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Roma: Approvato il progetto di Bilancio di previsione 2020-2022

La Giunta Capitolina ha approvato il progetto di Bilancio di previsione 2020-2022 di Roma Capitale, che ora verrà sottoposto alla discussione dell’Assemblea Capitolina per l’approvazione entro i termini previsti dalla normativa.

Il provvedimento prevede una spesa corrente per l’anno 2020 di oltre 5 miliardi di euro, in aumento di 180 milioni rispetto al previsionale del 2019. La spesa per investimenti e per opere pubbliche nei prossimi tre anni si attesta invece a 1 miliardo e 214 milioni di euro, di cui circa 310 milioni solo ai Municipi.

Il progetto di Bilancio di previsione registra per il 2020 una spesa corrente di 5.014.989.660,20. Tra le voci più rilevanti, gli stanziamenti per il Dipartimento Politiche sociali (circa 225 milioni di euro) e per i servizi sociali, scolastici e di manutenzione urbana erogati sul territorio dai Municipi (303 milioni).

Il Piano degli investimenti 2020-2022 ammonta a 1.214.228.636,84 euro.

Lo stanziamento più rilevante riguarda la mobilità e i trasporti, a cui vengono assegnati oltre 690 milioni di euro in tre anni.

Tra gli interventi principali si segnalano: manutenzione straordinaria delle metro A e B (235 milioni), realizzazione della Metro C (216 milioni), l’acquisto di 2 treni per la metro A e 12 per la metro B (121 milioni), manutenzione tram (20 milioni), nuovi impianti semaforici e attraversamenti pedonali luminosi (9,5 milioni), nuove piste ciclabili (8,8 milioni), l’acquisto di autobus nel 2020 (5,9 milioni), interventi relativi alla mobilità nel quartiere di Tor Bella Monaca (3 milioni), corsie preferenziali (2 milioni).

Alla manutenzione straordinaria delle strade di grande viabilità di competenza del Campidoglio vengono destinati oltre 120 milioni di euro nel triennio.

Tra gli interventi più importanti si segnalano: via Isacco Newton nel quartiere Portuense (5,7 milioni), via Salaria (4,8 milioni), via di Tor Bella Monaca (4,5 milioni), via Cristoforo Colombo (3,8 milioni), via di Tor Tre Teste (2,5 milioni), via dei Prati Fiscali (2,5 milioni), via Ostiense (2,5 milioni), viale Aventino (2 milioni), via del Corso (2 milioni), via di Torre Spaccata (1,5 milioni)

Nell’ottica di potenziare le funzioni decentrate delle strutture territoriali, per i Municipi vengono previsti circa 310 milioni di euro in tre anni (più del triplo rispetto ai 90 milioni stanziati nel precedente piano triennale) per investimenti e opere pubbliche di loro competenza: manutenzione straordinaria e adeguamento normativo di edifici scolastici, eliminazione di barriere architettoniche, riqualificazione di strade e piazze, marciapiedi, aree verdi e piantumazione di nuovi alberi, ristrutturazione dei mercati, biblioteche.

Calano i nuovi casi di Hiv

Calano per la prima volta dopo diversi anni le nuove diagnosi di Hiv in Italia, scese del 20% rispetto al 2017. Lo affermano i dati diffusi dall’Iss, che sottolineano peró come siano in aumento le diagnosi tardive. La riduzione interessa tutte le modalità di trasmissione  ed è probabilmente da attribuire in modo principale all’efficacia delle terapie antiretrovirali ed alle nuove Linee Guida Terapeutiche che prevedono di iniziare la terapia precocemente dopo la diagnosi.

I giovani tra i 25 e i 29 anni costituiscono il gruppo maggiormente colpito in termini di incidenza.

Sindaci a congresso, la spinta dei comuni per il Paese.

Molte qualificate presenze istituzionali, da domani a giovedì, daranno all’Assemblea dell’Anci – quest’anno organizzata ad Arezzo e in coincidenza con il XIX^ congresso nazionale – un tono di particolare rilevanza. Sarà interessante ascoltare il Presidente della Repubblica, punto di riferimento stabile a fronte di meno stabili interlocutori ministeriali. Ancora una volta, come in tutti i cinque anni del suo mandato, Mattarella assisterà alla seduta di apertura, prendendo poi la parola per un suo indirizzo di saluto. Alla luce dei precedenti discorsi, nemmeno quello di domani avrà un approccio meramente protocollare.

S’avverte nell’aria di questa assise aretina un senso di ottimismo, come se la crisi più acuta fosse ormai alle spalle. Ad esempio, riprende forma il tema degli investimenti, tornati a crescere tra 2018 e 2019. Nuovi servizi e tecnologie avanzate faranno da sfondo a vari approfondimenti tematici. Mattarella si troverà di fronte un’Associazione che nutre obiettivi ambiziosi, tanti da non disdegnare persino il ricorso alla suggestione della felicità dei cittadini. Recita infatti così un passaggio dell’introduzione alla II sessione dei lavori: “Come possono le città sviluppare lo spazio urbano in funzione della felicità delle comunità e dell’autorealizzazione delle persone che le compongono?”. Ciò vuol dire, comunque, che dietro tale interrogativo preme il disagio e la desolazione delle periferie. Sappiamo quanto Papa Francesco ne faccia cenno nel suo magistero, anche a riguardo delle periferie esistenziali. Analogamente, i centri minori soffrono di carenze strutturali e lottano contro un declino apparentemente inesorabile. Sotto questo profilo, la “visione metropolitana” sembra patire il calo delle cataratte sul sentimento di coesione e solidarietà tra enti che coabitano in un contesto di profonde diversificazioni, tanto per dotazioni finanziarie che infrastrutturali.

In realtà, i comuni rappresentano il tessuto connettivo della Repubblica. La loro forza o la loro debolezza stanno ad indicare lo stato di salute in cui versa tutta intera la nazione. Malgrado un certo “monopolio podestarile” di questa pubblica rappresentanza, frutto della logica connessa alla elezione diretta dei sindaci, il mondo delle autonomie è un insieme composito che riflette sul piano politico e amministrativo il dinamismo della democrazia locale. L’autonomia risiede infatti nelle comunità, sicché, stando anche alla lettera del testo unico degli enti locali, i comuni ne sono unicamente la proiezione politica più diretta. Lo ricordava sempre Giorgio La Pira, l’impareggiabile sindaco di Firenze: le istituzioni, e quindi anche i comuni, sono il vestito delle rispettive comunità. In questo senso, a ben intendere, non hanno vita propria.

Certamente, all’ottimismo della volontà occorre aggiungere l’accortezza dell’analisi. L’ordinamento è gravato da norme pervasive, i controlli sono ridondanti, la trasparenza amministrativa si traduce sovente in paralisi burocratica. Almeno un terzo dei dipendenti è destinato a compiti di amministrazione passiva, ovvero fa girare le carte in ottemperanza di leggi e regolamenti. Il difetto del centralismo, come è noto, sta nel suo astratto rigore formale. L’Autorità nazionale anticorruzione accende i fari sui siti web dei comuni, per verificare che non ci siano distorsioni o inadempienze, ma non s’avvede che i tributi locali sono riscossi oggi, in maniera cospicua, da una società in mano a fondi esteri: quindi i dati dei contribuenti italiani possono prendere vie sconosciute, senza che le istituzioni ne abbiano contezza. Nel complesso, l’Italia vista dal basso e attraverso le lenti dei comuni mette in mostra la potenza inibitoria di un modello giuridico-amministrativo improntato, per così dire, al culto luminoso della procedura per la procedura.

Ora, se non si sblocca l’Italia dei comuni nemmeno si addiviene a contemplare un serio programma di rilancio dell’economia sul territorio, specie al Sud. Le cronache riportano il contenzioso con ArcelorMittal, accompagnato dalla concreta minaccia di 5.000 esuberi a Taranto e dintorni, ma non dà conto della protesta del Sindaco Leoluca Orlando per i 2000 licenziamenti che incombono a Palermo nei servizi di call center. Il Paese resta al palo, vittima delle manipolazioni retoriche, ovvero degli illusionismi facili e deleteri, per i quali l’abbondanza di letteratura sulle “Smart cities” copre la perdurante mortificazione del dibattito sui trasporti e la mobilità, ma prima ancora sull’urbanistica. La sfida pertanto investe appieno la responsabilità degli amministratori locali, al di là della percezione di normalità che pure viene dal quieta non movere dell’attuale contingenza in seno al mondo delle autonomie. Resta vero, oltre la quiete, che la spinta dei comuni è essenziale per far ripartire la locomotiva del Paese.

Caso Taranto: i silenzi di Conte, le parole e i fatti di Moro.

Il Presidente del consiglio è andato a Taranto a incontrare i cittadini, associazioni, sindacati, movimenti. È stato un gesto di umiltà apprezzato dai commentatori e dalla opinione pubblica. Non può però dire che non ha la soluzione e chiedere agli stessi Ministri di offrire indicazioni. 

Di fronte alla situazione drammatica di Taranto con il rischio di chiusura e spegnimento degli altiforni del quarto centro siderurgico italiano un governo che nasce con la prospettiva della scadenza naturale della legislatura deve avere ben chiaro cosa deve fare. Avrebbe dovuto innanzitutto procedere con un consiglio dei ministri per rimettere d’urgenza lo scudo penale! Avrebbe eliminato immediatamente alibi ai gestori degli impianti. Pensare di ingaggiare una battaglia giudiziaria tra Stato e ArcelorMittal significa, con i tempi della giustizia italiana, vincere forse una battaglia tra chissà quanto tempo, ma perdere la guerra della siderurgia, mettendo in ginocchio non solo l’economia di Taranto, ma della intera filiera della meccanica che coinvolge numerosi distretti industriali. 

Quello che Conte non ha detto è una rappresentazione della realtà che non sono solo i numeri del Pil in discussione ma il futuro degli impianti, la loro riconversione con fonti energetiche a gas piuttosto che a carbone, i volumi produttivi, sia per il mercato domestico che per quello internazionale, soprattutto per l’area del mediterraneo e per le prospettive di ricostruzione in Mesopotamia e in Libia. Uno dei punti di forza della produzione di Taranto erano i tubi per oleodotti e gasdotti, proprio quelli che i sognatori della decrescita felice e della coltivazione delle cozze, vorrebbero impedire! 

Quello che Conte non ha detto è il futuro dell’area tarantina nella economia del Mezzogiorno e nel Paese. Cosa che fece magistralmente Aldo Moro che, da Presidente del Consiglio, presenziò alla inaugurazione del polo siderurgico di Taranto – v. “Il Popolo” del 20 novembre 1964 – come strumento essenziale dello sviluppo meridionalistico. C’erano gli effetti moltiplicativi dello sviluppo, l’aumento della occupazione manifatturiera, la crescita dei redditi. C’era un contesto fatto d’impresa a partecipazione statale, la politica meridionalistica, la diffusione delle infrastrutture con l’autostrada Adriatica Bologna-Bari, l’asse Bari-Napoli, l’autostrada del Sole, un insieme integrato per ridurre il costo di trasporto e favorire gli scambi Nord-Sud sia dei prodotti industriali che di quelli agricoli. 

In quegli stessi anni nasce,  sempre lì, cementificio Cementir. Il polo siderurgico non sorge a caso. Trova ancoraggio nella legge per il Mezzogiorno presentata da Antonio Segni e da tutti i Ministri (la 634 del 1957) approvata in pochi mesi, che offre gli strumenti con i consorzi e le direttive di sviluppo industriale. Relatore di maggioranza fu Michele Marotta mentre quello di minoranza Giorgio Napolitano, il quale, nella visione della sinistra, offrì un contributo di proposte positive nella elaborazione della legge. 

Questo era il contesto. Poi la storia è stata demonizzata con la cancellazione delle politiche meridionalistiche e delle partecipazioni statali in nome della ideologia liberista. Oggi i post ideologici vorrebbero utilizzare la Cassa depositi e prestiti senza neppure i controlli del Parlamento così come avveniva correttamente in presenza di intervento pubblico in economia. Ma mancano le idee e soprattutto una visione di insieme, così come aveva indicato Moro, per il quale il “sistema  economico meridionale non è più una appendice inerte da sollecitare con scelte per così dire “esogenere” al sistema stesso, ma autopropulsivo e quindi “sempre più integrato nella economia nazionale”. 

Non a caso quell’intervento di Aldo Moro fu così titolato da Giuseppe Rossini nel volume terzo degli Scritti e Discorsi: Democrazia e progresso sociale ed economico.

[Dal profilo Fb dell’Autore]

In Lousiana vincono i democratici

La Louisiana conferma il democratico John Edwards alla guida dello Stato come governatore. Edwards batte il candidato repubblicano Eddie Rispone e resta l’unico democratico governatore di uno Stato del profondo sud americano.

Edwards ha battuto Rispone di misura, riuscendo in ogni caso ad affermarsi contro il candidato repubblicano appoggiato da Trump. Molti ritenevano che Edwards non ce l’avrebbe fatta a ottenere un secondo mandato: il democratico conservatore si è invece battuto con forza contro Rispone.

Rispone ha giocato la sua campagna elettorale tutta su Trump, affidando al presidente la sua fortuna. La sconfitta è pesante per Trump e il partito repubblicano in vista delle elezioni del 2020.

Pubblicato il nuovo bando del concorso dedicato a Pierre Carniti

Il Premio Pierre Carniti è giunto alla sua terza edizione. Il concorso, promosso dalla Cisl, dalla famiglia Carniti e dall’Associazione Astrolabio del Sociale, è curato da un gruppo di studiosi di relazioni industriali e sindacalisti con l’intento di premiare ricerche e studi realizzati da giovani nel campo delle politiche sociali, del lavoro e della lotta alle disuguaglianze.

L’iniziativa intende interessare sempre più giovani studenti e studiosi alle tematiche del lavoro e della rappresentanza, oltre a costituire un’opportunità per ricordare la figura di Pierre Carniti.

Sul sito internet: www.astrolabiosociale.it tutta la documentazione completa e le tracce di riflessione individuate per il concorso di quest’anno.

Dazi, in un mese -20% Made in Italy su tavole Usa

A un mese dall’avvio dei dazi Usa sui prodotti europei sono calate del 20% le vendite dei prodotti agroalimentari Made in Italy negli Stati Uniti direttamente interessati. E’ quanto stima la Coldiretti nel tracciare un bilancio degli effetti delle misure scattate il 18 ottobre scorso contro una lista di beni europei che hanno colpito molte delle più note specialità tricolori, dal Parmigiano Reggiano al Grana Padano, dall’Asiago al Gorgonzola fino alla Fontina ma anche salumi, agrumi, succhi e liquori, protagoniste della Settimana della cucina italiana nel mondo 2019 in programma dal 18 al 24 novembre e promossa dall’Ice.

Si tratta di un momento importante di promozione dei prodotti agroalimentari Made in Italy  – ricorda Coldiretti – che vede la Rete diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura impegnata a proporre oltre un migliaio di eventi in tutto il mondo, a partire proprio dagli Stati Uniti.

Nella black list decisa dalla Rappresentanza Usa per il commercio (Ustr) nell’ambito della disputa nel settore aereonautico tra l’americana Boeing e l’europea Airbus – ricorda Coldiretti – ci sono complessivamente beni alimentari italiani per un valore all’esportazione di circa mezzo miliardo di euro, colpiti da aumenti tariffari aggiuntivi che hanno provocato il rincaro dei prezzi al consumo ed una preoccupante riduzione degli acquisti da parte dei cittadini e ristoratori statunitensi.

Il dazio per il Parmigiano Reggiano e per il Grana Padano ad esempio è passato – spiega la Coldiretti – dagli attuali 2,15 dollari al chilo a circa 6 dollari al chilo. Il risultato è che il consumatore americano lo dovrà acquistare sullo scaffale ad un prezzo che sale dagli attuali circa 40 dollari al chilo ad oltre i 45 dollari.

L’amministrazione Trump ha peraltro minacciato di avvalersi – sottolinea la Coldiretti – della cosiddetta regola del “carosello” (carousel retaliation), che le consentirebbe di modificare periodicamente la lista dei dazi e la percentuale: dopo i primi 120 giorni e successivamente ogni 180 giorni, aumentando il grado di incertezza per gli Stati Membri Ue.

“In attesa della sentenza del Wto sui sussidi americani a Boeing e degli sviluppi del negoziato in corso è sempre più urgente l’attivazione di aiuti compensativi ai settori più duramente colpiti come richiesto per prima dalla Coldiretti e successivamente condiviso a livello nazionale e comunitario” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare la necessità di “rafforzare i programmi di promozione dei prodotti agricoli nei paesi terzi e concedere sostegno agli agricoltori che rischiano di subire gli effetti di una tempesta perfetta tra dazi Usa e pericolo di Brexit senza accordo, dopo aver subito fino ad ora una perdita di un miliardo di euro negli ultimi cinque anni a causa dell’embargo totale della Russia”.

Gli Stati Uniti rappresentano – conclude Coldiretti – il principale mercato di sbocco per l’export agroalimentare Made in Italy fuori dai confini europei, con un balzo del +12,7% nei primi otto mesi del 2019 dopo che lo scorso anno si era registrato il record per un valore di 4,2 miliardi.

Tumore al seno. Grazie ad armi sempre più efficaci si vive di più

Sono 5.300 nel 2019, in Italia, le nuove diagnosi di tumore del seno già in fase metastatica: rappresentano circa il 10% del totale. Grazie ad armi sempre più efficaci, alla disponibilità di farmaci innovativi e all’integrazione delle terapie sistemiche con i trattamenti locali, il carcinoma mammario metastatico oggi è una malattia trattabile, con una sopravvivenza mediana di 24-36 mesi. E, a 5 anni, il 25% di queste pazienti è vivo. Risultati impensabili solo 10 anni fa.

Nelle strutture che trattano più casi, la sopravvivenza a 5 anni raggiunge l’83,9% (rispetto al 78,8% nei centri che trattano fra i 50 e i 99 casi ogni anno e al 74,9% con meno di 50).

I diffusi programmi di screening mammografico e la maggiore sensibilizzazione delle donne all’aumento dell’incidenza del carcinoma mammario hanno portato, negli ultimi anni, a un consistente incremento di diagnosi di carcinomi in stadio precoce. La chirurgia conservativa ha progressivamente sostituito la mastectomia nel trattamento delle neoplasie in stadio iniziale, perché, associata alla radioterapia, è in grado di garantire alle pazienti le stesse percentuali di sopravvivenza globale e libera da malattia e migliori risultati estetici, oltre all’indubbio vantaggio psicologico collegato alla conservazione della mammella, che si traduce in una migliore qualità di vita.

Incompetenza Politica

Ad un politico si chiede che sappia fare ciò che non compete all’uomo della società civile. E cioè saper leggere in profondità le intenzioni di coloro a cui normalmente fa riferimento. Questo non significa che tale prerogativa non veda utilizzata da soggetti estranei alla politica, ma in quest’ultima sfera, è parte essenziale della proprio attività.

Cosa quindi imputo ai 5Stelle? Imputo che non abbiano colto fino in fondo le recondite intenzioni della ArcelorMittal. E questo è stato un grosso guaio. Ed è questo l’aspetto saliente che evidenzia l’inconsistenza politica di Luigi Di Maio e dei suoi accoliti. Con questo non intendo certamente scagionare le altre forze di Governo che hanno supinamente votato l’ultimo provvedimento sull’ex Ilva di Taranto. In sostanza, quel pretesto che ha consentito agli Indiani di fare la mossa che sappiamo.

La lungimiranza è una caratteristica che appartiene al lavoro di un politico, qualsiasi sia il ruolo che quest’ultimo è chiamato a svolgere. Sia un Sindaco, sia un Ministro, sia il Presidente del Consiglio dei Ministri. Il pasticcio l’ha commesso l’improvvida e largamente insufficiente capacità politica dei 5Stelle che in modo del tutto scriteriato ha offerto la chiave di volta per un passo indietro all’impresa interessata.

Qualcuno cercherà di portare i buoi nella stalla. Temo che sia una operazione quasi impossibile. È evidente che i problemi sono ben più grossi rispetto all’immunità di cui si è fatto un gran parlare. Di fatto è stato veramente un pretesto. Covavano già problemi di natura ben più sostanziale. Per continuare costoro non si accontenterebbero della rimessa in campo dello scudo penale, vorrebbero invece falcidiare quanto meno cinque mila persone. Questo è il problema.

Ma i tonti non si sono resi conto di quale strada di fuga abbiano aperto a chi ormai cercava disperatamente di fuggire dall’impegno preso. La tragedia va imputata a Di Maio che non ha in alcun modo compreso le dinamiche successive. Per questo, come politico, sono costretto a bocciarlo.

Una politica saggia avrebbe invece, dopo un esame attento dei connotati reali di chi si era impegnato nel prosieguo dell’attività tarantina, pianificato con intelligenza e massima scrupolosità un intervento di risanamento ambientale, garantendo la prosecuzione del complesso industriale, e, quindi, guardato con attenzione e al serio problema di salute e nel contempo non avrebbe in alcun modo trascurato l’altro delicatissimo versante dell’occupazione.

Invece, siamo precipitati in un contenzioso giuridico, di cui non sapremo che fine farà e l’uno e l’altro contendente e quando mai si risolverà la contesa. E mentre siamo di fronte al ballo delle carte bollate, dietro le quinte sale violenta la preoccupazione che si spengano gli altiforni dell’acciaieria, facendo ruzzolare in un terribile vuoto le speranze non solo dei pugliesi ma anche di molte realtà italiane collegate al destino dell’ILVA di Taranto.

Le sardine lanciano una sfida. A tutti.

Grande interesse, e a ragione, sta suscitando la manifestazione svoltasi nella serata di giovedì scorso in Piazza Maggiore a Bologna.
Circa quindicimila persone (le “sardine che non abboccano” al gioco di Salvini) mobilitatesi, senza bandiere né vessilli di partito, grazie all’iniziativa di quattro ragazzi che hanno sfruttato esclusivamente quelli che ormai sono diventati i più efficaci canali di coinvolgimento politico – ovvero i social – per organizzare una risposta ad alto grado di civiltà, quanto di determinazione, all’evento organizzato in contemporanea dalla Lega nel vicino palazzo dello sport bolognese. Evento quest’ultimo ufficialmente di inaugurazione della corsa elettorale della candidata Borgonzoni (relegata poi, come già accaduto alla sua collega umbra Tesei, a mera comparsa), ma in realtà finalizzato ad offrire il solito palcoscenico al capo della Lega con i suoi sempre meno velati attacchi al Cardinale Zuppi (primo obiettivo del suo comizio 2.0) e ai suoi ripetuti tentativi di snaturare il carattere regionale della prossima consultazione elettorale attribuendole invece valenza nazionale.

Ebbene, dopo quello che si è visto in Piazza Maggiore, c’è la seria possibilità che Salvini non prosegua più con la veemenza vista finora sulla “nazionalizzazione” delle prossime regionali.
Al di là della schiacciante vittoria dal punto di vista numerico delle presenze (nonostante l’arrivo di diversi pullman di militanti leghisti da fuori regione), questa mobilitazione sembra aver sorpreso molti dei protagonisti della sfida che si sta giocando in Emilia Romagna, soprattutto per la natura di questa partecipazione.
C’è qualcosa di inedito da decifrare in questa iniziativa che ha riscosso così tanto successo: il tipo di presenza in Piazza Maggiore ha rivelato caratteri di novità e soprattutto ha lanciato in un sol colpo non una, né due, bensì tre sfide ad altrettanti destinatari.

Oltre alla prima sfida più esplicita, a Salvini, i partecipanti a questo flash mob così massiccio si sono distinti chiaramente anche dagli attivisti della sinistra radicale e antagonista, sempre abituati a far sentire la propria voce di protesta abitualmente in modo molto “ruvido”: in questo senso la distanza tra Piazza Maggiore e gli scontri avvenuti nelle vie di accesso verso il PalaDozza è stata siderale sia per modi sia per i contenuti. Il risultato è stato quello di evidenziare l’effettiva praticabilità di una nuova tipologia di presenza tangibile sulla scena pubblica, una forma di “lotta politica mite” (ma non per questo meno efficace) sicuramente  più affine a quella parte di società che ha deciso di manifestarsi giovedì sera.

Famiglie e singoli, bolognesi di nascita o di adozione per studio o lavoro, tipicamente restii a partecipare a manifestazioni di piazza sono intervenuti con grande e inaspettata determinazione per dichiarare esplicitamente la loro contrarietà non tanto alla presenza di Salvini in città, ma al piano di scontro politico verso cui il capo leghista tenta di trascinare questa campagna elettorale e non solo. A ben vedere, con lo “spettacolo” andato poi in scena dentro al PalaDozza si è avuta la giusta conferma della fondatezza dell’intento delle sardine.
E qui si giunge alla terza sfida: quella lanciata agli attuali partiti, tenuti saggiamente fuori dalla piazza. L’aspetto più interessante della piazza è stato indubbiamente la pluralità e la trasversalità sociale riscontrate nelle sensibilità presenti. Tutte però accomunate dalla consapevolezza della posta in palio: la messa in discussione di un patto sociale di impronta solidaristica che, pur con tutti i difetti e migliorie necessarie, in Emilia Romagna ha retto pure nel difficile periodo della crisi.

Chi saprà convincere con rinnovate declinazioni di valori, propri delle culture politiche storiche, questa disponibilità per convogliarla in modo costruttivo, avrà fatto una grande favore al Paese.

Cattolici si, partito no.

E’ indubbio che la cosiddetta “questione cattolica” periodicamente in Italia riemerge. A seconda delle fasi storiche. Dopo quasi 50 anni di presenza politica, culturale, sociale ed organizzativa della Democrazia Cristiana, è iniziata una fase che, tranne la felice e feconda ma troppo breve esperienza del Partito Popolare italiano di Martinazzoli e di Marini, di spaesamento se non di vera e propria confusione. Dal 2001 in poi, infatti, cioè dopo il progetto di “Democrazia europea” patrocinato da Giulio Andreotti e da Sergio D’Antoni che annunciava, in pratica, la “rinascita della balena bianca”, si sono succeduti oltre 50 tentativi per resuscitare un barlume di presenza politica autonoma dei cattolici italiani. Il filo rosso che, però, ha legato tutte le varie esperienze – dal livello comunale a quello regionale, dalla competizione nazionale a quella europea – è stato quello di non oltrepassare quasi mai l’1% dei consensi. Con un ulteriore abbassamento della cifra alle ultime consultazioni locali ed europee. 

Ora, sarebbe persin troppo facile infierire su questo versante. Bastano i numeri crudi a spiegare che, probabilmente, l’approccio ripetuto ed insistente di organizzare un nuovo partito identitario non è ancora maturo nel sistema politico italiano. Tuttavia, e al di là delle mille motivazioni politiche, culturali, sociali e anche religiose che si potrebbero accampare, la cosiddetta “questione cattolica” è nuovamente riemersa e sarebbe ingeneroso aggirarla come se nulla fosse. Fermandosi solo e soltanto ai ripetuti fallimenti elettorali, e quindi politici, che li hanno caratterizzati per lunghi 25 anni. E questo non solo perché nelle ultime due settimane sono nati, di fatto, altri due partiti – quello potenziale che scaturisce dal “manifesto” del prof. Zamagni e quello della “Federazione di centro” promosso dall’on. Gianfranco Rotondi e altre sigle riconducibili all’associazionismo cattolico. Ma perché il tema interessa e interpella le grandi firme dei principali organi di informazione. Certo, è decisamente curioso che i principali detrattori del centro, della politica di centro, della presenza moderata e della stessa presenza politica ed organizzativa autonoma dei cattolici italiani oggi siano i principali sponsor del ritorno di una simile esperienza. Seppur aggiornata e rivista. Una curiosa e singolare eterogenesi dei fini. Ma, al di là di questo ripensamento o di questa ennesima piroetta della nostra intellighenzia, è indubbio che il tema è sul tappeto e va affrontato. Nei giorni scorsi è stato affrontato con profondità ed intelligenza anche da autorevoli esponenti della Chiesa italiana. Seppur con letture diverse e comprensibili approcci diversi. Dal Cardinale Camillo Ruini a monsignor Domenico Mogavero, dal direttore della Civiltà Cattolica Antonio Spadaro a padre Enzo Bianchi, dal cardinale Gualtiero Bassetti ad alcuni vertici delle associazioni cattoliche. Letture e approcci diversi, com’è giusto e scontato che sia.

Ma accomunati, guarda caso, da un filo rosso: e cioè, l’inopportunità, oggi, di dar vita ad un partito cattolico, dei cattolici, di cattolici, o di ispirazione cristiana. Le diverse sfumature sulla lettura dei fenomeni che caratterizzano e attraversano la società italiana e le possibili risposte che possono arrivare dalla frastagliata e pluralistica area cattolica non portano, comunque sia, alla ricostruzione immediata di un partito. Ecco perché, forse, pur proseguendo la giusta e sacrosanta riflessione innescata dal ritorno – seppur periodico – della “questione cattolica”, in questa fase storica la presenza politica e la rilevanza pubblica dei cattolici italiani va ancora ricondotta e praticata nei partiti, nei movimenti e nei soggetti che attualmente sono in campo. Certo, con le ovvie e scontate differenze politiche e programmatiche che contraddistinguono i vari schieramenti e i vari partiti. Frutto, questo, del profondo, consolidato ed ormai acquisito pluralismo politico che attraversa il cosiddetto “popolo cattolico” nel nostro paese. Del resto, se non fosse così, non si capirebbe il perché dei ripetuti e quasi scientifici fallimenti politici ed elettorali dei vari tentativi messi in campo da quai 20 anni. Nello specifico, e per quanto riguarda il campo del centro sinistra, forse è giunto anche il momento per favorire e tentare una ricomposizione dell’area cattolico popolare e cattolico democratica all’intero del Partito democratico. Semprechè voglia confermare e consolidare l’intuizione iniziale della sua vocazione. Cioè quella di essere un partito plurale, articolato e non riconducibile ad una sola identità politica. Una ricomposizione ed una unità utili oggi in una fase politica ancora attraversata da contraddizioni e da impulsi autoritari e forse utile anche per domani quando il quadro politico potrebbe favorire nuove soluzioni e nuove ricette politiche d organizzative. Ma, per tornare al tema iniziale, continuare a parlare oggi di formare nuovi partiti riconducibili all’area cattolica rischia solo di favorire quella impotenza elettorale e quella sterilità politica che abbiamo 

conosciuto sino ad ora. Una operazione rischiosa oggi e che può ipotecare, purtroppo negativamente, anche le prospettive del futuro. 

Il monito di padre Sorge: “Ruini non benedica Salvini come il Vaticano fece con Mussolini”

Articolo apparso sulle pagine di https://www.globalist.it/

Padre Bartolomeo Sorge ha rilasciato un’intervista al direttore dell’Espresso Marco Damilano, dicharando che “Il cardinale Ruini sbaglia a benedire Salvini, lo stesso fece il Vaticano con Mussolini”.
“Nella storia della Chiesa italiana” ha detto Padre Sorge, “Ruini è l’ultimo epigono autorevole della stagione di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, dedito totalmente alla sua straordinaria missione evangelizzatrice a livello mondiale, di fatto rimise nelle mani di Ruini le redini della nostra Chiesa, nominandolo per 5 anni segretario generale della Cei, per 16 anni presidente dei vescovi e per 17 anni vicario generale della diocesi di Roma”, dice Sorge.

“Per quanto riguarda il suo atteggiamento benevolo verso Salvini, dobbiamo dire che e’ del tutto simile a quello che altri prelati, a suo tempo, ebbero nei confronti di Mussolini. Purtroppo la storia insegna che non basta proclamare alcuni valori umani fondamentali, giustamente cari alla Chiesa, se poi si negano le liberta’ democratiche e i diritti civili e sociali dei cittadini”, aggiunge.
“Credo che nella Chiesa italiana si imponga ormai la convocazione di un Sinodo”, dice ancora padre Sorge. “I cinque Convegni nazionali ecclesiali, che si sono tenuti a dieci anni di distanza uno dall’altro, non sono riusciti – per così dire – a tradurre il Concilio in italiano. C’è bisogno di un forte scossone, se si vuole attuare la svolta ecclesiale che troppo tarda a venire”, spiega.

Secondo il gesuita, ex direttore di Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali, “solo l’intervento autorevole di un Sinodo può avere la capacità di illuminare le coscienze sulla inaccettabilità degli attacchi violenti al papa, sulla natura anti-evangelica dell’antropologia politica, oggi dominante, fondata sull’egoismo, sull’odio e sul razzismo, che chiude i porti ai naufraghi e nega solidarietà alla senatrice Segre, testimone vivente della tragedia nazista della Shoah, sull’assurda strumentalizzazione politica dei simboli religiosi, usati per coprire l’immoralità di leggi che giungono addirittura a punire chi fa il bene e salva vite umane”.
“La Chiesa non può pi tacere. Deve parlare chiaramente. È suo preciso dovere non giudicare o condannare le persone, ma illuminare le coscienze”, conclude.

Oscar Wilde e il «De profundis»

Articolo apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Annalisa Teggi

Ho sempre considerato Oscar Wilde un autore respingente, perciò l’ho respinto: mi pareva sempre in cerca di un pubblico, poco interessato a essere amico del lettore. Ma la parte più bella di una cantonata è quando ci si accorge di averla presa, e si cambia rotta. Nel mio caso è accaduto quando ho incrociato un insolito ritratto domestico della famiglia Wilde ed è stato come attraversare una porticina con accesso all’ala più intima e accogliente di un grande castello. Per la prima volta non c’erano etichette su dandy ed estetismo a separarci, c’era lui, un padre, che parlava a me, una madre.

È un episodio che riferisce il suo biografo H. Montgomery Hyde e ci catapulta in uno di quei momenti che noi genitori conosciamo bene: rispondere a certe domande dei figli e ritrovarsi a ricevere spiazzanti lezioni di vita. È il 1888 e Oscar Wilde racconta a un conoscente un interessante scambio di battute col figlio di tre anni: «Uno o due giorni fa Cyril venne da me con una domanda: “Papà, tu sogni mai?”. “Certo, mio caro. Sognare è il primo dovere di un gentiluomo”. “E cosa sogni?” mi chiese Cyril, con quell’appetito disgustosamente grande per i fatti che hanno i bambini. Quindi io, ritenendo che, di sicuro, si aspettava da me qualcosa di bizzarro, parlai di cose magnifiche: “Cosa sogno? Oh, sogno draghi con scaglie d’oro e d’argento, che emettono fiamme scarlatte dalla bocca, sogno aquile con occhi di diamante che possono contenere il mondo intero in uno sguardo, sogno leoni dalle criniere gialle e voci di tuono, di elefanti con piccole case sui dorsi, e tigri e zebre con manti a righe e macchie”. Diedi sfogo così alla mia fantasia, finché, osservando che Cyril era completamente disinteressato e anche chiaramente annoiato, misi un umiliante punto fermo alle mie parole e dissi: “Ma dimmi, tu cosa sogni, Cyril?”. La sua risposta giunse come una rivelazione divina: “Sogno i maiali” disse».

Se Dio dovesse manifestarsi all’improvviso dentro un banale momento della nostra vita, credo che il suo sguardo ci farebbe tremare di gioia e terrore davanti a una foglia. Ci farebbe sobbalzare indicandoci il profilo di una collina. Quanto è vero che la nostra inerzia quotidiana ci nasconde la potenza deflagrante che è la presenza della realtà: fissiamo tutto come fosse tappezzeria. Releghiamo il fantastico all’immaginazione, intendendola come una fuga dal monotono qui e ora. Invece l’immaginazione è l’opposto; è una risorsa «salvavita» proprio perché è quel regno così poco astratto in cui anche un maiale può diventare ciò che davvero è: un’apparizione, una figura degna di ammirazione per l’unicità indiscutibile del suo aspetto e delle sue abitudini. Nessuno lo disse meglio di Flannery O’Connor: «Una cosa è fantastica perché è tanto reale, e tanto reale da essere fantastica».
Lo sguardo di un bambino ci ricorda che ci fu uno che cominciò l’impresa migliore di tutte meravigliandosi di ogni presenza perché «vide che era cosa buona».

In tutta la sua mirabolante vita Oscar Wilde fu attratto da tantissime esperienze, passioni, ipotesi artistiche, ma di fronte alla risposta sintetica e clamorosa di Cyril trovò appropriato scomodare l’espressione rivelazione divina, per descrivere il contraccolpo ricevutone. La rivelazione ha molto a che fare col togliere, con il levare veli dagli occhi e staccare strati di dura corteccia dall’anima: ritrovarsi nudi di fronte a una presenza. Che sia la risposta di un bambino a vibrare un colpo di stupore così intenso tradisce forse l’immagine edulcorata e stereotipata dell’infanzia, ma non tradisce affatto l’ipotesi per cui ci si deve far piccoli per entrare nel regno del cielo.

Sette anni dopo quello scambio domestico con Cyril, la parola «rivelazione» bussò di nuovo alla porta di Wilde da quell’abisso di sofferenza che fu la sua permanenza in carcere. In quella cassa del tesoro che è il De profundis (scritto di getto in prigione, dopo quasi due anni in cui gli fu impedito di leggere e scrivere) il cuore di colui che spesso è ritenuto solo una riserva sconfinata di aforismi intuì: «il dolore non è un mistero, è una rivelazione».
Lo sguardo limpido di un bambino ci può spogliare di ogni maschera, ma il dolore toglie persino la protezione della pelle: la rivelazione che riceve chi patisce la prova dell’umiliazione e della sofferenza è starsene scorticati di fronte alla presenza di sé … e dunque anche di fronte alla presenza dell’Altro. In carcere Oscar Wilde rimuginò sul mito di Marsia, scuoiato per punizione e rimasto muto, e osò rilanciare l’ipotesi che la ferita che strappa senza ritegno il velo protettivo dell’epidermide possa essere una benedizione: «Il momento supremo per un uomo è, senz’ombra di dubbio quando si inginocchia nella polvere, si batte il petto e confessa i suoi peccati».

Ecco la rivelazione del dolore, lo scuoiamento che è via crucis verso una chiarezza che è molto simile alla purezza intravista negli occhi di un bambino.
Non è solo un caso che la parola rivelazione leghi l’uscita di Cyril sui maiali e l’esperienza della prigione: la piccolezza è il traguardo di chi prende sul serio la prova del patire. Privato di ogni ombra di apparenza, messo a tu per tu solo con la sofferenza, la pena e forti tormenti intimi, dal buio della propria notte in carcere Wilde ci donò l’azzardo che il dolore possa essere l’estrema chiamata a farci bambini: «Avevo toccato la mia anima, oserei dire, nella sua ultima essenza. Ne ero stato il nemico, in molti modi, ma infine la trovai ad aspettarmi come un amico. Venire in contatto con la propria anima rende semplici al pari di un bambino, proprio come Cristo ci raccomanda di essere».

C’è speranza più confortante del poter constatare che, nonostante i nostri mille possibili tradimenti, la nostra anima rimarrà ad attenderci come un amico? Potremo voltarle le spalle inebriandoci di draghi e aquile e tigri, ma se decideremo di tornare a casa starà ad accoglierci con l’aspetto dimesso, eppure così domestico, del maiale.

Cosa ci riporta a casa? Non c’è da scandalizzarsi nel dire che talvolta solo un pianto viscerale pulisce davvero la vista; il dolore ci ricorda che non siamo padroni ma figli.
E quando l’orizzonte è così terso dagli inganni, quando la carne brucia senza la pelle delle molte maschere che possiamo indossare, ecco si delinea da capo all’orizzonte l’avventura che ci accompagna dalla nascita all’ultimo respiro: «Ma saper riconoscere che l’anima dell’uomo è inconoscibile è la suprema vittoria della saggezza. Il mistero finale è l’essenza dell’io. Quando si è pesato il sole sulla bilancia, misurati i passi della luna, disegnata la mappa dei sette cieli, stella dopo stella, rimane ancora l’io. Chi sa calcolare l’orbita della propria anima?» (De Profundis).

Il trentennale della marcia popolare che cambiò la Cecoslovacchia

Le celebrazioni per i trent’anni della “rivoluzione di velluto”, che nel novembre del 1989 fece cadere il regime comunista nell’allora Cecoslovacchia, saranno nel segno dei giovani nati dopo quell’anno.

 In programma c’è una “marcia di velluto”, che farà rivivere il corteo che il 17 novembre del 1989 fu bloccato e aggredito dalla polizia.

Si terranno anche concerti, mentre sulla piazza del Teatro nazionale verrà fatto rivivere “il soggiorno di Václav Havel”, dove verranno letti testi del defunto presidente, che è stato anche drammaturgo, saggista e poeta.

Un altro luogo imperdibile per ricordare la Rivoluzione di Velluto è il parco Letna: qui il 25 novembre 1989 si riunirono oltre 800 mila persone per chiedere elezioni libere, pluralismo politico e la caduta del governo comunista.

Curiosamente proprio qui c’era un simbolo del Comunismo: la gigantesca statua di Stalin, orgoglio del periodo sovietico. Un’enorme opera in granito, con il politico sul piedistallo davanti a fare da guida al popolo: sei anni di lavoro, era il gruppo scultoreo più largo e pesante d’Europa, ideato da Otakar Svec, che poco dopo l’inaugurazione si suicidò.

L’inesorabile avanzata dell’identità femminile

Sempre più giovani maschi vogliono diventare donne. Non soltanto per inclinazione sessuale, ma perché sedotti da un modello sociale che amplifica il femminile esaltandone bellezza, intelligenza, sensibilità, sensualità. Risultato: il maschio trova insopportabile la propria condizione e cerca di liberarsi dall’ingombrante fardello.

Suona più o meno così il pensiero di Claudio Risé – noto psicoterapeuta, accademico e scrittore – che ha affidato alle colonne di un quotidiano le proprie riflessioni sul delicato tema. Sul quale si discetta da tempo. Precisamente da quando il proverbiale “machismo” è stato indotto a chiudere bottega in quanto espressione di un sesso svalutato e in crisi, sopraffatto dall’inesorabile avanzata dell’identità femminile. Che non ha soltanto conquistato via via sacrosanti e legittimi diritti, ma si è imposta socialmente quale insostituibile perno. Se il presente è ancora targato uomo, il futuro sarà donna. Si discuta quanto si vuole, ma questa è la verità.

PA decisiva nella sfida delle smart city

“La diffusione della banda larga, internet delle cose, l’intelligenza artificiale: pur tra mille difficoltà e contraddizioni, le nostre città si stanno via via trasformando in smart city. La Pubblica amministrazione gioca un ruolo fondamentale in questo processo e nella crescita dei servizi digitali”. Così il Ministro Fabiana Dadone ha parlato del ruolo fondamentale della PA nel processo di trasformazione delle nostre città in smart city.

Il Ministro ha sottolineato l’importanza di sbloccare il tetto per gli investimenti della PA in formazione dei dipendenti pubblici, perché, ha detto, “i soldi spesi lì sono sempre soldi spesi bene con un ritorno altissimo”.

Il Ministro ha accennato, inoltre, al “Syllabus”, il documento del Dipartimento della funzione pubblica sulle competenze digitali di base per la Pa e il relativo test che verrà lanciato a breve per consentire a ogni lavoratore pubblico di misurare da remoto la propria preparazione e di colmare successivamente il gap con corsi profilati in modo specifico.

“Il futuro – ha concluso il Ministro – ci chiama a sfide decisive che non possiamo non raccogliere. Noi ci siamo”.

Punto Impresa Digitale Venezia Rovigo e il suo bilancio

Consapevole del potenziale del digitale, aperta a collaborazioni e a nuovi strumenti per ripensarsi ma pur sempre attenta alla concretezza e alla quotidianità dei processi: un profilo in cui si riconosce la PMI dell’area di Venezia e Rovigo, disegnato grazie a PID VeRo – il Punto Impresa Digitale Venezia Rovigo, progetto sostenuto dalla Camera di Commercio di Venezia Rovigo in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari Venezia, i cui risultati sono stati presentati oggi al Museo del ‘900 – M9 di Mestre in occasione dell’evento “PIDday – Impresa e Digitale” nell’ambito della prima edizione della Venice Innovation Week, organizzata da Università Ca’ Foscari Venezia.

Nato dalla collaborazione tra Camera di Commercio di Venezia Rovigo e Università Ca’ Foscari Venezia – con il coinvolgimento del Dipartimento di Management e il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica e della Fondazione Università Ca’ Foscari – il progetto PID VeRo ha coinvolto in un percorso di formazione e mentoring, nel biennio 2018/2019, 78 PMI veneziane e polesane appartenenti ai settori produttivi più rilevanti del territorio (dalla meccanica alla calzatura, dal turismo all’agroalimentare), supportate nel processo di digitalizzazione da un team di ricercatori.

Il Professore Vladi Finotto (Dipartimento di Management di Università Ca’ Foscari Venezia), coordinatore del progetto, ha illustrato il bilancio di questo tanto intenso quanto costruttivo percorso, restituendo un quadro nuovo dello status di digitalizzazione delle PMI dell’area di Venezia e Rovigo, in ritardo nella transizione al 4.0 ma non per questo definibili come arretrate. PID VeRo mostra infatti come molte piccole aziende del territorio siano consapevoli del potenziale del digitale, ma che necessitino di un linguaggio diverso e di soluzioni personalizzate in base alle specificità dei processi e della quotidianità che le caratterizzano. Una trasformazione verso il digitale che condiziona innanzitutto i processi decisionali e organizzativi, e solo in seconda fase l’ammodernamento tecnologico.

“Se interessa comprendere le PMI per accompagnarle piuttosto che per dare pagelle – sostiene il Professor Finotto – è opportuno entrare nelle aziende: come percepiscono il digitale, come decidono, come funzionano dal punto di vista organizzativo? Il progetto PID VeRo ha consentito di capire quel che i numeri non dicono”.

Numerosi gli esempi di realtà locali che hanno partecipato al progetto e che grazie al supporto concreto del team di ricercatori di Ca’ Foscari hanno implementato nuovi strumenti e strategie, cogliendo l’occasione anche per ripensare il proprio modello di business. Tra queste non mancano realtà che portano l’innovazione digitale in comparti tradizionali, come ad esempio l’azienda veneziana BusForFun, che mette a disposizione una piattaforma di e-commerce, un sofisticato sistema di business intelligence e una estesa rete di autobus per migliaia di appassionati che si recano a eventi di intrattenimento, oppure la start-up Meccaniche Veneziane, che attraverso l’uso di social network e accorte campagne sulle principali piattaforme digitali di finanziamento collettivo (crowdfunding), realizza e vende online orologi automatici. Un ulteriore esempio è quello di Forme d’Acqua, azienda di Cavallino Treporti che progetta, realizza e vende in tutto il mondo sofisticati giochi d’acqua che decorano spazi pubblici e privati, utilizzando le tecnologie digitali come sistemi di controllo e il web per una comunicazione efficace.

“Il percorso ci ha fornito una lettura molto lucida da parte delle nostre PMI che reclamano giustamente soluzioni tecnologiche “a misura di piccola e micro impresa” – dichiara Gian Michele Gambato, vicepresidente vicario CCIAA Venezia Rovigo – Soluzioni a costi relativamente contenuti, modulabili e scalabili verso il basso, che non richiedano costose rivoluzioni interne e drastiche soluzioni di continuità rispetto alle logiche con cui hanno operato sino ad ora. Chiedono, inoltre, al mondo della formazione giovani leve capaci di innestare il digitale nelle loro strategie e nei loro processi. Da queste consapevolezze deve partire il nostro lavoro a servizio delle imprese, un lavoro che richiede le giuste competenze e le giuste risorse, per questo per il prossimo triennio la Camera continuerà a investire nel progetto della digitalizzazione delle PMI, grazie alle risorse del +20% del diritto annuo”.

In totale sono 1,2 milioni le risorse che la Camera di Commercio di Venezia Rovigo ha destinato alla trasformazione digitale delle PMI del territorio nel biennio 2018/2019. Risorse investite per lo sviluppo del Punto Impresa digitale – PID, ovvero la piattaforma istituita da Unioncamere in tutte le Camere di Commercio italiane per accompagnare e supportare le PMI nella trasformazione digitale 4.0 in linea con il Piano nazionale impresa 4.0 e che ha assistito negli ultimi due anni oltre 3000 imprese.

Significativo è infine come le PMI comprendano che per affrontare la trasformazione digitale sia necessario pensare in termini di filiera e fare rete. Grazie infatti agli 8 workshop esperienziali tenuti nell’arco del progetto sono nate molteplici collaborazioni tra aziende di diversi comparti: ad esempio, nel settore dell’agricoltura, cinque aziende di Rovigo e Venezia (Cominato Laura, Duoccio srl, Az. Agricola Valier, Four Fish e Az. Agricola Dusk) hanno avviato una collaborazione per la creazione di una rete che consenta loro di affrontare con sicurezza, risorse adeguate e scala sufficiente sistemi digitali a supporto delle loro strategie.

Le aziende aderenti al progetto PID VeRo hanno ottenuto alla fine del loro percorso un pilot report, un documento di analisi dettagliata in cui, oltre a uno studio del settore e alle best practice nel loro ambito dei fabbisogni, sono stati presentati un’analisi dei tempi e dei costi specifici per iniziare il loro percorso di trasformazione digitale.

Jack, l’inquietudine e la gioia

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

La vicenda umana e letteraria di Clive Staples Lewis è legata a una instancabile, rigorosa, ricerca; ricerca intellettuale, professionale, creativa e prima ancora, filosofica e spirituale. Agli inizi degli anni ’10 Lewis abbraccia l’ateismo che non abbandonerà fino alla metà degli anni ’20, periodo in cui passa a un indistinto spiritualismo di matrice hegeliana: il giovane «Jack» (come viene chiamato dagli amici) ammette l’esistenza di uno Spirito, un Assoluto, ma non lo identifica né con il Dio dei Cristiani né in Qualcuno con cui l’uomo possa avere un rapporto personale. È ancora inquieto rispetto all’ipotesi Dio: «Come molti atei vivevo allora in un vortice di contraddizioni. Sostenevo che Dio non esiste. Ero anche molto arrabbiato con Dio per il fatto che non esisteva. E ce l’avevo con lui anche perché aveva creato il mondo». Alla fine degli anni ‘20 la sua lotta con Dio conosce il momento della resa; scrive nell’autobiografia Sorpreso dalla Gioia, era il 1929 quando «mi arresi, ammisi che Dio era Dio e mi inginocchiai a pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante d’Inghilterra». La conversione al cristianesimo di Lewis fu causata oltre che dalla lettura di alcuni libri (G.K. Chesterton e G.MacDonald in primis) anche dalla vicinanza di una serie di persone e di amici convinti cristiani, a partire dal fratello maggiore, Warnie (anche lui passato in quel periodo dall’ateismo al cristianesimo), fino al suo amico forse più famoso, J.R.R. Tolkien. L’amicizia tra questi due dotti filologi fu la causa scatenante non solo della conversione dell’uno, ma, per entrambi, del passaggio dalla produzione di opere meramente scientifiche a quelle di narrativa e di saggistica in cui spesso finiva per prevalere (specie in Lewis) l’aspetto morale e spirituale. I due amici, infatti, amanti dell’epica e delle antiche leggende, non trovando molto interessanti i romanzi e i racconti contemporanei, si decisero a mettersi a scrivere, quasi a uso e consumo l’uno dell’altro. Ne scaturirono dei racconti e dei romanzi amati da intere generazioni di giovani e meno giovani.

Con Lewis e con Tolkien ci troviamo in quell’ambito in cui fede, ragione e immaginazione si toccano. I loro romanzi smentiscono il luogo comune per cui il mondo del mito, delle fiabe e della fantasia viene quasi automaticamente associato all’irrazionalità, alla pura “evasione”. Già Chesterton all’inizio del Novecento aveva smontato questo assioma; nel saggio Ortodossia ad esempio afferma che «Non è l’immaginazione che produce la pazzia; è la ragione. I giocatori di scacchi diventano pazzi, non i poeti; i matematici, i cassieri possono diventare pazzi, non gli artisti che creano (…) i critici sono assai più pazzi dei poeti». Il pazzo per Chesterton (che per Tolkien e Lewis ha rappresentato un solido punto di riferimento e di ispirazione) non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto tranne la ragione. Ragione e fantasia non sono contrapposte tra di loro, così come ragione e religione non sono contrapposte tra di loro, perché la ragione e la fede sono contrapposte entrambe alla superstizione. Più sottile l’accusa mossa alla letteratura fantastica di essere una pericolosa “evasione”, una fuga dall’impegno e dalla realtà. A questa accusa ha ben risposto Tolkien, distinguendo l’evasione dalla diserzione: «perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se trovandosi in carcere cerca di evadere per tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo può vedere. Usando Evasione in questo senso, i critici hanno scelto la parola sbagliata e, ciò che più importa, confondono, non sempre in buona fede, l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore». La fantasia per questi autori non è una resa, ma al contrario è un entrare dentro la realtà; non è una fuga dal mondo reale verso un Paradiso artificiale, ma, attraverso l’attivazione dell’immaginazione dell’artista, che a sua volta attiva l’immaginazione del lettore, è un metodo per una riappropriazione della realtà, un’intensificazione del rapporto esistente tra l’uomo e il mondo circostante, che non viene visto solo come oggetto, ma come segno. L’evasione per Lewis fa quindi rima con “visione”. Il lettore de Le Cronache di Narnia non si sente sperduto in un mondo distante, alieno, disordinato, dove regna solo il capriccio della fantasia dello scrittore, e a causa di questa arbitrarietà se ne smarriscono i confini, i contorni, il senso profondo. Al contrario l’esperienza che il lettore vive è quanto mai vicina al punto che da un certo punto di vista il mondo primario, quello dello scrittore e del lettore, e quello secondario, cioè quello della storia raccontata, coincidono; il punto essenziale è che si deve ritornare dal mondo secondario a vivere con spirito rinnovato in quello primario. Questo “rinnovamento” è lo spazio e la funzione della letteratura.

Lo dice bene Daniel Pennac quando parla della virtù paradossale della lettura, «quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso». La fantasia quindi non è distogliere lo sguardo da questo mondo, ma al contrario è il fissare lo sguardo con intensità sulle cose e guardare il mondo con occhi diversi. La parola fantasia viene da greco (fòs) e vuol dire Luce, quindi la fantasia non è evasione ma visione. E dice Tolkien: «dobbiamo in ogni caso pulire le nostre finestre in modo che le cose viste con chiarezza possono essere liberate dalla tediosa opacità del banale o del familiare e dalla possessività». Non è un caso che la protagonista delle Cronache di Narnia sia una piccola bambina che si chiama Lucy, cioè “luce”. Lucy è capace di vedere, di vedere “di più”, e qui entra in campo il cuore bambino, come ricorda la celebre battuta de Il piccolo principe: «L’essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede se non con il cuore». Qui si tratta di cuore e, per il cristiano, di fede. Nella sua prima enciclica Benedetto XVI, la Deus caritas est, al punto n. 31 afferma che «il programma del cristiano, quello di cui l’uomo ha bisogno, è un cuore che vede». Nel giugno del 1936, ricordando Chesterton da poco scomparso, Mircea Eliade scrive un delicato articolo commemorativo in cui afferma: «Cerchiamo il miracoloso e il “romantico”, come cerchiamo la felicità, l’amore perfetto e la saggezza, senza accorgerci che sono intorno a noi, in attesa che li vediamo». Di questa attesa parlano i libri di Lewis instancabile ricercatore di una Gioia sempre pronta a coglierlo, a coglierci, di sorpresa.

La scommessa sbagliata di Pedro Sánchez

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Ettore Siniscalchi

Dopo le elezioni del 28 aprile scorso, le amministrative e le europee di maggio hanno confermato la tendenza alla crescita del PSOE (Partido socialista obrero español) e il calo di UP (Unidas Podemos). I popolari sembravano destinati al declino, il loro leader Pablo Casado era considerato prossimo alla scomparsa politica, Ciudadanos si sentiva pronto per il sorpasso. Vox veniva ritenuta un fenomeno destinato a restare testimoniale e, malgrado l’Andalusia avesse dimostrato come il centrodestra non nutrisse preclusioni verso l’ultradestra, si riteneva ancora che PP (Partido popular) e C’s (Ciudadanos) in competizione per rappresentare il richiamo all’ordine mantenessero margini molto stretti per la formazione di Santiago Abascal. I sondaggi, nell’approssimarsi del periodo estivo, continuavano a gonfiare le vele al PSOE. È stato allora, probabilmente, che Pedro Sánchez e il suo consigliere politico Iván Redondo hanno cominciato a convincersi che una ripetizione del voto potesse consentire di migliorare le posizioni del PSOE, decidendo così di far naufragare una trattativa che già stavano portando avanti svogliatamente. Il 25 luglio, quando l’investitura di Sánchez è fallita, lo stato maggiore socialista aveva già tracciato la rotta per ritornare alle urne.

Ma il ritorno al voto non era ben visto da tutti nel PSOE, neanche nella cerchia dei segretari federali più vicini al segretario socialista. Miquel Iceta, dei socialisti catalani del PSC (Partit dels Socialistes de Catalunya), Ximo Puig, segretario dei socialisti valenziani e presidente dell’autonomia assieme alle sinistre di Compromís e Unidas Podemos, e Francina Armengol, presidente delle Isole Baleari e segretaria federale dei socialisti dell’arcipelago, hanno anche premuto pubblicamente per un accordo di governo con le sinistre e, più discretamente, hanno manifestato i loro timori per le conseguenze di un ritorno alle urne, sconsigliando di percorrerlo. La stampa ha riportato diversi passaggi della dialettica interna al PSOE, in particolare il quotidiano La Vanguardia che ha riferito anche del parere dell’ex segretario José Luis Rodríguez Zapatero, che aveva messo in guardia dal tentare una nuova «avventura» elettorale. Zapatero, tra gli esponenti della vecchia guardia socialista, è quello che più ha avuto accesso alle stanze della segreteria. Su mandato di Sánchez ha tenuto il dialogo ufficioso con Pablo Iglesias durante i tentativi per trovare un accordo per l’investitura e si dice che anche lui si sia sorpreso dell’irriducibilità del segretario. Nulla è andato come si immaginava, a partire dalle reazioni alle condanne degli indipendentisti catalani. Le proteste e le violenze, dei manifestanti e delle forze dell’ordine, hanno cambiato lo scenario. Anche l’esumazione della salma di Francisco Franco, che Sánchez aveva pensato come sigillo del suo rappresentare la Spagna democratica, è passata in secondo piano, percepita anzi come passerella nostalgica.

I risultati elettorali contraddicono la strategia di Pedro Sánchez. Il PP si consolida come secondo partito e alternativa al PSOE. Il crollo di Ciudadanos elimina una possibile strada di governo riducendo sostanzialmente a due le scelte per formare un esecutivo. Un accordo con UP, adesso ancor più dipendente dal gioco di astensioni benigne e voti a favore dalle file dei partiti nazionalisti baschi e di una parte almeno, Esquerra republicana de Catalunya, dell’indipendentismo catalano. Oppure un’operazione di “concertazione nazionale” col Partido popular.

La prima è un’impresa che pareva già molto difficile quattro mesi fa e ora appare quasi impossibile, la seconda costituirebbe una novità dalle conseguenze imprevedibili. Per quanto dal PSOE sia arrivato l’annuncio della riapertura del dialogo con UP, e già nel discorso alla folla della notte dei risultati Sánchez proponeva un governo progressista «guidato» dal PSOE, suggerendo quindi un esecutivo di coalizione, il cammino sembra ora più difficile, con l’auge delle destre e le tensioni fra gli indipendentisti catalani mai così alte. Eppure, quella coalizione negata qualche mese fa potrebbe essere per il segretario l’unica chance di non cadere nelle mani dei popolari, con Casado che potrebbe anche chiedere un suo passo indietro per consentire il varo di un esecutivo socialista, riaprendo spazi per le minoranze nelle lotte interne al PSOE.

La notte dei risultati la militanza gridava al segretario socialista «Con Iglesias sì, con Casado no!», conducendoci verso le incognite che un accordo coi popolari porterebbe con sé. Per quanto politica e media alzino la tensione, la questione catalana non viene vissuta come tale da giustificare la formazione di un fronte “costituzionalista”. Non avvenne col terrorismo basco, quando maggioranze e opposizioni fecero fronte comune con la politica dei Patti di Stato. Il mandato a Sánchez per un governo delle sinistre uscito dalle urne il 28 aprile era anche per riportare alla politica un conflitto da questa colpevolmente delegato alla giustizia.

Il bilancio del voto è quindi amaro, malgrado la vittoria, per il segretario socialista anche se non tanto quanto lo è per Albert Rivera, il leader di Ciudadanos, giunto alla fine della sua parabola.

Gli arancioni hanno subito un tracollo peggiore di quanto annunciato dai sondaggi, passando da 57 a 10 deputati. Per rincorrere il sorpasso sui popolari, Rivera ha spostato sempre più a destra il suo asse, perdendo i tratti moderati che gli avevano consentito di pescare voti sia nel bacino elettorale socialista, soprattutto all’inizio del cammino, che in quello popolare. Appoggiato dalla grande stampa madrilena e benvoluto in molti circoli politici ed economici, in Spagna come a Bruxelles, Rivera era visto come la possibile alternativa “macroniana” al vecchio e corrotto sistema di potere del PP. Aver dilapidato questo capitale lo ha portato alle dimissioni e all’annuncio del ritiro dalla scena politica. Cosa sarà ora di Ciudadanos è tutto da vedere, a partire da come si muoverà Manuel Valls. L’ex capo del governo francese, presentato dagli arancioni come candidato sindaco indipendente a Barcellona, è entrato in rotta di collisione con Rivera sulla formazione della giunta barcellonese, deciso ad appoggiare con due transfughi l’investitura di Ada Colau, e sugli accordi con Vox, e potrebbe essere perno del tentativo di ricostruire un’offerta con ancora degli spazi elettorali.

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Rete Bianca, le scelte della comunità democratica e popolare

Secondo il filosofo Massimo Cacciari, i cattolici non possono essere (per definizione) apolitici. Come si può superare, allora, la condizione di presunta “irrilevanza” (secondo le recenti parole del cardinale Ruini) dei cattolici democratici nella costruzione di un movimento che possa essere attrattivo nell’attuale offerta politica?
Per non ripetere alcuni errori del passato, è necessario, oggi, un esame di coscienza da parte del cosiddetto “cattolicesimo democratico”.

Un’occasione in tal senso può essere offerta dal prossimo incontro di Rete Bianca che si terrà a Roma, presso il piccolo Auditorium “Aldo Moro” (via di Campo Marzio, 24) nella mattina di sabato 23 novembre p.v.

Dopo l’indirizzo di saluto di Lucio D’Ubaldo, direttore del Centro di Documentazione e Studi dei Comuni Italiani (Anci) e l’introduzione generale di Alessandro Corbelli, presidente del Movimento Popolare italiano, il dibattito ruoterà intorno alle riflessioni di eminenti relatori. Giancarlo Infante, socio fondatore (con gli economisti Leonardo Becchetti e Stefano Zamagni) del movimento politico Insieme. Interverranno anche il prof. Luigi Di Santo, docente di Filosofia del Diritto presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale e Direttore della Scuola nazionale di formazione socio-politica “Giorgio La Pira”, il dott. Claudio Avelar (presidente Unione Democratico-Cristiana del Brasile), e il dott. Virginio Panici, presidente del movimento politico “Dimensione Cristiana”. Le conclusioni sono a cura del portavoce nazionale di Rete Bianca, il giovane Dante Monda.

In questi ultimi tempi, sono emersi alcuni nodi problematici di natura culturale che si sono spesso frapposti tra il “patrimonio potenziale” dei cattolici ed una sua traduzione in scelte operative che possano essere concrete ed efficaci.
Un nodo importante riguarda la questione dell’identità cattolica e della laicità. È necessario passare da una dialettica Chiesa-Stato ad una dialettica “credente-cittadino” per essere presenti e operativi in politica da cattolici in quanto cittadini. La questione riguarda la piena autonomia dei laici in politica, la formazione delle coscienze e la capacità di dialogo con la società civile e con il “mondo moderno”.

Certamente le sfide del futuro si giocano anche sul terreno del pre-politico, cioè della formazione politica. Da qui è nata l’idea, da parte dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale insieme all’Istituto Internazionale Jacques Maritain, di creare una Scuola di formazione socio-politica (giunta alla seconda edizione) dedicata a un grande maestro come l’ex sindaco di Firenze, Giorgio La Pira. Uno che, di fronte agli scioperi degli operai della fabbrica Nuovo Pignone, ebbe a dire ai dirigenti: “cambiate le leggi, perché io non posso cambiare il Vangelo”.
Prima di creare nuove formazioni politiche, appare dunque necessario rigenerare un terreno culturale, etico e spirituale condiviso, iniziando dalle giovani generazioni.

Villa Giusti, poi Versailles: i “vespri fiumani” e il “natale di sangue”

Quell’autunno, gli alti quadri di governo italiani non furono affatto soddisfatti delle condizioni di pace bilaterali siglate dagli Alleati della Triplice a seguito della fine del conflitto 1914-1918. Non fu per nulla convinto lo Stato Maggiore dell’esercito, il quale avrebbe voluto prolungare l’avanzata a Nord-Est. Apparve a sua volta perplesso il premier Vittorio Emanuele Orlando, responsabile in prima persona della sorte dei civili interessati (e provati) da quattro anni di sanguinosa guerra. Si trattava di centinaia di migliaia di connazionali che avevano visto le proprie terre trasformarsi in un enorme campo di battaglia.

Dopo le trattative di Villa Giusti (1, 2 e 3 novembre 1918), avvenute nella proprietà veneta del conte Vettor Giusti del Giardino, luogo in cui Italia e Austria-Ungheria firmarono l’armistizio, rimanevano i problemi degli sfollati e del grande movimento prodotto dal deflusso dei reduci dal fronte. Ma soprattutto, restava inalterata la condizione dei territori della Venezia Giulia, già occupati dagli austriaci e poi sgomberati dopo il cessate il fuoco.
Le relazioni diplomatiche peggiorarono di ora in ora, sino a raggiungere un punto di non ritorno quando il tema centrale fu rappresentato dalle riparazioni e dai debiti di guerra. Nell’aprile del ’19 Orlando e Sonnino, contrariati, lasciarono in fretta e furia Versailles, sede della Conferenza di Pace tra le potenze ex-belligeranti. Spina nel fianco di Roma: la mancata acquisizione di Fiume, abitata per la maggioranza da italiani e fortemente rivendicata sin dai mesi che avevano preceduto la fine del conflitto. Una “cessione” geopolitica che il presidente statunitense Wilson non intendeva nel modo più assoluto avallare e per questo era intervenuto in sede separata.

Nacque così il mito della “vittoria mutilata”, una vicenda che Gabriele D’Annunzio esacerbò e politicizzò sino a provocare – sostenuto da poche centinaia di reduci e giovani irredentisti – quegli scontri passati alle cronache come “i vespri fiumani”, durati dal 29 giugno al 6 luglio 1919 e culminati con l’abbattimento di una decina di militari francesi di stanza in una zona considerata neutrale. A sostegno dell’iniziativa irredentista, le elezioni municipali indette per il 26 ottobre avevano fatto riscontrare la schiacciante vittoria della lista di Riccardo Gigante (circa l’80% dei voti), dichiaratamente favorevole all’annessione della cittadina all’Italia.

L’azione più clamorosa fu compiuta tuttavia all’alba del 12 settembre, quando, dopo una sosta a Ronchi dei Legionari, fiancheggiato da alcuni drappelli di militari (soprattutto granatieri e bersaglieri), D’Annunzio tornò a Fiume e proclamò la sua annessione all’Italia. Un’occupazione promessa ante litteram per motivi di eugenetica realizzata contro la volontà della corona e del governo, i quali decisero di attendere. Un’attesa caratterizzata da una serie di messaggi con cui fu intimato al Vate che avrebbero potuto esserci gravi conseguenze. A seguito del ritorno al governo dell’anziano Giolitti, infatti, avvenuto nel giugno 1920, l’atteggiamento del Regno nei confronti della autoproclamata Reggenza Italiana del Carnaro si fece più deciso; la risposta (dal sapore di un avvertimento) alla “Santa Entrata” operata da D’Annunzio, del tutto ufficiale, fu data il 12 novembre, quando Italia e Jugoslavia firmarono il Trattato di Rapallo, che decretava Fiume libera e indipendente, previa l’istituzione di un’Assemblea Costituente legittimata dai paesi contraenti.

Passarono pochi giorni ed ebbe luogo quello che lo stesso D’Annunzio celebrò come “il Natale di sangue”, ovvero l’epilogo di una vicenda delicata quanto complessa che aveva attirato l’attenzione internazionale. Il 24 dicembre, Vigilia di Natale, la Andrea Doria bombardò Fiume costringendo alla resa in meno di una settimana il corpo d’occupazione ritenuto illegittimo. Il 31 dicembre, proprio a Capodanno, fu redatta la Carta che sanciva la città di Fiume “Stato libero e autonomo” e la sottoponeva al controllo dell’esercito italiano.
In conclusione, una curiosità. Il nascente movimento dei Fasci di Combattimento, con una nota, condannò l’azione dell’esercito regio giudicandola arbitraria e inopportuna. Solo un unico dirigente si dissociò, dichiarandosi contrario alla stesura del documento : Benito Mussolini.

Crescono le partite Iva

MODULISTICA CONTRIBUTI F24 F 24 SEMPLIFICATO MODELLO DI PAGAMENTO UNIFICATO TASSE

La distribuzione per natura giuridica mostra che il 72,3% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 21,6% da società di capitali, il 3,2% da società di persone; la quota dei “non residenti” ed “altre forme giuridiche” rappresenta complessivamente il 2,5% del totale delle nuove aperture. Rispetto al terzo trimestre del 2018, le persone fisiche evidenziano un apprezzabile aumento (+8,3%), dovuto in particolare alle nuove adesioni al regime forfetario: nel periodo in esame 49.171 nuovi avvianti hanno aderito al regime (48,4% del totale delle nuove aperture), con  un aumento del 30,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le forme societarie accusano invece un calo: -3,6% per le società di capitali e -4,9% per le società di persone. Da segnalare inoltre il notevole aumento delle aperture da parte di soggetti non residenti (+44%), come già rilevato in altri trimestri, legato allo sviluppo della web economy. In relazione alla ripartizione territoriale, il 44,3% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 22,1% al Centro e il 33,2% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente evidenzia che i principali incrementi di avviamenti sono avvenuti in Piemonte (+16,2%), in Lombardia (+11,5%) e in provincia di Bolzano (+11,2%). Le diminuzioni più consistenti in Valle d’Aosta (-19,7%), Calabria (-3,6%) e Sardegna (-3%).

Guardando poi alla classificazione del settore produttivo, il commercio registra, come di consueto, il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 20,5% del totale, seguito dalle attività professionali (16,1%) e dalle costruzioni (9,2%). Rispetto al terzo trimestre del 2018, tra i settori principali i maggiori aumenti si segnalano nell’istruzione (+21,2%), nelle attività professionali (+16,2%) e nei servizi d’informazione (+13,6%). L’unico ambito in flessione è la sanità (-5,8%). Per quanto riguarda le persone fisiche, la suddivisione di genere mostra una sostanziale stabilità (maschi al 62,7%). Il 46% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni ed il 32% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, si notano incrementi di aperture crescenti all’aumentare dell’età degli avvianti: dal +17,1% della classe più anziana al +5,9% della più giovane.

Dal Governo primi fondi per Venezia

Mose

Il Consiglio dei ministri ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza su tutto il territorio comunale colpito dagli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati a partire da mercoledì 12 novembre. Il Consiglio dei ministri ha previsto, nelle more della definizione e quantificazione dei danni, un primo stanziamento di 20 milioni di euro per la città lagunare.

Servono “scelte di politica economica coraggiosa che questo Governo sta già mettendo in campo con il decreto clima – ha detto il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, in riferimento all’emergenza acqua alta a Venezia – Quando si capirà che l’unica grande sfida che tutti insieme dobbiamo affrontare è quella contro i cambiamenti climatici? Quando si riuscirà a fare fronte comune per combattere l’unica grande emergenza che mette in pericolo le nostre vite e quelle delle generazioni future? Dopo Matera patrimonio mondiale dell’Unesco sommersa dall’acqua – ha continuato Costa – un altro sito Unesco, Venezia e la sua laguna, ne è devastata. Già nel prossimo Cdm valuteremo gli interventi necessari e urgenti. Ma è tempo di agire subito contro i cambiamenti climatici, con scelte di politica economica coraggiosa che questo governo sta già mettendo in campo con il decreto clima, le misure previste nella legge di bilancio e nel collegato ambientale, il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, in un’ottica più ampia di azioni efficaci di contrasto e adattamento ai cambiamenti climatici”.

Il titolare dell’Ambiente ha infine sottolineato come nell’ultimo Report dell’Ipcc (2018) gli scienziati abbiano messo in evidenza la tropicalizzazione dei fenomeni meteorologici che il Mediterraneo sta subendo. “E’ giunto il momento di lavorare tutti insieme, per arginarne gli effetti e contrastare il climate change – ha detto Costa -. Per questo, bisogna avere il coraggio di osare e di andare oltre i propri steccati. Dobbiamo salvare Venezia”.

 

Inquinamento e nascituri

Una ricerca ha evidenziato come anche nella pancia della mamma arrivi l’inquinamento.

Esaminado campioni della placenta di 23 donne, 10 che avevano partorito a termine e le altre prima del termine. Con una tecnica particolare, che prevede di illuminare il tessuto con il laser e rendere fluorescenti le sostanze con una particolare lunghezza d’onda, hanno individuato le particelle composte da carbone in tutti i campioni di tessuto esaminate.

Nelle donne che durante la gravidanza erano state esposte a più alti livelli di inquinamento, per la zona in cui abitavano, le particelle erano però in media circa il doppio di quelle che abitavano in zone con aria più pulita.

Il risultato dimostra per ora semplicemente che particelle di questa natura possono essere trasportate attraverso la circolazione sanguigna e che sono in grado di attraversare la placenta e raggiungere il lato rivolto verso il feto.

Popolari, una buona e realistica ripartenza.

Un incontro importante e costruttivo quello convocato dal Presidente dell’Associazione Popolari Pier Luigi Castagnetti presso l’iStituto Sturzo a Roma. Un confronto aperto e senza titubanze introdotto dallo stesso Castagnetti che ha immediatamente posto il tema, peraltro molto discusso in questa fase politica e mediatica, sulla presunta “irrilevanza” politica e culturale dei cattolici nella vita pubblica del nostro paese. E, di conseguenza, su come ridare slancio, vigore e qualità alla presenza attiva del cattolicesimo democratico e del cattolicesimo politico nell’attuale fase storica. Ora, al di là del dibattito ricco e plurale allo Sturzo, a cui hanno partecipato anche il Ministro Dario Franceschini e molti esponenti di primo piano del popolarismo italiano, sono emersi alcuni elementi chiari ed oggettivi. 

Innanzitutto, ed è stato ribadito con forza e convinzione, l’inopportunità di dar vita, oggi, ad un “partito cattolico” o ad un “partito popolare di ispirazione cristiana”. Mancano le condizioni storiche, politiche e forse anche organizzative per avventurarsi in un cammino del genere. Una ipotesi, comunque sia, che resta sul tappeto e che non si può pregiudizialmente negare per un futuro che oggi, però, non si intravede. Questo, al contempo, non significa affatto non prendere in seria considerazione il dibattito – che è presente e sarebbe inutile negarlo – attorno ad una rinnovata presenza politica dei cattolici democratici e popolari nel nostro paese. Un dibattito che campeggia non solo nell’area cattolica italiana, seppur frastagliata e molto frammentata, ma nello stesso mondo laico. E’ appena sufficiente ricordare la grande attenzione che i grandi organi di informazione riservano al tema del centro, dei cattolici e dei popolari nell’attuale fase politica italiana. 

In secondo luogo è emersa la necessità di ridare voce e qualità alla cultura cattolico popolare. Attraverso vari strumenti: dalla ripartenza, seppur online, della gloriosa testata del Popolo a convegni di formazione e di approfondimento sui capisaldi della nostra identità storica ed ideale. Momenti che possono e debbono essere fortemente aggreganti per il “nostro mondo” ma aperti, comunque, al confronto e al dialogo con altri spezzoni della galassia cattolica italiana che mai come in questo momento sentono la necessità di ridare voce e rappresentanza a settori della società che si sono progressivamente allontanati dalla politica e, in misura più marcata, dai partiti. Anche dai partiti di riferimento. 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, nel dibattito si è richiamata la necessità di ricreare una sorta di unità politica, culturale e forse anche organizzativa dei vari spezzoni riconducibili al cattolicesimo democratico e popolare che si riconoscono nel campo del centro sinistra alternativi al sovranismo e alla destra. Una unità che, stando alle forze che sono realisticamente in campo, non possono che guardare con forte interesse al Partito democratico, purché confermi la sua natura “plurale” tesa alla valorizzazione delle culture politiche fondanti quell’esperienza. 

Insomma, l’incontro all’Istituto Sturzo ha aperto, forse, una pagina nuova nella storia travagliata e sofferta ma sempre entusiasmante del cattolicesimo democratico e popolare nel nostro paese. E proprio Castagnetti, l’ultimo segretario nazionale del Ppi, può ancora giocare un ruolo decisivo e fondamentale in questa azione di ricomposizione politica, culturale ed anche organizzativa di una esperienza che, comunque sia, continua ad essere tuttora importante per il futuro e la stessa qualità della democrazia italiana. 

“Die Mauer”. Il Muro, simbolo tragico di un’epoca al tramonto

Nel novembre del 1989 cadeva il Muro di Berlino che da 37 anni divideva non solo la città e la Germania dell’est e dell’ovest, ma l’Europa. Il sistema sovietico dominante nei paesi dell’est Europa era stato già messo i discussione nel ’56 in Ungheria e nel ‘68 dalla Primavera di Dubcek, ma tutto si era sempre risolto in una durissima repressione. Sollecitata da questi fatti, da matricola all’università La Sapienza organizzai una manifestazione per Jan Palach, lo studente  praghese mio coetaneo che si fece bruciare nella piazza San Venceslao.

Poi venne il tempo di Solidarność, nella simbolica Danzicaść guidata da Lech Walesa e la grande speranza alimentata da Giovanni Paolo II, oggi quasi dimenticato nelle celebrazioni del trentesimo anniversario. Eppure lo stesso Mikhail Gorbaćëv disse di lui nel 1979, dopo la sua storica visita in Vaticano: “Tutto ciò che è successo nell’Europa orientale non sarebbe stato possibile senza la presenza di questo Papa, senza il grande ruolo, anche politico, che lui ha saputo giocare sulla scena mondiale”. 

Un Papa che aveva messo in guardia dai rischi che al vuoto del comunismo (che aveva sofferto personalmente a Cracovia) si sostituisse il materialismo e il consumismo e che invitava a dare pari dignità ai “due polmoni“ dell’Europa sulla base di valori  comuni, fondati sulla libertà e dignità della persona umana. Una profezia che aveva capito quali potevano essere i rischi di una unione egemonizzata dall’ovest o solo utilitaristica. 

 

Credo possa interessarvi l’articolo che pubblicai sul settimanale “La Discussione” proprio nel dicembre dell’89, di ritorno da Berlino dove ero stata  con una delegazione di deputati italiani. È una sorta di resoconto degli avvenimenti, delle reazioni e delle analisi di quei giorni che hanno cambiato l’Europa e il mondo.

***

Il Natale in Germania vedrà intanto una prima, capillare riunificazione: quella di migliaia di famiglie, che si ritroveranno al di qua e al di la del muro di Berlino, intorno ad abeti e Presepi, in un’intimità che sognavano da quasi trent’anni. La nuova fase che si è aperta nella difficile convivenza tra le due Berlino, ha avuto una sua eloquente sottolineatura domenica scorsa scorsa, nel mercatino di Natale della zona ovest, dove hanno passeggiato a braccetto i due sindaci Krack e Momper.

Di ritorno dalla Germania dopo una breve visita con una delegazione della Commissione Cultura della Camera, cerco di fare ordine tra le impressioni, le testimonianze, i segni quotidiani raccolti in pochi giorni. Pochi giorni? Ma tutto è successo in quei giorni.

Martedì 5 dicembre: l`intero gruppo dirigente del Partito comunista di Berlino Est è agli arresti domiciliari, compreso l’ex-segretario generale e Presidente del Consiglio di Stato Honecker mentre si sono dimessi il Procuratore generale e il suo vice. Accusa: corruzione. Il giorno prima centocinquantamila persone avevano dimostrato a Lipsia e sessantamila a Karl-Marx-Stadt dove si è chiesto tra l’altro il ripristino dell’antico nome della città, Chemnitz.

Mercoledì 6: è arrestato a Berlino ovest il principale artefice della gigantesca frode valutaria del Governo della Germania Est, Schalck-Golodkowski, mentre il vicepresidente del Consiglio italiano Martelli, in visita ufficiale, non sa più chi potrà incontrare a Berlino est, oltre i rappresentanti dei gruppi di opposizione.

Giovedì 7: di fronte a vere insurrezioni popolari, il Capo del Governo Modrow rivolge un appello alla moderazione, mentre su invito delle Chiese evangelica e cattolica si tiene a Berlino est il primo incontro tra i partiti ufficiali e i rappresentanti dei gruppi di opposizione (14 a 15). Si è parlato di riforma costituzionale della nuova legge elettorale, di libertà di stampa.

Venerdì 8: alle 19 comincia il Congresso straordinario della Sed, il Pc tedesco-orientale, per rilanciare «un partito socialista radicalmente nuovo», e per valutare la possibilità di «strutture confederative» tra le due Germanie, riprendendo in sostanza il piano Kohl sia pur affermando che la Germania dell‘est «non sarà venduta» all‘altra Germania. Intanto a Strasburgo il Consiglio europeo trova un accordo che resterà nella storia: «la Cee punta ad una pace europea nella quale il popolo tedesco ritrovi la sua unità attraverso una libera determinazione».

Sabato 9: viene eletto nuovo segretario della Sed Gregor Gysi, un “riformatore”, ma il congresso riprenderà il 16 dicembre per approvare, tra l’altro, il nuovo nome del Partito: tra le tre ipotesi in votazione la parola “comunista” è comunque scomparsa. Viene la domanda, un po’ malizosa: ma il Partito comunista italiano non rischia di rimanere tra poco il partito comunista «ombra»?

Mentre queste ed altre cose succedevano, abbiamo incontrato membri del Governo federale, parlamentari del Bundestag, l’”assessore” alla cultura di Berlino ovest, la senatrice dell’Spd Martini, nonchè la nostra rappresentanza diplomatica a Bonn e a Berlino ovest.

Da tutti, con accenti e preoccupazioni diverse, un monito: la divisione europea, dopo la guerra, è avvenuta in Germania: “la caduta del muro di Berlino è quindi un problema europeo, non solo tedesco” – ci ha dichiarato la senatrice Martini, raccontandoci come, giorno dopo giorno, le due Berlino imparino a collaborare, pur nella particolarità di questa città divisa in due, ma con la parte occidentale ripartita tra le quattro potenze alleate, e con una municipalità speciale, che si trova ad avere come interlocutori i ministri della Germania orientale, più che il borgomastro di Berlino est, e che da queste parti deve fare i conti con il Governo di Bonn o la Conferenza dei ministri degli undici Laender.

Con praticità tutta femminile, la Martini ha avviato iniziative di cooperazione culturale, sulla meno conflittuale (e più urgente) dimensione quotidiana dei problemi, aperti dalla possibilità per i berlinesi dell`est di accedere nell’altra metà della città. E cosi veniamo a sapere che Berlino ovest offre a questi cittadini «poveri» di assistere agli spettacoli e ai concerti a costi sociali, concede loro metropolitana e autobus gratuiti, e da quando si è aperto il varco il Bundestag “regala” ad ogni concittadino orientale 150 marchi (circa 75 mila lire) da spendere fino a dicembre nei negozi di Berlino.

Ma dal  primo gennaio sarà possibile anche per i tedeschi dell’Ovest recarsi oltre il muro e ,in base agli accordi,i cittadini dell’est potranno ottenere al cambio ufficiale l’equivalente di 200 marchi della Repubblica Federale all’anno. Cosi sono allo studio una serie di misure per consentire ai tedeschi orientali di accedere alle manifestazioni culturali e ai negozi di Berlino ovest, ma cercando di non desertificare la parte orientale della città. Un esempio: Berlino est ha offerto (dietro lauto affitto) di ospitare per un anno i concerti programmati dalla Filarmonica di Berlino ovest, chiusa a causa di lavori.

Così è nata la decisione del ministero degli Affari culturali della Germania dell‘Est e della municipalità di Berlino ovest di chiedere all’Unesco di considerare l’intera città zona particolare di intervento, come “eredità culturale mondiale”.

Le sue parole trovano una diretta conferma nel clima che si respira a Berlino: nel pomeriggio del sabato il centro è quasi vuoto, mentre ha ripreso a vivere l’antico centro di Berlino, quello presso la Porta di Brandeburgo, oggi visibile solo da un’altana in legno, innalzata al di qua del muro. Fiumi di persone e di macchine corrono incessantemente lungo il muro, si affollano in code lunghissime ai cancelli aperti del «Charlie check point”. Le due Berlino sono visibili nelle espressioni “I berlinesi dell‘Est – dice la guida – si sono come “illuminati”, ma quando vedono quello che offre la parte ovest, si sentono traditi”), nell’abbigliamento, nelle piccole, fumose Trabant, ancora a miscela, che ospitano intere famiglie dall’aria un po’ stupita e un po’ trionfante.

Un traffico inedito, a Berlino, che dura da quel fatidico 9 novembre. Un giorno, un mese e un anno destinati ad entrare nella storta d’Europa e del mondo, per quell’estrema, dilaniante simbolicità del muro. “Die Mauer”, come viene chiamato qui.

Forse per questo, la sera tardi piccoli gruppi di persone sostano intorno a qualcuno, giovane o anziano, che con determinazione e foga, armato di martello e scalpello, strappa pezzetti di cemento, fino a ottenere spiragli da cui si vedono garitte ormai vuote e riflettori immobili. E mentre ricevo dei «pezzetti» del muro di Berlino da un distinto signore dai capelli bianchi, tutto rosso per lo sforzo e la gioia della sua opera di demolizione, mi sembrano ancora più assurde e inaccettabili le tante croci bianche allineate davanti al muro.

L’ultima vittima è un ragazzo di vent’anni, caduto otto mesi prima del crollo di quello che ormai si rivelava sempre più il simulacro di una finzione. “Il muro era già trasparente – ci ha confermato il sottosegretario agli Interni Carl Dieter Sgranger, responsabile per l’editoria e il sistema radiotelevisivo della Rft – perché nonostante il divieto emanato quindici anni fa dalle autorità della Germania dell’est, nella maggior parte delle case vi sono antenne nascoste, che consentono di ricevere i programmi radiofonici e televisivi deIl’Ovest”.

Solo alcune zone della Ddr, fuori del raggio di ricezione, ne sono escluse e vengono chiamate “le valli degli ignoranti”. Ma ormai anche in queste valli si consuma la catastrofe del comunismo europeo, che accomuna Berlino a Varsavia, a Praga, a Budapest, a Sofia, alle repubbliche sovietiche e che finalmente comincia a contagiare la Romania, come ha scritto anche su queste pagine lo scrittore e profugo rumeno Grigore Arbore.

“Quest’anno si celebrano i duemila anni dalla fondazione della “romana” Bonn, il bicentenario della rivoluzione francese, i cinquant’anni dall’inizio della guerra, i quarant’anni dell’esistenza delle due Germanie, ci aveva ricordato a Bonn il sottosegretario alla Formazione e Scienza del Bundestag, Norbert Lammert, della Cdu. E ha commentato: «In futuro si celebrerà il 1989, come cesura storica, che ha visto in pochi mesi una radicale evoluzione dell’Europa orientale”.

Un giudizio molto preciso è venuto da lui sulla particolare questione della “riunificazione”, quell’attrazione fatale come l’ha definita Massimo Nava sul “Corriere della Sera” – cui nessun tedesco può sottrarsi. «Nessun paese della Cee più della Germania – ha affermato Lammert – è colpito dallo sviluppo e dalla trasformazione in atto all’Est».

Molti “vicini” temono che la Germania federale perderà, per questo, interesse al processo di integrazione europea o individuerà nuove priorità nei suoi orientamenti? “Si tratta di preoccupazioni comprensibili ma infondate – ha replicato – che non corrispondono né alle nostre convinzioni né ai nostri interessi”. E ha ricordato che senza il coinvolgimento della Germania occidentale nella Cee e nella Nato,queste non si sarebbero sviluppate come sono, ma anche che lo sviluppo della Germania Federale non ci sarebbe stato senza l’attrazione esercitata dalla Comunità in senso democratico.

Proprio perché la comunità non è solo Mercato unico, ma è comunità di popoli liberi, ha per obiettivo la garanzia della libertà dei cittadini e il loro diritto all’autodeterminazione”.

Ecco tornare, nelle parole di Lammert, non solo il decimo punto del “decalogo” di Kohl, ma anche la dichiarazione comune dei Paesi Nato, in giugno, a favore dello stato di pace in Europa, “dove il popolo tedesco possa ritrovare l‘unità in base all’autodeterminazione”.

Alla vigilia del Consiglio Europeo, Lammert si augurava che questa posizione dei paesi occidentali non fosse comune solo perché la questione non era ancora di attualità. Per fugare sospetti di revanscismo germanico, Lammert ha affermato con forza che “la cosiddetta questione tedesca non è nè più né meno che la forma in cui potrà sfociare la questione europea, e dunque potrà essere risolta in Europa e con l’Europa”.

Ricordato come non ci sia un paese in Europa che, attraverso amare esperienze, sia diventato più europeista della Germania, Norbert Lammert ci ha rivolto un appello: “Aiutateci! Se nascese qui l’impressione che l’Occidente non ci riconosce più il diritto all’autodeterminazione, quando questo da teorico diventa pratico, inevitabilmente – anche in condizioni democratiche – l’idea dello Stato nazionale si porrebbe in concorrenza con la costruzione europea”.

In volo da Berlino a Roma, con ancora negli occhi la porta di Brandeburgo chiusa dal Mauer, la Kurfursendamm scintillante di vetrine natalizie, il grattacielo dell’Europa Center, la sagoma un po’ sinistra del Reichstag, la speranza e l’eccitazione impressa sui visi dei berlinesi, capisco che questa sarà l’esaltante stagione politica che dovrà vivere la mia generazione.

E non sono certa che sarà meno difficile dell’“epoca del Muro”.

 

A Firenze sabato e domenica il Forum di Etica civile

Si tiene a Firenze sabato e domenica prossimi, 16-17 novembre, la terza edizione del Forum di Etica civile, evento nazionale promosso da un’ampia rete di soggetti, tra cui Aggiornamenti Sociali.

«Verso un patto tra generazioni: un presente giusto per tutti»: questo il titolo della due-giorni che, come avvenuto già nelle precedenti edizioni, sarà il momento culminante di un percorso iniziato diversi mesi fa e tuttora in corso, che sta coinvolgendo varie realtà e territori del Paese.

L’evento – a cui è stata conferita la Medaglia del Presidente della Repubblica – vedrà gli interventi, tra gli altri, di Alessandro Rosina (docente di Demografia, Università Cattolica di Milano), Benedetta Tobagi (giornalista e scrittrice), Erio Castellucci (arcivescovo-abate di Modena-Nonantola, teologo), Enrico Giovannini (Portavoce Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, docente di Statistica economica, Università di Roma “Tor Vergata”), Marco Tarquinio (giornalista, direttore di Avvenire), oltre ad ampi spazi di approfondimento tematico in gruppi di lavoro. Alla sera del sabato, uno spettacolo di teatro civile promosso dall’Associazione Pop Economix. Qui il programma completo.

Pur in «un tempo complesso e ricco di tensioni», si legge nelle “Premesse” elaborate dai promotori, «scopriamo importanti segnali di speranza, vere potenzialità di cambiamento rispetto a quegli elementi di ingiustizia che pure segnano profondamente il presente e le vite di chi lo abita». Tra questi, «la forza della cittadinanza responsabile, l’emergere incipiente di una soggettività giovanile attenta al bene comune, la vivacità di un’economia civile, responsabile e circolare, l’azione di tante città – e reti di città – per l’ambiente, l’accoglienza, l’educazione, il recupero e la valorizzazione delle periferie, attraverso reali percorsi partecipativi ed inclusivi».

Sono proprio questi segni di speranza, proseguono i promotori, «che ci impegnano ad andare oltre, sostenendoli e condividendoli in un rinnovato patto intergenerazionale. I cambiamenti in atto, infatti, vanno governati con una politica lungimirante, per la positiva crescita di una città abitabile per tutti: uomini e donne; bambini, giovani, adulti ed anziani».

Il Forum – che si terrà presso l’Auditorium Sant’Apollonia (Via San Gallo 25, Firenze) e sarà trasmesso in diretta streaming dal sito – si concluderà con la sottoscrizione e la pubblicazione di un “Patto”. La partecipazione è gratuita previa iscrizione compilando l’apposito modulo sul sito del Forum.

 

Madrid, 11/11/2019

Articolo pubblicato dalla rivista il Mulino a firma di Alfonso Botti

I risultati delle elezioni in Spagna. È andata esattamente come previsto: dai sondaggi dell’estate, che per quanto riguarda la governabilità avevano previsto lo stallo, a quelli dell’ultimo mese sui risultati delle varie forze politiche, fatta eccezione per le dimensioni del successo di Vox e il crollo di Ciudadanos. Un esito dunque scontato, un voto inutile, un regalo alla destra estrema. Facendo il confronto con i risultati delle elezioni politiche del 28 aprile scorso, il voto del 10 novembre ha assegnato al Psoe 120 deputati con il 28% dei voti (ne aveva 123 pari al 28,6% dei voti), a Unidas Podemos e ai suoi alleati 35 deputati  con il 12,8% dei voti (ne aveva 42, pari al 14,3%), non compensati dai 3 seggi ottenuti da Más País di Iñigo Errejón, nato da una costola di Podemos. Il Pp che ne aveva 66, pari al 16,6% dei voti, ne ha ottenuti 88 con il 20,8% dei voti, a scapito di Ciudadanos che di seggi ne ha persi 47, crollando anche in percentuale dal 15,8 al 6,8%. Allarmante il successo di Vox che in termini percentuali è passato dal 10,2 al 15,1%, più che duplicando i propri seggi, passati da 24 a 52. I partiti nazionalisti e regionalisti hanno ottenuto ovunque buoni risultati. Nei Paesi baschi il Pnv ha eletto 7 deputati (ne aveva 6), Bildu 5 (ne aveva 4). In Catalogna alla flessione della storica formazione di Erc, che ha ottenuto 13 seggi (ne aveva 15), ha corrisposto la conquista di 2 seggi da parte del nazionalismo radicale e di classe della Cup (non presente alla precedente elezione) e l’incremento di un seggio delle forze nazionaliste di centro-destra, JxCat che ha eletto 8 deputati (ne aveva 7).

L’affluenza, che era stata del 75,7% il 28 aprile, è scesa al 69,8%. Segno evidente della stanchezza dell’elettorato e della delusione per la mancata formazione di un governo. L’astensionismo ha colpito più gli elettori delusi dalla sinistra, mentre l’elettorato di destra ha disertato meno le urne. Percentuali e seggi non rivelano adeguatamente gli spostamenti reali in termini di voti. Di fatto Psoe e Up hanno perso circa 1,5 milioni di consensi, dei quali solo i 554 mila di Más País sono rimasti a sinistra, mentre il Pp e Vox ne hanno guadagnati rispettivamente 662 e 962 mila, strappandoli a Ciudadanos, che comunque ha perso per strada 2,5 milioni di voti.

Complessivamente considerate le forze di sinistra (Psoe, Unidas Podemos con i suoi alleati e Más País) hanno ottenuto il 42,9% dei voti e 158 deputati, (avevano il 43,6% e 166 deputati), mentre le destre hanno ottenuto il 43,1% dei voti e 152 deputati (avevano il 43,2% e 149 deputati). Ma se le sinistre nel loro complesso dopo le elezioni del 28 aprile avevano bisogno di 10 voti per arrivare alla maggioranza di 176, ora avranno bisogno di trovarne 18.

Qui l’articolo completo 

Don Cosimo Schena: “Vivo di Te”

Non si ferma più don Cosimo Schena. Dopo il grande successo delle sue ultime raccolte di poesie e musica che lo hanno consacrato nuova stella delle piattaforme musicali, il sacerdote pugliese ritorna con un nuovo album di poesie inedite, di sua composizione.

Oggi uscirà infatti “Vivo di Te”, la sua nuova raccolta di poesie musicate che si potrà ascoltare su tutte le maggiori piattaforme musicali.

Poco più di un anno fa la brillante idea di pubblicare tutte le sue composizioni poetiche in formato audio e interpretarle personalmente accompagnate da suggestivi sottofondi musicali.

Subito l’idea è stata apprezzata dal pubblico che ha cominciato a seguirlo in rete grazie alle varie piattaforme musicali, da Spotify a iTunes passando per YouTube.

I suoi brani hanno avuto un’impennata di ascolti e i fans lo hanno ribattezzato “Il poeta dell’Amore”, tanto che la stampa a livello nazionale ha cominciato ad occuparsi della sua storia.

Messaggi d’amore

Il tema predominante delle sue composizioni, infatti, è l’amore: un amore universale che parte da Dio per arrivare a tutti coloro che hanno ancora la voglia di scommettere su questo sentimento.

“Vorrei che il mio messaggio d’amore arrivi anche a coloro che vivono o si sentono in preda alla solitudine, a tutti quelli che hanno perso il senso della speranza e della vita” dichiara don Cosimo commentando l’uscita del nuovo album. E aggiunge: “Le poesie nascono da momenti di preghiera e di storie di gente che incontro e che mi racconta la propria vita”.

La raccolta

“Vivo di Te” di don Cosimo Schena contiene cinque poesie, registrate in entrambe le versioni: con musica e senza. I titoli sono: Vivo di Te, Ci prenderemo per mano, Sei qui con me, Sopra le nuvole e Spero che ritorni.

A giugno è uscito anche un libro di poesie di don Cosimo.

Il sacerdote poeta svolge il suo ministero spirituale a Mesagne, in provincia di Brindisi e tutto il ricavato delle sue opere lo devolve in beneficienza per aiutare le famiglie più bisognose.

Dalla poesia “Ci prenderemo per mano”

Ci prenderemo per mano

Affinché il vento

Ci spinga da una parte all’altra

E ci faccia ritornare il Sorriso

rideremo

Si rideremo

Sul dolore passato

Saremo con il fiatone

Ma felici

Valle d’Aosta, il Celva lancia il progetto “Pour les Femmes”

Dotare i Comuni valdostani, che ne sono ancora sprovvisti, di una panchina rossa, e rilanciare sull’intero territorio un percorso di sensibilizzazione che coinvolga amministratori e cittadini nella lotta alla violenza sulle donne. Sono questi gli obiettivi del progetto “Pour les femmes”, voluto dal Celva, il Consorzio degli enti locali della Valle d’Aosta, con l’Associazione Donne Latino-Americane Valle d’Aosta Uniendo Raices Onlus, promosso nell’ambito delle iniziative organizzate, a livello regionale, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e che ricorre il prossimo 25 novembre. L’iniziativa può contare sulla stretta collaborazione con l’Assessorato all’Istruzione, Università, Ricerca e Politiche giovanili della Regione autonoma Valle d’Aosta, l’Ufficio della Consigliera regionale di Parità, gli Stati generali delle Donne e gli Stati generali delle Donne Valle d’Aosta e trae ispirazione da analoghe iniziative già promosse a livello nazionale.

Franco Manes, presidente del Celva ha dichiarato: “Vista l’importanza del tema, Pour les femmes è un progetto che abbiamo voluto in maniera unitaria, organizzata e partecipativa, e che coinvolgerà tutti i 74 Consigli comunali e i cittadini dei territori”. Il progetto si svolgerà in due fasi: “Nei prossimi giorni – prosegue Manes – forniremo ai nostri amministratori locali tutto il necessario per dipingere di rosso una panchina che, nei singoli Comuni, ricorderà l’importanza di mantenere alta l’attenzione sul contrasto alla violenza contro le donne e, in senso lato, contro tutte le forme di violenza di genere. La panchina è sia un elemento fisico, sia simbolico nell’educazione verso un tema che non può essere né nascosto, né sottovalutato. L’iniziativa di sensibilizzazione sarà allargata alle generazioni più giovani, coinvolte direttamente, nella seconda fase del percorso, in appuntamenti formativi ai quali potranno prendere parte, oltre agli amministratori, anche le associazioni di volontariato”.

La polmonite uccide un bambino ogni 39 secondi

Lo scorso anno la polmonite ha ucciso più di 800.000 neonati e bambini piccoli. In un rapporto su quella che hanno definito “un’epidemia dimenticata”, il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia Unicef, la charity internazionale Save The Children e altre quattro agenzie per la salute globale hanno esortato i governi a incrementare gli investimenti in vaccini per prevenire la malattia e in servizi sanitari e farmaci per curarla.

Le sue vittime devono combattere per respirare perché i loro polmoni si riempiono di pus e liquido. La malattia può essere prevenuta con i vaccini e trattata con antibiotici e – in casi gravi – con ossigeno, ma nei Paesi più poveri, l’accesso a tutto questo spesso è limitato.

Secondo il rapporto, la polmonite causa il 15% dei decessi in bambini di età inferiore a 5 anni, ma rappresenta solo il 3% della spesa in ricerca sulle malattie infettive, restando molto indietro rispetto ad altre patologie come la malaria.

L’argine anti-Salvini richiede una nuova politica economica

L’intento espresso da Lucio D’Ubaldo, nell’articolo pubblicato ieri (https://ildomaniditalia.eu/se-il-centro-moderato-organizza-largine-anti-salvini/), di sottolineare e incoraggiare un processo politico nella componente ex democristiana del centrodestra, è senz’altro condivisibile. Senz’altro è auspicabile che alla fine si allarghi, nelle forze di centro, questo argine a Salvini nei palazzi della politica.

Ma l’argine reale a Salvini implica il cambio deciso delle politiche economiche. Questo purtroppo non sta avvenendo con l’attuale governo. Nulla infatti ha sinora ottenuto dall’Ue, se non un platonico riconoscimento di amicizia. E il semplice abbassamento dello spread, senza terapia d’urto fiscale, un grande piano di investimenti in deficit per lavoro, sviluppo sostenibile e coesione sociale, non genera la ripresa dei consumi e della crescita.

Questo immobilismo del Conte bis sul piano economico farà stravincere Salvini. Unito al fatto che il governo giallorosso manifesta nel contempo un clamoroso deficit di europeismo. Perché se fosse pro Europa, mentre impronta la propria manovra economica all’austerità che disintegra l’Ue, assumerebbe nel contempo una forte iniziativa nelle sedi comunitarie per la condivisione del debito e per un grande piano europeo per lo sviluppo sostenibile (come anche Enrico Giovannini, che molto più degnamente avrebbe potuto presiedere questo governo, propone di fare in un articolo oggi su La Stampa).

Ormai è chiaro che la situazione del Paese si sta avvitando su se stessa e che sempre più Salvini, e pure la Meloni, stanno suscitando attese che una volta al governo non saranno in grado di realizzare. E dalla conseguente delusione dell’elettorato non è detto che usciranno cose del tutto compatibili con la democrazia oppure con l’unità nazionale. Soprattutto a quelle cose bisognerebbe pensare di fare argine, prima che sia troppo tardi.

Parole di fondamentale importanza di fronte alla rinascita dell’antisemitismo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del direttore Andrea Monda

Le parole, fuori programma, pronunciate dal Papa all’udienza generale, hanno toccato il cuore del rabbino Abraham Skorka in visita alla redazione de «L’Osservatore Romano». «Questo commento, inaspettato e improvvisato, del Papa è di suprema importanza: rispecchia il suo profondo impegno nei confronti del popolo ebraico. Sono parole che suscitano in me grandi emozioni e un senso di gratitudine, ripensando anche alla lunga storia di incomprensioni tra la Chiesa e gli ebrei. Dopo tanti anni conosco il modo di pensare e di sentire del Papa e so che lui molto spesso parla e, come direbbe proprio lui, dice quello che viene dal profondo del cuore. Non è certo nuovo questo tipo di intervento da parte sua, ma non per questo non assume una grandissima importanza soprattutto in un momento storico come quello attuale».

Su questo aspetto dell’attualità il rabbino vuole soffermarsi, sottolineando la preoccupazione del Papa rispetto ai recenti segnali di una rinascita dell’antisemitismo. «Sono segnali molto preoccupanti, penso a quello che accade in Italia ma anche in tutto il mondo, perfino negli Usa. Se rivado indietro nella memoria mi accorgo che ogniqualvolta in passato sono apparsi segnali di questa rinascita, lo sviluppo e l’esito di questi segnali sono stati disastrosi, forieri di enormi sofferenze non solo per gli ebrei ma anche per altre popolazioni».

Perché questa rinascita proprio oggi? Conversando con il rabbino Skorka viene subito una prima risposta: la crisi economica, il senso di paura diffuso all’interno della società occidentale contemporanea. «Ma c’è qualcosa di più. Del resto l’antisemitismo ha più di duemila anni, e già il mondo greco e romano aveva problemi con gli ebrei. Di fatto gli ebrei sono sempre stati visti come “i colpevoli”. Anche l’antisemitismo nazista riprese dal passato questa idea della “colpa” dei giudei. C’è quella barzelletta, ebraica ovviamente (noi abbiamo sviluppato una capacità di sorridere anche sulle più grandi tragedie), che racconta di un nazista che parlando in pubblico dice che la causa di tutti i mali della società è dovuta alla presenza di due tipi di persone: gli ebrei e i ciclisti. E dal pubblico subito arriva la domanda: perché i ciclisti? Una barzelletta che rende efficacemente questo meccanismo logico della colpa degli ebrei».

La conversazione procede e sentiamo entrambi che è necessario approfondire, scavare dentro questa ferita che ancora sanguina nel cuore dell’umana convivenza.

«C’è una riflessione, nata dall’antropologia, che mi sembra convincente: anticamente gli uomini vivevano all’interno del sistema e della logica dell’orda. Tante orde contrapposte che si guerreggiavano. Non c’era il singolo ma l’orda. A questa condizione ha risposto, come contestazione e maturazione, la Bibbia ebraica, la storia di un Dio che chiama l’uomo alla sua responsabilità personale. Nasce la società degli uomini, non più dell’orda. E nasce però anche un’antitesi che ancora dura, fino ai nostri giorni, ogniqualvolta il sentimento dell’orda riprende forza. Il nazismo è stato questo: l’orda tedesca, con la contraddizione evidente che questo ha portato alla separazione e persecuzione degli ebrei che in realtà erano dei perfetti e fedeli cittadini tedeschi. Non era la Germania che si voleva esaltare, ma l’idea “ordalica” della Germania. Ci sono due modi diversi di vedere le cose: l’idea prima dell’uomo (pensiamo al platonismo) o l’uomo prima dell’idea (la Bibbia)».

Inevitabilmente amara la riflessione a cui insieme perveniamo: oggi lo scontro è tra due ideologie, quella della società dei consumi, che spinge verso l’individualismo estremo e la spinta opposta dell’orda, non della comunità di persone, che vuole sulla carta combattere questo individualismo ma è l’altra faccia della stessa medaglia, e finisce per calpestare la libertà e la dignità dell’individuo cercando sempre un capro espiatorio su cui riversare le tensioni e gli odi sociali. 

«Da qui l’importanza, straordinaria, delle parole di Papa Francesco», ripete commosso il rabbino Skorka rileggendo il testo della catechesi, «che ci ricorda che gli altri sono fratelli, e la persecuzione degli ebrei è un fatto “né umano, né cristiano”».

I giustizieri della giustizia

Si narra che un mugnaio di Potsdam, stanco delle angherie, della prepotenza e dei soprusi del Re di Prussia, avesse esclamato con ferma convinzione “ci sarà pure un giudice a Berlino!”

Nella democrazia post-moderna e bi-tri-partisan della par condicio, dello spoil system, della trasparenza e della privacy, delle mille tutele e delle pari opportunità di genere sembra che la giustizia venga invocata ad ogni angolo della strada.

Dal condominio ai luoghi di lavoro, dalle relazioni sentimentali alle dispute societarie, dall’etica sociale alle garanzie individuali emerge lo spaccato di un mondo attraversato da beghe, liti, odi, rancori, tensioni, dissidi, contenziosi, delazioni, veleni, rivendicazioni, ricorsi, denunce, querele, esposti, ipotesi di reato.

Tutti sono pervasi da un sacro furore giustizialista, nel lanciare accuse e nel proclamare la propria innocenza: la colpa si sa è sempre di qualcuno ma l’importante è non trovarsi mai dalla parte sbagliata.

C’è molta sincerità in tutto questo fervore ma c’è anche parecchia retorica, soprattutto se si tacitano i turbamenti della propria anima quando si riesce a trovare un capro espiatorio.

Le attenuanti valgono se ci riguardano, altrimenti ci vuole sempre una punizione esemplare.

Questa metafora della “lancia” e dello “scudo”, dell’attacco e della difesa sembra descrivere in modo appropriato un diffuso approccio alle vicende umane.

Parliamo naturalmente di giustizialismo come tendenza sociale pervasiva, non di quella giustizia esercitata nei luoghi istituzionalmente preposti.

Molte questioni che riguardano le nostre quotidiane relazioni potrebbero essere ricomposte senza bisogno di spedire raccomandate o di notificare citazioni.

Eppure gli uffici giudiziari sono soverchiati da un numero di cause crescente, c’è sempre qualcosa da rivendicare ma soprattutto ci preme di tacitare la nostra sete di verità specie se corrisponde alle nostre aspettative.

Abbassando la soglia della nostra tolleranza alziamo e dilatiamo i livelli di contenzioso: non c’è più speranza di ricomporre i dissidi e le diaspore della vita quotidiana in un pacato confronto basato sul buon senso e sulla misura del limite.

Chi ha sbagliato deve pagare: c’è più soddisfazione a veder punito in modo esemplare chi ci ha offeso piuttosto che ad attribuire alle cose la loro proporzionata dimensione.

Una società che pone la sanzione al vertice dei propri bisogni è una società giunta all’anticamera della disperazione.

Ma una società che invoca in continuazione l’autorità e chiede sempre di fare giustizia, che salta le procedure del confronto interlocutorio e le vie della mediazione per rivolgersi direttamente alla magistratura, che ingolfa le aule dei tribunali con diatribe di piccolo cabotaggio perchè vuole criminalizzare e punire piuttosto che redimere, correggere ed emendare è una società fondamentalmente debole, malata ed incapace di gestirsi, cui manca la capacità di dialogare oltre i più facili toni ultimativi né di metabolizzare un progetto condiviso.

Non ci si rende conto che attribuendo una valenza giudiziaria ai contesti anche banali della nostra quotidianità si alimenta la cultura del sospetto e dell’accusa e si sottrae impegno e tempo a chi è preposto ad occuparsi dei reati davvero rilevanti.

Non rende un gran servigio alla giustizia chi fa scempio di giustizialismo: chi cerca vendetta, invocando castighi e pene per tutte le azioni umane, della giustizia diventa anzi il suo carnefice, il suo più cieco giustiziere.

Agriturismo: Istat, nel 2018 in Italia 23.615 aziende autorizzate.

L’agricoltura è al centro di importanti cambiamenti che stanno modificando il tessuto socio-economico delle aree rurali. Uno dei motori di tale cambiamento è rappresentato dal settore agrituristico che innesta sulle tradizionali forme di conduzione economica una nuova ‘mentalità’ imprenditoriale, sensibile alla domanda di servizi e attenta alla tutela ambientale e paesaggistica.

La centralità di questo settore emerge dalle tendenze di medio/lungo periodo. Tra il 2007 e il 2018 la crescita delle aziende agrituristiche è stata superiore al 33%, con un saldo attivo di 5.895 aziende.
A livello territoriale tale andamento interessa soprattutto le aree del Nord-ovest (+56,3%) e le Isole (+34,9%) mentre al Nord-est il tasso di crescita è più contenuto (+25,7%)(2).

Nel 2018, su un totale di 7.960 comuni, sono 5.034 quelli che ospitano almeno un agriturismo (nel 2007 erano 4.259 su 8.101). Il numero medio di aziende agrituristiche per comune sale nel periodo da 4,2 a 4,7. Emerge dunque sia un aspetto ‘intensivo’, dato dalla crescita del numero complessivo di agriturismi, sia un aspetto ‘diffusivo’ dovuto alla maggiore articolazione a livello comunale.

I comuni con almeno 100 aziende agrituristiche sono 8 (Grosseto, Castelrotto, Appiano sulla strada del vino, Cortona Caldaro sulla strada del vino, Manciano, Assisi, San Gimignano).

Il numero di presenze negli agrituristi (numero di notti trascorse dai clienti) passa da 8,2 milioni del 2007 a circa 13,4 milioni nel 2018 (+5,2 milioni, pari a poco meno della popolazione della Campania).

Gli aumenti maggiori si registrano nel Nord-est (+2,4 milioni) e nel Centro (+1,6 milioni). Al Sud la regione più dinamica è la Puglia (+16,5%), nel Centro sono l’Umbria e il Lazio (+ 2%) mentre nel Nord-est la crescita maggiore si registra nel Veneto (+2,2%). Nel Nord-ovest, a un aumento del 2,2% della Lombardia si associa una flessione del 3,2% della Valle D’Aosta.

 

 

Ai blocchi di partenza“Archipelagos”, la prima piattaforma per le Pmi africane

Nell’ambito dell’African Investment Forum 2019 di Johannesburg, il lancio dell’iniziativa di Cdp coniugata al Piano per gli investimenti esterni della Commissione europea per la crescita del lavoro nei Paesi in via di sviluppo. Il programma, che sarà realizzato in partnership con l’African Development Bank (AfDB), ha come finalità la crescita dimensionale delle imprese africane, favorendo l’interconnessione con il mercato italiano ed europeo.

Il progetto si articolerà in due fasi: in un primo momento verranno selezionate le imprese a maggiore potenziale per accedere alle iniziative altamente qualificate di formazione manageriale, facilitando la creazione di una rete di rapporti di natura commerciale con l’Italia e con l’Europa. In un secondo step, le imprese più virtuose potranno avere accesso a fonti di finanziamento innovative come i Basket bond, recentemente lanciati in Italia da Cdp. Per Cassa depositi e prestiti si tratta in assoluto della prima garanzia ottenuta con accesso diretto alle risorse del bilancio dell’Unione europea. Cdp e AfDB svilupperanno strumenti finanziari innovativi dedicati alle migliori aziende selezionate nella piattaforma Archipelagos, anche grazie all’attivazione di 30 milioni di garanzie concessi dalla Commissione europea nell’ambito del Piano per gli investimenti esterni. Queste risorse permetteranno di mobilitare 150 milioni di investimenti pubblici e privati, potenzialmente undici Paesi africani, a supporto di oltre 1.500 Pmi locali, contribuendo alla creazione di 50.000 nuovi posti di lavoro, molti dei quali per i giovani.

Archipelagos contribuirà al raggiungimento di sei obiettivi di sviluppo sostenibile, primo tra tutti quello di porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo. Vi è poi quello legato alla volontà di “raggiungere la parità di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze”; la promozione di una “crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, con la piena occupazione e un lavoro dignitoso per tutti”; la promozione di “infrastrutture resilienti, industrializzazione sostenibile e innovazione”; la “riduzione delle disuguaglianze”; il rafforzamento “dei mezzi di attuazione degli obiettivi rinnovando il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile”.

Per quanto riguarda il Piano per gli investimenti esterni sappiamo che è stato proposto per la prima volta nel 2016 dal presidente Juncker e che è poi stato formalmente varato nel 2017 dando il via a centinaia di miliardi di investimenti in Europa. Adattato alle specificità dei Paesi partner in Africa e del vicinato dell’Ue, il Piano mira a promuovere la crescita inclusiva, la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo sostenibile, affrontando così alcune delle cause profonde dell’immigrazione irregolare. Il piano si articola in tre pilastri: quello finanziario, con il suo Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile per un valore di 4,1 miliardi di euro; l’assistenza tecnica per aiutare i beneficiari a sviluppare progetti finanziariamente bancabili e realizzabili; nonché il dialogo politico, per contribuire a migliorare il clima degli investimenti e il contesto imprenditoriale nei paesi partner.
L’accordo sui primi programmi di garanzia riguarda il pilastro finanziario dell’EIP; le istituzioni finanziarie ammissibili, utilizzeranno le garanzie dell’Ue per finanziare nuovi progetti di sviluppo e attirare ulteriori investimenti privati. Le garanzie di Bruxelles ridurranno alcuni rischi specifici d’investimento in progetti nei Paesi partner dell’Ue in Africa. Anche questo dato potrà contribuire a implementare gli investimenti privati in settori in cui l’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) da solo non sarebbe sufficiente ad avviare nuovi progetti.

Scuola: Il servizio di pulizie passa allo stato

Nuovo scossone nel mondo della scuola. Dove la nuova finanziaria prevede  che da gennaio il servizio di pulizie sarà gestito direttamente dallo Stato.

Infatti come previsto dalla legge di Bilancio 2019, dal 1° gennaio il servizio non sarà più svolto, come avviene ora, da dipendenti di aziende e cooperative esterne, ma da personale assunto direttamente dallo Stato.

Però rispetto agli attuali 16mila posti, la legge prevede la stabilizzazione di 11.263 lavoratori, creando quindi un esubero di 4.700 addetti circa.

I criteri scelti per selezionare gli 11mila che, assunti dallo Stato, potranno continuare a svolgere il proprio lavoro, sono essenzialmente tre: essere in possesso di un’anzianità di servizio, nel settore, di almeno dieci anni, di cui gli ultimi due continuativi; avere conseguito un diploma di scuola media; non avere carichi penali pendenti.

Tuttavia stando alle simulazioni effettuate dalle aziende e riportate in un dossier di Confcooperative, sarebbero almeno 7mila gli addetti non in possesso di questi requisiti.

Embrioni su misura

Un’azienda americana ha dato il via libera a una sperimentazione per offrire un test genetico per consentire di selezionare embrioni con minor rischio di malattie.

Il test genetico permette l’analisi del Dna dell’embrione, confrontandolo con quello dei genitori. Successivamente viene assegnato un punteggio che tiene conto del rischio di sviluppare undici tra le malattie più diffuse del mondo, da quelle cardiovascolari al diabete, passando per alcune forme di tumore. L’esame consente anche la misurazione dell’altezza probabile e del quoziente intellettivo.

Questo primo passo lascia però molto perplessi, perché sembra di rivedere l’inizio del  film Gattaca del 1997.

Se il centro moderato organizza l’argine anti-Salvini…

Qualche precauzione bisogna prenderla. C’è un’idea di centro, inteso come nuovo soggetto politico, che ruota attorno alla rivendicazione di un metodo semplificato. Si applica al partito in via di identificazione il principio di Occam: “A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”. In questo senso, di fronte alla disaffezione di un certo elettorato, si tende a equiparare le diverse istanze e a congetturare una risposta essenziale, quasi ridotta all’osso. Da essa si ricava che molti elettori, ancora riluttanti a manifestare appieno il loro pensiero, condividono identici fattori d’insoddisfazione e chiedono di conseguenza la perimetrazione di uno spazio autonomo: un’actio finium regundorum, con la quale in antico si provvedeva a tracciare il confine primigenio della città, tesa a totalizzare il momento dell’identità e dell’autoconservazione .

E dunque, a cosa dovrebbe servire tale nobile sussulto di autonomia? Qui la risposta sfuma e da semplice diventa eterea, senza la minima corporeità politica. Il concetto scivola nella tautologia, perché l’essere autonomo corrisponde all’essere indifferente, ben lungi da qualsiasi prospettiva di collaborazione con ipotetici interlocutori. Un partito anti-sinergico nella sua tetragona conformazione dottrinale dovrebbe pertanto esercitare un potere d’attrazione così robusto da rendere superflua ogni fatica a riguardo delle alleanze. Il centro non avrebbe bisogno che di se stesso, al punto di eliminare anche l’urgenza di un discrimine – chi rappresenta l’avversario da battere? – pur sempre incombente nella battaglia politica.

Da questo pregiudizio ambiguamente esibito muove la critica a una recente e per la verità non solitaria manifestazione di ricompattamento dell’area post-democristiana*. Eppure, nonostante la sensazione di un gioco al ralenti, con varie sigle allineate per fare un piccolo passo in avanti, una novità s’impone: dietro l’iniziativa di taglio neo-democristiano s’affaccia il netto distinguo dalla destra leghista. Non è ancora la ripresa del modello degasperiano, implicante la scelta preferenziale a sinistra come asse di riferimento politico, anche per espansione dell’ammonimento di Sturzo sulla necessità di separare i cattolici popolari dai cattolici conservatori – “fossili”, come lui li definiva; ma c’è l’assunzione della consapevolezza di quanto sia rischioso abbandonare il Paese nelle mani di Salvini, aprendo la strada all’avventura del sovranismo.

Non si può ignorare questa ritrovata volontà di stare in campo in funzione di un’autonomia che funge da baluardo all’offensiva di una destra pericolosa. Tanto più è importante, questa opzione dei centristi post-democristiani, quanto più la manovra di Salvini ora muove strumentalmente in direzione del dialogo con il PPE. Certo, ad altri sovviene, a conferma di una linea consolidata nella storia del cattolicesimo democratico, la suggestione di un’alleanza strategica con la sinistra. Sul punto rimane una significativa divergenza in seno alla galassia delle componenti che si richiamano alla politica d’ispirazione cristiana. Ciò non toglie che i segnali provenienti dal fronte dei democristiani ex berlusconiani meritino attenzione e rispetto. Oggi è tempo di ricomposizione, autentica e feconda, senza facili entusiasmi, ma senza neppure incongrue pregiudiziali

* Tra i sostenitori di questa operazione neo-democristiana ci sono: Giuseppe Gargani, Lorenzo Cesa, Gianfranco Rotondi, Mario Tassone, Ettore Bonalberti, Publio Fiori, Paola Binetti, Renato Grassi, Maurizio Eufemi.

L’idea di europa in Luigi Sturzo. L’Europa qual’è, e come avrebbe dovuto essere

Relazione svolta il 9 novembre 2019 a Roma nel corso del Convegno su “Don Luigi Sturzo: l’uomo, il sacerdote e l’intellettuale” pubblicato dalla newsletter Servire l’Italia e organizzato dalla Venerabile Arciconfraternita Santa Maria Odigitria dei Siciliani.

Luigi Sturzo, fermo assertore dei valori della persona e soprattutto della morale, della legalità, della pace, della libertà e della fratellanza tra i popoli, sosteneva che – così come le nazioni moderne, malgrado i contrasti e le guerre, «si formarono col passaggio delle unità locali, città, contee e province, in unità superiori, regni, stati, nazioni» – è altrettanto «prevedibile che lo stesso passaggio avvenga da nazioni a gruppi internazionali a carattere regionale e continentale e da questi ad unità intercontinentali, e così via fino a una rappresentanza di tutti i popoli nel parlamento mondiale». Tanta fiducia nell’avvenire derivava a Sturzo dalla radicata convinzione – avvalorata dai suoi studi storici – che i piani della Provvidenza procedono verso la realizzazione di una comunità cosmopolitica. Va detto subito che l’aspetto europeistico, in tutta la sua concretezza, si coglie meglio nello Sturzo dell’esilio e del ritorno in Patria. Durante queste due fasi, – arricchite da un’esperienza vissuta da profugo in Inghilterra, Francia, Belgio, America e, poi, da parlamentare, a Roma – , la sua riflessione politica si allargò criticamente ai problemi del mondo occidentale e la sua produzione pubblicistica fu intensa e diffusa.

Nello Sturzo dell’Opera dei Congressi e del Partito Popolare Italiano non emerge ancora un’articolata idea di Europa. Il giovane sacerdote di Caltagirone, preso dalla questione sociale e, in particolare, dalla questione meridionale, aveva potuto dedicare poca attenzione ai problemi del Vecchio Continente. In lui si scorge, pur tuttavia, una innata, spiccata tendenza a valorizzare e a mettere in pratica l’antico principio che “l’unione fa la forza” e, convinto di ciò, sin dai primi anni della sua attività sociale, si prodigò per una lega delle cooperative, scrisse sulla opportunità della federalizzazione delle regioni, si fece promotore dei consorzi dei comuni.

Il grande interesse di Luigi Sturzo per la federazione della Europa nacque nel 1924, anno in cui, in seguito alla netta opposizione al regime fascista e su sollecitazione» della Curia Romana, egli dovette abbandonare l’Italia e rifugiarsi all’Estero. A contatto con altri esuli ebbe modo di confrontare le sue idee e di estendere le sue analisi agli Stati europei e al Continente nel suo insieme.
Nella prima fase di tale esperienza non va trascurata la collaborazione avuta dal pubblicista e avvocato modenese Francesco Luigi Ferrari, il quale, in ricambio, ricevette da Sturzo piena solidarietà alle sue iniziative. Ferrari fondò e diresse a Bruxelles la rivista «Res Publica», un periodico che riscosse, ben presto, condivisione e fiducia nell’opinione pubblica internazionale democratica e presso i fuorusciti italiani di varie tendenze politiche, tra i quali i fratelli Carlo e Nello Rosselli e Gaetano Salvemini.
Sturzo, assieme a Ferrari, allestì e lanciò un progetto di «Internazionale bianca», che, seppure si concluse con un fallimento, servì a fornirgli i necessari elementi per avere una chiara visione della situazione europea e, in special modo, della disponibilità delle forze democratiche e liberali per la creazione e il sostegno di organismi politici europei al di sopra degli Stati nazionali. E, già, nel 1929, parlava di «un concreto e alto ideale, quello degli Stati Uniti di Europa», al cui servizio, oltre all’«Internazionale bianca», denominata ufficialmente «Sécretariat international des partis démocratiques d’inspiration chrétienne», era anche nato il «Comité international d’action démocratique pour la paix».

Egli si diceva convinto che, «nel quadro di una larga federazione» avrebbero potuto «esistere ed avere vitalità propria non solo i grandi stati unitari come la Francia e l’Italia, le piccole unità statali come il Belgio e la Svizzera, ma anche le minoranze autonome, sia pur unite ai rispettivi stati come l’Alsazia, il Sud-Tirolo e la Croazia». E, consapevole di andare oltre la comune immaginazione e di potere essere tacciato di visionario, aggiungeva: «Gli Stati Uniti d’Europa non sono un’utopia, ma soltanto un ideale a lunga scadenza, con varie tappe e con molte difficoltà».

Sempre nello stesso anno, mentre politologi e sociologi erano impegnati a seguire gli sviluppi della grave crisi economica, Sturzo indicava le tappe, attraverso le quali sarebbe dovuto passare il processo di unificazione europea. «Occorre procedere – egli scriveva – ad una revisione doganale che prepari un’unione doganale, con graduale sviluppo fino a poter sopprimere le barriere interne. Il resto verrà in seguito. Non bisogna pensare che ciò sarà accettato contemporaneamente da tutta l’Europa; ma il nucleo centrale del problema risiede nei due stati antagonisti Francia e Germania; una intesa fra i due con l’assenso della Gran Bretagna e la condizione sine qua non della soluzione del problema europeo, entro il quale necessariamente si inquadrano tutti i problemi più o meno acuti delle molteplici minoranze» .

Con il secondo conflitto mondiale la sua idea d’Europa era ben definita. «L’Europa – egli dichiarava testualmente nel 1944 – deve andare verso l’unificazione di tutti gli stati, compresi Gran Bretagna e Russia». La federazione europea, a suo parere, si sarebbe dovuta estendere dall’Atlantico agli Uràli e dal Mediterraneo al Baltico senza escludere l’Inghilterra. E, a tal proposito, scriveva con tutta schiettezza e realismo: «Un’Europa unita senza Inghilterra sarebbe per essa, dopo secoli di primato conteso e di primato assoluto, una estromissione insopportabile; ma un’Europa unita con l’Inghilterra è un’ipotesi contraria ai canoni della politica inglese e quindi da farsi cadere».

Egli vedeva possibile la realizzazione del suo piano, perché, se tutti i paesi del Vecchio Continente avessero cercato le proprie radici storiche, avrebbero scoperto un comune substrato di civiltà, sul quale avrebbero potuto stipulare un patto federativo.
Unico suo cruccio era che il «totalitarismo della Russia» avrebbe, certamente, ritardato il necessario processo di unificazione. Ma dalle sue osservazioni non traspariva pessimismo, anzi, attraverso il tipico, concreto metodo d’argomentare, sembrava cogliersi un sottile filo di fiducia nell’avvenire.
«Noi vogliamo – sosteneva nel 1948 Luigi Sturzo, ormai tornato in patria – un’Europa indipendente e federata. Se l’oriente resterà totalitario, la federazione europea comincerà da occidente: Inghilterra, Italia, Olanda, Belgio, Lussemburgo. La Svizzera comincerà a mandarvi un osservatore perché la sua storica neutralità ha tuttora un valore. I paesi scandinavi sono, purtroppo, in una posizione assai delicata e debbono tenersi in guardia. L’Irlanda, superando i primi dubbi, finirà per intervenire».

Solo i popoli con governi democratici, proprio perché liberi, sarebbero stati in grado di capire l’importanza della federazione e, divenendone membri, avrebbero potuto contribuire alla formazione di salde istituzioni comunitarie. «I paesi non ancora liberi – egli aggiungeva – dovranno attendere per potere entrare. Perché un punto deve essere fermo: che a nessun paese, a nessuno stato che non sia effettivamente libero e democratico (nel senso reale e tradizionale delle parole) sarà mai permesso di partecipare alla federazione, dovendo tutti i paesi federati essere uguali e liberi per costituire una sola volontà politica della federazione».

Il monito non era rivolto soltanto ai paesi dell’Unione Sovietica, ma anche a quegli stati, come Spagna, Portogallo e Grecia, che, sebbene si trovassero nell’area occidentale e godessero dell’amichevole protezione degli Stati Uniti d’America, vivevano in regime dittatoriale. Sturzo, in pari modo, non si rassegnò mai alla sorte dei paesi baltici, che, non per loro colpa, avevano perduto l’indipendenza e ogni libertà di scelta politica. Secondo lui era inammissibile che Lituania, Estonia e Lettonia, «con storia gloriosa, propria lingua, cultura e tradizione», restassero «cancellati dalla carta politica internazionale, estranei alla comunione dei popoli, tenuti come schiavi in un paese straniero, soggetti ad altro regime, insidiati nella fede dei padri, distaccati dalla tradizione culturale, senza più speranza di libertà individuale e nazionale».

Secondo Sturzo l’unione europea avrebbe dovuto allargarsi a tutti quei paesi, latini, anglosassoni e orientali, che, facendo geograficamente parte del Vecchio Continente, erano stati direttamente o indirettamente influenzati prima dalla civiltà romana e, poi, innestata su questa, dalla civiltà cristiana.
Ma c’è qualcosa di più nel progetto di Sturzo. Egli, quando pensa all’Europa federata, ama immaginarla non come Europa degli Stati, bensì, piuttosto, come Europa delle Regioni, come l’Europa delle Etnie, nel senso che l’unione non deve soffocare le autonomie locali, anzi deve considerarle come le parti vive e reali dell’intera struttura comunitaria, la quale, a salvaguardia della sua esistenza e del suo sviluppo, non può non rendersi garante delle loro rispettive tradizioni, della loro lingua, della loro cultura. Sturzo nel 1950, con grande compiacimento di Altiero Spinelli, aderisce al Movimento Federalista Europeo e al Comitato Promotore per la petizione di un Patto Federale. Sturzo e gli altri illustri firmatari ci dicono con tutta chiarezza che cosa essi intendono per federazione europea e, attraverso quali organismi, questa debba svilupparsi: «Federazione europea – si legge nel manifesto – significa soluzione in comune dei problemi che interessano tutti i paesi associati e rispetto della tradizione e delle autonomie degli stati membri per quel che riguarda i loro particolari interessi: un parlamento europeo, eletto a suffragio universale da tutti i cittadini; un governo europeo, dotato dei mezzi necessari per farsi ubbidire, nell’ambito dei suoi poteri costituzionali; un tribunale europeo a tutela della uguaglianza dei popoli e della libertà dei cittadini; unità di politica estera, unità di esercito, unità di mercati, unità di moneta».

Da una sommaria indagine sull’attuale Unione Europea ci accorgiamo subito che siamo ancora molto lontani – se non addirittura agli antipodi – dal progetto sturziano di Europa. Infatti: l’attuale Unione Europea è qualcosa di ibrido tra la federazione e la confederazione con le inevitabili disfunzioni dell’una e dell’altra; il Parlamento è zoppo, non ha pieno potere legislativo; non esiste un governo federale rappresentativo; il tribunale ha una giurisdizione molto limitata; non c’è unità di politica estera; non c’è unità di esercito (nel 1954 la CED – Comunità Europea di Difesa – fallì portandosi dietro la proposta politica di federazione, De Gasperi ne morì di crepacuore, Sturzo ne soffrì maledettamente; l’unità di mercati e l’unità di moneta esistono, ma con la grave anomalia, mai verificatasi nella storia, di essere acefale, ossia di essere prive di una direzione politica federale, di un governo federale Certamente abbiamo avuto anche dei vantaggi dalla Comunità e, poi, dall’Unione Europea, ma ci si è scostati di molto dal modello organico auspicato da Luigi Sturzo e, con lui, da Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak, dal nostro Gaetano Martino.
Il processo di integrazione europea ha preso, purtroppo, una strada diversa sino a occultare le sue radici cristiane, sino a essere messo in difficoltà dal fenomeno sovranista. Lo spirito tecnocratico — figlio delle grandi ideologie illuministiche e comuniste — impera sovrano tramite le banche e tramite una burocrazia anonima e onnipotente.

Nel progetto sturziano è insito con caratteristiche ben delineate anche il concetto di Eurafrica, ossia di una possibile confederazione, o, quanto meno, di una più intensa e amichevole collaborazione tra la Comunità europea e i paesi africani bagnati dal Mediterraneo. Un passo in siffatta direzione avrebbe consentito all’Europa di riacquistare in Africa quella fiducia e quel credito che un certo, selvaggio colonialismo le avevano tolto, mentre sarebbe stato quanto mai vantaggioso per entrambi i continenti instaurare un clima di pace, di collaborazione politica e di rapporti commerciali.
È superfluo sottolineare il ruolo di eccezionale importanza che in tale contesto la Sicilia, avrebbe assunto. Essa avrebbe potuto porsi come anello di congiunzione, come naturale, storica cerniera tra i due continenti. Sturzo, sollecitando un maggiore interesse della Comunità per i paesi del Mediterraneo, raccomandava che, qualora si dovesse discutere sulla città da mettere a capitale dell’Europa, si dovrebbe porre attenzione alla posizione geografica e sceglierla tra quelle del Sud. Per lui ha «un certo peso il fatto del Mediterraneo come un epicentro europeo e centro internazionale di decisiva importanza», tanto che la stessa storia ci insegna che «questo mare è stato sempre decisivo nelle vicende umane, anche quando, dopo la scoperta dell’America, sembrò che per secoli avesse perduto il suo antico ruolo» (10). Nessuno nel 1939, a giudizio di Sturzo, avrebbe pensato che «la guerra scatenata da Hitler sarebbe stata risolta nel Mediterraneo».

E nessuno, – oggi noi possiamo dire -, proprio nessuno, neppure il lungimirante Sturzo, avrebbe potuto immaginare che il Mediterraneo nel terzo millennio sarebbe stato attraversato, con la sconcertante indifferenza dell’Unione Europea, da centinaia di migliaia di disperati in cerca di pane e di libertà e che migliaia di costoro, in uno scenario apocalittico, sarebbero state spietatamente inghiottite dalle sue acque.
L’attenzione di Sturzo per il Meridione del Vecchio Continente non muoveva da spirito campanilistico, bensì dalla duplice consapevolezza che l’Europa non poteva essere concepita tutta al Nord e che una buona politica mediterranea, contribuendo a spegnere i focolai di guerra, avrebbe favorito il processo di riunificazione dei popoli.

Bankitalia: “L’incentivo ai pagamenti elettronici può ridurre l’evasione fiscale”

Il vice direttore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, durante un’audizione sulla legge di bilancio a Palazzo Madama ha dichiarato che: “L’incentivo ai pagamenti elettronici può ridurre l’evasione fiscale, anche se il governo non ha messo nero su bianco alcuna emersione di base imponibile”.

“E’ plausibile che nel medio periodo esso possa contribuire a ridurre la propensione a evadere”, ha detto Signorini, aggiungendo che “l’incentivo funzionerà bene se si riuscirà ad attuarlo in modo semplice e chiaro”.

“Sulla base delle elasticità generalmente stimate, ci si può attendere, come effetto congiunto dei provvedimenti di incentivo previsti dal Governo, un aumento delle transazioni elettroniche dell’ordine del 10%”.

 

A Matera un protocollo d’intesa sperimentale per il contrasto al caporalato

Si è tenuta la scorsa settimana nella Città dei Sassi una kermesse del tavolo provinciale anticaporalato, presieduta dal Prefetto di Matera Demetrio Martino, per promuovere condizioni di piena legalità nel settore agricolo e arginare il fenomeno della intermediazione illecita.

Nel corso della riunione è stato presentato il “Protocollo d’intesa sperimentale per il contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo in agricoltura”, realizzato dalla Prefettura per assicurare il reclutamento legale della manodopera potenziando il ruolo strategico del Centro per l’impiego.

Punto fondamentale del sistema, la piattaforma informatica sperimentale, realizzata dall’Arlab e dalla Regione Basilicata, che consentirà, attraverso l’inserimento volontario delle candidature, da parte dei lavoratori disponibili all’assunzione, la creazione di liste pubbliche di aspiranti lavoratori agricoli stagionali.

Il sistema consentirà, altresì, alle imprese e ai lavoratori aderenti di ottenere vantaggi previsti dallo stesso protocollo, relativi ad aspetti correlati all’attività lavorativa quali la sicurezza sul lavoro, la situazione inerente agli alloggi, il trasporto e la formazione.

Alla riunione sono intervenuti i vertici provinciali delle Forze dell’ordine, i rappresentanti del Dipartimento delle Attività produttive della Regione Basilicata, della Provincia di Matera, i Sindaci dei comuni della fascia ionica, l’ispettorato territoriale del Lavoro, l’Inail, l’Inps, l’Arlab Basilicata, l’Asm, nonchè le Associazioni datoriali di categoria e dei lavoratori.

In Italia la cosiddetta economia “non osservata” si stima abbia numeri da capogiro, qualcosa come 208 miliardi di euro, mentre il lavoro irregolare si attesta a 77 miliardi, ovvero il 37,3% del totale.

Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto, i lavoratori a rischio caporalato sono tra i 400 e i 430 mila e, di questi, 132 mila fortemente vulnerabili.

Il lavoro non contrattualizzato insieme al caporalato rappresentano un business che, in Italia, vale ben 4,8 miliardi di euro, mentre 1,8 miliardi vengono dall’evasione contributiva.

Dai dati Inps nel 2017 sono state messe in regola quasi 300.000 persone (il 28% del totale).

Il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) dal canto suo rileva che “I lavoratori stranieri in agricoltura (tra regolari e irregolari) sarebbero 405.000, di cui il 16,5% ha un rapporto di occupazione informale (67.000 unità) e il 38,7% ha una retribuzione non sindacale (157.000 unità)”. Un affaire disumano e criminale da stroncare ridando dignità alle persone e al lavoro.

“Imprenditori 2.0”: il bando 2019 della Federazione nazionale delle Cooperative e Società

– La Fncs (federazione nazionale delle cooperative e società) ha indetto un bando dal
titolo: “Imprenditori 2.0”, con l’obiettivo di accompagnare lo sviluppo di idee imprenditoriali
innovative proposte da giovani che desiderino realizzare una cooperativa o altre forme di impresa.

Al progetto vincitore verrà messa a disposizione la somma massima di euro 50.000,00
(cinquantamila) quale contributo a fondo perduto. La scadenza per la partecipazione è fissata al 31 dicembre 2019.

Il bando, nello specifico, vuole sperimentare nuovi processi di promozione cooperativa, tra i giovani e in nuovi mercati, che consentano l’introduzione e la diffusione di innovazioni tecnologiche, organizzative e sociali all’interno del sistema cooperativo. I destinatari del bando possono essere sia gruppi di giovani imprenditori di età inferiore ai 40 anni che intendano presentare un’idea al fine di costituire una cooperativa o altro ente “profit”, sia singole persone che vogliano apportare le loro conoscenze ad un
particolare settore poiché in possesso di specifiche competenze.

Gli ambiti settoriali suggeriti per la proposta di idee imprenditoriali innovative riguardano le seguenti aree:
• Salvaguardia e fruibilità del patrimonio storico, artistico, culturale, naturalistico e paesaggistico;
• Salute, cambiamenti demografici e benessere;
• Sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile, ricerca marina e marittima e bioeconomia;
• Energia sicura, pulita ed efficiente;
• Trasporti intelligenti, ecologici e integrati;
• Azione per il clima, efficienza delle risorse e materie prime;
• Società inclusive, innovative e sicure;
• Promozione e valorizzazione turistica del territorio.

Le donne ingrassano in modo diverso rispetto agli uomini

È quanto emerge da uno studio, recentemente pubblicato su Aging, dai ricercatori dell’Irccs Policlinico San Donato, dell’Università Vita-Salute San Raffaele e dell’Irccs Ospedale San Raffaele, che ha analizzato i correlati metabolici del cervello rispetto a diversi livelli di BMI, in un gruppo di 222 soggetti anziani.

I risultati, ottenuti tramite PET con fluoro deossi-glucosio, mostrano un legame, presente solo nei soggetti di sesso femminile, tra alto indice di massa corporea, alterato metabolismo cerebrale e connettività neurale, che indica un forte effetto di genere nel sovrappeso e nell’obesità in donne con età media di 74 anni. Oltre all’aumentato metabolismo della corteccia orbito frontale (prevalentemente nell’emisfero anteriore destro), sono stati riscontrati aumenti di connettività nella corteccia frontopolare e nell’insula destra. Mentre la prima è una regione chiave per la motivazione e il controllo delle funzioni complesse, come il comportamento orientato agli obiettivi, la seconda è associata ai processi di ricompensa legati al piacere di alimentarsi: si tratta di regioni del cervello coinvolte in maniera cruciale nella regolazione della cosiddetta “fame edonica”.

Involuzione industriale

Non c’è solo la crisi dell’ex ILVA che deve preoccupare l’economia del Paese. C’è anche la difficilissima situazione industriale di ALITALIA e i problemi che potrebbero insorgere con la fusione di FCA e la francese PEUGEOT.

A ciò bisogna aggiungere la grande crisi della politica industriale i cui risultati si vedono un po’ ovunque. I responsabili politici avrebbero dovuto fare più investimenti. Ma il nostro Paese non ha fatto quasi niente per evitare che un po’ alla volta la propria politica industriale venisse fatta a pezzi. Quindi non c’è molto da stupirsi se nella vicenda ILVA sia scritta buona parte della nostra storia industriale recente.

Certamente ancora oggi siamo la seconda manifattura d’Europa. Siamo un Paese che ha saputo arrangiarsi in questi anni, ma alla fine pezzi di industria sono stati messi all’asta nelle mani delle multinazionali. A tutto ciò bisogna aggiungere la mancanza di investimenti e la sottovalutazione dei problemi. Da diverso tempo le rappresentanti sindacali e della Confindustria non hanno un interlocutore davanti. E se lo hanno avuto, non ha saputo fare della buona politica.

E il risultato è che l’Italia sta diventando un inferno. Un inferno soprattutto fiscale, dove le imprese e i lavoratori pagano una quantità di tasse enorme  e sono soffocate dalla burocrazia che frena non poco le loro attività. Purtroppo stiamo pagando una politica assente, senza proposte, senza progetti, che insegue promesse e che, ripeto, non fa investimenti.

Il Paese si preoccupa degli immigrati ma non si preoccupa delle migliaia di giovani che invece se ne vanno dall’Italia. Gli stessi sindacati sono sulla difensiva mentre il mondo imprenditoriale sta sciogliendo le righe e ognuno se ne va dove vuole, lontano dall’Italia.

E di fronte a questa triste situazione, l’ILVA è lo specchio di quanto è sotto gli occhi di tutti. Nella maniera più totale e clamorosa. L’ILVA è il più grande stabilimento d’Europa ed è chiaro come il sole che oggi nell’epoca della globalizzazione ci sono aziende che comprano il marchio ma chiudono l’azienda. Su queste operazioni bisogna avere gli occhi aperti, è successo anche nell’industria alimentare non solo nell’acciaio. Su Taranto, purtroppo, è mancata una visione politica in grado di evitare che si arrivasse a questo.

Oggi, c’è il bisogno di reagire e agire, affrontare di petto il problema perché siamo sul precipizio. È  assurdo andare avanti così, dando retta a chi voleva fare dell’ILVA una specie di Disneyland.

La condizione per sperare di uscire dal tunnel negativo in cui l’economia si trova, è che questo Governo cominci a misurarsi su progetti veri, abbandonando i tweet e pensando a grandi piani per il futuro. Pensare in grande, senza stare a rincorrere le crisi quando il danno è già stato fatto.

Il centro sinistra e i 5 stelle.

Diciamoci la verità, al di là delle sofisticazioni, delle congetture e anche dei desideri. Per poter ricostruire il centro sinistra dalle fondamenta e’ indispensabile e decisivo sciogliere il nodo dei 5 stelle. Ovvero del rapporto/confronto con il partito di Grillo e Casaleggio. Un nodo che non può prescindere da alcune costanti che, oggettivamente, caratterizzano il mondo pentastellato. 

Innanzitutto il partito dei 5 stelle non è riconducibile a nessuna categoria politica e culturale del novecento. Non a caso rifugge dalla distinzione tra destra, sinistra e centro perché è oltre la “cultura della coalizione”, se non per garantire seggi e posizioni di potere. Ma, ed è l’elemento che più conta, rifuggendo da qualsiasi classificazione politica e culturale, diventa francamente difficile coinvolgerli in una operazione di lungo termine per la ricostruzione di una coerente e credibile alleanza di centro sinistra. 

In secondo luogo una alleanza politica non può essere confusa con un banale e semplice pallottoliere. Certo, in alcuni momenti della vita politica del nostro paese noi abbiamo conosciuto e sperimentato alleanze politiche dettate da ragioni puramente numeriche. Cioè fatte e costruite esclusivamente “contro” qualcuno e non “per” un progetto politico e di governo. Sotto questo versante, la frettolosa alleanza con i 5 stelle – come l’esperienza concreta a livello regionale ha prontamente dimostrato – rischia di riproporre una mera alleanza contro l’avversario di turno, a prescindere da qualsiasi prospettiva di lungo temine e da una visione politica e di governo. 

Infine, e da sempre, una coalizione che guarda al futuro e che non sia dettata solo da ragioni opportunistiche o superficiali, richiede la presenza di un progetto giustificato da un pensiero e da una cultura politica definita e percepibile. 

Ecco perchè, per competere con un forte ed unito centro destra e con un progetto politico altrettanto definito e chiaro, necessita una coalizione che non si riduca ad essere il frutto di una alleanza dettata dalla paura, o dal terrore del nemico/avversario o da una sola ragione di potere. Perché le coalizioni, o anche solo le alleanze politiche, sono credibili, serie e coerenti se esprimono un disegno politico altrettanto credibile. Del resto, il centro sinistra deve essere ricostruito quasi da zero. Dopo la “vocazione maggioritaria” del Partito Democratico, dopo l’azzeramento del principio di coalizione e dopo il compiacimenfo per l’assenza di partiti e movimenti in questo campo, e’ giunto il momento per ricostruire questo luogo politico che ha accompagnato il cammino della democrazia italiana e che è stato decisivo in molte fasi storiche del nostro paese declinando un progetto politico di governo, riformista e profondamente democratico. 

E il compito dei partiti, dei movimenti e dei gruppi che si riconoscono in questo campo politico resta quello di elaborare un progetto politico di governo alternativo alla destra e alla deriva populista da un lato e, dall’altro, di rimettere insieme quelle forze politiche, culturali e sociali che in questi ultimi anni sono state sacrificate sull’altare di una maldestra novità e di un molto discutibile nuovismo. Ma per poter centrare obiettivo va sciolto definitivamente il nodo del rapporto con i 5 stelle. Un nodo politico non più aggirabile ne’ rinviabile. E non affrontabile con i post e con i tweet. 

L’esperienza di Lula, un avvertimento per i democratici.

L’esperienza amara di Luiz Inacio Lula da Silva, ex presidente della Repubblica brasiliana, credo che debba essere ben analizzata da ogni persona che ama la democrazia e vuole preservarla da tentativi di soffocamento. La sua storia, insegna come si possa piegare la realtà al volere di poteri interni ed esterni oscuri, in dispregio della volontà dei cittadini, attraverso sistemi subdoli ed opachi, con la complicità di persone infedeli che svolgono funzioni delicate nei gangli vitali dello Stato.

L’ex Presidente operaio, con la sua opera tenace ed intelligente, ha il merito di aver traghettato in breve tempo il Brasile dalla povertà a potenza economica mondiale. Ha svolto un ruolo rilevante anche nello scacchiere mondiale, grazie ad alleanze con i grandi paesi recentemente sviluppati, combattendo per cambiare le regole di funzionamento del potere finanziario, ed intervenendo con decisione con i cinesi, russi, indiani, sulle modalità di pagamento nei commerci di questi paesi alleati, attraverso soluzioni a scavalco del dollaro USA.

Questo protagonismo contro corrente, unitamente ad una leadership indiscussa in Sudamerica che ha compromesso equilibri antichi di poteri forti esterni ed interni, è convincimento di molti, sia stato alla base del tentativo di screditarlo e di estrometterlo dalla vita politica nazionale. Certo, è singolare che ha incriminarlo per presunta corruzione, sia stato un giudice legato ad una superpotenza straniera, che da solo, e con un manipolo di poliziotti, per lunghissimo tempo ha costruito un teorema anti Lula. Ultimamente la stampa brasiliana ha ben riportato le intercettazioni telefoniche tra il giudice Moro con altri giudici (Moro che peraltro l’attuale Presidente Bolsonaro ha nominato Ministro della Giustizia), che dimostrano quello che in Brasile i cittadini urlano nelle piazze: ‘complotto!’

Lo stesso arresto avvenuto l’anno scorso prima delle elezioni presidenziali, che lo vedeva favorito, ha ancor più hrafforzato la convinzione popolare di un disegno oscuro tramato ai danni della democrazia. Ma penso che se Lula è stato scarcerato, lo si deve allo sdegno grandissimo espresso dai cittadini, che hanno fatto sentire la propria voce dal primo giorno dell’arresto, fino alla scarcerazione.

In questa epoca storica di grandi cambiamenti, il funzionamento delle democrazie possono facilmente essere piegati ad interessi antipopolari. Ci sono realtà oscure sul piano mondiale, che operano per consolidare il proprio potere a qualsiasi costo: l’indebolimento delle formazioni politiche a carattere popolare è il loro obiettivo principale, per privare le democrazie della loro linfa vitale. Ecco perché gli accadimenti brasiliani possono essere importanti anche per noi che abbiamo visto in poco tempo pressoché tutte le forze politiche partecipate, estinguersi nel passato sotto colpi sferrati attraverso le stesse dinamiche, con risultati negativi ora ben visibili per gli interessi dei cittadini e per la saldezza della Democrazia.

Perché la politica continua a non essere attrattiva per le donne.

Qualche settimana fa l’Avvenire ha dedicato una intera pagina alle quote rosa nei CdA delle imprese, evidenziando che si era finalmente raggiunto il 30% di presenze femminili ma che molto restava ancora da fare. Nei partiti e movimenti politici di area cattolica come siamo messi? In questi giorni di costituzione di federazioni e progetti politici per una nuova area cattolica il tema non solo non è affrontato nelle dichiarazioni di intenti ma neppure verificato nella composizione al proprio interno.

Una delle ragioni può essere la naturale avversione per la “quota” in se stessa, ovvero se la persona ha le qualità personali per agire in politica la differenza di genere non ha alcuna rilevanza. Un’altra è che al tema in sé non si presta la dovuta attenzione. Ma sono andata a guardare i sottoscrittori dei progetti in corso e la presenza delle donne è davvero esigua ed è così anche nello sbriciolato mondo delle sigle partitiche di area cattolica. Perché? Una ragione della presa di distanza delle donne che si concretizza in una mancata diretta partecipazione e si sostanzia in un silenzio che è più attesa che consenso o dissenso, è che nelle idee e proposte politiche non vi è un ruolo propositivo e partecipativo delle donne nella elaborazione delle tesi politiche.

In buona sostanza, checché ne dicano gli scienziati politici, la politica ha una sua distinzione di genere e si manifesta nell’elaborazione delle tesi. Mentre qui si assiste nella coniugazione delle politiche di settore, già definite nelle tesi, inclusive o meno delle questioni a cui le donne sembrano prestare più attenzione. Ma non è così che sta andando la società; e a ben guardare la sinodalità nella Chiesa è ben più avanti di quanto i partiti e movimenti di area cattolica siano loro stessi. Poiché dunque l’atteggiamento di pensiero nella fase di elaborazione è quello prevalente di “ritagliare” alle donne il ruolo di partecipazione alla vita politica nella posizione di elettorato attivo o passivo (elettrici o elette) ed è qui la vera e pesante questione della presa di distanza, si comprende bene come vi sia un “disinteresse” alla partecipazione nei luoghi del pensiero politico.

Quello che mi rammarica davvero è la scarsa attenzione morale e civile alla questione, che andrebbe posta ancor prima di ricercare il consenso pubblico ai progetti politici che si presentano al Paese.

Industria: Istat, a settembre produzione in diminuzione dello 0,4%

A settembre 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dello 0,4% rispetto ad agosto. Nella media del terzo trimestre la produzione mostra una flessione congiunturale dello 0,5%.

L’indice destagionalizzato mensile mostra aumenti congiunturali per i beni di consumo (+0,7%) e i beni strumentali (+0,6%); variazioni negative registrano, invece, l’energia (-1,1%) e i beni intermedi (-1,0%).

Corretto per gli effetti di calendario, a settembre 2019 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali del 2,1% (i giorni lavorativi sono stati 21, contro i 20 di settembre 2018). Nella media dei primi nove mesi dell’anno l’indice ha registrato una flessione tendenziale dell’1,0%.

Su base tendenziale e al netto degli effetti di calendario, a settembre 2019 si registra una moderata crescita esclusivamente per il comparto dei beni di consumo (+1,2%); al contrario, una marcata diminuzione contraddistingue i beni intermedi (-5,2%), mentre diminuiscono in misura più contenuta i beni strumentali (-2,0%) e lievemente l’energia (-0,1%).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+9,6%), le industrie alimentari, bevande e tabacco (+7,8%) e la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+6,4%). Le flessioni più ampie si registrano nell’attività estrattiva (-11,2%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-8,1%) e nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-7,1%).

Taranto, pubblicato un bando a sostegno delle famiglie disagiate della provincia

Il Mise comunica che è stato pubblicato dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria un bando per sostenere la predisposizione di un piano volto a garantire attività di sostegno assistenziali e sociali per le famiglie disagiate nei comuni di Taranto, Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola.

L’avviso si rivolge ad imprenditori, società, cooperative, consorzi e aggregazioni di imprese, in possesso dei requisiti richiesti, che dovranno verificare entro 60 giorni la fattibilità tecnica e giuridica degli interventi proposti dai Comuni dell’area tarantina.

Il Piano di interventi a favore delle famiglie disagiate dell’area tarantina, che verrà approvato e monitorato nei relativi stati di avanzamento dal Ministero dello Sviluppo economico, prevede uno stanziamento di 30 milioni di euro.