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Lo zucchero nelle bevande può far salire il rischio di tumore

Uno studio pubblicato dal ‘Bmj’ mette in luce una possibile associazione tra un maggiore consumo di bevande zuccherate e un aumento del rischio di ammalarsi di tumore. I risultati si aggiungono al crescente numero di evidenze che indicano come limitare il consumo di bevande zuccherate potrebbe contribuire a ridurre i casi di cancro.

A firmare lo studio il team di Mathilde Touvier, del Sorbonne Paris Cité Epidemiology and Statistics Research Center (Cress).

Il gruppo ha esaminato i dati relativi a 101.257 adulti francesi sani (21% uomini, 79% donne) con un’età media di 42 anni al momento dell’inclusione nello studio NutriNet-Santé. I partecipanti hanno completato almeno due questionari dietetici online, progettati per misurare l’assunzione abituale di 3.300 diversi alimenti e bevande, e sono stati seguiti per un massimo di 9 anni (2009-2018).

I risultati mostrano che un aumento di 100 ml al giorno nel consumo di bevande zuccherate sarebbe associato a un aumento del 18% del rischio di cancro (con un +22% per il tumore al seno). Quando il gruppo di bevande zuccherate è stato diviso fra succhi di frutta e altre bibite, il consumo di entrambi i tipi di drink è risultato associato ad un maggior rischio di cancro.

Senza tregua

È indubbio che una parte della giornata vorremmo trascorrerla quietamente. Infatti, la notte, almeno per chi, come me, non ha più una età verde, è stata creata per mettere a tacere tutti gli affanni del giorno. Vale a dire concedersi un meritato riposo.

Se questo vale per la nostra esistenza, possiamo dire che dovrebbe essere un modello valido per le altre realtà di umana natura. Così anche quando si lavora, dovessimo sempre consumare il tempo in affanno, sarebbe un lavoro sicuramente improduttivo. È sempre utile mettersi in attività anche con una buona dose di tranquillità.

Per semplice traslazione, possiamo utilizzare lo stesso schema nella dimensione pubblica-politica. Se ci mettiamo a leggere un giornale o a seguire un telegiornale, dopo un inevitabile forte scroscio di aspetti negativi, ci attenderemmo anche una buona dose di notizie favorevoli. È questione di equilibrio e di armonia delle parti, per tener desto e il tasto delle preoccupazioni, e le corde della piacevolezza.

Purtroppo non è così, in questi tempi non è cosi. Sul piano politico si rovesciano addosso solo notizie negative. Sì, è vero, di tanto in tanto fugge anche qualche aspetto leggero, ma, inevitabilmente, viene subito fagocitato nelle spire dell’oscurità.

Non soffermiamoci sulle nuove disgrazie che sembrano giungere da Mosca. Non ho elementi tali da fare commenti oltre a quel che già si legge. In ogni caso, è una nuova tegola che, pur capitando sulla testa di Salvini, ricade anche sull’intero Paese. Non è sicuramente una piacevole notizia.

A rincarare le dosi in questo ingeneroso periodo, ci si mettono pure le agenzie che rilevano faticosi stratagemmi per gestire la pesante situazione dell’Ilva di Taranto e, non ultima, l’affannosa condizione del percorso di Alitalia.

In questo marasma, va pure sottolineato che le sintonie governative hanno ieri ricevuto un’ulteriore battuta d’arresto: il provvedimento sulle autonomie regionali sembra essere in una situazione che si avviterà via via sempre più su se stessa, senza vedere né a breve né a lungo termine un traguardo da raggiungere.

Notizie non più riservate, indicano ormai anche un possibile divorzio all’interno del partito di opposizione: voci ormai ricorrenti informano che Renzi e i suoi accoliti stiano preparando i propri bagagli.

Non vive senz’altro un miglior destino l’equipaggio che soggiorna sul vascello capitanato ancora da Silvio Berlusconi.

Ditemi voi, in tutto ciò, qual è l’angolo di riposo spirituale che spetterebbe anche alla sfera politica? Siamo purtroppo sotto l’egida di un andamento guerresco che non vede in alcun modo approssimarsi anche un degno riposo del pensiero.

L’uomo non vive di solo pane ma anche di parola.

Una delle più belle definizioni di uomo ce la offre Emmanuel Mounier: “Il luogo dove l’essere si fa parola”.  La specificità umana connessa alla possibilità della comunicazione verbale è preclusa a qualsiasi altro essere vivente con peculiare riferimento al fatto che il linguaggio umano, diversamente dal modo di intendersi degli animali, è in continua evoluzione ed è dotato di insondabili ricchezze di creatività.

Un dono così grande esige la custodia più accorta, la vigilanza più ininterrotta. Di solito i grandi cambiamenti storici sono accompagnati, e spesso addirittura preceduti, da un cambiamento del linguaggio. Una buona educazione linguistica può essere il volano del cambiamento di una società. Al buon padrone del proprio linguaggio si possono attribuire le virtù che Machiavelli assegnava al principe: la forza e l’astuzia.

La forza, intesa come controllo pieno dei propri mezzi espressivi e capacità di porre argine alle degenerazioni, è fondamentale: chi sa disporre delle parole e ha la forza di sottometterle al filtro dell’intelligenza, è in grado di intavolare una conversazione che sappia dire la realtà nella sua complessa struttura senza cedere all’approssimazione.

Ma altrettanto importante è l’astuzia, che è diversa dalla furbizia: il furbo fa leva sulle debolezze dell’altro e “ruba” (“fur” in latino significa ladro), saccheggia senza costruire; l’astuto, invece, comprende anticipatamente non solo le conseguenze di quello che dice, ma anche le conseguenze delle conseguenze. Ciò che è detto, una volta detto, non torna più indietro e le parole sono pietre. Non è vero che siamo responsabili solo di quello che diciamo e non di quello che gli altri capiscono: se sappiamo usare il linguaggio con forza e astuzia, diventiamo capaci di vincolare il nostro dire a un’unica interpretazione, quella che noi intendiamo proporre all’intelocutore.

In tempi in cui il linguaggio è usato in maniera sempre più leggera e spesso si carica di un portato di odio tanto gratuito quanto inconsapevole, il cambiamento può iniziare dall’uso di un buon linguaggio. Bisogna, inoltre, considerare che la parola si ammanta di particolari connotazioni a seconda che sia pronunziata con un certo tono di voce piuttosto che con un altro, sorridendo oppure con espressione arcigna, con il volto di chi sa che la comunicazione finirà quando egli avrà finito di parlare o con l’occhio di chi dà l’impressione di essere desideroso di ascoltare la risposta per arrivare insieme alla verità perché la comunicazione è dialogica e il dialogo è reciprocamente maieutico.

Usare un linguaggio sempre negativo è indice di scarso spirito di osservazione. Per quanto tu sia stato deluso dalla vita, le cose positive saranno sempre di più di quelle negative. Camus, ne “La peste”, scriveva che “nell’uomo ci sono più cose da ammirare che non da disprezzare”. Se stai respirando, significa già che non sei morto ed è un valido motivo per ringraziare. Se conti, tra le tue conoscenze, le persone buone rispetto a quelle “cattive”, le prime saranno di più. La quantità di generosità ricevuta è sempre maggiore rispetto all’ingratitudine. “Non finirò mai di stupirmi della cattiveria della gente”: perché, invece, non ti stupisci della bontà, che è anche più difficile da vivere e le cose più difficili danno maggiore soddisfazione? Volgi il tuo occhio al bene invece che al male e allena una selettività della memoria.

Sul monte del Purgatorio, nel paradiso terrestre, Dante fa bagnare le anime purificate nelle acque del Letè, il fiume della dimenticanza del male, e nell’Eunoè, il fiume del ricordo del bene. Gli altri vanno aiutati in questa opera, a porsi di fronte alle cose in modo costruttivo: se torni dal lavoro stanco non è perché questo lavoro ti distrugge, bensì perché hai fatto tante cose belle e utili agli altri.

È assolutamente sconsigliabile considerare sempre gli altri l’origine delle frizioni nelle nostre relazioni. È significativo il caso di una classe scolastica: con l’insegnante X regna la confusione e il disordine, con l’insegnante Y la disciplina e la diligenza. Eppure i ragazzi sono gli stessi. Cosa cambia? Chi dà il tono spirituale al dialogo. Le relazioni, infatti, sono sempre asimmetriche: vi sarà uno che si trova a un grado di maturità spirituale più alto dell’altro.

La persona più matura, intelligente da capire la sua superiorità ma umile da accettare di metterla al servizio dell’altro, deve incaricarsi di strutturare la relazione perché sia significativa per la vita e non si riduca a scontro frontale.
Il linguaggio deve essere chiaro, sintetico, rispettoso della complessità delle cose e  mai involuto. Le parole devono essere ricercate perché solo nelle sfumature si riesce a essere precisi. Insegnare una nuova parola a qualcuno è un’opera di misericordio: lo si sta rendendo maggiormente padrone delle cose. Non bisogna abbassare il livello con chi è culturalmente meno dotato: bisogna alzarlo, dandogli la possibilità di seguire il discorso. Naturalmente tutto con senso della realtà e della misura.

Se tua nonna ha ottant’anni e non parla che in brianzolo, evita di comunicare con lei come un erudito accademico della Crusca: preferisci essere sapiente e rivolgiti a lei in dialetto. Ma se il tuo fratellino a quattro anni non sa cosa significhi bistecca, non abbassarti al suo livello chiamandola ciccia, ma insegnagli un’altra parola. Si rapporti l’esempio alle diverse occasioni di vita e si veda che non è così scontato come appare.
Se si può dire una cosa in tre parole, non se ne usino quattro. Se proprio si ha fiato da sprecare, lo si usi per atti di “bontà linguistica”, che possono mettere capo a una vera rivoluzione, la “rivoluzione della tenerezza” di cui parla il Papa.

Tenerezza è il contrario di arrendevolezza o dolcezza melensa: è una mano tesa all’altro perché sia abilitato a leggere la realtà è a dirla nella sua componente ontologicamente positiva. Il linguaggio, quando è corretto ed espressivo di un pensiero attrezzato al buono e al vero, è automaticamente seminatore di bontà; altrimenti diventa portatore di calunnie e incomprensioni.
Visto che non siamo perfetti, avverrà che una volta decideremo deliberatamente di offendere la nostra compagna. Però anche qui occorre misura: mai parole pesanti, che possono scoprire equilibri fragili che è meglio lasciare coperti, mai tirare in ballo i suoceri; al massimo le si può dire che il risotto che ha cucinato ieri sera (questa settimana tocca a lei cucinare) faceva schifo. In questo caso, il più intelligente o semplicemente quello che ha trascorso una giornata migliore, lasci all’altro la libertà di sfogarsi e, lungi dal dimostrarsi offeso, sia lui stesso a ristabilire la comunicazione rimodulando appena possibile il linguaggio a una dolcezza maggiore anche dell’usuale.

È la missione che fu di Giovanni Battista: ricondurre “aspera per vias planas”, rendere scorrevoli i sentieri tortuosi, appianare i declivi, rischiarare, addolcire.
Ma tutto questo ha bisogno di allenamento: ringraziare per cose dovute, far presente all’altro che si è contenti di vederlo anche se l’incontro era scontato, salutare il portiere sorridendo o ringraziare il controllore per averci vidimato il biglietto sul tram, sono l’inizio di una piccola rivoluzione. Si finirà per capire che non è vero che i buoni sono sempre i grandi fregati, che a essere gentili ci si rimette sempre, che chi fa del bene finisce male. La tenerezza è contagiosa: gli altri vorranno imitarci e la relazione salirà di livello.
La performatività della parola buona renderà pazienti costruttori di una casa in cui quando si parla ci si capisce, ci si ascolta, ci si ama. E il mondo non è che una grande casa fatta di tanti piccoli rivoluzionari che hanno capito che l’uomo non vive di solo pane, ma anche di parola (oltre che di Parola).

Garavaglia: Insieme si può.

Sembra che siamo in tanti, distratti, che sporchiamo le strade, roviniamo la natura, in una parola ci sentiamo estranei a quanto ci appartiene, perché sì tutto quello che è pubblico è come fosse di nessuno e quindi non mi interessa: invece è di tutti e di ciascuno. È anche mio. È un bene comune che è mantenuto – e manotenuto – con le tasse dei cittadini (che le pagano). L’indifferenza – quando non anche il disprezzo – di tutto quanto è “nostro” si manifesta con una molteplicità di comportamenti: mozziconi per terra e altro, compreso lo sporco dei cani; muri imbrattati, carrozze metro e pullman danneggiate, suppellettili a scuola, panchine divelte nei parchi, ecc. sono anche miei quei beni pubblici! Che direste se venisse qualcuno in casa a sporcare e a sfasciare? Abbiamo città e borghi, paesaggi e architetture d’incanto e invece di essere orgogliosi, siamo spesso disfattisti. La bellezza salverà il mondo, ma non avviene per miracolo, bisogna coltivarla e educare a rispettarla e a crearla. A chi giova educare all’odio e alla indifferenza verso il prossimo più bisognoso? Siamo la culla della scienza e della poesia.

I Romani hanno ‘inventato’ gli acquedotti, le fognature, le terme e soprattutto il diritto! Il diritto romano ispira i codici di molte nazioni. L’orgoglio ci renderebbe interpreti di una comunità aperta, sicura, appassionata al proprio destino. In realtà ci sono cittadini volonterosi che riscattano gli ignavi e accidiosi. Ci sono quelli che si armano di ramazze e puliscono pezzi di città, le spiagge, il mare. Perché questi sì, e la maggioranza no? Perché c’è bisogno di cultura, di formazione e di informazione positivamente orientata; se i media devono inseguire le spacconate, divulgare un linguaggio sguaiato e violento della politica, non potrà divulgare mitezza, buona creanza, solidarietà e impegno civile. Un buon esempio di successo della coesione civile e della collaborazione fra Istituzioni, temporaneamente rappresentate fa forze politiche diverse, è stato il risultato, che ci ha entusiasmato, con l’assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026.

Ma ho dovuto perfino sentirmi dire che sarebbe stato meglio di no, “perché chissà quante mazzette correranno“… mi viene da dire che chi pensa male, male fa. La corruzione è una mala pianta che ciascuno è incaricato di partecipare a sradicare. Si lascia corrompere chi non ha priorità morali e professionali nell’esercizio dei propri doveri. Anche in questo ambito bisogna educare, controllare, censurare con obiettività e non secondo pre-giudizi ideologici e di parte. Non si può affermare che sono tutti uguali. È, innanzitutto una ingiustizia, perché i cittadini non sono tutti evasori, tutti “furbetti”, tutti incapaci, ecc. Generalizzare significa concedere una amnistia a cominciare da sé: fanno tutti così. È un alibi drammatico per una serena convivenza civile. Si può certamente osservare che nonostante ci siano regole è facile aggirarle, soprattutto se mancano i controlli (e mancano!). Questi mesi ci hanno sciorinato una antologia delle incongruenze, frutto di disinformazione e di manipolazione. In politica – e non solo – senza il dialogo non si costruisce la forza propulsiva che faccia ottenere i risultati attesi, per gli obiettivi prefissati. Per esempio non si è vista la stessa “forza d’urto “della unione di tutte le istituzioni nazionali e locali per ottenere l’Agenzia Europea del Farmaco, a Milano. Un antico detto ci ricorda che l’unione fa la forza eppure i sovranisti vogliono convincere il popolo che è meglio fare da soli. Putin in questi giorni ha fatto capire come gli sarebbe utile non avere una Europa unita, per poter trattare in modo bilaterale, dove il più forte sarebbe lui…idem Trump.

Gli Stati Uniti d’Europa sarebbero una super potenza e come mai non piacciono ai nostri nazionalisti? Senza Europa gli Italiani non sarebbero primi a nessuno. Perciò urge recuperare il senso di realtà. Non è arrivata la “procedura per debito“ perché il Primo Ministro e il ministro Tria hanno mantenuto un fitto dialogo coi membri della Commissione Europea e perché uno dei Paesi Fondatori non può essere messo in mora. C’è un senso per tutto. Le regole sopranazionali sono una difesa per tutti, perché oggi tocca a me e domani a te. E dobbiamo tutti essere soddisfatti dell’esito e del miglioramento sia pure debole dei dati economici. Il Paese merita sostegno e affetto. La nostra piccola patria, in quella più grande europea, è la nostra casa: ereditata da chi ce l’ha costruita anche col sangue, e da consegnare ai nostri eredi. Soddisfazione anche per avere un Italiano al vertice del Parlamento europeo. E chi conosce la storia sa che la solidarietà tra Stati e popoli costruisce la sicurezza e sviluppo per tutti. Anche le singole forze politiche devono sentirsi investite delle stesse responsabilità. I parlamentari – rappresentano tutti (oppure sono “senza vincolo di mandato” solo quando serve?) per cui non salgono su una nave per protesta, ma si recano a dialogare col Ministro dell’Interno perché prima faccia sbarcare i naufraghi (secondo il diritto della navigazione) e poi seguano gli eventuali provvedimenti a carico della Capitana. In modo diverso si è solo aumentata la potenza propagandistica di chi utilizza il solo argomento migranti per imbonire gli elettori invece di attivare risposte concrete.

Agli argomenti propagandistici si risponde con proposte attuabili e non mistificatorie. Grave che il PD abbia smentito le scelte politiche del suo governo, senza aver avanzato un modello alternativo. È una stucchevole provocazione contrapporre Papa e Salvini (piani semantici abissalmente diversi). Quando sono in gioco diritti umani universali si devono difendere con la Politica – maiuscola- e cioè organizzazione, prevenzione, finanziamenti, cooperazione interna e internazionale con enti e associazioni che sanno fare il loro mestiere. Per quanto tempo ancora lasciare “una autostrada elettorale “e non governare un fenomeno planetario con presenza, impegni nelle sedi preposte? Il PD si svegli. Serve nel sistema democratico una attrezzata opposizione. Come pensa di essere votato se non sono noti i programmi? È ora che gli Italiani sentano illustrata con chiarezza argomentativa e operativa la visione politica, la quale deve essere ammantata di verità e non di inutile politichese. Se gli Italiani scelgono – purtroppo – gli imbonitori non hanno colpa: semmai è nostra che non abbiamo dimostrato di capire le loro esigenze. Per sottrarli ai dispensatori di paura e depressione riguardo al futuro offriamo dialogo, presenza, sincerità, trasparenza, spiegando spiegando e ancora spiegando il da farsi e come e in quanto tempo farlo. Con quale personale politico, competente, riconoscibile e di qualsiasi età. Il giovanilismo passa e l’esperienza responsabile resta. Cosa succede ai nostri minorenni? I giornali non possono fare a meno di segnalare le violenze di baby gang verso anziani, immigrati, loro coetanei, vetrine, ecc. se messaggi e comportamenti di adulti e perfino di politici sono iniettati di odio… gli esempi vengono dall’alto (una volta si diceva). Toccherà a loro fra qualche anno assumere ruoli dirigenziali, con quale cultura? Intanto 600.000 giovani hanno lasciato il nostro Paese; se ne sono andati dalla nostra casa comune perchè evidentemente nè confortevole nè amata. Ormai sembro una vecchia zia brontolona, ma non mi rassegno al lasciar perdere. Il dogma liberale “laisser faire” ci ha condotto qui.

Preferisco il motto di don Milani “I care”, mi tocca, è anche responsabilità mia: l’Italia, l’Europa sono casa mia. Non rinuncio a parlare ovunque vengo invitata, perché metto la mia faccia nello sventare le fake news. Senza la conoscenza della storia e delle regole della nostra convivenza democratica il popolo ‘beve’ qualsiasi cosa. Sono gravi peccati sociali l’accidia e l’ignavia. Del resto l’ignoranza di fatti e di persone non viene nemmeno avvertita da chi, non sapendo, non sa nemmeno quello che non conosce! Le maratone televisive nel riproporre notizie imprecise o parziali (perciò, secondo Papa Francesco, bugie) sollecitano reazioni pericolose. Penso che nessuno (che non ignori tutto!)
creda che una motovedetta della Guardia di Finanza sia una nave da guerra! Penso che chiunque sia in buona fede non può credere che la comandante Carola volesse speronare la nostra Guardia di Finanza, perché il giudice istruttore, che l’ha lasciata libera, aveva visionato video e fotografie.

E del resto nessuno un po’ avvertito può pensare che una motovedetta sia una nave da guerra, perché perfino le navi della Marina Militare, quando sono nelle nostre acque territoriali, non sono navi da guerra. Ci vorrebbe il genio poetico di Dante (a proposito: sono favorevole al Danteday) per collocarci in diversi gironi. Per la Nazionale di calcio femminile abbiamo ascoltato sia dalla CT che dalle atlete un parlare educato, sereno, tecnicamente appropriato e il pubblico si è appassionato a questo calcio, femminile ma sportivamente calcio! Questo stesso sport sugli spalti maschili può addirittura essere violento in slogan e… fisicamente. Abbiamo giovani e meno giovani che danno l’anima in attività volontarie di servizio alla società, in ambito sociale, culturale, ambientale e ci sono altrettanti – come li collocherebbe Dante? – che in “parole e opere” esprimono i sentimenti peggiori sia verso Carola, come contro la senatrice a vita Segre o, semplicemente, contro i passanti in strada. C’è bisogno di una grande operazione “retake” civile. I cittadini consapevoli, le famose élite, gli intellettuali, tutte le persone che ne hanno occasione e opportunità siano i primi a scendere in campo – o meglio, in strada – promuovendo iniziative volte a ridurre il degrado e partecipandovi in prima persona, modificando i propri comportamenti, segnalando ciò che non va alle istituzioni competenti, acquisendo un maggiore senso di solidarietà civica. Educare e sviluppare un comune senso di appartenenza sono le chiavi per accendere il motore del cambiamento. Per ora il ‘Governo del cambiamento‘ sembra non abbia l’obbiettivo di coltivare una cittadinanza italiana e europea ancorata alla tradizione di civiltà, che abbiamo cooperato a realizzare. È una sfida ambiziosa, degna del nostro passato, che dobbiamo fare il possibile per vincere.

El Pais: “L’Italia sta liberalizzando la xenofobia. Il prossimo passo sarà, con ogni probabilità, la liberalizzazione del razzismo”

Con un editoriale pubblicato da “El Pais” (il più venduto quotidiano spagnolo) il noto scrittore e giornalista Thomas Leoncini, autore dei due bestseller internazionali “Nati liquidi” (scritto con Zygmunt Bauman e pubblicato in 14 lingue) e “Dio è giovane” (scritto con Papa Francesco e pubblicato in oltre 100 Paesi nel mondo), ha raccontato “i giovani frustrati”.

“Nel mondo quasi 1,8 miliardi di persone hanno tra i 15 e i 30 anni, ma ogni anno la percentuale di frustrati aumenta, poiché questa è di fatto la fascia d’età ormai globalizzata considerata superflua per tutto, fuorchè per la capacità e la rapidità del consumo” scrive Leoncini.

Che aggiunge: “In Italia un antidoto alla frustrazione ha cercato di darlo il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini, accorgendosi quanto sia efficace creare valvole di sfogo per allentare la tensione. È grazie all’esaltazione dell’odio da sfogare qui e ora verso un bersaglio abbordabile e che non può difendersi, che l’Italia sta liberalizzando la xenofobia. Il passo successivo sarà probabilmente la liberalizzazione del razzismo. Com’è possibile pensare solo all’utile immediato quando in gioco ci sono le vite delle persone? Com’è possibile in un mondo globalizzato parlare ancora di xenofobia e razzismo?”

Di seguito il link alla versione digitale dell’articolo:

https://elpais.com/elpais/2019/07/08/opinion/1562583715_679075.html

Dossier sui minorenni stranieri non accompagnati nei centri di accoglienza

Quali sono i rischi, le vulnerabilità, i sogni e i bisogni dei minori stranieri non accompagnati (Msna) ospiti dei centri di prima e seconda accoglienza in Italia? La risposta arriva dal rapporto L’ascolto e la partecipazione dei minori stranieri non accompagnati in Italia frutto di un lavoro congiunto dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (AGIA) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Il dossier è stato presentato oggi al Museo dell’Ara Pacis a Roma dalla Garante Filomena Albano e dalla Portavoce UNHCR per il Sud Europa Carlotta Sami.

Ventidue le strutture visitate in 11 regioni per un totale di 203 minorenni coinvolti (età media 17 anni) di 21 nazionalità diverse. Nell’ambito delle visite sono stati realizzati focus group e attività di partecipazione e ascolto. Al termine sono state adottate dall’Autorità garante raccomandazioni che rappresentano la sintesi e la voce dei ragazzi che hanno preso parte all’attività.

Tra le problematiche più segnalate, nell’80% dei centri vitati sono state rilevate diffuse e sostanziali carenze nelle informazioni e nelle attività di orientamento destinate ai ragazzi. Nel 53% è stata denunciata la mancanza di attività di socializzazione e nel 47% dei casi è risultato che la permanenza nei centri di prima accoglienza o emergenziali si è protratta ben oltre i 30 giorni massimi fissati dalla legge. I gestori dei centri hanno lamentato tempi lunghi per la nomina dei tutori. Insieme ai ragazzi hanno inoltre segnalato l’impossibilità di far giocare i giovani in squadre di calcio iscritte alla Figc, poiché per il tesseramento è richiesta la firma di autorizzazione da parte di un genitore.

L’80% dei minorenni coinvolti poi nelle attività di partecipazione ha chiesto approfondimenti e chiarimenti sulla procedura di richiesta di protezione internazionale e il 60% li ha chiesti sul funzionamento della Commissione territoriale, competente sulla valutazione delle richieste. Il 70% ha dichiarato di aver percepito ostilità o pregiudizi, mentre il 50% ha manifestato l’esigenza di condividere tempo e spazi con i coetanei italiani. Il 40% ha dichiarato di non essersi sentito coinvolto nelle scelte al proprio percorso legale in Italia.

Triestte: Neanderthal, nostro fratello: origine, vita, nuove scoperte

La conferenza, con proiezione e visita alla sala dell’evoluzione dell’uomo, spiegherà la storia dei neanderthal, dalla loro scoperta, nel 1856 nella valle di Neander, in Germania fino ai giorni nostri. Quando furono scoperti i primi resti, si pensava appartenessero ad un individuo patologico. Fu William King, professore di geologia, a capire che il fosse era una nuova specie, che chiamò Homo neanderthalensis.

Era il 1864, anno dl’inizio della paleoantropologia, scienza che studia i fossili dell’uomo e degli altri ominidi. Da allora è stato scoperto molto su questa popolazione e sulle sue abitudini: che aspetto aveva, cosa mangiava, qual era la sua organizzazione sociale.

Oggi le scoperte sui neanderthal continuano a susseguirsi, grazie a nuove tecniche di studio, alla genetica, all’applicazione di modelli digitali che permettono di effettuare analisi virtuali non invasive.

Firmato il decreto FER1: sosterrà la produzione di energia da fonti rinnovabili

Il decreto FER1,  ha l’obiettivo di sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili per il raggiungimento dei target europei al 2030 definiti nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), attraverso la definizione di incentivi e procedure indirizzati a promuovere l’efficacia, l’efficienza e la sostenibilità, sia in termini ambientali che economici, del settore.

Il provvedimento, in particolare, incentiva la diffusione di impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrici e a gas di depurazione. “Un grande lavoro di squadra dei due ministeri, ambiente e sviluppo economico, che darà impulso alla produzione di energia rinnovabile, creando migliaia di nuovi posti di lavoro – ha dichiarato Di Maio – e puntando alla attuazione della transizione energetica, in un’ottica di decarbonizzazione”.

Dopo aver ottenuto il via libera della Commissione europea, il Decreto FER1 è stato inviato per la registrazione alla Corte dei Conti prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Diminuisce l’aspettativa di vita degli italiani

Gli Italiani mantengono sempre l’alta classifica per l’aspettativa di vita rispetto ai 36 paesi Ocse, ma se fino al 2008-2009 erano terzi dopo Giappone e Svizzera, negli ultimi anni sono stabili al quarto posto, con una leggera diminuzione del risultato che passa, mediamente, dagli 83,3 anni alla nascita del 2016 agli 83 negli anni successivi e in classifica è sempre primo il Giappone con 84,2 anni, seguito dalla Svizzera (83,6) e dalla Spagna (83,4).

Si tratta comunque di risultati eccellenti se si guarda in fondo alla classifica, chiusa dai 74,8 anni della Lettonia (quasi 10 anni di meno) e comunque con una media Ocse di 80,7 anni di speranza di vita alla nascita.

Il genere in questo caso fa la differenza: le donne hanno infatti una speranza di vita di 85,2 anni, mentre gli uomini si fermano a 80,8.

Per quanto riguarda invece la mortalità infantile, il dato medio Ocse è di 3,78 decessi per 1.000 nati vivi, ma l’Italia va meglio e con Spagna e Portogallo si ferma a 2,7 decessi, settimo posto dopo i 2 di Giappone e Finlandia, 2,1 della Slovenia, 2,3 di Norvegia ed Estonia e 2,4 della Svezia.

La classifica sul versante opposto è molto diversa e l’ultima in classifica è il Messico dove di decessi ogni 1.000 nati vivi se ne contano 12,3, seguito dalla Turchia con 9,2, dal Cile con 7 e poi troviamo gli Stati Uniti con 5,8 decessi e il Canada con 4,5, sempre ogni 1.000 nati vivi.

Prima i cavalli italiani

Strano Paese il nostro. E strano il tempo che ci tocca vivere, a proposito della “scala dei valori” di antica memoria.

Pare che il Parlamento si appresti a votare una Legge per vietare le “botticelle” trainate dai cavalli, che  – si dice – soffrono troppo nel torrido caldo della capitale.
Non è dato di sapere se l’azione riformatrice dei Legislatori arriverà anche a stabilire orari e condizioni climatiche minime per l’attività degli equini per traeking e così via.

Nel contempo, apprendiamo che il Parlamento si appresta a votare ulteriori norme contro l’attività delle ONG operanti nel Mediterraneo a salvaguardia della vita dei profughi in fuga dalla disperazione.

Domanda: queste ulteriori norme prevederanno almeno che le condizioni “inumane” di caldo torrido invocate per i cavalli delle “botticelle” romane vengano prese in considerazione anche per gli uomini, le donne e i bambini soccorsi in mare sui barconi? Temo di no. “Prima i cavalli italiani”, immagino…..

Corso di Alti Studi sul Mediterraneo

La diplomazia culturale è una tipologia di diplomazia pubblica che include lo scambio di idee, l’informazione, le arti, le lingue e altri aspetti della cultura tra nazioni e popoli per una mutua comprensione, in quel difficile terreno che è la pace”(Mary Niles Maack, University of California)

L’Istituto Internazionale Jacques Maritain, associazione culturale no profit con sede a Roma, e l’Università degli Studi della Basilicata organizzano la terza edizione del Corso annuale di Alti Studi sul Mediterraneo sul tema della pace nel Mediterraneo nell’ambito delle attività della “Cattedra Jacques Maritain” su “Pace e dialogo tra le culture e le religioni del Mediterraneo” istituita al fine di svolgere programmi di ricerca scientifica e di formazione volti a favorire la comprensione e il dialogo tra le culture e le religioni dei Paesi che si affacciano sul “Mare Nostrum”. Le attività della Cattedra comprendono, oltre al Corso di Alti Studi sul Mediterraneo, incontri di intellettuali e professionisti delle due sponde del Mediterraneo; seminari di formazione per studenti universitari e post-universitari, la International Summer School for Peace, iniziativa di formazione annuale; le pubblicazioni. Sede della Cattedra è la città di Matera (sede dell’Università della Basilicata), dichiarata dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità e proclamata dall’Unione Europea Capitale europea della cultura per il 2019.

Il Corso di Alti Studi Mediterranei, inaugurato nel luglio 2017 a Matera, alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, dopo la II Edizione 2018 sul tema L’impegno per la pace degli scrittori e degli artisti del Mediterraneo, nel 2019 organizzerà la sua III Edizione con il patrocinio del Ministero italiano per i Beni e le Attività Culturali e nell’ambito della “Cattedra UNESCO” dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain su “Pace, Sviluppo culturale e Politiche culturali”, dal 15 al 20 luglio. L’attenzione quest’anno è rivolta alle sinergie tra mondo della cultura e mondo della diplomazia ed il tema prescelto è Cultura e Diplomazia per la pace nel Mediterraneo. L’inaugurazione e le attività didattiche si svolgeranno a Matera. Il Corso sarà quindi aperto agli attori del mondo della diplomazia che operano nel campo della cultura, a docenti interessati alle tematiche proposte, a laureati e a dottorandi di ricerca dei Paesi Mediterranei. Il Corso intende così essere un’occasione
di formazione, di incontro e di dialogo favorendo la conoscenza reciproca tra i partecipanti e l’esperienza di vivere alcuni giorni insieme.

Il Corso trae ispirazione anche dai Circoli di intellettuali, organizzati da Jacques e Raïssa Maritain prima nella loro casa di Meudon (Parigi), quindi nel castello di Kolbsheim in Alsazia, a New York e infine a Princeton negli Stati Uniti. Come la casa del filosofo era un luogo aperto agli intellettuali per vivere in amicizia alla ricerca della bellezza e della verità, così nella stessa prospettiva il Corso vuole essere un punto di incontro tra giovani dei vari Paesi mediterranei, per favorire la relazionalità tra persone di diversa provenienza geografica, storica, religiosa, di lingua e di tradizioni. Una concentrazione di giovani intellettuali che potrebbe favorire una maggiore comprensione delle vicende che caratterizzano drammaticamente il Mare Nostrum.
Il Corso intende dunque richiamare l’attenzione in particolare sulle responsabilità della diplomazia culturale, per contribuire a costruire un mondo migliore. Essa accompagna, infatti, la persona alla “buona politica” mediante il dialogo autentico con le diverse culture. La diplomazia culturale, in ogni sua forma, e ad ogni latitudine, può essere apportatrice di valori e costruttrice di una cultura di pace, promuovendo un’integrazione autentica tra le persone.

La diplomazia culturale, inoltre, può divenire conoscenza capace di produrre legami di amicizia e fratellanza, nel rispetto della dignità della persona, dei valori umani, spirituali e culturali, contribuendo così a cambiare la mentalità delle nuove generazioni, rendendo concreto il “ben vivere” quale frutto della solidarietà e della responsabilità verso l’Altro.
In una prospettiva di inclusione e amicizia vicendevole, gli operatori di “Cultural Diplomacy” potranno cooperare così a edificare ponti per la pace. Ad essi è rivolto il compito di creare lo “stile della pace”, di attivare una diplomazia della cultura, che tenda a superare i conflitti e si impegni affinché i doveri di solidarietà, di giustizia sociale e di fraternità universale, nell’interpretazione particolare di ogni cultura, diventino diritti umani universali.
Nell’insieme il Corso intende dunque offrire una visione della cultura che unisca le due sponde del Mediterraneo attraverso gli strumenti propri degli operatori di “Cultural Diplomacy”.

Industria: Istat, la produzione è in calo dello -0,7% su base annua

A maggio 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,9% rispetto ad aprile. Nella media del trimestre marzo-maggio, il livello destagionalizzato della produzione diminuisce dello 0,1% rispetto al trimestre precedente.

L’indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale sostenuto per i beni strumentali (+1,9%) e un più modesto incremento per i beni di consumo (+0,9%) e i beni intermedi (+0,6%), mentre diminuisce il comparto dell’energia (-2,1%).

Corretto per gli effetti di calendario, a maggio 2019 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dello 0,7% (i giorni lavorativi sono stati 22, come a maggio 2018).

Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a maggio 2019 una moderata crescita tendenziale esclusivamente per i beni di consumo (+0,7%); al contrario, diminuzioni contraddistinguono i beni intermedi (-1,7%) e in misura più contenuta i beni strumentali (-0,8%) e l’energia (-0,5%).

I settori di attività economica che registrano variazioni tendenziali positive sono le industrie alimentari, bevande e tabacco e le altre industrie (+2,8% per entrambi i settori), la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+1,4%). Le flessioni più ampie si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-4,9%), nell’industria del legno, carta e stampa (-3,7%) e nella fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-3,1%).

La Germania respinge la chiamata degli Stati Uniti a schierare truppe di terra in Siria

Il governo tedesco ha respinto la richiesta di Washington di schierare truppe di terra in Siria, affermando che una tale mossa non corrisponde alla strategia adottata dal paese per combattere il gruppo terroristico Daesh. “Le attuali misure di anti-Daesh della coalizione non includono truppe di terra”, ha detto il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert.

Le truppe tedesche,secondo Washington, avrebbero potuto aiutare i loro alleati americani e fornire supporto tecnico alle forze curde per combattere i resti del gruppo terroristico Daesh.

L’inviato speciale, in particolare, aveva chiesto alla Germania di schierare i suoi addestratori militari, specialisti della logistica e tecnici per aiutare le forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi. 

RC auto: usufruire della legge Bersani conviene soprattutto a Roma

Stipulare una polizza assicurativa auto usufruendo dei benefici della legge Bersani conviene soprattutto nella Capitale. Qui un diciottenne che si avvalga dello sconto riconosciuto a chi ha familiari o conviventi in prima classe di merito (secondo la formula bonus-malus) può arrivare a risparmiare fino a 2748 euro sull’assicurazione auto.

Lo rileva l’ultima indagine SosTariffe.it, che ha analizzato quanto convenga a un neo maggiorenne sottoscrivere una polizza assicurativa per il proprio veicolo con e senza i vantaggi attribuiti dalla legge Bersani, distinguendo tra residenti a Nord, Centro e Sud della Penisola.

RC auto: a Napoli è sempre un salasso, con e senza agevolazioni

Il costo medio nel capoluogo partenopeo va da un minimo di 1532 euro a un massimo di 3527 euro. Cifre esorbitanti se confrontate con le altre città d’Italia prese in esame: più del doppio di quanto necessario a Roma, ad esempio.

Nel caso di un automobilista che invece non possa avvalersi della legge Bersani, le cifre subiscono rincari, ma nel complesso non eccessivi. Il costo medio infatti, stimato sempre utilizzando i preventivi richiesti sul comparatore, va da un minimo di 2201 a un massimo 3527 euro.

Quindi il risparmio minimo che si può ottenere, avvalendosi della legge Bersani nel capoluogo campano è di 669 euro. Quello massimo, invece, sempre usufruendo delle agevolazioni previste per legge è di 1995 euro.

A Roma mai senza Bersani: prezzi polizze alle stelle per chi non gode delle agevolazioni

Nella Capitale il discorso cambia. Poter godere o meno dei benefici di legge modifica di molto la situazione. I costi medi sono decisamente più moderati rispetto alla Campania, e oscillano tra un minimo di 752 euro e un massimo di 1964 euro, nel caso di un giovane automobilista che possa avvalersi della legge Bersani.

Chi invece non può, risente di una vera stangata assicurativa. In questo caso infatti i costi medi oscillano da un minimo di 936 euro a un massimo di ben 3500 euro. Dunque il risparmio che si può ottenere va da un minimo di 184 euro fino a 2748 euro. Una bella differenza che pregiudica in modo significativo chi non può beneficiare della legge varata nel 2007.

RC auto: anche a Milano avvalersi della Bersani conviene

Nel capoluogo lombardo i prezzi sono grossomodo più bassi rispetto a tutte e tre le città considerate dallo studio. A Milano infatti, il costo medio della polizza RC auto per un diciottenne che si avvalga della legge Bersani, va da un minimo di 481 a un massimo di 1549 euro.

Un giovane che per il proprio acquisto non possa godere degli sconti sulle polizze, qui ne risente parecchio. In questo caso infatti il costo medio si aggira tra i 653 euro ei 3128. Dunque all’ombra della Madonnina è importante poter usufruire dei benefici di legge, quasi quanto a Roma. Anche questo caso la convenienza, rispetto a chi non può avvantaggiarsene, è notevole. Con risparmi che vanno da un minimo di 172 euro a un massimo di 2647 euro.

Mibac: 180 milioni per la tutela del patrimonio culturale italiano

Il nostro è uno dei Paesi più ricchi del mondo dal punto di vista delle risorse culturali e storico-artistiche. Parte da questa consapevolezza il programma biennale finanziato con le risorse derivanti dalla Legge n. 190 del 23 dicembre (Legge di stabilità 2015) commi 9 e 10, che comprende 595 interventi.

“Un’attenzione al patrimonio che necessita di interventi di tutela – ha detto il ministro Alberto Bonisoli – e che è frutto di un puntuale lavoro di ricognizione sui territori, attraverso il coinvolgimento di tutti gli istituti periferici del Ministero. Tra le priorità, il restauro dei beni culturali, in particolare quelli colpiti da calamità naturali; il recupero di aree paesaggistiche degradate, la prevenzione contro i rischi sistemici e ambientali, ma anche l’efficientamento energetico e il miglioramento dell’accessibilità, intesa come obiettivo per la partecipazione e l’inclusione sociale”.

Alcuni dei principali interventi riguardano, ad esempio: a Roma, sia il Monumento a Vittorio Emanuele II (3, 9 milioni di euro) sia la Crypta Balbi (3,5 milioni di euro); a Pisa, l’Acquedotto Mediceo di San Giuliano (3,2 milioni di euro); a Napoli, Castel Sant’Elmo e il Museo Archeologico Nazionale (ciascuno finanziato con 3 milioni di euro) e, a Bologna, l’ex Convento dell’Annunziata (2,1 milioni di euro). Il piano prevede inoltre oltre 17,6 milioni di euro per lavori urgenti e imprevisti, in particolare nel settore Archivi, nonchè la disponibilità di somme utili per il cofinanziamento dei progetti Art Bonus, ovvero quelli che hanno ottenuto il sostegno economico attraverso il mecenatismo di privati.

Creati due nuovi antibiotici super potenti

Assorted pills

Sono stati creati, partendo da una tossina batterica, due nuovi antibiotici super potenti e ritenuti efficaci anche contro infezioni multi-resistenti ad antibiotici oggi in uso. Inoltre non sembrano a loro volta in grado di indurre nuove resistenze farmacologiche quando usati su modelli animali. E’ il risultato raggiunto dall’equipe francese di Brice Felden dell’Institut national de la santè et de la recherche medicale (Inserm).

Questo lavoro parte dalla scoperta fatta dallo stesso gruppo di ricerca francese nel 2011.

Una tossina prodotta dallo Stafilococco aureus, il cui ruolo è facilitare al batterio patogeno l’infezione, è anche allo stesso tempo capace di uccidere altri batteri presenti nel nostro corpo. Quindi una molecola con una duplice proprietà, da una parte tossica e dall’altra antibiotica.

Il prossimo passo sarà lanciare una sperimentazione clinica di fase I su esseri umani

Ma la classe politica meridionale una macroregione del mediterraneo occidentale la vuole?

Una macroregione euro-mediterranea che coinvolgesse anche Algeria, Egitto, Libia, Tunisia non c’è dubbio che potrebbe gestire meglio di quanto non avvenga attualmente con questa sorta di ‘guerra fredda’ la questione dei flussi migratori verso l’Europa. Così come una macroregione del mezzogiorno d’Italia potrebbe essere la risposta seria e non isterica delle regioni del sud Italia al regionalismo differenziato di quelle del nord. Inoltre, sicuramente, una macroregione europea del mediterraneo occidentale avrebbe potuto evitare lo scempio di 380 milioni di fondi strutturali restituiti in questi giorni dalla Sicilia all’Unione Europea per gravi carenze nella gestione e nei controlli. Infine, una macroregione incentrata sul versante occidentale della penisola potrebbe costituire la spinta giusta per inserire strade e ferrovie nel sistema dell’interconnessione europea o per indirizzare le politiche energetiche verso l’utilizzo delle fonti rinnovabili.

Ecco quattro tematiche che da una strategia macroregionale potrebbero ricevere un impulso veramente decisivo per la soluzione dei non facili problemi che presentano. Solo che, per raggiungere un tale obbiettivo, è necessario rispettare due condizioni preliminari: 1) che si sappia che cosa è una strategia europea macroregionale; 2) che la si voglia costruire ed adottare veramente. Senza l’adempimento di entrambe queste condizioni, infatti, il pur meritorio movimento che in questi ultimi mesi si è sviluppato intorno a questa idea e nei giorni scorsi ha celebrato un ulteriore momento di riflessione nella prestigiosa “sala del cenacolo” della Camera dei deputati costituirà una pura esercitazione intellettuale non lontana dall’astrattezza che caratterizza la politica del nostro Paese in questa fase storica e quindi destinata a fallimento.

Dunque, è necessario innanzi tutto chiarire bene cosa sia una macroregione europea. Essa non è -come si potrebbe facilmente pensare- una istituzione di nuovo conio, una nuova struttura ‘moderna’, una organizzazione inedita, Insomma, essa non è un nuovo apparato o, peggio, una più complessa ‘costruzione’ politica. Con la conseguenza che chi pensa che si tratti di una nuova opportunità di posizionamento politico, di una migliore occupazione di snodi di potere per intercettare più facilmente flussi finanziari, di una maggiore possibilità per aiutare masse di clientes ha completamente sbagliato strada. Pensando di potere continuare a percorre quelle a trazione animale cui ormai ci si è riabituati, ad esempio, nella mia Sicilia. Ma la macroregione europea non è nulla di tutto ciò.

Essa invece è una strategia che si inserisce nell’ampio quadro delle politiche di coesione che -previste dall’Atto Unico Europeo del 1986 e riproposte dai Trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza- sono state rilanciate dal Trattato di Lisbona che, alle due iniziali dimensioni economica e sociale, ha aggiunto per la prima volta la prospettiva della “coesione territoriale”. Secondo l’art. 2 del Regolamento UE 1303/2013, infatti, per strategia macroregionale deve intendersi “un quadro integrato approvato dal Consiglio Europeo e sostenuto dai Fondi Strutturali e d’Investimento Europei (Fondi SIE) per affrontare sfide comuni connesse agli Stati membri e ai Paesi terzi situati nella stessa area geografica, che beneficiano così di una cooperazione rafforzata che contribuisce al conseguimento della coesione economica, sociale e territoriale”. In altri termini, ciò di cui trattasi è della costruzione di un sistema di gestione più efficiente delle risorse europee che possa realizzare, nell’area geografica interessata, forme di coordinamento degli interventi finanziati dai Fondi SIE. Il che significa che una strategia macroregionale deve prendere coscienza dell’esistenza di problematiche che riguardano aree geografiche non necessariamente coincidenti con quelle delimitate dai confini politico-amministrativi degli Stati membri ed anche dei territori limitrofi. In particolare, poi, ciascuna strategia macroregionale si sviluppa intorno a determinati obbiettivi tematici che vengono indicati con il termine pilastri e che, a loro volta, si articolano in aree prioritarie di intervento verso cui canalizzare i finanziamenti.

In conclusione, vi sono situazioni che richiedono forme di intervento pubblico nuove, capaci di favorire un approccio condiviso fra i soggetti (istituzionali e non) che già operano nell’area geografica individuata, al fine di razionalizzare l’utilizzo dei fondi europei e nazionali. Che, naturalmente, con l’adozione di una strategia macroregionale abbisognano di procedure innovative. Procedure che, però, non sono stabilite da alcuna normativa europea ed invece si devono ricavare dalla prassi che si è consolidata a seguito della costituzione delle prime quattro macroregioni: del Baltico, del Danubio, dell’Adriatico-Ionico, delle Alpi.

Seguendo, allora, l’iter percorso univocamente da tutte le cennate strategie macroregionale, il primo passo da compiere è la costruzione di un forte consenso tra le comunità territoriali per la definizione delle problematiche comuni e le conseguenti strategie da adottare per darvi risposta. Protagoniste di questo momento di promozione ed impulso sono (devono essere) le Regioni. Che, nel secondo passaggio, devono coinvolgere il governo nazionale naturalmente per mezzo del ministero degli esteri che, sotto il proprio coordinamento, organizza una cabina di regia per guidare tutta l’operazione. Il terzo momento è caratterizzato dalla elaborazione da parte del gruppo di lavoro della cabina di regia di due documenti: a) uno, di natura tecnica, circa gli obbiettivi e gli assi portanti della strategia macroregionale; b) l’altro, di natura politica, per l’attuazione della strategia dell’UE, sottoscritto dai rappresentanti del governo e dai presidenti delle Regioni. Sulla loro base, poi, un documento finale sarà presentato alle istituzioni comunitarie.
Esaurita questa fase che potremmo definire introduttiva, il procedimento di adozione di una strategia macroregionale si trasferisce presso le competenti sedi europee. E precisamente presso il consiglio europeo il quale, se valuta positivamente la proposta, formula una raccomandazione alla commissione europea al fine di porre in essere i passaggi istituzionali necessari alla concreta adozione della strategia. La commissione, dopo un accurato processo istruttorio, condotto prevalentemente per mezzo di consultazioni online, redige i due documenti su cui si fonderà poi la strategia macroregionale: a) la comunicazione e b) il piano d’azione, che vengono mandati al parlamento europeo, al comitato delle regioni ed al comitato economico e sociale europeo.

Infine, tutta la procedura viene sottoposta all’approvazione del consiglio europeo che ne sancisce la chiusura, così deliberando la nascita della strategia macroregionale e dando iniziò alla sua fase operativa di implementazione con l’avvio delle procedure di accesso ai Fondi SIE.
Detto questo e, quindi, delineata per sommi capi cosa sia una strategia europea macroregionale, è necessario capire ora se Regioni e Città metropolitane del mezzogiorno con l’avallo dello Stato -le uniche istituzioni che ne hanno la possibilità formale e sostanziale- vogliano veramente istituire quella del Mediterraneo occidentale. Perché, come è facile intuire, senza la loro ‘discesa in campo’ l’iniziativa non può partire ed ancora una volta soprattutto il sud resterebbe attardato rispetto al nord che ormai, nella sua maggioranza, aderisce alla macroregione adriatico-ionica o a quella alpina.

Anzi, al proposito, è da sottolineare che mentre gli altri corrono noi stiamo scelleratamente a baloccarci e, mentre la prospettiva macroregionale diventa sempre più ineludibile, nelle sedi istituzionali del sud una discussione seria non è neppure cominciata. Al punto tale che abbiamo dovuto registrare, nel convegno svoltosi giorni or sono alla “sala del cenacolo” della Camera dei Deputati, la partecipazione attiva di parlamentari lombardi e di altre regioni del centro-nord e soltanto la ‘visita’ di un senatore della Sicilia. Ora, una tale distrazione o, peggio, sottovalutazione da parte della politica meridionale di un tema come questo, decisivo per lo sviluppo socio-economico di tutta l’area mediterranea, non solo suscita preoccupazione ma anche rabbia per la perdita di opportunità che essa implica in materia di scelte che non solo appaiono strategiche ma per certi versi da ultima ancora di salvezza.

Sarebbe, allora, urgente che i vertici regionali e metropolitani battessero un colpo, rendendosi almeno disponibili ad organizzare un incontro nel corso del quale assumere finalmente con chiarezza una decisione in ordine a questa scelta.

Dorothy Day e Thomas Merton. Due persone due sogni

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Caterina Ciriello 

Da diverso tempo si scrive con più interesse di Dorothy Day, fondatrice insieme a Peter Maurin del Catholic Worker e autentica testimone del pacifismo e della non-violenza. Profetessa criticata anche all’interno della stessa chiesa cattolica americana, con il suo pensiero — che molto ha del personalismo maritainiano — e con la sua testimonianza, ispira numerosi altri intellettuali tra i quali Thomas Merton, del quale lo scorso anno si sono celebrati i cinquant’anni della morte. Di lui — per il suo passato inquieto, girovago e senza radici — padre Simeon Leiva ha detto che è «rappresentativo dell’uomo del ventesimo secolo». Come scrive Robert Ellsberg nella prefazione di una delle lettere della Day a Merton, quest’ultimo, prima di entrare in monastero, aveva lavorato con Catherine de Hueck, una carissima amica di Dorothy, alla Friendship House di Harlem.

Thomas Merton e Dorothy Day si assomigliano molto nel percorso umano-spirituale. Merton rimase presto orfano della madre e poi del padre quando aveva solo sedici anni. Figlio di artisti, aveva un’anima estremamente sensibile, che volle coltivare con gli studi umanistici. Dopo una lunga e inquieta ricerca del trascendente, nel 1938 riceve il battesimo nella Chiesa cattolica: a quell’epoca era già nato il Catholic Worker, e Dorothy Day da dodici anni si era convertita al cattolicesimo dopo una lunga e faticosa lotta con se stessa e con Dio, convincendosi finalmente che solo la fede e la carità l’avrebbero aiutata a comprendere e attuare i piani di Dio per l’umanità. Anche lei a sedici anni aveva lasciato la sua casa, gli affetti, per vivere nei bassifondi di New York ed essere con gli operai, i dimenticati della società e le vittime dell’avidità umana.

Considerando le opere e gli scritti della Day viene da pensare che sia nata troppo presto, e di Merton che sia morto troppo presto. E indubbiamente i piani di Dio sono imperscrutabili e sorprendenti perché ambedue hanno lasciato un segno indelebile nella società e nella cultura del loro tempo, una magnifica eredità, oggi più apprezzata che mai: essi sono rivisitati e contemplati come persone ispirate dallo Spirito, autentici profeti che hanno lavorato instancabilmente per una società più giusta e un mondo in pace.

La pace è un grande dono dello Spirito: ma come fare perché essa tocchi il cuore di tutti e specialmente di coloro che hanno nelle loro mani le sorti del mondo? Questa è la domanda costante. E la Provvidenza ci ha regalato due esempi da imitare.

Quando negli anni Sessanta Dorothy Day e Thomas Merton si confrontavano, condividevano idee e riflessioni sul tema della pace e della non-violenza, si era sull’orlo di una crisi nucleare che avrebbe disintegrato il nostro pianeta. Nel febbraio del 1960 la Day scriveva sul «Catholic Worker»: «Nessuno è sicuro. Non siamo più protetti dagli oceani che ci separano dal resto del mondo in guerra. Ieri i russi hanno lanciato un razzo 7,760 miglia nel Pacifico centrale, che è caduto a meno di un miglio e mezzo dal bersaglio calcolato. Il dipartimento di difesa degli Stati Uniti ha confermato la precisione del tiro». 

Nel 1962 la crisi dei missili russi a Cuba turba e indigna Merton e Dorothy Day che proprio a settembre aveva visitato Cuba, definendola «un campo armato». Dall’ottobre del 1961 e fino al successivo ottobre 1962 Merton scrive le Cold War Letters, tre lettere indirizzate ad amici, artisti ed attivisti — alcune anche alla Day — nelle quali parla di guerra e pace, per cercare di fomentare una reazione spirituale e contrastare la “bomba”. È in questo momento che crea un forte legame con Dorothy Day e il Catholic Worker per rompere il silenzio della Chiesa cattolica americana sull’incombente olocausto nucleare. Nel giugno del 1960 alla Day, che gli chiedeva di pregare per la sua perseveranza, rispondeva: «Sei la donna spiritualmente più ricca di America e non puoi fallire anche se ci provi»; poi continua amareggiato: «Perché questo profondo silenzio ed apatia da parte dei cattolici, clero, laici, gerarchia, su questo terribile problema da cui dipende l’esistenza della razza umana?».

Quanto è cambiato da allora? Non c’è più la guerra fredda (almeno apparentemente), ma gli equilibri internazionali sono assolutamente delicati al punto che qualunque commento, qualsiasi gesto inappropriato potrebbe scatenare una catastrofe. Non si tratta di visioni apocalittiche bensì della cruda realtà dei fatti, di cui forse troppo pochi si interessano praticando quello che Papa Francesco chiama tristemente «cristianesimo di facciata». 

Esso purtroppo non è cosa d’oggi. In un suo articolo del 1960 su Pasternak — per il quale la Day diceva di non aver dormito la notte — Merton annotava: «Per venti secoli ci siamo chiamati cristiani, senza nemmeno cominciare a capire un decimo del Vangelo. Abbiamo preso Cesare per Dio e Dio per Cesare. Ora che “la carità si raffredda” e ci troviamo di fronte all’alba fumosa di un’era apocalittica, Pasternak ci ricorda che c’è solo una fonte di verità, ma che non è sufficiente sapere che la fonte è lì — dobbiamo andare a bere da essa, come lui ha fatto».

La consapevolezza di dover vivere la “radicalità” evangelica e mostrare al mondo l’amoralità di certe scelte diviene uno dei punti chiave del trascorrere quotidiano di Thomas e Dorothy. In particolare Merton cercava incessantemente di creare un circolo di interesse che avrebbe dovuto realizzare una sorta di “contrappeso morale” alle forze della paura e della distruzione. Dorothy gli comunicava: «I tuoi scritti hanno raggiunto molte, molte persone, portandoli sul loro cammino, stanne certo. È il lavoro che Dio vuole da te, non importa quanto tu voglia scappare da ciò». Costantemente vicini nella preghiera («Abbiamo una bacheca con i nomi di coloro che chiedono preghiere. Il tuo è lì», scrive Dorothy), li unisce un altro grande ideale, il “dovere” di amare il prossimo. Dorothy è “affascinata” dalle lettere di Merton perché sono così ricche che portano alla conoscenza e all’amore per Dio. Però non si può amare Dio senza amare prima il prossimo, e ambedue lo sanno. Nel dicembre del 1961 Merton scriveva alla Day: «Le persone non sono conosciute solo dall’intelletto o dai princìpi, ma solo dall’amore. È quando amiamo l’altro, il nemico, che Dio ci dà la chiave per capire chi è. È solo questa consapevolezza che ci apre alla reale natura del nostro dovere e del giusto operare».

Chi conosce Dorothy Day e Thomas Merton saprà che il loro desiderio di un mondo più giusto e pieno di amore era scambiato per puro comunismo. Una lettera della Day, scritta nel dicembre 1963 a un giovane ammiratore, rivela questo particolare. Con una punta di sarcasmo ella scrive: «Miracolo dei miracoli, il nostro unico giornale diocesano, molto conservatore, ma oggi con un editore nuovo, la scorsa settimana in un articolo di due colonne ha detto che Thomas Merton ed io abbiamo trovato la giusta via per combattere il comunismo, ed in più in accordo con i principi cristiani e che c’era da dubitare che ci fosse un’altra via per un cristiano. Non potevo credere ai miei occhi. Dio è buono e innalza i difensori».

Papa Francesco nel 2015 in un viaggio negli Usa ha ricordato quattro grandi figure che hanno fatto l’America: «Quattro individui e quattro sogni (…) Dorothy Day, giustizia sociale e diritti delle persone; e Thomas Merton, capacità di dialogo e di apertura a Dio». In un mondo, oggi, pieno di odio e violenza gratuita, senza alcun rispetto per la vita e i diritti delle persone, non possiamo che fare tesoro di quanto Merton e la Day hanno fatto e detto. E concludo con una frase di Merton che dovrebbe aiutarci a riflettere su ciò che siamo e sulla possibilità che abbiamo di compiere il bene: «Sono venuto nel mondo. Libero per natura, immagine di Dio, ero tuttavia prigioniero della mia stessa violenza e del mio egoismo, a immagine del mondo in cui ero nato. Quel mondo era il ritratto dell’Inferno, pieno di uomini come me, che amano Dio, eppure lo odiano; nati per amarlo, ma che vivono nella paura di disperati e contraddittori desideri».

L’Italia condanna 24 gerarchi per il Piano Condor

Il giudice italiano ha condannato per omicidio volontario pluriaggravato continuato i militari di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay, coinvolti nelle operazioni che portarono alla scomparsa di 23 cittadini italiani negli anni del piano attuato dai regimi sudamericani, per reprimere le opposizioni.

Un piano terribile venuto alla luce grazie all’inchiesta del giudice paraguaiano José Augustín Fernández, che nel 1992 scoprì un archivio nella stazione di polizia di Asunción.

Archivi dettagliati che descrivevano la sorte di migliaia di sudamericani segretamente rapiti, torturati e assassinati, tra gli anni settanta e ottanta, dalle forze armate e dai servizi segreti di Cile, Argentina,Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile.

Gli archivi contavano 50.000 persone assassinate, 30.000 scomparse (desaparecidos) e 400.000 incarcerate. Questi archivi, ritenuti veritieri e attendibili, riferivano del coinvolgimento, in questa enorme operazione repressiva e di vero e proprio sterminio, anche dei servizi segreti di Colombia, Perù e Venezuela.

Tali documenti, per le atroci rivelazioni in essi contenute, furono denominati Archivi del terrore.

Il processo, che in questi giorni si è concluso, iniziò, invece, con la denuncia, esattamente venti anni fa, di alcuni parenti dei scomparsi.

Dopo che il giudice spagnolo Baltasar Garzon  ordinò l’arresto del dittatore cileno Augusto Pinochet.

Tra i condannati, di oggi, c’è l’ex militare uruguaiano Jorge Néstor Troccoli , l’unico che è apparso nel processo da quando vive in libertà in Italia perché fuggito dalla giustizia del suo paese nel 2007.

Otto persone sono state condannate all’ergastolo, tutte in contumacia, come il dittatore boliviano Luis García Meza , morto nell’aprile 2018, e il suo ministro degli interni, Luis Arce Gómez.

E anche l’ex presidente peruviano Francisco Morales Bermúdez ; il suo primo ministro Pedro Richter Prada, morto nel luglio 2017; l’ex ufficiale militare peruviano Germán Ruiz ; i cileni Hernán Ramírez e Rafael Ahumada Valderrama e l’ex ministro degli esteri uruguaiano Juan Carlos Blanco.

A questi condannati si aggiungono l’ex militare cileno Pedro Octavio Espinoza Bravo , Daniel Aguirre Mora , Carlos Luco Astroza, Orlando Moreno Vásquez e Manuel Abraham Vásquez Chauan .

Anche l’ex militari uruguaiano José Ricardo araba, José Horacio Gavazzo, Juan Carlos Larcebeauy, Pedro Antonio Mato, Luis Alfredo Maurente, Ricardo José Medina, Rami Ernesto Avelino Pereira, Jose Babbo Lima, Jorge Alberto Silveira, Ernesto Soca e Gilverto Vazquez.

Eurispes, giochi: la stretta normativa può accrescere l’illegalità

Aumentano le violazioni tributarie e amministrative accertate nel settore dei giochi: la riduzione del numero degli apparecchi da intrattenimento stabilita dalle norme nazionali, unita all’inasprimento delle limitazioni delle distanze da luoghi cosiddetti sensibili e degli orari di gioco da parte di norme regionali e locali, hanno determinato una contrazione del mercato legale e un probabile incremento dei fenomeni illegali. A sostenerlo è un passaggio del Rendiconto Generale dello Stato 2018 della Corte dei Conti sui giochi, che conferma quanto emerso dalle analisi dell’Osservatorio Giochi, Legalità e Patologie dell’Eurispes.

I dati sui giochi che emergono dalla relazione sul Rendiconto Generale dello Stato 2018 della Corte dei Conti, trasmessa il 26 giugno scorso alle presidenze di Camera e Senato, fotografano una leggera flessione delle entrate per lo Stato che nell’anno 2018 si attestano sui 10 miliardi (-3%), nonostante il volume d’affari del settore (“raccolta lorda”) sia passato da 101,8 a 104,9 miliardi di euro, segnando una crescita costante dal 2014.

La “spesa netta” degli italiani per il gioco – ottenuta sottraendo l’importo delle vincite conseguite dai giocatori (86,2 miliardi di euro) alla “raccolta lorda” – risulta in diminuzione, essendo pari a 18,7 miliardi di euro, inferiore di quasi 500 milioni rispetto al valore dell’esercizio 2017.

La macro-categoria degli “apparecchi da gioco” contribuisce, da sola, a quasi metà della raccolta lorda (46%) e al 65% delle entrate erariali ed è la tipologia di gioco sulla quale si sono concentrate maggiormente le modifiche normative sia negli anni precedenti che a partire da settembre 2018.

Questo, si legge a pagina 120 del volume I dedicato ai «conti dello Stato e le politiche di bilancio 2018, Tomo I» , in ragione del fatto che «il settore dei giochi si caratterizza per logiche di gestione imprenditoriali e che la domanda dei consumatori si orienta maggiormente verso tipologie di gioco che assicurano un’elevata percentuale di redistribuzione ai giocatori in termini di payout e prevedono un breve intervallo tra la giocata e il corrispondente evento/partita (come nel caso delle New slot e delle Video Lottery)».

Lotta all’illegalità

Sul fronte dell’illegalità – tema al centro di analisi anche nel recente studio che l’Osservatorio Giochi Legalità e Patologie dell’Eurispes ha dedicato al “Gioco pubblico e dipendenze in Piemonte” –, la Corte dei Conti rileva che la lotta al fenomeno del gioco clandestino e, quindi, all’evasione fiscale che ne deriva, concerne prevalentemente i seguenti segmenti: le scommesse (sia mediante rete fisica che mediante siti on line illegali); il gioco mediante rete fisica attraverso apparecchiature che si collegano a siti illegali (i cosiddetti Totem); la manomissione/alterazione di apparecchi da gioco con vincita in denaro.

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nel 2018, ha effettuato 47.860 controlli soprattutto sugli apparecchi da gioco (31.051) e sul divieto di gioco ai minori nelle vicinanze dei luoghi sensibili (+63% rispetto al 2017). Dall’accertamento delle violazioni tributarie ed amministrative, lo Stato ha ricavato la somma complessiva di euro 193,2 milioni, registrando un aumento del 103% rispetto all’anno precedente; risultato da ricondurre, secondo le indicazioni fornite dalla stessa Agenzia, all’attività di accertamento effettuata anche in collaborazione con le Forze dell’ordine.

In generale, si è riscontrato un aumento delle violazioni nel settore dei giochi, in parte grazie al maggior presidio e alla maggiore efficacia dei controlli, anche in virtù della messa a punto di indicatori di rischio.

Una conferma di quanto già emerso nell’ambito degli approfondimenti svolti in seno all’Osservatorio dell’Eurispes, si trova nel passaggio della relazione in cui si evidenzia che la riduzione del numero degli apparecchi da intrattenimento stabilita dalle norme nazionali, unita all’inasprimento delle limitazioni di distanze da luoghi sensibili e degli orari di gioco da parte di norme regionali e locali, ha determinato una contrazione del mercato legale e un probabile incremento dei fenomeni illegali.

Si registra, inoltre, una maggior efficacia dell’azione di contrasto svolta dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, tramite lo sviluppo di strumenti interattivi di ausilio all’analisi investigativa (per il contrasto delle scommesse gestite da bookmakers stranieri non regolarizzati); i controlli a campione sulle piattaforme di gioco online (+50% rispetto all’esercizio precedente); i controlli sugli istituti assicurativi o bancari presso i quali i concessionari hanno stipulato fideiussioni.

In un’ottica di prevenzione delle infiltrazioni criminali nella filiera del gioco, è stato effettuato uno screening su 23 soggetti considerati a rischio, su un totale di 303 soggetti mappati e di 9.300 schede informative raccolte. L’efficacia di questa attività è stata rinforzata, si legge nel documento, grazie allo sviluppo di un flusso informativo tra gli uffici dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e gli organi di polizia giudiziaria.

Alla luce delle crescenti preoccupazioni, in chiave sociale e socio-sanitaria, che avvolgono il settore del gioco online, anche per la facilità di accesso da parte delle giovani generazioni, merita un plauso il completamento del processo di integrale automazione della procedura di inibizione dei siti che offronto gioco senza autorizzazione.

Nel 2018 sono stati inibiti più di mille siti con un notevole incremento rispetto al 2017 e il raggiungimento della cifra complessiva di 8.000 siti inibiti dall’entrata in vigore della misura oltre dieci anni fa.

Il paragrafo del Rendiconto annuale dedicato ai “proventi da giochi” si conclude con una sorta di bilancio costi/benefici del sistema di gestione del comparto fondato sulle concessioni.

Vale la pena richiamare per esteso questo passaggio della relazione: «Il modello italiano di esercizio del gioco pubblico con vincite in denaro si basa, da un lato, sulla riserva a favore dello Stato in materia di giochi e scommesse e, dall’altro, sulla concessione di servizio, mediante la quale l’Amministrazione affida, nel rispetto della normativa comunitaria, l’esercizio del gioco a un soggetto privato, prescelto sulla base di selezioni ad evidenza pubblica, ampliando la sfera giuridica del destinatario e mantenendo sull’attività idonei e stringenti poteri di controllo. L’istituto della concessione consente, sul piano organizzativo, di attuare una forma di partenariato con i privati nella gestione dei servizi e, nello stesso tempo, di contenere e ridurre i costi. Mediante la collaborazione con i soggetti privati, infatti, si perseguono le finalità istituzionali volte all’affermazione del gioco legale su quello illegale e al rigoroso controllo dell’Amministrazione a garanzia dell’ordine pubblico e della sicurezza, trasferendo al concessionario il cd. “rischio operativo” (rischio economico) connesso alla organizzazione della raccolta del gioco affidato in concessione».

L’importanza di distinguere legale ed illegale

Se quella descritta dalla Corte dei Conti è la ratio del sistema concessorio, che è il sistema legale di raccolta dei giochi nel nostro Paese, è opportuno concludere richiamando ancora una volta l’importanza di distinguere e saper distinguere ad ogni livello (istituzionale e di mercato) ciò che è legale da ciò che tale non è.

Come confermano le analisi periodiche delle autorità competenti, la criminaltà organizzata da svariati anni penetra e tenta di penetrare nell’economia legale a tutti i livelli. Le più recenti operazioni di polizia giudiziaria delineano un quadro che vede al centro degli interessi criminali nel nostro Paese il segmento delle scommesse raccolte senza i titoli abilitativi. Si tratta di canali illegali di raccolta, distinti e paralleli rispetto a quelli autorizzati dai Monopoli di Stato (tra le altre, a titolo esemplificativo, si citano le operazioni “Gambling”, “Galassia”, “Revolution Bet”).

Il Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, audito in Commissione Antimafia il 26 giungo scorso, dopo aver citato un caso specifico concernente una società concessionaria per gli apparecchi da gioco risultata collegata agli ambienti malavitosi siciliani e le difficoltà riscontrate per pervenire alla revoca della concessione, ha dichiarato che «i grandi concessionari sono pochi e teoricamente sono controllabili», mentre i punti scommesse sul territorio «vengono aperti come se fossero normali negozi» e per loro «non è prevista l’interdittiva antimafia. In certi comuni ci sono più punti scommesse che chiese o salumerie. Bisognerebbe chiedersi chi c’è dietro questi punti e, in certe realtà, c’è sicuramente la criminalità organizzata».

Il dott. Cantone ha, quindi, precisato che occorre concentrarsi sul meccanismo “a valle”. In proposito, è utile ricordare che in materia di esercizi che offrono scommesse, tutte le concessioni esistenti ed attive sul territorio sono state assegnate previo espletamento di gare pubbliche d’appalto in ossequio alla normativa nazionale ed europea. Le concessioni si trovano attualmente in regime di proroga giacché il nuovo bando di gara previsto dalla Legge di Stabilità per il 2016 non ha ancora visto la luce ed è fermo al Mef. I predetti esercizi (i cui gestori sono titolari di licenza di pubblica sicurezza ex art. 88 del Tulps, con tutte le conseguenze in termini di periodici e costanti controlli sulla buona condotta, i carichi pendenti, il casellario giudiziale e applicazione di interdittive prefettizie) sono un numero chiuso e definito e non possono essere aperti a piacimento da chicchessia. Diversi sono i “punti” di scommesse non autorizzati dai Monopoli di Stato, cui abbiamo accennato sopra, che, come osservato dal Dott. Cantone, aprono quando vogliono, dove vogliono, in barba ad ogni normativa sia nazionale sia locale (incluso il “distanziometro”).

Ecco allora, concludendo in chiave economico-finanziaria, il dato che contribuisce a chiarire qualora ve ne fosse bisogno, il perché la criminalità organizzata si è nel tempo particolarmente interessata alla modalità di raccolta delle scommesse in Italia tramite centri intermediari collegati a bookmaker esteri: presso una rete di centri non autorizzati sparsi in tutto il territorio nazionale, collegati ad una nota società austriaca, il totale giocato nel 2014 è risultato pari a 870.861.474,61 euro dal quale, detratte le vincite pagate e le commissioni di rete, la società estera in questione ha registrato un utile netto di euro 55.938.202,53, sul quale non è stata versata l’imposta unica dovuta, che quindi è stata evasa (si veda la sentenza n. 28871 della Corte di Cassazione, Sez. VI, pubblicata il 2 luglio scorso).

In tale contesto, si avverte sempre più l’esigenza di riprendere il filo di una normativa nazionale organica, in grado di aggiornare il sistema e dare ordine e certezza al mercato, superando le contrapposizioni sterili e optando per una reale e concreta assistenza e cura delle persone affette dalla dipendenza da gioco.

La cina e la cultura del Dono

Negli Stati Uniti si parla della Cina come una minaccia al commercio mondiale. Si fa riferimento alla struttura comunista del governo e alle presunte mire espansionistiche.
Ma a giudicare da ciò che sta avvenendo, sembra essere una visione antica, viziata da pregiudiziali di natura ideologica.
A ben guardare, infatti, la Cina sta promuovendo una politica di cooperazione, investimenti, pace e sviluppo che, in questa fase storica, sembra essere vincente rispetto alle chiusure utilitariste e conflittuali che emergono in alcuni Paesi occidentali.
Per dare un’idea di quanto le politiche promosse dal grande Stato asiatico siano in contrasto con le tradizionali logiche colonialiste e neocolonialiste, basta vedere le donazioni effettuate nell’ultimo mese dal governo cinese per sostenere le popolazioni dei Paesi poveri: oltre mille tonnellate di grano donate al Libano per i cittadini vulnerabili e i profughi siriani; macchine da cucire a gruppi di donne in Tanzania; veicoli e tecnologie per lo sminamento dei terreni in Cambogia; attrezzature per un sistema di sicurezza nel Parlamento dello Sri Lanka; cento autobus nuovi al Mozambico.
Non si tratta di singoli gesti di generosità, ma di una vera e propria politica ispirata alla cultura del dono, intesa ad aiutare le persone più bisognose e favorire la sicurezza e la stabilità.
Il 2 luglio, a Beirut, il ministro degli Affari sociali Richard Kuyumjian ha firmato un accordo con l’ambasciatore cinese in Libano, Wang Kejian, per ricevere gratuitamente 1.067 tonnellate di grano che verrà distribuito alla popolazione libanese meno abbiente e ai rifugiati siriani presenti nel Paese.
L’ambasciatore cinese ha spiegato che la donazione mira a sostenere i rifugiati siriani e le loro comunità di accoglienza in Libano, Giordania, Siria e Yemen.
Wang ha inoltre assicurato che la Cina è impegnata a lavorare con la comunità internazionale per risolvere i conflitti regionali e, in particolare, per assicurare la stabilità nella regione Medio Orientale.
Il 26 giugno l’Ambasciata cinese in Tanzania ha donato 330 macchine da cucire a vari gruppi di donne e 370 dispositivi di assistenza alle persone con disabilità.
L’ambasciatore cinese in Tanzania, Wang Ke, ha spiegato che la donazione è parte del progetto “Rafiki Program” che ha lo scopo di aiutare le persone emarginate. Il diplomatico ha precisato che è intenzione della Cina rinnovare questa donazione con frequenza annuale.
Cento nuovi autobus sono stati donati dalla Cina al Mozambico per migliorare il trasporto pubblico in quel Paese dell’Africa sud-orientale.
Il presidente del Mozambico, Filipe Nyusi, durante la cerimonia di consegna a Maputo ha detto che “gli autobus che riceviamo sono un’offerta del governo cinese, sono sofisticati e resilienti, hanno un sistema automatico di motori e una serie di misure per rendere la vita più facile per i mozambicani”.
Il 25 giugno la Cina ha donato alla Cambogia rilevatori di mine, attrezzature ed equipaggiamenti per lo sminamento e per la protezione delle persone, oltre a furgoni e motociclette per facilitare il raggiungimento dei campi da sminare.
A tale proposito, è importante ricordare che la Cambogia è uno dei Paesi più colpiti dal flagello delle mine terrestri. Si stima che tra 4 e 6 milioni di mine ed altri esplosivi siano stati lasciati sul terreno nel corso dei tre decenni della guerra conclusasi nel 1998.
In seguito ai recenti attacchi terroristici avvenuti nell’isola, la Cina ha donato al Parlamento dello Sri Lanka, lo scorso 19 giugno, una serie di apparecchiature per garantire la sicurezza dei legislatori e del pubblico.
L’equipaggiamento di sicurezza, che vale 33 milioni di rupie dello Sri Lanka (pari a circa 187mila dollari) ed include tre modernissime macchine portatili a raggi X e cinque rivelatori di metallo, è stato consegnato al presidente del Parlamento Karu Jayasuriya dall’ambasciatore cinese nello Sri Lanka Cheng Xueyuan.
In un mondo in cui le controversie commerciali rischiano di accendere conflitti militari, quanto la Cina sta facendo è oggettivamente meritevole, perché favorisce la cooperazione e lo sviluppo come strumenti di consolidamento della pace.

Udine: Uscire dalla solitudine per costruire relazioni

Bilancio più che positivo per il XXI congresso internazionale di IFOTES “Uscire dalla solitudine-costruire relazioni”, cui hanno partecipato quasi mille persone da 20 Paesi. Ma i numeri vanno ben oltre. Per di più dalle cinque giornate di studio nascerà con ogni probabilità anche la ‘Carta di Udine’: «Un documento con le prime conclusioni che sono emerse sul tema. Nei prossimi mesi cercheremo di fare di questo documento un primo lancio, per poter portare la questione delle odierne solitudini e della necessità di costruire relazioni in formule diverse, anche altrove, oltre la regione, a livello nazionale», ha spiegato Diana Rucli, direttrice di Ifotes (dell’International Federation of Telephone Emergency Services) che ha organizzato l’evento.

I lavori del congresso, come detto, si sono articolati in cinque giornate (3-7 luglio 2019) per un totale di 7 sessioni plenarie, 20 sessioni parallele (di cui 9 aperte alla cittadinanza) e 92 workshop, con 56 relatori e 75 formatori provenienti da tutta Europa.

Ma perché parlare di solitudine, oggi, che siamo sempre più iper-connessi? Perché nonostante questo, ci sentiamo sempre più soli. A dircelo sono i numeri: 8,5 milioni di italiani vivono da soli, in media 1 persona su 5 con più di 18 anni non ha nessuno su cui contare in caso di bisogno (1 su 4 oltre i 75 anni), tra il 50 e l’80% di chi è solo, a seconda della fascia d’età, si dichiara profondamente insoddisfatto della propria vita.

La solitudine è dunque una vera e propria ‘piaga sociale’ che, se non gestita consapevolmente, può trasformarsi in isolamento, apparentemente senza via d’uscita, e può portare a depressione, suicidio, violenza.

Mialno: 2^ Conferenza Nazionale delle Green City

La seconda Conferenza Nazionale delle Green City ha come tema centrale la promozione e
l’aggiornamento dei piani e delle misure per l’adattamento climatico delle città, integrate con quelle di mitigazione.

Tema principale della conferenza è quello di tenere aggiornate le valutazioni dei rischi e le misure sia di emergenza,sia di medio e lungo termine, valorizzando le ricadute positive, promuovendo anche gli investimenti privati e la contabilizzazione dei costi dell’assenza di tali misure.

Vanno migliorate la governance e le capacità adattive delle città per ridurre la vulnerabilità e i rischi delle precipitazioni molto intense e delle ondate di calore, puntando di più sulle soluzioni basate sulla natura.

 

Incentivi della Regione Emilia Romagna alle auto che inquinano meno

E’ appena partito il bando della Regione Emilia Romagna per richiedere gli eco bonus per l’acquisto di un mezzo di nuova generazione al posto della vecchia auto. Dall’8 luglio al 30 settembre 2019, è possibile fare richiesta di un contributo fino 3.000 euro per chi deciderà di sostituire la propria auto, compresi i diesel euro 4, acquistando un nuovo modello a basso impatto ambientale o a zero emissioni, come nel caso delle auto elettriche. Il bonus sarà concesso indipendentemente dal reddito o dall’Isee del richiedente.

Questa misura di contrasto allo smog e alle polveri sottili verrà finanziata dalla Regione con 4 milioni di euro, e ad essa potranno essere associate altre iniziative per incentivare la mobilità sostenibile, tra cui lo sconto di almeno il 15% sul prezzo di listino da parte dei concessionari, che hanno aderito al protocollo approvato dalla Regione con Anfia, Unrae e Federauto. Avranno la possibilità di richiedere il contributo tutti i cittadini che risiedono in uno dei  comuni emiliani o romagnoli, che vogliano rottamare o che abbiano rottamato a far data dal 1 gennaio 2019, un’autovettura, di proprietà, fino alla classe euro 2 per le auto a benzina e fino alla classe euro 4 per le diesel. Gli incentivi riguardano l’acquisto di un’autovettura nuova di prima immatricolazione ad esclusivo uso privato, ad alimentazione elettrica, ibrida (benzina/elettrica), a metano (mono e bifuel benzina), gpl (mono e bifuel benzina). Queste ultime tre categorie (ibride, metano e gpl) dovranno essere di classe ambientale euro 6.

La doti della Spirulina

La Spirulina è il nome generico di una biomassa essiccata che si ricava dalla raccolta della cosiddetta alga spirulina (Arthrospira platensis). La Spirulina è considerata dall’EFSA come ingrediente alimentare e può essere inserita in integratori alimentari, in prodotti alimentari o usata in purezza per l’utilizzo in cucina o in cosmetica.

Secca contiene circa il 60% (51-71%) di proteine. Si tratta di un contenuto proteico completo, cioè comprendente tutti gli amminoacidi essenziali anche se il contenuto in metionina, cisteina e lisina è sostanzialmente minore di quello nelle proteine di carne, uova e latte.

Il contenuto lipidico della spirulina è circa il 7% in peso. La spirulina è ricca di acido gamma-linolenico (GLA) e fornisce anche acido alfa-linolenico (ALA), acido linoleico (LA), acido stearidonico (SDA), acido eicosapentaenoico (EPA), acido docosaesaenoico (DHA) e acido arachidonico (AA). La Spirulina contiene anche vitamine B1 (tiamina), B2 (riboflavina), B3 (nicotinamide), B6 (piridossina), B9 (acido folico), vitamina C, vitamina D, vitamina A e la vitamina E.

È inoltre una fonte di potassio, calcio, cromo, rame, ferro, magnesio, manganese, fosforo, selenio, sodio e zinco.

La spirulina infine contiene molti pigmenti che possono essere benefici, tra cui il beta-carotene.

Solo 6 grammi di spirulina equivalgono a circa 20 mele (Vitamina A), 300 acini d’uva (Vitamina B2), 135gr di Carote Fresche (Betacarotene) e 200gr di Spinaci (Ferro)

La Spirulina per questo è da sempre considerata il “cibo degli dei” e grazie all’alto valore nutrizionale dell’alga e la sua facilità di consumo è la fonte alimentare più indicata anche per gli astronauti.

Elogio di João Gilberto

Fonte http://www.succedeoggi.it a firma di Marco Ferrari

João Gilberto, una delle leggende della bossa nova, non c’è più, è scomparso a 88 anni nella sua casa di Rio de Janeiro. Lo ha annunciato uno dei suoi tre figli, João Marcelo: «Mio padre è morto. La sua lotta è stata nobile, ha cercato di preservare la sua dignità mentre perdeva la sua autonomia», ha scritto su Facebook a proposito del musicista che fu tra i fondatori del nuovo rivoluzionario genere musicale. João Gilberto viveva a Rio da solo e in rovina. Negli ultimi anni il musicista aveva avuto problemi di salute, problemi familiari e anche economici. Era nato il 10 giugno 1931 a Juazeiro, nello stato di Bahia. Cantante e chitarrista, ha creato uno stile musicale rivoluzionario, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, la bossa nova, che mischia samba e jazz. Un nuovo modo di cantare e suonare la chitarra che ha fortemente indirizzato la musica brasiliana che ha così conquistato il mondo. Non si era sottratto alle novità producendo nel 1980 Brazil collaborando con Gilberto Gil, Caetano Veloso e Maria Bethânia, che verso la fine degli anni Sessanta avevano fondato il movimento Tropicalia che aveva fuso la bossa nova con il rock.

Tra i suoi successi internazionali la famosissima canzone Desafinado e l’LP João Gilberto, a volte citato come l’Album bianco della bossa nova. Era anche tra i firmatari di Garota de Ipanema, presentata per la prima volta al pubblico nell’agosto del 1962 in occasione della prima esibizione pubblica di Vinícius de Moraes come cantante, durante lo spettacolo Encontro nel ristorante Au Bon Gourmet di Copacabana, insieme con Antônio Carlos Jobim e João Gilberto, in pratica coloro che erano già considerati l’essenza della bossa nova. Durante lo stesso storico spettacolo, che fu replicato per sei settimane, Vinicius e i suoi compagni presentarono alcune nuove canzoni che sarebbero diventate dei classici del genere come Só danço samba di Tom e Vinicius, Samba do avião di Tom, Samba da benção e O astronauta di Baden Powell e Vinicius.

Joãozinho, come lo chiamavano gli amici, faceva parte di quel gruppo di cantanti, artisti e registi che aveva forgiato la nuova cultura brasiliana negli anni delle dure dittature militari. Aveva sposato come seconda moglie la sorella di Francisco Buarque de Hollanda e aveva creato un sodalizio durevole con Antônio Carlos Jobim. Il suo ultimo live era stato a Tokio nel 2004 e il suo ultimo album era una registrazione di duetti con Stan Getz uscito nel 2016. Come Vinicius, non scelse la via dell’esilio quando la dittatura si fece tragedia, dal 1964 al 1985, al contrario di Cateano Veloso, Gilberto Gil e Chico Buarque.

Di lui erano perse un po’ le tracce, oramai ultimo sopravvissuto della bossa nova assieme a Carlos Lyra, classe 1939 e Geraldo Vandré, classe 1935, dopo la dipartita di Jobim, Vinicius de Moraes e Elis Regina. In una trasmissione di “Fuori Orario” su Rai Tre, qualche anno fa passava spesso un vecchio filmato in bianco e nero girato nella Rio degli anni Sessanta. In un locale pieno di fumo, birra e cachaça, si potevano riconoscere i volti giovanili di Antonio Pecci, in arte Toquinho, di Jobim, João Gilberto, Baden Powell, Leon Hirszman, Pedro De Andrade, la nervosa Odete Lara, lo spettinato Glauber Rocha accanto a Gilberto Gil. D’improvviso, uno di loro batte un colpo, due colpi sul tavolo di legno, un altro lo segue, un altro ancora batte le mani, un altro tira fuori una chitarra e nasce un samba. Sembrava un mondo di sorrisi, nonostante ci fosse poco da ridere, era certamente un mondo solidale, di vibrante creatività e irripetibile ingegno.’articolo completo

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Quando l’odio corre online

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Fabio Bolzetta

Nell’oceano dei media digitali e sociali, la discussione di temi divisivi come l’immigrazione viene spesso sommersa dal dilagare di contenuti ostili. Nella cultura convergente le forme di partecipazione permesse dalle nuove tecnologie — che offrono spazio e libertà ma riducono ogni competenza a un confronto orizzontale — vengono vissute con un atteggiamento di deresponsabilizzazione da parte degli utenti ancora oggi.

Al dilagare di informazioni volutamente false, le cosiddette fake news, si assiste alla diffusione di contenuti e commenti rancorosi favoriti dai like e dalla condivisione, spesso virale, sui social media. Una proliferazione policentrica di hate speech e pregiudizi che reagiscono in maniera epidermica alla cronaca diventando forme di razzismi 2.0 digerite come proposte interpretative di una società e un mondo percepiti come complessi, incompresi e inaccettati. Dove l’altro viene opposto all’io e al noi di un agglomerato sociale o social. 

L’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), istituito in Italia presso il Dipartimento pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, secondo i dati diffusi nel 2017, ha giudicato pertinenti in un anno duemilaseicentocinquantadue istruttorie. Il 69 per cento riguardano fatti discriminatori per motivi etnico-razziali di cui, per il 17 per cento si tratta di eventi riguardanti le comunità rom, sinti e caminanti. Il monitoraggio, presente sui media tradizionali, è stato esteso anche a social network e social media. A seguito delle segnalazioni dei cittadini sono stati individuati 1.598 casi online di discriminazione nel 2012, 1.396 nel 2013, 1.627 nel 2014, 2.235 nel 2015, 2.936 nel 2016 e 3.909 nel 2017. 

In Italia opera una seconda autorità: l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad). Istituito nel 2010 presso il Ministero dell’interno riceve segnalazioni, anche via mail, e attiva interventi da parte della Polizia e dei Carabinieri. Nel 2017 ha ricevuto 2.030 segnalazioni. L’87,5 per cento dall’Unar. Il 90,1 per cento dei casi online riguardavano quelli relativi alla discriminazione razziale. 

Stefano Pasta, dottore di ricerca in Pedagogia presso il Centro di ricerca sull’educazione ai media dell’informazione e alla tecnologia (Cremit) e sulle Relazioni interculturali dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano nel volume Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online (Brescia, Scholé-Morcelliana, 2018, pagine 224, euro 20) ha individuato cinque tipologie contemporanee di razzismo, diffuse nell’ambiente digitale e social: il razzismo tribale, mirato, dei fatti, di necessità ed estremo. 

Il primo è caratterizzato dal frequente ricorso agli insulti in una «lotta tra tribù per affrontare la superiorità dell’una sull’altra». Il razzismo mirato invece è caratterizzato dall’aggressività verso target specifici, soprattutto persone di colore. La diversità anziché ricchezza viene giudicata come un elemento da contrastare affermando che «una persona con tratti somatici stranieri, indipendentemente dai propri sentimenti di appartenenza e da quanto tempo abbia vissuto in Italia, non potrà mai essere considerata italiana». Tesi non raffinate, ricorso frequente a un certo tipo di ironia, istituzioni tacciate di buonismo e richiamo a decisioni «serie e forti». 

Il razzismo dei fatti vede «presunte evidenze oggettuali ripostate come verità diventare argomentazioni contro la sostenibilità delle politiche di accoglienza, unitamente al tema dell’erosione delle risorse del welfare. Il linguaggio è pacato nei toni ma violento nei concetti». Nel razzismo di necessità non accettando le presenze altrui si è rassegnati a convivere auspicando «soluzioni di fronte alle questioni poste dall’alterità (stranieri, rom, musulmani, profughi)». Nell’ultima definizione, invece, si raccolgono i giudizi più estremi quanto a contenuti e rifiuto dell’altro: si tratta di una «intolleranza totale verso le differenze. La richiesta non è più di tipo normativo, ma punitiva, e non lascia spazio a prospettive del vivere insieme». 

Il campione della ricerca è stato costituito da centotrenta performances razziste online in lingua italiana di duplice provenienza: quaranta casi di discriminazione su base etnica, appartenenza nazionale o provenienza geografica, trattati dall’Unar e altri novanta reperiti in ambienti digitali a rischio. Il ricercatore ha contattato direttamente gli autori dei post e ha condotto conversazioni digitali per provare a farli riflettere sui contenuti pubblicati. È emersa, soprattutto nei giovanissimi, la pretesa a non essere presi sul serio. «Rivendicano un atteggiamento deresponsabilizzato e banalizzante, proprio perché online» spiega Pasta. «Tutto ciò ha una grave conseguenza online quanto offline. Perché si normalizzano, e quindi si accettano, idee ed espressioni di violenza su cui, fino poco fa, vi era una condanna sociale».

Ma è lo stesso web a poter offrirne gli anticorpi. Secondo Pasta — che nel 2017 ha ricevuto il Premio di giovane ricercatore dalla Società italiana di ricerca sull’educazione mediale (Sirem) — «con i nuovi media non basta più educare lo spettatore, occorre anche educare il produttore che ogni spettatore è diventato, grazie allo smartphone che si porta in tasca, sviluppando pensiero critico (nella selezione delle fonti e nel riconoscere le fake news), ma soprattutto responsabilità, ossia attenzione alle conseguenze delle proprie azioni. Papa Francesco ci ha invitato a una comunicazione che non semini odio, non sia il megafono di chi urla più forte e non propaghi fake news. Nell’analisi svolta all’Università cattolica, emerge come la selezione delle fonti sia un fronte educativo decisivo: soprattutto sul tema dell’immigrazione, le fake news sono spesso alla base di odio xenofobo, in continuità online e offline. Trovano diffusione perché siamo nell’era della post-verità dove le convinzioni personali e le emozioni contano più della veridicità dei fatti. La proposta è un approccio morale che educhi online e offline a comportamenti di aiuto e cooperazione, orientando a essere non solo naturalmente, ma anche culturalmente, “negli” altri e “per” gli altri».

La vocazione maggioritaria del Pd e il centro.

Già pubblicato su Huffingtonpost

Nicola Zingaretti, malgrado le insistenti e ripetute sconfitte elettorali a livello locale – quasi ovunque – e a livello nazionale, continua imperterrito a sostenere che la “vocazione maggioritaria” del suo partito è l’unico orizzonte politico entro cui si può e si deve muovere nel futuro. Una tesi indubbiamente ambiziosa ma anche un pò ardita alla luce dei consensi che il Pd sta raggranellando in giro per l’Italia. Al riguardo, è inutile fare l’elenco delle sconfitte, anche storiche, nelle varie amministrazione locali.

Ora, come si possa continuare a parlare di “vocazione maggioritaria ” in un contesto del genere resta francamente misterioso. Anche perché in Italia “la politica è sempre stata politica delle alleanze” per dirla con una felice battuta di Mino Martinazzoli. E pensare che basti un solo partito – ovvero l’autosufficienza politica ed elettorale -,per centrare l’obiettivo della vittoria finale resta, nella migliore delle ipotesi, più un auspicio se non un mero desiderio. Anche perché la sterzata, comprensibile e anche fondata, di Zingaretti di fare del Pd un novello Pds, chiude definitivamente ed irreversibilmente ogni possibilità per il partito della sinistra italiana – sempre che ci riesca – di ridiventare largamente maggioritario nella pubblica opinione del nostro paese. Ed è per questo motivo che permangono molti dubbi e perplessità sul metodo che il Pd di Zingaretti vuol intraprendere concretamente nella costruzione di una alleanza o di un “campo aperto”, come lo definisce il Presidente del Lazio. Ovvero, una sorta di alleanza che nasce per gentile concessione del segretario del partito di maggioranza relativa, il Pd appunto, che autorizza i singoli a fare un partito funzionale alla potenziale vittoria della alleanza. Insomma, una sorta di “lodo Calenda”, dove si chiede l’autorizzazione a Zingaretti e poi ci si mette in proprio. Un metodo singolare ma non affatto nuovo nella politica italiana. Nel caso specifico, si tratta della riproposizione della concezione egemonica di gramsciana memoria che individua un solo protagonista attorniato da una serie di movimenti satelliti con scarsa personalità politica e funzionali alla sola affermazione politica ed elettorale dell’azionista di maggioranza. Un metodo e una prassi che difficilmente potranno decollare con successo ed inclusione. O meglio, che sia in grado di attecchire nell’attuale fase politica italiana.

Ecco perché quando si parla di “campo aperto” occorre intendersi bene sul che cosa significa concretamente questo progetto politico. È sufficientemente noto a tutti che una coalizione come il centro sinistra, anche in una fase storica molto complessa ed articolata com’è quella contemporanea, può competere solo e soltanto se c’è un “centro” visibile e autonomo accompagnato da una cultura politica, da un progetto politico e da un vero radicamento sociale e una “sinistra” altrettanto visibile, percepibile e coerente sul terreno politico, sociale e culturale. Senza questa precondizione qualunque altra ipotesi pianificata a tavolino è destinata ad infrangersi contro gli scogli del realismo e della concreta situazione politica italiana. E questo anche perché oggi c’è un vuoto politico ed elettorale da colmare. Lo dicono i sondaggisti più quotati ma è una sensazione largamente percepita. Tutti sanno che ci sono moltissimi elettori che si rifugiano nell’astensionismo o che continuano a votare stancamente i partiti esistenti in mancanza di altre offerte politiche ed elettorali. Ed è per questa semplice ragione politica che i partiti sono credibili, interlocutori e quindi votabili se ricavano la loro credibilità dalla battaglia concreta nella società senza mendicare autorizzazioni o permessi dagli azionisti di maggioranza.

I “partiti contadini” come venivano definiti ai tempi della guerra fredda o “satelliti” per adoperare una terminologia più moderna, sono strumenti e modalità che denotano una concezione alternativa alla costruzione di una coalizione o di una alleanza realmente competitiva e alternativa al centro destra. Per questi semplici e sacrosanti motivi, almeno questa è la mia opinione, quando si parla di coalizione politica ed elettorale vanno archiviati alcune costanti di fondo. A cominciare dalla “vocazione maggioritaria”, appunto, e dalla grottesca concezione che autorizza il partito più grande a distribuire le carte per comporre l’intero mosaico.

È bene che lo sappiano il Pd di Zingaretti e anche tutti coloro che non si riconoscono nel neo Pds ma che intendono perseguire il disegno e il progetto politico di un vero, autentico e credibile centro sinistra. Senza rimpianti del passato ma
con la consapevolezza che oggi serve una coalizione riformista, di governo, democratica, costituzionale e capace di dare una risposta altrettanto credibile alle attese, ai bisogni e alle esigenze dei ceti popolari del nostro paese.

 

Perché alcune persone votano per i populisti

Fonte Askanews

Più guardi la tv, più voti i populisti. Questo è il sunto del nuovo studio pubblicato sull’American Economic Review, rivista accademica statunitense, che ha preso in considerazione il caso italiano.

Lo studio, condotto dagli economisti Ruben Durante, Paolo Pinotti e Andrea Tesei, dimostrerebbe che guardare molta televisione d’intrattenimento avrebbe un impatto negativo sulla propria intelligenza. Ed è inoltre più probabile che si voti per un partito populista. Secondo gli autori, l’appoggio per Silvio Berlusconi e Forza Italia si spiegherebbe proprio con l’influenza dei canali Mediaset.

Un’eccessiva esposizione alla tv commerciale fin da bambini non solo avrebbe portato le persone a votare Berlusconi negli anni ’90, ma le avrebbe poi spinte a votare per il Movimento 5 Stelle negli ultimi anni. Secondo Yascha Mounk, professore alla John Hopkins University e collaboratore della rivista The Atlantic, lo studio è meticoloso e i risultati da prendere seriamente.

Grecia: Ora spetta a Mitsotakis risolvere i problemi

Il conservatore Kyriakos Mitsotakis ha vinto le elezioni parlamentari in Grecia e ha ottenuto la maggioranza assoluta in parlamento. 

Così lo storico partito popolare greco – che aveva gestito la prima fase della crisi economica al governo, dal 2012 al 2015 – torna al potere dopo l’esaurimento della rivoluzione promessa da Tsipras.

Dovrà, però ora, muoversi velocemente per cogliere lo slancio positivo dato dalle elezioni e dovrà portare quel cambiamento, da lui più volte annunciato, in un paese dove il tasso di disoccupazione continua ad essere il più alto nell’area dell’euro al 18%, e dove la crescita è bassa.

E se vuole lasciare il segno nella storia greca dovrà come prima cosa assolvere tre compiti importanti: posti di lavoro, posti di lavoro e posti di lavoro.

Ma non è l’unica sfida difficile da affrontare. Il Primo Ministro si è impegnato a far crescere l’economia greca a un ritmo clamoroso del 4% l’anno (il doppio di quello attuale) già nei suoi primi 18 mesi di governo, ma è anche determinato a negoziare con Bruxelles per ottenere una riduzione dell’eccedenza di bilancio che l’Europa ora esige dal paese ellenico. Le condizioni imposte dai creditori obbligano la Grecia a mantenere un avanzo primario del 3,5%. Mitsotakis vuole abbassare quella percentuale, per dare un po ‘di ossigeno alla classe media, asfissiata dalle tasse.

Imposte che, a proposito, si è impegnato a ridurre: il 30% di tasse sugli immobili, il 20% di tasse sulle società, il 5% di contributi alla sicurezza sociale .

E  intende fare tutto senza tagliare l’assistenza sociale e sanitaria per i più svantaggiati, senza licenziare nel settore pubblico, senza tagliare le pensioni per i pensionati.

Come lo farà allora? Il suo obiettivo è di attirare 100 miliardi di euro di investimenti esteri in Grecia, realizzando importanti riforme per ottimizzare le risorse esistenti e combattere la corruzione e l’evasione fiscale.

Comunque se non dovesse riuscire ad attuare le sue promesse, il governo Mitsotakis correrà lo stesso rischio di  tutti i governi che si sono susseguiti in Grecia dall’inizio della crisi (sono sette): che non sarà rieletto per un secondo mandato.

 

Tagli alle scorte: Salvini firma la direttiva

Come aveva annunciato Matteo Salvini, arrivano i tagli alle scorte. Il ministro dell’Interno ha infatti firmato l’ordinanza per la revisione del sistema.

Sono, al momento, 2.015 le unità delle forze di polizia impiegate (203 in meno rispetto a dodici mesi prima), oltre a 211 per le vigilanze fisse, 404 le vetture blindate e 234 le non specializzate”.

Per quanto riguarda le regioni, la parte del leone è del Lazio, con 209 tutele nel 2018 e 173 nel 2019, e subito dopo la Sicilia con 142 nel 2018 e 124 nel 2019. Le categorie maggiormente tutelate sono: magistrati, imprenditori e diplomatici, oltre a politici, giornalisti e alti dirigenti dello Stato.

In particolare, al primo giugno 2018, risultavano protetti 274 magistrati, 82 politici, 45 imprenditori e 28 diplomatici. Dopo un anno il numero dei magistrati tutelati non ha subito variazioni, i politici sono scesi a 58, gli imprenditori a 32 e i diplomatici a 27.

88 giorni nelle farm australiane: presentata al Senato una ricerca Migrantes.

E’ stato presentato a Roma, il volume 88 giorni nelle farm australiane. Un moderno rito di passaggio. Promosso dalla Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana ed edito da Tau, il volume è il risultato di un percorso di ricerca iniziato con la pubblicazione del volume intitolato Giovani italiani in Australia: un viaggio da temporaneo a permanente e corredato dal video-reportage 88 giorni nelle farm australiane e continuato successivamente all’interno del Rapporto Italiani nel Mondo 2017 con la pubblicazione del capitolo I rientri dall’Australia della generazione vacanza-lavoro: cambiamenti e aspettative future, nel quale si trovano le prime analisi di quello che oggi è diventata una ricerca completa.

Tale percorso di ricerca ha visto gli autori – Michele Grigoletti e Giuseppe Casarotto – incontrare e dialogare, negli ultimi 5 anni, con centinaia di giovani italiani che hanno concluso l’esperienza di vita e di lavoro nelle lontane campagne australiane. Il volume raccoglie più di 80 testimonianze, scritte in prima persona da chi ha affrontato l’esperienza delle farm, ed è corredato dalle fotografie che i giovani hanno scattato durante la loro avventura. Gli scatti ci mostrano le tappe del viaggio che il giovane deve affrontare per l’ottenimento del secondo visto vacanza-lavoro, tuttavia i testi ci parlano anche di un viaggio interiore, di crescita e di maturazione. Dopo le farm i ragazzi si riscoprono più adulti, più liberi dalle paure, dai blocchi psicologici, più consapevoli delle proprie possibilità e meno spaventati dai propri limiti. Attraverso l’analisi delle testimonianze il volume ci svela perché gli 88 giorni nelle farm australiane possono essere considerati un “moderno rito di passaggio”, un periodo duro ma edificante nel quale si ritrovano molti degli elementi tipici dei riti di passaggio che sono sempre caratterizzati da tre fasi principali: la separazione, la fase liminale e la riaggregazione.

I racconti autobiografici sono preceduti da alcuni saggi che ci permettono di capire le motivazioni della partenza, i benefici degli 88 giorni trascorsi in farm e i valori riscoperti da questa scelta di vita; rivelano le principali zone di raccolta e i nomi delle località australiane dove i backpackers lavorano e affrontano dal punto di vista socio-psicologico temi quali le potenzialità non sfruttate dei giovani, l’importanza della gratificazione e della meritocrazia nel lavoro, la riscoperta di una natura wild, di rapporti umani intensi e di un’esistenza più semplice e libera da convenzioni sociali. Il volume è accompagnato da acquerelli nei quali l’illustratrice ha voluto riassumere, in maniera ironica, le differenze tra Italia e Australia.

Calo delle nascite: Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani fa sentire la sua voce

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani , in occasione della Giornata internazionale della popolazione, che si celebra l’11 luglio di ogni anno (data scelta nel 1989 dal Consiglio Direttivo del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP – United Nations Development Programme con la decisione 89/46), intende dedicare tutta l’attenzione possibile ad una ricorrenza importante nata per evidenziare la consapevolezza sulle problematiche riguardanti il trend della popolazione mondiale.

Proprio in questi giorni è stato pubblicato da parte dell’ISTAT il bilancio demografico in cui si evidenziano dati catastrofici sul tasso di natalità registrato nel corso del 2018, con 439.747 bambini iscritti in anagrafe per nascita; è riscontrabile una diminuzione delle nascite di oltre 18 mila unità rispetto al 2017 (-4%). Per far comprendere le dimensioni del declino demografico è significativo riportare quanto nella comunicazione ISTAT viene comunicato: “Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani (residenti in Italia) è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila).”

Sono pochi gli interventi a favore della crescita della natalità: tante parole e pochi fatti da parte del mondo politico.

Per esempio, lo svuotamento del Sud d’Italia non comporta certo benessere, stabilità economica e fiducia nel futuro; ormai le nascite si verificano in contesti miseri o estremamente agiati. Il ceto medio è completamente azzerato

 

Le Colline del Prosecco diventano Patrimonio dell’Umanità

La proclamazione è avvenuta il 7 luglio a Baku capitale dell’Azerbaigian, in occasione della 43esima sessione del Comitato del Patrimonio mondiale Unesco, con delibera unanime dei 21 Stati membri. Il risultato prova anche, si legge in una nota, la posizione di primissimo piano che l’Italia riveste in seno all’Unesco e l’ottimo gioco di squadra del sistema Paese.

“Oggi è una giornata storica per il Veneto e l’Italia intera – ha detto il titolare del Mipaaft Gianmarco Centinaio – Le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene sono finalmente, e giustamente, patrimonio dell’umanità. Un grande riconoscimento che valorizza le straordinarie qualità sceniche e le tradizioni di un paesaggio culturale unico di eccezionale valore mondiale. Una terra dalla quale nascono i frutti che danno vita a uno dei prodotti che più caratterizza l’eccellenza del nostro made in Italy”. “Questo risultato arricchisce l’insieme dei siti e beni italiani presenti nella prestigiosa lista Unesco ha aggiunto Centinaio – e conferma, ancora una volta, la grande attenzione mondiale nei confronti del patrimonio naturale e culturale del nostro Paese. Desidero ringraziare tutti coloro che hanno creduto e contribuito a questo successo. Il mio plauso va alle autorità italiane che, a tutti i livelli, hanno profuso i loro impegno verso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, condividendo e tutelando i valori della cultura, della scienza e dell’educazione”.

“Una nomina più che meritata, un riconoscimento che va a valorizzare un territorio ineguagliabile per bellezza e per qualità della produzione vitivinicola – ha detto l’assessore regionale al lavoro e alla formazione del Veneto, Elena Donazzan ”. “Il Prosecco è il vino italiano più conosciuto e più bevuto al mondo, con un volume di export in continuo aumento. Oltre 5.000 addetti operano infatti attorno alla produzione del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg: una vera e propria macroeconomia tutta veneta che esce notevolmente rafforzata da questa decisione – continua Donazzan – ma la nomina a patrimonio Unesco delle colline del Prosecco vale molto di più, perché permetterà di far conoscere ai visitatori da tutto il mondo uno dei territori più belli del Veneto e d’Italia, favorendo lo sviluppo di nuove forme di turismo enogastronomico, lento e consapevole”.

“Questo riconoscimento – ha concluso l’assessore – è un punto di partenza per il futuro. Adesso la sfida che ci attende è quella della conservazione dei caratteri specifici e tradizionali di questo splendido territorio quale Patrimonio da trasmettere alle future generazioni, a beneficio dell’intera Umanità”.

“È’ una gioia grande – ha tenuto a precisare il Sindaco di Valdobbiadene, Luciano Fregonese – lo è per la mia comunità e per le altre di tutti i 15 territori Docg per un risultato arrivato dopo dieci anni di lavoro, anche amministrativo, e reso possibile da un gioco di squadra compatto, sotto la regia della Regione Veneto. E’ un successo che ci stimola a lavorare ulteriormente per lo sviluppo e la crescita della nostra comunità, un’opportunità maggiore per guardare al futuro con una prospettiva rosea di crescita anche economica, oltre che sociale”. “L’ansia dell’attesa si è trasformata in gioia – ha aggiunto il primo cittadino di Conegliano, Fabio Chies -. Un giusto riconoscimento del percorso fatto in questi anni anche con il varo di regolamenti importanti sul fronte della sensibilità ambientale nel territorio. E’ un ottimo risultato che ci porta alla consapevolezza che è nostro dovere continuare a lavorare in questa direzione, ma anche una spinta a fare un salto di qualità sul fronte della ricettività e dell’accoglienza. E’ una grande sfida che ci aspetta da qui in avanti: rimbocchiamoci le maniche e abbandoniamo i campanilismi per lavorare in un’unica direzione in maniera omogenea. Il riconoscimento – ha concluso Chies – è la risposta migliore a chi solleva problematiche di varia natura e sia di conferma per una maggiore garanzia di tutela e rispetto per il territorio”.

Distrofia muscolare

Sotto il termine distrofia muscolare si raccolgono un gruppo di gravi malattie neuromuscolari a carattere degenerativo, determinate geneticamente e che causano atrofia progressiva della muscolatura scheletrica.

Si calcola che in Italia l’1% circa della popolazione sia affetto da malattie neuromuscolari; questa percentuale equivale grosso modo al 10% di tutti gli ammalati neurologici.

Le forme più diffuse sono la distrofia muscolare di Duchenne e quella di Becker; esistono però un’infinità di forme intermedie, e in pressoché ogni soggetto il decorso della malattia appare differente rispetto ad altri soggetti.

La distrofia di Duchenne viene riconosciuta al terzo anno di vita.

I primi segni che attirano l’attenzione sono l’incapacità di camminare o correre quando queste funzioni avrebbero già dovuto essere acquisite; oppure, una volta che queste attività vengano acquisite, i bambini appaiono meno attivi della norma e cadono facilmente.

Con il passare del tempo aumentano le difficoltà a camminare, correre, salire le scale… I primi muscoli ad essere colpiti sono il quadricipite, i glutei. I muscoli della scapola degli arti superiori vengono colpiti successivamente.

L’ingrossamento dei polpacci e di altri muscoli è progressivo nei primi stadi della malattia, anche quelli originariamente ingrossati, tendono a ridursi di volume.

Gli arti sono solitamente ipotonici e flaccidi, ma con il progredire della malattia compaiono contratture conseguenti al mantenimento degli arti nella stessa posizione e al mancato bilanciamento fra agonisti ed antagonisti.

I riflessi tendinei dapprima diminuiscono e poi scompaiono parallelamente alla perdita delle fibre muscolari; gli ultimi a scomparire sono i riflessi achillei. Le ossa divengono sottili e demineralizzate. I muscoli lisci sono risparmiati, mentre il cuore è colpito e possono apparire vari tipi di aritmia.

Di solito la morte è dovuta ad insufficienza respiratoria, infezioni polmonari o scompenso cardiaco. In casi molto rari si osserva un modesto ritardo mentale non progressivo. L’aspettativa di vita dipende sempre dal soggetto e negli ultimi quindici anni le prospettive di vita si sono allungate notevolmente grazie alla ventilazione notturna; se nel secolo scorso alcuni medici sostenevano che un paziente affetto da DMD potesse difficilmente superare la seconda decade, oggi ci sono casi di pazienti con Distrofia Muscolare di Duchenne che vivono oltre il cinquantesimo anno di età.

L’altro tipo non si rende evidente fino alla prima età adulta. Sono spesso i piccoli muscoli delle mani a diventare atrofici; in altri casi i segni più precoci sono la ptosi palpebrale e l’assottigliamento e il rilasciamento dei muscoli della faccia. L’atrofia dei masseteri porta ad un assottigliamento della metà inferiore della faccia e alla malposizione della mandibola. Gli sternocleidomastoidei sono quasi sempre assottigliati e indeboliti con conseguente curvatura inferiore del collo (collo a cigno).

La debolezza dei muscoli della faringe e della laringe determina una voce debole e monotona. Frequenti sono la debolezza del diaframma e l’ipoventilazione alveolare con bronchite cronica. Anche le alterazioni cardiache sono frequenti, dovute il più delle volte ad anomalie della conduzione.

Caratteristica peculiare della malattia è la miotonia, che si esprime come contrazione prolungata di certi muscoli dopo una breve percussione o stimolazione elettrica o come ritardo del rilasciamento dopo contrazione volontaria. La miotonia può precedere la debolezza di molti anni.

La malattia progredisce lentamente, con interessamento graduale dei muscoli prossimali degli arti e del tronco. La maggior parte dei pazienti è confinata in carrozzella o a letto entro 15-20 anni dall’esordio e la morte si verifica a causa di infezioni polmonari, blocco cardiaco o scompenso cardio-circolatorio.

 

Acli: “Abbiamo bisogno di un regionalismo che non provochi fratture nel nostro Paese”

Il presidente delle Acli, Roberto Rossini, durante la Summer School Giorgio La Pira, che si sta svolgendo a Como, afferma che: “Abbiamo bisogno di un regionalismo che non provochi fratture nel nostro Paese”.

Serve una legge che aiuti a ricostruire e a rinnovare l’unità – ha aggiunto – ed è fondamentale che le spinte autonomiste siano accompagnate da forme di potenziamento degli aspetti che possono contenere derive localistiche, per fare della differenziazione un’opportunità per la crescita della coesione sociale e dell’efficientamento istituzionale e amministrativo del nostro Paese e dell’Europa intera”.

Da Rossini anche l’invito ad “aprire sul tema del regionalismo un grande dibattito pubblico, perché è una questione non secondaria che riguarda da vicino tutti i cittadini”.

 

Vi racconto Eco, la nuova moneta africana. L’analisi di Valori

Fonte Formiche.net a firma di Giancarlo Elia Valori

L’undici giugno 2019, nel corso di una riunione tenutasi ad Abuja, la capitale federale della Nigeria, i quindici membri dell’Ecowas (Economic Community of West African States) hanno deciso di coniare, molto probabilmente per il 2020, una nuova moneta africana, il cui nome è stato già scelto: “Eco”.

I quindici Stati dell’Ecowas (la stessa associazione che in sigla francofona, si chiama Cedeao e che si occupa soprattutto di una parte dell’applicazione del Franco Cfa) sono, lo ricordiamo, Benin, Togo, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau e Liberia, che pure fondò Ecowas nel 1964, poi con la ulteriore definizione del trattato di Lagos nel 1975, arrivarono Mali, Niger, Nigeria, Senegal e Sierra Leone.

Si noti che, mentre la Mauritania ha abbandonato completamente l’Ecowas nel 2000, il Regno Alawita del Marocco, dal 2017, ha invece richiesto ufficialmente di parteciparvi.

Il progetto di “Eco”, che dura, almeno programmaticamente, dal 2015; e che risuona molto come l’”Euro”, è nato però all’interno di una associazione fra Stati più ristretta di ECOWAS, ovvero la Wamz, West African Monetary Zone, che si compone di Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria, Sierra Leone.

Stati che appartengono anche all’Ecowas, come si può vedere, ma che intendono arrivare ad un’unione economica e monetaria molto simile a quella dell’Ue, avendo peraltro economie meno distanti tra di loro di quelle dell’intero insieme di Ecowas.

Il lancio di Eco, lo ricordiamo, è stato rimandato fin dal 1983, e oggi si prevede nel 2020, ma sempre sulla carta.

I francesi lo definiscono, con una vecchia formula del gergo giornalistico estivo, un “serpente di mare”, ma bisogna stare sempre molto attenti alle eccessive semplificazioni e alla scarsa stima per amici e avversari.

Certo, otto tra i Paesi dell’Ecowas-Cedeao dovranno quindi abbandonare il Franco Cfa, mentre gli altri sette la loro moneta nazionale.

Si richiede per la nuova Eco, come dice il comunicato finale dell’ultima riunione dei 15, un “approccio graduale” a cominciare da quei Paesi che mostrano un più evidente “livello di convergenza”.

Per l’Ue e il suo euro, i criteri di convergenza furono, lo sappiamo bene, la stabilità dei prezzi, che è vista come unico segno dell’inflazione, ma non sappiamo quanto questa idea sia corretta, poi le finanze pubbliche “sane e sostenibili”, che non vuole dire nulla ma che, in Ue, vuol dire disavanzo non superiore al 3% del Pil e debito pubblico non oltre il 60% del Pil.

I NUMERI DELL’AFRICA

In Africa, da questo punto di vista, le cose non vanno troppo bene.

Da poco, il debito di tutto il continente nero ha superato i 100 miliardi di euro, dopo che il Ghana ha acceso da poco tempo un debito, denominato in euro, e in un sol colpo, di 2,6 miliardi.

Nel solo 2018 i Paesi africani sono arrivati a un debito totale e solo in euro di 27,1 miliardi, ma nel 2017 Egitto, Ghana e Benin hanno preso euro in prestito per 7,6 miliardi. La Nigeria arriverà poi ai 17,6 miliardi di euro di debiti alla fine di quest’anno. Dieci Paesi africani hanno già emesso eurobond, tra poco ce ne saranno 21.

Ma è anche vero che il rapporto debito/Pil dei Paesi africani è in media del 53%, mentre negli anni ‘90 e nel primo decennio del 2000 eravamo arrivati al 90%-100%.

Ovvie le cause dell’aumento recente del debito in euro (e in dollari) dei Paesi africani: le conseguenze della crisi finanziaria globale e la diminuzione strutturale del prezzo delle materie prime.

Peraltro, molti investitori hanno iniziato a operare anche in Africa, visto il bassissimo livello degli interessi in Usa ed Europa.

L’Egitto è oggi il Paese più indebitato, con 25,5 miliardi di euro in totale.

Poi c’è il Sud-Africa, con 18,9 miliardi, la Nigeria con 11,2, il Ghana con 7,8 miliardi di Euro, la Costa d’Avorio con 7,2, l’Angola con 5 miliardi, il Kenya con 4,8 miliardi di euro, il Marocco con 4,5, il Senegal con 4 miliardi di Euro e, infine, lo Zambia con soli 3.

Gli analisti delle banche internazionali prevedono che, in futuro, il debito, in euro e in dollari, per i Paesi africani non sarà un problema.

Anzi, secondo la Banca Mondiale il rapporto debito-Pil dovrebbe cadere, in media, fino al 43% per tutti i maggiori Paesi africani.

La quota degli eurobond per il totale del debito è, nel caso peggiore, il Senegal, del 15,5%, mentre il migliore standard rimane la Tunisia, con 6,3 miliardi di euro di debito emessi tramite eurobond.

Altre variabili sono, come è facile immaginare, il costo del servizio del debito, che è raddoppiato in due anni fino a raggiungere il 10%, e l’aleatorietà del prezzo al barile dei mercati petroliferi, dato che tutti questi Paesi, salvo la Nigeria, sono importatori netti di petrolio.

Quindi, parlare di finanze “sostenibili” non lo si può fare di certo, anche se molti Paesi Ecowas hanno un rapporto debito-Pil che suscita, in questi giorni, le nostre invidie.

Poi c’è la stabilità del tasso di cambio, richiesta per l’entrata nell’Euro e che è, come sappiamo, uno dei primari criteri di “convergenza”.

Per l’associazione africana a quindici, si prevede una crescita media del Pil annuo del 6,3%, data l’espansione dell’estrazione petrolifera in Costa d’Avorio, Sierra Leone, Burkina Faso e Ghana, mentre la stabilità fiscale, in media di circa l’1,7% in più per il 2019, è accettabile.

Quindi, se applichiamo i criteri soliti dell’euro, la nuova moneta Eco appare quindi difficilissima da creare, ma non impossibile, almeno in tempi lunghi.

L’Ecowas ha caldeggiato il progetto della sua moneta unica molte volte: all’inizio, venne teorizzato addirittura nel 1983, poi ancora nel 2000, infine nel 2003 e oggi si parla, lo abbiamo visto, del 2020.

Certo, c’è già un accordo, tra i Paesi Ecowas, di abolizione dei permessi per i viaggi, e molti dei 15 carezzano progetti di integrazione economica e produttiva.

Ma, per quel che riguarda la convergenza per il deficit di bilancio, solo cinque Paesi, ovvero Capo Verde, Costa d’Avorio, Guinea, Senegal e Togo possono mantenere fede già oggi al programma della moneta unica africana, avendo un deficit di bilancio di non oltre il 4% e un tasso di inflazione non superiore al 5%.

Se quindi ci sarà convergenza in tempi ragionevoli, cosa che non possiamo certo escludere, è però improbabile che ciò avvenga entro il 2020.

Peraltro, i livelli di sviluppo tra i 15 sono molto differenti.

Diversi livelli di indebitamento, di tassi di interesse, di debito pubblico, sono quindi tali da non essere unificabili in breve tempo, visto che la quota della manifattura, in Africa, sta diminuendo e le economie che operano sulle materie prime sono, da sempre, particolarmente anelastiche.

La Nigeria, poi, vale da sola il 67% del Pil di tutto l’Ecowas, quindi l’Eco sarebbe, alla fine un naira allargato.

Con gli stessi problemi che abbiamo noi, che godiamo di un euro che è, di fatto, un marco tedesco allargato.

Si va, per quel che riguarda l’inflazione, da un tasso del 27% in Liberia all’11% in Nigeria, con Senegal e Costa d’Avorio che hanno una inflazione “europea” dell’1%.

IL FRANCO CFA

Certo, il franco Cfa, è uno strumento “coloniale” ma, comunque, ha garantito la stabilità monetaria e una forza negli scambi che, sicuramente, le varie monete delle ex-colonie francesi non avrebbero potuto raggiungere da sole. Il meccanismo del franco Cfa, lo ricordiamo, è che gli Stati aderenti devono depositare il 50%, oggi, delle loro riserve esterne in un conto presso il Tesoro francese.

È però da evitare il danno dell’euro, che è quello di non poter evitare gli shock asimmetrici. È una moneta, l’euro, che è soprattutto un accordo di cambi fissi. Si pensi poi qui agli aggiustamenti che la Nigeria ha messo in opera nel 2016; e peraltro le inflazioni dei vari Paesi Ecowas sono stabili ma non omogenee. Dall’11% all’1% dalla Nigeria al Senegal.

Tra il 2000 e il 2016, il Ghana è oscillato tra un tasso di inflazione del 16,92%. Il fatto è che tutti i Paesi Ecowas, e anche gli altri stati africani, sono importatori netti. I Paesi dell’ovest africano non commerciano, poi, primariamente tra di loro. Se le monete uniche sono fatte soprattutto per stimolare gli scambi, allora questo non è certo il caso.

Il franco Cfa era, comunque, un modo di rendere omogenei, geo-politicamente e finanziariamente, i Paesi ex-colonie francesi da unire contro la Nigeria, avamposto degli interessi britannici (e statunitensi) nell’Africa sub-sahariana. Nessuno dei governi Ecowas vuole inoltre trasferire potere finanziario o politico alla Nigeria, né Abuja ha alcun interesse a trasferire potere decisionale a Paesi alleati certo, ma molto più piccoli e meno globalmente importanti.

L’articolo completo si può leggere qui 

Papa Francesco prega per i migranti uccisi nel raid aereo in Libia

Dopo la recita dell’Angelus, il Papa ha invitato i fedeli a pregare rivolgendogli queste parole: “anche se sono passati alcuni giorni, invito a pregare per le povere persone inermi uccise o ferite dall’attacco aereo che ha colpito un centro di detenzione di migranti in Libia. La comunità internazionale non può tollerare fatti così gravi.

Prego per le vittime: il Dio della pace accolga i defunti presso di sé e sostenga i feriti. Auspico che siano organizzati in modo esteso e concertato i corridoi umanitari per i migranti più bisognosi. Ricordo anche tutte le vittime delle stragi che recentemente sono state compiute in Afghanistan, Mali, Burkina Faso e Niger. Preghiamo insieme”.

La preghiera e la riflessione del Papa riguardano dunque i contesti regionali scossi da guerre civili e violenze settarie che, anche negli ultimi giorni, hanno provocato numerose vittime.

Udine: “Magnifici ritorni. Tesori aquileiesi dal Kunsthistorisches Museum”

Uno straordinario esempio di accoglienza e di dialogo tra culture diverse, oggi come 2200 anni fa.
È questa Aquileia, la città archeologicamente più preziosa dell’antico Stato asburgico, unita a Vienna da uno storico dialogo artistico e culturale, e presto anche da una mostra che rinnoverà il prezioso fil rouge tra l’antica città romana, patrimonio Unesco, e il Kunsthistorisches Museum.

“Magnifici ritorni. Tesori aquileiesi dal Kunsthistorisches Museum” fino al 20 ottobre riporterà, a distanza di quasi 200 anni tra le sale del Museo Archeologico Nazionale recentemente riallestito, 110 reperti archeologici restituiti dal ricco sottosuolo aquileiese ed esposti nella collezione permanente del museo austriaco.

Tra i pezzi più attesi in mostra – voluta dalla Fondazione Aquieia, dal Polo Museale del Friuli Venezia Giulia e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna per celebrare i 2200 anni dalla fondazione della città friulana – c’è la massiccia croce bronzea del IV secolo con il monogramma dato dall’intersezione delle lettere alpha e omega appese al braccio orizzontale della croce latina. Questo oggetto, molto caro agli abitanti di Aquileia, fu rinvenuto durante i lavori per l’aratura di un vigneto in località Monastero, e fu donato a Vienna dal barone Ettore van Ritter.

Superticket. Il Veneto lo abolisce dal 2020 per i redditi inferiori a 29mila euro

Nella sanità veneta, a partire dal primo gennaio 2020, sarà abolito il “superticket” nazionale sulla prestazioni specialistiche ambulatoriali, introdotto nel 2011, per tutte le persone economicamente vulnerabili, con un reddito inferiore a 29 mila euro annui. Lo ha deciso la Giunta regionale, nella sua ultima seduta su proposta dell’Assessore alla Sanità Manuela Lanzarin.

La decisione è stata resa possibile dal riparto tra le Regioni italiane di una somma complessiva di 60 milioni di euro, dei quali 6 milioni 879 mila 302 sono andati al Veneto.

 

Renzi “Cannoniere”

I pianeti, ordinatamente, ruotano attorno al sole perché la forza di gravità dell’astro li trattiene in orbita. Dovesse perdere tale forza, i corpi giranti potrebbero prendere una via rettilinea e andarsene via.

Ora, fuor di metafora, se l’astro rappresenta l’idea e i pianeti i soggetti che la seguono, se la prima smarrisce la sua intensità, i soggetti fanno le valige e se ne vanno. L’idea è, in questo caso, il PD; i pianeti sono i soggetti che riempiono quello spazio.

Fino ad oggi, se escludiamo Bersani, D’Alema e Speranza, che se ne sono andati due anni e qualche mese fa, è sembrato che l’intero carro mantenesse le sue parti. Ma è di ieri, la notizia principesca che un soggetto, già in precedenza recalcitrante, ne ha sparata una grossissima. Quando s’intende passare dalla guerriglia intestina a una vera e propria guerra di frontiera, si lancia il missile sulle pagine dei giornali.

Matteo Renzi, con vigile coscienza, ha cercato di ferire a morte alcuni suoi conterranei di parte. Non ha mirato al Segretario Zingaretti, né ai quartieri a lui distanti, ha alzato il fucile su Gentiloni e Minniti. Per chi avesse memoria corta, due suoi luogo tenenti di prim’ordine.

Il recente passato ha visto costoro avvicinarsi al profumo della sedia principale e Renzi, con la sua penna ha inteso marcare una bordata micidiale. In questo caso, è vero, rivolta ai due soggetti, ma in realtà la finalità era colpire il PD.

Ho estremizzato?

No. Per nulla.

Da quand’è che i commentatori suggeriscono quale sia la via prediletta dal fiorentino? Almeno dalla sconfitta elettorale nazionale. E forse qualcuno ipotizzava un allontanamento ancora precedente, vale a dire dopo la sconfitta del referendum del 4 dicembre 2016. Quindi, come vedete, resto sulla scia già tracciata. Nulla di nuovo. Di nuovo c’è l’intensità dell’operazione, è un dispositivo pensato e ripensato, calibrato e gettato nella mischia: l’articolo sul giornale è la misura di una volontà non solo esplicitata ma senz’altro lungamente coltivata.

Tutto questo indurrà il comandante e le sue truppe, di strappare dalla terra madre? Il coraggio o c’è o non c’è. Se il suo desiderio, ormai esplicito, è quello di non condividere quel soggiorno, e la sua vecchia casa è ai suoi occhi diventata inospitale, dovrebbe rimboccarsi le maniche e non cincischiare tanto. Insomma, mostrare il coraggio delle sue vere intenzioni.

Un po’ dappertutto tra le fila dei partiti di opposizione – escludo per ora FdI – sono in corso lacerazioni a non finire: in FI; in LeU; e nel PD, come detto. Deve esserci proprio un clima rovente e invece di irrobustire le fila per opporsi a Salvini e compagni, questi si perdono a misurare chi ce l’ha più grande. Un bel esempio di stupidità politica.

Ogni giorno ci riserva qualche sorpresa e noi che invece desideriamo ardentemente consumare un’estate tranquilla sotto gli ombrelloni.

Usa contro Cina? L’appello controcorrente

Articolo già apparso sulle pagine di Formiche.net

Il Washington Post pubblica una lettera redatta da cinque menti delle relazioni estere americane – professori di Harvard, MIT, Yale, analisti del Wilson Center e del Carnegie Endowment for International Peace – che chiedono al presidente Donald Trump e al Congresso di non esagerare  nello scontro con la Cina, perché aprire qualsiasi genere di guerra con Pechino non sarebbe conveniente per nessuno, a cominciare dagli Stati Uniti, ma anche per il mondo (e dunque per gli interessi degli Stati Uniti e degli alleati). La lettera riporta in calce la firma di dozzine di studiosi, il gotha del pensiero americano sulla politica estera ed economica, a cui è stato sottoposto il documento.

LE POLICY E IL CONTESTO

Si tratta di una bozza di policy, perché delinea i contorni del problema e spiega come comportarsi, e arriva in un momento favorevole perché in questa fase il presidente Trump, che ha da poco chiuso una proficua chiacchierata a latere del G20 col suo omologo cinese, Xi Jinping, potrebbe essere un po’ più ricettivo – ha addirittura messo sul piatto di un accordo a tutto tondo col Dragone la possibilità di stracciare la politica di isolamento contro Huawei, e non è poco come contenuto e simbolo.

Sia chiaro, “China is not an enemy” – questo il titolo del documento – si apre con un prologo fondamentale: “[…] siamo molto turbati dal recente comportamento di Pechino, che richiede una forte risposta”, conditio sine qua non affinché chi legge, la Casa Bianca e congressisti, vadano avanti senza buttare la lettera nel cestino. Perché se c’è una cosa abbastanza chiara in questo momento è che la competizione/confronto con la Cina è un argomento sentito da tutti gli apparati di qualsiasi colore politico o posizione all’interno della catena del valore e della macchina della sicurezza americana. Oltre le analisi accademiche.

PRAGMATISMO VS NAZIONALISMO, IN CINA

Il documento è costruito in sette punti, vediamoli. Si parte così: la maggiore repressione interna, un maggiore controllo statale sulle imprese private, il mancato rispetto di molti dei suoi impegni commerciali, maggiori sforzi per controllare l’opinione straniera e una politica estera più aggressiva, fanno della Cina un problema che però non è risolvibile con “l’attuale approccio” che è “fondamentalmente controproducente”, ossia rischia di inasprire le linee nazionaliste di Pechino. La Cina, scrivono, è un competitor economico, ma “non è una minaccia per la sicurezza nazionale che deve essere affrontata in ogni ambito”. E qui c’è una grande distanza con la postura attuale che ingaggia contro il Dragone uno scontro globale. Secondo gli studiosi potrebbe essere meglio un mix di “concorrenza e cooperazione” che potrebbe far crescere “le élite […] dall’approccio moderato, pragmatico e genuinamente collaborativo” che a Pechino soffrono contro i nazionalisti.

CHIUSURA = AUTO-DANNEGGIAMENTO

Altro aspetto: gli “Stati Uniti non possono rallentare in modo significativo l’ascesa della Cina senza danneggiarsi”. La teoria è: se Washington cerca di limitare la Cina facendo pressioni sugli alleati, rischia di danneggiare la propria reputazione internazionale, chiedendo a quegli alleati qualcosa che non possono fare – “trattare la Cina come un nemico economico e politico” – e isolandosi da loro. Secondo il suggerimento dei redattori del documento, invece, Washington dovrebbe lavorare con i propri partner per creare un mondo più aperto, perché “gli sforzi per isolare la Cina semplicemente indeboliranno l’intenzione cinese di sviluppare una società più umana e tollerante”.

IL DRAGONE NON È FORTE

La Cina, inoltre, non ha la forza politica – e forse nemmeno l’interesse – per sottrarre agli Stati Uniti la leadership globale, ha spinto per la costruzione di un esercito sempre migliore, che ha messo in difficoltà gli Usa in alcune aree di controllo come il Pacifico, ma gli autori suggeriscono che per Washington basterà giocare la propria deterrenza con gli alleati per riequilibrare le cose. “Pechino sta cercando di indebolire il ruolo delle norme democratiche occidentali all’interno dell’ordine globale. Ma non sta cercando di rovesciare componenti economici vitali e altre componenti di quell’ordine di cui la stessa Cina ha beneficiato per decenni”, per questo gli studiosi pensano che gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi a coinvolgere Pechino in regimi globali nuovi e modificati.

L’articolo completo è disponibile qui 

Migranti: l’11 luglio alla Camera convegno “Perché ci conviene”

Introdurre canali di ingresso per lavoro che facilitino l’incontro dei datori di lavoro italiani con i lavoratori dei Paesi terzi e regolarizzare gli stranieri radicati nel territorio che si trovino in situazione di soggiorno irregolare a fronte della disponibilità di un lavoro o di legami familiari, sul modello di Spagna e Germania.

Sono i due aspetti della proposta di legge di iniziativa popolare “Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell’inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari” su cui si concentrerà il convegno “Perché ci conviene: nuovi strumenti per la promozione del lavoro e dell’inclusione della popolazione straniera in Italia” in programma giovedì 11 luglio nella Sala dei Gruppi della Camera dei deputati (ore 10-13).

L’iniziativa è dei promotori della campagna “Ero straniero – L’umanità che fa bene” con la volontà di suscitare un confronto tra i parlamentari e i rappresentanti di Banca d’Italia, Confindustria, Cia-Agricoltori italiani, Istat, Inps e Fondazione Leone Moressa.

La campagna “Ero straniero” è promossa da Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cnca, A Buon Diritto, Cild, Radicali Italiani, insieme a Oxfam Italia, ActionAid Italia, Legambiente Onlus, Ascs-Agenzia Scalabriniana per la cooperazione allo sviluppo, Aoi, Federazione Chiese evangeliche italiane, con il sostegno di numerosi sindaci e organizzazioni impegnate sul fronte dell’immigrazione.

Oggi la Grecia è chiamata al voto

Oggi  in Grecia, i cittadini saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. Le elezioni anticipate sono state convocate dal presidente greco, Prokopis Pavlopulos, su richiesta del premier uscente Alexis Tsipras a seguito della sconfitta del suo partito, Syriza, alle elezioni europee del 26 maggio scorso.

In quell’occasione il principale partito di opposizione, Nuova Democrazia (ND), ha ottenuto ben 9 punti percentuali in più di quello del primo ministro, e raggiunto ottimi risultati anche alle elezioni locali e regionali che si sono svolte contestualmente.

Secondo gli ultimi sondaggi, si profila, infatti, una netta vittoria dei conservatori di Nuova Democrazia che, per l’istituto demoscopico Alco, potrebbero distanziare di quasi dieci punti percentuali Syriza.

Nello specifico, secondo l’istituto, il premier Alexis Tsipras crollerebbe dal 35,5% del 2015, al 29,2%, mentre i conservatori potrebbero conquistare il 38,6% (oltre 10 punti in più rispetto a quattro anni fa). Con queste percentuali, e grazie al premio di maggioranza, ND avrebbe una maggioranza di 160 deputati su 300.

Per il sondaggio, gli altri partiti che hanno buone possibilità di entrare in Parlamento sono lo schieramento di centrosinistra Kinal (Movimento del cambiamento) con il 7%, i comunisti con il 5% e il partito di estrema destra Alba Dorata con il 4%. Al di sotto della soglia di sbarramento invece Mera25, la formazione dell’ex ministro alle Finanze Yanis Varoufakis.

La leggenda del pasticciere aviatore

Nel mondo attuale, così immerso in un eterno presente, assistiamo sempre più spesso a un black-out della memoria, in una malinconia senza luce, rispetto alla quale solo la forza delle parole, libere nella propria essenza, può imporsi con spirito resiliente. In tal senso, Barbara Appiano offre ai suoi lettori un percorso di resilienza, articolato in ventidue capitoli dal taglio eterogeneo ed estremamente dinamico.

L’autrice si abbandona al logos, da intendere quale una folgorazione verso la fantasia e l’immaginazione, esplicitata attraverso analogie e metafore, con uno stile talora ungarettiano. La parola rimane così scolpita nella mente del lettore, come un forte grido verso la democrazia. Infatti, il libro è la storia di un’utopia, poiché il protagonista Franco è un pasticciere aviatore, che si occupa di distribuire il latte ai bambini cileni, prima dell’affermazione del regime dittatoriale di Augusto Pinochet. Barbara Appiano introduce tale tematica a partire dai ricordi di un vecchio pensionato incontrato in ospedale, dove la malattia lascia il posto, per un istante, alle ali delle parole, in nome del motto “Adelante palabra”. Il pasticciere sfida le turbolenze, allenandosi al volo vertiginoso per arrivare in un paese turbato dalla folla sanguinante, in un ring ossimorico tra la libertà liberticida e le ombre dei desaparecidos.

Il volume costituisce un addestramento verso la libertà, sulla scorta delle poesie di Pablo Neruda, anch’egli raffigurato icasticamente mentre aspetta il suo turno per il latte insieme ai bambini, o mentre si accinge a sedersi a tavola con Pinotto, zio dell’autrice e archetipo della forza dell’uomo contro ogni dittatura, tanto concreta, quanto morale. Così l’11 settembre 1973, giorno in cui Pinochet attuò il colpo di stato in Cile, evoca un altro 11 settembre, quando tutto l’occidente vide crollare il proprio sogno con lo sgretolarsi delle Torri Gemelle. La Dirección de Inteligencia Nacionaldel Cile diventa un esempio di storia negata, rispetto alla quale si erge soltanto la pietà dell’indifferenza, dal tono montaliano. Tuttavia, finché si continuerà a tacere, l’oblio della memoria sarà di per se stesso una morte, o meglio una cancrena, di fronte a cui l’autrice ha il coraggio di urlare.

Con una follia di pirandelliana memoria, il libro, in una saga del grottesco in cui il poeta Neruda diventa il cameriere di Pinochet nel banchetto della vita, mostra ai lettori una terza via rispetto all’asservimento servile e al cupo distacco, ossia la resistenza di chi trova nella parola, vivida e granitica, la soluzione per plasmare il mondo, rendendo la realtà un’immagine nitida della nostra essenza umana. In tal senso, l’intellettuale non può rimanere in silenzio, chiuso nel proprio elitarismo narcisista, bensì, di fronte all’analfabetismo etico, diventa un caterpillardella libertà.

Prof.ssa Francisetti Brolin Sonia

L’ordinanza emessa dalla Regione Lazio per far fronte all’emergenza rifiuti della Capitale.

Per assicurare l’immediata pulizia e raccolta dei rifiuti la regione impone ad Ama di:

  • provvedere all’immediata pulizia, raccolta dei rifiuti e disinfezione/disinfestazione in adiacenza di siti sensibili (ovvero in adiacenza di strutture sanitarie e socio-assistenziali, strutture per l’infanzia, mercati rionali, cucine ed esercizi di ristorazione), da completare entro il termine di 48 ore dalla notifica della presente ordinanza.
  • provvedere alla pulizia e alla raccolta dei rifiuti nel restante territorio di Roma Capitale entro 7 giorni a decorrere dalla notifica della presente ordinanza.
  • anche a seguito degli ultimi eventi che hanno diminuito il numero dei cassonetti disponibili, entro 7 giorni a decorrere dalla notifica della presente ordinanza Ama dovrà assicurare la provvista dei primi 300 cassonetti entro 3 giorni. 
  • Più mezzi per la raccolta rifiuti sia differenziata che indifferenziata, stradale o porta a porta, al fine di minimizzare la permanenza dei rifiuti per le strade, anche con l’ausilio di ditte appaltatrici, entro 7 giornia decorrere dalla notifica della presente ordinanza.
  • Garantire raccolta, trasporto e lavorazioni nei propri impianti anche nei giorni festivi 
  • Assicurare la funzione di trasferenza nell’ambito del territorio di Roma Capitale verso gli impianti di trattamento, mantenendo in esercizio il sito attualmente autorizzato o individuando uno o più siti alternativi, anche di trasbordo, da avviare all’esercizio entro 15 giorni.

Nel caso di individuazione di siti alternativi che richiedano l’avvio di una procedura di autorizzazione, questa potrà essere presentata all’amministrazione competente, anche contestualmente alla messa in esercizio e comunque non oltre 7 giorni successivi a tale data.

Per il monitoraggio degli obiettivi: Ama e Roma Capitale dovranno fornire aggiornamenti ogni 3 giorni sullo stato di adempimento degli ordini sopra elencati. I Dipartimenti di igiene e sanità pubblica delle aziende sanitarie Roma 1, Roma 2 e Roma 3 dovranno attivare protocolli di verifica e monitoraggio;

Per assicurare la fase del ciclo di gestione dei rifiuti relativa al trattamento:

  • ai seguenti operatori: AMA spa, E.Giovi – Amministrazione Giudiziaria per gli impianti TMB 1 e 2 di Malagrotta, Ecologia Viterbo srl, Rida Ambiente srl, SAF spa, Porcarelli Gino & C., Ecosystem, CSA e Acea Ambiente srl per l’impianto di termovalorizzazione, di operare con decorrenza immediata al massimo della capacità di trattamento autorizzata su base giornaliera, garantendo i trattamenti anche nei festivi, secondo le richieste che AMA spa formalizzerà, garantendo le prestazioni stabilite dalle BAT di settore al minimo di quanto stabilito nei vari flussi di trattamento
  • agli impianti TM e TMB/TBM, con decorrenza immediata: di privilegiare la predetta capacità di trattamento con i rifiuti avente EER 200301,
  • di procedere allo svuotamento delle fosse di ricezione dei rifiuti indifferenziati quando ciò sia possibile, anche in deroga a specifiche prescrizioni indicate nelle autorizzazioni integrate ambientali
  • di ricorrere al deposito temporaneo nel rispetto di quanto previsto all’art. 183 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, per necessità riconducibili all’allontanamento degli scarti
  • a tutti gli operatori e, in particolare, ad ACEA Ambiente srl, società indirettamente controllata da Roma Capitale, di procastinare tutte le manutenzioni programmate successivamente alla 34° settimana, tenuto conto del fisiologico calo della produzione di rifiuti nel mese di agosto
  • ad AMA spa di attivare entro 7 giorni l’impianto mobile già autorizzato e presentare una relazione sulla situazione dello stesso
  • ai fini dell’attuazione della presente ordinanza e per il periodo della sua durata, non sono modificate le tariffe di accesso agli impianti che pertanto rimangono invariate;
  • con l’obiettivo di monitorare il perseguimento degli obiettivi ordinati nei punti da 3. A 6., ad Arpa Lazio di verificare il rispetto delle prescrizioni ordinate.

Per assicurare la fase del ciclo di gestione dei rifiuti relativa allo smaltimento:

1)      agli operatori degli impianti Lazio Ambiente srl (Colleferro), MAD srl (Civitavecchia e Roccasecca) ed Ecologia Viterbo srl di garantire la massima operatività, con turni ulteriori di lavoro anche nei festivi per soddisfare alle richieste di smaltimento degli  scarti prodotti dal ciclo dei rifiuti urbani

2)      allo scopo di monitorare il perseguimento degli obiettivi ordinati nei punti da 3. A 6., ad Arpa Lazio di verificare il rispetto delle prescrizioni ordinate.

Per la stabilità del complessivo sistema di gestione del ciclo dei rifiuti:

–       AMA e Roma Capitale dovranno avviare ogni attività amministrativo contabile finalizzata ad assicurare la stabilità dell’azienda e dei rapporti con soggetti fornitori quali, a titolo non esaustivo:

  1. approvazione entro 30 giorni dei bilanci 2017 e 2018;
  2. stipula di accordi e contratti ulteriori rispetto a quelli vigenti in grado di far fronte ad ulteriori emergenze oltre alla chiusura del TMB Salario al momento non risolte dal giorno 11 dicembre 2018;
  3. approvvigionamento di ulteriori eventuali impianti mobili.

Il raffreddore può curare il cancro alla vescica

Gli scienziati, coordinati dal professor Hardev Pandha, docente presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’ateneo di Guildford, si sono concentrati su un virus del raffreddore chiamato coxsackievirus (CVA21). Una settimana prima di essere sottoposti all’intervento chirurgico i 15 pazienti sono stati coinvolti nella terapia sperimentale, legata all’inserimento del virus direttamente nel tumore attraverso un catetere.

Dall’esame del tessuto prelevato è emerso che non solo le cellule tumorali erano state uccise e la massa tumorale si era ridotta in tutti i partecipanti, ma uno dei pazienti è risultato completamente libero dalla malattia. Si tratta di un risultato straordinario, in particolar modo per un tipo di tumore tendente al rischio di recidive e molto difficile da trattare.

 

Rete Bianca, un’esperienza da proseguire.

All’indomani delle elezioni politiche del marzo 2018 con un gruppo di amici cattolici democratici e popolari sparsi nelle varie regioni italiane, abbiamo dato vita a Rete Bianca. Un movimento politico e culturale che aveva, ed ha, come unico obiettivo quello di favorire e agevolare una potenziale ricomposizione di un’area culturale che da troppo tempo vive nell’incertezza, nel disorientamento e nella cronica frammentazione. Non c’era, e non c’è come ovvio, alcuna volontà di dar vita ad un partito organizzato ma l’ambizione – quella si’ – di accelerare un rinnovato impegno politico di quest’area culturale. 

Ora, ad oltre un anno dalla nascita di questo movimento, il bilancio non può che essere schiettamente positivo e anche incoraggiante. E questo per 3 motivi di fondo. 

Innanzitutto, e anche grazie al nostro stimolo intellettuale, culturale e politico, abbiamo contribuito a richiamare l’attenzione per una nuova stagione di impegno pubblico organizzato dei cattolici italiani. Con un metodo che ci ha sempre accompagnati e caratterizzati. E cioè, nessuna deriva clericale, nessuna regressione confessionale e, soprattutto, nessuna tendenza a rappresentare in modo esclusivo la rappresentanza politica di quest’area. Un metodo che ci ha resi immuni sin dall’inizio dalla cronica tentazione di molti gruppi e realtà associative cattoliche che si dichiarano disponibili al confronto e al dialogo con tutti ma poi, concretamente, coltivano il retro pensiero di essere i depositari esclusivi della esperienza storica dei cattolici italiani. Rete Bianca, al riguardo, ha sempre sostenuto che è sicuramente positivo ricomporre – per quel che è possibile – i vari spezzoni dell’area cattolico democratico e cattolico popolare nel nostro paese ma, al contempo, si è sempre resa disponibile a costruire un percorso politico per la definizione di uno strumento politico laico, plurale, sinceramente riformista e autenticamente democratico. 

In secondo luogo Rete Bianca ha sostenuto, sin dall’inizio, la necessità di riproporre nella dialettica politica italiana il tema del “centro”. Ma, per fugare ogni equivoco o regressione nostalgica, un centro mobile, plurale, innovativo e moderno. Ovvero, l’esatto contrario di un centro che coltiva solo un posizionamento geometrico e funzionale alla sola logica del potere. Un centro, invece, espressione di un progetto politico, di una cultura politica accompagnato da una classe dirigente qualificata, espressiva e fortemente radicata nel territorio. Un centro che, tra l’altro, è ritornato a far breccia nel dibattito politico, culturale e accademico del nostro paese e che viene riproposto, paradossalmente, proprio da coloro che l’hanno delegittimato e rimosso del tutto per oltre vent’anni. Per ironia della sorte, oggi sono proprio costoro i principali sostenitori della cultura, del progetto e del partito di centro nella dialettica democratica del nostro paese. 

In ultimo, e forse questo è l’elemento più rilevante, Rete Bianca ha sostenuto sin dall’inizio della sua esperienza che in politica si è credibili, e si resta protagonisti ed interlocutori, solo se si è anche portatori di una cultura politica. E quindi di un progetto politico. Per dirla con il Presidente Ciriaco De Mita, di un “pensiero”. Ed è proprio su questo versante che entra in gioco la categoria politica che ha caratterizzato la miglior stagione del cattolicesimo politico, sociale e popolare nella storia democratica del nostro paese: e cioè, la capacità di saper declinare un progetto politico frutto di una cultura politica e non di una improvvisazione superficiale e dettata dalla sola ricerca di spazi e ruoli. Cioè di potere. 

Ecco perché l’esperienza di Rete Bianca merita di continuare. Dialogando con tutti e sempre disponibile, com’è nella sua ragione sociale, a mettersi in gioco per ricercare la strada dell’unità e della “contaminazione” culturale ed ideale con altri filoni ideali ed esperienze sociali. Senza arroganza, senza esclusivismi e, soprattutto, senza presunzione. Del resto, la presunta, e ridicola, superiorità etica e moralistica appartiene di diritto alla sinistra italiana che l’attuale partito di Zingaretti interpreta alla perfezione. Un vizio che non appartiene alla nostra storia, alla nostra cultura e al nostro modo d’essere nella politica e nella società. 

L’autonomia regionale e il silenzio del Pd

Articolo già pubblicato dalla rivista Il Mulino a firma di Gianfranco Viesti

Uno degli aspetti più interessanti delle complesse e assai importanti vicende dell’autonomia regionale differenziata è che le richieste non provengono solo da regioni a guida leghista, e cioè Veneto e Lombardia, ma anche dall’amministrazione regionale dell’Emilia-Romagna, a guida Pd.

Vi sono importanti differenze. Sotto il profilo del processo, in Emilia-Romagna – a differenza degli altri due casi – si è proceduto per via amministrativa, senza l’indizione di un referendum popolare. Sotto il profilo delle competenze, l’Emilia-Romagna (a differenza delle altre due regioni) non richiede ad esempio una vera e propria regionalizzazione della scuola, con il passaggio dei dirigenti scolastici e del personale degli uffici del Miur alle dipendenze della regione e poi con il reclutamento su base territoriale dei docenti o il passaggio di competenze in materia energetica. Infine, i responsabili politici emiliano-romagnoli hanno sempre sostenuto che la loro iniziativa non mira a ottenere maggiori risorse finanziarie, e che si inserisce perfettamente nell’attuale quadro di unità nazionale.

Vi sono tuttavia alcune criticità. La prima attiene all’estensione delle richieste emiliano-romagnole. È straordinariamente ampia: se per alcuni aspetti è inferiore a quella lombardo-veneta, per altri è superiore, come nei casi di sanità, cultura, ambiente, governo del territorio, infrastrutture, rischio sismico e protezione civile; tale da far concludere – ad esito di un’attenta analisi comparata – che se “Emilia-Romagna, da un lato, e Veneto e Lombardia, dall’altro, hanno in definitiva interpretato in maniera diversa la propria richiesta di maggiore autonomia, ciò sembra sia avvenuto con riguardo più alla forma che alla sostanza”. Purtroppo non si può far riferimento alle più recenti bozze di Intese (16.5.2019) per verificarlo, perché esse sono segrete, e neanche la regione ha provveduto a renderle note. Dunque anche per l’Emilia-Romagna valgono i gravi interrogativi di fondo sollevati nel dibattito e ripresi in un recente documento del dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio: quali sono le specificità regionali che giustificano queste richieste differenziate? Con queste richieste non si sta prefigurando una regione a statuto speciale? Se estese a tutte le regioni, come possibile (forse inevitabile), non si prefigura un surrettizio cambiamento dell’articolo 117 della Costituzione? Certamente la regione Emilia-Romagna – con tutta probabilità rompendo con una lunghissima tradizione politica – non ha proposto una diversa visione di regionalismo per l’intero Paese, ma ha richiesto maggiori competenze per se stessa: se vi è un problema nazionale di certezze di fondi per l’edilizia scolastica interessa che sia risolto nel proprio territorio.

L’articolo completo è presente qui 

 

Luigi Sturzo e Adriano Olivetti: due “anime gemelle”

di Giovanni Palladino Segretario Generale dell’Associazione di Cultura Politica “Servire l’Italia”

Non risulta che Luigi Sturzo e Adriano Olivetti si siano mai incontrati “de visu”, ma certamente si conoscevano e si stimavano, come risulta dalle loro due lettere qui allegate, nonché dal fatto che nel 1948 l’Ing. Olivetti possedeva una copia del libro più importante scritto dal sacerdote di Caltagirone, “La Vera Vita, Sociologia del Soprannaturale”, come rivelato dalla lettera qui allegata di Lina Morino. Non vi è dubbio che fra questi due grandi italiani vi sia stato un comune “idem sentire” su come affrontare e risolvere i principali problemi della società. Furono due grandi italiani dotati di una dote rara: quella di essere stati sia uomini di pensiero che uomini di azione. Infatti entrambi hanno ben scritto e ben fatto.

Molto di più ha potuto scrivere Sturzo, grazie al suo lungo esilio a Londra e a New York (1924-1946) e alle centinaia di articoli scritti dopo il suo ritorno a Roma (1) sino a pochi giorni dalla sua scomparsa, avvenuta a circa 88 anni. Non vi è dubbio che la sua voluminosa Opera Omnia (oltre 50 libri) sia anche il frutto della sua lunga esperienza di “uomo del fare” come promotore sociale, consigliere comunale, consigliere provinciale di Catania, pro-sindaco di Caltagirone e segretario politico del Partito Popolare Italiano. Olivetti, sempre molto impegnato nel “fare impresa” e scomparso prematuramente a 59 anni, ha scritto di meno, ma la qualità innovativa dei suoi libri e opuscoli rivela anche la dote di grande uomo di pensiero, che “volò” dall’architettura istituzionale dell’Italia all’architettura ambientale e sociale delle sue “comunità” a Ivrea, Pozzuoli e Matera.

UNA GRANDE FEDE NEI VALORI RESPONSABILIZZANTI DEL CRISTIANESIMO Perché due “anime gemelle”, anche se distanziate da 30 anni di età? Innanzitutto le univa una grande fede nei valori responsabilizzanti del cristianesimo, valori da loro ritenuti fondamentali per la realizzazione di una società libera e giusta. In Sturzo la “scintilla” si manifestò con la “Rerum novarum” del 1891, quando aveva 20 anni. L’Enciclica di Leone XIII gli fornì la pietra angolare su cui costruire gran parte della sua attività politica e sociale. Fu l’Enciclica che infranse il mito del liberalismo individualista (“laissez faire, laissez passer”) e il mito del nascente comunismo, definito dal Papa come una medicina peggiore del male che voleva curare.

La “Rerum novarum” contribuì a radicare in Sturzo un solido convincimento: gli ideali di libertà e di giustizia sociale si possono realizzare solo nel rispetto dei valori del cristianesimo che alla loro base hanno innanzitutto l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Valori che richiedono l’uso responsabile del dono più prezioso donato da Dio agli esseri umani: la libertà. Né il liberalismo né il comunismo si fondavano su questi valori e non potevano quindi essere utili per la società. Il liberalismo o, meglio, il liberismo selvaggio non poneva limiti alla libertà e quindi sacrificava la giustizia sociale a favore degli imprenditori-padroni, i cosiddetti possidenti, che consideravano i lavoratori come semplici strumenti di produzione. Invece il comunismo sperava di raggiungere la massima giustizia sociale ponendo in “fuori gioco” l’iniziativa privata e affidando la gestione dell’economia all’unico imprenditore-padrone: lo Stato.

Leone XIII, ben “istruito” dal grande economista cattolico (e ora Beato) Giuseppe Toniolo (1845-1918), introdusse una terza via tra queste due visioni conflittuali, ma entrambe sbagliate, parlando per la prima volta di “stretta alleanza” tra imprenditori e lavoratori per risolvere la “questione operaia”. È con la libertà economica responsabile, cioè con la buona formazione culturale degli imprenditori e con il cointeressamento dei lavoratori alla salute e agli utili dell’impresa, che si può realizzare la giustizia sociale. L’idea “rivoluzionaria” dell’Enciclica leoniana è sintetizzata nel seguente concetto fondamentale:

“Nella presente questione operaia lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell’altra, quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile, cosa tanto contraria alla ragione e alla verità (…), perché la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi e ne risultasse l’equilibrio. L’una ha bisogno assoluto dell’altra: né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie. Ora a comporre il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il cristianesimo ha una ricchezza di forza meravigliosa.” 

Era questa la positiva esperienza maturata da Giuseppe Toniolo in Veneto a diretto contatto con il diffuso fenomeno delle cooperative sociali e delle casse rurali. Fu così che Sturzo, studente all’Università Gregoriana e allievo del Prof. Toniolo, si rese conto delle tragedie umane causate da tanta “confusione e barbarie” nel corso dei secoli, e si convinse che benessere e giustizia sociale si potevano conseguire solo con la “conversione” del capitalismo ai valori e ai principi del cristianesimo. Una fede, che si fonda sul reciproco amore tra Dio e gli esseri umani, e di questi fra loro, non può che invitare alla massima concordia e intesa anche nel campo economico e sociale. L’ispirazione cristiana era quindi indispensabile per favorire la libertà responsabile di tutti e la giustizia per tutti.

TUTTI PROPRIETARI NON TUTTI PROLETARI

L’etica cristiana dell’economia si basa su questa stretta alleanza fra capitale e lavoro, senza la quale non può che prevalere l’egoismo dei poteri forti e lo sfruttamento dei più deboli, due mali contro i quali si scagliò Marx. Ma la sua era una cura sbagliata, perché lo Stato – per voler fare giustizia sociale – avrebbe prodotto l’ingiustizia dell’abolizione del diritto di proprietà privata, ossia di un diritto naturale che spettava a tutti.

L’incisivo auspicio di Leone XIII, forse suggerito proprio da Toniolo (“tutti proprietari non tutti proletari”), rimase impresso nella mente del giovane Sturzo, che poi agì per tutta la sua vita con una “missione” ben precisa da compiere: promuovere la funzione sociale del diritto di proprietà. Bisognava far capire quanto importante fosse il valore della libertà economica responsabile e il conseguente principio della difesa e della promozione dell’iniziativa privata. Si poteva così diffondere al massimo il diritto di proprietà privata per il benessere di tutti e non – come era sempre avvenuto nei secoli passati – per il benessere di pochi. L’incisivo auspicio di Leone XIII, espresso con soltanto cinque parole, abbatteva d’un colpo il monumentale impianto dottrinale di Marx.

Ma quelle cinque parole rappresentavano anche un atto di accusa contro l’esperienza storica del potere temporale della Chiesa (“sono lieto di essere nato nel 1871, un anno dopo la fine di quel potere” diceva Sturzo), perché anche i Papi – prima di Leone XIII – affermavano rassegnati: “Così va il mondo, chi nasce povero muore povero e chi nasce ricco muore ricco”. Ciò equivaleva a dire che Dio aveva creato il mondo per donare ricchezze naturali immense solo a una ristretta minoranza di esseri umani, vietandole a tutti gli altri; o a dire che il “crescete e moltiplicatevi” si doveva rivelare come un generoso invito al paradiso terrestre per pochi e come una ingiusta condanna all’inferno su questa terra per tutti gli altri; o a dire che “il sudore della fronte” era riservato a molti per porli al servizio dell’esclusivo piacere di pochi. Come dire che l’ingiustizia sociale era in effetti di origine divina. Ma Sturzo capì che l’ingiustizia sociale era invece di origine umana, prodotta dal violento predominio del ristretto vertice dei poteri forti sull’ampia e debole base della società.

Pertanto lo stimolo culturale e pedagogico della “Rerum novarum” fu determinante nel motivarlo all’azione sociale. In breve tempo egli si rivelò nella sua Caltagirone come un efficiente promotore di iniziative produttive e solidali, dando vita a cooperative di lavoro e di consumo, nonché alla costituzione nel 1897 di una cassa rurale in funzione anti-usura. Fu il suo metodo concreto di tradurre il pensiero – nutrito di buona cultura – in azione costruttiva. Il sistema economico-sociale della sua città doveva trasformarsi in un sistema aperto a tutti, a partire dall’istruzione di base, cioè dalla scuola elementare, sino ad allora praticamente “chiusa” ai figli dei poveri, ossia alla maggioranza dei bambini.

Il saggio incitamento, che Dante fece dire a Ulisse per motivare i suoi marinai – esausti e bloccati dalla mancanza di vento – a mettere di nuovo mano ai remi per proseguire il loro coraggioso viaggio (“Considerate la vostra semenza, fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”), non fu mai capito dai governanti del mondo né dalla Chiesa. La conoscenza (nell’italiano di Dante “canoscenza”) fu sempre riservata al vertice, mentre la base – per lo più formata da soldati e contadini – era condannata a sudare utilizzando soltanto i muscoli delle braccia; muscoli deboli, poco produttivi e quindi mal pagati, causa prima della povertà di massa, dell’ingiustizia sociale e del “viver come bruti”.

LA VERA “RIVOLUZIONE” È QUELLA DEL CRISTIANESIMO

Se questa era stata la “cultura” prevalente nella lunga storia dell’umanità, non sorprende che nel 1894 – all’inaugurazione dell’anno giudiziario – il Procuratore della Repubblica di Caltagirone dicesse: “Il saper leggere e scrivere ha dato luogo a molti inconvenienti e, specie nelle contese elettorali, alla rovina delle masse”. E nelle sue memorie, Giolitti ricordava che da Caltagirone, in quegli stessi anni, venne la richiesta dell’abolizione dell’istruzione elementare, “perché i contadini non potessero, leggendo, assorbire idee nuove”. Quelle idee nuove che invece Leone XIII promuoveva con la sua Enciclica più famosa, che infiammò la mente del seminarista Luigi Sturzo, divenuto sacerdote proprio nell’anno in cui il suddetto Procuratore della Repubblica si lamentava dei danni prodotti dalla “conoscenza”.

E nei 15 anni in cui fu pro-sindaco di Caltagirone (1905-1920), Sturzo riuscì a portare nel territorio calatino molte innovazioni “rivoluzionarie” (ma si trattava della più vera delle “rivoluzioni”, quella cristiana, non della più falsa, quella comunista), così da trasformare un popolo da sempre “estraneo” allo sviluppo economico-sociale in un popolo destinato – nelle sue intenzioni – a essere sempre più “partecipativo”, ossia partecipante allo sviluppo dell’economia, in quanto coinvolto e cointeressato in questo sviluppo. Di qui il nome di “popolarismo” dato al suo metodo di governo, quando nel 1919 fondò il Partito Popolare Italiano.

In quell’anno Adriano Olivetti, 18enne, conobbe Piero Gobetti a Torino. Fra i due giovani si stabilì subito una sincera amicizia, poi consolidata in una forte intesa culturale, quando nel 1922 Gobetti – poco più che ventenne – fondò la rivista di cultura politica “Rivoluzione Liberale” sotto l’influenza di Gaetano Salvemini. Fu quindi tramite Gobetti che ci fu il primo contatto indiretto tra Sturzo e Olivetti. Questi certamente sapeva della grande stima che Gobetti nutriva per il fondatore del PPI. Il 26 aprile 1923, a pochi giorni dalla fine del Congresso del PPI svoltosi a Torino (12-14 aprile), dove si decise l’uscita dei ministri popolari dal governo Mussolini, Piero Gobetti scriveva la seguente lettera a Sturzo: “Non ho voluto disturbarLa al Congresso, perché La vedevo preso in tante cose più importanti, ma L’ho seguita con animo da liberale. Anche per ‘Rivoluzione Liberale’ Ella mi aveva promesso qualche frammento di studio o qualche spunto: ce lo manderà?” 

Altroché “frammento di studio” o “spunto”… Sturzo era talmente in sintonia culturale con il giovane Gobetti che nei mesi successivi decise di affidare alla sua Casa Editrice ben tre libri: “Popolarismo e fascismo”, “Pensiero antifascista” e “La libertà in Italia”. Furono decisioni coraggiose, sia per l’Autore che per l’Editore, perché l’esito del Congresso di Torino determinò la fine dell’attività politica di Sturzo (nel luglio del 1923 egli fu costretto a dimettersi da Segretario Nazionale del PPI su pressione del Vaticano) sino a obbligarlo all’esilio nell’ottobre del 1924. La fama di editore antifascista costrinse anche Gobetti all’esilio, che fu di breve durata, in quanto morì a Parigi nel febbraio del 1926 in seguito alle ferite causate da diversi violenti pestaggi subiti per mano di fanatici fascisti italiani.

L’IMPRESA COME “FABBRICA DI BENE”

Il destino di Adriano Olivetti si intrecciò con quello di Sturzo e di Gobetti, perché nel 1925 suo padre Camillo – seriamente preoccupato per l’amicizia del figlio con il giovane editore antifascista e con Carlo Rosselli – decise di allontanarlo da queste amicizie “pericolose” e di inviarlo negli Stati Uniti per un lungo viaggio di studio, che lo portò a visitare ben 105 imprese. Ritornò in Italia dopo sei mesi con una cinquantina di libri di economia e di organizzazione scientifica del lavoro che lo influenzarono molto, sino a maturare nel tempo una sua originale concezione dell’impresa come “fabbrica di bene”. Questa doveva essere un luogo a misura d’uomo, nel pieno rispetto della dignità del lavoratore e del suo vivere in armonia con l’ambiente circostante. Riuscì a realizzare il suo sogno nel secondo dopoguerra, culturalmente arricchito da tante letture (fra i quali alcuni libri dell’Opera Omnia di Sturzo) e dalla conversione al cristianesimo, che lo portarono a vedere la salvezza dell’economia attraverso l’economia della salvezza contenuta nel Vangelo e nelle Encicliche sociali da lui certamente lette e meditate.

Il lungo viaggio negli Stati Uniti, compiuto quando Olivetti aveva solo 24 anni, contribuì anche ad “aprirlo” al concetto di multinazionalità dell’impresa e di globalizzazione dell’economia, che lo portò dapprima a sviluppare la rete commerciale della Olivetti all’estero e più tardi – negli anni ’50 – ad aprire negli Stati Uniti un laboratorio di ricerca sui calcolatori elettronici, uno stabilimento a San Paolo in Brasile e infine ad acquisire la Underwood, storica azienda Usa di macchine da scrivere con quasi 11.000 dipendenti. Alla prematura morte di Adriano (27 febbraio 1960), la Olivetti poteva considerarsi – con circa 40.000 dipendenti – la prima impresa italiana multinazionale e una delle più innovative.

STURZO PROFETA: LA GLOBALIZZAZIONE SARÀ UN FENOMENO INARRESTABILE, MA SARÀ UNA NOVITÀ POSITIVA SOLO SE BEN GESTITA

Nello stesso periodo del primo viaggio americano del giovane Olivetti, Sturzo – già in esilio a Londra – iniziò a riflettere sui benefici e sui pericoli di un fenomeno da lui ritenuto inarrestabile: la globalizzazione dell’economia mondiale. Nel libro “La comunità internazionale e il diritto di guerra”, pubblicato nel 1928, egli fa capire cosa ci avrebbe riservato il futuro con il graduale abbattimento dei confini fisici e ideologici. Ecco un brano significativo:

“Alcuni hanno timore della potenza enorme che ha acquistato e acquista sempre più il capitalismo internazionale, che – superando confini statali e limiti geografici – viene quasi a costituire uno Stato nello Stato. Tale timore è simile a quello per le acque di un fiume. Davanti al pericolo di uno straripamento, gli uomini si sforzano di garantire città e campagne con canali, dighe e altre opere di difesa. Nel medesimo tempo lo utilizzano per la navigazione, l’irrigazione, la forza motrice e così via. Il grande fiume è una grande ricchezza, ma può essere un grave danno: dipende dagli uomini, in gran parte, evitare questo. Quello che non dipende dagli uomini è che il fiume non esista.  Così è del grande fiume dell’economia internazionale. La sua importanza moderna risale alla grande industria del secolo scorso: il suo sviluppo, attraverso invenzioni scientifiche di assai grande portata nel campo della fisica e della chimica, diverrà ancora più importante, anzi gigantesco, con la razionale utilizzazione delle grandi forze della natura. Nessuno può ragionevolmente opporsi a simile prospettiva. Ciascuno deve concorrere a indirizzare il grande fiume verso il vantaggio comune. 

Contro l’allargamento delle frontiere economiche, dai singoli stati ai continenti insorgono i piccoli e grandi interessi nazionali, ma il movimento è inarrestabile: l’estensione dei confini economici precederà quella dei confini politici. Chi non sente ciò è fuori dalla realtà”. 

Con la sua innovativa azione di imprenditore, Olivetti cercò di non restare fuori dalla realtà e anticipò i tempi aprendosi all’estero. Ma per i posteri Sturzo lanciò un ammonimento sin dal 1928: il buon capitalismo prevarrà se il mondo della politica e dell’economia riuscirà a stabilire e a rispettare le buone regole di navigazione, nonché a costruire canali scorrevoli, dighe solide e altre opere di difesa contro le avversità causate dai comportamenti irrazionali e quindi immorali dei naviganti. Comportamenti che comunque esisteranno sempre, ma si tratta di ridurli e isolarli gradualmente nel tempo per neutralizzare i loro effetti negativi. Di qui l’enorme importanza del rispetto dei valori morali nel fissare le regole di navigazione e nel controllare che i naviganti le rispettino.

I VALORI DEL CRISTIANESIMO VANNO POSTI ALLA BASE DELLA SOCIETÀ CIVILE

Pertanto Sturzo e Olivetti si possono considerare “anime gemelle” soprattutto per la loro convinzione di porre i valori morali del cristianesimo alla base della società civile. Tutto ciò che inquina o annulla quei valori danneggia la vita umana fino al rischio di distruggerla. Sono valori non solo di promozione, ma anche e soprattutto di difesa dell’uomo. In un articolo pubblicato sul quotidiano El Matì di Barcellona del 12 novembre 1933 dal titolo “Schiavitù antiche e moderne”, Sturzo scriveva:

“Occorre avvicinare gli uomini fra di loro, padroni e operai, capi di Stato e cittadini, popoli e popoli, per rompere i vincoli di schiavitù che si vanno formando, come cerchi infrangibili. Occorre perciò elevare il senso morale dei popoli, riabilitare la personalità e la dignità umana, ridare valore alla responsabilità personale, proclamare il primato dell’amore del prossimo. Tutto ciò è in sostanza cristianesimo e solo dal cristianesimo può trarre forza e vigore ogni azione diretta a sì nobile fine. 

La civiltà cristiana, per quello che ha realizzato di bene nel mondo, è tutta fondata sull’amore del prossimo. Tutto ciò che vi contraddice deriva dall’egoismo dell’uomo. La penetrazione dello spirito cristiano nei rapporti sociali è un ideale altissimo, che deve spingere i cattolici a lavorare e a lottare sul terreno politico-sociale, nazionale e internazionale”. 

Sono parole che Adriano Olivetti avrebbe sottoscritto in pieno. Anche dal seguente profondo pensiero, espresso nella sua principale opera sociologica (“La società sua natura e leggi”), si capisce come secondo Sturzo ogni elemento sociale – e quindi anche il capitalismo – per porsi in maniera positiva e costruttiva al servizio dell’uomo, doveva avere un forte contenuto morale, doveva cioè rispettare i valori fondamentali del cristianesimo: “La base della vita individuale e della vita sociale è identica: conoscenza e amore. È impossibile concepire una società senza questo binomio (…) Non può darsi perfezione umana senza la verità, che è l’oggetto della conoscenza, e senza il bene, che è l’oggetto della volontà. Ogni elemento sociale, se non è trasformato in verità e amore, non ha valore”. 

Un sistema economico dominato dal conflitto fra capitale e lavoro o sullo sfruttamento del primo sul secondo, non importa se in mano pubblica o privata, non può avere valore e non può quindi creare valore. Pertanto tutto il pensiero economico sturziano si fondava sulla solida base morale del cristianesimo. È poi interessante il suo ammonimento contro chi desiderava tirare l’acqua al proprio mulino nell’interpretare la dottrina sociale della Chiesa. Il 18 marzo 1939, in un articolo pubblicato sul quotidiano “Il Lavoro” di Lugano dal titolo “Quadragesimo anno e Divini Redemptoris”, egli scriveva:

“Non mi pare esigere troppo che a fianco della giusta critica e autorevole condanna del socialismo marxista e del comunismo ateo, si parlasse anche un po’ del capitalismo anonimo e sfruttatore. Ma, secondo me, mentre è un dovere mettere in guardia gli operai per non correre dietro a teorie pericolose e condannate dalla ragione naturale e dalla morale cristiana, è un più pressante dovere attuare quel che le encicliche sociali dei papi suggeriscono o comandano per il bene della classe operaia in nome della giustizia e della carità. 

Se dal lato dei padroni ci fosse un po’ più di giustizia; se dal lato dei governi ci fosse più premura a sviluppare il lato sociale degli organismi professionali e corporativi per migliorare la legislazione assicurativa; a rendere meno acuta la crisi di disoccupazione; a diminuire le spese militari improduttive per migliorare la produzione e i commerci, allora ci sarebbero meno motivi per gli agitatori socialisti e comunisti a eccitare le masse e a monopolizzarne le rivendicazioni. 

Le due encicliche di Pio XI hanno i due aspetti: critica e costruzione; insegnamenti e pratica; condanne ed esortazioni. Non bisogna pigliare solo quello che ci piace: i padroni prendono la condanna del socialismo e del comunismo; gli operai prendono le proposte pratiche sui salari, il giusto prezzo, le unioni professionali e così via. Solo nell’integrità dottrinale e nell’esecuzione pratica si onorerà la memoria di Pio XI e si creerà tra i cattolici lo spirito e la realtà cristiano- sociale”. 

IL CAPITALISMO PERICOLOSO E IL CAPITALISMO VIRTUOSO

È bene ricordare che la “Quadragesimo anno” del 1931 sottolineava la grande importanza e validità di una proposta-cardine della “Rerum novarum” di Leone XIII e che il Partito Popolare Italiano tentò invano nel 1920 di realizzare con una legge sull’azionariato dei lavoratori. L’Enciclica di Pio XI giustamente diceva: “Se quel che più conta – l’intelligenza, il capitale e il lavoro – non si associano, quasi a formare una cosa sola, l’umana attività non può produrre i suoi frutti”. 

Alla fine della seconda guerra mondiale l’attuazione di questo principio fondamentale (la stretta alleanza fra capitale e lavoro) veniva considerato da Sturzo come una condizione per la realizzazione di una vera pace a livello mondiale: “Il problema della pace, che deve seguire questa guerra, sarà un problema di organizzazione economica sul piano internazionale o non vi sarà pace. Il capitale e il lavoro dovranno collaborare per trovare una giusta soluzione, abolendo il capitale anonimo e irresponsabile, e dirigendo la produzione e l’occupazione verso grandi lavori di ricostruzione per il benessere generale”. 

Negli anni ’50 Sturzo ritornò più volte sul capitalismo pericoloso (quello anonimo, invadente, oppressivo, speculativo) e sul capitalismo virtuoso (quello popolare e partecipativo, funzionante in un sistema di vera democrazia economica, qualità indispensabile per avere un sistema di vera democrazia politica). In piena sintonia con Olivetti, anche Sturzo avrebbe detto che l’impresa privata poteva rivelarsi “fabbrica di bene” solo se inquadrata in un sistema capitalistico popolare e partecipativo, cioè il capitalismo di tutti auspicato da Leone XIII nel lontano 1891 (“tutti proprietari non tutti proletari”). Ma certamente non proprietari del capitalismo di carta oggi rampante in seguito all’invenzione di prodotti finanziari puramente speculativi, che nulla hanno a che fare con il sostegno dell’economia reale. Concetti poi ripresi e approfonditi da altre encicliche formidabili come la “Mater et magistra”, la “Populorum progressio”, la “Gaudium et spes”, la “Centesimus annus”, la “Caritas in veritate” e dalle recenti “esortazioni” di Papa Francesco. È un prezioso patrimonio culturale rimasto sulla carta e che ancora attende – da ben 128 anni! – di essere tradotto in pratica…

Altro punto di incontro fra le due “anime gemelle” riguarda il principio di sussidiarietà, “coniugato” da Sturzo con la sua visione municipalista e da Olivetti con la sua visione comunitaria, visioni entrambe finalizzate a difendere l’autonomia creativa, organizzativa e decisionale del singolo comune (Sturzo) e della singola comunità (Olivetti) contro l’invadenza e l’incompetenza – se non altro per ragioni di “distanza” – dello Stato. Per sua natura questo è incapace di gestire il “particolare” della vita locale che può essere ben conosciuto solo da chi vive vicino alle esigenze e ai problemi dei cittadini. È la democrazia dal basso che nella visione sturziana e olivettiana va inquadrata in un sistema federale, intelligente gestore del decentramento amministrativo. Purtroppo l’abilità di Sturzo nel gestire per ben 15 anni il suo comune e l’abilità di Olivetti nel gestire la sua comunità di Ivrea e quelle nascenti di Pozzuoli e Matera non hanno fatto scuola in un Paese dominato dal centralismo invadente e inefficiente dello Stato. Ma possono ancora essere di esempio e di insegnamento per le prossime generazioni chiamate a riparare i guasti dello statalismo e del liberismo selvaggio. Le buone “medicine” esistono, ci dicono da tempo Luigi Sturzo e Adriano Olivetti. Un nuovo partito di vera e coerente ispirazione cristiana non può farne a meno. L’Italia (e non solo) ne ha un gran bisogno!

COPIA INVIATA ALL’ING. OLIVETTI

Roma 12 novembre 1948

Egregio Ingegnere, come rimasti d’accordo, Le invio, a parte, i due volumi di Luigi Sturzo: L’Eglise et l’Etat, ritenuto in America il “libro classico dei rapporti tra Chiesa e Stato”; la frase non è mia, è del Times; e L’Essai de Sociologie, di cui l’importante volume “La Vera Vita” pubblicato nella collezione di don Giuseppe de Luca, e che Lei possiede, è in un certo senso il proseguimento.

Già Le dicemmo di viva voce, l’On. Giordani ed io, come la pubblicazione delle opere di don Luigi Sturzo sia da lungo tempo auspicata non solo dal Partito e da tutti gli ammiratori del pensiero del grande democratico cristiano, ma sarà indubbiamente di lustro per la Casa Editrice. È quasi incredibile, ma proprio di questo mondo, che un pensiero originale e moderno come quello di don Sturzo sia così poco conosciuto in Italia.

Grata se Ella vorrà avere l’amabilità, appena Le sarà possibile, di rendermi i due volumi, che sono l’unica copia in possesso di don Sturzo. Del resto sono introvabili in Italia, ma io spero di poterglieli procurare, se Lei vuole, presso le Case Editrici di Parigi.

Molto lieta di averla conosciuta, La prego di voler gradire i miei distinti saluti

F.to Lina Morino