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venerdì, 13 Marzo, 2026
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Mattarella: “Basta tragedie, la sicurezza sul lavoro è una priorità sociale”

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente dell’ANMIL – Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi sul Lavoro, Zoello Forni, il seguente messaggio:

«La Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro è un’occasione preziosa per riflettere sui dati, tuttora così preoccupanti, delle morti e degli infortuni dei lavoratori e per far crescere la cultura e l’impegno della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Purtroppo le notizie di incidenti mortali continuano a essere quasi quotidiane. Alla scomparsa di un congiunto segue una grande sofferenza, anche economica e sociale della sua famiglia. Ancor di più sono i feriti sul lavoro e non pochi subiscono invalidità permanenti con conseguenze fisiche e morali assai serie, talvolta persino drammatiche. Per questo desidero esprimere il mio apprezzamento all’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi sul Lavoro per l’opera costante a sostegno delle vittime e delle loro famiglie e per l’impegno di promozione della sicurezza nel lavoro.

La sicurezza di chi lavora è una priorità sociale ed è uno dei fattori più rilevanti per la qualità della nostra convivenza. Non possiamo accettare passivamente le tragedie che continuiamo ad avere di fronte. Le istituzioni e la comunità nel suo insieme devono saper reagire con determinazione e responsabilità.

Sono stati compiuti importanti passi in avanti nella legislazione, nella coscienza comune, nell’organizzazione stessa del lavoro. Ma tanto resta da fare per colmare lacune, per contrastare inerzie e illegalità, per sconfiggere opportunismi. Punto di partenza è un’azione continua, rigorosa, di prevenzione. L’applicazione e il rispetto delle norme va accompagnata a una concreta attività di vigilanza, cui devono essere assicurate le forze e le risorse necessarie, e che può essere utilmente sostenuta da strumentazioni moderne e da banche dati.

Iniziative come quelle che si promuovono oggi in tutto il territorio nazionale accrescono la consapevolezza del valore della formazione. Tutti – dai dirigenti dell’impresa ai singoli lavoratori – sono chiamati a prestare la giusta attenzione al rispetto delle norme e degli standard più avanzati e l’impegno comune è condizione per raggiungere il traguardo di una maggiore sicurezza».

Guerra in Siria: già 130mila gli sfollati.

Dall’inizio dell’offensiva turca contro i curdi in Siria, secondo i dati Onu sono già oltre 130mila gli sfollati.

Le Nazioni unite mettono così in guardia dalla possibilità che si vada incontro a una nuova tragedia umanitaria nel Paese.

Nel nord della Siria, intanto, i villaggi nelle vicinanze del campo di Ayn Issa nella campagna di Al-Raqqah, sono sotto il bombardamento di aerei da guerra turchi.

Salgono intanto anche i bilanci delle vittime tra i civili e tra le forze in campo. Molte fonti  parlano di almeno 60 civili uccisi, tra cui 7 donne e sei minori negli ultimi tre giorni.

 

Consumi, in Italia uno scandalo alimentare al giorno

Nel 2019 in Italia è scoppiato fino ad oggi più di un allarme alimentare al giorno, per un totale di ben 281 notifiche inviate all’Unione Europea durante l’anno. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti presentata al Forum Internazionale dell’agroalimentare a Cernobbio dove è stata apparecchiata la tavola dei cibi piu’ pericolosi venduti in Italia nel 2019 sulla base delle elaborazioni del sistema di allerta Rapido (Rassf) relative ai primi nove mesi.

Sul totale di 281 allarmi che si sono verificati 124 provenivano da altri Paesi dell’Unione Europea (44%) e 108 da Paesi extracomunitari (39%). In altre parole – precisa la Coldiretti – oltre quattro prodotti su cinque più pericolosi per la sicurezza alimentare provengono dall’estero (83%).

I pericoli maggiori per l’Italia – continua la Coldiretti – sono infatti venuti dal pesce spagnolo, come tonno e pescespada, con alto contenuto di mercurio e dal pesce francese, sgombro in primis, per l’infestazione del parassita Anisakis, ma sul podio del rischio ci sono anche i materiali a contatto con gli alimenti (MOCA), per i quali si riscontra la cessione di sostanze molto pericolose per la salute del consumatore (cromo, nichel, manganese, formaldeide ecc.), in particolare per quelli importati dalla Cina. Nella black list alimentare – precisa la Coldiretti – ci sono poi i pistacchi dalla Turchia e le arachidi dall’Egitto per l’elevato contenuto di aflatossine cancerogene, presenti anche nei pistacchi dagli Stati Uniti e la salmonella enterica nelle carni avicole polacche.

Sul podio dei Paesi da cui arrivano in Italia il maggior numero di prodotti rischiosi al primo posto emerge la Spagna con 54 notifiche, riguardanti principalmente la presenza di mercurio nel pesce, seguita dalla Cina con 28 segnalazioni, soprattutto per migrazione di metalli nei materiali a contatto con alimenti e dalla Turchia con 22 avvisi, maggiormente per aflatossine nella frutta in guscio.

E questo accade – sottolinea la Coldiretti – nonostante il fatto che la Cina e la Turchia rappresentano rispettivamente appena il 2% e l’1% del valore delle importazioni agroalimentari in Italia mentre la Spagna arriva circa al 10%.

Dai risultati sono evidenti le maggiori garanzie di sicurezza – evidenzia Coldiretti – dei prodotti nazionali mentre i pericoli vengono soprattutto dalle importazioni. Il motivo è spiegato dalla relazione della Corte dei Conti Europea del 15 gennaio scorso sui “pericoli chimici negli alimenti che consumiamo”, in cui si parla di tolleranze all’importazione e si chiede alla Commissione Europea di spiegare “quali misure intende adottare” per mantenere lo stesso livello di garanzia per gli alimenti importati rispetto a quelli prodotti nella Ue.

Infatti, sugli alimenti importati è stata individuata una presenza irregolare di residui chimici piu’ che doppia rispetto a quelli Made in Italy con i pericoli che si moltiplicano per gli ortaggi stranieri venduti in Italia che sono quasi cinque volte piu’ pericolosi di quelli nazionali, secondo l’ultimo report del ministero della Salute sul “Controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti” pubblicato in agosto 2019. Su circa 11.500 i campioni di alimenti (ortofrutta, cereali, olio, vino, baby food e altri prodotti) analizzati per verificare la presenza di residui di prodotti fitosanitari appena lo 0,9% dei campioni di origine nazionale – sottolinea la Coldiretti – è risultato irregolare ma la percentuale sale al 2% se si considerano solo gli alimenti di importazioni e tra questi il record negativo è fatto segnare dagli ortaggi dall’estero con il 5,9%.

Se si evidenzia – continua la Coldiretti – il primato del Made in Italy nella sicurezza alimentare a livello internazionale ed europeo, dove la media delle irregolarità è del 2,5%, a preoccupare è la presenza sul territorio nazionale di alimenti di importazione con elevati livelli di residui.

In questo contesto, in caso di allarme alimentare le maggiori preoccupazioni sono proprio determinate dalla difficoltà di rintracciare rapidamente i prodotti a rischio per toglierli dal commercio generando un calo di fiducia che provoca il taglio generalizzato dei consumi e che spesso ha messo in difficoltà ingiustamente interi comparti economici, con la perdita di posti di lavoro. “L’esperienza di questi anni dimostra l’importanza di una informazione corretta con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine nazionale dei prodotti che va esteso a tutti gli alimenti” sottolinea il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “va anche tolto in Italia il segreto sui flussi commerciali con l’indicazione delle aziende che importano materie prime dall’estero per consentire interventi mirati in situazioni di emergenza sanitaria che si ripetono sempre più frequentemente”.

“Una preoccupazione viene anche per l’elevato numero di allarmi alimentari che riguardano Paesi come l’Argentina ed il Brasile che fanno parte del gruppo dei MERCOSUR con i quali l’Unione Europea ha siglato accordi di libero scambio per agevolare proprio le importazioni di riso, agrumi e carne” conclude Prandini nel sottolineare che anche per queste ragioni l’Italia non deve ratificare l’accordo.

 

TOP TEN DEI PRODOTTI PIÙ PERICOLOSI VENDUTI IN ITALIA

  1. Pesce dalla Spagna (37 notifiche), principalmente per mercurio (31)
  2. Pesce dalla Francia (19), principalmente per Anisakis (17)
  3. Materiali a contatto con alimenti dalla Cina per cessione di metalli (18)
  4. Pistacchi dalla Turchia per aflatossine (11)
  5. Arachidi dall’Egitto per aflatossine (9)
  6. Cozze dalla Spagna (7), principalmente per Escherichia Coli (4)
  7. Carni avicole dalla Polonia per Salmonella (6)
  8. Pistacchi dagli USA per aflatossine (6)
  9. Carni avicole dall’Ungheria per Salmonella (6)
  10. Mandorle dagli USA per aflatossine (4)

 

 

TOP TEN DEI PAESI CHE ESPORTANO IN ITALIA I PRODOTTI PIÙ PERICOLOSI

  1. Spagna (54 notifiche)
  2. Cina (28)
  3. Turchia (22)
  4. Francia (21)
  5. USA (13)
  6. Polonia (11)
  7. Egitto (9)
  8. Argentina (7)
  9. Brasile (6)
  10. Ungheria (6)

Decreto clima: 40 mln ai Comuni per la qualità urbana

E’ stato approvato in Consiglio dei ministri il decreto clima che vede tra le novità lo stanziamento di un fondo di 40 milioni di euro per i Comuni. Le risorse sono rivolte alla realizzazione o all’ammodernamento delle corsie preferenziali; un fondo di 20 milioni di euro è invece destinato alla realizzare o all’implementare del trasporto scolastico per gli alunni delle scuole elementari e medie con mezzi ibridi, elettrici o non inferiori a euro 6.

Tra le precipue novità introdotte anche il buono mobilità per le città e per le realtà sottoposte ad infrazione europea a causa della qualità dell’aria, per il quale sono stati stanziati 255 milioni di euro (1.500 euro per la rottamazione dell’auto fino alla classe euro 3 e fino a 500 euro per i motocicli a due tempi). Alla piantumazione degli alberi e alla creazione di foreste urbane o periurbane nelle città metropolitane andranno invece 30 milioni di euro. Verranno poi aumentati i poteri e le risorse dei commissari che si occupano delle bonifiche delle discariche abusive e della depurazione delle acque, per risolvere il problema storico delle infrazioni ambientali; 20 milioni di euro le risorse destinate ai commercianti (fino a 5.000 euro ciascuno) per la realizzazione di un cosiddetto angolo verde dedicato alla vendita di prodotti sfusi. L’Ispra, infine, con una dotazione di un milione e mezzo di euro, è stato incaricato di realizzare un database pubblico per la trasparenza dei dati ambientali. I concessionari di servizi pubblici dovranno rendere disponibili in rete i risultati delle rilevazioni effettuate.

“E’ il primo atto normativo del nuovo Governo – ha detto il titolare dell’Ambiente, Sergio Costa – che inaugura il Green New Deal: il primo pilastro di un edificio le cui fondamenta sono la legge di bilancio e il Collegato ambientale, insieme alla legge Salvamare, in discussione alla Camera, e a ‘Cantiere ambiente’, all’esame del Senato. Tutto questo dimostra che il Governo sta realizzando una solida impalcatura ambientale, che guarda all’Europa e al miglioramento della qualità della nostra vita quotidiana, con misure come il potenziamento della graduale riduzione delle infrazioni per le discariche abusive e per la depurazione delle acque, il bonus mobilità, la riforestazione urbana. Tengo a precisare – ha aggiunto Costa – che la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi, inizialmente prevista nel decreto clima, è contemplata nella legge di bilancio. La nostra idea è fare un taglio costante negli anni, da qui al 2040, ma senza penalizzare nessuno. Con le necessarie limature e concertazioni cercheremo di dar luce al miglior provvedimento possibile, con l’obiettivo principale di tutelare l’ambiente, salvaguardando al tempo stesso il nostro sistema produttivo”.

Diabete e umore

Il legame tra diabete mellito e disturbi dell’umore è noto almeno dagli anni ’50. I sintomi della depressione includono la persistente tristezza o l’incapacità di provare gioia, la perdita o l’ incremento d’appetito, l’insonnia, l’apatia, la difficoltà di concentrazione, i sentimenti di disperazione ed inutilità, i pensieri negativi come idee suicidarie, irritabilità, ansietà, nervosismo, sensi di colpa.

Oltre alla depressione, il diabete facilita la comparsa anche di altri disturbi psicopatologici come l’ansia e i disturbi alimentari.

L’ansia e lo stress provocati dalla malattia possono raggiungere livelli così elevati da ostacolare il raggiungimento di buoni valori glicemici e di un’autogestione adeguata

Tra i sintomi dell’ansia c’è la facilità all’affaticamento, i disturbi del sonno, l’irritabilità, l’irrequietezza, la tensione muscolare. Come per i disturbi depressivi, l’ansia rappresenta una barriera importante al trattamento.

Partito di laici cattolici: si o no?

Articolo pubblicato sulle pagine di politica insieme a firma di Dario Antiseri, Flavio Felice

  1. L’ultima volta che il mondo cattolico è apparso in modo significativo sulla scena della politica italiana fu nell’ottobre del 2011. In quei giorni a Todi, nel Convento di Montesanto, si riunirono, su invito di Natale Forlani, le Associazioni di ispirazione cattolica del Mondo del lavoro: CISL, Confartigianato, Confcooperative, Coldiretti, ACLI, Movimento Cristiano dei Lavoratori, Compagnia delle Opere – con l’esplicito intento di dar vita a un Manifesto della buona politica. Ma era chiaro a tutti che sotto simile intento ardeva una forte e motivata speranza nella formazione di un Partito di cattolici alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. Ed esattamente in questo orizzonte – anche con il contributo di prestigiose figure di intellettuali (politologi, economisti, filosofi, sociologi, sindacalisti, manager…) – vennero formulate le diverse e numerose proposte.
  2. La realtà è che circa vent’anni prima, con l’implosione della D.C., cattolici sì allo sbando ma convinti di poter dare ancora, singolarmente o in piccoli gruppi, uno specifico contributo alla politica decisero di fissare le loro tende – dove questo venne loro concesso – in accampamenti agli ordini di altri generali e sotto altre bandiere. All’epoca, la parola d’ordine fu: dare testimonianza, in qualsiasi Partito ci si venisse a trovare, delle proprie idealità. In quei giorni, forse, questa era per i cattolici l’unica prospettiva possibile e praticabile. L’intenzione era sicuramente nobile, ma ecco che, con il trascorrere del tempo, gli esiti di simile progetto si sono rivelati disastrosi. Di fronte a tutta una serie di nefandezze, i rappresentanti politici di estrazione cattolica, quando il silenzio non è stato scambiato per prudenza, pur impegnandosi in battaglie parlamentari di rilievo, non sono stati in grado o, meglio, non gli è stato loro concesso, di lasciare tracce di peso nella soluzione dei problemi affrontati, a cominciare, per esempio, da quello delle condizioni di sopravvivenza delle scuole paritarie – le quali in Italia sono sì libere, ma libere solo di morire.
  3. Cattolici presenti ovunque e inefficaci dappertutto. È, insomma, apparso chiaro che la testimonianza morale – già di per sé una grande conquista personale – in politica non basta: sempre in assoluta minoranza, le tue proposte vengono sistematicamente respinte o al massimo accettate per aspetti di poco conto. Con i sogni più belli e gli intenti più alti, e magari con le migliori ragioni, possiamo pensare di salvarci l’anima, ma lasciamo i problemi irrisolti.
  4. In politica contano i numeri e dietro ai numeri ci deve essere un’organizzazione guidata da uomini credibili, competenti, capaci di ascolto e con linee di programma tese alla comprensione e alla soluzione dei problemi più urgenti che, proprio perché ferite aperte, sono sotto gli occhi di tutti. La politica, in poche parole, la fanno i Partiti e senza un loro Partito – imperniato sulla difesa sempre e in ogni occasione dei diritti della “persona umana” – pare inevitabile che i cattolici siano e restino ai margini delle decisioni politiche: utili collettori di voti per altri scopi.
  5. Quando nel dopoguerra il Partito di riferimento dei cattolici era la D.C. di De Gasperi non è che milioni di elettori del Partito comunista fossero tutti marxisti atei o fedeli di altre religioni: la stragrande maggioranza degli elettori comunisti erano cattolici. I cattolici hanno votato e votano in piena libertà per i più disparati Partiti, ma perché mai laici cattolici –tra un convegno su don Luigi Sturzo e una commemorazione di De Gasperi – dovrebbero proibirsi ovvero dovrebbe loro venire proibita la formazione di un Partito nella tradizione di un rinnovato “popolarismo” e degli insegnamenti dell’economia sociale di mercato?
  6. Il mondo cattolico è un mondo ricchissimo di risorse umane, di competenze e di generosità –si pensi soltanto alla grande realtà della rete di Volontariato, ai Centri di ascolto, ai Centri antiusura, al Banco alimentare, alle Comunità per il recupero dei tossicodipendenti, alle Scuole cattoliche paritarie (sempre più vessate), alla San Vincenzo, ai cappellani nelle carceri, a quei sacerdoti, suore e laici che dedicano le loro energie, anche a rischio della loro vita (come in alcuni casi è già successo), contro le mafie e per la liberazione di “donne crocifisse”, costrette alla prostituzione. E si può forse negare che senza la presenza e le attività della Caritas (con sette milioni e mezzo di pasti all’anno) avremmo le nostre piazze e le nostre strade affollate da affamati e disperati? Ebbene, senza queste realtà cosa ne sarebbe del nostro Paese? E allora perché mai testimonianze, conoscenze, esperienze ben riuscite e realtà istituzionali non dovrebbero venir trasformate in proposte da una rappresentanza politica?
  7. Più di un politologo ha fatto presente che un Partito di cattolici non supererebbe nel migliore dei casi il sette-otto per cento – qualcosa quindi di poco significativo. Ora, però, a parte il fatto che previsioni del genere appaiono assai azzardate, andrebbe in ogni caso precisato che, con un Partito anche non numeroso, laici cattolici avrebbero per lo meno un pulpito parlamentare, da dove poter offrire il loro contributo al dibattito politico – uscirebbero fuori da quell’antro in cui l’ha ricacciato un loro tacito non expedit. Cosa sarebbe stato dell’Italia senza la D.C. di De Gasperi? E don Luigi Sturzo un Partito lo fece perché i cattolici, da “liberi e forti”, assumessero a viso aperto le loro responsabilità nella vita della democrazia, aiutando in tal modo, tra l’altro, gli uomini di Chiesa a non dover immergere le mani nei traffici della politica. Che oggi, diversamente dal passato, non esisterebbero condizioni da rendere semplicemente possibile un partito di laici cattolici, non è forse una carezza alla nostra resa ai fatti – dimentichi del fatto che la storia non ci giustifica, ma ci giudica?
  8. Le attese con le quali si erano aperte a Todi le giornate dell’ottobre del 2011, svanirono ben presto, non appena chiuso il portone del Convento di Montesanto. Si preferì continuare per l’antica strada, con la tattica di cattolici disseminati qua e là, poco visibili e sostanzialmente ininfluenti. La loro appartenenza cattolica al massimo è stata ed è – e non poteva e non può essere altro – che un rispettabile e magari spesso rispettato dato anagrafico, ma non l’espressione di un progetto capace di tradursi in effettive misure programmatiche per la soluzione dei problemi.
  1. Una situazione, questa, che è diventata e da più parti ormai viene percepita come una via senza uscita. E, intanto, in convegni e incontri, che sorgono e si moltiplicano spontanei, folti gruppi soprattutto di giovani – per il momento ignorati dai media e da “chi conta” – discutono sulle cause della diaspora e dell’irrilevanza politica dei cattolici e sulle ragioni che renderebbero invece più che necessaria la presenza di una rappresentanza politica di cattolici.
  2. Sia Papa Francesco, come pure il Card. Bassetti, hanno più volte, anche di recente, richiamato i cattolici ad un serio, coerente e non più dilazionabile impegno in politica. Ebbene, qual è stata finora o, ancora meglio, quale potrebbe essere la più adeguata, argomentata e praticabile risposta a queste ineludibili preoccupazioni? Dobbiamo ancora testardamente restare attaccati al fallimentare progetto di affaccendarci ovunque e insieme restare dappertutto inascoltati, ovvero è ormai tempo di prendere il coraggio a quattro mani e abbracciare con forza l’impegno di costituire un Partito di laici cattolici, fondato sull’idea della “dignità” della persona, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa?

 

Perché siamo antitetici alla destra

Recentemente, Lorenzo Dellai ha parlato del nostro essere alternativi al populismo e alla destra. Domenico Galbiati ha messo l’accento sull’antiteticità. In sostanza, lo stesso atteggiamento di don Luigi Sturzo che fu sempre chiaro, sin dalla nascita del Partito popolare, su una posizione di netta alterità rispetto al conservatorismo,  liberale o cattolico che fosse.

Abbiamo  a lungo parlato della nostra posizione nei confronti del Pd e, quindi, non c’è bisogno di ripetere una nostra nota e consolidata opinione in base alla quale ribadiamo la necessità che una rinnovata iniziativa pubblica organizzata dei popolari e dei cattolici democratici si sviluppi all’insegna dell’autonomia. Non perché s’intenda pensare a una collocazione geometrica di schieramento, bensì definire un contenuto programmatico sulla base dell’adesione congiunta alla Costituzione, alla Dottrina sociale della Chiesa, alla Dichiarazione dei Diritti universali dell’Uomo e del profondo convincimento europeista che ci anima.

I motivi che giustificano la nostra presa di distanza dalla destra, perché di questo oggi  voglio parlare, sono di natura ideale, storicamente consolidata nell’esperienza sturziana, degasperiana e morotea. Al tempo stesso, sono frutto di un’analisi delle conseguenze, negli anni recenti, dell’evoluzione sociale, economica e politica del Paese e delle responsabilità di quanti hanno sostenuto e sostengono un liberismo sfrenato, cui manca l’assunzione di una responsabilità sociale.

Registriamo l’allargamento delle disparità, della perdurante crisi della cosiddetta economia reale, di un generale processo di decadenza del mondo del lavoro,  in cui sono coinvolte impresa e lavoratori. Il sistema delle Pmi, degli artigiani, dei commercianti, degli agricoltori è costretto a subire un vero e proprio attacco da parte della  grande produzione e della grande distribuzione cui interessa, in realtà, la partecipazione ai processi di finanziarizzazione sopra ogni altra cosa.

Anche la destra ha contribuito alla distruzione dell’apparato istituzionale centrale e di quello delle autonomie locali. Dello Stato è stata evocata una presenza solo in termini retorici. Mentre si è agitato il problema della sicurezza,  sorvolando sul fatto che si sono di fatto depotenziate le nostre forze dell’ordine, altro che il “ poliziotto di quartiere”, e lasciata la Giustizia nel caos, si sono ridotte qualità e la sostanza dell’erogazione dei servizi essenziali, a partire da quelli del  Servizio sanitario nazionale e della scuola pubblica e paritaria, oltre che menomata la capacità d’intervento e di prossimità delle autonomie locali.

Anche a livello teorico e culturale ci troviamo di fronte a una destra incapace a formulare una proposta coerente e conseguente sulle istituzioni  e sul loro ruolo, finendo per prefigurare una visione che oscilla tra, o che fa coincidere, loro intervento e loro assenza. 

Abbiamo a lungo parlato e denunciato le contraddizioni di pensiero e di operatività da parte del centrosinistra. In maniera speculare e complementare, lo stesso discorso riguarda anche il centrodestra, anch’esso incapace ad offrire una  credibile visione del futuro del Paese.

La crisi delle ideologie, in realtà, ne ha apparentemente lasciato in campo solo una: quella liberista. Anch’essa, però, ha finito per perdere peso in campo culturale, sociale e politico –  istituzionale. Né più né meno com’è accaduto al pensiero socialista e a quello dei popolari e cattolici democratici. Questo spiega perché non hanno trovato valide alternative le forti pulsioni populiste e contraddittoriamente nazionaliste.

Esse,  soprattutto quelle che riassumiamo sotto la dicitura “ sovranismo” costituiscono, in realtà, la risposta a reali fenomeni sociali che non hanno trovato a livello politico e istituzionale un adeguato equilibrio frutto di mediazione sociale, politica e culturale.

Anche a causa  di gravi errori commessi da un centrosinistra sempre più autoreferenziale,  prima vittima delle sue dinamiche interne, sono cresciuti enormemente la Lega e i Fratelli d’Italia. Questi ultimi prossimi a raggiungere i livelli di consenso elettorale del Movimento Sociale Italiano. A conferma che le spinte neofasciste  seguono un filo rosso, anzi nero, passato indenne attraverso circa 50 anni d’Italia democratica e antifascista.

Salvini presenta una destra dal volto nuovo anche se,  preso com’è dalla ricerca del più alto numero di consensi possibili, non esita a rispolverare vecchi armamentari della retorica del passato. Questo spiega la necessità di alternare presenze al Papeete con il bacio del rosario. 

La nostra posizione verso questa destra è chiara: siamo agli antipodi. Siamo stati e restiamo convinti che la società italiana abbia bisogno di un’autentica trasformazione. Essa può venire solamente da una scelta netta per la solidarietà, tra gli esseri umani e i gruppi sociali, e tra i territori. Crediamo nella sussidiarietà e, quindi, non in quel confuso miscuglio di centralismo e separatismo propugnato da Salvini nel tentativo di conciliare la  creazione di un partito nuovo di destra a livello nazionale e, contemporaneamente, salvaguardare lo “ zoccolo duro” del leghismo. Questa oggettiva contraddizione è uno degli elementi che stanno alla base della sua recente estromissione dal Governo.

Un altro motivo di ferma e decisa avversità si ritrova nella nostra visione europea e internazionale. Che si giunga con la Russia a forme sempre più strette di pacifiche e costruttive relazioni è ovviamente condivisibile, ma che questo si trasformi in una forma di alleanza, come di fatto è sotteso nel rapporto di Salvini con Putin, diretta a minare dall’interno l’Europa, dev’essere  assolutamente contrastato.

Anche sui rapporti con gli Usa c’è molto da dire. Noi crediamo nel valore storico e strategico delle relazioni con gli Stati Uniti d’America. Parliamo di una relazione tra popoli e tra entità nazionali. Questo non significa, così, il  farsi strumento di una sola parte, ben precisa, di quel popolo per partecipare ad un preciso disegno geopolitico, ideologicamente organizzato, che appare delinearsi con chiarezza. Questa parte di americani, fatta da gruppi e ambienti politico finanziari, alcuni degli esponenti dei quali sono stati allontanati persino dalla Casa Bianca da Donald Trump, finisce per riproporre una visione del mondo e delle relazioni internazionali contraddittoria rispetto a quelle storicamente consolidate e proprie di un Paese democratico dal cui interno sono partite importanti battaglie globali per il multilateralismo, contro le dittature,  a favore dell’accoglienza e dell’inclusione, dirette allo sviluppo di parti sempre più vaste della popolazione mondiale, per la lotta alla fame, per l’attenzione e il rispetto dell’ambiente, la condivisione di scienza e tecnologia, ecc ecc. 

Matteo Salvini crede nel concetto del “ first”: America first, Italia first. Sottovaluta, però,  come tutti questi “ first” finiscano fatalmente per cozzare l’uno contro l’altro, come la battaglia sui dazi scatenati da Trump dimostra.

Nel centrodestra c’è quel che rimane di Forza Italia. Che il suo fronte abbia ceduto è cosa di cui oramai al suo interno tutti parlano liberamente. Non è tanto una Caporetto, bensì un lento consumarsi, fino al definitivo appassimento. Un fatto biologico, scritto nel Dna che pure ogni organismo collettivo ha radicato nella propria essenza.

In Forza Italia è rimasto un gruppo che non intende “ morire” leghista e che, comunque, resta lealmente al fianco del capo supremo:  Silvio Berlusconi. Quel gruppo sa che non ci sarà alcuna battaglia finale in un bunker, ma sa bene che, a un certo punto, quello che è stato un grande fiume si perderà in mille rivoli.

A questi guarda, è evidente,  Matteo Renzi. Egli pensa al “ Centro” senza che questo mitico luogo, o concetto politico riesca a concretizzarsi attorno ad una proposta di autentica trasformazione necessaria per tutte le questioni sopra  menzionate.

In realtà, gli italiani attendono ben altro. A partire da una politica che la smetta di essere fatua, verbosa e sterilmente contrapposta e riesca, invece, a ritrovare un’anima fatta di umanità, ragionevolezza e progetti ragionevoli e sostenibili.

Classe dirigente: gli esterni, gli interni e gli eterni.

Oscar Luigi Scalfaro intervenendo all’Assemblea Nazionale degli esterni della Democrazia
Cristiana nel lontano 1981, disse che nella Dc – ma non solo nella Dc – quando si parlava del ricambio della classe dirigente si doveva fare riferimento agli “esterni, agli interni e agli eterni”. Certo, lo statista piemontese aveva usato un linguaggio duro e sferzante a proposito del rinnovamento del gruppo dirigente di quel partito in quell’epoca storica. Anche se lo stesso Scalfaro fu, del tutto meritatamente, parlamentare dal 1946 sino alla sua elezione al Quirinale.

Cioè sempre. Ma, al di là del percorso politico di Scalfaro, è indubbio che quella riflessione usata quasi 40 fa conserva tuttora una bruciante attualità. E questo non solo perché il tema della classe dirigente e, soprattutto, della sua qualità restano al centro del dibattito politico e culturale nel nostro paese. Perché dalla qualità, dall’autorevolezza e dal prestigio della classe dirigente derivano anche la credibilità e la serietà della stessa politica.
Ora, se il ricambio dei gruppi dirigenti è certamente un fatto importante e da praticare senza finzioni e furbizie, è altrettanto vero che non possiamo continuare a sostenere pubblicamente e privatamente che l’attuale classe dirigente politica, tanto a livello nazionale quanto a livello locale, è infinitamente meno qualificata di quella della prima repubblica – dove addirittura non è possibile tracciare il benché minimo confronto – ma anche molto lontana dalla cosiddetta seconda repubblica.

E questo per un motivo molto semplice: la qualità e l’autorevolezza non vengono ratificati per decreto ma sono il frutto di un percorso di preparazione, di radicamento e di competenza che oggi, purtroppo, non trovano più cittadinanza. Certo, è addirittura imbarazzante il confronto fatto nei giorni scorsi dallo stesso Conte con lo storico leader socialista Bettino Craxi.

Imbarazzante per una molteplicità di motivi ma soprattutto per il profilo e la natura del leader politico e di governo Craxi e per quello che rappresenta oggi, concretamente, il Presidente del Consiglio.

Ma, per ritornare alla riflessione iniziale di Scalfaro, forse quel riferimento agli “esterni, interni ed esterni” oggi andrebbe leggermente corretto. E cioè, rispetto ad un tempo quando la classe dirigente politica, al di là e al di fuori di qualsiasi santificazione, era comunque l’espressione media della credibilità della politica, oggi la presenza dei cosiddetti “eterni” forse non solo è necessaria ma è addirittura indispensabile per la stessa conservazione della qualità della nostra democrazia e delle nostre istituzioni democratiche. Probabilmente sono proprio quegli “eterni”, in alcuni partiti, che riescono ancora, seppur tra molte difficoltà e contraddizioni, ad evitare il trionfo definitivo del pressapochismo, della superficialità, del populismo e della demagogia. E, in ultimo, grazie a quei pochi o tanti “eterni” sarà ancora possibile parlare di partiti, di democrazia, di competenza e di senso delle istituzioni.

Forse. L’alternativa è la consegna definitiva ed irreversibile al populismo e alla demagogia. Che, di norma, sono sinonimi di povertà culturale, politica, programmatica e forse anche etica.

Cosa ci dice della politica USA l’elezione del primo sindaco afroamericano di Montgomery

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Mario Del Pero

Difficile immaginare luogo più rappresentativo della storia della frattura razziale negli USA – di quella “linea del colore” che ne ha marcato e mosso tutta l’esistenza – di Montgomery, Alabama. La città ha eletto l’altro ieri il suo primo sindaco afroamericano in due secoli, il giudice quarantacinquenne Steven Reed, figlio di un noto politico locale, buoni studi a Morehouse ‒ lo storico college maschile e nero di Atlanta dove passarono tanti leader del movimento per i diritti civili, incluso il precocissimo Martin Luther King Jr., ammessovi quando aveva 15 anni e laureatosi in Sociologia a 19 ‒ e a Vanderbilt, una delle prestigiose “Harvard del Sud”.

Montgomery – che celebra proprio nel 2019 i suoi 200 anni come municipalità autonoma – è stata al centro di alcuni dei principali snodi della storia afroamericana. Fu capitale per poche settimane della Confederazione nel 1861 (poi sostituita da Richmond, Virginia). Sede di una delle più famose azioni del primo movimento per i diritti civili, quando nel 1955 Rosa Parks fu arrestata per essersi rifiutata di cedere il suo posto a un bianco su un autobus pubblico; nei mesi successivi la comunità nera promosse un leggendario boicottaggio dei trasporti pubblici della città, destinato a fare scuola e ad accelerare la campagna per la desegregazione. Teatro di alcune delle terribili violenze subite nel 1961 dai Freedom Riders, i giovani attivisti che cercarono di sfidare la segregazione viaggiando sui bus interstatali del Sud e che alla stazione di Montgomery furono brutalmente attaccati sotto l’occhio passivo e benevolo della polizia locale. Punto di arrivo delle celebri marce – da Selma a Montgomery ‒ del marzo 1965, che King guidò e che precedettero l’approvazione del Voting Rights Act, la legge federale che garantiva il diritto di voto agli afroamericani del Sud.

La valenza iconica di Montgomery per la storia americana non può in alcun modo essere sottostimata. In tempi recenti, quel passato è riaffiorato con forza. Nel 2013, in una fase in cui le tensioni razziali tornavano a lacerare gli Stati Uniti, le denunce delle violenze delle forze dell’ordine si facevano più frequenti e il movimento Black Lives Matter cominciava ad attivarsi, la polizia locale diffuse un comunicato ufficiale di scuse per la mancata protezione dei Freedom Riders nel 1961. Pochi anni più tardi, nel 2018, nascevano a Montgomery il Legacy Museum e il National Memorial for Peace and Justice: esposizione permanente e memoriale dedicati alla storia degli afroamericani e alle violenze che essi hanno subito, “dalla schiavitù all’incarcerazione di massa” degli ultimi decenni, come afferma il nome completo del museo (Legacy Museum: from Enslavement to Mass Incarceration).

Eppure Montgomery un sindaco nero prima di Reed non lo aveva avuto. A dispetto di una popolazione afroamericana che supera oggi il 60%, era una delle poche, pochissime città del Sud profondo a non averne mai eletto uno: l’unica sopra i 100.000 abitanti assieme a Columbus, Georgia e North Charleston, South Carolina. Le divisioni dentro la comunità nera hanno pesato, così come la capacità di una parte dell’establishment bianco di riorganizzarsi, talora secondo linee formalmente apartitiche, ma fortemente conservatrici. Paradigmatica, in tal senso, è stata la figura di uno dei predecessori di Reed, Bobby Bright, sindaco senza affiliazione partitica dal 1999 al 2009, eletto al Congresso con i democratici nel 2008, tra i pochi nel suo partito che nel 2009-10 votarono contro lo stimulus e la riforma sanitaria di Obama, e che – sconfitto nel 2011 – si è ricandidato senza successo al Congresso, questa volta con i repubblicani, l’anno scorso.

E allora cosa ci dice questo voto e perché sta suscitando così tanto interesse? Due aspetti vanno sottolineati. Il primo è che vi è stato un eccessivo allarmismo in merito all’apparente diminuzione del numero di sindaci afroamericani, che alcuni commentatori interpretarono come indicativa di un più generale indebolimento del mondo politico afroamericano dentro il Partito democratico. Agiscono probabilmente l’onda lunga delle vittorie di Obama, l’attivismo di tanti gruppi e associazioni afroamericani, la reazione a Trump, al suprematismo bianco e alle violenze degli ultimi anni. Ma a tutti i livelli torniamo a vedere un protagonismo politico nero, dalle primarie democratiche con candidati di peso, come il senatore del New Jersey Cory Booker e la senatrice della California Kamala Harris, a un Congresso con il più alto numero di membri afroamericani di sempre (58) a città e Stati che eleggono uomini e donne neri come mai prima di oggi. L’aprile scorso Chicago ha scelto per la prima volta un’afroamericana – Lori Lightfoot – come sindaco. Pochi mesi prima il Massachusetts aveva rotto un suo tabù, eleggendo la sua prima rappresentante nera, Ayanna Pressley. Alcune delle più importanti città statunitensi – oltre a Chicago anche Houston, Dallas, San Francisco, New Orleans, Baltimora, Washington, Atlanta – sono oggi guidate da sindaci neri (tra i quali una percentuale crescente di donne). Montgomery s’inserisce in una certa misura entro questa traiettoria, che pare estendersi anche a pezzi di Sud che ne erano rimasti immuni. Contestualmente al voto di Montgomery vi è stato quello in un’altra cittadina dello Stato, Talladega, che ha anch’essa eletto il primo sindaco nero della sua storia, il ventinovenne Timothy Ragland.

E questo ci porta al secondo elemento che merita di essere sottolineato. Quello cui stiamo assistendo, e che è in corso ormai da tempo, è un evidente, e inevitabile, passaggio di testimone da una generazione all’altra (e, in termini di rappresentanza politica, è anche la fine di un chiaro predominio maschile: il numero di rappresentanti afroamericane e di colore elette al Congresso nel 2018 è ad esempio il più alto di sempre). Permane, e anzi viene evocato e celebrato, il movimento per i diritti civili come ovvio momento fondativo: come modello e punto di riferimento; come palestra dove si forma un ceto politico destinato a diventare assai influente, a livello locale e federale; e come passaggio legittimante per chi intraprende una carriera politica. Ma le biografie dei due neoeletti sindaci di Montgomery e Talladega sono per molti aspetti invece convenzionali ovvero convenzionale è il loro percorso di formazione/legittimazione: Law School per Ragland e Master in Business Administration per Reed; attivismo dentro un Partito democratico nel quale il peso dell’elettorato afroamericano è andato costantemente crescendo; sostanziale lontananza dal tradizionale associazionismo nero. E allora l’elezione di Reed diviene non tanto – o non primariamente – compimento di un percorso che, a Montgomery, non si era ancora completato, quanto, piuttosto, segnale di una trasformazione degli equilibri dentro un Partito democratico dove giovani, donne e minoranze contano sempre di più (e votano sempre di più democratico), come abbiamo peraltro visto bene anche alle elezioni di midterm del 2018.

Pietà per gli scheletri di Piramide

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Daniele Mencarelli

Lo scorso 20 settembre, proprio di fronte la stazione Piramide di Piazzale Ostiense, durante alcuni lavori di manutenzione in uno scavo profondo non oltre il metro, è stato rinvenuto uno scheletro in perfetto stato di conservazione.

Le prime ipotesi, vista la poca profondità in cui giaceva, hanno fatto risalire il corpo al Novecento, magari una delle tante vittime, disperse, della seconda guerra mondiale. Ci è voluto poco, poi, per arrivare alla realtà dei fatti: lo scheletro è ben più antico. Parliamo di età tardo antica, tra il IV e il V secolo dopo Cristo.

A distanza di pochi giorni, vicino al primo ritrovamento, la Soprintendenza speciale di Roma, chiamata giustamente in causa, nel corso di alcuni scavi di archeologia preventiva ha avuto modo di rinvenire altri due scheletri, sempre della stessa epoca.

Questa volta a tornare alla luce sono stati una donna e suo figlio piccolo, uno accanto all’altra.

I tre scheletri, fa sapere proprio la Soprintendenza speciale, fanno parte della Necropoli Ostiense, e sono senz’altro di persone molto povere: le tombe, infatti, non avevano corredo ed erano di quelle lasciate proprio ai lati della consolare.

Attratto dalla notizia, e perché Piazzale Ostiense fa parte del mio percorso pendolare da casa al lavoro, il giorno del ritrovamento mi sono fermato anche io. Anche io in mezzo alla fiumana di persone in processione, per vedere ‘a mummia, come prontamente rinominato dai cittadini romani.

Il tono generale del pubblico accorso era assai allegro, tra foto di cellulari e battute in quasi tutte le lingue del mondo. Quando sono stato di fronte allo scheletro, quando ho visto la nudità delle ossa, la composta sequenza di quel corpo svuotato di tutto, non sono riuscito a conservare l’ironia con cui anch’io all’inizio m’ero avvicinato.

Una pietà difficile da spiegare a parole.

Al tempo stesso una solennità universale, grande come il Mistero, come la promessa più importante: a quel corpo verrà restituita polpa, vita.

Improvvisamente, il circo attorno a quelle spoglie mi è sembrato indegno: tutti, a partire da me, compresi i giovani archeologi con guanti e mascherina al lavoro su quella creatura riemersa dalla terra.

Tutti sordi e ciechi di fronte alla più antica delle richieste, antica come l’uomo.

Quei resti, in mezzo alla gente accalcata, al traffico solito della nostra città, urlavano in silenzio, chiedevano di essere pregati, amati. Perché non sono semplici reperti di epoca antica, da datare e mettere in una teca di museo, fra i tanti elementi scenografici della nostra millenaria città. No.

Quelle sono anime sospese, svegliate malamente nel loro sonno d’attesa.

Avviciniamoci a loro con il rispetto che si deve. Perché quell’uomo, quella giovane donna, con il figlio piccolo, addormentato accanto a lei, sono nostri concittadini. Vegliamoli come si deve, magari con un fiore, una candela per tenere lontana la notte.

 

In Italia 2,7 milioni di persone nel 2018 sono state costrette a chiedere aiuto per mangiare

Dall’analisi Coldiretti diffusa in occasione degli ultimi dati Eurostat risulta che nelle Regioni Italiane vi è un grosso rischio povertà-

Nei territori campani e siciliani oltre quattro persone su dieci sono a rischio, ovvero hanno un reddito inferiore al 60% di quello medio nazionale. In Campania, in particolare, la percentuale di persone a rischio povertà è del 41,4% (era 34,3% nel 2017) mentre in Sicilia è al 40,7%, seppur in calo. Si tratta del livello più alto in Ue.

Ad avere problemi per mangiare – sottolinea Coldiretti – sono oltre la metà dei 5 milioni di residenti in Italia che, secondo l’Istat, si trovano in condizione di povertà assoluta sulla base dei dati sugli aiuti alimentari distribuiti con i fondi Fead attraverso l’Agea. La stragrande maggioranza di chi è stato costretto a ricorrere agli aiuti lo ha fatto attraverso la consegna di pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di sostegno piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli.

Appena 113mila quelli che si sono serviti delle mense dei poveri a fronte di 2,36 milioni che hanno accettato l’aiuto delle confezioni di prodotti. Ma ci sono anche 103mila persone supportate dalle unità di strada.

Nel 2018, inoltre, 84mila italiani hanno fatto la spesa gratuitamente negli empori solidali. Tra le categorie più deboli 453mila bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi 197mila anziani sopra i 65 anni e circa 103mila senza fissa dimora.

La Germania blocca la vendita di armi alla Turchia

La Germania ha deciso di fermare la vendita di armi alla Turchia: l’annuncio arriva dal ministro degli Esteri di Berlino Heiko Maas. Una misura, ha spiegato alla Bild am Sonntag, che intende colpire l’operazione militare avviata nel nord-est della Siria e ricalca la decisione di Paesi Bassi, Finlandia, Danimarca e Norvegia.

Nel 2018, la Germania ha venduto alla Turchia armi per un totale di 240 milioni di euro.

Anche i Paesi Bassi hanno sospeso la vendita di armi dopo l’attacco alla popolazione curda. La decisione è stata comunicata dal vicepremier olandese Hugo de Jonge. Il giro di affari di Amsterdam con la Turchia nel settore delle armi si aggira attorno ai 30 milioni di euro all’anno.

Ma l’offensiva di Ankara non preoccupa solo la Siria: i ministri degli Esteri della Paesi della Lega Araba, dopo una riunione di emergenza, hanno rilasciato un documento dove condannano l’offensiva turca e la definiscono “una minaccia per la sicurezza nazionale araba”.

Entro tre anni le Torri dell’Eur splenderanno di vita nuova

Roma Capitale e Cassa depositi e prestiti, proprietaria del complesso immobiliare delle Torri dell’Eur, annunciano il taglio del nastro dell’intervento di riqualificazione delle Torri di Ligini, al posto delle quali sorgeranno nuovi edifici direzionali. Un progetto di sviluppo e di collaborazione che guarda al miglioramento e al completo recupero dell’area insieme allo skyline urbano. L’intero complesso architettonico è caduto in disuso nel corso del tempo, nonostante alcuni progetti di trasformazione maturati, soprattutto, nei quattro lustri che vanno dal 1990 e il 2010, fino a ridursi in uno stato di fatiscente dismissione e abbandono, tanto da guadagnarsi il nome di Beirut (in riferimento alla capitale libanese colpita dalla guerra civile).

La riqualificazione avviata da Cdp prevede soluzioni improntate alla sostenibilità, conformi ai più elevati standard energetici e ambientali, con un impegno complessivo per il Gruppo di oltre 100 milioni di euro. Grazie alla proficua collaborazione tra Roma Capitale e cassa depositi e prestiti, è stato possibile avviare un progetto che potrà rendere le Torri dell’Eur un esempio virtuoso di livello internazionale per gli edifici ad uso direzionale. I lavori verranno realizzati seguendo le linee progettuali dello Studio UNO A, che si aggiudicato il bando riservato ad architetti under 40. La durata dei lavori è prevista in circa tre anni. Il complesso immobiliare, di proprietà della società Alfiere controllata al 100 per cento da Cdp Immobiliare, è costituito da sei diversi corpi di fabbrica con una superficie lorda superiore ai 62.000 metri quadrati, a cui si aggiungono posteggi interrati con una capacità di 258 auto ed oltre un centinaio di posti moto.

“Finalmente ricuciamo una ferita di Roma ha detto il primo cittadino Virginia Raggi -. Oggi diamo il via ai cantieri che cancelleranno uno dei simboli di degrado urbanistico della nostra città. E lo facciamo grazie ad un percorso di collaborazione e sinergia con Cassa depositi e prestiti. Un percorso che ha dato vita ad un progetto virtuoso che contribuirà a migliorare il tessuto urbano della capitale”.

“L’avvio di questo intervento ha un grande significato per Cdp ed è perfettamente coerente con la nostra strategia di valorizzazione del patrimonio immobiliare in ottica sostenibile e a beneficio del territorio – ha sottolineato l’amministratore delegato di Cdp Fabrizio Palermo – Grazie alla collaborazione con il Comune di Roma e ad un importante investimento messo in campo interamente dal nostro Gruppo, realizzeremo un progetto all’avanguardia dal punto di vista tecnico ed energetico. Le Torri potranno presto diventare la sede di primarie aziende italiane, che disporranno di un immobile iconico e sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. In Cassa depositi e prestiti lavoriamo ogni giorno per sostenere progetti analoghi su tutto il territorio nazionale”.

“Il Giardino delle Meraviglie. Opere dell’artista Garth Speigh” alla Casina delle Civette Musei di Villa Torlonia

Non è ovvio dipingere la natura. Se poi si tratta di materializzare lo spirito del Giardino della Casina delle Civette, l’impresa si fa molto interessante e complessa. Ci ha provato con successo l’artista Garth Speight con la mostra “Il Giardino delle Meraviglie. Opere dell’artista Garth Speight”, mirabile sintesi delle due anime, la sua e quella romana di Villa Torlonia.

“Il Giardino delle Meraviglie”, ospitata alla Casina delle Civette di Villa Torlonia fino al 19 gennaio 2020, ha l’obiettivo di far conoscere l’universo artistico del Maestro, da sempre abituato ai paesaggi verdi della sua terra di origine, il Canada, attraverso 50 dipinti in acrilico nei quali campeggia la Natura tra uccelli acquatici, ninfee, iris bianchi e blu, fiori di campo, boschi di betulle, crisantemi.

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e dal Museo Parigino a Roma si avvale del Patrocinio dell’Ambasciata del Canada in Italia, della collaborazione dell’Associazione Respiro Verde Legalberi.

Ori, argenti, colori dei fiori, del cielo, del cuore sono alla base della sua pittura. Ma non solo. La sua arte non è riproduzione ma interpretazione, è un prodotto della mente, della memoria, della sua sbrigliata creatività. Le superfici incise a dare un effetto di rilievo e il colore che avviluppa le linee quasi geometriche sono gli ingredienti dei suoi quadri, che con la luce possono apparire come delle vetrate multicolori o intricati mosaici.
L’artista non propone solo dipinti ma anche ciò che li racchiude, le cornici che lui crea ad hoc per ogni quadro col quale divengono un tutt’uno. È lui stesso ad affermare di voler pensare ai suoi quadri come a “finestre” attraverso cui guardare e non solo vedere.

Garth Speight è nato e cresciuto a Toronto (Canada) dove si è laureato in Belle Arti presso la York University. Da oltre 40 anni vive e lavora tra il Canada e l’Italia, ma ha anche viaggiato estesamente in vari paesi Europei. Nei primi tempi in Italia si è dedicato allo studio delle tecniche della pittura medioevale, realizzando una serie di opere dedicate alle storie della Bibbia. A questa serie appartiene il quadro “Il sacrificio di Isacco”, che è entrato a far parte della collezione d’Arte Moderna dei Musei Vaticani. Successivamente, l’artista ha lavorato a nuove esperienze: dai boschi russi e canadesi ai piccoli paesi in Italia e nel sud della Francia, dai canali e ponti di Venezia alle rovine di Roma antica, dagli edifici di una Toronto ormai sparita ai tetti e scorci di Parigi e infine alle nature morte. L’artista, inoltre, lavora personalmente alle cornici in modo che ciascuna sia parte integrante del quadro.
Garth Speight ha fatto numerose mostre sia personali sia di gruppo in varie città in Italia e in America: Roma, Assisi, Salerno, Toronto, New York, Miami, Los Angeles, Montreal. I suoi quadri sono in collezioni private e pubbliche in Canada, Australia, Africa, Cina, USA e in Europa.

Torino: trapianto combinato di 4 organi su un solo paziente

Per la prima volta in Europa è stato effettuato un trapianto combinato di ben quattro organi (polmoni, fegato e pancreas).

L’intervento è stato eseguito all’ospedale Molinette di Torino su un uomo di 47 anni, affetto da una grave forma di fibrosi cistica. L’operazione, durata oltre 15 ore, è tecnicamente riuscita: la funzione degli organi trapiantati è ripresa regolarmente.

Il paziente si trova ora in rianimazione.

I 40 anni della Caritas di Roma e il ricordo di Don Luigi Di Liegro

Nella basilica di San Giovanni in Laterano con una Santa Messa è stato festeggiato il 40° anniversario della fondazione della Caritas diocesana di Roma. Il Cardinale Vicario Angelo De Donatis ha presieduto la celebrazione nella chiesa lateranense, gremita dalle persone ospiti delle strutture Caritas, oltre a autorità istituzionali, personalità della politica, dell’associazionismo, dell’imprenditoria, del sindacato, operatori e volontari, e tanti amici della Caritas. Nel corso dell’omelia, commentando il brano del Vangelo secondo Luca, De Donatis, tra l’altro, ha detto: “Sogno che nelle nostre comunità i poveri diventino sempre più, materialmente, il centro delle nostre assemblee liturgiche, siano messi nelle condizioni non solo di essere assistiti ma ascoltati, accolti, riconosciuti nella loro piena dignità di persona” e rivolgendosi agli operatori e ai volontari: “La vostra vocazione è quella di essere fermento e lievito nelle nostre comunità. Non c’è delega per nutrire gli altri, non c’è delega per la carità.”

Verso la conclusione dell’omelia, il Cardinal Vicario ha ricordato Don Luigi Di Liegro, un grande e convinto applauso si è levato in basilica, fondatore e primo direttore della Caritas Diocesana, scomparso il 12 ottobre 1997. “Lo ricordiamo sempre con tanto affetto e riconoscenza – ha detto – e voi operatori e volontari, sulla scia profetica del nostro carissimo don Luigi, credete che il regno di Dio si edifichi oggi, qui, nel presente. Non smettete di costruire sentieri e cammini di giustizia sociale ed equità chiedendo e cercando di restituire la dignità alle persone”

E’ sempre utile ricordare come è nata la Caritas italiana. Fondata nel 1971, per volere di Paolo VI, per opera di di mons. Giovanni Nervo, nello spirito del rinnovamento avviato dal Concilio Vaticano II, ha prevalentemente una funzione pedagogica per far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità, il senso cristiano di solidarietà.

Che cosa è la Caritas di Roma? Oltre lo spirito conciliare, nella Città Eterna, sono stati dirimenti anche le conclusioni del Convegno diocesano del febbraio 1974, definito impropriamente sui “ Mali di Roma”, che ha favorito la nascita dell’organismo pastorale. Oggi, facendo riferimento solo all’attività del 2018, attraverso le 337 parrocchie e nei luoghi dove la comunità cristiana può incontrare e farsi carico delle persone in difficoltà, è sintetizzata in questi “piccoli grandi numeri”: più di 4000 volontari per accogliere nelle mense oltre 11 mila persone; ospitare 2 mila senza dimora, famiglie, vittime di tratta e violenza; curare 4mila malati indigenti, incontrare e sostenere 15 mila detenuti. Ancora, grande impegno delle parrocchie per dare”ascolto” a 21 mila famiglie. Solo nello scorso anno sono stati oltre 385 mila i pasti distribuiti, 210 mila i pernottamenti offerti, 13 mila le prestazioni sanitarie effettuate e 52 mila le visite domiciliari a malati e anziani. Questo l’insieme della presenza Caritas di Roma, attraverso 52 opere – segno – dagli ostelli alle comunità, dalle case famiglia alle mense sociali – che operano con i 146 centri di ascolto parrocchiali.

Inoltre va ricordato che la Celebrazione Eucaristica è stata concelebrata dal Cardinal Agostino Vallini, vicario emerito del Papa e dai Vescovi Ausiliari della Chiesa di Roma. Erano presenti, tra gli altri, il Presidente della Regione Lazio, gli ex sindaci Rutelli e Alemanno e la Presidente del 1° Municipio Alfonsi. Infine Don Benoni Ambarus, direttore della Caritas di Roma, ha ringraziato gli operatori “ a nome dei tanti bisognosi che hanno bussato alle porte dell’organismo pastorale”.

Nel ricordare i cardinali Poletti, Ruini e Vallini che hanno accompagnato la Caritas durante il loro mandato, Don Benoni, ha ringraziato i suoi predecessori monsignor Guerino Di Tora e monsignor Enrico Feroci, che “hanno tramandato con grande passione e grande fede” l’azione profetica di don Luigi. “Solo il Signore conosce le miriadi di gesti, segni e azioni concrete di carità vissute in questi 40 anni”, e ha concluso: “ Solo Lui ha visto le lacrime asciugate e i sorrisi dati da Caritas, che è sempre al servizio della Chiesa e della città di Roma”.

Nell’ultima pagina del libretto, predisposto per seguire la celebrazione della Santa Messa per il 40° anniversario della Caritas, è riportato un pensiero di don Luigi Di Liegro, che ancora oggi fa riflettere: “ Quando la città produce emarginazione non è più una comunità. Troppe volte parliamo della città come comunità, ma possiamo parlare di comunità quando non si esclude nessuno, quando non ci sono categorie forti e categorie deboli.” Un pensiero che conferma l’attualità delle intuizioni del fondatore della Caritas di Roma.

L’identità di Gesù

Da oggi tutti sappiamo – credenti e non – le generalità di Gesù. Ce le ha rivelate, con una buona dose di azzardo, Radio Maria. L’emittente ha pubblicato sulla propria pagina Facebook la carta d’identità di Nostro Signore: Cognome: Il Nazareno; Nome: Gesù; Nato a: Betlemme (Palestina) il 25 dicembre; Residenza: Cielo, Terra e ogni luogo; figlio di Maria e Fratello del mondo. Trovata originale?

Può darsi. E invece, è il caso di dirlo, apriti cielo! Le polemiche in rete si sono fatte furibonde, tra picchi di ironia e critiche durissime per quella che potrebbe configurarsi come ridicolizzazione della figura di Gesù Cristo. Il quale, da Lassù, starà certamente sorridendo delle nostre misere discussioni su iniziative che sanno più di ossessionata ricerca dell’originalità, piuttosto che di consapevole irriverenza.

(Fonte MyPegaso)

Manovra: Italiani, 1 su 2 è con Greta

Il 90% degli italiani è d’accordo sul fatto che ognuno di noi possa fare molto per proteggere l’ambiente ma il Paese si divide a metà (51%) sul sostegno della giovane attivista svedese Greta Thunberg e delle sue battaglie per l’ambiente. E’ quanto emerge dalla prima indagine Coldiretti/Ixè su “La svolta green degli italiani” nel 2019 presentata al Forum internazionale dell’agricoltura a Cernobbio dove è stato aperto il primo “Salone dell’Economia Circolare” con le dimostrazioni pratiche delle esperienze piu’ innovative delle imprese legate al Green New Deal della manovra economica del Governo con gli interventi salva clima.

Il 44% degli italiani si impegna nella lotta al cambiamento climatico anche riducendo gli acquisti di prodotti con imballaggi eccessivi contro i quali la finanziaria prevede un bonus per i negozianti che attrezzano spazi dedicati alla vendita di prodotti sfusi o alla spina, alimentari e per l’igiene personale Oltre la metà dello spazio della pattumiera nelle case – sottolinea la  Coldiretti – è occupato da scatole, bottiglie, pacchi con i quali sono confezionati i prodotti della spesa con l’agroalimentare che è il maggior responsabile della produzione di rifiuti da imballaggio che oltre all’impatto ambientale ha una incidenza notevole sui prezzi.

Spesso gli imballaggi costano infatti più del prodotto sia in quanto componente ma anche per il fatto che – riferisce la Coldiretti – aumentano il peso da trasportare. La sensibilità ambientale è in crescita, ma esiste anche la consapevolezza che non tutti hanno lo stesso livello di preoccupazione per la salute del pianeta. Infatti – spiega la Coldiretti – più di 1 italiano su 3 (36%) ritiene che in genere le persone si comportino male o siano poco attente all’ambiente con un 8% ancora più pessimista che le giudica per niente attente.

Il 44% degli intervistati tende poi ad avere una visione né troppo pessimista e neppure totalmente ottimista, ma prevale il pragmatismo con la considerazione che l’italiano medio agisca a volte bene e a volte con maggiore trascuratezza nei confronti dell’ambiente. Se poi si guarda alle scelte che ognuno è disposto a fare per tutelare l’ambiente – evidenzia la Coldiretti – esiste una schiacciante maggioranza del 72% che sarebbe disposta a ridurre gli spostamenti in auto, scooter e motocicletta mentre più di 6 su 10 (64%) potrebbero rinunciare all’aria condizionata., mentre sul fronte della gestione dei territori per il 52% ritiene urgente potenziare la raccolta differenziata che sarebbe la scelta preferita da 8 italiani su 10 (80%) rispetto alla presenza di un termovalorizzatore. Per migliorare la situazione ambientale il 59% degli italiani ritiene che siano necessari interventi radicali e urgentissimi sullo stile di vita. Tra le produzioni energetiche sulle quali dovrebbe puntare il nostro Paese 7 italiani su 10 (71%) si schierano per quella solare, 1/3 (32%) punterebbe sull’idroelettrico e un altro 10% sulle biomasse.

Mentre il 61% si dice molto o abbastanza favorevole a sovvenzionare le rinnovabili: dal fotovoltaico al biogas. Gli incentivi del biometano – sottolinea la Coldiretti – dovrebbero prevedere bonus o meccanismi in grado di premiare l’origine agro-zootecnica della materia prima e tenere in debito conto le differenze, in termini di costi di gestione, rispetto all’impiego dei rifiuti. Anche l’applicazione delle tecnologie in grado di facilitare il trasporto del biocarburante dal luogo di produzione al luogo di distribuzione (liquefazione), da parte delle imprese agro-zootecniche che operano distanti dalla rete o dagli impianti di distribuzione, dovrebbe essere opportunamente oggetto di sostegno.

“Sfruttando gli scarti agricoli delle coltivazioni e degli allevamenti – spiega il Presidente di Coldiretti Ettore Prandini – i mini impianti per il biometano possono arrivare a coprire fino al 12% del consumo di gas in Italia. È necessario passare da un sistema che produce rifiuti e inquinamento – conclude Prandini – verso un nuovo modello economico circolare in cui si produce valorizzando anche gli scarti con una evoluzione che rappresenta una parte significativa degli sforzi per modernizzare e trasformare l’economia italiana ed europea, orientandola verso una direzione più sostenibile in grado di combinare sviluppo economico, inclusione sociale e ambiente”.

 

 

LE SCELTE SALVA AMBIENTE DEGLI ITALIANI

Mangiare solo prodotti km zero e di stagione 85%
Ridurre utilizzo auto, scooter e moto 72%
Spegnere l’aria condizionata 64%
Spendere di più per prodotti bio 59%
Evitare vacanze con viaggi in aereo 54%
Rinunciare a pannolini per bambini e assorbenti 40%

Fino a che punto servono schiaffi e sculacciate ai figli?

Il deputato verde John Finnie del Parlamento scozzese di Edimburgo sarebbe forse stato un politico destinato all’oblio o all’ordinaria amministrazione della cosa pubblica se non avesse dato la stura ad una campagna di sensibilizzazione contro le punizioni corporali dei genitori sui figli, coinvolgendo larghi settori dell’opinione pubblica come lo Scottish National Party (Snp) di Sturgeon e alcune ong per la tutela dell’infanzia, oltre a godere del consenso politico dei laburisti e dei socialdemocratici. Poiché il governo scozzese può contare su una solida maggioranza parlamentare è assai probabile che la proposta di mettere al bando schiaffi, sberle e buffetti – sinora ammessi dalla normativa attuale che negli Stati del Regno Unito autorizza un uso “ragionevole” della forza in famiglia per educare e punire i figli – possa diventare legge e cambiare quindi una lunga tradizione di moderato autoritarismo domestico tipico della mentalità anglosassone. D’altra parte risulta che già in altri Paesi il ricorso alle punizioni corporali per “raddrizzare” comportamenti poco consoni o inclini all’obbedienza da parte dei figli minori sia stato stigmatizzato e rimosso.

Tra i sostenitori della “non violenza” fisica c’è una lista di 51 paesi già da tempo contrari a qualsiasi forma di punizioni corporali considerate inutili o peggio dannose. La prima a schierarsi contro le sculacciate domestiche, era stata la Svezia nel 1979. Seguita nel 1983 dalla Finlandia. Quindi negli anni sono arrivati la Tunisia, la Polonia, il Lussemburgo, l’Irlanda, l’Austria e molti altri Stati in tutto il mondo. Ultimi della lista, nel 2016, Mongolia, Paraguay e Slovenia. Nel 2014 è toccato alla nostra vicina di casa, la Repubblica di San Marino, mentre nel 2017 si è aggiunta la Francia.

Pare tuttavia che le tradizioni nel Regno di Sua Maestà la Regina resistano ai tentativi di innovazione e cambiamento: da alcuni sondaggi emerge infatti che la maggioranza della popolazione della Scozia non vedrebbe di buon occhio una sanzione nei confronti dei genitori che infliggono pur lievi punizioni corporali, nei limiti delle abitudini di crescita ed educazione familiare finora consolidate e tollerate come esercizio di una potestà genitoriale legittimata.

E’ di tutta evidenza che una legge che ne interrompesse la consuetudine comporterebbe una valutazione sotto il profilo penalistico e civilistico: nel primo caso in quanto il fatto costituirebbe un reato, nel secondo potrebbe formalizzare un motivo di controllo dell’esercizio della responsabilità genitoriale.

Finora da noi il problema – in questi termini di iniziativa legislativa – non si è posto: ma la fantasia dei governanti di turno, che oscilla tra sentimenti di buonismo e integrazione fino a prevedere la rimozione dei crocifissi dalle aule o di mettere nel ripieno dei tortellini la carne di pollo per non urtare la suscettibilità di chi professa altre fedi (senza contare l’abolizione di presepi e canti natalizi) , al disegno di legge che ingloba nello stato di famiglia gli animali domestici o che prevede la tassazione di merendine e chinotti per pagare lavagne e scuole pericolanti, per induzione comparativa potrebbe presto portare il problema di schiaffi e sculacciate sui tavoli sontuosi delle trattative sindacali o nelle aule parlamentari, prima che la loro riduzione numerica non ne smorzi l’iniziativa politica.

In un periodo in cui tutti si stanno sforzando di lasciare un segno del proprio passaggio politico, a cominciare dall’ipotesi di anticipare il diritto di voto (elettorato attivo) ai sedicenni (senza motivarne una sostanziale ragione visto che – come mi scrive una docente di diritto- “i nostri adolescenti non hanno alcuna conoscenza della Costituzione.  Non conoscono le funzioni, i poteri, i modi di elezione, la composizione degli organi costituzionali,  in particolare del Parlamento e del Governo e del Presidente della Repubblica.  E tantomeno conoscono i programmi dei partiti politici. Non sanno niente di Economia e di teorie economiche, dell’importanza della legge di Bilancio e delle proposte alternative dei partiti per risolvere i problemi di politica interna ed internazionale”) è altamente probabile un largo schieramento parlamentare anti-sculacciate.
Si aspetta dunque l’incipit di qualche deputato o senatore che si alzi nell’emiciclo per richiamare i principi pedagogici della Montessori, di Maria Boschetti Alberti, Pestalozzi e- perché no – dello stesso Rousseau che stavolta godrebbe di un consenso pressochè unanime senza far ricorso alle consultazioni on line della democrazia virtuale.
Al bando dunque schiaffi, sberle, sculacciate per non andare oltre, d’altra parte lo suggerisce il comune buonsenso. Se si predica la non violenza è bene cominciare da casa, a condizione che non accada l’inverso: che siano i ragazzi a pestare i genitori per poi estendere questa crociata di emancipazione libertaria agli insegnanti e ai presidi, espressione di un potere autoritario da abbattere.

Nonostante la presenza di un Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, dei garanti regionali e persino comunali nessuno finora ci aveva pensato. Ma di cosa si occupano i Garanti mentre i bambini vengono sculacciati e gli adolescenti presi a scappellotti?
Se pensiamo alla nostra giovinezza qualche sberlone ce lo ricordiamo ma onestamente non possiamo attribuirgli disagi emotivi tali da provocare distonie comportamentali o una vita infelice.

Al bando i metodi forti ma tra quelli (quasi tutti) che uno schiaffo l’hanno preso per essere rientrati a casa alle 4 del mattino – se uno ha preso in mano le redini della propria vita ed è maturato diventando adulto – la maggior parte serba in cuor suo gratitudine per qualche brusco richiamo della mamma o del papà Soprattutto del padre, una figura in via di estinzione sul piano educativo familiare.
Finora, dicevo, esiste solo una Sentenza di Cassazione che mette al bando le punizioni corporali come metodo correttivo.

Facciamoci bastare quella e usiamo il buon senso: le botte non servono a nulla, spesso la mano è pesante e lascia il segno se non si passa – purtroppo – anche alle violenze fisiche vere e proprie.
Soffriamo di “bulimia legislativa”, non mi pare necessario un articolato normativo di una ventina di commi che escluda schiaffi, sberle, calci e quant’altro c’è nell’armamentario educativo dei genitori autoritari ma non autorevoli.

Riprendiamo piuttosto una sana abitudine in disuso: il dialogo. Parlare ai nostri figli, ascoltarli, perdonarli, correggerli senza mettere loro le mani addosso, vivere la famiglia come un luogo di affetti e relazioni non di conflitti palesi o latenti. Dare il buon esempio.
Anche il pedagogista Jean Jacques Rousseau sarebbe d’accordo.

Oggi a Roma la marcia per ricordare la deportazione degli ebrei.

Sono passati 76 anni dal 16 ottobre 1943, quando, durante l’occupazione nazista di Roma, oltre 1.000 ebrei romani furono presi e deportati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Solo un esiguo numero, 16 persone, tra cui una sola donna, tornarono alle loro case. La Comunità di Sant’Egidio e la Comunità Ebraica di Roma, come ogni anno dal 1994, ricordano questo tragico momento della vita della città con un “pellegrinaggio della memoria”.

La marcia silenziosa per le vie di Trastevere e del quartiere ebraico sarà accompagnata dai cartelli con i nomi dei campi di concentramento nazisti e si concluderà presso il Portico d’Ottavia (Largo 16 ottobre 1943) con gli interventi di rappresentanti delle Comunità e delle istituzioni.

La partenza della marcia è a Piazza Santa Maria in Trastevere, alle ore 19:30.

Una proteina contro i tumori del polmone

Una proteina che sembra avere un ruolo fondamentale nell’attivazione del sistema immunitario contro i tumori del polmone. Lo hanno dimostrato i ricercatori dell’Università di Brescia e dell’Istituto Humanitas con uno studio che è stato pubblicato su Cancer Immunology Research, rivista dell’American Association for Cancer Research (AACR) che al lavoro, tutto italiano, dedicherà la copertina di novembre.

Questa proteina – spiegano i ricercatori – si chiama CCRL2 ed è presente sulla superficie di svariati tipi di cellule. In particolare nel polmone, è espressa dall’endotelio vascolare (cioè il tessuto che riveste l’interno dei vasi sanguigni) sulla cui superficie lega un particolare fattore essenziale per il richiamo di alcune cellule (chiamate Natural Killer) in grado uccidere le cellule tumorali.

Guerra Siriana: Espressioni barbariche

Una nota dolente, una pagina mesta. Quando si deve trattare di un conflitto umano si cade, inevitabilmente, nella tristezza. Siamo alle porte del mondo occidentale, lì, dove il varco vorrebbe essere accettato dal continente europeo: nella Turchia che ha un piccolo piede sulle terre Occidentali e l’intero corpo disteso nel Medio Oriente.

Una Turchia a tutti gli effetti strettamente imparentata con le potenze Atlantiche. Un esercito tra i più equipaggiati, dotato di aerei e di mezzi corazzati come fosse una Nazione europea. Questo gigante se la prende da ieri con un popolo disperso che, assieme agli americani, aveva eroicamente combattuto e vinto l’Isis.

Val la pena ricordare che il paese di Erdogan sulla vicenda del conflitto con gli estremisti islamici ha sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo. Non così i Curdi. E val ancora ricordare che nei territori Siriani abitati dal popolo Curdo è tutt’ora presente una prigione con centinaia e centinaia di miliziani dell’Isis che, come sappiamo, avevano in mente di distruggere l’Occidente.

Il nostro sguardo non ha certo scordato quelle terribili immagini di coltelli che barbaramente assassinavano inermi prigionieri europei caduti sotto la loro volontà. L’Europa non può starsene in silenzio di fronte a questo. A maggior ragione se ricattata.

Questo mio piccolo contributo vuole solo significare che, per quanto non possa incidere granché, deve avere quanto meno il merito di ricordare qual è lo spirito che anima tutti i popoli europei: contro qualsiasi conflitto che sia un conflitto di espansione.

L’Europa accetta solo il conflitto per difesa, non per offendere altri popoli. Adesso, sollecitiamo, ciascuno per la propria piccola parte, la nostra coscienza a fare tutto il possibile, non solo perché non cadano vittime innocenti, i civili, ma perché non si veda il massacro di bombe, di cannonate, di mitragliate rivolte comunque verso altri uomini.

I Curdi hanno un’unica colpa, quella di essere dispersi in diversi territori ed essere pertanto deboli ed indifesi. Verso gli indifesi bisogna sempre levare un grido di aiuto e soprattutto azioni concrete perché non subiscano il maltrattamento dei più forti.

Rete Bianca sul documento di Stefano Zamagni

Rete Bianca, Politica Insieme e Costruire insieme hanno firmato prima di ferragosto un documento comune. Alcuni ne hanno tratto motivo per enunciare l’avvenuta costituzione di un soggetto politico. Sappiamo che il percorso richiede un supplemento di prudenza, per non cadere nel velleitarismo. Intanto, sotto la regia di Stefano Zamagni, è stato redatto in questi giorni un nuovo documento. Vedrà la luce a breve. Da parte sua, Rete Bianca ha voluto predisporre una nota con la quale si articola, per fare chiarezza, il motivo di adesione al suddetto documento. Anche se anticipa la divulgazione del testo principale, la nota di Rete Bianca merita di trovare spazio già ora sul sito del “Domani d’Italia”.

Da tempo la nostra cultura, nella dimensione politico-istituzionale, è circoscritta alla testimonianza dei singoli: vive in forma collettiva solo nel prezioso ambito della società civile.

Ma l’emergenza posta dalla crisi della democrazia – nella sua dimensione comunitaria e nella sua vocazione alla giustizia sociale –  ci interpella con domande profonde e richiede una rinascita della Politica in tutte le sue ispirazioni ideali.

Senza questo risveglio delle culture e delle idealità, i messaggi del populismo e della destra – verso i quali “degasperianamente” manteniamo una insuperabile alternativitá – non si sconfiggono.

Sappiamo tuttavia che i paradigmi sono cambiati e non ha senso alcuno riproporre formule del passato. Anche la forma della rappresentanza e dei partiti deve essere oggi ripensata e rigenerata.

Per questo, oggi non intendiamo ricercare affiliazioni di sorta o soluzioni improvvisate e di fragile costrutto.

Vogliamo invece avviare un percorso nuovo, tutto da costruire, nelle proposte e nelle forme.

Vogliamo prima di tutto dare voce politica autonoma ad una Comunità di ideali e di pensiero.

E, attorno ad essa, a partire dalle dimensioni locali e dalle reti già attive, organizzare una proposta politica orientata al futuro.

Guardiamo all’azione del nuovo Governo e osserviamo le evoluzioni del quadro politico avendo a cuore la salvaguardia di un argine ai diversi populismi, con il ripudio della destra anti europeista e xenofoba. Dentro questo perimetro di solidarietà ideale e politica coltiviamo l’ambizione di nuove “sintesi popolari”, partendo dalla formazione di un movimento aperto al futuro.

Pensiamo che il nostro Paese è ancora alla ricerca di un nuovo equilibrio, capace di dare vera rappresentanza alla società e autentica risposta nel segno del servizio al Bene Comune.

Il nostro percorso intende porsi in questa prospettiva, con autonomia e disponibilità alla cooperazione politica.

Il sovranismo del due di coppe!

Silvio Berlusconi ha affermato qualche giorno fa che il ‘sovranismo’ è una ideologia stupida. Una dichiarazione simile, è chiaro che oltre a rispecchiare le sue idee, probabilmente è stato anche un modo di dare una stilettata ai suoi ‘fratelli coltelli’, Meloni e Salvini, che notoriamente rappresentano quella posizione politica.

Ma Berlusconi secondo me ha ragione a metà sulla stupidità del sovranismo. Ad esempio, combattere la battaglia sovranista per l’Italia, o per qualsiasi altro piccolo paese, non ha senso. Infatti la sovranità popolare, intesa come potere della democrazia sulle decisioni che riguardano la propria comunità nazionale, ma da lungo tempo svilita dalla espansione a dismisura del potere su scala mondiale della finanza, ha un significato preciso altamente politico. Tant’è che questa situazione inedita nella storia delle democrazie, le uniche nazioni che hanno in qualche modo qualche possibilità di salvaguardarsi, sono quelle più grandi: USA, Repubblica Cinese, Repubblica Indiana, Russia ed altre ancora di dimensioni demografiche e territoriali importanti. Dunque la sovranità popolare, gli italiani, come gli altri popoli del vecchio continente, riusciranno salvaguardarla solo se dovessero davvero dotarsi di uno Stato a dimensione continentale: gli Stati Uniti d’Europa.

In questo caso, noi italiani che nei nuovi equilibri mondiali, non abbiamo voce, riusciremmo a riconquistarla. Ecco, in questo senso, il sovranismo riferito a piccole entità statuali, è una stupidità: conterebbero quanto il due di coppe quando la briscola è a denari. E però significativo che proprio i cosiddetti sovranisti non fanno mistero della loro opposizione alla costruzione definitiva della Unione Europea, e magari coltivano sodalizi con potenze straniere avverse all’Europa per la sola ragione che se dovesse progredire politicamente e militarmente, i loro sodali perderebbero gran parte della loro influenza sulle vicende mondiali.

Generazioni: tra conflitto e sostenibilità

In un recente saggio di Giovanni B. Sgritta e Michele Raitano dal titolo “Generazioni: tra conflitto e sostenibilità”, pubblicato su “La rivista delle politiche sociali” – gli autori prendendo atto della ciclicità del tema – ne sottolineano la specificità inedita correlata alle dinamiche del presente, rapportandole ai temi che le caratterizzano nel secondo dopoguerra: la rivoluzione demografica, l’indebolimento dei sistemi di welfare, il declassamento dei titoli di studio, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e le sue tutele, i cambiamenti in atto nella famiglia. L’assenza di politiche giovanili e il convogliamento degli investimenti nella terza e quarta età hanno di fatto creato le condizioni per una divaricazione in termini di diritti e di fruibilità, sofferta come precipua condizione di disagio e di difficoltà di accesso al mondo del lavoro da parte dei giovani. Un gap che ha reso la precarietà il correlato speculare antropologico del nostro tempo.

Se nel 1951 (primo censimento del dopoguerra) i giovani fino ai 19 anni erano il 26,5 % del totale, nella proiezione del 2020 arrivano appena al 17%; viceversa gli ultra65enni che allora erano l’8,25 si preannunciano triplicati al 23%, così che l’indice di vecchiaia risulta in tendenza parimenti triplicato e quello giovanile dimezzato, mentre l’incidenza della povertà assoluta tra gli under 34 anni è del 9,6% (del 16,3 quella relativa) contro rispettivamente il 4,6% e il 10% degli over 65. L’analisi delle cause di queste divergenze induce gli autori della ricerca a soffermarsi sulla svolta iniziata nella prima metà degli anni 70, in coincidenza con il venir meno dei presupposti che avevano costruito lo stato sociale nella fase di crescita economica: l’equilibrio demografico, la piena occupazione e la stabilità familiare.

Ciò che avrebbe determinato lentamente un riorientamento delle scelte della politica in rapporto ai pesi demografici di giovani e anziani: a motivo del calo delle nascite e dell’allungamento della vita la popolazione era infatti destinata ad invecchiare. Iniziava una lenta deriva di trasferimento delle risorse dalla popolazione lavorativa a quella inattiva che avrebbe portato ad una riduzione della produttività e della crescita economica (possiamo aggiungere fino all’attuale stagnazione e all’incipiente recessione). Significativo l’esempio del sistema previdenziale che si basa sul trasferimento di risorse tra chi le produce- perché lavora – e chi le riceve in modo differito in quanto inattivo. Questo implica una sorta di “patto intergenerazionale” che prevede che questo travaso di risorse sia rispettato anche per le generazioni future, ipotizzando un equilibrio tra produzione e stabilità della composizione dei rispettivi ambiti demografici.

Ma – come abbiamo visto- l’allungamento della vita e l’invecchiamento della popolazione creano un surplus di percipienti rispetto all’area della produttività, ciò che determina a carico di quest’ultima un’erosione del reddito per compensare la copertura delle rendite differite degli inattivi. I decisori politici degli anni 50/70 puntando, per finalità di consenso elettorale, ad una riproducibilità per gli anni a venire del sistema di protezione sociale degli inattivi hanno di fatto cristallizzato quella generazione come beneficiaria di una condizione sociale irripetibile, creando le basi della crisi del sistema e delle sue distorsioni. Gli autori parlano di una sorta di “Weltanschauung” (visione del mondo) fondata sul sovraccarico delle famiglie e delle donne, che ha prodotto calo delle nascite, permanenza dei giovani in statu pupillari (cioè a carico dei genitori), ulteriore squilibrio demografico, freno della mobilità e ostacolo al lavoro femminile. Sostiene M.Ferrera che in quegli anni (50/70) la nostra politica sociale “era imbevuta di maschilismo, familismo e pensionismo”, a differenza di Francia, Germania e Olanda che realizzarono “opzioni universalistiche”, cioè assegni familiari a tutti specie a tutela dei minori (vedasi, oggi, i nostri REI e reddito di cittadinanza).

La difesa della famiglia come centro di imputazione dell’economia domestica, osservano gli autori, faceva leva sulla prevalente cultura cattolica, sulla concezione familistica della donna e sulla forza solidaristica delle reti parentali. A fronte di ciò la politica scelse una via generosa nella concessione delle pensioni di anzianità – si ricordi il fenomeno delle baby pensioni- con una visione miope della sostenibilità del sistema, ma con un ritorno cospicuo in termini di consenso elettorale. Come sostiene E. Fornero – nella citazione riportata dagli autori – «l’uso politico della previdenza sociale è particolarmente agevole nei sistemi a ripartizione», che celano il rischio di scelte «dettate più da ragioni di convenienza politica di breve periodo che non dal rispetto del contratto intergenerazionale implicito nel sistema» (E.Fornero “Chi ha paura delle riforme”, 2018).

Quella stagione di “euforia previdenziale”(abbandono precoce del lavoro, età pensionabili basse, base retributiva del calcolo…) avrebbe prodotto secondo Monti e Spaventa (“Quanto costerà entrare in Europa”,1992) maggiori tasse e contributi, minore occupazione, minori servizi e minore crescita, con condizioni più onerose per i nuovi entrati nel mondo del lavoro, spezzando il “patto intergenerazionale” che sta alla base di un sistema riproducibile e sostenibile. Ma – come evidenziano Sgritta e Raitano- la questione generazionale va oltre “l’ingegneria della stato sociale e le logiche previdenziali”. in quanto legata a fenomeni culturali, sociali e familiari, alla stagione dei “diritti”, alle rivendicazioni, alle identità, alle aspettative e agli stili di vita di giovani, donne e anziani. Contò molto il ’68, il mutamento percepito dai giovani per gli anni a venire, la contestazione al sistema, il travaglio di un’epoca che finiva e che faceva di essi le «vittime predestinate» delle sue contraddizioni” (Sgritta, 2000, in “Politiche demografiche e sociali, p. 749). Cambiava il metabolismo generazionale, colpendo le fasce deboli, poi la piccola e media borghesia, quel ceto medio il cui fallimento è consistito nel negarsi il presente, proiettando le speranze sulla prole, sul futuro, sul merito scolastico, sulla fiducia nel valore del capitalismo culturale (Bourdieu, 1983), sulla fiducia che “il sistema” dei benefici e del welfare si sarebbe perpetuato ai nuovi ingressi nel mondo del lavoro.

Ma lo stato sociale continuava l’opera di protezione della generazione dei padri, mentre il letto di Procuste del welfare andava restringendosi fino a diventare inospitale per quella dei figli, legati alle risorse dell’economia familiare, sconfiggendo la visione spontaneistica del “tutto andrà come prima”. E qui subentra la parte più pregevole della ricerca, quella che spiega che l’alternanza generazionale non è un fatto ciclico che si avvicenda secondo paradigmi ripetibili, poiché ciò avviene mentre mutano il contesto, la vita sociale, i diritti e i doveri, le aspettative, le logiche dei mercati e quelle della competizione e che quell’”una tantum” che si sperava ripetibile rischia di diventare “una semper”.

Le logiche autoreferenziali e solidaristiche di tipo familistico non sono più duplicabili in un contesto sociale aperto e mutato, le tutele non sono le stesse, poiché si può accentuare la disuguaglianza delle opportunità di partenza e di riuscita, aggiungere precarietà a precarietà fino al ‘familismo forzato’ (Morlicchio e Pugliese, 2015) e all’eredità patrimoniale consolidata come fattore di discriminazione sociale. Ciò che gli autori chiamano ‘effetto cicatrice permanente’ potrà rendere i giovani svantaggiati di oggi degli adulti e degli anziani poveri domani. Una globalizzazione del disagio generazionale che sarebbe miope ridurre a un conflitto padri-figli, poiché è in gioco la sostenibilità di un modello sociale e l’immaginazione di uno diverso e migliore.

Ignazio Silone. L’avventura di un grande cristiano

Articolo apparso sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Elio Guerriero

Verso la fine degli anni Sessanta lessi la Storia della Cina di Franco Martinelli che culminava con l’epopea della lunga marcia dell’armata rossa guidata da Mao. Successivamente divorai Uscita di sicurezza e L’avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone. Due visioni opposte del comunismo nella tensione tra grandezza e miseria, tra aspirazioni alla giustizia e repressione staliniana di ogni forma di libertà. Dopo il successo de L’avventura, peraltro, partecipai in qualche modo allo spettacolo teatrale che venne ricavato dal romanzo. 

Studiavo allora a Roma al collegio di sant’Anselmo sopra l’Aventino e qui vennero a registrare il coro di canto gregoriano che doveva servire da colonna sonora. Nacque allora il desiderio di incontrare Silone. Con incoscienza giovanile riuscii a procurarmi il suo numero di telefono e lo chiamai per chiedergli un appuntamento. Silone accettò di ricevermi a casa sua in via di Villa Ricotti al quartiere Nomentano e, nonostante la sua fama di uomo burbero e solitario, fu gentilissimo. 

Mi raccontò della sua origine, della sua grande ammirazione per don Orione di cui in Uscita di sicurezza aveva tracciato un ritratto mirabile. A mia volta gli narrai dei miei studi di teologia, dei tanti aspetti de L’avventura di un povero cristiano che sembravano vicini alle riforme auspicate dal Vaticano II. Non negò Silone questa vicinanza, al contrario mi raccontò che dopo la pubblicazione del romanzo veniva spesso invitato in istituzioni cattoliche. Ricordava poi divertito un episodio che gli era capitato qualche tempo prima. 

Chiamato a presentare L’avventura in un liceo, aveva dato il suo assenso. Quale era stata la sua sorpresa nel trovarsi di fronte un uditorio di suore, professoresse del liceo! Dal punto di osservazione del relatore con i loro abiti neri e bianchi gli erano sembrate uno stormo di rondini cinguettanti che al suo ingresso si ammutolirono rispettose. Un’altra volta, invece, era stato al centro culturale san Fedele dei padri gesuiti a Milano, invitato dall’indimenticabile padre Alessandro Scurani. Qualche critico gli rimproverò allora che, avendo iniziato con il partito comunista, aveva finito per accasarsi con i gesuiti. A sua volta replicò che se gli garantivano identica libertà di parola sarebbe ritornato volentieri anche a Mosca. 

Al primo incontro ne seguirono altri di carattere sempre più amichevole. Lui era interessato ai miei studi e mi raccomandava di studiare le minoranze religiose presenti in Italia. Io cercavo di approfondire il suo interesse per Gioacchino da Fiore, Celestino v, i frati francescani, gli spirituali che desideravano una Chiesa povera, libera dal potere e dalle ricchezze. Dietro le due figure dell’abate calabrese e del Papa che aveva fatto il grande rifiuto vi era, tuttavia, soprattutto l’utopia pacifista di Silone, la sua avversione per le manovre dei grandi che vanno sempre a danno dei poveri e dei cafoni, degli umili del Vangelo. 

Nei dialoghi tra Papa Celestino e il cardinale Caetani, il futuro Bonifacio VIII, che già tramava per succedere al Papa fraticello, emergevano le due concezioni diverse della Chiesa che si contrapponevano nel romanzo come nell’immaginario di noi studenti di teologia. Mentre Celestino trovava terribile che la Chiesa fosse organizzata come uno stato, il cardinale pensava alla Chiesa come un superstato; mentre il Papa non riconosceva altri rapporti che quelli delle anime, per il cardinale la Chiesa era un potenza che va governata con tutte le finzioni e gli accomodamenti necessari. 

Al Papa che gli confessava di credere solamente al Pater noster e al Vangelo, il cardinale rispondeva drastico: «Non si governa con il Pater noster». Fu così che, arrivato al termine degli studi, nacque in me l’idea di una tesi sullo scrittore abruzzese a partire da quella che egli chiamava l’eredità cristiana. Vi confluivano alcune tematiche emerse al concilio, così come in versione laica alcune delle utopie all’origine della rivolta degli studenti. Da una parte vi era la piena accettazione, anzi la radicalizzazione di alcune istanze cristiane, dall’altra una critica rancorosa verso la Chiesa e verso ogni forma di istituzione. L’utopia del regno di Dio veniva intesa come via per realizzare una fraternità senza regole e senza costrizioni. Cristo, secondo Celestino, non aveva portato delle nuove regole di governo, ma alcune apparenti assurdità: «Amate la povertà, amate gli umiliati e offesi, amate i vostri nemici, non preoccupatevi del potere, della carriera, degli onori, sono cose effimere, indegne di anime immortali». 

Su queste tematiche lo scrittore aveva riflettuto negli anni oscuri del suo esilio in Svizzera dove erano parimenti rifugiati scrittori ed intellettuali come Thomas Mann, Bertolt Brecht, Robert Musil, Martin Buber. Il legame più stretto era stato proprio quello con lo scrittore ebreo. Sotto il suo influsso, Silone si accostava alla Bibbia e si sforzava di trasmetterne i contenuti nei suoi romanzi, attraverso scene di vita improntate all’universo patriarcale e ascetico dei contadini. Anche gli intellettuali in rivolta tra i quali il più riuscito era Pietro Spina di Vino e pane si allontanavano per qualche tempo da questo humus ma disillusi dalla militanza politica e partitica vi ritornavano per ritrovare autentica, umile e pacifica compagnia. 

Dopo la morte dello scrittore avvenuta a Ginevra nel 1978 sono stati pubblicati alcuni scritti che testimoniano di alcuni contatti poco edificanti dello scrittore con la polizia fascista. Non è certo una storia edificante ma va ricordato che anche di questo vi era traccia in Vino e pane nella vicenda di Luigi Murica, un giovane abruzzese studente a Roma. Arrestato dalla polizia fascista perché sospettato di appartenenza al partito comunista, aveva finito per cedere davanti alle angherie dei poliziotti. In cambio della libertà, ad essi inviava dei rapporti il più possibilmente generici sull’attività clandestina. Nauseato di se stesso, era poi fuggito da Roma e si era rifugiato in Abruzzo presso la sua famiglia dove ritrovava serenità nel lavoro dei campi e nella compagnia dei cafoni. Venne infine arrestato e ucciso dalla polizia fascista. 

Basta questo a giustificare i contatti di Silone? Certamente no. Una scusa in parte plausibile potrebbe essere il suo desiderio di aiutare il fratello Romolo, l’unico parente che gli era rimasto dopo il tragico terremoto del 1915. Lo scrittore aveva forse accettato quella forma di blanda collaborazione per salvare il fratello arrestato come comunista. Questo non dovrebbe, tuttavia, gettare il discredito su un’opera che resta una testimonianza drammatica delle vicende del secolo ventesimo. Dichiarava Albert Camus in una intervista rilasciata subito dopo che gli era stato attribuito il premio Nobel: «Guardate Silone, che parla a tutta l’Europa. Se io mi sento legato a lui è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione nazionale e anche provinciale». 

La solidarietà umana, la fraternità dei poveri e la carica di millenarismo presente nella sua opera restano un lascito di rilievo.

Il Piemonte e gli angeli della semplificazione

In Piemonte arrivano gli ‘angeli della semplificazione’, 50 esperti formati dalla Regione che avranno il compito di aiutare i Comuni e gli ordini professionali nell’iter di digitalizzare e modernizzazione. L’annuncio è arrivato dall’assessore regionale alla Delegificazione Roberto Rosso, durante la presentazione e l’avvio dei lavori del Tavolo di coordinamento regionale per la semplificazione. In Piemonte, infatti, hanno preso il via il 7 ottobre i lavori del Tavolo di coordinamento regionale per la semplificazione.

Ogni sei mesi ciascuna sezione dovrà produrre un disegno di legge da sottoporre alla Giunta e poi al Consiglio regionale, per eliminare norme considerate inutili o desuete. Anche i singoli cittadini potranno partecipare a questa grande operazione di snellimento, scrivendo all’indirizzo mail rosso.semplificazione@regione.piemonte.it, indicando il problema, le norme di riferimento, la proposta di intervento e i soggetti che ne beneficeranno.

Ma la novità più rilevante annunciata da Rosso è l’introduzione a breve dei cosiddetti “Angeli della Semplificazione”, 50 fra dipendenti delle Province e giovani usciti dalle Università piemontesi, appositamente formati dalla Regione, incaricati di affiancare gli enti locali e le associazioni nell’opera di digitalizzazione e modernizzazione delle procedure.

Ed ancora, quando si tratterà di assumere un particolare provvedimento, saranno organizzati stage di tre settimane per i funzionari regionale nelle associazioni di categoria, ordini o imprese, per costruire insieme a loro una norma che sia davvero utile e incisiva per i destinatari.

Con i rifiuti abbiamo toccato il fondo

Con i rifiuti abbiamo “toccato il fondo”: più del 70% di quelli marini è depositata nei fondali italiani e il 77% è plastica. Il mare di Sicilia, con 786 oggetti rivenuti e un peso complessivo superiore ai 670 kg, conferma la sua collocazione tra le discariche sottomarine più grandi del Paese, seguita dalla Sardegna con 403 oggetti nella totalità delle 99 cale e un peso totale di 86,55kg.

La situazione varia da area ad area e in base alle zone monitorate: nei fondali rocciosi, dai 20 ai 500 m di profondità, le concentrazioni più alte di rifiuti sul fondo si rilevano nel Mar Ligure (1500 oggetti per ogni ettaro), nel golfo di Napoli (1200 oggetti per ogni ettaro) e lungo le coste siciliane (900 oggetti per ogni ettaro).

 

Walter Ricciardi è il nuovo presidente del “Mission board on cancer”

Walter Ricciardi è stato nominato presidente del ‘Mission board on cancer’ della Commissione europea che gestisce un fondo da 20 miliardi di euro, messo a disposizione dal Parlamento europeo e dagli Stati membri, per ricerca e interventi sociali e clinici contro i tumori.

Ricciardi succede a Harald zur Hausen, premio Nobel per la Medicina, che per motivi personali ha annunciato le sue dimissioni dal vertice del board. Professore di igiene e sanità pubblica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, Ricciardi è stato presidente dell’Istituto superiore di sanità.

Centro sinistra, si riparte da zero.

L’ex centro sinistra, in Italia, riparte – sempre che riparta – sostanzialmente da zero. Oggi, di fatto, non c’è più. L’alleanza strategica che molti nel Partito democratico vogliono fare con il partito di Grillo e Casaleggio – qualche autorevole dirigente parla addirittura di una fusione tra i due partiti – getta un futuro negativo per una alleanza politica e una coalizione programmatica che ha segnato, con la sua politica, la stessa evoluzione della democrazia italiana. Una coalizione che ha saputo esprimere, nelle diverse fasi storiche, un pensiero e una prassi fortemente democratica, riformista e nel pieno rispetto delle indicazioni costituzionali.

Ora, la nuova fase politica che si è aperta all’insegna del trasformismo, rischia di far accelerare definitivamente ed irreversibilmente la fine del centro sinistra. Se la spinta antisistema, demagogica e populista dei 5 stelle viene sposata acriticamente dal Partito democratico, non potremmo che salutare definitivamente l’alleanza di centro sinistra come un fatto storico e da consegnare agli storici per le loro ricerche accademiche e culturali. Siamo, cioè, ad un bivio decisivo per il futuro del riformismo politico e di governo nel nostro paese. Ecco perché, allora, almeno su due aspetti, si tratta di chiarire se si vuol recuperare sino in fondo la tradizione, la cultura e la storia del centro sinistra o se, al contrario, si accettano la logica e la prassi del trasformismo. Una tesi, questa, cara ai Del Rio di turno che, per il mantenimento e la conquista del potere, sono disposti a fare qualsiasi operazione politica.

In primo luogo, quindi, va respinta in modo chiaro e senza equivoci la deriva demagogica, populista e trasformistica. Se questi elementi sono e saranno la nuova bussola che orientano il comportamento dei partiti che virtualmente sostengono di rifarsi ancora al centro sinistra, sarà perfettamente inutile continuare a blaterare di coalizione riformista, democratica e progressista. Sarebbe un puro esercizio retorico e del tutto virtuale. E’ inutile girarci attorno.

In secondo luogo il centro sinistra può rinascere e consolidarsi solo se saranno visibili un centro e una sinistra. Sembra una affermazione semplice e persin banale ma è indubbio che con il tramonto definitivo della cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Partito democratico la coalizione può ridecollare solo se sarà in grado di rimettere insieme partiti, movimenti e gruppi politici. Appunto, una coalizione plurale e vasta. Ma, soprattutto, una alleanza che sappia rendere visibile l’articolazione pluralistica – culturale, politica e programmatica – su cui poggia una alleanza come il centro sinistra. Lo diceva recentemente a Torino Massimo D’Alema durante un convegno organizzato dalla Fondazione Italiani Europei. E cioè, con rara semplicità e lucidità, il centro sinistra può avere una prospettiva e un futuro solo saprà riscoprire le ragioni politiche del centro riformista e democratico e le ragioni politiche della sinistra riformista e democratica. Serve, cioè, riscoprire le culture politiche e i rispettivi programmi di governo che alimentano e giustificano la presenza del centro e della sinistra. Cioè del centro sinistra.

Ecco perché siamo arrivati ad un bivio: o, adesso, si cede alle ragioni del populismo e della demagogia dei 5 stelle o si inverte, seppur faticosamente, la rotta e si ricreano le ragioni per il rilancio di una coalizione. Si tratta di una scelta politica. Basta dirlo, e farlo, con chiarezza e senza equivoci.

Eutanasia

Abbiamo aspettato a lungo e abbiamo constato che la legge sul suicidio assistito non è arrivata in tempo. Aspettiamo e vediamo come andrà con quella sull’eutanasia Come ha scritto Giovanni Bianconi sul Corriere, l’imperdonabile ritardo è la certificazione dell’incapacità delle Camere di “assumersi quella responsabilità che la Corte costituzionale ha sollecitato un anno fa”. La Corte ha dunque giudicato come aveva promesso l’anno scorso. L’articolo 580 del codice penale, istigazione al suicidio, applicato al caso di Dj Fabo, assistito da Marco Cappato nella sua ultima volontà di farla finita, è incostituzionale. Su questo tema si apre quindi un capitolo nuovo e diverso.

Il silenzio del Parlamento, interrotto da pallide geremiadi che nessuno ha ascoltato, fanno pensare, fanno temere però che sulla stessa più grande questione della “fine vita” (che chiamano “il” fine vita, come fanno parlando “del” weekend) non vi siano in campo idee e proposte se non quelle radicali di chi tira dritto verso la legalizzazione dell’eutanasia.
Gli altri, impietriti, trascorso un anno nell’illusione che qualcosa si muovesse, si erano aggrappati a un’ultima speranza e, colta l’occasione della replica di Giuseppe Conte nel dibattito sulla fiducia al suo secondo governo, gli avevano chiesto di fare lui qualcosa. Il presidente, come in primavera a Parigi Macron, aveva obiettato: non sono io, ma voi gli unici a poter affrontare questo problema. Allora gli stessi senatori chiedevano alla presidente del Senato, Elisabetta Casellati, di garantire la Corte che un prossimo, anche se assai tardivo intervento parlamentare su questo tema avrebbe potuto risparmiare la sentenza. I proponenti, insomma, avevano chiesto al loro presidente di fare la classica telefonata che allunga la vita, senza ottenere nulla.

Certo, l’inoperoso silenzio delle Camere non è dipeso soltanto da una maggioranza parlamentare favorevole all’eutanasia e che dunque considerava tatticamente la scontata sentenza della corte un passo in avanti in questa direzione. Sull’inerzia del Parlamento hanno contato anche l’assenza di idee e di proposte degli ambienti contrari.
L’ex presidente della Consulta Cesare Mirabelli ha osservato che “in ogni argomento che riguarda la vita e la morte si manifestano convinzioni e sensibilità diverse. Tuttavia dovrebbe essere comune a tutti l’impegno ad una concreta espressione di solidarietà nei confronti della persona sofferente.”

Questo è già di per sé un programma che dovrebbe essere condiviso dalle diverse parti, ma proprio l’offerta di concreta solidarietà ai sofferenti è mancata nel dibattito, non vastissimo e purtroppo di non grande qualità, sulla “fine vita”.
Circa la qualità, notiamo che da parte “cattolica” si è partiti, ed anche arrivati, avendo come base la proposta di legge Pagano-Turri sul suicidio assistito. Gli autori sono parlamentari della Lega. Il primo dei due ha coraggiosamente abbandonato Berlusconi e Forza Italia all’indomani dell’exploit elettorale di Salvini. L’altro firmatario, leghista sperimentato, insieme alla proposta sul suicidio assistito con il suo collega Pagano ha anche sottoscritto quello dell’altro leghista Bitonci per la riapertura delle “case chiuse”.
Le non frequenti riunioni indette sul tema dalla Cei, la Conferenza episcopale del cardinal Bassetti, non sono riuscite ad elevare il livello di quel dibattito. Gli intervenuti erano perlopiù seconde o terze file di partiti e movimenti di destra: a quei raduni non si sono visti né Salvini, il quale pure avrebbe potuto esibire in luogo appropriato i suoi oggetti di culto, né Berlusconi, né Giorgia Meloni.

Meno ancora presenti quelli di sinistra, non c’era Renzi, non c’era Dario Franceschini soltanto per citare leader “cattolici” di quel ramo. Cosa troppo delicata e impopolare esprimersi su questo tema. Per questo capi e dirigenti di prima fascia, quelli che soli contano ormai nelle decisioni parlamentari, non hanno lambito la porpora di Bassetti. Ancor più visibile l’assenza a queste discussioni di quegli intellettuali, devoti non atei e atei devoti, studiosi del cristianesimo come filosofia e prassi, ammiratori di un pontificato che c’era e avversari di quello che c’è.

Il papa ha più volte dichiarato che “non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita”. Il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti non ha dubbi. Per lui “va negato che esista un diritto a darsi la morte.” Posizioni che avrebbero dovuto aprire un dibattito nel paese, obbligare a iniziative di chiarimento e di confronto con l’opinione pubblica gli organismi ecclesiastici che se ne dovrebbero occupare: la commissione della Cei “per la famiglia, i giovani e la vita”, che ha tra le sue competenze la “difesa e promozione della vita” e la Pontificia Accademia per la vita, fondata da Giovanni Paolo II e di recente rifondata da papa Francesco.

Se quel silenzio non l’hanno rotto loro, se queste autorità ecclesiastiche non sono fin qui riuscite a individuare e metter all’opera intelligenze ed energie in grado di parlare con i sostenitori della via più diritta, l’eutanasia, ci si può chiedere perché mai avrebbero potuto farlo parlamentari sconosciuti?
Molti, in quello che si chiamò il mondo cattolico, si sarebbero accontentati di una “brutta legge”, convinti che questa soluzione sarebbe stata meglio di una sentenza della Corte costituzionale. Ottimisti costoro, a una brutta legge potrà sempre seguire una pessima legge.

Oltre 3.700 lingue attendono ancora la traduzione della Bibbia. Quando manca la Parola.

Articolo pubblicato sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Charles de Pechpeyrou

Sulle 7.100 lingue parlate nel nostro pianeta, oltre 3.700 — comprese le lingue dei segni — non hanno alcuna traduzione delle Sacre Scritture. Eppure, «abbracciare la diversità linguistica» può favorire «un arricchimento e un approfondimento della nostra comprensione della Parola di Dio, incarnandola nelle varie culture». Ne è convinto il teologo Alexander Markus Schweitzer, che ha esposto le sue opinioni sulle sfide legate alle traduzioni bibliche in un’intervista diffusa dal sito del Consiglio ecumenico delle Chiese in occasione della recente Giornata internazionale della traduzione, istituita dall’Onu nella ricorrenza di san Gerolamo, al quale si deve la Vulgata in latino. Schweitzer nel 2008 era stato nominato da Benedetto XVI esperto per il Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio, la cui importanza nella vita e nella missione della Chiesa è stata ribadita dai Pontefici, in particolare dopo il concilio Vaticano II e la pubblicazione della Costituzione dogmatica Dei Verbum. La rilevanza della lettura delle Sacre Scritture nella vita quotidiana dei fedeli, come è noto, è stata ultimamente sottolineata anche da Papa Francesco, che ha istituito la Domenica della Parola di Dio con la lettera apostolica in forma di motu proprio Aperuit illis pubblicata il 30 settembre. Finora, indica Schweitzer, l’intera Bibbia è stata tradotta in 700 lingue, ci sono oltre 1.100 traduzioni di parti di essa, come ad esempio i Vangeli, i Salmi e alcuni altri testi, mentre oltre 1.500 lingue hanno traduzioni del Nuovo Testamento.

Fortunatamente, «nonostante il fatto che una traduzione dell’intera Bibbia o del Nuovo Testamento richieda diversi anni, ci sono centinaia di lingue che ricevono una prima traduzione ogni anno», rileva il teologo tedesco, che è anche direttore esecutivo del Bible Ministry e direttore della Global Bible Translation presso la rete internazionale United Bible Societies. Tra le traduzioni realizzate lo scorso anno dell’intera Bibbia figurano lingue come il lusamia-lugwe (Uganda-Kenya, 650.000 parlanti), il kalanga (Botswana, 142.000), il rote (Indonesia, 30.000), il malto (India, 51.000). Il Nuovo Testamento è stato tradotto in northern waray (Filippine, 632.000), blin (Eritrea, 112.000), korku (India, 550.000), lemi (Myanmar, 12.000).

Nel corso del 2018, le Società bibliche del mondo intero hanno contribuito al completamento delle traduzioni in 66 lingue utilizzate da 440 milioni di persone. Occorre tuttavia molto tempo per pubblicare le Sacre Scritture in nuove lingue. «La traduzione della Bibbia affronta sfide su più livelli», afferma Schweitzer. Dal punto di vista culturale, i testi biblici riflettono culture specifiche del Vicino oriente antico, e «poiché le realtà culturali spesso non si traducono facilmente in altre culture, i traduttori affrontano una sfida costante, provando a preservare i caratteri distintivi culturali semitici che fanno parte del messaggio biblico, e allo stesso tempo a trasmettere concetti che abbiano senso per la cultura del recettore».

Inoltre, dal punto di vista linguistico la Bibbia «presenta molti generi letterari diversi e molte lingue non hanno letteratura in alcuni generi letterari che sono contenuti nella Bibbia». Una seconda sfida linguistica ha a che fare con il vocabolario teologico. «Termini chiave come redenzione, perdono, colpa, levirato, non esistono in molte lingue», ricorda il teologo tedesco. «Come tradurli quando non esiste un equivalente letterario o teologico?».

Altra sfida, le tradizioni e le teologie delle Chiese, che esercitano un’influenza notevole sul processo di traduzione. «Questo fenomeno diventa evidente quando una traduzione è stata effettuata in una lingua in passato e una teologia si è sviluppata a partire da questa traduzione», spiega il biblista. Spesso, «la traduzione precedente è ritenuta come un “pseudo-originale”, il che complica decisamente i cambiamenti di approccio per una nuova traduzione». Infine, bisogna tener conto delle difficoltà amministrative, che comprendono la questione dei finanziamenti e in particolare «la necessità di riunire la domanda, i desideri, i bisogni locali, così come le idee e i desideri dei donatori». Un’immersione nelle realtà locali, suggerisce Schweitzer, permetterà a questi ultimi — che spesso arrivano con la mentalità del Vecchio mondo — di capire meglio la complessità delle traduzioni della Bibbia e le peculiarità di ogni situazione

Brexit: Boris Johnson cerca di scongiurare il “No Deal”.

Il primo ministro britannico Boris Johnson ha fatto appello all’omologo irlandese Leo Varadkar in un ultimo tentativo per salvare il suo piano per un nuovo accordo tra Regno Unito e Ue sulla Brexit, prima della scadenza del 31 ottobre.

Anche se Leo Varadkar, aveva già dichiarato che sarebbe stato “molto difficile” per il Regno Unito e  l’Unione Europea raggiungere un accordo sulla Brexit prima della scadenza del 31 ottobre.

Intervistato dall’emittente irlandese Rte, Varadkar ha parlato di “grossi divari” ancora esistenti tra le parti. Il primo ministro del’Eire, che ieri ha anche sentito telefonicamente Boris Johnson, ha assicurato il massimo impegno per raggiungere un accordo, ma ha anche ribadito: “non a qualunque costo” per il suo Paese.

Unica soluzione che rimane a Londra sembra, per evitare un “no deal”, è quella di trovare un Paese membro dell’Ue che ponga il veto ad un’eventuale estensione della Brexit ora fissata al 31 ottobre, promettendo in cambio un accordo commerciale favorevole post Brexit.

 

Da Bruxelles la seconda edizione dell’Osservatorio della cultura e della creatività urbana

Avviato nel luglio 2017, l’Osservatorio della cultura e della creatività urbana utilizza informazioni quantitative e qualitative per misurare il relativo potenziale delle aree urbane. Le informazioni dell’istituto sono sintetizzate in 29 indicatori suddivisi in nove tematiche politiche, che riflettono tre aspetti fondamentali della vitalità culturale e socioeconomica delle città: “vivacità culturale”  che registra la situazione in termini di infrastrutture culturali e partecipazione alla cultura; “economia creativa” che misura il contributo dei settori culturali e creativi all’economia stessa delle città in termini di occupazione e innovazione; “contesto favorevole” per sondare i beni tangibili e intangibili che aiutano le città ad attirare talento creativo e a stimolare l’impegno culturale.

L’Osservatorio è stato realizzato dal Centro comune di ricerca, ed è accompagnato da uno strumento online rinnovato che consente alle città d’inserire i propri dati per un’analisi comparativa assai approfondita. La prima edizione dell’Osservatorio della cultura e della creatività urbana ha ispirato le amministrazioni locali di tutta Europa. Madrid, ad esempio, ha utilizzato i dati dell’Osservatorio per comprendere su quali beni culturali e creativi (come monumenti, musei, cinema, teatri e gallerie d’arte) concentrare la strategia di branding al fine di migliorare la propria posizione nelle classifiche internazionali. La capitale spagnola ha quindi pubblicato un nuovo opuscolo, dal titolo “Madrid  – dati e cifre 2018”, che promuove le diverse proposte culturali della città. L’Osservatorio ha inoltre aiutato Gyor (Ungheria) ad esaminare le esigenze di investimento in itinere e ha sostenuto la decisione della città di adottare una strategia di economia culturale e creativa per il periodo 2019-2028, individuando le principali misure da attuare, quali la creazione di spazi dedicati agli artisti e di un incubatore per il design. Umea (Svezia), invece, ha utilizzato questo strumento per sensibilizzare i portatori di interessi locali sul ruolo degli investimenti culturali nella promozione della crescita sostenibile.

Le novità dell’edizione 2019 sono rappresentate dall’aggiunta di 22 nuove città (arrivando così ad un totale di 190 realtà urbane). Sono state inoltre utilizzate nuove fonti di dati web (OpenStreetMap) per comprendere meglio e in maniera più dinamica la vivacità culturale. I nuovi risultati derivanti dall’analisi spaziale dei luoghi della cultura aiutano, infine, a porre al centro della ricerca non solo la ricchezza economica ma anche la prospettiva dell’inclusione sociale.

Per pagare le cartelle del fisco arriva pagoPa

Stop al modello Rav per pagare il fisco.  Ad annunciare la novità è l’Agenzia della Riscossione.

In cosa consiste il nuovo sistema dei pagamenti? È un modulo di pagamento realizzato dallo Stato e gestito dalla nuova società pagoPA Spa nell’ambito dell’attuazione dell’Agenda Digitale Italiana e sostituirà gradualmente il bollettino Rav.

Il nuovo modulo permette di trovare rapidamente le informazioni di cui il contribuente ha bisogno, di aggiornare l’importo dovuto alla data del versamento e include il QR code per pagare facilmente anche attraverso lo smartphone. Ma come con il bollettino Rav, si può pagare online oppure presso Poste, banche, tabaccherie e tutti gli altri canali aderenti al nodo pagoPa, portando con sé il modulo di pagamento inserito in cartella.

I bollettini RAV collegati a comunicazioni già inviate (ad esempio per la “rottamazione-ter” delle cartelle) potranno continuare a essere utilizzati per il pagamento. Lo stesso vale per quelle comunicazioni che verranno ancora inviate con i Rav fintanto che non si concluderà la fase di passaggio a PagoPA.

Nel mondo ci sono 150 milioni di bambini obesi.

I dati raccolti nel primo Atlante sull’obesità infantile sono allarmanti, l’incremento supera il 60%. Sempre secondo lo studio, ci sono altissime probabilità che i bambini che oggi sono obesi domani diventeranno adulti obesi e, di conseguenza, a serio rischio di malattie cardiache e diabete di tipo 2. Ma non è solo una questione di salute, nell’Atlante viene esplicitamente dichiarato che “Il continuo aumento dell’obesità infantile travolgerà i servizi sanitari di molti paesi. Questo aumento mostra un grave fallimento del governo nel rispettare e proteggere i diritti dei nostri figli in buona salute”.

I numeri d’altra parte parlano chiaro: entro il 2030 in Cina ci saranno quasi 62 milioni di bambini obesi di età compresa tra i 5 e i 19 anni, 27 milioni in India e 17 milioni negli Stati Uniti. Ma l’obesità sta danneggiando le prospettive di salute anche per quanto riguarda i paesi più poveri: la Repubblica Democratica del Congo avrà 2,4 milioni di bambini con obesità e la Tanzania e il Vietnam ne avranno 2 milioni ciascuno.

In Ucraina il 26% dei bambini è obeso, nelle Isole Cook il 40,7% dei bambini dai 5 ai 19 anni è obeso e negli Stati Uniti un adolescente su cinque è obeso.

L’esercito turco ha attraversato il confine

Un piccolo gruppo di forze turche è entrato, da poche ore, in Siria in due punti lungo la frontiera, vicino alle città siriane di Tal Abyad e Ras al-Ayn.

L’avanzata della Turchia segue la drammatica inversione della politica americana di questa settimana.

Trump aveva preannunciato al presidente turco Recep Tayyip Erdogan in una telefonata che dozzine di truppe americane, che avevano lavorato a stretto contatto con le forze curde, si sarebbero ritirate, aprendo effettivamente la strada a un’incursione turca.

Ora l’offensiva Turca nel nord della Siria mira innanzitutto a circondare le città in una striscia di territorio di confine, prima di spingersi più a sud nel tentativo di smantellare qualsiasi possibilità che uno stato curdo emerga alle sue porte.

I primi obiettivi saranno le città siriane di Kobani, Tal Abyad e Ras al-Ayn, tutte detenute dall’YPG e situate lungo l’ex ferrovia Berlino-Baghdad che per centinaia di miglia costituisce la frontiera con la Turchia.

Le forze a guida curda che erano già in allerta hanno invitato i combattenti a dirigersi verso la frontiera per difendere la regione dall’offensiva turca che dovrebbe coinvolgere decine di migliaia di soldati sostenuti da carri armati e mezzi corazzati del secondo esercito della NATO.

Il capo della comunicazione della Presidenza di Ankara, Fahrettin Altun ha informato l’esercito Curdo che  “I militanti dell’Ypg hanno due opzioni: possono disertare oppure noi dovremo fermarli dall’interrompere i nostri sforzi di contrastare l’Isis“.

Perché serve un nuovo partito

C’è spazio oggi in Italia per un nuovo partito che rappresenti noi Popolari?

Dobbiamo rispondere a questa domanda se pensiamo di avviare una nuova stagione politica dei “liberi e forti”. Le analisi, utili e necessarie, si sono sprecate. Ma il percorso per passare dalle parole ai fatti è stato molto lento. Se la determinazione di alcuni fosse stata generalmente condivisa, avremmo già un nome e un simbolo, un manifesto ideale e un programma su cui richiedere adesioni in giro per l’Italia. Purtroppo, prudenze e dubbi hanno sinora prevalso. Che provengano da interrogativi sulle convenienze personali o dal timore di fare un buco nell’acqua dello zero virgola, non cambia di molto il risultato.

Comunque, pian pianino, i diversi posizionamenti personali sono destinati a chiarirsi. Chi si è conquistato un ruolo nel PD o nei suoi paraggi fa bene a mantenere le posizioni. Chi crede necessario un contenitore dei “moderati”, e intende lì ritagliarsi uno spazio, può trovare nel duo Cesa-Rotondi (o forse in Toti) il suo punto di riferimento. Chi pensa a un contenitore centrista concorrenziale con la sinistra (PD e satelliti), sul modello della fu Margherita, ora ha solo l’imbarazzo della scelta tra Calenda, almeno coerente nel NO ai Cinquestelle, e Matteo Renzi, tornato prepotentemente alla ribalta con il doppio salto mortale carpiato e avvitato dell’apertura al M5S e della successiva fuoriuscita dal PD.

Ma allora, con queste novità, non si sono ristretti gli spazi per una presenza dei democratici popolari di ispirazione cristiana? Non bastano a rappresentare quest’area culturale il Partito Democratico con Franceschini e Fioroni, e Italia Viva dell’ex boy scout Renzi, e Siamo Europei del duo Calenda-Richetti, altro cattolico?

Senza entrare in considerazioni sul PD – trasformatosi da “partito plurale” in un “partito radicale di massa” –, o sul fenomeno Renzi – bocciato sia per le politiche attuate sia per gli atteggiamenti – o sulle incognite di altri gruppi fondati su individualità, rispondo senza esitazioni: esiste uno spazio di consenso nel Paese per una forza politica nuova.

Il perché è presto spiegato. Alle ultime elezioni europee – che sono squisitamente politiche – il 47% degli aventi diritto non è andato a votare. Nel recente passato abbiamo avuto un astensionismo ancora maggiore in alcune elezioni amministrative, con il clamoroso picco del 62.3% alle ultime regionali emiliane, quelle del 2014. Anche considerando più realisticamente il corpo elettorale vicino al 90% degli aventi diritto, si può constatare che oggi quasi una metà degli italiani non va a votare. E una fetta consistente di coloro che scelgono un partito lo fanno – montanellianamente – turandosi il naso.

È di tutta evidenza che l’offerta politica della declinante Seconda Repubblica intercetta a malapena metà elettorato. Di delusione in delusione, di scandalo in scandalo, di fanfaronata in fanfaronata, di ignavia in ignavia, una intera classe politica – dall’ottantenne Berlusconi al quarantenne Renzi, dall’eterno Casini all’homo novus Di Maio – ha perso credibilità e ha fatto precipitare il Paese nel vortice della sfiducia.

Una classe politica che, complici sistemi elettorali fatti per consegnare il potere nelle mani dei segretari di partito, si è perpetuata in una compagnia di giro. Ricordate la commedia dell’arte? Una serie di personaggi grotteschi e divertenti – Arlecchino, Brighella, Pantalone, Colombina, Pulcinella ecc. – ma alla fine ripetitivi: possono anche recitare su un canovaccio diverso ogni sera, ma finiscono per stufare. E gli spettatori (gli elettori) diminuiscono. Non a caso la moderna messa in scena della politica caricaturale, quella del Bagaglino, ha già chiuso i battenti da anni, sorpassata dal cabaret quotidiano della realtà politicante.

Insomma, se pensassimo solo di aggiungere una maschera alla compagnia o di mettere in scena una variante dello stesso spettacolo, dovremmo lasciar perdere prima di cominciare.

La riuscita di un nuovo partito non può certo passare per facce, ricette e parole d’ordine già viste e sentite, presenti e logore in questo desolante panorama politico. La sfida sta tutta nel riuscire a farsi ascoltare da quella metà di elettorato (e oltre la metà tra i cattolici) che non ci crede più, e motivarla al voto.

Non si tratta quindi di strappare consensi ai vari Franceschini, Renzi, Cesa o Casini, perché sarebbe un obiettivo misero e perdente in partenza. Solo se riteniamo di poter dire parole nuove, di avere comportamenti seri e controcorrente, potremo rappresentare una novità nel mondo della politica spettacolo, della gara a chi la spara più grossa, delle corti di lacché nominati dal capo, delle giravolte che fanno clamore e attirano gli applausi scontati delle claques, ma rendono ancor più diffidenti i cittadini.

Oggi, per essere non solo nuovi ma “rivoluzionari”, basterebbe applicare il consiglio evangelico del parlare con il “sì, sì, no, no”, riabituando le persone ad ascoltare parole di verità. E aggiungiamoci coerenza, onestà, ricerca del bene comune, sobrietà, responsabilità, competenza, ascolto, rispetto, dialogo, condivisione, solidarietà, uguaglianza: quanto c’è di questi valori nella politica svilita di oggi? Quanto sarebbe necessario rilanciarli? E, tra i molti temi a noi cari, proviamo a parlare di quelli che non si ascoltano nei talk-show: di famiglia e di come favorire concretamente chi decide di far nascere e crescere dei figli, di giovani a cui una generazione privilegiata ha negato il futuro, di rappresentanza dei territori contro la demagogia dei tagli ai parlamentari, di autonomie locali fondate sui municipi contro il falso mito delle metropoli, di doveri che danno senso ai diritti, dell’importanza del merito perché la scuola rimanga l’ascensore sociale dei poveri, del lavoro che dà dignità e non può essere tassato più delle rendite, del creato e della pace da difendere ogni giorno.

Non sappiamo quanta capacità e forza avremo per farci ascoltare e conquistare l’attenzione delle persone. Ma certamente per “i liberi e forti” è l’ora di rimboccarsi le maniche e avviare una nuova stagione politica. Con generosità e un po’ di coraggio.

Non è detto che per avere nuovamente successo si debbano aspettare le macerie di una terza guerra mondiale.

La politica non può intendersi solo come costo

Abbiamo votato il taglio dei parlamentari. Sarei ipocrita se dicessi che ne sono felice, perché quando si incide così profondamente sulla  democrazia rappresentativa è doloroso per chi, come me, ha un rispetto profondo per le Istituzioni.

E anche perché il Pd aveva finora votato contro.

E sono sincera: se non fosse arrivato un documento condiviso della maggioranza, che garantisce, nel prosieguo della legislatura, la realizzazione dei pesi e contrappesi di questa riduzione, soprattutto la modifica della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari, oggi in tanti non avremmo votato.

Stantibus sic rebus, alcune regioni resterebbero infatti senza rappresentanza parlamentare e il deficit di rappresentanza tra eletti ed elettori sarebbe il più alto in Europa.

Se questo taglio serve forse a risparmiare i costi della politica (un risparmio di circa 60 milioni di euro a fronte di una enorme spesa pubblica!), sia chiaro che la democrazia non può intendersi solo come un costo.

Al contrario, la democrazia si fa di tutto per potenziarla e efficientarla.

Se le cose verranno fatte bene e secondo gli accordi politici, avremo l’occasione di snellire la democrazia parlamentare con l’auspicio, forte, che a un minor numero di parlamentari consegua una selezione più rigorosa degli stessi da parte dei partiti, che finalmente sentiranno la responsabilità di mandare a rappresentare le nostre Istituzioni il “meglio” che hanno a disposizione, dal punto di vista delle competenze, della serietà e della rappresentatività territoriale.

Troppo ottimista? Forse. Ma se non fossi così, non farei politica come sono abituata a fare.

P.S. Detto questo, c’è da chiedersi perché illustri giornalisti ed opinione pubblica si accorgano solo ora, a cose quasi fatte, dell’”anomalia” del taglio dei parlamentari…Ma questa è unaltra storia. La solita…

Carenze strutturali e religiosità africana

Articolo pubblicato sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

La storia di Alphonse è emblematica rispetto a un fenomeno oggi molto diffuso in Africa, quello delle Chiese indipendenti. Chi scrive, ebbe modo di conoscerlo negli anni Novanta, incontrandolo, tutte le domeniche, impegnato nel dirigere un coro all’aperto nella valle di Mattare, una delle zone più malavitose della città di Nairobi, in Kenya. Un tempo faceva il makausi (il ladro), fumando da mattina a sera il bangi (la marijuana locale) accompagnato dal pombe (un super alcolico distillato con mezzi rudimentali). Diceva sorridendo di aver cambiato vita, aiutando i poveri e cantando lodi a Dio, da quando i suoi genitori decisero di affidarlo alla Legio Mariae, conosciuta anche come Maria Legio Church, una delle innumerevoli Chiese indipendenti presenti nel suo Paese. Fondata da Gaudencia Aoko, meglio conosciuta come Mama Mtakatifu (Mamma Santa), la Legio Mariae, sviluppatasi fortemente negli anni Settanta, nacque in seguito a uno scisma dall’omonimo movimento cattolico introdotto negli anni Trenta dai missionari nella provincia keniana di Nyanza. Secondo i dati forniti dal database dell’African Independent Churches and Leaders, nel 2006 risultavano esserci circa 10 mila Chiese indipendenti presenti nel continente africano (altre fonti, oggi parlano addirittura di oltre 25 mila unità), sebbene risulti assai arduo monitorare questi movimenti religiosi. Sorte in gran parte dalla seconda metà xix secolo, le Chiese indipendenti hanno espresso, almeno originariamente, la necessità degli aderenti di rispondere a istanze di autonomia culturale e spirituale rispetto alle Chiese europee, se non addirittura di liberazione rispetto alla dominazione coloniale. La costituzione di queste comunità è, in ogni caso, un fenomeno in continua evoluzione nelle società autoctone. Una manifestazione tipica dello status religioso esercitato all’interno di queste Chiese indipendenti la si osserva nell’ambito delle guarigioni, non solo con la funzione di colmare il vuoto di assistenza sanitaria, ma anche in riferimento alla mancata integrazione della predicazione missionaria nelle culture africane. Se da una parte si evidenzia un mix di superstizione e sincretismo, dall’altra emerge, in molti casi, l’istanza di una inculturazione del Vangelo.

Oggi molte delle Chiese indipendenti vengono ascoltate e studiate nell’ambito ecumenico. Il loro modo originale di vivere la fede cristiana ha fatto sì che fossero denominate in tempi recenti come African Instituted Churches (Chiese istituite africane), a significare il fatto che la loro esistenza è legata all’iniziativa di fondatori o fondatrici africani. A questo riguardo non pochi teologi, come il tanzaniano Laurenti Magesa (autore tra l’altro di African Religion. The Moral Traditions of Abundant Life, che presenta e approfondisce la spiritualità africana), hanno stigmatizzato che gli stessi missionari, i quali per lungo tempo non hanno approvato la religiosità degli africani, sono stati costretti ad ammettere che è solo a partire da questa base che possono promuovere l’incarnazione del messaggio evangelico. Si tratta in sostanza di un patrimonio religioso di tutto rispetto che, all’interno e per mezzo della comunità autoctona, concorre alla promozione dell’individuo e all’armonia dell’universo. D’altronde, come rileva lo stesso Magesa, se si osservano attentamente le Chiese indipendenti, si può notare che per esse proprio la Rivelazione è un evento continuo e ricorrente, che si manifesta, oltre che attraverso le Scritture, tramite il sogno, l’estasi, la trance o specifici eventi quali, ad esempio, le calamità. Un’analisi comunque più approfondita obbliga a riconoscere che questi elementi sono solo la veste esteriore di una fede che rimane essenzialmente cristiana nei contenuti. Secondo la stragrande maggioranza degli studiosi di fenomenologia religiosa, infatti, è decisamente fuori luogo pensare che si tratti di una sorta di paganesimo mascherato. Non a caso il Consiglio mondiale delle Chiese ha auspicato un dialogo sereno con le Chiese indipendenti africane nella consapevolezza che il loro vero interesse è di rimuovere dal cristianesimo africano il marchio d’importazione rendendolo più incarnato nel contesto culturale locale. Va comunque rilevato che le Chiese indipendenti africane sorte in seguito al distacco dalla Chiesa cattolica sono una piccola percentuale rispetto alla maggioranza che proviene da esperienze di rottura con le altre confessioni cristiane di matrice occidentale. Occorre però anche precisare che non sempre le Chiese indipendenti possono essere considerate come il risultato finale di processi scismatici dalle grandi tradizioni cristiane come l’anglicanesimo o il protestantesimo più in generale. La Nigeria, ad esempio, che già nel 1970 contava oltre 700 Chiese indipendenti, ha dato vita tra gli altri a un gruppo di Chiese denominate Aladura (Degli oranti). Si tratta di comunità sorte spontaneamente, sotto la guida di leader locali, e non in seguito a veri e propri scismi dalle Chiese madri occidentali. Questo movimento religioso trae origine dal clima che venne a determinarsi nel Paese africano in seguito a una tremenda epidemia che devastò l’Africa occidentale nel 1818. Ritenendo le Chiese europee incapaci di far fronte all’emergenza sanitaria, molti cristiani appartenenti all’etnia yoruba incominciarono a formare gruppi spontanei di preghiera per imporre le mani sui malati. Da questo trend religioso scaturirono, ad esempio, la Chiesa dei cherubini e dei serafini (presente attualmente anche in Italia con una comunità di immigrati nigeriani nelle Marche), la Chiesa del Signore e la Chiesa apostolica di Cristo. Sebbene in epoca coloniale gli adepti delle Chiese di Aladura provenissero dai ceti meno abbienti (diseredati, malati e comunque gente senza istruzione), successivamente si verificò una graduale inversione di tendenza. Infatti, dagli anni Sessanta in poi, furono numerosi i membri delle élite politico-economiche che aderirono a queste nuove comunità autoctone.

Non v’è dubbio pertanto che la sporulazione di Chiese indipendenti in Africa, rappresenti da una parte un problema, trattandosi di una galassia fatta di innumerevoli realtà a sé stanti, ma anche una sfida per il cattolicesimo. Da rilevare che in questi ultimi anni, in molti Paesi del continente africano si sono diffuse anche altre comunità fautrici del pentecostalismo, provenienti da alcuni Paesi occidentali. Con il risultato che non poche Chiese indipendenti africane hanno ricevuto da queste entità religiose straniere cospicui finanziamenti, manifestando in alcuni casi atteggiamenti molto radicali, all’insegna del fondamentalismo religioso, con devianze, in alcuni casi, inquietanti. Visitando il Malawi, lo stesso san Giovanni Paolo II ebbe modo di dire: «Io vi lancio una sfida oggi, una sfida che consiste nel rigettare un modo di vivere che non corrisponde al meglio delle vostre tradizioni locali e della fede cristiana. (…) Guardate alle ricchezze delle vostre tradizioni, guardate alla fede che abbiamo celebrato in questa assemblea. Là voi troverete la vera libertà, là troverete il Cristo che vi condurrà alla verità». Un concetto, peraltro ribadito da Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium laddove scrive che «È imperioso il bisogno di evangelizzare le culture per inculturare il Vangelo». Dunque, soprattutto in chiave ecumenica, la catechesi e più in generale la formazione delle comunità cristiane esige un rinnovato impegno nella conoscenza delle culture locali, troppo spesso, purtroppo, sottovalutate o addirittura ignorate. Ecco perché sarebbe un grave errore considerare le Chiese indipendenti africane quasi fossero la manifestazione di una spiritualità che sopravvive stancamente nel tempo. La fede di questi afro-cristiani è infatti segnata molto spesso da testimonianze di servizio ai poveri e agli ammalati che, se accolte nello Spirito, potrebbero edificare le nostre stesse comunità. La conversione di Alphonse, il ragazzo della Legio nella valle di Mattare la dice lunga.

Un Parlamento indebolito è un vulnus per la democrazia

Dunque, cedendo alle pressioni di Di Maio, Grillo e della Casaleggio associati , dopo 70 anni di vita democratica e Repubblicana, il Parlamento italiano verrà alleggerito in quanto a consistenza numerica di deputati e senatori, in nome di un risparmio di spesa pubblica stimato dai fautori dell’iniziativa in 500 milioni di euro all’anno. Eliminati di netto 345 seggi: 230 alla Camera e 115 al Senato, avremo dunque 400 deputati e 200 senatori. Un taglio quantitativo considerevole che pone problemi di interfaccia tra paese legale e paese reale.

Forse questo è il modo in cui i grillini avevano promesso di scardinare la scatola di sardine.

Colpisce la facilità con cui il M5S ha fatto breccia nel partito con cui condivide il Governo del Paese e in quelli di opposizione, affondando la lama della demagogia nel burro marcescente dell’inconsistenza di qualsivoglia argomentazioni dissuasive. Il fatto che – come sottolineato da Emma Bonino a nome di ‘Più Europa’- non sia stato svolto uno studio preliminare di accertamento sulla fattibilità e sulle conseguenze tecniche, politiche, di funzionalità del Parlamento la dice lunga sul pressapochismo con cui le forze politiche hanno di fatto bypassato un serio e approfondito esame sulle imprevedibili conseguenze che sconvolgeranno il principio della rappresentanza: il legame che univa i parlamentari al territorio di provenienza elettorale era garanzia di un flusso di andata e ritorno tra conoscenza delle realtà territoriali, pertinenza dei provvedimenti legislativi, legame tra eletti ed elettori.

Ne hanno fatto una questione quantitativa poiché il vero obiettivo è il progressivo esautoramento del Parlamento e della democrazia rappresentativa a favore di quella democrazia virtuale di cui recentemente si è impartita una sorta di lectio magistralis all’assemblea dell’ONU.

Questo voler tagliare e togliere tutto, parlamentari, pensioni, grandi opere, ammodernamento del Paese, crocifissi dalle aule, partecipazione democratica e popolare, concertazione politica, assomiglia ad una sorta di gigantesca operazione giacobina di decapitazione della democrazia e delle tradizioni del Paese: il tutto condito con una demagogia disarmante che avrebbe dovuto far riflettere qualche ormai rara testa pensante dalla sponda sinistra del governo e da quella destra dell’opposizione. Per timore di essere accusati di difendere privilegi e di impoverire il Paese molti hanno scelto l’indolenza del silenzio e dell’acquiescente, passiva accettazione.

Proni e supini di fronte allo strapotere dello sparuto drappello dei frequentatori della piattaforma Rousseau, hanno avvallato la più gigantesca e mistificatoria operazione di giustizialismo ai danni della democrazia e della centralità del Parlamento.

Non è infatti il numero dei deputati e dei senatori che andava diminuito perdendo forza e rappresentatività popolare: oscillando perennemente tra sistema maggioritario e proporzionale, con sfumature bizantine tendenti a salvare capra e cavoli, i partiti hanno eluso il vero problema.

Che non è di quantità o di risparmio sulla democrazia , ma di qualità degli eletti, di rettitudine morale, di competenza e merito. Incapaci di una seria e durevole riforma elettorale gli attuali parlamentari hanno fatto due conti: basta che ci sia posto per chi nei partiti conta, i peones potranno fare le valigie e tornare a casa. Ne è prova provata il fulmineo riposizionamento di chi vuole garantirsi la poltrona anche a costo di rinnegare appartenenze e scelte “etiche” del passato.

Con buona pace dei capaci e meritevoli che resteranno esclusi da ogni speranza di essere eletti, non ci sarà interscambio ma consolidamento di poltrone numerate, come alla Prima della Scala. In una democrazia blindata nelle candidature ed ora decapitata nei parlamentari, la casta diventerà super-casta in attesa di transitare tutti, eletti ed elettori, in quel buco nero che chiamano “democrazia virtuale e società digitale” dove non serviranno menti pensanti e illuminate. Non servirà neanche votare, basterà un clic dallo smartphone. Lo avevano previsto Orwell in ‘1984’ e Aldous Huxley ne ‘Il mondo nuovo’ e presto accadrà. Come scrisse Goethe: ‘il primo passo è libero, è al secondo che saremo tutti obbligati’.

La Grecia vuole uscire dalla crisi

Il nuovo governo conservatore della Grecia ha presentato il suo primo budget , con obiettivi di crescita ambiziosi.

Il primo progetto di bilancio, da quando è subentrato all’estrema sinistra Syriza a luglio, prevede riduzioni fiscali al fine di incoraggiare la spesa privata e gli investimenti esteri. Il viceministro delle finanze Theodoros Skylakakis lo ha descritto come una “svolta radicale alla crescita, all’occupazione e all’aumento del reddito”.

L’economia greca ha iniziato a crescere nel 2017, anche se ad un ritmo anemico, ed è uscita dal suo terzo programma di salvataggio ad agosto. I creditori internazionali, che continuano a monitorare da vicino la politica fiscale, potrebbero essere sorpresi dalle promesse di Atene che non sembrano al momento poggiarsi su basi solide.

Perché sebbene Atene si stia gradualmente riprendendo da sei anni di recessione e da una crisi economica e politica decennale, la sua economia rimane fragile. Soprattutto visto che è ancora soggetta alle rigorose condizioni di bilancio dettate da Unione europea e dal Fondo monetario internazionale.

E anche se la Commissione europea prevede una crescita del 2,2 per cento per il prossimo anno, raggiungere sia gli obiettivi di bilancio sia i numeri di crescita stabiliti nel progetto di bilancio si rivelerà estremamente impegnativo.

Alla fine di settembre il Fondo monetario internazionale, infatti, aveva sostenuto la richiesta della Grecia di obiettivi fiscali meno stringenti per accelerare la crescita, ma aveva anche insistito sulla necessità di una riduzione delle spese pensionistiche e di una base imponibile più ampia. Mossa che l’attuale governo è riluttante ad attuare.

Il Fondo pensa che “occorrerà un altro decennio e mezzo affinché i redditi pro capite reali raggiungano i livelli pre-crisi”.

Dai territori la filiera virtuosa del biometano

In riferimento al solo settore rurale la produzione di biometano, il biocombustibile che si ottiene dagli scarti di biomasse di origine agricola e dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani derivante dalla raccolta differenziata, potrebbe coprire il 10 per cento degli attuali consumi di gas a livello nazionale. Una buona pianificazione in tal senso e la partecipazione alle buone pratiche sostenibili da parte dei cittadini potrebbero essere dirimenti per immettere in rete questo combustibile prodotto, appunto, da rifiuti urbani, scarti agroalimentari, fanghi di depurazione, discariche esaurite.

Lo sviluppo degli impianti a biometano potrebbe comportare notevoli vantaggi ambientali e consentire di affrontare una delle sfide più difficili della decarbonizzazione, quella della mobilità e dei trasporti. Diverse aziende hanno iniziato da tempo a sviluppare mezzi pesanti funzionanti a biometano compresso, migliorando di molto la sostenibilità del trasporto su strada e del trasporto pubblico locale. Ulteriori passi avanti potrebbero poi interessare il trasporto navale.

Tecnologie, gestione e usi finali del biometano sono stati oggetto dell’incontro organizzato ieri a Bologna da Legambiente per creare un momento di confronto sulla diffusione e sullo sviluppo di questa risorsa in Italia, attraverso l’intervento di attori del settore, istituzioni e portatori d’interesse, al fine di sottolinearne la strategicità e le potenzialità in una prospettiva di decarbonizzazione del settore energetico e dei trasporti.

Due le proposte fondamentali avanzate dall’Associazione ambientalista: una campagna di informazione capillare su che cosa sia il biometano “fatto bene” e l’attivazione di processi di partecipazione territoriale. Con l’obiettivo di favorire la produzione di questa fonte di energia rinnovabile, attraverso una corretta pianificazione degli impianti di produzione per rendere lo sviluppo del biometano strategico per ridurre la dipendenza dalle energie fossili e per raggiungere gli obiettivi dell’economia circolare, a partire dalla chiusura del ciclo dei rifiuti organici.

“L’Italia, con 1.600 impianti a biogas, è il secondo produttore di biogas in Europa e il quarto al mondo – ha detto il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti – ha quindi un potenziale produttivo di biometano alto, stimato al 2030 in 10 miliardi di metri cubi, di cui almeno otto da matrici agricole, pari a circa il 10 per cento dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. E l’approvazione del decreto del 2 marzo 2018, che ha introdotto nuovi incentivi per la produzione di biometano finalizzato al settore trasporti, è un ottimo strumento. Anche se la finestra degli incentivi si chiude al 2022 e occorre quindi uno sforzo di tutti per riuscire a mettere in campo procedure e iter per la realizzazione degli impianti che tengano conto di questo vincolo temporale. Positivo e importante in questo contesto il segnale che arriva dalle aziende nell’investire in innovazione e produrre progetti sempre più interessanti”.

Liceo scientifico delle Scienze Applicate con curvatura biomedica

Negli ultimi anni la domanda nell’area dell’assistenza Sanitaria e delle attività ad essa collegate (Medicina, Ingegneria medica e bio-medica) è aumentata esponenzialmente: le professioni legate al mondo sanitario e alla ricerca industriale rappresentano nuovi sbocchi lavorativi ad alto valore economico e sociale.
I dati sull’occupazione sono estremamente confortanti: il 64% dei laureati trova un lavoro già a un anno dalla laurea e ben il 95% entro i cinque anni dal titolo di studio [fonte: Consorzio interuniversitario AlmaLaurea].

Negli obiettivi del liceo c’è naturalmente innanzi tutto la preparazione all’accesso a tutte le facoltà di area medico-sanitaria, ma non solo:

Medicina e Chirurgia
Ingegneria biomedica e robotica
Psicologia clinica
Farmacia
Biologia
Chimica
Infermieristica
Scienza dell’alimentazione
Fisica Medica
Veterinaria

Tangenziale est Roma: al via la demolizione, abbattuto un primo pezzo della sopraelevata

Sono partiti i lavori di demolizione vera e propria del tratto sopraelevato della Tangenziale est.

Per l’assessore Meleo “è un’occasione di riqualificazione molto importante, un intervento che la cittadinanza attendeva da molti anni”. Nei giorni scorsi una rappresentanza dei comitati di quartiere ha incontrato, intanto, i presidenti M5s delle commissioni Urbanistica e Mobilità, Donatella Iorio ed Enrico Stefàno.

A quanto riferisce Lorenzo Mancuso, del comitato cittadini della stazione Tiburtina, “ci sono ancora distanze sul progetto, in particolare sul collocamento dell’autostazione dei bus, ma abbiamo apprezzato la volontà di trovare un punto d’incontro”.

Nuova era feudale?

All’inizio dell’estate Facebook aveva annunciato che erano circa una trentina i soggetti di grande reputazione economica – e che presto sarebbero saliti ad un centinaio – ,  coloro che avrebbero compartecipato all’inedito progetto di mettere in circolazione virtuale la criptò moneta chiamata Libra. Insomma un esteso numero di soggetti (Universita, società, associazioni) utili a smentire che l’impresa potesse essere della sola Faceboock, social forte di più di due miliardi di individui utenti.

Ma pare, che ormai tanti che avevano assicurato di essere interessati al  progetto, si stiano defilando ad uno ad uno. La ragione del ripensamento di molti, deriverebbe dalle pesanti critiche esternate dalle più importanti autorità mondiali finanziarie e politiche, contro il progetto di Faceboock, che hanno denunciato rischi di infiltrazione delle mafie nella gestione della moneta virtuale oltre ai rischi di operazioni fraudolente possibili. Ad esempio si sa che Paypal non parteciperà, e le indiscrezioni riferiscono che Visa e MasterCard insieme ad altri attori finanziari si stiano defilando.

Vedremo comunque cosa accadrà nella riunione prevista a breve prevista per fare il punto sulla situazione dell’intrapresa. Intanto alcuni Stati stanno provvedendo a progettare essi stessi criptò valute che potranno sconvolgere gli attuali assetti dominati dal dollaro.  Comunque da questa storia di privati ricchissimi che tentano con una loro moneta di scalzare l’autorità degli Stati, ci viene l’avvertimento che o i poteri politici si riorganizzano su scala mondiale, oppure andremo verso nuove entità private potentissime, che scardineranno ogni ordine sinora conosciuto.

C’è da essere certi: o la democrazia si ristruttura globalmente oppure conosceremo una nuova era feudale del terzo millennio su scala mondiale. In assenza di una revisione profonda del modo di organizzare il potere democratico e la supremazia dell’ordine statuale, saranno sempre più invadenti i poteri dei singoli potentati economici, che oltre che a possedere risorse economiche più grandi anche degli Stati più potenti, ambiranno progressivamente a sostituirsi al loro potere, dando vita nel terzo millennio a nuove entità feudali su scala mondiale.

Dove sono, oggi, gli intellettuali?

In questi giorni si legge spesso sui giornali che gli intellettuali non esistono più, sono scomparsi. Sia quelli che venivano chiamati “organici” perché mettevano i loro saperi e le loro conoscenze al servizio del partito cui aderivano, sia gli “indifferenti” che non avevano cioè alcuna passione politica ma si limitavano a coltivare le loro scienze e i loro impegni accademici e professionali.

La Democrazia Cristiana, ad esempio, nasce da una costola dei Popolari, fondati da don Luigi Sturzo, che erano stati un grande partito. Il suo primo leader, Alcide De Gasperi, ai tempi del fascismo era stato ospitato e assunto in Vaticano, dove lavorava nella Biblioteca Apostolica. In quella sede conobbe un giovane Andreotti, che stava lavorando alla tesi in Giurisprudenza con un lavoro sulla Marina Pontificia del ‘600. Il bibliotecario trentino lo apostrofò con queste parole: “Lei non ha nient’altro di meglio da fare?”. Il giovane Giulio, infatti, non lo aveva riconosciuto.
Anche gli altri “cavalli di razza” della Dc erano intellettuali di professione prestati alla politica come Fanfani, Dossetti, La Pira. In una recente intervista pubblicata sul “Corriere della Sera”, Vittoria Leone ricorda che “Moro era molto legato a mio marito, era stato suo assistente di diritto penale all’Università di Bari. Il destino li volle entrambi candidati della Dc al Quirinale. Votarono i gruppi parlamentari, Giovanni vinse per otto voti e Aldo fu leale, non armò i soliti franchi tiratori”.

La maggior parte degli esponenti dei principali partiti dell’Italia del secondo Dopoguerra, erano persone di discreta esperienza e cultura politica e facevano parte di quello che allora si chiamava il “notabilato” nelle libere professioni: medici, avvocati, docenti universitari. Gli esponenti democristiani contendevano principalmente al Pci la guida della pubblica opinione (l’egemonia culturale di Gramsciana memoria) e delle istituzioni locali. Quanto ai comunisti, la loro svolta è rappresentata dal Congresso di Lione, dove viene messo fuori gioco il massimalismo di Bordiga. A Lione nasce il Pci moderno. Il gruppo dirigente era guidato da personalità come Togliatti, Terracini, e poi arrivarono anche Amendola, Ingrao, Tortorella, Macaluso, Reichlin, Giorgio Napolitano.

Persone naturalmente diverse, di diverso sentire, ma accomunate da una vasta cultura che discendeva da personaggi come Antonio Labriola, Giustino Fortunato e perfino Benedetto Croce. Anche Enrico Berlinguer era un intellettuale e guidò il partito per diversi anni fino alla sua prematura scomparsa. La nuova generazione del Pci era comunque dotata di ampie letture e interessi culturali. Massimo D’Alema era “intelligente e abile” (secondo una definizione dello stesso Berlinguer). Walter Veltroni è stato direttore dell’Unità, vicepresidente del Consiglio del primo governo Prodi (“il miglior esecutivo della Repubblica”, secondo lo stesso Veltroni) ministro dei Beni Culturali, sindaco di Roma per due mandati e coltiva cinema, scrive romanzi e memorie.

Ci si chiede: dove sono, oggi, gli intellettuali? Il dilettantismo politico (spesso derivante da quello professionale) ha progressivamente inquinato e deformato la democrazia italiana. Un fenomeno non inconsueto nella vita pubblica italiana è emerso a modificare in peggio la qualità della nostra convivenza sociale. Si chiama demagogia e ha come strumento il populismo. Forse, in una situazione del genere, almeno gli intellettuali dovrebbero allarmarsi. In realtà prevale l’antica attitudine alla viltà e alla furbizia: si preferisce non prendere posizione. Oggi la parola è passata, ormai definitivamente, a chi non ha niente da dire. E il segreto sta nel fatto che questi si rivolgono a chi non ha tempo e voglia di ascoltare. In questo modo ogni fesseria è sempre viva e vegeta, mentre il pensiero sembra diventato un esercizio per presuntuosi.

Forse quello che una volta si chiamava “impegno politico” oggi dovrebbe partire dalla condizione fisica e spirituale degli italiani. Bisogna partire dalle menti e dalle scuole di formazione politica. Da questo punto di vista il governo in carica sembra assai lontano dal poter svolgere un qualunque lavoro di politica culturale. Allora sì che la necessità degli intellettuali (organici o indifferenti) risulta vitale per il futuro di una democrazia.

Tagliare il cuneo è (quasi) impossibile. Parola di Becchetti

Articolo pubblicato sulle pagine del sito internet formiche.net a firma di Gianluca Zapponini

Per gli imprenditori è un po’ la madre di tutte le battaglie: tagliare il cuneo fiscale, ovvero pagare meno il lavoro. Il datore di lavoro risparmia e investe, il lavoratore ha una busta paga più sostanziosa e magari alla fine ripartono anche i consumi. Un’operazione che Confindustria, che ha appena presentato le sue previsioni di crescita in vista della manovra, chiede da anni. Invano, visto che l’Italia continua a subire un costo del lavoro tra i più alti d’Europa, complice una pressione fiscale reale che nel secondo trimestre 2019 ha toccato il 40% secondo l’Istat. Se anche questa volta si fallisse, nonostante le buone intenzioni del premier Giuseppe Conte che insiste nel voler trovare i soldi per tagliare il cuneo, sarebbe solo ordinaria amministrazione. Scenario, purtroppo, verosimile almeno a sentire Leonardo Becchetti, economista e docente a Tor Vergata, reduce dal dibattito con il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, in occasione della presentazione del rapporto sull’economia redatto dal Centro Studi di Confindustria.

Becchetti, gli imprenditori sembrano un po’ scontenti della manovra, anche se non mancano gli attestati di merito. Lei che dice?

Diciamo che dalle imprese sono arrivati diversi messaggi. Una certa soddisfazione per la riduzione dello spread e per l’ottenimento di una certa flessibilità dall’Europa. Questo è sicuramente un primo dividendo della cooperazione tra imprese e governo. Dall’altra però c’è un po’ di delusione verso una manovra poco coraggiosa, basata sul fatto che alla fine non bisogna toccare nulla per non scontentare nessuno. Una visione sbagliata, forse imputabile anche a una certa concorrenza tra politici.

C’era bisogno di più coraggio insomma…

Beh, direi di sì. Se si vuole ragionare in un orizzonte di tre anni bisogna fare scelte forti, altrimenti si rimane paralizzati. Se passa la logica che non si vuole scontentare nessuno alla fine nessuno fa niente perché lo spazio di manovra si riduce a zero. Non vedo margini per tagliare il cuneo fiscale, tanto per dirne una.

Ecco il cuneo. Gli industriali hanno parlato si svolta necessaria per il 2020…

Sarà difficile tagliare il cuneo. Secondo le stime del governo ci sono a malapena 3-4 miliardi di spazio, al netto dei 23 miliardi per l’Iva. Ma è più probabile che non ci siano nemmeno questi 3 o 4 miliardi. Confindustria prevede che con uno stop all’Iva il nostro deficit salirà al 2,8%, ma dal momento che la Nota di aggiornamento al Def ha fissato il target 2020 al 2,2% bisogna recuperare dei soldi da qualche parte per rientrare del deficit. C’è la lotta all’evasione, che però è aleatoria. E i soldi per il cuneo da dove li facciamo saltare fuori? Il rischio è di dare ragione a Renzi che ha definito un “pannicello caldo” le poche risorse messe in campo dal governo per il cuneo. Ha ragione: se mai ci saranno, sarà poca cosa: è sempre la stessa storia, se non tocco nulla per quieto vivere, alla fine non avrò soldi per fare alcunché.

E pensare che Assolombarda chiedeva 13 miliardi per il cuneo…

Le risorse per il cuneo non ci sono o se ci saranno saranno irrisorie. Non vorrei sembrare provocatorio, ma la Germania durante la crisi del 2007-2008 ha aumentato l’Iva e con quei soldi ha tagliato il cuneo fiscale. Una scelta forte per una misura strutturale. In Italia abbiamo da sterilizzare l’Iva e usiamo i 23 miliardi. Ma se li usiamo per l’Iva non li abbiamo per abbattere il costo del lavoro, semplice. L’unico modo di fare qualcosa di più è avere il coraggio di fare scelte impopolari, che però cozzano puntualmente contro una cultura della paura del cambiamento.

Facciamo un esempio?

Io sono rimasto allibito dal vedere tanta gente contraria al bonus sulle carte di credito. Come si fa ad essere contrari a una misura che ti dà dei soldi se usi la carta?

Qui l’articolo completo

Economia: Istat, in Italia “prosegue la fase di debolezza dei livelli produttivi”

I dazi imposti dagli USA e le misure compensative attivate dai paesi coinvolti, i fattori geopolitici destabilizzanti e il rallentamento dell’economia cinese, continuano a influenzare negativamente il commercio mondiale.

In Italia, la revisione dei conti economici ha lievemente modificato il profilo del Pil che ora evidenzia un marginale incremento congiunturale sia nel primo sia nel secondo trimestre (+0,1%). Tuttavia, a luglio, l’indice della produzione industriale ha registrato la seconda flessione congiunturale consecutiva.

Nel primo semestre, i miglioramenti del mercato del lavoro si sono riflessi sull’andamento favorevole del reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici, traducendosi in un aumento del potere d’acquisto e della propensione al risparmio.

L’inflazione al consumo rimane bassa sia nella misura complessiva sia in quella di fondo. Le indicazioni prospettiche a breve degli operatori economici delineano la prosecuzione dell’attuale fase di moderazione.

A settembre, l’indice del clima di fiducia dei consumatori e l’indice composito per le imprese hanno fornito indicazioni diverse. La fiducia dei consumatori ha segnato un lieve aumento, a sintesi di un deterioramento del clima economico e di un miglioramento della va-lutazione delle prospettive future, mentre la fiducia delle imprese ha evidenziato un peggioramento.

L’indicatore anticipatore ha mantenuto un profilo negativo, suggerendo il proseguimento della fase di debolezza dei livelli produttivi.

Gli ultimi tentativi di Boris Johnson

Boris Johnson è sempre più impegnato per salvare il suo piano per la Brexit.

Dopo aver capito, che con ogni probabilità, sarà respinto dal Consiglio europeo in programma a Bruxelles il 17 ottobre prossimo, Johnson attraverso colloqui telefonici con i leader di quasi tutti gli Stati membri dell’Ue, sta cercando una via di uscita onorevole.

In particolare, Johnson starebbe avvertendo l’Ue che rischia di commettere uno “storico errore di giudizio” nel ritenere che alla fine il Regno Unito chiederà un ulteriore rinvio della Brexit e che non uscirà in ogni caso dall’Unione europea alla scadenza del 31 ottobre prossimo.

Intanto il Times ha rivelato che lo speaker dimissionario della Camera dei Comuni britannica, John Bercow, è in testa tra i papabili per la guida di un eventuale governo di unità nazionale.