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Economia: Istat, prezzi al consumo a maggio in lieve diminuzione.

Secondo le stime preliminari, nel mese di maggio 2020 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra una diminuzione dello 0,1% sia su base mensile sia su base annua (la variazione tendenziale era nulla nel mese precedente).

La flessione tendenziale dell’indice generale dei prezzi al consumo è imputabile prevalentemente alla dinamica dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati, che accentuano il loro calo (da -7,6% a -12,2%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici registrano una lieve accelerazione rispettivamente da +0,8% a +0,9% e da +1,0% a +1,1%.

Anche la flessione congiunturale dell’indice generale è dovuta per lo più alla diminuzione dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (-4,2%), solo in parte compensata dall’aumento dei prezzi dei prezzi dei Beni alimentari (+0,7%).

L’inflazione acquisita per il 2020 è pari a zero per l’indice generale e a +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona accelerano lievemente la crescita da +2,5% a +2,6% mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto registrano una variazione tendenziale nulla (da +0,8% di aprile).

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una diminuzione dello 0,2% sia su base mensile sia su base annua (da +0,1% del mese precedente).

Le cavallette devastano la Sardegna

Milioni di cavallette stanno devastandoettari e ettari di terreno in Sardegna nella provincia di Nuoro dove una marea dei famelici insetti assedia le case e fa strage di pascoli e raccolti divorando foraggio, grano, erba medica e quanto trovano durante la loro avanzata. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti su una vera e propria “catastrofe biologica” che sta colpendo in particolare la Valle del Tirso, nel centro della regione, nei comuni di Ottana, Sarule, Orani, Escalaplano, Orotelli e. Bolotana che stanno deliberando lo stato d’emergenza.

Secondo la Banca Mondiale, l’invasione di locuste del 2020 è la più massiccia degli ultimi 70 anni: ha già toccato 23 paesi tra Africa orientale, Medio Oriente e Asia e sta minacciando in modo molto serio l’agricoltura e si teme che in molti Paesi l’insicurezza alimentare possa aggravarsi, nel mezzo dell’emergenza causata dal coronavirus.

A favorire l’invasione nelle diverse parti del globo sono stati i cambiamenti climatici con caldo torrido che favorisce il moltiplicarsi dei famelici insetti. L’inverno mite e la scarsità di pioggia con precipitazioni praticamente dimezzate, in un 2020 che – sottolinea la Coldiretti – si classifica come il più caldo dal 1800 con temperature superiori di 1,41 gradi rispetto alla media, hanno favorito anche in Italia la comparsa delle orde devastatrici. Le condizioni climatiche agevolano uno sviluppo anomalo di questo insetto con “invasioni bibliche” che, ricordando quelle del passato, causano gravissimi danni alle campagne ma possono raggiungere anche le città. Infatti essendo polifaghe– sottolinea la Coldiretti – le cavallette colpiscono non solo le coltivazioni in campo, ma anche orti e giardini.

Una situazione che – denuncia la Coldiretti – sta mettendo in ginocchio un centinaio di aziende con molti agricoltori costretti ad anticipare il raccolto o addirittura a destinarlo ad alimentazione degli animali.

L’unica speranza è nei predatori naturali, come gli uccelli che potrebbero aiutare a contenere le popolazioni di locuste che dalle terre incolte, abbandonate a causa della crisi delle campagne per i prezzi dei prodotti agricoli sotto i costi di produzione, partono all’assalto dei raccolti devastando tutto quello che trovano sul loro cammino. Una vera e propria emergenza che – conclude la Coldiretti – si abbatte sulle imprese agricole colpite anche dalla crisi economica generata dal coronavirus con 6 aziende su 10 (58%) che hanno registrato una diminuzione dell’attività.

Un portale unico dedicato al Superbonus al 110%

Il Governo prepara un portale unico dedicato al Superbonus al 110% che conterrà tutti i documenti e le informazioni utili ad attivare questa misura. Destinatari saranno operatori, tecnici e cittadini ai quali sarà spiegato in maniera semplice e chiara come si possa usufruire del Superbonus e svolgere i relativi lavori. Intenzioni confermate dalle parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, nel suo intervento al convegno telematico dell’Associazione nazionale dei costruttori edili, intitolato “Superbonus al 110%: case verdi e sicure per città sostenibili”

“Lavoriamo col Mise, con l’Agenzia delle Entrate, con Mef – ha detto – per creare un portale unico e spiegare a operatori, tecnici e cittadini come si possano svolgere i lavori, come si possa usufruire del superbonus. Lì caricheremo linee guida, circolari e tutti i documenti. La pianificazione per giungere nell’era della transizione energetica – ha infine concluso Fraccaro – è lo strumento principale che intendiamo adottare”.

Il Governo, inoltre, sta valutando anche l’estensione fino al 2022 della durata del Superbonus 110%, consentendo in tal modo un periodo più lungo al suo utilizzo esteso ad abbattimento e ricostruzione, sempre nell’ottica della sostenibilità ambientale e ipoteticamente sfruttando la destinazione di una parte del “Recovery Fund”, il “Fondo per la Ripresa”, ovvero il nuovo piano di aiuti finalmente annunciato dalla Commissione Ue. Ricordiamo, tuttavia, che attualmente questo incentivo, da ripartire in 5 quote annuali di pari importo, riguarda le spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021. Gli interventi detraibili devono essere eseguiti su condomini oppure singole unità immobiliari adibite ad abitazione principale o su Istituti autonomi case popolari (IACP).

I Comuni battono cassa, ma la cassa è vuota.

Il linguaggio mantiene un certo stile aggraziato, ma la concretezza delle rivendicazioni è ruvida. I sindaci delle grandi città vogliono più soldi e più poteri. E non badano ai dettagli delle forme, vanno al cuore della sostanza: chiedono a Conte di mettere da parte belle parole e generiche promesse. Ieri il Presidente del Consiglio ha sfoderato le armi della diplomazia, cercando di arginare la nota irruenza di Brugnaro o la meno nota determinazione della Raggi, senza però riuscire nell’impresa di rabbonire i suoi interlocutori.

In un comunicato molto asciutto, a riprova delle difficoltà registrate nel corso della riunione via web, il sindaco di Bari e presidente dell’Anci ha riassunto in poche righe le richieste dei primi cittadini.“Abbiamo presentato al presidente Conte – ha detto Decaro – cinque punti fondamentali su cui chiediamo l’impegno del governo: riconoscimento del ruolo dei sindaci nell’attuazione di politiche per la ripresa attraverso l’assegnazione diretta di fondi per cultura, turismo, mobilitò e welfare; altri 3 miliardi, oltre i 3 assegnati nel DL rilancio, per chiudere i bilanci compensando le minori entrate di questi mesi; flessibilizzazione delle regole relative ai vincoli finanziari, norme straordinarie per la gestione degli squilibri di bilancio per il 2020; sospensione dei piani di rientro per tutti i Comuni per il 2020 e dei procedimenti riguardanti la verifica dei piani di riequilibrio pluriennali; regole semplificate e poteri commissariali per la realizzazione di alcune opere  prioritarie e urgenti”.

Il confronto si è ridotto alla questione finanziaria, essendo il resto poco fattibile. Qualora, infatti, si pensasse di attribuire ulteriori poteri e competenze direttamente ai sindaci metropolitani, si dovrebbe procedere alla contestuale riduzione del ruolo delle Regioni. Impossibile, se non a pattto di cambiare la Costituzione. Ma ci sono i fondi per aiutare i sindaci? Conte ha dovuto prendere tempo. Nel decreto appena varato, quello dei 55 miliardi destinati alla ripresa, non ci sono spazi di revisione: a chi togliere i 3 miliardi che servirebbero a rimpinguare le casse comunali? È molto difficile, se non impossibile dirlo. Per questo il presidente del consiglio ha dovuto fare spallucce e dare appuntamento a un nuovo decreto.

Per adesso è tutto in alto mare.

Lezioni all’aperto, lavori di gruppo e ingressi scaglionati. Ecco il piano per tornare a scuola.

Il Governo ha ricevuto dal Comitato tecnico-scientifico istituito per l’emergenza coronavirus il documento con le misure per il rientro a settembre.

L’obiettivo di tutti è “tornare a scuola in presenza, ma anche e soprattutto in piena sicurezza”, ha sottolineato la ministra Lucia Azzolina: “Il Governo è al lavoro per riportare tutti gli studenti in classe. Questo documento è la cornice in cui inserire il piano complessivo di riapertura: poche semplici regole, soluzioni realizzabili che ci permetteranno di tornare tra i banchi in sicurezza”.

Un momento importante per i genitori e per le scuole che da settembre potranno riaprire ai studenti.

Nel documento che segue tutte le novità per il settore scuola.

DOCUMENTO-TECNICO-SULL’IPOTESI-DI-RIMODULAZIONE-DELLE-MISURE-CONTENITIVE-NEL-SETTORE-SCOLASTICO

Usa, Trump ha firmato il decreto contro i social

E’ stato firmato dal presidente americano Donald Trump l’ordine esecutivo sui social media che prevede l’eliminazione dell’immunità legale nel caso di cause legate ai contenuti. Una mossa destinata ad innalzare il livello di scontro con le società di social media dopo che Twitter ha inaugurato la funzione di fact checking dei tweet più controversi del presidente.

La portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany aveva annunciato il provvedimento anche se non era stato diffuso alcun dettaglio attraverso i canali ufficiali.

Da parte sua, il Ceo di Twitter, Jack Dorsey, in tre tweet aveva annunciato che “continueremo a segnalare informazioni errate o contestate sulle elezioni a livello globale”. I tweet di Trump, ha continuato il capo del social, “potrebbero indurre le persone a pensare erroneamente che non è necessario registrarsi per ottenere una scheda elettorale”.

Nell’ordine esecutivo si incoraggia anche la Federal Trade Commission, la commissione federale per il commercio, a valutare le denunce di parzialità politica rivolte da singoli cittadini ai social media per stabilire se costituiscano “pratiche commerciale ingiuste o ingannevoli”.

Le parole di Donald Trump non sono piaciute nemmeno all’inventore di Facebook, Mark Zuckerberg. che ha dichiarato: “Non mi sembra una giusta reazione da parte del governo censurare una piattaforma perchè si è preoccupati della censura“.

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Germania, Ric Grenell, lavorerà nella campagna elettorale di Donald Trump

Grenell è un fedele alleato di Trump che recentemente si è dimesso da direttore a interim dell’intelligence nazionale.

La nomina arriva in un momento in cui Trump è in calo nei sondaggi a livello nazionale e in alcuni Stati chiave per le elezioni generali.

Non è chiaro quale sarà il suo ruolo o se lavorerà dal quartier generale della campagna nella Virginia del Nord. La cosa certa è che Grenell è stato visto entrare alla Casa Bianca martedì pomeriggio, poco dopo che la campagna di Trump aveva annunciato la promozione del consigliere politico senior Bill Stepien come vice direttore della campagna.

Intanto, mentre si appresta a lasciare l’incarico nei prossimi giorni, in un’intervista rilasciata al quotidiano “Handelsblatt”, Grenell ha criticato Berlino in particolare riguardo al progetto Nord Stream 2, il gasdotto in realizzazione tra Russia e Germania attraverso il Mar Baltico. L’ambasciatore Usa a Berlino ha dichiarato che la Germania “deve smetterla di dar da mangiare alla bestia”, ossia alla Russia, “mentre non paga abbastanza per la Nato”.

Gli oscar della letteratura 2020: le nominations.

Nel mondo del cinema le nomination degli Oscar, i più importanti premi al mondo per il cinema, nel 2019 sono arrivati alla loro 91ª edizione. Sono assegnati dalla Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che riunisce circa ottomila professionisti del settore. La “notte degli Oscar”, è la serata in cui viene assegnato un premio ambito e seguitissimo tanto dagli attori e dai registi quanto dai fans. Le categorie degli Oscar del cinema sono ventiquattro; ma a differenza dei Golden Globe, gli Oscar premiano solo i film (non le serie), ed assegnano i premi tecnici (trucco e fotografia, per intenderci). Anche il mondo dei libri ha i suoi premi e le sue serate di gala, com’è giusto che sia. In un Paese come l’Italia in cui si legge sempre meno non vengono tuttavia ignorati i talenti che, di anno in anno, scalano le classifiche letterarie. 

Il Premio Internazionale “Golden Books Awards” 2020,  l’ “oscar della letteratura” in Italia, anche quest’anno ha selezionato un gruppo di autori, ritenuti nel panorama italiano coloro che si sono distinti per particolari meriti artistici e mediatici nell’ultimo anno. Gli “oscar” della letteratura del 2020 verranno assegnati nel maestoso “Hotel Terminus” di Napoli, quando allo spoglio delle buste da parte del giornalista Andrea Pressenda (Sky) verranno letti i nomi dei vincitori, ognuno nella propria categoria di merito. Il premio, promosso dall’ “Accademia degli Artisti”, vedrà come Ospite d’Onore il celebre scrittore Fabrizio Caramagna. Saranno inoltre presenti nella distribuzione dei premi l’attore Giovanni Caso, il poeta Roberto Colonnelli, Alessandro Ginori, ed il Cav. Giuseppe Barra del Centro culturale Studi storici di Eboli. Le nomination valgono per le seguenti categorie: Premio Assoluto, premio alla Critica, alla Cultura, alla Letteratura, alla Trama, all’ Alto Merito Narrativo e Premio della Giuria. 

Nella lista testuale delle Nomination all’ambita Statuetta Oscar sono stati menzionati numerosi scrittori. Tra i candidati all’oscar: Luciano Varnadi Ceriello con “Il segreto di Marlene”; Stefania Divertito con “Cernobyl Italia”; Giorgio Venturini con “Il cielo e un migliaio di stelle”; Lelia Bice Zanardelli con “Lager 33”; Giannantonio Spotorno con “Ti racconto la politica”; Danilo Campanella con “Il libro delle guerre dei signori”; Marinella Tumino con “L’urlo del Danubio”; Duilio Celenza con “Il racconto di una futura leggenda”; Marco Bussoli con “La persistenza dell’anima”; Celestine Chidiebere con “La guarigione delle memorie”; Luigi Anastasio con “L’ultima crociata dei D’Altavilla”; ed inoltre Cristiano Calì; Marco Musso, Bruno Scarpini; Gabriella Pirazzini; Antonio Agosta; Gianluca Di Stefano. A causa della pandemia Covid-19, verrà comunicata soltanto prossimamente la data definitiva della serata di gala. Presenterà la serata il giornalista Sky, Andrea Pressenda.

Milano: riapre la mostra dedicata a Georges De La Tour

Riapre a Milano a Palazzo Reale la straordinaria mostra Georges de La Tour: l’Europa della luce, aperta il 7 febbraio scorso, accolta come un evento dalla stampa e con centinaia di prenotazioni attivate dal pubblico, chiusa per l’emergenza sanitaria dal 24 febbraio e riaperta poi per una sola settimana dal 2 all’8 marzo.

Per riaprire i 28 musei prestatori da 3 continenti hanno dovuto tutti accettare di prorogare il prestito delle 33 opere sino al 27 settembre, permettendo dunque di visitarla per altri 4 mesi, con le misure di sicurezza stabilite dalle autorità governative e regionali.

La prima mostra in Italia dedicata a Georges de La Tour, attraverso mirati confronti tra i capolavori del Maestro francese e quelli di altri grandi del suo tempo ­ tra cui Gerrit van Honthorst, Paulus Bor, Trophime Bigot ­ porta una nuova riflessione sulla pittura dal naturale e sulle sperimentazioni luministiche, per affrontare i profondi interrogativi che ancora avvolgono l’opera di questo misterioso artista.

Un’esposizione unica considerato che, come ebbe a sottolineare Roberto Longhi, in Italia non vi è conservata nessuna opera di La Tour e sono circa 40 le opere certamente attribuite al Maestro, di cui in mostra ne sono esposte 15 più una attribuita.

A Seul torna il lockdown

La Corea del Sud ha ripristinato le misure di lockdown nell’area metropolitana di Seul, dove vive metà dei 52 milioni di abitanti che compongono la popolazione totale del Paese.

E questo dopo un nuovo record giornaliero dei contagi di coronavirus, il più alto in circa due mesi. Lo ha annunciato il ministro della Sanità Park Neung-hoo, spiegando che musei, parchi e gallerie d’arrte verranno nuovamente chiusi a partire da domani e per due settimane.

E’ stato inoltre chiesto alle aziende di reintrodurre lo smart working e altre misure di lavoro flessibile.

Gli abitanti di Seul dovranno anche evitare di ritrovarsi in gruppo o di recarsi in luoghi affollati, compresi bar e ristoranti. Gli istituti religiosi e i luoghi di culto dovranno essere particolarmente vigili per far rispettare le regole imposte per contenere i contagi. Non sarà invece rinviata la riapertura delle scuole.

Le limitazioni erano state revocate lo scorso 6 maggio, quando la pandemia sembrava essere sotto controllo.

 

Una rinascita?

Poteva essere una giornata all’insegna della nuvolosità e magari di un’insistente e dispettosa pioggia. Magari, il cielo è proprio così, ma così non è la scena che io desidero descrivere.

L’Europa ha svelato un volto sorridente. Ero per lo più scettico, oggi ho però esonerato questo mio modo di pensare. Tutto faceva presupporre che le cose andassero storte. Nutrivamo seri dubbi sulla Germania e sapevamo per certo che i governi retti da forze sovraniste avrebbero storto il naso e chiuso la saracinesca nei confronti di politiche solidaristiche.

Per nostro vantaggio, i Paesi riottosi sono di bassa levatura. Sono quattro, e pesano comunque poco. Austria, Danimarca, Olanda e Svezia contano pochissimo. Non sono certamente né la Francia, né tantomeno la Germania. Se questi due ultimi Paesi sintonizzano e così è capitato, gli altri sono sicuramente messi agli angoli. In questo caso accanto ai due grandi Paesi, va affiancata l’Italia e la Spagna. La prima, di pari grado alle altre due; la seconda, un minuscolo gradino sotto.

Quanto riferito ieri dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. ci ha permesso di oltrepassare l’oceano. Un mare oscuro, movimentato e pericoloso. L’Europa ha trovato finalmente un volto che fino ad oggi, n on sembrava essere alla sua portata. Questo è un passo fondamentale per permettere al Vecchio Continente di non farsi intimorire dai colossi che oggi vanno per la maggiore. Possiamo così guardare in faccia tanto gli Stati Uniti, quanto la Russia e non meno la Cina.

Questi avrebbero con gran gioia accolto lo sgretolamento di questo ricco continente. Ma con orgoglio gli Europei non si sono stupidamente piegati ai desideri degli altri. Il finanziamento di ben 750 miliardi, dati in buona sostanza, secondo il principio di solidarietà per 500 miliari a fondo perduto e la restante parte con basso interesse, spalmato in trenta anni, ci rimette in piedi.

Nessuno ci avrebbe creduto.

E io che avvertivo in me la forte presenza di uno smodato scetticismo sono rimasto completamente sorpreso. Oserei dire, persino ammutolito. Quante volte non abbiamo sentito parlar male della Germania; quanto volte non ci è capitato di sottolineare l’ambiguità dei Francesi; quante volte non siamo stati vinti dall’idea che è meglio far da soli? Una infinità! Adesso, tutto questo è stato smentito. Possiamo dirci graziati e fortunati. Le nostre idee erano quindi di gran lunga inferiori alla verità dei fatti.

Certo, i 170 miliardi i euro non entreranno domani mattina nelle nostre casse. Ci sarà ancora gran fatica da spendere. Qualcuno comunque cercherà di ostacolarne il percorso. Comunque dubito che quest’ultimo possa farcela. Se tutto va bene, potremmo avere i primi risconti all’inizio del 2021. E nei successivi quattro anni potranno colmarsi i trasferimenti. Quello che conta, al di la della sostanza, e che sostanza!, è l’accordo politico ormai sancito tra i Paesi membri più influenti e importanti della Vecchia Europa. Sapere poi che il denaro giungerà in quattro cinque anni, è persino un bene.

Quante volte non ci è capitato di restituire denaro dei fondi europei, perché non siamo stati in grado di utilizzarli?

A questo punto sarà indispensabile accompagnare quella massa di denaro con delle riforme strutturali serie. Non credo proprio che intascati 80 miliardi a fondo perduto si possa spenderli secondo il ghiribizzo del politico di turno. Qui non si scherza. Questo guaio e questa terribile condizione economica ci costringerà a una serietà pratica e non solamente di annunci. Perché il Paese possa risollevare la sua economia, dopo le promesse di questa gran massa di denari, dovrà dimostrare di essere all’altezza dei compiti e darsi costumi legislativi in sintonia con i grandi fini che ci stiamo proponendo. Se non adesso, quando mai riordinare nel profondo il nostro Paese?

Come sempre dopo una fredda notte, ricompare il sole. Meritiamocelo!

Meglio se Di Maio avesse taciuto

L’Europa questa volta si è mossa e difficilmente le opposizioni faranno breccia nella pubblica opinione rilanciando le accuse sulla mancanza di solidarietà tra i 27 dell’Unione.

Il pacchetto del Recovery Fund proposto dalla Commissione europea per l’Italia ammonta a 172,7 miliardi di euro. 81,807 miliardi sarebbero versati come aiuti e 90,938 miliardi come prestiti.

I 172,7 miliardi proposti dalla Commissione Ue per l’Italia nell’ambito del pacchetto Recovery Fund rappresentano la quota più alta destinata a un singolo Paese. E questo sia in termini assoluti sia per quanto riguarda gli aiuti a fondo perduto che i prestiti. Segue l’Italia la Spagna, con un totale di 140,4 miliardi, divisi tra 77,3 miliardi di aiuti e 63,1 miliardi di prestiti.

La Commissione otterrà i 750 miliardi di euro innalzando “temporaneamente” il tetto delle risorse proprie del bilancio comune al 2% del Pil Ue, e andando sui mercati a finanziarsi. Il debito così emesso dovrà essere rimborsato tra il 2028 e il 2058, attraverso il bilancio comune post 2027. Per reperire risorse Bruxelles propone di includere nuove risorse da tasse sulle emissioni, sulle grandi multinazionali, sulla plastica e web tax.

“Ottimo segnale da Bruxelles, va proprio nella direzione indicata dall’Italia – ha scritto il premier Giuseppe Conte sui social – Siamo stati descritti come visionari perchè ci abbiamo creduto dall’inizio. 500 mld a fondo perduto e 250 di prestiti sono una cifra adeguata. Ora acceleriamo su negoziato e liberiamo presto le risorse”.

“Il Recovery fund significa metterci in grado di spendere tutti i soldi che servono: la priorità adesso è abbassare le tasse, non dobbiamo sbagliare come dieci anni fa. Usiamo i soldi per abbassare le tasse”, ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio nel corso della registrazione de ‘L’Intervista’ di Maurizio Costanzo, in onda su Canale 5.

Proprio questa dichiarazione suscita perplessità. La proposta della Commissione deve passare sotto le forche caudine della verifica nel Consiglio europeo. Si annunciano trattative ancora lunghe e faticose. Di Maio, con l’appello alla riduzione delle tasse, lancia un messaggio demagogico e mette in difficoltà lo stesso capo del governo. Pensare di usare i fondi europei per abbassare il carico fiscale significa dare la stura ai Paesi del nord Europa – Olanda in testa – a rimpinguare le polemiche contro un’Italia che si comporta irresponsabilmente da cicala. Conte avrà da spiegare, al tavolo del negoziato con gli altri partner, se queste uscite improvvide e maldestre del Ministro degli Esteri rispondono all’indirizzo collegiale del governo. Era meglio che Di Maio tacesse.

Il piccolo e il grande. Dagli assistenti civici al popolarismo.

Quanto al “piccolo”.

Quella degli “Assistenti Civici” non mi pare affatto una buona idea.
Non perché la prospettiva di un impegno organizzato dei cittadini per una funzione di interesse comunitario sia sbagliata: anzi.
Il problema è che qui di “volontariato” nel vero senso del termine non si vede manco l’ombra.
Esso è infatti espressione libera (e assolutamente gratuita) del tessuto sociale ed esiste solo se in simbiosi con le comunità territoriali. Deve essere basato su motivazioni profonde, formato ed organizzato.

Non si può indire un “bando statale” per volontari: è un ossimoro.
Ciò risulta ancor più strampalato se lo si pensa nell’ambito della Protezione Civile.
La quale – come ci ha insegnato il compianto “Maestro” Zamberletti – deve respirare con due polmoni: quello di una snella ed efficiente struttura pubblica (statale, regionale e comunale secondo il principio della sussidiarietà) e quello di un volontariato organizzato e riconosciuto, sul modello – aggiungeva – di quei territori italiani che ancora conservano le tradizioni dell’impero austro-ungarico fondate sui Corpi Comunali Volontari dei Vigili del Fuoco. I reclutamenti estemporanei, avulsi dalla rete comunitaria e, tra l’altro, equivoci sotto il profilo della gratuità non fanno parte di questa logica.

Sarebbe invece necessario perseguire la prospettiva indicata da Zamberletti . Ma la strada è tutt’altro che quella ipotizzata.
Occorrerebbe piuttosto, in primo luogo, valorizzare e potenziare la rete delle organizzazioni del volontariato di Protezione Civile oggi esistente nei vari territori, pur se purtroppo a macchia di leopardo ed investire sul ruolo centrale dei Comuni e delle Regioni.
E, in una logica di medio periodo, investire sulla formazione dei volontari e sulla loro organizzazione, anche attraverso una nuova definizione giuridica che li identifichi non come “tappabuchi”, ma come parte essenziale ed integrante del sistema della Protezione Civile, con la stessa dignità delle strutture permanenti. Come avviene in alcune (rare) Regioni e Provincie Autonome italiane e come invece è realtà consolidata in mezza Europa.
Non è con questa iniziativa equivoca e pasticciata degli Assistenti Civili che si percorre tale strada.

Quanto al “grande”.

Anche questa vicenda – che in se può essere considerata come marginale nel mare dei problemi del Paese – è però indicativa di un problema di “orientamento” della politica attuale.

Mancano paradigmi di cultura politica e di concezione delle istituzioni capaci di collocare le scelte (piccole e grandi) in un orizzonte che abbia senso compiuto e coerente.
Cresce la percezione della mancanza di un “centro” inteso – come giustamente scrive sul Domaniditalia Lucio D’Ubaldo – non come furbesca attitudine all’equidistanza tra la destra e la sinistra, magari sintonizzata sul radar della convenienza di potere, ma come fondamento di una prospettiva di governo equilibrato e progressivo dei fenomeni sociali e politici. Secondo i principi di una democrazia “comunitaria” (non fondata cioè sul primato dell’individualismo, ma su quello del personalismo comunitario che si esprime nella ricchezza plurale delle formazioni sociali e civili) e orientata alla giustizia sociale (non “neutra”, cioè, rispetto alla questione fondamentale della disuguaglianza e alle conseguenze della pura logica del mercato).

È alla ricostruzione di un “centro” così concepito (ma, spero proprio, così “non” denominato) che la cultura politica del popolarismo- oggi dispersa, in parte essa stessa spiazzata dai cambiamenti e in parte insonnolita e sconnessa con i propri mondi vitali – deve dare il proprio peculiare contributo, con una propria “piattaforma” e con il coraggio di nuovi linguaggi, nuove leadership, nuove forme organizzate.

La distruzione del pianeta provoca la ribellione della natura

Anche adoperando la distinzione tra ‘mondo’ e ‘terra’ recentemente proposta da Pietrangelo Buttafuoco per spiegare il conflitto natura-progresso e dar conto dello “stupro” che si perpetua,  riuscirebbe difficile riassumere quello che è successo negli ultimi decenni di presenza dell’uomo e della vita sul pianeta.

Siamo sideralmente lontani dalla descrizione del villaggio di Macondo nel celebre incipit di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez:  ‘Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito’.

Dopo l’onda lunga e pervasiva della globalizzazione che ha scardinato le coordinate spazio-temporali della sostenibilità ambientale a favore di una prevalenza antropologica totalizzante e ubiquitaria, ora potremmo dire che quella concezione primordiale di conoscenza del mondo – che generava stupore, emozione e rispetto nella sua scoperta-  si è ribaltata: sappiamo adesso il nome di ogni cosa e anzi abbiamo a disposizione più nomi che oggetti.

Per la prima volta nella storia disponiamo di una serie di definizioni superiori alla stessa realtà: poiché la dominiamo apparentemente al punto tale da sentircene padroni per poterla descrivere in modi diversi.

Specialmente se utilizziamo le categorie della conoscenza reale e di quella virtuale: la globalizzazione agisce come moltiplicatore infinito di potenzialità a portata di mano.

Tecnologia e digitalizzazione rischiano di perdere la loro neutralità se non sono guidate dalla prudenza e dalla lungimiranza che muovono verso il bene comune.

Servirebbero la sapienza e la penna di Emanuele Severino per aggiungere un nuovo capitolo al suo libro di riflessioni sullo stato attuale del mondo: i “macigni” del nostro tempo (islam, cristianesimo, capitalismo, comunismo, democrazia) che rotolano dalla montagna e si vanno disgregando sotto l’attrazione della forza di gravità che domina il nostro tempo, l’unione della filosofia e della tecnica e il lento prevalere assorbente di questa sulla prima.

Bisogna recuperare le ragioni di una compresenza tra due poli che non sono antitetici: come sostiene Giulio Giorello scienza e tecnica possono essere ancillari alla ricerca filosofica poiché sono in grado di offrire un supporto strumentale indispensabile al perseguimento di scopi e progetti esistenziali e di modelli di convivenza eticamente orientati. 

Filosofia non come speculazione teoretica ma come disciplina ordinativa e orientante.

Ci sono nuove sovrastrutture che lentamente sostituiscono le rappresentazioni ideologiche e le loro derive, la geopolitica e la geoeconomia interagiscono e si sovrappongono muovendo le pedine della finanza e degli interessi commerciali sullo scacchiere mondiale, secondo logiche espansive ed  egemoniche.

Tuttavia la crescita economica è spesso incompatibile con le regole imposte dalla natura: quando queste sono violate si possono verificare conseguenze dagli esiti imprevedibili.

Una intera umanità che gira con le mascherine, che è irreggimentata in divieti, regole, ordini, sanzioni pone interrogativi sul presente e sul futuro. 

Il Mondo nuovo di Aldous Huxley è alle porte: anzi lo stiamo già abitando.

Crescendo in media di 70 milioni ogni anno entro il 2050 raggiungeremo l’astronomica cifra di dieci miliardi di abitanti.

Come noto gli studi del biologo Edward O. Wilson ipotizzano in 6 miliardi di esseri umani il limite di tollerabilità ambientale, oltre il quale l’antropogenesi planetaria mette in discussione in modo reattivo e violento la soglia di sostenibilità ambientale.

E’ giunta l’ora che i governi degli Stati e gli Organismi internazionali impongano confini invalicabili all’invadenza espansiva della post-globalizzazione, che l’uomo la smetta di consumare e distruggere le risorse naturali e ambientali pena l’incombenza di ultimative condizioni di sopravvivenza delle specie, ivi compresa quella umana.

L’ ONU ha evidenziato che ci troviamo alle soglie della sesta estinzione della vita sul pianeta, la prima per mano dell’uomo. E’ inaccettabile che gli interessi dei singoli Stati o delle alleanze generate a livello geopolitico e geoeconomico ignorino il grido d’allarme ambientalista , sia esso quello lanciato da Greta Thunberg o rappresentato dagli atti degli organismi internazionali, troppo spesso ignorati.

Eppure autorevoli economisti, finanzieri, banchieri, politici e presunti tali non riescono a creare un nesso logico tra compromissione ambientale e tutti i temi canonici di cui si occupano: la crescita/decrescita del PIL è condizionata da un pull di fattori ma non è estranea al tema della sostenibilità tra natura e progresso.

Il mondo sta tollerando una costosa burocrazia dell’inazione e dell’indecisione: istituzioni che producono Rapporti eloquenti nella loro drammaticità previsionale ma che non sortiscono esiti concreti e inversioni di rotta, poiché cozzano con le logiche appropriative, espansive e spartitorie delle grandi potenze 

Il tema della sostenibilità ambientale sovrasta ogni ragionevole discussione sui destini del mondo.

A cominciare dal processo di estinzione delle biodiversità, analizzato in tutta la sua drammatica attualità dai Rapporti ONU/OCSE/Ipbes dello scorso anno, più volte citati anche in relazione agli studi e alle ricerche che hanno messo e mettono in relazione questo fenomeno con l’eziopatogenesi del flagello pandemico planetario in atto.

L’impreparazione dell’umanità in generale ad un simile evento e lo scomposto reagire della politica mondiale – tra delirio di onnipotenza e di controllo da un lato ed empiriche soluzioni di contenimento e di profilassi e terapia dall’altro  – hanno messo in evidenza la forza dirompente e reattiva della natura ad una costruzione antropocentrica della realtà.

Così come è impostato, il concetto di progresso illimitato invera e suscita la reazione di quella parte della natura che biologicamente reagisce per non essere soggiogata allo strapotere umano.

Il pianeta è come una balena spiaggiata, piena di plastica  e intossicata, le sue icone sono la deforestazione (specie Amazzonica) provocata dall’uomo, per disboscamento o incendio, l’inquinamento totale, la siccità, il surriscaldamento globale, la scomparsa lenta e inesorabile delle biodiversità, l’innalzamento dei mari provocato dallo scioglimento dei ghiacciai.

Uno studio del 2017 dell’Amap (Arctic Monitoring and Assessment Programme) aveva rivelato come a causa del riscaldamento globale nel 2030 il Mar Glaciale Artico potrebbe essere privo di ghiacci nella stagione estiva, con conseguente innalzamento del livello del mare e connessi rischi per le città che dovrebbero arginare l’avanzare degli oceani.

Si prevede tra l’altro che nel 2100 a causa dello scioglimento dei ghiacciai del Polo Nord, i livelli degli oceani potrebbero innalzarsi fino a 25 centimetri, un’evenienza che avrebbe ripercussioni drammatiche in città come New York e Tokyo, per citare le più importanti.

La natura sembra subire l’opera distruttiva dell’uomo ma quando gli equilibri di compresenza e compatibilità vengono alterati, essa si ribella e finisce per ostacolare, arginare, fermare lo strapotere della specie umana.

Vivendone ora le drammatiche conseguenze dovremmo capire che anche lo scatenarsi di una crisi pandemica a livello mondiale rientra in una forma reattiva a comportamenti scellerati.

 

Il codice di Silvio Spaventa, ministro di ferro

E’ stato un personaggio molto interessante da decifrare, e già pochi anni fa decisi di studiarne le teorie di pensiero, scoprire i contenuti del suo impegno socio-politico. Ed è stata una piacevole sorpresa. Benché nel corso degli ultimi decenni del XX secolo sia stata redatta qualche monografia dedicata – specie riguardo le sue  iniziative giuridiche inerenti il Consiglio di Stato e la giustizia amministrativa – la storiografia risorgimentale lo ha costantemente ignorato, o ne ha sminuito la figura istituzionale. Così, finalmente, ho l’occasione di parlarne, rendendogli onore e il giusto riconoscimento.

Statalismo, legge, ordine, unità. Questi furono gli elementi che permearono la sua coscienza politica e il suo spirito identitario. Lui, patriota laureato in legge e condannato a morte per cospirazione dalla giustizia borbonica nel lontano 1849, subì un processo durato trentasei mesi. La pena, commutata in ergastolo, la scontò per gran parte a Santo Stefano, al largo di Ponza, dove continuò a studiare maturando i suoi principi ideali, che avrebbe trasposto nella concezione ligia di giustizia, nel senso delle istituzioni, nel nome di un costituzionalismo rigido ma ispirato a una filosofia sostenitrice della rappresentanza parlamentare. Così si presentò l’abruzzese Silvio Spaventa nel panorama politico dell’Italia unificata. A seguito della ennesima condanna, quella relativa all’esilio perpetuo, nel 1859 approdò in Irlanda e attese forzatamente gli eventi italiani, confluiti nelle “primavere” del 1859-60 e poi nell’Unità.

Tornato a Torino, con la benedizione di Cavour si recò a Napoli dove trattò affinché i vecchi poteri raggiungessero un accordo con il fine ultimo di inglobare pacificamente l’ex Regno dei Borbone nell’Italia monarchica. In aperto contrasto con Garibaldi, che non riconosceva come reggente dei nuovi ordini costituiti, nel novembre del ’60 assunse la carica di Ministro di Polizia del governo luogotenenziale (e provvisorio) napoletano, ricoprendo l’incarico di riportare ordine e legalità. Impresa difficilissima, per non dire disperata.

Animato da un materialismo di stampo hegeliano e da buon giurista qual era, mise immediatamente mano alla legislazione amministrativa e penale dando luogo a una sfida alla criminalità senza precedenti. Napoli, soprattutto nel periodo pre-unitario, in cui il vuoto di attribuzioni intercorso tra l’abdicazione di Francesco II e la dittatura provvisoria stava provocando un’ondata di illegalità e malaffare gigantesca, si era trasformata in un porto franco, o meglio, nell’anello debole del nuovo Regno. Un habitat in cui la criminalità non era più impersonata dal retrivo brigantaggio antiunitario o da diseredati che facevano degli abusi il loro motivo di vita, bensì da una fitta rete di fuorilegge raccolti in associazione che già allora poteva definirsi con un sostantivo tanto appropriato quanto attuale: mafia, o camorra. Spaventa, di fronte a una simile condizione, non fu sic et simpliciter il fautore per eccellenza del ripristino della  legalità, bensì un personaggio che aveva deciso di estirpare il fenomeno alle sue radici (un po’ come avrebbero tentato di fare un secolo dopo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) mettendo mano ai codici con lucidità e pragmatismo. L’obiettivo primo era di stroncare alla base quelle forme di attività illecita e sovversiva che si stavano facendo sempre più raffinate e capillari, ma soprattutto, conniventi con la parte corrotta delle istituzioni.

Nel tormentato Mezzogiorno, presso i luoghi che richiedevano un intervento di polizia urgente, fonti di povertà diffusa, disoccupazione e malcontento popolare, l’aspettativa di vita si aggirava intorno ai trent’anni di età. E’ proprio in quell’humus civis annichilito da secoli di miseria e disuguaglianza sociale che il crimine si organizzò a difesa dei propri interessi, caratterizzati da forme ultra-moderne di malaffare: contrabbando, prostituzione, pizzo, estorsione, coercizione e omicidi su commissione. Tutto era controllato all’origine da guappi o da capi-rione di turno spesso manovrati a loro volta da reclusi ed ergastolani rinchiusi nelle patrie galere meridionali. Fu grazie al neo “Ministro di ferro” che il codice penale italiano, ex-novo, estese alcune leggi – sino a quel periodo applicate in prevalenza al brigantaggio – anche alla criminalità organizzata dell’hinterland napoletano e del decaduto Regno delle Due Sicilie. Null’altro si trattava che di una Legge Pica in embrione, la numero 1409 dell’agosto 1863.

Spaventa si orientò nell’attività di prevenzione, oltre che di repressione; chiese e ottenne l’applicazione del domicilio coatto per quanti fossero accusati dei reati di mafia e associazione per delinquere, il che diede luogo non solo a vaste operazioni di polizia, ma anche a riformare alcuni pacchetti di giustizia, i quali avrebbero mantenuto le stesse prerogative per la buona parte del Novecento. Emblema dell’impegno di Spaventa fu la epica retata compiuta a Napoli dai carabinieri e dalla guardia nazionale il 16 novembre 1860, per cui vennero mobilitati interi reparti di uomini e che portò all’arresto, nel giro di un giorno, più di cento mafiosi accusati per la maggioranza di contrabbando e traffici illeciti.

Come spesso accade ai nostri giorni, anche allora, grazie alle “intercettazioni” del tempo e alle delazioni,  il funzionario teatino fu “promosso” e passato di grado in virtù di uno scandalo nel quale venne tirato in ballo: l’assunzione presso i Servizi delle Poste di un soggetto accusato di omicidio, e che, si sospettava, avesse ottenuto il posto di lavoro proprio grazie alla intercessione dello stesso Spaventa. Sfuggito a un attentato il 24 aprile 1861 a seguito della stesura di nuove disposizioni di legge (segno che la sua politica stava colpendo nel segno), nell’estate successiva fu costretto alle dimissioni. Spedito a Torino e nominato Vice-Ministro degli Interni  a fianco di Marco Minghetti, divenne uno dei politici più brillanti della Destra Storica, suo gruppo di appartenenza. Al suo posto a Napoli arrivò il generale Enrico Cialdini – non proprio una mente raffinata – il quale riprese il pugno duro contro il brigantaggio allentando di fatto la pressione sul fenomeno mafioso, che dilagò in tutto il Sud Italia con metodi sempre più ricercati e sempre più destabilizzanti.

Se Trump viene corretto da un social media

La società di San Francisco ha corretto  il presidente Usa per la prima volta.
La compagnia ha segnalato due tweet con l’avviso di verificare i fatti e un link in cui si spiega che le dichiarazioni del tycoon sono prive di fondamento.

Nel primo l’inquilino della Casa Bianca evocava  il rischio di frode elettorale dopo che il governatore della California Gavin Newsom ed altri suoi colleghi democratici hanno introdotto o stanno valutando la possibilità del voto per posta a causa del coronavirus.

Il Secondo tweet censurato sono accuse di Trump che si basano su una teoria della cospirazione screditata che afferma, senza prove, che Scarborough ha avuto un ruolo nella morte del 2001 dell’allora agente Lori Klausutis.

Tali affermazioni sono minate dall’autopsia ufficiale, che ha scoperto che Klausutis aveva una condizione cardiaca non diagnosticata. Storia dolorosamente raccontata in una lettera scritta la settimana scorsa dal marito di Klausutis, Timothy, al CEO di Twitter Jack Dorsey. Nella lettera, che è diventata pubblica martedì, Timothy Klausutis ha supplicato Dorsey di rimuovere i tweet di Trump.

La risposta di Trump non si è fatta attendere: “Twitter sta interferendo nelle elezioni presidenziali 2020. Stanno dicendo che la mia dichiarazione sul voto per posta, che porterà ad una massiccia corruzione e alla frode, non è corretta, basandosi sul fact-checking delle Fake News di Cnn e del Washington Post”, ha twittato. “Twitter sta completamente sopprimendo la libertà di parola ed io, come presidente, non consentirò che accada!”.

Twitter ha rifiutato di commentare le affermazioni di Trump ma ha fatto sapere che: “Questi tweet contengono informazioni potenzialmente fuorvianti sui processi di voto e sono stati etichettati per fornire un contesto aggiuntivo riguardo alle votazioni per posta elettronica”, ha detto il portavoce di Twitter Katie Rosborough a CNN Business in una e-mail. “Questa decisione è in linea con l’approccio che abbiamo condiviso all’inizio di questo mese “.

 

Coldiretti: con la riapertura delle regioni a giugno, 7 milioni di italiani pronti a mettersi in viaggio

La decisione sul via libera allo sconfinamento tra regioni è attesa per programmare le vacanze da 7 milioni di italiani che scelgono il mese di giugno per mettersi in viaggio. E’ quanto stima la Coldiretti in riferimento alla decisione del Governo in merito alla possibilità di sconfinamento tra regioni a partire dal 3 giugno destinata ad avere un rilevante impatto economico ed occupazionale sul turismo duramente colpito dall’emergenza coronavirus.

Se la presenza straniera in Italia rappresenta comunque una pesante incognita, la speranza – sottolinea la Coldiretti – viene infatti riposta sul 40% di italiani che preferiva viaggi all’estero e che quest’anno potrebbe decidere di rimanere nel Belpaese secondo l’Enit.

Una vera boccata di ossigeno importante per il turismo nazionale dopo che – sottolinea la Coldiretti – durante gli ultimi tre mesi ammontano a 81 milioni le presenze turistiche perse per effetto del lockdown che ha azzerato i flussi dei viaggiatori a partire da marzo che segna tradizionalmente il rilancio stagionale con il susseguirsi di occasioni di vacanza tra le festività di Pasqua, Festa della Liberazione, 1 maggio e Pentecoste, rilevante soprattutto per gli arrivi dall’estero.

L’impatto economico fra marzo, aprile e maggio è stato drammatico con l’azzeramento della spesa turistica nel trimestre con una perdita stimata dalla Coldiretti in quasi 20 miliardi di euro per l’alloggio, la ristorazione, il trasporto e lo shopping. A pagare il conto più salato è l’alimentare con il cibo che – sottolinea la Coldiretti – è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa 1/3 della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche.

La ripartenza turistica della ristorazione si ripercuote a valanga sul sistema produttivo industriale ed agricolo, Made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco.

Il cibo – continua la Coldiretti – è diventato il vero valore aggiunto della vacanza Made in Italy con l’Italia che è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa con 299 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale.

Senza dimenticare – continua la Coldiretti –le oltre 24 mila aziende agrituristiche italiane che rappresentano tradizionalmente una meta privilegiata delle vacanze a giugno e che,  spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse – sottolinea la Coldiretti – i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche e con l’arrivo della bella stagione sostenere il turismo in campagna significa evitare il pericoloso rischio di affollamenti al mare o nelle città.

Non è un caso che – conclude la Coldiretti – delle 43.399 denunce di infortunio da Covid-19 al lavoro registrate dall’Inail appena lo 0,06% riguarda l’agricoltura dove nelle 730mila imprese italiane non si è peraltro mai smesso di lavorare per garantire le forniture alimentari alla popolazione, secondo l’analisi della Coldiretti sulla base delle denunce complessive di infortunio pervenute all’Inail tra fine febbraio e il 15 maggio 2020.

Lavoro agile PA, parte il monitoraggio

Il Dipartimento della funzione pubblica ha avviato il monitoraggio dello stato di attuazione del lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni nel periodo gennaio-aprile 2020. L’iniziativa è finalizzata a rilevare informazioni quantitative e qualitative sulla diffusione dello smart working prima e dopo l’emergenza COVID-19, a seguito della quale il ricorso al lavoro agile è stato previsto quale modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa da parte dei dipendenti pubblici.

Realizzato attraverso la somministrazione di un questionario online accessibile attraverso il portale del lavoro pubblico, il monitoraggio contribuisce alla creazione e all’alimentazione periodica di una base di conoscenza a supporto delle politiche in materia di lavoro pubblico.

I risultati del monitoraggio, che si concluderà il prossimo 21 giugno, saranno pubblicati nella sezione “Lavoro agile e COVID-19” del sito istituzione del Dipartimento della funzione pubblica, nel quale sono già raccolti e verranno progressivamente pubblicati riferimenti normativi, linee guida, strumenti operativi e buone prassi in materia di smart working, da promuovere tra tutte le amministrazioni.

 

Paziente disegna mentre lo operano al cervello

L’ospedale di Cremona è stato teatro di un intervento particolarmente delicato, nel corso del quale un paziente di poco più di 60 anni, operato da sveglio per l’asportazione di un tumore al cervello, è stato impegnato a disegnare, nell’ottica di una tecnica finalizzata a verificare, in corso d’opera, le funzionalità del linguaggio, del movimento e delle abilità cognitive.

Il risultato, post operatorio, per l’artista è stato un bellissimo paesaggio con un grande albero che per l’Ospedale di Cremona rappresenta il simbolo della rinascita.

Unione Europea: Un Recovery Fund da 750 miliardi di cui 500 a fondo perduto.

Il pacchetto del Recovery Fund proposto dalla Commissione europea ammonterebbe a 750 miliardi di euro. Lo scrive la Dpa in un’anticipazione citando fonti ben informate. Stando all’agenzia tedesca, 500 miliardi sarebbero versati come aiuti, 250 miliardi come prestiti.

Il piano della Commissione va dunque incontro alle richieste di Francia e Germania, che avevano proposto un fondo da 500 miliardi composto interamente da aiuti.

I 750 miliardi saranno reperiti sul mercato dalla Commissione europea attraverso emissioni obbligazionarie a lungo termine.

Il Pachetto per l’Italia ammonta a 172,7 miliardi di euro. Lo apprende l’ANSA da fonti ben informate. 81,807 miliardi sarebbero versati come aiuti e 90,938 miliardi come prestiti.

“Una svolta europea per fronteggiare una crisi senza precedenti”: commenta il commissario all’economia Paolo Gentiloni.

Per il Premier Conte: “L’Italia deve farsi trovare pronta all’appuntamento. Deve programmare la propria ripresa e utilizzare i fondi europei che verranno messi a disposizione varando un “piano strategico” che ponga le basi di un nuovo patto tra le forze produttive e le forze sociali del nostro Paese”.

Il rifiuto del centrismo new age

Tutti coloro che prefigurano il rilancio del “centro” sentono il dovere di aggiungere a questa fatidica categoria della politica un elemento qualificativo, ovvero l’aggettivo “autonomo”. Si dice che il centro deve essere e sarà – quando sarà – autonomo, di certo perché la sua azione non può diversamente dichiararsi, pena la subalternità alla destra e alla sinistra. Un centro, pertanto, che secondo la narrazione più spicciola e intrigante dovrebbe ragionare di alleanze solo in fase post elettorale, dentro le Aule parlamentari, sulla base degli equilibri sanciti dalle urne. Da qui dovrebbe derivare, in conseguenza di questa libertà di movimento, la forza di attrazione che un nuovo partito conquisterebbe sul campo rivendicando la regola del gioco solitario, sebbene concepito e vissuto, nel contempo, come gioco a geometria variabile.

Renzi non si è mai dichiarato di centro, eppure applica alla lettera questa mobilità di spirito del “centrismo new age” in voga nell’area dei tanti sostenitori, perlopiù inconsapevoli, del modello trasformistico italiano. I rischi di ambiguità sono alti. Proprio ieri, sulla vicenda dell’autorizzazione a procedere contro Salvini, Italia Viva ha operato all’insegna di tale libertà di spirito facendo del (non) voto renziano l’ancora di salvezza del leader della Lega. Qualcuno ha subito osservato che un primo segnale di ringraziamento è spuntato in Lombardia, nel cuore antico del berlusconissmo e del leghismo, con l’elezione di una consigliera regionale di Italia Viva alla guida di una commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid-19. 

Probabilmente sono illazioni che si nutrono di sospetti troppo facili. In ogni caso, resta agli atti la rappresentazione plastica di una vocazione alle scelte occasionali, a seconda delle convenienze, del partito messo in piedi dall’ex Presidente del Consiglio. La novità s’intride di un giolittismo  alla buona, spoglio di autorità e prestigio. E il giolittismo, come sappiamo, fu la bestia nera di Luigi Sturzo. Ora, senza mancare di misura, rimanendo perciò nell’ambito della buona educazione, viene da chiedersi se un approccio che conferma e rafforza lo scialbore di una democrazia tanto impoverita negli ultimi trent’anni abbia un qualche motivo di fascinazione, specie tra i giovani e meno giovani in cerca, oggi più che mai, di nuove vie d’impegno nella vita pubblica. 

È questo il centro meritevole di attenzione, nutrito di valori   – ad esempio il valore della coerenza – all’altezza di una  autentica prospettiva di rinnovamento civile e morale del Paese, capace perciò di suscitare rispetto e speranza nel popolo italiano? E dunque il futuro si palesa nel folgorante riverbero di opportunismo, come se lo splendore di una proposta politica, in grado di esercitarsi nella libertà di pensiero e di azione, possa specchiarsi felicemente nelle acque torbide della spregiudicatezza e del disincanto? Sta qui la virtù dell’essere di centro, a stralcio di una storia che ne racconta viceversa la tensione e lo slancio, nonché l’interna verità dell’anticomunismo democratico, se solo andiamo con la memoria al dibattito tra De Gasperi e Dossetti? Nient’affatto, non è questo il centro di cui ha bisogno la nuova politica democratica, destinata comunque a prendere forma, con fatica e sacrificio, nell’incandescenza di una crisi epocale dell’economia, della società e in ultimo delle stesse istituzioni.

Padre Giulio Albanesi: Un continente oltre i soliti stereotipi

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

L’idea di un’Africa quasi fosse una sorta di “buco nero” nell’enciclopedia dei saperi è assai diffusa. La riprova sta nel fatto che si parla spesso di questo continente a sproposito. Tutto sembra avvolto negli occhi prevenuti dell’immaginario occidentale, dentro la sottile polvere dell’Harmattan, il vento del deserto, che avvolge tutto, rendendo la visione grigia, indistinta e agglutinata. È una sorta di miopia dell’anima che contamina qualsivoglia osservatore collocato al di fuori dei confini geografici del continente africano.

L’Occidente, inutile nasconderselo, non è affatto estraneo a questo pregiudizio con uno strascico di polemiche a non finire in riferimento, ad esempio, al grande tema della mobilità umana, da meridione verso settentrione. Ecco perché allora è necessario «mettere le cose nero su bianco», proprio come recita un’espressione ricorrente nel nostro tradizionale discettare che forse potrebbe aiutare a ristabilire il giusto equilibro culturale con l’Africa, almeno dal punto di vista lessicale.

Come rileva l’intellettuale congolese Jean Leonard Touadi, si tratta del solo caso, nella lingua italiana, dove il termine “nero” assume una valenza positiva. D’altronde l’Africa è sempre associata a mali più o meno oscuri, dalle guerre dimenticate, quelle che non fanno notizia, alle carestie infinite per non parlare delle innumerevoli pandemie a cui si è associata recentemente, ultima in ordine temporale, quella del covid-19. Ma questo continente non è solo questo: è molto, ma molto di più. A parte le bellezze naturali, i tramonti mozzafiato e le infinite ricchezze naturali, è soprattutto un poliedrico contenitore di sapienze ancestrali, luogo di passioni, ricchezze culturali e artistiche, galassia di etnie fatte di volti con le loro storie da raccontare. Da qui l’esigenza di compiere uno sforzo collettivo, prendendo lo spunto dall’anniversario della fondazione dell’Organizzazione dell’Unità africana (chiamata dal 2002 Unione africana) il 25 maggio 1963 ad Addis Abeba, in Etiopia.

A dispetto degli scettici pronti a scommettere sulla sua agonia e deriva, di chi lo considera il “binario morto della globalizzazione” o una “zavorra geopolitica”, l’Africa è stata in grado di ottimizzare le situazioni estreme. A questo proposito è illuminante La petite vendeuse de Soleil capolavoro del regista senegalese Djibril Diop Mambety. Nel descrivere la giornata di Sili, una bambina portatrice di handicap, egli è stato capace di mettere in evidenza la partecipazione collettiva, le relazioni umane complementari e non competitive, gli scambi di beni che non sacrificano i retaggi culturali e spirituali. Nel film la piccola protagonista decide di andare per le strade della capitale, Dakar, a vendere il quotidiano locale «Soleil», nome simbolico, questo, che indica nel sole il ritorno della luce dopo il buio della notte. La piccola resiste, affronta la polizia corrotta e la miseria, facendo leva sulla solidarietà e la condivisione del ricavato tra i poveri del quartiere. Sili solo apparentemente rappresenta la quintessenza della debolezza e della rassegnazione passiva, invece ha in sé tutta la grinta e l’energia necessarie per non piegarsi fatalisticamente al destino, per combattere l’infelicità e per cercare di migliorare la propria condizione umana. La sua riuscita diventa l’icona di un’Africa che non s’interroga più, che lavora e crea nel disordine dell’informale, nel pieno delle contraddizioni di una modernità seducente, ma di fatto imposta. Per dirla con le parole del compianto teologo camerunense Jean-Marc Ela, siamo di fronte ad “un’Africa che bolle”, con straordinarie potenzialità, capace di riservare al mondo molte sorprese.

Dobbiamo pertanto guardare a questo continente andando al di là dei soliti stereotipi, come se fosse la metafora drammatica della povertà. Impariamo piuttosto a distinguere tra problemi economici e sociali e il dramma della povertà. L’Africa, per chi la conosce, non è povera ma impoverita, non implora beneficenza o carità pelosa, ma giustizia. Questa è la percezione di chi s’immerge nel profondo del continente: nelle culture, nei villaggi, nelle bidonville, incontrando gente che s’inventa il quotidiano: sono le Afriche — meglio usare il plurale essendo un continente tre volte l’Europa — sommerse, invisibili spesso non solo agli occhi degli stranieri, ma di certe élite locali a volte troppo fagocitate nei meccanismi mimetizzati di una globalizzazione invasiva, fatta di speculazioni a non finire.

Ecco perché la vera sfida sta proprio nel ricucire lo strappo tra le vittime della marginalità sociale ed economica e coloro che fungono da agenti locali di interessi “extra africani”. Per dirla sempre con le parole di Touadi può essere utile ricorrere all’acuta saggezza della filosofia dialogica d’origine ebraica dove “l’Altro” — in questo caso l’Africa o Afriche che dir si voglia — è nello stesso tempo epifania e mistero. «L’Africa come epifania — egli scrive — è quella che cogliamo con lo sguardo di sempre, un continente con le sue piaghe e i suoi drammi, ma anche con le sue bellezze diversificate che si offrono allo sguardo rapito del viaggiatore». E in questo contesto Touadi suggerisce di «lasciarsi attrarre dal mistero del continente che chiede di essere avvicinato con rispetto e forte empatia; che non vuole essere giudicato ma compreso; che non vuole essere adulato ma nemmeno deriso, che non chiede, ma vuole condividere», camminando a fianco degli altri.

Che senso ha la destra in piazza il due giugno?

Il ritorno alla normalità non sembra essere accompagnato da un rinnovato senso di responsabilità che speravamo di poter rinvenire negli atteggiamenti dell’opposizione. Questa è la valutazione suggerita dalla convocazione di una manifestazione per il due giugno a Roma da parte dei tre partiti di destra e di opposizione.  

Infatti che senso ha indire una manifestazione nazionale il giorno prima della riapertura della possibilità di spostamento tra le diverse regioni? Che senso ha fare manifestazioni di piazza mentre si chiede a tutti di evitare assembramenti (anche piccoli) per motivi di salute pubblica? Che senso ha promuovere una manifestazione – di contestazione e di parte – proprio nella giornata dedicata alla Festa della Repubblica, ovvero in una giornata che è la festa di tutti e quindi anche dell’unità nazionale? Vuole forse essere un modo per differenziarsi da chi festeggia la nascita della Repubblica e il ritorno alla democrazia dopo la nefasta parentesi del ventennio fascista? In altre parole, era necessario indirla proprio per il due giugno?

Se quella manifestazione ha un senso, questo è certamente di carattere provocatorio e serve a lanciare un disperato messaggio di finta unità da parte di una destra che è divisa ed in competizione al proprio interno. Mai come in questo difficile momento sarebbe necessaria un’opposizione in grado di avanzare idee e proposte di carattere non propagandistico; ma come si può chiedere di produrre proposte di governo a chi ha fatto della propaganda la cifra della propria azione politica? O in altre parole, come si può chiedere ai populisti di non fare del gratuito populismo?

E’ comunque significativo che anche nel momento in cui amministratori locali, operatori sanitari e governo centrale hanno stabilito dei rapporti di necessaria collaborazione aldilà delle fazioni o delle appartenenze politiche, permanga a destra l’inadeguatezza di un gruppo dirigente che predilige un’opposizione chiassosa e strillata rispetto al quotidiano lavoro per la costruzione di soluzioni. Il senso di responsabilità è da sempre una pre-condizione per poter governare il Paese, ma ancor di più lo è oggi nell’era dell’emergenza epidemiologica.

Tra un mese il nuovo limite per il contante

La nuova soglia massima delle transazioni, che entrerà in vigore tra poco più di un mese, si abbasserà da 3.000 a 2.000 euro (dal 2022 diventerà di 1.000).

Inoltre  sempre il 1° luglio prossimo, entrerà in vigore il credito d’imposta del 30% sulle commissioni pagate dagli esercenti per l’uso del Pos. Un bonus che, in qualche modo, compensa quello che i commercianti hanno sempre denunciato e che li ha portati a preferire di essere pagati in contanti, cioè i costi elevati della moneta di plastica.

Per avvalersi del credito, inoltre, sarà necessario che i ricavi o i compensi relativi all’anno d’imposta precedente non abbiano superato i 400mila euro. Vi sarà la possibilità di utilizzare il credito d’imposta maturato in compensazione a decorrere dal mese successivo a quello in cui la spesa è stata sostenuta.

Università di Washington, Chris Murray: “La pandemia è tutt’altro che finita. bisogna usare la mascherina”.

Chris Murray, ricercatore dell’Università di Washington, ha detto, in una intervista alla CNN che la pandemia di Covid-19 è “tutt’altro che finita”.

“Continuiamo a prevedere, davvero, un sacco di morti fino ad agosto”. “E se guardiamo oltre agosto, anche il totale continuerà ben oltre quella data”.

Murray ha citato nuovi dati di indagine sull’uso delle maschere che mostrano “in media negli Stati Uniti, circa il 40 per cento degli statunitensi afferma nei sondaggi di indossare sempre una maschera. L’ottanta per cento afferma di indossare una maschera in qualche momento o per tutto il tempo “.

Secondo Murray l’uso della maschererina fa sì che la crisi del Covid-19 non sia “così grave come avrebbe potuto essere”. “Ma, naturalmente, le immagini ti fanno domandare se le persone stanno iniziando a dimenticare questa cautela”.

Commissione Ue, Sì a piano da 9 mld per aiutare le aziende italiane

La Commissione di Bruxelles ha dato il via libera a uno stanziamento complessivo del valore di 9 miliardi per interventi a favore delle aziende da parte delle Regioni e di altri enti locali. “Il piano presentato dall’Italia – ha osservato la commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager – consentirà a Regioni, Province autonome, enti locali e Camere di commercio di sostenere aziende di tutte le dimensioni, affinchè possano continuare a operare, nonostante le difficoltà causate dall’emergenza Covid-19, e aiutarle, così, a conservare i posti di lavoro”.

Dello schema di aiuti potranno usufruire anche i lavoratori autonomi. Gli aiuti, secondo quanti si legge nella nota diffusa da Bruxelles, potranno essere utilizzati per sostenere attività direttamente correlate al Covid-19, come quelle per la ricerca del vaccino e la produzione di dispositivi medici, mascherine, medicinali e disinfettanti. Inoltre, rispettando i limiti fissati dalla Commissione, parallelamente alle diverse deroghe introdotte alle norme che vietano in tempi normali gli aiuti di Stato, Regioni ed enti locali potranno concedere alle aziende in difficoltà sussidi a fondo perduto, garanzie sui prestiti, sugli interessi legati ai prestiti e anche aiuti diretti per evitare licenziamenti.

I medici del mondo scrivono al G20

40 milioni di professionisti della salute, un numero che rappresenta  più della metà della forza lavoro sanitaria e medica mondiale, provenienti da 90 Paesi, chiede ai leader dei Paesi del G20 una Healthy Recovery, “una vera guarigione da questa crisi” dando priorità agli investimenti nella salute pubblica, a acqua e aria pulite e a un clima stabile nei pacchetti di stimolo economico attualmente in esame.

“Abbiamo visto in prima persona quanto possano essere fragili le comunità quando salute, sicurezza alimentare e libertà di lavoro sono interrotte da una minaccia comune. I livelli di questa tragedia in corso sono molti e amplificati da disuguaglianze e dagli investimenti insufficienti nei sistemi di sanità pubblica. Abbiamo assistito a morte, malattie e angoscia mentale a livelli mai visti da decenni. Questi effetti avrebbero potuto essere parzialmente mitigati, o forse anche prevenuti, da adeguati investimenti in preparazione alla pandemia, sanità pubblica e gestione ambientale”.

“Dobbiamo imparare da questi errori e tornare a essere più forti, più sani e più resistenti. Prima del Covid­‐19, l’inquinamento atmosferico stava già indebolendo i nostri corpi”,

Per questo agricoltura sostenibile, rinnovabili e mobilità a basse emissioni di carbonio sono, per i firmatari, la chiave per riprendersi dal Covid più forti, più sani e più resistenti. “Se i governi apportassero importanti riforme agli attuali sussidi per i combustibili fossili, spostandone la maggior parte verso la produzione di energia rinnovabile e pulita, la nostra aria sarebbe più sana e le emissioni climatiche si ridurrebbero drasticamente, alimentando una ripresa economica che, da qui al 2050, darebbe uno stimolo ai guadagni globali del Pil per quasi 100 trilioni di dollari”.

L’inquinamento da traffico, uso inefficiente dell’energia residenziale, centrali elettriche a carbone, inceneritori e agricoltura intensiva non solo causa ogni anno sette milioni di morti premature ma “aumenta sia i rischi di polmonite sia la loro gravità – sottolineano i medici – bronco‐pneumopatie croniche ostruttive, carcinomi polmonari, malattie cardiache e ictus; determina inoltre esiti avversi in gravidanza come scarso peso alla nascita e asma, mettendo ulteriormente a dura prova i nostri sistemi sanitari”.

Per questo, una vera guarigione significa “non consentire più che l’inquinamento continui a contaminare l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, e non permettere che deforestazione e cambiamento climatico avanzino senza sosta, scatenando potenzialmente sempre nuove minacce per la salute su una popolazione vulnerabile”. </p><p>”In un’economia sana e in una società civile ci si prende cura dei più vulnerabili; i lavoratori hanno accesso a lavori ben retribuiti che non aggravano inquinamento e devastazione ambientale; le città danno priorità a pedoni, ciclisti e trasporti pubblici; fiumi e cieli sono protetti e puliti” ma “per raggiungere questa economia sana dobbiamo usare incentivi e disincentivi più intelligenti al servizio di una società più sana e più resiliente”. Insomma, per i firmatari della lettera una vita sana dipende da un pianeta sano.

Il simpatico Boccia e il turismo estivo.

Per fortuna era solo propaganda politica e personale. O almeno si spera che sia così. La simpatica proposta del Ministro Boccia di istituire con un bando – anche se non si è ancora ben capito la proposta – le ronde, o i vigilantes del divertimento o la militarizzazione dei territori attraverso un vasto gruppo di persone, circa 60 mila, che dovrebbero disciplinare lo svolgimento della prossima stagione estiva, rientra a pieno titolo nella classifica delle proposte ispirate alla propaganda. Punto. Semmai, come è stato rilevato da più parti, sono altre le richieste che partono dai territori, soprattutto da quelle località turistiche montane. Come, ad esempio, dai Comuni Olimpici della Via Lattea.

Militarizzare le valli, le località turistiche con gli ormai celebri “assistenti civici”, con le ronde o simili pagliacciate, non serve praticamente a nulla. Se non a portare acqua al mulino della propaganda di chi ha avanzato quella proposta. Semmai, e come è stato sottolineato da più parti, si punti a rafforzare e ad affinare una sempre più indispensabile informazione per quest’estate – in particolare quella televisiva – e a puntare sul volontariato come strumento di supporto e di sostegno alle amministrazioni comunali.

E, su questo versante, il vero sostegno ai Comuni montani, ai Sindaci, ai piccoli comuni ad alta densità turistica e, di conseguenza, allo stesso turismo montano in questa difficile e complessa estate, passa attraverso altri canali e altre modalità. A cominciare da un Fondo speciale per i piccoli comuni ad alta presenza turistica. A rafforzare il corpo della Polizia Locale, delle Forze dell’Ordine e dello stesso volontariato. Quantomai utili e indispensabili in questa fase. Ma confondere tutto ciò con una presunta e maldestra militarizzazione del territorio ce ne passa. 

Ecco perchè, su questi temi, è bene astenersi da qualsiasi esercitazione propagandistica. Soprattutto in un momento politico e storico come questo. Se si vogliono aiutare i Comuni, la montagna, il turismo estivo e, al contempo, garantire la sicurezza, gli interventi sono altri. Boccia li recuperi piantandola con la propaganda e le proposte pirotecniche da avanspettacolo. 

Cinque anni con la Laudato si’

Editoriale a firma di Padre Costa S.I., direttore di “Aggiornamenti Sociali”, la rivista della Comunità di San Fedele (Milano).

L’enciclica Laudato si’ (LS) porta la data del 24 maggio 2015, anche se è stata resa pubblica qualche settimana dopo: sono quindi cinque anni che “viviamo” con la LS. Fin da subito alcune sue espressioni hanno conquistato l’attenzione, come «ecologia integrale» (a cui è dedicato tutto il cap IV), «Tutto è connesso» (LS, nn. 117 e 138), oppure «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS, n. 139). Sono diventate anche slogan di moda, con il rischio di una rapida banalizzazione del loro contenuto: anche una enciclica può rimanere vittima della cultura dell’usa e getta e della smania del sensazionalismo.

Ma fortunatamente non è stato questo l’approccio all’enciclica prevalente nella comunità cristiana e nella società: l’abbiamo approfondita, ci siamo confrontati con il paradigma dell’ecologia integrale che è al suo cuore, lasciandoci mettere in discussione e provando ad assimilarlo. Abbiamo così scoperto che la LS non è un testo da imparare, perché non è la trattazione compiuta e definitiva di un tema, ma è la fonte di ispirazione e il quadro orientativo di un progetto che si chiarisce via via che lo si mette in atto.

In questi cinque anni la LS ci ha profondamente influenzato, cambiando il nostro sguardo sulla realtà e il nostro stile di vita, aiutandoci a fare attenzione a dimensioni che prima forse nemmeno vedevamo e spingendoci a intraprendere nuovi percorsi e a dare il via a nuovi processi. A sua volta, tutto questo lavoro ci ha consentito di approfondirne sempre di più il messaggio, scoprendone una ricchezza e una vitalità insospettate alla prima lettura.

Qui l’articolo completo

Quale avvenire per il nostro Servizio Sanitario Nazionale?

La Legge 833 del 1978 (1) istituiva il Servizio Sanitario Nazionale ( SSN ) dando in questo modo piena attuazione giuridica all’ art. 32 della Costituzione (2) che designa la salute come bene primario da tutelare in maniera equa ed universalistica per tutti i cittadini  . Peraltro l’ art. 32 scaturisce dalla concezione personalistica della nostra Costituzione che mira a tutelare il pieno sviluppo dei cittadini sia dal punto di vista individuale che nelle varie aggregazioni comunitarie . Sul concetto stesso di salute molto  si discute circa la definizione più appropriata ; definire la salute come assenza di malattie e disabilità appare notevolmente riduttivo ; salute è la risultante di politiche di sanità pubblica , di pratiche clinico-assistenziali e sociosanitarie; l’ outcome combinato dei predetti fattori deve essere valutato in ordine al raggiungimento del benessere fisico , mentale , relazionale dei cittadini .

Da meno di 2 anni il nostro SSN ha compiuto 40 anni di vita ed è stato a lungo considerato come uno dei migliori del mondo  .  Ma da almeno dieci/ quindici  anni dà evidenti segni di scricchiolio . In questo lavoro intendo interrogarmi sul perché di ciò che sta accadendo  , su come sta evolvendo la spesa sanitaria , su quali sono gli attori principali in gioco e su quale  sia la possibile strategia da imboccare per il futuro. 

Sicuramente esistono delle cause oggettive che hanno determinato un aumento delle pressioni sul SSN :

  • Invecchiamento della popolazione per un aumento progressivo dell’ aspettativa di vita ( 3 ) con conseguente aumento della patologia cronica e della spesa sanitaria per le classi avanzate di età ; gli uomini hanno una aspettativa di vita media di 80,8 anni , le donne di 85,2 anni; il fenomeno è particolarmente grave nel nostro paese dove il tasso di natalità è tra i più bassi del mondo e in continuo decremento , dal 2008 al 2018 siamo passati da 439 mila nuovi nati a 140 mila nuovi nati e in assenza di immigrazione stanziale la prospettiva di calo demografico sarebbe stata anche peggiore  ( 3 )
  • L’ esplosione di innovazioni tecnologiche soprattutto farmaceutiche sia per la diagnosi che per la cura
  • La mutazione del rapporto del paziente rispetto al curante e alla malattia con continue crescenti richieste di prestazioni spesso a basso valore aggiunto o totalmente inefficaci indotte dall’ uso improprio di Internet e/o dal passaparola 

Per quanto riguarda i fattori inerenti la politica , la sanità pubblica è stata quasi sempre considerata un fardello piuttosto che un dovere costituzionale e un investimento con ovvie positive ricadute socioeconomiche ; la politica sanitaria è stata inoltre sviluppata in maniera staccata dalle altre politiche pubbliche strettamente connesse : industriale , ambientale , fiscale etc ; si è preferito procedere sull’ onda delle contingenti necessità di bilancio o elettorali del momento ( reddito di cittadinanza , quota 100 etc . ) piuttosto che privilegiare piani coordinati di ampio respiro improntati a criteri di efficienza ed equità peraltro difficili da perseguire da parte di Governi di breve durata composti da forze parlamentari non omogenee o francamente eterogenee . Un altro grosso handicap rivelatosi tale in maniera chiara con il passare dei lustri è stata la pressocchè totale gestione delle politiche sanitarie da parte delle Regioni , evento indotto dalla modifica del Titolo 5° della Costituzione ( 4 ) ; i poteri di coordinamento ed indirizzo da parte dello Stato si sono gradualmente appannati determinandosi di fatto la creazione di tanti SS regionali (SSR) con differenti risorse , obbiettivi , legislazione , nomenclatori,  addirittura tariffe molto diverse per la stessa prestazione . Peraltro le decisioni maturate nell’ ambito della Conferenza Stato-Regioni non sono state sempre rispettate in maniera puntuale e leale dalle parti. Il proliferare di tanti SSR ha portato a modelli di erogazione molto differenti anche tra le stesse Regioni del Nord ( sanità quasi completamente pubblica in Emilia,  modello ampiamente privatistico in Lombardia ).

Ma al momento , rispetto agli altri Paesi industrializzati , come si configura la nostra spesa sanitaria ? e come è ripartita la spesa sanitaria tra i vari stakeholder ?

Un recente Rapporto OCSE mostra che per la sanità, sia pubblica sia privata, i Paesi   spendono in media 3.992 dollari pro-capite, mentre in Italia ci fermiamo a 3.428 dollari. In questa classifica gli Stati Uniti sono primi con una spesa sanitaria pari a 10.586 dollari e il Messico ultimo con 1.138 dollari pro-capite (5, 6 )( Fig. 1 ) . Il medesimo Rapporto analizza il valore assoluto , cioè il valore monetario corretto per il potere d’ acquisto e il tasso di crescita annuo della spesa pubblica per i vari paesi ; L’ Italia ha una spesa pubblica del 74,2 % contro una media OCSE del 73,8 % ma se si tiene conto del potere d’ acquisto l’ Italia spende 2.545 dollari contro una media di 3.038 dei paesi OCSE ( 7  )  ; se consideriamo i tassi incrementali annui l’ Italia è agli ultimissimi posti della classifica con un + 0,2 %  nell’ ultimo anno considerato e un  + 0,8 % nel quinquennio 2013-2018 (Fig. 2 ) . Per la spesa out of pocket cioè sostenuta in prima persona dai cittadini il valore in Italia è di 791 dollari vs 716 della media OCSE (7 ).  In realtà la spesa privata è costituita anche da un Terzo pilastro ( Fondi Sanitari , Welfare aziendale , Assicurazioni private ) . La Fig. 3 mostra le due componenti della spesa privata in Italia ( out-of pocket ) e in alcuni tra i più importanti Paesi OCSE .

Fig. 1 : Spesa totale procapite nei vari paesi OCSE divisa in spesa pubblica e spesa out of pocket

Fig. 2 : Andamento del tasso incrementale annuo della spesa pro-capite corretta per il potere di acquisto

Fig. 3 : Il rapporto OECD 2016 mostra la spesa out of pocket e la spesa intermediata in Italia e in altri importanti paesi OECD

 

Gli stakeholder della spesa intermediata sono sostanzialmente di tre  tipologie :

  1. Fondi Sanitari Integrativi (FSI) che appartengono al settore non-profit e che forniscono prestazioni teoricamente non previste nei LEA  ; nel 2015 erano ben 305 , di questi solo 8 realmente integrativi, cioè fornivano solo prestazioni non previste dai LEA ; la maggior parte delle prestazioni erogate dai FSI  sono   già previste dai LEA costituendo pertanto un inutile duplicato spesso a basso valore aggiunto ; frequentemente  i Fondi investono i ricavati riassicurandosi con assicurazioni private   per ottenere più ampie coperture assicurative .
  2. Welfare aziendale ; in questa modalità le imprese offrono direttamente ai dipendenti particolari prestazioni p.e. quelle odontoiatriche .
  3. Imprese private di assicurazione che a fronte del pagamento di un premio assicurativo erogano un panel di prestazioni ai propri clienti 

I FSI  godono della deducibilità dei contributi sino ad un massimo di 3695,20 € (8) .

A questo punto dobbiamo chiederci come l’ attuale andamento della spesa sanitaria pubblica e privata possa essere interpretata e quali  proposte è possibile avanzare per gli anni immediatamente prossimi venturi . La nostra spesa sanitaria pubblica è veramente superiore a quella degli altri Paesi OCSE ? Non è assolutamente vero ( vedi la Figura 1 prima citata ) e se consideriamo il valore corretto per il poter d’ acquisto  (Fig. 4 ) la posizione dell’ Italia precipita ancora più in basso con 2545 dollari pro-capite a fronte di una media di 3038 per i paesi OCSE. Ma il dato che più colpisce è che siamo agli ultimi posti in termini di tasso incrementale annuale e ciò nonostante le innovazioni tecnologiche , farmacologiche , l’ invecchiamento della popolazione , le sempre più incalzanti aspettative di salute dei cittadini  . Nella Fig. 5 (9) vediamo come i vari fattori di produzione concorrono alla spesa sanitaria con il passare degli anni ; è immediatamente evidente che la componente costi del personale ha segnato un declino progressivo  e importante . Ma davvero pensiamo di poter continuare a difendere l’ universalità , l’ equità , l’ accessibilità del nostro SSN   demotivando e riducendo drasticamente la componente che dovrebbe fare la differenza , che dovrebbe condurre la nave in porto ? .

Fig. 4 ; spesa pubblica procapite corretta per i prezzi sanitari , Rapporto OECD 2016

Fig. 5 : Andamento negli anni dal 2000 al 2017 dei vari fattori di produzione (9)

 

A chiarire ulteriormente la situazione  citiamo i dati dell’ ultimo Rapporto SVIMEZ (10) del 2019 in cui si sottolinea come la spesa procapite sia di 1600 euro al Sud e 2000 euro al Centro-Nord ; nelle regioni meridionali il 10 % della popolazione migra verso il Centro-Nord per interventi chirurgici acuti ; i posti letto per mille abitanti sono 3,18 nella media italiana ma 3.37 nel Centro Nord e solo 2,82 nel Sud (11) ; il rapporto fornisce molti altri dati ma credo bastino quelli citati per concludere su un SSN spaccato in 2 . Recentemente su Quotidiano Sanità Filippo Anelli Presidente della FNOMCEO rivolgeva un accorato appello chiedendo , dopo il COVID19 , un piano Marshall per la sanità italiana in cui si appronti una strategia complessiva di ri-sanitarizzazione del Sud con controlli stringenti sugli investimenti ex-post  ( 12 ) .

Ma come è giudicato nel mondo il nostro SSN ? Io credo che esista un lag temporale tra le analisi dei vari Osservatori e la realtà come la viviamo quotidianamente con uno scivolamento sempre più accentuato verso un privatismo out of pocket dove prevalgono logiche perverse di disease mongering ( espansione della nosografia e della prevenzione  secondaria della malattia a fine di trarne profitto ) da parte degli stakeholders erogatori interessati in combinazione con una sempre crescente domanda di medicalizzazione da parte dei ceti più abbienti e acculturati . A febbraio 2019, Bloomberg News – ha reso noto il Bloomberg Global Health Index, che valuta la salute della popolazione in 169 Paesi membri dell’Organizzazione mondiale della sanità, sulla base di diversi fattori come la speranza di vita, l’accesso alle cure, i fattori comportamentali della popolazione e quelli ambientali ; l’ Italia si colloca al 2° posto (13) . Un’ altro indice elaborato con criteri più stringenti dalla prestigiosa rivista mondiale  The Lancet e denominato Healthcare Quality and Access Index  colloca l’ italia al 9° posto (14) . La verità è che queste classifiche si basano su necessarie semplificazioni dei criteri da considerare e soprattutto non valorizzano con modelli adeguati gli outcome clinici e i possibili sviluppi nel tempo dello scenario sanitario .

 

Conclusioni

Dal quadro complessivo che ho tracciato emerge una realtà con notevolissimi squilibri territoriali , con un grave problema di governance   a livello statale , con una costante riduzione della spesa pubblica , con la mancanza di una visione politica strategica di ampio respiro , con allarmanti fenomeni di migrazione sanitaria (15) tra regioni e con un significativo sviluppo del secondo e terzo pilastro della spesa sanitaria (16) . Non si possono ignorare le lunghe liste d’ attesa , i ticket onerosi , le difficoltà relazionali con erogatori spesso condizionati dal disease mongering . Inoltre l’ espansione facilitata e fiscalmente premiata dei FSI non sembra aver portato alcuna reale utilità in termini di riduzione della spesa complessiva , di abbattimento delle liste , di copertura di aree non previste nei LEA . Interesse del secondo e terzo pilastro è invece allargare la spesa sanitaria complessiva . Occorre insomma un disegno politico coraggioso pluriennale che metta il SSN al centro dello sviluppo e programmi il recupero delle disuguaglianze tra le regioni e , nell’ ambito delle stesse aree geografiche , tra classi con differenti redditi . Ciò potrà essere fatto solo se la politica recupera la sua missione più alta , perseguire il bene comune con mezzi e tempi idonei utilizzando le migliori capacità professionali e manageriali (17) . Mi piace concludere con una frase del Rapporto Romanow del 2002 ( Sanità Canadese ) : un SSN è sostenibile tanto quanto lo si vuole che sia ; credo che tutti gli operatori, i corpi intermedi e le istituzioni debbano operare perché la sostenibilità vada di pari passo con la qualità e con l’ equità ; abbiamo un grande tesoro di famiglia , lo dobbiamo difendere con tutti gli sforzi possibili .

Bibliografia

  1. Legge 833 del 1978 pubblicata sulla GU n. 360 del 28-12-1978 , Legge           Istitutiva del Sistema Sanitario Nazionale
  2. Costituzione della Repubblica Italia entrata in vigore il 1° Gennaio del 1948
  3. Rapporto annuale ISTAT 2019 Capitolo 3
  4. Legge Costituzionale 3/2001 modificante il Titolo V della Costituzione
  5. OECD (2019), Health at a Glance 2019: OECD Indicators, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/4dd50c09-en.  , Chapter 7
  6. StatLink 2 https://doi.org/10.1787/88893401687Quotidiano Sanità 7 novembre 2019
  7. http://www.clusteralisei.it/secondo-i-dati-ocse-2019-la-spesa-sanitaria-italiana-e-al-di-sotto-della-media-degli-altri-paesi/
  8. Rete Sostenibilità e Salute 2017 ; I Fondi Sanitari integrativi e sostitutivi e le Assicurazioni Sanitarie
  9. Ministero dell’Economia e delle Finanze. Dipartimento della Ragioneria   Generale dello Stato. Il monitoraggio della spesasanitaria. Rapporto n° 5. Roma, novembre 2018. Disponibile a: http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit–i/Spesa-soci/Attivit-monitoraggio-RGS/2018/IMDSS-RS2018.pdf.
  10. Rapporto SVIMEZ 2019 p.29 e seguenti
  11. Ufficio Parlamentare di Bilancio Aggiornamento di Dicembre 2019
  12. Quotidiano Sanità 4 Novembre 2019
  13. https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-02-24/spain-tops-italy-as-world-s-healthiest-nation-while-u-s-slips
  14. Measuring performance on the Healthcare Access and Quality Index for 195 countries and territories and selected subnational locations: a systematic analysis from the Global Burden of Disease Study 2016 ; The Lancet , Vol 391 2 June 2018
  15. Ad Alta voce  I tumori in Italia . Ibisogni e le aspettative dei pazienti e delle famiglie ; Indagine F.A.V.O. Censis del 2011
  16. Rapporto GIMBE 2019
  17. APPELLO DELLA RETE SOSTENIBILITÀ E SALUTE: I Fondi Sanitari “integrativi” e sostitutivi minacciano la salute del Servizio Sanitario Nazionale 28 Novembre 2017
  18. Building on Values The Future of Health in Canada , Rapporto Romanovw November 2002

 

Giornali e politica

I giornali celebrano il potere. Quando lo fanno, dimostrano di svolgere male il loro compito. Dovrebbero, secondo me, mettere in rilievo le condizioni di chi gestisce il potere e, se lo strumento utilizzato si struttura in domande e risposte, le domande devono essere sempre scomode. Ripeto, sempre scomode.

Il servizio del giornale sarà maiuscolo se avrà fino in fondo, svolto questo servizio. Solo così il governante potrà dimostrare le sue qualità. Se invece, come purtroppo sovente leggo, il giornalista si limita a fare degli assist, allora dimostra due cose: si essere mediocre e di inchinarsi al potere. Di esempi ne abbiamo fin sopra i capelli. Ma ci sono anche espressioni maiuscole.

A volte, ho letto dialoghi fulminei, densi di bellezza, tanto in chi incalzava, quanto in chi rispondeva. Ripeto, rari casi, ma ci sono.

Qualcuno, sull’onda di una ingiustificata armonizzazione, si auto celebra. Magari stabilisce anche la proporzione dell’immagine; dove inserirla, e come riquadrarla. In questi ultimi giorni, riferendomi alla stampa locale, l’esempio è stato eclatante. I temi trattati non hanno mostrato in alcun modo le fragilità del politico. Questo si è riferito a una riforma svolta, blandendola. Il giornalista lo ha lasciato fare. Mentre quella riforma ha rivelato dubbi a non finire, inconfessabili fragilità e oggi, richiede un pronto intervento per rigirarla.

Nell’esempio che prendo in esame, sempre sulla scorta della divinizzazione di chi si esprime, non ha in alcun modo affrontato alcune carenze di fondo, relativamente alla situazione del corona virus; mi riferisco soprattutto, ma potrei facilmente allargare lo sguardo, al problema della nave e dei costi della stessa che, nel totale silenzio, sembra ormai un fantasma.

Circa le vicende dei cosiddetti sciacallaggi, per quanto io non sia assolutamente d’accordo con i 5Stelle, per quanto mi siano indigesti, e li abbia sempre abbondantemente criticati, credo il politico non abbia ascoltato l’intervento in parlamento. Ma si sia mosso per sentito dire e seguendo slogan giornalistici e qualche parata, di cattivo gusto, messa in scena a Montecitorio.

A conti fatti, c’è una sorta di mania che perseguita qualche politico regionale. Si metta il cuore in pace le distanze con alcuni predecessori sono abissali. Non c’è confronto. Capisco le aspirazioni, ma alla fine un cipresso rimane sempre un cipresso e, difficilmente, potrà apparire ed essere una sequoia.

Oggi riprendono i voli dalla Romania per l’Italia

La compagnia aerea di bandiera della Romania, Tarom, riprenderà oggi i voli da e per l’Italia con due destinazioni: Roma e Milano.

I voli si svolgeranno in condizioni speciali, ovvero osservando le regole imposte dall’emergenza coronavirus. Secondo Tarom, dalla Romania verso l’Italia possono viaggiare cittadini italiani, lavoratori stagionali con contratti di lavoro e lavoratori del settore trasporti.

Per viaggiare dall’Italia verso la Romania saranno accettati esclusivamente i cittadini romeni che desiderano essere rimpatriati. Un biglietto aereo da Bucarest a Roma costa 208 euro; mentre uno da Bucarest a Milano 200 euro.

Coldiretti: “Manca la manodopera straniera, la frutta è a rischio”

Addio ad un frutto su tre con il crollo del raccolto di frutta estiva in Italia, dalle albicocche alle ciliegie, dalle pesche alle nettarine, che è destinato ad avere effetti sui prezzi al consumo. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base delle previsioni sul raccolto di frutta in tutta Europa di Europech per il 2020.

A livello nazionale si stima una produzione di pesche e nettarine ridotta del 28% per un raccolto di quasi 820mila tonnellate che colloca l’Italia in Europa dopo la Spagna mentre il Belpaese – sottolinea la Coldiretti – resta primo produttore di albicocche con 136mila tonnellate, un quantitativo che è però più che dimezzato rispetto allo scorso anno (-56%).

Una situazione drammatica nelle campagne che destinata ad avere ulteriori e pesanti effetti anche sull’andamento dei prezzi per i consumatori che hanno fatto già registrare sugli scaffali incrementi che vanno dal +8,4% frutta al +5% per la verdura ad aprile secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat che rileva aumenti anche per pesce surgelato (+4,2%), latte (+4,1%), salumi (+3,4%) pasta (+3,7%), burro (+2,5%), carni (+2,5%) e formaggi (+2,4%) per effetto dello sconvolgimento in atto sul mercato per le limitazioni ai mercati al dettaglio e ai consumi fuori casa con l’emergenza coronavirus.

E a peggiorare la situazione è – continua la Coldiretti – la previsione complessiva per la produzione di frutta nell’intero vecchio continente con una contrazione europea del raccolto del 37% per le albicocche e del 19% per pesche e nettarine rispetto al 2019.

A pesare è la situazione climatica avversa che – sottolinea la Coldiretti – ha tagliato le produzioni sulle quali gravano peraltro le preoccupazioni per la carenza di lavoratori per le raccolte che potrebbe comportare ulteriori perdite a carico dell’offerta nazionale.  Per gli agricoltori italiani – sottolinea la Coldiretti – al danno si aggiunge la beffa di essere costretti a lasciare i già scarsi raccolti nei campi per la mancanza di manodopera a seguito della pandemia Covid 19 che ha portato alla chiusura delle frontiere ai lavoratori stranieri che ogni anno attraversano il confine per un lavoro stagionale in agricoltura per poi tornare nel proprio Paese.

Per questo si attende l’annunciata apertura dei confini il 3 giugno ma serve anche subito – precisa la Coldiretti – una radicale semplificazione del voucher “agricolo” che possa ridurre la burocrazia e consentire anche a percettori di ammortizzatori sociali, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università e molte attività economiche sono rallentate e tanti lavoratori sono in cassa integrazione.

Il rischio  — precisa la Coldiretti – è che una ridotta diponibilità di frutta nazionale provochi un deciso aumento delle importazioni dall’estero da spacciare come Made in Italy. Di fronte al pericolo dell’inganno la Coldiretti consiglia di verificare su cartellini ed etichette obbligatori per legge l’origine nazionale, di preferire le produzioni locali che non essendo soggette a lunghi tempi di trasporto garantiscono maggiore freschezza, privilegiare gli acquisti diretti dagli agricoltori, nei mercati di campagna amica e nei punti vendita specializzati anche della grande distribuzione dove è più facile individuare l’origine e la genuinità dei prodotti.

L’Italia – riferisce la Coldiretti – è il primo produttore UE di gran parte di verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. E anche per quanto riguarda la frutta l’Italia primeggia in molte produzioni importanti: dalle mele e pere fresche, dalle ciliegie alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne. La Penisola risulta poi il secondo produttore dell’Unione Europea di lattughe, cavolfiori e broccoli, spinaci, zucchine, aglio, ceci, lenticchie e altri legumi freschi. È altresì seconda per la produzione di pesche, nettarine, meloni, limoni, arance, clementine, fragole (coltivate in serra), mandorle e castagne. Infine, l’Italia – conclude la Coldiretti – detiene il terzo posto in Europa per quanto riguarda asparagi, ravanelli, peperoni e peperoncini, fagioli freschi, angurie, fichi, prugne e olive da tavola, secondo la Fondazione Edison.

Legalità e risanamento finanziario negli enti sciolti per mafia

63 comuni e 2 aziende sanitarie provinciali in gestione straordinaria per infiltrazione o condizionamento di tipo mafioso nel 2019. La relazione annuale, trasmessa dal ministro Luciana Lamorgese ai presidenti di Senato e Camera dei Deputati e al presidente della Commissione parlamentare antimafia, traccia il bilancio delle attività svolte per il ripristino della legalità e per il risanamento finanziario dalle 65 Commissioni straordinarie impegnate negli enti.

Le 65 gestioni commissariali comprendono anche gli enti sciolti in precedenza, la cui gestione è terminata nel corso del 2019 con l’elezione dei nuovi organi e delle gestioni prorogate. In particolare, gli scioglimenti di consigli comunali disposti nell’anno 2019 sono stati 19: 7 in Sicilia, 6 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Campania e 1 in Basilicata. Il 28,6% dei comuni commissariati è risultato essere in condizioni di deficit finanziario e ha di conseguenza dichiarato il dissesto o adottato un piano di riequilibrio pluriennale.

Sono stati poi sciolti gli organi di direzione generale dell’A.S.P. di Reggio Calabria (bacino di utenza: 553.861 abitanti) e dell’A.S.P di Catanzaro (bacino di utenza: 370.000 abitanti).

Nella relazione sono contenuti, inoltre, una sintesi dei principi enunciati dalla giurisprudenza nei casi di contenzioso sui provvedimenti di scioglimento per infiltrazioni mafiose e i principali interventi effettuati dalle Commissioni straordinarie per il ripristino delle regole nella complessiva gestione degli enti.

Si tratta di un intenso impegno per il miglioramento delle condizioni finanziarie, per la riorganizzazione dell’apparato burocratico, per il potenziamento dei servizi, oltre che nel settore edilizio e delle opere pubbliche, nell’utilizzo dei beni confiscati alle mafie e nei rapporti con la cittadinanza.

Coronavirus: è partita l’indagine di sieroprevalenza

Il Ministero della Salute e Istat, con la collaborazione della Croce Rossa Italiana, a partire da ieri, hanno avviato un’indagine di sieroprevalenza dell’infezione da virus SarsCoV2 per capire quante persone nel nostro Paese abbiano sviluppato gli anticorpi al nuovo coronavirus, anche in assenza di sintomi.

Il test verrà eseguito su un campione di 150mila persone residenti in duemila Comuni, distribuite per sesso, attività e sei classi di età. Gli esiti dell’indagine, diffusi in forma anonima e aggregata, potranno essere utilizzati anche per altri studi scientifici e per l’analisi comparata con altri Paesi europei. Per ottenere risultati affidabili e utili è fondamentale che le persone selezionate per il campione aderiscano. Partecipare non è obbligatorio, ma conoscere la situazione epidemiologica nel nostro Paese serve a ognuno di noi.

Le persone selezionate saranno contattate al telefono dai centri regionali della Croce Rossa Italiana per fissare, in uno dei laboratori selezionati, un appuntamento per il prelievo del sangue. Il prelievo potrà essere eseguito anche a domicilio se il soggetto è fragile o vulnerabile.

Una ‘piattaforma Popolare’.

Al di là della formazione di nuovi partiti e nuovi soggetti politici, è indubbio che l’area Popolare nel nostro paese merita di più. Non sotto il profilo organizzativo e logistico ma proprio sul versante squisitamente politico e culturale. Un’area che produce incessantemente una vasta, larga e plurale elaborazione politica, culturale e programmatica. Un’area che, attraverso i suoi esponenti più o meno significativi, commenta e interviene incessantemente sui temi che dettano l’agenda politica, e non solo, nel nostro paese. Ma tutta questa produzione politica, culturale, programmatica e anche accompagnata da un serio rigore morale della sua classe dirigente, rischia di disperdersi in mille rivoli e senza un punto di riferimento. Che non deve necessariamente essere confuso con una forza politica. Soprattutto quando ne mancano radicalmente le condizioni politiche. Anche perchè i tentativi messi in campo, seppur legittimi e generosi – circa una sessantina negli ultimi 20 anni – sono tutti puntualmente naufragati appena venivano annunciati pomposamente e con grande frastuono. Una prassi che continua tuttora, senza interruzione e senza pause. 

Ora, molto più umilmente ma realisticamente, si tratta di attivare un’iniziativa che sia in grado di riunire ed accentrare questa poderosa e significativa elaborazione politica con uno strumento che, quotidianamente, possa offrire ‘il punto di vista Popolare’ su ciò che caratterizza e contraddistingue la politica italiana. 

Certo, un tempo – e forse lo si potrebbe pensare anche oggi malgrado i costi siano sempre più esosi – si sarebbe detto un giornale. Cioè un quotidiano. E questo anche perchè l’area Popolare e cattolico democratica dispone ancora della testata ‘Il Popolo’, la storica denominazione dell’organo della Democrazia Cristiana. Ma oggi, senza riproporre il ‘quotidiano’, si tratta di creare uno strumento più accessibile e meno oneroso. La potremmo definire una sorta di “piattaforma Popolare”, cioè una voce che sintetizza la proposta politica, e il dibattito, di un’area che resta variegata e composita, plurale ma autorevole. Un’area che continua ad essere autorevole e qualificata nel panorama politico nazionale. Ed evocata, misteriosamente e stranamente, soprattutto dai suoi storici detrattori. E non solo per il suo glorioso passato ma anche per la modernità e l’attualità del suo pensiero politico e della sua cultura di riferimento. E questo anche per il rispetto della sua classe dirigente, così diffusa e così radicata nel tessuto vivo del nostro paese. E in tutti i settori, non solo nel dibattito politico. Perchè nella cultura come nel volontariato, nell’associazionismo cattolico come nel sociale la presenza di una classe dirigente cristianamente ispirata continua ad essere significativa e capillarmente diffusa. 

Ecco perchè una “piattaforma Popolare” oggi può essere uno strumento utile. A disposizione di tutti e a vantaggio di una cultura e di una politica che conservano, lo ripeto, una bruciante attualità. Tutto ciò per la qualità della democrazia italiana e non per la conservazione di un gruppo dirigente o per la mera nostalgia di un passato ormai improponibile. 

Vincenzo Cappelletti, una vita spesa con autorevolezza al servizio della cultura italiana

La storia dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani è molto meno nota degli effetti, dati per scontati, della funzione che le sue opere esercitarono nella formazione e nel nutrimento della cultura nazionale, in due ben diverse fasi del Novecento, quella segnata dal fascismo, e quella repubblicana. Sulla storia della Treccani durante il fascismo, si conoscono pochi ma notevoli studi; la storia dell’Istituto nella seconda metà del secolo scorso non ha ancora ricevuto una ricostruzione d’insieme o approfondite indagini, con la eccezione della rappresentazione offerta dai meritori cataloghi delle mostre documentarie organizzate dall’Istituto medesimo per celebrare importanti ricorrenze della sua storia, fra i quali si distingue per ricchezza di materiali 1925-1995. La Treccani compie 70 anni, edito durante la presidenza di Rita Levi-Montalcini; preziose sono certo le non poche voci che nelle opere Treccani si sono venute dedicando nel tempo a figure capitali della sua storia, e i lemmi consacrati alla Enciclopedia come Istituto. 

Nella storia della Treccani nel secondo Novecento ha avuto parte fondamentale Vincenzo Cappelletti, scomparso a Roma, a 89 anni, lo scorso 21 maggio. La sua biografia, ora tutta da fare, è in gran parte intessuta con quella storia, anch’essa da scrivere, e che egli ha contribuito come pochissimi a scandire. 

Studente universitario a Roma, e tra i giovani della FUCI, laureatosi in medicina, e poi in filosofia, sotto la guida di Franco Lombardi, Cappelletti diventò libero docente di storia della scienza (1967), e poi ordinario della stessa disciplina nella romana Sapienza (1980). Entrò nell’Istituto della allora Piazza Paganica nel 1956, e fu stretto collaboratore del suo Presidente, Aldo Ferrabino, con cui nello stesso anno fondò la rivista “Il Veltro”. Alla presidenza Ferrabino (1954-1972) spettò il principale onere della prosecuzione della missione Treccani negli anni del rinnovamento democratico, della ricostruzione e dello sviluppo, ossia di riorientare una istituzione nata prima della guerra, e in un regime illiberale, nella società traversata da un movimento economico e morale nuovo e intensissimo, da spinte e conflitti inediti, nella più ricca dialettica tra forze intellettuali e sociali, sullo sfondo dei grandi mutamenti europei e mondiali, assumendo il compito di accompagnare e restituire nelle categorie del sapere quel processo storico. 

In quegli anni l’Enciclopedia ridisegnò la sua funzione, e la sua produzione, e il contributo di Vincenzo Cappelletti fu decisivo. Vice direttore generale nel 1969, direttore generale dal 1970, egli seppe offrire continuità lucida e operosissima alla transizione verso la successiva presidenza di Giuseppe Alessi (1972-1992). Durante la presidenza Levi-Montalcini (1993-1998), nominato vicepresidente e direttore scientifico, che era stata la carica di Giovanni Gentile, Cappelletti assolse quel ruolo fino al 2002, prestando ancora una volta continuità nella nuova presidenza di Francesco Paolo Casavola. Ma è qui soprattutto la fase relativa agli anni di Ferrabino che occorre particolarmente ricordare, una fase caratterizzata per un verso dalla esecuzione reimpostata di alcuni progetti già in parte della Treccani gentiliana (Dizionario enciclopedico italiano, Dizionario Biografico degli Italiani, la terza Appendice alla Enciclopedia Italiana), e per un altro dalla elaborazione di imprese come la Enciclopedia dell’Arte antica, la Enciclopedia Dantesca, e soprattutto, la Enciclopedia del Novecento come lessico dei massimi problemi, al cui disegno e alla cui realizzazione Cappelletti recò fondante contributo. Negli anni seguenti, avrebbero visto la nascita altre opere capaci di estendere il sapere in molteplici direzioni, dalla Enciclopedia Virgiliana alla Oraziana, dalla Enciclopedia delle scienze fisiche alla Enciclopedia delle scienze sociali.

La Treccani si caratterizzò come grande laboratorio interdisciplinare, impresa economica partecipante del nuovo slancio della ricostruzione e dello sviluppo, comunità di studiosi nazionali, di ogni orientamento culturale, capaci di vitali connessioni con la comunità scientifica internazionale. Nella vita dell’Istituto – che si giovò di figure del valore, fra i tanti, di Ignazio Baldelli, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Umberto Bosco, Tullio Gregory, Massimiliano Pavan, Giuseppe Montalenti, Giorgio Petrocchi, Giovanni Pugliese Carratelli -, Cappelletti offrì più di una virtù: la comprensione degli orizzonti verso i quali la produzione editoriale dovesse procedere; la padronanza delle prospettive e dei metodi sia della cultura umanistica, che di quella scientifica; uno spirito di ‘realizzatore’, condiviso con altra storica figura Treccani, scomparsa appena un anno fa, Tullio Gregory; l’attitudine al coordinamento competente di ampie squadre di ricercatori in diverse discipline; la capacità di integrare la comunità enciclopedica con una larga rete di relazioni istituzionali e culturali, e di prestarsi fuori della Treccani a ruoli spesso di grande rilievo; l’affabile e serena signorilità nella conduzione dei rapporti, preziosa nella guida delle comunità.

In una lettera inviata il 15 aprile 1986 a Aldo Duro, direttore del Vocabolario della Lingua Italiana, cui univa la voce Enciclopedia, che aveva per quell’opera scritto, Cappelletti precisò che aveva desiderato che quella sua voce “rispecchiasse l’Istituto, le premesse a ciò che siamo ma anche la realtà di soggetto che ha conferito significato al termine”. La Treccani seppe appunto conferire significato a quella parola antica; fu capace di ridarle senso, nel secondo Novecento, facendosi l’Istituto coscienza critica e sistematizzante, nella custodia del passato, dei cambiamenti e delle sfide nuove, processi non affrontabili, senza amore del bene comune, profondo impegno morale, vasta consapevolezza storica, fondata capacità scientifica. 

 

Giulio Maira: “Il cervello è più grande del cielo”

Prof. Maira nella Sua lunga esperienza professionale di neuroscienziato e di Docente Universitario Lei si è occupato del cervello. Nel Suo affascinante libro “Il cervello è più grande del cielo” Lei fornisce alcuni dati che suscitano enorme interesse e danno una descrizione della complessità di questo organo del corpo umano. Tanto per cominciare la cosiddetta “materia grigia” è composta da quasi cento miliardi di neuroni a loro volta in grado di creare ulteriori miliardi di connessioni possibili.  In questo modo il cervello guida ogni azione del corpo umano ma soprattutto è dunque la sede di generazione del pensiero in tutte le sue manifestazioni: la logica, la riflessione, il ragionamento, gli stessi sentimenti che la letteratura divulgativa affida impropriamente al cuore?

Il titolo del libro si ispira a una bellissima poesia della grande poetessa americana Emily Dickinson. Questo, innanzitutto perché il nostro cervello ha un numero di cellule pari alle stelle della via lattea, quasi cento miliardi di neuroni. Poi perché la nostra mente, con la fantasia, può racchiudere al suo interno tutto il firmamento e avere ancora spazio per immaginare altre cose. Infine perché da medico che si occupa di pazienti con malattie spesso molto gravi, vedo nelle stelle e nel cielo un segnale di speranza e di prospettiva positiva per il futuro.

La grandezza dell’uomo sta proprio nelle qualità straordinarie del cervello, nella capacità di pensare, di riflettere su se stesso e sul mondo che ci circonda, di progettare il futuro andando al di là delle mere necessità della sopravvivenza. Tutto quel che facciamo è opera del cervello

Nel mio libro ho voluto raccontare il mistero di quest’organo straordinario come se raccontassi una favola, come se fosse un racconto, il racconto della nostra mente. E poiché tutto quello che facciamo è opera della nostra mente, questo libro è la storia dell’uomo, la storia della nostra vita.

Lei definisce il cervello “una rete…un punto cruciale di tutto questo si realizza alla giunzione tra due cellule, là dove avviene la trasmissione dell’informazione. Questa giunzione tra due cellule, in cui le terminazioni dei due neuroni si affrontano, è detta sinapsi…”.In un cervello umano adulto ci sono più di 150mila miliardi di sinapsi e gli assoni, le lunghe fibre di connessione tra le cellule, le superstrade del cervello, la sostanza bianca, coprono una lunghezza di circa 160mila chilometri”… Messi in fila sono pari ad un terzo della distanza che separa la Terra dalla Luna. Ma non credo sia solo questo il motivo che ispira il titolo del Suo libro: non si tratta solo di una complessità neurologica che genera una dimensione di potenzialità e di grandezza. Il cervello è “più grande del cielo” per l’infinita possibilità di generare conoscenza, memoria, comprensione, analisi, sintesi, problem solving. E’ questa la vera potenziale dimensione di una “grandezza”   incommensurabile? Per dirla con Kant il cervello assomma in se’: “il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”…

La grandezza più straordinaria del nostro cervello sta nel mistero della coscienza, che nessun altro essere vivente conosciuto ha in misura così sviluppata. “La coscienza è la forma della conoscenza” scrive il neurologo Giulio Tononi. Senza la coscienza non esisterebbe nulla: è la capacità di ognuno di noi di percepire e di sperimentare il mondo che ci circonda e di sentircene parte, è la soggettività, l’esigenza profonda di capire noi stessi, è la capacità di riflettere sui nostri pensieri, il cervello della riflessione. Se il termine mente è comunemente usato per descrivere l’insieme delle funzioni cognitive del cervello, quali il pensiero, l’intuizione, la ragione, la memoria, e tante altre, la coscienza è lo stato di consapevolezza raggiunto dall’attività della mente, la consapevolezza di essere coscienti, il miracolo dell’uomo che indaga se stesso. Ad essa è anche legata una visione morale del proprio agire, che ci eleva alla trascendenza, alle bellezze astratte, alla legge morale che Kant sente dentro sé.

La coscienza, il pensiero, la mente, ciò che ci spinge sempre avanti e ci regala la meraviglia del sapere e della conoscenza, sono un mistero che ancora ci sfugge, ci portano in un mondo che ancora non riusciamo a cogliere, richiedono un passaggio dal materiale al concettuale che il nostro cervello non è in grado di capire. 

Sul piano clinico quali sono i principali motivi per cui un neurochirurgo interviene sul cervello? Quali risvolti umani a volte drammatici sono impliciti nelle cause che originano una operazione al cervello ma anche nella risoluzione di problemi neurologici non altrimenti esperibili? Ci sono stati esperienze di interventi particolarmente complicati che ricorda in modo particolare? Rifletto su queste Sue parole” da come si muoveranno le mani del chirurgo dipenderà se la psiche o l’integrità fisica di quella persona, in pratica ciò che la caratterizza come persona, verranno preservate, se sarà come prima o no. ”Una responsabilità enorme.

Devo confessare che la Neurochirurgia è la passione che mi accompagna da più di quarant’anni, per il fascino e la complessità di lavorare sull’organo più misterioso che ci sia, per il numero e la complessità delle malattie di cui si occupa, per quanto ancora c’è da scoprire e per gli infiniti campi di ricerca che offre. La Neurochirurgia è la continua esplorazione di un mondo straordinario in cui tanto è ancora avvolto nel mistero e nell’incertezza; e il neurochirurgo ha il privilegio di indagare questo mistero e di coglierne la bellezza.

Certamente ogni intervento è una responsabilità enorme dietro cui si nasconde un mondo di speranze e di dolore. Per questo, ogni volta che sfioro un’area cerebrale o debbo rimuovere una porzione di tessuto per asportare una malattia, non posso non chiedermi quale funzione abbia quell’insieme di decine di migliaia o di milioni di cellule che sarò costretto a sacrificare, quali ricordi o collegamenti, da cui può scaturire un’emozione o un ricordo, verranno eliminati con la rimozione di un semplice grumo di cellule. Un paziente che deve essere operato al cervello sa che affida al chirurgo la parte più importante di sé stesso. Per questo la neurochirurgia richiede un impegno estremo, una preparazione perfetta, perché in nessun’altra chirurgia un minimo errore può avere conseguenze così incommensurabili nella vita futura del paziente. 

Penso al cervello come centrale di comando di operazioni apparentemente semplici che riguardano la nostra quotidianità, come il parlare, l’ascoltare, il muovere gli arti. E’ già affascinante in se’ conoscere i meccanismi in base ai quali il cervello ordina alla gambe di camminare oppure di correre, alle mani di afferrare un oggetto, agli occhi di leggere, al corpo di adattarsi alla sequenza sonno-veglia, per citare solo alcuni esempi. Poi penso al cervello capace di generare sinapsi più complesse: come uno diventa musicista o poeta, pittore, ingegnere, rifletto su quali sono le scintille generative di un pensiero analitico, di una attitudine, di una manifestazione caratteriologica, dei meccanismi di comprensione e delle tassonomie dei vari gradi di pensiero. Come nasce e si concretizza l’intuizione di un’opera d’arte? Esiste una correlazione tra la morfologia del cervello e l’essere un genio? Sotto questo profilo la mente umana come sede che organizza la vita e la presenza dell’uomo sulla Terra assorbe ed amplia le facoltà cerebrali, si identifica in esse fino a diventare un termine che compendia ed esaurisce tutte le funzioni generate dal cervello, al punto di essere “una cosa sola”? L’intelligenza può essere definita come l’indicatore più adatto per definire le potenzialità del cervello? O dobbiamo considerare una accezione più ampia che consideri anche il pensiero divergente, la sfera emotiva verso una visone olistica della mente umana?

Quando noi esseri umani nasciamo, al contrario di quasi tutti gli altri animali, siamo ancora impotenti. Passiamo un anno senza essere in grado di camminare o di parlare, e ne passiamo altri due prima di cominciare ad elaborare pensieri compiuti, e molti altri ancora prima di portare a compimento la lenta maturazione che ci permetterà di creare il cervello più evoluto che si conosca. Sarà anche il tempo necessario perché ognuno di noi possa imprimere allo sviluppo della propria mente un’impronta personale che risenta, oltre che di una predisposizione genetica, delle esperienze e dell’ambiente in cui vive. Saranno le esperienze della vita a plasmare i più piccoli dettagli del nostro cervello, sarà la cultura che ognuno di noi accumulerà a contribuire a sviluppare le reti neurali che costituiranno il cervello di ogni singola persona, facendo così di ogni cervello un’entità unica, differente da qualunque altra. “In questo senso, noi siamo molto più che i nostri geni, noi siamo l’attività dei nostri neuroni”, scrive Sebastian Seung nel suo libro Connectome. E sarà questa combinazione tra le informazioni del nostro DNA, che costituiscono la struttura base del nostro cervello e sono frutto dell’evoluzione, e l’insieme delle reti neurali che sviluppandosi nel corso della vita costituiranno l’insieme delle nostre conoscenze, a determinare ciò che ci caratterizzerà e da cui scaturirà la razionalità oppure la creatività, o la genialità di ognuno di noi.  

Il genio è più legato alla creatività che all’intelligenza. L’intelligenza, legata alla logica, è la capacità di risolvere problemi nuovi e adattarsi all’ambiente, di progettare e realizzare fini complessi. La creatività, utilizzando la curiosità, l’immaginazione, la fantasia e il cosiddetto pensiero divergente,   è la capacità di intuire il nuovo, di organizzare conoscenze intorno a una visione inedita, di creare e inventare immagini e realizzarle. Diceva Einstein: “La logica può portarti dal punto A al punto B, ma l’immaginazione può portarti ovunque”. Certamente, senza la  creatività, l’intelligenza non sarebbe andata oltre la semplice rappresentazione logica della realtà e non avrebbe immaginato le opere d’arte, di architettura e di fantasia di tutti i tempi, le scoperte scientifiche che hanno fatto progredire la nostra società, non avrebbe esplorato le profondità del cosmo e delle infinitamente piccole parti della materia e, infine, non si sarebbe addentrata nei segreti della nostra mente.

Quali sono le frontiere dell’intelligenza artificiale? In teoria dovrebbe trattarsi di una scienza che amplifica le potenzialità del cervello, codifica luoghi di sedimentazione esterna della memoria per conservare una quantità pressochè illimitata di dati e funzioni, elabora procedure suppletive e di supporto alla mente umana per ricevere da essa input e deleghe a compiere determinate operazioni computazionali, semplifica e organizza l’uso della tecnologia nel creare apparati e meccanismi che integrino il ragionamento e il compiersi di una operazione complessa evitando di ripartire ogni volta da capo.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli invita a tenere sempre ferma la distinzione tra il cervello che abbiamo in testa e quello che abbiamo in tasca (o nei laboratori, nei centri di elaborazione dei dati, a partire dal semplice smartphone o dal tablet). Richiama in pratica la primazia del pensiero critico e pensante sul pensiero già codificato in sequenze o algoritmi. Ho in mente due domande al riguardo. Fino a che punto l’uomo può delegare agli apparati tecnologici funzioni  umane, e questo da un punto di vista di fattibilità? La seconda domanda: esistono dei limiti etici a questo transfert di operazioni-funzioni? Il filosofo Giorello ritiene la scienza e la tecnica ancillari al pensiero e al progresso. Il Suo collega Galimberti è preoccupato di una invadenza della tecnologia -e ora della digitalizzazione- nella nostra vita, fino al rischio di una sorta di mutazione ontologica e antropologica. Lei cosa pensa al riguardo?

L’intelligenza artificiale (IA) non appartiene più a un futuro da fantascienza: è già qui e sta cambiando il mondo. La nostra vita, come la viviamo oggi, non sarebbe più possibile senza di essa: ci aiuta nelle diagnosi mediche, ci fornisce strumenti di apprendimento e di comunicazione straordinari, ci procura salute e benessere, ci permette di inviare i nostri astronauti nelle stazioni spaziali. Le macchine ci battono in tutto ciò che riguarda velocità di operazioni e numero di elementi computazionali, oltre che nella velocità dei cambiamenti. Si calcola che oggi l’umanità produca in due giorni la stessa quantità di dati generata dall’alba della civiltà fino al 2003.

Sono dati impressionanti. Ma questo vuol dire che dobbiamo considerare definitivamente in disuso il nostro cervello? Per fortuna no. Nella mente umana vi sono elementi caratterizzanti che le macchine non riescono a riprodurre. Ne cito solo tre. Il primo è la capacità del nostro cervello di emozionarsi; le emozioni non sono solo sentimenti, ma elementi determinanti per qualunque processo decisionale, per la scelta del bene e del male. Una seconda caratteristica umana è la creatività, cioè il prodotto dalla libera associazione di idee, pensieri ed emozioni, cosa che una rigida serie di algoritmi non potrà mai esprimere. E poi c’è la coscienza, una caratteristica così complessa che difficilmente potrà emergere da una materia grezza.

Ma allora, siamo sicuri di poter chiamare “intelligenti” macchine incapaci di costruire una rappresentazione del mondo e di dare vita a processi creativi? Non sarebbe più appropriato definirle, almeno per ora, semplicemente “supertecnologie”?

Il sogno di chi fa ricerca sull’IA non è quello di fermarsi ad una supertecnologia bensì di costruire una macchina con un’intelligenza della massima ampiezza, in grado di realizzare qualunque fine, compreso l’apprendimento, al pari di un essere umano. Tutto ciò, come si capisce, solleva problemi, non solo tecnologici e filosofici, ma anche di sicurezza per il genere umano. Probabilmente questo è tra i dibattiti più importanti del nostro tempo. La scommessa è che la scienza ci possa dare gli strumenti per gestire il processo nel modo giusto prevenendone i rischi, e che i governanti del mondo ci dotino di leggi sagge che permettano di preservare l’equilibrio complessivo del mondo insieme alla dignità e alla libertà dell’uomo.

Se tutto ciò avverrà, e se avverrà nel modo giusto, allora una superintelligenza artificiale potrà rivelarsi una delle trovate più geniali nella storia dell’umanità.

In una recente intervista a questa Rivista il Prof Arnaldo Benini considera l’eziopatogenesi del COVID-19 e la riconduce a diversi fattori che legano l’uomo alla sua presenza sulla Terra, ai livelli di sostenibilità ambientale, all’espansione massiva dell’umanità (ad oggi 7 miliardi e mezzo di persone) ricordando che il biologo Edward O. Wilson fissa un semaforo di sostenibilità uomo-natura a 6 miliardi di esseri umani, pena l’incompatibilità ecosistemica. Inoltre rammenta l’opera distruttiva nei cfr dell’ambiente che può provocare mutazioni genetiche, In sintesi riferisce di una umanità impreparata alla pandemia, con comportamenti dissennati che ne sono anzi concausa. In Sua recente intervista al Corriere della Sera a Sua volta Lei, Prof. Maira, considera i rischi derivanti da  un approccio immediato emotivo e “troppo veloce”, fondato sulla paura, invocando il ragionamento e l’adozione di procedure frutto di riflessione e ponderazione dei problemi in atto: dalla conoscenza del virus alle misure profilattiche da adottare, ai comportamenti quotidiani da modificare fino all’organizzazione di un modello sanitario basato sulla prevenzione e su misure idonee, a cominciare dalla formazione del personale sanitario. Riusciremo a procedere in questa direzione e a stabilire un coordinamento sovranazionale che eviti approcci differenziati ove non diametralmente opposti? Quale dovrebbe essere la cabina di regia, viste le discordanze tra OMS, IIS, scienziati, esperti, decisori politici nazionali e locali? Lei parla di un “pensiero lento che generi decisioni razionali e consapevoli”: cosa va imputato al SSN e cosa va ricondotto alla pedagogia sociale dei comportamenti umani individuali e collettivi?

Sono molto d’accordo con le argomentazioni del prof. Benini. Il pianeta si trova alla possibile sesta catastrofe della sua storia, e questa volta per colpa dell’uomo e del suo progresso tecnologico. L’alterazione violenta dell’ecosistema sembra essere una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni, cosa che da tempo aveva fatto temere agli scienziati lo sviluppo di una pandemia.

Ma voglio dare una breve descrizione dei meccanismi grazie ai quali l’uomo prende le sue decisioni. Nel corso di tanti anni il nostro cervello ha selezionato due modalità principali di comportamento. La prima è il pensiero veloce, l’intuito, che opera in fretta e automaticamente, basandosi su scorciatoie mentali. Si attiva quando, di fronte a una situazione particolarmente grave e inattesa, della quale abbiamo conoscenze incomplete, è essenziale avere una risposta rapida. 

La seconda modalità è il pensiero lento, quello della logica e delle attività mentali più impegnative che coinvolgono un ragionamento più complesso e più affidabile; si attiva quando più elementi del problema sono noti ed è quindi più logico prendere decisioni maggiormente ragionate e consapevoli. 

Penso che nella vicenda, oramai abbastanza lunga, dell’infezione da coronavirus, sia a livello individuale che politico ci si sia trovati troppe volte, per necessità, per mancanza di informazioni certe o di elementi su cui basare decisioni ponderate, a impostare i comportamenti su reazioni emotive e su pensieri rapidi, quasi intuitivi. 

Adesso, pur mantenendo ancora alto il grado di preoccupazione, è il momento che la ragione riprenda il suo primato e si passi a comportamenti razionali, ad azioni governate dal pensiero lento. E il pensiero razionale deve portarci ad imparare molto dalle vicende da cui siamo stati colpiti in questi mesi.

In una altrettanto recente intervista a Il Foglio Lei elenca alcune misure per adeguare la Sanità italiana alle esigenze e alle emergenze di questa epoca, in cui si alzano i livelli di competenza e l’organizzazione del sistema sanitario anche a motivo dell’elevarsi dei rischi generalizzati di virosi sempre più complessi, mutevoli e sofisticate e nell’ordine Lei indica quattro azioni da intraprendere: tamponi sistematici per tutti i lavoratori a rischio, ospedali attrezzati per le pandemie, nuovi metodi di selezione nelle scuole di specializzazione e borse di studio (immagino per la Ricerca). All’avvio della cd. fase 2 alcuni esperti scientifici hanno ipotizzato un rischio di 150 mila nuovi contagiati in cura nei reparti di terapie intensive a fronte di una disponibilità nazionale di 8370  posti letto. Lo “spread” sanitario , il gap con la Germania che di posti letto ad hoc ne ha 28mila è evidente. Perché questo ritardo in una Europa a due velocità?

Purtroppo, in tanti anni ci siamo cullati dietro il convincimento di avere una sanità di eccellenza e 

abbiamo basato le nostre certezza sulla falsa idea di essere invulnerabili e di avere una soluzione tecnica per ogni problema. In realtà ci siamo accorti di avere tra i più bassi numeri di letti di terapia intensiva in Europa, che il fatto di avere dedicato alla sanità e alla ricerca una quota troppo bassa del PIL ci ha esposti a non avere una valida medicina del territorio e ad avere uno squilibrio troppo alto tra sanità del nord e del sud. Ma, soprattutto, siamo giunti totalmente impreparati di fronte ad una pandemia che molti scienziati avevano presentato come possibile, con dipartimenti dedicati alla prevenzione incapaci di cogliere immediatamente l’entità del problema e di contrastarlo efficacemente.

Ma adesso è il momento di recuperare. Il decreto legge Rilancio, tra le tante cose, prevede investimenti cospicui per rafforzare il sistema sanitario ospedaliero e territoriale, con miliardi di euro per nuovi posti di terapia intensiva e respiratori, con realizzazione di nuovi Covid-Hospital destinati solo a pazienti infetti per evitare, come successo nel corso dell’emergenza, che gli ospedali diventino moltiplicatori dell’epidemia (ancora oggi valuterei molto seriamente la possibilità di realizzare, a Roma, un polo Covid di alta specializzazione all’Ospedale Forlanini, vicino allo Spallanzani), investimenti sulla medicina territoriale,  assunzione di 9.000 paramedici, e, importantissimo, un finanziamento per un aumento di oltre 4.000 nuove borse di studio per la formazione specialistica dei neolaureati.  Probabilmente cominciano a farsi sentire gli effetti del pensiero lento, quello che affronta razionalmente e con lungimiranza le decisioni da prendere.

Credo che in nessun ambito come quello sanitario sia necessaria una competenza aggiornata del personale medico e infermieristico. Quale importanza attribuisce ad una formazione in itinere del personale sanitario? L’emergenza COVID-19 ha evidenziato il nervo scoperto di anni di assunzioni bloccate e di tagli alle spese in ricerca pura e applicata, nell’aggiornamento, nelle strutture ospedaliere. Facendo anche  ricorso ai medici specializzandi per carenza di personale. Come recuperare questo gap?

L’esperienza che stiamo ancora vivendo ci ha dimostrato chiaramente, e con orgoglio, che abbiamo tra i più bravi medici e paramedici del mondo, capaci di sacrificare i loro affetti e le loro vite per dedicarsi agli altri. Abbiamo ricercatori straordinari che con stipendi veramente bassi passano le giornate e le notti nei laboratori per farci avere presto una cura o un vaccino contro il virus. La formazione continua è importante per l’aggiornamento delle competenze. Ma ancora più importante è considerare la professione dei medici, dei ricercatori e degli operatori sanitari in genere, una risorsa essenziale e importante per il paese. Rendiamoli medici e ricercatori soddisfatti e gratificati del loro lavoro, anche perché da loro dipenderà la salute futura di ognuno di noi.

Un’ultima domanda riguarda le conseguenze che l’uso di sostanze tossiche, di droghe naturali e chimiche e della loro dipendenza provocano sul cervello. Immagino si tratti di danni irreversibili. Vuole parlarne, specie rivolgendosi a quei giovani che imboccano una strada senza ritorno? E da dove cominciare a riflettere in modo serio e senza remore su questi problemi? Forse la scuola può dare una mano in questo senso?

Gli studi del cervello con Risonanza Magnetica ci permettono di vedere i danni che le droghe e l’alcol provocano a quest’organo. L’abuso protratto può provocare devastazioni cerebrali molto simili a quelle che si vedono nelle persone anziane o a quelle che si associano alla più grave demenza senile, la malattia di Alzheimer. Questo spiega i deficit comportamentali (apatia, rallentamento motorio) e cognitivi (smemoratezza, rallentamento del pensiero), riscontrati in chi fa uso di queste sostanze. In certi casi, tuttavia, anche una minima assunzione di cocaina o ecstasy può avere effetti deleteri, provocando danni devastanti al cuore e al cervello, come se ci si sottoponesse a una forte scarica di adrenalina. 

Negli ultimi decenni l’abuso di alcol e droghe, anche da parte dei ragazzi più giovani, è diventato una vera e propria malattia sociale; nella ricerca del divertimento, è entrata prepotentemente la cultura dello sballo, non ci si diverte se non si sballa. Far sapere ai giovani quali sono le possibili gravi conseguenze che, drogandosi o ubriacandosi, rischiano di portarsi dietro per tutta la vita, può servire a far capire a qualcuno di loro che questi comportamenti non sono un gioco o un divertimento fine a se stesso: drogandosi o ubriacandosi ci si può giocare la vita. 

La prima battaglia contro droga e abuso di alcol deve essere combattuta nelle famiglie e nelle scuole, seguendo un semplice slogan: “Attenzione e informazione”. E’ una battaglia difficile perché il mondo delle droghe è in continuo cambiamento, e per contrastarlo ci vogliono strategie serie. 

La Fondazione Atena Onlus, che ho fondato venti anni fa, da tanti anni, con la collaborazione del prof. Antonio Rebuzzi, cardiologo di fama internazionale e vice presidente della fondazione, fa un’opera di informazione verso i giovani andando nelle scuole d’Italia per spiegare a ragazzi di tutte le età quali siano i danni che l’assunzione di alcol e droghe provoca al cervello. Nel novembre del 2019 ho partecipato ad una manifestazione internazionale, il WE Day di Nottingham, proprio per spiegare questi pericoli a migliaia di ragazzini.

Alesina, l’economista critico degli automatismi, anche quando utilizzati per l’unione monetaria europea.

L’improvvisa fine della vita terrena dell’economista Alberto Alesina ha riacceso la discussione sulle sue tesi. Si ricordano la sua apologia dell’austerità, il suo sostegno post litteram all’Euro. Le sue opinioni al proposito non lasciano spazio ad equivoci. Alesina però fu anche un grande critico della moneta unica negli anni in cui essa veniva costruita. In particolare gli argomenti che Egli espresse in un editoriale sul Corriere della Sera del 15 dicembre 1997 dal titolo “I quattro grandi bluff dell’unione monetaria” lasciano, riletti adesso, sbalorditi per profondità d’analisi e lungimiranza. Sia chiaro, il ricordare una precisa fase del Suo pensiero, non significa in alcun modo provare a coinvolgerLo in cause a Lui estranee, ma solo attingere a dei frutti del Suo ingegno di economista, per capire meglio il nostro presente.

Nel suddetto editoriale Alesina smonta una ad una le ragioni addotte in favore della moneta unica, in un dibattito in quegli anni a senso unico al posto “di una pacata discussione sui costi dell’Unione monetaria”. E le previsioni contenute nelle sue quattro critiche, ahinoi, a distanza di 23 anni si sono rivelate tutte vere con incredibile precisione.

Se la sua prima critica, non serve un’unione monetaria per il mercato comune europeo, può apparire addirittura ovvia, essa fa da sfondo alle successive.

Alla campagna di stampa allora orchestrata contro i cambi flessibili come ostacolo al commercio, Alesina ribatte, controcorrente, con la sua seconda critica che “Non esiste alcuna evidenza che la flessibilità dei tassi di cambio riduca la crescita del commercio internazionale”.

Dopo aver liquidato come una stupidaggine l’argomento che la moneta unica fa risparmiare le spese di cambio fra le valute, perché ciò non ha “alcun significato macroeconomico”, Alesina aggredisce la sostanza della questione. Con i cambi fissi, richiesti da quello che sarebbe stato chiamato Euro, “qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambio”. Da qui la Sua previsione, purtroppo confermata, guardando ai dati pre-covid, che “l’Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l’aggiustamento agli choc molto difficile e renderà la disoccupazione ancora più permanente”.

Al parametro del rapporto deficit/Pil inferiore al 3 %, Alesina riserva la sua terza critica: considerare come un beneficio per l’Italia l’avere tale rapporto “del 3% del Pil invece che del 5% del Pil nel 1998 fa sorridere, soprattutto al di là delle Alpi. Un nuovo sistema di cambio che dovrebbe durare per decenni va giudicato per i suoi meriti intrinseci e globali”.

Infine, in un crescendo Alesina assesta la quarta e decisiva critica all’Unione monetaria europea, mettendo in discussione il fatto che essa costituisca “un passo verso la vera meta che è una forma di unione politica”. Senza esitazioni afferma che “La realtà però è l’opposto. Con ogni probabilità i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera. Costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un’operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa”. Purtroppo un’altra previsione azzeccatissima: l’Euro si è rivelato un fattore di aumento delle divergenze fra i Paesi e i ceti sociali e il rimedio delle politiche di austerità per ridurre tale divario, si è dimostrato peggiore del male. I blocchi da virus hanno poi impresso un’accelerazione inattesa e improvvisa al processo di deterioramento sociale ed economico nell’Eurozona dovuto principalmente a politiche macroeconomiche errate e miopi, antitetiche all’auspicabile e urgente traguardo dell’unità politica europea. Ormai resta poco tempo in Europa per evitare che i pericoli indicati quasi 23 anni fa in uno straordinario editoriale di Alberto Alesina, si materializzino in modo irreparabile. Comunque la si pensi, anche di questo Gli dobbiamo essere grati.

Prima la persona, poi il lavoro

Il provvedimento voluto e proposto dalla Ministra Teresa Bellanova per regolarizzare la presenza dei lavoratori stranieri delle nostre campagne ha fornito l’occasione per misurare l’approccio valoriale con il tema dell’integrazione e del rispetto dei diritti umani di quelle persone che qualcuno si ostina a voler considerare solo come semplici braccianti utili a far arrivare nelle nostre case i prodotti della terra, di quella terra dove – nonostante il progresso e le innovazioni tecnologiche – ancora oggi il lavoro è duro e faticoso. Una regolarizzazione richiesta anche da tante imprese sane che sentono l’esigenza di lavorare in trasparenza e nel rispetto della normativa sul lavoro e sulla sicurezza. La storia personale della Ministra Bellanova garantisce l’autenticità dell’iniziativa, che rende strumentale la funzione lavorativa rispetto all’obiettivo principale di riconoscere i diritti fondamentali ai lavoratori stranieri che operano nel nostro Paese.

Dobbiamo a tal proposito fare un chiarimento per capire ciò che consideriamo uno strumento e ciò che consideriamo un fine nelle scelte politiche sull’immigrazione, perché ciò equivale a chiarire se guardiamo a questi lavoratori come persone o soltanto come braccia utili per delle fatiche che altri non vogliono fare. Vale ricordare che nella nostra Costituzione (frutto anche del fecondo contributo dei cattolici democratici) il lavoro è individuato come strumento affinché l’uomo possa essere effettivamente persona, con una sua dignità ed una sua funzione sociale.

In fondo è proprio su questa interpretazione che il provvedimento ha rischiato di arenarsi per l’ansia dei pentastellati, presi dalla paura di perdere consensi su quel fronte destro del movimento che ancora rimpiange la nefasta stagione di governo con la Lega. In questi casi è sempre il chiarimento culturale che precede e genera quello di carattere politico. Chi fa riferimento alla cultura della persona umana, del rispetto della sua dignità e dei suoi diritti, non si può infatti accontentare di una sostanziale sanatoria delle posizioni lavorative, peraltro a termine pur in presenza di crescenti esigenze da parte delle aziende di diversi settori produttivi. 

Ma la gerarchia dei valori ci riporta sempre ad un’attenzione prioritaria alla persona umana

 e poi alla sua funzione di lavoratore. Papa Francesco con il suo Magistero non perde occasione per rimettere l’uomo al centro della storia, come ragione dell’impegno politico per il bene comune e per un nuovo umanesimo.

Torna alla mente anche il discorso noto con il titolo di “Tempi nuovi si annunciano…” nel quale Aldo Moro parla dell’intollerabilità di ingiustizie, zone d’ombra e condizioni d’insufficiente dignità e della necessità quindi di “una visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio”. Era il 21 novembre del 1968, ma il discorso è di drammatica attualità e ci impegna ad una riflessione ulteriore sul modello di società che vogliamo costruire.

 

Abbazia di Montecassino, un “open day” il 1° giugno.

Il 31 maggio l’Abbazia di Montecassino ritornerà alla quotidianità, dopo la chiusura dovuta alla emergenza sanitaria ancora in atto.

Per festeggiare, la comunità monastica ha pensato a una novità: lunedì, 1° giugno, sarà dedicato a un ‘open day’, un intero giorno in cui i servizi all’interno dell’Abbazia, a partire dal parcheggio fino all’ingresso al museo, saranno offerti in maniera gratuita. Una opportunità per quanti abbiano voglia di scoprire o riscoprire ambienti noti e meno noti dell’Abbazia.

A partire dalle 10 e fino alle 17.30 si susseguiranno visite guidate gratuite negli spazi aperti al pubblico; si tratta di un’esperienza che si potrà vivere prenotandola sul sito, selezionando “open day” del 1° giugno e scegliendo l’orario.

Questa modalità di prenotazione permette di conoscere in anticipo il numero di persone presenti all’interno del monastero e di gestire così in tranquillità la loro permanenza dall’ingresso fino all’uscita. La partecipazione ad ogni tour è riservata a un numero ristretto di visitatori, che si muoveranno in spazi adeguati, e in molti casi all’aperto.

Nelle campagne solo lo 0,06% dei contagi

Delle 43.399 denunce di infortunio da Covid-19 al lavoro registrate dall’Inail appena lo 0,06% riguarda l’agricoltura dove nelle 730mila imprese italiane non si è peraltro mai smesso di lavorare per garantire le forniture alimentari alla popolazione. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base delle denunce complessive di infortunio pervenute all’Inail tra fine febbraio e il 15 maggio 2020.

Un risultato che – sottolinea la Coldiretti – dimostra il maggior livello di sicurezza nelle campagne dove si lavora spesso all’aria aperta ed è più facile mantenere le distanze grazie ai grandi spazi disponibili. Si tratta di una buona notizia sia per quanti lavorano nelle campagne di raccolta estiva in agricoltura che per chi sceglie di passare le vacanze a contatto con la natura nei 24mila agriturismi italiani.

Gli agriturismi, spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse – sottolinea la Coldiretti – i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche e con l’arrivo della bella stagione sostenere il turismo in campagna significa evitare il pericoloso rischio di affollamenti al mare o nelle città.

I dati dell’Inail – continua la Coldiretti – aprono anche la strada alla disciplina della quarantena attiva per consentire ai lavoratori provenienti dall’estero di collaborare immediatamente in azienda tenendosi separati dagli altri dipendenti. Una soluzione che – conclude la Coldiretti – consente di garantire professionalità ed esperienza alle imprese agricole italiane grazie al coinvolgimento temporaneo delle medesime persone che ogni anno attraversano il confine per un lavoro stagionale per poi tornare nel proprio Paese.

Coronavirus: l’antivirale remdesivir accorcia i tempi di guarigione

Assorted pills

L’analisi preliminare si basa sui dati del trial terapeutico adattivo Covid-19 (Actt) sponsorizzato dal National institute of allergy and infectious diseases (Niaid), guidato da Anthony Fauci. Lo studio randomizzato e controllato ha arruolato adulti ricoverati con Covid-19 con evidenza di coinvolgimento del tratto respiratorio inferiore (malattia generalmente da moderata a grave).

Gli studiosi hanno scoperto che remdesivir è stato benefico soprattutto per i pazienti ospedalizzati con forma grave di Covid-19 che avevano bisogno di ossigeno supplementare.

Lo studio è iniziato il 21 febbraio 2020 e ha arruolato 1.063 partecipanti in 10 Paesi in 58 giorni, rileva che i pazienti che hanno ricevuto remdesivir hanno giovato di un tempo di recupero più breve rispetto a quelli che hanno ricevuto placebo.

Galli Della Loggia e Ruini: nostalgici della Chiesa d’ordine. Intervista a Guido Formigoni.

Nell’opinione pubblica cattolica italiana hanno fatto discutere gli interventi, nei giorni scorsi, di Ernesto Galli Della Loggia e di Camillo Ruini. Rispettivamente storico, Galli della Loggia, ed ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Camillo Ruini. Due interventi che hanno toccato il postconcilio e l’attuale pontificato. Cerchiamo, in questa intervista, con il professor Guido Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea  all’Università IULM di Milano, di approfondire il significato di queste prese di posizione.

 

Guido​ Formigoni (Augusto Casasoli/A3/Contrasto)

Professor Formigoni, la Chiesa Cattolica ha appena celebrato i cento anni della nascita di Giovanni Paolo II. Un centenario che ha proiettato, da parte di qualche alto prelato, anche giudizi sugli ultimi cinquant’anni della storia della Chiesa contemporanea. Ma andiamo con ordine. Chiedo a lei, come storico, un giudizio sintetico su Karol Wojtyla. Al di là dell’apologia, e in questi giorni se n’è vista troppa, qual è la cifra del pontificato di Giovanni Paolo II?

Beh, difficile ridurre a una cifra semplice e sintetica un pontificato tra i più lunghi della storia recente e senz’altro complesso come quello di Giovanni Paolo II. A mio modo di vedere (e anche nei limiti della mia conoscenza), senz’altro il quadro iniziale del pontificato è stato collegato alla ripresa e alla valorizzazione del concilio (che si era chiuso da meno di quindici anni), ma con la caratteristica originale di attribuirvi un nuovo timbro “istituzionale”. Il senso del messaggio del papa era un rinsaldamento della Chiesa come struttura centralizzata e autorevole, come forza sociale in grado di esprimere una visione forte del mondo e della storia, sia nell’Occidente secolarizzato che nell’Oriente comunista e anche nel cuore delle nuove esperienze dei popoli extraeuropei e del loro rigoglio di sviluppo religioso. In questo senso l’esperienza polacca della Chiesa storicamente concepita come guida della nazione indubbiamente contava. Per cui, in alcune realtà come quella italiana dove il cammino postconciliare aveva seguito uno sviluppo proprio, centrato sulle chiese locali, la valorizzazione del laicato, il pluralismo teologico, il dialogo con l’esterno, questa logica apparve e fu piuttosto impositiva, provocando una crisi indubbia (si ricordi l’approccio del papa al convegno ecclesiale di Loreto). Oppure si ricordi il senso di una stretta sulle esperienze di comunità di base in America Latina, con la connessa riaffermazione dell’autorità episcopale oltre che i limiti rigidi imposti alla teologia della liberazione. Il papa pensava tutto ciò come un “tradimento del concilio” (titolo di un libro polemico che uscì in quegli anni)? Io direi di no, anche se la sua sensibilità e il suo approccio deciso e volitivo aprivano uno scontro multiforme ma visibilissimo su come intendere alcune delle conseguenze nella recezione del Vaticano II. Il sinodo del 1985 non a caso rilanciò l’idea del concilio come “grande grazia di questo secolo”: tutt’altro rispetto alla sua rilettura come causa di tutti i mali contemporanei, che era propria della destra cattolica. E che il papa restasse nel solco del Vaticano II lo si vide poi da alcuni gesti e parole importanti: la tenuta sulla riforma liturgica; la critica estesa anche al capitalismo dopo il crollo del comunismo europeo nel 1989; il deciso impegno per la pace e contro ogni giustificazione religiosa della guerra, partito dalla grande preghiera interreligiosa del 1986; l’apertura al ripensamento del ruolo papale nella “Ut Unum Sint”; la richiesta di perdono per i peccati della Chiesa connessa al grande Giubileo del 2000.

 Dicevano all’inizio che il centenario ha offerto l’occasione, a qualche autorevole prelato, in questo caso ad un  cardinale italiano, Camillo Ruini, già Presidente della Conferenza episcopale italiana sotto Wojtyla, di esprimere un giudizio su una stagione complessa, quella del post concilio. Secondo Ruini con Giovanni Paolo II “la Chiesa è uscita da quella posizione difensiva sulla quale era stata a lungo costretta dalla crisi del dopo Concilio e ha potuto riprendere l’iniziativa, soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione”. Un giudizio che tocca in pieno il pontificato di Paolo VI. Al di là della modalità espressiva assai poco felice e sbrigativa, è difficile pensare con Papa Montini, uomo dotato di grande cultura e di raffinata visione “politica” del cattolicesimo, ad una Chiesa difensiva come quella dell’immediato postconcilio. Mi sembra che il “dottor sottile” dell’episcopato italiano qui voglia colpire il Concilio e la sua visione di Chiesa sulla frontiera del dialogo con la modernità. Eppure Wojtyla, con i suoi limiti  ermeneutici, ha confermato su diversi punti (il dialogo est-ovest,  il dialogo interreligioso, ecumenico, la critica al modello di sviluppo economico) il Pontificato di Paolo VI. Qualcosa non torna nel giudizio di Ruini. E’ così Professore?

 Il giudizio di Ruini mi pare vada oltre Giovanni Paolo II stesso. Allude a un ruolo del concilio del causare una situazione di crisi nella Chiesa che è concetto frutto di una lettura storica non neutrale e ricca di conseguenze: molto diverso naturalmente è vedere invece sotto i cosiddetti “anni dell’onnipotenza” fermentare una crisi del cattolicesimo contemporaneo, cui il concilio provò a rispondere. L’ipotesi per cui Paolo VI si ridusse a una posizione difensiva è smentita dalle ultime ricerche storiche, che hanno messo in luce come indubbiamente il papa attraversò una fase di incertezze, dubbi e sconforto nell’immediato post-concilio, venendo molto turbato dalla violenta ondata anti-istituzionale che dalla società investiva la Chiesa. Ma è ormai chiaro che negli ultimi anni di pontificato il suo approccio divenne molto più saldo, sereno e fiducioso, fino a quegli interventi come l’«Evangeli nuntiandi» del 1975 che erano attraversati da una logica tutt’altro che difensiva, ma innovativa e propositiva, sul nocciolo stesso della questione dell’evangelizzazione.

 Veniamo, ora, al secondo fatto, non direttamente legato al centenario di papa Wojtyla, ma dato il personaggio coinvolto, forse un qualche legame c’è. Mi riferisco a  Ernesto Galli della Loggia. Un personaggio assai controverso nella sua “competenza” ecclesiale. Lo storico si è reso protagonista, con ben due articoli apparsi sul “Corriere della Sera”, di un duro attacco a Papa  Francesco. Nel primo, in estrema sintesi, si “accusa” la Chiesa guidata da Bergoglio di non avere alcun impatto politico in quanto, il “discorso pubblico” del Papa, sarebbe ridotto a ideologia (perché perde ogni specificità religiosa).  Non solo ideologia ma anche i suoi destinatari, dei discorsi, sarebbero non più gli uomini di buona volontà ma i poveri e i movimenti. Sociali. Affermazioni, queste, facilmente smontabili. Nel secondo articolo, poi, si accusa il Papa nel suo annuncio in favore dei poveri di mettere in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio è anche per questo che diventa un discorso ideologico e quindi, inevitabilmente, la conseguenza è che la Chiesa diventi come un “partito”. Le accuse sono assai pesanti.  Professore che idea si è fatto di questi attacchi? Perché questa virulenza, da un “maestro” (si fa per dire) del moderatismo italiano?

Non scopriamo oggi la preferenza di Galli Della Loggia per una Chiesa che porti un contributo d’ordine sul modello della «religione civile», in un mondo governato dalla logica individualistica del liberalismo moderato. Questo lo porta a criticare un pontificato che non sta proprio nelle sue corde, per l’acquisizione di un modello post-cristianità totalmente diverso da quello da lui auspicato, in cui l’influenza della Chiesa è affidata alla coscienza delle persone, in un orizzonte di libertà che ha dismesso ogni sogno di potere mondano. Al di là di questa divergenza di opinione, quello che spicca nei suoi editoriali è un approccio per così dire «fissista» alla teologia e alla Chiesa, quasi che un certo modello del passato (impostazione filosofica veritativa, autorità centralizzata, dottrina della Chiesa centrista, istanze di conversione del mondo esterno…) sia dato per ovvio ed eterno. Per cui di fronte a un papa che sposta il tiro sulla predicazione di un’esperienza del divino centrata sulla misericordia di Dio rivelata nel vangelo di Gesù, egli si trova spiazzato e reagisce in modo francamente un po’ eccessivo, giudicando queste posizioni prive di originalità religiosa e lontane dal vangelo: che cosa sia propriamente religioso lo potrà decidere chi è dentro nella Chiesa, più che un osservatore intellettuale esterno, per quanto partecipe? Quello che poi Galli nota correttamente è invece che il papa ha preso un indirizzo molto più universalista nell’indirizzare il suo messaggio, oltre le mura dell’Occidente: naturalmente ancora una volta la sua lettura è di segno negativo, ma qui egli coglie nel segno.

 Di fronte a questi attacchi “brilla” l’assenza di una qualche reazione cattolica…E’ così?

 Non saprei dire se ci sia stata totale passività… Una certa mancanza di reazione fa parte probabilmente di un approccio ecclesiastico generale che non ama la polemica intellettuale pubblica (a torto o a ragione). Ma è anche forse da attribuire in parte a un approccio generale della Chiesa italiana che mi pare un po’ statico: mi sorprende sempre quanto la parte di questa comunità cristiana che dovrebbe essere più in sintonia con le novità del pontificato di Francesco – dopo anni di incertezze e difficoltà vissute nel corpo ecclesiale – in realtà sia come timorosa e prudente, semplicemente in ottica di ripetizione del magistero papale, più che non nell’assunzione di una propria funzione trainante nella Chiesa per far fecondare e rilanciare quanto il papa suggerisce.

Eppure nel mondo post-covid19 il ruolo della Chiesa sarà fondamentale. Non solo nell’ambito delle opere di carità ma anche nella ricostruzione morale del Paese.  Le sfide sono davvero enormi, e il papa Francesco, con buona pace di Galli Della Loggia, ha detto parole chiare in questo tempo di Pandemia.  In questo senso il discorso “politico” dei cattolici potrà giocare un ruolo fondamentale.   Vede spazi per un protagonismo dei laici cattolici?

 A questo proposito le cose sono complesse: non credo ci sia niente di scontato. Francesco ha computo gesti e detto parole di alto livello, soprattutto nella invocazione a Dio, solo in piazza San Pietro. Siamo tutti nella tempesta, nella stessa barca: nessuno è autosufficiente e padrone di sé stesso. Un messaggio forte, che dalla vulnerabilità non trae discorsi vecchio stile sul castigo divino o inviti alla flagellazione e all’ulteriore depressione, ma una invocazione allo Spirito perché aiuti coloro che stanno reagendo, in modo comunitario, mettendosi assieme, ai danni della tragedia cosmica. Questo messaggio a me appare forte e forse può mettere in carreggiata un modello per la pedagogia religiosa e per la risposta cristiana ai problemi del nostro tempo. Potremmo sicuramente anche dire che ci sono elementi di antropologia e di umanità tali da basare anche una prospettiva politica nuova. È però palesemente solo un inizio. Da qui a maturare una capacità politica di tradurre questo atteggiamento in scelte e consapevolezze acute e prudenti, ce ne passa. Far nascere un progetto politico all’altezza dell’«epoca di cambiamento» che stiamo vivendo non è cosa cui basti buona volontà ed entusiasmo, né ricchezza di principi. Non sono sicuro che nel cattolicesimo italiano si stiano muovendo oggi risorse all’altezza di questa sfida, difficilissima per quanto entusiasmante.

Senza corruzione si potrebbero risolvere tutte le maggiori emergenze sociali italiane.

L’Italia galleggia nelle acque putride e melmose della corruzione? Questo è un tema che dovrebbe essere più indagato e più considerato per i molteplici risvolti che comporta per la salute in generale del nostro paese. Infatti riguarda la Democrazia, la libertà delle persone ed il contesto di civiltà in cui vivono, riguarda la libertà d’impresa, l’efficienza del regime di concorrenza, riguarda la destinazione corretta delle risorse pubbliche.

Si pensi: se i cittadini italiani potessero riprendersi tutti i soldi delle tangenti in politica e di quelle pagate per ottenere atti amministrativi pubblici di favore, e poi quelli del pizzo contro le imprese, si potrebbero risolvere tutte le maggiori emergenze sociali italiane, tanto esteso è il fenomeno. Infatti le stime più attendibili indicano la cifra di circa 250 miliardi. Un pugno nello stomaco per gli italiani più impoveriti nell’ultimo ventennio, aggravato dall’ultimo colpo inferto dalla pandemia, che ha messo ancora più a nudo le urgenze occupazionali, di welfare e dell’economia.

Il volume delle somme dirottate nel malaffare sfiorano il 14% del prodotto interno lordo, con la cifra media divisa per abitante di quasi 4.000 di euro. Anche altri paesi europei subiscono il medesimo fenomeno che toglie aria ai polmoni dello sviluppo, ma pur significative, le loro cifre si attestano molto al di sotto di noi. Prendiamo ad esempio i paesi più industrializzati d’Europa come Germania e Francia, e vediamo che per la prima la corruzione costa circa 100 miliardi di euro, e i nostri cugini francesi arrivano a 120 miliardi.

Ma come dovremmo sapere, calcolare solo cifre non basta per valutare il danno tremendo a cui è sottoposta una comunità assediata dalla corruzione. Prendiamo ad esempio gli effetti altamente venefici del sistema tangenti sul funzionamento della Democrazia. Lo Stato perde considerazione agli occhi dei cittadini, con ricadute pesanti sulla coesione comunitaria, in quanto servizi, sovvenzioni, ed investimenti vengono piegati ad interessi estranei allo sviluppo generale, favorendo la malversazione.

Anche le sovvenzioni illegali, hanno la funzione di distorcere il normale funzionamento delle decisioni dei vari gangli dello Stato e della Democrazia: centrali o locali che siano; come finanziamenti occulti delle imprese a favore dei partiti o finanziamenti di paesi stranieri a favore dei partiti politici italiani. L’altro punto, riguarda il funzionamento del sistema di concorrenza tra imprese, fortemente compromesso dal ricorso alla corruzione da parte di chi offre sostegni in denaro per ottenere appalti, sovvenzioni, convenzioni, concessioni, a scapito di altre imprese.

Queste diverse attività illegali, oggettivamente favoriscono le organizzazioni criminali organizzate come la mafia, la Ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita ed altre ancora minori, che stringono in una morsa micidiale l’Italia.

Questa piovra che avvolge il paese, infatti, si nutre di ogni distorsione della legalità per organizzare il riciclaggio dei proventi della droga, traffico delle armi, della prostituzione, nelle innumerevoli attività economiche che sono pericolose per la concorrenza nel mercato italiano contro le imprese pulite, per l’alternativa in cui si pone contro il potere dei cittadini, per la distorsione che provoca in ogni attività civile.

Usciamo dalla gabbia destra-sinistra

Quando riflettiamo sulla attuale difficile situazione politica del nostro Paese, siamo portati a considerarla come causata dalla presenza dei partiti politici della destra portatori di istanze fortemente radicali.

E si sente dire che il sostegno reale più consistente all’attuale governo viene proprio da una siffatta opposizione di destra. Si vorrebbe quasi una opposizione forgiata a proprio uso, cioè una opposizione di comodo, meno radicale.

Nel condurre questa riflessione si dimentica un fatto, che cioè questa analisi pecca di non essere completa, cioè di non considerare la natura e la composizione della stessa attuale maggioranza, cioè di non aprirsi all’esame dell’insieme della attuale sistema politico in atto.

L’opposizione attuale si presenta nei suoi problemi interni né più né meno come si presenta la cd attuale maggioranza di governo nei suoi enormi problemi interni. Se vogliamo sciogliere il nodo assurdo della nostra situazione politica attuale, dobbiamo modificare noi stessi la visione di fondo della nostra azione politica.

Dobbiamo cioè abbandonare la visione bipolare del tutto falsa e pericolosa che spesso abbiamo considerato fondamentale per la nostra democrazia e volgerci a considerare come più idonea e praticabile una lotta politica con più polarità. Solo in questo modo potremmo favorire il dialogo tra forze diverse e impedire quella nefasta radicalizzazione delle idee e dei programmi che oggi mette in pericolo la vita democratica nel nostro Paese. Forse il momento è ancora utile per una proposta politica di tale respiro.

Merkel: “Per l’Ue è il momento di rimanere forti insieme”

Il cancelliere tedesco Angela Merkel, in un messaggio diffuso ieri sul proprio profilo Twitter in occasione della Giornata della Costituzione (Verfassungstag) dichiara che: “questo è il momento per l’Europa di dimostrare la volontà di “rimanere forti insieme”.

Come osservato dal cancelliere tedesco, la pandemia del coronavirus colpisce tutti gli Stati membri dell’Ue per cui “Faremo in modo che l’Europa emerga da questa crisi in modo tale da poter continuare a lottare per la pace e la prosperità insieme”.

Parlando poi della Germania ha aggiunto che: in questi momenti di crisi ciò che è importante è la dignità umana che è inviolabile e “ciò include anche impedire che il nostro sistema sanitario venga sopraffatto..

I ventilatori russi regalati a Trump non erano stati autorizzati dalla Fda

I 45 ventilatori Aventa-M inviati dai russi negli Stati Uniti dopo che il presidente Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin hanno discusso della spedizione in una telefonata del 30 marzo scorso non erano stati autorizzati dalle autorità sanitarie statunitensi.

L’attrezzatura è stata ricevuta dagli agenti della Federal Emergency Management Agency (Fema) a New York il 1° aprile. Il Cremlino e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno salutato la consegna come esempio di collaborazione per combattere un nemico comune. Per aiutare a far fronte alla rapida pandemia Covid-19, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti aveva introdotto un protocollo di emergenza per consentire la distribuzione dei respiratori senza il processo di approvazione dell’agenzia, dispendioso in termini di tempo.

I respiratori russi, tuttavia, non hanno nemmeno ricevuto l’autorizzazione rapida di emergenza della Food and Drugs Administration prima di essere consegnati negli ospedali statunitensi.

Inoltre tali respiratori non sono mai stati forniti agli ospedali locali, che alla fine non ne hanno avuto bisogno avendo necessità, per funzionare, di una tensione elettrica non compatibile negli Stati Uniti.

Dal Mit 380 mln alle Regioni per nuovi bus

Il decreto ministeriale, proposto dalla Ministra Paola De Micheli,  prevede l’erogazione, dal 2018 al 2033, di risorse complessive per 380 milioni di euro da destinare all’acquisto di autobus del trasporto pubblico locale e regionale, a valere sul Fondo Investimento 2018 e 2019.

Si tratta di risorse immediatamente disponibili per 170 milioni da utilizzarsi entro il 2021 e di altri 130 milioni da utilizzarsi entro il 2025. Il decreto stabilisce una riserva pari al 10% delle risorse complessive da destinare alle regioni del sisma (Marche, Umbria, Abbruzzo e Lazio) e una riserva pari alla quota del 5% delle risorse complessive per le regioni ‘ a domanda debole’ (Basilicata, Molise e Sardegna).

Le Regioni non dovranno stipulare alcuna Convenzione con il Mit e potranno procedere all’acquisto dei bus senza obbligo di cofinanziamento e scegliendo la tipologia di alimentazione che riterranno più opportuna, fatto salvo che si tratti di mezzi con emissione nei gas di scarico di classe più recente.  Trattandosi di nuove forniture, i bus dovranno essere tecnologicamente all’avanguardia ed è previsto che siano corredati da idonee attrezzature per l’accesso ed il trasporto di persone a mobilità ridotta, conta-passeggeri, dispositivi per la localizzazione e predisposizione per la validazione elettronica. Le spese potranno riguardare anche  l’allestimento di protezioni e predisposizioni utili a contrastare l’epidemia Covid 19.

Inoltre, i nuovi bus consentiranno alle aziende del tpl di poter rispettare i criteri di sicurezza adottati in seguito al Covid19. Per le stesse finalità anche il Dl Rilancio ha autorizzato l’acquisito di autobus tramite la convenzione Consip al fine di consentire un utilizzo più rapido delle risorse.

Questo il decreto ministeriale di 380 milioni

Record di trapianti all’Ismett di Palermo

Record di trapianti all’Ismett di Palermo, dove in appena 48 sono stati eseguiti 11 interventi, dieci da donatore cadavere ed uno da vivente. In particolare, 3 di fegato da donatori siciliani, 5 di reni grazie alla donazione di un siciliano e 4 toscani, 1 trapianto di polmone da un donatore di Agrigento ed 1 di cuore da donatore di Catania.

A questi si aggiunge un trapianto di fegato da vivente su un neonato, il fegato è stato donato dal papà. Padre e bimbo, provenienti da Cosenza, ora stanno bene, al momento in terapia intensiva in condizioni definite buone dai medici.