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La diplomazia della speranza

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Bonfrate

«Nella tua luce vediamo la luce» (Salmo 36, 10). Questo riferimento della Scrittura — potenza unitiva del frammento — apre il testamento del cardinale Achille Silvestrini, redatto con minuta grafia il 25 ottobre 2010, giorno del suo ottantasettesimo compleanno. Nell’essenzialità di quel versetto biblico, traspare il ministero del grande porporato, giunto dalla Romagna nel 1948, e dopo gli studi giuridici all’Apollinare e il passaggio nell’Accademia ecclesiastica, dal 1953 diplomatico della Santa Sede. Lo volle nell’immaginetta che riproduceva il quadro della Madonna delle Grazie venerato nella Collegiata di Brisighella, a ricordo dell’ordinazione presbiterale e di quella episcopale, nel segno di un radicamento fedele alle sue origini, che non gli impedì nei suoi impegni di muovere lo sguardo su orizzonti sempre più grandi, secondo la convinzione di Theodor Mommsen, che non si potrebbe stare a Roma «senza un’idea universale». La sua terra gli aveva trasmesso l’insegnamento che la parola data, occhi negli occhi, non poteva valere meno di un contratto bollato, e che bisognava sempre rispettare l’avversario: il prete, soprattutto, fedele nelle sue convinzioni, alla fine d’ogni eventuale controversia o battaglia, doveva credibilmente risultare l’uomo di tutti, nella diaconia dello Spirito che «soffia dove vuole» (Gv 3,8).

Il salmo 36 pone a tema due diversi umanesimi. Nella prima parte si descrive quello succube del peccato che seduce e impressiona tutta l’esistenza, incatenando la vita al proprio io che prende il posto di Dio. La giustizia e l’amore non troverebbero spazio nell’avanzare opposto dell’iniquità che ben si serve dell’animo corruttibile, della disposizione a barattare i valori con le convenienze, di servirsi degli altri, specie i più deboli, anziché servirli. Solo quando, invece, decidendosi a lottare per emanciparsi dalla tirannia della vanità, foriera di pensieri infami e azioni scellerate, si potrà finalmente disporre la svolta, vuote le mani, consegnandosi a quel Dio che può veramente salvare. L’altro umanesimo è nel segno della gravità e, insieme, levità dell’essere: allo sguardo reso limpido dall’abbandono di chi si affida, si aprono finalmente i cieli, come accadde al principe Andréj in Guerra e pace di Tolstoj, più volte evocato dai suoi amici Alberto Cavallari e Claudio Magris. In quel frangente, per quelle agoniche e pacificanti disposizioni, appare, allora, la luminosa misericordia, non i fuochi fatui della ormai lontana mondanità, ma la vera Luce-Cristo, venuto a illuminare-salvare il mondo (Giovanni 3, 19).

Nella trama sapienziale del tema della Luce, la salvezza prevale sulla condanna, e non poche volte sorprende che la scia luminosa possa misteriosamente avvolgere quei “retti di cuore” presenti nel mondo anche dove non ce lo saremmo aspettati. E questa fu sempre l’invincibile speranza di don Achille (come preferiva farsi chiamare). Tale convinzione sostanziava la sua fede e la sua laicità. A proposito di quest’ultima, anche Federico Fellini, tra gli altri, si sorprese di quanto quel “cardinalone” potesse essere spiritualmente autorevole e, insieme, laico, per la sua capacità di entrare direttamente in contatto (un vero e proprio talento delle relazioni), senza le maniere oblique tipicamente clericali, autentico, libero da pregiudizi, sinceramente interessato e subito empatico, sempre accogliente e discreto. Di quella laicità che bandisce l’istinto manicheo di chi si sente dalla parte giusta delle cose della terra e del cielo. Ma chi potrebbe presumerlo? Rispondendo a un politico famoso per le sue battaglie di libertà, che salutandolo esclamò: «Eccoci, il diavolo e l’acqua santa», si schernì immediatamente affermando con ironia che non sarebbe stato semplice distinguere chi dei due fosse veramente il diavolo.

Dopo la morte del cardinale Agostino Casaroli s’impegnò a convincere l’editore Giulio Einaudi ad accogliere la pubblicazione del racconto del dialogo tra la Santa Sede e regimi dell’Est. Per la scelta del titolo, dal testo emergevano due possibilità: Voglio destare l’aurora, dal Salmo 57 (56), e Il martirio della pazienza, su cui cadde la scelta. Silvestrini nell’introduzione spiega il senso teologico dell’Ostpolitik vaticana nel riconoscimento dell’azione della Grazia/Luce: si domandava, a proposito del suo antico superiore, nell’esperienza condivisa e per l’eredità che accoglieva, quale fosse lo stile conseguente le parole mormorate da Giovanni XXIII, che la Chiesa può avere molti nemici, ma non è nemica di nessuno: «nasceva da una fede saldissima coniugata con una rara finezza intellettuale. Dalla prima gli veniva il coraggio biblico di operare, anche nelle situazioni più ardue, contra spem in spem e di sopportare il peso e la solitudine; dalla seconda una capacità di analisi che gli dava il senso delle cose possibili […]. Fiducioso che anche quando gli uomini apparivano chiusi nelle corazze di posizioni pregiudiziali, c’era sempre qualche spiraglio per arrivare al cuore delle persone. Aveva fiducia che nella coscienza degli uomini esiste una luce misteriosa, che non può essere spenta neppure nella morsa della più spietata delle istituzioni». In una prima versione il periodo si concludeva con il riconoscimento della peculiarità dell’azione della Santa Sede come diplomazia della speranza, nel senso del realismo cristiano di questa virtù, per piccoli passi e cose oneste e possibili.

La fiducia realista in quella Luce lo ha sostenuto nel paziente lavoro di tessitura che è sempre la diplomazia. Più volte provocato da alcuni dei suoi ragazzi di Villa Nazareth sul senso/non senso per la Chiesa di avere una sua diplomazia, pazientemente spiegava che non si poteva comprenderla senza passare dalla storia, e dall’affinamento purificatore di certi avvenimenti. Uno tra tutti, la breccia di Porta Pia. Ricordava le parole pronunciate in Campidoglio nel 1962 dall’allora cardinale Montini che confidò di «non avere alcun rimpianto, né alcuna nostalgia, né tantomeno alcuna segreta velleità rivendicativa» per la perduta sovranità temporale dell’ex Stato pontificio, spingendosi a «ringraziare la Divina Provvidenza» per i cambiamenti avvenuti in seguito ai fatti del 1870.

Cos’era cambiato? La Chiesa poteva liberarsi dalla necessità del contendere e riscoprire la sua missione universale, senza nulla chiedere per sé e operare per il bene di tutti. Spogliata di ciò che la rendeva simile agli altri Stati, si rimodellava evangelicamente, nel segno nudo, povero, fedele, di quel misterioso personaggio del Vangelo di Marco (14, 51), la notte del Getsemani, che mentre tutti abbandonando Gesù fuggirono, «lo seguiva un ragazzo, rivestito soltanto di un lenzuolo».

Nella sua genealogia diplomatica fonte di ispirazione era l’impegno profuso dal cardinale Rampolla del Tindaro (1843-1913), in tempi non ancora maturi per riconoscerne la grandezza, nell’allargare le relazioni diplomatiche internazionali della Santa Sede. Esse vengono rifondate come strumento di tutela dell’alto indirizzo morale del papato, a garanzia della sua libertà, a tutela dell’indipendenza funzionale da qualsiasi principe temporale, per non ridurre il vescovo di Roma a cittadino di uno Stato qualsiasi.

Chi dopo di lui aveva continuato ad approfondirne il solco, vi aggiungeva la dimensione spirituale. Ci sono le note di monsignor Tardini al funerale di Pio XI, che intravede la fine di un mondo non più necessario, di una Chiesa che non può più essere trattenuta dalle esigenze di corte, con la sua dimensione popolare che doveva ritrovare parola: «Ho sempre sognato nello scegliere lo stato ecclesiastico», scriveva nel suo diario, «di gettarmi a capofitto nel sacro ministero, in mezzo al popolo. Quando mi riesce di essere a contatto con le anime sono proprio soddisfatto». Quasi tutto il suo tempo era assorbito dal lavoro d’ufficio — analisi dei problemi, penetrazione delle cause, previsioni delle conseguenze — che, però, non rinnegava la sua indole, intravedendo dietro ciascun foglio un volto, una storia, germinando quella sua esclamazione divenuta ormai proverbiale, che «anche le carte sono anime». Divenuto segretario di Stato, fu incaricato da Giovanni XXIIIdi presiedere, non senza turbamento, la Commissione antepreparatoria del concilio Vaticano IIche avrebbe indirizzato il passaggio da una Chiesa di corte a una Chiesa di popolo, da una Chiesa arroccata a una Chiesa liberata dalla paura. Preoccupato per l’integrità della tradizione e della dottrina, entrando in concilio, sarebbe capitato anche a lui, se non fosse prematuramente morto, quello che accadde ad altri: avrebbe scoperto per la sua genuina fede, che il nome di Dio non è solo una rivelazione del passato, ma è una realtà vivente, che si declina pure al futuro.

Nel Novecento si assistette al cambiamento della base teologica del rapporto Chiesa-Stato, abbandonando a proposito di libertà religiosa, l’articolazione conseguente tra verità (l’unica vera religione è quella cattolica) e libertà. Se ci fosse stato errore (altre religioni) conseguentemente non ci sarebbe stato il riconoscimento di diritti, se non per evitare mali peggiori. Di più c’era il criterio della maggioranza: se essa è costituita di cattolici, lo Stato — e questo sostanziava le attese di ogni Concordato — avrebbe, di conseguenza, fatto di tutto per tutelare e promuovere la Chiesa. Il gesuita padre Murray, negli anni ’50, aveva indicato la necessità di superare questa dottrina, esortando a valorizzare inclusivamente la questione della libertà religiosa. Le sue idee vennero non poco avversate, ma con la Pacem in terris e il concilio Vaticano II, soprattutto con Gaudium et spes e Dignitatis humanae, con il riconoscimento del diritto ad adorare Dio «secondo il dettame della retta coscienza», si affermò la sua linea. Gli Stati non sarebbero stati tenuti a tutelare una religione tra le altre, ma il diritto alla trascendenza, collegato al rispetto del diritto degli altri e del bene comune. Da sempre la Chiesa aveva sostenuto che l’atto di fede per essere autentico, deve essere schietto e libero, e mai imposto. Di conseguenza, la libertà di seguire la propria coscienza in ambito religioso doveva essere riconosciuta come diritto di tutti, e non solo dei cattolici.

Da questo momento in poi la Chiesa scoprì la sua missione di lottare per la libertà e la dignità umana in campo civile e religioso — «avvocata dell’uomo» era l’espressione coniata da Paolo VI — che si coronò con il contributo della Santa Sede sui diritti umani, con un ruolo primario svolto da Silvestrini nella Conferenza di Helsinki (1975), negli impegni di Vienna (1986-1989) dove si formula la nozione più chiara, più estesa ed efficace di libertà religiosa, e a Parigi (1990) dove vennero poste le basi per la creazione dell’Osce (1995), quale organo di garanzia per l’applicazione di tutti i principi a garanzia di una coesistenza pacifica, con l’affermazione del ruolo positivo delle religioni per la pace.

Questo sfondo alimentò la simpatia di Silvestrini per l’iniziativa avviata ad Assisi nel 1986 della Giornata mondiale di preghiera per la Pace, e sostanziò l’incoraggiamento a sottoscrivere il coraggioso documento conclusivo dell’Assemblea ecumenica di Basilea (1989), che tra l’altro affermava: «Noi non siamo nella posizione di poter parlare come se fossimo in completo possesso della verità ultima. Le chiese e i cristiani hanno fallito sotto molti aspetti e non hanno vissuto sempre all’altezza delle esigenze della chiamata di Dio. […] Per troppo tempo siamo stati ciechi riguardo alle implicazioni e alle esigenze del Vangelo relative alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del creato. Insieme con gli altri abbiamo bisogno di un nuovo inizio».

Quando si preparava alle missioni, non si preoccupava di cosa mettere in valigia, ma studiava e ristudiava le carte d’archivio, compulsava voracemente le biografie e le memorie dei grandi che si erano seduti ai tavoli delle trattative internazionali, che nel male e nel bene avevano segnato i destini delle nazioni. Prendeva nota con quella sua stilografica, che per chi lo conosceva sembrava pronta a correggere anche quanto ormai stampato da secoli. Lo faceva con l’attenzione, la gravità e il coraggio di chi non sottovalutava mai nulla. In questo stile si avvertiva anche l’influenza del grande erudito, per molti anni rettore del seminario di Faenza, monsignor Lanzoni: il suo magistero educativo si riassume nell’ammonimento rivolto alla Chiesa di non cedere mai alla paura della storia e della sua propria storia, ma di alimentare il coraggio di guardarsi dentro, scrutare dentro gli archivi, esaminare le fonti, i documenti, per trarre anche dalle più piccole vicende locali le ragioni di ogni sua scelta. Per i suoi studi incappò nelle censure del Sant’Uffizio, ingiustamente accusato di contiguità al modernismo, disposto sempre all’obbedienza, rifiutò di ritrattare spontaneamente quel che reputava incontestabile, anche se c’era in ballo un’eventuale promozione. La sua testimonianza restava un’indelebile lezione di fedeltà e libertà.

Riferiva queste vicende unendovi il racconto di quanto accadde a De Gasperi con Pio XIInel 1952, quando per le amministrative a Roma e in altri comuni, preoccupati della possibile vittoria delle sinistre, Gedda e monsignor Ronca sostennero l’ipotesi, convincendo il Papa, di un’alleanza della Democrazia cristiana con i monarchici e i neofascisti del Movimento sociale italiano. De Gasperi si oppose al disegno, consapevole di scontentare il Pontefice. Egli era cattolico, ma credeva nell’autonomia di giudizio. Venne punito con il rifiuto dell’udienza richiesta per sé e la sua famiglia in occasione del trentesimo anniversario di matrimonio. Scrisse all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede: «Come cristiano accetto l’umiliazione, benché non sappia come giustificarla; come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e di cui non mi posso spogliare, anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere stupore». Mesi dopo, da un appunto di monsignor Pavan, scoperto dal professor Andrea Riccardi, c’è l’integrazione più intima, in cui confida che se si fosse trovato ancora con il Papa contro, si sarebbe ritirato dalla vita politica, «non potendo svolgere un’azione politica in coscienza ritenuta svantaggiosa alla patria e alla stessa Chiesa».

La Chiesa, chiosava Silvestrini, si serve con la parresìa, passaggio nel fuoco di ogni coscienza libera, secondo quella che Fonsegrive e Mazzolari chiamavano «obbedienza in piedi». E si tratta di un servizio disinteressato al proprio tornaconto: «Al Papa si deve dire, sempre e chiara, la verità» ribadiva don Achille, con quelle frasi ascoltate dal cardinale Tardini, «tanti chiedono? Io non chiedo niente, anzi chiedo di aver niente». Libertà, franchezza, gratuità, sono necessarie all’autentica fedeltà.

Questi temi frequentemente accaloravano le conversazioni con il professor Pietro Scoppola, con il quale convergeva, dopo il Convegno ecclesiale di Loreto del 1985, nel ritenere necessario spronare i credenti ad agire contro la barbarie della vanità, dei trasformismi e contrattualismi senza anima, per il recupero della «moralità intrinseca della politica». E bisognava rendersi disponibili «a rischiare quotidianamente il consenso, nella scelta coerente dei mezzi adeguati ai fini dichiarati». Il cristianesimo avrebbe dovuto abbandonare la tentazione identitaria e maturare una “spiritualità del conflitto”, di fronte all’evidente pluriformità delle convinzioni morali e degli assetti culturali. La sintesi doveva essere ricercata nella convinzione che il bene individuale non avrebbe avuto fondamento senza il desiderio d’essere bene comune. A questo proposito era persuaso dell’utilità di riportare la Teologia nelle facoltà laiche per favorire una ricerca affinata dal confronto delle differenze.

Quando nel 1994 si palesarono gli effetti della crisi morale dei partiti, e della Democrazia Cristiana in particolare, nella sua convinzione questi dovevano essere interpretati come effetto, soprattutto, della perdita di visione e delle sue corrispondenze interiori e testimoniali, come già aveva manifestato il Convegno sui mali di Roma vent’anni prima, chiedendo ai credenti di non rassegnarsi al male nel mondo e di interrogarsi, invece, sulla vocazione a trasformarlo. In questo frangente germinò quella frase rivolta ai cronisti che cercavano di rilevare il suo rimpianto per la fine del partito che aveva sempre spalleggiato le esigenze della Chiesa: «l’unità dei cattolici in politica non è un dogma». C’erano la fiducia nell’autonomia responsabile del laicato-lievito che sarebbe maturata più efficacemente nella pluralità, e il desiderio di liberare la Chiesa da un condizionamento che mentre sembrava agevolare l’assolvimento di richieste, di fatto poteva limitarne la libertà di annuncio, trattenendola nell’ostaggio di convenienze identitarie, e non solo. E qui citava il biblico «piatto di lenticchie» che non mancò di provocare l’olfatto, anche durante le trattative che portarono alla revisione del Concordato del 1984.

L’inizio del suo servizio diplomatico lo aveva visto occuparsi di varie questioni che riguardavano il Vietnam, la Cina e il Sud-est asiatico, e gli aveva svelato un’esperienza di fede provata finanche al martirio. Ma è l’incontro con Tardini a fissare la svolta che indirizzò le future esperienze, trasformando anche la percezione del proprio ministero. Fu suo collaboratore in ufficio, ma la cosa più determinante fu la richiesta di occuparsi dei suoi “orfanelli” a Villa Nazareth, fondata nel 1946, che è anche l’anno in cui l’Assemblea costituente comincia a riunirsi per elaborare la Costituzione della Repubblica italiana.

L’Italia era appena uscita dalla seconda Guerra mondiale, il paese era distrutto in molte sue parti, piegato dalle lacerazioni interiori, e viveva con la speranza di una rinascita e la paura di non farcela. A poca cosa erano ridotti i diritti e le tutele sociali. A monsignor Domenico Tardini, allora segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari, bastava raggiungere il Gianicolo per vedere gli effetti della guerra. Vi era un brefotrofio dove i bambini si presentavano affamati e infreddoliti, icone di quello che chiamava “povero popolo”. Anche lui si decide a fare qualcosa, e il 12 aprile 1946 apre il cancello di via della Pineta Sacchetti numero 29 ai primi bambini provenienti da varie regioni d’Italia. Sono poveri, ma tra i poveri sceglie gli «intelligenti». Ad essi offre istruzione e formazione extracurriculare quasi a inseguire un’utopia rinascimentale volendoli educare alla cura dell’umano, alla sensibilità estetica, al plurilinguismo. Per quanto ambigua sia l’espressione, la sua ambizione è quella di formare dei leader. Ma, è lui stesso a specificarlo, leader significa «che vengono educati a far del bene agli altri».

La missione di Villa Nazareth, però, non si limita all’offerta di opportunità, ma è anche una visione che nutre l’inclinazione a pensare, disciplinati e ascetici per evitare le insidie della vanità intellettuale, con la disposizione a farsi carico degli altri. Il nome «Nazareth» rinvia al tempo trascorso in modo nascosto da Gesù; il luogo in cui avviene la sua crescita e la sua formazione in attesa della sua missione pubblica. Quel luogo, ora, indica anche il significato di un collegio universitario per studentesse e studenti, che mette al centro la parabola dei talenti (Mt 25, 14-30), il cui frutto non avrebbe significato cristiano se ridotto all’affermazione anche eccellente di sé stessi senza, o peggio, contro gli altri. Il talento fruttifica solo quando si declina in servizio-diaconia, e richiede persone che non si spaventino di faticare per coltivare un pensiero sulle cose della vita, che usino l’immaginazione come strumento di ricerca, e che siano amiche dell’umano, dialoganti, educate alla libertà e alla responsabilità. Nelle sue note Tardini, pensando al senso di questa istituzione, scriveva: «Abbiamo scelto i bambini più poveri e tra loro i più intelligenti, per una educazione completa e ben fatta […]. Il popolo ha bisogno di apostoli, cioè di persone intelligenti, colte, virtuose, disinteressate, ricche di iniziative e di spirito di sacrificio, che sentano il desiderio di fare del bene agli altri». La funzione di questo desiderio è quella di essere la sentinella che valuta la qualità del risultato in ogni passaggio di crescita. Essere a servizio, sempre, disposti ad arrischiarsi avendo nel cuore e nella testa la convinzione che non si possa perseguire il proprio bene senza preoccuparsi di quello degli altri, soprattutto i più piccoli. La comunità che accoglie una generazione dopo l’altra, educa all’ontologia della pluralità di ogni scelta individuale, non avendo timore dei conflitti, sempre nel rispetto della persona, dei suoi tempi e della sua libertà. E chi, a sua volta, sceglierà d’impegnarsi a formare, non potrà farlo senza quelle necessarie disposizioni che sono l’umiltà che dispone allo stupore, e la speranza che trattiene l’istinto di liquidare gli inciampi, i rallentamenti, gli errori come definitivo fallimento.

Il giovane Silvestrini appare nelle fotografie dei primi anni con quella sua faccia bella, intelligente, curiosa, e l’abito talare non pare una corazza in cui ripararsi. I bambini sono divenuti ragazzi, poi uomini adulti, e lui era orgoglioso di averne favorito la crescita, maturando con loro la consapevolezza che il sacerdozio è paternità, sostegno nelle prove, compagnia rispettosa, autenticamente partecipe nel pianto e nella gioia di ogni stagione. Per ognuno c’era sempre ascolto, un aiuto, un consiglio, una preghiera, e talvolta il silenzio che aveva il sapore dell’attesa fiduciosa. Questa era la sua vera casa, che proteggeva, e dove invitava tutte le persone che riteneva interessanti per le sue studentesse e per i suoi studenti. E spesso quei passaggi veicolavano future e fedeli amicizie. La Luce ha continuato a illuminare i suoi passi, anche quelli di stagioni difficili, quando ha dovuto accettare la marginalità, subire l’emarginazione, affrontare ingiusti giudizi e la solitudine delle decisioni difficili. Quando il corpo invecchiato ne ha rallentato il passo e spezzato la voce, gli incontri e i dialoghi si sono trasformati in essenza, trasfigurando in sguardi e sorrisi, la cui intensità ognuno, ora, potrà distillare: «nella tua luce vediamo la luce».

L’infinito di Leopardi compie 200 anni

Scritta tra il 1818 e il 1819 e pubblicata nel 1826 la poesia ‘L’infinito’ di Leopardi (in realtà un ’idillio’ come lo titolò l’autore) compie 200 anni ma non li dimostra, potrebbe essere stata composta prima o dopo, non ha età perché esprime sentimenti, stati d’animo ed emozioni universali che appartengono al patrimonio dell’umanità.
Si tratta in effetti di una delle poesie più famose della letteratura italiana e mondiale.
Sui 15 endecasillabi sciolti di cui è composta la critica letteraria si è lungamente esercitata nell’esegesi e nella parafrasi del testo, soprattutto per facilitarne la comprensione più fedele delle intenzioni dell’autore agli studenti che dovevano impararla a memoria e recitarla.
Ma anche per coglierne in tutti i suoi aspetti più reconditi un filo conduttore, un significato, un messaggio che non smette di affascinare e commuovere chi si accinge o si esercita nella lettura.

In realtà occorrerebbe avvicinarsi al testo con pudore e stupore per rispetto alla interiorità soggettiva del poeta-filosofo, senza la pretesa di estrapolarne significati riduttivi o a volte banali.
Osservando il manoscritto conservato presso la Biblioteca nazionale di Napoli, se ne intuisce la stesura in un’unica soluzione, una sorta di trasposizione grafica di una riflessione intima e personale che il giovane Leopardi espresse come una rappresentazione ‘istantanea’ illuminata dal suo genio e dalla sua specialissima sensibilità. Si osserva inoltre che tra le altre correzioni visibili nel manoscritto, Leopardi – di suo pugno- cancellò a penna nella penultima riga della poesia la parola “immensità”(che invece è rimasta nella versione ufficiale) con “infinità”: forse un ripensamento, una limatura, la ricerca di un’espressione più coerente con l’interezza e lo sviluppo del testo.

Quasi un segno di ricerca della perfezione e di vocaboli adeguati ad esprimere e decodificare stati d’animo e sentimenti interiori ma comunicabili.
In genere le opere d’arte e gli artisti sono destinati a subire l’incomprensione della loro contemporaneità, sovente infatti i riconoscimenti e gli apprezzamenti sono postumi e giungono quando se ne riscopre l’intrinseco valore: così fu per il “giovane favoloso” , come l’ha definito nella trasposizione cinematografica della sua vita il regista Mario Martone, specie nel periodo della sua permanenza a Napoli, dove fu incompreso, deriso, persino dileggiato. Di lui e di questo “idillio” Bertrand Russell ebbe a scrivere: ”L’infinito esprime più di qualsiasi altra poesia il mio pensiero riguardo l’universo e le passioni… al punto che la considero la più bella espressione di ciò che dovrebbe essere il ‘credo’ di uno scienziato”.
Dotato di una intelligenza straordinaria e poliedrica ma soprattutto di una sensibilità dolente e raffinata, Leopardi conobbe una lunga malattia fin dalla giovane età che portò ad una graduale e inesorabile deformazione fisica ed oltre a questa una indicibile sofferenza interiore, un disagio che oggi chiameremmo emotivo e psicologico, infine le ristrettezze economiche nell’ultima parte della sua vita.

Eppure tutto ciò che potrebbe – agli occhi poco caritatevoli del suo e del nostro tempo – apparire una limitazione e un condizionamento interiore furono – insieme alle doti native e ad un patrimonio culturale frutto di letture, scritti, impegno, studio, approfondimento, la matrice generativa della sua genialità.
Al punto che il senso del limite e insieme lo sforzo di coglierne “l’andare oltre” (la siepe, l’orizzonte, la presente e viva stagione, lo sguardo immaginifico) sono a lungo stati interpretati come manifestazione di un pessimismo interiore che sovente è solo incompiutezza nello stato di grazia dell’estasi, ma suo desiderio e, insieme, amore smisurato per la vita.
Animo insoddisfatto per natura, perfezionista, depresso, solitario, incompreso, disadattato ed emarginato per superiore, inspiegabile dote nativa: segnali di un disagio interiore che se avesse curato come patologia o superato con le effimere lusinghe della vita (come oggi ci viene proposto) non ci avrebbe donato quel capolavoro di intensità emotiva e visione ineguagliata che è “L’infinito”.

Poesia che tutto contiene: il vicino e il lontano, il dentro e il fuori, il passato, il presente, il futuro. Una sorta di ricapitolazione di tutte le cose, come direbbe San Paolo: degli enigmi, dei turbamenti, delle sofferenze, dei desideri, delle gioie , dei dolori, delle speranze, degli abbandoni, delle similitudini, delle differenze, delle intuizioni, della natura umana e della tensione al suo superamento.
Un’allegoria complessa, unica e irripetibile che compendia l’immaginazione di un genio in un messaggio fortemente intimista che anticipa l’intuizione di Mozart quando scrisse, anni dopo, distinguendo la musica dagli spartiti…”tutto è stato composto ma non ancora trascritto”.

Una lettura quanto mai attuale se meditata e assaporata come un dono prezioso per aiutare a capire la vita, nostra e degli altri, in questo mondo precluso e insofferente che spesso fa rima con indifferente.

Lavoro: Istat, ad agosto il tasso di disoccupazione scende al 9,5%.

Ad agosto 2019 la stima degli occupati risulta sostanzialmente stabile rispetto a luglio; il tasso di occupazione si attesta al 59,2%.

L’occupazione risulta stabile per entrambe le componenti di genere; aumenta per gli ultracinquantenni (+34 mila) mentre cala nelle altre classi d’età. Dopo la flessione del mese scorso, tornano a crescere i dipendenti, sia permanenti sia a termine (+32 mila nel complesso); diminuiscono invece gli indipendenti (-33 mila).

Le persone in cerca di occupazione sono in forte calo (-3,4%, pari a -87 mila unità nell’ultimo mese). La diminuzione riguarda entrambe le componenti di genere e coinvolge tutte le classi d’età. Il tasso di disoccupazione scende al 9,5% (-0,3 punti percentuali).

La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni ad agosto è in aumento (+0,6%, pari a +73 mila unità) per entrambe le componenti di genere. Il tasso di inattività sale al 34,5% (+0,2 punti percentuali).

Nel trimestre giugno-agosto 2019 l’occupazione è in crescita rispetto ai tre mesi precedenti (+0,2%, pari a +45 mila unità) per entrambi i generi. Nello stesso periodo aumentano sia i dipendenti permanenti (+0,5%, +79 mila) sia quelli a termine (+0,4%, +12 mila) mentre risultano in calo gli indipendenti (-0,8%, -45 mila); si registrano segnali positivi in tutte le classi di età, ad eccezione dei 35-49enni.

Space economy: 100 mln per progetti di ricerca e sviluppo

Dal 15 di ottobre le imprese in possesso dei requisiti previsti dal Programma Mirror GovSatCom potranno presentare domanda per il sostegno a progetti di ricerca industriale e di sviluppo sperimentale. Un’iniziativa che rientra nell’ambito del Piano strategico nazionale e degli accordi di innovazione per la Space Economy. E in questo senso è appena stato pubblicato il decreto del Ministero dello Sviluppo economico che disciplina le modalità e i termini per la presentazione delle domande di agevolazione. Le risorse finanziare disponibili sono pari a 100 milioni di euro, di cui circa 42 milioni provenienti dal Mise. I restanti 58 milioni di euro sono a valere sulle risorse messe a disposizione da Regioni e Province autonome. L’agevolazione verrà concessa sulla base di una procedura negoziale, secondo quanto previsto dagli Accordi per l’innovazione.

Il Programma Mirror GovSatCom ha come obiettivo la realizzazione di un sistema satellitare innovativo, denominato Ital-GovSatCom, per l’erogazione di servizi di telecomunicazioni con caratteristiche di sicurezza, resilienza e affidabilità tali da consentirne l’utilizzo per finalità istituzionali. Tra queste rientrano la protezione civile, la sicurezza e difesa, l’aiuto umanitario, la telemedicina, la sorveglianza marittima, in linea con quanto promosso dall’iniziativa europea denominata, appunto, Mirror GovSatCom. Oggi l’economia spaziale cresce e si sviluppa anche grazie alle imprese. Se una volta erano solo le agenzie spaziali di governi e consorzi governativi a occupare la scena, con progetti a volte di alto valore anche sociale come accade per i satelliti per le telecomunicazioni e per quelli che garantiscono la possibilità di muoversi con i navigatori, oggi anche le aziende private giocano un ruolo rilevante. Con il Programma Mirror GovSatCom, infatti, potranno beneficiare delle agevolazioni le imprese di qualsiasi dimensione, con almeno due bilanci approvati, che esercitino attività industriali, agroindustriali, artigiane o di servizi all’industria,  nonché attività di ricerca.

Consumi, conserve “sovraniste” per 1 italiano su 4

In quasi una famiglia italiana su quattro (23%) con l’arrivo dell’autunno ci si mette quest’anno al lavoro tra pentole e vasetti nella preparazione di conserve “sovraniste” fatte in casa per garantirsi un’alimentazione più genuina, naturale, 100% nazionale e ridurre gli sprechi. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ presentata al Villaggio contadino a Bologna con il primo Cooking Show sovranista con gli agrichef per svelare i trucchi del mestiere nella preparazione, dalla passata di pomodoro alle marmellate di frutta fino ai sottolii e ai sottaceti.

La preparazione delle conserve in casa secondo una tradizione del passato – sottolinea la Coldiretti – sembrava destinata a perdersi ed è invece tornata di grande attualità di fronte ai ripetuti scandali alimentari e all’esigenza di garantire la qualità e la naturalità dell’alimentazione. Il risultato – continua la Coldiretti – è il ritorno di comportamenti virtuosi che si esprimono anche nei riti settembrini della preparazione delle conserve fai da te, con intere giornate trascorse per recuperare il prodotto, pulirlo, lavorarlo, cucinarlo e metterlo in vaso. Una maggiore attenzione rispetto al passato viene riservata alla scelta delle materie prime che spesso vengono acquistate direttamente dai produttori agricoli in azienda, nelle botteghe o nei mercati degli agricoltori a chilometro zero di Campagna Amica.

L’attività di trasformatori “fai da te”, comunque – puntualizza la Coldiretti –, comporta l’osservanza di precise regole in quanto la sicurezza degli alimenti conservati parte dalla qualità e sanità dei prodotti utilizzati, ma non può prescindere da precise norme di lavorazione che valgono per il settore agroindustriale, ma anche per i consumatori casalinghi, soprattutto nella fase della sterilizzazione. La grande differenza – continua la Coldiretti – è che nelle conserve casalinghe si possono utilizzare frutta e ortaggi di stagione provenienti dall’Italia che ha conquistato il primato in Europa e nel mondo della sicurezza alimentare. L’ultimo report del ministero della Salute sul “Controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti” pubblicato in agosto 2019 ha evidenziato la presenza di residui di prodotti fitosanitari superiore alla norma in appena lo 0,9% dei campioni di origine nazionale – sottolinea la Coldiretti – ma la percentuale sale al 2% se si considerano solo gli alimenti di importazione e tra questi il record negativo è fatto segnare dagli ortaggi dall’estero con il 5,9%.

Nei prodotti industriali inoltre – continua la Coldiretti – è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza della materie prime agricole solo per i derivati del pomodoro, ma non per quelli della frutta e degli altri ortaggi ed è facile mettere inconsapevolmente nel carrello della spesa marmellate o sciroppati con frutta proveniente dall’Europa dell’est e sottoli realizzati con ortaggi africani o cinesi. L’agricoltura nazionale è la più green d’Europa con l’Italia che può fare da apripista nella Ue sulla trasparenza dell’informazione ai consumatori estendendo a tutti i prodotti l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti e superare l’atteggiamento incerto e contradditorio dell’Unione Europea che obbliga a indicare l’origine in etichetta per le uova ma non per gli ovoprodotti, per la carne fresca ma non per i salumi, per la frutta fresca ma non per i succhi e le marmellate, per il miele ma non per lo zucchero. “L’Italia – denuncia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – grazie al pressing della Coldiretti è all’avanguardia in Europa per la trasparenza delle informazioni sulle etichette degli alimenti ma questo primato rischia di essere cancellato dall’entrata in vigore nell’aprile 2020 delle norme europee fortemente ingannevoli per i consumatori”.

Sindrome dell’ovaio policistico

La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) causa importanti effetti sulla salute della donna di tipo estetico, metabolico e riproduttivo. È caratterizzata dall’ingrossamento delle ovaie, dalla presenza di cisti ovariche multiple e da alterazioni endocrinologiche e metaboliche (iperandrogenismo, resistenza all’insulina e conseguente iperinsulinemia).

La PCOS colpisce il 5-10% delle donne, origina nel periodo puberale ed è considerata l’alterazione endocrina più comune in età fertile.

L’eziologia è ancora oggi controversa. Si può dire che l’ovaio policistico è espressione di una complessa alterazione funzionale del sistema riproduttivo data dall’aumento degli ormoni maschili (androgeni).

 

I sintomi di sindrome dell’ovaio policistico iniziano tipicamente alla pubertà e peggiorano con il tempo. L’adrenarca precoce, caratterizzato da un eccesso di solfato deidroepiandrosterone e spesso dalla crescita precoce dei peli ascellari, dal cattivo odore del corpo, e da acne microcomedonica, è frequente.

I sintomi tipici comprendono obesità lieve, lieve irsutismo e irregolarità mestruali o amenorrea. Tuttavia, in più della metà delle donne con sindrome ovarica policistica, il peso è normale, e alcune donne sono sottopeso. I peli corporei possono crescere in modo simile agli uomini . Alcune donne hanno altri segni di virilizzazione, come acne e assottigliamento dei capelli temporale.

Altri sintomi possono comprendere aumento di peso (a volte apparentemente difficile da controllare), affaticamento, scarsa energia, problemi legati al sonno (tra cui apnea durante il sonno), sbalzi d’umore, depressione, ansia e mal di testa. In alcune donne, la fertilità è compromessa. I sintomi variano da donna a donna.

La diagnosi può essere difficoltosa ma il medico, sospettata una PCOS, potrà indicare gli esami specifici per la diagnosi (esami ormonali, glicemia, insulinemia, ecografia pelvica etc.), consigliare una terapia mirata, uno stile di vita corretto e la perdita di peso.

 

Suicidio assistito: non dobbiamo arrenderci alla cultura della morte.

Si sovrappongono voci discordanti. Qualsiasi girotondo di parole, per alleggerire la potenza del dilemma, suona male. Si è fatto sentire anche il Presidente del Consiglio, chiarendo che non è competenza del governo intervenire sulla regolamentazione di procedure a ridosso, per così dire. dell’eutanasia. Non esiste un diritto alla morte: Conte l’ha detto da giurista e da cattolico. Bisogna andare avanti con i piedi di piombo.

Ora serve una legge che disciplini il ricorso a questa pratica estrema. Voci autorevoli della Chiesa sollecitano una presa di coscienza per evitare che si scivoli nell’accettazione più o meno nascosta dell’eutanasia.

È sbagliato attribuire alla gerarchia una posizione d’irrazionale rigidità, dal momento che la condanna dell’eutanasia non rientra in un canone di incomprensione della sofferenza umana. “L’eutanasia non va confusa – ha detto il Card. Bassetti –  con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non è compresa, quasi si volesse porre sempre in atto ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure”. Un conto è lenire il dolore ed escludere l’insistenza su trattamenti medici oltremodo invasivi, al di là d‘ogni soglia di ragionevolezza, altro è accogliere come normale la scelta, svincolata da principi morali e procedure legali, per l’interruzione volontaria della vita.

Credo si debba convenire, credenti e non credenti, sulla bontà di un richiamo alla cultura della vita, e non della morte. Ciò nondimeno, le risorse della scienza e della tecnologia  assegnano alle cure mediche un potenziale d’intervento mai prima conosciuto, fino a prolungare la vita in uno stato di meccanica e penosa sopravvivenza. La Corte costituzionale non dà il via libera all’eutanasia, bensì circoscrive la depenalizzazione a casi estremi, laddove cioè sia evidenziata l’inutilità delle terapie e sia chiaramente espressa la volontà della persona malata a porre fine alle sue sofferenze fisiche. Ora la legge deve fissare i criteri necessari e conseguenti, per impedire lo stravolgimento della non punibilità dell’assistenza al suicidio.

Siamo di fronte a una questione delicatissima su cui il Parlamento finora non è riuscito a legiferare. D’altronde avanza da tempo una propensione ingiustificata a fare del Parlamento la sede di regolamentazione – fino a che punto e con quali garanzie morali? – in ordine a materie complesse, che riconducono a grovigli di interrogativi e controindicazioni. Quanto più la regolamentazione si fa penetrante, tanto più mette in gioco, rischiosamente, principi di responsabilità e di tutela. Pensiamo solo alla condizione del medico e, per altri versi, a quella dei familiari della persona  gravemente malata. Se non vogliamo accreditare, nostro malgrado, la terribile scelta della “cultura di morte” dobbiamo  percorrere con saggezza ed equilibrio un percorso particolarmente stretto, non privo di insidie sul piano etico e politico.

Il radicalismo delle opposte visioni non aiuta in questi casi a individuare proposte ragionevoli, rispettose dei valori fondamentali della nostra condizione umana e civile.

Perché siamo d’accordo con il cardinale Bassetti sul “no” al partito cattolico

Il Cardinale Bassetti ritorna a parlare dell’impegno dei cattolici nelle cose del mondo e, quindi, anche in politica ( CLICCA QUI  ). Lo fa ripetendo il suo noto concetto dell’unità da realizzare attorno “ai principi irrinunciabili del Vangelo” e ricordando il rischio di continuare ad essere insignificanti.

Il titolo con cui è stato presentato l’ennesimo intervento in materia del Presidente della Cei è stato il seguente: “ No al partito cattolico”. In realtà, non è del tutto esatto rispetto a quanto dichiarato dal cardinale Bassetti. Egli non parla di “ partito cattolico”, ma genericamente della formazione di “ un altro partito” che potrebbe aumentare il rischio di creare divisione.

Anche noi, che crediamo nella necessità di dare vita ad una forza politica nuova d’ispirazione cristiana, sottoscriviamo il “ no” all’idea del partito “ cattolico”. Questa denominazione e, soprattutto, la sua eventuale sostanza, sono sempre state fuori e distanti dalla tradizione popolare sturziana o di quella democratico cristiana d’impronta degasperiana e morotea.

Una possibile formazione politica d’ispirazione cristiana non può che essere pienamente laica, libera e non integralista. Aperta, invece, all’apporto e alla partecipazione di credenti, ma anche di quanti si collegano ad altre visioni religiose o filosofiche. Lo è stato per la Democrazia cristiana, non certamente sostenuta e  votata solamente da cattolici. 

Viene immediatamente da riflettere su come una nuova proposta politica, non animata da alcuna volontà di rappresentanza esclusiva, possa contribuire a creare una ” casa”, non certamente maggioritaria e dal successo tale da richiamarli tutti, per i tanti che non hanno più un ” tetto politico” sotto cui ripararsi e che sono finiti all’addiaccio dell’astensionismo o sanno sempre di più ” come sa di sale lo pane altrui”.

Il riferimento di cui parla il cardinale Bassetti a “ un pensiero cristiano, un metodo cristiano” portati in politica significa infatti inclusione, accettazione della prassi del confronto e della mediazione. L’interclassismo dei popolari e dei democristiani del ‘900 conserva intatte la propria forza e una precisa attualità. Anzi, la sua valenza è ancora più necessaria, oggi, nella società occidentale caratterizzata da un articolarsi ben più ampio delle stratificazioni sociali, dal trasformarsi delle forme in cui prende corpo il lavoro e il complessivo mondo del lavoro ( azienda, sistema della produzione e dei servizi, rappresentanza di interessi e di categorie )e delle relazioni tra gli esseri umani e tra questi e le istituzioni.

Partiamo allora dall’inizio di un ragionamento possibile.

La partecipazione alla vita politica presuppone il richiamo a un’idea, a un pensiero di riferimento. Avere qualcosa da dire, insomma. Noi parliamo di “ bene comune”.

Altrimenti, siamo nell’improvvisazione e nella strumentalità della partecipazione alla vita pubblica. Lo abbiamo già potuto constatare con l’ascesa e la fine di partiti “ padronali” o di quelli inventati di sana pianta all’interno della logica dei giochi parlamentari. Oppure, con numerosi tentativi di dare vita a una semplice aggregazione di interessi mancante di ogni riferimento sociale o di un collante ideale e strategico emergente dalle dinamiche reali che riguardano la vita della gente in carne e ossa.

La nostra Stella Polare è una stella“ binaria”, dalla luce in buona parte coincidente: la Dottrina sociale della Chiesa e la Costituzione. Due collimanti visioni dell’uomo e delle sue relazioni pubbliche che si ritrovano attorno ai quattro pilastri del Pensiero sociale cattolico (  solidarietà, sussidiarietà, difesa della dignità umana, giustizia sociale).

Nessuna delle forze politiche attualmente presenti ha mai definito una linea politica, parlamentare, di governo in grado di prefigurare una presenza organica e coerente sulla base di tali riferimenti.

Non è un caso che il cardinale Bassetti parli del fatto che i cattolici stiano “ stretti” nell’attuale quadro politico, sia a destra, sia a sinistra. Adesso dovrà aggiungere anche il “ centro” che si sta affollando vistosamente. Noi, così, ci limitiamo a chiosare e a ripetere che nessun partito ci rappresenta.

La necessità di dare vita ad una presenza organizzata dei cattolici democratici, sulla base di laicità, autonomia e libertà, e dall’intento di sollecitare una radicale trasformazione del Paese,  dunque, è sospinta dal riconoscimento che la partecipazione alla “ politica” ha delle leggi non scritte, ma non per questo meno forti e vincolanti.

Ho già fatto riferimento alla prima: avere qualcosa da dire. Ve n’è poi una seconda: la naturale tendenza a veder mettere insieme chi ha un comune sentire, coloro che subiscono l’ineluttabilità di dare forma a una identità precisa. Invitabile riflettere sulla ricerca del consenso e, quindi, su una presenza strutturata. Altrimenti si resta sul piano della disquisizione, non della partecipazione.

E’ certo che gli aspetti dell’organizzazione e della comunicazione pongono sfide nuove, alla luce dell’evolversi delle forme di aggregazione civile e sociale; dell’ampliarsi degli strumenti di socializzazione, che hanno finito per mettere in discussione le tradizioni “ forme” partito; della tendenza a creare entità più fluide, che prendono più il nome di movimento.

Non si scappa, però, dal problema principale: chi la pensa in un modo, chi ha degli obiettivi condivisibili, chi ha la stessa visione del mondo, della vita e della morte, delle istituzioni e dei processi economici e sociali, tende naturalmente ad aggregarsi con altri che tutto ciò hanno in comune e, tutti insieme, ricercano il consenso.

Uscire da questa logica significa occuparsi d’altro. Lodevole come possono essere la formazione, l’impegno sociale, la politologia, ecc ecc. Si tratta però d’altro che fa parte più delle attese che dell’intervento nella concretezza delle cose, così come è necessario. Con la fine della Democrazia cristiana, con l’imporsi del bipolarismo esasperato, con il sistema maggioritario imperante, abbiamo visto concretizzarsi esattamente l’opposto: “ un pensiero e un metodo cristiano” di cui parla il cardinale Bassetti sono stati travolti dall’imporsi della logica dell’opposizione radicale tra due sole prospettive presentate al Paese per decenni.

Non è una legge scientificamente dimostrabile, ma il realismo e l’esperienza concreta ce lo dicono: l’idea che parlamentari con la stessa formazione alle spalle riescano a concludere qualcosa, sparsi come sono però in partiti non solo diversi, ma ferocemente contrapposti, vedi anche quelli attuali, rischia davvero di restare nel campo degli auspici e non in quella dell’operosità concreta.

Dopo le elezioni del 4 marzo del 2018, la presenza di parlamentari di estrazione cattolica si è davvero ridotta al lumicino. Ma non è che in precedenza, quando invece, rappresentavano nelle due camere un numero persino maggioritario, le cose siano andate in modo diverso. Abbiamo visto promulgare leggi del tutto incoerenti, se non addirittura ostili ai quattro principi presenti nella Costituzione e nel Pensiero sociale sopra menzionati.

La realtà europea ci dice che numerosi e importanti sono i partiti popolari e democratici cristiani. Il Ppe è complessivamente il più grande in Europa. Parliamo di paesi e di una Unione europea che certamente non sono definibili clericali. Tutt’altro.

E’ chiaro che tocchi ai laici darsi una eventuale organizzazione politica. Noi crediamo in una concettualmente nuova che dall’ispirazione cristiana, da una visione cristiana dell’uomo, della vita, della storia sappia trarre quei valori condivisi anche da chi cristiano non è.

Si tratta di darle vita in modo da recepire la spinta che in tal senso viene dal basso. Con l’intento di creare un “ recinto” largo, estensibile, non destinato solo “ ai nostri” e, quindi, capace di formulare proposte programmatiche valide  per tutti gli italiani che, in esse, possano riscoprire le ragioni per una rinnovata partecipazione alla vita pubblica.

La strada dello “Ius culturae”

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Alessandro Rosina

Le migrazioni internazionali sono tra le sfide più complesse e delicate di questo secolo. Ma costituiscono — come risulta ben evidente nel dibattito pubblico sia in Europa che negli Stati Uniti — anche una delle questioni più spinose e difficili da trattare dal punto di vista politico, con forti tentazioni di strumentalizzazione ai fini di un consenso elettorale.

L’Italia è uno dei paesi in cui il tema è più sentito, perché si trova al centro del Mediterraneo e perché la presenza straniera è cresciuta in modo particolarmente rapido nel passaggio al nuovo secolo. È quindi uno dei paesi chiave non solo per la gestione dei flussi verso l’Europa, ma di tutto ciò che mette in relazione interdipendente le dinamiche del vecchio continente e lo sviluppo dell’Africa.

La sfida che l’immigrazione pone non ha soluzioni semplici, ma ciò che è certo è che va affrontata con un coordinamento internazionale e con strumenti e misure che vadano oltre la logica dell’emergenza. Questa consapevolezza, dopo molte contraddizioni e incertezze del recente passato, sembra oggi trovare maggior terreno favorevole sia nei nuovi vertici europei che nel nuovo governo italiano.

Nell’opinione pubblica, non solo italiana, è molto sentita la preoccupazione verso la parte irregolare del fenomeno, che risulta nella percezione comune anche enfatizzata rispetto ai numeri reali. Esiste invece un ampio riconoscimento che gli stranieri bene integrati forniscano un contributo alla crescita del paese in cui vivono. Questo vale ancor più per i loro figli: per il potenziale impatto positivo sul lato sia quantitativo, compensando la bassa natalità (particolarmente accentuata in molti stati europei), sia qualitativo, convergendo con i coetanei autoctoni nel fornire vivaci energie e intelligenze per lo sviluppo futuro delle economie mature avanzate.

L’Unione europea ha tra gli obiettivi quello di favorire livelli uniformi di diritti e doveri tra immigrati regolari e cittadini comunitari. L’Italia, in particolare, è uno dei paesi occidentali con criteri più rigidi per l’ottenimento della cittadinanza. La legge sul cosiddetto “Ius soli” è naufragata nella precedente legislatura, prima del voto del 4 marzo 2018, non solo perché osteggiata dai partiti di destra, ma anche per i timori nel centrosinistra di perdere consenso con l’approssimarsi delle elezioni.

Se l’idea di concedere la cittadinanza a chi è nato in Italia ed è già residente da anni, all’interno di un processo di integrazione della famiglia, è considerata largamente condivisa, più controversa è invece l’applicazione dell’automatismo a chiunque e in qualsiasi modo arrivi sulla penisola. Più consenso potrebbe allora trovare lo “Ius culturae”, che condiziona la richiesta di cittadinanza all’aver superato con successo almeno un ciclo scolastico. Ha alla base un principio che trova forte consenso nelle nuove generazioni, ovvero che ciò che si riconosce a un giovane deve dipendere dal suo percorso e dal suo impegno, non tanto dalle caratteristiche dei genitori e dalla loro provenienza.

L’atteggiamento dei giovani è stato sondato all’interno di una indagine promossa dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo e condotta da Ipsos ad aprile 2019 su un campione rappresentativo di duemila giovani tra i 20 e i 34 anni. I risultati oggi disponibili ci dicono che oltre due intervistati su tre sarebbero “molto” o “abbastanza” d’accordo con l’introduzione dello “Ius culturae”. Poco meno di uno su quattro è poco concorde, mentre chi ha un atteggiamento di completa chiusura è meno del 10 percento.

Ci sono quindi le condizioni favorevoli, sia politiche che di opinione pubblica, per ripartire da questa proposta, che potrebbe essere ancor meglio accolta e dar frutti positivi se attivata in concomitanza con un rilancio dell’insegnamento nelle scuole dell’educazione alla cittadinanza. Scoprire e coltivare assieme il senso e il valore di una comune appartenenza, tra coetanei di diversa provenienza, aiuta a formare italiani consapevoli e a farli sentire parte attiva del miglioramento del paese in cui vivono.

 

“Il narcisismo ha creato un esercito di perdenti. Educate i figli a fare quello che amano”

Articolo già pubblicato sulle pagine dell’huffingtonpost a firma di Nicola Mirenzi

A vent’anni, non aveva dubbi: “Liberando se stessa, la classe operaia libererà il mondo intero. Ripetevo in continuazione frasi come questa. Ero un piccolo bolscevico, imbevuto del catechismo marxista. Per ogni domanda, avevo una risposta pronta. Preparavo la rivoluzione sociale in Italia, andando ogni giorno a San Basilio, nella periferia di Roma, tra sottoproletari, delinquenti, poveri cristi. Avevo la missione di agitare le masse e organizzarle. Perché, da un momento all’altro, poteva scattare l’ora della sollevazione”. A sessantasette anni, Fillippo la Porta è un critico letterario e un saggista militante, come si sarebbe detto una volta, uno di quelli capaci di prendere una pagina di narrativa e riscriverla nella trama della società, della politica, dell’esistenza, della mitologia contemporanea: “Leggere è un atto rischioso, un’avventura che mette in gioco innanzitutto noi stessi, la nostra identità, le nostre credenze, le verità che crediamo di conoscere. La cultura non è un accumulo di informazioni che servono a possedere la realtà. È una forza critica, il più possibile vicina all’enigma del mondo e della condizione umana. Non dovrebbe tranquillizzare: al contrario, dovrebbe disturbare”.

Ai ragazzi che scioperano per il clima consiglierebbe di leggere Nicola Chiaromonte: “Il mio eroe culturale”, dice, appoggiando sul tavolo di un bar poco distante dall’ingresso del Parlamento un quadernone a righe fitto fitto di appunti, che gli sono serviti per scrivere ”Eretico controvoglia” (Bompiani), un libro che racconta la figura di questo intellettuale irregolare, fondatore della migliore rivista che l’Italia abbia avuto – Tempo Presente – anti fascista, anti totalitario, super critico della modernità senza però essere passatista, uno che dialogava a tu per tu con Albert Camus, Hannah Arendt, Mary McCarthy e che oggi, in Italia, nessuno conosce più: “Ai giovani ribelli, Chiaromonte insegnerebbe in cosa consiste la rivolta giusta. Li aiuterebbe a distinguere il confine oltre il quale un’idea vera diventa falsa. Un fine giusto si trasforma in un sopruso. Una battaglia sacrosanta diventa dispotica. Prenda la rivoluzione. Io rimpiango di non aver letto Chiaromonte quando avevo vent’anni. Forse avrei scoperto prima che, dopo un certo punto, anche l’idea della liberazione diventa un crimine. Ecco cosa fa un maestro: aiuta a non tradire se stessi”.

Lo definisce eretico. Ma se non ci sono più Chiese come si può essere eretici?

Oggi, sebbene non esista alcuna ortodossia, tutti vogliono essere eretici. Le collane editoriali vanno contro mano, le rubriche giornalistiche proclamano di essere controcorrente, le trasmissioni televisive si dicono fuori dal coro. Tutti vogliono distinguersi. Manifestare la propria indipendenza intellettuale. Dar prova della propria libertà. Però lo fanno tutti insieme, nello stesso momento. È lo snobismo di massa, la nuova forma del conformismo. Chiaromonte era eretico quando c’erano sia la chiesa della Dc sia la chiesa del Pci. Eppure, non ambiva a essere diverso da tutti. Al contrario, voleva vivere la vita di tutti: andava al cinema di sabato sera, amava mescolarsi con la folla, andava a pranzo a Ostia.

Senza più ortodossie, siamo più liberi?

In realtà, un’ortodossia esiste. Ma è molto diversa da quelle che abbiamo conosciuto fin qui. Non è un modo di concepire il mondo. È un racconto della realtà, uno storytelling delle cose. O sei di qua, o sei di là. O sei con i migranti, allora sei buono; oppure sei contro, allora sei cattivo, intollerante, razzista. Non esiste la possibilità della sfumatura. È vietato dire: “Attenzione che nelle periferie c’è una situazione pericolosa ”. Diventi subito un fascista.

L’ha appena detto.

A qualcuno verrà il dubbio che sono fascista, forse. Io, invece, sto solo ragionando sulla pervasività degli idoli sociali. Sulla fede, piuttosto inconsapevole, nelle nuove religioni.

Quali sarebbero?

Qualsiasi cosa uno faccia, immediatamente scatta la domanda: “Ma ti pagano?”. Come se nulla si potesse fare, se non per denaro. Oppure: “Funziona?”. Pare che a nessuno importi più se una cosa sia giusta o sbagliata, vera o falsa. L’importante è che funzioni. Chiaromonte invitava a non educare i figli al successo. Subito allora ti obiettano: “Allora li educhi al fallimento?”. O bianco o nero.

Invece?

Invece, si potrebbero educare i figli a fare una cosa perché la amano. Solo questo conta, per Chiaromonte. L’imperativo della realizzazione di sé ha creato un esercito di frustrati e di perdenti. C’era anche nel marxismo degli anni settanta, nella versione dell’auto-realizzazione. In entrambi i casi, devi essere ricco, possedere la maggior quantità di beni, esaudire ogni tuo desiderio. E visto che pochissimi riescono a farlo, tutti gli altri si percepiscono come dei falliti. Ecco l’ego-mania di cui Chiaromonte parlava già nel 68.

Siete voi sessantottini i padri fondatori del narcisismo di oggi?

Quando uscì La cultura del narcisismo di Christopher Lasch, per la mia generazione, fu una rivelazione. Parlava di noi, della nostra vanità. La mia generazione ha usato anche la cultura narcisisticamente. Come uno strumento di conferma e di potere. Molti di noi sono diventati ministri, direttori di giornale, capi di rete, oppure di grandi case editrici. Sono bravissimi. Sanno tutto. Non c’è una citazione che gli sfugga. Potrebbero improvvisare un discorso su qualsiasi tema. Sanno parlare il linguaggio del comando, così come il linguaggio della rivolta. Dipende da cosa gli serve. Il sapere, per loro, è al servizio della carriera. Non un modo per mettersi in discussione. I giovani l’annusano. E per questo, sbagliando, insieme al potere, rifiutano anche la cultura.

Ha ragione quindi Salvini quando parla di intellettualoni?

Sia Salvini, sia, prima di lui, Renzi, hanno intercettato la rivolta contro quest’idea strumentale della cultura, il gergo che difende i privilegi e le rendite di posizione, riproducendo solo se stesso. Anche Goffredo Parise, trent’anni fa, se la prese con gli intellettuali. Però in bocca a Salvini la stessa critica ne esce stravolta. Poiché, a sua volta, si trasforma in un’arma di potere.

Ma il potere è sempre male o può servire a cambiare la realtà?

Anche sul potere Chiaromonte invitava alla misura. Attenzione però all’idea di cambiare il mondo. La realtà è mutevole ma non è facilmente modificabile da noi. Nel senso che ha un suo ritmo interno, e cambia in base a una grande quantità di fattori. Io posso mettere la mia causa all’interno di questo gioco, ma devo sapere che il fondo delle cose rimarrà ingovernabile.

Non si rischia il fatalismo così?

Al contrario, è una lezione di misura. Tu devi fare la tua parte, agendo secondo la tua coscienza, ma sapendo che qualcosa del mondo ti sfuggirà sempre.

Lei quando ha capito che era così?

Quando ho smesso di fare politica, intorno ai 25 anni. Sono stato un simpatizzante di Potere Operaio, poi ho militato nel collettivo del Manifesto. In periferia, andavo casa per casa a distribuire volantini. Siccome gli uomini lavoravano, mi aprivano sempre le donne. Mi facevano accomodare e mi offrivano un bicchierino di Vov. Alla fine della giornata ne avevo bevuti una quindicina e tornavo a casa completamente ubriaco. Infatti, i miei, che abitavano ai Parioli, mi dicevano: “Ma dove cazzo sei stato?”.

Era un “pariolino”?

La metta come vuole. Erano i sensi di colpa della borghesia? Non lo so. So che grazie alla politica ho conosciuto i sottoproletari romani, che erano tutti di estrema sinistra. Ero amico di tutti. Quelli che si spaccavano la schiena, i criminaloidi, i marchettari, anche i tiburtaros, che erano una banda di ladroni.

Ora sono tutti amici dei militanti di estrema destra.

E lo sa che vorrei molto parlare con loro? A volte penso che sarebbe il caso di scrivergli una lettera.

Cosa gli vorrebbe dire?

Che sbagliano su una cosa fondamentale, che riguarda la natura umana. Amano citare quella frase di Ezra Pound che dice: ”Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui″. Non è così. Ognuno di noi può essere un eroe, oppure un vigliacco: dipende dalle circostanze della vita. In ogni caso, l’uomo è fragile, precario, non autosufficiente, esposto. Persino i soldati d’acciaio tedeschi, dopo due mesi nella neve del fronte russo, piangevano e invocavano l’aiuto della mamma. Questo è l’essere umano: un debole. Il mito della forza propagandato dalla destra è una colossale bugia, rimuove completamente l’infermità dell’essere umano. Questo gli vorrei dire.

Lei smise con la politica perché le dissero qualcosa del genere?

No, smisi perché a un certo punto sentii la necessità di fermarmi a riflettere su quello che avevo fatto. Fu lì che cominciai a leggere i classici della letteratura, Flaubert, Dostojevski, Stendhal, dentro il cui studio ero immerso, quando mi chiamò a fare il critico letterario di Linea d’ombra Goffredo Fofi.

Ma è vero, come dice Antoine Compagnon che, in fondo, la letteratura è sempre di destra?

No, non direi che è così. Ma, battuta per battuta, si può dire un’altra cosa: cioè, che Dio – se esiste – è senz’altro di destra. Perché ha distribuito il talento letterario in maniera fortemente diseguale. Infatti, ci può essere il diritto all’istruzione, il diritto a una vita dignitosa, il diritto al reddito di cittadinanza. Non ci sarà mai il diritto alla creatività. La stoffa, mi spiace, sarà sempre riservata riservato a pochissimi.

Gregori (PD) dalla Giunta Raggi il gioco delle tre scimmiette

Fonte Agenpress.

Nessun confronto è mai stato possibile, sempre negato dal Socio Roma Capitale e dai due incontri che si sono svolti questa settimana tra il Direttore Generale Giampaoletti e le Organizzazioni Sindacali è emerso che Roma Capitale è orientata a liquidare la Partecipata Roma Metropolitane.

Questa intenzione dovrebbe essere manifestata attraverso un atto di Giunta che sarà presentato lunedì 30 nel corso della prevista Assemblea dei Soci: 4 bilanci non approvati ed un previsionale in perdita. 3 anni di richieste da parte dei lavoratori non ascoltate e di insistenti istanze da parte dei sindacati affinché venisse aperto un tavolo di confronto. E invece, nessun confronto è mai stato possibile, sempre negato dal Socio Roma Capitale.

Se Roma Metropolitane dovesse essere liquidata, al dramma dei lavoratori dovrebbe aggiungersi il dramma della Capitale d’Italia allo sbando, che perderebbe l’unico strumento tecnico di progettazione, attuazione ed ammodernamento delle infrastrutture di Mobilità. La Sindaca e la sua Giunta hanno lasciato morire la partecipata, indifferenti alle grida di allarme dei lavoratori e delle opposizioni, senza avere costruito uno strumento alternativo. Tra piani industriali che avrebbero tagliato un terzo del personale e il previsto scorporo di un pezzo dell’azienda in Roma Servizi per la Mobilità, mai nessuna decisione è stata veramente presa e nessuna attenzione è emersa dalla maggioranza in Capidoglio, su come preservare le infrastrutture in attuazione (Linea C), utilizzare gli investimenti già stanziati (ammodernamento Linea A e B), e restare capaci di progettare il futuro e quindi lo sviluppo di Roma.

A cosa stiamo giocando?

Roma Metropolitane è una società “piccola” 150 lavoratori di altissima competenza e grande esperienza, capace di movimentare un volume ingentissimo di risorse economiche per la città. La Linea C è finanziata prevalentemente dallo Stato Italiano e dalla Regione Lazio; se elimina Roma Metropolitane la Sindaca dovrà spiegare agli enti cofinanziatori cosa ne sarà dell’infrastruttura. La Sindaca dovrà spiegare ai cittadini romani che aspettano da tempo un ammodernamento delle Linee A e B perché dovranno aspettare ancora, visto che i 425 milioni stanziati dal Ministro Delrio alla fine del 2017 non sono stati ancora spesi e lei sta uccidendo la Stazione Appaltante che avrebbe potuto trasformarli in maggiore qualità, efficienza e sicurezza del servizio.

La liquidazione di Roma Metropolitane è pericolosa.

Mi chiedo se la Sindaca abbia fatto almeno sviluppare un’analisi tecnico-giuridica dei rischi a cui espone Roma Capitale ponendo in liquidazione la società, titolare dei contratti con le imprese e che gestisce i contenziosi.

Licenziare i lavoratori o scorporare un pezzo dell’azienda in un’altra che non gode di buona salute e che ha una mission statutaria diversa di certo non rappresentano soluzioni accettabili a tutela del patrimonio pubblico.

La Sindaca e la Giunta, su questa vicenda si sono chiusi in un assordante silenzio, irrispettoso per la Città.

Lunedì 30, quindi domani, i lavoratori, insieme alle organizzazioni sindacali si riuniranno in presidio a difesa dell’azienda e del lavoro che essa può sviluppare per Roma. Dobbiamo stare al loro fianco, a sostenere le loro giuste rivendicazioni e a chiedere un futuro di sviluppo per la città, che questa Sindaca ha abbandonato. L’ascolto e il confronto devono essere valori principi dell’azione politica giornaliera di ogni amministratore, la Sindaca riapra il tavolo su Roma Metropolitane e trovi una soluzione condivisa, che veda protagonista l’azienda nel rilancio e nella gestione delle infrastrutture che occorrono a Roma e non solo, per il rilancio della Capitale d’Italia.

Quanto afferma Augusto Gregori, della Segreteria del PD Lazio.

Il Papa: non possiamo restare indifferenti di fronte alla miseria di tanti

“Dobbiamo avere un’attenzione particolare verso i forestieri, come pure per le vedove, gli orfani e tutti gli scartati dei nostri giorni”. Così Papa Francesco, nella messa per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, ha parlato di chi si trova in situazioni di difficoltà. “Non si tratta solo di forestieri – ha specificato il Pontefice – ma di tutti gli abitanti delle periferie esistenziali che assieme ai migranti e ai rifugiati sono vittime della cultura dello scarto”. Bergoglio ha ricordato che “il Signore ci chiede di mettere in pratica la carità nei loro confronti” e “restaurare la loro umanità, assieme alla nostra, senza escludere nessuno, senza lasciare fuori nessuno”. Un pensiero è stato poi rivolto a tutti i discriminati e a chi si trova in situazioni di povertà.

Le parole del Pontefice sono rivolte a tutelare gli “esclusi” con un invito ai presenti a “riflettere sulle ingiustizie che generano esclusione, in particolare sui privilegi di pochi che, per essere conservati, vanno a scapito di molti”. Per Bergoglio bisogna fare attenzione perché “il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele” con chi ha meno possibilità.

Integrazione: Milano, oggi “Living Together”

Sarà un pomeriggio di festa quello che si vivrà oggi, in piazza Gabrio Rosa, nel quartiere Corvetto, a Milano. Alle 15.30, infatti, prenderà il via “Living Together”, iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e alla quale parteciperà l’assessore alle Politiche sociali e abitative del Comune di Milano, Gabriele Rabaiotti.

In programma musiche, danze, giochi, laboratori per i più piccoli, ciclo-bookcrossing con cantastorie. Inoltre una parata di bambini si recherà alla vicina Rsa Virgilio Ferrari per accompagnare gli anziani in piazza Gabrio Rosa. A loro si uniranno tanti abitanti del quartiere, tra cui i bambini e gli adolescenti delle Scuole della pace, i Giovani per la pace, gli anziani del quartiere, i “nuovi europei” del movimento Genti di pace (formato da immigrati di differenti Paesi, culture e tradizioni religiose, che vivono insieme a Sant’Egidio l’impegno per la città), famiglie rom.

Sant’Egidio è presente nel quartiere Corvetto dall’inizio degli anni Novanta: “Vediamo da un lato caseggiati segnati da tensioni, solitudini, povertà e ‘recinti separati’; dall’altro un quartiere vivace, arricchito dall’impegno solidale di associazioni e singoli. Sono due Corvetti opposti, paradossalmente entrambi veri: con la festa ‘Living Together’ – spiegano – uniamo i tanti, vecchi e nuovi abitanti del Corvetto, che vogliono contribuire a far crescere il Corvetto dei ponti e non dei muri”. La Comunità di Sant’Egidio, proprio al Corvetto (via dei Cinquecento 7), sta ristrutturando lo Spazio Living Together dove, in collaborazione con tante realtà del quartiere, nasce uno spazio amicizia e incontro.

Horizon 2020, 1.5 mln ai progetti vincitori del programma di ricerca e innovazione

Premiati a Bruxelles tre idee innovative volte a migliorare la vita degli anziani con problemi di mobilità. Il primo premio, del valore di un milione di euro è andato all’impresa danese Walk with Path, per aver sviluppato un dispositivo che si aggancia alle scarpe, denominato Path finder, che aiuta a stabilizzare l’andatura precaria e irregolare. Il secondo e il terzo riconoscimento, del valore di 250.000 euro ciascuno, sono stati assegnati al Comune di Tolosa (Francia) per il progetto denominato Mob4Seniors, un sistema teso ad accrescere la partecipazione dei cittadini più anziani alle attività della comunità e, l’altro, all’impresa svizzera MyoSwiss ideatrice dei “muscoli indossabili”. Quest’ultimo è un completo eso-muscolare che grazie a una combinazione di robotica e tessuti, aggiunge alle gambe un rivestimento muscolare per aiutare la coordinazione delle persone che hanno difficoltà motorie.

Tre innovazioni importanti quelle appena premiate che, favorendo l’inclusione sociale, contribuiranno a migliorare la qualità di vita delle persone anziane e più fragili. Il contest cercava progetti e soluzioni non necessariamente riguardanti questioni tecniche (relative a infrastrutture, veicoli, software-applicazioni.), ma anche altri aspetti quali, ad esempio, servizi di comunicazione o i servizi integrati personalizzati.

I cosiddetti “Inducement prizes” della Commissione europea hanno offerto importanti riconoscimenti a seguito di soluzioni di mobilità innovative, sostenibili e replicabili che consentono di preservare l’autonomia personale e di partecipare attivamente alla vita socio-economica. Le soluzioni proposte potranno determinare, infatti, vantaggi significativi a medio-lungo termine per gli anziani che vivono in aree isolate oppure per coloro che pur vivendo nelle città presentano difficoltà e mobilità ridotta. L’impatto delle soluzioni proposte inoltre aprirà nuove opportunità nel mercato del lavoro, ad esempio per piccole imprese innovative, operatori del settore dei trasporti, start-up di economia sociale, nonchè Ong a livello locale, regionale o nazionale.

Il commissario per la Ricerca, la scienza e l’innovazione, Carlos Moedas, che ha consegnato i premi a Bruxelles, il 24 settembre, in occasione delle Giornate europee della ricerca e dell’innovazione ha dichiarato: “Queste innovazioni fanno davvero la differenza per i nostri cittadini anziani, perché li aiutano a mantenere la loro autonomia e una vita sociale attiva. I progetti premiati dimostrano anche che il sostegno dell’Ue apre la strada a nuove imprese innovative e ispira la cooperazione tra innovatori e organizzazioni della società civile e i settori pubblico e privato, a beneficio di tutti”.

A Roma il 10° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana Medici Oculisti

Si svolgerà a Roma il 3 e 4 ottobre, presso l’Ergife Palace Hotel, il 10° Congresso nazionale dell’AIMO – Associazione italiana medici Oculisti, a cui sono attesi circa 800 medici oculisti provenienti da tutta Italia. Durante le due giornate si svolgeranno incontri, dibattiti e corsi di formazione sui principali argomenti dell’oculistica italiana ma anche internazionale.

Dall’occhio secco al glaucoma e alle maculopatie, fino allo strabismo, all’ipovisione e all’ergoftalmologia, saranno tanti gli argomenti trattati nel corso di sessioni che lavoreranno in modo parallelo.

Uno spazio particolare sarà dedicato all’etica medica e alla comunicazione medico-paziente, con un corso tenuto dal dottor Marco Gusmeroli, che ha l’obiettivo di approfondire la gestione degli episodi di violenza nei confronti degli operatori sanitari. I giovani chirurghi di AIMO Academy, inoltre, si metteranno a disposizione di altrettanti giovani specialisti con un corso istruttivo per facilitare la loro crescita in ambito chirurgico e clinico.

Tra gli eventi più attesi, infine, il programma di chirurgia in diretta, in particolare con interventi sul segmento anteriore (cornea, cataratta e glaucoma) e chirurgia vitreo-retinica, che saranno eseguiti all’ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano, diretto dal dottor Antonio Scialdone, da esperti medici chirurghi italiani per dare dimostrazione delle tecniche chirurgiche e delle più avanzate tecnologie.

29 Settembre: a 75 anni dalla strage di Marzabotto occorre ricordare!

Esistono episodi e vicende, che non si possono dimenticare, ma che debbono anche essere conosciute, perché la memoria – di quanto accaduto 75 anni fa, nel nostro Paese – deve essere ricordata e tramandata, attraverso le narrazioni, le testimonianze, le foto, le lapidi e tutte quelle  tecniche che la tecnologia oggi offre.

Esiste un grande masso di pietra, con una scritta significativa: “ Monte Sole. Si piegano la querce come salici, sul cuore delle rocce a Monte Sole. Hanno memoria le querce. Hanno memoria.” 

Perché queste parole così profonde e sibilline, per chi non conosce il passato?

 Sono il richiamo a una triste storia, drammaticamente vissuta,  sofferta, e pagata con il sangue di centinaia e centinaia di innocenti, nell’autunno del 1944. Ecco perché deve essere ricordata con rispetto, facendone memoria anche per le giovani generazioni.

La strage di Marzabotto, è uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile perpetrati dalle forze armate tedesche e fascisti italiani in Europa occidentale, durante la Seconda guerra mondiale. Dopo il massacro di Sant’Anna di Stazzema, nell’Alta Versilia (in provincia di Lucca) commesso il 12 agosto 1944, ( con fucilazioni di massa: 560 morti, di cui 130 bambini) gli eccidi nazifascisti contro i civili sembravano essersi momentaneamente fermati, anche nell’Appennino bolognese nei pressi della “Linea Gotica”.

Ma questa illusione durò 38 giorni, poi il dramma che si manifestò L’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto, che prese il nome dal maggiore dei comuni colpiti) fu un insieme di stragi compiute dalle truppe nazi-fasciste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel territorio dei comuni di Marzabotto, Grizzana, Morandi e Monzuno che comprendono le pendici del Monte Sole, in provincia di Bologna. Gli eccidi compiuti per azioni di rastrellamento contro le formazioni partigiane causarono la morte di 955 persone e in particolare 770, nella settimana di fine settembre inizio ottobre, oltre a 721 morti per cause varie di guerra. Il dato complessivo accertato, dal Comitato per le Onoranze ai Caduti di Marzabotto insieme  agli uffici anagrafici comunali, registrò 1676 decessi per mano di nazisti e fascisti, e per cause di guerra.

Perché proprio Marzabotto? Il feldmaresciallo von Kesselring ( che era a capo del Comando supremo di tutte le forze tedesche in Italia) aveva scoperto che a Marzabotto agiva con successo una brigata partigiana, e voleva dare un duro colpo a questa organizzazione e ai civili che l’appoggiavano. Già in precedenza Marzabotto aveva subito rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell’autunno del 1944.

La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, al comando del maggiore Reder, quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area del territorio, compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. “Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Panico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e dalla periferia del capoluogo, le truppe si mossero all’assalto del abitazioni, delle cascine, delle scuole, e fecero la terra bruciata di tutto e di tutti.” 

Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 195 vittime, di 28 famiglie diverse, tra le quali 50 bambini.

 Fu l’inizio della strage. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell’eccidio fu inusitata: alla fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini. Il numero delle vittime civili si rivelò spaventoso e subito le voci e le informazioni -scarse per la verità – che immediatamente cominciarono a circolare relative all’eccidio furono negata dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino), indicandole come diffamatorie, solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l’entità del massacro.

Fra le diverse lapidi presenti in quella zona, che ricordano i caduti e i tragici eventi, c’è ne è una, a ricordo dei sacerdoti uccisi nell’eccidio, con questa scritta: “ Qui il 22 aprile 1945 fu trovato il corpo straziato dell’eroico parroco di Sperticano Don Giovanni Fornasini – Medaglia d’Oro V.M. con Lui uniti nel martirio Don Ubaldo Marchioni, Don Ferdinando Casagrande, Don Elia Comini, Padre Martino Capelli e centinaia di vittime innocenti”.

Don Fornarini, visse in tempi in cui la speranza sembrava perduta per sempre. Invece, proprio in quel periodo “oscuro”, un faro luminoso lo offrì l’esempio di fedeltà di pastore di don Giovanni, denominato l’angelo di Marzabotto, difendendo dalle angherie dei nazisti, come poteva, la sua popolazione e riuscendo a salvare diversi parrocchiani. Si è impegnato nella resistenza, è stato vicino alla brigata partigiana “Stella Rossa”, viene ucciso da un ufficiale tedesco, accusato apertamente da don Giovanni dei delitti compiuti a Marzabotto, aveva 29 anni.

E’ aperto il processo di beatificazione per don Fornarini, assieme ad altri due sacerdoti Ferdinando Casagrande e Ubaldo Marchioni, considerati “ martiri di Monte Sole.” 

Salvatore Quasimodo ha scritto una epigrafe, che è alla base del faro monumentale che sorge sulla collina di Miana, sovrastante Marzabotto: “Questa è  memoria di sangue, di fuoco, di martirio,del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dei loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana.” 

Al termine della seconda guerra mondiale, Walter Reder fu processato e condannato, nel 1951, all’ergastolo. Nel 1980, il Tribunale militare di Bari gli concesse la libertà condizionale e nel 1985, il presidente del consiglio Craxi decise di liberare anticipatamente Reder, ( su pressione dei governi  austriaco e tedesco) che morì a Vienna nel 1991.

 Il 13 gennaio 2007, il Tribunale militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo dieci imputati (ufficiali e sottoufficiali della SS ) in contumacia, per l’eccidio di Monte Sole, ritenuti colpevoli di violenza pluriaggravata e continuata con omicidio. Non ci sono commenti.

Esistono libri, film, fondazioni e associazioni, anche con il sostegno degli Enti Locali, per mantenere viva la memoria su questa drammatica vicenda, che ancora fa inorridire.

Giuseppe Dossetti, uno dei personaggi più influenti della nostra Repubblica: politico, costituente, uomo che sfidò De Gasperi, poi sacerdote , tra i principali ispiratori del Concilio Vaticano II, morì il 15 dicembre 1996. E’ sepolto, insieme ai martiri dell’eccidio di Marzabotto, nel piccolo cimitero di Casaglia di Monte Sole, per scelta personale.

Anche la memoria ci ricorda, spesso, la coerenza e la testimonianza che si lascia.

Una nuova cultura

Articolo già pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Rosario Capomasi

Un dossier in cui si analizzano, con statistiche e riflessioni, «le tendenze più aggiornate in tema di mobilità umana a livello mondiale ed europeo» che «introducono al contesto italiano, nei diversi ambiti di vita relativi ai cittadini stranieri accanto a quelli italiani: il lavoro, la famiglia, la scuola, la salute, la devianza, l’appartenenza religiosa». È questo in sostanza il 28° Rapporto sull’immigrazione 2018-2019, dal titolo «Non si tratta solo di migranti», presentato venerdì 27 settembre a Roma da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes in vista della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che si celebra domenica 29.

In base agli ultimi dati Onu disponibili, si legge nel documento, sono 257,7 milioni le persone che nel mondo vivono in un Paese diverso da quello di origine, con un aumento del 49 per cento di coloro che, dal 2000 al 2017, hanno lasciato la terra natale: attualmente i migranti rappresentano il 3,4% dell’intera popolazione mondiale, rispetto al 2,9% del 1990. Per quanto riguarda più da vicino la situazione italiana, prosegue il rapporto, sono 5.255.503 gli immigrati regolarmente residenti nel nostro Paese secondo dati Istat, l’8,7% della popolazione totale residente, al terzo posto nell’Unione europea. Diminuiti gli ingressi per motivi di lavoro, si è registrato invece l’aumento di quelli per motivi di asilo e protezione umanitaria. Al 1° gennaio 2019 le comunità straniere più numerose sono quella romena (1.206.938 persone), pari al 23% degli immigrati), seguita da quella albanese (441.027, 8,4%) e marocchina (422.980, 8%). La popolazione immigrata nel territorio italiano, inoltre, risiede prevalentemente nelle regioni più sviluppate del nord (57,5%) e in quelle del centro (25,4%), mentre nel Mezzogiorno (12,2%) e nelle isole (4,9%) appare decisamente più contenuta, sebbene in crescita.

Le cifre 2018 sulle acquisizioni di cittadinanza, 112.523 e riguardanti stranieri residenti, indicano una flessione rispetto all’anno precedente (-23,2%) mentre al 1° gennaio 2019 i cittadini stranieri musulmani residenti in Italia risultano un milione e 580 mila (+2% rispetto al 2018). Nonostante un piccolo calo (2 milioni e 815 mila, -4% rispetto al 2018), i migranti cristiani nel territorio italiano sono ancora la prima appartenenza religiosa tra i migranti residenti in Italia rispetto a ortodossi (un milione e 560 mila), cattolici (977.000), evangelici (183.000), copti (16.000) e fedeli di altre confessioni cristiane (80.000). 

Ricca la casistica presentata anche su famiglia, scuola e lavoro. Nel corso del 2017 sono stati celebrati 27.744 matrimoni con almeno uno dei coniugi straniero (+14,5% del totale delle unioni), in aumento rispetto al 2016 (+8,3%): nel 55,7% dei casi si tratta di matrimoni di uomini italiani con immigrate. Sono 65.444 invece i bambini nati nel 2018 da genitori entrambi stranieri (14,9% del totale delle nascite), in calo rispetto al 2017 (-3,7%). I dati relativi all’istruzione rivelano un aumento degli alunni stranieri nelle scuole italiane (841.719, il 9,7% della popolazione scolastica totale) rispetto all’anno scolastico 2017-2018, sottolineando inoltre come ben il 63,1% degli alunni non avente cittadinanza italiana sia nato in Italia. L’occupazione lavorativa si attesta invece al 64,3 % per i cittadini stranieri comunitari mentre scende al 58,7% per quelli provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione europea.

Devianza e povertà del migrante sono le altre tematiche affrontate nel rapporto. Al 31 dicembre 2018 i detenuti stranieri presenti negli istituti penitenziari italiani risultano 20.255, su un totale di 59.655 reclusi, in maggioranza marocchini, albanesi e romeni, parte anch’essi di quella povertà diffusa che cerca sollievo nei centri di ascolto Caritas: nel 2017, hanno incontrato 197.332 persone, il 57,8% delle quali con cittadinanza straniera a fronte di un restante 42,2% di italiani. A tale riguardo, è ben evidenziato, sottolinea il documento, che «l’allarme criminalità non sussiste: l’incidenza dei cittadini stranieri nelle statistiche giudiziarie si mantiene inalterata da quasi 20 anni, e, in ogni caso, il tema non può essere affrontato attraverso pericolose generalizzazioni», che portano a fake news e a discorsi d’odio. 

«I migranti sono oggi divenuti il simbolo di tutti gli scartati della società dell’indifferenza globalizzata — scrive nella prefazione del rapporto il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana — e da questo punto di vista, il perpetuarsi della distinzione fra “loro” e “noi” non ha più senso». Per questo, aggiunge, è necessario, tenendo sempre presente che il migrante è anzitutto una persona umana, respingere senza esitazioni la cultura dello scarto e del rifiuto per dare vita «a una cultura “nuova” fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà».

Conte a Coldiretti: “Vi voglio alleati del governo per un green new deal”

Il patto del Parmigiano Reggiano ha sancito l’accordo per un Green new deal che vede come protagonista l’agricoltura nazionale nel rendere l’Italia più verde, proposto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al villaggio Coldiretti con il Presidente Ettore Prandini e l’intera dirigenza della più grande organizzazione agricola europea. “Un riconoscimento del ruolo del settore agricolo come modello di sviluppo sostenibile” ha affermato Prandini nell’esprimere apprezzamento per le parole del Premier che si è impegnato a non intervenire sul gasolio agricolo e sulla fiscalità in agricoltura accogliendo di fatto le sollecitazioni della Coldiretti.

Un provvedimento – ha ricordato Prandini – che non porterebbe alcun beneficio immediato in termini di utilizzo di energie alternative ma determinerebbe solo aumento dei costi che peserebbe sulla competitività dell’agroalimentare nazionale e costringerebbe semplicemente molti pescatori, agricoltori e allevatori a chiudere la propria attività con un devastante impatto ambientale soprattutto nelle aree interne più difficili.

Strategica – ha precisato Prandini – anche la volontà di investire sulle energie rinnovabili come il biometano agricolo, la nuova frontiera dell’economia circolare e dello sviluppo sostenibile. Apprezziamo anche – ha continuato Prandini –  l’impegno del Premier per l’emanazione dei decreti applicativi per l’etichettatura di origine degli alimenti, per dare la possibilità ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli, a sostegno della quale la Coldiretti ha realizzato una vasta campagna a livello nazionale ed europeo.

Nell’intervento del Premier – ha sostenuto Prandini –  è importante anche la volontà di dare priorità alla tutela del Made in Italy con tre principi da difendere in tutte le sedi: tracciabilità, sicurezza e qualità, a partire dagli accordi di libero scambio dove bisogna lavorare sulla reciprocità per ottenere sempre il rispetto della parità di condizioni e controlli efficaci per quanto riguarda le norme sull’impatto ambientale, economico e sociale. A sancire il patto del Parmigiano Reggiano è infine particolarmente rilevante – ha concluso Prandini –  l’annuncio del Premier di voler rafforzare la disciplina dei reati agroalimentare di tutela il Made in Italy, riconoscendo il grande lavoro fatto dal Dott. Gian Carlo Caselli, responsabile dell’Osservatorio Agromafie di Coldiretti.

Dai giovani arriva una nuova speranza per tutti noi

Non so quanto siano coscienti, però quel mare di ragazzi ha dimostrato che il mondo può risvegliarsi. Da diverso tempo li abbiamo conosciuti piuttosto abulici, distanti, chiusi nel loro mondo. Un mondo a sé, fragile. È vero, pieno di opportunità, di divertimenti e di cose che la mia generazione se le sognava.

Sembravano smarriti in un oceano di facilità, invece, come un terremoto, hanno dimostrato che covavano un malessere via via crescente. Un bel risveglio. È piacevole vedere i ragazzi vinti da passioni che non siano totalmente espressione di comodità, di spazi virtuali e di vuotezze.

Potrei dire che è sorto uno spirito religioso. Non è propriamente politico, è qualcosa di più grande. Una marea di ragazzi in tutto il mondo ha invaso le strade e le piazze come in nessun altro momento mai. Dall’Africa all’Oceania, dall’Europa all’Amarica e anche al grande continente Asiatico.

Vedere adolescenti di Seul, di New York, di Parigi nello stesso istante gridare un appello all’unisono, è, in effetti, un fenomeno mai visto in precedenza. Sono del tutto stupide quelle vuote considerazioni che intendono ridurre questi gesti a un tornaconto cieco e stupido: approfittare per non andare a scuola. Invece, questo fatto resterà impresso positivamente nella mente di tutti quei ragazzi. E si tratta di milioni e milioni di persone.

La speranza è che si sia risvegliata un’attenzione per una idea che non si accontenti del pensare ai propri estemporanei comodi e piaceri. Il messaggio è proprio questo, i ragazzi si occupano di una sfera totale e non di piccole parzialità.

Stamattina ho postato su Facebook un messaggio brevissimo, volutamente stringato, mi è sembrato che riassumesse lo spirito di quello che sta accadendo. Scrivevo: “Ambiente: da noi i bambini fanno politica e i politici si occupano di merendine“, a dimostrazione di quanto siano strabici i politici della mia età, rispetto a questo fiorire di nuove speranze per il nostro pianeta.

Hanno alzato la voce per rappresentare i ghiacciai, l’aria, gli orsi, le foreste, le superfici delle terre e i fondali marini. Non vi sembra una gran bella maniera di far parlare quelli che non possono farlo?

Per il mondo spira, adesso, un’insperata speranza per noi tutti.

Protezione Civile: “Io non rischio” torna in piazza il 12 e 13 ottobre

La campagna “Io non rischio” torna nelle piazze di tutta Italia per promuovere le buone pratiche di protezione civile e sensibilizzare in maniera capillare i cittadini sui rischi del territorio e i comportamenti da mantenere in caso di eventi calamitosi.

Quest’anno la campagna promossa e realizzata dal Dipartimento della Protezione Civile, Anpas, Ingv, ReLuis e Fondazione Cima si terrà il 12 e 13 ottobre in occasione dell’apertura della Settimana della Protezione civile: 7 giorni di eventi ed iniziative a livello nazionale e locale in cui i cittadini italiani potranno entrare a contatto con le donne e gli uomini del Servizio nazionale della protezione civile.

Ormai giunta alla sua nona edizione, “Io non rischio” vedrà la presenza di gazebo informativi in più di 850 piazze in tutta Italia con i volontari delle associazioni nazionali e locali di protezione civile che racconteranno nel dettaglio i rischi terremoto, alluvione, maremoto e – novità dell’edizione 2019 – anche il rischio vulcanico in occasione dell’esercitazione nazionale Exe Flegrei 2019.

“Io non rischio” non è solo lo slogan della campagna ma è un proposito, è la pacifica battaglia che ciascuno di noi è chiamato a condurre per la diffusione di una consapevolezza che può contribuire a farci stare più sicuri. Maggiori dettagli sulla campagna Io non rischio 2019 sul sito www.iononrischio.it

 

Enogastronomia italiana, fascino irresistibile e occasione per i giovani

Musei, moda, arte? Sì, certo. Ma soprattutto mangiare e bere divinamente. Ecco cosa cercano gli stranieri quando visitano il nostro Paese. Lo sapevamo già, ma adesso lo certificano i numeri: il turismo in Italia vale 100 miliardi di euro (Fonte: Iriss-Cnr), nel mondo siamo a circa 9mila miliardi; nel 2018 ben 94milioni di turisti hanno speso nel Belpaese poco meno di 42miliardi di euro (Fonte: Enit), nello stesso periodo noi italiani ne abbiamo spesi 25 all’estero. Fiore all’occhiello, l’enogastronomia.

Un fascino intramontabile e irresistibile. Al punto che la spesa media per un’esperienza Food & Wine rigorosamente Made in Italy supera quella rivolta al mare e alla montagna. Non è finita. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro ha previsto per il settore “ospitalità e ristorazione” una crescita economica significativa nei prossimi 5 anni. Non occorre la palla di vetro per suggerire ai nostri giovani di puntarvi con convinzione. E con la necessaria tenacia.

Un farmaco ‘jolly’ che può colpire 29 tipi diversi di tumore

Assorted pills

Gli ultimi risultati sull’efficacia della molecola (larotrectinib) sono stati presentati al Congresso europeo di oncologia Esmo e sono definiti “eccezionali” dalla comunita’ scientifica: si e’ infatti registrata una riduzione del 30% della massa tumorale nel 79% dei pazienti valutati (su un campione di 153) e nel 75% di quelli con metastasi cerebrali, e la sopravvivenza media e’ superiore ai 3 anni.

Il farmaco – definito tecnicamente ‘agnostico’ perché non ha come bersaglio un organo particolare, agendo indipendentemente dalla localizzazione del tumore – è il primo del suo genere ad aver ottenuto, pochi giorni fa, il via libera della Commissione Ue per la commercializzazione in Europa. La molecola agisce sui tumori solidi in stadio avanzato o metastatico nei pazienti adulti e pediatrici per i quali l’intervento chirurgico sarebbe troppo rischioso e che presentano una particolare alterazione genica definita fusione genica di Ntrk.

Si tratta di un’alterazione rara ma che in Italia interessa circa 4mila pazienti ogni anno.

Il “popolo di Greta” e il richiamo alla realtà

“Una ragazzina con un volto difficile da decifrare, non molto sviluppata fisicamente, che non esibisce i comportamenti convenzionali degli adolescenti, t-shirt, scarpe da ginnastica di marca, tatuaggi. Bastava vederla quando parlava sui cambiamenti climatici alle Nazioni Unite, una lunga treccia sulla spalla sinistra, una foggia antiquata che nessuna ragazza della sua età si sognerebbe di mostrare e una camicia rossa a piegoline, anche questa un po’ démodé”. Massimo Ammaniti, che di mestiere fa lo psicanalista, descrive bene sul “Corriere della Sera” l’essenza della protagonista dei Fridays for Future. Ha ragione Greta: il nostro Pianeta non sta vivendo “un’ottima annata”. Fortuna, però, che il progresso ha portato la luce elettrica, altrimenti la sera ceneremmo tutti a lume di candela. E senza l’elettricità, neanche Greta avrebbe avuto a disposizione il microfono delle Nazioni Unite da cui ha lanciato il suo grido di allarme davanti ai potenti del mondo. Greta si è arrabbiata perché chi l’ha preceduta non avrebbe generato che “catastrofi e dolore”, “rubando” la sua giovinezza e il suo futuro. Questo non è vero, perché il progresso ha consentito a molti coetanei meno fortunati di Greta (che proviene pur sempre da una benestante famiglia svedese) di avercelo, un futuro, semplicemente perché sono sopravvissuti alla miseria che in passato ha mietuto un numero impressionante di vittime.

Certo, a una sedicenne (tanto più in un Paese come il nostro, dove si è “ragazzi” fino a 40 anni) si possono perdonare estremismi, ingenuità e qualche eccesso di retorica. Chi però ha qualche anno in più (cioè tutti noi) dovrebbe restare perplesso di fronte a letture così grossolane dei benefici del progresso, che ha permesso (bene o male) a milioni di esseri umani di migliorare il proprio tenore di vita a livelli un tempo consentiti solo agli abitanti più ricchi della Terra. È diminuito drasticamente, anche grazie al progresso, il numero di bambini decimati dalla fame e dalle malattie nel Terzo Mondo. La disponibilità di acqua potabile è cresciuta enormemente, anche nei Paesi più afflitti dalla sete, grazie al progresso. La piaga della denutrizione, grazie al progresso, è in netto calo. C’è ancora troppa fame, in misura intollerabile e umanamente inconcepibile, ma ogni giorno che passa ci sono bambini che riescono a liberarsene. Il progresso scientifico, spinto dalla libertà di ricerca, ha messo a punto farmaci che hanno debellato malattie che erano una continua ecatombe. I vaccini (tanto scioccamente ostracizzati) hanno liberato i continenti da terribili epidemie. 

Occorre ribadirlo: il “popolo di Greta”, gli adolescenti che ieri hanno saltato un giorno di scuola a favore della salvezza del Pianeta hanno perso un’occasione utile per leggere e approfondire la questione. Un modo maturo di guardare le cose è capire qual è la causa e quale l’effetto di questi cambiamenti. Il progresso scientifico, tecnico e sociale non ha “rubato” il futuro ai giovani, ma ne ha promosso uno nettamente migliore. Anche l’aeroplano così platealmente ripudiato da Greta (che ha raggiunto New York in barca a vela, a differenza del suo staff che ha viaggiato in aereo) ha migliorato nettamente la vita delle persone. Migliora la conoscenza del mondo, della sua varietà, dell’arte, della cultura e anche il contatto con la diversità. Acuisce la sensibilità, perché consente a milioni di persone ogni anno di vedere cose che nel recinto di casa propria non possono vedere. Vuol dire che dobbiamo cadere in un silenzio estatico di fronte alle conquiste del progresso? No, non dobbiamo minimizzare i pericoli. Non dobbiamo assolvere una visione violenta del progresso che nel suo sforzo prometeico ( e anche con un’avidità talvolta incontenibile) ha combinato disastri, ha ignorato limiti, ha devastato immensi patrimoni naturali e culturali, non ha avuto alcun rispetto per gli equilibri ambientali. Ma l’esaurirsi del progressismo “ingenuo”, non può essere sostituito da un “regressismo” cupo e rabbioso che ignora il valore dei cambiamenti storici ed è indifferente alla sorte di chi nel mondo è stato liberato dalla miseria e dall’umiliazione di vite brevi e dolorose. Senza contare, inoltre, che i luoghi più inquinati del mondo sono quelli delle società più arretrate, del tutto prive di sensibilità ambientale. Un approccio progressista è per definizione riformista, pragmatico, concreto, intelligente dal punto di vista ambientale. Le declamazioni regressiste, invece, vellicano gli istinti e si abbandonano alla retorica catastrofista. Un disastro, non solo ambientale.

Referendum: Un salto nel buio

Provo quasi scandaloso che passi così violentemente, senza alcuna seria analisi e discussione della cosa, l’estrema idea di ghigliottinare la parte proporzionale e dar corpo a una legge elettorale esclusivamente maggioritaria.

Se questa presa di posizione può essere in qualche modo compresa solo dal versante delle bandiere estreme, trovo del tutto atipico che il segmento moderato del centro destra si sia piegato a questa volontà.

In effetti, Berlusconi, sembrava essere contrario alla decisione, poi, piegato a ragioni non proprio nobili, ha ceduto di schianto e i suoi rappresentanti nelle sei Regioni interessate all’evento, hanno ammainato l’incertezza, per votare il provvedimento dietro l’emblema di coloro i quali sposavano in pieno quella visione estrema.

Da noi non c’è mai stato, in tutte le espressioni, tranne forse nelle elezioni provinciali, ma compensato da un rimedio che metteva il proporzionale comunque in prima fila, un sistema così concepito, né mai attuato.

Non so che cosa adesso capiterà, non è in alcun modo detto che si giunga al referendum. E nel caso in cui si arrivasse, ho la vaga sensazione che l’Italia non sposerà questa manovra a gomito secco. Comunque sia, il quesito deve prima passare al vaglio della Corte Costituzionale e la formulazione del quesito deve trovare concordanze con quando scrive la Costituzione, ma soprattutto con lo spirito costituzionale.

Non mi soffermo sull’iter che le leggi elettorali avranno all’interno del Parlamento. Anche questo, però, è un elemento da non trascurare. E da qui a gennaio, visto che il 7 di ottobre, almeno così leggiamo, dovrebbe compiersi l’iter del quarto passaggio della diminuzione dei 345 parlamentari, le forze di maggioranza saranno necessariamente costrette a rivedere la legge elettorale. Nel caso in cui trovassero una convergenza, un modello tale da superare l’attuale rosatellum e approdassero in aula con un disegno da sottoporre ai due rami, il gesto politico avrebbe la forza di svuotare l’azione compiuta dalle sei Regioni in questi giorni.

In ogni caso, sono convinto che la società civile moderata e sostanzialmente estranea alle dinamiche estremiste della politica nazionale, guarderà con sospetto una proposta così algida e avanzata per il solo scopo di mantenere alta la tensione politica e offrire così al perdente Salvini agostano, un terreno che consenta a lui di stare costantemente sotto i riflettori.

Nel caso in cui passasse tutti gli scogli intermedi e alla fine, nella primavera del 2020 fossimo chiamati al referendum, non credo di sbagliarmi eccessivamente nel pensare che questa potrebbe essere una Caporetto per gli estremisti. Confido, infatti, che un buon sistema elettorale possa contemperare, come da diversi decenni si fa, un modello che preveda una quota proporzionale con un modello squisitamente maggioritario.

Certo è che la legge vigente non è una soluzione accettabile, il rosatellum fa acqua da tutte le parti, ma nonostante questo, un sistema secco maggioritario non credo sia la soluzione migliore. Auspico, pertanto, che con più saggezza, con un tempo adeguato e con la buona volontà, i due rami del parlamento si dotino di una legge elettorale più adatta alle nostre necessità.

Aleggia sulla Brexit lo spirito di Montesquieu

Dopo che la Presidente della Corte Suprema Brenda Hale – con voto unanime dei 12 componenti – ha dichiarato “nulla, illegale e priva di effetti” la chiusura del Parlamento e la conseguente sospensione della sua attività per 5 settimane disposta fino al 14 ottobre dal premier Boris Johnson, ratificata il 28 agosto dalla Regina Elisabetta e confermata il 6 settembre dai Giudici dell’Alta Corte Britannica di Londra, le porte della Camera si sono riaperte e il focoso BoJo (precipitosamente rientrato da New York dove partecipava all’assemblea generale dell’ONU) ha dovuto affrontare l’attacco scontato di Corbyn e dei laburisti.

“Per il bene del Paese se ne vada”, ha chiesto senza mezzi termini il capo dei labour ma ciò ha sortito l’effetto di irrigidire ancor più la ferma decisione di Johnson: “Il Paese uscirà dall’U.E. entro il 31 ottobre”. Siamo al muro contro muro e il tempo scorre spietato. La scadenza si avvicina e nel tourbillon dei colpi di scena e di una coreografia degna di una corrida le opzioni si restringono, le prese di posizione si affastellano, i rumors si sovrappongono e la piazza si scalda. Lo scopo del premier era di evitare interferenze parlamentari alla sua manovra di uscita dall’U.E. , prima della scadenza del 31 ottobre, anche mediante la via spiccia del ‘no deal’, per la quale sono state preconizzate conseguenze disastrose di tipo politico, istituzionale, economico e sociale. Abituati a criticare le faccende di casa nostra ora con distacco ora con sospetto, restiamo a bocca aperta nell’osservare la deriva confusa della lunga querelle inglese che forse fa impazzire i bookmakers ma che non promette nulla di buono. Per il Paese che conserva ancora alcuni principi giuridici basilari della Magna Charta Libertatum del 1215, la più antica Costituzione al mondo e che aveva retto la sconfitta alla “guerra dei cent’anni” (in realtà 116) con la Francia, la sovraesposizione mediatica mondiale della querelle Brexit si- Brexit no, rimessa di fatto in piedi dagli ultimi sviluppi che hanno visto il premier inanellare una serie di sconfitte anche personali (si pensi alle dimissioni del fratello Jo, viceministro) , si sta rivelando rovinosa.

Mentre il biondo Boris giura che sta negoziando con Bruxelles le condizioni di uscita, i laburisti lo attaccano dentro e fuori il Parlamento, pur timorosi di fronte all’ipotesi di elezioni anticipate, precedute dall’invito-sfida ad una mozione di sfiducia, che il premier getterebbe sul tavolo della partita a poker come spauracchio per una ripresa dei pieni poteri e l’obiettivo di condurre in porto la Brexit senza più impicci, spingendo all’angolo del ring Corbyn e i suoi. La situazione è confusa e grottesca: larga parte del Paese sembra aver mutato opinione e ciò che Boris teme è soprattutto una ripetizione del referendum exit/remain. Mentre l’artefice primo di questa lunga partita a scacchi, il mite Camerun scrive un libro dove tenta una sorta di autodifesa rispetto al pasticcio che si è venuto a creare, Boris è stato chiaro nel primo intervento dopo la riapertura del Parlamento: trattative con Bruxelles, i deputati si facciano da parte e lascino le mani libere al Governo di pilotare l’uscita entro il 31 ottobre, con o senza condizioni.

Intanto la vicenda del pronunciamento della Corte Suprema ha lasciato il segno: quello di una primazia della Corte Costituzionale come garante della legalità. In effetti la chiusura delle Camere aveva il sapore di un colpo di mano: togliere al potere legislativo le sue prerogative costituzionali.

La tripartizione del potere (legislativo, esecutivo e giudiziario) concepita da Montesquieu nel suo “L’esprit de lois” nel 1748, ritorna ed aleggia su tutti gli Stati moderni come perno intorno a cui ruota il concetto stesso di democrazia. E insieme ad esso la terzietà di un organo di controllo che garantisca la netta separazione dei poteri.
C’erano voluti 14 anni al filosofo francese per scriverla, non sono bastate poche settimane al leader britannico per cancellarne i principi fondativi. Si riparte da capo e la sfida si fa grottesca e drammatica.
Non resta agli inglesi che invocare l’inno nazionale: “God save the Quenn”.

“Sovranismo” del XXI secolo: panzana o esasperazione? Basta (ri)leggere Carlo Magno

In quest’epoca di imbarbarimento ed estemporanee rivendicazioni sovraniste “dè noantri”, è un dovere ricordare che il primo in assoluto a ricostruire e ricostituire lo stato di diritto in Italia fu uno straniero: Carlo Magno. Probabilmente, coloro che oggi inneggiano al “sovranismo” ignorano che tredici secoli fa (parliamo del Settecento d.C.) erano state le dinastie franche dei Merovingi, dei Pipìnidi e dei Carolingi a riunificare il paese e restituirgli l’autonomia sottrattale dalle invasioni. La sottile differenza è che allora la sovranità geopolitica e la difesa dei confini erano un istituto imprescindibile circa la stabilità, le relazioni tra i popoli e i rapporti tra gli stati ancora in embrione (costantemente in guerra). Stati che si stavano costruendo o si stavano lentamente autodeterminando avviandosi verso l’età moderna, compresa quella delle scoperte e dei lumi. La grandezza del personaggio consistette nel saper cogliere i cambiamenti sociali, le aspirazioni della gente, nel far rispettare la libertà di culto e preservare le identità a scapito degli abusi e dell’impoverimento che determinarono l’arrivo delle tribù nordiche nell’area del Mediterraneo.

Detto in spiccioli, negli anni Duemila l’espressione “sovranismo” è un neologismo vecchio e decrepito (inevitabile l’ossimoro) sia dal punto di vista semantico che sotto l’aspetto politico in senso stretto. Fermo restando che il termine è ben diverso dall’aggettivo “sovranità”, nell’era dell’apertura delle barriere (se non altro monetarie e commerciali) l’invocazione alle misure sovraniste, in Italia, si è trasformata in un conflitto diplomatico-istituzionale secondo cui l’Europa è il nemico da abbattere. Di fatto, tale contrapposizione altro scopo non ha se non quello di “andare contro” (ergo scontrarsi) gli altri partners europei e in misura più estrema, verso lo straniero in senso astratto. In realtà, sono proprio alcune politiche interne intavolate oggi a risultare più obsolete e oscurantiste di altre messe in atto più di mille anni fa. Ha senso oggi parlare di militarizzazione dei confini in assenza di attacchi armati?

A suo tempo Carlo Magno ripristinò la legalità intuendo che in un’epoca di scontri etnici e di conquiste, oltre alla difesa, l’arma più micidiale che potesse essere usata contro le guerre era un nuovo corso civico e civilizzatore, oltre che politicamente progressista. I valori estinti in Italia dopo il 476 vennero di fatto restituiti – almeno per buona parte – ricorrendo agli investimenti nelle scuole, nelle associazioni di volontariato e salvaguardando l’indipendenza della Chiesa di Roma (il suo fu un ruolo fondamentale nella lotta all’analfabetismo e all’ignoranza), di gran lunga l’istituzione più importante del territorio. Chiesa che ricambiò durante la Pasqua del 774 – nella persona di Papa Adriano I – riconoscendo al re franco il titolo di nuovo imperatore dei romani a seguito di una cerimonia avvenuta sulle scalinate di San Pietro.

E così Carlo Magno, figlio di Pipino il Breve (primo re dei Carolingi), riunificò quelle regioni che alcuni decenni prima i suoi avi avevano contribuito a sottrarre al dominio dei barbari : si trattava di un’area compresa da Milano a Roma, la quale fu inglobata in un’unica amministrazione, denominata Regno Italico. Il modello politico, sociale e pedagogico carolingio fu adottato in tutta Europa, che riconobbe al sovrano d’oltralpe un ruolo istituzionale di primissimo piano e del tutto innovativo. Al punto che è da attribuire a lui l’inizio della diffusione delle traduzioni dei testi (in primo luogo quelli Sacri) dal latino all’anglosassone. Una svolta epocale. A fine Settecento, Carlo, una volta affidato il settore dell’istruzione allo scholasticus e al magisterum scholarum, insigniti di un ruolo giuridico-legale estremamente importante, rese obbligatorio e gratuito l’insegnamento presso tutti i territori a lui sottoposti, elemento che fece registrare una forte crescita del numero e della qualità delle materie di studio (compresa la lingua latina).

Ne conviene tuttavia che è sacrosanto mantenere la centralità dello Stato nazionale evitando di trasferire poteri a terzi, specie riguardo ai movimenti dei capitali, ma per questo occorre la politica e non il protezionismo o l’invocazione al reticolato militare. Proteggere le nostre frontiere da un’immigrazione incontrollata, da potenziali fuorilegge e da speculazioni è d’obbligo, ma con iniziative adeguate e chiamando le cose con il loro nome, senza scomodare il valore del patriottismo o storpiare terminologie riferite a un istituto fondante come quello della sovranità nazionale. Che è ben diverso, come ripete Papa Francesco, dal rifiutare un tozzo di pane a tante famiglie di poveracci che scappano dalle bombe e dalla schiavitù.

Tv2000: “Corridoi di vita”

Tv2000, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, trasmette domenica 29 settembre ore 23 il docufilm “Corridoi di vita”. Un progetto umanitario finanziato dalla Conferenza episcopale italiana che in due anni ha fatto arrivare in Italia – in modo legale e sicuro – cinquecento persone provenienti dai campi profughi dell’Etiopia. È un racconto giornalistico prodotto da Tv2000, che inizia a Lampedusa dove il 3 ottobre del 2013 circa 400 giovani eritrei persero la vita a causa di un naufragio. Proprio per evitare tragedie simili, il 12 gennaio 2017 la Chiesa italiana ha siglato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Interno per “favorire l’arrivo in Italia in modo legale e sicuro di 500 migranti che si trovano in condizione di comprovata vulnerabilità”.

Le telecamere di Tv2000 con l’inviato Vito D’Ettore hanno seguito per due anni le storie di tre rifugiati eritrei: dal campo profughi nel deserto dell’Etiopia fino all’accoglienza nelle diocesi italiane. E poi, l’integrazione: un cammino pieno di speranza e di solidarietà ma talvolta difficile e mai scontato. Persone, non solo migranti come più volte ha ripetuto Papa Francesco.

La prima storia raccontata è quella di Abresh, un rifugiato eritreo cieco dall’età di 5 anni a causa di un’esplosione di una mina. È fuggito a piedi dall’Eritrea a causa della sua fede cristiana. Il regime di Asmara, infatti, è ateo e non prevede una piena libertà di religione. Negli ultimi mesi il regime ha requisito centinaia di scuole e ospedali di ispirazione cattolica. Abresh è arrivato in Italia il 27 giugno scorso grazie ai corridoi umanitari della Chiesa italiana. Adesso studia all’ Università per stranieri di Perugia. È un ragazzo amato da tutti e nonostante per lui sia doloroso ha raccontato la sua storia di in più di un’occasione. È stato anche alla Camera dei deputati dove è intervenuto durante un convegno dedicato ai corridoi umanitari.
La seconda storia è quella di Nebiat. È fuggita dall’Eritrea, come fanno tanti giovani suoi connazionali, a causa del servizio militare obbligatorio e illimitato. Molti osservatori internazionali lo hanno definito come una vera e propria schiavitù di Stato. Oggi ha trovato lavoro ad Assisi presso un albergo.

La terza storia ha come protagonista Tesfalem che in Eritrea faceva il veterinario. È fuggito perché considerato non allineato al regime di Asmara. È rimasto nel campo profughi in Etiopia per nove anni e oggi è stato accolto nella diocesi di Terni Narni Amelia. Il suo sogno di vedere i suoi cinque figli studiare, finalmente è diventato realtà.

Londra-Sydney in sole 4 ore

L’agenzia spaziale britannica ha annunciato che lavorerà più da vicino con l’Agenzia spaziale australiana in un accordo chiamato “Il primo ponte spaziale nel mondo”. Il motore SABRE (Synergetic Air-Breathing Rocket Engine), costruito da Reaction Engines con sede nell’Oxfordshire, è supersonico e può raggiungere Mach 5 (5 volte la velocità del suono) nell’atmosfera terrestre e Mach 25 nello spazio.

“Quando il motore SABRE sarà completo, ci darà l’opportunità di viaggiare dal Regno Unito all’Australia in meno di 4 ore”, ha dichiarato Graham Turnock, capo della British Space Agency. “Stiamo parlando dell’anno 2030 per il servizio operativo ”, ha affermato. I fan dei voli supersonici sognano una nuova tecnologia che supererà la barriera del suono da quando Concorde ha smesso di volare nel 2003.

L’interesse per questa tecnologia è così grande che Reaction Engines ha ricevuto finanziamenti per oltre 140 milioni di euro negli ultimi 4 anni da importanti attori del mercato come BAE Systems, Rolls-Royce e Boeing HorizonX.

 

Mobilità sostenibile, parte la sfida tra 16 città del mondo

E’ partita la seconda edizione del ‘Sustainable City Tournament’, la competizione internazionale sulla mobilità sostenibile che vede gli abitanti di diverse città del mondo gareggiare muovendosi a piedi, in bicicletta o con il trasporto pubblico per risparmiare la maggiore quantità possibile di anidride carbonica. La sfida, in scena da oggi all’8 dicembre, rivolta a tutti i residenti delle aree metropolitane aderenti, è promossa dal consorzio ‘Muv-Mobility urban values”, progetto di ricerca finanziato dall’UE nell’ambito del programma Horizon 2020 per migliorare la mobilità urbana e supportare le amministrazioni locali nello sviluppo di nuove politiche sostenibili attraverso i dati raccolti.

Dopo il successo della prima edizione nell’estate 2019, che ha visto macinare globalmente oltre 30.000 km sostenibili in sette settimane con un risparmio di 2 tonnellate di CO2, il secondo torneo – spiega una nota – vede raddoppiare le città in gara: alle 8 che si sono già date battaglia, se ne aggiungono altrettante, tra cui due nuove italiane, Milano e Cagliari, che vanno ad affiancare Roma e Palermo.L’adesione di una città al progetto avviene attraverso la candidatura da parte di un ente o di un’organizzazione locale e, una volta accettata, la palla passa ai cittadini per la formazione delle squadre.

Per partecipare e diventare un “MUVer” è sufficiente scaricare l’app “MUV”, disponibile per Android e iOS, scegliere la città per cui si compete, iscriversi al Sustainable City Tournament, e iniziare a giocare camminando, correndo, pedalando e utilizzando i mezzi pubblici. A sostenere la partecipazione delle italiane sono il Politecnico di Milano per il capoluogo lombardo, Link Campus University per Roma, GreenShare per Cagliari, il laboratorio PUSH e il Comune per Palermo. Al di fuori della sfida, gli utenti dell’app possono anche allenarsi per migliorare le loro prestazioni individuali, competere con gli altri MUVer in sfide settimanali e aggiudicarsi training speciali come in un vero e proprio sport professionistico. Il torneo si concluderà con la premiazione della città più sostenibile e degli atleti che si sono distinti per la loro performance. In palio, oltre alla soddisfazione per aver contribuito attivamente a ridurre l’impatto ambientale degli spostamenti, premi di diversa entità offerti da sponsor locali.

Suicidio assistito: chiesta l’obiezione di coscienza

“In alcun modo i medici possono favorire un atto che possa favorire la morte. Neanche in presenza di una legge dello Stato, legge che, per altro, non c’è ancora”. Lo afferma il presidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri della provincia di Novara, Federico D’Andrea, intervenendo sulla sentenza della Corte Costituzionale che, in relazione al suicidio assistito di Dj Fabo, ha stabilito che non è punibile chi, in presenza di determinate condizioni, chi aiuta un malato terminale a porre fine alla sua vita.

“E’ chiaro che nessuno di noi può restare insensibile di fronte a vicende come quelle di chi è sottoposto a grande sofferenza e davvero non ce la fa più – aggiunge D’Andrea – Ma è altrettanto chiaro che non si può derogare dal Codice deontologico. Che precisa: “Dov­ere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispe­tto della libertà e della dignità della persona umana”. Il nostro ‘nemico’ è la morte, che non può essere considerato un alleato in grado di risolvere le sofferenze della persona”.

La scomparsa di Jacques Chirac

La scomparsa di Jacques Chirac fa sorgere spontanea una riflessione sull’Europa e sulla politica.
Quanto all’Europa: scompare uno degli ultimi veri “statisti”.

Certo, uno statista prima di tutto e fino in fondo “francese”: ma indubbiamente anche un leader “europeo”, che a pieno titolo si può considerare sul piano di Francois Mitterand o di Helmut Kohl.
Il mondo è cambiato. I meccanismi della leadership sono oggi radicalmente diversi.
Ma ciò non attenua un sapore triste di nostalgia per una stagione nella quale l’Europa sapeva esprimere condottieri non effimeri, artificiosi o semplicemente ripiegati nelle questioni “domestiche”. Erano leader, non meteore mediatiche.

Quanto alla politica: Chirac è stato l’esempio di un centrodestra democratico capace di resistere alla pressione della destra estremista e nazionalista (sovranista, diremmo oggi), senza rincorrerla – perdendosi – sul suo stesso terreno.
Emblematica la sua elezione al secondo turno delle Presidenziali del 2002 – contro Le Pen padre – con l’appoggio di larga parte dell’elettorato di sinistra.
Mutatis mutandis – e parlando di un campo politico che non è il mio – quanto è mancato nell’Italia degli ultimi anni uno come Chirac!

Se la famiglia manca di rispetto alla Scuola

Nel 45°anniversario dell’entrata in vigore dei cd. Decreti delegati nel sistema scolastico italiano (31 maggio 1974) pare utile fare un provvisorio bilancio di questa importante riforma del sistema scolastico italiano
Il Decreto più noto è il 416 poiché introdusse il principio della partecipazione democratica alla vita della scuola, istituendo i cd. organi collegiali che sancirono l’ingresso della componente dei genitori e – nelle superiori- anche di quella degli studenti nei consigli di classe e nei consigli di circolo e di istituto.

Molta acqua è passata sotto i ponti della gestione collegiale della scuola, con luci ed ombre: da un lato c’è chi ha lamentato una eccessiva ingerenza delle famiglie nelle questioni tecnico-didattiche-metodologiche proprie degli insegnanti. Altri hanno evidenziato come questo sistema abbia creato ulteriore burocrazia nella scuola, appesantendo le procedure di gestione con passaggi nuovi e spesso conflittuali, non di rado con interferenze della politica.

La partecipazione allargata alla gestione della scuola ha certamente favorito un processo di crescita e di consapevolezza intorno ai temi educativi e didattici, agli assetti organizzativi ed istituzionali, istituendo accanto alle tradizionali figure monocratiche una serie di organi collegiali a più livelli, composti dalla componente dei docenti, da quella dei genitori e degli alunni, prevendendo sempre una regia e un coordinamento affidato ai dirigenti scolastici come garanti della gestione unitaria della scuola e rappresentanti legali nell’interfaccia sociale e con il territorio.

In questi 45 anni di esperienza dei decreti delegati l’apertura alla componente familiare ha prodotto in alcuni casi vere e proprie eccellenze, in altri attriti e scontri, invasioni di campo nell’area di pertinenza delle figure professionali della scuola a riprova della descrizione di questo processo caratterizzato da chiaro-scuri e alternanze positive e conflittuali rappresentata dal pedagogista Luciano Corradini come una sorta di “difficile convivenza”.
Si può tuttavia affermare che questo continuo divenire di esperienze di confronto e collaborazione ha prodotto esiti positivi, di maturazione, inclusione, condivisione di responsabilità, stimolando la dimensione di prossimità e favorendo un’idea di comunità educante allargata.

In questi ultimi tempi, accanto a questo percorso interno alla scuola e da esso favorito per contiguità e frequentazione più intensa, si è assistito ad un lento e graduale avvicinamento confidenziale tra i docenti e le famiglie.
Un tempo i genitori si presentavano – per usare una metafora iconicamente efficace – con il cappello in mano al cospetto degli insegnanti, con un atteggiamento a volte persino reverenziale.

Non era messa in discussione l’autorità del maestro, poiché si aveva la consapevolezza che l’affidamento del proprio figlio alla scuola comportava una sorta di sacro rispetto verso l’insegnante: tutti conosciamo la metafora o storiella che dir si voglia della sgridata presa a scuola e raddoppiata a casa dai genitori.
La generazione cresciuta secondo questi principi di riconoscimento di autorità e autorevolezza del docente non ha avuto nella vita motivo di dolersi di rampogne severe, brutti voti, richiami a comportamenti più ortodossi e rispettosi. Anzi, chi è stato educato da quella scuola in genere ha ben compreso che la vita comporta impegno e sacrificio, che nulla è regalato ma va conquistato a fatica, che il rispetto che si deve ad un adulto incaricato di un compito così alto e delicato come la formazione educativa di un giovane in crescita si riverbera a tutti gli ambiti sociali e si traduce nel rispetto che si pretende dagli altri quando si fa il proprio dovere.

Purtroppo molto è cambiato rispetto a questo atteggiamento di devota considerazione della scuola, del maestro o professore e del suo compito formativo.
Una società che cresce e accampa nuove e più avanzate rivendicazioni, in termini di autorealizzazione personale e collettiva, moltiplica in genere più il senso del diritto che quello del dovere.

Ci sono stati, con frequenza crescente in termini di quantità e di tono ultimativo, episodi di ribellione, offesa personale, aggressione fino alla vera e propria violenza fisica ai danni dei docenti sia in classe per mano di ragazzi sempre più intolleranti e ribelli, che da parte dei loro genitori iperprotettivi : una sorta di avvocati d’ufficio che lamentano disparità di trattamento a fronte di oggettivi, scadenti esiti scolatici, contestano i voti e le pagelle, fanno ricorso al TAR per una bocciatura meritata, minacciano querele, azioni legali verso gli insegnanti che hanno cercato di imporre un ordinato e leale svolgimento di un compito in classe, evitando copiature, interferenze attraverso gli smartphone, violazioni del codice etico di ogni comunità.

Poi ci sono stati episodi di aggressione fisica vera e propria: dallo sfottò verbale alle sedie rovesciate in testa, ai docenti presi a calci e pugni e mandati all’ospedale.
Ricordiamo tutti il caso di quella professoressa sfregiata in volto da un alunno che aveva avuto il coraggio di perdonare e di trarre spunto da ciò che aveva subito per impartire una lezione di educazione civica e sentimentale.

Ricordiamo il fatto di quel dirigente scolastico dileggiato con frasi offensive sui muri del proprio istituto che non le aveva fatte cancellare ma le aveva utilizzate per dimostrare ai ragazzi che è facile ferire la dignità di una persona, ben più difficile ma fondamentale rendersi conto dell’errore e utilizzarlo in chiave educativa.
La scuola sta diventando terreno fertile per questi casi di violenza fisica, verbale e psicologica nei confronti dei docenti da parte degli alunni, specie con comportamenti agìti attraverso le nuove tecnologie, e dai loro genitori che compiono il più madornale degli errori possibili quando si ergono a paladini e difensori “a prescindere” delle bravate dei propri figli senza minimamente comprendere quanta difficoltà comporti essere insegnanti oggi.

Facendo in questo modo tali genitori favoriscono senza forse rendersene conto la ribellione dei propri figli verso il proprio ruolo familiare.
Decenni di buonismo e perdonismo, di pedagogia della facilitazione, di rapporti confidenziali (oggi in molti – genitori o alunni – si permettono il tu con l’insegnante) di pensiero mite unilaterale per affrontare una pedagogia sociale basata sulla rivendicazione, sul senso del diritto senza limiti, sulla violenza dilagante in ogni contesto di vita hanno favorito certi atteggiamenti inqualificabili da parte di famiglie malate di sindrome da risarcimento, che criminalizzano la funzione educativa della scuola e vorrebbero la promozione facile e dei docenti proni e supini al volere dei propri immaturi bamboccioni.

Se la scuola – aiutata da una consapevolezza sociale sempre più diffusa e matura del suo ruolo fondamentale di formazione e indirizzo, di acculturazione ma anche di proposta di stili di vita improntati al rispetto – se questa scuola non riuscisse più a portare avanti questo compito che nessun altro contesto potrebbe supplire, assisteremmo ad una progressiva deregulation anche nei comportamenti al di fuori dell’ambito scolastico in senso stretto.
Bullismo, cyberbullismo, atteggiamenti di derisione e spregio verso i più deboli, ribellione sociale, diffusione dell’alcool e della droga , giochi violenti ed estremi dove viene messa in gioco la stessa vita sono fenomeni che stanno esponenzialmente crescendo e diffondendosi tra i giovani.

Troppo tardi per quelle famiglie che li hanno difesi e protetti ad oltranza, anche contro la scuola, recriminare attribuendo la colpa di tutto ciò a qualcuno di indefinito, quando servirebbe invece un preventivo e severo esame di coscienza sugli stili di vita appresi in famiglia.

Colombia: la settimana del Migrante e del Rifugiato

Nel contesto della Settimana del Migrante e del Rifugiato, la Chiesa cattolica della Colombia ribadisce l’appello a “rispondere generosamente e saggiamente a questa situazione in cui vivono molte persone”. Richiamando i quattro verbi di Papa Francesco sulla realtà che migliaia di migranti e rifugiati vivono nel mondo, i Vescovi ricordano l’impegno cristiano di “accoglierli, proteggerli, promuoverli e integrarli”. Il tema della Settimana è desunto dal Messaggio del Papa per questa Giornata: “Non si tratta solo di migranti”.

Nella nota della Conferenza Episcopale, riferisce l’agenzia Fides si ricorda che in Colombia la Settimana nazionale del Migrante viene celebrata da oltre 30 anni al fine di rendere visibili le realtà che vivono e devono affrontare le persone che si trovano in situazioni di vulnerabilità nella mobilità umana. Le principali questioni affrontate sono state l’accoglienza, lo sfollamento forzato, le vittime della tratta e i colombiani all’estero.

Cremazione: disperdere le ceneri preservando il senso comunitario della morte

Disperdere le ceneri dei propri cari passati a miglior vita dovrebbe essere operazione mesta e insieme solenne, ma non particolarmente complessa, eppure le cose non stanno esattamente così, giacchè diverse sono le regole da osservare per rispettare la volontà del de cuius. Tant’è che, sollecitato da un Comune, è intervenuto sulla materia persino il Servizio Anci Risponde facendo chiarezza su vincoli e divieti prescritti dalla legge.

In primo luogo – spiegano gli esperti – E’ opportuno premettere che ogni Comune è tenuto ad adottare un proprio regolamento in merito a tutte le questioni concernenti la cremazione e le modalità di dispersione delle ceneri del defunto, dal momento che la legge n. 130/2001 fornisce soltanto un quadro generale, rinviando alle leggi regionali per le opportune specificazioni. Resta in ogni caso fermo – sottolineano – che la dispersione delle ceneri debba emergere proprio dalla volontà del defunto, sebbene in varie forme consentite: per disposizione testamentaria; dichiarazione autografa (da pubblicarsi come testamento olografo ex art. 620 c.c.); dichiarazione resa e sottoscritta nell’ambito dell’iscrizione ad associazione legalmente riconosciuta per la cremazione; dichiarazione ritualmente resa di fronte a pubblici ufficiali; semplice dichiarazione verbale resa in vita dal defunto (In questo caso, i congiunti: coniuge e parenti di primo grado come figli e genitori, possono esprimere la volontà del defunto di disperdere le proprie ceneri, nonché del luogo della dispersione mediante dichiarazione ritualmente resa di fronte a pubblico ufficiale).

Di conseguenza, fatte salve le disposizioni regionali e quelle regolamentari comunali applicabili in materia, la dispersione  è consentita anche in natura, ma con apposite regole e divieti. Le modalità, pertanto, cambiano e sono diverse per ogni singolo Comune – ricordano gli esperti di Anci Risponde – atteso che l’azione dispersiva richiede il rispetto di fondamentali norme igieniche. Generalmente essa è possibile all’interno del cimitero o anche fuori in aree private (con il consenso dei proprietari), in natura e quindi anche in mare, nei laghi e nei fiumi (solo nei tratti liberi da natanti e da manufatti), mentre è vietata all’interno dei centri abitati (d.lgs n.285/1992 – art. 3, comma 1, numero 8). Generalmente, i cimiteri predispongono al proprio interno luoghi ad hoc, denominati “cinerari”, “giardini del ricordo”, etc.

Inoltre – concludono gli esperti – sempre attraverso apposite disposizioni regolamentari, gli enti locali possono stabilire che, per i defunti per i quali sia stata autorizzata la dispersione delle ceneri, venga apposta, in uno spazio che verrà appositamente allestito all’interno del cimitero e per un tempo da definirsi, una targa commemorativa, individuale o collettiva, che riporti i dati anagrafici del defunto, con spese a carico dell’affidatario/incaricato della dispersione. Ovviamente, tale operazione non potrà essere espletata qualora sussista una dichiarazione in senso negativo espressa formalmente dallo stesso defunto. Infine – ci tengono a segnalare gli esperti di Anci Risponde – allo scopo di preservare il senso comunitario della morte, la legge consente forme rituali di commemorazione da tenersi nel momento della dispersione delle ceneri.

Bologna: Chagall. Sogno e Magia

A Palazzo Albergati di Bologna, una mostra dedicata al grande artista russo, Chagall. Sogno e Magia: 160 opere che raccontano, attraverso il filo conduttore della sensibilità poetica e magica, l’originalissima lingua poetica di Marc Chagall (1887-1985).

La cultura ebraica, la cultura russa e quella occidentale, il suo amore per la letteratura, il suo profondo credo religioso, il puro concetto di Amore e quello di tradizione, il sentimento per la sua sempre amatissima moglie Bella, in 160 opere tra dipinti, disegni, acquerelli e incisioni. Un nucleo di opere rare e straordinarie, provenienti da collezioni private e quindi di difficile accesso per il grande pubblico.

La mostra Chagall. Sogno e Magia vede il patrocinio del Comune di Bologna ed è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia.

Curata da Dolores Duràn Ucar, la mostra racconta il mondo intriso di stupore e meraviglia dell’artista. Nelle opere coesistono ricordi d’infanzia, fiabe, poesia, religione ed esodo, un universo di sogni dai colori vivaci, di sfumature intense che danno vita a paesaggi popolati da personaggi, reali o immaginari, che si affollano nella fantasia dell’artista.
Opere che riproducono un immaginario onirico in cui è difficile discernere il confine tra realtà e sogno.

La mostra, che resterà aperta fino al 1 marzo 2020, si divide in cinque sezioni in cui sono riassunti tutti i temi cari a Chagall: la tradizione russa legata alla sua infanzia, dalla quale non si allontanò mai; il senso del sacro e la profonda religiosità che si riflettono nelle creazioni ispirate alla Bibbia; il rapporto con i letterati e i poeti; l’interesse per la natura e gli animali e le riflessioni sul comportamento umano che trovarono espressione nelle acqueforti delle Favole; il mondo del circo, che lo affascinava sin dall’infanzia per la sua atmosfera bohémienne e la sua sete di libertà; e, ovviamente, l’amore, che domina le sue opere e dà senso all’arte e alla vita.

Novità della mostra bolognese una proiezione olografica ideata da Display Expert che con Arthemisia ha applicato la tecnica olografica in ambito espositivo per offrire al visitatore un’esperienza artistica originale ed immersiva e far sperimentare nuove prospettive sull’opera, cercando di simulare l’idea multidimensionale dell’artista durante la creazione.
Attraverso questa infatti saranno create immagini ad altissima definizione permettendo la visualizzazione di soggetti e oggetti in 3D fluttuanti nello spazio circostante. La proiezione olografica esce dagli schemi della rappresentazione bidimensionale per coinvolgere l’interlocutore in visualizzazioni realistiche tridimensionali.

L’iniziativa è sostenuta da Generali Italia attraverso Valore Cultura, il programma per promuove l’arte e la cultura su tutto il territorio italiano e avvicinare un pubblico vasto e trasversale – famiglie, giovani, clienti e dipendenti – al mondo dell’arte attraverso l’ingresso agevolato a mostre, spettacoli teatrali, eventi e attività di divulgazione artistico-culturali con lo scopo di creare valore condiviso.

Charity partner della mostra è Susan G. Komen Italia: l’esposizione aderisce alla campagna di sensibilizzazione La Prevenzione è il nostro capolavoro e si inserisce nel progetto l’arte della Solidarietà, realizzato da Arthemisia insieme a Komen Italia, Komen Italia – organizzazione in prima linea nella lotta ai tumori del seno e nella tutela della salute femminile. Una parte degli incassi provenienti dalla vendita dei biglietti d’ingresso alla mostra saranno devoluti a Komen Italia per sostenere l’ampliamento di “Donne al Centro”, uno spazio polifunzionale presso l’Ospedale Bellaria a supporto delle Breast Unit dell’Azienda Usl di Bologna e dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Bologna e delle Associazioni del territorio.
Donne al Centro offre servizi a supporto del benessere psico-fisico e dell’aggregazione delle donne in terapia oncologica. Grazie al contributo dei visitatori della mostra, verrà realizzata una nuova area polivalente, dove le pazienti potranno partecipare a laboratori gratuiti di musicoterapia, arte-terapia e scrittura creativa, lezioni di Yoga e Qi Gong, incontri educativi e dove verranno organizzati eventi di formazione per operatori sanitari del territorio.

Chagall. Sogno e Magia rappresenta una straordinaria opportunità per ammirare più di centosessanta opere di Marc Chagall e ripercorrere la traiettoria artistica del pittore dal 1925 fino alla morte. Un percorso originale che, andando oltre la presentazione cronologica, propone una lettura nuova delle opere, consentendo al visitatore di addentrarsi nei temi principali della produzione dell’artista.

Cento Città contro il Dolore

Torna la Giornata dedicata alla lotta contro il Dolore organizzata da Fondazione ISAL per realizzare un sogno: che la vita sia gioia e non dolore tragico.
Cento Città contro il Dolore, insignita nel 2016, 2017 e 2018 della Medaglia del Presidente della Repubblica quale premio di rappresentanza, si conferma un evento di grande rilevanza sociale e scientifica.

La Giornata è giunta alla sua XI Edizione e anche quest’anno schiererà in campo contro il Dolore Cronico le sue energie positive, composte da più di 3000 volontari e oltre 200 medici e infermieri, che saranno presenti in più di centoquaranta città italiane ed estere per dare Voce e Ascolto a chi vive nel dolore cronico e sensibilizzare i cittadini sul bisogno di una diffusa opera di prevenzione e cura della malattia.

Un’opera che deve partire dagli ultimi, che sono i più di due milioni di italiani affetti da Dolori Cronici Incurabili e obbligati a una vita tragica. Dolori spesso generati da interventi di amputazione, ictus o traumi stradali con lesioni spinali o del sistema nervoso. E sono le donne a patire talvolta delle manifestazioni dolorose più gravi, come la Fibromialgia, la Vulvodinia e la Cistite interstiziale, che portano a vivere una vita fragile nell’incertezza
sia di diagnosi che di cura: una cura complessa e troppo, troppo spesso inefficace.

Fondazione ISAL chiede che si avvii una nuova stagione di grande civiltà con una
“sfida per una parità di diritti e di cura” un Piano straordinario di Ricerca per giungere a conoscenze capaci di soddisfare il bisogno essenziale di Diagnosi e Cure di precisione nelle sindromi dolorose complesse e incurabili, e di un programma diffuso di
Prevenzione personalizzata. Uniti contro il Dolore per reclamare assieme una certificazione di malattia che permetta ad ogni persona di intraprendere un percorso di cittadinanza senza restrizioni di diritti.

Aiuto al suicidio. Ora il Parlamento faccia il suo dovere prendendo sul serio la sentenza della Corte su come depenalizzare.

In attesa del testo della sentenza, il comunicato chiarisce bene quanto era in realtà già evidente dall’ordinanza 207/2018, ossia che la Corte lascia ampia scelta al legislatore sul come attuare con equilibrio una parziale depenalizzazione dell’aiuto al suicidio. Invece il dibattito si è concentrato erroneamente in quest’anno non su come regolarlo, ma sull’opportunità di farlo, cosa che non era più nella disponibilità del Parlamento che avrebbe altrimenti approvato una legge incostituzionale. 

La Corte ha scelto una via media, liberale non libertaria. 

Non ha scelto una posizione libertaria che avrebbe  comportato una depenalizzazione secca dell’aiuto al suicidio perché ha ritenuto che il principio di autodeterminazione non sia un assoluto, come ha richiamato recentemente Sabino Cassese, e che sia invece giusto proteggere il soggetto da decisioni in suo danno. Non ha scelto però neanche la via opposta, quella statalistico-paternalista della legislazione vigente sin qui che disconosce del tutto l’autodeterminazione. 

Ha scelto una posizione liberale in cui a certe condizioni lo Stato rinuncia a punire, rinviando per il resto al Parlamento. 

Come ho dichiarato oggi alla Commissione Affari Costituzionali è in particolare il tempo che questa Commissione si riprenda la propria competenza regolamentare sul seguito in Parlamento delle sentenze della Corte perché grazie a questo lavoro le Commissioni di merito potranno più agevolmente approvare leggi pienamente rispettose dei principi sanciti dalla Corte. 

Ringrazio il Presidente Brescia che ha prontamente condiviso questa preoccupazione.

Pari opportunità e politiche per la famiglia, un binomio positivo

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro) 

Quando parliamo di realizzare i principi di pari opportunità e la parità di genere intendiamo la messa in campo di una strategia in grado di guardare alla questione femminile a tutto campo, perché intervenire per modificare l’esistente, che vede le donne in gran parte ancora discriminate rispetto agli uomini, è possibile solo se si ha una visione che tenga conto di tutti gli annessi e i connessi, altrimenti si rischia la frammentarietà dell’azione, con risultati parziali che comunque non fanno sistema e non permettono di ottenere risultati concreti e a carattere generale.

Nel corso degli anni sono state emanate diverse leggi in materia di uguaglianza ed empowerment delle donne, più di recente il Decreto legislativo n. 198 del 2006 (Codice per le Pari Opportunità) e successive integrazioni, ma manca un serio monitoraggio che permetta di valutare l’impatto delle norme su uomini e donne ed eventualmente apportare correzioni sulle politiche da portare avanti. Siamo in attesa in questi giorni di conoscere il bilancio di genere relativo al 2018. Quello che sappiamo è che occorre con urgenza rilanciare l’occupazione femminile, soprattutto nel Mezzogiorno, eliminare le diseguaglianze presenti nella società e nei luoghi di lavoro, favorire maggiormente la conciliazione vita-lavoro e le misure di welfare, anche attraverso il potenziamento della contrattazione collettiva, aziendale e territoriale, aiutare la scelta di maternità, contrastare più efficacemente le “dimissioni in bianco”, valorizzare la figura del/della cargiver, promuovere la rappresentanza delle donne a tutti i livelli, contrastare ed eliminare la violenza di genere sia tra le mura domestiche che nel mondo del lavoro.

L’aver ricondotto le pari opportunità nell’alveo di un Ministero, è una scelta che, secondo noi, va nella giusta direzione, ancor più se consideriamo il fatto che le stesse siano affiancate alle politiche per la famiglia, i cui provvedimenti chiamano spesso in causa le donne che si sobbarcano per intero l’impegno della cura familiare e genitoriale. Non conosciamo ancora i programmi e le intenzioni della nuova Ministra su queste tematiche, ma appena saremo ascoltati, esporremo puntualmente le nostre proposte.

Sulla conciliazione, abbiamo avuto modo di richiedere in più occasioni, grazie agli ottimi risultati ottenuti, il ritorno agli incentivi diretti per sviluppare ulteriormente accordi con aziende e istituzioni territoriali. Interessante a riguardo la giornata formativa organizzata in questi giorni dalla Cisl regionale dell’Emilia Romagna per comprendere meglio la conciliazione e le possibilità che ne possono discendere, anche alla luce dei principi contenuti nella nuova Direttiva Europea in materia e che anche il nostro Paese è chiamato a tradurre in provvedimenti concreti: aumento dei congedi parentali (fruizione per i bambini fino a 8 anni di età), congedo di paternità obbligatorio nella misura di almeno 10 giorni, congedo per i prestatori di assistenza (cinque giorni all’anno in conformità del diritto o delle prassi nazionali) e a modalità di lavoro flessibili per i lavoratori e le lavoratrici che sono genitori o prestatori di assistenza per ragioni familiari urgenti, tenendo conto delle buone pratiche che la contrattazione ha saputo finora produrre e anticipare in termini innovativi. Senza dimenticare la necessità di agire per ampliare l’offerta di asili nido per l’assistenza all’infanzia e la trasformazione di incentivi temporanei, quali bonus bebè e voucher baby-sitting, in provvedimenti a lungo termine. Sulla maternità, bene la norma sulla flessibilità del pre-congedo, ma senza abusi e nella cornice di una rivisitazione complessiva del testo unico ormai datato, a partire dal superamento della soglia del 30% della retribuzione per il congedo parentale.

Anche per quanto riguarda la violenza di genere occorre dare un colpo sull’acceleratore. Oltre all’approvazione della legge sul codice rosso, che funziona, come abbiamo visto, caso per caso, e che va sicuramente perfezionata, occorre dare subito attuazione al Piano nazionale operativo antiviolenza 2017-2020, in via di definizione, e completare la stesura del nuovo Piano antitratta. Rispetto al tema della violenza, segnaliamo un’importante iniziativa organizzata dalla Cisl di Ferrara che si terrà il prossimo 3 ottobre nella città emiliana, per ragionare insieme sulle molestie nei luoghi di lavoro e in particolare su come aiutare le vittime a denunciare i propri aguzzini, cosa che, purtroppo rimane ancora a livelli molto bassi. Questi sono i punti principali su cui intendiamo confrontarci col Governo, noi siamo pronte, aspettiamo quanto prima di riprendere la nostra collaborazione a pieno regime.

Torna la questione regionale

Articolo già apparso sulle pagine del sito internet Mente Politica a firma di Paolo Pombeni 

Il tema del seguito da dare a quanto richiesto da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna in base a quanto previsto dalla riforma costituzionale che ha introdotto le cosiddette autonomie differenziate è stato giustamente e doverosamente ripreso dal nuovo governo Conte. Nel precedente esecutivo esso era stato messo in capo ad una ministra della Lega, Erika Stefani, vicentina, che in una prima fase aveva operato in maniera accurata, per perdersi poi nel vortice delle polemiche interne alla maggioranza gialloverde anche per il crescere delle pretese dei governatori di Lombardia e Veneto, sicché si era bloccato tutto. Ora la faccenda è nelle mani del nuovo ministro, Francesco Boccia, pugliese, che sembra intenzionato a riprendere in mano la patata bollente.

Ovviamente la polemica politica tende a mettere in scena un cambio di passo fra una ministra di un Nordest con inclinazioni da republichetta autonoma e un ministro del Sud preoccupato di difendere il Meridione dallo svuotamento di risorse che si dice deriverebbe da una promozione delle istanze autonomiste dei cosiddetti “ricchi”.

Messa così, la faccenda diventa una farsa, mentre è urgente il problema di giungere ad un equilibrio nelle scelte per il regionalismo che è stata fatta, un po’ alla carlona, da passati governi tanto di destra quanto di sinistra.

Si tratta innanzitutto di ridiscutere un mito che è stato alla base della propaganda con cui si è voluto contenere il para-secessionismo della prima Lega: cioè che l’amministrazione dello stato fosse inefficiente e sprecona perché “lontana” dalla gente, mentre l’affidarsi ai governi regionali avrebbe portato ad una gestione più virtuosa delle risorse per il controllo più immediato che i cittadini delle regioni avrebbero potuto esercitare. L’esperienza non ha confermato affatto quel mito. Si potrebbe banalmente dire che dove c’era un retroterra sociale di un certo tipo le cose funzionavano già bene o abbastanza bene quando erano in mano allo stato ed hanno continuato in questo trend quando sono passate in capo alle regioni. Dove quel retroterra era carente o mancava, quel che non funzionava con lo stato centrale ha continuato a non funzionare sotto i governi regionali.

Alcuni mali endemici del sistema politico-sociale italiano hanno semplicemente cambiato il riferimento: la distribuzione di posti e prebende, la creazione di sistemi per distribuire opportunità di lavoro più o meno clientelare sono passati dall’essere in capo ai partiti nazionali che li gestivano attraverso le catene del centralismo, all’essere in capo ai partiti regionali, che hanno anch’essi le loro catene, opportunamente rimesse a punto. Del resto bastava vedere cosa era successo per le regioni autonome per vedere il rapporto fra il contesto e l’efficienza: bastava fare una comparazione fra la Sicilia e il Trentino-AltoAdige.

Ora cosa è successo con il procedere delle esperienze? Che i contesti in cui c’erano sistemi di cultura civica attrezzati per gestire oneri complessi le cose non solo hanno continuato a funzionare bene (in termini relativi, si capisce), ma hanno prodotto surplus che hanno generato altri surplus. Dove invece la debolezza della cultura civica ha lasciato campo libero alla vampirizzazione delle risorse a pro di potentati locali ristretti, si è innescata una discesa verso gli inferi che neppure tanto paradossalmente riduceva in ultima istanza il complesso delle risorse disponibili. Non è questione che da una parte si sia fatto molto sottogoverno e dall’altra invece ci si sia comportati con adamantina limpidezza amministrativa: il sottogoverno è stato all’opera dappertutto, solo che la capacità di mantenere il fenomeno nei limiti della decenza (mettiamola così) è stato notevolmente differente.

Qui l’articolo completo 

Mafia: Mattarella, “resistere a intimidazioni, opponendosi a logiche compromissorie e all’indifferenza”

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 40° anniversario dell’assassinio del Magistrato Cesare Terranova, ha inviato al Sindaco del comune di Petralia Sottana, Leonardo Iuri Neglia, il seguente messaggio:

«Il 25 settembre del 1979 venivano uccisi in uno spietato agguato, per aver fedelmente servito lo Stato, il Giudice Cesare Terranova e il Maresciallo della Polizia di Stato Lenin Mancuso, addetto alla sua sicurezza.

Magistrato rigoroso e preparato, profondo conoscitore della realtà siciliana, Cesare Terranova seppe cogliere la forza e la pervasività della mafia, qualificandola per primo come una “associazione delinquenziale” dalle variegate forme, la più pericolosa ed insidiosa delle quali “è quella camuffata sotto l’apparenza della rispettabilità”.

Da Giudice istruttore comprese la trasformazione in atto della mafia, ormai infiltrata nella vita pubblica ed economica e ben sorretta dal pilastro inossidabile dell’omertà. A lui si deve l’avvio di una stagione di indagini coraggiose e di processi inediti, culminata molti anni più tardi nel maxiprocesso di Palermo.

Proseguì da parlamentare il suo appassionato impegno per l’affermazione della legalità, mettendo a servizio delle istituzioni democratiche il patrimonio di conoscenze acquisito nel corso della sua esperienza giudiziaria.

Rievocare la vile uccisione di Cesare Terranova e Lenin Mancuso richiama la necessità di resistere alle intimidazioni della mafia, opponendosi a logiche compromissorie ed all’indifferenza, che minano le fondamenta dello stato di diritto.

A distanza di quaranta anni, desidero rinnovare i sentimenti di partecipazione e vicinanza del Paese ai loro familiari, ai colleghi e agli amici che li hanno conosciuti e stimati e che, in questi anni, ne hanno costantemente tenuto viva la memoria».

Terremoti politici

La volatilità caratterizza il nostro tempo. Tutto sembra essere disposto a lasciare il presente per un futuro diverso. Nulla che sappia mettere radici e che mantenga fede alle sue convinzioni. È proprio un tempo votato al consumo di tutto ciò che è. Non ci si fa una ragione di un posto acquisito, che già appare il suo inevitabile tramonto. Di esempi ne abbiamo ogni giorno.

Chi pensavamo registrasse un’idea, il giorno dopo dimostra di saperla completamente scordare se non proprio volutamente cancellare. Prendiamo Laura Boldrini. Chi mai avrebbe pensato che da una posizione di sinistra marcata – ricordiamoci che era espressione del gruppo di Sinistra Italiana, che nel panorama nazionale occupava la casella parlamentare all’estrema sinistra – l’ex Presidente della Camera dei Deputati prendesse i suoi bagagli e li trasferisse nel panorama nel PD? Eppure è capitato.

A leggere quel che scrive l’avrebbe fatto anche con la presenza di Matteo Renzi nella compagine da lei prescelta. Resto incredulo, ma è un tratto distintivo che illustra la tesi che cerco di dimostrare.

Un secondo esempio ce lo ha fornito l’ex Ministro Beatrice Lorenzin che dalle fila un tempo Berlusconiane oggi si trova gomito a gomito con la Boldrini.

Non fa caso l’esempio di Rosy Bindi, si è presa qualche anno sabbatico ed è rientrata dalla porta da cui era uscita. Di questi esempi ce ne sono diversi, ciascuno ne potrebbe elencare di nuovi, magari meno eclatanti, ma pur sempre significativi e che corroborano l’idea che ho espresso all’inizio.

Non posso però esimermi dal planare su terreni meno ambiziosi e citare anche il caso del vecchio compagno socialista Renzo Tondo; che è pur vero aver mondato il suo tratto rosseggiante, passando per diversi anni lungo le vie del moderatismo Berlusconiano, ma da qualche mese anche lui, con un salto da circo, è caduto tra le braccia della destra italiana: è a fianco di Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia.

Come elencato, le coerenze sembrano ormai tratti di un mondo passato; è vero, qualcuno mantiene le vecchie tradizioni e non si sposta dalla scelta compiuta in età matura, ma non fa più testo, non è più l’elemento alla moda.

Giungerei, però, ad una svolta ancor più radicale pensando che i fenomeni trattati non riguardano solo i singoli soggetti che cambiano impunemente le carrozze di viaggio, sarei propenso anche a inserire in questo frastuono di precipitose modifiche, i partiti stessi, i contenitori, le strutture culturali e politiche che reggono le sorti dei singoli soggetti che le riempiono. Forse che il PD, FI, la LEGA, i 5STELLE, non hanno in modo roboante modificato in breve tempo i loro connotati costitutivi?

Prendiamo solo la LEGA, ma val per tutti. Un tempo, due anni fa, si chiamava LEGA NORD, oggi ha ghigliottinato metà del suo nome. Le sue condizioni ideologiche sono state radicalmente trasformate dall’oggi al domani. È un bel esempio di come la struttura, il partito, sia anch’esso al pari delle persone che ho citato all’inizio votati ad abiurare se stessi e a fare come San Pietro al canto del gallo.

Sono terremoti che svelano l’insicurezza che anima questo nostro tempo e questo nostro mondo. Val bene rifletterci sopra per capire se bisogna in qualche modo rimboccarci le maniche e darci indirizzi comportamentali diversi da quelli che ho illustrato.

Il cambiamento climatico

Fonte Associazione Popolari a firma di Giuseppe Ladetto 

Su “La Stampa” del 18 settembre, si dà notizia del Rapporto ISPRA presentato al Senato il giorno precedente. Il documento fornisce dati che non necessitano di commenti.

In Italia continua inarrestabile la cementificazione del territorio. Tra il 2016 e il 2017, sono stati persi 53,5 kmq di suolo verde e libero per l’espansione delle aree edificate, per la costruzione di strade e infrastrutture varie. Nell’anno successivo (tra 2017 e 2018), per le stesse motivazioni, sono stati cementificati 51,0 kmq di territorio, con una media di 14 ettari al giorno. Il Paese, tra il 2012 e il 2018, ha perso una superficie coltivata atta a produrre 3 milioni di quintali di prodotti agricoli e 20.000 quintali di prodotti legnosi, a stoccare 2 milioni di tonnellate di carbonio e a filtrare 250 milioni di acqua piovana. Il danno potenziale è stimato tra 2 e 3 miliardi di euro l’anno.

Tenuto conto che l’obiettivo europeo è azzerare il consumo netto di suolo agricolo e libero entro il 2030, è palese che siamo lontani dall’obiettivo e che non si fanno passi in avanti. Mi permetto di aggiungere che se, in materia di suolo, le cose non vanno ancor peggio è solo per la stagnazione economica in atto.

Ma la situazione non sembra essere percepita. Due giorni dopo (il 20 settembre), sempre “La Stampa” ha pubblicato stralci dell’intervento di Filippo Patroni Griffi a un convegno di studi amministrativi a Varenna. In tale occasione, Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato, ha detto che ”il governo del territorio non si limita alla disciplina delle trasformazioni edilizie, ma deve muovere lungo due direttrici di fondo: – crescita economica, sostenibilità e coesione sociale; – chiedere alla città non solo di mettere a disposizione il suolo, ma di offrire servizi e infrastrutture ai cittadini”. Ha inoltre aggiunto che “la contrapposizione tra infrastrutture e ambiente, tra sviluppo e sostenibilità, spesso alimentata da politiche ideologiche e di parte, non ha senso: ai territori servono nuove opere e salvaguardia dell’esistente, sviluppo e conservazione, rigenerazione urbana e politiche di sviluppo”.

È evidente la grande distanza esistente fra le considerazioni riportate nei due articoli del quotidiano torinese. Qual è l’impostazione alimentata da politiche ideologiche e di parte (di cui parla Patroni Griffi)? In genere, chi ha una visione ideologica non ama confrontarsi con i numeri, che sempre richiamano alla realtà e, come ho detto, i dati forniti dall’ISPRA parlano da soli in materia. Ma la questione della possibile contrapposizione tra crescita economica e sostenibilità ambientale non riguarda il solo consumo di territorio.

“Il governo già litiga sul decreto clima” titolano i giornali. Infatti è bastato che da generiche dichiarazioni in difesa dell’ambiente e di lotta ai cambiamenti climatici si passasse a sia pur molto limitate proposte perché fiorissero gli stop da tutte le parti (opposizione e maggioranza di governo).

E a porre alt e a fare obiezioni, non sono solo i politici. In un dibattito mattutino su La7 (Omnibus) in cui non c’erano esponenti di partito, ma personalità, ricercatori ed esperti soprattutto del mondo economico e giuridico, i discorsi ascoltati sono stati di questo tenore:

    • togliere i sussidi alle fonti fossili pone gravi problemi alle industrie energivore mettendole in crisi sul piano dei costi;
    • tassare il gasolio danneggia l’agricoltura, i trasporti e fa aumentare i prezzi delle derrate;
    • porre limitazioni ai contenitori di plastica penalizza le industrie produttrici della stessa che danno notevole occupazione;
    • i film plastici sugli ortaggi ne garantiscono una più lunga conservazione; vietarli comporterebbe un forte spreco di alimenti;
    • tassare i voli in aereo penalizza il turismo. E via dicendo.

Un solo partecipante al dibattito ha colto nel segno. Consumo di territorio, inquinamento da plastica, cambiamenti climatici hanno tutti un impatto negativo sull’ambiente e vanno combattuti, ma senza fare confusione: ad esempio, eliminare o ridurre i contenitori di plastica va bene, ma ha un effetto minimo sulla riduzione delle emissioni di CO2. Il cambiamento climatico è il nemico numero uno contro cui mettere tutte le nostre energie. Affrontare questa minaccia non è compito del solo ministro dell’ambiente (con interventi settoriali che possono anche essere utili senza tuttavia andare al cuore del problema), ma deve diventare il tema centrale di ogni azione di governo. Oggi invece, come dimostrano le obiezioni fatte al decreto clima, si subordinano le azioni necessarie contro il cambiamento climatico a criteri di compatibilità con l’assetto economico-produttivo vigente che non viene messo in discussione.

È quanto da tempo dice anche Al Gore, già vicepresidente degli Stati Uniti, quando afferma che la lotta contro i cambiamenti climatici è la priorità. Lo ripete oggi Greta Thunberg trascinando a manifestare nelle piazze decine di migliaia di giovani.

E tuttavia mi chiedo fino a che punto si comprende che cosa ciò significhi nella realtà. Ascoltando parlare dei giovani studenti entusiasti delle iniziative della ragazza svedese, mi è parso che anch’essi fossero molto lontani dal percepire gli impegni e le rinunce che comporta una seria lotta contro i cambiamenti climatici. Forse per darne una idea, sarebbe il caso di parlare di “guerra” e non di semplice “lotta”.

Essere in guerra, per un Paese, significa indirizzare tutte le risorse a sostegno del combattimento in corso; prevede di privilegiare la produzione di ciò che è indispensabile a chi è al fronte e di ricercare la messa a punto di innovativi strumenti di lotta; comporta talora la requisizione dei mezzi privati se necessario; impone la precettazione dei cittadini a cominciare dai giovani; richiede di limitare i consumi non indispensabili ricorrendo al tesseramento; pone limiti ai movimenti delle persone e delle merci, e via dicendo. Certamente ciò accade quando un Paese è totalmente coinvolto in eventi bellici e si trova in prima linea.

La minaccia dei cambiamenti climatici è oggi tale da richiedere questi rimedi estremi? Fino a che punto è necessario spingersi? Sono quesiti a cui devono rispondere prioritariamente coloro che ne hanno la competenza e che da tempo studiano, misurano e valutano i fenomeni in corso e la loro evoluzione. In ogni caso, teniamo presente che quanto più si dilazionano i necessari interventi, tanto più duri questi dovranno essere e tanto più dolorose saranno le conseguenze.

Ripeto ancora una volta quanto disse Barbara Spinelli già parecchi anni fa: “La questione delle modificazioni climatiche è diventata il riferimento prioritario di ogni politica responsabile. Affrontare questo problema comporta la necessità di cambiare la nostra maniera di vivere e di pensare; ci impone di ripensare i saperi, compreso quello economico e di mutare i modi della politica. Bisogna essere consapevoli che per condurre la battaglia in difesa dell’ambiente, perirà una parte essenziale dell’esperienza liberale: quella parte che, a cominciare dalla rivoluzione industriale, ci ha abituati a credere nel progresso illimitato, nel cittadino-consumatore libero di fare quello che gli piace, nell’aspirazione a una felicità individuale indipendente dall’effetto che essa ha sulla Terra e sull’umanità”.

È venuto il momento di prendere atto di queste parole e di agire di conseguenza senza più esitazioni.

Da Legambiente dieci proposte su mobilità e trasporti

L’Associazione ambientalista ha presentato le sue idee in materia di mobilità e di trasporto, per dare una svolta decisiva ad un settore così importante in vista della prossima legge di Bilancio. “Accelerare il cambiamento nella mobilità è decisivo nella battaglia del clima – ha detto il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini –. Per questo chiediamo al nuovo governo di essere coerente con gli impegni presi in queste settimane e di dare subito un segnale chiaro ai cittadini, ai Sindaci e al sistema delle imprese. I provvedimenti che verranno approvati nei prossimi mesi, dal decreto Clima alla legge di Bilancio, dovranno definire la traiettoria delle scelte indispensabili a rilanciare il trasporto pubblico nel nostro Paese, a rendere sempre più competitiva la mobilità elettrica, a superare le barriere che ancora oggi incontra la micro-mobilità a emissioni zero nel circolare all’interno delle città”.

“Anche l’anno scorso abbiamo presentato le nostre proposte alla legge di Bilancio in materia di mobilità e trasporto – ha spiegato il responsabile mobilità e stili di vita di Legambiente Andrea Poggio – ottenendo dei primi risultati, tra cui il bonus-malus auto e moto elettriche, gli incentivi per le ricariche private e la sperimentazione sulla micro-mobilità elettrica. Ora dobbiamo andare avanti, e per questo presentiamo 10 proposte per accelerare la transizione a partire dalla legge di Bilancio, e in parallelo chiediamo anche di correggere il tiro su alcuni provvedimenti. Sulla micro-mobilità elettrica chiediamo al Ministero dei trasporti di semplificare gli adempimenti comunali equiparando le norme alle bici e definendo in modo univoco aree e modalità di circolazione, sino alla regolamentazione definitiva nel codice della strada. Oggi – ha aggiunto – solo una quindicina di città sono riuscite a regolamentare la sperimentazioni, in tutti gli altri comuni è il far west e alcuni cittadini che giravano con i monopattini elettrici hanno avuto multe di migliaia di euro”.

Tra le diverse proposte, il fatto che rientri tra i compiti dello Stato assicurare l’accesso ai servizi e ai mezzi utili alla mobilità, efficienti, economici, sicuri e possibilmente ad emissioni zero o quasi. Tra i dieci punti anche che nei trasferimenti delle risorse statali ai Comuni vengano privilegiati i piani (ad esempio Pums, Paes) con obiettivi sfidanti, basse emissioni, elettrificazione del trasporto, quartieri “car free” e ridisegno dello spazio pubblico. I trasferimenti potrebbero essere vincolati a obiettivi di sostenibilità. La spesa stimata è di 60 milioni di euro in più all’anno, da coprire con un piccolo aumento delle accise sul gasolio.

Dove è in vigore la tassa sulle bibite gassate e le merendine?

La tassazione delle bibite gassate è raccomandata, come uno dei possibili mezzi per ridurre il consumo di zuccheri, dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

In un documento del 2017 dell’Oms si legge, infatti, che il problema dell’obesità è significativamente aumentato negli ultimi anni.

L’obesità, scrive ancora l’Oms, porta con sé diverse malattie legate al consumo eccessivo di zuccheri come il diabete, il cancro e le malattie cardiache. Per contrastare la situazione, i governi hanno diverse soluzioni a disposizione, tra cui proprio una tassa sugli zuccheri. «Come tassare il tabacco aiuta a ridurre il consumo di tabacco – si legge nel rapporto – tassare le bevande zuccherate aiuta a ridurre il consumo di zuccheri”.

Ma quali sono i paesi dove già vige questo tipo di tassa?

Nell’elenco troviamo molti piccoli Stati insulari (ad esempio Mauritius, Barbados, Tonga), diverse amministrazioni locali degli Usa, vari Stati del Sud e Centroamerica (Messico, Cile, Ecuador, Perù e altri), Stati asiatici e africani (India, Filippine, Tailandia, Sudafrica) e anche numerosi Paesi europei.

Questi, in particolare, sono Norvegia (già dal 1981 e poi inasprite nel 2017), Finlandia (dal 2011), Ungheria (dal 2011), Francia (dal 2012), Belgio (dal 2016), Portogallo (dal 2017), Catalogna (2017), Regno Unito e Irlanda (dal 2018).

Sgarbi scuote anche l’albero dell’Anci: verso il congresso dei comuni italiani alla ” chetichella”

Vittorio Sgarbi scuote anche l’albero dell’Anci. In vista c’è il congresso nazionale di una delle realtà più importanti del Paese. Parliamo di quasi ottomila comuni italiani. La parte più diretta e sostanziale della nostra vita democratica e del suo concretizzarsi attorno alle questioni ” vere” che interessano i cittadini.
Si tratta della prossimità delle istituzioni  con la nostra gente, del governo di quelle che spesso costituiscono le vicende più importanti del nostro quotidiano, dell’essenza del concetto della rappresentanza politica. Questioni divenute drammaticamente attuali a seguito della crisi in cui è finito tutto il sistema delle autonomie locali per mancanza di mezzi finanziari, per complicazioni burocratiche, per il sovrapporsi di leggi e regolamenti che stanno facendo diventare quello del Sindaco e dei rappresentanti locali uno dei più difficili ” mestieri” al mondo.
Sgarbi lamenta come si stia andando, invece, quasi alla ” chetichella” verso il congresso, persino nella fase  delle assemblee regionali.
” Sono Sindaco e rimango stupito, dice Sgarbi. I Comuni incarnano una storia di libertà, sono il pilastro dell’ordinamento istituzionale, rappresentano l’autonomia delle nostre comunità. Da troppo tempo l’ANCI ha smesso di parlare a nome di tanta vitalità e bellezza dei territori. Ci vuole uno scossone. Per questo, da Sutri, voglio che salga la voce di una nuova ANCI”.
Così, il critico d’arte propone la propria candidatura alla Presidenza dell’Anci. Lo fa pensando a quello che definisce ” coro delle città d’arte e dei borghi storici, rappresentando la dimensione maggioritaria dei luoghi più belli e meno conosciuti”.
Come non seguirlo in questa sommaria, ma plastica rappresentazione di una delle risorse storiche, umane, culturali ed economiche più importanti, persino al mondo. Una ricchezza di patrimoni, di opportunità e di relazioni che andrebbero valorizzate, non mortificate.
Ora, non sappiamo quanto questa candidatura troverà consenso. Abituato com’è Sgarbi a cantare fuori dal coro, non se ne cruccierà se cadrà nel vuoto.
Ci auguriamo, però, che il suo intervento, così come quello di altri responsabili delle nostre comunità locali, porti ad un’autentica riflessione sul ruolo delle autonomie amministrative e sulla necessità che si riequilibri il rapporto dei Comuni con le Regioni e lo Stato. Deve essere superata quella pratica ” centralista” che, nei fatti, ma anche nei provvedimenti legislativi e di governo, ha finito per modificare completamente le relazioni tra le istituzioni.
Alla fine, i penalizzati sono i cittadini, le famiglie, le comunità locali. Essi vedono  nel municipio il riferimento più immediato per ciò che sta immediatamente più a cuore trovandolo, però, nella condizione di non rispondere alle attese.
Al Congresso dell’Anci speriamo di ascoltare non solo discorsi d’occasione, di non assistere a passerelle di ministri o vederci ammannite promesse destinate a tramutarsi nel contrario il giorno dopo. Lo attendiamo, invece, come occasione per ripartire per una rigenerazione del sistema delle autonomie e della rappresentanza locale.

Un fondamento etico per lo sviluppo

Se ci ponessimo davanti al grande orologio della Storia per cercare un nesso logico o causale al susseguirsi degli eventi, scopriremmo che mentre le lancette giravano beffarde senza ritardi ne’ accelerazioni, prevaleva nell’umanità una concezione strumentale e mercantile del tempo: quello utile, quello necessario, quello superfluo.

Senza accorgersi – gli uomini – che immaginando una concezione relativistica del tempo sovente non riuscivano a sottrarsi alla sua imperturbabile, silente, ingombrante tirannia. Questo fenomeno diventa gigantesco e preponderante in questa epoca di frenesia che sta producendo la fine della memoria, la morte dell’attenzione, l’oscuramento dell’identità individuale e sociale. Anche questa variabile temporale, comprimendo una miriade di esigenze e di input in spazi sempre più angusti e insufficienti, ha giocato un ruolo determinante sulla deriva critica del sistema. Il futuro, che l’economia mondiale ha cercato di addomesticare con il dominio della finanza, gonfiando a dismisura il credito, si è dissolto in una crisi di proporzioni planetarie.

Prevale un presentismo asfissiante, nel pensiero, nelle azioni, nelle speranze: tutto è accorciato, sintetizzato, sincopato, simultaneo. Tanto che i fautori della decrescita ipotizzano una sorta di mutazione antropologica dell’uomo contemporaneo: l’essere dappertutto, il cogliere tutte le opportunità in una sorta di vibrante, incontrollata tensione, trasforma l’esistenza in una specie di corsa inarrestabile verso una meta incerta, verso un traguardo che si sposta inconsapevolmente in avanti, oltre, indefinitamente. Il prevalere di quello che il filosofo Heidegger ha definito “il pensiero che fa di calcolo” ha determinato un ribaltamento nel campo dell’etica e dei valori: per questo oggi contano sempre meno gli uomini e sempre più gli interessi, in un processo che destruttura la società e crea ricchezze smisurate e nuove, a fronte di imprevedibili, emergenti povertà. Dove stiamo andando? Dove vogliamo andare? Chi vogliamo essere?

Questi sono gli interrogativi che il prevalere di nuovi modelli e stili di vita impongono all’uomo contemporaneo e spesso gli impliciti sono più carichi di significati ultimativi delle domande dirette, nella loro apparente retorica. In questa fase recessiva e di rallentamento dell’economia mondiale stiamo riscoprendo tutte le discrepanze e le discrasie delle teorie della crescita illimitata, i drammatici default dello sviluppo senza rete e senza fine. Serve, urge un nuovo umanesimo che rimetta al centro delle attenzioni e delle cure la persona: oltre i vantaggi tout-court, oltre il plusvalore, oltre le speculazioni monetarie e la crescita fine a se stessa. Occorre ricostruire una cultura del tempo misurato, che lasci spazio al loisir e all’immaginazione, ricollocando l’umanità in un contesto sostenibile, a cominciare dalla compatibilità ambientale di quello che impropriamente chiamiamo con troppa facilità “progresso”. Questa crisi epocale – che è anche generazionale – lascerà il segno: deve lasciarlo, affinchè si possano recuperare priorità e valori perduti strada facendo, con troppa disinvoltura.

Come sottolinea Umberto Galimberti bisogna imparare bene a distinguere tra la crescita e lo sviluppo da un lato e il vero progresso dall’altro: infatti non sempre coincidono, non esiste una correlazione consequenziale e speculare che si traduca in vero ben-essere.
I pifferai dello sviluppo no-limits devono ammettere di aver sbagliato ritmi e spartito, serve un coraggioso esame di coscienza presso i depositari dei poteri forti della politica e della finanza. L’algoritmo della diffusione smisurata ed allargata della ricchezza, lungi dal perseguire il risultato immaginato, ha prodotto un’altrettanto smisurata concatenazione di ingiustizie sociali.

E i temi del welfare e dell’equità non si impongono oggi solo in termini di redistribuzione quantitativa di beni e risorse poiché mettono al centro delle riflessioni e dei progetti il valore di una dignità umana troppo spesso mercificata e soccombente. E’ impensabile un’economia stabile senza una solida base etica: cinismo, avventure e speculazioni prima o poi pagano il dazio alla storia.
Anche perché, come ebbe a dire John Kenneth Galbraith: “Ogni tanto il destino si incarica di separare il denaro dagli stupidi”. Aggiungerei: “oggi purtroppo anche dagli onesti”.

Cambiamenti climatici: in Italia crescita degli impianti fotovoltaici

Un’analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop), su dati Gse in occasione del summit Onu sul clima a New York afferma che “Con una crescita degli impianti fotovoltaici di oltre il 1000% negli ultimi dieci anni in Italia lo sviluppo dell’energia solare è un caposaldo della lotta all’inquinamento per la difesa dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile”.

“In Italia  sono in attività 822.301 impianti fra installazioni domestiche e campi solari di grandi dimensioni per una potenza di oltre 20.108 megawatt, mentre nel 2009 c’erano solo 71.288 impianti per 1.144 megawatt”. “Una crescita esponenziale che da una parte ha coinvolto le abitazioni private segnale di una sempre maggiore sensibilità ambientale e dall’altra ha sviluppato nuovi business nell’ambito delle energie verdi con ditte e cooperative per l’installazione di impianti estesi con centinaia di pannelli”.

“Intanto sono cresciute di quasi 10mila unità le imprese green in Italia negli ultimi 5 anni passando da 71mila a più di 80mila realtà con un incremento del 12,7%. Una crescita che vale 532.488 addetti a livello nazionale in particolare nel settore dell’attività di servizi per edifici e paesaggi”.

“Nei prossimi 4 anni poco meno del 19% dei nuovi posti di lavoro creati dalle imprese attive in Italia sarà generato da aziende che investono in ecosostenibilità più di quelli del digitale o della filiera del benessere”. “L’economia green – conclude la nota – ha un enorme potenziale di sviluppo sia in termini di occupazione che di ricerca con la possibilità di generare crescita sostenibile, benessere e ambiente”.

Migranti: si discute di rotazione volontaria dei porti per l’accoglienza

Si è tenuto ieri a La Valletta il vertice dei ministri dell’Interno di Italia, Germania, Francia e Malta, insieme ai rappresentanti della presidenza finlandese del Consiglio Ue e della Commissione europea. Tra i punti sul tavolo: la rotazione volontaria dei porti per accogliere i migranti; la redistribuzione automatica; l’accoglienza di tutti o solo dei rifugiati; i rimpatri. La distribuzione che segue all’accoglienza in prima battuta è uno dei nodi poiché occorrerà un’intesa sull’automatismo di procedura. A tale riguardo Germania e Francia hanno espresso la loro eventuale disponibilità a prendere un quarto del totale dei migranti che arrivino in porto. Ad oggi, i “Paesi volenterosi”, oltre quelli riuniti a La Valletta, sarebbero Spagna, Portogallo, Lussemburgo, Grecia, Croazia e Irlanda.

In riferimento alla rotazione dei porti, sono state ipotizzate sanzioni per i Paesi non aderenti alla coalizione dei “volenterosi”. Una scelta di carattere politico da analizzare e da realizzare a medio termine. La Francia ha poi dato la propria disponibilità a prendere un quarto dei migranti soccorsi, ma non quelli economici. Nel protocollo di discussione è stato ipotizzato, inoltre, un impegno molto più marcato da parte dell’Unione europea. Per quanto riguarda i rapporti col nuovo governo italiano “stanno migliorando – ha detto ai giornalisti il ministro dell’Interno maltese Michael Farrugia”.

“C’è la volontà e c’è un modo – ha aggiunto Farrugia […]. Tutto dipende dalla discussione. Ci saranno alcune questioni politiche su cui dobbiamo decidere subito. Ma questo è solo un primo passo. Sarà una direzione politica che eventualmente dovremo presentare l’8 ottobre a Lussemburgo al Consiglio Affari interni e speriamo di convergere su una proposta comune che dovrà essere accettata da tutti gli altri Paesi, che potranno volontariamente partecipare al processo di sbarchi e relocation. Non posso dire al 100 per cento che avremo successo, ma l’intenzione di noi quattro è quella di arrivare ad una conclusione”.

Levol-App: piattaforma europea digitale per la gestione dei volontari

Dal 29 Settembre al 2 Ottobre, la città di Cori (LT), ospiterà il meeting europeo organizzato dall’Informa-Giovani del Comune di Cori con la collaborazione dell’Associazione Arcadia. Esperti di no-profit, associazionismo e volontariato si incontreranno nella Biblioteca comunale “Elio Filippo Accrocca” nell’ambito del partenariato europeo “Levol-App”, acronimo che sta per “Piattaforma digitale di formazione professionale del volontariato e del terzo settore”.

Saranno presenti operatori di realtà impegnate nel terzo settore e provenienti da Spagna (Neo-Sapiens), Slovacchia (Platforma dobrovolnickych centier a organizacii), Gran Bretagna (Birmingham Voluntary Service Council), Italia (Futuro Digitale) e Portogallo (Pista Magica). Data l’importanza dell’appuntamento coordinerà gli interventi un responsabile dell’agenzia nazionale portoghese capofila del progetto.

Si parlerà dei progressi fatti, delle esperienze locali di coinvolgimento e del futuro. L’incontro operativo però si concentrerà sul lancio della versione definitiva della piattaforma (learning.levol-app.eu), gratuita e pensata per chi opera nel solidale. Realizzata in cinque lingue, permette a chi vi accede di poter studiare del materiale di alta qualità sulla pratiche di gestione dei volontari e scaricare documenti operativi che possano essere di supporto per le azioni quotidiane delle associazioni.

“Finora oltre 100 organizzazioni da tutta Europa hanno testato la piattaforma e partecipato alla formazione online – spiega Marco De Cave, referente locale del servizio – Come Informa-Giovani siamo soddisfatti del lavoro fatto e di quanto stiamo proiettando l’immagine di Cori in Italia e all’estero, investendo fondi europei, sempre più importanti per noi e per tutti. Sarà l’occasione per 10 esperti europei di conoscere la cultura del nostro territorio e il forte cuore solidale della nostra comunità”.

Tumori: per la prima volta in calo

Per la prima volta, calano i nuovi casi di tumore in Italia: sono 371mila quelli stimati nel 2019, con 2mila diagnosi in meno rispetto al 2018, anno in cui si erano invece registrate 4mila nuove diagnosi in più sul 2017.

L’inversione di tendenza è segnalata dall’Associazione italiana di oncologia medica Aiom nel rapporto ‘I numeri del cancro 2019’. Diminuisce anche la mortalità, “grazie ai programmi di prevenzione e al miglioramento delle terapie”, afferma la presidente Stefania Gori. Sono un milione ad oggi i pazienti guariti.

Tre milioni e mezzo vivono invece dopo la scoperta della malattia.

Il tumore al seno è il più frequente. La diminuzione dei nuovi casi di tumore, che segna secondo gli oncologi una “importante inversione di tendenza”, indica che le campagne di sensibilizzazione per la prevenzione primaria (mirata a diffondere corretti stili di vita per prevenire appunto l’insorgenza delle neoplasie) stanno iniziando a dare effetti positivi.