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Carpenedo, “ho sempre considerato la politica un dovere e una missione, sempre un gradino al di sopra della stessa professione”.

Vorrei ricostruire con te alcune vicende della DC del Friuli Venezia Giulia. Com’è stato l’inizio del tuo impegno politico?

Sono nato nel 1935. Appena finita la guerra ho cominciato il mio apprendistato politico con i rapporti che mi sembravano più ovvi e naturali venendo da una famiglia legata all’ambiente cattolico. Posso dire di aver attaccato parecchi manifesti in occasione del 18 aprile del 1948 a Paluzza, il paese dove sono nato, al confine con l ‘Austria. Paluzza oggi ha 2000 abitanti, a fine guerra ne aveva il doppio. Si trova lungo la strada di Monte Croce Carnico, costruita al tempo di Augusto, quando il Norico diventa una  provincia dell’impero. Augusto, da grande organizzatore qual era, si preoccupa di collegare a nord Aquileia, avamposto di Roma, fondata 200 anni prima di Cristo, una grande città, importante come Milano. Augusto lega il porto dell’alto Adriatico con il Norico costruendo due vie: quella che passa da Tarvisio e appunto quella che passa per M.Croce e per il Brennero e diretta al centro dell’Europa.

 

E dopo il 1948?

Ho fatto il liceo a Udine e l‘università a Padova. Dopo il servizio militare mi sono dedicato alla professione di ingegnere libero professionista Trasferita a Udine la residenza, il segretario della Dc di Paluzza scrisse a mia insaputa a quello di Udine: “Guardate che vi abbiamo mandato un giovane che vi potrebbe tornare utile”.

Chi c’era come riferimento politico a Udine?

Siamo all’inizio degli anni sessanta, i personaggi importanti, i capi, sono due: Mario Toros, leader di Forze nuove, e Antonio Comelli, moroteo, che non ha mai voluto far poltica a Roma.

Un grande Presidente di Regione. Quello della ricostruzione post terremoto…

A partire dal 1970 faccio per cinque anni l’assessore alla provincia di Udine. Subisco la protesta di mia moglie perché, invece di un tranquillo ingegnere, scopre di aver sposato un uomo che per la politica trascura gli affetti familiari. Comunque, alle elezioni politiche Comelli mi propone la candidatura al Senato nel collegio dell’alto Friuli. Sono costretto a dire di no per non mettere in discussione il mio matrimonio. Mi capisci?! Nel 1975 resto in politica soltanto come consigliere del mio comune e mi dedico alla professione, in particolare ai problemi della ricostruzione. Nel 1978 divento consigliere regionale eletto nel collegio del terremoto, per una decisione che appare a molti scontata. 

Se non ricordo male, hai seguito tutta la ricostruzione del terremoto del 1976?

Sì, dal 1976 al 1978 partecipando alla scrittura dei documenti tecnici innovativi utilizzati nella nostra ricostruzione. Dal 1978 al 1991 partecipando alla scrittura delle 69 leggi  regionali che si sono occupate di ogni aspetto della ricostruzione.

Alla commemorazione dei 40 anni del terremoto e della ricostruzione, tenutasi alla Camera (Sala della Regina) ho partecipato, con Laura Boldrini, la Serracchiani e Zamberletti, in qualità di relatore.

 Giuseppe Zamberletti ha ricordato le vicende della emergenza, io quelle della ricostruzione.

In quegli anni ho accumulato molta esperienza, tant’è che nel 1980, in occasione del terremoto dell’Irpinia, sono stato più volte utilizzato come consulente. Comelli, alle richieste di aiuto, mandava sempre me per conto della Regione,  per la conoscenza che avevo sia  degli aspetti tecnici che di quelli politici della ricostruzione. 

 Torniamo alla ricostruzione del Friuli. Le novità? 

Nel 1976 lo Stato concesse alla Regione Friuli Venezia Giulia una delega amplissima per la ricostruzione, che non aveva precedenti e non fu più ripetuta. Fu una scelta di Moro, allora Presidente del Consiglio, il quale aveva presente l’esempio non proprio felice del Belice. Dopo otto anni dal sisma, da quelle parti non avevano battuto un chiodo, sempre alle prese con i piani generali urbanistici, i piani comprensoriali, i piani comunali…C’era un clima pesante, per questo Moro voleva intraprendere un’altra strada. Ancora: Moro aveva un rapporto privilegiato con il Friuli Venezia Giulia. La nostra era la Regione più morotea d’Italia, a giudicare dai nrisultati dei congressi della DC. Moro veniva volentieri da noi. A margine di una riunione a Palazzo Chigi, il 10 maggio 1976, in preparazione del decreto legge 227, chiese a Comelli se “la Regione se la sentiva di assumersi l’incarico della Ricostruzione”. Era una scelta coraggiosa e Comelli vi aderì con entusiasmo. L’idea della delega si trasformò nell’articolo 1 e 2 del decreto legge.

Moro mostrava di fidarsi della Regione: dare una delega piena era una opportunità, ma anche un rischio. Trieste era ammalata, al contrario di Udine, che stava in grandissima salute: Udine conosceva a quel tempo la sua rivoluzione industriale. Tuttavia, Trieste era collocata sulla cortina di ferro, bisognava assolutamente tenerne conto. E i triestini avevano insistito con Moro per finanziare i piani di sviluppo nel quadro delle norme sulla “specialità” del Friuli-Venezia Giulia. Per altro, da segretario politico della Dc Moro aveva seguito la nascita della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1 che riconosceva la suddetta “specialità”.

Moro aveva pensato, in definitiva, che essendo ricostruzione e sviluppo inseparabili, attraverso la delega si potesse provvedere ai problemi della ricostruzione del Friuli e a quelli di Trieste contemporaneamente. E noi potevamo utilizzare quella benedetta delega per rovesciare l’impianto che si era dimostrato negativo per il Belice e che prevedeva l’abbandono dei vecchi centri urbani e la ricostruzione in nuovi siti.

Quindi, un’idea geniale di Moro. Ma torniamo alle tue vicende personali, ovvero al tuo diretto impegno politico.

 Arrivato in regione, dovevo occuparmi solo di ricostruzione, pensavo come consigliere regionale e finii per fare l’assessore, alla istruzione e attività culturali perché Toros, capo di Forze Nuove, impose Adriano Biasutti come assessore alla ricostruzione. Per gli equilibri interni della Dc non potevano esserci due morotei uno presidente della giunta e l’altro con l’assessorato più importante..

Io, non ero un fanatico delle correnti; del resto, ero abbonato a Terza Fase. Le “cronache di bordo” le leggevo con piacere. Il fratello di Carlo Donat Cattin era direttore della scuola di formazione professionale di Trieste e quindi mio dipendente. Ebbi con lui qualche discussione di troppo. Mi chiamò da Roma il dott. Milazzo per trovare una soluzione. Comelli commentò: “Ti ha telefonato la persona più importante di Roma!”.

E i rapporti con Sergio Coloni?

L’ho avuto con me in Regione. È stato un grandissimo personaggio a Trieste. Corrado Belci lo era sul lato intellettuale, Coloni sul piano operativo: un leader indiscusso. Teneva i rapporti con gli sloveni, che erano comunisti ma parlavano solo con la Dc. Mi portava sempre con sé. “Ho bisogno di un Furlan”, diceva. Poi l’ho ritrovato a Roma. Diventò parlamentare una legislatura prima di me.

E la legge speciale per Trieste?

Non ha funzionato. Per Trieste la vera legge è stata quella della caduta del Muro di Berlino! Da quel momento ha ripreso a crescere in modo incontenibile.

E Giorgio Santuz? Che ruolo aveva?

Il capo era Toros, poi venivano Santuz, Biasutti e Turello, presidente della Provincia,

Udine era la capitale politica, Trieste lo era solo nominalmente. Quando la Dc, partito con maggiore radicamento nei centri minori, ha perso consensi, fatalmente ne ha risentito la forza della città. La prima sintesi si faceva a casa dei morotei friulani e triestini, e una volta trovato l’accordo tra Udine e Trieste si allargava il confronto a Forze Nuove.

Hai partecipato al Movimento giovanile?

No, nella Dc c’erano quelli che venivano dal Movimento giovanile e quelli che venivano dalla società civile. Io appartenevo alla schiera di quest’ultimi.

La ricostruzione post terremoto non è stata una grande sfida, per dimostrare efficienza e laboriosità nella gestione di problemi immani?

Sì, è stata davvero una grande sfida. Abbiamo ricostruito il Friuli terremotato in dieci anni e lo abbiamo fatto innovando, dando vita al “modello Friuli”. Un modello straordinario.

Ho seguito la commissione di inchiesta sull’Irpinia con Carrus e Gottardo, ex sindaco di Padova, ed emerse che sul terremoto dell’Irpinia vi fu un eccessivo ampliamento dell’area del cratere, ai fini della ricostruzione, e più in generale si palesarono problemi sul versante dei controlli. Torniamo alle vicende di partito. Come era organizzata la Dc in Friuli?

Si lavorava molto. Ho fatto parte della direzione regionale e provinciale. La Dc era organizzata bene, si presentava come un partito robusto, aveva molti iscritti e…noi eravamo fuori ogni sera Il conflitto con mia moglie era inevitabile! “Cosa mi interessa delle tue assemblee”, mi diceva, “stai a casa: abbiamo due figli”. Con la famiglia, coloro che facevano politica, finivano per avere debiti immensi.

È un problema di tutta la politica, almeno della politica di allora…

È vero. Comunque il partito era vivo. Sentiti gli iscritti, in realtà avevi realizzato un vero sondaggio alla stregua di quanto oggi ti propinano le società specializzate. Intendo dire che avevi sondato le radici della società, capendo cosa si muoveva in tutte le categorie e in tutte le articolazioni sociali.

E a Roma, in Parlamento, quando sei arrivato?

Nel 1992. Mi hanno messo subito a lavorare. Ho fatto il relatore sul bilancio, d’altronde lo avevo fatto anche in Regione. Al primo mandato sono stato Presidente della commissione bicamerale per il Belice. Ti ricordi di Vittorino Colombo? Fu incaricato di mettere d’accordo i siciliani per la scelta del presidente della bicamerale che spettava alla Dc. Ad un certo punto si arrabbiò. Battè il pugno sulla tavola gridando: “Basta! Il presidente lo fa Carpenedo: almeno sa che cosa è un terremoto!”. Ho saputo della scena da quelli che sono venuti a cercarmi per vedere che faccia avevo: insomma, nessuno mi conosceva.

Considero la legge sulla montagna, la legge 97/1994, il risultato più importante della mia attività di senatore. Della stessa sono stato relatore con l’incarico di predisporre il testo base. La legge è figlia del Senato. La Camera ci ha messo solo il timbro, di necessità. L’ho tirata fuori per i capelli perché si stava chiudendo la legislatura. Ci sono riuscito per il rotto della cuffia andando a implorare i deputati di approvarla a tutti i costi.

Ricordo, in effetti, che fondammo l’associazione “Amici della Montagna” con Coloni, con Roberto De Martin che era presidente del CAI…

Prova a chiedere al prof. Barberis se si ricorda di Carpenedo!  Io mi ricordo di lui per gli ottimi suggerimenti che mi diede e per la generosità con cui mi giudicò quando ebbe a dire che senza la mia caparbietà la legge non sarebbe stata mai approvata!

In quella legislatura ci furono i provvedimenti sulle privatizzazioni, le manovre di risanamento…

Ricordo che fu un periodo complesso, molto impegnativo. Ho fatto il relatore anche per la manovra da 93 mila miliardi del governo Amato, per salvare il Paese dal fallimento. Direi che fu un periodo tragico per tutto quello che accadde. Ci furono cose inammissibili. Quello che ho provato per Scalfaro, per aver chiuso una legislatura che pure aveva una maggioranza…ecco, non voglio toccare questo argomento…Almeno avesse accettato la richiesta di Martinazzoli di abbinare le elezioni politiche con le europee. Si sarebbero guadagnati sei mesi, dando respiro a tutti noi. Scalfaro invece preferì operare una brutta forzatura costituzionale. Sciogliere un Parlamento non può essere una passeggiata! Lo fece a fin di bene perché era crollata la fiducia del popolo italiano nel Parlamento? Ma allora si sarebbe dovuto dimettere anche lui perché da quel Parlamento aveva ricevuto l’investitura!

Anche da “pensionato” non sono riuscito a superare un certo disappunto per quello che è accaduto. E aggiungo, pur con rispetto, che da Scalfaro mi aspettavo molto di più.

Amaramente sostengo oggi che non aveva speciali titoli speciale per diventare Presidente della Repubblica. Certo, portava i voti del Pci, ma per il semplice fatto che Napolitano, in cambio, avrebbe ottenuto la Presidenza della Camera.

Torniamo alla tua terra. Come è il Friuli oggi, si vede la mancanza di un partito come la Dc?

Altroché! Basta osservare la realtà. Udine nel periodo della Dc era forte, su tante cose era viva. Adesso è diventata un capoluogo di provincia qualsiasi, non è più un nodo nella rete delle città virtuose alla avanguardia nella ricerca.

Qualcuno imputa il rilassamento alle conseguenze della ricostruzione. In ogni caso dopo quasi 50 anni sarebbe ora di rimettersi in moto. Trieste e Udine sono due vasi comunicanti. Quando sale Udine, cala Trieste, e viceversa.

Sono come il dollaro con l’oro…

Sì, la storia ha questo andamento ciclico. Adesso per Udine è arrivata l’ora di svegliarsi un’altra volta, almeno lo spero. È una bella città, ben tenuta…ma non basta.

Dunque…il Friuli del dopoguerra e quello di oggi: che cosa emerge dal confronto?

Non ci sono dati significativamente diversi dal triveneto. Forse c’è più benessere diffuso, ma è crollata la natalità.

Ma non  è più terra di emigrazione…

No, non lo è più da molto tempo. La piaga dell’emigrazione è stata presente fino all’inizio degli anni ‘70, poi il fenomeno si è interrotto. Era decollata la rivoluzione industriale, in ritardo nel nord-est rispetto a Milano Torino e Genova, i grandi poli dello sviluppo nell’immediato dopoguerra.

Cosa manca al Friuli dei nostri giorni?

Per le infrastrutture manca qualcosa, ma soprattutto manca il dinamismo. Udine, grazie all’università, dovrebbe essere all’avanguardia nel settore della ricerca. Stiamo vivendo la rivoluzione digitale e la città l’osserva quasi passivamente.

Ma a Trieste ho visitato importanti centri di ricerca…

A Trieste…ma non a Udine, che ha perso il suo ruolo trainante. Non è l’attore principale. Se osservi alcune vicende del comparto industriale concludi che è diventata più importante Pordenone. Michelangelo Agrusti è presidente dinamicissimo dell’Associazione industriali: ha realizzato un accordo tra Pordenone, Trieste e settore Giuliano, mentre Udine se ne sta per suo conto. Con quel ruolo Pordenone è cresciuta diventando la bandiera del dinamismo friulano. Pensa, dal punto di vista culturale, a Pordenonelegge.

Forse hanno inciso ragioni geografiche?

Cinquant’anni la geografia non era diversa e Udine aveva un ruolo.

Callegaro e Fioret non erano di Pordenone?

Si, dici bene. Mario Fioret, anche se molto avanti negli anni, dovresti coinvolgerlo nel racconto della storia della Dc del Friuli fino alla nascita della Regione.

Adesso cosa fai?

Finita l’esperienza politica sono stato Presidente dell’ordine degli ingegneri della provincia di Udine. Adesso cerco di tenermi in movimento. Le occasioni non mancano.

Abbiamo citato Zamberletti. Era molto amato, ma a tuo giudizio è stato ricordato adeguatamente?

Zamberletti ha letteralmente inventato la protezione civile. Lo hanno commemorato in tanti posti del Friuli, come era giusto. In qualità di commissario straordinario per l’emergenza lo trovavi dappertutto; aveva grandi capacità organizzative, infondeva fiducia e coraggio. La sua nomina a commissario vien fatta a Parlamento sciolto. Avrebbe potuto dire a Moro che doveva curare la sua campagna elettorale a Varese. Invece rimane in Friuli, lontano dal collegio, ma gli elettori varesini lo premiano con una valanga di voti. Dopo il terremoto di settembre viene richiamato a furor di popolo. Il Friuli gli rimane grato. I friulani considerano Giuseppe Zamberletti un loro grande amico. 

Che cosa ricordi di più della esperienza politica? Che cosa ti ha affascinato maggiormente?

Ho sempre considerato la politica un gradino al di sopra della professione. Ho fatto l’ingegnere per il piacere di farlo, non per costrizione: mio padre era farmacista. Ho partecipato a progetti importanti, in campo professionale, ma riconosco alla politica un ruolo superiore. Quando ti senti investito di responsabilità, prima in Regione e poi in Parlamento, avverti il peso di un dovere morale, di una missione…

Aggiungo al discorso serio un pettegolezzo. Mi colpisce il fatto che specie i colleghi del Mezzogiorno, dopo l’esperienza parlamentare, sentano il bisogno di tornare spesso a Roma. Al nord questa esigenza è meno sentita, ma mantengo un ottimo ricordo degli anni trascorsi nella capitale.

Ti pesava venire a Roma?

Beh…ho dovuto lavorare molto, non ero in vacanza. No, non mi pesava, almeno non più di tanto. I trasporti erano buoni, dal treno all’aereo, anche se qualche volta i piloti facevano sciopero girando sulla città…

Di un centro politico nuovo, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, ha ancora bisogno il nostro Paese.

L’autore esprime viva adesione alla tesi espressa ieri sulle nostre pagine da Giorgio Merlo. “C’è la necessità di superare quel “bipolarismo selvaggio” introdotto in Italia dopo la fine della Prima Repubblica”.

Ettore Bonalberti

L’ultimo articolo di Giorgio Merlo pubblicato da “ Il Domani d’Italia” (Centro, che può essere? Non la replica della Dc, ma qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e contenuti”) è un contributo importante al progetto di ricomposizione politica della nostra area culturale e sociale. Vorrei innanzi tutto confermare che nemmeno noi che, dal 2011-12, tentiamo di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui “la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta”, abbiamo pensato che si potesse rifare la Dc storica; il partito che per molti di noi è stato quello dell’intera vita e rimane ancora oggi il proprio riferimento ideale. Ciò che è stato è stato e non può essere replicato nelle nuove e assai mutate condizioni storico politiche dell’Italia e del mondo. 

Altra prospettiva, come anche rileva Merlo, è concorrere a dar vita a “qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e di contenuti”. Ecco, per tale prospettiva anche noi, che ci siamo organizzati dal 2012 nella Dc guidata prima da Gianni Fontana e oggi da Renato Grassi, siamo pronti a offrire il nostro contributo; non per un nostalgico ricordo di ciò che fu, ma nella consapevolezza che di un centro politico nuovo ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano ha ancora bisogno il nostro Paese. C’è la necessità di superare quel “bipolarismo selvaggio” introdotto in Italia dopo la fine della Prima Repubblica, soprattutto per offrire a un elettorato stanco e sfiduciato, sempre più renitente al voto, una nuova speranza. Ho evidenziato più volte la condizione di anomia morale, culturale, sociale e politica in cui versa il Paese. La crisi prodotta da una globalizzazione nella quale è prevalso il superamento del NOMA (Non Overlapping Magisteriae), per citare un frequente concetto espresso dal prof Zamagni: il prevalere della finanza sull’economia reale, con la riduzione della stessa politica ad un ruolo ancillare, mentre sul piano politico si assiste allo scontro tra una destra nazionalista e sovranista e una sinistra divisa, tra il PD alla ricerca della propria identità e il M5S, espressione del rancore dei “vaffa” nel voto del 2018, tradottosi nel trasformismo progressivo di quanti impegnati ad “aprire il parlamento come una scatoletta di tonno”, hanno finito con l’assumere le più diverse posizioni, pur di non perdere i vantaggi di potere conseguiti. 

Risultato? Il terzo stato produttivo e i ceti popolari, dalla cui saldatura, sempre garantita dalla Dc sul piano politico e istituzionale, dipende la tenuta democratica del Paese, non si riconoscono più in un centro destra dominato dalle posizioni estreme di Salvini e della Meloni, o in quelle equivoche di un’alleanza PD-M5S messa in crisi ogni giorno dagli ondivaghi atteggiamenti dell’ex presidente Conte. Uniche certezze, espressioni di stabilità istituzionale e politica,  sono quelle rappresentate dal Presidente della Repubblica, Mattarella, e dal capo di governo, Draghi, esponenti dell’area euro atlantica italiana, erede della migliore tradizione politica di tutta la storia repubblicana. Ha ragione Merlo, alla fine, sono molto poche le residue “casematte” della diaspora democratico cristiana. A parte quella, come l’Udc, impegnata nella difesa della rendita di posizione di un simbolo, lo scudo crociato, sin qui utilizzato solo per la sopravvivenza politica a destra dei soliti noti, io credo che tutte le altre esperienze, come quella di Insieme di Infante-Tarolli, della Dc di Grassi e Cuffaro, del Centro di Mastella e dello stesso Merlo, e con esse, anche l’esperienza avviata da Rotondi dei Verdi Popolari, possono e debbono compiere il salto di qualità per la ricomposizione politica dell’area. Se per motivi diversi non cogliessero tale necessità, mi auguro che il processo avviato dalla base (bottom up) per la convocazione di un’assemblea costituente per detta ricomposizione, potrebbe favorire il progetto. 

Certo molto dipenderà dalla legge elettorale che, alla fine, sarà adottata. Permanesse l’attuale maggioritario del rosatellum, senza una forte componente unita di area cattolico democratica e popolare, inserita in una più vasta federazione di laici, liberale e riformista, unita nella difesa dell’euro atlantismo, obbligato dall’ennesima necessità di scegliere tra destra e sinistra, il nostro potenziale elettorato si tripartirebbe, con l’aggiunta, tra la scelta a destra o a sinistra, di una terza componente renitente al voto. Se, viceversa, e come ci auguriamo, alla fine prevarrà la legge proporzionale con sbarramento e preferenze e con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva anti trasformismo parlamentare, tale ricomposizione sarebbe non solo opportuna,  ma indispensabile, proprio per evitare il rischio di quei partiti bonsai, a diverso titolo Dc, cui fa riferimento Merlo nel suo articolo. 

C’è, tra di noi, chi pensa giustamente al voto dei millenians che non hanno mai conosciuto la storia della Dc, se non nella versione deformata della “damnatio memoriae” cui è stata relegata, ma tale opera di formazione, certamente meritoria, ma metapolitica, ha scadenze inevitabili di medio-lungo periodo, incompatibili con quelle che la realtà politica ci impone. In previsione delle prossime elezioni nazionali, credo, invece, che il nostro dovere prioritario sia proprio quello di impegnarci, ognuno per la sua parte e nell’ambito politico organizzativo in cui si ritrova, per favorire quel soggetto politico nuovo che se non sarà la Dc, dovrà essere “qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e di contenuti”.

Ettore Bonalberti

  1. segretario nazionale Dc- Presidente dell’associazione ALEF ( Associazione Liberi e Forti).

 

Attorno a Roma Capitale si gioca una partita politica e il Pd alle regionali del 2023 potrebbe esserne travolto.

A suonare l’allarme è stato Sabino Cassese: le sue parole hanno messo a nudo la fragilità della riforma (ex art. 114, comma 3, Cost). Ebbene, tali critiche provenienti da un’autorità del diritto costituzionale dovrebbero far riflettere. La riforma non andrà in porto, ma si depositerà nel dibattito politico in vista delle regionali del prossimo anno. Con il Pd, già messo alla gogna come partito della Ztl, destinato a farsi carico di un progetto che potrebbe risvegliare la classica tensione tra la Capitale e le altre province del Lazio. 

La riforma dovrebbe essere approvata in commissione affari costituzionali della Camera e poi passare in Aula: Roma Capitale avrebbe finalmente, dicono gli estensori del disegno di legge, un nuovo ordinamento e di conseguenza nuovi livelli di finanziamento. In realtà, si tratta di un provvedimento destinato a non concludere l’iter previsto dalle revisioni della Carta, stante la complessità delle procedure fissate dai Costituenti, sicché la riforma funge sostanzialmente da bandiera politica in vista della campagna elettorale del prossimo anno, quando insieme alle politiche si voterà anche per la Regione Lazio. Un motivo in più per maneggiare con cura la nuova normativa, soprattutto da parte del Pd che attualmente, con il Presidente Nicola Zingaretti, guida la giunta regionale.

Ieri, alla cronaca romana del “Corriere della Sera”, la relatrice Annagrazia Calabria – l’altro relatore, in chiave bipartisan, è Stefano Ceccanti (Pd) – ha rilasciato un’intervista che lascia con la bocca asciutta tutti gli interessati a discutere nel merito, attraverso il pubblico confronto, la formula di applicazione del terzo comma dell’art. 114 della Costituzione (Ordinamento di Roma Capitale). La spiegazione è ridotta all’osso, si capisce solo quello che ciascun cittadino, per quanto possa essere informato, riesce a collegare mentalmente a un quadro più ampio. Sta di fatto che la relatrice scivola sulla novità più importante e insidiosa, ovvero quella che riguarda il conferimento al Campidoglio di poteri legislativi nelle materie oggetto di “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni (esclusa stranamente la sanità). 

In sostanza si trasforma il Comune in una semi Regione, non si sa con quale esito razionale. Ciò comporta, di sicuro, uno “strappo” in ambito urbanistico. “Uno dei settori sui quali la riforma avrà un forte impatto – dice infatti la Calabria – è quello dell’edilizia residenziale pubblica. Roma potrà agire autonomamente nel ripensare il tema delle case popolari, pianificare e costruire senza alcun dispendio burocratico né i blocchi che adesso si creano nei passaggi tra i diversi livelli istituzionali”. Naturalmente il “dispendio burocratico” altro non è che il criterio fondamentale che sottomette la gestione del territorio, in larga parte in mano al Comune, all’attività di legislazione e programmazione del governo regionale: il Comune adotta il Piano regolatore, la Regione lo approva, infine il Comune lo recepisce. In base a questa architettura di poteri e responsabilità, le scelte urbanistiche rimandano a un criterio di governo vasto e articolato degli interessi delle comunità locali.

Lo sviluppo di Roma è intrecciato almeno con lo sviluppo dell’intero territorio regionale. Era ben noto, ad esempio, che il Sistema Direzionale Orientale (SDO), malauguratemtne affosssato da un’opposizione irrigidita nelle sue pregiudiziali ideologiche, avrebbe avuto un impatto significativo su tutte le province del Lazio. Anche per questo il Piano Regolatore di Roma, incentrato su quella gigantesca opera infrastrutturale, comportò una lunga verifica tra Comune e Ministero dei Lavori Pubblici. Negli anni ‘60, infatti, non ancora esistevano le Regioni a Statuto ordinario e la funzione di controllo, in materia urbanistica, erano svolte dallo Stato. Il passaggio alle Regioni di tali competenze fu visto come un motivo di accrescimento delle possibilità di partecipazione, dando alla programmazione sovracomunale il valore di una più diretta e accurata osservazione dei processi di sviluppo urbano a tutela di una sana gestione del territorio.    

Ora, mentre Roma scivola verso il basso nella classifica delle città interconnesse con il mondo, secondo i dati che sempre ieri il “Corriere della Sera” commentava in un editoriale di Antonio Preiti, s’immagina di riordinare lo status della Città rendendola meno o nient’affatto interconnessa con l’insieme delle comunità territoriali del Lazio. In definitiva, senza prefigurare alcunché di convincente sul piano dei benefici che Roma potrebbe pur reclamare in forza della sua funzione di Capitale della Repubblica, si procede a ingarbugliare inutilmente l’articolazione dei poteri tra Stato Regione e autonomie locali, inventando un nuovo e imprecisato ente di governo. A suonare l’allarme, senza mezzi termini, è stato Sabino Cassese: le sue parole hanno messo a nudo la fragilità o meglio l’inutile pretenziosità del disegno riformatore. Ebbene, tali critiche provenienti da un’autorità del diritto costituzionale dovrebbero far riflettere, invece si va avanti con imperterrita superficialità.

Certo, la riforma costituzionale non andrà in porto, essendo ormai la legislatura all’ultima curva del quinquennio e difficilmente ci sarà tempo per votare, per ragioni sopra accennate, una norma rientrante nella complessa procedura di revisione costituzionale. E tuttavia, sul piano strettamente politico, le conseguenze prenderanno forma a prescindere dall’esito parlamentare. A destra, Fratelli d’Italia alzerà il tiro proprio in vista delle elezioni regionali del prossimo anno e a difendere la riforma resterà solo il Pd e qualche suo alleato (non tutti). Allora non è azzardato prevedere che la polemica ruoterà attorno alla difesa delle province  e dei centri minori – un tema sempre ricorrente in forma più o meno esplicita – contro lo strapotere della Capitale, con il Pd consegnato al suo profilo, decisamente ingigantito, di partito della Ztl. Di questo, in verità, sembra esserci poca consapevolezza dalle parti del Nazareno.

 

Voglia di Pace: separare il grano dal loglio.

“La vera posta in gioco della guerra di Putin – dice Dellai – è proprio questa: superare la crisi strutturale delle democrazie liberali e della globalizzazione tornando al deserto delle autocrazie e dei nazionalismi imperialisti, oppure ricercare una rotta nel mare aperto di quel Nuovo Umanesimo – che, solo, può rigenerare la democrazia in Occidente e nel Mondo – di cui parla Francesco?”.

Il tempo, alla fine, aiuta inesorabilmente a distinguere il grano dal loglio. Vale anche – ormai siamo al quarto mese – per la guerra di Putin contro l’Ucraina. Il tempo non cancella del tutto le tracce: semplicemente basta volerle vedere. E le sementi del loglio – nemiche di quelle del grano – sono evidenti nelle cronache dei pregressi rapporti tra il regime di Putin e molti movimenti politici “anti sistema” in Italia, in Europa e non solo.

Ci si meraviglia giustamente di Salvini. Ma sappiamo che non è il solo. Il setaccio del tempo, in ogni caso, separa ormai con abbastanza evidenza, per chi la vuole vedere, il “grano della vera voglia di Pace” dal “loglio del malcelato putinismo”. In Italia, in Europa e nel Mondo. Confondere il grano col loglio è tradimento di verità e suicidio di futuro. Chi parla di Pace col linguaggio biforcuto dell’invasore non è la soluzione: è parte del problema e mina alla radice ogni possibilità di una Pace giusta e dunque possibile e duratura.

La Pace non è “resa al più forte”. Per questo non può esistere “utopia di Pace” senza “Utopia di Libertà e di Giustizia”. Lo scarto tra queste tre utopie misura oggi il vero dramma delle Democrazie, l’impotenza della Comunità Internazionale, lo smarrimento delle culture politiche democratiche. Non è solo questione di apparati governativi, ma anche di sentimenti popolari. Da un lato, in Occidente, abbiamo smarrito il senso della “memoria storica”. La Storia ha smesso di insegnare: viviamo in un presente senza ricordi e senza visioni di futuro. Abbiamo colpevolmente rimosso i passaggi drammatici che ci hanno consentito di “vivere in democrazia”. E anche gli effetti nefasti che l’iniziale pavida titubanza verso il despota di turno ha imposto all’Europa. E l’impoverimento dei nostri ceti medi e medio bassi che la globalizzazione “non governata” ha comportato in questi decenni, ci ha fatto dimenticare che la nostra stessa ricchezza deriva dalla nostra Democrazia e dalla scelta Europea ed Atlantica.

Dall’altro, accettiamo senza particolare patema d’animo la dissociazione totale tra “morale” e “politica”. È il frutto di una secolarizzazione che ha prodotto valori preziosi di libertà e di laicità, ma ha affievolito la percezione comunitaria del “senso vero e ultimo” delle cose. Morale e politica non possono coincidere al cento per cento: la laicità della politica – in ispecie a livello internazionale – é garanzia di superamento di ogni fondamentalismo. Lo vediamo nei regimi islamisti e lo vediamo a Mosca, nell’alleanza blasfema tra “trono e altare”, in chiave nazionalista, tra Putin e Kirill. Tuttavia, quando esse si separano totalmente, lasciano campo libero al cinismo opportunista; alla ammirazione della logica del “più forte”; alla domanda che spesso echeggia nei nostri bar: perché dobbiamo fare sacrifici per Kiev? Che ne viene a noi?

L’Europa e l’Occidente navigano, perigliosamente e spesso confusamente, tra Scilla (testimoniare concreta e coerente solidarietà umanitaria, politica e militare all’Ucraina) e Cariddi (cercare, alla fine, di farla finire con Putin “a tarallucci e vodka”). E cosi, anche il valore fondamentale della Pace (che come cristiano e come cattolico-democratico avverto come essenziale nella mia formazione personale e culturale) viene immiserito in un dibattito tutto domestico ed ipocrita, incapace di capire ciò che sta avvenendo veramente in Ucraina e dintorni; collocato lontano mille miglia dai processi storici che si stanno avviando; usato anche talvolta come copertura di una sostanziale affinità con Putin e con la sua visione del mondo e della società.

È un modo inaccettabile di mescolare, appunto, il grano con il loglio. Non mi è dato di sapere se Salvini, uno degli ambasciatori ufficiosi in Italia di Putin, aveva veramente concordato i suoi traffici irresponsabili con qualche autorità della Santa Sede. La Storia – sempre la maledetta Storia – ci dice che talvolta può anche accadere. Quello che so è che il messaggio di Pace di Francesco non può in nessun modo essere rivendicato per legittimare fiancheggiamenti di questo tenore.

Francesco sa bene – lo ha detto e lo ha scritto in molte Lettere Encicliche – che la Pace passa da un Nuovo Umanesimo che si fa Libertà, Giustizia, Solidarietà e Fratellanza, non “intelligenza” interessata con i violenti e gli usurpatori. Se qualcuno intende far finire questa guerra “a tarallucci e vodka” – umiliando l’Ucraina; gelando le speranze di tante nazioni dell’est europeo che speravano in una prospettiva di liberazione da ogni “impero”; dando un segnale micidiale alle tante Nazioni del Mondo oggi difronte al bivio “democrazia o autocrazia” – non lo può certo fare nel nome di Francesco e dei valori cristiani.

Anche per questa ineludibile esigenza di chiarezza, auspico sinceramente che vi sia un sussulto di coscienza e di responsabilità in quella parte del pacifismo italiano (cattolico e non) che sa e può, appunto, distinguere il grano dal loglio. La vera posta in gioco della guerra di Putin è proprio questa: superare la crisi strutturale delle democrazie liberali e della globalizzazione tornando al deserto delle autocrazie e dei nazionalismi imperialisti, oppure ricercare una rotta nel mare aperto di quel Nuovo Umanesimo – che, solo, può rigenerare la democrazia in Occidente e nel Mondo – di cui parla Francesco?

Non esistono terreni neutrali o congetture di equidistanza. Chi crede alla seconda prospettiva, deve essere consapevole che il criminale azzardo di Putin va sconfitto. Punto. E va fatto – purtroppo, temo, andava fatto – prima che si avveri il famoso detto “Dum Romae consulitur, Saguntum espugnatur”. Questa volta, noi siamo – assieme – Roma e Sagunto. Perché nessuno può disconoscere che l’attacco alle democrazie e alla Pace di tutti sia lucido, evidente, perfino dichiarato da tempo. 

Speriamo che il “ventre molle” della maggioranza di governo italiana non metta in crisi la linea di Draghi e Mattarella. E speriamo che le pulsioni talvolta imperscrutabili di Parigi e Berlino (finora a quanto pare gestite con saggio equilibrio dal nostro Premier) non puntino a far emergere l’idea di una sorta di “Pace separata” con Mosca. Una larga parte di Paesi dell’Est Europa potrebbe a quel punto cedere al ricatto di Mosca, oppure riconoscersi al contrario in una sorta di nuova alleanza a guida anglo-americana, di fatto diversa da quella euro-atlantica. Sarebbe una prospettiva dai contorni inimmaginabili e non certo positivi per il nostro futuro.

Post Scriptum

Leggiamo che il nome del Patriarca di Mosca è stato tolto in extremis dalla lista dei personaggi del regime russo oggetto delle sanzioni. Su questo punto l’ha spuntata Orban, col suo costante potere di ricatto. Il sodale del Cremlino ringrazia. Dio – che pure è misericordioso – non credo sarà cosi magnanimo con Kirill. Ma questa è altra storia.

Coalizioni fasulle. Costruire sui programmi, non sui sondaggi.

In questo articolo Farinone guarda con preoccupazione e pessimismo alla situazione politica nazionale. “È tutto l’insieme delle iniziative, prese o immaginate e comunque fatte conoscere all’opinione pubblica (ovvero all’elettorato), delle dichiarazioni alternativamente polemiche o di circostanza che offrono l’idea di coalizioni assemblate in un qualche modo solo allo scopo di sconfiggere l’avversario e tenute in piedi unicamente da una legge elettorale che le impone col sistema dei collegi uninominali”. Allora, che fare? Sarebbe altamente preferibile – la politica esige uno sforzo di chiarezza – allearsi sulla base di precise intese programmatiche.

Non è più nemmeno necessario osservare in controluce le mosse dei partiti per comprendere quanto siano ormai slabbrati i rapporti all’interno delle supposte coalizioni politiche che dovrebbero affrontare fra meno di un anno le elezioni politiche. Come già scritto, la guerra in Ucraina ha posto in evidenza le differenze esistenti, davvero non minime. Fra Lega e Fratelli d’Italia, fra Partito democratico e Movimento 5 Stelle. Ma non si tratta solo della guerra. E nemmeno solo della postura filo-atlantica di alcuni e di quella (vagamente o meno vagamente…) attenta alle “ragioni” di Putin degli altri. 

È tutto l’insieme delle iniziative, prese o immaginate e comunque fatte conoscere all’opinione pubblica (ovvero all’elettorato), delle dichiarazioni alternativamente polemiche o di circostanza che offrono l’idea di coalizioni assemblate in un qualche modo solo allo scopo di sconfiggere l’avversario e tenute in piedi unicamente da una legge elettorale che le impone col sistema dei collegi uninominali. Per il resto è tutta una lotta all’interno delle coalizioni medesime: plasticamente evidente nel centrodestra; diversamente combattuta nel centrosinistra, fra due partiti che in realtà la coalizione non l’hanno ancora costruita e che solo ora, in qualche comune, stanno provando faticosamente a testare l’alleanza per l’ormai imminente turno amministrativo.

Il risultato è che gli italiani saranno chiamati a scegliere non sulla base di un vero sentire comune, di un vero programma di governo, di una condivisione politica sui temi prospettati dalla situazione internazionale. No, voteranno “contro”. Contro la coalizione avversaria. Potrà accadere però che l’elettore si vedrà costretto, dalla logica coalizionale, a votare magari per un candidato di un partito con idee opposte – e su temi non marginali – alle sue e pure a quelle del suo partito. Quell’elettore voterà in negativo, “contro”, appunto. Di fatto in qualche caso “contro” le sue stesse convinzioni. Ma, è questa la domanda, lo farà? O si rifugerà nell’astensione, fenomeno sempre più in crescita? E’ allora questo il modo migliore per avvicinare i cittadini ad una politica che avvertono sempre più lontana?

La questione è seria, perché proseguendo così si rischia di indebolire la democrazia, la fiducia in essa da parte degli italiani. Non è peraltro di facile soluzione, al di là della volontà (assai dubbia) dei partiti di cambiare la legge elettorale in vigore (cosa che fra l’altro non è essa pure propriamente entusiasmante visto che farlo ancora una volta alla vigilia delle elezioni non deporrebbe francamente a favore del sistema democratico in generale).

Da un lato perché il proporzionale se da una parte aiuta l’elettore nella scelta (per il partito a lui più vicino) dall’altra rinvia alle manovre parlamentari la costituzione di una maggioranza e del programma conseguente (anche se occorre ricordare che la nostra è una democrazia parlamentare e dunque la centralità del Parlamento ha una sua logica). Dall’altro perché il doppo turno alla francese (l’alternativa da molti invocata) sta dimostrando anche nella sua terra d’elezione una crescente difficoltà a portare gli elettori alle urne, senza contare che il vincitore in realtà ha una base elettorale minoritaria, alla resa dei conti.

E allora, che si fa? Difficile dirlo. Ma la cosa migliore sarebbe allearsi sulla base di precisi e chiari punti programmatici. A partire dalle questioni principali, più importanti. Per lo meno, si offrirebbe agli elettori una proposta seria. Non dettata dai numeri (fra l’altro ipotetici) dei sondaggi. Non sarebbe poca cosa. Magari gli italiani apprezzerebbero.

Centro, che può essere? Non la replica della Dc, ma qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e contenuti.

Questo nuovo centro non sarà una Dc bonsai o una banale replica delle esperienze politiche del passato, ma un soggetto politico – probabilmente una sorta di federazione e culturalmente plurale – che non potrà non assomigliare, quanto a metodo e a condotta pratica, a quello che è stata per decenni la Democrazia Cristiana.

Il cantiere del Centro è ormai decollato e ognuno piazza la sua tenda. Come da copione. Certo, conosciamo perfettamente le obiezioni al riguardo: ci vuole un leader riconosciuto in cui tutti i vari spezzoni si riconoscano; un programma minimo di governo e, soprattutto, dar vita ad una federazione che sappia unire le esperienze, i movimenti e i partiti che non sono più riconducibili al “bipolarismo selvaggio” che caratterizza la nostra cittadella politica da ormai qualche lustro. Nodi che, cammin facendo, saranno comunque sciolti anche perchè non si tratta di mettere insieme decine di sigle ma, al massimo, 4/5 partiti e movimenti che affollano quest’area politica. Un progetto politico, culturale ed organizzativo che, comunque sia, quasi si impone dopo il sostanziale fallimento delle due tradizionali coalizioni denominate centro destra e centro sinistra. Soprattutto dopo l’irruzione del populismo grillino che ha definitivamente fatto saltare un impianto che ormai, lo possiamo dire tranquillamente, era arrivato al capolinea da tempo. Del resto, tutti sanno che i due principali schieramenti sono ormai ridotti a due cartelli elettorali dove al proprio interno si coltivano ricette programmatiche diverse e prospettive politiche addirittura alternative. Tenute insieme esclusivamente dalla volontà di liquidare e di annientare il corrispettivo avversario/ nemico.

Ora, di fronte ad un panorama del genere, è addirittura scontato che il quadro politico italiano cambi. Non a caso le prime avvisaglie già si intravedono a proposito della scomposizione e della ricomposizione delle varie forze politiche. E una forza di centro che sia in grado di declinare anche e soprattutto una “politica di centro” più che un esercizio è ormai una necessità politica concreta.

Certo, non sarà una Dc bonsai o una banale replica delle esperienze politiche del passato. Ma è indubbio che questo nuovo soggetto politico – che sarà una sorta di federazione e culturalmente plurale – non potrà non assomigliare, nel metodo e nel comportamento concreto, a quello che è stata per decenni la Democrazia Cristiana. Su più versanti: dalla valenza della politica estera al respingimento della radicalizzazione della lotta politica; dal rifiuto pregiudiziale della deriva populista e anti politica all’importanza della cultura della mediazione; dalla centralità del Parlamento alla valorizzazione del pluralismo sociale e culturale; dalla qualità ed autorevolezza della classe dirigente al rispetto delle istituzioni democratiche; dall’efficacia dell’approccio e della cultura riformista alla conservazione e al perseguimento dei valori democratici e costituzionali alla valenza della cultura delle alleanze.

Insomma, un patrimonio culturale, valoriale, politico e programmatico che ci fa oggettivamente ricordare il ruolo, la mission e la funzione che storicamente ha avuto la Dc pur senza replicare quella esperienza politica ed organizzativa. Ma quel che più conta, in questa particolare situazione storica, non è scimmiottare i partiti del passato – che, come ovvio, non torneranno più – ma, al contrario, riuscire a recuperare da quell’immenso patrimonio le ragioni politiche e culturali che siano in grado di ridare serietà, autorevolezza e qualità alla politica contemporanea e, in particolare, alle due dinamiche concrete e alle stesse scelte politiche. E, per centrare questo obiettivo, proprio dal percorso storico della Democrazia Cristiana si possono recuperare idee, metodi, cultura e scelte politiche che conservano una bruciante attualità anche nella stagione contemporanea.

Ecco perchè il nuovo e futuro Centro non è più la Dc ma assomiglierà alla Dc. Contro il “nulla della politica” da un lato e contro la “deriva populista e massimalista” che ha provocato solo danni e cadute verticali della stessa credibilità della politica, della sua classe dirigente e delle istituzioni democratiche.

Sergio Mattarella: “L’amara lezione dei conflitti del XX secolo sembra dimenticata”.

Ringrazio il Maestro Chung e l’Orchestra del Teatro La Fenice che tra poco ci offriranno una splendida espressione d’arte.

Domani, 2 giugno, celebreremo la Festa della nostra Repubblica, nata, per volontà del popolo italiano, settantasei anni or sono.

Rivolgo un saluto a quanti seguiranno questo momento di incontro attraverso la radio, la tv, la rete del web.

È per me un piacere – unitamente ai rappresentanti delle istituzioni qui convenuti – esprimere, in questa occasione, alla comunità degli ambasciatori accreditati a Roma i sentimenti di amicizia che da sempre caratterizzano i rapporti internazionali della Repubblica Italiana. Li ringrazio per l’attenzione e per la cooperazione che manifestano e invito a trasmettere questi sentimenti ai rispettivi governi.

Ho adoperato – non a caso e con un senso di auspicio – il termine ‘comunità’ per definire l’insieme dei diplomatici presenti in Italia.

Con la Costituzione l’Italia ha imboccato con determinazione la strada del multilateralismo, scegliendo di non avere Paesi nemici e lavorando intensamente per il consolidamento di una collettività internazionale consapevole dell’interdipendenza dei destini dei popoli, nel rispetto reciproco, per garantire universalmente pace, sviluppo, promozione dei diritti umani.

Ci ha spinto e ci spinge il solenne impegno al ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

Oggi, l’amara lezione dei conflitti del XX secolo sembra dimenticata: l’aggressione all’Ucraina da parte della Federazione Russa pone in discussione i fondamenti stessi della nostra società internazionale, a partire dalla coesistenza pacifica.

Trovarsi, nel continente europeo, nuovamente immersi in una guerra di stampo ottocentesco, che sta generando morte e distruzioni, richiama immediatamente alla responsabilità; e la Repubblica italiana è convintamente impegnata nella ricerca di vie di uscita dal conflitto che portino al ritiro delle truppe occupanti e alla ricostruzione dell’Ucraina.

Non è un conflitto con effetti soltanto nel territorio che ne è teatro. Le conseguenze della guerra riguardano tutti. A cerchi concentrici le sofferenze si vanno allargando, colpendo altri popoli e nazioni.

Accanto alle vittime e alle devastazioni provocate sul terreno dello scontro, la rottura determinata nelle relazioni internazionali si riverbera sempre più sulla sicurezza alimentare per molti Paesi; sull’ambito della gestione delle normali relazioni, incluse quelle economiche e commerciali. Reca grave danno al perseguimento degli obiettivi legati all’emergenza climatica.

Un conflitto come quello in corso ha, inevitabilmente, effetti globali; intercetta e fa retrocedere il progresso della condizione dell’umanità. Ci interpella tutti.

La comunità internazionale vede pesantemente messi in discussione risultati faticosamente raggiunti negli ultimi decenni.

Sembra l’avverarsi di scenari che vedono l’umanità protagonista della propria rovina.

Con lucidità e con coraggio occorre porre fine all’insensatezza della guerra e promuovere le ragioni della pace.

L’incancrenirsi delle contrapposizioni conduce soltanto ad accrescere i serbatoi dell’odio, a negare le ragioni della libertà, della democrazia, della giustizia internazionale dei popoli, valori incompatibili con chi promuove conflitti.

Esistono per il genere umano, con la più grande evidenza, beni condivisi e gravi pericoli comuni che obbligano a superare ogni egoismo, ogni volontà di sopraffazione.

Occorre ripristinare una rinnovata legalità internazionale.

Con questa convinzione e in questa prospettiva auguro a tutti buona Festa della Repubblica.

Genitori conflittuali: le ragioni del contendere.

Dopo la Sentenza di Cassazione pubblichiamo una prima riflessione sulla realtà dei figli contesi dai genitori in conflitto di coppia. Si tratta di un argomento assai attuale sui disagi emotivi nelle relazioni interne ai nuclei familiari che si scompongono,  con particolare riferimento al tema scottante della regolamentazione dell’affido dei figli e del diritto dei minori di intrattenere rapporti con entrambi i genitori. La riflessione scaturisce dall’esperienza di ascolto e valutazione dei casi in sede di audizioni presso il Tribunale per i minorenni.

Che la separazione sia stata vissuta come una sconfitta del patto d’amore oppure come una liberazione da una situazione divenuta insopportabile, il momento del confronto sulle decisioni da prendere per la gestione dei figli diventa un’occasione di rivincita, di puntualizzazione, di ripicca. Sovente si creano situazioni in cui la diatriba si protrae ad oltranza, spesso per onesti intendimenti e a volte invece per questioni di puntiglio, di prestigio, di orgoglio, per non darla vinta all’altro genitore, per dimostrare le proprie competenze e le carenze altrui. Poco importa se intanto il figlio resta stritolato nella morsa del conflitto, se vive condizioni prolungate di stress emotivo e psico-fisico, se subisce le reciproche angherie e i colpi bassi, inferti senza risparmio di accuse.

Ben poco di quello che si cerca di far valere nella fase che precede un eventuale accordo viene peraltro poi seguito da puntuali e coerenti realizzazioni. Le rivisitazioni e la ricostruzione delle vicende del passato che hanno maturato le situazioni di  conflitto sono generalmente ispirate ad una benevola indulgenza verso sé stessi: ci sono sempre giustificazioni che spiegano in chiave di lettura diametralmente opposta i rispettivi comportamenti. Riemergono le ragioni del dissidio su quelle della ricomposizione al punto che risulta poi difficile raggiungere un’intesa che permetta ad entrambi, reciprocamente e nei confronti della prole, di affrontare con serenità e onesto senso critico un periodo di prova perfettibile e quindi suscettibile di ulteriori revisioni.

Le varie argomentazioni finiscono a volte per annullarsi a vicenda ma la vita stessa insegna, ben più dei codici, che le ragioni e i torti non possono essere diametralmente polarizzati. Sia che si raggiunga un accordo o che invece debba poi essere un tribunale ad intervenire d’autorità, cercando di interpretare i bisogni e le esigenze del minore, in entrambi i casi occorre poi una fase di verifica sull’applicazione dell’intesa o del decreto prescrittivo. In genere lo scopo della contesa è dimostrare le personali capacità a scapito di quelle dell’altro genitore, non importa se questo può inoculare nel figlio conteso sentimenti di dubbio, sconcerto, delusione fino a provocare vere e proprie crisi di identità. 

Non bisogna dimenticare peraltro che la maggior parte dei tentativi di regolamentazione dei diritti-doveri che riguardano l’esercizio della genitorialità si riferiscono a figli in ancor tenera età. Anzi è di tutta evidenza che l’importanza dell’accordo è direttamente correlata all’età del soggetto: più piccolo è il figlio e più particolareggiata dovrà essere la previsione regolamentativa in considerazione del maggior grado di dipendenza dei suoi vissuti e dei suoi bisogni rispetto alla responsabilità degli adulti che dovranno occuparsi di lui. Pure che ciò sia dovuto a debolezza, insicurezza o reciproca sfiducia sono spesso proprio i padri e le madri che chiedono di formalizzare “nero su bianco” un’organizzazione minuziosa e dettagliata della vita del figlio: tutto deve essere particolareggiato, previsto, precisato, nulla deve sfuggire alla previsione più attenta e oculata.

E così si misurano e si soppesano i giorni, le ore e i minuti trascorsi dal minore con ciascuno dei due genitori, i rispettivi ambienti di vita e di accoglienza, la durata e il numero delle telefonate, la loro collocazione temporale, i regali ricevuti, la loro consistenza e utilità, la competenza professionale dei pediatri di reciproca consultazione, il tipo di vestiario scelto, il taglio dei capelli, la qualità e la varietà dell’alimentazione da entrambi procurata, l’iscrizione a scuola, l’occupazione del tempo libero, le frequentazioni amicali o parentali, i giorni di vacanza, la “santificazione” alternata delle festività, i programmi televisivi, i giochi, le letture e persino il livello di sicurezza e affidabilità dei rispettivi mezzi di trasporto su cui viene scarrozzato il pargoletto.

Il rituale è scontato e le parti in commedia assegnate:  “partendo dal presupposto che nostro figlio sta meglio con me – come riuscirò a dimostrare – voglio che vengano valutate e approfondite le competenze affettive e le capacità di accudimento dell’altro genitore”. Un’espressione di sentimento e una formale richiesta, generalmente reciproca, che danno il via ad una lunga fase di produzione di prove, narrazione di vissuti, confronti, approfondimenti, valutazioni (anche di tipo tecnico-specialistico, come vedremo più avanti). Intanto il figlio cresce e i suoi vissuti vengono studiati e usati per avvalorare la propria tesi e confutare quella avversa; più che della presenza delle normali e positive relazioni affettive di cui avrebbe bisogno egli avverte di trovarsi al centro di una contesa dall’esito incerto: solitamente infatti il padre e la madre ‘confliggenti’ gli spiegano la propria verità e questo – alla fin fine – non lo aiuta certo a trovarsene una sua personale. Tra stoccate di fioretto e colpi di mortaio i contendenti affilano le armi per l’affondo finale con un intendimento iniziale dichiaratamente lodevole: realizzare il prevalente anzi (come solitamente si dice, con enfasi e generosa disponibilità) “l’esclusivo interesse del minore”. 

Ma quali sono i punti e le ragioni del contendere?

Innanzitutto l’affido che può essere ad uno dei due genitori o condiviso, una modalità recentemente introdotta nell’ordinamento del diritto di famiglia. E poi il collocamento prevalente: con “chi” , “dove” e “per quanto tempo” dovrà vivere il minore, trascorrere i momenti rituali e significativi della sua giornata, mangiare, vestirsi, fare i compiti, dormire. È evidente che sul piano formale l’affido ha una valenza “certificativa”, stabilisce in pratica se c’è prevalenza o condivisione tra i due genitori nelle responsabilità di tutte le decisioni che riguardano la sua vita. Sul piano sostanziale la decisione di formalizzare un “collocamento prevalente” risulta più legata alle routine pratiche, alla quotidianità delle relazioni affettive del minore, alle sue frequentazioni, ai riferimenti rispetto alle presenze adulte che lo circondano ma va precisato che in genere ciò è più determinante in caso di gestione condivisa, mentre nell’ipotesi di affido al padre o alla madre c’è praticamente coincidenza e  sovrapposizione rispetto all’effettivo luogo di vita del minore stesso.

Correlato in modo speculare a tale aspetto c’è il punto relativo alla regolamentazione delle modalità di incontro e di visita tra il minore e il genitore non affidatario. È questo l’ambito di organizzazione della vita del figlio che coinvolge emotivamente in modo più marcato entrambi i genitori. C’è infatti una tipizzazione reciproca dei ruoli, un gioco della parti in un copione già scritto: il genitore “collocatario” tende a restringere o limitare in modo vincolante gli spazi e i tempi che il minore trascorre con l’altro genitore e, reciprocamente quest’ultimo cerca invece di spuntare modalità più estese, che gli consentano di passare il maggior tempo possibile con il proprio figlio, nei modi e nei luoghi preferiti.

In ricordo di Ciriaco De Mita. Su “ilcommentopolitico.net”, blog di area repubblicana, una limpida valutazione.

“Dunque De Mita fu sconfitto. Ma rimase coerente sulle sue posizioni. E lo rimase anche dopo che la tempesta aveva travolto la prima Repubblica”. Così termina la nota, breve ma densa, dedicata al leader irpino scomparso recentemente.

Ciriaco De Mita era un uomo della sinistra della Democrazia Cristiana; proveniva dalla corrente di Base, la più interessante e la più viva sul piano politico e culturale delle articolazioni interne di quel partito. Aveva l’ambizione di rinnovare profondamente la vita interna di un partito appesantito, se non logorato, dall’esercizio ininterrotto del potere dal 1946 in avanti e di imprimere nuovo slancio all’azione riformatrice dei governi, spentasi quasi fin dall’inizio dell’esperienza del centrosinistra.

Il suo dramma fu di assumere la guida del suo partito nel momento più buio della vita della Repubblica, all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro e della fine traumatica del percorso politico che era stato disegnato fra la DC, il PCI e il PRI per dare finalmente alla Repubblica un fondamento sufficientemente solido e profondo. De Mita dovette gestire non il rinnovamento dell’azione di governo, ma il ritorno al centrosinistra dopo che questa formula aveva mostrato di essere totalmente esaurita. E soprattutto questo ritorno fu espressione di un’alleanza fra le correnti della DC che avevano osteggiato il disegno di Moro e il partito socialista di Bettino Craxi che di quel disegno era stato un avversario esplicito. De Mita aveva, a partire dal 1987 il sostegno del PRI, dove pure, fino a quel momento, erano prevalse le posizioni favorevoli a un’alleanza organica con il Psi e con le correnti moderate della DC, ma non ebbe mai il sostegno del PCI perché la posizione di Berlinguer si era andata sempre più rinchiudendosi in una sterile opposizione.

De Mita tentò comunque di tenere aperto il dialogo con il Pci, distinguendo il terreno delle riforme istituzionali dal terreno politico, ma come era evidente si trattava di una strada difficilmente percorribile, dal momento in cui il PCI poneva come proprio obiettivo quello della partecipazione piena al governo ed escludeva qualsiasi forma di collaborazione che non vedesse accolta quella sua prima istanza. Il PRI fu contrario a quel tentativo, di cui pure comprendeva il senso politico, perché appariva molto pericoloso aprire comunque un discorso sulle riforme istituzionali che era il terreno scelto dal Psi che si faceva propugnatore di progetti di riforma costituzionale assai più ampi e più pericolosi per la Repubblica.

 

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https://www.ilcommentopolitico.net/post/in-ricordo-di-ciriaco-de-mita

 

Quello che la geopolitica non dice. La lettura dell’Atlante della Treccani.

Le conclusioni dell’autore sono molto nette, finanche drastiche: “Ciò che davvero non serve, e che produce anzi una pedagogia al meglio inutile e al peggio nociva, è quella “geopolitica da tabloid” deterministica, essenzialista e a-storica che oggi pare ahimè imperversare”.

Mario Del Pero

Geopolitica. Difficile di questi tempi trovare aggettivo e sostantivo più usati e abusati. In molti casi li si utilizza come sinonimo di relazioni internazionali o di strategia, riferendosi agli “interessi” geopolitici di un dato attore o alla sua visione “geopolitica”. Famosi giornalisti propongono selezioni di testi che permetterebbero una introduzione rapida ed efficace agli impenetrabili arcana della geopolitica. Iniziative editoriali di straordinario successo – si pensi, in Italia, al caso di Limes – evidenziano il fascino e la popolarità che la categoria è in grado di esercitare su un pubblico di lettori interessati alla politica internazionale e alla ricerca degli strumenti e delle conoscenze per meglio comprenderla.

Ma cos’è la geopolitica? Quali sono le sue matrici storiche e i suoi patenti limiti come bussola per orientarci nel comprendere il passato e il presente delle relazioni internazionali? E che problemi derivano dalla sua volgarizzazione: dall’affermarsi di una “geopolitica da tabloid” che ne accentua alcuni difetti, su tutti un determinismo storico in una certa misura intrinseco alla disciplina?

Nella sua accezione classica, la geopolitica rimanda alla relazione tra geografia e politica: a come la prima, con le possibilità che offre e le costrizioni che impone, incida sulle scelte, le strategie e gli obiettivi degli attori dell’ordine internazionale. L’elemento geografico – e, in teoria, la sua cruda e ineludibile realtà – definirebbe identità e processi storici. Lo spazio – e quella “territorialità” che qualifica per molti aspetti l’età contemporanea – sono presentati al contempo come risorsa o fragilità, strumenti al servizio delle ambizioni di potenza di un dato attore o fattori che ne acuiscono la vulnerabilità e l’insicurezza ultime. Tra la Germania che nasce accerchiata e gli USA che a lungo godono di una sorta di “sicurezza gratuita” (free security) – per citare un classico esempio di scuola, presente in tante opere generali – vi sarebbe una profonda differenza di condizione geopolitica. Differenza che a sua volta inciderebbe nel forgiare identità e culture politiche inevitabilmente specifiche e distinte.

La geografia, insomma, offre una cornice che aiuta a decrittare e rendere intelligibile la politica internazionale. A spiegare scelte, decisioni, strategie e vincoli che sottostanno all’azione delle grandi potenze, i soggetti principali – e talora unici – di queste analisi. La geopolitica mira ad essere oggettuale e oggettiva: l’oggetto geografico – dato, conoscibile e in una certa misura finito – permette valutazioni concrete e obiettive sui comportamenti degli attori in gioco, scevre da ideologismi e moralismi. La geopolitica classica è quasi sempre realista e a-valutativa. Ambisce insomma a essere scienza. E nel farlo rivendica non solo funzioni analitiche, ma anche capacità predittive e, quindi, un ruolo prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se necessario influenzare.

 

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https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Quello_geopolitica_non_dice.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

I valori della CISL. Alla base del sindacato “nuovo”: esperienze e prospettive.

Segnaliamo la pubblicazione, curata da Adriana Coppola e Francesco Lauria, dal titolo: “Dobbiamo creare tutto dal nuovo. Il divenire della Cisl: fondamenti, incontri, esperienze”.

Il testo, a più voci, con una prefazione del segretario generale della Cisl Luigi Sbarra, ricorda come la Cisl rappresenti una peculiarità per il sindacalismo a livello mondiale. Una cultura, quella cislina, non assimilabile – come affermò Giulio Pastore nel 1951 durante il primo Congresso della confederazione – a nessun partito, movimento ideologico, tradizione preesistenti. Una cultura salda – ma allo stesso tempo in divenire – sviluppatasi in oltre settanta anni di storia.

Il volume riprende i fondamenti del sindacato «nuovo» e con essi incontri, contaminazioni, reciproche influenze con altri filoni culturali, filosofici e sindacali europei e internazionali: dalla «scuola del Wisconsin» al modello tedesco, fino al personalismo francese o all’incontro con esperienze diverse, quale il sindacalismo latino-americano.

Se il sindacato è azione concreta per le condizioni materiali dei lavoratori, esso si esprime in un quadro valoriale di riferimento.

L’agire quotidiano non prescinde dall’orizzonte strategico che sta alla base di un’organizzazione di rappresentanza che fa dell’essere un «fatto associativo» un principio ispiratore.

Il testo, che raccoglie, arricchiti e integrati, gli atti delle giornate di storiografia sindacale realizzate dal Centro Studi di Firenze in occasione del settantesimo anniversario della Cisl, è stato aggiornato e ampliato nel febbraio 2022.

Contributi di riconosciuti studiosi delle relazioni industriali si alternano a quelli di giovani ricercatori e sindacalisti, completati da una sezione iconografica costituita da manifesti e materiali di archivio.

In Colombia si va al ballottaggio tra due candidati alla presidenza della Repubblica che sembrano contendersi l’area progressista.

Il voto colombiano si inserisce in un contesto di cambiamento che sta coinvolgendo l’intera America Latina e che ha visto qualche mese fa la vittoria in Perù di Pedro Castillo e in Cile del leader progressista Boric. Si attende, ad ottobre, la sfida in Brasile tra Bolsonaro e Lula.

Il primo turno delle elezioni presidenziali di domenica scorsa in Colombia ha confermato, con oltre il 40% del consensi, il vantaggio dell’esponente di sinistra Gustavo Petro, già dato per favorito da tutti i sondaggi. Ma la vera sorpresa è stata che al ballottaggio non arriverà il  candidato della destra filogovernativa Federico Gutierrez, bensì l’outsider Rodolfo Hernandez, forte del 28% dei consensi. 

Il risultato di ieri cambia gli scenari perché, se per molti era scontata la vittoria al ballottaggio della sinistra contro il candidato sostenuto dal presidente uscente Ivan Duque, diversa potrebbe essere la partita contro Hernandez, candidato antisistema, che ha incentrato tutta la campagna elettorale sulla denuncia della corruzione nel Paese e che negli slogan elettorali in parte si sovrappone a quelli di Petro.

Apparentemente potremmo dire, quindi, che il ballottaggio  del 19 giugno sarà tra due candidati di rottura e di cambiamento, ma a ben guardare non sembra essere così. Molti infatti vedono in Hernandez la vera opzione del presidente uscente Duque, ben consapevole dei giudizi negativi sul suo governo e dei limiti del suo candidato al primo turno, vale a dire Gutierrez. Non a caso quest’ultimo, subito dopo la chiusura dei seggi, ha annunciato l’appoggio a Hernandez per il ballottaggio preferendo così l’imprenditore 77enne, da molti definito il Trump della Colombia, all’esponente della sinistra.

Le presidenziali colombiane si inseriscono in un contesto di cambiamento che sta coinvolgendo l’intera America Latina e che ha visto qualche mese fa la vittoria in Perù di Pedro Castillo e in Cile del leader progressista Boric. Sul voto colombiano e sull’avversità al candidato di sinistra potrebbe pesare il giudizio fortemente negativo dei colombiani sul governo venezuelano di Maduro. 

In questi mesi non sono mancate le tensioni fra i due Paesi ai confini dovute anche alla numerosa emigrazione verso la Colombia e alle prese di posizione di Duque a sostegno dell’opposizione interna a Maduro in linea con le posizioni di Washington. E proprio per questo, parte della propaganda filogovernativa ha cercato di abbinare Petro a Maduro, costringendo il candidato di sinistra a prendere più volte le distanze da Maduro evidenziando come il suo modello di Stato e di economia sociale sia diametralmente opposto a quello venezuelano.

Il 19 giugno ci dirà se, alla serie di successi dei candidati progressisti, si aggiungerà un nuovo tassello, fermo restando che le maggiori attenzioni degli osservatori internazionali sono puntate sulla sfida brasiliana di ottobre tra Lula e Bolsonaro che inevitabilmente finirà per condizionare gli equilibri geopolitici del sudamerica.

Si è spento a Milano, dove avrebbe compiuto 99 anni ad agosto il partigiano, poi avvocato e docente, Carlo Smuraglia.

E’ morto a Milano Carlo Smuraglia, presidente onorario dell’Anpi, avvocato ed ex parlamentare.

Nato ad Ancona nel 1923, avrebbe compiuto 99 anni ad agosto.

La sua storia personale è ricca di avvenimenti.

Tutto iniziò l’8 settembre 1943 quando mise fine agli studi. Dopo avere rifiutato le chiamate di leva dei fascisti della neonata Repubblica Sociale Italiana, con l’arrivo delle forze alleate nella sua regione, le Marche, decise di unirsi alla Resistenza arruolandosi nel 1944 come volontario nel Gruppo di Combattimento “Cremona”.

Il Gruppo di Combattimento “Cremona iniziò a far parte del conflitto nel 1945, con organici ancora incompleti, alle dipendenze del I Corpo d’armata canadese, che fornì alcune unità d’artiglieria di supporto.

Passato a fine febbraio alle dipendenze del V Corpo d’armata britannico, fu l’ unica unità partigiana aggregata organicamente ai Gruppi di Combattimento.

Finita la guerra divenne docente universitario, insegnando diritto del lavoro presso le università di Milano e di Pavia.

Fu anche consigliere regionale in Lombardia eletto nelle fila del PCI e presidente del consiglio regionale lombardo. Senatore per tre legislature, dal 1994 per sette anni fu presidente della Commissione lavoro.

Tra il 2011 e il 2017 è stato alla guida dell’Anpi e ultimamente è balzato agli onori della cronaca per lo scambio di battute  con Gianfranco Pagliarulo, sull’invio di armi e aiuti militari all’Ucraina.

Smuraglia aveva infatti paragonato la resistenza degli ucraini  a quella degli italiani tra il 1943 e il 1945 e aveva pertanto sostenuto la linea del governo sulle forniture di materiale bellico.

Nel 2016, da presidente dell’Anpi, era stato protagonista di una serie di scambi con Matteo Renzi sulla riforma costituzionale, che l’associazione aveva contestato schierandosi per il no al referendum.

Moderati nei toni ma risoluti per quanto riguarda i valori, solo Mario Draghi può garantire la sintesi necessaria.

Una riflessione che intende esprimere accanto al valore della moderazione, contro populismi ed estremismi, la necessità di una guida politica che porti a sintesi indirizzi, alleanze, contenuti e programmi. All’orizzonte del voto del 2023 si profila come scelta migliore per la leadership del Paese la figura di Mario Draghi, poichè è necessaria una continuità all’azione di Governo che solo il suo carisma, il prestigio di cui gode e l’autotrevolezza che esprime potrebbero garantire. Il Paese ha bisogno di una guida stabile e competente. La sua conferma alla guida politica del Paese è il miglior viatico per la campagna elettorale.

Sono prevalentemente negative le evidenze che si leggono nell’attuale fase di decadimento etico e culturale , specchio di una società che si sta lentamente avvitando su se stessa, priva di sussulti nel presente e di speranze nel futuro, afflitta da un pervasivo relativismo etico e dall’inesorabile affievolirsi di principi e valori propri di una democrazia partecipata.

In epoca di globalizzazione, non solo economica e finanziaria, è rilevante l’emergere di fenomeni di rimescolamento sociale e di  tendenze contrapposte: da questo melting pot – che è soprattutto antropologico e culturale perché tocca radici, tradizioni e identità  – emerge un quadro affatto rassicurante in ordine alle consapevolezze del nostro essere e alle direttrici di marcia in cui si è da tempo incamminata l’umanità.

Chi siamo, cosa vogliamo essere, a quali sogni affidiamo il nostro futuro?

In Italia, Paese e società appaiono quanto mai caratterizzati da disgregazione e disomogeneità, attraversati da contraddizioni e problemi cui la politica – in primis – non ha saputo dare risposte adeguate. Emergono una comunità sfiduciata, un’ Italia senza spessore che non sa reagire e un Paese appiattito, economicamente fragile e in preda ad un calo di progettualità e di speranza che non lo fa ripartire. 

Nel Paese sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro. 

Le motivazioni di questo declino sono da scandagliare in diversi fattori: il venir meno dei valori alti che hanno caratterizzato i decenni passati, a partire dalla spinta emotiva ricevuta in eredità dalla Costituzione, la delusione per un’economia di mercato che ha disatteso molte speranze, la mancanza di fiducia nella classe politica e nella sempre più marcata verticalizzazione di quest’ultima, più intenta a rinsaldare e proteggere l’interesse di ristrette oligarchie che a ricercare e promuovere il bene comune. 

Nell’attuale condizione critica che sembra attraversare il pianeta e inglobare larga parte dei suoi abitanti, l’Italia non rappresenta un’eccezione ma pare che qui – più che altrove, nel cosiddetto ‘mondo occidentale’  – siano venuti meno il desiderio di fare e la voglia di reagire.

Mentre le prospettive elettorali del nostro quadro politico (impantanate, incerte, bloccate su un bipolarismo obbligato dove la forza di attrazione verso i “poli” sembra dettata più da rassegnazione che da convincimento, più da antagonismo che da consapevolezza in ordine a un progetto pensato e sostenibile, mentre il farne parte non attenua le tendenze litigiose, le contraddizioni interne e le diaspore, i distinguo, i “ma” e i “se”) non aiutano da lungo tempo ad uscire dal magma indistinto, non porgono la sponda ad una ripresa della società civile.

In questa società disgregata nei valori e nei riferimenti etici, così puntilliforme e spaesata, dove risultano compresenti e contrapposte le spinte ai localismi e le derive della globalizzazione, attraversata da contrasti, sovrapposizioni di identità, difetto di motivazione partecipativa e pure caratterizzata da soggettività radicate e polarizzazioni “forti”, spetterebbe soprattutto  alla politica il ruolo del dialogo, della mediazione e della ricomposizione.

Il condizionale è d’obbligo visto che proprio la politica è invece molto spesso il luogo della differenziazione, delle diaspore e della inconciliabilità.

La stessa parcellizzazione interna del quadro politico, così come si è configurata nella lunga deriva di riposizionamento più “situazionale” che “ideologico” successiva alla fine della prima e della seconda repubblica, esprime una evidente difficoltà di rappresentazione e aggregazione del contesto sociale di cui pure è espressione.

Una sorta di riproposizione in chiave sociologica della contrapposizione tra paese legale e paese reale, anche se la vocazione autentica della politica è in realtà proprio quella di stabilire le regole per il governo della società.

C’è un quadro d’insieme caratterizzato da instabilità, disaffezione, debolezza sistemica. Un sfiducia dei rappresentati verso i rappresentanti, dove politica è sinonimo di inerzia, impantanamento, personalizzazione, disinvoltura nella gestione della cosa pubblica, sovrapposizione e intersezione tra faccende private e interessi generali. Sfiducia, astensionismo, ritorno al privato: sono solo alcuni aspetti del gap che separa il popolo dalla politica. Corruzione, malaffare, incapacità, indolenza, inerzia sono le derive critiche più attuali di una politica impresentabile, decadente, autoreferenziale.

Nelle sue “aggiornate” sfumature di immagine sempre più impercettibili e variegate la partitocrazia è succeduta a se stessa senza riuscire a spiegare quali sono le ragioni “politiche” che possono far battere il cuore (si perdoni il nonsenso “fisiologico”) a destra o a sinistra. C’è ora finalmente bisogno di una concezione popolare della politica, nel senso che deve corrispondere agli interessi di chi ha più bisogno di tutele e nel senso che deve entrare con partecipata concretezza  nella nostra vita. 

Qualsiasi alleanza elettorale pensata per guidare  il Paese, auspicando un ritorno delle responsabilità dirette della politica dopo la parentesi del Governo di unità nazionale, non può prescindere da una considerazione della componente moderata ma resta però da intendersi sul significato autentico e utile di questa invocazione. È il tentativo di cooptare una presenza compensativa rispetto a scenari troppo polarizzati sulle estreme o l’espressione di un necessario equilibrio, di una stabilità che consenta governabilità e aggancio con  gli interessi generali della società?

Realizzare tutto questo non può prescindere dall’esperienza di Governo di Mario Draghi e dal suo carisma personale. Conoscenza, coraggio, umiltà: questa la sua ricetta, ripetuta da tempo. Se serve ‘moderazione’ essa va intesa nel dovere di dare un limite e una responsabilità all’azione politica, non nell’usarla per fini personali, interessi economici, leggi ad personam. Si chiamerà “nuovo centro” questa convergenza necessaria verso una guida stabile del Paese?

Lo strapotere attuale dei partiti è determinato da una concentrazione oligarchica a difesa di interessi personali o di parte, entrambi assai lontani rispetto ai bisogni reali del Paese. In via generale, occorre se mai ricalibrare la progettualità, gli indirizzi e le scelte sulla base delle attese e dei bisogni della gente, nell’ottica della politica come servizio e non della politica come mestiere. Anche questa prospettiva postula capacità di rappresentazione degli interessi della collettività senza cadere nelle derive autoreferenziali di una presenza politica totalizzante e pervasiva.

Vincere risolutamente le tentazioni del populismo, della demagogia, della rottamazione cieca e distruttiva, della protesta senza proposta, delle gogne e dei patiboli esposti al pubblico ludibrio: scelte pregiudizialmente perdenti e pericolosamente senza ritorno, come la storia ci ha – a volte inutilmente – insegnato. Impropriamente si discetta più recentemente intorno ad un partito dei moderati: in senso letterale e in senso logico è una locuzione dal significato ibrido e dal senso incompiuto.

Perchè gli interessi sociali non sono per loro natura moderati, così come non lo sono i valori e le tensioni etiche e ideali: il compito della politica consiste appunto in questa capacità di rappresentazione dove  moderazione  non significa conservatorismo e inazione ma capacità di contemperare bisogni e progetti di una società composita: sul piano generazionale, degli interessi economici, delle tutele dei beni comuni e condivisibili.

Non serve allora un pensiero debole ma un pensiero forte perché ricco di idee e di valori, possibilmente  lontano dalla politica urlata e dei luoghi comuni ma intimamente permeato di ragioni, idee e valori che riflettano gli interessi popolari e non quelli di una qualsiasi casta dominante. Rendere credibile un progetto politico, avvicinare i contesti delle decisioni a quelli delle azioni, agire con onestà intellettuale, equilibrio, rettitudine. Ripartire dalla società civile e da ciò che può esprimere in termini di competenze, capacità, esperienze, aspirazioni, valori. Imprimere una forte spinta all’ascesa dal basso, ai movimenti popolari, per riconsegnare la politica alla gente. Trovare conferma in una guida autorevole e accreditata a livello internazionale come è “nelle cose” la figura del Presidente Draghi e di tutto ciò che rappresenta.

Una scelta ispirata ai principi della condivisione, della cooperazione, del dialogo dove la politica può trovare una sua collocazione non negli schieramenti precostituiti ma nella movimentazione delle risorse umane, delle intelligenze e delle passioni. Recuperare l’orgoglio dell’identità nazionale e il senso dell’appartenenza alla comunità civile. Questo dovrebbe essere il vero fulcro aggregante e solidale, cui non mancano certo i riferimenti di senso e di valore nelle idee della nostra tradizione culturale .

Serve allora uno stile di presenza politica centrato sul confronto mite nei toni ma fermo sulle scelte di fondo, senza cedimenti sui valori che caratterizzano il tipo di società che si vuole ridisegnare. Legalità, giustizia sociale, istruzione e ricerca, famiglia, sicurezza, ambiente, lavoro, merito: potrebbero essere questi i punti aggreganti su cui costruire un progetto politico centrato sui valori della nostra più autentica tradizione culturale e più vicino ai bisogni e agli interessi veri della gente. Soprattutto restituire dignità alla politica, senso civico e ispirazione etica ad una società fatta di persone, nell’interesse della comunità e del Paese.

Perché una politica senza dignità non ha consenso ma una società senza dignità non ha futuro.

 

Castagnetti ricorda Pasetto: “Era rimasto il ragazzo di sempre, che faceva politica per passione e con intelligenza”.

Giovedì 19 maggio, nella chiesa di santa Maria in Trastevere, mons. Paglia ha celebrato una messa in suffragio di Giorgio Pasetto. È seguito poi un ricordo di Piero Ambrosi, da sempre uno degli amici più vicini Giorgio. Lui stesso, nell’ circostanza, ha letto il messaggio di Pierluigi Castagnetti, che qui riportiamo integralmente.

La coincidenza di questo nostro incontro con l’ascesa al Cielo di Ciriaco De Mita, il nostro riferimento, anzi il nostro maestro in politica, non è privo di significato. Può essere letto come il suggello su una stagione politica e la sua classe dirigente che ha passato il testimone a una nuova generazione di cattolici democratici, cui la storia chiede di intraprendere un nuovo cammino. Senza rimpianti e nostalgie, senza l’angoscia di una replica, ma con l’intelligenza e il coraggio di immaginare cose nuove, percorsi nuovi, come Papa Francesco chiede alla Chiesa italiana guidata ora dal nostro amico Matteo Zuppi.

Ho partecipato a questa liturgia in comunione spirituale con tutti voi  e, in particolare, con Giorgio, non potendo essere presente per un impedimento di salute. 

Se fossi stato lì, avrei ricordato a mons. Paglia (ma lo faccio ugualmente con questo scritto), il Natale del 1999, quando venne a celebrare la Messa nella sede del PPI a piazza del Gesù, esattamente nella sala della Direzione Nazionale. L’idea fu di Giorgio. 

Essendo lui per me il  referente di fiducia su Roma, quando gli chiesi l’indicazione  di un convento dove trovarci tutti insieme per una riflessione sul Natale, mi rispose con quella spontaneità e quel sorriso apparentemente ingenuo che tutti conoscevamo: “qui. Facciamo una Messa e una meditazione natalizia qui in sede” e, di fronte alla visibile perplessità che si coglieva sul mio viso , continuò: “che problema c’è?, non s’è mai fatto?, c’è sempre una prima volta, mica dobbiamo mettere i manifesti, è una cosa in famiglia per noi, credenti che fanno politica e che riflettono e pregano insieme”. 

Vabbè, allora che prete chiamiamo?. “Don Paglia di S.Egidio, secondo me accetta, perché ne intuisce il senso”, fu la sua risposta. 

E così fu, quell’anno e anche il successivo.

Mi ricordai di un precedente paragonabile, quando don Mazzolari celebrò  nell’immediato dopoguerra una Messa all’apertura di un seminario cui partecipava la dirigenza nazionale della DC:

“Una messa a introduzione di un convegno politico! Uomini di parte che pregano! Qualcuno sorriderà: altri rimarrà pensoso. Io ne sono commosso: voi pure…Il fatto che uomini di azione politica, dico più esatto, uomini di partito, preghino, non ha nulla di straordinario né di sconveniente per la politica come per la religione. Siamo qui per pregare, non per proporre di far pregare. La preghiera non si comanda: ci si inginocchia e si inginocchia chi vuole…”.

A Giorgio piacevano le cose un po’ innovative. Come quando, qualche anno fa, s’era inventata la rassegna-stampa di articoli di cultura e politica – che non faceva lui, ma considerava sua – per fare circolare idee nuove, aria fresca per gli amici.

Ecco, “gli amici” erano il suo spazio politico.

Da quando non c’erano più Galloni e Rocchi sentiva che questa era la sua missione: tenere insieme gli amici, dividendo e condividendo il pane delle idee nuove, in riunioni e discussioni attorno a tavolate da cui ci si alzava sempre il più tardi possibile, perché si stava bene insieme e perché si portavano a casa sempre pensieri che non si avevano prima.

E, negli anni più recenti, quando la situazione politica nazionale si faceva complicata, passava in ufficio a salutare con il suo sorriso illuminato e illuminante e il solito interrogativo: “che succede?”. 

“Che succede?”, negli ultimi anni era diventato il suo incipit: la curiosità di capire come si evolve la situazione, adesso che non ci sono più i grandi registi come Moro, e neppure i partiti. Avvertiva e soffriva la precarietà della situazione. “Che gliè dico ai miei?”, una domanda che gli ho sentito non so quante volte. Voleva capire per poter aiutare gli altri a capire.

Perché Giorgio apparteneva a quella generazione di politici che pensavano sempre agli altri. Cresciuti così sin da piccoli e da giovani, in mezzo agli altri, a servizio degli altri. 

Il popolo di Anzio e quello di Centocelle erano la sua gente. 

Gli piaceva l’odore del mare e dei pescatori, ma anche quello della gente di borgata.

Ma soprattutto c’erano quegli amici che lo avevano sempre aiutato nelle campagne elettorali ecio che lui, a sua volta, cercava di aiutare nelle loro aspirazioni, sempre inappagato di quello che riusciva a fare, perché si sentiva stretto e pressato da chi, nel suo stesso partito, operava in modo disinvolto per non dire di peggio. 

Lui era rimasto il ragazzo di sempre, che faceva politica per passione e con intelligenza. Era dotato di una straordinaria capacità di conoscere le situazioni, di interpretarle, di intuirne gli sbocchi e le conseguenze, quella che io chiamo “intelligenza della storia”: cioè capire ciò che accadrà.  

Era dotato di una raffinata capacità amministrativa, sedimentata nelle sue esperienze di sindaco e presidente della Regione. Sapeva scegliere. Sapeva decidere. Sapeva costruire. Sapeva cucire. Sapeva coinvolgere. Insomma, sapeva “fare”.

Ma, nondimeno, gli piaceva quella che un tempo si chiamava la “politica pura”, cioè la grande politica, la visione, la strategia.

Se n’è andato, lasciando un grande vuoto nella sua famiglia, in Enza e Francesco.

Ma, in altro modo, anche noi eravamo la sua famiglia e, anche noi sentiamo oggi  un vuoto che è colmato solo in parte dal ricordo di quanto in tanti anni ci ha dato.

 

Il testimone della città dei morti. Un ricordo dello scrittore italo-sloveno Boris Pahor (L’Osservatore Romano)

  1. È stato più volte candidato al Nobel per la Letteratura. Tra le sue molte patrie, la più amata è stata probabilmente la patria immateriale della scrittura. Riportiamo per gentile concessione l’articolo apparso nella edizione del 30 maggio 2022 dell’Osservatore Romano.

Silvia Guidi

Antifragile. Pensando alla lunga, lunghissima vita (per poco non ha raggiunto i 110 anni) dello scrittore Boris Pahor viene in mente una categoria messa a fuoco dal filosofo Nassim Nicholas Taleb, talmente celebre da essere stata soprannominata il darwinismo del ventunesimo secolo: l’antifragilità. Ovvero quella forza che trae la sua energia, paradossalmente, da ogni singola ferita subita. Quella tenacia che sgorga proprio da quello che sembrerebbe, apparentemente sottrarre energia, ma innesca risorse inaspettate e imprevedibili; una misteriosa sorgente interiore che invita, anzi, quasi costringe a ripartire dopo ogni colpo basso della sorte. E di colpi bassi, di ferite profonde, di traumi insanabili ne ha ricevuti tanti, Pahor, nella sua postazione di frontiera e di confine, in senso geografico e metafisico, perseguitato dal fascismo perché troppo sloveno, attaccato dai seguaci di Tito perché non fedele alla linea dettata dal partito, costretto, giovane soldato, a combattere in Libia una guerra insensata, deportato dai nazisti in cinque campi di concentramento diversi (da Natzweiler a Dachau, da Dora a Harzungen, fino ad approdare a Bergen Belsen) vittima e testimone di tutti i peggiori totalitarismi del Novecento.

E del peggio di cui un essere umano può essere capace, dietro al paravento di una confortevole ideologia formalizzata dal potere di turno, al riparo di una comunità compatta in cui diluire (o meglio, illudersi di diluire) la propria responsabilità personale e disfarsi, di fatto, del proprio libero arbitrio.

Pahor è morto lunedì 30 maggio, sulle alture della sua Trieste, città di mare e capitale della mitteleuropa, snodo di molte, complicate frontiere, visibili e invisibili, storiche e culturali insieme.

A Trieste Boris Pahor era nato nel 1913, quando la città era ancora parte dell’impero austroungarico, attraversando il contagio dell’influenza spagnola (che lo colpì insieme a tutta la sua famiglia) e l’ inutile strage della prima guerra mondiale. Ancora bambino, fu dolorosamente colpito dal rogo della Casa della cultura slovena, nel luglio del 1920, primo impatto con il mistero del male, preludio ad altri roghi, e altri sistemi di persecuzione, di proporzioni ancora più grandi. Quell’incendio, scoppiato sotto casa, per motivi incomprensibili, gli fece capire che «non basta dire di no, bisogna “fare” di no» come sottolinea la scrittrice americana Flannery O’ Connor, con la consueta incisiva, geniale brevitas. Tre volte no, non a caso, è il titolo di una delle opere più originali di Boris Pahor: no al fascismo, no al nazismo, no al comunismo, un chiaro, deciso “no” a tutto quello che mira a livellare e omologare la preziosa e irripetibile identità di ogni singolo essere umano.

Il soggiorno nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, nel 1944, ha ispirato Necropoli uno dei suoi libri più famosi, approdato in Italia solo nell’ultimo scorcio del secolo breve, trent’anni dopo la sua uscita in Francia, grazie all’interessamento del filosofo Evgen Bavcar.

Negli anni Cinquanta insegnò letteratura slovena e letteratura italiana. Più volte candidato al Nobel per la Letteratura, fino al 1991 ha diretto la rivista «Zaliv» (che significa “golfo”) punto di riferimento per la dissidenza slovena e l’opposizione al regime di Tito in Jugoslavia.

Tra le sue molte patrie, la più amata è stata probabilmente la patria immateriale della scrittura; tra le violenze subite, una delle peggiori è proprio quella di essere privati della propria lingua madre, da bambini.

 

Lavoratori fragili: Depositato emendamento salva tutele

Ci facciamo premura di comunicare l’avvenuto deposito in Senato dell’EMENDAMENTO ( D.L 36 – AS 2598) tendente a recuperare la retroattività della decorrenza delle tutele per i lavoratori fragili di cui all’art. 10 della legge 52 del 19 maggio 2022 a DECORRERE dal 1° APRILE u.s. ANZICHE’ – come attualmente il testo approvato prevede – dal giorno successivo alla pubblicazione della citata legge sulla G.U (cioè dal 25 maggio u.s). E fino al 30 giugno 2022, come legiferato.

Se l’emendamento fosse approvato le tutele del lavoro agile e della malattia equiparata al ricovero ospedaliero decorrerebbero dal 1° aprile 2022 , coprendo il “buco temporale ” al momento esistente.

L’emendamento depositato (suggerito dal Dott. Comellini e da Francesco Provinciali)  è un atto concreto per risolvere questo problema. Confidiamo che siano ascoltate le richieste e le necessità dei lavoratori fragili .

Adesso il governo e il Parlamento  devono solo decidere se approvarlo o bocciarlo.

In allegato il testo dell’emendamento depositato.

De Mita e lo strano silenzio.

Di fronte ad una personalità politicamente molto riconoscibile e netta stupisce che tra i molti ed interessanti commenti che si sono susseguiti in questi ultimi giorni siano sostanzialmente mancati quelli di esponenti, autorevoli e significativi, che si riconoscono nel cosiddetto centro sinistra contemporaneo.

La scomparsa di Ciriaco De Mita ha innescato, come ovvio e giustamente, una serie di commenti e riflessioni sulla lunga e feconda lezione politica, culturale, sociale e istituzionale del leader irpino. Riflessioni che, com’è altrettanto ovvio, saranno oggetto d’ora in poi di riflessioni più pacate e più ragionate su questo leader della Democrazia cristiana che ha rappresentato, checché se ne dica, un punto di riferimento ineludibile nel cammino cinquantennale che ha segnato lo sviluppo, la crescita e il consolidamento della nostra democrazia. Nonché della cultura riformista e di governo del nostro paese. Un leader che, al di là del potere che ha esercitato e della sua lunga esperienza al partito e al governo, ha contribuito anche e soprattutto a far crescere e maturare la tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Un contributo, diciamo pure di rara qualità e di grande autorevolezza, che ha sempre accompagnato e caratterizzato la militanza di Ciriaco De Mita. Nella Dc inannziutto, nel centro sinistra in secondo luogo e nel dibattito politico complessivo.

Ora, di fronte ad una personalità politicamente molto riconoscibile e netta – in quanto espressione ed interprete di una precisa ed inconfondibile cultura politica – stupisce che tra i molti ed interessanti commenti che si sono susseguiti in questi ultimi giorni siano sostanzialmente mancati quelli di esponenti, autorevoli e significativi, che si riconoscono nel cosiddetto centro sinistra contemporaneo. Per carità, non sono mancate voci importanti di questo mondo ma si tratta di personalità, uomini e donne, che sono ormai fuori dalla politica attiva e militante. Ovvero, che non sono più in prima linea. Una riflessione, questa, che molti hanno colto e che resta abbastanza inspiegabile e misteriosa.

Comunque sia, la lezione politica e culturale di Ciriaco De Mita merita di essere ripresa ed approfondita. Non per regressione nostalgica o per riproporre, in formato bonsai, una esperienza importante e significativa come quella della Dc ormai consegnata alla storia e agli archivi politici. Ma, soprattutto, per come far rivivere, oggi, il “pensiero” e la “cultura” cattolico popolare e cattolico sociale. Temi che, per De Mita, stavano appunto in cima alla sua agenda politica negli ultimi tempi. Tutto il resto, purtroppo, fanno parte solo delle miserie umane che non sono destinate a passare alla storia

 

 

Parlare di De Mita? Significa rileggere pagine di storia… 

Il leader irpino – si legge sulla bacheca di Fb dell’autore – ha contrassegnato con la Sua intelligenza una stagione politica. Si potevano condividere o meno le idee, gli atteggiamenti ma non si poteva non riconoscerne intelligenza e acume.

 

Ricordare Ciriaco De Mita a qualche giorno della scomparsa, rende più nitida la memoria. Parlare di De Mita significa rileggere pagine di storia non solo della Democrazia Cristiana,  ma del Paese. Conobbi Ciriaco De Mita nel 1970 quando da V.Segretario della D.C. si poneva come interlocutore dei giovani d.c. di cui ero il V.Delegato nazionale. 

Erano gli anni del dopo ‘68 in cui le esplosioni delle proteste studentesche avevano posto questioni vitali, alle quali bisognava rispondere evitando giudizi affrettati e provvedimenti superficiali. La gran parte del Paese non colse il significato profondo della protesta, i messaggi volti a superare squilibri, privilegi per dare vita a una stagione di conquiste civili. 

Bisognava bloccare attraverso gli strumenti democratici gli estremismi che dagli anni ‘70, avrebbero imperversato tragicamente. De Mita aveva colto i pericoli della incompiutezza di un percorso di giustizia solidale. Aldo Moro aveva fatto analisi lucide condivise da Ciriaco. Se poi l’estremismo, il terrorismo furono battuti dopo i primi sbandamenti, questo lo si deve a uomini come De Mita, e alla D.C. tutta che non aveva estirpato le radici di idealità,di umanità e civiltà. 

De Mita era prolifico nelle analisi apparteneva a quella nutrita schiera di d.c,che si misuravano politicamente non con le estemporaneità ma con i ragionamenti. Alcune vicende che hanno contrassegnato quel periodo vanno attentamente studiate. La conflittualità con il PSI in un altalenante concorrenza per il potere ha messo in crisi il centrismo, di cui la DC era il perno, dando alla sinistra la possibilità di essere il polo gravitazionale. Il resto è storia: la fine dei partiti politici, della DC e la forte attrazione verso la sinistra. Quella sinistra come il PCI che Moro con il compromesso storico stava svuotando attraverso l’allargamento della base democratica. 

De Mita ha contrassegnato con la Sua intelligenza una stagione politica. Si potevano condividere o meno le idee, gli atteggiamenti ma non si poteva non riconoscerne intelligenza e acume. Era un laeder vero non un capopopolo parolaio vuoto. La scomparsa di grandi personaggi come De Mita ci spinge a rileggere pagine storie dimenticate. 

Ieri ricchezza di idee anche nella dialettica oggi povertà, arroganza che sovvertono le istituzioni e tutto quello che è stato costruito da uomini come De Mita.

 

Dalla CEI importanti indicazioni pastorali.

L’autore ripropone il suo discorso sulla necessità di avviare un processo di ricomposizione dell’area ex democristiana. A questo fine, richiama l’attenzione sul documento finale della Conferenza episcopale italiana, nel corso della quale è emersa a larga maggioranza la proposta, assunta poi da Papa Francesco, di nominare a presidente della Cei il card. Matteo Zuppi. A seguire, Bonalberti mette nuovamente in chiaro quali siano, a suo giudizio, alcune proposte che dovrebbero qualificare il programma di un rinnovato partito d’ispirazione cristiana. 

Non appartengo a quel manipolo di cattolici integralisti, oppositori nemmeno malcelati di Papa Francesco, i quali hanno accolto con dispetto anche la nomina del card. Zuppi a Presidente della CEI. Sono un papista ortodosso, fedele agli insegnamenti della Chiesa e credo nell’assistenza dello Spirito Santo ai cardinali raccolti in conclave al momento della scelta del successore di Pietro. Ho anche accolto con favore la scelta del card Zuppi, all’interno della terna formulata dall’assemblea dei vescovi italiani, fatta da Papa Francesco, del successore del Presidente, oggi vescovo emerito di Perugia, card  Bassetti, sostenendo che questa nomina “apre i cuori alla speranza”.

Ho seguito i lavoro dell’assemblea della CEI tenutasi dal 23 al 27 Maggio a Roma, e credo che il documento finale approvato andrebbe letto e meditato anche da tutti noi impegnati nel tentativo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Intervenendo alla conferenza stampa svoltasi al termine dei lavori dell’Assemblea generale della CEI, il neo Presidente CEI, card. Matteo Zuppi, ha ricordato i temi sociali emergenti nella situazione italiana: “l’abbandono degli anziani, il disagio abitativo, le fragilità giovanili, i morti sul lavoro e la violenza sulle donne, senza dimenticare le migrazioni e la tragedia delle morti in mare. “Su tutto questo – ha concluso – non dobbiamo spegnare i riflettori”.

Ecco, credo spetti a tutti noi tenere accesi i riflettori e inserire nel programma attorno al quale ricomporre la nostra unità politica proprio queste priorità.

Ho tentato nelle settimane scorse di redigere un contributo per il programma, inviato agli amici del Consiglio nazionale della DC guidata da Renato Grassi e della Federazione Popolare DC, presieduta da Giuseppe Gargani, evidenziando che, alla base di ogni progetto di riforma economico sociale, è essenziale procedere al rovesciamento della logica che, nell’età della globalizzazione, ha posto il primato della finanza sull’economia reale e sulla stessa politica; quest’ultima ridotta a un ruolo ancillare, con molti dei suoi esponenti assoldati dai gestori delle multinazionali della finanza padrone del mondo.

Riassumo quelle indicazioni:

  1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992).
  2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini.
  3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit,Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
  4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):
  5. Separazione tra banche di prestito (loan bank) e banche speculative (investment bank): abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica reintroduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London e sede fiscale a tassazione zero nello stato USA del Delaware).
  6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico>
  7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.
  8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es. di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.
  9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia).
  10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza.
  11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di compiere ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
  12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992 firmato da Mario Draghi). 
  13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso. 
  14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito.
  15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
  16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente. 
  17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB.
  18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
  19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e nel notaio delle esecuzioni immobiliari. 
  20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano. 
  21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese.

Ritengo che, se vogliamo tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni pastorali emerse dall’assemblea generale dei vescovi italiani, sia indispensabile porre queste proposte nel programma del partito o federazione dei partiti che si ispirano ai valori del cattolicesimo democratico e cristiano sociali, per le prossime elezioni politiche. Un’assemblea costituente ad hoc per promuovere tale ricomposizione dovrebbe essere convocata quanto prima. E ciò che con alcuni amici abbiamo avviato, partendo dalla base, augurandoci che, anche i responsabili dei diversi partiti, movimenti, associazioni e gruppi che si rifanno ai medesimi principi e valori, concorrano con noi alla realizzazione di tale progetto. Solo così supereremo lo stallo in cui siamo finiti, dopo la lunga stagione della diaspora post DC e potremo riprendere la nostra strada.

L’aborto fa (sempre) discutere. Gandolfini, smontare la 194. No, replica Tarquinio: svuotiamo la legge dal suo carico di dolore.

Massimo Gandolfini, portavoce della Manifestazione «Scegliamo la Vita», indirizza una sua lettera al direttore dell’Avvenire per sollecitare un’azione diretta a smantellare la legge sulla interruzione volontaria di gravidanza. Marco Tarquinio, nella rubrica “Il direttore risponde”, spiega garbatamente che l’approccio dell’oltranzismo pro-life non lo convice. E suggerisce una diversa modalità per contrastare la scelta abortista, sicuramente dolorosa per ogni donna.  

Il confronto che ieri ha occupato sul giornale dei Vescovi italiani lo spazio riservato al dialogo del direttore con la comunità dei lettori rappresenta una novità. Per la prima volta si cerca di dare forma a una posizione che nel rispetto della linea a difesa della vita – in questo caso del nascituro – metta da parte la suggestione dello scontro a testa bassa, fino ad arrivare alla cancellazione della legge 194.

Vale la pena seguire le argomentazioni dei due interlocutori, anche per capire, evidentemente, come evolve il dibattito in seno al mondo cattolico sui temi cosiddetti sensibili.

Scrive Gandolfini: “ […] alla luce delle parole dei Pontefici che hanno segnato il nostro tempo, si “deve” smontare. Proprio sulla base delle stesse conoscenze scientifiche – 44 anni fa non avevamo neppure l’ecografo! – con mentalità rigorosamente laica, oggi nessuno può dire che embrione e feto non sono indiscutibilmente “uno di noi”, un essere umano a tutti gli effetti. E una società davvero civile – cioè fondata sul riconoscimento dei diritti umani universali, primo fra tutti il diritto alla vita del più debole e indifeso – non può ignorare che negare tutto ciò spalanca le porte a ogni sopruso, in nome del personale interesse e della cosiddetta “libera scelta”. 

“Nessuno di noi – continua Gandolfini – è così ingenuo da pensare di poter ottenere tutto e subito, ci vogliono saggezza e pazienza, prudenza e lungimiranza, ma la stella polare cui guardare deve essere sempre, in ogni contingenza, ben chiara: non possiamo rassegnarci a una legge “integralmente iniqua”.

Ed ecco, nel nucleo essenziale, la replica di Tarquinio: “[…] Penso anche che la 194, come tutte le leggi, ma un po’ di più, sia una legge che ha dentro di sé cose diverse. Non l’avrei votata così com’è proprio come non voterei mai per la pena di morte perché sono contro ogni norma “letale”. E considero l’aborto una tragedia immensa per il figlio abortito – uno di noi – e per la donna-madre che vive questa prova”.

“Non mi stanco di ripetere – aggiunge il direttore di Avvenire – che le leggi sono anche, e spesso soprattutto, il “modo” in cui le applichiamo. E io so che la 194 può essere usata per rimuovere le cause dell’aborto, ma so pure che purtroppo non lo si fa abbastanza e in molti casi per nulla. Ritengo anche, alla luce delle sempre più ampia consapevolezza della realtà della vita prima della nascita che ci dà la scienza, sia possibile e necessario riconsiderare l’attuale pratica dell’aborto legale e le decisioni che la consentono (sempre arbitrarie, come tutte quelle che riguardano esistenze altrui, ma qui di più perché toccano un “senza voce”)”.

E Tarquinio così conclude: “In sostanza non credo che la legge 194 debba essere smontata come lei dice, ma svuotata del suo carico di sofferenza e di morte. E per questo serve dialogo profondo e franco, chiarezza d’idee e rispetto reciproco. Prima di tutto per i protagonisti di ogni storia d’aborto: la donna e madre e il piccolo o la piccola che lei porta in grembo”.

Questo rapido e intenso scambio di opinioni rivela l’esistenza, nel panorama del cattolicesimo italiano, di un’alternativa ragionevole all’oltranzismo pro-life. 

 

Per saperne di più

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/direttore-risponde-dar-battaglia-per-smontare-le-194

Quale Repubblica? Note sparse in vista della Festa del 2 giugno.

Non facciamo abbacinare dal presidenzialismo: il Parlamento rimane il luogo della rappresentanza popolare e qui trova legittimità l’elezione del supremo garante dell’unità nazionale. La Repubblica ha raggiunto negli anni ’70 e ’80 grandi obiettivi di rinnovamento attraverso le riforme approvate in Parlamento: diritto di famiglia, riforma sanitaria, divorzio, aborto, statuto dei lavoratori, obiezione di coscienza, codice Rocco in materia di violenza sessuale e abolizione del delitto d’onore. Nel discorso del primo insediamento, Sergio Mattarella evocò i volti della Repubblica: giovani, donne, anziani… Dobbiamo ammettere che non sempre, in Parlamento, sono stati rispecchiati.

 

Dal 1 gennaio 1948 “l’Italia è una Repubblica democratica, definita dall’art.1 della Costituzione, che annuncia un grande valore, la “sovranità appartiene al popolo”, affidato alla responsabilità dei cittadini, che la delegano agli organi eletti. Quindi il primo atto di cittadinanza consapevole è partecipare alle elezioni. Siamo avviati ad una stagione elettorale la prima sarà il prossimo 12 giugno con il rinnovo di circa 1.000 Amministrazioni comunali e inoltre, nello stesso giorno, si vota anche per 5 Referendum abrogativi. La Costituzione consente solo di abrogare leggi ma non di proporne, perché la nostra Repubblica democratica è parlamentare. 

Di tanto in tanto emerge nel dibattito la proposta di trasformarla in Repubblica presidenziale, ma anche recentemente è stata respinta una iniziativa in tal senso, presentata da Fratelli d’Italia. Credo non ci sia sovranità popolare meglio rappresentata che in Parlamento e la recente rielezione del Presidente Mattarella mi pare segnali come sia importante che il Capo dello Stato, che “rappresenta l’unità nazionale” (art.86 Cost.) non appartenga ad una parte politica o a una coalizione. Troppa emozione attraversa, in alcune stagioni, l’elettorato: si pensi a quali nomi vengono alla mente in tal senso (es. magistrati del pool di Milano, ecc.).

Non mi nascondo che, purtroppo, il Parlamento nell’ultima legislatura – forse, non solo – non ha mostrato grande capacità di far valere la sua forza rappresentativa ed ha acconsentito a una gestione piuttosto centralistica da parte del governo.

Innanzitutto si è verificata la riduzione del numero dei parlamentari e la prossima legislatura vedrà caricato su ciascun parlamentare un onere superiore di rappresentanza. Se aggiungiamo la mancata riforma elettorale (spero di no) il rischio sarà che i parlamentari non saranno nemmeno più conosciuti dagli elettori. La vicenda del PNRR sottolinea ancora di più come il Parlamento abbia protestato ma non inciso, perché la sede per le priorità da individuare, mantenendo coeso il Paese, sarebbero state le aule della Camera e del Senato. Per esempio sono stati destinati molti fondi alla sanità. Anche a seguito della pandemia il nostro SSN ha riscosso molta attenzione e si dibatte sul come innovarlo e rafforzarlo. La legge istitutiva del SSN del 1978 aveva una visione; quale sarà la visione che guiderà la eventuale e sperabile riforma per adeguarlo al cambiamento dei tempi, della cultura, della ricerca scientifica? Il PNRR destina molti fondi alle strutture e non dà indicazioni di contenuto rispetto alle finalità di servizi e strutture destinate, finalmente, al territorio. Manca una visione, manca il personale, non sono programmate in base ai dati epidemiologici le risposte che una concezione olistica – one health – sta proponendo. Cito solo l’esempio delle case di comunità per le quali sarebbe necessario un modello almeno minimo, ma universale, per tutto il Paese. 

L’uguaglianza dei cittadini sarebbe gravemente menomata se, nonostante il regionalismo da rispettare, a Udine o a Catanzaro non si potesse contare sulla medesima certezza operativa. Un altro esempio riguarda la distribuzione delle grandi macchine. Si soffre la mancanza di HTA (Health Tecnology Assestement), per cui non si fa uso di una anagrafe che, fortunatamente, esiste. Ad una Azienda Sanitaria del centro Italia sono state attribuite tre TAC quando era stata richiesta una PET; e ad un’altra del nord, è stata assegnata una Tesla 1 quando l’Azienda possiede già una Tesla 3. Cosa accadrà alle macchine non utilizzate?

La Repubblica ha raggiunto negli anni ’70 e ’80 grandi obiettivi di rinnovamento attraverso le riforme approvate in Parlamento: diritto di famiglia, riforma sanitaria, divorzio, aborto, statuto dei lavoratori, obiezione di coscienza, codice Rocco in materia di violenza sessuale e abolizione del delitto d’onore. Nel discorso del primo insediamento, Sergio Mattarella evocò i volti della Repubblica: giovani, donne, anziani… Dobbiamo ammettere che non sempre, in Parlamento, sono stati rispecchiati. Abbiamo visto recentemente che la Repubblica non è delle donne. Il presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, in occasione della mancata elezione della prima donna al Quirinale ha affermato “noi maschi abbiamo di che vergognarci e questo è un problema: non chiediamo al Parlamento di risolvere un problema che è dentro di noi (…) la cooptazione maschile finisce per prevalere”. La votazione per la presidenza della Repubblica ne è la dimostrazione. Le molte donne parlamentari non hanno saputo svolgere quel compito di alta e buona politica di imporre un metodo e la loro forza reale; le loro sorelle maggiori, – Madri della Repubblica – erano solo 21 ma furono determinanti per redigere alcuni articoli fondamentali: ricordo quello sulla parità nel lavoro, non raggiunta ancora oggi, e l’articolo 3 in cui fu inserita la parola uguaglianza di sesso per l’emendamento di una costituente, ecc. Il Parlamento vive e si fa sentire se è determinato a imporre il suo ruolo costituzionale. Manca meno di un anno alle prossime elezioni politiche nazionali, da cui usciranno due rami del Parlamento fortemente ridotti nel numero. Alla diminuzione quantitativa si accompagnerà un maggiore “peso” di ciascun parlamentare. Sarebbe quindi bene che le forze politiche riflettessero sulla necessità di portare in Parlamento una quota di candidati che all’esperienza politica affianchino esperienza di legislatori.

La recente scomparsa di Ciriaco De Mita ci ricorda proprio un metodo, perché da deciso sostenitore del “rinnovamento” – e lo perseguì – cercò tuttavia la competenza e il prestigio dei Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Roberto Ruffilli, come di altri laici, Bruno Visentin, Guido Rossi, ecc. Il Parlamento, come recita la nostra Carta, è il depositario della sovranità popolare e deve rispecchiare tutti i volti della Repubblica per non perdere la sua funzione.

Il superamento della democrazia liberale

Bisogna mettere in luce il fatto che con la morte di Aldo Moro finisce quel grande disegno per l’Italia di arrivare non solo alla democrazia compiuta, ma a quella democrazia sostanziale ampiamente debitrice della cultura politica dei cattolici democratici, come si evidenzia già nei lavori della Costituente.

Ebbene, sì! Occorre affermarlo a chiare lettere: la posta in gioco non è il futuro della democrazia, ma la riforma strutturale di questa democrazia che si è venuta affermando dalla metà degli anni Ottanta. Non si tratta di un’affermazione che esula dalla realtà, né tanto meno di un processo irrealizzabile rispetto agli attuali canoni del vivere civile.

Anzi, a ben guardare, tutta la riflessione moderna sulla democrazia (da Norberto Bobbio a Giovanni Sartori) si incentra sul solo modello che si è sinora realizzato nella storia: la democrazia liberale. Negli Stati Uniti d’America, in Gran Bretagna sull’onda dei pensatori politici ed economici di stampo liberale, tale visione ed organizzazione dello Stato si è non solo affermata, ma ha coinvolto di riflesso anche gli altri Stati occidentali che pur se orientati verso concezioni socialdemocratiche, tuttavia hanno recepito i principi economico-sociali tipici del liberismo.

In Italia, dopo l’avventura drammatica del fascismo, la neonata democrazia ha visto (soprattutto in sede di Assemblea Costituente) l’incontro-scontro tra posizioni politiche liberali, cristiane e socialcomuniste. Le ultime due, pur partendo da motivazioni ideologiche diverse, palesavano alla fine il comune obiettivo di dar vita ad uno Stato sociale (e perciò solidale) come il primato della persona umana sull’economia e sulle sue leggi.

La prima parte della Costituzione, soprattutto per il contributo eccezionale di Dossetti, La Pira e Moro, ha inteso recepire questa visione di Stato nell’ottica del principio solidaristico e non individualistico.

I tempi però non erano abbastanza maturi per la democrazia italiana ancora in fasce:  il pericolo del neo-fascismo, una classe borghese che vedeva nella libertà economica la strada maestra degli affari individuali e di casta, l’atteggiamento di una parte non secondaria del mondo cattolico e della gerarchia ecclesiastica (ancora lontana dal Concilio Vaticano II), imponevano allo stesso De Gasperi di tirare il freno sul piano delle riforme strutturali e della stessa concezione della democrazia, pena lo sgretolamento del giovassimo Stato democratico italiano.

Sta di fatto che questa sorta di stagnazione della democrazia italiana, riprendeva vigore con il centrosinistra voluto dalle sinistre democristiane e da Aldo Moro durante i primi anni Sessanta.

Dossetti aveva abbandonato ormai la politica attiva (1951) per esplorare il suo disegno di vita religioso, ma anche per cambiare la situazione all’interno del mondo cattolico ed aprirlo verso nuovi orizzonti ecclesiali e politici. Dossetti-Moro: vi è un fil rouge che lega idealmente i due pensatori e che traspare proprio negli anni Sessanta nei due diversi ambiti (Chiesa e politica).

Entrambi convinti che lo Stato liberale dovesse essere superato per uno Stato solidale, hanno tessuto fino all’ultimo la strategia di quella famosa terza via  capace di dare protagonismo al popolo (soprattutto agli ultimi) che, di volta in volta, secondo la concezione morotea, diventava Stato e che, quindi, creava nuovi diritti da tutelare.

Un discorso, quest’ultimo, che merita una particolare attenzione e considerazione e che sarà oggetto di studio prossimo per una nuova pubblicazione editoriale. Quello che bisogna mettere in luce in conclusione è il fatto che con la morte di Aldo Moro finisce quel grande disegno per l’Italia di arrivare non solo alla democrazia compiuta, ma a quella democrazia sostanziale nella quale il protagonismo non appartiene all’economia, ma alla persona umana che vive in sintonia e in comunione con gli altri.

 

Un nuovo Rinascimento dalle nuove tecnologie. Dall’Archivio di Vita e Pensiero.

Tre anni fa moriva Michel Serres. Gli rende omaggio Vita e Pensiero, la rivista dell’Università Cattolica di Milano,  ripubblicando questo saggio del 2013, nel quale il grande filosofo ci invitava a guardare con occhi diversi la rivoluzione digitale. Una lettura sorprendente!

Michel Serres

Il nostro corpo ascolta, grida e ricorda. Batteri, alghe, funghi, piante e animali segnalano anch’essi la loro presenza e percepiscono l’ambiente, ciascuno a suo modo; senza scambi di energia, ma anche di informazione, nessun organismo potrebbe sopravvivere. Prima ancora di farsi umana, la comunicazione caratterizza il vivente come sistema aperto: le cellule comunicano tra loro nei corpi e questi tra loro entro la loro nicchia ecologica. Su piccola scala le reazioni chimiche, su grande scala le tempeste e le galassie, scambiano sempre energia e informazione nell’ambito della materia inerte. Noi uomini aggiungemmo a tali prestazioni, puramente fisiologiche o fisiche, una panoplia di artefatti destinati a sostituire il nostro corpo nelle sue attività di comunicazione: questo arsenale di messaggerie e semafori variò nel corso della storia. In tempi recentissimi le tecnologie elettroniche hanno nuovamente sconvolto l’insieme degli strumenti che permettono di ricevere informazione, di immagazzinarla o di conservarla, di emetterla o di trasmetterla.

Questo recente cambiamento riguarda il tempo, lo spazio e i rapporti tra gli uomini. In tutta la storia abbiamo conosciuto almeno due sconvolgimenti dello stesso tipo: l’invenzione della scrittura e quella della stampa. Incisa su pietra, bronzo o tavolette di cera, prima di poterla leggere su papiro o su carta, la prima contribuì in modo decisivo a creare le prime città, nella Mezzaluna fertile, grandi Stati organizzati secondo le regole di un diritto scritto (codice di Hammurabi, legge mosaica); facilitò e accelerò gli scambi commerciali grazie al conio delle monete; dette slancio alle scienze e alla pedagogia, nell’antica Grecia, così come alle religioni monoteiste, che possono essere definite culti della Scrittura. Ma c’è di più: oggi dividiamo il tempo umano in due parti distinte, preistoria e storia, e quest’ultima comincia esattamente dalla comparsa dei primi testi incisi. Le grandi stabilità politiche, religiose, economiche, scientifiche giunte fino a noi derivano dunque dagli strumenti utili ad affrontare l’informazione, che nella storia, come ho detto, cambiano meno di quanto non le comandino, dal momento che fu la scrittura a far nascere la storia.

Da quando nel Rinascimento fa la sua comparsa la stampa, le banche italiane trasformano gli scambi commerciali nel Mediterraneo, dove le lettere di cambio sostituiscono la moneta, e lanciano il primo capitalismo; la circolazione dei libri favorisce l’indipendenza individuale sostenuta dalla Riforma protestante e, con essa, la democrazia politica e il diritto civile; il loro immagazzinamento nelle biblioteche svaluta i dossografi e, sgravando la memoria, pone l’osservatore di fronte ai fatti bruti contribuendo così alla nascita della sperimentazione meccanica e fisica; insomma, la stampa genera la scienza moderna; infine Montaigne, Erasmo, Rabelais e altri ancora traggono da tutte queste novità nuovi concetti della pedagogia. Le due trasformazioni presentano un profilo simile.

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-un-nuovo-rinascimento-dalle-nuove-tecnologie-5871.html

 

La crisi ucraina in fase di stallo: i negoziati non decollano, ogni previsione appare sterile.

La strada verso la pace appare essere molto accidentata, anche perché in ambedue gli schieramenti contrapposti continuano ad esistere leaders e/o gruppi di potere per i quali la guerra in corso si presenta come una occasione da cogliere.

Il conflitto in Ucraina sembra attraversare una fase di riflessione collettiva, sia sul piano politico-diplomatico sia su quello militare. Dopo tre mesi di guerra violenta e sanguinosa, i contendenti fanno un bilancio, verificano lo stato delle proprie forze e valutano cosa ancora debba essere messo in campo per guadagnare la posta o, per lo meno, dare l’impressione di poterlo fare. 

A tal fine, il gioco diplomatico si rivela lo strumento migliore per prendere tempo. Lo si utilizza, infatti, per riattivare i “pour parler” interrotti o per imbastirne di nuovi ovvero per alimentare la propaganda, pratica diffusa altrettanto utile per far valere meglio le proprie rivendicazioni. Non a caso si registrano contatti a  distanza tra interlocutori qualificati di alto livello; spuntano proposte di improbabili accordi, si parla confusamente di scambio di prigionieri; si avviano con clamore indagini su presunti crimini di guerra e se ne sollecitano di nuove; si diffondono notizie poco rassicuranti sulla salute fisica (e mentale) dei massimi rappresentanti dei due paesi contrapposti come pure sui dissidi interni al cerchio magico del potere che ne complicherebbero la normale attività di governo fino al punto di configurare possibili congiure di palazzo.

Nel frattempo, però, gli scontri armati (in particolare, nell’area del Donbas) continuano ininterrottamente, a dimostrazione che nessuna delle due forze in campo ha la minima intenzione di cedere o recedere. Insomma, la guerra continua. L’esercito russo dà l’impressione di voler, soprattutto, consolidare le posizioni acquisite sul terreno nelle regioni di Donetsk e Lugansk, insistere nella manovra a tenaglia nell’area a sud-est di Dnipro e mantenere il controllo di buona parte della fascia costiera, mentre quello ucraino gli si oppone, coltivando probabilmente la speranza di poterlo rigettare oltre confine grazie alla fornitura (continuamente sollecitata da Zelensky)  di armamenti (americani) sempre più  potenti e sofisticati. Insomma, Mosca sembra ormai determinata a perseguire con metodo la realizzazione del cosiddetto piano B ossia l’occupazione militare permanente della parte sud-orientale dell’Ucraina per poi ottenerne la ratifica attorno ad un tavolo negoziale, secondo tempi e modalità da concordare. Kiev dà l’impressione di opporvisi con la forza della disperazione.

L’attenzione generale è ora rivolta all’auspicata esportazione di enormi quantitativi di grano e cereali dall’Ucraina – da tempo fermi nei punti di ammasso o già stoccati nel porto di Odessa e da cui dipende la sicurezza alimentare di milioni e milioni di persone – resa praticamente impossibile dal blocco navale russo nel Mar Nero, dove più agevolmente il prodotto può essere trasportato. L’Unione Europea sta in vari modi adoperandosi, insieme ad altri partner internazionali, per risolvere al più presto il problema, tenuto conto che Mosca ha manifestato una disponibilità a collaborare condizionata però al ritiro delle sanzioni sulle esportazioni e transazioni finanziarie russe. E’ quanto praticamente lo stesso Putin ha confermato a Draghi nel corso di una recentissima telefonata, durante la quale il “leader” russo avrebbe anche sostenuto l’attuale impossibilità ad avviare negoziati di pace con Zelensky data l’indisponibilità di quest’ultimo a trattare…  

La questione alimentare è un nodo ormai venuto al pettine al pari di numerosi altri che, presumibilmente, con la continuazione prolungata nel tempo del conflitto, prima o poi appariranno sulla scena internazionale per diventare ulteriori incognite della già molto complicata equazione sul tappeto. Con la volontà di aderire alla NATO (subito osteggiata da Ankara) espressa da Finlandia e Svezia, il fronte occidentale tende ad allargarsi, ma, al tempo stesso, rischia di indebolirsi per l’intenzione manifestata da alcuni stati membri (“in primis”, l’Ungheria di Orban) di smarcarsi dalle sanzioni energetiche decise dalla Commissione Europea contro la Russia nonché per la “de- escalation” militare invocata sempre più da alcune formazioni politiche e movimenti pacifisti nazionali. 

Altri governi europei (tra cui quello italiano), pur favorevoli all’invio di armi e all’adozione di sanzioni economiche, ritengono, con sempre maggiore insistenza, prioritario un “cessate il fuoco” con conseguente avvio di negoziati diretti fra le due parti, anche se, come si è visto, Mosca continua decisamente a tergiversare. In tale cornice, Washington e Londra tirano, invece, dritte per la strada militarista, avendo maturato l’idea che Putin possa diventare ragionevole soltanto se sconfitto sul campo (e puntando, neanche in modo troppo coperto e malgrado le periodiche smentite, ad un “regime change” a Mosca). 

Nel recente vertice di Davos, Boris Johnson ha addirittura parlato di una possibile alleanza politico-economico-militare (alternativa all’Unione Europea) di Londra con alcuni paesi ex- Unione Sovietica (Ucraina, Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania) aventi in comune il forte timore per l’aggressività russa e la sensazione che stia subentrando nell’Unione ed in alcune capitali europee di primo piano (“in primis”, Parigi e Berlino) una certa tepidezza nel contrastarla, circostanza confermata, del resto, dal comportamento di Scholz su quello stesso palco, dove ha accuratamente evitato di soffermarsi sullo stato della guerra in Ucraina.

Questa nuova iniziativa inglese, seppur ancora allo stato embrionale, conforterà non poco il neo Zar sempre speranzoso che la solida crociata contro la Russia cominci a mostrare la corda, indebolendo quell’unità che ha spinto il suo paese nell’angolo, isolandolo da una grande parte di comunità internazionale.    

In definitiva, la strada verso la pace appare essere molto accidentata, anche perché in ambedue gli schieramenti contrapposti continuano ad esistere leaders e/o gruppi di potere per i quali la guerra in corso si presenta come una occasione da cogliere. Infatti, a Putin essa potrebbe consentire di realizzare il sogno di ricreare l’impero zarista e restare nella storia nazionale. In seno a vari circoli politici americani (per lo più repubblicani) essa è vista come la possibilità di dare un definitivo colpo mortale al tradizionale nemico russo. In Europa, i paesi ex-satelliti dell’URSS possono percepirla come un modo per rendere più solida ed efficace la preziosa protezione americana contro le mai sopite mire egemoniche sulla regione della Russia, il potente da sempre sgradito paese confinante. Infine, per le industrie belliche guerra significa grossi profitti e, pertanto, non stupisce immaginare che la loro lobby sia molto impegnata a rendere, in vari modi, la via della pacificazione la meno praticabile possibile. 

Alla luce di quanto precede, non c’è dubbio che avanzare delle previsioni continua ad essere un esercizio quanto mai difficile e, per certi versi, anche sterile.

 

La strage del Texas evidenzia la dilagante diffusione delle armi tra i giovani

L’uso delle armi da parte dei minori o dei giovani appena maggiorenni è una piaga endemica negli USA, favorita da legislazioni permissive e dall’assenza di controlli circa precedenti agìti aggressivi o disturbi mentali e comportamentali. Tuttavia, anche in Italia cresce il numero di chi gira armato e si abbassa la soglia di chi entra in possesso di una pistola, specialmente attraverso le vie dell’acquisto illegale.

Quella compiuta dal diciottenne Salvador Ramos nella Robb Elementary School di Uvalde, in Texas,  è stata la più grave strage compiuta in un istituto scolastico degli Stati Uniti negli ultimi dieci anni, dopo quella di Sandy Hook, in Connecticut, del dicembre 2012: in quel caso – sempre in una scuola elementare – furono uccise 26 persone, di cui 20 bambini. Pochi giorni fa c’era stato un altro attacco molto grave: il 14 maggio, a Buffalo, un 18enne aveva ucciso 10 persone sparando all’impazzata in un supermercato frequentato soprattutto da afroamericani. Ma guardando a ritroso negli anni è ricorrente l’angosciante fenomeno dello stragismo agìto da giovanissimi, in danno di civili, specialmente minori, in scuole e luoghi di intensa frequentazione. Salvador Ramos , dopo aver ridotto in fin di vita la nonna, è entrato nella scuola (che lui stesso aveva frequentato) del suo paese, una cittadina di 15 mila abitanti, e ha ucciso deliberatamente 19 bambini e le loro due insegnanti, chiudendosi con loro in un’aula e riuscendo a portare a termine la strage prima di essere ucciso dalla polizia. Nei giorni precedenti aveva dato segni di premeditazione, postando messaggi equivoci e minacciosi sui social e fotografando le armi di cui era in possesso, anche se parte della stampa e lo stesso Governatore del Texas hanno sottolineato il fatto che il ragazzo non avesse dato segni di squilibrio mentale in passato.

L’uso delle armi da parte dei minori o dei giovani appena maggiorenni è una piaga endemica negli USA, favorita da legislazioni permissive e dall’assenza di controlli circa precedenti agìti aggressivi o disturbi mentali e comportamentali : il Texas è uno degli Stati dove ciò è permesso con la più ampia libertà d’uso e ha colpito l’opinione pubblica la conferenza stampa del Governatore del Texas – Greg Abbott – che si è detto contrario ad una revisione restrittiva della normativa concessiva e lassista attualmente in vigore.

Ci sono interessi commerciali ma anche una visione “armata” e “difensivistica” della vita sociale sostenuta in particolare da un folto gruppo di parlamentari conservatori che considerano il possesso di armi e il loro uso uno strumento legittimo di tutela personale. Una escalation di violenza che suscita violenza, in cui attacco aggressivo e difesa discrezionale producono esiti letali.

Il fatto che il problema sussista da sempre senza che sia stata adottata una legislazione più severa ci spiega un clima relazionale e sociale dove pistola, fucile e altre armi anche pesanti sono entrati a far parte di una quotidianità accettata dalle autorità, anche se fortemente osteggiata dalla maggioranza della popolazione.

Il connubio armi-minori è il dato più eclatante e drammatico di questo stile di vita armato, ormai abitudinario e consolidato nell’immaginario collettivo come una spada di Damocle che pende sulla testa di chi per destino ne subisce le conseguenze: l’alternanza di governi democratici e repubblicani non ha intaccato questa deriva pericolosa, anzi nel tempo si è abbassata la soglia di età dei soggetti aventi titolo al porto d’armi, al loro acquisto e ad un uso frequente come passatempo, come se si trattasse di un gioco.

Il fatto che i crimini più efferati siano stati compiuti da giovani o giovanissimi non ha introdotto una normativa sul porto d’armi e – palesemente – ha dimostrato che una pistola o un fucile in mano ad un ragazzo problematico, frustrato da insuccessi scolastici, turbe psicologiche o da disgregazioni familiari, dall’uso di alcool e droga diventano uno strumento letale di morte. Una parte minoritaria dei cittadini degli Stati dove è più alto l’indice di criminalità minorile considera una cosa normale il possesso di un’arma da parte di un minorenne. I giornali americani danno spesso enfasi a fatti che coinvolgono minori nell’uso delle armi come fossero giocattoli:  pare che l’azienda che fabbrica il fucile usato da un coetaneo che qualche anno fa aveva colpito a morte una bambina produca circa 60.000 armi all’anno di quel tipo, pubblicizzate con lo slogan “Il mio primo fucile” in un sito che si chiama “L’angolo del bambino”, con numerose foto di ragazzini intenti a colpire bersagli di vario genere. Non è raro che un’arma “vera” sia il regalo più desiderato per un compleanno o il Natale. Secondo l’Agenzia ANSA negli Stati Uniti “ogni ora” un bambino viene colpito da armi da fuoco: tanti sopravvivono, ma centinaia invece muoiono. Il numero preciso di quanti hanno perso la vita a causa della violenza armata di anno in anno non viene reso noto fino a quando i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) non rilasceranno i dati in loro possesso.

Ma nel 2020 era stata superata quota 2.200 – di gran lunga il totale più alto degli ultimi due decenni – e si prevede che il conteggio a consuntivo del 2021 sarà ancora peggiore. Secondo i dati emersi, a Washington l’anno scorso 9 bambini sono stati uccisi in omicidi con armi da fuoco, a Los Angeles 11, a Philadelphia 36 e a Chicago 59. Cifre che peraltro non includono le centinaia di altri bambini morti in sparatorie accidentali o suicidi. Tra le vittime, ricordate dal Washington Post, ci sono due sorelle dell’Ohio, entrambe alle elementari, uccise dal padre, un alunno di terza media dell’Arkansas ucciso a colpi di arma da fuoco a scuola da un amico, e un ragazzino del Texas morto a casa per colpi sparati da una persona che passava in auto. Colpisce la frequenza e l’intensità dei fatti, la disinvoltura con cui si gira armati fin da ragazzi, la mentalità crescente nelle giovani generazioni basata su una concezione ultimativa della vita rispetto all’odio verso gli altri e ai propri fallimenti esistenziali: il tutto per tutto, in una volta, per farla finita.

L’agghiacciante connubio “armi-minori” esiste anche fuori degli Stati Uniti pur non legato a una specifica normativa, quanto piuttosto connesso a una concezione proprietaria e schiavista dei bambini, della loro vita e della loro identità personale e sessuale. Basti pensare ai bambini-soldato e a quelli vittime delle mine, spesso usati come strumenti per sondare la pericolosità di un territorio e – per questo – orribilmente mutilati o uccisi; o ancora far mente locale alla soccombente e pregiudizialmente sacrificale condizione dei bambini di ogni età che vivono nei Paesi dove esistono da anni guerre devastanti o conflitti etnici, religiosi o civili tra opposte fazioni, anche di uno stesso popolo o nazione. 

Da un rapporto di Save the Children risulta che più della metà dei settantadue milioni di bambini che non hanno accesso all’istruzione, cioè oltre trentasette milioni, vivono nei Paesi colpiti dalle guerre (denominati CAFS) e sono spesso i destinatari finali del commercio di armi leggere mentre sei tra i Paesi del G8 (tra cui l’Italia) sono tra i primi dieci esportatori di armi nel mondo, l’84% delle quali sono le cosiddette “armi leggere”, largamente diffuse e utilizzate, con conseguenze devastanti, da minori. Indonesia, Costa d’Avorio, Sud-Sudan, Uganda, Iraq, Siria, Afghanistan, Burundi, Chad, Colombia, Nepal, Sri Lanka, Angola, Eritrea: sono Paesi che destinano alle spese belliche mediamente oltre il 4% del Pil e nei quali – secondo un Rapporto del Segretariato Generale dell’ONU – vengono addestrati e usati in azioni belliche bambini e bambine-soldato, queste ultime in alcuni casi esposte all’obbligo di prestazioni sessuali. Il conflitto bellico in Ucraina sta moltiplicando la diffusione delle armi tra i civili in un clima psicologico di crescente allarme e tensione: un dramma nel dramma. 

Anche nel nostro Paese cresce il numero di chi gira armato e si abbassa la soglia di chi entra in possesso di una pistola, specialmente attraverso le vie dell’acquisto illegale.

Quindi anche in casa nostra si moltiplicano gli episodi di aggressività come derivato del bullismo, diffuso come stile di vita da social o siti che andrebbero immediatamente oscurati. Famiglia e scuola dovrebbero riappropriarsi di un ruolo formativo, preventivo, di controllo. Per contrastare la violenza bisogna scoprirla e intercettarla alle origini e intervenire con tempestività con azioni positive. Ciò vale dunque anche per l’Italia, pur in un contesto sociale caratterizzato da consuetudini e modelli di vita diversi da quelli di altre contingenze geografiche. Senza caricarla di ulteriori responsabilità, questo compito deve passare attraverso la scuola come principale “agenzia” di educazione alla pace, a cominciare dai rapporti ‘con’ e ‘tra’ gli alunni e dalle relazioni intense con le famiglie. Davvero il sogno che l’umanità dovrebbe coltivare è quello di far scomparire tutte le armi dalla faccia della Terra: il fatto che invece ci si affidi ad esse dimostra che la pace resta solo un’utopia e neanche nel cuore di tutti.

 

Ciriaco De Mita: cultura, politica, ispirazione cristiana.

Il leader irpino ha rappresentato l’unico vero tentativo di riportare il cattolicesimo democratico al centro della politica italiana.

Nell’arcipelago delle personalità e delle correnti democristiane, disorientate e incapaci di muoversi dopo la tragica fine di Aldo Moro, indubbiamente Ciriaco De Mita ha rappresentato l’unico vero tentativo di riportare il cattolicesimo democratico al centro della politica italiana. Non solo in termini di gestione del potere, ma soprattutto come direzione, come progettualità, come prospettiva da dare alla politica affinché essa non si esaurisse, appunto, nel mero (anche se necessario) potere e fosse invece orientata al bene comune.

Dell’azione politica demitiana, indissolubilmente legata alla dimensione culturale perché sempre tesa a cogliere, come Moro, la complessità delle questioni e delle trasformazioni in atto nel mondo globale che si intravedeva, mi preme sottolinearne tre aspetti caratterizzanti. 

Innanzitutto, la sua continua, testarda, a volte velleitaria, ma sempre orgogliosa rivendicazione della importanza del contributo cattolico-democratico alla rinascita di questo paese. Sturzo, De Gasperi, Moro, Dossetti, La Pira, sono presenza costante nel suo “ragionare” ed è presenza costante il riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, tenendo ferma, senza tentennamenti, la dimensione della laicità della politica. 

L’altro punto da ricordare è la sua ferma volontà di avviare un sincero rinnovamento del partito troppo appiattito nella logica clientelare per permettere di fare entrare aria fresca nelle vecchie sezioni dove si contavano le tessere e non le idee. È grazie a lui che tanti volti nuovi si avvicinarono alla politica e tanti uomini di cultura si misero in gioco per offrire il loro pensiero al dibattito del tempo.  

Infine, la sua visione (non semplicistica e strumentale) delle riforme istituzionali per rendere possibile ma non traumatica l’alternativa e, soprattutto, per colmare il deficit di partecipazione (“per ricreare affezione alla democrazia” diceva) che cominciava già a minare la nostra democrazia e per ridare centralità al cittadino-persona. 

Negli ultimi suoi anni De Mita non ha potuto che constatare, amaramente, come la storia abbia seguito altri itinerari e come quei temi siano stati rimossi.

Certamente l’eutanasia democristiana profetizzata da Moro, prima, e più profondamente, poi, il radicarsi del processo di secolarizzazione in società sazie e distratte, hanno reso, ai più, ormai irrilevante il primo punto, se non per rivendicare qualche sgabello di potere. 

Il problema del rinnovamento dei partiti non è nemmeno all’ordine del giorno semplicemente perché i partiti o si sono estinti, o sostituiti da comitati elettorali e conventicole di potere, o trasformati da organizzazioni non democratiche e non politiche che supportano le manie di protagonismo di autoproclamati leader senza cultura politica. 

Della necessità di riforme istituzionali in grado di arginare le derive postdemocratiche delle nostre società non v’è traccia nell’asfittico e striminzito teatrino nel quale la politica stessa è stata relegata. Ma restano temi che, prima o poi, andranno ripresi per dare contenuti, visione e respiro alla politica e allora di questo politico troppo velocemente dimenticato, spesso deriso ma straordinariamente acuto e profondo, torneremo sicuramente a parlare. 

 

Mario Sirimarco – Università di Teramo

La sua Base fu il germoglio del futuro centrosinistra

Questo articolo in ricordo di Ciriaco De Mita è stato pubblicato ieri sulle pagine del “Domani”.

Non amava la citazione e non indulgeva all’eleganza di stile, ma aveva piuttosto il gusto dell’interpretazione. Nel discorso di De Mita, mai avulso dalla realtà, emergeva questa esigenza particolare: tenere insieme le idee, cercandone le origini e gli sviluppi, dentro una lezione che sentiva di dover aggiornare – e quindi interpretare – alla luce di questioni sempre nuove, per non fare della storia del cattolicesimo politico l’archivio dei ricordi o l’album di famiglia. L’asse della Dc lo pretendeva intangibile in quella successione che va da Sturzo a Moro, passando per De Gasperi. Sturzo significava la centralità del programma, De Gasperi il primato della coalizione, Moro l’intelligenza dei processi politici, secondo una formula di accrescimento delle condizioni di libertà e di progresso.

Veniva dal sud, quello dell’entroterra irpino, ma si formò alla Cattolica di Milano. Era l’università di padre Gemelli e Dossetti, ma non furono questi i “padri spirituali” di De Mita. Nel Dopoguerra si respirava un’aria diversa, la politica entrava nel ciclo del post-centrismo, qualche segnale anticipava il rinnovamento conciliare. Egli doveva allora incrociare, a Milano, l’esperienza della nascente sinistra di Base, il germoglio di una Dc più laica e moderna, il luogo di elaborazione del futuro centro-sinistra. Quei giovani basisti, osservati benevolmente da Enrico Mattei, scontarono un certo ostracismo (anche del clero). 

La Base era la sinistra della Dc, mentre la componente social-sindacale di Pastore e Donat Cattin, con alle spalle la Cisl e le Acli, era per definizione la sinistra nella Dc. Una differenza, questa, che renderà De Mita poco incline a riconoscere l’utilità dell’agitazione di temi sociali, senza il respiro della mediazione politica. Per questo il rapporto con Moro significò per lui l’ancoraggio alla prospettiva di una Dc capace di guidare l’evoluzione democratica della società. In più De Mita metteva l’attenzione alle riforme dell’ordinamento istituzionale, immaginando che in questa operazione di rinnovamento fosse persino naturale identificare lo spazio di una corretta collaborazione tra Dc e Pci.

Il comunismo era un fatto e come tale andava conosciuto e trattato, accantonando il sovrappiù delle pregiudiziali ideologiche. Questa era la laicità del discorso demitiano. Fedele al brocardo “ex facto oritur ius” che i giuristi della Cattolica tenevano in evidenza, fu impermeabile alle lusinghe di Rodano sull’incontro tra cattolici e comunisti nel segno del compromesso storico. Non gli apparteneva questa “teologia politica” assunta a veicolo della reciproca salvezza di Dc e Pci.

De Mita arrivò al vertice di Piazza del Gesù quando cominciavano i segni di logoramento del potere democristiano. Moro era stato eliminato, la sua eredità appariva compromessa. Vinse sulla logica del “Preambolo” che pure aveva ripristinato, dopo l’esperienza della solidarietà nazionale, l’intesa di governo con il Psi, a prezzo tuttavia di una progressiva debilitazione del ruolo della Dc. Tutta la sua segreteria, durata sette anni e intrecciata in ultimo al ruolo di Presidente del Consiglio, ebbe il significato di una costante competizione sul piano delle proposte e delle scelte di cambiamento, al riparo da subalternità. Fu la stagione di una nuova classe dirigente. 

Poi, quando tangentopoli spazzò via la Prima Repubblica, prese la postura del coriaceo assertore delle virtù democristiane. In realtà si traducevano nel sogno che preservò sempre, fino al culmine della vita terrena, di un’Italia bisognosa dell’apporto inesauribile del filone democratico cristiano. Non si è stancato mai di ripeterlo.

Vaiolo delle scimmie: tutto quello che c’è da sapere

Il vaiolo delle scimmie è un poxvirus simile allo scomparso virus del vaiolo umano, che infetta le scimmie ma raramente può contagiare l’uomo. Il primo caso di trasmissione umana è stato segnalato nel 1970. In queste settimane, ne sono stati segnalati alcuni casi in tutto il mondo.

sintomi includono febbre, mal di testa, dolori muscolari, mal di schiena e dolore ai linfonodi, seguiti successivamente dalla comparsa di pustole cutanee sul volto e in seguito generalizzate.

I casi attualmente descritti non sono gravi ma necessitano di monitoraggio clinico.

La trasmissione avviene per contatto diretto con fluidi corporei, come sangue, goccioline respiratorie, saliva, essudato di lesioni cutanee e crosta. Sembrerebbe esserci diffusione anche in caso di rapporti sessuali.

I sintomi iniziali includono febbre (superiore a 38.5°), mal di testa, dolori muscolari, mal di schiena, stanchezza e ingrossamento dei linfonodi; a distanza di 24-48 ore si osserva lo sviluppo delle prime caratteristiche lesioni in bocca, seguite dopo poco da lesioni cutanee in viso ed estremità, cioè mani e piedi, compresi palmi e piante.

La diagnosi di vaiolo delle scimmie umano è prevalentemente clinica.

Ad oggi non esiste un protocollo di trattamento specifico, anche perché si tratta di una malattia virale e, come spesso capita per questo tipo d’infezioni, il trattamento consiste in genere nella sola gestione dei sintomi.

Ciriaco De Mita, un faro che continua ad illuminare.

La scomparsa di Ciriaco De Mita, dell’amico e Presidente Ciriaco, è una di quelle notizie che non avremmo mai voluto sentire e ascoltare. Per un motivo molto semplice, anzi persin banale. Perchè, per chi come me e quelli della mia generazione, hanno maturato e coltivato la passione e la militanza politica a fine anni settanta e nei primi anni ottanta, Ciriaco è sempre stato un leader da ascoltare, da cui si imparava sempre e con cui ci si confrontava. Seppur con difficoltà e qualche timore reverenziale. Con De Mita ho sempre avuto un rapporto diretto e anche aperto: durante la mia lunga presenza nel Movimento Giovanile Dc a livello nazionale e poi in Parlamento e nelle chiacchierate sporadiche degli ultimi anni. E questo avvenne per un motivo preciso, che prescindeva dalla mia persona. Il motivo vero era che Ciriaco sapeva che ero stato “l’ultimo” allievo di Carlo Donat-Cattin, suo grande oppositore politico e, al contempo, suo grande amico personale. E non perdeva occasione per spiegarmi e spiegare nei vari capannelli che si formavano attorno a lui gli “errori” politici della sinistra sociale di Forze Nuove, malgrado l’intelligenza politica e il coraggio di Donat-Cattin, nel giudicare e nell’affrontare il “rinnovamento” del partito che lui, Ciriaco, aveva impresso al partito durante gli anni della sua segreteria nazionale.

Ma, al di là di questa digressione personale, è indubbio che De Mita incarnava emblematicamente tutte quelle qualità che fanno di un politico un leader e uno statista. E cioè, intelligenza politica, capacità di guida, una precisa e definita cultura poltiica, coraggio e un consenso reale nel partito e, soprattutto, nella società di riferimento.

Rileggere il magistero politico, culturale ed istituzionale di Ciriaco De Mita sarà un preciso compito di tutti coloro che continuano ad avere a cuore il popolarismo di matrice sturziana, la strategia degasperiana e il pensiero moroteo. “Senza un pensiero è inutile l’impegno politico” amava ripetere con ossessione negli ultimi tempi. Perchè, forse, si rendeva conto che la politica stessa era sempre più dissociata dal pensiero e dalla cultura al punto che la politica si riduce a solo pragmatismo avaloriale, a trasformismo politico e ad opportunismo parlamentare. Ma quello che sarà interessante rileggere, almeno per noi cattolici popolari e cattolici democratici, è indagare sul percorso politico e culturale di De Mita dopo la fine della Democrazia Cristiana e il decollo di una stagione all’insegna della personalizzazione della politica, della spettacolarizzazione e della sostanziale assenza di riferimenti ideali e culturali. Un percorso che ha evidenziato la difficoltà del pensiero popolare e cristiano democratico a trovare una reale e nuova  cittadinanza  attiva  nella  cittadella  politica  italiana.  Eppure  Ciriaco,  testardamente,  e giustamente, sino alla fine ci ha raccomandati a non indebolire, a non emarginare e, soprattutto, a non archiviare quella tradizione culturale e politica – il popolarismo cristianamente ispirato, appunto – che resta l’unica a conservare una bruciante attualità e una altrettanto moderna contemporaneità nel panorama politico italiano ed europeo.

E da De Mita, dunque, si riparte. Per questo Ciriaco resta un faro che continua ad illuminarci e a cui dobbiamo continuare a guardare. Contro il “nulla della politica” per dirla con Martinazzoli e per la costruzione reale ed autentica del “bene comune”

La scomparsa di De Mita – Il ricordo di Gerardo Bianco

E’ morto stamani ad Avellino Ciriaco De Mita all’età di 94 anni. In ricordo dell’ex Presidente del Consiglio ed ex Segretario della Democrazia Cristiana, pubblichiamo un articolo di Gerardo Bianco, scritto per il “Quotidiano del Sud”. In questo testo di Bianco, i ricordi personali si mescolano alla ricostruzione del profilo politico e culturale di De Mita, uno dei più significativi ed influenti esponenti della vita democratica e repubblicana del dopoguerra.

De Mita e l’“intelligenza della politica”

«La politica è conoscere le vicende e dominarle con l’intelligenza», così De Mita apriva il suo discorso al XV Congresso della Democrazia Cristiana che lo elesse Segretario del Partito.

È stata questa la sua costante convinzione: la politica intesa, appunto, come ragionamento, “freddo e lucido” continuava a dire, per capire gli eventi e trovare le appropriate soluzioni.

Ciò significa creare “nuova statualità”, in grado di canalizzare armonicamente la tumultuosa contesa sociale attraverso un sistema di regole da tutti condivise.

La politica per De Mita, la grande passione della sua vita, è, quindi, soprattutto, cultura delle istituzioni.

Se dovessi indicare una data per l’origine, o comunque la “messa a punto” di questa visione della politica come progressiva costruzione e cura dello Stato democratico, risalirei agli anni della sua formazione universitaria nella Cattolica di Milano. Siamo nell’aureo quinquennio degasperiano, tra il 1949 e il 1953. De Mita approdava a Milano avendo già esperienza associativa e politica; conosceva Fiorentino Sullo, l’indiscusso e innovatore leader democristiano dell’Irpinia, era convinto per le sue letture, che bisognava superare lo Stato liberale, ma è nella vivace e raffinata facoltà giuridica della Cattolica, nell’insegnamento del suo maestro Domenico Barbero e dei dialoghi inesausti, anche notturni, con noi puntigliosi colleghi dell’Augustinianum, che egli andò precisando il suo pensiero politico come costruzione costante di regole ampiamente condivise, ma con grande attenzione alle trasformazioni in atto di una società “ribollente” come quella post-bellica, che andavano ben interpretate.

Siamo agli albori dei primi anni ’50 del secolo scorso e dei primi slanci vitali di una rinascita, appunto, dopo la distruzione fascista, che si manifestava a Milano in modo particolarmente vigorosa. Continue erano le scoperte e le innovazioni, dalle mostre pittoriche, ai grandi incontri culturali, ai concerti di leggendari pianisti, alla rinascita del teatro e del cinema che aveva in Mario Apollonio, l’italianista della Cattolica, uno dei più ascoltati ispiratori, mentre si avviava la grande ricostruzione edilizia, e robusta riprendeva la produzione industriale. La città si animava di nuovi negozi, cinema e mostre, a partire da Viale Manzoni, dove eleganti si aprivano al pubblico le vetrine di Motta e di Alemagna.

Dinanzi a tanto dinamismo era inevitabile che la politica cercasse di mantenere il passo, e numerosi erano i circoli e i dibattiti, anche pubblici, in Galleria e in Piazza Duomo. La tradizione del popolarismo e il rilancio della Democrazia Cristiana erano a Milano molto robusti. Ciò non poteva non avere un forte impatto nella “Cattolica” dove consistente era, con Giuseppe Lazzati, la presenza del dossettismo, ma anche di tendenze legate ai Comitati Civici di Gabrio Lombardi. E fu in occasione di una sua conferenza all’Università che De Mita organizzò una manifestazione di netto dissenso che metteva ben in luce la sua concezione anti-integralista della politica, l’ascendenza ideale alla lezione degasperiana, rivisitata da una coscienza più attenta verso le trasformazioni sociali necessarie, a partire dal Mezzogiorno d’Italia che fu un punto fermo della sua vita politica.

Nella logica di questo orientamento “naturale” fu l’incontro di De Mita con la corrente di Base, che proprio a Milano aveva origine, con Marcora e Granelli, e che si apriva a nuovi orizzonti di allargamento dell’area democratica, con un colloquio avviato con il socialismo meneghino nella città fortemente radicato. Nella Base De Mita divenne, per molti aspetti, il teorico della piattaforma politica e istituzionale.

Sulla sua lunga vicenda politica, che ha le radici nell’Irpinia dell’immediato dopoguerra, e nel fervido laboratorio intellettuale dell’Università Cattolica di Milano degli anni ’50, e sul concreto operato politico nelle diverse esperienze di governo e di partito, può addentrarsi solo un’avveduta ricerca storica, scevra da pregiudizi che valuti successi, sconfitte e anche contraddizioni. Ma ciò che si può già affermare è che egli ha sentito la politica come alta vocazione, che indubbia è la coerenza del suo pensiero che si condensò in una dottrina democratica nella quale le “istituzioni pensano e agiscono”, lanciando fortunate formule politiche come il “patto costituzionale” e “l’arco costituzionale”.

A testimoniare l’autentica passione politica v’è la sua biografia. Egli, infatti, non ha mai considerato gerarchie nei ruoli da svolgere, passando, appunto, dai vertici della Repubblica alla guida come Sindaco di un piccolo comune, Nusco, sia pure paese natio.

In un momento storico nel quale sempre più si manifesta la crisi della democrazia rappresentativa e, quindi, del Parlamento, e riemergono tentazioni decisioniste con le proposte presidenzialiste, la lezione politico-istituzionale di Ciriaco De Mita, risulta di grande attualità e ci ammonisce di quanto sia illusoria e pericolosa la soluzione del Governo affidata al leader di turno, favorendo, così, le spinte populiste, invece di costruire lo spirito pubblico e il consolidamento sociale di un popolo.

Questo ragionamento ascoltavo nei lontani anni della Cattolica, l’ho ritrovato, limpidamente esposto, nei suoi libri e l’ho sentito ribadito ancora di recente, nell’estate scorsa.

È un insegnamento che resiste nel tempo, perché solido e meditato e che rende De Mita un indiscusso protagonista della tormentata democrazia italiana.

Non sempre le decisioni, le scelte, la gestione del potere sono state da me condivise.

Agli anni della profonda intesa, nata negli ambulacri della Cattolica, proseguita nelle battaglie politiche avellinesi e nel cammino del primo, comune decennio parlamentare, sono seguiti periodi di dissenso, ma poi anche di robusto accordo per difendere la storia dei cattolici democratici, al momento della grande frattura buttiglioniana. Diversa ancora è stata la valutazione dello sbocco politico del popolarismo nell’afono movimento pidiessino, ma comune resta la difesa intransigente di una storia politica come quella democristiana che ha costruito la Repubblica democratica dell’Italia, in un quadro rigorosamente europeo.

In questo lungo tempo di alterni rapporti, non si è, comunque, mai spezzato il filo sottile dell’amicizia che ha continuato ad accomunarci, anche nella condivisa profonda amarezza per il tramonto della forza politica, la Democrazia cristiana, alla quale abbiamo dedicato la vita, ma che resta un prezioso serbatoio di dottrine e di metodo politico che può ancora indicare la strada di una nuova, seconda rinascita dell’Italia.

Lavoratori fragili: In arrivo un emendamento per sanare un buco di copertura temporale.

Siamo all’ultimo tentativo per evitare che i lavoratori fragili siano danneggiati e penalizzati dal pressapochismo di chi dovrebbe risolvere questi problemi, non complicarli e renderli in certi casi drammatici.
Una vergogna approvare leggi monche , che dimenticano passaggi essenziali come la retrodatazione dal giorno successivo al termine dello stato di emergenza (31/3/2022).
Questa storia della continua rincorsa a far valere e approvare sul piano normativo le tutele a favore dei lavoratori fragili è una storia tutta italiana, emblematica del dire e disdire, fare e disfare.
Tutto poteva essere molto più semplice, netto, chiaro, diretto e intellegibile.
Invece siamo ancora qui, oggi, ad esperire un ultimo tentativo per sanare un vulnus temporale che l’art.10 della legge 52/2022 di conversione del DL 24/2022 ha omesso, dimenticato, nonostante ad esempio i ripetuti appelli dell’On.le Massimiliano De Toma che aveva presentato un emendamento completo che prevedeva il ripristino del lavoro agile e l’equiparazione del periodo eventuale di malattia dei fragili al ricovero ospedaliero, con decorrenza dal 1° aprile u.s.. Un appello accorato e carico di umanità e senso di responsabilità rivolto a tutto il Parlamento senza distinzioni di gruppi, partiti o fedi politiche.
Ciò per evitare che un immunodepresso, un chemioterapico, un invalido ex legge 104/92 dovessero far ricorso al periodo di comporto contrattuale ove non addirittura alle ferie, nel periodo successivo alla fine dello stato di emergenza e fino al 30 giugno p.v. .
Forse solo chi è malato e fragile si rende conto del danno che l’approvazione della legge priva della retrodatazione poteva procurare.
Eppure siamo ancora qui a perorare questa causa.
Dimenticanza, errore materiale, indifferenza? Non importa : bisogna aggiungere il pezzo che manca a questa legge.
Come tutti sanno il 23 maggio è stata pubblicata in gazzetta ufficiale la legge 19 maggio 2022 n. 52 di conversione con modificazioni del decreto legge n. 24 del 24 marzo 2022.
Per quanto riguarda i lavoratori fragili, ma esclusivamente per i soggetti affetti dalle patologie
e condizioni  individuate  dal  decreto  del  Ministro  della  salute adottato ai sensi dell’articolo 17, comma  2,  del  decreto-legge  24 dicembre 2021, n. 221, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2022, n. 11, la disciplina di cui all’articolo 26, commi 2 e 7-bis, del decreto-legge  17  marzo  2020, n. 18, convertito,  con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, e’  prorogata  fino al 30 giugno 2022.
In tal modo resta indubbiamente un buco dal 1.4 al 24.5 perché, come tutti sanno sulla base dell’art. 15, comma 5 della legge 400/88, le modifiche al testo apportate dal Parlamento nel corso dell’esame per la conversione in legge, entrano in vigore dal giorno successivo a quello di pubblicazione della stessa. Pertanto la proroga di cui all’art. 10, comma 1-bis, introdotta con riformulazione del governo degli emendamenti che tutti i gruppi parlamentari hanno frettolosamente depositato “per esserci” e che equipara il periodo di assenza per malattia dei lavoratori fragili al ricovero ospedaliero, sino al 30 giugno 2022, non sana tuttavia la situazione di chi, per effetto della “dimenticanza originaria” da parte del governo (la 4 del governo dei migliori) di assicurate le tutele dal 1.4.22, per chi si è assentato dal lavoro mettendosi in malattia per evitare il rischio di contagio e che, magari, per effetto di tale fatto dovesse aver superato il periodo di comporto contrattuale.
A tal fine e per recuperare lo svarione del governo e di quei parlamentari che supinamente hanno accettato una riformulazione non completa , dovrebbe essere depositato oggi un emendamento che precisa come la proroga per i laboratori fragili è “dal 1 aprile 2022 al 30 giugno 2022” .
In tal modo il legislatore accorto è sensibile potrà recuperare all’errore.
Tuttavia ci si augura veramente che in futuro i tecnici che redigono i decreti legge o le norme in sede di conversione degli stessi, prestino più attenzione ai diritti dei lavoratori fragili e delle persone con disabilità che non possono, stare sempre a rincorrere gli errori altrui ed essere così penalizzati

De Mita a Mosca. Correva l’anno 1988 e il Muro di Berlino era ancora in piedi. L’Italia abbozzava un disegno strategico…

Ripubblichiamo Radicati e il testo della conferenza (in allegato) di De Mita.

Il Presidente del Consiglio si recava nella capitale sovietica, ricevuto calorosamente dal Segretario generale del Pcus, Michail Gorbačëv, per discutere sul futuro delle relazioni tra Est ed Ovest. Il 15 ottobre, presso l’Accademia delle Scienze, teneva un discorso di ampio respiro. Oggi, in piena guerra sulla frontiera orientale dell’Unione europea, questo straordinario discorso di Ciriaco De Mita – è noto che vi contribuì Ruggero Orfei, scomparso alcuni giorni fa – permette di cogliere amaramente la distanza tra le speranze di allora e la dura realtà del presente. Qui presentiamo un’analisi, ancora allo stato preliminare, dell’ambasciatore Radicati, all’epoca  Ministro-Consigliere all’ambasciata a Washington 

Ho letto con attenzione il discorso pronunciato da De Mita quasi 35 anni orsono (!) a Mosca. Il mondo attuale è ovviamente ben diverso, troppi ed estremamente importanti essendo stati i cambiamenti nel frattempo intervenuti. Di conseguenza, la descrizione che l’oratore fa della situazione ne risente e non poco.

Ciò detto, il concetto che mi ha colpito è stato laddove l’oratore sottolinea la grande forza di attrazione che la Comunità Europea stava esercitando, in particolare dal punto di vista economico, nei confronti degli altri Paesi europei; le conseguenti pressioni per nuovi allargamenti nonché la crescita dei rapporti della Comunità con Paesi a diverso sistema economico. Tutto questo avrebbe potuto portare ad un processo di integrazione e rafforzamento economico in grado di generare, se privo di disegno politico, ad uno squilibrio in materia di sicurezza.

È quanto, in un certo senso, è avvenuto: l’allargamento dell’Unione Europea ai paesi ex-socialisti ha via via provocato uno  squilibrio nei rapporti Est-Ovest sicuramente sgradito a Mosca (Putin). Interessante, anche il riferimento alle “oscillazioni” tra aspirazioni disarmiste e spinte riarmiste in grado di generare preoccupazioni circa il futuro dei rapporti Est-Ovest, con la necessità, pertanto, di elaborare una politica della sicurezza che le eviti e/o ne minimizzi l’impatto. Al riguardo, mi chiedo se ciò sia stato, realmente ed in forma continuativa, realizzato.

Infine, rimarchevole l’auspicio – rimasto, purtroppo, tale – di un piano di cooperazione tra Est ed Ovest (sulla falsariga del Piano Marshall), con i Paesi dell’Europa Orientale, se autori questi ultimi di una proposta “coerente e credibile” intesa a creare una maggiore cooperazione economica fra le due parti. In conclusione, il discorso di De Mita – ripeto – pur riflettendo la situazione di quell’epoca (dopo l’avvento di Gorbacev), presenta più di uno spunto meritevole di riflessione.

Occorre tornarci sopra.

Qui il discorso del Presidente De Mita

Le alleanze e la deriva autoritaria.

La tradizione democratico cristiana ha sempre individuato nelle alleanze il valore aggiunto e la cifra distintiva del sistema politico. Allora si deve recuperare, e più ancora inverare, la lezione che proviene da questa storia e dal magistero di statisti e leader che ne hanno interpretato i valori.

Diceva Mino Martinazzoli che in Italia “la politica è politica delle alleanze”. Apparentemente una banalità, ma non è così. Anzi. Perchè storicamente, e anche recentemente, la cosiddetta “cultura delle alleanze” è stata avversata, duramente avversata. Voglio ricordare, al riguardo, tre soli esempi.

Innanzitutto la cosiddetta “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria. Certo, il leader del Pd dell’epoca l’aveva disegnata senza doppi fini e senza alcuna malizia politica. Ma è indubbio che quella impostazione era allergica alla costruzione delle alleanze tradizionali perchè individuava nella centralità del partito l’elemento cardine per creare e consolidare la democrazia dell’ alternanza nel nostro paese. Ovvero, il partito come alternativa all’alleanza. Ma se questa era la motivazione nobile che giustificava la discesa in campo della “vocazione maggioritaria”, è altrettanto vero che si trattava di un progetto politico che affondava le sue radici ideali nella cultura gramsciana che, nella fattispecie, faceva proprio del partito il “nuovo principe” della società.

Come secondo esempio non possiamo non ricordare che il leader della destra italiana, seppur di questa anomala destra nostrana, Silvio Berlusconi, ha sempre sostenuto che il suo programma di governo lo “può realizzare solo il giorno che il suo partito ha la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento”. Una tesi alquanto ardita, al di là della propaganda che accompagna purtroppo in modo sistematico la politica contemporanea. Ma, al fondo, la concezione è sempre quella. E cioè, la coalizione o l’alleanza è vista ed interpretata come un inciampo e un fastidio più che non come una ricchezza e un valore aggiunto per il governo e la democrazia italiana.

Un terzo ed ultimo esempio è rappresentato dal populismo praticato dai 5 stelle. Cioè dal partito populista per eccellenza nel sistema politico italiano. Una strategia che non prevedeva alcuna alleanza perchè gli altri partiti erano sostanzialmente da radere al suolo e sostituiti dal verbo e dai dogmi del populismo. Una prassi che è stata urlata e decantata per anni da tutto il partito dei 5 stelle salvo poi rinunciarvi improvvisamente e collettivamente per motivazioni di puro potere. Ovvero, per dirla in termini ancora più semplici, per continuare a conservare il seggio parlamentare con relativi benefits e privilegi da un lato e i posti ancora meglio retribuiti come ministri e sottosegretari dall’altro. In una parola ancora più comprensibile, per continuare a stare al potere e non ritornare a lavorare. Anche perchè, per molti di loro, manca anche il posto di lavoro. Da qui la gestione trasformistica ed opportunistica della politica e della stessa prassi politica. Ossia, il peggio che la politica possa offrire. Ma anche in questo caso persiste una radicale e scientifica ostilità e diffidenza nei confronti delle alleanze e delle coalizioni.

Ecco perchè, in ultima analisi, se vogliamo recuperare anche in vista delle ormai prossime elezioni politiche il senso, la mission e il ruolo delle alleanze dobbiamo rifarsi organicamente alla cultura democratico cristiana e cattolico popolare. Una tradizione che ha sempre individuato nelle alleanze il valore aggiunto e la cifra distintiva della nostra democrazia e del nostro sistema politico. Una cultura che riconosce e valorizza il pluralismo politico e culturale – di norma rinnegato da chi individua nel proprio partito il salvatore della patria o il “nuovo principe” – e, di conseguenza, la centralità delle coalizioni e il valore delle alleanze politiche.

Insomma, anche su questo versante non si prendono lezioni da nessuno. Né dai populisti dei 5 stelle, nè dalla tradizione post comunista della sinistra italiana e tantomeno dalle varianti della destra italiana. Semplicemente si deve solo recuperare, ed inverare sempre di più nella politica italiana, la lezione del filone democratico cristiano e il magistero dei suoi statisti e leader. Ancora una volta, quindi, dal passato si traggono gli spunti decisivi per governare il presente e guidare il futuro.

Meravigliosa vittoria della Roma in Conference League. Mourinho diventail primo allenatore a vincere tutte le coppe europee.

La Roma batte 1-0 il Feyenoord nella finale di Tirana e conquista la prima edizione della Conference League, tornando ad alzare un trofeo dopo 14 anni digiuno. A decidere il match è una zampata di Zaniolo al 32′.

Prima dell’inizio della finale l’allenatore della Roma aveva dichiarato: La Conference League è la nostra Champions. Questo è il livello in cui siamo, la competizione in cui stiamo giocando. Il club non raggiunge una partita come questa da molto tempo”.

E alla fine il club e la città hanno raggiunto il risultato.

Il gol vittoria dei giallorossi è firmato da Zaniolo al 32′ del primo tempo, risultato tenuto dalla squadra di Mourinho con le unghie e con i denti fino al 95′.

E così, in europa, l’Italia torna a sollevare un trofeo europeo dopo 12 anni e Mourinho diventa il primo allenatore a vincere tutte le coppe europee.

“Ora festeggiamo, ce lo meritiamo. Ma una squadra vera festeggia, e poi riparte: dobbiamo fissare in testa questo momento e poi farlo ricapitare prima possibile”. Cosi’ dal campo di Tirana Lorenzo Pellegrini, capitano della Roma.

 

Il Putinismo o l’Autoriforma del capitalismo. Ovvero: la fine o il futuro delle Democrazie.

Mai come oggi si avverte la necessità di una dirigenza Politica che “guidi” il Popolo. Guidare non è né semplicemente comandare, né seguire gli umori. Ci servono “statisti”. Non commedianti. L’impegno dei cattolici democratici è essenziale.

Speriamo di non essere costretti a vergognarci per la “postura” del nostro Paese difronte alla sfida lanciata da Putin e a tutto ciò che essa comporta per le Democrazie e per l’Europa. Il Premier Draghi ed il Presidente Mattarella hanno tracciato da tempo una linea chiara, convincente, dignitosa e autorevole. Ma il “ventre molle” della maggioranza la mette in discussione ogni giorno.

Si può comprendere che una parte del popolo fatIchi a considerare la vera portata di ciò che sta accadendo in Ucraina e sia spaventato – comprensibilmente – dagli effetti che la guerra produce dentro le nostre comunità già provate dalle difficoltà di questi ultimi anni. Ma ciò non è ammesso da parte della classe dirigente politica. Meno che meno se sta al governo. Altrimenti è l’intero Paese che rischia di diventare un “ventre molle” in Europa e in Occidente.

E ciò sarebbe, in effetti, motivo di “vergogna”.

Mai come oggi si avverte la necessità di una dirigenza Politica che “guidi” il Popolo. Guidare non è né semplicemente comandare, né seguire gli umori. È prendere per mano il Popolo ed accompagnarlo sulla giusta via. È guardare “oltre”. Scrutare i segni lungo il sentiero avvolto nella nebbia. Ci servono “statisti”. Non commedianti.

La “Pace” è un valore che avverto come coessenziale alla mia formazione e alla mia coscienza di persona, di cristiano e di cattolico-democratico. Vedere questo valore supremo immiserito nel dibattito politico e parlamentare di questi giorni ed usato per coprire il vuoto di coraggio, di visione e di consapevolezza – quando non anche per mascherare una subdola ed interessata simpatia verso Putin, la sua strategia e la sua guerra – mi provoca, appunto, un sentimento di vergogna.

Evidentemente non erano fantasie campate in aria le notizie che da tempo circolavano a proposito di una sistematica infiltrazione del “putinismo” in molti ambienti politici europei ed italiani ed in particolare in quelli più impegnati nella delegittimazione della democrazia rappresentativa di ispirazione liberale. Questa infiltrazione – dobbiamo però esserne consapevoli – ha trovato terreno fertile per tre motivi.

Il primo. Si è rivolta ad ambienti politici ed a settori della pubblica opinione (tutto da analizzare, in tal senso, il legame con le pulsioni No Vax) che hanno smarrito – se mai lo avevano – ogni riferimento valoriale e culturale alle “radici della democrazia”, al loro “senso” comunitario, al dovere civile della responsabilità e della solidarietà. 

Il secondo. Si è accompagnata ad un momento di grande debolezza dell’Europa. Le misure eccezionali del PNNR, adottate dopo la Pandemia, non hanno superato gli effetti di anni ed anni di incertezza e di immobilismo nella costruzione di una Unione Europea sufficientemente solida, condivisa e coraggiosa.

Il terzo. È avvenuta in un momento di crisi strutturale dell’Occidente democratico, alle prese con gli inediti processi di disuguaglianza e di impoverimento dei ceti medi dovuta ad un “non governo” della globalizzazione.

La penetrazione putinista in Europa ha sfruttato la caduta del “carisma” della democrazia. Lo scambio “libertà” contro “sicurezza economica” (tutta da dimostrare) sta facendo proseliti presso una parte significativa del nostro popolo, che vede ogni giorno peggiorare le proprie condizioni di vita.

La ancora insufficiente capacità del sistema capitalistico di evolvere su rotte di autoriforma orientate a maggiore equità e sostenibilità – dentro i Paesi Occidentali e a livello globale – aiuta questa deriva. Se – accanto alla doverosa vicinanza politica, umanitaria e militare all’Ucraina – l’Europa e l’Occidente non fanno i conti con queste dinamiche, Putin potrà anche perdere forse – in larga parte – la sua guerra contro Kiev, ma vincerà – assieme agli altri regimi autocratici – quella della leadership globale ed avrà il consenso di una parte non secondaria della nostra stessa pubblica opinione.

La posta in gioco è il futuro della Democrazia.

A me pare questa la vera sfida politica di questo nostro tempo. Ed è attorno a questa sfida epocale che gli eredi del cattolicesimo democratico italiano possono e devono dare il loro contributo.

Divagazioni sulla dialettica amico/nemico.

C’è chi osserva la competizione democratica come una incessante e logorante lotta fra posizioni, idee e valori diversi senza nessuna possibilità di accordi e di accomodamenti. Non può essere questa la sostanza della democrazia. Moro ci ha lasciato in eredità qualcosa – la cultura del confronto e della mediazione – che nell’ottica del mondialismo e della “Fratelli Tutti”, acquista una incredibile attualità, oltre a rivestirsi di alto significato morale e politico. 

Circa cinquecento anni prima della venuta di Cristo, un intelligente commediografo dell’antica Atene di nome Aristofane si è concesso il lusso di avvertirci sugli esiti  positivi e sui nuovi saperi provocati dagli incontri fra diversi. E persino dallo stare insieme con i nostri nemici : “L’uomo saggio impara molte cose dai suoi nemici”. 

La contrapposizione, ritenuta insanabile fra amico e nemico, lasciamola allora ai filosofi della politica, anche se studiosi bravi e capaci. Lasciamola alle guerre ricomparse e che avevamo dimenticato. E abbandoniamola nella mente degli innamorati della polis come ininterrotto spettacolo di continue invettive tra opposti (e supposti) rivali. Di chi cioè osserva la competizione democratica come una incessante e logorante lotta fra posizioni, idee e valori diversi senza nessuna possibilità di accordi e di accomodamenti. 

Senza nessuna voglia di mediazioni. E senza nessuna possibilità di limature e avvicinamento di programmi e vedute, persino di quelli alternativi. Eliminando in questo modo la parola più odiosa del XX secolo inventata da chi però aveva fiducia negli accordi tra lontani, purché orientati alla ricerca del bene comune: il compromesso.

Mi domando allora, ormai da tempo, se non è proprio questa cattiva parola compromesso, che nella mente dei più viene spesso tradotta con trasformismo, a intaccare la nostra reputazione. E mi interrogo se nella prospettiva realistica dei cambiamenti già iniziati da tempo – radicali ed “epocali” come li chiama Bergoglio – può dare una qualche risposta a ciò che attende i nostri figli e nipoti, e che anche noi sperimentiamo ormai da tempo senza farci molto caso. 

Mi riferisco a quel futuro già alle spalle; alle rivoluzioni climatiche; allo sviluppo impensabile dell’informatica e alle sue ripercussioni a scuola, e sin sul lavoro e sul posto di lavoro; alle nuove povertà, ai progressivi e incessanti flussi di emigranti; alle diseguaglianze crescenti; all’enorme potere preso dall’ecomomia finanziaria nelle mani di quell’élite globale e di quell’1% di supericchi del mondo. Alla convivenza col Covid che, come afferma un virologo di fama mondiale, “…sarà lunga …cambierà le nostre abitudini e…ci farà vivere in un mondo nuovo”. 

E non per ultimo, come dicevo, alla ricomparsa della guerra che pensavamo consegnata definitivamente  al Novecento, e che – ahimé – fa riemergere pericolosamente e con una  ubriacatura neo-imperialista il nemico, l’odio e la distruzione.  Con sullo sfondo questi fatti – e non  opinioni – ormai condivisi dalla stragrande maggioranza di cittadini del mondo, e con i quali ci dobbiamo confrontare trovando soluzioni, mi chiedo allora dove stia scritto che se si fa un percorso insieme a qualcuno che non la pensa come noi, o che ci è addirittura ostile per opportunità elettorali o per l’insana voglia di leaders narcisisti, e se si cammina insieme inventando qualche accordo, il risultato del percorso e del dialogo alla fine della strada debba necessariamente essere negativo. Anche se la conclusione sarà sicuramente positiva per il bene di tutti. “…Imparare…anche dai nemici” non è allora un vogliamoci bene ideologico senza paraocchi, e non è un monito cristiano, ma una spinta a tenere nella debita considerazione anche chi la pensa diversamente da noi. 

Quello che allora ci ha lasciato in eredità questo pensatore innamorato del teatro dell’antica Grecia di nome Aristofane  – un paese il suo, dove peraltro è nata la democrazia politica – è un avvertimento fattosi ai nostri giorni incredibilmente attuale, specie se osservato, come dicevo, con gli occhi dei cambiamenti “epocali” sopraggiunti. Mi spingo a dire, sino a riflettersi persino sulle superate  categorie politiche otto/novecentesche che continuiamo ad adoperare con una disinvolta facilità dando per scontato il loro significato attuale: quelle di  Destra, Centro e Sinistra.

Categorie politiche che ai nostri giorni bisogna avere l’accortezza di pesare bene prima di lanciarle nei dibattiti e agoni politici, sui media e sulla propaganda partitica, come categorie indicative delle differenze tra diversi, tra amici e nemici. Come caratteristiche identitarie incrollabili.  Categorie, che sebbene ci invitano a tenere la barra sempre fissa verso l’eguaglianza e la giustizia sociale, come ci ha raccomandato Norberto Bobbio, hanno trasformato radicalmente il loro significato storico. 

Ecco, arrivati a questo punto e per inserirmi  in conclusione su un poco di attualità, devo banalizzare e semplificare il mio discorso, ricordando la voglia incomprensibile di alcuni amici di cercare – nell’anno del Signore 2022 – identità rocciose e immutabili nei partiti politici, accompagnata dall’ossessione verso l’alleanza tra Pd e M5S, per esempio. O tra FI e Lega, tra Salvini e Draghi. Tra Berlusconi e Meloni, ecc. E la loro  precipitosa confusione tra popolo, popolarismo e populismo; tra Stato e statalismo; mercato e mercatismo; giustizia e giustizialismo; locale e localismo…e via discorrendo.

Ma anche fra trasformazioni – di inevitabile natura storica, culturale e sociale – e trasformismo, inteso anche nelle linee e nei programmi dei partiti politici, e nelle loro classi dirigenti. Declinazioni ideologiche e “ismi” derivati da parole che invece hanno nella democrazia e nel vivere sociale e civile grande rilevanza, una volta presa coscienza che ci troviamo tutti “…sulla stessa barca” – per dirla ancora con Bergoglio. Secondo molti osservatori non ci sono ragioni culturali comuni per nuove alleanze e dialogo tra politicamente diversi. E non ci sono dunque buoni motivi per camminare insieme.

Allora, arrivati a questo punto, vorrei ricordare l’ultimo discorso di Aldo Moro a Benevento. In un periodo storico in cui le differenze tra partiti erano rilevanti, Moro ci ha lasciato in eredità qualcosa che nell’ottica del mondialismo e della “Fratelli Tutti”, acquista una incredibile attualità, oltre a rivestirsi di alto significato morale e politico.  Rivolgendosi ai suoi naturali “nemici” del tempo – i comunisti – e una volta palesati i suoi convincimenti sulle sintonie valoriali che univano Dc e Pci, specie sulla questione sociale, ha fatto presente senza reticenze, che un’alleanza sarebbe addirittura stata utile ad entrambi i partiti per farli crescere: “…quale che sia la posizione nella quale ci si confronta, qualche cosa rimane di noi negli altri, e degli altri in noi”, aggiungendo – sempre rivolto ai comunisti – “..quello che voi siete noi abbiamo contribuito a farvi essere”.

Si sarà capito che ho esportato l’utopia dell’enciclica di Bergoglio, che ci vede tutti amici e fratelli imbarcati sulla stessa barca, da una dimensione religiosa e prettamente cristiana, ad una dimensione specificamente politica. In attesa di una più larga Europa sempre più unita politicamente, arrivata, ahimé, solo sotto l’insegna della Nato e non sotto l’insegna del rispetto tra i popoli e della democrazia costituzionale, capisco perfettamente che la “Fratelli Tutti” rimane nella sua traduzione politica e partitica una utopia. Ma il futuro è già iniziato. Ed io resto nello stesso tempo persuaso che è con questa utopia che dobbiamo misurarci.

 

25 maggio, Giornata mondiale dei minori scomparsi.

Sempre più spesso, nel contesto antropologico contemporaneo, le nuove tecnologie compaiono sullo sfondo delle vicende riguardanti le sparizioni i minori. Il fenomeno ha un aspetto drammatico: ci sono Paesi dove la sovraesposizione alla criminalità organizzata è devastante, aree geografiche dove la ‘tratta’ assume le sembianze di una soccombenza inevitabile

Istituita dall’ONU nel 1983 la “Giornata mondiale dei minori scomparsi” rileva dati drammaticamente crescenti. In Italia (fonte Telefono azzurro) nel 2018 spariva un bambino ogni 48 ore: sono diventati 21 al giorno, quasi uno ogni ora, nel 2020, secondo la relazione della Commissaria di Governo Silvana Riccio. Due anni fa sono scomparsi nel nostro Paese 7.672 minori (9656 del 2021), dei quali 5.511 stranieri pari al 71,8% (6960 nel 2021). Quelli ritrovati sono stati 3.332, il 43,3%,  di cui il 75% italiani. Ma questi numeri si aggiungono agli scomparsi “storici”: al 31 dicembre 2020 (dal 1° gennaio 1974), si contano 136.884 denunce di scomparsa di minori di cui 43.655 di nazionalità italiana e 93.229 di nazionalità straniera. Di questi circa il 50% quelli mai ritrovati. I dati più preoccupanti riguardano i cd. “minori stranieri non accompagnati”, divenuti ormai un vero fenomeno sociale. Quanto all’età, la fascia più numerosa va dai 14 ai 17 anni ed è legata sovente ad allontanamenti volontari, a fallimenti scolastici, a dissoluzioni familiari, mentre preoccupa la scomparsa dei bambini, specie se associata a fenomeni migratori che occultano traffici illeciti, dall’acquisto del minore su commissione allo sfruttamento sessuale, fino al trapianto di organi. 

Sono situazioni estremamente variegate, in prevalenza gestite dalla criminalità, che occultano realtà agghiaccianti. Alcune sono rese note come fatti di cronaca (vendette familiari, commercio e tratta di minori, sequestri di persona) altre restano nascoste dal limbo grigio di una realtà spesso impenetrabile. Ci sono casi di scomparsa legati al mondo della rete, a situazioni di adescamento online o di estorsione e sfruttamento sessuale, tenuto conto del tempo sempre più lungo che ragazzi e bambini trascorrono davanti agli schermi di pc, tablet e smartphone.

Nel contesto antropologico contemporaneo peraltro le nuove tecnologie compaiono sempre più spesso sullo sfondo di queste vicende di sparizioni che riguardano i minori.

La scomparsa di un minore è sempre un fatto drammatico: ci sono Paesi dove la loro sovraesposizione alla criminalità organizzata è devastante, aree geografiche dove la ‘tratta’ assume le sembianze di una soccombenza inevitabile: in Afghanistan ad esempio si verifica il fenomeno delle bambine di 8/9 anni vendute per scopi sessuali e a 11/12 anni per matrimoni combinati. Una fonte di sopravvivenza per le famiglie in estrema povertà. La guerra in Ucraina ci ha posto di fronte alla drammatica realtà dei minori scomparsi nel nulla (oltre a quelli uccisi nel conflitto): quanti sono? Dove sono finiti? Quale sarà il loro futuro? La Chiesa Ortodossa di Kiev ha fornito dati tragici, fino a 200 mila minori esportati dal Paese con ignota destinazione. Non ci sono riscontri: in una situazione di continua belligeranza né le autorità locali, né la stampa, né le Onlus che si occupano di assistenza sono in grado di fornire dati certi. 

Ma anche se i numeri fossero più contenuti si tratterebbe di una vera falcidie generazionale. Questa guerra non fa dimenticare altri posti del pianeta dove i minori sono privi di qualsivoglia tutela, vittime dei più turpi commerci, predestinate alla soccombenza di una vita breve e drammatica. 

Certamente ciò che sta succedendo in Ucraina è emblematico, se si considera che secondo Save The Children in due mesi di guerra sono nati 63 mila bambini. Quanti resteranno nel Paese, quanti spariranno altrove? Il dramma più rilevante resta ovunque la crescita costante dei minori scomparsi: archiviata la “giornata dedicata” il fenomeno continuerà ad aumentare in modo esponenziale senza che – all’atto pratico — esso possa essere fermato o arginato.

Perchè il vero scandalo è l’inarrestabile crudeltà umana: un oltraggio perpetrato in danno della vita nascente a cui pare impossibile porre rimedio.

Costantino Kavafis, Se per Itaca volgi il tuo viaggio. Σὰ βγεῖς στὸν πηγαιμὸ γιὰ τὴν Ἰθάκη (doppiozero.com).

Itaca è l’ultimo approdo – figura oltre la quale c’è il nulla – ma proprio da quella linea ultima e ignota piove la luce che illumina i sentieri dell’esistenza. Il sapere della morte è quel dono che libera il piacere dell’essere in viaggio, dell’essere in una peregrinazione che è l’essenza stessa del vivere. 

Antonio Prete

È il primo verso di una delle più note poesie di Costantino Kavafis (qui la riporto nella traduzione classica di Filippo Maria Pontani). Un verso allocutorio, rivolto al lettore: il tu della poesia è, come sempre in Kavafis, rappresentazione di un soggetto in ascolto, ma anche di un singolo lettore che comprende in sé, per così dire, l’universale umano. Ad apertura, Itaca: isola mitica dell’approdo di Ulisse, terra che è limite dell’estrema avventura, orizzonte che appare e scompare lungo l’arrischiato navigare che è la vita stessa. La pronuncia del nome di Itaca, sin dalla soglia del dire poetico, inaugura un procedimento particolare della poesia di Kavafis, per il quale l’ evocazione di figure proprie di un mondo perduto e di una grecità lontanissima e ancora eloquente si carica via via di un senso morale, si fa se non allegoria almeno segno visibile di una presenza: l’antico, la sua incantata e inattingibile e trepidante bellezza, osservato nell’incerto e ordinario tessuto di una contemporaneità priva di esemplari figurazioni. 

Quel che è perduto torna in un lampo che dischiude una scena allo stesso tempo venata di malinconia per la sua sparizione e visivamente molto mossa, spesso sospesa tra incantamento e amarezza. Ma ecco il primo movimento della poesia:

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa’ voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Tradurre Kavafis, per quanto elegante e prossimo all’originale possa essere l’esito, significa appianare una lingua composita, in cui il parlato delle comunità greche di Alessandria d’Egitto e di Costantinopoli si apre alle risonanze della classicità, e nel vivo del dire quotidiano si riflettono modi della lirica greca raccolta nell’Antologia Palatina. La lingua è insomma in dialogo stretto con l’universo figurale del poeta, con il suo lontano e un po’ estenuato mondo ellenistico còlto nella più alta temperie di contaminazioni tra culture e popoli, tra grecità morente e romanità anch’essa languente per i costumi cristiani in via di diffusione. Ma è proprio su questi confini di epoche e di culture, di credenze e di lingue, che il poeta dispone i suoi personaggi: seducenti corpi di efebi, regnanti e cortigiane, prefetti e dignitari vuoti di potere, divinità confuse nel tumulto della città, patrizi bizantini in esilio. 

E soprattutto, profili di lontani amori giovanili: testimoni di un eros che compendiava l’ardore della vita nella bellezza di un corpo. E ancora, fragranze di giardini orientali, fumide taverne di Alessandria e di Antiochia, bordelli e palazzi sontuosi in decadenza, vite brevi e ardenti consegnate alla pietra di un epitaffio, e su tutto la risonanza di antiche narrazioni, lacerti di mitologie greche e romane, in una sorta di struggente dissipazione della storia e della memoria.

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https://www.doppiozero.com/rubriche/4177/202205/costantino-kavafis-se-itaca-volgi-il-tuo-viaggio

 

Roma e l’invenzione del sindaco Nathan. La biografia proposta da Fabio Martini offre l’opportunità di nuove elaborazioni.

Giornalista affermato, con particolare sensibilità per le vicende politiche e amministrative di Roma, Fabio Martini ragala ai lettori una rappresentazione dell’epopea di Nathan onesta e rigorosa, forte di un pathos equilibrato, al riparo da ogni retorica.

E fu subito Nathan. L’Italia ne restò sedotta, tanto da vivere poi, anche a distanza di molti anni, nella fascinazione della sua figura mitizzata. Subito, appunto: conquistò la scena, diventò protagonista di una svolta politica, s’insediò alla guida del Campidoglio per incarnare, secondo l’opinione comune, tutte le virtù della buona amministrazione. Un colpo di scena che conserva a tutt’oggi un potere enorme di rifrazione emotiva sulla sinistra e il mondo progressista in generale. Ce lo racconta bene Fabio Martini nella biografia dedicata, appunto, al più onorato sindaco di Roma, uscito per incanto dal cono d’ombra di una esperienza di amministratore, nella stessa realtà capitolina, come assessore (1889) senza grandi meriti.  

 

In copertina campeggia un titolo che riassume il senso di questa epopea: “Nathan e l’invenzione di Roma”. Indubbiamente efficace, la formulazione voluta dalla casa editrice (Marsilio) potrebbe essere rovesciata in “Roma e l’invenzione di Nathan”. Addirittura sarebbe più stimolante e attrattiva, invogliando a capire chi fosse realmente questo fervente mazziniano, ebreo e Gran Maestro della Massoneria, londinese di nascita e romano di adozione, claudicante nell’uso della lingua italiana. Dietro la sua consacrazione a simbolo di quella Terza Roma che il Risorgimento aveva sì evocato ma non appieno realizzato, si profila nel 1907 la novità di un’alleanza tra liberali, radicali e socialisti. Era questa il vero motore e insieme il collante di un’impresa politica che aveva nella monarchia un riferimento indiretto ma non invisibile, essendo Vittorio Emanuele III un sovrano ben restio a lasciare campo libero a Giovanni Giolitti, abile capo di governo dalle infinite risorse di manovra a livello parlamentare.

 

In controluce, l’operazione Nathan fa intravedere un moto di parziale aggiramento e surrogazione del riformismo giolittiano, essendo l’esperimento romano votato allo sviluppo di un contenuto più incisivo nella politica di graduale modernizzazione del Paese. Alla monarchia veniva anche attribuito un certo anticlericalismo ambizioso, non più legato alla salvaguardia dei “fatti compiuti”, acquisiti nell’ormai lontano 1870 con l’ingresso dei bersaglieri di Cadorna a Porta Pia, bensì proteso a concepire un’evoluzione della società italiana in aperto contrasto con il “potere dei preti”.

 

Martini ricorda, con grande onestà, che se non fosse intervenuta la decisione dell’Unione Romana di non partecipare alle elezioni municipali dell’autunno del 1907 – a giugno le urne avevano consegnato allo stallo l’amministrazione (40 consiglieri liberal-popolari e 40 consiglieri clerico-moderati) provocando perciò il commissariava mento del Comune e il ricorso a una nuova tornata elettorale – l’investitura di Nathan non sarebbe stata trionfale o comunque non avrebbe operato con disinvolta libertà, mancando di un’opposizione. A giugno, su un totale di 40.895 iscritti avevano votato in 24.447, un record rispetto al 1905,mentre immediatamente dopo, a novembre, erano stati appena 17.277 i voti espressi (di cui al Blocco popolare di Nathan andarono 16.245 voti). Da ciò si evince che un terzo circa della rappresentanza consiliare era virtualmente nelle mani all’Unione Romana.

 

Solo un’altra volta, nel lontano 1889, sulla scia della protesta per l’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno a Campo de’ Fiori, i cattolici avevano adottato un analogo comportamento astensionista, piegando in via eccezionale il Non expedit, che faceva divieto di partecipare alle elezioni legislative, anche al campo amministrativo locale. All’epoca Leone XIII aveva minacciato di lasciare la Città, pensando di ritirarsi in esilio fuori dall’Italia; talché, in questo clima arroventato, con la fosforescente apparizione di un anticlericalismo elevato a rinnovata baldanza, doveva sembrare opportuna la fuoriuscita dell’Unione Romana dalla competizione per il Campidoglio. Orbene, il muro contro muro si riproponeva nel 1907 e induceva a compiere un passo nella medesima direzione adottando la scelta dell’astensionismo (a cui si accodarono altre due liste, quella dell’Associazione costituzionale nazionale e quella degli interessi di Roma). “Raccogliere questa sfida – spiegava il manifesto dell’Unione Romana affisso alla vigilia del voto – sarebbe defezione dal nostro programma”,  ovvero dal tradizionale programma di pacifica operosità amministrativa, senza risvolti e implicazioni di natura strettamente politica.

 

D’altronde la stampa socialista, in risposta ai cattolici che  vedevano nel Blocco popolare di Nathan un insieme troppo variegato di forze, dove uomini di destra e di sinistra davano mostra di artificiosa concordia, rinveniva proprio nella lotta alla cosiddetta tracotanza vaticana l’elemento di coesione. 

 

Il conflitto sulla scuola era l’epicentro della battaglia politica. Il libro mette in evidenza l’impegno della nuova amministrazione capitolina su quello che appariva il punto cruciale, tanto più critico, in effetti, quanto più finalizzato alla emarginazione della Chiesa. La Civiltà Cattolica, puntando il dito sui programmi scolastici degli ultimi comuni conquistati dai socialisti, in particolare Varese Alessandria e Firenze, denunciava l’illegale cancellazione dello spazio riservato all’insegnamento religioso. Dunque, istruzione ed educazione civile rientravano, a giudizio della Chiesa di Pio X, in un disegno neo giacobino di laicizzazione integrale dello Stato. E nel suo discorso di insediamento Nathan, in linea con il pensiero moderno, accennava al “riverbero nelle cento città, nelle mille borgate della penisola” sicuramente generato dall’esempio della sua Roma laica.  

 

Inoltre la diffidenza nei riguardi di Nathan si nutriva di dubbi e ironie per la repentina conversione alla causa monarchica. Poco prima di lanciarsi nella battaglia per il Campidoglio, commemorando Mazzini in presenza del Re al Collegio romano, egli aveva fatto appello a questa revisione con un argomento alquanto originale: “Se il gran patriota fosse stato ancora vivente, al cospetto di un sovrano adorno delle virtù civili di Vittorio Emanuele III, non avrebbe insistito nel suo ideale repubblicano”. 

 

Insomma, alla reazione ideale e politica contro il disegno attribuito alla massoneria si univa l’insofferenza nei confronti di un sindaco che nulla faceva per attenuare le tensioni con la Santa Sede, anzi ne faceva la bandiera del suo programma politico incorrotto. In un tempo segnato dalla crisi del modernismo, un movimento giudicato ereticale, Nathan non esitò a intrattenere buoni rapporti con don Brizio Casciola, intimo con alcuni esponenti della presunta eresia, che nel 1910 sarebbe stato colpito da scomunica. Ciò non toglie però che neppure tra i modernisti vi fu quell’afflato di simpatia che l’azione irregolare di Nathan poteva suscitare in funzione della polemica sull’autoritarismo ecclesiastico, per il quale i modernisti pagavano un prezzo molto alto. Invano si cercherebbe in don Romolo Murri, inquieto alfiere della prima democrazia cristiana e poi capogruppo alla Camera del Partito radicale, una traccia di apertura; come pure la si troverebbe nel pro sindaco di Caltagirone, Luigi Sturzo, pur impegnato a Roma nel 1911 con tutti i sindaci d’Italia, e quindi anche con Nathan, nelle celebrazioni del cinquantenario dell’Unità d’Italia.    

 

Su Nathan tace, per tutto il Novecento o meglio fino ai nostri giorni, l’universo del cattolicesimo politico: una rimozione che nasconde disagio. Fa eccezione, sul finire della campagna elettorale del 1946 per il Campidoglio, la prima dopo la Liberazione, la dura polemica scatenata dalla Dc guidata da Pietro Mosconi sul rilancio del mito di Nathan – ad essere incriminato era un editoriale di Tullio Vecchietti sull’Avanti del 2 novembre – come rinnovata espressione dell’alleanza tra le forze di sinistra e la massoneria. Ciò nondimeno alcuni aspetti sorprendenti costringono, in sede storica, a correggere il tiro di alcuni giudizi pietrificati e senza appello. Martini non si esime dal riconoscere, ad esempio, che la nomina dell’ingenere sardo Edmondo Sanjust de Teulada a direttore dell’ufficio tecnico del comune rientra in un quadro di apparente incoerenza: autore del Piano regolatore del 1909 entrò in Parlamento e, costituito il Partito popolare, vi aderì. Osserva acutamente Martini: “E il Piano tra i tanti oppositori non annoverò quelli di ambiente strettamente cattolico” (211). Andiamo oltre. Neppure deve essere ignorato l’appoggio dell’Unione Romana al referendum (114), previsto obbligatoriamente dalla legge Giolitti sulla municipalizzazione dei servizi, con il quale Nathan ottenne un larghissimo consenso popolare (oltre il 98 per cento) sulla prevista costituzione delle aziende capitoline dell’elettricità e dei trasporti (le antenate dell’Acea e dell’Atac). In realtà, sulla questione dei servizi a diretta gestione comunale, i cattolici avevano maturato a cavallo del secolo una linea che coincideva perfettamente con quella dei socialisti e delle altre correnti riformiste. Non era il “sociale” a dividere da Nathan le schiere dell’intransigentismo dei vecchi clericali e men che meno dei giovani democratici cristiani: c’era di mezzo un dissidio ideale.

 

Giustamente l’analisi di Martini, mai incline alla semplificazione, si sofferma sul ricco catalogo di atti  amministrativi e scelte urbanistiche che fanno da corona alla esperienza del sindaco progressista per antonomasia. Nulla da eccepire, perché Nathan ha dato molto alla Città in termini soprattutto di nuove prestazioni pubbliche nell’ambito dei servizi alla comunità e al territorio. Qui però andrebbe rilevato che forse Roma non è sola in questo avanzamento, né con Nathan si colloca di per sé all’avanguardia dei processi, visto che segue e ripete in buona parte l’esempio di grandi municipi come Milano e Torino. E vale poi, e non solo per Roma, un discorso più largo e approfondito in ordine alla incidenza dell’azione riformatrice di Giolitti, pena la riduzione dell’intervento dello Stato, nel primo e secondo decennio del Novecento, a politiche verticali e di settore (istruzione, assistenza, igiene pubblica, ecc.), non includendo in questo scenario le trasformazioni indotte da una spinta legislativa per nuovi compiti amministrativi e nuovi investimenti locali di cui, nel loro insieme, dovevano avvantaggiarsi i comuni italiani.

 

La “Roma del popolo” doveva infine crollare non sotto i colpi dell’opposizione cattolica, bensì a causa delle fratture incomponibili all’interno della “coalizione Arlecchino” di Nathan. Martini ne riporta le dinamiche, con molto scrupolo, dando una lettura meno enfatica e meno eroica del declino irreversibile. Sul piano nazionale, oltre che romano, si appalesa la caduta di un modello: unire forze tanto diverse alla lunga era impossibile. Con Nathan cade soprattutto, allo sguardo partecipe dell’autore, il riformismo socialista che aveva il suo campione in Giovanni Montemartini, il vero artefice del passaggio alla municipalizzazione dei grandi servizi a rete. L’11 novembre 1913, a pochi giorni dalle elezioni che videro i cattolici impegnati con il famoso Patto Gentiloni, freddamente accolto da Sturzo, a dare supporto alla traballante alleanza liberal-giolittiana, Nathan rassegna le sue dimissioni da sindaco. Era cambiato il quadro politico, non poteva ulteriormente prolungarsi la stagione che aveva portato il Campidoglio al centro della scena pubblica.

 

Che dire, in conclusione? Martini regala ai lettori una rappresentazione rigorosa, forte di un pathos equilibrato, sostanzialmente priva di retorica. Il giornalista abbraccia lo storico, e viceversa, così da comporre un’argomentazione solida ed armonica. È un libro, il suo, che merita di essere ascritto ai migliori contributi della vasta letteratura sul “caso Nathan”. Certamente da questo lavoro potrà derivare l’auspicabile ricerca di nuove fonti di ricerca e nuove linee di confronto, per assumere criticamente il retaggio di una vicenda narrata con invidiabile eleganza di stile e pregnanza di contenuto.  

 

  1. Martini, Nathan e l’invenzione di Roma. Il sindaco che cambiò la Città eterna, Marsilio 2021, 18 euro.

Il riformismo cattolico: forza mite e nuove prospettive. L’editoriale di “Comunità di Connessioni”.

“La forza mite del riformismo” è il titolo di un volume fresco di stampa che raccoglie gli scritti di Giorgio Armillei e che ci permette di elaborare alcune riflessioni sul riformismo cattolico italiano.

Oggi il termine e il significato di riformismo sono noti a pochi. Eppure, non sono solo come l’energia per un sistema, necessaria per evolversi e per aggiornarsi, ma sono anche una tensione culturale capace di superare le situazioni di fatto per modificare la struttura o la sostanza del sistema giuridico e politico-economico e sincronizzare il tempo della società al tempo della storia.

Il riformismo cattolico che ha sempre affascinato gran parte della cultura laica è come il lievito nei processi sociali e si caratterizza da due elementi peculiari.

Il primo è quello politico-culturale: lo scopo finale tende sempre al bene comune e si ispira ai princìpi della Dottrina sociale; il metodo è basato sul dialogo incessante e pluralista; lo stile di chi tesse le riforme emerge dall’impegno concreto e libero che porta ad un magis, un più qualitativo nelle relazioni.

Il secondo elemento è di orizzonte: nella storia personale dei singoli (riformisti) si aggiunge un campo di azione, al quale si contribuisce e nello stesso tempo ci si definisce.

L’impegno riformista civile e politico si svolge anche nella dimensione ecclesiale, che include sconti e incontri, incomprensioni e tempi di maturazione diversi nei processi che si generano. L’esempio è il cammino sinodale che la Chiesa sta promuovendo in ogni angolo del mondo che deve tenere insieme tradizione e modernità, forma e sostanza, fedeltà e creatività.

Nel Novecento le ideologie sono state il freno del riformismo. Dall’immediato dopoguerra, la Democrazia Cristiana aveva rappresentato la modalità unitaria (ma dialettica) del riformismo cattolico. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, la Chiesa italiana e il sistema politico hanno affrontato diversi momenti di frattura.

Il primo è stato nella divisione tra la cultura della “mediazione” e quella della “presenza-identità” che sperimentavano il rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano II. Su questa linea di faglia, si sono affermate nuove realtà ecclesiali come Comunione e Liberazione, Mcl e altre, mentre si è stabilizzata la tradizione dell’associazionismo cattolico a cui appartengono Fuci, Acli, Azione Cattolica e altre.

Il laicato cattolico si divide al di qua e al di là di questa prima frattura. È da qui che emerge la fisionomia cattolico democratica, come sintesi tra la lealtà alle istituzioni del cattolicesimo liberale e l’impegno per le politiche promosse dal cattolicesimo sociale.

Nel sistema politico e partitico, invece, la prima grande linea di faglia si genera con la leadership di Zaccagnini e di Aldo Moro nella Democrazia Cristiana.

Il secondo nodo è rappresentato dagli anni a cavallo del secolo quando l’esplosione del sistema politico italiano con la fine della DC e l’emergere di nuovi partiti, rimette in discussione la collocazione e il peso sociopolitico dell’associazionismo ecclesiale, che pur continua ad esercitare un forte ruolo formativo e culturale.

La Chiesa italiana si organizza in modo istituzionale interagendo direttamente con gli attori sociali sulle diverse questioni politiche tramite la CEI, in applicazione del Concordato. Il laicato si trova quindi smarrito tra due opzioni di fondo: seguire la direzione promossa dai vescovi organizzati, sbilanciati sulla ricostruzione dell’identità all’interno della società oppure elaborare una propria linea di impegno autonomo all’iniziativa della CEI verso l’autonomia dei “cattolici adulti”.

Tra questi poli rimane il «grande flusso» della cultura liberale e democratica del riformismo cattolico. Giorgio Armillei nei suoi scritti lo spiega bene quando ricompone le posizioni di Ruini e di Scoppola all’interno dello stesso quadro culturale, come due posizioni di gioco diverse ma nella stessa partita.

Cosa rimane di tutto questo oggi? Forse le cicatrici di ferite che si sono ricomposte e che non sanguinano più. Anzi, queste sono quasi invisibili per la generazione tra i 20 e i 40 anni. Rimane il ricordo di tempi in cui lo spazio e le energie dedicate al dibattito ecclesiale “interno” erano giustificati da una dimensione numerica e da una rilevanza sociale generale dei cattolici diversa da quella attuale.

Alla «prima generazione incredula» ne sono seguite altre di non credenti, agnostiche e atee. Il sistema politico si è più volte ricomposto senza mai rinnovarsi davvero anche dopo la crisi del bipolarismo imperfetto degli anni intorno al 2010. Segue la storia che conosciamo: la crisi economica prima, la pandemia poi e adesso la guerra in Europa che ci tocca da vicino. Con quale visione ne usciamo? In quali principi ci ritroviamo? Quale funzione ha oggi la cultura riformista? Sono alcune domande che ci si pone per rispondere alle esigenze pratiche delle giovani generazioni e a quelle generazioni che si sono lasciate guidare dalle ideologie del Novecento.

 

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/riformismo-cattolico-forza-mite-nuove-prospettive/

 

Le dimissioni di Boris Bondarev fanno tremare Putin.

‘Putin vuole solo restare al potere, mi chiameranno traditore’

Il consigliere presso la missione russa alle Nazioni Unite a Ginevra, Boris Bondarev, ha lasciato il suo incarico e la diplomazia, criticando le azioni di Mosca in Ucraina.

Boris Bondarev afferma che il presidente russo Vladimir Putin avrebbe potuto trascorrere gli ultimi due decenni “sviluppando il paese”, ma invece lo ha trasformato “in una sorta di orrore totale, una minaccia per il mondo” .

Bondarev conosce bene il presidente: ha trascorso la sua carriera a promuovere la politica estera di Putin.

Un diplomatico di medio livello presso la missione russa delle Nazioni Unite a Ginevra, che da ieri è diventato il più importante funzionario russo a dimettersi e a criticare pubblicamente la guerra in Ucraina dall’invasione del 24 febbraio.

Anche se è improbabile che il suo messaggio raggiunga la maggior parte dei russi, dato il dominio statale sui media, le sue dimissioni hanno mostrato che il malcontento si nasconde nella burocrazia russa nonostante la facciata di unità nazionale che il Cremlino ha lavorato per creare.

“Coloro che hanno concepito questa guerra vogliono solo una cosa: rimanere al potere per sempre, vivere in palazzi pomposi, navigare su yacht paragonabili per tonnellaggio e costi all’intera Marina russa, godendo di un potere illimitato e della completa impunità”, ha affermato Bondarev in un’e-mail ai colleghi . “Per raggiungere questo obiettivo sono disposti a sacrificare tutte le vite necessarie”.

“Non posso più condividere questa ignominia sanguinosa, insensata e assolutamente inutile”.

La guerra di Putin, secondo il funzionario, riguardava solo il presidente Putin e la sua voglia di rimanere al potere in un’economia stagnante.

Ma il suo non è soltanto un atto di accusa contro Putin ma si estende a tutta la diplomazia russa: “Mi spiace ammettere che in questi ultimi 20 anni il livello di bugie e di mancanza di professionalità nel lavoro del ministero degli Esteri è sempre cresciuto. Negli anni più recenti, però, questo e’ diventato semplicemente catastrofico”.

Invece per il suo futuro, il signor Bondarev, ha affermato di non avere ancora piani di carriera definitivi. Su LinkedIn, dopo aver pubblicato la sua dichiarazione di dimissioni, ha scritto: “Sono benvenute offerte di lavoro”.

 

 

Biden spalanca le porte a Hyundai per le auto elettriche (AsiaNews).

Nella tappa a Seul del viaggio in Asia firmati importanti accordi per investimenti del colosso automobilistico sudcoreano negli Stati Uniti. Prevista l’apertura entro il 2025 di un nuovo stabilimento in Georgia. Obiettivo dell’amministrazione Usa è arrivare al 40% di vendite di veicoli a zero emissioni entro il 2030.

Guido Alberto Casanova

La tappa coreana del viaggio in Asia del presidente statunitense Joe Biden – che prosegue in Giappone con al centro il confronto a distanza con Pechino – è stata l’occasione per l’incontro con il neoeletto presidente Yoon Suk-yeol. A Seoul l’agenda di Biden è stata fitta di appuntamenti, dalla conferenza stampa agli stabilimenti della Samsung, alla visita della base militare di Osan. Il presidente Usa ha enfatizzato il ruolo importantissimo della Corea del Sud nella produzione mondiale di semiconduttori, mentre sul fronte nordcoreano ha sostenuto l’espansione delle esercitazioni militari congiunte. Yoon, dal canto suo, ha annunciato di voler partecipare all’Indo-Pacific Economic Framework, la nuova iniziativa economica USA nel Pacifico il cui lancio è il principale appuntamento della tappa in Giappone del viaggio di Biden.

Un aspetto sottovalutato della visita tuttavia è stato quello della cooperazione aziendale. Sabato a Seul si è tenuta infatti una tavola rotonda tra la segratario del commercio Gina Raimondo, il ministro dell’industria e commercio Lee Chang-yang e diverse aziende dei due Paesi. “Mentre lo scenario economico globale sta cambiando, c’è un bisogno urgente di cooperazione e sforzi congiunti tra governo e aziende”, ha detto Lee.

Nel suo tentativo di rimodellare le catene di approvvigionamento globali, specialmente nel settore delle tecnologie emergenti, Biden ha aperto la porta alle aziende della Corea del Sud. Un momento particolarmente rilevante in quest’ottica è stato l’incontro tra il presidente statunitense e Chung Eui-sun, il presidente di Hyundai Motor Group. L’azienda automobilistica è tra le prime al mondo per veicoli venduti. L’anno scorso Hyundai si era impegnata a investire 7,4 miliardi di dollari nella mobilità smart degli Stati Uniti, e durante la visita gli impegni presi hanno ecceduto le promesse.

Al termine dell’incontro con Biden, durato circa 50 minuti contro i 10 programmati, Chung ha dichiarato che Hyundai investirà 5 miliardi di dollari in robotica, mobilità aereo urbana, veicoli autonomi e intelligenza artificiale. Chung ha anche sottolineato che Hyundai si impegnerà per aiutare l’amministrazione Biden a realizzare l’obiettivo di “raggiungere il 40-50% di auto elettriche a zero emissioni vendute negli USA entro il 2030”.

Venerdì, infatti, l’amministratore delegato dell’azienda sudcoreana ha firmato un accordo col governatore della Georgia per realizzare un investimento da 5,5 miliardi di dollari. Il progetto prevede che Hyundai metta in funzione entro il 2025 il suo primo stabilimento negli Stati Uniti completamente dedicato alla produzione di auto elettriche, accanto al quale sorgerà anche una fabbrica per la produzione di batterie. Hyundai possiede già uno stabilimento produttivo in Alabama, che produce auto a combustione ma che aprirà una linea di assemblaggio di auto elettriche verso fine anno.

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https://www.asianews.it/notizie-it/Biden-spalanca-le-porte-a-Hyundai-per-le-auto-elettriche-55868.html

Zingaretti, le piroette della non politica.

L’intervista rilasciata ieri alla Stampa è destinata a passare agli annali e di essere citata. Zingaretti, infatti, è arrivato a sostenere che prima di una opportunità politica, “l’alleanza con i Cinque Stelle è addirittura un dovere morale”. Riemerge negli ex PCI la vocazione a giudicare fatti e persone ergendosi a dispensatori di verità, finendo per cadere tuttavia nel vuoto di una fatale spregiudicatezza politica. 

Dunque, ricapitoliamo per chi non se lo ricorda. Tra le poche cose politiche che ricordiamo di Nicola Zingaretti, due svettano indubbiamente su tutte le altre. La prima, indiscutibilmente, sono state le dimissioni irrevocabili da segretario nazionale del Partito democratico perchè, diceva testualmente il nostro, “mi vergogno di un partito che è fatto solo da correnti e che hanno come unico obiettivo quello di spartirsi il potere”. Beh, una frase che non richiede ulteriori commenti ed approfondimenti vista la chiarezza espositiva. Salvo poi, e come da copione, averne anche lui una. Anche perchè nel Pd se non hai una corrente e non ti riconosci in una tribù definita e netta, semplicemente non esisti a livello politico. Una regola che vale anche e soprattutto per il simpatico Zingaretti. Vabbè, quella è ormai acqua passata sotto i ponti e non merita più di essere citata.Ma poi c’è il secondo straordinario episodio. O meglio, la seconda gag, perchè di questo si tratta. In una ormai celebre Assemblea Nazionale del partito, l’ineffabile Presidente della Regione Lazio si scaglia con una durezza inusitata e persin violenta – almeno a livello verbale tale da far saltare i timpani a chi non è abituato ai rumori da stadio – contro i 5 stelle giurando e giurando ancora che “io non farò mai e poi ancora mai alleanze con i 5 stelle”. E giù un elenco lunghissimo di motivazioni politiche, culturali, sociali, economiche, programmatiche, etico e morali che giustificavano quella scelta politicamente irreversibile e indiscutibile. E, sudatissimo di fronte ad una platea gaudente e catturata dalla coerenza e dalla lungimiranza del suo “capo”, finiva il suo intervento tra gli applausi meritati e convinti con abbracci, baci, pacche sulle spalle e un mare di complimenti e felicitazioni vivissime e sperticate.Come da copione, erano tutte balle. Di lì a pochissimo l’alleanza tra il Pd e i 5 stelle non solo è stata definita necessaria ed indispensabile, ma addirittura dipinta e spiegata come “storica” e “strutturale”. A dirlo era il consigliere per eccellenza del partito ex comunista romano, l’intramontabile Goffredo Bettini. Con tutta una serie di lusinghe e di esaltazioni di Giuseppe Conte, il leader politico indiscusso della corrente trasformista italiana su cui è meglio stendere un silenzio pensoso…Se questi sono stati, ad oggi, i due momenti decisivi e centrali che hanno accompagnato negli ultimi tempi il percorso politico funambolico e divertente dell’ex segretario nazionale del Partito Democratico, l’ultima intervista rilasciata alla Stampa di Torino di ieri è destinata a passare agli annali e di essere citata. Una chicca imperdibile. Il “nostro”, senza alcun pudore e senza minimamente pensare a tutto quello che ha detto, urlato, giurato e sbraitato in tutta Italia sui 5 stelle e sul pericolo che rappresentavano per la credibilità e per la serietà della politica italiana, è arrivato a sostenere che prima di una opportunità politica, “l’alleanza con i 5 stelle è addirittura un dovere morale”. Sì, lo voglio ripetere per chi non l’avesse compreso, è “un dovere morale”.Ora, che il trasformismo nella politica italiana – soprattutto dal 2018 in poi – sia diventato una regola e non più una eccezione non è una novità per il semplice motivo che non è più una notizia. Ma che di fronte ad un voltafaccia del genere – incommentabile e politicamente persin squallido se non addirittura immorale, questa volta sì – gli esponenti della filiera Pci/Pds/Ds/Pd pensino ancora di possedere e di interpretare in modo esclusivo quella “superiorità morale” e quella altezzosità etica che non finiscono mai di rinfacciare a tutti coloro che non provengono da quella storia, diventa francamente sempre più triste ed insopportabile. Che lo faccia Zingaretti o altri poco importa. Quello che, alla fine, mi interessa dire è che i democristiani di ieri e i non ex comunisti di oggi non hanno alcun titolo per essere ancora e continuamente sbertucciati da chi ha fatto del trasformismo e dell’opportunismo la loro ragion d’essere nella cittadella politica italiana.Su questo versante va dato atto a Zingaretti della sua coerenza politica contemporanea, salvo cambiamenti improvvisi e repentini nei prossimi mesi, sempre possibili e non affatto esclusi. E cioè, l’alleanza tra il Pd e il partito di Grillo e di Conte è oggi perfettamente compatibile e omogenea. Perchè tra populisti e trasformisti l’alleanza è, appunto come dice Zingaretti, “un dovere morale”.

Capovolgere l’Italia: la proposta ‘rivoluzionaria’ di Mezzogiorno Federato (MF).

Si è svolta a Roma, sabato 21 maggio 2022, la prima assemblea nazionale di Mezzogiorno Federato, il movimento meridionalista nato il 9 maggio 2021 a seguito della convergenza di associazioni autonomiste presenti in sette delle regioni del Sud del Paese.

A conclusione di una giornata di intenso dibattito e di confronto anche con esponenti delle istituzioni nazionali e regionali e delle parti sociali (sono intervenuti i ministri Mariastella Gelmini ed Andrea Orlando, la vice ministro Teresa Bellanova, il presidente della regione Calabria Roberto Occhiuto, il leader di Alleanza civica del Nord Franco D’Alfonso), il Movimento denominato Movimento Federato (MF),  in una mozione approvata all’unanimità, ha lanciato alle forze politiche, sociali ed economiche del Paese “la proposta di porre al centro del loro impegno la scelta di guardare al Mediterraneo come luogo strategico per la ripresa”. “In questo mare, luogo dove storicamente si sono incontrate e scontrate popolazioni diverse, oggi – si legge  nel documento – confluiscono e si incrociano interessi, tecnologie e culture di tutti i continenti ed è possibile ed utile confrontarsi come parte dell’Europa comunitaria, della sua civiltà e della sua economia. In questa prospettiva è necessario che il Mezzogiorno faccia ‘sistema’ candidandosi a divenire motore dello sviluppo dell’economia nazionale mentre lo stato dovrà muoversi operando la riunificazione sostanziale del territorio attraverso il riequilibrio delle infrastrutture e dei servizi, rendendo il nostro Sud moderno ed attrattivo”.

Lavorare politicamente, aveva detto introduttivamente nella sua relazione il presidente Claudio Signorile, per rendere l’Italia piattaforma dell’Europa nel Mediterraneo, capovolgendone il sistema dell’interscambio e mettendo al centro dello sviluppo il Mezzogiorno: “prima il Mezzogiorno, per rendere ancora una volta prima l’Italia”. All’interno di questo obbiettivo di fondo due i più importanti argomenti che hanno costituito il contenuto degli appassionati interventi che hanno animato il dibattito coordinato dall’on. Salvatore Grillo Morassutti: 1) il tema delle alleanze del Movimento e 2) il tema del regionalismo che il Movimento si propone di cambiare.

Per quanto riguarda la quistione politica dell’ambito entro cui il Movimento sta cercando i ‘compagni di viaggio’ indispensabili per costituire il nuovo soggetto popolare in grado di ‘rivoluzionare’ l’attuale sistema dei partiti politici e la logica stessa delle politiche pubbliche praticata nel nostro Paese, esso è stato individuato nei movimenti sociali espressivi del civismo e dell’ecologismo, oltre che dell’azionismo e del riformismo. Circa il primo di questi soggetti è stato, però, rilevato che, pur condividendosene la “politica sociale”, essa non può considerarsi esaustiva dell’impegno di Mezzogiorno Federato e, soprattutto, che questa non può essere in grado di sostituirne il meridionalismo. La riforma dei partiti politici è infatti necessaria ma non risolve l’attuale problema della crisi politica che prioritariamente attiene alla riconsiderazione dei valori e degli interessi di tutta la comunità che oggi richiede al centro dello sviluppo del Paese il Mezzogiorno. Cosa che per il civismo non è ancora scontata e, senza l’apporto di MF, è stato detto in alcuni interventi, difficilmente lo diventerebbe.

Lo stesso discorso è stato fatto in sostanza per i movimenti ecologisti. Che, ponendo al centro della loro attività politica il rapporto dell’individuo e della società con l’ambiente, spesso anch’essi lo assolutizzano come valore esclusivo del loro impegno, rifiutando di considerarne le connessioni con i processi di crescita e di sviluppo. E così condannando le realtà che si trovano come il Sud in ritardo nella infrastrutturazione  materiale ed immateriale dei propri territori a subire una ulteriore penalizzazione ancorché, da ultimo, compensata da una ipotetica transizione ecologica. Mezzogiorno Federato, per il suo dna costitutivo, è stato detto, questa prospettiva non potrà mai accettarla e quindi il suo rapporto con le forze ambientaliste deve essere chiaro sin dall’inizio, in modo da evitare ‘balletti’, come ancora oggi si registrano nel dibattito pubblico intorno, ad esempio, alla quistione del ponte sullo Stretto di Messina.

E veniamo, ora, all’azionismo. Il movimento costituito da Carlo Calenda che, all’evocazione implicita del complesso di ideali, valori, scelte morali e civili riconducibili all’esperienza del Partito d’Azione, fa seguire un esplicito riferimento alle politiche del liberalismo sociale e del popolarismo sturziano. Si tratta di un movimento per il quale la politica non è astratta ideologia, strumentale evocazione di valori, mero dibattito parlamentare, vuoto chiacchiericcio mass-mediatico. Essa è essenzialmente government costruito su un piano d’azione, un programma, una progettazione di eventi rigida e condivisa dai propri aderenti che così, sono coinvolti in una partecipazione attiva. Cosa che implica certamente la guida di una leadership forte ed autorevole. Ma non certo personalistica ed individualistica. Pena lo scadimento in uno dei vizi più gravi dell’attuale degenerazione democratica. Circostanza questa – come è stato precisato a chiare lettere da più di un intervento- che ne provocherebbe inevitabilmente il rigetto da parte di MF, che per la sua natura federativa, è incompatibile con un soggetto così strutturato.

Come sarebbe difficile, infine, per Mezzogiorno Federato allacciare un rapporto sinergico con il riformismo se quest’ultimo alle enunciazioni di cambiamento del sistema politico non facesse seguire comportamenti fondati sulla serietà, la coerenza e la competenza. Senza questa base valoriale, è stato sottolineato, difficile sarebbe pensare di sconfiggere il populismo ed il sovranismo dilagante e quindi potere costruire una prospettiva riformista con MF.

Precisato questo in ordine al tema delle alleanze, arriviamo al secondo punto che riguarda la quistione istituzionale del regionalismo che è in crisi profonda e sta trascinando con sé l’intero Paese ridotto ad una realtà frantumata, costosa, inefficiente ed impotente. Oggi – come ho messo in evidenza io stesso nel mio intervento- le sue dimensioni, le sue funzioni, i suoi obbiettivi sono diventati asimmetrici rispetto ai problemi ed alle opportunità che il sistema Italia deve affrontare. Insomma, il dinamismo espansivo delle venti regioni dell’art. 131 della Costituzione si è esaurito. Ma non perché le regioni del Centro-Nord pretendano ex art. 116, terzo comma, Cost. “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” che danneggiano le altre regioni ed in specie quelle meridionali, che tanto hanno protestato contro l’ipotesi che venissero riconosciuti poteri differenziati a Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ma perché una nuova fase innovativa della vita della Repubblica non può essere assicurata che da macro-aree di funzioni che compongano la base della governance nazionale nelle sempre più difficili condizioni in cui devono essere assunte le decisioni sia domestiche che europee. Il che significa, in una battuta, che le vecchie regioni dovranno essere accorpate in entità più adeguate, secondo un piano determinato dalle funzioni che devono svolgere.

Ma come? A seguito di una riforma costituzionale dell’attuale art. 131 Cost. che istituisca delle “macro-regioni” come è stato già proposto nel tempo dalla Fondazione Agnelli, dalla Lega Nord di Gianfranco Miglio, dall’ex presidente della Campania Stefano Caldoro, dai deputati Roberto Morassut e Raffaele Ranucci ed altri ancora? O seguendo un’altra strada, innovativa, più facile per procedura ed autonomia di decisione?

Naturalmente, per un Movimento che alla propria radice si propone un patto federativo fra le regioni del Mezzogirono, l’opzione non può che indirizzarsi per quest’ultima soluzione. Che in concreto consiste – è stato spiegato – nell’imboccare, sulla base dell’art. 117 penultimo comma Cost., la strada delle intese tra più regioni “per il migliore esercizio delle proprie funzioni”, anche creando “organi comuni”. In sostanza, si tratterebbe di avviare in tutto il Paese quel processo di federalizzazioni che finora il Movimento aveva proposto al solo Mezzogiorno. E così, indirizzandosi verso questa prospettiva federalista, si aprirebbe la strada della rinascita del Paese ed il rilancio della stessa Europa.

Tutti i partecipanti all’assemblea di sabato scorso hanno mostrato di crederci convintamente e con quanti vorranno seriamente perseguire questi obbiettivi strategici hanno, alla fine, dichiarato di volersi presentare alle prossime elezioni politiche. “Non stiamo facendo un’operazione di immagine”, è stato conclusivamente detto. “Mezzogiorno Federato alle prossime elezioni vuole esserci perché ha già sviluppato un sistema di collegamenti che si fonda sul riformismo e sulla rinnovata coscienza dei popoli del Sud e questa potenzialità vuole metterla a servizio del Paese”.

Dispersione scolastica: un quindicenne su due non comprende ciò che legge.

Siamo di fronte a una lenta deriva di impoverimento del nostro sistema scolastico sul piano dell’offerta formativa e come agente di compensazione delle disuguaglianze sociali. L’articolo si sofferma in particolare sul fenomeno della cosiddetta “dispersione scolastica implicita”.

A margine del Convegno “Impossibile” promosso da ‘Save The Children’ sulle problematiche (ricorrenti) e sulle aspettative (inevase) che riguardano bambini e adolescenti, restano i dati impietosi sciorinati, nella quattro giorni di confronto e riflessione, dal Presidente Claudio Tesauro.

Ci sono tendenze e derive che si stanno consolidando, come la cd. “dispersione scolastica implicita”  che consiste nei deludenti risultati in termini di apprendimento e formazione che gli studenti conseguono nel corso del curricolo degli studi, già considerando le abilità di base. Se utilizzassimo come parametro di valutazione degli esiti di istruzione la tassonomia di Bloom (conoscenza-comprensione-applicazione-analisi-sintesi e valutazione) ci accorgeremmo che un quindicenne su due non è in grado di comprendere il significato di un testo scritto sottopostogli come lettura. Fermandosi forse ben prima dei livelli sopra richiamati: siamo lontanissimi dal conseguimento del ‘problem solving’, come capacità di coniugare intelligenza e intuizione, che presuppone il possesso di tutti i passaggi apprenditivi  “a salire” enunciati nella tassonomia stessa. L’OCSE da tempo evidenzia una sorta di inefficacia formativa del sistema scolastico italiano, mentre i test INVALSI (per quanto antipatici, ostici e parziali) confermano questa scìa negativa che si protrae e ingloba livelli e gradi del corso di studi: secondo i dati  del 2021 due quattordicenni su cinque (con punte tra il 50 e il 60 per cento al Sud) escono dalle medie con competenze da quinta elementare.  

Qualcuno ricorderà la Ricerca del compianto linguista e Ministro dell’Istruzione Prof. Tullio De Mauro, secondo cui il 70% degli italiani non è in grado di comprendere un testo scritto di media difficoltà. Fatte le debite proporzioni il saldo negativo viene confermato dai dati forniti da Tesauro e – se mai – anticipati. Sarebbe interessante approfondire le cause di questa ‘debolezza formativa’ che sta diventando strutturale nel nostro sistema scolastico. La lunga parentesi pandemica e il ricorso alla DaD hanno confermato un impoverimento formativo a cui l’uso delle tecnologie – in sostituzione della didattica in presenza- non ha offerto un adeguato ‘assist compensativo’.

Va considerato il processo di facilitazione dei corsi di studio e dei programmi: si pensi al declassamento che hanno avuto storia e geografia, non solo negli apprendimenti di base ma persino nei licei (con l’ibrido sostitutivo della geostoria), si pensi al graduale abbandono dell’uso del corsivo e della scrittura manuale a favore di tablet e PC, all’enfasi sui test al posto del testo scritto (metodo esportato dalla scuola a livello universitario e nei concorsi pubblici per l’accesso a carriere di alto profilo culturale) , alla lenta espunzione della poesia, della musica e della storia dell’arte, ai linguaggi corti e sincopati, sigle e acronimi che prendono il posto della scrittura fluente e narrativa, alla riduttiva importanza della lettura, specialmente dei classici, all’oblio della ‘memoria’ come metodo di allenamento della mente, alla scomparsa dei dettati, sostituiti da cartelloni, diagrammi con frecce di richiamo e collegamento a schema aperto, che sovente dicono tutto e il suo contrario e si leggono con interpretazioni improbabili, soggettive e soprattutto transeunti e non metabolizzabili.

Un tempo la scuola insegnava innanzitutto a leggere, scrivere e far di conto: quanto manchi il possesso di questa strumentalità di base lo si osserva negli scritti sempre più brevi e lessicalmente poveri, negli elaborati senza traccia né sequenza logica tra incipit, nucleo centrale e conclusioni, nell’uso di smartphone e tecnologie che prendono il posto del ragionamento e della riflessione perché offrono un “pensiero pensato” già confezionato ma spesso usato in modo acritico. Le conclusioni deludenti e potenzialmente gravi persino per il loro riverbero nella società adulta, cui competono decisioni e scelte di vita, dalla salute all’ambiente, dagli stili comportamentali agli scambi relazionali, fino all’impalcatura semantica, simbolica, grammaticale e sintattica che regge tutti gli apparati del mondo del lavoro e della pubblica amministrazione e secondo Tesauro alla stessa “tenuta democratica”, sono quelle rimarcate nella sua relazione. 

Un’immagine depauperata che non è di oggi: già nel giugno dello stesso anno, poco prima della pubblicazione del Rapporto OCSE “Education at a glance 2019”, una Ricerca della Sapienza condotta da Sgritta e Raitano – “Generazioni tra conflitto e sostenibilità” evidenziava come l’impoverimento formativo producesse un ridimensionamento sistemico, peraltro in linea con tutti gli altri indicatori standard dello sviluppo o della stagnazione del Paese, dentro un’analisi sugli equilibri/squilibri sociali possibili in futuro. Approfondendo tra l’altro il concetto di “giovani neet”(not in employment, education or training’,  cioè coloro che non studiano e non lavorano)  che Tesauro quantifica oggi in oltre due milioni di soggetti (il dato più alto d’Europa)  e che sono prevalenti (rispetto ai coetanei dai 15 ai 29 anni che seguono un corso di studi o hanno un’occupazione seppur precaria) ) in ben 6 regioni, mentre «in Sicilia, Campania, Calabria per 2 giovani occupati ce ne sono altri 3 che sono fuori dal lavoro, dalla formazione e dallo studio. Dati che fanno a pugni con la richiesta del mondo produttivo». Si può affermare che l’impoverimento riscontrato inizia con la disponibilità di asili nido frequentati solo dal 14.,7 % della prima infanzia in un range che va da Trento (2.481) alla Calabria (149) , ricorda gli 876 mila iscritti alla scuola dell’infanzia che hanno sofferto l’intermittenza delle aperture nella fase pandemica e prosegue con l’offerta del tempo pieno alla primaria di cui usufruisce il 45% dei bambini del centro-nord e il 17% del sud, per finire con l’abbandono precoce prima del compimento dell’obbligo scolastico (13,1%) e formativo che interessa il 16,3 % degli studenti.  

La distribuzione dei gap formativi non è solo territoriale ma abbraccia il target del ceto sociale di appartenenza, colpendo inesorabilmente le famiglie più povere. Per Tesauro in Italia si palesa “una crudele ingiustizia generazionale perché la crisi ha colpito proprio i bambini. Non solo 1,384mila bambini in povertà assoluta (dato più alto degli ultimi 15 anni) ma un bambino in Italia oggi ha il doppio delle probabilità di vivere in povertà assoluta rispetto ad un adulto, il triplo delle probabilità rispetto a chi ha più di 65 anni“. Analizzando conclusivamente i dati esposti da Tesauro si evidenziano due tendenze negative nel nostro sistema scolastico: l’impoverimento culturale di fondo dovuto alle teorie della facilitazione e della promozione automatica per tutti che vanificano qualsivoglia tentativo di offrire un supporto di orientamento verso il mondo del lavoro e il conseguente precipitato sociale che si  traduce nel venir meno  di una robusta istruzione con valenza compensativa per le classi meno agiate.

La scuola offre più di un tempo uguali opportunità di partenza ma, depauperando sul piano sostanziale (non formale)  i contenuti della propria offerta formativa, espungendo o ridimensionando materie, discipline, metodi di studio, non persegue di fatto il risultato di garantire uguali opportunità di arrivo. La classe Dirigente che governa la nostra scuola, mi riferisco al livello dei decisori politici, rispetto alle scelte e agli indirizzi da assumere, dovrebbe acquisire la metodica della “pedagogia comparativa”. 

Unione europea vuol dire anche confronto tra i sistemi scolastici e i piani di studio dei Paesi U.E. : un contesto dove un tempo avevamo più da insegnare che da imparare.

Occorre una svolta significativa, forse epocale per evitare che il nostro sistema formativo non regga la competizione con i sistemi scolastici degli altri Paesi, in termini di esiti qualitativi e di risultati legati alla crescita generale. Più risorse, più fiducia nella scuola, più lungimiranza, da parte di una governance che ha finora eluso le straordinarie potenzialità di cui istruzione formazione e ricerca sono portatrici. 

 

Unione Europea, dopo la Conferenza sul suo futuro s’impone il superamento del vincolo dell’unanimità. Ma come?

Una volta raggiunta l’auspicata tregua nel conflitto russo-ucraino, il problema che si troverà di fronte l’UE sarà di decidere se proseguire verso un’unione più stretta (e a questo punto davvero entrano in campo i pesi massimi, ovvero politica estera e di difesa) con le nazioni disponibili, lasciando alle altre l’unione economica, nonché la possibilità di aggregarsi in un secondo momento. 

La Conferenza sul futuro dell’Europa, aperta il 9 maggio 2021 dal compianto e indimenticabile David Sassoli, si è conclusa un anno dopo senza aver coinvolto attivamente la grande maggioranza dei cittadini europei (ma questo era inevitabile, realisticamente) e senza aver prodotto risultati altisonanti nell’immediato (e pure questo era prevedibile, data anche la sua organizzazione interna alquanto farraginosa e burocratica). Ha però egualmente lasciato alcune tracce che sono di notevole interesse e importanza. Quindi, non è stata inutile. Almeno, non lo sarà stata se qualcuna di queste tracce condurrà ad un percorso importante per il futuro, appunto, dell’Unione.

La principale traccia, comprensiva di tutte le altre, presenti nelle 49 “raccomandazioni” (suddivise in 400 “sottoraccomandazioni”) che la Conferenza ha presentato alle istituzioni comunitarie (Commissione, Consiglio, Parlamento), è quella che porta alla possibile Riforma dei Trattati. Ecco la vera novità: un evento ritenuto impossibile è oggi valutato quanto meno meritorio di dibattito non solo accademico. Non è davvero poca cosa, nel paludato ambiente bruxellese. Anche se, bisogna dirlo subito, di assai difficile e complicata realizzazione.

Il dato è eminentemente politico. E ruota intorno al “principio di unanimità” che governa la parte più rilevante e importante delle decisioni che vengono adottate dal Consiglio Europeo all’insegna, per lo più, della prevalenza degli interessi nazionali su quelli comunitari. Interessi che spesso sono divergenti. Gli esempi al riguardo sono numerosi e si ripropongono ad ogni crisi che la UE deve affrontare. 

Peraltro, la positiva esperienza dell’adozione del piano Next Generation UE (elaborato in seguito alla pandemia) e ora, a fronte dell’aggressione russa all’Ucraina, dell’unità espressa dai Ventisette nell’adozione di misure severe nei confronti di Mosca (sia attraverso le sanzioni economico-finanziarie, sia mediante l’aiuto in mezzi militari fornito a Kiev), ha generato un qual certo ottimismo circa la reale volontà europea di superare i blocchi interni che sino ad oggi hanno reso, di fatto, l’UE un nano politico pur essendo un gigante economico. Quell’ottimismo che ha guidato il Presidente del Consiglio italiano, ad esempio, nell’invito espresso nel suo discorso al Parlamento di Strasburgo “ad abbracciare la revisione dei Trattati con coraggio e con fiducia”.

Ma la netta chiusura dell’Ungheria, che da poco ha confermato l’ipersovranista Orban alla sua guida, rispetto all’ipotesi di bloccare completamente le importazioni di gas e petrolio dalla Russia si è immediatamente incaricata di mostrare a tutti quanto improbabile sia il superamento del vantaggioso principio dell’unanimità per chi intenda utilizzarlo in termini ricattatori ogni qualvolta lo ritenga utile per salvaguardare i propri interessi nazionalistici.

È evidente a chiunque che in questa maniera l’UE non raggiungerà mai lo status di grande e influente potenza mondiale. Anche in questa tragica guerra che si svolge sul suolo europeo, ai confini dell’Unione, a me pare che se mai un giorno si arriverà ad un accordo almeno per il cessate-il-fuoco la Russia intenda discuterlo con gli USA e non con la UE. Perché nella logica imperiale di Mosca è con gli altri “imperi” che si tratta e non con una sommatoria di piccole nazioni. Al fondo, e neanche tanto, è quello che pensa pure Pechino.

La verità è che, conclusa la Conferenza sul futuro, e – si spera, si prega – raggiunta una tregua nel conflitto russo-ucraino il problema che si troverà di fronte l’Unione sarà di decidere se proseguire verso un’unione più stretta (e a questo punto davvero entrano in campo i pesi massimi, ovvero politica estera e di difesa) con le nazioni disponibili, lasciando alle altre l’unione economica – da ricalibrare, però – nonché la possibilità di aggregarsi in un secondo momento. In caso contrario, temo che sarà ben difficile rivedere i Trattati e superare il principio dell’unanimità.

Sono troppi gli Stati – prevalentemente nell’est del continente – che nella UE vedono soprattutto se non esclusivamente un’opportunità economica senza alcuna fiducia, anzi alcun interesse nel suo possibile disegno politico. In taluni casi (come si è visto con Polonia e Ungheria) vi sono consistenti opposizioni ai principi-cardine dello stato di diritto e quindi qualsivoglia integrazione giuridica. Una constatazione, questa, che dovrebbe suggerire prudenza ai troppo emotivi sostegni ad un ingresso immediato dell’Ucraina nella UE. Oggi essa va doverosamente aiutata. Ma i problemi che generano immobilismo politico a Bruxelles devono ora essere affrontati con lucidità, non con superficialità. Orban è lì a ricordarcelo. 

L’esigenza primaria, ora, è liberare l’Unione dal cappio dell’unanimità. A quel punto, tutto sarà possibile.  Anche la nomina della Commissione col voto del Parlamento di Strasburgo, come è stato proposto da una delle raccomandazioni della Conferenza sul futuro della UE. Appunto, un futuro che non dovrà essere avvinghiato, come il passato, al vincolo castrante dell’unanimità.

Come costruire la pace? Giovagnoli propone una “nuova Helsinki” aperta anche a Pechino. Forse un’ipotesi eccessiva.

La vagheggiata presenza della Cina può rappresentare un ostacolo insormontabile. Un po’ di realismo consiglia allora di attenersi a un canone di maggiore prudenza, se non si vuol compromettere l’avvio dei negoziati di pace. 

Ieri su “Avvenire”, il quotidiano cattolico diretto da Marco Tarquinio, lo storico Agostino Giovagnoli ha posto l’attenzione sul problema della pace che, a dispetto delle perduranti condizioni critiche, esige l’impegno a costruire fin d’ora i presupposti per l’avvio dei negoziati. Lo si deve fare, con tenacia e lungimiranza, anche mentre si continua a combattere sul campo. Ora, lo sforzo che mira a portare al tavolo delle trattative le dirette forze belligeranti, Russia ed Ucraina, può avvalersi dell’esempio virtuoso della Conferenza di Helsinki del 1975. Non è la prima volta che si chiama in causa quell’evento così importante e significativo, certamente frutto di un intenso lavorìo politico e diplomatico. Un’indicazione è venuta qualche tempo fa dallo stesso Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, il quale allo “spirito di Helsinki” si è richiamato esplicitamente.

Dice Giovagnoli: “Ecco perché è importante ripartire da lì. Ma, naturalmente, una nuova Conferenza per la pace in Europa non potrà essere una ripetizione di Helsinki 1975. La situazione è troppo diversa”. E aggiunge: “Segnalo solo due elementi di novità. In primo luogo, non si potrà tenere nella capitale della Finlandia perché questa, chiedendo di entrare nella Nato, ha abbandonato la sua neutralità. (Perché – faccio un’ipotesi – non tenerla a Roma, in linea con un impegno più forte dell’Italia per la pace e in sintonia con la voce di papa Francesco contro la guerra?). L’altra novità riguarderà i partecipanti”.

Quest’ultimo aspetto sollecita in effetti una specifica attenzione. Precisa ancora Giovagnoli: “A Helsinki, nel 1975, ci furono anche Stati Uniti e Canada, due Paesi non europei ma essenziali per garantire la sicurezza in Europa. Oggi questa sicurezza sarebbe ulteriormente rafforzata dalla partecipazione di altri Paesi, in primo luogo la Cina”. La proposta è molto impegnativa e chi scrive se ne rende conto. “A qualcuno tale partecipazione non piacerà – riconosce in effetti Giovagnoli – e altri porranno la condizione di un impegno per far cessare il conflitto più forte di quello dispiegato finora da Pechino. Ma tale partecipazione sarebbe importante per fare della fine del conflitto tra Russia e Ucraina il primo passo per un nuovo ordine multilaterale a livello globale”.

Non c’è dubbio che la proposta abbia in sé un’ambizione suggestiva. Si tratta però di capire se non sia sproporzionata, ovvero troppo carica di aspettative, al punto di rendere inagibile la speranza di una “nuova Helsinki”. Roma sarebbe una sede adeguata, avrebbe tutto il fascino dell’universalità come fulgida aureola di colloqui tanto decisivi, destinati appunto ad avere, secondo le intenzioni, un impatto sugli assetti geopolitici globali. Tuttavia la vagheggiata presenza della Cina può rappresentare un ostacolo insormontabile. Un po’ di realismo consiglia allora di attenersi a un canone di maggiore prudenza, non prefigurando un’estensione così ampia dei partecipanti, pena la smentita di ogni ragionevole opportunità circa l’organizzazione di un tavolo di pace.

Popolarismo ed élites, un dialogo possibile con Draghi?

I partiti rischiano di esser percepiti più come un ostacolo che una risorsa al rilancio del Paese. Bisogna sapersi misurare con le novità di questa fase politica. Un partito “di” Draghi è impossibile. E una lista “per” Draghi non la si fa solo aggiungendo un “per”, senza che si percepisca in esso lo spirito che anima l’attuale Presidente del consiglio. 

L’altroieri il presidente del Consiglio Mario Draghi, parlando agli studenti in una scuola media di Sommacampagna (Vr), ha in un certo qual modo dato una lezione di diritto costituzionale, di Costituzione materiale, ribadendo di considerarsi premier non eletto, nominato per fare. Guardando a come agisce, si direbbe “per fare” in Italia e sul piano internazionale. Già questo rende impossibile ogni paragone con altri tecnici nominati premier che abbiamo avuto. Alla luce di questo nuovo equilibrio istituzionale, l’esperienza dei partiti, che rimangono il fulcro della democrazia, così come sono attualmente configurati rischia di giungere al capolinea. O sanno adeguarsi alla mutata situazione o rischiano seriamente di esser percepiti, nel loro insieme e al di là delle loro nette diversità ideologiche, più come un ostacolo che una risorsa al rilancio del Paese. Un partito “di” Draghi è impossibile. E una lista “per” Draghi non la si fa solo aggiungendo un “per”, senza che si percepisca in esso lo spirito che anima l’attuale presidente del consiglio e si segua lo schema di governo secondo cui opera, sul quale non sembra trovare interlocutori all’altezza in nessuna delle forze politiche. Più la situazione generale si complicherà – perché siamo nel tempo tragico, spietato e cruento, della resa dei conti tra poteri globali – e più questa divaricazione tra Draghi e i partiti rischia di divenire evidente, non senza importanti conseguenze sugli orientamenti dell’elettorato.

Quali indicazioni trarre? Non avendo più partiti in grado di rappresentare al tavolo delle élites le istanze popolari, come una volta si faceva, come sapevano fare politici come Donat Cattin, Vittorino Colombo e tanti altri in partiti e correnti strutturati per tale scopo, forse non resta che cercare di interloquire con la parte “realista” di quelle élites, quella che ancora si considera parte di un comune destino col genere umano e non supremo padrone di questo. E non c’è solo Draghi, pensiamo a Carlo Debenedetti, per rimanere in Italia. Alla fine un sistema dei partiti ai cui vertici siedono solo i cooptati da ambienti come il Forum di Davos, non serve neanche alla causa di chi li ha scelti, sono deboli, privi di reale consenso, incapaci di gestire le tensioni sociali causate dalle loro stesse politiche. Hanno bisogno di emergenze continue per far passare un modello società altrimenti inaccettabile.

Mentre sulle posizioni di Draghi forse si può imbastire un nuovo compromesso fra capitalismo di nuova generazione, 4.0, e democrazia. Iniziando dal valutare ciò che dicono i fatti, e non le dichiarazioni di circostanza, della esperienza di governo di Draghi. Ricordiamone alcuni fra i più significativi. Draghi ha gestito il ritorno alla normalità, disinnescando un serpeggiante potenziale eversivo di un uso dell’emergenza sanitaria come instrumentum regni. Ha incoraggiato l’adozione in Europa di politiche neokeynesiane che alla fine, con la crisi del mercantilismo, giovano pure alla Germania più di quanto lo ammetta. Ha rispettato alla lettera le sanzioni alla Russia nonostante si siano rivelate addirittura favorevoli alla bilancia commerciale di Mosca e nel contempo stiano mettendo molto in difficoltà la classe media europea, e nel contempo ha fatto ciò che non era vietato. Sulle orme di Enrico Mattei è andato a concludere affari energetici di importanza strategica in varie parti dell’Africa, diversi dei quali in esclusiva, cioè senza francesi, inglesi e americani, al massimo con importanti partners aziendali di Paesi BRICS. Ha suggerito al presidente degli Stati Uniti Biden, come lui stesso ha rivendicato con semplicità venerdì scorso davanti agli allievi della scuola veronese, di aprire forme di colloqui diretti fra Washington e Mosca, puntualmente iniziati dopo la visita del nostro premier alla Cassa Bianca, e ha propiziato la presentazione di una proposta di pace italiana, basata sul realismo, che punta a rassicurare l’Ucraina e a porre fine alla strategia di accerchiamento della Russia in funzione di un multipolarismo dal quale tutti – noi, l’Europa, gli Stati Uniti, il Medio Oriente… – tutti, hanno da guadagnare. E l’elenco potrebbe continuare.

Ora in tutti questi ed altri ambiti strategici c’è un solo caso in cui Draghi abbia dovuto rincorrere i partiti, o anche le forze sociali; in cui qualche forza politica sia stata in grado di tracciare un percorso utile al Paese per proporlo al governo, anziché ripetere, senza forse neanche capirli, messaggi confezionati altrove atti più a creare difficoltà alla ripresa economica e alla pace che a sostenerle? Dunque, ridefinire il senso dell’azione politica, le priorità in relazione alle sfide poste da Draghi può forse anche essere un modo utile ad attualizzare e rendere fecondo il patrimonio politico, ideale, culturale, storico del popolarismo. Il dibattito è aperto, non si risolve certo solo in sede politica senza un colossale lavoro culturale, educativo e formativo al quale, credo, non solo i partiti ma anche le forze sociali e le realtà associative, non si devono sottrarre.

La Firenze del secondo dopoguerra e il suo “sindaco santo” nell’ultimo libro del cardinale Bassetti. 

Riproponiamo, per gentile concessione, l’articolo apparso in origine sull’Osservatore Romano. L’autore recensisce il libro del Card. Gualtiero Bassetti incentrato sulla figura di Giorgio La Pira e la città di Firenze (“un laboratorio di civiltà” ai tempi del sindaco santo).

Massimo Borghesi

Si intitola Il pane e la grazia. La profezia di La Pira per la Chiesa e il mondo di oggi il volume che il cardinale Gualtiero Bassetti ha appena pubblicato con la Libreria Editrice Vaticana (pagine 146, euro 13). Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, è da sempre una figura cara al cardinale il quale con questo libro rende omaggio al grande politico e, al contempo, ci consegna, nel momento in cui lascia la presidenza della Cei e la sede episcopale di Perugia, pagine di grande intensità, frutto della sua fede personale.

«Ho vissuto abbastanza per vedere cambiare il mondo. Il dramma della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione dopo l’abisso, le speranze del concilio Vaticano II , la fine del bipolarismo Est-Ovest, la società odierna. A far da filo conduttore a queste grandi vicende della storia c’è la mia piccola esperienza di vita: iniziata in un minuscolo paesino dell’appenino tosco-romagnolo, Marradi, proseguita poi nella città di Dante Alighieri, Firenze — che mi ha formato e fatto diventare un uomo e un sacerdote — e infine continuata nelle diocesi in cui sono stato vescovo: Massa Marittima e Piombino, Arezzo, Perugia. A volte, ripenso con tenerezza a quando, da bambino, mi accompagnavano a vedere le macerie delle case distrutte dai bombardamenti della guerra e io portavo con me un ombrellino rosso che tenevo aperto per coprirmi il capo. Quell’ombrello rappresentava una forma di protezione dalle bombe che sarebbero potute piovere dal cielo. La guerra era finita, ma la memoria di quella devastazione covava nell’inconscio di un bimbo che aveva da poco iniziato il suo pellegrinaggio nella vita terrena».

Non è usuale che un vescovo parli di sé in questo modo, che parli in prima persona e rievochi il tempo in cui era bambino. Non si tratta di sentimentalismo ma della consapevolezza che non si può leggere la vita, e nemmeno la vita “cristiana”, se non la si rilegge nella sua interezza. Solo così risplende il mistero di Dio nell’esistenza di un uomo.

«Ho trascorso una vita felice, amando il prossimo e ricevendo amore dagli altri. Quell’ombrellino rosso non c’è più da tempo. La mia unica protezione è stata Cristo che mi ha guidato lungo il sentiero dell’esistenza come un pastore con il suo gregge. Tuttavia, nel momento in cui una persona si ferma a tirare il bilancio della propria vita, non può non partire da dove tutto è iniziato: dalla famiglia d’origine, dai primi maestri, dai luoghi in cui si è cresciuti. Persone e villaggi pressocché sconosciuti ai più, ma decisivi nella mia storia personale. Fantino, Popolano, Crespino, Marradi sono piccoli borghi abbarbicati sui monti e attraversati da un fiume, il Lamone, che era un amico con cui giocare e anche una sorta di maestro da cui imparare tante cose. I veri maestri, però, erano in carne e ossa: don Pietro Poggiolini e don Giovanni Cavini, due sacerdoti fondamentali per la mia fede e la scelta di vita consacrata».

Bassetti viene da quell’altro mondo, quello delle campagne italiane che conservavano fino agli anni Sessanta, fino alla «scomparsa delle lucciole» intravista da Pasolini, una dimensione umana fatta di religiosità, generosità, di fede cristiana schietta e solidale. «Il mondo in cui sono nato era totalmente diverso da quello attuale. Era, innanzitutto, il mondo delle campagne in cui la ritualità della vita si sovrapponeva totalmente, spesso fino a confondersi, con la liturgia religiosa. Era il mondo del noi e non certo quello dell’io. La condivisione era una realtà quotidiana e non solo un’aspirazione ideale. Nella comunità montanara in cui sono cresciuto, certi valori come la sacralità della vita, la centralità della famiglia e la solidarietà fra le persone erano accettati dalla maggioranza della popolazione. Eravamo poveri di cibo, ma affamati di Cristo. Il pane era senza dubbio la sintesi sublime della nostra fame: era il pane-alimento che veniva prodotto dopo un lungo, paziente e faticoso processo artigianale e che non mancava mai nella nostra mensa; ma era anche il pane eucaristico, segno della morte e risurrezione del Signore, che abbraccia tutto l’universo e stringe a sé tutti i problemi dell’umanità perché il corpo di Gesù è strettamente unito al corpo mistico che è tutta la Chiesa. Da questa esperienza di vita ho tratto due grandi insegnamenti: la fede cristiana si incarnava nella storia, nella nostra umanità, non rimaneva un progetto astratto, ma pretendeva che ogni membro di quella comunità diventasse una persona vera e piena. Il diritto al pane si intrecciava visceralmente con la fame di Dio».

Questo incontro tra il pane e la grazia costituisce, come mostra il titolo del volume, il cuore del cattolicesimo di Bassetti. Un cattolicesimo segnato dall’incontro con La Pira. «Quest’uomo minuto, di origini siciliane, che si era fatto povero tra i poveri, che scrutava il mondo con lo sguardo lungo del profeta, “aveva il senso dei fini”, come disse Paolo VI , e “sapeva dove andare”. Sapeva andare lontano perché conosceva bene le sue radici, riconosceva con umiltà che anche la sua vocazione era il frutto di una storia complessa che lo precedeva e lo sovrastava. “Don Facibeni e il cardinal Dalla Costa — scrisse nel 1964 — sono stati le componenti più determinanti della storia fiorentina degli ultimi trent’anni” (…) don Giulio Facibeni era solito definirsi come un “povero facchino della Provvidenza”, ma in realtà fu un vero e proprio gigante della carità e un apostolo per le giovani generazioni. Il cardinale Elia Dalla Costa, riconosciuto nel 2012 Giusto tra le nazioni» dal Yad Vashem di Gerusalemme, era invece il prototipo del vescovo-pastore: il rigore e la carità erano due facce della stessa medaglia. Il cattolicesimo fiorentino in cui sono cresciuto era dunque il frutto di questa grande tradizione religiosa che è ben rintracciabile, tra l’altro, in molti altri uomini di fede come David Turoldo e Lorenzo Milani, Divo Barsotti e Ajmo Petracchi, Ernesto Balducci e Giuliano Agresti. Vista da questo angolo visuale, la Firenze lapiriana è stata un laboratorio di civiltà che ha sviluppato una proposta cristiana rivolta, non solo all’Italia, ma all’umanità intera. In fondo, la città lapiriana non era altro che il frutto della consapevolezza che l’uomo vive di pane e di grazia. Non di solo pane e nemmeno soltanto di grazia, ma di pane e grazia».

Evangelizzazione e promozione umana, dirà Paolo VI nella Evangelii nuntiandi. Questo è il binomio della vita cristiana, l’antinomia indissolubile. «Contemplazione e azione — commenta il cardinale — ancora una volta, dunque, la dimensione spirituale e quella sociale non sono scindibili. E proprio per questo motivo, queste parole suonano, oggi, come un forte ammonimento per i cattolici del mondo contemporaneo che troppo spesso sembrano dividersi fra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”». Il cattolicesimo di Bassetti è sinfonico e polare, trascende le contrapposizioni tra destra e sinistra che affliggono il cattolicesimo odierno. Si nutre del pane e dell’Eucarestia, non ha nulla di spiritualistico, di elitario, borghese. È cattolico nella sua dimensione genuinamente popolare, popolare come le sue origini. Il corpo di Cristo è materiale e spirituale, mistico e civile. Da qui la grande simpatia e l’ammirazione per La Pira, per il sindaco de L’attesa della povera gente, il suo volume del 1950. Come ricordava La Pira: «Tante altre famiglie venivano a Palazzo Vecchio per esporre la drammaticità della loro situazione: povera gente sfrattata che cercava un tetto e un riparo. Cosa dovevo fare? Potrei uscirmene dicendo agli sfrattati: mi dispiace ma io non posso farvi nulla. Il mio ragionamento — se devo prendere sul serio i miei doveri sostanziali di sindaco — non può essere che un altro: non può essere che un “ragionamento” samaritano, di intervento: devo cioè cercare tutti i mezzi atti a sanare una situazione di pena che non comporta ritardo alcuno!».

Questa urgenza, questo desiderio di condivisione dei bisogni dei poveri, non sorgeva da una ideologia, da una posizione puramente filantropica. Era l’esito di un incontro. La vocazione sociale di La Pira nasce dal suo essere parte di una piccola comunità toccata dalla testimonianza di don Bensi.

«Un giorno — nella primavera del 1934 — in casa di don Bensi si parlava di poveri: don Bensi disse: sarebbe tanto bello poter assistere materialmente e religiosamente le zone estreme della miseria: i poveri cui non giungono la carità delle Confraternite di san Vincenzo».

È l’origine della messa di san Procolo a Firenze. È, per La Pira, l’inizio della sua vocazione sociale, la medesima che lo porterà da sindaco di Firenze a lottare per impedire la chiusura della fabbrica Pignone che nel 1953 minacciava di chiudere lo stabilimento e di licenziare migliaia di dipendenti. Come un leone La Pira convinse il suo amico Enrico Mattei, presidente dell’Eni, a rilevare l’azienda, «il più deciso intervento in materia di lotta ai licenziamenti che mai un sindaco d’Italia abbia compiuto». È la medesima vocazione che lo porterà, dopo la Pacem in terris di Giovanni XXIII e la morte di John Kennedy nel dicembre 1963, a intraprendere la «strada di Isaia», il sentiero della pace tra le nazioni e tra i popoli del Mediterraneo. Nella visionaria intuizione del sindaco Firenze diviene la città della pace, il luogo di opposizione ai venti di guerra. Quest’uomo straordinario, poliedrico, attaccato su più fronti per una politica che sembrava utopica ed era essenzialmente realistica, ha lasciato un segno profondo nel cuore di molti. Tra questi v’è il cardinal Bassetti.

«La prima volta che ho avuto l’occasione di vederlo è stato nell’inverno del 1956. Ero entrato nel seminario minore a ottobre e lui venne a trovarci a dicembre. Conservo ancora una foto di questa visita in cui si vede La Pira vicino a una finestra mentre parla con il cardinale Elia Dalla Costa, monsignor Enrico Bartoletti — padre spirituale del seminario — e don Silvano Piovanelli. Il cardinale Dalla Costa era molto anziano, con gli occhi incavati e il suo sguardo austero ma paterno: in quella foto, ricca di umanità, La Pira lo guarda rivolto verso l’alto, con quel suo tenero sorriso da contemplativo. Ricordo sempre con grande commozione il modo con cui Dalla Costa parlava di La Pira: “quell’uomo è l’incarnazione del Vangelo”. Da sacerdote e, soprattutto, da rettore del seminario ho avuto modo di parlare molte volte con La Pira. Nelle sue conferenze ai seminaristi era un fiume in piena: una fonte inesauribile di sapienza, di citazioni erudite e di continui aneddoti della sua vita politica. Quando mi è capitato di accompagnarlo per strada a Firenze verso la sua dimora sembrava di assistere a una continua processione di fiorentini che lo fermavano a ogni angolo della città e vedevano in lui, non solo il sindaco, ma qualcosa di molto più profondo: scorgevano nella sua persona il testimone autentico di una cristianità che si faceva prossima ai cittadini. Non quindi un funzionario pubblico, ma un servitore sincero del popolo. Una volta una donna anziana, segnata nel corpo e nell’abbigliamento dalle piaghe della miseria, che partecipava alle messe di san Procolo, disse: “Il professore da molti non è capito, lo capiamo soltanto noi poveri”».

Alla scuola dei poveri si pone lo stesso Bassetti il quale indugia sulla figura di La Pira non con la nostalgia di chi rievoca una stagione da tempo tramontata ma con l’occhio rivolto al presente e al futuro. La politica, contrassegnata dal tramonto dei grandi ideali e dal prevalere del modello tecnocratico, ha bisogno di autentici idealisti attenti alla concretezza dei bisogni, non di tribuni della plebe o di attori o di tecnocrati. Di idealisti permeati dalla carne del popolo cristiano. In proposito Bassetti indica una triplice serie di condizioni, che valgono per la rinascita della Chiesa dopo la «rivoluzione antropologica» (Pasolini) e l’era della secolarizzazione dominante. Condizioni che La Pira ha incarnato magnificamente. La prima è una testimonianza cristiana, evangelica, autentica. La seconda è lo spirito di profezia in grado di vagliare attentamente i segni dei tempi, di comprendere il tempo di “crisi” alla luce del Vangelo e questo per tradurre l’azione cristiana nella storia. La terza è data da una rinnovata riflessione che aiuti il pensiero cattolico a misurarsi con il tempo.

Quest’ultima condizione è la meno ovvia. Come scrive Bassetti: «Quando Paolo VI invoca “gli uomini di riflessione e di pensiero” non lo fa perché vuole costruire una classe politico-ecclesiale per gestire il potere, ma perché il “mondo soffre per mancanza di pensiero”. Mai come oggi, accanto ai profeti, abbiamo bisogno di persone che sappiano pensare con serietà, umiltà e sobrietà il mondo presente. Non possiamo ridurre il dibattito intellettuale e quello politico a poche righe pubblicate su Facebook o a una battuta giornalistica».

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 21 maggio 2022. 

Titolo originale: Quell’ombrellino rosso che non proteggeva dalle bombe. La Firenze del secondo dopoguerra e il suo “sindaco santo” nell’ultimo libro del cardinale Bassetti.