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sabato, 5 Settembre, 2026
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Il pane spezzato e la forza del simbolo

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma del direttore Andrea Monda 

Appena sceso dall’aereo a Skopje Papa Francesco ha ricevuto in dono un cesto pieno di pani e prendendone uno lo ha spezzato offrendolo al presidente della Macedonia del Nord Gjorge Ivanov dicendo: «È così che si fa l’amicizia, vero?». Un gesto simbolico che ha colpito il presidente, cristiano ortodosso, che nel saluto ufficiale si è dilungato su questo tema sottolineando come «Per l’uomo moderno, il simbolo è vuoto di sostanza» e ha elogiato il Santo Padre per il suo tenace lavoro di restituire quella consistenza perduta al linguaggio simbolico. Il Papa come “vivificatore” dei simboli ormai logorati, è una bella immagine che si attaglia bene al pontificato di Papa Francesco, grazie al quale, ha aggiunto Ivanov, «noi riconosciamo l’essenza dei simboli. Con Lei, le parole si identificano con i fatti e i fatti sono quelli che riguardano le reali necessità dell’umanità».

Quello che manca oggi è dunque il riconoscimento dei simboli, come se le parole avessero perso significato, peso. Siamo diventati cinici secondo l’espressione di Oscar Wilde per cui conosciamo di ogni cosa il prezzo ma non il valore. L’uomo moderno non sembra più essere un animale simbolico, da sim-bàllo che in greco vuol dire “gettare, mettere insieme”, ma è diventato “dia-bolico”, “colui che divide”. C’è un modo per uscire dalla spirale diabolica ed è seguire il cammino dell’incarnazione, cioè delle reali necessità dell’umanità, delle diverse forme di fame che assillano l’uomo: «fame di pane, di fraternità, di Dio» ha detto il Papa nell’omelia di martedì commentando il brano del Vangelo di Giovanni del discorso sul pane dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Sono quelle tre necessità, ha detto il Papa, che hanno spinto Madre Teresa, piccola suora di Skopje, ad agire, a com-muoversi, avendo come fondamento due pilastri: Gesù incarnato nell’Eucaristia e Gesù incarnato nei poveri.

L’amore per Dio e l’amore per il prossimo come legge fondamentale del cristiano; lo aveva ribadito lunedì pomeriggio in occasione delle Prime Comunioni (ben 245, un record nella storia dei viaggi apostolici) dei bambini raccolti nella chiesa del Sacro Cuore di Rakovskj, quando ha spiegato loro qual è «la nostra carta di identità: Dio è nostro Padre, Gesù è nostro Fratello, la Chiesa è la nostra famiglia, noi siamo fratelli, la nostra legge è l’amore». In un mondo in crisi di identità, prova paradossale ne sono i diversi sovranismi (è l’uomo insicuro che alza la voce), il Papa ha il coraggio di parlare di identità e andare al cuore, all’essenza della fede cristiana. E l’essenza è in quel simbolo, che per il cristiano è molto più di un simbolo, del pane spezzato: «In ogni Eucaristia, il Signore si spezza e si distribuisce» ha ricordato il Papa nell’omelia di martedì, «e invita anche noi a spezzarci e distribuirci insieme a Lui e a partecipare a quel miracolo moltiplicatore che vuole raggiungere e toccare ogni angolo di questa città, di questo Paese, di questa terra con un poco di tenerezza e di compassione». È allo spezzare del pane che i discepoli di Emmaus hanno riconosciuto Gesù risorto; è questa la chiamata per ogni cattolico, oggi: diventare anch’egli quel pane spezzato in modo da aprire gli occhi all’uomo contemporaneo che altrimenti finisce «per mangiare distrazione, chiusura e solitudine».

Cei: nominato Vincenzo Corrado vice-direttore dell’Ufficio nazionale comunicazioni sociali

La Presidenza della Cei ha nominato Vincenzo Corrado, finora direttore dell’Agenzia Sir, vice-direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana. Contestualmente il Cda del Sir ha nominato Amerigo Vecchiarelli, finora caporedattore centrale di Tv2000, nuovo direttore dell’Agenzia.

Il disegno complessivo, con la regia della Segreteria Generale e nello specifico dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, punta a sviluppare “una sempre maggiore convergenza e interattività tra le diverse testate che fanno capo alla Chiesa italiana”. A Corrado e Vecchiarelli, si legge in una nota dell’Ufficio, “vanno gli auguri di buon lavoro da parte di tutta la Presidenza della Cei”.

Corrado, nato a Maglie (Le) nel 1976, è direttore del Sir dal 2017. Sposato e padre di tre figlie, per il Sir ha curato negli ultimi quindici anni le relazioni con i settimanali cattolici della Fisc, mantenendo rapporti quotidiani con tutto il territorio italiano. Esperto di questioni ecclesiali, ha seguito gli ultimi sviluppi della vita della Chiesa italiana e universale.
Amerigo Vecchiarelli, nato a Roma nel 1961, finora ha ricoperto il ruolo di caporedattore centrale per i servizi di informazione del Tg2000.

Sposato e padre di due figli, è stato redattore dell’Agenzia giornalistica News Press e caposervizio del Tg2000. Nel corso della sua vita professionale ha lavorato anche con Radio Vaticana e la Rai.

Il Grande Torino, campioni diventati leggenda

Fonte (http://www.associazionepopolari.it) a firma di Aldo Novelli

Cosa accadde all’aereo che stava portando il Torino a casa dopo la trasferta di Lisbona? Un guasto all’altimetro che fece credere al pilota di viaggiare ad una quota più elevata? O furono invece le nubi basse ad impedire la visibilità salvo poi, forse, diradarsi d’improvviso facendo intravedere al pilota la sagoma della Basilica di Superga, ormai troppo vicina per essere evitata? Sono questi gli ultimi interrogativi di quel tragico volo, destinati ovviamente a rimanere senza una risposta precisa.

Allo stesso modo non sapremo mai come si svolse il viaggio, prima del suo assurdo  epilogo. Possiamo solo immaginare che i giocatori, i dirigenti, i giornalisti presenti sull’aereo abbiano scherzato tra loro, bevuto magari qualcosa, letto qualche rivista o giornale. Che abbiano guardato fuori dai finestrini il paesaggio sottostante, provando a individuare, dopo il lungo tratto sul mare, gli incerti e sempre più nitidi contorni della costa ligure, poi le colline piemontesi, già pregustando l’imminente ritorno a casa, agli affetti familiari, alla vita di tutti i giorni, dopo quattro straordinari giorni a Lisbona. Un soggiorno che li vide ospiti di lusso della squadra del Benfica e della capitale portoghese, tra momenti trascorsi tra le sue strade e suoi monumenti, ricevimenti ufficiali e cena di gala, la sera prima della partenza.

E così può anche capitare a chi si trovi in vacanza a Lisbona – specie se è tifoso granata, ma non solo – di ripensare al Grande Torino, cercando di immaginare cosa possano aver visto i giocatori, dove possano essere andati, cosa fecero in quelle giornate portoghesi. Ultimi frammenti di spensieratezza, in attesa di un ritorno che non ci sarebbe mai stato.

In Portogallo – come ben sappiamo – il Torino andò per giocare contro il Benfica e salutare Josè Ferreira, colonna del calcio lusitano, che abbandonava il calcio. I granata avevano già in tasca il quinto campionato consecutivo, dopo un risicato pareggio con l’Inter a San Siro e con lo scudetto virtualmente cucito sulle maglie, il presidente della società, Ferruccio Novo, aveva dato il via libera al viaggio. Quasi una sorta di premio dopo un’altra stagione esaltante.

Due settimane prima, il 17 aprile vi era stata – certo nessuno poteva saperlo – l’ultima esibizione dei granata al Filadelfia: 3-1 al Modena, che lottava per non retrocedere ed  era persino passato in vantaggio. Alla rete dei canarini con Cavazzuti, seguì il pareggio di Mazzola e quindi, ma solo a sei minuti dal termine, il vantaggio con Menti e la rete della sicurezza con Ballarin. Poi ci sarebbero state due trasferte a Bari (1-1 con gol di Mazzola, l’ultimo della sua carriera) e a Milano, quindi l’8 maggio il ritorno tra le mura amiche contro la Fiorentina, magari per festeggiare ufficialmente l’ennesimo scudetto. E chissà quanti altri ne sarebbero seguiti ancora.

Invece, alle 17,03 del 4 maggio 1949, tutto svanì. Forse a bordo dell’aereo si sentì un boato, che in un istante cancellò ogni cosa. I passeggeri, tutti quanti, passarono dalla vita alla morte in un baleno, senza neanche avere il tempo di rendersene conto, con quello spaventoso schianto che travolse tutto. Un attimo dopo, ai piedi del muraglione della Basilica c’era solo il gelo della morte e quella magnifica squadra non esisteva più.

Mette sempre i brividi ricordarne i nomi, imparati a memoria sin da bambini: Bacigalupo, Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Ma vanno anche ricordati, Ballarin II, Martelli, Operto, Fadini, Grava, Schubert e Bongiorni. E poi i tecnici; Erbstein, Lievesley e Cortina; i dirigenti, Agnisetta e Civalleri; l’organizzatore del viaggio Bonaiuti; i tre giornalisti al seguito: Casalbore, Cavallero e Tosatti; e infine l’equipaggio: Meroni, Bianciardi, Pangrazzi e D’Incà.

A questi ultimi, spesso dimenticati, è dedicata una mostra fotografica al museo del Grande Torino di Grugliasco. E Torino rende omaggio ai caduti anche con un nuovo monumento al campo volo dell’Aeritalia, proprio nel luogo dove avrebbero dovuto tornare se non si fossero schiantati a Superga.

Settanta anni ci separano ormai da quel tragico 4 maggio, ma del Grande Torino resta perenne ed indelebile il ricordo: quello di una formidabile squadra, diventata leggenda e vinta – è proprio il caso di dirlo – soltanto dal fato.

Donald Trump: 375 ex giudici federali lo vorrebbero incriminare

L’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, sarebbe stato incriminato per ostruzione alla giustizia dal procuratore speciale Robert Mueller, se non fosse stato presidente degli Stati Uniti. A sostenerlo sono circa 375 ex giudici federali che hanno firmato una dichiarazione pubblicata il 6 maggio.

Tra i firmatari di alto profilo ci sono Bill Weld, ex funzionario degli Stati Uniti e funzionario del dipartimento di Giustizia nell’amministrazione Reagan che corre contro Trump come repubblicano; Donald Ayer, un ex vice procuratore generale dell’amministrazione di George HW Bush; John S. Martin, ex procuratore americano e giudice federale nominato nei suoi incarichi da due presidenti repubblicani; Paul Rosenzweig, che ha prestato servizio come consulente legale del consulente indipendente Kenneth Starr; e Jeffrey Harris, che ha lavorato come assistente principale di Rudolph Giuliani quando era al dipartimento di Giustizia nell’amministrazione Reagan.

Il rapporto conclusivo di Mueller sull’inchiesta “Russiagate” relativa alle ingerenze russe nelle elezioni del 2016, scagiona Donald Trump dalle accuse di collusione con la Russia durante la campagna elettorale, ma ha lasciato in parte “aperta” l’ipotesi di ostruzione alla giustizia, pur non riscontrando prove che possano portare ad una incriminazione.

Libera critica il decreto sblocca cantieri

“Andrebbe battezzato col suo vero nome, il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri il 18 aprile scorso, quello che forse meglio rispecchia i suoi prevedibili effetti: non decreto sblocca cantieri, ma sblocca tangenti. Una liberalizzazione dell’appalto pubblico che rischia di trasformarsi in un “liberi tutti” per corrotti e corruttori. Uno scenario plausibile che si delinea dalla futura applicazione dal decreto sblocca tangenti, somiglia all’Eden , della corruzione futura e delle infiltrazioni di imprese mafiose, fatto di poteri arbitrari dei decisori pubblici, liberi da qualsiasi reale supervisione e convertiti in tangenti variamente dissimulate; impoverimento di competenze progettuali e poteri di controllo dell’amministrazione pubblica; ferrei accordi collusivi tra imprenditori, per cancellare qualsiasi parvenza di concorrenza; invisibili infiltrazioni mafiose nei subappalti. Così in una nota Alberto Vannucci, ufficio di presidenza di Libera e professore Scienze Politica Università di Pisa  critica il decreto sblocca cantieri.

Proprio quando il codice degli appalti stava entrando a regime, tanto che le gare bandite sono aumentate di circa il 30% nel 2018, ecco entrare in vigore la contro-riforma che rivoluziona ben 32 su 220 articoli, una nuova stratificazione di disposizioni tutte da capire, leggere, interpretare, coordinare con quelle preesistenti.

Nel provvedimento  si intravvedono però alcune linee ispiratrici, otto punti che ne svelano la natura potenzialmente criminogena:

  • innalzamento a 200mila euro della soglia finora prevista per procedure negoziate e affidamenti diretti di lavori senza gara, previa “consultazione di tre operatori”;
  • ritorno in pompa magna del prezzo più basso per lavori fino alla soglia europea di 5,5 milioni di euro, meccanismo integrato da un astruso calcolo delle soglie di esclusione, da sempre pane quotidiano dei cartelli di imprenditori che truccano le gare;
  • percentuale più elevata, fino al 50%, di lavori liberamente subappaltati dalla ditta vincitrice – quota del tutto liberalizzata per i consorzi di imprese;
  • abolizione delle linee guida dell’Autorità anticorruzione, sostituite da un regolamento governativo;
  • reintroduzione (per pudore limitata intanto ai prossimi due anni) dell’appalto integrato, ossia quelle gare in cui sono i costruttori a farla da padroni proponendo progetti definitivi ed esecutivi – premessa per il moltiplicarsi di varianti in corso d’opera, contenziosi, paralisi dei lavori;
  • eliminazione dell’albo dei direttori e dei lavori negli appalti affidati da contraenti generali – azzerando ogni qualifica per i professionisti incaricati;
  • cancellazione del divieto di affidare lavori in subappalto a imprese partecipanti alla gara, di norma contropartita negli accordi preliminare per concordare le offerte;
  • per finire, ciliegina su una torta maleodorante, moltiplicazione a discrezione dell’esecutivo di figure commissariali straordinarie con poteri in deroga alla legislazione ordinaria e allo stesso codice degli appalti: si tratta, per chi si fosse distratto, del modello criminale della “cricca della protezione civile” innalzato all’ennesima potenza.

Italiani e Pubblica Amministrazione: il nuovo rapporto Agi-Censis

Il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione migliora, ma non soddisfa ancora la maggior parte degli italiani. Critici i giudizi sulla transizione digitale della PA. Ma se si indaga sui singoli servizi si scopre una scarsa conoscenza dei processi in atto. E se si va ancora più a fondo si vede che la popolazione ha un livello di competenze digitali decisamente basso e che una quota significativa di italiani vive in un mondo completamente “analogico”.

L’Italia è agli ultimi posti in Europa per “interazione digitale” tra cittadini e PA: nel 2018 solo il 24% degli italiani dichiara aver interagito con la PA per via telematica, contro il 92% dei danesi, il 71% dei francesi, il 57% degli spagnoli. Il valore medio nell’Unione Europea è del 52%. Peggio di noi solo Bulgaria e Romania.

Ma quali sono le ragioni di questo ritardo? Lo rivela il nuovo rapporto Agi-Censis realizzato nell’ambito del programma pluriennale “Diario dell’Innovazione” della Fondazione per l’Innovazione COTEC, che indaga la reazione degli italiani di fronte ai processi innovativi.

A presentarlo il segretario generale Censis Giorgio De Rita e il direttore Agi Riccardo Luna durante Transformers, la giornata che ha riunito per i “Digital Days” di Napoli i campioni italiani della trasformazione digitale del Paese.

Presenti, tra gli altri, il Ministro per la Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno, il direttore generale AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) Teresa Alvaro e il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.

«Negli anni passati si è sempre detto che la trasformazione digitale era già avvenuta e che praticamente dovevamo soltanto esultare. Invece io mi sono insediata da 10 mesi e posso dire che siamo all’anno zero». Così ha detto la ministra Bongiorno, spiegando di aver «dovuto nominare i responsabili della transizione digitale, cioè delle figure chiave che mancavano». «Stiamo ancora partendo, quindi ma ci sono dei segnali confortanti, ecco perché sono qui» ha aggiunto rivolgendosi alla platea della Apple Academy a Napoli.

«La pubblica amministrazione deve essere semplificata e vicina ai cittadini, che possano ottenere servizi con un’app» ha continuato la ministra, raccontando che «per avere carta identità a Roma da privato cittadino ho chiesto appuntamento il 1° febbraio e me lo hanno dato per oggi». «Non basta quindi che ci sia un prodotto digitale, ma ci vuole un’organizzazione alla base» , ha aggiunto.

Ad aprile il clima di fiducia dei consumatori è diminuito

Il Pil italiano mostra una “flessione meno marcata” che potrebbe essere il segnale di “un miglioramento dei ritmi produttivi” nei prossimi mesi, anche se restano “rischi al ribasso”. Lo scrive l’Istat nella nota sull’andamento dell’economia italiana di aprile. Secondo la stima preliminare, nel primo trimestre 2019 il Pil ha registrato un aumento congiunturale pari a 0,2%.

A marzo, anche il mercato del lavoro ha mostrato segnali di ripresa, segnando un ulteriore miglioramento del tasso di occupazione e una riduzione della disoccupazione che, tuttavia, si mantiene ancora distante dai livelli registrati nell’area euro.

Aumenta marginalmente l’inflazione al consumo, ma con un’intensità più contenuta rispetto alla media dell’area dell’euro. La distanza si amplia anche in termini di core inflation.

Però, comunque, ad aprile, il clima di fiducia dei consumatori è diminuito per il terzo mese consecutivo. Tutte le componenti sono risultate in peggioramento con un calo più contenuto per le attese sul futuro.

L’indicatore anticipatore ha registrato una flessione meno marcata rispetto ai mesi precedenti, prospettando un possibile miglioramento dei ritmi produttivi.

Unicredit si prepara all’uscita da Fineco

Unicredit getta le basi per un possibile disimpegno da FinecoBank di cui detiene il 35,47% del capitale. Le due banche hanno comunicato, in una nota congiunta  che i rispettivi cda hanno approvato una serie di azioni “al fine di assicurare a Fineco di poter operare come società pienamente indipendente dal punto di vista regolamentare, di liquidità ed operativo, anche nel caso di potenziale futura uscita dal gruppo Unicredit “.

Da inizio anno il titolo Fineco ha registrato in borsa un rialzo del 26% e capitalizza 6,7 miliardi, mentre Unicredit un +19,5% per una capitalizzazione di oltre 26 miliardi.

Epatite C: in Italia i farmacieliminano il virus nel 96% dei pazienti

Le terapie basate sui farmaci ad azione diretta anti-Hcv sono in grado di eliminare del tutto il virus dell’epatite C in oltre il 96% dei pazienti trattati.

Stefano Vella, direttore del Centro nazionale per la Salute Globale dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), spiega che l’Italia ha raggiunto il primo target dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms): ridurre al 65% le morti collegate all’epatite C. Grazie agli oltre 180mila trattamenti effettuati, la Penisola può vantare una delle più vaste esperienze in quest’ambito.

Loreta Kondili, responsabile scientifico della piattaforma Piter, afferma che “raggiungere gli obiettivi attesi dall’uso di farmaci antivirali è legato non solo alla loro elevatissima efficacia e all’ottimo profilo di sicurezza, ma anche allo sviluppo di ricerche adeguate per valutare il loro impatto alla vita reale in un contesto specifico epidemiologico come quello italiano, che ha mantenuto il primato di alta prevalenza in Europa per l’infezione da Hcv”.

Quale classe dirigente?

È francamente difficile per chi ha maturato la vocazione e la passione alla politica con alcuni esponenti – o molti esponenti – della prima repubblica, dare giudizi sull’attuale classe politica. È difficile perché è talmente siderale la differenza che e’ addirittura imbarazzante azzardare dei confronti. Per parlarci chiaro, chi è stato educato alla politica, come cattolico democratico e cattolico popolare, da uomini come Carlo Donat-Cattin,Guido Bodrato e Sandro Fontana, entra in difficoltà quando si tratta di parlare di qualità, di autorevolezza e di spessore della attuale classe dirigente politica. Nessun pregiudizio personale e nessuna pregiudiziale politica. Ma è indubbio che la profonda differenza tra “quella” classe dirigente – che comunque non va santificata, com’è ovvio – e quella che attualmente spadroneggia nel nostro paese e’ quasi antropologica.

Certo, non possiamo fare di tutta l’erba un fascio. E non si può accomunare i comportamenti di tutti i partiti e di tutti i movimenti. Ma la volontà di rimuovere definitivamente l’autorevolezza e lo spessore della classe dirigente del passato e’ un processo che parte da lontano. Addirittura dalla “rivoluzione liberale” annunciata da Berlusconi che poi si è trasformata progressivamente in una sorta di riesumazione di pezzi della vecchia classe dirigente, soprattutto a livello locale. Un processo proseguito con Grillo con il profondo involgarimento della politica e l’ormai famoso “vaffa” accompagnata dalla volontà di annientare e di distruggere tutto ciò che non era riconducibile al suo movimento. Un percorso completato da Renzi con la sua “rottamazione” che era partito con l’obiettivo di mandare in pensione tutti coloro che avevano una certa età alle spalle e che poi si è risolto, come ormai è chiaro a tutti, solo come uno strumento più rapido per la conquista del potere. Per cui, tanto per fare un esempio, Massimo D’Alema – che resta un grande statista e un raffinato politico – andava rimosso dalla scena politica perche’ suo oppositore politico interno mentre Piero Fassino andava premiato e valorizzato perché, nel frattempo, era diventato un turbo renziano schierandosi sulle posizioni del segretario senza se e senza ma.

Com’è ovvio, la rottamazione era applicata agli oppositori politici e bypassata per gli adulatori acritici. Cioè, per capirci, una buffonata. O meglio, una mera operazione di potere. Ora, il tema della qualità e della autorevolezza della classe dirigente politica e’ antico. Ogni stagione storica ha le sue regole e le sue condizioni. Ma le ipocrisie vanno adesso smentite. Sia quella che recita che il cambiamento e il rinnovamento si basano esclusivamente sul rinnegamento di tutto ciò che e’ riconducibile al passato. E, al contempo, va smascherata la goffa proposta di coloro, come quelli dell’attuale Pd, che promettono cambiamenti palingenetici del,a classe dirigente di partito e poi scorri i componenti della segreteria e della direzione nazionale e li vedi sempre tutti lì’. Imperturbabili e onnipresenti. Due ipocrisie speculari che vanno semplicemente denunciate e poi battute. Sul terreno politico, com’è ovvio.

Ecco perché il nuovo corso della politica italiana che decollerà dopo il voto europeo, non potrà non porre il nodo cruciale della classe dirigente politica e, soprattutto, della sua qualità e autorevolezza. Nessuno pretende, com’è ovvio e scontato, di tornare al profilo di quegli statisti che citavo all’inizio di questa rapida riflessione. Per fermarsi solo agli esponenti del cattolicesimo democratico e popolare. Ma nessuno può pensare che al “tutto della politica” possa essere sostituito il “nulla della politica”, per dirla con Mino Martinazzoli. Perché il “nulla della politica”, prima o poi, degenera nella crisi irreversibile della politica e nel decadimento della stessa democrazia.

Il cambio di passo della politica italiana non potrà non passare anche dal profilo della sua classe dirigente. Senza riproporre le panzanate della verginità della società civile, le stupidaggini della rottamazione di vario titolo e la buffonaggine che tutto ciò che è riconducibile al passato e’ da archiviare e da distruggere. Dopo l’esperienza concreta di questi ultimi tempi conviene fare una riflessione meno frettolosa e più approfondita. Per il bene di tutti. Propagandisti, demagoghi e populisti compresi.

Educazione alla cittadinanza: La Camera approva progetto legge per reintrodurla come materia obbligatoria nella scuola

Con 451 voti favorevoli e tre astenuti la Camera ha approvato la legge che istituisce l’insegnamento dell’educazione civica come materia obbligatoria, con tanto di voto in pagella e valutazione finale, nella scuola primaria e secondaria. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.
Il progetto di legge è la sintesi di circa 15 proposte presentate da diverse forze politiche e della proposta di legge d’iniziativa popolare dell’Anci per l’introduzione dell’educazione alla cittadinanza.

La proposta dell’Anci è partita da un’iniziativa della città di Firenze e ha raggiunto 100mila firme, riscuotendo immediatamente il sostegno unanime dell’Associazione, grazie alla quale centinaia di sindaci di tutta Italia si sono attivati per raccogliere le firme dei cittadini.
Il testo approvato dalla Camera ha recepito diverse questioni contenute nella proposta dell’Anci. Tra queste: la declinazione delle materie di insegnamento, dallo studio della Costituzione, delle istituzioni dello Stato Italiano e dell’Unione europea, alla educazione ambientale, digitale, dei diritti umani, elementi del diritto del lavoro , educazione alla legalità, rispetto dei beni comuni; ancora che l’insegnamento sia oggetto di valutazione autonoma con un monte orario non inferiore alle 33 ore annue; e la promozione da parte dei comuni di iniziative in collaborazione con le scuole, con particolare riguardo al funzionamento delle amministrazioni locali e dei loro organi e alla conoscenza storica del territorio.

Tuttavia Anci sottolinea come sia fondamentale introdurre nella legge il concetto di “educazione alla cittadinanza” piuttosto che di educazione civica, perché l’obiettivo della proposta di legge è quello di formare i cittadini e le cittadine responsabili e attivi.
“Se, come diceva Mandela, è l’educazione l’arma più potente per cambiare il mondo, oggi è una bella giornata, perché è stata approvata una legge che rafforza la materia di educazione civica nelle scuole”, afferma il presidente dell’Anci Antonio Decaro. “Non è esattamente il provvedimento che noi sindaci avevamo scritto e sotto il quale avevamo raccolto ben centomila firme di cittadini di tutta Italia. E noi ci sforzeremo di apportare delle modifiche nell’iter parlamentare. Ma è un buon punto di partenza – conclude il presidente Anci – per affrontare un tema, quello del senso civico, del senso di appartenenza a una comunità, che è necessario instillare cominciando fin dai banchi di scuola. Un tema che non può vedere contrapposizioni politiche”.

Mons. Lojudice nuovo arcivescovo di Siena

Mons. Paolo Lojudice è stato nominato ieri da Papa Francesco nuovo Arcivescovo di Siena. Per anni impegnato nella pastorale migratoria della diocesi di Roma il neo arcivescovo senese è attualmente vescovo ausiliare di Roma per il settore Sud, Segretario della Commissione Episcopale per le Migrazioni e Vescovo delegato della Conferenza Episcopale del Lazio.

Nato il 1° luglio del 1964 e ordinato sacerdote il 6 maggio 1989 nella diocesi di Roma Mons. Lojudice, dopo l’ordinazione sacerdotale è stato Vicario parrocchiale della parrocchia S. Maria del Buon Consiglio (1989-1992); Vicario parrocchiale della parrocchia S. Virgilio (1992-1997); Parroco della parrocchia S. Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca (1997-2005); Padre Spirituale al Pontificio Seminario Romano Maggiore e parroco a S. Luca al Prenestino.

A Mons. Lojudice gli auguri da parte di tutta la nostra redazione, per questa nuova avventura.

Spagna: al via le consultazioni

Il presidente in carica del governo spagnolo, Pedro Sanchez, ha iniziato un giro di consultazioni per verificare la possibilità di stabilire relazioni istituzionali con i partiti che, dopo il Psoe, hanno ricevuto più voti alle elezioni generali del 28 aprile.

Il leader socialista ha convocato, ieri, alla Moncloa, il leader del Partito popolare (Pp), Pablo Casado, e per oggi Albert Rivera, di Ciudadanos, per capire se ci sono gli estremi per dialogare su questioni di Stato.

“El Pais” ricorda a tal proposito che, durante la campagna elettorale, sia Casado che Rivera hanno accusato il premier uscente e vincitore delle elezioni di essere un “illegittimo” per essere arrivato al potere senza il voto dei cittadini ma attraverso una mozione di sfiducia contro Mariano Rajoy. Le due formazioni, inoltre, lo hanno accusato di aver violato la Costituzione per essere sceso a patti con gli indipendentisti. Dati questi presupposti, sottolinea il giornale madrileno, ogni forma di trattativa si preannuncia complessa e laboriosa.

Maltempo, danni per milioni con piante abbattute e serre divelte

Vigneti e alberi abbattuti, serre scoperchiate, vivai distrutti in Lombardia nel Bresciano mentre in Emilia Romagna si segnalano campi allagati e serre divelte ma danni si contano a macchia di leopardo in tutte le aree colpite dall’ondata di maltempo che si è manifestata anche con un brusco abbassamento della temperatura che rischia di compromettere la produzione di frutta che si sta appena iniziando a raccogliere, con perdite di milioni di euro.

E’ quanto emerge dal primo monitoraggio della Coldiretti sugli effetti nelle campagne dell’ondata artica di maltempo, vento forte e neve con l’arrivo del vortice polare. I tecnici della Coldiretti continuano a ricevere segnalazioni dalle aziende agricole colpite in una faste stagionale particolarmente delicata per i raccolti. Interi filari di vigneti sono stati stesi a terra, alberi caduti e semine sono andate perdute nei campi allagati ma sono stati colpiti – sottolinea la Coldiretti – anche i prati per il foraggio da destinare all’alimentazione degli animali che è rimasto schiacciato dalla forza delle correnti d’aria.

Se la neve in montagna è positiva per ripristinare le scorte idriche, la caduta della grandine invece è l’evento più temuto dagli agricoltori in questo momento perché si abbatte sulle verdure e sui frutteti – precisa la Coldiretti – spogliando le piante e compromettendo irreversibilmente i raccolti, facendo perdere un intero anno di lavoro.

A preoccupare – conclude la Coldiretti – è anche la tenuta idrogeologica del territorio soprattutto nelle aree rurali dove si segnalano frane e smottamenti per l’arrivo di temporali violenti dopo un inverno caldo e siccitoso che ha fatto registrare temperature di 0,40 gradi superiori alla media storica e 1/3 di pioggia in meno sulla Penisola.

Vertice Europa/Giappone per un’Intelligenza artificiale a misura d’uomo

Il  responsabile per il Mercato unico digitale europeo Andrus Ansip  e il ministro per la Politica scientifica e tecnologica giapponese, Takuya Hirai, hanno parlato in particolare di come promuovere un approccio antropocentrico all’intelligenza artificiale e svolgere un lavoro comune su dati e fiducia (in linea con la recente comunicazione “Creare fiducia nell’intelligenza artificiale antropocentrica”. Scopo del dibattito è stato anche preparare le riunioni ministeriali sul digitale del G7 e del G20 che si svolgeranno rispettivamente a Parigi il 15 maggio e in Giappone l’8-9 giugno e che vedranno partecipe il vicepresidente Ansip. Il commissario per la Ricerca, la scienza e l’innovazione dell’Ue, Carlos Moedas, e il ministro Hirai hanno discusso l’introduzione presso entrambe le parti di nuovi programmi di ricerca e innovazione prospettando un aumento della cooperazione Ue-Giappone in materia di scienza e tecnologia nei settori di reciproco interesse, in linea con l’accordo di partenariato strategico Ue-Giappone dello scorso anno. Secondo le linee guida condivise, un’IA affidabile dovrebbe rispettare tutte le disposizioni legislative e regolamentari applicabili e una serie di requisiti. Liste di controllo specifiche aiuteranno a verificare l’applicazione di ciascuno dei seguenti requisiti fondamentali.

Azione e sorveglianza umane: i sistemi di IA dovrebbero promuovere lo sviluppo di società eque sostenendo l’azione umana e i diritti fondamentali e non dovrebbero ridurre, limitare o sviare l’autonomia dell’uomo.

Robustezza e sicurezza: per un’IA di cui ci si possa fidare è indispensabile che gli algoritmi siano sicuri, affidabili e sufficientemente robusti per far fronte a errori o incongruenze durante tutte le fasi del ciclo di vita dei sistemi di IA.

Riservatezza e governance dei dati: i cittadini dovrebbero avere il pieno controllo dei propri dati personali e nel contempo i dati che li riguardano non dovranno essere utilizzati per danneggiarli o discriminarli.

Trasparenza: dovrebbe essere garantita la tracciabilità dei sistemi di IA.

Diversità, non discriminazione ed equità: i sistemi di IA dovrebbero tenere in considerazione l’intera gamma delle capacità, delle competenze e dei bisogni umani ed essere accessibili.

Benessere sociale e ambientale: i sistemi di IA dovrebbero essere utilizzati per promuovere i cambiamenti sociali positivi e accrescere la sostenibilità e la responsabilità ecologica.

Responsabilità intesa anche come accountability: dovrebbero essere previsti meccanismi che garantiscano la responsabilità e l’accountability dei sistemi di IA e dei loro risultati.

Nei prossimi mesi la Commissione avvierà una fase pilota con la partecipazione delle diverse parti interessate. Già oggi le amministrazioni, le imprese e le organizzazioni pubbliche possono iscriversi all’Alleanza europea per l’intelligenza artificiale e riceveranno una notifica quando inizierà la fase pilota. I membri del gruppo di esperti ad alto livello sull’IA forniranno inoltre la loro assistenza nella presentazione e illustrazione degli orientamenti alle parti interessate di tutti gli Stati membri. La Commissione europea intende promuovere a livello internazionale questo approccio relativo all’etica dell’IA, perché le tecnologie, i dati e gli algoritmi non conoscono frontiere. Per questo verrà rafforzata la cooperazione con i partner che condividono gli stessi principi, come il Giappone, il Canada e Singapore.

Smartwatch, nel primo trimestre 2019 il mercato è cresciuto del 48%

Le analisi condotte da Counterpoint sul primo trimestre del 2019 indicano che il mercato degli smartwatch è in crescita. Durante i primi tre mesi dell’anno, le spedizioni del settore sono incrementate del 48% rispetto allo stesso periodo del 2018. Con una quota di mercato di quasi il 40%, Apple Watch resta lo smartwatch più venduto, come confermato anche dai dati diffusi dall’azienda di Cupertino.

La popolarità del dispositivo è legata soprattutto alle funzionalità dedicate alla salute. Samsung occupa il secondo gradino del podio con una quota di mercato dell’11,1%.

In crescita anche Fitbit: e Huawei.

Gli analisti di Counterpoint prevedono che nei prossimi anni saranno gli smartwatch dotati di display flessibili a trainare il mercato: un andamento del tutto simile a quello ipotizzato per il settore degli smartphone. In base alle loro stime, i dispositivi indossabili con uno schermo pieghevole diventeranno di massa dopo il 2025.

Tu sei un poeta! A Cori la mostra per raccontare l’universo di Leo Lionni

Fino al 31 Maggio, presso la biblioteca comunale di Cori “Elio Filippo Accrocca”, sarà possibile visitare nei normali orari di apertura al pubblico, la mostra itinerante, “Tu sei un poeta!”, curata dalla casa editrice Babalibri, in collaborazione con l’Associazione culturale Arcadia e il patrocinio del Comune di Cori. Si tratta di percorso celebrativo di conoscenza e divulgazione dell’opera di Leo Lionni, a 20 anni dalla scomparsa dell’artista e nel 60° anniversario della pubblicazione di “Piccolo blu e piccolo giallo”.

Nato ad Amsterdam nel 1910, nel 1939 Leo Lionni deve emigrare a causa delle leggi razziali. Ha vissuto fra Italia e Stati Uniti, lavorando come grafico pubblicitario. Il suo primo libro, “Piccolo blu e piccolo giallo” è stato realizzato durante un viaggio in treno con piccoli pezzi di carta colorata per i due nipoti Pippo e Annie. Nella casa di campagna, fra le colline del Chianti, ha disegnato e realizzato in bronzo piante immaginarie descritte nel libro “La botanica parallela”. Amava la musica e suonava la fisarmonica. È morto nel 1999.
Leo Lionni ha creato un mondo magico e incantato. I protagonisti dei suoi libri sono coccodrilli esploratori, topini curiosi, poeti, musicisti, pesci alla scoperta del mondo, lumache dal guscio multicolore, civette, alberi parlanti, uccelli dorati. Sono bambini che giocano e abbracciandosi cambiano colore.

I 10 pannelli in esposizione riprendono i personaggi più rappresentativi dell’universo di Leo Lionni preceduti da un pannello introduttivo. I visitatori saranno coinvolti in attività creative e di stimolo alla riflessione.

L’iniziativa rientra nel Maggio dei Libri, campagna nazionale di promozione della lettura a cura di MiBACT e Cepell, alla quale l’Istituto Culturale di Cori aderisce con vari appuntamenti: Libri Salvati, progetto dell’Associazione Italiana Biblioteche (10 Maggio, 18:00); Maratona Nati per Leggere, insieme al Gruppo Locale Nati per Leggere (20-24 Maggio); presentazione del libro “La colomba e il caduceo” di Giuseppina Rossi e Giancarlo Onorati, nell’ambito del Sistema Territoriale delle Biblioteche dei Monti Lepini (31 Maggiore, 18:00).

Congo: l’epidemia di Ebola che non si ferma

È l’allarmante bilancio reso noto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Sono circa 12mila le persone nella Repubblica democratica del Congo sotto osservazione perché potrebbero essere entrate in contatto con il virus. Il bilancio delle vittime  è salito a oltre 1.000.

L’epidemia nella Rdc è iniziata nell’agosto scorso ed è la seconda che ha provocato più morti nella storia.

Inoltre visiti gli scontri sempre presenti sul territorio, anche i centri medici di assistenza ai malati di ebola sono vengono attaccati da miliziani e dalla popolazione  che “teme il contagio”.

In queste settimane oltre un centinaio di medici e personale sanitario straniero hanno manifestato a Goma per denunciare l’inerzia delle autorità locali.

Caro David, che ne pensi di Biden? “Io voto Warren”. Alinsky Jr. parla delle primarie americane.

Camera dei Deputati - 14 luglio 2011 - A destra nella foto David Alinsky

Ho conosciuto David qualche anno fa. Venne in Italia perché “Il Mulino” aveva pubblicato un mio lavoro sul padre, il radicale ebreo-americano Saul Alinsky.   Anni fa Jacques Maritain ne Il contadino della Garonna – libro controverso (Parigi, 1966) perché critico con il post-Concilio – lo aveva indicato come uno dei tre rivoluzionari del suo tempo, gli altri due essendo il cileno Edoardo Frei e lui stesso, il filosofo francese. L’amicizia tra di loro fu cementata dalla curiosità per le rispettive attitudini e convinzioni. Maritain, in una lettera, provava ad applicare a Saul la categoria del “tomista di strada”, pur non avendo molto a che vedere con la filosofia dell’Aquinate.  

Era l’estate del 2011, a Roma il caldo si faceva sentire. David venne con la sua signora, Joanne, e passammo alcune giornate piacevoli, in occasioni pubbliche e private, tra commenti e ricordi sempre vivaci, specialmente sulla figura del padre. David possiede dell’americano medio il classico pragmatismo, intriso però di quell’acume critico e senso di introspezione tipici della cultura ebraica. Presentammo il libro presso la Camera dei Deputati e poi alla Festa dell’Unità a Caracalla. Da quel momento siamo rimasti in contatto, trovando modo di comunicare, volta a volta, le cose più importanti.

Recentemente gli ho scritto per sapere cosa ne pensasse della candidatura, appena presentata, di Joe Biden. A mio parere, dopo aver atteso a lungo, l’ex vice Presidente di Obama ha fatto la scelta più giusta e coraggiosa, proponendo una possibile soluzione in alternativa alla consacrata (e deleteria) polarizzazione del confronto democratico che in America ha condotto alla vittoria di Trump.

Secondo una interpretazione originale, di cui si è fatto interprete sul “New York Times” (“The Revolt of Democratic Elites” – 2 maggio 2019) David Brooks, la radicalizzazione del bipartitismo americano avrebbe un’origine diversa, e quindi uno sviluppo altrettanto diverso, per i Democratici e i Repubblicani. I primi sono attraversati da un sentimento di “rivolta”, che nasce appunto dai vertici, ovvero dall’establishment intellettuale, mentre la base popolare conserva mediamente un approccio moderato. A rovescio, nel partito repubblicano ha preso piede una corrente radicale che ha investito  direttamente gli elettori, essendo il gruppo dirigente più legato alla visione di un confronto a sfondo tradizionale, quindi più attento alle esigenze di una certa politica bipartisan.

Se questa è la raffigurazione più corretta della dialettica politica operante negli Stati Uniti, non è difficile comprendere il successo  della “socialista” Ocasio-Cortez nel campo democratico. Molti candidati alle primarie, a partire dal vecchio Sanders, si atteggiano a campioni della lotta contro la finanza predatrice e il potere dei grandi gruppi economico-imprenditoriali. Il populismo ha radici antiche negli Stati Uniti. Stavolta, allora, il centrista Biden si presenta come l’uomo della sfida, pronto ad andare contro corrente, perché rimette in discussione l’assunto in base al quale solo un radicale di sinistra può vantare i requisiti giusti per affrontare e battere la “politica estremista” dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

La risposta di Dave – di seguito riportata in inglese e italiano – non si è fatta attendere. Si nota, tra le righe, che la figura di Biden incontra la sua stima. Tuttavia, da buon democratico bostoniano, i suoi favori vanno alla governatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren. Del resto, non potevo sperare che il figlio del grande reinventore e interprete del radicalismo americano del Novecento fosse attratto dal moderato Biden! Rimango però convinto, a parte i sondaggi,  che sia lui il candidato che incarna meglio l’ambizione dei Democratici a porsi come alternativa credibile nelle elezioni del 2020. La strada è lunga, staremo a vedere.

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Dear Lucio,

With 20 some candidates some of whom I don’t even know, Biden is probably the best middle-of-the-road candidate but he’s carrying a lot of political “baggage” and I’m not sure he can stand up and return, blow for blow, the punishment and the lies Trump will throw at him.  Sanders (to me) is really un-electable.  Warren is also on the far (but not extreme left) and presently I am in support of her.  She can give as good as she’s going to get, has some interesting programs – and how to pay for them – and can certainly stand up to Trump.  Pete Buttigieg, Mayor of South Bend, Indiana is also very interesting and worth watching. There are a few others but it’s very early yet so we shall see.

Best to you my friend,

David

Caro Lucio,

con 20 candidati, alcuni dei quali nemmeno conosco, Biden è probabilmente il miglior candidato di centro. Tuttavia sulle spalle reca un voluminoso “fardello” politico e non sono sicuro che possa resistere e rispondere, colpo su colpo, all’aggressione e alle bugie che Trump riverserà su di lui. Sanders (per me) è davvero poco eleggibile. Invece Warren è su posizioni più di sinistra (ma non di estrema sinistra), tant’è che al momento mi ritrovo schierato a suo favore. Lei garantisce quanto ha in animo di ottenere, presenta alcuni programmi validi – insieme a come fare per sostenerne il costo – e possiede certamente i requisiti per resistere a Trump. Anche Pete Buttigieg, sindaco di South Bend, Indiana, è molto interessante e vale perciò la pena di tenerlo d’occhio. Ce ne sono ancora altri, ma è presto per darne conto, e quindi staremo a vedere.

I migliori auguri a te, amico mio.

David

Il cerchio magico del potere e la politica economica

E’ possibile fare uscire il Paese dalla crisi senza affrontare le cause vere? Evidentemente no. Eppure è quello che succede. Dunque è lecito chiedersi perché ciò non avviene.

Nel mondo, ed in modo particolare in Italia, è in atto un impressionante fenomeno di ricostituzione della ricchezza privata, come dimostra il rapporto capitale/reddito oramai prossimo a 7 volte! Infatti a fronte di un reddito nazionale di circa 1750 miliardi la ricchezza privata è di oltre 12.000 miliardi.

Parallelamente è in atto un altrettanto significativo processo di concentrazione dei patrimoni e dei redditi individuali.

Un solo dato: 1%. degli italiani possiede il 25%  del patrimonio ( 3.000 miliardi) e guadagna un reddito nazionale pari al 10% ( 175 miliardi).
Di contro il 50% più povero degli italiani detiene  solo il 5% del patrimonio e guadagna il 25% del reddito!
Eppure nessuno ne parla. Perché?

Perché parlarne significherebbe già di per sè mettere il discussione lo scandaloso livello delle disuguaglianze del nostro Paese, destinate peraltro a crescere ancora.
Meglio “cazzeggiare” parlando di crescita del PIL e soprattutto di flat tax.

Chi detiene il reale potere economico/finanziario e, alla lunga, politico, del nostro Paese può permettere tutto, tranne una cosa: che si metta in discussione questa  evoluzione e  concentrazione.
Cioè la causa della nostra crisi attuale.

Fino a quando il “popolo” ( il 99% degli italiani) non prenderà coscienza di ciò e sfiderà il potere (1% ) l’ Italia non uscirà dalla crisi.

È possibile? Si. Ma è difficile perché il cerchio magico controlla tutto, soprattutto stampa e università, le sedi naturali di un pensiero critico e democratico, come ha dimostrato il prof. Thomas Piketty scrivendo “Il capitale nel ventunesimo secolo”, un libro  che vale un Nobel che mai gli verrà assegnato.

Da Milano a Roma a piedi con croce sulle spalle

Un viaggio lungo e faticoso quello di Gennaro Speria, ex carcerato che uscito dal carcere ha scelto di dedicarsi ai ragazzi di strada per insegnare loro valori importanti che lui ha scoperto pagandone le conseguenze.

Da 7 anni Gennaro racconta questi valori ai giovani e ha deciso di partire da Milano e raggiungere Roma a piedi con una croce sulle spalle, e durante il viaggio già tanti giovani lo stanno raggiungendo poiché avendolo scoperto sui social hanno deciso di incontrarlo di persona.

Le stelle del tennis mondiale al Foro Italico

La 76esima edizione degli Internazionali BNL d’Italia si svolgerà dal 6 al 19 maggio al Parco del Foro Italico.

Dal 2011 il torneo si gioca con la formula “combined event”: le gare del tabellone femminile si alternano a quelle del maschile. Nella stessa giornata, come nei quattro tornei del Grande Slam, sarà possibile ammirare il numero uno al mondo Novak Djokovic, Rafa Nadal  e gli altri top player a cominciare dai Next Gen Alexander Zverev (vincitore nel 2017 e finalista lo scorso anno) e Stefanos Tsitsipas. Nella entry list è presente anche Roger Federer. Sempre nella stessa giornata si potranno applaudire le protagoniste del circuito femminile: da Serena Williams, che torna al Foro Italico dopo tre anni, alla numero uno Wta Naomi Osaka, da Simona Halep a Elina Svitolina, vincitrice delle ultime due edizioni. Gli appassionati potranno inoltre sostenere le azzurre e gli azzurri: da Camila Giorgi e Sara Errani a Fabio Fognini (recente trionfatore a Monte Carlo), Andreas Seppi, Marco Cecchinato e Matteo Berrettini (vincitore la scorsa settimana a Budapest).

Un appuntamento da anni a pieno titolo tra i più prestigiosi del calendario mondiale. Le prime gare si giocheranno già sabato 4 maggio con le pre-qualificazioni; sabato 11 e domenica 12 le qualificazioni e anche 8 incontri del main draw maschile. Domenica 19 maggio le finali.

Gli incontri dei tabelloni principali saranno suddivisi in due sessioni, una diurna e una serale. L’inizio alle ore 11 su tutti i campi. Sul Centrale, giudicato da tennisti e addetti ai lavori come lo stadio con la miglior visibilità al mondo, la sessione serale avrà inizio alle ore 19.30: in campo un incontro maschile e uno femminile.

Sulla Grand Stand Arena il programma proporrà, invece, una “long session” (cinque match al giorno a partire dalle ore 11) che offrirà agli appassionati un “menu” lunghissimo e di prim’ordine. Semifinali e finali si giocheranno sul Centrale.

Il glifosato non provoca più il cancro

L’Epa conferma quanto già detto in precedenza scagionando l’ingrediente chiave del pesticida Roundup della Monsanto, azienda ora controllata dalla Bayer.

Contro la Monsanto ci sono 13 mila cause sui presunti effetti del glifosato, una delle quali è una class action. Già due sentenze hanno condannato l’azienda a risarcimenti milionari.

L’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha espresso un giudizio rassicurante con una valutazione che ricalca quelle dei produttori del glifosato.

In particolare ha aggiornato il profilo tossicologico e dichiarato che “è improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo” proponendo “nuovi livelli di sicurezza che renderanno più severo il controllo dei residui di glifosato negli alimenti”.

Ma sempre l’Oms assicura che pesticidi ed erbicidi avrebbero causato la morte di almeno 200mila persone, nel mondo, per avvelenamento.

Azione Cattolica. Truffelli: “Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale”

Fonte Agensir a firma di Andrea Regimenti

“Essere popolo per tutti vuol dire sapere che la nostra vocazione, che è anche la nostra identità, è quella di camminare insieme a chiunque”. Ne è convinto Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione cattolica (Ac), impegnato in questi giorni a Chianciano Terme nel convegno delle presidenze diocesane. Un’occasione per riflettere “sul tema della fraternità come categoria unificante, attraverso la quale l’Ac intende declinare il tema del popolo ‘civile’ poiché ‘il primo nome di cristiani è fratelli’”. A margine dell’evento il Sir lo ha intervistato.

Presidente, cosa vuol dire oggi essere un popolo per tutti, riscoprirsi fratelli e stare nella realtà del nostro tempo?
“Essere popolo per tutti vuol dire sapere che la nostra vocazione, che è anche la nostra identità, è quella di camminare insieme a chiunque, a quella che nel Vangelo viene chiamata ‘la folla’.

Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale, credenti e non credenti, prendendoci cura della vita concreta e dei bisogni più profondi della loro esistenza.

Consapevoli del fatto che tutti questi bisogni hanno alla radice una necessità fondamentale: riscoprire dentro la vita la presenza del Signore. Se essere ‘popolo per tutti’ significa quindi aiutarci reciprocamente a riscoprire la presenza del Signore, esserlo come fratelli implica invece una seconda domanda fondamentale, quella che il Signore pone a Caino: ‘Dov’è tuo fratello?’. Questa domanda deve guidare ogni nostra riflessione e ogni nostro programma di vita, ovvero cosa fare per essere dove sono i nostri fratelli, per scoprire in ciascuno il volto di un nostro fratello, compreso chi è diverso da noi.

Il fratello è anche l’altro.

Questo ha una valenza ancora più particolare nella dimensione della città, perché è lo spazio in cui la fraternità va scelta, non te la ritrovi come famiglia”.

Questa è una prerogativa che spetta solo ai cattolici?
“Non è chiaramente una prerogativa esclusivamente cattolica. È un elemento che nasce dal desiderio di convivere, del vivere bene insieme. In questo senso

la dimensione della fraternità diventa fondativa della città, perché diventa lo spazio in cui essa viene messa alla prova essendo le città anche un luogo di sopraffazione, violenza, ingiustizia.

Non si devono chiudere gli occhi davanti a queste situazioni, ma bisogna accettare la sfida di prendersene carico”.

Papa Francesco, nell’ Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, in un certo modo lancia questa sfida. “La sfida – scrive il Pontefice – di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità”. Cosa ne pensa?
“Da questo punto di vista l’Evangelii Gaudium è molto provocante, perché ci spinge a interpretare la nostra identità di credenti come un qualche cosa che non può essere circoscritta a noi stessi, ma che ci chiede di cercare gli altri come necessari compagni del nostro camminare dentro al mondo.

La ‘mistica del vivere insieme’ è proprio questo sentimento di bisogno che noi abbiamo degli altri e che abbiamo di camminare insieme con gli altri e per gli altri.

È realizzazione della nostra identità più profonda”.

Questo include anche le drammaticità del nostro tempo?
“Certo! Quando parliamo di fraternità, di camminare insieme, non possiamo farlo pensando che sia tutto ‘rose e fiori’. La condizione della convivenza tra gli uomini è sempre anche una condizione di drammaticità e proprio per questo deve essere un camminare insieme che sa farsi carico delle situazioni di criticità, a partire da coloro che, dentro la città, meno sono ritenuti fratelli, come chi vive nella marginalità, chi non è considerato cittadino perché non membro della comunità e chi addirittura viene ritenuto membro di un’altra fraternità, quelli che consideriamo avversari o nemici. Lo scoprire in ciascuno di essi tratti fraterni ci aiuta a capire e ricordare che apparteniamo tutti a una sola universale famiglia, quella umana”.

Nella grande famiglia umana c’è anche la grande famiglia europea, che si sta preparando all’importante appuntamento delle elezioni di fine mese. Cosa auspica?
“Le elezioni europee sono un passaggio importante da cui dipende, più di quello che crediamo, il futuro del nostro Paese.

Noi siamo abituati a pensare alle elezioni europee come a qualche cosa di relativamente importante. Invece, sempre di più, dobbiamo acquisire la consapevolezza che stare in Europa è decisivo per il nostro futuro.

Pertanto, si deve arrivare a queste elezioni con consapevolezza, sapendo per cosa e come si vota, e sapendo anche che dal modo in cui staremo dentro l’Europa dopo l’appuntamento elettorale dipenderà gran parte di quello che l’Italia potrà essere, perché, in un contesto di fortissima globalizzazione, da soli non possiamo sopravvivere né tantomeno essere protagonisti. Possiamo essere protagonisti solo se lo facciamo assieme a tutta l’Europa”.

In questo senso quanto è importante riscoprire i valori che hanno ispirato i padri fondatori? Alcide De Gasperi, ad esempio, il 21 aprile 1954 alla Conferenza parlamentare europea di Parigi, ha parlato dell’Europa come della “nostra patria”…
“Sì! Dobbiamo riscoprire, saper ridire e saper rilanciare le ragioni del nostro stare in Europa come cittadini europei, che sono certamente legate anche ai benefici economici e di vita, ma ancora di più a un progetto di convivenza pacifica dentro al Continente e per il resto del mondo. Questi sono i fondamento entro i quali dobbiamo riscoprirci europei”.

Se l’aspirazione all’unità non è più una costante

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Flavio Felice

Una «costante della storia mi pare possa dirsi l’aspirazione e la tendenza degli uomini all’unità, ad una unità sempre maggiore». Sono queste le parole che introducono l’intervento di Alcide De Gasperi alla tavola rotonda sull’Europa che si tenne a Roma il 13 ottobre 1953, intitolato: «Il problema spirituale e culturale dell’Europa considerato nella sua unità storica, e i mezzi per esprimere tale unità in termini attuali». Lo statista italiano considerava una tendenza spontanea quella che va da aggregati di scala minore, come il comune, le province e le nazioni, ad aggregati più ampi che possano rispondere al «desiderio di Dio» che tutti gli uomini siano uno: «Ut unum sint» (Giovanni, 17; 22).

L’intenzione che muove De Gasperi e, insieme a lui, l’opera dei padri del processo d’integrazione europea è di lavorare per questa unità, affinché non siano «la crudeltà» e «l’odio» a muovere e a reggere le ragioni della coesistenza civile, bensì il valore della pace: «noi proponiamo e promuoviamo l’Europa unita in sé e per sé». Così come le città unite hanno dato vita alle nazioni, De Gasperi immagina che le Nazioni Unite possano dar vita al processo di unificazione europea, sebbene, precisa De Gasperi, mancandoci la «cosa», ci manchi ancora il «nome»; in pratica, emerge il metodo gradualista o processuale dello statista democristiano, il quale non intende ingabbiare il progetto europeo all’interno di un determinato schema istituzionale, in nome di un dogmatismo dottrinale. De Gasperi, non volendo rinchiudere il progetto europeo all’interno dello schema federale, confederale o altro, si limita a dire che «le nazioni europee creeranno l’Europa».

Le sorgenti culturali che nutrivano il progetto istituzionale degasperiano erano la civiltà classica, l’Europa medioevale, l’età moderna e, affermava De Gasperi, anche la sua contemporaneità, con tutto il carico di desolazione di cui essa era portatrice. Sebbene nel Nostro fosse chiaro il portato universale del cristianesimo che lo renderebbe indisponibile a qualsiasi riduzione geopolitica, riconosceva che non possiamo neppure immaginare l’Europa senza il cristianesimo, fonte di culture politiche e, inevitabilmente, di prospettive sul diritto e sulla socialità, ispirate ai principi di fraternità, di tolleranza, di giustizia e di pace.

Per questa ragione, osservava De Gasperi, l’Europa, almeno nei suoi «elementi spirituali», appariva già abbastanza unita, ciò che mancava erano gli «elementi materiali», quella implementazione istituzionale che rappresentò il vero capolavoro politico dei padri fondatori, intendendo per politica «la via istituzionale della carità» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7), e che condusse al processo d’integrazione europea che, pur tra alti e bassi, è ancora in corso.

Tra gli aspetti più significativi di tale processo, abbiamo la condivisione, da parte di De Gasperi, del modello economico chiamato «economia sociale di mercato», sintetizzato dallo statista trentino con l’espressione, forse oggi equivoca, ma all’epoca molto diffusa, di «terza via» e inserito nel trattato di Lisbona all’articolo 3: «L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico».

De Gasperi ha più volte richiamato tale espressione sia in sede di Assemblea costituente, il 4 ottobre del 1947, sia durante i lavori parlamentari, il 14 febbraio del 1950, sia in occasione del discorso al Congresso della Democrazia Cristiana del 25 novembre 1952, unitamente al corollario di idee politiche, economiche e culturali, tanto nel contesto domestico quanto in quello internazionale, di cui un tale concetto è portatore. Lo statista democristiano riconosce come la teoria dell’economia sociale di mercato possa offrire un contributo originale al rinnovamento della cultura politica liberale europea, fornendo concetti e mostrando una sensibilità non così distanti da quell’umanesimo cristiano che aveva ispirato la nascita della Dottrina sociale della Chiesa e l’opera di tanti pensatori sociali cristiani, fino all’elaborazione politica, economica e sociologica di un esponente della cultura europea come Luigi Sturzo.

L’attenzione di De Gasperi alla nozione di «terza via», così come è stata elaborata dall’economista svizzero tedesco Wilhelm Röpke, è carico di conseguenze rispetto, ad esempio, nei confronti dei possibili sviluppi che la cultura politica del cattolicesimo popolare e la cultura liberale avrebbero potuto testare, e che solo in parte hanno sperimentato, in merito al ruolo di regolatore e di arbitro imparziale, e non di giocatore, dello Stato nell’economia e all’idea stessa di uno «Stato forte» che scongiuri la deriva totalitaria. È interessante leggere come De Gasperi, nel 1950, trovi ormai «ridicolo polemizzare con il liberalismo», come se fossimo ancora ai tempi della Breccia di Porta Pia, essendo venute meno quelle contrapposizioni ideologiche che ponevano in maniera «semplice» e «rude» l’alternativa tra «collettivismo» da una parte e «capitalismo» dall’altro, contrapposizione — a detta di De Gasperi — superata dalla teoria di Röpke che distingue tra un’economia programmatica, conforme al mercato, ed una difforme ad esso.

Un altro tema dal quale, leggendo alcune dichiarazioni di De Gasperi, sembrerebbero riecheggiare i principi dell’economa sociale di mercato e caro a tutta la tradizione ordo-friburghese, è l’affermazione di uno «Stato forte» per una società libera. Come afferma Pier Luigi Ballini, De Gasperi precisò il senso di una locuzione così problematica in un’intervista rilasciata al Messaggero l’8 luglio del 1952, dove alla domanda: «Crede lei allo Stato forte», il leader democristiano risponde: «Lo Stato forte? Sicuro, io credo nello Stato “forte”. Ma bisogna intendersi sulle parole. “Forte” significa reazionario e totalitario? Regime arbitrario o addirittura di classe borghese o proletaria o regime prevalentemente militare? Significa, infine, lo Stato politico? Se si escludono queste interpretazioni, lo “Stato forte” non può essere che quello ove si rispetta e si fa rispettare la legge. La legge, cioè la Costituzione e tutte le altre leggi che sono in vigore e che servono per applicarla». È questa, in buona sostanza, anche l’idea espressa da Röpke, il quale, nella ricerca di una soluzione qualitativamente alternativa tanto alla soluzione libertaria quanto a quella totalitaria, delinea i contorni di «uno Stato che sa tracciare esattamente il limite tra l’agendum e il non agendum, che nel campo spettantegli fa valere con ogni energia la propria autorità, tenendosi invece lontano da ogni immissione al di fuori di quel campo; un arbitro robusto, il cui compito non è né di prender parte al gioco né di prescrivere ai giocatori tutte le mosse, ma invece di vegliare con assoluta imparzialità e incorruttibilità per la più stretta osservanza delle regole del gioco e della correttezza sportiva». Un ruolo per lo Stato che sia «forte ma non affaccendato», per usare un’efficace espressione di Dario Antiseri. Un’idea peraltro condivisa da altri illustri esponenti del pensiero liberale del Novecento: «È alla luce di riflessioni di grandi pensatori come L. von Mises, F.A. von Hayek, K.R. Popper, L. Sturzo e L. Einaudi che appare chiara l’inconsistenza della nefasta falsità stando alla quale il liberalismo non significherebbe altro che «assenza dello Stato», e cioè uno «sregolato laissez faire – laissez passer» o, in altre parole, una giungla anarchica dove scorrazzano impuniti pezzenti ben vestiti ingrassati dal sangue di schiere di sfruttati».

Ritornando all’intervento di De Gasperi dal quale siamo partiti, possiamo concludere che la sua visione europeista fa i conti con il realismo tipico dell’uomo politico, consapevole delle ragioni spirituali dell’unione, ma non per questo soddisfatto e appagato, dal momento che, affinché si dia un’unione politica, è necessario avviare un processo di istituzionalizzazione tutt’altro che scontato. Tale processo prevede alcuni punti fondamentali. In primo luogo, al pari di Sturzo, De Gasperi proponeva la progressiva integrazione della Gran Bretagna e della Russia. In secondo luogo, i popoli europei si sarebbero dovuti definitivamente liberare da secoli di rancori e di pregiudizi che alimentano infondati complessi di superiorità e di inferiorità. In terzo luogo, la progressiva riduzione delle barriere che limitano il movimento degli uomini, delle idee e delle cose; un essenziale prerequisito per la cooperazione tra nozioni, per la giustizia sociale e per la pace. In quarto luogo, procedere gradualmente e «ricercare l’unione soltanto nella misura in cui è indispensabile», preservando, dunque, l’indipendenza in tutti quei campi della vita spirituale, culturale e politica che possano conservare le «fonti naturali della vita comune». Infine, promuovere l’integrazione a partire dal principio: «unità nella varietà delle forze naturali e storiche». Probabilmente in questi anni abbiamo dimenticato l’eredità degasperiana e abbiamo parlato troppo di burocrazia europea e troppo poco di economia reale europea, ancor meno di politica europea e di cultura europea. I Padri fondatori dell’Ue, e con loro Giovanni Paolo II e Helmut Kohl, avevano una visione dell’Europa come famiglia di nazioni che unificava nazioni affratellate da una comune radice cristiana. Era una Europa «nazione di nazioni», in cui la propria originaria identità nazionale si ampliava in una più comprensiva identità europea. Per tale ragione era essenziale che questa Europa avesse delle radici: ebraico-cristiane e greco-latine. Avere delle radici significa anche avere dei confini, aprirsi gradualmente a chi ci è più vicino. I popoli possono essere generosi verso i profughi, ma vogliono possedere le chiavi di casa propria e costruire la fratellanza universale a partire dalla unità con quanti sono culturalmente più vicini. L’apertura illimitata e indiscriminata genera alla fine un timore e un rifiuto altrettanto illimitato e indiscriminato.

Forse dovremmo ripartire dal progetto degasperiano, non volendoci arrendere al populismo autarchico, al totalitarismo aggressivo e al protezionismo liberticida, amando la libertà propria e altrui più di ogni altra cosa e amando la patria altrui almeno quanto la propria. Consapevoli che nessun ordinamento burocratico può evitare e negligere la realtà che esiste sempre qualcosa, come recita il testamento spirituale di Röpke, “oltre l’offerta e la domanda”; questo qualcosa è la dignità della persona (Su questo tema rinvio al “Rapporto Globale sulla Dignità Umana”, curato dalla Fondazione Novae Terrae). Un ordine etico, quello della dignità umana, che chiede ancor oggi di essere compreso con la massima urgenza e profondità, per non correre il rischio di essere sacrificato sull’altare tecnocratico ovvero dell’anarchismo degli interessi individuali, rispettivamente, figli di una logica neocorporativa o lobbistica e di un ottimistico disinteresse per le ragioni dell’ordine sociale e della civitas humana.

Eurostat: “Nel 2018 forte calo di deprivazione materiale in Italia”

Secondo le ultime tabelle Eurostat, le persone che affrontano una “grave deprivazione materiale” erano 5.035.000, oltre un milione in meno dei 6,1 milioni del 2017. E’ l’8,4% della popolazione a fronte del 10,1% del 2017, il dato migliore dopo il 2010.

Tra le spese normali si intende pagare un mutuo, riscaldamento, mangiare proteine regolarmente, fare una settimana di vacanza, avere la macchina o un telefono. Ma la percentuale, seppur in diminuzione, resta la più alta tra i grandi paesi europei con la Germania stabile al 3,4% e la Francia in aumento al 4,7% mentre la Gran Bretagna registra una crescita al 4,6%. Per la Spagna manca la previsione 2018, ma era al 5,1% nel 2017.

In Italia la situazione è migliorata per tutte le fasce di età ad esclusione di quella dei bambini più piccoli con la percentuale dei minori di sei anni in condizione di disagio che passa nel 2018 dall’8,5% all’8,8%.

Per gli under 16 si registra un miglioramento tra il 9,8% del 2017 all’8,4% del 2017 mentre per gli over 65 la situazione migliora notevolmente passando dal 9,4% al 7%.

Alta anche la percentuale delle persone in difficoltà nella fascia centrale di chi è in età da lavoro (25-54 anni) . Tra le spese alle quali non si riesce a fare fronte ci sono il pagamento del mutuo, dell’affitto o delle bollette, il riscaldamento per l’abitazione, la possibilità di mangiare proteine con regolarità, una settimana di vacanza, la lavatrice, la televisione, la gestione di una macchina e il telefono.

Accesa a Roma la fiamma di Minsk 2019. Malagò, l’Italia sarà protagonista

Parte da Roma il cammino della fiaccola che porta a Minsk 2019. E’ stata infatti la suggestiva cornice dell’Ara Pacis ad ospitare la cerimonia di accensione del simbolo della seconda edizione dei Giochi Olimpici Europei che prenderanno il via nella capitale bielorussa il prossimo 21 giugno.

Presenti il Presidente del CONI, Giovanni Malagò, assieme al Segretario Generale, Carlo Mornati, il Presidente dei Comitati Olimpici Europei, Janez Kocijancic, il Segretario Generale dei COE Raffaele Pagnozzi.

“Sono molto onorato di essere qui, Roma è la casa dei Comitati Olimpici Europei, una fantastica associazione – ha sottolineato Malagò -. La Bielorussia ha forti tradizioni in differenti discipline e ho respirato personalmente la splendida atmosfera del vostro comitato olimpico nazionale. L’Italia vuole essere protagonista a Minsk, avremo 188 atleti e103 tecnici e saremo presenti in tutte le quindici discipline anche perché alcune di queste qualificheranno per i Giochi di Tokyo 2020”.

“A Minsk proveremo a dimostrare l’idea di sport, fratellanza, pace ed Europa – ha detto Kocijancic – Tra atleti, tecnici e delegazioni coinvolgeremo migliaia di persone e sarà un evento sportivo fantastico in un bellissimo Paese”. La fiaccola olimpica è quindi passata tra le mani di tre campioni olimpici bielorussi come Alena Bialova (scherma), Uladzislau Hancharou (ginnastica) e Yuliya Nestsiarenka (atletica) prima di essere affidata a dei bikers che attraverseranno l’Europa con il simbolo dei Giochi.

Sambuca di Sicilia: “Case a 1 euro”

L’iniziativa delle “Case a 1 euro” proposte da diversi Comuni si diffonde con successo in tutta la Penisola. E’ l’ora di Sambuca di Sicilia. Il progetto che ha conquistato la ribalta internazionale in seguito alla decisione dell’amministrazione comunale di vendere alcuni immobili abbandonati del centro storico al prezzo simbolico di 1 euro a base d’asta partirà mercoledì 8 Maggio alle 10:30 presso la sede di Palazzo Panitteri. Alla presenza di un notaio e dei rappresentanti della stampa, saranno aperte le buste con le offerte pervenute da tutto il mondo: dagli Stati Uniti al Giappone, dall’Argentina alla Norvegia, dalla Russia a Israele, dall’Ungheria ai paesi Arabi. Complice un servizio televisivo della Cnn che ha diffuso le immagini di Sambuca, poi ripreso dai media italiani e internazionali, centinaia di telefonate provenienti da oltre 100 mila email da tutto il mondo si sono riversate sui centralini del Comune, tanto da rendere necessaria la creazione di una task force per rispondere alle migliaia di richieste.

Il progetto s’inserisce all’interno delle numerose iniziative per la promozione del Comune della Valle del Belice, che nel 2016 ha conquistato il titolo di “Borgo più bello d’Italia”, registrando negli ultimi tre mesi un vero e proprio boom di presenze turistiche, soprattutto dall’estero. Ne è derivato anche un formidabile impulso al mercato immobiliare privato, con oltre cinquanta case già vendute, in particolare ad acquirenti stranieri alla ricerca di un “buen ritiro” in Sicilia. Le “Case a 1 euro”, infine, diventeranno anche un format televisivo internazionale: il network “Discovery Channel” ha infatti inviato un’offerta per l’acquisto di una casa la cui ristrutturazione sarà seguita passo passo da una troupe tv e raccontata da una nota attrice americana.

Aids. I farmaci antiretrovirali prevengono la trasmissione sessuale dell’Hiv

Uno studio europeo condotto su quasi 1.000 coppie di uomini gay che hanno avuto rapporti non protetti – con un partner affetto da HIV e sotto terapia con farmaci antiretrovirali (ART) – ha riscontrato che il trattamento è in grado di prevenire la trasmissione sessuale del virus. Dopo otto anni di follow-up delle coppie sierodifferenti, i ricercatori non hanno rilevato casi di trasmissione di HIV all’interno delle coppie.

“I nostri risultati forniscono evidenze certe agli uomini gay che il rischio di trasmissione dell’HIV con la terapia antiretrovirale soppressiva è pari a zero”, dice Alison Rodger, docente presso lo University College London, che ha co-condotto la ricerca.

Rodger ha sottolineato che questo “messaggio forte” potrebbe contribuire ad arrestare la pandemia di HIV prevenendo la trasmissione del virus in popolazioni ad alto rischio. Soltanto all’interno dello studio, ad esempio, i ricercatori stimano che la terapia antiretrovirale soppressiva abbia prevenuto circa 472 trasmissioni di HIV in otto anni.

Germania: l’Unione è il primo partito con il 28 per cento

Da un sondaggio pubblicato dall’emittente televisiva tedesca “Ard” si evince che L’Unione, la coalizione conservatrice formata al Bundestag da Unione cristiano-democratica (Cdu) e Unione cristiano-sociale (Csu), è ancora il primo partito in Germania, con il 28 per cento delle preferenze.

In seconda posizione rimangono stabili i Verdi al 20 per cento, seguiti dal Partito socialdemocratico tedesco (SpD), che su base mensile guadagna un punto e sale al 18 per cento.

Invariata in quarta posizione con il 12 per cento Alternativa per la Germania (AfD), partito di destra che raccoglie consensi anche tra gli ambienti estremisti.

La Sinistra aumenta le proprie preferenze di un punto e si attesta al 9 per cento, scavalcando il Partito liberaldemocratico, che cede la medesima quota e scende all’8 per cento.

Il restante 5 per cento del campione ha dichiarato che voterebbe per “altri partiti”.

Le elezioni locali in Inghilterra puniscono conservatori e laburisti

Si è votato per 248 consigli comunali e circoscrizionali dell’Inghilterra e per 11 dell’Irlanda del Nord, nonché per i sindaci di 6 fra località e comprensori inglesi (le città di Bedford, Copeland, Leicester, Mansfield e Middlesbroug e l’area di North of Tyne).

Allo stato attuale, i conservatori hanno perso oltre 1.300 consiglieri mentre il partito Laburista ha perso decine di consiglieri. Nel frattempo, i Lib Dems e i Verdi hanno più di 650 consiglieri i primi, oltre 180 i secondi.

Si assiste anche ad una buona affermazione dei candidati indipendenti.

Tutti gli analisti politici sono d’accordo nell’affermare che il responso delle urne è una “punizione” per i due grandi partiti che non riescono a uscire dall’impasse del divorzio europeo.

“Se il partito conservatore non correggerà il suo comportamento, è finito”, ha commentato il parlamentare tory Bernard Jenkin, uno dei più strenui sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’UE. Bisogna dare alla gente “una vera e propria Brexit”, ha aggiunto.

Infatti alle elezioni europee i sondaggi danno in testa, con oltre il 30 per cento, il nuovo Brexit Party di Nigel Farage (che non era presente al voto locale), mentre il partito della May rischia di scendere al 13 per cento. Secondo gli esperti anche i laburisti perderanno voti a favore di Change Uk, un nuovo soggetto filo-europeo pronto al debutto.

Anche se, bisogna dire, che questo risultato tremendo e quello che si prevede per il prossimo voto,  non può certo peggiorare la posizione già precaria della May.

 

Pedoto: Un’impresa spaziale

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole. In coordinated press conferences across the globe, EHT researchers revealed that they succeeded, unveiling the first direct visual evidence of the supermassive black hole in the centre of Messier 87 and its shadow. The shadow of a black hole seen here is the closest we can come to an image of the black hole itself, a completely dark object from which light cannot escape. The black hole’s boundary — the event horizon from which the EHT takes its name — is around 2.5 times smaller than the shadow it casts and measures just under 40 billion km across. While this may sound large, this ring is only about 40 microarcseconds across — equivalent to measuring the length of a credit card on the surface of the Moon. Although the telescopes making up the EHT are not physically connected, they are able to synchronize their recorded data with atomic clocks — hydrogen masers — which precisely time their observations. These observations were collected at a wavelength of 1.3 mm during a 2017 global campaign. Each telescope of the EHT produced enormous amounts of data – roughly 350 terabytes per day – which was stored on high-performance helium-filled hard drives. These data were flown to highly specialised supercomputers — known as correlators — at the Max Planck Institute for Radio Astronomy and MIT Haystack Observatory to be combined. They were then painstakingly converted into an image using novel computational tools developed by the collaboration.

Come cantava Jarabe De Palo (però… bella musica in quegli anni!) da che punto guardi il mondo tutto depende … La foto che di recente ha fatto il giro del mondo, ci ha svelato dove si nascondeva l’ombra del buco nero al centro della Galassia M87. Già. Mercoledì 10 aprile 2019, alle 15.07 ora italiana (tutti alla stessa ora!), si è alzato il sipario.

Erano anni ormai che i ricercatori sapevano. Ma, per fotografare e mostrare l’immagine, resa nota a noi mercoledì scorso, del buco nero e della sua ombra, serviva uno strumento ‘spaziale’. Come fare il telescopio più grande del mondo? Gli scienziati dell’Event Horizon Telescope (EHT) hanno legato una infinita scia di dati mettendo in rete 8 radiotelescopi, con la tecnica che li sincronizza (Very-Long-Baseline Interferometry Vlbi), che sono posizionati in varie parti del globo terrestre, sfruttandone la rotazione.
Senza scomodare il soft rock anni Novanta, di Jarabe De Palo, tutto dipende da che punto lo guardi. Beh, da questo punto di osservazione io vedo l’impresa spaziale di più di 200 Ricercatori da ogni parte del mondo, ognuno con l’ora del Paese in cui è seduto ma, tutti uniti in una rete virtuale, dalla Terra, che vedono lo stesso spettacolo galattico: l’ombra del buco nero al centro della Galassia M87.

Nuova Europa: “I veri stati generali dell’Unione sono a Ventotene”

L’associazione Nuova Europa in un post su Facebook  scrive: “I veri stati generali dell’Unione sono a Ventotene”.

Questo perché nell’isola di Altiero Spinelli è in corso “il Ventotene Europa Festival”, evento di riflessione e confronto sull’Europa per una cinquantina di giovanissimi che vengono da Parigi, Madrid, Roma.

“Le parole dell’Europa” il tema di questa cinque giorni giunta alla terza edizione: oltre a ritrovare il senso di alcune parole chiave in momenti seminariali e gruppi di confronto, i giovani stanno lavorando alla redazione di una serie di “Proposte per l’Europa 2019-2024”, un nuovo “manifesto” che sarà consegnato a decisori politici europei nel corso di una tavola rotonda conclusiva (5 maggio) su “Che Europa sarà”.

L’Inps fa il bilancio dei primi 15 mesi di Reddito d’inclusione

E’ stato pubblicato il 30 aprile l’Osservatorio sul Reddito di cittadinanza con i dati relativi al periodo gennaio 2018 – marzo 2019, dando anche evidenza separata alle domande decorrenti dal mese di gennaio 2019. Nel corso dei 15 mesi trascorsi dall’istituzione del REI sono stati erogati benefici economici a 506 mila nuclei familiari coinvolgendo un totale di 1,4 milioni di persone. Gran parte dei benefici sono stati erogati a nuclei residenti nelle regioni del Sud (68%), con interessamento del 71% delle persone coinvolte. Il 46% dei nuclei beneficiari di REI, che rappresentano il 50% delle persone coinvolte, risiedono in sole due regioni: Campania e Sicilia. A seguire Puglia, Lazio, Lombardia e Calabria coprono un ulteriore 29% dei nuclei e il 28% delle persone coinvolte.

A oggi l’importo medio mensile erogato, pari a 292 euro, risulta variabile a livello territoriale, con un range che va da 234 euro per i beneficiari residenti della Valle d’Aosta a 324 euro per la Campania. Complessivamente le regioni del Sud hanno un valore medio del beneficio più alto di quelle del Nord di 50 euro (+21%) e di quelle del Centro di 33 euro (+12%). Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà, predisposto sotto la regia dei servizi sociali del Comune.

MAXXI Roma: Il Mondo di Pannunzio

È stato il fotografo più amato de Il Mondo di Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani.

È Paolo Di Paolo (Larino, Molise, classe 1925), straordinario cantore dell’Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che ha saputo raccontare con delicatezza, rigore e sapienza il Paese che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

Tra le sue foto, riscoperte dopo più di cinquant’anni di oblio, quelle di Pier Paolo Pasolini al Monte dei Cocci a RomaTennesse Williams in spiaggia con il caneAnna Magnani con il figlio sulla spiaggia del CirceoKim Novak che stira in camera al Grand Hotel, Sofia Loren che scherza con Marcello Mastroianni negli studi di Cinecittà. E poi una famiglia per la prima volta di fronte al mare di Rimini e i volti affranti del popolo ai funerali di Palmiro Togliatti.

Tumori: è possibile farli morire di fame

La ricerca di un team, coordinato da Saverio Minucci, direttore del Programma nuovi farmaci dell’Istituto europeo di oncologia e professore di Patologia generale all’Università di Milano, in collaborazione con il gruppo di Marco Foiani, direttore scientifico dell’Ifom e professore di Biologia molecolare dell’ateneo milanese, ha scoperto un meccanismo che potrebbe far morire di fame le cellule tumorali.

La nuova strategia combatte il cancro attaccando il suo metabolismo alterato. I ricercatori hanno scoperto che una dieta che porti a un abbassamento della glicemia, associata alla somministrazione del farmaco anti-diabete metformina, innesca una reazione a catena che, coinvolgendo la proteina Pp2a, porta alla morte delle cellule tumorali. Nello studio sono stati già coinvolti altri centri che avvieranno a breve studi clinici.

Domande sul dialogo che manca, per capire le scelte della società.

Molti segnali mi inducono a credere che la nostra analisi sulla situazione politica attuale del nostro Paese sia carente sul punto centrale: chi sono i nostri concittadini che oggidì votano per le due forze maggiori di governo?

Aldilà dei nominalismi, che coprono ai nostri occhi la visione reale dell’orientamento popolare, e ci impediscono di comprendere il reale fenomeno in atto che ha modificato radicalmente la geografia politica e sociale del nostro Paese, quali motivi ideali e reali hanno convinto così tanti italiani non solo a votare, ma sopratutto a sostenere queste due forze politiche? Da quali ambienti sociali e politici provengono queste adesioni ai due movimenti oggi al governo del Paese?

Solo una risposta reale sui cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni ci può dare un orientamento di fondo utile per le nostre scelte future basate sugli eventi realmente intervenuti nel profondo del nostro Paese. I nostri principi ideali sono ben noti a tutti noi e non dobbiamo qui ancora ripeterli. Non v’è dubbio che questi principi ci debbono orientare per le nostre scelte.

Ma, mi domando, non ci fanno troppo velo certi pregiudizi e anche certe conoscenze approssimative e non reali sugli orientamenti che hanno mosso e ancora muovono tanti nostri concittadini ad operare le scelte da loro compiute e che ci preoccupano così vivamente? Non sono questi concittadini provenienti da ambienti a noi vicini e sui quali noi abbiamo perso capacità di ascolto e di dialogo? I nostri stessi ideali non sono forse ancora capaci di agire sulla cultura, sugli animi, sugli ideali e sugli stessi interessi pratici di tanti nostri concittadini con i quali si è forse interrotta ogni forma di dialogo? Non è, allora, anche responsabilità nostra se questo forte distacco politico culturale in questi ultimi decenni si è prodotto? Non sono certi idola a farci velo?

Queste sono le domande che mi pongo. Perché se i mutamenti in atto sono reali e profondi, hanno cioè radici solide, le nostre future iniziative basate su analisi errate possono cozzare inutilmente su una realtà sociopolitica consolidata e forte, mentre forse un approccio diverso fondato sulla ripresa di dialoghi a suo tempo interrotti, basati su presupposti morali e culturali largamente diffusi e ancora presenti nella società italiana ci possono favorire una azione proficua di riorientamento degli animi di larga parte del nostro popolo.

Questo è, in definitiva, il problema che sento come urgente e decisivo.

4 Dicembre 2016, storia illuminante

Uno dei problemi più sentiti nel nostro Paese è la stabilità, perché, per un verso o per l’altro, da molti lustri sembra essere un po’ zoppicante. A dir il vero, però, l’Italia è sempre stata un po’ in balia di un potere che, tranne in qualche raro caso, ha sempre subito delle repentine difficoltà: anche nella prima Repubblica i governi duravano al più due anni. Per uscire da questa condizione si dovrebbe fare come capita nelle elezioni degli enti locali e delle regioni; com’è noto, questi sistemi sono durevoli, tranne qualche sparuto caso dovuto a problemi giudiziari e, la loro durata coincide con l’ordinamento elettorale; si eleggono per cinque anni e per cinque anni governano.

Il tentativo di trovare una soluzione a carattere nazionale è stata più volte cercata. Per esempio, ci sono stati anni in cui è prevalso il sistema maggioritario e, in effetti, in quei periodi i governi sembravano puntellati con maggior forza. Poi, però, maggioranze risicate facevano traballare anche costoro.

Il tentativo di riforna Costituzionale proposto dal governo Renzi, aveva in seno anche, tutti ricorderanno, un sistema elettorale nuovo. Era evidente che la semplificazione parlamentare da due a una camera, implicasse anche un modello elettorale in sintonia con quella trasformazione. Quella riforma avrebbe ottenuto lo scopo di garantire più stabilità; anzi, avrebbe non solo acquisito una indubbia e granitica forza governativa ma, e non ricordo male, sarebbe stata anche contornata da una serie di poteri tutti, più o meno, inclini e obbligati a inchinarsi al potere governativo.

L’allora referendum, (sono passati due anni e cinque mesi) avrebbe, nel caso in cui fosse prevalso il responso affermativo, inchiodato una stabilità che, per quanto potesse avere le vesti della auspicabile governabilità, avrebbe anche, come i più autorevoli critici sottolineavano in quelle infuocate giornate di campagna referendaria, svelato un volto demoniaco: una forza al potere, con il 36% del consenso – trentasei per cento degli elettori e non degli aventi diritto – avrebbe dominato l’intera scena.

Immaginatevi adesso che un “capo” qualsiasi avesse raggiunto quella fatidica soglia e, da solo, in questo clima incline ad applaudire vecchi retaggi politici, fosse assiso al luogo più elevato di Palazzo Chigi.

Non avvertireste un brivido scorrere lungo la schiena?

Allora, io come altri, ci siamo espressi a viva voce per mantenere l’attuale Costituzione. Sono particolarmente convinto di aver svolto, assieme a tutti gli altri, un compito importante e delicato. Devo dir la verità che, alla luce di quel che sta capitando oggi, quell’espressione di voto ci ha salvaguardato da terribili sorprese.

Vorrei proprio sentire la voce di qualcuno che, invece, si era posto sull’altra sponda; che riflessioni proporrebbe oggi? E, se pentito, pur in ritardo, non riconosca l’errore compiuto il 4 dicembre 2016.

Appello dei rettori cattolici in vista delle elezioni europee

In una nota Francesco Bonini, rettore della Lumsa, e  mons. Philippe Bordeyne, rettore dell’Institut Catholique de Paris, a nome dei rettori cattolici europei e in vista delle elezioni europee del 26 maggio scrivono: “L’Europa, per la sua storia e la sua vocazione, è prima di tutto una comunità. Far vivere una comunità implica il riconoscimento reciproco, la franchezza nelle relazioni, la riaffermazione costante dei fondamenti e degli obiettivi comuni, senza temere il confronto né la competizione, ma lavorando per una sempre maggiore collaborazione intorno a progetti chiaramente definiti secondo una coerente sussidiarietà”

“La democrazia in Europa e la democrazia europea sono un bene originale, prezioso, ma fragile e mai completamente acquisito. Questa democrazia è vigile sui principi, radicata nel pluralismo, nello stato di diritto e nella dimensione solidale. Ha prodotto e deve continuare ad assicurare benessere per tutti, combattendo ogni forma di esclusione sociale. Comporta impegnarci, con uno sforzo comune, per un ‘umanesimo contemporaneo’, come cornice ed orizzonte di sviluppo di tutti e di ciascuno”.

All’appello, che sarà presentato oggi a Parigi, aderiscono tra le altre l’Università Cattolica del Sacro Cuore, la Lateranense e la Salesiana.

Papa Francesco: “No a nazionalismo e razzismo che innalzano muri”

Pubblichiamo il discorso che il Santo Padre ha tenuto, giovedì 2 maggio, nella Sala Clementina, ai partecipanti alla plenaria della Pontificia accademia delle Scienze sociali.

Cari sorelle e fratelli,

vi do il benvenuto e ringrazio il vostro Presidente, Prof. Stefano Zamagni, per le sue cortesi parole e per aver accettato di presiedere la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Anche quest’anno avete scelto di trattare un tema di permanente attualità. Abbiamo, purtroppo, sotto gli occhi situazioni in cui alcuni Stati nazionali attuano le loro relazioni in uno spirito più di contrapposizione che di cooperazione. Inoltre, va constatato che le frontiere degli Stati non sempre coincidono con demarcazioni di popolazioni omogenee e che molte tensioni provengono da un’eccessiva rivendicazione di sovranità da parte degli Stati, spesso proprio in ambiti dove essi non sono più in grado di agire efficacemente per tutelare il bene comune.

Sia nell’Enciclica Laudato si’ sia nel Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico di quest’anno, ho attirato l’attenzione sulle sfide a carattere mondiale che l’umanità deve affrontare, come lo sviluppo integrale, la pace, la cura della casa comune, il cambiamento climatico, la povertà, le guerre, le migrazioni, la tratta di persone, il traffico di organi, la tutela del bene comune, le nuove forme di schiavitù.

San Tommaso ha una bella nozione di quello che è un popolo: «Come la Senna non è un fiume determinato per l’acqua che fluisce, ma per un’origine e un alveo precisi, per cui lo si considera sempre lo stesso fiume, sebbene l’acqua che scorre sia diversa, così un popolo è lo stesso non per l’identità di un’anima o degli uomini, ma per l’identità del territorio, o ancora di più, delle leggi e del modo di vivere, come dice Aristotele nel terzo libro della Politica» (Le creature spirituali, a. 9, ad 10). La Chiesa ha sempre esortato all’amore del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere radicati nei popoli. Nello stesso tempo, la Chiesa ha ammonito le persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o antisemitismo. La Chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune. Così si rischia di compromettere forme già consolidate di cooperazione internazionale, si insidiano gli scopi delle Organizzazioni internazionali come spazio di dialogo e di incontro per tutti i Paesi su un piano di reciproco rispetto, e si ostacola il conseguimento degli Obiettivi dello sviluppo sostenibile approvati all’unanimità dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre del 2015.

È dottrina comune che lo Stato è al servizio della persona e dei raggruppamenti naturali delle persone quali la famiglia, il gruppo culturale, la nazione come espressione della volontà e i costumi profondi di un popolo, il bene comune e la pace. Troppo spesso, tuttavia, gli Stati vengono asserviti agli interessi di un gruppo dominante, per lo più per motivi di profitto economico, che opprime, tra gli altri, le minoranze etniche, linguistiche o religiose che si trovano nel loro territorio.

In questa ottica, ad esempio, il modo in cui una Nazione accoglie i migranti rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l’umanità. Ogni persona umana è membro dell’umanità e ha la stessa dignità. Quando una persona o una famiglia è costretta a lasciare la propria terra va accolta con umanità. Ho detto più volte che i nostri obblighi verso i migranti si articolano attorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Il migrante non è una minaccia alla cultura, ai costumi e ai valori della nazione che accoglie. Anche lui ha un dovere, quello di integrarsi nella nazione che lo riceve. Integrare non vuol dire assimilare, ma condividere il genere di vita della sua nuova patria, pur rimanendo sé stesso come persona, portatore di una propria vicenda biografica. In questo modo, il migrante potrà presentarsi ed essere riconosciuto come un’opportunità per arricchire il popolo che lo integra. È compito dell’autorità pubblica proteggere i migranti e regolare con la virtù della prudenza i flussi migratori, come pure promuovere l’accoglienza in modo che le popolazioni locali siano formate e incoraggiate a partecipare consapevolmente al processo integrativo dei migranti che vengono accolti.

Anche la questione migratoria, che è un dato permanente della storia umana, ravviva la riflessione sulla natura dello Stato nazionale. Tutte le nazioni sono frutto dell’integrazione di ondate successive di persone o di gruppi di migranti e tendono ad essere immagini della diversità dell’umanità pur essendo unite da valori, risorse culturali comuni e sani costumi. Uno Stato che suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso.

Lo Stato nazionale non può essere considerato come un assoluto, come un’isola rispetto al contesto circostante. Nell’attuale situazione di globalizzazione non solo dell’economia ma anche degli scambi tecnologici e culturali, lo Stato nazionale non è più in grado di procurare da solo il bene comune alle sue popolazioni. Il bene comune è diventato mondiale e le nazioni devono associarsi per il proprio beneficio. Quando un bene comune sopranazionale è chiaramente identificato, occorre un’apposita autorità legalmente e concordemente costituita capace di agevolare la sua attuazione. Pensiamo alle grandi sfide contemporanee del cambiamento climatico, delle nuove schiavitù e della pace.

Mentre, secondo il principio di sussidiarietà, alle singole nazioni dev’essere riconosciuta la facoltà di operare per quanto esse possono raggiungere, d’altra parte, gruppi di nazioni vicine – come è già il caso – possono rafforzare la propria cooperazione attribuendo l’esercizio di alcune funzioni e servizi ad istituzioni intergovernative che gestiscano i loro interessi comuni. È da auspicare che, ad esempio, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici apportati da questo cammino di avvicinamento e concordia tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra. In America Latina, invece, Simón Bolivar spinse i leader del suo tempo a forgiare il sogno di una Patria Grande, che sappia e possa accogliere, rispettare, abbracciare e sviluppare la ricchezza di ogni popolo. Questa visione cooperativa fra le nazioni può muovere la storia rilanciando il multilateralismo, opposto sia alle nuove spinte nazionalistiche, sia a una politica egemonica.

L’umanità eviterebbe così la minaccia del ricorso a conflitti armati ogni volta che sorge una vertenza tra Stati nazionali, come pure eluderebbe il pericolo della colonizzazione economica e ideologica delle superpotenze, evitando la sopraffazione del più forte sul più debole, prestando attenzione alla dimensione globale senza perdere di vista la dimensione locale, nazionale e regionale. Di fronte al disegno di una globalizzazione immaginata come “sferica”, che livella le differenze e soffoca la localizzazione, è facile che riemergano sia i nazionalismi, sia gli imperialismi egemonici. Affinché la globalizzazione possa essere di beneficio per tutti, si deve pensare ad attuarne una forma “poliedrica”, sostenendo una sana lotta per il mutuo riconoscimento fra l’identità collettiva di ciascun popolo e nazione e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto viene prima delle parti, così da arrivare a uno stato generale di pace e di concordia.

Le istanze multilaterali sono state create nella speranza di poter sostituire la logica della vendetta, la logica del dominio, della sopraffazione e del conflitto con quella del dialogo, della mediazione, del compromesso, della concordia e della consapevolezza di appartenere alla stessa umanità nella casa comune. Certo, bisogna che tali organismi assicurino che gli Stati siano effettivamente rappresentati, a pari diritti e doveri, onde evitare la crescente egemonia di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, nonché nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, degli usi e dei costumi, della dignità e della sensibilità dei popoli interessati. L’emergere di tali tendenze sta indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una scarsa credibilità nella politica internazionale e di una progressiva emarginazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni.

Vi incoraggio a perseverare nella ricerca di processi atti a superare ciò che divide le nazioni e a proporre nuovi cammini di cooperazione, specialmente riguardo alle nuove sfide del cambiamento climatico e delle nuove schiavitù, come anche a quell’eccelso bene sociale che è la pace. Purtroppo, oggi la stagione del disarmo nucleare multilaterale appare sorpassata e non smuove più la coscienza politica delle nazioni che possiedono armi atomiche. Anzi, sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante, perché cancella i progressi del recente passato e moltiplica il rischio delle guerre, anche per il possibile malfunzionamento di tecnologie molto progredite ma soggette sempre all’imponderabile naturale e umano. Se, adesso, non solo sulla terra ma anche nello spazio verranno collocate armi nucleari offensive e difensive, la cosiddetta nuova frontiera tecnologica avrà innalzato e non abbassato il pericolo di un olocausto nucleare.

Lo Stato è chiamato, pertanto, ad una maggiore responsabilità. Pur mantenendo le caratteristiche di indipendenza e di sovranità e continuando a perseguire il bene della propria popolazione, oggi è suo compito partecipare all’edificazione del bene comune dell’umanità, elemento necessario ed essenziale per l’equilibrio mondiale. Tale bene comune universale, a sua volta, deve acquistare una valenza giuridica più accentuata a livello internazionale. Non penso certo a un universalismo o un internazionalismo generico che trascura l’identità dei singoli popoli: questa, infatti, va sempre valorizzata come apporto unico e indispensabile nel disegno armonico più grande.

Cari amici, come abitanti del nostro tempo, cristiani e accademici della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, vi chiedo di collaborare con me nel diffondere questa coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale nel rispetto della dignità umana, del bene comune, del rispetto del pianeta e del supremo bene della pace.

Benedico tutti voi, benedico il vostro lavoro e le vostre iniziative. Vi accompagno con la mia preghiera, e anche voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

Mattarella e Macron ad Amboise e Chambord per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci

In occasione del 500esimo anniversario della morte di Leonardo da Vinci, il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, si sono incontrati ad Amboise dove hanno reso omaggio alla Tomba del Genio del Rinascimento nella Cappella di Saint-Hubert.

Successivamente, al Castello del Clos-Lucé, i due capi di Stato hanno assistito alla presentazione dei progetti del programma: «Viva Leonardo Da Vinci! 500 ans de Renaissance en Centre-Val de Loire».

La visita prosegue al Castello di Chambord dove Mattarella e Macron incontrano 500 studenti italiani e francesi impegnati in gruppi di lavoro nei campi dell’architettura, della letteratura, dello spazio, della fisica e delle scienze, guidati da Renzo Piano, Alessandro Baricco, Samantha Cristoforetti e Thomas Pesquet, Fabiola Gianotti e Gabriel Chardin.

Spagna: le trattative per il Governo non saranno né semplici né veloci

Il quotidiano madrileno “El Pais”, ieri, ha pubblicato un articolo in cui spiega che le trattative per l’investitura di Pedro Sanchez come presidente del governo spagnolo, dopo le elezioni generali del 28 aprile scorso, non saranno né semplici né veloci.

La nascita del nuovo esecutivo sarà particolarmente complessa a causa delle ambizioni di Sanchez che vorrebbe governare con un team di ministri del Psoe e indipendenti, prescindendo quindi da ogni tipo di alleanza che implichi la condivisione del potere con altre formazioni politiche.

Sanchez ha intanto convocato per la prossima settimana alla Moncloa, sede dell’esecutivo, Pablo Casado, leader del Partito popolare (Pp), Albert Rivera, di Ciudadanos, e Iglesias, di Unidas Podemos, per discutere della situazione politica post elettorale, seguendo l’ordine emerso dai risultati delle elezioni e tagliando fuori l’estrema destra di Vox e gli indipendentisti.

Il Pp e Ciudadanos hanno già fatto sapere che si esprimeranno contro la sua investitura mentre Podemos ha aperto le porte alle trattative lasciando intendere di essere pronto a votare per il leader dei socialisti in cambio dell’offerta di un governo di coalizione.

In arrivo le nuove banconote indistruttibili da 100 e 200 euro

Cominceranno a circolare dal prossimo 28 maggio le nuove banconote da 100 e 200 euro.

I nuovi biglietti andranno a completare l’emissione della serie ‘Europa’. Sul sito di Bankitalia si legge che le nuove banconote offrono “una migliore protezione dalla falsificazione, rendendo le banconote in euro ancora più sicure”.

Ma saranno anche più resistenti rispetto alla prima serie, così da poter essere sostituite con meno frequenza riducendo i costi e l’impatto sull’ambiente.

In un video test della Bce si vede una maggiore resistenza ai picchi di temperatura sia calda che fredda, e all’acqua. Resistono infatti anche al lavaggio in lavatrice, oltre a eventuali abrasioni, accartocciamenti e alla luce solare.

L’ologramma con satellite, apposto nella parte superiore della striscia argentata, è la nuovissima caratteristica di sicurezza, infatti, muovendo la banconota, appare il simbolo € che ruota attorno al numero. Simbolo si distingue più chiaramente se esposto a luce diretta.

Altra novità è la cifra brillante nell’angolo inferiore sinistro che produce l’effetto di una luce che si sposta verticalmente, il numero inoltre cambia colore passando dal verde smeraldo al blu scuro.

Nella progettazione della serie ‘Europa’ la Bce ha collaborato strettamente con persone con problemi di vista per mettere a punto banconote dotate di caratteristiche che agevolano questi cittadini. I nuovi biglietti presentano grandi cifre in caratteri più marcati con tonalità maggiormente contrastanti, inoltre, per facilitarne il riconoscimento, lungo il bordo delle banconote vi sono anche segni percepibili al tatto diversi per ogni taglio.

Che cos’è il favismo?

Il favismo è una malattia genetica ereditaria causata dalla mancanza dell’enzima glucosio-6-fosfato-deidrogenasi (G6PD), che in condizioni normali è presente nei globuli rossi ed è determinante per lo svolgimento delle loro funzioni, oltre che per la loro stessa sopravvivenza.

Il termine “favismo” risulta però improprio, poiché in alcuni soggetti fabici la reazione clinica emolitica si può manifestare anche indipendentemente dal consumo di fave e piselli.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le persone affette non possono mangiare questi legumi; inoltre, non possono essere assunte o inalate altre sostanze, come la naftalina e taluni farmaci, quali analgesici, antipiretici, antimalarici, salicilati, certi chemioterapici, chinidina, blu di metilene etc., che possono aggravare la condizione pre-esistente.

Gli individui affetti da favismo nella maggior parte dei casi non manifestano alcun sintomo.

Qualora entrino in contatto con specifiche sostanze, sviluppano una crisi emolitica acuta autolimitante, cioè che scompare da sé dopo alcuni giorni.

Queste crisi si presentano dalle 12 alle 48 ore dopo l’ingestione fave o piselli, l’assunzione di alcuni farmaci, o dall’inizio di un episodio infettivo.

La distruzione dei globuli rossi libera in circolo notevoli quantità di emoglobina, che viene metabolizzata a bilirubina; l’aumento della concentrazione di bilirubina provoca la comparsa di ittero, accompagnata dai sintomi caratteristici:

  • colorazione giallastra di cute e mucose, soprattutto a livello delle sclere (la parte bianca dell’occhio),
  • urine più scure.

 

 

De Rita “racconta” Roma e le sue «periferie abbandonate»

Già pubblicato sulla rivista Romasette il 30 Aprile 2019, 

Un mese fa la visita di Papa Francesco in Campidoglio: la visione di una Roma «città dei ponti mai dei muri», l’invito ai romani ad essere «artigiani di fraternità», l’appello a individuare «risorse di creatività e di carità necessarie per superare le paure». Ne parliamo con il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, profondo conoscitore della storia recente della città.

Il Papa ha citato il convegno “sui mali di Roma” del 1974, di cui lei fu uno dei protagonisti. Cosa è cambiato da allora?
Una delle ipotesi che si fece nelle nostre relazioni iniziali era che le periferie, i borghetti erano sempre più poveri e che si abbandonava il ceto medio. Sembrava che fornissimo una chiave di lettura superata, da dopoguerra. E invece la società romana si è evoluta proprio in quella direzione: i ricchi sempre più ricchi e una fascia marginale sempre più povera. Certo, situazioni come quella di Borghetto Latino non sono come quelle di Casilino o Torre Angela ma non sono neppure troppo lontane. La seconda cosa è la provocazione che rappresentò il convegno: la speranza di un nuovo modo di governare. Fu interpretato come un atto contro la Dc, un tentativo di sostituire la classe dirigente dell’epoca. Si chiedeva una cultura di governo diversa e oggi è lo stesso: serve qualcuno che governi non solo la città ma il Paese.

Lei ha fatto riferimento ai borghetti di 45 anni fa e alle periferie di oggi che in qualche modo continuano ad essere “in sofferenza”. Di cosa c’è bisogno per farle crescere?
Noi, intendo i promotori del convegno, dal cardinale vicario Poletti a don Luigi Di Liegro a monsignor Clemente Riva, avevamo una chiara concezione: che per Roma, le periferie e le povertà romane serviva una grande mobilitazione sociale. Non si trattò soltanto di un convegno intellettuale. Non ho più visto a Roma una iniziativa in cui ad ascoltare le relazioni iniziali ci fosse la basilica di San Giovanni gremita e nei giorni successivi 14 tra sale e cinema pieni. Anche oggi bisogna creare una socializzazione forte, senza delegare alla politica. Non basta predicare il Vangelo, bisogna mobilitare gruppi, fare società. Faccio un esempio. Nei giorni scorsi sono stato a Casal Bernocchi. È una realtà buia, piena di solitudine, non c’è un punto di aggregazione, a parte la parrocchia e una pizzeria; non c’è società, ed è quello che bisogna fare. Nel febbraio 1974 si confrontarono in fondo due modi di vedere la Chiesa: uno che tendeva a fare le sue proposte culturali e uno che propugnava, con Di Liegro in testa, una riforma delle dinamiche pastorali che si traduceva in opere, in mense, in dormitori, assistenza agli anziani, in una testimonianza alta. Però dopo 45 anni siamo ancora lì, non c’è stata una grande capacità di assorbire questi problemi.

Alla luce dei recenti episodi di intolleranza nei confronti dei rom e dell’atteggiamento nei confronti degli immigrati, ritiene che Roma sia ancora una città accogliente?
No, sebbene girando per Roma si vedono anche episodi di integrazione. I rom sono stati sempre un elemento che colpisce qualche nervo scoperto, anche i miei genitori 70 anni fa ne parlavano
male. Sono un mondo diverso e non possiamo mescolarli con gli immigrati o con gli altri poveri. Quando è iniziato il processo migratorio, 30 anni fa, era tutto molto più tranquillo.

Cosa non funziona oggi?
Un meccanismo che ritengo tragico: quello dell’esaltazione della cronaca. Chi vive nelle periferie sente la televisione e legge i giornali. E si impaurisce sulle notizie di cronaca. Anche se poi la cronaca romana non è che riporti tutti questi fatti tragici di abominio morale, sessuale, criminale… Ma nessuno può negare che ci sia una politica basata sulla cronaca, fatta a colpi di tweet. Questa esaltazione della cronaca riduce di molto ogni approccio culturale nei confronti di questa realtà. Lo dico con un pizzico di ironia: una volta la cronaca la gestiva il parroco e spesso risolveva le cose con un’omelia. Oggi per fortuna non è più così ma purtroppo la cronaca la fanno politici, a mio avviso di serie b, che la cavalcano e scatenano aggressività.

Il Papa ha fatto riferimento alle dotazioni che dovrebbe avere la Capitale ed è recente la polemica tra Salvini e Raggi. Quali pensa che siano le priorità per Roma?
La gestione ordinaria della città. Roma non ha un governo, non ha un’amministrazione ordinaria. Non so quante migliaia siano gli impiegati capitolini ma non governano Roma. Non funziona la macchina operativa intermedia. Non possiamo strillare contro i rifiuti per strada quando non si sa neppure chi sono i dirigenti che dovrebbero risolvere la questione. Assistiamo solo alla sostituzione di assessori ma gli assessori non contano, valgono i direttori generali, i vicedirettori, gli amministrativi… lasciamo perdere la grande politica. È come una grande azienda: servono i Marchionne ma poi sono indispensabili i corpi intermedi. Se non si sistema la macchina amministrativa continueremo a bruciare sindaci che non cadranno su grandi fenomeni ma su banalità o sulle esigenze quotidiane: i rifiuti piuttosto che gli scontrini del bar.

Tutto questo è per mancanza di senso civico?
Non so perché, ci siamo lasciati andare tutti. C’è stato uno sbraco progressivo. Forse un peso l’ha avuto una certa politica clientelare. Ma purtroppo oggi tirano un po’ tutti a campare ed è un po’ il corrispettivo del fatto che nelle periferie non c’è più l’attenzione all’aspetto sociale.

Castagnetti e il peccato originale

Pierluigi Castagnetti ha interrotto un lunghissimo silenzio ed è entrato nel merito della questione che ho posto all’attenzione di tutti gli amici Popolari con la lettera a “Il Domani d’Italia”, e prima ancora con un circostanziato editoriale che non ha suscitato (né avrebbe potuto suscitare) obiezioni nel merito dei fatti riportati.

Lo ringrazio per averlo fatto e anche per la stima che mi esprime dovuta all’apprezzamento per l’attività dell’Associazione piemontese e di “Rinascita popolare”, pur se questo riconoscimento rende ancora meno comprensibile l’“inerzia politica” dell’Associazione nazionale da lui presieduta.

Non ho motivi per dubitare che Castagnetti, come rivendica, abbia sostenuto negli anni una intensa attività di conferenziere esprimendo personali convincimenti in linea con la tradizione e i valori del popolarismo (pur tenendo sempre in ombra l’Associazione, se non qualificandosi come suo presidente nelle recenti celebrazioni del Centenario). E certamente la gestione dell’eredità della DC, insieme alla miriade di altri pretendenti, è stata faticosa e foriera di grane legali. Tutti i proprietari di casa sanno che i beni immobiliari arrecano spese e fastidi, ma di solito comportano anche innegabili benefici, che – lo spero vivamente – non saranno mancati all’Associazione nazionale.

Il suo intervento ha suscitato interessanti risposte nel profondo intervento di Infante sull’attualità di una presenza culturale e politica che si qualifica su concrete proposte politiche, nelle considerazioni di Merlo, sulla necessità di smarcarsi dal PD, e di D’Ubaldo, che richiama l’importanza, oggi, di far sentire unita la voce dei Popolari. Tutti interventi che in qualche modo cercano di guardare avanti, di fare un passo verso una nuova stagione di impegno politico.

Mi pare tuttavia che nel nostro piccolo rischiamo di commettere lo stesso sbaglio che in tanti imputiamo al PD, quello di non voler fare i conti con il recente passato, per chiudere una stagione e poterne aprire una nuova. È però difficile partire con il freno a mano tirato, con silenzi e reticenze che zavorrano il presente.

Ritengo perciò doveroso, e non solo utile, approfondire e chiarire alcuni punti della lettera di Castagnetti, tralasciandone altri pur politicamente importanti (ad esempio, ricordare che nessun popolare sturziano può auspicare un “nuovo partito di cattolici” o “dei cattolici”, avendo nella laicità della politica una stella polare).

Parto da questa sua affermazione: “La mia preoccupazione è sempre stata quella di non promuovere alcuna iniziativa politica e tantomeno alcun tesseramento, sia per onorare il mandato congressuale, sia per non creare situazioni di rimessa in discussione del nuovo soggetto che avrebbero trovato la reazione in primo luogo di parlamentari e dirigenti provenienti dalla nostra storia”. Un concetto che Castagnetti ribadisce più avanti: “La mia preoccupazione è sempre stata quella di evitare di provocare polemiche politiche ‘intestine’, facili da prevedere qualora avessi consentito di non rispettare il mandato congressuale del 2002”. Mandato che prevedeva la confluenza del PPI in un più ampio contenitore politico, il nuovo partito della Margherita, dopo il promettente esordio in coalizione alle Politiche del 2001.

Capisco che nella fase iniziale di questo processo fossero necessarie delle cautele per non far temere un’adesione dimezzata o poco convinta al nuovo soggetto. Ma una volta consolidata la leadership di Rutelli, una volta corroborata dai primi successi elettorali in Europee (2004), Amministrative e Regionali (2005) cosa impediva il decollo di una associazione culturale – ben diversa da un partito – depositaria dei valori del Popolarismo?

L’hanno fatta gli amici piemontesi, che hanno semplicemente attuato quanto previsto dallo statuto nazionale. Già, lo statuto. Non sono ancora così anziano, ma evidentemente ho alcune convinzioni arcaiche: credo nel valore della parola, e della parola scritta; considero la Costituzione il fondamento della comunità nazionale così come, più in piccolo, penso che un sodalizio esiste ed opera sulla base del proprio statuto che ne regola l’attività. Dallo statuto dell’Associazione nazionale “I Popolari” (che qui allego per chi volesse leggerlo) ricavo che lo scopo per cui è stata costituita era “di realizzare attività ed iniziative che mantengano viva ed attuale la tradizione del cattolicesimo democratico e del popolarismo nella vita politica, sociale e culturale italiana, al fine di conservarne la storia e di trasmetterne le esperienze e le idealità alle future generazioni, attraverso la attualizzazione dei suoi contenuti e traducendone i principi in progetto politico, economico, sociale ed istituzionale”. Parole inequivocabili e ancora oggi condivisibili, pensando all’Associazione come “un vero e proprio laboratorio di cultura e di formazione politica, impegnato a ripensare ed attualizzare, nello scenario inedito che a livello interno ed internazionale si va configurando, la tradizione ideale e storica del popolarismo e del cattolicesimo democratico. In questa linea, la sua azione dovrà alimentare idonei percorsi formativi per una nuova classe dirigente e dovrà concorrere all’affermazione di un’etica civile valida per una nuova cittadinanza”.

Se oggi ci lamentiamo, a ragione, dell’irrilevanza del pensiero cattolico democratico nella politica italiana, della mancanza di percorsi formativi della classe dirigente, un po’ di responsabilità va accollata anche a chi non ha dato seguito a questo preciso mandato, che avrebbe affiancato e favorito – non ostacolato – chi perseguiva un più diretto impegno politico.

Anche le omissioni, non solo le cattive azioni, sono da considerare peccato…

E poi – abbiamo il coraggio di dirlo – anche per i cattolici democratici, nella deriva individualista della Seconda Repubblica, sono stati più importanti i destini personali rispetto alle rappresentanze ideali.

Se un peccato originale si può individuare nel costituire l’Associazione nazionale dei Popolari, fu di non affidarla a una personalità fuori dal palcoscenico dei partiti. Castagnetti e molti dei 58 costituenti sono stati parlamentari nella Margherita e poi nel Partito Democratico. Tutti presi dall’attività politica e, anche comprensibilmente, dal proprio posizionamento nei partiti di militanza.

Non è un caso se l’Associazione qui in Piemonte è presente e attiva: Guido Bodrato, dopo aver concluso nel 2004 il suo mandato da europarlamentare, ne è stato l’orgoglioso presidente, impegnato a offrire letture e contenuti che potessero servire anche agli amici impegnati direttamente nell’agone politico – senza fare sconti per ragioni di opportunità o “carità di patria” – e preoccupato anche di farla vivere nel tempo favorendo il ricambio generazionale.

Castagnetti ha ammesso di non aver fatto nulla come Associazione per “non creare situazioni di rimessa in discussione del nuovo soggetto”. Cioè, per dirla con le parole del cartello sui vecchi tram, per “non disturbare il manovratore”. E non importa chi fosse il manovratore: siamo passati da Rutelli a Veltroni a Franceschini a Bersani a Renzi, dal riformismo di centro della Margherita al “partito plurale a vocazione maggioritaria” alla “ditta”, al “partito personale” modellato sul leader. In quindici anni il centrosinistra è stato in continua evoluzione (o, meglio, involuzione). L’unica costante è stata il silenzio dei leader ex Popolari, che si sono fatti andar bene tutto. Anche oggi sembra che ci sia ancora qualcuno preoccupato di non disturbare il nuovo manovratore Zingaretti…

Così l’Associazione nazionale, mai nata per davvero, è caduta nell’oblio, come un vecchio arnese inutile. Anzi, un vecchio arnese che si sarebbe potuto rivelare fastidioso e persino controproducente. Come avrebbero potuto gli eredi di Sturzo e De Gasperi accettare in silenzio l’adesione del proprio partito al Socialismo europeo? Accettarne la trasformazione in un Partito Radicale di massa, che esalta i diritti individuali, tacendo sui doveri, tanto cari ad Aldo Moro, e mortificando i corpi intermedi? Accettarne la deriva metropolitana e centralista, avendo nel proprio DNA le Autonomie locali incentrate sul municipalismo sturziano? Accettarne il leaderismo arrogante e autoritario, così lontano dal rispetto reciproco, dal dialogo costruttivo, dalla ricchezza del pluralismo? Accettarne i nuovi costituzionalisti di riferimento, convinti presidenzialisti, Augusto Barbera e Stefano Ceccanti, in sostituzione dei “gufi” di cultura cattolica Valerio Onida e Ugo De Siervo?

La storia è passata e, come l’acqua, non macina più. Ma è anche necessario affrontarla con onestà intellettuale per rimuovere reticenze, incomprensioni e rendite di posizione che sono da ostacolo ad un’azione futura.

Bisognerà trovare una soluzione per l’assurda situazione dell’Associazione nazionale. Possibilmente rilanciandola con le identiche finalità, che rimangono attuali, come ha auspicato Giorgio Merlo. Oppure certificarne il fallimento e liquidarla, così da eliminare un imbarazzante elemento di ambiguità per trovare altre modalità di impegno. Avevo già prospettato “una riunione dei ‘costituenti’, allargata a quanti hanno dimostrato di avere a cuore l’eredità culturale del popolarismo, per valutare il cammino percorso e decidere il da farsi”. Potrebbero farsene promotori “Il Domani d’Italia” con Lucio D’Ubaldo e “Politica Insieme” con Giancarlo Infante, che egregiamente veicolano idee e contenuti programmatici, auspicando come noi di “Rinascita popolare” una nuova stagione dei “liberi e forti”.

Ovviamente coinvolgendo Pierluigi Castagnetti e la struttura dell’Associazione nazionale. Perché anche lui, da persona intelligente qual è, dopo aver rivendicato “la scelta di non promuovere iniziative politiche legate all’attualità”, preoccupato “di evitare e di provocare polemiche politiche ‘intestine’ (…) che avrebbero ulteriormente mortificato la memoria e il prestigio della nostra tradizione”, si sarà chiesto dove ha contribuito a portarci quella scelta. La presenza dei Popolari è oggi visibile, forte? La nostra tradizione è un riferimento nella vita politica italiana? Ne riconosciamo qualche elemento nell’involuzione della nostra democrazia?

Sono domande retoriche, dalla risposta scontata, se tanti parlano di “irrilevanza” della cultura cattolico democratica e tutti concordiamo sul fatto che stiamo vivendo tempi difficili, preoccupanti in prospettiva.

Noi Popolari in questo momento non siamo certamente forti. Non lo siamo anche perché – con pochi fatti, tante reticenze e silenzi – si sono viste scelte di corto respiro, legate a opportunismi e piccole convenienze. Chi aspira all’eredità dei “liberi e forti” dovrebbe volare più alto, sapendo che non si può essere forti se prima non si è liberi.

L’Indecisione regna sovrana

A volte rimango sbalordito nel sentire il governo nazionale che riporta in evidenza argomenti che sembravano morti e sepolti. L’ultima, in ordine temporale, è stata la questione delle Province che il Governo Matteo Renzi, nella persona del Ministro Graziano Del Rio, aveva iniziato a cancellare. A onor del vero era stata cancellata solo scheda elettorale, sottraendola ai cittadini, ed erano stati dimezzati i trasferimenti finanziari dello Stato alle Province stesse. Fatto salvo per il caso del Friuli Venezia Giulia dove sono state per davvero eliminate dall’allora Presidente della Regione che della questione ne aveva fatto una ragione di vanto nazionale, salvo però istituire numerosi nuovi organismi, molto più costosi delle quattro Province preesistenti che a distanza di quattro e più anni dalla loro costituzione, ancora non hanno dispiegato la loro azione di utilità sociale.

Adesso, si ritorna a parlare delle Province dopo che sia la riforma nazionale che quella regionale hanno messo in luce l’inadeguatezza della loro azione di pianificazione, organizzativa e finanziaria incapace di rispondere alle esigenze dei territori.

Il governo nazionale di centro sinistra e altrettanto quello del Fvg, della precedente legislatura, hanno dimostrato la superficialità delle loro rispettive riforme, esclusivamente basate sulla propaganda che sulla concretezza. E ciò per la mancanza di volontà e capacità di studiare tematiche da trasformare in provvedimenti legislativi che dessero risultati confacenti all’aspettativa dei cittadini di avere una pubblica amministrazione adeguata a dare risposte ai bisogni.

No, nulla di tutto questo è accaduto e i risultati si sono visti proprio tutti come la grave carenza di interventi nelle scuole, la quasi totale assenza di manutenzione delle strade e così via dicendo. Ma, fortunatamente, oggi ci si accorge che qualcosa non funziona e che bisogna rimettere mano alla legislazione. Però, sono convinto che non sarà facile risolvere questi problemi perché il livello di conflittualità nel governo nazionale è così forte da non consentire soluzioni rapide come, invece, servirebbero. Come pure nella nostra Regione Fvg pur avendo un governo che allo stato attuale non presenta conflittualità interne, le cose non proseguono spedite. Infatti, i mostruosi e numerosi organismi ideati dal centro sinistra, capitanato dalla allora sua Presidente, con obbedienti fino all’inverosimile i suoi assessori, che fino a oggi non sono riusciti nemmeno a decollare, non sono stati modificati nonostante le promesse del programma elettorale del centro destra.

Assistiamo perciò a una confusione generalizzata: quella nazionale dove il governo giallo-verde si contrappone tra chi vuole le province e chi no e, quella regionale, dove prevale la non scelta che ovviamente ingessa completamente gli attuali organismi nell’attesa che qualcosa succeda. È evidente che così facendo, entrambi i governi, non faranno altro che continuare a deludere le aspettative delle comunità interessate. Una cosa è certa: così facendo non si governa ma si peggiora e pure di molto, le condizioni dei territori!

L’ondata populista che ha colpito l’Estonia

A marzo, in un’elezione nazionale, il partito popolare conservatore – un partito di estrema destra che dice di voler proteggere una popolazione “estone indigena” minacciata – ha conquistato 19 seggi nel parlamento del Paese.

Ma la sua vera vittoria è arrivata poche settimane dopo, quando la compagine politica è stata inclusa nel governo della coalizione a tre partiti raccogliendo cinque ministeri chiave, anche quello degli affari economici.

Il partito, noto con il suo acronimo EKRE, si presenta come un partito anti-UE.

Nelle settimane successive alla vittoria elettorale si è subito potuto notare come i membri dell EKRE, abbiano iniziato a fare politica con la classica retorica incendiaria dei populisti sovranisti.

Mart Järvik, (politico è ministro) sospetta che i maggiori politici del paese siano “ebrei segreti”. E con fare, molto simile, al presidente degli Stati Uniti Trump o al leader ungherese Viktor Orbán – attaccano regolarmente i giornalisti che considerano “prevenuti”.

La questione delle alleanze tra partiti liberal-democratici e sovranisti, va detto, non è nuova. Già quattro anni fa, dopo le elezioni finlandesi, il Partito di centro formò un’alleanza di governo con i Veri finlandesi, concedendo loro importanti ministeri come quello degli Esteri.

E in Danimarca il governo liberale di centro-destra si regge dal 2015 grazie al sostegno esterno del Partito del popolo danese, di estrema destra, che infatti nel prossimo Parlamento europeo sarà alleato della Lega e dei principali partiti nazionalisti in Europa.

Però. ora che si avvicinano le elezioni europee, sembra sempre più chiaro che i partiti tradizionali dovrebbero evitare di andare sotto braccio coi partiti sovranisti di nuova generazione. Almeno che non si vogliano buttare via 70anni di storia.

 

Se l’Italia (può) organizzare grandi eventi sportivi

Per cinque anni consecutivi, dal 2021 al 2025, si terranno a Torino le finali Atp di tennis, il torneo di fine anno in cui si affrontano, come da tradizione, i primi 8 giocatori del mondo. Una novità assoluta per l’Italia che non aveva mai ospitato questa manifestazione, la più importante per il tennis professionistico, in programma dopo le quattro prove del Grande Slam. Per averla, Torino ha dovuto battere la concorrenza (agguerrita e qualificata) di Londra, Tokyo, Singapore, Manchester e Barcellona.

Non è una notizia da confinare nelle pagine sportive, per più di una ragione. La prima riguarda il valore economico dell’impresa. Per Torino il giro d’affari sarà, ogni anno, tra i 120 e i 150 milioni di euro. Negli ultimi nove anni le Atp Finals hanno portato a Londra oltre due milioni e 300mila persone, mentre 100 milioni di spettatori hanno seguito il torneo in televisione. La candidatura di Torino ha avuto la meglio grazie all’intraprendenza della sua amministrazione e anche grazie al sostegno finanziario del governo, che ha stanziato la somma necessaria per il montepremi quinquennale. In questo caso ha ben funzionato (per una volta) il gioco di squadra tra il Comune di Torino e Palazzo Chigi.

Ma ha funzionato anche – e questa è la seconda lezione – la capacità dei torinesi di valorizzare quanto di buono era stato fatto negli anni scorsi, da altre amministrazioni comunali e in altre stagioni politiche. La candidatura è risultata vincente anche perché Torino dispone degli impianti adatti e in particolare del Pala Alpitour, struttura costruita per le Olimpiadi inverali del 2006 in grado di ospitare 15 mila spettatori. L’affidabilità dimostrata in passato è diventata una garanzia per il presente. D’altra parte più volte nel corso della storia patria i piemontesi hanno dimostrato di saper conciliare il valore del cambiamento con quello della continuità. Tra poco più di un anno, nel giugno 2020, lo Stadio Olimpico di Roma ospiterà la partita inaugurale del Campionato Europeo di calcio, per la prima volta itinerante. Ci aspettiamo dalla sindaca Raggi lo stesso scatto di orgoglio dimostrato dalla collega Appendino: Roma non può fallire una manifestazione sportiva così importante: hic Rhodus, hic salta.

I media e il concordato Stato-Chiesa del 1929

Nel 1929 Benito Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri, plenipotenziario della Santa Sede, firmarono un trattato che cambiò la storia: come rispose l’opinione pubblica del tempo? Come le forze schierate in campo, nell’informazione e nella politica, raccontarono e vissero il riavvicinamento fra lo Stato italiano e la Santa Sede?

Novant’anni dopo la stipula dei Patti Lateranensi, il nuovo eBook edito da The Skill Press, “I media e il concordato Stato-Chiesa del 1929”, di Alessandro Vinai, analizza come il sistema dell’informazione nazionale reagì alla firma dello storico trattato. Lo fa attraverso uno studio dei giornali del tempo, palcoscenico dei rapporti di forza tra i diversi movimenti politici e sociali in campo (fascisti, cattolici, liberali, socialisti, monarchici…), e la lettura ragionata di testate quali, tra le altre, L’Osservatore Romano, Il Popolo d’Italia, La Stampa.

Il volume è arricchito dalla firma di Giovanni B. Varnier, docente presso l’Università di Genova ed esperto di relazioni tra Stato e Chiesa in Italia, istituzioni ecclesiastiche e minoranze religiose. Varnier, membro di diversi comitati di direzione per riviste e istituti, ha scritto più di 350 pubblicazioni di carattere politico, giuridico, storico, tra cui ricordiamo “Gli ultimi governi liberali e la questione romana” (ed. Giuffrè, 1976), “Le minoranze religiose in Italia e Il fenomeno religioso nella trasformazione dell’ordinamento giuridico” (ed. San Paolo, 1997).

Tra i protagonisti dell’accordo Benito Mussolini, capo di governo del Regno d’Italia, interessato ad accrescere il proprio consenso, e Papa Pio XI, mosso dalla volontà di superare il conflitto e la separazione civile che aveva fin lì contraddistinto le masse cattoliche in Italia. Un delicato equilibrio giocato e soppesato sulle colonne dei giornali, in un mondo che di lì a poco sarebbe stato interamente stravolto dalla guerra prima e dalla modernità poi.

L’ebook è disponibile sulle piattaforme Amazon e Kindle.