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Economia sociale e ruolo dello Stato. Un tema non più eludibile.

Lucio D’Ubaldo, dalle colonne del Domani D’Italia, ha lanciato la proposta, raccogliendo l’autorevole monito di Papa Francesco “all’unità della politica” e di fronte alla perdurante emergenza sanitaria nazionale ed internazionale, di iniziare questo sforzo dalla riscoperta delle ragioni autentiche dell’europeismo. Individuando anche in due leader politici i possibili interlocutori di questa sfida, entusiasmante ed originale, politica e culturale. E cioè, l’attuale Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e l’ex Presidente Tajani. Una proposta nè provocatoria nè astratta ma concreta e perfettamente praticabile. Senza creare confusioni politiche di natura consociativa a livello nazionale e senza ipotecare futuri equilibri politici. Una proposta, soprattutto, che avrebbe il merito di riattualizzare il magistero politico di Alcide De Gasperi e di tutti coloro che hanno individuato nell’Europa, nelle diverse fasi storiche, non un luogo burocratico e finanziario dominato dalle varie e ben note lobby, ma un progetto politico, culturale e sociale in grado di unire i vari paesi in una vera comunità economica e politica. In grado di garantire crescita e sviluppo economico ma anche, e soprattutto, di praticare la solidarietà e la sussidiarietà. E, in una fase storica che richiede più Europa e più comunità, è arrivato il momento, forse, di ridar voce e sostanza a quella intuizione e a quel progetto originario europeista. 

Ma, accanto a quella proposta e all’invito specifico avanzato da D’Ubaldo, c’è un altro grande tema che si affaccia con prepotenza alla nostra attenzione. E cioè, rileggere e riattualizzare una moderna economia sociale di mercato. E, nello specifico, rilanciare un moderna politica di intervento dello Stato in economia. Un recente intervento di Romano Prodi ha riproposto il tema, al di là e al di fuori di qualsiasi strumentalizzazione sulla statalizzazione dell’economia e sulla mortificazione dell’iniziativa privata. Nulla di tutto ciò ma, dopo la pandemia che ci ha travolti e sconvolti, è indubbio che il ruolo dello Stato nel sistema economico è ridiventato centrale e chiaramente indispensabile se non vogliamo assistere ad un progressivo stillicidio del nostro sistema economico e produttivo. 

Ecco, riproporre oggi un pensiero che possa gettare le condizioni per una rinnovata “unità della politica” passa anche attraverso la capacità di individuare temi comuni e fortemente concreti che possano dare risposte altrettanto concrete alle domande che sono sul tappeto dopo questa terribile pandemia. E se la nuova Europa è certamente un tema costitutivo lo è anche, a maggior ragione, una rinnovata economia sociale di mercato e la rilettura di un moderno intervento dello Stato in economia. Un pensiero, lo dico sottovoce, che avrebbe anche il merito di riscoprire e riattualizzare il magistero politico dei grandi democratici cristiani che hanno contribuito, negli anni, a dare cittadinanza e gambe ad un progetto politico riconducibile al miglior patrimonio del cattolicesimo politico e del cattolicesimo sociale. 

Abbiamo il dovere, oggi più che mai, di ripartire dalle fondamenta. Solo così possiamo dare un contributo politico e culturale originale al nostro paese e alla nostra cultura di riferimento. Smettendola di perdere tempo con discussioni astratte e del tutto virtuali su nuovi partiti e nuovi schieramenti. 

Auguri a don Gastone Simoni oggi sette maggio, anniversario di Carta d’Intesa.

Cari amici
Oggi è il sette maggio e io vorrei fare, a nome di tutti noi, gli auguri più affettuosi a monsignor Gastone Simoni di guarigione dal male che da tempo lo affligge. A lui e alla sua cara sorella Gabriella. Oggi, perché in questo giorno cade un anniversario che lo vede protagonista. Era il sette maggio 2011, nove anni fa, e alla villa del Palco di Prato, su un’altura che domina la città, in una accogliente residenza di proprietà della curia, un gruppo di noi intorno al vescovo Simoni firmavamo Carta d’Intesa, un documento di impegno culturale politico che gettava le basi di una rinnovata presenza organizzata dei cattolici nella vita civile nel Paese. Ricordi don Gastone l’atmosfera così carica di idealità di quel giorno, con Roberto Bartoloni e gli altri? Carta d’Intesa era il punto d’arrivo di un percorso iniziato nel 2003 con le Tre giorni di Toniolo a Pisa – San Miniato, ed era il punto di partenza di un nuovo tragitto da compiere, tanto che il titolo completo del documento divenne Carta d’Intesa, per un coordinamento di soggetti sociali cattolici. Nelle motivazioni e nei contenuti, il documento segnava un punto di svolta del percorso.

Quel giorno ci fu anche una coincidenza, che sembrò un segno fausto. Benedetto XVI era in visita nel Friuli e proprio quel giorno, dalla cattedrale di Aquileia, tornò ad auspicare un rinnovato impegno dei cattolici italiani in politica, come aveva fatto tre anni prima, nel settembre 2008, in Sardegna, dal santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari. Un segno di cambiamento da parte della gerarchia, dopo quella sorta di nuovo non expedit su un partito che rappresentasse i cattolici, che era stato lanciato negli anni precedenti dalla CEI del cardinale Achille Ruini.

All’appuntamento del 7 maggio 2011 eravamo arrivati dopo una lunga serie di passaggi. E’ il momento di scriverla per intero questa storia, e lo farò. Dove mi trovo forzatamente ora non ho i miei libretti di appunti e quindi stavolta vado a memoria, ma il ricordo conserva una sua nitidezza. L’ultima sessione della Tre Giorni di Toniolo, l’ottava della serie, era stata nel novembre 2010, e ci eravamo lasciati con l’idea di trasferire finalmente il senso dei dibattiti degli anni precedenti in qualcosa di nuovo, passando da chiavi di lettura teoriche a una finalmente operativa.

Il riferimento spirituale e ideale di tutti noi era monsignor Simoni, io iniziai a scrivere il documento sulla base delle sue indicazioni. Quante bozze! Scrivevo, le mandavo via mail, lui consigliava, proponeva, discutevamo, sentivamo gli altri, penso a Flavia Nardelli, allora grande animatrice, segretario generale dello Sturzo, penso a don Enrico Giovacchini, segretario del Toniolo di Pisa, penso a Paolo Nello, allora presidente del Toniolo, autore di una sintesi del nostro comune stato d’animo che non dimentico e che diceva così: tutti sentiamo viva la nostra identità cattolica, ma di essa paradossalmente avvertiamo anche la mancanza.

Caro don Gastone ricordi quanto lavoro? Per arrivare alla versione definitiva del documento, dopo la Toniolo del novembre 2010 ci vedemmo tutti una prima volta da te alla villa del Palco nel dicembre, poi nel gennaio 2011 allo Sturzo a Roma, poi di nuovo a Prato nell’aprile, e finalmente il giorno della firma il sette maggio. Ho i nomi dei partecipanti di quel giorno e di quanti, singoli e soggetti collettivi, aderirono nei mesi successivi, ma sono negli appunti, e quindi i nomi li farò quando potrò citarli tutti, perché oggi ne dimenticherei qualcuno e non voglio.

Una sigla va ricordata, quella del CSC, il Collegamento sociale cattolico toscano, così come va ricordata la rivista Supplemento d’anima, entrambe iniziative che ti avevano avuto come animatore negli anni precedenti. Adesso si passava dal piano locale a quello nazionale, mantenendo però la caratteristica di voler collegare tra loro soggetti e realtà locali, di base, iniziando a riaggregare da lì una presenza cattolica che non fosse più molecolare e potesse diventare incidente sul piano nazionale.

Scrivo questa memoria per Il domani d’Italia, e fornisco a Lucio D’Ubaldo e David Tesoriere il testo di Carta d’Intesa, come lo diffondemmo a più riprese nei mesi successivi con una premessa per ricordarne la genesi. Chi vorrà potrà leggerlo nella sua completezza nella documentazione de Il domani d’Italia. Qui mi limito a rilevare, nove anni dopo, la sua sorprendente attualità e indicarne il sommario: nuove risposte a nuovi problemi, le caratteristiche di un impegno, il movimento cattolico oggi, una nuova progettualità, un ambito pre-partitico, un percorso che continua. Tre parole d’ordine don Gastone considerava essenziali: che l’impegno fosse coerente, unitario, efficace.

Il percorso continuò nel dicembre del 2011, alla nona edizione della Tre Giorni di Toniolo, perché s’era detto che sarebbe diventata quella la sede del riscontro annuale dei progressi fatti. Ricordi don Gastone? Per spiegare quanto ardua fosse l’impresa ricorremmo all’immagine di San Pietro. Povero pescatore della Giudea, San Pietro arriva a Roma scalzo, disarmato rispetto alla grandiosità dell’impero, e impaurito decide di tornare indietro, ma sulla strada del ritorno lo raggiunge imperiosa la voce: Quo Vadis?

Dispersa l’identità e la struttura organizzativa della Democrazia cristiana all’inizio degli anni Novanta, rispetto alla nuova realtà politica italiana dei primi del Duemila, così radicalmente diversa da quella che ci aveva visto protagonisti, eravamo diventati come quel San Pietro, ci sentivamo allo stesso modo impotenti, ma anche in noi, nelle nostre coscienze doveva risuonare quell’imperativo sotto forma di domanda, Quo Vadis, per saldare la passione civile a un nuovo dovere di esserci: i cristiani che stanno con un solo piede sulla terra staranno con un solo piede in paradiso, ammoniva Dietrich Bonhoeffer.

Ricordo in questo senso un altro frammento, quando don Gastone si adoperò per coinvolgere Stefano Zamagni. Più volte in quegli anni ci siamo riuniti a Roma, prima all’Istituto Sturzo, poi al centro salesiano di fronte alla Stazione Termini. Ho nel computer il testo della lettera invito a un incontro che facemmo al centro salesiano il 12 dicembre 2013, relatore Zamagni. Lo presentavamo così: siamo pronti a sostenerlo nella speranza che egli possa accompagnare d’ora in poi il cammino di Carta d’Intesa in modo non episodico ma continuativo.

Così è iniziata con Carta d’Intesa, caro don Gastone, una delle ripartenze che si sono succedute nel tempo, nel tentativo di uscire dalla dissolvenza e dare vita a una nuova stagione di cattolicesimo politico organizzato. La fine dell’unità politica dei cattolici ha disperso la nostra visione di insieme del Paese e della sua proiezione internazionale a cominciare da quella europea. L’ambizione era di elaborare di nuovo un complesso di indirizzi programmatici ispirati dalla Dottrina Sociale della Chiesa – così Gabriele De Rosa definiva il Codice di Camaldoli del 1943 – necessari alla ripresa del Paese. Carta d’Intesa del 2011 era nata l’indomani della crisi finanziaria del 2008. A maggior ragione un simile tentativo è necessario oggi a causa dell’emergenza che stiamo vivendo: il tentativo di quanti si stanno riconoscendo nella proposta di un nuovo soggetto politico, Partebianca, che superi assorbendola in sé la perdurante frammentazione politica cattolica. Partebianca, un nome ancora una volta proposto da don Gastone: questa appartenenza dichiarava Dante Alighieri.

Perché dietro l’emergenza sanitaria di oggi, così come dietro la crisi finanziaria del 2008, ciò che davvero è arrivato al capolinea è l’intero modello di sviluppo del Paese, sulla sollecitazione delle straordinarie novità tecnologiche esplose a fine Novecento e l’irrompere della questione ecologica come nuovo elemento dirimente delle politiche di sviluppo. Lo aveva predetto Paolo VI nel 1967 nella Populorum Progressio, lo aveva ripreso Benedetto XVI nel 2009 nella Caritas in Veritate, ne ha fatto la sua bandiera nel 2015 Francesco con la Laudato sì. Dunque un gigantesco passaggio d’epoca: ecco ciò a cui realmente siamo di fronte e che impegna il contributo culturale e civile dei cattolici.

L’apostolato di Paolo VI richiama l’espressione che gli viene attribuita, secondo cui dopo la preghiera la politica è la più alta forma di carità. Ma dove è contenuta questa affermazione, che ognuno di noi ha usato più volte? Me lo chiedeva qualche giorno fa Lucio D’Ubaldo, perché nel discorso di papa Montini alla Fao del 1970,che generalmente viene indicato come riferimento, la frase non c’è: nell’ultimo paragrafo del discorso si ricava questo concetto ma la frase non c’è. E inoltre: Paolo VI è stato il primo a fare una simile affermazione?

Don Gastone, interpellato, mi ha ricordato una affermazione di Pio XI, forse nell’udienza concessa a una delegazione di cattolici belgi, circostanza del tutto verosimile se si pensa al Codice di Malines. A mia volta ho rivolto la domanda a padre Gian Paolo Salvini, il quale mi ha risposto poco dopo. Da una ricerca di padre Francesco Occhetta sì, Pio XI ne ha parlato, ma nel corso di un’udienza ai dirigenti della Federazione Universitaria Cattolica 1l 18 dicembre 1927. Il testo del discorso è riportato sull’Osservatore Romano del successivo 23 dicembre: “… E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutte le società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null’altro al di fuori della religione essere superiore”. E ancora:” Tutti i cristiani sono obbligati a impegnarsi politicamente. La politica è la forma più alta di carità, seconda solo alla carità religiosa verso Dio …”. Padre Occhetta ha pubblicato questo ampio stralcio martedì scorso cinque maggio.

E’ antico dunque questo dovere di testimonianza, tanto più lo è se soltanto ricordiamo le lettere che nel Trecento Santa Caterina da Siena scriveva ai potenti di allora, antesignana dell’impegno politico dei cattolici. Un impegno che nelle diverse epoche storiche ha assunto e assume come è naturale caratteristiche contingenti diverse, che sta a noi comprendere, attualizzare e rendere concrete, lungo il filone di un ritrovato popolarismo. Penso a come don Luigi Sturzo, nel lontano 1933, descriveva un possibile modello di governo d’emergenza: “Oltre alle forme di governo autoritario, in caso di una emergenza occorre un governo di unità nazionale, in cui i consensi di tutti o quasi giustificano la pienezza dei poteri senza la formalità costituzionale”. Se non questa formula concreta, il sentimento di una tale unità sarebbe stato certamente provvidenziale nella circostanza che stiamo vivendo.

Guido Vestuti:”L’Europa si presenta indebolita e fragile”

Prof. Vestuti, per come si stanno mettendo le cose – e non da ieri – presto del “vecchio continente” resterà la dimensione geografica e l’aggettivo “vecchio”, inteso in senso deteriore. L’Europa “strategica” rispetto ai due conflitti mondiali del Novecento ma ancor di più l’Europa culla delle civiltà tramandate, della cultura, delle arti e delle scienze rischierà di perdere un triplice confronto. Sul piano geoeconomico quello che la vede diventare boccone ghiotto per le mire espansive della Cina e di Singapore, terminale strategico della “via della seta”. Su quello geopolitico il pericolo di essere considerato ruota di scorta e partner subordinato nell’alleanza atlantica dove si evidenzia la primazia degli USA.  A livello demografico continuerà l’emigrazione dall’Africa per le guerre in atto, l’instabilità politica, la fame e la sovrapopolazione: sia nell’area araba che in quella subsahariana, la popolazione raddoppia ogni 15 anni (cioè prima che una generazione sia matura) avendo una durata media di vita sotto i 60 anni. La Nigeria entro il 2050 diventerà il quarto Paese al mondo per popolazione, parte della quale sarà stanziale in Europa. A Suo parere quali saranno le conseguenze possibili di queste suggestive derive?

Il tragico avvenimento finale che concluse una progressiva disgregazione dell’Europa è rappresentato dalla sconfitta della Germania, nella prima Guerra Mondiale. Su questo punto il mio grande amico Ernst Nolte mi disse:” Ecco una tesi da non esporre, oggi, da noi”. La storia contrariamente al detto comune, si fa con i se. Se la Germania fosse emersa vincitrice, non ci sarebbe stato il bolscevismo, il fascismo ed il nazionalsocialismo. Cioè le forze che miravano ad una, come dire, “sopraffazione”.  La vendetta dei vincitori del conflitto fu talmente violenta da provocare un feroce risentimento.  Nel campo economico si pensò di distruggere l’apparato industriale tedesco ed al tempo stesso esigere incredibili riparazioni, da un paese stremato. Nacque, così, il libro che doveva consacrare Keynes: “Le conseguenze economiche della pace”. La iperinflazione in Germania, distrusse la classe media. Per averne un’idea racconto quanto mi capitò, sostando in un salottino di un industriale milanese: un quadretto, ove era incorniciato un biglietto del tram cittadino, a Berlino. Era costoso: sette miliardi… Le umiliazioni psicologiche furono volutamente esorbitanti. La rivincita di un popolo, il francese, che doveva riscattare l’umiliante sconfitta di Napoleone III, fu un errore ed un delitto. Con questi presupposti tutto fu condizionato. Noi ci collocammo, tra i perdenti di professione. Per quanto concerne il suo richiamo, caro Francesco, alla nostra crisi demografica e all’Africa faccio una sola considerazione. Si prevede che dopo il 2050 la popolazione mondiale arriverà a dieci miliardi di persone. Il maggior apporto sarà quello africano, pervenendo così, a complessivi quattro miliardi. Se solo il 5% di quella popolazione volesse trasferirsi in Europa ci sarebbe un movimento di 200 milioni: una cifra insopportabile per l’intero nostro continente.

Se ripensiamo alla ispirazione dei Padri fondatori della Comunità Europea (De Gasperi, Adenauer, Schumann, Spinelli, Monnet…) immaginiamo un modello istituzionale che in realtà non si è mai realizzato oltre la dimensione economico-monetaria. Nonostante si sia dato la struttura formale di Unione Europea e si sia attrezzata sul piano parlamentare e istituzionale, nonostante gli accordi del trattato di Schengen, il nostro continente ha evidenziato latenti divisioni, primazie e alleanze interne, prevalenza di logiche finanziarie rispetto ai temi identitari, sociali e del lavoro. Perché il percorso unitario incede così faticosamente? Due recenti avvenimenti – la Brexit e la gestione della pandemia hanno evidenziato discordanze, prese di distanze o estenuanti accordi. Quali le cause remote e quelle occasionali?

La forza dell’Europa del passato è stata la sua diversità: cattolici e protestanti, classici e romantici, idealisti e storicisti, marxisti, liberisti, democratici e fascisti. L’unificazione delle aspirazioni è impossibile. Occorrerebbe una forza leader, ma quale sarà così potente da imporsi?

A Suo parere in particolare l’uscita del Regno Unito dalla U.E. è dovuta più ad una consapevolezza di forza (economica, istituzionale, di strategia) del Paese uscente oppure ad una disistima delle potenzialità di coesione in ambito europeo, alla sfiducia nell’euro e alla considerazione che a livello comunitario i nazionalismi prevalgono alla fin fine sulle convergenze in una “casa comune”? La vittoria senza se e senza ma di Boris Johnson avrà ripercussioni difficilmente immaginabili anche se profonde per il vecchio continente? Aggiungo: Lei crede che una Europa così “allargata” (anche dopo la Brexit) sia politicamente gestibile?

Non faccio che ripetermi: senza una forza trainante, non si hanno unificazioni. Come dire? Alessandro Magno, Augusto, Carlo Magno e, poi, Carlo V e Luigi XIV e, per saltum Napoleone e Hitler, non furono “democratici”, bensì imperialisti, cioè fautori di una politica, che ai nostri intellettuali sembra e ci è addebitata come un fenomeno moderno. L’Inghilterra si è trovata, sempre nella politica europea, in bilico. Oggi tra New York, Berlino e Francoforte ha preferito la prima.

L’Alleanza Atlantica indugia a superare una visione geopolitica dell’ordine mondiale ancorata al XX secolo. Ciò avviene mentre Russia e Cina stanno dispiegando una strategia geoeconomica nel XXI secolo alla quale quella geopolitica è di fatto subordinata. Washington è consapevole che la sua egemonia sulla gestione della globalizzazione non è più duratura.  La transizione USA dal multilateralismo al bilateralismo è netta: spostare gli asset strategici        dell’economia globale verso l’Asia.  Ciò comporta da parte della Casa Bianca un riconoscimento della Cina quale potenza in grado di determinare nuove primazie e tassonomie in evoluzione nel nuovo ordine mondiale?

Non esagererei sul fenomeno Cina. Molto pesa la nostra mania di vedere il divenire storico, sotto l’incubo del “ciclo”, così che gli USA sono condannati a cedere il passo. Per ora gli Stati Uniti hanno una prevalenza militare, tecnologica e, soprattutto, finanziaria. Il dollaro è la moneta leader; la capitalizzazione di borsa è, a New York, di 22 trilioni a Wall Sreet e 9 nel Nasquad; Shangai chiude con 3tn e 900bn. Quest’ultima indicazione è interessante, perché la borsa è la migliore indicatrice dello sviluppo del mercato dei capitali. La Cina è oggi al 18% dell’economia mondiale, mentre la finanza, decisiva, è solo il 4%.

Ciò che un tempo era considerato l’arbitro indiscusso della stabilità politica planetaria (il controllo della NATO quale agente di garanzia di tutele) ora è subordinato ad uno svincolo sulla condivisione delle strategie dell’alleanza atlantica da parte degli USA che sotto la guida di Trump hanno già lanciato messaggi all’Europa alternando trionfalismi (America first) e recriminazioni sugli investimenti in tema di sicurezza del vecchio continente. Sulla base di quali dati si può misurare lo sviluppo della potenza americana? Quali i nuovi rapporti con l’Europa che strizza l’occhio alla Cina?

Anche ora le nazioni europee hanno programmi e strategie differenti. Per il nostro Paese il debito pubblico è enorme ed alcuni (W. Munchau sul Financial Times) prevedono possa salire al 180% del PIL. Eppure la celebre coppia Rogoff e Reinhart insiste che non può esservi incremento economico, se il debito pubblico supera quota 90%! Una situazione insostenibile, con la sorpresa di un risparmio nazionale di 4tn e 200bn statico, cioè che non è reinvestito. Un paese ricco, che si muove con atteggiamenti da miserabile. Questa posizione, anzi reazione, é determinata dalla politica. Psicologico-politiche sono le motivazioni, anche giudiziarie, che bloccano progetti ed iniziative. Per l’evasione fiscale occorrerebbe comprendere se essa è causa o conseguenza di una politica fiscale, che appare esosa. Vorrei non parlare dell’aspetto culturale, perché è troppo doloroso e mortificante. Penso solo al detto di Nietzsche: “Considerateli dunque questi inutili. Essi rubano i segreti degli inventori e i tesori dei saggi. Essi chiamano il loro furto civiltà e tutto, a causa loro, diviene malaticcio e caduco”. Spererei tanto leggere un veramente grande libro di oggi. Che so: “il Manifesto” o “La ribellione delle masse”, ma (forse per mia miopia) non riesco a scorgere nemmeno la caricatura di opere siffatte. E lo dico serenamente: non sono rimasto, né aspiro a Coblenza…

USA, Unione Sovietica, Cina e India perseguono visibilmente interessi contrapposti per essere reciprocamente prevalenti: Trump non ha certo visto di buon occhio un’OPA della Cina lanciata sull’Italia ma – attraverso il nostro Paese- tendenzialmente estensibile al vecchio continente. Né credo che Putin ne sia soddisfatto. Qual è il potere contrattuale di un’Europa frazionata, con Governi che la vogliono lasciare, forze politiche sovraniste e nazionaliste, Paesi in recessione economica? Se L’Europa si presenta indebolita e fragile ai consessi mondiali non saranno certo i brodini e i pannicelli caldi dell’U.E. a rinforzarla. Il MES, meglio noto come Fondo salva Stati, sembra l’ineluttabile conclusione della crisi del 2008 ma non gode della unanimità dei consensi tra le forze politiche che siedono a Strasburgo. Quali sviluppi prevede anche in relazione alla crisi pandemica, alla guerra dei dazi e ai riflessi economici?

Penso sia necessario distinguere alcune cose. L’Europa si presenta, come lei ben dice “indebolita e fragile”. Di fronte ha la necessità di operare con grandi potenze. Sarei, però, cauto a creare una nuova gerarchia tra USA, Cina e Russia, per non cadere nell’errore clamoroso del grande economista Samuelson, che vide l’Unione Sovietica superare gli Stati Uniti….

Possiamo considerare chiusa l’epoca della globalizzazione? Nel riposizionamento strategico delle potenze mondiali l’Europa troverà le ragioni per ricompattarsi o prevarranno i nazionalismi che la renderanno un ghiotto boccone per le politiche espansive della Cina? Come valuta il Memorandum Italia-Cina del 2019 e quali sono state le derive culturali che hanno portato di fatto ad un indebolimento dell’U.E. sullo scacchiere mondiale? Paradossalmente è stata la parte più debole dell’Europa – cioè l’Italia – a spingere verso accordi con la Cina, bypassando l’alleanza con gli USA e la Nato.  Si tratta di lungimiranza o dabbenaggine?

La globalizzazione è il frutto dell’accelerazione immensa e della facilitazione del rapporto tra Stati e persone. È, come dire, un fatto obbiettivo, non modificabile. Per quanto concerne l’Italia, vale la vecchia abitudine di essere “furbi” e andare d’accordo ed in disaccordo con tutti. Bisogna tenere presente l’osservazione di Bismarck “non so se l’Italia sia la più piccola delle grandi potenze, o la più grande delle piccole potenze”.

A differenza di Paesi come l’Italia, dove l’alternanza di governo determina al massimo una “mediocre continuità” entro la quale restano latenti i problemi di sempre (stagnazione e poi recessione, assenza di vere riforme istituzionali, debito pubblico, evasione fiscale, PIL debole, mercato del lavoro chiuso nell’ascensore al piano terra, sostenibilità generazionale ecc.) non Le sembra che al bipolarismo politico tra repubblicani e democratici negli USA corrispondano radicali differenze di strategia politica ed economica nella guida del Paese? L’America di Trump non è più quella di Obama, come quella di Reagan non era quella pensata dai Kennedy.

L’Italia è dominata da una classe dirigente molto mediocre, che opera soltanto con una visione miope, a breve raggio. Non abbiamo una gerarchia, ma neanche una strategia. Mi pare sia necessario essere cauti nel giudicare Trump, che subisce lo stesso trattamento indegno, nefasto e sleale, cui fu sottoposto Berlusconi. Una cosa triste, da un punto di vista democratico. Di Kennedy non ho mai compreso, certamente per mia colpa, i grandi pensieri ed azioni… L’unico grande Presidente (Vietnam, Cina) mi sembra Nixon.

Come si presenteranno e con quali programmi democratici e repubblicani alle elezioni presidenziali di novembre p.v.? Lei pensa che Trump uscirà indenne dal ciclone pandemico che negli USA è stato e continua ad essere particolarmente devastante per l’economia e il mercato del lavoro?

Vorrei rinviare, su Trump, a quanto detto nella domanda precedente. Con la sua politica prepandemia, aveva assicurato la piena occupazione. Quale la reazione se un nostro governante arrivasse ad un medesimo risultato?

Osservando nelle pieghe delle derive socioeconomiche del nostro Paese da quando la parola “crisi si è stabilmente insediata in tutti i contesti istituzionali e sociali quali sono stati i fattori che più incisivamente ci hanno fatto imboccare il piano inclinato verso la crescita zero? Penso ai mali endemici dell’Italia, l’evasione fiscale e la burocrazia, che iconicamente immagino come due palle al piede irremovibili. Penso poi al decadimento culturale, a quello etico e a quello politico: da molti anni si vive una condizione di avvitamento autoreferenziale che ci consegna il fanale di coda dell’Europa. La contingenza della pandemia (che abbiamo subìto più di altri Paesi) e il recente declassamento a             BBB/meno assegnato al nostro debito pubblico dall’agenzia di rating FITCH quali ulteriori       Involuzioni lasciano presagire?

L’attuale pandemia ha confermato la patologica inadeguatezza della burocrazia. Un problema che viene da lontano. Più aumenta l’intervento dello Stato nella vita sociale, più questo enorme corpo ottuso impedisce ogni attività. In un tempo dominato dal tempo, questo grosso blocco è paralizzante e spessissimo comporta reazioni aspre.

La Sua esperienza accademica e la conoscenza comparativa dei sistemi scolastici dei Paesi dell’U.E. quale valutazione La inducono ad esprimere sulla efficienza/efficacia formativa della Scuola italiana? Lei pensa che la tradizione umanistica e classica prevalente nella nostra cultura sia compatibile con i processi di digitalizzazione degli apprendimenti? Le pare accettabile che nel sistema scolastico del Paese che meglio di ogni altro custodisce la tradizione culturale dell’Umanesimo e del Rinascimento vengano ridimensionati ai limiti dell’espunzione gli insegnamenti di materie come la storia e la geografia, ridotte a vere e proprie cenerentole della formazione dei ragazzi? Non Le sembra invece che la storia dell’arte, la musica, la poesia, la pittura debbano trovare a pieno titolo cittadinanza e centralità nell’educazione al gusto estetico nelle nostre scuole? Scomparirà allora dalla scuola l’esprit de finesse? Ha qualche esperienza da riferire al riguardo?

La spinta al sapere scientifico e tecnologico non ci deve far dimenticare la cultura classica. In difetto cadremmo nella situazione che Konrad Lorenz paventava: “Tra poco sapremo sempre di più su sempre di meno. Finché noi sapremo tutto su nulla”. Questo monito deve essere la base per un nostro operare più altamente.

Il bivio

Il “bivio” innanzi al quale si trova l’Unione Europea è ormai chiaro a tutti gli analisti, gli osservatori, le persone minimamente interessate al tema: o si svolta verso una più forte integrazione fra le nazioni del continente o si gira dalla parte opposta e si abbandonano 70 anni di storia comunitaria. Non tutto avverrà in un momento, il cammino richiederà un certo lasso di tempo ma è la direzione quella che conterà, proprio come quando si imbocca un sentiero piuttosto che un altro durante una passeggiata in montagna.

Siamo al “bivio”, dunque. E ci siamo arrivati un po’ più presto di quanti in molti si immaginasse a causa di un evento imponderabile (o forse no?…) e drammatico che ha sconvolto (non sappiamo, a oggi, per quanto tempo ancora) il modo di vivere di una larga parte della popolazione del pianeta. Anche la velocità con la quale si affronterà la strada, in una direzione o nell’altra, assai probabilmente sarà più intensa di quanto non ci si possa immaginare. I cambiamenti, in primo luogo psicologici, indotti dalla pandemia (a meno che essa non declini rapidamente, al momento più una ottimistica speranza che una ragionevole certezza, purtroppo) comporteranno un passo più rapido, ritmato da popoli convinti della propria scelta invece che cadenzato, “lento e corto” come quello del montanaro che dosa le energie per esser certo d’arrivare alla vetta, il passo che è stato sino ad oggi – intervallato da frequenti pause, peraltro – della Comunità Europea.

Il punto è decisivo proprio per questo. Se chi traccia il cammino appare incerto e poi finanche diviso circa il sentiero da prendere inevitabilmente farà crescere l’opinione di quanti – fra quelli che dovrebbero seguire – ritengono che forse sarebbe meglio cambiare la guida. Fuor di metafora: nelle nostre moderne democrazie la delega popolare affidata alla politica nel medio periodo esige da quest’ultima scelte di indirizzo chiare, precise. La scelta atlantica del Governo italiano nel secondo dopoguerra fu netta, ad esempio. Altri tempi, i tempi delle ideologie e della contrapposizione frontale fra i blocchi, si dirà. Certo. Ma se ci si pensa bene, se ci si riflette con attenzione anche oggi la scelta fra una UE più integrata politicamente e una sostanziale retromarcia verso il predominio degli Stati non è affatto da meno. Perché si porta dietro le modalità e le possibilità con le quali affrontare il confronto tecnologico, commerciale, industriale nel mondo del XXI° secolo: un mondo che la sempre più impellente questione ambientale e, ora, anche l’epidemia virale si incaricano di segnalarci essere unico per tutto il genere umano. Servono progressive azioni unitarie, su questo pianeta. Non impulsive regressioni divisive.

Eppure è proprio questo che sta accadendo. La recrudescenza nazionalista coinvolge Paesi importanti e grandi, dagli Stati Uniti di Trump all’India di Modi, dalla Russia di Putin alla Cina di Xi. E ora avanza in Europa: dalla Gran Bretagna di Johnson all’Ungheria di Orban, i due estremi di una Unione abbandonata, nel primo caso, e forse da abbandonare, nel secondo.

In un simile scenario è allora evidente che serve uno scatto, un colpo d’ali senza del quale il destino, a me pare, è segnato: spinto dalle convulsioni prodotte dalla crisi nel corpo popolare lo zeitgeist, lo “spirito del tempo” come altre volte nella Storia condurrà i popoli europei nella direzione sbagliata, quella della divisione e del conseguente conflitto interno a un continente che si scoprirà essere – disunito – non più in grado di occupare un ruolo di rilievo nel mondo.

Brexit ieri, la Corte Costituzionale tedesca oggi inducono al pessimismo. Eppure, basta ascoltare le banalità salviniane emanate via social per rendersi conto che non si può rimanere inerti di fronte al rischio della catastrofe.

Ed allora qualcosa si deve provare a fare. Al di là degli interventi economici e finanziari, indispensabili, bisogna tentare di ridare un’anima a questa Europa. Da questo punto di vista la cultura politica cattolico-democratica è in grado di offrire un contributo di assoluto rilievo, come già fece all’alba del processo costituente europeo. La presenza di un uomo appartenente a questa cultura, David Sassoli, alla Presidenza del Parlamento di Strasburgo e, mi si consenta, quella di Sergio Mattarella al Quirinale dovrebbero fornire a noi tutti lo sprono per impegnarci in una battaglia che davvero potremo definire epocale.

Paolo Gentiloni: “L’economia della zona euro subirà una contrazione record del 7,75% nel 2020”.

Le previsioni economiche di primavera 2020, rese note ieri da Paolo Gentiloni a nome della Commissione europea ci dicono che: “La pandemia di coronavirus rappresenta uno shock violento per l’economia mondiale e per quella dell’Ue, con conseguenze socioeconomiche molto gravi. Nonostante la risposta politica rapida e integrata tanto a livello dell’Ue quanto a livello nazionale, quest’anno l’economia dell’Unione subirà una recessione di proporzioni storiche”.

L’economia della zona euro subirà una contrazione record del 7,75% nel 2020 (rimbalzo +6,25% nel 2021); allo stesso modo l’economia dell’Ue dovrebbe contrarsi del 7,25% nel 2020 (6% circa nel 2021).

“I dati in tempo reale indicano che l’attività economica in Europa è crollata a una velocità inedita nelle ultime settimane, e le misure di contenimento messe in campo dai Paesi membri a metà marzo per rispondere alla crisi hanno messo l’economia in uno stato di ibernazione”.  “Vista la gravita di questo shock a livello mondiale senza precedenti, è ora abbastanza chiaro che l’Ue sia entrata nella più profonda recessione economica della sua storia”.

Nel 2020 sarà la Grecia, tra i Paesi Ue, a registrare il maggiore crollo del Pil con una flessione del 9,7% ma l’Italia, con un calo del -9,5%, si piazzerà comunque in seconda posizione.  Al terzo posto la Spagna (-9,4%) mentre la Francia registrerà il quinto maggior calo (-8,2%). La Germania dovrebbe invece cavarsela con una flessione del 6,5% classificandosi 18ma nell’Ue dove sarà la Polonia (-4,3%) a subire il danno minore.

Comunque “sia la recessione che la ripresa saranno disomogenee”, “i dati aggregati a livello europeo nascondono considerevoli differenze fra Paesi”.

“Tra i Paesi più grandi, l’Italia è stata colpita per prima e con più forza, con le misure di contenimento che ora cominciano ad essere rimosse gradualmente, l’economia comincerà la ripresa dalla seconda metà del 2020. Ciononostante, si prevede che la ripresa italiana prenderà più tempo che negli altri Paesi”.

Dal Recovery Fund 320 mld per rilanciare l’economia Ue

Evitare il tracollo dell’economia europea sotto i colpi di maglio di Covid-19. Questo il senso della richiesta che le principali associazioni Ue del settore delle costruzioni hanno inviato alla Commissione Ue, quantificando il fabbisogno di risorse da immettere nel ciclo economico pari a 320 miliardi. Ciò proprio In vista della preparazione della proposta europea sul Recovery Fund. Un dossier corposo trasmesso al Commissario al mercato interno, Thierry Breton, che evidenzia le pesanti conseguenze negative subite dal settore delle costruzioni a causa della contrazione della domanda privata e pubblica. In altre parole, un impatto devastante, se si considera che esso vale il 20% del Pil dell’Unione e dà lavoro a oltre 16 milioni di persone. Di conseguenza, gli analisti stimano una perdita media nell’attività delle costruzioni tra il 20% e il 25% sia per il 2020 che per il 2021 rispetto al 2019. Questa cifra varia naturalmente da Paese a Paese. Si tratta di un importo complessivo annuo di circa 320 miliardi di euro, che non tiene conto peraltro dei costi aggiuntivi legati all’implementazione dei requisiti igienico-sanitari e organizzativi nei cantieri, della perdita di produttività dovuta alla nuova organizzazione da adottare. Sono a rischio quasi 3 milioni di posti di lavoro, quanto il totale dei lavoratori del settore di Francia e Italia. Ecco perché le principali associazioni europee del settore delle costruzioni hanno accolto con favore la decisione dei capi di governo dell’Unione di chiedere alla Commissione Europea una proposta sul Recovery Fund che dovrebbe avere un ruolo fondamentale per il rilancio dell’economia europea, in generale, e del settore delle costruzioni, in particolare. Evidenti gli obiettivi strategici da perseguire:

– la creazione di posti di lavoro a valore aggiunto e la contribuzione alla ripresa delle economie locali;

– la realizzazione della strategia di crescita del Green Deal Europeo e la trasformazione dell’Unione in un continente neutro dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica;

– la ristrutturazione del patrimonio edilizio che garantisca una più elevata qualità della vita per i cittadini;

– il miglioramento della competitività, della mobilità e della sicurezza dei cittadini attraverso la manutenzione delle infrastrutture esistenti e la costruzione di nuove infrastrutture.

Per tutto ciò il Recovery Fund (oltre al consueto livello di spesa pubblica) dovrebbe stanziare, appunto, risorse pari a circa 320 miliardi di euro. Vedremo, se almeno questa volta, al di là della retorica di prammatica, l’Europa saprà davvero battere un colpo efficace.

Il biologo Bucci: “Su plasma basta bufale”.

Per quanto riguarda la cura con il plasma il biologo Bucci prende una posizione chiara. Secondo il ricercatore in Biochimica e biologia molecolare e professore alla Temple University di Philadelphia  non è vero che è una cura che è stata tenuta nascosta al pubblico.

Considerando solo i primi 10 giorni di aprile (cioè appena iniziata la sperimentazione), a dimostrare della falsità “la notizia è stata tenuta nascosta”, ne hanno parlato le trasmissioni: 3 aprile Tg1, 6 aprile Mattino Cinque, 7 aprile Studio Aperto, Rete 4 e Agorà, 8 aprile Rete 4 e Porta a Porta.

E per quanto riguarda il disinteresse delle case farmaceutiche? “Si tratta di una seconda falsità”, l’azienda Takeda ha collaborazione industriale internazionale per una terapia derivata dal plasma, e collaborazioni simili sono state avviate anche da altre farmaceutiche: Grifols, Octapharma, Kedrion e la startup Emergent Biosolutions. E persino l’odiatissima Microsoft di Bill Gates si è impegnata ad aiutare nella raccolta del plasma con una sua app.

Il biologo precedentemente aveva anche chiarito che: “La terapia con plasma di convalescenti (plasma iperimmune) è vecchia quanto la comprensione del ruolo degli anticorpi nel combattere i patogeni. E’ stata ampiamente usata, anche nel caso del coronavirus (in Cina), e sembra dare risultati promettenti, ma è limitata nell’uso per ovvi motivi (il plasma deriva da soggetti infetti che hanno sviluppato immunità) e non conferisce protezione duratura. Per questo i soggetti trattati, pur se ovviamente ne beneficiano, non sono al riparo da successive infezioni, come invece sarebbero se avessero sviluppato una propria immunità con il vaccino”.

Questo è un articolo del 27 febbraio su Lancet che parla del plasma iperimmune in COVID:

6 maggio 1976, il terremoto in Friuli

Quarantaquattro anni fa, la ferita più profonda della nostra terra. Dobbiamo aspettare dopo le 21, per riandare correttamente a quel micidiale frastuono. L’imbrunire aveva già abbondantemente sostituito il giorno. Chi come me, lo ha sentito solo come una frustata, senza capirci immediatamente alcunché, ha avuto la fortuna di non viverlo come coloro i quali lo hanno vissuto nelle vallate delle nostre montagne.

Ricordare anche quell’immediato flagello, serve, da un lato per riandare con la memoria al dolore e alle tragedie che hanno colpito gran parte delle genti montane; dall’altro, per comprendere quale sia stata la composta, civile, fraterna attenzione di tutti i nostri corregionali a quell’immane tragedia.

Senza in alcun modo scordare la pronta risposta che tutti seppero dare. È vero che abbiamo fatto gran parte con le nostre mani, con la volontà di chi è stato direttamente colpito, ma è proprio per questo che intendo invece ricordare l’aiuto che ci è giunto dall’esterno. Dai tedeschi, agli sloveni, ai carinziani, alle protezioni civili dell’Italia e al grande aiuto economico che ci è stato dato dal nostro Governo nazionale.

Ricordare quel giorno, pur essendo passato quasi mezzo secolo di storia, serve anche per capire quali umane risorse presenti la nostra terra.

Tutto questo è fonte anche di forza e di caparbietà particolarmente utile in quest’altro triste momento. Non possiamo scambiare quell’immondo frastuono con quanto sta capitando oggi, sono due cose completamente diverse. Eppure, possiamo far leva sulle modalità attuate allora, per fronteggiare al meglio anche quest’insano periodo.

Un ricordo alle vittime, ai loro famigliari e a tutti i cittadini della nostra Regione che hanno intimamente sofferto l’effetto di quel tremendo giorno.

L’UDC di Cesa si smarca dal centro destra a trazione antieuropeista

Unfinished European Union Flag puzzle

Una scarna dichiarazione resa ieri a caldo, sull’onda dei commenti alla sentenza dell’Alta Corte di Karlsruhe, ha evidenziato una sottile ma significativa differenziazione di giudizio dei post dc rispetto alle altre forze di centro destra. “E’ una sentenza che non avrà effetti sulla Bce. Guardiamo al bicchiere mezzo pieno. La pronuncia della Corte tedesca riguarda la Germania e non l’Europa”. Queste le parole di Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc. E poi ha precisato: “Non credo che ci saranno conseguenze negative. Il diritto comunitario è prevalente rispetto alla giurisdizione nazionale”.

Questa presa di posizione non è passata inosservata. Anche il Tg2, sensibile agli umori dell’opposizione, ne ha dato conto nell’edizione delle 20.30. Il taglio sereno della nota, stavolta nemmeno coincidente con l’allarme appena soffocato di Berlusconi, sta ad indicare che sull’europeismo la componente moderata di matrice cattolica è pronta a smarcarsi dalle posizioni nazional-sovraniste. Oltretutto, nel merito della questione, la prudenza di Cesa entra in maniera conveniente e corretta. Le critiche alla sentenza, enunciate da opposti versanti politici, ripropongono la polemica sul ruolo della Germania in Europa o per meglio dire il suo egoismo di nazione egemone, a tutto discapito dell’Italia.

Stavolta, in verità, la classe dirigente tedesca non manifesta l’intenzione di salvaguardare il rigido protocollo dell’austerità, sempre osteggiato dai propugnatori di un rilancio dello sviluppo attraverso la leva del debito. Anzi, la caduta della produzione e i segni di grave recessione spingono la Germania a sposare l’idea di un massiccio programma di spesa, assunto e coordinato a livello europeo, così come suggerito da Mario Draghi nell’ormai famoso articolo sul Financial Times. Pertanto, a Bruxelles si lavora alacremente in questa direzione, avendo nella sostanza l’appoggio della cancelliera Merkel. Si vedrà, a questo punto, come il richiamo dell’Alta Corte possa essere assorbito nel quadro della nuova politica di Berlino.

Intanto la posizione dell’Udc spiazza l’antigermanismo di basso conio e mette a segno un risultato apprezzabile: quello, cioè, di riproporsi come forza politica che non oblitera il suo legame ideale e politico con l’europeismo della tradizione democristiana. È un fatto importante. Nel momento in cui venisse a configurarsi, secondo l’auspicio formulato da ”Il Domani d’Italia”, un asse tra Sassoli e Tajani nel Parlamento di Strasburgo, questa rivendicazione di autentica fedeltà all’Europa potrebbe risultare preziosa. Il gesto di Cesa permette di allargare l’azione politica, stando il convincimento in ordine alla necessità di preparare il terreno alla luce una futura scomposizione e ricomposizione delle forze in campo.

Stipendi e pensioni degli italiani appesi a un filo?

Ieri (5 maggio) La Corte costituzionale tedesca ha deciso che il programma della BCE  Public Sector Purchase Programme (PSPP) non è compatibile con alcuni articoli della Costituzione tedesca (artt. 38, 20 e 79) e che pertanto sono illegittimi gli atti con cui il governo federale e il Bundestag hanno approvato tale programma nelle sedi comunitarie.

Il comunicato stampa in cui sono illustrati i termini di tale – rilevantissima – decisione (https://www.bundesverfassungsgericht.de/SharedDocs/Pressemitteilungen/EN/2020/bvg20-032.html) specifica che l’illegittima delle decisioni deriva dalla mancata, previa, verifica della “proporzionalità” del programma.

Si ricorda che il PSPP rientra nell’ambito della ampia strumentazione a disposizione del sistema BCE per l’acquisto di titoli pubblici e privati (quegli strumenti di politica monetaria il cui abuso lo stesso Draghi ha sempre ritenuto una forzatura rispetto alla assenza di una parallela strumentazione di politica fiscale comune).

Tale strumentazione si compone di: il terzo Covered Bond Purchase Programme (CBPP3) per l’acquisto di obbligazioni bancarie garantite; l’Asset-Backed Securities Purchase Programme (ABSPP), per l’acquisto di titoli emessi in seguito alla cartolarizzazione di prestiti bancari; il Corporate Sector Purchase Programme (CSPP), per l’acquisto di titoli obbligazionari emessi da società non finanziarie dei paesi dell’area dell’euro, e infine il Public Sector Purchase Programme (PSPP), per l’acquisto di titoli emessi da governi, da agenzie pubbliche e istituzioni internazionali situate nell’area dell’euro;

Il più importante – per un paese come l’Italia la cui stabilità è a forte rischio a seguito dell’enorme, ulteriore innalzamento del debito che farà seguito alla pandemia – è proprio quest’ultimo.

Il fatto che la Corte tedesca abbia assunto questa decisione ha molta rilevanza per il futuro (prossimo) della finanza pubblica italiana, quindi sullo spread dei nostri titoli e – conseguentemente – sulla capacità dello Stato italiano di garantire stipendi, pensioni e pagamenti pubblici. Per almeno due motivi:

  1. La Corte Costituzionale ha concesso alla BCE tre mesi per dimostrare la “proporzionalità” tra obiettivi di politica monetaria perseguiti attraverso gli acquisti di titoli pubblici e gli effetti fiscali che ne derivano (leggi: svantaggi fiscali per i contribuenti tedeschi). E’ evidente come una verifica del genere abbia profonde implicazioni politiche e metta la stabilità della finanza pubblica italiana (a partire da questa stessa estate: termine della “verifica”) interamente nelle mani di una valutazione altamente discrezionale da parte della Corte tedesca. Si tenga conto – in proposito – che nel mese di marzo 2020 la BCE ha acquistato ben 11,855 miliardi di euro di titoli di Stato italiani nell’ambito del PSPP, su un totale di 37,3 miliardi di euro (2 miliardi di titoli tedeschi, 5,4 miliardi di titoli spagnoli e 8,8 miliardi di titoli francesi). Si tratta, quindi, di un quantitativo ben maggiore rispetto a quello che corrisponderebbe alla quota di capitale che l’Italia ha presso la BCE, e quindi di una vistosa “non proporzionalità” che potrà essere consentita dalla Corte federale (appare ben difficile), potrebbe essere ammessa per il passato ma non più per il futuro o – infine – essere addirittura censurata anche per il passato e costringere la Corte a vendere i titoli acquistati “non proporzionalmente” (con effetti devastanti sul nostro spread).
  2. La decisione della Corte viene premessa – crediamo non a caso – da una precisazione molto significativa: il PSPP non viola – di per sé – i Trattati poiché non rappresenta una monetizzazione del debito di stati membri. In questo obiter dictum sta – in realtà – una pesantissima ipoteca sulla discussione in atto relativa al Recovery Fund, che tante aspettative ha invece suscitato nei più ottimisti fra i nostri concittadini (anche per la demagogica comunicazione istituzionale da parte del duo Conte-Casalino).

Dire brutalmente che gli stipendi e le pensioni degli italiani sono appesi a un filo è forse un po’ in anticipo (di qualche mese) sui tempi, ma non sembra ormai troppo distante da una rappresentazione realistica della realtà.

Nave fantasma

Le sproporzioni si vedono immediatamente. Non fai tempo a riflettere, che riempiono in malo modo il tuo buon senso. Quante volte non ci capita di vedere qualcosa di sproporzionato e come questo abbia su noi un effetto particolarmente negativo, credo sia capitato a tutti.

Insomma, una bruttura che non vorresti assolutamente osservare. Se poi capita nelle tue terre, ti senti anche particolarmente infastidito e vorresti all’istante cancellarla.

Siamo il 5 di maggio. Speriamo che i tempi bui siano ormai alle nostre spalle. Un mese fa poteva aver senso. Oggi, no. A meno che non si intenda fare un “investimento” per un ostile futuro.

Parlo della nave – ospedale – a Trieste. Imbarcazione che, almeno per ora, non ha attraccato al molo del nostro Capoluogo. Ma se ne parla ormai da diversi giorni. Abbiamo visto le fattezze, le dimensioni, la gigantesca mole e, non ultimo, anche il costo dell’intera operazione. Se è un bene, va perseguito senza tentennamenti. Ho invece il dubbio che sia un’idea tardiva.

Potevo immaginarmela a fine marzo, inizio aprile, ma francamente vederla spuntare in questo periodo, che sembra ormai sgravato dagli urti peggiori, mi sembra una inaccettabile sproporzione.

Non so cosa pensiate voi, a tutta prima, a me, ha fatto questa impressione. Potrei anche sbagliarmi ma, riflettendoci sopra, trovo del tutto ingiustificato questo modello.

Ne abbiamo avuti di esempi. Casi di navi attraccate con contagiati che non potevano scendere, esempi questi non riconducibili certo all’idea triestina, e un caso piuttosto eclatante, quello della nave attraccata al porto di New York. New York!

Val la pena però ricordare che quella città, davvero martoriata, si è liberata, se non vado errando, due giorni fa di quella soluzione.

Si dirà che il costo non è a carico dei nostri corregionali. Che non peserà sulle casse delle nostre terre, che il tutto ricadrà sulla borsa della Protezione Civile Nazionale. Vi sembra questa una giustificazione adeguata? Anche fosse appannaggio del bilancio Statale, se una cosa non va bene, non va bene; se una cosa non funziona, non funziona, anche se i costi sono a scapito d’altri.

Da qualche giorno, i casi d’infezione nella nostra Regione, sembrano ulteriormente diminuiti. A dir il vero, non hanno mai raggiunto livelli preoccupanti, per ora, però, la tendenza alla diminuzione sembra essersi decisamente attestata e l’andamento favorevole ci permette di alimentare speranze, tutto sommato ampiamente giustificate.

Immaginatevi Trieste con attraccata la nave, con qualche simbolo che indichi la funzione: una bandiera di un certo tipo, una croce rossa o segni analoghi, che effetto farebbe? Una Trieste che vuole respirare, una Trieste che intende allontanarsi, come noi tutti, da quella oscurità, una Trieste che mira comunque ad offrirsi come città turistica, che figura farebbe? Esattamente l’opposto di quanto stia giustamente aspirando.

Suggerimento lapidario: pensateci prima di voler imitare New York, ci sono strade più adatte e soluzioni decisamente più proporzionate alla nostra realtà.

La Nissan intenderebbe ritirarsi dall’Europa

Da tempo in crisi, il gruppo automobilistico giapponese Nissan intenderebbe ritirarsi dall’Europa per concentrasi maggiormente sui suoi principali mercati di riferimento: Giappone, Cina e Stati Uniti.

Il ritiro dall’Europa fa parte del Piano di prestazioni operative, nuova strategia su cui la dirigenza di Nissan sta lavorando per rafforzare la competitività. L’iniziativa dovrebbe essere presentata il 28 maggio prossimo. Il piano mira, tra l’altro, a far sì che Nissan divida meglio le forze con i partner, le aziende automobilistiche Mitsubishi (Giappone) e Renault (Francia).

In futuro, Nissan dovrebbe assegnare lo sviluppo delle autovetture ibride plug-in a Mitsubishi, che andrebbe a guidare i mercati asiatici al di fuori di Cina e Giappone. A sua volta, Renault dovrebbe concentrarsi sulle tecnologie per gli autoveicoli elettrici e sul mercato europeo.

In altri paese, l’azienda dovrebbe intensificare le proprie attività, ad esempio in India, Indonesia, Malesia, Sudafrica, Russia, Brasile e Messico. In Africa e Medio Oriente, Nissan intenderebbe concentrarsi maggiormente sui Suv.

Rai Uno: “L’uomo in bianco”, per raccontare “il Papa del coraggio”

Alla vigilia del centenario della nascita del Papa santo (18 maggio 1920) RaiUno, lunedì 11 maggio, ore 00.40, propone la puntata de “L’uomo in bianco”, coproduzione Rai Vaticano-Rai Premium, dedicata a Karol Wojtyla.

Tra memoria e attualità, con testimonianze inedite e ricostruzione della vita, della personalità, dell’umanità del Papa polacco. Seguiranno nel mese di giugno, sempre nella stessa collocazione oraria, il racconto degli altri tre grandi Pontefici del ‘900. Giovanni Paolo I (in onda il 7 giugno), Paolo VI (in onda il 14 giugno), Giovanni XXIII (in onda il 21 giugno).

Nella puntata dedicata a Giovanni Paolo II, realizzata da Martha Michelini, raccontano Wojtyla il card. Stanislao Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia, per trent’anni segretario di Giovanni Paolo II, il card. Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, lo scrittore vaticanista Gianfranco Svidercoschi e il fotografo di Giovanni Paolo II, Arturo Mari. Il card. Dziwisz – spiega la Rai – parla, tra l’altro, della capacità di Wojtyla di fare il primo passo nel dialogo, per esempio, con gli ebrei nella storica visita alla Sinagoga di Roma, il 13 aprile del 1986.

Tra i tanti ricordi di Gianfranco Svidercoschi, all’epoca vicedirettore dell’Osservatore Romano, i retroscena dello storico discorso sulla mafia di Giovanni Paolo II ad Agrigento e il perdono al suo attentatore Ali Agca.

Covid-19: il bilancio del Viminale sui controlli della Fase 1. Oltre 17 milioni di verifiche

Il 3 maggio è terminata la fase 1 dell’emergenza coronavirus. Con l’inizio della fase 2 è disponibile online un report sui controlli effettuati su persone e esercizi commerciali dall’11 marzo. Oltre al report è, anche, pubblicata un’analisi sull’andamento dei controlli nel periodo in esame.

Nel complesso, dall’11 marzo 2020, sono state eseguite oltre 17 milioni di verifiche: 12.360.197 su persone e 4.798.015 su attività/esercizi commerciali.

Nella giornata del, 3 maggio, ultimo giorno della fase 1, sono state controllate 221.409 persone e 77.925 attività ed esercizi commerciali.

Le persone sanzionate sono state 5.325, 31 quelle denunciate per false dichiarazioni o attestazioni, 2 i denunciati per violazione del divieto di allontanamento per motivi di quarantena.

Sul totale degli esercizi commerciali controllati, 89 le sanzioni ai titolari e 27 i provvedimenti di chiusura.

Per quanto riguarda la Fase 2 partita ieri, il Ministero dell’Interno ha reso disponibile online il modello di autodichiarazione per gli spostamenti dal 4 maggio 2020, precisando che può essere ancora utilizzato il precedente modello barrando le voci non più attuali.

L’autodichiarazione è in possesso degli operatori di polizia e può essere compilata al momento del controllo.

Una circolare ai Prefetti è stata inoltre emanata precisando come l’obiettivo del nuovo quadro di regole relative al dPcm 26 aprile 2020 su Fase2, contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 è trovare un punto di equilibrio tra la salvaguardia primaria della salute pubblica e l’esigenza di contenere l’impatto delle restrizioni sulla vita dei cittadini, tra il sostegno al riavvio del sistema economico produttivo e la sicurezza dei lavoratori.

Walter Ricciardi: “La terapia con il plasma iperimmune è molto interessante”.

Walter Ricciardi, rappresentante italiano nel Comitato esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità e consigliere del ministro della Salute Speranza, rispondendo alla domande al termine della lezione in streaming di ‘Maestri d’Italia’, il programma di Tim ha dichiarato che: “La terapia con il plasma iperimmune è molto interessante e importante, è un approccio molto sofisticato, bisogna saperlo fare e avere grandi tecnologie. Consiste nel trasferire gli anticorpi naturali da soggetti guariti e quindi immuni ad altri con forma grave. Si è visto da alcune sperimentazioni che sta funzionando”.

Questo approccio terapeutico “è molto difficile, costoso e complesso. Se questi anticorpi naturali funzionano, la grossa sfida è produrli artificialmente e in larga scala, altrimenti si potrebbero proteggere e curare poche persone. E’ comunque un approccio molto promettente, se ne parla poco perché è complesso da spiegare e da fare, ma su cui si sta lavorando anche in Italia”.

Unità politica, si cominci dall’Europa. Decisivo il ruolo di Sassoli.

“L’unità politica, nei momenti di grande emergenza nazionale, è frutto di intelligenza, coraggio e di coerenza e non risponde a ragioni di consociativismo o di confusione. Il recente appello di Papa Francesco alla classe politica ad essere più solidale e più unita non può e non deve cadere nel vuoto. A cominciare, come dice giustamente la rivista cattolico democratica ‘Il Domani d’Italia’, dall’Europa. E un ruolo decisivo, al riguardo, lo può giocare l’attuale Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli che, per cultura e statura politica, ha le carte in regole per accogliere l’autorevole appello di Francesco. E con lui tutti quegli esponenti che si riconoscono nelle forze politiche che fanno dell’europeismo la vera sfida politica e culturale in un tempo ancora dominato dagli egoismi nazionali dei vari Stati e dal perdurante, anche se meno arrembante, sovranismo. 

E, come dice il Domani D’Italia, anche esponenti come l’ex presidente del Parlamento Europeo Tajani possono assolvere ad un ruolo politico importante e decisivo. 

Comunque sia, non si tratta di dar vita a congetture o, peggio ancora, a posizionamenti tattici negli equilibri della politica italiana. Si tratta, al contrario, di rilanciare un grande progetto europeo ed europeista nel solco della tradizione cattolico popolare e democratico cristiana. Un progetto di unità che può decollare se è accompagnato dal ruolo politico decisivo dei leader europei. A cominciare dai maggiori esponenti politici italiani”

Appunti per il Dopo, meditando sulla Giornata mondiale delle Vocazioni.

Domenica scorsa era la 57ma Giornata Mondiale per le Vocazioni. Ne ha parlato solo il Papa, nel Regina Coeli. Si può capire che la parola sia percepita come roba chiesastica, e quindi proprio oggi quanto di più lontano, anzi fuori luogo, rispetto al Covid e ai drammi socio-economici appena iniziati.

Però diciamocelo: se non si parte proprio da questa parola, da ciò a cui si è chiamati, a cui si tende, non si costruisce nulla, non si sa su chi contare.
Riapriamo pure le Chiese, ma con che ‘cristianesimo’ uno ritorna a Messa? Con che Fede? (eppoi: dove l’ha trovata?). Chi va ad incontrare?

Secondo: uno fa tre conti e decide lui – il proprio ‘io’ – di scegliere Cristo, o, piuttosto, se crede, se è ‘chiamato’, lo deve a qualcuno? Qui sta la differenza, anche sociale, tra chi vuole sistemare il mondo (Covid compreso, attenzione) e chi, come Bonhoeffer nel carcere della Gestapo, considera la Gestapo un’occasione contestuale per vivere il mondo unito a Cristo, ovvero venendone, nel giudizio del mondo, sconfitto.

San Paolo ai Filippesi: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (1,21). Questa è la concretezza della Chiamata Cristiana; al confronto, il pragmatismo efficientista del mondo un disastro.
Morire? Un guadagno. Dato che la Lettera ai Filippesi è ascoltata la Domenica a Messa, e visto che uno distrattamente risponde pure “Rendiamo grazie a Dio”, a cosa ha reso grazie? Non è dato sapere.

Per questo in ogni caso metter su famiglia, fare il prete, partecipare alla Messa, costruire la propria occupazione, sbarcare la giornata, è rispondere a qualcosa che ci viene DATO. E per questo Papa Francesco nel suo Messaggio per la giornata delle Vocazioni di quest’anno martoriato ha indicato tre parole-guida: 1 – gratitudine, 2 – coraggio, 3 – lode. La prima e la terza sembrano oggi del tutto fuori luogo. Ma la caratteristica dell’autenticità di una Vocazione è proprio questa: essere fuori luogo. Se uno cerca consenso, che differenza fa una Chiesa chiusa o aperta? Una Messa streaming o dal vivo? Proprio nessuna.

L’Oms smentisce Trump: “Virus di origine animale”.

Donald Trump aveva puntato il dito contro Pechino, accusandola di aver coperto un tragico errore, la fuga del Covid-19 da un laboratorio di Wuhan.

L’Organizzazione mondiale della sanità però conferma che il Sars-Cov-2 è di origine animale. In una conferenza stampa, Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell’Oms per la lotta al coronavirus, ha risposto alle dichiarazioni del Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo.

“Da tutte le prove viste finora, più di 15 mila sequenze genetiche, ritengo che questo virus sia di origine animale”, ha sottolineato la Van Kerkhove. “C’è un legame con i pipistrelli, dobbiamo capire l’ospite intermedio”, ha aggiunto. “Questo succede per molti di questi patogeni zoonotici”, ha precisato. Da parte sua il direttore del programma di emergenza dell’Oms, Mike Ryan, ha ammesso che l’organizzazione Onu, non ha ricevuto “alcun dato o prova specifica dal governo degli Stati Uniti in relazione alla presunta origine” del virus.

“Dal nostro punto di vista tale versione è una speculazione. Se tali dati e prove sono disponibili, spetterà al governo degli Stati Uniti decidere quando potranno essere condivisi”, ha aggiunto Ryan.

Ma l’aumento della tensione tra Stati Uniti e Cina ha poco a che vedere con il virus. Il coinvolgimento anche degli amici europei serve a rinsaldare vecchi rapporti trascurati da Trump, che ispiratosi sempre più dalla dottrina dell’America First, ha lasciato un vuoto internazionale che Pechino cerca di riempire.

Istat: a marzo quasi il 50% di morti in più. Il record negativo a Bergamo: +568% al contrario Roma -9,4%

Questo Rapporto è prodotto congiuntamente dall’Istituto nazionale di statistica e dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss). L’obiettivo è fornire una lettura integrata dei dati epidemiologici di diffusione dell’epidemia di Covid-19 e dei dati di mortalità totale acquisiti e validati da Istat.

I dati di mortalità totale commentati si riferiscono al primo trimestre consolidato 2020 e riguardano 6.866 comuni (87 % dei 7.904 complessivi).

Sono +49,4% i decessi in media a marzo 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La stragrande maggioranza dei decessi, cioè l′89%, si concentra nelle provincie a diffusione alta.

In particolare, sono 38 le province nel quale il coronavirus ha fatto più vittime. Con il segno più troviamo  Bergamo (568%), Cremona (391%), Lodi (371%), Brescia (291%), Piacenza (264%), Parma (208%), Lecco (174%), Pavia (133%), Mantova (122%), Pesaro e Urbino (120%)”.
Al contrario Roma segnala un -9,4%. Anche Napoli in calo: -0,9%

Si tratta della prima volta che l’Istat diffonde questa informazione riferita a un numero così consistente di comuni. Ciò è stato possibile grazie all’integrazione della fonte anagrafica (ANPR e comuni) con i dati dell’Anagrafe tributaria . L’ampia base dati, relativa all’86% della popolazione residente in Italia, consente di valutare gli effetti dell’impatto della diffusione di Covid-19 sulla mortalità totale per genere ed età nel periodo iniziale e di più rapida diffusione del contagio: marzo 2020.

Rapporto_Istat_ISS

La Banca centrale europea potrebbe risolvere il debito italiano senza rischiare l’inflazione

Questa è l’opinione del quotidiano “Financial Times”. La crescita dei debiti pubblici prevista a causa della pandemia globale di coronavirus ha riacceso le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito pubblico italiano nell’eurozona. Queste ansie, però, sono al momento temperate dalle operazioni della Bce.

Anche se si teme un aumento dell’inflazione.

L’inflazione che- secondo il financial times-  è ancora molto bassa e mostra pochi segni di aumento; se però dovesse crescere, la Bce avrebbe ben tre diverse opzioni con le quali restringere la sua politica monetaria. La prima è la vendita di acquisti governativi. La seconda è quella di restringere i regolamenti azionari, come fatto nel periodo 2015-2018. La terza richiede invece una restrizione delle regole sulla liquidità bancaria.

E di queste tre possibilità, solo la prima sarebbe particolarmente dannosa per la sostenibilità del debito pubblico

l’Iran cambia moneta

L’Iran dice addio al rial. Il Parlamento di Teheran ha approvato una legge che sostituisce la valuta nazionale con la nuova divisa, il toman.

Questo modifica non è però un fulmine a ciel sereno. Infatti già da tempo la popolazione, usava già il toman nella vita quotidiana.

I venditori al dettaglio non hanno mai smesso di indicare i prezzi in questa valuta che è stata la valuta dell’Iran fino al 1932.

Questo passaggio, secondo il legislatore, avrà anche un effetto psicologico sulla popolazione, che per via delle sanzioni, ha visto per via dell’aumento dell’inflazione degli ultimi decenni un aumento sostanziale del costo della vita.

Coronavirus: volano i prezzi della frutta.

Volano i prezzi al consumo per la frutta con aumenti che al dettaglio variano dal 31% dei kiwi al 24% delle arance fino al 12% per le mele spinti dalla svolta salutistica negli acquisti degli italiani ma anche dallo sconvolgimento in atto sul mercato per le limitazioni e le chiusure imposte dall’emergenza Coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Ismea/Nielsen sugli acquisti al dettaglio sui prodotti confezionati relativi all’ultimo mese della pandemia.

Con l’emergenza Coronavirus gli italiani – sottolinea la Coldiretti – vanno a caccia di vitamine per aiutare a rafforzare il sistema immunitario contro il virus con balzi della spesa che variano dal +14% della frutta al +24% per gli ortaggi nei supermercati nazionali nel periodo compreso tra il 16 marzo e il 12 aprile 2020 secondo Ismea/Nielsen. Una crescita trainata dalla voglia di avere in casa una riserva naturale di vitamine consigliata anche dall’ISS che sul sito, nei consigli sull’alimentazione durante l’emergenza COVID-19, invita proprio ad “aumentare la quota di alimenti vegetali nella nostra dieta” con “più frutta e verdura e più legumi in ogni pasto della giornata”.

Mentre l’inflazione ad aprile su base tendenziale si è azzerata, in controtendenza si sono invece registrate – continua la Coldiretti – tensioni sui prezzi dei beni alimentari che hanno fatto segnare un aumento medio del 2,8% ma con punte più elevate per i prodotti freschi.  A pesare – continua la Coldiretti – è il persistere della chiusura di ristoranti, bar, agriturismi e, in molte regioni, anche dei mercati rionali e degli agricoltori che moltiplicando gli sbocchi di mercato e ampliando la concorrenza aumentano le possibilità di scelta dei consumatori e svolgono una funzione calmieratrice. Soprattutto tra i giovani la maggiore attenzione al benessere a tavola si esprime con smoothies, frullati e centrifugati con frutta e verdura consumati spesso fuori casa che – sottolinea la Coldiretti – è venuta a mancare con chiusura obbligatoria di bar, pub e locali.

Una situazione aggravata dai problemi nei trasporti per le difficoltà dei camion a viaggiare a pieno carico all’andata e al ritorno in conseguenza del blocco di molte attività produttive, con la conseguenza che quasi quattro aziende ortofrutticole su dieci (38%) sono in difficoltà secondo l’analisi Coldiretti/Ixe’ che evidenzia anche la frenata nelle esportazioni Made in Italy.

La chiusura forzata del canale della ristorazione ha infatti un effetto a valanga sull’agroalimentare nazionale con il valore dei mancati acquisti in cibi e bevande per la preparazione dei menu che sale a 5 miliardi per effetto del lockdown prolungato al primo giugno, secondo una stima della Coldiretti. Il lungo periodo di chiusura – sottolinea la Coldiretti – sta pesando su molte imprese dell’agroalimentare Made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco e sui quali gravano anche le difficoltà all’esportazione con molti Paesi stranieri che hanno adottato le stesse misure di blocco alla ristorazione.

La spesa degli italiani per pranzi, cene, aperitivi e colazioni fuori casa prima dell’emergenza coronavirus – conclude la Coldiretti – era pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani per un valore di 85 miliardi di euro all’anno.

 

Vaccino Covid-19: gli studi sull’uomo dopo l’estate

Margherita Lopes – “E’ andata bene: il saggio effettuato sul virus di Covid-19 allo Spallanzani ci ha permesso di individuare i due ‘candidati vaccini’ più promettenti. Nel giro di due settimane avremo i risultati di un mega-studio in corso a Castel Romano che ci dirà quanto dura la risposta immunitaria innescata, e ci permetterà di individuare il vaccino migliore da portare in sviluppo. E, se tutto andrà bene, potremo iniziare gli studi sull’uomo dopo l’estate: vogliamo farli a Napoli, con il gruppo dell’oncologo Paolo Ascierto”. Ad affermarlo all’Adnkronos Salute è Luigi Aurisicchio, fondatore e amministratore di Takis, azienda biotech di Castel Romano specializzata in vaccini anti-cancro, in corsa per un siero in grado di proteggere dal nuovo coronavirus.

Noi – spiega l’esperto – usiamo solo un pezzetto di Dna virale iniettato nel muscolo e sottoposto a elettroporazione. La nostra tecnologia è ripetibile nel tempo”. Insomma, se questo coronavirus diventerà stagionale o il primo di una serie, “questa tecnologia potrà diventare lo standard” per l’immunizzazione. Nel frattempo, prima di passare all’uomo “faremo uno studio su scimmie e furetti. Inoltre questo vaccino è pensato anche per i gatti: vogliamo partire con uno studio, che deve ancora essere autorizzato, per vedere se il gatto immunizzato sviluppa anticorpi”.

Uniti in Europa: il ruolo di Sassoli e Tajani a difesa dell’Italia.

Papa Francesco ha lanciato un monito affinché le tante polemiche che minano la tempra della nazione vengano messe da parte. I politici superino le divisioni – ha detto il Pontefice – e capiscano che “nei momenti di crisi, devono essere molto uniti per il bene del popolo. Perché l’unità è superiore al conflitto”. In effetti, l’Italia ha bisogno di ridurre l’endemica conflittualità di cui si nutre una politica a digiuno di valori. L’esasperazione del conflitto si riflette conseguentemente sulla bulimia dei web in fatto di polemiche e dileggio. A pagarne il conto è il subconscio collettivo della nazione. Del resto, se ci lasciamo prendere dal pessimismo non rendiamo un servizio utile al nostro Paese. Benché lo spirito del tempo non sia quello del secondo dopoguerra, cade comunque su di noi l’onere di pensare positivamente a uno scenario di ricostruzione.

L’unità non significa governare tutti assieme, prefigurando in buona sostanza la cacciata dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi. Non si capisce, a riguardo, quale possa essere lo sbocco vagheggiato dai poteri esterni alla politica. Dopo Conte non c’è Draghi, né il governo di unità nazionale: inutile illudersi sulla pianificazione di eventi incontrollabili. La crisi, invece di risolversi, scivolerebbe nel gorgo delle elezioni anticipate e altro non sarebbe che un tuffo nell’ignoto, con rischi di destabilizzazione. Non è un che nelle battute più recentii partiti di opposizione abbiano messo la sordina alla richiesta di ricorso anticipato al voto. Prudenza mista a convenienza? Quale che sia la ragione, palese o nascosta, risulta evidente come la conflittualità finisca a questo punto per disperdersi nel maremagnum della quotidiana dialettica antigovernativa.

L’unità va ricercata a tutti i costi e forse, allargando lo sguardo oltre i confini nazionali, può essere agguantata. È in Europa infatti che questa esigenza fondamentale prende posto al tavolo delle discussioni sul futuro dell’Unione (e quindi dell’Italia). Qui davvero sarebbe illogico e deprecabile replicare uno spettacolo di bassa concorrenza tra opposti schieramenti. Giova immaginare qualcosa di diverso. Ad esempio Sassoli e Tajani, l’uno Presidente in carica dell’Europarlamento e l’altro suo immediato predecessore, notoriamente legati in Italia a forze politiche diverse e finora antagoniste, potrebbero disporsi a facilitare in via emblematica una più stretta cooperazione nell’interesse superiore del Paese.

Verrebbe da obiettare che il rischio nascosto è l’astrattezza della suggestione, quasi un segno di cedimento a una forma di romanticismo; ciò nondimeno, fatto salvo il genuino presupposto del realismo, la politica va oltre l’asettica proiezione delle aspettative materiali. Conta molto, più di quello che si creda, la forza di attrazione di un sano simbolismo. Indubbiamente un gesto condiviso in un ambito di responsabilità sovranazionale – e Sassoli e Tajani non hanno bisogno di suggerimenti – può far scattare in Italia la scintilla del ritorno alla fiducia da parte dell’elettorato, specie nella sua espressione di ceto medio, colpito negli ultimi anni da un’altra pandemia: quella dell’antipolitica. Ripensare un modello di sviluppo, superare vecchie e nuove fratture di natura sociale o territoriale, promuovere le condizioni di maggiore solidarietà tra persone e gruppi sociali; tutto ciò equivale, se possibile, a congegnare l’articolazione di un processo gigantesco, denso di incognite, che assomiglia già da adesso a una vera rivoluzione.

Certo, nessuno può immaginare che in Europa si consacri per magia, grazie a figure altamente rappresentative, la formula più adatta a piegare le difficoltà della politica nazionale. A questioni complesse non si risponde con la magia della semplificazione. Sta di fatto però che una qualche “iconografia europeistica unitaria”, capace di valorizzare la voglia degli italiani a rimettere in piedi l’economia dopo lo schock da coronavirus e quindi a ricostruire i pilastri morali e civili del Paese, non pare sia un orpello da politica-spettacolo. D’altronde, in netto contrasto con la narrazione del sovranismo, va detto a voce alta che il futuro dell’Italia passa obbligatoriamente per l’Europa.

Oggi si respira un’aria diversa. Siamo vicini a una traduzione in chiave operativa delle intese raggiunte nei vertici ufficiali. Saranno mobilitate risorse ingenti, come nessuno avrebbe mai congetturato fino a pochi mesi fa. A Bruxelles prenderà il via un’operazione di portata storica, senza precedenti, destinata a cambiare il volto del Vecchio Continente. Bisogna starci, in questo quadro, con idee chiare e slancio morale. E dunque vale la pena in conclusione ragionare attorno alla congruità di un atto di dedizione –  appunto di due autorevoli europarlamentari – a un autentico e beninteso amor di patria, con la volontà di ripartire sulla scia di una speranza che muova da un nuovo sentimento europeista.

 

 

Pietrangelo Buttafuoco: “Non possiamo rinunciare alla potenza e alla meraviglia aurorale dell’Ellade”.

Professor Buttafuoco, ho l’impressione che si stia vivendo, da qualche decennio a questa parte una lunga stagione di ricerca di un equilibrio esistenziale ai dilemmi del nostro tempo: possiamo chiamarla normalità, serenità interiore, sostenibilità tra natura e cultura, tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’ di noi. Eppure la parola prevalente degli ultimi anni è stata “crisi”: dei valori, delle istituzioni, della società, dell’economia, della scuola, della famiglia, dei comportamenti individuali e collettivi. Siamo un po’ tutti naufraghi alla deriva? Ciò che sembra mancare a questa umanità è una direzione di senso: chi siamo, dove vogliamo andare, che modelli di convivenza vogliamo costruire?

Guardi, Federico Nietzsche aveva annotato una considerazione che vale ancora oggi e cioè che ci si lamenta sempre della propria epoca, in verità non ce la siamo mai passata meglio. Facciamo nostra questa notazione. Io non credo che ci sia una novità esistenziale se non quella di aver costruito un modello sociale, di comunità che prescinde dai legami: adesso siamo più allentati nei legami tra noi, frammentati, siamo monadi singole e isolate. Questo alimenta il nostro disagio esistenziale. In realtà tutta la costruzione della modernità non comincia da ieri ma ha radici molto più lontane e paghiamo uno scotto che è  stato frutto di un evento storico ben preciso, il trauma più pesante per tutto il corso storico successivo e mi riferisco alla Rivoluzione Francese, il momento più abbietto, terribile, il periodo del terrore e di quello che ne è derivato. In funzione dell’idea che l’uomo possa costruire su stesso una tirannia che adesso è spaventosa nell’esito dell’ ideologicamente corretto, del moralismo, dell’etica che si sostituisce all’estetica, in un travestimento del sacro nelle forme più caricaturali e paradossali. 

Mi sembra che emerga oggi una logica riempitiva: essere ovunque, presenziare, conquistare, occupare spazi, possedere. Non è certo questa l’epoca dell’astensione e del distacco dalle cose, a meno che non si compia una scelta radicale di astrazione e di isolamento. Non finiremo allora per consumare il mondo, segnando confini più avanzati della nostra presenza fino a dare un senso ultimativo alla nostra esistenza terrena? Alla radice del problema c’è forse un conflitto tra natura e progresso?

Io penso che noi dobbiamo adoperarci ragionando su una distinzione necessaria: tra ciò che è ‘Mondo’ e ciò che è ‘Terra’. Ovviamente la differenza qual è: quella di aver avuto annidata la natura nel destino dell’esistenza di tutti noi, di avere con essa  un rapporto obbligato, sul  quale immaginiamo di aver costruito la nostra architettura. In realtà troppo spesso si consuma quello che io definisco un vero e proprio stupro. E’ una provocazione dove noi  facciamo un artificio di parodia nei confronti di quello che la natura, la terra  ci chiede rispetto alla costruzione del mondo. E’ uno stupro che abbiamo perpetrato elevando a dogma uno scientismo che nella sua versione occidentale ha anche determinato e imposto la cosiddetta ‘evoluzione socio-culturale’ dove la scienza – e ce ne accorgiamo soprattutto in questi giorni – ci impone di annullarci totalmente , ci impone di seguire determinati schemi di vita e di valori che sono totalmente impostati attraverso  un dettato fisico, biologico, una percezione sensoriale secondo la quale tutto deve essere impostato a priori. Mentre invece le sorprese della realtà sono tante, nel senso che ovviamente quello che è venuto facile smentire nelle azioni della vita degli uomini a questo punto  viene anche smentito nel percorso dell’esistenza. Si ricorda quando Francis Fukuiama aveva teorizzato la fine della storia? Affidandosi al dogma del totalitarismo liberale che imponeva una fine con la caduta  del comunismo in Unione Sovietica: e invece la storia  è andata avanti con tante sorprese, dal fondamentalismo, alla riorganizzazione dello schema di gioco nello scacchiere internazionale, al sorgere della Cina quale prima potenza e il tutto ancora una volta rimettendo in discussione questa unica ‘dialettica obbligata’ del rapporto tra terra e mondo e ne abbiamo avuto una prova in questi giorni in cui mentre il mondo è stato tenuto chiuso la terra è andata avanti.

La globalizzazione è stata il feticcio culturale del nostro tempo, l’epoca delle lusinghe: tutto facile, tutto subito, tutto a portata di mano.  Siamo – o vogliamo essere – davvero tutti ‘diversamente uguali’ cercando di  arrivare ad ogni costo ad essere diversi. E  la deriva inarrestabile è quella – nel bene o nel male – di una società cosmopolita privata di differenze identitarie? Oppure, nel flusso dei corsi e ricorsi storici, il ritorno dei  localismi farà prevalere in noi le radici e il senso di appartenenza?

Penso di si, non fosse altro perché il risultato più squillante, più sfacciato e anche più coerente della globalizzazione con i meccanismi inesorabili della macchina organizzativo-burocratico-capitalistica ha trovato il suo inveramento, la sua più concreta realizzazione nel suo esatto opposto, ovvero nella Pechino di oggi. Ma con grande paradosso e cioè che il primo Stato autoproclamatosi ateo, comunista e materialista ha accettato su di sé e ne ha fatto l’arma più forte e di egemonia la logica del capitalismo, capovolgendo la globalizzazione nel suo esatto contrario. Anche se su questo passaggio bisogna fare una considerazione, andare nel dettaglio chiave: il Xi JinPing di oggi è coerente con l’immagine autocratica, del potere, l’icona fondante dell’autorità con la Cina di mille anni fa. Se mettiamo accanto le due immagini, quelle tra l’attuale Presidente  della Repubblica Popolare cinese e un qualunque Imperatore cinese delle antiche dinastie, non cogliamo grandi differenze. Ad esempio in questi giorni ai ragazzini delle scuole cinesi è stato dato un copricapo per il distanziamento sociale che è ripreso esattamente dai copricapi dei militari cinesi di mille anni fa. Le rispondo allora su come possano riemergere le radici.  Vede: la radice, l’identità, la forza primigenia che segna ciascuno di noi inevitabilmente esce, non esisterà mai una livella tale da poter cancellare il tratto della caratteristica fondante di una storia e di una identità,  esattamente come il fumo non può essere contenuto dentro una scatola: uno spiraglio da dove riemergere lo trova sempre.

Effettivamente c’è stato un progresso tecnico-scientifico esponenzialmente crescente:   si è realizzato un cambiamento radicale del mondo più negli ultimi cinquant’anni che  nei cinque secoli precedenti….Fino a che punto l’invadenza della tecnologica – e mettiamoci pure la deriva in atto di digitalizzazione dei saperi e delle comunicazioni –potranno espandersi senza mettere in crisi il modello antropologico consegnatoci dalla tradizione?

Anche su questo vedo un paradosso: il dispiegarsi della tecnica è stata l’arma più efficace per la stessa tradizione. Non c’è mai stata una novità, una innovazione tecnologica che non abbia veicolato il lascito culturale e sapienziale. Se io adesso ho la possibilità di attraversare i  dialoghi di Confucio e di poter confrontare gli ideogrammi con la loro traduzione posso ben farlo con agio, studio, diletto e passatempo anche in virtù della innovazione tecnologica che mi consente di avere il manufatto ma anche la sua versione digitale e perfino ascoltarne a viva voce la giusta pronuncia e l’inflessione . Ogni volta che c’è uno scatto tecnologico il lascito culturale di identità e tradizione si fa presente. La rivoluzione iraniana potè avere luogo grazie alle musicassette: quando l’ayatollah Khomeini incideva i suoi sermoni da Parigi – la cosiddetta “diceria della città” – essi ebbero una capacità virale proprio in virtù di questo scatto tecnologico.

Non è vero allora che la tecnica comprime e annulla la tradizione ma – se mai – che invece può essere messa al suo servizio? Se Lei ricorda il saggio di Walter Benjamin del 1936 “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” apprezzerà il fatto che la fruizione estetica di un capolavoro come la Gioconda è stata resa accessibile a tutti proprio attraverso la sua diffusione attraverso le tecnologie.

Certo, ha ragione e faccio un altro esempio; non abbiamo avuto la possibilità  di inebriarci della perfetta rappresentazione fonetica dei capolavori di Eschilo, di Euripide, Holderlin, di Dante Alighieri quando ad esempio Carmelo Bene si adoperò con le sue applicazioni vocali e il lavorio dei microfoni, per restituire quello che altrimenti i nostri progenitori potevano ascoltare solo stando seduti tra le pietre degli anfiteatri.

Trovo paradossale – non so se Lei condivide – che l’epoca della progettazione, dell’innovazione e del cambiamento sia anche la stagione dell’effimero e del breve. Ci manca forse – paradossalmente – la capacità di gestire il presente? Com’è cambiata la nostra percezione del futuro? Pensa che la politica sia in grado di progettare modelli di convivenza sociale anche a breve o medio termine?

L’unico progetto di convivenza sociale che la politica sta sperimentando adesso è fondamentalmente concentrato su due elementi, per controllarli: la progettazione della vita privata di tutti noi e la capacità critica di tutti noi. Se osserviamo attentamente che la pandemia è stato il terreno per sperimentare questo progetto ci avvieremo ad una sola verità che sarà controllata come mai nessuna inquisizione ha saputo fare. Ce ne accorgiamo perché adesso tutta l’eterodossia – cioè l’indagine fuori dai canoni ortodossi e quindi le ricerche storiche, il revisionismo, la scienza degli esperimenti e persino l’immaginazione – quando è fuori dal pensiero unico viene marchiata come ‘fake news’. Che cosa sono in fondo le fake news: sono qualcosa che viene stigmatizzato se è fuori dal pensiero ortodosso. Ricordo l’esempio di Galileo Galilei, che fu giudicato impostore. Ora io sono convinto che nel nome della salute e della sicurezza si arriverà poi anche a controllare la vita di tutti. Una esperienza che abbiamo vissuto negli anni feroci del giustizialismo ad esempio attraverso gli abusi delle intercettazioni telefoniche.  Il vero terrore nella costruzione del totalitarismo morbido verso cui ci avviamo è quello di vedere Prometeo già bello e incatenato. L’andazzo è chiaro e ce ne stiamo accorgendo in epoca di pandemia,  poiché il lockdown è considerato il bene mentre invece la libertà è il male.

Mi pare che una delle urgenze del nostro tempo consista nella necessità di riappropriarci dei tempi e dei luoghi utili per esercitare il nobile esercizio della riflessione. Le omologazioni culturali, le ansie di presenzialismo, il dovere dell’autorealizzazione ad ogni costo e quel voler sapere tutto, dire su tutto, ‘esserci’ mi pare che ci portino altrove. In questo mondo di chiasso e di parole, di rancore e di invidie, così cattivo e prevaricante dove e quando possiamo recuperare una dimensione di intimità spirituale che ci riconcili con gli altri e con la vita? Sarà forse la religione, la fede come sosteneva il sociologo Sabino Acquaviva, un’ancora di salvezza interiore ma anche come fenomeno ecumenico di anti- globalizzazione? 

Vorrei ribaltare il concetto di Acquaviva attraverso la rilettura dell’etimo latino del termine religione: la “religio” è ciò che lega e tiene insieme le cose. Nei secoli la religione ha sempre avuto questo significato di saldo legame che tiene unite la comunità e i destini dei popoli, tanto è vero che i nostri progenitori avevano ben chiaro questo concetto di legame: tenere insieme la domus, la polis, l’orizzonte, l’agorà e quindi,  in quello che è stato il nostro percorso storico greco-romano nell’ambito del sacro, il senso della religione  rimanda ad una idea plurale e universale che tiene uniti i popoli e libera i destini verso un cammino di consapevolezza. Quindi per me religione è un’idea universale e plurale che dalla notte dei tempi fino ad oggi ci accompagna e bussa alla nostra coscienza guidandoci verso questo percorso di consapevolezza di ciò che siamo. Quando attraverso i Fori Romani mi fermo ad osservare il fuoco di Nesta e vedo sempre che è spento: questo mi ha fatto riflettere poiché in altre parti del mondo, specialmente nel centro Asia,  da me visitate ho osservato che quel fuoco è invece acceso, ed è lo stesso fuoco. Capisco allora che è l’uomo a rendere sacro  il vincolo con il mondo quando si fa “Terra” per ritornare al concetto di prima.

Ci si imbatte oggi, nella vita di ogni giorno, in un quesito culturale quanto mai vivo e attuale: quali sono le difficoltà intrinseche nel concetto e nella pratica della multiculturalità? Cioè a dire: fino a che punto è possibile realizzare un dialogo tra culture e religioni senza che ne vengano compromesse le reciproche identità? Dobbiamo temere un futuro di relativismo etico, una sorta di ‘notte in cui tutte le vacche sono nere’, per dirla con la filosofia? Fino a che punto si può parlare di dialogo interculturale piuttosto che di dialogo interreligioso?

Non credo al concetto di multiculturalità come qualcosa da mettere insieme , tipo mogli-e-buoi-dei-paesi-tuoi. Credo sia solo una illusione. Guardi ci sono tre libri fondamentali che tracciano il percorso della nostra comunità e sono per esempio la prima decade di Tito Livio, l’Iliade e il Bagvad-Gita.

L’intercultura è dunque solo retorica o un progetto sociale concretamente sostenibile? 

No, non si possono fare progetti su queste cose: c’è sempre un equilibrio di energie e di forze,  l’intercultura come progetto non è una idea sostenibile. Ogni destino ha un codice che manda poi alla stessa linfa, sono raggi di una stessa luce, ognuno va a riferirsi a qualcosa in cui si riconosce.  Noi non possiamo rinunciare alla potenza e alla meraviglia aurorale dell’Ellade, tutta la cultura pervenuta a noi aveva un marchio ed era Atene.  Ci sono dei percorsi che si sviluppano nella storia e che non corrispondono alla riunione di un consiglio di amministrazione.

Come valuta il sistema scolastico italiano, i suoi standard formativi, il collegamento con il mercato del lavoro? E sul piano strettamente culturale ritiene che la nostra tradizione umanistica possa essere messa in crisi dall’introduzione di una didattica che si avvalga delle nuove tecnologie e della digitalizzazione? La lettura e il libro cartaceo, la poesia, l’arte, la musica saranno metodi e materie destinate ad una progressiva marginalizzazione, come è accaduto ad esempio per lo studio della storia e della geografia?

E’ una situazione di assoluto sconforto: soprattutto quella della scuola italiana. Se lei prende 5 righe a caso di un qualunque scritto di due Ministri della Pubblica Istruzione che hanno forgiato la scuola italiana  come Michele Amari (che fu il primo Ministro della P.I. dell’Italia unita) e Giovanni Gentile e prende 5 righe di un hashtag  datata 29 aprile u.s. in cui il Ministro dell’Istruzione succeduta a Michele Amari e Giovanni Gentile si esprime così: “Il giorno della data dell’esame di maturità sarà il 17 giugno e l’esame orale partirà da un argomento che non sarà una tesina ma un argomento da cui partiranno scelto con i loro ‘prof ‘ .Si parte un argomento di indirizzo” capirà il mio commento. Ho detto tutto.

Il Suo stile interlocutorio, la Sua pacatezza nell’esprimersi, la Sua attitudine alla riflessione si riflettono sul suo stile narrativo di scrittore di successo. Che cosa significa per Lei “scrivere”?  Alda Merini mi aveva detto “poeti si nasce”. Si nasce anche scrittori?

Non saprei rispondere però le posso dire che in assoluta sincerità non mi considero scrittore e tantomeno intellettuale ma considerata la mia frequentazione del palcoscenico, io mi trovo a mio agio nei legni del teatro, in realtà io mi considero “artista”. Non rivendico il diritto appunto di affrontare la parola e la scrittura e la loro messa in opera attraverso la scena, quanto la fatica dell’arte. “Non passare le notti insonni a scrivere lambiccandosi di astruserie per poi procurare il sonno agli altri”.

Non basteranno gli appelli all’unità. Non siamo nel secondo dopoguerra.

Da più parti si invoca lo spirito del secondo dopoguerra per uscire da questa drammatica fase dovuta al Coronavirus ed alle sue conseguenze.
Capisco e condivido il senso di questo richiamo.
Ma, purtroppo, temo che non faccia i conti con alcune radicali differenze tra allora e adesso.

Allora si usciva da vent’anni di dittatura fascista e si incominciava ad annusare il profumo di una libertà ritrovata. Una libertà che incuriosiva, attirava, affascinava e costituiva terreno di impegno comune.
Oggi, si esce da una lunga stagione di democrazia che negli ultimi periodi ha però perso parte importante del suo carisma popolare. Una democrazia che affronta la sfida del Coronavirus e delle sue conseguenze indebolita dalla rottura di quel patto tra “mercato” e “equità” che ha sorretto per alcuni decenni il sistema di welfare di modello europeo.

Allora il baratro economico e sociale era alle spalle: adesso pare difronte a noi.
E si misura nella crescente ansiosa convinzione popolare che i livelli di benessere vissuti dalle generazioni che si sono succedute dalla seconda guerra mondiale in poi non saranno più difendibili.

Allora le categorie prevalenti erano quelle a matrice “comunitaria”: la società era ancora organizzata su robuste infrastrutture collettive. Oggi, le istanze sono prevalentemente “individuali” e si scaricano verso “gli altri” e le Istituzioni pubbliche senza quasi alcuna mediazione.

Allora le condizioni di povertà e di precarietà diffusa rendevano naturale una proiezione di lungo periodo delle aspettative. Si avvertiva che il futuro era tutto da costruire, quasi da zero, e si accettava il fatto che ciò presupponeva tempo e fatica. I sogni comportano sempre tempo e fatica. Oggi invece prevale la paura di chi avverte di aver perso un benessere che aveva raggiunto, per se e per i propri figli.

E l’aspettativa è quella di poterlo riavere “qui ed ora”. Anziché di un sogno, si tratta oggi della disperata voglia di uscire subito da un incubo.

Infine, allora si è potuto contare su una classe dirigente politica che aveva sofferto assieme al popolo durante la dittatura e la guerra; si era preparata spiritualmente, culturalmente e tecnicamente alla propria missione; aveva il carisma per guidare (dal Governo o dall’opposizione) la propria comunità sulla difficile via della ricostruzione morale, civile ed economica. Adesso, con tutta evidenza, non è così.

Le classi dirigenti politiche sono mediamente (salvo rare eccezioni) frutto di carriere improvvisate; aborrono la competenza, che considerano stigma della casta; fondano il proprio ruolo non sul carisma della guida, ma sulla furbizia del consenso facile e immediato.
Giusto e condivisibile, dunque, il richiamo allo spirito della ricostruzione del dopoguerra, ma non basteranno gli appelli alla coesione e all’unita di intenti.
Ci sono una grammatica sociale ed istituzionale ed una nuova antropologia che non corrispondono più a quelle di un tempo.

E si imporranno dinamiche di riorganizzazione del modo di produrre, vivere, esercitare la partecipazione democratica, imparare, consumare, stare assieme, organizzare città e territori, interpretare il valore della sicurezza sociale, assistere gli anziani, spostarsi e così via, che richiederanno paradigmi radicalmente diversi da quelli conosciuti.

Non è la fine della Storia: semplicemente (si fa per dire) è l’avvio confuso e tumultuoso di una nuova fase. Il nostro precedente modello era già in realtà sotto scacco per effetto di alcuni fenomeni latenti che però non abbiamo affrontato con sufficiente rapidità e profondità: crisi demografica; squilibrio tra parti del mondo; cambiamento climatico; rivoluzione digitale; perdita di carisma della democrazia liberale e partecipativa; progressivo scarto tra processi reali di cambiamento e ruoli effettivi dei vecchi Stati Nazionali, tutti tremendamente indebitati, spiazzati dagli eventi, capaci spesso solo di evocare nemici esterni alle porte, sub culture sovraniste e pericolose verticalizzazioni del potere.
La pandemia, con i suoi effetti drammatici che vedremo compiutamente solo in autunno, ha accelerato tutto questo e ha disvelato in modo evidente fragilità che prima apparivano solo in filigrana.

Oggi si richiede perciò una capacità di innovazione a trecentosessanta gradi che risulterà molto più ardua ed impegnativa della semplice “voglia di fare” che è stata uno degli ingredienti di successo del boom del dopoguerra.

Se noi “popolari” vogliamo dare il nostro contributo culturale e politico in questa fase difficile di “nuova ricostruzione”, dobbiamo assumere questi elementi come fondativi di una missione basata su valori e competenze, coraggio e sguardo lontano. Ripartendo dai territori e dalle realtà sociali ed anche economiche che custodiscono le sementi e rielaborano le pianticelle di una nuova idea di futuro. Solo così potremo costruire una prospettiva più generale, nazionale ed europea.

Il resto lasciamolo ai nostalgici o ai giocatori d’azzardo che pare vadano per la maggiore sulla tolda del Titanic.

I “sentieri” di Pragelato e dalla Via Lattea.

Sarà un “turismo di prossimità”. Sarà un turismo radicalmente diverso rispetto a quello che tradizionalmente abbiamo conosciuto sino ad oggi. Qui, veramente, nulla sarà più prima. Per intenderci, nel momento in cui ogni sorta di assembramento è vietato, e anche dopo i divieti sarà difficile e psicologicamente problematico fare e creare aggregazione, è del tutto ovvio che programmare la stagione estiva nel 2020 è un fatto che richiede inventiva, originalità, coraggio e creatività. A cominciare da quei comparti territoriali che storicamente hanno una spiccata vocazione turistica. Estiva e anche e soprattutto invernale. Come ad esempio, il territorio della Via Lattea, le ormai celebri valli olimpiche di Torino 2006. Dove, appunto, si svolsero le Olimpiadi invernali del 2006. 

Ora, per fermarsi all’ormai prossima stagione estiva, proprio l’Unione Montana Comuni Olimpici Via Lattea, a partire dal comune di cui sono Sindaco Pragelato, sta elaborando un progetto turistico per l’estate 2020 compatibile con la terribile emergenza sanitaria – e le relative prescrizioni – ma capace, al contempo, di ricreare una nuova ed aggiornata offerta turistica. Un progetto imperniato sulla riscoperta del paesaggio, della natura, dei sentieri, delle borgate, della storia e della cultura locale. Tasselli di un mosaico che fanno perno sulla centralità del territorio e non più sugli eventi che tradizionalmente produceva quel territorio. E proprio la riscoperta del territorio, e dei suoi segreti, contempla il coinvolgimento di una moltitudine di persone che lavorano e partecipano ad un progetto. È il caso, nello specifico, dei sentieri di Pragelato, città olimpica, dove molte persone, giovani e meno giovani, lavorano per rendere possibile a migliaia di turisti di condividere e socializzare esperienze straordinarie a livello paesaggistico e naturalistico. 

E quindi sentieri, passeggiate, arrampicate, mountain bike, sport outdoor, letture all’aperto, enogastronomia e prodotti locali che si incrociano lungo i sentieri e via discorrendo. Ovvero, un turismo da reinventare e da riprogettare, dopo la pandemia, ma che comunque contribuisce, seppur con molte limitazioni, a ridefinire l’identità e la stessa “mission” di un territorio. Nel caso specifico, dei territori olimpici della Via Lattea. Una risorsa paesaggistica e naturalistica che adesso richiede, da parte degli amministratori e degli operatori locali, anche una rinnovata capacità politica e modernità culturale. Verrebbe da dire, “se non ora quando?”. 

Da oggi Roma riparte. Ma cosa si può fare?

Roma riparte, approcciandosi ad una fase sperimentale e di trasizione, che la vedrà messa alla prova su molteplici fronti, primo tra tutti quello degli spostamenti in città.

Ma cosa realmente si potrà fare?

Spostarsi per andare a trovare un congiunto

Da oggi, oltre che per lavoro, salute e necessità, sono consentiti esclusivamente gli spostamenti per incontrare i propri congiunti, anche tra Comuni diversi, ma all’interno della propria Regione, pur restando il divieto di assembramento, il distanziamento interpersonale di almeno un metro e l’obbligo di usare le mascherine per la protezione delle vie respiratorie.

Attività motoria all’aria aperta

A Roma e nel Lazio sarà possibile fare attività motoria all’aria aperta, comprese passeggiate (con o senza cane), corse e andare in bicicletta, nelle aree verdi, anche allontanandosi dalla propria abitazione. A riaprire da oggi saranno Villa Borghese e Villa Pamphilij, sorvegliate comunque da polizia e droni.

Prendere i mezzi pubblici

Per spostarsi, specialmente a Roma ma anche nel resto del Lazio, sarà possibile usufruire dei mezzi di trasporto pubblico. Nella Capitale bus e metro prestano servizio fino alle 23.30. Gli ingressi saranno contingentati, sarà obbligatoria la mascherina e i passeggeri dovranno rispettare la distanza di sicurezza, osservando la segnaletica anti-Covid predisposta nelle stazioni, fermate e a bordo di convogli e vetture.

Portare il proprio animale domestico a fare la toletta

Riapriranno anche i negozi di tolettatura per cani, gatti e animali domestici.

Ordinare cibo da asporto

Bar e ristoranti sono aperti a partire da domani ma solo per l’asporto, mentre resta vietata l’apertura diretta al pubblico con  il servizio all’interno dei locali. L’asporto si aggiunge all’attività di consegna a domicilio, già prevista e in vigore.

Celebrare funerali con massimo 15 persone e visitare i defunti

Sarà inoltre  possibile celebrare le cerimonie funebri, possibilmente in luoghi all’aperto, con la partecipazione di massimo 15 persone, che avranno l’obbligo di indossare la mascherina e di evitare assembramenti.

 

Nasa: 3 aziende per riportare l’uomo sulla luna

Le società selezionate sono: la Blue Origin of Kent, di Washington, che sta sviluppando l’Integrated Lander Vehicle (ILV) – un lander a tre stadi che sarà lanciato sul proprio sistema di lancio New Glenn Rocket System e sul sistema di lancio ULA Vulcan. La Dynetics di Huntsville, dell’Alabama, che sta sviluppando il Dynetics Human Landing System (DHLS) – un’unica struttura che fornisce le capacità di salita e discesa che lancerà sul sistema di lancio ULA Vulcan. La terza azienda è SpaceX di Hawthorne, della California, che sta sviluppando la Starship – un lander completamente integrato che userà il razzo SpaceX Super Heavy.

La Blue Origin è di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon mentre la SpaceX è di Elon Musk, l’imprenditore che ha fondato Tesla.

 

Un composto per bloccare la crescita tumorale

Lo studio, sostenuto da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, è stato guidato dal Professor Luca Scorrano, Ordinario del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova e Direttore Scientifico del Vimm.

I risultati ottenuti dimostrano che l’angiogenesi, il processo di formazione di nuovi vasi sanguigni essenziale alla riparazione e rigenerazione dei tessuti, ma anche alla crescita dei tumori e lo sviluppo delle metastasi, dipende dalla proteina Opa1 presente nei mitocondri, le centrali energetiche della cellula.

Usando un innovativo farmaco anti-Opa1 scoperto nel loro laboratorio, i ricercatori sono riusciti a bloccare la crescita tumorale. Esistono diversi farmaci già in uso clinico che bloccano il processo di angiogenesi e tolgono nutrienti al tumore impedendogli di crescere, ma spesso questi farmaci non riescono ad impedire la progressione della malattia.

Uno di questi è il bevacizumab, che viene usato nella cura del cancro del colon metastatico e di altri cancri con metastasi, come quello del rene, della mammella, e inoltre nei tumori avanzati del polmone e nel cancro ovarico. Nonostante una comprovata efficacia, diversi tumori diventano resistenti a questo e altri farmaci simili, che non riescono più a bloccare l’espansione del tumore.

Tornare a pensare in grande

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo questo articolo che appare sul numero di maggio di “Vita Pastorale”.

 

Alla luce del centenario dell’Appello sturziano ho raccolto in un volume (Cattolici e presenza politicaLa storia, l’attualità, la spinta morale dell’Appello ai “liberi e forti”, Morcelliana, 2020) alcuni spunti di lettura di quella esperienza, con l’intento di contribuire al discernimento di quanti, da credenti, si sentono oggi chiamati a fare la loro parte per un rinnovato impegno nell’azione politica.

Siamo infatti dentro un cambiamento profondo, antropologico, che non investe solo strutture e istituzioni ma agisce nell’animo umano, nei rapporti interpersonali, nelle relazioni sociali, fino a trasformare radicalmente il volto della società. La crisi della democrazia diventa una priorità rispetto a cui spendersi per favorire una partecipazione consapevole alla vita pubblica, evitando scorciatoie pericolose e rischi di leaderismo.

 

Una fase storica nuova

Il presente pone la domanda sulla possibilità, per i cattolici, di trovare «una forma per esprimersi insieme» sul terreno politico. Di per sé non esiste un “dogma dell’unità” politica dei cattolici né quello opposto “della divisione”: la scelta è sempre frutto di una lettura della situazione storica e di una sua intelligenza. Di fronte ad un cambiamento d’epoca non bastano pochi aggiustamenti: i credenti hanno la necessità di interrogarsi e di rimodulare la presenza nel contesto politico.

Il tema della scarsa rilevanza dei cattolici in politica non riguarda tanto la mancanza di credenti impegnati in partiti e istituzioni, quanto la loro afasia rispetto i grandi temi del vivere insieme. Temi su cui abbiamo un ricco magistero, ma debole appare l ’elaborazione culturale e politica dei credenti. Occorre leggere la realtà, promuovere un’opera di acculturazione vasta, popolare, che si serva anche dei nuovi media per individuare percorsi e costruire proposte con quella creatività che Cataldo Naro riteneva essere, nell’esperienza di Sturzo, la nota «più importante per i cattolici d’oggi».

D’altra parte, la frantumazione e la diaspora del mondo cattolico si è prodotta più in profondità del livello politico e riguarda, in primis, il livello ecclesiale, dove molte differenze risalgono ad un diverso modo di vedere il rapporto Chiesa-mondo rispetto all’insegnamento del Concilio. È possibile superare queste difficoltà e trovare modalità di raccordo e di collaborazione? I tentativi non sono mancati, basti pensare a “Reti in opera” e a molte altre forme associative sorte in questi anni.

 

Avviare processi

Alla luce delle varie esperienze segnalo due aspetti. In primo luogo, la necessità di uno stile di dialogo, capace di promuovere fiducia e favorire amicizia. Uno stile che deve caratterizzare la comunità cristiana e la presenza stessa dei credenti in politica. Il fondamento del pluralismo dei credenti nelle opzioni politiche è chiarito dal Concilio (GS 43) che indica ai credenti la strada di «un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune». È il «gareggiate nello stimarvi a vicenda» che la Scrittura raccomanda (Rm,12-10) e in pratica è così poco praticato.

Il pluralismo, inoltre, comporta la possibilità di differenti opzioni partitiche e, in questo caso, come evitare di essere minoranza (insignificante?) in partiti plurali o costruire un partito, se non confessionale caratterizzato, che rischia di non bucare e non incidere?

Che fare? Il libro non offre una soluzione univoca, ribadisce la priorità di una elaborazione culturale e passa in rassegna i tentativi di questi mesi e le aperture di nuovi scenari: l’evoluzione avuta dal quadro politico, la nascita di nuove formazioni e la scomposizione dell’assetto bipolare. Si tratta di continuare a lavorare su due piani distinti: quello della formazione e quello della presenza politica, senza aver timore di dover mettere mano alle fondamenta.

 

La proposta di un Forum

Il volume è promosso dal Centro di Ricerca e Studi Storici e Sociali (CERSES), che organizza, numerosi seminari, a cominciare da quello tenuto a Todi nel febbraio 2011 (v. gli atti in Aa.Vv., Il cattolicesimo democratico in ricerca. Radici e reti qui e adesso, Cittadella, Assisi 2013), in collegamento con “Argomenti2000” (www.argomenti2000.it), un’associazione di amicizia politica che riunisce, in una rete di Circoli e associazioni locali, persone impegnate nell’ambito sociale e politico. Nel dicembre scorso si è tenuta la terza edizione della “Costituente delle Idee”, terminata con la proposta di individuare un “luogo” di incontro-confronto fra quanti sono interessati e coinvolti nel servizio politico alla luce dell’ispirazione cristiana. Un forum, che potrebbe anche diventare permanente, per confrontarsi su alcuni temi dell’agenda politica puntando a costruire una convergenza sui contenuti più e prima che sui contenitori. Può essere anche questa una occasione in cui, nel rispetto di un pluralismo politico che è una ricchezza, i cattolici possono svolgere il ruolo storico a cui sono chiamati: essere segno di un’unità dialogante nella cura del bene comune.

Una spinta in tal senso viene anche dalla drammatica crisi aperta dall’epidemia che lascia intravvedere, fin d’ora, la necessità di una politica dall’inevitabile respiro europeo. Usciti dal tunnel, in quella che sarà una fase di ricostruzione, servirà una classe politica capace di pensare in grande, di disegnare uno scenario intorno a cui catalizzare risorse e consensi e di mettere a punto un piano concreto e condiviso in grado di sollevare il Paese e di rilanciarlo verso una nuova fase di sviluppo. È questa la grande sfida che attende una nuova stagione di impegno politici dei credenti.

Monitoraggio Caritas sull’emergenza COVID-19: nuovi poveri e nuove risposte

Caritas Italiana, fin dai primi giorni dell’emergenza Covid-19, ha intensificato il contatto e il coordinamento di tutte le 218 Caritas diocesane in Italia, svolgendo un ruolo di collegamento, informazione, animazione e consulenza. Grazie al suo essere radicata nel territorio e punto di riferimento per i più poveri, ha mantenuto la regia di quella cultura della prossimità e della solidarietà che da sempre promuove.

In questo quadro rientra una prima rilevazione nazionale condotta dal 9 al 24 aprile. L’indagine, attraverso un questionario strutturato destinato ai direttori/responsabili Caritas, ha permesso di esplorare: come cambiano i bisogni, le fragilità e le richieste intercettate nei Centri di ascolto e/o servizi Caritas; come mutano gli interventi e le prassi operative sui territori; quale è l’impatto del Covid-19 sulla creazione di nuove categorie di poveri, ma anche su volontari e operatori. I dati del primo monitoraggio si riferiscono a 101 Caritas diocesane, pari al 46% del totale.

Si conferma, come anticipato nei giorni scorsi, il raddoppio delle persone che per la prima volta si rivolgono ai Centri di ascolto e ai servizi delle Caritas diocesane rispetto al periodo di pre-emergenza.  Cresce la richiesta di beni di prima necessità, cibo, viveri e pasti a domicilio, empori solidali, mense, vestiario, ma anche la domanda di aiuti economici per il pagamento delle bollette, degli affitti e delle spese per la gestione della casa. Nel contempo, aumenta il bisogno di ascolto, sostegno psicologico, di compagnia e di orientamento per le pratiche burocratiche legate alle misure di sostegno e di lavoro.

Un dato confortante è il coinvolgimento della comunità e l’attivazione solidale che nel 76,2% delle Caritas monitorate ha riguardato enti pubblici, enti privati o terzo settore, parrocchie, gruppi di volontariato, singoli. Un fiorire di iniziative percepito anche a livello nazionale. A partire da Papa Francesco che ha donato 100mila euro per un primo significativo soccorso in questa fase di emergenza, e dalla Conferenza Episcopale Italiana che ha messo a disposizione un contributo di 10 milioni di euro dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. A tutto questo si affianca la risposta alla campagna Caritas “Emergenza coronavirus: la concretezza della carità”, che ha raccolto finora più di 1,9 milioni di euro da parte di 3.760 offerenti. Oltre alle donazioni di singoli, si registrano quelle di aziende, imprese, comunità, parrocchie e altre Caritas nazionali.

Il monitoraggio svolto conferma che nel 59,4% delle Caritas sono aumentati i volontari giovani, under 34, impegnati nelle attività e nei servizi, che hanno consentito di far fronte al calo degli over 65 rimasti inattivi per motivi precauzionali. Purtroppo 42 tra volontari e operatori sono risultati positivi al Covid19 in 22 Caritas diocesane e in 9 Caritas si sono registrati 10 decessi. Di fronte al mutare dei bisogni e delle richieste, sono cambiati o si sono adattati anche i servizi e gli interventi, in particolare: i servizi di ascolto e accompagnamento telefonico con 22.700 contatti registrati o anche in presenza negli ospedali e nelle Rsa; la fornitura di pasti da asporto e consegne a domicilio a favore di più di 56.500 persone;  la fornitura di dispositivi di protezione individuale e di igienizzanti a circa 290.000 persone; le attività di sostegno per nomadi, giostrai e circensi costretti alla stanzialità; l’acquisto di farmaci e prodotti sanitari; la rimodulazione dei servizi per i senza dimora; i servizi di supporto psicologico; le iniziative di aiuto alle famiglie per smart working e didattica a distanza; gli interventi a sostegno delle piccole imprese; l’accompagnamento all’esperienza del lutto.

A tutto questo si aggiungono le strutture edilizie che le Diocesi hanno destinato a tre categorie di soggetti: medici e/o infermieri, persone in quarantena e persone senza dimora. Ad oggi sono 68 le strutture per quasi 1.450 posti messe a disposizione della Protezione civile e del Sistema Sanitario Nazionale da parte di 48 Diocesi in tutta Italia. A queste si sommano altre 46 strutture, per oltre 1.100 posti in 34 Diocesi, disponibili per persone in quarantena e/o dimesse dagli ospedali e più di 64 strutture per oltre 1.200 posti in 42 diocesi per l’accoglienza aggiuntiva di persone senza dimora, oltre all’ospitalità residenziale ordinaria. È questo il volto bello e solidale dell’Italia che non si arrende. La concretezza della carità.

Coronavirus, precipitano le rimesse africane

Articolo pubblicato il 28 Aprile sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Le misure di contenimento del coronavirus a livello mondiale e la contrazione economica che ne è derivata stanno avendo forti ripercussioni sui migranti africani regolari e irregolari. Infatti, si sta verificando una forte riduzione delle rimesse che vengono inviate periodicamente nei paesi di origine a causa della crescente disoccupazione e precarietà lavorativa, della mancanza di protezione sociale e del difficile accesso ai servizi di “money transfer”.

Secondo una recente previsione della Banca Mondiale (Bm), i flussi di rimessa dei migranti dei paesi dell’Africa subsahariana saranno nel 2020 di 37 miliardi di dollari, registrando una contrazione del 23,1 per cento a seguito della crisi economica scatenata dal covid-19. Secondo la stessa fonte, potrebbe esservi una ripresa dei trasferimenti di denaro nel 2021, stimata attorno al 4 per cento, portando il totale delle rimesse a 38 miliardi di dollari. E dire che in un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla Bm sulle migrazioni e lo sviluppo, emergeva come il volume delle rimesse inviate nel 2018 verso i paesi dell’Africa subsahariana fosse cresciuto raggiungendo la cifra record di 48 miliardi di dollari.

La situazione oggi è particolarmente preoccupante per gli immigrati africani presenti attualmente negli Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Cina. Infatti, le rimesse provenienti da questi quattro paesi industrializzati rappresentano circa un quarto di tutti i fondi trasferiti in Africa. Con il termine rimesse, com’è noto, si intendono quelle somme di denaro che i lavoratori emigrati inviano verso la propria terra d’origine e rappresentano una fonte essenziale di reddito per i paesi in via di sviluppo, in particolare per quelli africani. Purtroppo la crisi economica prodotta dalla pandemia ha generato il calo più drastico degli ultimi trent’anni. Per fare un raffronto, a seguito della grave crisi economico-finanziaria dei mutui subprime nel 2008, l’ammontare delle rimesse, a livello globale, subì allora una contrazione del 5 per cento. Le rimesse — è bene rammentarlo — contribuiscono in modo significativo a garantire il sostentamento di cui necessitano le famiglie rimaste in Africa — in particolare la sanità e l’istruzione — e si rivelano anche un mezzo per garantire l’avvio di attività imprenditoriali in agricoltura o in altri settori produttivi. A questo proposito occorre sottolineare che il settore informale è di fatto la prima fonte di lavoro in Africa, rappresentando circa il 75 per cento dell’occupazione non agricola e oltre il 70 dell’occupazione totale nell’Africa subsahariana. Più del 90 per cento dei nuovi posti di lavoro creati in alcuni paesi africani sono nell’economia informale.

Questo in sostanza significa che poiché molta gente non ha accesso a un impiego fisso ma sopravvive sbarcando il lunario come può, molti nuclei familiari riescono a far fronte alle spese correnti grazie alle rimesse inviate dai parenti che sono andati a lavorare all’estero. Sempre secondo la Bm, le rimesse sono diventate la principale fonte di entrate in valuta estera per l’Africa subsahariana e hanno un impatto significativo sul pil di molti paesi. Uno di quelli che nel 2019 ha beneficiato maggiormente delle rimesse dei propri connazionali all’estero è stato l’Egitto: 26,8 miliardi di dollari (l’8,9 per cento del pil, in crescita rispetto all’anno precedente). Conta molto sulle rimesse anche la Nigeria: 23,8 miliardi di dollari nel 2019. Sempre lo scorso anno il Sud Sudan è stato il paese africano in cui le rimesse hanno rappresentato la quota più alta del pil: 34,4 per cento, seguito dal Lesotho con il 21,3 e dal Gambia con il 15,5 per cento. Considerando, poi, che nel continente africano si registrano sovente crisi politiche e conflitti armati, durante i periodi di crisi questi soldi rappresentano l’unica ancora di salvezza per le famiglie e le comunità riceventi.

Emblematico è il caso della Somalia dove il coronavirus sta avendo un effetto devastante sull’economia nazionale. Proprio in questi giorni il ministro delle finanze somalo Abdirahman Duale Beyle ha fatto sapere che i flussi di rimesse dirette al suo paese si stanno esaurendo perché molti somali residenti all’estero hanno perso il lavoro a causa del virus. Per questo motivo le entrate del governo di Mogadiscio si sono ridotte del 40 per cento non essendo l’esecutivo in grado di riscuotere le tasse dai contribuenti che solitamente ricevevano aiuti dalle varie diaspore somale disseminate nel mondo. Da rilevare che circa un miliardo e mezzo di dollari arrivava ogni anno in Somalia sotto forma di rimesse, una quantità di denaro significativamente superiore agli aiuti esteri. In questi anni di guerra civile in Somalia, molte famiglie hanno attinto a questo gettito di denaro per la loro sopravvivenza. Peraltro si tratta di un fenomeno che non riguarda solo la Somalia e neanche esclusivamente l’Africa. Se il livello degli Aiuti pubblici allo Sviluppo (Aps) è ormai fermo da diversi anni, un aiuto più consistente alle economie dei paesi poveri arriva proprio, attraverso il canale delle rimesse, dagli immigrati residenti nelle nazioni dove sono approdati. Oggi queste costituiscono una delle entrate economiche più importanti per questi contesti, superando in modo rilevante i flussi degli Aps e degli investimenti diretti esteri. Basti pensare che nel 2018, oltre 200 milioni di lavoratori migranti nel mondo hanno inviato 689 miliardi di dollari ai loro rispettivi paesi d’origine, di questi 529 miliardi di dollari sono stati inviati verso paesi in via di sviluppo. La cifra è oltre tre volte l’importo degli Aps a livello internazionale. Comunque, inviare il denaro in Africa continua a essere molto dispendioso. Basti pensare che nel primo trimestre di quest’anno, tra conversioni e commissioni, per trasferire in Nigeria 200 dollari dall’Europa, il costo complessivo corrispondeva all’8,9 per cento della somma trasferita.

Sebbene le percentuali varino a secondo dei paesi dove risiedono i beneficiari, rimane il fatto che molte volte i pagamenti sono in denaro contante. A ciò si aggiunga il fatto che i dati ufficiali sono comunque parziali perché le rimesse in uscita non transitano necessariamente attraverso gli intermediari ufficiali (operatori money transfer, banche, poste) ma defluiscono spesso tramite canali informali, non rilevabili e quindi non inclusi nelle statistiche ufficiali. Ufficialmente, la media globale delle operazioni per trasferire le rimesse è comunque il sette per cento dell’importo inviato. L’obiettivo di sviluppo sostenibile “10.c” mira a ridurre i costi di transazione a meno del 3 per cento entro il 2030. C’è da augurarsi che le moderne tecnologie, in particolare quelle mobili e la digitalizzazione possano rendere le procedure meno esose, unitamente a un contesto normativo più trasparente e favorevole. Una cosa è certa: è più che evidente, nonostante la crisi economica determinata dal coronavirus, la necessità di rendere questo indotto una vera opportunità di sviluppo per i paesi beneficiari africani.

Il Governo tedesco in soccorso del Gruppo Lufthansa

Lufthansa sta negoziando un piano di salvataggio di 9 miliardi di euro che prevederebbe una partecipazione dello Stato tedesco pari al 25,1 per cento.

5,5 miliardi verrebbero erogati sotto forma di capitale senza diritto di voto mentre altri 3,5 miliardi di euro saranno invece, dei prestiti forniti dalla banca statale.

Ma di questo non sembra convinto il governo tedesco che durante una riunione tecnica con i vertici della compagnia aerea, la cancelleria Angela Merkel  i ministri delle Finanze Olaf Scholz, dell’Economia ed Energia Peter Altmaier e dei Trasporti Andreas Scheuer ha chiesto  due cariche nel consiglio di vigilanza, in modo da diventare un azionista con diritto di voto.

Ma proprio l’ingresso dello Stato nell’azionariato e il timore delle pretese che la politica potrebbe avere nelle future decisioni strategiche della compagnia aerea spaventano il ceo di Lufthansa, Carsten Spohr. “Se l’azienda vuole avere successo anche in futuro, deve poter determinare il proprio destino adottando strategie di tipo imprenditoriale”.

Intanto mentre Lufthansa sta valutando anche un piano B. L’ipotesi più realistica è quella di una soluzione simile a quella della Newco di Alitalia.

Coronavirus: il nuovo Decreto

Licenziamenti sospesi per cinque mesi, novità sul reddito di emergenza e bonus baby sitter. Queste alcune delle novità nella bozza del decreto aprile per fronteggiare l’emergenza coronavirus che introduce ‘nuove misure urgenti di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19’.

E ancora: Reddito di emergenza da 400 fino a 800 euro, ampliati i requisiti per il Reddito di cittadinanza, bonus baby sitter portato a 1.200 euro (2.000 per medici e infermieri), riconosciuta un’indennità fino a 600 euro anche ai lavoratori domestici, cig in deroga per 18 settimane fino al 31 ottobre e lavoro nei campi fino a 2 mesi per percettori Rdc, con cig e indennità.

Inoltre  l’indennità di 600 euro verrà erogata anche ad aprile ai beneficiari che l’avevano ricevuta a marzo. Alle partite Iva che hanno subito una riduzione del 33% del reddito a marzo e aprile, iscritti alla gestione separata e che non sono non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, è riconosciuta una indennità per il mese di maggio pari a 1000 euro. La stessa cifra di 1000 euro andrà ai lavoratori titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che abbiano cessato il rapporto di lavoro entro la data di entrata in vigore del decreto. Indennità di 1000 euro anche ai lavoratori iscritti alle gestioni speciali dell’Ago, mentre a quelli in somministrazione, impiegati presso imprese utilizzatrici operanti nel settore del turismo e degli stabilimenti termali, andranno 600 euro anche ad aprile.

Ai lavoratori domestici che abbiano in essere, alla data del 23 febbraio 2020, uno o più contratti di lavoro per una durata complessiva non superiore a 20 ore settimanali, è riconosciuta, per i mesi di aprile e maggio 2020, un’indennità mensile pari a 400 euro, per ciascun mese. Ai lavoratori domestici che abbiano in essere, alla medesima data, uno o più contratti di lavoro di durata complessiva superiore a 20 ore settimanali, è riconosciuta, per i mesi di aprile e maggio 2020, un’indennità mensile pari a 600 euro, per ciascun mese.

Roma: da lunedì ville e parchi aperti

Ville storiche, parchi e giardini pubblici di Roma da lunedì torneranno ad essere accessibili anche se con le dovute cautele e limitazioni. La prima, la più importante per evitare nuovi contagi, è il divieto di assembramento. Ma sarà comunque possibile passeggiare e fare attività fisica individuale nel rispetto delle distanze dalle altre persone.

Ma come comportarsi all’interno delle aree verdi della Capitale?

L’ingresso è consentito solo a chi non presenta sintomi da infezione respiratoria e febbre e non è in quarantena. Sì alle passeggiate ma rigorosamente a 1 metro di distanza gli uni dagli altri. Sì anche all’attività sportiva individuale ma, in questo caso, i metri di distanza devono essere 2.

I Minori e persone non completamente autosufficienti possono passeggiare con l’accompagnatore sempre nel rispetto della distanza di sicurezza.

È vietato fare feste o pic-nic ed utilizzare le attrezzature sportive. Proibite anche le attività ludico ricreative come giochi e attività di gruppo”.

Come viaggiare in sicurezza su treni

La nuova circolare del ministero della Salute che, prendendo spunto anche dal recente documento Inail-Iss, fornisce tutta una serie di indicazioni per garantire la massima sicurezza ai viaggiatori soprattutto in vista della forte possibile ripresa del pendolarismo.

È necessario, per la sicurezza, mettere in pratica una efficace riorganizzazione del sistema di trasporto pubblico, nell’ottica della ripresa del pendolarismo, anche garantendo la tutela della salute del personale addetto nelle stazioni e sui mezzi di trasporto, per sostenere la ripresa delle attività e quindi della mobilità delle persone attraverso la gestione efficiente delle criticità legate ai rischi di affollamento e di esposizione a possibili fonti di contagio.

La circolare con le misure per i  trasporti

I cattolici devono riscattarsi con i fatti

Opportuna e realistica l’indicazione di Giorgio Merlo formulata nel suo ultimo articolo. Forse il primo passo per riproporre in modo credibile la nostra cultura politica è proprio quello di interrogarci ora sul dopo, se un dopo arriverà, e di impegnarci a fondo per evitare che una emergenza oggettiva possa trasformarsi col tempo in un golpe sanitario permanente, in una nuova strage di kulaki (la classe medio-bassa che sta iniziando ad andare a rotoli, e senza la quale il Popolarismo storicamente non c’è), ordita da grandi interessi di varia natura ma accomunati da una medesima avversione soprannaturale per non dire esoterica, a qualsiasi forma di umanesimo.

Purtroppo siamo, io per primo, troppo avvolti nella bambagia e distanti dal popolo per capire l’orrendità di ciò che sta succedendo attorno a noi in questi tempi. Temo proprio che il giudizio storico dei nostri posteri sul nostro filone politico sarà impietoso, se non troveremo presto il modo di riscattarci con i fatti.

È finito il tempo delle divisioni, ora serve l’unità

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

E’ vero quanto scrive l’amico Merlo “non di sole messe si vive” e per i cattolici è tempo di tradurre sul piano operativo il tema della loro partecipazione attiva alla politica in Italia e in Europa.

Basta seguire la messa mattutina a Santa Marta di Papa Francesco, per ricevere dalle sue omelie la costante esortazione a tradurre nella nostra vita e “nella città dell’uomo”, gli insegnamenti evangelici e della dottrina sociale cristiana.

Vorrei confermare a Merlo che, tranne qualche bizzarro personaggio che ama autoproclamarsi a giorni alterni segretario di questa o quella DC, noi che abbiamo deciso di riunirci nella Federazione popolare dei Democratici Cristiani, intendiamo costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali. Ci proponiamo di avviare un processo culturale di coinvolgimento territoriale, che abbia come obiettivo rendere possibile la formazione di una grande area, ricca che si faccia carico di esperienze e tradizioni diverse e che condivida l’urgenza di partecipare alla competizione politica; pertanto ci impegniamo, sin da subito, a cercare le opportune intese, da proporre già alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali.

Aver federato esperienze come quelle della DC, ricostituitasi politicamente dal 2012 in poi, oggi guidata da Renato Grassi, con l’UDC di Cesa, il NCDU di Tassone, il movimento raccolto attorno all’On Rotondi, e oltre trenta associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica e popolare, credo rappresenti oggi il più importante sforzo organizzativo di ricomposizione dell’area cattolica e popolare, il cui coordinamento l’abbiamo affidato a Giuseppe Gargani, esponente di rilievo e trait d’union tra la terza e la quarta generazione DC.

A questa nostra iniziativa si accompagnano parallelamente quelle degli amici, come voi di Rete Bianca, raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”, quelli di Costruire Insieme e di Politica Insieme, interessati a dar  vita alla “Cosa Bianca”.

Questo è ciò che realisticamente si sta costruendo con molta fatica all’interno della vasta e articolata galassia dell’area cattolica e popolare, nella quale, come accade di norma tra gli italiani: tutti vogliono coordinare e nessuno vuol essere coordinato.

Condividendo con Merlo che: “non deve ritornare il tema stantio e anche un po’ datato sull’ennesimo partitino cattolico che campeggia un giorno su qualche giornale e poi, puntualmente, si scioglie come neve al sole. La vera sfida, semmai, consiste nel coraggio di riproporre una cultura politica, un sistema di valori e una classe dirigente – che esiste, basta solo farla emergere – che sono ancora in grado di dare un contributo di qualità politica e programmatica e di risorsa etica alquanto decisivi per la stessa tenuta democratica e sociale del nostro sistema”, aggiungo che non si debba nemmeno ogni volta ripartire da zero.

Meglio sarà cercare di far maturare i processi realmente in atto, come quelli da me descritti, consapevoli che il ritorno sul piano politico istituzionale della cultura cattolico democratica e cristiano sociali, alla quale tutti quei movimenti citati fanno riferimento, è indispensabile per concorrere alla costruzione della nuovo vivere civile sociale, politico e istituzionale del dopo pandemia. Un mondo nuovo che: o sarà fondato sui principi della solidarietà e della sussidiarietà  propri della dottrina sociale cristiana, o non sarà.

E questo processo lo dovremo far maturare fedeli al monito di Alcide De Gasperi: “Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“. In questo tempo di crisi e di drammatica pandemia, non possiamo più dividerci, ma, come ci ha ammonito Papa Francesco stamattina,  operare tutti per l’ unità.

  • Ettore Bonalberti Presidente ALEFDirezione nazionale DC Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

 

I cattolici e il “dopo”.

Il dibattito sui cattolici in Italia, come da copione da ormai qualche anno, si accende quando si parla e si affrontano temi importanti ma comunque sempre laterali rispetto alla politica, alla sua organizzazione e alle sue dinamiche. Per capirci, scoppia un grande dibattito sulla possibilità di ricominciare a celebrare messa nelle chiese dopo la terribile emergenza sanitaria che ci ha colpiti e che ci sta ancora colpendo. Grande curiosità sulle decine di tentativi, tutti falliti come ovvio, di ridar vita ad una sorta di Democrazia Cristiana bonsai. E una infinità di riflessioni sulle divisioni presenti nella cosiddetta galassia cattolica. Una divisione che arma la diffidenza, nei confronti del protagonismo politico dei cattolici, di tutti coloro che, invece, esaltano le virtù, postume, della classe dirigente democratico cristiana ma non riconoscono, oggi, le condizioni per dar vita ad una esperienza rinnovata e moderna del cattolicesimo politico italiano nella società contemporanea. 

Ora, il dibattito sul “dopo” pandemia sta inondando tutti gli organi di informazione, a livello di carta stampata e nelle televisioni. Se la competenza e l’autorevolezza saranno gli ingredienti decisivi e fondamentali per dare credibilità e peso alla politica, archiviando definitivamente l’improvvisazione, l’inesperienza e l’estemporaneità dei 5 stelle, ad esempio, è indubbio che i valori e la cultura non saranno elementi indifferenti o virtuali in vista della ripresa dopo il ritorno della normalità. I cattolici, seppur nella loro complessità e articolazione, saranno ancora una componente indispensabile non solo per il rinnovamento della società italiana ma anche, e soprattutto, per dare sostanza e credibilità alla politica del nostro paese. Certo, non deve ritornare il tema stantio e anche un po’ datato sull’ennesimo partitino cattolico che campeggia un giorno su qualche giornale e poi, puntualmente, si scioglie come neve al sole. La vera sfida, semmai, consiste nel coraggio di riproporre una cultura politica, un sistema di valori e una classe dirigente – che esiste, basta solo farla emergere – che sono ancora in grado di dare un contributo di qualità politica e programmatica e di risorsa etica alquanto decisivi per la stessa tenuta democratica e sociale del nostro sistema. 

Ecco perchè il tutto non si può ridurre ad un fatto clericale, seppur fatto in buona fede, o di caricatura organizzativistica o, peggio ancora, ad una disquisizione di fatto ornamentale che sfiora la politica ma non la incrocia mai. Se “dopo” tutti saremo uguali ai nastri di partenza, come pare di capire, compresi gli attuali attori politici, forse è giunto il momento di prendere atto che adesso possiamo giocarci la partita. Quella vera, però, e non alla playstation. 

Fincantieri vince la gara per le nuove fregate FFG(X) della US Navy

Fincantieri si aggiudica la gara indetta dalla Marina statunitense per le nuove fregate multiruolo nell’ambito del programma FFG(X), noto anche come “fast frigate” (fregata veloce). La Us Navy ha infatti assegnato a Fincantieri Marine Group, il contratto del valore di 795,1 milioni di dollari per la progettazione di dettaglio e la costruzione della capoclasse.

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha dichiarato che per Fiancantieri questo è “Un grande successo. Perchè porta nei mari del mondo la garanzia della tecnologia italiana”,

“In questo momento in cui è importante la ripresa delle attività produttive colpite dalla crisi Covid-19, si tratta di una importante iniezione di fiducia. Un risultato importante, frutto anche di un intenso lavoro di squadra, che è un segnale di fiducia nei confronti dell’Italia”.

“Abbiamo iniziato questo viaggio due anni fa con la convinzione che ci fosse un posto per nuove idee, nuove piattaforme e nuovi partner in una già talentuosa industria navale statunitense”, ha scritto l’amministratore delegato di Fincantieri Marine Group in un tweet. L’annuncio odierno, riferendosi al contratto per le dieci unità navali, “conferma questo pensiero”

Le navi Usa saranno costruite in un cantiere in Wisconsin.

 

Turismo. Protocollo d’intesa tra Milano, Genova e Torino.

I comuni di Torino, Milano e Genova hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per intensificare i loro rapporti istituzionali attraverso la partecipazione comune a progetti legati allo sviluppo economico e turistico, alle attività culturali e alla promozione turistica congiunta, con particolare riferimento ai temi della cultura, dei grandi eventi, delle manifestazioni sportive, del design, della moda, dell’enogastronomia, dell’artigianato e del marketing territoriale sia sul territorio nazionale che su importanti mercati internazionali di reciproco interesse.

L’obiettivo delle tre città è quello di promuovere a livello nazionale e internazionale le rispettive destinazioni turistiche, intensificare sinergie ed operatività e pianificare iniziative congiunte di sviluppo e promozione dell’offerta turistica, con lo scopo di incrementare i flussi turistici nazionali e internazionali, mettendo a sistema azioni finalizzate a integrare le capacità attrattive dei rispettivi territori.

“Questo accordo di collaborazione – dichiarano gli assessori al Turismo dei tre comuni, Roberta Guaineri (Milano), Laura Gaggero (Genova) e Alberto Sacco (Torino) – è un passo importante per affrontare la grave crisi in cui versa tutto il comparto turistico a causa delle misure istituite per contrastare la pandemia CoViD-19. Agiremo insieme per promuovere un turismo di prossimità, valorizzando il lavoro, la professionalità e le competenze di tutti i soggetti della filiera, a partire da guide e accompagnatori turistici. Per veicolare la conoscenza, la specificità e le eccellenze dei nostri territori in ambito nazionale e sovranazionale organizzeremo educational tour con operatori del settore turistico, press trip con giornalisti, influencer e opinion leader, incontri e scambi di esperienze tra operatori turistici, iniziative di co-marketing e realizzazione di materiali promozionali congiunti”.

In base a questo accordo le tre città avvieranno azioni sinergiche mirate a: consolidare la conoscenza e l’integrazione fra i tre territori, geograficamente vicini; tutelare, valorizzare e promuovere reciprocamente il patrimonio storico, artistico, culturale, turistico delle città e dei territori di riferimento; tutelare, valorizzare e promuovere reciprocamente il patrimonio paesaggistico-ambientale, artigianale, commerciale ed enogastronomico nonché lo sviluppo economico turistico; favorire lo sviluppo di un’offerta turistica integrata e complementare; proporre a livello nazionale e internazionale un’offerta turistica complementare e integrata, anche attraverso la partecipazione congiunta a fiere ed eventi di marketing in mercati nazionali e internazionali di interesse comune; generare contaminazioni virtuose e condivisione di buone pratiche in una prospettiva di sviluppo socio-economico e turistico.

Coronavirus, calcio: due italiani su tre contrari alla ripresa dei campionati

La maggioranza degli italiani, il 64% è contraria alla ripresa dei campionati di calcio professionistici. La motivazione prevalente, per quasi la metà dei contrari, è che giocare non sarebbe sicuro dal punto di vista sanitario, mentre un terzo crede che rappresenti un settore come tutti gli altri e quindi non debba essere privilegiato l’accesso a test e tamponi. È quanto emerge da un sondaggio condotto da IZI in collaborazione con Comin & Partners.

Dello stesso avviso sono quanti si dichiarano “molto” o “abbastanza” tifosi di calcio, che rappresentano quasi il 60% degli intervistati. Anche fra questi oltre la metà (51%) è contraria al riavvio dei campionati, sia pure a porte chiuse.

Solo un terzo (36%) si dichiara favorevole alla ripartenza di campionati. Fra questi la metà lo ritiene un volano di crescita economica troppo importante per il Paese.  Mandare avanti i campionati, poi, per il 26% significa evitare che la crisi infligga un duro colpo anche alle società professionistiche. Solo al 19% dei favorevoli interessa, invece, che sia assegnato un vincitore. Secondo il 4% degli italiani, infine, il calcio a porte chiuse non sarebbe vero calcio.

A decidere le sorti dei campionati nel nostro Paese dovrebbe essere il Governo per il 77% degli italiani mentre per il 15% l’ultima parola spetterebbe alla Figc e per il restante 8% al Coni.

Fra gli appassionati di calcio il 70% ha dichiarato che nei due mesi di quarantena ha sentito molto o abbastanza la mancanza delle partite. La voglia di calcio tuttavia non è stata colmata in alcun modo dal 44% dei tifosi, mentre il 24% ha visto vecchie partite in televisione, il 17% video in rete e il 15% ne ha parlato con gli amici al telefono o in chat.

Coronavirus: più di 21mila operatori sanitari colpiti

Sono più di 21mila ormai (21.007) gli operatori sanitari contagiati da Covid-19 in Italia, secondo l’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità.

Il 45,7% dei casi riguarda la categoria dei tecnici della salute, che comprende infermieri e fisioterapisti, seguita da quella degli operatori socio-sanitari (18,9%), dei medici (14,2%), degli operatori socio-assistenziali (6,2%) e del personale non qualificato nei servizi sanitari e di istruzione (4,6%).

Di questi sono 153 i medici morti in Italia per Covid-19.

Un primo maggio di sfida

Nella ultracentenaria storia dei Primo Maggio, più generazioni di lavoratori l’hanno celebrato in momenti di grandi conquiste sociali e democratiche, di semplici momenti di festa spensierata, ma anche affrontando tanti momenti di perdita di libertà, di persecuzioni, di guerra, di attacchi di avversari ai diritti dei lavoratori.

Anche in questa occasione, il primo Maggio si commemora in un clima cupo e di preoccupazione per la salute di se stessi e dei propri cari, la condizione incerta del lavoro, i rischi economici dell’Italia. Ma anche i lavoratori della attuale generazione, sono sicuro, manterranno lo stesso carattere di quelle passate nell’affrontare le difficoltà. Non diserteranno certo il campo del loro protagonismo, non inseguiranno certamente i propositi di opposizione alle nuove circostanze problematiche che la storia pone con cruda sollecitudine.

È vero che in un battere di ali ci si trova davanti a nuove esigenze di organizzazione del lavoro: o a casa in regime di smart working, o in modalità del tutto nuove presso le fabbriche, nei cantieri, nei campi, negli uffici, nelle scuole, ed ospedali. Certamente le sfide saranno tante: la quantità di lavoro che avrà ripercussione sulla occupazione; disagi e rischi nuovi. Ma c’è anche del buono come lo smart working, che ci farà guadagnare più tempo libero per la famiglia ed i nostri svaghi, e che ci esporrà meno a stress, all’inquinamento, e ci farà lavorare anche meglio. Dunque, credo, che è importante affrontare con fiducia e speranza questo tempo nuovo.

Tutti i cambiamenti, hanno visto i lavoratori sempre sostenere la ruota della storia che spinge in avanti, e si può essere sicuri che si troveranno soluzioni nuove a problemi nuovi con il fattivo contributo nell’indicare le strade più idonee per lavoratori e società in generale, grazie alla preziosissima esperienza e motivazioni ideali mantenuti sempre vivi. Si intensificheranno le richieste di confronto con i governi centrali e locali ed imprenditori, per le soluzioni migliori da adottare.

Si richiederanno nuove normative contrattuali configurabili alla situazione nuova, e salario nuovo con legami ancora più saldi tra produttività e salario, sostenuto anche da un fisco premiante per migliori produzioni in qualità e quantità. Questi obiettivi, saranno ancor piu necessari per dare soluzioni alla economia del paese, ormai a pezzi. Ed allora bisogna produrre meglio è di più e far crescere il reddito di chi lavora, occorre spendere meno e meglio i denari pubblici. Sono sicuro che anche in questi frangenti difficili, si saprà trovarela via più concreta e più vantaggiosa per il paese .

Primo maggio: Rossini (Acli), “ripartire dalla Costituzione, il lavoro fonda l’Italia”

Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli, in una lettera per il 1° maggio afferma: ”

La Festa dei lavoratori cade quest’anno in una situazione drammatica per il nostro Paese. All’emergenza sanitaria, scandita dai numeri dei morti e dei ricoverati, si sta sommando l’emergenza sociale con centinaia di migliaia di imprese e attività ferme, milioni di lavoratori in cassa integrazione, disoccupati e, soprattutto, nuovi poveri.

Se guardiamo al passato, l’immagine che abbiamo di fronte è quella dell’Italia uscita dalla II Guerra mondiale: un Paese prostrato e sconfitto che ritrovava però la sua unità intorno alla Carta Costituzionale per iniziare la ricostruzione. Anche oggi abbiamo bisogno di ripartire dalla Costituzione, proprio dalle sue righe iniziali: è il legame con il lavoro che fonda l’Italia, che dà una forma alla nostra vita quotidiana personale e collettiva.

Dobbiamo contemporaneamente intervenire sull’emergenza e progettare il futuro del Paese, gettando le basi per un nuovo piano di crescita e sviluppo. Va fatto un investimento vero sulla scuola e sulla formazione, perché lavoreremo in un contesto mutato e ancora condizionato dall’esistenza del virus. Il mercato del lavoro sta cambiando, proiettato sempre di più verso nuove forme, tra cui lo smart working, come dimostra l’esperienza di questi mesi, e in generale il ruolo della tecnologia, come dimostrano le applicazioni dell’Industria 4.0. In questo contesto dovremo monitorare con attenzione i più deboli e i più fragili. Il distanziamento fisico rischia di trasformarsi in distanziamento economico, poi sociale e infine umano.

Nel 65esimo dell’istituzione della Festa di san Giuseppe vogliamo riappropriarci della sacralità del lavoro, facendo nostre le parole di Papa Francesco: “il lavoro ci unge di dignità, ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre; dà la capacità di mantenere sé stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione”.

Solo attraverso il lavoro potremo riallacciare i legami delle nostre comunità, rifondare il patto sociale e far ripartire l’Italia. Lo faremo assieme a tutte le organizzazioni che hanno a cuore il destino dei lavoratori, a partire dalle organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, di cui condividiamo il documento e la campagna di informazione”.

 

Un lavoro per tutti

Si dice che il lavoro nobilita altre volte si dice che stanca e forse sono vere entrambe le cose.
Ma se la Costituzione Repubblicana considera il lavoro come principio fondante della stessa democrazia non credo che ciò sia dovuto ad una retorica invenzione oppure al caso.
Mio padre mi aveva insegnato che l’importanza di un lavoro si misura dalla sua utilità sociale, serve se promuove il bene comune.

Per questo ogni lavoro è complementare agli altri cosa che non comporta necessariamente una corrispondenza tra servizio reso e sua remunerazione, anzi è più spesso vero il contrario anche se tutto – a cominciare dai modelli di massima gratificazione personale e sociale promossi dalla Tv – sembra muovere nella direzione opposta.
Il lavoro – un tempo considerato ‘valore forte’ e principio di nobilitazione – adesso è sostituito dal successo.

E il successo è tanto più forte quanto più si elude il lavoro, anzi è il suo contrario: ha successo chi riesce a non lavorare, il lavoro è una pena non un fatto positivo.
Perché del lavoro si considera, giustamente direi, soprattutto il diritto ad averne uno, il diritto ad averlo tutti: credo che ciò significhi innanzitutto non precludere a nessuno la possibilità di una sua realizzazione personale e poi anche il poter condividere con gli altri – mattone su mattone, idea su idea – una casa comune, per il bene generale.
Ma, come in tutte le cose, la difficoltà consiste nel saper mantenere una giusta via di mezzo nei comportamenti sociali ed ecco che da un lato può accadere che quel diritto sacrosanto venga calpestato in nome del profitto e dell’egoismo oppure venga eluso e ingannato se del lavoro si fa motivo di personale tornaconto, lo si considera un punto di arrivo per sopravvivere, una rendita da gestire piuttosto che un punto da cui partire per dare sempre il meglio di sé.

Penso perciò che ogni lavoro, per essere ben fatto, debba saper promuovere le potenzialità di ciascuno senza perdere di vista un interesse generale: ad ogni diritto deve corrispondere un dovere e anche per il lavoro credo che debba essere così, non esiste un’etica sociale che possa eludere il passaggio attraverso ogni singola coscienza, non esiste crescita senza rispetto di valori condivisi.
La storia insegna che ogni fase di ricostruzione, così come il progresso, l’emancipazione, la democrazia, lo stesso benessere si fondano sul fervore sociale, sull’attività dell’uomo, sull’impegno e la dedizione, se necessario sul sacrificio: sono principi forti che stanno alla base dell’idea stessa di civiltà.

Ma insegna anche – la lunga teoria delle vicende umane – che ogni volta che il lavoro diventa motivo di sfruttamento, abiezione, tirannia, disuguaglianza, ingiustizia ebbene è la stessa dignità della persona ad essere calpestata, la sua libertà conculcata, il suo amor proprio umiliato e offeso.
Eppure ancora oggi si muore o ci si ammala per lavoro, si fa mercimonio della condizione minorile per fini di lucro, si generano discriminazioni e iniquità di genere e di stato sociale: non credo che ci possa essere sfruttamento più disgustoso di quello perpetrato dall’uomo su un altro uomo.
E questo vale per i periodi di crescita economica e – ancor più – per quelli di crisi: il prezzo più alto è pagato sempre dai più deboli.

Il principio di equità nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze chiama in causa la straordinaria potenzialità ed eloquenza della dottrina sociale cristiana, che in nome della solidarietà mette la carità accanto alla giustizia e considera il lavoro come strumento di soddisfazione personale e di progresso dei popoli.

Nel giorno della festa dei lavoratori il pensiero deve rivolgersi soprattutto a chi è senza un lavoro, a chi lo ha perso insieme alla speranza, a chi vorrebbe farne motivo di riscatto dalla disperazione.
Perché anche il lavoro – ahimè come il potere – logora soprattutto chi non ce l’ha.

Retroscena e interpretazione del discorso di Gronchi. il ruolo di Mirabella.

L’autorevole amico Lucio D’Ubaldo, mi ha “ordinato” di commentare il discorso pronunziato da Gronchi davanti alla Camere riunite per la Sua elezione a Presidente dela Repubblica.

Mi accingo ad ubbidire, anche agevolato dalle circostanze dell’intensa amicizia tra Gronchi e mio padre Giuseppe, allora Presidente della Regione Siciliana e delle confidenze che lo stesso in seguito mi diede.

Gronchi aveva due qualità rare: una voce suadente e gli occhi trasparenti e bellissimi, oltre ad essere dotato di profonda cultura.

Ma sul Suo discorso, ritenuto universalmente tra i migliori pronunziati dai Capi di Stato del mondo intero e ancora oggi ritenuto di una modernità essenziale e rara, vi è una “parentesi” che va raccontata.

Quando Gronchi era Ministro dell’Industria, fu invitato da mio padre a Palermo e nella sede del Banco di Sicilia, sollecitato dal Presidente Bazan e dal Direttore Generale La Barbera, tenne un discorso sullo sviluppo economico del Paese.

Alla fine della prolusione ci furono scroscianti applausi e Bazan che presiedeva la riunione, osservò se vi era qualcuno che volesse intervenire.

Si alzò il giovane palermitano professore di Economia Politica, Giuseppe Mirabella, che fece letteralmente a pezzi il discorso di Gronchi.

Il Presidente Bazan e il D.G. La Barbera si misero le mani nei capelli e si scusarono continuamente con Gronchi “per l’incidente”.

Ma Gronchi rispose: “No, ma no, desidero che questo giovanotto così audace e colto e coraggioso venga distaccato presso il Ministero che dirigo, e sarà il mio consulente”.

Così avvenne.

Passarono degli anni e poi Gronchi fu eletto Presidente della Repubblica e confermò Mirabella al Quirinale come suo consulente economico.

Un giorno Gronchi chiese a Mirabella perché malgrado i suoi servigi, mai aveva chiesto allo stesso un minimo favore dopo tanti anni.

Alle insistenze di Gronchi, Mirabella rispose titubante che gli sarebbe piaciuto diventare Vice Direttore Generale del Banco di Sicilia, dove lo stesso era impiegato con incarichi di valore.

Gronchi telefonò a mio padre, allora Presidente della Regione Sicilia, e lo pregò di interessarsi del caso Mirabella presso gli organi apicali del Banco di Sicilia.

Il Presidente Alessi allora convocò il Presidente Bazan ed il D.G. La Barbera e con molto tatto e prudenza espresse loro quali fossero le aspettative del professore Mirabella a conoscenza, però, del Presidente della Repubblica.

“Mai e poi mai” risposero all’unisono i due esponenti. “Piuttosto ci dimettiamo”.

Mio padre gelido prese un foglio in bianco e rispose a loro: “Prego, firmate qua”.

Naturalmente, e con merito Mirabella, raggiunse il suo obiettivo.

Essendo io assistente v. di Storia Moderna presso l’Università di Palermo ed essendo l’aula degli esami vicina a quella di Mirabella, quasi sempre mi chiamava per assistere ai suoi esami che erano “originali ed unici”.

Lo stesso, spirito acuto e “briccone, iniziava gli esami così: “Quelli raccomandati dai Parlamentari nazionali a destra, quelli raccomandati dai Parlamentari regionali a sinistra, quelli raccomandati dal Cardinale Ruffini un poco più avanti, e i pochissimi bravi e preparati si avvicinino alla cattedra”.

Ma l’esame per me indimenticabile fu quello con un ragazzo che si presentò con i capelli lunghi ed impomatati sino all’osso.

Mirabella gli chiese con un filo di voce: “Hai studiato?” e l’esaminando con un vocione da basso e fraseggio siculo, rispose:”Ma cetto,cetto ch’io studiai”. E il professore ancora: “Hai ripassato il libro di Economia Politica anche qui sotto nell’atrio ?”.  E quello di rimando: “Cetto, cetto prufissori “.

Mirabella si fermò pensoso e chiese:”Ed allora quante colonne ci sono nell’atrio?”. E lo studente: “Ma pruffisori che va domandando?”. Ma Mirabella fu fermissimo.” Vattinni e la prossima settimana torna”.

Passò la settimana e l’usciere mi informò che il professore Mirabella mi voleva seduto accanto a Lui per la sessione di esami.

Mi recaci nell’aula dove svolgeva gli esami e notai subito lo studente con i capelli ancora più lungi e impomatati.

Venuto il suo turno, il professore Mirabella lo fissò a lungo con gli occhi suoi azzurrizzimi e ipnotici e poi, more solito, la domandina: “Hai studiato e ripassato il testo anche nell’atrio?”. E il ragazzo agitato rispose: “Cetto, cetto prufissori!”. E Mirabella: “E quante colonne hai contato vi sono?”.

L’impomatato rimase nuovamene sbalordito per la domanda, ma ugualmente dette la risposta sgargiante: “Settandue sugnu”.

E il professore Mirabella di contro: “Figghiu mio, non sei pronto e veloce nelle risposte, avresti dovuto dirmi un numero qualsiasi quando ti ho interrogato la prima volta, perché neanche io le ho mai contate”.

Era un uomo geniale e scrisse dei testi di ottima fattura. Uno in particolare sulla visione economica di Gesù.

Poichè io lo frequentavo settimanalmente e ne avevo studiato lo stile nella scrittura, un giorno avendo letto il discorso di Gronchi, impudentemente, conoscendo i rapporti solidi tra di loro, chiesi: “Professore, mi dica la verità, quel discorso l’ha scritto Lei? Per favore non mi dia una risposta diplomatica!”.

Mirabella rimase perplesso per la mia sfrontatezza e poichè io non mi arrendevo, alla fine cedette e mi confermò che in quel discorso in larga misura aveva “messo le sue mani” e mi pregò e ordinò di mai affermarlo.

Sono passati decenni e mi pare giusto oggi raccontare la verità.

Ma perché quel testo è così straordinario. I punti trattati sono validi oggi ancora di più. Sottoliniamoli: mai la più alta Istituzione della Repubblica in quel momento fu così vicina all’anima popolare.

Iniziava una nuova fase, dove non poteva mancare la solidarietà dei popolo, necessaria alla civiltà stessa. Il popolo avvertiva più consapevolmente che il successo di una politica sana doveva fare assegnamento su di una propria responsabile visione dell’avvenire.

Urgeva la collaborazione di tutte le forze politiche.

Il potenziale del lavoro era inerte ed era insufficientemente utilizzato.

Nessun progresso vero si sarebbe sviluppato all’interno dell’Italia e al suo esterno senza il concorso del mondo del lavoro.

Per edificare uno Stato efficiente, era necessario il riconoscimento corretto dei nuovi diritti e della nuova posizione del lavoro e della trasformazione dei rapporti tra ricchi e poveri e classi sociali.

Vi era bisogno ed era necessario un pieno esercizio della libertà individuale.

E qui per rabbonirmi ed essere sicuro che avrei mantenuto il segreto,mi sussurrò che tale comma lo aveva copiato da un mio studio dal titolo: “I diritti dei cittadini, più che essere difesi devono essere esercitati”,

Naturalmente, non gli credetti affatto, perché sapevo bene che né Gronchi, né lui avevano bisogno di un assistente universitario, ma Lo ringraziai ugualmente fingendo di essere orgoglioso della citazione.

Ma continuiamo l’analisi del testo. Bisognava eliminare la contraddizione tra l’immensa utilità dell’iniziativa privata e l’osservanza dei diritti di giustizia e libertà.

Urgeva eliminare la disoccupazione.

Bisognava mettere mano alla trasformazione dell’ambiente fisico e sociale del Mezzogiorno con l’occupazione stabile e continua.

Ma la parte più significativa e illuminante ed illuminata è quando Gronchi lesse: “Se l’uomo comune vive nel timore di subire l’arbitrio.. e che oggi egli sia oggetto del buono e cattivo volere di coloro che applicano le leggi, nessuna riforma istituzionale sarà feconda”

Sembra di leggere le frasi di padre Gioacchino Ventura, un gigante della storia dei cattolici in politica e di un altro gigante ancora da scoprire e studiare a lungo: Don Luigi Sturzo.

Gronchi e lo stato dei lavoratori. Il messaggio inaugurale davanti alle camere riunite.

Quando il Presidente della Repubblica, Gronchi, accompagnato dal Presidente della Camera, Leone, e dal Presidente del Senato, Merzagora, entra nell’aula, l’Assemblea sorge in piedi tra vivissimi, generali, prolungati applausi, cui si associa il pubblico delle tribune – Si grida: Viva la Repubblica i Viva l’Italia ! Viva il Presidente della Repubblica!

Il Presidente della Camera prende posto al suo seggio, con alla destra il Presidente della Repubblica e alla sinistra il Presidente del Senato.

PRESIDENTE. Invito il Presidente della Repubblica a prestare giuramento davanti al Parlamento a norma dell’articolo 91 della Costituzione. Leggo la formula: «Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione».

Il Presidenze della Repubblica risponde: Giuro  (Vivissimi, generali applausi). 

PRESIDENTE. Il Presidente della Repubblica invita gli onorevoli deputati e gli onorevoli senatori a sedere. 

Il Presidente della Repubblica rivolgerà ora il suo messaggio al Parlamento.

Il Presidente della Camera cede il suo seggio al Presidente della Repubblica e prende posto alla sua destra. Il Presidente della Repubblica legge il seguente messaggio:

Onorevoli deputati, onorevoli senatori!

Il periodo che si chiude con la settennale presidenza di Luigi Einaudi apparirà nella storia del nostro paese come uno dei più significativi e fecondi. L’Italia, uscita dal terribile travaglio della guerra, ha atteso con tenace volontà a curare le sue ferite, a restituire al proprio organismo le possibilità fisiologiche di normale esistenza, a riconquistare il suo posto di nazione libera nella grande famiglia dei popoli europei. 

Luigi Einaudi, al quale il mio pensiero va con affettuosa reverenza, ha bene meritato della patria per la saggezza, la lunga esperienza nutrita di studi, l’esemplare correttezza del suo reggimento, ed a lui si volgeranno memori e riconoscenti anche le nuove generazioni. (L’Assemblea sorge in piedi ed applaude vivamente). 

Nel succedergli, la mia trepidazione è profonda non soltanto per l’arduo impegno richiesto dall’esigenza di continuare degnamente una tradizione, che ebbe alto inizio dall’illuminata direzione di un altro grande italiano, Enrico De Nicola (L’Assemblea sorge in piedi ed applaude vivamente); ma per l’attesa viva, spontanea, fiduciosa che verso di me si rivolge da ogni parte politica, da ogni ceto sociale del nostro paese. Forse mai, e non credo che ombra di vanità mi faccia velo, la più alta istituzione della Re-pubblica è stata cosi vicina all’anima popolare come in questo momento (Vivissimi, generali applausi); mai un’ansia di rinnovamento si è levata a cuore così aperto da ogni zona dell’opinione pubblica verso colui che ha ricevuto da una solenne indicazione del Parlamento il mandato per la suprema magistratura dello Stato. 

Quest’attesa e quest’ansia non mi sgomentano, ma fanno più presente e ammonitrice in me la coscienza della responsabilità. 

Dicevo che non mi fa velo alcun’ombra di vanità, perché io comprendo bene che non è la mia persona, quali che siano le qualità benevolmente attribuitemi, l’elemento determinante dello stato d’animo comune a tanta parte del popolo italiano. Ma è la percezione precisa nella coscienza pubblica che un ciclo decennale si è chiuso, ed una nuova fase si inizia. (Vivissimi applausi a sinistra e al centro).

I problemi fondamentali del passato sono stati la ricostituzione dello Stato nella sua organizzazione e nella sua autorità, la ricostruzione economica, finanziaria, sociale dell’apparato produttivo, il superamento nel campo internazionale della nostra inferiorità di vinti. Soccorsero allora Io sforzo verso le soluzioni auspicate, il riconoscimento di quell’esigenza di concordia fra uomini e partiti che emerge istintivamente dalla volontà di sopravvivere, e la solidarietà concreta che, a superare il travaglio della nostra economia, venne soprattutto (va ricordato con sincera gratitudine) dal popolo americano. (Vivissimi applausi al centro)

Poi le parti politiche, i vari ceti sociali andarono accentuando per naturale processo la loro libera differenziazione nella valutazione dei problemi, nella scelta delle soluzioni attraverso una revisione dei rispettivi orientamenti. Cosi nella vita interna della nostra Italia e di molti altri paesi, come nella vita internazionale. 

Qualche cosa è accaduto, nelle coscienze e nelle vicende, in questo agitato dopoguerra. Ma il nuovo che preme sotto la dura scorza dei pregiudizi, delle abitudini e degli interessi, con l’impeto elementare delle germinazioni naturali, non ha preso forma, ancora, né aspetti precisi. 

Dalle tragiche esperienze della storia lontana e vicina scaturisce la persuasione che è necessaria la solidarietà dei popoli affinché la civiltà stessa, coi suoi valori morali ed umani, non perisca. Ed il nostro paese ha inquadrato con legittime e meditate decisioni la sua politica nelle intese pattuite tra i popoli occidentali non solo per una preoccupazione di difesa della propria indipendenza, ma per muovere un primo passo verso integrazioni più complesse e più vaste, che, senza negare od anche soltanto sminuire il sentimento sacro della patria, lo armonizzino in una concezione superiore di pacifica convivenza. (Vivissimi applausi al centro e a destra). Ma oggi il popolo, più consapevolmente che mai, avverte come per il successo di una tale politica debba fare assegnamento su di una propria responsabile visione dell’avvenire e sulla propria volontà di lavoro. 

Sullo sfondo delle difficoltà interne, liberandosi dall’asprezza della lotta fra ideologie ed interessi contrapposti, emerge dai contrasti sociali il riconoscimento che è interesse comune la collaborazione: una collaborazione che non sia rinunzia per alcuno od attenuazione dei diritti legittimi, bensì accettazione di un limite atto a garantire il reciproco rispetto di questi. Ma il clima permane agitato, le previsioni per il domani sono ancora grige ed incerte; non è scomparso dalle zone della pubblica amministrazione né da quelle del lavoro privato quel senso di insicurezza che conferisce un carattere di lotta alle rivendicazioni di migliori condizioni di esistenza. E soprattutto assai basso è il livello di vita di tante famiglie, e troppo ancora è il potenziale di lavoro inerte od insufficientemente utilizzato, preziosa riserva di energie ancora negate allo sviluppo del nostro paese. (Vivissimi applausi). 

L’attesa che circonda l’inizio del mio mandato deriva dalla persuasione, chiara in tutti, che occorre affrontare la nuova fase del nostro cammino con misurato ardimento e con adeguata visione dei fatti. Dato centrale di interpretazione del presente corso di questi mi sembra la constatazione, nella quale ben difficilmente ci si può esimere dal convenire, che nessun progresso vero si realizza nella vita interna di ciascuna nazione e nei rapporti internazionali senza il consenso ed il concorso del mondo del lavoro. (Vivissimi, prolungati applausi). lo sono lontano dall’escludere da questo mondo i dirigenti e gli imprenditori, che tanta parte sono del sistema produttivo; ma essi hanno già nella organizzazione politica dello Stato moderno un’influenza che è adeguata alla loro importanza economica. 

Io posso perciò riferirmi soprattutto a quelle masse lavoratrici ed a quei ceti medi che il suffragio universale ha condotto sino alle soglie dell’edificio dello Stato senza introdurle effettivamente dove si esercita la direzione politica di questo. (Vivissimi applausi a sinistra e al centro). Io credo fermamente che sia interesse fondamentale della democrazia realizzare pacificamente tale inserzione, per rafforzare le basi della stabilità degli istituti attraverso l’ampliato consenso. E credo che a sodisfare tale esigenza non si giunga se non attraverso il riconoscimento concreto dei nuovi diritti e della nuova posizione del lavoro, della trasformazione, sia pur graduale ma sostanziale ed effettiva, dei rapporti fra i ceti e le classi che debbono cooperare al comune benessere, economico e civile. 

Questa è insieme opera di progresso e di conservazione, di intervento dello Stato e di rispetto dell’iniziativa privata. 

Nuove forme di organizzazione economica si palesano in continua preparazione, ma non è facile prevedere la esatta configurazione del futuro ordinamento. A me sembra si possa solo determinare l’indirizzo di questa trasformazione, nel senso che nella vita economica la considerazione dell’interesse generale della comunità tende a prevalere su quella degli interessi particolari (Vivissimi applausi), anche quando questi trovano appoggio nell’ordinamento giuridico in vigore, come se esso pure non si trovasse coinvolto nel travaglio della trasformazione.

Perciò l’azione pubblica, che prima si dispiegava quasi clandestinamente a favore dello sviluppo della linea sociale dell’economia, tende ora a palesarsi con chiarezza di compiti e con coordinazione di interventi. Ed il valore positivo di tale indirizzo non deve a nessuno apparire infirmato dal fatto che il processo di trasformazione incorre sovente in ritardi, procede per tentativi, deve subire correzioni le quali implicano «sfridi» di risorse (per usare un termine corrente del gergo economistico), i cui oneri sono più pesanti per i paesi a scarsa prosperità economica. 

L’ansia di ricerca di nuove forme di economia non può distaccarsi dalla volontà di garantire il pieno esercizio della libertà individuale. Questa volontà è legittimata anche dalla constatazione dell’impareggiabile flusso di energie creative di cui è capace una illuminata utilizzazione dell’iniziativa privata. Ad essa sarebbe impossibile rinunziare senza incorrere in perdite gravissime di ricchezza e di benessere. Il problema è di eliminare la contraddizione tra l’immensa utilità che si deduce dal sano svolgersi dell’iniziativa privata e l’osservanza dei diritti più sacri della giustizia e della libertà umana. La contradizione appare invece innegabile per i tentativi di predominio che talvolta grosse concentrazioni della ricchezza esercitano anche sui pubblici poteri, sicché la necessità di disciplina e di contenimento delle posizioni mono-polistiche è chiaramente ispirata dall’interesse comune. (Applausi). 

Né questa ansia di ricerca può prescindere dalla esigenza inderogabile di mantenere condizioni di sanità monetaria, attraverso una saggia politica finanziaria per gli investimenti e per le spese. Ma, se in qualsiasi compagine nazionale è compito peculiare dell’azione pubblica trasformare in nuove fonti di utilità lo scoperto inattivo dei fattori produttivi, la cui inerzia denuncia la esistenza di potenzialità economiche non ancora tradotte in atto, per l’economia italiana tutti debbono riconoscere che il primo problema da risolvere in ordine di urgenza è costituito dalla eliminazione della disoccupazione, che si accompagna alla miseria ed agli stenti. (Applausi). E per liberare il più rapidamente possibile tutti ed ognuno dall’angoscia dell’incertezza del pane, occorre che alla continua espansione del reddito nazionale si accompagni un impegno di fondo per migliorarne la distribuzione nel senso di un costante sviluppo della linea sociale dell’economia. 

E, sempre nel quadro di una sanità monetaria consapevolmente realizzata e mantenuta, la trasformazione dell’ambiente fisico e sociale del Mezzogiorno, già efficacemente iniziata, deve procedere col ritmo più intenso, affinché le nuove occasioni di lavoro si tramutino in fonti di occupazione stabile e continua; e si impedisca l’aggravarsi dei dislivelli regionali di produzione e di reddito fra nord e sud che travagliano penosamente l’efficienza operativa dell’economia nazionale. (Vivi applausi). 

Lo Stato può dare un valido concorso a nuove forme di rapporti fra le categorie sociali; soprattutto in Italia, dove la presenza delle aziende I.R.I. in tanti settori dell’attività finanziaria ed industriale può essere organicamente indirizzata ad esperimentare una collaborazione razionale dei vari fattori della produzione (Vivissimi applausi a sinistra e al centro), dando al lavoro il posto che gli compete anche per lo spirito della nostra Costituzione. Distinguere in questo campo la responsabilità dello Stato da quella dell’iniziativa privata non vuol dire contrapporre le due forze, ma integrarle e farle motrici di un costante progresso. (Applausi).

Non è mio compito segnare dettagliati pro-grammi, ma io penso che, convenendo su questi orientamenti generali, il Parlamento abbia una insostituibile funzione per far si che l’ordinamento giuridico venga impegnato nell’accompagnare e regolare senza intralci e senza ritardi, con meditate decisioni ma insieme con vigile ardimento, Le trasformazioni delle strutture economiche e sociali. Allo Stato spetta in primissima istanza la responsabilità di mantenere le condizioni necessarie all’ordinato sviluppo democratico della comunità nazionale. Lo Stato. è imparziale tutore dei diritti di ciascuno, della libertà, dell’uguaglianza dei cittadini nella legge; ma insieme deve inflessibilmente imporre a tutti i doveri imprescindibili di un’ordinata convivenza. (Applausi). 

Non è una definizione puramente giuridica lo Stato di diritto: é l’espressione di un’esigenza politica e sociale. alla quale la democrazia deve tendere, come a fine inderogabile, se vuole affermarsi e sopravvivere. Una voce, la più autorevole nel mondo, alla cui alta saggezza possono con obiettiva deferenza ricorrere anche coloro che non hanno il dono di una fede religiosa, ha ammonito in giorni recenti che nessuna legge e nessuna riforma istituzionale possono essere feconde di bene, «se l’uomo comune vive nel timore di subire l’arbitrio (Vivissimi, prolungati applausi), e non perviene ad affrancarsi dal sentimento che egli sia soggetto al buono o cattivo volere di coloro che applicano le leggi o che come pubblici ufficiali dirigono le istituzioni e le organizzazioni; se si accorge che nella vita quotidiana tutto dipende da relazioni che egli forse non ha, a differenza di altri; se sospetta che, dietro la facciata di quel che si chiama Stato, si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati». 

Nessuna parola potrebbe più esattamente definire il carattere e le responsabilità di un Capo di Stato per quanto riguarda la piena osservanza della Costituzione, delle norme e degli ordinamenti sui quali essa ha creato la nuova Repubblica italiana; e dare un contenuto concreto ed imperioso al mio giuramento. Per questo mi consentirete di richiamare la necessità che la Costituzione sia compiuta negli istituti previsti (Vivissimi, generali applausi), quali la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, l’ordinamento regionale, il Consiglio dell’economia e del lavoro; e nell’adeguamento della legislazione e del costume. E so di non indulgere a sensibilità convenzionali se richiamo a tutti l’alto valore di un impegno di moralizzazione severa della vita pubblica e privata (Vivissimi applausi), se affido la collaborazione per il consolidamento delle istituzioni più al costume che non alle norme, e se fondo le speranze di distensione e di rasserenamento dell’orizzonte politico e sociale sul vincolo da tutti apertamente e sinceramente accettato di soggezione alla legge ed all’imparziale autorità dello Stato. (Vivissimi applausi

Onorevoli deputati, onorevoli senatori!

La nuova fase della nostra vita nazionale coincide con un corso dei rapporti internazionali che accenna nuovi orientamenti. Proprio in questi giorni i tre maggiori governi occidentali, accogliendo un’aspirazione che in Italia veniva da ogni ceto ed ebbe anche la sanzione di un voto parlamentare, si accingono a predisporre una conferenza a quattro nella quale si può ormai prevedere che saranno esaminati tutti i problemi che dividono in Europa l’Occidente dall’Oriente, e nel mondo milioni di uomini in opposte trincee. L’Italia ha voluto e vuole la pace, la pace nel rispetto reciproco della libertà e dell’indipendenza, nella sola preoccupazione di realizzare la più sicura difesa delle proprie tradizioni e dei propri istituti. Perciò da tutti i patti che sono stati sottoscritti coll’espresso consenso del Parlamento, ed ai quali il popolo italiano intende lealmente tener fede (Vivissimi applausi al centro e a destra), non può che esulare qualsiasi anche dissimulato intento di aggressione. (Applausi). Io so di interpretare il pensiero di tutti gli italiani qui e fuori di qui augurandomi che questi sforzi di riavvicinamento per una pacifica convivenza raggiungano con la buona volontà di tutti (dico di tutti, poiché la buona volontà di tutti è indispensabile) il miglior successo, sicché da intese limitate e specifiche si possa gradualmente passare ad accordi più vasti che con un progressivo controllato disarmo rendano meno lontana e meno difficile la pace, che è condizione di prosperità per tutti. La nostra opera sposerà sempre alla tenace difesa degli interessi nazionali e della democrazia questo superiore ideale umano e cristiano. (Vivissimi applausi)

Onorevoli deputati, onorevoli senatori!

Io posso in questa visione volgere il mio pensiero alle nostre Forze armate (L’Assemblea sorge in piedi — Vivissimi generali prolungati applausi), parte cara del nostro popolo in armi, talvolta sfortunata, sempre gloriosa per fedeltà alla patria e spirito di sacrificio, nella guerra e nella Resistenza (Vivissimi applausi a sinistra e al centro – Si grida: Viva la Resistenza); e posso vederle non soltanto come strumento di ancor necessaria difesa, ma come scuola di generosità, di ardimento, di devozione al dovere. 

Io compirò, nei limiti modesti delle mie forze, quanto la Costituzione – solenne espressione dei doveri civili e nazionali – mi impone. Mi sia vicino il Parlamento, massimo istituto di libertà e di democrazia, colla sua saggezza e colla sua concorde volontà di far grande e prospero questo nostro popolo italiano. 

E Iddio illumini ed aiuti la nostra fatica. 

L’Assemblea si leva in piedi plaudendo vivissimamente a lungo. Il pubblico delle tribune si associa agli applausi. Ripetute grida di Viva la Repubblica!

L’Italia post-fascista, la festa del primo maggio e la svolta di Pio XII

In Italia, l’adozione e l’applicazione della Costituzione Repubblicana fu a tutti gli effetti la manifestazione che funse da spartiacque tra le elezioni del 1948 e gli anni a venire. Anni durante i quali, pur in un contesto contrassegnato da un indirizzo politico che faceva dell’antifascismo la sua prerogativa ideale, si radicalizzò sempre più la corsa a conquistarsi il favore dell’elettorato. La stessa Chiesa, nella persona del Pontefice Pio XII, si impegnò assiduamente mobilitando le sue organizzazioni a sostegno della Democrazia Cristiana, considerata a tutti gli effetti come il più accreditato e affidabile partito di massa dell’Italia post-bellica.

Tale contributo, comprensivo di un potente simbolismo politico-sociale ma anche trascendente dal mero meccanicismo utilitarista, si insinuò associando i valori cristiani al mondo del lavoro e attribuendo allo stesso contenuti non esclusivamente laici (tanto meno appannaggio tipico dell’identità culturale social-comunista). Qual è il rapporto che caratterizzò l’interazione tra fede politica e sacralità? Una delle risposte potrebbe essere che sia la religione che il secolarismo, a fronte dei cambiamenti intervenuti nel tempo, hanno variato il rispettivo retaggio dando luogo all’ammissibilità di forme culturali e filosofiche complementari.  La Chiesa si fece portavoce e parte integrante di uno dei più importanti istituti a cui era chiamata a rispondere la collettività: in tal senso, emblematica fu la proclamazione, da parte del Pontefice, il 1° maggio 1955, di San Giuseppe Artigiano come patrono di tutte le organizzazioni dei lavoratori. Si trattava dell’introduzione della presenza di “Cristo nel mondo operaio” come parte attiva. Era ciò che Pio XII asserì affacciandosi quel giorno al balcone di Piazza San Pietro, in cui riprese l’enciclica Divini Redemptoris del 1937. Non fu un gesto isolato, ma si accompagnò – soprattutto in Italia, culla del Cristianesimo – a una serie di eventi che diedero alcuni “scossoni” a tutto il sistema..

Finita la guerra, lo svecchiamento avvenuto dopo il 1953 – che fu caratterizzato dal progressivo isolamento del gruppo facente capo ad Alcide De Gasperi – creò le premesse per l’ascesa della nuova generazione formatasi nell’Azione Cattolica nel corso degli anni ’20 e ’30. Questa, più marcatamente legata alle problematiche del cattolicesimo social-popolare, si mostrò favorevole all’intervento statale in economia e apertamente critica nei confronti dell’impostazione liberista che aveva condizionato i primissimi governi dell’era post-fascista. Significativa, per non dire epica, fu anche la rottura dell’unità sindacale, che determinò l’allontanamento delle forze moderate dalla Cgil e l’istituzione di un nuovo soggetto vicino alle rivendicazioni del mondo cattolico: la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (Cisl). In quel frangente, sebbene non abbandonando in modo brusco la antica linea centrista degasperiana, la Dc si propose per una riforma strutturale della società che ebbe come principali sostenitori i poco più che quarantenni Paolo Emilio Taviani, Aldo Moro e Mariano Rumor

Potremmo dire che la svolta del Vaticano in merito alla festa del 1° maggio si inquadrava in un ampio schema per cui gli istituti del nuovo sistema democratico-parlamentare erano affiancati da principi importantissimi di tipo sociale come il diritto al lavoro e la libertà sindacale. Ispirazioni non troppo lontane dalla dottrina di San Benedetto imperniata sull’ora et labora.

Tutti gli elementi di cui sopra rappresentarono, anche e soprattutto, il rifiuto per “quell’ordine sociale più giusto” promesso dai comunisti, che pure non si mostrarono in grado di attuare. Un’altra risposta, emblema della centralità acquisita dalle forze moderate, fu la elezione a Presidente della Repubblica di Giovanni Gronchi, democristiano della corrente di sinistra (appoggiato anche da comunisti e socialisti), che avrebbe successivamente favorito – l’incidente del governo Tambroni rientrerà comunque in questa opzione di fondo – la volontà l’allargamento delle maggioranze di governo. Correva l’anno 1955.

Cessava un’epoca e ne cominciava un’altra, in cui le speranze di rigenerazione morale lasciarono poco a poco spazio alla ricerca del profitto e del benessere, aspirazione condizionata senza meno dalla grande trasformazione industriale degli anni ’60.