Home Blog Pagina 459

DI GIOVAN PAOLO (PD) “SI FACCIANO LE PRIMARIE SUI TEMI IMPORTANTI, SOLO DOPO SI DECIDA IL NOME DEL SEGRETARIO”.

 

Ospite del Riformista Tv, per la rubrica Sotto Torchio di Aldo Torchiaro, Roberto di Giovan Paolo, brillante saggista politico nonché ex senatore del Partito Democratico, ha parlato della crisi della sinistra e, nello specifico, della crisi del Pd.

 

Riformista Tv

 

Le elezioni sono andate molto male per la sinistra italiana. C’è qualche soluzione?

 

Sono dieci anni che il Pd governa senza aver vinto le elezioni. Questo non è un male in una Democrazia Parlamentare, in cui i numeri si decidono in Parlamento, dove i più affidabili vengono chiamati: questo però ti rende un esperto che sicuramente avrà problemi nel dialogare con il popolo. Bisogna rivedere i modi di comunicazione e ritrovare il contatto con il popolo.

 

Il protagonista di questa crisi è Enrico Letta. Gli errori sono stati di sistema a cui Letta non poteva opporsi?

 

Secondo me Letta non poteva fare più di tanto. L’unica cosa era forse spiegare cosa significa costruire il campo largo. Ecco, costruire il campo largo vuol dire che un giorno fai l’accordo con Conte e il giorno dopo no, che fai l’accordo con Italia Viva e poi non lo fai. Qual è l’oggetto della riflessione del Pd? Nel 2007 era il bipolarismo maggioritario, oggi, in un’Italia polverizzata, c’è una polverizzazione anche dei produttori: se il Pd non parla del lavoro non parla a nessuno.

 

Gli esponenti del Pd sono in grado di parlare a queste nuove categorie di lavoratori (dagli artigiani ai giovani con la partita iva)?

 

Bisogna aprire un ragionamento su questo, tonare a fare un Congresso – sono anni che non si fa un Congresso, nel Pd sono state fatte solo le Primarie – sarebbe un punto di partenza.

 

Le primarie si possono fare per eleggere un sindaco, non chi ci deve governare. C’è voglia di riappropriarsi di quel corpo politico che è poi stato disintermediato?

 

Le primarie non sono un bene o un male, così come le leggi elettorali non sono un bene o un male. È la politica che deve far scegliere le primarie per fare il sindaco e gli iscritti per fare il segretario. È ovvio però che bisogna parlare ai simpatizzanti, bisogna avere la forza di parlare anche agli altri. Bisogna tornare a parlare di grandi temi. Ad esempio, qual è la posizione del Pd sull’Ilva, cosa si fa sul rigassificatore? Si facciano le primarie sui temi, solo dopo si decida il nome del Segretario. E chi si candida si dimetta da incarichi istituzionali.

 

Questo fa piazza pulita di tutti quei sindaci, quei magistrati, governatori, presidenti di Regione.

 

Facciano bene il loro mestiere. Servirebbe anche di farla finita con il populismo, sì al finanziamento pubblico dei partiti perché ottempera alla Carta costituzionale, cioè permette ai partiti di fare le attività che ovviamente devono essere controllate e certificate. In Germania lo fanno da anni. Il Parlamento europeo dà un sacco di soldi per garantire l’attività dei partiti, basta fare le certificazioni non le cose finte come venivano fatte spesso in passato. Questo permette di dire che il segretario del partito è pagato per stare 24 ore su 24, 7 giorni su 7 a disposizione del partito. E il partito torna a dettare la linea, non esiste che il parlamentare, quando non c’è questione di obiezione di coscienza, vota per conto suo. Il partito dà la linea e il gruppo parlamentare si adegua.

 

La lettera di intenti del segretario Letta agli iscritti, quel percorso a quattro tappe, la convince?

 

Mi convince in parte nel senso che non si può essere un po’ ministro e un po’ rivoluzionario.

 

Riassumendo, il Pd torni a parlare dei problemi del sociale, dellambiente, del lavoro, voti un programma di impegno rinnovato e sulla base di questo le dirigenze e solo in ultima istanza il segretario. Candidata alla segreteria del Pd è Elly Schlein, la vice di Bonaccini in Emilia Romagna. Un sondaggio dice che la maggior parte degli iscritti al Pd vedrebbe bene lei come segretario. Ma ci sono tanti altri nomi che potrebbero essere presi in considerazione.

 

Ci vuole un po’ di serietà, questo nome non va bene. Se qualcuno dice, ad esempio, che la pace fiscale e la rottamazione non sono provvedimenti a copertura dell’evasione, ma anzi la condizione per poter aiutare certe categorie, che succede? Mi sembra chiaro – ecco la premessa fondamentale – che alla segreteria non ci si candida al di fuori di una linea. Avrebbe senso che una politica anti demagogica venga poi rappresentata da chi alla demagogia si consegna? Torniamo ai contenuti.

 

Il video

https://video.ilriformista.it/pd-di-giovan-paolo-si-facciano-le-primarie-sui-temi-importanti-solo-dopo-si-decida-il-nome-del-segretario-e-chi-si-candida-si-dimetta-da-incarichi-istituzionali-28988/

NON ESISTE UNA TERZA VIA: SE IL PD NON VUOLE CEDERE AL POPULISMO, DEVE APRIRE IL DIALOGO CON IL TERZO POLO.

In definitiva, l’alternativa per il Pd è semplice, anche se dura: o si scioglie nel calderone del populismo, sia pure ingentilito dall’eleganza di Conte, o si rinsalda nel riformismo attraverso un chiarimento di fondo con Calenda e Renzi.

 

Giuseppe Fioroni

 

L’insoddisfazione per l’esito elettorale non basta a spiegare la concitazione del dibattito che si è aperto nel gruppo dirigente del Pd. O forse, più che di concitazione, dovremmo parlare di vistosa consapevolezza della crisi che investe, dopo il voto del 25 settembre, l’esistenza stessa del partito. Non a caso, sull’onda di un’emozione fatta di desiderio e revanscismo, s’è pure affacciato l’invito a sciogliere il Pd per ricreare un soggetto più ampio e inclusivo, vagheggiando altresì un parallelo processo di rigenerazione dei Cinque Stelle. Dunque, le insegne del Nazareno dovrebbero spegnersi perché, a giudizio di tali liquidatori, saremmo ai titoli di coda di una storia improseguibile lungo i sentieri che furono tracciati all’atto di fondazione del partito, nell’ormai lontano 2007.

Al netto della suggestione mediatica, l’enfasi della proposta di scioglimento nasconde un inganno. Distrugge infatti la ragione che fu identificata all’origine del processo di unificazione tra Ds e Margherita (senza qui dedicare attenzione alla fragilità di quella che poi fu definita una fusione a freddo o un amalgama riuscito male). In realtà, usciti a pezzi dalla esperienza dell’Unione, con il secondo governo Prodi messo alle corde dall’irresponsabile condotta della sinistra antagonista, emerse la convinzione che solo un soggetto che unisse le diverse tradizioni del riformismo italiano poteva ambire a fronteggiare la destra, lasciando ai margini, come opzione residuale e non vincolante, il rapporto con Rifondazione comunista. Un grande partito riformista – questa era la dottrina – doveva tenere ferma la separazione dal fatuo intransigentismo di sinistra.

Oggi, con l’apertura del vagheggiato processo costituente a sinistra, si ribalterebbe la prospettiva originaria: un nuovo aggregato, frutto del rimescolamento di carte tra Pd e M5S, finirebbe per presentarsi come luogo d’incontro delle culture riformatrici radicali, avendo perciò l’obiettivo di riplasmare il populismo in funzione di una politica più aderente alle aspettative genuinamente popolari. In qualche modo, verrebbe trapiantato in Italia l’esperimento di Mélenchon in Francia, scontando con ciò la residualità della componente propriamente riformista (l’esempio dei socialisti d’Oltralpe insegna). Tutto il contrario, insomma, di quello che fu lo scenario che portò alla nascita del “partito unico dei riformisti”.

È diversa l’analisi di Filippo Andreatta, e dunque diverse anche le sue conclusioni. Ferma restando la necessità di un ricambio di classe dirigente, per liberare il Pd dalla cappa del compromesso permanente tra logore oligarchie di potere, al centro come in periferia; e ferma restando anche la volontà di rimettere a lustro, con una energia che nel tempo si è persa, il complesso delle ragioni del riformismo, oltretutto per il cambiamento di fase a seguito della pandemia e della guerra; ecco, sia pure incidentalmente nell’intervista concessa ieri al Corriere della Sera, Andreatta indica con intelligenza la strada del rilancio dell’autentica politica riformatrice che fu quindici anni orsono alla base della bella avventura di Veltroni. In sostanza, egli rimette di nuovo al centro il netto rifiuto di una deriva che cede oggi al populismo come ieri cedeva allo spirito e alla prassi dell’antagonismo di sinistra. È evidente, allora, che la missione diretta a “salvare il Pd” è destinata a giocarsi, vuoi o non vuoi, sul terreno di una dialettica positiva con il Terzo Polo.

Queste sono le alternative: o sciogliersi nel calderone del populismo, sia pure ingentilito dall’eleganza di Conte, o rinsaldarsi nel riformismo attraverso un chiarimento di fondo con Calenda e Renzi. Immaginare che esista una terza via, e cioè un percorso che ridisegni il cosiddetto campo largo dove ripristinare la perduta centralità del Pd, è come sognare una fuga dalla realtà, voltando le spalle all’inclemenza dell’esito elettorale, ai dati inoppugnabili della sconfitta, ai nuovi rapporti di forza. È un’illusione, forse alimentata dal bisogno di procrastinare le scelte. E tuttavia, a questo punto, non scegliere avrebbe il significato di un salvacondotto fittizio essendo né più né meno che la debole copertura all’istinto di autoconservazione di un gruppo dirigente retrocesso dal voto a simulacro di una dissipazione storica. Nell’immobilismo verrebbe cancellata la scommessa che scaldò il cuore del popolo dei democratici e dei riformisti. Sotto questo profilo la novità che serve al Pd deve essere risolutiva: chiara nelle forme e precisa nei contenuti.

“SE MELONI RINUNCIA AGLI ESTREMISMI SI APRE UNA FASE INTERESSANTE”. INTERVISTA DI BONINI (LUMSA) A FAMIGLIA CRISTIANA.

 

Rispetto al voto dei cattolici, Bonini sottolinea che «è dimostrato che i cattolici votano o non votano come la generalità degli italiani. Dunque c’è una progressiva disattenzione rispetto alla politica. Un dato che va oltre i confini nazionali. Basta guardare alla Francia».

 

Redazione

 

«Indubbiamente se Giorgia Meloni vuole avere quel futuro politico che l’anagrafe le consente, dovrà sintonizzarsi in maniera efficace sulla questione della Nato e dell’Unione europea. Se riuscirà a farlo senza cavalcare le istanze radicali di una destra anti-europea e sovranista, allora si apre una fase interessante». Così Francesco Bonini, politologo e rettore della Lumsa, intervistato da Famiglia Cristiana sul numero uscito in edicola il 29 settembre scorso.

 

«Meloni finora si è mossa in maniera molto accorta sul crinale euroatlantico, che è il vero nodo, come dimostra la vicenda della guerra. Del resto il segretario di Fratelli d’Italia guida una delle forze politiche pienamente inserite nel contesto europeo, anche se non fa parte della cosiddetta maggioranza Ursula». «Certamente, una destra radicale in Europa non ci porta da nessuna parte. Una destra conservatrice, invece, potrebbe dare qualche segnale di evoluzione del Paese. La partita è del tutto aperta e credo che tutto il mondo ci guardi».

 

«Il dato dell’astensionismo è molto significativo», commenta il politologo Francesco Bonini, rettore della Lumsa. «Vuol dire che c’è un numero significativo di elettori che non si sono sentiti rappresentati dall’offerta dei vari partiti. E infatti nessuna forza politica arriva alla soglia del 30%, la soglia che qualifica una forza politica consistente. Significa che la situazione è estremamente frammentata. In questo momento credo che sia fondamentale che ci siano voci autorevoli del mondo cattolico che ricordino le priorità che abbiamo noi cittadini, a cominciare dai valori di equità, rispetto della persona in ogni sua forma, lavoro e giustizia sociale ricordati da papa Francesco e dalla Conferenza episcopale italiana. In una parola si tratta concretamente di dare gambe a ciò che è nella dottrina sociale della Chiesa».

 

Rispetto al voto dei cattolici, Bonini sottolinea che «è dimostrato che i cattolici votano o non votano come la generalità degli italiani. Dunque c’è una progressiva disattenzione rispetto alla politica. Un dato che va oltre i confini nazionali. Basta guardare alla Francia. Noi italiani stiamo addirittura ancora un po’ meglio rispetto ad altri Paesi vicini, anche se la partecipazione al voto italiana è sempre stata storicamente molto alta».

IL TERZO POLO NON È UN PARTITO REPUBBLICANO DI MASSA.

Se il partito dovesse rispondere alla scommessa che ha lanciato nella cittadella politica italiana riproponendo solo laspetto liberale, liberista e repubblicano sarebbe francamente una cocente delusione.

 

Giorgio Merlo

 

È indubbio che tra le – poche – novità del risultato elettorale del 25 settembre non possiamo non annoverare il dato politico del cosiddetto “terzo polo” di Renzi e di Calenda. Certo, non si è raggiunto quel traguardo che alcuni hanno auspicato prima del responso delle urne, cioè un risultato a doppia cifra. Ma è indubbio che quasi l’8% dei consensi a livello nazionale – con punte alte in Piemonte, Lombardia e Veneto che rasentano o superano il 10% a cui, va pur detto, si registra una profonda delusione in molte regioni del Sud – rappresenta un dato significativo e di tutto rispetto. Soprattutto per come è stato pianificato il progetto politico, quasi in “zona Cesarini”, come si suol dire, e mettendo insieme due partiti che sino a qualche giorno prima erano avversari se non addirittura conflittuali.

 

Ora, per restare sempre sul futuro e sulla prospettiva politica di questo partito non possiamo non evidenziare due elementi, seppur in attesa che decolli la “fase costituente”. Innanzitutto si tratta di un partito – di centro e che dovrebbe declinare una politica di centro, come quasi tutti auspicano e perseguono – che non può trasformarsi in una sorta di “partito repubblicano di massa” come ricordava recentemente sulle colonne di Repubblica Stefano Folli. Se il partito dovesse rispondere alla scommessa che ha lanciato nella cittadella politica italiana riproponendo solo l’aspetto liberale, liberista e repubblicano sarebbe francamente una cocente delusione. Un aspetto importante, sicuramente, ma fortemente limitativo rispetto ad un profilo che necessita di altri apporti politici e culturali. A cominciare, come dice talvolta lo stesso Calenda, dalla cultura popolare. È del tutto evidente che l’apporto popolare – e aggiungo io cattolico popolare e cattolico sociale – non può essere pianificato e gestito da chi è perfettamente esterno ed estraneo a quella cultura e a quella tradizione ideale. Su questo versante si misurerà anche l’apertura – reale e non solo virtuale – del futuro partito di centro.

 

In secondo luogo il partito, oltre ad essere un luogo democratico e collegiale, non potrà che essere fortemente e significativamente “plurale”. E cioè, un soggetto riformista e con una spiccata cultura di governo ma che sia autenticamente plurale, cioè caratterizzato dall’apporto di più culture riformiste e costituzionali. Non a caso, qualcuno parla – e giustamente – di una sorta di “Margherita 2.0”. Almeno, e come ovvio, sotto il profilo del metodo prima ancora che del merito. Ovvero, un soggetto riformista, di governo, democratico e culturalmente plurale al suo interno.

 

Se così sarà, il rischio che il “terzo polo” si trasformi in un “partito repubblicano di massa” sarebbe del tutto scongiurato. Se così non fosse questa importante e significativa scommessa politica ne uscirebbe fortemente ridimensionata se non addirittura sminuita. Tutto dipende – esclusivamente – dalle scelte politiche concrete che si faranno nei prossimi mesi.

NESSUNA SCIENZA VI DARÀ IL PANE. LO SGUARDO DISINCATATO DI DOSTOEVSKIJ SULL’OCCIDENTE DECADENTE.

 

Dostoevskij evoca la condizione in cui verte il mostruoso formicaio umano dellEuropa moderna: le seducenti promesse del capitalismo infervorano le masse intorpidite che si inchinano al dio-denaro. E però, finché linteresse utilitaristico e la conservazione egoistica della propria vita saranno lespressione più caratterizzante della libertà individuale, la coabitazione umana del mondo sarà contrassegnata dalle disuguaglianze, dalla miseria e dallingiustizia.

 

Diego Flores

 

Dopo i sentori lontani di un’Europa incantata dalla belle époque, Dostoevskij decide di vedere di persona e toccare con mano la siffatta bellezza, che irradiava luminosa e promettente dal vecchio continente. Deciso a constatare alla radice il fascino che palesemente attraeva anche una parte dell’animo russo, Dostoevskij intraprende un viaggio estivo nel cuore dell’Europa infatuata dai miti della modernità. Il resoconto critico di quel viaggio — serrato confronto con la realtà socioculturale europea della seconda metà dell’Ottocento — sarà riversato da Dostoevskij nelle Note invernali su impressioni estive; impressioni ottenute durante il suo soggiorno estivo a Londra e Parigi nel 1862.

 

L’esperienza di questo viaggio di Dostoevskij nell’Europa, infervorata dalle allettanti promesse del capitalismo trionfante, sarà il corollario della sua incisiva critica radicale alla decadenza culturale dell’Occidente moderno. La produzione letteraria di Dostoevskij, a seguito di quel viaggio, sarà attraversata dalle profonde e disincantate impressioni che una società come quella europea, lacerata dall’individualismo e dal più turpe egoismo utilitaristico, ha lasciato nel suo animo. Nella trama narrativa delle ultime opere di Dostoevskij traspare la cupa realtà di quel mostruoso formicaio di egoismi e interessi cui è diventata l’Europa moderna; attraverso i personaggi delle sue ultime produzioni Dostoevskij fa venire alla luce le diverse modulazioni di un declino etico-antropologico di proporzioni epocali. Memorie del sottosuolo, Delitto e castigo, e soprattutto I fratelli Karamazov attestano la presenza insidiosa in Occidente di quell’«ospite inquietante» avvertito anche da Nietzsche: il nichilismo.

 

Il Grande Inquisitore del capitolo V de I fratelli Karamazov — vecchio e decadente quanto il continente che raffigura —, che lavora per la puerile felicità del “gregge”, appare il portavoce di un nichilismo militante in grado di barattare la libertà per lo squallore di un’infantile tranquillità. Il vecchio cardinale, Grande Inquisitore, è convinto che gli uomini — «poveri bambini» — non saranno felici, di quella felicità dell’infanzia che è «di tutte la più dolce», finché non verranno «liberati dalla grave preoccupazione e dai terribili tormenti che comporta la libera decisione individuale». Il potere, che il Vecchio rappresenta, sembra offrire la risposta più soddisfacente all’incalzante grido della sventurata fragilità umana: «salvateci da noi stessi!». L’intollerabile «maledizione del discernimento tra il bene e il male» viene loro risparmiata a cambio di una «quieta, umile felicità, la felicità dei deboli», quali sono stati creati gli uomini.

 

Davanti a sé il Grande Inquisitore ha però un Prigioniero che non ha voluto privare l’uomo della libertà, ma ha rifiutato tale proposta pensando: «Quale libertà sarebbe se l’ubbidienza è ottenuta al prezzo dei pani?». L’anarchico Prigioniero «non ha voluto asservire l’uomo», ma voleva una fede libera, svincolata dall’infatuazione dei prodigi, affrancata dall’incantesimo del miracolo. Quel Prigioniero, che è venuto a disturbare l’opera del Grande Inquisitore, promette agli uomini «una libertà che nella loro semplicità e innata sregolatezza non possono neanche comprendere». Anzi, intuiscono gli uomini che finché non abdicheranno la loro libertà non saranno felici. E quindi urlano il loro lacerante bisogno di quiete e sazietà: «piuttosto asserviteci, ma dateci da mangiare».

 

In queste espressioni Dostoevskij evoca la condizione in cui verte il mostruoso formicaio umano dell’Europa moderna: le seducenti promesse del capitalismo infervorano le masse intorpidite che si inchinano al dio-denaro. La moltitudine degli uomini, cupa e senza allegria, schiaccia la loro umanità asservendola all’interesse egoistico e all’individualismo proprietario.

 

Finché l’interesse utilitaristico e la conservazione egoistica della propria vita saranno l’espressione più caratterizzante della libertà individuale, la coabitazione umana del mondo sarà contrassegnata dalle disuguaglianze, dalla miseria e dall’ingiustizia. Ricorda infatti Dostoevskij, per bocca del Grande Inquisitore, che gli uomini dovranno capire «che la libertà è inconciliabile con il pane terreno in abbondanza per tutti». Ma di quale libertà si tratta quella inconciliabile con la giustizia del pane in abbondanza per tutti? La libertà dell’egoismo beninteso — come direbbe Proudhon —, che contraddistingue l’ideale umano della società capitalistica: l’allettante invito a soddisfare ogni sedicente bisogno come un diritto inalienabile e irrinunciabile — come ricorda un altro personaggio de I fratelli Karamazov —, con l’insidiosa giustificazione di avere «gli stessi diritti che hanno gli uomini più potenti e più ricchi». E così «concependo la libertà come una moltiplicazione e una rapida soddisfazione dei bisogni, stravolgono la propria natura, giacché ingenerano in loro stessi una moltitudine d’insensati e stupidi desideri, insulsissime abitudini e fantasie».

 

E se il Baal del denaro illude l’umanità, neanche la scienza — sostiene ancora la pressante voce del Grande Inquisitore — «darà loro il pane finché resteranno liberi»; liberi di questa sedicente libertà che sa calcolare il profitto e l’interesse privato, che mai e poi mai riuscirà a dividere il pane in giuste parti. Nel migliore dei casi la scienza potrebbe procurarci il cibo, ma non il pane: frutto della terra e del lavoro dell’uomo che, nella scelta etica di condividerlo, rende conto della dignità umana e apre lo spazio alla fraternità, «principale pietra d’inciampo dell’Occidente».

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 1 ottobre 2022

(Articolo riprodotto per gentile concessione)

LONGUE DURÈE. LA DESTRA INTERCETTA IL MOTO DI RIFIUTO DEGLI ECCESSI DELLA GLOBALIZZAZIONE.

 

“Dobbiamo recuperare – scrive il dirigente del Pd, vicino al segretario Letta – il senso della “longue durèè”, della lunga durata, dello scorrere carsico e profondo del fiume della Storia nelle vicende umane”.

 

Enrico Borghi

 

Il dibattito sull’esito elettorale è fervente, e non potrebbe che essere così. Per fortuna, verrebbe da dire. Guai se assistessimo inerti e inani a ciò che ci sta attraversando.

 

Vorrei fornire un contributo personale all’analisi del voto del 25 settembre. Che non vuole essere in alcun modo autoconsolatoria o, peggio ancora, autoassolutoria. Ho già detto in diverse sedi pubbliche che chi -come me- ha avuto una qualche responsabilità in questo frangente, se le deve assumere fino in fondo anzichè fare spallucce. E chi mi conosce sa che, ogni volta, le mie responsabilità me le sono prese fino in fondo.

 

Ma qui il tema è molto più complesso, e molto più profondo, dei singoli destini personali. Magari avessimo perso le elezioni solo per alcuni errori (che pur ci sono stati) sulle candidature, o per qualche limite (che pò anche esserci stato) sulla comunicazione. Quando la politica non sa più fare analisi, la butta in corner dicendo che è un problema di persone e di comunicazione.

 

A mio avviso il tema è molto più profondo. E per comprenderlo, dobbiamo recuperare il metodo utilizzato dalla scuola francese degli storici degli “Annales” per lo studio della Storia. Dobbiamo recuperare il senso della “longue durèè”, della lunga durata, dello scorrere carsico e profondo del fiume della Storia nelle vicende umane.

 

La chiave per comprendere adeguatamente il processo in atto nella democrazia moderna in Italia, insomma, è la comprensione del passato. Quello recente ma anche quello più lontano.

 

Sono convinto, ad esempio, che il voto del 25 settembre in Italia sia l’epifenomeno di un processo in atto da tempo, in tutte le società occidentali in particolari: di fronte alla crisi della globalizzazione, che si è accentuata con la pandemia e la guerra (mondiale, ha ragione il Papa!), le destre hanno saputo fornire una loro chiave di lettura che ha convinto numerose opinioni pubbliche. È una chiave di lettura che poggia su elementi sedimentati della nostra struttura sociale. Si pensi, ad esempio, alla “longue durée” della civiltà contadina e del mondo rurale, che di fronte alle rivoluzioni industriali e tecnologiche hanno attraversato momenti di profonda trasformazione e di conflitto sociale che ha determinato processi di reazione e di rancore. Se oggi la destra mantiene, infatti, un insediamento maggioritario nei territori rurali, collinari, montani italiani è frutto di questo processo profondo di reazione e in alcuni casi di avversione verso gli impatti, spesso nefasti, dei processi di cambiamento indotti dalle rivoluzioni industriali, tecnologiche e digitali che hanno determinato lo sviluppo delle aree urbane. Da qui la dicotomia politica tra città – più orientate verso il progressismo – e campagne – più tutelate dalla logica reazionaria dei conservatori -.

 

La vittoria di Giorgia Meloni, al netto degli errori e delle divisioni di tutti coloro che a livello europeo si sono trovati nella “maggioranza Ursula” e in Italia si sono sprecati dentro la fiera delle vanità, dei personalismi, del narcisismo e dell’egotismo politico, è frutto di un processo globale di reazione delle destre alla crisi della globalizzazione. Un fiume carsico che di quando un quando riemerge in superficie, e produce il trumpismo negli States, Bolsonaro in Brasile, Orban in Ungheria, l’estrema destra in Svezia, Morawieck in Polonia, Vox in Spagna, la Le Pen in Francia e via discorrendo.

 

Dentro questa cornice, per non sbagliare la prospettiva dobbiamo avere anche coscienza di un altro processo di lunga durata. E cioè che viviamo in una parte del pianeta – l’Occidente – che ha perso la sua leadership globale, e che deve anche elaborare il fatto che non ha più anche l’egemonia ideologica sul mondo. Altro che “Fine della Storia” e affermazione globale del modello liberale (e talvolta liberista). Il nostro modello di democrazia liberale, insidiato all’interno da chi soffre di suggestioni verso le autocrazie, non si estende alle potenze mondiali in ascesa. Già oggi, e nel prossimo futuro, noi dovremo fare i conti con le autocrazie in Cina, in Russia, nel golfo Persico, con le teocrazie del Medio Oriente, con il dramma delle dittature africane, con il populismo di sinistra sudamericano. Siamo alla vigilia di una svolta globale, nella quale serviranno flessibilità ed equilibrio, e la consapevolezza che vanno riscritte le basi della democrazia.

 

E se non noi, che ci chiamiamo Partito Democratico, chi può farlo in Italia? Per rivitalizzare la democrazia, le nostre istituzioni e rispondere al ”flusso lungo” delle destre mondiali emerso anche in Italia, occorrerà un analogo processo di lunga durata e di approfondito scorrimento. Iniziando, magari, dalla riscoperta del ruolo economico dello Stato e nuove forme di coesione sociale, oltre che un atteggiamento pragmatico nelle relazioni internazionali. Sarebbe anche un modo per sprovincializzare un nostro dibattito interno, che il segretario Enrico Letta ha avviato con decisione ma che ha visto qualche eccessivo ripiegamento su logiche personalistiche sganciate da un’analisi e dalla elaborazione di un progetto.

 

Enrico Borghi

Deputato Pd

UN MONDO MENO SICURO. LA GUERRA DI PUTIN TRAVOLGE REGOLE ED EQUILIBRI INTERNAZIONALI.

 

Pur senza il riconoscimento della comunità internazionale, il territorio ucraino è stato unilateralmente annesso alla Russia. Ora, secondo la dottrina militare di Mosca,  può e deve essere difeso con “ogni mezzo” da qualsiasi possibile aggressione. Di qui, anche, la minaccia nucleare.

 

Enrico Farinone

 

Il discorso col quale Vladimir Putin ha celebrato l’annessione alla Russia delle regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhia sulla base dei referendum truccati svoltisi nelle scorse giornate con i quali le popolazioni locali avrebbero manifestato la propria “volontà di autodeterminazione” e di appartenenza al “mondo russo” segna una svolta nel conflitto che si sta combattendo dal 24 febbraio. Un discorso che ci dice almeno tre cose.

 

La cornice entro la quale il presidente russo colloca quella che egli ha definito “operazione militare speciale” rimane confermata ed è oramai consolidata. Deve essere ricostituito anche territorialmente, e non solo culturalmente, quel “mondo russo” (l’ormai noto Russkij mir) ancorato ai saldi valori della tradizione religiosa e popolare diametralmente opposti a quelli iper-individualisti e radicali di un Occidente del quale sono evidenti tutti i sintomi della decadenza morale e materiale. Un sistema occidentale, guidato dagli Stati Uniti, retto da sistemi democratici pure essi palesemente in crisi ma proprio per questo più pericolosi nel loro “unilateralismo” e nel loro approccio “neocoloniale” alla gestione del mondo che essi definiscono globalizzato.

 

Concetti che riprendono e rilanciano quanto Putin espresse – non ascoltato attentamente, a questo punto si può dire, dai leader politici occidentali – nella conferenza di Monaco sulla sicurezza del 2007 e che egli ha poi confermato in altre occasioni (ultima, il discorso televisivo col quale annunciò l’avvio delle operazioni militari in Ucraina). Solo espressi, questa volta, con toni più accesi e minacciosi, quasi escatologici.

 

Da ciò consegue che la ricostituzione territoriale del “mondo russo” è un obiettivo irrinunciabile nel medio-lungo periodo, non solo quale protezione geografica ma pure, e di più, quale concreta manifestazione culturale. In controluce significa che quasi l’intera Ucraina, a ovest, e il Kazakistan, a est, sono destinati a rientrare nell’orbita russa, secondo l’autocrate del Cremlino.

 

Per il momento, ed è questa la seconda osservazione, strettamente connessa alla prima, la disponibilità a sedersi al tavolo negoziale – che chiaramente Zelenskij non potrà su queste basi accogliere – dopo aver annesso la fascia territoriale che nel sud-est dell’Ucraina unisce lungo il Mar d’Azov la Russia alla Crimea conferma le gravi difficoltà militari nelle quali si sta trovando l’esercito russo: gli obiettivi dell’operazione speciale vengono così circoscritti a circa il 15% del territorio ucraino: non molto, ma neppure poco, in considerazione della stretta connessione geografica con la Crimea annessa nel 2014. Come detto, però, sarebbe un errore ritenere che ottenuto questo risultato parziale il Cremlino ritenesse di aver centrato per intero il proprio obiettivo strategico.

 

C’è un ultimo, e inquietante, messaggio nelle parole di Putin, che non vanno affatto sottovalutate, come giustamente ha ammonito a fare l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel: ed è, naturalmente, la velata minaccia dell’utilizzo dell’arma nucleare, rafforzata col richiamo (fatto per la prima volta) al primo e sinora unico suo utilizzo ad opera – ha ricordato perfidamente Putin – guarda caso di quegli stessi Stati Uniti che si atteggiano a tutori dell’ordine mondiale.

 

La differenza con le allusioni già esplicitate nei mesi scorsi è però sostanziale: sia pure privo del riconoscimento della comunità internazionale il territorio ucraino ora unilateralmente annesso alla Russia è secondo la dottrina militare di Mosca territorio nazionale sovrano che deve pertanto essere difeso con “ogni mezzo” da qualsiasi possibile aggressione. Da Kijv il governo ucraino ha già fatto sapere che la controffensiva per liberare le regioni occupate dai russi proseguirà senza sosta e al contempo ha formalizzato la richiesta di adesione alla NATO.

 

Il mondo da oggi è realmente un luogo meno sicuro.

CATTOLICI E DESTRA RADICALE. L’APPROFONDIMENTO DI “SETTIMANANEWS.IT”.

 

 

Riccardo Cristiano

 

Ernst Nolte, in uno dei suoi volumi (Controversie), ha sostenuto che la sinistra non l’ha inventata Marx, perché esisteva da sempre: l’eterna sinistra – così la definiva – che si radica nel pensiero delle religioni celesti e che solo nel corso dell’Ottocento ha conosciuto una, mai vista prima, opzione armata e violenta. Posta in tal modo, la discussione sulle colpe storiche del comunismo cambia: un conto è il comunismo comunitarista, altro quello che noi chiamiamo comunismo sovietico.

 

È evidente che andrebbe indagata approfonditamente la sostanza di questa eterna sinistra, per spiegare perché la sinistra politica non si sia ancora estinta nel mondo a tanti anni dalla fine dell’orrore sovietico, con i suoi gulag e il suo disastroso collettivismo. Per Nolte, l’eterna sinistra ha il profeta Isaia e Gesù tra i suoi punti d’origine.

 

Venendo ai nostri tempi ha scritto: «Nel contesto filosofico e sociale creato da Furier e da Owen fu coniato il termine socialismo, che venne contrapposto nel modo più fermo all’economia della concorrenza che rendeva gli uomini nemici tra loro facendo diventare l’uno ricco e l’altro povero. Solo in Babeuf era predominante l’idea della lotta di classe sanguinosa e quindi la disponibilità a distruggere tutto, purché l’eguaglianza regni sovrana».

 

Destra radicale

Analogamente, Umberto Eco ha parlato di un certo tipo di destra radicale quando, in una sua famosa conferenza, ha coniato l’espressione l’Ur-fascismo, ove il termine Ur, preso dalla lingua tedesca, sta per perenne o – come nella traduzione prescelta dai più – eterno, proprio nel senso dell’eternità indicata da Nolte.

 

L’Urfascismo è qualcosa che riguarda il confronto su quanto sta accadendo in Italia e non solo. L’importante è non cadere in equivoci e parlare di nostalgie per il fascismo storico. Non è questo il punto, almeno per me, così come con l’eterna sinistra il punto non può essere il partito unico o le derive violente.

Conta, invece, vedere i capisaldi culturali e le successive trasformazioni di entrambi e rendersi conto che del perenne fascismo qualcosa ci riguarda e riguarda in particolare gli elettori cattolici, non certo marginali nella recente vittoria di Fratelli dItalia e in passato della Lega.

 

Trovo interessante unire la tesi di Nolte e di Eco con la convergenza di definizioni così lampanti: piena, se gli autori avessero scritto eterna sinistra ed Ur-destra.

 

In una felicissima sintesi della seconda parte del testo di Eco, Giorgio Barberis così riassume gli archetipi che si intersecano, a volte anche in modo contraddittorio, in questo fenomeno politico dell’Ur-fascismo:

  • il culto della tradizione e la fede in una verità rivelata ab origine che deve essere solo correttamente individuata, interpretata, conosciuta e difesa, al di là delle sue manifestazioni apparentemente contraddittorie;
  • l’irrazionalismo, o – più precisamente – il rifiuto del modernismo più saldo e più forte dell’entusiasmo, talora pur presente, riguardo alla tecnologia;
  • il culto dell’azione per l’azione, ossia il sospetto nei confronti del mondo intellettuale e l’ostilità verso la cultura e le sue complicazioni dal momento che il dubbio paralizza e la riflessione rallenta la marcia;
  • il rifiuto della critica e del dissenso, che viene letto come un tradimento;
  • la paura della differenza, del pluralismo, e il conseguente corollario di chiusure xenofobe e di derive razziste, più o meno dispiegate;
  • in considerazione, poi, del fatto che l’Ur-fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale, uno dei suoi elementi fondanti è proprio l’appello alle classi medie frustrate, «a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni»;
  • altra caratteristica centrale e coerente con gli elementi appena descritti è la costruzione oppositiva di un’identità nazionale che si determina contro un nemico interno o esterno alla comunità, il quale trama contro di essa e da cui deriva l’ossessione Ur-fascista del complotto, che viene ad assumere tratti stereotipati, tanto netti da annullare, peraltro, ogni possibilità di valutazione obiettiva della situazione reale, nonché dell’equilibrio effettivo delle forze in campo;
  • contro questo nemico l’unica opzione possibile è una guerra permanente, sino alla vittoria definitiva;
  • il conseguente culto dell’eroismo e della morte, intesa come la migliore ricompensa per una vita eroica;
  • un malcelato e, talvolta, aperto, machismo, che implica spesso il «disdegno per le donne e una condanna intollerante per le abitudini sessuali non conformiste, dalla castità all’omosessualità»;
  • un forte spirito gerarchico e la devozione a un capo carismatico con un certo disprezzo per il parlamentarismo, incapace di interpretare e rappresentare correttamente la presunta volontà comune di un popolo che si sente eletto perché plasmato e condizionato dalla TV e da Internet, strumenti micidiali di un populismo che Eco definiva qualitativo, poiché questo popolo non esiste di per sé, ma è un’idea che prende voce e forza nelle piazze e nelle parole dei leader che lo rappresentano: dunque, un’astrazione o una «finzione teatrale».

 

Cristianesimo e Ur-fascismo

 

Era il 25 aprile del 1995 quando Umberto Eco, intervenendo alla Columbia University, tracciava questo attualissimo profilo di un pensiero politico che, a mio avviso, contiene molti dei motivi che hanno spinto e spingono larghi settori del cattolicesimo tradizionalista verso partiti di destra, quali  la Lega ieri e Fratelli dItalia oggi. È questo che mi interessa.

A me sembra che la domanda più importante sia questa: il cristianesimo di Cristo può essere Ur-fascista? Quella che molti hanno denominato cultura cristianista – non cristiana – se ieri ha vissuto la sua certezza di essere la societas perfecta da imporre a tutti ovunque, oggi non sente il gusto politico delle guerre culturali ove si prevale – o si soccombe – contro il modernismo e gli altri suoi surrogati?

 

Questi cattolici, posti davanti al rischio esistenziale rappresentato dall’estremismo avverso, si arroccano e radicalizzano a loro volta. È qui che nasce una spirale di opposti estremismi sempre più estremi e indispensabili l’uno all’altro? È per questo che Nolte parla anche del nazismo come di un «bolscevismo anti-bolscevico»?

 

Non tutto è, certamente, riferibile alla destra che vediamo oggi. L’Ur-fascismo ci viene presentato da Eco come sincretista, cosa che non sembra corrispondere al dato odierno, almeno apparentemente. Il sincretismo di cui parla Eco è funzionale all’idea che non può esserci avanzamento del pensiero: «La più importante fonte teoretica della nuova destra italiana, Julius Evola, mescolava il Graal con i Protocolli dei Savi di Sion, l’alchimia con il Sacro Romano Impero»: interessante, se si pensa a certi inneschi nel Pantheon Ur-fascista, del calibro di Che Guevara e dello stesso Gramsci.

 

La sinistra marxista ha sempre rifiutato il riferimento – per me piuttosto evidente – all’eterna sinistra da matrice religiosa. Ma l’utopia marxista-leninista di creare l’uomo nuovo da dove sarà mai venuta? E perché mai Mosca è stata, per molti, la capitale della Terza Internazionale e la Terza Roma dell’impero del bene contro l’impero del male occidentale? Il rifiuto di Dio ha spinto la branca dell’eterna sinistra a rifiutare un teologo di riferimento, accettando, al massimo qualche interlocuzione episcopale.

 

La destra – convinca o no l’etichetta di Ur-fascista – ha invece cercato i suoi teologi in modo ostentato. È una consulenza che pesa perché, se il cuore politico del centro destra sta ora nella rabbia degli impoveriti e degli sconfitti della globalizzazione del crescente disagio urbano, la spiegazione in termini di teologia tradizionalista e antimodernista rende il tutto politicamente più assoluto e aggressivo.

 

Continua a leggere

http://www.settimananews.it/politica/cattolici-e-destra-radicale/

L’INVOLUZIONE DEL PROCESSO DI PARTECIPAZIONE.

 

Il prossimo 26 novembre, a Milano, la “Rete dei cattolici democratici” C3Dem (Costituzione, Concilio, Cittadinanza)   organizza un convegno sul futuro della democrazia. In vista dellappuntamento, l’associazione mette in rete i vari contributi dei partecipanti. Di seguito riportiamo un ampio stralcio del contributo del Presidente dellAssociazione Reagire” di Milano (a fondo pagina  si può accedere con il link al testo integrale).

Elio Savi

 

Può sembrare per alcuni aspetti strano  – sul finire di una campagna condizionata da una legge elettorale che poco ha a che fare con la  democrazia sostanziale e mentre alcuni dei partiti in lizza promettono un profondo cambiamento istituzionale destinato a modificare l’impianto costituzionale senza peraltro precisare come – lasciare da parte tutto questo per entrare in sintonia con l’articolo di Sandro Antoniazzi  (scritto a nome della rete c3dem) che ci propone quesiti inerenti aspetti fondamentali della democrazia scegliendo però una prospettiva ben diversa. Un articolo che,  non condividendo l’idea di una democrazia solo procedurale e istituzionale, alza lo sguardo proponendoci anzitutto una domanda non banale: in un quadro ricco di limiti, nonostante la si dia per scontata, è possibile pensare a un  progresso della democrazia, una realtà sempre da promuovere e realizzare?

 

Non solo perché lo afferma la Carta costituzionale ma anche per il senso comune, una società è tanto più democratica quanto più consente la partecipazione dei cittadini, direttamente o indirettamente, alle decisioni che li riguardano, ne garantisce i diritti fondamentali e propugna valori comunemente riconosciuti alla base di quella comunità.

 

Verificando l’attuazione di tutto questo nella esperienza concreta di ogni Paese ci si rende conto quanto sia spesso una questione sia di forma che di sostanza. La democrazia è tanto più compiuta quando la forma favorisce la sostanza; viceversa, quando la sostituisce fino a poterne prescindere, la democrazia viene meno.  Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha condannato l’Ungheria per i passi indietro della sua società in termini di democrazia sostanziale; chi la difende tra i partiti italiani e si candida a guidare il Paese dissente da tale posizione perché – sostiene – “in Ungheria ci sono le elezioni”.  Per il Parlamento europeo in questo caso la forma prevale sulla sostanza e ciò non basta a garantire ai cittadini ungheresi i livelli di democrazia sostanziale consolidatisi in Europa dopo la 2a guerra mondiale. Forma e sostanza sono due dimensioni dell’esperienza democratica costantemente in tensione; un equilibrio che non dobbiamo dare mai per scontato se abbiamo cara la democrazia. Non vale solo per il governo di un Paese o di un Comune ma più in generale per l’intera realtà sociale e le relazioni che viviamo.

 

Linvoluzione della partecipazione popolare negli ultimi decenni

Quando si pensa al passato siamo abituati a ripeterci che allora funzionavano i partiti e i cittadini trovavano in essi uno strumento di partecipazione. E’ vero, naturalmente, ma forse può aiutare la nostra riflessione provare ad arricchire con qualche altro spunto tale affermazione.

 

Non possiamo infatti dimenticare lo stimolo alla partecipazione democratica che nella seconda metà del secolo scorso è venuta dall’iniziativa dei sindacati, dell’associazionismo, di realtà ecclesiali, e più in generale dal desiderio dei singoli di partecipare alle vicende delle realtà che li coinvolgevano anche attraverso forme molto spontanee. Non è un caso che in quel periodo si sia ricominciato a mobilitarsi per i beni comuni.

 

Una spinta alla partecipazione che ha coinvolto modelli di gestione e di decisione in molte realtà della nostra vita sociale; che ha visto nascere gli organismi di partecipazione nella scuola come nelle parrocchie; che ha ispirato la normativa di settori dell’economia, come quella relativa al sistema delle autorizzazioni in campo ambientale, o le forme di decentramento amministrativo nelle grandi città.

 

Tutti conosciamo l’evoluzione di tale processo: dapprima la domanda di partecipazione di iniziativa popolare, quindi riforme che hanno portato necessariamente a istituzionalizzarla, poi il progressivo venir meno della sostanza e dell’interesse alla partecipazione in molti degli organismi così prodotti. Persino l’istituto referendario ha vissuto lo stesso ciclo.

 

Non è questa la sede per approfondire le cause di tale involuzione cui non sono di certo estranei fenomeni culturali di massa, come lo spiccato individualismo e il concentrarsi dei più nel privato, che hanno progressivamente pervaso negli ultimi decenni anche la nostra realtà sociale, nonostante lo sviluppo dell’associazionismo e i richiami al bene comune. Tra le altre, non è certo da dimenticare la percezione di inutilità in molti casi registrata circa gli effetti concreti della partecipazione popolare; sempre più spesso sostituita dal moltiplicarsi delle occasioni di condivisione della decisione tra i diversi livelli delle istituzioni la cui occupazione sembra essere ormai l’unico obiettivo dell’attività dei partiti, emblematicamente riflessa nella campagna elettorale.

 

La coincidenza sempre più stretta tra partiti ed istituzioni non è priva di conseguenze anche sul piano dei comportamenti attribuibili ai singoli protagonisti. Il partito visto come canale per avere un ruolo nell’istituzione. Chi vive l’istituzione non si pone quindi il problema di rendere conto a chi partecipa attivamente nella realtà sociale, neanche a quella parte con cui collabora per la realizzazione dei propri servizi, perché chi viene eletto a farne parte sente di dover rendere conto solo al vertice di partito che glielo consente.  Quindi, è vero quanto osserva Sandro Antoniazzi scrivendo che i  partiti non sono più un ponte tra il potere centrale e la gente; anche se un tempo ciò legittimava forme di clientelismo o una gestione di parte delle istituzioni, non solo la partecipazione democratica.  Ma direi di più: anche laddove la partecipazione popolare si traduce in impegno per il bene comune (le tante forme di associazionismo per esempio) questo impegno non è motivo di partecipazione democratica alla decisione pubblica perché la relazione con le istituzioni trova altre motivazioni: l’organizzazione di un servizio, la provvista finanziaria, la concessione del patrocinio o di una sala.

 

Il paradosso di parrocchie in cui sembra vietato parlare di politica

L’esaurirsi dell’esperienza dei partiti di massa con i relativi e ben riconoscibili “mondi” di riferimento ha comportato anche il rifiuto progressivo del collateralismo nel senso comune.  Basta pensare alla vicenda della Chiesa italiana, che ben conoscono i cattolici democratici, passata lungo l’arco temporale di una vita dal concepire un sistema complesso di relazioni a tutti i livelli quale fu il mondo cattolico, tra cui in primo piano le organizzazioni della politica, ad un contesto come l’attuale in cui nelle parrocchie anche i laici più impegnati si guardano bene da qualsiasi iniziativa riguardo argomenti che anche vagamente richiamino il dibattito politico, a maggiore ragione in campagna elettorale.

 

È un vero paradosso. Il magistero sottolinea l’importanza della politica nella vita di un cristiano fino ad esaltarla idealisticamente come un’alta forma di carità perché consente di cercare il bene comune,  ma nelle comunità cristiane ci si rifiuta di parlarne nel timore che possa alimentare spaccature e divisioni tra le diverse appartenenze partitiche.  Può un processo di per sè positivo come fu il superamento del collateralismo essere alla base della paralisi di un popolo nella sua esperienza democratica? D’altro canto, se non ci si abitua a confrontarsi sulle questioni attinenti la vita civile in un contesto di relazioni apparentemente favorevole perché basato su motivazioni forti e condivise, dove si può immaginare possa avvenire la maturazione necessaria a partecipare democraticamente nel perseguire il bene comune anziché consegnarsi inermi alla propaganda?

 

Non manca talk show in cui non si lamenti il distacco dei cittadini dalla politica nella forma dei partiti sempre più percepiti come comitati elettorali finalizzati alla conquista delle istituzioni; e persino un leader di una certa età come Berlusconi si butta su Tik Tok per parlare ai giovani; ma questo serve solo alla propaganda.

 

Anche l’introduzione della tecnologia, su cui tanto hanno puntato i Cinquestelle estendendo la prassi referendaria alle decisioni di partito, non sembra sia servita a favorire passi avanti sostanziali nella prospettiva democratica.  Ma forse questa è un’esperienza che andrebbe approfondita meglio prima di consegnarla semplicemente ai casi in cui la forma ha prevalso sulla sostanza o alle vicende interne di un solo partito.

 

La partecipazione democratica è impegnativa. Implica la fatica del discernimento e della ricerca di soluzioni ai problemi intercettati fino al formarsi di un punto di vista, se non anche di proposte, a partire dai valori in cui ci si riconosce; e poi l’impegno che richiede il confronto democratico con le idee o le ricette altrui. Non può ridursi semplicemente a riempire una sala allo scopo di ascoltare le proposte dei diversi esponenti di partito alimentando l’equidistanza, con la medesima passività che siamo abituati ad assumere di fronte alla TV, quasi che partecipare fosse sinonimo di informarsi.

 

 

Continua a leggere

https://www.c3dem.it/linvoluzione-del-processo-di-partecipazione/

CHI HA PERSO E CHI HA VINTO. TEMPO DI RIFLETTERE.

Risultati sorprendenti e allarmanti: le elezioni raccontano di un paese inquieto e di malumore.

Erano stati quasi annunciati, i risultati elettorali. Sorprendenti ma non troppo, dunque. E allarmanti quanto basta, almeno secondo chi scrive. La vittoria della destra-destra consegna a Giorgia Meloni una possibilità e una responsabilità. Difficile dire già da oggi come verrà gestita. La nuova leader ha molte frecce al suo arco ma non è detto che riesca a centrare il bersaglio giusto. In particolare nelle cancellerie europee, laddove è attesa con un misto di curiosità e diffidenza.

Soprattutto diffidenza, almeno per ora. La mezza resurrezione del M5S, guidati da Giuseppe Conte in maniche di camicia e trainati dal voto del sud è l’altro dato saliente di queste ore. Ed è, diciamolo francamente, un’altra smentita del modo di ragionare che solitamente va per la maggiore. Si pensava che l’onda di piena del populismo grillino stesse rifluendo. E invece i risultati del voto meridionale ci avvisano che le cose non stanno affatto così. 

Per giunta il buon risultato dei pentastellati promette/minaccia di radicalizzare ancor più la destra, dando fiato alle correnti più sovraniste nonostante un esito meritatamente deludente della Lega versione Salvini e del fu Berlusconi. Insomma, ci sarà molto di che riflettere. Per chi ha perso, ovviamente. Che non potrà dar colpa al destino cinico e baro, come si diceva un tempo. Ma anche per chi ha vinto. Che non potrà crogiolarsi troppo in mezzo a numeri che, se ben interpretati, raccontano di un paese inquieto e di malumore. Con il quale si dovrà tutti amaramente far di conto.

 

Fonte: La Voce del popolo – 29 settembre 2022

 

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale).

IL PROBLEMA NON È LETTA

Il dibattito nel centrosinistra dopo la sconfitta elettorale deve affrontare questioni di fondo e ineludibili. Occorre ripartire dai contenuti, per definire con coraggio e allo stesso tempo con realismo una visione di società e una proposta politica. Tutto ciò richiede uno stile di mitezza e di tolleranza per un effettivo pluralismo.

Il dibattito che si è aperto dopo la sconfitta elettorale nel centrosinistra, rischia di essere sterile, di ridursi a una discussione intorno alla prossima segreteria del Partito Democratico, riguardante le persone più che il progetto politico. Per evitare questo rischio occorre affrontare le questioni di fondo da troppo tempo irrisolte nel campo riformatore. Questioni attinenti al profilo politico, culturale e programmatico e questioni di carattere organizzativo.

 

Non sarà facile perché i gruppi dirigenti sono quel che sono e anche l’elettorato progressista è quel che è. C’è chi, come Rosy Bindi, propone lo scioglimento del Pd ma questo ha un senso solo se si riesce a mettere vino nuovo in otri nuove. Se invece nelle otri nuove si rimette il vino vecchio dell’attuale mentalità di chi guida il centrosinistra, ci si ritroverebbe con una cosa molto simile a quella che si è sciolta.

 

La gran parte dei gruppi dirigenti del Pd si divide per cordate o correnti di potere. A parte qualche distinzione sulle questioni etiche, si deve registrare un preoccupante appiattimento della visione di società su quella dell’élite economica e finanziaria dominante e della catena dei media che quest’ultima controlla e usa per formare/indottrinare i cittadini al pensiero unico. Non vi è un reale confronto sull’economia, sullo stato sociale, sulla politica estera, sulla definizione di una agenda elaborata da un punto di vista popolare. La visione del Pd sembra piuttosto essere mutuata dall’alto: ciò che i giornali e certe trasmissioni televisive sdoganano, viene acquisito come linea del Pd, dei temi sgraditi nei piani alti dell’establishment il Pd tende a non più occuparsene.

 

Ma anche la base elettorale del centrosinistra è mutata. Di norma votano a sinistra gli strati sociali più agiati e non più, come una volta, la plebe, il popolo, il proletariato o come dir si voglia, le classi sociali subalterne. Con la parziale eccezione del Movimento Cinque Stelle, l’elettorato delle forze di centrosinistra è costituito dalla borghesia medio alta. Più si va verso sinistra e più si vede salire lo status sociale degli elettori.

 

E tuttavia, i risultati del voto dello scorso 25 settembre ci dicono anche che i consensi riportati dalle liste ascrivibili al centrosinistra, che si sono presentate separate, hanno superato i consensi ottenuti da un centrodestra unito. Ci sono poi 16 milioni di persone che non hanno votato. Al netto dell’astensionismo fisiologico, almeno una buona metà di questi elettori questa volta non ha votato per scelta, e quindi sono elettori con cui va cercato un dialogo.

 

Dunque, si deve ripartire dai contenuti, per definire con coraggio e allo stesso tempo con realismo una visione di società e una proposta politica. Un compito che appare facilitato dal fallimento dei capisaldi dell’impostazione mercatista e neoliberista, cui stiamo assistendo e su cui è stata edificata purtroppo l’Unione Europea, i cui trattati istitutivi appaiono purtroppo sempre più come la negazione, anziché l’auspicato compimento del percorso intrapreso dalla Comunità Europea, dalla Cee e dal Mec, a partire dalla visione dei padri fondatori. In una fase in cui si va verso la rinazionalizzazione di banche e monopoli naturali come le grandi infrastrutture dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti e dei servizi pubblici, al centrosinistra è richiesto qualcosa in più della rassegnazione, magari, lungi dai furori ideologici, sempre nefasti, con prudenza e pragmatismo, appena un po’ di convinzione nel sostenere e rivendicare tali processi.

 

Sulla pace occorre iniziare a dire qualcosa, riponendo gli elmetti che la nostra collocazione internazionale ci chiede. Prima o poi la guerra in Europa finirà, anche se non sappiamo come e a che prezzo. Si deve cominciare a parlare del dopoguerra, in particolare il centrosinistra deve chiarire se è, come Giorgia Meloni e i falchi dell’Amministrazione americana, per un arroccamento a difesa, con qualsiasi mezzo, di un approccio unipolare ai problemi intenzionali o se ha il coraggio e la lungimiranza di aderire a una visione multipolare che implica il riconoscimento che al mondo, oltre all’Occidente, ci sono anche gli altri, l’85% dell’umanità, che deve essere coinvolta, con le sue organizzazioni, come i Brics, la Sco, l’Unione Africana e altre, con pari dignità nella gestione delle sfide globali. Si tratta di verificare in che misura il campo riformatore è disposto a riconoscere che l’egemonia occidentale sul mondo è tramontata, e non più proponibile senza la guerra, in un mondo che comunque si va facendo multipolare.

 

Sui temi dell’energia e dell’ambiente bisogna definire una proposta positiva e non angusta e regressiva. Non si può realizzare la transizione ecologica a scapito del lavoro, delle classi popolari, che implichi un drastico impoverimento e riduzione del tenore di vita della classe media. Tutte le rivoluzioni tecnologiche ed energetiche si sono sempre imposte perché si dimostravano incredibilmente vantaggiose per l’umanità rispetto a quelle precedenti. Così deve essere anche per le nuove fonti di energia, quelle rinnovabili fornite dalla natura e quelle nuove fornite dalle nuove acquisizioni della scienza e della tecnica, con l’obiettivo, fattibile molto più di quanto si pensi come attestano i modelli scientifici, della free energy, energia illimitata, pulita e a costi irrisori, con la tecnologia italiana strettamente coordinata alla guida politica americana, come già succede in ambito aerospaziale.

 

Inoltre, l’attenzione va posta non solo sul progetto politico ma anche sulla formazione, dei quadri, dei responsabili sul territorio, degli attivisti. Un tema che è rimasto sguarnito e che nei fatti è stato delegato ai media tradizionali e ad internet, in seguito alla crisi, al ritiro dai territori e dagli ambienti sociali popolari, dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa di ogni genere. Poiché tutte le agenzie formative sono in crisi, occorre partire dal riconoscimento della realtà dei fatti: gli elettori sono fortemente condizionati, “pre-formattati”, da una pressione, una propaganda mediatica poderosa e martellante che incide in profondità, fino nell’inconscio, sul loro modo di pensare e di formulare giudizi. Per nessuna organizzazione sociale ormai è semplice formare le persone così ridotte. Ma se non si inizia col riconoscere che il problema esiste, i gruppi dirigenti, posto che abbiano una visione non coincidente con quella dei poteri dominanti, troveranno sempre grandi difficoltà nel comunicarla e nel convincere i loro elettori.

 

Infine, ma non per ultimo, va affrontato il tema della selezione dei gruppi dirigenti nei partiti a partire dalla questione cruciale delle modalità di definizione delle candidature al parlamento. La nostra democrazia non può permettersi un altro parlamento di nominati. Occorre affrontare il duplice nodo  della reintroduzione delle preferenze oppure delle primarie, regolate per legge, per tutti i seggi parlamentari in palio e va abolita la possibilità delle candidature plurime, contemporaneamente in più collegi.

 

Tutto ciò richiede uno stile di mitezza e di tolleranza per un effettivo pluralismo. Le opinioni diverse, che esprimono punti di vista diversi, vanno di nuovo accettate, come fecero per quasi mezzo secolo la Dc e il Pci, che a tratti apparivano addirittura antitetici, ma mai è mancato il rispetto per le posizioni diverse come ora invece avviene senza ritegno sui media e a cascata nella vita interna dei partiti e delle organizzazioni sociali. Senza l’accettazione delle diversità, anche quelle di opinione, non può esservi vera democrazia. Ed è anche la condizione per una ripresa possibile e auspicabile nell’autonomia di visione e di giudizio, dello schieramento riformatore.

LA SINISTRA FACCIA LA SINISTRA. HA TORTO ROSY BINDI?

Di fronte all’ennesima e pesantissima sconfitta politica ed elettorale, adesso il Pd è chiamato nuovamente ad affrontare una dura ed inedita situazione. È giunto il momento che faccia la sinistra, al Centro provvedono altri.

Ogni due anni, circa, la sinistra viene rifondata. Se scorriamo le vicende politiche che riguardano la sinistra italiana, cioè il Pd, arriviamo facilmente a questa conclusione. E ormai conosciamo anche le parole che, puntualmente, vengono evocate e urlate dai capi delle moltissime correnti che compongono quel partito. Le possiamo riassumere quasi a memoria perchè, come da copione, sono già campeggiate anche questa volta dopo il responso disastroso delle urne di domenica 25 settembre. E cioè: cambiamento profondo del partito; ripartiamo dai territori; azzeramento delle correnti; ripensare l’identità; facce nuove e ricambio generazionale; apertura all’esterno e, dulcis in fondo, ripensare alleanze, programma e ‘mission’ del partito.

Ora, l’aspetto più curioso della vicenda non è che dal lontano 2008 gli slogan che vengono richiamati dai capi del Pd sono sempre gli stessi e con la medesima cadenza. No, il dato originale è che questi slogan vengono evocati proprio dai capi stessi del Pd. Cioè dagli innumerevoli azionisti delle correnti del Pd che da ormai svariati lustri sono presenti in Parlamento e spadroneggiano in questo partito sin dall’inizio della sua costituzione nel lontano 2007.

È appena sufficiente ricordare questo aspetto per arrivare alla conclusione che questi pronunciamenti ed impegni solenni sono parole vuote e ormai del tutto insignificanti. E, soprattutto, prese in considerazione da pochissimi perchè non credibili in quanto pronunciate da politici professionisti che smentiscono, nella prassi quotidiana e nella concreta azione politica di partito, proprio quelle parole solenni e ultimative.

Ecco perchè, di fronte all’ennesima e pesantissima sconfitta politica ed elettorale, adesso il Pd è chiamato nuovamente ad affrontare una dura ed inedita situazione. E la ricetta politica, culturale e programmatica per uscire da questo vicolo cieco è probabilmente duplice. Almeno a parere di molti osservatori disinteressati. Da un lato dar seguito, nel limite del possibile, a ciò che si predica pubblicamente o si scrive nei documenti o si rilascia nelle interviste. 

È perfettamente inutile cioè, blaterare sul superamento delle correnti militarizzate che fanno il bello e il cattivo tempo nel partito e poi continuare tranquillamente a spartirsi il potere attraverso l’applicazione rigorosa e matematica del rispettivo peso correntizio. Un dato che, come ovvio e scontato, tutti sanno e che è appena stato istituzionalizzato nella composizione centralistica delle liste dove i capi corrente si sono tutti blindati nella quota proporzionale abbandonando i collegi precari e difficili del maggioritario. Una spartizione scientificamente correntizia che porta le varie correnti sempre a buttare nel macero il segretario uscente e a benedire solennemente e collegialmente il nuovo leader. Una prassi, come dicono quasi tutti gli osservatori, che avviene ormai da sempre. Cioè da dopo la defenestrazione di Veltroni nel lontano 2008 e poi via via con tutti gli altri segretari nazionali.

In secondo luogo forse è arrivato il momento, come giustamente dice Rosy Bindi, che il Pd e tutto ciò che ruota attorno al Pd, sia realmente un partito di sinistra, faccia e declini una politica di sinistra e, infine, sia in grado di rappresentare politicamente, socialmente e culturalmente il “popolo” di sinistra. Solo se il progetto politico del Partito democratico riesce ad incrociare le istanze e le domande di quel popolo potrà essere all’altezza della situazione e, forse, ridare vita ad una alleanza di centro sinistra, credibile e trasparente. Se, invece, il tutto prosegue come oggi difficilmente potrà uscire dalla crisi che attualmente lo attanaglia: e cioè, continuare a rappresentare i ceti medio alti – le ormai famose zone ZTL -, difendere gli interessi alto borghesi, ostentare la propria superiorità culturale, trasmettere arroganza intellettuale e, soprattutto, manifestare la propria “diversità” morale. Tutti elementi che, come ovvio, centrano poco o nulla con la vita quotidiana dei ceti popolari.

Per questi motivi, e sempre con spirito costruttivo e non polemico, è arrivato il momento che la sinistra faccia la sinistra. Il Centro lo fanno altri. Ma, come ricordava molti anni fa lo storico cattolico Pietro Scoppola parlando della crisi della Dc, è quantomai urgente per il Pd – se vuole essere realmente credibile – riuscire a coniugare “la cultura del comportamento con la cultura del progetto”. Perché con l’ipocrisia e con l’inganno non si va molto lontano.

ADDIO A JOHN W. O’MALLEY: L’OMAGGIO DI “VITA E PENSIERO”.

Alla domanda “Qual è il tuo aforisma preferito?”, lo storico della Chiesa John O’Malley cita Mark Twain «La differenza tra la parola giusta e la parola quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola». Questa instancabile ricerca del mot just e il profondo rispetto del lettore animano tutti i suoi saggi, caratterizzati da precisione storica e ricchezza narrativa.

L’omaggio della rivista dell’Università cattolica di Milano a John W. O’Malley, che si è spento domenica 11 settembre a Washington: un ritratto per ricordarne la figura e le opere. 

L’11 settembre si è spento John W. O’Malley, gesuita, storico della Chiesa, un dottorato in Storia ad Harvard e una cattedra presso la Georgetown University di Washington. Tra i curatori dell’opera erasmiana, è stato autore di numerosi e pluripremiati saggi storici. Come ha scritto Marco Rizzi sul “Corriere della Sera”: «scompare uno dei massimi storici della cultura religiosa d’epoca moderna», che ne ha rivoluzionato gli studi, concentrandosi sulla corte papale e la cultura rinascimentale ma connettenedo storia religiosa, storia culturale e storia dell’arte. O’Malley si è poi dedicato alla storia del suo ordine, da Loyola e Bergoglio, e ai Concili di epoca moderna. 

Tra i suoi molti libri, Vita e Pensiero ha tradotto in italiano: I primi gesuiti (1999), Quattro culture dell’Occidente (2007), il notissimo Che cosa è successo nel Vaticano II (2010), Trento. Il racconto del Concilio (2013), Gesuiti. Una storia da Ignazio a Bergoglio (2014), I gesuiti e il papa (2016), Vaticano I. Il Concilio e la genesi della Chiesa ultramontana (2019), Quando i vescovi si riuniscono. Un confronto tra i concili di Trento, Vaticano I e Vaticano II (2020). Il suo stile è stato da sempre caratterizzato da un rigoroso studio unito a ironia e grande capacità narrativa, qualità che rendono i suoi libri di gradevole lettura anche per i non specialisti. Gli abbiamo dedicato un ritratto qualche tempo fa, intitolato Le parole giuste della storia, che iniziava così: «Alla domanda “Qual è il tuo aforisma preferito?”, lo storico della Chiesa O’Malley cita Mark Twain “La differenza tra la parola giusta e la parola quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola”. E, in effetti, questa instancabile ricerca del mot just e questo altissimo rispetto del lettore è ritracciabile in tutti i suoi saggi, nella precisione storica e nella ricchezza narrativa con la quale sono stati costruiti».  

Dal libro dedicato al confronti dei concili, l’ultimo pubblicato in ordine di tempo, riportiamo qui un brano, un omaggio alla sua memoria e ai suoi studi. 

«Alcuni problemi, nella Chiesa come in altre istituzioni, non possono trovare una soluzione definitiva. Uno di essi è il rapporto fra tradizione e innovazione: è la sfida di conservare l’identità pur adattandosi a nuove situazioni, il problema di rimanere fedeli a se stessi senza cadere nell’irrilevanza. Per la Chiesa questa sfida è la conseguenza del suo essere un’istituzione storica, soggetta alle forze del processo storico. Un’istituzione del genere non può solcare il mare della storia senza esserne cambiata. Un altro problema è quello del rapporto fra centro e periferia, che per i concili è il rapporto fra i modi gerarchico e collegiale di governo della Chiesa. Ogni istituzione ha bisogno di una solida guida dal centro, una mano ferma al timone. Perché essa non perda vitalità, tuttavia, è necessario che l’autorità del centro sia bilanciata da una periferia legittimata ad agire sulla base della sua propria autorità. La perdita dell’equilibrio fra questi poli porta quasi inevitabilmente alla stagnazione da un lato e allo sbandamento dall’altro o, in casi estremi, alla dissoluzione.

Il confronto presentato in questo libro ha posto in rilievo il problema di valutare l’influenza dei concili. Ha suggerito come si debbano prendere in considerazione molti fattori e come essi siano generalmente intrecciati. Ha mostrato come una vera valutazione dipenda dal compito che il concilio s’è assunto. Tale compito, a sua volta, dipende da come la Chiesa intende se stessa e il suo ruolo nel mondo.

Dipende dall’implicita o esplicita autodefinizione del concilio, cioè da come esso intende quello che sta facendo. Gettando luce sul fenomeno concilio in quanto tale, il confronto qui proposto ha rivendicato la tradizione per cui i partecipanti chiave, tradizionali e determinanti ai concili sono i vescovi. Se questo non è mai stato messo in discussione, il confronto ha mostrato come il ruolo dei vescovi sia stato esplicato nei tre concili e come, nonostante tante pressioni, sia rimasto centrale e decisivo. Tale ruolo costituisce il primo e più fondamentale vincolo di continuità che lega i tre concili che abbiamo preso in esame. E il confronto tra loro ha dimostrato la validità della definizione: i concili sono incontri, principalmente di vescovi, riuniti in nome di Cristo per prendere decisioni vincolanti per la Chiesa. E ha messo in evidenza come, fra i vescovi, il vescovo di Roma abbia goduto senza alcun dubbio di un primato. 

 

Continua a leggere

https://www.vitaepensiero.it/news-attualita-addio-a-john-w-omalley-5956.html

LETTA RESTI ALLA GUIDA DEL PD

La proliferazione di candidature alla segretaria, con tanto fervore e poca consistenza sotto il profilo strettamente politico, spinge a considerare la necessità di una piena conferma di Letta al vertice del Nazareno. Qual è l’alternativa, oggi e domani, al suo riformismo di centro-sinistra? Se il Pd si chiude nella ridotta della sinistra, alla resa dei conti…non è più il Pd. 

Le vicende tormentate del Nazareno passano sotto la lente d’ingrandimento della pubblica opinione. Le cronache dei media offrono ogni giorno lo spettacolo di un partito che fatica a stabilizzare l’effetto traumatico delle elezioni. Molti hanno apprezzato la serietà di Letta, quel gesto delle dimissioni che nessuno nel gruppo dirigente ha inteso contrastare. Da quel momento, in un profluvio di gesti incontrollati, sono venuti alla luce più problemi che soluzioni, come se la lotta interna avesse un dinamismo velleitario e sconsolante, un limite che in altri tempi sarebbe stato cagione di censura per il suo evidente carico di immaturità e infantilismo. Invece di ragionare sulle cause della sconfitta, si prende per buono il facile ricorso alla individuazione del capro espiatorio. In questo modo, invece di sciogliersi per il verso giusto, nel Pd si aggrovigliano ulteriormente i nodi della crisi.

Avvenne nel 1983 che De Mita, allora segretario della Dc, pur avendo condotto una campagna elettorale aggressiva, tutta all’insegna del rinnovamento, ebbe l’amara sorpresa di una perdita di ben cinque punti percentuali rispetto ai consensi raggiunti nel precedente turno elettorale del 1979. Tutta l’estate fu consacrata alla valutazione dei motivi di quella inattesa e preoccupante sconfitta. Naturalmente De Mita era pronto a farsi da parte, sebbene il suo incarico di segretario scaturisse da un congresso celebrato appena l’anno prima. Le dimissioni non furono formalizzate, ma entrarono nel dibattito che investì il gruppo dirigente: non si cedette all’isteria collettiva. Alla fine, dopo ampie consultazioni che servirono a confermare la fiducia dei maggiorenti del partito, il segretario ebbe l’avallo a proseguire nel lavoro di aggiornamento della proposta democristiana. Da ciò scaturì un’iniziativa che si tradusse nella maggiore incisività del partito nella dialettica sempre più accesa con il Psi di Craxi. 

Ora, se il passato insegna qualcosa, nel Pd dovrebbe  manifestarsi quel senso di responsabilità che le circostanze impongono proprio nella fase attuale, a dir poco complicata. Questo è il momento che deve  mettere alla prova la consistenza e la tenuta della dirigenza del partito. Non basta evocare la necessità che alle candidature si antepongano i programmi; serve piuttosto la consapevolezza che oggi il primo punto all’ordine del giorno è la piena conferma del segretario. Letta merita di ricevere un attestato di solidarietà, se non altro perché le sue scelte di fondo sono state assunte, tutte per altro all’unanimità, negli organi dirigenti. Per questo andrebbero cambiate le regole statutarie per consentire l’organizzazione di un congresso vero, come una volta accadeva nella pratica dei grandi partiti popolari. Quel che la pubblica opinione si attende non è la riffa delle candidature alla segreteria, ma la rivisitazione del progetto che diede vita al Pd nel 2007. 

Letta, malgrado lo smacco elettorale, conserva solidità e coerenza di linea politica. Del resto, egli ha il pregio di rappresentare una visione di centro-sinistra, certamente bisognosa di aprirsi a una nuova sintesi politica e culturale, tale da restituire dignità alle diverse anime del riformismo. Tutti gli altri, anzitempo candidati, ambiscono invece a “rigenerare la sinistra”, spingendo il Pd verso posizioni più radicali, ma anche più anguste. Non sarebbe una prospettiva capace di riconquistare il territorio abbandonato nel corso degli ultimi anni. Al Nazareno dovrebbero capire che l’abbandono di Letta può significare il disallineamento del Pd dalla sua missione, sacrificando l’idea di un partito veramente “progressista” e veramente “popolare”. Per andare dove? 

RISULTATI ELETTORALI, I NUMERI NON MENTONO: UN SISTEMA CHE ALTERA LA RAPPRESENTANZA È SEMPRE UN PROBLEMA.

Per garantire rappresentatività e democrazia l’unico sistema che esiste è quello proporzionale puro. Si può accettare una soglia di sbarramento, di per sé non finalizzata a stimolare la formazione di coalizioni, ma a facilitare l’aggregazione di tutti coloro che hanno affinità politiche, sociali ed economiche.

 

Senza volere assumere una particolare posizione nei confronti di una formazione politica o di un’altra e rispettando il risultato elettorale ottenuto sulla base di una legge dello Stato, mi sia consentito di affermare che detta legge non garantisce un risultato rispondente ad una aspettativa di pura democrazia.

Premetto anche che sono convinto, e non penso di essere il solo, che, a livello politico e filosofico un sistema elettorale non debba primariamente garantire la governabilità, che comunque è sempre affidata al buon senso degli eletti a prescindere da qualsiasi legge venga adottata, ma assicurare un voto democratico  che rappresenti gli elettori, ossia la composizione numerica dei cittadini che votano scegliendo il partito che reputano degno del loro voto. 

Per garantire rappresentatività e democrazia l’unico sistema che esiste è quello proporzionale puro. Si può accettare una soglia di sbarramento, di per sé non finalizzata a stimolare la formazione di coalizioni, ma a facilitare l’aggregazione di tutti coloro che hanno affinità politiche, sociali ed economiche.

Ora la prima domanda che mi pongo è questa: “Chi rappresenta un partito, e come si misura la sua rappresentatività?”. La risposta è semplice: “Con il numero dei voti ottenuti”. Tuttavia non è così, e se si analizza la tabella allegata si può vedere che un partito, come il PD, a cui si attribuisce una quota del 19,41% in base ai voti sul totale dei votanti, non corrisponde al vero perché la sua quota effettiva sul totale degli aventi diritto sarebbe del 11,15%, ossia su 100 Italiani solo 11 cittadini hanno votato questo partito. Tale analisi vale per tutti i partiti specie quando l’astensionismo è elevato. Quindi non è lecito e tanto meno etico che un partito si possa attribuire una rappresentatività più ampia.

Oggi, rispetto al passato, in base alle analisi sociologiche condotte, possiamo affermare che tra gli assenteisti ci sono circa un 5% di persone a cui non importa nulla di votare, ossia di esercitare questo importante e vitale diritto, mentre il restante 95% fa una scelta ben precisa, ossia vuole dire che non ha fiducia in nessuno e non si sente rappresentato da questa classe politica (e non a torto).

La coalizione vincente alle ultime elezioni conta un 43%, in realtà rappresenta il 25% dei cittadini aventi diritto di voto. Un’altra evidente anomalia, molto grave per il rispetto della democrazia e di chi è andato a votare, è che un partito può ottenere un numero di voti di gran lunga superiore ad un altro, ma ottenere meno eletti in Parlamento per effetto dell’elezione di un terzo del Parlamento con il sistema maggioritario.

Ne deriva che il PD che con i suoi 5.660.845 ottiene 65 deputati e 36 senatori, la Lega con 2.747.125 ottiene 65 deputati e 29 senatori, ovvero una cifra quasi identica pur avendo ottenuto circa la metà dei voti. Questo effetto vanifica l’impegno di quegli elettori che avrebbero voluto premiare il proprio partito e finisce per avvantaggiare altre formazioni minori. Ciò in virtù della legge attuale che non rispetta il volere dei cittadini nonostante le affermazioni di coloro che dicono di rappresentarci.

Se osserviamo i dati di questa tabella allegata si può notare come un sistema elettorale completamente proporzionale garantirebbe una più equa e democratica ripartizione dei seggi.

Se analizzassimo il risultato sulla base dei voti ottenuti avremmo, al Senato, questa situazione: Centro destra 12.424.259 voti, ossia il 43,37% e 88 senatori; Centro sinistra (compreso M5S e Calenda) 14.039.856 e 98 senatori.

Vorrei tornare ancora sugli assenteisti che hanno raggiunto percentuali rilevanti e sono il primo partito in Italia e in tanti altri Paesi. Se una parte significativa della popolazione non partecipa al voto, non si può affermare che il sistema sia democratico. Occorre trovare un modo per coinvolgerli e un modo potrebbe essere quello di eleggere tra di loro, a sorteggio, i parlamentari corrispondenti alla percentuale di astenuti.

 

 

Mario Turco Liveri

Presidente di Aspit, associazione no profit di dirigenti, professionisti e imprenditori. Dal 2020 è Presidente e Amministratore di SEIRE Srl, società che opera nel settore dei servizi in rete e che possiede una web radio.

LA GUERRA DI CRIMEA DELLE FIGLIE DELLA CARITÀ. NEL 1855 UN GRUPPO DI SUORE PARTÌ DA TORINO PER IL FRONTE.

“Fu una difficile missione in terra straniera e nello svolgersi di una guerra. L’assistenza ai poveri e agli infermi era però la vocazione di queste celebri suore, cui storia affonda le radici nel 1600 a Parigi”.

Una pagina di storia, caduta nell’oblio, viene riproposta da Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano. 

 

Francesco Grignetti

 

Le raccapriccianti immagini della guerra in Ucraina ci riportano con la memoria a un’altra terribile sanguinosa guerra di Crimea. La nostra Crimea. Era il 1855 e il piccolo Regno di Sardegna, sconfitto pochi anni prima dall’Austria nella Prima guerra d’Indipendenza, decideva di entrare nel gioco della grande politica estera. Il re Vittorio Emanuele II di Savoia, su consiglio del suo ministro più fidato, il conte di Cavour, mandava infatti nel Mar Nero un corpo di spedizione al fianco di inglesi e francesi, a sostegno di un traballante impero ottomano contro l’espansionismo russo.

 

A glorificare l’impresa, il re volle anche un’adeguata propaganda. Ecco dunque che fu commissionato al pittore-soldato Gerolamo Induno un quadro epico, La battaglia della Cernaia, per esaltare un fatto d’arme che in Crimea li aveva visti protagonisti. La possente tela di Induno fu esposta nel 1859, in una Milano appena conquistata agli austriaci e vi passò davanti, in deferente silenzio, un’immensa folla infiammata da ideali risorgimentali. Quella di Induno era arte, ma soprattutto un proclama politico. A ben guardare il dipinto, tra soldati, cavalli, cannoni, polvere, spiccano le vesti di due suore che accudiscono un soldato ferito. Portano vesti grigie e una larga cuffia bianca, tipiche all’epoca, delle Figlie della Carità. Ed è evidente che le due suore sono protagoniste della scena quanto i militari. Un omaggio non casuale: simboleggiavano infatti lo sforzo corale di un Paese che aspirava all’unità nazionale e alla modernità, cattolici compresi.

 

La guerra di Crimea del 1855 rappresentò una dura prova per l’armata sardo-piemontese che si misurò alla pari con gli eserciti francese e inglese, e contro il nemico russo. Ma fu ardua anche per le Figlie della Carità. Su indicazione del loro padre spirituale, il beato Marco Antonio Durando, fratello del generale Giovanni Durando, che in Crimea comandò una delle due divisioni sardo-piemontesi, un gruppo di coraggiose sorelle vincenziane aveva infatti lasciato la parrocchia di San Salvario, in quella che era all’epoca la periferia di Torino, capitale del Regno, per occuparsi di sanità militare.

 

«Il Governo – si legge nella storia ufficiale della congregazione – domandò alle Figlie della Carità di seguire il Corpo di spedizione di 15.000 soldati inviati a combattere contro la Russia in Crimea. Suor Cordero, economa provinciale, si offrì per questa missione pericolosa e raggiunse con 70 Suore le rive del Bosforo per curarvi i soldati feriti e soprattutto i colpiti dal colera che faceva strage fra le truppe. Parecchie sorelle vi lasciarono la vita».

 

Fu una decisione non facile. «Nella seduta del Consiglio provinciale del 22 febbraio 1855 – si legge nel libro Florence Nightingale e l’Italia, a cura dell’Ordine delle professioni infermieristiche – fu deciso l’invio di alcune suore. Il Superiore generale, Padre Étienne, presente all’incontro, evidenziò l’importanza della missione e la necessità che la scelta dei soggetti fosse oculata, a motivo del delicato compito affidato che richiedeva riserbo, prudenza, discrezione, capacità di non immischiarsi nella politica. Tutte le suore dovevano essere all’altezza del compito assegnato. Padre Étienne sottolineò l’importanza che le ambulanze avessero una Suor Servente e che un membro del Consiglio provinciale facesse parte della spedizione; chiese di formare un piccolo Consiglio autorizzato a decidere e ad agire secondo lo spirito di Dio in tutte le circostanze impreviste e per le quali non era possibile consultare i superiori».

 

Fu una difficile missione in terra straniera e nello svolgersi di una guerra. L’assistenza ai poveri e agli infermi era però la vocazione di queste celebri suore, cui storia affonda le radici nel 1600 a Parigi. Le vincenziane erano state le prime a uscire dal recinto della clausura e lanciarsi nel mondo. Come ricorda sempre la storia ufficiale della congregazione, «Luisa de Marillac e Vincenzo de’ Paoli fondarono l’innovativa comunità non “religiosa” delle Figlie della Carità. San Vincenzo non volle per loro clausura, non volle voti, abito, grata, parlatorio. Dovevano vivere semplicemente. Non volle cappella. Pretese per loro una casa simile a quella dei poveri».

 

Dalla Francia, le Figlie della Carità nel 1837 erano giunte anche a Torino e lì si prendevano cura dei malati nelle loro case; dal 1839 anche in un proprio ospedale. Quelle che Induno immortalava sulla tela, erano appunto due tra le settantasei Figlie della Carità giunte in Crimea con le truppe, in appoggio a 400 infermieri e 100 medici militari. Vestivano un lungo abito grigio e mantello bianco, e coordinavano principalmente il lavoro degli infermieri maschi negli ospedali agendo come le caposala in un ospedale moderno. Supervisionavano alla distribuzione del cibo, la lavanderia, le cucine, la pulizia e le medicine.

 

Non erano sole, però, le suore piemontesi. Anche i francesi si erano rivolti alle Sorelle della Carità per averle al seguito delle truppe. I russi tentarono di organizzare qualcosa di simile per le loro truppe: «La partenza delle Suore di Carità per il campo – si legge su La Civiltà cattolica (1858) – produsse in Russia un effetto incredibile. Da prima esso destò meraviglia e anche stupore; e siccome non volevasi rimanere al di sotto dei francesi in veruna cosa, così incominciò nei russi il desiderio di sapere che cosa potessero anch’essi fare dal canto loro». Gli inglesi, poi, non potendo contare su suore cattoliche, chiesero aiuto alle Dame di Carità di Londra, le Care of Sick Gentlewomen. Così dall’Inghilterra partì un gruppo di infermiere laiche guidate da Florence Nightingale, che diventerà famosa proprio in questa guerra. Il Times scrisse di lei un celebre articolo, La dama con la lanterna, perché andava per i campi di battaglia a recuperare feriti. Anche per lei ci fu l’apoteosi di un quadro magniloquente, La missione della Carità, opera di Jerry Barrett.

 

Il ruolo della Nightingale nell’innovare la professione infermieristica fu eccezionale. La sua figura di professionista e di donna che avrebbe curato ogni ferito, a prescindere dalla nazionalità, è considerata d’ispirazione per la nascita della Croce Rossa Internazionale, di lì a poco grazie allo svizzero Filippo Dunant. Ma sarebbe ingeneroso cancellare l’esempio che venne innanzitutto dalle suore cattoliche. Nel suo libro Notes of nursing, che divenne un best seller mondiale, Nightingale scriveva delle sorelle piemontesi: «La mia opinione, formata sopra un’esperienza personale, è che la donna italiana è dotata di attitudine speciale all’assistenza degli ammalati. Derivo questa opinione dall’aver veduto all’opera le suore italiane di San Vincenzo de’ Paoli, attaccate alle truppe sarde in Crimea. La superiora delle suore italiane in Crimea è una delle donne più distinte che io abbia mai incontrato nella nostra vocazione».

 

È questo forse il più bell’atto di omaggio verso suor Cordero e le consorelle. È stato ritrovato anche un dispaccio del 17 dicembre 1855, firmato dal generale Durando, che attesta: «Miss Nightingale visitò gli ospedali piemontesi al Bosforo e molto ammirò l’impianto loro. Fu essa nei migliori termini con le suore, delle quali conservò alta considerazione».

 

Si rievocava infine sul quindicinale Le missioni cattoliche (1880) a proposito delle vincenziane francesi: «Negli ospitali e nelle farmacie, dopo i francesi le suore accettano indistintamente gli ammalati di qualunque nazione, e qualsivoglia religione appartengano. Vengono benedette dai turchi, che nutrono per esse il più profondo rispetto e non soffrirebbero che altri loro facesse il benché minimo sfregio. Durante la guerra di Crimea, trenta suore morirono negli ospitali e nelle ambulanze dove avevano cura dei nostri feriti. Eccitarono così grande ammirazione negli inglesi, che da quel momento le autorizzarono a recarsi liberamente nei loro Paesi. La cuffia bianca di san Vincenzo de’ Paoli è la sola divisa che possa circolare impunemente nell’Inghilterra».

 

Finita la guerra, le truppe tornarono in patria. L’impresa era stata sanguinosissima. Più ancora dei proiettili, il colera aveva fatto strage tra i soldati. Le Figlie della Carità rientrarono nel convento-ospedale di Torino, ad occuparsi dei poveri e dei malati. Ma dell’impresa di Crimea non si perse il ricordo. Vi fece cenno il conte di Cavour, in un discorso parlamentare: «La soppressione delle suore di carità sarebbe il massimo degli errori. Io ritengo questa istituzione come una di quelle che maggiormente onorano la religione, il cattolicismo, la stessa civiltà. Io ho vissuto molti anni in Paesi protestanti, ho avuto relazioni con gli uomini più liberali appartenenti a quella religione, e li ho più volte uditi invidiare altamente al cattolicismo l’istituzione delle suore di carità».

 

E anni dopo, nel febbraio 1868, quando il Parlamento italiano discusse nuovamente sull’abolizione delle suore di carità dagli ospedali, insorse l’ex generale La Marmora: «Coloro che le videro in Crimea prestare i loro servigi sui campi di battaglia e negli ospedali, non possono dimenticarsi il coraggio e la perseveranza di queste buone donne, le quali ora esponevano la propria vita per ritirare un ferito dalle linee, ora sacrificavano notti e notti di sonno per vegliare al loro capezzale. Dopo ciò che hanno fatto e che fanno, il cacciare le suore sarebbe una vera ingratitudine».

 

Francesco Grignetti
Giornalista «La Stampa»

 

Fonte: Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano – 3 settembre 2022.

(Si ringrazia il quotidiano ufficioso della Santa Sede per l’autorizzazione concessa alla riproduzione dell’articolo)

RUINI, I CATTOLICI E LA POLITICA. DUE SOLE PUNTUALIZZAZIONI, MA TUTT’E DUE IMPORTANTI.

Il Cardinale ha ragione quando evidenzia la crisi attuale del cattolicesimo democratico, ma di esso non si può parlare come di un appendice insignificante nel panorama dell’area cattolica. Ruini ripropone anche la sua critica alla sinistra dc, perché avrebbe spinto lo scudocrociaato a dimenticare i moderati. Ma questa, perlomeno, è un’accusa ingenerosa.

Leggiamo sempre con molta attenzione e scrupolo i rari interventi del card. Camillo Ruini, già presidente della CEI per lunghi 16 anni. E lo abbiamo fatto anche questa volta. Ci riferiamo alla bella intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Al di là del giudizio sul recente voto politico e sul futuro governo di centro destra, ci sono due elementi – citati ed approfonditi, seppur fugacemente – che meritano una postilla.

Innanzitutto le perplessità che egli avanza sul ruolo dei cattolici democratici nella storia politica e democratica del nostro paese. Dice testualmente il Cardinale alla domanda di Cazzullo se il cattolicesimo democratico abbia esaurito definitivamente la sua spinta, come tempo fa lui stesso asserì, e soprattutto dopo questo voto: “Direi di sì – risponde -. Ma vorrei chiarire un malinteso sorto in quell’occasione: per cattolici democratici intendo un preciso gruppo che ama fregiarsi di quel titolo. Non certo tutti i cattolici, me compreso, che sono in favore della democrazia”.

Ecco, se il Cardinale ha sicuramente ragione quando evidenzia la crisi attuale del cattolicesimo democratico e la sua difficoltà a ritrovare una cittadinanza attiva nella cittadella politica italiana, è altrettanto indubbio che il medesimo cattolicesimo democratico nel nostro paese non può essere ridotto ad una insignificante appendice nel panorama variegato e plurale dell’area cattolica. Ma, al contrario, rappresenta una cultura politica e una tradizione ideale che sono riusciti a giocare un ruolo e una funzione decisivi in molti tornanti cruciali della storia democratica del nostro paese.

In secondo luogo, il cardinal Ruini attribuisce una responsabilità politica precisa alla Dc nel non aver saputo rappresentare i moderati. O meglio, per essere più chiari, il presule rilancia una vecchia critica: “I moderati furono rappresentati dallo scudo crociato. Poi nella Dc sono prevalse le istanze di sinistra. Ma la sinistra aveva già i suoi partiti”. Ora, però, attribuire alla sinistra dc – sia quella “politica” di De Mita, Granelli, Galloni, Martinazzoli, Tina Anselmi e molti altri e quella “sociale” di Carlo Donat-Cattin e Franco Marini – la responsabilità di aver coltivato politiche di sinistra rinunciando, di fatto, a rappresentare le istanze e le domande dei ceti moderati nel nostro paese, è francamente un giudizio forse troppo ingeneroso e poco aderente alla concreta realtà dei fatti. 

La sinistra dc, nel suo complesso, ha svolto un ruolo politico, culturale e programmatico importante e decisivo nel corso degli anni ai fini della conservazione e della salvaguardia della identità del partito e della sua funzione nella società e nella politica del nostro paese. Ed è proprio grazie anche al ruolo e alla funzione concreta della sinistra Dc se quel partito è riuscito per quasi 50 anni a guidare le sorti del nostro paese. Nella conservazione della democrazia, nel progresso sociale e nell’ancoraggio ai valori dell’europeismo e della dottrina sociale della Chiesa. E sempre nel rispetto della laicità dell’azione politica e dell’autonomia dei cattolici impegnati in politica.

LA LITANIA SUL “RITORNO DEL FASCISMO” FINO A QUANTO PUÒ DURARE?

Si corre il rischio che le “svolte illiberali” o le “derive dittatoriali” diventino argomenti che si affrontano a giorni alterni perchè, di fatto, nessuno ne percepisce il pericolo.

Il tema è indubbiamente serio e non si può continuare a ridicolizzarlo per motivazioni puramente e platealmente strumentali. Dopo la netta vittoria politica ed elettorale di Giorgia Meloni e la conseguente affermazione della coalizione di centrodestra, è nuovamente ripartita la solita litania sul possibile “ritorno della minaccia fascista”, sui “rischi per la democrazia”, su potenziali “svolte illiberali” e su una gamma di cianfrusaglie che ormai conosciamo a memoria. Da molti pulpiti giornalistici ed editoriali – per motivazioni puramente ideologiche e di potere, come ovvio e scontato -, dai soliti radical chic della sinistra salottiera, aristocratica e alto borghese partono strali quotidiani contro l’ormai prossimo oscurantismo della nostra democrazia e il vicolo cieco in cui ci stiamo incamminando.

Ora, personalmente provengo dalla tradizione politica e culturale del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Per capirci, dal filone ideale che si riconosceva in uomini come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini. Una tradizione politica popolare e sociale, appunto, che non ha mai avuto particolare dimestichezza con i valori, la politica e la storia della destra italiana.

Detto questo, però, è francamente stucchevole che continui questo noiosissimo dibattito – alimentato per motivazioni squisitamente strumentali se non addirittura grottesche e ridicole – sulla presunta matrice “post fascista” e quindi potenzialmente antidemocratica della nuova vincitrice delle recenti elezioni. E questo lo dico per un semplice motivo. Non c’è cosa peggiore nella dialettica politica concreta che alimentare un pericolo o creare una paura quando le medesime suggestioni non corrispondono a ciò che capita realmente e tangibilmente nelle dinamiche stesse della società in cui si vive quotidianamente. È appena sufficiente ascoltare, seppur distrattamente, i simpatici soloni di molti talk televisivi o leggere, seppur distrattamente, i loro editoriali per rendersi conto concretamente la distanza siderale tra ciò che caratterizza i bisogni, le istanze, i drammi e le domande dei cittadini italiani e l’elaborazione e le “sentenze” di opinionisti e commentatori che affrontano temi che sono e restano estranei per la stragrande maggioranza dei cittadini e della stessa pubblica opinione. 

Del resto, cosa significano concretamente la “svolta illiberale”, “la deriva autoritaria”, la “compressione dei diritti e della libertà di pensiero” e “la minaccia di ridurre la democrazia” nella società contemporanea con un governo di centro destra? Francamente nulla, almeno a prova contraria. Sono asserzioni, convincimenti ed opinioni legati a cliché ideologici e a dogmi di un passato triste e storicizzato che non appartengono al dibattito politico contemporaneo, se non per motivazioni dettate solo ed esclusivamente da ragioni propagandistiche e demagogiche.

Certo, nessuno ridimensiona il rischio di una “deriva autoritaria” o le ragioni di una “crisi della democrazia”. E i primi che lo fanno sono proprio quelli che provengono da una cristallina e riconosciuta cultura democratica e liberale. Purchè questi rischi ci siano:  quando vengono inventati a tavolino si rischia di fare la fine del segretario del Pd Letta che alimenta i rischi di un “allarme democratico” a giorni alterni per arrivare poi alla conclusione, a fine campagna elettorale, che “l’allarme democratico” è sostanzialmente scomparso dall’agenda della stessa propaganda del partito. Un flop comunicativo e una caduta di stile a livello politico che poi sono stati puntualmente pagati nelle urne proprio dal partito che le alimentava politicamente, cioè il Partito democratico a guida Letta.

Ecco perchè quando si alimentano paure che non esistono, rischi che non sono percepibili neanche all’orizzonte e tentazioni che non hanno cittadinanza nel tessuto culturale del paese, non si può che incamminarsi in un vicolo cieco. Forse è opportuno che quando si affrontano temi delicati che attengono al profilo, all’identità e alla natura della nostra democrazia, si capiscano sino in fondo anche le dinamiche concrete che caratterizzano la nostra società contemporanea. Altrimenti si corre il rischio che le “svolte illiberali” o le “derive dittatoriali” diventino argomenti che si affrontano a giorni alterni perchè, di fatto, nessuno ne percepisce il pericolo. Con la speranza, al contempo, che tutti dimentichino in fretta chi le ha alimentate goffamente ed irresponsabilmente.

 

ASTENSIONISMO E DESTRA I VERI VINCITORI. E ORA, CHE FARANNO LE OPPOSIZIONI? IL PD È A UN BIVIO.

La riflessione che si deve aprire all’interno del centrosinistra, e del Partito Democratico in particolare, dovrà essere profonda e vera. Sarà essenziale capire se si potrà continuare a parlare di centrosinistra o se ci si dovrà rassegnare ad andare in ordine sparso, creando un evidente vantaggio per il centrodestra.

Il voto politico di domenica segna una inequivocabile svolta a destra del Paese, peraltro abbondantemente annunciata e prevista, con ripercussioni che per il momento non è possibile prevedere con esattezza. La reazione pacata della Meloni ci dice che anche in lei c’è la preoccupazione per una situazione che potrebbe complicarsi nei prossimi mesi a causa di una complessa congiuntura politica ed economica.

Non va altresì sottovalutato il dato che segnala l’assenza dalle urne di un abbondante 35% di elettori; un forte astensionismo che lede fortemente la rappresentatività di tutti gli eletti, anche degli appartenenti allo schieramento vincente. Con queste percentuali le forze politiche si trovano infatti a rappresentare poco più della metà della totalità dei cittadini. C’è una fetta crescente di popolazione che non cerca più nella politica e nelle istituzioni una risposta ai propri problemi quotidiani e questa è una oggettiva difficoltà per la nostra democrazia nel suo complesso.

Chi da domani avrà l’onore e l’onere di governare il Paese dovrà fare i conti con un dissenso e con una sfiducia di fondo che prescinderanno dal merito delle scelte fatte; e anche questa, alla lunga, non è una buona notizia per la tenuta del nostro sistema democratico. È necessario ritrovare delle modalità di comunicazione con la società e con i corpi intermedi, sapendo che viviamo in un’epoca di semplificazione nella quale non c’è spazio per i messaggi complessi ed articolati che aspirano a dare risposte a tutti. Oggi passa il messaggio che non richiede una decodifica e che non impegna l’interlocutore a fare approfondimenti. Lo slogan o la “parola d’ordine” sono meno impegnativi e quindi molto più efficaci. 

Molto più facile e conveniente evocare i blocchi navali anziché parlare di regolazione dei flussi migratori e di integrazione; peccato se poi non sono attuabili, l’importante è vincere le elezioni! Molto più facile e conveniente sventolare la bandiera del reddito di cittadinanza, anziché fare un ragionamento sulla possibilità di migliorare le reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro; peccato se poi il meccanismo non produce i risultati sperati, l’importante è vincere le elezioni!

Per la comunicazione può andare bene anche così. Ma l’attività politica e di governo che segue è invece molto più complessa e non sempre semplificabile a proprio piacimento. La riflessione che si deve aprire all’interno del centrosinistra e del Partito Democratico in particolare dovrà essere profonda e vera. Sarà essenziale capire se si potrà continuare a parlare di centrosinistra o se ci si dovrà rassegnare ad andare in ordine sparso, creando un evidente vantaggio per il centrodestra; bisognerà capirlo anche per definire meglio l’area democratica e riformista che si dovrà riorganizzare in vista dei prossimi appuntamenti politici ed elettorali.

E SE IL PROBLEMA DIVENTASSE L’ASIA CENTRALE? 

L’invasione dell’Ucraina ha portato a Putin più guai che vantaggi. Ora, il tramonto del sogno di ricostituire uno “spazio russo” in Asia, a tutto vantaggio della Cina, che in questi ultimi giorni prende le distanze dal leader russo, non è qualcosa di  fantasioso.

Spesso da queste pagine abbiamo seguito il dramma ucraino dovuto all’invasione russa. Abbiamo segretamente sentito un piccolo sentimento di felicità per la liberazione di alcune città e siamo rimasti a guardare come il Cremlino stesse lapidando le sue sicurezze di super potenza agli occhi degli occidentali.

Ma da osservatori lontani non abbiamo rivolto spesso il nostro sguardo ai popoli dell’Asia Centrale che per primo hanno registrato le debolezze russe. Abbiamo assistito increduli all’Azerbaigian, che scatena le proprie artiglierie contro l’Armenia. E abbiamo visto come la Russia capofila dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) abbia lasciato sola l’Armenia che ospita sul proprio territorio due basi militari delle Forze armate russe.

Un chiaro segnale di un’esilità mentale del Cremlino che ha portato il 15 e 16 settembre i presidenti di  Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan a mantenere, durante il vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), un atteggiamento molto freddo nei confronti di Putin. Secondo gli esperti, non solo i funzionari dell’Asia centrale sono preoccupati per il precedente stabilito dall’attacco di Mosca a un paese ex sovietico, ma stanno anche usando l’influenza in declino della Russia per riorientare le loro economie. 

Uno dei casi più eclatanti è quello del presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev che ha respinto gli appelli russi a riconoscere i separatisti filo-mosca dell’Ucraina orientale a giugno e che in seguito durante i finti referendum, ha dichiarato: L’integrità territoriale degli stati deve essere incrollabile. Questo è un principio chiave”, Sempre Tokayev, in queste ore di difficoltà con l’arruolamento, ha detto che: “Il Kazakistan garantirà la cura e la sicurezza dei russi in fuga da una situazione senza speranza”. “Recentemente vi sono state  molte persone russe  che sono venute qui, la maggior parte di loro è costretta ad andarsene a causa della situazione disperata. Dobbiamo prenderci cura di loro e garantire la loro sicurezza”.

Secondo il ministero dell’Interno del Kazakistan, circa 98.000 russi sono entrati nel Paese da quando è stata annunciata la mobilitazione il 21 settembre, mentre poco più di 64.000 se ne sono andati, secondo l’agenzia di stampa RIA Novosti. Comunque molti. Inoltre le banche kazake, kirghise e uzbeke questa settimana hanno sospeso il sistema di pagamento russo Mir, che Mosca propone come alternativa a Visa e Mastercard. Debacle russa che viene confermata anche dai dati commerciali.

Secondo Bloomberg , la più grande economia dell’UE, la Germania, ha incrementato il commercio con il Kazakistan dell’80% nella prima metà del 2022 e del 111% con l’Uzbekistan. “Il Kazakistan sta gradualmente iniziando ad allontanarsi dalla Russia”, ha affermato Venediktov. L’Uzbekistan, la seconda economia dell’Asia centrale, ha firmato alla SCO accordi commerciali e di investimento per un valore di 15 miliardi di dollari con la Cina. Allo stesso tempo, la regione ha ampiamente rispettato le sanzioni occidentali imposte alla Russia per il suo attacco all’Ucraina. 

Quindi è logico affermare che l’invasione ha portato a Putin più guai che vantaggi e non solo con l’occidente. Infatti il possibile tramonto del sogno di ricostituire uno “spazio russo” in Asia, a tutto vantaggio della Cina, che in questi ultimi giorni prende le distanze dal leader russo, non è qualcosa di fantasioso. Tant’è vero che a settembre  è iniziata la costruzione della grande linea ferroviaria Pechino-Biškek-Taškent, per una spesa di oltre 8 miliardi di dollari e una lunghezza di 4.380 chilometri.

CARD. ZUPPI, “COMINCIARE DAI PIÙ DEBOLI E MENO GARANTITI. PREOCCUPAZIONE PER L’ASTENSIONISMO”.

“La Chiesa non farà mancare il suo contributo, dice il Presidente della CEI, per la promozione di una società più giusta e inclusiva”. Sembra, con il garbo che circonda il discorso di un alto prelato, il monito preventivo a riguardo di una destra non incline a politiche di solidarietà.

 

“Agli eletti chiediamo di svolgere il loro mandato come ‘un’alta esponsabilità’, al servizio di tutti, a cominciare dai più deboli e meno garantiti”. Lo dichiara il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, dopo le elezioni politiche di domenica 25 settembre 2022. 

 

Richiamando l’appello del Consiglio episcopale permanente diffuso alla vigilia dell’appuntamento elettorale, il cardinale ricorda che “l’agenda dei problemi del nostro Paese è fitta: le povertà in aumento costante e preoccupante, l’inverno demografico, la protezione degli anziani, i divari tra i territori, la transizione ecologica e la crisi energetica, la difesa dei posti di lavoro, soprattutto per i giovani, l’accoglienza, la tutela, la promozione e l’integrazione dei migranti, il superamento delle lungaggini burocratiche, le riforme dell’espressione democratica dello Stato e della legge elettorale”. 

 

“Sono alcune delle sfide che il Paese è chiamato ad affrontare fin da subito”, precisa il presidente della Cei: “Senza dimenticare che la guerra in corso e le sue pesanti conseguenze richiedono un impegno di tutti e in piena sintonia con l’Europa”. Quindi la “preoccupazione” per il crescente astensionismo che ha raggiunto livelli mai visti in passato: “È il sintomo di un disagio che non può essere archiviato con superficialità e che deve invece essere ascoltato”. 

 

La Chiesa, conclude Zuppi sulla scorta del documento, “continuerà a indicare, con severità se occorre, il bene comune e non l’interesse personale, la difesa dei diritti inviolabili della persona e della comunità”. “Da parte sua, nel rispetto delle dinamiche democratiche e nella distinzione dei ruoli, non farà mancare il proprio contributo per la promozione di una società più giusta e inclusiva”, conclude il presidente della Cei.

RIGENERARE LA DEMOCRAZIA. CONVEGNO A NOVEMBRE DELLA RETE DEI CATTOLICI DEMOCRATICI.

La rete dei cattolici democratici C3Dem (Costituzione, Concilio, Cittadinanza) intende promuovere, il prossimo 26 novembre, un convegno sul futuro della democrazia. In vista dell’appuntamento, la redazione di c3dem.it provvede a mettere in rete i vari contributi dei partecipanti. Di seguito riportiamo la nota (“Democrazia e governo del popolo”) del prof. Prenna, autore di un recente saggio dal titolo Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco, edizioni Il Mulino.

  1. Una rete di cattolici democratici, che voglia proporre una riflessione pubblica sullo stato attuale in cui versa la nostra democrazia, non può non partire dalla cultura politica alla quale si ispira, cioè il cattolicesimo democratico.

 

  1. Dunque, oggetto del convegno dovrebbe essere: in che modo questa cultura politica, che noi riteniamo dotata di un potenziale di attualità, può contribuire a rigenerare la democrazia, nella convinzione che, oggi, la “questione cattolica” non è più la rivendicazione di spazi o la ricerca di visibilità, ma si identifica con la “questione democratica”, cioè con il processo di compimento della democrazia e, per i cattolici, di piena riconciliazione con la modernità, di cui la democrazia è la forma politica.

 

  1. La democrazia è, per definizione, “governo del popolo”. Perciò, rigenerare la democrazia vorrà dire “ricostruire il popolo”! “Costruire il popolo” è espressione cara a papa Francesco, che ha anche tracciato i sentieri che la politica dovrebbe percorrere, esercitando la sua arte di costruire la città,nella responsabile consapevolezza che la città si costruisce, costruendo un popolo!

 

  1. L’obiettivo di un siffatto progetto è “tornare al popolo”, favorendo la saldatura di quelle che la Gaudium et spes chiama “comunità civile” e “comunità politica” e concepisce questa in funzione di quella.

 

  1. “Ricostruire il popolo” vuol dire anche restituirlo alla sua sovranità, sottraendolo alla tentazione del sovranismo, secondo un progetto popolare, non populista.

 

  1. Che la politica sia lontana dal popolo e il popolo suggestionato dall’antipolitica è davanti agli occhi di tutti. Basti ricordare che il primo “partito”, in Italia, è l’astensionismo, fenomeno che restringe la platea decisionale e favorisce la formazione di gruppi elitari e oligarchici.

 

  1. Concretamente, noi riteniamo che la rigenerazione della democrazia o ricostruzione del popolo passi attraverso: le riforme istituzionali, in particolare della legge elettorale e dei partiti; la formazione, cioè l’educazione alla e della democrazia.

 

  1. Un passaggio necessario che la rete deve affrontare è il confronto con i partiti e, in particolare. col Partito democratico, nel cui progetto originario confluì, come componente strutturale, la tradizione del cattolicesimo democratico.

 

  1. L’educazione democratica o popolare può costituire l’ambito di impegno dell’associazionismo politico e, per la rete, può diventare l’espressione del proprio compito informativo.

 

Lino Prenna, coordinatore di Agire Politicamente

IL TERZO POLO E IL BARDO DI ASTERIX. LA LEZIONE DEL 25 SETTEMBRE. UNA CRITICA ALLA PROPOSTA DI CALENDA 

L’operazione tutta ideologica di rappresentazione delle forze moderate e responsabili, veicolata attraverso la coalizione di liste fatta da Italia Viva-Azione (due forze politiche che nel nome vorrebbero rappresentare il “fare” nella politica) è stata letta dall’elettorato come una battaglia ideologica.

 

Mentre sulle tv seguo le conferenze stampa, mi viene in mente il Bardo di Asterix quando parla Calenda. Questa competizione elettorale ci insegna qualcosa, in modo netto e forse pure brutale, ma certamente chiaro: l’offerta politica dev’essere chiara e orientata ai contenuti e non ai posizionamenti politici delle forze politiche. 

 

Le forze politiche che hanno rappresentato i propri avversari come nemici sul piano ideologico assurgendo esse stesse come baluardo sono state “punite” dalle urne dal voto o ancor meglio dal “non-voto”. Significa che altri due milioni di persone non hanno trovato rappresentazione oppure non l’hanno neanche più cercata. 

 

L’operazione tutta ideologica di rappresentazione delle forze moderate e responsabili, veicolata attraverso la coalizione di liste fatta da Italia Viva-Azione (due forze politiche che nel nome vorrebbero rappresentare il “fare” nella politica) è stata letta dall’elettorato come andava letta: una battaglia ideologica, quasi un fronte di uomini probi, argine contro la marea avanzante (l’ignoto fa sempre paura), che andava rafforzato con il voto degli italiani. I quali, però non parlano e non intendono più questo linguaggio, come se ora noi pur comprendendo le parole usate da un poeta medioevale ne perdessimo inevitabilmente il senso perché non contemporaneo. 

 

Allo stesso modo, questa modalità di rappresentazione non ha parlato un linguaggio contemporaneo all’elettorato ma il suo “medioevale” della contrapposizione ideologica. Chi parla un linguaggio desueto è condannato all’indifferenza degli altri perché la sua contemporaneità non è più contemporanea e oltre ai naturali “aficionados” debba annoverare tra i suoi solo pochi curiosi o distratti passanti.  

 

Così la sperimentazione detta “Terzo Polo” nel pur lodevole tentativo di sparigliare una competizione a due già definita e giocare il ruolo del “terzo incomodo”, abbia di fatto giocato il ruolo di quello che non è mai entrato nella partita vera, nell’indifferenza degli elettori, che come spettatori sugli spalti hanno tifato e premiato il contendente che hanno ritenuto loro più vicino, non necessariamente quello che le ha “date di più” per restare nella metafora degli stadi. Un po’ tristemente come il bardo Assurancetourix della Serie Asterix, condannato a cantare il suo poema sull’albero, mentre a terra i Galli festeggiano l’ennesima vittoria sui Romani.

TOKYO: I FUNERALI DI STATO PER ABE TRA ONORI E PROTESTE.

Nonostante le contestazioni delle ultime settimane,  ieri prima dell’apertura dei cancelli c’era già una coda di persone lunga 600 metri per dare l’ultimo saluto all’ex premier ucciso a luglio. L’omaggio di Kishida. Circa 4.300 gli invitati di cui 700 provenienti dall’estero. Le esequie sono costate ai contribuenti 11 milioni di dollari.

Guido Alberto Casanova

In un’atmosfera tesa dalle moltissime polemiche che hanno infiammato le ultime settimane, nel pomeriggio [di ieri, ndr] di Tokyo si è tenuto il tanto atteso funerale di Stato per l’ex premier Shinzo Abe, assassinato lo scorso luglio durante gli ultimi giorni della campagna elettorale. La cerimonia ha avuto luogo all’arena Nippon Budokan della capitale, con la partecipazione di 4.300 invitati di cui 700 provenienti dall’estero: tra questi Kamala Harris, Narendra Modi, Matteo Renzi, Nicolas Sarkozy e il presidente del comitato olimpico Thomas Bach. Si tratta del primo funerale di Stato tenutosi in Giappone dal 1967.

L’attuale premier Fumio Kishida, compagno di partito di lunga data di Abe, ha pronunciato un discorso molto toccante: “È uno dei traguardi di cui vado più fiero nella mia vita quello di aver avuto il privilegio di aver fatto parte del tuo governo, come ministro degli Affari esteri e come tuo stretto amico” ha detto Kishida rivolgendosi all’urna delle ceneri di Abe. Dopo di lui hanno reso omaggio altri esponenti del governo giapponese e i dignitari stranieri. L’imperatore, che per neutralità politica non era presente, ha comunque mandato un proprio messaggio.

Nonostante le esequie di Stato, il governo giapponese non ha imposto la giornata di lutto nazionale, permettendo alle attività private e pubbliche di continuare indisturbate. Per molti cittadini giapponesi infatti la figura di Abe rimane estremamente controversa. Lo stesso funerale, costato ai contribuenti circa 11 milioni di dollari, ha diviso il Paese tra una maggioranza di contrari e una minoranza di favorevoli.

Per settimane nelle strade dei quartieri governativi di Tokyo si sono svolte manifestazioni di protesta (anche numericamente significative per il Giappone) per chiedere la cancellazione dei funerali. Secondo i presenti, la scelta di onorare Abe con un funerale di Stato evidenzia l’indebolimento della democrazia giapponese dal momento che il governo ha preso questa decisione senza consultare il parlamento o la volontà popolare. Appena una settimana fa un uomo ha tentato di suicidarsi dandosi fuoco per protesta vicino all’ufficio del primo ministro.

Oltre ai contestatori, però, ieri a Tokyo erano presenti anche moltissimi giapponesi che hanno voluto esprimere il proprio cordoglio per la scomparsa dell’ex premier. Nel parco a fianco all’arena le autorità hanno organizzato un piccolo altare commemorativo dove i cittadini potessero depositare un mazzo di fiori. All’orario di apertura dei cancelli c’era già una coda di persone lunga 600 metri. Molte le motivazioni che hanno spinto i giapponesi a venire a onorare l’ex premier: intervistati dal Nikkei Asia, alcuni dei presenti hanno detto di approvare la volontà di Abe di rafforzare la difesa del Paese e proteggere il Giappone. Altri invece hanno espresso soddisfazione per i risultati raggiunti da Abenomics, che avrebbe ravvivato l’economia e diminuito la disoccupazione.

BISOGNA TORNARE A PENSARE. I CATTOLICI DEMOCRATICI NON POSSONO SOTTRARSI A UNA FUNZIONE DI STIMOLO.

Per la prima volta gli eredi del MSI, un partito legato alla tradizione fascista, prendono in mano le redini del potere. È un dato politico che rivela l’usura dello spirito democratico. Sono stati fatti molti errori. Dice De Rita che gli “uomini dello spirito” hanno il dovere di ritessere un disegno d’insieme della società e dello Stato. La crisi del Pd esige questo invito alla riflessione “alta”. 

Con la vittoria della Destra bisogna fare i conti sul serio. Ciò riguarda gli stessi cattolici democratici, chiamati a riflettere sulle ragioni e le difficoltà della politica. Siamo giunti, infatti, a un punto critico della vicenda democratica del Paese: un terzo degli elettori non si è recato alle urne. Basta questo a evidenziare lo smottamento delle tradizionali basi di consenso. Per la prima volta gli eredi del MSI, un partito legato alla tradizione fascista, prendono in mano le redini del potere (complice una legge elettorale a impianto maggioritario). I riformisti, dal canto loro, hanno dato prova di un grande malessere, con il Pd incapace di tenere la barra: a parole si è lodato l’operato di Draghi, nei fatti si è subito dematerializzato il contenuto più vero della sua azione di governo. 

Con l’eccezione di Calenda, è sembrato ai più conveniente ridurre la solidarietà nazionale a una parentesi da chiudere in fretta. Anche questo ha finito per mettere in moto la giostra di un’alleanza a misura di tutti gli equivoci, come se la Destra avesse l’impunità per accreditarsi secondo parametri di coerenza malgrado la divisione, negli ultimi diciotto mesi, tra partiti di governo (Lega e Forza Italia) e di opposizione (Fratelli d’Italia). Un’alleanza, poi, che sorvola persino sul fatto che la Meloni non ha votato per la rielezione di Mattarella e considera, stando alle battute di fine campagna elettorale, una questione di maggioranza il passaggio a un sistema presidenziale. Ciò nondimeno, per lungo tratto, a sinistra si è giocato alla rappresentazione del bipolarismo maturo, anche inscenando carezzevoli attenzioni nei dialoghi pubblici con la Meloni.

Ora, la crisi del Pd s’inscrive in questa generale mancanza di rigore, anche minimo. Sostiene De Rita, molto lucido nel cogliere le ragioni profonde della crisi, che “è mancata la cultura politica, come la cultura religiosa”.  Che fare, allora? Aggiunge, sempre lui, nell’intervista di domenica scorsa ad Avvenire: “Come diceva Paolo VI, occorre tornare a pensare. Disse, a conclusione del Concilio, rivolgendosi «agli uomini di pensiero e di scienza» […]: «I vostri sentieri non sono mai estranei ai nostri. Noi siamo gli amici della vostra vocazione di ricercatori, gli alleati delle vostre fatiche, gli ammiratori delle vostre conquiste». Invece si continua a parlare di singoli diritti, al buio, in maniera astratta”. E dunque conclude così: “È chiaro che gli uomini dello “spirito”, ossia gli uomini di fede e gli uomini della politica dovranno riprendere in mano, insieme, una capacità di progettualità, di composizione degli interessi […]. Ma occorre che quelli che hanno una capacità progettuale, tornino ad applicarsi oltre i tanti particolarismi, allo sviluppo d’insieme, in una nuova alleanza – che io definisco “dello spirito” – fra fede e cultura”. 

Sono parole che meritano particolare attenzione. C’è materia per obbligare le culture del riformismo a fuoriuscire dalle loro frammentate e impoverite verità. Dentro il Pd, o anche ai suoi lati, i cattolici democratici devono adempiere a questa funzione di stimolo, evitando di accrescere la quota dei tanti “particolarismi” che frenano l’azione della politica democratica, ingolfandola di motivazioni scoordinate ed eccentriche, senza un disegno organico. Chi ha coscienza e memoria del contributo offerto dal “popolarismo”, ha qualche titolo per invitare al recupero di un “legame di popolo” che viva nel sentimento e nel concetto di un nuovo umanesimo democratico. In alternativa alla Destra.

NELLE MANI DI GIORGIA. DOVE VA IL PAESE? DA OGGI SI APRE UNA NUOVA FASE PER I DEMOCRATICI DI MATRICE CRISTIANA.

La vittoria della Destra deve indurre ognuno di noi a una riflessione severa. Si può rilanciare, per quanto ci riguarda, un progetto politico di ispirazione cristiana? Il nostro compito l’abbiamo svolto nella lunga stagione della diaspora che, con questo voto, è giunta al suo epilogo. Molto, se non tutto, è stato sbagliato e tutto è da rifare. 

 

 

L’Italia vira a destra e ha deciso di mettersi nelle mani di Giorgia Meloni. Gli elettori italiani, con una partecipazione al voto, seppure quella peggiore alle elezioni politiche ( 64%), è risultata  superiore a quella prevista, bocciano Draghi e scelgono la destra, affidando il governo alla leader più estremista della storia nazionale dopo Benito Mussolini. Vince, infatti, il partito di estrema destra e quello della protesta a corrente alternata di Conte; escono sconfitti pesantemente PD e Lega, col terzo polo che non sfonda. Anche Forza Italia sconta le perdita d’appeal del Cavaliere, finendo con l’assumere il volto della fotocopia della Lega in netto calo di consensi. Fallimentare l’investimento di Tabacci su Di Maio, che termina la sua corsa parlamentare insieme ai fedelissimi che l’hanno seguito nella scissione del movimento grillino e di Forza Italia. 

 

Ha nettamente prevalso il voto di protesta contro la lunga stagione del PD al governo e contro le scelte dello stesso Draghi, che gli elettori hanno considerato una criticità anziché una risorsa.

 

Cambia pelle il centro destra italiano che, dalla guida del Cavaliere prima e di Salvini per una breve stagione poi, diventa a tutti gli effetti la destra a egemonia della “ sora Giorgia”, non a caso immediatamente acclamata dagli euroscettici ungheresi di Orban e dal partito spagnolo dell’estrema destra. Con la vittoria della destra anche in Svezia, cambia profondamente la composizione del Consiglio europeo, sin qui basato sull’asse competitivo-collaborativo popolari-socialisti.

 

Si apre una stagione completamente nuova e diversa della politica italiana, in attesa delle reazioni dei nostri alleati euro atlantici e dei mercati finanziari, termometri sensibilissimi e influenti nell’età della supremazia della finanza sull’economia reale, sulla politica e sui suoi esponenti più rilevanti. Molto dipenderà dalla formazione del nuovo governo e dalle principali scelte che lo stesso assumerà verso l’Unione europea e nei rapporti con gli USA e la NATO. Assai pesanti sono i problemi che la destra di governo dovrà immediatamente affrontare: debito pubblico, pensioni, fisco e concorrenza, sono le questioni più urgenti alle quali sono collegati i fondi previsti dal PNRR, la cui disponibilità è nelle mani dell’esecutivo europeo.  Ad essi si aggiungono la posizione dell’Italia sulla guerra di invasione russa all’Ucraina, l’inflazione, la crisi energetica e quella di tante piccole e medie industrie italiane. Tutti fattori che annunciano un autunno caldissimo per l’occupazione e la stessa tenuta del sistema sociale. Alla Meloni, futura leader di governo, spetterà trovare soluzioni coerenti e compatibili dopo le strambate più volte espresse da Salvini, leader azzoppato di una Lega il cui elettorato si è trasferito in gran numero a Fratelli d’Italia, specie nelle realtà regionali del suo più importante insediamento al Nord del Paese. Toccherà a Lei decidere se restare coerente alle precedenti ondivaghe dichiarazioni o prendere atto del realismo che la guida di governo comporterà. Il Sud ha scelto la strada dell’assistenzialismo assicurato e ha votato Conte e il M5S, terzo partito italiano col suo leader, avvocato d’ufficio del reddito di cittadinanza, che brandirà come una clava contro ogni tentativo di modifica e/o di annullamento.

 

La sinistra, e il PD in particolare, paga la lunga stagione di permanenza al governo, senza più identità e l’incapacità di costruire un’alleanza forte che, visti i risultati, avrebbe potuto meglio sostenere il confronto con la destra. Si apre nel partito il congresso che deciderà la leadership nella nuova fase di principale partito di opposizione.

 

Il Terzo Polo non è riuscito a sfondare, ma, in ogni caso, penso sia anche con loro che DC e Popolari dovranno tentare di ricomporre il centro nuovo della politica italiana. Un centro, oggi scomparso dopo il voto di ieri. Il velleitario tentativo di Calenda di presentarsi come l’erede della nobile storia del partito d’azione, ha confermato che quella cultura politica era e rimane un elemento minoritario ed elitario della politica italiana.

 

Noi DC e Popolari, privati del nostro simbolo e di candidati di nostra diretta rappresentanza, eravamo liberi di votare secondo scienza e coscienza, per cui nello scontro destra-sinistra, è mancato l’apporto della componente cattolico democratica e cristiano sociale che ha svolto un ruolo decisivo in molti momenti decisivi della lunga storia nazionale e repubblicana in particolare. Quanti dell’area cattolico moderata, e sono stati molti, hanno scelto di votare a destra dovranno sperimentare l’aforisma di un grande leader della DC cilena di Rodomiro Tomic, Gabriel Valdés: “Se vinci con la destra, è la destra che vince”.

 

Anche quelli fra di noi, come l’amico Cuffaro, che, alle regionali siciliane, ha deciso di cambiare alleanza, passando dal terzo polo a destra, se, da un lato, porterà alcuni suoi fidati amici nel consiglio regionale, dall’altro  verificherà che, a destra, non ci sarà prospettiva strategica per la DC. Una seria riflessione si imporrà anche al nostro interno, squassato da divisioni che, soprattutto, nelle elezioni siciliane, sono state particolarmente forti. Una cosa è certa: da soli non siamo riusciti nemmeno a presentare una nostra lista, e continuando così non avremo futuro. La ricomposizione della nostra area sociale, culturale e politica, sarà un’opera di grande impegno e di lungo tempo, da avviarsi a partire da un progetto di formazione pre politico che compete a quanti, dopo di noi della quarta e ultima generazione democratico cristiana, intendono battersi per un progetto di ispirazione popolare in grado di saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari.

 

Noi il nostro compito l’abbiamo svolto nella lunga stagione della diaspora che, con questo voto, è giunta al suo epilogo. Molto, se non tutto, è stato sbagliato e tutto è da rifare. Mondo cattolico nella sua multiforme espressione, categorie sociali di ispirazione cattolica, movimenti e gruppi di area, dovranno ricostruire dal basso l’unità possibile che è drammaticamente mancata per questo ennesimo appuntamento politico.

 

È tempo di concordare un progetto politico fondato sui valori e i principi della dottrina sociale cristiana, come nella migliore storia dei Popolari sturziani prima e del democratici cristiani per oltre quarant’anni di egemonia nella politica italiana. Le risorse dottrinali non ci mancano, se, rileggendo le ultime encicliche sociali della Chiesa, ci si impegnerà a proporne le concrete traduzioni nella “ città dell’uomo” di oggi. Dopo, solo dopo, si porrà la questione del progetto organizzativo per l’unità possibile, che, inseguita per quasi vent’anni (1993-2022) col voto di ieri si è dimostrato errato e drammaticamente fallito.

SI RIPARTE ANCHE DAL CENTRO

Si tratta di una scommessa politica – quella del centro – che adesso va rafforzata e affinata. Un lavoro impegnativo, a cominciare dalla cultura cattolico popolare e cattolico sociale che in questi ultimi anni è stata sostanzialmente sacrificata sull’altare di un bipolarismo bislacco e maldestro.

Il risultato ottenuto dal cosiddetto “terzo polo” è positivo ed incoraggiante ai fini del rilancio della cultura e della “politica di centro” nel nostro paese. Uno spazio politico che era quasi del tutto scomparso in questi lunghi anni dominati da un “bipolarismo selvaggio” e che aveva come principale se non esclusivo obiettivo quello di radicalizzare il conflitto politico da un lato e, di conseguenza, annientare/distruggere il nemico politico dall’altro. Una modalità che adesso è stata pagata in modo molto salato dalla sinistra e dal suo principale partito di riferimento, e cioè il Partito democratico. Del resto, la disastrosa gestione politica della segreteria Letta era sotto gli occhi di tutti da tempo. L’incapacità di costruire una coalizione, un approccio – come noto – dettato dal rancore politico e dalla vendetta personale e, soprattutto uno sbandamento pauroso sul progetto, sulla identità e sulla prospettiva futura del partito, non poteva che portare ad un epilogo politicamente fallimentare. E così è stato. Altrochè il Pd come partito di “centro sinistra”.

Sul versante del centro destra è ormai abbastanza consolidata la tesi che si tratta di una coalizione, del tutto legittimamente, di destra. Al netto della bravura e delle stesse capacità politiche di Giorgia Meloni che ha saputo trascinare un partito residuale dal 4% ad oltre il 26% in appena 4 anni. E la stessa parabola di Forza Italia, com’è evidente a tutti e senza alcuna polemica, si avvia al suo lento ma irreversibile declino politico ed elettorale.

In un contesto del genere è ovvio che una forza di “Centro” riformista, innovativa, democratica e di governo ha uno spazio politico forte e significativo. Certo, si tratta di una scommessa politica che adesso va rafforzata e affinata. E dopo un risultato elettorale così significativo – anche e soprattutto in molte regioni del Nord, a cominciare dal Piemonte con punte del 10-11% – lo spazio politico del centro adesso può realmente decollare. Si tratta di uno spazio politico che non potrà che essere culturalmente plurale dove la presenza delle tradizionali e sempre moderne e contemporanee culture politiche di matrice riformista e costituzionale dovrà essere incisiva e visibile. A cominciare dalla cultura cattolico popolare e cattolico sociale che in questi ultimi anni è stata sostanzialmente sacrificata sull’altare di un bipolarismo bislacco e maldestro. Una cultura che proprio nel futuro cantiere del “centro” può ritrovare la sua casa politica di riferimento attraverso un percorso culturale, politico e programmatico definito e comprensibile. Del resto, parliamo di una tradizione culturale che proprio con una attenta ed intelligente “politica di centro” può ritrovare le ragioni per una rinnovata presenza nello scenario pubblico italiano. Com’è stato per moltissimi anni, e non solo durante la straordinaria ed originale esperienza politica, culturale e di governo interpretata dalla Democrazia Cristiana e poi dal Partito Popolare Italiano e dalla Margherita. 

Questo voto politico ha confermato anche che esiste una classe dirigente disseminata in tutto il paese e che dev’essere valorizzata e promossa sempre più a ruoli politici importanti e qualificanti. Certo, poi abbiamo i leader di questo nuovo partito. E cioè Matteo Renzi e Carlo Calenda. E con loro molti uomini e donne che possono ambire a svolgere un ruolo decisivo e determinante per la costruzione di questo nuovo e rinnovato progetto politico e di governo. A cominciare dalle Ministre Elena Bonetti, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini.

Partire da un piedistallo dell’8% circa dei consensi degli italiani significa dar voce ad una fetta consistente della pubblica opinione degli italiani che non si riconoscevano più in questo bipolarismo bislacco e che adesso chiedono a gran voce una nuova rappresentanza politica da un lato e un progetto politico che sia in grado, soprattutto, di parlare a moltissimi altri italiani dall’altro. Perchè il futuro partito di centro non può non allargarsi e contemplare al suo interno altre tradizioni, altri mondi vitali e altri interessi sociali, culturali e professionali.

Per questi motivi adesso, accanto all’opposizione ad un futuro governo di destra e senza alcuna polemica, al contempo, di natura ideologica o tardo novecentesca come quella praticata e urlata dal Partito democratico, è necessario avviare una “costituente” politica, culturale, programmatica e manche organizzativa di questa forza di “Centro”. E questo non solo per il bene e il futuro del “Centro” ma anche, e soprattutto, per la qualità della nostra democrazia, per il rinnovamento della politica italiana e, infine, per la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

L’ITALIA DEGLI ASTENSIONISTI SCODELLA IL PRIMO GOVERNO A GUIDA DI UN PARTITO POST-FASCISTA.

È il trionfo della Meloni. Tuttavia i numeri indicano che la maggioranza uscita dalle urne non è quella dei giorni fosforescenti del berlusconismo. Gli sconfitti, invece, hanno tutti qualcosa da farsi perdonare. Il Pd può reggere a questa sconfitta storica?

Si poteva sperare in un soprassalto di partecipazione come ultimo baluardo all’ondata di destra, altrimenti irrefrenabile per la disarticolazione dello schieramento dei riformisti di centro sinistra. Invece l’Italia del disincanto e della frustrazione ha preferito disertare le urne regalando all’astensionismo un terzo dell’elettorato, ma soprattutto assecondando, con questo suo volo in parapendio verso il nulla della politica, la vittoria della Meloni. Il risultato, per effetto del Rosatellum, determina l’annuncio di un nuovo governo, per la prima volta a guida dei post-fascisti. Non deve sorprendere, allora, che lungo l’asse Parigi-Bruxelles-Berlino si manifesti l’immediato irrigidimento dell’Europa: il voto degli italiani cancella l’esperienza di Draghi, facendo venire meno un supporto di autorevolezza e competenza all’azione di coordinamento dei principali partner dell’Unione.

I numeri indicano che la maggioranza uscita dalle urne non è quella dei giorni fosforescenti del berlusconismo. La sua minire consistenza è mascherata dall’effetto prodotto dal sistema elettorale. La redistribuzione dei consensi nella stessa area – di questo fondamentalmente si tratta analizzando le percentuali di ciascun partito – premia Fratelli d’Italia a tutto svantaggio di Lega e Forza Italia. Nelle elezioni europee del 2019, utili come punto di riferimento per la sostanziale corrispondenza del risultato ottenuto allora dal M5S a confronto con il dato odierno, l’insieme del centro destra raggiungeva all’incirca il 50 per cento dei voti. In tre anni la coalizione ha perso quasi sei punti e nondimeno ha stravinto le elezioni di questo 25 settembre. Tuttavia, sul piano strettamente politico, i problemi non mancano. Ora la Meloni si ritrova al fianco due alleati difficili, entrambi indotti, per ragioni diverse ma convergenti, ad esercitare un ruolo dialettico, se non conflittuale: Salvini in ragione dell’inevitabile ricerca di un riposizionamento strategico della Lega, anche a prezzo della sua sostituzione alla guida del partito; Berlusconi, invece, per una patente d’insostituibilità nei rapporti con l’establishment europeo (ammesso che la sua credibilità, già scarsa in passato, sia adesso effettivamente apprezzata).

Che dire degli sconfitti? Ognuno di loro si aggrappa a una verità secondaria, chi rivendicando una tenuta elettorale inaspettata (Conte), chi facendo leva sulla novità del progetto accolto da una minoranza qualificata degli italiani (Calenda), chi dando mostra di residua potenza per essere comunque il rappresentante più forte dell’opposizione (Letta). In realtà, manca all’appello qualcosa che la politica non concede mai agli avventurosi: il riconoscimento, anche dopo la sconfitta, della bontà di un’azione spericolata. Dalle elezioni esce a pezzi soprattutto il Pd, tanto che la sua fisionomia di “partito unico del riformismo” risulta decisamente compromessa. C’è da chiedersi se il gruppo dirigente, chiusa la parentesi Letta, saprà riprendersi da questa brutta capitolazione che mette in evidenza l’inadeguatezza di una proposta accentrata sul mito di una sinistra risorgente dalle ceneri di un passato illeggibile, fuori da una lezione coerente con il riformismo storico. Dopo la sconfitta ci può essere l’implosione, con ulteriore danno per la nostra democrazia.            

ELEZIONI 2022 FI E’ IL PRIMO PARTITO MALE IL PD

Fratelli d’Italia è il primo partito, con la maggioranza alla Camera e al Senato che va al Centrodestra che però vede arretrare la Lega sotto il 9% con Salvini che dichiara: Il risultato al 9%? «Non mi soddisfa, non è quello per cui ho lavorato. Ma con il 9% siamo in un governo di centrodestra in cui saremo protagonisti».

Oltre alla Lega il risultato non premia il Centrosinistra grande sconfitto con il PD sotto il 20%.

Il M5s fa bene e supera il 15%, mentre il Terzo Polo di Azione e Italia Viva “rosicchia” oltre il 7%. L’affluenza definitiva si attesta al 63,91%, circa il 9% in meno rispetto alle politiche del 2018.

SENTORE DI NERVOSISMO E DI INQUIETUDINE. FOLLINI TIRA LE SOMME DELLA CAMPAGNA ELETTORALE.

Da stamane alle 7.00 sono aperti i seggi, si vota fino alle 23.00. Come suol dirsi, la parola è agli elettori. Scritto qualche giorno fa, e pubblicato su “La Voce del popolo”, settimanale della diocesi di Brescia, l’articolo non appare…invecchiato. Negli ultimi giorni si sono consolidati alcuni tratti negativi della campagna elettorale. L’onda di piena della demagogia – questa la conclusione –  sembra salire ancora. 

 

I pronostici e i sondaggi della vigilia dicono destra e dicono Meloni. E in effetti la campagna elettorale dell’altra metà della politica non ha brillato né per tempra né per originalità, finendo così per dare qualche argomento in più a quella parte di elettorato che tende a schierarsi con il candidato più in forze. 

Eppure c’è più di una nota stonata nel coro dei favoriti. Quelle parole sempre sopra le righe di Salvini. Quelle ripetizioni ormai stucchevoli di Berlusconi. Quella difficoltà   a mettere in campo candidati più originali e idee meno logore delle tradizionali parole d’ordine. Tutte cose alle quali la Meloni sembrava voler ovviare con una condotta prudente e circospetta, salvo qualche scivolone. 

Negli ultimi giorni però gli scivoloni sono diventati di più, e più significativi. La posizione presa a favore di Orbán. La rivendicazione del primato del diritto nazionale su quello europeo. I toni più aspri verso gli avversari e più ancora verso i contestatori. E in generale un sentore di nervosismo e di inquietudine che stride con la calma quasi olimpica che ci si aspetterebbe da chi corre in testa con largo margine, per giunta. 

Di contro, dalle contrade del sud arrivano gli echi di una campagna molto sopra le righe che sta svolgendo [ha svolto, per chi legge, ndr] il M5S versione Conte. Quasi a voler rinverdire i fasti del grillismo prima maniera. Tutti segni che l’onda di piena della demagogia rischia di salire ancora di più, rompendo quegli argini di buonsenso che dovrebbero riparare la nostra malandata democrazia rappresentativa.

Fonte: La Voce del popolo – 22 settembre 2022

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale. Il titolo scelto differisce dall’originale).

ESPRIT, NOVANT’ANNI DALLA “PARTE GIUSTA”. 

Fondata nel 1932 da Emmanuel Mounier, filosofo personalista francese, prematuramente scomparso nel 1950, ed impegnata fino ad oggi in un dialogo serrato con le questioni della modernità, “negli anni recenti la rivista ha continuato a prendere posizione sui grandi eventi della contemporaneità, addirittura trovandosi nel 2017 con un membro del comitato di redazione – tale Emmanuel Macron… – promosso alla più alta carica dello Stato”. Qui proponiamo un ampio stralcio dell’articolo apparso su “Vita e Pensiero”, prestigiosa rivista dell’Università Cattolica di Milano.  

Raffaele Alberto Ventura

Fondata nel 1932 dal filosofo cattolico Emmanuel Mounier, la rivista francese Esprit festeggia i suoi novant’anni. Non una rivista cristiana, ma una rivista che fin dalla sua fondazione ha fatto da ponte tra cristiani e socialisti, progressisti e conservatori. Non una rivista politica, ma una rivista che ha incessantemente interrogato i valori e le convinzioni che fanno da sfondo alla politica, attraversando i grandi eventi del Novecento, a partire dalla Seconda Guerra mondiale, dal Sessantotto e dalla guerra in Jugoslavia. 

 

Non sono tante le riviste che arrivano a tagliare un simile traguardo e sono ancora di meno quelle che lo fanno essendo state per gran parte della loro esistenza dal “lato giusto” della storia. Antifascista quando la borghesia francese si faceva sedurre da Mussolini, Hitler e Franco, antitotalitaria quando le sirene invece erano quelle del marxismo-leninismo, Esprit non ha mai rinunciato a denunciare innanzitutto il “disordine stabilito” della società liberale: nella sua prima incarnazione, anteguerra, promuovendo la filosofia comunitarista del personalismo contro l’individualismo trionfante; nella seconda, denunciando la brutalità della modernizzazione senza rinunciare a un afflato progressista e universalista.

 

In controtendenza con la visione disimpegnata delle riviste letterarie fondate nei decenni precedenti in Francia, in primis la Nouvelle Revue Française, all’origine di Esprit c’era l’idea di accompagnare la nascita di una “terza forza” politica, oltre destra e sinistra, ispirandosi alla filosofia neotomista di Jacques Maritain, alla lezione anarchica di Proudhon e all’antimodernismo di Péguy. Riferimenti associati a filoni più marcatamente conservatori, che invece Esprit nella sua storia rivisiterà “da sinistra”, in netta opposizione al cattolicesimo reazionario dell’Action Française fresco della scomunica di Pio XI.

Le due prime fasi della storia della rivista – che all’epoca è anche un movimento – sono caratterizzate dalla direzione di Emmanuel Mounier, che nella filosofia personalista vede il simultaneo superamento dell’individualismo e del collettivismo. Tra il 1932 e il 1941 Esprit è una rivista di giovani idealisti, “non conformisti”, che sognano di rimettere la modernità sui binari dai quali – complice il crack del 1929 – stava palesemente deragliando. Sospesa dal governo di Vichy, la rivista rinasce dalle sue ceneri nel 1945, assieme a una collana editoriale presso le edizioni Seuil: in questa nuova fase Esprit, reduce dall’esperienza resistenziale, si mostra più chiaramente sensibile alle promesse del socialismo, ma in una prospettiva antiburocratica, antistatalista e evidentemente antistalinista. Le riflessioni in seno a Esprit sul rapporto tra Chiesa e popolo influenzeranno il concilio Vaticano II.

 

La morte prematura di Mounier nel 1950, a quarantacinque anni, ribalta tutte le carte: venuta a mancare una guida carismatica, le diverse anime della rivista faticano a trovare una linea comune. Ma questa molteplicità sarà la forza di Esprit negli anni successivi, sotto la direzione di Albert Béguin (1950-57) e soprattutto di Jean-Marie Domenach (1957-1977). Erede designato di Mounier e cattolico come lui, Domenach orchestrerà con discrezione l’influenza centrale di Esprit sul dibattito degli anni Sessanta e Settanta, a partire dal sostegno alla decolonizzazione dell’Algeria. Così Esprit sopravviverà al tramonto del personalismo. Lontana dai “marxisti immaginari” seguaci di Sartre ma anche dall’ideale tecnocratico portato dalla nuova generazione degli scienziati sociali strutturalisti, la rivista di quegli anni unirà l’impegno alla responsabilità, accogliendo assieme a firme storiche come Paul Ricoeur nuovi pensatori come Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, reduci dall’esperienza di un’altra storica rivista francese, portabandiera dell’estrema sinistra anticomunista, Socialisme ou Barbarie. I lettori francesi riconosceranno a Esprit una particolare lungimiranza sulla questione del totalitarismo, e la rivista apparirà chiaramente come uno dei laboratori della “nuova sinistra” post-marxista.

 

Continua a leggere

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-esprit-novantanni-dalla-parte-giusta-5960.html

 

PIAZZE VUOTE, URNE PIENE? LA PARTECIPAZIONE, SCARSA NEI COMIZI, PUÒ MANIFESTARSI AI SEGGI E METTERE ALL’ANGOLO LA DESTRA.

Di fronte ai cittadini si addensano i problemi della crisi:  la guerra, il carovita, la contrazione dell’economia obbligano a riflettere sulle scelte da compiere domani, domenica 25 settembre, attraverso la scheda elettorale. Deve essere chiara la posta in gioco: l’Italia che dava la linea in Europa, grazie al prestigio di Draghi, può essere risospinta ai margini di un declassamento senza via d’uscita, inevitabile prodotto del sovran-populismo di Meloni, Salvini e Berlusconi.

Tra Roma e Napoli, osservando i reportage televisivi, le immagini delle piazze non hanno dato quel riscontro di partecipazione che pure avrebbe richiesto la mobilitazione dei partiti a chiusura di questa tesissima campagna elettorale, senz’altro decisiva per il futuro del Paese. È un segno ulteriore della scivolosità di una politica mediatizzata dove la scenografia si riduce alla personificazione del messaggio agli elettori, senza più l’intelaiatura della tradizionale lotta per il voto. Rimangono gli slogan, le vecchie parole d’ordine, gli appelli di una volta; spariscono, invece, i legami di massa per i quali la propaganda era la fisica rappresentazione di un corpo a corpo con le istanze popolari. Avviene persino che molti degli eletti siano identificati al momento della formazione delle liste, sicché le  trattative e le decisioni in seno ai partiti e alle coalizioni si antepongono alla volontà degli elettori, svuotando d’interesse e di passione la battaglia nei collegi.       

Si è andati troppo oltre nell’ambigua pretesa di purificare la politica. Da quel lontano referendum sulla preferenza unica, ideato in risposta alla tentacolarità della partitocrazia, si è  arrivati alla inaugurazione di un modello ancora più accentrato di organizzazione del potere. Questo ci consegna platealmente, essendo sotto i nostri occhi come  espressione di un irrefrenabile tendenza all’oligarchismo, la desertificazione del “paesaggio democratico”. Non possiamo far finta che il proposito della Destra di cambiare la Costituzione, quale che sia l’atteggiamento dell’opposizione, non rientri in questa logica di semplificazione dei meccanismi di governo, con una implicita forzatura cesaristica. 

Di fronte ai cittadini si addensano i problemi della crisi:  la guerra, il carovita, la contrazione dell’economia – e l’elenco potrebbe continuare – obbligano a riflettere sulle scelte da compiere domani, domenica 25 settembre, attraverso la scheda elettorale. Può darsi, allora, che la posta in gioco motivi comunque gli italiani a non disertare l’appuntamento con le urne. Sarebbe quanto mai auspicabile non solo per la cosa in sé, ovvero per l’importanza connessa alla riduzione dell’astensionismo, tanto necessaria ai fini della rivitalizzazione della democrazia, quanto per la presumibile “entrata in campo” di quegli indecisi che nelle ultime ore stanno prendendo coscienza del rischio rappresentato da un governo della Destra. L’Italia che dava la linea in Europa, grazie al prestigio di Draghi, può essere risospinta ai margini di un declassamento senza via d’uscita, inevitabile prodotto del sovran-populismo di Meloni, Salvini e Berlusconi. È uno scenario che merita un sussulto di consapevolezza, anche un’assunzione di responsabilità, perché il Paese non ha futuro con il disordinato e aggressivo programma della Destra.

 

DA DRAGHI COL CAPPELLO IN MANO. CONSIDERAZIONI SULLA CAMPAGNA ELETTORALE E SUL FUTURO GOVERNO.

Un’occasione sprecata sotto il profilo della discussione sulle questioni cruciali: la campagna elettorale si chiude senza un colpo d’ala. E dopo il voto? Una volta archiviato il capitolo elettorale e falliti i tentativi di formare governi diversi, non resterà che tornare da Draghi, con merito per quanti lo hanno sempre sostenuto, come il Pd e i centristi, e con il cappello in mano per tutti gli altri.

Si è chiusa una campagna elettorale non certo memorabile né per la qualità del confronto politico né per la capacità di coinvolgimento degli elettori. In particolare appare un’occasione sprecata sotto due profili. Quello riguardante una discussione sulla qualità della nostra democrazia, sui meccanismi della rappresentanza e dell’effettivo esercizio della sovranità in una ottica di sussidiarietà che gli specialisti della dottrina sociale della Chiesa definirebbero orizzontale e verticale, vale a dire fra corpi intermedi e stato e fra i vari livelli di governo. E un’occasione sprecata sotto il profilo della discussione sulle questioni cruciali per la nostra epoca come la stabilità internazionale, l’energia, la transizione ecologica e digitale.

Sul piano dei meccanismi istituzionali, durante questa campagna elettorale, sono emersi tutti i limiti causati dalla stratificazione di scelte sbagliate compiute nel passato. Le riforme che si sono susseguite dalla fine della prima repubblica avrebbero dovuto rendere il cittadino arbitro, come lo intendeva Ruffilli, e invece lo hanno reso quasi del tutto ininfluente. È pur vero che il sistema proporzionale con preferenze presentasse delle criticità. Ma a queste si sarebbe dovuto ovviare ad esempio con collegi più piccoli o con altri possibili accorgimenti. Invece si è scelta la strada del maggioritario senza rigidissime procedure, imposte per legge visto che ci manca la maturità dei Paesi anglosassoni, di selezione democratica dei candidati nei collegi uninominali e nei listini proporzionali. In tal modo si è ottenuto il risultato di una partitocrazia senza più partiti, in cui un numero di persone che si può contare sulle dita delle mani, ha in concreto già scelto almeno il 90% del nuovo parlamento, lasciando la definizione del restante decimo, non più di qualche decina di parlamentari, alle scelte degli elettori indecisi e alle bizzarrie del Rosatellum. 

A rendere l’autoreferenzialità dei candidati ancora più vistosa ha contribuito la riduzione del numero dei parlamentari, facendo in modo che nei posti sicuri di elezione andassero di norma candidati meno capaci di rappresentanza e slegati dal territorio (non di rado paracadutati in posti a loro estranei e, per sicurezza, candidati in più collegi, una cosa questa la pluricandidatura inconcepibile nei sistemi democratici più avanzati), ma in compenso i più fedeli ai leaders che li hanno nominati.

Anche sotto il profilo dei contenuti la campagna elettorale non sembra aver fornito prove convincenti rispetto a quell’«urgenza di visioni ampie» richiamata dai vescovi italiani. L’agenda, come sempre ormai, l’ha dettata il giornale unico, ovvero un sistema informativo che appare sempre più lontano da un effettivo pluralismo. Ciò ha fatto sì che agli elettori arrivasse prevalentemente un unico messaggio: che il ceto medio si deve impoverire ulteriormente, che le aziende devono sopportare la crescita esorbitante dei costi dei materiali e dell’energia per far fronte alla presunta minaccia identificata ossessivamente nella Russia, perché questo, far capitolare la Russia anche mettendo a repentaglio la pace mondiale, corrisponde agli interessi, e ai deliri, di chi controlla il circo mediatico occidentale. È mancata da parte dei leader politici la capacità di pensare e agire in autonomia, di spiegare il momento, la difficile fase storica che stiamo attraversando, di immaginare come sarà il mondo dopo la guerra, e quali possibilità restano di evitarne le estreme conseguenze per dirimere lo scontro mondiale in atto fra i fautori di un assetto mondiale unipolare e i fautori di un assetto mondiale multipolare (e non multilaterale, i due termini non sono affatto sinonimi). È mancata la capacità di fare politica. 

E per questo ritengo, ma è un’opinione personalissima, che in un tal desolante contesto la proposta politica della lista Renzi-Calenda, al di là dei suoi stessi interpreti, quella di una riconferma di Mario Draghi a premier, meriti una seria considerazione in chiave elettorale. Nell’eclissi della rappresentanza popolare, e in attesa che rinasca una grande capacità di protagonismo politico dei ceti medi, le opzioni si riducono essenzialmente a due. O assistere passivamente agli irresponsabili tentativi di realizzazione della distopia dell’élite transumanista, malthusiana e post-democratica oppure scegliere e sostenere la parte più sana e realista fra le élite che, dietro la parvenza della democrazia,  esercitano nei fatti la sovranità nell’Occidente. La seconda opzione è quella che per forza di cose (l’orientamento al bene comune delle vicende umane) e alla prova dei fatti, degli ottimi risultati ottenuti dal governo Draghi, si sta imponendo. Al punto che, una volta archiviato il capitolo elettorale e falliti i tentativi di formare governi diversi, non resterà che tornare da Draghi, con merito per quanti lo hanno sempre sostenuto, come il Pd e i centristi, e con il cappello in mano per tutti gli altri, per chiedergli di rimanere al timone dell’Italia anche per la prossima legislatura.

PUTIN ADESSO ARRANCA. LO STALLO DELLA GUERRA GENERA UN DUBBIO: QUANTO PUÒ REGGERE LA RUSSIA?

Meno forte sul piano internazionale, ora il Capo del Cremlino rischia di trovarsi meno forte anche su quello interno. Ora, se il conflitto dovesse proseguire – come purtroppo è probabile, magari con un rallentamento nel corso del lungo inverno – per diverso tempo ancora, quanto reggerà la capacità della Russia nel sopportare le sanzioni occidentali?

Putin è in condizioni di estrema difficoltà e quindi alza la posta ricordando al mondo di possedere l’arma nucleare e di essere pronto ad usarla (“non è un bluff”). La mobilitazione parziale e la chiamata alle armi di 300.000 riservisti è una palese ammissione che la cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina sta andando male e che senza urgenti correttivi andrà pure peggio. Questa, in sintesi, è la valutazione prevalente presso le cancellerie occidentali e le redazioni dei grandi organi di stampa americani ed europei.

Ma quanto essa è fondata su dati di fatto reali? O quanto piuttosto è il frutto di un nostro diffuso wishful thinking? Non è dato sapere cosa sta accadendo all’interno del Cremlino e cosa si sta muovendo, o meno, fra le élite russe. Ma qualche interpretazione è desumibile dall’osservazione dei più recenti avvenimenti. 

L’avanzata verso est dell’esercito ucraino nel corso degli ultimi due mesi, con la riconquista di porzioni significative di territorio, ha confermato la debolezza complessiva della campagna militare russa. Non solo essa ha fallito – da subito – i suoi obiettivi originari, inclusivi naturalmente della capitale ucraina oltre che di tutta la costa del Mar Nero; ma non è riuscita neppure a consolidare definitivamente le conquiste territoriali effettuate, ora tutte a rischio. La decisione di sottoporre a un referendum frettoloso e palesemente farsesco l’annessione delle due province autonome di Donetsk e Lugansk, della regione di Zaporizhzhia (quella della centrale nucleare) e della città di Kherson vuole proprio esorcizzare il pericolo di perderle militarmente (eventualità non probabile ma nemmeno impossibile, alla luce di quanto si è visto nelle ultime settimane). Divenendo formalmente russe – pur a fronte del certo non riconoscimento da parte della gran parte della comunità internazionale – esse potranno venire difese come territorio russo e dunque “ad ogni costo e con qualsiasi mezzo”.

Si mormora che questa ulteriore radicalizzazione di una situazione già molto complicata sia stata voluta dall’ala più intransigente e dura della cerchia di potere che gravita intorno a Putin, il quale si è visto costretto ad avallarla (segnale di un’iniziale perdita di forza interna dell’autocrate). Si sussurra pure, d’altro canto, che l’isolamento fisico cui il Presidente russo è ormai sottoposto dall’Occidente (paradigmatico è stato il mancato invito ai funerali planetari della Regina Elisabetta) abbia instillato in lui altro fiele che si aggiunge a quello accumulato sin qui.

Anche sul piano dei rapporti internazionali sui quali ha investito di più le cose paiono procedere meno bene del previsto. Ne è stata dimostrazione il vertice della Shangai Cooperation Organisation (SCO) tenuto a Samarcanda settimana scorsa. Un foro di dialogo politico imperniato sulla cooperazione economica e infrastrutturale che raduna 9 Paesi che insieme hanno il 40% della popolazione mondiale e il 25/30% del PIL globale. La speranza dell’uomo del Cremlino era che esso definisse una sorta di “patto” fra i leader di un mondo baricentrato sull’Asia “alternativo” a quello occidentale. Con forti tratti antiamericani, testimoniati dalla firma del memorandum di adesione alla SCO del presidente iraniano Ebrahim Raisi; e dalla ambigua partecipazione ad esso, forse ancora più inquietante per Washington, di alleati riottosi ma non per questo meno strategici come Turchia (nella NATO) e India (nel QUAD).

L’incontro di Samarcanda ha invece evidenziato il crescente disagio della Cina nel mantenere un atteggiamento amichevole nei confronti della Russia in costanza di una guerra che ad essa crea solamente problemi in quanto impoverisce la sua marcia di avvicinamento economico ai ricchi mercati occidentali attraverso la sua imponente ed ambiziosa Nuova Via della Seta (la Belt & Road Initiative). Un disagio che si trasforma in possibile ostilità nel momento in cui avvisa Mosca che il Kazakistan è un Paese sovrano al quale non è associabile alcuna filosofia anche solo vagamente pan-russa (come per estensione qualche ideologo moscovita ha ipotizzato). Ma messaggi precisi sono giunti a Putin pure dal Presidente indiano Modi, con il suo fermo monito contro la guerra, e dall’autocrate turco Erdogan (l’unico peraltro che riesce a tentare qualche mediazione fra i contendenti russi e ucraini), che ha invitato Putin a ritirare le truppe dal territorio ucraino.

Meno forte sul piano internazionale, ora il Capo del Cremlino rischia di trovarsi meno forte anche su quello interno. Questa è, ovviamente, una valutazione che sarà tutta da verificare. Resta il fatto, però, che all’indomani della comunicazione con la quale si è annunciata la “mobilitazione parziale” numerose proteste si sono sollevate non solo a Mosca e a San Pietroburgo e moltissimi giovani hanno preso il primo volo utile per espatriare. Sfidando rischi certi migliaia di persone hanno trovato la forza e la volontà per manifestare e contestare le scelte dell’autorità costituita: ciò dimostra che qualcosa sta covando sotto la patina di quell’ufficioso 70% di sostegno popolare al Presidente e alla sua politica. Certamente il consenso nei confronti della guerra in Ucraina viaggia su percentuali minori. Anche nelle periferie orientali dello sterminato Paese. 

Ora, se il conflitto dovesse proseguire – come purtroppo è probabile, magari con un rallentamento nel corso del lungo inverno – per diverso tempo ancora, quanto reggerà la capacità nel sopportare le sanzioni occidentali? Il fatto che in più circostanze sia Putin sia il Ministro degli Esteri Lavrov abbiano collegato l’ipotesi di un qualsiasi negoziato alla fine delle medesime significa senza dubbio che esse stanno colpendo – in maniera più o meno dura, questo non lo sappiamo ancora – il sistema-Paese nel suo complesso. Sembrerebbe pure il suo comparto militare nei suoi sistemi d’arma più sofisticati, il che non sarebbe davvero cosa di poco conto.

Le guerre, dovrebbe essere noto anche a Putin, si sa quando e come si cominciano ma non quando e come si finiscono. Un vecchio detto che si sta rivelando veritiero anche questa volta. Accade spesso che chi le inizia poi non le finisce. Potrebbe essere questo, ora, il dubbio atroce di Vladimir Vladimirovic.

NON POSSIAMO STARE CON LA DESTRA. PESA PURTROPPO LA DIVISIONE TRA CENTRO-SINISTRA E TERZO POLO. 

La Democrazia che ci propone la Destra non è la nostra Democrazia. Alcide Degasperi – che i sedicenti “centristi”, utili idioti della Destra, cercano di utilizzare in modo blasfemo – ha sempre affermato il “confine a destra”, anche quando era in conflitto di sistema con i comunisti. Il “Centro” è tutto ciò che può evitare al Paese e all’Europa il declino della Democrazia. Ma nessuno oggi lo rappresenta da solo.

Ciò che accade in Europa e nel Mondo dovrebbe farci capire che non esiste futuro per la Democrazia – come la concepiamo noi cristiano democratici – nella prospettiva della Destra. Non è “fascismo” in senso stretto, certo. Ma non è la “nostra” Democrazia.

Non è la Democrazia che si fonda su un patto di comunità e di solidarietà. Non è la Democrazia evocata da Aldo Moro quando parlava di “Stato, che nella sua essenza, è il divenire della società nella storia, secondo il suo ideale di giustizia”. Non è la Democrazia intesa come costruzione faticosa di una trama umana e sociale, piuttosto che mera corrispondenza tra istanze sempre più individualistiche ed un Potere sempre più solo e destinatario di mandati fideistici tanto generici, quanto effimeri. Non è la Democrazia che vede nell’Europa la nostra casa comune.

Al di là di ogni incongruità delle attuali forme rappresentative della politica e di ogni astrusità delle leggi elettorali, noi non possiamo stare con la Destra.

Non è questione di “voto utile” per chi si candida, ma di “voto utile” per la Democrazia come i nostri Padri ce l’hanno insegnata e consegnata. In Italia ed in Europa. Alcide Degasperi – che i sedicenti “centristi”, utili idioti della Destra, cercano di utilizzare in modo blasfemo – ha sempre affermato il “confine a destra”, anche quando era in conflitto di sistema con i comunisti.

E Gabriel Valdes – grande leader della DC cilena – ammoniva che “se vinci con la Destra, è la Destra che vince”.

Non so cosa sarà il “Centro” in futuro. So che Moro, nel suo memorabile discorso del 28 febbraio 78, diceva: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà”.

Il “Centro”, oggi, in questo passaggio drammatico, è tutto ciò che può evitare al Paese e all’Europa il declino della Democrazia che la Destra ha in programma. Nessuno oggi lo rappresenta da solo. Ed infatti stiamo giocando a briscola in un torneo di scopone. Giochiamo al proporzionale in un sistema in gran parte maggioritario. Il danno derivante dalla divisione tra Centro Sinistra e Terzo Polo appare enorme ed irreversibile in queste elezioni. Un gioco a somma irresponsabilmente negativa.

Lavoriamo almeno per ridurre il danno immediato e per immaginare scenari nuovi e più adeguati per il dopo.

AUGURI, ITALIA! MERITIAMO QUALCOSA DI MEGLIO RISPETTO A QUELLO CHE PUÒ ACCADERE CON LA VITTORIA DELLA MELONI. 

L’affidabilità in politica non è un dettaglio secondario. Aver bruscamente interrotto, per meri calcoli elettorali, il lavoro del Governo Draghi ha già danneggiato le fasce più deboli della popolazione. Una robusta presenza democratica e progressista è l’unica possibilità che abbiamo per rafforzare la posizione dell’Italia in Europa.

Alla vigilia dell’importante appuntamento elettorale di domenica 25 settembre è doveroso fare gli auguri al nostro amato Paese e a tutti i concittadini. L’augurio, a l’Italia e agli italiani, di non fare dei salti nel passato che vanificherebbero la crescita e gli sforzi fatti in questi pur difficili anni segnati da populismi, pandemia e guerra in Europa. Quello che ci dobbiamo augurare è che prosegua ancora più spedito il processo di integrazione europea e che l’Italia sia tra i paesi che guidano e indirizzano questo percorso.

Fuor di metafora e lontani da un inutile e fastidioso “politichese” è necessario che l’Italia si affidi a chi ha sempre creduto nell’Europa e nella necessità di affrontare le nuove sfide globali con la forza d’impatto che solo l’Unione Europea può avere rispetto ai colossi presenti nel resto del mondo. Oggi più che mai l’Europa è garanzia di democrazia e di pace nel rispetto della libertà di autodeterminazione di ciascun paese.

Le conversioni tardive sono guidate da valutazioni opportunistiche e come tali non sono credibili; nel libro che ha pubblicato nel 2021 Giorgia Meloni ha confermato tutta la sua contrarietà rispetto all’Europa ed alle scelte conseguenti; gli euro-scettici utilizzano sempre gli stessi puerili argomenti ad effetto per denigrare le istituzioni europee che, come perfide matrigne, ci vorrebbero obbligare (secondo la banalizzazione degli euro-scettici) a mangiare insetti o a cambiare il modo di produrre e cucinare i nostri prodotti alimentari tipici; sciocchezze in libera uscita!

Gli “europeisti o atlantisti da campagna elettorale” non hanno la sufficiente affidabilità per sostenere la ragioni dell’Italia in ambito europeo ed internazionale; un governo di destra genererebbe un contenzioso con l’UE con ricadute negative (in parte già descritte nella precedente nota “RIECCOLI, DA DESTRA CON VECCHIE IDEE E NUOVI RISCHI”) su quelle famiglie ed imprese che, tutelate durante l’emergenza Covid, non meritano di pagare ora altri prezzi a causa di sgangherate ideologie anti-europeiste. Quella fiamma tricolore (nefasta eredità del vecchio e nostalgico MSI) – che la Meloni non vuole abbandonare – rischia di bruciare del tutto la nostra credibilità e i passi in avanti fatti in questi anni sul piano di diritti civili, garanzie costituzionali e sviluppo economico.

Aver bruscamente interrotto, per meri calcoli elettorali, il lavoro del Governo Draghi (premiato peraltro come miglior premier dell’anno) ha già danneggiato le fasce più deboli della popolazione per le quali l’agenda governativa prevedeva una serie di interventi che ora difficilmente potranno avere seguito.

Una robusta presenza democratica e progressista è l’unica possibilità che abbiamo per rafforzare la posizione dell’Italia, consentendo di proseguire nel percorso di riforme avviato, non sprecando la storica occasione fornita dalle risorse del PNRR che per il 70% devono essere impegnate su specifici progetti entro il 2022 per poi essere spese entro il 2023. Dunque, Auguri Italia: auguri perché meritiamo sicuramente qualcosa di meglio rispetto ai rischi che stiamo correndo in queste ore.

 

LE ELEZIONI, L’OMBRA DI PUTIN E LA MINACCIA NUCLEARE. 

Putin, Medvedev e Peskov hanno dichiarato che non escludono il ricorso all’uso delle armi nucleari. Il voto di domenica in Italia è inevitabilmente legato a doppio filo a queste vicende: siamo alla vigilia di eventi potenzialmente catastrofici. Le parole di Draghi, a Washington, sono state forti e decise: “L’invasione russa rischia di aprire una nuova era di polarizzazione. Evitiamo ambiguità, per non pentircene in seguito”.

Per comprendere al meglio il significato vero dell’operazione militare speciale – in realtà una spietata e crudele guerra di conquista dell’Ucraina e di annientamento del suo popolo, di cancellazione della sua storia e rimozione della sua cultura – sarebbe utile rileggere un numero di aprile del media russo Ria Novosti. 

Cosa si legge nelle sue pagine? Viene descritta minuziosamente in quale modo e con quali azioni dovrà essere compiuta l’opera di denazificazione del popolo ucraino. Il programma è illustrato in modo chiaro e inequivocabile e comprende l’intervento bellico e la punizione dei civili che si sono resi complici del sostegno ai vertici politici di Kijv, oltre ai quali è colpevole anche una parte significativa “delle masse, che sono naziste passive, complici del nazismo. Sostennero e assecondarono il potere nazista. La giusta punizione di questa parte della popolazione è possibile solo sopportando le inevitabili fatiche di una giusta guerra contro il sistema nazista, svolto con la massima cura e discrezione nei confronti dei civili. Un’ulteriore denazificazione di questa massa di popolazione consiste nella rieducazione, che si realizza attraverso la repressione ideologica degli atteggiamenti nazisti e una severa censura: non solo nell’ambito politico, ma anche necessariamente nell’ambito della cultura e dell’istruzione. Fu attraverso la cultura e l’educazione che si preparò e si realizzò una profonda nazificazione di massa della popolazione, assicurata dalla promessa dei dividendi della vittoria del regime nazista sulla Russia che si ribellò al nazismo ucraino” .

Settantatre volte sono citate nel testo le parole nazismo e denazificazione: per la durezza delle affermazioni e l’opera criminale che viene illustrata può essere considerato il mein kampf dei rascisti. Ne consiglierei la lettura agli indecisi sul voto di domenica 25 p.v., a coloro su cui incombe la minaccia nucleare di Putin e ai movimenti politici e agli opinionisti su cui pesano i troppi silenzi sulle atrocità commesse per ordine del Cremlino nei confronti dei civili e della popolazione massacrata, comprese le donne, gli anziani e i bambini. Su queste cose non si scherza e non si va incontro al buio di un’avventura che potrebbe essere senza ritorno.

Putin, Medvedev e Peskov hanno dichiarato che non escludono il ricorso all’uso delle armi nucleari, anche a protezione dei referendum-farsa di annessione di Donbass, Lugansk e Donetsk – già riconosciute indipendenti da Vladimir Putin alla vigilia dell’invasione – e dell’oblast di Kherson e Zaporizhzhia, “in nome della giustizia storica” come affermato dal ministro degli Esteri Lavrov. Intanto sono stati chiamati alle armi 300 mila riservisti per una nuova offensiva a seguito della riconquista dei territori da parte dell’esercito ucraino, mentre  monta la protesta del popolo russo: oltre mille fermati e arrestati a Mosca per aver manifestato contro il regime e Novaya Gazeta dal suo esilio in Lettonia, dopo la chiusura della testata giornalistica diretta da Dmitru Muratov per opera del regime, riferisce della imminente, possibile mobilitazione di un milione di persone.

Non sono bastati 60 mila soldati lasciati sul campo per l’invasione armata dell’Ucraina: la diserzione dei chiamati alle armi sarà punita fino a dieci anni di reclusione. Intanto siamo al sold out all’aeroporto di Mosca: la gente fugge verso destinazioni che non richiedono il visto all’ingresso, i biglietti per queste mete (non certo turistiche) si vendono anche a 3-4 mila euro, mentre alla frontiera della Finlandia si formano code di 30 km di auto guidate da fuggitivi che portano in quel Paese confinante le loro famiglie e ciò che hanno potuto mettere nel bagagliaio. Asseragliato nel Cremlino e forte della fedeltà dell’esercito, del FSB (ex KGB), il regime degli oligarchi dell’autarchia putiniana dispiega tutte le sue forze per riabilitare un’operazione militare che, pur avendo raso al suolo città e villaggi, ha dovuto battere in ritirata, abbandonando armi, carrarmati e munizioni all’esercito ucraino nella sua controffensiva.

Monta la tensione, si alza la posta in gioco e cresce la paura, la preoccupazione è ora palpabile anche negli scettici, nei giustificazionisti e nelle forze politiche che invocano il ritiro delle sanzioni a cominciare dalla Lega che non risulta finora aver revocato il patto con ‘Russia unita’, il partito di Putin. Il voto di domenica in Italia è inevitabilmente legato a doppio filo a queste vicende: siamo alla vigilia di eventi potenzialmente catastrofici, ce lo ha ricordato il premier Draghi parlando all’assemblea generale dell’ONU, dopo aver ricevuto da Henry Kissinger a nome dall’Appeal of Conscience Foundation. l’attestato quale statista dell’anno. “L’invasione russa rischia di aprire una nuova era di polarizzazione. Evitiamo ambiguità, per non pentircene in seguito”. Sono parole che francamente pesano come macigni.    

 

L’UNICO VOTO UTILE È QUELLO PER IL PROPRIO PARTITO.

È inaccettabile la discriminazione che proviene a monte da un pregiudizio ideologico. Ciò avviene quando il concorrente politico non è mai un avversario da combattere, ma è sempre un nemico da distruggere ed annientare. Riflettere allora su chi invoca il “voto utile” non è una perdita di tempo o un semplice dettaglio nella nostra vita politica. È, invece, una riflessione importante perchè evidenzia chi ha una concezione liberale e garantista della democrazia e delle istituzioni.

C’è un solo “voto utile” nella democrazia: ed è quello che il cittadino/elettore consegna al proprio partito. È una regola banale e persin elementare dove non vale neanche la pena di approfondirla in termini scientifici o politologici talmente è scontata. Eppure ogni giorno continuiamo ad ascoltare appelli e commenti ridicoli, se non addirittura grotteschi nonchè ipocriti, che indicano come “voto utile” quello che solo e soltanto che viene dato al proprio partito e, soprattutto, “contro” gli altri partiti. Il caso più eclatante nel merito riguarda, come da copione, il comportamento concreto del Partito democratico. Non passa giorno dove non solo la sinistra indica nell’attuale centro destra – nel caso in cui vinca le elezioni – un pericolo mortale per la nostra democrazia e per continuare a conservarla inventando il solito e ormai collaudatissimo rischio del ritorno del fascismo con l’irruzione di svolte illiberali e governi autoritari. No, in questa occasione il “voto utile” per la sinistra è anche quello dato contro il “Terzo polo” di Renzi e di Calenda e, naturalmente, contro tutti quelli che mettono in discussione la vittoria della sinistra. O meglio, per essere più precisi, contro tutti quelli che possono causare la disfatta politica ed elettorale della sinistra e dei suoi pochi compagni di viaggio.

Ora, ci sono almeno due condizioni di fondo che spiegano questa strana concezione della democrazia. E cioè, da un lato persiste la presunzione che l’unica strada possibile per garantire la democrazia nel nostro paese e dare efficacia all’azione di governo consiste nel dare il voto alla sinistra e, nello specifico, al Partito democratico. Dall’altro lato rimane intatta la concezione tardo comunista della cosiddetta “superiorità morale” della sinistra rispetto a tutti gli altri attori politici. Una “superiorità morale” che nel corso della storia democratica del nostro paese è stata scagliata contro gli avversari politici di turno. Per molti decenni contro la Democrazia Cristiana e quasi tutti gli statisti e i leader di quella straordinaria stagione politica e di governo e poi, come da copione, contro tutti quei partiti e quei leader che attraverso il libero voto dei cittadini mettevano in discussione il ruolo, la funzione e il potere della sinistra nelle sue multiformi espressioni. 

Una prassi e una deriva che sono strettamente connaturate alla storia politica e culturale della sinistra italiana e che, malgrado lo scorrere delle stagioni storiche, il cambiamento dei partiti e delle stesse classi dirigenti, regge nella sua integrità e nel suo nucleo essenziale. Pertanto, e di conseguenza, chiunque ambisca ad un ruolo di governo e che soprattutto riscuota consensi massicci nella pubblica opinione, è destinato ad entrare nel mirino della sinistra e ad essere oggetto di scherno e di dura contestazione sui “fondamentali” del nostro impianto democratico. Così è stato per la lunga e seppur contraddittoria stagione berlusconiana; così è stato per Salvini; così è stato paradossalmente per Renzi e così è – e non poteva essere altrimenti – per Giorgia Meloni. In altre parole, il concorrente politico non è mai un avversario da combattere ma è sempre un nemico da distruggere ed annientare.

Da questa concezione deriva la semplice conseguenza del cosiddetto “voto utile”. Un voto, cioè, che ha un senso solo se viene dato al proprio partito. E chiunque lo metta in discussione – centro destra o Terzo Polo che sia non fa alcuna differenza – diventa necessariamente un avversario/nemico che si fa portatore di un voto inutile se non addirittura nocivo per la democrazia, le istituzioni e quindi anche per l’azione di governo. Ecco perchè riflettere su chi invoca il “voto utile” non è una perdita di tempo o un semplice dettaglio nella nostra vita politica. È, invece, una riflessione importante perchè, ancora una volta, evidenzia chi ha una concezione liberale e garantista della democrazia e delle istituzioni e chi, al contrario, conserva un impianto egemonico, arrogante e moralistico della stessa democrazia e delle medesime istituzioni.

 

 

 

ELEZIONI A PRAGA. LA REPUBBLICA CECA, L’EUROPA, L’ORIZZONTE DELLA DEMOCRAZIA. INTERVISTA A HELENA LEISZTNER.

La Repubblica Ceca fa parte dell’Unione europea e della NATO. L’organo legislativo del Paese si compone di due camere, entrambe elette a suffragio popolare diretto. Il Parlamento è bicamerale. La camera bassa, la Camera dei deputati (Poslanecká sněmovna), è composta da 200 rappresentanti eletti per 4 anni con un sistema proporzionale basato su una suddivisione in quattordici circoscrizioni con soglia di sbarramento al 5% dei voti validi. La camera alta, il Senato (Senát), è composta da 81 senatori, eletti con sistema maggioritario uninominale a doppio turno: il primo turno richiede la maggioranza assoluta, il secondo richiede la maggioranza semplice tra i primi due candidati. Il Senato, con funzioni consultive, viene rinnovato ogni due anni di un terzo dei suoi membri. Le elezioni amministrative comunali e quelle per un terzo dei seggi del Senato ceco si terranno domani e dopodomani (23 e 24 settembre).  Per l’occasione abbiamo intervistato Helena Leisztner, importante esponente della cultura ceca, che ha deciso di “scendere in campo” per una politica e società migliore, non solo ceca ma anche europea. L’intervista che segue è in due versioni, italiana ed inglese, per garantirne il massimo della diffusione .

INTERVISTA

Helena sei una personalità della cultura ceca. La tua creatività spazia nei campi del design, della moda e dell’arte visiva. Perché hai scelto di impegnarti attivamente nella politica?

Anni fa la polizia di Praga ha scoperto molti casi di corruzione.  A quel tempo, ho iniziato a parlare attivamente contro gli abusi politici e la corruzione.  L’ultimo impulso è stato quando ho presentato al comune di Praga idee e modelli di abbigliamento per la presentazione, gratuita, della Repubblica Ceca a un grande evento internazionale.  Questa mio progetto è stato successivamente utilizzato con un nome diverso, ottenendo un ricavato di 2 milioni di corone. Cominciai allora, però, a scoprire l’esistenza d’intrighi inaccettabili.

La Cultura è una grande fonte di democrazia e pace.  Cosa ne pensi a proposito e, secondo te, la Cultura può essere uno strumento per migliorare la società?

Sì, la Cultura è e deve essere parte integrante della vita.  Rafforza la nostra prospettiva, accresce le emozioni e riunisce molte persone.  Ma questo non è il momento perché ci sono questioni ancora più urgenti. Nella Repubblica Ceca, ad esempio, il governo non sta affrontando i problemi di una inflazione galoppante. L’elettricità ha il prezzo più alto dell’UE: gas, cibo e carburante sono costosissimi. La maggior parte delle famiglie lotta per sopravvivere, pensando ad un inverno freddo.  A questo punto, la Cultura è un argomento poco importante per la stragrande maggioranza della popolazione.

Quali sono gli obiettivi fondamentali che speri possano essere attuati per avere una vita migliore?

A breve, nel periodo 2022-2023 occorre garantire energia sufficiente per la Repubblica Ceca e per l’Europa, imponendo un prezzo dell’energia ragionevole. Serve fare pressione sul governo. I politici devono svolgere il loro lavoro, compito degli Stati è garantire condizioni di mercato ottimali, far vivere e lavorare tanto i cittadini quanto le imprese. Ciò non mi sembra garantito nell’UE e nella Repubblica Ceca.

Negli ultimi 15 anni in Europa ha prevalso un modello estremo, particolarmente invasivo: vogliono controllare la vita dei cittadini, il progresso e le forme di produzione delle aziende. Ci sono “ordini” difficili da seguire, come tenere il riscaldamento in casa a un livello di gradazione basso, fare la doccia una volta al giorno, usare solo auto elettriche, ecc, ecc. Una congerie di nterventi e regolamenti ha già “avvelenato” le nostre vite, spesso non ci accorgiamo nemmeno dell’assurdità e, sullo sfondo, finanche dell’interesse economico. E poi, si torna a parlare di corruzione.

La domanda in tutta l’UE è più o meno costante. Dal lato dell’offerta, tuttavia, da anni l’UE ha ridotto significativamente la quantità, chiudendo centrali nucleari e a carbone, liquidando le auto senza motore elettrico, innescando una speculazione di mercato. Ma il disastro sta nel fissare il prezzo di tutta l’elettricità in base al prezzo della produzione più costosa. Avviene così per le auto con l’allineamento di Škoda, Fiat, ecc…, al prezzo delle più costose Mercedes, BMW, VW. Questo è assurdo, tant’è che sono scattati i controlli, anche da parte dell’Interpol.

Cosa ha motivato la tua scelta di entrare a far parte di un partito politico centrista?

All’inizio questo partito era l’unico con un chiaro impegno anticorruzione. Ora, in virtù di argomentazioni ragionevoli, basate sempre sui fatti, stiamo cercando di spingere il governo ad affrontare i problemi più gravi ed urgenti, in primis la crisi energetica.

Quali sono i principi su cui si basa la politica di ANO (sigla che in italiano significa SÌ, ndr)?

L’orientamento centrista del partito ha molto a cuore la condizione sociale dei cittadini, per sostenere le fasce più deboli. Si tiene comunque conto degli equilibri di bilancio dello Stato. In realtà, il 2019 si era chiuso con un saldo attivo. Gli anni del Covid 2020 e 2021 non lo hanno più reso possibile. Con ANO al governo, le pensioni e gli stipendi degli insegnanti sono aumentati, i lavori pubblici – si pensi alle autostrade – hanno avuto maggiore impulso, concrete misura sociali sono state adottate. Non sono parole, i fatti lo documentano.

In quale gruppo del Parlamento europeo sei e cosa rappresenta per te l’Europa?

Sono in “Rinnova l’Europa” (Renew Europe). Per me l’Europa rappresenta il dinamismo del mercato, la libera circolazione dei cittadini, l’offerta circolare del lavoro. All’opposto, le agende degli ultimi anni stanno progressivamente e lentamente distruggendo l’Europa. Ci sono provvedimenti che vanno combattuti, come quelli riguardanti i sussidi impropri, l’eccessiva regolamentazione dei mercati, alcuni divieti insensati: tutto ciò comporta una lenta “deformazione” dell’UE.

Come sappiamo, Bruxelles ha basato l’intera agenda del Green Deal sulle importazioni di gas dalla Russia. Questo errore è stato riconosciuto in modo esplicito, con le dovute scuse pubbliche? No, al contrario. Ma tutto questo, per il sovraccarico di divieti e limitazioni, non ha più nulla a che fare con la scienza, l’economia o la protezione dell’ambiente.

Quale scenario immagina per la politica ceca?

Auguro, non solo alla Repubblica Ceca ma a tutti i Paesi europei, la fortuna di avere nel governo e nei parlamenti uomini politici assennati, con un uno sguardo internazionale. Mi piacerebbero dotati di conoscenze linguistiche, in grado di esibire e valorizzare, a beneficio di tutti, la loro esperienza professionale e i loro successi.  Politici non gravati da ideologie, senza interessi collaterali,  al servizio di cittadini, aziende e istituzioni .

Che progetto ha il partito ANO per il futuro della Repubblica Ceca?

ANO ha quasi lo stesso numero di voti di quelli che la coalizione INSIEME-SPOLU aveva quando ha ottenuto la maggioranza. Ora, l’attuale governo pentapartito ha affermato, in questo agosto 2022, che i cittadini non hanno bisogno di aiuto, supereranno comunque l’inverno ed impareranno a risparmiare senza bisogno di sostegno. La pressione del nostro partito, le manifestazioni in piazza, la “disperazione” dei politici e il coraggio di un solo ministro – il ministro della Giustizia – sono riusciti a cambiare almeno in parte questo atteggiamento incomprensibile. Ora il governo ha già in parte ceduto, anche se ancora poco rispetto agli altri membri dell’UE.

Cosa ne pensi di Orbán?

Ogni Paese ha il diritto di eleggere i suoi rappresentanti e l’UE deve rispettare le singole scelte. L’UE è stata creata come un “contenitore” di opinioni, esperienze storiche, popoli e culture differenti.

Orbán favorisce chiaramente gli interessi del suo Paese, dando priorità alle esigenze dei suoi cittadini. Certo, sarebbe opportuna una sua maggiore aderenza alla politica europea. C’è da chiedersi però se non sia più vantaggioso per tutti che l’UE abbia posizioni diverse all’interno e possa quindi esprimere opinioni differenti, per poi trovare le soluzioni più giuste.

La Gran Bretagna non ha lasciato l’UE solo per capriccio.  Forse è necessario un esame di coscienza da entrambe le parti e sarebbe importante che l’UE analizzi la Brexit e le ragioni che l’hanno provocata. Esiste già questa analisi?

Immagini un ruolo della Repubblica Ceca nella questione balcanica, tenendo conto che la stabilità dell’area potrebbe essere importante anche per la Repubblica Ceca?

La stabilità dell’intera UE e del mondo è importante. Stiamo vivendo tragedie che fino a poco tempo fa nemmeno avremmo potuto immaginare. Ricordo come abbiamo accolto l’anno 2000, quando ci abbandonammo all’ottimismo per l’inizio di una nuova era di prosperità e di pace, all’insegna della solidarietà universale. Ebbene, nessun cittadino, nessuna madre, nessuna famiglia vuole conflitti, guerre, miseria. Nessuno si rassegna a un domani di pura sussistenza.

Cosa prevedi sugli sviluppi dell’intervento militare di Putin in Ucraina e sul coinvolgimento della NATO?

In questo caso, chi è l’aggressore e chi l’aggredito appare ben definito. La posizione della NATO è corretta. La Repubblica Ceca ha vissuto un’analoga tragedia nel 1968. L’invasione russa ha stravolto le nostre vite, ha cambiato tutti noi per 20 anni. Nessuno ci ha aiutato, quella volta. La nazione ne porta ancora i segni.

Come si dice “buona fortuna” per le elezioni politiche?

“Mnoho štěstí”. Consentimi tuttavia di ripetere che la fortuna è di avere a tutti i livelli – nel governo, nei parlamenti, nei senati –  buoni politici: aperti al mondo, dotati di competenze linguistiche, forti della loro esperienza di lavoro e dei loro successi. Politici legati solo a un interesse, quello di servire con scrupolo e diligenza il loro Paese.

 “Mnoho štěstí”, Helena!

 

———

VERSIONE INGLESE

———

 

Helena you are a personality of Czech culture. Your creativity ranges in the fields of design, fashion and visual art. Why did you choose to actively get involved in politics?

 

Many years ago, the police in Prague uncovered many corruption cases. At that time, I began to actively speak out against political abuse and corruption. The last impulse was when I submitted to the municipality a complete concept and clothing designs for the presentation of the Czech Republic for free at a large international event, and this concept was subsequently used under a different name for 2 million crowns. That’s when I discovered the real existence of political machinations.

 

The culture is a great source of democracy and peace. What do you think about it and do you think Culture can be an instrument for improving society? 

 

Yes, culture is and must be an integral part of life. It strengthens our outlook, heightens emotions and brings many people together. But at the moment it will be difficult. In the Czech Republic, the government has not yet applied a valid price cap. We have the most expensive electricity in the EU – despite the fact that we have a surplus of it and export it. We have almost the most expensive gas, food and fuel. Most households struggle to survive the winter. At this point, culture is a meme topic for the vast majority of the population.

 

Which are the fundamental objectives that you hope can be implemented for having a better life? 

 

In year 2022 a 23 to ensure enough energy for the Czech Republic and for Europe, to force a reasonable energy price for the Czech Republic by putting pressure on the government. Politicians must do their job, the duty of states is to ensure objective and optimal market conditions and let citizens, companies live and work. This market in EU and Czech Republic not exist anymore.

For the last 15 years, extreme engagement has prevailed in the EU, they want to control the lives of citizens, the progress and production forms of companies. Itś an order how we have to turn on the heating at some degrees, shower only once a day, use only electric cars, etc., etc. . Interventions and regulations have already poisoned our lives, we often don’t even notice the absurdity and financial interest in the background. We are talking about corruption again.

Demand across the EU is more or less constant.

On the supply side, however, the EU has been significantly reducing the quantity for years – closing nuclear and coal-fired power plants, liquidating cars without electric drive, enabling a speculative emission market. But the biggest crime is setting the price of all electricity based on the price of the most expensive production. This is similar to setting the price of all other cars – Škoda, Fiat, etc. – based on the most expensive Mercedes, BMW, VW. This is already absurd, and work for Interpol.

 

What motivated your choice to join a centrist political party? 

 

At the beginning, this party was the only one with a clear anti-corruption commitment. Now, with the effort of reasonable arguments, based on facts, we are trying to solve and convince the government and the necessity of a vigorous entry into the energy crisis

 

What are the principles on which ANO”s policy is based? 

 

It is a centrist orientation, with an emphasis on trying to ensure the social satisfaction of citizens. Of course, taking into account the balance of the state budget. In 2019, the budget was already in surplus. The years of Covid 2020 and 2021 no longer made it possible. During the period of the ANO government, pensions and teachers’ salaries increased the most, highways were built, and there are countless positive outcomes. All the facts are presented in books with clear chapters.

 

In which group of the European Parliament you are and what does Europe represent for you? 

 

I’m in “Renew Europe”.

For me, Europe is an ideal for free trade, free movement of citizens, unlimited destination for work.

On the completely opposite side are the agendas of recent years that are gradually and slowly destroying Europe and must be fought against: artificial subsidies, artificial markets for administrative papers, senseless bans, dubious central limits, regulation, slow deformation of the EU.

Brussels based the entire Green Deal agenda on gas imports from Russia. Has anyone registered an apology and admission of mistake? No, on the contrary, it is completely pointless to try to shorten the timetable and tighten the artificial restrictions even more. This no longer has anything to do with science, basic economic knowledge or environmental protection.

 

What scenario do you imagine for Czech politics? 

 

I wish the same for every country. To be lucky enough to have sensible politicians in the government and parlaiments, with an international perspective, with language skills, with experience from own business or from a successful work career. Politicians who are not burdened by ideologies, without side interests and whose only goal is to ensure good conditions for citizens, companies and institutions.

 

What project does the ANO party has with regards to the Czech Republic? 

 

ANO has almost the same number of votes, the TOGETHER-SPOLU coalition won the majority when 3 parties joined. The 5-party government claimed 3 weeks ago – in August 2022-  that the citizens do not need help, they will survive the winter and at least learn to save. Also, that there is a lack of companies and overemployment in the Czech Republic, they will survive and do not need help. The pressure of ANO, demonstrations in the streets, the desperation of regional politicians and the courage of one single minister – the Minister of Justice – managed to change this incomprehensible attitude at least partially. Now the government has already partially relented, although still definably little compared to all other EU states.

 

What do you think about Orbán? 

 

Every country has the right to elect its representatives and the EU must respect that. The EU has just been created as a conglomerate of different opinions, historical experiences, peoples and cultures.

Orbán clearly favors the interests of his country, prioritizing his citizens.

We can say that it would be appropriate to adapt more to the European central opinion. The question is whether it is not appropriate for the EU to have different positions inside – not only One and Only – and given opinions, to discuss, discuss and find the right solutions.

Great Britain didn’t just leave the EU on a whim either once in the morning. Perhaps some self-reflection is needed on both sides and it would be important for the EU to analyze Brexit and the reasons. Does this analysis already exist?

 

Do you imagine a role of Czech Republic in the Balkan question, taking into account that the stability of the area might be important also for the Czech Republic? 

 

The stability of the entire EU, the entire region and the world is important. We are experiencing tragedies that we could not even imagine. I remember how we welcomed the year 2000, full of optimism as the beginning of a new era of prosperity, peace and togetherness. Politicians – it is necessary to remember! No citizen, no mother, no family wants conflict, war, misery and livelihood.

 

What do you foresee about the developments of Putin’s military intervention in Ukraine and the NATO involvement? 

 

In this case, the aggressor and attacker is defined and clear. NATO’s position is correct. The Czech Republic had this historical tragedy to experience in 1968. It changed our lives and us for 20 years. No one helped us that time. The  nation is still marked.

 

How do you say “good luck” for political elections? 

 

“Mnoho štěstí”, but I have to repeat: To be lucky enough to have sensible politicians in the government, parliaments, senates, with an international perspective, with language skills, with experience from own business or from a successful work career. Politicians who are not burdened by ideologies, without side interests and whose only goal is to ensure good conditions for citizens, companies and institutions.

 

“Mnoho štěstí”, Helena!

 

CON IL CENTRO SI PUÒ RIPARTIRE.

La radicalizzazione violenta del conflitto politico non può essere la stella polare della dialettica democratica. Urge pertanto un cambiamento. In questa prospettiva s’inserisce, già nell’imminente passaggio delle elezioni, il potenziale e decisivo ruolo del Centro; sicuramente un Centro che per molti decenni è stato interpretato dalla tradizione del cattolicesimo popolare, democratico e sociale. Da qui è necessario ripartire. Dunque, una nuova stagione politica di annuncia.

Al di là del risultato elettorale, ormai imminente, è indubbio che lo spazio politico del Centro e al Centro quasi si impone per il futuro politico del nostro paese. E questo non solo perchè le rispettive coalizioni maggioritarie – e cioè la destra e la sinistra – subiranno profonde modificazioni dopo il voto del 25 settembre. Ma anche per la semplice ragione che le motivazioni che supportano il “bipolarismo selvaggio” difficilmente potranno ancora reggere a lungo. Anche se la vittoria politica ed elettorale del centro destra è quasi certa – vedremo con quale consistenza numerica – è altrettanto evidente che la radicalizzazione violenta del conflitto politico non può essere la stella polare a cui ci si deve aggrappare per disciplinare le regole della stessa dialettica politica. E, di conseguenza, l’obiettivo della distruzione e dell’annientamento del nemico/avversario politico diventa un’anomalia che si dovrà rimuovere quanto prima. Altrochè proseguire con una prassi che ha provocato una profonda dequalificazione della politica, una decadenza dell’autorevolezza della classe dirigente e, soprattutto, una secca perdita di credibilità delle nostre istituzioni e di qualità della nostra democrazia.

Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il potenziale e decisivo ruolo del Centro. Un Centro che, subito dopo il responso delle urne, dovrà avviare un processo costituente affinchè il “Terzo polo” che si è presentato sotto la guida di Calenda e di Renzi si trasformi in un vero e proprio partito. Democratico, plurale, riformista, di governo e autenticamente di governo. Un partito che sappia intrecciare non solo le domande e le istanze che provengono dai ceti popolari e dal ceto medio sempre più impoverito per trasformarli in un progetto politico e di governo, ma anche e soprattutto che sappia incarnare quella “politica di centro” e quella “cultura di centro” che storicamente hanno contrassegnato e caratterizzato le migliori stagioni della politica italiana.

Un Centro che, va pur detto, è stato interpretato per molti decenni da quella tradizione del cattolicesimo popolare, democratico e sociale che poi è stato quasi cancellato dopo l’irruzione di un becero populismo coinciso con la vittoria dei 5 stelle di Grillo e di Conte. Ma il Centro e la politica di Centro hanno un ruolo da giocare nella misura in cui riescono a fare trionfare, e a far ritornare, le ragioni della politica contro la subcultura populista, anti politica, qualunquista, demagogica e manettara. Cioè contro la deriva di quel populismo grillino, con cui non è possibile alcuna alleanza e convergenza per motivazioni quasi di natura antropologica.

Per questi semplici motivi l’area cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica è alla vigilia di un rinnovato protagonismo. Sotto il profilo politico e culturale ma anche sul versante organizzativo. Si aprirà quasi sicuramente una nuova stagione politica. E il progetto politico, culturale, programmatico e di governo del Centro non potrà che essere importante, qualificante e forse anche decisivo ai fini del rinnovamento della politica, dell’efficacia dell’azione di governo e per la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

ADDIO A ‘GINGIO’ ROGNONI, CI HA DATO UN ESEMPIO DI GRANDE FEDELTÀ ALLE ISTITUZIONI E ALLA DEMOCRAZIA.

In Lombardia, insieme ad Albertino Marcora tirava le fila della Base (sinistra Dc)). Fu più volte ministro. Aveva un portamento nobile, “da professore”. Cattolico rigoroso, ma intransigente nella difesa della laicità dello Stato, durante la sua lunga carriera parlamentare mostrò più volte quella libertà di coscienza che lo contraddistingueva.

In via Mercato a Milano c’era la sede della Base e l’ufficio politico di Giovanni ‘Albertino’ – nome di battaglia – Marcora. Il Capo ci radunava con sistematicità per affrontare insieme ai Senior i temi di politica interna ed europea. Al tavolo della presidenza con lui sedevano sempre Rognoni e Granelli: ‘Gingio’ e Luigi, quasi gemelli. Luigi Granelli, un tribuno appassionato, e Gingio, pacato giurista che “interpretava” Albertino, Luigi, Vincenzo di Lavagna, e i giovani basisti, nel loro “corpo a corpo” con la legislazione che di volta in volta coinvolgeva le scelte parlamentari del gruppo. Noi basisti non eravamo mai ribelli in Parlamento, ma da via Mercato partivano analisi e proposte che sollecitavano, anche fortemente, i gruppi della Dc alla Camera e al Senato.

Rognoni veniva  eletto nel collegio Milano-Pavia, quello in cui ero candidata anch’io: per quattro legislature siamo andati in tandem nei comizi. Gli devo un sostegno fondamentale. Nell’Oltrepò, il nostro comune collegio elettorale, frequentavamo i viticultori e partecipavamo alle Fiere in cui era obbligatorio assaggiare vini…Eravamo complementari: Gingio mi portava le preferenze pavesi mentre io, piu forte a Milano, trascinavo lui in città. Sempre eletti.

Vale ricordare, in vista di quanto diranno altri con più approfondimento, che egli ha servito il Paese con grande scrupolo personale e istituzionale. È stato ministro dell’Interno in momenti drammatici, essendo subentrato a Cossiga dopo la tragedia di Moro. Ha affrontato la durezza della lotta al terrorismo e ha lasciato un segno nella lotta alla mafia. Da ministro della Giustizia ha promosso la legge nota come “Rognoni-La Torre”, in attuazione di una fondamentale indicazione di Giovanni Falcone, quella relativa al controllo del percorso dei soldi della mafia. Ricordo, per altro, di aver seguito in Commissione giustizia il dibattito su quella legge e di essere stata nominata conseguentemente nella prima commissione antimafia presieduta dal comunista Alinovi.

Gingio andò poi alla Difesa, voluto da Andreotti dopo le dimissioni di cinque ministri della sinistra democristiana: Calogero Mannino (Agricoltura), Carlo Fracanzani (Partecipazioni statali), Riccardo Misasi (Mezzogiorno), Sergio Mattarella (Pubblica istruzione) e Mino Martinazzoli (Difesa). Era stata posta, com’è noto, la fiducia sul provvedimento che riguardava l’emittenza radiotelevisiva. Andreotti, difendendo il lavoro del “pazientissimo ministro Mammì”, rivendicava la mediazione operata dall’esecutivo: al  gruppo privato televisivo più consistente (la Fininvest di Berlusconi) erano imposti vari limiti, diversamente da quanto  previsto per la RAI, libera da vincoli e sostenuta dal canone. Ci fu rottura, anche con Gingio. Per qualche tempo s’interruppe il rapporto con gli amici della Base, ma alla lunga tanto la sintonia culturale, quanto la passione civile e politica, portarono gli amici a ritrovarsi. 

Amavo ripetergli sempre che aveva un portamento nobile, “da professore”. Cattolico rigoroso, ma intransigente nella difesa della laicità dello Stato, durante la sua lunga carriera parlamentare mostrò più volte quella libertà di coscienza che lo contraddistingueva. D’altronde la Base era una corrente sui generis, una squadra dove ciascuno giocava il un ruolo proprio. Ormai anziano, non ha mai rinunciato ad intervenire su quotidiani nazionali o a raduni locali per testimoniare con fermezza i valori per i quali aveva impegnato la vita.

Voglio ricordare, come segno riassuntivo della sua appartenenza ad una storia di fedeltà alla democrazia, la commozione che accompagnò il suo discorso di Milano per il 25 aprile del 2006: “Non dobbiamo consentire – disse in quella circostanza – che si svilisca sottilmente il ruolo della guerra partigiana attraverso l’inaccettabile parificazione del soldato di Salò con il partigiano della montagna”. E sulla Costituzione aggiunse: “Ha garantito e garantisce la democrazia italiana”. Ecco chi era Gingio, un padre della Repubblica, cui dobbiamo onore e gratitudine. Lo chiamavamo con quel nomignolo – Gingio –  che sembrava sconveniente per una persona della sua statura, ma era piuttosto la manifestazione di un grande affetto mescolato a stima.

 

A Torino il XXXIV Congresso Nazionale Sipps dal 22 al 25 settembre.

“Il titolo di quest’anno, ‘Dagli albori della vita, un cammino insieme‘ è la sintesi massima della nostra mission. Il pediatra deve interessarsi del bambino prima che nasca, dal momento in cui avviene la fecondazione, durante la gravidanza e nei primi anni di vita, i famosi primi mille giorni”. Lo spiega alla Dire il presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, Giuseppe Di Mauro, a pochi giorni dal via del XXXIV Congresso nazionale Sipps, di scena presso lo Star Hotel Majestic di Torino dal 22 al 25 settembre.
Anche quest’anno sono davvero numerosi gli argomenti al centro della quattro giorni di lavoro. A cominciare dai documenti scientifici e dalle Consensus interoscietarie.
“Il primo giorno sono previsti tre ‘Percorsi’ importantissimi- afferma Di Mauro- quello sul ‘Vaccinare in sicurezza nell’ambulatorio del pediatra‘, durante il quale sarà presentata l’omonima Guida pratica, quello su ‘La genitorialità responsiva e il pediatra‘, argomento a cuore non solo della Sipps ma anche delle famiglie e delle giovani coppie che, purtroppo, fanno sempre meno figli, e, infine, quello sulle ‘Strategie preventive delle Infezioni Respiratorie Ricorrenti‘ (IRR)”.
Dopo l’inaugurazione, due interessantissime letture magistrali: una su ‘Auto e Torino‘ e una dal titolo ‘Dagli albori della vita…un cammino insieme‘, l’affascinante percorso dello sviluppo fisico, psicologico e neurocognitivo.
Arriviamo poi ai giorni nostri con il supporto alla pratica clinica dei pediatri ed i suggerimenti rivolti alle famiglie. “Una sessione- prosegue il presidente Sipps- è dedicata alla ‘Guida pratica intersocietaria sulla diagnostica nello studio del pediatra di famiglia’, per una diagnosi e una terapia sempre più mirate anche nell’ambito della pratica ambulatoriale. È una Guida sui test effettuati in prossimità del sito di cura e di assistenza del paziente, durante le visite ambulatoriali, ma anche a domicilio (Point of Care Test, POCT). L’implementazione di questa offerta assistenziale negli ambulatori dei PdF e dei MMG può ridurre gli accessi in ospedale, quelli in Pronto Soccorso e può evitare lunghe attese“.
Altra problematica presente in Italia, ma anche in tutta Europa, è quella relativa al preoccupante uso inappropriato degli antibiotici. “Affronteremo il tema attraverso una ‘Consensus intersocietaria sull’impiego giudizioso della terapia antibiotica nelle infezioni delle vie aeree in età evolutiva’, un documento che, partendo da una rigorosa revisione sistematica della letteratura, offre ai pediatri italiani un supporto per la prescrizione appropriata di questi farmaci anche quando non ci sono evidenze scientifiche di riferimento, grazie al prezioso lavoro di un panel multidisciplinare composto dai maggiori esperti in pediatria, infettivologia, farmacologia,microbiologia, allergologia, otorinolaringoiatria”.
Non poteva mancare,inoltre, una parte dedicata al coronavirus, in particolare ai vaccini e alle problematiche del Long Covid. “Non siamo ancora usciti dalla pandemia- ammonisce il presidente Sipps- il Covid ci accompagnerà ancora e dovremo imparare a conviverci. È dunque opportuno che si parli ancora delle sue eventuali complicanze e dell’impatto da un punto di vista del pediatra territoriale, ospedaliero e universitario”.
Durante i lavori torinesi riflettori accesi, poi, su una nuova Guida, quella di ‘Ginecologia pediatrica in ambulatorio – Guida pratica’.
Ancora, nel capoluogo piemontese non possono mancare le letture sulla nutrizione. “Quest’anno abbiamo la fortuna di avere il professor Francesco Branca, che si soffermerà sulle raccomandazioni dell’OMS. Raccomandazioni che saranno confrontate con quelle del nostro documento intersocietario. La nutrizione è uno dei più importanti strumenti di prevenzione primaria, di cui il pediatra deve avere sicure e aggiornate conoscenze, alla pari di un vaccino o più: infatti, mentre un vaccino previene una malattia, corretti stili nutrizionali possono prevenire una serie di patologie, a distanza di tanti anni. È dunque importantissimo fare prevenzione primaria attraverso una corretta alimentazione sin dai primi mesi di vita o, addirittura, dalla gravidanza”.
Si discuterà poi della ‘Consensus intersocietaria il bambino e l’adolescente che praticano sport‘ e, una novità, della ‘Guida pratica sulla prevenzione degli incidenti’, quelli domestici e quelli che si verificano in strada. “Sono ancora di una mortalità altissima- rende noto Di Mauro- tra le principali cause di morte in età pediatrica e adolescenziale. Bisogna rendere sicura la propria casa. Dal trauma cranico alle fratture, questa Guida sarà davvero di aiuto ai pediatri e ai genitori”.
Ci sono poi numerose esperienze sul vaccino, siamo infatti in periodo di campagna antinfluenzale. “L’influenza non è una malattia banale, può diventare pericolosa sia in età pediatrica che in età adulta, nei fragili, negli anziani. Già da qualche anno disponiamo di un vaccino antinfluenzale in forma di spray nasale. Da 6 mesi a 6 anni andrebbe vaccinata la stragrande maggioranza dei bambini, non solo quelli a rischio”.
Durante il XXXIV Congresso Nazionale Sipps sarà inoltre presentata una nuova ‘Guida di Otorinolaringoiatria‘, saranno trattate le principali problematiche nella gestione della febbre, con un aggiornamento su nuovi approcci. “Proporremo ancora la Guida sulla disabilità- afferma con orgoglio il pediatra- che si pone l’obiettivo di stare accanto alle famiglie in cui è presente una persona con disabilità, supportandole per i vari problemi che possono incontrare nella quotidianità, sanitari ma anche scolastici, burocratici,legali, fiscali, assicurativi”.
Tra gli altri temi, ecco il ‘Progetto Tandem‘, un rivoluzionario progetto con cui il pediatra ed i genitori individuano, affrontano e spesso possono risolvere una serie di problemi della sfera neuropsichiatrica, evitando l’invio allo specialista; ancora, si parlerà di nuovi farmaci contro le Infezioni Respiratorie Ricorrenti, in allergologia, oltre all’importanza della luteina nel primo anno di vita.
I quattro giorni di lavoro terminano con la sessione dedicata alla Oncologia pediatrica.
Il congresso nazionale, insieme all’altro evento Sipps “Napule è”, è la vetrina del lavoro svolto dalla Società, ma già sono stati approvati e si stanno approntando nuovi progetti per l’anno prossimo, tutti intersocietari: l’aggiornamento della Guida pratica intersocietaria ‘Le Immunodeficienze nell’ambulatorio del pediatra’, la Guida pratica di Oncoematologia pediatrica, la Guida pratica per la Prevenzione, diagnosi e terapia di primo livello per i Disturbi del Comportamento Alimentare, la Consensus Intersocietaria sugli effetti extrascheletrici della vitamina D, l’organizzazione di un gruppo di lavoro su Igiene e Disturbi del sonno, nonchè, insieme alla Fimp, la traduzione autorizzata del POCKET BOOK of Primary health care for children and adolescents dell’OMS.
“Il pediatra dà sempre quel valore aggiunto alle famiglie- dichiara inoltre Di Mauro- che vogliono rivolgersi a lui anche in età adolescenziale e vogliono che sia il loro medico di riferimento. È un fatto che ci onora, che ci dà orgoglio e che dà riscontro dell’impatto, e dell’importanza, nel nostro Paese, della presenza, della funzione, della professionalità del pediatra”.
“È un messaggio che dobbiamo comunicare sempre di più anche alle istituzioni: tutti i giorni, a tutti i livelli, dal territorio all’ospedale fino alle università, rivestiamo un ruolo delicato ed eccezionale al tempo stesso e ci mettiamo sempre a disposizione dei nostri bambini e delle loro famiglie”.
“Il pediatra non è lo specialista di un organo, di un apparato- conclude- è lo specialista del bambino nella sua globalità. Rispetto agli altri Paesi europei, ogni bambino che nasce in Italia ha la fortuna di essere seguito da un pediatra. Dobbiamo essere fieri e orgogliosi della Pediatria italiana”.

TRE CONSIDERAZIONI SULLA CAMPAGNA ELETTORALE: NON SI POSSONO TACERE ELEMENTI GRAVI DI DISTORSIONE.

La funzione dei sondaggi, il lavoro di scrutinio nei seggi, la questione dei regolamenti parlamentari, sono tutti nodi politici che i partiti non hanno saputo o voluto affrontare nel corso della battaglia elettorale, ormai giunta al suo epilogo.

 

Condividendo la necessità di una presenza costante de Il Domani d’Italia nel dibattito politico, vorrei svolgere tre considerazioni sulla campagna elettorale ormai alla conclusione. Esse riguardano i sondaggi, i seggi elettorali e i regolamenti parlamentari.

 

I sondaggi. Il ruolo proprio dello strumento dei sondaggi è quello di registrare gli orientamenti dell’opinione pubblica. A tale fine sono soggetti a una specifica disciplina dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che ne ha stabilito i criteri scientifici, le modalità di esecuzione e le modalità di diffusione. Sulla parola sondaggio c’è dunque una precisa riserva di significato e di utilizzo. 

Da anni assistiamo invece a una torsione dell’impiego di questo strumento che ne stravolge la finalità e che in questa campagna elettorale, secondo me in un acquiescente silenzio dell’Autorità delle comunicazioni, ha raggiunto livelli paradossali. Invece che registrare orientamenti, i sondaggi sono diventati sempre più lo spregiudicato strumento attraverso il quale si cerca di indurre comportamenti. Se avete fatto caso, omettendo quasi sistematicamente ormai il corredo d’obbligo che va fornito su chi ha commissionato il sondaggio, quanti soggetti sono stati avvicinati, con quale metodo di casualità, quale è stata la effettiva percentuale dei rispondenti, etc.. 

Nei mesi scorsi i sondaggi sono stati una specie di alluvione continua, come le piogge che si auto rigenerano e danno vita ai disastri ambientali ai quali abbiano appena assistito nuovamente. Negli ultimi quindici giorni prima del voto è opportunamente vietata la loro diffusione, ma si continua a dare notizia degli ultimi disponibili, perpetuando il tentativo di indurre comportamenti dandoli per acquisiti. Nessuna forza politica ha messo in evidenza questo punto di fronte agli elettori.  

 

Seggi elettorali. Il tema non è nuovo se alle elezioni del 1909, proprio per questo motivo, Giovanni Giolitti meritò da parte di Gaetano Salvemini l’appellativo di “ministro della malavita”. Chi controlla quanto avviene nei seggi elettorali al momento dello scrutinio del voto? La letteratura politica in materia è gustosa, e poco edificante. All’inizio  del secolo scorso, Vilfredo Pareto scriveva che in questo campo si era formato un gergo speciale. Si aveva il “blocco” quando l’intero contenuto di un seggio elettorale veniva assegnato a un singolo candidato. Si aveva la “pastetta” quando gli veniva attribuita solo una parte delle schede. Nessun termine era stato ancora coniato per indicare i voti degli assenti, dei morti e degli elettori di fantasia.

Il padre di Benito Mussolini denunciò una volta che a Predappio erano stati registrati per le elezioni i nomi di cinquanta mucche. Un’altra volta il sindaco di un paese si scusò con Giolitti perché alcuni voti erano sfuggiti al controllo, ma i votanti erano stati puniti al punto da costringerli a emigrare. Giolitti commentò che forse era un po’ troppo. 

Io ricordo nei decenni scorsi come i partiti si premunivano contro i rischi di brogli, formando i propri rappresentanti di lista nei seggi. Oggi come funziona? Che cosa succederà nei seggi la notte e la mattina successiva del 25 settembre? Di questo elemento di garanzia non ho trovato traccia nel dibattito elettorale.

 

Regolamenti parlamentari. Si è parlato molto, e male, in campagna elettorale delle riforme istituzionali, in particolare della elezione diretta del Presidente della Repubblica. Un tema di tale rilievo si doveva proporlo con motivazioni più che documentate, invece di enunciarlo e basta. Tanto vale però per evitare che nei due rami del prossimo parlamento nessun raggiunga quella maggioranza dei due terzi che, nel caso, renderebbe possibile una tale riforma senza il ricorso al referendum confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione. 

Un tema completamente disatteso dai partiti in campagna elettorale è stato invece quello di come modificare i regolamenti di Camera e Senato per adeguare il funzionamento dei due rami del parlamento, e l’indispensabile raccordo fra di loro, al taglio di 230 deputati e 115 senatori che avremo nella prossima legislatura. Il Senato ha già predisposto di ridurre a dieci le attuali quattordici commissioni permanenti, accorpando per esempio la commissione difesa e quella degli affari esteri. 

C’è una qualche regia politica in tutto questo, si stanno ulteriormente gettando le basi per un monocameralismo di fatto, che poi lo diventerà di diritto? E’ una questione democratica di importanza vitale dietro la cortina fumogena della montagna di promesse  elettorali non mantenibili fatte ai cittadini. 

Ecco, cari amici, ce n’è materia di attenzione per Il Domani d’Italia, a proposito del dibattito, che condivido, avviato sulla funzione del nostro giornale.

DONNE PER LA POLITICA E POLITICHE PER LE DONNE: NO ALLE INGANNEVOLI SUGGESTIONI DELLA DESTRA.

La destra italiana è storicamente animata da un “familismo conservatore” che vede la donna al centro dell’attività domestica, dedicata a procreare e crescere figli, anziché spendersi in attività esterne di tipo professionale, lavorativo e sociale.

La presenza in questa competizione elettorale di una donna come leader di Fratelli d’Italia sta creando degli equivoci su cosa significhi fare delle scelte politiche che vanno effettivamente incontro alle giuste aspettative delle donne nei diversi contesti sociali, familiari e lavorativi. Vale la pena chiarirlo, altrimenti si rimane vittime di una suggestione che si rivela però assolutamente priva di effetti concreti in termini di leggi e norme che possono migliorare la condizione di vita delle donne nei diversi ambiti di azione. Una valutazione sbrigativa potrebbe portare a fare una equivalenza tra la presenza di una o più donne in posizioni di responsabilità e la realizzazione di politiche che migliorano davvero la condizione della donna nel mondo del lavoro, della famiglia o della società più in generale. Purtroppo si tratta, per l’appunto, di niente di più che suggestioni o analisi troppo superficiali.

Infatti nella sua attività parlamentare Giorgia Meloni, unitamente alle altre forze di destra, si è “distinta” per aver votato contro la norma per combattere le discriminazioni di genere, contro la norma che ha ampliato anche ai padri la possibilità di usufruire di congedi parentali per prendersi cura dei figli (facendo recuperare opportunità di lavoro alle madri), contro l’istituzione delle “quote rosa” per agevolare l’ingresso di donne in posti di responsabilità politica ed amministrativa, contro la legge che sanziona le cosiddette “dimissioni in bianco” che mortificano e umiliano quasi sempre donne che vorrebbero costruire una famiglia, contro la legge sul “dopo di noi” per aiutare le famiglie che hanno a carico persone con disabilità (e quindi anche le donne, anzi purtroppo soprattutto le donne!), contro la legge sulle unioni civili che ha regolamentato i tanti casi di coppie non sposate tutelando anche tante donne in termini civilistici e patrimoniali.

Sono solo alcuni esempi che dimostrano come la bontà delle scelte politiche non dipenda necessariamente dal sesso di chi le compie, ma dall’impostazione politica che anima l’azione politica.

E la destra italiana è storicamente animata da un “familismo conservatore” che vede la donna al centro dell’attività domestica, dedicata a procreare e crescere figli, anziché spendersi in attività esterne di tipo professionale, lavorativo e sociale. Intendiamoci, il “mestiere” di genitore è bellissimo, ma deve essere una scelta e non il frutto di un’impostazione culturale, magari anche da barattare con altre legittime aspirazioni di tipo lavorativo. Questo vale per tutti ma soprattutto per le donne, che non hanno avuto quella “solidarietà di genere” da altre donne che hanno utilizzato la loro responsabilità politica per ubbidire all’impostazione ideologica e conservatrice della destra che non ha mai sostenuto o favorito la condizione di vita al femminile.

È opportuno che le donne (ma anche gli uomini saggi) non lo dimentichino domenica 25 settembre!

CASA WINDSOR INSEGNA ANCHE A NOI ITALIANI

Noi ci siamo lasciati alle spalle un’altra famiglia reale e ne abbiamo avuto ben donde. Ora, il ruolo del Quirinale  richiama un’esigenza di equilibrio dei poteri. Il presidente della Repubblica, infatti, si colloca al di sopra della mischia. È perciò prematuro parlare di riforme istituzionali.

Alla scomparsa della regina Elisabetta il suo portavoce ha rivelato come tutta la famiglia Windsor si sia sempre fatta un punto d’onore di non tradire mai i propri sentimenti e le proprie emozioni in pubblico. Quasi fosse “una ferita nella propria armatura”. Così la monarchia inglese ha attraversato le vicissitudini di tutti questi anni, navigando tra Churchill e Boris Johnson, adattandosi al culto di lady D e facendo baronetti i Beatles ed Elton John. 

Scelte qualche volta più convinte, altre volte forse un po’ meno, ma sempre conformi al modello di un paese abituato da molti anni a separare la responsabilità di regnare dalla discrezionalità di governare. Ora, noi ci siamo lasciati a suo tempo alle spalle un’altra famiglia reale e ne abbiamo avuto ben donde. Ma il ruolo del Quirinale nel nostro sistema istituzionale richiama, sia pure da lontano, quella stessa esigenza di equilibrio dei poteri. 

Nel nostro ordinamento infatti il capo dello Stato non è un asettico notaio chiamato a controfirmare decisioni altrui. E non è – altrettanto – un controverso leader politico che si cimenta nello scontro tra i partiti prendendovi parte in qualche modo. Egli è semmai lo snodo istituzionale che consente agli uni e agli altri di riconoscere che c’è qualcosa al di sopra della mischia nella quale essi si trovano impegnati. 

Per questo sarebbe consigliabile evitare discussioni premature sulle riforme istituzionali e sul destino futuro del capo dello Stato. Tanto più quando infuria il vento delle elezioni. Casa Windsor insegna.

 

Fonte: La Voce del popolo – 15 settembre 2022

(Articolo qui riproposto per gentile concessione)

LA CAMPAGNA ELETTORALE VOLGE AL SUO EPILOGO. ELEMENTI DI SCONFORTO? SÌ, MA VOTARE È UN DOVERE.

La riduzione del numero dei parlamentari da eleggere ha favorito una gestione verticale e personalistica delle candidature. Per altro, la frammentazione del quadro politico è evidente e non favorisce una scelta convinta. La sfiducia generalizzata è percepibile tra la gente. Votare tuttavia è un dovere.

Si trascina stancamente verso il D-Day una campagna elettorale caratterizzata dalle invettive e dalle accuse incrociate e sbiadita nei contenuti, probabilmente la più scialba degli ultimi decenni, dall’esito condizionato dai sondaggi e largamente previsto. Una guerra lampo dopo la caduta del governo Draghi, dove le tattiche hanno prevalso sulle strategie, decisamente autoreferenziale nella rappresentazione di scenari apocalittici, con molte comparse e qualche primattore, condizionata da eventi internazionali come la guerra in Ucraina e la crisi energetica, priva di programmi di breve e medio termine, in conflitto con se stessa tra governo delle larghe intese e rimasugli di retaggi ideologici, sostanzialmente e decisamente molto confusa.

Il tema veramente prioritario della crisi climatica è stato solo sfiorato, purtroppo l’alluvione nelle Marche ha messo le forze politiche al cospetto della propria latitanza. Il timore è che il gap che separa ormai da tempo il paese legale e della rappresentanza nelle istituzioni da quello reale della società civile finisca per radicarsi nell’astensionismo: l’indecisione degli scettici è certamente miscelata con l’indifferenza e la delusione dei potenziali elettori. La riduzione del numero dei parlamentari da eleggere ha favorito una gestione verticale e personalistica delle candidature: pochi i chiamati, scarsa la rappresentanza della società civile, alcune conferme e altrettante rinunce o mancate nomination anche per il timore dell’esito incerto, una legge elettorale criticata da tutti ma che rafforza le leadership dei partiti, vedremo solo dopo la qualità degli eletti.

Ci sono stati sbandamenti e ripensamenti iniziali o tardivi, le sfumature e le pregiudiziali hanno configurato gli schieramenti a metà della breve contesa e non vi è chi possa dire che quelle che si presentano all’elettore siano alleanze stabili. La frammentazione del quadro politico è evidente e non favorisce una scelta convinta, la partitocrazia genera mostriciattoli da zero virgola, ognuno corre per sé e non è certo che tutti arrivino al traguardo. La predica del voto utile non sembra aver fatto proseliti, tra chi andrà a votare ci saranno i fedelissimi, gli aficionados, chi si turerà il naso per evitare che vinca l’avversario di sempre, le antipatie prevarranno sulle scelte convinte – nessuno ha fatto niente per alzare i toni delle motivazioni abbassando le altezze delle presunzioni – e in tanti saranno coloro che decideranno all’ultimo minuto, magari nel segreto della cabina elettorale.

Non vedo tanto entusiasmo quanto palese è la rassegnazione, sono passati i tempi in cui i partiti contavano milioni di iscritti e nelle sezioni la gente discuteva di politica e di ideologie, l’epoca dei capi carismatici a cui affidare i destini della nazione ma anche quella in cui i congressi favorivano il confronto e caratterizzavano una proposta: le scelte ora sono estemporanee e pragmatiche, forse un malinteso concetto di democrazia ha premiato la parcellizzazione dell’insieme, una sorta di polverizzazione con molte sfumature identitarie, dove finisce un’opinione ne comincia un’altra, entrambi labili e cangianti.

Vedo molta coreografia ma poche spiegazioni convincenti, molti dubbi non chiariti: alcuni verranno rubricati nella cronaca, altri saranno palesati dalla Storia. Le incognite sono molte e il fare tribunizio della retorica non ci aiuta a comprendere che cosa ci attende dietro l’angolo, i comizi facilitano le promesse ma governare è altra cosa. La parola crisi è sottesa ma si percepisce come comun denominatore, c’è infatti chi adombra che il voto non servirà a restituire quella stabilità che consente di realizzare programmi chiari e lungimiranti se le diatribe interne alle coalizioni non saranno sopite in nome del bene comune. Siamo in crisi con tutto: con l’ambiente, con il lavoro, con la sostenibilità generazionale, con le poche certezze di cui disponiamo e che non ci vengono certo elargite dalla demagogia politica.

Alle origini delle crisi politiche del tempo della post-modernità ci sono deficit di tipo culturale, la banalità prende il sopravvento e i luoghi comuni sostituiscono la ragionevolezza e il buon senso comune, le opinioni subentrano alle idee. La sfiducia generalizzata è percepibile tra la gente e nulla risulta meno convincente di una classe politica complessivamente inadeguata, incapace di coniugare competenza e responsabilità. Votare tuttavia è un dovere, anche se le incognite prevalgono sulle certezze.

GOVERNO, L’IPOTESI DI RENZI NON È AFFATTO PEREGRINA. 

Il quadro politico non è affatto stabile. E non sarà altrettanto solido. Anche con sondaggi che danno il centro destra largamente avvantaggiato. Si profila dunque la necessità di un governo che prescinda – ed è la tesi di Renzi – dagli attuali principali schieramenti. L’unica cosa certa è che questa ennesima transizione politica andrà seriamente governata.

È inutile girarci attorno. Nessuno è così sicuro che chi vincerà le elezioni il prossimo 25 settembre governerà poi il paese. E questo non solo perchè se vince il centro destra partirà, come da copione, il bombardamento mediatico della sinistra politica, giornalistica ed editoriale italiana nelle sue multiformi espressioni. Una prassi ormai conosciuta e soprattutto collaudata nel nostro sistema politico e che non richiede neanche di essere ulteriormente approfondita. L’abbiamo sperimentata ai tempi del protagonismo politico di Berlusconi ma la potenza di fuoco – mediatica e di potere – dell’imprenditore di Arcore riuscì, seppur tra mille difficoltà e problemi, a reggere l’urto. E non del tutto. Difficilmente, però, una eventuale vittoria di Giorgia Meloni e della sua coalizione sarà in grado, oggi, di fare fronte ad una contestazione che, come ovvio e scontato, decollerà il giorno dopo l’insediamento di un governo a trazione centro destra. 

È da settimane, del resto, che il tema del potenziale “ritorno del fascismo” da un lato e di un “governo con tendenze illiberali e sovversive” dall’altro è al centro del dibattito politico e culturale sui principali organi di informazione del nostro paese. Che sono riconducibili, come tutti sanno, al campo della sinistra culturale e politica del nostro paese. Un copione, ripeto, che si ripeterà puntualmente e che non richiede alcun commento al riguardo.

Ora, fatta questa riflessione scontata ed oggettiva, è altrettanto evidente – e questo, però, è l’aspetto più importante – che il quadro politico non è affatto stabile. E non sarà altrettanto solido. Anche con sondaggi che danno il centro destra largamente avvantaggiato rispetto alla sinistra per le ormai note criticità riconducibili alla guida politica del segretario nazionale del Pd.

Al riguardo, credo che lo scenario delineato ripetutamente in queste settimane da Matteo Renzi sia tutt’altro che peregrino. E cioè della necessità di un governo che prescinde dagli attuali principali schieramenti. Del resto fortemente divisi al proprio interno con ricette politiche dissimili se non addirittura alternative. Anzi, si fa sempre più strada quella soluzione nel momento in cui il centro destra sarà al centro di un attacco mediatico senza precedenti – e forse anche di altro genere… – e la sinistra, com’è altrettanto ovvio, non sarà in grado di fornire soluzioni politiche e programmatiche adeguate e realisticamente percorribili. Anche perchè non è una gran novità il fatto che il giorno dopo il responso delle urne partirà come un mantra il tema dell’alleanza tra le sinistre. Quella massimalista del Pd e quella assistenzialista, anti politica, populista e giustizialista dei 5 stelle di Conte e di Grillo. Anche su questo versante si tratta di un copione abbastanza semplice da prevedere.

Ecco perchè la proposta di una continuazione di un governo che sia in grado di mettere insieme le migliori risorse del paese non è affatto scontata, nè fuori luogo. Seppur nel rispetto del responso delle urne e delle scelte concrete che farà il Presidente della Repubblica. L’unica cosa certa, comunque sia, è che questa ennesima transizione politica andrà seriamente governata. Ben sapendo che in Italia la dialettica e la stessa evoluzione politica sono fortemente condizionate da fenomeni esterni e da poteri che prescindono dalla stessa volontà dei cittadini. Come l’esperienza concreta e tangibile ha platealmente confermato nel nostro paese dopo il tramonto della cosiddetta prima repubblica.

 

 

Giorgio Merlo, sindaco di Pragelato, è candidato per “Azione-Italia Viva” nel collegio plurinominale della Camera Torino 1.

 

 

CRISTIANI E CITTADINI

Elezioni, un’occasione propizia per riflettere sull’impegno costituente dei cattolici italiani. Già all’indomani della fine del regime, molti intellettuali cattolici avvertirono come per costruire un’etica civile condivisa fosse prioritaria la rieducazione del popolo italiano al valore del gioco democratico. Oggi la responsabilità chiama i credenti a esprimere col proprio voto consapevole l’amore per la casa comune, così da difendere le frontiere più a rischio e più deboli di quella medesima casa. Il testo qui riproposto, per gentile concessione dell’autore, è stato pubblicato su settimananews.it (in fondo il link per la lettura dell’originale completo).

 

La campagna promossa dal Movimento Laudato sì per il Tempo del Creato 2022, con un intenso richiamo alla responsabilità e alla partecipazione consapevole al voto nelle imminenti elezioni politiche, è un’occasione propizia per riflettere sull’impegno costituente dei cattolici italiani. Si tratta di un argomento particolarmente vasto e complesso, sul quale la storiografia si è a lungo e a fondo interrogata.

Attingendo alla messe di studi sul tema, vorrei offrire soltanto alcuni rapidi spunti di riflessione che aiutino a sottolineare le motivazioni dell’impegno dei cattolici italiani nella fase di destrutturazione e di ristrutturazione del sistema politico italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale. In un momento decisivo della storia del Paese, tra la crisi del regime fascista e la fase di elaborazione della carta costituzionale, essi sprigionarono una forza creativa e costruttiva al servizio delle istituzioni di grande significato.

Cattolici e politica

Preparato da una lenta e feconda gestazione di idee nel corso degli anni Trenta, questo lungo itinerario di riflessione e di impegno si era accelerato nel pieno della guerra. Nel radiomessaggio natalizio del 1942 Pio XII dettò lo stile e indicò l’orizzonte: non lamento ma azione era il precetto dell’ora. Lo sguardo e i passi andavano indirizzati non più al passato, a una civiltà perduta, ma al futuro, a un mondo nuovo da costruire.

Questo appello suscitò un diffuso fervore nella cultura cattolica. Si moltiplicarono conciliaboli e cenacoli, da casa Padovani a Milano a casa Paronetto a Roma, sino alla celebre vicenda del cosiddetto Codice di Camaldoli. La riflessione ruotava attorno alla possibilità di conciliare il pensiero cattolico con la democrazia politica e con il regime capitalistico e sull’ipotesi di fondare su queste basi, con le necessarie distinzioni e correzioni, il sistema civile ed economico ormai in cantiere.

Nel frattempo, la partecipazione di tanti giovani cattolici alla Resistenza, pur nella diversità delle scelte personali e delle espressioni della lotta partigiana, era ispirata da un condiviso e profondo senso di partecipazione al destino della patria. Dinanzi allo sfascio della nazione, quella presenza indicava un impegno irreversibile, assunto in piena coscienza come laici credenti, assolvendo il quale, per citare la testimonianza di Ezio Franceschini, i cattolici impararono ad amare, più della vita, la libertà e la giustizia.

Conclusa la guerra, il mondo cattolico si immergeva così da protagonista in un tempo nuovo, difficile e appassionante. Al suo interno le sensibilità, le tensioni, le differenze erano molteplici ma su alcuni aspetti la riflessione e l’azione dei cattolici riuscirono a convergere verso una meta comune, a vantaggio del bene di tutto il Paese. Vorrei provare a richiamare questi aspetti, in rapidi cenni.

Partecipare allo spazio pubblico

Si fece anzitutto strada la crescente consapevolezza della necessaria distinzione tra la sfera religiosa e quella politica dell’impegno dei credenti nel mondo. Certo, è ben noto che la tenzone tra un approccio laico e liberale alla politica e uno più integralista e totalizzante fu molto lenta a scemare e inferse delle ferite affatto superficiali nel tessuto connettivo del movimento cattolico.

Ma, fuori del fuoco della controversia, emerge un progressivo rispetto della natura “altra” della politica, nella convinzione di dover realizzare insieme una comunità civile fondata su principi e su valori riconosciuti e condivisi anche da quanti non appartengono al cattolicesimo.

Da ciò conseguiva il compito, per i cattolici, di porsi nell’arena pubblica alla pari con gli altri, di tessere relazioni, di articolare un dialogo con altre culture e altri orientamenti, secondo la logica evangelica del lievito.

È, in questo, molto eloquente la lettera che Aldo Moro, giovane costituente sottoposto a pesanti pressioni della gerarchia per la difesa di quelli che, in un gergo fortunatamente caduto in disuso, si sarebbero definiti valori “non negoziabili”, inviò il 16 novembre 1946 al presidente dell’Azione cattolica italiana Vittorino Veronese, spiegando l’ardua fatica della mediazione e l’impossibilità di riprodurre nella Costituzione esclusivamente il punto di vista dei cattolici.

Un orizzonte internazionale

Un altro elemento significativo che gli studi hanno permesso di meglio comprendere è il valore del dialogo intergenerazionale nel mondo cattolico durante l’età costituente. Esistevano radicali differenze di vedute tra la generazione degli ex-popolari e la seconda generazione cresciuta durante gli anni del fascismo: il primato assegnato alla politica dai primi e al lavoro culturale dai secondi; l’interpretazione del fascismo come parentesi oppure come risposta sbagliata a problemi vivi e veri; il riferimento ai “liberi e ai forti” dei più anziani e la vivace percezione dei problemi della società di massa dei più giovani; la dialettica tra il dovere dell’agitazione antifascista e la robustezza del vincolo patriottico; tra democrazia liberale e democrazia economica; tra logica partitica e animazione della società civile.

La trasformazione di questi punti di attrito, sotto la sapiente regia di Alcide De Gasperi, da un potenziale motivo di frattura in una risorsa per orientare meglio il percorso verso l’obiettivo di una democrazia sostanziale e partecipata, fu un altro passaggio saliente compiuto dal cattolicesimo politico.

Il pensiero cattolico fu inoltre sensibile al rischio che poteva comportare il cristallizzarsi del confronto politico entro i confini della sola dialettica partitica e dello scontro identitario, che si rivelerà sempre più forte con l’approssimarsi delle logiche della guerra fredda.

Già all’indomani della fine del regime, molti intellettuali cattolici avvertirono infatti come per costruire un’etica civile condivisa grazie alla nuova democrazia rappresentativa, fosse prioritaria non già la distinzione delle identità partitiche, ma la rieducazione del popolo italiano al valore del gioco democratico, la formazione di una coscienza diffusa, capillare della cittadinanza e dei diritti e dei doveri che da essa scaturiscono, il mantenimento della mobilitazione spontanea che segnò i mesi tra il crollo del regime e la liberazione e che però, come noto, non riuscì ad esprimersi nella consapevolezza compiuta di una cittadinanza comune, superiore alle singole appartenenze.

 

Continua a leggere

http://www.settimananews.it/societa/cristiani-e-cittadini/

LE ELEZIONI POSSONO FORGIARE IL NUOVO CENTRO

Il Pd non è più quel partito di centrosinistra che avevamo conosciuto e sperimentato all’inizio della sua esperienza. C’è oggi la necessità di costruire un partito di centro autenticamente riformista, democratico e di governo. Il risultato delle urne sarà il primo tassello di questo processo, in attesa, comunque vada a finire, che si chiariscano le contraddizioni che per troppo tempo hanno caratterizzato il cammino della politica italiana.

A pochi giorni dalla elezioni politiche alcuni trend emergono in tutta la loro evidenza. Tra gli altri, la natura e il profilo delle coalizioni in competizione. In particolare quelle più variegate e multiformi al proprio interno, cioè la sinistra e la destra. Per soffermarsi sull’alleanza progressista, possiamo tranquillamente dire che si tratta di una coalizione di sinistra dove l’apporto del Centro, delle sue componenti centriste e moderate è ormai assai ridotto se non addirittura azzerato. Un’alleanza che risente, del resto, del profondo cambiamento politico del Partito democratico. Su questo versante le interpretazioni sono ovviamente diverse ma, tuttavia, accomunate da un filo rosso: e cioè, il Pd non è più quel partito di centrosinistra che avevamo conosciuto e sperimentato all’inizio della sua esperienza dopo il tramonto e la confluenza della Margherita e dei Ds. 

Da un lato c’è chi parla di una sorta di “partito radicale di massa”; dall’altro chi la definisce come l’ultima esperienza della filiera della lunga e gloriosa tradizione della sinistra italiana: dal Pci al PDS, dai Ds al Pd. Ovvero, e comunque sia, un vero ed autentico partito di sinistra. Ma, com’è altrettanto ovvio, un partito di sinistra nel nostro paese e nel nostro attuale contesto politico, non può oltrepassare ragionevolmente una percentuale che si aggira sul 20% dei consensi. E questa è, del resto, la cifra indicata da quasi tutti i sondaggisti.

Ed è proprio alla luce di queste considerazioni che si inserisce la necessità di costruire, radicare e rafforzare un partito di centro autenticamente riformista, democratico e di governo. E con la sfida politica, coraggiosa e tenace, lanciata da Renzi tempo fa si può centrare questo obiettivo solo se viene perseguito questo progetto senza tentennamenti e senza farsi condizionare dalla propaganda interessata che mira a indebolire quella prospettiva e quell’orizzonte politico, culturale e programmatico.

Un Centro, cioè, che recupera sino in fondo quella “politica di centro” che in questi anni è stata sacrificata se non addirittura cancellata dalla sub cultura populista e qualunquista interpretata magistralmente dal partito populista per eccellenza, cioè dai 5 stelle. Un luogo politico, però, che è sempre stato decisivo nella storia democratica del nostro paese e che ha contribuito a sciogliere quei nodi politici che di volta in volta rallentavano la stessa azione di governo. È del tutto normale, quindi, che ritorni – seppur in forma nuova ed aggiornata – una politica di centro nel nostro paese ispirata ad una spiccata cultura di governo e accompagnata da quel buon senso che in epoca di populismo trionfante è stato spazzato via.

Ecco perchè il ritorno del Centro da un lato e il consolidamento di un partito di sinistra dall’altro, contribuiscono entrambi a chiarire le stesse dinamiche della politica italiana. E il risultato delle urne sarà il primo tassello di questo processo in attesa, comunque vada a finire, che si chiariscano una volta per tutte le contraddizioni che per troppo tempo hanno caratterizzato il cammino della politica italiana. A cominciare, per tornare all’inizio di questa riflessione, dal fatto che oggi il Pd è il partito della sinistra italiana. E il Centro, ormai, volge da un’altra parte.

 

Giorgio Merlo, sindaco di Pragelato, è candidato per “Azione-Italia Viva” nel collegio plurinominale della Camera Torino 1.

LA DESTRA È DIVISA MA PRETENDE DI GOVERNARE: CON QUALI NUMERI? E DOPO IL VOTO, OGNI PARTITO TORNA SOLO?

Il direttore di Repubblica alza il velo sulla risorgente solitudine dei partiti. In base agli ultimi sondaggi disponibili, lo schieramento guidato dalla Meloni non raggiunge la maggioranza assoluta dei consensi. Per altro, la pura consistenza numerica non identifica automaticamente la credibilità di una prospettiva di governo. Il voto utile, semmai, rimanda alla centralità della rappresentanza effettiva delle forze in campo, ciascuna per la propria parte.

Un’arguta osservazione del direttore di Repubblica, formulata ieri sera a chiusura del dibattito con Renzi su La7, ha messo in evidenza un dato incontrovertibile, e cioè la fragilità delle coalizioni e l’esigenza, dopo il responso delle urne, di concentrare l’attenzione sui singoli partiti, obbligati un po’ tutti a misurarsi con la loro solitudine. Alle parole di Maurizio Molinari si può aggiungere una chiosa, molto semplice, sulla necessità di restituire il giusto primato alla rappresentanza proporzionale. Tutto quello che sappiamo, in base agli ultimi sondaggi disponibili, è che lo schieramento guidato dalla Meloni non raggiunge la maggioranza assoluta dei consensi. Per i seggi è un’altra storia.  

Una maggioranza puramente numerica non identifica automaticamente una reale prospettiva di governo. La Destra è divisa su punti sostanziali, in particolare sui rapporti con la Russia e sul ruolo dell’Italia in Europa. Guido Crosetto, co-fondatore di Fratelli d’Italia, appena adombrate le possibili connivenze della Lega con Putin, ha parlato di “Alto tradimento”; Berlusconi, invece, si è detto pronto a farsi da parte se gli “alleati” dovessero incrinare pericolosamente i rapporti con Bruxelles. La stessa Meloni, a dispetto del suo atteggiarsi a leader affidabile, capace di rassicurare i mercati, ha messo a verbale la volontà di rivedere il Pnrr (con ciò provocando l’allarme dei partner europei). Quale sia il grado di coerenza e compostezza della coalizione è difficile ricavarlo da queste evidenze gravemente problematiche. In queste condizioni, la proposta di governo si configura come un vero e proprio inganno.

Spetta doverosamente al Pd, in asse con il Terzo Polo, portare alla luce le contraddizioni della Destra. Non serve che Letta polemizzi su questioni secondarie. Gli ultimi giorni di campagna elettorale richiedono uno sforzo di  concentrazione per evitare che l’elettorato si lasci fuorviare dalla presunta compattezza dell’alleanza conservatrice: essa, al contrario, tutto è meno che unita. 

Da ciò deriva il suggerimento a considerare come e quanto gli equilibri nel futuro Parlamento dipendano dalla effettiva consistenza elettorale dei vari partiti, ovunque collocati. Di fronte alle sconnessioni che si registrano sul campo, la quota proporzionale finisce per inghiottire le coalizioni, costringendo ogni forza politica a specchiarsi con se stessa. Dunque, il voto utile riporta alla centralità della rappresentanza effettiva delle forze in campo, ciascuna per la propria parte. Bisogna prendere atto che l’Italia bipolare non esiste, né può esistere – la realtà pesa più della fantasia – un polo che si pretende affidabile nonostante l’incongruenza del suo profilo di coalizione. E nonostante l’assenza, più ancora, di un credibile progetto di governo.