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Lazio, il governatore Rocca difende il suo operato sulla sanità.

“Leggo con stupore la nota inviata alle agenzie di stampa da alcune sigle sindacali dove si evoca addirittura un totale disinteresse della Regione per la sanità pubblica. Ragionamenti contraddittori visto che, proprio nel testo, le stesse sigle rimarcano un dialogo avviato sin dall’inizio del mio mandato. Peraltro, ho ricevuto le stesse proprio pochi giorni fa. Val la pena ricordare, e ci tengo a chiarire punto per punto la questione, che questa Giunta in un solo anno di lavoro ha dimostrato con i fatti, e non con le chiacchiere, la considerazione e l’interesse nei riguardi del personale sanitario delle strutture pubbliche del Lazio. Partiamo dalle 14 mila nuove assunzioni, per cui dai 49 mila dipendenti siamo passati ad un organico di circa 63 mila operatori sanitari.

Cosa che non si vedeva da vent’anni a questa parte. Abbiamo stabilizzato 1700 operatori precari del SSR e prorogato i contratti degli altri, affinché possano maturare i requisiti per l’assunzione a tempo indeterminato. Stiamo affrontando e risolvendo questioni letteralmente “sepolte” da anni: dai fondi INAIL per l’infortunistica per pagare i medici che emettono i certificati di infortunio (un problema che si trascinava dal 2019), fino alla certificazione dei fondi contrattuali (cosa che non veniva fatta dal 2021). Abbiamo avviato una scrupolosa operazione di pulizia e di riordino dei bilanci 2022 di Asl e aziende ospedaliere anche alla luce della nota inchiesta della Corte dei Conti e della Procura e stiamo terminando proprio in questi giorni la chiusura dei bilanci 2023. Abbiamo stanziato ulteriori risorse per premiare l’operosità dei medici dei reparti di emergenza, consapevoli dei loro grandi sacrifici. Cosa che non mi sembra sia stata fatta dalla precedente amministrazione.

Rispetto alla questione dei commissariamenti delle aziende sanitarie, gli stessi si sono resi necessari nelle more della predisposizione del nuovo Albo dei direttori generali il cui iter istruttorio verrà avviato domani [oggi per chi legge, ndr] in Giunta. Infine, ci tengo a sottolineare che, chi è fautore della condizione indegna che ci siamo trovati dinanzi al nostro insediamento, farebbe meglio a tacere: Alessio D’Amato, l’uomo del disastro dei conti della sanità laziale che ha reso necessario l’intervento della Procura della Repubblica e della Corte dei conti, colui che ha permesso ai privati accreditati di fare e disfare a loro piacimento, senza controllo alcuno. L’uomo che ci ha portato ad attese nei pronto soccorso indegne di un paese civile. 

Voglio rassicurare tutti i lavoratori e le sigle sindacali, con le quali a breve ci sarà un incontro per affrontare insieme ogni aspetto, sul fatto che la Regione sta lavorando per una vera e propria rinascita della sanità pubblica”.

La Ragione | Ucraina, ignobile bombardamento russo su un ospedale pediatrico.

[…] Il bilancio provvisorio alla consegna di questo articolo è di 22 morti e 96 feriti (fra cui almeno una decina sono bambini piccoli) ma, stando a quanto hanno riferito alcuni colleghi della prima emittente televisiva ucraina, almeno due dei feriti gravi che sono stati trasportati d’urgenza in un altro ospedale di Kyiv sarebbero morti. Almeno 56 persone sono state trasferite per ricevere ulteriori cure, mentre le rimanenti sono state medicate sul posto. Mentre ciò avveniva, altre esplosioni hanno continuato a susseguirsi tanto da lasciar intendere un devastante double tap, che avrebbe comportato altre centinaia di vittime. Nonostante ciò, i soccorritori hanno proseguito nel loro lavoro supportati da una quantità impressionante di civili e militari accorsi sul posto.

L’obiettivo era salvare più vite possibile, noncuranti del fatto che essi stessi di lì a poco avrebbero potuto rimanere vittime d’un secondo attacco russo (come molte altre volte è accaduto).

Nell’attacco i russi hanno gravemente danneggiato o completamente distrutto altre tre sottostazioni energetiche del gruppo “Dtek” , situate nei distretti di Holosiivskyj e Shevchenkivskyj della Capitale. Fra gli altri bersagli di quei missili c’erano la popolazione civile ucraina della città di Dnipro (dove i russi hanno parzialmente distrutto un grattacielo, un’impresa commerciale e una stazione di servizio uccidendo almeno un uomo e ferendone sei), di Kryvyj Rih (dove un violento attacco contro le infrastrutture amministrative ha provocato almeno 12 morti e 47 feriti) e poi di Sloviansk, Kramatorsk e Pokrovsk, dove si parla d’almeno tre morti.

Il numero complessivo – largamente provvisorio – di questo inizio settimana intriso di sangue innocente è di oltre duecento vittime.

Dopo aver visto sparare così barbaramente contro bambini già abbastanza colpiti dalla vita, dopo averne visti decine senza capelli finire il ciclo di chemioterapia con la flebo al braccio mentre i russi continuavano a sparargli contro e dopo aver visto così tanto sangue scorrere fra le macerie da intridere i camici degli operatori sanitari disperati che tentavano di strappare anime innocenti alla morte, vien da chiedersi quante volte ancora dovremo sentir soffocati gli appelli di questo popolo e del suo presidente (l’ultimo nelle scorse ore, con la richiesta di convocare il Consiglio di sicurezza dell’Onu) da quel ‘timore di un’escalation’ di cui francamente s’inizia a non comprendere più il significato.

 

Titolo originale: Bambini bersaglio

Fonte: “La Ragione” – Martedì 9 luglio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del quotidiano] 

Viterbo, più che sulla politica la convergenza è sui concorsi.

Già la composizione della coalizione è sui generis, per dirla con un afflato politologico. Parliamo della Provincia di Viterbo che vede come Presidente un esponente storico di Forza Italia dopo aver fatto il sindaco per 15 anni del Comune di Bassano in Teverina. La maggioranza che lo sostiene, però, non è il tradizionale centro destra unito ma è composta, oltreché da Forza Italia, addirittura dal Partito democratico e dai Civici della Sindaca dai Viterbo. E sin qui tutto bene, si fa per dire.

Quello che colpisce in questi ultimi tempi da quelle parti è l’esito dei sette concorsi indetti dall’amministrazione provinciale di Viterbo per un totale di 11 posti. Dopodiché, a seguito gli esiti delle selezioni, sono anche spuntate fuori simpatiche graduatorie con un numero stratosferico di idonei. Insomma, assunti in Provincia e idonei che possono essere chiamati dagli altri enti. Come ovvio, tutto lecito. Almeno per ora.

Ma la notizia vera emerge, come di norma, dai dettagli. Il numero degli idonei è composto in buona parte da politici e i loro cari, cioè parenti e amici. L’elenco, lungo, è già stato pubblicato su alcuni organi di informazione e non vale neanche la pena di essere riproposto.

La morale della favola, almeno per noi, però è una sola. Quello che non riesce sempre con la politica trova la sua sublime perfezione nei concorsi. E qui la convergenza è ottima. E la conferma arriva, appunto, dalla Provincia di Viterbo.

Gioventù nazionale, Mons. Viganò e una partita a poker.

C’è in filo invisibile che tiene insieme, sia pure per vie impervie, le recenti dichiarazioni di alcuni esponenti di Gioventù Nazionale, la scomunica di Mons. Viganò ed il gioco del poker.

Qualche giorno fa hanno fatto scalpore alcune riflessioni di membri della migliore gioventù di Fratelli d’Italia che, non immaginando di essere registrati da Fanpage, hanno tirato fuori il più becero bagaglio culturale della Destra di un tempo. 

Si è così potuto apprezzare un campionario di idee antisemite, inneggiamenti al nazismo condito da saluti romani a chiarire, per chi ancora avesse qualche dubbio, circa la messa a fuoco identitaria dei protagonisti.

A seguito della vicenda si è dimessa per “motivi personali” tal Flaminia Pace, responsabile del circolo “Pinciano” di GN che se l’è presa anche con la Senatrice Ester Mieli, peraltro del suo stesso partito, confessando agli amici come siano state una presa in giro le parole di solidarietà rivolte poco prima al suo indirizzo.

A sua volta, ignara di essere ripresa, Elisa Segnini diceva di non aver mai smesso di essere razzista e fascista. La ragazza è stata peraltro capo della segreteria dell’On. Ylenia Lucaselli. Anche lei ha lasciato la sua piccola poltroncina. Resta oscuro con quale criterio l’On. Lucaselli abbia saputo scegliere i suoi collaboratori. Anche Ilaria Partipilo, presidente di GN di Bari e collaboratrice dell’On. Donzelli ha dato sfoggio delle sue idee. 

Altri baldanzosi e baldanzose ce ne saranno stati che quel giorno non hanno fiatato, ma in comunanza di sentimenti con quanto sbandierato dalle orgogliose ragazze di cui si commenta. Sul fondo, il biasimo e le censure dei dirigenti di livello di Fratelli d’Italia non appena l’episodio è venuto alla luce. Ci sono stati e seguiranno provvedimenti di sospensione e di espulsione o di allontanamenti. Resta il dovere dei vertici del partito di selezionare con maggiore attenzione e severità le fresche generazioni chiamate a dare una mano a supporto dell’attività politica nelle istituzioni. 

Alice nel Paese delle meraviglie è una spiegazione che regge in modo traballante. Oggi Fratelli d’Italia, un partito che esprime il Presidente del Consiglio del paese, ha un dovere di ripulisti che non può trascurare.  La Meloni ha probabilmente bisogno di tempo per sostituire progressivamente la sua base elettorale, emarginando i nostalgici del tempo che fu, con l’adesione di nuovi simpatizzanti conservatori e democratici che nulla hanno a che fare con l’inconcepibile fanatismo di quando c’erano Mussolini ed Hitler!

Oltre il ridicolo e lo sconcerto di certe idee, in troppi appare latitante un filo di coerenza per non sprofondare nella ambiguità, nella ipocrisia o nella falsità. Questi elementi sarebbero semmai più ad uso di vecchi consumati politici che di nuovi militanti che dovrebbero distinguersi per innocenza e passione. Ciascuno abbia semplicemente il coraggio di dire ciò che pensa e di pagarne positivamente o negativamente le conseguenze. 

Non è legittimo e tanto più condivisibile mangiare in un piatto in cui si sputa. Fratelli d’Italia per bocca dei suoi massimi livelli ha più volte chiamato le distanze dalle idee a cui sono ispirate queste spigliate “giovanotte”, che hanno mancato di prendere atto del nuovo corso e quindi semplicemente cambiare casa e casacca. Nello specifico, nel dire il proprio pensiero, non si è intravista nessuna esibizione di carattere e di fierezza fascista, invece mascherandosi con doppia faccia o esponendosi solo quando protette all’interno delle mura domestiche.

Dovrebbero e potrebbero imparare da Mons. Carlo Maria Viganò che in questi giorni è stato scomunicato latae sententiae, cioè d’ufficio. L’arcivescovo è conosciuto per alcune sue posizioni antiscientiste, omofobe, no-vax e anti-bergogliane.  Mons. Viganò, nella sua coerenza, non hai mai giocato nell’ombra, rifiutandosi di sottomettersi al Papa, da lui definito un cancro e dalla parte di Satana. Non è mai pubblicamente arretrato di un solo passo rispetto al suo giudizio sul Vaticano. Ora ne ha buscato una dolorosa scomunica, la cui ipotesi non ha mai intimidito l’arcivescovo fino a fargli attenuare le critiche verso il Pontefice. Che sia nel torto o nella ragione, gli va riconosciuto una linearità di comportamenti e di coraggio che altri nella Chiesa non hanno.

Troppi, pur essendo in profondo disaccordo con Francesco, sono in opportunistica attesa solo di un futuro migliore e diverso, cioè più aderente al proprio intimo pensiero. C’è un eccesso di persone che in questo mondo giocano a poker nascondendo le proprie carte, senza considerare che alla fine dovranno comunque dichiarare il proprio punto e rendersi, piaccia o no, evidenti. Coerenza sta per essere strettamente uniti almeno a se stessi o al proprio credo. Chi in Fratelli d’Italia non si è accorto che le cose sono cambiate ne prenda atto e per dignità personale trovi altra accoglienza e collocazione.

Su come procedere, potranno sempre chiedere consiglio a Mons. Viganò o perlomeno vedere il film “Il coraggio di Blanche”, della regista francese Donzelli. A volte i nomi…

Dibattito | L’impasse post elettorale può radicalizzare la politica francese

Nessuno obbligava Macron a sciogliere l’Assemblée subito dopo l’esito delle elezioni europee. Il voto a favore del RN ottenuto con il proporzionale, non modifica di per sé in alcun modo il Parlamento di Parigi. Solo la ferita apportata al suo smisurato ego e la speranza di arrestare la crescita ulteriore della destra lo hanno indotto a un simile azzardo. Subito dopo l’improvviso scioglimento dell’Assemblea, il panico prese corpo in tutte le cancellerie e sulla stampa mainstream: il pericolo nero era alle porte e le critiche abbondarono per il giocatore d’azzardo che, con un colpo di testa, stava facendo correre enormi rischi alla Francia e all’Europa intera. Paura più che giustificata, nel timore che la destra crescesse ancora dopo il già ragguardevole 31% ottenuto al primo turno. Paura ulteriormente alimentata, seppure ad arte, in vista del secondo turno. Paura tuttavia ingiustificata dopo il positivo esito degli accordi di desistenza. La conventio ad excludendum della diga repubblicana non avrebbe mai consentito al RN di ottenere la maggioranza dei seggi.

Ora che tutto è andato secondo le previsioni, molti commentatori e uomini politici tornano a valutare positivamente la valutazione del rischio fatta dal Presidente.

Ma è davvero così?

Certamente, Bardella non diventerà primo ministro, ma cosa aspetta la Francia? Il minimo che si può dire è che l’attende un prolungato periodo di instabilità, se non – peggio – di ingovernabilità.

Non credo che la France Insoumise di Mélenchon possa entrare in un governo di unità nazionale. Troppo profondo è il disprezzo della Gauche per Macron. Ancora la sera dello scrutinio, il grido elevatosi più forte dalla Place de la République era Macron/Démissions.

Ammesso pure che un governo si riesca a comporre, mettendo insieme macroniani, socialisti e gollisti, ciò che ne uscirebbe è comunque un’alleanza difficile, con obiettivi, aspettative e ambizioni profondamente diverse e tali da rendere inefficace e impotente l’azione di governo. Non solo, alla risicata maggioranza parlamentare che così si costituirebbe corrisponderebbe l’ostilità (forse l’odio) di una forte maggioranza di votanti. Occorre infatti non dimenticare che un tale esito governativo avrebbe contro non solo il 40% dei voti andati a destra al secondo turno (Dati Ministero Interni Francese) ma anche il 15-20 % del Front Populaire proveniente da France Insoumise. A sinistra il sentimento sarebbe quello del tradimento, a destra quello della frode.

Potrà reggere così il sistema fino alle prossime presidenziali, mentre i venti di guerra soffiano sull’Europa e sul Mediterraneo? È un lusso che possiamo permetterci? Non sarebbe meglio che Macron stesso si facesse da parte e che un centro più credibile e meno riconducibile all’élite degli ENArchi uscisse rafforzato dalle elezioni dopo la dimostrazione dell’impasse prodotta dall’azzardo? Tergiversare rischia solo di rafforzare le forze antisistema. Arrivati al 40 % nulla può escludere che la maggioranza assoluta non sia raggiungibile per il giovane Bardella, nonostante il sistema elettorale a doppio turno.

Hazard, mon amour: Macron ha vinto la sua partita. E ora?

Il risultato del secondo turno delle legislative francesi consegna tre chiari responsi. Il primo, molto positivo per la democrazia, e in controtendenza rispetto ad altri Paesi europei, è l’aumento consistente dell’affluenza al voto.

Il secondo è costituito dal fatto che la netta sconfitta dell’estrema destra del Rassemblement National (RN), è stata determinata dal funzionamento degli accordi di desistenza fra il blocco di centro di Macron e il blocco delle sinistre del Nouveau Front populaire (NFP), nei due sensi, cosa che non era affatto scontata. In generale gli elettori del fronte delle sinistre hanno votato il candidato centrista nei collegi dove si era ritirato il loro, e viceversa. In questo dato vi si può scorgere anche l’elemento della tenuta e della ripresa di vitalità delle forze centriste, nonostante le lacerazioni prodottesi in seno ai Républicains (LR) in seguito allo strappo del suo presidente Éric Ciotti al primo turno per accordi con il RN, e nonostante l’appannamento sul piano interno dell’immagine di Macron. Il quale invece, esce indiscutibilmente rafforzato da queste elezioni anticipate. Una mossa azzardata quella dell’Inquilino dell’Eliseo che pare aver dato, almeno in parte, i risultati sperati. Bloccare, e anche in qualche modo sgonfiare il RN, e riaffermare l’insostituibilità del centro negli equilibri politici transalpini.

Non altrettanto positivo per Macron e per la Francia risulta il terzo responso uscito dalle urne di questo turno di ballottaggio, quello costituito dal fatto che nessuno dei tre schieramenti dispone dei numeri per governare. Non a caso la prima reazione al voto di Macron è stata all’insegna della prudenza. Occorrerà lasciar decantare la situazione, lasciar calmare gli animi, aspettare che si plachi la baldanza di Mélenchon nel chiedere comunque un governo delle sinistre, per capire che tipo di maggioranza potrà emergere nella nuova Assemblée Nationale.

L’esito del voto spinge la Francia in territori inesplorati. Quelli di un possibile esecutivo, se non di unità nazionale – che appare impraticabile a fronte di una così forte polarizzazione – almeno di carattere tecnico, come alternativa all’impasse creato dai numeri insufficienti a ciascuno dei tre blocchi per raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. Una strada questa che riaffermerebbe il ruolo del centro nell’attrarre attorno a una soluzione di governo tutte le forze meno inclini all’estremismo.

In ogni caso, ciò che succederà dopo questo voto in Francia, avrà con ogni probabilità forti ripercussioni anche sulla ricerca dei nuovi equilibri europei dopo il voto del giugno scorso. Ma mentre la Francia rischia di faticare a trovare una personalità con le caratteristiche giuste per un inedito ruolo di “tecnico” alla guida dell’esecutivo, in ambito Ue invece, nel caso dovessero presentarsi difficoltà insormontabili per la riconferma della von der Leyen, questa figura esiste. Ed è pure italiana.

Il Fronte Popolare e la coppia Fratoianni-Piccolotti

Finalmente il neo “Fronte Popolare” inizia a dare i suoi frutti. Leggiamo con gioia e soddisfazione che i paladini dell’occupazione abusiva delle case, cioè l’ineffabile trio Fratoianni/Bonelli/Salis, avanzano come possibile candidatura della compagna del capo di Avs, Nicola Fratoianni, alla guida della Regione Umbria in vista delle prossime elezioni. La suddetta compagna, Elisabetta Piccolotti, attualmente è Deputata ma si sacrificherebbe per il bene dell’inedito Fronte Popolare a sfidare il centro destra per condurre gli umbri verso il sol dell’avvenire. E sin qui tutto bene.

Ma c’è un aspetto che non si può trascurare come segno indelebile ed indiscutibile del cambiamento che il Fronte Popolare di togliattiana memoria ci consegna. E cioè, una intera famiglia – seppur di fatto in rispetto della modernità – che si dedica al bene degli altri. Prima come parlamentari e poi, eventualmente, come Deputato lui e Presidente di Regione lei. Un modello di altruismo, generosità e dedizione per tutti. Laici e cattolici, democratici e non, riformisti e conservatori, sovranisti ed europeisti.

Con una postilla finale. Anche il fatturato della famiglia di fatto ne esce bene. Il tutto, come ovvio, in nome del cambiamento, del rinnovamento e, soprattutto, contro la barbarie e l’inciviltà dei nemici che stanno minando la nostra democrazia e abbattendo la nostra Costituzione. Verrebbe da dire: ma chi sta meglio di loro…

 

P.S. A scrivere dell’ipotesi Piccolotti è stato “Il Tempo” nell’edizione di ieri (a p. 2). Titolo: “Spunta l’idea Lady Fratoianni per conquistare l’Umbria”.

Il messaggio che viene da Trieste non si può archiviare allegramente

Una prima annotazione è d’obbligo. A Trieste hanno parlato i massimi rappresentanti della Chiesa e della Repubblica e, nel solco della reciproca autonomia, si sono trovati concordi nella difesa della democrazia o meglio nel rilancio dei suoi valori. Sono due preziosi contributi che, in ambito strettamente politico, si aggiungono al patrimonio inestimabile del cattolicesimo democratico. Il discorso del Papa, a riguardo, segna un punto di svolta: “In Italia è maturato l’ordinamento democratico – ha detto – dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia […] e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento”. Siamo lontani anni luce dalla liquidazione frettolosa dell’esperienza democristiana avvenuta 30 anni fa da parte della Gerarchia. Oggi si parla un’altra lingua. La Dc non è più negletta, semplice storia da dimenticare, ma un esempio che merita di essere apprezzato, con intelligenza.  

Mattarella ha messo in guardia da un eccesso di accentramento, con l’abbandono dei necessari equilibri tra i poteri dell’ordinamento repubblicano, perché la democrazia è viva e forte quando mantiene integro il pluralismo e forte, di conseguenza, il rispetto delle minoranze. Cosa ha prodotto – ahinoi – il berlusconismo? Siamo passati dagli eletti ai cooptati secondo una logica destinata a scatenare la rivolta contro la casta. E abbiamo pagato il conto di quella follia. Non capisco allora perché, secondo Salvini, da ciò possa derivare un alto riconoscimento simbolico con l’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa al Cavaliere.

Recidere in un regime parlamentare il necessario rapporto diretto tra eletti ed elettori è come tagliare le radici a un albero. Purtroppo nessuno vi ha messo riparo, nemmeno Prodi, quando ha vinto per la seconda volta, se l’è ripromesso come obbiettivo prioritario. È chiaro che finisce con l’intervento di Mattarella una sorta di acquiescenza alla neutralità passiva: in capo al Presidente della Repubblica  permangono alcune fondamentali prerogative, come il rinvio alle Camere di leggi mal congegnate o l’esercizio della moral suasion in caso di forzature nel processo legislativo. Insomma, niente più terzietà pilatesca perché rappresenterebbe preferire Barabba. 

Tutte queste motivazioni sono state anticipate nell’intervento del Cardinale Zuppi, Presidente della CEI, che ha rivendicato la piena autonomia della Chiesa da qualunque altro potere, lanciando altresì un monito ai tanti fedeli rinunciatari perché onorino l’impegno civile e politico, storica conquista dei cattolici democratici. Da Trieste, insomma, viene un messaggio importante. Non si può pensare che vada archiviato allegramente.

 

Il discorso di Papa Francesco

https://ildomaniditalia.eu/trieste-settimana-sociale-il-discorso-integrale-di-papa-francesco/

 

Il discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

https://www.quirinale.it/elementi/116451

Legge elettorale, due modelli per un cittadino protagonista.

Era così un tempo e resta così oggi. E sarà così anche domani. Ovvero, la legge elettorale – per quanto riguarda le dinamiche politiche – resta ”la madre di tutte le riforme”. Lo ricordava già Carlo Donat-Cattin in tempi non sospetti durante la lunga stagione della Prima Repubblica. Non si stancava di ripetere, lo statista piemontese, che “la presenza politica e culturale organizzata ed autonoma dei cattolici era nata con la proporzionale e sarebbe definitivamente finita con l’abolizione e il superamento della proporzionale”. E così è stato, quando ormai Donat-Cattin non era più tra di noi. 

Lo ha ricordato, per chi lo avesse dimenticato, nei giorni scorsi l’ineffabile Achille Occhetto in una intervista al Corriere della Sera. Dice l’ex leader comunista che la stagione post tangentopoli è stata molto importante, nonché decisiva, perché ha segnato “la fine dell’unità politica dei cattolici” e quindi della Democrazia cristiana e, al contempo, ha certificato l’avvio “del bipolarismo tra destra e sinistra nel nostro paese cancellando definitivamente il centro”. Due risultati che gli ex e i post comunisti attendevano da decenni e che, finalmente, dopo il 1994 si sono concretamente avverati.

Ma, per non ripercorrere un passato persin troppo noto e conosciuto per essere ulteriormente approfondito, almeno su due elementi possiamo quasi tutti concordare, se vogliamo restituire un giusto protagonismo ai cittadini/elettori nella scelta della classe dirigente politica. E questo lo possiamo dire a maggior ragione proprio adesso quando si discute, al di là del furore ideologico del neo “Fronte Popolare”, del futuro assetto istituzionale del nostro paese. E, al riguardo, sono due le soluzioni concrete che permettono ai cittadini un rinnovato protagonismo, al di là della intera cornice della legge elettorale. E cioè, o le preferenze multiple come avveniva nella prima repubblica – perché la preferenza unica ha introdotto una pesante corruzione elettorale da un lato e ha innescato una violenta e spietata conflittualità all’interno dei rispettivi partiti dall’altro – oppure il ritorno dei collegi uninominali come prevedeva il cosiddetto “mattarellum”, ma senza alcuna lista bloccata. 

Sono questi, concretamente, i due modelli che garantiscono ai cittadini di potersi scegliere la classe dirigente parlamentare senza limitarsi a ratificare decisioni assunte da altri. Cioè dai capi partito. E questo, per tornare alle riflessioni di Donat-Cattin, è anche l’unico modo per cercare di fermare l’onda dei “partiti personali” e “dei partiti del capo”. Perché quando la classe dirigente non viene più “nominata” ma “eletta”, i partiti personali cessano d’incanto per ridare spazio e manovra ai partiti democratici, collegiali e liberali al proprio interno.

Ecco perché il dibattito sul sistema elettorale, al di là delle tante chiacchiere sul modello istituzionale, non può più tardare. Perché, e lo ripetiamo ancora una volta, dietro alla elezione dei futuri parlamentari in discussione c’è anche e soprattutto il radicale cambiamento del profilo organizzativo dei partiti. Ovvero, da partiti personali e del capo come sono oggi a partiti democratici e costituzionali. Com’erano, semplicemente e senza tante rivoluzioni frontiste, nella prima repubblica. E lo dico senza tentazioni o regressioni nostalgiche ma solo per un atto di realismo e di onestà intellettuale.

Trieste, Settimana sociale: il discorso integrale di Papa Francesco

cari fratelli Vescovi,
Signori Cardinali,
fratelli e sorelle, buongiorno!

 

Ringrazio il Cardinale Zuppi e Monsignor Baturi per avermi invitato a condividere con voi questa sessione conclusiva. Saluto Monsignor Renna e il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali. A nome di tutti esprimo gratitudine a Monsignor Trevisi per l’accoglienza della Diocesi di Trieste.

La prima volta che ho sentito parlare di Trieste è stato da mio nonno che aveva fatto il ‛14 sul Piave. Lui ci insegnava tante canzoni e una era su Trieste: “Il general Cadorna scrisse alla regina: ‘Se vuol guardare Trieste, che la guardi in cartolina’”. E questa è la prima volta che ho sentito nominare la città.

Questa è stata la 50.ma Settimana Sociale. La storia delle “Settimane” si intreccia con la storia dell’Italia, e questo dice già molto: dice di una Chiesa sensibile alle trasformazioni della società e protesa a contribuire al bene comune. Forti di questa esperienza, avete voluto approfondire un tema di grande attualità: “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”.

Il Beato Giuseppe Toniolo, che ha dato avvio a questa iniziativa nel 1907, affermava che la democrazia si può definire «quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori»[1]. Così diceva Toniolo. Alla luce di questa definizione, è evidente che nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute. Questo ci interessa e ci preoccupa, perché è in gioco il bene dell’uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo[2].

In Italia è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure l’esperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamentof per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo. Questo atteggiamento si ritrova nella Nota pastorale con cui nel 1988 l’Episcopato italiano ha ripristinato le Settimane Sociali. Cito le finalità: «Dare senso all’impegno di tutti per la trasformazione della società; dare attenzione alla gente che resta fuori o ai margini dei processi e dei meccanismi economici vincenti; dare spazio alla solidarietà sociale in tutte le sue forme; dare sostegno al ritorno di un’etica sollecita del bene comune […]; dare significato allo sviluppo del Paese, inteso […] come globale miglioramento della qualità della vita, della convivenza collettiva, della partecipazione democratica, dell’autentica libertà»[3]. Fine citazione.

Questa visione, radicata nella Dottrina Sociale della Chiesa, abbraccia alcune dimensioni dell’impegno cristiano e una lettura evangelica dei fenomeni sociali che non valgono soltanto per il contesto italiano, ma rappresentano un monito per l’intera società umana e per il cammino di tutti i popoli. Infatti, così come la crisi della democrazia è trasversale a diverse realtà e Nazioni, allo stesso modo l’atteggiamento della responsabilità nei confronti delle trasformazioni sociali è una chiamata rivolta a tutti i cristiani, ovunque essi si trovino a vivere e ad operare, in ogni parte del mondo.

C’è un’immagine che riassume tutto ciò e che voi avete scelto come simbolo di questo appuntamento: il cuore. A partire da questa immagine, vi propongo due riflessioni per alimentare il percorso futuro.

Nella prima possiamo immaginare la crisi della democrazia come un cuore ferito. Ciò che limita la partecipazione è sotto i nostri occhi. Se la costruzione e l’intelligenza mostrano un cuore “infartuato”, devono preoccupare anche le diverse forme di esclusione sociale. Ogni volta che qualcuno è emarginato, tutto il corpo sociale soffre. La cultura dello scarto disegna una città dove non c’è posto per i poveri, i nascituri, le persone fragili, i malati, i bambini, le donne, i giovani, i vecchi. Questo è la cultura dello scarto. Il potere diventa autoreferenziale – è una malattia brutta questa –, incapace di ascolto e di servizio alle persone. Aldo Moro ricordava che «uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra la propria personalità»[4]. La parola stessa “democrazia” non coincide semplicemente con il voto del popolo; nel frattempo a me preoccupa il numero ridotto della gente che è andata a votare. Cosa significa quello? Non è il voto del popolo solamente, ma esige che si creino le condizioni perché tutti si possano esprimere e possano partecipare. E la partecipazione non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani, e va “allenata”, anche al senso critico rispetto alle tentazioni ideologiche e populistiche. In questa prospettiva, come ho avuto modo di ricordare anni fa visitando il Parlamento Europeo e il Consiglio d’Europa, è importante far emergere «l’apporto che il cristianesimo può fornire oggi allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società»[5], promuovendo un dialogo fecondo con la comunità civile e con le istituzioni politiche perché, illuminandoci a vicenda e liberandoci dalle scorie dell’ideologia, possiamo avviare una riflessione comune in special modo sui temi legati alla vita umana e alla dignità della persona. 

Le ideologie sono seduttrici. Qualcuno le comparava a quello che a Hamelin suonava il flauto; seducono, ma ti portano a annegarti.

A tale scopo rimangono fecondi i principi di solidarietà e sussidiarietà. Infatti un popolo si tiene insieme per i legami che lo costituiscono, e i legami si rafforzano quando ciascuno è valorizzato. Ogni persona ha un valore; ogni persona è importante. La democrazia richiede sempre il passaggio dal parteggiare al partecipare, dal “fare il tifo” al dialogare. «Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale. Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di sé, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se la loro efficienza sarà poco rilevante»[6].Tutti devono sentirsi parte di un progetto di comunità; nessuno deve sentirsi inutile. Certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone … Mi fermo alla parola assistenzialismo. L’assistenzialismo, soltanto così, è nemico della democrazia, è nemico dell’amore al prossimo. E certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone sono ipocrisia sociale. Non dimentichiamo questo. E cosa c’è dietro questo prendere distanze dalla realtà sociale? C’è l’indifferenza, e l’indifferenza è un cancro della democrazia, un non partecipare.

La seconda riflessione è un incoraggiamento a partecipare, affinché la democrazia assomigli a un cuore risanato. È questo: a me piace pensare che nella vita sociale è necessario tanto risanare i cuori, risanare i cuori. Un cuore risanato. E per questo occorre esercitare la creatività. Se ci guardiamo attorno, vediamo tanti segni dell’azione dello Spirito Santo nella vita delle famiglie e delle comunità. Persino nei campi dell’economia, della ideologia, della politica, della società. Pensiamo a chi ha fatto spazio all’interno di un’attività economica a persone con disabilità; ai lavoratori che hanno rinunciato a un loro diritto per impedire il licenziamento di altri; alle comunità energetiche rinnovabili che promuovono l’ecologia integrale, facendosi carico anche delle famiglie in povertà energetica; agli amministratori che favoriscono la natalità, il lavoro, la scuola, i servizi educativi, le case accessibili, la mobilità per tutti, l’integrazione dei migranti. Tutte queste cose non entrano in una politica senza partecipazione. Il cuore della politica è fare partecipe. E queste sono le cose che fa la partecipazione, un prendersi cura del tutto; non solo la beneficenza, prendersi cura di questo …, no: del tutto!

La fraternità fa fiorire i rapporti sociali; e d’altra parte il prendersi cura gli uni degli altri richiede il coraggio di pensarsi come popolo. Ci vuole coraggio per pensarsi come popolo e non come io o il mio clan, la mia famiglia, i miei amici. Purtroppo questa categoria – “popolo” – spesso è male interpretata e, «potrebbe portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”). Ciò nonostante, per affermare che la società è di più della mera somma degli individui, è necessario il termine “popolo”»[7], che non è populismo. No, è un’altra cosa: il popolo. In effetti, «è molto difficile progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo» [8]. Una democrazia dal cuore risanato continua a coltivare sogni per il futuro, mette in gioco, chiama al coinvolgimento personale e comunitario. Sognare il futuro. Non avere paura.

Non lasciamoci ingannare dalle soluzioni facili. Appassioniamoci invece al bene comune. Ci spetta il compito di non manipolare la parola democrazia né di deformarla con titoli vuoti di contenuto, capaci di giustificare qualsiasi azione. La democrazia non è una scatola vuota, ma è legata ai valori della persona, della fraternità e anche dell’ecologia integrale.

Come cattolici, in questo orizzonte, non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi. No. Dobbiamo essere voce, voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Tanti, tanti non hanno voce. Tanti. Questo è l’amore politico[9], che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause. Questo è l’amore politico. È una forma di carità che permette alla politica di essere all’altezza delle sue responsabilità e di uscire dalle polarizzazioni, queste polarizzazioni che immiseriscono e non aiutano a capire e affrontare le sfide. A questa carità politica è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi. Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile. Dobbiamo riprendere la passione civile, questo, dei grandi politici che noi abbiamo conosciuto. Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte. E questa è una cosa importante nel nostro agire politico, anche dei pastori nostri: conoscere il popolo, avvicinarsi al popolo. Un politico può essere come un pastore che va davanti al popolo, in mezzo al popolo e dietro al popolo. Davanti al popolo per segnalare un po’ il cammino; in mezzo al popolo, per avere il fiuto del popolo; dietro al popolo per aiutare i ritardatari. Un politico che non abbia il fiuto del popolo, è un teorico. Gli manca il principale.

Giorgio La Pira aveva pensato al protagonismo delle città, che non hanno il potere di fare le guerre ma che ad esse pagano il prezzo più alto. Così immaginava un sistema di “ponti” tra le città del mondo per creare occasioni di unità e di dialogo. Sull’esempio di La Pira, non manchi al laicato cattolico italiano questa capacità “organizzare la speranza”. Questo è un compito vostro, di organizzare. Organizzare anche la pace e i progetti di buona politica che possono nascere dal basso. Perché non rilanciare, sostenere e moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani? Perché non condividere la ricchezza dell’insegnamento sociale della Chiesa? Possiamo prevedere luoghi di confronto e di dialogo e favorire sinergie per il bene comune. Se il processo sinodale ci ha allenati al discernimento comunitario, l’orizzonte del Giubileo ci veda attivi, pellegrini di speranza, per l’Italia di domani. Da discepoli del Risorto, non smettiamo mai di alimentare la fiducia, certi che il tempo è superiore allo spazio. Non dimentichiamo questo. Tante volte pensiamo che il lavoro politico è prendere spazi: no! È scommettere sul tempo, avviare processi, non prendere luoghi. Il tempo è superiore allo spazio e non dimentichiamo che avviare processi è più saggio di occupare spazi. Io mi raccomando che voi, nella vostra vita sociale, abbiate il coraggio di avviare processi, sempre. È la creatività e anche è la legge della vita. Una donna, quando fa nascere un figlio, incomincia a avviare un processo e lo accompagna. Anche noi nella politica dobbiamo fare lo stesso.

Questo è il ruolo della Chiesa: coinvolgere nella speranza, perché senza di essa si amministra il presente ma non si costruisce il futuro. Senza speranza, saremmo amministratori, equilibristi del presente e non profeti e costruttori del futuro.

Fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro impegno. Vi benedico e vi auguro di essere artigiani di democrazia e testimoni contagiosi di partecipazione. E per favore vi chiedo di pregare per me, perché questo lavoro non è facile. Grazie.

Adesso, preghiamo insieme e vi darò la benedizione.

[Recita del Padre Nostro]

_________________________

[1] G. Toniolo, Democrazia cristiana. Concetti e indirizzi, I, Città del Vaticano 1949, 29.
[2] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1.
[3] Conferenza Episcopale Italiana, Ripristino e rinnovamento delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, 20 novembre 1988, n. 4.
[4] A. Moro, Il fine è l’uomo, Edizioni di Comunità, Roma 2018, 25.
[5] Discorso al Consiglio d’Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014
[6] Lett. enc. Fratelli tutti, 110.
[7] Ivi, 157.
[8] Ibid.
[9] Ivi, 180-182.

[01149-IT.02] [Testo originale: Italiano]

[B0556-XX.02]

 

AgenSir | Settimana sociale, Becchetti: pensare al lavoro nella transizione digitale.

Alberto Baviera

 

“Non ci deve più essere la concorrenza al ribasso, prodotti ottenuti con lo sfruttamento del lavoro o per il quale l’ambiente non è tutelato. Serve creare incentivi rivolti al lavoro degno”. Ne è convinto Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia politica presso l’Università di Roma Tor Vergata, con il quale il Sir ha voluto approfondire la tematica del lavoro – diritto a fondamento della convivenza civile e sociale – nell’ambito della 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia che si sta svolgendo a Trieste sul tema “Al cuore della democrazia”.

“La Costituzione ci porta al cuore della democrazia: fonda la Repubblica sul lavoro, non sul voto”, ha ricordato ieri mattina Filippo Pizzolato aprendo la sua relazione proposta ai delegati. Oggi però il lavoro è sempre meno considerato come fattore decisivo alla costruzione della vita economico-sociale del Paese. Professore, dalla Settimana sociale di Cagliari (nella quale di parlò di lavoro “libero, creativo, partecipativo, solidale”) a quella di Trieste è cambiato qualcosa nel Paese?
Il problema è sempre molto variegato, ci sono fattori di ostacolo che sono molto forti. Il mercato del lavoro è polarizzato, ci sono lavoratori high-skilled (con competenze specifiche, ndr) e low-skilled (con competenze basiche, ndr), ci sono tantissimi lavoratori poveri… E le cause sono profonde: la concorrenza è verso il basso. Oggi ci sono alcune risposte che possono cominciare ad essere interessanti: innanzitutto le buone pratiche, perché

le filiere non sono tutte uguali e dal 2026 l’Europa introdurrà il passaporto digitale del prodotto, che è una cosa molto importante: vuol dire col QR Code – che ormai usiamo tutti – potremo sapere da dove viene il prodotto, con quale qualità di lavoro e se è stato fatto sfruttando lavoro minorile.

Questo sarà un fattore molto importante sia per il “voto con il portafoglio” dei cittadini ma anche per stabilire delle regole. Poi è fondamentale, lo chiedemmo anche a Cagliari, spingere sui cosiddetti meccanismi di adeguamento alla frontiera (il Cbam), che adesso sono stati introdotti dall’Unione europea, ma solo per le questioni ambientali.

[Segue intervista]

 

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https://www.agensir.it/50a-settimana-sociale/2024/07/06/settimana-sociale-becchetti-creare-incentivi-rivolti-al-lavoro-degno-per-premiare-chi-produce-nel-rispetto-delluomo-e-dellambiente/

Korazym | Sul Times l’appello a sostegno della messa in latino.

Vik van Brantegem

 

La straordinaria notizia di due lettere al Direttore del The Times, a sostegno della Messa tradizionale da parte di esponenti di spicco dell’establishment britannico, pubblicate il 3 luglio 2024 a pagina 22 dell’autorevole quotidiano londinese, è stata preannunciata e poi riferita in una serie di post su X da Damian Thompson. Riportiamo di seguito la sintesi del contenuto delle due lettere seguita dalla nostra traduzione italiana dall’inglese. 

Le lettere accorate, che chiedono alla Santa Sede di non imporre ulteriori restrizioni “inutili e insensibili” alla Messa tradizionale, “gioiello che deve essere custodito gelosamente”, sono state pubblicate più o meno nello stesso periodo in cui il 6 luglio 1971 venne pubblicata, sempre su The Times, la lettera – a cui viene fatto espresso riferimento – firmata da artisti e scrittori tra cui il romanziere Graham Greene, il violinista Yehudi Menuhin e dall’autrice di gialli Agatha Christie, per chiedere a Papa Paolo VI di non proibire in Inghilterra e nel Galles la Messa tradizionale a seguito del Concilio Vaticano II [QUI].

Si dice che nel 1971, leggendo l’appello, Papa Paolo VI abbia esclamato: “Ah, Agatha Christie!”. In seguito il Papa firmò un documento che consentiva ai vescovi di Inghilterra e Galles di concedere il permesso di celebrare Messe tradizionali in occasioni speciali. Perciò, il provvedimento è noto come l’”indulto di Agatha Christie”.

A distanza di oltre mezzo secolo, la storia si ripete. Personalità britannici di spicco nel campo dell’arte, dell’economia, del giornalismo e della politica, allarmati dalle “preoccupanti notizie in arrivo da Roma secondo cui la Messa tradizionale verrà bandita da quasi tutte le Chiese Cattoliche” [QUI], chiedono alla Santa Sede di non imporre nuove restrizioni al rito romano vetus ordo.

Le lettere implorano la Santa Sede di riconsiderare qualsiasi ulteriore “insensibili” restrizione all’accesso “a questo magnifico patrimonio spirituale e culturale”, definendo la liturgia tradizionale “una cattedrale di testi e gesti che, come quegli edifici venerabili, si è sviluppata nel corso di molti secoli”, che deve essere preservata per il suo significato culturale e storico, che appartiene alla “cultura universale” avendo “ispirato una serie di risultati inestimabili nelle arti”, non solo nel campo della mistica, ma in “opere di poeti, filosofi, musicisti, architetti, pittori e scultori di tutti i paesi e di tutte le epoche”. I firmatari scrivono che “non tutti ne apprezzano il valore e va bene così; ma distruggerlo sembra un atto inutile e insensibile in un mondo in cui la storia può facilmente scivolare via, dimenticata”. Inoltre, “la capacità del rito antico di incoraggiare il silenzio e la contemplazione è un tesoro difficilmente replicabile e, una volta perduto, impossibile da ricostruire”.

 

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https://www.korazym.org/104873/lettere-di-esponenti-di-spicco-dellestablishment-britannico-su-the-times-a-sostegno-della-messa-tradizionale/

NouvelObs | I laburisti non avranno diritto all’errore. Intervista a Gillissen.

Uriel Demirdjian

 

L’esperto di Regno Unito, Christophe Gillissen, ragiona sulla débâcle dei conservatori nelle elezioni legislative e su cosa potrebbe cambiare con l’arrivo al potere del partito laburista.

Una vittoria storica, quella registrata oltre Manica. Il Partito Conservatore, al potere da quattordici anni, è stato ampiamente sconfitto dal Labour nelle elezioni parlamentari britanniche del 4 luglio. La sinistra, il cui leader Keir Starmer è un ex avvocato per i diritti umani, guadagna così la maggioranza assoluta nel Parlamento britannico, con 412 seggi su 650, cosa mai vista prima del maremoto di Tony Blair nel 1997. I conservatori, guidati da Rishi Sunak, si piazzano al secondo posto, con soli 121 seggi, accusando perciò una perdita di 250 deputati rispetto alle ultime elezioni del 2019.

Un altro segnale importante che viene dal voto: il partito di estrema destra anti-immigrazione e pro-Brexit, il Reform UK di Nigel Farage, fa il suo ingresso per la prima volta alla Camera dei Comuni. 

Intervista a Christophe Gillissen, professore di civiltà britannica e irlandese all’Università di Caen.

 

Quali sono i principali insegnamenti che si possono trarre da queste elezioni parlamentari?

I conservatori hanno subito una battuta d’arresto assolutamente senza precedenti. Mai nella loro lunga storia di quasi due secoli – e forse anche di trecento anni secondo alcuni storici – avevano subito una sconfitta così dura. Hanno profondamente deluso gli inglesi. Questo a causa della Brexit, un progetto portato avanti dai conservatori – in particolare dall’ex primo ministro Boris Johnson -, che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi. Infatti, doveva essere l’inizio di una nuova età dell’oro nel Regno Unito, ma è stato l’esatto contrario: difficoltà economiche, restrizione delle libertà di movimento in Europa, perdita di influenza britannica nel mondo…

E poi è esplosa anche una crisi all’interno del partito stesso. Tra dirigenti e quadri, molti conservatori poco favorevoli alla Brexit sono stati esclusi. Ci si è ritrovati con dirigenti che non disponevano di adeguate capacità nella gestione degli affari pubblici. L’esempio più eclatante? Liz Truss, primo ministro per meno di cinquanta giorni nell’autunno 2022, ha devastato l’economia britannica. Una serie di scandali hanno fatto il resto. Boris Johnson è finito sotto accusa della giustizia britannica a causa delle feste organizzate a Downing Street durante il lockdown. È stata la prima volta per un primo ministro in carica. L’ora del conto è arrivata, ed è severa.

Quale futuro si può immaginare per i Tories?

La prima fase sarà di estrema brutalità, di resa dei conti, di tentativi di prendere il potere, di tensioni abbastanza forti così da imporre una svolta a destra, con una maggiore radicalità, o al contrario per andare più verso il centro. È in gioco il futuro dei conservatori. Se il periodo di introspezione va male, la fine dei Tories potrebbe essere inevitabile. Bisogna anche considerare che si ritrovano con 120 deputati, un numero straordinariamente basso. Già nel 1997, dopo essere stati al potere per diciotto anni, avevano subito una terribile sconfitta e quindi erano rimasti all’opposizione fino al 2013. Adesso rischiano di rimanere all’opposizione per almeno un decennio.

È anche una vittoria storica per il Labour?

È certamente un risultato eccezionale in termini di maggioranza parlamentare. Solo Tony Blair nel 1997 aveva fatto meglio. Ma bisogna valutare tutti i risvolti. I laburisti hanno raccolto solo il 34% dei voti, il che è molto poco. Non avranno diritto all’errore. Quello che alla fine è successo è che gli elettori conservatori sono fuggiti dal loro partito. Tony Blair era un leader con un carisma per molti aspetti eccezionale, invece Keir Starmer non possiede carisma e il suo programma non ha suscitato entusiasmo.

Il risultato di Reform UK costituisce una sorpresa?

Sì e no. Il dato è colossale, visto che parliamo di più del 14% dei voti. Ma nel sistema elettorale britannico, i piccoli partiti hanno difficoltà a sfondare in Parlamento. Si ritrovano con quattro posti. Non è molto chiaro quale sia il progetto di Nigel Farage, poiché si concentra unicamente sulla denuncia del fenomeno immigrazione. Ciò non avrà necessariamente influenza sul futuro, ma intanto per i conservatori sarà un fattore di complicazione.

[Traduzione a cura della redazione]

 

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https://www.nouvelobs.com/monde/20240706.OBS90747/elections-britanniques-les-travaillistes-veulent-ameliorer-leurs-relations-avec-leurs-voisins-europeens.html#

Libri | Confronto a più voci su “Umanesimo e digitalizzazione”.

Umanesimo e digitalizzazione, due termini che fanno capo a realtà complesse e a prima vista discordanti: da un lato il millenario percorso di scoperta da parte dell’uomo delle proprie risorse spirituali e cognitive, consolidatosi nell’autoconsapevolezza della propria specificità, dall’altro una rivoluzione tecnologica – opera anch’essa umana – che incide a tal punto sulle coordinate spazio-temporali dell’esperienza naturale da sovvertire l’umana autocoscienza e la percezione della realtà nel suo complesso. Se pure così distanti, umanesimo e digitalizzazione sembrano oggi avanzare un’incalzante pretesa di complementarità. 

Il sintomo più evidente, ma non certo l’unico, di questo processo in atto sono i nuovi percorsi disciplinari compresi nelle Digital Humanities e addirittura il formarsi di una nuova disciplina, il cui nome – Informatica umanistica – non lascia dubbi circa l’ordine di priorità fra i due termini. Ma in base a quali criteri tale priorità andrebbe accertata? Se uno dei tratti distintivi dell’umanesimo consiste nel far precedere la prassi da adeguata riflessione, allora è molto importante riflettere sia sulle implicanze della nuova simbiosi sia sulle sue diverse applicazioni.
I contributi raccolti nel presente volume, affidati a studiosi di fama internazionale, intendono offrire un agile strumento non solo per orientarsi fra le applicazioni più significative della digitalizzazione nell’ambito delle discipline umanistiche, ma anche per formarsi un’opinione più circostanziata su un fenomeno sociale già ampiamente diffuso ma dai contorni ancora vaghi.
In occasione di un convegno interdisciplinare dedicato a Humanism and Digitization e svoltosi nella sede milanese dell’Università Cattolica il 4-5 maggio 2022, furono invitati a esporre le rispettive posizioni e a dialogare fra loro: Giorgio Buccellati, archeologo e assirologo presso la UCLA e direttore del programma di archeologia digitale Cybernetica mesopotamica; Vittorio Hösle, professore di Filosofia alla Notre Dame University e studioso del rapporto fra ermeneutica e scienze dello spirito nel contesto contemporaneo; Marco Passarotti, professore di Linguistica computazionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore ed estensore dell’Index Thomisticus Treebank; Smail Rapic, professore di Filosofia pratica presso la Bergische Universität di Wuppertal, afferente alla linea di tradizione francofortese; Gerhard Lauer, esponente di punta delle Digital Humanities e Gutenberg Professor for Book and Reading Studies all’Università di Mainz; Maryanne Wolf, neuroscienziata e direttrice del Center for Dyslexia, Diverse Learners, and Social Justice presso la UCLA. Un confronto tra gli archeologi Marco Sannazaro, Giorgio Buccellati, Marilyn Kelly-Buccellati, Giorgio Baratti e Enrico Giannichedda concluse il Convegno.

 

[Il testo qui raccolto è la sinossi del volume presente sul sito di Vita e Pensiero]

 

Per saperne di più

https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro_contenitore/autori-vari/umanesimo-e-digitalizzazione-9788834352595-396069.html

Cosa serve ai cattolici? “Uno spartito più che un partito”.

Più che un nuovo partito dei cattolici italiani, serve uno spartito”. È questo il messaggio lanciato da monsignor Luigi Renna, vescovo di Catania e presidente del comitato organizzatore della Settimana sociale dei cattolici, nel corso dell’incontro organizzato dal vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Russo, assieme ai consiglieri Carlo Bolzonello e Carlo Grilli, e ospitato oggi nell’aula del Consiglio regionale.

A Renna, in rappresentanza degli organizzatori dell’evento che in questi giorni anima piazze e strade di Trieste e che si concluderà domenica con la visita di Papa Francesco, il vicepresidente Russo ha consegnato il sigillo del Consiglio regionale portandogli i saluti del presidente Mauro Bordin, impossibilitato a partecipare in quanto impegnato in un concomitante incontro sul territorio.

Gli scranni normalmente occupati dai consiglieri dei vari gruppi politici sono stati occupati per quasi due ore dagli amministratori locali ai quali è stato affidato il ruolo di delegati nell’ambito della Settimana sociale. Si tratta di sindaci, assessori, consiglieri regionali e comunali, dirigenti dell’associazionismo cattolico provenienti da ogni angolo del Paese, molti dei quali sono intervenuti, esprimendo tutti l’auspicio di creare una rete di confronto e dialogo stabile nel tempo.

È stato il vescovo Renna, nella sua introduzione, a proporre una prima riflessione, sulla scia del tema della democrazia posto al centro della Settimana sociale. “Il presidente Mattarella – ha detto – ci mostra che le istituzioni possono essere abitate dai cattolici, anche se su tanti temi oggi i cattolici sembrano divisi e a volte ostaggio delle ideologie. Ma bisogna costruire uno spartito comune più che un partito, altrimenti non si sa quale musica suonare. In questi giorni – ha aggiunto Renna – Trieste è diventato un luogo di crocevia e di dialogo, e a chi ci rimprovera chiedendo dove siano i cattolici abbiamo dimostrato, con una narrazione al positivo, che i laici sono presenti. La Settimana sociale è al servizio del bene comune e di tutto il Paese, e lo stile dev’essere sempre il primato della carità”.

Temi ripresi dal vicepresidente Russo nel suo intervento. Dopo aver osservato che “a Trieste in questi giorni si respira una bella aria di democrazia che diventa contagiosa”, il consigliere ha auspicato che “le diverse appartenenze politiche non diventino un ostacolo insormontabile in vista di un dialogo che riteniamo utile e necessario”. Russo ha poi ricordato “le diverse stagioni del cattolicesimo sociale e politico, da don Sturzo a De Gasperi a Moro”, convinto che “si debba tornare a dirsi orgogliosi di questa eredità”. Ha quindi messo l’accento sugli auspici portati al meeting triestino dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e dal cardinale Matteo Zuppi rispetto alla necessità “di uno spirito costituente nelle grandi riforme che si prospettano a livello nazionale”.

Un invito che è stato messo nero su bianco nel documento finale, preparato e letto da Russo al termine dell’incontro e incaricato di sintetizzare il confronto. Nel testo si esprime anche l’obiettivo di “riavvicinare i cittadini al voto consapevole” e si prendono tre impegni: quello alla condivisione di esperienze in vista di un nuovo incontro nazionale ad autunno, quello di declinare i principi emersi nella Settimana sociale nella propria esperienza amministrativa e, infine, quello “a fare del magistero sociale di Papa Francesco l’elemento unificante per l’impegno dei cattolici in politica”.

Nel suo intervento, Carlo Grilli ha voluto porre l’accento “sulle persone fragili, quelle che ci stanno più a cuore e alle quali vogliamo dire che sono necessarie, perché ciascuno di noi porta con sé un valore. I cattolici in politica – ha aggiunto il consigliere regionale – a volte sono silenziosi, ma hanno il comune denominatore di provare a migliorare la nostra comunità, con garbo ed educazione. Io e Russo siamo in schieramenti diversi, ma abbiamo sempre guardato alle cose che ci univano”.

Carlo Bolzonello ha invece parlato della sua esperienza personale con la fede, raccontando alcuni spezzoni della sua vita “in cui ogni dieci anni è cambiato qualcosa di importante. Sono passato dai lupetti agli scout, poi per un certo periodo volevo fare il rivoluzionario, quindi ho fatto un’esperienza di cooperazione in Bolivia e mi sono ritrovato a vivere nella foresta amazzonica assieme a sette sacerdoti. E mai avrei pensato di arrivare in Consiglio regionale”. “Noi dobbiamo confrontarci col quotidiano – ha aggiunto Bolzonello – perché essere cattolici significa fare le piccole cose, quella è la politica vera. La vera sfida è dare un senso a quello che fai, che tu sia di destra o di sinistra non c’entra”.

Elena Granata, vicepresidente del comitato organizzatore della Settimana, ha riassunto l’incontro con una considerazione: “In un’ora e tre quarti ci avete fatto esclamare: se il Paese fosse questo perché è questo il Paese che sogniamo”.

Partiti, le dimissioni dei leader non esistono più.

C’è un elemento, tra i molti che si potrebbero citare, che separa radicalmente la politica contemporanea rispetto a quella che viene ricordata come “la democrazia dei partiti”. E questo elemento lo si può sintetizzare con una sola parola: dimissioni. Ovvero, nei grandi partiti popolari e di massa del passato, ma anche nei partiti di minor dimensione elettorale, quando si perdevano le elezioni, e non ancora ripetutamente, il segretario nazionale si dimetteva. In attesa di cosa decidevano poi e in un secondo momento gli organismi democratici e collegiali del partito stesso.

Certo, c’è una differenza di fondo tra il contesto contemporaneo e quella stagione. Oggi ci sono i partiti personali e quindi anche le sconfitte elettorali, e quindi politiche, vengono prontamente ed immediatamente archiviate per la semplice ragione che se si dimette il capo il partito si scioglie nell’arco di poche ore. Per cui assistiamo ad una strana e singolare situazione. Per fermarsi, ad esempio, al campo di Azione e Italia Viva qualunque risultato elettorale non mette affatto in discussione la guida dei rispettivi partiti personali perché tutto inizia e finisce con la loro leadership. Come, per fare un altro esempio, quello che capita concretamente nel partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle. E cioè, le ripetute e continue sconfitte politico ed elettorali di questi ultimi tempi non hanno affatto scalfito la leadership dell’attuale capo partito. Ma lo stesso tema riguarda la Lega e sino a poco tempo fa la stessa Forza Italia. Ma, al di là dei singoli casi, è abbastanza evidente che nella nuova stagione politica le sconfitte, come le vittorie, non rappresentano un momento per riflettere sulla guida dei rispettivi partiti ma solo e soltanto una tappa per ricominciare come se nulla fosse.

Per questi semplici motivi, che poi non sono affatto secondari ai fini di una corretta e trasparente vita democratica, la questione della democrazia all’interno dei partiti non può più essere considerata una variabile indipendente ai fini della stessa conservazione della democrazia nel nostro paese. Perché è perfettamente inutile continuare a blaterare di ‘svolta illiberale’, di ‘torsione

autoritaria’ e di ‘deriva fascista’ e poi continuare a gestire i propri partiti come affari privati o, al massimo, come cartelli elettorali funzionali agli interessi di una piccola e circoscritta consorteria.

Perché, al di là della propaganda spicciola ed interessata, il vecchio monito di Carlo Donat-Cattin continua ad essere di una straordinaria attualità. E cioè, “se vuoi capire come pensa un partito di riformare le istituzioni, è appena sufficiente verificare come quel partito pratica la democrazia al suo interno”.

E i partiti personali che si scagliano violentemente contro l’elezione diretta del Premier sono semplicemente ridicoli e patetici. Proprio perché Donat-Cattin aveva già ragione nella prima repubblica e, a maggior ragione, quelle parole continuano ad essere un monito severo anche e soprattutto per questa bislacca e sempre più contraddittoria seconda repubblica.

Bisogna reagire al degrado, il decoro non è un optional.

Suvvia un po’ di decoro! Un incitamento di mia nonna: una espressione un po’ antica che, tuttavia, mi è balenata in mente quando mi sono fermata a riflettere su alcune situazioni che mi hanno fatto esclamare “un po’ di decoro per favore!” E le racconto.

Decoro etimologicamente deriva dal latino decus, ma mi fa piacere pensare che si tratti di un fonema che contiene ‘cor’, cuore. Ma anche ‘de-coro’, un de che indica allontanarsi da…Mi sono soffermata su questo esercizio linguistico (non hai altro Garavaglia da pensare?) osservando lo stato del decoro che mi aspetto nella realtà che ci circonda. Decoro della città, la casa delle nostre case. Non è percepita così, altrimenti non sarebbe sporca, trascurata, abbandonata. Perfino finite le feste natalizie rimangono fino all’estate, se non oltre, le vestigia delle feste passate. Tutti i mozziconi finiscono per terra; lo faremmo a casa nostra? Sarebbe chic servirsi di un posacenere personale tascabile. Il vicolo della Guardiola, una stradina che fa angolo con via Uffici del Vicario a Roma, in pratica di fianco alla Camera dei Deputati, è letteralmente tappezzato di ‘cicche’ e davanti alla famosa gelateria che in quella via attrae migliaia di turisti al giorno rimangono per terra tovagliolini, gelati spiaccicati. Non parliamo dei famosi ingombranti dehors! Per…decorare la città dovrebbero avere una precisa collocazione e tipologia e magari pagare adeguatamente l’occupazione di suolo pubblico, visto che i cittadini pagano una salata tassa per i rifiuti urbani! 

E il decoro delle Istituzioni e delle persone? Se l’abito non fa il monaco, certamente non si riconoscerebbe il monaco senza la sua ‘divisa’. Soprattutto la divisa, il portamento, il linguaggio sono essi stessi messaggio per riconoscere status e ruolo. La politica, anzi i politici, non tutti, danno un pessimo esempio in questo ambito. Insulti personali, giudizi malevoli, pregiudizi diffusi senza pudore che, poi il più delle volte, vengono ritrattati perché “non sono stato capito” oppure è stato uno sfogo goliardico.

Le cafonate non si addicono a nessuna persona e certamente, ancora meno, a chi ha un ruolo pubblico. I Parlamentari, i Sindaci, i Ministri, il primo Ministro rappresentano non solo i loro elettori ma l’intera comunità nazionale che merita rispetto. Chi più di un rappresentante democratico deve sentire il peso della dignità di ciascuno e di tutti per onorarla degnamente? Ognuno, ancorché offeso, deve ricordarsi del proprio ruolo e status e non replicare mai alle offese, anzi dando esempio di superiorità morale, perché questo è il vero esempio che deve venire dalle istituzioni.

Queste sono lo scudo di tutti i cittadini e non appartengono a nessuna parte politica. Querelare non aumenta la dignità del denunciante. La fazione e la partigianeria confliggono con il cuore della politica che è partecipazione. Questa si può riconquistare (non preoccupa l’astensionismo?), riconoscendo il protagonismo dei cittadini, facendosi sentire vicini alle preoccupazioni, ai bisogni e anche alle richieste di attenzione. La composizione sociale attuale del nostro Paese offre dati da considerare per governare in modo da essere compresi e apprezzati.

L’invecchiamento della popolazione con il corredo delle necessità che comporta per rendere disponibili i servizi indispensabili; il deserto demografico che pretende una attenzione speciale per favorire la maternità; il lavoro sottopagato o in nero; i suicidi nelle carceri; le inaccettabili morti sul lavoro; è un doloroso elenco di mancata programmazione strategica che non può conquistare l’empatia da parte dei cittadini. Incomincio a pensare che l’astensionismo non sia solo disaffezione ai partirti ma indignazione o peggio oramai assuefazione passiva alle “ingiustizie” che il cittadino sente su di sé. E cosa dire di una burocrazia che non agevola le pratiche legate a servizi essenziali? Call center per ogni esigenza e in compenso un assedio inaccettabile da parte di chi propone continuamente offerte e…frodi. Per accelerare il rinnovo dei passaporti si è trovato il rimedio affidando l’iter alle Poste Italiane; è così difficile inventare soluzioni così efficaci e immediate per molte altre necessarie risposte ai cittadini? La “stuffagine” (rieccheggia qualcosa?) per le persone più dotate rimane solo un fastidio, ma per le persone più deprivate rappresenta un danno, una offesa e una grave ingiustizia. Per non farci mancare nulla registriamo gli indecorosi commenti al Presidente Mattarella per il suo bellissimo discorso tenuto alla apertura del la 50esima settimana sociale dei cattolici italiani, a Trieste. È stata una altissima lezione sul senso, i significati, letterali e morali, della nostra Costituzione. Dal basso in alto la più alta autorità è l’esempio. Mi permetto di suggerirne la lettura.

La Croix | Francia, è l’ora della verità.

Anne Ponce

Eccoci alla vigilia del secondo turno delle elezioni legislative. Un momento di verità. Il verdetto delle urne arriverà al termine di una campagna elettorale breve, tutta concentrata in varie ricomposizioni politiche, sia a sinistra che a destra, che lasciano ancora molti cittadini perplessi. Ma possiamo anche considerare che queste elezioni rientrano in arco di tempo scandito dalle elezioni presidenziali del 2002, con lo scontro tra Jean-Marie Le Pen e Jacques Chirac, poi con il faccia a faccia tra Marine Le Pen e Emmanuel Macron nel 2017 e nel 2022. Questa volta, però, la situazione è inedita.

Perché la posta in gioco è se il Rassemblement National (RN) avrà o meno la maggioranza assoluta e se questo secondo turno gli permetterà di arrivare al potere attraverso la porta grande del suffragio universale. Non è quindi più possibile classificare la scelta del Rassemblement National come “voto di protesta”: per alcuni è un voto di rassegnazione, alimentato in particolare dalla delusione per Emmanuel Macron o dalla paura di LFI (La France Insoumise); per altri, stavolta, è un voto di convinzione, quanto meno per il desiderio di affidare le chiavi di Matignon a Jordan Bardella.

Tuttavia, c’è indubbiamente molta vaghezza nel programma elettorale del Rassemblement National, in particolare in materia economica, ma c’è anche un punto di assoluto rilievo: la cosiddetta preferenza nazionale [la riserva a favore dei ‘veri’ francesi di alcuni posti chiave dell’Amministrazione, ndr] e, contestualmente, la connotazione degli stranieri come capri espiatori. E questo, in nome dei valori che appartengono a La Croix, in nome di convinzioni radicate nella nostra tradizione cristiana, non possiamo accettarlo. Non possumus.

Che gli elettori siano preoccupati per se stessi e per il paese, che desiderino anzitutto uno status adeguato, aspirino a vivere degnamente del loro lavoro, auspichino il rilancio dei servizi pubblici, tutto questo è legittimo. Che tali aspettative giustifichino il rifiuto dell’altro, no. Si aggiunga poi che rimaniamo animati da uno slancio europeo e da uno sguardo aperto sul mondo. Pensiamo particolarmente ai nostri amici ucraini, che non vorremmo vedere abbandonati. Le derive del nazionalismo e quelle del populismo le abbiamo già testate.

 

[Traduzione a cura della redazione]

 

Il testo originale

https://www.la-croix.com/a-vif/legislatives-2024-l-heure-de-verite-20240704

La Voce del Popolo | La trappola in cui cadono i leader più avveduti.

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che lega i destini delle classi dirigenti occidentali. L’azzardo di Macron, che sembra avviarsi a un mesto tramonto elettorale di qui alle prossime ore. E la tenacia di Biden, che intende proseguire lungo il cammino delle presidenziali di novembre, anche rischiando di avvantaggiare involontariamente Trump. Quasi a descrivere una trappola nella quale sono caduti i leader più avveduti, quelli che rappresentano meglio e con più talento i caratteri più tipici delle nostre democrazie. 

Naturalmente, spero di sbagliare. Mi spaventa l’idea che la Le Pen prenda il largo e si affermi in Francia per interposto Bardella. E mi spaventa altrettanto che Trump porti alla Casa Bianca quel suo carattere ferino che sembra smentire alla radice i valori di un’America che pure ha saputo essere per decenni il faro più luminoso dell’occidente liberal-democratico. Sono due idee di destra così lontane dalle nostre tradizioni, anche quelle più conservatrici, da farci temere il peggio. 

Ma chi avverte questo rischio non può fermarsi alla denuncia o all’allarme. Deve anche interrogarsi su quello che non ha corrisposto alle attese. E soprattutto cominciare a mettere in campo idee e figure intorno alle quali si possa ricostruire un tessuto civile che in questi ultimi tempi si è sbrindellato e quasi consumato. L’onda populista ci sta portando fuori strada. O almeno, fuori dalla strada che credevamo più giusta. Ora si tratta di cercare un altro percorso. Sapendo che non ci basterà il malinconico rimpianto di quel che eravamo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 luglio 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Per la politica dominata dalla comunicazione esiste solo il leader

Molte cautele sul Premierato. Anche perché, se non soprattutto, i nostri sono giorni in cui la politica-spettacolo, il marketing politico ingannevole, i telegiornali Rai schierati e sotto padroni, assieme alla social-politica digitale e liquida frammentata e orizzontale, finta se non falsa del web, la fanno ormai da padroni sul destino della democrazia rappresentativa. Marco Follini non si sbaglia di molto e scrive che  “(…) è come se si pensasse di riformare lo Stato con l’occhio rivolto ai telegiornali della sera…” (“La Voce del Popolo” del 27 giugno, citato in questo blog).

Quando la coppia Sallusti-Feltri su “il Giornale”, e  Maurizio Belpietro a “Carta Bianca”, denunciano il fatto che Achille Occhetto prima e Massimo D’Alema dopo hanno proposto una riforma sul premierato molto simile a quella della Meloni, non si sbagliano di molto. Dimenticano tuttavia le proposte del Msi nel secondo dopoguerra sul Presidenzialismo. E fanno un grossolano errore su una questione che non valutano per niente. Una questione che tuttavia fa capire quanto la polemica politica e gli attacchi partigiani siano oggi più importanti di una onesta analisi politica, culturale e antropologica a tutto tondo, e del momento storico che attraversa la democrazia. Non solo in italia. 

Trenta o trentacinque anni fa la cosiddetta sinistra (o centrosinistra) propose, dicono, qualcosa di simile al premierato meloniano di stile almirantiano. Ma in quegli anni in Italia c’erano solo 7/8 canali televisivi nazionali circa, si compravano i giornali nelle numerose edicole, si telefonava dalle cabine telefoniche o da casa, si facevano i comizi nelle piazze, si stampavano manifesti da attaccare di notte, e si distribuivano volantini lungo le vie e nei mercati rionali. Le sezioni territoriali di partito e gli iscritti erano numerosi. E le Tribune Politiche della Rai, con tutta la loro onesta e ponderata “par condicio”, la facevano da padroni sulla  comunicazione politica mediatica. 

Sallusti, Feltri e Belpietro dovrebbero allora sapere che al giorno d’oggi le televisioni, grazie al digitale terrestre, sono diventate centinaia, la Rai è tutta nelle mani della coppia Meloni-Salvini, i telefoni sono diventati cellulari e smartphone. E il mondo dei social ha polverizzato la stessa comunicazione politica verticale, assieme a quella orizzontale dei rapporti interpersonali di vicinanza. È avvenuto con le fake news ingannevoli che oggi possono provenire da potenze straniere, con le dirette casalinghe e messaggi dei leader con il proprio tablet, con i messaggi di milioni di follower e influencer vari. 

Storicizzando allora la questione, oggi la “Democrazia del Pubblico”,  il rapporto diretto cioè tra il solitario leader con poco partito alle spalle ma con uno sconfinato spazio mediatico davanti, e il potenziale elettore, come aveva previsto e intuito bene Bernard Manin anni fa, sono diventati legge della comunicazione politica, della propaganda politica e, ahimé, della stessa democrazia politica. A tal punto da creare la crisi del partito democratico e della sua identità, che poi se vogliamo, rappresenta la causa prima della disaffezione ai seggi elettorali e del disinteresse verso la politica. 

Oggi si vota per una faccia, per un viso, per un nome sul simbolo del partito: i valori, i programmi, la storia del partito non contano più. E oggi si va alle urne cambiando voto di volta in volta, richiamati da un bravo comunicatore che con la sua spocchia fa presa sul pubblico, con i suoi vestiti cambiati ogni santo giorno piace, che fa audience con una buona voce,  che cammina velocemente per strada  con un cellulare in mano. E con le sue fisime di comando solitario nascoste. Altro non c’è. O almeno non si vede, dal momento che esiste l’Io, l’Ego, e non il Noi e il Nos. Esiste dunque solo il Premier. Mai un poco di accortezza verso il “deuxième” o il “troisième”, il secondo o il terzo come ho accennato nella nota di qualche giorno fa.

Settimana di Trieste | Inclusività e concretezza rafforzano la democrazia.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

La Settimana Sociale dei cattolici in Italia, in corso a Trieste si è aperta affrontando subito questioni di interesse generale. Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha tenuto una lezione sulla democrazia che interpella tutti i cittadini e le forze attive del Paese, di ogni natura e orientamento. Perché il futuro della democrazia è una responsabilità che riguarda tutti, nessuno escluso. E le preoccupazioni e le priorità indicate, sempre nella giornata di apertura dell’evento, dal presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, hanno incrociato lo stesso tema dell’avvenire della democrazia.

Questo in una fase in cui la sfida per la qualità della democrazia e per rinvigorire la passione per essa, può essere considerata sotto almeno tre punti di vista.

Il primo aspetto è quello istituzionale. La persistente scarsa affluenza alle urne in Europa, anche se in parte smentita dal primo turno delle legislative francesi, appare come la punta di un iceberg di un più profondo scollamento fra cittadini, e in particolare fra determinate fasce sociali più popolari, e istituzioni. Tra i numerosi fattori responsabili di questo distacco si può citare la demolizione dei partiti tradizionali, avvenuta in particolare in Paesi come l’Italia o la Francia, a cui non è seguita una più moderna modalità di partecipazione popolare. L’avvento delle reti sociali digitali e il progressivo ritirarsi delle strutture dei partiti nel perimetro delle Ztl, combinato a un sistema elettorale di selezione degli amministratori locali incentrato sull’elezione diretta di un “capo”, e ad un sistema  di selezione della rappresentanza parlamentare perlopiù determinato dalla nomina da parte dei capi-partito, anziché dalla scelta da parte dell’elettore, ha lasciato la maggioranza dei cittadini privi di occasioni di formazione politica, di opportunità di “alfabetizzazione” alla vita democratica, come ha rilevato Mattarella. Occorre porre rimedio a una tale situazione sia attraverso interventi che garantiscano l’esercizio della democrazia interna ai partiti e la loro presenza capillare sui territori, sia evitando il rischio di derive istituzionali verso un’autorità senza limite, come ha ammonito Mattarella.

Si può individuare un secondo aspetto da cui passa la rigenerazione della democrazia. È quello sociale, economico ma anche sociologico e culturale. Quello che attiene allo stato concreto delle persone. Si tratta di riattivare una tensione pubblica verso lo scopo che la Costituzione ci indica, quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla vita del Paese. L’impegno, come ha sottolineato il card. Zuppi per una democrazia inclusiva. Qui credo si collochi principalmente il compito per le forze politiche variamente popolari: concentrarsi su ciò che è possibile fare per realizzare segni tangibili e graduali di miglioramento per le periferie sociali e territoriali, prevenendo le vane lusinghe offerte dai populisti e le vacue utopie dei radicalismi di opposto colore. Non calando dall’alto le proposte, ma costruendole insieme ai ceti sociali medio-bassi, che, nonostante lo straordinario sviluppo conosciuto dal Paese dal dopoguerra, continuano a costituire la maggioranza assoluta del Paese.

Vi è un terzo aspetto che ha a che fare con il rafforzamento della democrazia in Italia e in Europa. Esso consiste nella capacità dei governi democratici di affrontare i veloci cambiamenti geopolitici, attrezzandosi a operare in un’epoca nella quale, come ha avvertito il presidente della Repubblica, siamo passati dalla dimensione nazionale dei problemi a quella continentale e globale. Solo una democrazia capace di procedere al rafforzamento della sovranità europea, può dare sostanza a quelle nazionali e può dire la sua anche di fronte, ci ricorda Mattarella, ai “più forti o meglio armati” e a “chi dispone di forza economica che supera la dimensione e le funzioni degli Stati”

In una siffatta cornice, quella delineata all’apertura della Settimana Sociale a Trieste, credo che si debbano collocare anche le iniziative per riconnettere l’area di un centro che se saprà interpretare le sfide del tempo presente nella prospettiva del rafforzamento della democrazia, prima del sempre spinoso tema delle alleanze, potrà essere ancora incisivo nella vita politica del Paese.

AgenSir | Il calvario del Congo dilaniato dalla guerra

Ilaria De Bonis

 

La guerra in Repubblica Democratica del Congo è in fase avanzata: l’M23, milizia legata al Ruanda, è giunta fino alle porte di Butembo, secondo centro più popoloso del Nord Kivu. Il gruppo armato non trova resistenza da parte dell’esercito regolare e si teme possa a breve entrare in città per poi procedere verso Goma e dintorni, territori molto ricchi di minerali e terre rare.
Anche il sud di Lubero è “attualmente occupato” e rischia ulteriori assalti. A parlarcene sono fonti missionarie locali presso le quali cresce la preoccupazione per “la popolazione in trappola che è schiacciata da ogni lato”, tra M23 e la milizia filo-islamista Adf.
“Ho appena fatto la strada verso Kyondo per assistere a un funerale – racconta una fonte che deve necessariamente restare anonima – è un calvario: la strada fa paura, ci sono diverse barricate e barriere, con perquisizioni sistematiche”. 

Spiega che “perfino la bara del defunto trasportato è stata aperta per essere perquisita”.

Chi arriva a “Kyondo si deve preparare psicologicamente e finanziariamente, questo non è facile”. Nel sud Kivu e nell’Ituri, attorno a Beni, ad avanzare è l’Adf, milizia che uccide senza pietà in prevalenza i cristiani, ma non solo. La particolare crudeltà di questi assalti ha fatto il giro del web.
Nel Nord Kivu è invece dirompente l’M23 sostenuto e armato dal vicino Ruanda. Il 29 giugno scorso il villaggio di Kanyabayonga tra Lubero e Rutshuru, sempre nel Nord Kivu, è caduto nelle mani dell’M23.

Considerato strategico per controllare l’accesso al “grande nord”, Kanyabayonga ha “un’importanza politica e simbolica molto grande”. 

Così spiega a Radio France Internationale Pierre Boisselet, ricercatore dell’istituto Ebuteli di Kinshasa.
Non è chiarissimo l’obiettivo finale dei guerriglieri: il dubbio è che l’M23 non si voglia fermare all’est ma punti più a nord, verso l’Ituri, al confine con l’Uganda, sebbene questa zona sia già abbondantemente sotto il controllo dell’Adf, collegata per l’appunto al Paese di Museveni.
L’unica certezza è la fuga del popolo: la gente locale scappa e la sua è una corsa contro il tempo: in qualsiasi direzione vadano “gli sfollati trovano guerriglieri pronti ad uccidere per la terra ricca di coltan, cobalto, oro e coltivata a cacao”, spiegano i missionari.

 

Ilaria De Bonis

redazione Popoli e Missione

I fondamenti antropologici e politici per una visione democratica

C’è la libertà, al cuore della democrazia. Ce ne ricordiamo a fatica per uno strano sortilegio. Un po’ sembra scontato ma un po’ sorprende, visto che la questione in sé contempla la difficoltà di una sfida, specie nelle fasi di cambiamento. La libertà non è un fatto bensì una conquista, ovvero una sollecitazione intellettuale e morale interna al dinamismo che anima la coscienza dell’uomo, determinandone l’azione nel mondo. La si può dividere in due parti, una positiva e l’altra negativa: infatti, un conto è la “libertà liberante”, principio e motore di liberazione personale e collettiva, altro è la “libertà egocentrica”, per la quale l’individuo si specchia in un’immagine di autosufficienza e rivendica il suo imperio, trascurando limiti e responsabilità. Pur con sfumature di vario tipo, questa polarizzazione tiene banco. Ne deriva allora una considerazione che intercetta e interpella, ogni volta in modo nuovo, il dover essere dei cristiani: e cioè che la vera libertà s’accompagna sempre alla giustizia e alla solidarietà, costituendo il fattore che impedisce alla prima di perdersi nel giacobinismo dei diritti e alla seconda di degenerare nel corporativismo delle aspettative. 

Nella storia del pensiero l’idea greca di uomo, animale sociale e razionale, è stata successivamente ampliata e superata. Tommaso ha messo in chiaro come la definizione di “animale politico” (non semplicemente sociale) fosse più adeguata a rappresentare l’uomo strettamente legato alla sua comunità. Pertanto, quello che chiamiamo animale politico è anche, secondo la formula dell’Aquinate, “eminentemente comunicativo” perché naturalmente capace di relazionarsi con altri e di mettere in comune i beni della vita. È un dato iscritto nella condizione umana alla quale, infine, pertiene la necessità di un principio direttivo a sostegno e tutela della civile convivenza. Questa regola comporta l’identificazione dell’autorità, sebbene di un’autorità che non può prescindere dalla “libertà naturale” dell’uomo, non avendo egli, dopo la Caduta, perso tutto ma solo i doni preternaturali e tra questi evidentemente la vicinanza all’Amore assoluto, fonte di piena libertà. Ecco la differenza dalla concezione che stabilisce la necessità del salto da una condizione all’altra: non esiste un prima e un dopo, alla Rousseau, perché in origine l’uomo dello stato di natura in sé è già sociale o più precisamente politico.  

Un riverbero intenso di questa visione antropologica, foriera di disposizioni adatte a conformare i rapporti tra uomo e Stato secondo regole di libertà pluralismo e tolleranza, si avrà nell’opera matura del neo tomista Maritain.

 

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Autonomia differenziata, una riforma che dimentica la solidarietà.

L’autonomia differenziata è legge. Da quando il 19 Giugno la Camera dei Deputati ha licenziato in via definitiva il testo, poi (a scanso di equivoci sottolineiamo “giustamente”) promulgato dal Presidente Mattarella data l’assenza di profili di incostituzionalità palesi, nel nostro Paese è sorto un acceso dibattito sul tema, purtroppo caratterizzato per lo più da slogan che invecchiano male (vedi chi diceva “Mattarella non deve firmare”) e che, soprattutto, non mettono in evidenza le reali insidie che si nascondono nella nuova Legge quadro.

Inoltre, nel fragore della levata di scudi generale, sono emerse non poche contraddizioni in quanto Destra e Sinistra si trovano oggi a condannare tesi e proposte che loro stesse avevano fortemente sostenuto, generando di riflesso un dibattito mediatico confusionario che distoglie colposamente, e pericolosamente, l’attenzione dai pericoli che accompagnano la riforma.

In effetti, dietro alla neo-legge si nascondono elementi allarmanti che potrebbero effettivamente portare, già nel breve periodo, ad un incremento delle differenze tra Nord e Sud. Tutte le più autorevoli Istituzioni che si sono espresse in materia, infatti, hanno ritenuto sostanzialmente certo un sensibile aumento di detto divario.

Nel dettaglio, ad avviso sia dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sia della Banca d’Italia l’estrema frammentazione generata dall’autonomia potrebbe ridurre drasticamente la già “scarsa” competitività del nostro Paese, specie volgendo lo sguardo a quelle materie per le quali è richiesto, perlomeno, il coordinamento nazionale; si pensi a titolo meramente esemplificativo alle politiche del lavoro. In quest’ottica, l’autonomia differenziata, porterebbe inevitabilmente all’aumento della pletora di autorizzazioni che le aziende dovrebbero ottenere dalle diverse regioni e si complicherebbero le procedure burocratiche per progetti che riguardano più regioni.

Per dovere di completezza va detto che la cosiddetta “Questione Meridionale” e il drammatico divario tra Nord e Sud Italia, non nasce certo con l’autonomia differenziata, anzi, accompagna l’Italia sin dalla nascita del Regno nel 1861. Proprio per l’annosità del problema i promotori della riforma sostengono che l’autonomia contribuirebbe, usando impropriamente un termine pedagogico, a “responsabilizzare” gli amministratori locali, esaltando i buoni amministratori ed al contempo evidenziando le lacune di quelli meno “capaci”.

Si voglia tuttavia notare come codesta affermazione, ripetuta come un mantra dagli “autonomisti”, non trovi appigli né nella letteratura scientifica né, soprattutto perché “historia magistra vitae”, nella storiografia. In effetti, stando ai dati, spesso colposamente offuscati dai già menzionati slogan, l’unico periodo, dalla nascita della Repubblica ai giorni nostri, in cui il gap tra Nord e Sud si è ridotto, è stato quando ci fu una governance “accentrata” degli investimenti per il Meridione. Il riferimento va ovviamente alla Cassa per il Mezzogiorno, dalla sua fondazione nel 1950 fino alla prima metà degli anni Settanta. In quel ventennio, in cui la Cassa era guidata da un C.d.A. di tecnici indipendenti dalla politica, il Pil pro capite delle regioni meridionali aumentò di quasi 10 punti percentuali avvicinandosi a quello del resto del paese. Purtroppo, come noto ai più, questo sviluppo virtuoso, si interruppe a partire dagli anni Settanta, quando le Regioni del Sud furono coinvolte direttamente nella gestione della Cassa, che subì sempre più pressioni della politica tali da renderla inefficace. 

Ovviamente questo richiamo storico non vuole assolutamente essere un elogio incondizionato al “centralismo” a scapito del pur fondamentale principio di sussidiarietà, al contrario! Noi, in ossequio al prezioso contributo di Luigi Sturzo alla costruzione ed allo sviluppo delle autonomie territoriali, sentiamo il dovere di sottolineare che il principio di sussidiarietà sia, per sua natura, inseparabile da quello di solidarietà e che ogni qual volta, ragionando per compartimenti stagni, i due principi dovessero essere singolarmente valorizzati alla stregua di “monadi isolate”, la storia ci insegna che l’unico effetto ipotizzabile sarà quello di un grave impoverimento del tessuto sociale ed economico del Paese tutto. 

Dunque, posti al cospetto di un Paese che già oggi presenta laceranti diseguaglianze tra Nord e Sud nei servizi essenziali alle persone, in particolare nell’ambito Sanitario, risulta necessario intervenire per invertire la tendenza. In primo luogo sarebbe necessario investire ingenti risorse nella Sanità, limitando così il fenomeno incivile della c.d. “emigrazione sanitaria”. In secondo luogo, sarebbe altrettanto doveroso iniziare un percorso per ridurre le diseguaglianze tra le due estremità dello Stivale incrementando gli investimenti nel Mezzogiorno, magari attraverso l’implementazione di un sistema ispirato alla virtuosa “fase 1” della Cassa del Mezzogiorno. 

L’autonomia differenziata si muove “ahinoi” in direzione diametralmente opposta, in quanto, alimenta un terreno favorevole al futuro aumento delle fratture del Paese, consentendo alle Regioni “più ricche” maggiori margini di spesa e riducendo i fondi da destinare in modo solidaristico a Regioni “più povere”. 

Di fronte alle concrete preoccupazioni sin qui paventate per il futuro del nostro paese, occorre evidenziare da un lato l’iniziativa di alcune Regioni (in particolare Campania, Toscana e Emilia Romagna) tesa a richiedere l’indizione di un referendum abrogativo per la Legge n.86/2024; dall’altro funge da contraltare la richiesta già presentata dalla Regione Veneto per accedere all’autonomia nelle 9 materie per le quali non è necessario che lo Stato stabilisca prima i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep).

Si tratta di azioni che non ci sorprendono affatto, ma che, se lette in combinato disposto ai risultati delle ultime elezioni comunali, mostrano in “controluce” e alimentano quel pericoloso clima di divisione politica e amministrativa che affligge il Paese anche a causa delle diseguaglianze che già intossicano la vita di milioni di Italiani, minando all’Unità della Repubblica ed al concetto stesso di Cittadinanza.

Il tutto è drammatico, ma lo è ancor di più se si pensa che questa Riforma non trae origine dall’incontro di visioni e pensieri, bensì da un “pactum sceleris” privo della necessaria aspirazione alla solidarietà ed alla coesione nazionale.

Dibattito | L’opzione frontista riporta indietro le lancette della storia.

Dunque, si ritorna al passato. Almeno sotto il profilo della terminologia. Perché quando si evoca, e si teorizza – per il nostro paese e non per le vicende francesi – il progetto di un nuovo e rinnovato “Fronte Popolare” inevitabilmente il pensiero corre al 1948. E non perché, come ovvio e scontato, si ripropone quella situazione storica e politica ma, semmai, per ricordare che a volte si ripetono le medesime modalità e le stesse logiche nell’affrontare i problemi che sono oggi sul tappeto.

Ora, la cultura “frontista” si manifesta concretamente in due condizioni storiche e politiche particolari e specifiche. E cioè, o quando ci si allea a prescindere per combattere una emergenza che rischia di mettere definitivamente ed irreversibilmente in crisi un paese e uno Stato – di fronte ad una imminente dittatura o ad un regime illiberale, dispotico e tirannico – oppure quando c’è un nemico politico implacabile che occorre combattere senza tentennamenti ed inutili distinguo prima che faccia troppi guai. Ed è all’interno di questo quadro storico e politico che si colloca la proposta del cartello delle sinistre italiane culminato con il recente incontro a Bologna delle varie sigle e partiti e patrocinato dal Presidente dell’Anpi nazionale, nonché esponente di Rifondazione Comunista, Gianfranco Pagliarulo.

Un progetto che, come ovvio, è frutto e conseguenza della massiccia radicalizzazione del conflitto politico nel nostro paese che non può che portare alla costruzione di cartelli elettorali dominati da un odio implacabile nei confronti dell’avversario/nemico. Un nemico che, di conseguenza, non può che essere annientato a livello politico e demolito a livello culturale e anche personale. Ed è appena sufficiente ascoltare le dichiarazioni quotidiane dei leader delle varie sinistre raccolte sotto l’ombrello del nuovo “Fronte popolare” per rendersi conto che la regola che ispira una vera, sana e trasparente democrazia dell’alternanza – propria di un sistema democratico e costituzionale – è destinata ad essere sacrificata sull’altare di abbattere un nemico della democrazia, del progresso, della civiltà e delle libertà. Appunto, come avvenne nel lontano 1948 da parte del “Fronte popolare” originario guidato dai comunisti di Togliatti e dai socialisti di Nenni contro il pericolo reazionario e antidemocratico (sic!) rappresentato dalla Dc di De Gasperi, dai suoi alleati partiti laici, dalla Chiesa e dai valori dell’Occidente. Mutatis mutandis, ci troviamo – secondo i protagonisti del nuovo “Fronte Popolare” – nuovamente di fronte ad un nemico che può mettere definitivamente in crisi le fondamenta democratiche, liberali e costituzionali del nostro ordinamento politico.

Ecco perché, e nel pieno rispetto di questo progetto avanzato dalla sinistra radicale del Pd della

Schlein, dalla sinistra estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e dalla sinistra populista e anti politica dei 5 Stelle, si tratta di capire d’ora in poi quale sarà il comportamento politico concreto delle forze e delle culture democratiche centriste, riformiste e squisitamente costituzionali. Cioè di quei soggetti politici che storicamente, politicamente e culturalmente sono allergici tanto alla radicalizzazione della lotta politica quanto alla demolizione del nemico politico in virtù di una narrazione ideologica e, il più delle volte, disancorata dalla realtà. E questo perché, com’è noto, la logica e la deriva del “Fronte Popolare” è semplicemente alternativa rispetto a tutto ciò che è riconducibile al Centro, alla politica di centro, alla cultura di centro e, in ultimo ma non per ordine di importanza, al “metodo” di centro. Ed è per questi motivi che la logica del “Fronte Popolare”, seppur ammantato di nobili motivazioni e sani principi, cozza contro le regole basilari di una democrazia matura, adulta e robusta.

ArcipelagoMilano | Pillole di storia: il contributo di Milano alla vita dell’Anci.

Ottobre 1901, Parma, il sindaco di Milano, il radicale Giuseppe Mussi, gran maestro aggiunto del grande oriente (gran maestro era Ernesto Nathan che sarà sindaco di Roma), viene eletto presidente della costituenda Associazione Nazionale Comuni Italiani.

Nel programma della 3 giorni, serata di Gala al teatro Regio con la Tosca diretta dal celebre Cleofonte Campanini, spettacoli di prosa, banchetto ufficiale, visita a Salsomaggiore.

A dispetto dell’immagine un po’ godereccia del programma, l’associazione nasceva in un clima politico vivace, da una parte era in contrapposizione ad un tentativo analogo promosso dai sindaci liberali di Verona e Firenze, dall’altra aveva un connotato fortemente di sinistra e antigovernativo con l’obbiettivo di “tutelare i comuni, giuridicamente e moralmente dalle illegali sopraffazioni del potere centrale”, come scriveva Salvemini su Critica Sociale; un connotato anti romano che non era però condiviso dai non socialisti cioè radicali, repubblicani, massoni, che costituivano la maggior parte dei fondatori.

Il cammino per arrivare alla fondazione dell’associazione era stato lungo, i primi congressi di sindaci risalgono al 1879 e al 1884 a Torino, poi nel 92 e nel 94 a Perugia con Francesco Fazi ma molti altri ve ne furono.

Con Mussi vengono eletti Vicepresidenti il radicale Mariotti, sindaco di Parma leader della componente moderata e il repubblicano Martino sindaco di Messina.

Segretario dell’associazione e direttore della rivista l’Autonomia comunale che si pubblicherà fino al 1925, l’avvocato Emilio Caldara futuro sindaco di Milano, città che fu anche scelta come sede dell’associazione, dove restò per 16 anni. Ogni comune aveva diritto a un voto a prescindere dal numero di abitanti e dalla dimensione.

Mussi pragmaticamente definirà così l’azione dell’ANCI: “Molti credono che la nostra iniziativa non sia necessaria, e meglio sia che volta per volta i Comuni si rivolgano allo Stato per impetrare umilmente qualche provvedimento. L’azione del comune isolato non raggiunge mai il suo fine quando trattasi di un Comune piccolo e debole. Potrà ottenere molto quando trattasi di qualcuno di quei grossi Comuni, che si appoggiano all’influenza di potenti individualità politiche e allora il vantaggio di alcuni elementi del Comune va tutto a detrimento della sua libertà. Pertanto, credo sia necessario unire tutte le forze comunali e presentare queste domande allo Stato: legale sviluppo della nostra vita, sgravii delle nostre finanze.”

La connotazione di sinistra si perse rapidamente, sostituita da una maggioranza centrista con l’ingresso di molti liberali e dei cattolici, tant’è che don Luigi Sturzo, vicesindaco in quel di Caltagirone fu eletto in direzione e dal 1906 la maggioranza dell’associazione fu sempre moderata.

Il principale successo fu ottenuto nel 1907 quando grazie anche ad una petizione firmata da migliaia di amministratori, l’ANCI ottenne dal Governo Giolitti la fondamentale legge 116 che prevedeva il passaggio allo stato di molte spese che avevano appesantito i bilanci e nei fatti impedito la piena operatività dei comuni. 

Al congresso di Firenze del 1907 il sindaco, Ippolito Niccolini, sottolineò l’unità dei Comuni italiani in difesa della propria autonomia al di là delle distinzioni politiche e della collocazione geografica; la pace tra le diverse anime politiche però durò poco.

Presidente dell’associazione dal 1906 al 1914 un consigliere e assessore a Palazzo Marino di lunga data e poi sindaco di Milano: Emanuele Greppi; da una sua idea viene elaborato il progetto di un organismo istituzionale, il Consiglio superiore dei comuni, espressione dell’autonomia comunale che avrebbe dovuto regolamentare il potere dello stato in materia di scioglimento dei comuni, potere spesso usato da Giolitti a soli scopi politico elettorali.

Il progetto, riproposto più volte e modificato fino al 1925, scrive Oscar Gaspari autore di Dalla Lega a Legautonomie, verrà ripreso ufficialmente nel 1958 con il nome di Consiglio superiore degli enti locali per poi trasformarsi nel 1996 nella Conferenza Stato-Città e Autonomie locali.

Il fatto che un conservatore come Greppi che a Palazzo Marino era stato il nemico giurato del liberale progressista Ettore Ponti per non parlare di Caldara, che aderirà fin dagli esordi ai fasci milanesi, che da senatore fu nel 1925 uno dei protagonisti della commissione di studio delle riforma costituzionali, che definì la sua politica da assessore alle finanze “invernale” per contrapporla a quella spendacciona dei suoi predecessori, potesse essere anche strenuo difensore dell’autonomia dei comuni, conferma che accanto al municipalismo socialista tante volte celebrato esisteva anche un municipalismo conservatore, anticentralista non meno significativo che periodicamente affiora nella politica italiana. 

Scrive la Treccani: Greppi “intervenne nel 1909 a proposito del progetto giolittiano di revisione della legge comunale e provinciale, auspicando che, più che con parziali ma inefficaci ritocchi, si procedesse a una riforma organica. Come agenda di tale rielaborazione legislativa egli suggeriva alcuni aspetti: la definizione dei poteri del sindaco, le attribuzioni del commissario prefettizio, la natura dei reciproci rapporti tra sindaco e giunta e, in generale, un riassetto delle finanze comunali e della relativa gestione”.

Nel 1908 fu fondata l’UPI l’unione delle provincie, tra le due associazioni i rapporti furono chiari fin dall’inizio: la maggioranza dei sindaci quale che fosse l’orientamento politico era favorevole all’abolizione delle provincie, a oltre 100 anni di distanza credo che nulla sia cambiato.

Sempre durante il mandato di Greppi, sponsorizzata dall’ANCI, fu fondata la Federazione delle aziende municipalizzate italiane. Dal marzo 1903 quando fu approvata la legge, proposta da Giolitti, sull’assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei comuni che favoriva l’assunzione di numerose attività di servizio pubblico da parte dei comuni (gas, energia, trasporti, acqua, nettezza urbana, refezione scolastica) consentendo loro di adottare autonomamente le forme di gestione potendo scegliere tra le gestioni dirette con le aziende speciali o in economia e quelle indirette, tramite le concessioni a imprese private, le municipalizzazioni furono al centro delle politiche comunali, senza necessariamente una connotazione politico-ideologica, che avranno solo successivamente, quando il tema diverrà il discrimine tra rivoluzionari e conservatori da una parte e riformisti dall’altra.

Nel 1915 don Sturzo e Caldara (nel frattempo eletto sindaco di Milano) vengono nominati vicepresidenti dell’associazione assieme al liberale Dario Franco mentre a sostituire Greppi venne scelto Piero Lucca sindaco di Vercelli.

Nel 1916 la sede dell’associazione viene trasferita a Roma; non era solo un cambio geografico era anche un segnale di voler intensificare le relazioni con il potere centrale non più visto solamente come un “oppressore”, che anzi rispondendo alle richieste dell’ANCI apriva un segretariato per i comuni di montagna (oggi UNCEM) e l’Istituto nazionale per le opere pubbliche dei comuni il cui compito era quello di “assumere in sostituzione e nell’interesse degli Enti locali l’esecuzione delle opere pubbliche di competenze dei comuni e dei Consorzi…”.

La parabola dell’ANCI fu rapida.

 

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Macron ha giocato d’azzardo ma alla fine potrebbe avere ragione

Non si contano le critiche alla decisione di Macron di sciogliere l’Assemblea nazionale e andare alle urne con i sondaggi che parlavano chiaro, dando per certa l’arrivo di una marea di voti per l’estrema destra. Dopo il primo turno di domenica, ha fatto appello a un fronte repubblicano che in queste ore ha preso forma, senza cedimenti alla sinistra radical-populista di Mélachon. La sinistra ha fatto d’esistenza a favore del centro in 131 collegi e il centro, a sua volta, a favore della sinistra in 83 collegi. Una spinta repubblicana oltre le aspettative.

A questo punto, se la manovra di opposizione alla destra rappresentata da Le Pen e Bardella dovesse riuscire, quella di Macron sarebbe una doppia vittoria, che rimanda al duello fra gli Orazi e i Curiazi: prima il successo sull’estrema destra sovranista e poi il contenimento della estrema sinistra. Certo, sarebbe preclusa al Presidente la libertà di lanciare sfide clamorose, come quando ha proposto l’invio di forze militari in Ucraina, ottenendo peraltro il diniego dell’Unione Europea. Quel che si profila in Francia è il passaggio, con ogni probabilità, da un governo presidenziale di centro a un accordo parlamentare di centrosinistra da cui far emergere un esecutivo dotato di una maggioranza affidabile.    

Domenica sapremo, al ballottaggio, come andrà a finire. Ci saranno riflessi sul destino della Von der Leyen, ancora in bilico malgrado il beneplacito ottenuto nel Consiglio europeo; ma anche su quello della nostra Premier, Giorgia Meloni, per la quale la vittoria di Macron potrebbe rivelarsi provvidenziale. Le permetterebbe, infatti, di liberarsi dell’asfissiante pressione di Salvini, tutto proteso a fare concorrenza sulla destra, tanto da schierarsi in fretta e furia con i Patrioti di Orbán. 

L’altra lezione che potrebbe apprendere la Meloni è la convenienza del modello francese, abbandonando “quer pasticciaccio brutto” del premierato, sperimentato e subito abbandonato in Israele. Infine, se dovesse scattare il referendum sull’autonomia differenziata proverà a sue spese quanto gli sia costata l’arrendevolezza a pretese fuori del tempo e dello spazio, con le conseguenti tensioni sulle prospettive dell’Europa.

Possibile che la destra non capisca quanto sia esssenziale l’Europa, soprattutto per le nuove generazioni, in una fase storica che impone uno sviluppo ulteriore della coesione sovranazionale?

Allons enfants…e speriamo bene.

Forse aveva ragione De Gaulle quando – consapevole delle difficoltà della gestione politica di una Francia da sempre storicamente proiettata verso traguardi ambiziosi – affermava: “Come si può governare un Paese dove si producono 246 tipi di formaggio?” La Storia si ripete, il numero della varietà di formaggi Doc (esportazioni cinesi permettendo) è certamente aumentato ma aspettando l’esito del ballottaggio elettorale di domenica la polarizzazione destra-sinistra si va radicando, mentre il Progetto “Ensemble” di Macron dovrà accontentarsi di più miti pretese, visto l’esito disastroso delle votazioni del primo turno dove proprio gli eredi del Generale e di Pompidou si sono sgretolati e il loro leader Ciotti si è schierato con la Le Pen.  

Come ho scritto recentemente, la realtà del vecchio continente deve tener conto di un’identità duale: da una parte (all’esito del voto del nuovo Parlamento) c’è l’Unione Europea che cerca di dare continuità all’esperienza “Ursula” con il contributo di Popolari, Liberali e Socialisti, dall’altra c’è un’Europa delle Nazioni, dove ciascun Paese cerca di consolidare la propria identità e autonomia esercitando una vera e propria sovranità politica. Macron sta pagando un tributo elevato ad un gesto di orgoglio e di correttezza politica: quello di aver sciolto il Parlamento all’indomani dell’esito del voto delle Europee, affrontando la realtà e sperando di governare il consenso dei cittadini in nome di valori alti e della coerenza della vocazione europeista dei padri fondatori della Comunità europea. 

La Francia è il Paese dove i temi del lavoro, della casa, della sicurezza sociale, dell’emigrazione clandestina, della violenta ribellione sociale (si ricordino per tutti i gilet jaune, l’innalzamento dell’età pensionabile, la protesta degli agricoltori) sono un condensato di ricorrente e irrisolta problematicità. Eppure l’esempio di Macron e la sua idea di un Paese governabile, con una marcata caratterizzazione centrista ed europeista, ma erede della propria grandeur, è stato preso ad esempio da altri leader europei che vogliono prendere le distanze dalle estreme. La crescita del Rassemblement di Marine Le Pen è stata tuttavia esponenziale, costante ed alimentata dalle molte contraddizioni di un’Europa unita spesso solo nella ratifica dei documenti, ma sostanzialmente nazionalista e abbarbicata nei suoi territori dove il radicamento nelle tradizioni locali ha un significato identitario, rassicurante e protettivo. 

Il Cancelliere Scholz, pur subendo una sconfitta altrettanto bruciante rimarcata dalla forte ascesa del Afd, un movimento di estrema destra ancor più caratterizzato di quello francese, un partito nazionalista-conservatore, euroscettico, ‘nostalgico’ e anti-immigrazione, è rimasto al suo posto e si è guardato bene dall’indire nuove elezioni. La scelta di Macron è stata giudicata un errore: la storia è piena di errori e di soprese, il problema principale è costituito dal fatto che una vittoria maggioritaria del Rassemblement di destra determinerebbe conseguenze per l’Europa e la stessa Unione Europea per le scelte anti Nato e filoputiniane di Marine Le Pen.

Penso che la storia abbia i suoi inevitabili corsi e ricorsi e difficilmente – in un quadro assai complesso con riguardo al nuovo ordine mondiale che si va configurando – ci aspettano anni di stabilità politica, economica e la fine delle belligeranze in atto. Tutto è concatenato e mutevole, ogni contesto ha i suoi problemi e i suoi grattacapi, basti pensare agli USA dove il Partito Democratico e quello Repubblicano ripresentano i contendenti delle precedenti elezioni, abbiamo assistito ad uno spettacolo desolante dal primo confronto diretto tra Biden e Trump, soprattutto il Presidente in carica ha manifestato evidenti difficoltà.  Non sono riusciti a trovare due giovani rappresentanti, con una immagine fresca e pulita, competenti, plurilaureati con master e capaci di interpretare i sentimenti popolari…Se si arriverà al voto con questo stallo le conseguenze saranno comunque pesanti.

Attendiamo intanto l’esito imminente del ballottaggio francese ricordando che le avventure e i disallineamenti nelle alleanze non portano mai buoni risultati. Per anni abbiamo cercato di costruire un’Europa compatta, coesa e solidale ma gli scricchiolii non lasciano presagire che si possa perseguire una rassicurante stabilità. ‘Allons enfant’, dunque, e speriamo bene.

Iran, la sfida è tra il riformista Pezeshkian e il conservatore Jalili.

L’Iran torna al voto venerdì per scegliere il successore di Ebrahim Raisi – morto il mese scorso in un incidente aereo – alla presidenza della Repubblica: a sfidarsi saranno il riformista Massoud Pezeshkian e l’ultraconservatore Saeed Jalili, chiaramente favorito dall’establishment religioso ma che dovrà fare i conti con un’astensionismo da record.

Al primo turno l’affluenza si è infatti fermata al 40%, il dato più basso dalla nascita della Repubblica Islamica, indice del profondo scontento dell’elettorato per le politiche del regime ma anche della scarsa fiducia in un cambiamento politico quasi impossibile nel quadro di un sistema in cui l’ultima parola spetta alla leadership religiosa incarnata nel Consiglio dei Guardiani.

La candidatura di Pezeshkian di fatto sembra essere stata autorizzata proprio per cercare di contenere l’astensione, correndo il rischio calcolato di un’affermazione al primo turno e – a questo punto – di una vittoria finale che non appare impossibile.

Non a caso alla vigilia del primo turno la stessa “guida suprema”, Ali Khamenei, aveva lanciato un avvertimento a Pezeshkian ribadendo come un’eventuale riavvicinamento agli Stati Uniti non fosse una “buona politica” e coloro che la predicano “non siano in grado di governare il Paese”.

Medico di professione, Pezeshkian era stato ministro della Sanità sotto Mohammed Khatami dal 2001 al 2005 ed aveva appoggiato pubblicamente l’accordo sul nucleare – probabile causa della sua esclusione dalle presidenziali del 2021; più di recente, ha criticato il governo per la mancanza di trasparenza sulla morte di Mahsa Amini.

La sua proposta politica comprende una maggiore apertura nei confronti dell’Occidente, con l’obbiettivo di poter arrivare a discutere delle sanzioni – il che diventerebbe una missione pressoché impossibile se alla Casa Bianca dovesse riapprodare Donald Trump.

Il rivale è invece assai più allineato con la linea dura sposata da Khamenei: Jalili, diplomatico ex viceministro degli Esteri, ha ricoperto l’incarico di Segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale dal 2007 al 2012 – posizione che gli valse la carica di caponegoziatore per l’accordo sul nucleare.

A suo giudizio è necessario semplicemente fare a meno di qualsiasi collaborazione con i Paesi con cui Teheran ha dei “problemi” (leggi in primis gli Stati Uniti) per migliorare invece i rapporti con tutti gli altri (vale a dire Russia e Cina, soprattutto) – linea che se dovesse venire eletto non avrebbe nessuna difficoltà a imporre, dato che coincide con le posizioni di Khamenei.

Una vittoria di Pezeshkian avrebbe invece esiti più incerti: come detto, non ha il potere di governare contro la volontà del Consiglio, e la sua azione politica – interna ed esterna – rimarrebbe costantemente sotto tutela come già accaduto ai suoi predecessori riformisti, Khatami e Rohani.

Un limite si cui l’elettorato è perfettamnet consapevole: epr qunato siano buone le intenzioni di Pezeshkian (peraltro un moderato, non certo un rivoluzionario antisistema) ad esempio in termini di allentamento delle restrizioni sull’Hijab difficilmente riuscirà a metterle in atto; quanto al miglioramento delle condizioni economiche del Paese, la principale preocupazione degli iraniani, non sembra un obbiettivo raggiungibile senza una revoca delle sanzioni occidentali – e quindi delle concessioni che il regime non è disposto a fare.

Libri | Un saggio sulla rivalutazione della cosa pubblica

Erano trascorsi solo venti minuti dalla mail con cui mi congratulavo per la sua brillante lezione, quando ricevo da Paolo questa risposta: «Prima o poi, però, qualcosa insieme potremmo scriverla».
La lezione toccava una problematica – il presente e il futuro delle nostre istituzioni – su cui entrambi siamo più volte tornati e che qui interroghiamo a partire dal concetto di Cosa pubblica. Un concetto quanto mai in bilico e non solo da oggi, visto che le infiltrazioni di logiche privatistiche nel funzionamento delle istituzioni pubbliche datano già dalla metà degli anni Novanta, in coincidenza con l’aziendalizzazione dei servizi sanitari e in parte della scuola (tutto ciò, va ricordato, grazie a un consenso bipartisan delle forze politiche presenti in Parlamento). 

Rimettere al centro del dibattito sulle istituzioni la loro natura di Cosa pubblica significa ribadirne la funzione di civiltà e in particolare il fatto che la loro vocazione è di essere allo stesso tempo di tutti e di ciascuno. Un’istituzione deve in sostanza porsi al servizio di un territorio e di una collettività senza, come si dice, lasciare indietro nessuno: pur rispondendo alle necessità su larga scala di una certa fascia di popolazione – il bisogno di cure, di istruzione, di servizi –, non dovrebbe perdere di vista la specificità delle realtà che intercetta e dovrebbe, nei limiti del possibile, recepire la declinazione singolare della domanda, esplicita o latente, che ogni soggetto porta con sé. L’uso dei condizionali è d’obbligo, perché non sempre riusciamo a stare al passo con ciò che chiamiamo civiltà e che, va detto, è pericoloso ridurre a un dato di fatto, una petizione di principio. Porsi ad esempio la domanda di quale e dove sia, se ancora ci sia, qualcosa come un’anima in quei potenziali presìdi di civiltà che sono le istituzioni significa aver ben presente che la parola in questione non designa tanto un concetto astratto quanto il fluire di una materia che non si vede – ànemos è il soffio vitale, il respiro – ma che si avverte e produce degli effetti. Se pensiamo ai nostri corpi, una corrente d’aria che li attraversa e ci tiene in vita. 

 

[Estratto dalla Premessa “Prima o poi doveva succedere: la Cosa ci aspettava”]

 

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https://www.vitaepensiero.it/news-consigli-di-lettura-rimettere-al-centro-del-discorso-la-cosa-pubblica-6515.html

L’Osservatore Romano | 1941-1945. La Dc e i cattolici secondo Stefano Baietti.

Paola Petrignani

 

«Abbiamo bisogno di un sussulto di pensiero, di un nuovo umanesimo, di una nuova visione del mondo», ha affermato monsignor Vincenzo Paglia, Arcivescovo e Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, intervenendo la mattina del 28 giugno alla Camera dei Deputati per presentare il libro di Stefano Baietti L’idea di ricostruzione. Gli anni della prepolitica 1941-1945. L’impegno di Alcide De Gasperi e Sergio Paronetto per la costruzione della nuova democrazia italiana e la formazione poltica dei cattolici (Roma, Eurilink University Press, 2024, pagine 2230, euro 100). Ne abbiamo bisogno anche in Italia, ha proseguito Paglia, perché in un mondo fatto a pezzi dalle guerre, dove la politica sembra inaridirsi e le crisi si assommano creando un orizzonte buio in cui «l’uomo può facilmente distruggere se stesso e il creato», c’è bisogno di una scossa viva, nuova, creativa. Ma da dove ripartire, vista l’aridità, l’individualismo, che ci circonda? Da una visione comune, e dal desiderio (meglio ancora) di ricostruire secondo una visione comune, prescindendo da partiti e divergenze sterili. Da una pre-politica che accolga un pensiero veramente democratico. Un’impostazione che pure abbiamo già conosciuto, e che si può ritrovare in uno dei momenti più caldi della storia italiana, quando, nelle occasioni strappate alla violenza fascista e al controllo di regime, si andava ricostruendo il futuro dell’Italia postbellica filo a filo nei discorsi e nei dibattiti degli ex popolari, dei grandi e piccoli protagonisti della futura Repubblica, «nelle scelte e nelle prospettive ideali che coinvolsero le diverse componenti della società italiana, Santa Sede compresa, nella tensione della ricostruzione del Paese per tutti».

Bisogna tornare indietro per guardare ancora più avanti. Ecco allora spiegata l’importanza del lavoro di Baietti, oggetto sin da subito di grande dibattito tra coloro che sono intervenuti, oltre a monsignor Paglia, alla Camera, moderati da Giancarlo Pallavicini e Vincenzo Scotti: Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Giuseppe de Rita, sociologo e Presidente del Censis; Sebastiano Maffettone, filosofo e ordinario di Filosofia politica della Luiss Guido Carli, e Alberto Melloni, ordinario di Storia del cristianesimo dell’università di Modena-Reggio Emilia.

L’opera, poderosa, articolata in quattro volumi, indaga la complessa elaborazione dell’idea di ricostruzione dell’Italia e della costituzione del partito della Democrazia cristiana, documentando tutti i passaggi del formarsi di questa preparazione prepolitica, che predisporranno De Gasperi quale punto di riferimento per la ricostruzione del Pacse dopo il regime. Come ricordato durante la presentazione, centrale nel lavoro di Baietti, oltre all’immagine del grande politico di Pieve Tesino, è anche e soprattutto la figura di Sergio Paronetto, «economista dei fatti e non dei trattati» (come lo definisce Paolo Savona nella presentazione all’opera), già “allievo” di Montini (futuro Paolo Vi), militante di Azione cattolica e personaggio di spicco dell’Iri. Una figura chiave – «perno dei raggi di una ruota politica che avviò il Paese sulla strada della ripresa», scrive ancora Savona – la cui visione fu ampiamente prestata al servizio della rinascita di De Gasperi e di tutto il partito, sia attraverso la disposizione di studi di natura economica, che si riveleranno poi fondamentali per il futuro assetto dello Stato, sia attraverso quella capacità di mantenere aperto e proficuo il dialogo con le parti nei momenti cruciali della definizione della prima Repubblica: un «esempio di sapienza unitiva, nel rispetto delle differenze», come ha spiegato monsignor Paglia citando il dialogo con Togliatti e Concetto Marchesi.

Il tutto giocato appunto nel campo della prepolitica, una categoria molto dibattuta, del resto, durante l’evento (dibattito necessario nell’ambito della «diagnosi delle macerie», così come articolato da Melloni), e che viene indicata da Baietti come quel processo antecedente all’azione politica vera e propria (fatta di compromessi tra «oligarchi», come De Rita ha voluto definire i veri attori fondanti del nuovo assetto economico-politico della Penisola), e che pure risulta modulare, fatta di contenuti, strumenti e orientamenti concreti che, con il chiaro obiettivo di non lasciar spazio alla dialettica e alla contrapposizione sterile tra partiti (e quindi alla contrapposizione di ideologie che avrebbero solo innalzato muri laddove c’era bisogno di creare ponti), aveva come unico scopo la fondazione di una nuova unità, di una nuova pace, nel segno di un orientamento profondamente democratico, e profondamente cattolico.

Come sottolineato, bisogna infatti ricordare l’importanza effettiva dell’apporto dei cattolici, smossi a gran voce da Pio XII e della Chiesa tutta, «attore non belligerante» che ha assunto durante la guerra «una posizione di imparzialità, che non significa neutralità» – come ha precisato Giovagnoli -, e che anzi attraverso messaggi e radiomessaggi sollecitava alla pace e al coinvolgimento dei cattolici italiani nella preparazione stessa di questa pace. Quegli stessi radiomessaggi che richiamavano a gran voce una situazione quasi speculare alla nostra, ed è stato quindi palpabile il senso, condiviso da tutti i relatori, dell’importanza effettiva di un lavoro come quello di Baietti oggi: nella scelta di riprendere in mano una visione prepolitica delle cose, e facendo della figura di Alcide De Gasperi e soprattutto di Sergio Paronetto esempi di una nuova via possibile per non disperdersi più, usando nuovamente le parole di Savona, «nella dialettica degli opposti (come succede oggi)».

Una via a cui devono partecipare anche i cattolici, in un impegno rinnovato e creativo perché «anche ai cattolici spetta l’obbligo di immaginare un nuovo futuro», come ha ricordato monsignor Paglia. Non si può prescindere dalla propria responsabilità di fronte alla storia, e citando il cardinale Matteo Maria Zuppi, «bisogna avere il coraggio del noi!». Tornare a Camaldoli è quindi una vera e propria chiamata alla responsabilità e, soprattutto, alla responsabilità dei cattolici. Ancora, con le parole di Zuppi «lasciamoci ispirare dalla storia».

 

Fonte: L’Osservatore Romano.

Data: Venerdì 28 giugno 2024.

Titolo originale: Impegno rinnovato e creativo. 

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del giornale ufficioso della Santa Sede]

Dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica al caos del mercato libero

Il quarto governo guidato da Amintore Fanfani depositando il 26 giugno 1962 il disegno di legge n. 3906, intitolato “Istituzione dell’Ente per l’energia elettrica e trasferimento ad esso delle imprese esercenti le industrie elettriche”, intendeva assumere un provvedimento che garantisse una gestione equa, omogenea, controllata della produzione e distribuzione dell’energia elettrica nell’ottica della sua nazionalizzazione. La legge istitutiva fu approvata il 6 dicembre 1962. Fanfani era un politico di rango, un cavallo di razza, il cui pregio principale consisteva in una visione lungimirante e pragmatica del governo del Paese e della sua crescita tumultuosa in epoca di boom economico, capace di una esposizione sintetica del proprio pensiero, caratterizzata da un eloquio fluente e convincente, che anteponeva gli aggettivi ai sostantivi. Il contrario di quello che Andreotti mi raccontò molti anni dopo parlandomi della Thatcher, che di aggettivi non ne usava proprio, andando subito al sodo. 

Sul piano strettamente politico la nazionalizzazione dell’energia elettrica (con l’istituzione dell’ENEL), ma anche il concomitante “piano casa” (più esattamente INA CASA) tendente e realizzare una estesa progettualità residenziale sull’intero territorio nazionale (ideato da Fanfani tra il 1949 e il 1963 come Ministro del Lavoro), rappresentava un’apertura al nascente centro-sinistra (il primo Governo a guida Moro nacque il 4 dicembre 1963) e il particolare al Partito Socialista. Ma era anche una scelta per il futuro, tra gestione nazionalizzata e liberalizzazione affidata al mercato, una sintesi tra una visione keynesiana dell’economia in un contesto capitalistico e la dottrina sociale della Chiesa basata sul welfare, sull’equità distributiva e sulla solidarietà. 

In un fazzoletto temporale di pochi anni si disegnava un modello di sviluppo sociale caratterizzato dal controllo dello Stato e poi stemperato dal decentramento autarchico attraverso l’istituzione delle Regioni. Questa deriva pilotata dal libero mercato e dal prevalere di interessi economici di parte, ma anche da quella sorta di autopropulsione sociale (come la definisce Giuseppe De Rita) verso il cambiamento e con esso – auspicabilmente – il progresso ha via via radicalmente vanificato quelle idee di grande visione, e ciò sostanzialmente per due motivi: il progressivo venir meno della stabilità politica e il declino culturale e rappresentativo della sua classe dirigente da un lato, e il moltiplicarsi e differenziarsi di domanda e offerta da parte del mercato, ciò che ha portato ad una polverizzazione istituzionale e dei servizi resi all’utenza, dall’altro. 

Si aggiunga l’enfasi burocratica che ha accompagnato lo sviluppo, rendendo sempre più complicata la vita sociale. Non va sottaciuto che la deriva della transizione digitale non sembra semplificare le cose. Sul piano planetario, in estrema sintesi, tutto ciò può essere riassunto in quattro marcate tendenze: la globalizzazione, l’omologazione, la disintermediazione sociale e la parcellizzazione della realtà sino alla sua scomposizione e miniaturizzazione. 

Qualcuno osserverà che c’è troppa sociologia in questa sommaria descrizione: troppo per entrare nel merito del guazzabuglio che riguarderà il libero mercato dell’energia elettrica, troppi ingiustificati timori per riassumere il cambiamento di una semplice bolletta della luce. Eppure in questo periodo siamo stati tutti bombardati da offerte telefoniche attraverso non identificabili nuovi gestori che si affacciano sulla piazza dell’energia. Mercato libero, mercato tutelato, guarentigie per i soggetti deboli, i poveri (ormai sono una categoria sociale mica tanto sommersa) con un ISEE da fame, ma se chiami un call center o chiedi spiegazioni a chi ti risponde (e di te sa tutto ma non dice niente di sé) ottieni una serie di risposte diverse, contraddittorie e poco rassicuranti. La ‘scelta’ di un’opzione è scaduta il 30 giugno, ma qualcuno risponde che ci saranno proroghe e ulteriori offerte. Questa tumultuosa cavalcata verso il libero mercato, la gamma infinita ed esponenzialmente crescente dei gestori, le informazioni ansiogene e mai rassicuranti hanno le sembianze di una “stretta finale” con informazioni dell’ultima ora. E meno male che stampa e TV si affrettano a rassicurare: la luce non verrà “tagliata”. 

Troppo poco per aprire le porte e la mente verso l’autonomia differenziata, troppo poco per costruire un “modello U.E”, troppo poco per ricevere garanzie sul futuro. Il jolly della partita è nelle mani dei gestori (spuntano come funghi in contesti aziendali disparati che nulla hanno a che fare con la produzione di energia elettrica) e ai cittadini resta solo l’impressione di una confusione creata ad arte. Abituarsi ai continui cambiamenti comporta una capacità di comprensione e adattamento che non tutti hanno. Ripenso dunque alla nazionalizzazione di fanfaniana memoria e immagino che se fosse stata accompagnata da uno Stato serio e vicino ai cittadini e da una classe politica credibile e capace, forse avrebbe funzionato. Quello era un modello di semplificazione, la realtà che ci attende è invece densa di incognite e di poco rassicuranti cangianze.

Cleopatra e l’arrivo di Marine. Intanto Cesare…va in ferie.

Cesare solo seduto sul seggio nel Senato di Roma e lei, la regina di là, oltre il Tevere, nella vasta tenuta dove lui l’ha confinata, torva, gli occhi di brace, le labbra serrate, cammina veloce in tondo nella sala con la vasca degli amati coccodrilli del Nilo. Lei vorrebbe metterli nel Tevere, i coccodrilli, che tanto a parer suo i romani se li meritano tutti; lui invece non le manda un messo da giorni, che cosa le deve dire che lei già non immagina?

La regina Cleopatra/Meloni avendo confuso la plebe romana con la plebe tutta dell’impero era salita dai Galli Belgarum straconvinta che vittoria romana è uguale a vittoria imperiale. Ma quelli le avevano detto subito “noi siamo Celti e Galli, stiamo nell’impero, ma abbiamo scelto diversamente e Cesare ci lascia liberi di scegliere”. “E che significa?”, ha detto la Regina, che abituata al “Regno sono io”, non immagina neppure che i popoli scelgano diversamente da quanto desidera il loro re, e subito spiegato dai Belgae: “Non c’è posto per te o per i tuoi candidati nei posti di comando, però vista la vittoria romana

troviamo altri posti per non farti sfigurare…”.

Onta! Oltraggio alla Regina Cleopatra/Meloni! Neanche era finita la frase di spiegazione che il viso si era trasformato; sparito il roseo dalle guance ingentilite dal fard, lo sguardo traverso, voce rauca, labbra ridotte ad un filo sottile sul bel viso, segnali di un rancore che monta e di un indiscutibile disagio per la posizione defilata.. è messa in un angolo, dietro una porta che non si aprirà.

Torna a Roma e non passa da Cesare. È nera come il buio della notte senza stelle dell’aldilà di Anubi, assorta nel risentimento e appare tutta la sua indole indomita e fredda; la regina-dea del popolo egizio, la regina che è lei stessa il Regno degli Egizi…buttati per terra gli orpelli che aveva indossato all’incontro di metà giugno in terra degli Apuli, primi fra tutti quei colori pastelli che dovevano far sembrare dolce chi è nata giaguaro del Sahara.

Ed ecco che forse una speranza di cambiare la malasorte…una tenue luce affidata all’auspicio che la galla franca Marine possa stravincere tra i suoi, cambiando gli assetti dell’Impero. La blonde Marine sa il fatto suo; ha pescato il suo enfant prodige della politica e lo mette avanti a tutti non per stravincere, ma per creare consenso duraturo e solido; fa un buon passo di misura e si assicura la vittoria al secondo passaggio con i Galli. Grande lezione di politica da chi è nata sulle rive della Senna a chi è nata su quelle del Nilo/Tiber. Non i carri lanciati al galoppo per sbaragliare l’avversario, non le scelte tanto per fare cassa politica (voti/consenso/favori), ma duro controllo della équipe che prenderà il potere. “Non imbarchiamo tutti e tutto poi si vedrà”, dunque non solo io e poi gli altri a seguire, ma un serrato gioco di squadra e un solo volto avanti (l’imberbe enfant, appunto). Marine dei Galli darà le carte nell’Impero, lo sa lei stessa e lo sa Cesare. E le darà – le carte – pure per Cleopatra/Meloni che avrà un secondo posto da cui si vede bene il palco e gli attori che declamano, ma non oltre…

E Cesare, avendo saputo dal messo gallo della vittoria certa della regina Marine, così manda i suoi saluti a Cleo: “Regina mea, serva navim quam tibi dedi, et imperium solum relinque, et cautius experire quod rumorem audio quod pueri in tua turba pulmentum faciunt. Ego feriatus, vale tuus Caesar”. Ovvero: “Ah regina mia, tieniti la barca che ti ho dato e lascia stare l’impero, e vedi di stare più accorta che mi giunge voce che i ragazzini della ciurma tua stanno facendo casino. Io vado in ferie. Ciao, Cesare tuo”.

Dibattito | Dove si può ricollocare in Europa la tradizione democratico cristiana?

Comincia a serpeggiare una domanda, più che legittima a mio parere, sul fatto che l’unico Centro credibile e riformista in Europa sia quello rappresentato da Macron e dalla sua formazione politica.

Dubbi e perplessità che crescono soprattutto per chi proviene dalla tradizione del pensiero, della cultura e della tradizione del cattolicesimo politico, seppur nelle sue diverse e multiformi espressioni. E questo non solo per il clamoroso ed atteso tonfo elettorale nel suo paese alle recenti elezioni per rinnovare l’Assemblea Nazionale francese ma, soprattutto, per le concrete scelte politiche che persegue. E non solo sotto il profilo culturale e valorale, che è quasi alternativo rispetto al pensiero cattolico popolare e cattolico sociale, ma anche per le opzioni e le scelte politiche che non sono affatto ispirate alla difesa e alla promozione dei ceti popolari.

Forse si rende necessario, almeno da parte nostra, un ripensamento sul ruolo e sulla funzione politica esercitati dal Partito Popolare Europeo che, seppur molto articolato al suo interno, credo che tutt’oggi rappresenti con maggior coerenza e aderenza culturale i valori della storica esperienza democratico cristiana. Perché anche il Centro e la ‘politica di centro’ richiedono coerenza politica e lungimiranza culturale. Pur sapendo che l’universo centrista è rappresentato da molti apporti culturali, è indubbio che la storia e l’esperienza del cattolicesimo politico italiano non possono essere confusi con un centro tecnocratico, liberale, liberista e sempre più aristocratico e salottiero. Non è sufficiente accampare un singolare e sempre più anacronistico antifascismo per diventare elemento aggregante di tutto ciò che non è riconducibile alla destra estrema o alla sinistra radicale. 

Un Centro che si giustifica non solo per veti e pregiudiziali ideologici ma che, grazie al suo essere dinamico, riformista e autenticamente democratico, può e deve svolgere un ruolo fortemente popolare e ispirato a valori che affondano le loro radici anche nella cultura e nella tradizione dell’esperienza storica della Democrazia Cristiana, seppur nelle varie declinazioni che ha concretamente assunto nei paesi europei. Una cultura e una esperienza che, guarda caso, oggi può trovare una maggior e miglior cittadinanza nel Ppe che non in formazioni del tutto estranee ed esterne a quel filone ideale.

Ecco perché, in un clima di profondo cambiamento e di spiccata transizione politica, anche le grandi famiglie politiche e culturali europee sono destinate a subire delle trasformazioni. Sia per quanto riguarda il profilo e l’identità politica e sia, soprattutto, per la concreta adesione dei vari partiti europei. Popolari, socialisti e liberali sono destinati a governare e a dare una nuova “mission” al vecchio continente. Anche e soprattutto nel rapporto con le altre grandi potenze internazionali. Ma un dato è indubbio nonchè oggettivo: è giunto il momento che chi arriva dalla stessa tradizione culturale ed ideale non comprometta la sua identità per calcoli politici e di mero schieramento. Pena la trasformazione dei grandi partiti europei in meri pallottolieri. Oltre al sostanziale rinnegamento delle proprie radici ideali.

De Gasperi e Paronetto: l’alleanza tra popolari e giovani cattolici.

Nel corso dell’autunno del 2013, settanta anni dopo la pubblicazione del Codice di Camaldoli, a conclusione di un seminario organizzato per analizzare i vari aspetti che portarono alla sua elaborazione si decise di chiedere a Stefano Baietti di svolgere una ricerca sulla preparazione – definita prepolitica – cui Alcide De Gasperi si dedicò intensamente, a partire dal 1940, prima di assumere la funzione guida della ricostruzione italiana, materiale e morale, e di concorrere in modo decisivo a dare all’Italia la Costituzione, chiamata a promuovere l’unità,  lo sviluppo e la pace della società nazionale.

Eravamo in presenza di cambiamenti politici epocali: era caduto il muro di Berlino e la divisione bipolare lasciava il posto a un mondo multipolare e alla crescita economica dei grandi Paesi “arretrati”.

In Italia ci si interroga sulla sparizione dei grandi partiti, protagonisti della grande ricostruzione e sviluppo del Paese, e sul futuro, alla ricerca di nuove istituzioni, di nuovi rapporti tra società e politica. I militanti del partito unico dei cattolici, dopo cinquanta anni di governo del Paese (un tempo certamente lungo) e dopo il Concilio Vaticano Secondo, (la dichiarazione sulla libertà religiosa) si sentono attratti da nuove esperienze nelle nuove realtà “partitiche”. Accanto ai due protagonisti principali della società industriale irrompono, ormai, sulla scena del mondo, nuovi soggetti, movimenti, organizzazioni, nuovi modi di aggregarsi, di unirsi, di progettare il futuro. Sono uniti dai grandi movimenti etici, spirituali e religiosi, intorno ai temi dell’ecologia, della pace, dello sviluppo, dei diritti umani, che attraversano le frontiere dell’umanità, unendole o separandole in una logica del tutto meta-politica e meta-statale. Con questa società la politica deve cercare punti di convergenza, trovare nuovi canali di comunicazione. È un patto associativo che dovrebbe rifiorire nelle relazioni tra l’ordine politico e l’ordine sociale dopo troppo tempo in cui la politica ha trovato tanta sicurezza nel patto di assoggettamento e di dominio. Non si può più dialogare con l’attenzione solo ai sistemi elettorali, perché così facendo si crea solitudine che scatena violenza e allontana la gente dalla partecipazione al voto.

Tra le tante riflessioni sul Codice di Camaldoli che furono sviluppate nel Seminario del 2013, lontano da nostalgie ideologiche, in molti si chiesero se non fosse utile approfondire il passato prossimo e in particolare quella breve fase, definita prepolitica, che portò alla stagione della ricostruzione del Paese e alla scrittura della Costituzione italiana con il coinvolgimento di quasi tutte le forze politiche del Paese.

Oggi presentiamo in questa sede della Camera dei Deputati (ringraziamo ancora volta il Presidente e i Parlamentari che sono chiamati a rappresentare il Paese) i quattro volumi di Stefano Baietti focalizzati sugli anni della prepolitica di cui fu protagonista Alcide de Gasperi, coadiuvato da altri ricostruttori, quali, Donato Menichella, Ezio Vanoni, Luigi Einaudi, Giovanni Battista Montini e il giovane amico cui tutti fanno riferimento, Sergio Paronetto, che muore appena finito di trasferire il proprio insostituibile contributo.

Prima di sottolineare alcune delle scelte più significative vorrei dire ai lettori di non dimenticare che tutto avvenne nella difficile posizione dell’Italia ai confini della guerra fredda tra i due blocchi e con il più grande partito comunista di occidente (conventio ad escludendum).

Anche coloro che in quel momento non sostennero De Gasperi, a poco a poco, anche nel tempo presente, gli riconosceranno, tra le sue doti, quella della statura e della creatività nella politica, quella capacità di immaginare politiche di intervento e rimanendo stupiti di fronte all’abbondanza di programmi mandati in esecuzione: dalle riforme sociali nel riscattare la condizione subalterna dei disoccupati e dei poveri e in particolare dei contadini, nell’affrontare il dualismo tra il Nord e il Sud del Paese, nell’inserimento dell’obbligo della scuola di base, nell’adottare le più coraggiose scelte politiche nel mondo bipolare; si pensi alla decisione del 1947 di superare la partecipazione al governo dei socialisti e comunisti, all’adesione all’Alleanza Atlantica e alla Nato, al sogno dell’Europa Federale, alla proposta della CED e del progetto di Costituzione federale approvata dall’Assemblea “ad hoc” della CECA “Costituzione europea”.  Il preambolo era particolarmente significativo: “Noi popoli della Repubblica federale Tedesca, del Regno del Belgio, della Repubblica francese, della Repubblica Italiana, del Granducato del Lussemburgo e del Regno dei Paesi Bassi abbiamo deciso di creare una Comunità Politica”. Il Trattato della CED non venne – come sappiamo – ratificato dal Governo Francese di Mendès France. E i nodi – ancora aperti oggi – sono contenuti nella lettera di De Gasperi al nuovo Segretario Politico della DC nel 1954, Amintore Fanfani. E non si parlò più di Comunità politica.

De Gasperi affrontò alla Conferenza di Parigi il gelo degli Stati vincitori con queste parole: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”.

De Gasperi, in questo tempo di prepolitica, avvia la costituzione dell’unico partito laico di ispirazione cristiana e, oltre i popolari, che con lui hanno sofferto la persecuzione del regime fascista, stringe il rassicurante e fruttuoso collegamento con Giovan Battista Montini, con i giovani studenti universitari (FUCI), con i laureati cattolici e molti “professorini” del Nord e, alla fine, accetta l’idea di un pluralismo sindacale libero e autonomo.

La maggioranza di questi giovani ha meno di trenta anni e De Gasperi stringe una fitta collaborazione con un giovane, Sergio Paronetto, di solida formazione cattolica, economica, internazionale, e già vice direttore all’IRI, che si rivelerà strategica e determinante e che gli consentirà di fare un tuffo nella modernità e nelle fonti che arbitreranno il mondo a guerra finita.

D’altro canto, sono pochi i politici e gli imprenditori che si affacciano con determinazione alla nuova democrazia italiana; nei loro confronti Paronetto svolgerà un ruolo fondamentale per introdurre una cultura su come vanno viste dall’interno la democrazia politica, la democrazia economica, la società pluralista, di cosa siano le industrie, le banche “viste da dentro”.

In questo modo Paronetto diventa il prezioso collaboratore di De Gasperi e del suo Partito. Il lettore si meraviglierà della frequenza con cui il nome di Paronetto viene citato in questi libri. È morto giovanissimo e le generazioni successive non ebbero che rarissime informazione della sua vita.

Paronetto insiste con De Gasperi che, prima di cominciare a immaginare la libera dialettica tra le forze democratiche, è assolutamente necessario, constatato il livello di distruzione morale, oltre che materiale, raggiunto in Italia per le vicende della guerra e della guerra civile, ricominciare daccapo con le definizioni più elementari sulle quali cercare la convergenza con le altre forze politiche: un lessico civile da tutti condiviso.

Si tratta di immaginare i principi dell’ordinamento sociale, i principi dell’ordinamento economico e i principi dell’ordinamento politico. Intanto, i “principi dell’ordinamento sociale”, che è il vero titolo del Codice di Camaldoli, sono pronti già dal 1943, anche se Montini ne pretende una attenta revisione da parte di Paronetto; il Codice uscirà nel 1945, poco dopo la morte del suo autore. Non ci sarà un corpus organico per i principi dell’ordinamento economico e i principi dell’ordinamento politico. Ma ci sarà molto materiale prezioso, frutto delle elaborazioni dei colloqui del periodo pre politico.

Stefano Baietti ha scritto queste pagine con la cura di contribuire a far crescere una rete, anche con personalità di diverse culture e sensibilità, per capire – fuori dalle ideologie e dai totalitarismi del secolo breve – come rimettere in campo gli obiettivi di crescita morale oltre che economica e sociale del nostro Paese e dell’Europa.

Nel libro viene anche dato molto respiro ai quattro radiomessaggi pontifici dal 1941 al 1944, al Codice di Camaldoli, al fondamentale discorso di investitura delle ACLI pronunciato da Pio XII l’11 maggio 1945 (nove giorni prima della morte prematura del giovane valtellinese) in cui si perviene a un picco alto e coraggioso, insuperato, della dottrina sociale della Chiesa: in tutto sei documenti, tutti di mano di Paronetto, che vanno considerati insieme ai quattro documenti degasperiani: il Testamento politico 1942 firmato De Gasperi (!) e i tre testi programmatici della Democrazia Cristiana firmati Demofilo. Sono quindi dieci i documenti della prepolitica tra il 1941 e il 1945 stesi in qualità di ghost-writer da Sergio Paronetto.

La loro rilettura oggi potrebbe dare (forse) speranza a che la politica quale noi la conosciamo ai nostri giorni avvii un processo di auto-emendamento per tornare dove il pensiero – per l’Italia, per l’Europa, per il mondo – era già arrivato ottant’anni fa.

Sta ora ai quattro autorevoli studiosi entrare nel merito di quelli che furono quegli anni e come dicevano gli antichi e come potrebbero dire anche  i lettori di questi libri “sit finis libri non finis quaerendi”.

Assemblea Ucid, un nuovo slancio programmatico per le sfide odierne.

Si è conclusa ieri mattina la tre giorni di lavori per l’Assemblea nazionale Ucid, presso il Teatro S. Antonino della Cattedrale di Sorrento. L’Unione cristiana imprenditori e dirigenti, realtà che promana dalla Conferenza episcopale italiana e che, con oltre 3mila iscritti nel Paese, promuove la dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’impresa, si è data appuntamento nella cittadina campana per riprendere il dialogo con la Chiesa, le istituzioni e le parti sociali. All’Assemblea riservata ai soci di Ucid ha fatto seguito la giornata aperta al pubblico, dedicata al tema “Partecipazione e democrazia nell’impresa. In cammino verso la 50° edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani”.

Tanti i temi sul piatto: dal welfare aziendale come strumento per sostenere le famiglie alla decarbonizzazione come occasione di competitività, fino agli obiettivi di democrazia economica e al coinvolgimento femminile nell’impresa e nel lavoro. Molte le voci del mondo cattolico che si sono susseguite, a partire da quella di Gian Luca Galletti, presidente di Ucid, già Ministro dell’ambiente, che è partito dall’ambito della sostenibilità d’impresa: “Fondamentale è aprire l’impresa alla partecipazione, renderla davvero strumento di democrazia economica e attore sociale responsabile: lo richiede l’Europa con i criteri ESG che riguardano ambiente, sociale ed equità della governance, ma più ampiamente è un compito che la dottrina sociale da sempre riconosce all’organizzazione aziendale”.

Il presidente di Ucid ha pungolato la CEI sul ruolo della Chiesa nel rapporto tra società civile e politica: “Serve una scuola di politica orientata al pensiero cattolico perché questo torni a incidere nella società. Vediamo la politica polarizzarsi in opposti estremismi, c’è bisogno di mediazione tra le parti. Ma troppo a lungo la Chiesa ha abbandonato il suo ruolo di formazione e di supporto all’impegno dei laici, così il legame tra Chiesa e società civile si è allentato e la politica ha perso qualità”.

Ha subito reagito Mons. Francesco Savino, vicepresidente della CEI: “Occorre ricucire questo legame, per riscoprire un metodo di pensare la politica, da De Gasperi ad Aldo Moro, fino a Dossetti. Imprenditori, professionisti, dirigenti: va sollecitato una partecipazione virtuosa anche nella vita politica”. Sul tema è intervenuto anche l’economista Stefano Zamagni: “Un conto è la politica, un altro sono le formazioni partitiche: se si ha chiara questa distinzione, una scuola di politica che si basi sul pensiero cattolico può fare bene al Paese, alla sua classe dirigente e al rapporto tra corpi sociali e istituzioni”.

Il dialogo si è spostato poi sul rapporto con il sindacato: “Con Cisl abbiamo basi culturali comuni e anche Ucid ha sostenuto la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Cisl sulla partecipazione dei lavoratori all’impresa” ha affermato Galletti. “Le forze parlamentari accelerino sulla proposta di legge sulla partecipazione – ha affermato il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra – serve un’alleanza vera tra capitale e lavoro, basata su valori come la centralità della persona, la dignità del lavoro. Si tratta della cultura che abbiamo in comune conUcid, realtà con cui c’è un legame solido”.

Presentato poi il documento Ucid “Principi di economia civile. Una guida per imprenditori e dirigenti”, pubblicazione promossa da Fabio Storchi, già alla guida di Federmeccanica e presidente Ucid Reggio Emilia. Si tratta di un testo orientato a promuovere un’impresa etica e sostenibile, capace di farsi carico delle aspettative sociali quanto a transizione ambientale, responsabilità sociale ed equità della governance. “A partire dai contenuti del documento vorremmo promuovere un dialogo ampio, che comprenda le istituzioni civili, quelle ecclesiastiche, il mondo accademico e le parti sociali. Le settimane sociali dei cattolici saranno un’occasione per muovere in questo senso”, ha spiegato Stefania Brancaccio, segretario generale Ucid.

Tanti gli ospiti della tre giorni, tra gli altri anche Don Antonio Mastantuono, assistente spirituale di Ucid, il Prof. Vincenzo Sanasi d’Arpe, amministratore delegato di Consap, fino ai tanti rappresentanti del territorio campano come Mons. Francesco Alfano, Vescovo di Sorrento, l’Avv. Massimo Coppola, sindaco di Sorrento, Amedeo Manzo, presidente della Bcc di Napoli e Nino Apreda, Presidente di Ucid Campania e Sigrid Marz, presidente Uniapac Europa.

 

 

L’Ucid associa in Italia oltre 3.000 imprenditori e dirigenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa ed è emanazione diretta della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Accentramento e leaderismo, il grande tarlo della democrazia.

È già sulla scena. Per questo mi sono chiesto cosa si nasconde dietro le quinte del Premierato, al di là delle note e giuste critiche. Un Premierato disinvoltamente sbandierato come “la madre di tutte le riforme”, con qualcosa nel suo sottofondo, che gli stessi studiosi non hanno forse la voglia di approfondire. I commenti, le ragionevoli riflessioni e gli editoriali che circolano sono infatti tutti rivolti a denunciare il passo indietro di un Parlamento che rischia di trasformarsi  veramente in una “… Aula sorda e grigia”; ma anche a criticare la riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica, in pratica ridotto a notaio. Sono posizioni su cui non si puo fare altro che essere d’accordo, anche se Angelo Panebianco definisce frettolosamente “conservatori costituzionali” coloro che temono questa deriva autoritaria, centralistica e antiparlamentare.

Mettiamola come vogliamo, ma i sostegni e gli appigli di queste oneste critiche sono tuttavia da ricercare nella  razionalità della scienza politica, del diritto costituzionale e del diritto pubblico, nelle  ricadute pericolose sugli equilibri previsti dalla nostra Costituzione, ecc…Tutto giusto!  Quello però che a mio avviso manca in queste analisi riguarda solo un pizzico di psicologia politica e di antropologia culturale, insieme alla osservazione accurata delle “personalità monocratiche”, ovvero con forti poteri istituzionali che circolano per il mondo.

Oggi possiamo notare che c’è una diffusa voglia di essere leader unici a tutti i costi. Capi forti e solitari. Comandanti singoli e autonomi. Insomma una incomprensibile voglia di affrontare la tempesta elettorale e il governo di uno Stato salendo da soli sulla propria barchetta personale, senza remare insieme a compagni di mare e senza cedere un poco della propria spocchia: basti pensare agli spropositati 34 simboli che nelle ultime elezioni politiche italiane hanno delegittimato l’autentico e insostituibile significato del pluralismo. Tutti partiti simili. Fotocopie. Movimenti immaginifici, gruppi politici individuali, simboli nostalgici e storici tenuti sotto chiave, liste civiche, liste di scopo, ecc…

E tutti partiti che si somigliano grosso modo nei grandi valori portanti e di base della socialdemocrazia liberale, e – se ancora c’è spazio – della Dottrina sociale della Chiesa: almeno così si dichiarano e cosi si spera che siano, se non si crede più al ritorno del fascismo e del comunismo storici. Insomma, una caterva di simboli che disorientano e frantumano l’elettorato. E che ormai, forse proprio per questo ultimo motivo, lo confonde e lo lascia a casa. Ma nello stesso tempo tutti partiti decisamente e fondamentalmente  diversi solo e soltanto  per la faccia del leader.

Non è infatti solo il modello tecnico elettorale con i più giusti equilbri democratici dei pesi e contrappesi che dovrebbe giustamente attirare l’attenzione. Anche perché, a ben vedere, di un leader che coordina senza ordinare, la democrazia ne ha bisogno. I tanti dubbi che rimangono sospesi, riguardano sia quelli come dicevo sul profilo e la personalità del premier eletto, sia quelli relativi alle modalità e alle sofisticate tecniche comunicative e informative che adopera  nella sua campagna elettorale per essere eletto.

Dunque, anche se il Premierato sarà supportato da una legge elettorale più idonea, e dalle proposte di correzioni suggerite da capaci studiosi sinceramente democratici – cito solo Ceccanti e Guzzetta – ai nostri giorni rimangono senza risposta questioni strutturali date per scontate, ma connaturate al modello elettivo diretto, di un Premier dei nostri tempi digitali. Sono tutte questioni relative alla imperante telepolitica-spettacolo, al ruolo centrale che ormai occupano i media, vecchi e nuovi, i social, ecc…nella comunicazione politica e nella propaganda politica. E che una volta fatte emergere dal dimenticatoio e portate alla consapevolezza di tutti noi, dovrebbero suggerire molte cautele e molte preoccupazioni, prima di istituzionizzare l’elezione diretta di un Capo di Governo solo… a distanza. Chi elegge un premier? Quanti lo eleggono? E come  si elegge ?

Di queste preoccupazioni ne elenco  solo due. La prima riguarda la rappresentanza, ormai in mano a un ristrettissimo numero di votanti, con una partecipazione al voto e livelli di astensionismo mai prima registrati. Per cui se non si mette in agenda il tasso di partecipazione, non è  molto sbagliato supporre che un premier che vinca le elezioni, mettiamo con il 51% dei voti ma con il 40 % di votanti, rappresenterà solo e soltanto il 20% degli italiani con diritto al voto.

La seconda riguarda la totale crisi del partito politico, trasformato nel migliore dei casi in un tele-partito sul modello Casaleggio-Grillo. Padronale sin dai tempi di Berlusconi. Senza Congressi e Direzioni. Con le sue rarissime sezioni territoriali, con i suoi ormai vuoti Circoli, con il progressivo calo di iscritti e militanti, specie tra i giovani. E con la conseguente e totale rimozione di una democrazia partecipata e deliberativa che parta proprio dal basso e dai territori della sana dimensione locale e comunitaria.

Rimangono le primarie aperte, che servono però solo a svuotare dall’esterno il partito politico. Allora, cosa resta? La scelta del premier eletto solo grazie ai media, vecchi e nuovi? Un premier estratto a caso da una certa classe politica, quasi come un mumero della tombola? Magari un premier con disturbi narcisistici della personalità? Intendo dire un premier spesso senza nessuna formazione prepolitica, senza nessuna esperienza amministrativa locale e civica, con spessori etici ai minimi termini e livelli culturali discutibili, ma  solo con un enorme fascino comunicativo e con una voglia estrema di essere “Primo” a tutti i costi? Un premier caratteriale, con sorrisi forzati, gli occhi sbarrati dall’ira e l’indice della mano destra minaccioso? Con una ripulsa odiosa verso i diversi: i non patrioti, i non nazionali, e quegli immigrati che organizzano le “sostituzioni etniche”?

Domande e interrogativi che meritano risposte convincenti. Senza invocare i test attitudinali per i candidati al premierato, è però necessario che per quella carica monocratica – qualora il Referendum non dovesse, come speriamo, affossare la Riforma – venga scelta e votata una persona sapiente e saggia. Equilibrata e competente. Non odiosa. Non tetragona a difesa della formula amico/nemico. Una persona che sappia che leader significa guida e rispetto non solo degli amici. Un “Premier” che sia corretto e attento anche verso i… “Deuxième” e i “Troisième”, vale a dire i Secondi e i Terzi.

Asianews | Putin abolisce la tassa sui matrimoni e aumenta quella sui divorzi.

Stefano Caprio

 

Con le discussioni alla Duma di Mosca sulle modifiche alla riforma fiscale, cercando di introdurre tasse sempre più estese e salutando definitivamente il sistema assistenziale degli ultimi decenni, la Russia si sta preparando a ridefinirsi in modo definitivo nella economia di guerra, destinata a modellare il Paese per molti anni, anche dopo il regno eterno dello zar Putin. L’ultima trovata è l’aumento della tassa sui divorzi, che permette di prendere due piccioni con una fava: afferma la prevalenza dei “valori tradizionali” difendendo la famiglia e il principio dell’indissolubilità del matrimonio, e allo stesso tempo assicura un gettito abbondante e garantito, essendo la Russia, al di là dei proclami, assai poco legata a quegli stessi valori, con un tasso di divorzi molto più alto che nella maggior parte dei Paesi del mondo (solo l’anno scorso ce ne sono stati più di 700mila). In compenso è stato proposto anche di eliminare la tassa sui matrimoni, per le stesse ragioni.

L’effetto di queste misure sulla vita dei russi è in realtà paradossale, in quanto invece di un impoverimento, sembra aprirsi una stagione di benessere e arricchimento. La presidente della Banca centrale di Russia, Elvira Nabiullina, ha rivelato che in effetti stanno molto crescendo i crediti alle persone e alle aziende, perché “la popolazione diventa sempre più ricca”. Contro ogni previsione, la Russia sta battendo ogni record di tasso di crescita del Pil, che nel 2023 è risultato del 3,6% rispetto all’1,8 che era stato pronosticato, e nei primi quattro mesi di quest’anno è salito a un’indecente 5,4%, creando un entusiasmo popolare per la “economia di mobilitazione”.

Uno dei più importanti economisti russi, il professor Igor Lipsits, che ora vive in Lituania dopo essere stato cacciato dal mondo accademico e dichiarato “agente straniero”, spiega a Radio Svoboda che “prima la Russia lasciava parte dei proventi delle esportazioni come riserve all’estero, ora non si lascia più nulla e tutto viene reinvestito all’interno del Paese”. Non c’è più bisogno di mettere qualcosa da parte per i “tempi bui”, perché i tempi bui sono già arrivati, e nessun futuro più ci aspetta. Tutto si riversa sul consumo immediato, e ovviamente la massa principale dei soldi finisce nell’industria bellica, attorno alla quale crescono i vari gruppi di un indotto senza fine. Ai soldati non servono solo le armi, ma anche il cibo, i vestiti, le medicine e tanto altro, e tutta la popolazione vive in stato di mobilitazione, anche quelli che non devono andare al fronte, almeno per il momento.

Più che economia “di guerra”, potrebbe essere definita economia “della fine dei tempi”, una sensazione di apocalisse vissuta in presa diretta. La dimensione religiosa sempre più applicata alla politica e alla società crea l’illusione che la Russia sia già nel regno dei cieli, che sia al di sopra delle turbolenze terrene dei popoli in preda all’anticristo occidentale, e che i soldati in Ucraina siano angeli scesi a difendere la purezza dei santi. Il presidente Vladimir Putin ha voluto confermare questa sensazione, recandosi in pellegrinaggio alla Lavra della Trinità di San Sergij, dove insieme al patriarca Kirill ha venerato l’icona della Santissima Trinità di Rublev, assurta ormai a simbolo della riunificazione celeste dei popoli slavi, baciando il sarcofago che contiene le spoglie di San Sergij di Radonež, patrono della Russia militante.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/L’economia-bellica-della-Russia-senza-futuro-61047.html

Francia, gli ultimi sondaggi confermano la vittoria della destra.

Alla vigilia del primo turno delle elezioni legislative anticipate, il sondaggio Odoxa-Mascaret-Presse Régionale- Public Sénat-le Nouvel Obs” ha confermato le tendenze registrate nelle indagini demoscopiche effettuate in seguito allo scioglimento dell’Assemblea nazionale da parte di Macron. Si prevede anzitutto una partecipazione elettorale molto elevata (il 66% dei francesi intende recarsi alle urne). La massiccia mobilitazione politica dovrebbe produrre un numero record di triangolari (tre candidati qualificati per il secondo turno) in 160-200 circoscrizioni, prima di probabili rinunce nell’intervallo tra i due turni.

In questo primo turno, la destra di RN resta in vantaggio con il 35% delle intenzioni di voto, davanti al Nuovo Fronte Popolare (27,5%) e alla maggioranza presidenziale, indietro rispetto ai due blocchi (21%).

Secondo la proiezione di Odoxa, il RN con i suoi possibili 265-305 seggi è in corsa per la maggioranza assoluta nella futura Assemblea. Al contempo, il Nuovo Fronte Popolare dovrebbe affermarsi come la principale forza di opposizione con 150-190 seggi. In grande difficoltà la maggioranza presidenziale, accreditata di soli 70-110 seggi e la destra (LR e varie destre), con una oscillazione tra i 15 e i 45 seggi.

Nel dettaglio si possono cogliere gli effetti di una mobilitazione politica straordinaria. Secondo lo studio, tra il 64% e il 68% degli elettori iscritti alle liste elettorali dovrebbero andare a votare, con una media del 66% (in aumento di 2 punti rispetto al sondaggio del 21 giugno scorso). Tale partecipazione, se confermata, porterebbe a un aumento di quasi 20 punti rispetto al dato delle elezioni legislative del 2017 (48,7%) e del 2022 (47,5%). Un dato che potrebbe eguagliare o superare quello delle elezioni legislative del 2002 (64,4%).

Dunque, le elezioni legislative vedrebbe RN imporsi come il grande vincitore del primo turno con il 35% delle intenzioni di voto (+2 punti rispetto al sondaggio del 21 giugno), in linea con il suo punteggio storico, quello delle europee del 9 giugno. L’aumento sarebbe di quasi 17 punti rispetto alle ultime elezioni legislative del 2022 (18,7%).

Con il 27, 5% di intenzioni di voto, il Nuovo Fronte Popolare sarebbe l’altro grande vincitore di queste legislative guadagnando 2 punti in più rispetto alla cifra  ottenuta dalla Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale (Nupes) nel 2022 (25,78%).

Con il 21% delle intenzioni di voto (+2 punti rispetto al nostro studio del 21 giugno), la maggioranza presidenziale [di Macron] sarebbe relegata al terzo posto, molto indietro rispetto a NFP e RN. Il calo sarebbe di quasi 5 punti rispetto al risultato di Renaissance e dei suoi alleati nel 2022. L’altro grande perdente annunciato è il raggruppamento di centro-destra “non-ciottiste” che potrebbe fermarsi al 7%, ovvero 4 punti al di sotto del suo risultato del 2022.

L’alto livello di partecipazione previsto e i risultati raggiunti in molte circoscrizioni dai tre principali raggruppamenti politici potrebbero comportare tra i 160 e i 200 triangolari (rispetto agli 8 del 2022). Ciò favorirebbe notevolmente RN. In testa alla fine del primo turno nella maggior parte delle circoscrizioni, il partito di Jordan Bardella e Marine Le Pen potrebbe approfittare dei disaccordi degli altri due concorrenti (NFP e Ensemble) e del basso potenziale di trasferimento di voti tra i due bacini elettorali, per vincere la maggior parte dei triangolari e assicurarsi la maggioranza assoluta nella futura Assemblea.

 

 

[Il testo firmato da Sylvain Courage è stato tradotto e adattato, effettuando tagli e cuciture nel rispetto dell’impianto originario]

Insieme | Andando a zigzag, la Meloni ha perso clamorosamente in Europa.

Domenico Galbiati

 

[…] Giorgia Meloni, visibilmente contrariata dall’alleanza tra popolari, socialisti e liberali che la esclude, contesta il fatto, in sé ovvio, che in un Parlamento si formi una maggioranza politicamente connotata.
Per altro verso, si riscopre leader di governo ed invoca, per l’attribuzione dei ruoli apicali e per la stessa nomina dei Commissari, un cambio di registro, incardinato sui paesi come tali, piuttosto che sulle affinità di ordine politico che, appunto, diano luogo, alla formazione di un’alleanza dotata di una propria visione e di un proprio programma.

Sicuramente si tratta di due chiavi interpretative che devono essere fatte convivere, ma non si può negare la prima e privilegiare unilateralmente la seconda, come se pensassimo l’Europa – ma non è, infatti, questo l’intendimento della Meloni ? – come una “confederazione” di stati o di nazioni, piuttosto che come progetto politico orientato all’ unità del continente.

Ad ogni modo, dopo tante roboanti parole, il prezzo di tale imperizia rischia di pagarlo l’Italia, che finisce per essere omologata al dato politico contingente del governo attualmente in carica.
Infine – ed è un elemento da non sottovalutare – l’ultima pennellata al capolavoro di Giorgia Meloni la danno i suoi stessi più cari amici. Da Orban che sostiene il socialista Antonio Costa, al leader ceco Fico – quest’ultimo organico al raggruppamento dei conservatori – il quale vota tutte e tre le figure in gioco; e poi i conservatori polacchi che stanno valutando se abbandonare o meno Giorgia Meloni. Comunque, ad essere letteralmente frullata nel gorgo scomposto di tante contraddizioni è soprattutto Forza Italia.
È lecito chiedersi come la mette, a questo punto, Antonio Tajani?

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/adesso-tajani-come-la-mette-di-domenico-galbiati/

Mastroianni è stato il divo italiano più amato del dopoguerra

(Askanews) – Per la Treccani l’alter ego di Federico Fellini, “eclettico interprete di circa 150 film firmati da registi di grande rilievo, è stato il divo più amato del cinema italiano, capace di trovare sul set brillanti soluzioni inventive grazie alla sua capacità di concentrazion” e Per l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani Marcello Mastroianni, attore teatrale e cinematografico nato a Fontana Liri (Frosinone) cento anni fa, il 28 settembre 1924, e morto a Parigi il 19 dicembre 1996, infatti ” è stato il divo più amato del cinema italiano del dopoguerra”.

Come ricorda la voce curata da Tullio Kezich per l’Enciclopedia del Cinema Treccani, Mastroianni si formò alla scuola di teatro di Luchino Visconti e divenne l’alter ego di Federico Fellini, passando alla storia come il divo italiano più amato del dopoguerra, eclettico interprete di circa 150 film spesso firmati da registi di grande rilievo.

La crescita sul palcoscenico teatrale coincise con la sua affermazione nel cinema, iniziata nel 1948 impersonando un rivoluzionario in I Miserabili di Riccardo Freda e proseguita fra umorismo e mélo, allargando poi la gamma espressiva alle caratterizzazioni e trovando sempre sul set brillanti soluzioni inventive grazie alla sua capacità di concentrazione.

Tra i titoli della prima fase, quasi sempre in qualità di giovane ingenuo e sventato: Una domenica d’agosto (1950) di Luciano Emmer, Vita da cani (1950) di Mario Monicelli e Steno, Parigi è sempre Parigi (1951) e Le ragazze di Piazza di Spagna (1952), entrambi ancora di Emmer. Di maggiore impegno le partecipazioni a Febbre di vivere (1953) di Claudio Gora, Cronache di poveri amanti (1954) di Carlo Lizzani, Giorni d’amore (1954) di Giuseppe De Santis.

La vera svolta e la popolarità giunsero con Peccato che sia una canaglia (1954) di Alessandro Blasetti, il primo degli undici film che abbinarono Mastroianni nell’arco di quarant’anni, in una sorta di coppia fissa, a Sophia Loren.

Tra i vari registi con cui lavorò Ettore Scola, il regista che l’attore frequentò più assiduamente con otto film tra i quali Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), La terrazza (1980), Il mondo nuovo, noto anche come La nuit de Varennes (1982), dove impersonò un invecchiato Casanova, Splendor (1989), Che ora è? in felice abbinamento con Massimo Troisi e che firmò Una giornata particolare (1977), toccante incontro d’amore fra una casalinga e un omosessuale ambientato nel giorno della visita di Hitler a Roma nel 1938.

Il momento magico della carriera coincise con l’enorme successo di La dolce vita (1960), in cui Fellini lo impose nella parte del giornalista intorno al quale ruotano gli episodi. Dopo questo film, in 8 1/2 (1963) diventò una sorta di ‘doppio’ del regista, al quale rimase fedele in tre film successivi: La città delle donne (1980), Ginger e Fred (1986) e (nella parte di sé stesso) Intervista (1987).

Negli anni Settanta intensificò l’attività nel cinema francese, prendendo casa a Parigi e diventando il compagno di Catherine Deneuve dalla quale nel 1972 ebbe una figlia, Chiara, divenuta anch’essa attrice.

Sempre aperto alle proposte stimolanti, fece con Paolo e Vittorio Taviani Allonsanfàn (1974), con Luigi Comencini La donna della domenica (1975), con Giuseppe Patroni Griffi Divina creatura.

Di tanto in tanto Mastroianni tornò a quella che definì la “dieta teatrale”, conclusasi in una crepuscolare commedia italiana, Le ultime lune di F. Bordon diretta da Giulio Bosetti. Mastroianni girò con questo spettacolo per due stagioni (1995-96) toccando varie città italiane, accolto ovunque da un travolgente consenso di pubblico. Fece eroicamente l’ultima recita a Napoli, in condizioni fisiche che lo costrinsero a recitare seduto, e andò quindi a morire a Parigi.

Tre volte candidato all’Oscar e due volte premiato come miglior attore al Festival di Cannes, nel 1970 per Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) di Ettore Scola e nel 1987 per Oci cërnye (Oci ciornie) di Nikita S. Michalkov, ottenne a Venezia per due volte la Coppa Volpi, nel 1989 per Che ora è? di Scola (ex aequo con Massimo Troisi) e nel 1993 per Un, deux, trois, soleil (Un, due, tre, stella!) diretto da Bertrand Blier, come miglior attore non protagonista. Fu anche insignito due volte (nel 1983 e nel 1997, in memoriam) con uno speciale David di Donatello alla carriera.

Vita e Pensiero | Disinteressato ed eroico il genio di Marie Curie.

Luigi Gedda

I quarant’anni del radio vengono ricordati in Italia e nel mondo associando alla figura e alla scoperta dei coniugi Curie, la figura di Röntgen e la scoperta dei raggi X. Non è soltanto l’affinità obiettiva di indole fisica che consiglia questa commemorazione comune, ma anche il fatto che la scoperta dei raggi X, per quanto non sia avvenuta esattamente quarant’anni fa, possiamo dirla in senso lato egualmente contemporanea e come tale sarà considerata dalla storia della scienza.

Vi è anche un legame di altro genere fra raggi X e radium, o meglio fra raggi X e colei che identificò il radium, Maria Curie, legame storico, umanissimo e commovente. Maria Curie, per la sua’ mentalità e per la sua esperienza, fu in grado di afferrare precocemente i benefici inestimabili che potevano derivare all’umanità sofferente dalle applicazioni dei raggi X, e fu essa che in un momento cruciale per la storia del mondo, la grande guerra, con quella generosità e ampiezza di vedute che la contraddistinguevano, attrezzò l’esercito francese del servizio Röntgen più vasto e geniale, date le possibilità del momento, con un’attività instancabile che rivelò in essa genialità organizzativa di prim’ordine. Si deve a Maria Curie, subito dopo la battaglia della Marna, il reclutamento di automezzi che essa trasformava in gabinetti radiologici di fortuna e poi l’allestimento delle sezioni radiologiche in circa 200ospedaletti da campo.

Questa applicazione bellica delle radiazioni, a scopo diagnostico, fu da Maria completata prima dell’armistizio e nell’immediato dopoguerra con l’introduzione e l’utilizzazione della sua scoperta, il radio, a favore dei feriti di guerra.

Perciò questo associare il quarantesimo del radio alla commemorazione dei raggi X è conforme allo spirito di Maria Curie e sarebbe da essa certamente condiviso, tanto più che la doppia celebrazione mira ad uno scopo pratico: richiamare d’attenzione del pubblico sui preziosi risultati che si possono conseguire con il radio ed i raggi X nella cura del cancro, risultati tanto più grandi, quanto più la diagnosi e quindi il trattamento sono precoci.

Giungere a conseguenze pratiche, umanitarie, che diminuiscano le sofferenze, ridonando all’uomo la salute, o almeno la speranza, tutto questo è perfettamente conforme agli ideali coltivati dalla nobile anima di Maria Curie.

Chi vuol leggere un libro eroico e triste ad un tempo, ma certamente nobile ed interessante, legga la «Vita della Signora Curie» scritta dalla figlia secondogenita, Eva. Di temperamento artistico e perciò diversa dalla madre come anche dalla sorella primogenita Irene, che fu scienziata come Maria e come essa Premio Nobel per la fisica, Eva Curie ha saputo rendere la figura della madre con una sensibilità e con una obiettività che l’interessata, se avesse pensato di scrivere la sua autobiografia, non avrebbe potuto dimostrare.

L’opera di Maria Curie è essenzialmente rappresentata da quel volume che s’intitola «Radioattività» e che essa riuscì a stendere prima della morte, chiudendo in esso la sua vasta esperienza e la visione sintetica dei suoi precedenti lavori. Ma la figura di Maria Curie non appare, n’è poteva apparire, attraverso questo libro scientifico nelle sue componenti umane. Perciò il trattato richiede come naturale complemento la biografia scritta dalla figlia, e mi sembra di poter dire che, trascorrendo il tempo, mentre il primo diventerà sempre meno attuale poiché la scienza nel suo fatale divenire supera se stessa ad ogni istante, la seconda e cioè la «Vita della Signora Curie» come opera d’arte e di fine penetrazione psicologica, non invecchierà e sarà sempre la fonte a cui attingeranno i lineamenti di questa grande e storica figura.

La vita di Maria Curie è eroica e triste ad un tempo. Eroica di quell’eroismo sostanziale, per quanto prevalentemente interiore, che ha per suo campo la scienza e il laboratorio. Eroismo che si distacca dall’eroismo militare per le tinte più attenuate, e sotto certi aspetti si avvicina maggiormente all’eroismo religioso.

Quando Maria, con il sacrificio di sé, cerca di aiutare la famiglia e anche nel modesto compito di istitutrice a Varsavia e a Przasnysz, che deve per questo motivo accettare, non dimentica anzi alimenta la fiamma del sapere; quando, giunta finalmente a Parigi, compie delle acrobazie finanziarie per frequentare i corsi universitari utilizzando risorse modestissime, lottando contro la fame e il freddo; quando, sposatasi a Pietro Curie, lavora con il marito all’estrazione del radio con una certezza e una costanza che possono sembrare, ai profani cocciutaggine; quando, raggiunto il successo e la gloria, passa indifferente e quasi scontrosa fra i clamori della celebrità cercando di far convergere ogni forza di cui può disporre, ed ogni sforzo personale a beneficio dell’Istituto del Radio e dei suoi allievi, non si può esitare nel giudizio: il genio di Maria Curie è disinteressato ed eroico.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-maria-curie-e-il-radio-6518.html

Aggiornamenti Sociali | Il punto sull’imminente Settimana sociale dei cattolici.

Sebastiano Nerozzi

La voce e il contributo effettivo dei cattolici hanno variamente accompagnato la vita politica dello Stato italiano fin dai suoi inizi. Possiamo ricordare in particolare i primi passi di risveglio sociale e civile mossi in un clima ancora di scontro con l’élite politica liberale del Paese, la breve ma significativa esperienza del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo, l’attiva partecipazione ai lavori dell’Assemblea costituente e, più di recente, il contributo alla vita politica repubblicana, tanto nelle sue istituzioni rappresentative quanto nella società civile, attraverso la capillare azione formativa svolta dall’associazionismo e dai movimenti cattolici.

In questo percorso, fin dalla loro prima edizione nel 1907 le Settimane sociali dei cattolici italiani hanno svolto un ruolo fondamentale e si presentano oggi come un processo che tende a coinvolgere in misura crescente settori sempre più ampi della Chiesa italiana (cfr Preziosi 2010). L’obiettivo è comprendere e testimoniare insieme, in modalità sempre nuove, la dimensione sociale del Vangelo. La 50ª edizione di questo appuntamento si terrà a Trieste dal 3 al 7 luglio 2024. Si tratta di un anniversario significativo, che segna alcune importanti novità riguardanti sia le modalità di svolgimento della Settimana sia il cammino, già avviato, del mondo cattolico italiano verso questo appuntamento.

A partire da questa edizione, l’incontro si chiamerà Settimana sociale dei cattolici in Italia, a sottolineare la presenza sul nostro territorio di tante persone che, venendo da Paesi diversi, danno nuovi volti alla partecipazione e condividono la ricerca del bene comune nel nostro Paese. Il tema di questa 50ª Settimana sociale è «Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro» e, come si legge nel Documento preparatorio (DP, disponibile in www.settimanesociali.it), l’intenzione è invitare i cittadini e le cittadine a una riflessione sul valore, i fondamenti e le molte articolazioni della democrazia, cercando insieme i modi migliori per rinnovarla e aprirla alla partecipazione di tutti. Ma perché, tra i tanti temi urgenti e importanti (dalla pace, all’ambiente, al lavoro, alle diseguaglianze), si è scelto di dedicare attenzione proprio alla democrazia e alla partecipazione? Nelle pagine che seguono metteremo in rilievo alcuni dati di contesto globali e nazionali utili per cogliere l’importanza della democrazia e della partecipazione, ben consapevoli che oggi sono sempre più messe alla prova.

Le contestazioni e le critiche che vengono rivolte spesso sottostimano la stretta connessione tra il buon funzionamento dei meccanismi democratici e i problemi sociali, ambientali ed economici del nostro tempo, restituendoci una visione parziale delle questioni dibattute. Presenteremo poi il lavoro organizzativo e la metodologia della prossima Settimana sociale, mostrando come questa possa fornire ai cattolici in Italia chiavi di lettura e strumenti utili per far fronte con speranza alle sfide della situazione sociale e politica odierna.

 

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Sulle riforme nessuna ambiguità: i Liberi e Forti diano l’esempio.

Le tre riforme programmate dal governo di centro destra sono già in corso d’opera e, questa volta, non possiamo disertare il campo. Riforma dell’autonomia differenziata, già legge promulgata e in corso di pubblicazione, quella sul premierato, che ha superato il primo voto al Senato e quella sulla Giustizia, pronta sulla rampa di lancio, sono tre obiettivi sui quali noi cattolici democratici, liberali e cristiano sociali dobbiamo verificare il nostro stato dell’arte e. soprattutto, la volontà del nostro impegno.

Gli amici impegnati nel tavolo di lavoro dei Dc e Popolari stanno seguendo l’iter delle tre riforme con particolare interesse e, stanno per attivare il comitato dei Popolari per il NO alle stesse evidenziando quanto segue:

1- L’autonomia differenziata come stabilita nella legge promulgata, contiene elementi probabili di incostituzionalità che qualcuno chiederà di accertare presso la Corte costituzionale. Si ritiene, in ogni caso, che essa, nella sua ultima formulazione,  rischi di spaccare il Paese in due parti e a ridisegnare una struttura multiforme poliedrica nelle 20 regioni, con enormi rischi tra Nord, Centro e Sud d’Italia e di differenziazioni di diritti sostanziali per i cittadini, specie nei settori della sanità e dell’istruzione. Al punto attuale, non resta che il ricorso alla raccolta delle firme per il referendum abrogativo della legge.

2- Il premierato con l’elezione diretta del capo del governo, sistema unico al mondo, che, dove è stato sperimentato, come in Israele, è stato immediatamente cambiato in quanto causa di ingovernabilità, è da noi DC e Popolari considerato una deforma costituzionale destinata a creare una situazione di rottura traumatica degli equilibri fissati dai padri costituenti. Un’alternativa per noi proponibile sarebbe quella del cancellierato sul modello tedesco, risultato di un’elezione da svolgersi con legge elettorale proporzionale con sbarramento e con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva. Considerato il NO pregiudiziale con questo modello da parte del governo di centro destra, non ci resta che organizzarci con urgenza nel comitato dei Popolari per il NO, partecipando alla raccolta delle firme per il referendum con quanti sono interessati alla difesa della Costituzione repubblicana.

3- La riforma della magistratura, infine, accompagnata dai provvedimenti sin qui assunti nella materia dal governo di centro destra, rischia di creare un vulnus tremendo al principio della separazione dei poteri e all’autonomia della magistratura, per cui, anche per questa riforma/deforma non ci resta che partecipare alla raccolta delle firme per il referendum.

Stavolta non è più tempo di disertare. Siamo consapevoli che esistono tra ex Dc e Popolari, amici che hanno votato per il centro destra e continuano a sostenere il governo a guida di Fratelli d’Italia, e, pertanto, la scelta di scendere in campo al fianco dei partiti e movimenti che intendono difendere la Costituzione, rappresenta l’occasione per chiarirci al nostro interno senza furbizie e/o infingimenti. Coerenti con la nostra storia e cultura politica dobbiamo prepararci per un confronto politico decisivo per le sorti della Repubblica. Questo è il tempo dei Liberi e Forti.

Fondazioni decisive per la presenza dei cattolici nella vita pubblica.

I partiti personali, i partiti del capo e i cartelli elettorali, com’è noto a tutti, non producono pensiero politico e né, tantomeno, elaborazione culturale. E questo perché, com’è altrettanto noto, è sufficiente amplificare e divulgare il verbo del ‘capo’ e tutto finisce lì. Anche perché chi non lo condivide o non fa parte di quel partito o di quel cartello elettorale oppure, e specularmente, non conta nulla in termini politici e progettuali all’interno di quei contenitori.

Ora, a fronte di questa situazione che difficilmente cambierà a breve, è indubbio che se la politica vuole ritrovare il suo giusto ruolo, la sua funzione e la sua autorevolezza non può prescindere da uno sforzo di elaborazione culturale. E questo compito, non potendo più arrivare dagli involucri vuoti e del tutto formali dei partiti politici italiani, non potrà che essere assolto da altri strumenti. E tra questi strumenti spiccano indubbiamente le Fondazioni. Mi riferisco, nello specifico, a quelle Fondazioni che rivestono un ruolo importante e qualificato nel campo della ricerca, della memoria e anche della elaborazione politica e culturale. E, per fermarsi a quelle che affondano le loro radici nella cultura del cattolicesimo politico, sociale e popolare del nostro paese, non possiamo non citare le principali: dalla Fondazione Sturzo alla Fondazione Donat-Cattin; dalla Fondazione De Gasperi alla Fondazione Pastore. Per citare le principali. Ma esistono, come ovvio, molte altre Fondazioni riconducibili ad altre culture politiche che contribuiscono in modo potente a rilanciare e, al contempo, a riscoprire gli elementi decisivi di altre storiche culture politiche.

Certo, non passa attraverso il ruolo delle Fondazioni l’elaborazione programmatica dei molti partiti personali e dei rispettivi cartelli elettorali. Ma è indubbio che se vuoi caratterizzarti sotto il profilo dei valori, della cultura di riferimento e della stessa progettualità politica, le iniziative delle Fondazioni rappresentano una fonte inesauribile. Anche perché le singole iniziative si muovono su più fronti: dalla presentazione di libri alla rilettura critica del “magistero” politico, culturale ed istituzionale di molti leader e statisti del passato; dalla produzione di docufilm su argomenti specifici all’approfondimento di temi che sono in cima all’agenda politica e culturale nazionale. Per non parlare delle pubblicazioni che periodicamente vengono prodotte dalle singole Fondazioni. E non è un caso, del resto, che sono molti gli esponenti politici – almeno quelli che ritengono che una cultura politica di riferimento rappresenti ancora un asset decisivo e strategico per essere presenti nella vita pubblica – che si rifanno alla concreta attività delle Fondazioni per attingere elementi e spunti in vista della definizione e della costruzione dei rispettivi progetti politici. Certo, non parlo dei partiti e dei cartelli elettorali populisti, demagogici e anti politici dove

la parola d’ordine era, e resta, quella di criminalizzare ed archiviare tutto ciò che è seppur vagamente riconducibile al passato.

Ecco perché, almeno per quanto riguarda la cultura, il pensiero e la storia del cattolicesimo politico nel nostro paese, il ruolo delle Fondazioni assume una importanza straordinaria e, oserei dire, quasi decisiva per la stessa presenza dei cattolici nella vita politica contemporanea. Un elemento, questo, da cui non si può prescindere se si vuole continuare ad essere all’altezza della situazione e non limitarsi, come cattolici popolari e sociali, a giocare un ruolo gregario ed ininfluente nella cittadella politica italiana.

ISPI | Il crollo di Biden ha messo in allarme i Democratici

Alessia De Luca

 

Se negli ultimi mesi molti elettori democratici avevano sollevato dubbi sulletà e lidoneità di Joe Biden a ricoprire un nuovo mandato di quattro anni alla Casa Bianca, dire che il dibattito di ieri sera non gli avrà fatto cambiare idea è un eufemismo. Il primo faccia a faccia in diretta tv tra il presidente in carica e l’ex presidente e prossimo sfidante repubblicano, Donald Trump – trasmesso in esclusiva da CNN – ha trasformato i timori in certezze: nonostante gli affondi del tycoon lo avessero paradossalmente avvantaggiato, mettendolo davanti un’asticella più che bassa da superare, Joe Biden ha inciampato.

Nei 90 minuti di confronto, in uno studio senza pubblico e in presenza dei soli due moderatori Jake Tapper e Dana Bash, la sua voce era roca e monocorde. Spesso ha farfugliato e perso il filo del discorso. Circa a metà serata, gli addetti alla campagna democratica hanno fatto trapelare la notizia che il presidente fosse raffreddato. Sarà stato anche vero, ma suonava come una scusa.

Se sul finale il presidente è sembrato riprendersi, il più delle volte, è stato messo alle corde da un Trump energico ma disciplinato, aiutato dalle regole imposte dall’emittente e dallo spegnimento dei microfoni allo scadere del tempo concesso per ogni risposta. Ha evitato le interruzioni e l’intemperanza che avevano minato il suo primo dibattito nel 2020 e riportato la discussione sugli attacchi a Biden definendolo “il peggior presidente di sempre” ogni volta che è stato possibile.

Anche se ha dichiarato cose false e persino senza senso (come il fatto che i democratici vogliano autorizzare l’aborto “fin dopo il parto”) Biden non è riuscito a metterlo alle strette. “Non so davvero cosa abbia detto alla fine di quella frase, e non credo che nemmeno lui lo sappia” ha scherzato a un certo punto Trump dopo una risposta dell’altro. Una frase, commentano oggi diversi editoriali, che potrebbe riassumere la serata. Tra i temi più dibattuti anche immigrazione, politica estera e inflazione ma la resa dei conti ha assunto fin da subito una piega amara e personale e i due non si sono stretti la mano né prima né dopo il dibattito.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa2024-disastro-biden-178901

La Voce del Popolo | L’errore passato non giustifica l’errore di oggi.

Quello che più inquieta nelle “riforme” che vengono proposte (il premierato, e soprattutto l’autonomia regionale) è quel carattere di trofeo che si vuol dare loro. Come se mettere mano ai delicatissimi ingranaggi della cosa pubblica fosse sempre una prova di forza, un modo per attestare un primato. E non la ricerca delle soluzioni giuste a prescindere dal momentaneo (molto momentaneo) van- taggio di parte.

È come se si pensasse di riformare lo Stato con l’occhio rivolto ai telegiornali della sera. Così la ricerca di un vantaggio momentaneo prescinde da ogni sguardo più lungimirante rivolto al futuro del paese. Alle prossime generazioni, come avrebbe detto De Gasperi.

Certo, l’attuale maggioranza può difendersi segnalando le innumerevoli volte in cui l’opposizione di oggi, maggioranza di ieri, ha fatto più o meno allo stesso modo. Valga per tutti l’esempio del titolo quinto sulle autonomie, votato dal centrosinistra ulivista a ridosso delle elezioni del 2001 nel vano tentativo di rincorrere la Lega di Bossi scendendo sul suo stesso terreno. Una cattiva riforma che oggi non a caso viene evocata come progenitrice del nuovo “capolavoro” del recidivo ministro Calderoli.

E tuttavia un errore passato non giustifica un errore presente. E tutti e due sembrano annunciare un futuro assai inquietante. Mentre l’Italia dovrebbe affacciarsi sulla prospettiva europea con una più chiara idea di sé, accade invece che si inducano le regioni a una contesa che si annuncia inevitabilmente distruttiva. Scelta antinazionalista, viene da dire. Non proprio patriottica.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 27 giugno 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Alla Cisl non piace la mancanza di dialogo sociale

Dopo una campagna elettorale “feroce e divisiva”, caratterizzata da “una ulteriore impennata dell’astensionismo”, il leader della Cisl, Luigi Sbarra, auspica che “i neoeletti europarlamentari interpretino il proprio mandato come costituente, sentendo la responsabilità di un cambio di marcia, verso la piena integrazione istituzionale, economica e sociale”.

Nell’intervento introduttivo al comitato esecutivo della confederazione, Sbarra ha messo in guardia dai rischi di una “polarizzazione politica che non fa bene al Paese” e indicato la via del “consolidamento del dialogo sociale per una condivisione su stringenti priorità”. In primo luogo “la sicurezza nei luoghi di lavoro, rispetto a cui occorre dare profondità alle misure recentemente introdotte, integrandole con provvedimenti in grado di rispondere alle lacerazioni del lavoro sommerso, dello sfruttamento, del caporalato”.

Seconda questione di fondo è per il sindacato “il traguardo di una evoluzione partecipativa delle relazioni industriali, con l`approvazione della proposta di legge Cisl sulla democrazia economica. Occorre far crescere la cultura partecipativa nel Paese – ha detto Sbarra – valorizzare il ruolo della contrattazione, rinnovare tutti i contratti pubblici e privati e alleggerire il carico fiscale su lavoro e pensioni per elevare i salari agganciando la sfida della produttività”.

“Nonostante gli stretti margini finanziari lasciati dal nuovo patto di stabilità europeo e dall’attesa messa in infrazione dell`Italia – ha evidenziato il segretario generale della Cisl – nella prossima manovra di bilancio sarà necessario trovare le risorse per confermare alcuni interventi conquistati dal sindacato. Penso al bisogno di dare continuità al taglio del cuneo contributivo e all’accorpamento delle prime due aliquote Irpef, a finanziare la Zes unica per il Mezzogiorno, a dare prospettiva alla detassazione sulla contrattazione decentrata, sui premi di risultato, sui fringe benefit sul welfare negoziato”.

Sbarra ha poi chiesto che “siano indicizzate le pensioni medie e popolari, dare concretezza, in tema di previdenza, alla pensione di garanzia per i giovani e a forme di sostegno alla previdenza complementare. Serve rilanciare gli investimenti pubblici e privati, messa a terra partecipata del Pnrr, politiche industriali e infrastrutturali, assicurando maggiori risorse su sanità, pubblico impiego, scuola, politiche sociali e non autosufficienza”.

Le risorse per queste misure “dovranno essere trovate anche attraverso un forte contrasto all’evasione e all’elusione fiscale, un prelievo di solidarietà sulle multinazionali energetiche, logistiche, bancarie e farmaceutiche, e una maggiore tassazione sulla finanza speculativa e sulle grandi rendite immobiliari. Resta inoltre in piedi la nostra proposta di istituire un fondo di investimento sull’economia reale composto da risparmi privati adeguatamente garantiti dallo Stato”.

L’obiettivo della redistribuzione “dovrà misurarsi anche sull’autonomia differenziata. La Cisl ribadisce il proprio monito: la riforma avrà un senso se rafforzerà l’unità e la coesione nazionale, oltre che l’efficienza e la responsabilità delle istituzioni regionali e locali. Precondizioni essenziali di ogni accordo tra Stato e Regioni dovranno essere la definizione e il pieno finanziamento dei Lep, l’individuazione dei fabbisogni standard, la creazione di un fondo di perequazione nazionale per il riequilibrio delle aree deboli. Inoltre ogni intesa andrà preceduta da un adeguato coinvolgimento delle parti sociali”.

La criminalità minorile. Giustizia riparativa o giusta punizione?

L’omicidio di Thomas, il 16enne ucciso a coltellate a Pescara da due ragazzi poco più che coetanei, è solo l’ultimo di una serie impressionante di fatti di sangue, delitti, gesti criminali che stanno connotandosi come ‘fenomeno sociale’, nel senso che si ripetono con una frequenza disarmante e si estendono a tutti i target di estrazione e di provenienza ambientale e familiare. Il riferimento alla famiglia come soggetto interessato direttamente a queste vicende è d’obbligo visto che stiamo parlando di minorenni che in prevalenza vivono in un contesto familiare. Inevitabile quindi considerare il dolore inesprimibile dei genitori delle vittime ma anche quello, ugualmente angosciante e denso di interrogativi e sensi colpa dei padri e delle madri degli autori di questi gesti efferati, che scuotono le coscienze di tutti e squarciano il velo di apparente normalità dei contesti esistenziali di riferimento.

Viviamo un tempo in cui stiamo abituandoci al peggio: qui non si tratta del solito refrain generazionale per cui si può dire che certi fatti accadevano anche in passato, solo che non se ne parlava. Vero è che i media e i social stanno diventando i megafoni del male, eppure ci sono tra i giovani esempi di serietà, impegno scolastico, rispetto dei genitori, solidarietà sociale, gesti di generosità. Si ha tuttavia l’impressione che prevalgano alcune evidenze deteriori: il ripetersi incessante di fatti di violenza tra minori e in danno di minori induce a pensare che sia stata metabolizzata dai ragazzini una sorta di immunità alle conseguenze derivanti da certi gesti scellerati.

C’è poi una vistosa carenza di controllo genitoriale: dove vanno i nostri figli di notte, perché rincasano al mattino, spesso ubriachi e drogati, perché non si confidano sulle compagnie che frequentano, perché ostentano sicurezza, rivendicazioni di libertà senza controlli ed esprimono tracotanza e ribellione? Anche a scuola accade ciò che un tempo era impensabile: ragazzi che picchiano i professori, supportati o sostituiti da genitori difensivisti ad oltranza. Abbiamo perduto il senso del limite: noi adulti per primi, con un atteggiamento in genere concessivo. Tutto sembra fatto per non creare complessi di inferiorità o turbamenti ma si usa più spesso il “sì” del “no”. Il fenomeno dell’adultizzazione precoce stimola emulazioni di cattivi esempi ma è il vivere sociale che va assumendo sembianze di insostenibilità. Concedere tutto, perdonare sempre, permettere che ragazzini poco più che bambini girino armati di coltelli e li utilizzino con una disinvoltura agghiacciante, l’uso sempre più frequente di alcool e di droghe, spesso acquistate da pusher noti, ma con quali soldi? Proprio in questi giorni il Dipartimento per le politiche antidroga ha riferito al Parlamento che 680 mila giovani di cui 360 mila minorenni hanno fatto uso di droghe nell’anno precedente. Il 39% degli adolescenti (4 studenti su 10) ha ammesso di aver provato almeno una volta ad assumere una sostanza stupefacente. Sono dati agghiaccianti, specie se riferiti ai minori.

Qualcuno non vuole sentire parlare di baby gang eppure si coagulano tra i ragazzini gruppi dediti ad attività delittuose e criminali. Ricordo che in America Latina il fenomeno esiste da decenni e va espandendosi nel mondo contestualmente all’emigrazione: le “maras” sono bande di taglieggiatori che estorcono denaro, sequestrano bambini, organizzano la prostituzione minorile, sfidando le forze dell’ordine. Ma anche restando negli eventi di casa nostra si nota come sempre più spesso certi fenomeni di violenza sono agiti in gruppo: in genere se ne fa parte per non essere da meno, chi si tira fuori viene bullizzato o punito ma l’ostentazione espressa in azioni delittuose crolla di fronte alla confessione di qualche amico, raramente per pentimento del male commesso. Usare un termine come “rispetto dovuto” per massacrare di coltellate un minore per un debito di qualche decina di euro significa aver perso il vero “rispetto” verso la persona umana, la disinvoltura con cui ci si uccide tra ragazzini è un campanello d’allarme che dovrebbe indurre a maggiore severità. Ricordo che in sede di Tribunale minorile si assumeva e si usa tuttora il criterio della giustizia mite o “riparativa”: in rapporto all’età dei giovanissimi imputati di reati penali e questo per consentire loro un lungo percorso di redenzione e di reinserimento sociale e relazionale, la consapevolezza del necessario pentimento e un’opera di educazione al bene.

Tuttavia emerge il dato della frequenza e della reiterazione dei fatti delittuosi che non può indulgere ad una facile remissione. Ci si domanda in altri termini se fatti così gravi possano essere rimossi e dimenticati con disinvoltura senza una netta condanna del male commesso, specie se si tratta di vite umane cancellate. Parliamoci chiaro: è pedagogicamente utile al singolo e alla società la stigmatizzazione e l’accertamento di responsabilità dell’azione compiuta. Il fatto che tutte queste vicende finiscano in una fiaccolata o nella liberazione dei palloncini al cielo non può costituire un alibi per una catarsi personale e sociale, non basta questo. Il pentimento postumo e questo finale coreografico possono diventare una sottostima della gravità dei fatti: se tutto finisce in un applauso c’è chi può imparare da questo che uccidere o violentare siano comportamenti emendabili e persino ripetibili. Come in un macabro rituale.

AgenSir | Chi vincerà il 4 luglio le elezioni in Gran Bretagna?

Silvia Guzzetti

 

Il panorama politico britannico verrà ridisegnato, probabilmente in maniera rivoluzionaria, il prossimo 4 luglio con le elezioni generali nelle quali voteranno, dalle 7 (ora locale, le 8 in Italia) alle 22 (le 23 in Italia), circa 48,7 milioni di cittadini britannici diciottenni, dei 53 Paesi del Commonwealth, e anche irlandesi, purché residenti nel Regno Unito. Da settimane i sondaggi danno il partito laburista di Keir Starmer in ampio vantaggio, con il Labour pronto ad occupare fino a 425 seggi dei 650 che formano la Camera dei Comuni.

La crisi senza precedenti dei Tory. Il partito conservatore, quello che ha comandato più a lungo il Paese, perderebbe fino a 257 deputati, riducendosi a 108 seggi – questa una delle ultime previsioni della società “Yougov” –, un crollo senza precedenti in 150 anni di storia che i commentatori definiscono “una catastrofe”, “una crisi dalla quale potrebbe non esserci uscita”.

A guadagnare, oltre ai Liberaldemocratici e ai Verdi, sarà anche “Reform”, il partito di destra, anti immigrazione, di Nigel Farage, l’allora eurodeputato che aveva promosso con maggior forza il referendum per la Brexit. È stato proprio questo politico populista ad assestare un ennesimo colpo al calo dei conservatori. In difficoltà è anche il partito nazionalista scozzese, lo “Scottish National Party”, dopo gli scandali che hanno coinvolto la ex leader Nicola Sturgeon, un tempo popolarissima. Una buona parte dei 28 seggi che, sempre secondo i sondaggi, i nazionalisti scozzesi perderanno, verranno guadagnati dai laburisti. Per la prima volta nella storia del Regno Unito, dove si vota con un sistema first past the post (sistema uninominale secco), e dove Tories e Labour si alternano da sempre al potere, il posto all’opposizione potrebbe essere occupato dai Liberaldemocratici.

Di Brexit non si parla più. La situazione politica di oggi sembra incredibile se si ripensa alla vittoria travolgente dell’ex premier Boris Johnson che, nel 2019, riuscì ad assicurarsi una maggioranza di 80 deputati in parlamento con il mantra “Farò Brexit e torneremo un grande Paese”. Una promessa che gli consentì di conquistare voti nel cuore del potere laburista, quel cosiddetto “Red Wall”, i seggi del nord e del centro di Inghilterra, dove, da tre o quattro generazioni, si sopravvive soprattutto grazie al sussidio di disoccupazione e dove soltanto la Ue investiva fondi. Cinque anni dopo quella promessa si è dimostrata una bugia.

“Ormai da due anni i sondaggi confermano che il 58% dei cittadini britannici vuole che il Regno Unito ritorni nella Ue”,

spiega al Sir il politologo John Curtice dell’università scozzese di Strathclyde. “Chi aveva votato per andarsene si è accorto che quell’uscita non ha risolto il problema dei migranti, che si è anzi aggravato; né è migliorata la situazione economica del Regno Unito. Tuttavia, a differenza di quello che è successo nel 2019, nessun leader politico parla più di Brexit per il timore di perdere i voti di quel 42% di cittadini ancora contrari all’Unione europea. Keir Starmer, che timoroso di perdere i voti del centro ha promesso pochissimo, dovrà la sua vittoria a Boris Johnson e Liz Truss, i predecessori dell’attuale premier Rishi Sunak, che hanno distrutto la credibilità politica dei Tories. Il primo, con i festini a Downing Street, ha violato tutte le norme anti Covid. La seconda ha rovinato l’economia britannica, con una manovra fiscale che ha fatto salire, di colpo, di diverse centinaia di euro, i mutui delle classi medie e aumentato il costo della vita, già gonfiato dalla pandemia e dall’aumento dei prezzi causato dalla guerra in Ucraina”.

Il voto dei cattolici britannici. “I cattolici, fedeli a Roma, discendenti degli immigrati irlandesi, una comunità povera, in passato hanno storicamente sempre votato laburista. Poi il voto cattolico è migrato altrove, verso i Liberaldemocratici e anche i Conservatori, quando Tony Blair, nel 1997, ha dichiarato che il partito laburista non sosteneva più un’Irlanda unita”, spiega Francis Davies, politologo, docente all’università di Oxford e a quella di Birmingham. “Oggi il partito laburista è molto lontano dalle posizioni della Chiesa su questioni come aborto, suicidio assistito e anche povertà. I vescovi di Inghilterra e Galles hanno chiesto ai fedeli di votare per parlamentari disposti a rimuovere il limite che stabilisce che sussidi e sgravi fiscali importanti come il ‘child tax credit’ e l’‘universal credit’ vengano concessi soltanto a chi ha non più di due figli, ma si tratta di una scelta che nessun partito, neppure quello laburista, è disposto a fare”.

 

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