Home Blog Pagina 452

DANTE PROPONE UNA VISIONE UNIVERSALE, RIDURLA A VISIONE ITALIANA È UN ERRORE. MA COS’È IN FONDO L’ITALIA?

La Visione Universale di Dante ha avuto successo non perché fosse di destra, ma perché trascendeva le interminabili dispute sui labili successi del frazionismo italiano. In questo senso non è italiana. Dopo aver attribuito al Poeta il pensiero di destra italiano, si viaggia verso l’individuazione del prototipo di italiano, come fa pensare l’articolo su Libero di ieri, 16 gennaio, a firma della ballerina di “Ballando con le stelle” Hoara Borselli, “Dante patriota – Fu lui il primo italiano vero” (Sgarbi dixit). Per altro, a scanso di equivoci, l’unico O’Hara cui finora attribuivo dignità era il Sergente Biff di “Rin Tin Tin”, ma era la TV dei Ragazzi.

Ebbene, Leonardo da Vinci era italiano? Rimase al servizio di tizio e caio tutta la vita, alla fine si stabilì in Francia, la sua tomba (1519) e la Gioconda sono lì. Per capire qualcosa di più (Cesare Ottaviano, o Traiano, o Marco Aurelio, erano italiani?) è utile non solo tenere sul comodino Gli italiani (1964) di Luigi Barzini – un prontuario sul vizio della messinscena – ma soprattutto qualcosa sul tempo in cui l’Italia era la padrona dello sviluppo e del progresso nel mondo: basta leggere Quando l’Italia era una superpotenza. Il ferro di Roma e l’oro dei mercanti, Einaudi, 2004, un’insuperabile affresco di Giorgio Ruffolo che chiarisce molte cose. O anche L’Italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, di Giulio Bollati, 1983.

Il tempo longobardo, secondo Ruffolo, determina la “fatale spaccatura fra il Nord e il Sud del Paese, eredità oggettiva di quell’invasione”. Poi si fa strada una seconda eredità: della frammentazione, del privatismo politico, dell’indifferenza e diffidenza verso lo Stato; un sentimento che diventerà una radice avvelenata del carattere nazionale…”. E la stagione dei liberi Comuni? In ogni conflitto si doveva usare fino in fondo la forza, addirittura sino al terrore. L’obiettivo di ogni lotta era la rovina completa di uno dei contendenti: “La vita civile delle Città italiane diventava così un terribile gioco a somma zero”. Con l’incapacità di trasformare la politica in un gioco a somma positiva, dove, grazie all’accettazione del compromesso, “tutti, accettando una perdita immediata, realizzano nel tempo un superiore guadagno…”. Che sia da allora che il termine compromesso porta con sé un senso non di matura accettazione della realtà, ma di svilimento dell’immagine?

Insomma ci dimentichiamo, come dice Ruffolo, dell’essenza del miracolo italiano: “L’aver creato una ricchezza che non si trasformò in potenza ma si trasfigurò in bellezza”. Tanto che, come dice Fernand Braudel, “quando sull’Italia cadde la notte, tutta l’Europa ne fu illuminata”. Ecco i due più gloriosi e cruciali momenti della storia italiana analizzati attraverso coordinate concettuali dei nostri giorni. Dell’antica Roma l’autore analizza le ragioni del rapido sviluppo, il modello economico imperiale e il sistema agrario-mercantile a base schiavistica, le spese opulente degli imperatori, i dati della svalutazione durante la decadenza fino a giungere al momento della “rivelazione” cristiana. Dalla Roma in decadenza, l’analisi converge verso le capacità tecniche e politiche di Venezia, Genova e Pisa, la conquista dei mercati orientali che definiscono l’economia-mondo rinascimentale con al centro la penisola e le sue Città Stato. Tale primato industriale e mercantile è osservato fino al momento del nuovo lungo tramonto.

L’Italia diventa ‘universale’ oltre le sue vicende quando dopo il Quattrocento gli italiani sono protagonisti delle rotte oceaniche e del Nuovo Mondo (che è battezzata con un nome italiano: terre di Amerigo) per l’unicità delle loro personalità eclettiche. Senza Invincibili Armate alle spalle. E poi c’è l‘Italia dei riscatti, l’Italia del Risorgimento, l’Italia della Ricostruzione, l’Italia dei suoi agganci – vedi l’invenzione del PC con cui gli Americani andranno sulla Luna – con la modernità perduta nelle dispute delle Città Stato. Un miracolo permanente, con luci e ombre, dove l’universalismo del Sommo Poeta spinge a guardare sempre oltre la linea dell’orizzonte, per non dissipare un’identità caleidoscopica e perciò stesso aliena dalla sterile contemplazione di sé medesima. Lontana soprattutto dalla retorica che graffia l’immagine migliore del Paese.

PARISI, “A SCUOLA ANDAVO BENE MA MIO PADRE MI CHIEDEVA PERCHĖ…NON BENISSIMO”. IL PREMIO NOBEL SI RACCONTA – RECENSIONE


Già dalle prime pagine del suo libro o meglio, dai primi gradini della scala della sua vita, si colgono due aspetti in apparente bisticcio tra loro – se considerati separatamente – ma in realtà complementari e connotativi dell’uomo Giorgio Parisi: la normalità e l’originalità. Ho sempre pensato (in ciò confermato dalla personale conoscenza di alcuni di loro) che i veri ‘grandi’ sono persone semplici: nascoste e appartate, riflessive, amanti del silenzio, non ostentano, si pongono domande, vivono le inquietudini dell’esistenza, parlando di sé esprimono la quotidianità e le molte consuetudini in cui ci ritroviamo. Di ciascuno di loro si potrebbe dire: “È uno di noi”. Ma sotto questa coltre che li accomuna al genere umano, sono depositari di una sorta di curiosità cosmica, di una visione olistica, totale della vita, sanno cogliere l’universale nel particolare, accendono lampadine dove altri si perdono nel buio, in quella indescritta normalità che ci rende tutti uguali sanno trovare l’eureka, l’illuminazione, l’idea risolutiva, anche coltivando l’arte del dubbio e la virtù dell’umiltà senza mai perdere la spinta formidabile della motivazione, sanno andare oltre le apparenze, non si fermano al primo ostacolo, dall’errore colgono l’opportunità per ripartire e correggersi, coltivano il dovere della fatica e dell’impegno come passaggi obbligati al perseguimento di un traguardo.

In questo senso i “gradini” (con cui Parisi e Paterlini – in un libro avvincente che incede passo dopo passo nel meraviglioso mistero dell’esistenza – descrivono l’iconografia e la metafora della salita), non sono solo lo scorrere del tempo, la sequenza degli episodi, la descrizione dei contesti ambientali e delle relazioni umane, le tappe di una vita, l’essere bambini e poi adolescenti e infine adulti, poiché l’ascesa – per quanto visibile o tracciata – ha soste, ritorni e ripartenze, non è mai lineare ma conserva il fascino recondito della smentita o della sorpresa. L’aveva scritto Albert Einstein – ‘la fantasia è più importante della conoscenza’- e l’aveva spiegato Karl Popper nella sua epistemologia, basata sul criterio di demarcazione, che fa coincidere la scientificità delle teorie con la loro falsificabilità. Ho anche avuto l’onore di ascoltarlo da Rita Levi Montalcini quando mi spiegava che le teorie codificate, il pensiero pensato, le conquiste della scienza sono il traguardo di una ricerca, diventano patrimonio della conoscenza acquisita, ma non ci esimono dal coltivare il dovere e la passione dell’incessante immaginazione, poichè il pensiero e la riflessione devono sempre precedere la parola.

Senza tuttavia dimenticare che ogni gradino, essendo conquista anche faticosa, implica studio, applicazione, congetture, ipotesi, verifiche – specie nel campo delle Scienze e tra esse della Fisica di cui Parisi è diventato Premio Nobel – non per un improvviso abbaglio, una sorta di ‘carpe diem’ in cui si coglie l’attimo per farne teoria codificata. Ce lo spiega egli stesso: “La folgorazione la puoi avere sull’intuizione iniziale – a me è capitato varie volte – ma poi il risultato lo ottieni con mesi o anni di calcolo”. È questa la scala che sale – di gradino in gradino – uno scienziato e il prof. Parisi ci tiene a ribadirlo, anche per dare un senso pedagogico di questa spiegazione e l’indicazione di un metodo per i suoi stessi allievi, la consapevolezza che la lettura scientifica della realtà e dei suoi reconditi misteri comporta l’onere dell’impegno e la concentrazione sull’ipotesi intuita come vie obbligate per raggiungere un risultato inizialmente ipotizzato prima di essere validato come ‘scoperta’.

I ‘gradini che non finiscono mai’ sono la traccia a ritroso della vita di Parisi, dall’infanzia (il primo ricordo nitido a cinque anni) all’età adulta: in questa sequenza persino dettagliata e interminabile (come vuole la scienza poiché ciò che si lascia va oltre la stessa esistenza), normalità, quotidianità, interessi, originalità si intrecciano e scorrono veloci: la scelta di dispiegare il racconto in cento capitoli brevi non frammenta la continuità della narrazione in cui prende corpo una precisa identità che ha reso il nostro scienziato una persona speciale. Ci stanno la famiglia, le parentele, le prime (eloquenti, per scelta) letture, la scuola (‘andavo bene ma mio padre mi chiedeva… perché non benissimo?’), le case di abitazione, le vacanze, gli affetti (Daniella per tutta la vita…), la politica, le scelte universitarie, la ricerca scientifica, l’amore smisurato per la fisica, il metodo della ricerca.

Ma tutto questo non prende le sembianze di un banale, inevitabile scorrere del tempo, non è la cronaca per aneddoti o ricordi, anche le soste sui dettagli e i particolari apparentemente marginali o meramente descrittivi delineano i tratti del carattere, la fisionomia dell’identità, gli interessi e la vocazione. Ho imparato dal grande Maestro del cinema Pupi Avati che non basta la passione, per spiccare il volo verso la creatività del genio, che appunto si esprime in ogni contesto di applicazione elettiva e vocazionale: serve il talento che è “l’hic Rhodus, hic salta” di ogni vero genio.

Ma raccontare per tappe, episodi, circostanze, situazioni la propria salita sulla scala della vita e della missione che le si assegna e farlo gradino per gradino è un gesto di umiltà che spiega perché, come detto in esordio, normalità e originalità convivono come sintesi più alta in ogni mente critica e riflessiva, sempre protesa a lla ricerca di una spiegazione, di una risposta ad ogni ‘perché’. La lettura e il racconto sotteso diventano avvincenti poiché descrivono, gradino dopo gradino, le alterne vicende della vita, in forma quasi romanzata e certamente accessibile: qui si legge forse un atto di volontà, quello di proporsi con semplicità, quasi con sottesa ironia, con un approccio critico e non sempre indulgente verso l’io narrante. Anche l’umiltà, lo si è detto, è componente nascosta della genialità come valore soggettivo, personale, diverso.

Questa consapevolezza dovrebbe suggerire al lettore accorto una prudente conclusione, al temine del libro, in cima alla scala dove il Prof. Parisi ha legittimato una salita fatta di mille gradini: la capacità di fermarsi al di qua della soglia, la benevolenza di astenersi da ogni incauta congettura. Non tutto, infatti, può essere spiegato perché non tutto può essere capito. Lassù, in cima alla salita che la mente geniale raggiunge ci sono le risposte che quel percorso ha acquisito e che sono messe al servizio della scienza e del bene comune. Oltre resta l’imperscrutabile, intimo segreto di ogni ineguale, affascinante identità.


Breve bio-bibliografia degli autori del libro Gradini che non finiscono mai – Editrice La Nave di Teseo.

Giorgio Parisi
Giorgio Parisi (1948) è professore ordinario di Fisica teorica all’Università La Sapienza di Roma dal 1981. Ha ricevuto la medaglia Boltzmann, la medaglia Max Planck, il Premio Nonino, il Premio Wolf e il Premio Nobel per la Fisica nel 2021. È stato presidente dell’Accademia dei Lincei ed è membro di molte accademie, tra cui l’American Philosophical Society. Si è occupato principalmente di fisica teorica, in campi molto diversi come la fisica delle particelle, la meccanica statistica, la dinamica dei fluidi, i sistemi complessi, le costruzioni di computer scientifici, la teoria dell’ottimizzazione. Ha realizzato anche studi sulle reti neurali, sul sistema immunitario, sulle glaciazioni e sul movimento di gruppi di animali. Tra i suoi saggi divulgativi, ha pubblicato La chiave, la luce e l’ubriaco. Come si muove una ricerca scientifica (2006) e In un volo di storni. Le meraviglie dei sistemi complessi (2021), quest’ultimo tradotto in una ventina di paesi.

Piergiorgio Paterlini
Piergiorgio Paterlini (1954) ha pubblicato, fra gli altri, Non essere Dio. Un’autobiografia a quattro mani (con Gianni Vattimo, 2015), Bambinate (2017), Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk (2018), Profughi (2021). Dal 1991 il suo long seller è Ragazzi che amano ragazzi e i suoi libri sono tradotti in una decina di paesi. Ha sceneggiato il film Niente paura (2010), scritto testi per la radio, la televisione, il teatro. Con Michele Serra e Andrea Aloi ha fondato il settimanale “Cuore”. Cura la rubrica Testo a fronte su “Robinson – la Repubblica”.

La promessa a San Francesco, nel libro di Luigi Antonio Greco una testimonianza di fede e di speranza

Roma, Novembre 2020. Luigi Antonio Greco, 43 anni, carabiniere, scopre di essere positivo al Covid. Non teme per sé: è giovane, in salute e guarirà rapidamente. Teme per i figli e soprattutto per la moglie Caterina, affetta da sclerosi multipla. Tutta la famiglia è contagiata. Caterina si aggrava e viene ricoverata in ospedale. Sono giorni drammatici. Il marito, isolato in casa con i figli, è in preda allo sconforto, ai sensi di colpa e ai pensieri più funesti. L’Italia è in lockdown, il Covid è un’incognita e avere notizie dei propri cari in ospedale è quasi impossibile. Luigi Antonio, cattolico praticante, si aggrappa alla preghiera.

“Era il mio modo di dire che Dio ci sarebbe stato – scrive – che avrebbe pensato lui a tutto e che, anche se io non ero fisicamente in ospedale, c’era Lui, accanto a lei”. Un giorno, mentre prepara un borsone per la moglie in ospedale, trova in un cassetto un’immagine di San Francesco. È una piccola lastra intagliata a forma di pergamena, proveniente da Assisi. “Presi in mano l’immagine, la rigirai, e pregai San Francesco di proteggere mia moglie e di farla guarire. Gli feci anche un voto: se Caterina fosse tornata a casa e fosse stata bene, avrei fatto un pellegrinaggio per ringraziarlo e onorarlo. Poi, misi la piccola immagine nel borsone per l’ospedale”. Dopo quasi un mese di cure, Caterina torna a casa guarita. Per Luigi Antonio è tempo di mantenere la promessa.

Si tratta di coprire a piedi i 296 km che separano Assisi da Roma, camminando tra i sentieri impervi degli Appennini umbri e laziali, in mezzo a una natura selvaggia e incontaminata, con ogni condizione meteo-climatica, ripercorrendo il cammino compiuto da San Francesco otto secoli fa per recarsi da papa Innocenzo III. L’impresa richiede una preparazione e una pianificazione meticolose.

La preparazione fisica, mentale e spirituale di Luigi Antonio dura quasi un anno. Durante il quale deve superare i postumi del Covid, un intervento chirurgico e dire addio al padre, mancato mentre lui è ancora convalescente. Allena ogni giorno il corpo, con l’attività fisica. E lo spirito, con letture, preghiere e meditazioni. Dedica molta cura alla selezione dell’equipaggiamento: la scelta di cosa mettere nello zaino è già di per sé la metafora di un viaggio spirituale che chiede di spogliarsi del superfluo, alleggerire l’animo dalle scorie della quotidianità e puntare all’essenziale. Proprio come il poverello di Assisi.

Luigi Antonio parte il 1° maggio 2022 in treno per Assisi. Da lì, dalla Basilica Superiore, farà ritorno a Roma il 10 maggio, dopo aver percorso dieci tappe tra borghi storici e paesaggi mozzafiato, immerso nella solitudine e nel silenzio della natura, col sole o sotto la pioggia, dormendo e rifocillandosi poche ore al giorno nei rifugi, negli ostelli e nei conventi. Sulla via, piccoli accadimenti, incontri casuali e prove da superare conducono il pellegrino lungo un itinerario di spiritualità francescana, a meditare e riflettere sulla pace dei popoli, sull’attenzione verso chi vive nella solitudine, sull’esigenza di un nuovo stile di vita più rispettoso del prossimo e della Natura. Quando Luigi torna a casa è una persona diversa, con una nuova consapevolezza della vita, in pace con se stessa e con gli altri, pronto a farsi testimone di fede e di speranza nella vita di tutti i giorni. E anche questo, in fondo, è un piccolo grande miracolo.

Il 30 % del ricavato delle vendite sarà devoluto in beneficenza per le mense dei poveri.

DANTE SECONDO MARTINAZZOLI: CRISTO SI È FATTO UOMO, PER QUESTO LA DIVINA COMMEDIA È STATA POSSIBILE.

Un autore interessante, tradotto in Italia tardivamente — ma ci sono delle intempestività utili — , professore cattolico di Storia medioevale, che insegna alla Sorbona e anche a Monaco alla cattedra che fu di Romano Guardini, Rémi Brague, ha indagato recentemente questo aspetto e ha parlato per l’Europa di una sorta di secondarietà culturale. Spiega: “Se dite che l’Europa nasce da Greci ed Ebrei, dite una cosa che ha senso, ma che non si risolve, perché sono due matrici incompatibili”. 

Il Cristianesimo, ed è così anche per Dante, non è tanto il contenuto, ma la forma dell’identità europea, perché a sua volta il Cristianesimo non afferma la sua originalità di nascita: a differenza dell’Islam che riconosce tutti i profeti di prima, ma alla fine, dopo Maometto, li distrugge tutti, il Nuovo Testamento riconosce l’Antico come luogo di nascita vera. Voglio dire che se si segue questo percorso, si scopre che l’identità europea sta fuori di sé e che tutte le letture che noi potremmo fare di una gretta difesa di ciò che è nostro, sarebbero probabilmente una scelta sbagliata. La secondarietà di Roma rispetto a Troia la dice Virgilio così che il compito di Roma trova riscontro nell’originalità che è alla base della predicazione cristiana. In questo senso l’autore che vi citavo prima ci invita a considerare l’identità europea come un’identità romana, non con il recupero delle vestigie, ma in questo modo: i Romani sapevano di non aver inventato niente rispetto ai Greci, né la politica, né la filosofia, né la poesia, né la tecnica (inventare la filosofia vuol dire inventare la tecnica). 

I Romani sapevano di aver inventato solo il diritto che è, per sua natura, l’ordine del compromesso e della transazione. Non dicevano niente in sé di originale, ma con il diritto riuscivano ad inglobare le culture e le invenzioni degli altri. Dall’altro lato il Cristianesimo, rispetto alle altre religioni, si pone con una straordinaria differenza, perché divide ciò che nelle altre religioni è unito, cioè Dio e il potere. È proprio questa identificazione che fa nascere i fondamentalismi. Cristo, invece, dice: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Per concludere queste discussioni, che a volte infastidiscono, non dovremmo, quindi, aver dubbi: se possiamo parlare di laicità dello Stato, questo si deve al Cristianesimo. Il concetto di laicità dello Stato è contenuto in questa divisione tra la politica e la fede. 

Ma il Cristianesimo, sotto altri aspetti, unisce ciò che le altre religioni dividono: l’Islam divide l’uomo e Dio, il Cristianesimo li unisce perché Gesù Cristo si è incarnato e s’è fatto uomo. Questa contaminazione consente da un lato di superare il tempo greco dell’eterno ritorno facendo diventare storia il tempo, e dall’altro consente di coinvolgere anche Dio nell’avventura umana. È perché Cristo si è fatto uomo che Dante ha potuto scrivere la Divina Commedia

Qui il link per leggere il testo completo della conferenza

LA CORRENTI DC COME LE STAGIONI DI UNA VOLTA: NON ESISTONO PIÙ. INUTILE TROVARE ANOLOGIE CON IL PD.

A volte, per la verità molto spesso, si ripete la solita tesi della somiglianza dell’attuale Pd con la Dc. Almeno sotto il profilo dell’assetto organizzativo, cioè della presenza e del ruolo delle ‘correnti’. Ora, per evitare di continuare a fare paragoni impropri da un lato e di cadere in spiacevoli equivoci dall’altro, forse è arrivato anche il momento di chiarire definitivamente la questione.

Insomma, per dirlo con parole semplici e chiare, le tanto declamate ‘correnti’ della Democrazia cristiana, oltre ad essere luoghi di elaborazione politica e di crescita culturale, erano anche e soprattutto dei pezzi di società che si riconoscevano nel progetto politico della Democrazia cristiana. Non a caso, uno storico e autorevole dirigente della Dc, Guido Bodrato, ripete spesso che “la storia della Dc è la storia delle sue correnti”. E questo perchè, come ho detto poc’anzi, la Dc era un partito che rappresentava realmente un pezzo consistente della società italiana. Una rappresentanza politica, sociale, culturale, categoriale, professionale ed economica che conferma come quel partito fosse realmente “un partito di popolo” accomunato da una cultura politica omogenea che affondava le sue radici, seppur articolate e plurali, nella tradizione del cattolicesimo politico e sociale italiano.

E le ‘correnti’, appunto, non erano nient’altro che segmenti politici, culturali ed organizzativi che si facevano carico di quegli interessi sociali e politici attraverso la costruzione del progetto politico complessivo del partito. Di qui le riviste di corrente, i convegni di corrente, i grandi confronti nelle correnti prima degli appuntamento di partito, la crescita di una classe dirigente attraverso il dibattito7 e, in ultimo, l’identificazione delle ‘correnti’ con gli interessi sociali e culturali di un pezzo definito e circoscritto della società italiana. Sì, erano altri tempi ma il ‘metodo’ individuato e perseguito erano il frutto e la conseguenza di un modo d’essere in politica e nella politica. Una esperienza che ha segnato il cammino e il percorso storico della Democrazia Cristiana e, al contempo, la sua specificità nel contesto politico italiano.

Che cosa c’entri tutto ciò con le molteplici e variegate ‘correnti’ del Partito democratico resta sostanzialmente un mistero. Perchè in questo caso si tratta non di ‘correnti’ ma di gruppi o bande, a seconda dei casi, che crescono e si moltiplicano all’infinito a prescindere dalla politica, dalla sua rappresentanza sociale, culturale e categoriale. Ovvero, per dirla in termini ancora più chiari, sono luoghi di aggregazione estranei alla rappresentanza di pezzi della società italiana. Ed è proprio questo meccanismo, e anche questo malcostume, che portano le ‘correnti’ del Pd ad essere dei gruppi esclusivamente e schiettamente di potere utili per dividersi il potere interno e la rappresentanza nelle istituzioni. Cioè, gli organigrammi di partito e le candidature nei vari livelli di governo. Al punto che assistiamo – è notizia di questi ultimi giorni – a spettacoli ridicoli come il decollo di una ennesima corrente chiamata addirittura “Iniziativa democratica” come la storica corrente di Aldo Moro e di Amintore Fanfani dei primi anni ‘50 che teorizzò la nascita del primo centro sinistra nel nostro paese.

L’elemento comico, e anche patetico, è che il protagonista di questa nuova corrente è addirittura Piero Fassino, storico esponente della “casta politica”, ex comunista e a lungo turbo renziano. Un solo esempio – tra i moltissimi che si potrebbero fare – che evidenzia in modo plastico come le correnti del Pd sono strumenti di mero potere che possono moltiplicarsi all’infinito. E, non a caso, ci vorrebbe una severa e lunga inchiesta giornalistica per capire e, soprattutto, per quantificare il numero delle correnti e delle truppe che ci sono oggi nel Pd a livello nazionale e a livello regionale e locale. E questo perchè quando le ‘correnti’ prescindono dall’elaborazione politica, dalla rappresentanza sociale e dall’essere pezzi di società viva si riducono ad essere, come ormai è evidente a qualsiasi osservatore che non sia accecato dalla faziosità e dal settarismo, a meri strumenti di occupazione del potere. ‘Correnti’ e truppe che si moltiplicano a livello locale con una rapidità impressionante, soprattutto alla vigilia di appuntamenti elettorali e congressuali. Come sta puntualmente avvenendo in queste ultime settimane nel partito che aspira ad essere il “principale partito della sinistra italiana” della storica filiera Pci/Pds /Ds/Pd.

Ecco perchè, e non per pignoleria, è bene rimarcare la diversità quasi antropologica tra i modelli organizzativi di questi due partiti. Perchè, in fondo, quando prevale la politica le ‘correnti’ sono tasselli della politica. Quando, al contrario, vince solo il potere, le ‘correnti’ sono solo strumenti di occupazione del potere medesimo. E questa, del resto, è la differenza più vera tra la Democrazia ristiana e l’attuale Pd.

DIBATTITO APERTO. CAPRIOLI (RETE BIANCA) CREDE NELL’ALLEANZA PD-M5S, CARDINE DEL NUOVO CENTRO-SINISTRA.

Finalmente, dopo quasi quattro mesi di profondo travaglio, a tratti anche farsesco, nel Partito Democratico, si sta avvicinando il momento in cui si potrà disporre dei primi punti fermi (per quanto possano essere fermi i punti in politica) per provare a ipotizzare la nuova geografia dell’intera area di opposizione.

Anche noi, cattolici democratici e popolari, possiamo e dobbiamo reagire all’urgenza e iniziare a sciogliere i nodi su come vorremo porci concretamente, e con quali azioni, davanti a questo stravolgimento di scenario. La probabile, ad oggi, vittoria di Stefano Bonaccini lascia immaginare una conseguente caratterizzazione del Partito Democratico come soggetto sì collocato nel centro-sinistra ma, al di là dei proclami che potranno essere fatti dal nuovo segretario, con una vocazione alla prosecuzione del presidio delle stesse fasce e istanze economico-sociali a cui si è progressivamente dedicato, in via quasi esclusiva, negli ultimi anni. Per la collocazione che, si presume, potrebbe quindi assumere il Pd bonacciniano, si può prevedere facilmente una competizione diretta con il Terzo Polo, il cui esito potrebbe finalmente fare emergere in maniera plastica la completa estraneità dei fondamentali politici di quest’ultimo soggetto, leaderistico e liberista, rispetto alla natura politica tipica di un centro-sinistra progressista e solidarista. Una competizione il cui esito positivo dipenderà anche da quanto gli esponenti, storici e non, del cattolicesimo democratico e popolare all’interno del Pd saranno risoluti a portare avanti autentiche battaglie politiche interne, non accontentandosi di sventolare una bandierina dietro elargizione di qualche strapuntino personale in segreteria o in direzione.

Anche il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, a sua volta nel pieno di una profonda evoluzione di contenuti e metodi, sarà inevitabilmente impattato. Una evoluzione, quella avviata dal leader pentastellato, il cui andamento in questi mesi sembra evidenziare e confermare come il presidio di alcune reali e diffuse istanze sociali delle fasce più bisognose della popolazione, la rivendicazione del valore sociale di misure solidaristiche concrete e una posizione europeista rivolta a sviluppo e pace, abbia pagato e stia ancora pagando. Un’evoluzione che però a questo punto necessita obbligatoriamente di colmare la principale lacuna che a tutt’oggi caratterizza il Movimento e che lo costringe ancora a limitarsi a proposte sulle “contingenze”: il completamento di una vera cultura politica, da porre a basamento di un pensiero politico più strutturato e indispensabile per la definizione di una propria visione organica del futuro della società.

Un Movimento che sembra quindi incamminato a diventare qualcosa di radicalmente differente dal populismo grillino del primo “Vaffa” e che pertanto sarebbe da parte nostra miope, oltre che sbagliato, continuare a giudicare frettolosamente come un soggetto con cui non si può collaborare o addirittura permeare con la nostra presenza e cultura politica. Il contributo di Roberto Di Giovan Paolo del 5 dicembre scorso sulle pagine de Il Domani d’Italia (https://ildomaniditalia.eu/un-ppi-radicale-proviamo-a-portare-scompiglio-con-le-nostre-idee-rilanciando-il-popolarismo/) ha, a mio avviso, centrato pienamente metodo e modalità con cui noi popolari dobbiamo tornare ad essere protagonisti: “non mi porrei il problema di andare alle elezioni. Anzi. Proprio per garantire di far cambiare l’agenda politica dobbiamo evitarlo. E dobbiamo portare “scompiglio” politico ed ideale, in tutte le parti politiche, permettendo la “doppia tessera”.”

D’altra parte, come ha correttamente sottolineato anche Giorgio Merlo nel suo recente contributo del 14 gennaio (https://ildomaniditalia.eu/popolari-e-lessere-contemporanei-da-bodrato-una-lezione-di-politica/), riprendendo una tesi del saggio Guido Bodrato, “un progetto politico è credibile, e soprattutto è realistico e percorribile, solo quanto è in grado di collocarsi concretamente nel tempo in cui deve operare”. Senza farsi condizionare da eventuali retaggi e pregiudizi derivanti propria personale esperienza vissuta, oso, molto indegnamente, aggiungere io.

Le due forze, Pd e “nuovo” Movimento 5 Stelle, chiaramente costituirebbero l’alleanza per il centro-sinistra alle prossime politiche. Alleanza di cui popolari e cattolici democratici, presenti e attivi in entrambe, svolgerebbero un fondamentale ruolo di collante e sintesi. Ma occorre attivarsi immediatamente: le prossime politiche potrebbero non essere il primo tra i prossimi banchi di prova a cui potremmo essere chiamati. Non è infatti implausibile che possa essere necessaria una mobilitazione massiccia sulla paventata riforma presidenzialista che la destra, grazie alla collaborazione “rivelatrice” del Terzo Polo, sta preparando in modo sempre più evidente.

Nulla come una battaglia politica combattuta “fianco a fianco” su una aspetto così importante, come il rigetto del tentativo di riforma presidenzialista, potrebbe realizzare in concreto proprio quella saldatura virtuosa tra le culture politiche, popolare e sinistra sociale, che il fallimento del progetto originario del PD ha ritardato per troppo tempo, aprendo per di più la strada nel nostro Paese all’egemonia dei promotori della “terza via” blairiana. Un’egemonia che ha provocato danni economici e politici che stiamo ancora pagando.

Diamoci da fare.

FEMINA RIDENS, UN FILM NEL QUALE UNA DONNA LA SPUNTA SULL’UOMO IMPERANTE. NELLA VITA REALE È TRAGICAMENTE DIVERSO.

Per un femminicido o femmicidio ogni giorno è buono. Non c’è un calendario appositamente dedicato a questo delitto che, grazie a Diane Russel nella seconda metà del novecento fu definito di “genere”, sottraendolo alla iniziale collocazione di omicidi di donna. Si tratta di un omicidio di donna in quanto donna, con tanto di misoginia a supporto. Una buona parola la mise anche Marcela Lagarde, antropologa messicana, per cui l’iniziale inglese “femicide” si traduce oggi nella «forma estrema di violenza di genere contro la donna, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte che…. possono culminare con l’uccisione o in altre forme di sofferenze psichiche e fisiche….”. Si può arrivare al sangue, ma non è necessario.

Giorni fa una giovane avvocatessa è stata uccisa dal suo compagno, con sul collo il doppio degli anni della sua età, che evidentemente non ha comunque brillato di saggezza. L’uomo ha inaugurato il nuovo anno senza stare a guardare se calendario solare, lunario, gregoriano o giuliano con tanto di differenze e sapienti distinguo. Ciò che conta è che la donna abbia pagato il suo debito con l’assassino, che le cose ha fatto per benino fino all’ultimo. Del resto al tempo dei Romani per calendae si intendeva il libro di credito e di scadenze, perché gli interessi maturavano il primo del mese. Quando un amore giunge al termine qualcuno deve saldare i conti. L’uomo, pur lavorando nel trasporto aereo, non ha volato alto nei suoi sentimenti ed è andato giù con colpi di pistola ben piantati nel petto della sua compagna. Notizie di cronaca dicono che è stato professionalmente impegnato, con probabile ogni diligenza, nel mondo del controllo del volo, perdendo però il controllo sulla terra.

A quanto è dato sapere, nel suo lavoro si è occupato anche di sindacato ed ha sindacato che non c’era altro da fare che mettere fine in modo risoluto alla loro storia senza sedere oltre al tavolo delle trattative. Al ristorante dove erano seduti si è alzato dal tavolo, inveendo contro la donna che si è rifugiato nel bagno, temendo il peggio. Sembra, in una prima versione, che il gestore, preoccupato per la situazione venutasi a creare, abbia invitato i due a sgombrare il campo ed a sbrigarsela per fatti loro fuori dal suo locale. Se vero, forse sarebbe occorsa maggiore avvedutezza. Not In My Back Yard, non nel mio cortile, sarebbe stata la scelta di spingere i due litiganti in strada con le conseguenze del caso. Dal Bimby al Nimby il passo è breve.

Dal clamore suscitato, il gestore ha invero dichiarato di aver speso ogni forma di tutela ed accudimento verso la donna, chiamando le forze dell’ordine, invitandola a restare nel locale fino al loro arrivo. La vittima dell’omicidio, forse imbarazzata per il trambusto provocato o fiduciosa di poter ancora gestire la sua situazione, si è determinata in modo diverso. Il locale si chiama Brado. Ha il sapore di libertà. Brado, per dire anche lesto e agile, par che derivi dal latino “Rabidus”, rabbioso e selvaggio come i cavalli indomiti. Rabbioso e selvaggio è stato l’uomo che, allenato per passione al tiro con la pistola, ha colpito al cuore la poveretta, perché negli affari di cuore è così che si fa.

Si deve essere a volte risoluti e determinati. “Al cuore Ramon” era la sfida che nel celebre western “Per un pugno di dollari” il buono muoveva al cattivo per essere centrato da un tiro di fucile, se ne fosse stato capace. Sotto aveva una protezione di ferro che lo proteggeva. La giovane avvocatessa ha avuto a protezione solo la sua paura. Nel film “Femina ridens”, pur in una logica deviata, la protagonista alla fine la spunta sul maschio imperante. Come in un film, la donna è morta tra le braccia del fratello che era accorso a proteggerla, risparmiato per generosità dal balordo o forse perché ne ha disprezzato il genere maschile. Occupandosi di Diritto di Famiglia, la vittima sapeva bene in che guaio si era, suo malgrado, cacciata. Proprio a lei un destino brado e senza legge.

SANGIULIANO SOGNA UN DANTE «NERO», SEBBENE FOSSE GUELFO «BIANCO». PRESTO ANCHE IL SOLE SORGERÀ A DESTRA.

Gennaro Sangiuliano, passato dalla Rai al governo, coltiva l’ambizione di ridestare il culto dell’identità nazionale. Si sente votato, perciò, alla formazione di un nuovo palinsesto e lo vuole confacente al sogno di una destra adulta e orgogliosa, senza più complessi d’inferiorità. A lui sovviene,  in questo slancio creativo, tutta l’esuberanza del commentatore televisivo, più attento a suscitare audience che a promuovere ragionamenti. Ecco allora che nel suo canone ministeriale, vincolante come quello della Rai, è impressa la visione di un’Italia da rifare. E non importa se si scivola così nello spot, tirando in ballo addirittura Dante. In fondo De Gasperi e Togliatti, come è noto, si sfidavano a colpi di citazioni a memoria della Divina Commedia.

Non serve poi molto all’impresa del ministro, pronto a cambiare in nero l’immagine del Dante guelfo bianco. “La destra ha cultura – sosteneva ieri davanti a una platea milanese di Fratelli d’Italia – e ha una grandissima cultura: il fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese è stato Dante Alighieri, per la sua visione dell’umano e delle relazioni interpersonali e anche per la sua costruzione politica profondamente di destra”. Certo, si è affrettato a riconoscere,  l’uscita suona come “un’affermazione forte”.  E perché tanto ardore? “Fare il ministro della Cultura – ha confessato – è un po’ il sogno della mia vita, anche per misurarmi e provare a cambiare quella corrente rispetto alla quale ho sempre remato controcorrente sia nella mia attività professionale di giornalista sia come saggista e cultore della Storia. La destra ha cultura, deve soltanto affermarla”.

Affermare, affermare, affermare: però, pigiato il piede sull’accelleratore, subito si passa al freno. Dice infatti Sangiuliano: “Non dobbiamo sostituire alla egemonia culturale gramsciana della sinistra una egemonia della destra: noi dobbiamo liberare la cultura, perché la cultura è tale se è libera e aperta dialetticamente”. E qui il ministro della Cultura prova a rassicurare la pubblica opinione: “Io non voglio sostituire l’egemonia di sinistra con l’egemonia di destra, ma voglio affermare l’egemonia italiana”. Nientepopodimeno! Dante iscritto d’ufficio al partito, il partito votato all’italica supremazia, la supremazia irrorata di talento ministeriale. Se ci fosse su piazza De Gaulle, non mancherebbe di ribattezzare il tutto con il suo icastico “vaste programme, monsieur”.

Tuttavia, la conclusione può essere un’altra – chiedendo venia al ministro per l’irriverenza – ed è merito di un amico, Antonio Payar, come sempre inventivo e sagace, averla deliziosamente tratteggiata: “Rassegnamoci, a breve i libri di geografia riporteranno che la terra è un pianeta di destra; in più si dirà che il sole sorge evidentemente a destra (e, guarda caso, con i comunisti va giù a sinistra); infine, la rosa dei venti non sarà più come un tempo, proponendo la nuova quadripartizione nord-sud-destra (già est) e ovest”. Insomma, il discorso su Dante è solo un assaggio.

IL SENSO DELLO STATO E LA DIFESA DELLA DEMOCRAZIA INNERVANO IL FUTURO DEL CATTOLICESIMO POPOLARE

Da tempo si assiste a decisioni solitarie, senza alcun confronto: il partito padronale ha modificato l’impalcatura della democrazia. È un errore trasformare la Repubblica rappresentativa in una Repubblica Presidenziale. Urge la ripresa del cattolicesimo popolare.

Domenico Cutrona

Con la nascita in Europa di assetti costituzionali che sono tipicamente accentratori e culturalmente nazionali, il concetto di Stato è passato a designare ogni ordinamento sociale di carattere coercitivo, ovvero quel sistema di norme che disciplina il mutuo comportamento degli individui predisponendo atti coercitivi come sanzioni per la condotta contraria alle norme medesime. Questo tipo di ordinamento si articola secondo lo schema classico della tripartizione di Montesquieu, in base a queste fondamentali funzioni:  legislativo, esecutivo e giudiziario.

A Machiavelli viene attribuito il merito di avere fornito, con il memorabile incipit del Principe, una rampa di lancio per il decollo dello Stato moderno. Lo Stato ha diverse forme, ognuna dipendente dallo specifico punto di osservazione, nonché dalla cultura politica dei soggetti che si fanno interpreti di tale visione. In sostanza, lo Stato assume una veste importante nei rapporti con i cittadini, sicché la democrazia risponde e si connette al tipo di organizzazione del singolo Stato.

Oggi per via dell’estinzione dei partiti, ci si trova davanti a un qualunquismo mascherato da un forte pragmatismo, che in ultima istanza congela le culture politiche, con tutti i risvolti negativi a cui stiamo assistendo in questo periodo storico. Il nostro Paese è ancorato e sorretto da una Costituzione che ha sancito la negazione alla Dittatura con l’applicazione delle democrazia. Da alcuni decenni, nel paese sono emersi “nani e ballerine”, che hanno prodotto solo confusione, perché le attuali forze politiche non hanno un progetto di visione del futuro politico e dello Stato. Continuamente assistiamo, dunque, a diversi tentativi di volere modificare la Costituzione, al fine di creare una Repubblica Presidenziale, in modo che chi governa possa prendere decisioni senza che il Parlamento approvi. Siamo davvero sorpresi di questa visione politica: senza volere scomodare Pareto e Mosca, le élite politiche non devono essere scelte tra gli amici da un organo oligarchico.

Sono scomparsi i dibattiti pubblici sulle questioni importanti dello Stato. Si assiste solo a decisioni prese dal singolo senza alcun confronto, perché la nascita del partito padronale ha modificato l’impalcatura della democrazia, con un plastico processo di decadimento e corrosione. La forma migliore della democrazia è quella rappresentativa, non quella dei nominati che devono obbedire al padrone del partito. Dunque, è necessaria una legge elettorale proporzionale. Oggi qualcuno, addirittura, propone di fare in Italia un partito repubblicano similare a quello americano, cosa del tutto errata perché la storia del nostro paese è diversa da quella americana; l’Italia è stata sempre frastagliata in quanto che la nascita dello Stato unitario è avvenuta solo da dentro il palazzo. I cittadini non hanno partecipato alla sua formazione.

In democrazia i principi democratici favoriscono l’educazione dei loro cittadini, così che una forza lavoro contribuisce all’innovazione e alla crescita economica. Inoltre, in democrazia, l’autorità della legge è più forte, perché i tribunali sono indipendenti; la democrazia richiede, dunque, alcuni diritti fondamentali, che rimandano a principi inderogabili per la salvaguardia e la tutela della democrazia.

I principi costituzionali della democrazia illuminano pertanto l’articolazione in Comuni, Province e Regioni, elementi strutturali fondamentali dello Stato democratico. Abbiamo dovuto subire dalla sinistra la cancellazione delle Province, è stato un errore e vanno ripristinate; si vuole introdurre il regionalismo differenziato, sarebbe un salto nel buio con la fine dello Stato unitario; si vuole trasformare la Repubblica rappresentativa in una Repubblica Presidenziale, con la spinta implicita che conosciamo, quella cioè che riduce a sordo concerto la voce del popolo libero. Tutti questi disegni e presupposti ci portano a valutare lo stato in forma dispotica e non democratica. Francamente non ne vediamo i benefici per il bene comune, quando il pericolo sta in un accentramento del potere decisionale in poche mani, che polverizza il volere dei cittadini. Puntualizziamo, ancora, che il nostro paese  ha una collocazione europea e atlantica ben definita, che non può significare il passepartout per trasformare il PPE in una forza politica conservatrice. In realtà, quanti mirano a questo obiettivo dovranno capire che l’operazione è indigeribile, se pensiamo che il PPE nacque come espressione dell’europeismo incarnato dalla cultura riformatrice dei Democratici cristiani.

La politica presuppone una mediazione di carattere culturale come strumento di legittimazione, cosa che non può accadere per una formazione politica composta da partiti di diversa cultura e diversa visione dello Stato. La democrazia si fonda sul rigetto dello statalismo, lo stato etico che crea la sua morale; lo Stato fonte del diritto, che crea la sua giustizia; lo stato dittatoriale, che impone la sua volontà; lo Stato collettivista, quale Stato totalitario. Queste sono tutte false concezioni, contrarie alla natura umana e alla democrazia. I cattolici democratici, dopo la pubblicazione della Enciclica di Papa Leone XIII, “Rerum Novarum”, hanno intrapreso un lungo cammino per dare un connotato umano alla democrazia, senza classismi conservatori o rivoluzionari, per cui i cattolici si differenziano tanto dai liberali quanto dai socialisti.

Oggi, invece, si insiste a volere considerare i cattolici come parte della sinistra o della destra. Ciò è contrario alla storia del cattolicesimo politico, nonché alla natura stessa popolare dei cattolici democratici. Queste argomentazioni ci riportano indietro nel tempo, senza che ci sia un fondamento culturale, ma solo un certo opportunismo di tipo personale: sembra di rivivere i conflitti che nel primo Novecento portarono alla fine dell’Opera dei Congressi. La vicenda del cattolicesimo politico è ben tracciata nella storia del paese, non permetteremo a nessuno che si possano appropriare di queste grandi idee che ancora possono orientare il futuro del nostro paese. Chi abbraccia la cultura socialista o della destra conservatrice esce fuori dall’appartenenza alla cultura cattolica e con essa non ha più alcun riferimento. Quelli che approdano a queste conclusioni sono politici poco illuminati che inficiano l’azione del cattolicesimo politico, il cui orientamento progressista frena ogni compromesso con la destra e argina, al tempo stesso, la tendenza a “sciogliersi” inopinatamente nella sinistra.

È di tutta evidenza il caos e il disontieramento creato da costoro nel panorama politico. Allora  sorge spontanea una domanda: cosa fare? La risposta a questa domanda è una sola. Serve creare un partito popolare, di radice  democratica e cristiana, che possa riprendere creativamente la concezione innovativa del cattolicesimo politico. Dunque, al bando tutti coloro che vogliono appropriarsi della nostra tradizione. Volere stravolgere la storia per interessi di parte è solo forviante e desta molta preoccupazione per i cittadini. Abbiamo la consapevolezza che la democrazia è  insostituibile, ma ancora di più la presenza in politica di un nuovo soggetto politico di cattolici democratici, che possa salvaguardare tutte le classi sociali; un partito aconfessionale, progressista, che abbia un serio progetto di sviluppo per la società. Lavoriamo alla sua nascita, guardando a tutti coloro che ritengono valido e costruttivo un percorso di rinnovamento, per il bene e il futuro del nostro Paese.

IL DIFENSORE CIVICO NEL NUOVO TEMPO DELLA COSCIENZA CIVICA GLOBALE.

Pixabay

La diffusione sempre più capillare del digitale produce la creazione di nuovi spazi online per l’esercizio dei diritti fondamentali quali la libertà di espressione, di riunione e di associazione con grande impatto soprattutto nei Paesi in cui i diritti sono repressi.

Marino Fardelli

Si è svolto ad Ankara nei giorni scorsi (Turchia, 11-12 gennaio 2023), promosso dal coordinamento internazionale dei Difensori civici, il IV° Simposio internazionale su “Il futuro dei diritti umani nel 21° secolo”. In particolare, il tema al centro della discussione concerneva gli “Effetti della digitalizzazione sui diritti umani”. Il testo qui riportato è un ampio stralcio dell’intervento di Marino Fardelli,Difensore Civico della Regione Lazio nonché Presidente del Coordinamento nazionale dei Difensori civici italiani.

***

La partecipazione delle cittadine e dei cittadini alla vita democratica, l’inclusione sociale e l’esercizio dei diritti non possono prescindere dall’innovazione e dalla transizione digitale che produce effetti e distorsioni sul tema della digitalizzazione e sui servizi connessi. Pervengono sul tavolo dei Difensori civici delle regioni e delle province autonome italiane diverse istanze di cittadini lamentando questioni legate all’accesso ai servizi digitali, alla connessione, alle infrastrutture, alla capacità di accedere in regime di delega (a beneficio dei soggetti fragili), a tutto ciò che comporta insomma l’attivazione di una identità digitale per usufruire quindi di servizi legati al tema della Pubblica Amministrazione.

Questa “cittadinanza digitale” che ha l’obiettivo di semplificare il rapporto tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione, tramite l’uso delle tecnologie digitali, non avviene sempre in maniera lineare e facile e il cittadino, in un’ottica di prossimità amministrativa, lo evidenzia presentando istanze dettagliate al Difensore civico di competenza mettendo in risalto vuoti normativi, vulnus interpretativi, questioni pratiche, deficit strutturali legati alla connessione con fibra o ancora con zone d’Italia sprovviste di accesso veloce, che di fatto alimentano problematiche in merito al rilascio della cittadinanza digitale.

Il Difensore civico vuole così essere attore protagonista di questo cambiamento.

Altro tema che vorrei affrontare con voi è quello che avviene e a cui assistiamo in tema di libertà di espressione mediante l’utilizzo dei sistemi digitali e anche dei social.

Nell’ultimo periodo si assiste in diverse parti del mondo a diversi movimenti di censura parziale, limitata o totale dove in alcuni Paesi appunto avviene una sorta di caccia alla persona che usa i nuovi sistemi di digitalizzazione e questa cittadinanza digitale mondiale viene messa a repentaglio da diversi Governi nazionali che di democratico non hanno assolutamente nulla anzi adottano una connotazione più di dittatura che di democrazia perché troppa democrazia generata dalla digitalizzazione può mettere in discussione gli stessi governi e la stessa politica che ad un certo punto non può più governare azione di controllo contro la cittadinanza.

L’italiana Alessia Piperno, “travel blogger”, qualche mese fa è stata arrestata in Iran perché in un post su Instagram ha liberamente espresso una propria opinione e quindi tacciata da Teheran come “agitatore di masse” utilizzando di fatto i canali digitali per denunciare ciò che aveva visto con i propri occhi durante le manifestazioni alle proteste per la libertà scoppiate nel paese iraniano dopo la morte di Mahsa Amina, la giovane uccisa per una ciocca di capelli che fuoriusciva dal velo. Assurdo. Altro esempio che abbiamo sotto i nostri occhi noi occidentali è quello che avviene a discapito del popolo ucraino da parte di un paese aggressore che non solo usa bombe e missili per colpire cittadini inermi (quindi dov’è la difesa dei diritti umani da parte degli aggressori?) ma manipola l’opinione pubblica interna ed internazionale con fake news che danno un’immagine distorta della realtà delle cose usando sistemi digitali che non contribuiscono al diffondersi dei diritti umani ma ad una vera e propria minaccia ad uso e consumo di una dittatura che deve essere condannata senza se e senza ma anche in questa sede.

Tecnologia e diritti umani sono un binomio “a doppia faccia”, se da una parte le innovazioni possono produrre forme di controllo sempre più capillari ed invasive nella sfera privata degli individui, mettendo in discussione consolidati diritti e libertà fondamentali, dall’altra possono diventare un formidabile strumento per rafforzare e proteggere meglio questi stessi diritti. Diversi studi e rapporti dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) dimostrano come la diffusione sempre più capillare del digitale produce la creazione di nuovi spazi online per l’esercizio dei diritti fondamentali quali la libertà di espressione, di riunione e di associazione con grande impatto soprattutto nei Paesi in cui i diritti sono repressi.

La diffusione massiva di campagne di disinformazione su temi divisivi e di assoluto rilievo (quali la salute pubblica o, perfino, la vita democratica dei paesi o la guerra, l’utilizzo di mezzi informatici come armi di attacco verso il singolo e le comunità) sono solo alcune delle minacce perpetrate attraverso la rete, che rappresentano un mezzo sempre più potente di controllo e limitazione delle libertà dell’individuo.

 L’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha evidenziato l’importanza di tale trasformazione: i social media, ad esempio, hanno dato voce ad una vera e propria “coscienza civica globale”, rafforzando e consolidando il ruolo svolto dai singoli attori in tutto il mondo; basti pensare all’effetto di movimenti come il #MeToo, che ha contribuito a sensibilizzare in maniera effettiva l’opinione pubblica sul tema delle molestie sessuali nei confronti delle donne oppure, o ad esempio alla campagna mondiale “Sii coraggioso come l’Ucraina” #BeBraveLikeUcraina con lo scopo di diffondere in rete gli atti di coraggio e le atrocità subite dal popolo ucraino.

Come anticipato, il conflitto russo-ucraino da ultimo ha mostrato, ancora una volta e con particolare evidenza, quali sono i rischi legati ad una cyberwar, scenario in cui si sta delineando anche quella che può essere definita una vera e propria social-war: una guerra combattuta con strategie di condizionamento del consenso realizzate soprattutto attraverso i social network, sulle quali potrebbe peraltro incidere il recente Codice di condotta sulla disinformazione della Commissione europea, adottato a giugno 2022 e sottoscritto da alcune grandi piattaforme digitali per combattere la disinformazione online.

Per tali paure la Russia ha censurato da circa un anno l’uso dei principali social come Facebook e Instragram a discapito dei cittadini russi che cosi non possono arrivare e cercare le informazioni sulla rete. Assurdo nel 2023 che accada una cosa simile.  Accenno velocemente ad un altro tema che il rapporto annuale sull’applicazione della Carta dei Diritti Fondamentali la Commissione europea ha tracciato in maniera efficiente le sfide della tutela dei diritti nella digital age, a cominciare da quelle poste dell’intelligenza artificiale e dal digital divide. Da dove bisogna partire? Investendo sulla formazione e la scuola a tutti i livelli ma anche supportando le imprese nel processo di innovazione digitale. Gli obiettivi di queste azioni devono essere duplici: formare i cittadini in grado di sfruttare le potenzialità del digitale e al contempo lavoratori “spendibili” in un mercato del lavoro in velocissima trasformazione.

In conclusione, propongo, sulla scorta di quanto emergerà da chi porterà il proprio contributo dopo di me e a conclusione di questo atteso e interessante evento, che possa essere apportato un documento finale che racchiuda in sintesi elementi utili per definire l’”Agenda di Ankara” al fine di portare all’attenzione internazionale le questioni sollevate con questo importante appuntamento e che riguardano tutti noi Difensori Civici a garanzia dei diritti dei cittadini.

STUPRI DI DONNA: VIOLENZA DELLA RIBALTA E VIOLENZA DEL SILENZIO.

Le donne sono malmesse. Di nuovo violenza, a Milano, un mesetto fa: la vittima si è limitata a chiudersi nella tomba del silenzio degli innocenti. Ora, fuori dal suo corpo, potrà urlare tutto il suo ribrezzo e bussare alle porte del Paradiso o della Giustizia.

Giovanni Federico

Le donne d’oggi sono malmesse. I cattivi fatti che le riguardano oscillano tra l’angolo del chiacchiericcio da strada e quello del rapido dimenticatoio, perché il dato è noto ed è inutile ricamarci su oltre tanto. Tanto, prima o poi, si ripeterà. È notizia corrente come nelle scuole di Cividale del Friuli sia stato appena diffuso un vademecum su come evitare occasioni di stupro. Una serie di accorgimenti che, al solito, hanno dato vita a polemica, mettendo a nudo l’animo guerresco e battagliero dell’italiota imperante. “Scusi lei è favorevole o contrario” è il titolo di un film che denuncia l’indole a discutere con buona veemenza su tutto.

Ognuno ha il suo pensiero e il suo ricettario, ognuno ha la formula antica e magica per risolvere il problema. Fatto sta che nessun suggerimento avrebbe potuto evitare una violenza consumata un mesetto fa, in pieno silenzio, lontano dagli schiamazzi di questi giorni sul tema che opprime.

Ogni volta che si parla di silenzio si precipita spesso in un ambiente tetro, dove il chiarore non ha accoglienza. Solo la preghiera va contro verso a questo anatema. Ci dice la scienza che si ha silenzio quando la pressione acustica è sotto i 20 decibel. Altra cosa è la pressione del cuore. Quella che si alzata oltre misura nelle arterie di una ragazza con fragilità psichiche, violentata da un uomo che di notte le aveva, in quel di Milano, dato un passaggio per accompagnarla verso casa. Il PM ha chiesto l’archiviazione del fatto mentre il GIP ha ordinato l’imputazione coatta dell’uomo. Il PM ha, per come si comprende, accertato che la ragazza non ha sferrato calci e pugni per resistere alla violenza. Non ha strepitato. Parcamente non ha proferito parola, mentre il maschio si è indaffarato su di lei. In quei minuti non c’è stata, però, musica romantica ad accompagnare i fatti, non il suono de “Il silenzio” suggestivo squillato dalla celebre tromba di Ninì Rosso.

Dice Pavese che “tacere è la nostra virtù” ma non sempre una regola vale per tutte le stagioni. Il GIP è andato al sodo, stabilendo che per certe cose occorre un consenso espresso, altrimenti si cade nel male. Non sarà la prima volta che si è consumata una violenza mentre la vittima si è limitata a chiudersi nella tomba del silenzio degli innocenti. Per qualche verso la vicenda ricorda due personaggi del film “Le grida del silenzio”. Sono Desirèe e Sophie, una coppia gay: la prima pratica e concreta, la seconda svanita e psichicamente debole. Si troveranno in un bosco, con altri, a fare i conti con le loro identità.

Anche la nostra ragazza di Milano è stata omosessuale e fragile. Ora tutto questo non conta più perché si è suicidata, togliendosi d’impaccio per i due schiaffi che ha subito. Abusata e, peggio, per mano di un uomo. Si legge in un commento al film “Sussurri e grida” che quando una donna muore, la sua anima si ribella e dal suo cadavere si levano lamenti strazianti. Ora, fuori dal suo corpo, potrà urlare tutto il suo ribrezzo e bussare alle porte del Paradiso o della Giustizia per dire che non in eterno le parole le si erano incastrate in gola. Sarebbe per noi, forse, la sola volta per cui restare ammutoliti avrebbe senso.

CALENDA ATTACCA E POI RITRATTA, MA RESTA IL DISAGIO PER IL ‘CASO GASPARI’: MAGARI AVESSIMO ANCORA LA CLASSE DIRIGENTE DC.

Attaccare simbolicamente Remo Gaspari – se oggi l’Abruzzo è una ragione sviluppata gran parte del merito spetta a lui – significa non solo spregiare ad arte e senza ragione un’intera esperienza politica, ma anche e soprattutto detestare un modo d’essere in politica.

Stefania Parisi

Le recenti parole di Carlo Calenda contro Remo Gaspari, uomo altamente rappresentativo della complessa vicenda democristiana, non solo hanno offeso ciò che egli ha rappresentato nella sua lunga e feconda attività politica ma, soprattutto, hanno inferto un colpo ingiustificato alla stessa narrazione attorno allo Scudo crociato. Insomma, potremmo dire che si è trattato di un’uscita inconsulta per chi si vuole inimicare un mondo politico, culturale, sociale – fortemente stratificato nella dimensione popolare – che continua ad individuare in figure come quelle di Remo Gaspari un esempio di coerenza e capacità politica, con esiti positivi nell’azione di governo.

Ora, si tratta semplicemente di capire se le parole di Calenda siano state studiate e pianificate a tavolino – come purtroppo noi crediamo – o se, invece, sono solo il frutto della compulsione da tweet e da post. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di un grave e squallido infortunio che evidenzia come le leadership politiche contemporanee continuano ad essere legate più all’improvvisazione che a una seria e organica visione di futuro. Ma, per andare oltre le parole pronunciate da Calenda, pur senza dimenticarle, il punto che merita di essere sottolineato è che permane in alcuni circoli intellettuali, spesso sotto traccia, la volontà di continuare a demolire e a ridicolizzare l’esperienza cinquantennale della Democrazia cristiana. E ciò nonostante la consapevolezza che il personale politico di questi nostri anni non è paragonabile, neanche lontanamente, con quello del passato. E poi, diciamocelo con franchezza, permane anche la sottile perfidia – se non una vera e propria invidia – per il fatto di non poter imitare proprio l’esperienza della Dc, un partito capace perseguire nello stesso tempo un disegno politico, una visione di società e una straordinaria capacità di governo.

E ciò accadeva grazie ad uomini e donne dotati di grande levatura politica, di uno specifico spessore culturale e con una dirittura morale non indifferente. Senza dimenticare mai, per altro, l’attitudicne a rappresentare i vari territori, interpretando bisogni e istanze che da essi provenivano. Ed è proprio qui che incrociamo l’esempio e il magistero di uomini come Remo Gaspari. Un leader politico, e uno statista, che sapeva conciliare senza supponenza e senza alcuna arroganza, il duro lavoro quotidiano – politico e, spesso e a lungo, governativo – con una spiccata vocazione a “sentire” gli umori della base. E sempre in virtù di un atteggiamento che rivelava profonda sensibilità umana, unitamente a grande semplicità. Certo, Gaspari era anche un politico che rispondeva al telefono, parlava con le persone – con tutte le persone -, organizzava il consenso in base alle istanze e ai bisogni della società.

Elementi che oggi, come ovvio, sono del tutto estranei e sconosciuti ai cosiddetti leader politici. Ecco perchè attaccare simbolicamente Remo Gaspari – se oggi l’Abruzzo è una ragione sviluppata gran parte del merito spetta a lui – significa semplicemente non solo spregiare ad arte e senza ragione un’intera esperienza politica, ma anche e soprattutto detestare un modo d’essere in politica e nella stessa società. Per questo Calenda ha sbagliato profondamente bersaglio. E forse anche per questo si è scusato, seppur un po’ tardivamente, per affermazioni a dir poco esorbitanti.

LA ‘GIORGIA’ DI OPPOSIZIONE E LA ‘MELONI’ DELLE ACCISE. EVITATO LO SCIOPERO DEI BENZINAI, RESTA LA BRUTTA FIGURA.

È stato sconcertante il tentativo di mettere sotto accusa gli esercenti dei distributori. Si riesce ad immaginare quali commenti avrebbe fatto la “Giorgia di opposizione” se un altro esecutivo avesse adottato oggi gli stessi provvedimenti della “Meloni di governo”?

Massimo De Simoni

Oltre lo sciopero, fortunatamente rientrato nelle ultime ore, la brutta figura dell’esecutivo non si cancella. La vicenda delle accise sui carburanti non è solo uno scivolone o una distrazione del nuovo esecutivo, ma è paradigmatica delle scelte che il governo Meloni sta facendo in tema di politiche economiche. L’aumento del prezzo della benzina ha infatti acceso i riflettori sulla manovra economica che – presentata dal governo come “rose e fiori” per l’Italia – sta invece evidenziando limiti ed errori che danneggiano il Paese ed in particolare le fasce più disagiate della popolazione.

Non regge il racconto fatto dalla Meloni sulla cosiddetta “coperta corta” che ha costretto il governo a fare delle scelte, non certo a favore dei più deboli. Infatti è proprio Il governo che ha scelto la misura della “coperta” decidendo di non tassare gli extra-profitti realizzati dagli operatori petroliferi e farmaceutici, allargando la fascia di sconto fiscale ai redditi fino ad 85.000 euro e facendo nuove sanatorie che diminuiscono (per il presente e per il futuro) il gettito nelle casse dello Stato. Sempre il governo – non contento delle misure adottate – ha poi deciso di favorire i percettori di redditi medio-alti a danno delle fasce di popolazione più bisognose di sostegno.

La Meloni, in cerca di giustificazioni, ha detto di non aver rinnovato gli sconti sulle accise perché tutto sommato la benzina è un bene di consumo per benestanti che possono utilizzare l’automobile privata; un “pieno” di sciocchezze, visto che parliamo di carburanti! L’auto è infatti utilizzata nell’ottanta per cento dei casi per motivi di lavoro e la quasi totalità delle merci è trasportata su gomma. Ciò significa che si colpiscono le tasche di lavoratrici e lavoratori che dovranno spendere più soldi per recarsi a lavoro, ma significa soprattutto che l’aumento del prezzo dei carburanti è destinato ad essere scaricato sul costo di tutti i beni di consumo, a partire dai generi alimentari e di largo consumo con le inevitabili e negative ripercussioni su inflazione e potere d’acquisto di stipendi e salari.

In questi giorni spopola su social e programmi televisivi il video della scenetta al distributore con la Meloni che urla contro “la vergogna delle accise”. Anche in questo caso la goffa difesa è stata quella di dire che si trattava di un messaggio di tre anni fa; un altro scivolone (o distrazione) perché infatti nel programma presentato per le ultime elezioni di settembre 2022 (a pagina 26) Fratelli d’Italia, per energia e carburanti, si era impegnata a realizzare una “automatica riduzione di Iva e accise”; come non detto!

Ma la cosa più sconcertante è stato il tentativo di scaricare la colpa di questi aumenti sugli esercenti dei distributori, ovvero sull’anello più debole della catena, bollandoli come “furbetti” che vogliono approfittare della situazione; peccato che poi i dati ufficiali degli organismi di controllo dei prezzi abbiano verificato che l’aumento medio è stato inferiore a quello sconto sulle accise che il governo non ha voluto rinnovare.

Un’ultima considerazione. Riuscite ad immaginare quali commenti avrebbe fatto la “Giorgia di opposizione” se un altro esecutivo avesse adottato oggi gli stessi provvedimenti della “Meloni di governo”? Se proprio non ci riuscite, aiutatevi dando un’occhiata al video “Meloni al distributore”.

FRATELLI D’ITALIA NON È LA NUOVA DC: PER CAPIRLO BASTA LEGGERE IL LIBRO DI GIORGIA MELONI.

I riferimenti culturali della Meloni, per quanto desumibili dalle dichiarazioni pubbliche o dalla lettura del suo libro autobiografico, non potranno mai essere le nostre. Dobbiamo rifuggire dalla tentazione di ridurci al ruolo di scorta della destra o della sinistra.

Ettore Bonalberti

Con sondaggi che danno il partito di Giorgia Meloni oltre il 30%, qualche amico, anche tra coloro che si dichiarano “Popolari” di questa o quella regione d’Italia e che hanno, verosimilmente, votato per FdI, si illudono di aver trovato la loro nuova Dc.

Il recente incontro romano con il leader tedesco del PPE, Weber, ha favorito tale convincimento. Stessa illusione già patita al tempo in cui Berlusconi, sollecitato da Sandro Fontana e da Don Gianni Baget Bozzo, decise di portare Forza Italia ad aderire al PPE, diventando il principale partito “moderato” italiano presente nel Partito Popolare Europeo. In realtà, strada ben diversa fu fatta nelle varie realtà regionali, a cominciare dal Veneto, dove i leader di Forza Italia, liberali e/o socialisti, iniziarono una sistematica battaglia contro i vecchi dc. Anche nella destra nazionalista e sovranista a guida meloniana, chi sta assumendo un ruolo dominante, non sono certo i supporter esterni ex dc, come Cesa e Rotondi, tranne l’ex governatore pugliese, Fitto da tempo del partito dei conservatori europei, ma il cognato “del Presidente”: l’On. Lollobrigida, deus ex machina di tutto ciò che oggi ruota attorno alle nomine del potere governativo.

Nella nostra secolare storia ci sono sempre state correnti e movimenti di pensiero e di azione conservatori, fin dall’Opera dei Congressi. Basterà ricordare il ruolo svolto dalla destra clericale e filo fascista dei Cavazzoni e Tovini, al tempo di Sturzo del congresso di Torino del 1923.

Certo, se una parte non indifferente di ex dc nelle ultime elezioni politiche ha scelto di votare a destra, qualche autocritica seria dovremo pur farla, specie noi che, dal 1993 e nella lunga stagione della diaspora Dc, abbiamo tentato, sin qui senza successo, di batterci per la ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. L’assenza di un’alternativa credibile al centro della politica italiana, ispirata dai valori della dottrina sociale cristiana e dalla fedeltà ai principi costituzionali, ha favorito, da un lato, la grande astensione dal voto (quasi il 50% degli elettori) e, dall’altro, stante l’assenza di una reale e credibile alternativa a sinistra, dopo una lunga stagione di governo largamente insufficiente della stessa, la maggioranza relativa alla coalizione di destra centro, e al ruolo dominante del partito della Meloni.

Se, come ho scritto nelle mie ultime note, non si riesce a mettere in moto la macchina tra le diverse realtà di area in sede nazionale, è indispensabile partire dalla base, come ha anche scritto Armando Dicone su “Il Domani d’Italia” il 13 gennaio. Vanno promossi comitati civico-popolari per favorire una larga partecipazione democratica tra le diverse realtà di area cattolico democratica e cristiano sociale. Non si tratta, come ben ha scritto Dicone, di costruire l’unità politica dei cattolici (mai esistita, nemmeno al tempo della Dc storica), ma di favorire quella “dei Popolari di centro”.

Essenziale sarà chiarirci tra di noi sul caso di Fratelli d’Italia. Questo partito non è e non potrà mai essere una nuova Dc, dato che le sue radici etico culturali e politico organizzative sono distanti anni luce dalla nostra storia e tradizione etica, culturale, sociale e politica. I riferimenti culturali dell’On. Meloni, per quanto si è potuto sin qui comprendere dalle sue dichiarazioni pubbliche o dalla lettura del suo libro autobiografico: “Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee”, non sono, né potranno mai essere le nostre. Difficile, se non impossibile, trovare elementi di omogeneità culturali tra chi si considera erede della tradizione sturziana e degasperiana, con una leader che a Julus Evola , così caro alla cultura neofascista almirantiana e missina, ha deciso di scegliere Roger Scruton, filosofo conservatore morto nel 2020 o lo scrittore della “Filosofia infinita”, Micheal Ende, inventore del protagonista, il piccolo Atreju,  nel riferimento al quale, Fratelli d’Italia ogni anno organizza il suo incontro di approfondimento formativo.

Gli eredi della Democrazia cristiana, lontani da queste ideologie, hanno come riferimenti essenziali, gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana, dalla Rerum novarum alle ultime encicliche sociali di Papa Francesco: Laudato si’ e Fratelli Tutti e i principi di solidarietà e sussidiarietà scritti dai nostri padri fondatori nella Costituzione repubblicana. Il nostro vero compito è e sarà proprio quello di tradurre nella città dell’uomo quei principi, adattandoli alle esigenze di questo difficilissimo tempo della globalizzazione dominante. Dobbiamo rifuggire da ogni facile tentazione di ridurci al ruolo di ruota di scorta della destra o della sinistra italiana, ma, semmai, impegnarci, a partire dalle nostre realtà locali, a favorire la ricomposizione al centro della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale. Il tempo della diaspora e della nostra Demodissea finirà, se ciascuno di noi si farà portatore di questa necessità e sostenitore di questo impegno.

POPOLARI E L’ESSERE CONTEMPORANEI: DA BODRATO UNA LEZIONE DI POLITICA.

Come giustamente dice Guido Bodrato, i progetti politici sono percorribili e praticabili solo quando sono contemporanei. Altrimenti si corre il rischio di essere sì coerenti ma del tutto disancorati dalle dinamiche politiche rispetto al tempo in cui si vive.

Giorgio Merlo

Guido Bodrato, uno dei testimoni più autorevoli del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese, continua a sostenere una tesi difficilmente contestabile. Olttrchè essere attuale ed intelligente, come del resto Guido ci ha abituato da sempre. E cioè, un progetto politico è credibile, e soprattutto è realistico e percorribile, solo quanto è in grado “di collocarsi concretamente nel tempo in cui deve operare”. Detto in altre parole, un progetto, una proposta, una iniziativa politica possono anche essere molto serie e coerenti ma se non riescono ad attecchire nella società sono la conferma plastica della loro inattualità. Una osservazione, appunto, che difficilmente si può mettere in discussione perché semplicemente vera ed oggettiva.

Ora, almeno per noi cattolici popolari e sociali, non è complicato fare degli esempi concreti che confermano in modo persin plateale questa considerazione di Bodrato. Quanti amici, attraverso una straordinaria generosità ed una altrettanto innegabile passionalità, hanno cercato in questi ultimi 30 anni di ridar vita, seppur in miniatura, alla gloriosa e storica esperienza della Democrazia cristiana? E quanti amici, sempre accompagnati da una coerenza e da una tenacia encomiabili, hanno cercato in questi ultimi anni di ridare voce e consistenza ad un partito “di cattolici” nella società contemporanea dopo la fine, forse troppo frettolosa, dell’esperienza del Partito Popolare Italiano di Mino Martiunazzoli, Franco Marini e di Gerardo Bianco? È consigliabile non fare l’elenco degli uni e degli altri per non arrivare ad una banale e persin troppo facile e spietata conclusione: e cioè, forse si è perso troppo tempo attorno ad un progetto per il semplice motivo che non era contemporaneo né attuale. Appunto, come diceva con acutezza l’amico Guido.

Questo significa che la cultura popolare, il popolarismo di ispirazione e lo stesso cattolicesimo sociale sono fuori moda, fuori tempo o fuori luogo? La risposta è semplice: assolutamente no. Ma la risposta, ecco il nodo politico della questione, non era quella immaginata da moltissimi amici per la semplice ragione che se fosse stata contemporanea ed attuale quel progetto sarebbe sicuramente e quasi scientificamente decollato in tutta la sua pienezza. Certo nel momento in cui, grazie anche alla vittoria di una chiara e netta coalizione politica alle recenti elezioni del 25 settembre, ritorna la politica e con la politica auspichiamo anche i partiti e le rispettive culture politiche, anche la cultura popolare e l’esperienza del cattolicesimo sociale torneranno protagonisti. Per il semplice motivo che proprio questa cultura politica continua ad essere straordinariamente attuale, moderna e anche contemporanea. Soprattutto in una fase politica caratterizzata da una drammatica ed inedita “questione sociale”. Ma, molto semplicemente, saranno altre le modalità organizzative con cui declinare nella società contemporanea quella cultura e quella storica tradizione ideale. Alla fine, è tutto molto più semplice di quel che appare.

Ecco perché proprio noi Popolari siamo arrivati, adesso, ad un punto importante e decisivo della nostra secolare storia politica e culturale. Si tratta, cioè, di ritornare giustamente protagonisti nella cittadella politica italiana senza, però, mettere in campo iniziative destinate ad un insuccesso certo. Ed è proprio lungo questo cammino complesso ma sempre entusiasmante, che si misura la capacità creativa e anche, e soprattutto, l’intelligenza politica dei Popolari e dei cattolici sociali nel nostro paese.

Senza arroganza e senza presunzione ma solo e sempre accompagnati dalle armi della coerenza politica e della lungimiranza culturale.

PROF. BRUNO, “ROUSSEAU SBAGLIAVA: L’UOMO NASCE CATTIVO, IL MALE FA NOTIZIA PERCHÉ CE LO RICORDA” – INTERVISTA POSTUMA

È mancato nei giorni scorsi il Prof. Francesco Bruno, noto criminologo. L’intervista, realizzata alcuni anni fa, ci riconsegna il ricordo di una persona che faceva scuola nei casi più complicati di cronaca nera. Le sue riflessioni conservano il valore dell’attualità.

Francesco Provinciali

Prof. Bruno, sulla base della sua lunga esperienza clinica e di conoscenza dei casi ci spiega dove comincia il limite di confine tra normalità e patologia nei comportamenti umani?

La parola patologia riguarda il senso della malattia. Ogni volta che c’è una condizione fisica, un processo che non rispecchia la funzionalità del codice genetico dell’uomo, la sua normalità, si verifica questa variazione peggiorativa che chiamiamo ‘malattia’ o ‘patologia’.

Si tratta quindi della variazione di una regola biologica. Nel caso di una patologia mentale il discorso è diverso perché non c’è solo l’aspetto biologico delle malattie fisiche, con un loro decorso evidente ma – non essendo il nostro cervello soltanto un organo anatomico-funzionale ma anche la sede di produzione del pensiero, ciò che noi chiamiamo ‘mente’, che altro non è che il contenuto del cervello, e precisamente ciò che noi sviluppiamo attraverso le relazioni con il mondo, gli apprendimenti, le idee e le esperienze – non è detto che i disturbi che si manifestano riguardino strettamente l’organo, quanto invece siano dovuti a processi di distorsione di tipo psicologico, che concernono dunque la sfera della nostra personalità.

C’è poi un altro aspetto: la vita dell’uomo si svolge all’interno di una società ed ha che fare con le norme che regolano lo svolgimento della vita sociale.

Succede allora che ‘il potere’ – cioè la fonte di produzione e di rispetto delle norme – considera spesso patologico ciò che non rientra nei codici sociali stabiliti.

Il potere sceglie tra norma e norma per cui viene considerato un criminale chi contraddice un certo tipo di norme, matto colui che ne contravviene altre. Ci sono poi coloro che non contraddicono alcun tipo di regole sociali ma che sono considerati pericolosi dal potere dominante, come avviene nei paesi dittatoriali.

Discostarsi da una norma, che sia biologica, psicologica o sociale pone l’individuo tra coloro che hanno dei disturbi mentali: per patologie mentali o disturbi comportamentali oppure ancora per differenziazione rispetto al potere dominante.

Cosa ne pensa del fatto che siamo circondati dalle brutte notizie? Perché curiosità e mondo dell’informazione sono più attratti dal male che dal bene?

Vede, io mi occupo di fatti criminali e di negatività da una vita. Inizialmente credevo che gli uomini nascessero buoni e che poi la società li facesse diventare cattivi, come diceva Rousseau. Dopo trent’anni ho cambiato idea e adesso ho convincimenti opposti. L’uomo nasce ‘cattivo’, senza morale: il suo unico scopo vitale è di crescere, diventare adulto.

È poi la socializzazione che lo rende educato, che gli dà regole, le norme e modelli di comportamento. Secondo me il male fa notizia – e prevale quindi la cattiva notizia – perché ci ricorda questa prevalente verità.

Quando vedo la gente che va all’assalto in Commissariato per vedere lo stupratore e magari linciarlo, ebbene in quel momento vuole giustizia ma in realtà si comporta peggio di lui: “se noi linciamo quello rappresentiamo il bene”, senza renderci conto che in quell’atto siamo peggiori e più violenti di lui.

Credo che il male agisca così.

C’è molta solitudine nei rapporti tra le persone. La TV ed internet possono essere una nicchia di appagamento e di comunicazione oppure sono prevalentemente solo marchingegni che generano pulsioni perverse e che forniscono modelli comportamentali sbagliati, specie ai giovani?

Credo che siano utili, a volte delle vere panacee nei confronti della solitudine esistenziale.

Purtroppo sono persino ‘troppo utili’ perché finiscono per sostituire sia la famiglia che la scuola, naturalmente con modalità completamente diverse di apprendimento.

Stiamo andando verso un dominio di questi mezzi. La cosa che mi preoccupa di più di questo processo è la perdita della centralità dell’uomo che in questo periodo si estrinseca soprattutto attraverso l’uso indiscriminato dei telefonini, il terzo grande fattore tecnologico di condizionamento radicale dei comportamenti umani, insieme a internet e alla TV.

Siamo in una fase di transizione sempre più rapida e senza identità. Scuola e famiglia hanno perduto il loro primato formativo e non possono competere con questi agenti di cambiamento dei comportamenti umani che – come ho detto – snaturano la centralità della persona e la sua capacità decisionale. Noi finiamo non per fare ciò che vorremmo ma piuttosto quello che le tecnologie ci fanno fare.

Quanto pesano le informazioni, specie quelle relative a fatti di cronaca nera, sul nostro equilibrio interiore, come modificano i nostri comportamenti e quanto incidono sui nostri stili di vita? E’ solo cronaca o la sua deformazione? Quanto conta questo tambureggiante assalto quotidiano nella deriva dei comportamenti sociali prevalenti (rancore, timore, ansie, paure, bisogno di sicurezza)? La gente non ‘regge’ più le relazioni, gira con le pastigliette anti-stress…

Vede, io vengo dalla società degli anni cinquanta, quella dell’immediato dopoguerra.

Quella era forse una società più selvaggia e violenta della nostra, però nutriva grandi speranze, idealità, progetti e utopie.

Al nostro tempo manca – le abbiamo perdute – l’utopia, le ideologie, la speranza.

Che cosa succede allora? Che i giornali vendono perché tambureggiano sulle brutte notizie e non c’è più – nell’informazione e nella società – uno scopo ‘didascalico’, non c’è più né il bisogno, né la volontà, né la possibilità di sostituire i vecchi valori con nuovi valori.

Parlare oggi di patria e famiglia diventa quasi ridicolo, i valori della libertà dell’uguaglianza non contano più, non ci servono per vivere in una società dove il principio di essere uguali di fronte alla legge non vale perché c’è una miriade di leggi per ogni situazione.

Non c’è più compensazione – nei comportamenti – da un richiamo forte ai valori: prendiamo ad esempio il lavoro – che ai miei tempi trovavo come ‘valore forte’  a cominciare dai libri della scuola elementare, come principio di nobilitazione –  e che adesso è sostituito dal successo.

E il successo è tanto più forte quanto più si elude il lavoro, anzi è il suo contrario: ha successo chi riesce a non lavorare, il lavoro è una pena non un fatto positivo.

Non vedo valori condivisi dalla massa.

Non sappiamo dove vorremmo andare, neanche se avessimo la bacchetta magica.

Dagli episodi di bullismo alla cronaca nera: come si spiega un coinvolgimento sempre maggiore dei giovani, già a partire dall’adolescenza, in molta parte dei fatti criminali degli ultimi anni? Da cosa deriva questa forma di protagonismo negativo?

Sul comportamento negativo dei giovani io ho delle idee un po’ diverse da quelle ricorrenti.

C’è una sostanziale incapacità da parte degli adulti di guidare la società, mancano i ‘riti di iniziazione’ per i giovani, che vanno guidati. Chi è più maturo ha la responsabilità di evitare che i minori crescano in una sorta di anarchia valoriale, che diventino distruttivi anziché costruttivi.

I giovani vanno aiutati, protetti e dissuasi dalla negatività.

Ad esempio io sono assolutamente d’accordo sul sette in condotta e sulla bocciatura come deterrente e come valutazione che precede quella delle materie. Ci sono regole di comportamento che vanno curate prima degli apprendimenti in senso stretto.

Noi abbiamo ’lasciato fare’ per lungo tempo e i giovani sono stati abbandonati a se stessi o utilizzati per cose abbiette, poi messi in una sorta di nulla cosmico.

Il bullismo alla fin fine è sempre esistito…

Quindi agli adulti è mancata la capacità di essere di esempio…?

È andata assolutamente così. Dal bullismo verso i compagni si passa a quello verso gli adulti e gli anziani che non hanno saputo contenere e reagire.

Accade la stessa cosa per la violenza negli stadi. Anziché indirizzare i giovani verso comportamenti adeguati – ad esempio verso lo sport – ne abbiamo solo compresso l’aggressività.

Emerge il protagonismo che porta al vandalismo e gli stadi diventano zone di guerra, catini di violenza.

Studiando i fatti legati alla criminalità si cercano delle spiegazioni ai moventi. Quanto pesano i modelli comportamentali sbagliati – acquisiti nel corso della vita – e quanta importanza ha invece la ’matrice genetica’? Criminali si nasce o si diventa?

Secondo me in parte lo si nasce, c’è una tara genetica rispetto alla capacità di adeguarsi alle regole, però il resto lo si impara nella vita, attraverso comportamenti sbagliati.

Io credo che le strade che portano alla criminalità passino da punti diversi e poi conducano al terreno della scelta criminale dove conta la capacità di inibizione che si esercita attraverso il nostro cervello.

Ma se questa capacità di freno non è mai stata educata, ecco allora che è facile cadere nel rischio criminale.

Nel momento di premere il grilletto, quali sono i valori che contano di più: ad esempio per il rapinatore o il gioielliere rapinato, in quel momento cosa conta di più, reciprocamente?

Nell’aggressione e nella legittima difesa  il limite passa attraverso il sentire che tu hai dell’altro.

Sono molto poche le persone educate che vedono nell’altro un sé stesso. Per il 70 – 75 per cento delle persone (è un dato misurato in molte occasioni da ricerche cliniche) esiste un potenziale rischio criminale. Cioè a dire: che su cento persone, è statisticamente dimostrato che 70-75 di loro potrebbero delinquere facilmente.

Il tranquillo ragioniere tedesco si era reso capace dei crimini di Auschwitz solo perché gli era stato ordinato di farlo.

Nella stessa realtà di tutti i giorni ci sono pure persone capaci di commettere illeciti solo perché glielo ordina il capufficio.

Quando si scatenano certe pulsioni che portano a episodi di criminalità particolarmente gravi (omicidi, delitti a sfondo sessuale, atti vandalici o delinquenziali) quanto incide la sfera istintivo-emotiva e quanto quella razionale? Si “pensa” sempre mentre si agisce o subentrano dei fenomeni di rimozione inconscia della razionalità?

Guardi, c’entra la sfera razionale e pure quella istintiva, perché l’aggressore pensa che se una cosa gli serve se la deve prendere.

Quelli che invece vengono meno sono i freni inibitori dovuti alla conoscenza dell’altro.

Quando sento che c’è chi ce l’ha con i rumeni o gli abissini o con le persone di etnie diverse mi sento molto triste perché credo che – visto il nostro livello di civiltà – dovrebbe esserci comunione tra le razze.

Ancora oggi noi invece vediamo il diverso come potenziale assassino.

Dovremmo considerare l’altro, il diverso come ‘uno come noi’, cioè un uomo.

Per il recupero degli stupratori la terapia che funziona di più ed evita ricadute e recidive è la psicoterapia in cui si insegna – là dove è possibile – il rapporto di empatia con l’altro.

È dimostrata la marginalizzazione delle recidive in caso di terapie empatiche, di aiuto alla comprensione degli altri. 

Quindi professore, Lei sta dicendo che in tutti i comportamenti umani deviati vale sempre l’educazione e la responsabilità collettiva…

Lo è nella misura in cui dobbiamo capire che la nostra sofferenza è anche sofferenza degli altri, far leva sulla nostra solidarietà che è combattuta dal senso di potere, che ci fa cercare un nemico.

Lo vediamo anche da esempi recenti, basta pensare a cosa è successo tra serbi e croati, agli orrori degli stupri etnici.

Dovremmo sentirci un’unica famiglia, ridurre l’immagine distorta degli altri come responsabili dei mali del mondo. Occorre un grande rispetto per gli altri, saper convivere.

A quali temi possiamo dunque legare la speranza dell’umanità in un futuro migliore?

Rispettare gli altri uomini come se stessi, questa è la base dell’autonomia e della responsabilità.

Credo che ci saranno nuovi ideali per cui vale la pena di vivere. Conservare in questa fase di transizione la centralità dell’uomo, come valore universale.

Faccio sempre l’esempio di Romolo e Remo, cioè uso la metafora della fondazione di Roma, che è fondazione della civiltà. In origine tutto nasce da un crimine, l’uccisione di Remo permette a Romolo di fare il re, dà legittimità al suo potere.

Quando poi i Sabini invadono Roma, dopo il ratto delle loro donne, Romolo fa pace e alleanza con Tito Tazio e questo avviene perchè le donne erano diventate elemento di mediazione.

E questo costringe Romolo a governare in modo diverso da come era accaduto con l’uccisione di suo fratello.

Voglio dire che ne faccio anche una questione di genere, dal ‘maschile’ abbiamo solo lotta e supremazia, dalle donne noi possiamo avere il messaggio della solidarietà, della mediazione, del consenso e delle trattative. Ed è una lezione da utilizzare anche ai giorni nostri.

TOLTI I PANNI BARRICADERI SENZA UNA AUTOCRITICA

Finora non ha pagato dazio, per aver cambiato panni passando dall’opposizione al governo. Ora però, in mancanza di una qualche autocritica, Giorgia Meloni non appare convincente. Benché il presente sia generoso di consensi, il passato è lì che bussa alla porta.

Marco Follini

Giorgia Meloni, fin qui, non ha pagato dazio. O almeno, non più di tanto. Un po’ l’abilità, un po’ la fortuna, un po’ le circostanze le hanno consentito di traghettare se stessa dalla militanza al governo senza il peso di troppe domande insidiose e malevole.

Le è rimasto appiccicato addosso il fardello del passato del Movimento sociale italiano, questo sì. In compenso è quasi riuscita a far dimenticare i suoi pronunciamenti anti-europei e certe posture così poco istituzionali di appena pochi mesi fa. Tant’è che la sua sfera di consenso, a quanto pare, si è ingrandita ancora di più in queste prime settimane di governo. Nonostante qualche difficoltà e qualche errore.

Resta però un problema, suo e nostro. Ed è che quando un leader politico opera una così significativa trasformazione di se stesso il passato rischia sempre di bussare alle sue porte. E infatti molti non hanno dimenticato alcuni suoi tratti demagogici e protestatari che appaiono un po’ stridenti alla luce dei suoi più recenti pronunciamenti. Si dirà che la stessa sorte toccò al M5S appena cinque anni fa, transitato dalla iniziale richiesta di impeachment del presidente Mattarella alla trincea governista del penultimo Conte.

E infatti appare quasi un destino che le forze della protesta più estrema si disfino in quattro e quattr’otto dei loro panni barricadieri e indossino, appena possibile, divise ministeriali più confacenti ai loro successi numerici. Resta il fatto che se queste evoluzioni venissero accompagnate da una spiegazione – non dirò un’autocritica – sarebbero infine assai più convincenti.

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale. Il titolo scelto differisce dall’originale).

NON È SOLO UN AUSPICIO, DOBBIAMO RISOLVERE LA QUESTIONE POPOLARE.

Si coglie nell’area popolare una voglia di protagonismo che negli anni scorsi non si riusciva a intravedere. Il fallimento dell’esperienza del Pd e la fine della stagione politica del “capo al governo”, potrai facilitare questo nuovo percorso dei Popolari.

Armando Dicone

Il 2023 sarà, a mio modesto avviso, l’anno in cui, finalmente, si potrà risolvere la “questione Popolare” in Italia. A sinistra si continua a rincorrere il M5S, a destra si parla di un partito unico dei conservatori, con il benestare del PPE. È evidente che in questo contesto, e soprattutto per affinità programmatiche e culturali con i liberali e i riformisti, non possiamo che contribuire attivamente alla costruzione del cosiddetto Terzo Polo.

La “ricomposizione” della nostra area culturale e politica, non l’unità dei cattolici ma dei Popolari di centro, coinciderà con le ultime primarie del Pd e con l’inizio della fine della luna di miele, tra la maggioranza degli elettori e il governo Meloni-Salvini. Si tratta non solo di un auspicio, ma di una valutazione che mi permetto di condividere con chi legge, perché finalmente noto una voglia di protagonismo che negli anni scorsi non si intravedeva. Il fallimento dell’esperienza del Pd e la fine della stagione politica del “capo al governo”, faciliterà questo nuovo percorso dei Popolari.

In più occasioni, anche qui, ho tentato di spiegare perché la nostra area culturale abbia il dovere di ricostruire il centro e di conseguenza l’Italia, ma in questi ultimi mesi lo spazio politico “disponibile” ha superato il sentimento del dovere che ispirava noi “volenterosi”. Lo spazio ora va soltanto occupato, altrimenti il centro che si sta costruendo, senza il contributo dei Popolari, non sarebbe un cantiere completo. Io non so se sarà necessario un nuovo partito Popolare o più realisticamente una presenza organizzata nella federazione già costituita, quello che mi sembra utile e scontato è che la nostra proposta politica debba essere in campo.

La stagione della “polverizzazione” della nostra area politica è chiusa e archiviata, andiamo oltre. Partiamo da un censimento dei singoli e delle tante realtà che condividono tale esigenza, incontriamoci per definire la cornice culturale, elaboriamo cinque punti programmatici e infine decidiamo la formula organizzativa della nostra nuova presenza politica. È arrivato il momento di convocare un incontro online, tra chi condivide l’idea che la casa dei Popolari è al centro. Nel mio piccolo e con grande umiltà, ci sarò.

ALLARME COVID: SECONDO L’OMS IN PERICOLO 200 MILIONI DI CINESI ANZIANI. LA NOTA DI ASIANEWS.

LOMS lancia lallarme. Inevitabile laumento dei contagi durante le festività del Capodanno lunare (21 gennaio). Indicatori non ufficiali segnalano un numero di morti senza precedenti tra la popolazione anziana. Xi Jinping rischia di perdere la faccia (e il potere).

AsiaNews

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha ammonito che in coincidenza con le festività del Capodanno lunare si aggraverà la crisi pandemica in Cina. A rischio sono soprattutto 200 milioni di anziani, la maggior parte neanche vaccinati contro il Covid-19.

Il nuovo anno lunare, che inizia il 21 gennaio e prevede lo spostamento in massa di centinaia di milioni di cinesi, arriva a poche settimane dal repentino abbandono della politica zero-Covid di Xi Jinping. Il governo cinese ha deciso di cancellare le draconiane restrizioni sanitarie a inizio dicembre, spinto da insolite proteste popolari.

Nonostante le autorità non forniscano dati ufficiali, il quadro sanitario è molto complicato. Gli ospedali sono travolti dai pazienti, soprattutto nelle aree rurali meno attrezzate, situazione aggravata dalla mancanza di personale perché contagiato. Si registra l’esaurimento dei farmaci influenzali nelle farmacie (o la loro vendita a prezzi inflazionati), mentre manca una società civile capace di prestare aiuto con attività di volontariato.

Osservatori notano che dalle riaperture il numero di morti tra gli anziani è a livelli senza precendenti. Sono ormai note le lunghe file ai forni crematori. Lo stesso si era verificato a inizio pandemia a Wuhan (Hubei), dove il morbo polmonare è apparso la prima volta.

Conteggi non ufficiali sono possibili grazie alle informazioni diffuse dalle “unità di gestione locale” (Danwei), ai bollettini universitari e alle notizie che circolano sul web. Ad esempio, risulta notevole il numero dei decessi tra i docenti in pensione.

Come riporta Nikkei Asia, avvocati in varie parti del Paese hanno presentato petizioni alle autorità per salvare la popolazione anziana. Chiedono soprattutto l’importazione dall’estero di grandi quantità di medicinali efficaci e di produrne il più possibile nel mercato interno. Servirebbero vaccini stranieri, più efficaci di quelli domestici, e una più estesa campagna di vaccinazione.

Non sono mancate le critiche dell’Oms al governo cinese sulla mancata comunicazione di dati accurati. Un’opacità in linea con l’atteggiamento tenuto da Pechino allo scoppio della pandemia, quando negava ci fosse nel Paese un’emergenza sanitaria.

Secondo le statistiche ufficiali, nel 2021 la Cina ha registrato poco più di 10 milioni di morti: in attesa dei numeri dello scorso anno, studi all’estero prevedono oltre un milione di morti per Covid nel 2023.

Analisti osservano che il regime vuole salvare in tutti i modi la faccia. Il suo potere si basa anche sul consenso della maggior parte della popolazione, che in modo diretto o indiretto contribuisce all’attuazione delle politiche nazionali. Senza sostegno pubblico, Xi e soci non potrebbero sopravvivere politicamente, e per mantenerlo devono portare risultati concreti. Una catastrofe umanitaria causata dal Covid, insieme al mancato recupero dell’economia, avrebbe delle conseguenze sulla società cinese, come accaduto con i disastri maoisti del Grande balzo in avanti (1958-61) e della Rivoluzione culturale (1966-76).

IL RISCHIO RUSSIA

Arriverà il momento nel quale i fallimenti (si pensi ad esempio al congelamento dei rapporti commerciali/energetici con la Germania, che con la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 avrebbero dovuto essere rafforzati) presenteranno il conto all’autocrate del Cremlino.

Enrico Farinone

È davvero possibile la caduta di Putin, come ipotizza Foreign Affairs in un articolo titolato Putin, ultimo atto. La promessa e il pericolo di una sconfitta russa? Ed è davvero ipotizzabile, nel caso, un aggravamento ulteriore della situazione mondiale dovuta al rischio, concreto, che lo zar venga sostituito dall’ala più radicale del potere, magari guidata dal terribile Eugenij Prigozhin (il capo della famigerata banda di mercenari assassini denominata Wagner) o dal leader ceceno Ramzon Kadyrov? Ed è realmente probabile che a quel punto i russi valutino il ricorso all’arma atomica quale unica alternativa alla sconfitta militare sul campo oltre a quella politica nel consesso della comunità internazionale?

Michael Kimmage e Liana Fix, i due informati autori del saggio pubblicato sulla più importante rivista americana e mondiale di politica internazionale, scrivono quello che molti temono senza avere il coraggio di ammettere. Uno scenario terrificante che solo fino ad un anno fa era ritenuto più che fantascientifico. Ma che oggi, a fronte del fallimento della cosiddetta “operazione militare speciale” voluta da Putin, non può essere completamente escluso dagli analisti, in primo luogo da quelli che lavorano a Washington. Probabilmente è anche di questo che Joe Biden avrà discusso con Volodymyr Zelensky nel loro recente incontro alla Casa Bianca, incrociando le perplessità se non la totale contrarietà del presidente ucraino a qualsiasi ipotesi di mediazione, ma al tempo stesso facendo valere il peso determinante dell’aiuto militare che Washington sta garantendo a Kyiv. Cionondimeno, il varco utile ad avviare, anche solo ad avviare, una trattativa non è stato ancora individuato. Lo stesso pertugio che con la propria rinnovata disponibilità a fungere da mediatore sta cercando di trovare il ras turco Erdogan in virtù della sua possibilità di interlocuzione con il capo del Cremlino.

Il quale ultimo, se anche la situazione interna non fosse così problematica come quella descritta su Foreign Affairs, e forse (ancora) non lo è, deve cominciare a fare i conti con alcuni risultati effettivamente fallimentari, che certo potrebbero condurlo ad una condizione di progressivo isolamento nelle stanze del potere a Mosca, quasi plasticamente testimoniato dalle terree immagini della sua partecipazione solitaria ai riti del Natale ortodosso. Il nuovo avvicendamento al comando dell’operazione militare speciale, con la promozione alla sua guida del capo di stato maggiore Gerasimov e il declassamento a suo vice del generale Surovikin, responsabile della medesima sino all’altro ieri, conferma peraltro le tensioni interne alla catena di comando e non solo.

Il primo fallimento di Putin è, naturalmente ed evidentemente, quello militare. Forse tradito dalle false rassicurazioni circa la potenza di fuoco e la professionalità conclamata delle forze armate russe, Vladimir Vladimirovich ha dovuto constatare nell’ordine la vetustà di larga parte dell’armamento in dotazione, la scarsa qualificazione strategica e pure tattica dei vertici militari, la facile attitudine alla demoralizzazione di truppe poco motivate e troppo spesso mal guidate. Le operazioni militari di terra non sono andate come credeva e anzi si sono rivelate largamente insufficienti, al punto che l’avanzata sul campo da parte ucraina sta ponendo in dubbio anche le conquiste territoriali ottenute la scorsa primavera nel settore orientale e meridionale dello Stato invaso.

Il secondo fallimento è un risvolto del primo: il rinvigorimento della Nato. L’alleanza era solo un paio d’anni fa ritenuta “obsoleta” dal presidente francese, meno strategica che in passato dagli stessi presidenti americani al di là del loro posizionamento politico (da Obama a Trump, a Biden medesimo), non più così importante da altri governi europei occidentali. Oggi la situazione si è capovolta. Tutti i paesi aderenti hanno accettato la reiterata – e per anni inevasa – richiesta statunitense di dedicare il 2% del PIL nazionale alle spese militari; Svezia e Finlandia hanno autonomamente richiesto d’essere ammesse all’Alleanza: è stata così e sarà in futuro ulteriormente rafforzata la presenza attiva militare e la dotazione in armamenti conseguente lungo tutto il fronte orientale, quello che Mosca avrebbe voluto allontanare da sé. In poche parole, la Nato è più forte di prima e più vicina territorialmente alla Russia di prima.

Il terzo fallimento forse non è ancora chiaro al presidente russo ma è abbastanza evidente se si interpretano i segnali e, soprattutto, i silenzi cinesi. Quella che solo un anno fa, nell’incontro fra Xi Jinping e Putin in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici invernali di Pechino, era stata definita una “alleanza senza limiti” fra i due Paesi è divenuta un’alleanza alquanto labile e limitata. Pechino non ha certo condannato Mosca per l’invasione dell’Ucraina, ma non l’ha neppure supportata in alcun modo dal punto di vista concreto. In realtà, i cinesi giudicano assai severamente l’azione russa perché essa ha determinato un forte rallentamento dell’economia mondiale, aggravando la crisi della globalizzazione commerciale che già il Covid aveva acuito negli ultimi due anni. Ciò ha provocato un danno imponente per la Cina stessa, che proprio sullo sviluppo del proprio business nel mondo – e in particolare nel ricco mercato europeo – ha posto le fondamenta delle proprie notevoli ambizioni planetarie datate 2049, esattamente un secolo dopo la nascita della Repubblica Popolare.

Pechino ha inoltre osservato, forse con stupore, quanto poco efficienti siano le armate russe, e questo avrà un peso sugli equilibri territoriali in Asia. Il contemporaneo rafforzamento della Nato, inoltre, ha convinto la leadership cinese che non sarà certo la Russia a indebolire gli USA, il vero e unico competitor, ora ancor più forte in Europa dove invece, attraverso gli scambi commerciali favoriti dalla infrastrutturazione garantita dalla Belt & Road Initiative, Pechino contava di rafforzare significativamente la sua  presenza non solo logistica. I dubbi di Xi si sono tradotti, al momento, in sorrisi enigmatici e silenzi eloquenti che hanno già in un qualche modo limitato la portata politica dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, riunitasi pochi mesi fa a Samarcanda, che invece per Mosca dovrebbe essere l’incubatrice di una nuova e larga alleanza antioccidentale.

Arriverà il momento nel quale questi fallimenti (e altri ancora, si pensi ad esempio al congelamento dei rapporti commerciali/energetici con la Germania, che viceversa con la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 avrebbero dovuto essere rafforzati) presenteranno il conto all’autocrate del Cremlino. E sarà quello il momento della verità, quello di cui scrive Foreign Affairs. Un momento che induce una certa, comprensibile e fondata, preoccupazione.

DE RITA, L’IMPREPARAZIONE A DESTRA È L’INCUNABOLO DELL’ALTERNATIVA. E LA LINEA DEI CATTOLICI DEMOCRATICI?

Le culture politiche alternative alla destra, e distinte dalla sinistra, come quella cattolico democratica, ma non solo, possono ancora guardare all’alleanza con una sinistra così ideologizzata? Arriverà il momento del declino della Meloni, per questo urge prepararsi.

Giuseppe Davicino

Il mondo delle favole è talvolta meraviglioso. Purtroppo non è quello reale. È quanto viene da pensare sull’intervista di Giuseppe De Rita ieri a Repubblica, più a causa della intervistatrice in realtà che del grande sociologo che bene coglie i limiti del governo Meloni. Se è nell’ordine delle cose l’inadeguatezza della destra ad affrontare le enormi crisi concomitanti, veramente qualcuno può pensare che fra 6 mesi o fra 2 anni, o quando sarà il momento della caduta dell’attuale esecutivo, il popolo che ha votato a destra per disperazione e il popolo degli astenuti possa riversarsi in massa su una sinistra la cui distanza dal popolo appare siderale?

C’è ragione di pensare che chi confida che la spaventosa crisi sociale in corso concorrerà ad accelerare il ritorno della sinistra al governo, possa rimanere deluso. Intanto perché in tale crisi c’è un concorso, pratico e ideologico degli attuali partiti della sinistra nell’assecondare senza obiezioni, anziché almeno mitigare, l’agenda della parte peggiore, più feroce e anti-popolare, dell’élite globalista, quella che la settimana prossima tornerà a riunirsi a Davos, come ogni anno. Accettato il loro  schema che prevede lunghi decenni di guerra, prima alla Russia poi alla Cina, in modo da neutralizzare i principali ostacoli al progetto del governo mondiale di questi miliardari, poi si finisce per sostenere pure, con una imbarazzante subalternità culturale e politica, il fondamentalismo ambientalista che costituisce l’opposto di quella necessaria ecologia integrale indicataci nella Laudato Si’. E così, in difetto di un umanesimo, viene fuori prevalentemente il furore ideologico che si ritorce innanzitutto contro il buon senso. Le città a 30 km all’ora (anziché mettere tali limiti solo dove c’è effettiva necessità), la conseguente ostilità alla proprietà privata dei mezzi di trasporto per i ceti popolari (dimenticando che un’auto per famiglia è stata una fondamentale tappa per la riduzione delle disuguaglianze).

Ma non solo. Il sostegno acritico alla direttiva Ue sull’efficienza energetica degli edifici che comporta costi enormi per i proprietari delle case proprio in una fase di crisi acutissima e inoltre introduce alcuni trattamenti obbligatori di iper coibentazione agli edifici nocivi sia per la loro conservazione che per la salute umana. Poi si finisce per plaudere alla sostituzione del cibo con gli insetti (trascurando il palese senso esoterico di tale pratica) e a inneggiare alla decrescita economica anziché puntare su investimenti per lo sviluppo di nuovi fonti di energia pulita ma anche adeguata alle moderne esigenze industriali e a sostenere la transizione digitale. Questo solo per restare nell’ambito green. Ma purtroppo è così per ogni tema importante della politica. Questa sinistra è divenuta subalterna al progetto politico del “socialismo dei miliardari” che prevede il graduale e sistematico esproprio dei beni della classe media da parte degli ultraricchi che diverranno sempre più ricchi, e il venir meno del riconoscimento assoluto dei diritti umani fondamentali, trasformati in diritti condizionati alla cittadinanza a punti, determinata da uno spietato e assoluto regime di sorveglianza.

Tale preoccupante deriva in corso nella sinistra occidentale pone a mio avviso un dato politico che appare sempre meno eludibile anche da noi. Le culture politiche alternative alla destra, e distinte dalla sinistra, come quella cattolico-democratica, ma non solo, quanto possono ancora guardare a questa sinistra che sprizza subalternità ai poteri forti da tutti i suoi pori in termini di alleanza, a livello parlamentare (negli Enti Locali è un altro discorso)?

Oppure occorrerà prima o poi, non prima almeno del congresso del Pd, prendere atto di una frattura irreversibile, tra il centro che guarda a sinistra e una sinistra ormai votata alla causa del socialismo dei miliardari, un tipo di regime che si presenta altrettanto pericoloso per la libertà e per la dignità della persona umana quanto lo è stato socialismo reale che generazioni di cattolici impegnati in politica hanno osteggiato, non senza riconoscere le giuste istanze sociali che portarono a quella risposta terribile ed errata?

Se, come molto lascia presagire, in questi anni alle forze di centro non resterà che questa seconda via, e non certo per volontà loro, ma per manifesta incompatibilità di differenti progetti di società, allora si potrebbe profilare all’orizzonte un deciso cambio di strategia nella politica delle alleanze che mira a raggiungere un’intesa attorno a un progetto di governo alternativo al partito della Meloni, tra le forze che mantengono una forte impronta popolare. A questo progetto, che si potrà realizzare non appena inizierà a sgonfiarsi il fenomeno di Fratelli d’Italia e a calare la popolarità del presidente del Consiglio attuale, non potrà mancare l’apporto della schiera dei delusi dal Partito Democratico, del variegato mondo dei movimenti e delle liste civiche, e il centro, anche con il contributo che sarà in grado di dare il processo di riaggregazione e ricomposizione dei Popolari.

LA SINISTRA SOCIALE, EVOCATIVA DI UNA DC RADICATA NEI CETI POPOLARI, È ALTRO DAI 5 STELLE.

Lasinistra per caso” dei 5 Stelle viene quasi paragonata alla storica sinistra sociale” di ispirazione cristiana. Ma cosa c’entra la sinistra sociale” della Dc o del Ppi o della Margherita o anche della prima fase del Pd, con il populismo anti politico dei 5 Stelle?

Giorgio Merlo

Da tempo circola una strana tesi. E cioè, la cosiddetta “sinistra per caso” dei 5 Stelle, facendosi interprete di una politica pauperista e assistenzialista, viene quasi quasi paragonata alla storica “sinistra sociale” di ispirazione cristiana che ha caratterizzato e segnato, con la sua presenza e la sua iniziativa politica, il cammino cinquantennale della Democrazia cristiana. No, non c’è alcun confronto, alcun parallelismo, alcuna somiglianza tra quella esperienza della “sinistra sociale” all’interno della Dc, con la “sinistra populista” interpretata dal capo dei 5 Stelle, Giuseppe Conte.

Si tratta, infatti, di due esperienze radicalmente diverse sotto il profilo valoriale, culturale, politico e soprattutto programmatico. Certo, entrambe queste esperienze partono dalla irruzione nel contesto politico italiano della “questione sociale”. Una “questione sociale” che si manifesta sempre in forme diverse e con modalità, come ovvio e scontato, profondamente nuove ed inedite. Ma è indubbio, comunque sia, che per affrontare adeguatamente e con intelligenza la “questione sociale” servono sempre alcuni ingredienti di fondo: cultura politica, sensibilità sociale, cultura di governo e coerenza del progetto politico. Ora, è di tutta evidenza che su questo tema si qualifica una componente politica, una corrente culturale e, soprattutto, il progetto politico di un partito. Ed è proprio su questo versante che si misura la serietà, la coerenza e la credibilità di un progetto politico rispetto alla sola improvvisazione, alla più bieca strumentalizzazione e ad una spinta puramente populista e marcatamente qualunquista. E questo al di là e al di fuori dell’ultima polemica – un po’ troppo moralistica – sulle vacanze dorate del leader dei 5 stelle a Cortina dopo aver recitato la solita litania sulla povertà e la crescente disuguaglianza sociale nel nostro paese.

Certo, i tempi cambiano rapidamente e le stessi fasi politiche si susseguono altrettanto frettolosamente. Ma non si può confondere un partito che cavalca in modo spregiudicato un fortissimo disagio sociale – e anche di natura personale – con misure puramente assistenziali se non addirittura pauperiste con le esperienze politiche che fanno proprio dell’istanza sociale il perno attorno alla quale si affina e si consolida un progetto politico e di governo. Basti pensare, per fare un solo riferimento storico, cosa dicevano al riguardo proprio uomini come Carlo Donat- Cattin e Franco Marini – leader indiscussi della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana – sull’importanza dell’istanza sociale nella concreta dialettica politica e parlamentare. Era infatti loro ferma convinzione far sì che il dato politico nuovo doveva sempre consistere nel dare alla politica sociale un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politico ed amministrativa. Insomma, per uomini come Donat-Cattin e Marini l’istanza sociale doveva farsi Stato. Trovare, cioè, piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica. Certo, parliamo anche di leader politici e statisti che capivano ed interpretavano la “questione sociale” perchè avevano vissuto per molti anni quei luoghi di lavoro, conoscevano per esperienza diretta e per curriculum le istanze e le domande di quei ceti sociali e, soprattutto, frequentavano non saltuariamente quelle realtà popolari.

Ecco perché confondere la “sinistra sociale” di ispirazione cristiana che abbiamo conosciuto nel nostro paese con chi, per fare un solo esempio concreto, vuole imporre per legge il reddito di cittadinanza a chi non lavora o a chi non ha intenzione di cercarsi un posto di lavoro resta sostanzialmente un mistero. Fermo restando, come ovvio e persin scontato, che chi non può lavorare per svariate motivazioni va aiutato e sostenuto per tutta la sua vita. Ma, detto con altre parole, cosa centra la “sinistra sociale” della Dc o del Ppi o della Margherita o della prima fase del Pd con il populismo anti politico, demagogico e qualunquista dei 5 Stelle è un fatto del tutto fantasioso.

Per questi motivi, semplici ma essenziali, è sempre consigliabile non confondere le categorie politiche, i progetti politici, le culture politiche storiche con banali improvvisazioni e con grottesche strumentalizzazioni. Una osservazione utile anche per rinnovare la politica e rilanciare il suo ruolo e la sua funzione nella società contemporanea ancora, e purtroppo, segnata dal populismo e dal qualunquismo anti politico.

IRAN: QUESTIONI DI DONNA. FEMMINICIDI, DITTATURA E UN AMORE MANCATO.

I prigionieri restituiti dal carcere – in Iran non si scherza – raccontano di essere stati costretti a violentarsi lun laltro. Cose da nulla. È da poco passato il Natale. Masoumeh, una donna, rinascerà. Il regime questa volta non potrà opporsi.

Giovanni Federico

Il padre della medicina psicosomatica, Georg Groddeck, sostiene che “la donna non conosce limiti al pensiero, non si adatta a nessun sistema, non è stata ancora scoperta, è enigmatica, sorprendente. L’uomo perisce, ma la donna è eterna”. Evidentemente il suo pensiero non vale in tutte le parti del mondo.

Di Masoumeh è sufficiente il nome per dire della sua bellezza. Vuol dire “innocente” o, se piacesse di più, colei che è “senza peccato”. Almeno così avrebbe dovuto essere. Da scriteriata, ha protestato levandosi il velo, per farsi vedere bene in faccia. Ha inveito contro la morte di altre coetanee come Nika, “la vittoria”, che per capriccio, secondo le autorità, è crepata volando da un palazzo, non avendo altro di meglio da fare nella vita. Un’altra ragazza sconfitta, insieme a Masha Amini e chissà a quante altre ancora.

Masoumeh ha solo 14 anni, l’inquieta età dell’adolescenza, quella in cui ci si nutre, si cresce e si sviluppa. Al legno giovane va legato un solido tutore in modo che non cresca storto. Nel suo caso non hanno potuto attendere tanto, spendendosi in rieducazione e rinsavimento. Condotta in un carcere, l’hanno violentata chissà come e chissà in quanti. Hanno aperto con violenza la sua carne, fino ad abbattere le porte della sua anima, su in alto, varcando ogni spazio per invaderla di sana dottrina, ovunque occupandola in modo che non restasse neppure un angolo, uno spiraglio di sua libertà. L’hanno frollata in tempi stretti fino a spezzarne nervi e filamenti, d’istinto reattivi di resistenza.

Pare che stupro derivi dalla radice “stud” che declina in ottundere. Altri più gentili preferiscono pensare a “stup” che mira piuttosto verso lo stupore. Da sempre, nel male, è richiesta la perfezione della meraviglia. Per certo a Masoumeh questa non è stata risparmiata. Ogni regime deve avere episodi nobili da narrare. Vico, non uno sprovveduto, commentava: “avendo tutte le storie gentilesche somiglianti incominciamenti favolosi, come certamente la romana, che da uno stupro d’una Vestale incomincia…”. In Iran ci sono arrivati un po’ in ritardo, ma stanno recuperando il tempo perduto.

Dopo aver messo il punto sull’ultima pagina, il potere ha restituito Masoumeh alla madre. Portata in ospedale, la ragazzina è morta per gravi emorragie vaginali. Il buon Dio non si è ripetuto. Di miracoli della emorroissa ne è bastato uno. Avesse replicato il prodigio, avrebbe poi dovuto provvedere a cancellare la mente di Masoumeh, zeppa di ricordi e di orchi. Sarebbe stata altra violenza ancora. Le cose vanno fatte per benino. È sparita anche la madre che minacciava di denunciare al mondo il misfatto. Può darsi la puniscano per il doppio, responsabile per una figlia impudente e scellerata.

Hanno arrestato anche Taraneh Alidoosti, una delle più famose attrici iraniane. L’accusa è di aver “pubblicato contenuti falsi e distorti e incitato al caos”. Il caos è essere aperti, spalancati, e solo il regime ha il diritto di procedere in tal senso. Nel disordine degli elementi possono nascere fermenti nuovi. Questo è del tutto inconcepibile. Taraneh significa “canzone”. Nessuno può cantare note fuori dal pentagramma governativo. Giorni fa l’hanno rilasciata, forse per la logica difensiva del “molto rumor per nulla”.

I prigionieri restituiti dal carcere raccontano di essere stati costretti a violentarsi l’un l’altro. Cose da nulla. È giusto che si mischino ad arte, che si cementino reciprocamente la pelle e il sangue, invischiandosi all’impossibile. Impareranno cosa significa star tra loro, facendo comunella.

È da poco passato il Natale, ancora fresco il suo strale di santità e il sangue dei morti. Masoumeh rinascerà. Il regime questa volta non potrà opporsi.

COME IL CANE CHE SI MORDE LA CODA. I LIMITI DEL DIBATTITO INTERNO AL PD:  CI SI DIMENTICA CHE LA POLITICA È RISCHIO?

Non vengono alla luce suggerimenti utili circa la via da imboccare per la rigenerazione della sinistra. Sul presidenzialismo, ad esempio, si tiene un atteggiamento pavido: invece la politica è rischio. Dunque, bisogna dare battaglia anche se si perde.

Guido Bodrato

Essendo iniziato con la convocazione delle “primarie” per l’elezione del Segretario del Partito, per continuare con un congresso nazionale che dovrebbe permettere una severa riflessione sulle ragioni della sconfitta elettorale del 25 settembre, il dibattito politico in corso su numerosi quotidiani (più che nel Pd), sta concludendo come il cane che si morde la coda. Ritorna inesorabilmente sulle stesse questioni senza affrontarle con un vero “esame di coscienza” (delle responsabilità) sulle diverse ma generali cause di una scelta elettorale che, prevista come una vittoria dei rossi nella contesa con i neri, si è conclusa con una clamorosa sconfitta dei rossi…come se si trattasse di un imprevedibile terremoto.

Mi sono limitato (avendone ormai il tempo) alla veloce lettura degli interventi (numerosissimi) su Repubblica, sul Corriere della Sera e sulla Stampa, e su quelli – anche più coinvolgenti – pubblicati dal Giorno e dal Foglio, per concludere con l’intervento di Michele Salvati (il primo che ho letto alla vigila del voto storico del 25 settembre) che già prevedeva, in modo intelligente, il fallimento del  partito – erede dell’Ulivo – che avrebbe dovuto rappresentare la rinascita della democrazia, dopo il collasso della Repubblica dei partiti. Quella riflessione prevedeva l’insuccesso della Seconda repubblica, senza però alcuna autocritica sul comportamento del Pd e senza suggerimenti sulla via da imboccare per la rigenerazione della sinistra. Tutto era rinviato ad un Congresso che avrà comunque mani e piedi legati, quasi una ratifica delle Primarie, in attesa di Godot…Comunque, Salvati fa un ragionamento, suggerisce una strada per incontrare gli elettori.

Cosa aggiunge però Salvati alle sue prime osservazioni? Alcuni suoi compagni di viaggio, riconoscono che quella strategia è fallita, ma concludono che, comunque, la personalizzazione della politica riflette ormai una strada obbligata, un modo di pensare la politica…Dovremo continuare a sbagliare? Semplicemente diventando più cinici, o forse più pronti nel trasformismo?

In realtà Salvati continua a riflettere, cerca di capire dove i democratici hanno sbagliato, ma la conclusione del suo ultimo saggio è così riassunto dall’autore su Libertà Uguale: “Se il Pd vuole restare il partito egemone del centro-sinistra, esso deve essere capace di coniugare in modo coerente il suo programma di crescita economica, di transizione ambientale e di riduzione delle diseguaglianze, e di dotarli di una narrazione in grado di legare in modo coerente questi tre elementi…”…dimostrando anche di saper governare… ed evitare scorciatoie identitarie…”.

Il linguaggio resta accademico, ma è suggestivo. Ed il presidenzialismo, che la Destra considera la questione decisiva? Forse è una pagina del libro sulle narrazioni. Michele Salvati ci aiuta a capire quale strada imboccare, e riassume ciò che con serena responsabilità narra di sé, e cioè di uno che è stato fondatore del Partito Democratico e prima essendo stato alla direzione di Quaderni piacentini, per essere eletto al parlamento come indipendente di sinistra, e poi ancora legato all’Ulivo e al Pd. Oggi si considera un liberale di sinistra, un liberale…con antiche ascendenze gobettiane!? Come ogni vero liberaldemocratico ha il senso del limite, che i presidenzialisti non hanno; in quanto nella visione della lotta per il potere, la storia dell’autoritarismo ha come matrice la violenza, e “il potere (ironizzava Voltaire) non è nulla se non ne abusi”.

Tuttavia, queste sono opinioni (forse provocazioni) che dobbiamo immaginare, poiché mentre Giorgia Meloni dice – quasi come sfida – qual è l’obiettivo della sua discesa in campo, e lo corregge in parte dichiarandosi disposta a lasciare la presidenza dei conservatori dell’europarlamento per allearsi con i popolari europei (conservando però un’idea sovranista dell’Unione europea come Unione di nazioni), i democratici restano quasi tutti silenziosi anche sullo stravolgimento della Costituzione…non si compromettono. Per realismo? I democratici, ancora tormentati dalla tentazione dello scioglimento sono ancora “al cane che si morde la coda”.

Ancora sul presidenzialismo Se si affida la decisione al referendum, cosa possibile, sarebbe la terza volta che il popolo difende la Costituzione dai nemici della Carta del ’48, che sono uniti contro, ma si dividono se si tratta di cambiare: contro era la P2.

Un mio nipote, che vive con i suoi coetanei, dice che alcuni temono di restare in minoranza, poiché molti considerano inevitabile la maggioranza con la Destra. In realtà, se il Pd resta senza identità, rischia la dissoluzione: su cosa resterebbe unito? Una battaglia sulla Costituzione, sulla centralità del parlamento, sulla divisione dei poteri, contro l’autoritarismo darebbe comunque, anche in caso di sconfitta, una forte identità al Pd. Scendere “muti nel gorgo”…cosa potrebbe significare, se non la fine di un grappolo di avventure personali? La politica è rischio, e richiede coraggio!

[Le riflessioni di Bodrato sono apparse su Fb. Qui sono state raccolte e integrate, con qualche piccola correzione formale]

FANFANI E RAGGHIANTI, L’EPISTOLARIO DELLO STATISTA DC CON LO STORICO DELL’ARTE: TORRESI ILLUMINA QUESTE PAGINE.

Il libro di Tiziano Torresi, non nuovo a indagini rigorose, sarà presentato a Palazzo Giustiniani nei prossimi giorni. Si registra, nella pur rapida visione di queste pagine, la dimensione elevata del confronto intellettuale tra l’uomo politico e lo studioso.

Redazione

Martedì 17 gennaio alle ore 16:30 si terrà a Roma a Palazzo Giustiniani, presso il Senato della Repubblica, nella Sala Zuccari (in via della Dogana Vecchia 29) la presentazione ufficiale del libro Carlo Ludovico Ragghianti – Amintore Fanfani. Carteggio, a cura di Tiziano Torresi, pubblicato nel 2022 dalle Edizioni Fondazione Ragghianti. Si tratta del primo volume di una nuova collana, quella dei carteggi di Carlo Ludovico Ragghianti (1910-1987), grande storico dell’arte e uomo politico.

Il suo epistolario con Amintore Fanfani (1908-1999), esponente democristiano, tre volte presidente del Senato e cinque volte primo ministro, documenta un legame di amicizia e di collaborazione finora del tutto inesplorato. Le loro personalità, distanti nei punti di partenza, negli itinerari di pensiero e di azione e nelle mete ideali, convergono attorno a una comune professione di fede nella passione civile e nell’esercizio del pensiero critico.

Lo scambio di lettere che scaturisce da questo incontro ispira e libera le intuizioni di due menti esuberanti su argomenti di studio, su iniziative politiche e culturali e su bilanci e progetti di grande significato per lo sviluppo del Paese. È la testimonianza di un’amicizia sincera, fiorita nel fronte comune della libertà, della giustizia e della difesa del patrimonio artistico e storico.

Alla presentazione al Senato della Repubblica interverranno Roberto Balzani (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna), Paolo Bolpagni (Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca), Agostino Giovagnoli (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e Marialuisa Lucia Sergio (Università degli Studi Roma Tre). Sarà presente il curatore. 

Per la partecipazione è obbligatoria la prenotazione, da effettuare entro e non oltre venerdì 13 gennaio scrivendo a info@fondazioneragghianti.it o telefonando al numero  0583 467205

NON È  PIÙ TEMPO DI ATTESA

Non mancano iniziative impegnate nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Ettore Bonalberti

Non possiamo continuare a restare fermi in attesa di Godot, il surplace non può essere la condizione dei cattolici nella politica italiana. I Popolari della Margherita, tranne alcuni ultimi ancora fiduciosi, hanno già preso atto del fallimento del progetto aperto al Lingotto da Veltroni nel 2007 e dell’irrimediabile deriva a sinistra di quel partito. Anche a destra, dopo l’illusione del risultato “specialissimo” della nuova Dc di Cuffaro in Sicilia, a molti di noi “dc non pentiti” appare suicida l’ipotesi di alleanze a destra col solo obiettivo di far sopravvivere nel galleggiamento qualche esponente politico.

Cosa si aspetta a favorire l’avvio di liste di area popolare, tanto nelle prossime elezioni regionali di Lombardia e Lazio che in quelle locali della prossima primavera e, in prospettiva, per le europee del 2024? Se Maometto non va alla montagna, la montagna andrà a Maometto. Se capi e capetti delle diverse casematte di area Dc e popolare in sede romana non sono in grado di avviare un dialogo e un confronto tra di loro, dobbiamo far partire dalla base l’iniziativa politica. Nelle diverse realtà territoriali locali esistono partiti, movimenti, associazioni e gruppi di area cattolico democratica e cristiano sociale che potrebbero incontrarsi e formare dei comitati di partecipazione democratica e popolare, strumenti indispensabili per definire le priorità politiche e programmatiche a livello glocale e selezionare una nuova classe dirigente indispensabile a rappresentare la nostra cultura politica a livello elettorale.

Certo, un’iniziativa che fosse promossa da Roma potrebbe favorire il progetto, ma, permanendo questa condizione di stallo e di incomunicabilità, è dalla base che deve partire lo stesso. Favoriti dal sistema elettorale proporzionale con preferenze in tutte le prossime elezioni citate, non ci sono più alibi, se non l’egoistica ambizione di qualche solito noto, per contrastare la formazione di liste unitarie di area popolare. È tempo di superare la divisione tra cattolici della morale e cattolici del sociale per ritrovare insieme le ragioni di condivisione dei fondamentali della dottrina sociale cristiana che resta, con la fedeltà alla Costituzione, la base della nostra comune ispirazione etica, politica e culturale. Il popolarismo sturziano e la lezione degasperiana e della storia migliore della Dc sono i nostri riferimenti storico politici, da interpretare alla luce delle esigenze nuove presenti nella nostra società, squassata da disuguaglianze incompatibili con le priorità indicate dai principi di solidarietà e sussidiarietà proprie della nostra cultura.

Non mancano iniziative impegnate nel progetto di ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale. Cito, tra le più rilevanti, quelle di area popolare promosse dagli amici Merlo e Sanza, della Federazione popolare dei Dc di Gargani, Tassone, Gemelli, Eufemi; il movimento-partito di Insieme di Giancarlo Infante; la nuova Piattaforma 2024 di Ivo Tarolli; il costante tentativo di mantenere viva la storia e cultura politica della Dc di Grassi e tanti altri amici.  Esistono a livello di base tante altre realtà associative che andrebbero sollecitate ad assumere azioni positive e di coordinamento culturale. Molto importante è anche il ruolo svolto dalle testate giornalistiche e on line della DC (www.democraziactistiana.cloud), de Il Domani d’Italia (www.ildomaniditalia.eu), di Politica Insieme (www.politicainsieme.com), cui si è aggiunta da qualche settimana la riedizione della gloriosa testata sturziana del L’Idea popolare (www.lideapopolare.it). Sono luoghi di confronto e di riflessione che possono favorire il dialogo e lo stesso processo di ricomposizione politica di cui il Paese ha necessità.

Premessa indispensabile sarà quella di avviare una seria iniziativa per una legge popolare per il ritorno alla proporzionale con preferenze, conditio sine qua non, se si intende costruire il centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità. In parallelo, si dovrebbe ricostituire il vittorioso comitato dei Popolari per il NO alla deforma costituzionale, a suo tempo avviato con l’amico Gargani, al fine di contrastare le derive presidenzialistiche annunciate da una destra nazionalista e sovranista. Dalla base emergeranno i cahiers de doléance, in virtù dei quali il nuovo centro democratico popolare definirà il programma per l’Italia del 2023, secondo una “logica glocale”, indispensabile nell’età della globalizzazione. In alternativa a una destra di governo, che sta mostrando tutti i suoi limiti e contraddizioni e di una sinistra incapace di ridefinire il suo ruolo, è indispensabile, come nei momenti migliori della storia nazionale, che salga dalla vasta e articolata realtà del mondo cattolico, una nuova speranza per la società italiana.

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it)

NON LASCIA SPAZIO AI POPOLARI IL MODELLO DEL  “NUOVO PD”, SECCAMENTE INTERPRETATO COME PARTITO DELLA SINISTRA.

Per il Pd si è chiusa una pagina politica e culturale: il mutamento è radicale. I candidati alla segretaria tacciono sullapporto che può arrivare dalla cultura popolare, cattolico sociale e democratica per la costruzione del progetto politico complessivo del partito.

Giorgio Merlo

Il dibattito surreale che aleggia attorno al Pd sul futuro congresso che deve eleggere i nuovi organi dirigenti del partito è sempre più curioso ed intrigante per i vari commentatori ed opinionisti. Con sondaggi che sprofondano sotto il 15% dei consensi dopo una storica sconfitta elettorale, il Pd sta discutendo animatamente addirittura su come celebrare queste fatidiche “primarie”, l’ultimo e unico dogma intoccabile di un partito che quando è nato aveva l’ambizione di essere un partito a “vocazione maggioritaria”.

Ora, è del tutto evidente che anche per il Pd si è chiusa definitivamente una pagina politica e culturale. Ed è una pagina che è coincisa con il progetto inaugurato da Veltroni nel lontano 2007 con l’ormai celebre discorso tenuto al Lingotto di Torino. E cioè un partito cardine del bipolarismo della politica italiana; frutto del più raffinato e moderno riformismo italiano; incontro tra le principali culture riformiste e costituzionali del nostro paese; luogo per rilanciare la politica e la partecipazione democratica e, in ultimo, un partito che aveva anche l’ambizione di selezionare una vera ed autentica classe dirigente. Insomma, un partito che doveva anche essere il perno e il protagonista di una stagione che andava sotto il nome, forse un po’ enfatizzato, di “seconda repubblica”.

Oggi, se dovessimo definire la “mission” e il ruolo di questo partito, il giudizio sarebbe radicalmente diverso, com’è ormai evidente a tutti gli osservatori che non sono accecati dalla faziosità e dalla sola propaganda. E cioè, un partito spietatamente e militarmente organizzato per correnti – prevalentemente di potere -, un partito che non rappresenta più quei ceti e quell’area sociale per cui era nato, un partito che non è più la somma delle migliori culture riformiste del nostro paese e, soprattutto, un partito che non è affatto il perno attorno al quale ruota la costruzione di un’area alternativa al centro destra. Ovvero, un partito radicalmente diverso da quello che era stato progettato dopo la confluenza dei Ds e della Margherita in un nuovo ed inedito contenitore elettorale. E la vicenda, per alcuni versi addirittura grottesca, di come disciplinare lo svolgimento delle primarie fra circa un mese non è che l’ennesima conferma di questa confusione politica e dello smarrimento strategico in cui sono precipitati il Partito democratico e la sua dirigenza.

Ed è proprio su questo versante che voglio richiamare l’attenzione attorno ad un aspetto che può apparire marginale ma che, invece, è centrale per il profilo e l’identità futura di questa formazione politica. Mi riferisco, nello specifico, alla sostanziale e radicale assenza nelle riflessioni dei vari candidati alla segreteria nazionale del partito – tutti riconducibili, in un modo o nell’altro, alla storia e alla cultura politica della sinistra italiana – sull’apporto che può arrivare dalla cultura popolare, cattolico sociale e anche cattolico democratica per la costruzione del progetto politico complessivo del partito. Ora, sia chiaro, non c’è l’obbligo statutario e formale da parte dei vari candidati alla segreteria del partito di valorizzare il ruolo e l’apporto di questa cultura storica per il futuro del Pd. Ma è indubbio che l’assenza radicale di qualsiasi considerazione sul ruolo e sulla funzione di questa cultura politica e di questa tradizione storica nel dibattito congressuale del Pd, è quantomai sintomatica su come sia mutata la cornice in cui si racchiude il dibattito. E questo, al netto delle considerazioni formali che tutti sono utili, necessari ed indispensabili per rafforzare il partito. Dagli ambientalisti ai verdi, dai liberali ai socialisti, dai Popolari ai liberal democratici e chi più ne ha più ne metta. Ma queste sono dichiarazioni formali e protocollari.

Quello che conta, al di là della buona volontà e della generosità di Pier Luigi Castagnetti che persegue ancora l’obiettivo di costruire una micro corrente a supporto di qualche candidato alla segreteria nazionale, quello che vale la pena rilevare è che il Pd – e giustamente – sarà nel futuro uno dei tanti partiti che interpreta la tradizione e la storia della sinistra italiana. Questa sarà la prospettiva politica e culturale del Partito democratico. Il resto appartiene solo alla propaganda e ai comunicati stampa del partito romano. E questo è un aspetto, forse anche il principale, che conferma il mutamento radicale ed irreversibile della identità, del profilo e della stessa “mission” politica e strategica del Partito democratico nella cittadella politica italiana.

IL CALEIDOSCOPIO DEI PARTITI E LE NUOVE FRONTIERE DEL POPOLARISMO.

Si affaccia la sfida di un nuovo protagonismo dellarea del popolarismo. Insomma un partito di nuovo conio”, che ci ricordi la vecchia matrice aggregativa delle forze politiche della prima Repubblica.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Luigi Rapisarda

Prendo spunto dal dibattito in corso, nell’area del cattolicesimo democratico e sociale, per affacciare una mia tesi sulle possibili nuove frontiere politiche del popolarismo.

Se è vero, come dice su Il domani d’Italia, Giorgio Merlo – attento osservatore delle vicende identitarie che hanno attraversato i cattolici democratici e i popolari in questi trent’anni – che “..Sale dal basso una domanda di “ricomposizione” di tutta la vasta e plurale area dei cattolici popolari dopo la sostanziale scomparsa pubblica in questi ultimi anni”, è indubbiamente da ritenersi, non solo una percezione, ma un concreto segnale che tutto quel magma che da tempo ribolle sotto un sistema politico che si è via via depauperato, lasciando alla finestra,in quasi sei lustri, circa il 40 per cento di tutto l’elettorato, sta cercando un reale approdo. Ed è parte di quell’immensa galassia democristiana che da anni fluttua alla ricerca di lidi provvisori dove rigenerarsi, con esiti spesso assai deludenti, in attesa, per buona parte di essi, di una comune aggregazione identitaria.

La ragione, allo stato degli atti, può intravedersi in tanti fattori. Di certo tra i principali v’è l’avvento del governo Meloni e lo sfaldamento del Pd. Non c’è commentatore politico, scorrendo le pagine della nostra stampa, che non abbia messo in rilievo il salto epocale di un elettorato che per la prima volta ha dato ampia fiducia ad un partito, nonostante non abbia finora tagliato fino in fondo le radici del proprio ingombrante passato, e al contempo ha dato vita al ritorno della politica, dopo un decennio di governi nati da ibride alchimie. Una scelta – fatta sulla disillusione di tante promesse non mantenute, o dall’ eccessive faziosità nelle scelte generali da parte dei precedenti esecutivi, non da ultimo il clima rissoso del tratto finale del governo Draghi – che ha scosso profondamente equilibri da tempo consolidati sui valori precipui dell’antifascismo e della Resistenza come azione fondativa della nostra Repubblica. Il tutto è talmente inedito che sta inaspettatamente imprimendo una generale rimodulazione del modello-partito che da trent’anni, ossia da quando con tangentopoli si era finito per demolire il vecchio sistema, la fa da padrone con partiti azienda, personali o di plastica, dove a perdere è stata soprattutto la collegialità delle scelte orientative e programmatiche e la formazione di una seria classe politica.

A questo sembra non essere estraneo neanche il partito di Giorgia Meloni che si è subito resa conto, nell’impatto con l’alta funzione istituzionale, della inadeguatezza del progetto di destra retrograda che ha già messo a nudo tutti i nodi irrisolti di una miope visione sovranista. Mentre trova sempre meno veli la chiara la percezione che, mentre gioca la partita in campo, non riesca a divincolarsi dalla fascinazione del modello Draghi.

Un quadro che prima o poi la costringerà ad imporre un revisionismo dottrinale alla sua forza politica per liberarsi definitivamente da tutti quei residui cascami ideologici del “ventennio” e volgere verso una forza conservatrice moderna e flessibile a cambiamenti epocali. E qui oltre all’importante ruolo che ne gioca la stampa, con la sua critica attenta, non da meno dovrà essere essenziale, nel solco coerente dei valori dell’Umanesimo integrale, un’azione politica da parte delle forze del cattolicesimo democratico e popolare, in grado di fare maturare una diffuso sentimento che metta sempre al centro dell’azione politica la persona, per assicurare a tutti un progetto di vita quantomeno dignitoso.

Netta invece appare, in tutta l’attuale area del popolarismo, la chiara consapevolezza di non voler ripetere quelle, improvvide, esperienze che di volta in volta han finito per farli ritrovare ancelle o caudatari soprattutto di un centrosinistra che ha rinnegato tutti i valori per cui è nato.  Così Lucio D’Ubaldo non ha tutti i torti quando sostiene, nel giornale che dirige, Il Domani dItalia, che:” Fare politica esige un salto – dalle emozioni ai ragionamenti, dalle speranze ai programmi, dagli universalismi teorici alle scelte di campo – per dare voce a interessi legittimi e incarnare un progetto sostenibile.”. E anche nel diverso modo di rispondere alle sfide del tempo, ci si dovrà caratterizzare nella consapevolezza di un elettorato che nella sua inarrestabile fluidità non è più aduso a deleghe in bianco, fluttuando in questi anni, ora verso il Pd di Renzi, ora verso i 5 Stelle, ora verso la Lega di Salvini ora verso la Meloni;  e il trend non sembra essersi esaurito. Segno evidente del crescente disagio di buona parte di quella classe media, ma anche della classe operaia, che in questi anni ha subito fortemente precarizzata e depauperata.

Di certo, in questo difficile percorso di rinnovamento del sistema, i tortuosi tatticismi dei centristi improvvisati (Calenda, Renzi,ecc.) non aiutano a far sì che ci si incardini su modelli postmoderni, ma capaci di recuperare il vero spirito della collegialità, nella multiformità di scelte promotrici di progresso per tutti. Al contrario non poco interesse sta suscitando, nel quadro delle grandi matrici europee, l’intensificarsi del confronto tra i Conservatori, di cui la Meloni è presidente, e il Ppe. 

Intanto non è stato esaltante, neanche per se stessa ed i suoi elettori, l’abbrivio che la premier ha dato a questa prima fase, caratterizzato, nell’intento di dare una robusta risposta all’esponenziale aumento delle energie e al pesante drenaggio fiscale sui salari, da un eccessivo sbilanciamento. Scelta che, seppur la stessa Meloni ha precisato: “meglio di così non si poteva fare” per le poche risorse disponibili e la preminenza data al sostegno per le spese energetiche divenute assai gravose per famiglie e imprese, lascia senza neanche un principio di risposta tutta la pressante questione sociale che da tempo si ingigantisce a ritmi vorticosi.

Così, non appare tenero il giudizio di Elisabetta  Campus, che traiamo dalle pagine de Il domani d’Italia del 30.12.2022: “..Resta fuori il lavoro e la disoccupazione, il problema dei giovani che non hanno speranze per il loro futuro, le donne che si faranno ancora carico del welfare familiare, le politiche di aiuto alle famiglie, il terzo settore, il contrasto alla povertà; il sistema welfare, nel suo complesso, che ancora una volta è lasciato alla sopportazione, allo spirito di sacrificio e alla solidarietà degli italiani”. C’è poi tutto un capitolo che si sta aprendo, nel cantiere delle riforme anticipate da Giorgia Meloni, che non nasconde una nuova ed inedita prospettiva di sviluppo identitario del suo partito e probabilmente, se saprà essere collante credibile, di tutta la sua coalizione.

Non sfugge infatti a nessuno che il cantiere delle riforme della destra, ha subito appunto l’irresistibile fascinazione del modello Draghi, almeno nei termini di ricerca di un nuovo appeal comunicativo e di una più accentuata inclinazione verso la politica del fare piuttosto che annunci e promesse, che poi lasciano il tempo che trovano. Uno scenario “post-populista”, che fa prefigurare al prof. Giovanni Orsina, la concreta ipotesi per lo schieramento alternativo alla destra di una possibile “conciliazione fra progetto globalista – inteso non come globalizzazione o rivoluzioni tecnologiche bensì come ideologia dei miliardari globali (allude al deep state?) – e ceti, definiti “periferici”, imprevedibilmente spodestati da quella centralità che nella generale tutela, la Repubblica, nata dalla Liberazione dal nazi-fascismo, aveva affermato.

Anche se al momento la rovente competizione che sta caratterizzando il rapporto 5 Stelle-Pd non sembra andare nella direzione immaginata dal prof. Orsina, quantomeno nell’area della sinistra. Ma la dinamica appare assai più preoccupante se calata in uno modello di tipo presidenzialista, in pectore alla Meloni da sempre, che ha fatto dire al costituzionalista prof. Gaetano Azzariti: “Evitiamo giochi da apprendisti stregoni, col presidenzialismo si rischia l’autocrazia”, ammonendo che “il sistema funziona solo con grandi contrappesi di potere. Ispirarsi al modello francese? Inseguendo Parigi potremmo ritrovarci a Mosca”.

Ma lo scenario sarebbe ancora più incandescente se solo andasse in porto la cosiddetta “Autonomia differenziata” del ministro Calderoli. Sarebbe il preludio di una balcanizzazione dell’Italia, con l’accentuazione di ulteriori divari dei territori. Interessante sul punto quanto messo in rilievo da Giuseppe Davicino, sempre su Il Domani dItalia, che riprendendo un precedente commento di Guido Bodrato, mette in guardia dagli effetti che un tale scenario pone: da una progressiva riduzione dell’esercizio del pluralismo delle opinioni e dei punti di vista nel discorso pubblico, ad una rappresentanza parlamentare pressoché monopolizzata da pezzi di establishment a scapito di una necessaria e insostituibile rappresentanza popolare. Chiedendosi inoltre se, in un così prorompente quadro istituzionale “nel quale sembra emergere un modello di governo basato su inedite forme di oligarchia, non ci si dovrà attendere una accentuazione ulteriore piuttosto che una riduzione della separazione fra le forze di centro sinistra e gli orientamenti elettorali dei ceti popolari. Il discorso riguarda certo il Pd e la sinistra, ma non solo, vale anche per il centro. E più di tutti vale per i Cinque Stelle”.

Mentre pesano ancora i residui tattici di un certo modo di acquisire consenso per poi fare il contrario di quanto promesso: il riferimento è a tutta la speculazione che personalmente la Meloni ha fatto sul mantenimento delle accise (mentre lei non ne ha prorogato la riduzione) sui sostegni ai redditi, che liquidava come poca cosa, (non diversamente più essere definito il suo provvedimento sul punto, tant’è che persino gli imprenditori, Marcegaglia, reclamano interventi più corposi) sull’Europa e tanto altro, salvo poi a riconvertirsi in fretta sulla linea del precedente governo per non bruciarsi una iniziale credibilità con i tanti interlocutori, messi in guardia da una campagna elettorale che sembrava non lasciasse spazio a compromessi e moderazione. Anomalia che ben mette in evidenza, sul Corriere della sera del 26 dicembre scorso, Dario Di Vico, secondo il quale: “non è maturata ancora una capacità di intermediare le nuove domande della società post-Covid, di superare la stagione populista. Lo vediamo sia nelle acrobazie delle forze politiche che hanno vinto le elezioni e che pensano di giocare a specchio con il consenso sociale agitando temi giudicati astrattamente idonei, lo vediamo ancor di più nei partiti usciti sconfitti che non sanno da che parte guardare per rimettersi in cammino. È sicuramente vero che il centro-destra conserva una rendita elettorale dovuta alla precedente ondata populista caratterizzata dalla rivolta del piccolo contro il grande, del presente contro il futuro, del vissuto contro il pensato (citazione da Giovanni Orsina) ma siamo sicuri che anche queste differenze, queste liste non debbano essere aggiornate alla luce dei cambiamenti che attraversano quotidianamente la società e scardinano alcune convenzioni?”.

In questo quadro così dinamico e dagli esiti non scontati si prefigura uno spazio di interlocuzione che il mondo cattolico e popolare non può lasciarsi sfuggire non facendo mancare tutto il proprio apporto dialettico nel confronto di prospettive di cambiamenti ordinamentali e degli assi istituzionali compatibili con quei valori e principi che, affermati primariamente dalla Costituzione, sono anche il punto identitario del popolarismo: in primis, lo spirito di servizio e il bene comune che abbia al centro, ogni persona.Un dialogo che ridia voce e rappresentanza ad un’area sociale e culturale molto più ampia di quella che già si riconosce nel patrimonio storico del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Un’area che si riappropri della naturale connotazione centrista, moderata, democratica, ambientalista e innovatrice, in continuità con tutte quelle radici ideali, valori e principi riconducibili a quel filone storico. Un processo riaggregante che si incardini nella comune tutela e salvaguardia dei valori primari: dal rispetto, in ogni sua fase, della vita umana, alla stabilità della famiglia basata sul matrimonio di uomo e donna, e alla libertà di educazione, al riparo da qualsivoglia cedimento, nel solco di una condivisa visione di Umanesimo integrale, come delineato da Papa Francesco.

Uno spazio è il ruolo di non poco conto che, riempiendo un vuoto, può giocare in termini di sfida un nuovo protagonismo dell’area del popolarismo. Insomma un partito di “nuovo conio”, che ci ricordi la vecchia matrice aggregativa delle forze politiche della prima Repubblica. Non dominato all’interno da correnti di potere o gruppi clientelari, ciascuno con un proprio capo, ma protesi nel confronto, talvolta anche assai aspro, tra le diverse correnti di pensiero, non per mero lobbismo, ma rappresentativi di spicchi di società e di multiformi interessi espressione del paese. Serve insomma una fucina di idee che marchi le distanze dagli attuali modelli dove campeggia un leaderismo sfrenato e non aduso al confronto ma pura espressione di una personalizzazione totalizzante della lotta politica basata su una preconcetta egemonia della visione personale

Una rimodulazione non più procrastinabile resa inoltre urgente dal groviglio, oggi sempre più incandescente, delle profonde questioni sociali e dalle sfide epocali che abbiamo di fronte. Mentre appare assai cogente dare risposte coerenti e sostenibili ad una convivenza sempre più multiculturale, cui non giovano le occasionali e demagogiche tendenze al rafforzamento di politiche securitarie a fronte di un indebolimento dell’idea di progresso condiviso, foriere solamente di un preoccupante aumento delle diseguaglianze e di una più accentuata precarizzazione del lavoro. Un quadro sociale ed economico che mette a nudo, ancora una volta, l’inadeguatezza di politiche arroccate su maggioranze risicate, oggi sempre più affette dal rischio di estremizzazione. È questa la consapevolezza che, come una leva, sta connotando il profondo tormento di tutta l’area dei cattolici e del popolarismo, per guardare oltre, nell’interesse del paese. Cosi, in questo scenario dai tratti vichiani, che sembra preludere ad un nuovo ciclo storico, non sono pochi nei loro ragionamenti a prendere coralmente atto che la “pre-politica e la presenza testimoniale ha fatto il suo tempo”: riflessione che, tra le righe non sembra lasciar fuori da questo diffuso pessimismo – nonostante il lusinghiero successo in Sicilia, che però si deve tutto all’azione politica di Cuffaro – l’attuale tentativo di riedizione della Dc, che sconta, al contempo, una pressoché inesistente visibilità e l’inadeguatezza di una nuova classe dirigente.

Una prospettiva che fa dire a Giuseppe De Mita, ancora ne Il Domani dItalia del 5 gennaio scorso, che la “causa politica” di una mobilitazione parrebbe allora risiedere in una capacità di visione culturale su come possa essere ricomposto un equilibrio tra le multiformi istanze di libertà e le pressanti esigenze di giustizia sociale, ricostruendo quello che Moro individuava come il terzo pilastro della nostra democrazia, oltre i due appena segnalati, quello del volto largamente umano”. Connotazioni che appaiono di certo come unica via possibile per costruire una forza non polarizzata capace di riposizionare il baricentro politico su un asse che fa ritrovare il suo perno su quel prezioso patrimonio di valori e di metodi che furono il motore di crescita dell’Italia del secondo dopoguerra.

IRAN, IMPICCATI ALLA SPERANZA. TRANNE QUALCHE STREPITO DI CONVENIENZA, DI FRONTE ALLA BARBARIE IL MONDO TACE.

In Iran limpiccagione va di moda. Sembra la cura giusta per calmare i bollori, i picchi di una gioventù che osa ribellarsi ad un potere che non può andare assolutamente a picco. Il regime ha un asso nella manica. Gli è sufficiente appiccare il fuoco della morte…

Giovanni Federico

La ballata degli impiccati di François Villon del 1489 è sempre attuale. In francese il titolo è più efficace (Ballade des pendus), richiama qualcosa che pende. Anche se essere “pending” significa anche un’attesa che in questo caso non ha più ragione di essere.

“Fratelli umani che dopo noi vivrete,

non siate verso noi duri di cuore,

ché, se pietà di noi miseri avete,

Iddio ve ne saprà ricompensare.

Qui ci vedete appesi, cinque, sei:

e la carne da noi troppo nutrita,

oramai è divorata e imputridita,

noi, ossa, diveniam cenere e polvere…

La pioggia ci ha bagnati e dilavati

e il sole disseccati e anneriti.

Gazze e corvi gli occhi ci han cavati

e strappato la barba e i sopraccigli.

Mai un istante ci siamo fermati

di qua, di là siccome il vento muta,

a suo piacere si oscilla senza sosta,

più beccati che i ditali per cucire”.

Non è poi così difficile morire in questo modo che ha il pregio di essere anche economico. Basta un semplice cappio, meglio ancora un capestro buono sia per gli animali che per i condannati alla forca, per dirla alla Tommaseo, “degni se non di un pubblico”. Si fa quella fine se si è sotto uno Stato capestro o se per protesta contro di esso si è stati un po’ troppo scapestrati. Per buon ordine il potere ti riaddomestica mettendoti la cavezza che poco ha a che fare con una carezza.

Di questi giorni in Iran l’impiccagione va di moda. Sembra la cura giusta per calmare i bollori, i picchi di una gioventù che osa ribellarsi ad un potere che non può andare assolutamente a picco. Il regime ha un asso di picche nella manica. Gli è sufficiente appiccare il fuoco della morte senza che i condannati, vittime di processi farsa, se ne possano piccare oltre un certo.  Non sarà una fine gloriosa, una storia piccante da tramandare ai posteri, ma va bene ugualmente. Giuda, un traditore, ha avuto la stessa sorte e questi benedetti ragazzi non ne hanno tenuto conto.

È la lezione necessaria per placare la sommossa in corso, un sub motus inaccettabile. Torna buono il detto latino “Ab urbe submoti”, tenuti lontano intanto dalla città! Si apre d’improvviso una botola e i condannati pendolano attaccati ad una fune al collo, oscillando quel poco, al pari di un metronomo, per dare il ritmo alle esecuzioni a seguire. Per un attimo sospesi tra la vita e la morte, pendendo dalle labbra di un militare che ordina al boia di procedere.

Si apre la botola e quei botoli di protestatari hanno il fatto loro. Resta ignoto se i tiranni hanno subito la suggestione occidentale dell’impiccagione adottando la tecnica inglese, dove il cappio è messo in maniera da spezzare le vertebre del collo al momento della caduta del corpo nel vuoto. In meno di un minuto la morte è garantita, parola di Saddam Hussein che ne ha sperimentato l’efficacia. O se invece si propenda seguendo il metodo classico per asfissia. In una decina di minuti si arriva ad analogo risultato, si arresta il polso, mentre il condannato ha però il tempo di ripensare al suo misfatto. Potrebbero chiedere in Francia esperti, per lo champagne, in metodo classico o in quello charmat. L’impiccagione presenta un ulteriore innegabile vantaggio. Né la fucilazione, la sedia elettrica e neppure la decapitazione hanno procedure che consentano di mantenere in mostra gli esiti del castigo subito dopo l’esecuzione. I corpi sono portati via e il sipario si chiude.

Il wrestling è un’arte marziale teatrale con colpi già prestabiliti tra i duellanti. Un suo campione, Navid Afkari, e il campione di Karate, Mohammad Mahdi Karami, sono stati nel tempo di un mese o poco più impiccati. Non si lotta contro il potere. Con loro anche Seyyed Mohammad Hosseini che ha prestato invece volontariato con i bambini e che poteva forse istruirli alla libertà. Giorni prima è stato il turno, nella pubblica piazza a Mashad, di Majidreza Rahnavard con un rito più spettacolare: vestito di bianco, il volto coperto, il corpo che penzola dalla gru, così che tutti possano vedere la lezione da tenere a mente. Non è il magnifico uccello che a seconda del manto e della grazia è chiamato gru damigella, cenerina, coronata o del paradiso. Qui siamo all’Inferno: la gru è quel braccio mobile di ferro che regge pesi importanti ben in alto nell’aria in modo che tutti possano ammirare il carico che sostiene. Tranne qualche strepito di convenienza, il mondo tace. L’Europa sbadiglia. Non si tratta di pensieri in gabbia ma di fare spallucce. Fino a mostruosamente ingobbirsi.

DAVID SASSOLI, ESEMPIO DI EUROPEISMO CORAGGIOSO NEL SOLCO DEI GRANDI DEMOCRATICI CRISTIANI.

Ci sarà tempo per valutare con cura il suo operato, anche se già ora alcuni tratti consentono di fissarne le caratteristiche fondamentali. Sebbene nel perimetro del Pd, l’azione di Sassoli affonda le radici nell’europeismo coraggioso dei grandi democratici cristiani.

Giuseppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo

Implose le ideologie, sembra inutile tentare una definizione del politico. Tutto scivola nel pretesto di fazione, senza più fatica nel cercare, al di là del proprio campo, un percorso utile al bene comune. Così, quando si manifesta, l’eccezione incuriosisce e fa riflettere. È accaduto, in effetti, con David Sassoli: generoso ed inquieto, ha incarnato una figura di politico controcorrente. Per questo, a un anno dalla scomparsa, lo si ricorda con rispetto. Era un uomo in ricerca, sempre, di motivazioni convincenti. Cercava il dialogo quasi per istinto, o meglio per attrazione interiore; il dialogo come armatura di pensiero, non solo esercizio di buona educazione; e quindi, dialogo inteso e proposto in una dimensione di necessità, per governare il pluralismo della vita democratica.

Da ragazzo aveva fatto politica e alla politica è tornato, dopo l’esperienza professionale in Rai, rispondendo a una precisa sollecitazione. Nel 2009, con le elezioni europee alle porte, il Pd avvertiva l’urgenza di parlare ad alcuni mondi vitali. Bisognava rafforzare il rapporto con l’area cattolica.  Noi, suoi amici, gli chiedemmo una disponibilità ed egli accettò di fare il capolista per il collegio dell’Italia centrale. Si rivelò per quello che era, un leader naturale: fece campagna elettorale con mezzi moderni e criteri antichi, avendo l’idea di un compito irriducibile alla mera raccolta delle preferenze.

Forse, qualche tempo dopo, ebbe l’ingenuità di proporsi a sindaco di Roma. Com’è noto, all’esito delle primarie gli fu anteposto Ignazio Marino, il candidato più trasgressivo in apparenza, ma più interno, nella sostanza, alla nomenclatura di sinistra. In pratica fu la sua fortuna perché da quel momento si dedicò anima e corpo all’Europa. Riconfermato nel 2014 e nel 2019, fu eletto infine alla guida del Parlamento di Strasburgo.

Ci sarà tempo per valutare con cura il suo operato, anche se già ora alcuni tratti consentono di fissarne le caratteristiche fondamentali. A Sassoli, fondamentalmente, si deve il merito di aver infuso nuova linfa all’europeismo. E lo ha fatto grazie alla sua cultura di origine e formazione, recuperando senza retorica l’afflato ideale e morale dei grandi democratici cristiani – soprattutto, per noi italiani, De Gasperi – che nel secondo dopoguerra misero le ali al progetto di un’Europa unita e solidale.

Fuori da questo perimetro non ha solidità, e quindi neppure trova spiegazione, il fenomeno di un’ammirazione che di solito gli italiani riservano con parsimonia ai protagonisti della vita democratica. In un tempo dominato dall’effimero, con l’azione pubblica spoglia di ideali e autentiche passioni, si erge con Sassoli una simbologia di buone opere, segno di progresso e solidarietà, cui la politica può e deve collegarsi in ragione del suo disporsi al servizio delle persone e delle comunità. Ne vogliamo tenere conto, come esige anche un trascorso di esperienze comuni, così da essere saldi nella difesa di principi e valori che, evidentemente, assumono forme diverse dal passato, senza perdere tuttavia la loro effettiva consistenza. 

IL SACRIFICIO DI PIERSANTI MATTARELLA, IL PREZZO PAGATO ALLA COERENZA.

Una democrazia è ammalata quando le difese immunitarie si abbassano. Piersanti Mattarella è stato ucciso perché difendeva le istituzioni e si opponeva alla selvaggia occupazione della mafia, alimentata da personaggi rimasti oscuri nei processi.

Mario Tassone

In questi giorni è stato ricordato Piersanti Mattarella, assassinato dalla mafia il 6 gennaio del 1980.  Con Piersanti avevamo un rapporto di stima.  Ci eravamo conosciuti nelle riunioni del gruppo moroteo a Roma. Il nostro rapporto si era consolidato quando da commissario del Movimento Giovanile della Dc usavo il suo studio privato perché la segreteria della Dc di Palermo non aveva accettato il commissariamento. Nella Capitale ci si incontrava spesso e fummo sempre assieme durante la elezione di Pertini. E a Roma lo incontrai alla vigilia di quel Natale del 1979. Mi parlò dei suoi progetti e io mi preoccupai. Nel lasciarci colse il mio stato d’animo e mi disse con un sorriso di stare tranquillo, dandomi appuntamento a dopo le Feste.

Non lo vidi più…

Dal quel tragico giorno è trascorsa un’epoca e gli esecutori rimangono avvolti nel mistero. La gestione del crimine ha mezzi ben oleati di protezione. Un vero potere puntellato da connivenze, infami coperture e infedeli depistaggi. Una democrazia è ammalata quando le difese immunitarie si abbassano. Le verità negate sono lacerazioni irreparabili nel tessuto sociale. Quando vengono meno le certezze il cittadino si sente solo, perde fiducia nelle istituzioni. Trova talvolta negli intraprendenti capipopolo speranze seguite da delusioni. Il parlamentare “nominato“ (e non eletto dai cittadini) diventa un organo di ratifica e non di elaborazione di progetti e di proposte. In una parola viene meno il coinvolgimento dei rappresentati e la responsabilità dei rappresentanti. Un Parlamento svuotato nelle prerogative è il segno di una democrazia che declina e si decompone.  Allora non ci sono più controlli adeguati: la burocrazia, i capi delle aziende pubbliche diventano corpi separati fuori dal sistema paese, funzionali ai portatori di interessi dei movimenti che hanno sostituito i partiti.

Piersanti Mattarella è stato ucciso perché difendeva le istituzioni e si opponeva alla selvaggia occupazione della mafia, alimentata da personaggi rimasti oscuri nei processi. Le Commissioni parlamentari hanno lavorato fra mille difficoltà nel tentare di dipanare il groviglio di poteri e sottopoteri, veri corpi contundenti che colpiscono. Piersanti Mattarella si è opposto perché affarismo e criminalità soffocassero la Sua Sicilia e il Paese. Conosceva i rischi a cui andava incontro. Ma ha continuato ad andare. Il suo esempio stride con un oggi dove il senso dello Stato si è perso. L’arrivismo, che c’è sempre stato, oggi è un fenomeno incontrollato. Gente che si schiera per convenienza e si candida dove trova posto è la spia di un sistema diroccato. Quanto stride, allora, il sacrificio di Mattarella con il comportamento di tanti che non hanno un loro pensiero e hanno rinunciato alla propria identità!

Ecco perché ricordare è importante. Ecco perché conoscere la Verità è essenziale. Le ritualità delle commemorazioni vissute come un dovere burocratico mi danno fastidio. Oggi è il tempo di trovare coraggio e Piersanti è l’esempio del coraggio. Non si chiede di essere tutti eroi o vocati al martirio, ma almeno di trovare la forza per essere uomini liberi. Piersanti Mattarella fu un Uomo Libero e per questo è stato sacrificato. Moro, Piersanti Mattarella… ricordi struggenti, una lezione che ho tentato pur tra mille difficoltà di non dimenticare. Facciamo sì che i tempi nuovi siano improntati a questo dovere morale: “non dimenticare”, per riuscire a cambiare e costruire un Paese di Libertà e di Verità.

IL TUNNEL SENZA SBOCCO DELLA GUERRA: QUANDO FINIRÀ, E COME, L’ASSURDA PROVA DI FORZA IN UCRAINA? 

Dopo quasi un anno e proiettandoci alla fine del lungo inverno ormai iniziato, è legittimo domandarsi “quando finirà”. E come finirà. Occorre ammettere che non è facile essere ottimisti. Il rischio è che la guerra – assurda prova di forza – duri ancora a lungo.

Enrico Farinone

L’anno nuovo è arrivato e con passo veloce ci si avvia al primo anniversario del tragico inizio della guerra in Ucraina, quella da Putin chiamata “operazione militare speciale”. Ed in effetti tale avrebbe dovuto essere, nei piani dell’oligarca russo, l’assurda prova di forza: un intervento mirato ed efficace che avrebbe provocato la cattura o l’uccisione del presidente ucraino e di pochi altri politici a Kyiv, qualche edificio distrutto nella capitale medesima e qualche morto accidentale. Nulla di più. In meno di una settimana, a dir tanto, ci sarebbe stato un nuovo governo, prono ai voleri di Mosca.

Le cose, si è visto, sono andate ben diversamente. Il Presidente Zelensky, un attore comico e nulla più (immaginava Putin), si è dimostrato all’altezza del ruolo, non è stato catturato e non è fuggito; il popolo ucraino tutto, incluso in larga misura anche quello russofono residente nell’est del Paese, si è unito intorno alla propria leadership e ha fatto muro all’avanzata dell’esercito nemico; le forze militari ucraine, già addestrate e rifornite dagli americani, si sono rivelate assai più pronte e preparate di quanto i servizi di Mosca avessero anche solo immaginato; la solidarietà nei confronti degli aggrediti da parte dell’Occidente è stata unanime (anche se differenziata) e nel tempo ha armato le forze ucraine con sempre maggiore intensità. Infine, l’esercito russo si è dimostrato clamorosamente inadeguato a condurre un’operazione militare rapida e penetrante, col risultato non solo di aver fallito totalmente l’obiettivo iniziale ma pure – e ciò è anche più grave per il futuro della Russia – di avere mostrato agli occhi del mondo (potenziali alleati e potenziali avversari) la propria arretratezza strategica e tattica, davvero imprevista a questi livelli da tutti gli osservatori, e probabilmente anche dagli stessi americani (gli unici, non lo si dimentichi, ad aver compreso per tempo le intenzioni del Cremlino). Tant’è che col trascorrere del tempo e con il progressivo fallimento dell’avanzata russa in territorio ucraino la minaccia velata, a volte neppure tanto, dell’utilizzo dell’arsenale nucleare è stata la vera arma che Mosca ha utilizzato, impedendo così agli occidentali di osare una controffensiva che sul campo avrebbe potuto divenire devastante per l’armata russa.

Ora, dopo quasi un anno e proiettandoci alla fine del lungo inverno ormai iniziato, è legittimo domandarsi “quando finirà”. E come finirà. Quali sono i margini per stabilire una tregua nei combattimenti che dia tutto il tempo necessario alle diplomazie per architettare una costruzione politica in grado di garantire una pace duratura.

Occorre ammettere, con franchezza, che non è facile essere ottimisti. Certo, in molti hanno visto nelle proposte di cessazione delle ostilità fatta da Putin per consentire le celebrazioni del Natale ortodosso un segnale di debolezza e dunque di disponibilità ad una trattativa fino ad oggi mancata. Ma per contro, ammesso e assolutamente non concesso che questa ipotesi sia attendibile, la dura risposta di Kyiv (e degli americani) ha confermato la volontà di combattimento e di vittoria degli ucraini, ancorché fiaccati nell’ultimo mese dalla nuova strategia russa, volta a colpire le loro infrastrutture vitali e dunque a far patire loro duramente il freddo inverno. D’altro lato, il piano di pace in dieci punti predisposto da Zelensky così come è stato predisposto è palesemente inaccettabile per Putin ed è francamente difficile trovarvi qualche spiraglio nel quale entrare per trovare una qualche via d’uscita dalla crisi.

Il rischio, quindi, è che la guerra duri ancora a lungo. E non sempre a bassa intensità, come con espressione ipocrita e fuorviante a volte si dice. Con la conseguenza non solo della permanenza di un conflitto grave ai confini dell’Unione Europea. Con l’ulteriore rischio di un suo allargamento, qualora in esso dovesse entrarvi direttamente anche la Bielorussia, evento purtroppo da non escludere del tutto. Ma anche con la conseguenza della devastazione dell’Ucraina, perché se le incursioni dei micidiali droni di fabbricazione iraniana (e qui si apre un altro capitolo di indubbia pericolosità sul quale varrà la pena tornare) proseguiranno a lungo, nonostante le difese approntate dagli assaliti, è evidente che l’infrastrutturazione complessiva dell’Ucraina collasserà.

E a quel punto, e forse prima di quel punto, quale sarà la reazione degli alleati occidentali dell’Ucraina? E al tempo stesso, sul terreno, nel Donbass non saranno nel frattempo ulteriormente avanzate le forze armate di Kyiv alla riconquista di quei territori, data la debolezza esibita sul campo dai russi? Come sarà possibile una trattativa se nessuna delle parti sarà disponibile a cedere qualcosa? Ma come è possibile, per gli ucraini, cedere? Significherebbe riconoscere a Mosca una vittoria, perché ormai pure la Crimea è stata associata all’invasione del 24 febbraio, anche se occupata dai russi da oltre due lustri, e quindi rivendicata (giustamente) come legittimo territorio ucraino non negoziabile. Per contro, Putin non può permettersi alcun cedimento dopo aver rivendicato territori in nome addirittura della Storia della Madre Patria russa. Siamo in un tunnel buio pesto. Il suicidio nucleare, inquietante e tragico, è là certo lontano, ma non tanto purtroppo da essere un’ipotesi meramente teorica.

NUOVE ARMI ALL’UCRAINA TRA TATTICHE E STRATEGIE PER LA PACE

Il prossimo dibattito parlamentare sull’invio di armi all’Ucraina tenga conto dei molteplici aspetti in gioco, sempre con l’apertura a una soluzione diplomatica, dal momento che esistono cause che rendono il conflitto strutturalmente irrisolvibile per via militare.

Giuseppe Davicino

Il pressing internazionale in corso (anche) sull’Italia riguardo alle furniture militari all’Ucraina finirà per incidere sulla definizione del prossimo pacchetto di sostegni di difesa. Il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani comunque ha assicurato che tale invio dovrà esser preceduto da una informativa al parlamento. Sotto il profilo degli aiuti militari l’impegno italiano è stato sinora caratterizzato da grande equilibrio e senso di responsabilità, nel solco tracciato dal governo Draghi. Un impegno che se pure non è riuscito a evitarci lo status di Paese belligerante, ha perlomeno reso evidente che intendiamo partecipare nel modo più sostenibile possibile a una guerra che arreca immense sofferenze alla popolazione e indelebili ferite umane, come ha ricordato ieri all’Angelus Papa Francesco, alle madri delle vittime di entrambi i fronti.

Una guerra, peraltro, di cui sembra difficile allo stato attuale intravedere una fine. Perché gli obiettivi degli opposti fronti, “liberare l’Ucraina” da una parte e “difendere la stessa esistenza della Federazione Russa” dall’altra, questo significano, un conflitto di lunga durata col costante rischio di una escalation incontrollabile. Una prova che chi, fra quanti hanno le chiavi della pace, come il potere americano, sia in una pericolosa situazione di stallo, di reciproco controbilanciamento tra la fazione più propensa alla tregua e la fazione che non fa mistero di voler proseguire la guerra fino allo smembramento della Russia, forse si può intravedere anche nella inusuale modalità di elezione del nuovo speaker della Camera Kevin McCarthy, che non fa che rinviare i molti nodi da sciogliere nella strategia americana per questo secolo.

Nell’indecisione, la guerra non potrà che continuare e il prossimo dibattito parlamentare sul nuovo pacchetto di armamenti da offrire all’Ucraina, un sistema missilistico di difesa aerea italo-francese all’avanguardia, dovrà valutare sia gli elementi di sostegno politico e di coesione della coalizione occidentale sia gli elementi tecnici, logistici e di altra natura che risultano coinvolti nell’operazione, nonché il necessario confronto e coordinamento con la Francia che condivide la tecnologia adottata su questi nuovi tipi di armamenti. Tali sembrano essere gli spazi praticabili per un contributo concreto che il nostro Paese può dare in questa fase ad evitare  un ulteriore inasprimento del conflitto. Perché la delicatezza della fase che stiamo attraversando, è tale che riuscire a mantenere per il futuro al livello attuale la carneficina quotidiana  in qualche modo potrebbe costituire l’ipotesi migliore, in assenza di sempre auspicabili cambi di strategia in chi ha il potere di farlo, da entrambe le parti.

Alla luce di questa considerazione dovrebbe risultare con più forza il fatto che la realpolitik debba esser accompagnata da una insistente e reiterata richiesta di immediato cessate il fuoco. Il conflitto ucraino presenta infatti tutte le caratteristiche di una guerra senza sbocchi, e dunque anche da un punto di vista puramente pragmatico e di opportunità conviene a tutti, a cominciare dalle popolazioni toccate dai combattimenti, fermare le armi piuttosto che continuare a usarle, chiedendone sempre di nuove e di più distruttive.

Sullo sfondo della inutile strage ucraina si staglia prepotentemente la questione irrisolta di carattere generale inerente la definizione di una nuova modalità gestione della politica mondiale. Sui tanti ed ininterrotti conflitti che hanno insanguinato questo quasi quarto di XXI secolo pesa il mancato raggiungimento di una intesa fra le potenze mondiali vecchie e nuove circa il loro vicendevole riconoscimento in un’ottica di competizione e di autonomia ma all’insegna di reciproci, enormi vantaggi. Più tarderà questo accordo, che in gergo si definisce “multipolarismo”,  la svolta tanto attesa e necessaria nelle relazioni internazionali, più è possibile che si protragga in questo secolo il tempo delle guerre. La politica è degna di questo nome solo quando riesce a mantenere con saldo realismo un occhio sulle cose contingenti e nel contempo l’altro sugli orizzonti verso i quali marciare.

RIFORMA DEL VICARIATO: PIÙ “PRESENZA” DEL PAPA E PIÙ COLLEGIALITÀ. LA NOTA DI AGENSIR.

Pubblicata il 6 gennaio la Costituzione apostolica In Ecclesiarum Communione” che sostituisce la Ecclesia in Urbe” di Giovanni Paolo II (1988). Rafforzato il ruolo del Consiglio episcopale, nascono due organismi di vigilanza per finanze e abusi.

Gigliola Alfaro

Una maggiore collegialità e, al contempo, una maggiore presenza del Papa, come vescovo di Roma, in ogni decisione pastorale, amministrativa ed economica di rilievo della diocesi di Roma, dove sarà sempre il Papa a presiedere il Consiglio episcopale, “organo primo della sinodalità”, e dove cessano o mutano le attività di alcuni uffici del Vicariato. Scompaiono incarichi come quello del prelato segretario generale, nascono nuovi organismi di vigilanza su finanze e abusi e si fissa a cinque anni il mandato del personale direttivo, prorogabile solo per un altro quinquennio. Tutte novità introdotte da Papa Francesco nella In Ecclesiarum Communione, la nuova Costituzione apostolica pubblicata venerdì 6 gennaio, che abroga la precedente “Ecclesia in Urbe” del 1988 di Giovanni Paolo II e riorganizza l’ordinamento del Vicariato. In vigore dal prossimo 31 gennaio, la Costituzione si apre con un proemio in cui Francesco traccia una profonda riflessione sulla diocesi di Roma, di cui ricorda l’importanza dal punto di vista ecclesiale, ma anche le difficoltà della gente che la abita e le attività a favore delle fasce sociali più fragili. La seconda parte riporta, invece, l’elenco dei 45 articoli.

“Mentre ricordiamo i sessant’anni dall’inizio del Concilio ecumenico vaticano II, sentiamo con particolare urgenza la chiamata alla conversione missionaria di tutta la Chiesa, accompagnata da una più viva consapevolezza della sua dimensione costitutivamente sinodale – scrive il Papa nel Proemio -. Per rianimare la missione, nel primato della carità e nell’annuncio della misericordia divina, vanno sostenute e promosse, in sinergia, la collegialità episcopale e l’attiva partecipazione del popolo dei battezzati”.

Il Pontefice chiarisce: “Sogno una trasformazione missionaria che coinvolga integralmente le persone e le comunità, senza nascondersi o cercare conforto nell’astrattezza delle idee. Si tratta, dunque, di ‘porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno’”. Per il Santo Padre, “la Chiesa perde la sua credibilità quando viene riempita da ciò che non è essenziale alla sua missione o, peggio, quando i suoi membri, talvolta anche coloro che sono investiti di autorità ministeriale, sono motivo di scandalo con i loro comportamenti infedeli al Vangelo.

Questo non è un problema solo per la Chiesa: lo è anche per coloro che la Chiesa, popolo di Dio, è chiamata a servire con l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità. Solo nella totale donazione di sé a Cristo per un servizio alla salvezza del mondo la Chiesa rinnova la sua fedeltà”. A Roma, come nelle altre Chiese particolari, “bisogna continuare ad ascoltare la voce dello Spirito Santo che si manifesta anche oltre i confini dell’appartenenza ecclesiale e religiosa, curando uno stile sinceramente ospitale, animati dalla spinta di chi esce a cercare i tanti esiliati dalla Chiesa, gli invisibili e i senza parola della società”.

Nella “In Ecclesiarum Communione” il cardinale vicario, come già stabilito dalla “Ecclesia in Urbe”, continua ad esercitare “il ministero episcopale di magistero, santificazione e governo pastorale per la diocesi di Roma con potestà ordinaria vicaria” nei termini stabiliti dal Papa. È anche “giudice ordinario della diocesi di Roma”.

“L’esteso impegno che richiede il governo della Chiesa universale mi rende necessario un aiuto nella cura della diocesi di Roma. Per questo motivo nomino un cardinale come mio ausiliare e vicario generale”, chiarisce il Pontefice. “Il cardinale vicario – precisa Francesco – provvederà a informarmi periodicamente e ogniqualvolta lo riterrà necessario circa l’attività pastorale e la vita della diocesi. In particolare, non intraprenderà iniziative importanti o eccedenti l’ordinaria amministrazione senza aver prima a me riferito”.

Continua a leggere

Per leggere il testo integrale della Costituzione apostolica (riordino del Vicariato).

https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/20230106-in-ecclesiarum-communione.html

LA POLITICA ESISTE SE RITORNANO I PARTITI.

Il ritorno della politica, giustamente sottolineato da molti osservatori e commentatori dopo la vittoria del centro destra a trazione Giorgia Meloni alle recenti elezioni del 25 settembre, non può che non andare di pari passo con un rinnovato protagonismo dei partiti.

Giorgio Merlo

Diciamoci la verità. La politica riconquista il suo prestigio, la sua funzione e la sua autorevolezza solo se c’è, al contempo, il ritorno dei partiti. Perché è indubbio che i partiti, o ciò che oggi resta di loro, continuano semplicemente ad essere dei cartelli elettorali alle dirette dipendenze del rispettivo capo o leader di turno. Certo, all’interno di questo panorama continuano ad esserci delle diversità non secondarie.

Ci sono, cioè, partiti squisitamente ed autenticamente “personali” dove qualunque decisione politica, scelta dei candidati e nomina politica è riconducibile direttamente alla volontà e ai capricci del capo. “Partiti personali” che esistono sia nel campo del centro sinistra e sia in quello alternativo di centro destra. È persin inutile ricordare che all’interno di questi contenitori elettorali il confronto e la dialettica politica sono puramente ornamentali perché, intanto, la decisione finale tocca sempre e solo al “capo” e alla sua volontà.

Dopodiché ci sono partiti che si definiscono “plurali” ma che, alla fine, sono cartelli elettorali composti rigorosamente e militarmente da correnti di potere e da cordate clientelari alle dirette dipendenze – anche qui – del rispettivo capo ed azionista. È il caso, nello specifico, dell’ultima esperienza del Partito democratico. Nulla a che vedere, come ovvio e scontato, con il modello politico ed organizzativo della Democrazia cristiana o di altri partiti meno consistenti – a livello elettorale – della prima repubblica dove il progetto politico era il frutto del confronto, e dello scontro, tra le varie “correnti di pensiero” presenti nel partito, espressione di pezzi di società e di interessi sociali, culturali e categoriali che affondavano le loro radici nella società italiana di quel tempo.

Infine ci sono i partiti guidati da personalità con un forte tratto carismatico e che, mantengono, tuttavia, al loro interno, una parvenza di democrazia attraverso un riconoscibile radicamento territoriale e una altrettanto visibile articolazione organizzativa. Penso, per fare un solo esempio, all’esperienza di Fratelli d’Italia o della Lega. Ora, però, e al di là delle singole esperienze politiche ed organizzative dei vari partiti, è indubbio che il partito pensato dai costituenti e progettato dalla miglior cultura democratica, è tutt’altra cosa. In sintesi, si tratta di luoghi politici che dovrebbero essere ispirati e caratterizzati da alcuni ingredienti di fondo. E cioè, partiti autenticamente democratici; radicati nel territorio; espressione di una specifica cultura politica; disciplinati da regole che garantiscono e tutelano le minoranze interne; attrezzati per creare classe dirigente attraverso procedure democratiche e, in ultimo ma non per ordine di importanza, che costruiscono il loro progetto politico con la celebrazione di congressi veri e trasparenti che non siano solo ispirati a quella che Norberto Bobbio definiva già alla fine degli anni ‘80 come la “democrazia dell’applauso”.

Ecco perché il ritorno della politica, giustamente sottolineato da molti osservatori e commentatori dopo la vittoria del centro destra a trazione Giorgia Meloni alle recenti elezioni del 25 settembre, non può che non andare di pari passo con un rinnovato protagonismo dei partiti. E dei principi democratici che li deve e li può contraddistinguere. E la stessa “qualità della democrazia” coincide, appunto, con il ritorno della politica e dei loro strumenti costituzionali per eccellenza, cioè i partiti. Oggi ci sono tutte le condizioni per poterlo fare. E un contributo decisivo, al riguardo, può arrivare dalla valenza e dall’importanza delle tradizionali culture politiche. Detto in altre parole e più semplicemente, occorre fare l’esatto contrario di ciò che hanno detto, fatto, predicato e praticato – e che continuano a fare e a praticare – i populisti dei 5 Stelle in questi ultimi anni. Perchè il populismo anti politico, demagogico, qualunquista e giustizialista grillino è l’alternativa esatta e scientifica della democrazia dei partiti, della centralità delle culture politiche e dell’autorevolezza delle stesse istituzioni democratiche. Cioè, in ultima istanza, del ruolo e della funzione della politica nel nostro paese.

IL CANTORE DELLA SPERANZA: CHARLES PÉGUY E I PAPI.

Papa Francesco, in particolare, ricorda che Péguy vedeva la speranza come «la virtù bambina che cammina quasi nascosta tra le gonne delle due sorelle più grandi (la fede e la carità) ma che in realtà è lei, questa speranza bambina, a tenere per mano e sostenere».

Isabella Piro

È la speranza la virtù teologale che lega fortemente i Pontefici dell’era moderna e contemporanea a Charles Péguy. Da Giovanni Paolo I a Papa Francesco, passando Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, è evidente l’ammirazione che i Pontefici provano nei confronti dello scrittore francese, della sua opera e del suo pensiero.

Albino Luciani, ad esempio, amava molto Péguy, tanto da definirlo «il cantore della speranza» e tanto da dedicargli — come ricordato da Stefania Falasca in un articolo per «Avvenire» — la quinta lettera di Illustrissimi, una raccolta di quaranta lettere immaginarie edita nel 1976. Il tema centrale di tale epistola è la speranza, intorno alla quale l’allora Pontefice intreccia un paragone tra il pensiero di Péguy e il XXV canto del Paradiso di Dante. Non solo: nella casa natale di Giovanni Paolo I, a Canale d’Agordo, nel 2019 è stata rinvenuta anche una lettera che la figlia di Péguy, Germaine, scrisse al Pontefice nel settembre del 1978 per accompagnare il dono del volume Les Enfants, una raccolta di stralci tratti dai tre poemi: Le Mystère de la charité de Jeanne dArc; Le Porche du mystère della deuxième vertu; Le Mystère des saints Innocents, tutte opere nelle quali nei quali Péguy esalta la virtù teologale della speranza. «Mi permetto di offrirLe queste pagine sulla piccola speranza — scrive Germaine —. Che il Signore L’aiuti a condurre il popolo cristiano sulla via della fede».

Marcel ou la cité harmonieuse, invece, è l’opera citata da Giovanni Paolo II il 4 marzo 1995 nell’udienza concessa all’Unione internazionale della proprietà immobiliare: «Invocando i principi fondamentali di solidarietà e di comunione, all’epoca della fondazione della vostra associazione — afferma il Pontefice —, Charles Péguy già chiedeva per ogni famiglia un tetto dove amare, al fine di dare un volto umano alla città e di permettere ad ogni famiglia di vivere degnamente».

Dal suo canto, Benedetto XVI torna sulla figura di Giovanna D’Arco: il 19 agosto 2006, l’allora Pontefice assiste, nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo, a una rappresentazione dell’opera di Péguy dedicata alla pulzella d’Orléans e sottolinea: «In questo testo di grande ricchezza, Péguy ci ha mostrato che il commovente grido di Giovanna, che traduce il suo dolore e il suo sgomento, rivela prima di tutto la sua fede ardente e lucida, caratterizzata dalla speranza e dal coraggio».

Nei discorsi e nei testi di Papa Francesco, infine, si trovano numerose citazioni di Péguy. Basti citarne due: «La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy: è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza», inserita nel Messaggio per la 52° Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2019). E poi il testo inedito contenuto nel volume Il cielo sulla terra. Amare e servire per trasformare il mondo, edito dalla Lev nel novembre 2020: in esso, il Pontefice ricorda che Péguy vedeva la speranza come «la virtù bambina che cammina quasi nascosta tra le gonne delle due sorelle più grandi (la fede e la carità) ma che in realtà è lei, questa speranza bambina, a tenere per mano e sostenere».

Al riguardo, Papa Francesco riprende alcuni versi dell’opera Il portico del mistero della seconda virtù, in cui la speranza dell’uomo suscita stupore in Dio stesso: «Ma la speranza, dice Dio, / ecco quello che mi stupisce. / Che quei poveri figli vedano come vanno le cose / e che credano che andrà meglio domattina. / Questo è stupefacente ed è proprio / la più grande meraviglia della nostra grazia. / E io stesso ne sono stupito».

Fonte: L’Osservatore Romano – 7 gennaio.

(L’articolo prende spunto dai 150 anni della nascita del poeta e scrittore francese. Qui ė riproposto per gentile concessione del Direttore del quotidiano edito in Città del Vaticano)

DEUS 2.0. RIPENSARE LA FEDE NEL POST-TEISMO: IL MONISMO RELATIVO DEL GESUITA PAOLO GAMBERINI.

«Costruire ponti tra passato e futuro, tra teismo e post-teismo…», ma anche tra scienza, filosofia e spiritualità, «ben oltre gli steccati ideologici tra credenti e non credenti…»: è questo lintento del libro (Gabrielli editore) del gesuita Paolo Gamberini.

Redazione

Stiamo vivendo un’epoca non solo di cambiamenti (Papa Francesco), ma un tempo che esige una trasformazione nel modo di pensare e vivere la religione. La coscienza di fede delle nuove generazioni risulta essere sempre più secolarizzata, agnostica e indifferente.

Allo stesso tempo la mistica e le recenti scoperte scientifiche (fisica quantistica e neuroscienze) ci dischiudono una visione della realtà che non coincide più con quella del teismo premoderno.

Siamo, infatti, nell’era del post-teismo. A differenza dell’ateismo dei secoli scorsi, il post-teismo non rifiuta qualsiasi trascendenza ma solo quella di un Dio assolutamente separato dal mondo che interviene dall’esterno per salvarlo (teismo). Il cosmo non è fuori, ma è in Dio (panenteismo). Come comprendere le verità della fede cristiana a partire da questa “aggiornata” (Deus 2.0) prospettiva teologica?

Lo scopo di questo libro è di intraprendere un esercizio di inter- e trans-disciplinarietà, integrando nel camino di ricerca l’aspetto teologico, scientifico e mistico dei vari saperi, per offrire così una proposta di rilettura della fede cristiana.

Così scrive Don Riccardo Battocchio nella prefazione al volume: «Il motivo per cui questo libro merita di essere letto è il fatto di trovarsi costantemente sottoposti a un pungolo intellettuale che costringe a mettere alla prova gli argomenti della propria fede, a coglierne i punti deboli, le possibili contraddizioni, le reali vie di uscita. Il libro di Paolo Gamberini è un utile banco di prova. Anche se il lettore non sarà sempre d’accordo con le tesi dell’autore, potrà senz’altro accogliere il saggio come un “tentativo” che “prova” e “mette alla prova” chiunque voglia vagliare intellettualmente e spiritualmente il linguaggio e le formule, nonché gli argomenti, della tradizione. L’autore vuole offrire, infatti, delle congetture, per aprire un dibattito pubblico su come ripensare la fede nel post-teismo. Fare teologia per questo mondo significa anche accettare di mettersi alla prova, di mettere alla prova e di essere messo alla prova».

Nota sullautore

Paolo Gamberini è nato a Ravenna nel 1960 ed è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1983. Ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università del Sacro Cuore di Milano e il Dottorato in Teologia presso la Philosophisch-theologische Hochschule Sankt Georgen dei Gesuiti a Francoforte sul Meno (Germania). È professore straordinario alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale Sez. “San Luigi” a Napoli, ed è stato professore associato alla University of San Francisco (California, USA) ed è stato invitato presso varie istituzioni accademiche dei gesuiti degli Stati Uniti (Chicago, Boston and Berkeley). Tra le sue numerose pubblicazioni vanno menzionate le seguenti: Pathos e Logos nel pensiero di Abraham J. Heschel.  Roma: Città Nuova, 2009; Un Dio relazione. Breve manuale di dottrina trinitaria. Roma: Città Nuova 2007; Questo Gesù. Pensare la singolarità di Gesù Cristo. Bologna: EDB 2005; Nei legami del Vangelo. L’analogia nel pensiero di Eberhard Jüngel. Brescia:  Morcelliana, 1994.  

Negli ultimi anni la ricerca di Paolo Gamberini tenta di coniugare la visione filosofica del Monismo (Dio è uno e tutto) con la prospettiva monoteista-relativa della fede cristiana, così come di e allo stesso tempo di coniugare il primato della consapevolezza, sostenuto da vari teorici della fisica quantistica e da filosofi della coscienza, con la comprensione della Mente di Dio come orizzonte intrascendibile della realtà. L’autore identifica questa prospettiva teologica con il termine: Monismo relativo.

SCHEDA DEL LIBRO

https:/www.gabriellieditori.it/shop/scienze-religiose/paolo-gamberini-deus-duepuntozero-2/

POPOLARI, LA RICOMPOSIZIONE COME PRESUPPOSTO PER UNA NUOVA POLITICA.

La ricomposizione dei Popolari appare inscindibile dalla loro iniziativa politica che si realizza solo rompendo gli indugi e tuffandosi in mezzo alle questioni più dibattute del nostro tempo. Continua il dibattito sulla scia degli interventi di Fioroni e De Mita.

Giuseppe Davicino

Mi pare che davanti al tema che pone con grande acutezza Giorgio Merlo, quello della necessità di una qualche forma di riorganizzazione della rappresentanza politica dell’arcipelago del cattolicesimo democratico e sociale, proprio in ragione di un irreversibile pluralismo politico dei cattolici e come risposta alla mutazione genetica del Partito Democratico, tutte le altre questioni in qualche modo vengano dopo. Perché se non si è in qualche forma presenti nella competizione politica, si fa semplicemente altro; cose altrettanto importanti come formazione o cultura politica.

La ricomposizione dei Popolari si configura come operazione indispensabile che nel contempo implica la definizione di una politica per questo nostro tempo. Mi sono parsi, a tal proposito, molto significativi i recenti interventi di Giuseppe Fioroni e di Giuseppe De Mita su queste colonne. Il primo sostiene la necessità di definire quale sia la causa politica per la quale farsi promotori di nuova mobilitazione verso un corpo elettorale che manifesta vasti e crescenti segni di disaffezione verso l’offerta politica attuale . Il secondo pone per i Popolari la necessità di esprimere una capacità di visione che sia espressione di un metodo che ha come suo criterio l’uomo.

Mi sembrano questi i due fuochi attorno a cui si può sviluppare una proficua discussione politica, in un vitale e irrinunciabile rapporto di interazione con l’aspetto organizzativo. Da parte mia, scusandomi per la necessaria schematicità, credo che il modo per parlare a quell’elettorato che è deluso dal Pd, che si è rifugiato nell’astensionismo o che ha dato un voto al centro destra, non di appartenenza ma occasionale e quasi solo per disperazione,  sia quello di proporsi come forza affidabile rispetto ai rischi di possibili derive, sulle questioni che più incidono e incombono sul nostro futuro, che sono anche le questioni da cui maggiormente dipende la scelta elettorale nel suddetto blocco sociale.

Tra queste questioni – non vuole essere un elenco, piuttosto uno spaccato della sfera delle priorità con cui misurarci e offrire a noi e agli elettori motivi di coinvolgimento politico – c’è sicuramente il tema della pace. La fermezza del nostro Paese sull’Ucraina non esclude il riconoscimento dell’esigenza di una discussione su un immediato cessate il fuoco anche per superare quel clima internazionale di estremizzazione delle posizioni che richiama quello antecedente alla Prima Guerra Mondiale. E soprattutto c’è bisogno di una forza politica che discuta su quanto e a quale prezzo sia sostenibile l’unilateralismo come criterio per l’approccio ai problemi internazionali e che discuta anche dei pregi, oltre che dei rischi, del multipolarismo.

Un’altra area di problemi sulla quale è impensabile presentarsi al giudizio degli elettori senza una visione, è costituita dall’ambiente. Il concetto di ecologia integrale va sviluppato e coniugato nel concreto, se si vuole che gli elettori ne percepiscano il suo significato di alternativa al fondamentalismo ambientalista al quale dobbiamo in larga misura l’attuale crisi energetica europea che sta mettendo in apprensione tante famiglie e imprese. Non solo ne deriva una incompatibilità di fondo con il partito della decrescita, il M5S, ma ci costringe a riflettere sulla svolta impressa dagli Stati Uniti in favore delle nuove fonti di energia, come la fusione nucleare, e su una necessaria gradualità con cui procedere alla rinuncia delle fonti fossili, anche facendosi promotori di una campagna per la revisione di scadenze già fissate e impegni già presi a ogni livello. In campo ambientale vi sono tante finestre di Overton aperte (come da ultima quella sulla promozione in Europa di una alimentazione a base di insetti), che destano inquietudine e sconcerto fra i ceti popolari e lavoratori.

Infine, vorrei citare un’altra questione attraverso cui passa in concreto la definizione di una specificità, di un compito, e alla fine, di una reputazione davanti agli elettori, per i Popolari contemporanei: quella della transizione digitale. Puntare a qualificarsi come luogo di discussione politica su una introduzione e gestione delle nuove tecnologie che abbia come criterio ultimo la persona umana, significa compiere anche un’operazione di lungimiranza politica. La Commissione Europea ha annunciato che già nel corso di quest’anno presenterà un progetto legislativo per l’introduzione dell’Euro digitale. La moneta digitale della banca centrale costituisce una potentissima innovazione (anche per effetto della sua combinazione con i nuovi strumenti di controllo e di sorveglianza) le cui ripercussioni potrebbero cambiare il volto della finanza pubblica, del sistema creditizio, del welfare, delle libertà economiche personali e aziendali. Ambire a presentarsi come la componente politica che intende guidare l’innovazione componendola con il bene comune e la dignità della persona, e allo stesso tempo che intende chiudere alla deriva verso il sistema della cittadinanza a punti, con cui sembra flirtare la sinistra, può rilevarsi una scelta oltre che saggia, anche elettoralmente non peregrina.

Un segmento di elettorato disilluso ma esigente, come quello dei ceti intermedi, probabilmente è alla ricerca di forze politiche che risultino affidabili rispetto alla capacità di definire un autonomo progetto di società, ma senza i rischi di autoritarismo insiti nella destra e senza la subalternità mostrata dalla sinistra a visioni di società calate dall’alto dai poteri forti transnazionali ma che prescindono dalle istanze della classe media.

Per queste ragioni credo che la riuscita organizzativa del progetto di ricomposizione dei Popolari sia inscindibile da quella della loro iniziativa politica che si realizza solo rompendo gli indugi e tuffandosi con criterio in mezzo alle questioni più dibattute del nostro tempo.

AMARE CONSIDERAZIONI ALL’INDOMANI DEL PRIMO FEMMINICIDIO DELL’ANNO APPENA INIZIATO.

Il 2023 è iniziato male: una giovane donna è stata uccisa dal suo compagno. Ormai, guardando le statistiche annuali, su 70/100 casi ascrivibili a femminicidio, emerge lassoluta normalità della vita di questi uomini che uccidono.

Elisabetta Campus

Non è stata una bella Befana per noi donne, una di noi il giorno prima è morta; ammazzata dal suo compagno per un motivo conosciutissimo: lui non voleva essere lasciato. A volte prende lo sconforto nel comprendere che sono solo i primi giorni dell’anno è già il primo femminicidio si è  compiuto. Lo scorso anno non  è  andata meglio: il primo femminicidio si è consumato il 6 gennaio, una donna di 72 anni soffocata dal marito che poi si è impiccato. Quest’anno la donna è una giovane di 23 anni, il compagno le ha sparato e poi si è sparato.

Una prima riflessione, superata l’amarezza, è chiedersi cosa siano diventati i nostri compagni, quale corto circuito sociale, educativo e personale si è messo in moto e come mai non accenna a fermarsi. Perché ormai, guardando le statistiche annuali, su 70/100 casi ascrivibili a femminicidio, emerge l’assoluta normalità della vita di questi uomini che uccidono. Come assolutamente normale appare la prevalente motivazione: l’insicurezza forte unita alla rabbia sorda per essere lasciati, per una decisione di chiusura della vita insieme presa dalla compagna. E questa insicurezza/rabbia scoppia improvvisa sia che la compagna la si conosca da mesi, anni o, appunto, da una vita insieme.

Ognuno vede maturare la propria personalità nel contesto familiare e scolastico. Sono i due momenti di vita sociale nelle quali s’impara a conoscere/riconoscere i propri limiti e quelli della convivenza con gli altri. Qui deve essere la radice di quel corto circuito emozionale che scatena la rabbia e la spinta a eliminare fisicamente l’altro. Allora, è giunto forse il momento di metterci mano con precise azioni di formazione che partano dalla scuola per l’infanzia fino a salire, e non abbandonino mai i giovani uomini e le giovani donne, pensando che aver formato e informato sia già sufficiente.

Poi dovremmo interrogarci sullo sdegno pubblico che non cresce adeguatamente, restando confinato nella patologia dell’evento criminale e perciò, in quanto tale, contrario alla legge e alla morale. Il femminicidio ha l’attenzione del momento e delle successive statistiche, ma non arriva a sollevare il nostro sdegno collettivo. Oppure, più semplicemente, non riteniamo che il femminicidio violi la nostra morale comune al punto da farci insorgere. Ma se così fosse abbiamo un problema di civiltà e di morale, di valori comuni su come debba essere nel profondo il rapporto uomo/donna e donna/uomo. Lo abbiamo lasciato nella dimensione del privato, fino a quando non è esploso nel sociale.

Eppure, quando su questo blog ragioniamo dell’identità di cattolici democratici che hanno al centro del loro ragionamento politico l’essere umano, dimentichiamo che questo “uomo ideale” sta presentando dei lati oscuri, inimmaginabili pochi decenni fa, e che solo una chiara e forte presa di posizione nel definirne i contorni può essere la risposta a una possibile innovazione civile, volendo di tipo moderato, che la società italiana sembra ricercare negli ultimi tempi. Questi uomini che uccidono le loro compagne non ci piacciono e lo diciamo ad alta voce senza paura, perché non solo distruggono la loro famiglia, ma anche quella di ciascuna di noi, e di voi tutti.

GIORGIA MELONI DICA CHIARAMENTE SE TUTTI I LAVORATORI FRAGILI POSSONO ACCEDERE ALLO SMART WORKING.

i cittadini sono uguali davanti alla legge, non possono essere discriminati in base al lavoro che svolgono (in una Repubblicafondata sul lavoro) e qualche avvocato potrebbe imbastire un procedimento per violazione di un principio di parità sancito dalla Costituzione.

Francesco Provinciali

In epoca di post-globalizzazione le notizie girano velocemente ma non sempre in tempo utile e verificabile. Si sa ad esempio che la Cina è flagellata da una nuova fase di pandemia da Covid-19. Alcuni Stati hanno imposto controlli alle frontiere, specie per gli sbarchi di passeggeri in arrivo da quel Paese dove città come Shangai registrano il 75% di contagiati. Cose che si sapevano non da ieri, ad esempio mentre in Italia si votava la legge di bilancio che prevedeva il rinnovo dello smart working per i lavoratori fragili, pur se assoggettato ad uno dei 44 rilievi formulati dalla Ragioneria dello Stato. Da quando ha ripreso a circolare anche da noi la paura di una ripresa dei contagi e il rischio di nuove varianti, si alternano in TV esperti che raccomandano la 4° e finanche la 5° dose per i soggetti fragili, l’uso delle mascherine e tutte le cautele del caso, implementate dalla concomitanza dell’influenza che può creare un mix virale pericoloso: raccomandazioni encomiabili.

Si batte il tasto delle precauzioni che fragili, defedati, immunodepressi e anziani devono assumere attraverso una preventiva e accorta profilassi ma nello stesso tempo si tergiversa su quali tutele debbano essere assunte a protezione dei lavoratori certificati fragili e inidonei al lavoro in presenza: di fatto lo smart working è stata una provvidenza normativa in bilico fino all’ultimo ed è tuttora avvolta in una nebulosa di discrezionalità che non fa onore alla certezza del diritto. Prendiamo ad esempio il mondo della scuola: pare che sia possibile usufruirne per un impiegato appartenente alla categoria del personale amministrativo mentre invece resterebbero esclusi i docenti a motivo del fatto che in caso di assenza dal servizio in classe (in caso di contagio, per una terapia specifica, per un ciclo di cure periodiche ecc.) il dirigente scolastico dovrebbe provvedere alla nomina di un supplente.

Circostanza che avrebbe dei costi – è vero- ma se leggiamo nelle pieghe della legge di bilancio e nel decreto milleproroghe troviamo una varietà infinita di prebende, bonus, provvidenze, stanziamenti mirati a specifiche esigenze locali o di categorie lavorative, rinnovi e proroghe che comportano un esborso di denaro pubblico indubbiamente superiore, anche considerando la reiterazione per sette mesi del reddito di cittadinanza. Giusto tutelare chi non ha lavoro o fonti di reddito ma altrettanto giusto sarebbe proteggere chi lavora ma è affetto da una delle patologie che lo stesso D.M. Salute del 4 febbraio 2022 ha certificato come motivo di particolare fragilità.

Il 9 gennaio riapriranno le scuole ma gli insegnanti fragili non sanno ancora se potranno chiedere l’accesso allo smart working, le alternative sono solo due: rientrare al lavoro in una situazione di potenziale rischio o mettersi in malattia usufruendo del congedo contrattuale. Ad onor del vero persino il Presidente Conte – leggasi l’art. 26 – comma 2 e 2-bis del DL 17/3/2020 n.18 aveva previsto una copertura sanitaria alternativa allo smart working. Sempre rinnovata fino al 30/6/2022, eccetto alcuni periodi di vacatio legis. Con il cosiddetto decreto aiuti-bis del 10/8/2022 su proposta dell’allora Ministro del Lavoro Orlando le tutele venivano ridotte al solo smart working e si riscontrava da subito una discriminazione tra coloro che potevano accedere a questa tutela e chi non poteva usufruirne a motivo del profilo professionale.

Alla scadenza del 31/12 u.s. questa soluzione sembra reiterata nella sua evidente lacuna: quella di proteggere alcune categorie di lavoratori e di escluderne altre, a parità di condizioni di patologie esistenti. Il caso dei docenti è emblematico e sembra riproporsi. Avendo interpellato sindacalisti ed esperti legislativi e del mondo del lavoro tutti sono giunti alla medesima laconica conclusione: spetta al datore di lavoro decidere chi ammettere allo smart working e chi no. Una bella patata bollente per i dirigenti scolastici: se accettano di ‘concedere’ il lavoro agile rischiano un rilievo dagli organi di controllo, se invece oppongono ‘diniego’ all’istanza rischiano un ricorso per disparità di trattamento tra il personale dipendente. Perché i cittadini sono uguali davanti alla legge, non possono essere discriminati in base al lavoro che svolgono (in una Repubblica…fondata sul lavoro) e qualche accorto avvocato potrebbe imbastire un procedimento per violazione di un principio di parità sancito dalla Costituzione.

Se il legislatore non è stato abbastanza chiaro nel formulare l’articolo di legge, se i Ministri interpellati tacciono al pari dei loro uffici legislativi sarebbe corretto ed autorevole che il Presidente del Consiglio in persona chiarisse se tutti i lavoratori fragili possono godere dello stesso diritto ovvero preparare un provvedimento sotto forma di decreto legislativo che ponga fine ad una ingiusta disparità di trattamento e consideri la condizione di fragilità come uno stato di salute svincolato dal tipo di professione svolta dal lavoratore.

I POPOLARI E LA POLITICA: ADESSO IL SALTO DI QUALITÀ.

Gli ultimi contributi di Giuseppe De Mita e di Beppe Fioroni su queste colonne hanno il merito di aver sottolineato, con coraggio e precisione, la necessità di non relegare la tradizione politica e culturale del popolarismo di ispirazione cristiana ad un ruolo gregario o, peggio ancora, puramente ornamentale. Senza inseguire disegni puramente testimoniali – politicamente irrilevanti ed elettoralmente inconsistenti – adesso si tratta di sciogliere il nodo politico per eccellenza, e cioè come lanciare il protagonismo di questo progetto politico – che giustamente, come sottolinea De Mita, è anche e soprattutto un “metodo” – nell’attuale cittadella politica italiana.

E questo dopo aver preso definitivamente atto che nel Pd questa presenza è ormai del tutto periferica, se non addirittura inesistente, e neanche più utile ai fini del progetto complessivo di quel partito, come la concreta esperienza ha persino platealmente confermato. E che, specularmente, in attesa che nel centro destra si ridefiniscano i nuovi equilibri e le nuove identità politiche e culturali, anche nel cosiddetto campo alternativo questa presenza continua ad essere alquanto problematica. Ma un fatto e indubbio: in questa precisa fase storica, e dopo l’esito del voto del 25 settembre, il ruolo e la funzione dei Popolari, dei cattolici sociali, del moderati di ispirazione cristiana richiedono a gran voce una nuova e diversa rappresentanza politica ed organizzativa.

Il nodo da sciogliere è proprio questo, vale a dire come ridare voce politica, presenza istituzionale, espressione culturale e struttura organizzativa ad un pezzo di società che, di fatto, ha archiviato la stagione dell’irrilevanza e della pura testimonianza a prescindere e al di là della stessa presenza ornamentale – e come ovvio di puro potere – all’interno di alcuni partiti. Ecco perché è giunto il momento di favorire e

rafforzare quel processo di “ricomposizione” di un mondo politico, culturale e sociale che non è riconducibile ad un partito specifico, ma che adesso sente forte e marcata la necessità di essere nuovamente presente nell’agone pubblico. E ciò laicamente, e senza erigere ridicoli e grotteschi steccati di nessun genere, ma con la sola volontà di ridare voce ad un’area politicamente orfana e senza alcuna rappresentanza.

Un’area che, è bene ripeterlo, guarda avanti senza alcuna regressione nostalgica, né sotto il profilo della replica di esperienze politiche del passato e né, tantomeno, per riproporre una antistorica “unità politica dei cattolici”. Ma, al contrario, si tratta di ricomporre un’area sociale e culturale molto più vasta di quella che continua a riconoscersi nel patrimonio storico del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Un’area che si potrebbe definire centrista, moderata, democratica e profondamente riformista che affonda, però, le sue radici ideali in valori e principi riconducibili a quel filone storico. Dopodiché, come si suol dire, avviato il percorso della “ricomposizione” politica e culturale ed organizzativa, si vedrà come è possibile stringere alleanze o presenze nel singoli partiti. Ben sapendo che l’unico “preambolo” a cui ancorare questa esperienza politica è quello di uscire dall’isolamento, dall’emarginazione e dal puro gregariato.

È tempo, cioè, di essere nuovamente protagonisti perché espressivi di mondi vitali presenti nel tessuto della società italiana e desiderosi di mettere in campo la propria specificità e la propria originalità politico e culturale.

UNA MORTE SENZA VITTORIA. IN MEMORIA DI EDISON, ALL’ANAGRAFE EDSON, DA TUTTI CHIAMATO PELÈ.

Pelé è stato il più grande calciatore della storia. Ora, celebrare non è solo lodare e festeggiare ma anche frequentare e affollare. Così è stato quando migliaia di persone sono andate a rendergli omaggio, piegando il ginocchio, ora da moderni vassalli, davanti al loro idolo.

Giovanni Federico

Il selfie è una foto di se stessi e con altri condivisa sui social network. Nel secondo caso par che si debba dire “ussie” o “groufie”. Fioccano i neologismi e gli acronimi, di un continuo nuovo che soppianta il vecchio.

Pelé è stato il più grande calciatore della storia, dichiarato “patrimonio storico sportivo dell’umanità”. Il suo vero nome è stato quello di Edison in onore all’inventore della luce.  All’anagrafe, un errore di trascrizione l’ha riportato in Edson, ma poi tutti l’hanno chiamato Pelé, perché da bimbo era tifoso di un portiere che si chiamava Bilé. Poi con il tempo le storpiature hanno fatto il loro corso. Pelé, recuperando la radice del suo nome, ha acceso la luce nel calcio e ha tutti i portieri del mondo ha rifilato oltre 1000 goal. Forse vendicando il suo Bilé, il solo che non era possibile superare.

Se ne sono appena celebrati i funerali nello stadio del Santos, la sua squadra. Ai Santi in cielo si è aggiunto anche Pelè che, per umiltà e stile di comportamento, è stato un riferimento non solo per il suo popolo.

Celebrare non è solo lodare e festeggiare ma anche frequentare e affollare. Così è stato quando migliaia di persone sono andate a rendergli omaggio, piegando il ginocchio, ora da moderni vassalli, davanti al loro idolo. Nell’occasione è stato presente anche Infantino, il capo del calcio mondiale, ed è stata subito polemica, una guerra di rilievi al suo indirizzo, di critiche e successivi chiarimenti.

Gli si rimprovera di aver fatto una foto con gli ex giocatori del Santos, compagni di squadra di Pelé, che gli hanno chiesto di immortalare l’avvenimento, malgrado si fosse vicino la salma del loro leader.  In questi casi per darsi un pensiero occorre guardare al contesto, tessere insieme gli elementi del fatto, collocando l’avvenimento nel complesso della specifica situazione.

C’è chi ha contestato l’episodio perlomeno secondo un profilo di opportunità, se cioè era il luogo e il tempo adatto per quel gesto, se era il caso di abbandonarsi, “ob portunum”, al vento che spinge la nave nel porto dei ritratti da web. Si discute insomma se ricorresse la stretta necessità di immortalarsi vicino ad una salma, se si fosse in proprio in presenza, secondo Boccaccio, di un bisogno corporale di agire come è stato.

Il padre di Pelé, Dondinho, a sua volta buon calciatore, è stato l’unico al mondo ad aver segnato in una partita 5 goals di testa. Maggior resta avrebbero dovuto usare tutti i protagonisti della vicenda. Deve aver fatto confusione il suo soprannome “ O Maleável”, il Malleabile” così che tutto sembra possa piegarsi all’istinto del momento. Per certo Infantino non aveva intenzione di mancare di rispetto a nessuno. L’infante è per definizione un bimbo innocente, che poi in guerra per la sua piccola condizione è diventato servitore e garzone, insomma un fante. Per la sua leggerezza, da fantino, è poi in seguito montato a cavallo nelle gare d’ippica, riscattando la sua condizione di uomo a terra.

Il fatto non è il buon cuore di Infantino di cui si è detto, accusato da alcuni di aver buttato la palla in out. Chiunque potrà ricordarsi il fiume umano di persone che andarono in preghiera davanti al feretro di Papa Giovanni Paolo II e dopo lunga fila, giunti al suo cospetto, non hanno mancato di scattare foto a segnare la loro presenza. È più di una moda. Più gravemente, c’è un narcisismo di cui si è persa consapevolezza e alla morte, affranta, è sfuggita, forse per sempre, la presa sul dolore che in genere dona quando è all’opera.

Che ciascuno porti costantemente a memoria il detto: “Scherza con i fanti ma lascia stare i Santi”.

COME RICORDARE DAVID SASSOLI? “INTESTIAMOGLI LA NUVOLA DELL’EUR”, QUESTA LA PROPOSTA DI GREGORI E BEDONI.

La Nuvola, il Centro Congressi situato all’Eur, potrebbe essere dedicata a Sassoli? La proposta vuole significare una viva e stabile riconnessione con l’ideale europeistico, oltre che un omaggio allo scomparso Presidente del Parlamento di Strasburgo.

Augusto Gregori e Luca Bedoni

L’11 gennaio 2022 ci lasciava David Sassoli, Presidente dell’Europarlamento, da tutti ricordato per aver legato il suo impegno alla visione di un Continente più unito e solidale, specie mediante il servizio alle istituzioni comunitarie.

Noi abbiamo un sogno o più semplicemente un desiderio: vedere la Nuvola, il Centro Congressi che ha ospitato il G20, nonché, in piena pandemia, un centro vaccinale tra i più grandi d’Europa, finalmente ribattezzata “Centro Congressi David Sassoli – La Nuvola”. Del resto, l’opera progettata da Massimiliano Fuksas sorge su viale Europa, in un quartiere comunemente chiamato Eur, ma che negli anni ‘60 una delibera comunale denominava “Quartiere Europa”, enfatizzando con ciò il suo carattere contemporaneo, visionario e futuristico. Un quartiere, insomma, ricco di simboli che hanno reso grande l’Europa.

Per questo i valori e le idee che David Sassoli ha professato con costanza e generosità, non possono trovare migliore accoglienza se non attraverso una degna rappresentazione. Sarebbe perciò interessante poter riscontrare in ogni evento ospitato dalla Nuvola il “soffio” di una autentica e fervida ispirazione europeistica.

L’Europa, del resto, è un esempio per il mondo intero: fino a a tutto il Novecento appariva lacerata da conflitti sanguinosi, spinti all’eccesso dell’auto distruzione, oggi invece contempla una invidiabile condizione di pace. Ad essa non è mancato il “soffio” della sensibilità umana e politica di Sassoli.

Ecco perchê presenteremo in Consiglio municipale – si tratta del Municipio Roma IX, ndr – un appello rivolto direttamente a Roberto Gualtieri, affinché come sindaco della Capitale si faccia ambasciatore di pace proprio nel solco del più autentico europeismo, facendo anche in modo che la grande eredità politica di David Sassoli si possa rispecchiare stabilmente nella immagine-simbolo, anche internazionale, della Nuvola.

Gli autori, Augusto Gregori e Luca Bedoni, sono rispettivamente il vice presidente della Giunta e il presidente del Consiglio del Municipio Roma IX.

È ON LINE LA TERZA EDIZIONE DEL VOLUME “LA BANCA D’ITALIA. FUNZIONI E OBIETTIVI”.

È stata pubblicata la terza edizione del volume “La Banca d’Italia. Funzioni e obiettivi“. Il libro racconta compiti, obiettivi e risultati della banca centrale italiana, conciliando il più possibile l’accuratezza delle informazioni con la semplicità del linguaggio.

Redazione

Il volume è articolato in quattro parti, Moneta, Sistema finanziario, Ricerca e statistica, Servizi al pubblico, ed è pensato specificamente per i cittadini e le cittadine che vogliano conoscere come e quanto il lavoro della Banca d’Italia sia presente quotidianamente nella loro vita.

Di seguito riportiamo la Premessa, rinviando al link in fondo alla pagina per l’accesso al testo integrale.

La Banca d’Italia influenza con la sua azione la vita quotidiana dei cittadini in molti modi, ma lo fa per lo più in maniera indiretta, attraverso gli effetti che esercita sul comportamento degli intermediari bancari e finanziari e sul funzionamento dei mercati.

Pertanto, nonostante abbia maturato più di 125 anni di storia, il ruolo che svolge nei numerosi settori di impegno non è generalmente percepito con chiarezza. Questo volume, che intende descriverne le attività cercando di conciliare il più possibile l’accuratezza delle informazioni con la semplicità del linguaggio, si aggiunge agli altri strumenti utilizzati per dare conto dell’operato dell’Istituto: il sito internet, la partecipazione a eventi in cui la Banca è chiamata a esprimere il proprio punto di vista, le pubblica- zioni, gli incontri con i cittadini sul territorio.

Le informazioni qui raccolte, in parte presenti nelle ultime edizioni della Relazione sulla gestione e sulle attività, vengono periodicamente aggiornate per tener conto delle modifiche nei compiti dell’Istituto.

Testo integrale

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/funzioni-obiettivi/2022-funzioni-obiettivi/BancadItalia-funzioni-obiettivi_3ed.pdf

BENEDETTO, FRANCESCO E IL PESO DELLA DIALETTICA.

La Chiesa non è lo Stato e la religione non è la politica. In ogni caso, lo straordinario affiancamento dei due Papi, Benedetto e Francesco, rivela come non vi debba essere necessariamente contrasto tra la forza delle convinzioni e la ricerca di punti comuni.

Marco Follini

La lunga convivenza dei “due Papi” contiene – anche – un messaggio involontariamente politico. Quella convivenza ci ricorda infatti che anche laddove sono in gioco princìpi cruciali e magari – a volte – cruciali differenze di opinione occorre cercare la via che conduce alla ricomposizione della comunità.

Non vorrei svilire l’argomento, che è così nobile, gettandolo impropriamente nel calderone arroventato della politica. Sia Francesco che Benedetto hanno misurato se stessi sul metro di una spiritualità profonda, accomunati dall’appartenenza alla stessa Chiesa e sottratti, tutti e due, a certe tentazioni che attraversano i percorsi della vita civile. Ma tutti e due si sono trovati anche, per dieci anni e più, a dar voce ad argomenti che non sempre erano perfettamente uguali gli uni agli altri. Cosa che hanno fatto però senza mai smarrire il senso di una missione comune.

Ora, è ovvio, la Chiesa non è lo Stato, e la religione non è la politica. Ma se si può trarre una piccola e forse impropria conseguenza da questo straordinario affiancamento dei due Papi, essa consiste nel fatto che non è affatto detto che vi debba essere contrasto tra la forza delle convinzioni e la ricerca di punti comuni. Poiché esisterà sempre una volta più ampia e accogliente sotto cui radunarsi. A patto di cercarla. La dialettica fa parte della vita e tanto più della politica che si nutre di dispute e conflitti. Ma una comunità bene ordinata – e tale è anche un Paese – dovrebbe imparare a fare in modo che le differenze trovino poi un luogo in cui cercare di ricomporsi.

Fonte: La Voce del Popolo – 4 gennaio 2023.

Si ringrazia il settimanale della Diocesi di Brescia per aver concesso l’autorizzazione a riprodurre l’articolo.

COS’È IL POPOLARISMO? NON È UNA DOTTRINA MA UN METODO POLITICO, CON AL CENTRO L’UOMO. RISPOSTA A FIORONI.

Il popolarismo ha ancora tanto da offrire per la sua specificità: perché non è una dottrina ma un metodo di analisi della realtà, che pone come unica verità luomo e ogni uomo è unico e irripetibile nelle sue specificità e tutti sono uomini allo stesso modo.

Giuseppe De Mita

Una pubblica opinione esigente che non si sente rappresentata, che tuttavia resta in attesa di una nuova rappresentanza. Forse non sarà un argomento inedito, ma il senso con il quale mi pare sia stata posta la questione da Fioroni su queste colonne ha l’indubbio merito di fissare un punto politico centrale, che aiuta anche la discussione all’interno del mondo popolare ad uscire da alcuni spazi angusti nei quali rischia di perdersi. Specie se essa restasse inutilmente impigliata nella vicenda congressuale del Pd. Ed è un punto centrale perché pone due questioni oggettive.

La prima: quasi la metà della società italiana non si riconosce in alcuna delle proposte politiche attuali. Non solo, questo processo di distacco si è ingrossato negli anni, segno di una degenerazione dei meccanismi della rappresentanza. Ed inoltre, questa degenerazione si è svolta in concomitanza con l’amplificarsi del fenomeno della mutevolezza degli orientamenti elettorali, segno di una irrequieta e insoddisfatta ricerca di riferimenti politici adeguati: negli ultimi anni sono state ben quattro le forze politiche che hanno superato il 30% dei voti e poi sono andate rapidamente calando (e sino a questo momento mi parrebbe di poter dire che anche il successo della Meloni possa essere iscritto in questa dinamica). Nella sostanza, nessuna proposta politica si è dimostrata in grado di uscire dal corto circuito della crisi di sistema, ma anzi ne ha alimentato la dinamica.

La seconda: questa parte di società resta in attesa di qualcosa. Ma è evidente che si tratta di qualcosa d’altro, non di una riedizione riveduta e corretta di progetti che si sono già dimostrati inadeguati, se non fallimentari. Certo, direi che probabilmente non è l’attesa dell’ennesima forma organizzata di nuovismo; né dell’invenzione di un’altra stravaganza populista o demagogica; ma neppure della riedizione nostalgica di cose che, appartenendo al passato, oggi ci paiono più belle di quanto fossero. Direi che è un’attesa che ha a che fare con qualcosa che offra pacificazione, anziché nuove fratture e punti alla ricostruzione di un legame di fiducia, di partecipazione e di condivisione: più che la ricerca dello specialista sembra il desiderio di un bravo medico di base.

E direi che si tratta di qualcosa che ha a che fare con la “causa politica” di una mobilitazione evocata da Fioroni. Le ragioni di fondo della crisi, quale che sia la declinazione che ciascuno ne può fare, mi pare indubbio che attengano a questioni di natura culturale intorno alle basi (morali) dei sistemi democratici. In altri termini, non siamo arrivati così in basso perché sono mancate soluzioni tecniche a specifici problemi, ma ci siamo arrivati per il progressivo accantonamento di culture politiche in grado di compiere tentativi di sintesi dei termini esponenziali di complessità prodotti dalla modernità. Ci siamo arrivati perché è prevalsa l’illusione che bastasse un vago catalogo di buoni propositi, astratti tecnicismi e inclinazioni demagogiche per sintonizzarsi con una società in tumultuosa evoluzione, senza riflettere che quella tumultuosità segnalava più uno squilibrio da risolvere che una novità cui adeguarsi. Così nelle dinamiche delle moltitudini si è pensato che bastasse addensare quantità per puntare all’unica cosa che è sembrata diventare necessaria: arrivare al potere.

La “causa politica” di una mobilitazione mi parrebbe allora risiedere in una capacità di visione culturale su come possa essere ricomposto un equilibrio tra le multiformi istanze di libertà e le pressanti esigenze di giustizia sociale, ricostruendo quello che Moro individuava come il terzo pilastro della nostra democrazia, oltre i due appena segnalati, quello del volto largamente umano.

Su questo terreno non ho dubbi ad affermare che il popolarismo ha ancora tanto da offrire per la sua specificità: perché non è una dottrina ma un metodo di analisi della realtà che, riconoscendo nella persona umana la prospettiva ultima della politica, assume nello sforzo di proposta i termini delle contraddizioni attuali: unità e diversità; individualismo e solidarietà; persona e comunità; diritti e doveri; libertà e responsabilità; in quanto pone come unica verità l’uomo e ogni uomo è unico e irripetibile nelle sue specificità e tutti sono uomini allo stesso modo.

Un’originalità in grado di misurarsi con i problemi del presente e di offrirsi come possibile rimedio alla secessione elettorale; un’originalità non certo superata dai processi di secolarizzazione sociale, ma anzi da essi attualizzata, proprio perché ne assume i termini di conflitto. A condizione di non annacquarsi in vaghe contaminazioni culturali, ma nemmeno di isolarsi in purismi identitari: solo a condizione di restare originale.

Mi pare che questo complesso di cose, che i dati della realtà, ci chiedano di non perderci in discussioni confuse, ma di avere il coraggio, la pazienza e l’umiltà di misurarci a viso aperto con questo tempo.

IL PRESIDENZIALISMO NON È SOLO UNA FORMULA POLITICA, PER QUESTO ESIGE UN DI PIÙ DI ATTENZIONE CRITICA.

È veramente assurdo e apocalittico pensare ai rischi che si corrono una volta imboccata la strada del presidenzialismo o del semipresidenzialismo? Ed è veramente una “leadership forte e determinata” quella che si attendono gli italiani, come sostiene Galli della Loggia?

Nino Labate

“(…) Gli Italiani hanno un grande desiderio di una leadership forte e determinata, e anche per questo hanno votato Giorgia Meloni…”. Cosi Ernesto Galli Della Loggia in uno dei suoi a volte emotivi articoli, pubblicato sul Corriere della Sera del 3 gennaio e dedicato a Giorgia Meloni, il cui titolo chiariva meglio le sue idee: “Una novità da non sprecare”. Al riguardo, mi permetto solo di approfondire per come posso l’ambigua sottolineatura di una novità che egli appunto definisce “…da non sprecare”. E intendo farlo da un angolo di visuale diverso, forse complementare, collocando la Meloni come protagonista della vecchia proposta di Almirante relativa a quel presidenzialismo che, in sostanza, parrebbe necessario e indispensabile al futuro dell’Italia. Intendo però rimanere lontano dalle pur legittime e interessanti discussioni della scienza politica e del diritto costituzionale, comparato o meno, come pure dagli aspetti positivi e negativi di un presidenzialismo che per una democrazia liberale come la nostra tocca questioni serie della nostra attuale Costituzione. 

Sono discussioni, queste, che lascio agli studiosi perché, a mio modesto avviso, accanto agli utili chiarimenti sui pro e i contra delle repubbliche parlamentari e di quelle presidenziali, e quindi sui poteri e contropoteri necessari,  come pure sugli equilibri indispensabili per una buona governabilità, occorrerebbe affiancare qualche riflessione di natura culturale e sociologica legata al contesto storico in cui questo presidenzialismo, o semipresidenzialismo che sia, si va a collocare. Non dimenticando le riflessioni relative ai  metodi di selezione dei potenziali presidenti, con le loro carature psicologiche e con i loro profili etici e democratici. 

Analizzare solo gli aspetti tecnico-giuridici che attengono al funzionamento delle nostre istituzioni democratiche, è una condizione necessaria e tuttavia non sufficiente. Mi spiegherò meglio elencando in questo appunto fatti già noti, ma che servono forse a capire bene il contesto nel quale si andrebbe a collocare a mio avviso il presidenzialismo.

Da tempo siamo alle prese con un grosso e inedito fenomeno di scollamento della partecipazione politica, da cui discende un ricorso abnorme all’astensionismo. In sostanza, per citare Bergoglio,  viviamo in una bolla di totale “menefreghismo”, sicché viene da pensare che un presidente potrebbe essere votato ed eletto solo da una minoranza degli italiani aventi diritto al voto, così come in Francia Macron è stato votato al secondo turno solo dal 38% dei francesi, pur avendo incassato il 58,6% dei suffragi espressi nella competizione a due.

Siamo, per giunta, in un momento di grave crisi del partito politico. Una crisi, direi, soprattutto identitaria. Basti pensare alle sigle che cambiano ripetutamente, ai nomi della nostalgia e del passato chiusi sotto chiave, alle periodiche rifondazioni di Carte di valori e Manifesti; partiti, specie quelli personali dello zero virgola, che sono diventati “liquidi” e occasionali, tanto nella loro offerta di programmi e valori che nei flussi mutevoli della domanda e del voto elettorale, avendo irrimediabilmente consegnato al Novecento la figura del “solido” partito di massa. Prevale, dunque, un diffuso relativismo che non è solo funzione delle trasformazioni culturali, sociali e tecnologiche, tutte destinate ad incidere sulle nostre opinioni e i nostri giudizi; e che non è, pertanto, becero trasformismo, espressione infine di un qualche tornaconto personale, bensì per paradosso un trasformismo etico e responsabile voluto e cercato dalla nostra coscienza, che ci fa sempre ri-pensare e ri-tarare i nostri precedenti convincimenti e i nostri pre-giudizi. E tutto ciò senza mai farci dimenticare i valori portanti e i pilastri di solidarietà ed eguaglianza della nostra  democrazia politica partecipata e rappresentativa, assieme allo sforzo rivolto alla ricerca di quel  bene comune che non è mai una frase caritatevole, ma che sottende programmi politici.

Siamo in una fase che assegna alla classe politica un carattere di occasionalità e improvvisazione, poiché arriva in Parlamento senza nessun background e senza nessuna formazione prepolitica. Senza esperienze. Forse esagero, ma siamo anche di fronte ad una classe politica non esente da “deliri di potenza” e “disturbi della personalità”, tanto da risultare incline all’arbitrio e all’autoritarismo: Donald Trump, a tutti gli effetti, ne è un esempio lampante. E siamo nella cosiddetta “Era del singolo”, come Francesca Rigotti definisce molto bene lo spirito del tempo che viviamo, tutto fondato sull’individuo, “singolarista” sin nel cibo. Appare evidente, infatti, come l’individuo sia prigioniero dei suoi interessi personali ed esclusivi. Così come siamo nel tempo della “Democrazia del Narcisio”, stando a ciò che Giovanni Orsina racconta altrettanto bene nella “Storia dell’antipolitica”. Per inciso, i due libri sono da leggere e meditare anche per capire l’hybris del presidenzialismo. Sta di fatto che l’ultimo rapporto Censis scommette sul post-populismo, ma il populismo ahimé continua a vivere in silenzio sotto forma di retorica, menzogna e demagogia, insulti e attacchi offensivi e violenti al nemico…politico.

Siamo ad uno stadio di sviluppo del partito in cui il leader assume un atteggiamento di superiorità da non discutere, con il suo carisma mediatico e il dito indice della mano destra puntato, che nel linguaggio gestuale indica “il proprio potere e il proprio controllo”. Un capo partito segretario che lancia ad alta voce continue promesse, finendo per sussumere il partito nel suo complesso, vista la vocazione a rappresentare integralmente il partito sin nelle sue dimensioni comunali e territoriali. Anche i circoli e le sezioni – in molti partiti tra le altre cose inesistenti – si riducono ad articolazioni simboliche della volontà del Capo. Eppure le “realtà locali” ancora oggi e nonostante tutto rappresentano le dimensioni più veraci delle  comunita  e dei mondi vitali.  

Siamo ad uno stadio in cui le classi sociali e i ceti, sino alla stessa borghesia, come dice De Rita, vanno sociologicamente ridefiniti, così come andrebbero ridefinite le categorie geometriche e orizzontali che abbiamo ereditato dalla storia politica passata, e che ancora insistiamo a specificare come  destra, centro e sinistra. Alla fine siamo anche al cospetto di un passaggio culturale in cui la perdita dei fondamentali valori cattolici fa registrare, per contro, l’emergere di valori alternativi di tipo protestante relativi all’individuo singolo “prescelto” e “all’eletto” per grazia ricevuta, con un effetto di pervasività sull’economia e e la finanzia. Uno stadio in cui, insomma, la secolarizzazione prende piede, con le Chiese e i seminari vuoti, i matrimoni religiosi in calo, l’associazionismo cattolico in crisi, Fuci e Ac in testa; una secolarizzazione che poi si ripercuote sulle buone intenzioni o sulle speranze di  comporre (o ricomporre) partiti a denominazione cattolica non avendo più il prepolitico dove attingere. E non avendo scuole di formazione diffuse. 

Un tempo, il nostro, in cui peraltro la politica-spettacolo è ormai irreversibile e la comunicazione a distanza dei vecchi e nuovi social media la fa da padrona, annullando quella dei rapporti interpersonali faccia a faccia, quella di territorio e di vicinato. Così, con maggiore o minore consapevolezza, rimuoviamo i diversi corpi intermedi che comunque sono o dovrebbero essere chiamati ad esercitare il loro ruolo essenziale, quand’anche mutasse il modello istituzionale. Ecco, ma con tutti questi segnali ben evidenti e che sperimentiamo ogni santo giorno, è veramente assurdo e apocalittico, di sapore complottista, pensare ai rischi che si corrono una volta imboccata la strada del presidenzialismo o del semipresidenzialismo? Ed è veramente una “leadership forte e determinata” quella che si attendono gli italiani, come sostiene Galli della Loggia? Mi sbaglierò,  ma rimango convinto che spesso la riuscita di un buon viaggio dipenda dall’ambiente che ci circonda e da quello che incontriamo lungo la strada, nonché dagli amici con cui camminiamo. 

LILLUSIONE DEL POST-POPULISMO: PASSA DA ALTRE VIE IL RILANCIO DEL CAMPO RIFORMATORE.

Non si tratta di riorganizzare il centro sinistra per tenere insieme gli ambienti organici al progetto delle oligarchie economiche con pezzi di ceti popolari, bensì di recuperare lautonomia culturale e politica del campo riformatore rispetto circa il modello di città da costruire.

Giuseppe Davicino

Posto che la riconciliazione delle forze collocabili fra il centro e la sinistra con i ceti intermedi richiederà molto tempo – sebbene particolari circostanze storiche e gruppi dirigenti diversi più che solo anagraficamente nuovi – possano accelerarne i tempi, rimane di primario interesse il dibattito su come superare una tale storica cesura.

Le amare considerazioni di Guido Bordato, affidate a una nota rete sociale, circa la possibilità di ripristinare questa naturale interazione, tanto più in una fase di crisi acuta e di aumento delle disuguaglianze, fra i ceti popolari e le culture politiche riformatrici guardando agli esiti scoraggianti conseguiti dal sistema istituzionale e elettorale francese, non inducono all’ottimismo quanto piuttosto alla costatazione, come ha fatto l’ex vicesegretario della Democrazia Cristiana, di una regressione in corso che richiama vecchie e collaudate forme di oligarchia. I ceti popolari tornano a esser tagliati fuori dalla vita democratica (niente come questo dato sancisce la sconfitta storica dei nostri tempi sulle conquiste del popolarismo sturziano) a vantaggio dell’establishment sì alto borghese, è tautologico, ma pure sindacale, in senso lato dei gruppi dirigenti dei corpi intermedi.

Osservazioni a mio avviso fondamentali che non possono che portare a conclusioni molto diverse da chi, come Giovanni Orsina, parlando di stagione “post-populista”, ritiene possibile per lo schieramento alternativo alla destra giungere a una conciliazione fra progetto globalista – inteso non come globalizzazione o rivoluzioni tecnologiche bensì come ideologia dei miliardari globali – e ceti, definiti dall’editorialista “periferici” ma che la Repubblica nata dalla Liberazione dal nazi-fascismo, aveva affermato come centrali.

Se, come rileva Bodrato, anche per effetto di sistemi istituzionali presidenzialisti, (si potrebbe aggiungere, credo, anche per una progressiva riduzione dell’esercizio del pluralismo delle opinioni e dei punti di vista nel discorso pubblico) la rappresentanza parlamentare viene pressoché monopolizzata da pezzi di establishment a scapito di una necessaria e insostituibile rappresentanza popolare, e se sta riemergendo un modello di governo basato su inedite forme di oligarchia, ci si dovrà attendere una accentuazione ulteriore piuttosto che una riduzione della separazione fra le forze di centro sinistra e gli orientamenti elettorali dei ceti popolari. Il discorso riguarda certo il Pd e la sinistra, ma non solo, vale anche per il centro. E più di tutti vale per i Cinque Stelle.

Se appare incontrovertibile il fatto che il M5S fino al 2018 abbia raccolto una indistinta protesta sociale, cosa molto più opinabile è se l’attuale partito guidato da Giuseppe Conte costituisca una forma di post-populismo, come sostiene il succitato Orsina, oppure sia stato, con ogni probabilità sin dalle sue origini, qualcos’altro. Vale a dire un soggetto politico nei fatti non paladino delle istanze popolari bensì uno strumento, in gran parte subdolo, di accompagnamento della classe media al ruolo riservatole dall’élite globalista: la decrescita economica, la caduta sociale e del tenore di vita, la sorveglianza e il controllo sociale attuata con la cittadinanza a punti, il de-popolamento, la completa subalternità economica, politica e culturale ai ristretti circoli dominanti. In sostanza, una forma di neo-feudalesimo.

Ma ciò che più lascia perplessi è la tesi di fondo di Orsina. Infatti, non si tratta di ricostruire una coalizione di centro sinistra che affidi al Partito Democratico il compito di tenere insieme gli ambienti organici al progetto globalista con pezzi di ceti popolari. Oltre che fallimentare per il Pd questa linea sancirebbe una strutturale mancanza di credibilità dell’area di centro agli occhi dei ceti lavoratori, e di debolezza nell’attrarre i voti di questi ceti sociali dall’astensione e nel contenderli al centro destra. Affermare la  coincidenza  tra progressismo e campo globalista significa, a mio avviso, decretare l’impossibilità di una alternativa politica democratica alla destra (poi si può sempre ritornare al governo avendo perso le elezioni, magari già nel corso di quest’anno,  il Pd ha maturato una certa pratica in questo, ma è un altro discorso…).

L’operazione da fare credo sia invece un’altra. Non è la divisione, che pure esiste, tra beneficiari della globalizzazione, e delle nuove tecnologie, e danneggiati da tali fenomeni lo spartiacque tra una politica di solidarietà e una politica autoritaria. Il vero spartiacque è costituito dal modello di società. Ci sono, e sono la grande maggioranza, persone di ogni ceto sociale, dentro e fuori i meccanismi dell’innovazione, urbani e periferici che guardano con preoccupazione al futuro che intendono costruire, in particolare per l’Europa, i miliardari globalisti che, come ben intuì già ai suoi tempi il democratico John F. Kennedy, in Occidente usurpano il potere alle istituzioni democratiche. Guerre continue (perché senza l’apertura al multipolarismo non ci può esser pace in questo secolo). Impoverimento imposto da uno strumentale e distorto richiamo alla nobile causa ambientale. Utilizzo delle nuove tecnologie irrispettoso della dignità umana intesa non più come “persona” ma ridotta a “essere umano”.

La via da seguire per il centro sinistra non può che essere quella di mostrare almeno dei sussulti di autonomia da un tale disegno totalitario e antidemocratico, veicolato dalla tirannia del politicamente corretto. L’alternativa al sovranismo si chiama sussidiarietà a tutti i livelli. Che è cosa diversa dal governo mondiale dei miliardari. La capacità del popolo di percepire segnali di autonomia politica laddove si manifestino, viene spesso sottovalutata. Non appena le culture politiche di sinistra e quelle cattolico sociali compiono dei piccoli passi sulla via della riconciliazione con i propri valori e con la propria storia, è certo che le porte del dialogo con i ceti intermedi si riaprono. Questo allora sì che si potrà definire post-populismo.

CENTRO, POPOLARI E OLTRE…

Sale dal basso una domanda diricomposizione” di tutta la vasta e plurale area dei cattolici popolari dopo la sostanziale scomparsa pubblica in questi ultimi anni.

Giorgio Merlo

Ci sono alcuni elementi ormai abbastanza consolidati che corrono nel sottosuolo – e non solo nel sottosuolo – del nostro mondo, cioè l’area cattolico popolare e cattolico sociale. E sono almeno tre.

Innanzitutto una forte domanda che sale dal basso di favorire una “ricomposizione” di tutta la vasta e plurale area cattolico popolare e sociale presente in modo capillare nel nostro paese dopo la sostanziale scomparsa pubblica in questi ultimi anni. Del resto, sono ormai una nicchia quelli che pensano che il tutto si debba ridurre alla formazione dell’ennesima micro corrente alla corte del post comunista Bonaccini o della radical/libertaria Schlein. Quella stagione politica e storica si è sostanzialmente chiusa. O meglio, quel ruolo gregario e ornamentale a cui si è ridotta l’area cattolico popolare nel Pd è ormai politicamente e culturalmente superata. È ritornata, per dirla in altri termini, una voglia di protagonismo politico, culturale e anche e soprattutto di natura organizzativa incompatibile con quel ruolo.

In secondo luogo emerge la volontà di essere presenti nell’agone politico. Ed è una presenza che si intreccia con la volontà di ricostruire un “centro” politico e culturale che sia in grado anche di rilanciare una “politica di centro”. Del resto, la miglior stagione politica del cattolicesimo popolare e sociale è sempre coincisa con la capacità di aver saputo costruire politiche riformiste e democratiche partendo da un centrismo senza deviazioni estremiste o massimaliste.

E, in ultimo ma non per ordine di importanza, la consapevolezza che il tempo della “pre politica” e della presenza testimoniale ha fatto il suo tempo ed è ormai alle nostre spalle. È arrivato, cioè, il momento della presenza attiva, della militanza nel territorio, dell’impegno politico diretto funzionale alla potenziale presenza nelle istituzioni. A livello locale come a livello nazionale. Una presenza che non può che replicare la miglior stagione politica di questa tradizione fatta di partiti democratici, di elaborazione culturale, di proposta programmatica, di condivisione delle scelte e di una visione di futuro. Insomma, di costruire con umiltà ma con determinazione il cosiddetto “bene comune”.

Ora in aggiunta a queste tre considerazioni vissute e sentite da larghi settori di chi si riconosce nell’attuale cattolicesimo sociale e popolare, c’è anche e soprattutto la necessità di “guardare oltre”. Perché, come ricordava giustamente Lucio D’Ubaldo su queste colonne nei giorni scorsi recuperando un celebre richiamo di Aldo Moro pronunciato nel novembre del ‘68 in un memorabile intervento al Consiglio Nazionale della Dc, “tempi nuovi si annunciano” e richiedono, di conseguenza, di essere governati anche oggi con intelligenza, coerenza e senso di responsabilità. Ma questo esige e quasi impone di allargarsi ad altri mondi vitali, ad altre espressioni sociali e professionali, e forse anche ad altre culture politiche. Perché i “tempi nuovi” richiedono, per essere governati, l’apporto e il contributo di “tutti gli uomini di buona volontà” e non si possono, quindi, erigere steccati o, peggio ancora, tracciare confini di appartenenza o di esclusione.

Ecco perché solo attraverso un fattivo coinvolgimento, seppur partendo da una precisa e definita cultura politica, sarà possibile ritornare protagonisti nella cittadella politica italiana.

TRASMETTERE LA FEDE NELL’ERA DIGITALE. RATZINGER E LA SFIDA DELLA COMUNICAZIONE: DALLE OMELIE AL TWEET.

Ratzinger ha saputo usare i social media. “Il 12 dicembre del 2012 – ricorda Gisotti sull’Osservatore Romano –  per la prima volta un Papa pubblica un tweet […] Si tratta di un gesto che viene paragonato da alcuni allistituzione della Radio Vaticana da parte di Pio XI”.

Alessandro Gisotti

Che sia stato un grande teologo è unanimemente riconosciuto, ma Joseph Ratzinger è stato anche un comunicatore notevole, con una cifra propria, la cui eredità supererà senza dubbio il limite temporale dell’esistenza terrena. Il fatto che Benedetto XVI non sia stato un comunicatore per le masse (per quanto nelle Gmg abbia attratto l’attenzione di milioni di giovani) non toglie affatto valore al suo stile di comunicazione. Innanzitutto, come teologo ha dimostrato che anche temi di alto livello intellettuale possono essere spiegati ai semplici ed essere alla portata di un pubblico ampio e non solo degli specialisti. Il successo del suo Introduzione al Cristianesimo, che è tutt’oggi — ad oltre 50 anni dalla pubblicazione — un best seller mondiale della pubblicistica religiosa, dimostra la innata capacità di Ratzinger di rendere ragione della fede in Gesù Cristo e di farlo con argomenti chiari e con un linguaggio affascinante e convincente.

Altrettanto si può dire per la trilogia su Gesù di Nazaret, un’opera nella quale Joseph Ratzinger ha messo tutto se stesso, riuscendo a completarla prima della rinuncia, nonostante le fatiche del governo della Chiesa universale. Si può perciò affermare che Benedetto XVI è stato un grande testimone della fede — e della sua ragionevolezza, come emerge da ultimo nel testamento spirituale — pure per il modo con il quale ha saputo comunicarla. In particolare, attraverso i suoi scritti, i suoi discorsi (alcuni memorabili, come ricordato da più parti in questi giorni) e le sue omelie, definite «sublimi» da padre Federico Lombardi per la sapiente armonia tra teologia, conoscenza delle Scritture e spiritualità.

Al Papa tedesco non sono mancati tuttavia i gesti e il coraggio di “rischiare” nel vasto campo della comunicazione. Benedetto XVI è stato il primo Pontefice ad incontrare delle vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero. Un atto di grande significato anche comunicativo in cui Ratzinger ha messo al centro l’ascolto. Un ascoltare — lo si è visto negli incontri durante i viaggi internazionali — lontano dai riflettori e contraddistinto dalla disponibilità e dall’empatia, condizioni essenziali per avviare quel processo di conversione del cuore che oggi Francesco porta avanti convintamente e che è stato alla base del Summit sulla protezione dei minori del febbraio 2019. Pur non essendo mancate critiche da certi media per alcune sue decisioni, Benedetto XVI ha sempre mantenuto un atteggiamento positivo rispetto al mondo dell’informazione e degli operatori della comunicazione. Dalla conversazione con il giornalista tedesco Peter Seewald è nato Luce del mondo, libro che spazia su tutte le questioni più delicate del suo Pontificato, fino a toccare il tema della rinuncia. Benedetto XVI è anche il primo Pontefice ad aver inviato degli sms (ai giovani della Gmg di Sydney), a dialogare con gli astronauti della Stazione spaziale internazionale, a rispondere a delle domande in Tv in occasione del Venerdì Santo (quello del 2011), mentre nel Natale dell’anno dopo firma un editoriale sul Financial Times incentrato sull’impegno dei cristiani nel mondo di oggi.

Soprattutto, Benedetto XVI è il primo Papa che si confronta con l’irrompere sulla scena dei social network che rimodellano profondamente il contesto comunicativo globale proprio negli anni del suo Pontificato. Ben cinque dei suoi otto messaggi per le Giornate delle comunicazioni sociali sono dedicati a questo inedito areopago digitale. Insieme costituiscono una sorta di compendio del magistero della Chiesa su tale nuova realtà che ha cambiato non solo il nostro modo di comunicare ma anche quello di relazionarci con gli altri. Benedetto XVI coglie immediatamente il senso della rivoluzione dei social, che non sono tanto un mezzo da utilizzare quanto un ambiente da abitare. Conia dunque per le reti sociali la definizione “continente digitale”. Un continente, al pari di quelli geografici, che richiede l’impegno dei fedeli — in particolare dei laici, in linea con Inter mirifica — per evangelizzare questo nuovo territorio di missione. Il Papa comprende anche che va superata la distinzione tra virtuale e reale giacché quanto viene condiviso, e commentato, sulle nuove piattaforme ha conseguenze concrete sulla vita vissuta delle persone.

Benedetto XVI incoraggia i cristiani ad essere testimoni digitali più che influencer, a trasformare le reti sociali in «porte di verità e di fede». E non si limita a farlo con le parole. Il 12 dicembre del 2012 per la prima volta un Papa pubblica un tweet attraverso l’account @Pontifex aperto pochi giorni prima. Si tratta di un gesto che viene paragonato da alcuni all’istituzione della Radio Vaticana da parte di Pio XI . Non tutti approvano, temendo un’esposizione del Papa a critiche e offese, ma Benedetto XVI è convinto di una scelta che va nella direzione della nuova evangelizzazione. Ancora una volta un Papa sa cogliere le potenzialità delle innovazioni tecnologiche per raggiungere persone che, altrimenti, rimarrebbero escluse dall’annuncio evangelico. Poche settimane dopo l’apertura dell’account, Benedetto XVI rinuncia al ministero petrino, ma @Pontifex viene “riattivato” da Francesco che oggi, attraverso i suoi tweet in 9 lingue, raggiunge ogni giorno oltre 50 milioni di follower. Se dunque nei quasi 8 anni di pontificato, Benedetto XVI ha comunicato utilizzando i linguaggi più differenti con creatività e coraggio, nei quasi 10 anni da Papa emerito la sua comunicazione ha assunto una forma diversa, invisibile ma non per questo meno efficace: la forma del silenzio e della preghiera. 

Fonte: L’Osservatore Romano (3 gennaio 2023)

L’articolo è riproposto su gentile concessione del direttore del giornale.