di accoglienza presentate da alcuni Enti locali. Il Sistema per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati è costituito dalla rete di Comuni, Province, Città metropolitane e Unione dei Comuni che accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo.

Allattamento al seno. “È naturale”.

Al via la nuova campagna del ministero della Salute per promuovere l’allattamento materno, “sia per la crescita sana del bambino, grazie alle sue proprietà nutrizionali, sia per la salute delle mamme, poiché riduce, ad esempio, il rischio di emorragie post partum, di osteoporosi dopo la menopausa e il rischio di sviluppare il cancro del seno e dell’ovaio”.

“Nonostante tali evidenze – rileva il Ministero – , nel nostro Paese l’allattamento al seno riguarda una percentuale ancora non ottimale di neo mamme e una diffusione disomogenea nelle varie regioni, con una maggiore distribuzione nel Nord-Est”.

La campagna ha come obiettivo quello di sensibilizzare le donne sull’importanza di tale pratica e sulla naturalezza del gesto, divulgando il messaggio che ogni donna deve sentirsi libera di allattare anche in pubblico o nei luoghi di lavoro, “sempre e ovunque”, come recita lo spot. “È naturale!”, infatti, è lo slogan della campagna. Lo spot è stato realizzato in una chiave ironica: diventa chiaro, immediato e “naturale” il concetto dell’importanza del latte materno per la salute del bambino, come “naturale” appare il gesto dell’allattamento in un luogo pubblico. Quest’ultimo aspetto è messo in evidenza proprio dal far apparire banali e anacronistiche le considerazioni che possono essere rivolte alle mamme che allattano in un luogo pubblico. I testimonial scelti sono i due famosi comici Nuzzo&DiBiase.

In caso di crisi il Pd non invochi le elezioni

Articolo già pubblicato sull’Huffington Post

Si è aperta una fase nuova e di questo dobbiamo prendere atto. Dietro la vicenda legata ai traffici moscoviti si coglie una nota di spregiudicatezza dell’attuale compagine di governo. Il Presidente del Consiglio, nel dibattito al Senato, ha messo in chiaro il comportamento scorretto del ministro dell’Interno. In pratica, sulla base delle dichiarazioni rese all’indomani delle clamorose notizie sul ruolo di Savoini, si evince che il leader della Lega ha mentito. Non si può negare, dunque, la legittimità sostanziale della mozione di sfiducia presentata dal Partito democratico.

Vedremo come andrà a finire. Salvini, in ogni caso, uscirà indebolito dal voto e la sua credibilità morale e politica è stata compromessa. Che la Lega accetti una leadership segnata dalla mendacità, è questione di pertinenza degli iscritti e dei dirigenti di quel partito; invece, che il governo della Repubblica contempli al suo interno una tale figura, interessa la comunità nazionale nel suo complesso. Si tratta di una pericolosa involuzione che danneggia i connotati etici nostra democrazia.

D’altra parte, come pure è stato notato da tutti i commentatori politici, il Presidente del Consiglio ha fatto chiaramente intendere che un’eventuale crisi di governo non si risolverà con l’immediato scioglimento delle Camere e il conseguente ricorso alle elezioni anticipate. Ciò significa che soggiace al dibattito in corso l’ipotesi della formazione di un governo di tregua o di garanzia, dal momento che non può essere questo Esecutivo – con questo ministro dell’Interno – a guidare il Paese nella delicata fase pre-elettorale. Dunque, il Paese dovrebbe affrontare con ordine, anzitutto con la messa in sicurezza dei conti pubblici, l’eventuale e non del tutto improbabile crisi di governo.

Il Partito democratico, dinanzi a uno scenario che si annuncia così complesso, ha il dovere di esercitare il massimo della responsabilità. Se anche il governo dovesse reggere, questa caratura di opposizione seria e responsabile, capace di guardare agli interessi generali del Paese, servirebbe a trasmettere un messaggio positivo a un elettorato perlopiù smarrito e nondimeno disilluso. Invocare tout court le elezioni dà il senso, al contrario, di un cedimento alla propaganda.

E poi, come andare alle elezioni senza un nuovo schema di riferimento, senza aver definito, cioè, le forme e i contenuti di un’alleanza politica alternativa? Ed essa, infine, non dovrebbe tener conto degli atteggiamenti diversificati o contrapposti, qualora si dovesse scomporre l’attuale assetto di governo? Ancora fatica a emergere nel Partito democratico una proposta capace di favorire l’aggregazione di forze disponibili a mettersi in gioco, con coraggio, per drenare quanto più possibile il fondale dell’astensionismo e invertire il ciclo dell’affidamento alla suggestione della contropolitica.

Certo, l’indicazione di una “costituente delle idee”, così come Zingaretti suggerisce, va incontro a questa esigenza di rifondazione del nostro progetto. Ma il nodo, a riguardo, non sta nell’adesione o nel rifiuto di tale costituente: di per sé, dentro o fuori i confini di partito, trova consensi decisamente ampi. Semmai il nodo vero consiste nel prefigurare un sano pluralismo di contributi e propositi, al fine di evitare l’omologazione attorno a un “ceppo ideologico” che potrebbe conservare gli stilemi, le fobie, il retaggio di una vecchia sinistra, italiana ed europea, malata di egemonismo. Non sarebbe il viatico giusto per una battaglia concepita in funzione di nuove aperture e nuovi coinvolgimenti, per restituire quindi speranza all’Italia che non si rassegna a un potere arrogante e inconcludente.

Ragionare sul futuro è l’arma migliore per non perdersi in un’opposizione autoreferenziale, persuasa delle proprie convinzioni di parte. In caso di crisi il Pd non invochi le

Tre falsità storiche su Don Sturzo

Fonte Servire l’Italia

Nel suo libro “M – Il figlio del secolo” (Bompiani), Antonio Scurati dedica un capitolo alla
figura di Don Sturzo, quando parla del famoso Congresso del PPI a Torino nell’aprile del 1923 e le sue conseguenze: fine della collaborazione dei popolari al governo Mussolini e dimissioni del loro segretario politico imposte dal Vaticano. Scrive Scurati: “È ora di finirla con i preti in politica – ripete spesso Mussolini – (…) con Don Sturzo, questo prete politicante e deforme che non celebra mai la messa e se ne va in giro a maneggiare di bassa politica”. E precisa: Mussolini odia Sturzo al punto che, dopo la marcia su Roma, pur avendo incluso i popolari nel suo governo di coalizione, si è rifiutato di ricevere Sturzo, il fondatore del loro partito. (…) “Basta con questa eminenza grigia! – dice Mussolini – i preti vanno bene in chiesa, non devono strascicare le loro sottane nelle anticamere ministeriali!”.

E infine scrive Scurati: “I deputati cattolici sono indispensabili alla formazione di tutte le
coalizioni governative, loro provocano e decidono le crisi, loro, per volontà di Don Sturzo, nella primavera del ’22 hanno sbarrato la strada al ritorno di Giolitti spianandola ai fascisti. Adesso, però, il prete siciliano, dopo averli indirettamente favoriti prima della marcia su Roma e avere apertamente appoggiato il loro governo dopo di essa, è rimasto l’unico vero avversario dei fascisti verso la conquista piena del potere”. Sono due pagine che contengono tre falsità storiche su Don Sturzo.

1. NON È VERO CHE DON STURZO NON CELEBRAVA MAI LA MESSA”: per la Causa di
Beatificazione, decine di testimoni (su un totale di ben 153) hanno affermato di sapere (avendovi talvolta anche assistito) che il primo evento di ogni nuovo giorno del sacerdote di Caltagirone era la celebrazione della Santa Messa, sia in Italia che in esilio. Ed era una celebrazione quotidiana “sentitissima”.

. NON È VERO CHE DON STURZO ABBIA MAI CHIESTO A MUSSOLINI DI ESSERE
RICEVUTO PER UN COLLOQUIO: lo dimostra il fatto che lui, essendo sempre stato un
coerente oppositore dell’ideologia fascista, fu fortemente contrario alla partecipazione al primo governo Mussolini, votò contro nella riunione del Consiglio Direttivo, ma finì in minoranza essendo più forte – a fine ottobre ’22 – la corrente di destra del PPI. Ma sei mesi dopo, nel Congresso di Torino, prevalse la sua linea intransigente portata dal “discorso di un nemico”, come la definì Mussolini. E fu un discorso che non piacque anche al Vaticano…

3. NON È VERO, QUINDI, CHE STURZO ABBIA MAI POTUTO APPOGGIARE O
FAVORIRE L’INGRESSO DEI FASCISTI AL GOVERNO, come invece intendeva comunque
fare Giolitti, quando accettò la loro collaborazione alle elezioni amministrative del 1920,
quando nel 1921 accettò di sciogliere il suo governo per consentire ai fascisti di entrare in
Parlamento e quando – prima della marcia su Roma – aveva offerto a Mussolini di entrare nel suo eventuale ennesimo governo. Giolitti era sicuro di poter “domare” il fascismo. Ma alla fine ne fu “domato”, tanto da andare a stringere calorosamente la mano di Mussolini, quando nel luglio del ’23 lui stesso votò a favore della Legge Acerbo, che decretò la fine della democrazia parlamentare e l’inizio della dittatura.

La ricerca del voto dei cattolici. E’ possibile definire un’ identità “ senza esagerare”, con dosi omeopatiche?

Fonte Politica Insieme

Tutti alla ricerca del voto dei cattolici. Tutti a voler  “ riorganizzare” un campo per riempire un vuoto che appare sempre più evidente. Del resto, l’estremizzazione salviniana a destra e un Pd sempre più radicaleggiante  a sinistra dilatano quello spazio “ centrale” cui guarda una grande porzione di elettorato, stanco e insoddisfatto.

Troppi i cattolici che si tengono lontani dalle urne: quelli defluiti dal centrosinistra; altri tradizionalmente orientati verso il centrodestra, ma poco intenzionati a finire leghisti. Forse pronti ad un impegno se dovesse giungere qualcosa di nuovo.

Si assommano ai tantissimi che cattolici non sono, ma con i quali sono condivise  stesse preoccupazioni, stesse disillusioni.

Questo spiega perché, come non mai, il mondo laico, persino una parte di quello che un tempo avremmo definito laicista, insiste perché ci si svegli, che si intervenga, che si definisca una nuova presenza alternativa ad un intero sistema politico che non funziona più.

E’ chiaro che riferendosi al patrimonio dell’ esperienza politica dal mondo cattolico ci si riferisca a elementi ben precisi e riconosciuti:  ragionevolezza, cioè equilibrio; moderazione, che non è il vecchio rassicurante moderatismo borghese, ma misura o temperanza; centralità, molto più generativa della vaga idea di porsi al “ centro” tra destra e sinistra,  bensì capacità di gestire gli interessi non coincidenti, persino contrapposti, e richiamare l’attenzione creativa di ampie porzioni della società civile.

Con il realismo, e conseguente abilità nella sintesi e nella mediazione, queste caratteristiche hanno concorso a fare la storia dell’Italia democratica.

E’ una sfida che ci viene posta. Ad essa dobbiamo rispondere con intelligenza politica. Soprattutto sulla base di autonomia, valenza programmatica, facce nuove. L’offrirsi con uno specifico ed originale significato segnala inoltre una lealtà, una coerenza e una dignità pubblica di cui il Paese è alla ricerca.

Eppure,emergono delle resistenze. Si pensa che su questa questione della identità in politica si debba andare cauti, non esagerare. Ma è possibile usare dosi omeopatiche o seguire il criterio del “ quanto basta” delle ricette di cucina?

Non ci troviamo più in una stagione ordinaria. C’è bisogno  di cogliere il livello della eccezionalità e complessità dei fenomeni in cui siamo coinvolti e non c’è tanto spazio per la mimetizzazione.

Neppure noi possiamo pensare più di limitarci ad un riformismo di facciata. Più forte deve essere il riferimento alle indicazioni sulla Solidarietà, sulla Sussidiarietà, sul rispetto della vita e della dignità umana e sull’impegno per la Giustizia sociale proprie del Pensiero sociale della Chiesa. Oggi divenute tanto urgenti e di fatto “ straordinarie” da far apparire quel pensiero persino “ rivoluzionario”. E pensare che, invece, esso pervade le parti più vitali della Costituzione italiana. Questa la portata della questione dell’identità  che ci riguarda, non basta solo dirsi cristiani.

E’ necessario, il più possibile numerosi tra di noi, andare oltre antiche logiche e metodi superati; aprire a forze fresche cui appare insufficiente  mettere assieme vecchi spezzoni. Invece, si indugia, ci si interroga ancora sull’opportunità di portare il sostegno o di bordeggiare nei pressi di chi mostra di ignorare la portata di ciò che sconvolge la nostra attuale società, la condizione antropologica e materiale degli esseri umani e delle famiglie e, quindi inevitabilmente, della politica e delle istituzioni.

La questione dei rapporti con gli altri o delle alleanze è vitale in ogni processo politico, ma potrebbe rivelarsi fuorviante e limitata se la si volesse definire a freddo, quale pregiudiziale di  una nuova iniziativa politica.

La vera nostra pregiudiziale è quella di non eludere la questione posta dalla separazione tra “ quelli della morale” e “quelli del sociale”.

Oggi, a ben guardare, date le condizioni reali del Paese, essa è già nei fatti trasformata, ma affatto risolta. Crisi economica, criticità delle relazioni tra gli esseri umani, e tra essi e i partiti e le istituzioni, problemi etici, nuove visioni della vita, conseguenti comportamenti civici, concorrono alla persistenza di un disagio diffuso e complesso le cui componenti sono tanto difficili da scomporre. Neppure sappiamo se sarà possibile giungere ad una loro ricomposizione.

Per  i cattolici schierati a destra sembra validissima una riflessione di monsignor Toso. Nel suo “ Cattolici e politica”, edito dalla Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, il vescovo di Faenza rileva  il fenomeno del ” cristiano che vive scisso da sé” perché, scegliendo per una politica fatta di pragmatismo, perde il senso del solidarismo. Così, sposa la Flat tax e l’allontanarsi da una politica fiscale basata sull’equità. “Gli elettori, osserva monsignor Toso, possono amare papa Francesco, ma a fronte del complesso problema degli immigrati, optare semplicemente per la chiusura dei porti”.

Di converso, tra i cattolici che stanno a sinistra c’è difficoltà ad affrontare esplicitamente i temi etici. Si avverte del disagio persino nei confronti di un impegno pubblico attorno ai più controversi problemi che riguardano la vita.

C’è una qualche sottovalutazione dell’importanza della difesa della famiglia. Quella creata attorno all’amore di una donna e di un uomo,  al cui interno deve essere ancora assicurato, nei fatti, il pieno diritto alla libertà di procreazione o di adozione. Difficoltà crea l’idea di dover prendere chiara e netta posizione contro l’eutanasia e tutti quegli interventi ingiustificati che incidono sulle dinamiche della vita, dal momento del concepimento alla fine naturale del percorso umano.

Si tratta di questioni critiche e appare evidente, per chi è cattolico, quanto sia oggettivamente non facile affrontarle all’interno di questo Pd. Non per questo, però, è da accettare l’idea che si stia a parlare di cose che fanno parte esclusiva dell’armamentario propagandistico della destra cattolica.

Non a caso, si toccano sentimenti e sensibilità diffuse tra la maggioranza degli italiani, credenti o meno che siano, votanti a destra, al centro o a sinistra. Tali questioni   non possono essere lasciate in balia solamente della strumentalizzazione politica, spesso perseguita senza rispetto alcuno o scrupoli.

Nessuna forza attualmente presente in Parlamento, dunque, ci rappresenta. Nessuno valorizza pienamente i riferimenti ideali e la tradizione cui noi ci colleghiamo.

E’ ciò che sostiene la necessità di definire una netta e chiara collocazione libera ed indipendente, sulla base di contenuti sociali, culturali ed etici ben precisati. Non è più sufficiente esaurirla in una importante, ma non esaustiva verbale dichiarazione di appartenenza, cui poi si fatichi a dare corso concreto.

Ben venga quindi su queste basi ogni ipotesi di convergenza e di riaggregazione, ma senza sottovalutare  quanto avvertiamo maturare dentro e fuori il nostro mondo con la richiesta di prospettare un rinnovamento di contenuti, di metodo e di prospettive.

Il contagio della miopia

Articolo già pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriella Cotta

Alcuni decenni fa fu pubblicato l’interessante volume Politics and Vision. Continuity and Innovation in Western Political Thought, di Sheldon Wolin, e niente più di questo titolo mi sembra oggi appropriato per una riflessione sul tema della politica. Per chi si occupi di questo ambito, cercando di trarre qualche considerazione non solo a livello nazionale, ma anche europeo e globale, ciò che salta agli occhi oggi è precisamente la drammatica mancanza di una visione a svuotare e, di conseguenza, a corrompere ab imis la politica. Solo vent’anni dopo il libro di Wolin, Jean-François Lyotard aveva certificato il prodursi di tale dissoluzione, non solo testimoniando, nella condizione postmoderna, il tramonto delle grandi narrazioni, ma soprattutto dando per scontato che i grandi sistemi ideal-ideologici che avevano mosso, costruito — e anche compromesso e distrutto — l’occidente e buona parte del globo, fossero da considerarsi solo narrazioni. L’osservazione di Lyotard circa il superamento dei grandi sistemi ideologici evidenzia un aspetto che ci consente di gettare luce sulla politica odierna: la sopravvenuta inconsistenza ermeneutica di quelli, non li fa scomparire, ma li rende fungibili e fluidi, tali da poter essere scomposti e ricomposti, parcellizzati e riutilizzati senza alcuno scrupolo di coerenza da chiunque voglia attingere da essi i segmenti più utili al perseguimento del proprio interesse, pubblico e privato. Tali nuovi “sistemi” di narrazioni — in gran parte, dunque, sottoprodotti di ben più articolati ordini di pensiero — vengono ad assumere un carattere di ben maggiore, flessibile, resilienza rispetto a quelli che, a fondamento ontologico o “scientifico”, avevano preteso di cambiare il mondo rendendo assoluta giustizia e totale libertà al genere umano o all’individuo. 

Mentre le ideologie, nel tempo, hanno subito le smentite della storia e le critiche puntuali che possono essere rivolte a ogni coerente sistema di pensiero, il complesso e sorprendente “gioco” di continue composizioni e scomposizioni che il relativismo postmoderno e post-veritativo ha impresso agli odierni indirizzi politici rende la loro comprensione molto più sfuggente e una loro critica più complessa. 

Così l’individualismo viene coniugato oggi senza alcuna difficoltà con un progressismo scientistico che non ha remore a intervenire sulla costituzione dell’umano in un residuale anelito rivoluzionario di perfettismo autopoietico. D’altra parte la spinta, a oggi incontrollabile, dell’economicismo finanziaristico finisce per trasformare l’individuo, non più possessivo ma soltanto produttivo, in mero strumento per una corsa infinita alla produzione di denaro e a una inedita capitalizzazione e polarizzazione del potere. 

In questo contesto confuso e variabile di intersecazioni di senso che domina la politica, i cristiani, spesso, subiscono il clima dominante, e, nella difficoltà di coglierne le radici concettuali, fanno convergere il loro appoggio verso la parte politica che di volta in volta ritengono meglio interpretare l’interesse comune prevalente. 

Così facendo, tuttavia, trascurano la strutturale ambiguità che contraddistingue le odierne visioni politiche, sottovalutandone l’intento strumentalmente utilitaristico e la povertà o addirittura incompatibilità con le proposizioni cristiane fondamentali. Le cangianti narrazioni politiche odierne, inoltre, a causa delle comuni — anche se differenti nelle motivazioni — premesse autoreferenziali e utilitaristiche, producono un tasso altissimo di litigiosità, che sfocia in un insanabile stato di conflittualità, esteso a ogni livello, sociale e politico, nazionale e internazionale. 

In questo clima culturale i cattolici — e in generale i cristiani — hanno a loro disposizione una riserva di senso capace di sanare molte tra le problematiche più critiche che attraversano la nostra epoca. La proposta cristiana, infatti, articolandosi secondo una logica di reciproco riconoscimento e di liberazione individuale, disegna orizzonti che gran parte del pensiero contemporaneo legge in forma conflittuale, sottoposti a dinamiche di mera potenza o, ancora, secondo prospettive di dissoluzione identitaria. Per esempio, le relazioni performative della dilagante scolastica foucaultiana — unico possibile e ondivago calco di ciò che è umano —, guidate dalla sola logica, dominante e repressiva, del potere, trovano nel cristianesimo il solido contraltare di relazioni ontologiche liberanti, trame comuni di una comune relazione al bene. Questo, lungi dal produrre una oppressiva e statica precettistica, è constatazione di una comune tendenza alla pace e alla generatività piuttosto che alla dispersione della vita, al reintegro e al mantenimento della forma anziché della sua dissoluzione. Da qui scaturiscono le ragioni dell’accoglimento dell’altro a cui si riconosce, in queste costitutive tendenze condivise, la comune umanità e il diritto a tali liberatorie forme di esistenza. 

Questo è il nocciolo di senso che il pensiero cristiano può e deve riproporre al pensiero contemporaneo, senza calcoli contingenti nei confronti di una politica ormai priva di alcuna visione

Salvini e gli ordini impartiti da Mosca

Il quotidiano britannico “The Times” accusa il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, di prendere ordini da Mosca dopo che lo sciopero di una raffineria di petrolio in Sicilia, di proprietà della compagnia energetica russa Lukoil, è stato vietato su richiesta del Cremlino.

Quando la Cgil si è rivolta alla magistratura per contestare il divieto, è emersa una lettera indirizzata a Salvini dall’ambasciatore russo a Roma, Sergej Razov. Nella missiva, il diplomatico chiedeva al ministro dell’Interno di vietare la protesta a Priolo perché avrebbe danneggiato la reputazione di Lukoil e sarebbe costata all’azienda “diversi milioni di euro”.

Hong Kong-Cina, le responsabilità di Londra e il ruolo di Pechino

Articolo già pubblicato sulla rivista Atlante della Treccani a firma di Barbara Onnis

Nonostante la sospensione a “tempo indefinito” da parte del governo di Hong Kong del contestato emendamento sull’estradizione che aveva innescato le proteste lo scorso mese di giugno, gli animi dei manifestanti non si placano e le proteste continuano. L’obiettivo è il ritiro totale della riforma dell’estradizione che consentirebbe a Pechino di perseguitare i dissidenti nell’ex colonia britannica e, in generale, di allargare ulteriormente la sua influenza nella Regione amministrativa speciale (RAS) di Hong Kong. Molti ritengono, infatti, che il governo comunista stia lentamente erodendo i diritti “speciali” garantiti agli abitanti di Hong Kong per un periodo di cinquant’anni (a partire dall’handover) dall’accordo siglato dai governi di Londra e Pechino nel dicembre 1984 (Joint Declaration of the Government of the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland and the Government of the People’s Republic of China on the Question of Hong Kong) sulla base della formula coniata da Deng Xiaoping “un Paese due sistemi” (yiguo liangzhi).

Non è certo la prima volta che gli abitanti di Hong Kong alzano la testa per protestare contro quelle che ritengono violazioni dei loro diritti e continue ingerenze del governo di Pechino. Quella delle ultime settimane, però, è innegabilmente la più grande manifestazione politica mai organizzata nell’ex colonia britannica dal 1997, che ha visto momenti di grande tensione, come quando il Parlamento della regione è stato preso d’assedio dai manifestanti, il 1° luglio. L’assedio è durato diverse ore e stando a quanto riportato dai media locali, dopo l’irruzione i manifestanti hanno istallato, significativamente, una bandiera dell’era coloniale britannica.

Qui l’articolo completo

Save the Children: Tratta e sfruttamento: in Europa 1 vittima su 4 è minorenne.

In Europa 1 vittima su 4 è minorenne e l’obiettivo principale dei trafficanti di esseri umani è lo sfruttamento sessuale. Sono infatti 20.500 le vittime, registrate tra il 2015 e il 2016, di questo sistema violento e senza scrupoli e il 56% dei casi riguarda la tratta a scopo di sfruttamento sessuale.

In Italia le vittime di tratta accertate sono 1.660, con un numero in costante aumento di minorenni coinvolti. Un aumento riscontrato anche direttamente dagli operatori del nostro progetto Vie d’Uscita, che nel 2018, in 5 regioni, hanno intercettato 2.210 vittime di tratta minori e neo-maggiorenni. Un numero cresciuto del 58% rispetto all’anno precedente.

Le vittime sono sempre più giovani. La conferma arriva dai 74 nuovi casi di minori che sono riusciti a uscire dal sistema di sfruttamento nel 2018 in Italia e presi in carico dai programmi di protezione istituzionale: 1 su 5 non supera i 15 anni e 9 su 10 erano sfruttati sessualmente.

Le ragazze che sono maggiormente esposte al traffico delle organizzazioni e reti criminali provengono dalla Nigeria o dai Paesi dell’est europeo e dai Balcani. Le vittime di tratta intercettate attraverso il nostro progetto Vie d’Uscita, 2.210 nel 2018, provengono per il 64% dalla Nigeria e il 34% da Romania, Bulgaria e Albania.

 

L’elenco dei 20 paesini più belli d’Italia

Il Belpaese resta tra le destinazioni più ambite dagli americani. Per questo motivo la Cnn, nella sua sezione Viaggi, ha stilato l’elenco delle località più belle da visitare in Italia. Non solo Roma, Firenze, Napoli e Venezia, dunque, ma il portale ha scelto di pubblicizzare quelli che considera i 20 paesini più belli d’Italia. Cibo, arte, suggestività del paesaggio, coste, montagne, vallate e cultura sono le variabili che hanno determinato la composizione della lista.

Qui di seguito riportiamo l’elenco con una breve descrizione dei luoghi

Pietrapertosa (Potenza)
Situata in prossimità delle Dolomiti Lucane, Pietrapertosa è riuscita a mantenere nel tempo la fisionomia medievale soprattutto nella parte più antica situata alle pendici del Castello.

Marina Corricella (Procida, Napoli)
Marina di Corricella è il borgo marinaro più antico di Procida, famoso per la sua architettura spontanea. Il villaggio di pescatori si colloca senza esitazioni tra i tesori italiani grazie ai colori delle case che vanno dal lilla, al giallo, al rosa, al blu e al verde.

Ricetto di Candelo (Biella)
Ricetto di Candelo, “la Pompei medievale del Biellese”, composto da circa 200 case a forma di cubo di colore rosso-marrone è circondato da alte mura, cinque strade principali “con i ciottoli dei vicoli così puliti che brillano di notte”.

Marettimo (Egadi, Trapani)
“L’isola più selvaggia e incontaminata dell’arcipelago delle Egadi, un rifugio in tutti i sensi”.

Chianalea di Scilla (Reggio Calabria)
Il borgo dei pescatori all’interno di Scilla viene descritto come “la “piccola Venezia della Calabria” per la vicinanza delle case al mare, la cui acqua si insinua persino nei cortili delle abitazioni.

Scanno (L’Aquila)
Questo piccolo borgo incastonato tra gli Appennini è un mix architettonico che va dallo stile barocco, al romanico fino al gotico. Scanno ospita un lago a forma di cuore che si pensa abbia poteri magici.

Pienza (Val d’Orcia, Siena)
Situata in Val D’Orcia, Pienza, è la “città ideale del Rinascimento”, oltre ad essere Patrimonio dell’Umanità UNESCO, vanta una serie di strade dai nomi romantici come Via dell’Amore e Via del Bacio.

Bosa (Oristano)
Borgo medievale, noto anche come Sa Costa, è diviso in due parti dal fiume Temo. “L’unico fiume navigabile della regione attira gli amanti del kayak da tutto il mondo; le acque rispecchiano i variopinti edifici dell’antico quartiere situato nella parte occidentale della Sardegna”.

Calcata (Viterbo)
Calcata si colloca su uno sperone di rossastro che sorge da una vallata; vari artisti moderni e hippies hanno scelto di vivere in questo suggestivo paesino.

Manarola (Riomaggiore, La Spezia)
Manarola la seconda frazione più piccola delle Cinque Terre liguri, è anche la più antica ed è considerata la più romantica.

Marzamemi (Noto, Siracusa)
Marzamemi è una parola araba (“Marsà al hamen”) che significa Rada delle Tortore. Il nome deriva dall’abbondante passo di questi uccelli, di primavera. Gli abitanti qui sono tutti dediti alla pesca. La città, che è stata la location delle riprese del film “South” di Gabriele Salvatores, ospita ogni anno (a fine giugno) il Festival del Pesce azzurro.

Sperlonga (Latina)
“Arroccato in cima a un labirinto di grotte marine, questo villaggio è costituito in gran parte da strati di case a schiera e scale a chiocciola che scendono verso la spiaggia”.

Castelrotto (Bolzano)
Nel villaggio ai piedi dello Sciliar, la gente – scrive la giornalista della Cnn – parla “uno strano dialetto dal suono tedesco” e “mangia strudel di mele e canederli”.

Carloforte (Carbonia-Iglesias)
Posizionata sull’isola di San Pietro in Sardegna, Carloforte è un pittoresco villaggio sito in sardegna in cui si parla e si mangia genovese. L’origine genovese di questo fazzoletto di Liguria in mezzo al mare risale al 1540.

Civita di Bagnoregio (Viterbo)
Fondata dagli Etruschi più di 2.500 anni fa, Civita di Bagnoregio sorge su un altopiano che domina la valle del fiume Tevere. Soprannominata la “Città che muore” a causa della costante erosione del suolo e della diminuzione della popolazione.

Ginostra (Stromboli, Isole Eolie)
Accessibile solo a piedi o in barca, la frazione di Ginostra sull’isola vulcanica di Stromboli, conta appena una quarantina di abitanti. Le automobili non sono contemplate.

Cetona (Siena)
Cetona, nel sud della Toscana, sorge tra gli ulivi e i cipressi della bellissima campagna senese.

Malcesine (Verona)
“Questo angolo del Veneto è uno dei segreti meglio custoditi del Lago di Garda”.

Ventotene (Latina)
In questo piccolo villaggio sorto su un’antica isola, le dimore arancioni gialle e rosa “si mescolano” a una serie di vasche artificiali d’epoca romana scavate sotto la scogliera.

Cornello dei Tasso (Bergamo)
“Un borgo da fiaba sospeso nel tempo”, così viene descritta la piccola frazione di Camerata Cornello. Cornello dei Tasso diede i natali al fondatore del primo sistema postale europeo, datato al XIII secolo. Qui si trova anche il “Museo dei Tasso” con i suoi tour guidati e i suoi interni dedicati al pioniere della posta, Bernardo Tasso, e a suo figlio Torquato Tasso, autore del poema epico rinascimentale “Gerusalemme Liberata”.

Emissioni Co2 da trasporto marittimo, da Bruxelles maggiori controlli

I ministri per gli Affari europei, quello della Giustizia e dell’Ambiente hanno firmato il provvedimento che prevede nuove sanzioni in caso di sforamento da anidride carbonica. La nuova disposizione darà attuazione al Regolamento Ue in materia d’inquinamento via mare, che vede l’istituzione di un sistema sanzionatorio per il mancato rispetto degli obblighi di monitoraggio e comunicazione delle emissioni di CO2. L’obiettivo del decreto legislativo, appena approvato dal Consiglio dei ministri, è collegato alla necessità di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra in tutti i settori dell’economia, compreso il trasporto marittimo internazionale. Le penalità pecuniario-amministrative saranno quantificate in modo diverso a seconda della gravità della condotta illecita. L’articolo 2, ad esempio, disciplina il regime sanzionatorio relativo agli obblighi di monitoraggio, l’articolo 3 disciplina le sanzioni in caso di violazione degli obblighi di comunicazione.

L’attività di vigilanza e accertamento è esercitata dal Corpo delle Capitanerie di Porto, Guardia costiera che dipende funzionalmente dal Ministero dell’Ambiente. L’irrogazione delle sanzioni spetta invece al Comitato nazionale per la gestione della direttiva 2003/87/CE e per il supporto nella gestione delle attività di progetto del Protocollo di Kyoto, quale autorità nazionale competente. I proventi delle sanzioni verranno riassegnati al Ministero dell’Ambiente per il finanziamento delle misure di riduzione delle emissioni stesse.

“E’ necessario – ha detto il titolare  dell’Ambiente, Sergio Costa – che tutti i settori dell’economia, compreso quello del trasporto marittimo internazionale, concorrano alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Con questo provvedimento andiamo in questa direzione. Il contributo di tutti è fondamentale nella battaglia globale per il clima”.

I trasporti, in generale, consumano un terzo di tutta l’energia finale nell’Ue. La maggior parte di questa energia proviene dal petrolio e ciò significa che i trasporti, compresi quelli marittimi, sono responsabili di gran parte delle emissioni di gas a effetto serra e contribuiscono in larga misura ai cambiamenti climatici.

Poliposi naso-sinusale

La poliposi naso-sinusale è una patologia dell’apparato respiratorio, caratterizzata da escrescenze che originano dal tessuto sottomucoso delle cavità nasali e dei seni paranasali e che, aumentando di volume, tendono a procurare ostruzione respiratoria.

Frequentemente si sviluppano in pazienti allergici, anche tra coloro che si dimostrano negativi ai test cutanei e al RAST, ma nella secrezione nasale si ritrova quasi sempre una marcata presenza di granulociti eosinofili. Alcune ricerche hanno infatti dimostrato come nel caso della poliposi naso-sinusale vi sia un contesto caratterizzato dalla presenza di interleuchina 4 e interleuchina 5, proteine in grado di polarizzare la risposta immunitaria verso l’attivazione dei granulociti eosinofili. Tali entità cellulari sono in grado di sostenere una risposta infiammatoria cronica o subacuta in grado di protrarre l’essudazione sottomucosa e la conseguente depolimerizzazione dell’acido ialuronico. Tali modificazioni si traducono in un aumento volumetrico della sottomucosa con la formazione dei polipi.

La sorgente infiammatoria è difficile da identificare; tuttavia sono state proposte le seguenti:

Batteri
Virus
Funghi
Allergia
Autoimmunità
Inalazione di sostanze irritanti (gesso, polveri di legno o carta, fumo di tabacco);

La poliposi nasale è una malattia comune e la terapia è solo sintomatica. L’obiettivo è di combinare terapia medica e chirurgica in modo da offrire i maggiori benefici ed i minori effetti collaterali.

La terapia medica si effettua con steroidi, somministrati per via sistemica (iniezioni periodiche di preparati-ritardo come il triamcinolone) o locale con spray nasali. È efficace nelle forme iniziali, non ancora completamente ostruenti, e come prevenzione nelle recidive degli operati o come mantenimento dopo terapia cortisonica sistemica.

La terapia chirurgica (FESS, acronimo di Functional Endoscopic Sinus Surgery) si rende necessaria per le forme marcatamente ostruenti. Può essere effettuata in anestesia locale con intento solo disostruttivo, oppure in anestesia generale con intento più radicale (exeresi).

Le moderne tecniche di chirurgia endoscopica sono minimamente invasive e causano soltanto lievi danni alla mucosa nasale, ma una corretta gestione post-operatoria è comunque fondamentale per il pieno recupero respiratorio del paziente.

Naufragio al largo della Libia, una vergogna per tutti

Il Mare Mediterraneo, quello che i nostri antenati romani avevano battezzato “Mare Nostrum” , è ormai un immenso cimitero liquido. Abbiamo ricevuto in queste ore la triste notizia dell’ennesima mattanza avvenuta nelle acque antistanti la Libia. Decine di migranti, tra cui donne e bambini, sono morti giovedì pomeriggio in quello che si teme possa essere stato il peggior naufragio dall’inizio dell’anno.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che ha dato la notizia, i morti potrebbero essere 150. Stiamo parlando di carne umana, proveniente dalla sponda africana, affogata dall’egoismo umano. Ecco che allora il mare s’è trasformato, ancora una volta, in un “Mare Monstrum” che si ostina ad inghiottire ad ogni piè sospinto, come famelico titano, le proprie vittime inermi. Come al solito, nel nostro Paese iniziano ad imperversare i luoghi comuni, parole che si dissolvono come bolle di sapone e ciarpame di chi specula sulle altrui disgrazie.

Non resta, allora, che fare silenzio, pregando e riflettendo, col cuore e con la mente, sul mistero del dolore e soprattutto sulle responsabilità umane (di noi tutti) di fronte a quei corpi cui è stato negato il diritto di “fuggire” e dunque di “esistere”. Per favore, non chiediamoci dov’è Dio, ma dov’è l’uomo “creato a sua immagine e somiglianza”. Per dirla con Daniel Defoe, celebre autore di Robinson Crusoe : “L’uomo non si vergogna di peccare, ma si vergogna di pentirsi“.

Il nuovo partito non può fare a meno dell’identità.

Questo intervento del direttore della nostra testata s’inserisce nel dibattito aperto dalla relazione di Dante Monda al convegno, tenutosi lunedì 22 luglio a Roma, del Coordinamento nazionale di Rete Bianca.

Sul finale di Blow-Up, il capolavoro di Antonioni, lo spettatore assiste alla scena dei mimi in una partita a tennis senza racchette e senza pallina. Questo raffigura oggi il dibattito sul nuovo partito che molti si aspettano di vedere in campo. Gli attori lottano con il disincanto. Dalla loro milita la ragione di un bisogno politico riconosciuto; contro di loro agisce la consapevolezza che l’invenzione della novità fuoriesce dai canoni delle buone abitudini.

Ci vuole indubbiamente coraggio. Innanzi tutto, per essere chiari, occorre stabilire un punto di partenza inequivoco. L’errore consiste nel pretendere, con un colpo di bacchetta magica, di allocare nel campo della politica un dato sociale oggettivo. Si parla di nuova sensibilità dei cattolici e si scopre a rovescio la poca consistenza, in termini di traduzione organizzativa pratica, dell’universo credente. Da ciò deriva quel disincanto che porta direttamente alla sminuizione dell’identità cattolica. Allora ci si rifugia in fretta e furia nel protocollo del cosiddetto “partito plurale”, fatalmente inghiottito nel mélange di evocazioni superficiali, molto spesso contratte nel medesimo vuoto che esse invece dovrebbero combattere.

La raffigurazione sociologica di un cattolicesimo debole, quasi a specchio delle contraddizioni operanti in seno alla società, non è la matrice di uno sforzo politico autentico. Al più rimanda a quelle abitudini, appunto, che si pensano buone in virtù dell’apparire allineate alla semplicità del senso comune. Dinanzi alla crisi di una democrazia a bipolarismo populista convergente, non ci sono molte risorse attive, se solo si esclude quelle ancora riposte nella diffusa esperienza del cattolicesimo sociale e democratico. È l’identità necessaria, questa, su cui far leva per scardinare il blocco della reazione sovran-populista.

Al nuovo partito, dunque, non serve una rappresentazione mimetica. Di questo passo l’obiettivo rimarrà sempre lontano, pressoché irraggiungibile. Serve una corale volontà di raccoglimento nel pensiero dell’autonomia – anche nel campo dell’opposizione – in grado di valorizzare un progetto politico a indirizzo autenticamente democratico e popolare. In questo senso l’autonomia vive e opera come sfida, al riparo comunque da rigurgiti d’integralismo. Quanto più assorbirà con intelligenza la lezione delle “idee ricostruttive”, motore della Ricostruzione italiana del dopoguerra, tanto più incrocerà la grande carovana degli italiani in fuga dal deserto della politica attuale. 

È una generazione più giovane ad essere chiamata in causa. Se non De Gasperi, consegnato oramai alla storia, almeno un Draghi politico europeista, rivestito di abiti confacenti alla domanda di eguaglianza e giustizia sociale, vorremmo finalmente intravedere su questo cammino faticoso e accidentato.

 

Le relazioni internazionali di un Paese senza linea

Articolo già apparso sulla rivista il Mulino a firma di Vittorio Emanuele Parsi

Dopo circa un anno dal’avvio della XVIII legislatura nella storia della Repubblica, l’Italia si propone agli occhi del mondo come un attore animato da eccessivo tatticismo, propenso a svilire istituzioni e trattati internazionali, cinico e maldestro nella ridefinizione della propria rete di alleanze. Convinto che la rinazionalizzazione delle questioni più complicate consenta una loro più facile soluzione e pericolosamente incline a manifestare la non irreversibilità della collocazione della sua cultura politica dominante nel novero di quelle delle democrazie occidentali. La sua politica estera sembra orientata prevalentemente, se non unicamente, ad alimentare i temi di un’infinita campagna elettorale, schiacciata sul presente e propensa a ignorare le conseguenze durature delle decisioni contingenti, irresponsabilmente disponibile a danneggiare in maniera permanente i rapporti con gli alleati chiave del Paese, mettendo a repentaglio, per riprendere Tucidide, la sicurezza, gli interessi e la reputazione della Repubblica.

La considerazione da cui partire è che, per poter avere una coerente politica estera è una visione del mondo, della sua evoluzione e di come quelli che per brevità definiamo gli “interessi nazionali” si collochino nel quadro dell’una e dell’altra. La stessa idea di politica estera incorpora il senso del limite, dei condizionamenti che derivano dall’articolazione del sistema internazionale, sul quale la possibilità di influenza del singolo attore è per definizione modesta, perché le capacità che si hanno a disposizione sono sempre e comunque scarse. La comprensione delle dinamiche internazionali serve quindi a relativizzare questa scarsità, concentrando le risorse sugli obiettivi più importanti e cercando di porvi rimedio attraverso la tessitura di una rete di alleanze che permetta di compensarne l’insufficienza.

Pensare che l’Italia abbia degli interessi nazionali non significa essere inconsapevoli che essi siano continuamente ridefiniti dalla contrattazione politica nel governo, nelle istituzioni e tra istituzioni e società. Perché la politica estera è una “politica pubblica”, né più né meno di quella sanitaria, dell’istruzione o fiscale, frutto quindi di una continua dialettica tra tutti i soggetti che in misura differente e a diverso titolo concorrono ad elaborarla. Ma in maniera del tutto peculiare la sua efficacia è determinata anche dall’accoglienza e dall’apprezzamento che riceve oltre i confini e quindi andrebbe maneggiata con estrema cautela. Essa è lo strumento attraverso il quale un Paese cerca di manifestare e attuare gli obiettivi che intende perseguire, tentando di ridurre l’impatto che deriva dai condizionamenti frutto sia del sistema internazionale sia delle politiche estere degli altri Paesi. Allo stesso tempo, nella relazione con i partner e gli alleati, ricerca quelle convergenze e quei compromessi che consentano, proprio attraverso il sostegno esterno, di meglio e più profondamente perseguire i propri interessi nazionali. Si fa squadra, per così dire, e in tal modo si cerca di guadagnare più terreno. Il continuo bilanciamento tra le pressioni interne e quelle esterne, tra il consenso domestico e quello internazionale è quindi un’elementare misura di saggezza, così come lo è la scelta di partner e coalizioni affidabili, i cui membri abbiano interessi compatibili con i propri e siano dotati di risorse importanti. Il Giano bifronte è la divinità sotto la quale una corretta politica estera dovrebbe cercare protezione: non certo in omaggio a una qualche forma di scaltra doppiezza, ma perché solo sapendo guardare ed equilibrare risorse e vincoli interni ed esterni è possibile aspirare al successo.

 

[L’articolo di Vittorio Emanuele Parsi pubblicato sul “Mulino” n. 3/19 è liberamente scaricabile qui]

La brasiliana Cristiane Murray Vice Direttore della Sala Stampa della Santa Sede

Il Papa ha nominato Cristiane Murray Vice Direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

Nata il 10 marzo 1962 a Rio de Janeiro, la Murray si è laureata in Amministrazione Aziendale e Marketing alla Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro.

Lavora dal novembre 1995 presso la Radio Vaticana, in seguito incorporata nel Dicastero per la Comunicazione, dove tra l’altro ha curato la redazione dei notiziari circa l’attività della Chiesa missionaria nel mondo, e si è occupata di telecronache e radiocronache in diretta di cerimonie pontificie, Angelus e Udienze, prendendo parte a diversi viaggi internazionali del Santo Padre.

Dal 2018 collabora con la Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi nella preparazione dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica.

Oltre l’italiano e il portoghese, conosce lo spagnolo, il francese e l’inglese.

Commercio estero: Istat, anche a giugno in crescita le esportazioni

A giugno 2019 si stima per l’intescambio commerciale con i paesi extra Ue, un marcato aumento congiunturale per le esportazioni (+3,9%) e un lieve calo per le importazioni (-0,5%).

L’incemento congiunturale delle esportazioni interessa in misura più rilevante i beni di consumo durevoli (+7,2%) e i beni strumentali (+5,7%). L’energia (-1,7%) registra invece una diminuzione. Dal lato dell’import, la contrazione congiunturale è più intensa per i beni di consumo non durevoli (-3,0%) e i beni di consumo durevoli (-2,4%).

Nell’ultimo trimestre mobile (aprile-giugno 2019), la positiva dinamica congiunturale dell’export verso i paesi extra Ue (+1,4%) è trainata dalla forte crescita dei beni di consumo non durevoli (+8,0%); tutti gli altri raggruppamenti principali di industrie risultano invece in diminuzione. Nello stesso periodo, anche le importazioni registrano un aumento congiunturale (+1,3%), determinato dall’energia (+6,5%).

A giugno 2019, le esportazioni sono in diminuzione su base annua (-2,2%). La flessione è marcata per l’energia (-29,9%) e i beni strumentali (-12,9%). I beni di consumo non durevoli sono in forte aumento (+19,2%). Analogamente alle esportazioni, anche le importazioni registrano una diminuzione tendenziale (-4,6%) determinata dall’energia (-9,4%) e dai beni intermedi (-7,1%). In aumento i beni strumentali (+2,7%).

Il saldo commerciale a giugno 2019 è stimato pari a +3.844 milioni, in aumento rispetto a +3.551 milioni di giugno 2018. Da inizio anno aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +32.187 milioni di gennaio-giugno 2018 a +33.388 milioni di gennaio-giugno 2019).

Cipe: nuovi fondi in arrivo

Il Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE)  ha adottato una serie di deliberazioni in materia di infrastrutture, ambiente, politiche di coesione.

Ecco i principali provvedimenti approvati:

Infrastrutture

Il CIPE ha approvato l’aggiornamento del Contratto di programma 2016-2020 fra MIT e ANAS relativo al 2018-2019, che include tra l’altro un piano per la manutenzione straordinaria dei ponti, viadotti e gallerie e un piano per Cortina (Mondiali del 2021 e Olimpiadi del 2026.  Il Contratto prevede ora complessivamente 36 miliardi di investimenti (inclusi i 2,9 miliardi della legge 145/2018 e i 3,2 miliardi di produzione residua di interventi in fase di attivazione e in corso di esecuzione), di cui 31,2 miliardi finanziati e 4,7 miliardi da finanziare. L’aggiornamento prevede risorse aggiuntive da allocare per circa 12,5 miliardi di euro.
Il CIPE ha inoltre espresso parere favorevole sull’aggiornamento del Contratto di Programma – parte investimenti – di RFI 2017-2021 sia per l’anno 2018 che per l’anno 2019. L’aggiornamento prevede la contrattualizzazione di circa 15,4 miliardi di euro (al netto di 503 milioni di definanziamenti), di cui di 7,3 miliardi di euro di investimenti da fondi di legge di bilancio 2019 e 5,9 miliardi da legge di bilancio 2018, oltre a 2,2 miliardi di FSC 2014-2020.

Il CIPE ha altresì approvato:

  • una delibera contenente il criterio generale per l’accertamento e per la definizione dei rapporti economici riferibili alle società concessionarie autostradali limitatamente al periodo intercorrente tra la data di scadenza della concessione e la data di effettivo subentro del nuovo concessionario (periodo transitorio);
  • l’accordo di cooperazione relativo alla tratta autostradale A4 Venezia-Trieste, A23 Palmanova-Udine, A28 Portogruaro-Conegliano, A57 Tangenziale di Mestre per la quota parte e A34 raccordo Villesse-Gorizia [ex Autovie venete];
  • il progetto definitivo 9° Lotto Grosseto-Fano;
  • il progetto definitivo della “Telesina” (lotto 1);
  • la modifica del proprio parere sul 2° Atto Aggiuntivo tra CAL S.p.A. e Autostrada Pedemontana Lombarda S.p.A., espresso con la precedente delibera n. 24/2014;
  • la reiterazione del vincolo preordinato all’esproprio: Via del Mare Jesolo-Litorali – Collegamento A4 Jesolo e Litorali – Bretella Stradale;

Ambiente

Il CIPE ha approvato le modalità di erogazione delle risorse con finalità acceleratorie della spesa del Fondo sviluppo e coesione 2014-2020 (anche in relazione alla “Clausola di flessibilità” sottoscritta dall’Italia con l’Unione europea) per interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico. In particolare, esclusivamente per tale tipologia di interventi, ricompresi negli strumenti programmatori del FSC 2014-2020 e rientranti nella competenza dei Presidenti di Regione in qualità di Commissari straordinari delegati, è stato approvato l’incremento della percentuale di anticipazione delle risorse FSC 2014-2020 dal 10% al 30% dell’importo assegnato per singolo intervento.
Il CIPE, a seguito dell’attività della Cabina di regia Strategia Italia, ha inoltre approvato un piano del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare che comprende 263 interventi immediatamente cantierabili entro il 2019 per fronteggiare il dissesto idrogeologico per un importo di oltre 315 milioni di euro. Il piano si inserisce nel contesto dell’Azione 1 del Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico “ProteggItalia” adottato con DPCM 20 febbraio 2019.

Politiche di coesione

Il CIPE ha approvato il Programma Operativo Complementare 2014-2020 della Regione Molise, la Rimodulazione del profilo di spesa delle annualità del Piano operativo Sport e periferie, la riprogrammazione delle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) della Regione Campania, un’integrazione del Piano Operativo infrastrutture che concerne l’Aeroporto di Reggio Calabria e la messa in sicurezza delle aree portuali di Palermo e Castellammare di Stabia e infine il Piano per la valorizzazione dei beni confiscati esemplari, tra cui il complesso “La Balzana”;

Altre decisioni

Il Comitato ha ripartito circa 4 miliardi di euro relativi al Programma pluriennale di interventi in materia di ristrutturazione edilizia e di ammodernamento tecnologico del patrimonio sanitario; ha ripartito i contributi previsti per l’anno 2017 a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare; ha approvato aggiornamento degli indirizzi per l’utilizzo delle risorse residue assegnate per l’Edilizia residenziale pubblica; ha approvato misure in materia di ricostruzione post sisma in Abruzzo.

Arriva la vespa samurai contro l’invasione delle cimici

Per fermare la strage dei raccolti causati dalla cimice asiatica che con il caldo si sta moltiplicando nelle campagne ed in città arriva il primo via libera alla diffusione della vespa samurai, nemica naturale dell’insetto che sta devastando meli, peri, kiwi, ma anche peschi, ciliegi, albicocchi e piante da vivai con danni che possono arrivare fino al 70% delle produzioni. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare positivamente l’approvazione del regolamento, ora alla firma del Presidente della Repubblica, per l’immissione di specie e popolazioni non autoctone di organismi antagonisti di insetti alieni nel territorio italiano su richiesta delle Regioni, delle province autonome o degli enti di gestione delle aree protette nazionali.

“Un provvedimento fortemente richiesto dalla Coldiretti a cui è necessario ora dare rapida attuazione – sottolinea il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini – velocizzando la procedura in modo da consentire l’immissione in campo della vespa samurai contro la cimice asiatica già durante la campagna agricola in corso”. Il rischio è, infatti, che un allungamento dei tempi burocratici possa impedire l’avvio concreto delle sperimentazioni.

La “cimice marmorata asiatica” arriva dalla Cina ed è particolarmente pericolosa – sottolinea la Coldiretti – per l’agricoltura perché prolifica con il deposito delle uova almeno due volte all`anno con 300-400 esemplari alla volta che con le punture rovinano i frutti rendendoli inutilizzabili e compromettendo seriamente parte del raccolto. La situazione – sottolinea la Coldiretti – è difficile in tutto il Nord dal Friuli al Veneto, dalla Lombardia all’ Emilia Romagna fino in Piemonte dove i fastidiosi insetti provocano vere stragi delle coltivazioni, per l’uomo, oltre al fastidio provocato dagli sciami che si posano su porte, mura delle case e parabrezza delle auto.

La diffusione improvvisa di questi insetti che non hanno nemici naturali nel nostro paese – spiega la Coldiretti – è favorita dalle alte temperature e dalla loro polifagia, potendosi spostare su numerosi vegetali, coltivati e spontanei. La lotta in campagna per ora può avvenire attraverso protezioni fisiche come le reti a difesa delle colture. Per contrastare la proliferazione dell’insetto alieno è dunque importante proseguire a marcia spedita con la ricerca per interventi a basso impatto ambientale, attività già avviata con importanti centri universitari, come nel caso del Piemonte dove è stato sperimentato l’utilizzo di un piccolo insetto indigeno, l’Anastatus bifasciatus, contro la cimice grazie ad un progetto promosso dalla Fondazione CRC con il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (DISAFA) dell’Università di Torino e Coldiretti Cuneo.

La cimice asiatica è solo l’ultimo dei parassiti alieni che hanno invaso l’Italia con i cambiamenti climatici e la globalizzazione degli scambi commerciali, dal moscerino dagli occhi rossi (Drosophila suzukii) che colpisce ciliegie, mirtilli e uva al cinipide del castagno (Dryocosmus kuriphilus), dall’Aethina tumida, il coleottero killer delle api, al punteruolo rosso Rhynchophorus ferrugineus che fa seccare le palme, provocando all’agricoltura danni stimabili in oltre un miliardo.

Sotto accusa è il sistema di controllo dell’Unione Europea con frontiere colabrodo – denuncia il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini – che hanno lasciato passare materiale vegetale infetto e parassiti vari. Una politica europea troppo permissiva che consente l’ingresso di prodotti agroalimentari e florovivaistici nell’Ue senza che siano applicate le cautele e le quarantene che – conclude Prandini – devono invece superare i prodotti nazionali quando vengono esportati con estenuanti negoziati e dossier che durano anni e che affrontano un prodotto alla volta.

Bike sharing, a Firenze meno 500 tonnellate CO2 in 2 anni

In due anni, grazie all’uso del bike sharing per muoversi in città, a Firenze c’è stato un risparmio di 500 tonnellate di CO2, con un beneficio per l’ambiente pari a 23mila alberi piantati. Questo rilevante risultato è stato illustrato a Palazzo Vecchio in occasione del compleanno di Mobike, sbarcata nel capoluogo toscano il 24 luglio 2017.

Dal lancio due anni fa del sistema di bikesharing fiorentino, spiega l’assessore comunale all’ambiente di Firenze Cecilia Del Re, “abbiamo registrato numeri impressionanti, con enormi benefici per l’ambiente. Oltre tre milioni di utilizzi del sistema di mobilità sostenibile che ha cambiato in meglio la città”. “La nostra ambizione è quella di sostituire oltre il 10% degli spostamenti con le auto private”, il commento di Alessandro Felici, ad di Evlonet che distribuisce e gestisce Mobike in Italia. L’azienda, per festeggiare i due anni a Firenze, ha anche deciso di regalare 20 Mobike Pass da 90 giorni a 20 mobiker che utilizzeranno il servizio durante la giornata del 24 luglio: i vincitori saranno contattati via sms il giorno 26 luglio.

La febbre dengue

E’ una malattia infettiva tropicale causata dal virus Dengue. Il virus esiste in cinque sierotipi differenti  e generalmente l’infezione con un tipo garantisce un’immunità a vita per quel tipo, mentre comporta solamente una breve e non duratura immunità nei confronti degli altri. L’ulteriore infezione con un altro sierotipo comporta un aumento del rischio di complicanze gravi.

La malattia è trasmessa da zanzare del genere Aedes, in particolar modo la specie Aedes aegypti. Si presenta con febbre, cefalea, dolore muscolare e articolare, oltre al caratteristico esantema simile a quello del morbillo. In una piccola percentuale dei casi si sviluppa una febbre emorragica pericolosa per la vita, con trombocitopenia, emorragie e perdita di liquidi, che può evolvere in shock circolatorio e morte. Non esistendo una vaccinazione efficace, la prevenzione si ottiene mediante l’eliminazione delle zanzare e del loro habitat, per limitare l’esposizione al rischio di trasmissione.

La terapia è di supporto e si basa sull’idratazione in caso di una forma lieve-moderata di malattia e, nei casi più gravi, sulla somministrazione endovenosa di liquidi e sull’emotrasfusione. La prima descrizione della malattia è del 1779 e la sua eziologia è stata dimostrata nei primi anni del XX secolo. L’incidenza della dengue è cresciuta molto rapidamente a partire dagli anni sessanta, con circa 50-100 milioni di persone infettate ogni anno, e risulta endemica in 110 paesi.

Sudan, il pericolo viene dall’estremismo d’importazione

Articolo già apparso sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Marco Bellizi

Gli studenti sudanesi sono scesi di nuovo in piazza ieri a Karthoum. Hanno chiesto giustizia per i loro compagni uccisi nelle dure repressioni dei mesi scorsi, prima che militari e opposizione civile trovassero l’accordo per un’alternanza al governo del Paese in vista di nuove, democratiche elezioni. Dal 19 dicembre scorso sono stati 246 i morti, di cui 127 in un’unica giornata, il 3 giugno, e 1353 i feriti, secondo i dati forniti dai manifestanti. Ieri fortunatamente non si sono verificati scontri ma gli studenti continuano a chiedere in maniera ferma che venga fatta luce su quelle morti mentre ad Addis Abeba, in Etiopia, si tengono colloqui per condurre alla pacificazione anche la parte dell’opposizione che non ha accettato l’accordo con gli apparati militari. Della situazione sudanese abbiamo parlato con l’ambasciatore italiano in Sudan, Fabrizio Lobasso, a margine della conferenza che si tiene a Roma e che riunisce i capi di tutte le missioni diplomatiche italiane nel mondo.

In una situazione ancora confusa come quella sudanese, occorre prima di tutto fare il punto della situazione. In che stato si trova ora il Paese, al di là delle notizie frammentarie che giungono in Occidente?

Il Sudan si trova in una fase cruciale della sua storia: dopo un duro confronto tra opposizioni e militari, finalmente le parti si sono sedute a un tavolo per trovare punti di sintesi, anche grazie al lavoro della diplomazia internazionale: soprattutto Unione africana, Etiopia, Unione europea, Stati Uniti e per certi versi alcune monarchie del Golfo. Ad oggi, è stato raggiunto un accordo di tipo politico: manca ora la firma di un documento costituzionale per regolare l’equilibrio di poteri di un governo transitorio, che per tre anni dovrà essere necessariamente a trazione civile ma con una rilevante componente militare. I negoziati vanno avanti sotto l’egida dell’Unione africana e dell’inviato speciale dell’Etiopia. Il nuovo governo di tecnici dovrà affrontare da subito le grandi emergenze: la pesantissima crisi economica e i focolai di guerra civile che permangono nel Sud del Paese e in Darfur.

A suo parere quante chances di successo ha l’accordo fra militari e civili  per l’alternanza al governo di transizione?

Ci auguriamo tutti che le chances di successo siano ancora molto buone, nonostante la difficoltà odierna dei negoziati. Nessuno dei contendenti desidera protrarre il confronto; l’onda rivoluzionaria non può stravolgere gli assetti del Paese per sempre, così come il compito dei militari non può essere snaturato all’infinito contrapponendosi al volere popolare.  Siamo fiduciosi che le ragioni dell’equità, della giustizia e del buonsenso prevarranno.

Si ha l’impressione che molta parte della crisi sia alimentata da agenti esteri, come spesso accade in Africa. In che misura questo è vero? Quanta parte hanno invece le rivendicazioni che vengono dal basso?

Alcune potenze straniere giocano un ruolo importante nella crisi per i loro interessi politici ed economici. Il Sudan è un Paese strategico per il Corno d’Africa, per l’Africa sub-sahariana e per il mondo islamico, dunque l’influenza di alcuni Paesi del Golfo e la loro confrontazione in Sudan è innegabile. Non dimentichiamo anche il ruolo di due protagonisti dell’area come Egitto ed Etiopia che oggi più che mai sono interessati a un Sudan amico per proteggere i rispettivi interessi vitali. Esistono sicuramente pressioni e ingerenze, ma non insisterei troppo su questa visione geopolitica esogena e pessimistica. Per il Sudan parliamo soprattutto di una situazione in divenire molto endogena: trent’anni di dittatura non potevano che giungere al termine sotto il peso della fortissima crisi economica e delle recriminazioni delle classi sociali e popolari più vulnerabili, che hanno pagato un prezzo troppo alto in tutti questi anni. 

C’è un pericolo di radicalizzazione islamica nel Paese?

Il Paese è immenso, con tutte le difficoltà di controllo geografico e di confine che ne derivano. C’è sicuramente una componente locale di rischio di radicalizzazione, ma direi che è ridotta. Il Paese è pervaso da un tratto di Islam pacifico, inclusivo, che vede nel sufismo e nelle confraternite Sufi un pilastro aggregativo sociale molto forte. Invece direi che  il rischio di una radicalizzazione “importata”, dovuta alla porosità dei confini, così complessi da gestire e monitorare, è più serio.  Il Sudan oggi fa ancora parte della lista statunitense dei “Paesi sponsor del terrorismo”, ma si spera che nel giro di qualche mese possa esserne espunto. Solo così potrà ambire a tutta una serie di aiuti da parte degli organismi finanziari internazionali per risalire la china.

Qual è la posizione italiana, anche in considerazione dell’emergenza migrazioni?

L’Italia ha un peso molto rilevante in Sudan, specie in termini di cooperazione allo sviluppo, ed è un elemento trainante e inclusivo all’interno dell’Unione europea. I Sudanesi ci apprezzano, ci vedono come il “volto dialogante”, “interculturale” dell’Europa. Giochiamo con grande autorità la nostra parte di “stabilizzatore sociale” in molte regioni del Paese, attraverso la cooperazione allo sviluppo, e i tanti progetti di aiuto sul campo.  Sul tema migratorio siamo ovviamente attentissimi: il “Processo di Khartoum” di qualche anno fa  è nato con l’Italia, e gestiamo nel Paese progetti internazionali ed europei di altissimo livello sulla migrazione. Siamo impegnati nella diffusione di politiche non certo di mero contenimento ma piuttosto di creazione di sviluppo sostenibile, di lavoro, di benessere e di giustizia sociale, in Sudan così come negli altri Paesi africani. Occorre creare nelle giovani coscienze sudanesi l’interesse e il desiderio a restare nel proprio Paese, a collaborare per la rinascita della madre patria senza che i nuovi nati debbano cercare, per disperazione, la propria fortuna altrove. 

Reputa sufficiente l’azione delle organizzazioni internazionali? 

L’Italia e le organizzazioni internazionali hanno un ruolo molto importante all’interno del Paese. L’Unione europea porta avanti moltissimi progetti di sviluppo e attraverso rilevanti finanziamenti è vicina al Sudan sotto ogni aspetto della vita sociale, economica ed educativa. Attraverso il contributo di tutti gli Stati membri, Bruxelles si è confermata pivotale anche sotto il profilo politico con l’appoggio convinto al processo di pace portato avanti dall’Unione africana. Le Nazioni Unite altresì sono molto presenti attraverso varie agenzie, per svolgere un importante lavoro di accompagnamento, di creazione di benessere sociale e di consapevolezza popolare sulle possibilità del paese e sulla sua capacità di svilupparsi in modo più convinto. Non dimentichiamo che il Sudan è uno dei Paesi pilota a livello internazionale per l’implementazione del cosiddetto “Nexus“ che, a livello di cooperazione allo sviluppo, indica l’azione virtuosa e congiunta di due componenti della cooperazione e cioè l’ambito umanitario e quello dello sviluppo sostenibile. Trattasi senza dubbio di un’attivismo internazionale forte e sicuramente cruciale per la rinascita del Paese, nel quale l’Italia è assolutamente in prima linea.

Disco verde al “codice rosso” ma restano diverse criticità

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro)

L’approvazione in via definitiva, da parte del Senato, del disegno di legge che prevede “modifiche al codice penale, al codice di procedura penale, e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, meglio conosciuto come “codice rosso”, rappresenta un’occasione mancata per fare un salto di qualità a tutto campo nel contrasto alla violenza maschile sulle donne.

Diverse le novità introdotte, tra cui l’obbligo di riferire la notizia di reato al pubblico ministero, anche in forma orale per ragioni di urgenza, per i reati di violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, atti sessuali su minori, su persona in condizioni di inferiorità fisica e/o psichica e per lo stalking. L’inasprimento delle pene è il filo conduttore che lega tra loro le diverse norme del provvedimento prevedendo, ad esempio, la condanna alla reclusione da 6 mesi a 3 anni per coloro che non osservano gli obblighi di allontanamento e i divieti di non avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima del reato, la formazione degli operatori di polizia e dei carabinieri, la sospensione condizionale della pena subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero, l’introduzione dell’art. 558-bis nel codice penale, che punisce con la reclusione da uno a 5 anni chi costringe altra persona a contrarre matrimonio o unione civile (da 2 a 7 anni se vittima minore di anni 14), la previsione della extraterritorialità per questo tipo di reato, se commesso all’estero da cittadino italiano o straniero residente in Italia, l’aumento del fondo in favore degli orfani di femminicidio, comprese misure di sostegno in favore delle famiglie affidatarie, l’introduzione dell’art. 612-ter che punisce con la reclusione da 1 a 6 anni la diffusione di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso della vittima (pena aumentata se commessi da coniuge, anche se separato, o compagno della vittima, o ai danni di persona in condizioni di inferiorità fisica o psichica), l’inasprimento pena, da 8 a 14 anni, per il reato di deformazione e lesioni permanenti al viso, da 6 a 12 anni di reclusione, anziché da 5 a 10, per i reati contro la sfera sessuale, aumentati di un terzo se commessi ai danni di minori di 14 anni.

Insomma, il tentativo di affrontare, attraverso l’introduzione di norme più specifiche, le diverse sfaccettature della violenza, soprattutto quella perpetrata sui bambini e le bambine o poco più, che come Cisl condanniamo con fermezza e anzi ci rammarichiamo che non sia stato previsto, in particolare per i matrimoni forzati, soprattutto tra adulti e minori di 13 anni, l’equiparazione con il reato di pedofilia, cosa che continueremo a sollecitare in tutte le sedi opportune, a partire dai tavoli istituzionali già aperti.

Come Coordinamento donne, pur apprezzando il riconoscimento della gravità di alcuni odiosi reati come il “revenge porn”, i matrimoni forzati, quelli relativi alla sfera sessuale e le lesioni permanenti al viso, introducendo pene più severe, riscontriamo alcune criticità che avevamo già avuto modo di segnalare in precedenza, in audizione, durante il passaggio del testo alla Camera. Ad esempio, l’obbligo di ascolto della vittima entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, secondo noi, può trasformarsi in un’arma a doppio taglio che, oltre ad intasare le procure, rischia di produrre una sorta di vittimizzazione secondaria della donna, in un momento molto delicato in cui invece dovrebbe essere garantita la sua sicurezza al fine di favorire l’atto della denuncia e prevenire eventuale revoca della stessa.

Così come riteniamo non appropriata la collocazione di un Osservatorio in materia presso il Ministero di Grazia e Giustizia, in quanto porterebbe soluzioni solo a livello repressivo, mentre l’impegno che stiamo portando avanti è anche di natura culturale, con un approccio olistico comprendente Prevenzione, Protezione, Punizione e Politiche integrate, in linea con gli obiettivi del Piano nazionale sulla violenza maschile contro le donne. Per quanto riguarda la formazione degli operatori di polizia e carabinieri, è necessario che venga coinvolto il sindacato e che tale formazione sia demandata e rientri in quella prevista dalla contrattazione collettiva, come sottolineato più volte nelle preposte linee guida. La partecipazione, inoltre, dell’autore del reato ai corsi per la prevenzione della recidiva, come stabilito nella Convenzione di Istanbul, è importante ma ciò non deve pesare sui fondi destinati alle vittime e non deve costituire alcuna forma di attenuante; esso potrebbe rientrare nelle attività del Servizio Sanitario Nazionale.

Alcuni passi importanti si, dunque, ma necessariamente da migliorare per una prevenzione ed un contrasto più efficaci della violenza contro le donne, i bambini e le bambine.

Cardinale Turkson: “Il Turismo e il Lavoro: un futuro migliore per tutti”

Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Em.mo Card. Peter Kodwo Appiah Turkson, ha inviato in occasione della Giornata Mondiale del Turismo, che si celebra ogni anno il 27 settembre:

Messaggio

“Il Turismo e il Lavoro: un futuro migliore per tutti” è il tema della Giornata Mondiale del Turismo, che ricorre il 27 settembre, promossa dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO). Un tema che richiama l’iniziativa: “Il futuro del lavoro”, voluta dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), che quest’anno celebra il suo centenario.

La scelta di trattare il tema del turismo dalla prospettiva del lavoro appare particolarmente opportuna a fronte delle criticità radicate e crescenti che caratterizzano la dimensione lavorativa della vita per moltissime persone, a tutte le latitudini. Gli obiettivi auspicati della pace, la sicurezza, la promozione e l’inclusione sociale non possono essere raggiunti se si trascura l’impegno congiunto per assicurare a tutti un lavoro dignitoso, equo, libero, costruito intorno alla persona e alle sue esigenze primarie di sviluppo umano integrale. “Lavorare è proprio della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio”1, ha detto Papa Francesco. Dove non c’è lavoro, non ci può essere progresso, non ci può essere benessere, e sicuramente, non ci può essere un futuro migliore. Il lavoro, che non è solo l’impiego, ma la modalità attraverso cui l’uomo realizza se stesso nella società e nel mondo, è una parte essenziale nel determinare lo sviluppo integrale sia della persona che della comunità nella quale essa vive.

“Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione” ha scritto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, rimarcando che “Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale”2. “Senza lavoro – ha detto ancora nel videomessaggio ai partecipanti alla 48.ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Cagliari, 26-29 ottobre 2017) – non c’è dignità”.

Come ricorda poi il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: “La persona è il metro della dignità del lavoro” e – citando l’Enciclica Laborem exercens – «Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona»”3.

Con particolare riferimento al turismo, nel suo Messaggio per la XXIV Giornata Mondiale del Turismo4, San Giovanni Paolo II spiegava altresì che tale settore “va considerato come un’espressione particolare della vita sociale, con risvolti economici, finanziari, culturali e con conseguenze decisive per gli individui e i popoli. La sua diretta relazione con lo sviluppo integrale della persona dovrebbe orientarne il servizio, come per le altre attività umane, all’edificazione della civiltà nel senso più autentico e completo, all’edificazione cioè della ‘civiltà dell’amore’ (cfr Sollicitudo rei socialis, n. 33)”.

Ad oggi non sono poche le problematicità legate all’esercizio del lavoro nel settore del turismo, che si declina in professionalità variegate e con mansioni specifiche. Consulenti di viaggio e guide turistiche, chef, sommelier e camerieri, assistenti di volo, animatori, esperti di marketing turistico e social network: in molti operano in condizioni di precarietà e talvolta di illegalità, con retribuzioni non eque, costretti ad un lavoro faticoso, spesso lontano dalla famiglia, ad alto rischio di stress e piegato alle regole di una competitività aggressiva.

Indigna poi lo sfruttamento del lavoro nei paesi poveri ma ad alta vocazione turistica in virtù del ricco patrimonio ambientale e storico-culturale che li caratterizza, dove a trarre beneficio dall’utilizzo delle risorse locali raramente sono i popoli autoctoni. Inaccettabili sono anche gli atti di violenza contro le popolazioni che accolgono, l’offesa della loro identità culturale, e tutte le attività che causano il degrado e lo sfruttamento vorace dell’ambiente.

Al riguardo, ancora San Giovanni Paolo II nel 2003 evidenziava che “L’attività turistica può svolgere un ruolo rilevante nella lotta alla povertà, sia dal punto di vista economico, che sociale e culturale. Viaggiando si conoscono luoghi e situazioni diverse, e ci si rende conto di quanto grande sia il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Si possono, inoltre, meglio valorizzare le risorse e le attività locali, favorendo il coinvolgimento dei segmenti più poveri della popolazione”5.

In tal senso, a ben vedere le potenzialità di sviluppo offerte dal settore del turismo sono riguardevoli, sia in termini di opportunità di impiego che di promozione umana, sociale e culturale. Opportunità che si aprono in particolare ai giovani e che ne incoraggiano la partecipazione come protagonisti del loro sviluppo, magari attraverso iniziative di autoimprenditorialità nei paesi svantaggiati.

I dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO) rilevano che su 11 posti di lavoro nel mondo almeno 1 è generato – direttamente o indirettamente – dal turismo, e registrano una costante crescita del fenomeno che coinvolge milioni di persone in tutti gli angoli della terra. Si parla di un ciclo espansivo, con enormi implicazioni sul piano sociale, economico e culturale, che ha superato le più rosee aspettative. Basti pensare che nel 1950 i turisti internazionali erano poco più di 25 milioni mentre nel prossimo decennio si stima che potrebbero raggiungere la cifra di 2 miliardi di viaggiatori in tutto il mondo.

A fronte di questi flussi, ci pare incoraggiante la dimensione dell’incontro che il lavoro nel turismo può offrire. Gli operatori del settore a tutti i livelli, nell’esercizio delle loro mansioni quotidiane, in molti casi, hanno l’opportunità di confrontarsi con persone provenienti dai più diversi paesi del mondo, e di avviare quella conoscenza che costituisce il primo passo per l’abbandono di pregiudizi e stereotipi e per la costruzione di rapporti improntati all’amicizia. Del turismo come occasione di incontro ha parlato Papa Francesco rivolgendosi ai giovani del Centro Turistico Giovanile nel marzo scorso, in occasione del 70.mo anniversario di fondazione dell’associazione. Il Pontefice ha espresso apprezzamento per l’impegno da loro profuso nella promozione di un “turismo lento”, “non ispirato ai canoni del consumismo o desideroso solo di accumulare esperienze, ma in grado di favorire l’incontro tra le persone e il territorio, e di far crescere nella conoscenza e nel rispetto reciproco”6.

Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale fa dunque appello a tutti i governanti e ai responsabili delle politiche economiche nazionali affinché favoriscano il lavoro, particolarmente dei giovani, nel settore del turismo. Un lavoro che metta al centro la dignità della persona – come d’altronde raccomanda anche la Commissione Mondiale sul Futuro del Lavoro dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO)7 – che si faccia strumento di promozione dello sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo, che cooperi allo sviluppo delle singole comunità, ciascuna secondo le proprie peculiarità, e che favorisca la creazione di rapporti di amicizia e fraternità tra persone e i popoli.

Assicuriamo la nostra vicinanza e il nostro sostegno a tutti coloro che sono impegnati nel raggiungimento di questi obiettivi, ed esortiamo i responsabili e gli operatori del turismo ad acquisire consapevolezza circa le sfide e le opportunità che caratterizzano il lavoro nel settore turistico. Infine, desideriamo ringraziare in particolare gli operatori pastorali per tutte le energie quotidianamente profuse affinché la Parola di Dio possa illuminare e vivificare questo singolare campo del vivere umano.

Il “San Siro” e i connotati della città

Articolo già pubblicato sulle pagine di Arcipelago Milano a firma di Gianni Zenoni

Con l’utilizzo dei più moderni strumenti per fotografare le città dall’alto e la susseguente presenza sul mercato di riviste e periodici di fotografie panoramiche delle città più interessanti al turismo, viene rivalutata la presenza urbanistica, del disegno della rete viabilistica e delle emergenze costruttive che offrono le città europee, le sole al mondo ad avere avuto una continuità storico-politica di almeno 2000 anni e le cui tracce che hanno portato alla loro formazione sono connotate fortemente dalle caratteristiche architettoniche e dalla destinazione degli edifici prevalenti.

Senza contare i riflessi architettonici della qualità, dovuta alla loro posizione geografica, dei materiali da costruzione più utilizzati in zona e del clima che ha prevalentemente determinato la forma e il colore delle coperture.

Seguendo questa logica anche Milano dovrà riesaminare il suo panorama di città di pianura, scegliendo quegli edifici che non dovrebbero essere mai demoliti sia per la loro qualità edilizia che per la loro Storia e funzione che hanno avuto per la città. Lo stadio di San Siro è sicuramente da mantenere attraverso un’attenta ristrutturazione che ne mantenga l’originalità dell’architettura ma anche la Proprietà Pubblica con l’introduzione di un minimo di servizi Commerciali e diminuendone la capacità ricettiva alle quantità di spettatori richiesti dal mercato, per le seguenti ragioni:…

Qui l’articolo completo

Il Parlamento e la la cooperazione internazionale

Perché il Parlamento non ha spinto il Governo a completare il patto del Quirinale, per il quale si era speso il Presidente Mattarella, e che avrebbe fatto il paio con quello dell’Eliseo con la Germania? La politica estera rende credibile anche “aiutiamoli a casa loro“, perché è dovere del Parlamento controllare la cooperazione internazionale allo sviluppo del nostro Paese.

È piuttosto provinciale accusare di neocolonialismo la Francia che ha mantenuto rapporti produttivi con le sue ex colonie, coltivando anche la francofonia. Quello che noi non abbiamo fatto; in Somalia, Eritrea e Etiopia non si conosce più la lingua italiana. Intanto la Cina colonizza – sul serio – l’Africa; altra potenza che compete (confligge?) con l’Europa. Avrebbe molto da discutere e da fare il Parlamento per “prima gli Italiani con l’Europa”.

Indispensabile il collegamento col Parlamento europeo perché la gran parte delle norme di recepimento riguardano la politica nazionale, “perché l’Europa deve essere anche l’Europa della indipendenza: non un’indipendenza aggressiva e conflittuale, ma un’indipendenza essenziale a determinare le condizioni del suo sviluppo in maniera autonoma”.

I Verdi tedeschi chiedono di puntare sui treni

Rendere i voli interni in Germania “superflui” entro il 2035 sviluppando la rete ferroviaria del paese con l’aumento degli investimenti pubblici al fine di combattere l’inquinamento. È quanto propongono in un documento gli eurodeputati dei Verdi tedeschi Daniela Wagner, Stefan Schmidt, Markus Tressel, Matthias Gastel e Oliver Krischer.

In particolare, i cinque affermano che, “in considerazione della crisi climatica, è giunto il momento di rendere superflui i voli a corto raggio. Entro il 2035, vogliamo rendere il treno un’alternativa più veloce, più comoda ed economica per quasi tutte le tratte interne in Germania e nei paesi vicini”.

A tal fine, “il governo federale deve investire di più nello sviluppo e nell’espansione della rete ferroviaria”, investendovi ogni anno tre miliardi di euro, circa il doppio degli attuali stanziamenti. Inoltre, per incentivare l’utilizzo del trasporto ferroviario, “deve essere gradualmente introdotta una tassa sul cherosene” per i voli interni in Germania. L’imposta dovrebbe partire da 33 centesimi al litro per venire adeguata in maniera progressiva all’aliquota sulla benzina, oggi a 65 centesimi al litro.

Al costo dei biglietti per voli interni in Germani dovrebbe, infine, essere applicata un’Iva del 19 per cento. L’Iva sui biglietti ferroviari a lunga percorrenza dovrebbe, invece, diminuire dal 19 al 7 per cento.

Veneto, per il lavoro femminile persiste il divario retributivo

In Veneto nel 2017 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 57,1 per cento. Ad  aumentare è stata inoltre la presenza femminile nei ruoli apicali e nelle posizioni quadro, rispettivamente del 3,7 per cento e del 10,6 per cento. Nonostante ciò, però, resta il divario retributivo tra i due generi: un uomo con incarico dirigenziale infatti guadagna in media il 50 per cento in più di una donna con la stessa qualifica. Questi alcuni dei dati messi in evidenza nella pubblicazione “L’occupazione maschile e femminile in Veneto”, il report sulla situazione del personale e le pari opportunità nelle 1.047 aziende con oltre 100 dipendenti presenti nella regione, curato dalla consigliera regionale di parità ed edito dalla Regione Veneto.

Il rapporto è stato presentato, analizzato e discusso il 22 luglio a Padova, al Bo, in occasione del pubblico confronto tra Università, Regione, Ispettorato interregionale del lavoro e rappresentanti del Ministero del lavoro. Il rapporto, che segue con cadenza biennale assunzioni, licenziamenti, passaggi di livello o di categoria, formazione e retribuzione nelle grandi aziende, dà la possibilità di definire un benchmark statistico per intervenire sule disparità di trattamento e per promuovere il principio delle pari opportunità.

Secondo il rapporto dell’International labour organization (Oil), la precedente crisi economica internazionale ha avuto pesanti ripercussioni su diverse categorie del mercato del lavoro e, tra esse quella delle donne. Negli anni sono infatti peggiorate le condizioni di parità di genere, con il conseguente aumento delle disparità in ambito lavorativo. La proporzione di lavoratrici con ruoli dirigenziali è poco cambiata negli ultimi 30 anni. Meno di un terzo dei dirigenti sono donne, nonostante esse tendano ad essere più istruite rispetto ai loro colleghi maschi.

Il report dell’Oil mostra, in generale, che l’istruzione non è la causa principale dei bassi tassi di occupazione e della bassa retribuzione delle donne, ma piuttosto che le donne non ricevono gli stessi vantaggi e benefici legali ai livelli d’istruzione degli uomini. Coloro che sono madri, ad esempio, sperimentano uno svantaggio salariale dovuto appunto al ruolo, alla condizione, una “penalità” che si ripercuote su tutta la vita lavorativa.

La società della pseudoscienza

Fake news, ovvero le bugie virali che non hanno affatto le gambe corte ma che, anzi, vengono progettate nei dettagli per influenzare le grandi masse, creando spesso vere e proprie psicosi di gruppo.

Dai No Vax all’estremismo su inceneritori e alta velocità, dalle terapie sperimentali sui tumori alla lotta contro l’olio di palma… Fenomeni diversi con un unico comun denominatore: un pericoloso cortocircuito nei rapporti tra nuovi media, società, politica e scienza.

Internet, e soprattutto i social network, hanno facilitato l’accesso a una grande quantità di informazioni senza mediazioni, generando l’illusione che questa porta d’ingresso conduca a conoscenze finora riservate agli esperti.

La rete però sta tradendo le aspettative di molti. La libertà d’opinione senza freni, in un mondo dove tutti possono interagire con tutti su qualunque argomento e alla pari, ha come esito una disinformazione diffusa e pericolosa.

Una sorta di “malattia sociale” del nostro tempo da cui è difficile proteggersi, poco conta avere un buon livello di istruzione. È “La società della Pseudoscienza” raccontata dal sociologo Giuseppe Tipaldo in un testo che offre uno sguardo lucido sui motivi che alimentano tali processi (dati alla mano) e che è, al tempo stesso, un’ottima guida per discernere tra buone e cattive spiegazioni.

Costruito come una serie TV (chi è molto curioso può leggere un efficace riassunto del plot nel capitolo Spoiler per chi va di fretta) il libro, dopo una prima parte di analisi sociologica del fenomeno, indaga, episodio dopo episodio, i più eclatanti casi di pseudoscienza: dal caso Bonifacio – il veterinario che negli anni Sessanta ideò un siero anticancro basato sugli escrementi di capra – al metodo Di Bella, a quello Stamina, e poi la Tav in Val di Susa e la Tap in Salento, passando per vaccini e olio di palma.

Come in un giallo ben costruito l’autore va alla ricerca di vittime e colpevoli, movente e arma del delitto per giungere ad una conclusione provvisoria, aperta a nuove stagioni, come nelle nostre amate serie tv.

Un finale che smaschera gli artifici retorici con cui la pseudoscienza si sta accreditando e che lancia nuovi interrogativi sulle sue possibili evoluzioni future.

 

Editore Il Mulino – Collana “La vie della Civiltà”

Pag. 312 – Anno di pubblicazione 2019

diagnosticare il Parkinson con un semplice prelievo di sangue

Un team di ricerca dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit), in collaborazione con Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento) e Fondazione Santa Lucia (Fsl) Irccs di Roma, ha scoperto come una carenza di alcuni lipidi, prodotti dalla nostra flora intestinale, sia associata alla malattia di Parkinson.

Grazie a questa scoperta con un semplice prelievo di sangue si potrebbe diagnosticare la malattia, con un’efficacia pari al 90%. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista internazionale ‘Metabolomics’.

Chi vince?

La vecchia e antica abitudine dei politici italiani; vince il posto sulla sedia. La tradizione non viene smentita. Un fine profondo attraversa da Palermo a Trieste i politici nel loro insieme.

Che cosa si attendevano gli elettori dei 5Stelle?

Coerenza.

Oggi, vergognosamente smentita.

Non pensavo che Luigi Di Maio e congrega flettessero fino a questo punto. Né immaginavo che franasse in così breve tempo la loro coriacea ideologia. Si erano organizzati sull’asse no-Tav, intorno a quel mondo avevano costruito le loro fortune. Le altre politiche penta-stellate discendevano da quella magna guerra. Ricordiamo ancora l’atto incriminato che aveva compiuto Salvini in Val Susa. Era, più o meno tanto simbolico quanto l’ampolla dell’acqua sulla sorgente del Po – fonte battesimale leghista -.

Questo terremoto interiore ha il sapore di una violenta tragedia. Cosa faranno adesso, non possiamo che immaginarcelo. Per fare un parallelismo, vado con la mente alla ricorrenza di domani, del 1943: caduta di Benito Mussolini.

Non passerà come una piccola svolta il si alla Tav da parte del Governo e non saranno i 5Stelle al Parlamento, votando contro, a nascondere la voragine che hanno aperto sotto i loro piedi. Se fossero, come sempre hanno detto, legati alle conseguenze di un simile evento, dovrebbero rassegnare le dimissioni dal Governo Conte. Facessero questo, la tragedia si trasformerebbe in farsa, ma almeno salverebbero la logica della loro esistenza.

Maliziosità:
Potrebbe anche essere che questa mossa cedevole abbia di mira un’altra finalità. Quale? Quella di permettere oggi a Conte di esprimersi liberamente sulla vicenda relativa al dossier Russia-Lega e, in aggiunta, darsi la forza per bocciare il nucleo centrale della proposta leghista relativa all’autonomia differenziata.

Non posso esimermi dal pensare a queste due ipotesi, perché, altrimenti, sarei costretto a dare un giudizio irrimediabilmente impietoso nei riguardi dell’intelligenza politica penta-stellata, sapendo che il percorso da questi intrapreso è accidentato, una salita simile a quella che il tour di France affronterà sulle Alpi francesi. Ed è per questo che non posso pensare a una semplificazione immediata.

Sono pertanto costretto a immaginarmi delle subordinate che diano un senso alla sciagura interna orchestrata con il si-Tav governativo.

Non c’è niente da dire, da quando questi sono al Governo ci offrono delle puntate come nelle più classiche tradizioni delle serie televisive. Ad ogni fine puntata resta qualcosa di sospeso che induce a essere curiosi per la successiva. La puntata odierna ci troverà intrigati a cogliere come dipaneranno la momentanea matassa in Parlamento sul caso Putin-Salvini.

A domani per i prossimi affascinanti e tormentati eventi politici nazionali.

La “mission” di Rete Bianca.

L’assemblea Nazionale di Rete Bianca di Roma ha segnato una piccola, ma importante, svolta per la storia di questo movimento politico. Una svolta che si riassume efficacemente nel titolo dell’incontro: ‘oltre la testimonianza’. Perché di questo si tratta. Ora, sono almeno 3 le considerazioni che si possono e si debbono fare a margine dell’assemblea di Roma e che sono al centro della “mission” futura di Rete Bianca. 

In primo luogo si deve scegliere se l’area cattolico popolare e cattolico sociale – o almeno una parte significativa di questa – intende spendersi direttamente nell’azione politica e sul terreno politico oppure se intende, altrettanto legittimamente, resistere nel campo della prepolitica. Sono modi diversi, entrambi legittimi, di concepire la presenza nella società contemporanea. Ma dobbiamo essere chiari: se prevale il primo piano occorre misurarsi concretamente con le dinamiche della politica, le sue regole, le sue contraddizioni, le sue difficoltà. E anche con la sua organizzazione. Se, invece, prevale la seconda ipotesi il tutto si riduce alla riflessione, all’approfondimento, alla contemplazione e alla rinuncia all’organizzazione della politica. Mi pare che Rete Bianca, finalmente, ha scelto la prima strada, cioè quella dell’impegno politico diretto mettendosi in gioco. 

In secondo luogo è ormai acclarato che l’esperienza dei partiti identitari è tramontata. O meglio, è del tutto irrilevante ed ininfluente. Le recenti esperienze amministrative in varie regioni italiane e la stessa consultazione europea hanno confermato, in modo persin plateale, che la “ragione identitaria” in politica oggi non è più spendibile. Altra cosa, invece, è quella di far pesare un’area culturale ed ideale – come, appunto, l’area cattolico popolare e cattolico sociale – all’interno di un soggetto politico più ampio, plurale, riformista, democratico, di governo e autenticamente costituzionale. E’ questa la vera sfida politica, culturale, programmatica ed organizzativa su cui Rete Bianca è chiamata a misurarsi. E il documento finale approvato mi pare che colga questo elemento che non è affatto secondario ai fini della presenza politica e culturale dello stesso cattolicesimo sociale e popolare dopo molti anni di afonia e di sostanziale irrilevanza politica. 

In ultimo una considerazione sulla geografia politica italiana. Ovvero, è indubbio – e non lo dicono soltanto i sondaggisti e moltissimi commentatori e opinionisti – che oggi c’è uno spazio politico ed elettorale rilevante per una forza politica che non si riconosce nell’attuale offerta politica italiana. Ne’ nella sinistra – o presunta tale – di Zingaretti, il neo Pds; ne’ nella destra di Salvini e ne’, tantomeno, nel populismo e nella pratica antisistema dei 5 stelle. Uno spazio politico che sin quando non si traduce, però, in una concreta offerta politica ed elettorale costringe gli elettori a rifugiarsi nell’astensionismo o a votare stancamente i partiti esistenti. È giunto il momento, di conseguenza, di essere “attori” e non più solo “spettatori”. 

Infine, la decisione di dar vita ad una “associazione” che raccolga i sindaci e gli amministratori locali riconducibili all’area cattolico popolare è un segno tangibile che Rete Bianca non si limita alla sola azione politica ma intende ripartire dai territori, dalla periferia e dai governi locali a conferma che la valorizzazione delle autonomie locali resta una priorità per questa esperienza politica e culturale. Come ci insegna, del resto, l’intera tradizione sturziana e democratico cristiana. 

Ecco perché l’iniziativa di Rete Bianca è destinata ad assumere una importanza non secondaria nella galassia cattolico popolare e cattolico sociale e, soprattutto, nell’area cosiddetta “centrista” nel nostro paese. Un contributo politico e culturale non indifferente per la stessa area riformista e democratica italiana. 

I danni della “fuga dei cervelli” dall’Africa. Serve una cooperazione su base paritaria.

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Se si apre un qualsiasi dizionario, la voce “cooperazione” sottintende solitamente un rapporto con il quale più individui si uniscono per assicurarsi il diritto di godere dei servizi prodotti dall’accordo tra essi stipulato. Questa definizione esprime concettualmente la parità di rapporto per cui, tra i vari soggetti o attori che dir si voglia, vi sono interessi comuni e interdipendenti. Ne consegue che la cosiddetta cooperazione allo sviluppo, costituendo un “ponte tra i popoli”, dovrebbe essere recepita anche nella sua dimensione bilaterale di reciprocità, in quanto scambio tra le parti.

Sta di fatto che parlando di Africa, viene quasi istintivo un po’ a tutti immaginare la progettualità in termini univoci, quasi dovesse essere tutta rivolta sul campo, “in terra di missione”, laddove il moltiplicarsi delle emergenze umanitarie è sintomatico del malessere d’intere popolazioni. Eppure, questa visione non solo è riduttiva, ma mortifica l’immagine dell’Africa rendendola per lo più negativa e agglutinata. Ciò esige non solo una critica nei confronti del sistema massmediale che, riciclando i soliti stereotipi paternalistici all’insegna della carità pelosa, danneggia le società africane, ma anche l’impegno a promuovere una ricerca positiva sul patrimonio di verità di cui esse sono portatrici. 

In questa prospettiva, il tema della diaspora africana è centrale, sebbene solitamente venga trattato in Europa stigmatizzando gli aspetti negativi connessi all’emorragia di capitale umano. Sarebbe invece opportuno individuare le potenzialità che essa rappresenta in termini di crescita economica e di sviluppo per i paesi africani. Si tratta di uno straordinario deposito di intelligenza, costituito da intellettuali, professionisti e studenti universitari, che potrebbe essere proficuamente messo a disposizione per il progresso dell’intero continente e del mondo, anche in termini di risorse finanziarie e di trasformazione del capitale cognitivo in capitale economico. 

Secondo la Revised migration policy framework for Africa and plan of Action 2018 – 2027 dell’Unione africana (Ua), sono circa 70 mila i professionisti qualificati che lasciano l’Africa ogni anno. Stiamo parlando di un continente con circa 10-12 milioni di giovani che, ogni anno, si uniscono alla forza lavoro africana. Purtroppo il continente è in grado di creare annualmente solo 3 milioni di posti di lavoro. Nel 2016, il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (Fmi) ha segnalato un numero crescente di migranti africani nei paesi dell’Ocse. Stimato a 7 milioni nel 2013, il numero totale di migranti africani nei paesi Ocse potrebbe salire a 34 milioni entro il 2050. La migrazione contribuisce, comunque, alla crescita e allo sviluppo economico inclusivo e sostenibile sia nei paesi di origine che di destinazione. Nel 2017, i flussi di rimesse verso paesi a basso e medio reddito, molti dei quali africani, hanno raggiunto i 466 miliardi di dollari, oltre tre volte l’importo di Aps (Aiuti pubblici allo sviluppo) ricevuto nello stesso anno. Ciò non toglie che l’impatto della fuga dei cervelli manifesta i suoi effetti collaterali, ad esempio, nel settore sanitario. In molti paesi africani, la maggioranza dei medici autoctoni risulta residente all’estero. Ciò pone problemi non indifferenti nel garantire il diritto alla salute, considerando che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, la media africana (calcolata nel periodo 2012-2016 per 26 paesi per i quali i dati sono risultati disponibili) è di 0,45 medici per 1.000 persone. 

Ma per invertire la fuga di personale qualificato — meglio conosciuta con il nome di brain drain — attraverso l’emigrazione da un paese verso altri, potrebbe davvero essere strategico il ruolo delle politiche di cooperazione allo sviluppo dei Paesi industrializzati. S’impone in effetti l’esigenza di un salto di qualità nelle forme d’intervento solidaristico, investendo risorse nella prevenzione di ogni genere di calamità. Siamo un po’ tutti avvezzi ai laconici appelli, lanciati con scadenze stagionali, tre, quattro volte l’anno, per scongiurare le solite carestie di sempre: dal Sahel al Corno d’Africa, o ancor più a meridione, nel settore australe del continente. Gli aiuti di emergenza dovrebbero, in primo luogo, contribuire a liberare le popolazioni dalla loro dipendenza. 

A tal fine, non possono prescindere da progetti che mirino a premunire le popolazioni colpite da future penurie alimentari e altre pandemie. È per questo che sarebbe necessaria una maggiore valorizzazione dell’intelligentia africana, nella consapevolezza che Nord e Sud del mondo hanno un destino comune. Non a caso, l’antropologo Louis Dumont riteneva che la differenza fondamentale tra le società tradizionali e quella moderna consista proprio nel fatto che nelle prime i rapporti più importanti sono quelli tra esseri umani, mentre nella seconda tutto risieda nei rapporti tra uomini e cose. Il dialogo interculturale tra Africa e Occidente pertanto potrebbe aiutarci a comprendere il valore della reciprocità e cioè che loro hanno bisogno di noi, tanto quanto noi abbiamo bisogno di loro.

Spiagge sicure 2019, primo report

Spesi quasi 2 milioni di euro dei 4,2 messi a disposizione dal Viminale per i 100 comuni costieri beneficiari dell’operazione Spiagge sicure 2019.

E’ la fotografia scattata al 30 giugno dal primo report che evidenzia come la parte del leone l’hanno fatta le campagne informative contro le truffe e la contraffazione (1 milione di euro). A seguire, l’acquisto di mezzi (oltre 191) per quasi 440 mila euro e le spese relative al personale assunto a tempo determinato: ben 205 persone. Sono state 1.821 le ore di straordinario effettuate dalle polizie locali per rafforzare i servizi di controllo.

Sul fronte della prevenzione e del contrasto all’abusivismo commerciale sono stati sequestrati 34.500 oggetti per un valore di oltre 175mila euro, 336 gli illeciti amministrativi e penali contestati.

«Vicinanza ai sindaci e lotta all’illegalità: siamo soddisfatti dei primi risultati di Spiagge Sicure, iniziativa che abbiamo inaugurato l’anno scorso con risultati eccellenti» ha dichiarato il ministro Salvini. «Per la prima volta, il ministero dell’Interno ha dato dei finanziamenti diretti agli enti locali. Un aiuto concreto che contribuisce anche a difendere i commercianti e i piccoli imprenditori dalla concorrenza sleale».

I comuni costieri per l’edizione 2019 (27 dei quali al Nord, 26 al Centro e 47 al Sud e nelle Isole) sono stati individuati sulla base del dato fornito da Istat relativo alle presenze nel 2017 di turisti nelle strutture ricettive: sono rientrati i primi cento per numero di presenze, non capoluogo di provincia, con popolazione non superiore a 50mila abitanti e che non hanno già beneficiato di contributi del Viminale per iniziative analoghe.

Il progetto si chiuderà il prossimo 15 settembre.

Il progetto

Nel 2019 e nel 2020 una quota pari al 14% delle risorse del Fondo per la sicurezza urbana è stata destinata ai comuni litoranei per finanziare iniziative, nella stagione estiva, di prevenzione e contrasto all’abusivismo commerciale e alla vendita di prodotti contraffatti.

Nel 2019 il finanziamento è stato di 4,2 milioni di euro, da ripartire in 100 comuni.

Una circolare del capo di Gabinetto ha indicato gli enti potenzialmente destinatari della sovvenzione, tenendo conto delle presenze negli esercizi ricettivi secondo i dati Istat, rispettivamente nel 2017 e nel 2018. Non hanno avuto accesso alle risorse quei comuni che hanno già usufruito di contributi per iniziative analoghe promosse dal ministero dell’Interno o altre iniziative previste nello stesso decreto.

Il Fondo per la sicurezza urbana è stato istituito dall’art. 35-quater del decreto-legge 4 ottobre 2018, n.113, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2018, n.132. Gabinetto del Ministro 2 Modulario Interno – 5 Mod. 5 G. I criteri di ripartizione sono stabiliti dall’articolo 1, comma 1, lett. c del decreto del ministro dell’Interno, adottato di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze in data 18 dicembre 2018.

A Caserta due nuovi campi da calcio realizzati con vecchi pneumatici

Una scommessa vinta quella della realizzazione di campi in erba sintetica, uno da calcio e un altro da calcetto, creati riutilizzando pneumatici fuori uso a Caserta. A inaugurarli nella città campana, il titolare dell’Ambiente, Sergio Costa, che ha tagliato il nastro dei nuovi impianti nel quartiere Vanvitelli.

“Pneumatici che se non raccolti – ha detto il ministro – avremmo trovato in fiamme per strada. E’ questa l’economia circolare che ci piace”.

L’iniziativa era compresa in un protocollo siglato nel giugno 2013 da Ecopneus, Consorzio responsabile della gestione dei Pfu (pneumatici fuori uso), con il Ministero dell’Ambiente, le Prefetture di Napoli e Caserta e l’incaricato del ministro dell’Interno per il contrasto del fenomeno dei roghi di rifiuti nella regione Campania; un protocollo che ha già permesso di realizzare impianti sportivi in aree degradate del napoletano, come a Scampia e al Parco Verde di Caivano.
“In totale – ha spiegato Costa – in decine di Comuni tra Napoli e Caserta ricadenti nella Terra dei Fuochi sono stati raccolte 22.000 tonnellate di pneumatici fuori uso, che abbiamo poi rimesso in circolo attraverso un uso sociale. Questa inaugurazione dimostra l’efficacia del protocollo, e che lo Stato può camminare insieme agli imprenditori nella lotta agli illeciti ambientali. Ci guadagniamo tutti – ha concluso il ministro – dalle istituzioni agli imprenditori onesti ai cittadini”.