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Cresce il commercio di armi piccole e leggere: maggiori esportatori Usa, Italia e Brasile

Articolo già pubblicato sul sito Vatican News a firma di Roberta Gisotti

Lo studio dell’Iriad, il Centro ricerche dell’Archivio disarmo, parte da un dato che deve preoccupare l’intera comunità internazionale: il 90 per cento dei morti nei conflitti, seguenti alla seconda guerra mondiale, si deve al fuoco di armi piccole e leggere, denominate con la sigla inglese Salw. Tra queste vittime il 70/80 per cento sono civili. Il commercio internazionale di queste armi è infatti in continua crescita e tra il 1996 e i 2016, in un arco di vent’anni, il giro d’affari di Salw è lievitato, coinvolgendo nella compravendita sempre più Paesi.

Cosa s’intende per armi piccole e leggere?

Le armi piccole sono quelle destinate all’uso individuale: pistole semi-automatiche, revolver, fucili, carabine, fucili d’assalto e mitragliatori piccoli e medi; mentre le armi leggere sono quelle utilizzate da due o più persone insieme: mitragliatori grandi, lanciagranate manuali e montabili, cannoni anti-aereo, cannoni anti-carro, fucili senza rinculo, lanciatori portatili di razzi e missili anti-carro e di missili anti-aereo e mortai dal calibro inferiore a 100 millimetri.

L’enorme giro d’affari intorno ad un miliardo di Salw

Nel mondo oggi sono in circolazione oltre un miliardo di armi Salw, di cui ben due terzi sul totale in possesso di soggetti non statali e civili. La maggior parte sono vendute regolarmente sul mercato internazionale e poi convogliate in canali di traffico illegale. Principali esportatori sono Stati Uniti, Italia e Brasile, con entroiti di oltre 500 milioni di dollari annui; a seguire sono Germania, Corea del Sud, Austria, Federazione Russa, Repubblica Ceca, Turchia, Belgio, Svizzera, Francia, Croazia, Israele, con entroiti da 100 a 499 dollari annui.

Le tre rotte di traffico illegale nel Mediterraneo allargato

Il rapporto dell’Iriad traccia le principali vie di commercio illegale delle armi Salw nel Mediterraneo allargato, comprensivo oltre che degli Stati rivieraschi, anche dei Paesi balcanici, del Magherb e del Corno d’Africa. Vi sono tre rotte principali, quella balcanica che raggiunge – attraverso l’Italia, la Croazia e la Slovenia – l’Europa occidentale; quella orientale, che parte dai Paesi dell’ex Urss e da altri Stati dell’Europa dell’Est, diretta verso l’Africa e l’Europa occidentale; e quella  regionale del Medio oriente e Nord Africa, che in gran parte dalla Libia distribuisce le armi nei Paesi confinanti e mediorientali e in piccola parte in Europa. In particolare l’Iriad sottolinea l’alto rischio di fornire armi piccole e leggere a soggetti non statali, specie a gruppi armati presenti in aree di conflitto come l’Ucraina, la Libia o la Siria, permettendo che si costituiscano arsenali, senza alcun controllo e certezza della destinazione finale.

Il mercato on line del tutto incontrollabile nel dark web

Grande preoccupazione, denuncia ancora l’Iriad, per il crescente commercio illecito su Internet, dove l’offerta di armi piccole e leggere, sia nuove che usate, prolifera nel cosidetto dark web, protetto dalla navigazione anonima che impedisce alle di tracciare venditori ed acquirenti: in questo spazio digitale oscuro vengono vendute soprattutto pistole, che rappresentano oltre l’80 per cento degli acquisti on line, destinate in massima parte alla delinquenza locale. Altre Salw comprate con un click in rete sono revolver, mitra, fucili ma anche armi militari come granate e fucili d’assalto. I venditori di armi nel dark web sono concentrati, soprattutto negli Stati Uniti, quasi 60 per cento sul totale mentre in Europa raggiungono il 25 per cento, con in testa Danimarca e Germania. Canale privilegiato per le offerte sono i social network, i pagamenti sono effettuati tramite le criptovalute e le consegne avvengono via posta.

La minaccia delle copie in 3D solo per ora inoffensive

Un’altra minaccia che incombe, documentata dal rapporto dell’Iriad, arriva dallo sviluppo delle stampanti 3D, in grado per ora di realizzare solo armi in materiale sintetico, non idoneo a sostenere l’esplosione di proiettili, quindi copie di armi vere inoffensive. Per valutare la gravità della situazione, l’Iriad  riporta l’offerta del sito statunitense, Defcad.com della Defense Distributed, che consente di scaricare i file per la stampa 3D di diverse armi, della pistola Liberator monocolpo in grado di sparare un proiettile da 9 mm, ma anche del fucile semiautomatico AR-15, del fucile d’assalto VZ 58 e della pistola Beretta 9 mm. Messo online nel 2013, il file per la stampa della Liberator venne scaricato 100 mila volte in due giorni, prima che il Dipartimento di Stato statunitense non chiedesse la rimozione dei file in quanto contrari all’Arms Export Control Act del 1976. Ad oggi occorre registrarsi nel sito per poter scaricare tali file. Se lo sviluppo tecnologico permetterà di realizzare stampe con materiali più resistenti – avverte l’Iriad – tali armi potranno divenire offensive. Per di più, non avendo un numero di matricola non sarà possibile tracciarle e non avendo elementi metallici non saranno rilevabili attraverso metal detector. Ciò potrebbe portare – ammonisce l’Iriad – ad una proliferazione incontrollabile di armi piccole e leggere.

Le leggi e i trattati internazionali segnano il passo

Lo studio riporta le iniziative internazionali di contrasto al commercio illegale di Salw, che non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati, dal Protocollo contro la fabbricazione e il traffico illecito di armi da fuoco, loro parti e componenti del 2001, al Programma Onu d’azione per prevenire, combattere e sradicare il commercio illecito di armi leggere e di piccolo calibro dello stesso anno, all’International tracing instrument del 2005 fino al Trattato sul commercio di Armi (Att) del 2014 e alla roadmap tracciata del Consiglio europeo nel 2018 a sostegno dei piani regionali di lotta all’uso e al traffico illeciti di Salw e relative munizioni nei Balcani occidentali entro il 2024.

La negligenza degli Stati nell’attuare gli accordi presi

Dal rapporto emergono infatti le difficoltà di molti Paesi nell’attuare a livello operativo quanto concordato, specie per la distruzione del surplus, per le operazioni di confisca o per il tracciamento di armi. Da qui il richiamo dell’Iriad a sostenere ogni iniziativa di cooperazione internazionale, tesa a raccogliere dati, a tracciare le armi, a monitorare ogni transazione, ma anche a rafforzare l’assistenza a Paesi terzi. In questo ambito viene ribadita l’importanza di una stretta collaborazione tra Stati Uniti ed Europa. Si raccomanda infine di potenziare l’Att sia per coinvolgere importanti Stati non firmatari sia per stringere le larghe maglie di questo trattato.

 

Italiani secondi nella Ue per il possesso di animali domestici

Italiani secondi in Europa per animali domestici. Sono presenti nel 52% delle nostre case. Soprattutto in quelle dei separati e divorziati (68%) e dei single (54%). Il dato emerge dall’indagine del Censis ‘Il valore sociale dei medici veterinari’.

Con 53,1 animali da compagnia ogni 100 abitanti, l’Italia si colloca al secondo posto in Europa. Meno dell’Ungheria (54,2 ogni 100 persone), ma più di Francia (49,1), Germania (45,4), Spagna (37,7) e Regno Unito (34,6). In Italia gli animali domestici sono in tutto 32 milioni: 12,9 milioni di uccelli, 7,5 milioni di gatti, 7 milioni di cani, 1,8 milioni di piccoli mammiferi (criceti e conigli), 1,6 milioni di pesci, 1,3 milioni di rettili.

Nel 2017 le famiglie italiane hanno speso 5 miliardi di euro per la cura e il benessere dei loro animali domestici (+12,9% negli ultimi tre anni): in media 371,4 euro all’anno per ogni famiglia con animali destinati a cibo, collari, guinzagli, gabbie, lettiere, toletta, cure veterinarie.

Al centro, per battere la politica di sola andata

Mentre il governo perde smalto e soprattutto consenso, il panorama politico sembra inchiodato alle poche certezze della radicalizzazione dell’ultimo biennio. Prima e dopo il 4 marzo, passando per la novità sancita dalle urne, l’Italia ha imboccato la strada che porta a una “politica di sola andata”. Non ci si preoccupa delle conseguenze, quel che conta è l’imperio della scelta: più è netta e risoluta, lontana dal passato, più appaga il desiderio di smobilitazione del principio di realismo.

Ciò non toglie che la forza del reale torni a incidere sulla vita collettiva, a dispetto delle illusioni o dell’invaghimento anche sfacciato, contro le pericolose facilonerie dei vincitori (gialloverdi). L’isolazionismo anti-europeista si trasforma in disinvolta apertura filo-cinese; la pregiudiziale populista, esorbitante ogni limite nell’uso del potere, alimenta la colonna di fuoco dello statalismo più ingenuo ed incongruo, corroborato dalla voglia di piegare la “cattiva finanza” (fino a immaginare, però, la fine della distinzione di politica ed economia); l’arrembaggio neo-ideologico ai temi più sensibili, come quello della famiglia ridotta a contratto e convenienza, autorizza la via di fuga dell’insulto a tutto campo, fuori da uno schema di ragionevolezza e tolleranza; l’autonomia rafforzata delle regioni – quelle più ricche – si trasfigura nell’ipotesi di un sovranismo a scala ridotta, in barba all’idea di solidarietà e coesione nazionale.

Sì dice che il futuro è in mezzo a noi. Dobbiamo, in sostanza, abituarci ai suoi ritmi e più ancora alle sue imposizioni. Tutto è già scritto. La politica di sola andata rappresenta l’impulso vitale dell’Italia in prolungata apnea, disperatamente avvinghiata agli idola fori della semplificazione e della trasparenza, sicura di poter risorgere anima e corpo con un semplice tratto di penna sulla corruzione (degli altri). In mezzo, dove attende la mozione d’ordine della responsabilità, la nebbia confonde le coscienze. Per questo il centro – abituiamoci a pensarlo davvero come metaluogo della lotta per il bene autentico della società – subisce la censura del tempo e del costume.

Da qui bisogna partire per la riconquista di una solida speranza politica. Non può durare, in effetti, l’assuefazione al vigente dominio del vuoto, anzitutto al vuoto di pensiero. Solo questa necessaria reinvenzione del centro può generare le “idee ricostruttive” che la democrazia nel suo complesso esige, non esimendo i cristiani da un obbligo di attiva e consapevole presenza. Le forme si vedranno.

Certo, di fronte alla fatica dell’impresa, l’ultimo regalo alla politica di sola andata consisterebbe nell’alzabandiera di un manipolo di irriducibili. Dunque è necessario unire, non dividere; unire al centro, con una piattaforma aperta, in chiave liberal-popolare; unire nel virtuoso amalgama di neo-umanesimo e modernizzazione. Ecco, ogni giorno che passa si fa più urgente questo appello, imposto dai fatti, al serrare le fila in vista di una nuova battaglia democratica. Le europee sono alle porte.

Paolucci: I cattolici agiscano per la ricomposizione civile del popolo

Qualcuno può anche sottilizzare affermando di “essere non al centro ma di centro” e per giustificare la sua affermazione fa riferimento alla DC. Parlare ancora di DC o di PCI ha un valore storico, perché la società è completamente diversa da quella di trenta quaranta anni fa.

Questa evoluzione sociale è stata molto rapida dall’inizio del millennio anche perché siamo entrati dal 2001 nella IV rivoluzione e la globalizzazione ha ormai segnato tutte le strutture sociali. Pretendere che noi cattolici possiamo ricominciare da un passato ormai trascorso, non ha nessuna ragione di esistere.

Per questo penso che i tentativi dei partitini ex dc siano destinati a sbattere contro le realtà oggettive odierne. Ma ciò che emerge dal marasma e dalla confusione presenti sono sia l’esigenza di una risposta coerente di noi cattolici, sia il legame che ci unisce al magistero della Chiesa e che si deve concretizzare in azioni di politica che si ispirino al valore della vita, del lavoro, della “famiglia culla della vita, “costruendo una economia a misura e al servizio della persona”(Leonardo Becchetti).

Nello stesso tempo condivido la posizione del magistrato e prof Carlo Casini di Firenze che, fin dalle sue prime pubblicazioni, aveva individuato nella ricomposizione civile di un popolo il primo impegno di una società civile che è la difesa della vita. Senza però propendere, a mio avviso, per un referendum contro la legge 194, del tutto anacronistico e che provocherebbe ulteriori divisioni, ma insistendo sull’applicazione della legge con iniziative dedicate:

– affidamento del bambino che dovrà nascere a una famiglia;
-sostegno economico alla donna che tiene il bambino e lo porta alla nascita;
-posto di lavoro per chi non ce l’ha o per il compagno della donna se è disoccupato. La difesa della vita, del lavoro e il sostegno alla famiglia costituzionale sono i capisaldi della ricomposizione civile di un popolo. Purtroppo ci sono ancora gruppi che non sono in grado di capire che il mistero della vita si accompagna al rispetto della vita nascente; ma se questo rispetto non riceve ancora accoglienza nelle coscienze esso si trasforma spesso in paura e disperazione. Per questo motivo non si deve colpevolizzare la donna che cede alla sua fragilità, ma sorreggerla nel momento in cui svilupperà quei sensi di colpa che sono purtroppo la conseguenza di non avere avuto il coraggio di accettare la nuova vita.

È una battaglia che ci deve vere impegnati, con coerenza.

Commissione banche. Mattarella scrive ai Presidenti di Senato e Camera

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato ai Presidenti del Senato della Repubblica, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera dei Deputati, Roberto Fico, la seguente lettera:

«Onorevole Presidente,

ho promulgato la legge “Istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario” approvata dal Senato della Repubblica il 7 novembre 2018 e dalla Camera dei deputati il 26 febbraio 2019, che mi è stata trasmessa dal Governo il 1° marzo successivo.

L’ambito dei compiti attribuiti alla Commissione – a differenza di quella istituita nella precedente Legislatura – non riguarda l’accertamento di vicende e comportamenti che hanno provocato crisi di istituti bancari o la verifica delle iniziative assunte per farvi fronte, ma concerne – insieme al sistema bancario e finanziario nella sua interezza – tutte le banche, anche quelle non coinvolte nella crisi e che svolgono con regolarità la propria attività.

Non è in alcun modo in discussione, ovviamente, il potere del Parlamento di istituire commissioni di inchiesta in settori della vita istituzionale, economica o sociale, tenendo conto, peraltro, dei limiti all’attività delle commissioni derivanti dalla Costituzione e puntualmente indicati dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale.

Non può, tuttavia, passare inosservato che, rispetto a tutte le banche, e anche agli operatori finanziari, questa volta viene, tra l’altro, previsto che la Commissione possa “analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento”. Queste indicazioni, così ampie e generali, non devono poter sfociare in un controllo dell’attività creditizia, sino a coinvolgere le stesse operazioni bancarie, ovvero dell’attività di investimento nelle sue varie forme.

Occorre considerare la natura privata degli enti interessati la cui attività costituisce esercizio della libertà di iniziativa economica riconosciuta e garantita dall’articolo 41 della Costituzione.

L’eventualità che soggetti, partecipi dell’alta funzione parlamentare ma pur sempre portatori di interessi politici, possano, anche involontariamente, condizionare, direttamente o indirettamente, le banche nell’esercizio del credito, nell’erogazione di finanziamenti o di mutui e le società per quanto riguarda le scelte di investimento si colloca decisamente al di fuori dei criteri che ispirano le norme della Costituzione.

Le previsioni della legge in questione pongono anche il tema di possibili interferenze delle attività della Commissione in ambiti di competenza di varie autorità di vigilanza.

E’ possibile, naturalmente, che l’operato di queste sia oggetto di inchiesta parlamentare – laddove così il Parlamento dovesse deliberare – ma occorre evitare il rischio che il ruolo della Commissione finisca con il sovrapporsi – quasi che si trattasse di un organismo ad esse sopra ordinato – all’esercizio dei compiti propri di Banca d’Italia, Consob, IVASS, COVIP, Banca Centrale Europea. Ciò urterebbe con il loro carattere di Autorità indipendenti, sancito, da norme dell’ordinamento italiano e da disposizioni dell’Unione Europea, vincolanti sulla base dei relativi trattati. Provocherebbe, inoltre, grande incertezza tra gli operatori sottoposti a vigilanza su quale sia l’organismo cui fare riferimento e quali le indicazioni da osservare, anche considerando che l’attività della Commissione è prevista per l’intera durata della Legislatura. Ricordo, tra l’altro, che né le banche centrali né, tantomeno, la Banca centrale europea possono sollecitare o accettare istruzioni dai governi o da qualsiasi altro organismo degli Stati membri.

Va, in particolare, escluso che la Commissione, come potrebbe far temere un’erronea interpretazione dell’art.3 della legge, possa svolgere attività che rientrino nella competenza di organismi dell’Unione Europea – come la Banca Centrale Europea e l’ESMA – in base a norme non derogabili dal diritto interno.

L’obiettivo della tutela del risparmio, a difesa dei cittadini, sancito dall’articolo 47 della Costituzione e che deve ritenersi ineludibile riguardo all’attività della Commissione d’inchiesta, richiede, infine, di prestare attenzione al delicato profilo delle informazioni detenute dalle autorità di vigilanza.

L’ordinamento dell’Unione europea, nel promuovere gli obblighi di collaborazione e gli scambi di informazioni per l’assolvimento delle rispettive funzioni tra autorità europee e nazionali, prevede che si osservino determinate cautele nella gestione delle informazioni sugli enti e gli istituti di credito in possesso delle autorità di vigilanza. Come espressamente definito dall’ordinamento dell’UE, anche in riferimento a informazioni trasmesse a commissioni di inchiesta parlamentari, è necessario, che “le persone che hanno accesso alle informazioni siano soggette ad obblighi di segreto professionale”.

E’ evidente come tale obbligo – richiamato dall’art. 6 della legge – sia volto a scongiurare l’allarme che la diffusione indebita di informazioni relative alla gestione degli enti creditizi e delle società finanziarie può suscitare tra i risparmiatori e sui mercati.

II principio di non interferenza e quello di leale collaborazione vanno affermati anche nei rapporti tra inchiesta parlamentare e inchiesta giudiziaria. Come ha più volte chiarito la Corte Costituzionale, l’inchiesta parlamentare non è preclusa su fatti oggetto di indagine giudiziaria, ferma restando la diversità degli scopi perseguiti da ciascuna istituzione espressa con la formula del “parallelismo a fini diversi”. L’Inchiesta non deve tuttavia influire sul normale corso della giustizia ed è precluso all’organo parlamentare l’accertamento delle modalità di esercizio della funzione giurisdizionale e le relative responsabilità.

Sono certo che Ella, nell’esercizio delle Sue prerogative, unitamente al Presidente del Senato della Repubblica (*) , seguirà con attenzione lo svolgimento dei lavori della Commissione affinché sia assicurato il rispetto dei limiti derivanti dalla Costituzione e dall’ordinamento della Unione Europea nonché il rispetto dei diversi ruoli e responsabilità».

 

Da lunedì partirà il Consiglio Episcopale Permanente della CEI

Il cardinale Gualtiero Bassetti

Si svolgerà a Roma dal 1 al 3 aprile la sessione primaverile del Consiglio Episcopale Permanente della CEI. Dopo l’Introduzione del Presidente, il  card. Gualtiero Bassetti i lavori prevedono una riflessione in vista dell’Assemblea Generale ordinaria (Roma, 20-23 maggio), che sarà dedicata a Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria e quindi un confronto sugli Orientamenti pastorali della Chiesa in Italia.

All’ordine del giorno del Consiglio anche il tema della gestione delle risorse finanziarie secondo i criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance; la proposta di costituzione di un Servizio Nazionale per la pastorale delle persone con disabilità; un aggiornamento circa le Linee guida per la tutela dei minori nella Chiesa.

Bankitalia chiude il 2018 con un utile di 6,24 miliardi

Banca d’Italia chiude il 2018 con un utile netto in forte crescita a 6,24 miliardi di euro contro i 3,9 del 2017. L’utile lordo, spiega, Ignazio Visco, è cresciuto a 8,9 miliardi “per il miglioramento del margine di interesse 30sui titoli di Stato acquistati per finalità di politica monetaria e del calo degli interessi negativi sul rifinanziamento”.

Di questi 6,24 miliardi allo Stato sono assegnati 5,71 miliardi di euro, in aumento di 2,344 miliardi rispetto al 2017.

I partecipanti al capitale (banche, casse previdenza e assicurazioni) riceveranno invece dividendi per 227 milioni di euro.

Dal bilancio di via Nazione emerge infine che a fine 2018 Bankitalia deteneva titoli di Stato per 320 miliardi.

La commissione Vigilanza USA chiede i documenti finanziari di Trump del 2009

I democratici della commissione Vigilanza e riforme della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti hanno richiesto a una società che si occupa di fisco e contabilità i documenti finanziari del presidente Trump risalenti a 10 anni prima che lanciasse la sua candidatura alla Casa Bianca.

Il presidente della Commissione, il democratico Elijah Cummings, ha chiarito che la sua richiesta è stata spronata dalla testimonianza di Michael Cohen, l’ex avvocato personale di Trump, che ha fatto capire ai legislatori come il tycoon abbia “gonfiato” o “sgonfiato” il suo patrimonio netto per “scopi potenzialmente impropri”.

I repubblicani Jim Jordan e Mark Meadows, membri della Commissione, hanno affermato che richiedere informazioni di questo tipo su Trump serve “solo a mettere in imbarazzo il presidente Trump e far proseguire gli attacchi democratici contro l’amministrazione Trump”.

In Italia domanda e offerta di lavoro si parlano poco

E’ stato presentato a Roma il Rapporto Excelsior 2018 di Unioncamere – Anpal, che mette l’accento sulla discrepanza tra la domanda di lavoro espressa dalle imprese e l’offerta presente sul mercato. Uno squilibrio che lo scorso anno ha riguardato il 26% degli oltre 4,5 milioni di contratti di lavoro che il sistema produttivo aveva intenzione di stipulare, 5 punti percentuali in più del 2017. Questo in particolare al Nord, dove il mercato del lavoro è più competitivo e dove risulta difficile trovare specialisti di saldatura elettrica, agenti assicurativi, elettrotecnici, ma anche insegnanti di lingue, analisti e progettisti di software. Al Sud non va certo meglio, visto che le difficoltà di reperimento riguardano circa un lavoratore su cinque. Del milione e 267mila contratti per i quali le imprese si sono dette orientate preferibilmente verso gli under 30, il 28% è ritenuto non facile da trovare, con punte del 62% per gli specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche, del 45% per i tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione e del 43% per gli operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche.

Il gap riguarda quasi il 40% dei 265mila profili di dirigenti, professioni intellettuali, scientifiche e a elevata specializzazione ricercate lo scorso anno dalle imprese. Quasi la stessa difficoltà di reperimento interessa anche le 603mila entrate di profili tecnici e le 697mila di operai specializzati. Il disequilibrio domanda offerta di lavoro interessa poi il 26,5% dei 649mila conduttori di impianti, il 22,1% del milione e 238mila profili qualificati nelle attività commerciali e nei servizi, il 19,5% dei 400mila impiegati. Solo il 12,1% delle 701mila professioni non qualificate risulta invece difficile da reperire.

Tra i primi 30 profili desueti, 19 riguardano professioni tecniche nell’ambito industriale (elettrotecnici, tecnici elettronici, tecnici meccanici) e nell’ambito dei servizi (agenti assicurativi, tecnici programmatori, agenti immobiliari). Nella filiera dell’elettronica e informatica si concentra poi una significativa richiesta di figure non facilmente reperibili sul mercato a diversi livelli di specializzazione (ingegneri elettrotecnici, analisti e progettisti di software, elettrotecnici, tecnici elettronici, installatori, manutentori e riparatori di apparecchiature informatiche, specialisti di saldatura elettrica).

“Anche quest’anno, Il Rapporto Excelsior mostra che in Italia c’è un forte disallineamento tra domanda e offerta di lavoro – ha detto il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli – Lo sviluppo tecnologico sta incidendo anche sulle competenze richieste ai lavoratori: in futuro ad oltre 9 profili su 10 sarà associata la richiesta di competenze digitali. A questo si aggiunge la crescente ricerca di profili qualificati. Occorre far collaborare tutti i soggetti coinvolti per migliorare la qualità dei servizi di istruzione, formazione e lavoro. Le Camere di commercio possono garantire, attraverso il Sistema informativo Excelsior e il Registro delle imprese, un’informazione corretta, aggiornata, puntuale e tempestiva sia sul mercato del lavoro sia sul tessuto produttivo”.

Per il 2018, le imprese dell’industria e dei servizi hanno programmato circa 4.554.000 entrate, in aumento dell’11% rispetto al 2017. Maggiore anche la richiesta di un’esperienza lavorativa pregressa, che lo scorso anno si è attestata al 67,2%, in aumento di tre punti percentuali rispetto al 2017. Unioncamere fa presente che le crescenti difficoltà di reperimento emerse nel 2018 si legano anche ad alcuni cambiamenti nella struttura dei fabbisogni occupazionali delle imprese, come la tendenza all’incremento della richiesta di profili professionali altamente qualificati. Il Rapporto evidenzia infatti un aumento del fabbisogno di dirigenti, specialisti e tecnici, che raggiunge il 19% del totale delle entrate programmate (era il 17,5% nel 2017), con una diminuzione di 3 punti percentuali della quota di ingressi destinati alle occupazioni non qualificate, che si attesta al 15%. Sempre più importante è inoltre il possesso di competenze legate al mondo del digitale e in materia di ecosostenibilità.

Utilizzo del digitale, di linguaggi, metodi matematici e informatici sono fattori essenziali per più di una assunzione su due. In particolare, il possesso di competenze digitali viene richiesto a quasi il 60% delle figure professionali, ma la competenza è richiesta con grado elevato al 62,5% delle professioni specialistiche, al 58% dei dirigenti, al 53,9% delle professioni tecniche e al 49% degli impiegati. La capacità di utilizzare linguaggi e metodi matematici e informatici viene ritenuta necessaria invece per il 51% delle entrate programmate. Le quote più rilevanti in termini di richiesta di grado elevato si riscontrano per i 51,3% delle entrate dei dirigenti e per il 50,3% di quelle di professioni specializzate. A seguire le professioni tecniche (37,5%) e gli impiegati (29,1%). Minore incidenza (36,3%) ha invece la ricerca di profili professionali capaci di applicare tecnologie “4.0”. Questa competenza viene richiesta – con grado elevato – al 31,8% delle assunzioni di professioni specialistiche, al 31,4% di dirigenti e al 24,2% delle professioni tecniche. Particolarmente alta è poi la quota di figure per cui è stata indicata come necessaria l’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale. Questa indicazione si riferisce a quasi l‘80% delle entrate programmate, con una scarsa variabilità tra i grandi gruppi professionali (con un massimo del 90% per i dirigenti e con un minimo del 73% per le professioni non qualificate).

Napoli: Vinilici. Perché il vinile ama la musica

A due anni dalla partenza del crowdfunding che ne ha permesso la realizzazione ed in attesa del Record Store Day, Oggi alle ore 17 al PAN Palazzo delle Arti di Napoli si terrà una Proiezione speciale e gratuita del docufilm di “Vinilici. Perché il vinile ama la musica” in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura ed al Turismo del Comune di Napoli e promosso dal MEI – Meeting Degli Indipendenti

Vinilici. Perché il vinile ama la musica è il primo film completamente italiano dedicato a questo meraviglioso supporto, attraverso le testimonianze di musicisti, collezionisti, audiofili, venditori, sociologi, appassionati, Vinilici è la storia di un’icona, il disco: dalla registrazione alla stampa, dalla distribuzione all’acquisto, dall’ascolto alla sua conservazione.

Il docufilm vuole indagare il ritrovato interesse per la musica su vinile in Italia. I dischi in vinile, infatti, non sono più acquistati solo dai collezionisti ma anche da una nuova e più ampia schiera di appassionati di diverse età. Si tratta di un nostalgico ritorno al passato o di un’opportunità per il futuro?

Molte sono le testimonianze presenti nel film: Carlo Verdone, Renzo Arbore, Claudio Coccoluto, Elio e le Storie Tese, Renato Marengo, Mogol, Giulio Cesare Ricci, Red Ronnie, Lino Vairetti, Bruno Venturini ed altri ancora che, attraverso le loro esperienze di appassionati, ci guideranno in una storia più grande e senza tempo, quella dell’amore per la musica.

All’incontro, che si terrà nella sala Pan, interverranno:
Simona Frasca (critico musicale), Alberto Castellano (critico cinematografico), Lino Vairetti (Osanna), Bruno Venturini (Ambasciatore della canzone Napoletana nel mondo).

L’intelligenza artificiale ha imparato a prevedere le morti premature dovute alle malattie croniche

Il primo sistema del genere, descritto sulla rivista Plos One, è stato messo testato dall’università di Notthigham, dopo essere stato ‘addestrato’ con i dati di mezzo milione di persone di età compresa fra 40 e 69 anni​, raccolti nell’ambito della banca di dati biologici, Uk Biobank, tra il 2006 e 2010.

Il sistema si è mostrato molto accurato nelle sue previsioni, addirittura migliori di quelle fatte dagli esperti umani, in particolare nel prevedere le malattie cardiovascolari.

Secondo i ricercatori l’intelligenza artificiale in futuro sarà fondamentale per lo sviluppo della medicina personalizzata, ma serviranno ulteriori studi per verificare e validare questi algoritmi anche su altri gruppi di popolazione, prima di usarli nella routine medica.

Le sfide della realtà. Oggi Famiglia: intervento di Giuseppe Fioroni

La Camera dei Comuni boccia l’accordo di recesso con Bruxelles

La Camera dei Comuni ha bocciato con 344 voti contrari e 286 voti a favore l’emendamento presentato dal primo ministro Theresa May che chiedeva al Parlamento britannico di ratificare l’accordo di recesso da lei negoziato con Bruxelles senza la dichiarazione politica sui futuri rapporti fra le due aree.

May era arrivata ad offrire anche le sue dimissioni in cambio di un’approvazione del suo patto. Ora, a quanto ha precisato il caponegoziatore europeo Michel Barnier, Londra dovrà comunicare entro il 12 aprile come intende procedere.

Da Bruxelles in una nota la Commissione europea fa sapere che a questo punto uno scenario No deal a partire dalla mezzanotte del 12 aprile “è quello più probabile”.

 

Il valore della famiglia. antidoto alla società liquida

Pubblichiamo il documento finale del convegno, Oggi famiglia, promosso da “I Liberi e Forti”, che ieri si è svolto ieri a Roma presso il piccolo auditorium Aldo Moro

Dialogo autentico e sereno – quello proposto da “I Liberi e Forti” – su un tema come la famiglia che suscita immediati contrasti. Oggi le sfide del tempo e della società ne sfigurano la consistenza morale e istituzionale, dato che il costume prevalente assume la logica del contratto a parametro di tutto, anche della famiglia. Sì tratta invece di ridare vigore a una riflessione politica sul giusto equilibrio tra posizioni estreme, tenendo presente anzitutto l’impalcatura ideale della norma costituzionale.

No al fondamentalismo, no al radicalismo etico: l’istanza corretta mira a restituire alla famiglia la sua funzione di “società naturale”, antecedente allo Stato, non manipolabile da vecchie e nuove ideologie “anti-umanistiche”.

Non ci può illudere che una famiglia infragilita e trascurata, senza adeguati sostegni pubblici, sia ininfluente rispetto al declino del Paese. In effetti vi contribuisce in maniera decisiva. Basti pensare ai problemi che scaturiscono dal cosiddetto “inverno demografico”.

Crediamo per questo che accanto alle diverse forme di convivenza, oggi riconosciute dalla legge, debba recuperare centralità il discorso sulla “famiglia generativa”, luogo di educazione, vita affettiva, solidarietà e responsabilità. Il riconoscimento di unioni diverse non può significare cancellazione o fraintendimento del significato e del valore della famiglia incardinata sul matrimonio tra un uomo e una donna, dunque per sua natura aperta alla vita.

Un’antropologia che supera la distinzione di genere, supponendo che il genere appartenga al confronto dell’individuo attorno alla propria identità, trasforma l’uomo in solo “spirito e volontà”, a prescindere dalla sua sessualità (tendenzialmente contesa). Chiaramente la famiglia diventa, così, una formazione astratta, sottomessa all’imprevedibilità delle circostanze, del gusto e persino degli interessi, quindi calco o premessa della ”società liquida”.

Una politica solidarista, volta a congiungere libertà e giustizia, mentre rifiuta il liberismo economico non può non rifiutare, in pari tempo, il liberismo etico. Ecco l’esigenza di un dialogo più esigente tra posizioni che muovono da comuni aspettative solidariste, perché la dimensione etica impone la ricerca e la conquista del “filo rosso” di un nuovo umanesimo sociale. Se cade questa preoccupazione, bisognosa di umiltà e rispetto reciproco, lo spirito di convergenza delle culture politiche popolari si consuma rapidamente nella combinazione di approcci episodici, senza respiro strategico.

Siamo indisponibili, perché ne ravvisiamo l’errore, a consegnare i valori della famiglia alla logica degli opposti fondamentalismi. Rifiutiamo le strumentalizzazioni della destra, ma non ci rassegniamo nemmeno alla curva della banalizzazione etica di una certa sinistra post-ideologica (fino ad essere post-morale). Vogliamo farci guidare, in realtà, da un sano principio che Aldo Moro traduceva nella cultura e nella politica del confronto. Ripartiamo da qui, con scrupolo e pazienza, fiduciosi nell’opera di rinnovamento della nostra struttura di convivenza umana e civile.

Di Giovan Paolo, centro… nomina nuda tenemus?

Preso dalla vita, che é tanto; e convinto, come ripeteva spesso Giovanni Bianchi, che la politica nasce meglio “ da ciò che politica non é” ho la fortuna di poter fare la crasi tra la riflessione di Guido Bodrato e quelle del dopo elezioni in Basilicata di Lucio D’Ubaldo.

Dico subito che la riflessione sul centro non mi ha mai affascinato molto se inteso in senso geometrico.

Io non ho mai aderito – e sottolineo mai- ad un partito di centro.

Sono stato un iscritto della Democrazia Cristiana, cosa molto diversa.

Ed ho seguito “ la mia setta” dove “ non si entrava per iscrizione e non si usciva per espulsione”, ma in base a ragionamenti politici, nella sua evoluzione di questi anni.

Almeno fino al “ big bang” dello scorso 4 marzo 2018 che ,come opportunamente segnala Marco Revelli nel suo ultimo libro “La politica senza politica”, segna un momento forte di spartiacque nelle dinamiche del voto e della rappresentanza politica, perfino più delle tanto proclamate, blaterate, e alla fine inesistenti, seconde e terze repubbliche.

Dunque cosa mi ispirano la riflessione di Bodrato e la riflessione di Lucio?

Alcuni punti che sono snodi e punti di transizione, non punti di arrivo.

Dubito che Prodi o Bodrato ( Guido é ancora più esplicito) stiano chiedendo di fondare un partito di centro, per il semplice fatto che Guido e Romano in primis e alcuno di noi in seconda o decima fila, siamo profondamente convinti di essere ben più radicali ( nel senso di radice) nella ricerca di soluzioni politiche, dei dirigenti del Pd oppure della direzione culturale Pd insediata a La Repubblica.

Gli esponenti della cultura cattolico democratica sentono che la finanziarizzazione della economia che mangia la politica e lascia la società senza direzione di marcia ed un senso comune, non può essere accettata in cambio di un lasciapassare verso una inesistente “stanza dei bottoni” ( alcuni Nenni non sanno manco chi sia….).

I Cattolici democratici Sono dunque meno proni a consorterie e massonerie varie di quanto lo si sia tra la dirigenza della “sinistra storica”; sono tendenzialmente più comunitari e meno elitari; più attenti all’ambiente di quanto lo si sia stati nel Pd che ha fatto scappare tutti i suoi esponenti ecologisti; hanno una politica estera nello stesso tempo realista ma anche attenta ai diritti umani che é oltre l’autodeterminazione dei popoli degli anni settanta e, sull’Europa, hanno una tradizione che mette in primo piano una costruzione federalista e solidale il cui cuore é la costruzione istituzionale nei modi permessi dal tempo( ai tempi di De Gaulle la Ced era impossibile ora invece é possibile, anzi si rischia di fare la difesa comune ma di non essere d’accordo su “cosa” l’Europa faccia poi una difesa comune)….

Accenno a queste poche cose di programma. In pillole ovviamente, per dire con chiarezza che siamo di fronte ad un paradosso ed a mio avviso Guido Bodrato è molto chiaro: ci dice che non basta un programma dettagliato, anche se serve a chiarirsi le idee ed a essere propositivi, ma soprattutto che il dibattito che ne scaturisce serve ancora di più, perché é esso stesso il seme di una proposta politica; e se germoglia poi fiorirà…. sul come, dove e quando,mi pare che non sia così esigente della immediatezza perché il Ppi ,la Margherita e il Pd – anche dal suo excursus nell’intervista- sono strumenti soggetti al tempo, alla condizione politica ( legge elettorale); in definitiva, come sempre per noi cattolici democratici, partiti e movimenti come strumenti, non soggetti della politica. Dunque tempo al tempo e cominciamo a dubitare, discutere e confrontarci senza aver fretta di concludere…

Ma Lucio ? Lucio D’Ubaldo é l’attivatore della chat della Rete Bianca, nonché l’intervistatore di Guido e promotore dei circoli dei liberi e forti, e si trova così a far la spola con l’altro corno del paradosso. E pur forse condividendo ( e praticando ) il “Festina lente” indicato da Guido Bodrato ,introduce alcuni elementi che anche io sento “bruciarmi sulla pelle” in questo periodo. In ordine, sono in primo luogo la natura mutata e non più inclusiva del progetto Pd di oggi rispetto a quello del 2007 ,debbo dire più per colpa di Bersani e Renzi, due facce della stessa medaglia…..che non per chi segue e raccoglie i cocci, che però certo non puó relegare le idee dei cattolici democratici ai personaggi divenuti Presidente o Tesoriere o vice qualcosa che non rappresentano nulla-NULLA- dei nostri mondi, né tantomeno a questa o quella corrente ecclesiastica di “eletti”che già nelle parrocchie ( come avvenne per CL – MP ), viene sempre vista con sospetto ( e peraltro ne condivide il ceppo originario). Il Pd e soprattutto la sua base e l’idea originaria, se rinverdita, rappresentano sempre un riferimento del centrosinistra, ma quand’anche volessimo attribuirgli il sorpasso del M5S alle europee e perfino più del 20 per cento dei voti, come intende arrivare al 37-38 per cento dei voti

,necessari, con l’attuale sistema elettorale, ad avere una maggioranza in Parlamento?

E’ ovvio che non può ,se cambia natura inclusiva( non ci si inganni delle primarie, il milione ed ottocentomila per almeno mezzo milione é composto di chi voleva dare un segnale a Salvini ed alle destre in aggiunta la manifestazione di Milano del 2 marzo …..non sono né nuovi iscritti né necessariamente voti certi tornati a a casa….) farlo da solo né con una logica da maggioritario ( tipo noi siamo il centrosinistra quello é il centrodestra ,o state con noi oppure peggio per voi…..) perché il maggioritario, appunto, non c’é più e il voto nelle regioni evidenzia come solo una coalizione in cui c’è un minimo di rispetto e di coesione possa costruire condizioni minime di “esistenza”. Per vincere, poi,serviranno candidati meno “ farmacisti” e raccogliticci e anche ceti sociali e categorie che vadano oltre le banalità di “ più giovani ,più donne, più innovatori”, salvo scoprire giovani nati vecchi, donne machiste attaccate alla poltrona, vedettes con Bersani poi con Renzi, poi con Martina poi con Zingaretti, tutte sempre dalla prima ora che fanno rivalutare certi “Tarzan” delle correnti Dc ; e per ‘innovatori’ la certificazione non dovrebbe essere quella di essere stati un Ministro o un dirigente “Técnico”, che poi ha deciso di dire la sua in politica ( dopo aver conquistato podio onori e soprattutto la ormai necessitata mediaticitá).

In questo senso le elezioni regionali, Basilicata pure ( un quartiere di Roma peró, senza offesa, anzi io ci lavoro, con rispettabili amici della Basilicata….) ci dicono che una urgenza – non per noi, per il Paese- c’ é : finché le esigenze politico culturali espresse da Guido Bodrato e quelle politico strategico-tattiche espresse da Lucio D’Ubaldo non vengono assunte dalla politica e per quel che mi riguarda dal centrosinistra, continueremo a vedere che M5S si atrofizzerà rimanendo con la sua parte post Grillo con del personale politico trasformista attaccato alla poltrona e necessario a Salvini per proseguire a Governare con un partner inesistente; mentre lui spolpa la destra e prova ad allargarsi ai ceti medi impoveriti ed impauriti.

Ma non spunterà una alternativa vera.

In questo senso, io vedo la necessità e l’urgenza di una politica diversa, e di una presenza di coalizione dei cattolici democratici anche in forme nuove ;ma credo che la strada passi necessariamente prima per le amministrative e solo dopo, organizzativamente,per una crescita di tipo nazionale.

Detto ciò, voglio chiudere come ho aperto, con una provocazione : la Dc non era il centro. Era “al centro”.

Col tempo questa posizione, politica e non geometrica o geografica, é stata assunta nella scienza della politica e nella comunicazione (anche politica ma non solo), come il potere dell’” agenda setting”. I grandi leader, Marco Pannella un esempio su tutti, conoscevano bene, per talento naturale ,oggi per studio ,la questione.

Ecco, cominciamo ad avere pensieri- e diffusi su larga scala- per essere incidenti sull’agenda setting, poi le forme organizzative verranno da sé.

L’Intendence suivrá!

La vittoria del “partito nazionale” di Salvini

Articolo già pubblicato sulla rivista il Mulino a firma di Roberto De Luca

È ormai diventato un luogo comune attribuire ad ogni elezione che si svolge in Italia una valenza e un interesse “nazionale”. L’alta volatilità, la misura di quanti votano in maniera diversa dalla precedente elezione e che è divenuta una caratteristica degli elettori italiani degli ultimi anni, oltre a rendere difficilmente prevedibile il risultato, fa in modo che ogni elezione, di qualsiasi livello, diventi una prova di verifica sulla consistenza dei partiti nazionali. Alle usuali condizioni già verificate nelle ultime regionali dell’Abruzzo e della Sardegna, le regionali che si sono appena tenute in Basilicata ne hanno aggiunto ulteriori per motivi contingenti o derivanti dalla storia politica della regione. Le principali condizioni contingenti erano la ripresa del Pd nei sondaggi dopo l’elezione di Zingaretti alla segreteria, la rivalità elettorale fra i due alleati di governo, la conferma dello sfondamento della Lega di Salvini nelle regioni meridionali per affermarsi sempre più come partito nazionale, la ventilata ipotesi di un ritorno al bipolarismo – con le due coalizioni di centrodestra e centrosinistra – nell’eventualità di un ulteriore arretramento elettorale del M5S. La storia politica della regione Basilicata fa, invece, riferimento alla possibilità dell’alternanza al governo, con l’interruzione del dominio del centrosinistra nei governi regionali determinati dal risultato ottenuto a partire dalla riforma elettorale del 1995.
Tutte queste ragioni hanno suscitato interesse intorno a una regione politicamente marginale (poco più di 300 mila votanti) che andava al voto per rinnovare il consiglio regionale, con qualche mese di ritardo rispetto alla scadenza naturale a causa di alcune vicende giudiziarie che avevano portato agli arresti domiciliari, successivamente revocati, il presidente della giunta regionale del Pd, Marcello Pittella, con l’accusa di abuso di potere e falso nell’ambito di un’inchiesta su dei concorsi nella sanità. L’eccesso di attenzione assegnata alla consultazione lucana può essere attestata dalla presenza assidua nella regione del vicepresidente del Consiglio e segretario della Lega, Matteo Salvini, che ha svolto una campagna elettorale, quasi porta a porta, che ha toccato anche piccoli comuni della regione. Tanto interesse dai media nazionali e l’incertezza della vigilia sul risultato hanno reso sicuramente più alta, agli occhi degli elettori lucani, la posta in gioco delle elezioni con conseguente naturale riflesso sulla partecipazione, che è aumentata di quasi 6 punti rispetto alle regionali del 2013, quando le condizioni di contesto erano completamente diverse, con il risultato dato per scontato a favore del centrosinistra.

L’attenzione nazionale non può non tener conto della peculiarità di un’elezione regionale, che utilizza un sistema che prevede, tra l’altro, il voto di preferenza per i candidati consiglieri, nonché del comportamento dell’elettore improntato alla cultura politica del territorio. Come in altre regioni del meridione, in Basilicata il tasso di preferenza (l’indice che misura la percentuale di elettori che esprimono un voto di preferenza) è stato sempre molto elevato e sta a significare che la scelta dell’elettore, prima ancora di un partito, è rivolta ad una persona, il candidato consigliere. Nelle elezioni passate l’indice di preferenza complessivo in Basilicata era stabilmente intorno al 90%, vale a dire 9 elettori su 10 esprimevano, oltre al voto per un partito, o prima ancora, una preferenza per un candidato consigliere.

La lettura del risultato elettorale della Basilicata può avvenire cercando di interpretare il comportamento degli elettori, proprio attraverso il confronto dell’indice di preferenza calcolato per i singoli partiti. In effetti, con l’introduzione della doppia preferenza di genere nel sistema elettorale diventa impossibile conoscere quanti elettori abbiano espresso almeno una preferenza ed effettuare comparazioni con il passato quando l’elettore poteva esprimere, invece, una sola preferenza. I numeri di questa elezione – dati dalla divisione del totale delle preferenze espresse per le preferenze esprimibili, rapportate a cento – ci forniscono, comunque, delle interessanti indicazioni. Le liste che hanno il più basso indice di preferenza sono quelle che hanno ottenuto il più alto numero di voti: Movimento 5 Stelle (indice di preferenza 34,9%) e Lega Salvini Basilicata (indice di preferenza 39,0%). Cioè, è successo esattamente l’opposto di quanto accadeva nelle precedenti elezioni (M5S a parte), con i partiti più votati che ottenevano un più alto indice di preferenza quale effetto della lotta fra candidati consiglieri, quasi tutta interna alla lista, per la conquista del seggio in consiglio per mezzo dei voti di preferenza. Le altre liste che seguono nel gradimento degli elettori hanno un indice di preferenza molto più alto. Fra le liste non partitiche, quella “costruita” dal governatore uscente Pittella, Avanti Basilicata, risulta la più votata della coalizione di centrosinistra e con un indice di preferenza di 65,5% (e proprio il candidato consigliere Marcello Pittella risulta essere in assoluto il più votato della regione con 8.803 preferenze).

Gli alti valori dell’indice di preferenza ci suggeriscono che gran parte degli elettori lucani ha votato seguendo il criterio della scelta della persona, come nel passato, ma che una parte importante dei voti della Lega deriva da una scelta nazionale e più politica – comunque sulla persona – di Matteo Salvini. Il voto raccolto da Salvini ha rappresentato il valore aggiunto della coalizione necessario al successo del candidato della coalizione di centrodestra, Vito Bardi, con il 41,0%. La modifica al sistema elettorale che ha previsto l’annullamento della scheda nel caso di voto disgiunto (non si poteva votare per una lista e scegliere un candidato presidente di un’altra coalizione) ha contribuito a blindare il voto a favore del candidato presidente. Bardi, ma anche gli altri 3 candidati presidenti, tutti alla loro prima esperienza nelle elezioni, ha ottenuto solo pochi voti in più rispetto alle liste che lo sostenevano (il voto alla sola lista andava in automatico anche al candidato presidente), confermando l’ipotesi della scelta da parte dell’elettore soprattutto in favore dei candidati consiglieri e/o di una lista.

Nel raffronto con le precedenti regionali del 2013 e con le politiche del 2018, la forte mobilità elettorale che si registra offre ai partiti sconfitti in queste elezioni una prospettiva consolatoria a seconda del riferimento prescelto. Cosicché il Pd potrebbe ritenersi soddisfatto del risultato che assegna al centrosinistra un sostanziale recupero rispetto alle politiche (più 9 punti, ma circa 27 punti in meno delle precedenti regionali) e il M5S dell’incremento della percentuale di voti (di circa 7 punti) rispetto alle precedenti regionali (ma meno 24 punti rispetto alla percentuale ottenuta alla Camera nel 2018).

Infine una annotazione sulla composizione del nuovo consiglio. Fra i 21 consiglieri figura una sola donna, eletta nella Lega di Salvini, il partito che ha conquistato il maggior numero di seggi (6). L’introduzione della doppia preferenza di genere nel sistema elettorale regionale della Basilicata, evidentemente, non ha funzionato, soprattutto per il numero esiguo di seggi in palio. Ciò che è accaduto per il consiglio regionale della Basilicata mostra, ancora una volta, che non sempre basta un provvedimento di legge per eliminare, di colpo, le disparità di genere in politica se ad esso non consegue l’azione dei partiti nella selezione dei candidati.

Il nuovo Meazza e gli altri progetti di stadi di calcio in Italia

Articolo pubblicato dall’Agenzia AGI

Sulla proposta di edificare un nuovo stadio di calcio a Milano demolendo San Siro, la cui ristrutturazione costerebbe più della costruzione di una struttura ex novo “è importante che le due società” sportive della città Inter e Milan, che “stanno lavorando assieme, arrivino presto con una proposta concreta”. A dirlo è il sindaco di Milano, Giuseppe Sala.
Possibilista dunque il primo cittadino rispetto alla demolizione dello storico stadio italiano: “Tutte le proposte sono legittime, a me la cosa che interessa è che sia chiara la posizione mia e dell’amministrazione: io preferirei che lavorassero sull’esistente, però se, nel rispetto delle regole, le società proponessero un nuovo stadio, non potremmo che esaminarlo, lasciando da parte la fede calcistica e le emozioni che ognuno di noi può avere”.

Sui lavori di demolizione il Comune non può “perderci soldi” ha però precisato.

Le condizioni di Sala
Quanto alla proprietà dell’eventuale nuovo edificio “bisogna trovare una formula perché sia di proprietà del Comune, con una concessione a lunghissimo termine”: Palazzo Marino, ad avviso del sindaco, non può “non avere uno nuovo stadio di proprietà”.

Come spiega Sala, se saranno le squadre a costruire il nuovo stadio, bisognerà trovare una formula per la quale sarebbe poi come il Comune a mantenere la proprietà della struttura.

“Se si ripristina San Siro saremmo disponibilissimi ad una concessione di lungo termine – ha precisato il sindaco – se invece si fa un nuovo stadio il punto è che bisogna trovare una formula per assegnarlo alla proprietà del Comune. Sono cose risolvibili ma alla base c’è la sostenibilità dell’operazione”.

Secondo il primo cittadino milanese bisogna poi rispettare le regole stabilite dal piano di governo del territorio: “È anche evidente che l’operazione stadio in sé se non è supportata da uno sviluppo usando le cubature che il Pgt insegna non sta in piedi”.

Rispetto a queste regole dovranno poi elaborare le loro proposte al Comune le due squadre, sebbene “non c’è ancora un appuntamento” per l’incontro. Quello su cui però insiste il sindaco è la velocità con cui avere sul tavolo le proposte: “Chiedo appena possibile di sapere, perché la cosa peggiore è scatenare un dibattito cittadino senza che anche noi abbiamo gli elementi per capire che cosa si vuole fare”. La “valutazione economico-finanziaria” che Inter e Milan stanno facendo per la costruzione del nuovo edificio, secondo Sala, potrebbe raggiungere la cifra “di 500 o 600 milioni”, bisogna invece “capire quanto costa il ripristino” del Meazza “e come gestire la preoccupazione” dei team, ovvero “giocare uno o due campionati con i lavori in corso”.

Dal punto di vista affettivo il sindaco ammette: “Ho espresso sempre la mia preferenza per lavorare su San Siro, però se nel rispetto delle regole urbanistiche decideranno di proporre un nuovo stadio, noi non potremmo non considerarlo”. Passata ormai l’ipotesi dei due grandi centri sportivi: “L’ipotesi di due stadi è giustamente tramontata – ha concluso -. Se c’è un caso positivo come questo di due società che trovano il consenso per lavorare assieme penso che sia meglio”.

Intanto l’Italia pare rimasta indietro, anche nelle infrastrutture sportive, anche nel ricco calcio.

Non solo a Russia, Inghilterra, Francia, Spagna e Germania ma anche alla Polonia e alla Turchia.

Chi ha già costruito
Fra le nazioni europee che investono sul futuro del calcio, e quindi sugli stadi, l’Italia non compare nelle prime dieci della classifica: rispondono all’appello soltanto tre impianti nuovi, l’Allianz Stadium della Juventus (costato 155 milioni di euro nel 2011), la Dacia Arena dell’Udinese (ricreato sull’ex Friuli con un investimento di 30 milioni) e il Benito Stirpe di Frosinone (20 milioni).

Così, i mancati ricavi che si accumulano e, parallelamente, la nostra immagine scema, davanti ai 159 stadi nati invece nel resto d’Europa.

Con un’età media degli impianti di 63 anni, con appena otto di Serie A con copertura totale degli spalti, e quindi un calo di presenze – legato anche alla super-offerta tv e al caro prezzi – che secondo la Figc è pari al 54%, contro il 90% dei due campionati guida, inglese e tedesco.

Le altre realtà? Sassuolo ed Atalanta si sono comprate lo stadio, lo hanno migliorato, ma non lo hanno rifatto nuovo.

La Roma e, soprattutto Roma, si dibattono nelle nuove disavventure giudiziarie, dopo i sei anni che erano stati necessari per portare avanti il progetto, a Tor di Valle, di un impianto da 53 mila posti (17 mila in meno rispetto all’Olimpico) ma all’avanguardia.

Milano sta gettando nello sconcerto gran parte della tifoseria di Inter e Milan: un investimento di 600 milioni per uno stadio tutto nuovo, al posto dell’attuale San Siro, varato nel 1926 dal presidente dell’epoca Piero Pirelli, che verrebbe demolito a spese delle due società, in concessione per 99 anni dell’impianto.

Verrebbe edificato in 4/5 anni sull’area comunale degli attuali parcheggi, avrebbe 60 mila posti, meno degli attuali 80 mila, ma con visuale migliore. Prato e primo anello verrebbero interrati. M

a la gente, davanti alla proposta lanciata dal Milan, si chiede: perché non ristrutturare il mitico Meazza, la Scala del calcio, se non per una nuova, mastodontica, speculazione edilizia?

Chi sta costruendo
Cagliari è vicina alla costruzione del nuovo stadio, al posto del vecchio Sant’Elia, in demolizione.

La conferenza di servizi ha dato il via libera alla modifica del progetto preliminare, superando le riserve sollevate a dicembre dai Vigili del fuoco, la capienza complessiva dell’impianto sale a 25 mila 200 spettatori (con la possibilità di estendere a 30 mila il numero di posti disponibili).

L’investimento è di 60 milioni di euro (divisi Regione, Comune, Cagliari Calcio, impresa di costruzione, finanziamenti bancari), la super firma è di David Manica (progettista del Nou Camp di Barcellona), la struttura conterrà spazi commerciali e un albergo di lusso con 72 camere con vista mare, campo da gioco e città vecchia, trasformabili in uffici, e una passerella che colleghi lo stadio col Parco degli Anelli, appena realizzato.

A dicembre è stata consegnata la documentazione completa insieme alla Pessina Costruzioni, e l’amministrazione del comune di Empoli ha inizia l’esame delle carte.

La sindaca Brenda Barnini ha dichiarato: “Ora c’è la certezza che la società azzurra voglia proporre alla città questa sfida non solo sportiva”. L’accordo tra l’Empoli Football Club e la Pessina Costruzioni prevede la riqualificazione dello stadio “Carlo Castellani, per primo stadio realizzato in project financing (partenariato pubblico-privato.

Sorgeranno attività commerciali, la capienza complessiva dell’impianto sarebbe di 20.000 posti, per un costo di 30 milioni.

Il sogno dei Della Valle
Sul progetto nuovo-stadio, la Fiorentina è partita addirittura nel settembre 2008. I Della Valle si impegnavano a finanziarlo, sognando in tre anni uno stadio bellissimo e polifunzionale, con tanto di “Cittadella viola”, cioè un centro commerciale, un hotel ed un parco a tema calcistico. Ma ci si è arenati sull’area destinata all’impresa, 70-90 ettari nell’area di Castello (a nord della città). Ora, il Comune ha approvato la delibera per spostare la Mercafir nell’area di Castello, liberando quindi l’area dei Mercati Generali, non prima del 2023. Ma, da parte della Fiorentina, sono appena sorte nuove perplessità sulla capienza dell’impianto. E si vorrebbe scendere dai 40 mila posti sotto i 35 mila.

Proposta che non trova d’accordo il sindaco Dario Nardella: «Sarebbe un errore». Ma conferma forse la minor attenzione dei Della Valle verso il calcio e la squadra e quindi la tendenza a un taglio dell’investimento, da 140 a 110 milioni di euro (il progetto complessivo è intorno ai 500).

Infine il Venezia promette l’inizio dei lavori all’alba del 2012 per dar vita per la stagione 1923-24 al nuovo stadio, in terraferma, dietro l’aeroporto di Tessera, così nessuno più dovrà ripescare qualche pallone in canale, come succedeva col Pier Luigi Penzo, datato 1913. Ultramoderno, dal costo di 185 milioni, grazie alla visione del presidente Joe Tacopina, che ha portato la squadra dalla serie D alla B, avrà 18 mila posti, ampliabili a 25 mila, sarà in pieno rispetto delle norme UEFA, con spazi verdi, parcheggi pubblici e privati. Avrà negozi, bar, servizi di ristorazione, un hotel a 4 stelle e darà lavoro costantemente a circa 1500 persone.

E le altre, tutte le altre società di serie A? Attendiamo che rispondano presto all’appello dei nuovi impianti. Intanto si parla solo di restyling da Bergamo a Bologna a Genova.

 

Ex Ilva, rivedere Aia dopo un nuovo piano aria regionale

Occorre riconsiderare l’Autorizzazione integrata ambientale sullo stabilimento tarantino. Una competenza che non spetta al primo cittadino ma al Ministero dell’Ambiente. Mentre sono in corso i nuovi rilievi ambientali che evidenzieranno eventuali picchi di criticità e le conseguenti disposizioni per lo stabilimento siderurgico di Taranto, il presidente della Regione Puglia e il titolare dell’Ambiente sottolineano le priorità in essere e i necessari sforzi da compiere.

Il Ministero è disponibile “a rivedere l’Autorizzazione integrata ambientale sull’ex Ilva di Taranto”, ma per avviare un riesame è necessario che la Regione Puglia effettui una nuova valutazione della qualità dell’aria, condizione necessaria “alla quale devono allinearsi tutte le autorizzazioni ambientali rilasciate”. A dirlo è lo stesso Sergio Costa rispondendo alla richiesta di riesame del provvedimento VIA per lo stabilimento ex Ilva di Taranto avanzata dal governatore della Puglia Michele Emiliano le scorse settimane.

“Comprendo – scrive in una lettera il ministro – la giusta preoccupazione per la salute dei propri cittadini e confermo la piena disponibilità del Ministero e la piena collaborazione per la realizzazione in tempi solleciti di un percorso di revisione del Piano” condizione necessaria per “l’eventuale riesame di ogni provvedimento AIA, fondato su rinnovate misure precettive in merito alla qualità dell’aria che, alla luce dei principi fissati dalla Corte europea, assicurino il raggiungimento di valori ottimali per il benessere della collettività dei cittadini pugliesi”.

Costa quindi porta quindi l’attenzione sulle esperienze virtuose delle regioni Sicilia e Liguria, che “evidenziando motivate criticità, hanno recentemente imposto misure più stringenti, sulla base delle quali si è provveduto ad effettuare il riesame delle autorizzazioni integrate ambientali statali”.

Il titolare dell’Ambiente sottolinea la piena disponibilità a collaborare con la Regione Puglia affinché “si attui ogni utile iniziativa normativa finalizzata al rafforzamento dei parametri di tutela della salute pubblica”. “Il piano c’è già – ha risposto il governatore della Puglia -. Il ministro Costa sa che la revisione dell’Aia è inevitabile, sta prendendo un po’ di tempo perché deve spiegare a Di Maio e ad n che quell’Aia non può funzionare. Io spero di riuscire a convincerlo, ci incontreremo a breve, perché è uno dei ministri con i quali riesco a mantenere un rapporto diretto. Noi gli risponderemo per iscritto, lui può e deve avviare il riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale subito perché è l’unica garanzia che abbiamo”.

Sulla questione “non si può costringere il Sindaco di Taranto – ha aggiunto Emiliano a margine della conferenza stampa di Medimex rispondendo ai giornalisti  – a prendere delle decisioni utilizzando poteri che non sono costruiti per il controllo degli impianti industriali ma per la tutela generica della salute pubblica. Bisogna che sia il ministro Costa a definire il riesame dell’Aia e lì dentro valutare se il rischio che stiamo correndo sia accettabile oppure no. Insomma giocare a scaricabarile sul sindaco non mi pare una cosa corretta da parte del Governo”.

Noto: l’anteprima nazionale del progetto Photology AIR 2019-2020

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Mercoledì 3 aprile dalle 17 alle 20 la Fondazione Gian Paolo Barbieri ha il piacere di ospitare l’anteprima nazionale del progetto Photology AIR 2019-2020, che inaugurerà venerdì 21 giugno presso il nuovo parco per l’arte contemporanea aperto nel 2018 all’interno dei trenta ettari della splendida Tenuta Busulmone, a Noto, nel territorio siciliano di sud-est, dove Photology dal 2012 ha intrapreso un’intensa attività di diffusione delle arti fotografiche.

I visitatori potranno conoscere il progetto nel suo complesso, ma avranno anche la possibilità di vedere in anteprima assoluta quattro delle 30 opere fotografiche del progetto “Profondo Blu” di Gian Paolo Barbieri che saranno esposte nel corso della stagione 2020 nella sezione Art Trail di Photology AIR: un doveroso omaggio al lavoro del fotografo milanese, che a partire dagli anni Ottanta ha viaggiato in alcuni dei luoghi più esotici e affascinanti del nostro pianeta collezionando ritratti inediti di un’umanità e di una natura intatta, frammenti di memoria destinati a perdersi per sempre, attimi sottratti a un processo di metamorfosi e devastazione inarrestabile.

Lo studio della correlazione causale tra l’insorgenza dell’ALCL e il tipo di protesi mammaria

l Linfoma Anaplastico a Grandi Cellule (ALCL dall’inglese Anaplastic Large Cell Lymphoma) è una rara forma di Linfoma non-Hodgkin (NHL) che si sviluppa a carico dei linfociti T del sistema immunitario.

Nel 2011 la Food and Drug Administration (FDA) ha rilevato un numero anomalo di casi di ALCL in pazienti portatrici di protesi mammarie per fini ricostruttivi o estetici, anomalia derivata dal fatto che l’ALCL, benché possa svilupparsi in qualsiasi parte del corpo, per la prima volta si manifestava in corrispondenza del tessuto mammario periprotesico.

Nel 2013, la Scientific Committee on Emerging and Newly Identifiend Health Risks (S.C.E.N.I.H.R.) ha riferito 130 casi nel mondo di Breast Implant Associated ALCL (BIA-ALCL), numero salito a più di 359 nel 2017 sulla base degli articoli pubblicati in letteratura.

Dal 2014 il Ministero della salute, insieme alle autorità competenti degli altri stati membri, è parte attiva di una Task-Force volta a monitorare continuamente il numero di nuovi casi in Europa. Le informazioni cliniche relative ad ogni singolo caso vengono raccolte secondo criteri univoci e standardizzati.

A marzo 2016, la World Health Organization (WHO) ha riconosciuto e definito questa emergente forma di linfoma, inquadrandola nell’ultima revisione della classificazione dei NHL.

Ad ottobre 2017, la Scientific Committee on Health Environmental and Emerging Risks (SCHEER) ha raccomandato, al mondo scientifico, di condurre una valutazione più approfondita sulla possibile associazione tra le protesi mammarie e l’insorgenza di questa patologia poiché, anche se in presenza di una bassa incidenza, i limitati dati scientifici disponibili, non consentono di effettuare una solida valutazione del rischio (consulta sul sito della Commissione Europea SCHEER. Consulenza scientifica su protesi mammarie e salute).

Il 19 novembre 2018 la Task-Force europea ha presieduto un workshop internazionale a cui hanno partecipato esperti clinici, le Autorità Competenti, Fabbricanti di protesi mammarie e le Società Scientifiche.
Sebbene una predominanza di casi di BIA-ALCL sia stata riportata nei pazienti impiantati con protesi mammaria a superficie testurizzata, ad oggi, non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l’insorgenza di questa patologia e il tipo di protesi mammaria. Per approfondire consulta: International research collaborations on Breast Implant-Associated Anaplastic Large Cell Lymphoma (BIA-ALCL) initiated by a scientific meeting organised by RIVM in Amsterdam on November the 19th, 2018, pubblicato sul sito del National Institute for Public Health and the Environment.

Sintomi del linfoma in pazienti con impianto protesico
La comparsa di un sieroma freddo tardivo periprotesico sembra essere il sintomo clinico più frequente con cui la malattia si manifesta. La diagnosi può essere eseguita con esame citologico del siero prelevato sotto guida ecografica e/o mediante l’esame istologico del tessuto periprotesico espiantato.

La prognosi
La prognosi sembra essere favorevole quando la malattia è localizzata al tessuto pericapsulare anche dopo la sola rimozione delle protesi e capsulectomia totale. L’interessamento linfonodale e/o la presenza di metastasi sono condizioni cliniche che richiedono l’impostazione di una terapia sistemica.

I dati sulla correlazione fra l’impianto e l’insorgenza dell’ALCL
Attualmente, a fronte di oltre 10-35 milioni di protesi mammarie impiantate nel mondo, il numero di casi di BIA-ALCL resta estremamente basso (stimati in circa 800 nel mondo) e non offre dati statisticamente significativi che possano mettere in correlazione l’impianto con l’insorgenza di questa nuova patologia. La mancata significatività dell’esiguo numero di casi riportati in letteratura scientifica, non può tuttavia esimere dal continuare a studiare questa patologia emergente al fine di definire meglio la reale frequenza, cause, aspetti clinici, decorso, prognosi e trattamento.

Ad oggi risultano notificati (dal 2014 a febbraio 2019) 211 casi alle rispettive Autorità Competenti Europee.

In Italia, un significativo incremento dei casi diagnosticati è stato registrato dopo l’emanazione della Circolare n. 0011758 dell’11/03/2015 che aveva come obiettivo quello di sensibilizzare tutti gli operatori sanitari del settore a porre una corretta diagnosi di ALCL in presenza di sintomatologia sospetta. Nella stessa circolare sono contenute tutte le indicazioni per consentire agli operatori sanitari la segnalazione al Ministero della Salute dei nuovi casi di BIA-ALCL diagnosticati. Si rammenta l’obbligatorietà della segnalazione ai sensi degli articoli 9 e 23 del Decreto Legislativo 46/97.

Il 4 febbraio 2019 il Ministero della salute ha ribadito le raccomandazioni per medici e pazienti in una lettera inviata agli Assessorati alla sanità di tutte le Regioni e Provincie Autonome.

Ad oggi, il data base ministeriale registra 41 casi (dal 2014 a febbraio 2019).

Il monitoraggio dei casi clinici
Il Ministero della salute sta monitorando i casi clinici italiani grazie alla collaborazione instaurata con i vari operatori sanitari che sul territorio hanno diagnosticato e stanno seguendo le pazienti nel loro follow-up clinico. Da uno studio retrospettivo effettuato sui casi italiani è stato possibile stimare una incidenza del BIA-ALCL in Italia di 2.8 casi su 100.000 pazienti a rischio nel 2015. L’insorgenza dei sintomi varia da 1 a 22 anni dalla data dell’impianto, con un tempo medio di 6,8 anni. Il tempo medio alla diagnosi è stato valutato di 7.8 anni dalla comparsa dei primi sintomi (consulta Campanale, Boldrini, Marletta. 22 casi di ALCL associato ad impianto mammario: consapevolezza e risultati del monitoraggio da parte del Ministero della Salute italiano).

Sono circa 51.000 le protesi mammarie impiantate ogni anno in Italia e benché il numero di casi risulti essere molto basso in rapporto al numero di dispositivi utilizzati, si ritiene utile e necessario continuare ad attenzionare la tematica

Un’azione coordinata europea ed internazionale diventa quanto mai più importante poiché solo il follow-up a lungo termine di un elevato numero di soggetti affetti potrà consentire di formulare ipotesi eziopatogenetiche e protocolli di trattamento univoci, in seguito ai quali ci si potrà esprimere correttamente anche sulla prognosi della patologia.

Basilicata, eppure il Pd è contento

Diciamoci la verità. Cose del genere nella biasimata prima repubblica e nella contestata seconda repubblica – per usare termini un po’ convenzionali – non capitavano. Per capirci, quando un partito perdeva tutte le elezioni nell’arco di un anno – e soprattutto perdeva nelle zone e nei territori dove governava da anni – si parlava di sconfitta, o di batosta politica o di debacle. Ora le cose sono cambiate, e anche profondamente. Prendiamo il caso del Pd. O Pds, come molti ormai lo definiscono dopo la massiccia vittoria alle primarie di Zingaretti.

Dunque, dal 4 marzo del 2018 questo partito perde sistematicamente tutte le sfide elettorali che lo attendono. Guarda caso, sono tutte Regioni o Comuni dove, da molti anni, era al potere. Uno si attende, almeno per pudore, una autocritica, una riflessione, una ripuntualizzazione sulle cose non fatte o sugli errori politici in cui si è incappati. E invece no. E qui sta la differenza tra il passato e l’attualità. Prima Renzi, poi Martina e adesso Zingaretti quasi esultano per il risultato raggiunto. Perché, hanno detto e dicono i dirigenti del Pd, le ripetute e plateali sconfitte del partito – riassumo per brevità – coincidono con il tonfo dei 5 stelle, con la vittoria della Lega che è destinata rapidamente a sgonfiarsi e con la crisi del Governo perché fa emergere le contraddizioni di un centro destra forte a livello locale, dappertutto, ma inesistente sul piano del futuro assetto politico nazionale. Dunque, una sorta di “sconfitta vincente” per usare una celebre definizione del passato.

Che dire? In apparenza nulla. L’unica cosa che viene in mente e’ quella famosa battuta – ovviamente richiamata dal leader della Lega e dall’intero centro destra – “contenti voi contenti tutti”. Ecco perché è arrivato il momento, al di là di questa curiosa reazione dei dirigenti del Partito democratico felicissimi per le ripetute sconfitte e in attesa della auspicata e velleitaria inversione di rotta, di parlare con il linguaggio della chiarezza. Forse ognuno, adesso, deve svolgere al meglio il suo compito. La sinistra faccia la sinistra se ne è capace. E il centro faccia il centro se ne è altrettanto capace, tanto per cominciare. Pensare che oggi, dopo il fallimento e il superamento della cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Pd e la fine della pluralità culturale interna e il conseguente ritorno del partito della sinistra italiana – ciò di un nuovo e rinnovato Pds – e’ sempre più necessario ed indispensabile mettere in campo una proposta che sia capace di rappresentare un campo politico oggi senza una autorevole e qualificata rappresentanza. Parlo di quella “politica di centro” e di quella “cultura di centro” che ovviamente il Pd, questo Pd, non è affatto in grado di di declinare e di intercettare e su cui molti commentatori ed opinionisti ne richiamano il ritorno. In termini ovviamente rinnovati e diversi rispetto al passato ma comunque sempre di un partito di centro si tratta. Riformista, di governo, moderato e plurale. Senza questo rinnovato progetto politico, che è fatto anche di cultura politica e di proposte concrete, si corre il serio rischio di radicalizzare sempre di più il confronto politico – un tempo si chiamavano “gli opposti estremismi – e di lasciare un vuoto che prima o poi qualcuno colmera’.

Altroché festeggiare per l’ennesima sconfitta politica ed elettorale pensando che la tua fortuna nel futuro passa solo attraverso la potenziale, auspicata e del tutto virtuale sconfitta dei tuoi avversari.

Crescita zero

Le preoccupazioni di Confindustria per il forte rallentamento della crescita, deve farci riflettere profondamente. A fronte di questa denuncia il vice Presidente del Consiglio dei Ministri, Luigi Di Maio, ha dichiarato di condividerla assicurando l’impegno del Governo a sostenere il mondo produttivo con il provvedimento legislativo del cosiddetto “rilancia imprese”.

C’è però da capire come sia possibile risolvere un problema come quello dell’economia e dell’inflazione in corso, con qualche provvedimento che di fatto non assicurano lo sviluppo come quelli del reddito di cittadinanza e quota cento. Ci vuole ben altro per rilanciare l’economia e non saranno certo le tante opere pubbliche bloccate che ci faranno uscire dallo stallo in cui si trova il Paese.

Il Ministro Di Maio, può tentare di rassicurarci, del resto non si capisce perché non debba farlo, è quasi un atto dovuto; sarebbe del tutto improprio immaginarsi un rappresentante del Governo che non metta sulla strada dell’ottimismo i suoi interlocutori vinti da una preoccupazione via via crescente.

Ma è del tutto inutile, non saranno lo parole di Di Maio né le frasi di un altro Ministro a toglierci dallo scetticismo che nel corso di questi mesi ci ha largamente invaso. Confindustria ha fatto bene a lamentarsi, lo fanno pure i sindacati e quindi l’intero mondo produttivo è schierato sul fronte pessimista.

Se il Governo retto da Giuseppe Conte avesse avuto l’intendimento di potenziare e curarsi del settore industriale ed occupazionale, avrebbe dovuto, nella finanziaria 2019, indirizzare molte risorse sul versante dello sviluppo, cosa che tutti quanti sanno essere stata totalmente disattesa. Non saranno certo le vuote proposte di Di Mao a rimetterci in careggiata quando lui, assieme agli altri, hanno deciso, cinque mesi fa, di far deragliare il convoglio della crescita. Eppure a inizio ottobre 2018, la compagine governativa aveva vergato una crescita all’1,4%, oggi, impietosamente, respiriamo, invece, la polvere.

Confindustria immagina una crescita pari a zero, per essere clementi potremmo supporre una crescita dello 0,2-0,3%; così fosse, rasenteremmo sempre una sorta di tragedia occupazionale, con tutto quello che ne consegue.

Eravamo critici qualche mese fa, oggi, spiacevolmente, registriamo l’avvedutezza di quelle osservazione di allora.

Che cosa accadrà adesso, ce lo diranno le linee di programmazione economica che il Presidente Conte dovrà definire entro il 10 aprile. Non oso pensare a quali diavoli dovrà appellarsi per svolgere il delicatissimo compito.

C’è da augurarsi che due fuochi indirizzeranno al meglio la traiettoria del nostro destino nazionale: la prima sarà l’indicazione degli italiani il 26 maggio dando il consenso alle elezioni europee; la seconda, purtroppo, non è la prima volta che ci votiamo a quest’ultima, alla saggezza in capo al nostro connazionale Mario Draghi che ancora per qualche mese dirigerà la Bce.

Fallimento Capitale

Articolo già apparso sulle pagine di http://www.eticaassociazione.org a firma di Massimo De Simoni 

Non si deve cedere alla tentazione di trattare la vicenda giudiziaria che sta investendo l’amministrazione capitolina nello stesso modo sbrigativo con il quale i cinque stelle trattarono altre vicende, altre forze politiche e (cosa ancor più grave!) altre persone.

De Vito, come chiunque altro nella medesima situazione, se sarà colpevole lo sarà solo e soltanto dopo l’esito del processo o dei processi nei diversi gradi di giudizio; ovviamente, idem dicasi per l’Assessore Frongia.

Fino ad allora per valutare in termini politici l’operato della giunta Raggi è sufficiente guardare le condizioni in cui versa la città di Roma con la questione ambientale e dei rifiuti ormai fuori controllo e senza Assessore all’Ambiente da ormai due mesi, con il centro irraggiungibile con la metropolitana, con le strade al limite della impraticabilità, con le aziende AMA e ACEA prive da mesi dei vertici politico-amministrativi, con l’ATAC in pre-fallimento, con un’attesa media di novanta giorni per fare un carta d’identità.

E pensare che l’attuale amministrazione pentastellata si era presentata ai romani dicendo che non si sarebbero fatte le Olimpiadi e le cosiddette grandi opere per evitare episodi di corruzione e perché si preferiva pensare alla manutenzione quotidiana della città.

Se si considera che le grandi opere non sono state fatte per scelta e la manutenzione ordinaria non è stata fatta per incapacità, il giudizio politico sulla giunta Raggi è e rimane fortemente negativo senza alcuna deroga ai principi del garantismo.

 

Cosa “Ho imparato” da Enrico Letta

Ho letto l’ultimo libro di Enrico Letta, ex deputato, ex ministro ed ex Premier, ex dirigente del PD: “Ho imparato ” si intitola per le edizioni de Il Mulino.

Enrico Letta non prende stipendi e vitalizi perché è stato un politico importante e questo dal 2015 ma ancora adesso lo deve ricordare perché c’è gente che lo accusa di questo, ingiustamente.

Per vivere fa il professore a Parigi e dirige la Scuola di Relazioni Internazionali di Scienze Politiche a Parigi.

Ha imparato, lo dice nel libro, sulla propria pelle quello che il suo maestro di politica, l’economista Nino Andreatta, gli aveva insegnato: nella vita,se vuoi fare politica e non vuoi poi rimanere in politica non per passione ma perché non hai alternative, devi avere un lavoro tuo, un modo diverso dalla politica per guadagnare, onestamente, il pane.

Se devo essere sincero conoscendo Enrico Letta da quando lui aveva 27 anni e io 30 mi pare che Enrico abbia imparato molte cose nuove ma anche soprattutto ad essere meglio e di più quello che è sempre stato. Innanzitutto è sempre stato uno che ha sempre voglia di imparare e quindi di studiare: il capitolo in cui parla più direttamente della sua nuova esperienza di docente ti dimostra che se uno ha voglia, entusiasmo, applicazione può imparare bene a fare un nuovo lavoro anche a cinquant’anni. Certo, ti devono dare l’opportunità di farlo e un percorso formativo, ma si può fare; comunque lui lo ha fatto, anche se io non so se ci riuscirei ma io ho meno passione di Enrico che sembra freddo ma è invece è un uomo ricco di passione umana e politica, sempre stato, almeno per me.

Bisogna avere tre tipi di coraggio dice Letta: il coraggio della realtà mentre spesso davanti alle sfide i politici mettono la testa nella sabbia, come hanno fatto per anni per l’immigrazione e non solo in Italia, il coraggio del limite, il limite ambientale, morale, esiste per i politici e il coraggio di pensare cose nuove, finora impensate e impensabili.

Per questo coraggio dell’immaginazione si spinge a ipotizzare legislature che durino tre anni e non cinque, in cui però ci siano tempi definiti per formare il governo senza trattative interminabili e anche la possibilità di formare governi di minoranza. Tempi più brevi per aderire ad una realtà in continuo cambiamento e che non può aspettare i tempi dei politici vecchi e nuovi.

Poi per il resto Enrico Letta è sempre lui: rivendica con orgoglio l’operazione “Mare nostrum” che ha salvato migliaia di vite umane e io sono orgoglioso di lui e della nostra Marina, e dice che si può e si deve essere radicali nelle convinzioni morali e politiche ma senza mai perdere il rispetto degli altri, anche degli avversari, con ruspe e rottamazioni varie.

(Fonte http://www.associazionepopolari.it)

Stefano Zamagni nuovo Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

Stefano Zamagni è il nuovo Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. L’istituzione, nata nel 1994 per volere di Papa Giovanni Paolo II, raccoglie 40 importanti accademici di tutto il mondo con l’obiettivo di promuovere lo studio e il progresso delle scienze sociali – e in particolar modo economia, sociologia, diritto e scienze politiche –, per offrire alla Chiesa gli elementi di cui avvalersi per lo sviluppo della sua Dottrina e riflettere sull’applicazione della Dottrina stessa nella società contemporanea.

Zamagni, economista e docente all’Università di Bologna e alla Johns Hopkins University, è membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali dal 2013 ed è il primo accademico italiano ad essere stato nominato Presidente. Il Prof. Stefano Zamagni succede infatti all’economista francese Edmond Malivaud (1994-2004), alla giurista statunitense Mary Ann Glendon (2004-2014) e alla sociologa inglese Margaret S. Archer (2014-2019).

La Siria chiede una riunione emergenza Consiglio sicurezza dell’Onu

La Siria ha chiesto una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a seguito del riconoscimento da parte degli Stati Uniti della sovranità di Israele sulle Alture del Golan.

Questo proprio nel momenti in cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per discutere della risoluzione 497, adottata unanimemente il 17 dicembre 1981, secondo cui la legge d’Israele sulle Alture del Golan, che ha proclamato l’annessione delle Alture del Golan al territorio dello Stato ebraico, è da considerarsi “nulla e senza effetti legali internazionali”, e invita Tel Aviv a revocarla.

Sul tema il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha dichiarato che la posizione del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, non è cambiata dopo la decisione del presidente degli Stati Uniti di riconoscere la sovranità dello Stato di Israele sull’area contesa con Damasco.

Istituto internazionale Maritain: “Il futuro delle città”, con riflessioni alla luce del pensiero di Jacques Maritain, Giorgio La Pira, Adriano Olivetti

Il filosofo francese Jacques Maritain, l’imprenditore Adriano Olivetti e il politico Giorgio La Pira hanno scritto pagine importanti sul tema del futuro delle città. Ed è proprio dal loro pensiero che prenderà il via il convegno “Il futuro delle città”, organizzato dall’Istituto internazionale Maritain, dall’Università della Basilicata e dalla Regione Basilicata a Matera, il 6 e il 7 aprile.

“Se Jacques Maritain è il teorico della città umana, Giorgio La Pira e Adriano Olivetti, nel loro legame profondo con il filosofo francese, sono stati i testimoni di come l’attenzione alla persona si traduca in città comunitarie e non isolazioniste – si legge in una nota -. Il futuro delle città, dunque, non può prescindere da una maggiore attenzione alla persona. Giorgio La Pira ha fatto proprio il pensiero del filosofo francese concretizzando nel suo servizio politico la centralità della persona nell’attenzione verso gli ultimi e i più bisognosi.

Adriano Olivetti ha contribuito a trasformare Ivrea e Matera in città patrimonio dell’Unesco, importanti per la loro urbanistica, ma soprattutto per la risposta, in termini architettonici, ai bisogni della comunità umana che le vive”. Il convegno si articolerà in quattro sessioni principali di lavoro: la prima dedicata al tema “Persona, impresa e comunità nel mondo globale”, la seconda al tema “Bellezza e urbanistica nella città del futuro”, la terza al tema “Cultura della pace e futuro delle città” e l’ultima al tema “Aspetti geopolitici ed etici al tempo delle migrazioni”.

La scelta di Matera come sede del convegno è tutt’altro che casuale. Matera, come capitale europea della cultura 2019 rappresenta oggi un esempio, nel segno della cultura urbanistica europea, per quanto riguarda la riqualificazione, il recupero sostenibile, della riconquista dell’identità perduta.

Pa: meno dipendenti pubblici, trend in calo a 3,2 milioni

Trend discendente per il personale della Pubblica amministrazione. Nel 2017 i dipendenti erano 3,24 milioni, in lievissimo calo rispetto all’anno precedente (-5.000 unità), ma in più consistente contrazione rispetto al 2008 (-7,5% pari a 257.661 unità). Lo rileva la Ragioneria generale dello Stato nel Conto annuale, spiegando che il dato risente del blocco del turn over a causa della stretta sull’accesso alla pensione. Altro dato significativo in evidenza, la diminuzione dei lavoratori con un contratto stabile. Tra il 2008 e il 2017 il personale con contratto a tempo indeterminato si è ridotto del 4,4% sfiorando i tre milioni. Se poi si considera il personale al netto degli enti acquisiti nel periodo, il personale stabile scende sotto i tre milioni a 2.947.000 unità (circa 18.000 lavoratori in meno rispetto all’anno prima), con un calo di 198.535 occupati (-6,3%) rispetto al 2016.

La Ragioneria generale dello Stato sottolinea anche che il costo del personale della Pa nel 2017 è stato pari a 160 miliardi di euro, con un aumento dello 0,2% sull’anno precedente e un calo del 4,6% sul 2008. Inoltre, a parità di enti, rispetto al 2008 si è registrato un calo della spesa del 7% arrivando a 156,1 miliardi. Rispetto all’anno scorso l’aumento della spesa più consistente insieme alla Presidenza del Consiglio (+5,7%) e agli enti di Ricerca (+2,5%) è stato per la scuola (+1,7%), che registra però un calo del 9% sul 2008. Per presidenza del Consiglio e Enti di ricerca si è registrato un aumento anche rispetto al 2008. Da notare che la spesa del personale si è ridotta soprattutto per le Regioni e le autonomie locali (-3,2% sul 2016, – 21,6% rispetto al 2008) e per il Servizio sanitario nazionale (-0,1% sull’anno scorso, -4,1% sul 2008). In particolare, la spesa per il personale delle autonomie locali si è ridotta tra il 2008 e il 2017 del 20% e rispetto all’anno precedente il calo è stato del 3,2%. Il dato non considera le Regioni a Statuto speciale per le quali la spesa è aumentata del 26,4% rispetto al 2008. La spesa per le regioni a statuto ordinario è passata da 23,485 miliardi del 2008 a 18.403 nel 2017. La contrazione è stata continua nel decennio.

Il Comune di Castellania cambia nome e diventa Castellania Coppi

Il Consiglio regionale del Piemonte, nella seduta di lunedì 25 marzo, ha approvato la Proposta di deliberazione della Giunta regionale per il centesimo anniversario della nascita dell’Airone, con la quale il Comune di Castellania cambia nome e diventa Castellania Coppi, in onore del campionissimo Fausto Coppi.

Il paese è meta di una sorta di pellegrinaggio laico di sportivi e appassionati, ai quali è stato dedicato interamente: oltre al mausoleo dei fratelli Fausto e Serse Coppi, la via principale è stata intitolata a Fausto; la casa natale, che vi si affaccia, è stata trasformata in museo; la casa dei nonni è divenuta ristorante per accogliere i visitatori; un’altra vecchia casa degli avi di Coppi ospita un centro di documentazione sul ciclismo e persino la sede della scuola elementare è una sala multimediale, parte integrante di un percorso museale che continua per tutte le vie del borgo, con gigantografie di Coppi e dei momenti topici della sua mitica avventura sportiva.

Per gli appassionati di ciclismo, oltre a Castellania, a 10 km vale una visita Cassano Spinola dove è vissuto a lungo un altro grande campione delle due ruote, Costante Girardengo le cui spoglie si trovano nel cimitero comunale.  Sempre a circa 10Km, a Novi Ligure, vi è il museo dei Campionissimi, che, oltre a celebrare la storia e le gesta dei due sportivi, è anche un museo sulla storia della bicicletta e dei suoi eroi.

Alzheimer: il cervello produce neuroni fino ai 90 anni

Il cervello umano è come un sempreverde: continua a rinnovarsi nonostante il passare delle stagioni, producendo nuovi neuroni addirittura fino ai 90 anni. Le analisi condotte sui campioni prelevati da 58 persone hanno infatti dimostrato la presenza di migliaia di nuove cellule nervose in via di maturazione nella ‘centralina’ della memoria, l’ippocampo.

Questa capacità rigenerativa si mantiene fino a tarda età nelle persone sane, mentre appare ridotta nei malati di Alzheimer: il suo blocco sarebbe alla base della perdita di memoria, ma nuove terapie potrebbero essere in grado di rimuoverlo almeno in parte.

A indicare questa svolta è lo studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine dai ricercatori del Centro di biologia molecolare ‘Severo Ochoa’ di Madrid.

Il Centro: “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”

Il Centro, direbbe il Metastasio, è come l’Araba Fenice: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”.

Un tema cruciale soprattutto per quei cattolici interessati ad un impegno nella cosa pubblica che non può assolutamente eludere il coinvolgimento nella politica e nelle istituzioni.

Anche Cristian Coriolano è appena intervenuto su Il Domani d’Italia  arricchendo la discussione con un’ottima diagnosi sulla mancanza del  Centro.

C’è da chiedersi, però, se il rischio non sia quello di sbagliare il successivo protocollo terapeutico indugiando attorno …  all’arto sbagliato: il Pd.

Questo Pd di Nicola Zingaretti, ma anche le sue versioni precedenti lo hanno abbondantemente dimostrato,  appare in larga parte inadeguato su questo versante. Non sembra fisiologicamente in grado di concepire, elaborare, maturare il concetto di Centro.

Su quali basi, dunque, è possibile accarezzare l’idea di un processo di ristrutturazione dell’attuale sinistra in cui si possa inserire una “ porzione” di Centro?

Intanto, dobbiamo costatare  di quanto sia mutato il quadro complessivo rispetto alla Prima ed alla Seconda Repubblica. Quando ancora la politica poteva essere affrontata sulla base di concetti collegati ad una logica di mera collocazione negli schieramenti. Questioni ideologiche, meta politiche, allora, potevano giustificare le scelte di campo e le tendenze elettorali.

Dal bipolarismo più o meno perfetto degli ultimi 25 anni, si è passati ad una realtà penta polare asimmetrica la cui componente più cospicua è quella rappresentata dal primo partito d’Italia: gli astenuti.

Chissà che gran parte di un potenziale Centro non si trovi in larga parte proprio là,  ed è là raccolto per motivi psicologici, culturali e, persino, di stile ed abitudine nel rapportarsi con il mondo della nostra politica attuale.

La Lega e Fratelli d’Italia coprono lo schieramento di estrema destra.  Forza Italia quella di un centro destra rispetto a loro diverso. I Cinque Stelle si sono incamminati lungo una traiettoria abbastanza difficile da decifrare. Infine, il Pd che, sotto la guida di Nicola Zingaretti, potrebbe ulteriormente  accentuare la propensione a completare il processo di trasformazione in un partito radicale di massa.

Non darei troppo peso ai recenti risultati elettorali. Nel senso che in pochi giorni Nicola Zingaretti non può certo raddrizzare una situazione in cui il Pd è finito schiacciato a seguito di una sua lunga stagione di distacco dalle attese popolari, di una continua estraniazione dai ceti produttivi e dal mondo del lavoro, di un prolungato, assoluto disinteresse nei confronti dei gruppi intermedi e delle categorie economiche e sociali. Quell’insieme  di entità concrete e razionali, ma anche “ prepolitiche”, funzionali nel periodo dell’alternanza con il “ berlusconismo” alla costituzione di un blocco elettorale, peraltro favorito da un sistema improntato ad un bipolarismo quasi perfetto.

Troppa acqua, però, è passata sotto i ponti. Il quadro politico si è scomposto al punto di fornirci un governo che, prima del 4 marzo dell’anno scorso, sarebbe apparso del tutto improponibile ed inatteso.

La situazione è tale che, al momento, non è possibile prevedere una ricomposizione d’impronta morotea, cioè in grado di assicurare la ripartenza ad un livello superiore di un nuovo e diverso processo più organico e più coerente.

E’ chiaro che gli ultimi 25 anni sono stati segnati da una mancanza del cosiddetto Centro, cioè di un insieme di convergenze e di prospettive attorno cui gli interessi vitali del Paese potessero far valere in maniera stabile e duratura il loro peso e la loro determinazione costruttiva.

Basta, allora, proporsi astrattamente come Centro? Sulla base di che cosa? O si rischia solo di ritornare alla politica intesa come mera alchimia rarefatta e del tutto avulsa dalle dinamiche concrete della società, dell’economia, della realtà civile e culturale di una popolazione?

Le condizioni di Forza Italia, sulla destra, confermano la portata di questi quesiti. Evidentemente, non basta proporre un centrodestra diverso, oppure un centrosinistra diverso,  se manca qualunque progetto organico, capace di prospettare una ricomposizione sociale, ridare fiato e sostanza ai ceti produttivi, elaborare un percorso lungo il quale si riesca a ristrutturare il Paese sempre più carente con le sue Istituzioni, la sua Giustizia, oltre che deficitario nel comprendere la  portata dell’innovazione e della definizione dei nuovi equilibri in atto nel mondo.

Il Centro non si ricrea restando nella sola dimensione dei giochi della politica. Bensì,  individuando le risposte concrete e possibili da dare all’incombenza della turbo finanza, alla mancata definizione del ruolo sociale del sistema bancario,  di quello dell’impresa e delle sue interne dinamiche e dialettiche con il lavoro. Il Centro lo si forma attorno alla possibilità effettiva di restituire all’economia reale forza e sostanza, rigenerando le relazioni pubbliche a tutti i livelli, restituendo al cittadino, anche nella sua essenza di soggetto fiscale e consumatore,  un ruolo nuovo, affrontando decisamente il problema storico delle disparità sociali e geografiche.

Proprio il contrario di quanto è stato fatto negli anni passati dai governi a guida Pd. Così come da quelli del centrodestra, in cui sono stati molto spesso coinvolti la Lega e gli esponenti di Fratelli d’Italia.

E’ chiaro che l’ispirazione cristiana, e questi sono temi del tutto avulsi dalla riflessione in corso nel Pd, compreso tra quelle sue residuali componenti di ispirazione cristiana, non può far diventare secondaria le questioni della Persona, della Famiglia, dei temi eticamente sensibili attorno cui non va solo l’attenzione di chi è ispirato cristianamente.

I cattolici interessati alla politica, così, non possono che pensare ad un Centro del tutto diverso recuperando  e sposando senza indugi e tentennamenti l’autonomia. Una prospettiva ed una scelta politica che non significa chiusura agli altri, ma il rifiuto di una scelta di campo pregiudiziale. E’ bene che ce lo diciamo con chiarezza: non c’è alcuna forza politica o movimento che ci rappresenti.

Nessuno di esse, infatti, ha mostrato o mostra,  nel concreto, attenzione a quell’insieme di questioni che noi vediamo con molta chiarezza definite nel collegamento della Costituzione democratica con il Pensiero sociale della Chiesa.

Resta il problema di come costruire, allora, un Centro fatto di programmi e di proposte. In questo avendo chiaro il riferimento al metodo di pensiero e di azione politica indicato da don Luigi Sturzo.

Il Pd segua il proprio percorso. Tutti siamo consapevoli che ogni voce costituisca una ricchezza complessiva e, pertanto, nessuno auspica la scomparsa dell’altrui presenza. Ma questo non può voler dire rinunciare alla propria se tante ragioni cospirano perché ciascuno ritorni in campo con le proprie specificità e caratteristiche.

La scelta dell’autonomia dei popolari sturziani fu un grande atto di lealtà verso il resto degli italiani e un Centro rinnovato, costruttivo e propositivo non può prescindere dal dovere della chiarezza nei confronti di tutti gli altri soggetti che concorrono alla dialettica e al “ gioco” della politica.

Papa in Campidoglio: Roma “città dei ponti, mai dei muri”, “perché tanto splendore non si degradi”

Articolo già pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Michela Nicolais

“Accogliere e integrare”, per essere “faro di civiltà e maestra di accoglienza”, all’altezza dei suoi compiti e della sua storia. “Perché tanto splendore non si degradi”, per favorire una “rinascita morale e spirituale”. Sono gli imperativi del discorso del Papa in Campidoglio. Quarto Papa a salire, per la prima volta, al Colle dove tutto è nato, Francesco ha tracciato un ritratto a 360 gradi dei 2.800 anni della storia di Roma, all’insegna del continuo rimando tra il glorioso passato e le difficoltà del presente di una città che ha definito “polo d’attrazione e cerniera, scrigno, organismo delicato” a vocazione universale. Quarantacinque anni dopo, Bergoglio ha citato il convegno sui “mali di Roma” per chiedere non solo all’amministrazione e alle istituzioni, ma ad ogni abitante, di adoperarsi perché la Capitale rimanga fedele alla sua vocazione di “città ospitale”. Solo così si può affrontare la “sfida epocale” delle migrazioni, superando le paure e generando “una società pacifica”: “Roma città dei ponti, mai dei muri!”, l’esclamazione a braccio.

(Foto Vatican Media/SIR)

“Cerniera tra il nord continentale e il mondo mediterraneo, tra la civiltà latina e quella germanica, tra le prerogative e le potestà riservate ai poteri civili e quelle proprie del potere spirituale”. È la prima definizione di Roma, nelle parole di Papa Francesco. “Grazie alla forza delle parole evangeliche, si è qui inaugurata quella provvida distinzione, nel rispetto reciproco e collaborativo per il bene di tutti, tra l’autorità civile e quella religiosa”, dice il Papa tornando su un tema caro anche ai suoi predecessori. Roma, secondo Francesco, “obbliga il potere temporale e quello spirituale a dialogare costantemente, a collaborare stabilmente nel reciproco rispetto; e richiede anche di essere creativi, tanto nella tessitura quotidiana di buone relazioni, come nell’affrontare i numerosi problemi, che la gestione di un’eredità così immensa porta necessariamente con sé”.

“Roma, lungo i suoi quasi 2.800 anni di storia, ha saputo accogliere e integrare diverse popolazioni e persone provenienti da ogni parte del mondo, appartenenti alle più varie categorie sociali ed economiche, senza annullarne le legittime differenze, senza umiliare o schiacciare le rispettive peculiari caratteristiche e identità”,

il riferimento alla plurimillenaria storia capitolina, inteso come monito anche per l’oggi.
Roma, nell’excursus del Papa, “è un organismo delicato, che necessita di cura umile e assidua e di coraggio creativo per mantenersi ordinato e vivibile, perché tanto splendore non si degradi, ma al cumulo delle glorie passate si possa aggiungere il contributo delle nuove generazioni, il loro specifico genio, le loro iniziative, i loro buoni progetti”.

(Foto Vatican Media/SIR)

La Città eterna, la metafora scelta da Francesco, “è come un enorme scrigno di tesori spirituali, storico-artistici e istituzionali”. Il Campidoglio, insieme alla Cupola michelangiolesca e al Colosseo, sono “gli emblemi e la sintesi” della sua vocazione universale, “portatrice di una missione e di un ideale adatto a valicare i monti e i mari e ad essere narrato a tutti, vicini e lontani, a qualsiasi popolo appartengano, qualsiasi lingua parlino e qualunque sia il colore della loro pelle. Quale Sede del Successore di San Pietro, è punto di riferimento spirituale per l’intero mondo cattolico”.

È “decisivo” che Roma si mantenga all’altezza dei suoi compiti e della sua storia – l’appello del Papa – che sappia anche nelle mutate circostanze odierne essere faro di civiltà e maestra di accoglienza, che non perda la saggezza che si manifesta nella capacità di integrare e far sentire ciascuno partecipe a pieno titolo di un destino comune”.

“La Chiesa che è a Roma vuole aiutare i romani a ritrovare il senso dell’appartenenza a una comunità tanto peculiare”, assicura il vescovo di Roma, che rivolge un appello a ciascuno dei suoi abitanti: “Tanto i privati cittadini come le forze sociali e le pubbliche istituzioni, la Chiesa cattolica e le altre comunità religiose, tutti si pongano al servizio del bene della città e delle persone che la abitano, specialmente di quelle che per qualsiasi ragione si trovano ai margini, quasi scartate e dimenticate o che sperimentano la sofferenza della malattia, dell’abbandono o della solitudine”. Poi la menzione del Convegno “sui mali di Roma”, che “si impegnò a tradurre in pratica le indicazioni del Concilio Vaticano II e consentì di affrontare con maggiore consapevolezza le reali condizioni delle periferie urbane, dove erano giunte masse di immigrati provenienti da altre parti d’Italia”. “Oggi quelle e altre periferie hanno visto l’arrivo, da tanti Paesi, di numerosi migranti fuggiti dalle guerre e dalla miseria, i quali cercano di ricostruire la loro esistenza in condizioni di sicurezza e di vita dignitosa”, il rimando all’attualità, dal quale nasce un preciso impegno:

“Roma, città ospitale, è chiamata ad affrontare questa sfida epocale nel solco della sua nobile storia; ad adoperare le sue energie per accogliere e integrare, per trasformare tensioni e problemi in opportunità di incontro e di crescita”.

“Roma, fecondata dal sangue dei martiri, sappia trarre dalla sua cultura, plasmata dalla fede in Cristo, le risorse di creatività e di carità necessarie per superare le paure che rischiano di bloccare le iniziative e i percorsi possibili”, l’appello del Papa:

“Roma città dei ponti, mai dei muri!”.

“Non si temano la bontà e la carità!”, l’esortazione finale: “Esse sono creative e generano una società pacifica, capace di moltiplicare le forze, di affrontare i problemi con serietà e con meno ansia, con maggiore dignità e rispetto per ciascuno e di aprirsi a nuove occasioni di sviluppo”: al servizio di tutti, specialmente dei più poveri e svantaggiati, per la cultura dell’incontro e per un’ecologia integrale.

Copyright: Il Parlamento europeo approva la direttiva sul diritto d’autore

Il Parlamento europeo ha approvato le nuove regole sul diritto d’autore. Il via libera dall’aula di Strasburgo è passato con 348 sì, 274 no e 36 astenuti.

Si conclude così il processo legislativo, iniziato nel 2016, per il Parlamento europeo. Spetterà ora agli Stati membri, nelle prossime settimane, dare l’ultimo ok formale. “È un momento cruciale per la cultura europea, per l’economia digitale, per la difesa dei nostri valori Ue”, ha detto la commissaria Ue al digitale Mariya Gabriel, intervenendo in aula a Strasburgo prima del voto.

Le nuove norme Ue sul copyright provano da un lato ad introdurre meccanismi che obblighino i giganti del web come Google, Facebook e YouTube a riconoscere e pagare il lavoro di artisti, giornalisti e creatori di contenuti che vengono pubblicati su internet. Al contempo c’è da tenere conto del diritto degli utenti a caricare liberamente materiale. Tutto ciò cercando di proteggere anche le start-up che cercano di entrare nel grande mercato dei contenuti online.

Inoltre non sarà più possibile inserire interi articoli di stampa, ma frammenti di articoli e di notizie potranno continuare a essere condivisi liberamente, per evitare che gli aggregatori di notizie abusino di questa possibilità.

Germania Cdu e Csu presenteranno un programma elettorale unitario

Alle elezioni europee di maggio, l’Unione cristiano-democratica (Cdu) e l’Unione cristiano-sociale (Csu) si presenteranno per la prima volta con un programma elettorale unitario e un unico capolista: Manfred Weber, esponente della Csu e capogruppo del Partito popolare europeo (Ppe), da cui è candidato alla presidenza della prossima Commissione euroepa.

È quanto si legge sui principali quotidiani tedeschi, che dedicano ampio risalto alla strategia unitaria di Cdu e Csu, elaborata dai rispettivi presidenti Annegret Kramp-Karrenbauer e Markus Soeder.

Il programma di Cdu e Csu presentato il 25 marzo, si fonda sul “contrasto al populismo e al nazionalismo e sulla promozione di riforme radicali” nell’Ue. Particolare attenzione è data alla politica estera, “a un progetto di pace europeo” nel mutamento degli equilibri geopolitici globali.

Nei rapporti con la Russia, Cdu e Csu propongo di estendere le sanzioni dell’Ue “fino alla piena attuazione degli accordi di Minsk” per la risoluzione del conflitto in Ucraina. Al contempo, “l’amicizia transatlantica” dell’Ue con gli Stati Uniti dovrebbe essere “rivitalizzata”, mentre “le imprese europee dovrebbero essere rese più forti per vincere i conflitti commerciali con la Cina”.

Per potenziare il ruolo internazionale dell’Ue, Cdu e Csu intendono, inoltre, giungere alla formazione di un esercito comune europeo entro il 2030. In materia di sicurezza interna, i conservatore tedeschi propongono un rafforzamento della cooperazione di polizia tra gli Stati membri e l’istituzione di “una sorta di Fbi europea”.

Cdu e Csu avanzano poi la proposta di rafforzare l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex). In politica economica, Cdu e Csu puntano, infine, sullo sviluppo delle tecnologie del futuro per rendere l’Europa “un leader del mercato digitale su scala globale”.

Elezioni europee: andare a votare significa “dire quale Europa vogliamo”

Anche i vescovi francesi scendono in campo e con un messaggio richiamano i cittadini di Francia a partecipare alle elezioni europee di fine maggio. “Non si tratta di chiudersi in uno schema manicheo (a favore o contro l’Europa), ma di dire quale Europa vogliamo, il modello economico, sociale, culturale e spirituale che ci sembra il più adatto per il nostro continente oggi”.

“Le elezioni per il Parlamento europeo si svolgeranno presto in un contesto difficile, sia a livello nazionale che europeo. Dire che l’Europa non gode di buona reputazione è una banalità: per molti dei nostri concittadini sembra distante, tecnocratica, spesso inefficace. Eppure, ci sembra importante invitare i cattolici, e in generale tutti i cittadini, a partecipare alle elezioni dei deputati  al parlamento europeo”. “I poteri del Parlamento europeo sono aumentati nel corso degli anni”, ricordano i vescovi francesi. “E vale la pena ricordare che molte decisioni europee influiscono sulla nostra vita quotidiana, attraverso politiche comuni (ad esempio agricole), lo scambio di beni e servizi, la circolazione di persone, l’istituzione da venti anni di una moneta comune, l’armonizzazione dei regolamenti, la politica commerciale internazionale”.

“L’Europa  è un continente segnato da una storia, dolorosa e conflittuale”.

“La Chiesa cattolica è sempre stata attenta a questo consolidamento della pace nella costruzione dell’Europa” ma “se oggi la pace in Europa sembra essere raggiunta per le generazioni più giovani, ricordiamoci anche che la guerra è alle porte, ieri nei Balcani, oggi in Ucraina”.

Inoltre, osservano ancora i vescovi, ci sono questioni che in Europa non possono essere risolte dai singoli Stati come la questione migratoria. E concludono: “dobbiamo aiutare i cittadini europei a discernere la natura delle loro scelte perché l’Europa possa rispondere sempre meglio alle loro attese ma anche alla sua missione per lo sviluppo del mondo”.

Cassa depositi e prestiti e Bank of China limited creano i Panda Bond

Luce verde all’accordo tra Cdp e Boc per la realizzazione di un Piano di emissioni obbligazionarie e di un  programma di co-finanziamento per imprese italiane che investono oltre la Grande Muraglia. A fine 2016 il numero delle imprese italiane in Cina si è attestato a 1.700 (2.150 considerando anche quelle presenti a Hong Kong). Realtà con un totale di oltre 130.000 dipendenti e un fatturato complessivo pari a 16,5 miliardi di euro. Numeri importanti in continua crescita. In considerazione di ciò Cassa depositi e prestiti e Bank of China Limited (Boc) hanno firmato il 23 marzo una collaborazione a sostegno delle aziende italiane nel mercato cinese. L’accordo fa seguito al protocollo d’intesa siglato dalle parti a fine agosto, che è stato sottoscritto dall’Amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, Fabrizio Palermo, e dal Chairman di Bank of China, Chen Siqing. Un’iniziativa nata per supportare la cooperazione tra le due istituzioni, dedicando nuove risorse alla crescita delle aziende italiane nel Paese del Dragone.

L’accordo riguarda in particolare la realizzazione di un Piano di emissioni obbligazionarie, “Panda Bond”, e quella di un  programma di co-finanziamento per imprese italiane che investono in Cina. Il Piano di emissioni per il quale è stato avviato l’iter autorizzativo da parte di People’s Bank of China ha come oggetto l’emissione da parte di Cdp di titoli obbligazionari, “Panda Bond”, destinati a investitori istituzionali operanti oltre la Grande Muraglia. I proventi derivanti dalle emissioni verranno utilizzati per finanziare – direttamente o indirettamente – succursali o controllate di aziende italiane con sede in Cina e quindi supportarne la crescita. La liquidità raccolta sarà veicolata alle imprese sia attraverso le banche italiane presenti in Cina, sia attraverso le banche cinesi. Con tale piano di emissioni, Cdp sarebbe il primo emittente italiano, nonché il primo Istituto nazionale di promozione europeo, a esplorare questo tipo di mercato.

Cassa depositi e prestiti e Bank of China hanno così stabilito di voler collaborare alla definizione di un programma di supporto finanziario volto alle imprese italiane in Cina. Il programma sarà strutturato su un orizzonte di medio-lungo termine e sulla base di un controllo del rischio di ogni singola operazione di co-finanziamento da parte di Boc e di Cdp. L’intesa prevede, infine, che Cdp e Boc possano continuare a operare per l’individuazione di potenziali opportunità di cooperazione in determinati prodotti e settori in cui sono particolarmente attive le imprese italiane in Cina quali export, corporate finance e infrastrutture.

Conclusa con successo la prima sperimentazione dell’innovativo sistema di raccolta dei rifiuti sul Po per combattere il marine litter

Otto “big bags” pieni di rifiuti e circa 92 kg di plastica avviata completamente a riciclo sono il risultato della “battuta di pesca” contro il marine litter realizzata sul fiume Po per circa 4 mesi, tra luglio e novembre 2018.

I rifiuti portati dal più grande fiume italiano sono stati, infatti, intercettati da barriere galleggianti prima di arrivare al mare Adriatico e avviati al riciclo grazie al progetto pilota di raccolta e recupero dei rifiuti, “Il Po d’AMare”, uno dei primi progetti al mondo di prevenzione dei rifiuti in mare, predisposto dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, dai Consorzi Corepla e Castalia e realizzato grazie al coordinamento istituzionale svolto dall’Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po e con il patrocinio del Comune di Ferrara e dell’AIPO (Agenzia Interregionale per il fiume Po).

Un contributo per rafforzare e implementare le misure del piano di azione nazionale per la prevenzione e la mitigazione dei rifiuti marini e anticipare le nuove direttive sulla circular economy che prevedono impegni precisi anche per la riduzione dei rifiuti in mare.

Per arginare il marine litter è importante agire in primo luogo sui fiumi. Intercettare i rifiuti nei corsi d’ acqua infatti, è più facile ed economico, facilita il riciclo e previene l’inquinamento marino e la possibile formazione di microplastiche. I rifiuti marini provengono per circa l’80% dalla terraferma e raggiungono il mare prevalentemente attraverso i corsi d’acqua e gli scarichi urbani, mentre per il 20% derivano da attività di pesca e navigazione.

Tra le principali cause del marine litter vi sono la non corretta gestione di rifiuti urbani e industriali, la scarsa pulizia delle strade, abbandoni e smaltimenti illeciti. Inoltre l’Italia, per la sua posizione al centro del Mediterraneo, un bacino chiuso, e l’estensione delle sue coste, è un Paese particolarmente esposto a questo problema.

Il progetto pilota, operativo dal 18 luglio al 16 novembre 2018 ha lavorato “a regime” per quasi cento giorni. Nel periodo di operatività ha raccolto circa 3 quintali di rifiuti, stipati in 8 big bags, di cui 92,6 chilogrammi, il 40%, di plastica. La frazione non plastica è costituita, per la maggior parte, da scarti vegetali e sono stati intercettati anche contenitori in vetro. La quota più rilevante in termini di peso del rifiuto plastico captato è rappresentata da PE proveniente da fusti di capacità maggiore a 25 litri, imballaggi utilizzati in ambito agricolo o industriale.

Il progetto “acchiappa rifiuti” ha realizzato la selezione e raccolta dei rifiuti galleggianti attraverso l’installazione di un dispositivo di raccolta (Seasweeper) con barriere in polietilene galleggianti che non interferiscono con la flora e la fauna del fiume, progettato da Castalia e posizionato nel tratto del fiume Po in località Pontelagoscuro (Comune di Ferrara) a 40 km dalla foce.

I rifiuti intercettati sono stati avviati al riciclo e con il supporto di Corepla, il rifiuto plastico è stato poi inviato al centro di selezione che ha separato e avviato a riciclo le diverse frazioni polimeriche. Il granulo di plastica ottenuto dalle operazioni di riciclo è stato poi inviato ad una azienda inglese per la realizzazione di una casetta rifugio.

Si tratta di una prima sperimentazione di un progetto che proseguirà con nuove iniziative anche nel corso del 2019, ma da cui si possono trarre alcune importanti conclusioni. In primo luogo il sistema di captazione funziona, avendo operato per l’83% del tempo e intercettato tutti i rifiuti galleggianti che hanno attraversato la sezione delle barriere. In secondo luogo tutta la plastica che è stata intercettata era in buone condizioni, non degradata, ed è stato possibile avviarla a riciclo e re-immetterla così nel ciclo produttivo risparmiando nuova materia prima. Terzo i quantitativi raccolti, anche se derivanti da un unico punto di intercettazione, sono limitati grazie anche a un buon sistema di raccolta e gestione dei rifiuti in particolare plastici, a terra.

La responsabilità del tutor impuberum. Missioni e ruolo del tutore nell’antica Roma

Sabato 30 Marzo, alle ore 17:00, presso la Biblioteca comunale di Cori (LT) “Elio Filippo Accrocca”, sarà inaugurata l’edizione 2019 di “Cervelli in Scena”, l’iniziativa promossa dall’Associazione “Amici del Museo della Città e del Territorio di Cori”, con la partecipazione dell’Associazione “Arcadia” e il patrocinio del Comune di Cori, pensata per conoscere e valorizzare la ricchezza culturale prodotta attraverso le tesi di laurea e di dottorato, e proporla al pubblico in modo scientificamente accurato ma comprensibile a tutti.

Gli autori di questi lavori hanno modo di esprimersi in un contesto meno formale di quello accademico, seppur in presenza di voci esperte, e condividere questo sapere con la comunità. I volumi resteranno a disposizione per la consultazione in un’apposita raccolta dell’istituto culturale di vicolo Macari, in linea con il suo progetto biblioteconomico che da diversi anni persegue l’obiettivo della realizzazione della biblioteca partecipata, aperta alla collaborazione con le varie realtà locali, singole ed associate.

L’ospite del primo appuntamento è il dottor Mariano Macale, laureato presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, con un lavoro in materia di diritto romano. All’incontro interverrà l’Avvocato Pasquale Lattari, legale e Mediatore Familiare del Consultorio Familiare Diocesano “Crescere Insieme” della Diocesi di Latina Terracina, Sezze e Priverno, nonché Coordinatore dell’Ufficio “In mediazione” di Conciliazione e Riparazione della Provincia di Latina in materia di mediazione penale minorile.

Si tratta di un’indagine sui profili della responsabilità del tutor impuberum, ossia l’istituto che nel diritto romano era posto a tutela dei pupilli fin dai tempi delle XII Tavole, la cui problematica verte intorno alla conservazione e alla gestione del patrimonio del “minore” nell’Antica Roma. Studiata nelle sue varie fasi storiche (dall’età arcaica a Giustiniano), la ricerca giunge fino ai moderni profili del diritto di famiglia che concernono la tutela del minore oggi, la mediazione penale minorile, la conflittualità e i modi di risoluzione offerti dall’ordinamento giuridico.

Torino: l’Ospedale Koelliker apre il nuovo Centro di Terapia Del Dolore.

Quasi un quinto della popolazione italiana soffre di dolore cronico, circa 300mila persone solo nell’area metropolitana di Torino, persone che convivono per anni, in media 8, con lombalgie, sciatiche, emicranie, artrosi e poi ancora reumatismi, ernie del disco, neuropatie da diabete, tutte patologie che compromettono sensibilmente la qualità della vita.

Per dare risposta ad un problema tanto diffuso, l’Ospedale Koelliker apre il suo nuovo Centro di Terapia Del Dolore. Un polo d’eccellenza multidisciplinare coordinato e guidato dal Dott. Evangelos Panagiotakos.

Il nuovo Centro affiancherà quelli della città metropolitana – ospedale Molinette, San Luigi e Valdese – per far fronte ad una domanda alta e al contempo inevasa sul territorio.

Attraverso tecniche, strumentazioni e tecnologie all’avanguardia la nuova divisione si occupa del trattamento di tutte le forme di dolore – dal mal di schiena ai dolori articolari, dal mal di testa all’Herpes Zoster – e delle manifestazioni ad esse associate: formicolii, bruciore, sensazioni di punture di spilli, scosse elettriche, perdita di forza muscolare.

L’attività del Centro di Terapia del Dolore si caratterizza per un approccio multidisciplinare che mette il paziente al centro di un percorso di diagnosi e cura completo, in collaborazione con tutte le altre equipe mediche, in particolare Ortopedia e Neurologia, Diagnostica per Immagini, Laboratorio Analisi Cliniche e Centro di Fisiatria e Fisioterapia.

Papa: Roma sia all’altezza della sua storia e affronti la sfida epocale dell’accoglienza

Signora Sindaca,
Signori e Signore Assessori e Consiglieri del Comune di Roma,
Illustri Autorità,

Cari amici!

Ringrazio la Signora Sindaca per il gradito invito e per le gentili espressioni che mi ha indirizzato. Il mio cordiale saluto si estende agli Assessori, ai Consiglieri del Comune, ai Rappresentanti del Governo, alle altre Autorità presenti e a tutta la cittadinanza romana.

Da tempo desideravo venire in Campidoglio per incontrarvi e portarvi di persona il mio ringraziamento per la collaborazione prestata dalle Autorità cittadine a quelle della Santa Sede in occasione del Giubileo Straordinario della Misericordia, così come per la celebrazione di altri eventi ecclesiali. Essi, infatti, per il loro ordinato svolgimento e la loro buona riuscita hanno bisogno della disponibilità e dell’opera qualificata di voi, amministratori di questa Città, testimone di una storia plurimillenaria e che, accogliendo il Cristianesimo, è divenuta nel corso dei secoli il centro del Cattolicesimo.

Roma è la patria di una originale concezione del diritto, modellata sulla sapienza pratica del suo popolo e attraverso la quale ha irraggiato il mondo con i suoi principi e le sue istituzioni. È la Città che ha riconosciuto il valore e la bellezza della filosofia, dell’arte e in genere della cultura prodotta dall’Ellade antica e l’ha accolta e integrata al punto che la civiltà che ne è scaturita è stata giustamente definita greco-romana. Al tempo stesso, per una coincidenza che è difficile non chiamare disegno, qui hanno coronato col martirio la loro missione i santi Apostoli Pietro e Paolo, e il loro sangue, unito a quello di tanti altri testimoni, si è trasformato in seme di nuove generazioni di cristiani. Essi hanno contribuito a dare all’Urbe un nuovo volto, che, pur nel groviglio delle alterne vicissitudini storiche, con i loro drammi, luci e ombre, risplende ancora oggi per la ricchezza dei monumenti, delle opere d’arte, delle chiese e dei palazzi, il tutto disposto in maniera inimitabile sui sette colli, dei quali questo è il primo.

Roma, lungo i suoi quasi 2.800 anni di storia, ha saputo accogliere e integrare diverse popolazioni e persone provenienti da ogni parte del mondo, appartenenti alle più varie categorie sociali ed economiche, senza annullarne le legittime differenze, senza umiliare o schiacciare le rispettive peculiari caratteristiche e identità. Piuttosto ha prestato a ciascuna di esse quel terreno fertile, quell’humusadatto a far emergere il meglio di ognuna e a dar forma – nel reciproco dialogo – a nuove identità.

Questa Città ha accolto studenti e pellegrini, turisti, profughi e migranti provenienti da ogni regione d’Italia e da tanti Paesi del mondo. È diventata polo d’attrazione e cerniera. Cerniera tra il nord continentale e il mondo mediterraneo, tra la civiltà latina e quella germanica, tra le prerogative e le potestà riservate ai poteri civili e quelle proprie del potere spirituale. Si può anzi affermare che, grazie alla forza delle parole evangeliche, si è qui inaugurata quella provvida distinzione, nel rispetto reciproco e collaborativo per il bene di tutti, tra l’autorità civile e quella religiosa, che meglio si conforma alla dignità della persona umana e le offre spazi di libertà e di partecipazione.

Roma è quindi divenuta meta e simbolo per tutti coloro che, riconoscendola come capitale d’Italia e centro del Cattolicesimo, si sono incamminati verso di essa per ammirarne i monumenti e le tracce del passato, per venerare le memorie dei Martiri, per celebrare le principali feste dell’anno liturgico e per i grandi pellegrinaggi giubilari, ma anche per prestare la loro opera al servizio delle Istituzioni della Nazione italiana o della Santa Sede.

Roma, perciò, in un certo senso obbliga il potere temporale e quello spirituale a dialogare costantemente, a collaborare stabilmente nel reciproco rispetto; e richiede anche di essere creativi, tanto nella tessitura quotidiana di buone relazioni, come nell’affrontare i numerosi problemi, che la gestione di un’eredità così immensa porta necessariamente con sé.

La “Città eterna” è come un enorme scrigno di tesori spirituali, storico-artistici e istituzionali, e nel medesimo tempo è il luogo abitato da circa tre milioni di persone che qui lavorano, studiano, pregano, si incontrano e portano avanti la loro storia personale e familiare, e che sono nel loro insieme l’onore e la fatica di ogni amministratore, di chiunque si impegni per il bene comune della città.

Essa è un organismo delicato, che necessita di cura umile e assidua e di coraggio creativo per mantenersi ordinato e vivibile, perché tanto splendore non si degradi, ma al cumulo delle glorie passate si possa aggiungere il contributo delle nuove generazioni, il loro specifico genio, le loro iniziative, i loro buoni progetti.

Il Campidoglio, insieme alla Cupola michelangiolesca e al Colosseo – che da qui si possono vedere – ne sono in un certo senso gli emblemi e la sintesi. Infatti l’insieme di queste vestigia ci dice che Roma possiede una vocazione universale, portatrice di una missione e di un ideale adatto a valicare i monti e i mari e ad essere narrato a tutti, vicini e lontani, a qualsiasi popolo appartengano, qualsiasi lingua parlino e qualunque sia il colore della loro pelle. Quale Sede del Successore di San Pietro, è punto di riferimento spirituale per l’intero mondo cattolico. Ben si spiega perciò che l’Accordo di Revisione del Concordato tra Italia e Santa Sede – di cui quest’anno si celebra il 35° anniversario – affermi che «la Repubblica Italiana riconosce il particolare significato che Roma, sede vescovile del Sommo Pontefice, ha per la cattolicità» (art. 2 § 4).

Questa peculiare identità storica, culturale e istituzionale di Roma postula che l’Amministrazione capitolina sia posta in grado di governare questa complessa realtà con strumenti normativi appropriati e una congrua dotazione di risorse.

Ancora più decisivo, però, è che Roma si mantenga all’altezza dei suoi compiti e della sua storia, che sappia anche nelle mutate circostanze odierne essere faro di civiltà e maestra di accoglienza, che non perda la saggezza che si manifesta nella capacità di integrare e far sentire ciascuno partecipe a pieno titolo di un destino comune.

La Chiesa che è a Roma vuole aiutare i romani a ritrovare il senso dell’appartenenza a una comunità tanto peculiare e, grazie alla rete delle sue parrocchie, scuole e istituzioni caritative, come all’ampio ed encomiabile impegno del volontariato, collabora con i poteri civili e con tutta la cittadinanza per mantenere a questa città il suo volto più nobile, i suoi sentimenti di amore cristiano e di senso civico.

Roma esige e merita la fattiva, saggia, generosa collaborazione di tutti; merita che tanto i privati cittadini come le forze sociali e le pubbliche istituzioni, la Chiesa Cattolica e le altre Comunità religiose, tutti si pongano al servizio del bene della città e delle persone che la abitano, specialmente di quelle che per qualsiasi ragione si trovano ai margini, quasi scartate e dimenticate o che sperimentano la sofferenza della malattia, dell’abbandono o della solitudine.

Sono trascorsi 45 anni da quel Convegno che ebbe per titolo: «Le responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e di giustizia nella Diocesi di Roma», meglio noto come il Convegno “sui mali di Roma”. Esso si impegnò a tradurre in pratica le indicazioni del Concilio Vaticano II e consentì di affrontare con maggiore consapevolezza le reali condizioni delle periferie urbane, dove erano giunte masse di immigrati provenienti da altre parti d’Italia. Oggi quelle e altre periferie hanno visto l’arrivo, da tanti Paesi, di numerosi migranti fuggiti dalle guerre e dalla miseria, i quali cercano di ricostruire la loro esistenza in condizioni di sicurezza e di vita dignitosa.

Roma, città ospitale, è chiamata ad affrontare questa sfida epocale nel solco della sua nobile storia; ad adoperare le sue energie per accogliere e integrare, per trasformare tensioni e problemi in opportunità di incontro e di crescita. Roma, fecondata dal sangue dei Martiri, sappia trarre dalla sua cultura, plasmata dalla fede in Cristo, le risorse di creatività e di carità necessarie per superare le paure che rischiano di bloccare le iniziative e i percorsi possibili. Questi potrebbero far fiorire la città, affratellare e creare occasioni di sviluppo, tanto civico e culturale, quanto economico e sociale. Roma città dei ponti, mai dei muri!

Non si temano la bontà e la carità! Esse sono creative e generano una società pacifica, capace di moltiplicare le forze, di affrontare i problemi con serietà e con meno ansia, con maggiore dignità e rispetto per ciascuno e di aprirsi a nuove occasioni di sviluppo.

La Santa Sede desidera collaborare sempre più e meglio per il bene della Città, al servizio di tutti, specialmente dei più poveri e svantaggiati, per la cultura dell’incontro e per un’ecologia integrale. Essa incoraggia tutte le sue istituzioni e strutture, come pure tutte le persone e le comunità che ad essa fanno riferimento, ad impegnarsi attivamente per testimoniare l’efficacia e l’attrattiva di una fede che si fa opera, iniziativa, creatività al servizio del bene.

Formulo perciò i migliori auspici affinché tutti si sentano pienamente coinvolti per raggiungere questo obiettivo, per confermare con la chiarezza delle idee e la forza della testimonianza quotidiana le migliori tradizioni di Roma e la sua missione, e perché questo favorisca una rinascita morale e spirituale della Città.

Signora Sindaca, cari amici, al termine di questo mio intervento, voglio affidare alla protezione di Maria Salus Populi Romani e dei santi Patroni Pietro e Paolo ognuno di voi, il vostro lavoro e i propositi di bene che vi animano. Possiate essere concordi al servizio di questa amata Città, nella quale il Signore mi ha chiamato a svolgere il ministero episcopale. Su ciascuno di voi invoco di cuore l’abbondanza delle benedizioni divine e per tutti assicuro un ricordo nella preghiera. E voi pregate per me e se qualcuno di voi non prega, almeno pensatemi bene! Grazie tante!  

 


PAROLE DEL SANTO PADRE
ALLA CITTADINANZA

Cari romani, buongiorno!

Come vostro Vescovo di solito vi incontro a San Pietro, a San Giovanni, o nelle parrocchie… Oggi mi è dato di rivolgervi la parola e il saluto dal Campidoglio, culla di questa Città e cuore pulsante della sua vita amministrativa e civile. Grazie della vostra presenza e grazie dell’affetto che nutrite per il Successore di Pietro!

La Chiesa che è a Roma, secondo la nota espressione di Sant’Ignazio di Antiochia, «presiede alla carità» (Lettera ai Romani, Proemio). Pertanto è compito del suo Vescovo, il Papa, ma anche di tutti i cristiani di Roma, di operare concretamente per mantenere il volto di questa Chiesa sempre luminoso, riflettendo la luce di Cristo che rinnova i cuori.

Nel cuore del Papa trovano posto anche coloro che non condividono la nostra fede, sono tutti fratelli: per tutti è la mia vicinanza spirituale, e il mio incoraggiamento ad essere ogni giorno “artigiani” di fraternità e di solidarietà. Questo è il compito di un cittadino: essere artigiano di fraternità e solidarietà. Come tanta gente in tutto il mondo, anche voi, cittadini di Roma, siete preoccupati del benessere e dell’educazione dei vostri figli; vi sta a cuore il futuro del pianeta, e il tipo di mondo che lasceremo alle generazioni future. Ma oggi, e ogni giorno, vorrei chiedere a ciascuno di voi, secondo le proprie capacità, di prendervi cura l’uno dell’altro, di stare vicini gli uni agli altri, di rispettarvi a vicenda. Così incarnate in voi stessi i valori più belli di questa Città: cioè una comunità unita, che vive in armonia, che agisce non solo per la giustizia, ma in uno spirito di giustizia.

Grazie ancora per questo incontro! Chiedo al Signore di ricolmarvi delle sue grazie e delle sue benedizioni. E chiedo a voi, per favore, di pregare per me. Grazie e arrivederci!

 

I cattolici interessati alla Politica ed il rapporto con la Gerarchia

Molte volte nel corso degli anni scorsi abbiamo ascoltato la ricorrente lamentela di chi auspicava che i vescovi facessero sentire la propria voce a sostegno della ripresa di una iniziativa politica dei cattolici.

E’ chiaro come in molte situazioni, a fronte dell’ampia divisione dei laici in diverse formazioni politiche, spesso l’una contro l’altra armata, gerarchia e clero non potevano che limitarsi a prendere atto di uno stato di cose.

Nonostante fosse evidente che, a lungo andare, ciò avrebbe solo portato all’indifferenza e all’inconsistenza; nonostante apparisse sempre più evidente la necessità della riproposizione di quei valori e quelle istanze collegate ad uno dei filoni ideali di pensiero e programmatico che tanto aveva  inciso in positivo nella storia moderna del Paese e dell’intera Europa.

Questa necessità sta spingendo adesso molti vescovi ad intervenire sempre più spesso con un ampio spettro di posizioni. Speculari e coincidenti con la varietà di sensibilità ed atteggiamenti che ben sappiamo essere presenti nel mondo laicale interessato alla cosa pubblica.

E’ inevitabile, dunque, accettare che una dialettica ed una riflessione sia avviata per individuare la strada migliore al fine di definire quali possano essere iniziative e strumenti utili a raggiungere  quel bene comune che resta il riferimento generale.

Il cardinale Gualtiero Bassetti  è venuto a mettere in qualche modo ordine in questo complesso di sentimenti e prospettive destinate ad agitare il campo di coloro che formano la composita realtà, oggi, rappresentata dai cattolici intenzionati ad  impegnarsi politicamente.

Abbiamo colto nelle sollecitazioni del Presidente della Cei, nel suo richiamo all’esperienza sturziana,  le finalità di un discorso “ aperto” il cui sbocco è l’intera gente italiana.

A queste sollecitazioni si sono aggiunte quelle del cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin. Anche queste non dedicate e dirette ad una sola parte, bensì rivolte a tutti, indipendentemente dal credo religioso, dalla storia, dalla collocazione politica, dall’appartenenza ad una tradizione proprie di ciascuno.

Qui devono emergere il significato e la forza di una “ nuova rete”, di un nuovo sistema di relazioni  da portare al servizio di tutti gli italiani e gli europei.

Un qualcosa che parta dal basso, dalle persone di buona volontà, dai competenti, dalle professionalità, da coloro che non sotterrano il proprio talento o se lo giocano solo della dimensione individualistica, dai circoli e dai gruppi che intendono portare il loro apporto all’interno di un superiore processo di presenza pubblica.

Il problema non è quello di chiedersi solamente cosa ci si aspetti dai pastori, la cui funzione e ruolo assurgono ad una dimensione del tutto diversa, più ampia, più “ profonda” rispetto a quella riconducibile alle scelte della politica.

Si tratta di comprendere il fatto che dare sostanza all’ispirazione cristiana, nel momento in cui ci si appresta ad una immersione nelle cose del mondo, significhi misurarsi sul piano della soluzione dei problemi reali, quelli vissuti direttamente dalla gente.

Siamo consapevoli che molte sono le opzioni e non stupisce se i cattolici intendano declinare il loro impegno lungo diverse prospettive e sulla base di differenti sensibilità.

In ogni caso,  una sorta di “ convergenza” potrebbe pur  sempre realizzarsi su tutto ciò che concerne il rispetto della vita, sin dal momento del concepimento, la dignità della persona, il sostegno alla famiglia, quella generata sulla base dell’amore di una donna con un uomo, l’identificazione e il sostegno ad una corretta e doverosa applicazione delle nuove scoperte scientifiche, destinate a toccare da vicino l’essenza dell’umanità. Anche molte questioni economiche e sociali possono costituire occasione di confronto costruttivo e di comune proposta.

Con il Concilio Ecumenico Vaticano II iniziò il cammino della Chiesa “ in uscita” con l’intento di avvolgere in un più aderente abbraccio il “ nuovo”, il quale comunque già in precedenza non tutto veniva aborrito e condannato. Anche se ciò non era recepito in modo chiaro e distinto da chi del mondo cattolico non faceva parte.

Questo specifico cammino, perché altri se ne avviarono sotto il profilo della catechesi e della teologia, iniziò sulla base di un riconoscimento del ruolo specifico del laico, parte viva ed attiva della Chiesa e, al tempo stesso, immerso nel mondo.

Poi, giunse un periodo complesso. Prese le mosse negli anni ’90, con la scelta della Chiesa italiana di non sostenere più quello che fino ad allora era stato il partito di riferimento organico dei cattolici.

L’allontanarsi da esso sembrò trovare una giustificazione in una serie di vicende cui forse si poteva provare a dare una risposta diversa, ma eventi drammatici e traumatici non sembrarono allora essere altrimenti governabili.

Si impose, invece, il convincimento che meglio sarebbe stato tutelare principi e valori in un rapporto “ diretto” con le tante realtà italiane, incluse quelle politiche ed istituzionali. Questo ha in qualche modo favorito e sostenuto il processo della “ diaspora” e la conseguente irrilevanza di cui molte volte abbiamo già parlato.

Purtroppo, assieme all’abbandono della particolare entità storicamente espressa dal mondo cattolico democratico in politica,  finì per essere anche trascurata la complessiva partecipazione dei laici cattolici nel tessuto civile e sociale. Si lasciò che la rete allentasse le proprie maglie, fino alla scomparsa.

Oggi, non solo in Italia, molti cattolici intenzionati a riproporre una presenza certa attorno ai valori della solidarietà, della sussidiarietà, del superamento della visione liberista e di quella socialista, si stanno  chiedendo anche quale possa essere il giusto rapporto da instaurare con gli uomini di Chiesa nel contesto specifico che debbono affrontare. Come avviene il contrario, in una feconda, reciproca riflessione.

Noi laici per primi dobbiamo capire che l’interessarsi da parte della Chiesa ai “ problemi temporali” deve partire dalla sollecitudine verso quei mali e quelle questioni per il risolvere le quali è assolutamente necessario l’intervento fattivo ed operoso della intera società, dello Stato, della comunità.

Certo, ad essi, ed ad essi solamente, sta il diritto ed il dovere di prospettare risposte concrete a quelle deficienze, ritardi, contraddizioni e pericoli che la Chiesa, però, aiuta ad individuare sulla base della propria esperienza derivante dall’essere, per dirla con san Paolo VI, “   esperta in umanità”.

Ai cattolici in perenne attesa di un “ intervento” diretto ed esplicito da parte delle gerarchie deve essere anche portata all’attenzione un’altra riflessione.

Poiché il laico credente è al tempo stesso parte  della Chiesa e parte del mondo, è necessario non perdere mai di vista, alla luce dell’insegnamento di Cristo sulla distinzione tra ciò che è di Dio e ciò che è dell’uomo, la individuazione di differenti piani di collocazione.

In qualche modo, è Cristo stesso che prefigura l’autonomia del laico nella soluzione dei suoi problemi nelle istituzioni e nella società umana.

Alla Chiesa non può e non deve essere chiesto di più della capacità di essere maestra nell’indicare, per dirla con Maritan,  la “ forza vivificante del cristianesimo nell’esistenza temporale”.

Pd, cambia tutto. Ma con chi?

Articolo già apparso sulle pagine di https://www.huffingtonpost.it

Il neo segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti ha annunciato, giustamente e pomposamente, che il suo partito “cambierà tutto”. E ha ragione. La trasformazione del Pd in un nuovo e aggiornato Pds è ormai sotto gli occhi di tutti.

L’archiviazione del partito a “vocazione maggioritaria” da un lato e il ritorno del partito della sinistra italiana dall’altro, sono la conferma plateale che il Pd ha cambiato pelle e ragione sociale rispetto al passato. O meglio, cerca di cambiare pelle.

Sotto questo profilo, è perfettamente inutile proseguire nella liturgia, e nell’ipocrisia, di un partito plurale che raccoglie le più grandi culture politiche del Novecento nel medesimo partito. Quella stagione si è chiusa definitivamente con l’archiviazione definitiva e irreversibile del renzismo e la ridiscesa in campo della cultura, del pensiero, della tradizione e della simbologia della sinistra italiana.

Del resto, un nuovo e rinnovato Pds, come l’ha coerentemente tratteggiato Zingaretti, non può che comportarsi così. Adesso il compito del nuovo corso del Pd/Pds è quello di ricomporre tutta l’area della sinistra italiana. Quella di governo, quella che un tempo si definiva extraparlamentare, quella movimentista e tutte quelle frange che più o meno sono riconducibili alla galassia della sinistra italiana.

È del tutto evidente, al riguardo, che chi non proviene da quel pensiero, da quella cultura, da quella tradizione e da quella simbologia deve contribuire a organizzare un altro “campo”, come si suol dire in gergo. Il cosiddetto “centro”, cattolico democratico, cattolico popolare, liberal democratico e laico riformista, non può che riconoscersi in un altro movimento/partito/campo politico e culturale.

Questa è la vera sfida politica, culturale e programmatica dei prossimi mesi. In particolare dopo il voto europeo che resta il vero e grande sondaggio popolare. Ogni altra interpretazione, seppur legittima, è del tutto fuori luogo. Come quella di pensare che i cattolici nel nuovo corso del Pd/Pds siano determinanti e indispensabili per garantire la pluralità di quel partito.

Su questo versante, e com’è evidente a tutti, il ruolo dei cattolici democratici e popolari nel partito di Zingaretti è sempre più simile a quello dei “cattolici indipendenti” di sinistra nel Pci degli anni Settanta e Ottanta. Cioè soprammobili utili per dire che il partito era plurale e che si limitava, per confermare quell’assunto, a regalare una manciata di seggi parlamentari a livello nazionale e qualche incarico di prestigio a livello locale.

Ma è inutile approfondire questo aspetto perché è del tutto scontato oltreché noto a tutti. Il problema di fondo del “nuovo corso” di Zingaretti e dell’impegno solenne a “cambiare tutto” rispetto al recente passato renziano, è con chi intraprendere e con chi condividere questo processo politico. Ed è proprio qui che emerge qualche contraddizione.

È appena sufficiente rivedere le immagini delle prime fila alla recente Assemblea nazionale all’hotel Ergife di Roma per rendersi conto che quasi tutti gli ex turbo renziani per lunghi cinque anni erano tutti lì a spellarsi le mani ogniqualvolta Zingaretti invocava una netta discontinuità rispetto al passato più o meno recente.

È inutile fare nomi e cognomi perché sono a tutti noti. Uno per tutti, l’ex sindaco di Torino Piero Fassino, fan di Renzi e del renzismo per tutto il tempo della segreteria del leader fiorentino e, di conseguenza, convinto sostenitore di tutte quelle scelte politiche che oggi si vogliono, almeno a parole, cancellare dall’orizzonte politico e programmatico del nuovo Pd/Pds.

E, oltre all’ex sindaco di Torino, l’elenco sarebbe lunghissimo avendo avuto Renzi una maggioranza nel partito che ondeggiava fra il 70 e l’80%. Ora, che in Italia ci sia la prassi consolidata nel tempo di salire sul carro del vincitore appena stravince e di scendere immediatamente quando quel vincitore va in disgrazia rinnegandolo pubblicamente, non è una gran novità.

È sempre stato così e sarà, presumibilmente, sempre così. Però qui il problema è un altro, almeno in apparenza. E cioè, come può essere serio, e soprattutto credibile, un partito che annuncia una rivoluzione radicale del suo progetto politico con una classe politica che sino a qualche tempo prima l’ha rinnegata altrettanto radicalmente?

Come può essere credibile un progetto politico che viene predicato e praticato – salvo il neo segretario del partito che non è mai stato un fan e un tifoso di Renzi e del Renzismo – da tutti coloro che hanno condiviso radicalmente il progetto renziano sino a quando è rimasto alla guida del partito beneficiando di incarichi, candidature, prebende e tutto ciò che è riconducibile alla cultura del potere?

Sono domande, semplici ma gigantesche, a cui il neo segretario del Pd/Pds dovrà dare una risposta altrettanto seria e credibile. Perché dopo l’entusiasmo delle primarie viene il tempo della politica e del suo progetto politico. Ed è proprio su questo versante che si gioca, a parere di molti e anche del mio, la statura e la personalità politica di Nicola Zingaretti.

Perché un nuovo progetto politico è anche e soprattutto credibile se viene incarnato e vissuto da chi non può essere accusato che ha sostenuto un disegno prolifico opposto per molti anni. Se, per intenderci, il “cambiamento totale” invocato giustamente e coerentemente da Zingaretti viene gestito concretamente da coloro che erano seduti in prima fila alla recente Assemblea nazionale del partito, più che un atto di grande cambiamento ci troveremmo semplicemente di fronte a una gigantesca operazione di camaleontismo politico. E cioè, l’eterno “cambiamo tutto affinché non cambi nulla”. Ovvero, il solito e ben noto alle cronache politiche gattopardismo.

Brexit: sempre più vicino al “no deal”

Alla luce di “rischi di uno scenario di no deal sempre più verosimili”, l’Ue e gli Stati membri hanno sostanzialmente “completato” la preparazione in caso di un’uscita traumatica dall’Ue della Gran Bretagna. Lo ha annunciato la Commissione Ue, spiegando che anche quasi tutte le misure legislative (17 su 19) sono già state adottate e le rimanenti dovrebbero esserlo “rapidamente”.

La dichiarazione della Commissione segue le conclusioni del Consiglio europeo (articolo 50) della scorsa settimana. “Anche se uno scenario di “no-deal” non è auspicabile, l’UE è pronta”, aggiunge la nota.

Tra i provvedimenti di preparazione a una Brexit senza accordo, Bruxelles ricorda di avere adottato il proseguimento del programma PEACE sull’isola d’Irlanda fino alla fine del 2020, l’accordo sul bilancio, le misure sulla pesca, le misure temporanee sui servizi finanziari, la connettività e la sicurezza aerea. Inoltre sono state messe a punto le misure sulla connettività stradale e ferroviaria, sulle ispezioni navali, sul riallineamento del corridoio del Mare del Nord, la politica sul clima, il programma Erasmus +, i titoli di sicurezza sociale e la reciprocità dei visti.

Edilizia scolastica, semplificazione per gli interventi degli Enti locali

Sono previste procedure più semplici per l’esecuzione di lavori di edilizia scolastica da parte degli Enti locali. Lo stabilisce una norma contenuta nel D.L sblocca-cantieri, approvato la scorsa settimana in Consiglio dei ministri. Con questa disposizione, per tutto il triennio di programmazione 2019-2021, gli enti locali potranno affidare i lavori pubblici relativi a interventi di edilizia scolastica fino alla soglia comunitaria mediante procedure negoziate aperte ad almeno 15 operatori economici. Una semplificazione assai rilevante che ridurrà di gran lunga i tempi di realizzazione degli interventi. Analoga disposizione si applicherà per l’affidamento degli incarichi di progettazione da parte degli enti proprietari degli istituti scolastici con procedura negoziata rivolta ad almeno 5 operatori.

“Il nostro impegno sull’edilizia scolastica continua con costanza – ha detto il titolare del Miur, Marco Bussetti – Abbiamo infatti approvato una norma fondamentale che consentirà agli enti locali di affidare in tempi più stretti i lavori di messa in sicurezza delle scuole e le relative progettazioni e di semplificare le procedure di appalto. Ancora una volta – ha sottolineato il ministro – stiamo dimostrando con i fatti e con azioni concrete e mirate come l’edilizia scolastica e la sicurezza dei nostri studenti siano una priorità di questo Governo. Oltre ad aver sbloccato ingenti risorse negli ultimi mesi e ad aver messo in moto procedure significative per agevolare e sostenere economicamente le progettazioni degli enti locali, siamo intervenuti ora con una deroga specifica per l’edilizia scolastica al codice dei contratti pubblici”.

La Russia rinuncia a monitorare la campagna elettorale Ucraina

La Russia non monitorerà a campagna elettorale in Ucraina ma farà parte dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani (Odihr) dell’Osce e, per questo motivo, rinuncia definitivamente a inviare degli osservatori nel paese. Lo ha annunciato il ministero degli Esteri russo in una nota.

Questo perché  il parlamento di Kiev ha approvato a inizio febbraio una legge che impedisce ai cittadini russi e ad altre personalità indicate da Mosca di partecipare come osservatori alle consultazioni che si svolgeranno nel paese nel 2019.

A votare in favore del procedimento sono stati 232 deputati del parlamento ucraino. In base al testo della legge, un cittadino o soggetto proveniente da un paese riconosciuto dal parlamento ucraino come Stato aggressore o occupante non può partecipare al monitoraggio elettorale, anche in qualità di osservatore.

Spacciatori di cultura a Scampia

“Si chiama La Scugnizzeria, ovvero la casa degli scugnizzi, i ragazzi di strada”. Così Rosario Esposito La Rossa (classe 1988), primo libraio del quartiere all’estrema periferia nord di Napoli nonché responsabile delle case editrici Marotta&Cafiero e Coppola editore.

Ma cosè la Scugnizzeria?

E’ la Casa degli Scugnizzi, un luogo dove la porta è sempre aperta. 140 mq di rivoluzione in periferia, tra Scampia e Melito. La Scugnizzeria è una moltitudine, è una bottega, un bazar, una Piazza di Spaccio Creativa. La prima enolibreria dell’area nord di Napoli.

Una sala polifunzionale, uno spazio teatrale professionalmente attrezzato. Un luogo dov’è possibile organizzare presentazioni di libri, cineforum, mostre fotografiche. Un centro di formazione per giovani del territorio con wifi gratuito, postazioni pc, teli chroma key per registrare Made in Scampia News – Il Tg delle Belle Notizie, un’area insonorizzata per registrare audiolibri e i podcast di Radio Scugnizzi.

Ma è anche l’Ospedale dei Libri, un laboratorio di restauro di libri per l’infanzia. Un luogo dove si riparano i libri, si aggiustano le storie. Un orfanotrofio per volumi destinati al macero. C

L’inquinamento a Taranto e il principio di precauzione

Si parla da decenni dell’importanza dell’inquinamento a Taranto, fino agli avvenimenti recenti con giudizi contrastanti sui dati raccolti, coinvolgenti tutti gli organi tecnici preposti, il procuratore, il sindaco, le varie associazioni ambientaliste, i privati cittadini.
Si parla da decenni dell’emergere dell’inquietante problema della diossina che ha portato Taranto a diventare un caso nazionale.

D’altronde la presenza di un’area industriale che include uno stabilimento siderurgico, una raffineria, un cementificio, un porto crocevia dei maggiori traffici petroliferi mondiali e una serie di industrie minori, non può certamente portare ad un impatto zero.
Il caso del complesso siderurgico di Taranto è emblematico di come una visione non lungimirante del rapporto tra sviluppo industriale, sociale e sostenibilità ambientale non possa che portare col tempo gravi danni.

Va ricordato che negli anni fra il 2002 e il 2005, veniva deciso dalla direzione dell’azienda di spostare l’intera produzione di acciaio a Taranto, dopo che erano state chiuse la cokeria e l’altoforno dell’impianto di Genova. Secondo i dati dell’Ines (Inventario Nazionale delle Emissioni e delle loro Sorgenti), la crescita di diossina nell’aria sarebbe stata superiore al 60%.
Dal 2005 quindi irrompono nel dibattito la diossina e i policlorobifenili, tra i composti più tossici e cancerogeni, e l’attenzione dell’opinione pubblica sull’industria siderurgica cresce, come le misurazioni e le valutazioni, i sequestri degli impianti, gli accordi con i proprietari dello stabilimento, che si impegnano a ridurre le emissioni, a bonificare, a concordare provvedimenti di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) e così via.
Per questo motivo l’area industriale è stata costantemente monitorata attraverso dati e rilevazioni, per supportare delle certezze scientifiche a sostegno di politiche ed interventi di governo.

Gli studi, le analisi e le relative conclusioni a cui sono giunti i vari team scientifici promossi dall’autorità civile, politica, giudiziaria e dalle stesse industrie, gli esiti concreti di questi esami svolti a partire dagli anni ’90, mostrano già che, sebbene le cifre raccolte abbiano valenza scientifica, sono importanti le interpretazioni, che lasciano spazio a manovre diverse e in contrasto tra di loro.
La politica dell’Unione Europea in materia di ambiente si fonda sul principio della precauzione, dell’azione preventiva e della correzione dell’inquinamento alla fonte, nonché sul principio chi inquina paga.

Il principio di precauzione è uno strumento di gestione dei rischi cui è possibile ricorrere in caso d’incertezza scientifica in merito a un rischio presunto per la salute umana o per l’ambiente derivante da una determinata azione o politica.
Per esempio, qualora sussistano dubbi in merito all’effetto potenzialmente pericoloso legato alla produzione industriale di un prodotto e qualora, in seguito ad una valutazione scientifica obiettiva, permanga l’incertezza, può essere impartita l’istruzione di bloccare la produzione di tale prodotto.

Tali misure devono essere non discriminatorie e proporzionate e vanno naturalmente riviste non appena si rendano disponibili maggiori informazioni scientifiche e più certezze.
Per questo motivo, è di qualche giorno fa la notizia, dopo il referendum consultivo sulla chiusura totale o parziale dell’Ilva che fu votato da circa 33 mila persone non raggiungendo il quorum, il Comitato Taranto Futura, ne ha riproposto un altro.

Il presidente Nicola Russo ha chiesto al sindaco Melucci, lo svolgimento di un nuovo referendum comunale.
Sono due i quesiti da sottoporre all’attenzione: chiusura dell’area a caldo dell’attuale industria siderurgica Arcelor Mittal o allontanamento della fabbrica dal centro abitato, per rispetto del principio di precauzione.

“ A questo principio fa riferimento anche il Regolamento Comunale di Igiene e Sanità. Quando c’è il rischio potenziale per la salute dei cittadini, pertanto il sindaco ha due soluzioni, o disporre l’allontanamento degli impianti siderurgici, oppure disporre la chiusura dell’aria a caldo – ha riferito Nicola Russo – però noi abbiamo anche dato delle alternative, o bonificare utilizzando gli stessi lavoratori dell’area a caldo, o prevedere un premio incentivante per l’esodo anticipato o addirittura produrre le bramme fuori dal centro siderurgico tarantino”.

Il Comitato dei Garanti avrà venti giorni per approvare i quesiti, dopodiché saranno sufficienti tremila firme.

Rimane il fatto che a Taranto o perché manca effettivamente la volontà per dare seguito a certe decisioni, o perché le misure intraprese si rivelano sempre insufficienti, o perché diversi interessi non trovano mai un accordo, l’inquinamento ambientale resta a livelli altissimi e ha ripercussioni sulla salute e qualità della vita, ma anche sulle attività commerciali quali la pesca, l’allevamento, il turismo.

Il problema di fondo è che Taranto dipende ancora molto dalla grande industria, nonostante gli sforzi cominciati per andare in un’altra direzione, tanto da essere difficile trovare una via economica alternativa all’Arcelor Mittal o alle raffinerie.

Come è successo per altre città, bisognerà bypassare la monocoltura industriale con progetti di green-economy, di risanamento ambientale e urbano e di valorizzazione del settore turistico diventando un incubatore di progetti di riconversione industriale.
Vito Piepoli

Firenze: L’Inferno di Dante nei dipinti di Tannaz Lahiji

Prosegue il percorso artistico “Riflessioni su Dante” di Tannaz Lahiji. Dopo la prima tappa dello scorso 20 marzo a Palazzo Vecchio, ieri, giorno del Capodanno fiorentino, alle ore 15.30 in Sala Gonfalone nel Palazzo del Pegaso, in Via Cavour 4 a Firenze, si è tenuta l’inaugurazione della seconda tappa del progetto artistico dedicato all’Inferno.

Sono le tre cantiche dantesche a ispirare Tannaz Lahiji, artista persiana (a Firenze dal 2004) che intuisce come la Divina Commedia non rappresenti solo un viaggio nell’immaginario del poeta, ma il senso della vita stessa di Dante in quanto Uomo.

La sua opera magna diventa, quindi, una fonte d’ispirazione che Tannaz Lahiji rielabora attraverso lo studio della luce (da oltre cinque anni al centro della sua ricerca). Tre grandi tele – oggetto della installazione – rivisitate attraverso tre diversi cromatismi – il blu, il rosso e la luce naturale – restituiscono scenari danteschi trasformati.

“In queste tre interpretazioni, Tannaz Lahiji riproduce il modo in cui decidiamo di vivere e di porci nel mondo: una riflessione che rappresenta anche la verità dell’artista, in grado di rivivere l’opera di Dante alla luce della sua ricerca e della sua vita”, osserva la scrittrice d’arte Manuela Antonucci.

Che cos’è la Sindrome di Raynaud

Il fenomeno di Raynaud è uno spasmo eccessivo dei vasi sanguigni periferici, che provoca una riduzione del flusso di sangue. Questo evento si associa ad una sensazione locale di dolore, bruciore e alla variazione del colorito cutaneo.

Il fenomeno di Raynaud si verifica in risposta all’esposizione al freddo, a stress emotivi o alle vibrazioni. Si manifesta soprattutto in una o più dita delle mani e dei piedi e occasionalmente sulla punta del naso o sui lobi delle orecchie.

Il vasospasmo può persistere per minuti o per ore. Il fenomeno di Raynaud può anche essere associato a malattie come l’artrite reumatoide o il lupus eritematoso sistemico.

Per diagnosticarla occorrono esami del sangue specifici e la capillaroscopia, una tecnica di indagine sui capillari.

Dopo la Basilicata. Con Zingaretti il Pd non decolla…perché manca il centro

Si può archiviare in fretta l’ennesima sconfitta del centrosinistra, stavolta in Basilicata, oppure estrarre  dal voto un elemento di valutazione contingente, ma non superfluo.

Archiviare sarebbe un errore, anche quando lo si facesse, come sembra in queste ore, con la forzata soddisfazione per una percentuale in crescita rispetto al dato delle politiche.

È vero, il declino non è irrimediabile. Dal blocco grillino si è sfaldata la “sezione” di sinistra per tornare in qualche modo a casa; ma il grosso delle perdite – più della metà del consenso raccolto nel 2018 – è andato a rimpinguare la destra, e segnatamente la Lega.

Quanto può durare l’andazzo attuale che vede sistematicamente penalizzato il M5S in sede locale, a tutto vantaggio dell’alleato Salvini? Si dice che in passato i socialisti applicavano la medesima regola pratica, accordandosi con la Dc a Roma e con i comunisti in periferia; non era tuttavia sempre così, rigidamente, anche perché l’ambivalenza socialista si ammantava di giustificazioni legate alla governabilità non potendo ignorare il peso dei comunisti, specie nelle regioni rosse.

Salvini invece adotta uno schema senza varianti: al governo con i Cinque Stelle, nelle Regioni e nei Comuni con il centro destra. Neppure avverte la fatica di spiegare la spregiudicatezza di tale condotta opportunistica, visto che il M5S ha rivendicato fin dall’inizio della legislatura il diritto al suo splendido isolamento negli enti locali.

Questa impostazione grillina ha favorito in modo diretto e indiretto una sorta di “ambientazione sovranista” del suo elettorato estraneo e, più ancora, ostile alla sinistra. Lo spostamento a destra risulta perciò coerente con i paradigmi di una sensibilità originariamente aggrappata al mito dell’antipolitica come arma di riscatto del popolo, magari a costo di un inasprimento in chiave di xenofobia, intolleranza e faziosità del vivere democratico.

Il problema del centro sinistra risente di questa inconsistenza strategica dei grillini. Anche Zingaretti stenta a trovare una linea, essendo quella che confida e sollecita il “ritorno a casa” degli elettori sedotti dal sinistrismo alla Rousseau una debole prospettiva di ripresa politica. Il renzismo mette a verbale che il partito, nonostante alcuni segnali di fiducia, continua a perdere. Si consuma in effetti l’illusione che il “partito a vocazione maggioritaria”  abbia solo bisogno, ai suoi lati, di embrionali formazioni di complemento. 

Il vuoto al centro resta incolmato. D’altronde Zingaretti ha vinto le primarie giocando una carta alla Corbyn, pur con l’afflato del post-comunista modernizzatore, immaginando che il vento del cambiamento possa spingere verso il rilancio della sinistra (emendata perciò dal renzismo). Ora, a fronte di questa tesi, il responso della Basilicata non è incoraggiante. L’impalcatura della politica zingarettiana non regge. Per altro, si nota la riduzione al minimo della pretesa funzione egemonica del Pd. Se cresce rispetto alle politiche, il centrosinistra lo deve, a vista d’occhio, alle altre componenti con forte radicamento territoriale della (finora) bistrattata coalizione. Bisogna tenerne conto: invece di un partito nazionale forte, capace di far respirare a pieni polmoni l’alleanza articolata sul territorio, sono i “mondi vitali” (liste civiche o del candidato) del territorio a trainare lo sforzo di sintesi nazionale.

In conclusione però, il Centro che manca d’identità e non si propone con autorevolezza ai fini della riforma del modello coalizionale, si staglia all’orizzonte come la più importante questione da risolvere per la politica dei democratici e riformisti. È il vero nodo della crisi italiana ai tempi del sovran-populismo.

 

Elezioni regionali in Basilicata 2019 – Chi ha vinto, chi ha perso Lo studio dell’istituto Cattaneo