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America a rischio. La cartolina di “Succede oggi”.

I repubblicani, sempre più ostaggio dalla propaganda di Trump, hanno approvato in molti Stati leggi che limitano o addirittura impediscono il diritto di voto. La denuncia non viene da pericolosi rivoluzionari, ma del presidente Biden: «La prova più significativa della nostra democrazia dai tempi della guerra civile».

Anna Camaiti Hostert

Al discorso di Joe Biden di martedì scorso al Centro Nazionale della Costituzione di Filadelfia è stata data poca rilevanza, ma la passione e la rabbia con cui il presidente si è espresso sono viceversa degne di nota. Ma non solo. È il pericolo che sta dietro alle sue parole ad essere ancora più degno di attenzione. Biden ha infatti denunciato il tentativo repubblicano di amputare il diritto di voto in molti stati dove detengono la maggioranza e dove sono passate o stanno passando leggi che ne restringono l’accesso. Ha addirittura parlato di questo come “la prova più significativa della nostra democrazia dai tempi della guerra civile”. Un’affermazione non di poco conto!

Negli ultimi mesi infatti c’è stato un enorme dibattito nel paese dopo che Donald Trump ha denunciato l’esistenza di brogli elettorali che gli avrebbero impedito di vincere. In realtà tutti i tentativi messi in atto dall’ex presidente per ribaltare il risultato elettorale sono stati sconfessati e resi nulli dall’evidenza spesse volte anche sul piano giuridico. Alcuni giudici chiamati a pronunciarsi infatti hanno confermato il risultato elettorale in favore di Biden, il quale nel discorso di martedì ha definito quella di Trump “l’unica vera bugia tra tutte”.

Però, molti stati a maggioranza repubblicana, seguendo in questo la sconsiderata affermazione dell’ex presidente, hanno votato o sono in procinto di votare, come sta facendo il Texas, leggi che secondo loro dovrebbero eliminare la possibilità di alterare i risultati elettorali, ma che in realtà limitano l’accesso al voto. Infatti molti stati cercano di impedire le votazioni per posta o l’uso di speciali cassette postali per le schede elettorali, richiedono speciali documenti di identità solo per andare a votare, negando perfino assistenza a chi, spostandosi per lunghi tragitti per compiere il proprio dovere, sta in fila da ore. Inoltre stanno ridefinendo i distretti elettorali, mettendo in atto quel Gerrymandering che spostando i confini dei collegi elettorali favorisce il partito di maggioranza che ha diritto a ridisegnarli. La parola Gerrymandering viene dalla fusione tra il cognome del governatore del Massachusetts Elbridge Gerry (1744-1814) che per primo mise in atto questa pratica e la parte finale della parola salamander (salamandra) a causa della forma irregolare che assunse la superficie di quel distretto rendendolo simile al rettile suddetto. Ha sempre una connotazione negativa di manipolazione dei confini dei distretti elettorali per interessi di partito.  Inoltre il riferimento al rettile rimanda a un immaginario sfuggente, non ben definito di un animale che riesce a resistere al fuoco e che incute dunque paura.

Facendo queste modifiche vengono penalizzate le minoranze etniche che spesso si trovano in difficolta ad andare a votare, che devono usare i mezzi pubblici e a cui le complicazioni burocratiche creano ostacoli spesso insormontabili. Inoltre in molti stati come in Georgia viene data al partito di maggioranza la possibilità di controllare gli enti amministrativi che gestiscono l’organizzazione elettorale. Tanto è vero che in quello stato sono stati allontanati in molte zone, afroamericani e democratici dalle commissioni elettorali. E in Texas sta succedendo la stessa cosa. È per questo che la rabbia di Biden si è scagliata proprio contro questo stato da cui molti deputati democratici di quel parlamento, per protesta nei giorni passati sono in massa venuti via, recandosi a Washington, per non votare questa legge, accusando i loro colleghi repubblicani di intimidire gli elettori. Il governatore repubblicano ha tuttavia affermato che le leggi saranno votate e che, se necessario, farà arrestare al loro ritorno i deputati, costringendoli a venire a votare accompagnati dalle forze dell’ordine.

Come si vede è in atto una guerra che non promette niente di buono.

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http://www.succedeoggi.it/2021/07/america-a-rischio/

Sì, torna il centro: anche Panebianco è d’accordo. Ma cos’è o cosa può essere questo nuovo centro?

Sembra di assistere a un rito evanescente, fatto di annunci e ricordi, suggestioni e proclami, senza un chiave di lettura politica della realtà. Senza una prospettiva. De Gasperi invece, sulle macerie del fascismo e della guerra, costruì un partito che guardava al futuro.

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La direzione di governo impressa da Mario Draghi ha riaperto, una volta ancora, il dibattitto sul Centro politico. Un dibattito che si arresta il più delle volte allo stile, perché, è vero, il Centro è equilibrio, buona educazione, sentito amore per la democrazia e per le sue forme e capacità di mediazione, qualunque cosa voglia dire. In genere ci si ferma qui, senza specificare ciò che deve fare oggi il Centro come mezzo, cioè strumento politico utile al paese. 

Di sicuro quando parliamo di Centro ci viene in mente un metronomo che scandisce il tempo della destra e della sinistra, o un accento che cade delicatamente su una o l’altra parte. Questo succede da moltissimi anni, da quando, con la fine della Democrazia Cristiana, il Centro si è trasformato in un mistero buffo che, nell’attesa del disvelamento, ha sospinto i suoi fedeli, donne e uomini a cercarsi una collocazione vantaggiosa, a destra o a sinistra.

Su questa linea, diciamo così esoterica, piuttosto di scavare intorno alle proprie radici e offrire risposte al tempo presente, i nostri furbi centristi hanno importato valori altrui, adattandoli alle loro immaginarie sensibilità in un ibrido sfacciato. 

Con questo commercio di contrabbando questioni che si riferiscono direttamente a persona, famiglia, lavoro sono state  acquistate a basso costo in mercati sospetti. Per fare un esempio, la legge Zan che si prende cura di molti e delicati problemi deve essere introdotta, secondo alcuni dei suoi proponenti, prendere o lasciare, mentre un qualunque centrista sa bene che su certi temi spaccare il Parlamento, quando sarebbe a portata di mano il voto a larga maggioranza, è peggio di un errore. No modifiche, no mediazione. Vi piace così?

Deve far paura uno “scontro di civiltà” di questo formato a persone come Angelo Panebianco (“Il valore del Centro in politica”, Corriere della Sera, 7 luglio u.s.). Autorevole sostenitore del maggioritario, della democrazia governante, dello scontro creativo tra destra e sinistra, Panebianco si augura oggi la rinascita del Centro. Lo fa guardando Mario Draghi il quale, senza farsi intimorire, guida proprio dal centro un governo di “quasi tutti” e si augura che il presidente del Consiglio incontri “un vero partito di centro”. 

Erano in molti a pensare, nella lunghissima stagione della Seconda Repubblica, che la democrazia italiana dovesse fare a meno per sempre di un mezzo politico così dopo che un tribunale della storia aveva deciso di “toglierlo di mezzo”. Oggi invece si infittiscono, gli appelli, per un nuovo Centro in partenza da circoli dell’ex centrodestra (Toti, Brugnaro e altri) e in minor misura (Calenda) da altri del centrosinistra e non siamo che all’inizio.

I sostenitori del modello anglosassone non avevano mai seriamente riflettuto sul fatto che un tale modello da noi non è esistito prima e non soltanto per ragioni legate al “fattore K”, ma anche perché la Democrazia Cristiana non è mai stato un partito conservatore di destra e il Partito Comunista è stato altra cosa dalla creatività libertaria delle sinistre.

Finita la stagione dell’anticomunismo-comunismo, quella successiva ha visto da una parte Berlusconi, che era appunto Berlusconi e non la destra, e dall’altra un centrosinistra, con il trattino o senza, in una fusione più o meno riuscita tra eredi della Prima Repubblica. Insomma, ci sarà stata pure una ragione se la nostra democrazia non ha mai indossato abiti fumo di Londra e il massimo del maggioritario italiano che è riuscita a darsi è stato il paziente Mattarellum.

Oggi spunta in agenda il Centro e la costruzione di un mezzo politico idoneo a questo scopo. Un mezzo che sappia realizzare obiettivi negati a destre sovraniste e a sinistre predicatorie. Un mezzo che abbia a cuore i valori della Nazione e quelli della persona e delle persone che bussano alla nostra porta. De Gasperi realizzò la riforma agraria senza dimenticare Trieste e gli esuli dalla Dalmazia. 

L’incontro al Centro non potrà avvenire tuttavia tra una figura autorevole come quella di Mario Draghi e nanerottoli invecchiati, cinici praticanti della politica Zen della massima resa personale con il minimo sforzo. Non potrà avvenire questo incontro in una “piazza dove non c’è nessuno”, come nel romanzo di Dolores Prato, ma in un confronto tra posizioni anche diverse rappresentate da nuovi dirigenti che ignorino il passato non sempre cristallino di quanti sono ormai al potere, di qua o di là da oltre trent’anni. 

Per realizzare un Centro che sia un potente mezzo di azione politica è necessario un cambiamento non rottamatorio e tuttavia radicale, non soltanto di facce (il che comunque non guasta). In un’altra stagione di rinascita nazionale, la Resistenza, De Gasperi e il suo gruppo dirigente fecero a meno di un partito glorioso come quello dei Popolari di Sturzo. Cambiare, adesso, sarà più facile e giusto.

Nella logica dei “No Vax” si annida la corruzione di una sana convivenza civile

Dellai si è sforzato di cogliere le motivazioni legate al rifiuto della vaccinazione, ma non dobbiamo dimenticare che  l’irrazionalità incombe su questo scenario. Ne approfitta ovviamente la destra. Che fare? Dobbiamo tenere alta la guardia, ben sapendo che solo così è possibile rinvigorire la democrazia.    

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Devo premettere che sfoglio ogni santo giorno il “Domani d’Italia“. Fatalmente, sulla scia delle cose che leggo, mi viene anche voglia d’intervenire. E infatti, qualche volta mando in redazione un commento.  

Agli articoli di Lorenzo Dellai dedico particolare attenzione. Il suo curriculum, le sue doti di politico e amministratore, dunque i suoi “valori” testimoniati nel tempo, li ho sempre apprezzati e per quanto possibile condivisi. Sebbene non ci sia un contatto diretto, vale a dire una frequentazione amicale, partecipo con un certo trasporto di stima ed affetto alla continua ricerca che egli propone assiduamente attraverso contributi nient’affatto banali.

La premessa mi consente di osservare benevolmente come da parte sua, nell’ultimo articolo a proposito di vaccinazioni, i “No vax” siano equiparati a soggetti equilibrati e razionali, e dunque a soggetti che tutto quello che fanno e dicono, lo fanno e dicono con convinzione meditata, ovvero sia con piena lucidità mentale. Qualcosa evidentemente non torna, almeno dal mio punto di vista, se facciamo i conti con la loro distorta visione del mondo.

Ebbene sono stato sin dall’inizio fortemente convinto – a partire dal comizio in piazza del Popolo del generale Pappalardo – che si tratta di gente fortemente irrazionale ed emotivamente instabile. I “No Vax” ignorano il significato del  sacrosanto diritto alle libertà personali. In sostanza,  leggono e affrontano la storia con enormi pregiudizi. Starei per dire che nel loro agire quotidiano fanno solo uso e si alimentano della “politica-spettacolo” e della “politica-social”, ignorando l’uso del ragionamento e della buona logica orientati al bene comune (elementi, come sappiamo, fondamentali alla Polis). In sintesi, tralasciano il buon senso, che non è senso comune. 

Trovo allora molto appropriata la citazione di Moro inserita nel pezzo di Dellai. In effetti, a distanza di tanti anni, siamo ancora in attesa di un “…nuovo senso del dovere”, proprio per mancanza di effettivo raziocinio, vale a dire di quella pur lieve e argomentata riflessione, fatta con i piedi per terra, sul futuro che ci attende, e su quello che attende i nostri figli e nipoti.

Il tempo presente mette a nudo la dispersione di valori importanti, per i quali, nel bene o nel male, la nostra convivenza civile teneva. Da questo turbamento discende la l’intima corruzione della politica. Non si spiegherebbero altrimenti le robuste quote di consenso della (nuova) destra italiana. Insomma, il distacco dalla razionalità genera il mostro del radical-sovranismo. Siamo all’assurdo: Salvini tiene il rosario in mano, come abbiamo visto nei comizi, ma ignora la pietà per i disgraziati che muoiono in mare nel tentativo di fuggire, il più delle volte, da guerre e miserie. Questa è la destra, pronta a legare in un solo fascio la propaganda anti vaccinazione e le pretese anti europee di un Orbàn.     

Bisogna resistere – e penso che Dellai sia d’accordo – a questa devitalizzazione dello “scandalo”. La democrazia, in definitiva, richiede oggi più che mai uno sforzo di rigenerazione morale.

Scuola: la riapertura di settembre tra variante delta, problema degli organici, fallimento della Dad e dei progettifici

Il quadro appare preoccupante. Non si può arrivare a settembre con un sovrappiù di vaghezza e indecisione. La pandemia ha reso la scuola un terreno minato: i problemi sono enormi. Per questo occorre agire in fretta e con intelligenza.

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La riapertura dell’anno scolastico dopo la pausa estiva è sempre stato un momento di particolari criticità.

Quella che ci attende il prossimo settembre lo sarà ancor di più, nubi dense e minacciose si addensano sopra il cielo della scuola.  Il regolare funzionamento delle lezioni è fino ad ora andato in tilt a causa degli effetti dalla pandemia: leggendo la circolare del Dipartimento Prevenzione del Ministero della Salute prot. 5032/COV19 del 9 luglio u.s. avente oggetto “Allerta internazionale variante Delta: incremento dei casi Covid 19 in diversi Paesi europei” si ha il sentore di un pericolo incombente, di cui il mondo scientifico e i decisori politici sono al corrente e rispetto a cui si avverte la necessità di porre mano con decisioni condivise, serie, tempestive ed efficaci. Il virus non è sconfitto e neanche scomparso, ha una dimensione planetaria  ed ogni focolaio rischia di avere effetti pervasivi, in particolare proprio per la rapidità del passaggio di contagio della variante Delta, stimato in Australia tra i 5 e i 10 secondi, sul presupposto di una semplice compresenza fisica di due o più persone: inevitabilmente il pensiero corre agli stadi fino a pochi giorni fa stracolmi di persone senza mascherine e senza controlli preventivi di tamponi rapidi oltre che di ogni certezza circa quelle vaccinate. Ripercorrendo i ricordi di ciò che abbiamo sofferto in passato si fa urgente e doverosa un’azione di prevenzione e controllo ma soprattutto la necessità di vaccinare quelle fasce di popolazione non ancora protette. Gli scienziati hanno ribadito a chiare lettere questo impellente adempimento, valgano per tutti le parole dell’immunologo e virologo Roberto Burioni: “non vaccinarsi, sulla base dei dati inequivocabili di sicurezza ed efficacia, è una scelta autolesionista, irrazionale che danneggia l’intera società. La politica deve decidere se consentire agli irresponsabili la libertà di comportarsi in questo modo. La Francia ha deciso di no”. Il riferimento è ai provvedimenti patrocinati in prima persona da Macron, sull’obbligatorietà di un ‘pass’ per accedere a bar, ristoranti e mezzi pubblici: decisione che ha conseguito lo scopo di convincere in poche ore oltre un milione di cittadini a vaccinarsi. E a casa nostra il sottosegretario Sileri ha rilanciato l’ipotesi di provvedimenti analoghi. Nella provincia autonoma di Bolzano il personale sanitario no-vax è stato sospeso dal servizio: un provvedimento drastico ma deciso ed eloquente. 

La circolare del Ministero della salute del 9/7 – diramata a tutti i Ministeri, alle Regioni, alle ASL, alle strutture sanitarie, agli Ordini professionali ecc. descrive un’Europa pericolosamente a colori e insiste sull’opera di sensibilizzazione verso una strategia di protezione vaccinale.

Questo riguarda tutta la popolazione, specie le fasce di età più a rischio e si riverbera inevitabilmente sul mondo scolastico dove la ripresa delle lezioni a settembre sarà inesorabilmente condizionata dalle azioni concrete che saranno assunte da adesso in poi. La fase di transizione verso l’immunità dal Covid 19 è stata ben descritta nella sua dimensione planetaria dalla rivista Nature che, ricordando che fino ad oggi sono state somministrate 3,23 miliardi di dosi di cui solo l’1% ai cd. “paesi poveri” e prevedendo di raggiungere i 6 miliardi di vaccinazioni entro fine anno, ipotizza il conseguimento dell’immunità globale solo a fine 2023.

Questi dati dovrebbero far riflettere gli indecisi, i “cogitanti”, gli indolenti, gli ostili e gli irresponsabili, come 

li definisce Burioni. La gestione “a rincorsa degli eventi in uno stato di sospensione, indecisione e carenza di 

informazioni” come l’ha descritta Giuseppe De Rita, con provvedimenti intempestivi e  intermittenti, poco

lungimiranti, tentennamenti, colpevoli ritardi come stigmatizzato da Luca Ricolfi nel suo “La notte delle ninfee” non deve ripetersi, la lezione è stata durissima e dalle conseguenze devastanti, anche sotto il profilo della tenuta psicofisica, degli equilibri vitali. L’emanazione della circolare ministeriale potrebbe  essere il segnale di un’inversione di rotta rispetto ad una preventiva e adeguata consapevolezza: occorre una voce univoca da parte della scienza e assunzione di coraggio e determinazione sul versante delle decisioni politiche. In tema di riapertura del nuovo anno scolastico sono necessari uno sforzo di immaginazione e una visione lungimirante: sulla didattica in presenza estesa a tutti gli ordini e gradi di istruzione, sulle dotazioni organiche, sul modo di intendere l’autonomia scolastica, sull’utilizzo degli spazi e 

la scansione dei tempi delle attività, sulla selezione del personale.

Proprio nei giorni successivi alla circolare del Ministero della salute l’INVALSI ha pubblicato i risultati di uno

studio sulla didattica a distanza registrando  un crollo verticale delle competenze dopo la sperimentazione della DAD nella fase pandemica : alla maturità il 40% non raggiunge un livello accettabile  di conoscenza della lingua italiana mentre cresce il fenomeno della “dispersione implicita”: si tratta di alunni che pur terminando il ciclo di studi non portano con sé un bagaglio adeguato di competenze. La deprivazione culturale riguarda le fasce sociali più deboli, specie al Sud, dove il 30% delle famiglie non possedendo un tablet o un pc non è stata inserita nel circuito informatico della didattica a distanza e dell’interlocuzione scuola-casa. “Complessivamente –spiega Roberto Ricci, responsabile delle prove INVALSI – la pandemia ha fatto riscoprire la funzione sociale della scuola sia nella dimensione relazionale, che di promozione del “benessere cognitivo” che solo la scuola può promuovere. Gli esiti registrati nel 2019, in miglioramento rispetto al 2018, evidenziavano che la scuola aveva intrapreso la strada giusta, considerando che gli esiti di apprendimento, per loro natura, non possono variare velocemente da un anno all’altro. Il brusco arresto imposto dalla pandemia e i risultati delle prove realizzate quest’anno richiedono strategie urgenti per far riprendere il passo al sistema scolastico italiano”.

Questo calo di potenzialità formativa del sistema scolastico registrata con la sperimentazione della DAD attende al varco della ripresa delle lezioni Il Ministero dell’istruzione ma anche i singoli istituti nell’organizzazione dell’autonomia scolastica. Significativo al riguardo il “Manifesto per la nuova scuola” , promosso dai docenti riuniti nel gruppo “La nostra scuola”, sostenuto e condiviso dal Sindacato Gilda degli insegnanti. Riforma dopo riforma la scuola ha perduto i suoi fondamentali per lanciarsi nei corollari degli acronimi, delle circolari a manetta, delle sigle, delle riunioni preponderanti in tempo e impegno rispetto al lavoro in classe: una scuola divenuta “progettificio” dove prevale il modello aziendalistico con un portato inusitato di adempimenti burocratici autoreferenziali e di complicazioni formali.

La coincidenza tra fase pandemica, DAD ed esiti deludenti nella preparazione degli alunni invita ad agire per tempo affinchè non si inneschi una deriva di inevitabile declino formativo e culturale della scuola: bisogna decidere subito, non farsi trovare impreparati. La vaccinazione estesa a tutti sarebbe uno strumento formidabile per evitare complicazioni a livello logistico ed organizzativo, inoltre per non replicare la delusione della DAD e rilanciare la didattica in presenza. C’è più di un dubbio che ciò si realizzi, servirebbero più senso di responsabilità e meno indecisioni che possono rivelarsi fatali. In un mondo di soggettività e relativismo è quasi impossibile assumere decisioni drastiche ma quasi certamente risolutive. 

Il Ministro Bianchi annuncia un piano di assunzione di 100 mila docenti in due anni: oltre alla quantità servirebbe preoccuparsi della qualità e c’è chi parla di sanatoria inaccettabile. 

“Il merito ritorni a scuola”, ha scritto Sabino Cassese in un editoriale sul Corsera del 25 maggio u.s. 

Serve un vaglio concorsuale (come chiede la Costituzione) per selezionare personale preparato, adeguato e meritevole di svolgere una funzione delicata come l’insegnamento. 

Sul piano della profilassi e della tutela sanitaria e su quello didattico ed organizzativo richiesto da un pubblico servizio sarebbero davvero utili assunzione di responsabilità e decisioni tutelanti per tutti.

Vedremo se a settembre si ripartirà con un salto di qualità e con il piglio necessario o se la scuola ancora una volta sarà costretta a passare sotto la forca caudina del procrastinamento e del rinvio, modi di essere tipici e decadenti di una malintesa e claudicante democrazia.

Per una conversione dell’intelletto e del cuore. A colloquio con Filippo La Porta sulla lezione di Dante. Intervista dell’Osservatore Romano.

Saggista e critico letterario, Filippo La Porta è autore tra gli altri de La nuova narrativa italiana (1995), Pasolini, uno gnostico innamorato della realtà (2002) e Pasolini (2012). Due dei suoi ultimi lavori, Il bene e gli altri (Bompiani, 2018) e Come un raggio di luce (Salerno Editrice, 2021), sono dedicati alla scoperta di come la lezione di Dante rappresenti una luce per leggere e guidare il nostro tempo.

Alessandro Vergni 

Intervista

Nei suoi ultimi saggi lei affronta due temi cardine: l’educazione e il rapporto con gli altri. Lo fa partendo da Dante, un uomo distante dal nostro modo di concepire la vita. Perché questa scelta?

C’è un elemento autobiografico che forse non ho mai raccontato prima: ho avuto una nonna fiorentina che con il suo accento stupendo mi diceva versi di Dante a memoria. Mia nonna è quindi come il garante della mia operazione dantesca. A Dante poi mi sono riavvicinato durante il mio soggiorno negli Stati Uniti. Per gli americani Dante è un vertice della letteratura universale, non appena di quella italiana. Mi sono allora detto: ci sono americani che passano tutta la vita a studiare Dante, che studiano l’italiano per 40 anni solo per leggere la Commedia, possibile che io non l’abbia più ripresa in mano dai tempi del liceo? È come nato un senso di colpa. Mi sono rimesso al lavoro su tutte e tre le cantiche e ho trovato in Dante una possibile risposta ai miei dilemmi morali, cioè al tema del bene e del male, perché qui sta la questione fondamentale dell’essere uomo, non ce ne sono altre. Certamente si tratta di un uomo del medioevo che ha quella concezione della vita. Non possiamo chiedergli di essere un progressista di oggi. Dobbiamo però individuare in lui alcune verità morali che ci riguardano direttamente e che sono senza tempo. Occorre leggere i classici con amore, con pazienza, saperli ascoltare e alla fine vedere se riusciamo a farli dialogare con noi. Ecco, Dante sulla questione del bene e del male può giustamente dialogare con noi. Aggiungo, poi, che non possiamo lasciare Dante ai filologi e agli studiosi. Dante ha scritto la Commedia per ogni lettore. C’è in essa l’appello a una conversione non appena religiosa, ma anche intellettuale e del cuore. Mi chiedo, ad esempio, cosa significhi per lui eternarsi; come un uomo dentro un’esistenza che è finita, mortale, si eterna?

Nel suo percorso cita più volte Simone Weil. Cosa c’entra questa grande filosofa del Novecento con Dante?

Ho applicato al mio primo saggio sulla Commedia la frase tratta dai Quaderni di Simone Weil che dice «il bene è dare realtà agli altri, il male è togliere realtà agli altri». Una frase semplice e geniale. Ho provato a leggere la Commedia alla luce di questa frase e mi sono accorto che funziona. Per dire, i peccati capitali nascono tutti dalla sostituzione della realtà con qualcosa di fantasmatico, di immaginario, sono invidioso di te perché immagino che tu sia più felice di me. I peccati nascono dall’ipertrofia dell’immaginazione, come mostra anche Dostoevskij ne Le notti bianche. Chi pecca è qualcuno che desidera vivere in un mondo in cui c’è solo lui. Lucifero non vuole che ci sia nessun altro all’infuori di lui. È anche la definizione del potere secondo Elias Canetti: il tiranno è colui che vuole sopravvivere a tutti gli altri. La frase di Simone Weil mi permette di fondare la morale in un modo non moralistico. Mi comporto bene non per obbedire a un precetto — qui sta la questione educativa — ma perché se il bene è dare realtà agli altri, solo comportandomi bene allora do realtà al mondo facendolo esistere. Il primo atto dell’etica è: meglio l’essere che il nulla. Mentre uno potrebbe sempre scegliere il nulla. È una fondazione ontologica dell’etica, basata sulla realtà.

Parlando del rapporto con gli altri lei dice che siamo animati dal desiderio di aiutare le persone, eppure — sostiene — il prossimo non sempre vuole essere aiutato da noi. Forse gli altri hanno bisogno solo di essere riconosciuti nella loro unicità? Ho trovato nella sua lettura un superamento del principio volterriano per cui la mia libertà finisce dove inizia la tua.

Potrei dire così: non tanto la mia libertà finisce dove inizia la tua, ma la mia libertà si completa solo se io ti riconosco. Mi si potrebbe obiettare: se l’altro è un prepotente, un violento, cosa significa “lasciar essere l’altro per quello che è”? La mia risposta è che il prepotente, il violento, è colui che impedisce alle persone di essere quello che sono. È lui che incrina l’ordine, l’equilibrio. L’azione sul prepotente, allora, deve servire solo a ristabilire l’ordine. Per Dante l’obiettivo della politica è la pace universale. Questa è sempre un movimento verso e non sarà mai pienamente raggiunta. Occorre però avere sempre presente che l’obiettivo della politica è una pace stabile, perché solo in essa ognuno può essere quello che è. Ciò significa che nella storia esistono anche guerre giuste, però dobbiamo ricordare due cose: che l’obiettivo resta comunque la pace universale e la riconciliazione con il nemico, il che dà una misura e un limite alla mia violenza; e che chi usa la violenza, anche temporaneamente per ristabilire quell’ordine, ne rimane segnato per sempre.

Tornando a Dante, ci troviamo di fronte a un uomo che ha delle certezze granitiche e che incarna una fede assoluta verso un Dio artefice di un ordine buono. Al tempo stesso nel suo essere viator sviene, ha paura, non capisce, inciampa. È forse per questo che lo sentiamo così vicino a noi?

Ci sono in Dante delle contraddizioni. Da un lato vuole combattere gli eretici, elogia i condottieri e gli imperatori; dall’altro elogia san Francesco perché, facendosi pusillo, ha fatto esistere di più il creato. Così come esalta le figure di Rifeo o di Romeo di Villanova. Come stanno insieme questi elementi? È impossibile trovare una sintesi. Nel mio libro provo a far dialogare queste contraddizioni. Quando ad esempio Brunetto Latini gli parla dell’eternarsi, parla ancora della fama legata alla gloria letteraria. Dante ha però un fortissimo senso della precarietà di tutto ciò che esiste. Una concezione molto moderna. Nell’ultimo canto del Paradiso dice in modo meraviglioso: «Così la neve al sol si disigilla». C’è dunque per lui un altro modo di eternarsi ed è quello di san Francesco, di Rifeo, di Romeo di Villanova.

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-158/per-una-conversione-dell-intelletto-br-e-del-cuore.html

 

Conferenza sul futuro dell’Europa: piattaforma online vicina al milione di visite.

La piattaforma digitale della Conferenza sul futuro dell’Europa (futureu.europa.eu), lanciata il 19 aprile scorso e punto nevralgico di tutto il processo democratico, al 30 giugno è stata visitata oltre 900mila volte; il maggior numero di visite alla piattaforma arriva da Francia e Germania, seguite da Spagna e Italia.

Lussemburgo, Malta e Belgio hanno la più alta quota di visitatori in proporzione alla loro popolazione. I movimenti sulla piattaforma sono continuamente monitorati da Open Source Politics e Digidem Lab per la Commissione europea, che a intervalli regolari ne traccia una valutazione. I dati dell’ultimo rapporto sono quelli rilevati al 30 giugno: 18.853 partecipanti, 5.127 idee, 9.891 commenti, 1.317 eventi, 28.461 interazioni.

Tra i dieci temi su cui i cittadini sono chiamati ad esprimere idee e proposte per il futuro dell’Europa, quelli che attirano più idee sono “cambiamenti climatici” (17,4%), poi “democrazia europea” (16%), quindi “un’economia più forte” (11,2%). Il tema “migrazioni” è quello che suscita meno idee (5,2%).

Ma è il tema della democrazia quello attorno a cui si generano più interazioni e dibattito. Quasi i due terzi dei contributi alla piattaforma, sempre al 30 giugno, erano riconducibili a uomini (64% contro 14,1% di donne; il 21,7% non ha dichiarato il proprio genere). Il gruppo più numeroso (23,5%) di contributi è stato effettuato da utenti di età compresa tra 25 e 39 anni, seguito da persone di età compresa tra 55 e 69 anni (20,4%). Quanto agli eventi legati alla Conferenza, l’Italia è il Paese che ha inserito sulla piattaforma il maggior numero di eventi (98).

Variante Delta, Ricciardi: “Buca anche doppia dose vaccino”

Con la variante Delta, oggi, “anche se si è vaccinati si può essere infetti”. La variante, “buca perfino il doppio ciclo vaccinale”, perché “conferisce una certa protezione contro la malattia grave e l’ospedalizzazione” ma “nel 30-35% dei casi determina infezione anche nei soggetti che hanno fatto la seconda dose di vaccino, figuriamoci una sola”. Ad affermarlo Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica e consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza, intervenuto ad ‘Agorà estate’, su Rai Tre.

Ricciardi ha sottolineato che la necessità di vaccinare al più presto è legata anche al fatto che “più esitiamo più lasciamo la possibilità al virus di selezionare varianti che non solo bucano il vaccino per l’infezione ma lo bucano anche per la protezione. In questo momento stiamo guardando con grande cautela alla variante Delta Plus in India e a una variante Lambda, che è stata isolata in Perù e che ci preoccupa molto. Per cui vacciniamo presto, in maniera tale da proteggere le persone dall’ospedalizzazione e dalla malattia. E poi prendiamo le decisioni mano mano che emergono le conoscenze sulle varianti che nel mondo emergono. Perché in Europa abbiamo vaccinato il 50% della popolazione, ma in Africa l’1%, in Asia il 3%. Quindi il virus ha oggi centinaia di milioni di persone su cui si può esercitare per cercare di aggirare le nostre difese”.

 

Andreotti precursore. Lo sport come strumento di promozione di una certa unità di popolo, senza strumentalizzazioni.

Fu l’uomo politico che colse per primo nel dopoguerra l’esigenza di stimolare attraverso lo sviluppo delle diverse discipline sportive, e specialmente del calcio, una forte motivazione di autentico spirito nazionale.

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Giustamente  lunedì, nella cerimonia al Quirinale, il Capo dello Stato ha detto agli azzurri: “Avete riunito gli italiani”. Verissimo. Lo sport ha anche questa forza. 

Andreotti lo aveva intuito sin dagli albori della Repubblica.  Non si trattava, allora come ora e come sempre  fanno le dittature, di strumentalizzare lo sport come mezzo di alienazione di massa, come strumento cioè di distrazione collettiva, piuttosto come “legamento” di tutto il tessuto sociale nazionale. L’Italia del dopoguerra era ancora terribilmente divisa: Resistenza/Fascismo, Repubblica/Monarchia, Nord/Sud, Città/Campagna, Industria/Agricoltura…

La missione del governo era primariamente quella di unire il paese: l’amnistia del ministro Togliatti, l’impegno per la scuola e la reindustrializzazione, miravano esattamente a questo. 

Ma non bastava. Occorreva riunire il paese emotivamente, al di là di ciò che potevano fare governo e partiti. Come era accaduto con la tragedia del Grande Torino. 

E Andreotti a De Gasperi: “Presidente, investiamo sullo sport!”. “Pensaci tu, fatti venire qualche idea, che non sia e non sembri una volgare strumentalizzazione, però”. 

Andreotti si mise al lavoro con Onesti, il Presidente del CONI. L’Italia chiese subito le Olimpiadi. La prima data utile era il 1960. Il Comitato Olimpico Internazionale pose però la condizione di uno Stadio nuovo a Roma. “Che problema c’è?”. E subito partirono i lavori. 

Purtroppo mancavano le risorse, perché De Gasperi non era disponibile a sottrarle agli investimenti produttivi. E i due (Andreotti e Onesti) che si inventano? Il Totocalcio. Con il vincolo di destinare gli introiti, compresi quelli fiscali, alle strutture e alle attività di tutte le discipline sportive. 

E così arrivammo “alla grande” alle Olimpiadi e all’esplosione di tutto lo sport nazionale.

[tratto dalla pagina Fb dell’autore]

Unione europea e Polonia: scontro sullo stato di diritto. E c’è chi parla di ‘Polexit’.

Questa nota di Patrizia Antonini (Ansa) offe i dettagli di questo ennesimo confronto tra l’Unione europea e uno dei Paesi più ‘emblematici’ del vecchio blocco sovietico. A reagire contro la presa di posizione della Corte costituzionale polacca sono schierati entrambi i gruppi politici che reggono le sorti dell’Unione europea: quello dei Popolari e quello dei Socialisti e Democratici.  

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E’ ormai una guerra al coltello quella tra l’Unione europea e la Polonia sullo stato di diritto. La cena tra il premier Mateusz Morawiecki e la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, non ha dipanato nemmeno uno dei nodi. E la resa dei conti è ormai iniziata, con il gruppo del Ppe al Parlamento europeo che intravede i primi passi di una ‘Polexit’ e l’S&D che invita la Commissione europea a “reagire con tutti gli strumenti a sua disposizione” dopo la sentenza odierna, di fatto un attacco all’ordinamento giuridico Ue. 

Alla vigilia dello show-down finale, atteso per domani, quando la Corte costituzionale di Varsavia deciderà se la legge polacca sia al di sopra di quella europea in caso di conflitto e la Corte di giustizia Ue emetterà la sentenza definitiva sulla sezione disciplinare della Corte suprema, si sono già viste le prime pesanti schermaglie. La Corte costituzionale di Varsavia ha infatti sfidato la decisione dei togati di Lussemburgo di accogliere la richiesta della Commissione Ue (i ricorsi risalgono al 2019 e 2021) di sospendere subito, con una misura ad interim, i provvedimenti della camera disciplinare della Corte suprema polacca. Un organismo controllato (seppur in modo indiretto) dal potere politico, che secondo le istituzioni dell’Unione “mina l’indipendenza dei giudici”, con iniziative arbitrarie e mirate contro magistrati non graditi alla maggioranza di governo, il Pis di Jaroslav Kacinski. 

Il regolamento che permette alla Corte Ue di pronunciarsi su “sistemi, principi e procedure” degli ordinamenti nazionali non è “in linea con la costituzione del Paese”, ha fatto sapere la Corte di Varsavia, respingendo l’iniziativa al mittente. E a completare l’escalation sull’asse Bruxelles-Varsavia domani (ndr oggi per chi legge), salvo imprevisti, sarà anche la procedura d’infrazione per le regioni Lgbtiq-free, in base al principio di “mancata sincera collaborazione”. Secondo quanto apprende l’Ansa, infatti, il governo di Morawiecki non ha cooperato con la richiesta di Palazzo Berlaymont di fornire informazioni sulla misura. 

La Polonia avrà due mesi per rispondere alla lettera di messa in mora. Un’infrazione che farà il paio con la mossa dell’Unione contro l’Ungheria, che col pretesto della protezione dei minori equipara gli omosessuali ai pedofili e discrimina, anche in questo caso, le comunità Lgbtiq. Intanto i piani nazionali per il Recovery di Varsavia e Budapest restano in sospeso. La Polonia aveva presentato il suo Pnrr il 3 maggio. Ma come spiega un portavoce dell’Esecutivo comunitario “le autorità polacche avevano chiesto una proroga di un mese in aggiunta al normale periodo di valutazione al momento della presentazione del piano”. 

La valutazione è in corso e la scadenza dell’analisi è per il 3 agosto. La posta in gioco è un pacchetto da 23,9 miliardi di aiuti a fondo perduto. E resta in bilico anche il piano ungherese, con i rubinetti delle risorse che minacciano di restare chiusi per la mancanza di garanzie sull’uso corretto dei 7,2 miliardi che dovrebbero arrivare in dote. L’Unione europea, ricordano gli eurodeputati dell’S&D, “non è un menu à la carte”. 

A Cuba continuano le proteste. Intervento del Consiglio episcopale dell’America Latina dopo la presa di posizione dei Vescovi dell’isola caraibica.

Non accenna a placarsi il moto popolare che sfida, sull’onda di una grave crisi economica, il regime comunista cubano. La Chiesa mostra la sua sensibilità pastorale, anzitutto nel rapporto con le persone più deboli e povere, lanciando un messaggio di allarme e preoccupazione.

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Porta la firma del presidente monsignor Miguel Cabrejos e del segretario generale monsignor Jorge Lozano il messaggio indirizzato dal Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ai vescovi cubani: «Vicinanza e solidarietà di fronte ai recenti eventi che hanno avuto un impatto sulla vita, sulla dignità e sulla libertà delle persone, dopo i giorni di protesta», si legge nel testo.

I presuli del Celam sottolineano che «non possiamo chiudere gli occhi o guardare da un’altra parte, come se nulla stesse succedendo». Ed esprimono l’auspicio che «la risposta alle richieste della popolazione non sia l’immobilismo», che non si continui a dare «continuità ai problemi, senza risolverli» e che non si arrivi a un «irrigidimento di posizioni che potrebbero nuocere a tutti. Facciamo nostro anche il pensiero di Papa Francesco che chiede a tutti noi di ascoltare il grido della popolazione e risolvere i conflitti attraverso il dialogo», è scritto nella lettera.

Nello stesso tempo, «facciamo un appello deciso alle autorità governative affinché cerchino soluzioni, poiché sappiamo che nessuna azione violenta o aggressiva consentirà ai nostri popoli di avanzare lungo strade della fratellanza, giustizia e pace», le parole dei due rappresentanti del Celam. Da ultimo, l’incoraggiamento rivolto ai vescovi di Cuba a «continuare a sostenere la speranza del popolo cubano rafforzando, come già state facendo, la salvaguardia del bene comune».

In precedenza, e più direttamente. si erano espressi i Vescovi cubani. Se è vero che il governo «ha cercato di adottare misure per alleviare queste difficoltà», scrivevano l’altro giorno, è anche vero che «le persone hanno il diritto di esprimere i propri bisogni, desideri e speranze e, a loro volta, di esprimere pubblicamente come alcune misure prese li stiano colpendo seriamente. È necessario che ogni persona contribuisca con la propria creatività e iniziativa e che ogni famiglia lavori per il proprio benessere, sapendo che quando questo è possibile si sta lavorando per il bene della nazione». In questo momento invece «ci preoccupa – spiegavano impresuli – che la risposta a queste istanze sia l’immobilità, che contribuisce a dare continuità ai problemi, senza risolverli. Non solo le situazioni peggiorano ma si va anche verso una rigidità e un indurimento delle posizioni che potrebbero generare risposte negative, con conseguenze imprevedibili che danneggerebbero tutti noi».

Una vita da gregario felice. Michele Scarponi ricordato dall’Osservatore Romano.

La storia di un ciclista all’antica, capace di servire una “idea di sport” con assoluta dedizione. Legato a Nibali, ha saputo mostrare tutta la sua grandezza sacrificando se stesso, le sue belle qualità, le sue legittime aspettative. La Fondazione Scarponi, sorta nelle Marche, mira in onore dell’atleta morto in un banale incidente a promuovere la cultura ciclistica e la sicurezza stradale.

Filippo Simonelli

Tra gli sport di squadra il ciclismo è sicuramente il più atipico: il senso dell’agire del gruppo è votato alla vittoria finale di uno solo, e gli almanacchi riportano il nome del vincitore della classifica finale, con quello del team scritto accanto in piccolo. Le grandi vittorie però funzionano quando una squadra è cementata assieme dai mesi di preparazione condivisa, da una perfetta comunione di intenti e dall’abnegazione. Se a vincere sono — quasi — sempre i capitani, la differenza la fanno i gregari, quelli che passano nei grupponi e che spesso solo i più appassionati tifosi riconoscono. Nonostante gli stravolgimenti dei ruoli tradizionali negli ultimi anni questo paradigma offre ancora una fotografia nitida della realtà ciclistica.

L’eccezione più significativa a confermare questa regola è stata quella di Michele Scarponi, definito non a caso “il gregario più forte del mondo”. Scarponi è stato un ciclista marchigiano, nato e cresciuto nel pietroso entroterra anconetano. Soprannominato l’aquila di Filottrano, ha costruito la sua vita in sella fin dalla più tenera infanzia, salendo sulla sua prima bicicletta ad otto anni. Da lì in poi si è imposto nelle varie categorie giovanili con un percorso forse non lineare ma sicuramente rivelatore di quello che sarebbe stato il suo talento.

Scorrendo il suo Palmares si trovano tanti piazzamenti importanti, vittorie di tappa nei grandi giri e nelle corse a tappe, persino una maglia rosa conquistata al Giro del 2011 per una discussa squalifica ad Alberto Contador. Ma non è per questo che viene ricordato e amato oggi, bensì per il suo essere il gregario perfetto, prima ancora che quello “più forte”.

Nel 2013 fa il salto più importante della sua carriera, con l’ingaggio alla squadra Astana, quella dello “squalo” Vincenzo Nibali. E nel Tour de France di quell’anno porta letteralmente sotto braccio il suo capitano alla vittoria agli Champs Elysees, rinunciando alle ambizioni personali per mettersi al servizio del gruppo. Questo spirito di servizio tornerà più volte, fino a trovare il compimento più alto nel 2016, alla tappa Regina del Giro d’Italia.

La corsa rosa affronta il Colle dell’Agnello, un arcigno valico alpino che congiunge l’Italia alla Francia e viene affrontato sia nel Tour che nel Giro. Già dalla partenza di Pinerolo, altra località simbolo del ciclismo eroico, si capisce che Scarponi è in giornata: si lancia presto in fuga, mentre dietro di lui infuria la battaglia per la maglia rosa tra Nibali e l’olandese Kruijswijk. Arrivato da uomo solo al comando in cima al Colle, si lancia in discesa verso quella che sembra una meritatissima vittoria di tappa.

Tra le consuetudini non scritte del ciclismo c’è quella per cui in una squadra chi arriva a ottenere la testa della classifica generale lasci la vittoria di tappa ad un gregario se possibile. C’è tanto di cavalleria quanto di pragmatismo in questa scelta, visto che le vittorie di tappa regalano sia gloria che un cospicuo ritorno economico.

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-157/una-vita-da-gregario-felice.html

Siamo dinanzi a una nuova “questione cattolica”?

A differenza del passato, non c’è più un partito di riferimento dell’area cattolica. Sono mutate le condizioni storiche, sono mutati i parametri culturali. Tuttavia, se non vogliamo rassegnarci a una riemergente confusione tra potere temporale e potere spirituale, la questione della presenza pubblica del laicato cattolico torna d’attualità. Bisogna inventare una nuova formula.   

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Se possibile, possiamo anche smettere di parlare per un attimo della sceneggiata dei 5 stelle – un partito populista, demagogico, antiparlamentare che ha fatto del trasformismo e dell’opportunismo politico e parlamentare la sua cifra distintiva; della nuova identità e del “nuovo corso” del Pd di Letta, sempre più lontano dalle sue ragioni fondative; della “federazione” del centro destra che interessa poco alla politica italiana e anche, almeno così pare di capire, agli stessi partiti di quello schieramento. 

No, in attesa di vedere come finirà al Senato la discussione e il voto sulla ormai famosa legge Zan, è riemersa forse – per dirla con il vice direttore dell’Huffingtonpost Alessandro De Angelis – una nuova “questione cattolica” nel nostro paese.

Certo, il tema è antico e periodicamente risuona nelle corde del dibattito politico italiano. E, come ovvio e persin scontato, è destinato a cambiare registro e coordinate di volta in volta. Ma un fatto è indubbio. Attorno al dibattito sulla legge Zan sono emersi almeno tre elementi che portano, giustamente, a parlare di una nuova ed inedita “questione cattolica”.

Innanzitutto non esiste più un partito di riferimento per la maggioranza dell’area cattolica italiana. La Dc, come il Ppi, appartengono ormai alla storia della politica italiana; i partiti personali vivono alla giornata e hanno come principale priorità quello di aumentare i follower del “capo” a livello quotidiano; e infine non esiste più una classe dirigente di riferimento. Non esiste né a livello politico, né a livello culturale. Sono costanti diverse dal passato ma che non possiamo non prendere in seria considerazione.

In secondo luogo è tramontata la cosiddetta “cultura della mediazione”. Un elemento, questo, che ha rappresentato storicamente un asset costitutivo e decisivo della tradizione del cattolicesimo politico italiano. Una prassi che ha permesso di superare storiche difficoltà e radicali contrapposizioni, che si manifestavano all’attenzione della politica tra i vari partiti in quel particolare momento storico. E proprio grazie alla “cultura della mediazione” i cattolici italiani sono diventati nel tempo classe dirigente e, soprattutto, hanno saputo incidere e condizionare la stessa evoluzione della politica italiana.

In ultima istanza si corre il serio rischio che, di fronte all’assenza di un partito – o più partiti – di riferimento, di fronte alla sostanziale assenza di una classe dirigente autorevole e qualificata e di fronte ad una assenza di una cultura politica di ispirazione cristiana capace di orientare e condizionare le scelte dei singoli partiti, il rapporto ritorni ad essere quello tra la Chiesa italiana, nelle sue diverse articolazioni, e il potere politico. Cioè il Governo e il Parlamento. Insomma, e pur senza volerlo, ad un rapporto diretto e non mediato tra il ”potere temporale” e il “potere spirituale”.

Ecco, proprio di fronte ad un quadro del genere, riemerge in tutta la sua complessità una nuova e diversa “questione cattolica”. Ed è per questi motivi che si rende sempre più necessaria una presenza pubblica dei cattolici. Laica, ma profondamente ancorata alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano. Coerente, ma senza alcuna deviazione clericale o confessionale. E coraggiosa, senza inchinarsi all’ormai imperante “politicamente corretto” che detta le condizioni dell’agenda politica inseguendo le mode. Solo così si potrà affrontare, seriamente e senza complessi di inferiorità, la nuova ed inedita “questione cattolica”. Come, giustamente, ci ha ricordato nei giorni scorsi il vice direttore dell’Huffington Post Alessandro De Angelis.

Manifesto per Bologna. Rete Bianca aderisce al documento della coalizione che sostiene Matteo Lepore.

Dopo aver dato il proprio sostegno alla campagna per le primarie di Lepore, ex assessore della Giunta uscente, Rete Bianca ha ufficializzato ieri il suo impegno nella coalizione apponendo la sua firma al Documento qui riprodotto. Oggi prende anche il via ufficialmente l’attività della Nuova Fabbrica del Programma. “La nostra presenza nella coalizione – ha detto Nicola Caprioli, coordinatore di Rete Bianca per l’Emilia Romagna -, come movimento politico ispirato al cattolicesimo democratico e popolare, e la nostra attività all’interno della Nuova Fabbrica del Programma, dimostrano che le istanze e la cultura politica del mondo moderato potranno trovare piena rappresentanza e riconoscimento nelle scelte politiche della prossima amministrazione comunale e metropolitana”.

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Usciamo dall’emergenza. 

La crisi pandemica ha causato all’Italia la peggiore recessione economica dai tempi della guerra ed a farne le spese sono soprattutto le classi più povere ed i soggetti  più fragili. 

Da anni il lavoro sfugge, sostituito dalla tecnologia e dalla conseguente diminuzione di molteplici attività, nonché da un mercato globale che abbatte i costi dei prodotti e dunque la competitività di molte imprese occidentali, e dunque italiane. Così lo stesso articolo 1 della Costituzione che sancisce che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro acquisisce sempre più un valore retorico. La battaglia per il lavoro si interseca oggi anche con quella per acquisire nuovi diritti da parte di categorie di lavoratori e lavoratrici che devono rassegnarsi a un frustrante precariato, vedasi i famosi rider, e che di diritti non ne hanno neanche uno. Il concetto del lavoro deve essere dunque ampliato. Non solo esso deve riguardare le categorie dipendenti, pubbliche e private, ma deve coprire anche il lavoro autonomo, e oggi soprattutto quelle nuove forme di lavoro consentite dalla creatività e dalla moderna tecnologia. Necessitano, quindi, Politiche attive del  lavoro e un progetto formativo. 

Lavoriamomper ridurre le disuguaglianze, per essere al fianco di chi lavora e che con impegno e coraggio sta facendo ripartire il paese. Chiediamo che sino a quando non saremo usciti dalla crisi siano disponibili ammortizzatori sociali ed aiuti economici, sia per lavoratori e lavoratrici dipendenti che autonomi ed per piccoli imprenditori e imprenditrici, come quelli del commercio e della  ristorazione. 

Transizione ecologica 

Quella ambientale e climatica è una sfida cruciale che abbiamo di fronte già oggi: Bologna può e deve fare tanto per abbattere drasticamente  le  emissioni  climalteranti. 

Occorre investire risorse per affrontare i cambiamenti climatici sia per rispettare gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni sia per attuare tutte le azioni di adattamento, coinvolgendo al meglio la cittadinanza. Vogliamo una Città che sia non solo all’avanguardia nell’uso delle tecnologie green per abbattere le emissioni inquinanti, ma che diventi anche luogo ove svilupparle. Dobbiamo mettere al centro la qualità dell’aria che respiriamo. Lotta all’inquinamento  acustico.

Transizione  digitale – Digitalizzazione,  Sburocratizzazione 

L’impatto della burocrazie sulle imprese è di circa il 4% del fatturato. Il tema è delicato ed è esploso con la pandemia, oltre al persistere di regole e regolamenti che non si parlano tra loro, e che rendono lunghi i processi autorizzativi (decine e decine di Regolamenti che disciplinano i settori e non le attività). Il vero problema è la mancanza di cultura della semplificazione e della digitalizzazione dei processi. Nel corso degli anni infatti quando si è digitalizzato lo si è fatto trasferendo su supporto informatico i processi cartacei, dimostrando la totale inadeguatezza nel comprendere la reale potenzialità della trasformazione digitale e la necessità di una profonda formazione culturale che manca quasi totalmente, i processi anche se informatizzati infatti rimangono non integrati tra loro, così che gli stessi dati che sono in possesso delle varie amministrazioni non sono allineati tra loro, costringendo i cittadini a produrre gli stessi documenti ogni volta che iniziano un iter amministrativo. La nostra città ha bisogno di un’educazione digitale per chi opera nella pubblica amministrazione, ma anche per cittadine e cittadini, anche puntando su progetti di collaborazione intergenerazionale e di formazione  nelle  scuole. 

Scelte coraggiose per la mobilità 

Bologna deve finalmente dotarsi di un sistema di mobilità sostenibile e di un trasporto pubblico elettrico, adatti al suo rango di città europea: si deve porre fine agli investimenti che incentivano il traffico privato inquinante, nell’ottica di offrire alternative efficaci, economiche ed efficienti. Nel solco di un percorso che ha visto compiere in questi anni scelte importanti ed attese, vogliamo lavorare per il loro ulteriore miglioramento funzionale e soprattutto  ambientale. 

Vogliamo poi completare il Servizio Ferroviario Metropolitano, trasformandolo nella nostra metropolitana di superficie. Per favorire poi una mobilità sostenibile riteniamo di promuovere un Biglietto Unico Metropolitano, valido su tutti i mezzi pubblici: bus, treno e tram. Anche alla luce del grande successo della ciclovia del Sole, vogliamo collegare il nostro Comune a tutta la Città metropolitana realizzando un innovativo progetto di Bicipolitana, la mobilità ciclistica  va  resa  più  sicura.  Bologna  città  dei  15 minuti.

Diritti civili e sociali

La nostra città, da sempre all’avanguardia sul tema, deve progredire nel percorso di riconoscimento dei nuovi diritti, nel contrasto alle discriminazioni e possibilità di rappresentanza per tutti coloro che abitano e contribuiscono a rendere vivo il nostro territorio. Non solo, deve mettere in campo gli strumenti per rispondere agli attuali bisogni sociali, in particolare alle conseguenze lasciate dalla crisi pandemica sulla nostra comunità. Vogliamo promuovere le migliori sinergie fra il settore pubblico ed il mondo del volontariato, associazionismo e terzo settore, in particolare valorizzando le buone  esperienze  di  gestione  dei  beni  comuni. 

Nuovo Welfare per gli anziani

Bologna offrirà un sostegno adeguato e personalizzato  alla  popolazione  più  anziana. 

Bologna città della parità di genere

Bologna deve attuare un cambiamento radicale e positivo, dando priorità all’integrazione della dimensione di genere nelle sue politiche, anche attraverso uno sforzo affinché si possa realizzare una conciliazione dei tempi di vita lavorativa con quella famigliare. É necessario fornire la cornice istituzionale che possa permettere alle donne di essere  protagoniste  della  loro  vita  in  città. 

Una Bologna Giovane e Europea 

Bologna è da sempre una città europea e multiculturale: dovrà essere sempre più capace di assorbire le migliori pratiche europee, e di esportare le proprie affinché possano diventare un esempio, una città innovativa di riferimento per le altre realtà europee. Bologna deve diventare una città attraente per chi già ci abita sia per chi – da tutto il mondo – vorrà sceglierla per studiare, lavorare e vivere, con una nuova attenzione delle politiche bolognesi verso i giovani. La città del futuro è una città che si impegna nella promozione dell’imprenditoria giovanile e nello sviluppo di un ecosistema in cui le nuove generazioni possano crescere, svilupparsi  e  trovare  tutte  le  opportunità  che  oggi cercano all’estero. 

Un’urbanistica solidale per l’ambiente 

La Bologna di domani non dovrà più consumare nuovo suolo, ma concentrarsi sulla rigenerazione urbana, in particolare delle aree dismesse. L’edificazione dovrà saper selezionare solo i progetti migliori, in grado di generare sia servizi per i cittadini nonché alloggi sociali.

Per meglio tutelare ambiente e territorio, la pianificazione dovrà essere condivisa con i Comuni metropolitani. Costituzione di un nuovo regolamento del  verde  urbano  e  metropolitano  volto  alla  tutela del  verde  esistente. 

Città e cittadinanza metropolitana 

L’obiettivo da raggiungere e la prospettiva a cui lavorare è quella dell’elezione diretta, per avere istituzioni più vicine ai cittadini. Promuoveremo poi le migliori forme di collaborazione con e fra i Comuni metropolitani. La Città metropolitana sarà sempre più un punto di riferimento per i comuni bolognesi, in particolare per quelli più piccoli e decentrati, e favorirà l’omogeneizzazione dei servizi, per aiutare a costruire una concreta cittadinanza  metropolitana. 

Sicurezza pubblica

Nel contesto che lega assieme legalità e solidarietà vi sono le condizioni per aiutare i più deboli. Rafforzeremo un modello integrato fra le istituzioni, capace di contrastare in maniera efficace le infiltrazioni mafiose e le attività della criminalità organizzata, aperto alla sussidiarietà, capace di rendere la nostra città inclusiva e sicura per tutti, cittadini, operatori economici  e  turisti. 

Una scuola all’avanguardia 

Confermiamo la nostra tradizionale attenzione per la scuola, impegnandoci a rendere il diritto allo studio sempre più universale ed aperto a tutti, in particolare ai più fragili. Le migliori tecnologie dovranno essere a disposizione del lavoro degli insegnanti e dello studio dei ragazzi e l’educazione dello studente come persona e cittadino deve tornare ad essere al centro. Orgogliosi di ospitare da più di nove secoli la più antica Università del mondo, vogliamo confermare il nostro supporto, per attrarre studenti  italiani  e  stranieri, nonché  le  migliori risorse  della  ricerca. 

Sanità come diritto di cittadinanza 

La pandemia ci ha ricordato l’essenzialità di servizi sanitari gratuiti, capillari e di buona qualità, e su questi non dovrà mai abbassarsi la nostra attenzione. Sarà necessario adeguare le strutture e gli organici ai bisogni della nostra comunità, ribadendo la centralità pubblica e l’investimento nella medicina prossimità. 

La sanità territoriale deve diventare sempre più garante di completezza di risposta ai bisogni di natura socio sanitaria dei cittadini, vicinanza e continuità delle cure. Un modello di offerta assistenziale capace di garantire la presa in carico in particolare per le persone anziane, fragili e affetti da malattie croniche, in modo da assicurare continuità assistenziale in integrazione con le strutture  ospedaliero  di  riferimento  territoriale. 

Oggi il bisogno di salute dei cittadini è sempre più correlato a molteplici dimensioni che riguardano la salute mentale e il contesto epidemiologico caratterizzato dalle malattie croniche, dalla non autosufficienza, dalla disabilità, da comportamenti a rischio per la salute, ai percorsi di presa in carico della malattia basati sulla medicina di iniziativa, in stretta collaborazione con le altre risorse ed istituzioni del territorio. Occorre, quindi, definire una nuova architettura organizzativa che deve vedere coinvolti non solo i servizi dell’Ausl, ma anche tutti gli altri soggetti, istituzionali e non (familiari, caregiver, associazioni di volontariato) che intervengono ai vari livelli nell’assistenza dei malati. Vogliamo una sanità fatta di cure di base, ma anche di eccellenze nazionali ed internazionali, che metta sempre al primo posto il cittadino. Cure domiciliari e politiche  sanitarie di prevenzione primaria delle malattie  degenerative. 

Sostegno allo sport

Lo sport nella nostra Città ha sempre rappresentato un modello di accessibilità ed integrazione, dal centro alle periferie. È importante continuare a tutelare e promuovere l’iniziativa sportiva attraverso percorsi che mirino a sensibilizzare e favorire lo sviluppo attraverso il sostegno delle società e associazioni sportive che sono la parte integrante del nostro tessuto territoriale. 

Turismo

Lavoreremo sull’attrattività ed accessibilità del nostro meraviglioso territorio per tornare presto alle presenze pre-pandemia che tutti ricordiamo, ridistribuendo i benefici sia a livello sociale che territoriale, e governando le esternalità  negative. 

Cultura 

La cultura, letteralmente martoriata dalla crisi pandemica, deve essere rilanciata con forza, favorendo l’ingegno e la creatività, e contribuendo a rendere Bologna un bel posto dove vivere e dove recarsi. La cultura di una città non è solo il patrimonio materiale ma anche e forse più incisivo quello immateriale, invisibile: l’atmosfera che si respira in termini di accoglienza, di ascolto, di meritocrazia, di trasparenza, di dialogo, di confronto, di senso civico, di qualità d’informazione, di libertà di espressione e di essere, di valorizzazione delle diversità, di inclusione, di offerta culturale plurale sia insenso tradizionale sia in senso innovativo, di fornire risposte adeguate alle domande  che  sorgono  nel  nostro  tempo. 

Una politica culturale così orientata genera benessere, stimola la creatività, la partecipazione, la condivisione, il dibattito e generazioni di cittadini attivi, tolleranti, propositivi, sensibili alle dinamiche sociali, attente ai cambiamenti del  nostro  tempo  e  capaci  di  rispondere  creativamente. 

L’agricoltura per uscire dalla crisi

La ripresa economica post-pandemia dovrà vedere un ruolo attivo anche del settore agricolo, troppo spesso dimenticato. Innanzitutto promozione dei prodotti locali e delle eccellenze, anche con mercatini bio e a kilometro zero. Pensiamo ad un’agricoltura che migliori l’attrattività di Bologna, contribuendo alla tutela ambientale e promuovendo forme di turismo sostenibile. Si dovranno istituire ampi parchi agricoli  per  porre  fine  al  consumo  di  suolo  agricolo nella  città  metropolitana. 

Città della partecipazione democratica

Una sfida importante  è  quella  del governo  delle  trasformazioni  del  territorio,  in  un’ottica di  rafforzamento  dei diritti  di  democrazia,  d’inclusione  e  di  partecipazione, per  rendere  la cittadinanza  attiva  alla  vita  pubblica  della  propria comunità.    Il  nostro  obiettivo sarà  quello  di  favorire  il  dialogo  democratico  tra cittadine  e  cittadini  e amministrazione  comunale,  promuovere  la  consapevolezza e  la  trasparenza, puntando  sull’esercizio  della  sovranità  popolare  e rafforzando  la  democrazia partecipativa.

 

Amministrative 2021. La storia e la mappa elettorale delle grandi città al voto: l’analisi dell’Istituto Cattaneo su Torino.

Nel capoluogo piemontese il centrosinistra ha sempre espresso il sindaco dal 1993, ad eccezione del 2016, quando il M5S, con la candidatura di Chiara Appendino, creò un cuneo tra destra e sinistra attraendo una ampia e variegata domanda di cambiamento. Questa seconda analisi segue la serie degli approfondimenti offerti dal Cattaneo in vista delle elezioni amministrative del 2021. Si tratta di analisi che ripercorrono la storia elettorale delle grandi città chiamate al voto in ottobre e l’evoluzione della loro “geografia politica” interna grazie ad un nuovo articolato set di dati recentemente creato dai ricercatori dell’Istituto.

(Istituto Cattaneo)

Le prossime elezioni amministrative rappresenteranno un appuntamento elettorale di grande importanza. Andranno al voto 1.339 comuni tra cui 21 capoluoghi di provincia. Ma soprattutto, saranno coinvolte cinque tra le più grandi città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna) nelle quali risiede oltre il 10% della popolazione nazionale e su cui sarà focalizzata la gran parte dell’attenzione del dibattito pubblico. Sarà la prima occasione di confronto elettorale tra i partiti dopo la formazione del governo Draghi, una prova per la proto-alleanza Pd-M5S e per il centrodestra tornato unito.

In vista di queste elezioni l’Istituto Cattaneo ha messo a punto un nuovo dataset che, per ognuna delle città in questione, consente sia di interpretare gli orientamenti di voto in una prospettiva longitudinale (di lungo termine) sia di analizzare il modo in cui gli orientamenti di voto sono distribuiti all’interno del territorio comunale, nelle varie zone delle città, caratterizzate da diversi gradi di benessere dei residenti.

A questo fine, i dati di tutte le elezioni comunali, regionali, per la Camera dei deputati e per il Parlamento europeo sono stati attentamente ricodificati in modo da potere ricostruire l’andamento nel tempo – dal 1993 ad oggi – dei consensi attribuiti ai principali partiti (o a gruppi di partiti minori), al mutare delle denominazioni o al netto dei processi di scissione/fusione.

I dati sono stati anche “geolocalizzati”, come verrà detto in uno dei successivi paragrafi. Sono stati cioè riaggregati – partendo dai risultati registrati in ogni sezione elettorale – al livello della unità urbanistica più piccola disponibile in modo da consentire una analisi territoriale “intracomunale” del voto per ciascuna di queste elezioni. È così possibile esaminare non solo l’evoluzione nel corso del tempo del voto ma anche verificare come il voto si sia distribuito e si distribuirà nelle diverse zone della città, variamente connotate in base ad indicatori di benessere economico, livelli medi di istruzione e di carattere demografico.

Questa seconda analisi riguarda la città di Torino. Su Milano è stata pubblicata il 23 giugno. Nelle prossime settimane seguiranno analisi simili su Roma, Napoli, Bologna.

Per leggere il Rapporto nella versione integrale

https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2018/03/2021-07-12-Torino_pre-voto.pdf

Approvato l’emendamento sul controllo parlamentare per l’attuazione del PNRR: doveri del Governo, collaborazione Parlamento-Governo, collaborazione tra le Camere.

L’intesa raggiunta in Commissione Affari Costituzionali della Camera. Ceccanti, all’interno della Commissione, assolve alla funzione di  capogruppo del Pd.

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Grazie ad una proficua collaborazione col Governo abbiamo approvato un’importante riformulazione dell’emendamento 1.1 al disegno di legge di conversione del decreto semplificazione relativo al controllo parlamentare sull’attuazione del Pnrr.

Tre i punti chiave.

In primo luogo, alcuni chiari doveri del Governo. Infatti, il Governo fornirà alle Commissioni parlamentari competenti tutte le informazioni e i documenti utili ad esercitare un controllo sull’attuazione del PNRR e del Fondo complementare, anche la fine di prevenire, rilevare e correggere eventuali criticità nell’attuazione. Il Governo trasmetterà altresì alle Commissioni parlamentari competenti tutti i documenti, che riguardano le materie di competenza delle medesime, inviati agli organi dell’Unione europea.

Così le Commissioni potranno formulare osservazioni ed esprimono valutazioni utili ai fini della migliore attuazione del PNRR nei tempi previsti.

In secondo luogo, una forte collaborazione tra Governo e Parlamento.

Le Camere potranno poi stipulare con il Ministero dell’economia e delle finanze una specifica convenzione con la quale disciplinare le modalità di fruizione dei dati di monitoraggio, anche in formato aperto rilevati dal Sistema unitario «ReGiS».

In terzo luogo, un’importante collaborazione tra le Camere.

In ultimo, i Presidenti delle Camere, al fine di favorire lo svolgimento congiunto dell’attività istruttoria e di potenziare la capacità di approfondimento dei profili tecnici della contabilità e della finanza pubblica, adotteranno intese volte a promuovere le attività delle due Camere, anche in forma congiunta, nonché l’integrazione delle attività svolte dalle rispettive strutture di supporto tecnico.

 

Nel‌ ‌XX‌ ‌Rapporto‌ ‌INPS‌ ‌i‌ ‌dati‌ ‌della‌ ‌eccezionale‌ ‌risposta‌ ‌ del‌ ‌welfare‌ ‌alla‌ ‌crisi‌ ‌pandemica‌

I segnali di ripresa, ha detto il Presidente Pasquale Tridico nella sua relazione di ieri a Palazzo Montecitorio, sono incoraggianti e robusti. Occorre trasformarli in elementi strutturali di crescita e di vero rilancio, specialmente con politiche inclusive. Di seguito uno stralcio della relazione.

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Il XX Rapporto Annuale dell’Inps copre nella sua interezza il 2020, un anno eccezionale sotto molti aspetti, che ci consegna importanti lezioni per il futuro. La memoria di questi mesi di grande difficoltà è da un lato dolorosa ma dall’altro motivo di orgoglio perché permette di ricordare il contributo delle Istituzioni e dei singoli che hanno servito con grande responsabilità la nostra Repubblica e i suoi cittadini. Lo stesso operato dell’Inps, il suo impegno per erogare correttamente sostegni a milioni di nuovi utenti nell’emergenza pandemica, insieme ai cambiamenti messi in atto per attivare prestazioni molto diverse, in modo massivo e innovativo, ha generato un profilo in parte nuovo per questo Istituto al servizio del Paese.

Lo shock pandemico, pur avendo colpito simultaneamente tutti i sistemi economici nazionali e tutti i settori, dal punto di vista degli impatti sull’economia reale ha avuto esiti molto differenziati, dato che vari attori hanno beneficiato di diversi gradi di protezione rispetto allo shock stesso. I paesi europei hanno cercato di fornire sostegno alla platea più ampia possibile dei cittadini colpiti dalla perdita di reddito e/o di occupazione. Senza esitazioni hanno deciso e permesso di ampliare in modo straordinario le risorse a debito, in nome di uno scopo comune. È stato anche un anno di innovazioni in materia di welfare a livello continentale.

Ciò nonostante, in un sistema di welfare di tipo categoriale qual è quello che ha caratterizzato il nostro paese nel secolo scorso e che per alcuni versi ancora permane nella casistica applicativa, l’impatto della pandemia ha effetti differenziati sui lavoratori, proprio in relazione alle diverse coperture assicurative. Gli strumenti di sostegno al reddito, il Reddito di cittadinanza (fortunatamente introdotto prima della fase pandemica, e rafforzato nella sua copertura dall’introduzione temporanea del Reddito di Emergenza), l’indennità di disoccupazione (NASpI) e la Cassa Integrazione in deroga (introdotta in contemporanea con il decreto di chiusura dei settori produttivi non essenziali) hanno rappresentato una tutela contro il peggioramento delle condizioni di povertà e deprivazione nel periodo della crisi.

Il ruolo dell’INPS durante la fase emergenziale è stato fondamentale per l’attuazione dei provvedimenti emanati dal Legislatore per attenuare gli effetti economici e sociali della pandemia. Gli inter- venti messi in atto dall’Istituto per emergenza Covid hanno raggiunto oltre 15 milioni di beneficiari pari a circa 20 milioni di individui, per una spesa complessiva pari a 44,5 miliardi di euro.

In particolare, ad oggi tramite l’Istituto hanno ricevuto misure per emergenza Covid: 

  • 4 milioni e 300mila lavoratori autonomi, professionisti,                stagionali, agricoli, lavoratori del turismo e dello spettacolo;
  • 6 milioni e 700mila lavoratori dipendenti beneficiari delle integrazioni salariali, che hanno ricevuto in totale oltre 32,7 milioni di pagamenti di indennità, per una spesa complessiva di 23,8 miliardi di euro;
  • 210mila disoccupati che hanno fruito del prolungamento del trattamento di disoccupazione (NASpI);
  • 515mila nuclei familiari ai quali è stata assicurata l’estensione dei congedi dal lavoro per favorire la conciliazione dell’attività lavorativa con le esigenze familiari e di cura;
  • 850mila nuclei familiari che hanno fruito del bonus baby-sitting;
  • 722mila famiglie con gravi difficoltà economiche alle quali è stato erogato il Reddito emergenziale (REm);
  •  216mila bonus per lavoratori domestici;
  • 1 milione e 800mila nuclei familiari (circa 3,7 milioni di individui) che hanno beneficiato del Reddito di cittadinanza o della Pensione di cittadinanza, che, nel corso della pandemia, ha costituito un potente strumento di sostegno del reddito nei confronti delle fasce più bisognose della popo- lazione e, al contempo, ha contribuito a ridurre il rischio di tensioni sociali.

Per far fronte alle esigenze della popolazione italiana in un contesto di emergenza economica e sociale di portata straordinaria, l’Istituto ha adottato interventi organizzativi e di sviluppo dei processi digitali che hanno determinato nel 2020 un incremento della produttività o produzione lorda totale (l’output reso omogeneo sulla base di tempi standard di lavorazione) pari a +12,5% sul 2019, con picchi di +108,0% per la produzione riferita agli ammortizzatori sociali.

Sul piano contabile, la maggior parte della spesa per prestazioni Covid-19 dell’Inps è stata finan- ziata con stanziamenti a carico della fiscalità generale, una parte importante è rimasta tuttavia a carico del bilancio dell’Istituto. In particolare, la Gestione prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti, il Fondo di integrazione salariale e gli altri Fondi di solidarietà di settore hanno finanziato interventi di integrazione salariale per una spesa complessiva pari, nel 2020, a 7,3 miliardi di euro. Inoltre, soprattutto per effetto del crollo dei contratti stagionali e a tempo determinato registrato nel 2020, le entrate contributive dell’Istituto si sono ridotte, rispetto al 2019, di 11 miliardi di euro.

L’aumento della spesa per integrazioni salariali e la contrazione delle entrate contributive hanno determinato un peggioramento del risultato finanziario di competenza dell’Istituto, che è passato da +6,6 miliardi di euro del 2019 (il miglior risultato degli ultimi 11 anni) a –7,1 miliardi di euro del 2020.

Nei primi cinque mesi dell’anno in corso registriamo tuttavia importanti segnali di ripresa del tessuto produttivo. Infatti, al 31 maggio 2021, le entrate contributive riferite a tutto il settore privato (aziende, lavoratori autonomi, liberi professionisti e lavoratori domestici) sono aumentate di 4,5 miliardi di euro, con un incremento sul 2020 di oltre nove punti percentuali. Siamo confidenti che, nel corso dell’anno, la sostenuta ripresa economica in atto riporti le entrate contributive dell’Inps ai livelli del 2019, consentendoci di superare in un solo anno gli effetti finanziari negativi della pandemia.

Il rapporto documenta e analizza la difficile fase del 2020, in cui l’improvvisa caduta di produzione e di occupazione ha attivato diverse risposte da parte del legislatore. Queste hanno attutito l’impatto della crisi, ma con efficacia differenziata. Elemento, quest’ultimo, che pone ulteriori riflessioni sulle lezioni apprese. L’allargamento degli ambiti di intervento dell’Istituto in tale straordinario periodo non impedisce però di continuare a mantenere alta l’attenzione sulla principale area delle proprie attività, quella delle prestazioni pensionistiche, soprattutto in questa fase di progressiva transizione dal regime retributivo a quello contributivo. Anche in questo caso, uno dei temi trasversali che ci fa da guida è quello dell’equità: tra generazioni e all’intero di ciascuna generazione.

In questa mia relazione annuale ritengo opportuno concentrare le mie considerazioni intorno a cinque principali aspetti:

  1. a) caduta occupazionale, nuove professioni e riforma degli ammortizzatori sociali;
  2. b) povertà e reddito minimo;
  3. c) denatalità e assegno unico;
  4. d) spesa pensionistica e bisogno di flessibilità in uscita;
  5. e) innovazione e rilancio dell’Inps.

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https://www.inps.it/docallegatiNP/Mig/AllegatiNews/Relazione_Annuale_2021.pdf

 

Le cose nuove del XXI secolo. In Rete il Dizionario che spiega il XXI secolo secondo l’insegnamento della Chiesa.

Le “cose nuove” della Dottrina sociale della Chiesa. Il progetto è promosso dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica. Un dialogo aperto fra le diverse discipline per affrontare le sfide del futuro anche alla luce dei cambiamenti provocati dalla pandemia.

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Dalla questione ambientale all’esperienza della pandemia. E ancora: dalle dinamiche demografiche alle crescenti diseguaglianze dentro e fra i Paesi del mondo. Fino ad arrivare all’emergere di nuovi conflitti all’uso dei big data passando per l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla vita quotidiana delle singole persone e delle comunità. Sono queste “le cose nuove del XXI secolo” che verranno via via affrontate dal Dizionario della dottrina sociale della Chiesa che – a distanza di quasi venti anni dalla sua pubblicazione nel 2004 con la casa editrice Vita e Pensiero – cambia veste, amplia l’orizzonte dei suoi interessi tematici e debutta on line con un sito innovativo.

Il nuovo Dizionario, on-going e ad accesso libero, ogni tre mesi si arricchirà di nuovi contributi che confluiranno nei fascicoli della rivista on line trimestrale curata dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. L’obiettivo del progetto è raggiungere tutte le persone interessate a comprendere e a riflettere sulle sfide del presente alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, valorizzando la ricerca interdisciplinare che si svolge all’interno della Cattolica. Infatti, gli autori del Dizionario sono studiosi dell’Università Cattolica, attivi nella cinque sedi e in diversi ambiti disciplinari, impegnati nella ricerca e nell’insegnamento della questione di cui trattano nel loro intervento.

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https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-07/dizionario.html

 

Quando Albert Camus faceva il portiere

La metafora del calcio per comprendere le lezioni della vita. Anche nel rettangolo di gioco si può servire un’umanità malata. L’articolo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano lo scorso 10 luglio, prima della finale vittoriosa della nazionale italiana a Wembley.

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Lucio Coco

C’è un filmato dell’ottobre 1957 in cui Albert Camus, che aveva da poco appreso la notizia di aver ricevuto il premio Nobel, risponde alle domande di un giornalista mentre assiste al Parc de Princes a una partita tra il Racing Club di Parigi e il Monaco. A un certo punto la squadra di casa subisce un gol e il suo intervistatore gli fa notare che forse la responsabilità era anche del portiere.

Allora lo scrittore risponde che non era il caso di prendersela con lui perché «quando si è tra i pali ci si accorge di quanto sia difficile quel ruolo». E lui ne parla con cognizione di causa perché, aggiunge, era stato «portiere nel Racing Universitaire Algérois (Rua)». In questo modo, prima che l’intervista toccasse il tema del Nobel, Camus ricorda la sua esperienza calcistica quando, appena diciassettenne, aveva fatto il portiere nel Rua, la squadra dei francesi d’Algeria, che ancora gli faceva battere il cuore quando, a distanza di anni, ne sentiva pronunciare il nome. E se, trasferitosi in Francia, tifava per il Racing Club di Parigi, era perché i colori della maglia a cerchi blu e bianchi erano gli stessi della casacca della squadra d’Algeri, con in più un’altra particolarità che rendeva la compagine francese affine a quella algerina, il fatto cioè che «giocasse “scientificamente”, come si suol dire, e scientificamente perdesse le partite che doveva vincere» (dichiarazione ripresa da «France Football» del 17 dicembre 1957).

La carriera di portiere di Camus si interruppe però bruscamente al manifestarsi dei primi segni della tubercolosi, il male che lo avrebbe accompagnato e segnato per tutta la vita. Ma anche se materialmente non avrebbe più calcato i campi di pallone, questo gioco si sarebbe affacciato a più riprese nelle sue opere.

Per esempio ne Il primo uomo, un romanzo al quale aveva cominciato a lavorare nel 1959, un anno prima della morte, e apparso postumo per Gallimard nel 1993, nel descrivere gli anni della formazione di Jacques, un suo alter ego, nella città di Algeri, l’autore torna sulla passione del ragazzo per il calcio ai tempi del liceo, quando, giocando nel cortile di cemento della scuola, ha chiara la percezione che quello sport «sarebbe stato per tanti anni la sua passione».

In queste partite dove «non c’erano arbitri» si imparava a confrontarsi «da pari a pari con i migliori allievi della classe» e a «farsi rispettare e amare anche dai peggiori, che spesso avevano avuto in dono dal cielo, se non sale in zucca, gambe vigorose e un fiato inesauribile». Al giovane Jacques, come è detto all’inizio del romanzo, «nessuno aveva mai insegnato la differenza tra bene e il male» e nella sua formazione il calcio rappresenta un’esperienza morale che lo scrittore, in un testo che risale sempre al 1959, accosta a quella del teatro in un passaggio che ha il valore e la forza di un aforisma: «Veramente, quel po’ che so di morale, l’ho appreso sui campi di calcio e sulle scene di teatro, che resteranno le mie vere università» (Pourquoi je fais du théâtre, Gallimard, Paris, 1985, pagg. 1727ss).

Di questa passione per il tandem calcio-teatro è testimone anche un altro suo personaggio, Jean-Baptiste Clamence, protagonista de La caduta (1956), il quale sembra riflettere puntualmente le opinioni dello scrittore quando afferma che «ancora oggi le partite della domenica in uno stadio affollato e il palco di un teatro, che ho amato con una passione senza pari, sono gli unici posti al mondo in cui mi sento innocente».

Tuttavia è nel romanzo La peste (1947) che il tema calcistico viene affrontato e sviluppato in modo tale che il punto di vista morale possa affiorare con maggiore evidenza. Orano è tormentata dal contagio e i campi di calcio sono stati trasformati in lazzaretti. Su questo paesaggio desolato si aggirano due figure, la prima è quella del giornalista Rambert che vorrebbe lasciare la città per ricongiungersi alla donna che ama, l’altra è quella di Gonzales che gli avrebbe dovuto trovare gli agganci giusti perché il progetto potesse riuscire.

Quando si incontrano i due per la prima volta si scopre che questi era un calciatore allora si mettono a parlare di calcio, dell’importanza del centro-mediano per il gioco della squadra, perché «è quello che distribuisce il gioco. E distribuire il gioco, questo è il calcio».

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-154/quando-albert-camus-br-faceva-il-portiere.html

Argan e l’idea di Roma come “città morta”.

Una vecchia intervista può forse tornare d’attualità. In effetti, sarebbe interessante che i candidati alla guida del Campidoglio mettessero testa alla suggestione dell’ex Sindaco Argan, magari per rilevarne il carattere, non facilmente occultabile, di utopia regressiva. E per spiegare quale grande idea direttiva merita oggi di essere posta al centro del dibattito su Roma.

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In una intervista a tutto campo, rilasciata il 6-7 maggio 1991 a Marc Perelman e Alain Joubert per la rete televisiva francese Fr3 e pubblicata successivamente in edizione italiana (Giulio Carlo Argan, Intervista sul Novecento, Graffiti editori, 2005), il grande storico dell’arte rispondeva a una specifica domanda sulla sua esperienza di sindaco di Roma (1976-1979). In quella circostanza, come si legge nello stralcio qui appresso riportato (p. 39 del libro), Argan lamentava il fatto che Roma dopo la conquista piemontese avesse conosciuto uno sviluppo decisamente improntato alla concezione di città moderna. Al contrario, la sua convinzione era che l’Urbe poteva e doveva conservarsi, evitando l’onda lunga e ripetuta dell’espansione urbanistica a macchia d’olio, solo se fosse prevalsa una opposta visione: quella, appunto, di una nobile e immobile “città morta”.

[…]

Non è stata per lei una sorta di vertigine, in quanto storico dell’arte proprio di quel periodo e divenuto al!’improvviso sindaco di Roma, vedere che i problemi che si erano posti alla nascita della Roma moderna, cioè della Roma del XVI e XVII secolo, si ritrovavano esattamente identici alla fine del XX secolo, vale a dire gestire insieme la Roma antica, che è lì e molto ingombrante, e la Roma moderna con i suoi abitanti? 

Vedete, questo è in realtà il grosso problema; e lo è stato già nel secolo scorso, quando arrivarono i piemontesi. Roma era una città di 200.000 abitanti, e ora sono più di 4 milioni. Allora fu necessario cambiare, costruire nuovi quartieri e anche gli uffici dello Stato italiano: fu necessario realizzare una Roma moderna.

Talvolta mi chiedo se non sarebbe stato forse meglio conservarla, non come una piccola città, ma come una città non troppo grande, con un livello culturale molto elevato, una città soprattutto diplomatica e politica, invece di farne una città moderna. La città moderna è degenerata in una città totalmente caotica. Ma non sarebbe stato meglio farne una città morta? 

Mi direte che avrebbero potuto farne una città ben organizzata, ben gestita, e così via, ma sapete molto bene che queste sono utopie. Roma è stata aperta a tutti: è meglio? È un male? Non lo so, non lo so. Talvolta mi hanno chiesto: “Lei crede all’eternità di Roma?”. Ho risposto: “Certo, poiché la sua decadenza non avrà mai fine”. 

 

Abrignani: “Ad agosto avremo 30mila contagi al giorno”

A causa della variante Delta, i casi di contagio continueranno a crescere, e a fine agosto potrebbero superare quota 30mila al giorno, tanti quanti se ne registrano oggi in Gran Bretagna.

Lo sostiene Sergio Abrignani, immunologo dell’Univeristà di Milano e membro del Comitato Tecnico Scientifico, secondo il quale l’Italia dovrebbe “osservare come vanno le cose a Londra e decidere che interventi fare qui da noi”.

Finisce un lungo dialogo. Ricordo di Giaime Rodano a pochi giorni dalla sua scomparsa.

Una persona mite e generosa. Era figlio di Franco Rodano, l’uomo di pensiero che più ha influenzato il corso della politica del Pci nella nobile e tormentata fase del compromesso storico. Pio Cerocchi ne tratteggia un ritratto umano delicato e profondo, segno di un’amicizia che travalicava i confini delle appartenenza di campo.

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Sono entrato in Facebook da sette anni e più o meno da quella data tantissime volte mi sono interfacciato con Giaime Rodano che da pochi giorni ci ha lasciato. 

Era stato compagno di banco al liceo di mio cugino Pio (il nome del nostro nonno comune) ed io così lo avevo indirettamente conosciuto oltre ad averlo incontrato alcune altre volte. Ma la conoscenza era più antica: la madre di mio cugino Pio, infatti, era stata la professoressa di Latino e Greco al liceo Visconti, di Marisa Cinciari e di Franco Rodano, i genitori di Giaime che conservavano per lei stima e affetto. 

Tanti i fili di una conoscenza lunga e sempre un po’ sottintesa, anche perché – e per onestà devo confessarlo, – pur ammirato dagli ampi e affascinanti ragionamenti di Franco Rodano, a differenza di altri cari amici che lo frequentavano, da giovane democristiano di base ho cercato di resistere alle suggestioni delle tesi (spesso convincenti) di quel grande pensatore politico e ispiratore di molti dirigenti del Pci. 

Cercavo (e la cerco ancora) una coerenza e pur ammirando il pensiero di Rodano, a quello apertamente mi opponevo (come ben sanno alcuni amici che sono anche su Fb). Ma  molte idee di fondo erano di fatto (e inconfessabilmente) coincidenti e credo che altrettanto avvenisse per i figli a partire dal più grande, appunto Giaime. 

Insomma c’era una vicinanza sostanziale e un reciproco rispetto per la posizioni politiche che in alcune occasioni esprimevamo. Ma su tanti altri miei post, soprattutto di letteratura e di miei disegni o poesie, lui corrispondeva con una grande consonanza ideale e culturale. Per non dire poi dei suoi post sulla storia e sulla letteratura ai quali ero io a corrispondere con entusiasmo. 

E’ stato un lungo e bellissimo dialogo, ma come altre esperienze destinato ad una fine dolorosa. La scomparsa di Giaime lascia in me un grande vuoto e lo voglio significare con questo post di commiato che scrivo per un debito senza aver saldato il quale non potrei più scrivere altro su queste pagine. Per anni abbiamo scambiato i nostri pensieri, le sensazioni, le emozioni e i sentimenti di quella umanità che lui aveva in grado sommo. Mi mancherà, ma so che mancherà a una moltitudine di altre persone e tante di quelle anche mie amiche. 

Finisce un lungo dialogo ed io sento che molte mie parole resteranno senza la sua attesa e gentile risposta.

[dal profilo Fb dell’autore]

L’esperienza consolida la conoscenza. La cultura non è un brusco aut aut, ma un “legame” da comprendere e rinnovare.

Educare non significa guadagnare tempo, ma perderne. La prima regola è il rispetto che si deve alla persona destinataria dell’insegnamento. Le brusche accelerazioni non servono, anzi sono dannose: indulgere al nuovismo, anche negli studi, rovina il percorso formativo.

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Esperienza non è solo il nome che siamo soliti attribuire ai nostri errori, come maliziosamente ebbe a dire Oscar Wilde.

E’ piuttosto un valore aggiunto che integra e concretizza le conoscenze che possediamo, una personalizzazione del sapere che contribuisce a definire in ciascuno di noi diverse e originali identità.

Interessa riprendere in considerazione questo assunto, ogni volta che si sente parlare di scuola e di cultura: in genere la tendenza prevalente è quella opposta, si è portati a teorizzare e generalizzare laddove servirebbero maggior senso pratico, buoni esempi e capacità di stimolare il desiderio di apprendere.

Una buona formazione non consiste tanto nel riempire un secchio ma nell’accendere un fuoco (Plutarco- Rabelais) : è la motivazione la forza straordinaria che spinge ad imparare.

Sentendo parlare da anni di riforme e poi ancora di riforme, di ‘emergenza educativa’ e di derive critiche da ultima spiaggia viene da domandarsi se questi sussurri e queste grida non siano piuttosto il risultato di analisi astratte, di teorizzazioni problematizzanti, di forzature concettuali: polarizzando nella scuola i mali e le colpe dei conflitti generazionali ma soprattutto caricandola di responsabilità totalizzanti e senza appello si finisce col discettare di giustizia e di applicazione della pena con un imputato – suo malgrado- contumace e senza difesa.

E per chi – avendo sostato a lungo nelle aule e nei palazzi della formazione e dell’istruzione – ha lentamente contemperato e metabolizzato la grammatica nella buona pratica, vien quasi da sorridere ascoltando i discepoli del nuovo e del nuovismo, sproloquiarsi sulle cure, le terapie e la convalescenza di un malato che non hanno mai visitato.

Si capisce al volo se chi stiamo ascoltando (perché in genere si tratta di persone che hanno affinato l’arte della parola) disquisisce di ragionamenti elaborati a tavolino (e magari accompagnati dai rituali diagrammi di flusso che tutto sanno spiegare ma nulla risolvono) o se invece la sua narrazione ci appare convincente perché sa esporre una trama coerente nella sintesi tra conoscenze acquisite ed esperienze maturate.

Non diversamente accade nel percorso formativo degli alunni: per questo la scuola deve saper conciliare l’utilità di avvalersi di metodologie aggiornate rispettando tuttavia i tempi e i modi di apprendimento di ciascuno.

Le brusche accelerazioni e il mero travaso di nozioni non giovano alla causa educativa: di fronte a noi non abbiamo contenitori vuoti e uguali ma personalità poliedriche e diversamente ricettive.

Credo convintamente che la scuola debba accettare un principio di continuità tra apprendimenti e loro consolidamento interiore, concedendo tempi più distesi alla formazione che non consiste solo in un passaggio per osmosi ma necessita di esperienza, riflessione e metabolizzazione.

La cultura non è tanto un “aut-aut” quanto piuttosto un “et-et”. 

La diatriba su “conoscenze versus competenze” è pleonastica e – all’atto pratico – del tutto priva di significato e riscontri oggettivi: il gesto educativo non è un atto notarile che sancisce un percorso pedissequo e prestabilito poiché la dignità dell’insegnamento consiste piuttosto nella sua libertà.

E l’atto speculare – quello di imparare –  non si traduce in acritica assimilazione: non assomiglia al tragitto di una freccia ma al volo di una farfalla, ci sono slanci, pause, cambi di direzione.

Per questo è necessario considerare non solo l’oggetto della formazione (le materie, i metodi, le tipologie di verifica e valutazione) ma soprattutto il soggetto, che sfugge ad ogni aprioristica classificazione e va ponderato nel più lungo cammino della sua crescita piuttosto che nell’immediatezza di un singolo episodio.

Educare non significa guadagnare tempo ma perderne, di buon grado.

Ricordando le parole di Goethe: “il primo passo è libero, è al secondo che siamo tutti obbligati”.

“Opporsi a ogni inizio di sistema di male, finché ci sia tempo”. Sassoli, alla commemorazione dell’eccidio nazista di Cibeno, cita Giuseppe Dossetti.

Si è svolta ieri a Campo di Fossoli (Carpi) la cerimonia in onore dei martiri della Resistenza trucidati dai nazisti. È stata importante la presenza di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea. Di seguito riportiamo il testo pressoché integrale del discorso di David Sassoli.

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[…] Non vi è dubbio che in luoghi come questi riecheggi la voce muta degli uccisi, degli innocenti, il grido ‘viva la libertà, viva l’Italia” spezzato dalle fucilate a Cibeno dove vennero assassinati importanti dirigenti della Resistenza. 

Qui a Fossoli possiamo immaginare gli sguardi dei deportati, la loro incredulità accompagnata dagli stenti, il loro vagare… 

Mi hanno sempre colpito gli occhi delle vittime, la fissità degli occhi che guardano, ma non vedono. Sì, gli occhi dell’umanità privata di umanità. E, guardate, gli occhi delle vittime sono sempre gli stessi. Sono quelli delle foto nei lager, dei condannati a morte, quelli che ritroviamo sempre, in ogni guerra, in ogni persona violentata, annientata, in tutti coloro che cercano di salvarsi, nelle donne umiliate, nelle colonne di famiglie che scappano, nei bambini smarriti, in coloro che annegano, che si aggrappano alla vita e la perdono. 

Gli occhi di Mauthausen, come gli occhi di Srebrenica, dei profughi siriani, delle mamme riprese sui gommoni prima di annegare nella corsa verso una felicità che non arriverà mai per la nostra indifferenza. 

Gli occhi che vediamo nelle fotografie delle vittime e dei prigionieri ogni qualvolta viene a mancare la libertà e il diritto, e tutte le volte che libertà e diritto non si sposano con la giustizia.

Il mio pellegrinaggio oggi qui ha un solo motivo. 

Ricordare che non basta credere di essere al riparo, e ribadire che l’orrore che ci travolse nasceva dentro grandi culture democratiche, liberali, progressiste anche, in un tempo di grandi invenzioni tecnologiche, di scoperte, di artisti, letterati e filosofi cosmopoliti e pieni di ingegno, ma tutti, tutti, incapaci di fiutare per tempo il pericolo del fascismo e del nazismo. Per complicità e per inettitudine.  

Culture sicure che non fosse possibile un capovolgimento dei valori fondamentali di umanità e civiltà. 

E non solo. Tutto questo è stato alimentato da classi dirigenti convinte di poter posporre la giustizia, la pace, l’uguaglianza, predicando che a tutto questo si dovesse pensare dopo, perché non era ancora il momento giusto, e arrivando alla conclusione – attenzione su questo – che con più democrazia, uguaglianza e giustizia si sarebbe fatto il gioco dei violenti e degli estremisti… 

Cara Ursula, dicono lo stesso anche a noi oggi… quando diciamo di salvare i migranti ci dicono che stiamo facendo il gioco degli scafisti, oppure che la magistratura indipendente o il giornalismo sono espressioni di disordine, oppure che è meglio non agitare il buon senso quando difendiamo la dignità di persone che vogliono amarsi, quando in Europa, a differenza della maggior parte del pianeta, hanno il diritto di farlo perché da noi i diritti delle persone e l’umanità sono la misura di tutte le cose. 

A Cibeno, a Fossoli è accaduto. Può accadere ancora. 

Per questo dobbiamo sentire l’impegno, come ha scritto Giuseppe Dossetti – leader politico, costituente, monaco, nato in questa terra – “per una lucida coscienza storica”, per rendere sempre testimonianza veritiera agli eventi che sono accaduti e impedire negazioni, amnesie, volgari opportunismi. 

Ma Dossetti aggiunge anche che la coscienza storica da sola non basta. La nostra coscienza deve essere “vigile”, capace cioè di “opporsi a ogni inizio di sistema di male, finché ci sia tempo”. 

Ecco perché non possiamo permetterci di sottovalutare le manifestazioni di odio, violenza, discriminazioni che si manifestano nello spazio europeo.

Ma c’è un segno dei tempi, che ci fa dire con fiducia che alcune lezioni le abbiamo apprese. 

Bene che il dibattito sulla ripresa, sulla ricostruzione delle nostre economie, corra di pari passo con quello che riguarda la difesa dello Stato di diritto, dei nostri valori fondamentali, delle libertà che devono essere garantite ai nostri cittadini. Non era mai successo, neppure durante la grande crisi che colpì la Grecia e l’Europa dieci anni fa. 

Mai il dibattito, la denuncia e il richiamo verso fenomeni degenerativi presenti in alcuni Stati europei era stato così attento e ci vede pronti con nuovi e inediti meccanismi sanzionatori. 

Perché avviene questo? 

Perché vi è il rischio che senza una ferma difesa dei valori fondamentali, l’Europa possa perdere identità e funzione provocando effetti catastrofici. 

Se allentassimo la soglia di attenzione non saremmo più in grado di sostenere che la democrazia è il sistema che meglio accompagna il desiderio di libertà, giustizia e benessere delle persone, non avremmo possibilità di proteggerci  dalle ingerenze dei regimi autoritari, di far valere la nostra identità nelle relazioni internazionali in un momento in cui lo stile di vita europeo è ammirato e desiderato.  

Spesso, nei nostri dibattiti, nelle nostre polemiche non ci accorgiamo di quello che siamo, di quanta voglia di Europa vi sia nel mondo. E di quanta attenzione vi sia nei nostri confronti per gli effetti di un diritto europeo che in 70 anni ha prodotto un legame indissolubile fra libertà individuali e libertà sociali. 

Perdere tutto questo significherebbe precipitare nel nulla. D’altra parte perché i regimi autoritari, tutti, si preoccupano di noi? Eppure, non facciamo la guerra, non abbiamo neppure un esercito anche se sarebbe venuto il monumento di averlo se non altro per risparmiare sui bilanci nazionali, non imponiamo il nostro modello, le nostre relazioni sono improntate al dialogo, parliamo con tutti, cerchiamo di sviluppare diplomazia là dove c’è conflitto… e allora, perché si preoccupano di noi?

Vi è un solo motivo. I valori europei agitano, perché  le libertà consentono uguaglianza, giustizia, trasparenza, opportunità, pace. E se è possibile in Europa, è possibile ovunque. 

Noi vogliamo uscire da questa crisi con società più aperte, accoglienti, con meno diseguaglianze, con impegni concreti nella lotta alla povertà, con una democrazia più funzionante e partecipata, mettendo al centro gli anelli deboli delle nostre catene sociali come le donne e i giovani. 

Per questo non tolleriamo che nello spazio europeo vi siano paesi in cui la magistratura o il giornalismo vengano umiliati nella loro funzione, in cui un vento antisemita costringa famiglie ebree europee a trasferirsi in Nord America o in Canada, in cui gli immigrati e i rifugiati vengano considerati uno scarto, in cui le donne siano sottopagate, in cui leggi nazionali producano discriminazioni, in cui si sostenga che territori europei vengono dichiarati “Lgtbi free zone”. 

In Europa i diritti di ogni persona sono diritti di tutti. 

E quando si parla di territori vietati a qualcuno, mi viene in mente quando nel ‘42 i nazisti dichiararono Belgrado prima città ‘Judenfrei’, libera da ebrei… perché, è consuetudine, cominciare sempre dalle minoranze. 

La memoria è parte della nostra identità. La nostra identità di cittadini. Abbiamo potuto costruire il futuro, riunire il Paese, avviare un tempo di democrazia, di sviluppo, di concordia, abbiamo cominciato a edificare la nuova Europa alzando lo sguardo all’orizzonte perché siamo saliti sulle spalle di donne e di uomini che hanno messo in gioco ogni loro avere, che hanno rischiato anche soltanto per esprimere umana solidarietà verso chi era in difficoltà o in fuga, che non hanno risparmiato sacrifici per porre fine all’Europa dei nazionalismi esasperati e della guerra.

La Repubblica italiana, con la sua Costituzione, ha origine in quella speranza. L’Europa unita ha le sue radici più profonde in questi luoghi. L’idea di bene comune è sempre la premessa delle libertà di ciascuno.

Il campo di Fossoli è un monumento civile. Ma a suo modo, é anche un luogo che le tragedie hanno modificato. 

Un luogo che, dopo aver vissuto la disperazione del campo di concentramento, del campo di prigionia, del campo per rifugiati, nel dopoguerra ha visto aprirsi ad altri colori.  

Sì, il registro è cambiato anche qui quando gli orfani e i ragazzi abbandonati di don Zeno tagliarono i reticolati della segregazione e vi costruirono la loro Nomadelfia,  la città dove la fraternità è legge.  

Nomadelfia, una provocazione: non circola denaro, non esiste disoccupazione, uomini e donne lavorano all’interno della comunità senza ricevere uno stipendio, in quanto non si può pagare il fratello. 

Anche il concetto di famiglia è diverso da quello esistente ovunque. 

Qui uomini e donne sono tenuti a esercitare la paternità e la maternità su tutti i figli: anche su quelli che non appartengono alla loro famiglia. Da qui emerge un’idea di famiglia che non si limita alla dimensione biologica. I bimbi di Nomadelfia descrivono la famiglia così: “Mamma non è colei che ti genera. Questo è un fatto di Dio. Mamma è colei che ti nutre e che ti porta all’amore”.

Papa Francesco il 12 maggio 2018 ci ha ricordato che don Zeno “seppe individuare una peculiare forma di società dove non c’è spazio per l’isolamento o la solitudine, ma dove vige il principio della collaborazione tra diverse famiglie, dove i membri si riconoscono fratelli”. Oltre ai legami di sangue esiste la fraternità, che significa riconoscersi per la stessa dignità di cui godiamo. 

Ha scritto il filosofo tedesco Ernst Bloch – che dialogò con il pensatore protestante Jorgen Moltmann e, a suo modo, influenzò la sua “teologia della speranza” –: “Un novum storico non è mai totalmente nuovo. Lo precede sempre un sogno o una promessa”.

L’Europa della democrazia e della pace è la promessa nata con la Liberazione, con le liberazioni di Fossoli, della Risiera di San Sabba, dei campi disseminati nell’Europa centrale, ma anche con le picconate che demmo al muro di Berlino riconquistando alla libertà  i nostri paesi dell’Est . 

L’Europa è una costruzione sempre in divenire. E non dovrà mai fermarsi.  E’ un cantiere che non smette mai di operare, o se si vuole, è una cattedrale la cui officina richiede l’impegno di successive generazioni. 

Per questo motivo siamo così determinati ad imprimere velocità al processo di adesione dei Balcani Occidentali, e a mantenere le promesse fatte dall’Europa per una riconciliazione della spazio politico con lo spazio geografico. Non vogliamo che la delusione di Albania e Macedonia del Nord prevalga e il loro sguardo si  rivolga altrove. E lo stesso vale per tutti quei paesi che sentono ancora forte il desiderio di far parte della nostra famiglia. 

La pandemia ha colpito e ha fermato l’Europa e il mondo. Questa volta però l’Europa non è stata passiva come avvenne in occasione della grave crisi finanziaria di dieci anni or sono. Questa volta l’Europa è stata capace di compiere un balzo in avanti. Non una risposta ordinaria, ma un cambio di paradigma. Che prelude – così vogliamo pensare – a una Europa più giusta e più forte nella dimensione globale. E fra le lezioni di questi 16 mesi difficili, dolorosi, incerti vi è ora la consapevolezza che l’Europa non siano solo le istituzioni di Bruxelles, ma lo siano anche i governi e i parlamenti nazionali e le nostre regioni. Abbiamo capito che siamo tutti tasselli fondamentali di questa grande impresa. 

Nessuno pensi che si tratti di processi irreversibili. In  democrazia non ci sono mai conquiste scontate. Sta a noi dare attuazione alle nuove strategie, alle nuove politiche, alle nuove responsabilità comuni. La democrazia stessa va continuamente alimentata, adeguata, perché altrimenti rischia di inaridirsi, di non essere amata, di dare spazio a rabbie distruttrici, a istinti di chiusura, magari nell’illusione che una casta, o un’élite, possa salvarsi da sola in un fortino blindato. 

Una democrazia efficiente, che offre risposte rapide ai cittadini, che non si blocca per diritti di veto,  è una assicurazione sul nostro futuro. Abbiamo una responsabilità storica in questa stagione in cui vogliamo, in cui possiamo, uscire dalla fase più acuta della pandemia. La responsabilità di mettere in moto uno sviluppo finalmente sostenibile, di costruire comunità socialmente più coese, di lottare contro la povertà e per l’inclusione  e trasmettere il testimone della vita a una generazione che possa anch’essa essere libera di progettare il proprio futuro.

In fondo, c’è qualcosa che unisce il passaggio di testimone di allora, tra i resistenti,  liberatori e le vittime innocenti, con quello di oggi: aprire ai giovani la porta di un domani migliore. Allora era soltanto l’intuizione di donne e uomini coraggiosi, generosi  e  lungimiranti. Oggi bisogna essere ciechi per negare l’evidenza: questo è possibile solo considerando l’Europa il nostro destino. 

Un grande pensatore europeo contemporaneo, Edgar Morin, che ha appena compiuto 100 anni, ma non smette di aiutarci a riflettere, sostiene che la nostra Europa sia nata dalla rivincita dell’umanesimo sulla barbarie. “C’è voluta la morte dell’Europa dei tempi moderni (nel 1945) perché ci fosse un primo voler nascere europeo”. Ma ora, ci dice Morin, con i mercati globali, i poteri sovranazionali, le straordinarie possibilità della tecnoscienza, l’Europa deve darsi il compito di un nuovo umanesimo europeo. “Unità nella diversità e diversità nell’unità” ne sono le fondamenta. 

Tutto questo ci fa sentire – oggi qui a Fossoli ricordando i martiri di Cibeno e i 5mila e oltre  partiti per i campi di concentramento – figli della Grande Storia. 

Quella che ha provocato milioni di morti in Europa e nel mondo. Quella ha toccato il culmine nell’Olocausto, nella strage dei Rom e dei Sinti, quella che ha aperto la strada della Liberazione e ad una civiltà, certamente imperfetta, ma che è stata capace di promuovere pari dignità, diritti universali, crescita, opportunità, sicurezza sociale ed oggi è ammirata nel mondo. 

Tutto questo ci richiama alla nostra funzione di sentinelle del domani dei nostri ragazzi. Non possiamo bendarci gli occhi, perché l’indifferenza porta alla violenza ed “è già violenza”, come ammonisce la senatrice Liliana Segre, invitandoci a “sentire il dolore degli altri, perché ognuno ė la traccia di ognuno”. 

Solo così onoreremo le donne, gli uomini, sulle cui spalle siamo potuti salire per godere di un destino diverso. 

 

Brexit e l’eredità del sogno europeo. Un aggiornamento sul “Mulino”.

Londra è un laboratorio unico e fragile, dove sperimentare una forma di cittadinanza europea e postnazionale aperta alla diversità e all’alterità, una forma di «europolitanismo» orfano del progetto europeo.

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Nando Sigona 

Thomas e Sonia vivono a Londra da oltre un decennio. Hanno due figli, Zoe e Leo. Zoe ha dodici anni ed è nata a Londra, in un ospedale a pochi passi dalla loro casa. Fin dalla nascita ha due passaporti, quello francese e quello britannico. Leo, invece, ha sei anni ed è nato a Parigi, perché Sonia, nonostante fossero residenti a Londra, volendo essere sicura che in caso di complicazioni durante il parto ci fosse qualcuno ad aiutarla, aveva deciso di tornare temporaneamente in Francia, per essere vicina alla sua famiglia d’origine. A causa del suo luogo di nascita, Leo ha diritto soltanto al passaporto francese, almeno per ora. La loro è una famiglia etnicamente mista: Thomas è di origine camerunense e francese d’adozione. Sonia è nata e cresciuta in Francia. Entrambi concordano che Londra è un posto migliore dove far crescere i loro bambini, perché nonostante la Brexit rimane una città aperta alle differenze etnico-culturali e accogliente. Questa è un’opinione ampiamente condivisa tra i cittadini europei residenti a Londra. E sono tanti.

Nell’Europa post Brexit, Londra si trova a occupare un ruolo paradossale, di capitale di fatto del sogno europeo, con una popolazione di cittadini dell’Ue ben oltre il milione, incluse molte famiglie con bambini nati in città. Si tratta, secondo un’analisi condotta da un team dell’Università di Birmingham nell’ambito del progetto Eu families and Eurochildren in Brexiting Britain, della più ampia conglomerazione di immigrati dell’Ue in Europa. Ma quello che rende questa popolazione unica non è solo il numero. L’analisi mostra come, a differenza di altre città europee, a Londra siano presenti numerose comunità di ogni Stato membro, distribuite in ogni settore del mercato del lavoro, dai direttori di museo agli aristocratici, dai baristi ai docenti universitari (tanti da superare il corpo docente di molte università italiane), dagli attivisti Lgbt+ ai pensionati.

La libertà di movimento dei cittadini europei all’interno dell’Unione è uno dei pilastri del progetto europeo. Al di là del motivo economico, questo principio funge da catalizzatore per la formazione nella popolazione dell’Unione di un’identità paneuropea e postnazionale, una casa comune in continua costruzione. Attraverso la mobilità, incluse iniziative come l’ormai quarantennale programma Erasmus, l’Ue promuove la formazione di reti di relazione e collaborazione, di ricerca e lavoro. Inevitabilmente queste reti di contatto e scambio stimolano anche la formazione di relazioni amicali e sentimentali, la nascita di famiglie transnazionali e di nuove generazioni che incarnano, anche in senso biopolitico, l’idea di una cittadinanza veramente europea e postnazionale. Londra, in particolare quella di Tony Blair e di Cool Britannia, è stata un faro di questo ambizioso progetto, attirando, anche grazie al suo profilo di città globale e aperta al mondo, generazioni di giovani, studenti e lavoratori da ogni angolo del continente. La seconda città, ma a grande distanza, per numero di cittadini non nativi dell’Unione europea è Bruxelles, con circa un quarto della popolazione residente a Londra, Roma solo un decimo.

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https://www.rivistailmulino.it/a/brexit-e-l-eredit-del-sogno-europeo?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+25+giugno-9+luglio+%5B7954%5D

Achille Ardigò, un maestro “messo da parte” che vedeva nella globalizzazione una sfida inedita per i cristiani del post-Concilio.

Di seguito riportiamo, con stralci vari, la parte finale della relazione che tenne Fulvio De Giorgi a un convegno, promosso nel 2018 dalla Chiesa bolognese e l’Istituto De Gasperi, per ricordare la figura del sociologo e politico della sinistra cattolico democratica. Cade quest’anno – lo ricordiamo ai nostri lettori- il centenario della nascita di Ardigò.

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Fulvio De Giorgi

[Il] riferimento al bene comune, così declinato come orientamento fondamentale, non doveva essere inteso come precettistica culturale teorica e astratta. Ardigò notava che la Chiesa doveva assumere la «missione di far superare tali dilacerazioni sociali e culturali – connesse alla globalizzazione senza freni e agli eccessi integristici e xenofobici in esasperata difesa. E però la missione non può ricondursi in prevalenza all’efficacia di una mediazione culturale perché nessuna lezione morale razionalmente proposta può avere efficacia, nelle scristianizzate moltitudini di persone, senza che prima nelle coscienze e nelle volontà più lontane siano insorte domande personali e interpersonali di senso, per merito di carismi religiosi. Non possiamo convertire la gente del post-moderno solo o tanto con precetti e sillogismi. Occorrono carismi e creatività personali e interpersonali».

[…] Intanto questa prospettiva di bene comune, applicata anche all’interno della Chiesa, suggeriva piste di autoriforma interna. Era il secondo ambito: «Il bene comune […] ha da vedere riconosciuti, anche nella vita della Chiesa, nuovi sviluppi nei rapporti tra i sessi, i popoli e le generazioni (inclusivi anche di aspetti cruciali della morale sessuale nei cui confronti la Chiesa cattolica, specie con Giovanni Paolo II, ha rivelato una rigorosa intransigenza). […] Se si vuole il bene comune […], anche la Chiesa cattolica deve riconoscere il contributo com-primario delle donne, non solo nelle opere di carità e di educazione, ma anche nella teologia e nel governo delle istituzioni ecclesiali. La Chiesa deve poter applicare, inoltre, il principio di sussidiarietà pure nel rapporto tra le Chiese locali, specie non europee, e la Santa Sede». Mi sembra un’interessante agenda di riforma della Chiesa: inascoltabile e inascoltata all’epoca in cui fu formulata, ma evidentemente vera, tanto da non poter essere rimossa ancora oggi.

Infine, il terzo ambito, il più difficile, era quello dell’evangelizzazione.

Qui la via indicata da Ardigò era «la promozione/conversione dell’intenzionalità di senso dei credenti», tenendo «conto degli atti di senso delle persone dei credenti»,nel pieno rispetto della loro libertà. La parola-chiave era interiore, spirituale e fenomenologicamente coscienziale: era “senso”.

Spiegava Ardigò: «Intendiamo per senso […] l’intervento di un atto di coscienza immediato o di pensiero riflesso con cui la persona trascende l’abitudine, e la stessa conformità a una data norma per abitudine, alla ricerca di un valore personale intrinseco al singolo atto, anche con emergenza di un nuovo significato. […] una pastorale di prima evangelizzazione deve suscitare una risposta di senso. Solo se e quando la persona, da sola o in rapporti intersoggettivi, scopre il significato intenzionale personale che dà all’atto, anche la conformità alla norma diventa responsabilità perché frutto di libera determinazione[»2.4] E aggiungeva: «L’evangelizzazione può essere tanto più efficace quanto più è autentica profezia, carisma dello Spirito […]. L’evangelizzazione oggi può, ad es., privilegiare la teologia dei novissimi (morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso) difficilmente richiesti per una mediazione culturale col mondo [leggi “Progetto culturale”]. Eppure le domande sui novissimi stanno al fondo della domanda di senso della vita di moltitudini di umani anche oggi».

In conclusione, sul piano dell’evangelizzazione, Ardigò non credeva nella prospettiva del “Progetto culturale”, indicando quello che potremmo chiamare un “Progetto mistico”. L’ultimo Ardigò citava spesso la mistica, in particolare quella carmelitana, da Giovanni della Croce a Teresina di Lisieux a Edith Stein. E proprio la “notte oscura” di s. Giovanni della Croce, con i suoi richiami anti-razionalistici, gli appariva come lo scacco, nella fede, di ogni approccio culturalista.

Scriveva: «Senza dubbio, la via della mistica “notte oscura” è un cammino di minoranze elette e solo per un periodo del loro arduo percorso di purificazione verso Cristo. Ma il significato di tali richiami non può non essere di riconoscere l’insopprimibile gerarchia della vita di fede (che ha da essere scienza della croce dei credenti) che alimenta la ricerca autentica di senso delle persone, dentro e fuori i percorsi cognitivi delle culture e dei precetti di moralità sociale».

 

 

Relazione pubblicata in

http://www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/pdf/FulvioDeGiorgi.pdf

 

Il richiamo alla cultura della mediazione può essere un alibi senza contenuto politico

Bisogna fare i conti con la realtà. Oggi il compromesso appartiene alla dialettica “primordiale” degli interessi: qui si manifesta e qui deve trovare fondamento. La politica non può saltare, elaborando qualcosa di astratto, la dinamica propria della società civile.  

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Noto una certa insistenza che non convince, anzi distrae e fuorvia. Giorgio Merlo reitera i suoi mugugni sul tramonto di quella politica della mediazione, che è stata la base della filosofia politica del cosiddetto centro e della sua incarnazione nella politica concreta della D.C. Tramonto che gli appare così illogico da fargli ritenere inevitabile, prima o poi, la rinascita del centro.

A parte il fatto che nel corso dell’ultimo secolo molti filosofi politici e sociologi hanno dimostrato come spesso la mediazione nasconda le contraddizioni senza risolverle; è pur vero nel tempo che viviamo è emerso un ulteriore problema, ovvero le difficoltà delle crisi economiche, il succedersi sempre più ravvicinato di quelle finanziarie e di quelle ambientali; tanto che poi si è visto l’aggravarsi e il radicalizzarsi delle questioni sociali, da quella occupazionale a quella salariale, a quella ambientale.

Tutte cause e leve materiali di crescenti disuguaglianze. Sono questi grandi problemi a non aver ricevuto risposta, sicché la linea verticale che separava destra e sinistra si è infine trasformata nella linea orizzontale di separazione tra sopra e sotto, tra “noi e loro”, tra quelli di prima e quelli di adesso, in un nuovo rapporto “primordiale” di rappresentanza.

Detto ciò, appare chiaro come il compromesso oggi si ponga sul terreno sociale, cioè nel cuore stesso del rapporto di rappresentanza e non tra una sinistra e una destra di un singolo partito o dell’intero arco costituzionale. A questa novità, senza fantasie e approssimazioni bisogna dare una risposta adeguata.

Distaccarsi dal tempo accelerato della quotidianità. L’Osservatore Romano “scopre” una nuova Biblioteca contemporanea al monastero di Camaldoli

Entrare nella biblioteca comporta un distacco dal tempo, ovvero dalla quotidianità, per farsi toccare da un ritmo diverso. Julien Green sosteneva che «una biblioteca è il crocevia di tutti i sogni dell’umanità».

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Gianni Di Santo

Il monastero di Camaldoli da sempre ospita la culla del sapere cristiano. Le sue celle monastiche contengono antichi scritti e ricettari, frutto di un lungo lavoro di apprendimento e di studio che i monaci camaldolesi si tramandano da più di mille anni.

La foresta di Camaldoli, assieme al monastero e all’eremo, che si trova a pochi chilometri di distanza in un luogo molto più silenzioso e seminascosto, sono un tutt’uno con l’ambiente, fondendosi in una ricerca spirituale e in una salmodia cantata letta e meditata, così come vuole la liturgia delle ore, da sempre. Questo è il segreto di Camaldoli: silenzio, presenza di Dio, apertura al mondo.

Un segreto “ben voluto” da tanti visitatori che, specie d’estate, salgono per questi monti, alla ricerca di riposo e ricerca spirituale. Tra le attività estive proposte, i monaci camaldolesi hanno deciso di avvalersi di una nuova biblioteca contemporanea. Sabato 10 e domenica 11 luglio ci sarà l’inaugurazione: sarà presente, tra gli altri, il cardinale José Tolentino de Mendonça, bibliotecario e archivista di Santa Romana Chiesa, che darà il via alla due giorni di riflessione e festa. Era da anni che la comunità monastica di Camaldoli pensava di predisporre una nuova biblioteca.

Ma dove collocarla, come organizzarla? Si trattava di unire attenzione sia agli spazi del monastero, sia alle esigenze organizzative specifiche di una biblioteca contemporanea. Gli architetti dello Studio Menichetti-Caldarelli hanno ideato un progetto dove struttura antica, organizzazione digitale moderna e bellezza artistica convengono insieme con armonia e sapienza. «Certo, il tutto corrisponde al sentire del nostro tempo di cambiamento d’epoca — dice il priore generale dei camaldolesi, dom Alessandro Barban — L’entrata della biblioteca comporta un distacco dal tempo veloce e accelerato della quotidianità per farsi toccare da un ritmo diverso, dove lo spazio architettonico conduce dentro un tempo esistenziale di ascolto, di lettura, e di profondità.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-153/distaccarsi-dal-tempo-accelerato-della-quotidianita.html

Libertà. Una delle “Dodici parole” appartenenti al Dante della Treccani. Qual è l’idea di libertà nel pensiero del Poeta?

Il ciclo “Dodici parole. Un anno con Dante” è curato e scritto dall’autore del contributo qui riportato in ampio stralcio. Egli, nelle sue conclusioni, asserisce che “per Dante è l’esistenza dello Stato e della Legge ciò che consente l’esercizio della libertà”.

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Oggi, quando pensiamo alla libertà, intendiamo un insieme di cose molto diverse: libertà della persona; libertà di movimento; libertà di pensiero, di coscienza, di religione; libertà di opinione e di espressione; libertà di riunione e associazione; libertà di scelta del lavoro; libertà di prendere parte alla vita culturale; libertà di sviluppare pienamente la personalità; libertà di votare; libertà di definire la propria identità di genere. E pensiamo a tutte queste cose, e a molte altre, perché siamo fermamente convinti che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti […], dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti umani proclamata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il limite della libertà, per noi moderni, è un limite immanente: «Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica» (Dichiarazione universale diritti umani, art. 29, c. 2). Per Dante, al contrario, la libertà è trascendente.

Lo studio della vita e delle opere di Dante, a scuola e all’università, dovrebbe partire dalle lettere, attraverso le quali si può ascoltare la voce chiara, esplicita e potente del poeta senza il filtro della narrazione, come accade invece nella Vita nova e nella Commedia. Di Dante conosciamo tredici lettere, tutte in latino, tutte scritte in esilio, che trattano argomenti pubblici e privati; una, la celebre epistola a Cangrande della Scala, è di attribuzione incerta. Le lettere sono estremamente istruttive, per molte ragioni. Particolarmente interessante è l’epistola VI, indirizzata da «Dante Alighieri fiorentino ed esule immeritatamente agli scelleratissimi fiorentini di dentro», vale a dire i fiorentini “intrinseci” che a differenza di lui, che sta in esilio, vivono ancora nella città. Dante la scrive il 31 marzo 1311, in una fase politica complessa. Pochi mesi prima era iniziata la discesa in Italia di Enrico VII, re d’Italia e di Germania, il quale, diretto a Roma per poter essere incoronato imperatore, affrontava l’opposizione delle città italiane. Firenze si era schierata contro Enrico stringendo un’alleanza con Lucca, Siena, Perugia, Bologna e con il re di Napoli Roberto d’Angiò. L’anno successivo Enrico assediava Firenze, senza successo.

Ecco come Dante si rivolge ai suoi concittadini (cito alcuni brani dalla traduzione di M. Baglio): «Voi che trasgredite il diritto divino e umano, che la malvagia voracità della cupidigia ha adescato rendendovi pronti a ogni infamia, non agita forse il terrore della seconda morte (la dannazione eterna), da che, spregiando per primi e soli il giogo della libertà (iugum libertatis), avete gridato fremendo contro la gloria del principe romano, re del mondo e ministro di Dio, e […] rifiutando il dovere di una dovuta sottomissione, nella follia della ribellione avete preferito insorgere»; «Vedrete i vostri edifici […] tanto rovinare sotto i colpi dell’ariete quanto essere bruciati dal fuoco»; «E se la mia mente presaga non s’inganna […] vedrete la città sfinita da lunga afflizione essere infine consegnata in mani straniere, la più parte di voi annientata o nella strage o in prigionia, pochi destinati a sopportare con pianto l’esilio»; «E non vi accorgete, poiché siete ciechi, della cupidigia che vi domina e blandisce […] vi trattiene con vane minacce e vi imprigiona nella legge del peccato e vi vieta di obbedire alle sacrosante leggi fatte a immagine della giustizia naturale; l’osservanza delle quali, se lieta, se libera (si leta, si libera), non soltanto è comprovato che non sia servitù, ma anzi per chi valuta con perspicacia è evidente che sia proprio somma libertà (summa libertas). Infatti, che cosa altro è questa se non libero corso della volontà verso un’azione che le leggi facilitano a chi vi obbedisce? Pertanto, poiché sono liberi soltanto coloro che volontariamente obbediscono alla legge, chi penserete di essere voi che, mentre avanzate a pretesto il bene della libertà, contro tutte le leggi cospirate contro il principe delle leggi?».

Leggendo questa lettera si possono chiarire alcuni aspetti fondamentali del pensiero di Dante. Prima di tutto, non era un patriota. Le discussioni sul “poeta della Nazione” dovrebbero muovere da qui, perché Dante si definisce “fiorentino” per nascita e non per costumi, annuncia ai propri concittadini atroci sventure se non si sottometteranno all’Imperatore (l’assedio, l’incendio, la strage, l’esilio), li accusa di trasgredire il diritto umano e divino, avvinti dalla cupidigia. Che Dante non fosse un patriota lo sapeva bene Machiavelli, che nel Discorso intorno alla nostra lingua scrive: «in ogni parte mostrò d’essere, per ingegno, per dottrina e per giudizio, uomo eccellente, eccetto che dove egli ebbe a ragionare della patria sua; la quale, fuori d’ogni umanità e filosofico instituto, perseguitò con ogni specie d’ingiuria».

 

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https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/Dante_liberta.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

 

Tutti in ginocchio? Va bene, ma sul Black Lives Matter grava l’ombra dell’ipocrisia.

L’America fatica a rompere con il razzismo, specie quello endemico e nascosto. Tuttavia gli europei, iniziatori della pratica di “esportazione” degli schiavi alcuni secoli fa, poi a lungo beneficiari dello sfruttamento perpetrato ai danni dei popoli africani, dovrebbero riconoscere che non bastano le scuse. Alcuni gesti sono apprezzabili, sebbene richiedano un sovrappiù di coerenza per confermarsi autentici e sinceri.

I campionati di calcio europei sono stati contraddistinti dall’inginocchiarsi di alcune nazionali in onore al BML (Black Lives Matter), un’appropriazione culturale ipocrita da parte degli europei, che appaiono non capirne significato e origini.

Il BML (Black Lives Matter) nasce nel 2013 grazie a Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi – in risposta all’assoluzione George Zimmerman, l’assassino di Trayvon Martin. Trayvon Martin era un 17enne afroamericano che il 26 febbraio 2012 stava parlando al telefono con la ragazza camminando per la strada a Sanford, Florida, quando fu ucciso dallo Zimmerman, sedicente neighborhood watch captain.

Incidenti come questi sono purtroppo la norma negli Stati Uniti: gli afroamericani vengono uccisi con arma da fuoco 10 volte più dei bianchi, e 3 volte più dei bianchi questo avviene ad opera della polizia. Sicuramente, la facilità di accesso alle armi da fuoco ha una sua importanza. Ma il vero fattore determinante è un altro: una cultura ancora profondamente razzista, specie negli stati “schiavisti” del sud.

La schiavitù negli Stati Uniti finisce formalmente nel 1865, ad opera del Presidente Lincoln, un po’ perché ci credeva ma soprattutto perché era strumentale a prevalere sui Confederati nella Guerra Civile. La segregazione razziale finisce, sempre solo formalmente, nel 1964, con il Civil Right Acts di Lyndon Johnson. L’integrazione, invece, quella ancora deve venire.

Nel 1967, quando il divieto ai matrimoni interraziali ancora vigente in 16 stati fu cancellato dalla Corte Suprema con il caso Lovers vs Virginia, i matrimoni interraziali erano il 3% del totale. Nel 2016, i matrimoni misti erano il 10.2% del totale ed il 17% dei neosposi. Tuttavia, come mostra il PEW Center, la maggior parte dei neo-matrimoni interraziali riguarda Asiatici (29%) e Ispanici (27%), e la metà di coloro che contraggono un matrimonio misto sono nati e cresciuti all’estero. La percentuale dei neosposi afroamericani che sposano un partner di razza diversa era il 3% nel 1980 ed il 18% nel 2015 (di cui curiosamente il 24% tra gli uomini ed il 12% tra le donne). Solo il 10% delle coppie miste sono però con un bianco/a, una percentuale invariata dal 1980.

In altre parole, nonostante le nuove generazioni stiano cambiando, l’America multicolore ed integrata è ancora più una rappresentazione di Hollywood che non una realtà. Persino nella capitale americana, Washington DC, i bianchi vivono in stragrande maggioranza nella parte Nord-Ovest della città e difficilmente mettono piede nel Sud-Est o nel Nord-Est. Negli stati del sud, la cultura è ancora profondamente razzista. È di questi giorni la notizia che Nikole Hannah-Jones ha abbandonato l’Università del North Carolina a favore di Howard University, storica università afroamericana, proprio a causa della perdurante cultura razzista a UNC. Nikole Hannah-Jones è specialmente nota per aver dato vita al 1619 Project, un’iniziativa del New York Magazine per cui ha vinto ilPremio Pulizer, creata in occasione del 400° anniversario dell’arrivo della prima nave trasportante schiavi dall’Africa all’America del Nord. Un progetto importante perché ricorda che la maggior parte dei neri americani sono discendenti da persone che furono portate contro la loro volontà e con la forza nel continente americano per essere schiavizzate. L’ultima nave piena di schiavi ad arrivare in America fu la Clotilde nel 1860.

Se gli americani sono colpevoli di aver importato schiavi fino alla Clotilde, nonchè di tutti gli orrori che ne sono seguiti, vale la pena tuttavia ricordare che furono gli europei a portare gli schiavi africani nel nuovo continente, oltre a schiavizzarne e decimarne gli abitanti originali, indiani ed indios.

La tratta transatlantica degli schiavi si sviluppa a partire dal15° secolo, inizialmente verso l’America Latina per poi arrivare, appunto nel 1619, anche in America del Nord. Si stima che 12 milioni e mezzo di africani e loro discendenti siano stati schiavizzati nel continente americano. Ironicamente, molti dei paesi i cui giocatori di calcio si sono inginocchiati, sono proprio quelli che per secoli hanno prosperato sulle spalle degli schiavi africani: Belgio, Danimarca, Spagna, Olanda, Portogallo, e Inghilterra – per poi continuare ad arricchirsi sfruttando le colonie. Alcuni leader, come il re Filippo del Belgio, ha cominciato a chiedere scusa per “le ferite coloniali”, ma non basta neanche per cominciare.

Inginocchiarsi per il BLM, convenientemente dimenticando (o ignorando) che il problema è stato creato dagli europei, è ipocrita. Gli europei devono sì inginocchiarsi, ma per chiedere perdono per gli orrori di cui si sono macchiati e, soprattutto, promettendo di cambiare. Ad esempio, facendo qualcosa di concreto per quei poveretti ammassati nei campi profughi, in fuga dagli orrori che noi occidentali (italiani inclusi) abbiamo contribuito a creare negli ultimi due decenni.

La riforma fiscale non è un pranzo di gala

Far quadrare il cerchio, trovando risorse adeguate a copertura del minor carico tributario, è un’impresa molto impegnativa. Il vincolo dell’alto debito pubblico richiede una faticosa ricerca di soluzioni non effimere. Stavolta pagheremmo caro un tuffo nella improvvisazione o peggio nella demagogia.


In questi giorni la commissione parlamentare sulla riforma fiscale
ha prodotto un documento finale di sintesi che dovrebbe portare ad una legge delega che il Parlamento, credo, potrà approvare entro luglio. Nulla di nuovo sotto il sole del Bel Paese. Approssimandosi la fine della legislatura, è consuetudine dei parlamentari presentare una legge sulla riforma fiscale che immancabilmente va a binario morto, salvo poi che eletto il nuovo Parlamento altri rappresentanti si incarichino di ricominciare daccapo lo stesso iter.

Speriamo che non avvenga stavolta, ma le premesse ci sono tutte. Essendo il tema più caldo per i cittadini, anzidiventato ormai rovente per la sostanziale inarrestabile crescita del prelievo nell’ultimo quarto di secolo, le forze politiche sono istintivamente portate a misurarsi con una riforma così sentita dai cittadini. In passato non hanno garantito mai risultati apprezzabili, ed anzi hanno ingarbugliato sempre più la normativa già largamente inadeguata, spesso con interventi ad hoc per sostenere ora questa, ora l’altra categoria di interessi.

In assenza di valide proposte a riguardo della copertura diuna spesa che inevitabilmente lievita in misura cospicua, si è ripiegato ogni volta in direzione di palliativi, se non peggio, che prendono illusoriamente il posto di soluzioni credibili e coerenti. Cosicché si sono fatte operazioni che in larga parte, ed in ultima analisi, hanno appesantito i gravami fiscali per gli italiani, creando altresì disparità e ingiustizie difficilmente accettabili. Inoltre appare utile precisare, a costo di scivolare nella banalità, che l’annuncio di rivedere le aliquote a beneficio dei contribuenti non avrà facili riscontri, dato il calo di risorse eminentemente a causadella contrazione economica. Ancor più che in passato peserà poi l’alto debito, giunto ormai al 160% del prodotto interno lordo.

I cambiamenti fiscali, come si sa, non si fanno con episodici investimenti. Ciò vale per qualsiasi operazione pubblica, considerata la necessità di sostegni finanziari stabili dentro la cornice di conti statali in equilibrio. Ora, non possono essere che tre le leve da adoperare, se si avesse davvero in mente di ridurre le tasse trovando così le necessarie poste finanziarie: aumento delle entrate dello Stato in virtù di un complesso di indici economici in crescita; riduzione della spesa pubblica improduttiva, con il taglio dei rami secchi dello Stato e delle autonomie locali; revisione e rimozione di bonus, deduzioni, riduzione e detrazioni fiscali.

Detto ciò, sappiamo che l’attuale politica di ogni colore, è più facile che faccia crescere il numero dei bonus che ridurli; la crescita economica potrà essere ottenibile con tempi medio–lunghi e comunque avrà bisogno di riassorbire i molti danni subiti dalla pandemia e dalle crisi precedenti; il taglio della spesa improduttiva risulta ancora un tabù per la politica italiana, che tende a non disturbare i propri rappresentanti nelle Regioni e nei Comuni, tant’è che nessuna forza politica ne parla. Se le cose stanno così, e così sono, i propositi annunciati porteranno ad un nuovo buco nell’acqua.

Sicuramente, poi, si parlerà come si è più volte fatto di revisione dei carichi a costo zero. A quel punto non ci si potrà che preoccupare ulteriormente in quanto gran parte del ‘sentiment’ politico insegue chi mediaticamente ha più voce. Una situazione, questa, che certamente non favorirà coloro che meritano davvero più attenzioni. Ma va ribadito fino alla noia che senza un taglio vigoroso di tasse per imprese e persone fisiche, difficilmente usciremo dal pantano economico in cui ci troviamo a causa dell’asfissia del mercato interno, anche per la mancanza di interesse dei capitali stranieri ad investire in Italia.

La cultura della mediazione è ancora attuale? Bisogna fare i conti con il muro ideologico di una democrazia a senso unico.

Il pluralismo viene predicato a parole, ma rinnegato nei fatti. Anche la tolleranza è unidirezionale. Non può essere questa una condizione accettevole per i cattolici democratici: in gioco è il futuro della democrazia.

C’è poco da fare, alla fine o affrontiamo la questione dei reali termini in cui si pone l’esercizio della cultura della mediazione nel contesto attuale, o altrimenti occorre arrivare a constatare il rischio, come fa Giorgio Merlo, riferendosi alla legge Zan, che la ricerca di un confronto viene interpretato quasi come un attentato alla dialettica politica, marginalizzando così la nostra area politica. Credo che il dibattito intorno a quella legge costituisca un caso emblematico.

Per venire subito al dunque: un conto è discutere con gente che è convinta che in Italia vada fermata una sistematica discriminazione verso i gay e verso masse di giovani e giovanissimi che avrebbero come loro massima aspirazione quella del cambio di sesso. In questo caso si ragiona con pazienza, si guardano le statistiche (quanti casi di violenza o di richiesta di avviare la transizione di genere, ecc.) e si vara un provvedimento commisurato al fenomeno in modo che chi ha sollevato il problema possa sentirsi rassicurato, senza limitare la libertà, e tenendo conto dell’entità, di chi la pensa diversamente e comunque sempre nell’alveo dei diritti costituzionalmente riconosciuti a ciascuno in quanto persona.

Un altro conto, invece, è dover sbattere contro il muro dell’ideologia, contro una pressione culturale e mediatica a senso unico, fatta di cliché sedicenti politicamente corretti. In questo caso i dati reali non contano più. Perché se l’obiettivo è quello di coinvolgere le istituzioni nella incentivazione di comportamenti omosessuali, nel promuovere la teoria gender e nell’incoraggiare a livello di massa percorsi e trattamenti di transizione sessuale, fin dalla più tenera età, allora i dati perdono qualunque rilevanza.

Conta solo l’obiettivo, chi lo nega tendenzialmente non è degno neanche di rispetto, è oscurantista e nemico del sistema, come nelle dittature.

Non facciamoci illusioni, al di là della buona fede dei singoli interlocutori, il contesto in cui ci tocca operare è il secondo, quello del muro ideologico, in cui spesso la buona fede dei singoli interlocutori finisce per essere usata per scopi definiti a un livello superiore, che sembrerebbe aver decretato la cancellazione del modello di società libera, minimamente giusta sul piano sociale e fondata sull’inderogabile riconoscimento della sacralità della persona umana, che si è imposto in Occidente e non solo, in risposta ai totalitarismi del Novecento.

Se non si prende atto del mutato contesto, temo che la nostra azione risulterà inefficace, a prescindere dalle forme organizzative scelte. Un dato che, a mio avviso, Merlo coglie assai bene: “È ovvio – scrive – che la ‘cultura della mediazione’ in un quadro del genere non abbia diritto di cittadinanza. Il tutto aggravato da una voglia, persin violenta (almeno a livello verbale) di delegittimare definitivamente ed irreversibilmente l’avversario politico in qualsiasi modo e con qualsiasi strumento”.

Seppur con qualche distinguo la stessa musica si sente quando si parla di ambiente, debito, salute, tecnologia, difesa, etc.: obiettivi predeterminati, dibattito a senso unico, meglio sarebbe dire narrazione unica ottenuta a costo di grossolane semplificazioni, agli antipodi della cultura del dialogo. Possiamo parlare di censura se non di vera e propria criminalizzazione dei punti di vista differenti, a meno che non siano autorizzati o sdoganati dall’alto, ovvero dagli ambienti che esercitano ai più alti livelli un potere sottratto,per non dire usurpato, al controllo democratico e alle istituzioni preposte.

Essere consapevoli della peculiarità e criticità dell’attuale contesto: questo mi parrebbe il punto da cui partire per impostare un credibile percorso basato sul rilancio della cultura della mediazione, efficace, capace di inserirsi con caparbietà nell’agone politico, se non ci si vuole perdere solo in un’operazione nostalgica, velleitaria e anacronistica per palese inadeguatezza a riconoscere le caratteristiche dei reali interlocutori attuali.

Riapertura scuole a Settembre, il Veneto si orienta per la fine del mese. Poi Zaia ci ripensa

Padovaoggi.it riferisce di una iniziale intenzione del Presidente del Veneto Luca Zaia di rinviare alla fine del mese di settembre la riapertura delle scuole, per favorire il prolungamento della stagione turistica, specie quella balneare. Ma il Governatore del Veneto ci ripensa quasi subito, troppo forte il disagio per le famiglie.

Una decisione pragmatica, saggia e lungimirante.

Durante la lunga fase pandemica il conflitto e le diaspore tra Stato e Regioni hanno condizionato non poco le decisioni prese, a volte in aperto contrasto tra loro e questo ha aumentato il disorientamento tra i cittadini, in un Paese colorato a zone, persino invalicabile nei confini interni, con situazioni paradossali di veti, divieti, conferme e smentite anche sul piano scientifico. La scienza dovrebbe dettare regole uguali per tutti, salvo comprovati motivi: sovente il focus della sovrapposizione di competenze ha avuto e ha – con il decentramento autarchico – motivazioni politiche che viste da fuori hanno le sembianze dei giochi di potere. A volte ci sono ragioni per derogare da un indirizzo nazionale, altre sono una prova muscolare.

Riesce difficile per la gente normale capacitarsi ed immedesimarsi nell’idea di una Unione Europea che inceda coesa e compatta quando nella vita quotidiana i localismi spesso prendono il sopravvento.

Europa federale, Europa delle Nazioni: ma direi soprattutto Europa delle Regioni e dei Comuni.

Accade da noi ma un poco ovunque, specie negli Stati fortemente decentrati,  in genere mal si sopportano le decisioni uguali per tutti, la rivendicazione dell’autonomia a volte genera situazioni disparate e inspiegabili razionalmente, si scrive autonomia, si legge discrezionalità, a volte privilegi.

Un tempo l’anno scolastico iniziava il 1° ottobre e terminava a fine giugno, fatti salvi gli esami di maturità e quelli di riparazione a settembre: le varie generazioni di ‘remigini’ cresciute e formate in quel sistema scolastico, con un calendario unico nazionale, non mi pare abbiano per questo sofferto di turbe emotive o di forme di analfabetismo di ritorno.

Tutto tende adesso verso la facilitazione e l’avvicinamento dei luoghi delle decisioni ai luoghi delle azioni.

In tema di scuola va detto che le Regioni hanno per legge piena autonomia sulla determinazione del calendario scolastico: sul piano formale quindi se una Regione decidesse di variare le date di inizio e quelle in corso d’anno  delle lezioni si tratterebbe di una decisione ineccepibile.

Ciò che forse non piace sono gli ibridi: le scuole iniziano dopo ma chi vuole può andarci lo stesso, si riaprono ma solo in sedicesimo, ci saranno corsi e corsetti, ufficiosi e non ufficiali, intersezioni con le autonomie scolastiche e distinzione tra volonterosi e facinorosi, buoni e cattivi, ogni scuola potrebbe funzionare in modo diverso, rispetto a tempi e modalità organizzative.

Per un funzionamento territorialmente differenziato dei servizi pubblici occorre una base istituzionale federale. L’Italia è un Paese geograficamente differenziato in quanto ad esigenze e contesti di vita.

Però quando da una parte si decide in un modo, dall’altra in un altro, il governo centrale coordina e indirizza ma non decide più e quasi tutto sta scivolando verso la legiferazione territoriale senza un fondamento di autonomia istituzionalizzata bisogna chiedersi se tutti i cittadini hanno alla fini fine gli stessi diritti e gli stesso doveri, indipendentemente dalla residenza.

La scuola è un servizio pubblico di primaria importanza e svolge anche una funzione di tutela e garanzia sociale. Custodisce gli alunni e si assume la responsabilità della loro vigilanza.

A chi lasciano i figli i genitori che lavorano e se le scuole non sono ancora riaperte?
Ne veniamo da una lunga stagione di lockdown totali e parziali, disagi, scombussolamenti delle vite familiari e dell’organizzazione domestica. Abbiamo provato la DAD ma all’apparir del vero persino gli alunni se ne sono lamentati. Stare a casa non è come andare a scuola. C’è bisogno di una relazione umana che integri e realizzi in pieno quella didattica. Di tempo educativo se ne è perso troppo. Se il sistema scolastico si fa aleatorio, discrezionale, regionalizzato o municipalizzato, si creano differenze persino lesive del diritto allo studio e dell’uguaglianza delle opportunità di partenza. La deregulation applicata agli impegni scolastici produce una sorta di alleggerimento dei doveri legati allo studio, un sistema che ora si allunga e ora si accorcia, dove invece che andare a scuola si può decidere di prolungare le vacanze e andare al mare.

Per questo il Veneto ha fatto subito dietro-front. Lo studio è una cosa seria e richiede impegno, non può essere barattato con le rivendicazioni dei bagnini o il fatturato degli albergatori.

Che hanno ragione a recuperare sulle chiusure forzate ma non penalizzando la scuola.

Tra i Paesi OCSE occupiamo già le posizioni di coda in quanto ad efficienza-efficacia del sistema formativo.

Non credo che ce lo possiamo permettere ancora a lungo.

Il tramonto della “cultura della mediazione”. Senza la quale, tuttavia, il governo del Paese resta appeso alle pretese dei più agguerriti.

N­on si tratta d’insistere più di tanto sull’odioso portato “anti mediazione” della propaganda grillina. Complice la crisi del Movimento, la pubblica opinione è avvertita dei danni che essa ha prodotto nel tempo. Conta invece rilevare che il Pd assume con Letta il medesimo profilo “radicale”. Con ciò siamo ben lontani dalla migliore esperienza democratico cristiana.

La cosiddetta “cultura della mediazione” è, storicamente, uno dei caposaldi costitutivi del cattolicesimo politico italiano. E proprio attorno alla “cultura della mediazione”, per dirla con il grande storico cattolico democratico, Pietro Scoppola, noi abbiamo potuto registrare le qualità e le capacità delle classi dirigenti del passato. Nello specifico, della classi dirigenti di governo. Non a caso fu proprio la Democrazia Cristiana, in particolare le componenti interne riconducibili alla sinistra democristiana, a farsi protagonista e artefice di questa modalità concreta del far politica nel costruire, di volta in volta, la miglior sintesi possibile per il bene del paese.

Certo, la “cultura della mediazione” è figlia di una concezione politica che respinge alla radice qualsiasi forma di radicalizzazione del confronto; è estranea alla tesi della criminalizzazione dell’avversario, cioè del nemico politico; non prevede la delegittimazione morale e politica dell’interlocutore e, soprattutto, cerca sempre la miglior sintesi politica possibile non attraverso un compromesso al ribasso ma, semmai, con una “mediazione alta”, appunto.

Ecco, questa modalità concreta di ricercare le ragioni di una convergenza, pur senza alcuna deviazione consociativa o, peggio ancora, trasformistica, è la conseguenza di una precisa cultura poltiica. Non a caso, i grandi statisti democratici cristiani del passato, e non solo, non praticavano questa prassi per conservare il solo potere o per ridicolizzare l’avversario politico di turno. Al contrario, era la strada migliore per la ricerca di una convergenza politica e parlamentare che restava l’obiettivo finale della stessa azione politica. Anche in stagioni dove la contrapposizione politica e parlamentare era all’ordine del giorno e caratterizzava il confronto tra i vari partiti.

Ora, che cosa resta di tutto ciò nell’attuale contesto politico italiano? Certo, siamo ancora – speriamo per poco, comunque sia – in una stagione politica dominata dal populismo, dal trasformismo e dall’opportunismo politico e parlamentare. È persin inutile ricordare che in contesti del genere la “cultura della mediazione” resta un corpo del tutto estraneo se non addirittura un oggettivo impedimento da radere al suolo per poter declinare concretamente l’azione politica. E, non a caso, l’ideologia grillina, ora condivisa e sposata dal nuovo corso del Partito democratico di Letta, non prevede questa prassi nella gestione politica complessiva.

I totem ideologici di quel partito, il movimento 5 stelle appunto, ormai li conosciamo talmente bene che non è granché credibile la tesi di rimuoverli saltuariamente dal confronto politico quotidiano. “Dall’uno vale uno” alla ridicolizzazione politica del passato, dalla contestazione a tutte le culture politiche alternative al populismo alla demagogia e alla deriva antiparlamentare, da una spregiudicata anti politica alla violenza verbale. Dal “vaffa day” in poi. È ovvio che la “cultura della mediazione” in un quadro del genere non abbia diritto di cittadinanza. Il tutto aggravato da una voglia, persin violenta – almeno a livello verbale – di delegittimare definitivamente ed irreversibilmente l’avversario politico in qualsiasi modo e con qualsiasi strumento. E, su questo versante, la specificità culturale di un grande patrimonio politico del passato – quello del cattolicesimo popolare e democratico, appunto – non può che essere sacrificato sull’altare delle nuove mode.

Se, però, non stupiscono affatto il comportamento e la prassi dei 5 stelle – un partito estraneo ed esterno alla cultura politica e parlamentare delle tradizionali forze politiche del nostro paese – quello che incuriosisce è il cosiddetto “nuovo corso” di quei partiti, a cominciare dal Pd e da chi lo rappresenta, che hanno fatto della distruzione della “cultura della mediazione” quasi la loro ragion d’essere. Forse in virtù del fatto che per stringere un’alleanza storica, organica e strutturale con i 5 stelle non si può che assecondarne la loro cultura e il loro concreto modo d’essere. Un elemento, questo, talmente evidente e palpabile che non merita ulteriori commenti.

E la vicenda politica, parlamentare e legislativa dell’ormai famosissima “legge Zan” non è che la plateale sintesi di questa impostazione. Al punto che la ricerca di una mediazione, o di un accordo, o di un confronto viene visto e percepito quasi come un attentato alla attuale dialettica politica e parlamentare. E quindi da respingere senza esitazione al mittente. E questo al di là delle posizioni di Renzi che, come noto e ormai scontato, sono sempre e solo del tutto strumentali, estranee e lontane dal merito della questione. Ma questo è un altro paio di maniche.

Spiace rilevare, infine, che anche su questo versante emerge una grave carenza della presenza pubblica dei cattolici democratici e popolari. Un motivo in più, quindi, per accelerare le ragioni della presenza di quest’area culturale nella concreta dialettica politica italiana.

Supermedia AGI/YouTrend: la Lega resta primo partito, FdI in lieve frenata

Fra Salvini e Meloni il distacco resta comunque inferiore a un punto percentuale. In lieve crescita il Pd, mentre M5s paga le tensioni interne, lasciando sul terreno mezzo punto.

La Lega resta primo partito, mentre FdI frena leggermente, restando comunque a meno di un punto dal Carroccio. In lieve aumento il Pd, con M5s che invece perde mezzo punto percentuale. 

È quanto emerge dalla Supermedia settimanale elaborata da YouTrend per AGI.    

In dettaglio, rispetto a due settimane fa, il partito di Salvini guadagna 0,1 punti, portandosi al 20,6%, mentre quello di Giorgia Meloni perde 0,2 punti e scende al 19,8%.

Al terzo posto i dem con il 19,4% (+0,3), seguiti da M5s con il 15,7% (-0,5).

La maggioranza che sostiene Draghi subisce una lievissima flessione (-0,2), ma resta ancora molto elevata, pari al 73,2%. Il centrodestra, nel suo complesso, si attesta sul 49,0%, con una frenata di 0,3 punti. In flessione anche i ‘giallorossi’ che si portano al 37,1%, perdendo 0,1 punti.

 

Supermedia liste

Lega 20,6 (+0,1)

FdI 19,8 (-0,2)

Pd 19,4 (+0,3)

M5s 15,7 (-0,5)

Forza Italia 7,9 (-0,1)

Azione 3,1 (=)

Italia Viva 2,0 (-0,3)

Sinistra Italiana 2,0 (+0,2)

Art.1-MDP 1,9 (+0,1)

+Europa 1,8 (+0,3)

Verdi 1,6 (=)

 

Supermedia aree Parlamento 

Maggioranza Draghi 73,2 (-0,2)

di cui:  

   giallorossi (Pd-M5s-Mdp) 37,1 (-0,1)

   centrodestra (Lega-FI-Toti) 29,2 (-0,2)

   centro liberale 7,0 (=)

Opposizione dx (FdI) 19,8 (-0,2)

Opposizione sx (Si) 2,0 (+0,2)

 

Supermedia coalizioni politiche 2018

Centrodestra 49,0 (-0,3)

Centrosinistra 26,4 (+0,3)

M5s 15,7 (-0,5)

Leu 3,9 (+0,3)

Altri 5,0 (+0,2)

 

N.B.: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (24 giugno).

NOTA: La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, realizzati dal 24 giugno al 7 luglio dagli istituti EMG, Euromedia, Ipsos, Ixè, SWG e Tecnè. La ponderazione è stata effettuata il 24 giugno sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

La solitudine delle giovani famiglie

Negli ultimi 30 anni abbiamo assistito alla negazione del valore sociale ed economico della famiglia, alla noncuranza delle condizioni lavorative dei giovani, alla imperdonabile trascuratezza con la quale abbiamo fatto finta di non vedere il ricatto occupazionale subito dalle giovani madri.

Chi si è occupato negli ultimi decenni dei giovani, del loro lavoro e delle loro future famiglie? Pochi, forse pochissimi.

I dati demografici Istat, dimostrano il fallimento degli ultimi decenni, dai 18 nati ogni 1000 abitanti degli anni ’60, ai 7,3 del periodo 2016-2020; il numero medio di figli per donna in Italia nel 2020 è pari a 1,24; l’età media per il primo figlio è 32 anni. Il numero medio di figli per donna è in Francia 1,86, in Germania 1,57, media UE 1,53, dati Eurostat.

Tra le tante cause che hanno determinato i numeri sopra indicati, mi limito a ricordare i salari medi dei nostri giovani, la precarietà dimenticata perché priva di tutele, l’accesso ai mutui e i carenti servizi all’infanzia. Un problema mai risolto è l’offerta di asili nido, il tasso di copertura della fascia 0-2 anni è pari al 24,7%, ben al di sotto del 33% che l’Unione Europea aveva raccomandato di raggiungere entro il 2010.

È evidente che l’assenza di “politiche di centro” abbia inciso negativamente sulla crescita sociale, economica e demografica del nostro Paese. Una nazione che non ha visione, non ha futuro. La nostra visione centrista è chiara, concreta e attualizzabile, dobbiamo però promuoverla e farla conoscere.

Per questo vorrei proporre, a chi legge, un breve passaggio dell’enciclica laborem exercens del 1981, nella quale Giovanni Paolo II, scrive: (n. 10) “Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale e una vocazione dell’uomo. Questi due cerchi di valori – uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana – devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno “diventa uomo”, fra l’altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo”.

Senza radici culturali e valoriali è impossibile avere una visione politica ed economica, infatti nel 1943, Walter Eucken, uno dei padri più celebri del pensiero dell’economia sociale di mercato scriveva: “L’economia deve servire agli uomini viventi e a quelli futuri e deve aiutarli per l’attuazione delle loro più importati determinazioni. Solo con le forze materiali la vita umana non può essere configurata in modo sopportabile e nessun’economia può essere basata in maniera vitale. Essa ha bisogno di un ordine giuridico garantito e di una solida base morale”.

Non era lontano dalle preoCcupazioni dei cattolici in politica. Aldo Moro aveva ben chiaro il nostro compito, aveva ben chiara la nostra ispirazione politica: “ [Abbiamo bisogno] di una politica condotta, se non dal centro, in nome del centro stesso. E quel centro è la persona: il valore dell’inalienabilità della persona da se stessa e da tutto ciò che il fenomeno umano produce”.

Altro insegnamento fondamentale, per il nostro percorso, è quello di Papa Francesco che in Amoris Laetitia al n. 82 scrive: “L’insegnamento della Chiesa aiuta a vivere in maniera armoniosa e consapevole la comunione tra i coniugi, in tutte le sue dimensioni, insieme alla responsabilità generativa”.

Anche nella nostra bellissima e amatissima Costituzione è espressa all’art. 30 la funzione genitoriale: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”.

Del esso, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’articolo 1 si legge: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”. E subito appresso, all’articolo 7 si completa l’affermazione in questo modo: “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni”

La nostra visione è chiara, concreta e attualizzabile perché collegata ai 4 riferimenti individuati nella presentazione di “Forum Al Centro”: europeismo, costituzione, crescita felice (rispetto per persona e ambiente) e combinazione tra la dottrina sociale cristiana e economia sociale di mercato.

Alcune risposte, alle tante cause della crisi demografica fin qui citate, stanno per arrivare, penso all’assegno unico per figlio, alla garanzia per l’accesso ai mutui dei giovani, alla riforma degli ammortizzatori sociali che dovrebbero rendere universali le tutele, ma ancora tanto si rende necessario per la “crescita felice”. Una crescita che non guardi al solo Pil, ma che sia in grado di tutelare ogni persona umana e che sia capace di rispettare l’ambiente. Il Pnrr potrà agevolare tale percorso, solo se saremo in grado di rispettare i “soldi altrui”, mi riferisco alla capacità di realizzare in tempi brevi le riforme e le opere progettate, di evitare le solite ruberie o peggio ancora che i tanti miliardi finiscano nelle mani sbagliate.

Ogni cittadino avrà la responsabilità di controllare il processo avviato. Il futuro è nelle nostre mani, non lasciamo mai più sole le giovani famiglie.

Un nuovo umanesimo. Ancora un approfondimento sul pensiero di Edgar Morin (Osservatore Romano).

L’autore sottolinea come la proposta di Morin sia acuta e provocatoria al tempo stesso. E indica a riprova questa citazione: «Promuoviamo anzitutto una politica che unisca globalizzazione e de-globalizzazione, crescita e decrescita, sviluppo e inviluppo. Questi termini sono antinomici solo in una logica binaria che li rinchiude in alternative mutilanti».

Luca M. Possati

«L’umanesimo rigenerato rifiuta l’umanesimo della quasi divinizzazione dell’uomo, teso alla conquista e al dominio della natura. Riconosce la complessità umana, fatta di contraddizioni. L’umanesimo rigenerato riconosce la nostra animalità e il nostro legame ombelicale con la natura, ma riconosce anche la nostra specificità spirituale e culturale. Riconosce la nostra fragilità, la nostra instabilità, i nostri deliri, l’ignominia delle uccisioni, delle torture, dello schiavismo, le lucidità e gli accecamenti del pensiero, la sublimità dei capolavori di tutte le arti, le opere prodigiose della tecnica e le distruzioni operate dai mezzi di questa stessa tecnica».

È con l’appello a un nuovo umanesimo capace di unire ragione e passione, conscio dell’assurdità di una ragione pura o di una verità assolutizzante, che Edgar Morin ha deciso di rispondere alla sfida della pandemia globale. Nella crisi del Covid il filosofo francese indica una grande opportunità che non può ridursi allo slogan dell’ennesima “rivoluzione” o di un precostruito “progetto”, nozioni troppo statiche per rendere il senso della trasformazione necessaria. Nel libro Cambiamo strada (2020), Morin parla invece di una “nuova via” animata dalla speranza del rinnovamento. È il suo più grande insegnamento: la complessità non deve farci paura, ma spingere a ridefinire il nostro pensiero e le nostre vite in maniera creativa, nuova, coraggiosa.

Secondo Morin, la grande lezione del coronavirus è quella di spingerci a riflettere sulla nostra esistenza e sul destino della comunità umana come mai fatto prima. Il covid è una grande esperienza collettiva che mette in crisi l’individualismo e l’edonismo capitalista della seconda metà del Novecento. L’uomo si è improvvisamente scoperto un essere fragile, che non domina affatto il pianeta e che, anzi, si scopre sempre più dipendente dai sottili equilibri della biosfera. «La nostra fragilità era stata dimenticata, la nostra precarietà occultata. Il mito occidentale dell’uomo il cui destino è diventare “padrone e possessore della Natura” è crollato di fronte a un virus».

Tra i vari aspetti sottolineati da Morin ce n’è uno che emerge con particolare nettezza e che spinge all’approfondimento: il fallimento dello stato. «La crisi ha fatto riemergere il problema di fondo di un’amministrazione statale iperburocratizzata e sottomessa ai suoi vertici a pressioni e interessi che bloccano ogni riforma», un paradosso per il pensiero neoliberista che invece ha fatto della lotta alla burocrazia e al centralismo uno dei suoi principali vessilli — almeno a parole.

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-152/un-nuovo-umanesimo.html

Fare le cose per bene. Dentro ogni fatica umana agisce il fattore di una volontà che si conforma alla buona coscienza. La politica non si autofonda moralmente.

Attribuire alle riforme un valore palingenetico presenta rischi di fraintendimento. Se a una norma subentra un’altra norma, pure più giusta nelle intenzioni e nelle speranze, può avvenire che nella vita reale nulla cambi. Occorre che il cambiamento sia metabolizzato interiormente. È la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male.

E’ la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il maleCome siamo cambiati? Come viviamo? Quali speranze coltiviamo per il nostro futuro?

Una prima osservazione riguarda lo straordinario progresso scientifico e tecnologico che ci ha offerto potenzialità di miglioramento un tempo impensabili. Le aspettative di vita sono esponenzialmente cresciute in quantità e qualità Non si può non constatare, poi, con che peso e in che misura l’economia abbia influito sugli stili di vita e come la teoria della crescita illimitata, del benessere diffuso, dell’offerta di beni e servizi si stia misurando – in tempo di crisi – con la realtà, sollecitando riflessioni, valutazioni e consuntivi in ogni aspetto del vivere.

Ma quando la gestione della ricchezza prodotta non è accompagnata da un solido fondamento etico si generano disuguaglianze, ingiustizie, nuove e crescenti povertà. La forbice tra sovrabbondanza e indigenza si sta divaricando sempre più e non è fuori luogo correlare questa tendenza con le azioni tardive della politica e dei governi, con la loro incapacità di riequilibrare questo crescente gap.Soprattutto perché non si tratta di un fenomeno limitato a certe aree geografiche o alla differenza storicizzata tra paesi poveri e paesi benestanti.

Anche nelle più evolute civiltà occidentali si stanno generando nuove e inconsuete sacche di povertà emergenti, fino a modificare e a rendere labile, in termini di pensiero condiviso, la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che è necessario. Ci sono le regole dei mercati, poi le politiche per governare il cambiamento, le leggi e le norme che a livello nazionale o sovrannazionale tentano di dare nuovi indirizzi ad una società globalizzata ed in continua evoluzione.

Tuttavia, nel loro porsi in termini oggettivi queste derive che puntano sulla crescita e sul progresso, sul miglioramento delle condizioni di vita o nell’applicazione di nuovi principi di uguaglianza e di democrazia, non si traducono in automatismi applicabili tout-court, poiché devono misurarsi con privilegi lungamente radicati e con sentimenti soggettivi di condivisione, che dimorano nella consapevolezza interiore di ciascuno.

Una nuova consuetudine si sta imponendo negli stili di vita e non sempre per scelta o volontà ed è una consuetudine antica, cui non eravamo più abituati da tempo: accontentarsi, un verbo fino ad ieri espunto dal più utilizzato vocabolario quotidiano. La nostra epoca è straordinariamente ricca di potenzialità, come mai accaduto in passato, sta a noi sostanziare l’essere e il cambiare con le categorie dell’uguaglianza, della democrazia, della libertà.

Questo è un compito che ci riguarda tutti, non possiamo aspettare che ci venga suggerito o che tocchi a qualcun altro il dover ‘cominciare’ ad essere migliore. “Come vivere? Questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un anno, di un secolo o di un millennio, ma tutti i giorni quando svegliandoci dovremmo dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose per bene, perché non c’è maggior soddisfazione di un lavoro ben fatto”. In queste parole di Mario Rigoni Stern stanno racchiusi molteplici interrogativi che riguardano la nostra esistenza: dalle scelte etiche, ai comportamenti quotidiani, da ciò che ci pertiene intimamente, agli stili di vita cui aderiamo, alla presenza degli altri, cioè del nostro prossimo, in qualunque progetto che riguardi il presente e il futuro.

Dunque la risposta si riassume in questa semplice affermazione – “fare le cose per bene” – ed ha una valenza universale perché è estensibile a tutto il genere umano. La conclusione cui si può giungere ci riporta ad una considerazione etica del vivere, oltre le finanze virtuali, oltre le economie nazionali, i PIL, lo spread e le teorie della crescita e dello sviluppo. Il prevalente fattore generativo dei mutamenti in atto e di quelli a venire riguarda la concezione morale della vita, della dignità umana, del modello sociale di cui vogliamo essere parte e che possiamo, ciascuno con le proprie responsabilità personali, edificare.

Questo discrimine non viene sancito per decreto, non esiste legge o norma che lo possa regolamentare in modo stabile, equo e duraturo, non può esserci sempre imposto o suggerito. Assistiamo ad una corsa smodata nel proporre cambiamenti attraverso provvedimenti legislativi: come se una riforma, una volta approvata, cambiasse il nostro modo di essere e di pensare, i nostri stili di vita, in modo oggettivo.

Tendiamo ad attribuire a queste enfatizzate riforme un valore palingenetico, ma l’oggettività di una norma che ne sostituisce un’altra non incide nella realtà delle nostre consuetudini se non diventa soggettività metabolizzata, convincimento interiore. I concetti di giustizia sociale, di uguaglianza, di merito, di redistribuzione dei beni e delle risorse, di tutto ciò che riguarda o può modificare nel bene o nel male il nostro modo di essere e di vivere, la stima di sé, la considerazione degli altri, il perseguimento del bene comune, ebbene tutto questo e altro ancora riguarda in modo intrinseco e imprescindibile la nostra coscienze.

E’ la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male. Valori, progetti, speranze, ideali: tutto va commisurato a questo fondamentale atto del pensiero che interroga la razionalità e il sentimento per rispondere in modo leale ed onesto, per sé e per gli altri, qui e altrove, a tutti gli incessanti quesiti della vita.

Anche noi, sinistra dc, dobbiamo fare mea culpa sulla “semplificazione” della dialettica democratica

L’autore risponde alla nota di Lorenzo Dellai pubblicata ieri su queste pagine online. La presa di posizione tende anche a spiegare il perché della costituzione di “Insieme”, il soggetto politico fortemente voluto dal prof. Zamagni. L’invito all’autocritica chiama in causa le responsabilità di quanti hanno operato nel solco del cattolicesimo democratico negli anni a cavallo della dissoluzione della Dc.

Leggo sempre con interesse gli interventi di Dellai, pieni di forte partecipazione ai difficili momenti di scelta della nostra vita politica. Da tempo mi sono persuaso che parte della responsabilità di questi difficili momenti la portiamoanche noi, partecipi a suo tempo di una scelta bipolarizzante della vita politica italiana.

La strada tracciata da Sturzo, De Gasperi e Moro è stata sempre attenta a evitare questa falsa scorciatoia ai problemi storici della democrazia parlamentare del nostro Paese. A ben riflettere con tale scelta bipolarizzante siamo stati anche noi di una certa sinistra dc a favorire, appunto,la illusione che la democrazia diretta semplificasse e aiutasse il Paese a risolvere i problemi che vengono da molti attribuiti superficialmente alla democrazia perlamentare come espressione compiuta della rappresentanza politica.

Dimenticavamo tutti che i problemi della politica, come ogni problema della vita, sono complessi e si risolvono sempre con lo studio, il dialogo, il compromesso, inteso come accordo sui punti nodali dei contrasti. Abbiamo favorito la nascita del Pd, pensando alla fusione delle due culture progressiste di origine cattolico-democratica e social-comunista. E abbiamo favorito la radicalizzazione della lotta politica italiana.

Questo solo dal punto di vista ideologico-astratto. Nei fatti la polarizzazione che ne è nata è stata piuttosto quella amico-nemico. E sul piano effettivo si è prodotto un aumento della polverizzazione della lotta politica in Italia. Occorre che TUTTI cambiamo rotta. La lotta politica deve tornare ad essere il confronto moderato da parte di TUTTI sui programmi, attorno cioè alle soluzioni concrete dei problemi.

Ogni visione di tipo statico, in qualche modo assolutizzante, diviene di fatto un’astrazione ideologica, cioè un impedimento alla soluzione dei problemi, sempre concreti e complessi perché frutto della vita e dei processi storici.

Ecco perché, vorrei dire a Dellai, abbiamo convenuto di far nascere “Insieme”. È la sola rotta storica della vita politica italiana fin dalle origini risorgimentali, rotta da riprendere, aggiornare, rinnovare, ma non abbandonare per strade falsamente semplificatrici. Urge tornare a considerare l’avversario come chi è portatore di soluzioni da correggere, non come il nemico da combattere.

Il dialogo è sempre da privilegiare fino in fondo. Solo la dittatura, la tirannia, l’anti-democrazia, il non-dialogo è il nemico. Con l’altro, in particolare con il diverso, si dialoga fino in fondo. Soltanto una chiusura netta provoca chiusure altrettanto nette (e perniciose). Purtroppo il nemico, comunque lo si chiami, è anche nostro figlio, dipende cioè anche da nostre errate posizioni non dialoganti, e cioè, al fondo, di carattere ideologico. Il discorso vale anche per il populismo.

Torniamo allora a rileggere Sturzo, De Gasperi e Moro, rinnovando e attualizzando la strada maestra da loro percorsa. Ne trarremo insegnamenti utili per il nostro presente e per l’immediato futuro.

Riflettendo sul Ddl Zan: alcune note di merito. Intervento su “Dialoghi”, la rivista dell’Azione cattolica.

L’obiettivo è realizzare le condizioni di una più serena e intensa convivenza civile, senza discriminazioni di alcun genere, neppure a riguardo del cosiddetto orientamento sessuale. Si può migliorare la norma evitando, in questo modo, di affossarne l’iter legislativo. In prospettiva giocherà un ruolo importante la scuola nel quadro del previsto potenziamento dell’educazione civica.

Crea molto disagio osservare iniziative e contrapposizioni, talvolta radicalizzate, che in questi ultimi tempi caratterizzano il dibattito pubblico – e anche il confronto parlamentare – sul tema delle misure più appropriate per combattere i fenomeni, purtroppo ricorrenti, di omotransfobia o comunque di atteggiamenti discriminatori nei confronti delle persone a motivo del loro orientamento sessuale o condizione di genere.

Rispetto ad un obiettivo che dovrebbe accomunare tutti coloro che si riconoscono nei principi e valori fondamentali sanciti in Costituzione a tutela dei diritti inviolabili della persona umana e della pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, sembra stiano prevalendo spinte volte o ad approvare il Ddl Zan senza prendere in considerazione possibili proposte migliorative di un testo oggettivamente poco chiaro o discutibile in alcune formulazioni oppure, all’opposto, a dilazioni sine die, se non ad un suo affossamento.

A fronte di questi due rischi, ambedue da evitare, appare opportuno sottolineare alcune riflessioni, soprattutto di metodo. Fermo restando il ruolo sovrano del Parlamento, espressione rappresentativa primaria di uno Stato laico, è essenziale che le scelte legislative siano il più possibile chiare e univoche, tanto più dato il rilievo penale che avrebbero le sanzioni prospettate per discriminazioni concernenti le condizioni e gli orientamenti sessuali delle persone. Di qui la necessità di evitare sia formulazioni ambigue o suscettibili di interpretazioni plurime, se non fuorvianti, sia espressioni che riflettano visioni antropologiche o filosofiche divisive.

È invece indispensabile una riflessione pacata che miri – senza intenti dilatori – a non perdere di vista l’obiettivo essenziale, ossia l’integrazione della legge Mancino del 1993, con ipotesi ulteriori di discriminazioni da sanzionare: il che richiederebbe la più larga condivisione, proprio per essere efficace nel combattere fenomeni latenti socialmente assai pericolosi. In sostanza, si dovrebbe mirare a valorizzare una cultura ispirata alla pacifica convivenza nel rispetto di diversità e di minoranze, in un orizzonte di bene comune fraterno e, insieme, di tutela dei diritti di libertà. Ossia in una prospettiva di accoglienza, solidarietà e inclusione, combattendo prevaricazioni, emarginazioni, violenze, soprusi e derive bullistiche.

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https://rivistadialoghi.it/riflettendo-sul-ddl-zan-alcune-note-di-metodo

Gli amministratori locali non vogliono tutele ad personam, ma chiarezza di responsabilità. In autunno, dopo le amministrative. rifondiamo l’Anci.

Ieri, a Roma, l’Anci ha celebrato in presenza il suo primo Consiglio nazionale post Covid-19. In apertura di assemblea Enzo Bianco, in qualità di presidente del “parlamentino” dell’Associazione, ha dichiarato che l’incontro era dedicato a Giorgio La Pira nell’anniversario della sua elezione, per la prima volta, a Sindaco di Firenze nel 1951. Al centro del dibattito il rapporto tra amministratori locali e magistratura. L’occasione si è comunque rivelata propizia per dare un contributo – lo ha fatto, come di seguito si legge, la Consigliera del Comune di Viterbo – al fine di “pensare” alla necessaria “rifondazione” dell’Anci.

L’Anci ha accolto il suggerimento che noi – Giorgio Merlo ed io – avevamo lanciato, trovando l’appoggio immediato di Nardella, per ricordare i 70 anni dalla elezione di Giorgio La Pira a Sindaco di Firenze.

Il Consiglio nazionale dell’Anci ha dunque reso omaggio al più visionario dei politici e degli amministratori locali del Novecento.

Il fatto che attorno alla figura di La Pira sia venuta alla luce un largo sentimento di condivisione è la riprova che oggi, nel mezzo di una transizione ricca di opportunità ma anche di incognite, il mondo degli amministratori locali ha bisogno di ritrovare alcuni punti di riferimento morali e politici.

La specchiata testimonianza  offerta da La Pira nel servire la comunità locale ci aiuta a spiegare le ragioni che rendono  complicata ai nostri giorni la vita degli amministratori. Dobbiamo difendere il loro – e dunque il nostro – onore.

Parlo degli amministratori locali perché spesso, nel citare i Sindaci, rovesciamo involontariamente sulla pubblica opinione un’idea monocratica del mandato amministrativo, ignorando l’apporto decisivo di tutti gli eletti nei Consigli, naturalmente anche di quelli schierati all’opposizione.

Non dobbiamo proporre un’immagine riduttiva del del nostro impegno pubblico, per di più “corporativizzando” la figura del Sindaco (e quindi dell’Anci come Associazione…dei Sindaci).

Giustamente siamo preoccupati per il carico di responsabilità che porta la magistratura a mettere sotto assedio- mi si passi la metafora – l’attività amministrativa (certo, in primis dei Sindaci).

Tuttavia, se l’allarme ha un senso, lo ha nella misura in cui riandiamo alla radice del problema: la legislazione, specie quella regionale, assegna responsabilità che lasciano gli amministratori locali in balia del caso, sicché finire sul libro degli indagati è diventata una “logica di sistema” (visto che le norme regolano in questo modo il sistema amministrativo).

Le leggi, dunque, devono essere più chiare e più concrete, senza cioè un apparato di facili rimandi alla suddetta responsabilità di chi è chiamato, tra tante difficoltà, a prendersi cura dei bisogni e degli interessi delle comunità amministrate.

Non vogliamo tutele ad personam, bensì chiarezza di responsabilità. Senza demagogia.

In sostanza, dobbiamo pensare a un nuovo protagonismo degli enti locali nel processo di rilancio del Paese.

In autunno, dopo l’importante turno elettorale che porterà al rinnovo di molti Comuni grandi e piccoli, dovremo su questo ragionare bene, per immaginare un colpo d’ala – un congresso straordinario? – a beneficio della rinnovata credibilità dell’Anci.

Scongiuriamo l’alternativa tra Orbán e gli sciamani della nuova antropologia. Anche la base popolare del Pd resiste a questa semplificazione deleteria.

Lo scontro può mettere fine alle ultime forme, storicamente elaborate e consolidate, di “tenuta a destra” del sistema politico a egemonia democristiana. Non può essere, in fine dei conti, il “Fedez pensiero” la bandiera della modernità agitata dalle forze democratiche e popolari.

Speriamo di non essere costretti a scegliere tra “Fidesz” e “Fedez”. La scelta sarebbe drammatica e non affatto scontata. Lo dico come democratico cristiano da sempre impegnato nel centro-sinistra.

Le due prospettive – tutte e due esiziali per il futuro – sono oggettivamente uguali e contrarie. Sono ambedue la negazione della politica e della sua vocazione ad accompagnare con responsabilità il popolo nei passaggi epocali di trasformazione.

La prima – la dottrina Orban – pensa di risolvere le sfide della nuova modernità attraverso la esibizione autoritaria dei “valori” della tradizione, in primis quelli cristiani.

La seconda – quella della “sinistra dei diritti” che tifa Fedez – pensa che queste sfide si possano vincere rendendo assoluta la percezione di ogni diritto del singolo ed esigendo che ad ogni percezione di diritto corrisponda una tutela pubblica.

La prima rende i principi della “comunità” uno strumento di chiusura e di “difesa” da tutto ciò che è “diverso”. La seconda semplicemente ignora questi principi ed il loro portato di solidarietà, di condivisione e di doveri. Temo che se prossimamente il Paese si troverà a scegliere tra queste due suggestioni, sceglierà la prima.

Sarebbe l’inizio di un ciclo culturale e politico di non breve momento. La “barriera a destra” che la DC ha storicamente mantenuto, a garanzia del processo evolutivo e non regressivo della vita democratica, verrebbe travolta.

E non già sul piano dei semplici equilibri elettorali, ma su quello della architettura strutturale del sentire popolare.

Può essere il “Fedez pensiero” l’alternativa a questa temuta (e verosimile) deriva?

No. Non può essere.

Ma di fatto è quello che lentamente sta avvenendo. Meglio dunque lasciare rapper ed influencer vari alle loro lucrose attività private e tenere a bada estremisti e sciamani della nuova antropologia imposta per via mediatica e giudiziaria.È questione che riguarda tutti quelli che non vogliono assistere ad una deriva “ungherese” del nostro Paese.

Spero che il PD, dal suo punto di vista, se ne renda conto ed ascolti le opinioni largamente diffuse tra l’altro nella sua stessa base popolare.

“Francia, Italia, Europa. Il nostro futuro”. L’intervento del Presidente della Repubblica alla Sorbona.

Riportiamo il testo integrale, tratto dal sito del Quirinale, del discorso tenuto il 5 luglio da Sergio Mattarella nell’università parigina. Francia e Italia, ha detto tra l’altro il Presidente, sono chiamate a collaborare strettamente come “forza propulsiva, a beneficio di tutti, per contribuire a far compiere all’Unione una tappa ulteriore verso la piena sovranità europea”.

Sergio Mattarella

Madame la Ministre de l’Enseignement supérieur, de la Recherche et de l’Innovation,

Monsieur le Recteur de la région académique d’Île-de-France, Recteur de l’académie de Paris, Chancelier des universités de Paris et d’Île-de-France,

Messieurs les Présidents de Sorbonne Université et de la Sorbonne Nouvelle,

Madame la Présidente de l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne,

Autorités,

Chers Professeurs,

Chères étudiantes, chers étudiants,

« La géographie, l’histoire, l’économie, la culture, la religion, font que les territoires, échanges, idées et croyances de l’Italie et les nôtres sont à ce point rapprochés et mêlés qu’il n’y a point de règlement général concernant la Péninsule qui n’affecte profondément la France et puisse, par conséquent, constituer une base d’avenir si nous n’y participons pas. Nous n’hésitons pas à ajouter que ce voisinage étroit, et dans une certaine mesure, cette interdépendance des deux grands peuples latins demeurent dans la tourmente actuelle de l’humanité et malgré tous les griefs du présent, des éléments sur lesquels la raison et l’espoir de l’Europe ne renoncent pas à se poser » affirma Charles De Gaulle dans une allocution radiodiffusée depuis Alger, le 27 juillet 1943, deux jours après la chute du fascisme en Italie.

Permettez moi, maintenant, de continuer en italien.

Grazie per l’opportunità che mi è data di prendere la parola in una sede così prestigiosa e carica di storia.

Un’istituzione accademica fra le più antiche del nostro Continente, che ci ricorda come le radici dell’unità europea siano risalenti nel tempo: già mille anni fa, studenti e professori di Parigi, Bologna o Salamanca condividevano gli studi, consapevoli di come il diritto, la filosofia, la teologia o la medicina fossero un patrimonio comune nella nostra civiltà.

Un’istituzione che, nel corso dei secoli, ha contribuito in misura significativa alla elaborazione e allo sviluppo di quelle idee e di quei concetti che sono divenuti basi fondanti nella società europea contemporanea.

Un modo di essere e di pensare nel quale la persona è posta al centro di una fitta rete di diritti e tutele che garantiscono il suo libero esprimersi, il suo svilupparsi come singolo e come comunità.

Dal continente europeo, dalla cultura profonda del popolo europeo, sono venuti, in epoca moderna, messaggi fondamentali, che hanno plasmato il vivere dell’umanità.

Libertà, Eguaglianza, Fraternità recita il motto della Repubblica Francese, a interpretazione di un’aspirazione che avrebbe accomunato i popoli del mondo.

Ancora, da fucina di guerre mondiali l’Europa, dopo il 1945, ha saputo costruire un’oasi di pace e di cooperazione, contribuendo alla stabilità e allo sviluppo internazionale.

Il progredire delle buone cause è, abitualmente, lento ed è arduo il cammino per far prevalere i principi del diritto nei rapporti internazionali. Eppure è stato possibile. E, se un rammarico può essere espresso, questo consiste semmai, nell’alternarsi, nel corso dei decenni, di negligenza e di vigore nell’impegno teso ad affermare con tenacia il rispetto dei diritti della persona e delle comunità come principio inviolabile all’interno e all’esterno di ogni singolo Stato membro della comunità internazionale.

Proviamo ora a chiederci: cosa muove la storia del progresso dell’umanità? Il conflitto o la cooperazione?

Nella limpida risposta a questo interrogativo, data, nel Secondo dopoguerra, da statisti di grande saggezza – che si erano impegnati nella corale battaglia per la sconfitta del nazifascismo – si iscrive l’accaduto nel nostro continente, dapprima con l’iniziativa dei Sei fondatori e, via via – rispondendo agli appuntamenti proposti dalla storia – sino alla attuale configurazione a ventisette Paesi.

Se la storia diviene sempre più universale – prendendo atto dell’unità del genere umano – non possiamo pensare che a scriverla possano essere i canoni obsoleti del “sacro egoismo” delle ottocentesche rivoluzioni nazionali.

Nel contesto attuale si sente talvolta dire che vi sono visioni diverse – talvolta opposte ma che si pretendono parimenti plausibili – di Unione europea.

Al netto della doverosa disponibilità a comprendere i diversi punti di vista e a rendersi conto della fatica di ogni costruzione, questa tesi rischia di mettere in ombra le autentiche finalità dell’esercizio di unità europea che sono, invece, inequivocabili.

Quando si parla del percorso dell’Unione e dei suoi successi – dagli albori della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio – si invocano, normalmente, le espressioni libertà e prosperità.

Quest’ultima è condizione importante di quella coesione sociale che rende concreti i diritti e favorisce l’effettivo esercizio delle libertà ma, da sola, non le incarna e non le esaurisce.

Il patrimonio di valori racchiusi nell’ideale europeistico – ed espressi nella sua esperienza – ha inoltre consentito un ancoraggio sicuro alle democrazie dei Paesi dell’Europa centro-orientale dopo il 1989, inserendole in un contesto multilaterale che ha assicurato loro stabilità. Al tempo stesso accrescendo il valore storico e le prospettive dell’Unione.

Si tratta di un capitale che non può essere depauperato né compromesso. Pena la sua dissipazione, può essere soltanto incrementato.

L’accrescimento della comune, condivisa, sovranità europea è l’obiettivo: per esso occorre lavorare. Del resto è espressamente riconosciuta come finalità dai Trattati.

La dialettica politica tipica di ciascuna comunità organizzata in Stato non può essere motivo o pretesto per indebolire o per porre in discussione i caratteri fondanti dell’Unione.

Si tratta di elementi inscindibili fra loro: non vi può essere democrazia senza libertà; libertà senza democrazia; libertà e democrazia senza giustizia sociale che consente il perseguimento della prosperità.

Liberté, Egalité, Fraternité: sono elementi indivisibili per tutta l’umanità.

Di questo vogliamo e possiamo essere orgogliosi come europei.

Le solenni decisioni assunte da ciascun popolo al momento dell’adesione al progetto non possono essere contraddette se non a prezzo della drastica decisione dell’abbandono.

Occorre chiarezza.

Ciascun processo in itinere è soggetto a pause, rallentamenti, incertezze, compromessi. Occorre tuttavia essere sempre ben consapevoli del costo che ciascuno di questi intralci comporta e delle loro conseguenze negative sui destini dei popoli dell’Unione.

Pensiamo alla debolezza di una politica di sicurezza che scontiamo da troppo tempo. Pensiamo all’abbandono del Trattato della Costituzione per l’Europa, approvato dalla Convenzione presieduta dal presidente Giscard d’Estaing, abbandono che ha condotto all’accomodamento non esaltante del Trattato di Lisbona.

Affrontare problemi sempre più complessi richiede strumenti istituzionali adeguati. Quando ci si è accorti che l’Unione non li possedeva in misura soddisfacente, le fragilità, provocate dalla mancanza di coraggio in anni precedenti, sono state superate soltanto grazie a un supplemento una tantum di volontà politica. È stato il caso delle iniziative, sul piano sanitario e su quello della ripresa economica, che l’Unione ha saputo recentemente assumere per contrastare il Covid19 e i suoi gravi effetti.

La politica del caso per caso però non basta.

Occorre sapersi cimentare con i nodi che ostacolano il pieno dispiegarsi delle potenzialità dell’Europa unita.

René Pleven all’Assemblée Nationale – in occasione della ratifica dei Trattati di Roma – prendeva posizione contro un atteggiamento che definiva frutto della psicologia da linea Maginot che, ampiamente “condannata sul piano militare non avrebbe risultati più fecondi sul piano economico”, per aggiungere: “che si tratti dell’agricoltura, dell’energia, dei trasporti, della moneta, del consolidamento del progresso sociale, nessuna soluzione nazionale è più possibile nel solo quadro nazionale…L’Europa non è per noi non so quale mania da visionari alla quale sacrificheremo gli interessi del paese. È un adattamento necessario a condizioni nuove, a una realtà economica e politica in evoluzione”. Era il 9 luglio 1957, ben oltre mezzo secolo fa.

Vorrei dare voce a un secondo esponente politico in quel dibattito, Christian Pineau, ministro degli Esteri, che così si esprimeva: “Il Trattato… ci permette di conservare le nostre potenzialità nella competizione mondiale e di rafforzare le posizioni delle democrazie occidentali la cui debolezza, causata anzitutto dalle loro divisioni, è risultata evidente nei mesi scorsi. Il trattato permette di stabilire su basi durature l’intesa franco-tedesca della quale nessuno qui ha contestato la necessità di creare con la Germania e il mondo occidentale dei legami indissolubili… Non vi domandiamo –aggiungeva -, ratificando i trattati…di mettere un punto finale alla costruzione dell’Europa, al contrario. Non siamo ancora che all’inizio della nostra azione. Non penseremo di averla portata a termine fino a quando resterà un paese libero d’Europa fuori della nostra Comunità’’. E concludeva che il processo di integrazione va “nel senso della storia”.

Difficile non riscontrare oggi la piena attualità di questa posizione.

La scelta europeista della Francia, notava in quella occasione Valery Giscard d’Estaing, annunciando il suo voto favorevole, corrisponde anche all’avvio di una stagione di modernizzazione del Paese. Una tesi che, simmetricamente, sosteneva – per quanto attiene all’Italia – il ministro degli Affari esteri, Giuseppe Pella, alla Camera dei Deputati di Roma.

Oggi sono le sfide del mondo globale a esigere, nuovamente, una presenza europea all’altezza delle sue responsabilità.

Diversamente, la pace, le libertà, i diritti, la prosperità, potrebbero divenire in futuro, anche per noi europei, un ricordo.

Nel costante intersecarsi della storia dei nostri due Paesi – e nel contributo che essi hanno dato all’Europa e al mondo – queste idee, questo modo di concepire il rapporto fra cittadini e Stato, sono andati gradualmente consolidandosi.

È sulla base di queste riflessioni – e grazie al bagaglio straordinario di sensibilità e valori che animi consapevoli e coraggiosi avevano saputo conservare anche nel profondo abisso dei conflitti mondiali – che si giunse, nell’immediato dopoguerra, alla decisione di unire e non più dividere, di mettere in comune, piuttosto che di rifugiarsi nei propri confini, di aprirsi alla solidarietà, piuttosto che rimanere imbrigliati nella contrapposizione.

La storia della nascita della Comunità del Carbone e dell’Acciaio e del ruolo che Schuman, Adenauer, De Gasperi, Spaak svolsero, con il conforto del sapiente impulso di Jean Monnet e di altre figure lungimiranti, fa ormai parte del bagaglio inalienabile dei popoli europei e dovrebbe, a ogni generazione, essere compresa e meditata.

Non possiamo infatti consentire che prevalga l’oblio, che si possa tornare indietro e che quel grido, “mai più guerra”, risuonato così forte all’indomani del secondo conflitto mondiale, possa essere posto in sordina!

In questi decenni abbiamo avuto in proposito – e tuttora abbiamo – tristi e drammatiche esperienze sull’uscio di casa, nel nostro stesso continente – e nell’immediato “cortile di casa” – il Mediterraneo!

L’Unione, filiazione diretta e coerente di quella prima Comunità, rappresenta quanto di più significativo la coscienza europea ha saputo costruire per allontanare lo spettro del conflitto, e garantire anzitutto ai suoi cittadini – ripeto – un periodo di pace e prosperità collettiva di cui mai prima, nella nostra storia, avevamo potuto godere.

Il percorso di integrazione ha infatti introdotto stabilmente e fatto acquisire nell’animo degli europei il concetto di solidarietà fra nazioni, Stati, popoli diversi, impegnati nel riconoscere i caratteri fondanti il demos europeo, motore e risultato – al tempo stesso – dello sforzo di integrazione.

Trascorsi settantuno anni dalla dichiarazione Schuman, sono gli eventi successivi e particolarmente gli avvenimenti di questo periodo a confermarci – ben al di là di ogni dubbio – quanto sia stata lungimirante la scelta dei padri fondatori.

La pandemia che ha colpito violentemente l’intero pianeta ha reso ancor più evidente la fragilità dei singoli Paesi – anche di quelli europei – stretti fra esigenze di difesa sanitaria delle proprie popolazioni, salvaguardia dell’economia e mantenimento di quella socialità indispensabile in molti settori, primo fra tutti quello dell’istruzione che, così tanto ha sofferto in questo periodo.

In un contesto così difficile, segnato in maniera drammatica, indelebile da una scia di lutti che ancora pesano sulle nostre comunità, la solidarietà fra Paesi e istituzioni europee ha rappresentato un punto di riferimento e di guida che ci ha consentito di tracciare insieme una via di uscita dalla crisi.

È nei momenti di maggiore incertezza che occorre avere il coraggio di compiere passi in avanti.

La Commissione Europea ha saputo assumersi questa responsabilità. Ancora una volta, come all’alba del percorso di integrazione, coraggio e solidarietà hanno permesso il prevalere delle ragioni della speranza contro ogni visione angusta di chiusura, per costruire il nostro domani.

L’azione della Commissione è stata affiancata, con il medesimo slancio, da quella del Parlamento Europeo, che ha fatto sentire la sua voce autorevole, espressione del dibattito democratico che sempre più contraddistingue la vita dell’Unione.

Anche al livello degli Stati membri la solidarietà si è manifestata in maniera spontanea e immediata, con gesti che sono già entrati a far parte della nostra memoria collettiva.

Alla solidarietà bilaterale hanno fatto seguito coraggiose decisioni del Consiglio Europeo che hanno completato il quadro della risposta collettiva alla pandemia.

Una risposta che è risultata essere ampia, articolata, consistente e che ha accompagnato gli sforzi che, sul piano nazionale, ciascuno Stato membro sta adottando, esaltando così il canone della sussidiarietà, autentica pietra angolare del funzionamento dell’Unione.

Solidarietà e responsabilità si sono così confermati come gli elementi caratterizzanti l’avventura europea.

È cresciuta una nuova consapevolezza, che supera e azzera improvvidi e modesti diversivi di contrapposizioni all’interno dell’Unione tra gruppi di Paesi, talvolta indicati con appellativi davvero fantasiosi.

Il Consiglio, rappresentativo degli Stati membri ha così approvato un “pacchetto” che si pone nell’alveo di una crescita istituzionale che, partendo dalla moneta unica, passa per l’unione bancaria e giunge – adesso – al primo concreto esempio di una politica fiscale comune capace di contrastare la crisi.

L’obiettivo che ci attende è quello di consegnare alla prossima generazione una Europa più coesa, lungimirante e pienamente in grado di far sentire nel mondo la sua voce; e questo dipenderà anche dal modo con cui ogni singolo Paese metterà in opera i propri piani nazionali.

Non possiamo fallire la sfida di trasformare la crisi in motore di un nuovo sviluppo più qualificato e più equo, che rilanci il ruolo dell’Unione Europea come moltiplicatore della propria piattaforma di valori e come vettore di inclusione.

Il prezzo della nostra incapacità verrebbe scontato dalle prossime generazioni.

Non deve accadere!

Non può accadere che si smarrisca una opportunità di crescita collettiva, che renda l’Unione più vicina ai suoi cittadini e più autorevole sul piano internazionale, evitando il rischio di divenire marginale spettatrice degli eventi.

Un’Europa capace di tracciare – insieme ai popoli degli altri continenti – nuove strade e contribuire a scrivere le regole su grandi temi come il cambiamento climatico o la rivoluzione digitale, adottando criteri rigorosi e partecipando da protagonista alla definizione di normative coerenti con i valori di crescita umana globale, rispettosi delle culture di ciascuno.

I popoli europei ne sono ampiamente convinti. Occorre che ne prendano atto le autorità politiche e che agiscano di conseguenza.

Dal punto di vista economico, grandi passi sono stati fatti. L’emissione di debito comune consentirà di affiancare alla moneta unica, un “safe asset” europeo che favorirà la diffusione dell’Euro quale moneta privilegiata degli scambi e ne aumenterà il ruolo internazionale come valuta di riserva.

Il problema del debito che verrà emesso per sostenere la ripresa non costituisce certamente questione secondaria. E vanno ascoltati coloro che ammoniscono sulle conseguenze che un tale fardello potrebbe avere per la prossima generazione.

Auspichiamo che – nel segno di un rafforzamento dell’Unione – il concetto di politica fiscale europea si sviluppi e si consolidi: non certo per trasformarci in una “unione del debito” ma per affiancare alla politica monetaria sovranazionale, gestita dalla Banca Centrale Europea, uno strumento altrettanto efficace per consolidare la crescita e ridurre le diseguaglianze tra i Paesi e al loro interno; facendo in tal modo accrescere il livello e la qualità dell’economia europea.

Sotto altri profili dobbiamo fare di più.

La politica migratoria rimane un vulnus recato alla coscienza europea. Alla pandemia abbiamo saputo dare una risposta comune, alla crisi economica altrettanto.

Alle migrazioni, ovvero al tema che in grande misura oggi interpella i nostri valori, al tema che più di altri mette in gioco la nostra capacità geopolitica e la nostra visione del mondo, non siamo ancora riusciti a dare una risposta adeguata, efficace e comune.

I flussi migratori vanno regolati e governati, affinché siano rispettosi delle comunità di accoglienza e dei migranti, cancellando l’odioso traffico che criminali senza scrupoli hanno imbastito sulla loro pelle.

La pressione che avvertiamo – in tutto il mondo e non soltanto alle frontiere d’Europa – è il risultato delle grandi differenze nella distribuzione del benessere tra i continenti, dell’ampia diversità dei tassi demografici, dell’impatto dei cambiamenti climatici; ma è anche il prodotto di decenni di omissioni, conflitti, diseguaglianze.

In una frase: del mondo che abbiamo contribuito come europei a plasmare e del quale rechiamo ampia responsabilità.

Donne, bambini, uomini in fuga, difficilmente possono essere individuati come un nemico. Già all’epoca della Seconda guerra mondiale l’indifferenza, se non la aperta ostilità verso i profughi che bussavano alle frontiere, caratterizzò una stagione che sarebbe stata segnata da crimini efferati, dei quali l’umanità non deve perdere il ricordo.

Da lì nacque la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, con validità, appunto, universale. Essa chiede a tutti i protagonisti della vita internazionale di rispettarli e, prima di essere rigorosi nel reclamarne il rispetto da parte degli altri Stati, di onorarne per primi i principi, a partire dai diritti dei migranti.

Dotarsi di una politica dell’immigrazione e dell’asilo all’altezza dei valori che sono alla base del progetto di integrazione europea costituisce un obiettivo primario per la stabilità e per la stessa coesione dell’Unione oltre che per poterci confrontare con i Paesi della regione in maniera credibile.

Se vogliamo che questa nostra Europa continui ad assicurare prosperità e benessere dobbiamo provvederci di una strategia dell’accoglienza – sostenibile ma concreta – in sintonia con le complesse sfide dell’oggi.

Abbiamo bisogno di una politica dell’immigrazione che proietti stabilità intorno a noi, che contribuisca a riassorbire le tensioni e a dare una spinta allo sviluppo dei nostri vicini, in particolare per quanto riguarda il Continente africano, che già da tempo dovrebbe essere visto – prima di ogni altra considerazione – come un partner per l’Unione.

In questo senso, la gestione delle migrazioni deve divenire parte integrante dell’azione esterna dell’Unione.

Sotto ogni profilo e su più versanti non è da soli che possiamo pensare di arrestare l’instabilità che ha ormai raggiunto praticamente l’intero arco dei confini europei! Tutto intorno all’Europa.

L’Unione deve essere in grado di contrapporre a questo scenario la forza dei suoi valori e dei suoi ideali.

Deve saper proiettare equilibrio, tolleranza, benessere, al di là dei propri confini. Deve, concretamente, porsi l’obiettivo di completare il percorso di integrazione continentale con i Paesi dei Balcani Occidentali e di proseguire le politiche di partenariato con i popoli dell’altra sponda del Mediterraneo.

Deve saper agire con tutta la propria energia per affermare le ragioni della pace nel mutuo rispetto, la ferma convinzione della supremazia del diritto e del metodo multilaterale, la sua vocazione di armonia nella comunità internazionale.

Un compito arduo, che si costruisce giorno dopo giorno, nella consapevolezza – da parte di ciascuno Stato membro – che occorre saper guardare lontano, rinunciando a qualcosa, quando necessario, affinché si possa comporre un coerente quadro di politica estera dell’Unione.

Sono passati dodici anni dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Ma il mondo e l’Europa da allora sono radicalmente cambiati.

Una ulteriore evoluzione della nostra Unione appare oggi ineludibile.

ha indicato con puntualità il presidente Macron nel suo importante intervento in questa Università, il 26 settembre del 2017, parlando di una Europa “sovrana, unita, democratica”.

Francia e Italia devono essere fra i protagonisti di questa trasformazione.

Lo abbiamo già fatto lavorando fianco a fianco per costruire la risposta economica e sociale alla pandemia, affinché nessuno rimanga indietro e tutti possano avere nuove opportunità.

Lo stiamo facendo anche attraverso la predisposizione di un “Trattato bilaterale sulla cooperazione rafforzata” che consentirà di porre le nostre relazioni su un piano di ancor più profonda integrazione, capace di infondere nel progetto europeo nuova energia.

Gli innumerevoli vincoli che da sempre stringono insieme le nostre società civili ci saranno di aiuto prezioso.

In questa sede non possiamo non ricordare l’eccellente collaborazione esistente a tutti i livelli fra le nostre Università e le nostre Istituzioni di ricerca e i molteplici programmi congiunti che in ogni ambito si situano al limite estremo delle attuali conoscenze. Collaborazioni che, specialmente nella scienza e nella tecnologia, rappresentano motore di sviluppo e – non a caso – stanno alla base dei grandi progetti di interesse comune sostenuti dall’Unione.

Signora Ministro,

Signor Rettore,

Signori Presidenti,

il nostro impegno deve essere quello di continuare a lavorare insieme, con determinazione, affinché nel nostro futuro vi sia un’Unione non soltanto più stretta, ma in sintonia con i suoi cittadini, con le loro sensibilità, con le loro necessità, con i loro sogni.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa che si è aperta da pochi giorni – e che auspichiamo possa concludersi con successo nel semestre di Presidenza francese – rappresenta il banco di prova della nostra capacità di saper prestare ascolto alle istanze delle nostre società e identificare così soluzioni al tempo stesso condivise e innovative.

Se un’Unione più efficiente e più coesa, più rappresentativa dei suoi cittadini, più autorevole al livello internazionale necessita – come è evidente – di cambiamenti nella sua struttura, dobbiamo avere il coraggio di affrontare e sciogliere questi nodi.

Insieme!

Francia e Italia sono chiamate – anche in questa fase – a esprimere forza propulsiva, a beneficio di tutti, per contribuire a far compiere all’Unione una tappa ulteriore verso la piena sovranità europea.

È un compito nel segno della coerenza, con la lungimiranza dei Padri fondatori.

Lo dobbiamo anzitutto ai popoli europei e, tra essi, soprattutto ai giovani europei, alla generazione Erasmus, a cui abbiamo il dovere di consegnare un’Europa forte dei nostri comuni ideali.

Merci de votre attention.

I limiti della grande politica e le potenzialità dell’autogoverno. Dal blog di “Dialoghi”.

Nella post pandemia conta forse più la politica locale, quella che si esprime nei territori e investe i singoli Comuni, che non la cosiddetta grande politica. Urge una ricostruzione dal basso. L’autore conclude il suo intervento sul sito della rivista dell’Azione cattolica italiana in un modo molto netto: “Come si ricostruisce una “comunità”? Il mezzo principale è l’educazione a tutti i livelli”.

Tutti coloro che guidano un’auto sanno che nessuno specchietto retrovisore è in grado di inquadrare quello che in gergo si chiama l’“angolo buio”, che rimane invisibile al conduttore e che quindi costituisce un pericolo al quale bisognerebbe rivolgere la massima attenzione. Anche la politica o, meglio ancora, l’azione dei governi subisce questo “effetto ombra”, i cui effetti si possono rivelare col tempo gravi e drammatici.

Sappiamo che in questi mesi si dovrebbe aprire una stagione di grandi riforme soprattutto con l’utilizzazione del “Recovery Fund”. I problemi che saranno affrontati con i fondi europei sono, com’è stato in parte annunciato, molti e certamente fondamentali e si inquadreranno nell’ambito della “governance” del dopo covid o, almeno, del progressivo décalage dell’epidemia. Quelli che non è opportuno dimenticare o sottovalutare sono appunto gli “angoli oscuri” che gravano e graveranno sull’azione governativa, rischiando di renderla insufficiente in punti non certo secondari.

Cosa s’intende dire con questo? Basta forse qualche esempio: proviamo ad andare un po’ in giro per qualche scuola, per qualche ospedale, per qualche luogo di lavoro, grande o piccolo, e anche per qualche luogo di ritrovo o semplicemente per strada, per qualche quartiere non necessariamente di grandi città, ma anche di quelle più piccole, in cui la vita quotidiana sembra presentare meno effetti di deterioramento. Cosa si vede, così, a occhio nudo, senza bisogno dell’aiuto di sociologi, psicologi, urbanisti? Si vedono strutture ancora oggi fatiscenti, invecchiate, che sembrano stare in piedi per una speciale grazia divina o per un caso fortunato. Ma non è solo questione di strutture fatiscenti che fanno vergogna a un Paese civile. Si vedono infatti anche, per le vie, comportamenti individuali e di gruppo improntati all’indifferenza, alla superficialità, alla mala sopportazione del prossimo, addirittura alla violenza generata spesso da cause banali, ma talvolta sfociata in esiti estremi.

Ora, tutto questo serve semplicemente per dire che, al di là e al di sotto di ogni macroriforma resta ben solido un costume (in)civile, che assume mille volti differenti, ma i cui risultati convergono in atti, comportamenti, decisioni, atteggiamenti contrari alla ricostruzione di una buona e giusta convivenza. Qui nessuna azione della grande politica (chiamiamola così per intenderci) può arrivare, sia perché essa pare essere decisamente disinteressata a questo fondo oscuro della società, ma anche perché qui servono strumenti diversi dalle azioni di un governo centrale, specie se di composizione “tecnica”.

Qui serve, se non è già troppo tardi, l’azione dei governi locali, i più vicini, almeno teoricamente ai bisogni dei cittadini: i comuni, le province, le regioni, insomma la “micropolitica” (se questo nome è adatto), che diventa grande politica nella misura in cui si piega alle esigenze e ai drammi della vita di ogni giorno.

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https://rivistadialoghi.it/i-limiti-della-“grande-politica”-e-le-potenzialità-dell’autogoverno

Perdonare oltre l’impossibile. La figura di Maria Goretti, la Santa dodicenne che “L’Osservatore Romano” consegna a una dimensione oltrepassante l’umano.

È impossibile, secondo l’autore dell’articolo, spiegare il perdono secondo i canoni della vita comune. Tuttavia, come ben sappiamo, i santi vanno oltre tutto ciò che è umano. La giovane delle paludi pontine, morta a seguito della violenza patita per mano del suo altrettanto giovane aggressore, mette in mostra l’eroismo di un’intima e profonda misericordia, intesa come condivisione dell’umana fragilità.

Antonio Tarallo

«In quel tempo, Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”». È l’evangelista Matteo, all’ottavo capitolo, a raccontarci questo celeberrimo episodio in cui Gesù ci insegna come perdonare. Chiunque ha subìto torti, ciascuno di noi ha sperimentato delusioni che hanno segnato profondamente la propria vita. E, proprio per questo — non possiamo nascondercelo — difficilmente abbiamo perdonato, fin da subito, chi ci ha recato dolore. Molte volte, se ci siamo riusciti, è stato solo grazie alla polvere del tempo che ha coperto il danno subìto.

Robert D. Enright, noto psicologo statunitense, attuale docente di Psicologia educativa all’università di Madison (Usa), ha improntato il suo campo di ricerca proprio sul tema del perdono: quando una persona perdona, identifica il comportamento dell’altro come moralmente sbagliato, ma accetta l’altro e riconosce il suo valore intrinseco nonostante l’offesa. Con questi presupposti, perdonare diviene inevitabilmente una scelta. Scrive Enright: «Perdonare è un atto di grazia verso chi ci ha offeso, verso qualcuno che non merita necessariamente la nostra misericordia».

Maria Goretti, certamente, rimane uno degli esempi più concreti — e allo stesso tempo straordinari — di come noi stessi possiamo divenire misericordia per gli altri. Ma per fare ciò, le nostre uniche forze non bastano. Si tratta, alla fine, di Grazia: questa volta con la “G” maiuscola.

La tremenda uccisione della piccola Maria, avvenuta dopo la tentata violenza da parte del giovane diciottenne Alessandro Serenelli, è una prova tangibile di come il Signore possa operare miracoli nelle situazioni più disparate. Miracolo sì, perché “perdonare” non può che ritenersi tale. La frase — divenuta una sorta di emblema-motto — che Maria Goretti pronunciò alla madre, prima di morire, ci pone di fronte a un mistero che ci mette in crisi. Il perché è assai semplice: come è possibile — per noi — perdonare i piccoli torti subìti, avendo di fronte questa immensa figura di santità che è riuscita addirittura ad avere misericordia per il proprio uccisore?

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-150/perdonare-oltre-l-impossibile.html

La Pira Sindaco. Il primo discorso davanti al Consiglio comunale di Firenze. “Non parliamo di questioni astratte”.

L’elezione avviene il 6 luglio del 1951 e segna una novità di rilievo nel contesto politico fiorentino. Il Comune, nei primi cinque anni (1946-1951) di vita democratica, era stato guidato da una giunta social-comunista, con a capo una figura molto nota della Resistenza: Marco Fabiani. La presentazione e il discorso sono tratti dall’opera in tre tomi “Giorgio La Pira Sindaco. Scritti discorsi e lettere” (a cura di Ugo De Siervo, Gianni Giovannoni, Giorgio Giovannoni –  III voll. – Cultura nuova editrice, in collaborazione con il Comune di Firenze, 1988 – Vol. I, pp. 31-35).

(Redazione)

Le elezioni del 10 giugno vedono l’affermazione dei partiti, tra loro apparentati, della DC, del PLI e di una lista comprendente repubblicani e socialdemocratici, che conseguono circa il 46,80% dei voti, contro il circa 44,20 conseguito dalle liste, tra loro apparentate, del PCI, del PSI, degli “Operatori economici”, del “Movimento cristiano del lavoro”. A parte si erano presentati il Partito socialista unitario, il Movimento sociale italiano e il Partito nazionale monarchico.

In applicazione della legge elettorale allora vigente, la lista maggioritaria ottiene i due terzi dei seggi, mentre tutte le altre liste si ripartiscono proporzionalmente il residuo terzo dei seggi.

La Pira, che aveva ottenuto anche un buon risultato elettorale personale avendo conseguito oltre diciannovemila preferenze (contro le 14.462 delle elezioni politiche del 1948), viene eletto Sindaco alla testa di una Giunta comunale composta da sei democristiani, due liberali, due repubblicani ed un socialdemocratico.

Non appena eletto, il Sindaco tiene un primo discorso in Consiglio comunale in termini chiari ma volutamente sintetici.

Subito dopo nel Consiglio si sviluppò un animato dibattito di politica generale che risentì delle asprezze polemiche della campagna elettorale. Il consigliere socialista Giovanni Pieraccini propose un ordine del giorno sulla pace che suscitò inizialmente forti contrasti, ma grazie alla media-zione di Giorgio La Pira e di Renato Branzi si riuscì a formulare un testo che riscosse l’unanimità del Consiglio comunale: “Il Consiglio comunale di Firenze, constatando che il suo insediamento coincide con la rinascita delle speranze di una distensione internazionale in seguito all’apertura delle trattative per la tregua in Corea, vuole che il suo primo atto interpreti solennemente la profonda aspirazione di tutta la cittadinanza alla pace”.

Viene inoltre pubblicata la replica finale del Sindaco al dibattito, nella quale sono contenute alcune puntualizzazioni significative (i testi sono tratti dal verbale del Consiglio comunale del 5 luglio).

Il discorso

La breve parola che io voglio dire è una parola di saluto, è una parola di pace: è cioè la bella espressione francescana pax et bonum. Queste parole di saluto, che non pronunzio per la prima volta, io le rivolgo anche a Fabiani, di cuore.

Noi non siamo – come dissi in Piazza Signoria – dei manichei: siamo tutti uomini operanti e ispirati ad una visione larga della vita.

Quindi un saluto e un ringraziamento a tutti, perché chiunque faccia un sacrificio per gli altri e si ponga al servizio degli altri sparge una sementa che non si perderà mai: un saluto sincero non solo a Fabiani, ma a tutta la Giunta uscente.

Un altro saluto lo rivolgo a tutto il popolo fiorentino, senza distinzioni politiche, religiose, ideologiche, e l’augurio che abbia bene, pace e quel minimo che è indispensabile ad una vita dignitosa ed umana.

Un terzo saluto a tutte le autorità cittadine, da quelle supreme religiose a quelle civili, e a tutti gli impiegati del Comune; saluto che vuol essere per tutti come una specie di seme che fruttificherà nel cuore di ciascuno.

Dopo i saluti rispondo a quello che è stato detto da Mazzoni, non riferendomi direttamente al suo discorso, ma seguendo un certo ragionamento. A chi domandasse con quale criterio abbiamo fatto la Giunta io rispondo che l’abbiamo fatta prescindendo dai singoli interessi, anche di partito, per il bene di Firenze e con criteri di onestà e di competenza. Al di sopra degli interessi particolari noi abbiamo tenuto presente l’interesse universale di Firenze per il raggiungimento del bene comune. Il nostro compito non è facile, ma speriamo di svolgere bene il nostro lavoro.

Il principio che anima la Giunta è che l’Amministrazione comunale deve essere rivolta a tutti i cittadini senza distinzione di parte perché gli amministratori del Comune appartengono a tutta la Comunità cittadina ed il loro sforzo deve essere rivolto a raggiungere quel bene massimo che si può fare, intellettualmente, economicamente, culturalmente, a vantaggio di tutta la popolazione.

Gli obbiettivi della Giunta sono fondamentalmente tre. Il primo si fonda sulla pagina più bella ed umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili. La Giunta si prospetterà i problemi della popolazione più umile di Firenze e cercherà con tutta l’energia possibile di avviarli a soluzione; occorrerà per questo che la nostra mente e il nostro cuore lavorino indefessamente per proporzionare i mezzi ai bisogni. Il compito è duro ma faremo il possibile e l’impossibile per adempiere a questo fondamentale comandamento umano e cristiano.

Il secondo obbiettivo concerne la vita industriale, agricola, commerciale, finanziaria della città. Noi porremo il massimo sforzo e il massimo interesse per potenziare tutte le attività cittadine.

C’è poi un terzo obbiettivo, che è forse il più importante. Firenze rappresenta nel mondo qualche cosa di unico. Ora, qual è il bisogno fondamentale del nostro tempo, dopo quelli che vi ho accennato? Dare allo spirito dell’uomo quiete, poesia, bellezza! Tutti quelli che, da qualunque parte del mondo, vengono a Firenze trovano qui la quiete: la trovano nell’aria, nelle linee architettoniche degli edifici, nei volti degh uomini. Firenze ha nel mondo il grande compito di integrare con i suoi valori contemplativi l’attuale grande civiltà meccanica e dinamica. I nostri grandi scrittori, poeti, artisti hanno assegnato a Firenze questo compito nel mondo e noi faremo il possibile per far diventare la nostra città sempre più il centro dei valori universali.

Il consigliere Mazzoni ha posto anche domande di intonazione politica. Noi non abbiamo però competenza politica perché il nostro non è  un compito politico. Tuttavia la mia risposta è che noi abbiamo una scelta di libertà, non di libertà umana, ma· di un certo tipo di stato e di democrazia, un certo tipo di vita comune che non coincide con un altro tipo di vita comune. Ecco la ragione che ci divide! Questa è la sola risposta che io possa dare, perché il resto non è costituito che da elementi accessori.

Noi dobbiamo lavorare con spirito di amore ed io confido molto di poter contare anche nella collaborazione dell’opposizione che, con la sua critica saprà stimolarci a fare di più; perché io sono certo che anche la critica ha una funzione importante. Io vi assicuro che la nostra amministrazione sarà rivolta a tutti: sarà una casa aperta a tutti, ferma nelle sue linee chiara nei suoi obbiettivi.

A me che sono fiorentino solo d’adozione, Firenze mi commuove perché è una città speciale. Tutti rimangono colpiti quando arrivano in questa città unica al mondo! Appena si arriva alla Stazione ci si mostra la bellezza di Santa ‘Maria Novella, più in là è Santa Maria del Fiore, ancora più in là la Santissima Annunziata! Non vedete quale luce è per tutti? Sotto questa luce e con questa forza, noi siamo certi – e il Signore ci assisterà – di fare qualcosa di positivo nell’interesse della popolazione fiorentina.

***

Io vi auguro – amici – con tutto il cuore ogni bene.

Questa è una seduta inaugurale e può anche essere bene che in un Consiglio comunale si parli di politica. È però la prima e l’ultima seduta che noi faremo in riferimento a questioni astratte.

Rispondendo brevemente alle dichiarazioni che sono state fatte, io dico a Mariotti, il quale si pone il problema se esiste µna vera democrazia in Italia, che il problema è complesso; ma, ciò che è essenziale e specifico deÌla democrazia è la possibilità di scelta, la pluralità dei partiti; quando c’è questa possibilità di scelta, c’è la democrazia! Dell’ap-parentamento…parleremo un’altra volta!

A Pieraccini rispondo che in una seduta inaugurale non si può fare un programma definitivo. È come il capitano della nave che guarda la stella polare e poi, in base a quella stella polare, proporziona la tecnica. Questo proporzionamento della tecnica è il compito che noi svolgeremo nelle prossime sedute. Quindi né delusioni, né illusioni: certo che qualche cosa faremo per i più poveri e disagiati; e non soltanto «minestre», che pure hanno un loro peso!

Io ricordo, quando tornai a Firenze dopo la liberazione, quale gioia si provava per quelle minestre e come erano assediati coloro che le distrbuivano.

Evidentemente l’ideale è che ogni famiglia abbia un suo piccolo bilancio col quale provvedere ai suoi bisogni. Cercheremo di eliminare le minestre, come difatti stiamo facendo: all’Ente Comunale di Assistenza si davano 50.000 minestre al giorno, mentre ora sono quasi del tutto scomparse e sono nati i ristoranti di seconda categoria che, con poche lire, danno la possibilità di mangiare essendo serviti da camerieri in giacca bianca.

Abbasso quindi la minestra ed evviva i pasti! Evviva il lavoro fondamento della vita secondo il detto benedettino «Ora et labora». Quindi – caro Pieraccini – politica di lavoro.

Firenze ha larghi strati di popolazione che soffrono. Conosciamo il problema delle case e le faremo. Non so quando, ma le faremo! Voi avete visto dall’ordine del giorno Pieraccini che, quando presentate una dichiarazione che è conforme allo spirito di tutti gli uomini, che tocca la radice fondamentale di ogni creatura umana, tutti siamo d’accor-do. Quando invece si entra in certa tecnica spicciola, come quella che si riferisce al Patto Atlantico, la cosa è più complicata, perché tutte le cose hanno sempre due facce. Uno può vedere il Patto Atlantico da un angolo di visuale ed uno da un altro; ed allora è una cosa complicatissima. Di questo io non posso parlare e mi limito a constatare una cosa importante: che la dichiarazione di pace è conforme allo spirito di tutti gli uomini.

All’amico Fabiani rispondo che, per quello che concerne la bandiera nazionale, mi dispiacque che fosse stata tolta. Perche mai l’hai fatta levare? Non dico che tu l’abbia fatto per settarismo ma, se tu l’avessi lasciata, sarebbe stata una cosa tanto più bella! Comunque la tua chiarificazione in proposito è stata veramente opportuna e buona.

Stasera, in questa prima seduta, abbiamo fatto una cosa non regolare, perché il pubblico è stato troppo movimentato, ma quest’altra volta metteremo una regola, specialmente per le donne che sono le più indisciplinate. Comunque anche questa vitalità è bella!

Abbiamo cominciato i lavori del Consiglio con un augurio di pace ed è stato bene. Abbiamo terminato i lavori della seduta con un atto pubblico di pace, votato all’unanimità e ciò mi pare profondamente augurale.

L’augurio mio a tutto il Consiglio, opposizione compresa, è che questa pace sia costruttiva e si traduca in qualche cosa da fare: le case, i provvedimenti in favore della popolazione bisognosa e tutte le altre cose di cui abbiamo già parlato.

Il profeta del nuovo personalismo. Nella concezione lapiriana risplende l’intuizione di uno Stato a misura della libertà e della giustizia umana.

Non possiamo irrigidire l’esperienza di La Pira nelle formule del cattolicesimo politico tradizionale. È stato un innovatore che ha saputo conservare l’essenziale del messaggio cristiano “mediato” nell’impegno pubblico. L’autore, docente all’Università Lateranense, traccia una linea di continuità con Emmanuel Mounier, tanto da evidenziare il carattere unitario – al di là e al di qua delle Alpi – di una proposta di democrazia “non borghese” fiorita nel cuore del Novecento.

 

La caratteristica del contributo dei cattolici alla rinascita della democrazia in Italia è emblematicamente rappresentata dalla vicenda politica di Giorgio La Pira. Tre sono le linee fondamentali di questo contributo: centraità della persona; pluralismo politico e sociale; affidamento allo Stato di un ruolo fondamentale nel superare le diseguaglianze sociali. Si tratta di tematiche che riassumono una lunga tradizione di pensiero politico che da Rosmini fino a Sturzo hanno trovato un punto di sintesi nei grandi messaggi degli anni di guerra di Pio XII, forieri degli sviluppi successivi anche in termini propriamente politici.

Queste linee di pensiero in qualche modo sono state recepite dalla Costituzione repubblicana alla quale La Pira diede un contributo basilare con l’emergenza del valore della politica. Tuttavia la prima dimensione della sua esperienza politica è collegata, secondo me, al rapporto profondo tra valori, politica e storia, con un altrettanto forte richiamo alla radice religiosa della politica, alla sua finalizazione del bene dell’uomo nella sua totalità, intesa anche come contemplazione e preghiera, votate a realizzare l’uomo nella sua più profonda dimensione. E quando parla di “architettura dello stato democratico”, La Pira non intende uno Stato clericale, ma intende che i valori evangelici sono di per se stessi il fondamento di una compiuta democrazia al servizio della persona.

Va comunque detto che tali valori religiosi non devono essere appariscenti ma implicitamente concreti nell’azione politica, perché è il cristiano che deve  renderli espliciti con la sua azione e il suo esempio. Quanta attualità di fronte a queste parole ci sovviene allorché la politica oggi sembra avvolgersi su se stessa di fronte alle sfide etiche, mentre i bisogni degli uomini restano esclusivamente “umani”, pur non restando esclusivamente materialisti. Secondo La Pira i veri materialisti sono i cristiani stessi che non diffidano della materia e non hanno timore del corpo, prestano invece a ciò la dovuta attenzione perché, del resto come ricorda il Vangelo, ”dar da mangiare agli affamati” non significa appiattire l’uomo sul bisogno fisiologico dell’alimentazione, ma compiere una atto di misericordia spirituale dal momento che lo Spirito Santo passa anche attraverso i bisogni umani da soddisfare.

La Pira ricorda in una famosa lettera a Pio XII che il politico che si impegna su questo terreno realizza il livello più elevato della sua vocazione al servizio della persona e di Dio. Per questo motivo le istituzioni ritrovano nella sua concezione politica tutta la loro importanza, la passione  tesa a gettare le basi prima nell’elaborazione della Carta costituzionale e poi nel suo servizio come Sindaco di Firenze. Creare la “casa comune” non rientra per lui in un opera seppur egregia di ingegneria costituzionale, ma vuol dire creare le premesse perché la convivenza civile possa realizzarsi nel modo più efficace. Quando la politica indica regole non esprime solo “leggi”, che sovente sono simulacri solitari, ma innerva in modo positivo il tessuto della convivenza civile, perché offre alle relazioni umane regole sicure e condivise come punti di riferimento per costruire una società giusta. Le strutture “esteriori” devono essere piegate al servizio dei valori che esprimono all’interno della coscienza dell’uomo le sue vere ragioni, tali cioè da  renderlo persona unica, irripetibile e inviolabile. Il bagaglio culturale di Giorgio La Pira evidenziava il carisma specifico dei Figli del Santo Padre Domenico, Ordine religioso nel quale entrò come Terziario “donato” e che non consiste nella sequela di un santo, bensì nella vivificazione di un ideale secondo il motto dell’Ordine “Contemplata aliis tradere”.

Non deve apparire strano quindi il modo con cui egli seppe con umile e disarmato atteggiamento impensierire anche gli alti dignitari dell’allora gerarchia ecclesiastica e turbare le certezze dei grandi della terra. La capacità profetica di La Pira non consisteva nel predire il futuro, ma nell’aver ricevuto il dono del discernimento che è proprio delle grandi vocazioni come quella domenicana. È lo Spirito santo a suggerire al profeta il modo adatto e opportuno di trasferire i valori cristiani alle esigenze della storia vigente, ma il profeta è anche apportatore di grandi novità. Il suo sguardo di studioso era sovente rivolto al passato, benché il suo animo guardasse sempre al futuro, infondendo la mai perduta speranza; ecco perché ancor oggi diciamo che fu un “profeta” con un carisma autentico che si adatta alla complessità semplice dello spirito evangelico dell’Ordine Domenicano.

Guardiamo all’orizzonte sovranazionale. Emmanuel Mounier (1905-1950) aveva anticipato quanto i cattolici democratici avrebbero realizzato nella costituzione italiana, perché aveva caratterizzato il percorso democratico secondo alcuni punti fissi: riteneva indispensabile operare la creazione di una rappresentanza diversificata e reale dei cittadini da realizzarsi attraverso una coscienza dell’interesse comune. Tale coscienza, che laicamente definiamo in scienza politica come “cultura civica”, doveva concorrere al servizio della persona che poteva così opporsi al culto indiscusso del leader a detrimento delle identità.

Il personalismo che La Pira rielabora e propone nei suoi contributi alla Costituente consiste in una operatività rinnovata del cristianesimo, lontano dal clericalismo ottocentesco e tuttavia antitetico all’agnosticismo pragmatico che porta alla dittatura del relativismo, sclerotizza il panorama politico, inaridisce la proposta politica dei partiti, senza i quali una vera democrazia non può funzionare. Quello che colpiva La Pira nel personalismo mouneriano era l’opposizione al disordine costituito, incarnato dalla falsità della democrazia borghese che non rende possibile radicare la giustizia sociale perché incapace di esprimere un alternativa al valore antipersona del capitalismo consumistico e inventando un “diritto” di proprietà assolutamente astratto, ingiusto e avverso alla dignità della persona.

La libertà è la disposizione della volontà ad attuare equilibri tra atti interni ed esterni dell’uomo ed è ciò che gli inglesi definiscono “freedom”, indicando la libera esperienza morale; la dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento con l’espressione delle virtù, come equilibrio tra indole ed atti, per cui la legge diventa ordine della convivenza, per realizzare il bene quale perfezionamento delle virtù attraverso la ragione.

La volontarietà che implica sempre l’assenza dell’ignoranza manifesta come ancora oggi non abbia funzionato la cosiddetta “opzione fondamentale”, perché attribuisce valore solo a ciò che si vuole, mentre sussiste già un implicito indirizzo al bene morale, attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni. Il personalismo di Mounier che La Pira incontra negli anni ’40 scopre e valorizza l’uomo come soggetto, attento al pericolo sempre latente di identificare il mezzo col fine, eliminando ogni possibile mediazione con esiti tradizionalistici estremi.

La Pira coglie nel personalismo l’avversione alla mediocrità, al compromesso spicciolo e soprattutto all’egoismo rappresentato dalla borghesia, mentre rafforzava l’idea di persona nella quale Mounier quanto La Pira avvertivano il respiro dell’eternità vittoriosa sul tempo e sulla storia.

In questo senso l’attualità di La Pira rappresenta ancor oggi il lucido tentativo di recuperare e saldare, superandola, la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo senza cedere alla suggestione collettivistica, evitando perciò di isolare le liberta tra di loro. E questo sforzo ha condotto nella Costituzione italiana al riuscito collegamento etico di tutte le libertà, non limitandosi a riconoscerle, bensì unendole all’insegna dell’eminente libertà dell’uomo,mperché uno stato democratico ha il compito di ordinarsi in tal modo da agevolare il libero sviluppo interiore ed esteriore della persona.

Di conseguenza la comunità nazionale non è un assoluto ma fa parte organicamente della comunità internazionale che immunizza ogni tentativo sovranista e ogni tentazione di ricorrere alla violenza per risolvere le controversie. L’attualità dell’opera di La Pira emerge nella costruzione della pace per cui il naturale referente non è neanche più lo Stato, semmai il tentativo di recuperare il senso profondo della civiltà umana e il valore etico e spirituale della comunità civile, perché soltanto dall’incontro tra ”civilitas” e “civitas” si potrà pervenire ad un mondo di giustizia e di pace in nuovi rapporti di solidarietà tra gli uomini. L’obiettivo è costruire la pace operando sul piano della formazione delle coscienze, ma anche delle istituzioni in cui la politica si svolge, attraverso la pratica della giustizia nata dalla fraternità.

Un passo verso la modifica dei Trattati. Occorrono linee strategiche e scelte coraggiose per il futuro dell’Europa.

La Conferenza non ha il potere di incidere direttamente sui Trattati. C’è da osservare, però, che uno sforzo di chiarificazione e lungimiranza può determinare l’avvio di un’operazione politica in grado di produrre i necessari cambiamenti, avendo di mira obiettivi concreti.

 

La Conferenza sul futuro dell’Europa, s’è detto, è un’occasione da non sprecare. Pertanto, deve avere il coraggio di affrontare i temi-cardine della costruzione comunitaria. Quanto meno è importante che questo appuntamento li discuta, ponendoli in agenda. La logica con la quale deve operare dev’essere sovranazionale, non nazionale: solo così si possono affrontare questioni che altrimenti rimangono imprigionate nella rete di interessi locali e quindi nella possibile concorrenza sleale fra Stati.

Detto in un precedente articolo del tema a mio avviso principale, la politica estera, occorre non tralasciarne un secondo, assolutamente essenziale. La politica fiscale, come ci è stato spiegato più volte dalla Storia, è la base di uno Stato, insieme al controllo della forza. E’ del tutto evidente che le distorsioni esistenti in argomento all’interno dell’UE non depongono in favore della sua unità e anzi ne minano alla radice ogni possibile sviluppo. Anche in questo caso la regola dell’unanimità – altro punto assai problematico – consente ai Paesi che sulla fiscalità molto vantaggiosa per le aziende, in particolare le multinazionali, hanno impostato la propria politica di crescita economica (Olanda, Irlanda, Lussemburgo…) di impedire qualsiasi ipotesi di riforma.

Una qual certa armonizzazione dei sistemi fiscali nazionali è però necessaria. Ovvero, al pari che nei sistemi federali una differenziazione nei regimi tributari nazionali è certo accettabile, comprensibile. Ma non oltre certi limiti. Altrimenti ci si trova di fronte a fenomeni di concorrenza scorretta fra Stati su un terreno che da fiscale diviene di competitività economica.

Ora l’idea americana ripresa dal recente G7 di introdurre una tassa minima globale sui profitti delle grandi multinazionali correlata alle vendite effettuate in ogni singolo Paese (al di là della loro effettiva presenza fisica nel medesimo) costituisce un passo significativo che l’UE non potrà non considerare quale utile stimolo: e infatti la Commissione ha recentemente presentato un Piano d’azione da adottare entro il 2023 teso a far sì che l’Unione disponga di “un unico codice di regole dell’imposizione delle società, che fornisca una più equa ripartizione dei diritti di tassazione tra gli Stati membri”. E questo è un esempio che per quanto accidentato anche il terreno fiscale non è impercorribile.

La Conferenza non ha fra i suoi compiti quello di modificare i Trattati, si dirà. Vero. Ma fra i suoi obblighi politici ha quello di porre le questioni di fondo che porteranno alla loro necessaria modifica. Il futuro della UE, infatti, passerà da lì.

Quali scenari per la ripresa post pandemia?

Abbiamo di fronte uno scenario che impone di discernere con esattezza gli elementi di crisi, ancora forti malgrado le politiche di soccorso pubblico, dalle opportunità nascoste nelle pieghe di una società dinamica, malgrado tutte le difficoltà. Lo sviluppo, nelle sue nuove forme, richiede l’adozione di un codice di rigore e competenza, contro ogni illusoria seduzione del facile assistenzialismo.

 

Mentre ci si appresta a riaprire, è doveroso cominciare a chiedersi quale società avremo dopo la fine dell’epidemia, sapendo che gli esiti delle crisi non sono scontati e dipendono in grande misura dalla politica, ossia dalla capacità delle classi dirigenti di creare consenso sulle cose da fare. Anche se ogni parallelismo è assolutamente improprio, è utile ragionare sulle grandi differenze che caratterizzarono il primo e il secondo dopoguerra. Dopo la prima guerra, ci fu un lungo periodo segnato da instabilità, sfociata in protezionismi, nazionalismi, dittature e in ultima analisi nella seconda guerra, dove dopo, si è avuto il più lungo periodo di pace e progresso economico per il più gran numero di nazioni nella storia dell’umanità.

Come ha scritto Barack Obama in un famoso articolo sull’Economist del 2016, malgrado i tanti conflitti e le tante diseguaglianze, non c’è mai stato un periodo storico in cui vi siano state così poche guerre, così tanta libertà e così tanto benessere diffuso. Da cosa dipendono esiti tanto diversi? In parte – non c’è dubbio – da condizioni oggettive, quali ad esempio il fatto che nel secondo dopoguerra l’ordine mondiale era assicurato dal prevalere di due superpotenze nucleari: il cosiddetto equilibrio del terrore. In gran parte, però dipende anche dal fatto che le classi dirigenti del dopoguerra avevano ben presenti i drammi a cui avevano portato le scelte o non scelte del periodo fra le due guerre. Anche i popoli sembra avessero capito la lezione; esplose, in Italia e in molti altri paesi, la voglia di ricostruire e questa voglia sfociò poi in uno sviluppo straordinario e largamente autopropulsivo, ossia dovuto alla laboriosità e all’inventiva di milioni di persone.

Non sappiamo quale scenario prevarrà dopo la crisi da covid-19, ma sappiamo che non mancano segnali preoccupanti perché ben prima dell’epidemia avevamo assistito alla crisi della cooperazione internazionale, alla sostanziale rottura dell’alleanza atlantica, alla fine del multilateralismo, all’esasperazione di tanti conflitti locali, alla crescita dei nazionalismi. Da molti anni ormai, in quasi tutto il mondo, si erano rafforzati partiti o leader populisti, che tendenzialmente rifiutano i principi della società aperta e della democrazia liberale. In gran parte, questi sono i frutti avvelenati della crisi finanziaria del 2008-2011. La pandemia può accentuare queste tendenze negative. Può prevalere la chiusura per timore di altre pandemie; si possono rafforzare le democrature, sfruttando i poteri speciali che già oggi sono in vigore in oltre 80 paesi; si possono accentuare le tendenze più negative dello statalismo economico, nel senso che oggi si danno gli aiuti e domani si cercherà di condizionare e lottizzare le imprese.

Infine, sarà molto complicato uscire dalla logica dei sussidi se non rimettiamo in moto l’economia, generando politiche di sviluppo e crescita che tutelino i posti di lavoro, investendo su infrastrutture salute e competenza. I rischi ci sono, è essenziale mantenere l’ancoraggio all’Europa, respingendo la logica perdente del sovranismo che continua a mostrare tutti i suoi limiti. Non dimentichiamo mai che è per questa logica sovranista che alcuni Paesi in Europa non volevano concederci gli aiuti. Sono gli amici dei sovranisti italiani, che fanno male all’Italia prima ancora che all’Europa.

Noi possiamo crescere come Paese solo se aiutiamo le nostre imprese a confrontarsi sul mercato mondiale, perché il progresso nasce sempre dalla competizione e dal confronto. È la libera circolazione delle idee che rende possibile quella delle merci e dei prodotti, come dimostrano tutte le collaborazioni che già esistono tra le aziende italiane e quelle europee e mondiali. Per cui se da un lato dobbiamo approntare enormi aiuti alle imprese, necessari perché sopravvivano a questa terribile crisi, dall’altro dobbiamo rafforzare sempre di più politiche che portino in Europa la necessità di dare priorità alla crescita, rilanciando il mercato unico e pensando a un disarmo bilanciato fra paesi sugli aiuti di Stato, affinché il gioco sia ad armi pari. Altrimenti, prevarranno sempre le imprese degli Stati più forti e con meno debiti mentre gli altri vivranno in uno stato di rincorsa perenne e non si sentiranno mai di poter appartenere pienamente a un processo di crescita condiviso.

Per parte nostra, dobbiamo essere chiari e sapere che abbiamo il compito di lavorare per superare i problemi storici del nostro sistema produttivo – il nanismo delle imprese e l’insufficiente investimento in ricerca – e al tempo stesso orientare lo sviluppo nel senso delle sostenibilità sociale e ambientale: ciò può e deve essere fatto senza cadere in tentazioni dirigiste o in forme di protezionismo aperto o strisciante che hanno fatto il loro tempo e, soprattutto, finirebbero per indebolire, anziché rafforzare, le nostre imprese. Dobbiamo trasformare questo momento di difficoltà in una opportunità per il futuro.

Il futuro del Paese intero.

Augusto Gregori Segreteria PD Lazio – responsabile industria, commercio, artigianato e turismo

Giampaolo Galli Osservatorio CPI (Conti Pubblici Italiani) Università Cattolica

Centro, ora serve il salto di qualità. Basta con i vaniloqui e le manifestazioni oniriche.

Bisogna riconoscere con realismo, seppure con una punta di amarezza, che le varie iniziative “neo-centriste” hanno scontato finora un tasso troppo alto di superficialità e inconcludenza. Talvolta si cade nel vaniloquio. Esiste tuttavia una volontà diffusa che  muove dalla esigenza di una politica di centro, dando perciò nuova linfa alla domanda di un partito adeguato a rappresentare questa volontà. Se non ora, quando?  

Quando si parla di “centro”, di “partito di centro” e di una “politica di centro”, una sola cosa è quasi scientificamente certa. E cioè, le innumerevoli sigle – o presunti partiti o movimenti politici che sono decollati all’interno di quest’area – che nascono a grappoli sono elettoralmente del tutto insignificanti e politicamente puramente testimoniali. Salvo per i vari promotori delle medesime, com’è giusto e comprensibile che sia.

Ma perchè sono elettoralmente insignificanti e politicamente testimoniali? Per un motivo che ormai conosciamo da circa 20 anni. Ovvero, si tratta appunto di sigle che, di norma, riflettono la sacrosanta e giustificata voglia di protagonismo dei singoli promotori dell’iniziativa e che sono destinate – almeno così è stato per quattro lunghi lustri – a scontrarsi prima o poi con la realtà. Cioè con le dinamiche concrete della politica e con le incombenze politiche, organizzative, finanziarie e gestionali che il decollo di un partito richiede e quasi impone.

Certo, nessuno – com’è altrettanto ovvio e scontato – mette in discussione la buona volontà e la passione dei singoli promotori di queste svariate, molteplici e sempre più numerose sigle politico ed elettorali. Ma la notizia principale di queste innumerevoli sigle, di norma, non è il percorso concreto e il progetto politico che le caratterizza. No, la notizia è solo quando nascono perchè si dà già per scontato che cammin facendo l’epilogo è già scritto e, di conseguenza, dopo un certo periodo tramontano a vantaggio di altre e la ruota instancabilmente continua a girare.

Ora, senza indugiare ulteriormente su queste sigle virtuali, quello che merita di essere ricordato e approfondito è che ormai ci sono tutte le condizioni politiche, culturali, programmatiche e forse anche ambientali affinchè una “politica di centro” seria ed autentica decolli attraverso un soggetto politico organizzato. Certo, com’è altrettanto ovvio, superando le centinaia di sigle virtuali che campeggiano qua e là nel panorama politico ed associativo italiano. Prevalentemente nell’area cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica. Ci sono anche le condizioni ambientali perchè il seppur lento ma ormai irreversibile declino della spinta populista, demagogica, anti politica, giustizialista, manettara e antiparlamentare dei 5 stelle spinge inesorabilmente ad un recupero di quelle categorie che da sempre qualificano e caratterizzano una politica con la P maiuscola. Ovvero, partiti politici organizzati e democratici, importanza delle culture potliiche, ricetta riformista, cultura della mediazione, senso dello Stato, rispetto delle istituzioni democratiche, rifiuto della radicalizzazione della lotta politica e, soprattutto, competenza della classe politica ed amministrativa.

Ecco, appunto, elementi esterni, estranei e incompatibili con la cultura, la politica, la strategia e l’impostazione del movimento 5 stelle. Altrochè perseguire e costruire, come pensa il prode Letta, una alleanza storica, organica e addirittura strutturale con un partito del genere.

Ma per tornare al centro adesso, però, serve un colpo d’ala. O meglio, uno scatto in avanti. Occorre lavorare alacremente e convintamente per costruire e consolidare in vista delle prossime elezioni politiche un soggetto politico reale, e non virtuale o puramente testimoniale, capace di interpretate e di declinare una vera “politica di centro” in un altrettanto vero “partito di centro”. Questo è l’impegno concreto, adesso, a cui nessuno di noi può sottrarsi nel momento storico che stiamo vivendo. E quindi, riunificare – chi è disponibile e convinto, come ovvio – le centinaia di sigle che sono nate sull’onda della passione e della buona volontà dei vari proponenti, allargare il “campo” ad altre culture e altre esperienze che si riconoscono, comunque sia, in una “politica di centro” e, soprattutto, individuare un “federatore” che sia il punto di riferimento politico di questa galassia. Non un capo, come ovvio, ma un leader che riassuma questa tensione culturale e questa progettualità politica in una organizzazione democratica, plurale, riformista e moderna.

Questo, a mio avviso e non solo, è la vera priorità in questa fase politica per tutti coloro che credono ancora che la politica italiana non possa essere gestita e padroneggiata dai vari populisti sparsi e presenti tanto a destra quanto, e soprattutto, a sinistra. Verrebbe da dire, scherzando, “se non ora quando”?

MicroMega vuole l’abolizione del Concordato? Rispondo con un secco no. Ci vuole rispetto per la storia, prima che per la Chiesa. Lettera aperta.

Deve essere chiaro che la libertà di pensiero e di parola non può essere un diritto che vale per tutti, ma non per la Chiesa. Poi si può anche riconoscere che la recente Nota vaticana poteva essere assorbita entro una diversa iniziativa, più articolata, affidandone la responsabilità (ancora) alla Cei. Resta il fatto però che raccogliere le firme contro il Condordato è un errore.


Circa
70 associazioni, in prevalenza cattoliche ma tutte “[…]educate al rispetto dell’assoluta dignità di ogni persona, qualunque siano le sue condizioni e i tratti specifici…”, hanno inviato una lettera aperta ai senatori italiani per sollecitarli a rivedere il ddl Zan, in quanto al suo interno ci sono ben “…7 punti illiberali…di segno anticostituzionale” .                        

È un gesto importante perché, tra le altre cose, fa capire che questo  associazionismo di società civile ancora esiste: Tocqueville ne sarebbe felice! Si è fatto vivo in ritardo, ma si è fatto vivo. Succede però che questa lettera si raccordi in qualche modo con la raccolta di firme promossa dal MicroMega per l’abolizione del Concordato. Un invito a firmare motivato dal fatto che il Vaticano ha trasmesso una Nota informale allo Stato italiano per lo stesso motivo. L’obiettivo, alto e solenne, che si pone MicroMega è quello di eliminare una volta per tutte il Concordato. E di  far capire una volta per tutte, che il Vaticano si deve fare i fatti suoi. Deve starsene zitto e silenzioso, chiuso per sempre dentro le sue mura. Ho ricevuto anch’io, via social, l’invito a firmare per l’abolizione del Concordato enon mi sono potuto trattenere di inviare la risposta che segue.

Lettera aperta

Carissimi amici di MicroMega, nel recente passato mi sono più volte avvicinato alla vostra Rivista che ho sempre trovato interessante, quand’anche strapiena di un ricercato  illuminismo razionalista per intellettuali atei addetti ai lavori. Il che non è un peccato, intendiamoci: la mia è solouna constatazione. 

Vi seguo  con interesse  critico, anche su MicroMega.net. Proprio per questo avverto il bisogno di darvi sommessamente un consiglio. Raccogliamo questa volta anche le firme  per abolire oltre al Concordato le Leggi  27/3/1861 e 3/2/1871, con cui venne deciso che Roma fosse capitale d’Italia. Cavour ha toppato! E la Francia…oggi in mano “all’antieuropeista, orbanista e nazionalista” Macron, non ci  può dare nessuna mano per mantenerla capitale.

Roma è sporca. Inquinata e mal gestita. Infiltrata dalla mafia. Piena di immigrati. Dimentichiamoci di Garibaldi ecancelliamo Raffaele Cadorna e Nino Bixio, anche loro precipitosi e inopportuni con  la Breccia di Porta Pia. Quella Porta e il suo ricordo storico sono da eliminare. Costruiamoci sopra  un grattacielo. Dai…ritorniamo a Torino. Ma no….meglio Firenze, è più centrale.

Finisco di scherzare. E vi sollecito una riflessione seria  sul  Concordato e sulla ultima vostra raccolta di firme per abolirlo. Non è  la prima volta che si raccolgono firme con questo intento. E sono state presentate in un passato non tanto lontano diverse proposte di legge per lo stesso motivo, che, grazie a Dio, non hanno avuto seguito.Esprimo allora una mia solitaria opinione. Vedete, il Concordato non è da valutare come un mero e banale  contratto notarile siglato tra uno Stato laico e la Chiesa cattolica per spartirsi alcuni beni, assegnare e separare alcuni (minimi) diritti, e conferire libertà di pensiero e di parola. O, peggio,  come potere di intervento pontificio sulla piena autonomia del nostro Parlamento, che tale rimane. Oppure  per interferire sul ddl Zan, e sulla “…discussione fra cittadini liberi e uguali nello spazio pubblico attorno a una legge della Repubblica”, come voi asserite.

Mi riferisco invece al Concordato come “avvenimento” che ha segnato la storia d’Italia, anche se stabilito e firmato nel periodo più buio e triste del nostro Novecento. Fu rivisto, come è noto, nel 1984 con Craxi e Casaroli, con una filosofia di fondo che bene espresse Virginio Rognoni a riguardo di ciò che la firma implicava per la Repubblica italiana: “...Uno Stato neutrale – diceva Rognoni in Aula – ma non indifferente rispetto alla rilevanza sociale del fenomeno religioso, che non fa una propria scelta di fede ma tiene conto delle ispirazioni ideali della comunità; che non può prescindere dall’ispirazione dell’uomo a vivere la propria testimonianza religiosa nella dimensione sociale, nella libertà individuale e collettiva”.

Mettetela  allora come volete. C’è al fondo del Concordatouna questione antropologica e culturale, non riferibile necessariamente alla millenaria tradizione religiosa del nostro Paese, che va oltre (o viene prima) degli aspetti strettamenti giuridici relativi ai rapporti tra Stati sovrani. E se a me dispiace molto, per non essere frainteso nella mia difesa, che nel primo Concordato ci sia di mezzo un dittatore come Mussolini, non mi dispiace affatto, invece,ricordarvi che i Patti Lateranensi e l’art. 7 della Costituzione sono parti essenziali della storia italiana – solo e soltanto italiana – la cui richiesta di cancellazione appare un gesto assai poco convincente.

Non spetta a me insistere su questo punto, ma spero che  gli storici e gli stessi studiosi di diritto costituzionaleintervengano per chiarire meglio l’importanza storica deiPatti. Essi concludono mille anni circa di vicissitudini e contraddizioni dello Stato pontificio, con tutte le implicazioni per la Chiesa e il suo impegno pastorale nel nome del Vangelo; concludono, cioè, anche quelle tensioni soggiacenti ai rapporti con l’Italia unita, tanto che come alto documento giuridico necessitano di essere semmai interpretati bene e gestiti  bene, con moderazione e rispetto reciproco dalla nostra classe politica, dal nostro Parlamento, come pure ovviamente dalla Gerarchia ecclesiastica.

Del resto, sono stato anch’io tra i tanti cattolici a prendere le distanze dall’intervento della Segreteria di Stato sul ddl Zan. Intervento inedito e, data l’autorevolezza della fonte, inusuale nella forma. Il motivo del dissenso è stato semplice: la Chiesa, a mio avviso, doveva riflettere molto prima di consegnare una Nota con quella rilevanza istituzionale. Altre erano le strade da seguire per affermare alcuni legittimi valori, sui quali si può anche non essere d’accordo, ma per i quali il nostro Stato liberale e democratico garantisce, in base all’art. 21 della Costituzione, piena libertà di pensiero. A meno che questo articolo non valga solo per i cittadini italiani, essendo gli “stranieri”, a discapito del Concordato, privati della suddetta libertà. E il seguito mediatico che ha avuto per giorni e giorni, anche in ordine al dibattito se il Papa fosse o meno informato, dimostra l’importanza e singolarità della presa di posizione. Con l’appendice di qualche parroco oltranzista (e direi pericoloso) che l’ha subito fatta propria e difesa con toni bellicosi, sin dentro l’omelia.  

Altre erano le strade da percorrere. Altro era il ruolo – assente – del laicato cattolico. Altro il silenzio assordante dell’associazionismo cattolico (che si è fatto vivo con colpevole ritardo) e dei partitini e sigle che si autodefiniscono cattolici, come ha sostenuto  e scritto un mio amico. E altre erano, e rimangono, le mediazioni laiche e di buon senso ancora  possibili. Ma non c’è invece alcun dubbio, che nella Nota non si esercita nessunissimo “…potere di ingerenza della Chiesa cattolica nella vita dello Stato italiano”, perché rimane, appunto, una Nota: un “…breve appunto, per lo più provvisorio, nel quale si concreta un’osservazione o una informazione” dicono i  Dizionari. E non c’è nessuna volontà di interferire e inserirsi  sulle totali  libertà dello Stato laico italiano. Che era, è e sarà libero di fare quello che pensa sia giusto fare. Con l’apparente paradosso che oggi, proprio un autentico cattolico come Enrico Letta difenda con insistenza, nel suo ruolo di segretario del PD, il ddl Zan.  

La  Chiesa non gode di alcun  “privilegio”, ma solo come “straniera in casa” dell’art.7 e soprattutto, come dicevo, dell’art. 21 della Costituzione. Quest’ultimo  trasformato precipitosamente in Atto di quelle dimensioni,discutibile ma non inficiante il libero e legittimo diritto di parola. 

Non giustifica l’unione familiare che porta alla condizione di figli con due uomini o due donne come genitori? Non accetta la pratica dell’utero in affitto? Non apre al riconoscimento del matrimonio tra coppie omosessuali? Ecco, ci sono milioni di italiani, atei e agnostici, che condividono o apprezzano il “punto di vista” della Chiesa. Il che non vieta il rispetto verso chi la pensa diversamente e si comporta perciò diversamente. Un rispetto civile e sociale che si nota in particolare proprio tra i fedeli attenti alle ragioni dell’altro e del diverso, che hannocioè nel proprio dna il sentirsi “Fratelli tutti”, e dunque sono antisovranisti per definizione e antirazzisti per l’essere nel mondo come “imbarcati sulla stessa barca”. E chi afferma il contrario non racconta il vero: guarda il dito del ddl Zan e non guarda la luna dei valori cristiani.

Dunque, un intervento – quello della Chiesa – che ha registrato le obiezioni di studiosi e costituzionalisti cattolici, e perfino di qualche teologo. Per questo sono e rimango persuaso che attraverso quella Nota si eserciti soltanto una piena e incondizionata libertà di pensiero, del resto valore portante e centrale della cultura liberale e democratica di MicroMega. Non penso, nella sostanza, che l’intervento debba essere ascritto a volontà di interferire sulle vicende dello Stato italiano. Si tratta del diritto di esprimere la propria opinione in una materia che coinvolge e interessa i valori e i principi fondamentali della stessa Chiesa, la sua Dottrina morale e sociale, il suo Magistero. Semmai verrebbe da chiedersi perché non sia stata attribuita alla Cei, in quanto radicata nelle diverse realtà territoriali locali e in quanto suo precipuo e definito compito, la responsabilità di adempiere a un richiamo più solenne e impegnativo, pur dopo altri (vani) richiami già fatti nel recente passato. In ogni caso, a parte i necessari e opportuni distinguo, la Chiesa ha pieno diritto di pronunciarsi su un argomento che mette sotto i riflettori  alcuni dei cosiddetti valori di civiltà. 

Valori e principi che se difesi con moderazione e garbo, senza urlare e offendere, senza fare cortei stradali cantando su camion addobbati, o incontri di piazza con sbandieramenti, balletti e sit-in, senza inveire e provocare, e…senza raccogliere firme, trovano una sponda in un larghissimo  mondo laico che benché secolarizzato, areligioso e ormai assente dalla messa domenicale, rispetta e comprende il mondo Lgbt, pur non condividendone, come dicevo, alcune  cose. 

Tocca poi alle libere e laiche  istituzioni democratiche dello  Stato italiano tenerne o non tenerne conto. Motivando in punta di diritto concordatario, in piena libertà a tutela della propria autonomia, se qualcosa del ddl Zan potrebbe essere cambiata. Ma la raccolta di firme adoperiamola per altri argomenti, forse molto più seri per il futuro che ci attende, e che attende i nostri figli e nipoti. Lasciamo però in pace la Storia, se ricordiamo ancora i motivi per cui “…non possiamo non dirci cristiani”. E, per favore, lasciamo perdere, cari amici di MicroMega, i presunti “…cittadini più uguali degli altri”.