Home Blog Pagina 760

Che cos’è la Sindrome di Raynaud

Il fenomeno di Raynaud è uno spasmo eccessivo dei vasi sanguigni periferici, che provoca una riduzione del flusso di sangue. Questo evento si associa ad una sensazione locale di dolore, bruciore e alla variazione del colorito cutaneo.

Il fenomeno di Raynaud si verifica in risposta all’esposizione al freddo, a stress emotivi o alle vibrazioni. Si manifesta soprattutto in una o più dita delle mani e dei piedi e occasionalmente sulla punta del naso o sui lobi delle orecchie.

Il vasospasmo può persistere per minuti o per ore. Il fenomeno di Raynaud può anche essere associato a malattie come l’artrite reumatoide o il lupus eritematoso sistemico.

Per diagnosticarla occorrono esami del sangue specifici e la capillaroscopia, una tecnica di indagine sui capillari.

Dopo la Basilicata. Con Zingaretti il Pd non decolla…perché manca il centro

Si può archiviare in fretta l’ennesima sconfitta del centrosinistra, stavolta in Basilicata, oppure estrarre  dal voto un elemento di valutazione contingente, ma non superfluo.

Archiviare sarebbe un errore, anche quando lo si facesse, come sembra in queste ore, con la forzata soddisfazione per una percentuale in crescita rispetto al dato delle politiche.

È vero, il declino non è irrimediabile. Dal blocco grillino si è sfaldata la “sezione” di sinistra per tornare in qualche modo a casa; ma il grosso delle perdite – più della metà del consenso raccolto nel 2018 – è andato a rimpinguare la destra, e segnatamente la Lega.

Quanto può durare l’andazzo attuale che vede sistematicamente penalizzato il M5S in sede locale, a tutto vantaggio dell’alleato Salvini? Si dice che in passato i socialisti applicavano la medesima regola pratica, accordandosi con la Dc a Roma e con i comunisti in periferia; non era tuttavia sempre così, rigidamente, anche perché l’ambivalenza socialista si ammantava di giustificazioni legate alla governabilità non potendo ignorare il peso dei comunisti, specie nelle regioni rosse.

Salvini invece adotta uno schema senza varianti: al governo con i Cinque Stelle, nelle Regioni e nei Comuni con il centro destra. Neppure avverte la fatica di spiegare la spregiudicatezza di tale condotta opportunistica, visto che il M5S ha rivendicato fin dall’inizio della legislatura il diritto al suo splendido isolamento negli enti locali.

Questa impostazione grillina ha favorito in modo diretto e indiretto una sorta di “ambientazione sovranista” del suo elettorato estraneo e, più ancora, ostile alla sinistra. Lo spostamento a destra risulta perciò coerente con i paradigmi di una sensibilità originariamente aggrappata al mito dell’antipolitica come arma di riscatto del popolo, magari a costo di un inasprimento in chiave di xenofobia, intolleranza e faziosità del vivere democratico.

Il problema del centro sinistra risente di questa inconsistenza strategica dei grillini. Anche Zingaretti stenta a trovare una linea, essendo quella che confida e sollecita il “ritorno a casa” degli elettori sedotti dal sinistrismo alla Rousseau una debole prospettiva di ripresa politica. Il renzismo mette a verbale che il partito, nonostante alcuni segnali di fiducia, continua a perdere. Si consuma in effetti l’illusione che il “partito a vocazione maggioritaria”  abbia solo bisogno, ai suoi lati, di embrionali formazioni di complemento. 

Il vuoto al centro resta incolmato. D’altronde Zingaretti ha vinto le primarie giocando una carta alla Corbyn, pur con l’afflato del post-comunista modernizzatore, immaginando che il vento del cambiamento possa spingere verso il rilancio della sinistra (emendata perciò dal renzismo). Ora, a fronte di questa tesi, il responso della Basilicata non è incoraggiante. L’impalcatura della politica zingarettiana non regge. Per altro, si nota la riduzione al minimo della pretesa funzione egemonica del Pd. Se cresce rispetto alle politiche, il centrosinistra lo deve, a vista d’occhio, alle altre componenti con forte radicamento territoriale della (finora) bistrattata coalizione. Bisogna tenerne conto: invece di un partito nazionale forte, capace di far respirare a pieni polmoni l’alleanza articolata sul territorio, sono i “mondi vitali” (liste civiche o del candidato) del territorio a trainare lo sforzo di sintesi nazionale.

In conclusione però, il Centro che manca d’identità e non si propone con autorevolezza ai fini della riforma del modello coalizionale, si staglia all’orizzonte come la più importante questione da risolvere per la politica dei democratici e riformisti. È il vero nodo della crisi italiana ai tempi del sovran-populismo.

 

Elezioni regionali in Basilicata 2019 – Chi ha vinto, chi ha perso Lo studio dell’istituto Cattaneo

Basilicata: Giù i cinque stelle

Le elezioni regionali della Basilicata hanno consegnato la vittoria al centro destra con il 42% di voti; il centro sinistra raccoglie una buona percentuale, il 33% ma con un notevole svantaggio dal primo, male il Pd che si ferma al 8,1%. Il dato che però fa più clamore è quello dei 5Stelle che rispetto alle politiche dimezzano i loro voti, passando dal 44% al 20%.

Il cartello delle sinistre perde ancora. Era prevedibile. Ma bisogna riconoscere che l’allargamento oltre il Pd rende meno amara la sconfitta. In fondo, ritornano sopra un significativo 30% e lasciano alla deriva il renzismo, quello votato all’autosufficienza del partito, che pensava essere spavaldamente bastevole a se stesso.

Il primo commento è che dopo la Sardegna e le precedenti competizioni regionali si conferma che il centro destra è ancora gradito agli elettori e che la sinistra non riesce a raccogliere consensi. Ma il dato più emblematico è come dicevo, quello dei 5Stelle che continuano a perdere appeal elettorale con emorragie di voti davvero considerevoli. Questa situazione dove i penta stellati non godono più del favore degli elettori, pone in luce che il sistema tripolare sembra lasciare il posto al bipolarismo.

Le ragioni del fenomeno si possono ricercare sul fatto che la scelta di governo fatta dai 5Stelle li ha portati a compromessi contro il loro programma con la conseguenza di notevole perdita di voti. Infatti i loro elettori si sono sentiti traditi per la rinunzia a guidare i processi politici da parte di Di Maio, soggiogato dal ben più abile e astuto Salvini che, di fatto, ha guidato la coalizione giallo-verde.

E, il fatto che la sovranità di Matteo Salvini si manifesti quotidianamente, consente alla Lega di aumentare, dappertutto, i suoi voti a danno dei 5Stelle che poi devono fare i conti con il loro elettorato, sempre più insofferente all’accordo giallo-verde. Ora, se alle elezioni Europee di maggio i penta stellati saranno relegati sotto il 20% è molto probabile che subito dopo ci sia la caduta di questo governo con la riproposizione del centro destra che lo sostituirà con un governo provvisorio.

Questo porterebbe presto a elezioni politiche anticipate con il conseguente ritorno al bipolarismo che dovrebbe garantire governabilità al Paese.

In attesa del decollo, l’Italia ha allacciato la cintura cinese

Con l’imperscrutabile sorriso del presidente Xi Jinping e lo strabiliante annuncio di una fantomatica vittoria dell’Italia sulla Cina, proclamato dal ridente vice premier Di Maio, si è concluso il più colossale accordo commerciale mai finora firmato dal nostro Paese.

In realtà, la gaffe del leader M5S, dovuta forse ad una cattiva interpretazione dello slogan win-win coniato da Pechino per sopire le preoccupazioni dei partner occidentali e della riluttante Europa in particolare, è piuttosto imbarazzante se si considera che dall’avvento della Repubblica Popolare di Cina in poi le trattative di Pechino sono sempre state improntate sul “reciproco interesse”, win-win appunto, che si spera verrà attuato anche in questi accordi del valore di oltre due miliardi e mezzo di Euro.

Nel 1970, l’Italia fu il primo Paese NATO ad allacciare i rapporti diplomatici con la Cina Popolare e, in questi giorni, è stato il primo Paese del G7 a firmare il documento della “Belt and road initiative” (Bri), meglio noto come “La nuova Via della Seta”, il grandioso programma infrastrutturale cinese che dall’Asia si estende all’Africa e all’Europa, coinvolgendo oltre 60 paesi nel suo gigantesco abbraccio.

Con la realizzazione della Bri, la Cina non è più soltanto il “Paese di mezzo” (Zhong-guo, Cina) dell’Asia, ma anche il centro strategico di tutta l’immensa fascia terrestre e marittima coinvolta nel progetto.

Russia – Mongolia, Bangladesh, Birmania, Indocina, Pakistan, Asia centrale e occidentale fino all’Europa, Kazakistan – Russia,  oltre alle rotte marittime verso gli oceani Pacifico e Artico, costituiscono l’immensa Via della Seta che converge sulla Cina e dalla Cina si irradia.

Il progetto prevede nuovi posti di lavoro, nuovi scambi, nuovi sviluppi commerciali, con  evidenti vantaggi per tutti i paesi coinvolti e che il presidente Xi Jin Ping, impegnato ad avviare la Bri fin dal 2013, non ha mancato di evidenziare nel corso di tutti i colloqui ufficiali tenuti a Roma.

Alla pressante necessità della Cina di smaltire l’eccesso delle sue produzioni e di far fruttare il suo immenso capitale monetario, corrisponde la crisi economica in cui  versa gran parte dell’Europa e l’Italia in particolare, anche se con ogni probabilità non saremo in grado di importare tutto quello che Pechino non riesce a smaltire in casa propria.

Ancora non sono chiare le condizioni poste dal governo di Pechino ai paesi firmatari della Bri e, per quanto ci riguarda, all’Italia in particolare, ma la decisa opposizione di Washington al progetto cinese, che solo l’abilità diplomatica e la grande apertura al dialogo del Presidente Mattarella sono riuscite a placare, lascia temere qualche atto di rivalsa da parte del presidente Trump, contrario all’accordo e notoriamente non troppo incline alla benevolenza nei confronti dei suoi recalcitranti alleati.

Due miliardi e mezzo di Euro non sono una cifra trascurabile ed è prevedibile che l’Italia dovrà prepararsi a dure fatiche per onorare gli impegni assunti che, comunque gli accordi vengano considerati, non costituiscono certo  una nostra vittoria.

Il sorriso accattivante di Xi Jinping e i mutui scambi di cortesie, non debbono trarre in inganno. I cinesi sono spietati nel difendere i loro interessi e la debolezza economica dell’Italia, con un debito pubblico sull’orlo dell’abisso, non fa che aggravare la nostra posizione .

Gli avvertimenti non sono mancati, sia da parte del Fondo Monetario Internazionale che ha citato il caso del Montenegro e delle Maldive, arrivati al collasso economico  a causa di uno smisurato aumento del debito pubblico dovuto alla Bri, sia da parte degli ambasciatori dell’UE a Pechino, che hanno sottolineato l’estrema difficoltà delle aziende europee nei tentativi di penetrare il mercato cinese e, al contempo, la consumata abilità di Pechino nello sfruttare a proprio vantaggio certe ambiguità della lingua cinese e non facilmente traducibili, proditoriamente inserite nei documenti ufficiali originali.

Giustamente è stato rilevato come la proposta della Bri non si limiti ai rapporti commerciali, ma rivesta un più ampio aspetto politico che riguarda direttamente anche il nostro Paese. Formalmente, le intese tra l’Italia e la Cina sono state definite strettamente economiche e spaziano dal paternariato strategico tra la Cassa Depositi e Prestiti e il Bank of China Limited a quello tra l’ENI e il Bank of China Limited, al Piano di Azione sulla collaborazione sanitaria, alla “restituzione di 796 reperti archeologici appartenenti al patrimonio culturale cinese”, al “protocollo sui requisiti sanitari per l’esportazione di seme bovino dall’Italia alla Cina”, fino al memorandum di intesa tra la RAI e il China Media Group e l’accordo tra le agenzie giornalistiche ANSA e XINHUA.

Tra intese, memoranda, contratti, patti, protocolli, sono state apposte 28 firme su altrettanti accordi. Ma come è da intendere “l’accordo di cooperazione tra l’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Orientale-Porti di Trieste e Monfalcone e la China Communications Construction Company”? A quali obblighi dobbiamo sottostare  per onorare l’Accordo di cooperazione tra il Commissario Straordinario per la Ricostruzione di Genova, l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale e, ancora, la China Communications Construction Company? Quali finalità politiche si prospetta la Cina in un programma di aiuti che coinvolge i porti più nevralgici per i nostri commerci e quale il prezzo che dovremo pagare?

La Cina di noi conosce tutto, perfino il nome degli amanti  e le abitudini dei più discreti membri del nostro Parlamento. Noi della Cina sappiamo soltanto quello che i cinesi vogliono si sappia o, raramente, quello  che ci arriva da qualche sporadica notizia sfuggita alle strettissime maglie del controllo governativo. Non disponiamo di dati certi e controllabili, non sappiamo quanto il deserto del Gobi abbia ingoiato delle loro terre coltivabili né fin dove arrivi la miseria e la fame di una crescente fascia della popolazione.

La lotta è impari, speriamo di uscirne con le ossa non troppo rotte.

Paolucci: i cattolici devono ritrovare le proprie ragioni d’impegno civile e politico

Sturzo riteneva che il risveglio di partecipazione dei cattolici e laici popolari alla politica rinnovasse i moti del Risorgimento, ai quali notoriamente avevano partecipato tutte le classi sociali, innescando quel rinnovato spirito di partecipazione che egli chiamava popolarismo.

Oggi, a distanza di cent’anni da quella fondazione, che prese anche di sorpresa la Chiesa ( l’iniziativa di Sturzo fece tabula rasa di tutte le varie unioni cattoliche conservatrici con a capo il nobile Della Torre, nominato direttamente dal Papa), di fatto si stanno ripetendo analoghe situazioni. Fondamentalmente, la dispersione o diaspora dei cattolici e laici nelle varie formazioni politiche, in lotta anche acerrima fra di loro, ne è il paradigma.
Non solo, ma osserviamo un’ulteriore divisione nei modi e nei tempi sulle proposizioni che i cattolici dovrebbero seguire per reinserirsi a pieno titolo nella politica attiva. I temi del cattolicesimo democratico popolare e liberale, temi che riprendono i valori che Sturzo prima e De Gasperi poi propugnavano, sono lucidamente gli stessi ieri e oggi: la promozione del lavoro come volano dell’economia e della realizzazione di ciascuno, la difesa della famiglia naturale, la tutela dell’impresa, lo sviluppo dei territori attraverso le autonomie comunali, il tutto inquadrato nella centralità della persona (v. il personalismo comunitario di Maritain), che nulla ha a che vedere col socialismo e/o attuale comunismo ( lo chiamerei capitalismo di Stato, che avanza in alcuni paesi del mondo, Cina in primis, ma anche Turchia, India, e altri paesi emergenti).

Il laboratorio italiano è invece un insieme di iniziative che comprendono le nostre radici culturali derivanti dal Vangelo e dal Pensiero Sociale della Chiesa. Parliamo di ciò che ha attraversato la storia di due millenni, generando quella economia di mercato che ha inizio in Toscana nel Rinascimento (su iniziativa dei mercanti e dei monaci Francescani come San Bernardino da Siena e anche di Sant’Antonino da Firenze vescovo) e prosegue poi con l’economia civile di Antonio Genovesi, a metà del ‘700. Ai nostri giorni essa si potrebbe tradurre in una economia che abbia come guida i valori dell’uomo, ponendosi come tutela dei più poveri e dei meno integrati, e superando perciò in Italia le categorie dei poveri assoluti e dei poveri relativi, così da sorreggere la classe media in difficoltà, ridotta rispetto al passato e costretta a una lotta di sopravvivenza.

Si tratta di un laboratorio che privilegia la consapevolezza del ruolo di ciascuno nella società, nella politica intesa come piena espressione della democrazia e piena realizzazione di ogni persona nella società. Deve esserci la certezza perciò che ognuno possa vivere in aderenza alle proprie aspirazioni, con il diritto a realizzare se stesso, quale che sia l’etnia di appartenenza e il luogo di provenienza. La sostanza dei “moti popolari d’ispirazione cristiana“ è questa: garantire la centralità della persona uomo e donna nella politica, nell’economia e nella società, superando gli ostacoli dello statalismo o capitalismo di Stato e/o del neoliberismo sfrenato. Tutti sistemi che travolgono le persone e generano le condizioni di un moderno schiavismo.

Documento d’intesa tra il Governo Italiano e il Governo Cinese

Il governo della Repubblica italiana e il governo della Repubblica popolare cinese (d’ora in
poi denominati “controparti”), nella prospettiva di promuovere una collaborazione pratica
bilaterale; nell’accogliere favorevolmente le conclusioni del Forum sulla cooperazione
internazionale della Via della Seta, tenutosi a Pechino nel maggio 2017; nel riconoscere
l’importanza e i benefici derivanti da una migliorata connettività tra l’Asia e l’Europa e il
ruolo che l’iniziativa della Via della Seta può svolgere in questo ambito; ricordando il
comunicato congiunto emanato dalla Tavola rotonda dei capi di stato del Forum per la
collaborazione internazionale della Via della Seta; ricordando il piano di azione per il
rafforzamento della collaborazione economica, commerciale, culturale e scientifica tra
l’Italia e la Cina 2017-2020, stipulato a Pechino nel maggio 2017; ricordando il comunicato
congiunto emanato dal 9° Comitato intergovernativo Italia-Cina, tenutosi a Roma il 25
gennaio 2019, e l’impegno espresso in quella sede per promuovere il partenariato
bilaterale in uno spirito di rispetto reciproco, uguaglianza e giustizia, a reciproco beneficio,
nella prospettiva di una solidarietà globale rafforzata; consapevoli del passato storico
comune sviluppato attraverso le vie di comunicazione per via di terra e di mare che
collegano Asia e Europa e del ruolo tradizionale dell’Italia come punto di approdo della Via
della Seta marittima; ribadendo il loro impegno a onorare i principi e le finalità della Carta
delle Nazioni Unite e promuovere la crescita inclusiva e lo sviluppo sostenibile, in linea con
l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici;
ricordando inoltre gli obiettivi fissati dall’Agenda strategica per la collaborazione Unione
Europea-Cina 2020, e i principi guida della Strategia dell’Unione Europea per collegare
Europa e Asia adottata nell’ottobre 2018; hanno raggiunto la seguente intesa:

Paragrafo I: Obiettivi e principi guida per la collaborazione.

1. Le controparti si impegnano a lavorare insieme nel progetto della Via della Seta (Belt
and Road Initiative – BRI) per trasformare in vantaggi le reciproche forze complementari,
nell’ottica di una cooperazione pratica e crescita sostenibile, appoggiando le sinergie tra la
Via della Seta e le priorità identificate nel Piano di investimento per l’Europa e le reti transeuropee, e altresì tenendo presenti le discussioni riguardanti la Piattaforma per la
connettività Unione Europea-Cina. Questo consentirà inoltre alle controparti di rafforzare i
loro rapporti politici, i loro legami commerciali e gli scambi tra i popoli. Le controparti si
impegnano a rafforzare la collaborazione e a promuovere la connettività regionale in un
quadro di riferimento aperto, inclusivo ed equilibrato, i cui benefici si estenderanno a tutte
le parti, in modo da promuovere nella regione pace, sicurezza, stabilità e sviluppo
sostenibile.
2. Le controparti si impegnano a promuovere la collaborazione bilaterale in base ai
seguenti principi:
(i) Guidate dalle finalità e dai principi contenuti nella Carta dell’ONU, le controparti
lavoreranno per sviluppo e prosperità reciproche, basate sulla fiducia reciproca e spirito di
collaborazione:
(ii) Nel rispetto delle leggi e normative nazionali, coerenti con i rispettivi obblighi
internazionali, le controparti si impegnano a promuovere l’avanzamento dei loro progetti di
collaborazione;
(iii) Le controparti si impegnano a esplorare le sinergie e ad assicurare coerenza e
complementarietà con i meccanismi esistenti di cooperazione bilaterali e multilaterali e con
le piattaforme di cooperazione regionale.

Paragrafo II: Aree di cooperazione.

Le controparti si impegnano a collaborare nelle seguenti aree:
1. Dialogo sulle politiche. Le controparti promuoveranno le sinergie e rafforzeranno le
strutture di comunicazione e coordinamento. Stimoleranno il dibattito sulle politiche da
adottare nelle iniziative di connettività e sugli standard tecnici e normativi. Le controparti
lavoreranno assieme alla Banca di investimento asiatica per le infrastrutture (AIIB) per
favorire la connettività nel rispetto delle finalità e delle funzioni della Banca.
2. Trasporti, logistica e infrastrutture. Le controparti condividono una visione comune sul
miglioramento dei trasporti, affinchè siano accessibili, sicuri, inclusivi e sostenibili. Le
controparti collaboreranno allo sviluppo della connettività delle infrastrutture, tra cui
investimenti, logistica e inter-operatività, nelle aree di interesse reciproco (come strade,
ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia – tra cui fonti rinnovabili e gas naturale – e
telecomunicazioni). Le controparti esprimono il loro interesse nello sviluppo di sinergie tra
la Via della Seta, il sistema italiano di trasporti e infrastrutture, come – tra gli altri – strade,
ferrovie, ponti, aviazione civile e porti e la Rete trans-europea dei trasporti dell’Unione
Europea (TEN-T). Le controparti accoglieranno favorevolmente ogni dibattito nel quadro
della Piattaforma di connettività tra l’Unione Europea e la Cina, per migliorare l’efficienza
della connettività tra Europa e Cina. Le controparti si impegnano a collaborare nel facilitare
il disbrigo delle operazioni doganali, rafforzando la cooperazione nelle soluzioni di
trasporto sostenibile, sicuro e digitale, come pure per quel che riguarda investimenti e
finanziamenti. Le controparti ribadiscono l’importanza di stabilire procedure di appalto
aperte, trasparenti e non discriminatorie.
3. Rimuovere ogni ostacolo al commercio e agli investimenti. Le controparti si impegnano a
estendere gli investimenti bilaterali e i flussi commerciali, la cooperazione industriale come
pure la cooperazione nei mercati di paesi terzi, esplorando i sistemi per promuovere una
robusta cooperazione a beneficio reciproco. Le controparti riaffermano l’impegno condiviso
per realizzare scambi commerciali e investimenti aperti e liberi, per contrastare gli
eccessivi squilibri macroeconomici, e opporsi all’unilateralismo e al protezionismo.
Nell’ambito della Via della Seta, le controparti si impegnano a promuovere commercio e
cooperazione industriale in modo aperto, libero, trasparente e non discriminatorio; appalti
trasparenti; parità di condizioni e rispetto dei diritti di proprietà intellettuale. Le controparti
si impegnano a studiare sistemi di collaborazione e partenariato più stretti e di vantaggio
reciproco, promuovendo la cooperazione triangolare e quella nord-sud, sud-sud.
4. Collaborazione finanziaria. Le controparti rafforzeranno le comunicazioni e il
coordinamento bilaterale su politiche di riforma fiscale, finanziaria e strutturale, in modo da
creare un ambiente favorevole alla collaborazione economica e finanziaria, anche tramite
l’avvio di un Dialogo finanziario Italia-Cina, tra il ministro dell’economia e della finanza
della Repubblica italiana e il ministro delle finanze della Repubblica popolare cinese.
Le controparti favoriranno il partenariato tra le rispettive istituzioni finanziarie per sostenere
congiuntamente la cooperazione in materia di investimenti e finanziamenti, a livello
bilaterale e multilaterale e verso paesi terzi, nell’ambito dell’iniziativa della Via della Seta.
5. Connettività tra persone. Le controparti si impegnano a favorire ed espandere gli scambi
interpersonali, a sviluppare la rete di gemellaggio tra le città, e a sfruttare appieno la
piattaforma dei Meccanismi di cooperazione culturale tra l’Italia e la Cina per portare a
termine il gemellaggio tra i siti UNESCO dei rispettivi paesi, allo scopo di promuovere la
collaborazione su istruzione, cultura, scienze, innovazione, salute, turismo e benessere
pubblico tra le rispettive amministrazioni. Le controparti favoriranno scambi e
collaborazione tra le rispettive autorità locali, mezzi di comunicazione, think tank,
università e giovani.
6. Cooperazione allo sviluppo nel rispetto dell’ambiente. Le controparti si impegnano a
sostenere pienamente l’obiettivo di sviluppare la connettività tramite un approccio
sostenibile ed ecologico, promuovendo attivamente la tendenza globale verso lo sviluppo
ecologico, circolare e a basse emissioni di carbonio. Con questo spirito condiviso, le
controparti collaboreranno nel campo della protezione ambientale, dei cambiamenti
climatici ed altre aree di reciproco interesse. Le controparti si impegnano a condividere le
loro idee sullo sviluppo sostenibile e a promuovere attivamente le direttive dell’Agenda
2030 per lo sviluppo sostenibile e gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Il
ministero per l’ambiente, il territorio e il mare della Repubblica italiana parteciperà
attivamente alla Coalizione internazionale per lo sviluppo ecologico sulla Via della Seta,
già avviato dal ministero dell’ecologia e dell’ambiente della Repubblica popolare cinese, in
sintonia con il programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP).

Paragrafo III: Modalità di cooperazione.

1. Le modalità di cooperazione potrebbero includere le seguenti, ma senza che siano
imposti imposti limiti o restrizioni:
(i) Lo scambio di visite e dibattiti ad alto livello all’interno dei meccanismi di scambio
governativi e non governativi. Le controparti metteranno a disposizione reciprocamente le
informazioni raccolte nei più svariati campi e su canali multipli, allo scopo di aumentare la
trasparenza e incoraggiare la partecipazione di cittadini provenienti da tutti i settori della
società;
(ii) Le controparti studieranno lo sviluppo di programmi pilota nelle aree chiave, negli
scambi economici e nella cooperazione, nella ricerca congiunta, nello sviluppo delle
capacità, negli scambi e nella formazione del personale.
2. Le controparti si impegnano a esplorare i modelli di cooperazione a vantaggio reciproco
per sostenere le principali iniziative nell’ambito della Via della Seta. Le controparti
seguiranno i principi del mercato, promuoveranno la cooperazione tra capitale pubblico e
privato, incoraggeranno gli investimenti e il supporto finanziario attraverso approcci
diversificati. Le controparti ribadiscono il loro impegno verso investimenti che siano
sostenibili, sotto il profilo sociale e ambientale, e fattibili economicamente.
3. Le controparti si impegnano a esplorare congiuntamente tutte le opportunità di
cooperazione tra Italia e Cina e di possibile cooperazione in paesi terzi. Le controparti si
impegnano a rispettare modi di cooperazione che siano a beneficio di tutti i partecipanti e
ad adottare progetti che siano a vantaggio dei paesi terzi, favorendo le loro priorità in
termini di sviluppo e le esigenze della loro popolazione, assicurandosi che siano validi e
sostenibili sotto il profilo fiscale, sociale, economico e ambientale.
4. Le rispettive autorità competenti delle controparti potranno siglare accordi di
collaborazione in settori specifici, anche per la creazione di strutture specifiche di
collaborazione.

Paragrafo IV: Meccanismo di cooperazione.

Le controparti sfrutteranno appieno i meccanismi bilaterali già esistenti per sviluppare la
cooperazione nell’ambito dell’iniziativa della Via della Seta.
La commissione governativa Italia-Cina avrà il compito di monitorare lo svolgimento e i
futuri sviluppi del presente accordo.
Paragrafo V: Risoluzione delle controversie.
Le controparti si impegnano a risolvere amichevolmente tutte le controversie derivanti
dall’interpretazione di questo documento di intesa tramite incontri diretti.
Paragraph VI: Legislazione applicabile.
Questo documento d’intesa non costituisce un accordo internazionale che potrebbe
portare all’applicazione di diritti e obblighi sotto la legge internazionale. Nessuna parte di
questo documento è da considerare come base di impegno legale o finanziario per le
controparti. Il presente documento d’intesa verrà interpretato secondo la legislazione delle
controparti e la legislazione internazionale, laddove ne ricorrano i presupposti, e per la
parte italiana anche secondo la normativa dell’Unione Europea.

Questo documento d’intesa avrà effetto dalla data della firma.
Questo documento d’intesa resterà valido per un periodo di cinque anni e sarà rinnovato
automaticamente per altri periodi di cinque anni in futuro, a meno che non venga terminato
da una delle controparti con comunicazione scritta con almeno tre mesi di anticipo.
Firmato a…. il….., in due originali, ognuna in lingua italiana, inglese e cinese, tutti
ugualmente autentici. Nel caso di divergenze interpretative, farà fede il testo in lingua
inglese.

No Brexit

La globalizzazione ha offerto molte opportunità dalla fine degli anni ottanta, esprimendosi al massimo a cavallo tra i due millenni, sembrando, per l’appunto, che il primo decennio del 2000 cedesse al secondo una via preferenziale per battezzare il terzo millennio. E, difatti, così è stato. I primi dieci anni è stata una galoppata verso questo traguardo. Ma, come sempre, agli effetti immaginati sono anche seguiti risvolti inediti. La massiccia presenza di mezzi di comunicazione veloci e articolati in ogni angolo di mondo, unito alla celerità con la quale le merci sfrecciavano da un continente all’altro e, senza mai comprendere fino in fondo, la quantità smisurata di finanza che attraversava i diversi oceani, tutti questi fenomeni hanno via via ristretto sempre più il nostro pianeta.

Nessuno non avrebbe mai ipotizzato che in parallelo, per cause non sempre immediatamente comprensibili, si presentassero anche condizioni del tutto deleterie. Mi riferisco allo scoppio di bolle finanziarie negli Stati Uniti e la conseguente ripercussione negativa in tutti i Paesi ricchi del mondo. Quella crisi ha un po’ annebbiato il processo positivo della globalizzazione facendo emergere il lato oscuro che, dal 2008 a oggi, sembra ancora contaminarci. Quella crisi ha svelato intendimenti del tutto imprevisti: un rapido ritorno a una sorta di confinamento nazionalistico, quello che, oggi, viene configurato con il concetto di “sovranismo”.

Questa premessa, per capire che cosa stia accadendo nella vecchia Gran Bretagna. La Brexit: il fenomeno di ritorno alla separazione rispetto al continente, segnava quel cammino che, tra l’altro, si scopre anche in altri Paesi europei, Italia inclusa. Solo che la Gran Bretagna, per fatti geografici, è facilitata nel seguire questo indirizzo. Il referendum di alcuni anni fa, ancorché per un margine ridotto, ha sentenziato il divorzio dalla Unione Europea.
Gli inglesi, però, non avevano capito a fondo che cosa ciò potesse comportare o almeno la maggioranza di essi, perché, i Londinesi, massicciamente, avevano votato contro il referendum. Il ridicolo balletto del governo Inglese, circa il che cosa fare, quando uscire e secondo quali modalità, ha messo in luce la debolezza dei conservatori ancora convinti della bontà di quel testo.

Ma, proprio ieri, Londra, la grande capitale ha messo in mostra la vasta e profonda preoccupazione che oggi vivono gli Inglesi; più di un milione di manifestanti, preoccupatissimi, per quanto possa loro capitare, hanno gridato a più non posso, la necessità di consentire al popolo una nuova consultazione referendaria.Che cosa capiterà adesso è un po’ difficile capire, ma dai conti immediati e da una economia veloce, a tutti è dato sapere che il rischio di quel Paese, nel caso in cui si staccasse dalla madre Europa, potrebbe essere pagato a caro prezzo.

Il vantaggio di tutti i Paesi Europei, anche quelli vinti da un intenso desiderio sovranista, è quello di trovarsi incollati gli uni agli altri dal suolo di questa vecchia terra del tramonto che li tiene, nonostante tutto, ancora tutti quanti abbracciati strettamente.

Responsabilità politica tra individuo e autorità

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Flavio Felice

Sturzo ci lascia una eredità ricchissima tanto per lo sviluppo della teoria politica e della teologia pastorale, quanto per l’azione politica vissuta come alta forma di carità cristiana: «La politica è un dovere civico, un atto di carità verso il prossimo».

Luigi Sturzo ci insegna che ogni società, qualunque sia la sua forma, non potrà mai fare a meno dell’autorità. In essa Sturzo vede un “principio d’ordine”, un “mezzo di unificazione”, il “simbolo” stesso della socialità. Sturzo parte dalla convinzione che non si possa parlare di società, se non come una “compartecipazione” di idee, di sentimenti, di affetti, di valori e di interessi. Sarà proprio il confliggere e l’intersezione delle azioni poste in essere in nome di tali valori e interessi che conducono Sturzo ad affermare che gli individui in società concorrono, ciascuno nel modo che gli è proprio — direttamente o indirettamente — alla «creazione, attuazione e solidificazione dell’autorità»; per questa ragione egli ribadisce che «l’essenza dell’autorità è la stessa coscienza permanente, attiva, unificatrice e responsabile».

Esistono diverse tipologie che negano l’autorità. I primi sono coloro che la negano in quanto tale, e sono gli anarchici, i quali si mettono immediatamente e da sé al di fuori della società. Poi ci sono i nemici dell’autorità, in quanto contraria a un proprio interesse particolare e finiscono per essere colpiti dalle stesse leggi che violano. In terzo luogo, vi sono colori che negano l’autorità e un determinato ordine sociale perché ritengono che ve ne sia un altro migliore. Questi ultimi esprimono una continua forma di rinnovamento sociale, un fermento perpetuo che può condurre verso il meglio, ma anche verso il peggio. A queste tre categorie: l’anarchico, il partigiano e il riformatore, Sturzo ne aggiunge una quarta: il despota. Invero, Sturzo annovera tra i nemici dell’autorità e dell’ordine sociale anche coloro che detengono il potere abusandone e, così facendo, diventano la ragione stessa del disordine che emerge per reazione al loro esercizio dispotico dell’autorità.

Il cuore dell’argomento sturziano è la considerazione del “metodo della libertà”, al quale il Nostro contrapponeva il “metodo di autorità” (ovvero di “costrizione”). Per “metodo di autorità”, scriveva Sturzo, intendiamo «quello che regola tutta l’attività pubblica per via di legge, che procura la osservanza di questa mediante la coazione e applicandola per i trasgressori, che non lascia nulla all’iniziativa privata, né permette che l’opinione pubblica formata dai singoli cittadini o dai vari corpi morali interferisca nelle attività del potere pubblico». A esso si contrappone il «metodo di libertà, il quale parte dalla convinzione che lo sviluppo della personalità non può essere normale in un ambiente di costrizione, ma in un ambiente libero».

Sturzo riconduce l’autorità, l’unica che possa dirsi legittima, in quanto si fonda sul “metodo della libertà”, alla dimensione personale e alla coscienza individuale, dal momento che nessuno nasce con la qualità dell’autorità su un altro uomo. Oltretutto, per Sturzo, la base del fatto sociale è la persona e non «un’astratta autorità pubblica». L’autorità è un attributo che spetta a ciascuna persona, dal momento che siamo tutti figli dello stesso Padre. Certo, per ordinare e orientare al meglio la convivenza civile, gli uomini si organizzano in modo tale che il processo evolutivo con il quale si concretizza l’istituzionalizzazione dell’agire umano faccia sì che l’autorità di ciascuno non leda e, piuttosto, promuova la libertà degli altri, ma così la persona non rinuncia all’autorità, semmai la orienta a un fine che giudica superiore (trascendente) proprio per il perseguimento del bene che gli è proprio: «Il bene individuale che è vero bene […] diviene per se stesso bene comune».

In altre parole, i detentori del potere pubblico possono rivelarsi i primi nemici dell’autorità. In questo caso, il potere arbitrario non esercita “l’autorità pubblica”, bensì nega quella individuale, l’unica che abbia una concreta ragione di esistere. Il compito della politica è di garantire l’autorità individuale, costruendo, per via “evolutiva-processuale”, pubbliche istituzioni, e relativi istituti giuridici, che la esaltino. L’esercizio del potere sarà dunque pubblico, mentre l’autorità sarà tale solo e soltanto nella misura in cui sia possibile ridurla alla coscienza individuale. Con tali premesse, la politica può diventare una vera e propria opera d’arte, la più alta forma di carità.

Con riferimento a un’autorità europea, Sturzo è preoccupato che l’unione europea possa avvenire nel campo del totalitarismo, piuttosto che in quello della libertà, e per tale ragione già nel 1934 riteneva che si trattasse di una “necessità urgente” appellarsi a «un’etica superiore […] per la quale s’impedisca che l’Europa cada nella barbarie delle persecuzioni di razza, della soppressione dei partiti con massacri, del bastone e dell’olio di ricino, e che edifichi i nuovi stati totalitari in cui la persona è assorbita dal gruppo dominante». Di qui il dovere di «potenziare e far valere» le forze di resistenza e di ricostruzione, tra le quali, come ci ricorda Eugenio Guccione, uno dei più attenti storici del pensiero sturziano: 1. Un’organizzazione interna dei singoli stati moralmente ed economicamente «salda e coerente»; 2. La volontà da parte dei governi di «difendere l’ordine del paese da qualsiasi attentato sovvertitore, sia all’interno sia all’esterno»; 3. Il «superamento di inutili e spesso dannosi residui nazionalistici e di puntigli di sovranità, per una effettiva federazione europea», in grado di rafforzarne i «vincoli morali e politici», attuando «un’efficiente e perciò graduale unione economica».

Sul fronte istituzionale, Sturzo proponeva la creazione di un’assemblea formata dai rappresentanti delle camere di ogni paese membro, piuttosto che dai rappresenti dei governi, riconoscendo peraltro a ciascuno stato membro l’autonomia di stabilire le modalità procedurali per la scelta dei propri rappresentanti. Il motivo per cui Sturzo preferisce un’assemblea composta dai rappresentanti delle camere, piuttosto che dei governi, risiede nella natura “popolare” dell’organismo legislativo il quale sarebbe snaturato qualora fosse espressione di classi dirigenti, piuttosto che del popolo. L’argomento è originale, in quanto ammette che i rappresentanti popolari, tanto che siano espressione della maggioranza quanto della minoranza, possano essere portatori, sul piano internazionale, di istanze che si distanziano dalla linea di governo ed essere persino contrarie a esse. Scrive Sturzo: «I limiti di intese governative, le quali, come tali, sono destinate a restare sul piano di accordi internazionali senza legare i popoli a una politica e a una economia in comune».

Sturzo nel 1950 aderisce al Comitato promotore internazionale per la «Petizione di un Patto federale» e sottoscrisse uno dei più significativi manifesti europeistici. Nel manifesto si legge: «Federazione europea significa soluzione comune dei problemi che interessano tutti i paesi associati e rispetto della tradizione e delle autonomie degli stati membri per quel che riguarda i loro particolari interessi: un parlamento europeo, eletto a suffragio universale da tutti i cittadini; un governo europeo, dotato di mezzi necessari per farsi ubbidire, nell’ambito dei suoi poteri costituzionali; un tribunale europeo a tutela dell’uguaglianze dei popoli e della libertà dei cittadini; unità di politica estera, unità di esercito, unità di mercati, unità di moneta».

Sono questi gli anni in cui Sturzo ingaggia la sua ultima battaglia, quella durissima contro ciò che egli considerava i nemici mortali della democrazia, al punto da definirli le «tre male bestie della democrazia»: statalismo, partitocrazia, spreco del denaro pubblico. Ecco, dunque, che prendendo in esame il problema europeo dal punto di vista economico, Sturzo richiamava l’attenzione sui principi dell’economia libera, un’economia di concorrenza che trova notevoli punti di contatto con la tradizione ordoliberale tedesca e i tentativi di implementazioni portati avanti dai padri dell’economia sociale di mercato. In polemica con Ugo La Malfa, Eugenio Scalfari e Ernesto Rossi, Sturzo scriveva proprio nel 1957: «Non è certo questa l’iniziativa privata che io difendo; altrimenti non avrei potuto richiamarmi ai miei precedenti sul libero scambio, alla mia lotta contro le barriere doganali, al mio largo consenso (sostenuto da teorie e studi nei miei libri e scritti vecchi e nuovi a favore della comunità internazionale della Ceca e del Mercato comune); tutto ciò senza intenzioni, senza pentimenti, né abiure, nella mia continua lotta contro ogni vincolismo e parassitismo»

Bolletta dell’acqua, in Italia si spendono in media 426 euro all’anno

426€: questa la cifra spesa nel 2018 da una famiglia per la bolletta idrica, con un aumento del 2,9% (12€) rispetto al 2017. Grosseto e Siena si confermano i capoluoghi di provincia più cari con una spesa media a famiglia di 753€, Isernia resta ancora la più economica con 120€. Incremento record a Teramo (+14,3%) e Gorizia (+14,2%).

Le regioni centrali confermano il primato per le tariffe più alte con €581 annuali e un maggior incremento rispetto al 2017 (+3,8%). A livello regionale, le famiglie più “tartassate” risiedono nell’ordine in Toscana (676€), Umbria (536€), Marche (512€) ed Emilia Romagna (511€).

La regione più economica resta il Molise con 153€ l’anno, che detiene però anche il primato negativo della dispersione idrica (68%, rispetto al 36,4% della media nazionale).

Il maggior incremento tariffario (+9%) si registra in Friuli Venezia Giulia. Solo in Calabria la tariffa resta invariata rispetto al 2017.

Edilizia scolastica, in Emilia-Romagna interventi per 28 milioni

Nuovi interventi di ristrutturazione, messa in sicurezza sismica, adeguamento antincendio, e anche l’ampliamento o la costruzione di nuovi edifici, in 26 scuole dell’Emilia-Romagna, da Piacenza a Rimini, grazie a un investimento complessivo da 27 milioni e 600mila euro.
Le risorse, ripartite dalla Regione su tutto il territorio, provengono dal Fondo di Protezione civile (oltre 5 milioni) e dai risparmi ottenuti (2 milioni e 600mila euro) in fase di aggiudicazione degli appalti e alla fine dei lavori su opere, sempre di edilizia scolastica, realizzate grazie ai mutui della Banca europea degli investimenti (Bei) nel 2016.

A questo pacchetto si aggiungono poi 20 milioni di euro del programma regionale di edilizia scolastica (provenienti dal Fondo nazionale per lo sviluppo e la coesione, Fsc), destinati a tutte le Province e alla Città metropolitana di Bologna per interventi di edilizia sugli istituti scolastici secondari di 2° grado (superiori); le risorse – già programmate dalla Giunta regionale, che nell’ultima seduta ha approvato l’elenco degli interventi finanziabili – servono a soddisfare il fabbisogno di nuove aule dovuto all’aumento della popolazione scolastica, ad adeguare gli edifici alle nuove esigenze della scuola, anche in virtù della  riforma degli ordinamenti e dei programmi, e a razionalizzare la rete scolastica sul territorio.
Dal primo piano regionale di edilizia scolastica varato nel 2015, a inizio legislatura, a oggi, in Emilia-Romagna sono stati realizzati o sono in corso quasi 900 interventi, per quasi 350 milioni di euro di finanziamenti che, con le quote di cofinanziamento, hanno generato un investimento complessivo di 460 milioni di euro.

“Uno sforzo straordinario per quantità e qualità, se penso alle tante scuole che sono state aperte o ristrutturate in questi anni in tutti i territori. Una priorità e una scelta strategica per le quali adesso continuiamo a investire, pensando al futuro dei nostri giovani a partire dal loro presente. Stiamo parlando di spazi pensati per i bambini, le ragazze e i ragazzi di questa regione, per i docenti e tutto il personale. Ogni scuola deve essere sicura, efficiente, ma anche confortevole e bella: ne siamo profondamente convinti, per questo il piano regionale di edilizia scolastica è stato tra i nostri primi atti a inizio mandato, più volte ampliato e rifinanziato. Una scelta, ripeto, che guarda al futuro e che dà respiro a un comparto importante come quello dell’edilizia, fra i più colpiti dalla crisi.”, ha commentato il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini.

Le Mandorle sono delle buon alleate per il cuore

Un frutto secco che è diventato protagonista nella dieta mediterranea perché favorisce un apporto corretto, quali-quantitativo, di nutrienti molto importanti come le proteine, i grassi insaturi, le vitamine e il calcio.

La dose giornaliera ideale è di una manciata di mandorle di circa 28g o 23 mandorle. Se è vero che la frutta secca oleosa è salutare, sulle mandorle sono più numerosi gli studi scientifici che ne evidenziano le proprietà e i benefici per prevenire patologie come il diabete, le malattie cardiovascolari, l’obesità e la gestione del peso, il colesterolo ma anche la correlazione con le funzioni cognitive.

Ecco perché si suggerisce questo snack nei momenti in cui ci si sente più affamati, tra un pasto e l’altro, o quando si avverte un calo di forze e stanchezza.

Infatti sono un ottimo spuntino per ricaricarsi di energia e ricche di micronutrienti come il magnesio, che aiuta a ridurre la stanchezza e il senso di affaticamento; hanno un’alta densità nutrizionale ma sono a basso contenuto di zuccheri, sono prive di colesterolo e ricche di vitamine E, calcio, potassio.

Tutti vogliono la cittadinanza per il giovane Rami. e poi?

Adesso tutti (o quasi) vogliono dare la cittadinanza italiana al giovane Rami, nato in Italia da genitori egiziani, che ha concorso in modo determinante a sventare l’attentato contro il bus scolastico nel milanese e da grande vuol fare il Carabiniere. E forse anche ad Adam.

Giusto. È il minimo che si possa fare. Ma chiediamoci: quanti sono i ragazzi “italiani”, figli di stranieri che vivono regolarmente in Italia, si comportano bene, studiano oppure lavorano e non possono avere la cittadinanza italiana?
Si tratta di un tema di grande impatto. Sono le “seconde generazioni” di cui si parla troppo poco e spesso in modo superficiale; ragazzi che, in realtà, vivono due dimensioni assieme.
“Stranieri” perché portatori della cultura della propria famiglia di origine; “italiani” perché nati in Italia e ormai definitivamente inseriti nella nostra comunità da ogni punto di vista.

Questa loro situazione paradossale può portare ad un effetto devastante, in prospettiva: la crescita dentro le nostre comunità di enclave di giovani cittadini che si sentono tutt’al più tollerati ma non pienamente accettati quali membri attivi e partecipi della nostra società, come invece, di fatto, essi già sono.

L’esperienza di altri Paesi Europei dimostra che ciò non porta nulla di buono alla necessaria coesione del contesto civile e sociale ed alla difesa della stessa sicurezza democratica.E – oltretutto – priva la società dell’apporto pieno e completo di risorse umane dotate spesso di grande potenzialità.
Bene dunque che ci si proponga di dare la cittadinanza italiana al giovane Rami. Ma essa non può essere solo una sorta di (giustissimo) premio a fronte di comportamenti eclatanti e degni di enfasi mediatica.

La cittadinanza italiana – con i diritti e i doveri che comporta – va riconosciuta nella “normalità “ anche a tutti questi ragazzi che sono ormai nostri concittadini, studiano, lavorano, fanno sport, frequentano i ritrovi sociali esattamente come i figli degli italiani di origine.

Non aver approvato, nella scorsa Legislatura – per timori elettorali o per contrarietà ideologica – la proposta di Legge sostenuta da larga parte del centro sinistra – e in primis dal Gruppo Parlamentare che ho avuto l’onore di presiedere – è stato, in questo senso, un grande errore. Che non ha aiutato la nostra comunità a ragionare con pacatezza e con lungimiranza, nel suo stesso interesse.

Urge, per il futuro della nostra democrazia (e anche della nostra sicurezza) una Politica con la spina dorsale, capace di far riflettere la comunità su queste tematiche. Senza pregiudizi e senza buonismi: semplicemente con la razionalità e l’umanità che sono l’alfa e l’omega della buona politica.

A 75 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine

Ricordare e fare memoria di eventi e fatti storici, spesso ci aiuta a comprendere il periodo in cui viviamo, e non sempre sono comprensibili come gli anni che stiamo attraversando.
Non a caso tante persone: anziani e giovani, occupate o in cerca di lavoro, precari e lavoratori autonomi, ritengono che pensare “agli anni a venire, non si parla, al massimo si prevede una triste prosecuzione dei mali presenti. In una società narcisista, dove la solidarietà sembra scemare, perché si vive di solo presente, o di malinconica nostalgia, questa rimozione del futuro è del tutto comprensibile,” questi concetti esprimevano diversi uomini di cultura, in occasione della ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia. E purtroppo hanno ancora una attualità, nel presente della società, del nostro Paese.

Ecco, uno dei perché, il 24 marzo, anniversario dell’eccidio, evento simbolo della durezza della rappresaglia, durante l’occupazione nazista di Roma, rappresenta dopo 75, anni una pagina di storia di grande attualità e di dolore, che richiama gli orrori della guerra.
Questi i numeri delle Fosse Ardeatine: 335 italiani trucidati,( dalle forze di occupazione tedesche) tra militari e civili, 13 persone non furono identificate, fra le vittime 75 appartenenti alla Comunità ebraica romana; fra i caduti civili : commercianti, professori, artigiani,industriali, contadini, ingegneri, avvocati, farmacisti, pittori, studenti; e fra i militari soldati, di diverse armi, come marinai, carabinieri, ufficiali, maggiori, oltre a un sacerdote don Pietro Pappagallo.

La società romana era sostanzialmente rappresentata, in tutte le fasce sociali di quel periodo, e questo rese l’eccidio, malgrado i bombardamenti e l’occupazione dei militari tedeschi e delle SS della Città Eterna, più drammatico e partecipato.
La vicenda delle Fosse Ardeatine è raccontata e presente in molti libri, film, fiction televisive, su diversi siti internet, questo a dimostrazione di come questo drammatico evento sia ancora vivo nella memoria, non solo di Roma, ma nel Paese.
Il doveroso ricordo e il rispetto per le vittime, deve far riflettere sulla nostra storia, ove la guerra non guarda in faccia a nessuno, e la ricerca della pace deve essere un bene che va coltivato ogni giorno.

Nel corso degli anni alle Fosse Ardeatine, ci sono state diverse visite dei Pontefici: dall’italiano Papa Paolo VI, al polacco Papa Giovanni Paolo II, al tedesco Papa Benedetto XVI, all’argentino Papa Francesco, e dei Rabbini della Comunità ebraica di Roma, Elio Toaff e Riccardi Di Segni.
Nel Sacrario, dove i simboli hanno un grande valore, si svolgerà lunedì 25 marzo, la Cerimonia per il 75° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ci sarà la preghiera e la condanna degli sfregi dell’ultimo conflitto, ma soprattutto contribuirà al rafforzamento del dialogo fra religioni, e a migliorare i rapporti fra cattolici ed ebrei.

Questa ricorrenza è sempre destinata a lasciare un segno di ricordo e di speranza.

Non a caso in questi giorni, viene citata una frase di Indro Montanelli: “Un paese che ignora il proprio ieri, non può avere un domani,”

Ecco perché è giusto ricordare !

Altiero Spinelli e il federalismo europeo

Articolo già apparso sulle pagine della rivista http://www.treccani.it

Il federalismo europeo «è nato durante gli anni più duri della guerra nell’animo di alcuni uomini della Resistenza, di vari Paesi d’Europa, che nelle prigioni, nei campi di concentramento, nelle isole di confino, o nascosti alla macchia come partigiani o cospiratori, senza conoscersi fra loro, poiché la loro condizione era di una diaspora nell’illegalità, contemplando la rovina vergognosa dei vecchi Stati e meditando su quel che si sarebbe dovuto fare una volta abbattuta l’idra nazista, non si contentarono di progettare restaurazioni democratiche nazionali e riforme sociali ed economiche nazionali, ma intravidero come impegno di lotta politica la costruzione di una federazione europea»: in una bellissima voce pubblicata nel 1977 nell’Enciclopedia del Novecento, così Altiero Spinelli raccontava la nascita di una nuova idea d’Europa, che avrebbe dovuto creare le condizioni di una “pace perpetua” – per usare le parole di Kant – tra gli Stati del continente, ponendo fine al sistema delle sovranità nazionali, che aveva condotto a entrambe le guerre mondiali e alle crisi economiche che le avevano intervallate.

Spinelli, dopo quasi dieci anni di carcere (1928-37) e due di confino a Ponza (durante i quali era stato peraltro espulso dal Partito comunista per la sua avversione a Stalin), fu trasferito nel 1939 fino al ’43 sull’isola di Ventotene, dove scrisse, assieme all’esponente di Giustizia e Libertà Ernesto Rossi, il Manifesto per un’Europa Libera e Unita. Progetto di un Manifesto (1941), meglio conosciuto come Manifesto di Ventotene, che fu clandestinamente stampato a Roma nel 1944 dal socialista Eugenio Colorni, che ne redasse anche la prefazione.

In esso, che costituisce come noto uno dei testi base dell’europeismo, ricco di progettualità e speranza, si indicava come causa della guerra non il capitalismo, ma la sovranità assoluta degli Stati-nazione, fra loro perennemente rivali: secondo Spinelli, non si sarebbe data pace in Europa se alcune delle principali competenze attribuite fino ad allora agli Stati, quali «la garanzia del rispetto delle regole di vita democratica, la politica estera, la politica militare, la politica economica e monetaria», non fossero state delegate a organi sovranazionali, affidate a istituzioni politiche comuni. Da qui, nell’ideale progetto spinelliano, sarebbe dovuta ripartire la ricostruzione postbellica europea.

Poiché a suo parere la vera, nuova distinzione tra progressisti e reazionari era l’aderire o meno a un’idea di Europa federale, egli cercò di coordinare i diversi gruppi europeisti in un “movimento” e non di organizzarli in un partito, dando pertanto vita all’Union Européenne des Fédéralistes e poi al Mouvement Fédéraliste Européen. Pur cogliendo affinità con l’europeismo funzionalista di Jean Monnet, inoltre, egli considerava illusoria l’idea che dal potere amministrativo potesse discendere infine un potere politico: «Nessuna agenzia settoriale europea avrebbe avuto una forza trascinante per il resto delle economie e della società europea, ove fossero mancati impulsi politici nuovi provenienti dal di fuori dell’agenzia stessa».

Tuttavia, già il Congresso dell’Aia del 1948 decretò la sconfitta dell’utopia federalista. Come lo stesso Spinelli ammetteva, i federalisti «si rendevano scarsamente conto che il ritmo delle realizzazioni politiche è assai più lento e più tortuoso di quello della formulazione del pensiero. La penetrazione delle loro idee sarebbe stata assai più difficile di quel che essi avevano immaginato, ma la loro critica e il loro disegno, benché ancora non realizzato, è rimasto sino ad oggi il lievito fondamentale dell’europeismo».

Le intese economiche italo-cinesi

Ecco la lista degli accordi firmati a Roma fra Italia e Cina in occasione della visita del presidente Xi Jinping.

– Intesa di partenariato strategico tra Cassa Depositi e Prestiti S.p.A (CDP) e Bank of China Limited.

– Memorandum of Understanding sul partenariato strategico tra ENI S.p.A. e Bank of China Limited.

– Intesa di collaborazione tecnologica sul Programma di Turbine a Gas tra Ansaldo Energia S.p.A. e China United Gas Turbine Technology Co.-UGTC.

– Contratto per la fornitura di una turbina a gas AE94.2K per il progetto Bengangtra Ansaldo Energia S.p.A., Benxi Steel Group Co., e Shanghai Electric Gas Turbine Co.

– Memorandum of Understanding tra Cassa Depositi e Prestiti S.p.A (CDP), Snam S.p.A. e Silk Road Fund Co.

– Intesa di cooperazione strategica tra Agenzia ICE e Suning.com Group Coper la realizzazione di una piattaforma integrata di promozione dello stile di vita italiano in Cina.

– Accordo di cooperazione tra Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale – Porti di Trieste e Monfalcone e China Communications Construction Company (CCCC).

– Accordo di cooperazione tra il Commissario Straordinario per la Ricostruzione di Genova, l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale e China Communication Construction Company (CCCC).

– Memorandum of Understanding tra Intesa Sanpaolo S.p.A. ed il Governo Popolare della città di Qingdao.

– Contratto tra Danieli & C. Officine Meccaniche S.p.A. e China CAMC Engineering Co per l’installazione di un complesso siderurgico integrato in Azerbaijan.

*Le diciannove intese istituzionali:

– Memorandum d’intesa sulla collaborazione nell’ambito della ‘Via della Seta Economica’ e dell”Iniziativa per una Via della Seta marittima del 21° secolo’.

– Protocollo d’Intesa per la promozione della collaborazione tra Startup Innovative e tecnologiche tra il Ministero dello Sviluppo Economico italiano e il Ministero della Scienza e Tecnologia della Repubblica Popolare Cinese.

– Memorandum d’Intesa tra il Ministero dello Sviluppo Economico italiano e il Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese sulla cooperazione nel settore del commercio elettronico.

– Accordo tra il governo italiano e il governo cinese per eliminare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni e le elusioni fiscali.

– Protocollo sui requisiti fitosanitari per l’esportazione di agrumi freschi dall’Italia alla Cina.

– Memorandum d’Intesa sulla prevenzione dei furti, degli scavi clandestini, importazione, esportazione, traffico e transito illecito di beni culturali e sulla promozione della loro restituzione.

– Restituzione di 796 reperti archeologici appartenenti al patrimonio culturale cinese.

– Piano di Azione sulla collaborazione sanitaria.

– Protocollo in materia di ispezione, quarantena e requisiti sanitari per l’esportazione di carne suina congelata dall’Italia alla Cina.

– Protocollo sui requisiti sanitari per l’esportazione di seme bovino dall’Italia alla Cina.

– Memorandum d’Intesa tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana e il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese sulle consultazioni bilaterali.

– Memorandum di intesa sul progetto di gemellaggio volto alla promozione, conservazione, conoscenza, valorizzazione e fruizione dei siti italiani e cinesi iscritti nelle Liste del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

– Memorandum di intesa tra il ministero italiano dell’Istruzione, Università e Ricerca e il ministero della Scienza e Tecnologia della Repubblica Popolare Cinese sul rafforzamento della cooperazione sulla Scienza, Tecnologia e Innovazione.

– Patto di gemellaggio tra la Città di Verona e la Città di Hangzhou per la promozione della conoscenza, valorizzazione e fruizione dei rispettivi siti iscritti nelle liste del Patrimonio mondiale dell’Unesco.

– Gemellaggio tra l’Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato e il Comitato di gestione per il Patrimonio dei “Terrazzamenti del Riso di Honghe Hani” dello Yunnan volto alla promozione della conoscenza, valorizzazione e fruizione dei siti iscritti nelle Liste del Patrimonio Mondiale Unesco italiani e cinesi.

– Protocollo di Intesa tra l’agenzia Spaziale Italiana e la China National Space Administration sulla cooperazione relativa alla missione “China Seismo-Electromagnetic Satellite 02” (CSES-02).

– Memorandum di Intesa tra RAI-Radiotelevisione italiana S.p.a. e China Media Group.

– Accordo sul servizio Italiano ANSA-Xinhua.

– Memorandum d’intesa tra TOChina Hub China Global Philanthropy Institute e China Development Research Foundation.

Comboniani: al via da Padova l’iniziativa “Adotta un albero per la tua città”

I missionari Comboniani hanno avviato una collaborazione con il Comune di Padova “Adotta un albero per la tua città”.

Partendo dalla consapevolezza che “se vogliamo salvaguardare il nostro ambiente e la nostra salute ogni uomo che utilizza mezzi a combustione dovrebbe piantare almeno 8 alberi all’anno”.

L’ente locale mette a disposizione l’equivalente di 12 campi da calcio di aree verdi che potranno essere migliorate grazie all’impegno di cittadini, aziende e associazioni.

Il progetto consiste in una raccolta di fondi per la piantumazione di alberi nelle zone di Pontevigodarzere e in zona Arcella. I primi alberi saranno piantati entro maggio.

La raccolta fondi per questo progetto sarà presso i missionari Comboniani. Sarà possibile scegliere tra diverse tipologie di alberi: leccio, nocciolo, acero, carpino, quercia, frassino e tiglio.

Election day il 26 maggio per Europee e Amministrative

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte, ha individuato nel prossimo 26 maggio la data per lo svolgimento delle elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia. Il Governo proporrà pertanto tale data al Presidente della Repubblica, che indirà con proprio decreto i comizi elettorali.

Contestualmente si è comunicato che nella medesima data si svolgeranno le consultazioni per l’elezione diretta dei sindaci e dei consigli comunali, nonché per l’elezione dei consigli circoscrizionali da tenersi nel periodo compreso tra il 15 aprile e il 15 giugno. Il successivo eventuale turno di ballottaggio avrà luogo il 9 giugno 2019.

Reggio Emilia celebra il romanticismo di Antonio Fontanesi

Dal 6 aprile al 14 luglio 2019, apre al Palazzo dei Musei la mostra “Antonio Fontanesi e la sua eredità. Da Pellizza da Volpedo a Burri”, una rassegna dedicata all’illustre artista di Reggio Emilia, che si è distinto come uno dei pittori più innovativi del romanticismo e della pittura italiana dell’Ottocento.

La mostra, promossa dai Musei Civici di Reggio Emilia, in collaborazione con la Fondazione Torino Musei-Galleria d’arte moderna e la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, nasce in occasione dei 200 anni dalla nascita di Antonio Fontanesi (1818 – 1882) e ricostruisce, attraverso le sue opere più importanti, il percorso del pittore e le connessioni con gli artisti che dall’Ottocento fino agli anni ’60 del Novecento hanno ripreso un approccio alla natura e al paesaggio simile a quello dell’artista, tra la necessità di rappresentare la realtà e l’esigenza di esprimerne le emozioni.

Coppa del Mondo di spada, Rossella Fiamingo seconda a Chengdu

Rossella Fiamingo torna sul podio in Coppa del Mondo. La bicampionessa del Mondo ed argento olimpico a Rio2016, esattamente due anni dopo il successo nel Grand Prix FIE di Budapest, ha conquistato il secondo gradino del podio al termine della gara individuale della tappa di Chengdu del circuito di spada femminile. Un acuto importante, per la spadista siciliana, soprattutto perché giunge alla vigilia dell’avvio della fase di qualificazione olimpica che scatterà il prossimo 1° aprile.

L’azzurra, dopo aver sconfitto in semifinale l’ex compagna di Nazionale, da sei anni portacolori del Brasile, Nathalie Moellhausen, col punteggio di 15-10, ha subìto la rimonta in finale dalla francese, dalle lunghe leve, Helene Ngom capace di chiudere il match sul 15-12. Rossella Fiamingo, dopo la giornata dedicata alle qualificazioni, ha esordito superando per 15-14 l’estone Katrina Lehis, proseguendo poi con le vittorie contro la portacolori di Hong Kong, Lin Yik Hei Coco per 15-4 e contro l’ucraina Inna Brovko per 15-7. Ai quarti è poi arrivata la vittoria contro la francese, classe 1996, Alexandra Louis Marie col punteggio di 15-11.

Si è fermata invece ai piedi del podio Mara Navarria. La campionessa iridata in carica ha subito la stoccata del 15-14 nel match dei quarti di finale contro la statunitense Courtney Hurley. Mara Navarria, dal canto suo, da testa di serie numero 3 del tabellone, aveva esordito avendo ragione dell’ungherese Kinga Nagy per 15-14 in suo favore, quindi aveva sconfitto la russa Irina Okhotnikova per 15-12 e poi la tedesca Nadine Stahlberg ancora col punteggio di 15-14. La stoccata del 15-14 invece aveva interrotto, nel turno dei 32, la gara di Alice Clerici. La torinese è stata fermata dalla sudcoreana Injeong Choi, dopo che in precedenza si era aggiudicata il derby contro Nicol Foietta per 15-10.

Oltre a Nicol Foietta, a fermarsi nel primo turno del tabellone principale, erano state anche Federica Isola, sconfitta 15-14 dall’italo-brasiliana Nathalie Moellhausen, Roberta Marzani, superata 15-12 dall’ucraina Bezhura, Giulia Rizzi, stoppata sul 15-11 dalla polacca Knapik-Miazga, e Francesca Boscarelli arrerasi alla stoccata del 12-11 della russa Irina Okhotnikova. Era uscita di scena nella giornata di qualificazione invece Alberta Santuccio. Domani è in programma la gara a squadre con l’Italia che salirà in pedana con il quartetto composto da Rossella Fiamingo, Mara Navarria, Alice Clerici e Federica Isola.

L’influenza intestinale ancora non è finita

Chiaramente ininfluenza può avere una durata che varia da soggetto a soggetto. Quasi sempre non si va oltre i dieci giorni ma possono registrarsi tempi più lunghi in persone più fragili dal punto di vista fisico. Ovvero bambini e adulti con più di 65 anni.

Come ricorda il sito del Ministero della Salute “sono a maggior rischio di complicanze più gravi o peggioramento della loro condizione di base”.

Nel caso specifico, con il termine gastroenterite si indica una infiammazione dello stomaco e/o dell’intestino tenue e crasso. Essa è determinata da un virus. Presenta sintomi comuni a quello dell’influenza come appunto il vomito, la diarrea, la febbre e dolori addominali.
Per rimediare sono assolutamente consigliati alcuni piccoli accorgimenti. Tra questi certamente il riposo, il lavaggio frequente delle mani e una alimentazione controllata. Infatti è facile contrarre il virus tramite il contatto con persone già colpite dal virus o tramite cibo contaminato o toccando oggetti già utilizzati da persone colpite dal virus.

In ogni caso si suggerisce di contattare un medico che in base ai sintomi potrà meglio indirizzarci verso cure specifiche e appropriate. Evitare cure fai da te, a maggior ragione se si decide di assumere farmaci senza prima aver consultato personale medico specializzato.

Italia Finlandia 2-0: gol di Barella e Kean

Comincia bene il cammino dell’Italia verso l’Europeo del 2020. A Udine gli azzurri vincono 2-0 contro la Finlandia e salgono subito in vetta al Gruppo J insieme a Grecia e Bosnia.

La squadra di Mancini va a segno con un gol per tempo: Barella sblocca dopo 7′ con un destro da fuori; il bis arriva nella ripresa e ha la firma di Kean, che finalizza un bell’assist di Immobile. Quagliarella colpisce una traversa all’85’.

Ora la qualificazioni all’Europeo non sembra impossibile, se due squadre su sette accedono direttamente alla fase finale, e le altre sono Bosnia, Grecia, Armenia e Liechtenstein.

 

 

Un secolo fa nasceva il fascismo, ma furono in pochissimi ad accorgersene

Articolo già pubblicato dall’Agenzia AGI

“Fascism” in inglese, “Faschismus” in tedesco, “fascismo” senza intermediazioni in spagnolo e portoghese: cento anno fa, in un’auletta dappoco che ospitava il bivacco di uno sparuto manipolo, veniva coniata una delle due parole che l’italiano del Novecento avrebbe regalato al vocabolario delle altre nazioni.

Era il 23 marzo del 1919: nascevano i Fasci Italiani di Combattimento. Un uomo solo al comando: Benito Mussolini, ex combattente e reduce, maestro elementare riottoso e giornalista di geniaccio. Rivoluzionario di vocazione nonché, leninianamente, di professione.

Seguiva le sue indicazioni un esiguo corteo di arditi, socialisti rivoluzionari, futuristi e piccoloborghesi impauriti.

Cento uomini, non uno di più. A dirla tutta, un fiasco bello e buono. Nessuno si accorge di loro.

Poco importa: Mussolini era di matrice socialista soreliana, sapeva bene che un’elite pronta a tutto, soprattutto se chiamata allo scontro con una politica esausta ed una massa femminea, può andare molto lontano.

E lui la massa una femmina considerava (con la stessa considerazione che può avere per una donna chi non è abituato a vederne altro che l’aspetto erotico-riproduttivo). Quanto alla politica esausta, stanca ed esaurita era quella di quell’epoca, ed il sonno della politica genera mostri.

Teatro della venuta al mondo di un tal movimento, che avrebbe contribuito attivamente alle peggiori distruzioni della storia dell’Umanità, fu una sala del Circolo per gli interessi industriali e commerciali in quel di Milano, collocata in Piazza Sansepolcro.

Qui Mussolini, precedendo una definizione che di lui avrebbe dato Piero Gobetti, funse da ostetrico della Storia. Quella stessa storia che (sempre Gobetti lo scrisse) “non sapendo capirla, egli interpretava per miti”.

E per miti Mussolini, quel giorno, prese a rivolgersi agli italiani.

anniversario fascismo
 fascismo, Mussolini (AFP)

La sua mitopoietica era limitata, ma efficace. Disarticolata, ma incisiva. Priva di verità, e di conseguenza del tutto più credibile per chi rifiutava il mondo moderno come si andava profilando dopo la Prima Guerra Mondiale.

Non è un caso, quindi, se quelle duecento orecchie si drizzarono all’unisono in piazza Sansepolcro udendolo parlare di Vittoria Mutilata, di Italia umiliata, di tradimenti perpetrati alle spalle e congiure delle democrazie straniere.

La colpa, inevitabilmente, era della debolezza dei partiti italiani. Cioè della classe politica postrisorgimentale che ancora pensava di poter gestire il Paese. A cominciare dalla Monarchia.

Sì, perché il Mussolini che non toccherà mai il Re e concluderà i Patti Lateranensi – è cosa nota – in piazza Sansepolcro si professa autenticamente anticlericale e repubblicano. Ma se in entrambi questi casi avrà modo di cambiare idea, un passaggio del discorso di Sansepolcro lo vedrà fedele fino all’ultimo giorno.

Il passaggio è questo: “Non si fonda un partito, oggi, ma si dà una spinta a un movimento. Si crea semmai l’Antipartito, perché il fascismo è una realtà di vita”.  Promessa mantenuta.  Anche il Partito Nazionale Fascista, quando nascerà, tutto sarà meno che un vero partito quanto piuttosto un movimento volto, paradosso di ogni regime, alla soffocante stabilizzazione dei pensieri e dei comportamenti.

Insomma, il fascismo è appena nato e già si sa dove tira a parare. Basta volersene accorgere.

Il problema che questa volontà non c’è, perché a Milano ed in Italia, come ai tempi della peste del Manzoni, il buon senso ha lasciato spazio al senso comune.

Il vero pericolo, pensano tutti ad iniziare dagli industriali che ospitano quella mattina Mussolini e i suoi seguaci, non può che venire da sinistra, dal socialismo.

Non è ancora esploso il Biennio Rosso, ma le prime avvisaglie si iniziano a notare. A metà febbraio un corteo imponente di socialisti è sfilato per Milano, in modo pacifico. E Mussolini commenta, dalle colonne del “Secolo d’Italia”: “Dobbiamo combattere contro la Bestia ritornante”.

I primi morti

Tempo poche settimane e già per le strade si contano i morti: quattro, nell’assalto alla sede de “L’Avanti!”.

Scrive Federico Chabod che è proprio questa paura del Pericolo Rosso che attanaglia alta borghesia, latifondisti e ceto medio urbano, a scatenare chiunque sia disposto a cavalcare la tigre di un reducismo frustrato ed un futurismo immaginifico.

Mussolini non ha molte truppe, ma tanto fiuto. Questo basta, anche se nell’immediato la prova della democrazia lo tradisce.

È infatti il 1919, anno del suffragio universale maschile e della prima legge elettorale proporzionale.

Ai Fasci di combattimento non basta presentarsi con un programma socialrivoluzionario (abolizione del Senato, partecipazione degli operai alla gestione delle fabbriche e dei servizi pubblici, nazionalizzazione delle fabbriche di armi). Finiscono, uscendo dalle urne, tra gli ultimi.

Qui si compie l’ultimo passo della trasformazione: lotta su due tavoli, quello elettorale e quello rivoluzionario. Tanto si sa che sarà il secondo a dare i risultati migliori, di fronte ad una politica stremata.

Il veto di Vittorio Emanuele alla proclamazione dello stato d’assedio, il 28 ottobre del ’22, è la conferma del discorso di Sansepolcro. Mussolini ci vedeva lungo. Fine della storia.

anniversario fascismo
 Fascismo, Mussolini, Vittorio emanuele III (AFP)

Resta a questo punto da spiegare una sola altra cosa, vale a dire quale sia l’altra parola che l’italiano ha regalato al vocabolario delle altre lingue indoeuropee.

Questa parola è “pluralismo”, e la rimuginava nel suo studio – proprio mentre Mussolini declamava le sue certezze in quell’auletta degli industriali – un sacerdote con una maschera facciale che ne avrebbe potuto fare un personaggio del cinema di quegli anni. Si chiamava Luigi Sturzo, e proprio in quell’anno, il 1919, lanciava un appello ai liberi e ai forti. Ne sarebbe scaturita l’Italia postfascista.

Mussolini ci vedeva lungo, ma qualcuno forse ci vedeva più lungo di lui.

Parla di noi, democratici dell’occidente, la crisi generata da una brexit fuori controllo

Sono veramente preoccupato per la pessima conduzione della politica della Gran Bretagna offerta dalla May. Tutta la gestione della Brexit mostra l’assoluta incapacità della May di saper coinvolgere i diversi soggetti politici interessati. Tale incapacità è giunta a interessare apertamente gli stessi membri del suo Governo.

Possibile poi che non sia stata in grado di avvertire per tempo l’orientamento sulla questione procedurale da parte dello speaker della Camera dei Comuni? La conduzione complessiva della vicenda o è frutto, come sembra, di tale incapacità politica di dialogo e coinvolgimento o indica la scelta di condurre chiaramente le cose verso una rottura netta con l’Unione Europea, rovesciandone la responsabilità sui diversi soggetti via via coinvolti.

Comunque vedo in tutto ciò un segnale preoccupante di indebolimento del sistema parlamentare in Gran Bretagna. Fatto di estrema gravità anche per noi, in generale, mentre assistiamo per ogni dove alla crisi della democrazia rappresentativa. Quando, per altro, il Regno Unito è stato da sempre il punto di riferimento principale nella battaglia per l’ affermazione di tale forma di regime politico.

Per concludere,  la bufera che investe Londra, mortificando il suo prestigio di grande democrazia liberale, supera i confini dell’Isola visto che ognuno di noi, democratici  dell’Occidente, in varia misura ne risultiamo coinvolti.

Infante, brutti segnali: torna strisciante l’apologia di fascismo

E’ davvero difficile intervenire in maniera equilibrata su cose comiche e patetiche, ma al tempo stesso drammatiche, come quelle legate ai brutti segnali che giungono per la presenza dei gruppetti di fascisti intenzionati  a ripresentare una storia sepolta da crimini efferati, da servilismo filo nazista, da vuota retorica di potenza e di superomismo post nicciano.

Si rischia di sottovalutare o sopravvalutare fatti che colpiscono in ogni caso  e portano ad interrogarsi su che razza di paese si sia venuto sviluppando sotto i nostri occhi, soprattutto grazie a vera e propria ignoranza,  autentica mancanza di equilibrio e di senso storico, delirio onirico e innata spinta alla violenza ed alla prepotenza.

Comicità, pateticità e drammaticità coesistono nel vedere le imprese di quanti dovrebbero ben sapere come l’esperienza  cui si richiamano, macchia indelebile sul nostro passato, sia stata irrimediabilmente sconfitta dai fatti e poi ripudiata dalla nostra Costituzione e di come, proprio per repulsione nei suoi confronti,  il mondo intero abbia progressivamente fatto propria la Carta dei diritti dell’uomo.

Eppure “ quattro gatti” ancora provano a rinverdire i Fasci nonostante, con la croce uncinata, essi richiamino una delle pagine più indecorose e disumane delle nostre vicende nazionali ed europee.

Il problema, ovviamente,  non sono loro ed il loro carico di problemi da affidare ad esperti di psicoanalisi, più che ai politologi. Tanto sono incapaci persino di riflettere su quanto non rappresentino più niente, visto che il loro vero serbatoio elettorale organizzato raggiunga ogni volta poche migliaia di voti. Questa è la parte patetica e comica del ragionamento.

La parte drammatica comincia là dove si deve constatare che c’è chi li coccola, li vezzeggia , li copre e quanti sono coloro che riempiono pagine di giornale sul loro nulla.  L’obiettivo è chiaro: utilizzare questa manovalanza per tenere comunque vive le pulsioni razziste, antisemite, xenofobe, sempre utili da accarezzare al momento opportuno. Un tempo, era sfruttata per tenere viva ed utilizzare la teoria degli opposti estremisti.

Lo sanno bene i familiari delle vittime cadute sotto il piombo dei terroristi neo fascisti. Un piombo non diverso da quello dei brigatisti rossi. Piombo utilizzato lungo un paio di insanguinati decenni  per minare la nostra democrazia.

La parte drammatica è , così, richiamata da quei servitori dello Stato che ignorano la XII esima Disposizione transitoria  della Carta costituzionale, nonostante su quella carta abbiano giurato al momento di diventare Prefetti o qualcos’altro.

Che dire poi di magistrati che giustificano l’ingiustificabile: la nascita dei Fasci del lavoro, con tanto di fascio littorio nel simbolo, non si configura come ricostituzione del partito fascista? Solo perché non è direttamente menzionato il termine in questione? E’ davvero possibile che per questi magistrati ciò non significhi niente? Non hanno studiato i processi ad Ordine nuovo? Neppure quello si definiva direttamente partito fascista.

Così, l’auspicio è che i vertici istituzionali intervengano con fermezza a mettere i puntini sulle i e dimostrare coerenza con il loro giuramento sulla Carta; che il Csm e il Procuratore generale di Cassazione esaminino il comportamento di certi magistrati , magari anche solo per ricordare loro che prendono lo stipendio grazie alle tasse pagate dalla stragrande maggioranza di 60 milioni di italiani che non vogliono più avere niente a che fare con il fascismo.

E’ il minimo essenziale per pretendere che tutti rispettino le leggi.

Se si comincia , infatti, a tollerare che persino la Costituzione possa essere stravolta e dimenticata come è poi possibile aspettarsi da tutti senso di responsabilità ed una convinta adesione al consapevole sentirsi parte di una comunità?

Parlo della necessità di intervento da parte delle istituzioni perché mi rendo conto di quanto sia troppo chiederlo a certi politici. Anche ai nuovi che,  a volte, sembrano più vecchi dei vecchi. Nel loro Dna, anche di quanti volevano cambiare il mondo, sembrano avere solo la ricerca del consenso a basso costo e di fronte a questo sacrificano ogni scatto di orgoglio personale e di dignità pubblica.

Augusto Gregori: Roma, ” Il leader di una squadra, come il Sindaco, vale tanto quanto le persone di cui si contorna”

Le notizie che circolano su Roma in questi giorni non hanno tanto a che fare con la città, quanto piuttosto con le vicende giudiziarie che riguardano alcuni esponenti di spicco della Giunta Raggi.

E questo tema non mi appassiona.

Sarà la magistratura a stabilire se “qualcuno” ha sbagliato violando la legge. Detto ciò, Il leader di una squadra, come il Sindaco, vale tanto quanto le persone di cui si contorna.
Penso, che il torto più grande subito da Roma in questi ultimi 3 anni, non si possa riassumere con una indagine della Procura, perché in tutto questo tempo la nostra città è stata continuamente offesa, straziata e maltrattata da una Giunta comunale che i cittadini avevano deciso fosse in Campidoglio per far cambiare rotta alla città.

Invece in soli 3 anni sono riusciti a causare qualcosa che probabilmente non era mai avvenuto prima: hanno “semplicemente” tolto a Roma il suo presente e quindi, ogni speranza per il futuro. Una intera città spinta dentro a un baratro, cancellando completamente ogni prospettiva ed ogni idea di sviluppo. Nessuna visione e idea di
cosa è Roma e, cosa più grave, di quello che potrebbe diventare con un’amministrazione capace, preparata ed in grado di scegliere le migliori energie di cui circondarsi per rilanciare finalmente la Capitale d’italia come traino del Paese intero.
Amministrare Roma non è una questione di (H)onestà, che deve essere il presupposto, la precondizione per chiunque si occupi degli interessi della propria comunità.
Amministrare Roma vuol dire conoscerne le grandi complessità e le tante esigenze dei cittadini che la popolano.

Amministrare Roma significa avere il coraggio di scegliere e non dire “lasciateci lavorare” quando il lavoro in 3 anni non è mai neanche iniziato. Amministrare Roma vuol dire amore verso ciò che si fa e verso la città che si ha l’onore di poter amministrare. Tentativo fallito, ai danni dei romani. La Sindaca riconsegni la fascia tricolore e vada a casa

Investimenti in combustibili fossili: anche la Chiesa austriaca annuncia lo stop

Il cardinale Christoph Schönborn, Presidente della Conferenza Episcopale Austriaca, ha annunciato che i vescovi austriaci hanno deciso di disinvestire in un arco di 5 anni da tutte le compagnie che estraggono o producono combustibili fossili (carbone, petrolio e gas). Questa decisione include tutti gli investimenti finanziari della Conferenza episcopale, di tutte le diocesi austriache e di tutte le istituzioni nella loro sfera di competenza. L’Austria è la terza conferenza episcopale a disinvestire, seguendo le precedenti decisioni pubbliche delle Conferenze episcopali di Belgio ed Irlanda.

“Firmando l’impegno per il disinvestimento del Movimento Cattolico Mondiale per il Clima (GCCM), la Conferenza episcopale austriaca si unisce al movimento globale sul disinvestimento di oltre un migliaio di istituzioni. Questo è un passo profetico che segue una verità innegabile, ossia che bruciare tutte le riserve note di combustibili fossili ci porterà a catastrofi inimmaginabili”, afferma Anja Appel, direttore dell’Ufficio di coordinamento della Conferenza episcopale austriaca (KOO). Ad oggi, 1032 istituzioni hanno preso impegni di disinvestimento a livello globale – il 28 percento di esse sono organizzazioni di ispirazione religiosa. “Siamo in grado di osservare le conseguenze della imponente domanda di risorse e la relativa crisi ecologica e sociale provocata ogni giorno nelle condizioni di vita delle persone che vivono nei nostri paesi partner – non solo nel sud del mondo. È inaccettabile che persone di altri continenti o l’intero creato paghino il prezzo del nostro eccessivo stile di vita. Noi, come Cristiani, e le nostre istituzioni abbiamo la responsabilità di prenderci cura del Creato e lavorare per la giustizia globale. Rientriamo in quella parte della popolazione mondiale che produce la maggior parte delle emissioni di gas serra e quindi, naturalmente, dobbiamo combattere la sua causa principale – l’uso di combustibili fossili “, sottolinea la dottoressa Appel. “Questo importante passo mostra lo sforzo coerente dei vescovi austriaci per uniformarsi alle richieste dell’Accordo sul clima di Parigi. L’annunciata ridefinizione degli investimenti finanziari fa seguito all’azione per il clima nei settori dell’energia e degli approvvigionamenti già decisa nel 2015. Tutti questi passi rafforzano noi ed i delegati per l’ambiente delle diocesi austriache che stanno partecipando all’attuazione di azioni relative al clima.”

Il Vescovo Werner Freistetter, responsabile per gli Affari Internazionali della Chiesa d’Austria, accoglie con favore l’annuncio della Conferenza episcopale: “Dal punto di vista dell’ecologia integrale, la logica del profitto non può più essere l’unico punto di riferimento per le attività economiche, ignorando i doveri morali. Adottando linee guida etiche sugli investimenti nel 2017, la Chiesa cattolica in Austria ha già compiuto un passo importante verso l’allineamento degli investimenti finanziari delle istituzioni cattoliche con la cura della nostra casa comune. La nostra recente decisione segue di conseguenza questa strada. Gli investimenti finanziari delle istituzioni cattoliche non alimenteranno più la crisi climatica, ma contribuiranno invece a preservare il Creato. Chiediamo alle altre istituzioni di unirsi al movimento di disinvestimento con i propri impegni, al fine di preservare la nostra casa comune per le generazioni attuali e future.”

 

Gli svizzeri sono i maggiori acquirenti al mondo di prodotti italiani

Gli svizzeri, pro capite, sono i maggiori acquirenti al mondo di prodotti italiani ai quali associano valori come bellezza, lusso, benessere e passione. Ma non solo. Il consumatore svizzero ha un potere d’acquisto molto elevato, visto che stando al “Global Remuneration Planning Report” un giovane laureato in Svizzera guadagna in media 78.475 euro all’anno, in termini di stipendio di base lordo, contro i 55’864 euro del Lussemburgo e i 54’405 di un danese.
Un quadro dirigente medio riceve in Svizzera un salario medio annuo di 144.931 euro, rispetto ai 111.739 euro del Lussemburgo e ai 108’812 della Danimarca.

Inoltre gli Svizzeri sono un popolo di viaggiatori: la maggioranza della popolazione ha un’attitudine al viaggio e fa mediamente oltre 3 vacanze all’anno scegliendo l’Italia come seconda destinazione, dopo la Germania (13%) e prima dalla Francia (11%) con una quota di mercato pari al 12% del totale dei viaggi con pernottamento effettuati dagli svizzeri

In particolare i turisti svizzeri sono il terzo mercato per le regioni del nord Italia, il secondo mercato per le destinazioni di montagna e il terzo mercato per le destinazioni di mare

L’immagine del nostro Paese è più che positiva soprattutto grazie alla balneabilità dei mari, al clima mite, al ricco patrimonio culturale e monumentale, alla varietà enogastronomica e alla bellezza dei paesaggi, Gli svizzeri amano anche la cordialità, l’ospitalità e la simpatia, percepiti come tipicamente italiani.

Altri punti di forza sono il forte appeal per l’Italia come sinonimo di qualità ed eccellenza, non solo nell’arte, ma anche nella cultura, nella moda, nel lusso e nel design.

A Padova in 50.000 contro le mafie

Come ci raccontano le cronache e come dimostrano le ultime inchieste, la mafia ha messo le sue grinfie anche in Veneto. Non un’infiltrazione ma un vero radicamento. Ora si sa, ora si sente, ora si vede. Così ieri in tanti, in tantissimi hanno voluto dire il loro “no” alla criminalità organizzata, “no” ad un sistema da sconfiggere partendo dalla consapevolezza e dall’impegno.

La manifestazione organizzata dall’Associazione Libera e da Avviso Pubblico non è stata soltanto una celebrazione alla memoria, ma un grido diffuso raccolto, una partecipazione fattiva e dinamica di persone di ogni età. Prorompente l’ondata di giovani che si è riversata nelle strade e nelle piazze. Le stime parlano di 50.000 partecipanti. Sguardi attenti, mani pronte, bandiere di legalità mosse appena un poco dall’aria non più fredda di una giornata di sole: è primavera. Tra le autorità presenti, anche una sessantina di Sindaci di Comuni veneti, nonchè il primo cittadino della città del Santo, Sergio Giordani, con l’intera giunta comunale e diverse sigle sindacali. Alle 12 in Prato della Valle, in un momento di grande commozione, sono stati letti i nomi delle 1.011 vittime di mafia.

“Abbiamo bisogno di verità. Abbiamo bisogno del Nord-est – ha detto don Ciotti – Meraviglioso Nord-est di gente bella, lavoratrice e coraggiosa. Il fatto che a sentire questa responsabilità siano i giovani ci deve ispirare. Siete voi giovani a non essere induriti dagli egoismi, a non essere corrotti dalla sete di denaro e di potere, siete voi sensibili al sogno – ha aggiunto con forza – Le mafie oggi sono diventate simili a noi, hanno assunto sembianze più rassicuranti e noi siamo diventati simili a loro. Non occorre essere complici attivi per essere alleati delle mafie, basta la mafiosità, quel modo distorto di vedere e di sentire che mette davanti a tutto l’interesse privato”.

Nel pomeriggio presso una sala di Palazzo Moroni si è tenuto un seminario dal titolo “ Il ruolo degli amministratori locali nella lotta a mafie e corruzione”. A introdurre i lavori è stato l‘assessore allo Sport, contratti, avvocatura civica e legalità, Diego Bonavina.  Il prefetto di Padova, Renato Franceschelli, intervenendo ha sottolineato il valore dell’impegno corale dei cittadini insieme all’importanza della consapevolezza del fenomeno. “La guerra alla criminalità organizzata la fa la Repubblica – ha detto – La Repubblica è qualcosa che ha dentro tutti, dalle Regioni agli Enti locali, dalle associazioni di volontariato ai cittadini. Io sono convinto – ha aggiunto – che le Amministrazioni locali e tutta la rete della società civile siano nostro unico e migliore alleato, quello che ci dà la forza per andare avanti anche quando si prende qualche sconfitta perché le sconfitte fanno parte della vita”.

L’accento è poi stato messo sullo strumento dell’interdittiva che può essere l’arma principe per contrastare la criminalità organizzata consentendo di stabilire, secondo un insieme di elementi, se in un complesso di fatti vi siano criticità o meno. L’informativa antimafia costituisce, insomma, uno dei maggiori strumenti di contrasto al coinvolgimento di organizzazioni criminali nell’ambito dei rapporti economici tra pubblica amministrazione e privati. L’intervento di Renato Natale, considerato il primo Sindaco di Casal di Principe ad aver posto come priorità assoluta la legalità, la trasparenza e la lotta alla camorra nella terra dei Casalesi, ha messo in evidenza il fatto che ormai il sistema mafioso è capillare quanto pervasivo e sbagliano coloro che pensano sia una piaga soltanto del Sud. Sempre e ovunque “il male avanza quando il bene rinuncia a fare la sua parte – ha detto”. Nel nostro Paese ogni giorno un amministratore locale viene minacciato o intimidito. Dal 2011, anno della prima edizione del Report“Amministratori sotto tiro”, in cui furono rilevati 212 casi,  il fenomeno si è dilatato e nel 2017 ha coinvolto per la prima volta tutte le regioni, ben 78 Province e 314 Comuni.  Dal  2013 al 2017  gli episodi di minaccia e violenza censiti da Avviso Pubblico, la rete nazionale di Enti locali impegnati contro le mafie e la corruzione, sono stati 2.182. Ma gli amministratori onesti non hanno paura e non scendono certo a compromessi. Tanti, tantissimi oggi più che mai hanno deciso di metterci la faccia per far capire da che parte stanno. Ed è ancora una volta don Ciotti a ricordare a ciascuno di noi come “in questo momento nel nostro Paese dobbiamo alzare la voce mentre altri scelgono un prudente silenzio”.

 

Tornano i piatti della nonna

Tornano i piatti della nonna sulle tavole di tre italiani su quattro (75%) con le ricette familiari tradizionali che si tramandano di generazione in generazione soprattutto grazie alle figure femminili. E’ quanto emerge da una indagine del sito www.coldiretti.it presentata alla prima giornata della cucina contadina nell’ambito dell’Assemblea nazionale di Terranostra, l’Associazione Agrituristica di Campagna Amica con iniziative nel primo weekend di primavera in tutta Italia con i menu della tradizione contadina.

In cucina – sottolinea la Coldiretti – si assiste ad uno storico ritorno della domanda di semplicità e trasparenza, dopo anni di piatti fusion, global, etnici e molecolari. Le ricette della nonna – precisa la Coldiretti – seguono le stagioni, rispettano l’ambiente, non sprecano, recuperano prodotti antichi, aiutano il presidio del territorio e fanno rivivere emozioni e ricordi. Lo dimostra anche il fatto che nell’ultimo anno le ricette della nonna sono state le più cliccate dagli italiani sul web, quasi il doppio di quelle vegetariane e largamente davanti a dietetiche, vegane, tipiche, tradizionali, etniche e fusion, secondo un’analisi Coldiretti su dati Google Trends.

Quel che resta del Lago di Como

All’appello mancano  il 21 per cento dei metri cubi che mediamente ci si aspetterebbe in questo periodo.

Così il lago assurge a simbolo di quelle problematiche legate ai cambiamenti climatici. Cambiamenti, peraltro, sui quali ancora si discute se siano realmente dipendenti da fattori umani o da naturali fenomeni contro i quali l’uomo non può nulla.

Infatti l’inverno è stato poco piovoso e il livello delle acque del lago è molto basso, -23,8 centimetri sotto lo zero idrometrico di piazza Cavour e come se non bastasse i bacini artificiali della Valtellina sono pieni solo al 20% della capienza e di neve in montagna quest’inverno se n’è vista poca.

La siccità straordinaria dell’inverno creerà così problemi alle culture tradizionali come cereali, frutta e ortaggi, ma anche alle semine del periodo, ovvero bietole e pomodori.
È vero che tradizionalmente l’inizio di primavera porta grandi piogge sul Comasco, ma la situazione attuale potrebbe avere ripercussioni dirette anche sulle rive del Lario, per via dell’acqua particolarmente bassa.

Creato un gel adesivo che ripara la cornea

Sviluppato un gel super-adesivo contenente molecole attivabili dalla luce, che ripara la cornea e potrebbe un giorno divenire un’alternativa al trapianto.

È la prospettiva offerta da un lavoro pubblicato sulla rivista Science Advances e diretto da Reza Dana, responsabile del servizio Cornea e Chirurgia Refrattiva presso il Massachusetts Eye and Ear e docente di oftalmologia della Harvard Medical School di Boston.

La nuova tecnologia chiamata GelCORE (gel for corneal regeneration), potrebbe divenire risolutiva nell’ambito della cura delle lesioni di cornea, una causa diffusa di deficit visivo, con oltre 1,5 milioni di nuovi casi di cecità corneale riportati ogni anno.

Una follia più larga

L’attentato di San Donato milanese che poteva concludersi con l’atroce morte di 51 ragazzi, mi ha profondamente colpito e spinto a fare alcune riflessioni sull’accaduto. Le considerazioni abbracciano non solo i sentimenti umani ma anche le politiche legate al fenomeno dell’immigrazione e, più in generale, alle condizioni della società.
Fermo restando che il gesto va ricondotto nel registro della follia, in quanto non cosciente del vasto dolore delle atroci sofferenze che avrebbe provocato il suo insano gesto. Una pazzia che, però, può trovare alcune cause non riconducibili allo squilibrio mentale del soggetto in esame.

In fondo, del resto è stato anche dichiarato, la follia aveva pure una finalità: impedire che continuassero le morti nel mediterraneo degli immigrati dell’Africa subsahariana. Va ricordato che il folle attentatore aveva origine senegalese, in fondo, quindi, c’è uno strano legame tra una volontà finalizzata e il gesto follemente tragico.

Come a dire che il fenomeno andrebbe letto ed interpretato come il risultato non solo di uno squilibrio individuale, ma anche come il prodotto di un clima culturale in cui il fenomeno trova spiegazione. Va pertanto precisato che ogni gesto folle è sempre calato in un contesto e che il contesto può essere una molla decisiva per la sua attuazione. Val quindi la pena allargare l’esame di questo atroce evento includendo da un lato la fragilità mentale dello squilibrato ma, dall’altra, anche quello spirito, che da qualche tempo purtroppo veleggia con gran risalto, poco cristiano in cui l’altro, chiunque esso sia, viene comunque visto con sospetto. Non a caso serpeggia una paura dell’essere invasi e, quindi, alberga, da qualche stagione, in ciascuno di noi una visione poco caritatevole.

Questo concetto spirituale, non può non essere incluso nell’analisi della comprensione di quanto avvenuto.
Queste brevi note dovrebbero sollecitarci a non essere mai sbrigativi nel cercare di comprendere qualsiasi tipo di fenomeno anche quelli così atrocemente disumani. Soffermarci invece, cercando di snebbiare molti angoli della nostra vita quotidiana, su queste cose, può anche indurci a rivedere parecchi costumi che in sordina stanno cristallizzandosi nelle nostre abitudini giornaliere.

Compito nostro, pertanto, è cercare di recuperare quella grandezza cristiana che, purtroppo, in diverse circostanze, sembra messa all’angolo e appannata per far invece lievitare atteggiamenti troppo egoistici e, sicuramente, votati alla fine ad essere un terreno fertile per gesti sconsiderati e patologici.

La mappa interattiva Anci dei Comuni interessati al voto amministrativo della prossima primavera

La mappa mostra il numero dei Comuni interessati alle consultazioni elettorali amministrative del primo semestre del 2019 (elaborazione su dati del Ministero dell’Interno – Dipartimento degli Affari Interni e Territoriali – Direzione centrale dei Servizi Elettorali – dati aggiornati al 26 febbraio 2019).

Complessivamente sono 3.864 i Comuni che andranno al voto, il 48,8% del totale; tra questi 2.878 sono piccoli Comuni e 27 sono capoluoghi.
In valori assoluti, le regioni con più Comuni al voto sono: Lombardia (995 Comuni), Piemonte (829 Comuni) e Veneto (321 Comuni). In rapporto al numero complessivo dei Comuni regionali, le regioni con più comuni al voto sono: Emilia Romagna (il 71,6% dei Comuni); Piemonte (il 70,2%) e Toscana (il 69,2%)

Qui potrete visionare la mappa 

(Fonte Anci)

La deriva dell’Europa tedesca

L’archiviazione del progetto del Partito Democratico come partito plurale e a vocazione maggioritaria, sancita dall’elezione di Nicola Zingaretti alla segreteria, non può essere senza conseguenze per quell’area di centro che comprende anche settori significativi del  cristianesimo sociale, e che in quel progetto aveva creduto. La metamorfosi del PD, col ritorno alla “ditta” PCI-PDS-DS, come ricorda instancabilmente Giorgio Merlo, richiede una ridefinizione della strategia e delle forme organizzative di quei soggetti politici che si candidano a dare ruolo politico alle istanze dei ceti popolari e lavoratori, a quella classe media in via di impoverimento, da cui dipendono le sorti della democrazia rappresentativa, ed il cui consenso è passato in gran parte ai partiti “populisti”.

Escluso che possa trattarsi di una mera operazione politicista, dove si invertono gli addendi per ottenere sempre la stessa somma, la stessa politica sconfitta nelle elezioni del 2018, allora la strada obbligata per definire i contorni di questa nuova iniziativa politica non può essere che quella del progetto e della cultura politica, come ha spiegato magistralmente Guido Bodratonella sua recente intervista. Altrettanto illuminanti sono i giudizi formulati da Alessandro Risso e Carlo Baviera. Il primo evidenzia il contrasto che intercorre tra popolarismo e moderatismo, mentre il secondo indica l’obiettivo irrinunciabile di un programma di cambiamento.

Si possono ancora raccogliere le suddette qualità nella definizione degasperiana del “centro che guarda a sinistra”? Forse, ma tenendo presente che la situazione è radicalmente cambiata rispetto al passato e nel secolo corrente la sinistra, non solo in Italia, si è trasformata, sulle questioni fondamentali, in una variante libertaria del neoliberismo, mutamento genetico che ha pagato con la perdita del consenso tra i ceti lavoratori.

Si avverte piuttosto la necessità di un soggetto politico che guardi al popolo, senza per questo contaminarsi con la destra o con i movimenti populisti, anzi, al contrario, per sottrarre loro consensi che la sinistra storica non è in più grado di intercettare. Ma per raggiungere questo obiettivo, e non essere solo velleitari, e per creare le condizioni che rendono possibile l’attuazione di un programma ispirato alla solidarietà e alla giustizia sociale, ai principi della Costituzione, a ridare un po’ di ossigeno e di importanza politica alla classe media, vanno messi in discussione l’austerità, il feticcio del pareggio di bilancio e la fobia dell’inflazione, vale a dire alcuni degli elementi fondanti dei trattati di Maastricht e di una moneta comune ritagliata su misura dell’interesse nazionale tedesco e della finanza speculativa transnazionale.

In questa direzione, a mio avviso, andrebbero convogliate le molte energie presenti nel cattolicesimo sociale e politico, impegnandosi a definire un progetto di rilancio e di rinascita del Paese, da troppo tempo lacerato e impoverito da politiche economiche intrinsecamente sbagliate. Ciò che forgia l’organizzazione e il programma di un soggetto politico sono le necessità del momento storico. La condizione in cui versa il Paese, ci richiede di contribuire alla definizione di un patto di salvezza nazionale nel quale si fissino le due condizioni irrinunciabili da far valere già in sede di discussione della prossima finanziaria 2020 per la permanenza dell’Italia nell’Eurozona: un rapporto deficit/PIL elevato almeno al 3%, non per nuove mance elettorali dei governanti di turno, bensì in funzione di rigorosi obiettivi di sviluppo, di un grande piano per il lavoro e il rilancio economico-industriale del Paese. L’altra condizione irrinunciabile è un intervento della BCE volto a ridurre in maniera sensibile il peso degli interessi sul nostro debito pubblico, in modo da reperire risorse aggiuntive per lo sviluppo.

Nella suddetta prospettiva diventa decisiva la discussione su quello che Bodrato ha definito la mortificazione della lezione degasperiana sull’integrazione economica e politica dell’Europa. E qui entra in gioco, prepotentemente la geopolitica. Trovo più plausibile attribuire al riemergere delle tradizionali mire geopolitiche tedesche le cause della messa in disparte della visione degasperiana sull’Europa, anziché attribuirli ai populismi i quali semmai ne sono l’effetto. I padri fondatori dell’Europa avevano ben presente, con le ferite ancora aperte della guerra, che solo un di più di politica avrebbe potuto sopperire alle naturali asperità della geopolitica, da cui sono divisi i popoli europei. Ma quel tanto di politica che aveva messo le ali al progetto europeo, si è inaspettatamente dissolto all’atto della riunificazione tedesca, generosamente concessale dai suoi alleati. Tutti si attendevano l’avvento di una Germania finalmente europea, invece si è avuta, e abbiamo, un’Europa tedesca, votata, senza sostanziali correttivi, ad una nuova grande tragedia, per il momento sociale ed economica, ma in un tempo non lontano, democratica e forse bellica.

Se non si aprono gli occhi di fronte a questa deriva, scabra quanto si vuole ma cruciale, le discussioni intorno al centro, al ruolo dei cattolici in politica, al rilancio del Paese si svolgeranno in un clima di illusione simile a quello che ottant’anni fa costò carissimo all’Italia. L’illusione che non vi fosse allora, e non vi sia oggi, altro destino per l’Italia di stare sempre e comunque dalla parte della Germania, accettandone l’egemonia. La Germania, oggi più che allora, è una tigre di carta, geopoliticamente parlando con un destino, per dirla con Carl Schmitt, da “topi di terra”, sicuramente perdente nei nuovi equilibri di potenza del XXI secolo, ma capace, ancora una volta, di trascinare i suoi alleati e l’Europa intera nel baratro.

Dunque, ben venga l’otre nuova di un soggetto politico nel quale concretizzare gli ideali di una grande tradizione politica come quella del cattolicesimo politico e del popolarismo, a condizione che accolga il vino nuovo di una progettualità politica attenta alle inedite sfide del nostro tempo.

(Fonte Associazione Popolari)

Chi è e cosa fa Xi Jinping, il Presidente cinese arrivato a Roma

Xi Jinping, 65 anni, è Segretario generale del Partito Comunista Cinese (PCC) dal novembre 2012, dal marzo dell’anno successivo guida la Repubblica Popolare con un mandato “rinnovabile senza limiti”.

In questi anni  ha consolidato il fronte interno e ha lanciato il Paese in una nuova fase di interventismo sullo scacchiere internazionale con lo scopo di ridisegnare gli equilibri economici mondiali.

Nato a Pechino il 15 giugno 1953, figlio di Xi Zhongxun, durante la Rivoluzione culturale venne inviato nello Shanxi in un gruppo di produzione, divenendo segretario della cellula di Partito del gruppo, terminando questa attività nel 1975.

Dal 1975 al 1979 studiò ingegneria chimica all’Università Tsinghua di Pechino, e successivamente lavorò come segretario di Geng Biao, che allora era vice primo ministro e segretario generale della Commissione militare centrale. Nel corso della sua carriera ebbe incarichi dirigenti nelle province di Shaanxi, Hebei, Fujian e Zhejiang. Alla fine degli anni ottanta entrò nel Comitato municipale di Fuzhou e nel 1990 divenne presidente della Scuola del Partito in città. Nel 1998 divenne vicegovernatore del Fujian, quindi governatore nel 1999, improntando il suo governo sull’attrazione di investimenti stranieri.

Nel 2002 Xi si trasferì nello Zhejiang, dove divenne governatore provvisorio per alcuni mesi, esercitando il suo incarico di segretario provinciale del Partito e quindi presidente del comitato permanente dell’assemblea popolare provinciale. Nello stesso anno, al XVI Congresso nazionale del Partito, fu eletto membro del Comitato centrale, di cui era già supplente dal 1997. In questo periodo fece dello Zhejiang una delle province più virtuose dal punto di vista economico, grazie a un alto tasso di investimenti stranieri, creandosi anche una fama di nemico dei dirigenti corrotti.

A seguito della rimozione di Chen Liangyu, segretario del partito a Shanghai, Xi fu chiamato a sostituirlo nel marzo 2007, ricevendo così un segnale di apprezzamento da parte delle autorità centrali.

Fin dalla sua elezione Xi ha affermato ripetutamente la supremazia del Partito Comunista, riprendendo le parole di Deng Xiaoping secondo il quale riforme economiche efficaci possono avere luogo solo sotto la guida di un partito unico. Secondo Xi il Partito Comunista è l’unico partito legittimo e costituzionale e da esso deriva la legittimità della così detta “linea di massa”: in altre parole il partito rappresenta gli interessi della grande maggioranza delle persone comuni.

In questi ultimi anni la sua missione come Presidente è stata quella di guardare sempre con maggiore interesse ai mercati internazionali. Oltre al progetto di una Via della Seta in chiave contemporanea, che punta a ridisegnare gli equilibri economici mondiali, mettendo la Cina moderna al centro dei traffici commerciali, il presidente cinese ha deciso di puntare fortemente anche sull’Africa. Nel settembre del 2018 ha annunciato infatti un piano di aiuti finanziari e investimenti nei successivi tre anni che ammonta a 60 miliardi di dollari. I finanziamenti, ha spiegato Jinping, serviranno a sostenere otto iniziative di cooperazione tra la Cina e l’Africa, in campi che vanno dalla sicurezza, alle infrastrutture, alla sanità, fino allo sviluppo di tecnologie verdi.

Il 24 ottobre 2017, nella sua ultima sessione, il diciannovesimo congresso del partito ha approvato l’incorporazione del pensiero di Xi Jinping nella Costituzione del Partito Comunista Cinese.

Le celebrazioni di Pasqua con Papa Francesco

Si inizia il 14 Aprile con la messa in Piazza San Pietro alle 10. Il Santo Padre benedirà le palme e gli ulivi e, al termine della processione, celebrerà la Santa Messa della Passione del Signore.

Il 18 aprile 2019 alle 9.30 il Papa celebra la Mesa del Crisma nella Basilica vaticana.

Il 19 aprile 2019, la Celebrazione della Passione sarà alle 17. Il Santo Padre presiederà la Liturgia della Parola, l’Adorazione della Croce e il Rito della Comunione.

Poi alle 21.15 l’appuntamento è con il pio esercizio della «Via Crucis», al termine del quale il Papa rivolgerà la sua parola ai fedeli e impartirà la Benedizione Apostolica.

La sera del 21 aprile alle 20.30 appuntamento nella Basilica per la Veglia di Pasqua.

Il Santo Padre benedirà il fuoco nuovo nell’atrio della Basilica di San Pietro; dopo l’ingresso processionale in Basilica con il cero pasquale e il canto dell’Exsultet, presiederà la Liturgia della Parola, la Liturgia Battesimale e la Liturgia Eucaristica.

La mattina di Pasqua alle 10 appuntamento in Piazza San Pietro. Il Santo Padre celebrerà la Santa Messa. Al termine della celebrazione, dalla loggia centrale della Basilica, impartirà la Benedizione «Urbi et Orbi».

La scelta del luogo dove il Papa celebrerà la Messa in Coena Domini Giovedì santo per il momento non è ancora nota.

Cosa è successo nel vertice sociale trilaterale tenutosi a Bruxelles

Il tema principale del vertice sociale trilateral è stato “Per un’Europa più forte, più unita e più proiettata verso il futuro“. Le discussioni si sono articolate intorno a tre sottotematiche:

  • 50 anni di mobilità dei lavoratori – sfruttare al meglio la libera circolazione dei lavoratori a favore di mercati del lavoro ben funzionanti
  • investire in un mercato unico approfondito e più equo
  • prendere le mosse da un nuovo inizio del dialogo sociale per delineare il nuovo mondo del lavoro

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha sottolineato: “Negli ultimi quattro anni abbiamo posto le priorità sociali dove è giusto che siano: al centro dell’agenda europea. Sono stati creati 12 milioni di nuovi posti di lavoro, il tasso di occupazione è a livelli record, la disoccupazione ai livelli più bassi dall’inizio del secolo. A seguito della proclamazione del pilastro europeo dei diritti sociali, si è raggiunto un accordo su 25 delle iniziative in campo sociale proposte dalla Commissione. I lavoratori distaccati che fanno lo stesso lavoro nello stesso luogo godranno delle stesse condizioni salariali. Ai genitori e ai prestatori di assistenza sarnno offerte nuove opportunità per conciliare attività professionale e vita familiare. Milioni di lavoratori saranno meglio informati in materia di diritti sul lavoro e di protezione sociale, nonché meglio tutelati riguardo alle sostanze chimiche cancerogene. È istituita un’Autorità europea del lavoro. Rivolgo a tutti il mio invito a consolidare tali progressi e a rafforzare ulteriormente l’Europa sociale nei prossimi mesi e anni.

Da parte della presidenza di turno, la premier rumena, Viorica Dăncilă, ha affermato: “La presidenza rumena dell’UE è incentrata sulla coesione in quanto valore comune europeo, intesa a creare un’Unione sicura, dinamica e forte in un contesto internazionale impegnativo e in continua evoluzione. Gli sforzi della presidenza sono finalizzati alla tutela dei diritti dei cittadini europei, sostenendo nel contempo il contesto imprenditoriale.

Nel prossimo decennio assisteremo a profonde trasformazioni a livello economico e sociale, dettate dalla digitalizzazione e dalla decarbonizzazione. Tali trasformazioni determineranno sfide e opportunità cruciali per il futuro dell’Europa, per il suo consolidamento interno, nonché per il rafforzamento della sua posizione come attore globale. In tale contesto, dobbiamo concentrarci su investimenti mirati e sul continuo sviluppo e adeguamento delle competenze della forza lavoro. La mobilità dei lavoratori, una delle libertà fondamentali dell’Unione, deve essere accompagnata da meccanismi appropriati che sostengano il modello sociale europeo. Tali riforme devono coinvolgere i partner sociali europei.

Il vertice odierno ha rispecchiato la complessità delle sfide che l’Unione si trova ad affrontare, ma ha evidenziaato anche la volontà di tutte le parti interessate di lavorare insieme nella costruzione di un futuro europeo di prosperità”.

Il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (CES), Luca Visentini, ha affermato: “L’UE non sta riuscendo nell’intento di assicurare ai lavoratori una vita dignitosa. Vi è urgente bisogno di rendere il nostro continente un luogo dove i lavoratori possano vivere e lavorare al meglio. La risposta può venire da maggiori investimenti pubblici e privati, una reale politica industriale, una fiscalità progressiva ed equa, prima vi fenomeni di evasione ed elusione su vasta scala; occorre inotlre avviare ogni Stato membro negoziati tra datori di lavoro e sindacati per aumentare i salari, rilanciare la prodittività e ridurre le ineguaglianze. Occorre inoltre gestire in modo proattivo la transformazione digitale e la decarbonizzazione della nostra economia, in modo da non lasciare indietro nessuna regione.”

Il presidente di BusinessEurope Pierre Gattaz, in rappresentanza dei datori di lavoro (BusinessEurope, CEEP, UEAPME), ha dichiarato: “L’UE si sta dimostrando incapace di sviluppare aziende leader a livello mondiale. La ripresa è lenta e vi è urgente bisogno di rendere il nostro continente un luogo ideale dove avviare e sviluppare attività economiche. La risposta risiede nella creazione di un contesto favorevole alle imprese, con servizi efficienti di interesse generale che promuovono maggiori investimenti pubblici e privati. È necessario favorire la crescita a livello nazionale e varare riforme favorevoli all’occupazione, aumentare la produttività, milgliorare gli aspetti strategici della politica industriale, integrare le PME nelle catene di valore europee e mondiali ed infine mantenere gli impegni sul completamento del mercato unico. Occorre inoltre sostenere la trasformazione digitale della nostra economia e promuovere l’innovazione gli investimenti nello sbviluppo delle competenze, un elemento essenziale sevogliamo realizzare una crescita costante e inclusiva in futuro.

Miur e Arma dei Carabinieri nelle scuole per promuovere la cultura della legalità

E’ stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra il Miur e l’Arma dei Carabinieri per sensibilizzare gli studenti all’esercizio della democrazia, nei limiti e nel rispetto dei diritti inviolabili, dei doveri e delle regole condivise, promuovendo al tempo stesso la consapevolezza dei valori fondanti della Costituzione italiana per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale.

Con questo obiettivo il Miur e l’Arma dei Carabinieri avvieranno un progetto congiunto per ampliare e approfondire l’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado, attraverso specifici interventi. Saranno toccati, in particolare, i temi dell’educazione alla legalità ambientale, del bullismo e cyberbullismo,  della sicurezza stradale, delle sostanze stupefacenti, della violenza di genere, dei diritti umani e delle funzioni di polizia, della cooperazione internazionale, della tutela del patrimonio culturale, oltre ad altri argomenti attinenti alla legalità concordati a livello periferico tra i dirigenti scolastici e i comandanti dell’Arma.

Per sovrintendere alle diverse attività sarà costituito un Comitato Tecnico-Scientifico paritetico, coordinato dal direttore generale per lo studente, l’integrazione e la partecipazione del Miur, che ne approverà il piano annuale. L’Arma dei Carabinieri, attraverso le sue articolazioni territoriali, attuerà conferenze sulla legalità, concorsi letterari e artistici, produzione di cortometraggi sui temi della legalità, oltre alle visite ai Comandi territoriali o ai reparti specializzati dell’Arma, nonchè giornate didattico-culturali presso le riserve naturali del comparto forestale.

Van Gogh Alive – The Experience

Fino al 14 Aprile a Bari ci sarà la grande mostra internazionale multimediale Van Gogh Alive – The Experience che celebra il grande pittore, ritenuto a giusto titolo padre fondatore dell’arte moderna.

Il percorso espositivo, segue quello creativo del pittore e particolarmente tra il 1880 e il 1890, decennio durante il quale Van Gogh viaggia da Parigi a Saint-Rémy fino ad Auvers-sur-Oise luoghi diventati fonti di ispirazione per le sue opere più celebri. La visita della mostra consente di immergersi in un ambiente illuminato esclusivamente dalle immagini delle opere del grande maestro, così nitide e reali da coinvolgere emotivamente il visitatore e farlo sentire totalmente inserito nel contesto delle opere (effetto immersivo).

Oltre 3.000 immagini raffiguranti i quadri di Van Gogh vengono proiettate a pieno schermo grazie alla tecnologia SENSORY4™, 50 proiettori ad alta definizione, una grafica multi canale e un suono surround contribuiscono a creare uno dei più coinvolgenti ambienti multi-screen al mondo.

A rendere ancor più suggestiva l’atmosfera generale è la vibrante colonna sonora, con le musiche di Vivaldi, Ledbury, Tobin, Lalo, Barber, Schubert, Satie, Godard, Bach, Chabrier, Satie, Saint-Saëns, Godard, Handel per un connubio giudicato dal pubblico come perfettamente riuscito.

Che cos’è la Pemfigo

Il pemfigo (dal greco πέμϕιξ, «pustola») è una patologia bollosa autoimmune della cute e delle mucose, con alterazione dei meccanismi di adesione cellulare dell’epidermide (in particolare dei desmosomi), ad andamento cronico e prognosi potenzialmente fatale. Alla base della sua comparsa c’è una reazione autoimmune che coinvolge principalmente le IgG4, e in alcune forme più rare, le IgA.

Queste reagiscono con glicoproteine presenti sui desmosomi dei cheratinociti, le desmogleine. Viene indotto in seguito il rilascio di plasminogeno, con conseguente lisi delle cellule dello strato malpighiano, le cellule acantotiche. In seguito all’acantolisi viene richiamato liquido trasudatizio per diffusione osmotica. Nelle forme pemfigoidi il liquido ha invece carattere essudativo.

Esistono due forme classiche di pemfigo:

pemfigo volgare, e sua variante vegetante;
pemfigo foliaceo, e sua variante localizzata chiamata pemfigo eritematoso.
Tra le forme di recente inquadramento si annoverano il pemfigo associato a neoplasia – o paraneoplastico, il pemfigo a IgA, il pemfigo erpetiforme, e pemfigo superficiale.

L’incidenza del pemfigo volgare è equidistribuita tra sessi ed età, benché la patologia colpisca prevalentemente pazienti di gruppo etnico mediterraneo.

La presentazione tipica esordisce con la comparsa di bolle flaccide, che si rompono facilmente e danno origine a tipiche erosioni. In più della metà dei casi, tali bolle compaiono inizialmente nelle mucose, ma in alternativa, le lesioni possono interessare lo scalpo, la faccia, il torace, i cavi ascellari o la regione inguinale.

Il trattamento classico è basato principalmente sulla somministrazione di steroidi per via sistemica, ma alternativamente può includere azatioprina e ciclofosfamide. Nei casi refrattari è possibile utilizzare IVIg o anticorpi anti-CD20 (rituximab), sebbene tali terapie siano ancora estremamente costose.

Roma: Assessore allo Sport indagato per corruzione

Daniele Frongia, assessore allo Sport del Comune di Roma e fedelissimo della sindaca Virginia Raggi, è indagato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sul giro di tangenti e favori all’imprenditore Luca Parnasi per la realizzazione dello stadio della Roma a Tor Di Valle. Si tratta dello stesso procedimento da cui è scaturito il filone di indagine che ieri ha portato all’arresto di Marcello De Vito, presidente dell’assemblea capitolina in quota M5S.

La vicenda risale al 2017 quando Frongia cercò di far assumere a Parnasi una sua collaboratrice. Il costruttore chiese all’assessore se avesse qualcuno da presentargli per farlo lavorare in una delle sue società e Frongia gli propose questa dipendente del Comune.

L’assessore ha sempre detto di “non aver chiesto alcun favore ma di essersi limitato a presentare quella persona perché mi era stato chiesto”. Dopo una serie di accertamenti la Procura di Roma ha però deciso di iscriverlo nel registro degli indagati per corruzione. Una mossa che certamente mette in difficoltà la Giunta capitolina .

Moderati? Anche no

“La moderazione fa parte dello stile di governo, non segna la figura del cattolicesimo democratico”. Questa lapidaria sentenza di Guido Bodrato nella sua ultima intervista, ci permette di avviare un chiarimento su un termine – “moderato” – che nel nostro dibattito è diventato ambiguo. L’ambiguità nasce dalla diversa accezione che si può dare al termine, non sempre corrispondente tra chi lo scrive e chi lo legge.

Ritengo che la moderazione sia una disposizione dell’animo, non una categoria politica. Moderazione è sobrietà ed equilibrio nei comportamenti, nelle parole, nei giudizi. Possiamo persino considerarla affine alla “mitezza” evangelica, virtù destinata a grandi ricompense – “Beati i miti perché erediteranno la terra” (Mt 5,5) –. E allora evviva la moderazione, modello da perseguire anche nella città dell’uomo dopo decenni di politica muscolare e urlata, che ha zittito il dialogo costruttivo e dato spazio ai cinici, ai prepotenti, agli imbonitori.

Quando però la moderazione si storicizza, viene cioè sradicata dal vissuto personale per essere usata come categoria politica, si trasforma in moderatismo, che è solo la maschera conciliante del più concreto conservatorismo. Alcuni studiosi del movimento cattolico hanno diviso il Partito popolare di Sturzo tra “cattolici democratici” e “clerico-moderati”, faticando però a spiegare la trasformazione di questi ultimi in “clerico-fascisti”. Il fascismo evidentemente non c’entra con la moderazione. Usando invece la più corretta definizione di “clerico-conservatori”, si capisce meglio la successiva adesione al fascismo, giustificata dalla logica del “blocco d’ordine” in difesa degli interessi costituiti.

In tempi recenti, del termine “moderati” si era appropriato Berlusconi, per creare un vantaggioso bipolarismo mediatico in opposizione ai “comunisti”. Ovviamente, posti di fronte a questa scelta, gli italiani in gran maggioranza sono orientati alla moderazione più che al comunismo… Il Cavaliere però si è lasciato sfilare il marchio dall’abile pubblicitario e politico Mimmo Portas che ha registrato il simbolo “Moderati” e utilizzato il suo partito in ambito piemontese come mezzo di recupero per politici in crisi, di varia provenienza e in cerca di identità, da utilizzare come alleato (ben ricompensato) del PD. Quando però il brand “Moderati” si è cimentato in elezioni politiche nazionali, le percentuali ottenute sono state da prefisso telefonico.

Quindi, malgrado l’uso frequente ed evocativo del termine (ultimo della serie persino Romano Prodi), il “moderato” in politica non è indice automatico di consenso.

La nostra diffidenza sul termine non è però dovuta al timore di una modesta performance elettorale. Nasce soprattutto dalla convinzione che le parole sono vuote, e quindi insufficienti, se non vengono riempite di contenuto. Essere al centro, ad esempio, non dice nulla, se non indicare una collocazione intermedia tra due lati, che possono essere la destra e la sinistra. Anche queste due storiche categorie della politica, come etichetta, hanno mutato negli anni il loro significato. E tutti noi conosciamo bene la difficoltà nello spiegare cosa caratterizza il nostro glorioso nome di Popolari, sulla scia di Sturzo nella tradizione del cattolicesimo democratico e sociale, rispetto alle derive conservatrici del PPE.

Non dico che i nomi abbiano quasi nessuna rilevanza, ma ritengo – in ottima compagnia con Bodrato – che una forza politica si debba caratterizzare per il suo programma. Oltre ai valori enunciati, sono gli obiettivi, le proposte concrete per affrontare i problemi sociali ed economici che illustrano un partito.

Se i “liberi e forti” vogliono di nuovo dar vita a una formazione politica devono parlare attraverso “un Programma che porti a superare l’attuale cultura individualistica, che ridia sostegno alla maternità e alla natalità, che ripensi il lavoro in termini nuovi e con nuove tutele, che ridisegni il welfare, che ci risintonizzi con il sogno di un’Europa federale e dei popoli, che pensi ad un fisco amico delle famiglie e delle aziende che danno occupazione, produttività, che sono rispettose dell’ambiente, che sappia disegnare un sistema formativo flessibile e il sapere faccia crescere in umanità e fraternità, e così via”. (Grazie a Carlo Baviera per queste parole che ho preso a prestito dal suo ultimo articolo).

Ma per attuare i nostri punti forti, dobbiamo talvolta abbandonare la moderazione.

Il bravo medico ricorre in certi casi al pannicello caldo o alla caramella a effetto placebo, prescrive il farmaco e l’antibiotico quando occorrono, usa il bisturi per estirpare il male quando non c’è altro rimedio. Il bravo politico non può sempre essere “moderato” nell’affrontare i problemi del proprio tempo.

In Europa bisogna battere i pugni per uscire dall’austerità finanziaria che sta strangolando i ceti medi e popolari, e sonori ceffoni devono essere dati per svegliare le coscienze sull’emergenza ambientale che ci aspetta, e che né i moniti di papa Francesco né gli scioperi di Greta e dei suoi giovani seguaci sono ancora riusciti a mettere al centro dell’agenda politica (se non mondiale, almeno della UE).

In Italia, anche per rilanciare la produttività, occorre una politica aggressiva (questo aggettivo è molto poco “moderato”, ma ne userò altri ancora di egual tenore) contro i mali atavici della nostra società. Lotta spietata alla criminalità organizzata che opprime gli onesti e crea un vero “antistato” che espande sempre più i suoi tentacoli. Intransigenza verso i corrotti nella pubblica amministrazione, che danneggiamo la credibilità della politica e delle istituzioni. Contrasto inesorabile a evasione ed elusione fiscali: non potremo mai avere una politica dei redditi degna di questo nome se al gettito fiscale annuo di poco superiore ai 500 miliardi continueranno a mancare i soliti 120/130 miliardi, una marea di tasse evase che, una volta recuperate, avrebbero il duplice beneficio di alleggerire il carico fiscale di chi paga (“pagare tutti per pagare meno”, ricordate?) e ridurre gradatamente l’abnorme debito pubblico.

Riteniamo che le diseguaglianze siano diventate inaccettabili? Se rispondiamo di sì, e non solo per tranquillizzarci la coscienza, dobbiamo proporre correttivi che tolgano a chi ha troppo per dare a chi ha troppo poco. Sapendo che chi si vedrà tolto qualcosa non sarà contento (“È più facile dal no arrivare al sì che dal sì retrocedere al no”, ammoniva Sturzo).

Riteniamo che solo un grande investimento nella formazione e nel sapere ci possa mantenere in una condizione di benessere e crescita? Allora dobbiamo dirci che la scuola italiana ha bisogno di recuperare la sua funzione di ascensore sociale valorizzando a tutti i livelli il merito, che premierà alcuni e penalizzerà altri. Anche qui creando degli scontenti.

Riteniamo che la burocrazia sia troppo invadente, che leggi e adempimenti siano troppi, e invochiamo una semplificazione delle norme e una giustizia più snella e rapida? Allora dobbiamo essere consapevoli che la gran parte dei 312.663 avvocati italiani (fonte www.digilex.it) non vedrà di buon occhio un siffatto obiettivo. Ma mi fermo con gli esempi di questioni che non possono venire affrontate senza creare resistenze e malumori, quelli che il “moderato” tipo tende ad evitare.

Siamo abituati da troppi anni a una politica becera che insegue il facile consenso, che parla alla pancia della gente, che ne amplifica gli umori negativi. Dato che le pance sono spesso in contrasto tra loro (tassisti e NCC, ad esempio) e che gli umori cambiano, vediamo anche cambiare in un battito d’ali le posizioni politiche. Con la coerenza diventata un reperto archeologico da sbeffeggiare.

Per svoltare verso una politica nuova, più che affidarsi a parole effimere (“moderati”, “centro”) dal contenuto perlomeno soggettivo, sull’esempio di cento anni fa occorre costruire un programma chiaro e su quello cercare consensi e convergenze.

E se iniziassimo a scriverlo?

La Francia vede in rialzo le previsioni di crescita

L’Istituto nazionale delle statistiche francese (Insee) ha corretto in lieve rialzo le sue previsioni per la crescita della Francia nel primo semestre dell’anno, portandole all’1,1% dall’1% stimato a dicembre dello scorso anno.

A tela riguardo, Julien Pouget, capo di dipartimento per la Congiuntura all’Insee, ha affermato che il governo francese potrebbe aumentare la crescita grazie “a una politica di bilancio più espansiva”.

In merito all’occupazione, l’Insee punta a un aumento moderato “simile a quella dello scorso anno, con stime che prevedono 85 mila nuovi posti di lavoro nel primo semestre” del 2019.

I consumi dovrebbero riprendersi dopo la stagnazione dell’ultimo trimestre del 2018, arrivando a +0,5 per cento nei primi tre mesi del 2019 e a + 0,4 per cento nel secondo trimestre.

Una crescita dovuta anche alla ripresa di alcuni settori come quello automobilistico e quello energetico.

Una nuova casa politica solida e accogliente

Si arricchisce sempre più il dibattito circa l’esigenza e la volontà di dar vita ad un nuovo progetto culturale e politico di “centro”. Chi non si riconosce nella maggioranza giallo-verde, chi crede che PD e FI non possano rappresentare l’alternativa, ha il diritto/dovere di trovare nuove forme di aggregazione e di discussione. Prima di entrare nel merito delle tante proposte fatte, è doveroso ringraziare “Il domani d’Italia” per aver ospitato i vari interventi e per aver avviato la discussione con coraggio e determinazione.

Superata la fase della costatazione dell’esigenza e della “volontà” dovremmo passare a quella dell’aggregazione. Il web e nello specifico i social ci permettono l’incontro tra persone che avvertono l’urgenza di fare rete. I social, infatti, non vanno usati solo per comunicare quanto deciso da organi precostituiti, ma vanno usati quotidianamente per fare rete e mettere insieme idee, valori e competenze. I partecipanti devono sentirsi parte integrante del nuovo progetto e non semplici elettori passivi. Solo partecipando tutti attivamente possiamo realizzare la rete dal basso.

Se aspettiamo “il leader-capo” stiamo perdendo tempo e soprattutto non abbiamo compreso la vera causa del populismo. Il secondo aspetto che vorrei evidenziare è la presenza nei comuni italiani di tantissime liste, movimenti e associazioni “civiche” che restano escluse dalle competizioni elettorali nazionali. Moltissimi amici propongono di dar vita ad una federazione, che sia in grado di mettere insieme le tante esperienze locali, pur mantenendo la propria autonomia organizzativa. Se immaginiamo tutto questo non possiamo che dar vita ad un forum (online) che permetta a tutti di partecipare alla piattaforma programmatica del nuovo progetto. E’ vero che “uniti si vince” ma uniti su cosa? Basta il richiamo all’opposizione giallo-verde? Baste dire che PD e FI non rappresentano le nostre idee? Non penso sia sufficiente.

Per creare una casa politica solida e accogliente dobbiamo elaborare un nuovo pensiero ed un nuovo programma per l’Italia.

Grazie ancora per l’ospitalità che “il domani” offre a tutti noi.

 

Da Bruxelles l’impegno per Internet veloce

La Commissione europea ha pubblicato un nuovo studio sull’accesso alle tecnologie digitali e il loro uso nelle scuole. Dall’indagine emerge che nei Paesi dell’Unione, meno di uno studente su cinque frequenta una scuola con accesso a Internet ad alta velocità superiore a 100 Mb/s. Nei diversi istituti, inoltre, il 79% dei ragazzi della secondaria non partecipano mai o quasi mai ad attività di codifica o di programmazione.

“L’integrazione della tecnologia nell’insegnamento e nell’apprendimento – ha detto il commissario per l’Istruzione, la cultura, i giovani e lo sport, Tibor Navracsics – richiede azioni su diversi fronti, dalle infrastrutture alla formazione degli insegnanti e dei dirigenti. Il programma Erasmus+ è di supporto alle scuole dei 28, ad adattarsi alla rivoluzione digitale aiutando i giovani a comprendere e utilizzare la tecnologia in modo critico e creativo. Il fatto che il 79% degli alunni delle scuole medie e il 76% degli alunni delle superiori prenda parte con estrema discontinuità ad attività di codifica o di programmazione mette in evidenza il gap esistente in termini di competenze e connettività digitali: due sfide al centro della strategia per il mercato unico digitale, fondamentali per apportare vantaggi concreti ai cittadini e alle imprese”.

L’indagine sulle Tic nell’istruzione è la seconda a concentrarsi sulle scuole e ha coinvolto 85.000 dirigenti scolastici, insegnanti, studenti e genitori, tra novembre 2017 e maggio 2018, nei 28 Stati membri, oltre a Norvegia, Islanda e Turchia, nell’ambito del piano d’azione della Commissione per l’istruzione digitale. Nelle nuove indicazioni dell’Unione europea il digitale diviene a tutti gli effetti “competenza di base”, accanto al leggere e allo scrivere. E’ quindi necessario innalzare il livello di padronanza delle competenze di base (alfabetiche, matematiche e digitali) sostenendo lo sviluppo della capacità dell’apprendimento quale presupposto da migliorare costantemente.

Ed anche nella competenza alfabetica funzionale torna il digitale quando viene descritta la capacità relativa come quella che consente di individuare, comprendere, esprimere, creare e interpretare concetti, sentimenti, fatti e opinioni, in forma sia orale sia scritta, utilizzando materiali visivi, sonori e digitali. Un elemento fondamentale dell’istruzione digitale è garantire l’equità e la qualità dell’accesso e delle infrastrutture. Il divario digitale presenta molte dimensioni, ma il miglioramento dell’accesso alla tecnologia e alla connettività per tutti gli studenti deve costituire un punto di partenza per ridurre disparità ed esclusione.

Clima: +3 gradi in un marzo pazzo e l’Italia fiorisce

Mai cosi pazzo il mese di marzo con temperature minime e massime superiori di tre gradi rispetto alla media che hanno fatto esplodere una del tutto insolita contemporanea fioritura delle diverse specie di piante, mentre nei prati sono arrivate in forte anticipo primule viole e margherite. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti sulla base dei dati Ucea relativi alla prima decade con l’innalzamento della colonnina di mercurio che ha fatto sbocciare i fiori in anticipo rispetto all’arrivo della primavera astronomica.

Le anomalie hanno riguardato tutte le regioni della Penisola con temperature massime superiori alla media addirittura di 5,1 gradi in Emilia, di 3,8 gradi in Trentino, di 3,7 gradi in Veneto, di 3,6 gradi in Friuli come in Toscana, di 3,4 gradi in Sardegna, di 3,3 gradi nelle Marche d 3 gradi in Sicilia, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ucea.

Il risultato e che se in Sicilia i mandorli sono sbocciati una settimana prima in Romagna per gli albicocchi – sottolinea la Coldiretti – si registra una accelerazione di ben quindici giorni. Una spettacolo che rende pero’ ora le piante particolarmente vulnerabili ad un eventuale ritorno del maltempo che potrebbe colpire con temporali violenti e grandinate che pregiudicano i raccolti.

A preoccupare soprattutto al nord è anche una storica siccità un inverno asciutto segnato da precipitazioni dimezzate (-50% al nord rispetto alla media), che hanno lasciato a secco fiumi, laghi, invasi, terreni e senza neve le montagne, nel momento in cui l’acqua è essenziale per l’irrigazione delle coltivazioni, secondo una analisi della Coldiretti sulla base degli ultimi dati Isac/Cnr.

Non sono previste peraltro precipitazioni significative nel mese di marzo che possano cambiare la situazione che allo stato attuale al nord – rileva la Coldiretti – è peggiore di quella del 2017 che ha creato difficoltà anche per gli usi civili nei centri urbani ed è costata 2 miliardi di euro in danni all’agricoltura a causa della siccità che ha tagliato i raccolti delle principali produzioni, dagli ortaggi alla frutta fino ai cereali, ma anche i vigneti ed il fieno per l’alimentazione degli animali per la produzione di latte.

Sul Po in magra sembra piena estate con il livello idrometrico al Ponte della Becca è di -2,83 metri, come nell’ agosto scorso, ma anomalie si vedono anche nei grandi laghi che hanno percentuali di riempimento che vanno dall’8% del lago di Como al 16% dell’Iseo fino al 29% del Maggiore secondo l’ultimo monitoraggio della Coldiretti. Il maltempo è atteso come manna dagli agricoltori soprattutto al nord dove in molte zone non piove da mesi ma per essere di sollievo la pioggia deve durare a lungo, cadere in maniera costante e non troppo intensa, mentre i forti temporali, soprattutto con precipitazioni violente provocano danni poiché – spiega la Coldiretti – i terreni non riescono ad assorbire l’acqua che cade violentemente e tende ad allontanarsi per scorrimento con gravi rischi per l’erosione del suolo.

Napoli: Bruno Munari. I colori della luce

Lunedì 25 marzo, alle ore 18.00 presso la Biblioteca (primo piano) del museo Madre, sarà presentato il volume Bruno Munari. I colori della luce (Gangemi Editore, 2019), catalogo dell’omonima mostra inaugurata presso il Museo Plart il 29 novembre 2018 e prodotta dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, in collaborazione con la Fondazione Plart, nell’ambito dell’edizione 2018 di Progetto XXI.

Interverranno, con la Presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee Laura Valente, il Direttore del museo Madre Andrea Viliani e la Presidente della Fondazione Plart Maria Pia Incutti, i curatori della mostra e del volume, Miroslava Hajek e Marcello Francolini.

Progetto XXI è la piattaforma della Fondazione Donnaregina che, dal 2012, si propone di esplorare la produzione artistica emergente e di analizzare l’eredità delle ricerche degli ultimi decenni, contribuendo alla produzione e alla diffusione di narrazioni e storiografie alternative del contemporaneo e alla definizione di un sistema regionale delle arti contemporanee basato sulla collaborazione e l’interscambio fra istituzioni pubbliche e private operanti in regione Campania.

Il volume ripercorre, in tre sessioni fra loro connesse, la mostra presentata al Plart, che ha analizzato uno specifico corpo di lavori di Munari, le Proiezioni a luce fissa e le Proiezioni a luce polarizzata, realizzate negli anni Cinquanta del secolo scorso, con cui l’artista porta a compimento la sua ricerca volta a conquistare una nuova spazialità oltre la realtà bidimensionale dell’opera.

Dopo le introduzioni di Maria Pia Incutti, Laura Valente e Andrea Viliani, segue un testo della curatrice scientifica del Plart, Cecilia Cecchini, che contestualizza la mostra nell’ambito delle attività di ricerca ed espositive della Fondazione Plart.

La prima sessione del catalogo, intitolata Da un passato futurista a un futuro programmato, contiene gli interventi critici dei due curatori, che inquadrano l’origine del pensiero munariano, tra avanguardia futurista (dal polimaterismo al tattilismo) e arte programmata, al cui statuto l’artista giunge proprio attraverso le proiezioni di luce che rappresentano il punto più alto della sua sperimentazione, ponendosi come ponte tra la meccanica e l’elettronica. Le fotografie realizzate da Luciano Romano documentano le opere esposte e l’allestimento progettato da Mario Coppola.

Segue una seconda sessione curata dal Laboratorio di ricerca e conservazione del Plart e corredata da un articolato apparato iconografico e documentativo, dedicata alla Digitalizzazione delle Proiezioni a luce polarizzata. Sono presentati i risultati del puntuale lavoro di transfer mediale effettuato, che ha risposto sia ad esigenze espositive sia ad esigenze conservative. Se la mostra ha, infatti, consentito al pubblico di conoscere e approfondire le Proiezioni, l’intervento di duplicazione dei vetrini ha costituito una tecnica non invasiva di conservazione, contribuendo a preservare le opere e l’informazione estetica in esse veicolata.

Conclude il catalogo la terza sessione, Testimonianze, che include testi di Giuseppe Morra, Direttore del Museo Hermann Nitsch, e di Giuseppe Furlanis, Direttore dell’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Firenze. Al primo è affidato il racconto dell’esperienza della mostra Sculture nella città (1990), durante la quale una selezione di opere in metallo di grandi dimensioni realizzate da Munari è stata esposta sul lungomare e in altri luoghi di Napoli. Nella sua testimonianza Furlanis qualifica Munari come “poeta della semplicità”, rivolgendo particolare attenzione al suo metodo di ricerca e all’aspetto pedagogico della sua pratica artistica.

Un progetto editoriale che, come la mostra da cui origina, offre una rilettura poliedrica dell’opera di Munari, focalizzandosi su opere che hanno sfidato la storia e la critica d’arte, rimanendone ai margini in attesa di una loro ponderata rivalutazione.

Antibiotici: Calano i consumi

Assorted pills

L’antibiotico-resistenza rappresenta un problema di salute pubblica molto rilevante a
livello globale per via dell’elevato impatto epidemiologico sulla popolazione (incremento
della morbosità e della mortalità) e dei pesanti oneri sociali ed economici correlati (perdite
di vita e di giornate lavorative, prolungamento delle degenze e maggior utilizzo di
procedure diagnostiche). Secondo una recente analisi dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità (OMS) in molte parti del mondo (Europa, Americhe, Africa, Mediterraneo Orientale,
Pacifico Occidentale e Sud-Est Asiatico) sono state registrate prevalenze elevate di
resistenza nei batteri che causano infezioni anche comuni, quali la polmonite e le infezioni
delle vie urinarie.

Uno studio recente dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) riporta
che nel 2015, nei Paesi dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo, si sono
verificati 671.689 casi di infezioni antibiotico-resistenti, a cui sono attribuibili 33.110
decessi, un terzo dei quali si è verificato in Italia, evidenziando la gravità del problema nel
nostro Paese.

Dall’indagine risulta inoltre che le infezioni resistenti agli antibiotici sono diffuse in tutte le
fasce di popolazione, ma colpiscono in particolare le fasce estreme di età. Il 75% dei casi è
dovuto a infezioni correlate all’assistenza sanitaria, e ciò a sostegno della necessità di
intervenire con azioni di contrasto soprattutto negli ambienti di cura.

Anche i dati elaborati dai network dell’ECDC, l’European Antimicrobial Resistance
Surveillance (EARS-Net) e l’European Surveillance of Antimicrobial Consumption (ESACNet), che fanno il punto rispettivamente sulle resistenze e sul consumo degli antimicrobici nell’Unione europea, confermano nell’anno 2017 la gravità della minaccia dell’antibioticoresistenza per l’Europa, evidenziando la priorità e l’urgenza di misure efficaci e armonizzate.

L’aumento delle resistenze, favorito dal consumo inappropriato e dall’abuso degli
antibiotici, può essere contrastato efficacemente solo attraverso un approccio globale –
one health – che promuova interventi per l’uso responsabile di questi farmaci in tutti gli
ambiti.

Le strategie per prevenire e controllare le resistenze agli antibiotici richiedono un
coordinamento a livello europeo e mondiale, ma anche piani nazionali in grado di
fronteggiare le specifiche situazioni locali. Per tale ragione, l’Italia si è dotata del primo
Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR) 2017-2020 che, in
coerenza con le indicazioni dell’OMS, prevede tra gli ambiti di intervento la sorveglianza
dei consumi degli antibiotici sia nel settore umano che veterinario.

Nel 2017 il consumo globale di antibiotici in Italia, comprensivo degli acquisti privati, è
risultato pari a 25,5 DDD/1000 abitanti die.
Oltre l’85% delle dosi, pari a 21,8 DDD/1000 abitanti die, sono state erogate a carico del
Servizio Sanitario Nazionale (SSN), con una riduzione dell’1,6% rispetto al 2016. Questo
dato comprende sia gli antibiotici erogati in regime di assistenza convenzionata (dalle
farmacie pubbliche e private) sia quelli acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche.

Anche la spesa pro capite nazionale (14,33 euro) si è ridotta rispetto all’anno precedente
dell’1,7%.
Il 90% del consumo di antibiotici a carico del SSN (19,7 DDD/1000 ab die) è in regime di
assistenza convenzionata, confermando che gran parte dell’utilizzo degli antibiotici
avviene a seguito della prescrizione del Medico di Medicina Generale o del Pediatra di
Libera Scelta.

Si osserva un andamento stagionale molto marcato dei consumi tra i mesi invernali e
quelli estivi, che passano da un minimo di 13,2 DDD/1000 ab die nel mese di agosto a un
massimo di 27,29 DDD/1000 ab die nel mese di gennaio. L’utilizzo più frequente di
antibiotici nei mesi invernali è correlato con i picchi di sindromi influenzali osservati nei
diversi anni.

L’analisi per area geografica conferma un maggior consumo al Sud e nelle Isole (24,9
DDD/1000 ab die) e al Centro (20,7 DDD/1000 ab die), rispetto al Nord (15,6 DDD/1000 ab die). Si evidenzia, comunque, una progressiva tendenza a un uso più attento di tali
medicinali con particolari riduzioni dei consumi proprio nelle aree di maggior utilizzo. Le
Regioni Campania e Puglia mostrano le contrazioni più importanti dei consumi
(rispettivamente -5,5% e -6,8%) e un consistente calo della spesa (rispettivamente -5,1% e -8,5%).

Milano: Terrore sullo scuolabus

Ousseynou Sy, 47enne senegalese di origine ma italiano dal 2004, ha sequestrato un autobus di cui era alla guida a San Donato Milanese, dirigendosi verso l’aeroporto di Linate.

Appena i militari hanno bloccato il mezzo, l’uomo è sceso dal pullman con in mano un accendino e ha dato fuoco al mezzo, mentre i carabinieri salvavano dalla parte posteriore i ragazzi, che hanno raccontato di essere stati ammanettati e minacciati, dopo aver rotto i finestrini.

A dare l’allarme e a far scattare l’intervento dei carabinieri è stato uno dei ragazzini a bordo. Secondo quanto è stato finora ricostruito, il 47enne era alla guida del bus che doveva riportare i ragazzini a scuola, dopo un’attività sportiva all’aperto. Ad un certo punto l’uomo avrebbe cambiato percorso e, rivolgendosi agli studenti con in mano un coltello, avrebbe detto: “Andiamo a Linate, qui non scende più nessuno”. Uno degli studenti a bordo ha però chiamato con il cellulare i genitori che, a loro volta, hanno avvisato i carabinieri.

A bordo dell’autobus c’erano 51 ragazzini della scuola media Vailati di Crema (nel Cremonese) con le loro insegnanti. Ventidue bambini e un adulto sono stati trasferiti negli ospedali della zona. Un ragazzino e un adulto sono in codice giallo, gli altri in codice verde. L’autore del gesto è invece stato trasportato con i carabinieri a San Donato.

De Vito agli arresti, Roma stremata: Possiamo uscire dal buio?

Adesso, arrestato il grillino De Vito, scorrerà latte e miele nella valle oscura della rivalsa, con ghigni appena nascosti,  perché l’Italia vive da un quarto di secolo nel pianeta del rancore e dell’odio, inseguendo un paradiso costellato di buone intenzioni. Come può un Paese illudersi di crescere e migliorare se anno dopo anno, in una sequela infinita di inchieste e provvedimenti giudiziari, poi svaporati nell’atmosfera d’innumerevoli sentenze di assoluzione, domina la velleitaria strategia della purificazione, con la chimera di un progresso automatico, fecondo ed equilibrato, ottenuto per via della semplice lotta alla corruzione?

A Roma lo stadio riporta alla luce l’assenza, ormai prolungata, di programmazione urbana e dunque la superficialità di approccio al tema dello sviluppo urbanistico. Il dibattito politico – non il surrogato delle interdizioni di magistrati solerti – dovrebbe ruotare attorno al dilemma di una mega-operazione immobiliare, inclusiva del nuovo impianto sportivo dell’imprenditore italo-americano Pallotta, che in verità appare del tutto slegata da un disegno razionale di ammodernamento della città. Manca una degna visione di un degno Piano regolatore.

Sfugge infatti alla pubblica riflessione che due progetti di nuova direzionalità insistono sullo stesso quadrante della città metropolitana: quello, appunto, di Parnasi-Pallotta a Tor di Valle e quello degli Aeroporti di Roma a Fiumicino. A riguardo sarebbe opportuno ricordare che la migliore cultura urbanistica, italiana ed europea, aveva incentrato il Piano regolatore del 1962-65 sulla realizzazione del cosiddetto Sistema Direzionale Orientale (SDO), svilito nel tempo e poi accartocciato, alla buona, in misure di modesto rappezzo. Ora, questo rovesciamento di prospettive, con la previsione di due concomitanti e perciò concorrenti Business Center nell’area orientale, può essere riguardato sotto l’unico profilo degli immediati interessi degli operatori? Stesso discorso dovrebbe valere per la programmazione sportiva, visto che lo Stadio di Parnasi-Pallotta, ove realmente necessario, implicherebbe in via preventiva un riesame dei destini dell’Olimpico (e per qualche verso del Flaminio). E poi dovrebbe implicare altresì una valutazione meno episodica e frammentata in ordine alla geografia dei grandi impianti sportivi.

Ma tutto questo, pur essendo in teoria  il nutrimento di una pubblica discussione che voglia misurarsi dignitosamente con la storia e l’attualità di Roma Capitale, s’inabissa nelle acque torbide della contropolitica. Al silenzio sulle questioni afferenti allo sviluppo ordinato della città fa da contrappeso il clamore – a dire il vero stremato per eccesso di acredine e disillusione – sulle vere o presunte impudicizie di un ceto politico senza vitalità e autonomia. La debolezza della società civile, quel generone romano che pure dovrebbe conservare un retaggio di vecchio amor proprio, si produce come anestetico di una cittadinanza sostanzialmente inattiva. Servirebbe un soprassalto minimo di decoro, per riattivare il circuito di selezione e promozione di una classe dirigente all’altezza delle responsabilità del momento.

Ora, anche se fosse stata evitata la misura preventiva di carcerazione, perché prima o poi dovremo riabituarci alla normalità di procedure inquirenti al riparo dei colpi di scena, la campanella di fine corsa per l’amministrazione Raggi stava già suonando da mesi. Oggi quel suono si è fatto più acuto, anzi più stridulo, e chiama a raccolta di converso gli uomini e le donne di “buona  volontà” che hanno a cuore il riscatto dal plebeismo ornato d’incompetenza, presunzione e mala condotta.

A Roma come in Italia.