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APPALTI, ANCORA SERPEGGIA IL RICORSO AL MASSIMO RIBASSO: INVECE VA PRIVILEGIATA LA QUALITÀ.

Gli appalti in Italia muovono 200 miliardi. C’è una grande responsabilità nel modo in cui si spendono cifre così rilevanti. I bandi di gara possono essere confezionati in modo da sospingere le aziende verso scelte virtuose. Bisogna chiedersi che tipo di economia vogliamo. Se vogliamo costruire un mondo del lavoro più dignitoso e a misura d’uomo, la politica non può non tenere a mente una prospettiva che leghi i bandi a precisa clausole sociali.

Le elezioni si avvicinano, presto dalla campagna elettorale bisognerà passare all’attività di Governo. Vorrei suggerire a chi si candida a guidare il Paese di tenere in considerazione la necessità di una riforma ambiziosa degli appalti pubblici. Secondo gli ultimi dati Anac nel 2021 nel nostro Paese gli appalti hanno raggiunto il valore complessivo di 200 miliardi di euro. Le regole attraverso le quali si dà indirizzo alla spesa pubblica possono orientare il mercato in modo determinante, favorendo atteggiamenti più virtuosi da parte delle imprese e sospingendo la ripresa economica. 

C’è una grande responsabilità nel modo in cui si spendono cifre così rilevanti, le regole per le aggiudicazioni delle commesse pubbliche sono cruciali nell’indirizzare le politiche delle aziende. Troppo spesso ancora oggi vediamo appalti vinti da chi pratica i ribassi più forti sul prezzo. Il rischio è che a rimetterci sia la qualità dell’opera o del servizio realizzato. Quando poi ad essere aggiudicate sono attività nelle quali la componente della manodopera è prevalente (pensiamo ai servizi alla persona) il rischio è che a venire pregiudicato sia anche il lavoro: le imprese, costrette a competere sul prezzo, non potranno che contenere i costi della manodopera. 

Facciamo chiarezza: per le attività a manodopera prevalente il criterio del massimo ribasso è stato superato dal criterio dell’Offerta Economicamente più Vantaggiosa (OEV), che all’elemento del prezzo unisce componenti qualitative. Notiamo però che, malgrado le intenzioni del legislatore, troppo spesso il prezzo fa premio sulla qualità. Ci vorrebbe il coraggio di una scelta radicale: per i servizi alle persone non competere più sul prezzo, ma solo sulla qualità. Il codice unico degli appalti, già ora prevede la possibilità per la stazione appaltante di bloccare il prezzo della base d’asta e di far competere le aziende solo su elementi qualitativi, organizzativi, progettuali. Una scelta di questo tipo spingerebbe le imprese a valorizzare la qualità e l’efficienza, piuttosto che a fare tutto il possibile per abbassare il prezzo. 

I bandi di gara possono essere confezionati in modo da sospingere le aziende verso scelte virtuose oppure in direzione opposta. Bisogna chiedersi che tipo di economia vogliamo. Nel rispondere a questa domanda il tema degli appalti pubblici è centrale: ancor più che spendere poco, è necessario spendere bene. A Bologna nel 2019 le parti sociali hanno firmato con Comune e Città metropolitana il Protocollo Appalti, fortemente voluto dal mondo cooperativo. In tale documento si prevede espressamente “l’utilizzazione di formule che facciano prevalere in modo significativo la qualità sul solo prezzo”. Purtroppo però troppo spesso l’elemento del prezzo continua di fatto a prevalere. Quanto il mondo cooperativo propone qui a Bologna è di espungere il prezzo dai criteri di aggiudicazione degli appalti per i servizi alle persone. In questo modo, il prezzo verrebbe deciso dalla stazione appaltante e la competizione tra le offerte delle aziende si limiterebbe alla sola qualità. Continuiamo poi a chiedere di limitare al minimo l’applicazione del criterio del massimo ribasso in tutte le gare.

Per valorizzare il lavoro poi auspichiamo l’introduzione nei bandi di gara di clausole sociali, che favoriscano quelle imprese che, come le cooperative sociali, praticano l’inclusione lavorativa di soggetti fragili, lavoratori svantaggiati per i quali sarebbe difficile trovare una collocazione sul mercato del lavoro, ma che nell’adeguato contesto lavorativo possono avviare percorsi di emancipazione e di autonomia altrimenti inimmaginabili. Se vogliamo costruire un mondo del lavoro più dignitoso e a misura d’uomo, la politica non può non tenere a mente questa prospettiva. Le buone pratiche e le sensibilità che provengono dai territori possono aiutare a questo scopo.

 

Daniele Ravaglia 

Presidente di Confcooperative Bologna e di Alleanza Cooperative Bologna (unione delle tre grandi realtà cooperative: Agci, Confcooperative e Legacoop), nonché Direttore Generale della “Emil Banca-Credito Cooperativo”.

EL PUEBLO UNIDO. MONDA RACCONTA LA “TEOLOGIA DEL POPOLO” CHE BERGOGLIO HA POSTO A BASE DEL SUO PONTIFICATO. 

Papa Francesco – scrive Gabriele Papini – respinge in toto qualsiasi ideologia, sia quelle sovraniste che quelle individualiste, che in fondo sono la stessa cosa: l’ideologia dell’auto-referenzialità. Insomma, finché non si esce fuori dal proprio orizzonte per incontrare l’altro, non vi potrà essere una vera democrazia. […] Occorre dunque smarcarsi dall’alternativa tra individualismo e omologazione, per puntare alla vera sfida di oggi: rifondare i legami sociali, rivitalizzare le relazioni (personali e strutturali) della società, dare nuova vita alle nostre democrazie

Nell’avvicinarsi al pensiero sociale di Bergoglio è utile sgombrare il terreno da alcuni possibili equivoci. Da un lato, quello di “appiattirlo” sul suo tempo, sulle vicende travagliate del suo Paese e della Chiesa argentina. Dall’altro quello di neutralizzarlo e renderlo un Papa “piacevole”. Invece, considerando nel complesso la sua figura e il suo pensiero (ricostruito da Dante Monda nel volume Papa Francesco e il ‘popolo’: una sfida per la Chiesa e la democrazia, edito da Morcelliana), si ha il quadro di un personaggio complesso, in cui la semplicità è solo apparente. 

Come scrive nella prefazione al volume il direttore de “La Civiltà Cattolica”, padre Antonio Spadaro, “si ha la sensazione che nel libro avvenga una sorta di passaggio di testimone che attraversa l’inquietudine del giovane ricercatore nell’incontro con le parole del Santo Padre. Insomma, c’è un patto biografico (…) tra un uomo la cui formazione intellettuale, teologica e filosofica – attenta al concreto e aperta alla trascendenza considerati come elementi polarmente opposti ma non contraddittori – fonda il suo pensiero politico; e un giovane che è appassionato del discorso politico e vive la sua riflessione a contatto con alunni più giovani di lui (è docente di Filosofia e Storia alle superiori)”.

Per capire il pensiero di Bergoglio un buon punto di partenza è rappresentato dalla “teologia del popolo”, versione argentina della sudamericana “teologia della liberazione”. In quella regione del mondo latino-americano, marcata da forti disuguaglianze economiche e sociali, il seme piantato dal Concilio sembra germogliare in anticipo rispetto all’Europa, e con qualche frutto acerbo (le derive marxiste). La “teologia del popolo” è dunque una sorta di riscatto sociale e di ripensamento del popolo come “soggetto storico autonomo”. La forza che proviene dalla “teologia del popolo” è il fatto che lo Spirito feconda le culture dei popoli con la forza del Vangelo: il Vangelo, dunque, trasforma le culture. Come si può vedere nella storia della Chiesa, il cristianesimo non risponde a un modello culturale unico, ma riporta il volto dei tanti popoli in cui si è radicato. Quindi i popoli sono “soggetti collettivi attivi”, operatori dell’evangelizzazione.

Come ricorda Dante Monda, Bergoglio “pensa il pueblo in questi termini originali, o meglio originari. Ritorna alle fonti evangeliche e propriamente antropologiche del mito del popolo. Ritorna alle basi, ai fondamenti del vivere insieme, rifiutando qualsiasi costruzione ideologica ‘preconfezionata’, compreso il clericalismo. Da qui deriva la novità, nel risalire agli elementi fondamentali della comunità umana, e all’elemento fondamentale: la carità che spinge alla prossimità e dunque all’unità nelle differenze”.

La critica di Bergoglio alla crisi della democrazia è puntuale e lucida. Le democrazie sono “atrofizzate”, “a bassa intensità”, a causa (spiega l’autore) di un “divorzio fra le élite, perse in astratti nominalismi, e le masse anonime, sradicate, al contempo omologate e disintegrate da un dilagante individualismo di soggetti atomizzati, soli e impotenti”. In questa situazione ha gioco facile l’idea di un popolo omogeneo ed escludente l’altro e il diverso, il cosiddetto “populismo”. Francesco respinge in toto qualsiasi ideologia, sia quelle sovraniste che quelle individualiste, che in fondo sono la stessa cosa: l’ideologia dell’auto-referenzialità. Insomma, finché non si esce fuori dal proprio orizzonte per incontrare l’altro, non vi potrà essere una vera democrazia.

La vera democrazia (a ben vedere, la proposta di Francesco) è dunque nel segno della “cultura dell’incontro”. Si tratta dell’appello a una nuova partecipazione e coinvolgimento delle fasce popolari, che rianimino dal basso le democrazie intese unicamente come “macchine elettorali” senz’anima. Il popolo gioca un ruolo fondamentale, è il protagonista, il solo soggetto che ha l’autorità di decidere del proprio destino. Occorre dunque smarcarsi dall’alternativa tra individualismo e omologazione, per puntare alla vera sfida di oggi: rifondare i legami sociali, rivitalizzare le relazioni (personali e strutturali) della società, dare nuova vita alle nostre democrazie

Come scrive lo storico Andrea Riccardi nella postfazione, questo libro è un contributo “originale”, che pone Papa Francesco “come un interlocutore per tutti, cioè per chi voglia pensare il futuro in modo aperto e per chi senta che stiamo andando verso il domani un po’ come ciechi che hanno l’illusione di vedere o come persone (governi, popoli, decisori) troppo trascinate da processi incontrollati”.

Dante Monda, Papa Francesco e il ‘popolo’: una sfida per la Chiesa e la democrazia, Morcelliana, Brescia, 2022.

ORBAN, L’EUROPA E LA DEMOCRAZIA

Gettano la maschera i “democratici occasionali”. Bene ha fatto il Parlamento europeo a sanzionare l’Ungheria

Il voto con il quale il Parlamento europeo ha dichiarato “non democratico” l’attuale assetto politico ed istituzionale ungherese è stata l’occasione per definire il campo delle forze che si riconoscono nei valori delle moderne e liberali democrazie occidentali. Fratelli d’Italia e Lega si sono schierati a difesa del regime autocratico e “non democratico” di Orban.

Ma quel documento fornisce anche l’opportunità di chiarire ulteriormente che affinché si possa parlare di “democrazia” non è affatto sufficiente che in un paese si svolgano delle periodiche consultazioni elettorali. In altre parole le elezioni, ben lungi dall’essere la garanzia di una conduzione effettivamente democratica di un paese e del suo apparato statale, rappresentano solo un “indizio di democrazia”.

La storia, sia passata che recente, è ricca di esempi di regimi autoritari e dittatoriali nati a seguito di consultazioni elettorali che hanno premiato personaggi rivelatisi poi degli spietati tiranni. Nel 1932 Hitler venne eletto con il suo partito nazista (Nsdap) nel parlamento tedesco e l’anno successivo andò al governo, prendendo una serie di provvedimenti illiberali e persecutori nei confronti degli avversari politici pretestuosamente accusati di ostacolare la sua azione a favore del popolo tedesco; il resto della storia lo conosciamo. Nel 1921 Mussolini entra in parlamento con una pattuglia di suoi fedelissimi e nel 1922 – approfittando della debolezza e della fragilità della monarchia italiana e speculando sui disagi causati dalla crisi economia – realizza la marcia su Roma che segna di fatto l’avvento del fascismo; nel 1924 i fascisti uccidono Matteotti, nel 1938 arrivano le leggi raziali e anche in questo caso conosciamo il tragico seguito della storia.

Ma anche nell’attuale millennio e nel nostro continente ci sono paesi (vedi per esempio Russia, Bielorussia, Ungheria, Turchia) guidati da personaggi che sono stati eletti, ma che non garantiscono neanche le fondamentali libertà di tipo politico, sociale e personale, incarcerando e perseguitando giornalisti, oppositori e minoranze di ogni genere.

Per questo (come si diceva) le elezioni sono solo un “indizio di democrazia”. Perché si possa parlare di sistemi effettivamente democratici è necessario che – oltre a delle libere consultazioni elettorali – ci sia anche una reale divisione dei poteri tra i diversi organismi statali con funzioni di controllo sull’operato di tutti, rispettando le reciproche autonomie; è indispensabile che ci sia una concreta libertà di espressione del dissenso unitamente alla tutela delle minoranze e di tutto ciò che si caratterizza per essere diverso rispetto alla cultura prevalente; è necessario che lo Stato non decida di normare (ovvero “normalizzare”) le questioni di tipo etico-morale che attengono esclusivamente alla sfera dell’agire personale dell’individuo.

Se non ricorrono queste condizioni la “democrazia” diventa una parola vuota e priva di significato.

Bene ha fatto il Parlamento europeo a sanzionare l’Ungheria, ribadendo peraltro quanto già espresso nel 2019 con la Risoluzione contro tutti i totalitarismi per la quale si spese molto autorevolmente anche il Presidente David Sassoli.

Ed è altrettanto bene non dimenticarci di chi come Salvini ha scommesso fino a poco tempo fa su Putin (con degli improbabili paragoni con Mattarella) o di chi come Meloni la mattina si dichiara europeista e la sera minaccia l’Europa (“Per l’UE è finita la pacchia…”) dimenticando che è proprio l’Unione Europea che sta aiutando noi e non il contrario.

IN NOME DI DIO E PER L’UMANITÀ: PACE! L’APPELLO DI PAPA FRANCESCO A NUR-SULTAN.

Nel pomeriggio di ieri, giovedì 15 settembre, Papa Francesco ha raggiunto dalla nunziatura di Nur-Sultan il Palazzo dell’indipendenza per partecipare alla Chiusura del settimo Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali. Dopo la lettura della Dichiarazione finale dei partecipanti, il Pontefice ha pronunciato l’ultimo discorso in terra kazaka, precedendo quello del presidente della Repubblica. Ecco le parole del vescovo di Roma.

 

Papa Francesco

 

Cari fratelli e sorelle!

 

Abbiamo camminato insieme. Grazie per esser venuti da diverse parti del mondo, portando qui la ricchezza dei vostri credo e delle vostre culture. Grazie per aver vissuto intensamente questi giorni di condivisione, lavoro e impegno nel segno del dialogo, ancora più preziosi in un periodo tanto difficile, su cui grava, oltre alla pandemia, l’insensata follia della guerra. Ci sono troppi odi e divisioni, troppa mancanza di dialogo e comprensione dell’altro: questo, nel mondo globalizzato, è ancora più pericoloso e scandaloso. Non possiamo andare avanti collegati e separati, connessi e lacerati da troppe disuguaglianze. Grazie, dunque, per gli sforzi tesi alla pace e all’unità. Grazie alle Autorità del luogo, che ci hanno ospitato, preparando e allestendo con grande cura questo Congresso, e alla popolazione del Kazakhstan, amichevole e coraggiosa, capace di abbracciare le altre culture preservando la sua nobile storia e le sue preziose tradizioni. Kiop raqmet! Bolshoe spasibo! Thank you very much!

 

La mia visita, che volge ormai alla conclusione, ha come motto Messaggeri di pace e di unità. È al plurale, perché il cammino è comune. E questo settimo Congresso, che l’Altissimo ci ha dato la grazia di vivere, ha segnato una tappa importante. Fin dalla sua nascita nel 2003, l’evento ha avuto come modello la Giornata di Preghiera per la pace nel mondo convocata nel 2002 da Giovanni Paolo II ad Assisi, per riaffermare il contributo positivo delle tradizioni religiose al dialogo e alla concordia tra i popoli. Dopo quanto accaduto l’11 settembre 2001, era necessario reagire, e reagire insieme, al clima incendiario a cui la violenza terroristica voleva incitare e che rischiava di fare della religione un fattore di conflitto. Ma il terrorismo di matrice pseudo-religiosa, l’estremismo, il radicalismo, il nazionalismo ammantato di sacralità fomentano ancora timori e preoccupazioni nei riguardi della religione. Così in questi giorni è stato provvidenziale ritrovarci e riaffermarne l’essenza vera e irrinunciabile.

 

In proposito, la Dichiarazione del nostro Congresso afferma che l’estremismo, il radicalismo, il terrorismo e ogni altro incentivo all’odio, all’ostilità, alla violenza e alla guerra, qualsiasi motivazione od obiettivo si pongano, non hanno nulla a che fare con l’autentico spirito religioso e devono essere respinti nei termini più decisi possibili (cfr. n. 5): condannati, senza “se” e senza “ma”. Inoltre, in base al fatto che l’Onnipotente ha creato tutte le persone uguali, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa, etnica o sociale, abbiamo convenuto nell’affermare che il mutuo rispetto e la comprensione devono essere considerati essenziali e imprescindibili nell’insegnamento religioso (cfr. n. 13).

 

Il Kazakhstan, nel cuore del grande e decisivo continente asiatico, è stato il luogo naturale per incontrarci. La sua bandiera ci ha rammentato la necessità di custodire un sano rapporto tra politica e religione. Infatti, se l’aquila dorata, presente nel vessillo, ricorda l’autorità terrena, richiamando imperi antichi, lo sfondo blu evoca il colore del cielo, la trascendenza. C’è dunque un legame sano tra politica e trascendenza, una sana coesistenza che tenga distinti gli ambiti. Distinzione, non confusione né separazione. “No” alla confusione, per il bene dell’essere umano, che ha bisogno, come l’aquila, di un cielo libero per volare, di uno spazio libero e aperto all’infinito che non sia limitato dal potere terreno. Una trascendenza che, d’altro canto, non deve cedere alla tentazione di trasformarsi in potere, altrimenti il cielo precipiterebbe sulla terra, l’oltre divino verrebbe imprigionato nell’oggi terreno, l’amore per il prossimo in scelte di parte. “No” alla confusione, dunque. Ma “no” anche alla separazione tra politica e trascendenza, in quanto le più alte aspirazioni umane non possono venire escluse dalla vita pubblica e relegate al solo ambito privato. Perciò, sia sempre e ovunque tutelato chi desidera esprimere in modo legittimo il proprio credo. Quante persone, invece, ancora oggi sono perseguitate e discriminate per la loro fede! Abbiamo chiesto con forza ai governi e alle organizzazioni internazionali competenti di assistere i gruppi religiosi e le comunità etniche che hanno subito violazioni dei loro diritti umani e delle loro libertà fondamentali, e violenze da parte di estremisti e terroristi, anche come conseguenze di guerre e conflitti militari (cfr. n. 6). Occorre soprattutto impegnarsi perché la libertà religiosa non sia un concetto astratto, ma un diritto concreto. Difendiamo per tutti il diritto alla religione, alla speranza, alla bellezza: al Cielo. Perché non solo il Kazakhstan, come proclama il suo inno, è un «dorato sole nel cielo», ma ogni essere umano: ciascun uomo e donna, nella sua irripetibile unicità, se a contatto con il divino, può irradiare una luce particolare sulla terra.

 

Perciò la Chiesa cattolica, che non si stanca di annunciare la dignità inviolabile di ogni persona, creata “a immagine di Dio” (cfr.  Gen 1, 26), crede anche nell’unità della famiglia umana. Crede che «tutti i popoli costituiscono una sola comunità, hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra» ( CONC. ECUM. VAT. II , Dich. Nostra aetate, 1). Per questo, sin dagli inizi di questo Congresso, la Santa Sede, specialmente attraverso il Dicastero per il Dialogo Interreligioso, vi ha partecipato attivamente. E vuole continuare così: la via del dialogo interreligioso è una via comune di pace e per la pace, e come tale è necessaria e senza ritorno. Il dialogo interreligioso non è più solo un’opportunità, è un servizio urgente e insostituibile all’umanità, a lode e gloria del Creatore di tutti.

 

Fratelli, sorelle, pensando a questo cammino comune, mi domando: qual è il nostro punto di convergenza? Giovanni Paolo ii — che ventun anni fa in questo stesso mese visitò il Kazakhstan — aveva affermato che «tutte le vie della Chiesa conducono all’uomo» e che l’uomo è «la via della Chiesa» (Lett. enc. Redemptor hominis, 14). Vorrei dire oggi che l’uomo è anche la via di tutte le religioni. Sì, l’essere umano concreto, indebolito dalla pandemia, prostrato dalla guerra, ferito dall’indifferenza! L’uomo, creatura fragile e meravigliosa, che «senza il Creatore svanisce» (CONC. ECUM. VAT. II , Cost. past. Gaudium et spes, 36) e senza gli altri non sussiste! Si guardi al bene dell’essere umano più che agli obiettivi strategici ed economici, agli interessi nazionali, energetici e militari, prima di prendere decisioni importanti. Per compiere scelte che siano davvero grandi si guardi ai bambini, ai giovani e al loro futuro, agli anziani e alla loro saggezza, alla gente comune e ai suoi bisogni reali. E noi leviamo la voce per gridare che la persona umana non si riduce a ciò che produce e guadagna; che va accolta e mai scartata; che la famiglia, in lingua kazaka “nido dell’anima e dell’amore”, è l’alveo naturale e insostituibile da proteggere e promuovere perché crescano e maturino gli uomini e le donne di domani.

 

Per tutti gli esseri umani le grandi sapienze e religioni sono chiamate a testimoniare l’esistenza di un patrimonio spirituale e morale comune, che si fonda su due cardini: la trascendenza e la fratellanza. La trascendenza, l’Oltre, l’adorazione. È bello che ogni giorno milioni e milioni di uomini e di donne, di varie età, culture e condizioni sociali, si riuniscono in preghiera in innumerevoli luoghi di culto. È la forza nascosta che fa andare avanti il mondo. E poi la fratellanza, l’altro, la prossimità: perché non può professare vera adesione al Creatore chi non ama le sue creature. Questo è l’animo che pervade la Dichiarazione del nostro Congresso, di cui, in conclusione, vorrei sottolineare tre parole.

 

La prima è la sintesi di tutto, l’espressione di un grido accorato, il sogno e la meta del nostro cammino: la pace! Beybitşilik, mir, peace! La pace è urgente perché qualsiasi conflitto militare o focolaio di tensione e di scontro oggi non può che avere un nefasto “effetto domino” e compromette seriamente il sistema di relazioni internazionali (cfr. n. 4). Ma la pace «non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; non è effetto di una dispotica dominazione», ma è «opera della giustizia» (Gaudium et spes, 78). Scaturisce dunque dalla fraternità, cresce attraverso la lotta all’ingiustizia e alle disuguaglianze, si costruisce tendendo la mano agli altri. Noi, che crediamo nel Creatore di tutti, dobbiamo essere in prima linea nel diffondere la convivenza pacifica. La dobbiamo testimoniare, predicare, implorare. Perciò la Dichiarazione esorta i leader mondiali ad arrestare ovunque conflitti e spargimenti di sangue, e ad abbandonare retoriche aggressive e distruttive (cfr. n. 7). Vi preghiamo, in nome di Dio e per il bene dell’umanità: impegnatevi per la pace, non per gli armamenti! Solo servendo la pace il vostro nome rimarrà grande nella storia.

Se manca la pace è perché mancano attenzione, tenerezza, capacità di generare vita. E dunque essa va ricercata coinvolgendo maggiormente — seconda parola — la donna. Perché la donna dà cura e vita al mondo: è via verso la pace. Abbiamo perciò sostenuto la necessità di proteggerne la dignità, e di migliorarne lo status sociale in quanto membro di pari diritto della famiglia e della società (cfr. n. 23). Alle donne vanno anche affidati ruoli e responsabilità maggiori. Quante scelte di morte sarebbero evitate se proprio le donne fossero al centro delle decisioni! Impegniamoci perché siano più rispettate, riconosciute e coinvolte.

 

Infine, la terza parola: i giovani. Sono loro i messaggeri di pace e di unità di oggi e di domani. Sono loro che, più di altri, invocano la pace e il rispetto per la casa comune del creato. Invece, le logiche di dominio e di sfruttamento, l’accaparramento delle risorse, i nazionalismi, le guerre e le zone di influenza disegnano un mondo vecchio, che i giovani rifiutano, un mondo chiuso ai loro sogni e alle loro speranze. Così pure religiosità rigide e soffocanti non appartengono al futuro, ma al passato. Pensando alle nuove generazioni, qui si è affermata l’importanza dell’istruzione, che rafforza la reciproca accoglienza e la convivenza rispettosa tra religioni e culture (cfr. n. 21). Diamo in mano ai giovani opportunità di istruzione, non armi di distruzione! E ascoltiamoli, senza paura di lasciarci interrogare da loro. Soprattutto, costruiamo un mondo pensando a loro!

 

Fratelli, sorelle, la popolazione del Kazakhstan, aperta al domani e testimone di tante sofferenze passate, con le sue straordinarie multireligiosità e multiculturalità ci offre un esempio di futuro. Ci invita a edificarlo senza dimenticare la trascendenza e la fratellanza, l’adorazione dell’Altissimo e l’accoglienza dell’altro. Andiamo avanti così, camminando insieme in terra come figli del Cielo, tessitori di speranza e artigiani di concordia, messaggeri di pace e di unità!

DIBATTERE LE QUESTIONI CRUCIALI DEL NOSTRO TEMPO. RISPOSTA A PAPINI SUL RUOLO DE “IL DOMANI D’ITALIA”.

La demolizione dei partiti, avviata con Tangentopoli e proseguita con l’introduzione di sistemi elettorali maggioritari senza più partiti di massa e incapaci di democrazia interna e di legami con territorio, ci ha consegnato un preoccupante quadro di inadeguatezza del sistema dei partiti. In un tale contesto di democrazia leggera o residuale, appare prezioso il contributo al dibattito che offre “Il Domani d’Italia” e non solo, come hanno evidenziato gli amici Armando Dicone e Giorgio Merlo, in funzione della costruzione di una nuova area di centro.

 

Il dibattito aperto da Massimo Papini sul ruolo che la testata Il Domani d’Italia può esercitare per il futuro del Paese a partire dalle proprie radici, collocate nella seconda metà degli anni settanta, appare quanto mai opportuno. 

A cominciare dal suo riferimento agli anni della solidarietà nazionale (e alla strategia di Aldo Moro), che ci può aiutare a focalizzare le nette differenze tra il contesto di quell’epoca storica e quello presente. In quel tempo remoto già si potevano cogliere i primi sintomi di sfaldamento del compromesso fra capitalismo e democrazia, compromesso impostosi di fatto nel dopoguerra più in funzione del contenimento dell’espansione del blocco comunista nel mondo che per un comune accordo fra poteri e fra classi. E, da una prospettiva solidarista e progressista, ci si poteva permettere ancora di pensare in grande, nonostante i piani in atto di destabilizzazione del Paese ricordassero, talvolta con la crudezza dei fatti, quali fossero i limiti invalicabili per l’Italia sia in campo sociale che in quello internazionale. 

 

Ma esistevano i partiti, soprattutto i due grandi partiti di massa, la Dc e il Pci, strutturati capillarmente nella società non solo come poderose macchine organizzative ma anche come agenzie educative e formative, popolari e interclassiste, alla politica e alla democrazia. Il pluralismo, politico e informativo, era esercizio comune e quotidiano; nei gruppi dirigenti del Partito Comunista era ancora viva la coscienza della critica gramsciana alla stampa borghese. Il grado di manipolazione dell’opinione pubblica in favore degli interessi dei più forti, che già aveva conosciuto un relativo periodo d’oro all’epoca dei grandi totalitarismo del Novecento, non era paragonabile, anche per la limitatezza tecnologica, a quello attuale. Esisteva, infine ma non per ultimo, la sinistra, una sinistra prevalentemente legata al popolo, al lavoro, alla giustizia e ai diritti sociali, con la quale una larga parte del mondo cattolico, anche per effetto del vento conciliare e della stagione di riforme intrapresa dai precedenti governi di centrosinistra, era determinata ad interloquire.

 

Ai nostri giorni quell’orizzonte è scomparso. Sul piano interno, la demolizione dei partiti, avviata con Tangentopoli e proseguita con l’introduzione di sistemi elettorali maggioritari senza più partiti di massa e incapaci di democrazia interna e di legami con territorio, ci ha consegnato un preoccupante quadro di inadeguatezza del sistema dei partiti che ormai selezionano la loro classe dirigente in base alla assoluta fedeltà al capo, con capi a loro volta più o meno direttamente cooptati da poteri superiori.

 

Sul piano internazionale sono andati avanti processi difficili da fermare o quantomeno da ricondurre in breve tempo in una logica di pace, di democrazia e di equità sociale. Nel nostro Occidente il potere economico-finanziario pare aver soppiantato quello politico, annullando ogni reale disputa democratica, ogni confronto aperto fra prospettive diverse, cose che avvengono ormai solo più, lontano da occhi indiscreti, al livello delle élites le quali nei fatti, anche se quasi mai di diritto, esercitano la sovranità.

 

In un tale contesto di democrazia leggera o residuale, appare prezioso il contributo al dibattito che offre “Il Domani d’Italia” e non solo, come hanno evidenziato gli amici Armando Dicone e Giorgio Merlo, in funzione della costruzione di una nuova area di centro. Credo che sarebbe stato altrettanto utile come strumento, se avessimo avuto un Partito Democratico degno di questo nome, ovvero un partito a vocazione maggioritaria vera, dove i candidati li decidono i territori, dove l’uninominale maggioritario non conosce paracadute o escamotage di alcun genere. In ogni caso il nodo di un’area di riferimento per la Testata nella politica attiva appare una questione non secondaria proprio per dare incisività al lavoro culturale.

 

Tre su tutte mi paiono le questioni da affrontare nella nostra epoca per cercare di incidere sul futuro del Paese anche attraverso lo strumento di questa rivista politica. La prima è quella relativa al modo di intendere il ruolo dell’Occidente nel mondo. Credo sia estremamente rischioso per il nostro futuro lasciare la diatriba fra fautori dell’unilateralismo e quelli del multipolarismo interamente in mano alle élites. Se crediamo che il miliardo d’oro, il 15% dell’umanità, debba continuare a dettare le regole della politica mondiale, dobbiamo preparare il popolo a una lunga stagione di guerre, carestia, arretramento delle condizioni di vita. Perché l’altro 85% non è più disposto ad accettarlo e dispone dei mezzi per affermare il proprio punto di vista. In caso contrario si devono trattare e spiegare le ragioni del multipolarismo e del suo profondo intreccio con la pace e il diritto.

 

La seconda questione cruciale è quella dell’energia e della transizione ambientale. La ricerca di un approccio più equilibrato, integrale all’ecologia, come auspicato dalla Laudato Si’, deve poterci aiutare a correggere gli errori sin qui compiuti, a contrastare i fondamentalismi, a rivedere, verificare e quando è il caso, rimettere in discussione acquisizioni fatte passare per scientifiche ma che in realtà sono servite solo a avvantaggiare pochissimi e a peggiorare le condizioni di vita della classe media.

 

Infine, il terzo grande tema è costituito dal rapporto tra tecnica, scienza e politica. Il ritmo delle innovazioni tecnologiche è tale da offuscare la definizione di un nuovo umanesimo della modernità, in cui non si perda mai di vista che il fine rimane l’uomo e che tutto ciò che è possibile fare attraverso le nuove possibilità dischiuse dal progresso scientifico e tecnologico non è detto che sia conveniente o saggio farlo, pur attribuendo un valore molto positivo all’innovazione.

 

In conclusione, credo che il miglior servizio che potrà fare al Paese Il Domani d’Italia sia quello di recuperare uno spirito di autentica discussione, capace di considerare e soppesare i vari aspetti che inevitabilmente comportano le decisioni politiche anche quelle che sembrano votate alle più nobili cause, rompendo finalmente quell’asfissiante clima di unanimismo, di visione a senso unico, che sta purtroppo caratterizzando il discorso pubblico in Occidente sulle questioni che veramente contano.

PENSARE POLITICAMENTE. UNA SFIDA PER IL FUTURO DEMOCRATICO DEL PAESE.

La riduzione del numero dei parlamentari, voluto e sostenuto con forza dal Movimento Cinque Stelle con il beneplacito del Pd, si configura come lo specchietto per le allodole. In realtà si è instaurato una sorta di autocrazia. Guido Bodrato ha sostenuto che “una democrazia senza popolo è destinata a tramontare.” In effetti, una democrazia senza popolo non esiste, così come non esistono i partiti che non hanno il proprio popolo. Riappropriarsi del ruolo decisionale, ossia del ruolo di popolo, è la sfida che sta davanti a quanti pensano ancora politicamente.

Pensare politicamente è certamente un’arte forse la più difficile, ma che pone al centro della vita civile i problemi reali legati al funzionamento della democrazia. In questi giorni di campagna elettorale, una riflessione meritano soprattutto alcuni provvedimenti adottati nel corso di questa legislatura che volge al termine.

 

Il più importante è costituito sicuramente dalla riduzione del numero dei parlamentari voluto e sostenuto con forza dal Movimento Cinque Stelle con il beneplacito di un Pd che in quel particolare momento mirava a rientrare all’interno della compagine di Governo. È stato, questo provvedimento, propagandato a dovere tra il popolo con la motivazione principale che questa riduzione dei deputati da seicentotrenta a quattrocento e dei senatori da trecentoquindici a duecento costituisse innanzitutto un risparmio in termini di denaro ed in secondo luogo anche una sorta di miglior funzionamento dell’istituto parlamentare.

 

Inutile dire che si è trattato di uno specchietto per le allodole. Vedremo nel corso della prossima legislatura quanto si risparmierà in termini economici con tale riduzione e se il Parlamento sarà in grado di funzionare meglio. Ed allora, proprio per tornare al concetto iniziale di pensare politicamente, e non in modo populista, occorre rilevare alcune questioni di fondamentale importanza per il funzionamento della democrazia.

 

Chi ha la fortuna di saper pensare politicamente non può non riconoscere che la riduzione del numero dei parlamentari insieme alla legge elettorale (senza preferenze e con liste bloccate) hanno instaurato una sorta di autocrazia. I parlamentari non sono altro che dei nominati dai rispettivi segretari di Partito; il popolo ne ratifica solo la nomina nel momento del voto. Va da sé che, conseguentemente, i parlamentari non rispondono più al popolo, ma ai propri segretari di Partito, con una personalizzazione della politica che in questi giorni di campagna elettorale è sotto gli occhi di tutti.

 

Possiamo dire che oggi la nostra democrazia è una democrazia senza popolo o, meglio, una oligarchia dove tutte le decisioni passano per la volontà del capo Partito di turno. Qualche settimana fa, Guido Bodrato ha sostenuto che “una democrazia senza popolo è destinata a tramontare.” In effetti, una democrazia senza popolo non esiste, così come non esistono i partiti che non hanno il proprio popolo. Tutto questo sta accadendo oggi e le conseguenze le stiamo già pagando in termini di riduzione degli spazi di libertà ed in termini di potere decisionale sulle scelte politiche importanti che riguardano il futuro di questo Paese e delle nuove generazioni.

 

Riappropriarsi del ruolo decisionale, ossia del ruolo di popolo, è la sfida che sta davanti a quanti pensano ancora politicamente e che oggi sono chiamati a tornare in trincea per salvare questa democrazia dalle lobby e dagli attacchi populisti ed oligarchici.

DOPO ELISABETTA. IL REGNO UNITO RIMARRÀ…UNITO?

Carlo dovrà saper costruire un messaggio capace di contemperare tradizione e innovazione. La Corona britannica non potrà assumere quei tratti iper-popolari che caratterizzano le case regnanti scandinave o quella olandese, in quanto perderebbe agli occhi dei sudditi quel “tono” che la rende unica al mondo. Liz Truss, invece, dopo la Brexit dovrà affrontare quella che lei stessa ha definito una “tempesta”. Sarà l’insieme combinato di quanto queste due persone sapranno fare nei prossimi mesi che segnerà il futuro della Gran Bretagna.

 

Lunedì i funerali solenni della amatissima Regina Elisabetta II fermeranno per un’ultima giornata un Paese che da quando la sovrana è deceduta ha inevitabilmente concentrato la propria attenzione intorno al sentimento di dolore e di riconoscenza verso una persona che lo ha rappresentato al meglio per 70 anni. Quando la sterminata folla che farà da corona popolare alle esequie lentamente defluirà da Londra verso i propri luoghi di provenienza e i Capi di Stato arrivati da tutto il mondo torneranno alle loro capitali comincerà davvero il dopo. Un “after” che sarà tutt’altro che facile per il Regno Unito.

 

Per quei singolari casi della Storia che talvolta si verificano saranno due persone appena insediate nel loro ruolo istituzionale ad affrontarlo in prima linea. Il Re Carlo III e la premier Liz Truss. In modo diverso, per strade ovviamente ben differenti entrambi si stanno preparando da tempo all’esercizio dei nuovi doveri.

 

Carlo, in realtà, da una vita. Sapendo che il suo sarà un regno di transizione, che però risulterà decisivo per il futuro della Corona. Persona colta e intelligente, gli è ben chiaro che la perenne soap opera dei Windsor ha destato per lustri l’interesse dei tabloid e della pubblica opinione popolare britannica ma non ha distrutto l’istituto monarchico solo perché al vertice di essa stava una personalità eccezionale dedita totalmente alla causa: della nazione, del regno, della famiglia.

 

Nessuno potrà mai più rappresentare quello che Elisabetta II ha saputo incarnare con tanta capacità, e Carlo ne è pienamente consapevole. Sa però che, con gli opportuni accorgimenti, la Casa Reale potrà ancora costituire un punto di ancoraggio saldo per l’intera Gran Bretagna e anzi solo essa, stante la crisi profonda nelle relazioni interne fra le nazioni del Regno, potrà garantirne l’unità. Un’impresa difficile, ma non impossibile. Elisabetta lascia il trono con una percentuale straordinariamente elevata di cittadini favorevoli alla permanenza della monarchia. Ai quali Carlo ha promesso da subito “di servirvi con lealtà e dedizione come a suo tempo fece mia madre”. Il Re sa che dovrà riuscire a preservare un’eredità enormemente impegnativa che sarà poi il figlio William a dover gestire e proiettare verso il futuro.

 

Impresa complicata non solo per le difficoltà politiche ma pure per il difficile “dosaggio” fra tradizione e novità che il nuovo Sovrano dovrà calibrare con estrema attenzione. E’ infatti evidente che il reame non potrà più avere quel tono “imperiale” che Elisabetta ha saputo assicurargli pur contaminandolo di cultura pop con grande intelligenza e sagacia, sin dai tempi dei Beatles nominati baronetti. Una dimostrazione di grande capacità nel cogliere lo spirito dei tempi e di saperlo coniugare con un passato facilmente considerabile come vetusto retaggio di un mondo tramontato da tempo. Una lucidità intellettuale e sociologica conservata sino alla fine, se pensiamo al video con James Bond girato per le Olimpiadi del 2012 o al più recente jingle con l’orsetto Paddington. Anche perché associata ad una dedizione assoluta al lavoro rappresentata plasticamente ed eternamente dalla foto che ritrae la Regina ricevere la neo premier, solo due giorni prima del decesso. L’ultima foto.

 

Carlo dunque dovrà saper costruire un messaggio capace di contemperare tradizione e innovazione. La Corona britannica non potrà assumere quei tratti iper-popolari che caratterizzano le case regnanti scandinave o quella olandese, in quanto perderebbe agli occhi dei sudditi quel “tono” che la rende unica al mondo. Al tempo stesso dovrà riuscire a divenire più “vicina” alla gente comune in un modo assai concreto, nei comportamenti, nella riduzione delle spese, nella drastica eliminazione degli scandali a corte. Tutto quello che riusciva a fare Elisabetta dall’alto della sua personalità così rispettata e riconosciuta, della sua autorevolezza acquisita in decadi di regno, non potrà in nessun modo riuscire a Carlo con le stesse modalità della madre. Egli sarà chiamato al difficile compito fin da subito, dall’alba di martedì quando appunto saranno concluse le esequie della Regina e si riprenderà anche in Gran Bretagna ad affrontare la quotidianità, a gestire i problemi – non soltanto politici – che emergeranno in tutta la loro preoccupante consistenza.

 

E qui entrerà in gioco l’altra nuova protagonista di questa nuova fase. Pure Liz Truss si è preparata nel tempo al ruolo: nel suo caso certo non per diritto divino bensì attraverso un percorso politico spericolato e spietato, sempre molto deciso e determinato, che ha condotto la ragazza antimonarchica e radicale degli esordi sino al numero 10 di Downing Street cambiando completamente idee e crescendo negli spazi di occupazione del potere, ricoprendo ruoli ministeriali sempre più rilevanti nei gabinetti conservatori di Cameron, May, Johnson avendo in mente l’ambizione, esagerata, di divenire la nuova Thatcher.

 

Ora però, come per chiunque oggi in Europa giunga al governo, e in Gran Bretagna ancor di più a causa dei problemi ogni giorno più giganteschi provocati da Brexit, Liz Truss dovrà affrontare quella che lei stessa ha definito una “tempesta”: inflazione mai così alta da decenni, caro bollette devastante in un paese con le temperature invernali che si registrano a quelle latitudini, diminuzione dei consumi e del PIL, recessione industriale che produce disoccupazione e scioperi. Il tutto nell’ambito della crisi più generale ora provocata dalla guerra in Ucraina e prima dalla pandemia da Covid-19. E, come se non bastasse, il problema non risolto e forse irrisolvibile del Protocollo per l’Irlanda del Nord. Un effetto-Brexit ampiamente previsto che la stessa Truss riconosceva ai tempi del referendum, essendosi schierata per il Remain. Ma che poi ha rinnegato, essendo prontamente salita sul carro dei vincitori ottenendo in cambio un ministero di gran prestigio nel governo di Boris Johnson.

 

Sarà l’insieme combinato di quanto queste due persone sapranno fare nei prossimi mesi, al massimo nei prossimi due anni, che segnerà il futuro della Gran Bretagna. Ovvero del Regno (Unito?).

UNA TARGA PER PASOLINI SULLA STESSA VIA DOVE ABITAVA L’EX MINISTRO GUI: ECCO LE RAGIONI PER COMMEMORARE ENTRAMBI.

Fonte: Flickr
Fonte: Flickr

 

L’invettiva del Poeta contro la DC. Moro reagì, nel 1977, con durezza: “Non ci lasceremo processare sulle piazze”. Gui fu coinvolto ingiustamente, per essere poi assolto, nello scandalo Lockheed. La logica del processo – di quel tipo di processo politico – alimentò anche il terrorismo. Se Pasolini aveva ragione a protestare contro il disordine del potere, anche Gui si poteva fregiare di un’analoga ragione per aver servito con onore le istituzioni democratiche, piegando il potere alla compostezza e al rigore della politica, secondo la limpida lezione morotea. Avevano ragione entrambi, dunque entrambi, sulla stessa via, andrebbero ricordati.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Dietro la basilica dei Santi Pietro e Paolo, imponente edificio sacro dell’Eur, che offre lo spettacolo della cupola più alta di Roma dopo quella vaticana di San Pietro e quella dei teatini di Sant’Andrea della Valle, si diparte in rettilineo una strada residenziale lunga qualche centinaio di metri sul lato ovest della chiesa, e proprio sul bordo alto dell’ampio vallone della Magliana attraversato dal Tevere, denominata per un intreccio biblico della toponomastica del luogo via Eufrate (in pratica si congiunge con via Tiberiade e via del Giordano). Qui nel pomeriggio di oggi una pubblica cerimonia organizzata dal Municipio IX, guidato dall’ex deputata ed ex sindacalista (Cgil) Titti Di Salvo, farà da corona alla posa in opera di una targa in ricordo di Pier Paolo Pasolini, per anni residente al civico n. 9, in una sobria ed elegante palazzina del quartiere “ripensato” negli anni ‘50 dal segretario generale dell’Ente Eur, Virgilio Testa.

 

L’iniziativa del Municipio IX rende onore alla figura del più grande poeta civile che l’Italia abbia conosciuto dopo Giosué Carducci. Friulano di nascita, visse a lungo con la madre nella casa di Via Eufrate, fino alla sua tragica morte nel 1975 a seguito di una selvaggia aggressione all’idroscalo di Ostia. Un suo conterraneo, don David Maria Turoldo, padre servita ed egli stesso poeta, ne parlava come di “uno degli uomini più tormentati che siano mai esistiti, aveva la rabbia di non poter credere nella Chiesa, era un cattolico con la rabbia addosso, la sua matrice era cattolica; sua madre, la sua fede, la sua cultura erano cattoliche. E soprattutto, oltre che essere di cultura cattolica, era uomo di tremenda fede, inquietudine, implacabilità. Lo stesso modo di accusare: soltanto un furioso credente come lui poteva arrivare a quello”. E la sua invettiva, a un certo punto, si condensò nell’attacco virulento alla DC, per la quale chiese il processo sulle piazze.

 

Non fu la pagina più bella della sua sterminata pubblicistica, essendo stato per altro, da giovane, un estimatore della sinistra democristiana. Ma non è questo ciò che conta. L’aspetto critico sta nel fatto che l’invocazione del processo dette modo alla sinistra più radicale e violenta, formata al dogmatismo rivoluzionario del post sessantotto, di rafforzarsi nelle ragioni etiche di un attacco al partito cardine della democrazia italiana. Al culmine di quella stagione, impregnata di odio e connivenze misteriose, ci fu il rapimento e l’uccisione del leader indiscusso della DC: Aldo Moro. Un anno prima della tragedia, nel 1977, fu lui ad alzarsi nell’Aula di Montecitorio  e pronunciare un memorabile discorso in risposta alla propaganda avversa, prendendo di petto la teoria della liquidazione della DC per via pseudo giudiziaria: “Noi – disse Moro quasi in tono di sfida – non ci lasceremo processare sulle pubbliche piazze”.

 

Ora, la storia ci ricorda che quel discorso aveva ad oggetto la difesa di Luigi Gui, eminente figura della DC, ministro della Pubblica Istruzione nei momenti caldi del ’68, da sempre vicino ad Aldo Moro, messo nel mirino della contestazione sul “caso Lokheed” insieme al socialdemocratico Mario Tanassi. L’ipotesi di reato riguardava il pagamento di tangenti a seguito dell’acquisto di alcuni aerei Hercules-130. La vittima più illustre dello scandalo fu Giovanni Leone, costretto il 15 giugno del 1978 alle dimissioni da Presidente della Repubblica: era estraneo ai fatti e molti anni dopo gli furono tributate le scuse da parte dei Radicali, artefici principali, in concorso con il PCI, della battaglia contro la DC. Rinviato a giudizio, anche Gui fu scagionato dagli addebiti con sentenza della Corte costituzionale del 15 marzo 1979.

 

Perché questo excursus sulla vicenda Lockheed? Perché Luigi Gui, per ironia della sorte, abitava a pochi passi da Pasolini, sulla stessa via Eufrate, al civico 33. Quando tutto si concluse, portando a piena luce l’innocenza di Gui, Pasolini era scomparso da tre anni e mezzo. Non sappiamo, né possiamo immaginarlo, cosa avrebbe potuto dire il Poeta su quella sentenza di assoluzione che restituiva Gui alla dignità della sua lunga ed intensa opera di politico. Certo è però che oggi, a distanza di vari decenni, con alle spalle gli errori e gli orrori di un moralismo inquisitorio che finì per alimentare la violenza terroristica, l’opportunità di una seria riflessione fa capolino tra le pieghe di una cerimonia in onore di Pasolini, sulla stessa via dove appunto abitava Gui. Ebbene, approfittando di questa felice casualità di geografia urbana, non sarebbe giusto ricordare entrambi, con una targa capace di rimettere a posto i tasselli della memoria e suscitare, in sintesi, un dato evocativo di una buona istanza di riconciliazione?

 

Nel tempo ci si è adoperati, atttreverso opportune scelte simboliche, affinché fossero ricomposte le fratture del periodo più angoscioso dell’Italia delle stragi e del terrorismo. Non sono mancati i gesti che dovrebbero destare, guardando a ritroso, il desiderio di riconciliazione tra “rossi e neri”, sciaguratamente affratellati nelle opposte movenze di una hibrys rivoluzionaria. Avevano torto entrambi. Invece, se Pasolini aveva ragione a protestare contro il disordine del potere, anche Gui si poteva fregiare di un’analoga ragione per aver servito con onore le istituzioni democratiche, piegando il potere alla compostezza e al rigore della politica, secondo la limpida lezione morotea. Avevano ragione entrambi, dunque entrambi, sulla stessa via, andrebbero ricordati. Quale altra migliore riconciliazione?

L’OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA DI DIVENTARE HUB DEL GAS EUROPEO. L’ANALISI DE “LAVOCE.INFO”.

 

Da anni si dibatte sul potenziale ruolo dellItalia quale collettore e via di trasporto del gas dal Mediterraneo allEuropa. La crisi ucraina potrebbe accelerare questo processo, favorendo lo sviluppo economico del nostro paese e laffrancamento dellEuropa dal gas russo.

 

Stefano Castriota e Roberto Gambini

 

Per la conformazione geografica dell’Italia quale ponte naturale tra il Centro Europa e l’Africa Mediterranea, è stato auspicato più volte che il nostro paese possa diventare il collettore e la via di trasporto del gas verso l’Europa fungendo da vero e proprio hub. Tenendo presente l’attuale quadro geopolitico è lecito chiedersi se la crisi dell’Ucraina stia accelerando questo processo e se esistano le condizioni per influire significativamente sul processo di indipendenza dal gas russo. Le informazioni apparse sulla stampa nazionale sembrano indicare concretamente che ci stiamo incamminando verso questa direzione. Un esempio è la notizia della firma del protocollo d’intesa tra la Commissione europea e l’Azerbaijan che prevede l’estensione e l’utilizzo del gasdotto Tap per il trasporto di gas azero verso l’Unione europea attraverso l’Italia. Se veramente l’Italia diventasse il collettore del gas per l’Europa, acquisterebbe un ruolo strategico che potrebbe portare notevoli vantaggi al nostro paese, come l’impulso alle imprese coinvolte ed il prezzo più basso del gas per gli utenti finali.

 

Il sistema italiano di approvvigionamento del gas

Il sistema di approvvigionamento del gas può essere suddiviso in base alla forma di trasporto, ossia tramite gasdotti o tramite trasporto via nave di gas liquefatto (Lng) e successiva rigassificazione. Entrambi i sistemi presentano vantaggi e svantaggi. La costruzione di gasdotti richiede investimenti enormi che possono essere ammortizzati solo mediante trasporto pluriennale di enormi quantità di gas; da un lato ciò costituisce – nel bene e nel male – un vincolo sia per il paese esportatore che per quello importatore, dall’altro le enormi economie di scala garantiscono bassi costi medi di trasporto. L’acquisto di gas liquefatto comporta, al contrario, costi medi più elevati dovuti al trasporto ed alla rigassificazione, ma garantisce anche maggiore flessibilità nella scelta dei fornitori. Ne consegue che si fa ricorso ai gasdotti per garantire il grosso delle forniture stabili ed al gas liquefatto per rispondere a picchi improvvisi o stagionali della domanda o a shock dell’offerta (come nel caso dell’interruzione delle forniture russe).

 

Gasdotti

I sistemi che collegano l’Italia con l’estero sono cinque (si veda la mappa): due con l’Europa, due con il nord Africa ed uno con l’Azerbaijan. I collegamenti con la Svizzera (Passo Gries) e l’Austria (Tarvisio) sono stati originariamente pensati rispettivamente per trasportare in Italia il gas dal Nord Europa e dalla Russia, ma da alcuni anni entrambi sono stati modificati per permettere flussi in entrambe le direzioni. Ciò potrebbe consentire all’Italia di esportare in Europa il gas importato.

 

In entrata dal Nord Africa il sistema principale è il TransMed che collega l’Algeria all’Italia ed ha una capacità massima di 30 miliardi di metri cubi annui (Billion Cubic Meters – Bcm). Il secondo sistema è il Green Stream che collega la Libia all’Italia ed è caratterizzato da una capacità di 8 Bcm. Il gas dell’Azerbaijan arriva in Italia tramite Trans Adriatic Pipeline (Tap) ed ha una capacità di 10 Bcm annui. Nel 2021, l’autorità italiana Arera ne ha approvato l’espansione comunemente stimata in ulteriori 10 Bcm e dovrebbe essere completata entro il 2026. Al contrario, l’espansione del TransMed e/o del Greenstream è incerta se non improbabile, vista l’assenza di ulteriori riserve certificate che possano giustificare economicamente l’ingente investimento necessario a potenziare la rete di gasdotti.

 

Le recenti notevoli scoperte di gas nel mediterraneo orientale – ed in particolare nelle acque al largo di Israele, Cipro ed Egitto – sono, invece, tali da giustificare la creazione di un nuovo sistema di trasporto. Nelle intenzioni del consorzio che lo propone, questa nuova infrastruttura dovrebbe portare il gas in Italia passando per Cipro, Creta e Grecia continentale. Il progetto, conosciuto come EastMed, costituisce probabilmente la più grande opportunità di creare realmente un hub in Italia, incidendo significativamente sul quadro degli approvvigionamenti europei. La capacità di trasporto dei gasdotti non è stata ancora definita; il consorzio proponente parla di 10-20 Bcm annui anche se alcune fonti stimano una potenzialità di produzione del bacino superiore a 30 Bcm annui. Allo sviluppo di questo progetto, riconosciuto dall’Unione europea come di interesse prioritario, si oppone la Turchia che reclama dei diritti su gran parte delle aree dove dovrebbe essere realizzato, ritenendole aree di proprio Esclusivo Interesse Economico. Ad ogni modo, l’entrata in funzione dell’EastMed non è prevista prima di 4-6 anni.

 

Rigassificatori

La capacità massima attuale dei rigassificatori in Italia è di 15,25 Bcm annui di cui 3,5 a Borgo Panigaglia, 8 a Rovigo e 3,75 a Livorno. Con il recente acquisto da parte della Snam di due navi-rigassificatori la capacità nominale italiana di rigassificazione salirà a 25 Bcm annui. Queste nuove navi dovrebbero entrare in funzione in tempi relativamente brevi (1-2 anni).

 

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https://www.lavoce.info/archives/97286/lopportunita-per-litalia-di-diventare-hub-del-gas-europeo/

 

CHI HA TRESCATO CON PUTIN È COLPEVOLE DI ALTO TRADIMENTO. DUNQUE, PUÒ ESSERE PARTE DI UN FUTURO GOVERNO?

 

Dagli USA giungono informazioni allarmanti. È inevitabile pensare al coinvolgimento di Salvini: il patto con Russia Unita, siglato dalla Lega nel 2017, pesa come un macigno. Guido Crosetto (FdI), a seguito di tali rivelazioni veicolate dal Washington Post, evoca il reato di alto tradimento. E allora, se ciò fosse, come potrebbe il Presidente della Repubblica,  anche nel caso di vittoria della Destra, firmare la nomina di ministri leghisti? Di fatto, con questi interrogativi pesanti, si sono riaperti i giochi della campagna elettorale.

 

Cristian Coriolano

 

La notizia è esplosa come una bomba, a veicolarla è stato l’autorevole Washington Post: dal 2014 la Russia avrebbe speso oltre 300 milioni nel tentativo di condizionare politici e funzionari in una ventina di paesi. È il quadro delineato in un documento del Dipartimento di Stato americano, come riferisce il quotidiano statunitense. L’informativa, firmata dal segretario di Stato Antony Blinken, si basa su informazioni di intelligence in ordine a un disegno dalla Russia mirante alla creazione di una rete di consenso attorno a Mosca. Il documento non cita espressamente gli obiettivi di Mosca, ma precisa – ed è la cosa più importante – che gli Stati Uniti stanno fornendo informazioni classificate ai diversi paesi interessati.

 

La rete allestita da Mosca per sostenere soggetti e cause avrebbe coinvolto think tank in Europa e aziende pubbliche in America Centrale, Asia, Medio Oriente e Nord Africa. Un membro dell’amministrazione Usa ha fatto intendere che il presidente russo Vladimir Putin appare responsabile dell’impiego d’ingenti somme utilizzate “nel tentativo di manipolare le democrazie dall’interno”. Nelle prossime ore i nomi dei Paesi coinvolti dalla pressione di Mosca potrebbero venire fuori e, forse, anche i nomi dei politici a “libro paga”.

 

Interessante, al riguardo, la dichiarazione di Guido Crosetto, co-fondatore di Fratelli d’Italia: “Dicono che la Russia –   ha scritto in serata su Twitter – abbia finanziato partiti in 20 nazioni, dal 2014, con oltre 300 milioni di dollari. La cosa non mi stupisce perché c’era una tradizione antica da parte loro. Però vorrei sapere i nomi, se esistono, di eventuali beneficiati italiani. Perché è alto tradimento”.

 

L’attacco di Crosetto va letto in profondità. Forse sfugge la pregnanza dell’argomento evocato, giacché va tenuto presente che l’articolo 90 della Costituzione recita testualmente: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla costituzione”. Ora è del tutto evidente che in presenza di riscontri attendibili un partito oggettivamente coinvolto nelle trame di Mosca, quindi con responsabilità riconducibili alla denuncia di alto tradimento, renderebbe impossibile al Presidente della Repubblica la nomina di ministri indicati proprio da quel partito. Per giunta, l’inquilino del Quirinale si chiama Sergio Mattarella e gli italiani ne conoscono le specchiate virtù di statista profondamente rispettoso dei principi, dei valori e delle regole costituzionali.

 

Il la questione è seria. Il sospetto è che la Lega, avendo firmato il patto di mutua collaborazione a Mosca, il 6 marzo 2017, con Russia Unita (il partito di Putin), sia davvero nell’occhio del ciclone (ammesso che ne sia fuori Berlusconi, fino ad avantieri in felici rapporti con Putin). Ebbene, nel caso di vittoria della Destra, a quale titolo potrebbe entrare Salvini, e con lui gli altri leghisti, in un governo presumibilmente guidato dalla Meloni? E come potrebbe formarsi un governo “organico” allo schieramento maggioritario, dal momento che la presumibile, se non obbligata estromissione della Lega amputerebbe la coalizione dell’apporto necessario a garantire il controllo delle Camere?

 

Di fatto gli interrogativi sulle prospettive del dopo voto introducono gravi fattori di preoccupazione nella fase odierna, ormai prossima alla stretta finale, della campagna elettorale. I giochi, per molti aspetti, si sono riaperti. Se prima l’appello a non disertare le urne poteva suonare retorico, adesso si configura come un richiamo ineludibile al dovere di ogni singolo cittadino di fronte all’interesse superiore della nazione. Non si può lasciare al sospetto e alle minacce, palesi ed occulte, il destino democratico dell’Italia.

IL PAPA IN KAZAKHSTAN: «NO AI POPULISMI, RISCOPRIAMO LO SPIRITO DI HELSINKI». IL RESOCONTO DI “FAMIGLIA CRISTIANA”.

 

Nel suo primo discorso in Kazakhstan Francesco loda l’impegno del Paese per rafforzare la democrazia e chiede più giustizia sociale e meno corruzione. Ambiente, economia, lavoro, disarmo, tutela della dignità di tutti, dialogo nella terra che sta facendo tesoro dell’unità nella diversità: tanti i temi toccati.

 

Annachiara Valle

 

È una distesa di alberi e minareti che porta il Papa, dallaeroporto, al palazzo presidenziale. Dopo un viaggio di sette ore che, a differenza di quello del 2001 di Giovanni Paolo II, non ha sorvolato né lUcraina né la Russia, Francesco incontro le autorità, la società civile e il corpo diplomatico. Arriva in sedie a rotelle e poi si alza brevemente salutato dai massimi onori civili e militari. Visibilmente provato dalla stanchezza e dal dolore del ginocchio ascolta l’inno nazionale accanto al presidente della Repubblica del Kazakhstan, Kassym-Jomart K.Tokayev, che lo aveva già accolto all’arrivo.

 

Parla di democrazia e di pace, il Pontefice. Consapevole degli sforzi che il Paese sta facendo contro le guerre. Non a caso proprio il presidente Tokayev è stato rappresentante personale del segretario generale delle Nazioni unite alla conferenza sul disarmo. «In questa terra tanto estesa quanto antica», ha subito detto il Papa, «vengo come pellegrino di pace, in cerca di dialogo e di unità». Prende a prestito lo strumento musicale tipico di queste zone, la dombra, della famiglia dei liuti, per dire della continuità che lega le diverse generazioni e le diverse stagioni storiche. In questa che Giovanni Paolo II definì «terra di martiri e di credenti, terra di deportati e di eroi, terra di pensatori e di artisti», la dombra è, secondo Francesco, un «simbolo di continuità nella diversità» che «ritma la memoria del Paese, e richiama così all’importanza, di fronte ai rapidi cambiamenti economici e sociali in corso, di non trascurare i legami con la vita di chi ci ha preceduto, anche attraverso quelle tradizioni che permettono di fare tesoro del passato e di valorizzare quanto si è ereditato».

 

Nur Sultan, un tempo Astana, capitale dello Stato, è un intreccio di palazzoni e costruzioni futuristiche. Nata in mezzo al deserto in luoghi che conoscevano solo la deportazione degli oppositori politici da parte dei sovietici, il terrore dei gulag, le torture, oggi diventa simbolo di riscatto e riconciliazione. Il Papa li ricorda quei «campi di prigionia» e «l‘oppressione di tante popolazioni» nelle «città e nelle sconfinate steppe di queste regioni». Invita a ricordare i «grandi spostamenti di popoli», la «sofferenza» e a usare questo bagaglio «per incamminarsi verso l’avvenire mettendo al primo posto la dignità delluomo, di ogni uomo, e di ogni gruppo etnico, sociale, religioso».

 

Torna ancora alla dombra per dire che anche il Kazakhstan, come essa, suona su due corde: «temperature tanto rigide in inverno quanto elevate in estate; tradizione e progresso, ben simboleggiate dall’incontro di città storiche con altre moderne, come questa capitale. Soprattutto, risuonano nel Paese le note di due anime, quella asiatica e quella europea, che ne fanno una permanente “missione di collegamento tra due continenti”».

 

Parla al Kazakhstan, ma anche alla vicina Cina, alla Russia, all’Europa, agli Stati Uniti quando chiede di ricordare il proverbio locale – «La fonte del successo è lunità» – per invitare all’armonia. In questo Paese «i circa centocinquanta gruppi etnici e le più di ottanta lingue presenti nel Paese, con storie, tradizioni culturali e religiose variegate, compongono una sinfonia straordinaria e fanno del Kazakhstan un laboratorio multi-etnico, multi-culturale e multi- religioso unico, rivelandone la peculiare vocazione, quella di essere Paese dell’incontro». Il principio «dell’unità nella diversità», d’altra parte era stato sottolineato anche dal presidente nel suo indirizzo di saluto. Insieme con la constatazione che i cristiani, dice sempre il presiendente, insieme con gli altri credenti, «contribuiscono fortemente alla costruzione di un Kazakhstan nuovi e giusto». Un Paese laico, a maggioranza musulmano, ma che riconosce la libertà religiosa di tutti e che promuove dal 2003 gli incontri tra i leader delle religioni mondiali. «La tutela della libertà, aspirazione scritta nel cuore di ogni uomo, unica condizione perché lincontro tra le persone e i gruppi sia reale e non artificiale, si traduce nella società civile principalmente attraverso il riconoscimento dei diritti, accompagnati dai doveri», sottolinea il Papa.

 

E poi loda il Paese per aver abolito la pena di morte e lo incoraggia a rafforzare la democrazia «che costituisce la forma più adatta perché il potere si traduca in servizio a favore dell’intero popolo e non soltanto di pochi». In uno Stato che ha avviato un processo per rafforzare le competenze del Parlamento e delle Autorità locali e una maggiore distribuzione dei poteri, Francesco ribadisce che «la fiducia in chi governa aumenta quando le promesse non risultano strumentali, ma vengono effettivamente attuate. Ovunque occorre che la democrazia e la modernizzazione non siano relegati a proclami, ma confluiscano in un concreto servizio al popolo: una buona politica fatta di ascolto della gente e di risposte ai suoi legittimi bisogni, di costante coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni non governative e umanitarie, di particolare attenzione nei riguardi dei lavoratori, dei giovani e delle fasce più deboli. E anche – ogni Paese al mondo ne ha bisogno – di misure di contrasto alla corruzione. Questo stile politico realmente democratico è la risposta più efficace a possibili estremismi, personalismi e populismi, che minacciano la stabilità e il benessere dei popoli».

 

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https://www.famigliacristiana.it/articolo/no-ai-populismi-riscopriamo-lo-spirito-di-helsinki.aspx

NON SI È VOLUTO ASCOLTARE LA VOCE DEI LAVORATORI FRAGILI. LE TUTELE SONO RIMASTE…MEZZE TUTELE.

 

Approvato al Senato l’emendamento sulle tutele, ma per i lavoratori fragili è mancato l’accoglimento di richieste fondamentali. Infatti l’emendamento approvato non risolve il problema: in molti resteranno scoperti. Ed è probabile che si tratti dei casi più gravi o di coloro che non potranno accedere al lavoro agile. La delusione è profonda. Ora il provvedimento passa alla Camera ed è l’ultima possibilità di correggere il testo.

 

Francesco Provinciali

 

Il Senato ha approvato il Decreto aiuti bis e con esso lo smart working per i lavoratori fragili fino al 31 dicembre p.v.

Il Ministro Orlando dice: “Promessa mantenuta”, parlando per se e per il Partito democratico. Adesso si attenderanno il “voto utile”. Ma non tutti i fragili possono lavorare in smart working. Questo lo sapevano il Ministro, l’intero Governo e il Parlamento. Peccato che abbia dimenticato gli altri: niente equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero. Tutela non rinnovata: niente rinnovo del comma 2 – art. 26 del DL 17/3/2020 n.° 18 e successive proroghe.

 

Si teme per coloro a cui non sarà possibile accedere al lavoro agile, vale a dire, nell’ordine: esaurimento del congedo per salute, delle ferie e licenziamento. Soprattutto si  temono il contagio e le conseguenze del diritto di “malattia protetta”, con l’equiparazione al ricovero ospedaliero,  e invece negata. Eppure il Ministro e i senatori Nannicini e Manca – da lui delegati al deposito dell’emendamento – sapevano tutto, per filo e per segno. La situazione e la necessità delle due tutele (smart working ed equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero) era stata rappresentata caldamente e in modo dettagliato e circostanziato. In molti hanno scritto al Ministero, sono intervenuti parlamentari, associazioni, sindacati: niente da fare. Se ne deduce che il dimezzamento delle tutele è un atto di volontà, non un errore.

 

Che dire? Complimenti! Adesso i Ministri del Lavoro, della Salute, della Funzione Pubblica, delle Disabilità (e, per la scuola, dell’Istruzione) dovranno spiegare a quei lavoratori fragili a cui fosse preclusa la possibilità dello smart working…che cosa dovranno fare. Dovranno spiegarlo anche ai loro datori di lavoro su cui ricadranno le responsabilità di un sì o di un no. Potrebbero essere i più fragili, quelli che devono fare cicli di chemioterapia o assumere farmaci salvavita. A quale Santo dovranno vocarsi? Se non è previsto per loro il lavoro agile e considerato il mancato rinnovo del comma 2 – art. 26 del DL 17/3/2022 n.° 18, i fragili che ne sono esclusi dovranno dunque recarsi al lavoro? Quando – ad esempio- si sottopongono alle terapie per le patologie da cui sono affetti. Con il rischio di una sovraesposizione al contagio da Covid  in tutte le sue varianti, anche se vaccinati. Oppure dovranno usufruire del congedo contrattuale per malattia, fino alla sua estinzione, poi chiedere ferie e infine subire la punizione del licenziamento, magari dopo essere stati a casa senza stipendio.

 

Tutte possibilità ed evenienze arcinote a chi ha scritto il testo dell’emendamento approvato al Senato. Eppure non è stata cambiata una virgola. Ora il provvedimento passa alla Camera ed è l’ultima possibilità di correggere il testo includendovi anche il comma 2 art 26 del DL 18/2020 citato,  ora assente. Dopo di che si salvi chi può.

AREA CATTOLICA: SPUNTI PER UN DISCERNIMENTO POLITICO. ALLE ELEZIONI CON RESPONSABILITÀ E ISTANZA PROFETICA.

 

Cinquanta personalità cattoliche sottoscrivono un documento a forte qualificazione politica che indica priorità e obiettivi strategici in vista del voto del 25 settembre. Emerge, tra l’altro, il timore che l’ordinamento civile e democratico possa subire lesioni per effetto di scelte tese alla verticalizzazione del potere (presidenzialismo) e alla oggettiva espansione del divario tra Nord e Sud del Paese (autonomia differenziata).

Di seguito il testo integrale con l’elenco dei firmatari.

 

Redazione

 

Alla vigilia delle imminenti elezioni si è riaperta una vecchia disputa intorno al peso/rilevanza dei cattolici nella politica italiana. Non ci è dato qui di tematizzare la questione. Ci limitiamo a marcare le distanze da due opposti approcci: quello di chi coltiva una sterile nostalgia per un tempo rappresentato (assai approssimativamente) come segnato dalla “egemonia cattolica” e comunque da una sostanziale unità politica dei cattolici, oggi non più riproponibile; o quello di chi, all’opposto, teorizza la pratica insignificanza di una ispirazione cristiana nell’azione politica. Ci riconosciamo semmai nel cenno riservato alla questione da parte del cardinale Parolin, secondo il quale la politica vanta una sua autonomia che va onorata e dunque i cattolici, come singoli o come gruppi, possono e devono liberamente e laicamente aggregarsi su base politica (non confessionale) senza tuttavia rinunciare – così Parolin – a una loro originale istanza profetica. La quale, sia chiaro, può generare orientamenti politici e militanze diverse. A ben vedere non tutti compatibili con una pregnante ispirazione cristiana. Quanto segue, dunque, non vanta pretese di esclusività, ma riflette solo il punto di vista dei soggetti sottoscrittori.

 

Può darsi che si esageri quando si stabilisce un paragone tra la portata della contesa elettorale imminente e quella del 1948. Taluni paventano minacce alla nostra democrazia. Di sicuro un serio problema per la salute della democrazia è rappresentato dalle dimensioni dell’astensionismo a contrastare il quale certo non contribuisce lo spettacolo avvilente offerto dai partiti nel compilare le liste dei “nominati”. All’insegna dei “paracadutati” e dell’affannosa corsa ai posti garantiti. Partiti ridotti a oligarchie autoreferenziali, ricettacolo di un ceto politico proteso a perpetuare se stesso. Dunque, non è priva di fondamento la preoccupazione per le sorti del nostro paese. Almeno sotto tre profili: talune pulsioni illiberali, la collocazione geopolitica dell’Italia, la prospettazione di ricette demagogiche che condurrebbero il paese al default. L’opposto della sobria raccomandazione del Papa circa le elezioni italiane condensata in una parola: responsabilità! Giusto perciò iscrivere il giudizio politico nel quadro di tali motivate preoccupazioni. Senza però trascurare priorità programmatiche che ci permettiamo di segnalare.

 

In primo luogo, i tre grandi scenari, tra loro strettamente intrecciati, della pace, della giustizia sociale e della salvaguardia della biosfera, che rivestono una priorità assoluta sul piano globale, continentale e locale, ma per nulla centrali nei programmi elettorali. Difetta una visione del futuro; difettano, insieme, la speranza e la responsabilità.

 

La questione sociale in senso lato, secondo tutti gli analisti, già nei prossimi mesi, assumerà dimensioni drammatiche: povertà, precarietà, disoccupazione, redditi più bassi per i lavoratori, disuguaglianze. A fronte di questo scenario vanno stigmatizzate tutte le offerte politiche che da un lato disegnano politiche fiscali insostenibili e inique, per altro in contrasto con il principio costituzionale della progressività, oltre a sanatorie e condoni che minano senso civico e di giustizia; dall’altro che vorrebbero abolire (e non semmai rimodulare) lo strumento di contrasto alla povertà del reddito di cittadinanza. In sostanza un depotenziamento del welfare in una congiuntura che semmai prescriverebbe al contrario una sua estensione.

 

La questione ambientale e del contrasto al cambiamento climatico. Dai più solo retoricamente evocata, nonostante la sua portata epocale e urgente attestata sia dalla comunità scientifica sia dalla comune esperienza di eventi estremi sempre più frequenti e sconvolgenti. Bisogna evitare che l’emergenza energetica attuale blocchi ancora una volta la transizione verde necessaria. Trattasi di una sfida cui sono particolarmente sensibili i giovani di ogni latitudine e da inscrivere, a tutti gli effetti, nell’orizzonte della giustizia tra le generazioni. Il nesso tra questione sociale e questione ambientale è la tesi cardine del magistero di Francesco, sotto il titolo di “ecologia integrale”, svolto nella Laudato si’ e nella Fratelli tutti.

 

La guerra, quasi scomparsa nel confronto elettorale. L’inequivoco giudizio sulla responsabilità di essa e sul diritto alla legittima difesa non ci esonera dalla ricerca incessante e tenace di vie negoziali e dal dovere di non avallare una concezione del conflitto che punti irrealisticamente all’annientamento dell’avversario (come nelle guerre totali novecentesche) o addirittura a una escalation bellica. Le alleanze politico-militari, nel nostro caso la Nato, non ci devono impedire di fare valere il nostro punto di vista (trattandosi appunto di alleanze). Nel quadro di un’Occidente di cui riconosciamo i valori, ma che non possiamo intendere come un blocco contrapposto al resto dell’umanità in sviluppo, il nostro ruolo è costruire un autonomo protagonismo dell’Europa i cui interessi e i cui valori non sempre né necessariamente coincidono con quelli degli Usa. Abbiamo bisogno di più Europa, e di un’Europa più solidale, che renda stabile l’intuizione di NextGenEu. La prospettiva epocale di civiltà, per la quale dobbiamo cercare un più forte impegno di razionalità collettive politiche, deve assumere come orizzonte il rilancio della cooperazione multilaterale internazionale nel quadro dell’Onu, la riforma dei processi di globalizzazione, il superamento della guerra, il disarmo e la smilitarizzazione, la comprensione internazionale, il contrasto alla produzione e al commercio delle armi.

 

Tale orizzonte decisivo, che lega insieme pace, giustizia sociale e salvaguardia dell’ambiente, richiama ulteriori questioni di fondo.

 

L’immigrazione. Trattasi di questione epocale, non di un’emergenza, che dunque esige visione di lungo periodo e cooperazione internazionale. Da gestire con realismo e senso di responsabilità, ma senza infondati allarmismi. Mirando a una immigrazione regolare grazie a flussi programmati e alla salvaguardia del diritto d’asilo, così come prescrive la Costituzione, collaborando con le ONG impegnate nei salvataggi delle vite umane in mare. Va stigmatizzata l’azione di chi cavalca il problema in chiave elettoralistica facendo leva su paura e pregiudizi. Sono per converso da apprezzare quanti si impegnano in politiche di integrazione articolate sul territorio. Gli economisti sono concordi nel sostenere che, specie a causa del trend demografico, una immigrazione ben gestita rappresenta una indispensabile risorsa per la nostra economia e per il nostro Welfare. A cominciare dal sistema previdenziale e dalla sua sostenibilità nel lungo periodo.

 

L’investimento su volontariato e terzo settore. Mai come oggi si richiede di preservare il carattere universalistico del nostro Welfare. Il che prescrive un assetto dei grandi servizi volti a soddisfare fondamentali bisogni-diritti – esemplarmente la sanità, l’istruzione, l’assistenza – imperniato su un ben inteso primato del pubblico. Un primato che tuttavia non si deve tradurre in un monopolio statale nella gestione dei servizi. I complementari principi di solidarietà e sussidiarietà prescrivono una cordiale collaborazione tra pubblico e privato-sociale. Solo così è possibile scongiurare la burocratizzazione della rete dei servizi e dare corpo a un welfare comunitario integrato da pratiche mutualistiche di reciproco aiuto.

 

La famiglia. Essa abbisogna di un complesso organico di politiche mirate a mettere in condizione i giovani di farsi una famiglia. Misure che attengono alla formazione, al lavoro, alla casa, al sostegno alla maternità, agli asili nido, alla difficile conciliazione tra famiglia e lavoro che scontano soprattutto le donne. Notoriamente la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, con cospicui riflessi negativi sulla crescita, è una delle non invidiabili peculiarità italiane.

 

La legalità e la lotta alle mafie che affliggono ormai l’intero territorio nazionale. L’impressione è che, al netto dei rituali, si sia sensibilmente abbassata la soglia della vigilanza da parte di politica e istituzioni. Sia nella concreta azione di contrasto ad esse, sia nella attiva promozione di una cultura della legalità a tutti i livelli. Solo due esempi: candidature borderline e la sfacciata proposta di sanatorie e condoni, un colpo mortale al dovere morale e civile della fedeltà fiscale.

 

Infine, si richiede di vigilare sui capisaldi della nostra democrazia costituzionale. Sarebbe contraddittorio, nel mentre si rivendica la differenza tra i nostri regimi liberali e le autocrazie, cedere alla spinta alla verticalizzazione del potere, al depotenziamento degli istituti di garanzia, alla terzietà del supremo organo arbitrale rappresentato dalla presidenza della Repubblica. L’istituzione che, più di ogni altra, ha preservato una fiducia presso l’opinione pubblica. Così pure sarebbe un errore assecondare disegni di riforma ordinamentale che, sotto la voce “autonomia differenziata”, concorrano a dilatare il divario economico-sociale tra nord e sud del paese. Un vulnus inferto al principio dell’uguaglianza dei diritti in capo ai cittadini ovunque essi risiedano nel territorio nazionale in coerenza con il dettato dell’art. 3 della Costituzione.

 

Trattasi solo di alcune priorità. Altre se ne dovrebbero aggiungere. Priorità tutte da inscrivere nell’orizzonte programmatico-valoriale da assumere quale fondamento e obiettivo di un’azione politica adeguata alle sfide del XXI secolo: l’europeismo e la scelta prioritaria per il sostegno e lo sviluppo della cultura, dell’istruzione, della scuola (dalla scuola dell’infanzia all’istruzione superiore, universitaria e post-universitaria). In questa duplice priorità – Europa e cultura – sta il cuore della nostra stessa identità, del nostro umanesimo, secondo un principio di fraternità, aperto a tutti e a tutte.

 

Sono solo spunti per un discernimento politico in vista di un appuntamento politico-elettorale che non possiamo disertare e che non ci è concesso di affrontare con leggerezza.

 

 

 

Firmatari:

 

Maurizio Ambrosini, Celestina Antonacci, Enzo Balboni, Maria Cristina Bartolomei, Rosy Bindi, Maria Pia Bozzo, Luisa Broli, Luigino Bruni, Luciano Caimi, Fabio Caneri, Alessandro Castegnaro, Vannino Chiti, don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, Giovanni Colombo, Paolo Corsini, Matteo Cosulich, Fulvio De Giorgi, Gian Candido De Martin, Giuseppe Elia, Guido Formigoni, Piero Grasso, Antonio Greco, Alberto Guariso, Martino Liva, Ivo Lizzola, Mimmo Lucà, Emiliano Manfredonia, Luigi Mapelli, David Mattiello, Eugenio Mazzarella, Pierluigi Mele, Margherita Miotto, Daniela Mazzuconi, Massimo Minelli, Franco Monaco, Sergio Parazzini, Savino Pezzotta, Giancarlo Piccinni, Luigi Pizzolato, Maurizio Portaluri, Franco Prandi, Franco Riboldi, Daniele Rocchetti, Emanuele Rossi, Laura Rozza Giuntella, Lucio Romano, Renata Storari, Maria Grazia Tanara, Chiara Tintori, Livia Turco, Roberto Zaccaria.

 

LA DISAFFEZIONE COLPISCE LARGHE FASCE DI ELETTORATO: LA POLITICA PUÒ IGNORARNE LE CAUSE?  

 

Gli astenuti delle passate votazioni potrebbero aggiungersi molti cittadini che non si sentono rappresentati. Lassenteismo denuncia la distanza fra la proposta politica e le risposte mancanti alle domande dei cittadini. Tocca ai politici dare voce agli invisibili del nostro tempo. Se il 25 settembre dovremo registrare che il partito maggioritario è quello degli astenuti, non sarà festa ma lutto democratico. Dunque, per dirla con Montanelli, è necessario esprimere il proprio voto, anche a costo di…turarsi il naso.

 

Mariapia Garavaglia

 

Confesso che ho nostalgia delle campagne elettorali con lettere, volantini, manifesti murali ma soprattutto incontri – faccia a faccia – non solo con i militanti ma anche con gli avversari. Vorrei dire che erano anche divertenti e le tribune politiche non erano battibecchi di parole in libertà, con sovrapposizioni e interruzioni… mi piacciono anche i nuovi mezzi di comunicazione che, purtroppo, diffondono e divulgano, senza controparti, anche insolenze e volgarità ‘contro’ gli avversari politici. Una caduta di stile da parte di chi dovrebbe essere modello per la gente.

 

Modello e guida per interpretare non solo i bisogni dei cittadini italiani ma anche il contesto in cui viviamo che, prima la pandemia e poi la guerra in Ucraina, ci insegnano che sono “affari nostri” anche quelli dei cittadini del mondo.

Sono noti i dati statistici che indicano minoritarie le porzioni di elettorato che leggono almeno un quotidiano al giorno, come pure lo share di tutti i telegiornali sommati – Rai e altri – per cui le informazioni chiare e corrette che aiutano ad una scelta critica ragionata e consapevole è affidata alla generosità dei candidati che – per favore! – spieghino come si comporteranno una volta eletti. La legislatura che si conclude ha registrato oltre 300 cambi di casacca, per convenienza o per coerenza e lealtà con la propria coscienza?

 

Cittadini del mondo e soprattutto sostanzialmente europei, abbiamo visto all’opera quella UE che alcuni partiti italiani hanno spesso considerato un inciampo ai loro programmi, ma hanno constatato durante la pandemia e col PNRR quanto sia indispensabile un quadro comunitario che ci garantisce di fronte ai big internazionali (USA, Cina, Russia). Anzi, ci siamo anche accorti quanto ci manchi una difesa europea comune e, data la moneta unica, quanto servirebbe un fisco armonizzato. Manca nella propaganda dei partiti il sogno europeo dei nostri padri fondatori.

 

Manca la forza di idee chiave. Si torna ad antichi e frusti ritornelli da parte di chi, quando governava, non ha fatto quello che propaganda: la riffa dell’abbassamento delle tasse. Perché, invece, non promettere sul serio la lotta senza quartiere alla evasione: pagare tutti per pagare meno! E pagare come la Costituzione detta, secondo proporzionalità per realizzare una doverosa solidarietà: chi paga le tasse (sono una minoranza della popolazione!) finanzia la scuola, la sanità, i servizi pubblici, le strade, ecc., anche per chi – parassita e sleale – ne gode comunque l’uso.

 

Mantenere la credibilità conquistata da Draghi (in questo consiste l’agenda Draghi) per realizzare il PNRR e per continuare le scelte imposte dalla transizione climatica. Qualcuno può negare le difficoltà della siccità che stiamo sperimentando! Attenti a coloro che faranno propaganda censurando i comportamenti che doverosamente dovremo assumere riguardo lo smaltimento dei rifiuti, i risparmi energetici (con conseguente occhio alle bollette).

 

Dobbiamo preoccuparci della modernizzazione del Paese, non delle modeste proposte per oggi e al massimo per domani. Chi pensa ai giovani (ma anche agli anziani)? Le risposte di politica interna non saranno mai del tutto e per sempre garantite se non nella cornice della politica estera. Questo è un argomento non facile da armonizzare coi problemi quotidiani, ma la guerra e le nostre scelte chiedono chiarezza nel continuare a sostenere gli Ucraini e mantenere compattezza e solidarietà con gli alleati (si può sempre avere bisogno del loro fiancheggiamento).

 

Ho il timore che agli astenuti delle passate votazioni potrebbero aggiungersi molti cittadini che non si sentono rappresentati. L’assenteismo denuncia la distanza fra la proposta politica e le risposte mancanti alle domande dei cittadini. Tocca ai politici dare voce agli invisibili del nostro tempo: diciottenni diplomati in Italia e senza cittadinanza (non votano), famiglie cariche di problemi per assenza di reddito e oberate da compiti di cura per anziani o invalidi cronici, ecc. Le forze politiche che non evocano nemmeno la volontà di rappresentare questi cittadini, si crogiolano nella loro autoreferenzialità e si accontentano dei posti.

 

Chi mi conosce sa quale è la mia intenzione di voto, perché non ho mai cambiato casacca, e sa anche che mi permetto di suggerire altre scelte per chi non condivide le mie scelte, perché penso alla politica come dialogo e confronto, per poi creare la sintesi. Il ‘centro’ si realizza al governo, non esiste un centro partitico, altrimenti c’è grigio e appiattimento nelle proposte programmatiche.

 

Pertanto, se il 25 settembre dovremo registrare che il partito maggioritario è quello degli astenuti, non sarà festa ma lutto democratico. Desidero sperare che non accada e invito tutti, proprio tutti, a darsi da fare. Votare per chi si sceglie, magari a malincuore perché non c’è stata la trasparenza desiderata nelle liste, ma votare e far votare, perché siamo cittadini!

 

In una occasione Indro Montanelli (i giovani sanno chi era?!) suggerì di votare “turandosi il naso”, ma di votare. In quel caso per sostenere il partito garante di una centralità governativa. Siamo ancora là…

ABBIAMO UN ORIENTAMENTO COMUNE SUL FUTURO DE “IL DOMANI D’ITALIA”? PROVIAMO A DEFINIRNE I TRATTI.

 

Alcune domande, qui poste in modo succinto, indicano la necessità di un confronto rigoroso. Continua, attraverso questo contributo, il ragionamento collettivo sulle prospettive del nostro blog.

 

Armando Dicone

 

Ho letto con grande attenzione ed entusiasmo la lettera di Massimo Papini (https://ildomaniditalia.eu/cattolici-popolari-e-sociali-il-ruolo-decisivo-de-il-domani-ditalia-una-prima-risposta-a-massimo-papini/) al giornale online diretto da Lucio D’Ubalbo.

 

Condivido lo spirito di Papini, grazie al quale si rileggono le esperienze del passato – purtroppo per questioni anagrafiche non le ho vissute – stimolando tutta la nostra comunità, e nella fattispecie la redazione che generosamente ci ospita, ad avere un ruolo da protagonista nel dibattito pubblico e nel rilancio della nostra cultura politica. “È tempo di aprire un dibattito” dovrebbe essere il punto di partenza comune per chi come noi vuole capire, condividere, decidere ed agire.

 

Una prima risposta positiva alla lettera sopracitata, è arrivata da Giorgio Merlo, che con la visione politica che lo contraddistingue pone correttamente, almeno secondo me, un punto fermo sul posizionamento presente e futuro del possibile progetto culturale e politico: “La vera sfida politica sarà nel campo del Centro riformista, democratico e innovatore”. (https://ildomaniditalia.eu/cattolici-popolari-e-sociali-il-ruolo-decisivo-de-il-domani-ditalia-una-prima-risposta-a-massimo-papini/).

 

Nel mio piccolo, vorrei dare un umile contributo a questo interessante dibattito aperto su queste pagine ponendo a tutti noi, me compreso, alcune domande:

  • La necessità di giocare insieme un ruolo attivo nel dibattito pubblico e per un nuovo progetto culturale-politico, nasce dall’idea che esista una questione Popolare? (Non cattolica);
  • Riteniamo tutti conclusa la stagione della “polverizzazione” della nostra area politica? Non mi importa dire o sapere se la consideriamo positiva o negativa, mi basta sapere che la consideriamo definitivamente chiusa;
  • Siamo d’accordo cON Merlo circa il giusto (almeno per me) posizionamento al centro?
  • Siamo davvero tutti convinti, e quindi motivati, che sia utile all’Italia una nuova presenza organizzata dei Popolari? Costruendo un nuovo partito o partecipando ai partiti centristi esistenti?
  • Siamo tutti pronti a dare il nostro “contributo disinteressato” alla questione Popolare?

 

Queste sono, a mio avviso, le domande a cui dovremmo tutti insieme dare le giuste risposte per essere davvero protagonisti e non spettatori. Ringrazio ancora Massimo Papini per aver proposto a tutti noi lettori questo entusiasmante dibattito, Giorgio Merlo per aver indicato una via possibile d’impegno, la redazione de “Il Domani d’Italia” e il sempre disponibile ed instancabile direttore D’Ubalbo.

LE SFIDE DEL FUTURO: LA RICERCA PURA E APPLICATA ESIGE L’ISTITUZIONE DI UN MINISTERO SPECIFICO.

 

Oggi appare decisamente superata una concezione solo pedagogico-scolastica della ricerca. Essa va infatti applicata in una società aperta dove temi come la salute, la sicurezza sociale, il lavoro, la produttività delle imprese, l’ambiente, le fonti energetiche, i trasporti, la logistica, la demografia, la sostenibilità generazionale, la comunicazione postulano uno stretto legame tra studio e sue ricadute operative.

 

Francesco Provinciali

 

Possiamo agevolmente risalire al pregevole volume La società scientifica di Saverio Avveduto – edizioni Etas Kompass, 1968, per inquadrare il tema della ricerca nel contesto culturale, antropologico e istituzionale di una società italiana in rapida e profonda trasformazione. L’autore di questa opera – che all’epoca rappresentava una significativa novità sul piano epistemologico e scientifico, ma anche nel contesto delle tematiche formative di cui iniziava ad occuparsi l’allora Ministero della Pubblica Istruzione di cui era Direttore Generale, prima per l’educazione popolare e poi per gli scambi culturali – insegnò dal 1966 al 1996 Sociologia dell’educazione all’Università La Sapienza di Roma, contribuendo a sistematizzare i contenuti metodologici e didattici di questa nuova disciplina emergente.

 

La lettura di questo saggio è fondamentale per comprendere come mai il tema della ricerca, studiato in forma sistematica e introducendo per la prima volta nei compiti di cui il Ministero si occupava la logica dell’analisi comparativa tra il nostro sistema scolastico e quello degli altri Paesi, fosse un argomento di pertinenza dell’ambito formativo e dell’istruzione. Ma questo spiega anche come in quel contesto istituzionale la tematica della ricerca e dell’istruzione universitaria spingeva per muoversi in uno spazio autonomo, slegato dall’ordinamento per ordini e gradi di studi che andava dalla scuola materna statale (istituita proprio nel 1968 dal Governo Moro) fino alla scuola media superiore. Per questo il Ministero della pubblica istruzione divenne MIUR (l’acronimo sta per Ministero istruzione università e ricerca) per poi dividersi in due Dicasteri separati, per poi ricompattarsi e infine dividersi di nuovo, come è attualmente.

 

Il tema della ricerca – nella duplice forma di ricerca pura e applicata – era centrale nell’analisi di Avveduto ed evidenziava il ‘gap’ sempre più divaricato e quasi incolmabile tra il sistema formativo italiano ed europeo e quello americano: la sottostima dell’importanza della ricerca da noi e in parte nel resto del nostro continente si evidenziava a fronte della sua centralità nelle scuole e soprattutto nelle università americane, fino a diventare un formidabile vettore di sviluppo sul piano scientifico, dell’innovazione, tecnologico e finanche del progresso in senso lato, riverberandosi nella società civile degli USA. Ancora oggi peraltro il brain drain, cioè la ‘fuga di cervelli’ verso il mondo americano in particolare, è un fenomeno socialmente rilevante a livello universitario, dei master e delle opportunità lavorative ad alto livello di conoscenza e di know how.

 

Negli USA la formazione riguarda il sapere ma soprattutto il saper fare.

 

I nostri ‘decreti delegati’ del 1974 legittimarono il tema della ricerca come un ambito di pertinenza formativa, tanto che fu legato all’area della sperimentazione didattica, sempre all’interno dell’ottica del sistema scolastico e solo per iniziativa dei singoli Atenei esteso al mondo delle università.

La ricerca era focus pedagogico: questo spiega il successivo proliferare persino pletorico di istituti ed enti sulla cui concreta utilità converrebbe interrogarsi a ritroso: Biblioteca di documentazione pedagogica, IRRSAE (istituti regionali di ricerca educativa), INVALSI, INDIRE ecc. Istituzioni spesso autoreferenziali che non sempre hanno contribuito a migliorare la qualità del pubblico servizio scolastico, più di quanto abbiano invece implementato una certa “autonomia a latere” del sistema formativo.

 

Nel frattempo le nostre università hanno prodotto ricerca e innovazione soprattutto per merito dell’autorevolezza e della competenza dei propri cattedratici, specie in ambito scientifico: sarebbe interessante chiedere al Premio Nobel Giorgio Parisi – uno per tutti – quanto sia stato di sprone per le sue scoperte nel campo della fisica l’insegnamento e le metodiche universitarie, quanto la propria intuizione, quanto il tempo dedicato alla personale ricerca e alla continua sperimentazione, quanto una genialità che ha trovato spazio e ascolto, con autorevolezza.

 

Oggi appare decisamente superata una concezione solo pedagogico-scolastica della ricerca. Essa va infatti applicata in una società aperta dove temi come la salute, la sicurezza sociale, il lavoro, la produttività delle imprese, l’ambiente, le fonti energetiche, i trasporti, la logistica, la demografia, la sostenibilità generazionale, la comunicazione postulano uno stretto legame tra studio e sue ricadute operative. La società complessa e post-moderna, le sue potenzialità e le sue criticità, necessitano di investimenti nell’ambito della ricerca pura e di quella applicata. E’ un vecchio sogno di Giuseppe De Rita e del CENSIS quello di un legame più stretto tra scuola e mondo del lavoro. Ma proprio un’analisi comparativa di come il tema viene impostato nei Paesi più evoluti, richiede uno step successivo.

 

Per questo – ma sarebbe il caso di farne oggetto di programmazione politico-istituzionale- l’area della ricerca va oltre l’ambito per lungo tempo affidato al MIUR e poi ancillare al ministero dell’università.

 

Serve, occorre una visione nuova che estenda il senso del fare ricerca ad una pluralità di soggetti, enti, istituzioni, imprese in un’ottica di ‘rete’ e di ‘sistema’, per la promozione del bene comune e l’ottimizzazione delle risorse umane e materiali. Per far questo è necessario svincolare la ricerca dall’ambito strettamente scolastico: intruppata e sottostimata come sub-argomento dell’ istruzione-formazione, essa si  identifica in una concezione riduttiva con potenzialità limitate.

 

Occorre un Ministero che se ne occupi miratamente e con obiettivi programmabili, con il sostegno della scienza ed un rigido codice etico, una visione che abbracci orizzonti più ampi e con prospettive concrete e tangibili, attribuzioni di promozione, guida, facilitazione, mettendo sempre la “persona” al centro dei propri interessi e dei compiti da perseguire, con la consapevolezza che l’umanità deve oggi, non domani, affrontare sfide decisive per il proprio futuro.

ELEZIONI DIFFICILI. I CATTOLICI ESPRIMANO IL MEGLIO DELLA LORO CULTURA DEMOCRATICA. DOCUMENTO DI “NOI SIAMO CHIESA”.

 

Lo scorso 8 settembre il movimento Noi siamo chiesa ha reso pubblica la sua posizione sull’imminente scadenza elettorale. Riportiamo del documento, la cui versione integrale è disponibile cliccando sul link a fondo pagina, la parte più interessante (e condivisibile) sul piano politico.

 

Redazione

 

[…]

 

Una brutta campagna elettorale

L’imprevista campagna elettorale ha creato vasto sconcerto in relazione alla situazione del Paese. Una pandemia ancora strisciante che lascia tutti col fiato sospeso, una riduzione del potere d’acquisto che non si verifica negli altri paesi d’Europa ed una occupazione più di prima precaria, è quanto abbiamo di fronte.

 

[…]

 

Un sistema politico in difficoltà

Nel nostro paese questo insieme di gravi questioni, in buona parte nuove, mettono a nudo – ci sembra – la mancanza di solidità del sistema politico nei cui confronti cresce, in generale, la disaffezione, il disimpegno anche elettorale, la scarsa convinzione su quanto pure si cerca di fare per affrontare i problemi più urgenti (pandemia e crisi energetica). Il c.d. sovranismo privo di comprensione generale di dove va il mondo, è chiuso nella sua logica identitaria ed è la conseguenza della chiusura nel proprio ego di milioni di italiani. La debolezza del consenso e della partecipazione alla vita dei partiti, necessari per una democrazia attiva vengono a ruota. La personalizzazione della politica portata all’eccesso, lo scarso e mediocre ricambio del personale politico sono tutti elementi compresenti che destano forti preoccupazioni in chi ha uno sguardo dall’alto sulla nostra convivenza e sulle nostre istituzioni.

 

Non c’è solo il buio

Ma non c’è solo il buio; tanti remano contro questa deriva e alimentano la nostra speranza. Anzitutto dalla cattedra di Pietro il nostro papa Francesco che dice quello che bisogna dire sulle disuguaglianze crescenti nel mondo, sulla corsa al riarmo, sulla crisi ambientale che egli ha così ben definito nella “Laudato Si’”. Nell’udienza del 23 agosto ha usato parole “violente”: “La guerra una follia, la guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione… coloro che guadagnano con il commercio delle armi sono delinquenti che ammazzano l’umanità”. E altro di altrettanto pesante. Giudizi che la grande stampa ha boicottato.

 

Nel nostro paese esiste una società civile con movimenti di solidarietà consolidati (spesso interni alle strutture della Chiesa), esiste un movimento pacifista (di cui Noi Siamo Chiesa fa pienamente parte) che in modo permanente denuncia la guerra e propone le politiche della pace, esiste la vita politica nelle amministrazioni locali, a volte con caratteristiche preziose di diversità o addirittura di controtendenza rispetto alla politica nazionale, esistono associazioni ambientaliste che contribuiscono a creare un’opinione pubblica attenta e attiva; esiste un movimento antimafia che cerca di contrastare i poteri criminali che non sparano più ma che sono facilitati nei momenti di crisi (nessuno parla della mafia in campagna elettorale). Nell’eccessivo conformismo dei media il quotidiano cattolico “Avvenire” ha ora un orientamento più positivo, che lo differenzia abbastanza dalle gestioni passate.

 

È questo il tessuto sano e attivo del nostro Paese insieme ai tanti che ovunque, senza essere attivi, partecipano con onestà e passione (e spesso con sofferenza) perché il Paese ce la faccia, non sentono alcuna necessità di modificare la nostra Costituzione repubblicana, contrastando, in particolare, ogni tentativo di superare le regole del governo parlamentare attraverso l’introduzione di forme di presidenzialismo e di minare l’unità del paese attraverso la c.d. autonomia differenziata.

 

Noi Siamo Chiesa ovviamente non dà indicazioni di voto, ma conferma la sua piena appartenenza al filone dei cattolici democratici che dopo essere stati emarginati pesantemente dall’antimodernismo dell’inizio del secolo scorso e dal fascismo, hanno poi saputo contribuire alla vita della nazione partecipando alla Resistenza, facendo tesoro della lezione del Concilio, tenendo una posizione critica anche nei confronti dei vescovi, deplorando i loro interventi a gamba tesa e a senso unico nella politica e le campagne a difesa dei “principi non negoziabili” rispetto a cui Noi Siamo Chiesa ha sempre preso posizioni molto nette.

 

[…]

 

Per leggere il testo integrale del documento

http://www.noisiamochiesa.org/?p=8770

CHE FARE? CONTINUA IL CONFRONTO, IN PIENA CAMPAGNA ELETTORALE, SUL PROFILO E LA FUNZIONE DE “IL DOMANI D’ITALIA”.

 

Riportiamo alcuni interventi – più o meno elaborati – che hanno alimentato la discussione sull’articolo di Massimo Papini (https://ildomaniditalia.eu/massimo-papini-quale-funzione-puo-svolgere-il-domani-ditalia-e-tempo-di-aprire-un-dibattito/). Ieri aveva scritto sullo stesso e fomento Giorgio Merlo (https://ildomaniditalia.eu/cattolici-popolari-e-sociali-il-ruolo-decisivo-de-il-domani-ditalia-una-prima-risposta-a-massimo-papini/). Data la natura colloquiale del dibattito, si è preferito lasciare “a metà”, omettendo il cognome, l’identità degli amici.

 

Redazione

 

Luigi F.

 

Il periodo elettorale è il peggiore per gli approfondimenti politici. Nel “nostro campo” vi è un Letta che non propone nulla se non di votare contro la Meloni e il futuro attacco alla Costituzione (con il presidenzialismo alla francese, che era la proposta di Ceccanti-PD!!!), mentre il duo Calenda-Renzi – cioè Calenda – è tecnocrazia pura (fare, fare, fare, ma qual è il progetto di società?). La politica-politica è governata dalla burocrazia europea, che ci ha salvato dalla nostra tendenza alla spesa populista, ma che non ha una logica se non quella dei conti e della mediazione. Il vuoto politico, cioè di riflessione politica, è enorme. Sì, rileggere Galloni e ripartire, cercando di allargare il dibattito: un Forum dell’associazionismo d’ispirazione cristiano democratica.

 

Alessandro F.

 

Credo che “Il Domani d’Italia” non utilizzi una denominazione di fantasia, ma si richiami alle precedenti esperienze  che hanno visto all’opera questa testata, quella di Murri ai primi del Novecento, quella di Ferrari negli Anni 20, quella di Galloni del ‘75.

Ebbene, pur nella diversità dei contesti storici, come credo si evinca anche dalla ricostruzione di Papini, l’intento, il fattore comune di questa pubblicazione mi sembra possa ravvisarsi nella salvaguardia di una forma efficace di unità politica del segmento democratico-cristiano e/o cattolico-democratico.

Sarebbe troppo lungo spiegare in modo analitico questo assunto in un whatsapp, ma il concetto fondamentale è questo. L’idea, alimentata negli Anni ‘90, dopo la fine della Dc, anche da autorevoli voci del campo ecclesiale ed associativo, che i cattolici avrebbero dovuto costituire il lievito degli altri partiti, perché l’unità non era più necessaria, è fallita miseramente.

Al di là di strapuntini generosamente distribuiti da destra e sinistra ad esponenti ex dc, la nostra cultura politica si è rivelata, soprattutto nell’ultimo decennio, subalterna e marginale, rispetto a tendenze che invece prendono il sopravvento, dall’una e dall’altra parte.

Lo so che ormai è diventato tutto molto difficile per noi, ma credo che “Il Domani d’Italia” debba perseguire questo obiettivo di ricomposizione, prima culturale e più politica; invece come semplice voce critica di una delle parti attualmente in campo riscuoterebbe scarso interesse, rasenterebbe l’irrilevanza.

E oggi i cattolici-democratici sono effettivamente irrilevanti, tanto che mi pare ci siano state lamentele anche sulla scarsità di candidature in queste elezioni. Quindi io credo che la testata debba operare per la rinascita di una Forza distinta ed autonoma, priva dei consueti complessi di inferiorità.

 

Umberto L.

 

Un giornale ben fatto può sempre esercitare un ruolo positivo, culturale e politico. A differenza degli anni 70 però, ora non c’è una legge elettorale che consenta l’esistenza nel Parlamento di rappresentanze, ancorché minoritarie, di istanze provenienti dalla base popolare o espressioni dei filoni di pensiero sociale e politico che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese. E soprattutto mancano i Partiti o altre modalità organizzative e partecipative che possano fungere da corpi intermedi.

 

Antonio P.

 

L’intervento di Papini mi sembra più stimolante che interessante. La conclusione, a dir poco, mi sembra fuori luogo e fuori contesto.

È una grande opportunità per un partito cattolico il pontificato di Francesco. Che senso ha l’affermazione di Papini secondo cui “paradossalmente, un papato tanto protagonista come quello di Bergoglio ha tolta molta voce ai cattolici in politica”?

CAMPAGNA ELETTORALE SCIALBA? È LOGORO IL SISTEMA POLITICO. TORNANO ALLA MENTE LE PAROLE DI MORO…

 

La riduzione del numero dei parlamentari costituisce una reale volontà di restringimento delle decisioni nelle mani dei capi partito che, a loro volta, decidono candidati e candidature al di fuori della volontà e del controllo popolare. I segni di questo decadimento politico e morale non mancano: dalla classe dirigente attualmente in voga alle nuove leve tutte schierate in truppa e agli ordini dei vari capi tribù romani. Diceva Aldo Moro: “Non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dellavvenire”.

 

Paolo Frascatore

 

Sarà ricordata sicuramente come la campagna elettorale più scialba nella storia della Repubblica italiana, quella che si sta consumando in questo scrocio di fine estate. Tra pronti, credi, fantasmi neofascisti e promesse calende greche, si assiste quotidianamente ad una tale demagogia che puzza di farsesco lontano un miglio. La verità che emerge è la mancanza di programmi seri e concreti. La prova lampante di questa amara verità è la personalizzazione della politica: quale partito non ha nel simbolo il nome del proprio leader? Solo il Pd. Ma questa non è né un’assoluzione, né una sorta di simpatia per un partito che ormai vegeta da moltissimo tempo solo ed esclusivamente in funzione della propria presenza all’interno della compagine di governo, costi quel che costi.

 

Il risultato di questa sorta di tramonto democratico della vicenda politica italiana è rappresentato da coloro che volevano aprire il Parlamento come una scatola di tonno, ne hanno minato il suo fondamento democratico legato alla rappresentanza popolare con quella demagogia populista che la riduzione del numero dei parlamentari costituisce la base del buon funzionamento delle istituzioni e, soprattutto, del risparmio in termini di denaro. La verità è sicuramente un’altra: la riduzione del numero dei parlamentari, oltre ad essere lo specchietto delle allodole per il cittadino comune ormai stanco di soprusi e di sacrifici da dover sopportare, costituisce una reale volontà di restringimento delle decisioni nelle mani dei capi partito che, a loro volta, decidono candidati e candidature al di fuori della volontà e del controllo popolare.

 

Così, i catapultati in collegi ritenuti sicuri dalle varie coalizioni danno il senso e la misura che, ormai, ogni appuntamento elettorale, da un pò di anni a questa parte, rappresenta solo quella sorta di “legittimazione popolare” per continuare a sedere in Parlamento e pensare ad altro rispetto alle esigenze di un territorio e di una popolazione. Non siamo facili profeti, ma non è difficile immaginare che la chiusura delle urne il 25 settembre vedrà regredire ancor di più i cittadini che parteciperanno al voto e scenderà sotto la soglia del cinquanta per cento.

 

Un pericoloso segnale per la democrazia, ma soprattutto un solco sempre più profondo tra cittadini ed istituzioni che, la storia insegna, spesso imbocca la strada dell’autoritarismo e della dittatura come rimedi avallati dalla volontà popolare. I segni di questo decadimento politico e morale non mancano: dalla classe dirigente attualmente in voga alle nuove leve tutte schierate in truppa e agli ordini dei vari capi tribù romani. Sono questi, però, tutti segnali che incitano le menti pensanti di questo Paese a riconsiderare un impegno civile e politico, a tornare in trincea per combattere la buona battaglia di una vita politica come servizio disinteressato al cittadino, di impegno quotidiano per il bene comune, per spazzare via le incrostazioni di una burocrazia istituzionale e di partito che vegeta anch’essa all’ombra del leader di turno.

 

Guido Bodrato (una tra le poche menti ancora pensanti di questo Paese) ha giustamente inquadrato la situazione politica attuale, ma soprattutto quella del futuro da realizzare attraverso una riflessione di Aldo Moro: “Non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dell’avvenire. Il domani non appartiene ai conservatori e ai tiranni; è degli innovatori attenti, seri, senza retorica. E quel domani, nella civile società, appartiene, anche per questo, largamente, alla forza rivoluzionaria e salvatrice del cristianesimo. Lasciamo dunque che i morti seppelliscano i morti. Noi siamo diversi, noi vogliamo essere diversi dagli stanchi e rari sostenitori di un mondo ormai superato”.

 

IL VERO VINCITORE DELLE ELEZIONI IN SVEZIA È L’ESTREMA DESTRA. LA NOTA DELL’AGENZIA ITALIA.

Fonte: PIXNIO
Fonte: PIXNIO

 

L’esito delle elezioni politiche in Svezia potrebbe venir definito solo a metà settimana, quando saranno conteggiati i voti dei residenti all’estero. Ma il risultato più netto è quello dei Democratici di Svezia guidati da Jimmie Akesson.

 

Francesco Russo

 

l risultato finale delle elezioni politiche in Svezia potrebbe venir definito solo a metà settimana, quando saranno conteggiati i voti dei residenti all’estero. Con il 94% dei voti scrutinati, la situazione rimane infatti ancora in bilico.

 

I socialdemocratici della premier Magdalena Andersson rimangono il primo partito con il 30,5%, mentre a destra i Democratici Svedesi, con il 20,7%, strappano ai moderati, scesi al 19%, la guida del blocco conservatore. Nella proiezione sui seggi, il centrosinistra, dato inizialmente in vantaggio, conterebbe al momento su 173 parlamentari su 349, contro i 176 assegnati al centrodestra.

 

L’uomo che trasformò i neonazisti nel partito chiave

 

Come leader dei Democratici di Svezia di estrema destra, Jimmie Akesson ha trasformato il suo partito da “paria” a peso massimo, il cui sostegno è ora indispensabile se il blocco di destra vorrà governare dopo le elezioni di domenica. I Democratici di Svezia, contrari all’immigrazione, sono diventati il secondo partito del Paese nel voto legislativo, raccogliendo il 20,7% con il 94% dei distretti elettorali scrutinati.

 

Con i suoi capelli castani impeccabilmente pettinati, gli occhiali e la barba ben curata, il quarantatreenne vestito con disinvoltura sembra uno svedese medio. È un aspetto normale per chi, in 17 anni, come leader del partito, ha trasformato un movimento di estrema destra, noto come “Keep Sweden Swedish”, in un partito nazionalista con un fiore come logo.

 

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https://www.agi.it/estero/news/2022-09-12/vero-vincitore-elezioni-svezia-estrema-destra-18041635/

 

Nota redazionale

La Democrazia cristiana svedese, alleata della destra, aderisce al Partito Popolare Europeo (PPE). La sua radice è protestante, quindi non assimilabile all’esperienza della Dc italiana.

ELISABETTA II E L’AMICIZIA CON I PAPI: UNA SCHEDA RIASSUNTIVA DI RADIO VATICANA.

 

La Regina dInghilterra e Galles è stata più volte ricevuta dai Pontefici in Vaticano. Ripercorriamo gli incontri avvenuti con Pio XII fino a Francesco.

 

Amedeo Lomonaco e Benedetta Capelli

 

È stato il monarca britannico più longevo della storia. Elisabetta II nella sua lunga vita ha incontrato quattro Papi da regina, cinque nel corso della sua vita. Nata nel 1926, Elizabeth Alexandra Mary diventa regina nel 1952, dopo la morte del padre, re Giorgio VI. Viene poi incoronata il 2 giugno del 1953 nell’Abbazia di Westminster. Arriva la prima volta in Vaticano nel 1951 come erede al trono. All’epoca il Papa è Pio XII. Durante il suo regno, Elisabetta II assiste a cambiamenti epocali e alla graduale trasformazione dell’Impero Britannico nel Commonwealth.

 

Lincontro con Giovanni XXIII

Nel 1961 con il consorte, il principe Filippo duca di Edimburgo, che aveva sposato nel 1947, si reca in udienza da Papa Giovanni XXIII. “La sua presenza in Vaticano – afferma in quell’occasione Papa Roncalli – corona nel modo più felice la serie di dimostrazioni di amicizia che hanno segnato le relazioni tra il Regno Unito e la Santa Sede”.

 

La regina Elisabetta II e Giovanni Paolo II

Nel 1980 la regina Elisabetta II incontra Papa Giovanni Paolo II . “Giovanni XXIII – ha ricordato Papa Wojtyła riferendosi all’incontro del 1961 – parlò della grande semplicità e dignità con la quale vostra maestà porta il peso delle proprie molte responsabilità. Due decenni più tardi, queste osservazioni sono ancora molto appropriate ed è evidente che le responsabilità incombenti su di voi non sono affatto diminuite”.

Due anni dopo, Papa Giovanni Paolo II fece la sua visita pastorale in Gran Bretagna in un momento di grande tensione per la situazione nelle Isole Falkland, le isole conosciute in Argentina come Las Malvinas. “La mia visita – disse Papa Wojtyla – si svolge in un momento di tensione e di angoscia, un momento in cui l’attenzione del mondo si è concentrata sulla delicata situazione del conflitto nell’Atlantico meridionale. ….. Questa tragica situazione mi ha preoccupato moltissimo e ho chiesto ripetutamente ai cattolici di tutto il mondo e a tutte le persone di buona volontà di unirsi a me nella preghiera per una soluzione giusta e pacifica”.

Poi, 18 anni dopo, la Regina si recò nuovamente in Vaticano, ad ottobre, per il terzo incontro con Giovanni Paolo II. Nel suo discorso il Papa spaziò dall’Europa al mondo, si concentrò sulla cancellazione del debito ai Paesi più poveri ed ebbe parole di riconoscenza verso la Regina. “Vostra Maestà, per molti anni e in tempi di grandi cambiamenti avete regnato con una dignità e un senso del dovere che hanno edificato milioni di persone in tutto il mondo”.

 

Lincontro con Benedetto XVI

Il 2010 è l’anno del viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI in Gran Bretagna. L’occasione è la beatificazione del cardinale John Henry Newman, ora santo. A Edimburgo, in Scozia, Benedetto XVI incontra la regina Elisabetta II. Nel 2012, in occasione del Giubileo di diamante del suo regno, Benedetto XVI formula sue più cordiali congratulazioni. “Lei ha offerto ai suoi sudditi e al mondo intero – scrive in un messaggio – un esempio ispirante di dedizione al dovere e d’impegno a sostenere i principi di libertà, giustizia e democrazia, conformemente a una nobile visione del ruolo di un monarca cristiano”.

 

Elisabetta II e Papa Francesco

Nell’aprile 2014, la regina si reca in visita di Stato in Italia. Dopo aver incontrato il presidente Napolitano, è accolta in Vaticano da Papa Francesco. La sua visita coincide anche con il 32.mo anniversario dell’inizio della guerra delle Falkland, le isole conosciute in Argentina come Las Malvinas. Nel giorno delle celebrazioni per il giubileo di platino dell’ascesa al trono e per il 96.mo genetliaco della sovrana, Papa Francesco scrive una lettera alla regina Elisabetta II. Il Pontefice esprime vicinanza attraverso la preghiera “affinché Dio Onnipotente conceda a voi, ai membri della famiglia reale e a tutto il popolo della nazione benedizioni di unità, prosperità e pace”.

 

Fonte: Radio Vaticana

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-09/regina-elisabetta-papi-vaticano-visite.html

CATTOLICI POPOLARI E SOCIALI, IL RUOLO DECISIVO DE “IL DOMANI D’ITALIA”. UNA PRIMA RISPOSTA A MASSIMO PAPINI.

 

Una testata come il Il Domani dItalia” continua a giocare un ruolo importante per ciò che è rimasto dellarea cattolico popolare e cattolico sociale nel nostro paese. Può apportare infatti un contributo di qualità nella stagione contemporanea. Se da un lato deve continuare ad essere la voce giornalistica e politica più autorevole nel campo del cattolicesimo popolare, dallaltro sarà necessario – almeno questo è il mio parere – caratterizzare maggiormente la propria presenza allinterno della geografia politica italiana.

 

Giorgio Merlo

 

La lettera di Massimo Papini (https://ildomaniditalia.eu/massimo-papini-quale-funzione-puo-svolgere-il-domani-ditalia-e-tempo-di-aprire-un-dibattito/) pubblicata su queste colonne sul ruolo della testata “Il Domani d’Italia” merita e richiede un approfondimento. Una riflessione, quella di Papini, che approfondisce le ragioni politiche e culturali della testata in un’altra epoca storica. Quella in cui il partito protagonista era la Democrazia Cristiana e il ruolo della sinistra democristiana – quella sociale di Carlo Donat-Cattin con le sue riviste e quella politica della “Base” di Galloni, Granelli, De Mita e molti altri – era altrettanto importante nello scenario pubblico italiano. Al punto che proprio le riviste politiche di quest’area culturale nel periodo storico considerato assumevano un ruolo decisivo ai fini dell’elaborazione complessiva del partito e, al contempo, riuscivano anche a contribuire a dettare l’agenda politica dell’intero paese.

 

Ora, è persin inutile ricordare che viviamo in una fase politica e storica profondamente diversa da quella richiamata da Papini. Ma un fatto è indubbio, oggi come allora; e cioè, una testata come il “Il Domani d’Italia” continua a giocare un ruolo importante per ciò che è rimasto dell’area cattolico popolare e cattolico sociale nel nostro paese. Un ruolo e uno spazio che si è guadagnato nel tempo attraverso il contributo di molti amici e l’approfondimento di temi che attengono non solo al nostro “mondo” culturale ma che sono importanti per l’intera politica italiana. Certo, oggi rispetto a quel tempo manca un partito di riferimento. In altre parole, manca “il” partito di riferimento.

 

Ma anche su questo versante il “Domani d’Italia” può tuttavia apportare un contributo di qualità nella stagione contemporanea. Se da un lato deve continuare ad essere la voce giornalistica e politica più autorevole nel campo del cattolicesimo popolare, dall’altro sarà necessario – almeno questo è il mio parere – caratterizzare maggiormente la propria presenza all’interno della geografia politica italiana. Su questo aspetto è giocoforza che la vera sfida politica non la si giocherà né sul versante della destra sovranista e né, tantomeno, su quello della sinistra massimalista. Per non parlare del mondo populista dove le diversità sono addirittura antropologiche prima che di natura politica e culturale. La vera sfida politica, cioè, sarà nel campo del Centro riformista, democratico e innovatore. Sempreché si consolidi, a partire dai risultati delle elezioni generali del prossimo 25 settembre.

 

Ecco perchè, al di là degli stessi schieramenti politici e parlamentari, il ruolo di un giornale come il “Domani d’Italia” non può non continuare la sua feconda esistenza politica e presenza culturale. E questo non solo perchè è carica di storia, ma anche e soprattutto per la sua autorevolezza politica, culturale e forse anche etica. Del resto, chi produce idee e si sforza di apportare un contributo di valenza programmatica è destinato ad essere sempre un interlocutore. Della politica nel suo complesso e anche, e soprattutto, di una singola formazione politica. Come lo erano, del resto, le grandi testate della sinistra democristiana. Della “Base” o di “Forze Nuove”, poca importa. Erano riviste che sono passate alla storia per la loro originalità e per la loro autorevolezza. Oggi ci è rimasto il “Domani d’Italia”. Difendiamolo e arricchiamolo. È il nostro dovere. Il dovere, cioè, dei cattolici popolari e dei cattolici sociali nella stagione contemporanea.

IL GIOCO DELLE REGOLE. LA TRANSIZIONE INFINITA DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO.

 

Nella storia italiana abbiamo sperimentato quasi ogni sistema elettorale. Le prossime elezioni segnano forse il clamoroso fallimento del sogno maggioritario della “seconda” Repubblica.

Stralcio dell’articolo pubblicato sul sito della rivista “Vita e Pensiero”.

 

Damiano Palano

 

Per la seconda volta, il prossimo 25 settembre gli italiani voteranno con il cosiddetto “Rosatellum”, il sistema elettorale “misto” varato dalle Camere nel novembre 2017 dopo la bocciatura della riforma costituzionale promossa dal governo di Matteo Renzi. Non diversamente da quanto era accaduto in precedenza per la “legge Calderoli” (più nota come “Porcellum”), anche il sistema vigente non gode di una buona reputazione. Non pochi tra i partiti impegnati nella campagna elettorale hanno infatti avuto modo di biasimarne gli effetti distorcenti. E d’altronde la componente “maggioritaria” del “Rosatellum”, rappresentata dai collegi uninominali in cui è suddiviso il territorio nazionale, avrà un’influenza cruciale nel determinare gli esiti della consultazione.

 

La storia delle regole…

Le polemiche sulle “regole del gioco” non sono certo una novità di questa campagna. Si può anzi dire che ci abbiano accompagnato quasi costantemente negli ultimi trent’anni. L’Italia può d’altronde vantare il primato – forse non proprio invidiabile – di avere sperimentato quasi ogni sistema elettorale. Nel primo ventennio della storia unitaria, fino al 1882, fu adottato un sistema uninominale a doppio turno che prevedeva che nei 443 collegi si andasse al ballottaggio se nessuno dei candidati aveva ottenuto al primo turno almeno un terzo dei voti. Dal 1882 al 1892 fu introdotto un sistema a scrutinio di lista in collegi più ampi, in cui si assegnavano da due a cinque seggi. Nel 1892 fu adottato il maggioritario a doppio turno con scrutinio di lista. Nel 1913 fu notevolmente esteso il suffragio universale maschile e si introdussero i collegi uninominali. Nel 1919 si eliminarono le residue limitazioni al suffragio universale maschile e si adottò un sistema proporzionale con scrutinio di lista. Dopo la dittatura, oltre a raggiungere un pieno suffragio universale (femminile e maschile), si tornò a un sistema proporzionale quasi ‘puro’, che rimase in vigore fino alla fine della cosiddetta “Prima Repubblica” (con l’eccezione della correzione maggioritaria adottata nel 1953 ma subito accantonata). Per i quattro decenni successivi le “regole del gioco” non furono sostanzialmente toccate, mentre con la fine della cosiddetta “Prima Repubblica” iniziò un vero e proprio gioco delle regole, che non ha davvero paragoni con l’esperienza di altre democrazie consolidate.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-il-gioco-delle-regole-la-transizione-infinita-del-sistema-politico-italiano-5952.htm

 

 

Sull’onda della spinta referendaria, nel 1993 la “legge Mattarella” introdusse un sistema misto, che (con modalità differenti tra Camera e Senato) prevedeva che il 75% dei seggi fosse assegnato con un sistema maggioritario a turno unico in collegi uninominali, mentre per il restante 25% vigeva un sistema proporzionale. Nel dicembre 2005, la “legge Calderoli” reintrodusse un sistema proporzionale di lista (con soglie di sbarramento) e previde l’attribuzione di un premio di maggioranza per la coalizione che avesse ottenuto il maggior numero di suffragi. Dopo essere stata adottata per le elezioni del 2006, del 2008 e del 2013, la legge fu dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Consulta, che modificò la norma eliminando il premio di maggioranza. Nella versione modificata, la legge non fu però mai utilizzata, perché venne sostituita dal cosiddetto “Italicum”, la norma promossa dal governo Renzi con cui – in relazione anche alla proposta di abolizione del Senato – si introduceva per la Camera un sistema proporzionale con un premio di maggioranza (pari al 55% dei seggi) alla coalizione che avesse ottenuto almeno il 40% dei voti, un eventuale ballottaggio (qualora al primo turno nessuna lista avesse superato il 40%) e una soglia di sbarramento al 3%. Nel 2017 la legge Rosato modificò ulteriormente il quadro, introducendo l’attuale sistema misto.

AL VIA LA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE AL VOTO DI AC, ACLI E MOVIMENTO POLITICO PER L’UNITÀ-FOCOLARI.

 

Contro l’astensionismo. Perchè il voto è un diritto/dovere di tutti e rappresenta un pilastro essenziale per la vita democratica. Partecipa anche tu a #andiamoavotare #iovoto.

 

Redazione

 

Allarmati dagli ultimi sondaggi secondo i quali un giovane su due under 35 non si recherà alle urne e consapevoli che da troppo tempo in Italia il primo partito delle elezioni risulta essere l’astensionismo, le Acli, Azione Cattolica e il Movimento Politico per l’Unità – Focolari, lanciano la campagna social #andiamoavotare #iovoto per sensibilizzare al voto del 25 settembre.

 

Un appello a tutti i cittadini e alle cittadine affinché si torni a considerare il voto come un diritto/dovere che rappresenta un pilastro essenziale per la vita democratica e volano per la costruzione del Paese che vogliamo.

 

Per questo, le Acli, l’Azione Cattolica e il Movimento Politico per l’Unità chiedono il contributo e il coinvolgimento di tutta la società civile, del mondo della cultura, dell’arte, dello sport e dello spettacolo,  affinché si possa sensibilizzare l’opinione pubblica con particolare attenzione ai giovani per contrastare l’astensionismo.

 

Proprio per valorizzare il protagonismo di tutti coloro che sentono di voler dare il proprio contributo, si potrà aderire alla Campagna realizzando un brevissimo video (massimo 15 secondi) con le motivazioni che spiegano l’importanza del voto e il perché è fondamentale andare a votare. Il video sarà pubblicato sui social delle associazioni che hanno lanciato l’iniziativa, sotto gli hashtag #andiamoavotare #iovoto. Sarà possibile partecipare anche tramite una foto con in mano un cartello con la scritta “#iovoto”, in cui ciascuno indicherà brevemente le proprie motivazioni e valori per cui è essenziale partecipare con il proprio voto all‘imminente tornata elettorale.

 

La campagna non vuole essere di supporto a nessun partito o candidato, ma sottolineare l’importanza di una partecipazione attiva e consapevole alla vita politica del nostro Paese.

 

Per saperne di più

https://azionecattolica.it/elezioni-al-via-la-campagna-di-sensibilizzazione-al-voto-di-ac-acli-e-movimento-politico-per-lunita-focolari/

MASSIMO PAPINI, «QUALE FUNZIONE PUÒ SVOLGERE IL DOMANI D’ITALIA?». È TEMPO DI APRIRE UN DIBATTITO.

 

Una lettera aperta, ricca di spunti e sollecitazioni, che prende le mosse dalla rilettura dell’editoriale di Giovanni Galloni apparso sul primo numero de “Il Domani d’Italia” (1975).

 

Carissimi,

 

questa mattina ho pensato a voi, avendo ripreso in mano il primo numero del “Domani d’Italia” diretto da Giovanni Galloni. La data riportata è quella del febbraio 1975, quindi tra la sconfitta della Dc nel referendum sul divorzio e le previste elezioni regionali, dense di incognite.

 

E’ un periodo in cui la Dc sta cercando una strada per rinnovarsi senza mutare i connotati storici e “ideologici”, legati all’ispirazione cristiana. Tanto più che il clima generale nel paese non gli è per nulla favorevole. Vi è un’ondata di rigetto, soprattutto in ambiti della cultura laica, laicista e “marxista”(diffusa nei gruppi extra parlamentari), che identifica il partito dei cattolici con un sistema di potere da abbattere, senza alcun compromesso.

 

Anche per questo la sinistra di Base, ma non solo, prova a misurarsi con questa temperie sfavorevole e a superare le rigidità ancora presenti nella Dc. Galloni, però, nell’editoriale di apertura tende a precisare che “Il Domani d’Italia” non intende essere la voce di una corrente, ma di tutto il partito. Solo così si può avviare il confronto “con il sindacato, con il dissenso cattolico e con i partiti democratici”. Non lo dice, ma è facile intendere che si rivolga soprattutto al Pci.

 

Riprende una citazione di Gabriele De Rosa riguardo al “Domani d’Italia” di Francesco Luigi Ferrari, il quale si era assunto la responsabilità di non invocare “l’antipartito”, ma di reclamare “più partito”, e cioè di rinverdire le ragioni dell’esistenza del PPI. In questo modo Galloni chiarisce che non intende mettere in discussione la validità della presenza della Dc, ma, se mai, di rafforzarne le regioni ideali originarie.

 

Per questo, a suo avviso, occorre spingere la Dc sulla strada del rinnovamento, a liberarsi da certe incrostazioni legate al sistema di potere e a provare a navigare in mare aperto. Non viene mai tirato in ballo ma è evidente che aleggia la figura carismatica di Aldo Moro, proprio nell’ambizione ad aprire la strada a quella che verrà definita “terza fase”.

 

Allora diventa inevitabile il confronto con la proposta berlingueriana del compromesso storico. Paradossalmente, anche se non viene intesa in questo modo, si presenta l’occasione per uscire dall’accerchiamento di una parte della società civile sempre più ostile. Ma l’offerta viene dal nemico storico, e cioè dal Pci. e non si può credere che venga presa in considerazione senza un travaglio interno e senza le necessarie e comprensibili prudenze.

 

È comunque interessante che la proposta venga presa molto sul serio e che dietro al dibattito sul rinnovamento della Dc aleggi la questione comunista. Alle aperture di Galloni (allora coinvolto in un confidente rapporto personale con Rodano), legate però a un progressivo e decisivo distacco del Pci dalla tradizione leninista, fa da contraltare la posizione meno aperturista dei vari Ardigò, Elia, ecc.. i quali non negano la validità del confronto, ma ritengono che in qualche modo la storia stessa releghi il Pci a un ruolo di opposizione, peraltro necessario al rafforzamento della democrazia e a un’eventuale futura alternanza al governo.

 

Nei numeri successivi il dibattito continuò ed ebbi l’onore di parteciparvi, ma si concluse l’anno successivo, chissà perché, con il XIII congresso della Dc. Forse la vittoria di Zaccagnini fece ritenere esaurito il ruolo di pungolo al rinnovamento che il giornale si era dato, ma è solo un’ipotesi.

 

Oggi, caro Lucio, che hai ripreso in mano questa gloriosa testata, ti chiederei in quale modo potresti dirti in continuità con la rivista di Galloni. Certo, la realtà oggi non ha quasi nulla in comune con la temperie di metà anni settanta. Parte delle attese di quella fase, si sono compiute nella esperienza del Pd, pur con tutti i limiti inevitabili di ogni esperienza politica, aggravati, aggiungerei, dal farsi largo di una cultura radicale e azionista, estranea alle tradizioni cattoliche e comuniste. Tanto più che in qualche modo, sempre paradossalmente, un papato tanto protagonista come quello di Bergoglio ha tolta molta voce ai cattolici in politica.

 

Insomma, una testata così impegnativa, che tu dirigi sapientemente, in che modo potrebbe influire nel domani di questo nostro martoriato paese?

Scusa l’ingerenza

 

un caro saluto

 

Massimo

ADDIO ALLA REGINA. IL COMMENTO DELL’ISTITUTO DI STUDI PER LA POLITICA INTERNAZIONALE.

 

Elisabetta II è spenta a 96 anni, di cui 70 sul trono britannico. Icona del Novecento, ha guidato il Regno Unito dal dopoguerra alla Brexit. Lascia un paese attonito e alle prese con sfide epocali. Commento dell’ISPI.

 

Giancarlo Aragona

 

“La regina è morta in maniera serena a Balmoral nel pomeriggio. Il re e la regina consorte rimarranno a Balmoral stasera e domani si recheranno a Londra”. Con queste parole la famiglia Reale britannica annuncia la scomparsa di Elisabetta II. Le notizie sul peggioramento delle condizioni di salute della sovrana si erano rincorse per tutto il giorno, allarmando l’opinione pubblica. Una folla crescente di persone si è assiepata in queste ore davanti ai cancelli di Buckingham Palace, a Londra, depositando fiori e messaggi di cordoglio. Appena pochi giorni fa si era mostrata in pubblico in piedi ma fragile per il passaggio di consegne ai vertici del governo britannico fra Boris Johnson e Liz Truss, premier numero 15 in 70 anni di regno. Giovedì mattina un comunicato della casa reale aveva reso noto che che i medici erano “preoccupati” per le sue condizioni di salute e che la regina era sotto controllo medico nella sua residenza in Scozia. In poche ore i suoi quattro figli, Carlo, Anna, Andrea e Edoardo, si erano riuniti al capezzale, dove si sono resi anche i principi William e Harry. Da stasera il Regno Unito entra ufficialmente in lutto per la morte della sovrana più longeva della sua storia, alla guida del paese dal dopoguerra a oggi.

 

La vita di Elisabetta prese una piega totalmente inattesa, una ‘sliding door’, nell’inverno del 1936 quando lei aveva appena dieci anni. Edoardo VIII, fratello di suo padre e re da pochi mesi, abdicò per sposare Wallis Simpson, ballerina statunitense divorziata, con un misterioso passato alle spalle. La corona passava al ramo cadetto della famiglia e suo padre divenne sovrano con il nome di Giorgio VI. La mattina del 6 febbraio 1952 il Regno Unito si svegliò in lutto per la morte del re. Allora la giovane sovrana aveva appena 26 anni e si trovava in Kenya, a più di 6000 chilometri di distanza, per una visita di stato con il marito Filippo. La sua incoronazione avvenne il 2 giugno del 1953, dopo un anno di lutto. In quell’occasione Winston Churchill disse alla radio: “Un periodo di prosperità ci attende perché la storia insegna che governati dalle nostre regine siamo sempre stati capaci di imprese straordinarie”. Ma a dispetto del suo ottimismo, le cose andarono diversamente per il Regno Unito, costretto in seguito a rinunciare allo status di impero e a un conseguente ridimensionamento sul piano internazionale. Al contrario la stella di Elizabeth, “la regina” per antonomasia, figura di indiscutibile forza iconica non mai smesso di brillare.

 

Tranne nelle ore successive alla tragica morte a Parigi della principessa Diana nel 1997 – quando resistendo alle pressioni dell’allora premier Tony Blair non volle condividere il dolore della famiglia con il pubblico – la Regina ha dimostrato un abile utilizzo dei mezzi di informazione. Nell’immaginario comune, Elisabetta II si è imposta con forza, ispirando il cinema, le serie televisive e persino i social media. Un mondo fatto di linguaggi, simboli e camei (memorabile quello con l’ex James Bond Daniel Craig per le Olimpiadi di Londra 2012), chiamati raccontarne la storia, personale e pubblica. Una fonte di ispirazione e un’icona che quest’anno aveva festeggiato il Giubileo di Platino per i suoi 70 anni di regno. Quattro giorni di eventi e manifestazioni per celebrare la monarca più longeva nella storia del Regno Unito e quella che ha stretto un rapporto unico con i suoi sudditi che la considerano – come confermano i sondaggi – una presenza affidabile e familiare, inconfondibile con i suoi abiti dai colori pastello con cappello e borsetta abbinati. Sebbene fosse recentemente meno visibile nella vita pubblica, la sua immagine non è mai stata così onnipresente: un’impresa non da poco per un volto raffigurato da oltre mezzo secolo su ogni francobollo, moneta e banconota da sterlina del Regno Unito.

 

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SANZIONI O NON SANZIONI? QUAL È LA LINEA?

 

È un nodo che sembra incidere poco sulla campagna elettorale. Eppure, quale che sia il governo che verrà,  appare dirimente l’identificazione di una linea a questo riguardo. Non può esistere nessuna maggioranza degna del nome che non abbia un’idea comune delle relazioni internazionali

 

Marco Follini

 

La disputa sulle sanzioni non è campagna elettorale. È agenda di governo. Nessuna coalizione, nessuna ipotetica maggioranza, può reggere se si divarica su di un punto così cruciale. E il gioco a minimizzare non rafforza il profilo del governo che verrà, quale che sia.

 

A destra Meloni e Salvini hanno idee agli antipodi. Lei professa la più rigorosa ortodossia “occidentale”, insistendo sulla linea del maggior rigore possibile. Lui insinua quasi ogni giorno il dubbio che invece si dovrebbe allentare la pressione sulla Russia di Putin. In altre parole, lei (che è all’opposizione) fa sua l’agenda Draghi, almeno su questo punto. Mentre lui (che pure ha fatto parte di quella maggioranza) intona il controcanto.

 

A sinistra le cose non vanno molto meglio, però. Tant’è che il Pd si muove sulla linea del sostegno all’Ucraina, mentre il M5S lascia intendere di essere molto perplesso, per usare un eufemismo. Si dirà che questa è una delle ragioni che spiegano la fine anticipata di quella collaborazione. Ma non si dice, almeno non da parte di tutti, che questo è anche un ostacolo insormontabile all’idea di riprendere un legame politico di qui in poi.

 

Personalmente, rivendico il fatto che non può esistere nessuna maggioranza degna del nome che non abbia un’idea comune delle relazioni internazionali. Ne va della credibilità del sistema paese. Eppure l’argomento non sembra di gran moda. Tant’è che tutti recitano la loro particina incuranti del fatto che questa confusione ci rende tutti meno credibili presso il mondo che conta.

 

 

Fonte: La Voce del Popolo – 8 settembre 2022.

(L’articolo è qui riproposto per gentile concessione)

MULTIPOLARISMO, UNA VIA PER LA PACE.

 

Se si guarda agli eventi che hanno riportato la guerra in Europa, si può dubitare che l’Occidente voglia realmente fare la pace con quello che una sparuta ma potentissima élite al suo interno ritiene essere il nemico. Si ha piuttosto l’impressione che si sia voluto costruire un nemico per fare la guerra. Solo il riconoscimento del nuovo assetto multipolare del mondo potrà riportare la pace.

 

Giuseppe Davicino

 

Ci è voluto negli anni impegno, metodo, calcolo, spregiudicatezza e incoscienza per costringere il nostro potente Vicino e Fratello (senza il quale l’altro polmone dell’Europa, quello slavo, non respira pienamente) a ricorrere sciaguratamente alla guerra in Ucraina come extrema ratio per difendere se stesso. Mosca forniva all’Europa energia a basso costo, indispensabile a sostenere il modello mercantilista tedesco, ha pazientemente sopportato l’allargamento della Nato ad Est in violazione degli impegni che lo stesso Occidente si era preso con la Russia; ha sopportato la militarizzazione estrema dell’Ucraina, la disseminazione nei territori ucraini di decine di laboratori per la guerra batteriologica ai suoi confini, la pulizia etnica dei suoi cittadini per otto lunghi anni (in Donbass è stato sterminato l’equivalente della città di Belluno), ha ripetutamente chiesto di addivenire a una soluzione diplomatica con gli accordi di Minsk, ha avvisato che faceva sul serio, che la sua sopportazione avrebbe avuto un limite.

 

Ebbene chi guida l’Occidente cosa ha fatto? Ha atteso con frenesia quel momento anziché scongiurarlo, puntando su un rapido collasso del suo avversario. Invece a collassare rischia di essere la parte europea dell’Occidente, mentre proprio in questi giorni al Forum economico orientale di Vladivostok si celebra la leadership globale, economica e tecnologica, dell’Asia. Per inseguire il progetto dell’unipolarismo con il quale chi comanda nei fatti l’Occidente, si illude di potere allo stesso modo dominare il mondo, un progetto che ormai è anacronistico (noi i BRICS li dobbiamo e li dovremo riconoscere come co-protagonisti del governo mondiale), si sta rovinando l’economia, i livelli di vita e la tenuta sociale dei popoli europei.

La politica nonostante il tempo propizio di campagna elettorale, non sta indicando alcuna soluzione. I partiti sul tema della guerra danno l’impressione di eseguire tutti lo stesso spartito: nessuno smarcamento dalla linea della guerra ad oltranza che sta dissestando i bilanci delle nostre famiglie e imprese.

 

L’unica importantissima eccezione è rappresentata dal presidente del Consiglio, il quale, oltre la sua insistita retorica bellicista per compiacere i nostri alleati – il minimo sindacale richiesto al capo del governo di un Paese vinto quale noi siamo – nei fatti cerca in tutti i modi di ridurre le lacerazioni della guerra e di prepararsi, anche con grande pragmatismo (é il caso dei partners con i quali si realizza la politica italiana di diversificazione energetica in Africa) al dopoguerra, ovvero al Secolo dei BRICS.

 

I partiti attuali corrono il concreto rischio di venire giudicati non tanto nelle urne il prossimo 25 settembre quanto nelle bollette che potrebbero arrivare nell’autunno-inverno e per le conseguenze che queste avranno sul tenore di vita e sulla salute delle persone, e sui posti di lavoro.

Da questo punto di vista il voto appare abbastanza ininfluente per la necessaria svolta in direzione del multiplolarismo, perché non vi è alcuna parte politica che  sostenga una tale svolta prima che essa sia sdoganata nei piani alti del potere reale. Sarà questa una decisione presa a livello delle élites occidentali, o prima che possano manifestarsi i danni peggiori o, più verosimilmente, sulle macerie che produrrà la decisione di rendere il grande Vicino, indispensabile al nostro benessere, dal quale non proviene a noi alcuna seria minaccia se non lo si va a provocare ai suoi confini, un nemico da combattere non per il bene comune ma nell’esclusivo interesse di una manciata di miliardari che controllano i media e i gruppi dirigenti dei partiti attuali.

Se non cambiano le politiche, verrà il momento in cui si dovrà in qualche modo fare i conti con questa contraddizione.

Il rammarico, per i cattolici soprattutto, se permane il presente immobilismo, potrebbe essere quello di non aver ascoltato abbastanza la voce del Papa, di non aver saputo mettere in pista l’alternativa concreta alla guerra, ovvero il riconoscimento del multipolarismo come un dato di fatto ormai irreversibile.

 

RIECCOLI, DA DESTRA CON VECCHIE IDEE E NUOVI RISCHI.

 

In questa campagna elettorale si fatica a trovare uno spazio per parlare delle questioni centrali per il paese e per gli interessi dei cittadini. Chi ha deciso di staccare la spina al Governo Draghi non ha operato a favore dell’Italia e degli italiani. La Destra rappresenta un pericolo.

 

Massimo De Simoni

 

Seguendo la comunicazione elettorale della destra, sembra di assistere ad una riedizione di quanto già accaduto nel corso degli anni. Salvini si lancia nelle solite roboanti promesse (reintroduzione del servizio militare di leva, pensionamenti anticipati, taglio delle tasse, scostamenti di bilancio con nuovo debito pubblico) guadagnandosi il quotidiano rimprovero di Giorgia Meloni. Quella Meloni che da un lato cerca di contenerlo e riportarlo con i piedi a terra e dall’altro gli “scippa” l’argomento dell’immigrazione brandendo l’arma del cosiddetto “blocco navale” ovvero una proposta che trasuda disumanità e risulta pressoché inattuabile in termini pratici, degradandosi a slogan propagandistico elettorale.

 

Poi è tornato “l’uomo del milione”; prima erano (o meglio, dovevano essere!) posti di lavoro, mentre oggi in piena emergenza ambientale sono diventati alberi da piantare. E poi in questa campagna elettorale di cose viste e riviste, potevamo farci mancare il famigerato ponte sullo Stretto? No! E infatti è stato puntualmente ri-annunciato con toni trionfalistico-minacciosi (“non ci fermeranno…”) che potrebbe permettersi (forse) solo qualcuno che non avesse mai avuto responsabilità di governo in questo paese.

 

In questa campagna elettorale si fatica a trovare uno spazio per parlare delle questioni centrali per il paese e per gli interessi dei cittadini; il crescente astensionismo misura la disaffezione degli elettori verso una politica che non ascolta a sufficienza e che in futuro è destinata a rappresentarli sempre meno, anche a causa della sproporzionata ampiezza dei nuovi collegi generati dal taglio del numero dei parlamentari.

 

Anche il centrosinistra è chiamato ad andare oltre la denuncia del “pericolo democratico” nel caso della probabile vittoria della destra (e questa volta è destra, non centrodestra!). Si deve andare oltre perché dopo il 25 settembre nessuno proporrà marce su Roma o adunate in Piazza Venezia, ma per mettere a repentaglio la tenuta del Paese saranno più che sufficienti le scelte di tipo nazionalistico, antieuropeo e sostanzialmente autarchico che la destra ha annunciato e sulle quali sta lavorando.

 

Si sottovaluta infatti la volontà di Meloni e Salvini di modificare l’articolo 117 della Costituzione che condiziona l’attività legislativa di Stato e Regioni al rispetto dei “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. Ed è necessario avere niente più che del semplice buon senso per capire che quei vincoli sono la garanzia della credibilità nostra – e soprattutto del nostro debito pubblico – sui mercati e sulle piazze finanziarie internazionali, dove vengono negoziati i titoli di Stato italiani.  Un’Italia sganciata dall’Unione Europea in termini politici ed economici, non lascerebbe tranquillo nessuno sia sul piano interno che su quello internazionale.

 

Come anche la sola idea di poter “rincontrattare” le risorse del “Next Generation EU” (più noto come intervento per il PNRR) tradisce un misto di incapacità ed avventatezza ideologica antieuropeista.

 

Nel giugno 2021 la Commissione europea ha approvato il PNRR italiano riconoscendo al nostro Paese un finanziamento di 191,5 miliardi di euro (che svilupperà investimenti per un totale di 238 miliardi); un finanziamento pari a circa un terzo dell’intervento complessivo messo in campo dall’UE (723,8 miliardi di euro). È quindi chiaro che non esiste uno spazio di trattativa per incrementare una cifra che è già la più alta tra quelle riconosciute ai paesi UE. Il problema dell’Italia è semmai quello di riuscire ad impiegare le risorse nel modo più efficiente e proficuo possibile, visto che in buona parte si tratta di soldi da restituire, peraltro in una fase che vedrà ulteriormente crescere i tassi d’interesse.

 

In questo quadro e con queste priorità, chi ha deciso di staccare la spina al Governo Draghi non ha operato a favore dell’Italia e degli italiani. E ci sono buoni motivi per dubitare circa la loro capacità di andare oltre i propri interessi di parte anche all’indomani del prossimo 25 settembre.

MALGRADO TUTTO LA POLITICA È DESTINATA A CAMBIARE: IL  BIPOLARISMO SI PUÒ SUPERARE.

 

Questo “bipolarismo selvaggio”, che continua a coltivare l’obiettivo di una violenta radicalizzazione della contesa politica italiana, è destinato prima o poi ad arrivare al capolinea. In sostanza, è necessario mettere in campo una iniziativa politica che sia in grado di garantire la governabilità, da un lato, e insieme un programma di governo altrettanto definito e realistico, dall’altro.

 

Giorgio Merlo

 

È ormai convinzione abbastanza diffusa che ciò che capita sino al 25 settembre difficilmente ci sarà dal 26 settembre in poi. Ora, sgombriamo il campo da ogni interpretazione forzata e da ogni fantasia, ma è indubbio che più passa il tempo e più emergono le contraddizioni politiche all’interno dei due schieramenti maggioritari. Ed è perfettamente inutile che il segretario del Pd inviti alla lotta senza frontiere contro il ritorno del fascismo quando tutti sanno, ma proprio tutti, che la demolizione e l’annientamento del nemico rientrano in una logica di “bipolarismo selvaggio” che non risponde più alle dinamiche concrete della politica italiana. E men che meno a ciò che capita realmente nella società italiana.

 

Perché è sempre più evidente che, al di là della propaganda elettorale, non saranno questi due schieramenti a garantire un seria guida al governo del paese. Se sul versante della sinistra si è dato vita ad una coalizione sbilenca e destinata oggettivamente a soccombere nelle urne, è altrettanto vero che l’unità apparente del centro destra nasconde una prospettiva politica diversa coltivata dai principali contraenti la coalizione stessa. Contraddizioni e diversità che emergono in modo sufficientemente palese negli stessi dibattiti pubblici che coinvolgono i diversi leader politici.

 

Ecco perché questo “bipolarismo selvaggio”, che continua a coltivare l’obiettivo di una violenta radicalizzazione della contesa politica italiana, è destinato prima o poi ad arrivare al capolinea. E questo per due motivi persin troppo semplici da richiamare.

 

Innanzitutto perché non si può governare una società complessa e una fase politica alquanto difficile e carica di incognite come quella contemporanea con un metodo politico che incentiva alla perenne radicalizzazione e al conflitto permanente. La strategia della “solidarietà nazionale”, seppur declinata in modo diverso di volta in volta, si impone sempre di più in un clima di profonda frattura sociale e con progetti politici dei vari partiti non ben definiti e fortemente radicalizzati tra di loro.

 

In secondo luogo perché con l’assenza di partiti che esprimano un forte pensiero politico – frutto di una precisa cultura politica – accompagnato da una altrettanto definita visione della società, è abbastanza naturale che questi cartelli elettorali non possano tranquillamente governare con autosufficienza ed esclusivismi aprioristici.

 

In sostanza, è necessario mettere in campo una iniziativa politica che sia in grado di garantire la governabilità, da un lato, e insieme un programma di governo altrettanto definito e realistico, dall’altro. Due condizioni che, oggettivamente, non sono compatibili con risse continue, con un clima da “ok corral”, con una contrapposizione violenta e frontale tra i vari schieramenti e, soprattutto, con una voglia di distruggere e annientare l’avversario/nemico. Ovvero, con le regole e la prassi che hanno contraddistinto questi anni di contrapposizione violenta fra i due schieramenti maggioritari.

 

Per questo dopo il 25 settembre arriverà il 26 settembre. E lì, forse, assisteremo ad una nuova ed ennesima stagione della politica italiana.

VITA «TITANICA» DI UN ORIGINALE PENSATORE. RILEGGENDO DANTE MAFFIA, «IL ROMANZO DI TOMMASO CAMPANELLA».

Fonte Calabria 7
Fonte Calabria 7

 

Si scopre in queste pagine lorrore della sofferenza imposta per volontà di uomini gretti e feroci, gli attori di un mondo volutamente fermo, che «non vuole camminare, che ha deciso di fermarsi e di marcire sulle cancrene e sulle muffe del pregiudizio e dellipocrisia», come Maffia fa dire al suo protagonista.

 

Paola Petrignani

 

Come giustamente scrive Corrado Calabrò, bisogna sfidare schemi e categorie per raccontare la storia di una vita “titanica” come quella di Tommaso Campanella. E Dante Maffia, l’autore de Il Romanzo di Tommaso Campanella (Rubbettino, 2006), tentando l’intentabile, ci riesce: forza lo schema, ricrea e elabora per raccontare l’esperienza dell’originale pensatore di Stilo (1568-1639), autore de La città del Sole, martoriato per le sue idee e i suoi atteggiamenti radicali, anch’essi, appunto, fuori dagli schemi.

 

Un’eterna sfida che gli costò più di ventisette anni di carcere e un vero e proprio accanimento da parte dell’Inquisizione. E quindi il martirio della fossa, lo spostamento in numerose celle, le torture del sonno e della veglia; l’orrore della sofferenza imposta per volontà di uomini gretti e feroci, gli attori di un mondo volutamente fermo, che «non vuole camminare, che ha deciso di fermarsi e di marcire sulle cancrene e sulle muffe del pregiudizio e dell’ipocrisia», come Maffia fa dire al suo protagonista.

 

Ma prima delle sozzure delle celle, l’autore ricostruisce il Giandomenico ragazzo (Tommaso è il nome scelto entrato in convento, a tredici anni: giovane eppure con una visione già ben chiara di sé: «una garanzia per la sua natura diffidente e, insieme, passionale»); quel giovane intelligentissimo nato in un povero paesino di una Calabria altrettanto povera, lasciata indietro, «bolgia dell’inferno che si è staccata ed è piombata giù o è salita dalle viscere della terra», ma che pure accoglie nel male della sua arretratezza personaggi come Catarinella e Geronimo, genitori amorevoli e fiduciosi, che fanno fatica a lasciare andare il figlio; oppure il suo primo mentore don Terentio, colui che capisce le potenzialità di questo ragazzo capace di imparare a memoria pagine e pagine di testi. Giandomenico sembra essere un pozzo di conoscenza già in tenera età, e la sua sete (lo spasmo dinamico del sapere) non si estinguerà mai — continuerà a esserci, imperterrita, per il resto della sua vita, illesa dai divieti dei priori e dai giudizi dei compagni che accolgono i suoi ragionamenti senza capirlo poiché «niente, non riesce a farsi intendere.

 

Chi ascolta ha difficoltà a seguirlo, è come se lui spostasse la portata di un fiume dal suo letto e la rovesciasse addosso agli altri». Per loro quel che dice è eresia, è come se bestemmiasse. L’asse, con Tommaso, si sposta: nessuna conoscenza è solo una per lui e con lui, né tanto meno è unica e univoca: mai il sapere sarà, fino alla fine, certezza assoluta. Tutto sarà messo in discussione. Di nuovo, è una dimensione, quella di Tommaso, troppo estrema e dinamica, incomprensibile per chi gli sta attorno. Troppi i nemici, e nemici sin da subito, ma alcuni riconosceranno il suo valore salvandolo dalla vergogna (primo fra tutto il cardinale Richelieu).

 

Maffia fa di tutto per contrapporre alle aberranti logiche di un secolo oscuro la dinamicità del pensiero campanelliano, accogliendolo fedelmente nei suoi discorsi e nelle suoi dialoghi con gli altri personaggi che compongono la narrazione. Una sete di conoscenza, quella dell’uomo Tommaso Campanella, che si accompagna alla volontà di sfogare pensieri e conoscenze sulla carta, di dare anima e corpo ad una vitalità di pensiero che riscopriamo, nel romanzo di Maffia, non essere stata mai, veramente, offesa.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 7 settembre 2022

(Qui riproposto per gentile concessione)

ALLA CONTA DEI VOTI TRA SONDAGGI E IMPEGNI.

 

Sembra che il risultato elettorale sia stato ormai metabolizzato. Sorprese ce ne potranno ancora essere. Ma una campagna così spenta, così rituale, così stancamente autoreferenziale, difficilmente produce uno sconvolgimento delle previsioni.

 

Marco Follini

 

A meno di un mese dal voto sembra quasi che i pianeti si stiano allineando. A tutto vantaggio della destra. Infatti i sondaggi misurano la preminenza dei suoi numeri, finora non smentiti. E nei dintorni si possono cogliere segnali più discreti, quasi impercettibili, di una sorta di implicito, inavvertito, involontario riconoscimento di questa realtà.

 

Così il premier Draghi spiega al meeting di Cl che l’Italia onorerà i suoi impegni, quale che sia il colore politico del governo che verrà. E la voce del Quirinale arriva a correggere le ricostruzioni del Corriere della Sera secondo cui la troppa baldanza di Giorgia Meloni nel rivendicare la sua investitura avrebbe provocato un discretissimo sconcerto.

 

Nulla che esca dai cardini della neutralità istituzionale, in entrambi i casi. Eppure quanto basta a far capire che il risultato elettorale è stato ormai metabolizzato. Naturalmente, sorprese ce ne potranno ancora essere. E chi scrive, per quel che vale, non tifa certo per una vittoria della destra.

 

Ma una campagna così spenta, così rituale, così stancamente autoreferenziale, difficilmente produce uno sconvolgimento delle previsioni.

 

Si dirà che questa destra non merita di vincere, che non ha posto un gran rimedio ai suoi difetti di tutti questi anni. Ma la sinistra a sua volta non ha fatto molto per migliorare. E il centro non ha fatto molto per esistere. Dunque alla fine, giocoforza, si conteranno i voti. E come sempre in democrazia saranno i numeri a sancire il momentaneo primato degli uni o degli altri. Con buona pace di tutti.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 1 Settembre 2022

[Qui riprodotto per gentile concessione]

KAFKA A MOSCA: LE RAGNATELE DEL DISPOTISMO. PUTIN CANCELLA LA LIBERTÀ DI STAMPA E IL DIRITTO D’INFORMAZIONE.

 

L’ultima voce libera del Paese chiude i battenti. Sembra di rileggere una delle terribili pagine de ‘Il processo’ di Kafka dove gli eventi travolgono in uno scenario oscuro e impenetrabile Josef K. Nelle due vicende giudiziarie di Dmitru Muratov e di Ivan Sofromov  si esprime lo strapotere esercitato da Putin e si appalesa in che misura e fino a che punto il suo regime dittatoriale eserciti un controllo sulle istituzioni dello Stato fino a dirigerle e a preordinarne l’asservimento totale.

 

Francesco Provinciali

 

Mentre sul fronte estero Vladimir Putin continua la sua “operazione militare speciale” iniziata il 24 febbraio con l’invasione dell’Ucraina e proseguita con una strategia di devastazione totale con città rase al suolo, bombardamenti, stragi di civili e deportazione di donne e bambini, tanto da meritare l’accusa per crimini contro l’umanità, e pilota il ricatto internazionale sul gas allo scopo di stendere al tappeto l’Europa, sul versante interno,  per stringere in un sol pugno la Russia e gestire il regime spegnendo ogni voce di dissenso e opposizione, decide di infliggere un durissimo colpo alla libertà di stampa e al diritto di informazione, “distruggendo Novaya Gazeta” per usare un’espressione del suo direttore Dmitru Muratov, premio Nobel per la pace e con Mikhail Gorbaciov fondatore del quotidiano.

 

L’ultima voce libera del Paese, chiude i battenti per decisione del Tribunale distrettuale Basmanny di Mosca, con sentenza della giudice Olga Lipkina, dopo trent’anni di attività giornalistica. “Oggi è stato ucciso un giornale e sono stati rubati trent’anni di vita ai suoi dipendenti. Ai cittadini è stato tolto il diritto di informarsi e sono stati ammazzati per la seconda volta i colleghi già uccisi da questo Stato per aver fatto il proprio dovere: Igor Domnikov, Yuri Schecochikhin, Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Natalya Estemirova, Orkhan Dzhemal”, scrive lo stesso Muritov in un editoriale pubblicato all’estero.

 

Una sentenza annunciata di “revoca della libertà di stampa” e di fatto la chiusura definitiva della testata,  che attendeva da tempo solo di essere scritta e che certamente riporterà nel dispositivo motivazioni assurde e pretestuose, a dimostrazione che anche gli organi giudiziari sono totalmente asserviti al volere dell’uomo solo al comando e del suo, per ora fedele, entourage di oligarchi e di yes man.

Nello stesso giorno, altri giudici di un diverso tribunale moscovita hanno condannato a 22 anni di carcere duro per “alto tradimento” Ivan Safronov, già giornalista del quotidiano Kommersant e della rivista Vedemosti, specializzata in industria spaziale e militare, nonostante l’FSB (Servizio Federale di sicurezza succeduto al KGB) non avesse portato lo straccio di una prova per circostanziare l’atto formale di accusa, essendo liberamente consultabili in internet i “segreti di Stato” che l’imputato Safronov aveva pubblicato in un articolo.

 

Sembra di rileggere una delle terribili pagine de ‘Il processo’ di Kafka dove gli eventi travolgono in uno scenario oscuro e impenetrabile Josef K. senza una motivazione e senza un processo in cui difendersi: l’unica differenza rispetto al romanzo è che nei due tribunali i processi sono stati formalmente celebrati secondo le prevalenti liturgie della pubblica accusa e con le sembianze grottesche di una farsa distruttiva e delle connesse messinscene.

 

Nelle due vicende giudiziarie di Dmitru Muratov e di Ivan Sofromov  si esprime lo strapotere esercitato da Putin e si appalesa in che misura e fino a che punto il suo regime dittatoriale eserciti un controllo sulle istituzioni dello Stato fino a dirigerle e a preordinarne l’asservimento totale. Nulla filtra all’esterno senza il controllo degli organi politici e del FSB, ora sarà ancora più agevole mistificare la realtà e divulgare al popolo e al mondo le informazioni che si vogliono far passare.

 

Questo accade a pochi giorni dalla scomparsa di Gorbaciov che di Novaya Gazeta era stato fondatore con Muratov ed aveva condiviso con lui l’onore del Premio Nobel. Il quotidiano peraltro aveva già deciso di sospendere la pubblicazione dal 28 marzo scorso (per ora nella versione cartacea ma certamente la stessa sorte toccherà al magazine on line Novaya Gazeta Europa, edito da una parte della redazione rifugiata in Lettonia), a motivo delle pressioni esercitate dall’Agenzia statale russa delle comunicazioni, quella Roskomnadzor che aveva chiesto al Governo di chiudere la testata, soprattutto per tappare la bocca all’informazione del dissenso rispetto alla versione ufficiale della guerra in Ucraina. Quanto alla condanna inflitta a Safronov essa richiama alla mente le numerose purghe del regime a cominciare dalla lunga persecuzione giudiziaria subita da Alexey Navalny, sbattuto nella patria galera di massima sicurezza di Melekhovola, spesso in isolamento e prima fatto oggetto di un tentativo di avvelenamento da Novicok, una tossina in dotazione ai servizi segreti russi.

 

Le notizie che grazie alle voci di dissenso filtrano tra le maglie del FSB e giungono al mondo occidentale dovrebbero indurci ad una meditata riflessione e possibilmente convincere gli scettici, i  filoputiniani e gli utili idioti – come li definisce in un pungente editoriale Nathalie Tocci – su La Stampa, a ragionare sulle evidenze e sui fatti, depurati da pregiudizi e dietrologie.

I CATTOLICI NON POSSONO RESTARE INDIFFERENTI. CHI HA GETTATO L’ITALIA NELLE ELEZIONI ANTICIPATE HA GRANDI COLPE.

 

Tocchiamo con mano lusura di un modello politico per il quale la questione cattolica è caduta nel dimenticatoio. Serve un impegno serio, da umili eredi della lezione liberal-popolare, per mettere in campo un intenso lavoro di formazione culturale. Deve emergere una nuova classe dirigente.

 

Giuseppe Fioroni

 

La campagna elettorale si snoda apparentemente senza grandi sorprese. Si vive una vigilia addirittura soporifera, tanto è incessante il ritornello sulla vittoria della Destra. Ci si guarda intorno e si constata, per altro, una certa stanchezza della pubblica opinione. L’elettorato non reagisce agli stimoli quotidiani di una politica esacerbata e prorompente, manchevole comunque di quella capacità di ascolto che riscatta la durezza della lotta democratica, dando significato e valore alla competizione tra i partiti. Si dice, infine, che in questo panorama di fragilità e indifferenza non si colga la parola, e men che meno l’iniziativa, dei cattolici.

 

Non si lesina sul carico delle notazioni critiche. I cattolici sono considerati superflui, quanto meno irrilevanti sul piano politico, sostanzialmente perché subiscono le inclinazioni della società piuttosto che informare delle loro convinzioni la complessità del sociale. E si potrebbe girare attorno a questo giudizio ormai diffuso per accreditare una verità quasi scontata: è finito il tempo della “egemonia” del cattolicesimo democratico e popolare. Cosa evidente, certo, ma non esaustiva della sollecitazione che pure esiste e preme nella realtà italiana, dal momento che la presenza dei cattolici è largamente percepita e riconosciuta. Manca la capacità di proiettare sul grande schermo della politica questa risorsa morale e civile, certamente rinvenibile negli spazi della società civile come un elemento di forza imprescindibile.

 

Sembra, del resto, che i partiti ricerchino l’appoggio dei cattolici, non il loro potenziale di sfida. Tra i progressisti, attenti più degli altri agli aspetti della solidarietà, il rapporto si riduce a una valorizzazione – spesso però solo verbale – del volontariato. Non basta. Soprattutto non basta la nota di un solidarismo che diventa increspatura sociologica, ovvero semplice manifestazione della “spinta cristiana” a stare nei luoghi dove si sperimenta un maggiore senso della coesione sociale, con pratiche di sussidiarietà e sostegno comunitario.

 

Non basta perché i valori che animano la presenza dei cattolici implicano anche una visione dell’uomo, che spesso viene ignorata o messa in crisi da una cultura radicale, poco attenta alle sfumature e ai distinguo, sempre carica di certezze inappellabili. Il Partito democratico è per questo identificato, a torto o a ragione, come espressione di una politica inginocchiata ai nuovi tabù del secolarismo, con i diritti individuali svincolati in apparenza o nella sostanza da un’etica dell’umano. Questa deriva, probabilmente involontaria, riduce gli spazi di dialogo. Alla ricchezza e intensità dell’umanesimo subentra l’iperbole del transumanesimo.

 

Bisogna correggere il tiro. Altrimenti, nei mondi vitali attraversati dalla sensibilità cristiana, tutto questo finisce per compromettere il rapporto con le forze politiche di progresso, aprendo le porte alla semplificazione del fondamentalismo della Destra. C’è necessità di raccogliere le aspirazioni, non strutturate politicamente, di tante donne e tanti uomini, specie nelle fila delle nuove generazioni, che segnano le attese di un “salto” nella vita democratica della nazione. Sta di fatto che l’usura di un modello politico, per il quale la questione cattolica è caduta nel dimenticatoio e la rappresentanza di un patrimonio ideale ha visto la progressiva evanescenza di un ceto politico burocratizzato, esige la consapevolezza di quanto sia urgente riprendere a pensare la fisionomia della “democrazia dei cristiani”.

 

Serve per tutto questo un impegno serio, da umili eredi della lezione liberal-popolare, per mettere in campo un intenso lavoro di formazione culturale. Deve emergere una nuova classe dirigente in grado di prendere il posto dell’attuale, ormai spenta, nei prossimi anni. Il passaggio elettorale fornisce lo stimolo a guardare avanti, contando sulla possibilità di arginare la disordinata avanzata dei nazional-sovranisti. Il mondo cattolico, nella sua variegata espressione e libertà di orientamento, non può rimanere indifferente. Non può non contribuire a reggere il confronto con l’ansia di un’Italia precipitata nell’avventura di elezioni anticipate. Non si esce dalla crisi affidandosi agli stregoni della crisi.

LA CHIESA CHE CONVERSA CON GLI UOMINI DEL SUO TEMPO. INTERVISTA DELL’OSSERVATORE ROMANO AL CARD. ZUPPI.

 

 

Andrea Monda e Roberto Cetera

 

«La Chiesa italiana attraversa diversi e non semplici problemi ma credo anche che vanti una prerogativa importante: è una Chiesa ricca di spiritualità e di carità per i poveri. E penso che è da qui che dobbiamo ripartire». In questo esordio di una lunga chiacchierata, che in un pomeriggio di fine estate ci ha concesso il neo presidente della Conferenza episcopale italiana, c’è non solo la sintesi estrema del suo programma di lavoro ma anche i tratti principali della personalità del cardinale arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi: una decisa positività che è figlia della sua curiosità intellettuale e della speranza cristiana.

Cominciamo dal Sinodo: si può dire che la partecipazione e i risultati della fase dell’ascolto diocesano siano stati inferiori alle aspettative? In un Sinodo chiamato a discutere di sinodalità, cioè dell’essere Chiesa, spesso è prevalso tra i laici un atteggiamento ancora delegante e tra i preti una qualche diffusa diffidenza.

Sì, è vero. Ma penso anche che proprio questa fatica del cammino sinodale sia paradossalmente segno della necessità e urgenza della prassi sinodale. Perché ci si mette in cammino quando se ne avverte l’esigenza, quella di Cristo che non aspetta, chiama e invia. Questo appuntamento avviene in un momento particolare nella vita della Chiesa e del mondo, cioè nello scorcio finale (si spera) di una pandemia che ha sconvolto le nostre vite, ha cambiato le nostre abitudini, anche religiose, ha svuotato le chiese, ha inciso profondamente sul nostro sentimento religioso, sul nostro essere comunità, e financo sul nostro modo di pregare. Non scordiamoci che nelle nostre intenzioni iniziali questo cammino prevedeva anche dei compagni di viaggio esterni al nostro mondo abituale; non il solito 5 per cento ma quel 95 per cento che ci guarda ma non cammina con noi, e il tempo recente che abbiamo vissuto non c’è stato certo d’aiuto nel progetto. Dobbiamo ripartire da due domande: perché camminare e perché camminare insieme ad altri compagni di viaggio. E questo richiede una grande passione. L’immagine biblica di riferimento è Matteo, 9, 35: «Gesù percorreva tutte le città e i villaggi insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il Vangelo del Regno, […] e vedendo le folle ne ebbe compassione perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore», e manda due a due i suoi; e Dio sa quanta stanchezza e sfinitezza c’è ora nel mondo. Anche oggi Dio ci chiama e ci manda. Non giudica, non rimprovera: manda noi! E se aspettiamo, quella sofferenza non incontra la gioia e la luce del Vangelo! Perché “camminare insieme” non è un dibattere insieme, ma aderire alla chiamata, cioè alla vocazione missionaria della Chiesa. La missione però non è un evento dimostrativo per poi accontentarci di rintanarci nelle trincee di sempre. È costitutiva dell’essere discepoli di Gesù. Capire le domande che ci vengono incessantemente dal mondo ci aiuta a vivere la compassione di Gesù, che è partecipazione interiore, condivisione. La pandemia (e con la pandemia della guerra) ci ha investito di tanta sofferenza: la scoperta della vulnerabilità e finitudine umana, le domande sull’Oltre da noi hanno incontrato quella che viene chiamata la “depressione escatologica”, l’incapacità del mondo di pensare e di parlare del futuro. Dobbiamo sì camminare insieme, ma guardando con lo sguardo di Gesù alle stanchezze e fragilità. Saper guardare e interpretare le doglie della creazione, che sono non solo la pandemia, ma anche la guerra, la rovina dell’ambiente, il degradare delle relazioni interpersonali e sociali. Non per lamentarci ma per cogliere quanto c’è comunque di generativo nelle sofferenze dell’oggi.

La passività delegante dei laici è comunque figlia di un’educazione religiosa lacunosa da parte del clero in tema di sinodalità. E spesso i preti hanno interpretato la sinodalità come una cessione di loro prerogative. Viene da pensare che la crisi della Chiesa, più che da imputare alla secolarizzazione montante” abbia un’origine endemica.

Sono molto d’accordo sulla necessità di non continuare ad agitare la secolarizzazione come causa di tutti i nostri mali. Non è un giorno che viviamo ormai in un ambiente secolarizzato; il tema è semmai quello di saper accogliere le domande che oggi ci pone l’uomo secolarizzato, l’uomo “psicologizzato”, l’uomo che ha subito profonde e rapide mutazioni antropologiche. Molti di noi continuano a coltivare qualche nostalgia della “cristianità”, anche perché sono cresciuti e formati – religiosamente e civilmente – nell’idea di cristianità. Così rischiamo sempre di tornare a una logica di controllo, di numeri, di presenze, di rapporti di forza. Benedetto XVI parlava profeticamente di una “minoranza creativa” e Papa Francesco sviluppa ulteriormente parlando con tutti, facendoci capire che tutti ci appartengono. Sicuramente parte della Chiesa fa fatica a seguire questa prospettiva, perché resiste un’autocoscienza ideologizzata ed esclusiva. Basti pensare all’autocoscienza di una comunità parrocchiale, che spesso appare confusa, fragilizzata, se non – per usare un termine oggi un po’ abusato – autoreferenziale. Per questo penso che il Sinodo sia una straordinaria opportunità affinché la Chiesa recuperi una forte passione, come Papa Francesco, a parlare a tutti. In realtà non si tratta di innovare radicalmente lo stile ecclesiale, ma semplicemente mettere in pratica e declinare le intuizioni che sessant’anni fa già propose il Concilio Vaticano II . Malgrado le turbolenze post conciliari da un lato e le chiusure preconcette di quegli anni, oggi possiamo trarre efficacemente dai testi dei padri conciliari il giusto percorso da camminare insieme.

Rimaniamo sul tema dell’ascolto che lei ha giustamente posto come questione centrale del camminare insieme. Le domande da ascoltare sono tuttavia molto diverse dal passato. Dai tempi del Concilio a oggi è intervenuto un cambiamento epocale, che non è solo culturale, non è solo la globalizzazione, la digitalizzazione o la psicologizzazione delle relazioni. Ma è il cambiamento antropologico. L’essere umano non si sottrae all’evoluzione. L’uomo e la donna di oggi sono molto diversi da quelli su cui abbiamo costruito buona parte del pensiero teologico. Ontologicamente, se si può dire, diversi.

Questa è una questione importantissima che dobbiamo urgentemente affrontare. Senza rimpianti per il passato e senza fughe in avanti. Dobbiamo allora con coraggio comprendere l’antropologia, i cambiamenti già intervenuti e quelli che una rapidità vanno prospettandosi. E poi, con altrettanto coraggio, porci la domanda sul perché la bellezza umana dell’essere cristiani non attrae e quella sul “che fare?”. Tanti si sentono giudicati e non amati, così non facciamo né l’uno né l’altro. L’interferenza di questi cambiamenti con la sfera della morale fin qui proposta è evidente. Si pensi per esempio a come le scoperte delle neuroscienze incidono sulla nostra tradizionale idea di volere, e di libero arbitrio. O pensate alle questioni riguardanti i generi e la loro fluidità. Temi sui quali fatichiamo perché ci troviamo innanzi non più un’alterità di pensiero, una contrapposizione, ma un comune sentire, e una conseguente pratica. È saltata completamente l’idea del limite, l’idea che non ti evolvi se non moltiplicando le esperienze, sperimentando tutto e cambiando a piacimento le interpretazioni del reale. Lo stesso vale per le modifiche antropologiche derivate all’uomo digitale. Ma non possiamo certo limitarci a una sfilza di “no”. Dobbiamo piuttosto impegnarci a costruire il profilo attuale del cristiano, cioè dell’uomo evangelico, che è quello di sempre ma che deve parlare all’uomo di oggi. E poi non dimentichiamo che Dio è sempre più intimo a noi stessi. E non solo ci conosce ma ci insegna a conoscerci. Meglio di così!

Il nostro sistema di pensiero, filosofico e teologico, difetta spesso di una certa fissità” del concetto di uomo. E di donna. Che invece sono esseri sempre dinamici, in continua evoluzione.

Assolutamente sì. Non c’è dubbio. Pensate per esempio a quanta porzione delle nostre capacità intellettive – a cominciare dalla memoria – sono state già trasferite nei devices elettronici, che ormai sono delle protesi dell’umano. È certo che anche questo cambia, e cambierà profondamente l’essere umano per come lo conosciamo. Il tema, sicuramente non facile, è di chiederci cosa può ancora oggi suggerire l’antropologia cristiana al mutato e mutante uomo di oggi. Per esempio: prevale oggi un concetto di benessere che alla resa dei conti non sembra fornire una felicità duratura, piuttosto un effetto narcotizzante. E lo stesso può dirsi per la costante sospinta all’esaltazione dell’“io”, che è funzionale ai consumi e non alla buona vita. O alla medicalizzazione costante che è esorcizzazione della fragilità dell’umano. Il cristiano è un uomo felice. Papa Francesco ce lo ricorda con insistenza, proprio perché è il primo modo di parlare del Vangelo. Ed è un uomo comunitario, fa parte di una famiglia e non un’isola o una monade che sperimenta tutto e non resta con nessuno.

In effetti, come osservava il cardinale Martini, abbiamo medicalizzato i due momenti più importanti della vita, inizio e fine. Si nasce e si muore in ospedale.

Sicuramente c’è una rimozione della vulnerabilità. Questo potrebbe voler dire che per l’uomo di oggi la vita bella è così com’è, hic et nunc: è questa, punto e basta, a volte con amaro fatalismo, a volte con arroganza prometeica e un po’ incosciente. Il cristiano, differentemente, vede e si rende conto della sofferenza che agita tutta l’esperienza umana, dall’inizio alla fine, la sua e quella degli altri e la interpreta, la elabora in compassione e fraternità. Il cristiano è colui che, accogliendola, trasforma quella realtà, quella sofferenza, in una richiesta. Papa Benedetto aveva dato un nome alle conseguenze di questo compiacimento dell’esistente: desertificazione spirituale. Ai tempi del Concilio si era espressa una convinzione, che era anche una speranza, che l’uomo si fosse finalmente reso consapevole dei propri limiti, che rifiutava la sopraffazione, l’odio, la guerra, e quindi preparava a un futuro migliore. Pensate al discorso di Giovanni XXIII sui profeti di sventura dell’11 ottobre 1962 all’apertura del Concilio, in cui li tacciava di non comprendere l’anelito irrevocabile di pace che saliva dagli uomini. Oggi dopo sessant’anni ci ritroviamo di nuovo tutti molto sofferenti, circondati da dinamiche che Papa Francesco non esita a chiamare da “terza guerra mondiale”; stiamo sperimentando di nuovo i veleni della violenza, della sopraffazione, dell’odio. Anche tra fratelli. Anche nella Chiesa. Prevalgono disillusione e disincanto. Il mondo digitalizzato e individualizzato alimentano le polarizzazioni. Manca invece l’unica risposta possibile: la compassione, cioè una lettura esistenziale ed esperienziale che aiuti, ci aiuti a ritrovarci.

Il cambio al vertice della Cei è stato anche un’occasione di verifica dello stato di salute della Chiesa italiana.

Devo dirvi che sono contento che questo passaggio tra il cardinale Bassetti e me coincida con il cammino sinodale. In qualche modo la verifica che richiamate è il Sinodo. Perché è un guardarsi, un capirsi non come un circolo chiuso ma come popolo. Che vuol dire essere cristiano oggi? Cosa mi chiede la Chiesa di essere? Non sono domande a cui possiamo rispondere in privato, garantiti da un facile spiritualismo alla moda. Perché ha ragione Papa Francesco: i due pericoli sempre incombenti sono gnosticismo e pelagianesimo, che relegano la religione nella dimensione individuale. Il cammino insieme invece può creare molta autocoscienza delle difficoltà, degli errori, dei limiti, aiutarci a capire che sono delle opportunità, delle potenzialità per la comunicazione del Vangelo. Ecco, per questo dobbiamo individuare quali sono oggi le vere priorità della Chiesa italiana, per non correre dietro a falsi problemi o a temi che oscillano sul confine dell’autoreferenzialità. Il documento di sintesi nazionale della fase diocesana del Sinodo va preso come un punto di partenza, che richiede ancora molto lavoro nel senso della specificazione, di comporre la pluralità delle idee per superare quel disincanto che dicevamo prima. Non basta solo esortare alla conversione ma cambiare camminando.

Ancora sulla Chiesa italiana: alcuni dati statistici, circa i matrimoni civili o la frequenza sacramentaria, sembrerebbero dire che si allarga anche in campo ecclesiale una forbice tra Nord e Sud.

Mah, la forbice c’è sempre stata, e la forza della secolarizzazione della società italiana mi sembra pervasiva in ogni dove, anche se le forme in cui si manifesta sono poi abbastanza diverse nelle diverse regioni del Paese. Però, lasciatemi dire, se è vera l’immagine della desertificazione spirituale, ci deve essere anche l’acqua. Il deserto in quanto tale esprime la sete, il bisogno – e la ricerca – dell’acqua. Se c’è il deserto significa anche che c’è una nuova ricerca di acqua. Dobbiamo guardare alla sete, non lamentarci del deserto. Soddisfare questa sete significa spiegare, e ancor più mostrare, com’è vivere da cristiani oggi. Perché ne vale la pena, e dona più soddisfazioni del protagonismo digitalizzato imperante o dell’essere meri spettatori di un mondo nel quale è sempre più difficile relazionarsi. C’è un’agiografia francescana che racconta della prima predicazione di san Francesco nella mia diocesi, esattamente ottocento anni fa, e dice come san Francesco non sembrava che predicasse perché in realtà conversava in un dialogo aperto coi bolognesi. Questo è il modello della nostra presenza nel mondo; esserci, parlare al cuore, tessere relazioni e fare sentire la presenza di Cristo.

Eppure la Chiesa italiana, per dirla con Giuseppe De Rita, ha un problema di postura”. Come anche voi scrivete nel documento di sintesi del percorso sinodale, di fronte ai tanti temi su cui è chiamata a dire la sua – povertà, cultura dello scarto, pace, giustizia sociale, lavoro, giovani ed educazione – appare come afona, balbettante. Come si fa allora a conversare?

Abbiamo fatto la nostra scelta di conversare e quindi innanzitutto abbiamo deciso di ascoltare. Abbiamo impegnato questi due anni all’ascolto. Gli esiti certamente sono controversi, probabilmente perché noi preti siamo più abituati a rispondere che a domandare, più propensi a definire, circoscrivere, dare certezze, spiegare chi siamo, a parlare sopra che ascoltare. Il tema invece è quello di saper raccogliere quanto la realtà intorno a noi ci propone, come dice Papa Francesco “farci schiaffeggiare dalla realtà”. Mi viene in mente, per fare un esempio tra i tanti, il giudizio che don Giussani dette di Pierpaolo Pasolini. Due mondi di provenienza che più lontani non si può immaginare. Eppure Giussani non ebbe esitazioni ad accogliere e ad appassionarsi del pensiero di Pasolini, fino ad attribuirgli il ruolo di maestro. Occorre avere sempre un atteggiamento accogliente e non giudicante, mentre veniamo spesso identificati come aprioristicamente giudicanti, anche quando magari non lo siamo. Ma perché veniamo considerati giudicanti? Intanto perché, diciamolo, troppo spesso abbiamo un’ossessione a giudicare, perché sentiamo che se non lo facessimo non adempiremmo al nostro ruolo. C’è dentro di noi uno zelo che ci porta a difendere la trincea della verità. Pensiamo che questo sia il nostro essenziale compito e che questo significhi seguire il Vangelo. Ma non è così. Perché certo il Vangelo è la verità ma è ben diverso dall’atteggiamento farisaico, il quale comunica la Legge, mentre a noi il Vangelo chiede di comunicare l’Amore. Dirti la legge è condannarti. Non possiamo usare il Vangelo come una clava. La misericordia, l’ascolto non giudicante, l’attenzione pastorale non sono cedevolezze. Poi certo sono consapevole che c’è anche il rischio di inseguire le filosofie del mondo. Ma con queste il discrimine è molto netto: loro esaltano l’Io, noi ragioniamo solo in termini di Noi. La Chiesa non corre dietro all’Io.

Il Noi si sostanzia innanzitutto nell’impegno politico. La Chiesa italiana nei primi quarant’anni della storia repubblicana ha fatto politica. Politica con la P maiuscola ovviamente, non la politique politicienne. E l’efficacia è stata notevole, soprattutto per la funzione di collante tra spinte diverse, di mediazione culturale. Poi con la fine della prima Repubblica e la scomparsa del partito dei cattolici si disse che il ruolo dei cattolici sarebbe stato quello, in entrambi i poli, di influenzare la politica sui valori cristiani. Oggi sembrerebbe essere accaduto il contrario: è la politica che influenza i cattolici. La divisione politica precede ogni altra distinzione tra cattolici.

Intanto c’è da dire che la polarizzazione è oggi la cifra di tutta la società. E i cristiani non sono estranei alla società. La polarizzazione regna sovrana su tutti i temi, grandi e piccoli. Credo che questa sia la risposta istintiva e semplificante alla complessità del mondo in cui viviamo. Aderisci, ma non pensi. Schierandoti non hai bisogno di farti molte domande. Noi dobbiamo invece affrontare la complessità senza timore, porci domande, soprattutto quelle che riguardano il “chi” , cioè ponendo al centro la persona. Questa è la via della semplicità e non della semplificazione. L’altra cosa, che giustamente rilevate, è guai ad avvelenare con la logica politica le relazioni ecclesiali! Non è un fenomeno solo italiano; penso per esempio alla forte polarizzazione politica rappresentata nella Chiesa americana. Ma laddove la politica ha usato categorie pseudo-teologiche o spirituali per inquinare la vita ecclesiale alla fine hanno perso tutti. Dobbiamo fare molta attenzione su questo aspetto. E non solo per le strumentalizzazioni esterne quanto per le divisioni interne. Guai a cadere nelle trappole a esempio delle finte contrapposizioni tra sociale e spirituale, o alle divisioni, spesso artificiose, sui temi etici. Sui temi etici non possiamo limitarci a ripetere le lezioncine del passato, ma dobbiamo trovare nuove parole per nuove domande. Con molta franchezza: se sui temi etici il mondo va da un’altra parte vuol dire certo che non dobbiamo omologarci o dire quello che il mondo vuole sentirsi dire ma sapere dire le verità di sempre nella cultura o nelle categorie di oggi. Questa è la sfida ed è tutt’altro che cedevolezza ma responsabilità, altrimenti ripetiamo una verità diventata dura da accettare. Pensiamo al discorso sulla famiglia: non abbiamo ancora saputo fare qualcosa di meglio di quanto proposto dalla secolarizzazione. Paolo VI e Mazzolari lo dicevano già ai loro tempi: tanti sono lontani e il problema non sono loro, siamo noi! C’è in loro una domanda, implicita, di una Chiesa più evangelica, più madre e per questo esigente e coinvolgente, che non fa la matrigna e dice: «Te lo avevo detto io».

Su questo aspetto il debito di ascolto maggiore è forse nei confronti delle donne. Le donne che sono sempre state il pilastro fondante della Chiesa. E oggi invece registriamo che la categoria sociale che più tende ad allontanarsi sono le giovani donne. Anzi, registriamo frequentemente che le giovani donne sono proprio arrabbiate” con la Chiesa.

Sì, lo confermo. E posso aggiungere che questo nasce essenzialmente dal non sentirsi ascoltate. E qui il tema da approfondire è come si ascolta. Noi preti, troppo spesso, coltivando tanti rapporti, ascoltiamo solo con le orecchie. Ricordo, quando ero parroco a Santa Maria in Trastevere, una volta una giovane donna trasteverina mi apostrofò: “A’ don Matte’, ma me stai a senti’?”. “Ma io te sento!”. “No, tu stai a pensa’ a li fatti tua”. Ascoltare non significa fare rilevazioni sociologiche a campione, ma esercitare l’empatia che è generata dalla vera passione per l’altro.

Rilevava di recente il sociologo Mauro Magatti che, a dispetto di chi celebra ogni giorno la fine della religione, le religioni sono quanto mai al centro delle vicende del mondo, soprattutto in senso negativo, nelle contrapposizioni. Il fondamentalismo islamico continua a ispirare violenza in molti paesi, risorge in Europa un sentimento antisemita, in America, come dicevamo, la religione è tra i principali strumenti di scontro politico, o perché strumentalizzata o perché ostracizzata, e anche qui da noi il sovranismo agita impropriamente simboli e temi religiosi. La religione dunque sembra avere un suo spazio ma solo come strumento di divisione.

Beh, è quello che dicevamo anche prima. La polarizzazione come risposta (falsa) alla complessità. E sicuramente la polarizzazione usa le religioni perché ancora oggi possono smuovere grandi passioni. Ma la risposta ce la dà ancora una volta Papa Francesco con Fratelli tutti che non è solo una profonda e innovatrice esplicitazione teologica della fratellanza evangelica, ma è anche il manifesto di un nuovo umanesimo civile. Direi anche l’unico nell’attuale contesto mondiale. Dobbiamo essere capaci di diffondere una parola di “fratellanza necessaria” all’uomo di oggi, una parola che si dimostri migliore e più attraente dell’individualismo consumistico. Una parola che non teme di proporre la porta stretta anziché la porta larga. Perché la porta stretta? Perché quella larga conduce a una felicità effimera e ingannevole. Non dà soddisfazione definitiva, e infatti l’infelicità è oggi quanto mai diffusa. La porta stretta è quella del “noi”, è quella della consapevolezza -per citare ancora Papa Francesco – che, credenti o meno, “non ci si salva da soli”. Dobbiamo far crescere ovunque la comunione. Comunione significa lo stare insieme, l’amicizia. Dobbiamo dire con più forza che la Chiesa è una famiglia. Quelli accanto a noi a messa non sono dei soci, sono dei fratelli, parenti di una stessa famiglia. E non basta dirlo, bisogna viverlo. Il senso dei ministeri a cui siamo chiamati, laici e preti, lo trovi solo nella comunione. I nuovi ministeri istituiti, aperti anche alle donne, saranno un passaggio decisivo nella costruzione di un’architettura di comunione. Ma attenzione che siano risposte “sostenibili”, cioè dalla valenza spirituale e non solo strutturale, funzionale. Pensando all’interesse suscitato da queste nuove ministerialità, vorrei tornare su quanto dicevo all’inizio: la Chiesa italiana è viva, e ha voglia di vivere. Perché è dotata di spiritualità. E perché è immersa nel sociale.

In questa nostra chiacchierata ha citato spesso il termine conversazione spirituale. Cosa intende precisamente?

Direi semplicemente che è un parlare cominciando da se stessi (non dall’altro) presentandosi non in chiave materiale, funzionale, ma appunto spirituale. Cioè di come la mia vita è improntata da un senso. E questo vale tanto per i laici che per i preti. Conversare non è un mestiere, è un mettersi in gioco.

Un’ultima domanda su una questione che ci sta a cuore, perché viene da un’esperienza che anni fa abbiamo fatto insieme: siamo stati insegnanti di religione nei licei, tutti e tre.

Ah già, e ho un ricordo molto bello del tempo in cui ho insegnato religione. Era ancora obbligatorio ed era una sfida ogni volta, ma appassionante.

Malgrado le chiese sempre più vuote, e le pratiche sacramentali in disarmo, l’ora di religione continua a essere scelta da una grande maggioranza di studenti. Per un solo giovane che frequenta una parrocchia ci sono cinquanta giovani che fanno religione a scuola. È la vera Chiesa in uscita”. Eppure, le diciamo con franchezza, abbiamo la percezione che la sensibilità dei vescovi italiani su questo fronte sia un po’ bassa.

Sì, è un tema che merita una riflessione seria e approfondita. Perché l’ora di religione può essere molto importante per il futuro della Chiesa in Italia. C’è bisogno dell’insegnamento della religione per capire il mondo dove siamo, le nostre radici. Ci serve un’alleanza con i laici – anche atei – che ben comprendono l’importanza della conoscenza religiosa in un sistema culturale, come quello italiano, profondamente permeato dal fatto religioso. Farlo penso sia la migliore difesa dagli estremismi. Continuo spesso a dire: come si può capire veramente Manzoni, o Dante, o la storia dell’arte, o buona parte della filosofia, senza avere una formazione culturale (non catechetica) religiosa di base? In questo discorso aggiungerei un ulteriore argomento: a scuola si fanno due ore a settimana di educazione fisica, ma non c’è neanche un’ora di educazione spirituale. Una contraddizione della più elementare antropologia. Sarebbe bello se i giovani potessero imparare a conoscere se stessi come soggetti spirituali.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 3 settembre 2022

[Qui riproposto per gentile concessione]

DELUSIONE PER I LAVORATORI FRAGILI: L’EMENDAMENTO ORLANDO ELUDE L’ESIGENZA DI UNA SPECIFICA TUTELA.

 

‘La montagna ha partorito il topolino’ oppure – se preferite – ‘tanto tuonò che piovve’.

 

Francesco Provinciali

 

Riportiamo il testo dell’emendamento Governativo predisposto dal Ministero del Lavoro e presentato al Senato con atto n.° 2685. Esso riguarda la lunga vicenda del rinnovo delle tutele dei lavoratori fragili: ripercorrerne l’iter legislativo riempirebbe pagine e pagine, basti ricordare che le tutele previgenti – scadute il 31 marzo u.s., poi rinnovate in clamoroso ritardo con legge 19/5/2022 n.° 52 fino al 30 giugno u.s. – uscite dalla porta nel cd. “decreto aiuti/bis”  rientrano ora dalla finestra in piena campagna elettorale con un provvedimento in extremis, lungamente atteso e decisamente tardivo, lacunoso e deludente quanto a contenuti. Ne riportiamo il testo preceduto dalla relazione illustrativa.

 

“AS 2685 – Emendamento Governativo -“Proroga lavoro agile per i lavoratori fragili e per i genitori di figli minori di anni 14”. “La disposizione prevede al comma 1 la proroga al 31 dicembre 2022 dello svolgimento del lavoro agile in favore dei soggetti fragili, previsto dall’art. 26, comma 2 bis, del decreto legge n.18/2020. Il comma 1 dell’articolo 17 ha prorogato per i primi 3 mesi del 2022 i benefici di cui all’articolo 26, comma 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18. L’articolo 10, comma 1 ter, del decreto – legge 24 marzo 2022, n. 24 ha prorogato fino al 30 giugno detti benefici. La proposta normativa intende prorogare ulteriormente per i periodo luglio-dicembre 2022 le disposizioni di cui all’articolo 26, comma 2-bis, del decreto-legge 18/2020. Al comma 2 invece è prevista la proroga al 31 dicembre 2022 della disposizione che prevede che i lavoratori dipendenti del settore privato, genitori con almeno un figlio minore di anni 14, abbiano diritto a svolgere la prestazione di lavoro in modalità agile, a condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa o che non vi sia genitore non lavoratore e che tale modalità sia compatibile con le caratteristiche della prestazione

 

Art.XX bis – Proroga lavoro agile lavoratori fragili e genitori di figli minori di anni 14

  1. All’articolo 10, comma 1 ter, del decreto – legge 24 marzo 2022, n. 24, convertito con modificazioni dalla legge 19 maggio 2022, n. 52 le parole “fino al 30 giugno 2022” sono sostituite dalle seguenti “fino al 31 dicembre 2022”.
  2. Il termine previsto dall’art.10, comma 2, del decreto-legge 24 marzo 2022, n.24, convertito con modificazioni dalla legge 19 maggio 2022, n. 52, con riferimento alla disposizione di cui all’allegato B, punto 2, è prorogato al 31 dicembre 2022.
  3. Agli oneri derivanti dal comma 1 del presente articolo, si provvede mediante corrispondente riduzione delle risorse del Fondo sociale per l’occupazione e la formazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali di cui all’articolo 18, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2009 n. 185”.

 

Riassumiamo in estrema sintesi: delle due tutele previste dal lontano DL 18 del 17/3/2020 – art. 26, viene prorogata solo quella che fa capo al comma 2-bis e che si traduce nella possibilità di espletare il servizio attraverso la modalità del cd. “smart working” o “lavoro agile. Non viene rinnovata la tutela dell’equiparazione dei periodi di malattia al ricovero ospedaliero, al fine di evitarne il computo nel comporto contrattuale, come prevedeva il comma 2 del citato Decreto Legge 18/2020. Il vulnus è evidente ed è stato preventivamente, pubblicamente e ripetutamente evidenziato in sede parlamentare, sindacale, dalle associazioni delle persone con disabilità e dei lavoratori fragili, dalla stampa ai Ministeri interessati, stupisce che l’ufficio legislativo di quello del Lavoro non ne abbia colto la portata e le conseguenze.

 

Se passasse questo emendamento sarebbero dunque tutelati solo quei lavoratori fragili che possono espletare la prestazione lavorativa in smart working. Chi ne fosse escluso per ragioni oggettive o di malattia compresa nelle patologie di cui al DM Salute del 4/2/2022, esaurito il congedo contrattuale e le ferie correrebbe il rischio del licenziamento. La discriminazione di considerazione delle due fattispecie è implicita nel provvedimento ed è oggettivamente grave e foriera di problematicità per le persone che devono fare ricorso a terapie cicliche, molte della quali attraverso l’assunzione di farmaci salvavita: si creano le condizioni per una disparità di trattamento ope legis, a parte – nella migliore delle ipotesi – le inevitabili situazioni di contenzioso che potrebbe produrre responsabilità sul piano civile e penale. Non ci ha pensato nessuno? Viene da chiedersi perchè sia stata prorogata una tutela e non entrambe come, salvo brevi periodi, è sempre stato finora. Per scelta o per disattenzione? Non sapremmo indicare quale delle due cause sia la peggiore.

 

Rispetto a questa rimozione della tutela che riconosce ai fragili (chemioterapici, immunodepressi, cardiopatici, artritici ecc.) il “diritto” di ammalarsi fa rumore il silenzio del Ministro della Salute, di quello delle Disabilità e della Funzione pubblica. Molte di queste situazioni di criticità si verificano nel contesto lavorativo della scuola, tanto che nella relazione tecnica che accompagna l’emendamento del Ministero del Lavoro si legge che….” L’ulteriore proroga delle disposizioni di cui al comma 2-bis dell’articolo 26 del D.L. 18/2020 ha effetti sulla sostituzione del personale docente, educativo, amministrativo, tecnico e ausiliario delle istituzioni scolastiche. Utilizzando le stesse ipotesi adottate nella precedente proroga (aprile-giugno 2022) e tenuto conto del periodo estivo di sospensione dell’attività scolastica, si stima, per la sostituzione dei docenti fragili, un onere per la finanza pubblica di 7,5 milioni di euro per l’anno 2022”…..mentre “per quanto riguarda il secondo comma (genitori di un figlio minore di 14 anni che lavorano nel settore privato)  la disposizione proroga una norma di carattere ordinamentale e non comporta pertanto nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.

 

Soffermandoci sugli oneri per la “sostituzione dei docenti fragili” si osserva che si tratta di una situazione che non si verifica solo per il ricorso allo “smart working”. Anzi l’onere aggiuntivo deriva solo da questa opzione.

Infatti anche un docente fragile che si ammalasse mentre è in servizio dovrebbe essere sostituito da un supplente: lo sanno bene i dirigenti scolastici ai quali viene scaricata la responsabilità di contrattualizzare le istanze di accesso al lavoro agile, specificandone le modalità concrete di realizzazione laddove sia possibile. Ma nel caso di un soggetto fragile che si ammala o contrae il Covid senza poter accedere alle modalità di lavoro agile, il dirigente deve fare ugualmente ricorso al precariato. Tuttavia ciò accadrebbe in qualunque caso: che la malattia rientri nel periodo di comporto ovvero che venga equiparata a ricovero ospedaliero. Ciò significa che ripristinare la tutela prevista dal comma 2 del DL 18/2020 non comporterebbe oneri aggiuntivi a carico dello Stato (a differenza di quanto accade per lo smart working) ma, solo per il malcapitato,  il consumo fino ad estinzione del comporto contrattuale del congedo per malattia, poi alle ferie terminate le quali si viene licenziati.

 

Non prevedere e non tutelare queste situazioni , fossero anche da contarsi sulle dita di due mani,  si traduce – per chi è seriamente ammalato- in una condizione emotiva di sofferenza e di ansia, senza alcun ombrello normativo protettivo. Per garantire una piena ed effettiva tutela dei lavoratori fragili, prorogando quindi anche il comma 2 dell’articolo 26 del decreto legge 18/20, cioè quello che prevede che l’assenza sia equiparata al ricovero ospedaliero senza gravare sul periodo di comporto, né – si badi bene – comportare oneri aggiuntivi, il Governo deve rinnovare l’art. 10 comma 1-bis e 1-ter della  legge 52 del 19/5/2022 , non solo il comma 1 ter, come questo emendamento tardivo e parziale prevede.

 

PAROLIN E ZUPPI SCUOTONO I CATTOLICI: TRA LE VIRTÙ CARDINALI NON C’È L’IRRILEVANZA POLITICA.  CHE FARE?

 

In assenza – per sempre o per poco? – di un soggetto politico ed organizzativo di riferimento, è giocoforza che la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale trovi cittadinanza, attraverso i suoi principali esponenti, in quei partiti e in quelle coalizioni in cui sono concretamente impegnati.

 

Giorgio Merlo

 

Le recenti riflessioni del Presidente dei Vescovi italiani card. Zuppi e del card. Parolin sul ruolo dei cattolici in questa campagna elettorale sono state indubbiamente importanti e non possono passare sotto silenzio. Per la loro profondità e per la tensione che emergeva da quelle parole e da quelle riflessioni. Al contempo, però, non possiamo non evidenziare che il quadro complessivo della politica italiana è così complesso e articolato che richiede un supplemento di riflessione in merito alla presenza politica dei cattolici italiani nell’attuale agone pubblico.

 

Se è indubbio che l’assenza di un partito di riferimento che possa essere un elemento di forte richiamo politico ed elettorale per la stragrande maggioranza dei cattolici è oggettivamente un problema, è altrettanto vero che non è possibile, nè consigliabile, sacrificare sull’altare di un maldestro e finto nuovismo una nobile, ricca e feconda tradizione come quella del cattolicesimo popolare e sociale. Anche perchè nei tornanti decisivi della nostra storia politica e parlamentare, il contributo dei cattolici è sempre stato significativo se non addirittura determinante. E questo sin dai tempi dell’immediato secondo dopoguerra con l’esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana seguita poi dalla presenza di altri partiti di ispirazione cristiana, meno consistenti sotto il profilo elettorale ma altrettanto decisivi sotto il versante politico e culturale.

 

Ora, dopo l’irruzione del cosiddetto “bipolarismo selvaggio” e poi del populismo anti politico, demagogico e giustizialista dei 5 Stelle, la presenza politica e culturale dei cattolici italiani si è ulteriormente indebolita al punto che oggi viene messa in discussione la bontà e l’efficacia di questa cultura nell‘orientare e nel condizionare le scelte politiche concrete del legislatore. E questo al di là dei singoli esponenti di questa tradizione culturale nei vari partiti disseminati lungo l’arco costituzionale da un lato e, ancor più, al di là delle personalità che ricoprono incarichi politici ed istituzionali di grandissima importanza nello scenario pubblico italiano dall’altro.

 

Ecco perché, in assenza – per sempre o per poco? – di un soggetto politico ed organizzativo di riferimento, è giocoforza che la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale trovi cittadinanza, attraverso i suoi principali esponenti, in quei partiti e in quelle coalizioni in cui sono concretamente impegnati. Certo, è difficile se non impossibile che questo filone ideale possa essere protagonista nella culla del populismo – cioè nei 5 Stelle – che rappresentano quasi una diversità antropologica rispetto a ciò che che è sempre stata l’esperienza concreta del cattolicesimo politico nel nostro paese. Come, del resto, diventa un’operazione ardua dare cittadinanza attiva nel conglomerato dell’attuale destra. E questo per il semplice motivo che sono altri i valori e i punti di riferimento di quel campo politico. Un’osservazione talmente ovvia che non richiede ulteriori approfondimenti.

 

E una riflessione simile si può tranquillamente fare per il campo della sinistra perchè dopo l’accentuazione del suo profilo politico massimalista e post ideologico, si è di fatto sancita la divaricazione con la tradizione e la prassi dei cattolici popolari e sociali impegnati in politica. Al di là della buona volontà e dei desideri dei singoli. Resta il campo e la scommessa del nascente “Centro”. Una scommessa che può intrecciare le istanze, le domande e le riflessioni che provengono dai mondi vitali che si riconoscono in questa tradizione ideale. Purchè questo nuovo soggetto politico sappia dare piena cittadinanza politica e culturale non solo a singoli rappresentanti di quest’area ma, soprattutto, si faccia carico nella concreta azione politica e legislativa di queste istanze. Cioè della sua identità e della sua tradizione.

 

In ultima analisi, e comunque sia, quello che oggi è necessario – anche alla luce delle importanti parole del card. Zuppi e del card. Parolin – è far sì che nei vari schieramenti e nei singoli partiti questa sensibilità culturale, politica, programmatica ed etica sia presente e realmente incisiva. Non solo per il bene di quella tradizione culturale ma, innanzitutto, per la qualità della nostra democrazia, per l’efficacia dell’azione di governo e per la stessa credibilità delle nostre istituzioni.

SE LA CHIESA ESCE PER LE STRADE DEL MONDO,  LA POLITICA TORNA A INTERROGARE E A COINVOLGERE LA COSCIENZA DEI CRISTIANI.

 

L’imminente scadenza elettorale ripropone l’attenzione dei media sulla condotta politica dei cattolici. Si avverte il vuoto della loro testimonianza in ambito istituzionale. In realtà, anche nel programma della nuova Presidenza della CEI, si coglie nitidamente un proposito di ripartenza. Si parla sempre più esplicitamente del contributo che i laici credenti sono chiamati a dare in funzione del bene comune della società. 

 

Elisabetta Campus

 

È da almeno 20 anni e un numero davvero considerevole di tornate elettorali tra politiche e amministrative, che il dibattito su che cosa pensano i cattolici italiani quando vanno a votare e per chi votano se votano, è un argomento che “infiamma” e poi per lungo tempo torna a “covare sotto la cenere”.

 

Una prima riflessione è su questa anomalia italiana nel panorama europeo dell’elettorato cattolico e del suo orientamento al voto. Negli altri Paesi europei il voto cattolico non è così evidente, vuoi per la presenza di più anime nell’ambito del cristianesimo e vuoi per la presenza di altre espressioni religiose, per il fenomeno delle immigrazioni da Medio Oriente, Africa ed Asia, con tutti gli effetti legati alla integrazione. Il precedente flusso migratorio in Europa e in Italia è scaturito da un Paese dell’Est Europa a forte identità cattolica come la Polonia, tanto che l’immigrazione non è stata percepita come tale dall’opinione pubblica proprio a ragione di questa identità di cultura religiosa. Ma ora le questioni di quanti siano i cattolici “rimasti” (i cosiddetti praticanti assidui ridotti di molto in Francia e in Italia) e di cosa pensino di votare quando devono scegliere i loro rappresentanti, è diventato argomento nel quale il richiamo ad esprimere le proprie posizioni proviene anche dalla Chiesa stessa.

 

La verità è che i cattolici italiani, dopo aver seguito la cosiddetta dottrina Ruini che fa svolgere loro il ruolo del “lievito” nei partiti politici, condannandoli alla “irrilevanza dei numeri” non avendo considerato che il “lievito” andava ben costruito prima di immetterlo, i cattolici come entità di pensiero politico autonomo non ci sono, ed hanno anche smesso da tempo di pensarci. La categoria “pensiero cattolico politico-sociale” è sì oggetto di studio e dibattito accademico, ma perde i suoi connotati nella realtà dei fatti. Realtà che vede, ad ogni tornata elettorale, molti rivoli confluire in qualche torrente, ma nessun torrente confluire in uno stesso fiume; di fatto la “portata” del pensiero cattolico, per restare nella analogia, non c’è ed è anche lontana da venire. Ed è la situazione dei cattolici nei partiti politici europei, dove il richiamo è ai valori della cristianità nei principi generali, ma in nessun modo calato poi nella politica attiva e nelle scelte delle Istituzioni pubbliche di governo, che vanno su ben altri principi laici di universalità, antitetici per molti aspetti al pensiero cristiano.

 

Una seconda riflessione è sull’infiammarsi e poi covare sotto la cenere di questo argomento. Ad ogni tornata politica è un continuo ricercare, affannosamente, quel bacino di voti che aveva i suoi rappresentanti nei cattolici cosiddetti “moderati”, bacino identitario per cultura politica e per identità di fini nel sociale, ma che ha dimostrato tutta la sua fragilità con l’irrilevanza dei numeri dei voti e degli eletti. Quando i voti per un partito aumentano, tanto nei sondaggi che nei risultati elettorali, si attribuiscono questi voti anche all’apporto dei cattolici, all’aver saputo intercettare le loro questioni di fondo sul sociale. Tuttavia questo in parte può essere vero, ma nel profondo della identità cattolica questo essere uno e non mille piccoli rivoli non esiste, ed ecco perché il cd “voto cattolico” ad elezione finita torna a “covare sotto la cenere”.

 

Giacché nell’ultimo decennio il numero dei cittadini che disertano le urne è aumentato considerevolmente fino ad arrivare ben oltre il 35% dell’elettorato totale, c’è da chiedersi se tra di essi non ci sia un alto numero di elettori cattolici “in cerca d’autore”, come direbbe Pirandello. E prima ancora di andare a guardare l’offerta politica elettorale, che per sua stessa natura è “menzoniera ed accattivante” dovendosi guadagnare il voto, bisognerebbe che gli elettori che si dicono di ispirazione cattolica confluiscano in un ragionamento più ampio di tipo identitario, di comunanza di intenti e di finalità condivise, di disegno di un futuro che abbia la sua cifra identificativa nella solidarietà, inclusione e dignità dell’uomo, che sono poi, in definitiva, i principi cattolici unificanti; tanto unificanti da costituire lo stesso universale pensiero cristiano. Ma prima di confluire si deve necessariamente aprire la discussione, che ora è muta, sepolta sotto la cenere.

 

Certo l’incoraggiamento ai cattolici a scrollarsi di dosso la cenere e l’intorpidimento in cui sembrano essere caduti, proviene dalla Chiesa stessa con le parole del Cardinale Parolin con il suo “esprimere la propria posizione” poiché usa il verbo che rende manifesta una volontà finora inespressa, ed indica in modo implicito, forse anche involontario, che debba esserci una posizione da esprimere e che questa non possa essere quella di ciascuno di essi ma unitaria, ovvero dei cattolici nel loro insieme. Una posizione nella quale ciascuno si identifichi e condivida.

 

Concetto ben espresso da quel “tornare ad esprimersi” che raccoglie il passato della espressione manifesta, il famoso voto cattolico in grado di orientare le scelte delle Istituzioni politiche del Paese, per arrivare all’incoraggiamento affinché si manifesti una opinione/posizione nella realtà politica e sociale contemporanea. Incoraggiamento ripreso dal Cardinale Zuppi nella sua veste di neo Presidente CEI, il quale sottolinea “l’attenzione per la cosa comune” che caratterizza la sensibilità dei cattolici, essenzialmente nel comprendere il mondo e nel trovare le giuste soluzioni politiche; soluzioni che sostengano il concetto laico del “bene comune/bene di tutti”, in senso universale, con un rimando implicito a quanto espresso da don Andrea Gallo, recentemente scomparso, per una società partecipata ed inclusiva. Che è come dire siate cattolici nel mondo e non nel chiuso delle vostre case o delle vostre chiese, come chiede da tempo Papa Francesco.

L’URSS È MORTA, LUNGA VITA ALL’URSS.

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Gorbaciov era una mosca bianca destinata ad essere schiacciata o inghiottita come il moscerino menzionato da Putin durante uno dei tanti deliranti discorsi alla nazione. E non illudiamoci che tutto finirà con la fine di Putin. Lui sta soltanto provando a concretizzare quel disegno di ricostruzione iniziato immediatamente dopo la dissoluzione dell’Urss.

 

Francesco Provinciali

 

L’Urss è morta, lunga vita all’Urss! Il processo di ricostruzione dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche è iniziato ancor prima della sua completa dissoluzione, per mano di chi ha realmente detenuto il potere nel Paese dalla morte di Stalin: il Kgb. La stream of consciousness circa il reale potere detenuto dal Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti è avvenuta in tutta la sua dirompente e sconvolgente dimensione proprio al termine del ciclo esistenziale dell’Urss. Attiva dal 13 marzo 1954 sino al 3 dicembre 1991 e suddivisa in una ventina di direttorati e altrettanti dipartimenti e guardie di frontiera, l’agenzia raggruppava in un unico organo tutti i poteri detenuti e i compiti svolti in Occidente da moltissime istituzioni, talvolta da interi organi di governo. In pratica, era il potere assoluto in Unione Sovietica. In grado di arrivare ovunque e a chiunque, di sentire tutto e vedere tutto.

 

Nei giorni immediatamente successivi al golpe avvenuto nell’agosto del 1991, ad essere arrestato come principale mandante fu proprio il presidente del Kgb, Vladimir A. Kryuchkov. Un caso unico nella Storia, perché l’unico precedente simile ad un tale avvenimento risale al 1953, quando Lavrenti P. Beria fu arrestato, processato in segreto e fucilato durante una delle tante lotte al potere che seguirono alla morte di Stalin. Il Kgb stava per nascere, e quello fu l’antipasto di cosa sarebbe accaduto al termine del lifespan dell’agenzia: Due avvenimenti identici ne hanno aperto e chiuso il ciclo esistenziale. Il presidente Eltsin non scelse un uomo a caso, per succedergli ma proprio quel tenente colonnello del Kgb che nel dicembre del 1989 tenne lontana una folla inferocita dalle porte della Stasi, a Dresda, riuscendo a conservare la segretezza dei preziosissimi fascicoli confidenziali conservati al suo interno. Il suo nome era Vladimir Putin: contro ogni pronostico Eltsin lo nominò primo ministro, seguendo le indicazioni di Valentin Yumashev, suo consigliere personale e marito della figlia Tatyana.

 

Il papabile successore, indicato da tutti era il liberale riformista Boris Nemtsev, assassinato poi successivamente in una delle tante epurazioni ordinate dall’organo successore del Kgb, l’Fsb. Yumashev non fu l’unico della famiglia a cui venne concesso dal defunto ex primo Presidente “eletto” di arricchirsi gravitando nella sfera governativa in quello che viene comunemente chiamato “clan Eltsin”.

 

Quel che avvenne prima e dopo è Storia. Non si cambia e non si dimentica. La verità, pian piano si disvela per ciò che è. Il discorso pronunciato da Eltsin sul carrarmato in difesa di Gorbaciov, nel frattempo confinato in Crimea, fu il bacio di giuda. Fu osannato dai giornali dell’epoca, e tutti quanti noi fummo speranzosi che avrebbe spianato la strada ad un lungo periodo di pace. Ma sono bastati pochi mesi, forse qualche anno per mostrare il reale coinvolgimento del Gru e del Kgb in quel frangente e in tutto il periodo successivo ad esso. Ancora oggi è sotto i nostri occhi il medesimo inganno: chiamare “guerra di Putin” l’invasione su larga scala dell’Ucraina è semplicemente sbagliato. Lui e Kirill sono due ex agenti e frontman del Kgb, oggi Fsb, e ne esercitano il potere temporale: politico e spirituale. Quel che è penetrato sin nelle profondità del tessuto sociale e nel midollo della struttura politica e militare russa è un metodo.

 

Che ha condizionato la Storia dal post-stalinismo ad oggi. Gorbaciov era una mosca bianca destinata ad essere schiacciata o inghiottita come il moscerino menzionato da Putin durante uno dei tanti deliranti discorsi alla nazione. E non illudiamoci che tutto finirà con la fine di Putin. Lui sta soltanto provando a concretizzare quel disegno di ricostruzione iniziato immediatamente dopo la dissoluzione dell’Urss.

 

Chi verrà dopo di lui sarà probabilmente anche peggio. Basta leggere quel che scrivono Medvedev e Patruscev. È finito il tempo delle pie illusioni: vediamo le cose per ciò che realmente sono e chiamiamole col loro nome.

IL ROSSO E IL NERO, LO SCHEMA DICOTOMICO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE DEL PD. QUANTO PUÒ ESSERE EFFICACE?

 

L’alternativa cromatica schiaccia ulteriormente a sinistra il partito di Letta, limitandone il suo appeal presso un’intera fascia di elettorato che non verrà mai attratta dal “rosso” pur non essendo affatto “nera”. Dal punto di vista politico è lecito dubitare del successo di questa campagna elettorale.

 

Enrico Farinone

 

La campagna elettorale del Pd è ormai chiara. Il voto utile contro la Destra. È il messaggio più semplice e immediato ed è quello che più di ogni altro, in teoria, può aiutare il Pd nel conseguire il suo reale obiettivo: essere il primo partito italiano in termini di voti, davanti a Fratelli d’Italia. Posto che la debolezza assoluta della coalizione che è riuscito a costruire non gli dà alcuna chance di conquistare i collegi uninominali e quindi vincere le elezioni.

Questa scelta di Enrico Letta non solo è legittima, ma è anche comprensibile. Ma è giusta? Naturalmente questo lo sapremo solo la sera del 25 settembre; resta però il dubbio sulla effettiva incisività elettorale della strategia attuata.

L’alternativa cromatica proposta dalla campagna pubblicitaria, al di là della facile utilizzazione sarcastica (come infatti è avvenuto sui social in gran quantità: ma questo ormai è un segno dei tempi – a mio avviso pessimi – con il quale bisogna convivere), schiaccia ulteriormente a sinistra il partito, limitandone il suo appeal presso un’intera fascia di elettorato che non verrà mai attratta dal “rosso” pur non essendo affatto “nera”. Viene così confermato il taglio di sinistra della coalizione avente come partner Sinistra Italiana/Verdi a +Europa e a Impegno Civico di Di Maio (alleati invero assai deboli, che di fatto lasciano al solo Pd il peso ampiamente maggiore dello sforzo elettorale).

Vero è che quel rosso che contorna il volto di Letta non è intenso, rubino, bensì piuttosto smorto: è però pur sempre un rosso e così viene percepito da tutti. Dal punto di vista dell’agenzia pubblicitaria che l’ha ideata la campagna è azzeccata, dal momento che tutti ne parlano (e ne ridono). Quel tono imperativo del verbo (“Scegli”) rafforza inoltre il messaggio dicotomico, intimando all’elettore una sorta di ultimatum, non si sa quanto apprezzato.

Dal punto di vista politico è però lecito dubitare del successo di questa campagna. Come già scritto in un precedente articolo, se è la Destra ad essere favorita nella competizione del 25 settembre, è sul versante moderato di quella parte che bisogna cercare possibili elettori e certo non è con una campagna “rosso e nero” che si riuscirà a convincerli. Tanto più che a quel medesimo compito si sono attivati Calenda e Renzi col simbolo “Italia sul serio”: da quella posizione “centrista” i due hanno qualche speranza di successo nell’impresa, anche se pure per loro il rischio del fallimento è elevato causa la possibile radicalizzazione del voto: ma quel voto di “moderati”, se non va al centro certo non va a sinistra, non va al rosso e quindi rimane a destra, rimane sul nero.

Ma il problema del Pd sta anche a sinistra. Conte non è un politico di mestiere, però sta imparando. E ha compreso che lo spazio per un movimento populista in crisi dopo cinque anni trascorsi al potere, non potendo ovviamente essere al centro e non potendo neanche essere a destra, causa la forza attuale della coalizione da quella parte, poteva invece essere trovato a sinistra, dove in tanti sono ormai delusi dalle posizioni sempre governiste del Pd o dal suo non essere sufficientemente di sinistra. E così si sta applicando, con un certo successo, tanto da poter puntare ad un risultato a due cifre. Ma attenzione: questo M5S è competitivo col Pd, non collaborativo. Perché solo in questa modalità può sottrargli voti. La chiusura al terzo mandato, inoltre, consente al Movimento di dimostrare nei fatti la propria diversità, dando spazio così al permanere delle suggestioni antipolitiche: e questa è stata – a mio parere – una genialata di Beppe Grillo che verrà premiata da un certo elettorato.

E così il Pd si ritrova a invocare il voto utile, ma intanto rischia di essere eroso sia alla sua destra sia alla sua sinistra. Privo di un’alleanza strategica e al tempo stesso lontano dalle percentuali di voto che possono giustificare il perseguimento di quella che era la sua cifra fondativa, la “vocazione maggioritaria”. Ecco perché è così importante arrivare primo, il 25 settembre. Ci riuscirà?

STATO E NAZIONE, CONVITATI DI PIETRA NELLA CAMPAGNA ELETTORALE

 

La fine della globalizzazione, la pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi energetica riportano alla ribalta del dibattito politico questi due temi – quello dello stato e quello della nazione –  che in passato apparivano persino superati. Svolta davvero possono rappresentare un’occasione di cambiamento ovvero di continuità, in nome del principio di autodeterminazione dei popoli. Votare perciò è utile e decisivo.

 

Francesco Provinciali

 

Ci sono concetti che usiamo con parsimonia nel quotidiano presente, espunti dal frasario ricorrente e sostituiti da sostantivi di più impellente rilevanza tematica, come diritti, ambiente, economia, tecnologia, transizione ecologica, digitalizzazione. Tra quelli desueti “stato” e nazione” sembrano rievocare argomenti legati al passato, data la loro origine risorgimentale ma emersi poi con forza nelle due guerre mondiali e durante la lotta di liberazione nazionale, utilizzati esplicitamente o spesso sottesi in modo organico nella stessa Costituzione Repubblicana. Le vicende geopolitiche attuali restituiscono significati palesi e reconditi a questi termini che si presentano come convitati di pietra nella campagna elettorale, sia per i loro retaggi storici che per gli impliciti culturali e gli assetti istituzionali che l’esito del voto potrà condizionare.

 

Lo Stato non è solo un lontano contenitore di leggi, norme, tasse e burocrazia, non un mero apparato spesso visto con ostilità, poiché regola e limita i diritti, i doveri e le libertà individuali.

 

Così come della Nazione non possiamo avvertire il senso di una comunità che esprime appartenenza e condivisione sotto una stessa bandiera solo in occasione di un evento sportivo. I luoghi comuni che sovente, inconsapevolmente condividiamo ci restituiscono a volte una rappresentazione riduttiva e banalizzante di espressioni linguistiche che racchiudono secoli di storia e radicamenti non solo emotivi.

Il concetto di Stato riassume un modello di organizzazione istituzionale nella società moderna e contemporanea: i suoi pilastri costitutivi sono il popolo, il territorio e il potere inteso come strumento ordinamentale degli apparati attraverso cui viene gestito. Da Montesquieu in poi il potere legislativo, esecutivo e giudiziario sono diventati una consolidata tripartizione di attribuzioni, responsabilità e competenze che caratterizzano un modello organizzativo tipico delle democrazie contemporanee.

 

La Nazione evoca un sentimento di appartenenza, un sentire comune legato alla Storia di ogni Paese che parla una propria lingua, si riconosce nella cultura tramandata, condivide legami che suggeriscono immedesimazione e radicamento identitario.

 

La fine della globalizzazione, la pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi energetica riportano alla ribalta del dibattito politico questi due temi che in passato apparivano persino superati, mai messi in discussione, persino obsoleti. A parte qualche boutade elettorale – che potrebbe premiare chi crea suggestioni più che circostanziati programmi di governo- gli eventi del presente pongono interrogativi persino inquietanti su entrambi i fronti. Sostituire la Repubblica parlamentare con il cosiddetto “Presidenzialismo” non è cosa di piccolo cabotaggio, parlare di diritti di cittadinanza, accoglienza e ius scholae è decisamente alternativo ai blocchi navali o ai respingimenti  (e viceversa), postulare una società interculturale è ipotesi ben più complessa e difficile a realizzarsi del prender atto di una multiculturalità oggettivamente compresente, così come i temi demografici, dei flussi migratori offrono soluzioni opposte, a seconda del tipo di Stato e dell’idea di Nazione da cui possono derivare.

 

Le alleanze internazionali, l’adesione alla NATO, le decisioni da assumere in relazione all’espansionismo minaccioso di Russia e Cina sul piano geopolitico e geoeconomico , inducono a riflessioni meditate sul voto che saremo chiamati ad esprimere per rafforzare le istituzioni e unire il Paese.  Il meccanismo elettorale, la riduzione del numero dei parlamentari, i sondaggi sono variabili che si aggiungono e che infittiscono anche le schiere degli indecisi o di coloro che non voteranno.

 

Questa volta davvero i temi dello stato e della nazione possono rappresentare un’occasione di cambiamento ovvero di continuità, in nome del principio di autodeterminazione dei popoli. Non se ne è mai parlato così tanto in passato e questo è un fatto importante per determinare gli scenari futuri. Votare perciò è utile e decisivo. La Storia avanza per cicli che si presentano e si ripropongono se pur con sembianze diverse: vince nel tempo chi dimostra di saperli gestire cum grano salis, coniugando la consapevolezza del presente con la memoria e l’immaginazione.

RIGGIO (AGGIORNAMENTI SOCIALI): “ABBIAMO BISOGNO DI UN VOTO CHE SIA PER COSTRUIRE, NON PER DISTRUGGERE”.

 

Manca un mese al voto per le elezioni politiche. Le liste sono state presentate e la campagna elettorale è entrata nel vivo. Cosa ci si può attendere nelle prossime settimane, quali sono le questioni centrali per il futuro del Paese, cosa gli elettori possono fare per incidere sulle scelte. Il settimanale “La voce dei Berici” lo ha chiesto a p. Giuseppe Riggio, direttore della rivista dei gesuiti Aggiornamenti sociali.

 

 

Lauro Paoletto

 

Quella attuale è la peggiore legge elettorale che fino ad ora abbiamo avuto. Se sommiamo gli effetti della riduzione dei parlamentari alle dinamiche della legge elettorale che esito possiamo immaginare per il sistema nel suo complesso?
Il ricorso per una seconda volta alla stessa legge elettorale, di cui si conoscono quindi i meccanismi per l’esperienza passata, e i risultati dei sondaggi di questi giorni hanno guidato i partiti nella composizione delle liste elettorali. In base alle previsioni non sono molti i collegi il cui esito è aperto. Nella maggior parte dei casi, si anticipa già quale sarà l’andamento del voto e per questo si parla di “collegi sicuri” per l’una o l’altra forza politica.

Questo genera una specie di svuotamento del valore del voto dei cittadini che non è positivo e che non corrisponde alla realtà, perché non è tutto prevedibile e controllabile.

Che impatto potrebbe avere ad esempio un aumento o un calo significativo dell’astensionismo? Vi è un altro elemento di incertezza: la riduzione del numero dei parlamentari, oltre a condizionare le scelte dei partiti sulle candidature, potrebbe portare delle sorprese per l’ampliamento dei collegi elettorali.

 

E il programma dei diversi partiti peserà invece sulla scelta degli elettori?
Questo dipende da due fattori. Innanzitutto, se noi elettori dedichiamo un po’ di tempo per conoscere meglio i programmi presentanti, anche solo quelli dei partiti che sentiamo più affini alle nostre idee, per capire – al di là delle singole proposte – qual è la visione complessiva che hanno per il futuro dell’Italia. Qui entra in gioco l’informazione – ed è il secondo fattore – e la sua capacità di mettere a disposizione materiali per l’approfondimento e il confronto.

I programmi, se conosciuti e se valutati guardando al “sogno” che esprimono per il Paese, possono fare una differenza.

 

Poi c’è la campagna elettorale molto breve dove i partiti cercheranno di essere incisivi e chiari…Quanto questo può convincere gli indecisi?
Ogni partito cerca di far conoscere la propria proposta, parlando ai propri elettori tradizionali e cercando di attirarne di nuovi: l’efficacia di queste strategie comunicative dipende dalla capacità di intercettare domande e richieste degli elettori, mostrandosi attenti e credibili. Ma sappiamo anche che la campagna elettorale si giocherà, come sempre avviene, negli ultimi giorni. Si sa, infatti, che c’è una parte dell’elettorato che decide a ridosso del voto.

Saper interpretare e rispondere ai temi che si imporranno nel dibattito generale in quel periodo sarà determinante per i partiti,

ma non sarà facile vista l’attuale fase di incertezza per la guerra in Ucraina e i suoi riflessi a livello economico ed energetico nel nostro Paese.

 

Nel dibattito pubblico c’è anche la questione sulla qualità della democrazia. Una eventuale vittoria della destra pone degli interrogativi al riguardo oppure è un tema strumentale che appartiene più alla storia che allattualità?
Interrogarsi sulla qualità della democrazia è molto sano e va fatto sempre perché non è mai acquisita una volta per tutte. Sappiamo che negli ultimi anni si parla della stanchezza della democrazia, riconoscendo che qualcosa non funziona, e che le posizioni delle forze populiste ne hanno messo in tensione alcuni concetti classici.

 

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https://www.agensir.it/italia/2022/09/01/p-riggio-aggiornamenti-sociali-abbiamo-bisogno-di-un-voto-che-sia-per-costruire-non-per-distruggere/

 

 

Fonte: AgenSir (Precedentemente pubblicato su “La voce dei Berici”)

CONTINUARE LA BATTAGLIA, ECCO IL TESTAMENTO POLITICO DI DONAT-CATTIN: CONSERVARE I VALORI DEL CATTOLICESIMO SOCIALE.

 

A Saint Vincent, in un memorabile e quasi profetico intervento, Donat-Cattin spronava tutti gli attivisti e i militanti di quella storica corrente democristiana – Forze Nuove – a proseguire il loro cammino con lealtà, coerenza, lungimiranza e coraggio”. Egli invitava esplicitamente i cattolici popolari e sociali a continuare la loro battaglia”. La lezione che se ne deve trarre è una sola. Ovvero, saper conservare e soprattutto valorizzare la tradizione e la cultura del cattolicesimo sociale nei contenitori politici in cui ci si impegna oggi.

 

Giorgio Merlo

 

C’è un intervento pubblico, tra i migliaia che hanno accompagnato la sua ricca ed intensa attività politica, culturale, sociale ed istituzionale che merita, nella stagione contemporanea, di essere ricordato e citato. Un intervento che è passato alla storia della sua corrente, innanzitutto, la sinistra sociale di ispirazione cristiana e anche del suo partito, la Democrazia Cristiana. È quello che concluse il convegno della corrente di Forze Nuove Nuove nel settembre del 1990 a Saint Vincent. Appena 6 mesi prima della sua improvvisa scomparsa avvenuta nel marzo del 1991. Un intervento, si potrebbe dire, carico di profezia e anche di sofferenza. Sì, stiamo parlando degli storici convegni di Saint Vincent dove Donat-Cattin e la sua corrente riuscivano a dettare l’agenda alla politica nazionale.

 

Ebbene, in quel memorabile e quasi profetico intervento Donat-Cattin, oltre ad indicare in Franco Marini il “successore” alla guida della componente della sinistra sociale di Forze Nuove, spronava tutti gli attivisti e i militanti di quella storica corrente democristiana a proseguire il loro cammino con “lealtà, coerenza, lungimiranza e coraggio”. E, soprattutto, e di fronte alle difficoltà politiche ed istituzionali che già intravedeva all’orizzonte – ed eravamo solo nel settembre del 1990… – Donat-Cattin invitava esplicitamente i cattolici popolari e sociali a “continuare la loro battaglia”. Senza interruzioni e senza alcun cedimento alla presunta modernità e ad un “maldestro nuovismo”. Perchè il “nuovismo esisteva già allora ed era dello stesso conio di quello contemporaneo.

 

Ecco, mi è venuto in mente quello storico, e aggiungo profetico, intervento del leader di Forze Nuove nella località valdostana perchè forse oggi siamo di nuovo, e per l’ennesima volta, di fronte ad uno snodo decisivo dell’impegno dei cattolici popolari e sociali. Certo, dopo quella stagione ci fu la scommessa di Mino Martinazzoli e Franco Marini nel 1994 di correre con un “terzo polo” centrista alternativo alla sinistra della “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, da un lato, e alla destra di Berlusconi e Fini dall’altro. Una scelta, quella di Martinazzoli e di Marini, che permise poi due anni dopo di dar vita alla stagione dell’Ulivo e di inaugurare un vero e credibile centro sinistra. Dopodichè la stagione del bipolarismo, più o meno “selvaggio”, ha preso il sopravvento nella politica italiana sino all’irruzione del populismo demagogico, anti politico, qualunquista, giustizialista e manettaro dei 5 Stelle che, fortunatamente, sta volgendo al tramonto, anche se continua a correre nella pancia del paese. Ma, al di là del populismo pentastellato e del suo ruolo nella politica e nella società italiana, quello su cui vale la pena richiamare l’attenzione – parlando di quello specifico intervento di Donat-Cattin – è che quel settore del cattolicesimo politico è nuovamente chiamato, oggi, a fare delle scelte politiche nette e precise supportato dalla cultura politica di riferimento.

 

Certo, tutte le scelte sono opinabili e, rispetto a quella stagione straordinaria ma purtroppo ed oggettivamente irripetibile dell’inizio degli anni ‘90, ognuno la declina nel proprio campo di appartenenza. Ma un fatto è indubbio, almeno a mio parere. E cioè, chi crede ancora in quel richiamo di Donat-Cattin ha il dovere, morale prima ancora che politico e culturale, di tradurre concretamente quel filone ideale nella dialettica politica contemporanea. Chi nell’area della sinistra massimalista e tardo ideologica; chi nel campo della destra sovranista e chi, invece nel recinto del centro riformista. Escludo, come ovvio, i 5 Stelle perchè il populismo e l’anti politica non sono compatibili con la politica, i partiti organizzati e le rispettive culture politiche. Essendo, a tutt’oggi, sostanzialmente impossibile declinare quel ricco e fecondo patrimonio politico e culturale all’interno dello stesso partito di riferimento.

 

La lezione finale, comunque sia, è una sola. Ovvero, saper conservare e soprattutto valorizzare la tradizione e la cultura del cattolicesimo sociale nei contenitori politici in cui ci si impegna oggi. Che sono non solo diversi ma, purtroppo, addirittura alternativi rispetto a quella stagione carica di politica, di contenuti e di cultura politica. Appunto, come diceva Donat-Cattin nel lontano settembre del 1990, il tutto va però fatto con “lungimiranza, coraggio, lealtà e coerenza”.

ADDIO A GORBACIOV, UOMO DEL DISGELO E NOBEL PER LA PACE. CAMBIÒ IL CORSO DEL NOVECENTO A PREZZO DELL’ESILIO IN PATRIA.

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Basta fare un semplice confronto con l’attuale leader del Cremlino per capire la grandezza dell’ultimo segretario generale del Pcus: Gorbaciov uomo dalle grandi visioni planetarie fondate sulla pace e Putin visionario-despota, che espandendo la propria forza politica ad economica vorrebbe annettere il mondo intero alla Russia, spartendolo con la Cina, in odio all’Occidente.

 

Francesco Provinciali

 

Eletto a 54 anni dal Politburo come segretario generale del partito comunista, Mikhail Gorbaciov nei sei anni alla guida dell’URSS – tra il 1985 e il 1991 – compì una parabola destinata a lasciare il segno nella Storia: possiamo a ragione considerarlo – per l’incisività della sua azione e per le sue intuizioni destinate a mutare gli scenari mondiali – uno dei più grandi statisti del ‘900, un personaggio straordinario, un gigante del ‘secolo breve’.

 

Uomo di pace, comprese ben presto che occorreva una profonda innovazione politica interna ed estera, dopo decenni di gerontocrazia degli apparati del partito e di guerra fredda che condizionava il dialogo tra le grandi potenze. Nel breve periodo della sua leadership si rese protagonista di una svolta epocale, imprimendo una incredibile accelerazione alla ripresa delle relazioni internazionali: uscito da quel “conclave” ideologico del 1985 su indicazione di Andropov, fu l’uomo che impose una linea di apertura, di trasparenza e di verità. Ricordato come artefice della perestrojka e ispiratore della glasnost, ambiva a rimuovere i retaggi sedimentati della nomenklatura del passato in nome del cambiamento, della trasparenza, per la promozione e la crescita morale e materiale del suo popolo, comprendendo che una grande potenza politica, militare ed economica non poteva restare tale in una condizione di isolamento, gelo e ostilità, poiché all’umanità occorreva un nuovo ordine mondiale basato sulle relazioni diplomatiche e sulla cooperazione internazionale, in nome della pace e della concordia tra le nazioni.

 

Per questo meritò il Premio Nobel nel 1990, come riconoscimento unanime della sua profonda azione riformatrice. Con Ronald Reagan prima e con Bush padre poi collaborò per il disgelo e la fine della guerra fredda’, la limitazione della corsa al riarmo, l’apertura dei mercati, consapevole che questa via intrapresa avrebbe portato benefici al tenore di vita per il popolo del suo Paese e uno spirito condiviso di distensione nelle relazioni internazionali. Per questo la sua azione fu sostenuta dalle cancellerie europee e degli USA, fu lui a creare le condizioni per la riunificazione delle due Germanie, vero artefice della caduta del muro di Berlino nel 1989. I suoi interlocutori nel mondo occidentale da Reagan alla Thatcher rappresentavano l’area politica dei conservatori ma ciò non gli impedì di portare avanti un disegno di stretta collaborazione, basata anche sulla fiducia personale: “We can do business togheter”. Possiamo lavorare insieme.

 

Furono anni di speranze planetarie e Gorbaciov ne rappresentò la guida e l’ispirazione più autorevole e rassicurante, dotato di una straordinaria ‘sapientia cordis’ che lo rese popolare e amato, forse più all’estero che nel suo stesso Paese dove le resistenze del vetero-comunismo agivano sottotraccia e poi apertamente fino alla sua caduta: memorabile lo scontro con Eltsin che sarà l’uomo della contro- perestrojka, autore del golpe che lo desautorò in modo violento (lo ricordiamo incitare la rivolta sopra un carrarmato) ma anche colui che avrebbe creato le condizioni per l’ascesa al potere di Putin, che impersonifica e somma tuttora gli aspetti più deteriori dello zarismo, del comunismo e del revanscismo imperialista. Per questo la fronda interna di un Paese che restava comunque legato all’ideologia leninista gli precluse drammaticamente il compimento di un disegno di profonde riforme.

 

Rileggendo gli eventi e rivisitando le ispirazioni politiche della sua visione aperta e mondialistica dei rapporti tra gli Stati, in particolare attraverso il disgelo con gli USA, e confrontandole con la svolta autarchica, oligarchica e totalitarista di Putin, artefice dell’aggressione all’Ucraina, possibilmente fino al suo annientamento, si può ben comparare gli ideali dell’uno e le mire dittatoriali dell’altro: Gorbaciov uomo dalle grandi visioni planetarie fondate sulla pace e Putin visionario-despota che espandendo la propria forza politica ad economica vorrebbe annettere il mondo intero alla Russia, spartendolo con la Cina, in odio all’Occidente.

 

Papa Wojtyla ed io saremo sempre grandi amici”: le parole di Gorbaciov rompevano un secolare tabù ideologico e religioso e forse anche questo aspetto di una personalità talmente straordinaria da superare ogni steccato di credo e di fede contribuì ad alimentare il discredito interno fino alla sua rimozione.

 

Emarginato, perdente, sconfitto dal partito e dall’establishment della nomenklatura sovietica che egli voleva dissolvere seppellendola insieme all’URSS, inviso anche in parte dal suo popolo fino ad essere considerato un traditore, Gorbaciov visse una lunga stagione di solitudine, confinato in una dacia di stato in Crimea nei pressi di Foros e Capo Sarych, presidiata notte e giorno, insieme alla moglie Raissa, che gli venne a mancare il 20 settembre del 1999, dopo 46 anni di matrimonio. Ciò non gli impedì una temperata vita di conferenziere, concedendosi a qualche intervista. Putin, il suo regime, non gli concedono i funerali di Stato, pur essendone stato a capo per sei intensi anni. Resta il ricordo di un uomo profetico e alla fine perdente, ispirato e lungimirante, dimenticato in Patria ma ricordato con struggente nostalgia dal mondo libero, simbolo di dialogo e di pace, gigante nella Storia.

L’ITALIA DI DE MITA, L’OCCIDENTE E “IL CLIMA DI FIDUCIA” NEI RIGUARDI DI GORBACIOV. ORMAI…UNA PAGINA DI STORIA.

 

La scomparsa di Michail Gorbaciov induce a riflettere su ciò che è stato il processo di apertura da lui avviato nelle relazioni tra est ed ovest, fino alla caduta del Muro di Berlino. In quella fase, l’Italia contribuì a rafforzare la fiducia del mondo occidentale nel programma di riforme del segretario generale del partito comunista sovietico. Anche le diffidenze residue furono rimosse con la sostituzione dell’ambasciatore italiano a Mosca, Sergio Romano.

L’allora Presidente del Consiglio, Ciriaco De Mita, chiese ed ottenne al vertice del G7 di Toronto (19-21 giugno 1988) che il documento finale recasse un segno evidente di questa fiducia, nonostante una qualche freddezza da parte degli altri capi di Stato e di governo. In un passaggio della Dichiarazione politica si poteva dunque leggere che “una maggiore libertà e una maggiore apertura in Unione Sovietica offriranno la possibilità di attenuare la diffidenza e di instaurare un clima di fiducia. Ciascuno di noi adotterà un atteggiamento positivo nei confronti di una simile evoluzione”.

De Mita tornerà dopo qualche mese, nel suo discorso alla FAO (Roma, 17 ottobre) in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione, sulle novità derivanti dalla costruttiva interazione tra Occidente e Unione Sovietica, specie per l’opportunità storica di riduzione delle spese militari a favore del sostegno internazionale alla lotta contro la fame e il sottosviluppo. Era il presagio, poi smentito dalla caduta di Gorbaciov, di un cambiamento epocale in direzione della pace e del progresso dell’umanità.

Di seguito riportiamo uno stralcio del discorso di De Mita alla FAO.

(L. D.)

 

 

Ciriaco De Mita

 

Sono tornato ieri dall’Unione Sovietica dove ho avuto modo di constatare l’interessante evoluzione in atto in quel Paese. Noi seguiamo con attenzione il processo in corso e auspichiamo che mentre da un lato siano raggiungibili intese in materia di disarmo e di limitazione degli armamenti, dall’altro si sviluppino formule di collaborazione economica, scientifica e culturale.

Questo processo che sta contribuendo a ridurre le distanze fra Est ed Ovest deve avere effetti benefici anche nella cooperazione allo sviluppo. Tante volte è stato detto che le spese destinate a scopi militari potrebbero essere più efficacemente utilizzate in programmi di aiuto. Noi dobbiamo creare le condizioni che ci consentano di muoverei in questa direzione. Oriente ed Occidente debbono impegnarsi in una rinnovata collaborazione, soprattutto in settori dove vi sono chiari obiet- tivi comuni da perseguire. Penso alla tutela dell’ambiente, già richiamata prima; alle iniziative sanitarie; alla lotta contro la malnutrizione e la povertà.

La difficoltà delle politiche di aiuto derivano anche dalla necessità di combinare fattori spesso poco omogenei tra loro. Vi sono i condizionamenti internazionali. Vi è la necessità di adattare i programmi alle realtà differenziate dei singoli Paesi. La qualità dei programmi di coope- razione e la loro capacità di adattarsi alle situazioni locali diventano sempre più elementi essenziali per un buon esito di queste iniziative.

Noi siamo convinti che il recupero e la valorizzazione delle risorse umane costituisca il presupposto indispensabile di un autonomo processo di sviluppo. È l’uomo infatti che deve restare al centro di tale processo.

NO ALLA TRAPPOLA DEGLI “OPPOSTI ESTREMISMI”. OCCORRE RESPINGERE LA RADICALIZZAZIONE DEL CONFRONTO ELETTORALE.

 

C’è la speranza concreta che il Centro che si va formando nel nostro paese contribuisca in modo decisivo a spezzare una logica che già nel passato ha provocato una moltitudine di guai. Sotto il profilo politico, culturale, democratico e anche etico.

 

Giorgio Merlo

 

Negli anni ‘70 si chiamavano “opposti estremismi”. Erano, cioè, tutti coloro – partiti, esponenti politici, intellettuali, giornalisti, opinionisti – che si collocavano al di fuori di una cultura di governo e soprattutto di una vera, autentica e credibile cultura democratica. Una prassi, e una deriva, che nel nostro paese non sono mai stati archiviati definitivamente ed irreversibilmente. Al punto che lo stesso sistema maggioritario italiano – una prassi normale e del tutto fisiologica in molti altri paesi europei – si è trasformato progressivamente in una sorta di voglia di annientamento e di distruzione dell’avversario/nemico politico. Ovvero, una radicalizzazione della lotta politica che non è affatto compatibile con un normale e civile confronto politico, culturale, sociale e anche istituzionale.

 

Ora, per fermarsi alla situazione odierna, non possiamo non registrare che il cosiddetto confronto elettorale si ispira, seppur in versione aggiornata e corretta, alla logica e alla prassi diabolica degli “opposti estremismi”. Per fare un solo esempio politico e storico, si tratta dell’esatto opposto di ciò che per decenni ha praticato e declinato concretamente la Democrazia Cristiana. E, pur di fronte ad uno scontro politico senza sconti, l’obiettivo della Dc non è mai stato quello di distruggere o di annientare l’avversario/nemico politico. Certo, la sinistra italiana ha sempre avuto nel suo DNA la tentazione di distruggere il “nemico” politico. O per via politica o per via giudiziaria. A cominciare, come ovvio, dalla esperienza concreta e tangibile della prima repubblica. Un vizio che resiste tuttora se è vero, com’è vero, che il Pd – ultimo erede della lunga tradizione Pci/Pds/Ds – individua nell’attuale centro destra il nemico per eccellenza da battere al punto che persiste nel dibattito quotidiano l’ormai eterno rischio del “ritorno del fascismo”.

 

E, specularmente – seppur in minor misura – non mancano gli attacchi dei settori più oltranzisti della destra alla sinistra sugli effetti nefasti “dell’ideologia comunista”. Anche su questo versante non possiamo non registrate un vecchio ritornello che evidenzia l’irriducibile volontà di distruggere il nemico politico attraverso la strada dell’anatema e dell’odio politico.

 

Ecco perché, forse, è giunto il momento per ripristinare una clima politico che respinga definitivamente al mittente ogni forma di radicalizzazione del conflitto politico, di estremizzazione del dialogo parlamentare e, in ultima analisi, di voglia di ripristinare la sub cultura degli “opposti estremismi”. C’è la speranza concreta che il Centro che si va formando nel nostro paese contribuisca in modo decisivo a spezzare una logica che già nel passato ha provocato una moltitudine di guai. Sotto il profilo politico, culturale, democratico e anche etico.

 

Altroché la volontà di distruggere politicamente l’avversario/nemico. Qui si tratta di recuperare, sino in fondo, quei principi e quei valori che sono alla base del nostro ordinamento democratico, pena la riproposizione di un clima e di un quadro politico sempre più preoccupante ed inquietante sotto il profilo democratico e costituzionale.

LUTTO. È MORTO GASTONE SIMONI, IL VESCOVO DELLA POLITICA «ALTA». IL RICORDO DI «AVVENIRE».

 

Emerito di Prato, diocesi che aveva guidato per 20 anni, voleva una Chiesa «anima» della società. L’impegno accanto ai cristiani in politica e per la Dottrina sociale.

 

Giacomo Gambassi

 

«Educare l’interesse e il movimento cristiano per la civitas humana» è «un aspetto, di primaria grandezza, dell’amore del prossimo». È stato un sacerdote e poi un vescovo politico” Gastone Simoni. Dove l’aggettivo “politico” non richiama a certe connivenze o macchinazioni partitiche di cui talvolta la Chiesa si è resa protagonista, ma a quel «capitolo del Vangelo della carità» che fa della presenza cattolica nella società «un impegno sensato e obbligato: anche su di esso saremmo giudicati dal Signore nell’ultimo giorno», scriveva. Il vescovo Simoni è morto nella tarda serata di domenica nella Casa di cura di Villa Torrigiani a Fiesole, sua diocesi dorigine. E nella collina sopra Firenze si era ritirato dopo aver lasciato per limiti di età la guida della Chiesa di Prato di cui era emerito dal 2012. Chiesa dove era stato per due decenni esatti. Aveva 85 anni ed era stato colpito da un ictus a metà di agosto.

 

A dare la notizia della scomparsa è stato lattuale vescovo di Prato, Giovanni Nerbini, fiesolano come Simoni: «Sentiamo il dolore – sono le sue prime parole – di una grave perdita, ma siamo grati al Signore per averci donato un pastore che ha segnato la storia ecclesiale e civile di Prato». «Una grande figura della Chiesa italiana», lo definisce il cardinale Gualtiero Bassetti, fiorentino, già presidente della Cei e profondo amico di «don Gastone», come tutti erano soliti chiamarlo.

 

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https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/morto-vescovo-gastone-simoni

L’ANALISI DI GALLI DELLA LOGGIA SULLA IRRILEVANZA POLITICA DEI CATTOLICI SI NUTRE DI AVVERSIONE PER I POPOLARI.

 

Occorre un esame più sereno delle vicende susseguenti alla diaspora democristiana. In quel difficile contesto, i Popolari sono stati artefici di una sofferta rimeditazione del fattore identificativo della presenza cattolica nel tempo della secolarizzazione e della scomparsa del “comunismo reale”. Si operò con lo scrupolo di preservare la forza di una tradizione e la coerenza di un messaggio politico. Se dobbiamo guardare avanti, serve comunque la piena fedeltà ai valori che irradiano e sostanziano la vicenda del cattolicesimo democratico e popolare.

 

Giuseppe Fioroni

 

L’editoriale di Galli della Loggia sul Corriere della Sera di ieri sollecita una riflessione seria, non ostica pregiudizialmente ma neppure arrendevole, perché la “questione cattolica” di cui si occupa l’autore con indubbia perspicacia, ormai da tempo costituisce oggetto di analisi in molte sedi e per diversi interlocutori, dentro e fuori il perimetro del mondo ecclesiale.

 

Anche questo intervento mette sotto osservazione la scomparsa dei cattolici dal panorama politico nazionale. Sembra che il vuoto lasciato dalla Democrazia cristiana provochi un sentimento di sconcerto nella pubblica opinione, a dispetto della prolungata opera di demolizione, specie negli anni del post Concilio, persino dei presupposti ideali di un partito di ispirazione cristiana. Quando Tangentopoli ha raso a zero un’intera classe dirigente, stuoli di opinion maker salutarono quel passaggio traumatico con un certo entusiasmo perché cadeva finalmente un “muro” anche in Italia, e il “muro” era rappresentato, per ironia della sorte, proprio dalla Democrazia cristiana.

 

Nell’editoriale si misura con velata tristezza questo declino della funzione pubblica della Chiesa e dei cattolici. Dice Galli della Loggia, non senza una punta di veleno: “Fino a qualche anno fa a tale silenzio della Chiesa corrispondeva tuttavia la voce dei cattolici. Che per molto tempo è stata una voce ben udibile in grande prevalenza a favore del centrosinistra (come voce: quanto al voto le cose stavano probabilmente in modo diverso). Dopo la fine della Democrazia cristiana, infatti, esponenti importanti vecchi e nuovi del mondo cattolico, spesso della stessa Dc, si sono schierati sì con il Pd, ma sempre nella sostanza come dei puri vassalli fiancheggiatori. Con la speranza forse di dare un’anima cristiana a una sinistra rinnovata, (…)”. Dunque, non solo il vuoto ma anche lo sprofondamento nel suo buio – questa la tesi – per effetto di una logica di remissione opportunistica di fronte alla perdurante forza organizzata della sinistra, sebbene essa stessa trasformata.

 

L’errore, continua Galli della Loggia, è consistito nel “pensare che una volta eliminato l’ostacolo rappresentato dalla Dc l’arrivo al potere dell’ex Pci e dei suoi uomini avrebbe rappresentato l’inizio di chissà quale rinnovamento del Paese”. Così non è stato. Perciò, conclude, il “fallimento di questo disegno ha lasciato i cattolici italiani come si trovano oggi: di fatto politicamente muti, incapaci di una iniziativa autonoma”. Muti, i cattolici, per colpa di quelli che tra le loro fila avrebbero piegato alle convenienze del potere il compito di ritrovare, al di là dell’esperienza storica della Dc, il modo di istruire una nuova modalità d’impegno nella società e nelle istituzioni, mantenendo vivo il patrimonio del cattolicesimo politico. Muti, in sostanza, per un errore strategico dei cattolici democratici.

 

Ebbene, questa forzatura di Galli della Loggia non regge ad un esame più sereno delle vicende susseguenti alla diaspora democristiana. In quel difficile contesto, i Popolari sono stati artefici di una sofferta rimeditazione del fattore identificativo della presenza cattolica nel tempo della secolarizzazione e della scomparsa del “comunismo reale”. Andrebbero riletti i documenti che furono di sostegno e guida alla costituzione del nuovo partito, nonché alla evoluzione verso nuove mete (prima la Margherita e poi il Partito democratico). Si operò con lo scrupolo di preservare la forza di una tradizione e la coerenza di un messaggio politico, immaginando di apportare un contributo originale al dibattito politico che sorreggeva, sia pure malamente, lo sviluppo della cosiddetta seconda repubblica.

 

Ora, si può ragionare sulle fragilità di alcune scelte, come ad esempio l’adesione un po’ precipitosa all’idea del “partito unico” dei riformisti, senza sperimentare una fase di avvicinamento attraverso un patto federativo tra Ds e Margherita, ma è perlomeno ingeneroso declassare quella operazione a scorciatoia opportunistica, con il risultato, attribuito a forza alla condotta dei Popolari, di un irrimediabile “vassallaggio” nei confronti degli ex e post comunisti. Invece, il Partito democratico è nato da un desiderio di attualizzazione e ricomposizione delle culture democratiche che sono all’origine della Repubblica e della Costituzione. Non è stato un imbroglio. Che si torni a valutare la congruità del progetto, per capire ciò che non ha funzionato rispetto al disegno originario, è giusto; ma che si cancelli tutto con un colpo di spugna, senza alcun discernimento, appare inaccettabile.

 

Dobbiamo guardare avanti, anche disponibili a svolte coraggiose ove fosse evidente la consumazione di un’esperienza politica e organizzativa. Neanche il Pd è eterno. Come sappiamo, gli esami non finiscono mai, neppure in campagna elettorale. Dipende in ultimo, per quanto ci riguarda, dalla capacità di leggere i segni dei tempi, sempre rimanendo fedeli ai valori che irradiano e sostanziano la vicenda del cattolicesimo democratico e popolare.

NON SOLO UCRAINA. LO SCACCHIERE DI PUTIN E IL NOSTRO INVERNO DIFFICILE

Si prospetta una lunga guerra a bassa/media intensità sino a quando non si creeranno le condizioni per un possibile armistizio. Non va dimenticato però che Putin ritiene le democrazie occidentali in inarrestabile decadenza. La partita va ben oltre l’Ucraina, dunque. L’accresciuta presenza mediterranea, in Siria e Libia soprattutto, testimonia adeguatamente l’esistenza di una nuova dottrina moscovita, tesa pure ad avere punti d’appoggio dai quali creare problemi generatori di tensione in Europa. Ci attende un inverno complicato.

 

 

 

 

 

Enrico Farinone

 

È nota l’analisi che si fa nelle Cancellerie occidentali (ma anche nel sistema mediatico) della guerra ucraina voluta da Putin.

 

Non è andata come aveva pianificato: un blitzkrieg in grado di annientare la dirigenza politica di Kiev, a partire dal Presidente Zelenskij, e di sostituirla con una fedele e ossequiosa ai voleri di Mosca, come quella da lustri al potere a Minsk. Si sarebbe così ricomposto, anche se formalmente diviso in tre stati nazionali indipendenti, il Russkij Mir (Mondo Russo) europeo composto dalla stessa Russia, dalla Bielorussia e appunto dall’Ucraina (esclusa la sua parte nord-occidentale confinante con la Polonia). Ricostituendo quel minimo “spazio vitale” che il Cremlino ritiene indispensabile porre fra i suoi territori e quelli dei suoi possibili nemici.

 

E non sta neppure andando secondo i piani in un tempo successivo modificati. La conquista del Donbass è costata molto in termini di tempo, mezzi, uomini. E non è tuttora definitiva. Addirittura la Crimea è stata colpita dai missili della controffensiva ucraina. E l’allargamento verso ovest, verso Kherson prima e possibilmente verso Odessa, procede molto lentamente, contrastato dagli ucraini armati ora con più efficacia dagli occidentali, soprattutto dagli americani.

 

Si prospetta una lunga guerra a bassa/media intensità, con periodiche punte e più lunghi periodi di stasi sino a quando non si creeranno le condizioni per un possibile armistizio che conceda qualcosa a Mosca, dopo aver convinto Kiev ad accettare qualche slabbratura territoriale ricompensata da un piano di ricostruzione imponente finanziato dagli alleati europei, oltre che dagli stessi americani.

 

Ma le cose stanno davvero così? O piuttosto stanno anche, ma non solo, così? Per capirlo, occorre studiare le altre pedine che Putin ha mosso sullo scacchiere. Non si tratta di semplici pedoni.

 

La prima è sotto i nostri occhi. Il rubinetto del gas aperto e chiuso ad intermittenza, o anche solo la minaccia di chiuderlo a tempo indeterminato se non per sempre ha provocato la deflagrazione del prezzo e con esso l’incipiente crisi economica prevista ormai con certezza in tutta l’Unione Europea. La conseguente necessità di ipotizzare razionamenti e restrizioni al momento sulla carta ma concreti il prossimo inverno, e sarà quello il momento della verità: come reagiranno le opinioni pubbliche a fronte di una crisi che investirà le famiglie nella loro vita ordinaria, con la perdita del lavoro in taluni casi e il freddo negli appartamenti? Non va dimenticato che Putin e il pensiero che lo sostiene ritiene le democrazie occidentali in inarrestabile decadenza, innanzitutto etica, ragion per cui un colpo ben assestato al loro stile di vita incentrato sull’opulenza e sul possesso ne indebolirebbe ulteriormente la già precaria tempra morale. La partita va ben oltre l’Ucraina, dunque.

 

La seconda riguarda l’UE, e finora non ha prodotto in verità risultati significativi. L’obiettivo dell’autocrate del Cremlino è dividerla e frammentarla, anche perché a suo modo di vedere è assolutamente irrilevante in quanto non rispondente a quel decantato sovranismo nazionalistico che è invece l’unico riferimento col quale merita relazionarsi. Ad oggi però solo l’Ungheria è caduta nella rete, dopo il tentativo andato a vuoto in Francia. Come ben sappiamo, ce lo ha detto Medvedev, ora si spera nell’Italia.

 

La terza è di geopolitica internazionale. Qui la Russia gioca almeno due partite in contemporanea. Quella maggiormente visibile è con la Cina.

 

“L’amicizia senza limiti” è palesemente un accordo fondato sulla convenienza, reale o supposta, delle parti. L’enfasi è solo parte della propaganda. L’utilità per Mosca potrebbe essere solo provvisoria, legata alla situazione contingente, nella quale il Cremlino vede l’opportunità di inserirsi attivamente nel crescente scontro USA-Cina con l’obiettivo di indebolire l’avversario oggi ritenuto principale, ovvero gli Stati Uniti. Per converso il rischio di rimanere soffocato dall’abbraccio del potente vicino, ormai ben più forte da ogni punto di vista (eccetto uno: quello dell’offesa nucleare) è assai elevato, e questo non può essere sfuggito a Putin. Ma se ha scelto di correre il rischio significa che ha valutato di non avere molte altre valide carte a disposizione.

 

La più interessante delle quali – ed è l’altra partita – è il tentativo di acquisire spazi territoriali e relazioni politiche amicali con le nazioni di quello che spregiativamente, e sempre errando, gli occidentali hanno chiamato terzo e quarto mondo. Un esercizio peraltro al quale si sta applicando pure la Cina, a partire da una logica commerciale che le è propria, mediante la Belt & Road Initiative.

 

L’accresciuta presenza mediterranea, in Siria e Libia soprattutto, testimonia adeguatamente questa nuova dottrina moscovita, tesa pure ad avere punti d’appoggio dai quali creare problemi generatori di tensione in Europa.

 

È la rete di relazioni con i paesi emergenti a dimostrare quanto il Cremlino stia adoperandosi per allargare il conflitto ucraino dal terreno militare a quello della diplomazia e della politica. Dai redivivi BRICS, inclusivi di nazioni teoricamente più ascrivibili al fronte occidentale che a quello orientale ma al tempo stesso parte del Sud del mondo, vera linea di demarcazione – quella fra Sud e Nord del pianeta – che permane e anzi acquisirà nuovi significati; al VOSTOCK (Oriente) che si riunirà in summit la prossima settimana, con l’India ancora ambiguamente a cavallo fra tutti i contendenti.

 

Questa è la parte visibile e immediata della sfida lanciata all’Occidente da Putin una volta che si sia compreso che quello combattuto sul suolo ucraino non è solo o soprattutto un conflitto per conquistare territorio. E’ una sfida culturale. Ecco perché egli non può in alcun modo perdere la partita ucraina. Attendiamoci allora un gioco duro, senza sconti. Putin ha bisogno di arrivare ad una qualsiasi trattativa almeno da una posizione di forza. Se non potesse essere quella militare, allora dovrà essere quella energetica. Mettere in ginocchio l’Europa prima che essa riesca a riorganizzarsi, con nuovi e diversi approvvigionamenti e nuove modalità green di produzione d’energia. Ci attende un inverno complicato.

PERCHÉ NON SI METTE FINE NEL PD ALLO STILLICIDIO DI ACCUSE E RECRIMINAZIONI SUL CASO RUBERTI?

Gira e rigira questa storia antipatica potrebbe essere archiviata senza grandi problemi, essendo il frutto avvelenato di un diverbio certamente aspro, ma rinvenibile pur sempre nel substrato melmoso delle tradizionali contese di partito, specie in vista di riassetti e nuovi equilibri nei gruppi dirigenti. Perché non lo si fa?

 

Romano Contromano

 

Questo stillicidio sul caso Ruberti non giova al Partito democratico. Chi pensa di tenere il volume abbassato, nella speranza di smorzare le polemiche, commette un errore di ingenuità. Tutto lascia pensare che l’attenzione della pubblica opinione, invece di diminuire, con il passare dei giorni tenda ad aumentare. Non si tratta di un incidente che possa riguardare solo Roma e il Lazio, in un’ottica localistica, per la semplice constatazione di quanto l’eco di vicende incentrate sulla capitale in genere si diffonda con facilità, diventi argomento di dibattto generale e assuma fatalmente un connotato nazionale. In questo caso, assai probabile, gli effetti sulla campagna elettorale potrebbero essere pesanti.

 

A parlare finora sono i protagonisti della violenta rissa verbale, ma non gli organi di partito. Il tentativo di circoscrivere l’accaduto, banalizzando il senso e la portata del video dello scandalo, risulta abbastanza fragile. Più si danno spiegazioni, come ha fatto ad esempio la consigliera regionale Sara Battisti, compagna di Albino Ruberti, più crescono gli interrogativi sui “motivi reali” della lite. Certo, non era il calcio la ragione che ha portato all’incandescente dopo cena di Frosinone: anche a voler insistere – e un po’ questo avviene – si capisce lontano un miglio che a far saltare i nervi è stato ben altro che non la veemenza di tifosi troppo accesi. Ora sembra che gli sproloqui, invero poco eleganti, fossero piuttosto collegati alle dispute sul dopo Zingaretti. Tant’è che in modo neppure troppo velato si accenna alla responsabilità degli “altri” a riguardo della messa in circolazione del video.

 

Gli “altri” però tacciono. Perché? Dovrebbe essere il segretario regionale, Bruno Astorre, a chiudere questa discussione. E lo dovrebbe fare sia per il ruolo che ricopre nel partito, sia per la sua appartenenza alla corrente degli “altri”: quelli, cioè, che nelle circospette dichiarazioni della Battisti risulterebbero schierati a favore della candidatura del vice presidente della giunta regionale, Daniele Leodori, amico di lunga data di Astorre. E dunque? Gira e rigira questa storia antipatica potrebbe essere archiviata senza grandi problemi, essendo il frutto avvelenato di un diverbio certamente aspro, ma rinvenibile pur sempre nel substrato melmoso delle tradizionali contese di partito, specie in vista di riassetti e nuovi equilibri nei gruppi dirigenti.

 

Alla resa dei conti, non si comprende come mai si lasci campo libero alla prosecuzione, tanto nociva in campagna elettorale, di questa infelice controversia portata avanti a suon di accuse e recriminazioni, senza risparmio di energie. Il Partito democratico, ovvero il corpo dei suoi militanti, non se lo merita.