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E’ l’Italia il paese con più anziani

Da un’analisi Eurostat emerge che Nel 2020, il 20,6% della popolazione dell’UE ha un’età pari o superiore a 65 anni; 3 punti  in più rispetto ad un decennio prima. 

Negli Stati membri dell’UE, la quota più elevata di anziani sulla popolazione totale nel 2020 è stata osservata in Italia (23,2%), seguita da Grecia e Finlandia (22,3% ciascuna), Portogallo (22,1%), Germania (21,8%) e Bulgaria (21,6%). Le quote più basse sono state registrate in Irlanda (14,4%) e in Lussemburgo (14,5%).

A livello regionale, le quote più alte di anziani sono state riscontrate a Chemnitz (29,3%) in Germania, seguita dalla Liguria (28,7%) in Italia, dall’Epiro (27,3%) in Grecia, dal Limosino (27,1%) in Francia e dalla Sassonia-Anhalt (27,0%) in Germania. Le quote più basse sono state registrate in due regioni d’oltremare della Francia: Mayotte (2,7%) e Guyana francese (6,1%) e la regione autonoma spagnola di Melilla (11,1%).

Per la pandemia recuperati dall’Italia cospicui fondi Ue non spesi

L’Italia, con oltre 5,5 miliardi di euro, è il Paese che ha riprogrammato il più alto importo di fondi strutturali europei per fronteggiare la pandemia. È quanto si evince dai dati pubblicati dalla Commissione europea sull’andamento delle due iniziative, denominate CRII e CRII+, messe in campo dall’Ue per fronteggiare la crisi economica e sanitaria causata dall’emergenza Covid.

Il pacchetto CRII non prevede risorse finanziarie aggiuntive, ma dispone una maggiore flessibilità per le risorse esistenti e non spese, con la possibilità di indirizzarle laddove c’è più bisogno, con l’obiettivo di sostenere il sistema sanitario, l’economia e i cittadini. Gli Stati membri hanno fatto ampiamente ricorso alla flessibilità concessa dai due strumenti. Al 3 marzo, in tutta l’Ue sono stati riprogrammati 21,7 miliardi di euro, di cui 11,1 a sostegno dell’economia, 7,2 per il sistema sanitario e 3,4 per i cittadini, in particolare lavoratori e gruppi vulnerabili.

L’Italia ha apportato importanti modifiche a quasi tutti i suoi programmi, privilegiando soprattutto il settore economico. Il nostro Paese ha destinato più di 2,8 miliardi di euro per aiutare le imprese specie nel Mezzogiorno attraverso sovvenzioni (626 milioni di euro) che sono andate a beneficio di oltre 379mila PMI, e prestiti agevolati (2,2 miliardi di euro) che hanno sostenuto più di 145mila PMI. L’Italia ha poi riprogrammato oltre 1,4 miliardi di euro destinati al sistema sanitario: si tratta del secondo importo più alto dopo la Spagna. Lazio, Lombardia e Campania sono le regioni che hanno mobilitato più risorse verso il settore sanitario. Tali risorse sono state impiegate principalmente per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale, attrezzature mediche e farmaci per il trattamento del Covid. Il Fondo sociale europeo è stato invece quello cui gli Stati membri Ue hanno principalmente attinto per finanziare servizi di protezione sociale, azioni a sostegno di gruppi vulnerabili e per il mantenimento dei posti di lavoro. L’Italia è stata ancora una volta il Paese ad aver riprogrammato l’importo più elevato, oltre 1,3 miliardi di euro.

Tra le novità introdotte dal pacchetto CRII, vi è anche la possibilità per gli Stati membri di trattenere i fondi non spesi anziché rimborsarli alla fine dell’esercizio contabile annuo. In questo modo gli Stati membri hanno usufruito di 7,6 miliardi di euro di pre-finanziamenti da destinare al contrasto della pandemia, una misura di cui ha beneficiato in primis la Polonia, seguita da Spagna e Italia. Una delle misure più popolari è stata poi l’uso del tasso di cofinanziamento Ue al 100%, applicato alla maggior parte dei programmi modificati. In Italia 40 dei 51 programmi rientranti nella politica di coesione sono stati finanziati in via temporanea con risorse esclusivamente europee.

Covid: colpisce i malati di tumore in maniera più aggressiva

Dei centomila morti per Covid-19 in Italia circa il 16% sono persone con una storia di tumore. Di fronte all’inizio della terza ondata questi pazienti, se colpiti dal virus, rischiano di più a livello di complicanze gravi e ospedalizzazione.

Per questo sono state inseriti, secondo le raccomandazioni ministeriali, tra le categorie da vaccinare con priorità nella seconda fase del piano vaccinale.

È  noto infatti che gli individui  fragili e con comorbilità (malattie pregresse) sono esposti a un rischio significativo di sviluppare complicazioni potenzialmente fatali della COVID-19, l’infezione provocata dal patogeno pandemico.

Alcuni tumori, inoltre, vengono trattati con terapie e farmaci in grado di sopprimere l’efficacia del sistema immunitario, che è fondamentale per contrastare l’invasione degli agenti patogeni responsabili delle malattie infettive.

Sergio Mattarella: “Una data, quella del 16 marzo 1978, incancellabile nella coscienza del popolo italiano”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 43° anniversario del rapimento di Aldo Moro, ha deposto una corona di fiori in via Mario Fani dove le Brigate Rosse sequestrarono l’allora Presidente della Democrazia Cristiana uccidendo cinque agenti della sua scorta.

Nell’occasione ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Ci separano quarantatré anni dal disumano assassinio in Roma, ad opera dei terroristi delle brigate rosse, di Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino.

Difensori dello Stato di diritto, della libertà e della democrazia della Repubblica, pagarono con la vita il mandato loro affidato di proteggere Aldo Moro, statista insigne, presidente della Democrazia Cristiana, il cui calvario sarebbe durato sino al successivo 9 maggio quando il suo corpo venne fatto ritrovare in via Caetani.

Una data, quella del 16 marzo 1978, incancellabile nella coscienza del popolo italiano.

Lo sprezzo per la vita delle persone, nel folle delirio brigatista, lo sgomento per un attacco che puntava a destabilizzare la vita democratica italiana, rimangono una ferita e un monito per la storia della nostra comunità.

Sono vite strappate agli affetti familiari da una violenza sanguinaria, sono lacerazioni insanabili. Alle vittime va un pensiero commosso e ai familiari la solidarietà più intensa, che il trascorrere degli anni non ha mai indebolito.

La democrazia italiana venne privata, in quell’agguato, di uno dei leader più autorevoli e capaci di visione. Il corso della storia repubblicana ne fu segnato.

In quei terribili giorni si fece strada un forte sentimento di unità, diffuso nel Paese e che fu decisivo per isolare le bande del terrore, per respingere i loro folli progetti e le insinuazioni della loro propaganda.

Una unità che si tradusse in più avvertita responsabilità verso il valore delle istituzioni democratiche, garanzia delle libertà scolpite nella Costituzione».

Antoine-Jean Gros: tra Neoclassicismo e Romanticismo.

Parigi 16 marzo 1771 nasce Antoine-Jean Gros. Da allora sono passati 245 anni…

Grande artista francese di studi accademici neoclassici presso la scuola di Jacques-Louis David, di cui (a detta dello stesso Maestro) egli fu il migliore e più fidato allievo. Gros è portato da David all’età di 12 anni da suo padre, Jean-Antoine, pittore e miniaturista, amico di molti artisti, trasferitosi verso la fine degli anni ’50 da Tolosa, sua città natale, alla “ville lumiere”. Questo desiderio paterno coincide con una forte ispirazione artistica del piccolo Antoine-Jean sorta allorché vede, appena dodicenne, al Louvre durante l’esposizione del 25 agosto 1783, Il dolore e i dispiaceri di Andromaca sul corpo di Ettore, suo marito, dipinto di David, personaggio cui il giorno dopo è presentato. Ne comincerà a frequentare l’atelier due anni dopo, a seguito del rientro del grande artista dall’Italia.

Il rapporto di Gros col clima neoclassico è riconoscibile in una delle sue prime opere su commissione: La Repubblica. Il dipinto (oggi a Versailles) fu eseguito a Genova nel 1795 per il locale Consolato francese, in occasione della sua prima visita in Italia, effettuata per conoscere e studiare l’arte del “bel Paese” e frequentare la cerchia di Napoleone, astro nascente della politica europea. La “Repubblica” è simboleggiata da una figura femminile accampata per intero al centro della tela in atteggiamento solenne. Un’immagine più autoritaria (si consideri la lancia che brandisce nella mano destra) che benevola e che contrasta con il luminoso seno destro ampiamente scoperto (quasi a rievocare il classico soggetto della “carità romana). L’abilità descrittiva e il virtuosismo cromatico confermano la lezione prontamente appresa alla scuola di David. Pur prendendo le mosse dalla Minerva romana (come, d’altra parte, avevano fatto diversi artisti come J.-B. Wicar, al di cui lavoro Gros deve avere guardato) l’iconografia guerriera e lo stemma grosiano appaiono sostanzialmente inventate, eludendo così la specifica tradizione iconografica, non senza qualche attenzione alle vignette rivoluzionarie del Direttorio. Questo fatto comprova il temperamento rude, spontaneo, e comunque sensibile ed educato del pittore. I soggetti mitologici e allegorici che realizza, pur nel rispetto della tradizione, rispondono alla condizione emotiva dell’autore e non tanto all’ “oggettivismo” davidiano o al distaccato stilismo ingresiano. 

I temi innovatori della morte e la tensione, che rendono non soltanto il senso dell’angoscia e dell’ineluttabile, ma anche lo sconfinamento allegorico, sono elementi predominanti in molti schizzi e disegni di fine Settecento. Tra tutti Young vicino al cadavere della figliastra morta del 1793, in cui i soggetti si fanno emblematici fino ad anticipare atteggiamenti preraffaelliti e simbolisti. Ad esso deve aver guardato Girodet nel suo dipinto La deposizione di Atala nella tomba del 1808. Del primo periodo mitologico-allegorico spicca un dipinto del 1798 carico di pathos coinvolgente: La morte di Timofane, conservato al Louvre. La colonna centrale produce una doppia quinta, sulle tracce di Masaccio, così che la scena di sinistra, in cui i soldati uccidono con efferatezza pari alla Strage degli innocenti di Raffaello, sembra temporalmente e spazialmente distante. In essa, inquadrato nell’arco, Timoleone esprime, con forte tensione muscolare e pudore del viso quasi celato, la lacerazione tra il bisogno etico di salvare la patria dalla tirannia invocata dal fratello e il dolore straziante per la di lui inevitabile morte. Questo “assolo” di Timoleone è sottolineato da uno studio preparatorio dello stesso anno, nel quale il segno si dibatte tra la marcatura dei contorni delle gambe e la levità del tracciato nell’alternare l’andamento reale dell’abito e lo sviluppo virtuale dato dal movimento della figura. Timofane cattura i tre quarti dell’attenzione dell’osservatore per l’aggressione che sta subendo e per il dramma che esprime il suo corpo abbandonato quasi a mo’ di una deposizione, alla stessa maniera di quanto accade al personaggio riverso e sostenuto a stento sulle proprie ginocchia in Bonaparte visita gli appestati di Jaffa. In La morte di Timofane la struttura della composizione tiene conto dei pattern triangolari di derivazione davidiana (ad esempio nel Il giuramento degli Orazi del 1784), ma Gros, col dolore di Timoleone, accentua ancor più il suo allontanamento dal classicismo di maniera. 

Se si guarda con attenzione nell’opera di Gros, oltre le tesi consolidate, ci si accorge come egli rappresenti pienamente (come artista e come uomo) le spinte del movimento romantico nascente, in cui emozione e razionalità si alternano alla ricerca del sublime, del senso della vita, di quell’armonia che pone in relazione l’esistenza umana ed il divenire dello spirito.

Solitamente, Gros è citato nei testi canonici di storia dell’arte soprattutto come il cantore dell’immagine trionfante di Napoleone. Bonaparte al ponte di Arcole (1796), La battaglia di Abukir (1806), La battaglia di Eylau (1808), Bonaparte visita gli appestati Jaffa (1804) sono solo alcuni dei numerosi capolavori dipinti dall’artista. 

Secondo ricostruzioni storiche, si intuisce che l’incontro tra l’artista e Napoleone era stato patrocinato da Giuseppina Bonaparte alla quale Gros era stato presentato nel 1796 a Genova. Si narra di un viaggio in carrozza che Giuseppina fece proprio con Antoine-Jean da Genova a Milano, un tragitto che consolidò un’amicizia destinata a durare per l’intera loro esistenza. L’incontro tra l’artista e Bonaparte avviene a Milano, a palazzo Serbelloni, nel novembre di quello stesso anno. “Cosa posso fare per voi?” – gli chiede il Generale, già informato del valore di quell’allievo di David (da Napoleone immensamente stimato). Gros in verità raramente ha dimostrato spirito di iniziativa, temperamento forte e determinazione. Ma in quella occasione è brillante e risponde prontamente: “Il vostro ritratto, Generale”, e così dicendo si assicura fama, gloria e sicurezza economica. Seguirà una serie di ritratti, tra cui il già citato e famoso Bonaparte al ponte di Arcole, che costituisce la prima forte proposta “deviante”. Da qui il grande interesse di tutti i giovani artisti del tempo. Antoine-Jean, non ancora affermato, con quest’opera fa conoscere il suo talento e di lì a poco, nel 1801, sconvolge gli animi sopiti degli artisti accademici e gli ardimenti dei più giovani assetati di novità. Quell’anno, Napoleone indice un concorso per un dipinto nel quale glorificare e perpetuare la vittoria riportata dalla propria armata contro la coalizione di turchi e arabi. Due anni dopo, la battaglia di Nazareth dell’otto aprile 1799 ha il suo pittore-eroe. Il premio viene vinto da Antoine-Jean Gros. Su quel tema egli realizza uno schizzo ad olio fatto con energia e scioltezza: il generale Junot, risalta tra la fanteria francese e alleata ed i dragoni del XIV° reggimento dispiegati nella battaglia: un gruppo bellissimo sui quali dominano i cavalli pieni di ardore.

L’artista diventa il “suiveur” di Napoleone e rappresenta le sue battaglie in spettacolari dipinti, ricchi di movimento e particolareggiati nella narrazione. Tuttavia, il rapporto con Bonaparte non è sempre armonico. La sua personalità, coerente ed autentica, gli impedisce di essere il mero glorificatore di Napoleone e costui lo intuisce, passando da slanci di riconoscenza ed amicizia ad allontanamenti istintivi, atteggiamenti tipici del suo despotismo. Probabilmente ne ha anche una riprova quando Gros riceve da lui la delega fiduciaria (primavera 1797) – nell’ambito di un’apposita commissione – di raccogliere in Italia oggetti d’arte da spedire in Francia. Egli accetta l’incarico senza entusiasmo, anzi manifesta delle remore seppur non esplicite (per un’azione che reputa una illecita sottrazione) fugate tuttavia dal tono cortese, ma deciso del suo “capo”. Del resto, egli non può rifiutare l’incarico anche per ragioni di sussistenza della sua famiglia (aveva lasciato a Parigi la madre e la sorella minore in stato di indigenza; il padre era morto quattro anni prima). Ma, ben presto, Napoleone si rende conto che il giovane pittore non espleta l’incarico al meglio. Riferisce Tripier Le Franc che il sindaco di Perugia e i notabili della città pregarono Gros di essere clemente circa la quantità delle opere del Perugino da sottrarre, offrendogli in cambio la somma di 30.000 franchi. La risposta fu gentile, ma perentoria: “En vous méprenant sur l’honorabilité de mon caractère, vous vous êtes aussi mépris sur mes intentions à l’égard de vos tableaux. Je ne viens pas enlever vos chefs-d’oeuvre; je viens seulement vous demander deux ou trois Pérugin ce nombre suffira au désir de Bonaparte et à la glorie du musée français”. La commissione guidata da Gros resta in carica fino al settembre 1797. Da allora (e fino al luglio dell’anno successivo) arriva da Parigi, una seconda commissione ben più agguerrita e “rapace”. I suoi membri, tra i quali Dannou, Florent, Vicar, Thouin, a differenza del loro predecessore, s’impossessarono di ventidue quadri del Vannucci. 

Carattere insicuro, Gros aveva visto in Napoleone un riferimento (esistenziale e professionale). Ma ciò non arriva al punto di fargli tradire i suoi principi e rinnegare il suo vero interesse che resta “la pittura per la pittura”. Napoleone, probabilmente, coglie tutto ciò, rendendosi conto che Antoine-Jean, pur restando un fedele ammiratore, non lo è tanto da piegarsi totalmente alla sua volontà. 

Dopo gli anni vissuti in Italia, l’artista aveva fatto la sua prima apparizione ufficiale al Salone parigino del 1801. Espone due opere: Napoleone al ponte di Arcole e Saffo a Leucade. In quell’occasione, per quanto plauso riceva per il segno libero e l’ardimento compositivo espressi nel ritratto del Bonaparte, l’autore vive uno dei suoi primi grandi sconforti poiché nessuna attenzione riceve per Saffo a Leucade. Vi aveva riversato tutto se stesso, lo slancio istintivo ed il temperamento romantico, mettendo ai margini la formazione neoclassica e l’esempio specifico davidiano. I modi espressivi ed il tema sono infatti romantici. È uno dei pochissimi casi (forse il solo) carico di tanta evidenza, in cui Gros offre al suo originale temperamento l’occasione di un soggetto appropriato. Ciò a dispetto del fatto che, per tutto il secondo decennio dell’Ottocento, non era ancora sorta la consapevolezza di una chiara distinzione tra temi classici e temi ‘romanzi’. Conseguentemente, gli artisti attingevano spunti da entrambi come, per esempio, Fussli e Blake. Per Gros affrontare il tema di Saffo acquista un significato intrigante. Si tratta di un’occasione languida, oltre che poetica, di una coincidenza perfetta (finalmente) tra conoscenza e sentimento della pittura. Simile nell’atmosfera risulta il quadro Christine Boyer (1800 c.): fantasma serale uscito dal sepolcro sull’isolotto appena a riparo dalla cascata, a seguire con lo sguardo il cespo di rose trascinato via dalla corrente. Un quadro emblematico che sembra già aprire i discorsi verso Runge, il Romanticismo e perfino verso il simbolismo preraffaellita. Christine Boyer, moglie precocemente scomparsa di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, è ritratta post-mortem in atteggiamento pensoso ed inquieto più che angosciante (personalmente, non escludo trattarsi del ritratto di Josephine di Beauharnais, immersa nella sua malinconia e immortalata nel paesaggio che fa da sfondo alla figura femminile campeggiante in primo piano).

Si è già accennato al carattere sostanzialmente debole di Gros, alle sue lacerazioni interiori, malgrado un temperamento ardimentoso, estroverso, elegante e accattivante. David resterà il suo riferimento, ma anche il suo limite ed il Maestro non l’aveva capito, o non lo aveva voluto capire. Infatti, Jacques-Louis si inorgogliva ogni volta che Gros riscuoteva successo e allori, come quando (secondo quanto riferisce Delécluze), all’esposizione del 1806, i vari pittori appesero una simbolica palma sopra il quadro Bonaparte visita gli appestati di Jaffa. “È fuor di dubbio -commenta il critico- che, dopo David, Gros è il pittore che ha maggiormente influenzato le dottrine e la pratica degli artisti contemporanei”.

Con l’esaurirsi del periodo napoleonico, e cioè con l’opera L’imperatore Napoleone arringa i suoi generali e l’armata prima della battaglia delle piramidi del 1810, l’artista si lascia andare (ad esclusione di alcuni ritratti prettamente ottocenteschi) ad una produzione mitologico-classicheggiante, canonica e fiacca. Ciò anche perché ha accettato l’incarico di dirigere la scuola di David al posto del Maestro esiliato. 

Nel periodo che va dalla metà degli anni ’10 al 1835, Gros riceve alte onorificenze e incarichi, in Francia e in Italia. Anche nel periodo della Restaurazione gli sono commissionati diversi dipinti e ritratti dalla Camera dei Deputati, come nel caso del Ritratto della Duchessa d’Angoulême (1816). Ma il massimo impegno verso i reali l’artista lo riversò ne La partenza di Luigi XVIII dal castello Tuileries la notte del 20 marzo (1816) e nel dipinto Imbarco della Duchessa d’Angoulême a Pauillac (1816-1818). 

Gros stava vivendo un periodo di crisi ed è chiaro che, con i tre dipinti presentati al salone del 1835, fece il massimo sforzo nel tentativo di risollevare le proprie condizioni psicologiche ancor prima che professionali. Sotto l’aspetto artistico, egli sente di essere stato sorpassato dalle nuove leve. Viene anche allontanato dai fautori del classico, che tuttavia erano riusciti a dare alla loro tendenza nuove impronte e direzioni. In tal senso, è significativo il fatto che gradatamente molti allievi del grande “peintre d’histoire” si trasferiscano alla scuola di Ingres. 

Sul piano psicologico, finita l’epopea napoleonica, in cui aveva dato il meglio di sé, Gros vive il dramma della perdita di Napoleone, che era sempre stato per lui un importante sostegno. Probabilmente i posteri si sarebbero aspettati una virata nell’impegno artistico, quanto meno nel senso di uno sviluppo più determinato e audace dei motivi innovatori che pure aveva precedentemente espresso. Invece, il carattere ardimentoso e la genialità non erano più sorretti da una adeguata forza, soprattutto psicologica.

Antoine-Jean Gros viene trovato a Bas-Meudon nella Senna privo di vita, suicida, il 26 giugno 1835. Si era assentato da casa il giorno prima al mattino. Fragilità emotive conducono Gros al gesto fatale: contrasti profondi ed una chiara incomunicabilità tra Gros e sua moglie, che gli impedisce di vedere la propria figlioletta naturale Cécile-Françoise Simonier. 

Le sue spoglie riposano nel cimitero del Père-Lachaise di Parigi, visitate da tutti coloro che continuano a riconoscere la sua integrità morale e la straordinaria statura artistica.

Unità d’Italia: solidarietà o esclusione?

Ci avviciniamo ai 160 anni dell’Unità d’Italia, che nel 2021 cadono in piena pandemia e senza eventi pubblici o manifestazioni di piazza. Chi scrive ricorda bene i fasti di dieci anni fa, quando su iniziativa dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il 17 marzo 2011 fu considerato un giorno festivo, ricco di convegni e cerimonie nelle principali città italiane.

Cosa resta oggi di quel clima? Ben poco, nel Paese prevalgono perlopiù stanchezza e disillusione.

Proviamo allora, in questa sede, a riflettere brevemente sul concetto di Stato e di nazione.

Gli Stati si formano, si trasformano e talvolta muoiono: le nazioni invece – come ebbe a dire Papa Benedetto XV nel luglio 1915 – “le nazioni non muoiono mai”. E anche quando, dopo ogni conflitto, è sembrato possibile superare questa condizione, si è sempre trovato nell’immigrato e nello straniero l’oggetto grazie al quale ritrovare la propria “identità”, parola magica che starebbe a sorreggere tutto l’impianto teorico dei “nazionalismi” (di qualsiasi provenienza). Le identità sono potenzialmente infinite: al limite, tante quanti gli esseri umani che vivono sullo stesso pianeta. Partendo da questo dato, abbiamo creduto di trovare facilmente elementi identitari comuni, che ci avrebbero aiutato a dimostrare che tutti gli esseri umani sono uguali e hanno diritto a veder rispettati i loro diritti fondamentali; ma viceversa abbiamo dovuto constatare che troppe identità (ovvero troppe diversità) non sono riuscite a trovare un ruolo totale e cosmopolitico, così che a molti è sembrato più saggio tornare a tracciare confini, raggruppare coloro che si intendono e soprattutto tenerli separati da quelli con i quali non si intendono.

E allora perché non proporsi anche di recuperare vecchie logiche di confine, ripristinare muri, fili spinati e check points? In altre parole, “separandoci” visto che il movimento opposto ha prodotto così tanti disagi? Storicamente il concetto di “nazione” ha creato certi disagi (guerre civili, secessioni, conquiste, separatismi, ecc…) ma ha avuto anche una funzione importante nella vicenda della progressiva formazione degli Stati e in quella della loro interdipendenza, liberazione, possibilità di autogovernarsi. Ad esempio, in Vietnam non sarebbe stata scritta una delle pagine più importanti della storia di liberazione coloniale se la nazione non avesse avuto la forza trainante e coesiva che ebbe. Così fu per l’Algeria e per tutti quei Paesi (circa una cinquantina) che negli anni ’60 del Novecento raggiunsero l’indipendenza. Si tratta, in ogni caso, di vicende che perlopiù si consumano e terminano nel momento di conseguimento del risultato.

Se così non è, se cioè il mito nazionale sopravvive al conseguimento della nazionalità, ciò ha spesso finito per causare più danni che risultati. Il caso italiano è esemplare: l’unità italica non fu il prodotto di grandi slanci ideali, o meglio lo fu soltanto in parte: una volta costituita in Stato e nazione indipendente, si alleò addirittura con gli ex nemici dell’impero austroungarico. Da alleata di questi ultimi, finì per entrare nella “Grande Guerra” contro di essi. Il primo dopoguerra fu noto soprattutto per la “vittoria mutilata” e il nazionalismo diventò uno dei miti simbolici su cui il fascismo costruì il consenso interno e la sua immagine internazionale. Soltanto dopo la seconda guerra mondiale l’Italia approda finalmente a un sentimento sovranazionale che ne fa uno degli attori principali (oltre che uno degli Stati fondatori) dell’attuale Unione Europea. Il cui europeismo è ancora oggi uno dei tratti principali del Paese.

La chiave di lettura di questa riflessione sta dunque nell’internazionalità che supera il localismo, nel riconoscimento reciproco tra popoli, razze, lingue e culture che si integrano, nell’accettazione di norme giuridiche comuni rivolte a produrre gli strumenti di regolazione per le esigenze della vita associata. Avrebbe, tutto ciò, conseguenze negative o destabilizzanti? Non proprio, perché in realtà non si tratta di modificare gli Stati o i loro confini, né di suscitare o esasperare confitti ma di sopirli, superandone le motivazioni. Si tratta di guardare ad altro: dalla nazione allo Stato, dallo Stato alla democrazia e dalla democrazia alla pace. Sappiamo bene che non si tratta di nulla di prossimo (e forse neppure di probabile) ma se almeno i nostri strumenti di analisi ci consentissero di capire meglio il mondo in cui viviamo, forse anche le nostre contraddizioni attuali (chiusure o aperture) potrebbero essere vissute, elaborate e talvolta perfino risolte in modo pacifico. Cioè democratico.

Un nuovo modello di sviluppo

“Un nuovo modello di sviluppo”. L’ultima riflessione di papa Francesco su questo tema non può cadere nel silenzio generale in un momento grave per l’umanità.

Soprattutto la politica deve riflettere su un dato concreto che riguarda il futuro: questa crisi dovuta alla pandemia ha già cambiato il mondo nelle sue diverse forme di vita sociale.

In altre parole, il mondo non sarà più come prima ed è necessario interrogarsi oggi su come costruire una nuova idea di sviluppo sostenibile che archivi definitivamente stili di vita legati soprattutto all’economia.

Non è azzardato affermare che un ciclo dell’umanità si è ormai chiuso ed occorre prenderne atto. Cambieranno stili di vita, rapporti sociali, valori e, conseguentemente, anche il modo di concepire il lavoro.

Verso la fine degli anni Sessanta, in pieno clima di protesta sessantottina, un gruppo di intellettuali francesi sintetizzò in uno slogan un programma di sviluppo del mondo del lavoro rivoluzionario per quell’epoca: “lavorare meno per lavorare tutti.” Il concetto venne ripreso in Italia, agli inizi degli anni Settanta, da Livio Labor e dal suo Movimento Politico dei Lavoratori (MPL).

Ma nella situazione attuale anche questa intuizione non basta più, perché inserita all’interno di un modello di economia che ha fatto il suo corso ed è quindi superato: il nuovo richiede di essere al passo con i tempi se davvero si vuole ridare speranza e dignità di vita ad una moltitudine di cittadini.

Queste esigenze pongono ed impongono alla politica l’assunzione di una grande responsabilità. Più che pensare a nuove organizzazioni interne, a leadership insulse, occorrerebbe interrogarsi su nuove idee programmatiche da offrire ai giovani per un nuovo domani di lavoro e di benessere.

Ma per fare questo, occorre prendere coscienza che il nuovo mondo del lavoro si baserà, oltre che sulle nuove tecnologie che avanzano rapidamente, su una nuova idea di ambiente. Sarà quest’ultimo il settore (insieme a quello dell’assistenza sanitaria) che occuperà una parte consistente della popolazione.

E quando si parla di ambiente non si fa riferimento solo alla sua difesa e tutela, ma anche ad una nuova agricoltura che sappia ripudiare quella cultura liberista secondo la quale il profitto legittima l’uso di concimi e veleni chimici. L’agricoltura, come tutte le altre attività non solo produttive, è finalizzata all’uomo, alla sua qualità, salubrità e benessere di vita.

Rispetto a queste problematiche, gli attuali partiti politici sono totalmente assenti, vivacchiano pensando all’oggi, a come conquistare qualche piccola fetta di consenso per restare in vita, mentre la stragrande maggioranza degli elettori o disertano le urne, oppure, nel vuoto ideale del panorama politico, si aggrappano a rivendicazioni populiste che non rappresentano la propensione verso la costruzione di un sistema basato sul bene comune.

Se la politica non medita su queste questioni e non fa uno sforzo di qualità (rispetto alla quantità), non è difficile immaginare una crisi della stessa democrazia ed il ritorno a quella figura del condottiero che sale al potere per pensare e decidere per tutti.

Letta, i DC e i Popolari

L’elezione plebiscitaria di Enrico Letta alla guida del Partito Democratico smentisce l’aforisma del mio maestro Carlo Donat Cattin: “è sempre il cane che muove la coda”, riferendosi a quei DC che avevano tentato al suo tempo di entrare nel PCI. No, stavolta, con Letta, come ha lucidamente osservato Gianfranco Rotondi, è avvenuto il contrario: la vecchia sinistra DC, soprattutto quella della Base e morotea, col pupillo di Andreatta e dell’AREL, ha assunto il comando di quello che fu il partito di Togliatti, Longo e Berlinguer, squassato dal gioco al massacro di correnti e consorterie che hanno indotto l’ex segretario Zingaretti a “vergognarsi” del suo partito. Pur dimenticando il ruolo giocato da Franco Marini, già capo della mia corrente DC di Forze Nuove, nella nascita del PD, Letta è la dimostrazione palese che, alla fine, per rimettere ordine, “l’amalgama riuscita male”( D’Alema) di quel partito, ancora a un ex DC ha dovuto affidarsi, come già fece con la segreteria di passaggio di Dario Franceschini, dopo l’uscita di Veltroni, il ministro che anche stavolta è stato uno dei player al caminetto dei democratici.

Ho seguito in streaming il discorso di Letta di domenica scorsa, trovando integra la sua formazione cattolico democratica, condita dai riferimenti ala dottrina sociale di Papa Francesco, ai concetti della sussidiarietà e della solidarietà, sino all’annuncio di una proposta politica per la compartecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende. Un richiamo a teorie care alla scuola storica economico sociale di matrice fanfaniana e a molti di noi della sinistra sociale DC. Credo che molte idee del programma esposte da Letta siano del tutto compatibili con molte delle nostre che, dal seminario di Sant’Anselmo (2013) e di Camaldoli (2017), come DC guidati da Gianni Fontana, avevamo esposto per porle alla base del patrimonio programmatico della nostra area politico culturale. Netta l’alternativa alla destra populista e  nazionalista come quella anche da noi DC e componenti della Federazione Popolare DC sempre condivisa. Importante l’impegno a superare la formazione delle liste elettorali di “nominati” dai capi partito, come la volontà di dare pratica attuazione all’art.49 della Costituzione in materia di democrazia interna dei partiti, e il superamento, nei limiti costituzionali, del fenomeno indecente del trasformismo parlamentare che, in questa terza repubblica, ha assunto i caratteri patologici di una vera e propria transumanza permanente per interessi esclusivamente personali. 

Meno accettabile la precisazione fatta domenica sera alla sua prima intervista TV, a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, circa la sua preferenza per sistemi elettorali maggioritari, al massimo temperati nella versione del “mattarellum”, invenzione di fine corsa DC, dell’allora politico a tutto tondo, Sergio Mattarella. Su questo punto, nonostante la differenza immediatamente accentuata con la proposta dello ius soli con la Lega, l’indicazione del neo segretario PD fa il paio con l’interesse concomitante di Matteo Salvini per un sistema forzatamente bipolare, che veda come protagonisti assoluti: la Lega a destra e il PD a sinistra.  L’esperienza fatta in questi anni dal 1993 al 2005, poi sostituita dal “porcellum” e dal tuttora vigente “rosatellum”, ha dimostrato la velleità di dare garanzia di stabilità al sistema politico in forza di una legge elettorale maggioritaria. L’esperienza storico politica italiana, per le modalità dello sviluppo capitalistico nel nostro Paese, e dello stesso processo di unità nazionale, molto più simile a quella della Germania che della Francia e agli antipodi di quella inglese, suggerisce di adottare il proporzionale per definire esattamente natura e consistenza delle forze politiche e culturali in campo. In una fase nella quale, grazie al governo Draghi, stiamo assistendo alla scomposizione e, in taluni casi, al superamento di molti attori della lunga stagione post democristiana, noi DC e Popolari crediamo sia necessario tornare al proporzionale con sbarramento al 4-5%, le preferenze e con l’istituto della sfiducia costruttiva, con il quale, come accade in Germania, è possibile arginare i rischi di ingovernabilità, che nemmeno il maggioritario nelle diverse versioni tentate, è riuscito a realizzare. Serve, in ogni caso, accelerare il processo avviato di ricomposizione della nostra area sociale,  culturale e politica, premessa indispensabile per avviare dal centro e in periferia un confronto serio con le altre forze politiche, a partire da quelle che, come noi, intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. La guida di Enrico Letta del PD costituisce una garanzia di un confronto politico possibile per il bene del nostro Paese.

Di chi sono i voti di Letta?

Avrei potuto, o forse dovuto, esultare per l’elezione di Enrico Letta alla segreteria del Pd e, invece, non l’ho fatto. Dal primo annuncio del suo predecessore dimessosi ufficialmente per piccole beghe che qualsiasi segretario di qualsiasi partito dovrebbe essere in grado di affrontare e, quindi, sostanzialmente immotivate o misteriose, ho cominciato a nutrire quei dubbi che poi l’elezione all’Assemblea ha più chiaramente precisato.

Questa mia riflessione sulla vicenda del Partito Democratico nasce in uno scenario più vasto e preoccupante che possiamo definire senza tema d’errore come crisi della democrazia nei Paesi più sviluppati dell’Occidente. Essa è di natura essenzialmente culturale derivando dallo squilibrio tra l’influenza dei media (“social” e tradizionali di stampa e tv) e gli organi decisori degli Stati che fino a pochi anni fa con le loro decisioni e con gli apparati dell’organizzazione del consenso erano in grado di determinare se non orientare l’opinione pubblica. Oggi – e tutti lo vediamo – gli organi decisori sono sempre meno sostenuti da procedure trasparenti e partecipate e sempre più cooptati al potere da oligarchie che proprio da quello derivano e che non avendo una diretta necessità del consenso tendono ad assecondare una opinione pubblica molto più mobile e frammentata di prima e sostanzialmente priva di efficaci strumenti regolatori. Avviene così che la normale oscillazione degli orientamenti di destra o di sinistra essendo venute meno le filiere del consenso, finisca per determinarsi sempre meno in funzione dei reali bisogni della società e sempre di più, invece, da chi è in grado di influenzare la macchina del sistema mediatico. 

Un processo – quello mediatico – che solo apparentemente sembra appagare le attese popolari e che in realtà generalmente è in grado di risolvere soprattutto i problemi che esso stesso ha creato. La controprova è la pandemia, cioè un problema urgente e reale, che ha impietosamente mostrato l’inconsistenza di una classe politica venuta su per vari livelli di cooptazione e che di fatto il virus ha commissariato.

Questo pervasivo e indistintamente multiforme potere mediatico con l’illusione della partecipazione virtuale al dibattito pubblico, in realtà sta persuadendo masse crescenti di cittadini all’accettazione supina dei comandi da remoto. La distanza tra il decisore e il recettore delle decisioni sta diventando un fossato incolmabile, staccando così l’oligarchia dal resto della cittadinanza e questo, ritornando al nostro discorso, è quello che sta avvenendo anche nel Pd con l’elezione plebiscitaria di Enrico Letta.

E qui torna un antico ricordo. Con il mio amico Paolo Giuntella volevamo entrare con un nostro piccolo gruppo nella Dc, ma ci eravamo scontrati con l’opposizione dei dirigenti delle nostre sezioni territoriali. Una difficoltà inattesa che ci spinse a parlarne con Giovanni Galloni. Venne lui a casa mia, al Villaggio Olimpico, e ci spiegò varie cose della politica che evidentemente non conoscevamo. Una mi rimase impressa: “Se siete un gruppo minoritario e vi propongono di votare uno di voi ad una carica importante, voi dovete stare molto attenti prima di accettare perché la maggioranza che vi attribuiranno non è fatta, se non in minima parte, dai vostri voti e così come vi hanno conferito il potere, ve lo potranno togliere quando vorranno”. Morale: si deve governare (in questo caso si parlava di sezioni) solo con i voti propri.

Fine dei sogni, capimmo allora che le idee non potevano essere disgiunte dall’organizzazione e che questa, se presa seriamente, era anch’essa una scelta politica importante.

Domanda: come ha fatto Letta dopo sette anni di “esilio” dalla politica italiana trascorsi da docente universitario a Parigi, ad ottenere più del 99% (860 a favore, 2 contrari e 4 astenuti) dei consensi? La risposta può essere la domanda rovesciata e cioè: come non avrebbe potuto stravincere avendo il favore assoluto dei media che incidono in quel settore politico? Si è parlato ipocritamente di fine delle correnti proprio quando queste unendosi su un obbiettivo condiviso da chi plasma l’opinione pubblica, hanno dato la prova più evidente della loro disciplinata compattezza. Insomma o i conti tornano così, oppure decisamente non tornano il che vorrebbe dire che il Pd non è per nulla autonomo dalle ondate mediatiche che da remoto facilmente persuadono i membri della sua assemblea.

Per superare questo dubbio si potrebbe argomentare che Letta abbia convinto tutti con la forza del suo discorso. Ma in questo caso non posso non domandarmi come improvvisamente senza che se ne sia parlato da mesi o da anni, 860 (non uno o una dozzina) dirigenti politici nazionali si siano convinti senza il conforto di una analisi sociologica che da sola avrebbe occupato interamente lo spazio del discorso del candidato segretario, ad abbassare l’età del voto a sedici anni? Un miracolo di oratoria, o più semplicemente un pedaggio pagato da Letta a chi (non si sa bene chi o quanti siano stati) crede di trarre vantaggio da tale scelta che contribuisce ad allontanare ancora di più la responsabilizzazione della partecipazione politica? E comunque la decisione di dare il diritto di voto ai sedicenni oggi unanimemente acclamata, avrebbe bisogno di una seria discussione al di là degli ipotetici vantaggi che qualcuno ritiene (e forse a ragione) di ricavare da questa scelta dalla quale il Pd adesso non può più retrocedere.

Stupisce anche che un politico importante e di respiro europeo, per di più provenendo dalla Francia, proponga di punto in bianco l’introduzione dello ius soli quando le città francesi sono scosse dalle proteste delle seconde e terze generazioni di figli di immigrati e da decenni pleno iure cittadini francesi che si battono per un separatismo di tipo razziale. Possibile, mi chiedo, che un politico dal carattere intellettuale come è Letta non si ponga davanti a questo problema in modo critico in considerazione anche dell’evoluzione del fenomeno? Del resto lo stesso Papa che giudica le migrazioni un “diritto dell’uomo”, si è sentito in dovere di aggiungere che vanno anche considerate le condizioni e le possibilità di integrazione dei Paesi di accoglienza. 

E’ abbastanza comprensibile che questi e altri argomenti appartengano alla strumentazione politica di un partito che aspira ad essere progressista e di sinistra e che per questo vanno discussi prima di diventare oggetto di deliberazioni. Ma come? Questo era ed è il problema ancora irrisolto del Pd: cioè la separazione tra dibattito e decisioni, affidando queste ultime alle tendenze mediatiche e non alle risultanze del confronto interno di cui da tempo non c’è notizia, soprattutto dalle sedi periferiche, cioè i pilastri di fondazione dell’edificio-partito.

Insomma se il Pd è nella tempesta mediatica, l’idea di venirne fuori con una soluzione sostenuta dagli stessi poteri mediatici, non mi pare una buona idea. E mi dispiace per Letta che, appena arrivato, ci abbia messo del suo. E resta una domanda: ma uno che viene da una lunga storia democristiana poi “popolare”, che c’entra con questo partito? Possibile che un ex-dc ottenga oltre il 99% dei consensi in un partito di cui è “azionista di minoranza” e che per giunta dichiara di volerlo fare essere più di sinistra? E mi domando se gli eventi di questi giorni (ai quali potrebbero aggiungersi quelli della caduta di Conte e della nomina di Draghi) possano essere considerati passaggi democratici, o piuttosto segnali evidenti di una irreversibile crisi della democrazia via via sostituita dal magma mediatico?

Ma siamo già fuori strada e, ripensandoci, Galloni aveva proprio ragione!

Lo Ius Soli spiegato in modo semplice

Il tema è stato rilanciato dal neo-segretario del Pd, Enrico Letta: approvare lo ius soli.

Subito sono arrivate le proteste dalla Lega e da Fratelli d’Italia.

Ma questi gruppi sanno di cosa parlano?

Le loro prime reazioni hanno messo l’accento sulla facilità di cittadinanza per gli immigrati.
Salvini in un tweet scrive: “la cittadinanza, così come il diritto di voto, arriva dopo un percorso. Italia non è un luna park”.

Lo Ius soli è un termine che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

Quasi tutti i paesi del continente americano applicano lo ius soli in modo automatico e senza condizioni. Tra questi gli Stati Uniti, il Canada e quasi tutta l’America latina. E anche  alcuni paesi europei (Francia, Germania, Irlanda e Regno Unito) concedono altresì la cittadinanza ius soli, sebbene con alcune condizioni.

In Francia, ad esempio,  una persona nata in territorio francese da genitori stranieri può ottenere la cittadinanza facendone richiesta purché abbia vissuto stabilmente sul territorio dello stato per almeno cinque anni.

Anche in Germania la cittadinanza può averla anche chi è figlio di stranieri, purché almeno uno dei due risieda legalmente nel paese da minimo 8 anni e abbia un permesso di soggiorno a tempo indeterminato da minimo 3 anni.

In Spagna, invece, ai nati sul territorio nazionale da genitori stranieri è riconosciuta la cittadinanza su richiesta, dopo un anno di residenza nel paese.

Insomma la cittadinanza viene legata al luogo di nascita, mentre nessuna rilevanza viene data allo status dei genitori.

Norma che sembra di buon senso. Infatti non si capisce perché chi sia nato in Italia, abbia frequentato le nostre scuole e le nostre università, non debba avere la possibilità di sentirsi cittadino a tutti gli effetti. Perché dobbiamo farlo sentire un estraneo a casa sua?

Bisogna, in questi casi, lasciare da parte i piccoli tornaconti personali e non soffiare sul fuoco di chi vuole solo negare i diritti altrui.

 

 

10 anni di Siria

È tutto iniziato come se fosse una piccola manifestazione.

I primi assembramenti non autorizzati, perché vietati dalla legge di emergenza in vigore dal 1963, cominciarono a febbraio. Centinaia di giovani si riunirono fuori da una caserma di Damasco per chiedere la liberazione di alcuni arrestati.

Nei giorni che seguirono, la protesta crebbe. Le manifestazioni antigovernative avevano già travolto Tunisia, Egitto, Libia e Bahrein in un’ondata rapidamente soprannominata Primavera araba. Adesso era il turno della Siria. Mentre i disordini si diffondevano in altre città, i commentatori sembravano sicuri che un altro regime sclerotico sostenuto dai militari sarebbe caduto.

Quella che era iniziata come una rivoluzione popolare, invece, si è trasformata in una guerra civile, quando anche i manifestanti hanno imbracciato le armi. Ora, 10 anni dopo, la catastrofe in Siria funge da squallido esempio di una impossibilità di cambiamento .

Facendo affidamento su un mix di forza bruta contro il suo stesso popolo e assistenza da parte della Russia, l’Iran e altri alleati,  il presidente siriano Bashar Assad rimane al potere.

Ma a quale prezzo?

Si stima che potrebbero essere fino ad un milione i suoi compatrioti uccisi.

Altri milioni di civili si sono sparsi come rifugiati in tutta Europa; decine di migliaia di persone sono scomparse, molte delle quali si presume siano state torturate e uccise nelle carceri governative.

Si sono create le basi per un terreno fertile che ha consentito la rinascita di gruppi islamici estremisti, tra cui Al Qaeda.

La distruzione provocata dalla guerra potrebbe, inoltre, costare fino ad un miliardo di euro.

Somma che Assad, non ha alcuna speranza di raccogliere.

 

A Bergamo il Premio Nazionale del Paesaggio

“La Fondazione Misericordia Maggiore di Bergamo, con il progetto “La biodiversità dentro la città -la Valle d’Astino di Bergamo è la vincitrice della Premio Nazionale del Paesaggio”. Questa la motivazione pronunciata dal Ministro della Cultura, Dario Franceschini, nel corso della première sul canale YouTube del MiC in occasione della Giornata Nazionale del Paesaggio.

Un riconoscimento voluto grazie alla lungimiranza dei nostri padri costituenti , ha ricordato  Franceschini, che iscrissero nell’articolo 9, tra i principi fondamentali, non soltanto la tutela del patrimonio storico e artistico della nazione, ma anche la tutela del paesaggio. Uno sguardo che dimostra la capacità di visione del futuro che aveva quella generazione di politiche e di politici.

Per questo – sottolinea il Ministro – “nel 2016 abbiamo istituito la Giornata Nazionale del Paesaggio, che è un modo per organizzare una competizione virtuosa tra progetti, per tenere vivo questo tema e di partecipare alla selezione europea che si svolge successivamente. È un riconoscimento importante, è una prova di come noi in molti settori siamo all’avanguardia. Dobbiamo essere orgogliosi – ha concluso Franceschini – perché la tutela del paesaggio è uno dei settori su cui l’Italia è più avanti di molti altri paesi”.

Vaccino Sputnik: l’ok entro maggio

Potrebbe arrivare a maggio l’ok dell’Ema al vaccino anti-covid Sputnik. Ad affermarlo Marco Cavaleri, responsabile della Strategia vaccini delll’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, ospite di Radio24. “Sputnik è un vaccino ben disegnato e merita l’interesse di tutti. Ma prima della fine di aprile non saremo pronti per dare l’ok a Sputnik, più probabile maggio”.

Lo Sputnik V, o Gam-COVID-Vac, il vaccino contro il Covid messo a punto dal Centro nazionale di ricerca epidemiologica e microbiologica russo Gamaleya di Mosca ha raggiunto  il 91,6% di sieroconversioni nella registrazione pubblicata su Lancet.

Astrazeneca, Italia, Francia e Germania sospendono l’utilizzo in via precauzionale

L’Agenzia italiana del farmaco Aifa ha deciso di estendere in via del tutto precauzionale e temporanea, in attesa dei pronunciamenti dell’Ema, il divieto di utilizzo del vaccino AstraZeneca Covid19 su tutto il territorio nazionale. Tale decisione è stata assunta in linea con analoghi provvedimenti adottati da altri Paese europei come Francia e Germania.

“Ulteriori approfondimenti sono attualmente in corso. – si legge in una nota -.  L’Aifa, in coordinamento con Ema e gli altri Paesi europei, valuterà congiuntamente tutti gli eventi che sono stati segnalati a seguito della vaccinazione Aifa renderà nota tempestivamente ogni ulteriore informazione che dovesse rendersi disponibile, incluse le ulteriori modalità di completamento del ciclo vaccinale per coloro che hanno già ricevuto la prima dose”.

Letta, un buon intervento con un silenzio di troppo.

Enrico Letta ha fatto un buon intervenento all’Assemblea nazionale del Partito democratico che lo ha incoronato segretario. Un intervento che, tra le molte cose positive che si potrebbero citare, ha avuto il merito di far capire – pur senza dirlo, come ovvio – che il Pd da rifondare profondamente e da rigenerare, non potrà più essere il naturale e scontato erede della tradizione del Pci/PDs/Ds. In altre parole, il Pd non sarà più letto ed interpretato come l’epilogo finale della lunga storia della sinistra italiana nata nel 1921.

Certo, l’opera di rifondazione del Partito democratico non potrà prescindere dal recupero delle sue ragioni originarie. Politiche e culturali. E, al di là del progetto politico da ridefinire e, soprattutto, dell’identità da rideclinare, è inevitabile che proprio Letta dovrà affrontare anche il modello del nuovo partito. Cioè la sua modalità d’essere nella società italiana da un lato e nella sua organizzazione interna.

Come tutti sanno ormai, il nodo centrale è come superare e battere un correntismo sempre più amorale e, soprattutto, sempre meno dettato e giustificato da ragioni politiche e culturali. E cioè, andrà sì salvaguardato il necessario pluralismo politico interno che, però, non potrà più essere confuso con una sempre più insopportabile concezione che vede nella molteplicità delle correnti solo uno strumento per la distribuzione e l’accaparramento del potere. Su questo versante le parole, seppur tardive, di Zingaretti restano dei macigni sulla strada di una autentica rifondazione del partito. Anche su questo versante Letta, comunque sia, ha fatto osservazioni pertinenti ed impegnative. Vedremo.

Ma c’è un aspetto che, almeno per noi cattolici popolari e democratici, vogliamo ricordare dopo l’interessante intervento di Enrico Letta all’Assemblea nazionale del partito. Siamo convinti che sia stata una dimenticanza non voluta. Ma ci saremmo aspettati un ricordo o una citazione di Franco Marini non solo come leader politico e sindacale ma soprattutto come un esponente che con la sua azione concreta è stato decisivo, se non determinante, per far decollare il progetto politico, culturale, programmatico e valoriale del Partito democratico nel lontano 2007. Siamo certi che l’amico Enrico saprà ricordare nel corso del suo ruolo di segretario nazionale del Pd il magistero e, soprattutto, il ruolo avuto da Franco Marini nel dar vita all’avventura del Partito democratico nella storia politica del nostro paese.

Quale progetto condiviso per fare ripartire l’Italia. Suggerimenti per Enrico Letta.

Analizzando la crisi dei partiti “costituzionali”, nazionali e democratici (quelli cioè sui quali l’art.49 della Costituzione fonda la nostra democrazia parlamentare), il cui venir meno ha reso ingovernabile l’Italia nell’ultimo trentennio, Ernesto Galli della Loggia ne individua la causa nell’eccessiva concentrazione di poteri trasferiti a sindaci e presidenti di regione con le elezioni dirette (1993 e 1999), compresa la nomina ad libitum degli assessori, e nella dilatazione delle competenze regionali con la riforma del 2001. Questo è certamente vero, come confermano le recenti inefficienze e contraddittorietà nella gestione della pandemia, ma non è tuttavia sufficiente sopperirvi invocando semplicemente il ritorno ad un passato pur rivalutato.

L’Italia di oggi non è più quella della Costituente (1946), né quella dell’attuazione dell’ordinamento regionale (1970) e neppure quella del ultimo decennio del secolo, quando si pensò che tornando allo smembramento medievale per Comuni e poi a quello pre-unitario sostenuto dalla Lega con più poteri alle Regioni si sarebbe ottenuta maggiore governabilità.

È stato esattamente il contrario, un “suicidio”- secondo Galli della Loggia -“valso a mettere fuori gioco la forma partito tradizionale di cui il PD è rimasto l’ultimo rappresentante e unico erede della Prima Repubblica”. Quei partiti erano infatti il collante delle diversità e il perno su cui ha ruotato per quasi mezzo secolo la democrazia, l’economia e la società italiana. La loro grossolana e sommaria liquidazione ha inceppato il funzionamento dell’intero sistema, travolgendo anche il PCI che, dopo aver supportato la DC nella lotta al terrorismo ed uscito malconcio dal crollo dei modelli che l’avevano ispirato, favorì l’operazione sperando di “ereditare” per via giudiziaria un potere a lungo invano inseguito. Salvo poi a confluire nell’Ulivo con gli ex DC, per poter vincere con Prodi, e poi nel PD.

Ora torna a ricorrere ad un ex giovane democristiano come Enrico Letta per recuperare il ruolo di “partito della Repubblica”, evitando di insistere nella scorciatoia “regionalista” con Bonaccini, di fatto sostenitore delle antitetiche posizioni autonomiste dei “governatori” leghisti.
Nel frattempo sono intervenuti il mercato unico europeo, la moneta unica, il grande allargamento dell’UE ad est, il boom cinese e il postcomunismo russo, il superamento dell’egemonia nord-atlantica con il policentrismo economico e politico, il fallimento delle “primavere” arabe e della politica euromediterranea, il massiccio esodo di giovani da sud a nord, la crisi della finanza virtuale del 2008 e, ora, quella provocata dalla pandemia.

Mentre intorno cambiava tutto, noi rispondevamo ritornando al passato remoto. E neppure si può oggi pensare di riparare tornando al passato prossimo, ma occorre rivedere criticamente la storia, studiare accuratamente la realtà attuale e proiettarsi nel futuro con un progetto funzionale di revisione profonda della governance multilivello. A questo sono chiamati Enrico Letta e la classe dirigente di tutto il vasto campo riformista che aspetta di essere coinvolto.

Un innovativo e documentato progetto di riforma della governance lo suggerisce da tempo la benemerita e titolata Società Geografica Italiana, che ha individuato intorno alle città metropolitane 36 Dipartimenti regionali, da sostituire alle 20 Regioni che – troppo grandi e potenti, oltre che costose e inefficienti- svuotano i partiti, e alle 110 Province, divenute anch’esse fonti ripetitive di sprechi e inefficienze.
Guardando più da vicino alla Sicilia, ciò significa redistribuire in tre enti territoriali elettivi e dotati di autonomi poteri legislativi l’enorme potere politico-burocratico accentrato nella Regione speciale. A salvaguardia della dimensione Sicilia, per mantenerne identità e poteri di macroprogrammazione, si può ricorrere a periodiche sedute congiunte dei tre consigli dipartimentali elettivi, presiedute a turno dai presidenti dei tre Dipartimenti, come accade da tempo con il modello di successo trentino-altoatesino.
Non basta. Per meglio coordinare territori vasti ed omogenei anche nei rapporti con lo Stato e con l’Europa e programmarne sviluppo e grandi infrastrutture, occorre raggruppare i Dipartimenti in tre Macroregioni : Nord, Centro e Sud.

La riforma si può utilmente anticipare ripristinando il Comitato dei Presidenti delle Regioni meridionali, per meglio negoziare il partenariato con lo Stato e con l’UE, a partire dai piani di utilizzo dei fondi della Next Generation EU. Si avvierebbe così anche il superamento della dimensione fin qui rigidamente intergovernativa che ha impedito la crescita politica dell’Europa. È altresì auspicabile che le Macroregioni si dotino degli strumenti di cooperazione transfrontaliera all’uopo creati dall’UE, come i G.E.C.T. istituiti dal Reg.to CE n.1082/2006, al fine di meglio corrispondere alle mutate dimensioni economiche, culturali e sociali di più vaste aree e contribuire a sviluppare le politiche di prossimità e vicinato (esistono già i G.E.C.T Alpino, Adriatico e insulare mediterraneo “ArchiMed”).

Se il PD vuole riposizionarsi con Enrico Letta come partito-pilota del rilancio della democrazia costituzionale repubblicana, dovrà guardare avanti, alle nuove dimensioni dell’Italia, rinnovandone e facendone funzionare le istituzioni, e dell’Europa, accelerandone la crescita politica e ponendosi come perno propulsore nello sviluppo intorno a noi, sopratutto dei Paesi M.E.N.A. Diventando cioè portatore di un grande progetto riformatore, capace di coinvolgere tutte le altre componentI progressiste della società italiana, compresi i 5 Stelle se supereranno definitivamente con Conte lo sterile antagonismo, ma soprattuto i giovani ai quali riconsegnare il loro futuro.

La chiusura delle scuole in zona rossa

Il Ministro della Salute Roberto Speranza con Ordinanza del 12 marzo u.s. ha disposto la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado in ‘zona rossa’ dal 15 marzo per quindici giorni.

Inoltre il Decreto Legge n° 30 del 13 marzo 2021  “individua ulteriori misure in considerazione della maggiore diffusività del virus e delle sue varianti, oltre a misure specifiche valide durante il periodo pasquale. Nei giorni 3, 4 e 5 aprile 2021P, fatta eccezione per le Regioni o Province autonome collocate in “zona bianca”, le disposizioni previste per la zona rossa si applicheranno su tutto il territorio nazionale” 

I quindici gg di chiusura delle scuole valgono fino a lunedi 29 marzo p.v. , quindi le lezioni dovrebbero riprendere il giorno martedi 30 marzo, ma solo per due gg, visto che da giovedì 1° aprile e fino a martedì 6 aprile, le scuole saranno chiuse comunque per il periodo pasquale, come da calendario scolastico nazionale.

Viene spontaneo chiedersi se il Ministro Speranza abbia valutato bene l’ipotesi di riaprire le scuole per due gg (30 e 31 marzo) per poi trovarle chiuse “ope legis” subito dopo per altri 6 giorni.

Una decisione forse presa in fretta perchè se la ratio del provvedimento di chiusura è di sottrarre al pericolo di contrarre il virus gli alunni e il personale scolastico, in coerenza con i provvedimenti restrittivi assunti per le zone rosse (limiti agli spostamenti, chiusure di negozi, divieto di assembramenti, riunioni, presenze fisiche in ambienti chiusi ecc) , quindi per ragioni di profilassi e di emergenza, visto il ritmo incrementale dei contagi, sarebbe stato più logico e coerente protrarre il periodo di chiusura fino alla vigilia delle vacanze pasquali, in modo da estendere il periodo di isolamento.

In questa drammatica situazione due gg in più di chiusura (agganciati alle vacanze pasquali) potrebbero fare la differenza: viceversa riaprire per due giorni le scuole (con relativi servizi come mense e trasporti), vanificherebbe la misura assunta nei 15 gg precedenti. Il buon senso comune suggerisce che una apertura di soli due giorni tra due periodi di chiusura porterebbe solo pericoli e complicazioni.

Viene da chiedersi come mai il Ministro dell’Istruzione e i Presidenti delle Regioni non abbiano pensato che le conseguenze della riapertura “flash” sarebbero più dannose che utili.

L’Italia è  dunque il Paese dei ” ni ” e delle mezze misure? Nella gestione sanitaria della pandemia sembra di si, è tutto un apri e chiudi che non ferma il contagio.

Auguri Papa Francesco

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Siamo all’ottavo anno del pontificato di papa Francesco, e sono così tante le azioni, gli scritti, le encicliche, le omelie, gli incontri, i viaggi, che è impensabile poterne scrivere una sintesi in un singolo articolo.
Per festeggiare l’ottavo compleanno di inizio pontificato, abbiamo pensato di raccontare cosa accadde il 13 marzo del 2013.
Nel 2012 papa Ratzinger aveva scoperto che il suo aiutante di camera lo tradiva. E non solo lui. Alti prelati erano accusati di praticare la pedofilia; da più parti del mondo si chiedeva trasparenza nella gestione dei fondi raccolti dalla Chiesa; le vocazioni nella vecchia Europa erano in costante calo; nel mondo ricco c’erano più chiese che sacerdoti…
La secolarizzazione avanzava e la trasmissione della fede mostrava difficoltà evidenti. In questo difficile contesto accadde l’impensabile. La mattina dell’11 febbraio Benedetto XVI comunicò le sue dimissioni. La comunità dei credenti rimase sgomenta. Se anche il Papa si dimetteva, allora era la fine del mondo!
I cardinali giunsero a Roma per uno dei Conclavi più complicati della storia.
Era il 13 marzo quando mi trovavo in Sala Stampa Vaticana. Si stava per concludere il secondo giorno di votazioni per l’elezione del nuovo Pontefice.
C’era una certa tensione in giro, poi all’improvviso dal camino della Cappella Sistina uscì il primo sbuffo di fumo, che tuttavia non era propriamente bianco. Ma subito dopo il bianco divenne così intenso da stagliarsi chiaramente nella sera buia e piovosa. Ho urlato: «È bianca, è bianca, abbiamo il Papa!», e insieme ai colleghi giornalisti mi sono riversato in Piazza San Pietro.
Quando è stato annunciato il nome di Jorge Mario Bergoglio, la piazza ha mostrato stupore, per un momento ha prevalso il silenzio, poi la gioia è esplosa.
Era l’11 di febbraio quando Benedetto XVI aveva annunciato la sua rinuncia al pontificato. A distanza di poco più di un mese, il mondo acclamava il nuovo Papa. Un uomo semplice, umile, caritatevole, buono.
Al momento pochi compresero che la scelta del nuovo Papa era un fatto sorprendente, senza precedenti nella storia. Jorge Mario Bergoglio, argentino figlio di immigrati italiani, era il primo Papa gesuita, il primo Papa dell’America latina, il primo Papa ad aver scelto il nome di Francesco.
Una vocazione, la sua, manifestatasi in età adulta. Tecnico chimico, era divenuto sacerdote a 33 anni dopo aver conseguito la laurea in Filosofia e in Teologia. Già Provinciale della Compagnia di Gesù, cardinale e arcivescovo di Buenos Aires, è una persona dotata di un’umiltà disarmante.
Testimone di carità e misericordia, ha dedicato gran parte del suo apostolato e della sua vita alla cura dei poveri, dei malati, dei peccatori, degli ultimi.
Da giovane aveva detto alla mamma che voleva studiare per diventare medico. Poi la mamma scoprì che studiava libri di teologia e filosofia e si arrabbiò, ma il giovane Jorge Mario le spiegò che non aveva mentito, perché stava studiando “medicina dell’anima” e voleva diventare un “medico delle anime”.
La scelta del nome Francesco riflette esattamente la sua natura. Persona semplicissima, da vescovo di Buenos Aires non aveva l’autista, si muoveva in bicicletta, in metrò, in autobus. Cucinava per sé e per gli altri. Disponibile con tutti, nessuno che abbia chiesto di incontrarlo è stato respinto. Non aspetta che lo vai a trovare, è lui che ti cerca. Va sempre incontro alle persone, le accoglie, le ascolta, le benedice, le abbraccia. Ha messo piede nei posti dove la situazione è più disperata…
La tonaca, per lui, non è mai stata un impedimento: al contrario, un simbolo della Chiesa di Cristo che cerca le pecorelle smarrite. Insieme alla preghiera, ha dedicato gran parte del suo apostolato alla cura dei bisognosi e dei deboli.
Nel 2001 una sua decisione suscitò scalpore. Durante una visita a un ospedale di Buenos Aires, volle lavare i piedi a dodici malati di AIDS, chiedendo perdono per l’indifferenza della società verso i malati e i poveri.
Papa Bergoglio è un sacerdote felice di essere prete, sobrio e rigoroso come un gesuita, buono e fraterno come un francescano, devoto e dolce come un mariano. Cosciente delle debolezze umane e della misericordia di Dio, umilmente chiede e offre preghiere a chiunque incontra.
Nella sua prima uscita come Papa ha chiesto alla gente di pregare per lui, offrendo le sue preghiere per ognuno dei fedeli. Un padre spirituale che conosce la povertà e la sofferenza ed è vicino alla gente.
Nato nel 1936, compirà 85 anni il 17 dicembre di quest’anno, ma non è detto che l’età avanzata costituisca necessariamente una limitazione. Il suo grado di libertà sembra essere assoluto.
Nel mondo sono in molti a credere che sia un santo. Era difficile prevedere la sua elezione, ma due ore prima della fumata bianca incontrai un caro amico, il prof. Guzman Carriquiry, allora segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, già sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici, il quale mi assicurò che il cardinale Bergoglio sarebbe stato eletto Papa.
In realtà anche il cardinale Josè Saraiva Martins mi aveva detto che sarebbe stato eletto un Pontefice di 76-77 anni, buono, caritatevole, di grande spiritualità e soprattutto capace di riformare la Curia Vaticana.
La quasi totalità dei giornalisti si aspettava un Papa più giovane e Bergoglio non era in nessuna delle liste stilate dagli specialisti, nemmeno tra le possibili sorprese.
Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, confermò che «la sorpresa è stata grandissima». Il portavoce vaticano, emozionato per l’elezione di un confratello, aggiunse: «Abbiamo un Papa che vuole servire, espressione di uno stile di semplicità e testimonianza evangelica…».
Di papa Francesco, il giorno dopo l’elezione, il giovane collega Salvatore Cernuzio scrisse: «Ricorda nell’aspetto Giovanni XXIII, ha la simpatia di Papa Wojtyla, parla con semplicità come Giovanni Paolo I e la pensa come Joseph Ratzinger. Un mix esplosivo. E il responso è chiaro: “Questo Papa ci piace!”».

Il Pd ha Letta

Battezzo avvenuto. Con un voto plebiscitario. Era prevedibile. Gli esempi dei contrari e degli astenuti servono solo per ricordare anche queste due opportunità. Letta è il nuovo segretario del Pd. Lo sarà, così credo di aver capito, per due anni.

Era risaputo della sua serietà e le modalità adottate nel comunicare le proprie idee. L’anno di Presidenza del Consiglio dei Ministri, aveva già abbondantemente svelato ciò che oggi è stato ribadito. Atteggiamento completamente diverso, non tanto dal predecessore, che poco ha inciso nella conduzione del Partito, quanto nei confronti di Matteo Renzi. Diametralmente opposto a quelle modalità toscane. In primo piano, compostezza e serietà. Alcun divismo. Già lo stile della camicia senza cravatta, racconta parecchio.

Seguendo il suo intervento, si è capito la struttura della formazione della persona. Anche in questo caso però, almeno ai miei occhi, non è una sorpresa. Si vede che è un moderato, ma che non rinuncia alla fermezza delle proprie idee. Sembra quindi, ben intenzionato a non smarrire la via tracciata. Difficilmente subirà il naturale mal trattamento dei furbastri di Partito. Devono, quest’ultimi, mettersela da parte, con questo personaggio non avranno sicuramente spazio da occupare.

E’ stato umile, ha affermato che il problema non è il Segretario, ma il Partito. E da quest’ultimo che intende cominciare un serio atto di analisi, di comprensione, di ascolto e di, se possibile, ricostruzione. Il Pd con Enrico Letta può aver trovato carena per il suo vascello. Bisognerà vedere se ci saranno dei buoni timonieri, se le vele saranno ben dispiegate e, soprattutto, se quest’ultime, riusciranno a catturare un vento favorevole.

Certo è che il governo Draghi non subirà nessun scostamento, né avvertirà negativamente il cambio del Segretario del Partito Democratico. Bene così. Sarebbe una sciagura se, dall’inizio, capitassero imperdonabili incidenti di percorso. Le prossime settimane capiremo se il cambio di rotta darà ossigeno a un Partito in visibile difficoltà. Se cioè Enrico Letta potrà attrarre consensi alla sua linea politica.

Da spettatore, più o meno, prevedevo quanto è successo. Di una cosa sono però sicuro, il nuovo Segretario non mostrerà le incertezze palesate da Nicola Zingaretti. Questo comunque, è un bene perché, questi periodi richiedono fermezza e stabilità. Fermezza e stabilità nel Governo, ma anche nelle forze politiche che lo costituiscono.

Uscendo da questo tormento, guarderemo con più criticità in “casa” di ciascuno e, magari, saremo pure contenti, di scoprire qualche negligenza, se non altro per denunciarla e dar modo che sia rimediabile.

I giorni della violenza e dell’attesa. Brescia cattolica e il dramma di Aldo Moro

Ricorre il 16 marzo 2021 il 43° anniversario del rapimento dell’on. Aldo Moro e della barbara uccisione degli uomini della sua scorta. A ricordo di quel tragico episodio si è pensato, in collaborazione con il Ce.Doc. – Centro Documentazione sul movimento cattolico, di riproporre, martedì 16 marzo alle ore 20,30 il video della presentazione del libro di Michele Busi I giorni della violenza e dell’attesa. Brescia cattolica e il dramma di Aldo Moro – edizione GAM – (pp. 320, edizione 2020, € 15,00) tenutasi nel corso della rassegna della Microeditoria di Chiari con la partecipazione di Mons. Gabriele Filippini, responsabile diocesano per la cultura e già direttore della “Voce del Popolo” di Brescia.

Il video sarà preceduto da un breve intervento degli organizzatori della serata e dell’autore del libro.

Il volume si sofferma sulle reazioni del mondo cattolico bresciano – in particolare dell’associazionismo ecclesiale e civile, oltre che del partito della Democrazia Cristiana – nel corso del sequestro Moro. Il lavoro è suddiviso i due parti: la prima ripercorre la cronaca di quei drammatici 55 giorni, con alcuni estratti degli interventi dei protagonisti del mondo civile ed ecclesiale bresciano; la seconda parte riporta integralmente tali interventi. Dalle pagine, meditate e sofferte, emergono alcune lezioni che racchiudono il messaggio perenne di Aldo Moro. Tutti gli interventi, pur diversi nello stile e così genuini nella sincerità, sottolineano come l’ideale del movimento cattolico non era l’egemonia politica a tutti i costi, ma il servizio della comunità in spirito di solidarietà cogli oppressi. Il vero cristiano è colui che sacrifica un po’ del suo tempo, delle sue energie, delle sue risorse per la crescita della comunità civile.

La manifestazione sarà in diretta sul canale Facebook

 https://it-it.facebook.com/rassegnamicroeditoria

e sul canale youtube  Microeditoria TV

https://www.youtube.com/channel/UCidvR_CRRnHdfcQfjXFQ4nA

Giovani: Roma, nasce il progetto “La casa Talità Khum”

Nasce a Roma “La casa Talità Khum”, un progetto dell’associazione di promozione sociale Talità Khum Alzati, che mira all’accompagnamento e l’orientamento dei giovani nella Capitale.

L’iniziativa vuole costruire un luogo di prima accoglienza per giovani di ogni nazionalità, religione, lingua e cultura che arrivano a Roma per studiare e cercare lavoro. Inoltre vuole essere anche un luogo di ritrovo e spiritualità per chi vuole iniziare un percorso di conoscenza di sé e del Signore.

Angele Rachel Bilegue, presidente dell’associazione di promozione sociale Talità Khum Alzati,  con questa iniziativa vuole andare incontro ai giovani con un’accoglienza per brevi periodi utile alla loro successiva sistemazione. Il progetto sperimentale ha una durata di quattro anni con un costo di 50mila euro annui, per un totale di 200mila euro.

E’ record storico per la pasta nel mondo

E’ la pasta il piatto dell’anno Covid con il record storico delle esportazioni per un valore superiore a 3,1 miliardi nel 2020 grazie ad un balzo del 16%, in netta controtendenza con l’andamento generale del Made in Italy. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui dati Istat dalla quale si evidenzia che mai cosi’ tanta pasta italiana è stata consumata sulle tavole mondiali.

Con la pandemia – sottolinea la Coldiretti – gli Stati Uniti sono diventati i maggiori consumatori mondiali di pasta italiana, fuori dai confini nazionali. grazie ad un aumento record del 40% che consente il sorpasso su Francia(+4,3%) e Germania (+16%) ma corre anche la Gran Bretagna (+19%) nonostante la Brexit. Rilevante è la crescita negli altri continenti con un aumento del 39% in Australia mentre in Asia – continua la Coldiretti – si registra un balzo aumento in Giappone (+16%)e in Cina (+23%).

La pasta vince anche in patria con gli italiani che – sottolinea la Coldiretti – hanno aumentato gli acquisti in valore del 10% nel 2020 con punte del 29% per quella prodotta solo con grano tricolore. Una opportunità resa possibile dal pressing della Coldiretti a sostegno dell’etichettatura di provenienza delle materie prime sulle etichette degli alimenti che ha portato nel febbraio 2018 all’obbligo di indicare l’origine del grano impiegato nella pasta che ha spinto le principali industrie alimentari a promuovere delle linee produttive con l’utilizzo di cereale interamente prodotto sul territorio nazionale. Un fenomeno che ha coinvolto quasi tutti i principali marchi del Belpaese.

Senza dimenticare il boom casalingo del fai da te che ha fatto volare i consumi di farina (+38%) e uova (+14,5%) secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea con l’impastatrice che è diventato un strumento irrinunciabile in cucina tanto da entrare addirittura ufficialmente nel 2020 nel paniere dell’Istat.

La necessità di passare il tempo fra le mura domestiche a causa del lockdown ha spinto al ritorno della cucina casalinga con – sottolinea la Coldiretti – la riscoperta di ricette della tradizione, a partire proprio dalla pasta. Una attività tornata ad essere gratificante per uomini e donne anche come antidoto alle tensioni e allo stress provocate dalla pandemia, magari con il coinvolgimento appassionato dei più piccoli.

L’ emergenza sanitaria Covid – precisa la Coldiretti – ha provocato una svolta salutista nei consumatori a livello globale che hanno privilegiato la scelta nel carrello di prodotti alleati del benessere. Una scelta che – continuala Coldiretti – ha favorito tutti i prodotti base della dieta mediterranea a partire dalla pasta che ha contribuito al record storico delle esportazioni agroalimentari Made in Italy che raggiungono nel 2020 i 46,1 miliardi, il massimo di sempre, grazie all’amentodell’1,8% in netta controtendenza al crollo generale.

L’Italia – conclude la Coldiretti – è il paese con il più elevato consumo di pasta per un quantitativo di 23,5 chilogrammi a testa contro i 17 chili della Tunisia, seconda in questa speciale classifica seguita da Venezuela (12 kg), Grecia (11 kg), Cile (9,4 kg), Stati Uniti (8,8 kg), Argentina e Turchia a pari merito (8,7 kg).

Covid, a Sassari sono stati trovati casi sospetti di variante brasiliana.

Varianti Covid e Sardegna. A Sassari sono stati trovati casi sospetti di variante brasiliana. A individuarli il laboratorio di Microbiologia e virologia dell’Aou locale, anche se la conferma finale della presenza delle mutazioni del Coronavirus arriverà soltanto grazie alla successiva attività di sequenziamento.

Con un kit diagnostico specifico, a disposizione del laboratorio, è stato possibile distinguere tra variante inglese, sudafricana e brasiliana. “Al momento si tratta di casi di sospetta variante brasiliana del Covid – dice il direttore del laboratorio Salvatore Rubino –. Ma soltanto il sequenziamento dei campioni, secondo le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, potrà confermare la natura della variante. Saranno però necessari non meno di 4 giorni per una risposta certa”.

Individuati, inoltre, 65 nuovi casi di variante inglese provenienti da diverse località del nord della Sardegna.

L’intervento del segretario del PD Enrico Letta

“Mi candido a nuovo segretario ma so che non vi serve un nuovo segretario: vi serve un nuovo PD. Dobbiamo essere progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicali nei nostri comportamenti.

Io scelgo il partito perchè ritengo che questa sia la sfida essenziale per l’Italia ma anche per l’Europa. Dobbiamo fare un partito con le porte aperte. Io arrivo da persona libera che ha imparato che la vita è molto bella ed è piena di sorprese. Lascio tutti gli incarichi che avevo con retribuzione ma tengo la presidenza, non retribuita della fondazione Delors. Non arriva qui un segretario sulle ali dell’esaltazione di quelli che lo osannano. Sono qui per fare le cose. E citando Nino Andreatta: ‘Non c’è nulla di più sovversivo della verità’”.

“Sono stati giorni complessi e complicati. Ringrazio e saluto Nicola Zingaretti: a lui mi lega lunga e grande amicizia. Un rapporto importante di sintonia. Abbiamo fatto tante cose insieme e tante cose insieme faremo. Ti ringrazio di avermi cercato, lavoreremo insieme, è un onore succederti. Abbiamo un carattere abbastanza simile, ci capiamo al volo”.

L’anno più buio della storia repubblicana

Questo è l’anno più buio della storia repubblicana. E’ scesa la speranza di vita. Gli anziani soli, lo smarrimento, le famiglie che hanno perduto i loro cari. Il mio pensiero va ai 100 mila morti negli ultimi 12 mesi a causa del Covid. Il mio pensiero va a tutti coloro che hanno svolto una funzione fondamentale”, ha aggiunto ricordando che “in questo periodo terribile sono nati anche tanti segnali di speranza”.

“Il mio pensiero va al personale sanitario, ai rappresentanti dello stato, la loro dedizione è stata ed è fondamentale. Penso al mezzo milione di italiani che hanno perso il lavoro, a loro noi guardiamo cercando le migliori soluzioni per il loro futuro”, ha aggiunto.

“Mi viene in mente la frase di Papa Francesco che dice che vorrebbe un mondo che sia un abbraccio fra giovani e anziani”. E ancora: “Da solo nessuno si salva. Ce lo ha detto il Papa. “Noi siamo per il primato della scienza, la collaborazioni tra Paesi e istituzioni. L’immagine di Mattarella, il Presidente della Repubblica a cui va il mio saluto più affettuoso, che si vaccina in coda è l’immagine della speranza”.

“Noi siamo vicini alla liberazione. Sappiamo che fino all’estate ci aspetteranno nuovi lutti e sofferenze. Ma siamo di fronte a uno sforzo finale e speriamo che la liberazione che avverrà, avverrà grazie alla scienza, al vaccino e alla cooperazione tra Paesi, ricercatori e istituzioni”.

Donne

“Quello della rappresentanza di genere è un problema non solo nostro. E’ un problema generale ed è un problema assurdo. Ieri sera mi è arrivata la notizia assurda che la candidatura di Cecilia Malmstrom a capo dell’Ocse è saltata. Lo stesso fatto che sia qui io e non una segretaria donna dimostra che esiste un problema sulla parità di genere. Io metterò al centro il tema delle donne“.

Parole d’ordine partecipazione e giovani

Domani presenterò un vademecum di idee che verrà inviato ai Circoli per aprire una discussione nelle prossime settimane. La discussione – ha poi chiarito-  proseguirà anche nella prossima Assemblea nazionale del partito, chiamata a fare una sintesi.

La parola chiave è partecipazione, se mi eleggerete sulla partecipazione lavorerò come segretario”. E poi l’idea di mettere insieme l’anima e il cacciavite. “La nostra politica deve essere questo. Metterle insieme e non staccarle mai. Se siamo solo anima, non possiamo cambiare le cose. Dobbiamo sapere qual è la vite da girare. A usare questa immagine, ha aggiunto Letta, sono stati Romano Prodi e Jacques Delors“.

Giovani

“I giovani saranno al centro della mia azione, ed in particolare sui temi della scuola e dell’istruzione. Non dobbiamo lasciare indietro nessuno e consentire a tutti di completare gli studi. Dobbiamo investire sulla modernizzazione mettendo i giovani al centro”, ha chiarito ricordando che “dobbiamo essere il partito che fa parlare i giovani e non che parla dei giovani. Solo se coinvolgeremo i giovani potremo dire di aver vinto. Se non ce la farò avrò perso la mia sfida qui. Per questo voglio mettere insieme un’università democratica, mettere insieme tutte le energie e le forze che abbiamo. Sarebbe molto importante che questo del governo Draghi, sia il periodo per far nascere la normativa di civiltà dello Ius soli, che io rilancerò. Voglio fare una battaglia sul voto ai 16enni, anche se è una battaglia divisiva, complicata, ma dobbiamo allargare il peso dei giovani nella società”.

Europa

“L’Europa è la nostra casa e l’Europa del 2020 è quella che ci piace con al centro la solidarietà il lavoro ed il pilastro sociale. Ma dobbiamo cambiare ancora l’Europa e fare quelle scelte che migliorino la democrazia europea. Il Next Generation Eu è il primo impegno sul fronte Europeo: noi dobbiamo fare una battaglia perchè il patto di stabilità europeo può essere basato su criteri solo finanziari o basato sui criteri della sostenibilità, verde e sociale. Altro grande impegno è quello dell’Europa Sociale. Non dobbiamo lasciare nessuno da solo, il mondo degli esclusi è quello su cui dobbiamo lavorare di più. L’Europa dei diritti è il nostro orizzonte e il nostro tratto distintivo”. Inoltre ha ribadito l’impegno del PD nei confronti di Patrick Zaki: “Vogliamo che diventi cittadino italiano e cittadino europeo: riteniamo che questo sia un segnale fortissimo ad un Paese che ha violato i diritti e che ha portato alla morte di Giulio Regeni, e su questo faremo una battaglia fino in fondo”.

PD partito delle prossimità sui territori

“Il dialogo sociale è venuto meno, riaprirò un colloquio con i rappresentanti delle imprese e dei corpi intermedi. Dobbiamo riaffermarci come partito della prossimità sui territori. Siamo diventati il partito della Ztl, dobbiamo sfidare la Lega sul territorio. Il territorio sarà il nostro campo da gioco. A cominciare dalla montagna, e da quelle montagne colpite dal terremoto”, ha aggiunto. “Darò a un membro della mia segreteria la responsabilità delle politiche di Prossimità, missione trasversale che riguarderà tutti i temi”, ha annunciato.

Il PD per un nuovo centrosinistra

Dobbiamo pensare che abbiamo vinto e governato quando abbiamo fatto coalizione. Quando siamo andati per conto nostro abbiamo perso. Nel 1996 e nel 2006, eravamo guidati da Prodi. La coalizione è fondamentale: io ci credo. Ad aprirsi ci si guadagna sempre. Dobbiamo costruire un nuovo centrosinistra, su iniziativa e leadership del PD. Parlerò nelle prossime settimane parlerò con tutti. L’incontro col Cinque stelle guidato da Conte lo dobbiamo fare, sapendo che non sappiamo ancora come sarà quel M5s. Arriveremo con rispetto e attenzione a quel momento, un rispetto e attenzione che deve essere tipica del nostro partito. Dobbiamo avere filo da tessere, con logica espansiva. E’ un percorso difficile e molto ambizioso. Il Pd non farà mai un piccolo partitodeve avere l’ambizione di guidare una coalizione. Il primo test sono le amministrative ma il nostro obiettivo sono le politiche del 2023″.

Infine Letta ha concluso il suo intervento: “Mi hanno scritto che è impegnativo guidare questo partito e lo è ancora di più chiamandosi Enrico. Io sento profondo questo impegno, difficile e complesso, e lo intendo portare avanti con senso del limite, decoro e rispetto”.

A Galli Della Loggia non interessa la rivitalizzazione dei partiti. La loro crisi, a partire dal pd, investe la democrazia.

Il curioso ragionamento di Ernesto Galli della Loggia sulla crisi della democrazia, intesa in effetti come democrazia governante, merita una rapida e onesta valutazione.

Nell’editoriale di ieri sul Corriere della Sera (“Il lungo declino dei partiti” ) egli ricava dalla riforma elettorale locale, imperniata sull’investitura diretta dei Sindaci e poi dei Presidenti delle Regioni, la causa di una sostanziale alterazione dei meccanismi di funzionamento del potere democratico. Ne sarebbe scaturita una drastica contrazione degli spazi di partecipazione e di controllo, in particolare con l’impoverimento delle assemblee elettive. I partiti, una volta centrali nella vita amministrativa locale, avrebbero perso  in breve tanto la forza, quanto il prestigio.

Dunque, un’analisi stringente porta ad una conclusione altrettanto stringente: erose le loro prerogative in sede locale, i partiti avrebbero conosciuto fatalmente il degrado che oggi ne segna la vita a tutti i livelli. Ormai, a giudizio dell’editorialista, sopravvivono malamente a se stessi. Quando esistono, esistono in forma distorta, ad esempio come partiti personali. Fa eccezione, in verità, il Pd con il suo nobile e pur controverso ancoraggio alla “forma politica” della Prima Repubblica. Un Pd che a riguardo, come osserva stamane Rino Formica sul Domani (“Letta e i generali in fuga, Pd è malato ma non si vuole curare”), deve però “decidere se i partiti hanno ancora una funzione” dal momento che nemmeno esso “crede più nella sua funzione”.

Fin qui, tornando a Galli della Loggia, viene da riconoscere appieno la sua ragione polemica. La figura del Sindaco plenipotenziario, quasi nuovo Podestà elettivo, ha inoculato nel sistema politico-istituzionale il virus di una grezza semplificazione, ovvero il leaderismo senza correttivi adeguati. Nel prosieguo, tuttavia, il discorso s’inabissa nel controsenso. Infatti, a sorpresa, egli estrae da una critica puntuale non già l’esigenza del riequilibrio, dando più poteri ai Consigli (comunali o regionali) e dunque, per estensione, più forza al Parlamento; ma l’urgenza di una più razionale e potente semplificazione, passando dalla base al vertice della piramide del potere, così da sussumere nella dimensione statuale il dato di una democrazia con meno partecipazione e più decisione.

Si tratta evidentemente di un testa-coda concettuale. Oltretutto, se davvero l’Italia dovesse adattarsi a una riforma costituzionale in pratica di tipo presidenziale o semi-presidenziale, esaltando perciò il momento della sovranità sulla falsariga del modello gollista della V Repubblica, resterebbe da capire come i partiti potrebbero riconquistare per questa via la vitalità perduta nel tempo. Malgrado le premesse, tutta l’argomentazione di Galli della Loggia mira a un esito che conferma in realtà l’ineluttabile esautorazione dei partiti alla luce di una superiore garanzia di governabilità del sistema. La fatica della democrazia non contempla e quindi non autorizza, in definitiva, il ricorso a simili scorciatoie contraddittorie.

Una sinistra da reinventare?

La quasi certa elezione di Enrico Letta a neo segretario del PD induce ad alcune riflessioni che non possono essere lasciate cadere nel silenzio.
Lucio D’Ubaldo, dalle colonne de “Il Domani d’Italia”, ha messo a fuoco il vero problema della politica italiana nell’ambito del centrosinistra: “riorganizzare il centro, ripensare la sinistra”. Direi anche reinventare la sinistra.

La questione non è di poco conto. La segreteria PD targata Zingaretti ha messo chiaramente in luce come vi sia ancora oggi una distinzione (che non vuol dire separazione) tra le idee della sinistra e quelle di un centro che fa riferimento al cattolicesimo democratico.

Dal 2007 ad oggi si è tentato di conciliare le due culture con la scorciatoia dell’antiberlusconismo, ma evidentemente questo non porta nella politica attiva ad un riconoscimento di rappresentanza fondato su motivazioni ideali.

La realtà politica degli ultimi anni ha chiaramente dimostrato che sommare culture politiche diverse (ma non inconciliabili) non porta né ad una stabilità dei Governi, né ad una posizione politica identitaria indispensabile per fronteggiare la nuova destra razzista.
Oggi il Partito Democratico sconta proprio questa mancanza di condizione identitaria (che da molti era vista come un valore), perché passare da Zingaretti a Letta non è sicuramente la stessa cosa.

L’ormai ex segretario del PD credeva in una sorta di riorganizzazione del Partito su idee e valori propri della sinistra, accantonando quella matrice cattolico-democratica che pure è presente, anche se in forma decisamente trasformista.

Ma nel far questo, Zingaretti ha dimenticato tutto un sub-strato culturale e ideale che era alle radici di una posizione di sinistra: l’umanesimo sociale, il riscatto degli ultimi, l’emancipazione del mondo del lavoro, la questione economica dei lavoratori e dei salariati.
La sua idea era quella che non si discosta molto dalle socialdemocrazie europee; è possibile convivere con il capitalismo e con il conseguente neo-liberismo, perché bisogna essere dentro questo sistema per correggerne gli errori di fondo.

Del resto, non si tratta di una posizione che si estranea dal Partito creato a sinistra da D’Alema, Bersani e Speranza. Zingaretti aveva immaginato una reunion con queste posizioni, ma dimenticando però che una tale operazione necessitava di un cambio di rotta politico-ideale.
Da qui la crisi della sinistra e del conseguente venir meno dell’elettorato di riferimento, anzi dello spostamento di quest’ultimo verso posizioni, per certi versi, assurde e populiste.
Oggi il PD cerca il salvataggio affidandosi a mani esperte e moderate, ma lo fa in funzione di una sopravvivenza politica e di potere che non è lungimirante, anzi è di breve durata.
Perché la crisi del Partito Democratico è soprattutto una crisi identitaria. Senza valori forti di riferimento non si va da nessuna da parte.

E allora, a cosa serve un Partito di tale natura? Non è forse meglio riprendere la propria storia, rivederla e ancorare una proposta politica in funzione delle classi sociali disagiate, lasciando nel contempo ad un centro politico la legittimità di riorganizzarsi per promuovere da diverse posizioni una politica in funzione del bene comune?

La verità, vi prego, sul Pd

Enrico Farinone, con il suo articolo dell’11 marzo (“Ma quali sono le radici del Pd” – https://bit.ly/3tcXKaJ) pone taluni interrogativi alla ricostruzione storica degli eventi su momenti importanti. La storia della sinistra italiana comincia a Livorno? I cattolici democratici sono stati sempre zitti durante la vita dell’ultimo partito (il Pd)?

Gli eredi del Pci come hanno agito al suo interno, quale eredità culturale hanno trasmesso a quest’ultimo partito? La conversione degli eredi comunisti al programma europeista da quale problematica politica è stata sollecitata?

Perché l’orientamento politico di tale partito è stato sempre a rimorchio delle occasioni esterne di volta in volta dettate dal solo problema della gestione del governo, oscillando quindi tra posizioni tanto diverse da essere tra loro contraddittorie e non è mai nato da una elaborazione programmatica originale interna? Corrisponde poi al vero questa forte conquista di posizioni di potere all’interno del partito da parte delle componenti di tradizione cattolico democratica?

O non è vero anche il reciproco da parte delle componenti di derivazione comunista? Il solo problema dominante è stato quello di impedire un governo gestito dalla destra, anche contro i vari risultati elettorali, con danno dello sviluppo della vita democratica del Paese, spingendo via via il sistema a fornire soluzioni “eccezionali” ? Bisognerebbe andare più a fondo su tutte queste problematiche.

Covid e vaccini: un’opinione controcorrente

L’autore, amico stimato di “Rete Bianca”, espone un parere che non corrisponde alla linea di questo giornale. Ciò nondimeno, nel pieno rispetto di un pluralismo sempre utile e necessario, la redazione ha accolto l’idea della pubblicazione del testo.

Alla fine il dato Istat sulla mortalità del 2020 ci dice solo che c’è stato un lieve scostamento dalla media, anche se con importanti variazioni in alcuni territori, specie della Lombardia.

La domanda da fare credo sia se ciò sia stato sufficiente a giustificare le restrizioni e il clima di elevato allarmismo. All’inizio forse, giusto i primi mesi in cui non si capivano le cause dei decessi elevati e la benemerita Oms faceva il possibile per aumentare la confusione e vietare le cure efficaci in ambito ospedaliero e domiciliare, in modo da favorire il decollo della pandemia. Ma adesso non sono più giustificate.

Le nuove restrizioni decise da Draghi servono solo a spazzare via per sempre altri pezzi del nostro tessuto socioeconomico. Se non ci fosse il Mar Adriatico di mezzo probabilmente si sentirebbero le risate su di noi che fanno in Russia, totalmente affrancata da ogni restrizione da settimane, come in quasi tutta l’Europa dell’Est. Proprio rimangono increduli del nostro masochismo. Negli Stati Uniti almeno 20 stati su 50 hanno già riaperto tutto e il loro numero aumenta di giorno in giorno.

E la pezza dei vaccini è peggiore del buco. Per quanto sia importante la questione della loro efficacia e ancora più della sicurezza dei vaccini, non è questo il punto. L’ordine di scuderia che proviene dai piani alti del potere mondiale è: “vaccini, vaccini”. E media e politici come pappagalli lo ripetono. Nessuno del resto potrebbe pensare che virus influenzali mutevoli si possano curare con i vaccini. Al massimo si curano i bilanci di qualche azienda farmaceutica. A questo prevalentemente servivano i vaccini anti-influenzali. Questi anti-covid invece servono …a vaccinare non a guarire.

La vaccinazione totale della popolazione interna (delirio) e la vaccinazione totale dell’intera umanità (delirio al cubo) sono pensate come misure utili per una delle infrastrutture (il passaporto sanitario) necessarie ad instaurarale una dittatura digital-terapeutica mondiale. Dittatura, in cui già siamo dal 9 marzo 2020 e dalla quale molto probabilmente non si uscirà in modo incruento. Lo scopo delle vaccinazioni di massa è il passaporto vaccinale. Superate le attuali iniziali lentezze, le carenze organizzative, di bilancio, di personale le vaccinazioni procederanno speditamente negli anni e per i virus successivi. Perché come è stato fatto dire a Ursula von der Leyen, siamo entrati nell'”era delle pandemie”.

Non sono parole usate a caso ma hanno un preciso significato politico e programmatico. Il terrorismo sanitario come metodo permanente di governo e scorciatoia per sospendere le costituzioni e violare i diritti umani fondamentali.

Una volta fatto il salto di qualità verso l’obbligo del passaporto digitale sanitario esso funzionerà come e meglio dela tessera del PNF, senza di esso non si potrà più fare niente. E nel contempo con esso l’organismo umano verrà ceduto allo stato (o meglio agli illegittimi detentori globali della sovranità), che potrà impiantarvi qualunque dispositivo ritenga opportuno (il dott.Mengele ne gioirà dall’Inferno), come chip e nanoparticelle per tracciamento e sanzioni, per transazioni, per condizionamento e controllo mentale.

Per questo, a fronte della natura chiaramente totalitaria del piano che si cela dietro uno sproporzionato allarmismo pandemico, e dei danni immensi che sono causati dalle misure di risposta al virus, io non esito a rivendicare l’urgenza di una discussione aperta su questi temi nell’ambito del cattocesimo sociale, democratico e popolare. È un nostro preciso dovere, la nostra missione fondamentale, per evitare che tutto ciò sfoci in una diffusione dello scontento tale da generare qualche nuovo movimento politico davvero temibile. Soprattutto credo che non possiamo rimanere indifferenti davanti all’affermarsi di una cultura di ostilità al prossimo e alla solidarietà, che è penetrata in profondità in coscienze ingannate, rese dipendenti dalla paura di un solo malanno, propinata in dosi massicce e ininterrotte da media ridotti a pura propaganda.

É come se l’antica massima “homo homini lupus” si fosse trasformata in “homo homini virus”, divenendo la bussola della “convivenza” nella nuova normalità. Il pericolo è l’altro, tout court, che ti può infettare anche se amico o familiare stretto. È la filosofia della discriminazione, che di volta in volta identificava il pericolo in qualche categoria specifica, nello straniero, nell’immigrato, nell’islamico, elevata all’ennesima potenza. L’Eurispes ha rilevato che per gli italiani “la vicinanza con il prossimo è diventata una minaccia da evitare il più possibile“. Un virologo come Fabrizio Pregliasco ha dichiarato che “noi dovremmo considerare che ogni contatto interumano che abbiamo rappresenta un rischio”. Questi sono segnali di un Paese in disfacimento, accelerato da irresponsabili politiche economiche procicliche imposte da Bruxelles, e da una risposta all’emergenza sanitaria dettata dalla road map verso la dittatura globale più che dal buon senso.

È surreale che questo ordine di temi non sfiori neanche il dibattito nel PD che da oggi avrà il segretario che si merita, il migliore, detto senza ironia e con stima verso Enrico Letta, il più adatto. Ma saranno i problemi generati da questi nodi irrisolti a cercare senza neanche bussare alla porta circoli, sedi e palazzi. Ma affrontarli solo allora potrebbe risultare troppo tardi.

La forza dell’epidemia. Come la grave peste cambiò il mondo.

Lodovico Antonio Muratori (1672-1750), nel meraviglioso trattato Del governo della peste e delle maniere di guardarsene del 1714, dal quale s’imparano cose ancor oggi preziose per evitare contagi, pur riferendosi prevalentemente alle epidemie del ‘600 durante la guerra dei trent’anni, ricorda che “una delle più terribili pestilenze che si sieno mai provate”, sorta in Cina nel 1346, arrivò in Sicilia nel 1347 e l’anno dopo infettò “tutta l’Italia, salvo che Milano…ove fece poco nocumento”. Si estese poi in tutta Europa e quindi “tornò indietro di nuovo…in Italia nell’anno 1361, ove desolò Milano…e Venezia.” La pestifera mortalità a Firenze nel 1348 è descritta da Boccaccio nella prima giornata del Decàmeron. Francesco Petrarca, nel De Remediis utriusque fortunae, scrive che “Tanti sono i funerali che vedo, ovunque getti lo sguardo, che gli occhi mi si oscurano.” Nelle Historie universali de suoi tempi il fiorentino Matteo Villani (1295?-1363), descrivendo gli orrori di quella peste, nota che essa “hebbe infermita tutta Italia, salvo che la città de Milano…”.

Lo storico dell’università di Friburgo in Svizzera Volker Reinhardt, studiando i molti dettagliati resoconti e trattati di quella pestilenza, dedica particolare attenzione a ciò che protesse Milano. L’eccezione di Milano era già allora vistosa e discussa. A Milano s’ammalarono e morirono tre famiglie. A Piacenza, poco distante, morì un terzo della popolazione. Risparmiata fu anche la Polonia, nelle mani di re Kasimir III, ove si può pensare che abbia influito l’assenza di grandi città. In esse, nota Muratori, “non è si facile, che la Peste ceda presto, perché il pascolo della Morte è grande.” Milano era, nel XIV secolo, una delle maggiori città d’Europa. Che cosa la salvò? La domanda, oggi che si è immersi in una pandemia con moltissimi contagi e morti, è d’attualità. La peste era attribuita ad alterazioni dei quattro umori umani in seguito all’allineamento sfavorevole degli astri. In realtà si tratta di un’infezione batterica acuta trasmessa da topi e pulci. Era “assoluta volontà di Dio”, scrive Villani, punire con essa gli uomini per i loro peccati. Ciononostante a Milano, e solo a Milano, durante i 6 anni in cui la popolazione italiana si ridusse della metà, si trovò il modo di evitarla.

Il signore, di fatto il tiranno di Milano Luchino Visconti fu l’artefice di ciò che per secoli è stato considerato un miracolo. Da un ramo collaterale della sua famiglia nascerà il regista con lo stesso nome (1906-1976), che ne La morte a Venezia filmò non la peste ma il colera descritto da Thomas Mann. L’illuminista Pietro Verri, nella Storia di Milano del 1783, parla di Luchino come di un despota immorale e spregiudicato che decideva questioni gravi senza cercare consigli e consensi. Agì secondo l’idea che la malattia fosse trasmessa dall’aria per cui la città doveva essere chiusa. “Isolarsi, isolarsi, isolarsi” era il suo motto, che realizzò con determinazione.

Nel 1347, non appena ebbe notizia di ciò che stava accadendo in Sicilia, prese ad accumulare vettovaglie per i 150mila milanesi (in tempi preindustriali, nota Reinhardt, impresa tutt’altro che semplice), chiuse le porte della città e sottopose persone, animali e merci a rigorosi controlli. La ragion di peste era ragion di stato e non s’indugiava nemmeno con decisioni tremende. Le uniche tre famiglie contagiate furono isolate in case con porte e finestre murate e, verosimilmente, lasciate morir di fame, dato che nessuno poteva accudirle.  L’isolamento era l’unica difesa, a qualunque costo, e ciò giustificò la macabra determinazione di sacrificare 12 vite per salvarne più di diecimila volte tante. Il signore non poté godersi la gratitudine della gente perché morì alla fine del 1349, avvelenato, si disse, dalla moglie. Sette secoli fa della malattia non si sapeva nulla e a Milano si salvarono quasi tutti, oggi della pandemia virale ci si illude di sapere tutto e moltissimi non si salvano, specie a Milano e dintorni. La biologia dei coronavirus è in realtà ancora poco conosciuta. Reinhardt racconta che in molti blogs e tweet in Italia nel 2020 si leggeva Dateci un secondo Luchino Visconti oppure Avessimo avuto un Luchino Visconti già in gennaio o febbraio! 

Il libro tratta della peste a Parigi, Francoforte, Firenze, Siena, Venezia, Avignone e Piacenza, di cui si tramandano cronache dettagliate. Di Roma non si sa nulla, perché le pagine sulla peste della Cronica dell’Anonimo romano sono scomparse e perché la città aveva perduto interesse da quando il Papato, 40 anni prima, s’era trasferito ad Avignone. Gli eventi, i pregiudizi, le fantasie sulla peste sono inseriti nelle vicende delle comunità e dei loro spesso infami reggitori. Gli intrighi, le prevaricazioni, le truffe di magistrati, ecclesiastici, nobili e di coloro che Boccaccio chiama i beccamorti, che derubavano morti e moribondi, e le sommosse della plebe affamata furono una trafila di disumanità che non insegnò niente. Si ripeté ogni volta, “perché le teste umane”, scrive Muratori “saran quelle di sempre”. Ciò che succede ora, con i traffici illeciti e le bieche truffe sui vaccini, mascherine ed altro è la conferma che l’umanità non cambia. I morti ed i contagiati dal virus Covid-19 nelle democrazie orientali (Corea del Sud, Giappone, Singapore), nelle quali ci fu immediato consenso fra maggioranza e opposizione su rigorosi provvedimenti preventivi, sono molto inferiori a quelli delle democrazie occidentali. “I Magistrati, considerando per tempo…l’eccessiva miseria.. del flagello” dovrebbero mettere in opera, ammonisce Muratori, “qualunque possibile mezzo e diligenza per preservarsi, e per tenerlo lungi.”  Anziché seguire l’ammonimento vecchio di quattro secoli, in Italia la pandemia è un penoso conflitto fra centrosinistra,  incline al rigore, e centrodestra, che ne nega tragicamente e ciecamente la necessità. Il tutto aggravato dalla tensione fra governo e regioni. Non ci si meravigli se l’Italia è in una condizione tragica. 

Il MIC promuove la cultura del fumetto e del fumetto contemporaneo

La Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura ha pubblicato un avviso pubblico per la promozione della Cultura del Fumetto e del Fumetto contemporaneo in Italia e all’estero.

Promozione Fumetto 2021 mette a bando 644.000 euro per iniziative mirate a: creare una sinergia tra le programmazioni, capace di rafforzare l’identità e la visibilità a livello nazionale e internazionale; favorire strategie di sistema che mettano in rete le più significative realtà operanti nel campo del fumetto in Italia; sostenere azioni e progetti di valenza nazionale e internazionale per l’incremento, la valorizzazione e lo sviluppo del fumetto.

Promozione Fumetto 2021 è aperto a musei e istituti pubblici, anche gestiti da enti privati senza fine di lucro, nonché a enti e organismi privati, istituzioni culturali, fondazioni, associazioni senza scopo di lucro, che promuovono il fumetto e la cultura del fumetto italiano e internazionale, in Italia e all’estero, attraverso eventi, manifestazioni, mostre e festival di rilevante importanza culturale. L’obiettivo è sostenere l’organizzazione di eventi, manifestazioni, mostre e festival dedicati alla promozione, sviluppo, diffusione, conoscenza del fumetto italiano e internazionale.

Il finanziamento erogabile per la realizzazione di ciascuna proposta è fissato entro la misura massima dell’80% dei costi ammissibili e comunque entro il limite massimo di 70.000 euro. I soggetti proponenti beneficiari del finanziamento, sia in forma singola sia associata, dovranno assicurare la copertura della restante quota mediante un contributo del 20% sull’importo complessivo della proposta. La valutazione delle proposte verrà svolta da una Commissione composta da un rappresentante della DGCC e da quattro esperti, scelti tra docenti universitari e docenti delle Istituzioni dell’Alta Formazione Artistica, Accademie, esperti o critici altamente qualificati nella materia del fumetto.

“Il fumetto è un linguaggio molto interessante della produzione culturale italiana contemporanea – afferma il Ministro della Cultura Dario Franceschini – sia per l’intensa vivacità artistica del settore sia per il suo essere senza dubbio un’eccellenza italiana apprezzata in tutto il mondo. Dopo essere stata per troppo tempo poco considerata dalle istituzioni, nel corso di questi ultimi anni il Ministero della Cultura ha lavorato molto per valorizzare l’arte del fumetto, dell’animazione e dell’illustrazione, a partire dal progetto ‘Fumetti nei musei’, e questo nuovo bando è un’ulteriore conferma della particolare attenzione che viene prestata a questo linguaggio”.

“Siamo molto curiosi di valutare le proposte che arriveranno per questo nuovo avviso pubblico – aggiunge il Direttore Generale Creatività Contemporanea Onofrio Cutaia – Promozione Fumetto 2021 si inserisce nel quadro delle azioni istituzionali della nostra Direzione Generale, volte a promuovere le manifestazioni della creatività contemporanea, anche attraverso il sostegno alle imprese culturali e creative. E il fumetto è un’espressione creativa di altissimo livello, che utilizza strumenti di decodificazione complessi e linguaggi spesso poco considerati dal dibattito culturale nazionale. È fondamentale che le istituzioni si pongano a supporto di quest’arte, riconoscendo l’alto valore di questa forma d’espressione”.

L’avviso pubblico (con allegati) è consultabile e scaricabile a questo link:

http://www.aap.beniculturali.it/PF2021.html

Astrazeneca: efficace e sicuro

Il vaccino anti Covid di AstraZeneca, di cui un lotto è stato ritirato in Italia, è “efficace e sicuro” secondo Marco Cavalieri, responsabile della strategia vaccini dell’Ema.

“Il nostro comitato di farmacovigilanza ha guardato tutti i dati che abbiamo a disposizione riguardo alla sicurezza di questo vaccino, inclusi gli eventi tromboembolici che si sono verificati, ma che in effetti sono molto rari, stiamo parlando di un numero di casi inferiore a quelli che ci saremmo aspettati se le campagne vaccinali non fossero in corso, nella popolazione in generale”, dice Cavalieri a Sky Tg24.

Cavalieri sottolinea poi che “essendo casi molto rari non sono stati ancora discussi nel dettaglio, prima di far questo è impossibile concludere. Ad oggi quello che ci sentiamo di dire è che il vaccino risulta sicuro e efficace, quindi bisogna continuare ad usarlo”.

“I trombi – spiega – non sono eventi che comunemente vengono associati all’uso di vaccini, poi bisogna vedere di quale vaccino si parla. Questo è un vaccino usato su tutta la popolazione adulta e sugli anziani, una popolazione in cui questi eventi succedono comunque, in cui queste malattie avvengono. È molto importante cercare di capire esattamente cosa sarebbe successo comunque, al di là del vaccino, e che quindi non ha nulla a che fare con il vaccino. Ad oggi non abbiamo nessuna prova che il vaccino possa causare questi eventi, ma ovviamente stiamo indagando per capire meglio”.

Sul caso degli eventi avversi “la settimana prossima ci sarà una riunione del nostro comitato di farmacovigilanza, dopo che tutti i casi cumulativi sono stati analizzati. Abbiamo cercato di avere tutte le informazioni, inclusa l’autopsia, così da avere un quadro completo, per capire se questi dati ci permettono di arrivare a una conclusione”.

“Nel Regno Unito – rimarca- che è il Paese che ha vaccinato di più con AstraZeneca con undici milioni di dosi, non hanno visto niente di allarmante o preoccupante su questo fronte, sono dati che rassicurano”.

Cavalieri spiega che “ci potrebbe essere bisogno di più tempo, di capire se altri casi di eventi avversi vengono riportati e capire se, effettivamente, ci sia un aumento dei casi dopo la vaccinazione, che non ci saremmo aspettati. Ad oggi non è così, i casi sono molto rari”.

Il tempio di Mens. Una lezione per l’oggi? Dedicato a Enrico Letta

Lontani dal sacro, in questo Occidente spoglio di religiosità, ormai siamo ignari di quanto gli antichi Romani fossero attenti al culto dei loro dèi.

La vita per loro era un continuo disbrigo di riti propiziatori, di cerimonie e sacrifici, anche brutali. Nel quotidiano si poteva inciampare sull’uscio di casa e perciò dedurre, di prima mattina, l’avversità di quel giorno. Gli eserciti vincevano o perdevano a misura della “pietas” dei generali, e quindi dei loro soldati.

Quando Annibale valicò con gli elefanti le Alpi, iniziò una guerra costellata di molte sconfitte per Roma. Prima della clamorosa disfatta di Canne, tre luoghi di battaglie – i luoghi delle famose tre “T”: Ticino, Trebbia, Trasimeno – avevano decretato sul campo la superiorità del comandante cartaginese.

Al console Flaminio, deceduto nell’ardita imboscata punica a Borghetto di Tuoro sul Trasimeno, l’Urbe attribuì la colpa di quell’ecatombe: gli dèi lo avevano punito per la sua scarsa devozione. I Romani corsero dunque ai ripari. Venne decisa la costruzione di due nuovi templi sul Campidoglio, uno dedicato alla Venere di Erice, l’altro a Mens, fino ad allora divinità sconosciuta o trascurata.

La scelta, ci dicono gli storici, fu opera del dittatore Quinto Fabio Massimo (il Temporeggiatore). Soprattutto il tempio di Mens fa riflettere a distanza di secoli. Cosa significava? Nello sbandamento provocato dai rovesci bellici, la Città aveva bisogno di recuperare la forza del discernimento e della intelligenza pratica. Per questo occorreva affidarsi a Mens, il dio che si voleva intento alla salvaguardia di queste decisive facoltà umane.

Con un gesto di autentica religiosità, il dittatore aveva pertanto evocato il ritorno all’autentica razionalità. Solo questo poteva salvare Roma, solo questo, a lungo andare, l’avrebbe in effetti salvata. Quinto Fabio Massimo, senza perdere la testa, riuscì a dominare gli eventi e a piegare la lucida intraprendenza guerriera di Annibale.

Qual è l’insegnamento, anche per noi cristiani o post cristiani del secondo millennio? Ecco, grazie alla fiducia nel connubio (tutto pagano) di fede e ragione, Quinto Fabio Massimo spianò la strada al riscatto dell’Urbe e gettò le basi per il trionfo finale di Scipione a Zama. Senza Mens non ce l’avrebbe fatta. Una lezione per l’oggi?

P.S. Ognuno può liberamente trasfigurare Flaminio nel ritratto di un console contemporaneo.

Cosa ci insegna il caso Lula

Luiz Inácio Lula da Silva, l’ex Presidente della Repubblica brasiliana chiamato comunemente Lula, ha ottenuto dal giudice della corte suprema Edson Fachin la invalidazione per difetto di giurisdizione di ogni condanna che lo aveva privato dei suoi diritti politici. Il popolarissimo ed amatissimo Lula aveva subito nel 2018 la condanna dopo l’inchiesta, cosiddetta ‘lava jato’, aperta dal giudice Sergio Moro.

L’azione penale gli ha già procurato 580 giorni di galera, oltre al dubito di partecipare alla competizione elettorale per la elezione del Presidente della Repubblica di più di due anni fa. Ogni sondaggio, in quel momento, lo dava più che favorito. Infatti, tolto di mezzo Lula, la campagna elettorale per l’esponente della estrema destra populista Jair Bolsonaro è andata tutta in discesa, ponendo molti interrogativi sulla vera natura dell’iniziativa giudiziaria di Moro, il quale, forzando ogni consuetudine e procedura, ha gestito l’inchiesta come una occasione personale, scavalcando qualsiasi giurisdizione ed accentrando le operazioni di indagine come il dibattimento, presso la sua procura di Curitiba nello Stato del Parana’, pur non essendoci come sede giudiziaria competenza sul caso.

La pubblicizzazione, avvenuta tempo fa delle intercettazioni su Moro e i suoi collaboratori, ben chiariscono gli intenti persecutori e di complotto, come la nomina a ministro della giustizia avvenuta appena dopo l’inseduamento presidenziale di Bolsonaro dello stesso giudice, fanno ben intendere che buona parte dell’azione giudiziaria mirava ad azzoppare il candidato più popolare ed avvantaggiato della competizione elettorale. Stando a questi accadimenti e salvo altri colpi di teatro, l’anziano e carismatico leader del Partido Trabalhadores (PT), potrà partecipare alle prossime presidenziali che si terranno nel 2022, mentre i pronostici più accreditati già lo danno vincente su Bolsonaro, con più di 20 punti percentuali a suo favore.

Questi fatti, pur avvenuti a circa 9.000 kilometri dall’Italia, forniscono molti spunti di riflessione e vari interrogativi da approfondire, nel complesso utili anche per noi sopratutto per coloro che amano la democrazia e la giustizia. Infatti questi 2 pilastri di civiltà, dai democratici sono considerati principi e presupposti fondanti per le comunità civili. Sono infatti concepiti come poteri autonomi, e ciascuno di essi posti a garanzia e rispettosi dell’altro potere, secondo le rigide regolazioni delle leggi della Repubblica. Questi presupposti o sono davvero operanti e vigilati, oppure il controllo di ambedue le funzioni si spostano pericolosamente dal dominio collettivo a quello privato. Ora, quello che si può desumere dalla esperienza brasiliana, è che di fronte ad una acclarata forzatura delle procedure previste dalla legge, operata da un magistrato, la stessa magistratura ha provveduto a ripristinare il ‘Diritto’ persino arrivando ad indagare chi non ha agito nel rispetto della legge.

E Lula, nel pieno del ciclone giudiziario, quando è stato istigato dal suo vasto seguito di cittadini che manifestavano nelle piazze a rifiutarsi di consegnarsi alle autorità per l’arresto, si è responsabilmente costituito rispettando le leggi, pur chiedendo ai suoi sostenitori di continuare le proteste per denunciare l’esistenza di manovre volte a danneggiare la democrazia. Alcuni hanno raccontato che il giudice Moro, mentre si dava da fare per arrestare Lula, sulla propria scrivania aveva la foto del suo ex collega Di Pietro, per simboleggiare la sua vicinanza alla esperienza italiana di ‘mani pulite’.

Ma le due esperienze si sono ben presto dimostrate molto diverse tra loro. Ad esempio in Italia, istituzioni e potere collettivo non sono riusciti sempre a reagire in certi casi come è accaduto in Brasile. Infatti sono cresciuti molti movimenti populisti, proprio a causa di piazze che più che battersi per lo stato di diritto quando necessario, in più di un caso si sono espresse a favore di posizioni giustizialiste. La storia è maestra, in questi casi si sa già come può andare a finire.

Intervista a Giorgio Cella: “Un anno di pandemia globale. Riflessioni sugli aspetti geopolitici, psichici e sociologici”

Dott. Cella, era esattamente un anno fa quando su queste stesse pagine, e a pandemia appena esplosa, discutemmo di che cosa sarebbe successo al mondo da lì in poi: rileggendola, vedo che varie questioni discusse e varie sue formulazioni si sono avvicinate alla realtà plasmata da Covid-19 durante il lungo, sofferto 2020 trascorso. Intanto si aprono nuovi fronti di preoccupazione. Ci offre qualche elemento di riflessione?

Ricordo bene, naturalmente, eravamo nella fase aurorale, alle prime avvisaglie di ciò che andava pericolosamente delineandosi come un nuovo landmark della storia contemporanea: erano gli inizi di questa prima pandemia globale e globalizzante, moltiplicatrice delle molteplici interdipendenze transnazionali così tipiche della nostra era globale. Globalizzazione economica, tecnologica, sociopolitica e culturale che già in epoca ante pandemia, se da un lato, nell’accezione data da Giddens, avvicinava gli uomini e riduceva drasticamente le distanze di comunità tra loro molto lontane, dall’altro, come lumeggiato invece ad esempio da Hobsbawm, costituiva già una planetaria gesellschaft, nell’accezione di un’entità percepita come progressivamente più distante dall’essere umano. Aldilà dell’ermeneutica sui processi di globalizzazione, ciò che empiricamente sappiamo è che il molto particolare nonché drammatico anno pandemico da poco trascorso, è stato indubbiamente complicato e drammatico per molti. Un 2020 iniziato tra l’altro con un evento di natura politico-militare: l’eliminazione del generale iraniano Qasem Soleimani per volontà dell’amministrazione Trump. Un anno e un’amministrazione che di lì a poco verranno totalmente risucchiati da quella poderosa capacità trasformativa di Covid-19. Pandemia sulle cui origini, inoltre, senza voler ovviamente dare adito alle tante teorie cospirazioniste del web, non è stata ancora fatta luce in modo definitivo, come emerge dai (non) risultati del report della recente missione della squadra di esperti dell’OMS in Cina, cestinato ufficialmente per via delle crescenti forti tensioni tra Washington e Pechino. Nel nostro primo dialogo accennai altresì alle formulazioni concettuali del poeta latino Giovenale, al suo concetto di rara avis in terris con riferimento alla metafora del cigno nero, nel senso di elemento scardinatore di certezze e di visioni del mondo date per acquisite. Metafore antiche e loro declinazioni tuttavia adeguatissime in un mondo mutato in impensabili cambiamenti sociali, economici, geopolitici e financo antropologici, nell’accezione del vivere con l’altro e relativamente alla quotidianità routiniera dei più, senza dimenticare gli oltre due milioni di vite strappate da Covid-19 dal mondo dei viventi. Un momento storico senz’altro cruciale, amplificatore di fragilità e incertezze globali e individuali, con irradiazioni destinate a farsi sentire anche negli anni a venire. 

Dott. Cella, nella prima intervista del marzo 2020, Lei aveva considerato in termini generali il virus come elemento dirompente, che come ha ricordato invalida certezze date come acquisite; che considerazioni generali sull’elemento pandemico e sulle sue conseguenze si sente di fare a un anno di distanza?

A un anno di distanza dall’esplosione pandemica, tra i vari, c’è un particolare aspetto che mi viene in mente quando si riflette sugli effetti del Covid-19, un lato forse meno percepibile, meno immediato, ma legato a uno di quei pochi elementi che reggono le strutture perenni della condizione umana: il tempo. In effetti, a distanza di un anno e in termini esiodei, alla definizione di memento mori universale che diedi a Covid-19 nella nostra prima conversazione, si può ora unire quel titanico effetto che la pandemia ha impresso sulla dimensione cronologica, riuscendo infatti per certi versi a dare la percezione di bloccare o quantomeno arrestare l’instancabile fluire del tempo finito in terra. Tale aspetto temporale, che da tempi immemori si lega in un inscindibile vincolo alla morte, si è rimanifestato dunque durante la pandemia, si potrebbe dire a immagine e somiglianza di crono: uno di quegli elementi che di pari passo con la necessità, la contrarietà e il destino, tutto regola e governa nell’esistenza umana. Covid e Crono quindi, ignote potenze shivaite, entrambe manifeste nella loro forza divoratrice di uomini e di eventi terreni. Venendo invece a considerazioni più percettibili, direi che la pandemia è stata una cartina di tornasole per molte questioni dei molteplici campi dell’agire umano nelle più disparate realtà e latitudini del nostro pianeta. Alla luce delle risposte a tratti disastrose, quantomeno nella prima fase, di vari Paesi occidentali di primo piano, o l’altrettanto pessima coordinazione riguardo la campagna vaccinale della stessa Unione Europea – che ha così perso un’altra opportunità per produrre una visione politica, strategica e solidale europea – Covid-19 ha fatto emergere sul piano globale disfunzionalità e impreparazione diffusa di intere classi dirigenti e di interi sistemi-paese. Dall’altro lato, Covid-19 ha tuttavia stimolato una risposta tempestiva da parte della comunità scientifica mondiale, portando allo sviluppo di vari vaccini in tempi record. La pandemia ha severamente testato le capacità interne di reazione e organizzazione di ciascun apparato amministrativo, configurandosi come un macro-test sulle capacità di reazione degli Stati. Salvo pochi casi virtuosi, come ad esempio Singapore o la Nuova Zelanda, la maggioranza dei governi sono stati presi di sorpresa e si sono ritrovati in grandi difficoltà davanti a questo improvviso quanto letale diversivo della Storia. Inoltre, come vediamo dalle cronache di questi giorni, varie parti del mondo appaiono ancora lungi dall’esserne fuori nonostante la grande arma vaccinale; un’arma che intuibilmente è stata ammantata da una dimensione di competizione geopolitica interstatale, in una classica ottica di accrescimento del proprio vantaggio strategico ed economico. Quello che sembra prospettarsi oggi, quantomeno fino a quando una parte consistente delle popolazioni non saranno state vaccinate, è una realtà di vincoli e limitazioni e, per così dire, di costante attenzione sanitaria. Naturalmente, l’auspicio è che nel medio-lungo periodo non si ripresentino nuovi fenomeni pandemici di eguale o diversa gravità e natura e che le società possano riprendere un’esistenza il più vicino possibile a quella ante pandemia.

Prima di continuare su un discorso relativo agli Stati e alla politica internazionale, mi piacerebbe che Lei esprimesse che ruolo e comportamenti ha invece osservato nei popoli durante questo lungo anno dominato dalla pandemia, naturalmente con prevalente riferimento all’Europa, all’Occidente e al nostro Paese. Come siamo cambiati ‘dentro’?

Anche la dialettica tra vertici e masse si configura, può piacere o meno, in un quadro di vasi comunicanti: l’azione governativa genera reazioni ed effetti diretti sulle popolazioni. Con riferimento al mondo occidentale, all’Europa e all’Italia in particolare, l’esplosione della pandemia ha scaraventato le moltitudini – adagiate ormai in una nuova belle époque prodotto della globalizzazione fatta di costanti distrazioni, intrattenimento, comodità e svaghi per tutti o per molti – in una realtà del tutto inedita dal secondo dopoguerra ad oggi, fatta di nuovi divieti, di alcune privazioni e di altrettante limitazioni: un fenomeno paradossalmente figlio di quella stessa globalizzazione del benessere, che ora però nella sua dimensione bifronte, ha mostrato il suo altro volto spargitore di morte, paura, separazione e incertezza. Una nuova condizione non certo paragonabile agli stati di guerra, come taluni hanno scioccamente quanto sensazionalmente affermato, ma che costituisce chiaramente una cesura col mondo ante Covid-19. Una realtà che mi ricorda tra l’altro una linea di pensiero espressa a suo tempo dall’economista Tommaso Padoa Schioppa, il quale predisse un ritorno alla durezza del vivere per l’individuo, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità…tutte situazioni e condizioni dalle quali, continuava l’economista, il benessere e il sistema di protezioni del Ventesimo secolo aveva troppo allontanato e disabituato i popoli. Aggiungerei che l’irruzione della pandemia e la sua conseguente gestione, ancora in corso, avrebbe potuto costituire il momento per un nuovo corso, soprattutto per le nuove generazioni, guidandole con giusta fermezza e conoscenza in questa lunga e traumatica traversata nel deserto. Avrebbe anche potuto essere l’occasione per la costruzione o il rafforzamento di alcuni paradigmi valoriali e anche di una nuova paideia, forse ormai necessaria. Una paideia che amalgamasse ad un tempo un più forte senso di fedeltà verso lo Stato (nell’accezione hobbesiana) e di appartenenza verso la comunità (nell’accezione weberiana) ad un’aumentata consapevolezza su taluni imprescindibili temi globali figli del nostro zeitgeist che, sempre più, volenti o nolenti, influenzeranno e condizioneranno anche le nostre realtà nei tempi a venire: dalla questione ecologica e i grandi cambiamenti climatici e naturali – da non ideologicizzare ma da affrontare sulla base dell’evidenza scientifica – ai connessi macro-fenomeni migratori e ai relativi sforzi di gestione e integrazione, nonché la a sua volta connessa necessità di un costruttivo dialogo interreligioso – anche in chiave anti-terrorismo – condotto nel reciproco rispetto delle identità e tradizioni, da costruire non solo dall’alto ma altresì dal basso, sul piano locale. Un dialogo così mirabilmente intessuto e realizzato dal Vaticano in quella traiettoria storica che si consolida con Papa Giovanni Paolo II e il suo incontro ad Assisi dell’86, ripreso oggi con vigore dal Pontificato di Papa Bergoglio, se pensiamo alla recente missione del Pontefice nell’antichissima e grandiosa Ur dei Caldei. A causa del momento così peculiare e anche a tratti misterioso in cui sono piombate le società, vi sarebbe inoltre stato un propizio elemento per determinare quella sopracitata positiva formazione e suoi relativi aggiustamenti sociali: quello del timore. Un elemento che, come evocato e descritto con la consueta maestria oratoria ed eccelsa erudizione dal Cardinale Gianfranco Ravasi, è distinto da quello della paura, e reca in sé fin dai tempi immemori una dimensione favorevole, se si riflette ad esempio sul massimo principio del timore verso la divinità: principio della sapienza è il timore di Dio, rammenta infatti il porporato. Aggiungo in conclusione che, contestualizzando tale concetto, lo si sarebbe potuto declinare in un aumentato rispetto verso le scale valoriali e più in generale verso il concetto di gerarchie. Da ultimo, ricordando gli auspici da me espressi un anno fa su queste stesse pagine circa l’eventualità di una accentuata sfera introspettiva e contemplativa individuale, prendo contezza di come, evidentemente, non si trattava che di elucubrazioni di pensiero personali, relegate a una weltanschauung evidentemente impopolare. Non si è infatti visto nell’innominabile attuale, per dirla con Roberto Calasso, come ci ricordano i tanti episodi della cronaca giornaliera e di costume, quel generalizzato miglioramento – timidamente accennato in qualche occasione anche dall’ex premier Conte – di tipo socio-comportamentale e intellettuale dell’individuo. 

Geopolitica mondiale: un tema sempre affascinante e dalle sfaccettature caleidoscopiche. Un anno fa Lei aveva tratteggiato una sfida dai contorni geostrategici ed economici che sarebbe ruotata anche intorno al virus e alla sua gestione. Che panorama osserviamo oggi, ad un anno di distanza?

Una doverosa premessa: i grandi fenomeni globali planetari come le pandemie, le calamità, i cambiamenti climatici – e la grande trasformazione ecologica che ne consegue e che occupa ormai uno dei punti prioritari dell’agenda globale, come in quella nazionale – costituiscono anch’essi un sistema di vasi comunicanti con la geopolitica e con il sistema internazionale, che deve ogni volta (re)agire di conseguenza, rincorrendo un’agenda scritta da altre imprevedibili forze. Questo intrinseco legame, questa involontaria sinergia tra le due dimensioni, se così vogliamo definirla, è probabilmente destinata a replicarsi in futuro, in occasioni di nuovi imprevedibili fenomeni naturali. Su un piano meno teoretico e più geopolitico, abbiamo invece visto l’intensificarsi della tensione tra la superpotenza americana, in affanno, ma ancora in un netto vantaggio globale strategico sui suoi rivali, e quella ascendente cinese. A un anno di pandemia, tracciare un bilancio sarebbe poco realistico, sebbene sia possibile osservare in modo sinottico talune tendenze e posture strategiche di fondo dei protagonisti della politica internazionale. Sebbene Pechino sembrava essere uscita in qualche modo avvantaggiata dopo la gestione della prima fase pandemica, i più recenti dati economici gettano qualche ombra su tale apparente vigorosa ripresa, considerando altresì le pesanti battute d’arresto che hanno colpito il progetto della Nuova Via della Seta e le non meno preoccupanti problematiche demografiche, dove i dati su un’allarmante denatalità rischiano di minare il sistema sia sul piano dello sviluppo interno così come in quello della proiezione di potenza esterna. Per quanto riguarda gli Stati Uniti invece, non sarò certo io a poter riassumere in poche righe un anno così pregno di eventi dirimenti per la storia contemporanea americana dove, tra il tramonto della prima fase del sovranismo a stelle e strisce a guida Trump, l’assalto al Campidoglio e la nuova presidenza Biden, è emersa una pericolosa polarizzazione societaria e ideologica tra due visioni diverse d’America, sul cui sfondo, si staglia l’atavica questione delle tensioni razziali e della lotta per i diritti della comunità afro-americana. La presidenza Biden ha davanti a sé tre sfide prioritarie, due di carattere esterno, una interna. Le prime due riguardano in primo luogo la competizione crescente con Pechino su scala globale, destinata a plasmare l’andamento delle relazioni internazionali future; in misura minore lo stesso discorso si pone anche nei confronti di Mosca, con la quale, più probabilmente, continuerà ad alternare il dialogo su alcune issue a politiche di logoramento nelle varie contese geopolitiche in Europa centro-orientale e in Medioriente, dove esistono interessi strategici tradizionalmente divergenti. La seconda questione riguarderà la ricostruzione del tessuto geopolitico che lega le due sponde dell’Atlantico, così gravemente sfilacciato dai quattro anni di presidenza Trump; la NATO andrà quindi nuovamente ripensata in un ennesimo riadattamento strategico, con probabili proiezioni di potenza anche in Asia-Pacifico. Detto ciò, è prevedibile che una aliquota delle istanze trumpiane dell’America First verranno mantenute anche da questa nuova amministrazione, come già affiorato nella questione della commercializzazione e distribuzione dei vaccini. Il terzo punto, di natura domestica, verterà sul difficile lavoro di ricomposizione di un’armonia etnica e comunitaria degli Stati Uniti, compito decisamente arduo, visti gli oltre settanta milioni di voti per Trump nelle elezioni del novembre scorso che ci ricordano come quelle linee divisive ideologiche sopra menzionate difficilmente scemeranno nel breve periodo. Sullo sfondo della competizione geopolitica tra i due colossi del sistema internazionale, si staglia il ruolo di grande rilevanza della Russia: ruolo geopolitico ad oggi ancora piuttosto incerto in termini di posizionamento, di allineamento, ma contraddistinto da un controverso tilt verso Pechino che, a dispetto di certe analisi ottimistiche, non sembra per ora affievolirsi.

Sempre con memore ricordo della nostra discussione del marzo 2020, venne spontaneo anche argomentare sul fenomeno sociopolitico del cospirazionismo, che poi è letteralmente esploso nell’arco dello scorso anno – pensiamo all’assalto di Capitol Hill ad esempio – ossia la questione delle teorie del complotto e delle cosiddette fake news. Le chiederei di aggiungere qualche pensiero in merito, aggiornando le Sue valutazioni alla situazione per come si è evoluta e per come è stata via via conosciuta.

Credo che si debba fare in primis chiarezza su taluni termini-concetto di facile presa popolare, e le reali dinamiche storiche e contemporanee che dietro tali questioni si celano. Il termine fake news, ad esempio, poi rilanciato anche nel dibattito politico domestico dagli epigoni nostrani diffusori dei termini di moda d’oltreoceano, assurse a notorietà globale in seguito al suo utilizzo da parte di Hillary Clinton nella campagna elettorale del 2016 – in risposta alle pesanti accuse di varia natura contro di lei e il suo staff – e poi reiterata in modo sistematico dal suo allora sfidante, in seguito presidente, Donald Trump, lungo i suoi quattro anni al potere.  Tale idea, la si vorrebbe far passare come qualcosa di originale o inedita figlia di questi tempi, mentre ovviamente è sempre esistita storicamente; dicesi propaganda politica, fatta anche di notizie distorte a piacimento o financo integralmente false. Uno stupirsi di cose in realtà per nulla originali o inedite. Comunque, tornando al presente, e al futuro, abbiamo visto come a volte, teorie della cospirazione come ad esempio quelle di Q-Anon, abbiano assunto un peso che nessuno avrebbe potuto immaginare. Tali teorie e congetture sono diventate il portato di una parte della base elettorale statunitense segnata da malcontento e frustrazione, che ha così legittimato, quasi in una missione pseudo-escatologica, l’assedio alla sede delle istituzioni della democrazia americana, nonché, simbolicamente, di quella globale. Il tutto, ovviamente, è stato reso possibile da una smodata libertà nei social, dove chiunque, come aveva già avvertito a suo tempo Umberto Eco, a prescindere dall’iter studiorum o da qualsivoglia logica meritocratica, può scrivere qualsiasi idiozia raggiungendo peraltro un numero impensabile di persone, con le ormai famigerate ricadute negative in termini di disinformazione nel campo scientifico, politico et cetera. E’ probabile pensare che in futuro il legislatore o gli stessi vertici dei social media, dovranno agire, come in parte stanno già facendo, per far fronte a queste lacune tramite qualche limitazione in più, il che non significherà nessuna limitazione delle libertà, semmai una regolamentazione di un campo per certi aspetti ormai quasi anarchico.

 

Se volgiamo lo sguardo all’Italia, invece, che cambiamenti ha osservato nel Paese e come vede l’orizzonte politico interno alla luce dei grandi cambiamenti in atto, dopo la fine del Governo Conte II e l’arrivo dell’ex presidente della BCE, Mario Draghi?

La capacità trasformativa dell’elemento pandemico ha inciso profondamente anche a livello domestico, nazionale, l’Italia ne è un caso lampante. Tale situazione, un nemico unico (invisibile) da combattere, ha prodotto smottamenti notevoli nel quadro politico interno. La pandemia ha fatto emergere l’importanza di un (seppur graduale) positivo, quanto sostanziale, cambio di approccio e dell’azione politica tout court: meno legata a slogan e irresponsabili promesse meramente elettorali per la mera ricerca di aumento del consenso e più legato al metodo, alle competenze e alla capacità gestionale di affrontare i problemi. Questa impostazione, apprezzata anche da una crescente parte di un elettorato ormai esausto da risibili quanto fantasiose promesse, di slogan demagogici e di politici improvvisati, si è concretizzata nell’ennesimo cambio di governo con l’arrivo di Mario Draghi, incarnazione stessa di quelle sopracitate competenze, di principi meritocratici, del virtuosismo manageriale e profilo di raro prestigio internazionale e reputazionale. Un nuovo governo che si è inserito nella fase forse di più acuta debolezza, farraginosità della politica e del sistema partitico della storia repubblicana, in un contesto quasi disfunzionale. Un nuovo governo che, sebben lungi dal costituire una perfetta forma di sofocrazia illuminata, appare incline a cambiare passo su determinate sopramenzionate dimensioni di approccio e metodo, nonché di sobrietà comunicativa. Un governo che già nel suo primissimo periodo, per il solo fatto di essersi costituito, ha ulteriormente disorientato e disgregato l’agonizzante sistema partitico del Paese, generando corse alla trasformazione (al trasformismo?) di alcune forze partitiche populiste, se pensiamo a un M5S ormai fortemente mutato e al suo interno diviso, o al forte disorientamento identitario e di leadership di altre forze, se guardiamo ad esempio al Partito Democratico. Tuttavia, aldilà della meno rilevante questione interna partitica, è tuttavia necessario considerare come i forti allarmi sul piano sanitario come su quello economico provocate dalla pandemia e dalle misure messe in atto per contenerla, così come le incertezze sulla preparazione e definizione del Recovery Fund, abbiano portato il sistema a implementare un netto cambio di passo suggellato dall’arrivo dell’ex presidente della BCE. Per quanto riguarda una certa parte dell’agone politico della cosiddetta area (ex?) sovranista, è invece chiaro come il periodo di pandemia abbia ulteriormente trasceso ed annacquato la storica antitesi destra-sinistra, usata ormai in modo più che altro propagandistico, portando indirettamente a un forte ridimensionamento di taluni cavalli di battaglia sloganisti di tali movimenti, se si considera ad esempio la mutazione (o la maturazione) politica della Lega a trazione Giorgetti attuata con la scelta di convergere verso politiche europeiste all’interno della compagine governativa a guida Draghi; scelta dalla quale molto difficilmente il partito potrà del resto fare marcia indietro in futuro. Forze populiste che si sono tra l’altro ritrovate oggi orfane da un lato del punto di riferimento del trend sovranista globale rappresentato dall’ex presidente Trump, specie in seguito alla rovinosa uscita di scena con l’assedio dei suoi seguaci a Capitol Hill, dall’altro delle sponde orientali, dopo la fine di quell’iniziale infatuazione nei confronti della Russia di Vladimir Putin e dell’Ungheria di Victor Orban. In una conclusione di carattere più ampio e di lungo termine, bisogna tuttavia dire come anche nella più rosea messa a punto e implementazione del Recovery Fund, ciò non potrà comunque significare naturalmente la fine di quella crisi economica di sistema iniziata ben prima dell’irruzione pandemica. Dietro tutta questa situazione, infatti, come indicano chiaramente i lavori dell’ultimo World Economic Forum, si staglia l’enorme e sempiterna issue del debito pubblico nazionale, nonché di quello globale, una questione che troverà forse qualche tipo di soluzione, più o meno indolore, negli anni successivi alla risoluzione di questa prima fase pandemica globale. 

E’ possibile, con Letta, una nuova classe dirigente?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La deflagrazione del PD era cosa che non poteva non avvenire, anzi maturava già da tempo. Questo partito già nasceva come “concessione” di una classe dirigente che non credeva affatto in quel progetto, anzi lo boicottava apertamente: ricordate quel piccolo capolavoro di parole, espresse da D’Alema, per definire il progetto del PD e, infine, dichiarando il suo radicale scetticismo? Ecco quella “classe dirigente” aveva già messo la parola fine a quel “sogno”.

L’altro cuneo infilato nella struttura del partito fu messo durante la segreteria Renzi. Il giovane emergente aveva compreso bene quale fosse la malattia irreversibile del PD. Conquistò la segreteria proprio avendo chiaro l’abiettivo, rinnovare il partito, ma soprattutto liberarlo da chi lo stava uccidendo ancora adolescente. La chiamò, un po’ sfacciatamente, “rottamazione”. Ma era il concetto centrale e a ragione, il problema del PD era la classe dirigente.

Infatti portò con sé un bel gruppo di persone giovani e competenti. Finalmente il partito sembrava altro e con il governo Renzi raggiunse traguardi significativi sia di governo che di consenso. Ma purtroppo non aveva fatto i conti con i vecchi “marpioni” che ancora avevano le mani in pasta nel potere. E iniziarono le manovre di delegittimazione del segretario, già da subito, ricordate “stai sereno” per Letta? E arriviamo al referendum. L’apparato, che rischiava di essere definitivamente spazzato via, colse l’occasione e tutti ostacolarono quel momento che poteva essere per l’Italia la svolta verso la modernizzazione con la soluzione di molti problemi che oggi stanno emergendo drammaticamente. Ve li ricordate Bersani e Speranza che brindavano per la sconfitta del “loro partito”?

Ve li ricordate questi e altri che uscirono dal PD fondando una nuova formazione? Ed ora uno va per talk show a fare il patriarca della politica e l’altro fa il ministro di belle speranze! E Zingaretti che blatera di scissione riferendosi a Renzi. Il PD andò alle elezioni del 2018 con quella scissione e con quella sconfitta. Quindi, Zingaretti farebbe bene a ricordare lucidanente le ragioni di quella débâcle. E oggi, dopo le sue strumentali dimissioni si vergogna del partito?

Si dovrebbe vergognare della sua gestione e della sua classe dirigente! Pensava davvero, insieme a Bettini (sic!), che poteva salvare il PD con questa classe dirigente, magari prendendo dal quel crogiuolo di competenza del M5S?
Un po’ di umiltà e autocritica per rinnovare un partito ormai vocato alla fine.
Spero che l’Assemblea nazionale del partito chieda a Letta la scelta di una classe dirigente all’altezza, mi raccomando senza chiamarla “rottamazione”!

Joe Biden comincia a mantenere le promesse elettorali…

Il Presidente Biden ha appena firmato un pacchetto di 1,9 miliardi di dollari a favore dell’economia nazionale, colpita dal Covid, dopo essere stato approvato da Camera e Senato con il voto esclusivo del Partito Democratico e subito definito “American Rescue Plan”.

La misura legislativa, a forte contenuto sociale, assegna alle famiglie non benestanti 3.600 dollari per ogni figlio sotto l’età di sei anni. Centoventicinque miliardi di dollari vengono concessi alle scuole primarie. Tre miliardi per studenti disabili ed altri tre miliardi per le scuole private. Oltre venti miliardi sono destinati ad affittuari impossibilitati a pagare il canone mensile, cinque miliardi ai senza tetto e cinque miliardi per interventi a favore di proprietari di immobili fatiscenti. Nel campo medico-sanitario, quasi cinquanta miliardi saranno spesi per il controllo e tracciamento del virus e sette miliardi e mezzo per la distribuzione dei vaccini. E’ previsto, inoltre, un contributo di 1400 dollari (mediante bonifici diretti o assegni bancari) a tutti i cittadini con reddito di lavoro fino a 75.000 dollari annui. L’industria della ristorazione verrà beneficiata con oltre 28 miliardi di dollari come pure le università destinatarie di 40 miliardi di dollari (da dividere tra istituzioni e studenti poveri). La gamma degli interventi è completata da: aiuti a lavoratori di colore ed ispanici, fondi per l’assistenza medica rurale ed alle istituzioni culturali ed artistiche nonché buoni alimentari a favore di una ampia categoria di cittadini indigenti. Infine, l’Obamacare sarà potenziata con l’immissione nel sistema di oltre 124 miliardi di dollari.

Il provvedimento (in vigore per dodici mesi, ma, secondo le impressioni che circolano nell’ambiente democratico, suscettibile di essere prolungato nel tempo) è superiore per dimensioni a qualsiasi altra misura dello stesso genere varata in passato negli Stati Uniti ed è stato accompagnato dall’assicurazione fornita dal Presidente che nell’arco di un paio di mesi l’intera popolazione americana sarà vaccinata. Tale notizia già di per sé costituisce una ulteriore iniezione di fiducia, inducendo gli investitori a ritenere che la ripresa economica (in parte già timidamente iniziata) subirà a breve una netta accelerazione, scacciando definitivamente i fantasmi della temuta profonda recessione (apparsi, soprattutto, durante le ultime settimane dell’amministrazione Trump).

Ovviamente, da parte repubblicana (con la quale i democratici, forti della maggioranza congressuale, non hanno voluto significativamente avviare in aula alcuna forma di collaborazione) si è subito levato un coro di critiche che vanno dalla pericolosa spirale inflazionistica che dette misure potrebbero alimentare al sostanziale spreco di risorse economiche per interventi a pioggia ritenuti non in grado di risolvere in maniera duratura i problemi di ogni tipo creati dalla pandemia.

A questa reazione ha, del resto, fatto da contrappeso la censura degli estremisti democratici vicini a Bernie Sanders, focalizzatasi sul mancato (tanto da loro auspicato) raddoppio del salario minimo nonché sulla lista di sussidi alle classi più povere giudicata incompiuta.

Al di là di tutto, resta il fatto che Biden, con questo provvedimento adottato a meno di due mesi dalla tribolata elezione – e giunto dopo la cancellazione delle misure “trampiane” contro l’immigrazione, la rinnovata possibilità di iscriversi al sistema Obamacare e l’utilizzo delle mascherine anti-Covid negli aeroporti – ha cominciato a mantenere le sue promesse elettorali, portando nei sondaggi la percentuale di favore poco lontano dal notevole livello raggiunto da Obama all’inizio del suo mandato (60%).

Il neo Presidente deve aver capito di avere vinto le elezioni non soltanto per la resurrezione della coalizione democratica che portò inaspettatamente Obama alla Casa Bianca, ma anche per essersi presentato all’elettorato come un politico equilibrato ed affidabile, con una lunga esperienza di moderazione, portato al dialogo ed al compromesso. In altri termini, un saggio ed onesto “bonus pater familias” in grado di restituire al Paese la fiducia piena nel proprio futuro, quella stessa fiducia che Trump, apprendista stregone, colpevole con le sue menzogne del crescente disordine politico e morale, aveva finito per far perdere alla maggioranza del Paese.

In fondo, con queste sue prime importanti determinazioni, tra cui proprio la legge di soccorso finanziario agli americani, Biden ha onorato alla grande la prima delle cambiali firmate a favore dei suoi elettori.

Usa: aumentano i controlli sui precedenti di chi acquista armi

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato due atti legislativi volti a rafforzare i controlli sui precedenti di chi acquista privatamente armi da fuoco, una priorità assoluta per i legislatori del Partito democratico.

Infatti, fino ad oggi, la legislazione non prevedeva il controllo dei precedenti per il commercio di armi tra privati. Erano tenuti ad effettuare il controllo solo i rivenditori di armi da fuoco autorizzati .

Ora con questa nuova misura – di cui il principale promotore è stato il deputato Mike Thompson – si punta a “utilizzare l’attuale processo di controllo dei precedenti” nel tentativo di garantire che le persone a cui è vietato possedere un’arma non siano in grado di ottenerne una privatamente.

Il disegno di legge è stato approvato con 227 voti favorevoli e 203 contrari, con otto repubblicani che si sono schierati a favore dell’iniziativa dem e un democratico, il deputato Jared Golden, che si è invece opposto.

 

Speriamo con l’estate di lasciarci alle spalle il Covid

“Grazie alla vaccinazione e all’arrivo dell’estate speriamo di lasciarci presto alle spalle questa pandemia”. Lo ha detto l’assessore alla sanità della Regione Puglia, Pierluigi Lopalco.

“Il ministero della Salute – ha proseguito Lopalco – ha aggiornato la lista della categoria delle persone con fragilità elevata che devono essere vaccinate in maniera prioritaria insieme con gli over 80. Partiremo subito, se la disponibilità dei vaccini lo consentirà, includendo in questa categoria tutte le persone con disabilità e quindi anche quelle con autismo, e i loro caregiver. Bambini e ragazzi al di sotto dei sedici anni non possono essere vaccinati, ma potremo vaccinare comunque chi se ne prende cura”.

L’assessore ha parlato, inoltre, dell’aumento dei contagi. “E’ inutile girare intorno alla questione: siamo in piena terza ondata”, ha detto. “Da subito il governatore Emiliano ha chiesto un inasprimento delle misure per le province di Bari e Taranto, che presentano oltre i 250 casi per centomila abitanti. La situazione è in peggioramento e i dati che abbiamo sull’intera regione sono da zona arancione. Per quanto riguarda la pressione sulle strutture sanitarie al momento non ci sono criticità ma ci stiamo preparando per un’ondata maggiore”.

Ma quali sono le radici del PD?

Ezio Mauro, già direttore de la Repubblica, possiede una qualità letteraria notevole che si articola attraverso una prosa sofisticata e affascinante senza nulla perdere quanto a chiarezza giornalistica e sostanza concettuale. Egli può ben essere preso a riferimento – in virtù appunto del suo elevato livello compositivo – di quella ormai infinita e pressoché univoca schiera di opinionisti, semplici commentatori o più fini intellettuali, che considerano il Pd (e probabilmente hanno sempre considerato) una semplice emanazione della secolare storia della Sinistra italiana. Quella avviata a Livorno giusto cento anni orsono. Un percorso durato oltre una dozzina di lustri sotto la gloriosa insegna del PCI e poi proseguito con due sigle minori, PdS e DS, sino ad approdare a quella attuale, appunto il Pd.

In uno dei suoi ultimi editoriali (la Repubblica, 8 marzo, “Il Pd e il suo labirinto”), alle prese con l’ennesima crisi di vertice di un partito sorto solo poco più di tredici anni fa, l’illustre giornalista per un breve momento ha un sussulto e si domanda se il Pd sia “l’esito finale di una lunga storia” o piuttosto “l’inizio di una nuova avventura”. Ma dopo aver convenuto che quel partito sorge con l’idea d’essere “punto di riferimento di storie diverse, dai cattolici democratici ai laici repubblicani” subito si premura di precisare che costoro “scelgono di accompagnare il cammino della Sinistra, ibridandola e arricchendola”. Una funzione ancillare, dunque. Di supporto, magari di qualità, ma pur sempre di mero sostegno ad una forza principale. Fra l’altro, e la cosa fa quasi sorridere se non fosse tremendamente seria, ponendo “vocazione europea” e “collocazione occidentale” quali coordinate essenziali del partito: ovvero la più nitida testimonianza di quanto storicamente avvenuto, e cioè il cambiamento strutturale di posizione politica e geopolitica effettuato proprio dalla Sinistra già comunista in seguito alla sconfitta del modello sovietico e in virtù delle buone ragioni di chi in Italia a quel modello si era opposto, optando con decisione per quello incarnato dalle democrazie occidentali. Ciò nondimeno Mauro non immagina “una neutralizzazione del carattere di sinistra del Pd a favore dell’indistinto democratico, bensì una declinazione libera e moderna di quell’identità”.

Questa riduzione di fatto del Pd da partito del Centrosinistra unito a partito della Sinistra tout court, erede di una tradizione che, almeno sotto il profilo della politica estera, è stata opposta a quella risultata storicamente vincente è un’operazione intellettuale che stravolge l’idea fondativa del Pd e che dunque è inaccettabile. Ed invece è ormai divenuta opinione comune, neppure più contestata da alcuno. Basta ascoltare un qualsiasi talk show televisivo, non c’è nemmeno bisogno di avventurarsi in letture più impegnative, in interviste pensose o quant’altro. E’ sufficiente ascoltare una qualsiasi domanda sul “futuro della Sinistra” fatta da un qualsiasi giornalista. Che tutto ciò sia accaduto, durante questi anni di vita del Partito democratico, nel silenzio quasi assoluto dei cattolici democratici (accusati anzi, nella loro veste di “ex democristiani”, d’essersi impadroniti di quasi tutte le leve di potere del partito) è francamente sconfortante.

Ecco, chiunque sarà il prossimo segretario del Pd, e a maggior ragione dovesse essere Enrico Letta, dovrebbe puntualizzare: il Pd è il tentativo di costituire una grande forza politica popolare di Centrosinistra. Con solide radici politiche e culturali, al plurale. Come lo interpreta Mauro, e tanti come lui, non è il Pd al quale si era pensato all’atto della sua fondazione. Urge, quindi, una precisazione. La più autorevole possibile, dunque ad opera del Segretario nazionale.

Pd, ora conta solo la politica. Letta ci riuscirà?

Vedremo se sarà Enrico Letta il nuovo segretario del Pd, al netto degli accordi di potere fra le  innumerevoli correnti, sotto correnti e gruppi all’interno del partito. Certo, la figura di Letta è  prestigiosa e autorevole. Ma è del tutto ovvio che non basta una figura esterna per risolvere  d’incanto la denuncia, precisa e persin troppo nota a tutti quelli che seguono le vicende politiche  italiane, lanciata nei giorni scorsi dal segretario uscente Nicola Zingaretti. E cioè, “mi vergogno di  un partito che pensa solo alle poltrone e alle primarie”. Perchè, alla fin fine, di questo si tratta, al di  là e al di fuori del nome e cognome del segretario nazionale da eleggere in Assemblea e del futuro  gruppo dirigente. 

Ora, visto che la natura e il profilo organizzativo del Pd restano sempre gli stessi, si tratta adesso  di capire se il Pd, oggi, è in grado di rilanciare un progetto politico e riscoprire, al contempo, la  sua identità politica originaria o se, al contrario, proseguirà, come quasi sempre è stato lo  stillicidio fra le sue mille correnti interne con una sola vocazione: restare, a prescindere,  saldamente al potere e confermando, di conseguenza, la sua natura “governista”. 

Ecco perchè, come del resto hanno evidenziato quasi tutti i commentatori politici, adesso la vera  scommessa resta solo e soltanto quella. Ovvero, ridefinire il progetto politico del partito.  Cercando di archiviare quegli slogan che ormai sono diventati ripetitivi e anche un po’ patetici se  non addirittura grotteschi come quello di sbandierare l’ennesima “ripartenza” o la solita e quasi  mensile “rigenerazione”. La scommessa è tutta politica. Il ritorno di Letta, se avverrà, dopo essere  stato liquidato da quasi tutto il partito per incoronare il rottamatore fiorentino alla guida del  Governo, deve essere in grado di far compiere un salto di qualità all’intero gruppo dirigente.  Certo, un gruppo dirigente che è sempre lo stesso e stratificato rigorosamente e militarmente per  correnti e gruppi interni. Si tratta, quindi, di verificare se un “papa straniero”, anche se di nuovo e  recentemente tesserato al partito, riuscirà a rilanciare l’entusiasmo nella base e a far cambiare  passo al vertice. Lo si capirà prestissimo. 

Il Covid uno spartiacque per l’innovazione del mondo del lavoro.

La pandemia ha avuto notevoli effetti sul mondo del lavoro, non solo in Italia. Il primo più evidente è stato quello di distruggere milioni di posti di lavoro colpendo soprattutto settori come turismo, servizi e intrattenimento e categorie di lavoratori  “fragili”: precari per lo più giovani e donne.  Ma a questi effetti che sono stati visibili già nel primo anno di pandemia e nonostante le misure messe in campo se ne aggiungeranno, a breve, quelli non visibili, altri non direttamente collegati agli effetti della pandemia ma comunque da essa causati. Questi effetti possiamo riassumerli per semplicità nell’accelerazione di tutta una serie di cambiamenti che erano già nell’aria ma che a causa del Covid invece di dispiegarsi in un arco di tempo dilatato, produrranno effetti e cambiamenti nel breve periodo. L’effetto acceleratore della pandemia porterà a una spinta di molti settori verso una maggiore automazione e digitalizzazione dei processi produttivi o comunque delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa.

Questi effetti non saranno indolore. Uno studio della società di consulenza Mckinsey ha calcolato che in virtù di questi effetti, diretti e indiretti, nel mondo ci sarà un +25% di lavoratori, rispetto alle stime pre covid, che dovranno cercarsi un nuovo posto di lavoro o che per mantenere quello che hanno dovranno investire fortemente in attività di reskilling e upskilling. Altro effetto non necessariamente negativo del covid è stato il boom del lavoro agile, smart working. La pandemia in Italia ha costretto a seguito del lockdown molte aziende e molti lavoratori a lavorare da remoto. Alcuni erano già pronti altri non proprio e gli effetti si sono visti. Lo smart working teoricamente è diverso da quello che abbiamo visto e vissuto in questi mesi in Italia. Non è una mera prestazione di lavoro svolta da casa, è molto di più: è la libertà di scegliere come alternare il posto, le modalità, gli strumenti e il tempo di lavoro.  Ma si sa in tempo di emergenza si fa di necessità virtù. Però passata l’emergenza lo smart working probabilmente resterà come forma di lavoro, non dominante, ma certamente non residuale come nel periodo pre covid. Per questo sarebbe opportuno iniziare a immaginare come traghettare il nostro modello di smart working nel nuovo mondo. Alcune indicazioni le offre l’esperienza appena trascorsa,  fornendo anche utili obiettivi a cui puntare. Ne evidenzio per brevità tre.

Il primo. Lo smart working nella legge che lo istituiva, 81/2017, era immaginato principalmente come uno strumento residuale a disposizione delle imprese per aumentare il benessere e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei propri dipendenti. Diciamo era una via di mezzo tra uno strumento di welfare e una sorta di benefit. Per questi motivi era rimesso alla contrattazione individuale. Adesso tutto ciò va superato. Non sarà più uno strumento residuale con quelle caratteristiche ma sarà sempre più uno strumento di organizzazione del lavoro a cui le imprese ricorreranno molto più spesso e non riguarderà singoli dipendenti ma probabilmente intere strutture o reparti aziendali. Per questo serve uno scatto in avanti affidandone alla contrattazione collettiva e non più individuale la regolamentazione.

Il secondo obiettivo da perseguire è quello di affrontare a monte la questione del “diritto alla disconnessione”.  La legge istitutiva del lavoro agile prevede il diritto alla disconnessione. Certo si possono apportare migliorie. Ma il vero problema personalmente è di altra natura. Il diritto alla disconnessione è utile per limitare l’abuso del tempo del lavoratore in smart working. Ma se ci troviamo a dover affrontare questo problema allora non si sta cogliendo in pieno l’innovazione del lavoro agile ma stiamo ancora ragionando di lavoro da casa. Ci vuole un netto cambio di passo  nell’organizzazione del lavoro da parte delle imprese, organizzazione che risente troppo di alcune vecchie impostazioni: la cultura del controllo, la tendenza a interminabili quanto spesso inutili briefing o se preferite riunioni per fare il punto. L’organizzazione del lavoro con lo smart working deve incentrarsi su una maggiore autonomia del lavoro, si deve passare da un monitoraggio giornaliero a un monitoraggio dei risultati: il lavoro va valutato non con il tempo della prestazione ma sulla sua efficacia, quindi per obiettivi. Quindi il vero obiettivo è liberare l’autonomia dei lavoratori e non regolamentare il diritto alla disconnessione cercando di limitare l’abuso del tempo da parte del datore di lavoro incapace di immaginare un’organizzazione del lavoro moderna e funzionale al vero smart working.

Il terzo spunto è quello di evitare che lo smart working diventi uno strumento di discriminazione tra i lavoratori. Discriminazione di genere in primis. E i dati di questo ultimo anno devono farci seriamente riflettere. Discriminazione tra lavoratori che possono lavorare in smart working e funzioni lavorative che sono impossibilitate. Questo è un aspetto dirimente da entrambi i punti di vista. Chi usufruisce dello smart working non deve vedere precluse le sue possibilità di carriera e serve anche una contrattazione collettiva che ne bilanci gli effetti anche in termini di benefits, buoni pasto e straordinari in primis. Dall’altro lato, per chi invece non può lavorare in smart working il problema è di natura diversa in quanto rischia di non beneficiare dei suoi indubbi risvolti positivi, sia in termini di cambio culturale del modello di organizzazione del lavoro stesso, sia in termini di benefici per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Le parti sociali hanno la possibilità di trovare la quadratura del cerchio, ma serve avere la visione del dopo liberandosi da vecchi retaggi e passati ancoraggi culturali.

La brexit logora il mercato finanziario inglese

Londra è stata la reginadella finanza europea per più di tre decenni. Ora con la Brexit la situazione sta cambiando.

Il commercio di azioni e derivati ​​per miliardi di dollari è già svanito dalla capitale britannica  spostandosi verso i centri finanziari di Amsterdam, Parigi e Francoforte.

E la minaccia di ulteriori perdite economiche è reale:

Infatti, i servizi finanziari non sono stati inclusi nell’accordo commerciale Regno Unito-UE concordato dal primo ministro britannico Boris Johnson il 24 dicembre, mettendo Bruxelles nella posizione di decidere quanto accesso avranno le società con sede nel Regno Unito al vasto mercato dell’UE.

I servizi finanziari rappresentano quasi l’11% delle entrate fiscali del governo britannico. Nel 2019, il settore ha contribuito con 132 miliardi di sterline (185 miliardi di dollari) al PIL, ovvero quasi il 7% del totale. La metà di ciò è stata generata a Londra, dove si trova più di un terzo degli 1,1 milioni di posti di lavoro del settore.

Ma questa non è solo un ipotesi. Già dal 1 gennaio è stato possibile osservare come il solo mercato olandese abbia scambiato una media di € 9,2 miliardi ($ 11,2 miliardi) di azioni giornalmente. Ciò rappresenta un aumento quadruplo rispetto al mese precedente. La media giornaliera di tutte le azioni scambiate a Londra è scesa di quasi 8,6 miliardi di euro  a gennaio

Enormi volumi sono scomparsi all’istante. Oltre il 99% delle negoziazioni di azioni europee di Aquis Exchange si è trasferito da Londra alla sede di Parigi immediatamente dopo la Brexit.

Gli analisti mettono in guardia, però, dal leggere troppo in queste prime perdite, ma riconoscono che potrebbero essere l’inizio di una lenta erosione della supremazia di Londra.

Insomma sembra che la Brexit, anche se non facesse perdere il predominio di Londra come motore finanziario internazionale, sicuramente ammaccherà il primato

Morto Lou Ottens, l’inventore delle musicassette

E’ morto a 94 anni Lou Ottens, l’ingegnere olandese, inventore negli anni Sessanta delle musicassette di cui sono stati venduti più di 100 miliardi di esemplari in questi anni.

Ottens si è interessato alla tecnologia sin dalla tenera età. Durante la seconda guerra mondiale , ancora adolescente, costruì una radio con la quale ascoltava segretamente le trasmissioni di Radio Oranje . La radio aveva una primitiva antenna direzionale per evitare i disturbatori tedeschi . Dopo la guerra, Ottens andò a studiare ingegneria meccanica presso la Technische Hogeschool di Delft . Per guadagnare qualche soldo in più, ha lavorato giorno e mezzo per tre anni come costruttore – disegnatore in una fabbrica per apparecchi radiologici . Ha conseguito la laurea in ingegnerianel 1952.

E proprio nel 1952 inzia la sua carriera in Philips. Ha iniziato presso il dipartimento di meccanizzazione aziendale del gruppo industriale principale Apparaten di Eindhoven. Nel 1957 fu trasferito allo stabilimento Philips nella città belga di Hasselt , aperto due anni prima. All’epoca , la struttura produceva giradischi , cambiadischi , registratori e altoparlanti e impiegava quasi 1.500 dipendenti.

Ottens ha dato importanti contributi allo sviluppo di supporti audio. In De Ingenieur , la rivista del Royal Institute of Engineers , un articolo del 2007 su di lui fornisce una cronologia delle invenzioni storiche in questo campo. La linea comprende il fonografo di Thomas Edison , il grammofono di Emile Berliner , registrazioni magnetiche di Valdemar Poulsen , la colonna sonora di Fritz Pfleumer , il disco di Peter Goldmarke la cassetta compatta e il compact disc di Lou Ottens.

Con il Piano Roma Smart City la città si rilancia

Roma si dota di uno strumento dinamico per utilizzare le nuove tecnologie digitali e costruire una città intelligente, a misura dei cittadini. È il Piano Roma Smart City, un documento programmatico all’interno del quale sono descritti 81 progetti già avviati e le linee guida per il futuro smart di Roma Capitale.

Ciascuna iniziativa è inserita all’interno di uno specifico settore, tra i 10 ambiti di intervento considerati prioritari: Sicurezza, Sviluppo Economico, Partecipazione Culturale, Trasformazione Urbana, Turismo, Educazione e Scuole, Sociale, Energia, Ambiente e Mobilità, Trasversale.

I progetti già avviati prevedono un investimento iniziale di 200 milioni di euro e sono stati valutati dall’Ufficio di supporto alla transizione digitale. Tra questi:

•        Roma Data Platform: la Smart Data Platform è una piattaforma in grado di raccogliere, analizzare ed esporre i dati interni ed esterni relativi a Roma Capitale. I dati saranno a disposizione di tutti (open data) e sono previste sperimentazioni di servizi e modelli di cooperazione con istituzioni e privati. Il progetto ha come fine ultimo la promozione del turismo e dello sviluppo economico, ma anche l’incremento della sicurezza e l’introduzione di nuovi servizi alla collettività;

•        Star: è la piattaforma Segnalazione e Tracciamento delle Anomalie sulle strade di Roma, realizzata con l’obiettivo di gestire in maniera più efficace e più efficiente i lavori di sorveglianza e pronto intervento sulle strade della Grande Viabilità (circa 800 km) del Comune di Roma. Inoltre, il nuovo metodo Pavement Management System (PMS) permetterà di avere una mappatura delle strade da riasfaltare, con l’obiettivo di ottimizzare le spese, di pianificare gli interventi rendendoli più efficienti e di risparmiare fino a tre volte sul lungo periodo;

•        Progetto Life-Diademe: introduce un nuovo sistema di controllo dell’illuminazione stradale, mirato a ridurre il consumo energetico del 30% e, conseguentemente, l’inquinamento luminoso e atmosferico. Una rete di 1.000 sensori – posizionati nell’area di test nel quartiere Eur di Roma – acquisirà dati su rumore, traffico ed inquinamento atmosferico;

•        QR Code: la Segnaletica turistica interattiva verrà installata in 100 siti di maggiore interesse storico-artistico della città. Un servizio innovativo di orientamento e contenuti multimediali (che rimanda a un’apposita sezione sul portale ufficiale) accessibile dal proprio smartphone, tramite la scansione di un QR Code.

Sono solo alcuni esempi dei contenuti del Piano Roma Smart City, che nasce da un percorso condiviso con il Laboratorio Smart City di Roma Capitale: quest’ultimo è un organismo composto da tutti gli interessati (multistakeholder) alla co-progettazione del futuro di Roma. Il Laboratorio Smart City di Roma Capitale opera con un approccio multidisciplinare che consente di riunire in un unico luogo l’Amministrazione Capitolina insieme ai cittadini, alle associazioni, alle imprese, alle università, e ai centri di ricerca, per supportare l’attuazione del piano e l’elaborazione dei progetti futuri.

A Pasqua come a Natale

cabina di regia con il premier Mario Draghi ha valutato la situazione, lo step più immediato è rappresentato dal meccanismo che farà scattare automaticamente la zona rossa se verranno registrati 250 casi di coronavirus ogni centomila abitanti. Sul tavolo, per il resto, una serie di ipotesi, compresa quella che prevede l’Italia rossa nei weekend, con chiusura di bar e ristoranti. Non c’è un verdetto nemmeno sullo stop agli spostamenti dai Comuni di residenza o sulla possibilità di consentire alle persone di spostarsi mantenendo il coprifuoco delle 22.

Da definire, poi, quando dovrebbe partire la stretta. Draghi ha sottolineato l’importanza di informare i cittadini in anticipo: varare le misure domani e introdurle nel weekend del 13 e 14 marzo comprimerebbe i tempi.

Il varo di misure e regole più severe “è probabile per evitare un ulteriore peggioramento” del quadro dell’epidemia “con l’aumento dei casi, dei decessi e della pressione sui reparti ospedalieri”. Il nemico, in questo momento, è la variante inglese che “corre molto di più rispetto al ceppo originario.

“E’ molto probabile che per Pasqua si vada verso un meccanismo simile a quello adottato per Natale: zone rosse nei festivi e prefestivi e nel periodo intorno a Pasqua dove i movimenti potrebbero essere più massicci”, ha riassunto il ministro dell’Agricoltura e membro della cabina di regia, Stefano Patuanelli, a Porta a Porta.

Riorganizzare il centro, ripensare la sinistra

In questi giorni, dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti dal ruolo di segretario del Pd, Domani ha aderito all’appello – lanciato sulle colonne del nostro giornale da Nadia Urbinati, Stefano Bonaga e Piero Ignazi, contro lo sfaldamento di un partito la cui dirigenza sembra ormai dirigere solo se stessa. Sul tema pubblichiamo anche una lettera, uscita sul numero di oggi del giornale, a firma dell’ex senatore Lucio D’Ubaldo.

Caro Direttore, scrive Mattia Ferraresi (sul numero di Domani del 9 marzo) che «la dialettica Dc-Pci ha prodotto esiti che ognuno può giudicare come crede, ma il punto è che non è mai approdata a una sintesi, che del resto era probabilmente impossibile ottenere in natura».

È un’osservazione pertinente, in effetti legata alle vicende del Pd. Chi ha partecipato alla fondazione di questo partito non aveva in mente una sintesi; semmai, con qualche ingenuità, coltivava l’ambizione di un “andare oltre” la dialettica del Novecento. Tuttavia le difficoltà, anche in questo aggiramento dei problemi teorici, sono rimaste intatte o sono addirittura cresciute. Le eredità non si nascondono, né tanto meno s’ignorano.

Chi crede alla costruzione – tutta nuova – di un’alleanza tra centro e sinistra, avrebbe interesse a capire l’evoluzione di un pensiero “interno” alle rispettive tradizioni. Qui sta il punto. Rinnovare la linea Sturzo-De Gasperi-Moro appare plausibile (e nobile per gli interessati); non così invece per la linea Gramsci-Togliatti-Berlinguer, consegnata alla sola reminiscenza, senza sviluppi coerenti e limpidi. Il problema del centro è dunque la sua riorganizzazione, quello della sinistra il suo ripensamento. La natura, per dirla con Ferraresi, non fa sconti.

La crisi del Pd viene da lontano

Il PD è in agonia? Dagli editoriali soprattutto dei quotidiani di centrodestra sembrerebbe di sì.
Certo, ormai anche la maggior parte dell’informazione di questo Paese è schierata da una parte o dall’altra per influenzare politicamente il cittadino comune. Ma questo non è un ben servire né l’informazione corretta (anche se si è parte politica), né quella lealtà verso una società che sceglie l’una o l’altra tendenza secondo i propri principi e i propri orientamenti politici.

E pur tuttavia, non è un mistero se si affronta la crisi del Partito Democratico riferita all’atto della sua fondazione. Il leader di allora, Walter Veltroni, vagheggiava la costituzione di una sorta di formazione politica all’americana sull’onda del Partito Democratico statunitense, con una democrazia bipolare a sistema maggioritario e con il riconoscimento delle lobby così come avviene negli USA.

Va da sé che una simile visione del sistema politico non solo è estraneo alle inquietudini, alle esigenze ed al modo di pensare della società italiana, ma legittima in maniera soffusa la rinuncia a valori e ideali di fondo. Ma senza valori e senza ideali non si può far politica, perché si scende nel burocratismo, nel cinismo, in una sorta di semplice amministrazione dell’esistente lontana anni luce dal sentimento e dalle aspettative della società italiana che nell’ultimo ventennio ha subito umiliazioni e ristrettezze economiche mai verificatesi negli anni della Repubblica.

Un Partito dunque, quello Democratico, che nasce come Partito di Governo (e dunque di potere), che incamera e somma culture politiche diverse e che, proprio per questo, obbligatoriamente, deve rinunciare ad uno specifico riferimento identitario.
Se si analizzano, infatti, le vicende del Partito Democratico, si coglie un aspetto non secondario che rappresenta il germe originario della crisi: l’assoluta mancanza di valori forti di riferimento attraverso quella deideologizzazione della politica che porta necessariamente con sé la perdita di valori.
Un Partito ideato e fondato in funzione antiberlusconiana che ha come compito essenziale della sua azione la conquista ed il mantenimento del potere.

In quest’ottica si inseriscono anche alcune valutazioni di Pierluigi Castagnetti, il quale, soltanto qualche anno fa (Il Domani d’Italia 20 aprile 2019), riteneva definitivamente chiusa la vicenda del popolarismo e dei cattolici democratici, ma soprattutto quella del Partito ad ispirazione cristiana, arrivando a sostenere di “non credere all’opportunità di dar vita a una forza politica a ispirazione religiosa”. Rincarava quindi la dose: “Sono convinto che se Sturzo e De Gasperi fossero ancora tra noi ci spronerebbero a inventare scenari e soggetti inediti”.

Non sembra, quest’ultima, una lucida visione degli avvenimenti politici che si sono consumati negli ultimi anni e che oggi giungono al capolinea: un Partito Democratico che rincorre il populismo grillino è un Partito allo sbando, senza più neanche un briciolo di sapienza politica. La principale cosa che interessa è l’essere al Governo del Paese, costi quel che costi, con i soliti noti, con correnti e sottocorrenti che vivacchiano grazie alle pretese di un capo che crede di essere eterno e, soprattutto, che senza la sua presenza finisce la stessa politica.

Altro che chiacchiere da bar allora! Il delirio di onnipotenza è arrivato al punto di far credere che senza il capo riconosciuto ed insostituibile, non vi sarà futuro per quella parte di “cattolicesimo democratico” che vivacchia nel PD e che si alimenta distribuendo posti di governo e di sottogoverno ad amici in funzione del restare sempre a galla.
Luigi Granelli, un popolare intransigente, amava ripetere, citando Aldo Moro, che prima di essere credibili nel Governo, bisogna essere credibili nella società.

Libertà, giustizia e sviluppo. Sturzo, Rawls e Sen: un dialogo inaspettato

Il lavoro di  Alfonso D’Amodio pubblicato da Solfanelli Edizioni costo € 19. Prefazione di Giulio Alfano. Postfazione di Gianfranco Basti ci pone di fronte i  termini di “Libertà”, “Giustizia” e “Sviluppo” nel cotributo dei tre autori prescelti. Rispettivamente, Luigi Sturzo con il suo Appello ai Liberi e Forti!, John Rawls con la sua rivisitazione neocontrattualista dell’Ideale di Giustizia, e Amartya Sen che individua nello Sviluppo la condizione necessaria per una concreta attuazione della Libertà e della Giustizia.

Il libro è suddiviso in tre parti. La prima parte prende in analisi alcune opere del Filosofo e Sacerdote don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano nel 1919. La seconda parte ospita un’analisi su alcune opere di John Rawls, Professore di Harvard, a cui si deve la svolta della filosofia politica contemporanea, con l’uscita del suo Theory of Justice (TJ) del 1971, alla luce della giustizia come equità nell’ambito del politico. La terza parte analizza sinotticamente, sottolineandone i punti di contatto e di differenza, il pensiero degli autori protagonisti delle prime due parti con una particolare attenzione al pensiero politico di Amartya Sen.

La rilettura personalista della Teoria Politica, a partire da tre visioni diverse rende il loro confronto un dialogo inaspettato.

Le priorità per la transizione al digitale, con uno sguardo alle future generazioni

Il Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, ha partecipato ieri all’evento “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, la Legge di bilancio 2021 e lo sviluppo sostenibile”, organizzato dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS). Nel corso dell’evento sono state illustrate le proposte dell’ASviS sul Pnrr, che hanno lo scopo di indirizzare le risorse a disposizione in un’ottica di sviluppo sostenibile.

Aree prioritarie

E’ stata anche l’occasione per presentare le aree prioritarie che guideranno il lavoro del Ministro Colao.

Il punto di partenza di questo percorso è la diffusione capillare dell’accesso alla rete con la banda ultra larga. “Non ci possiamo permettere di perdere ulteriore tempo – ha detto il Ministro Colao – alcune zone del paese sono molto indietro e questo è uno svantaggio di vita terribile, soprattutto in ambiti come quello scolastico, dove il differenziale nell’apprendimento inizia a essere molto visibile già dopo 8-12 settimane.”

In questo quadro, secondo il Ministro, la Pubblica Amministrazione deve diventare un alleato per il rilancio del Paese. Attraverso le nuove tecnologie è possibile ridefinire il rapporto con i cittadini. Dal passaggio al Cloud, infrastruttura sicura e già ampiamente utilizzata in alcuni paesi europei, a un pieno coordinamento per la diffusione dell’identità digitale, passando per una strategia nazionale per la gestione e l’analisi dei dati, elemento imprescindibile per delle migliori politiche pubbliche.

A partire dalla Sanità, dove nonostante i tanti passi in avanti, è necessario dare nuova linfa al percorso di digitalizzazione. Il fascicolo sanitario e l’assistenza remota sono ottimi esempi del percorso da intraprendere, ma vanno diffusi in maniera omogenea in tutto il paese.

Altra area strategica illustrata è quella dell’Istruzione e delle Ricerca. Il Ministro Colao ha sottolineato la necessità di investire maggiormente in competenze tecnologiche, a partire da quelle cosiddette “Stem”, e avviare una revisione del sistema degli Istituti tecnici superiori (Its). La creazione di hub di innovazione tra pubblico, privato e mondo accademico e un maggiore sostegno per dottorati e ricerca di alto livello, sono alcune delle linee da seguire. Questo in un’ottica in cui aree come il Sud hanno ora la possibilità di trovare rilancio, grazie al fondamentale ruolo della connettività.

Il Ministro ha anche voluto evidenziare la centralità della cyber security nel percorso. La necessità di potenziare in maniera organica tutta la filiera della sicurezza informatica, deve spingere il governo a investire maggiori risorse in favore di tecnologie che possono proteggere i cittadini.

Nuove generazioni

Infine, il Ministro ha individuato quali saranno i “datori di lavoro” del suo mandato:

“Non ci sarà una vera transizione al digitale se non leghiamo la questione tecnologica alla questione giovanile. Non avremo un vero sviluppo – ha proseguito Colao – se non riusciamo a investire per i giovani e con i giovani per il loro futuro. Saranno loro la generazione che nel 2030 potrà godere dei benefici del nostro impegno, sono quindi loro i miei datori di lavoro in questa fase”.

Oltre al Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, hanno partecipato all’incontro il Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico, la Ministra per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti, il Ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani e la Presidente della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento Europeo Irene Tinagli.

L’internet banking sarà la scelta del futuro

La banca virtuale da cui possiamo effettuare transazioni finanziarie e monitorare il nostro conto corrente da qualsiasi dispositivo connesso ad una rete sarà un fenomeno che crescerà sempre di più.

Questo anche grazie alla pandemia che ha impresso una forte accelerazione alla banca digitale sempre più utilizzata da un gran numero di famiglie.

Infatti se nel 2019 il mercato dell’internet banking è stato valutato 11.43 miliardi di dollari, secondo le previsioni di Allied Market Research, nel 2027 raggiungerà 31.81 miliardi, con una crescita del 178%. Dati confermati anche dal World Retail Banking Report 2020 dal quale è emerso che le banche che hanno implementato piattaforme digitali ritengono più semplice e intuitivo incrementare l’utile operativo, individuare nuove fonti di valore e migliorare le efficienze operative.

Ma non vi è solo il punto di vista bancario a spingere la trasformazione. Per quanto riguarda gli utenti il 75% dei consumatori intervistati preferisce l’internet banking alle filiali fisiche, in aumento rispetto al 49% registrato prima della pandemia, mentre il 55% predilige l’utilizzo delle app di mobile banking, rispetto al 47% riportato in precedenza.

Inoltre, secondo Boston Consulting Group, a livello mondiale, il 24% dei clienti prevede di utilizzare meno le filiali o di smettere del tutto di andarci anche dopo la fine della pandemia.

Una trasformazione digitale necessaria anche perché il 99% della Generazione Z e il 98% dei millennial si affidano completamente alle app di mobile banking per svolgere qualsiasi azione finanziaria.