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LUCI D’AGOSTO: ALLEANZE MUTEVOLI IN UN PERCORSO OBBLIGATO.

Le culture politiche di centro possono esercitare un ruolo importante se riusciranno a imprimere alla brevissima campagna elettorale un senso diverso da quello della mera delegittimazione dell’avversario, in favore invece di un confronto sul come affrontare un percorso che pare in gran parte già definito.

In queste elezioni anomale e veloci di fine estate anche la fase della formazione delle alleanze e della compilazione delle liste sembra assumere un carattere inedito. Sulle alleanze appare in difficoltà soprattutto il centrosinistra che fatica a riconoscere l’ovvio. Vale a dire che i collegi uninominali maggioritari per funzionare avrebbero bisogno di grandi partiti capaci al loro interno di tenere insieme le diversità con il collante di un programma politico unitario. In assenza di tale condizione non resta che una somma quantitativa, che funge da tram sulla quale salgono per stato di necessità simulacri di partiti desiderosi di seggi difficili come non mai da ottenere per la drastica riduzione del numero dei parlamentari che penalizzerà territori e classi sociali più deboli.

La destra si fa meno patemi nel sommare le mele con le pere e tuttavia l’uninominale le si potrà rivelare meno accomodante di quel che immagina, non tanto per la frammentazione del voto dovuta a nuove liste antisistema, quanto per l’incertezza sulle dimensioni che potrà assumere l’astensionismo.

È chiaro che se alla fine rimarrà qualcuno al centro capace di porre un limite politico alle asfissianti esigenze del maggioritario, questo qualcuno, anche se in passato si è dimostrato capace di generare divisioni più che consensi, pur avendo dato prova nel bene e nel male di notevole intelligenza politica nei passaggi cruciali, ebbene questo qualcuno, noto anche come leader di Italia Viva, potrebbe finire col raccogliere, quasi per inerzia, un consenso consapevole di quanto poco sia aderente alle necessità di questa fase una dialettica politica che punta tutto sulla delegittimazione dell’avversario per affermare se stessa. Ovvero la domanda di una genuina politica di centro, non fatta di nostalgie ma protesa al futuro.

Un progetto che sarebbe rafforzato dalla apertura a soggetti e movimenti che vi si riconoscono (possibilmente non solo Calenda ma realtà politiche e sociali espressione di una cultura di centro, della quale alla fine sembra difettare lo stesso Renzi), e da un tasso di rappresentanza sociale e territoriale quantomeno sufficiente rispetto all’autoreferenzialità inscalfibile dei due poli principali.

In ogni caso le culture politiche di centro, anche quelle che hanno già stretto alleanze, possono esercitare un ruolo importante se riusciranno a imprimere alla brevissima campagna elettorale post ferie d’agosto un senso diverso da quello in cui rischia di scadere, della mera delegittimazione dell’avversario, in favore invece di un confronto sul come affrontare un percorso che pare in gran parte definito nei suoi tratti essenziali, con la prosecuzione, dopo il voto, della formula di governo della solidarietà nazionale, incentrata su una alleanza di necessità tra il partito di Enrico Letta e quello di Giorgia Meloni.

Come domare l’inflazione, riportare sotto controllo il prezzo dell’energia, assicurare al Paese, e per nostro tramite, all’Europa nuovi flussi di gas e di petrolio che compensino e sostituiscano quello russo, potenziare o ricollocare in Italia le produzioni strategiche, fare politiche espansive che non destino troppe preoccupazioni in Europa o scatenino ingiustificati comportamenti sui mercati finanziari, modernizzare e digitalizzare, tenendo le tecnologie come meri strumenti al servizio dell’uomo anziché come messaggeri di un’epoca transumana. Affrontare tutto questo, e molto altro, richiede un patrimonio di credibilità e autorevolezza, ben riassunto e non facilmente eguagliabile, nelle caratteristiche dell’attuale premier Mario Draghi, sul quale il sistema politico ha l’occasione di misurarsi in questo periodo elettorale per recuperare una fiducia che altrimenti rischia di svanire ulteriormente.

L’ACCORDO CON I ROSSO-VERDI CORRISPONDE ALL’IDEA DI UN PD RIFORMATORE? LETTA SI CARICA DI UNA GRANDE RESPONSABILITÀ.

Non si capisce quanto giovi un’alleanza costruita unicamente sulla logica dei numeri. E poi, quali numeri? Si raschia il fondo del barile, a sinistra, con il rischio però di perdere consensi sul versante moderato. In questo modo si consegna a Calenda e Renzi un grande spazio al centro dello scacchiere politico. In ogni caso, il Pd è nato sulle ceneri dell’Unione con la volontà di rompere con la prassi delle ammucchiate (a sinistra). Non si rischia di tornare indietro?

Spero si possa ragionare con la dovuta franchezza anche in questa fase complicata per il Partito democratico. Nel giro di poche ore ci troviamo di fronte al netto cambio di rotta nella costruzione dell’alleanza per il 25 settembre. Tutti capiscono che l’uscita di Calenda incide fortemente sul profilo dell’iniziativa elettorale. Il tentativo di minimizzare lo strappo serve solo a mascherare una oggettiva difficoltà nel percorso faticosamente avviato.

Non serve dare consigli. Letta ha imboccato una strada che prevede molte insidie: se ha risolto nella sua testa di poter  andare avanti, lasciando al suo destino un Calenda fino a ieri alleato strategico, evidentemente ha calcolato rischi e vantaggi di questa decisione. Un’analisi attenta porta comunque a ritenere che i vantaggi siano più apparenti che reali, giacché l’apporto della componente rosso-verde di Fratoianni e Bonelli consiste in una somma algebrica di positività e negatività: come reagirà, infatti, l’elettorato più moderato all’ingresso della sinistra radical-ecologista? Quale sarà, dunque, il suo contributo netto alla causa complessiva dell’alleanza? 

I dubbi si accrescono quando osserviamo l’effetto della rottura, vale a dire il suo impatto sulle aspettative generate da un tendenziale irrobustimento del terzo polo. Calenda abbandona Letta e trova subito appresso la compagnia di Renzi: nasce dunque un’aggregazione che non appare casuale o innaturale agli occhi della pubblica opinione, rispondendo in effetti a una domanda diffusa relativamente alla rappresentazione dello spazio intermedio tra le due proposte, entrambe movimentate al loro interno, di destra e di sinistra.

Mi permetto di rilevare che Calenda e Renzi offrono una sponda qualificata all’elettorato che continua a nutrire fiducia, anche dopo la traumatica conclusione del governo di unità nazionale, nell’operato di Mario Draghi. Il “centro” che s’apprestano ad organizzare ha una riconoscibilità  elevata perché muove dal presupposto che all’Italia convenga proseguire nel lavoro egregiamente avviato dall’esecutivo, anche prevedendo – risultati alla mano – la conferma dell’attuale premier all’indomani delle elezioni. Si tratta di una piattaforma che assicura al “centro” la dignità derivante da un percorso di coerenza e concretezza. Se poi si aggiunge la potenziale apertura ai valori del cattolicesimo sociale e popolare, in sintonia con una lettura solidaristica dell’Agenda Draghi, diventa quanto mai attrattiva la rigenerazione di un “centro di progresso” per il retroterra  del Pd legato in origine ai valori del popolarismo.

Tutto questo espone Letta. Il Partito democratico, nato sulle ceneri dell’Unione, conserva nel suo dna il distacco dalla logica delle ammucchiate (a sinistra). Nel 2007 si fece uno sforzo per addivenire rapidamente alla formazione del nuovo partito, anche se alcuni di noi avrebbero preferito un processo più graduale, passando per l’esperimento di una federazione. Veniva sancito il “mai più” che archiviava, in modo definitivo, la prassi delle alleanze fondate sui numeri, più che sulla reale condivisione di un progetto politico. Quella scelta non condusse al successo, ma permise al nuovo soggetto politico di raggiungere un rispettabilissimo 34 per cento di consensi. Era l’inizio di un “centrosinistra” che rompeva con gli ideologismi della sinistra radicale e, pagando un prezzo nel periodo breve o medio, si candidava alla guida del Paese sulla base di un programma “per” e non “contro” qualcuno o qualcosa.     

Il problema è capire allora se questa inversione di marcia, con il ritorno ad accordi elettorali senza una visione politica unitaria, non metta a repentaglio il modello di “partito della nazione” votato alla saldatura di uno schieramento riformatore ampio, retrocedendo quello sforzo generoso e innovativo a chimera del passato. È una domanda che in queste ore, nonostante l’urgenza dei tempi e delle decisioni, è lecito porsi con grande serietà.   

L’EMERGENZA AMBIENTALE E’ LEGATA AL FATTORE UMANO

La Terra si trova  alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia

 

Si può ragionevolmente affermare che, se non interverranno correttivi alla deriva in atto, sia cominciato un drammatico conto alla rovescia per il nostro Pianeta. Ciò significa che la compromissione ambientale, anche nei suoi rapporti con la sostenibilità della dimensione antropologica sta rapidamente configurando scenari preoccupanti per la sussistenza della vita stessa sulla Terra. Già nelle 40 pagine di evidenze scientifiche, priorità e raccomandazioni ai governi redatte dal 29/4 al 4/5 2019 in sede OCSE,  dai rappresentanti di 130 Paesi aderenti all’Ipbes (la piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) per esaminare un Rapporto dell’ONU stilato in 3 anni di lavoro da parte di oltre 150 esperti, volto allo studio e all’approfondimento dei rischi delle biodiversità, si coglieva la sensazione  di un imminente “tsunami” globale che potrebbe portare in tempi definiti “relativamente brevi” all’estinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di ‘specie’ animali e vegetali. Ciò che influisce sull’alterazione delle biodiversità esistenti sono i comportamenti umani: sfruttamento del suolo e delle risorse naturali, come l’acqua e il legno, agricoltura intensiva, caccia e pesca, inquinamento ambientale, uso dei pesticidi, urbanizzazione e cementificazione selvaggia. Sono dunque gli stili di vita dissennati che – secondo il Rapporto dell’ONU – hanno già “alterato gravemente tre quarti delle superfici terrestri, il 40 per cento degli ecosistemi marini e la metà di quelli di acqua dolce”. Sono dati catastrofici che dovranno prima o poi  indurre i governi ad assumere provvedimenti legislativi condivisi ed azioni urgenti di freno a questa deriva distruttiva del pianeta e della sua biodiversità.

Questo fenomeno, così grave e cupo nelle previsioni, finirà secondo l’ONU per condizionare ed alterare le condizioni di vita e sopravvivenza della stessa specie umana, a lungo termine, poiché la biodiversità è garanzia di alimentazione, sostenibilità ambientale, acqua potabile, produzione di energia e  di farmaci.

La Terra si trova – secondo il Rapporto – alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani. Commentando il sesto Rapporto del 2021” stilato dagli scienziati dell’IPCC sull’emergenza del “climate change” e approvato dai 195 Governi aderenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Segretario Generale  Antonio Guterres aveva usato un’espressione eloquente: “siamo al codice rosso”, mentre il presidente di turno della conferenza ONU sul clima COP26 –  il ministro britannico Alok Sharma –  era stato altrettanto esplicito: “Il tempo a disposizione per fermare la catastrofe del cambiamento climatico sta pericolosamente avvicinandosi alla fine: non possiamo permetterci di aspettare ancora due, cinque o dieci anni, questo è il momento di agire”. Definire spaventose le evidenze emerse dalla successiva Conferenza di Glasgow del novembre  2021 è più prossimo all’eufemismo che alla realtà: l’innalzamento del livello dei mari è stato valutato “irreversibile ancora per millenni”, non si era mai riscontrata questa tendenza negli ultimi 3000 anni, ed è causa di erosione delle coste e inondazioni. Addirittura le emissioni di CO2 misurate nel 2019 erano le più alte di sempre, considerando almeno i due milioni di anni precedenti, quelle dei gas serra (biossido di azoto e metano) in cima alla scala dei valori degli ultimi 800 mila anni.

E tutto questo mentre la temperatura media si innalza con un trend incrementale mai riscontrato in passato (+ 1.09° tra emissioni antropiche e gas serra nel decennio 2011/20 rispetto ai 50 anni che vanno dal 1850 al 1900): si pensi alle conseguenze per la vita degli abitanti della Terra, per l’agricoltura, l’allevamento del bestiame, la sostenibilità ambientale, le condizioni delle metropoli ad altissimo tasso di urbanizzazione. Si considerino le osservazioni del compianto biologo Edward O. Wilson – già illustrate e note da tempo – sull’incremento demografico: siamo 7 miliardi e mezzo di abitanti su un pianeta dove la soglia di compatibilità massima è stata stimata ai 6 miliardi di persone. A fine secolo si prevede una popolazione mondiale di 11 miliardi. In questo contesto ambientale ai limiti della compromissione irreversibile, una umanità in espansione illimitata diventa indebolita e vulnerabile agli attacchi di virus che dimorano abitualmente in ospiti animali, come accaduto in tutte le sue varianti con il Covid-19 che ha attaccato l’uomo per transito zoogenetico. Questa coincidenza epocale tra compromissione climatica ed emergenza pandemica non è dunque casuale e può ripetersi.

Occorre padroneggiare una visione olistica di questi fenomeni per tentare adesso, senza rinviare, di arginare la deriva catastrofica. L’obiettivo più immediato è dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 per azzerarle entro il 2050: il nemico numero uno è il riscaldamento globale, l’obiettivo è fermarlo a + 1,5° rispetto all’epoca preindustriale, come programmato nell’Accordo di Parigi (COP21-2015). Temperature più elevate porterebbero tra le altre conseguenze un ulteriore innalzamento dei mari: al trend incrementale attuale potrebbero salire fino a 50 cm a fine secolo, con una previsione ad oggi ingovernabile di 20 metri come corrispettivo di 5° di aumento della temperatura, né ci consola che ciò potrebbe avvenire al limite dei prossimi 2000 anni. (Solo Trump ha potuto commentare… “Avremo un po’ più case con vista mare, che non è la cosa peggiore del mondo“). Questi temi sono stati ripresi in questi giorni nello studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas) a cura di un  gruppo internazionale di esperti guidato dall’Università di Cambridge. Gli scienziati  chiedono in particolare al Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc) di dedicare un rapporto alle loro conseguenze più estreme, per motivare la comunità scientifica e informare i cittadini. “Ci sono molte ragioni per credere che il cambiamento climatico possa diventare catastrofico, anche a livelli di riscaldamento modesti”, afferma il primo autore dello studio, Luke Kemp dell’Università di Cambridge.

“Il cambiamento climatico ha avuto un ruolo in ogni evento di estinzione di massa, ha favorito la caduta di imperi e ha plasmato la storia. Anche il mondo moderno sembra essersi adattato a una particolare nicchia climatica. Al disastro non ci si arriva solo per le dirette conseguenze delle alte temperature, come gli eventi meteorologici estremi. Effetti a catena come crisi finanziarieconflitti e nuove epidemie potrebbero innescare altre calamità e impedire la ripresa da potenziali disastri come la guerra nucleare“. Le aree di caldo estremo, con una temperatura media annuale di oltre 29 gradi, dove oggi abitano circa 30 milioni di persone potrebbero estendersi fino a interessare due miliardi di persone entro il 2070. L’Agenzia ANSA.itScienza&TecnicaTerra&Poli, che ha redatto un dettagliato report sullo Studio di Cambridge, riporta un’affermazione eloquente di un coautore della Ricerca, il Prof. Chi Xu dell’Università di Nanchino. Queste temperature e le loro conseguenze sociali e politiche influenzeranno direttamente due potenze nucleari e sette laboratori di massimo contenimento che ospitano i patogeni più pericolosi: c’è una forte possibilità di effetti a catena disastrosi”. Insomma di argomenti ed evidenze per essere preoccupati ce ne sono, eccome: si aggiunga che pandemie e guerre sommano effetti di accelerazione distruttiva. Che l’uomo stia consumando il Pianeta fino a rischiare il cupio dissolvi è sotto gli occhi di tutti. Il riscaldamento della Terra non provoca solo lo scioglimento dei Poli come documentato anche in TV, l’innalzamento lento dei mari, ma anche fenomeni più vicini a noi come le temperature roventi in alta quota (basti pensare alla tragedia recente della Marmolada) , lo zero termico ad oltre tremila metri di quota.

Anche il Prof. Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica, in un’intervista a Luca Fraioli di Repubblica del 3 agosto u.s.  ha considerato questi temi come prioritari, sia per l’agenda politica che per gli stili di vita e i comportamenti della gente comune. “Il clima è uno degli argomenti che ha pagato la scarsa lungimiranza politica, ma eletti ed elettori devono cambiare rotta”, ha affermato il Professore. E inoltre: “L’appello dei climatologi è importante proprio per indurre i partiti a parlare di riscaldamento globale e sollecitare gli elettori a usare questo argomento per giudicare i diversi programmi. Se per esempio i cittadini mostreranno che per loro è molto più importante la lotta ai cambiamenti climatici che la questione migranti, i partiti si orienteranno di conseguenza. Certi temi vengono cavalcati per attirare voti. E finché il clima verrà vissuto come un argomento che non porta voti rimarrà estraneo al dibattito politico“.

Affermazione che riscontra l’evidenza circa l’assenza esplicita di questo tema tra quelli che riempiono l’agenda politica del dibattito elettorale e i programmi per il futuro.

Accanto a questo rilievo occorre considerare che il tema del riscaldamento globale sta coinvolgendo la gente comune solo nel momento in cui ci si rende conto che si tratta di un argomento impellente, pervasivo e vicino a noi e ai nostri abituali stili di vita. Scienza, politica e ‘immaginario collettivo’ dovrebbero assumere l’emergenza ambientale nella sua intrinseca e totalizzante ricaduta sulla sostenibilità antropologica tra progresso e rispetto della natura. Occorre fare presto, partendo ad esempio da una adeguata educazione ambientale avviata a scuola per poi proseguire con una massiccia campagna di sensibilizzazione sugli stili di vita corretti lungo tutto il ciclo biologico dell’esistenza.   

Nulla può essere lasciato al caso: la scienza illumina il cammino da compiere e – come dice il Professor Parisi “guarda un po’ più in là”. Ma la politica deve assecondarne gli studi, le ricerche, le indicazioni e i metodi per conseguire risultati. Poi spetta a ciascuno di noi, nessuno escluso, comportarsi con “scienza” e “coscienza”. Chi viene dopo può essere migliore se ha ricevuto buoni insegnamenti.

LETTA ABBRACCIA I ROSSO-VERDI METTENDO ALL’ANGOLO CALENDA. LA SFIDA DI RENZI: CONTRO TUTTI, MA COME?

È uno scenario che apre nuovi varchi all’iniziativa di chi vuole un terzo polo altamente competitivo. Farne il crogiolo dei “liberali e riformisti” non vuol dire granché. Serve un “centro di progresso”, secondo la lezione e l’esempio di Sturzo, De Gasperi e Moro. Renzi procede senza un pensiero politico.

Stavolta bisogna riconoscere che la sintesi più chiara l’ha congegnata Renato Manneheimer, uno dei sondagisti più basonati e longevi presenti sul mercato. Ci sono motivi pratici che obbligano Letta a lavorare ad un accordo elettorale ampio, mentre sussistono ragioni strategiche che sostengono il tentativo renziano di costruzione del terzo polo. “Se politicamente Renzi ha ragione – ha dichiarato all’Adnkronos  – da un punto di vista tattico fa bene Letta a prendere più voti che può attraverso un’alleanza alquanto variegata […] La scelta di Renzi è coraggiosa, ma anche molto costretta dai fatti”. 

Ora, l’accordo a sinistra è stato chiuso. In che modo? Letta, Fratoianni e Bonelli si sono limitati essenzialmente a identificare il punto di comune interesse, vale a dire la possibilità di accrescere, stando insieme, le chance di vittoria nei collegi uninominali. Pertanto il progetto politico, delineato nel documento d’intesa tra Letta e Calenda, scompare dai radar della comunicazione di Pd e rosso-Verdi: non si parla di convergenze sulle grandi scelte, ma di un patto minimale, seppur significativo, consistente nella suddetta manovra a scopo elettorale, contro il blocco delle destre. Il richiamo alla “difesa della costituzione” appare circonfuso di nobiltà retorica. Non è detto che possa suscitare una convinta adesione popolare.

Chi appare davvero in difficoltà è Calenda, imprigionato a questo punto in uno schema che vanifica il tentativo di assegnare all’asse lib-lab (Pd-Azione-Più Europa) una nuova centralità nei processi di governo del Paese. Gli eventi delle ultime ore smontano le ambizioni di un riformismo a 24 carati e mettono a dura prova l’autocontrollo del suo più fervido sostenitore. E Calenda, notoriamente, non eccelle nella disciplina dello spirito, amante come pochi di esternazioni lapidarie e turgide reprimende erga omnes. Il suo silenzio, dopo che Letta ha biodegradato il movimentismo dei rosso-verdi, assomiglia a nube carica di pioggia. 

All’opposto, sul versante del terzo polo renziano, nuove opportunità si profilano all’orizzonte. Tutto sta nel vedere quanto la capacità tattica del leader di Italia Viva abbia il respiro giusto per andare oltre gli spiccioli di una propaganda inneggiante al protagonismo dei “liberali e riformisti”. In Italia, grosso modo, sono tanti e forse troppi a fregiarsi di questa generica formula identificativa. C’è qualcuno, a destra o a manca, che non si proclami liberale e non si senta riformista? A questo pozzo non si attinge acqua fresca. Anche Renzi deve piegarsi alla constatazione che il buco nero della politica italiana riporta alla questione di come sia possibile recuperare l’intelaiatura del “centro di progresso”, secondo la lezione e l’esempio di Sturzo, De Gasperi e Moro.

Se si vuole fare sul serio, il terzo polo va concepito e presentato con l’ardore di un pensiero politico.

CENTRO, ORA RENZI ALLARGHI AI CATTOLICI POPOLARI E SOCIALI.

Va messa in campo una iniziativa politica, e forse anche culturale nonchè programmatica, che sia in grado di coinvolgere il più possibile un mondo sociale e politico che da troppi anni è senza una reale e compiuta rappresentanza politica ed istituzionale.

Il cosiddetto “terzo polo” centrista, moderato e riformista può essere la vera novità della prossima campagna elettorale. Una novità che è carica di politica, di cultura politica e, soprattutto, di prospettiva politica. E le note capacità di Matteo Renzi nel condurre le campagne elettorali sono un ulteriore elemento che possono rafforzare le quotazioni di questo luogo politico. Del resto, è indubbio che i due schieramenti principali sono viziati al proprio interno da evidenti e persin plateali contraddizioni politiche. Sul versante del centro sinistra è inutile soffermarsi perchè quando all’interno della stessa alleanza convivono il diavolo e l’acqua santa si tratta di una coalizione unita da un solo collante: la distribuzione del potere interno e, nello specifico, da una profonda avversione, se non addirittura una violenza distruttiva, nei confronti dell’avversario/ nemico. Un nemico da abbattere in nome dell’eterno e mai sopito antifascismo, sovversivismo e via discorrendo. Vabbè, un disco rotto che ormai conosciamo da oltre mezzo secolo.

Il centro destra, come da copione, è invece un conglomerato attraversato da profonde divisioni politiche al proprio interno ma che poi riesce, puntualmente, ad unirsi nei momenti decisivi. Cioè alla vigilia di ogni consultazione elettorale.

Per questo la provocazione di un “terzo polo” può essere una sfida politica avvincente e significativa per smuovere le profonde contraddizioni che caratterizzano i due schieramenti maggioritari. Purchè, e qui c’è il vero elemento che può ulteriormente qualificare questo progetto, ci sia la capacità di coinvolgere anche quei settori, quell’area e quei mondi vitali che si potrebbero riassumere con quattro parole: cattolicesimo popolare e cattolicesimo sociale.

Ecco, adesso va messa in campo una iniziativa politica, e forse anche culturale nonchè programmatica, che sia in grado di coinvolgere il più possibile un mondo sociale e politico che da troppi anni è senza una reale e compiuta rappresentanza politica ed istituzionale. E questo perchè quell’area cosiddetta e sbrigativamente di “centro” che per molti anni è stata decisiva in tutti gli snodi più importanti della nostra vita politica, è coincisa per molto tempo con la storia concreta dei cattolici popolari e dei cattolici sociali. E la vicenda avvincente ma tuttora incerta del “terzo polo” – almeno sino al concreto responso elettorale – non può non tener conto di questo mondo. Non per esigenze di potere o di redistribuzione dei pochi seggi che saranno a disposizione, ma per la semplice ragione che si tratta di un’area politica ed ideale che oggi ha l’opportunità per essere realmente ed autorevolmente rappresentata.

Per questi semplici motivi adesso Renzi e altri esponenti di questo nuovo raggruppamento di centro hanno l’opportunità per svoltare. E cioè, per ridiventare interlocutori di un’area politica che richiede ad alta voce una nuova rappresentanza politica e una nuova forza politica di riferimento. Verrebbe da dire, “se non ora quando”?

L’AVVERSARIO HA ANCHE QUALCOSA DI BUONO?

Bisogna purtroppo constatare la strutturale incapacità di questo ceto politico a celebrare un minimo rito di unificazione civile del paese.

C’è qualcosa di troppo e insieme qualcosa che manca in questa campagna elettorale. Un pieno e un vuoto che si intravedono, tutti e due, già in queste prime battute. Il pieno è il solito repertorio negativo di questi ultimi anni. La polemica, quasi sempre sopra le righe. La disinvoltura con cui vengono confezionate alleanze e candidature. 

I movimenti più erratici che accompagnano e accomunano vecchi volponi e nuovi protagonisti in cerca di gloria (si fa per dire). E ancora, una diffusa e trasversale ritrosia a misurarsi con i problemi più veri e drammatici a cominciare dalle conseguenze della guerra e dal riaccendersi di un’inflazione di giorno in giorno più minacciosa. 

Su tutti questi temi più scomodi si finisce sempre per sorvolare, confidando che la demonizzazione dell’avversario possa compensare la pochezza delle soluzioni che ciascuno si sente di offrire. Ma poi c’è il vuoto, che rende quel troppo pieno ancora più inquietante. 

Ed è la strutturale incapacità di questo ceto politico a celebrare un minimo rito di unificazione civile del paese. Un tema, una questione, un argomento, una qualsiasi cosa su cui i partiti mostrino di concordare. Un riconoscimento che offrano ai loro avversari, una convergenza patriottica che serva a dire che ci sarà un attimo, anche solo un attimo, in cui le forze che si combattono sapranno avvicinarsi per rappresentare almeno un simulacro di unità del Paese. Il primo che riconoscesse qualcosa di buono nel suo avversario sarebbe un candidato da votare subito. Per ora, non se ne vede traccia.

 

Fonte: “La Voce del popolo”, settimanale della diocesi di Brescia.

(L’articolo, apparso il 4 agosto 2022 su “La voce del popolo”, è qui riproposto per gentile concessione)

RENZI, IL SOLDATO RYAN. LA SUA INIZIATIVA VA SALVATA. ORA LE FORZE DI ISPIRAZIONE DC POSSONO RITROVARSI.

Va lanciato un appello alla opinione pubblica affinché comprenda la gravità del momento e non resti estranea  alle vicende nazionali. C’è un generale Marshall capace di riportare a casa Ryan e il suo vessillo? Si tratta di un’esigenza politica di fronte all’offuscamento della dialettica democratica.

Le elezioni politiche del 25 settembre assumono un rilievo più forte del passato soprattutto per le incertezze e le ambiguità di ambedue  le coalizioni. 

La caduta del governo Draghi è apparsa e appare incomprensibile a larghi strati della opinione pubblica, soprattutto per i successi ottenuti. Della sua caduta sono responsabili non solo coloro che ne hanno provocato le dimissioni come i Cinque Stelle, ma anche quelli come Forza Italia e Lega che hanno impedito che la situazione degenerasse approfittandone per calcolo utilitaristico.  

Di fronte ad un bipolarismo forzato dalla legge elettorale occorre che le forze moderate  e centrali del Paese, quelle ancorate ai ceti produttivi e alle professioni ai settori più dinamici della società che guardavano ai successi e alla credibilità interna e internazionale del governo Draghi, abbiano il coraggio di reagire individuando le forze politiche e lo schieramento che possa far ritrovare spazi di agibilità politica fuori dalle compressioni personalistiche. 

Dalla situazione attuale Matteo Renzi si trova nella posizione di essere fuori dagli schemi precostituiti e perciò in una situazione che può diventare forza se saprà aprirsi alle forze che sui territori  chiedono una rappresentanza su basi programmatiche serie e dignitose. 

C’è dunque da salvare il soldato Ryan (Renzi) attraverso una patto di convergenza come quello di De Gasperi nel 1923 dopo la introduzione della Legge Acerbo (aveva fatto parte della commissione dei 18) tra le forze che hanno a cuore la Costituzione, l’europeismo, l’atlantismo e non una velleitaria visione d’Europa terzomondista. 

In un tale patto di concentrazione le forze di ispirazione democristiana possono ritrovarsi e convergere ove le disponibilità al confronto superino gli egoismi, ove i programmi siano più forti della distribuzione dei collegi. 

C’è da fare appello alla opinione pubblica affinché comprenda la gravità del momento e non resti estranea  alle vicende nazionali. 

C’è da salvare il soldato Ryan, come nel film capolavoro di Steven Spielberg, dopo la estinzione dei piccoli partiti che avevano tentato, in passato, di difendere l’idea democristiana. C’è un generale Marshall capace di riportare a casa Ryan e il suo vessillo? ‘Salvare il soldato Ryan‘ diventa un’esigenza politica di fronte all’offuscamento della dialettica politica che l’artificio elettorale determina.

UNA LEGISLATURA NATA MALE CI REGALA L’ULTIMO STADIO DEL TRASFORMISMO POLITICO.

A questo punto, dice l’autore, occorre “un voto di netta scelta euro atlantica, coerente con le grandi decisioni di politica estera assunte dall’Italia con la DC di De Gasperi”.

Una legislatura caratterizzata dal più alto numero di voltagabbana (304 cambi di casacca per 214 parlamentari) è stata dominata dal trasformismo politico, conseguenza anche di una legge elettorale indecente, senza preferenze e alla mercé di partiti personali impegnati a selezionare dei “nominati” disponibili a ogni avventura. Nella formazione delle liste tuttora in corso, il trasformismo politico sta raggiungendo il suo ultimo stadio, grazie proprio al permanere di una legge elettorale, il rosatellum, che favorisce la conservazione di un falso sistema bipolare, con l’aggiunta di una regola per la presentazione delle liste che concede un potere di compravendita efficace ai detentori di un simbolo già presente tra i parlamentari uscenti; unica strada per evitare la difficile raccolta delle firme in tempi così brevi.

La mancata approvazione di una legge elettorale proporzionale con sbarramento, preferenze e istituto della sfiducia costruttiva, in sintesi, il sistema proporzionale alla tedesca, ha garantito ai maggiori partiti dei due poli, PD e FdI, un potere attrattivo privilegiato alimentando uno scontro bipolare sinistra-destra che, impedisce la nascita di quel centro democratico, popolare, liberale e riformista, euro atlantico che avevamo sperato di vedere realizzato. Assistiamo, invece, all’affannosa rincorsa finale di un posto sicuro, a destra e a manca, dopo che “il principe dei capitani di ventura” della politica italiana, Calenda, ha sparigliato le carte, forte di una presunta capacità d’ interdizione, imponendo al giovane Letta la rinuncia al 30% dei seggi uninominali disponibili. In tal modo, al campo largo, obiettivo originario del PD, sta nascendo un campo variegato mentre si pronunciano fatwe e pregiudiziali insensate che non porteranno fortuna elettorale. 

Abbiamo sempre sostenuto che una legge in larga parte maggioritaria come il rosatellum, avrebbe tripartito la nostra area politica e culturale di riferimento; l’area cattolico democratica e cristiano sociale che, di fronte allo scontro forzato bipolare PD e coalizione di destra, rischia la tripartizione del voto: a destra, a sinistra, o rifugio nell’astensione. Sono riemerse le vecchie distinzioni del tempo ruiniano tra teodem e teocom, le desuete categorie di fascismo e antifascismo, mentre permane la diaspora suicida post democristiana della lunga “demodissea” del trentennio 1993-2022.

Avevamo sperato che in queste ultime ore un barlume di lucidità potesse ricomporre l’unità elettorale tra Mastella, Tabacci e Renzi, ma, alla fine, siglato il patto PD-Calenda, anche questa ultima speranza sembra svanire. La scelta infelice di Mastella di personalizzare il suo nuovo partito, fa pendant con quella suicida dell’amico Tabacci di investire pressoché tutto sul giovane Di Maio, sino a intestargli la lista di Impegno civico. Una proposta durata lo spazio di un mattino se, dopo l’offerta di un collegio uninominale sicuro dal PD a Di Maio, anche quella lista è diventata obsoleta. La più grande amarezza, infine, resta quella della riconfermata impotenza della DC guidata da Renato Grassi, l’unica legittimata nel percorso seguito dalla sentenza della Cassazione che ha sancito come la DC storica non sia mai stata giuridicamente sciolta, che, tuttavia, non è riuscita nel progetto di ricomposizione politica di ciò che rimaneva di quella storia. Una “rimanenza” che si è andata vieppiù frantumando in tanti rivoli senza progetto e senza speranza. 

La mancanza del simbolo, ancora una volta utilizzato dal trio Cesa-De Poli-Binetti, quale rendita di posizione elettorale personale, messo al servizio della destra del trio Meloni-Salvini-Berlusconi, e l’assenza di amici eletti nel Parlamento, hanno reso oggettivamente difficile l’azione pre elettorale di Grassi, nonostante la direzione nazionale del partito avesse assunto nel merito una posizione netta e politicamente gestibile. Serviva più disponibilità anche dalle altre componenti citate, ma, alla fine, questa non c’è stata, preoccupati tutti, innanzi tutto del proprio “particulare”.

Ho conosciuto, in questi giorni, diversi gruppi e associazioni di area cattolica e democratico cristiana, che, hanno espresso e sostengono di votare a destra, sottovalutando le conseguenze di questa scelta. Impossibilitati a condividere le scelte in materia di diritti civili fatte dal PD, talune nettamente contrarie ai valori negoziabili di noi cattolici, questi amici, ritengono di essere più tutelati sul piano dei valori da una destra che, di quei valori, è molto spesso una predicatrice astratta rispetto ai comportamenti reali praticati dai singoli esponenti. 

È assente o, quanto meno è sottovalutato, il giudizio su ciò che sta accadendo in Europa e nel mondo, dove Russia e Cina stanno tentando di modificare gli equilibri geopolitici di Yalta, puntando a dividere l’Unione europea e la NATO, anche con l’aiuto di politici presenti nell’area della destra italiana. Chiedevamo un voto di netta scelta euro atlantica, coerente con le grandi decisioni di politica estera assunte dall’Italia con la DC di De Gasperi, e a sostegno dell’Agenda Draghi. Ultima speranza la lista di Tabacci miseramente fallita e adesso, che il Signore ci assista!

L’ULTIMO VIAGGIO DI LORENZO. I SETTE CHILOMETRI PERCORSI DAL SANTO NELL’AGOSTO DEL 258 PRIMA DEL TRAGICO EPILOGO.

Nella Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura, ogni 10 agosto, Roma celebra la festa di un cristiano la cui «virtù fu vittoriosa», come sottolinea Agostino.

Paolo Mattei

Sette chilometri. Questa più o meno la lunghezza del percorso che, secondo la tradizione, Lorenzo seguì nei primi giorni di agosto del 258, quando attraversò Roma per andare incontro al suo destino. Tra le Catacombe di San Callisto, dove fu arrestato, e il colle Viminale, dove fu giustiziato in odium fidei, la città custodisce le tracce dell’ultimo viaggio del santo diacono, un itinerario punteggiato da varie chiese che ne fanno memoria (e che nel Medio Evo erano più di trenta).

 

Scendendo per via Urbana, da Santa Maria Maggiore verso piazza della Suburra, nel silenzio di San Lorenzo in Fonte, chiesetta anonimamente incastonata fra le case che fiancheggiano la strada, si conservano gli spazi angusti della prigionia del giovane cui papa Sisto II aveva affidato il servizio dell’assistenza ai poveri di Roma. Nelle pareti dell’unica piccola navata ci sono due porte: sull’architrave di quella di sinistra, l’iscrizione «Aditus ad carcerem et fontem S. Laurent[ii]» indica l’ingresso all’ipogeo in cui il diacono, utilizzando una sorgente d’acqua tuttora viva — e purtroppo da anni inaccessibile per motivi di sicurezza — battezzò non solo il compagno di prigionia Lucillo, ma pure il carceriere, il centurione Ippolito, anche lui martire e contitolare dell’edificio sacro. Sull’altra porta, nella parete destra, l’epigrafe recita «Thesauros Ecclesiae dedit pauperibus», espressione tratta dall’antica antifona del Magnificat nei Vespri della festa del santo. Ed era proprio a motivo di quel gesto — distribuire tra i poveri i tesori della Chiesa — che Lorenzo si trovava incarcerato.

 

Un gesto definito da Ambrogio, nell’inno Apostolorum supparem, “dolus”, cioè “inganno”, beffa ordita ai danni dell’imperatore Valeriano, che, emesso il giudizio di condanna a morte nel Foro, nel luogo in cui ora troneggia alta su un podio la chiesa di San Lorenzo in Miranda, aveva intimato al santo “levita” (come lo definì Prudenzio) di consegnargli, prima dell’esecuzione, i beni ecclesiastici. Mai avrebbe immaginato di trovarsi davanti, qualche giorno dopo, una folla di indigenti, tra i quali l’“archidiaconus” aveva spartito denaro e cibo a seconda delle necessità di ognuno di loro: «Hi sunt opes ecclesiae», eccoli, i tesori della Chiesa. L’episodio si consumò, secondo vari racconti, sul colle Celio, nei pressi dell’attuale Basilica di Santa Maria in Domnica (la parete absidale della quale è decorata da affreschi seicenteschi dedicati alla vita del martire).

 

Così Lorenzo, dalla prigione della Suburra, fu trasferito duecento metri a nord, sulle pendici del Viminale, per subire l’estremo supplizio del fuoco nello spazio in cui ora si trova, sopraelevata sul piano stradale e circondata da un borghetto medievale, San Lorenzo in Panisperna, sull’omonima via. Sulla parete di fondo della bella chiesa — nella cui cripta sta il forno tradizionalmente riconosciuto come quello in cui il diacono fu giustiziato — si staglia un grandioso affresco manierista d’ispirazione michelangiolesca (il dipinto murale di più grandi dimensioni a Roma dopo il Giudizio Universale della Sistina) realizzato dal marchigiano Pasquale Cati a fine Cinquecento e raffigurante il Martirio di san Lorenzo.

 

In questo luogo la tradizione individua la fine della vicenda terrena dell’«arcidiacono pari quasi agli Apostoli […], onorato di un’eguale corona dall’identica fede romana», come recita il citato inno ambrosiano. Le spoglie del giovane uomo — effigiato quasi sempre con lo strumento del supplizio, la celebre graticola i cui resti sono conservati in San Lorenzo in Lucina, nel rione Colonna — furono trasferite nell’Ager Veranus, sulla via Tiburtina, dove riposano da quasi milleottocento anni. Oggi sono custodite, accanto a quelle di santo Stefano, nella Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura. Qui ogni 10 agosto Roma celebra la festa di un cristiano la cui «virtù fu vittoriosa», come sottolinea Agostino, solo perché «la carità non era simulata», ma dono di «Colui che la infonde nei nostri cuori e che ci dà la vera virtù».

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 5 agosto 2022.

(Articolo qui riproposto per gentile concessione)

IL NUOVO CENTRO SINISTRA ESIGE L’INTESA TRA LETTA CALENDA E RENZI. DIFFICILE, QUASI IMPOSSIBILE. EPPURE…

Qual è l’alternativa, consegnare il drappello dei renziani all’ardua prova dell’isolamento? È un discorso che sa tanto di ripicca, non di lungimiranza e serietà. Invece il Paese ha bisogno di riconoscersi in un progetto serio. 

Dopo l’incontro con Letta, l’accoppiata Fratoianni-Bonelli lascia aperta la strada dell’accordo. Il nodo sarà sciolto nelle prossime ore, al massimo tra due giorni. Tutto lascia intendere però che l’alleanza guidata dal Pd si accinge a gestire l’ingresso della componente rosso-verde. Resta da vedere fino a che punto Calenda accetti di coprire l’operazione di allargamento a sinistra, con evidenti ripercussioni dirette o indirette sul profilo programmatico e politico della coalizione.     

I dubbi sulla validità di questa scelta sono molti. Il rischio è che la somma algebrica dei voti provenienti dalle posizioni più divaricate sia più bassa del previsto. Non si darebbe l’idea di un vero “fronte repubblicano” giacché questo, per essere credibile, dovrebbe avere confini ancora più larghi, coinvolgendo anche Renzi. A tale riguardo, come si sa, le resistenze sono ancora forti, se non decisamente insuperabili. Semmai riecheggia qua e là, nonostante tutto, l’auspicio di un recupero in extremis del M5S. Anche nel Pd, sotto traccia, opera questa suggestione.

Tuttavia, con un po’ di coraggio, Letta dovrebbe accontonare la trattativa con i rosso-verdi – basterebbe limitarsi a constatare l’incongruità di un accordo proprio con gli avversari dell’Agenda Draghi – e lanciare un appello a Italia Viva. È un’ipotesi difficile da gestire, essendo palese l’accumulo di rancori e diffidenze tra le parti, ma niente affatto peregrina. Anzi, avrebbe dalla sua il valore di un innesco positivo in funzione della più limpida e coerente rielaborazione della politica di centro sinistra. Significherebbe, in altri termini, il varo di una proposta capace di mobilitare l’elettorato più sensibile alle ragioni di un riformismo ‘senza se e senza ma’, la cui cifra identificativa appartiene alla stessa formazione originaria del Pd.

Anche Calenda è chiamato a farsi carico di un gesto di responsabilità. Può scegliere di blindare per avarizia il patto con Letta o viceversa, con la giusta dose di generosità, aiutare Letta a rafforzare strategicamente il carattere riformista della nascente coalizione. Qual è l’alternativa, consegnare il drappello dei renziani all’ardua prova dell’isolamento? È un discorso che sa tanto di ripicca, non di lungimirante predisposizione a un rilancio in grande stile della politica di modernizzazione del Paese. C’è in fondo l’esigenza di riaggregare un elettorato che sconfina razionalmente nell’astensionismo a causa di questa dispersione di energie e, per meglio dire, a seguito di questa riluttanza a fare sul serio.  

Invece è la serietà a volteggiare come monito e speranza sul capo degli italiani, nello scenario di una campagna elettorale che si annuncia particolarmente impegnativa e severa.  

SERBIA E KOSOVO AI FERRI CORTI. UNA NUOVA POSSIBILE CRISI NEL CUORE DELL’EUROPA.

“La Serbia – dice l’aurore- non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo (del resto proclamata unilateralmente nel 2008), che viene pertanto reclamato tuttora come proprio territorio. Non per caso, né Mosca né Pechino hanno mai riconosciuto la repubblica kosovara ed è adesso per loro assai facile e redditizio soffiare sul fuoco del latente e mai sopito nazionalismo serbo. E accennare ad analogie col Donbass potrà aiutare allo scopo”.

Una nuova nube scura si addensa sull’Europa. È sopra i Balcani, area geografica da sempre travagliata e ricca di tensioni a volte tramutatesi in scontri armati devastanti. Ovviamente concentrati sulla guerra in Ucraina ce ne siamo accorti solo pochi giorni fa, come effetto della “guerra delle targhe” fra Serbia e Kosovo. In breve, Belgrado non accetta sul suo territorio veicoli con targa kosovara. Misura che ora adotterà anche Pristina (per alleviare la tensione immediatamente creatasi alla frontiera, il provvedimento è stato posticipato di un mese): gli automezzi serbi che entreranno in Kosovo dovranno essere muniti di una specifica documentazione, valevole tre mesi, fornita dalle autorità kosovare.  Potrebbe sembrare un gioco di ripicche e punzecchiature reciproche se non fosse per lo scenario complessivo, tutt’altro che sereno.

Il Kosovo confina a sud con la Macedonia del Nord, a ovest con l’Albania e il Montenegro, a nord e a est con la Serbia. La zona settentrionale del paese è abitata da una popolazione in maggioranza serba. Che Belgrado vuole tutelare in quanto – a suo dire – discriminata dalle autorità kosovare. Speriamo un giorno di non dover imparare i nomi dei comuni di quest’area geografica, perché le similitudini col Donbass sono invero diverse. Inclusa qualche voce ipernazionalista serba che invoca una futura “denazificazione” di quelle aree e più in generale dell’intero Kosovo. Lo stesso presidente serbo Aleksandr Vucic è apparso in un video mostrando una t-shirt con stampigliata una mappa del Kosovo sormontata da una bandiera della Serbia, con ciò certamente non contribuendo ad un calo della tensione già alta di suo. Della quale non ha mancato di approfittare l’ineffabile Maria Zakharova (l’ormai celebre portavoce del Ministero degli Esteri russo), pronta ad accusare il governo di Pristina di voler attuare “regole discriminatorie e infondate” nei confronti della comunità serba del Paese.

La situazione non è ancora fuori controllo, ma è alquanto insidiosa. La Serbia non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo (del resto proclamata unilateralmente nel 2008), che viene pertanto reclamato tuttora come proprio territorio. Non per caso, né Mosca né Pechino hanno mai riconosciuto la repubblica kosovara ed è adesso per loro assai facile e redditizio soffiare sul fuoco del latente e mai sopito nazionalismo serbo. E accennare ad analogie col Donbass potrà aiutare allo scopo.

Ecco perché l’Unione Europea, oggi assorbita dall’emergenza ucraina, dovrebbe porre più attenzione a tutta la questione balcanica. Un’area oggetto di un’attenzione insistita sia da parte cinese (quale transito verso nord delle merci che arrivano al porto del Pireo seguendo la rotta dellanuova Belt & Road marittima) sia da parte russa, essendo Mosca volta a recuperare consenso e simpatie anche identitarie (la cultura slava, la religione ortodossa) nella stessa Serbia, ma anche in Bosnia dove il capo della comunità serba, Milorad Dodik, sta sempre più frequentemente parlando della futura secessione della componente serba del Paese.

Il rischio di un incendio improvviso esiste. Purtroppo. Ma realisticamente bisogna considerare questa prospettiva. Ecco perché è importante parlarne ora, prima che sia troppo tardi.  

CANDIDATURE, PROGRAMMI, ALLEANZE: UNO ‘SPETTACOLO’ CHE ACCRESCE IL DISTACCO DELLA PUBBLICA OPINIONE.

Una campagna elettorale cominciata male. Siamo costretti a votare chi ci viene imposto dall’alto. L’astensionismo è un segnale allertato da tempo e tutti vorrebbero pescare in quel grande buco nero delle delusioni e dell’imbarazzo, della nausea e dell’indifferenza. Ciò che urta di più – almeno a me accade questo – è la concezione proprietaria della politica.

Da quando portavo i calzoni corti sento ad ogni elezione il solito refrain: “Questa volta votare è decisivo”. In Italia la politica ama il voto, adora i sondaggi, altre volte li teme, gioca a rimpiattino con le promesse elettorali, spesso mente sapendo di mentire, più che quietarsi a fare leggi buone ed utili ama il litigio, lo sconquasso, gli effetti speciali. Anche in questa occasione, dopo aver cacciato un Presidente che non rimpiazzeremo mai più, ora tutti si accaniscono nei soliti rituali e nelle liturgie che portano al voto.

Una campagna elettorale cominciata male, nella concitazione dei tempi brevi in cui bisogna decidere le candidature e le alleanze, in cui fioriscono nuovi simboli – rigorosamente con il nome del padre-padrino-proprietario. Stiamo vedendo di tutto e di più. Come in una pista di go-kart i politici cercano su un terreno scivoloso la migliore collocazione: chi se ne va sbattendo la porta può avere la dignità di non ricandidarsi, oppure non lo fa temendo di diventare un trombato eccellente, o ancora cambia casacca, gruppo, persino idee pur di essere riconfermato. Io credo che se il partito di prima ti andava stretto, oppure ti senti tradito non ne cerchi uno nuovo: rischi di correre fianco a fianco con chi hai combattuto per anni, persino di smentire te stesso. 

Ma possibile che si contino sulle dita di una mano coloro che ammettono: ho fatto la mia parte, cose giuste e cose sbagliate, come è umano che sia, ora passo la mano, magari per la legge dei grandi numeri esiste qualcuno migliore di me? Non c’entrano le conversioni, bisognerebbe avere il coraggio di dire che nessuno è indispensabile. Dopo una figura così vergognosa da suscitare reazioni in tutte le cancellerie e le redazioni dei quotidiani più prestigiosi del mondo, questa era l’occasione buona per rinnovare davvero. Prevale invece il gioco della coperta corta da tirare di qua e di là: pochi rinunciano e fanno testo solo per gli archivi parlamentari o le segreterie dei partiti.

In qualche mese abbiamo assistito a metamorfosi politiche da “Guerre stellari”, tutti devono portarsi sulla linea di partenza, non c’è spazio né per il merito certificato né per il nuovo: siamo costretti a votare chi ci viene imposto dall’alto. Osserviamo signori e signore posizionarsi per i selfie con i nuovi capi partito, e a sorbirci le solite manfrine: frasi fatte, parole che conosciamo a memoria, tutti vogliono mettersi al riparo di una candidatura sicura. Campo largo, progressista, area dei liberali o dei conservatori: tutti rivendicano diritti, non ho sentito pronunciare una volta sola la parola “doveri”. L’astensionismo è un segnale allertato da tempo e tutti vorrebbero pescare in quel grande buco nero delle delusioni e dell’imbarazzo, della nausea e dell’indifferenza. Un gioco provato altre volte ma il trend dei votanti segna sempre una deriva al ribasso.

Ciò che urta di più –almeno a me accade questo- è la concezione proprietaria della politica. Girare nei mercati a distribuire santini non è attenzione ai bisogni della gente, fare i selfie dopo i comizi è come dire “caro amico, caro compagnaccio, mi ricorderò di te, se mi riporti questa foto ne riparleremo”.

Ho ascoltato commentatori autorevoli come Mieli, Franco, Rampini esprimere una malcelata indignazione per il modus operandi dei leader e dei loro fedeli vassalli, valvassori e valvassini. Tutti pronti ad azzannare l’osso da portare a casa: tante paghe per il lesso diceva Manzoni e aveva capito tutto.

C’è chi tira a polarizzare verso un neo bipolarismo (già ampiamente fallito) chi invece rincorre il sogno del centro come luogo di moderazione e mediazione. Ho letto centinaia di articoli che teorizzavano un centro nuovo, popolare, che partisse dal basso ed ora si trovano smentiti e spiazzati dai giochi di palazzo. In una società composita e conflittuale è difficile trovare radicamenti mediani: ci si può provare in parlamento in modo tale che chi è già seduto sugli scranni trovi un posizionamento corretto. Contano molto anche le sfumature: noi non siamo democratici o repubblicani, labour o tory, si passa tutto l’arco parlamentare da una parte all’altra e si trovano gruppi e formazioni di ogni congerie, differenziati da sfumature impercettibili che non riusciamo a superare. Colpa della personalizzazione della politica: provi qualcuno della società civile, fosse anche il più colto, retto e onesto dei cittadini a farsi avanti. Tutto è blindato, appannaggio di chi ha maturato una legislatura o ci sa fare nei maneggi di mediocre cabotaggio morale.

Difficile dunque, pur di fronte ad una composizione variegata dell’emiciclo, trovare il partito o l’alleanza adatti. C’è sempre un neo, una virgola, un preambolo, un accidente che rende molti indecisi fino all’ultimo. Mentre scrivo queste poche righe mi giunge notizia che il Parlamento ha approvato il Decreto aiuti: ci sono molti oboli ma non una riga, non una parola per i lavoratori fragili. Il Governo li lascia senza tutele, magari il tema sarà oggetto di campagna elettorale, intanto chi ha un tumore o è immunodepresso non può ammalarsi o chiedere lo smart working. Cari politici è su queste cose che si gioca la vostra credibilità, non sulle promesse o sulle parole. Da questo punto di vista siete tutti uguali. Adesso vi interessa la poltrona, chi vivrà vedrà. Che vergogna, anzi che indegno squallore.

NON SOLO CALENDA, ANCHE RENZI NEL FRONTE REPUBBLICANO. IL CENTRO…AGLI EX RADICALI? UNA LESIONE PER I POPOLARI.

Bisogna vincere l’ultimo ostracismo sulla via di un “fronte repubblicano” quanto mai aperto, altrimenti si finisce per mettere in mano a Renzi, spinto a giocare la carta del “terzo polo”, l’occasione per acciuffare la rappresentanza di una cultura politica – quella popolare – che vive oltre la dimensione di una sua autonoma dimensione di partito. E il Pd senza l’anima del popolarismo cosa diventa?  

La potenza di fuoco delle destre non consente alcuna distrazione: essere realisti significa disporsi a ricercare a tutti i costi l’unità dei riformisti, allargando il centro sinistra. Va bene, dunque, l’accordo siglato da Pd, Azione e +Europa. Come sempre, i singoli dettagli possono anche far discutere, ed è giusto che sia così; ma il disegno nel suo insieme rispecchia un’esigenza fondata e indica una prospettiva, quella della più robusta competitività sul terreno elettorale, che le divisioni non potrebbero garantire.  

Questa è la premessa, certamente lusinghiera. Non è un dettaglio, tuttavia, il potenziale fattore di emarginazione dell’area popolare. A Calenda si delega un compito che vedeva, all’origine dell’Ulivo, esaltata la funzione del Ppi. Oggi il centro viene consegnato nelle mani degli ex radicali e Dalla Vedova ne rivendica persino l’esclusività nell’ottica della distinzione dal Pd. Si tratta di una modificazione genetica dell’alleanza tra centro e sinistra, di cui proprio il Pd doveva e deve rappresentare l’emblema più significativo. Chi ha vissuto quell’esperienza – dal Ppi alla Margherita, e poi dalla Margherita al Pd –  può raccontare con orgoglio la “resistenza”, in nome degli ideali presenti nella tradizione democratica cristiana, alla tumultuosa e ambigua insorgenza del berlusconismo. 

Per certi versi, i popolari furono più intransigenti dei post-comunisti; lo furono, ad esempio nella difesa della Costituzione, con l’alta testimonianza di Dossetti; più intransigenti, insomma, per un lascito di coerenza che rendeva più limpida ed autentica la lezione del “riformismo cattolico” rispetto all’implicito e quindi poco leggibile  il “riformismo di fatto” che si è voluto riconoscere all’interno della tradizione comunista italiano. A fondamento del Pd non c’era la cancellazione del passato, ma il suo possibile superamento, andando oltre, come si diceva, le fratture e gli errori del Novecento. Era e rimane il paradigma di un’autentica rigenerazione della politica riformatrice, avente come motore insostituibile il cattolicesimo sociale e democratico. 

E adesso, che succede? 

Può essere Calenda – lui che rilancia nei discorsi la cultura liberal-socialista dei vecchi azionisti – l’interprete del popolarismo, magari con l’improvvisa scoperta di quel popolarismo europeo (imperniato sui tedeschi della Cdu-Csu) che la stessa Dc italiana considerava prigioniero di un cliché di rigido anticomunismo? Il Ppi ne fuoriuscì quando si volle accogliere la richiesta di adesione al Ppe da parte di Forza Italia. Bisogna avere memoria di tutto ciò per evitare sgradevoli funambolismi. Non è pertanto questo il discorso che possa corrispondere alla battaglia condotta dai popolari in una fase cruciale della nostra vita democratica. E non lo è anche perché, se non si vince l’ultimo ostracismo sulla via di un “fronte repubblicano” quanto mai aperto, si finisce per mettere in mano a Renzi, spinto a giocare la carta del “terzo polo”, l’occasione per acciuffare la rappresentanza di una cultura politica che vive oltre la dimensione di una sua autonoma dimensione di partito.

Se così fosse, e certamente questo dipende in gran parte da Renzi, ovvero dalla sua capacità di farsi portabandiera di una storia, crollerebbe un pilastro del Pd. Illudersi che le biografie personali siano comunque una barriera di fronte alla percezione degli eventi, sicché l’ex democristiano Letta dovrebbe rassicurare sulla bontà di un’operazione implicante l’eclisse del cattolicesimo democratico, è segno di scarsa avvedutezza. Ci sono ragioni che giustificano il contrasto, essendo la polemica sul renzismo ancora forte, ma la politica non può soggiacere allo spirito di revanscismo. Siamo al cospetto di scelte decisive, con questo “dettaglio” che nasconde, dentro una campagna elettorale che già furoreggia, il dilemma attorno alla sopravvivenza del popolarismo nella configurazione della politica dei riformisti, e segnatamente del Pd.

ADDIO A MADRE SUOR FORTUNATA ANGELINO NIPOTE DI GIORGIO LA PIRA

Ha raggiunto la casa del Padre madre suor Fortunata Maria Angelino, nipote del Professore e figlia della sorella Giuseppina.

La Fondazione La Pira ha ricordato la sorella con le parole che le rivolse La Pira in una lettera dell’8 novembre 1952, pochi giorni dopo il suo ingresso nel monastero di Montevergine a Messina, del quale è stata più volte abbadessa e vicaria.

“La dolce fiamma dello Spirito Santo arderà sempre nell’anima tua a Cristo unita: il lavorio intimo di illuminazione e di deificazione dell’anima ti darà sempre più il gusto delle cose eterne e sentirai sempre più la verità della parola del Signore: unum est necessarium: stare con il Signore come la lampada sempre accesa, come la luce sempre viva”.

LETTA E CALENDA INSIEME. BASTA? NO, MANCA RENZI: SE ATTINGE AL POPOLARISMO PUÒ COPRIRE UN VUOTO POLITICO.

La chiusura a Italia Viva non giova alla coalizione (il cosiddetto “fronte repubblicano”) perché di fatto indebolisce l’appello all’elettorato “di mezzo”. C’è un vuoto di rappresentanza. A Renzi non fa difetto l’intuito di ciò che manca all’appello della politica: se alza la bandiera del popolarismo – risciacquato in Arno e quindi abilitato a linguaggio di modernità – il renzismo risorge a nuova vita.

L’accordo di ieri tra Letta e Calenda, a grandi linee  previsto su questo nostro blog, rafforza lo schieramento alternativo alle destre. Certo, è una buona notizia. Tuttavia non basta a definire una strategia compiuta, se manca l’aggancio con l’odiato Renzi. Resta sempre da capire, infatti, se l’intento dichiarato di mettere a terra il cosiddetto “fronte repubblicano” debba trasformarsi nel paonante impulso a rimarcare un’assenza di empatia, come se la politica fosse il regno di emozioni e pregiudizi, non il luogo di necessaria, costante prova di realismo e buon senso. È chiaro che lasciare fuori quadro Italia Viva non giova alla coalizione perché di fatto indebolisce l’appello all’elettorato “di mezzo”, pronto a ripiegare a destra ogniqualvolta la sinistra sbaglia tono e misura nel porgere la sua proposta di governo.

Non tutto fila liscio. Fratoianni e Bonelli si sentono stretti nell’asse liberal-laburista, mentre Di Maio fatica a nascondere il disagio per un’operazione che lo relega ai margini. A tarda sera un laconico “vedremo il da farsi” fa intuire la difficoltà che incontra, specialmente con i suoi, il titolare della Farnesina. Sono scosse di assestamento? Può anche darsi. C’è però da registrare che l’omogeneità dell’alleanza stenta a manifestarsi, considerando che proprio Fratoianni ancora ieri ha votato contro l’allargamento della Nato a Finlandia e Svezia. Non si tratta di bazzecole, ma di scelte che vanno a scontrarsi con l’euroatlantismo finanche muscolare del neonato “tripartito” (+Europa-Azione-Pd).

È importante, inoltre, la lettura che Benedetto Della Vedova (+Europa) ha dato dell’accordo: “…ci abbiamo lavorato molto perché volevamo fare un patto elettorale nella chiarezza tra forze distinte. Questo non è un centrosinistra. È un centro e sinistra, e noi siamo il centro europeista, riformatore, liberaldemocratico di questo patto elettorale”. Un patto che “darà risultati molto positivi” – ha aggiunto il segretario di +Europa –  riaprendo “la partita soprattutto nei collegi uninominali: siamo forze distinte che corrono insieme”. Dunque un patto che fa del centro un soggetto autonomo e del trattino (o “trattone”, per Mastella) del “centro-sinistra” un qualcosa di ancora più netto. Anni di polemiche finiscono pertanto nel cestino della carta straccia senza neppure un annuncio di reazione dei teorici del “centrosinistra” – tutto attaccato – le cui insistenze, evidentemente, miravano nel passato a destrutturare la presenza originale dei Popolari. 

Il punto dolente è anche questo. È vero che Letta incassa l’adesione dell’area liberal-liberista, lasciando che s’intesti proprio essa la titolarità del centro, ma in questo modo colloca implicitamente tra parentesi la tradizione del centro di matrice cattolico democratica e popolare (di cui la Dc è stata la magniloquente incarnazione nella storia del nostro secondo Novecento). Allora, cosa potrebbe accadere se questa mortificazione dovesse condurre a un contraccolpo, generando un bisogno di nuova rappresentanza politica? È qui che rimonta, nel caso, l’iniziativa di un Renzi messo alla porta senza riguardi, con il presupposto di vederlo spegnersi in uno spazio angusto di testimonianza, stretto nella tenaglia del bipolarismo. Forse si fanno i conti senza l’oste. All’ex rottamatore non fa difetto l’intuito di ciò che manca all’appello della politica: se alza la bandiera del popolarismo – risciacquato in Arno e quindi abilitato a linguaggio di modernità – il renzismo risorge a nuova vita.

In definitiva, non bisogna procedere a occhi chiusi. Le sorprese covano nell’alveo di una società alla ricerca spasmodica di ancoraggi e riferimenti, anche morali. Qualcuno al Nazareno dovrebbe esaminare con più freddezza le dinamiche che scuotono sotto traccia la campagna elettorale.

IL CENTRO PUÒ RIPARTIRE. MARTINAZZOLI NEL 1994 EBBE CORAGGIO E NON FU CAPITO. OGGI SERVE UNA NUOVA SCOSSA.

“Certo, le stagioni storiche sono profondamente diverse tra di loro – dice Merlo – ma un Centro che si presenta di fronte agli elettori in modo autonomo può riscuotere un consenso politico e culturale sino ad oggi impensabile. Un Centro che ha il coraggio di denunciare le contraddizioni che attraversano le due coalizioni maggioritarie che si presenteranno di fronte agli elettori il 25 settembre”.

Ora può decollare, finalmente, Il Centro. E, accanto al Centro, può prenderne il largo anche una politica di centro. Dopo l’alleanza tra Calenda e Letta – una alleanza che si basa innanzitutto sulla spartizione di collegi uninominali e di posti nel proporzionale, come da copione – il cammino politico del Centro può iniziare. Si tratta di una corsa indubbiamente non semplice ma carica di politica, di cultura politica e anche, e soprattutto, di contenuti politici. Certo, non sempre in politica si corre per il solo potere. Del resto, ce lo hanno insegnato i nostri maestri del passato quando ci ricordavano che le idee e i valori non possono essere sistematicamente sacrificati sull’altare del potere e dei suoi compromessi. E la conseguente riaffermazione di una posizione politica forte ed intransigente a volte confligge con la ricerca del potere e la sola occupazione dei fatidici “posti”.

Ora, il polo che si dovrebbe presentare alle ormai prossime elezioni politiche e che si può tranquillamente definire come il Centro, assomiglia molto a ciò che fece Mino Martinazzoli nel lontano 1994. Certo, le stagioni storiche sono profondamente diverse tra di loro ma un Centro che si presenta di fronte agli elettori in modo autonomo può riscuotere un consenso politico e culturale sino ad oggi impensabile. Un Centro che ha il coraggio di denunciare le contraddizioni che attraversano le due coalizioni maggioritarie che si presenteranno di fronte agli elettori il 25 settembre. E cioè, due coalizioni armate l’una contro l’altra e tese a delegittimare l’avversario/ nemico senza battere ciglio. È appena sufficiente registrare ciò che sta capitando in questi giorni per rendersene conto in modo persin troppo palese. Due coalizioni raccogliticce e politicamente divise al proprio interno ma unite solo e soltanto dalla voglia di distruggere il nemico prima e di conquistare il potere poi. Forse la presenza di una posizione terza può, finalmente, inserire nella dialettica politica italiana una proposta di governo credibile e seria accompagnata da una cultura politica che non si rifugia solo nella dimensione del potere e della sua occupazione selvaggia.

E poi c’è un secondo elemento, altrettanto importante che non si può trascurare. E cioè, una posizione di Centro seria e credibile può incrociare le attese, le domande e le istanze di un mondo culturale e politico che da molto tempo è senza rappresentanza politica, organizzativa ed istituzionale. Mi riferisco a quel mondo cattolico popolare e cattolico sociale che apparentemente oggi è ai margini ma che, invece, è presente e attivo nella società italiana. Semplicemente non si riconosce nella politica contemporanea perché non c’è una proposta adeguata e pertinente.

Ecco, un progetto di Centro che sappia dispiegare una politica di centro e un programma di governo serio può incrociare e rappresentare larghi settori di questi mondi vitali. Che, lo ripeto, esistono massicciamente nei gangli vitali della società italiana.

Ecco perchè è bene che ritorni il Centro. Non per una logica di potere ma per una necessità politica, culturale, programmatica e forse anche etica. Era ora.

LA FAMIGLIA COME LUOGO DI COMUNICAZIONE

La famiglia è spesso invocata come baluardo estremo per la difesa dei valori che reggono la convivenza civile ma sovente si ha l’impressione che sia combattuta ed osteggiata anziché aiutata. Eppure dovrebbe essere il luogo della gratuità e della sincerità delle relazioni affettive. Il punto di partenza e di ritorno di una relazione basata sulla comunicazione e sulla prevalenza dei sentimenti.

Riusciamo ancora a relazionarci in modo autentico, a intenderci e farci capire? Nelle nostre comunicazioni le immagini prevalgono sul dialogo, l’immediatezza sulla riflessione: il messaggio mediatico non è il prolungamento della parola nel mondo ma la sua negazione. Il paradosso odierno consiste nell’accertare una incomunicabilità di fondo proprio nella società definita “della comunicazione”, già a partire dal contesto familiare. Tra le tante responsabilità ci sono anche quelle che riguardano i nostri comportamenti quotidiani.

Riflettiamo insieme su tutto quello che la società sta lentamente perdendo: senso etico, valori (sostituiti dalle opinioni); tradizioni, gerarchie, il valore fondativo della famiglia, quello pedagogico dell’esempio, il metodo della “mitezza”, il senso del “limite”, della “dignità” e della “vergogna”, il concetto di “normalità” (tutto è esasperato, prevale l’effetto straordinario: bisogna”stupire”).

Possiamo affermare che tutti i fenomeni di disagio hanno una matrice individuale ma anche una matrice sociale”, a cominciare da quelli che si realizzano nel contesto della famiglia. Basta leggere i titoli dei quotidiani ma anche la TV ha le sue responsabilità. Ci sono programmi di pessimo gusto che incitano alla violenza fin dalla prima infanzia, che sollecitano la ricerca del successo ad ogni costo, che propongono fiction e reality infarcite di modelli comportamentali ed etici assolutamente effimeri e negativi. Si può ben dire che sovente la TV informa sulla cronaca ma disinforma sulla vita.

Prevalgono le logiche di marketing e delle classifiche di audience, anche gli stessi telegiornali non si esimono dal proporre insulsi sondaggi di opinione su fatti che richiederebbero più cautela e maggiore riserbo. La mancanza di” filtri” e di controlli di merito genera un uso indiscriminato delle nuove tecnologie da parte dei ragazzi: la facilità di accesso, il non rispetto nei palinsesti televisivi delle fasce protette con una sistematica violazione del codice di autoregolamentazione sui minori, l’uso intrusivo dei sofisticati videotelefonini (che ha introdotto un vero e proprio derivato tecnologico del bullismo e cioè il “cyberbulling”, che consiste nella violenza agìta con forme elettroniche) hanno generato nuovi modelli di comportamento sociale e nuovi problemi di gestione anche sul piano delle tutele (privacy, violazioni, libertà personali, revenge porn).

Le nuove tecnologie finiscono per diventare nelle mani incaute dei ragazzi uno strumento di deregolamentazione, un vero e proprio competitor in termini educativi rispetto agli insegnamenti che dovrebbero essere promossi dalla famiglia e dalla scuola, che vengono così delegittimate. Ma possiamo chiamare famiglia quel contesto relazionale dove ci si scambia poche battute di rito, dove a tavola ciascuno smanetta il proprio cellulare, dove ci si ritrova per mangiare e dormire ma con il pensiero rivolto altrove? La famiglia è spesso invocata come baluardo estremo per la difesa dei valori che reggono la convivenza civile ma sovente si ha l’impressione che sia combattuta ed osteggiata anziché aiutata. A cominciare dallo stesso “metter su casa” che indebita le giovani coppie in mutui dai costi molto spesso insostenibili generando ombre di preoccupazione sulla serenità del contesto familiare e sulla convivenza quotidiana.

Eppure la famiglia dovrebbe essere il luogo della gratuità e della sincerità delle relazioni affettive. Il punto di partenza e di ritorno di una relazione basata sulla comunicazione e sulla prevalenza dei sentimenti. Esattamente quello che invece sta venendo a mancare negli orizzonti di vita della nostra intima quotidianità.

ELEZIONI, TRATTATIVE, MAL DI PANCIA: IL CENTRO SINISTRA ANCORA ZOPPICA. LA SFIDA DI RENZI NON VA SOTTOVALUTATA.

Letta e Calenda alla fine potrebbero accordarsi, ma resta il nodo rappresentato da Italia Viva. Una parte dell’elettorato attende un positivo ricentramento della politica italiana. È una sfida, quella di Renzi, che non va sottovalutata.

 

È molto probabile che alla fine, scarnificate le controversie programmatiche e risolti i problemi delle liste, Letta e Calenda trovino l’accordo. Ciò andrebbe incontro alla esigenza di associare forze diverse, di centro e di sinistra, al processo di aggregazione di un’area democratica e riformatrice in grado di competere con il fronte delle destre. Sarebbe indubbiamente un successo ascrivibile al  segretario del Pd. Ciò non cancella però l’esigenza di completare l’opera aprendo anche a Italia Viva, senza indulgere perciò alla logica dei veti e delle antipatie.

 

Ad oggi la partita sembra indirizzata verso un nulla di fatto. Rimangono le distanze, ma sopratutto le idiosincrasie accumulate nel tempo, forse anche i mal sopiti rancori tra gli uomini e le rispettive squadre. Eppure, a voler essere realisti, lo sforzo di apertura dovrebbe prevalere sui motivi di incomprensione. Non si comprende, infatti, perché sotto traccia vigoreggi nelle fila del Pd la pregiudiziale anti renziana, anche a dispetto della ragionevolezza politica. 

 

Da parte sua, l’ex rottamatore ha dichiarato ancora ieri di  voler lavorare alla formazione di “un terzo polo, diverso dalla destra sovranista e dalla sinistra delle tasse”, ovvero un polo deciso a parlare “di lavoro e non di assistenzialismo. Di giustizia e non di giustizialismo. Di ambiente e non di ideologia. Di infrastrutture e non di veti. Di diritti e non di slogan”. Renzi al tempo stesso si professa consapevole del fatto che “andare da soli contro tutti è difficile”, ma insiste sulla tesi che raggiungere l’obiettivo del 5 per cento non è impossibile. Una percentuale, questa, che basterebbe comunque a portare in Parlamento un drappello di competenti – così egli definisce i suoi possibili eletti. 

Insomma, la sfida “al centro” del leader di Italia Viva non va sottovalutata. Può prendere forma a seguito della conclamata intolleranza da parte dei potenziali alleati di centro sinistra e assurgere ad autentica prova di orgoglio in nome di un Paese a sua volta intollerante nei confronti di un bipolarismo forzatamente riproposto, quasi che l’esperienza del governo Draghi fosse da archiviare alla stregua di una semplice parentesi tra un prima e un dopo della normale dialettica democratica. Invece non è stata una parentesi, almeno non per molti elettori che nutrono la speranza di un positivo ricentramento della politica italiana, consci che il “centro” esiste e funziona se mette insieme le autentiche culture riformatrici del Paese.

IL CENTRO NON È PIÙ UN’ASTRAZIONE. CALENDA E RENZI, SEPARATAMENTE, GLI HANNO DATO VISIBILITÀ E CONSISTENZA.

Un Centro forte è necessario per una politica di equilibrio sociale che superi le proposte demagogiche e populiste. Occorre rilanciare le potenzialità dei ceti medi, per ora messi da parte e umiliati da scelte sbagliate e parziali.

 

Si andrà a votare con una pessima legge elettorale che di fatto favorisce il bipolarismo e oso credere che la precipitazione della crisi e, quindi, la fine anticipata della legislatura siano state favorite dai maggiori azionisti” della destra e della sinistra preoccupati per il protagonismo delle forze di centro che, ovviamente, sono penalizzate con la legge elettorale vigente.

 

Ma non c’è tempo per queste analisi, adesso conta solo il voto e cosa fare per ottenerlo da un elettorato logorato, deluso e forse senza più idee e riferimenti politici.

 

Le cose, però, sono un pocambiate, soprattutto dopo lesperienza del governo Draghi: il centro c’è e, a differenza del passato e grazie a Calenda e a Renzi, è diventato visibile e apprezzato da molti. 

 

È il momento del coraggio politico. Se Calenda deciderà di andare con il Pd non farà che restituire a quello i voti di opinione che gli strappò alle comunali di Roma. Coraggio politico vuol dire superare dissapori e antichi contrasti per un bene superiore che è quello di non lasciare lItalia in mano alle forze che inevitabilmente tenderanno a concedere molto alle componenti più lontane dal centro. Anche per questo il centro non va lasciato sguarnito e in mano a chi chiede agli elettori non un consenso politico, ma un misero voto utile”. 

 

Insomma è il momento di costituire una vera Unione di Centro che anche grazie anche a questo nome potrebbe vanificare la modestissima campagna elettorale del Pd di unirsi contro le destre, rispolverando la più che ambigua unità antifascista con la quale la sinistra da trentanni ha rubato il voto degli elettori di centro. Un Centro forte è necessario per una politica di equilibrio sociale che superi le proposte demagogiche e populiste e in loro vece sia in grado di rilanciare le potenzialità dei ceti medi, per ora messi da parte e umiliati da scelte sbagliate e parziali.

Non so per i partiti, ma in mancanza di una proposta vera al Centro, buona parte dellelettorato non troverà nessun motivo valido per andare a votare di fatto contro i propri legittimi interessi.

IL FUTURO DELL’ITALIA ESIGE UN PATTO DI SOLIDARIETÀ NELL’ORIZZONTE DI UN NUOVO FEDERALISMO COMUNITARIO.

Il federalismo repubblicano, disegnato dalla nostra costituzione, non è assimilabile al sistema di autonomia differenziata rivendicato da alcune Regioni del nord. La prospettiva è un’altra, molto concreta e insieme lungimirante. Serve un nuovo patto a sfondo comunitario, se non vogliamo disperdere l’opportunità legata al rilancio del Mediterraneo come area cruciale del commercio tra Europa e Oriente, e in particolare tra Europa e  Cina. Dunque, occorre essere consapevoli che lincontro del civismo del Centro-Nord con il federalismo del Sud è lunica novità che può cambiare veramente il sistema politico dellItalia,  dando  forza alle aspettative di sviluppo.

 

Lintesa siglata a Roma la scorsa settimana tra i Movimenti civici del nord e del centro del Paese e Mezzogiorno federato costituisce un sicuro passo avanti nella costruzione di un soggetto politico altro rispetto al consunto sistema dei partiti vecchi e nuovi che hanno determinato anche lultimo disastro della caduta del governo Draghi. Non solo. Ma Federazione Civica Nazionale (FCN) introduce, in concreto, nella politica italiana sia parlata che agìta una novità assoluta: lo spostamento del suo focus dalle logiche del potere alle esigenze delle comunità e dei territori. Realizzando così quella sorta di rivoluzione copernicana che costituisce il presupposto perché la gente, che non va più a votare e non crede più alle istituzioni partitiche, ritorni sui propri passi e ricominci a partecipare alla vita pubblica occupandosi di nuovo del bene comune. Come in maniera inaspettata e clamorosa hanno cominciato a fare ben duemila sindaci di comuni, un centinaio di rettori di università e tutta una vasta rete di associazioni e soggetti sociali durante lultima crisi di governo nel tentativo di scongiurare il precipitare degli eventi e far ragionare partiti e parlamento ormai in fuga clamorosa dalle responsabilità. Ma non c’è stato nulla da fare. 

 

Anche in questa circostanza, la crisi della politica rappresentata dai partiti e dai movimenti tradizionali ha vinto ancora una volta determinando un aggravarsi della condizione di sfiducia dei cittadini/elettori che non farà fatica a manifestarsi sia a livello sociale che a livello politico, facendo raggiungere e forse anche superare allastensionismo la fatidica soglia del 50%.

 

Per contrastare frontalmente questa deriva si è stipulato così, con lapprovazione allunanimità di una risoluzione politica, laccordo di cui sopra, frutto della forte volontà di aggregazione federativa dei Movimenti civici e di Mezzogiorno federato. Realizzando un legame stabile, responsabile, rivolto al futuro tra i diversi movimenti presenti sui territori italiani che hanno mostrato di saper amministrare, di avere una credibilità politica da mettere a servizio del Paese in questo passaggio di grave crisi politica, di essere in grado di instaurare con i cittadini un dialogo responsabile basato sulle competenze e sulla conoscenza profonda dei territori di appartenenza. Il tutto senza appalesare sterili chiusure localistiche, retaggio di una qualche vecchia visione municipalistica, ma aprendosi alle esperienze di sincero riformismo formatesi alla luce della cultura del servizio e del federalismo, collegata allidea di una Europa fondata sulle città ed i territori e sensibile alla indispensabile dimensione della sostenibilità ambientale che oggi intercetta tutte le quistioni legate al clima e allenergia. Insomma, annunciando nei fatti, con prudenza ma grande trasporto, una disponibilità alla collaborazione con i movimenti ecologista, riformista ed azionista.

 

Ma, come cennato, ciò che colpisce di più in questo progetto di aggregazione per affrontare dal basso la crisi della politica è, oltre alla evocazione del protagonismo delle comunità e dei loro cittadini, il suo ancoraggio ai territori che non vuole significare la solita narrazione della necessità del superamento delle diseguaglianze infrastrutturali in particolare tra Sud e Nord (che, naturalmente, non vanno dimenticate e devono essere cancellate) quanto piuttosto una diversa e più attuale visione dellintera area meridionale del Paese allinterno del bacino del Mediterraneo che oggi è ritornato ad essere il baricentro di tutto il futuro sviluppo del nostro Paese e dellintera Europa. Basti pensare che a seguito del raddoppio del canale di Suez il traffico di merci che proviene  dallOriente e solca il mare nostrum supera il 20% del complessivo volume mondiale dei commerci e che, dopo linvasione dellUcraina da parte della Russia, le coste delle nostre regioni meridionali costituiscono la prima linea della protezione e della difesa militare di tutto il fronte Sud-Est dellAlleanza atlantica. Non solo. Ma c’è anche da sottolineare che oggi in Italia i principali fattori economici dello sviluppo nelle transizioni ecologica, energetica ed informatica sono tutti allocati al Sud e quindi che è interesse dellintero Paese e della stessa Europa (che, a differenza dellItalia, mostra di averlo ben compreso: basti considerare i 209 miliardi di euro assegnati al nostro Paese con il Next Generation EU) intervenire in questarea per dotarla delle necessarie infrastrutture per approntare i servizi indispensabili ad attivare queste risorse ancora latenti.

 

Come è facile intuire, da tutto ciò ne deriva lagenda politica ed i punti fermi che la Federazione Civica Nazionale (FCN) si propone di realizzare, a cominciare proprio dalla volontà di dare continuità al programma incompiuto del governo Draghi senza la cui conclusione si correrebbe il rischio di perdere non solo i finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ma anche di entrare in una drammatica spirale di crisi economica, sociale e politica. Quindi sospinti, come è stato detto, dal vento di Draghi”, i problemi fondamentali che bisognerà affrontare si possono ricondurre alle seguenti quistioni: energia, inflazione e rincari di carburanti e bollette varie, nuovo decreto Aiuti” per non abbandonare le famiglie e le imprese al loro destino, collocazione internazionale, riforma dellUnione Europea, giustizia, procedure e tempi per gli investimenti (a cominciare, chiaramente, da quelli del Pnrr), appalti ed, in generale, funzionalità del sistema burocratico-amministrativo caratterizzato dalla centralizzazione delle competenze che ne impedisce sempre più lefficacia e lefficienza. Senza dimenticare, chiaramente, il Mezzogiorno. Che, come aveva anticipato un paio di anni fa in un fortunato saggio (LItalia capovolta”) Claudio Signorile, può costituire la seconda locomotiva con la quale lItalia raggiunga la prima fila tra i Paesi europei e si giochi, con Francia e Germania, la leadership del continente.

 

Ma, a tal proposito, è bene sapere, altresì, che sulla quistione del regionalismo e delle regioni (non solo) del Sud si gioca una partita decisiva per lassetto istituzionale del nostro Paese. Che non può reggere un regionalismo differenziato che, dietro lirreprensibile racconto del perseguimento di un modello di autonomia più efficace ed efficiente, in verità si batte per raggiungere lobbiettivo economico-finanziario di trattenere nei propri territori lintero gettito fiscale delle singole comunità regionali, rompendo così il patto comunitario di solidarietà che la Costituzione detta non solo a livello regionale ma per lintero sistema istituzionale. Dunque, quistione – questa del regionalismo – molto delicata e centrale per il futuro dellItalia rispetto alla quale non si può andare a rimorchio di Salvini e della sua Lega o della Gelmini di FI. Ma nemmeno si può condividere limpegno per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata” recentemente assunto da Draghi nella sua relazione introduttiva al dibattito sulla fiducia al senato e da alcuni trascritto nella sua Agenda.

 

Più responsabile è affrontare la quistione in termini sistemici partendo, però, dalla consapevolezza che il regionalismo repubblicano disegnato dalla Costituzione non è competitivo ma comunitario e quindi che non può sostenere la differenziazione se non allinterno del principio di eguaglianza formale e (tendenzialmente) sostanziale oltre che di quello di libertà.

Per intanto ed in conclusione, è importante essere consapevoli che lincontro del civismo del Centro-Nord con il federalismo del Sud è lunica novità che può cambiare veramente il sistema politico dellItalia e quindi che è necessario agire mettendo in campo unofferta di competenze e responsabilità che costituisca la base di un rinnovato dialogo con le elettrici e gli elettori italiani per la nuova Democrazia.

LO SPAZIO DEL CENTRO C’È, ANCHE SE STRETTO.

 

Non è un luogo vuoto o inutile (Galli della Loggia). Il centro esiste però a patto che rappresenti uno momento di cucitura, di raccordo, di misura reciproca.

 

Marco Follini

 

Il destino del centro è quasi un dilemma quotidiano della politica italiana. Un di-lemma che si rinnova anche quando le sue sorti appaiono più difficili e faticose. Si può risolvere il dilemma al modo che propone Galli della Loggia. E cioè descrivendolo come un luogo vuoto e tutto sommato inutile, una volta che la destra non sia più fascista e la sinistra non sia più comunista.

 

Ragionamento tutt’altro che peregrino, al punto in cui siamo. E tanto più in queste ore, quando non s’è ancora capito se le forze di centro si organizzeranno insieme oppure andranno in ordine sparso. E se poi andranno per loro conto o finiranno per allearsi con il cartello guidato dal Pd.

 

Eppure l’idea di una forza che si interponga tra i due schieramenti principali non è affatto così inutile, né così improbabile come appare a prima vista. Non foss’altro per quello spettro – la radicalizzazione della lotta politica – che rendeva inquiete le notti di Moro e della Dc del suo tempo. Il rischio infatti continua ad essere quello di due blocchi contrapposti, incapaci di parlarsi e indotti dalla natura ferina del loro stesso scontro a dar vita a una contesa senza misura e senza riguardo.

 

Lo spazio del centro insomma c’è, ancorché sia angusto. A un patto, però. Che si tratti di un luogo di cucitura, di raccordo, di misura reciproca. E non invece un luogo in cui diventa difficile convivere per l’eccesso delle sue personalità e per la difficoltà a farle stare assieme con un briciolo di armonia. Poiché il centro, appunto, è un luogo di concordia oppure non è.

 

 

Fonte: La Voce del Popolo – 28 luglio 2022

[Qui riproposto per gentile concessione della testata]

Nel “Decreto aiuti” il Governo forse rinnova le tutele per i lavoratori fragili, ma solo in parte.

Non possiamo fare altro in questa sede, a fronte delle ‘voci’ di una diminutio delle tutele che giungono da fonti ministeriali e dalla stampa, che rimarcare l’enorme responsabilità che il Governo si assumerebbe se non prorogasse entrambe le forme di tutela , peraltro finora coesistenti.

Notizie di Agenzia e un comunicato del Ministero del Lavoro riferiscono che il Governo starebbe predisponendo – dopo estenuante attesa – un provvedimento per il rinnovo delle tutele per i lavoratori fragili. Finora si tratta di “voci” generiche ma pare che la proroga riguardi solo lo smart working e non si sa se fino ad ottobre o a fine anno. Eppure di articoli su questo tema ne sono stati scritti un’infinità in questi due anni e mezzo di pandemia in cui, tra alti e bassi, la stella polare di riferimento normativo è stato l’art.26 – comma 2 e comma 2-bis del DL 17 marzo 2020 n.18, sempre rinnovato fino al 30/6 u.s.

Dal 1° luglio i lavoratori fragili sono privi di tutele sanitarie e il merito di questo vulnus se lo dividono Parlamento e Governo. Il 30 giugno, sono infatti scadute quelle previgenti, rinnovate con legge 52 del 19/5/2022- art. 10 comma 1-bis e 1-ter che a sua volta confermava esattamente quelle sancite con il DL n.° 18/2020 sopra richiamato. E’ stato veramente un calvario per i lavoratori fragili questo lungo periodo di perorazioni in tema di tutele della propria particolare e sovraesposta condizione di fragilità sanitaria. 

Eppure la condizione di inidoneità allo svolgimento della ordinarie mansioni lavorative viene – ope legis – “certificata” dal medico competente o dalle autorità sanitarie delle AST. Non è una fictio-iuris.

Lo stesso Ministro Brunetta in sede di audizione presso la Commissione per la semplificazione del Senato aveva assunto in prima persona l’impegno di porre il tema dei “disabili” in cima all’agenda del suo Dicastero. Nonostante l’emendamento proposto dall’On.le Massimiliano De Toma, supportato da odg. e plurimi interventi di sollecito suoi e dell’On.le Matteo Dall’Osso, tutto finora è rimasto inascoltato. Non sappiamo se sarà il Ministero del Lavoro a predisporre l’atteso (lungamente atteso, in un silenzio assordante di mancate risposte in Aula e presso la pubblica opinione e le Agenzie di stampa) provvedimento, se ci sarà davvero e come verrà impostato. Certamente sarebbe opportuno un coinvolgimento diretto dei Ministeri della Salute, delle Disabilità e della Funzione Pubblica per realizzare un atto più organico e coerente con la normativa sempre rinnovata, di volta in volta, grazie a pressioni incessanti, anche nostre, e alle sollecitazioni provenienti dal mondo del lavoro che presenta realtà complesse e che deve affrontare condizioni di fragilità precarie e diversificate. Dovrebbe essere un atto dell’intero Governo e il Presidente Draghi dovrebbe rendersene garante, anche rispetto alla sua integralità. Il concetto che vogliamo ribadire in questa sede è molto chiaro e si sovrappone all’emendamento e agli odg. di De Toma: la tutela della condizione di fragilità sanitaria dei lavoratori affetti da patologie croniche, immunodepressive e limitanti (peraltro ora finalmente acclarate ed elencate nel DM Salute del 4/2/2022) non riguarda solo la possibilità di avvalersi del cd. “lavoro agile”: non tutte le patologie e le condizioni lavorative dei soggetti interessati si possono infatti  risolvere con lo smart working. 

Ma questo i Ministri e i loro burocrati lo sanno bene: è che temono rilievi dal MEF, dalla Ragioneria dello Stato o dall’INPS. Si tratta di ribadire l’autonomia legislativa del Parlamento e legislativo- esecutiva del Governo per propri Decreti da convertire in leggi dello Stato. 

Autonomia già fortemente richiamata dal Sen Andrea Cangini alcune settimane fa nell’aula del Senato e ribadita dalla stessa Presidente del Senato,  Casellati.

Già in passato (e, ribadiamo, questa fonte normativa primigenia è stato il “faro” che ha illuminato tutti i rinnovi successivi ) con i commi 2 e 2-bis – art. 26 del DL 18/2020, si era stabilito che le tutele a favore dei lavoratori fragili si concretizzavano in due fattispecie realizzative: una è lo smart working, laddove realizzabile, caso per caso, la seconda è l’equiparazione degli eventuali periodi di malattia del lavoratore fragile in regime di tutela sanitaria, al ricovero ospedaliero senza superamento del comporto contrattuale. 

La ratio di questa seconda “provvidenza legislativa” era e resta nel concreto, quella di evitare che i lavoratori “fragili” esaurissero i periodi di assenza per malattia compresi nei comporti contrattuali o, peggio, dovessero fare ricorso alle ferie, in una lunga, rinnovata crisi pandemica. Lo abbiamo scritto in lungo e in largo e finora – a volte con maggiori difficoltà di “penetrare” nelle intenzioni dell’esecutivo, non dimentichiamo che nel frattempo ci sono stati tre Governi diversi – questa duplice forma di tutela è sempre stata riconosciuta, magari tardivamente, come nel caso dell’ultimo rinnovo con citata legge 52 del 19/05/2022 che ha lasciato totalmente privi di tutele i fragili dal 1° aprile al 23 maggio , data di pubblicazione della legge sulla G.U.

Ora, il Ministero del Lavoro (se è tale l’organo di predisposizione del nuovo, atteso provvedimento) e l’intero Governo devono convincersi che solo il rinnovo delle tutele nella loro duplice previsione normativa è garanzia di copertura legislativa delle fattispecie riscontrabili nella realtà. Rinnovare “solo” lo smart working sarebbe un vulnus imperdonabile e foriero di contenziosi di ogni tipo. Certamente ci sarebbe chi denuncerebbe il venir meno di una importantissima tutela che è precipua della condizione di fragilità: l’equiparazione della condizione di malattia al ricovero ospedaliero.

Altrimenti verrebbe da chiedersi a che cosa serva il DM Salute del 4/2/2022 che fa un elenco dettagliato delle patologie che connotano lo status di “persona fragile”.

Non possiamo fare altro in questa sede, a fronte delle ‘voci’ di una diminutio delle tutele che giungono da fonti ministeriali e dalla stampa, che rimarcare l’enorme responsabilità che il Governo si assumerebbe se non prorogasse entrambe le forme di tutela , peraltro finora coesistenti.

Il Ministero del lavoro ha rinnovato il contratto ai 1700 navigator in pochi gg di confronto con i sindacati. Promettendo altre assunzioni. Il reddito di cittadinanza è costato, tra situazioni di legittimo diritto a percepirlo e vere e proprie truffe organizzate, oltre 30 miliardi.

Si vorrebbe lesinare sulla salute dei chemioterapici e degli immunodepressi?

E’ di tutta evidenza che una diminutio delle tutele , oltre a non risolvere i casi estremamente differenziati per oggettive condizioni di lavoro e soggettive patologie, comporterebbe responsabilità evidenti, istituzionali e finanche personali,  in caso di accadimenti lesivi della salute del lavoratore.

C’è ancora tempo (poco) per riflettere sulla situazione e si confida in un ravvedimento del Governo nella sua interezza, circa la necessaria consapevolezza che la gravità della condizione di fragilità impone, sotto ogni profilo di considerazione. Naturalmente la proroga delle due tutele dovrebbe valere fino al 31/12/2022 per dare una prospettiva di sicurezza accettabile, anche perché il governo che uscirà dalle urne del 25 settembre prossimo nel momento in cui si insedierà a palazzo Chigi dovrà affrontare un autunno caldo nel quale i problemi dei lavoratori fragili potrebbero rischiare di finire, come adesso, irrisolti. 

UN CONTRAPPESO ALL’ «EDITORE DI ULTIMA ISTANZA»

 

L’eccessiva concentrazione della proprietà dei media costituisce un problema per la democrazia e finisce per non incoraggiare la partecipazione alla vita politica e sociale. La campagna elettorale può divenire un’occasione per riaffermare l’inestirpabile carattere pluralistico della democrazia.

 

Giuseppe Davicino

 

Il trasferimento da Milano ad Amsterdam della quotazione in borsa di Exor, la holding controllata dalla dinastia Agnelli-Elkann, comporta, fra le altre cose, come ha osservato Lucio D’Ubaldo, il fatto che due fra i maggiori quotidiani italiani avranno i loro «editori di ultima istanza» in Olanda.

 

Un evento che offre l’occasione per ricordare che esiste un problema enorme di concentrazione della proprietà dei media. Per limitarci all’Italia, la gran parte di giornali e tv appartiene ad appena quattro gruppi: Gedi (controllata dalla suddetta Famiglia), Berlusconi, Cairo e Caltagirone. E a ben vedere, attraverso le partecipazioni societarie, gli “editori di ultima istanza” che contano, sono quasi tutti fuori dall’Italia, anche laddove almeno formalmente risultano gruppi italiani. Per trovarne un riscontro è sufficiente vedere chi comanda nelle due principali banche italiane.

 

Non va dimenticato che per molto, ma molto, di meno (il limite al possesso delle reti tv nazionali terrestri, pur in un contesto tecnologico che oggi appare preistorico), il mondo cattolico-democratico, assieme ad altre culture e movimenti, negli anni Novanta seppe mobilitarsi, con Rosy Bindi, Giovanni Bianchi e molti altri leaders, a difesa del pluralismo dell’informazione, anche attraverso il referendum del 1995.

 

Gli effetti dell’attuale sbilanciamento informativo, e culturale, li paghiamo nel venir meno, nella sostanza, di un effettivo clima di pluralismo dell’informazione, delle opinioni, delle idee e dei progetti politici. Se non si fa nulla, o troppo poco, per modificare questo stato di cose, allora poi non ci si deve scandalizzare più di tanto se il confronto effettivo sui temi dirimenti e cruciali dell’agenda politica, avvenga solo più a livello di vertice, di élites.

 

Con il confronto tra i partiti, nel momento che dovrebbe esaltare al massimo la democrazia, come quello della campagna elettorale e del voto, che tende a ridursi a coreografia, a folclore, a intrattenimento, a una relazione di tipo infantile e furbesca dei leaders politici con l’elettorato, per poi, una volta finita la “ricreazione” ripartire dagli stessi dossiers sui quali altri (tra cui probabilmente anche uomini «di alta qualità internazionale»), e ad altri livelli, si saranno scontrati e accordati per determinarli.

 

Una condizione oggettivamente sfavorevole per una iniziativa politica popolare, che parta dal basso, ma che presenta nuove possibilità di partecipazione, purché le si sappia cogliere, intercettando le attese di un corpo elettorale in buona parte deluso ma tutt’altro che indisponibile ad esercitare le proprie responsabilità. Solo desideroso di capire, con i propri strumenti e secondo i variegati punti di vista, cosa sta succedendo in questo tempo, cosa ci attende e dove si intende condurre il Paese.  Cose grandi e complesse che è compito e dovere dei politici saper spiegare agli elettori in modo chiaro, e ridurre a una semplicità non fuorviante e meschina ma ricca e riassuntiva di un autentico progetto di governo. In modo armonico, se possibile, con un sistema informativo capace di valorizzare la ricchezza dei diversi approcci e punti di vista anziché divenire complice dello scadimento del livello del dibattito politico.

EUTANASIA LEGALE? PERCHÉ OPPORRE UN SECCO “NO” ALLA BATTAGLIA (IDEOLOGICA) DEI RADICALI

Non banalizziamo la morte. Spesso, nel confronto sull’eutanasia, manca il senso della pietas. Tentiamo, se possibile, di uscire dalla logica della semplificazione ideologica e cerchiamo di aiutare, per quanto possibile, chi soffre ed è più fragile, senza accanimenti o forzature.

 

Marco Giuliani

 

Non si tratta solo di una “cintura protettiva” a salvaguardia della vita, come citano alcuni stralci delle eccezioni mosse dalla Corte costituzionale durante i passaggi compiuti a fronte della proposta avanzata a testa bassa dai radicali sulla sospensione delle cure per i malati gravi. Il punto essenziale, in sostanza, è quello di responsabilizzare le coscienze per evitare che l’individuo in questione possa essere indotto da interferenze esterne a porre fine alla sua esistenza. In un caso o nell’altro, comunque, detti processi, se applicati, traballerebbero e farebbero acqua da tutte le parti. Vediamo perché.

 

In Italia, il mantenimento del patrimonio inestimabile della vita viene messo nuovamente in discussione dalla votazione effettuata presso la Camera il 10 marzo 2022 (233 si, 168 no e un astenuto), che di fatto consente, a margine di una serie di condizioni contemplate dalla legge, di decidere per sé stessi purché “consapevoli, volenti e in modo disciplinato”. Un’enormità. Le variabili condizionate di una disciplina che renda legale la prestazione dell’aiuto per favorire l’eutanasia (inutile girarci intorno, di questo si tratta), sta provocando confusione e una serie di pericoli a scapito delle persone più vulnerabili. Detta condizione dovrebbe infatti rendere immediatamente decifrabili una serie di aspetti discrezionali, ed eventualmente rimetterli nelle mani del legislatore, perché il processo di accompagnamento verso il passo estremo, per chi intenda intraprenderlo, avvenga legalmente. Ma è opportuno che un pezzo di carta pubblicato in gazzetta possa decidere delle sorti di un soggetto malato durante le cure?

 

La questione, letta e interpretata in modo elementare, è decisamente etica. E meno male che l’obiezione di coscienza resiste, perché altrimenti questa macchinazione avrebbe – nel caso – continuato a girare con i suoi ingranaggi contorti alimentando ancor più caos, se non altro riguardo al dibattito e alla sua applicazione in Italia, dove non sussistono affatto posizioni uniformi. Checché ne dicano i radicali, infatti, passa una grande differenza tra il procurare la morte e l’accettazione della stessa nella sua naturale (ed eventuale) espletazione. Colpisce, in tale contesto, la facilità con la quale vengono avanzate continue proposte di legge (abbinate a forme di disobbedienza civile tanto spettacolari quanto inopportune, vista la portata del tema) malgrado l’assoluta delicatezza dell’argomento in questione. A fronte delle diverse sensibilità mostrate, non è auspicata alcuna semplificazione che possa assumere connotazioni ideologiche, le quali sembrano, a dire il vero, minimizzare la questione per non affrontarla in modo realistico e con la dovuta cautela.

 

Quando Papa Bergoglio, sulla scia di quanto afferma da tempo Benedetto XVI, sostiene che indurre al fine vita una persona è come «aiutarla a fare un trasloco per condurlo precocemente all’ingresso del carro funebre» colpisce nel segno; mostra infatti una sottilissima, finissima teoria che appare come il frutto di una sintesi tra le diverse sensibilità delle comunità religiose (e non solo) presenti in Italia. Soprattutto, direi, di fronte al tessuto sociale in cui la popolazione, in particolare quella italiana, vive e opera. Allora tentiamo, se possibile, di uscire dalla logica della semplificazione ideologica e cerchiamo di aiutare, per quanto possibile, chi soffre ed è più fragile, senza accanimenti o forzature.

 

Benché legiferare freddamente per porre fine nel modo più spiccio al dolore altrui significa (anche) difettare del concetto di dignitas verso l’altrui condizione, riflettiamo quanto meno sul fatto che un ufficio o una commissione, se si tratta di decidere sulla vita di un individuo, debbano o meno avere un potere limitato. E malgrado si allarghi sempre più – neanche fosse una moda – il fronte dei paesi UE che autorizzano la legalità dell’eutanasia (uno degli ultimi è stata la Spagna, paese tradizionalmente cattolico), che si tenga conto almeno dei paletti per ora imposti. Tra l’altro, la discussione avente come oggetto la configurabilità del diritto per i malati di morire dignitosamente va a sbattere con la opacissima ammissibilità giuridica, che non espone – se non in termini di punibilità – in modo limpido una normativa sul concetto di eutanasia. Ciò fa riaffiorare di nuovo quella dottrina chiamata etica che specula (giustamente) sul comportamento pratico degli individui e sulle loro condotte in relazione a regole non scritte. Dare l’ok a un processo enorme che non va sottovalutato sotto ogni aspetto, infatti, richiede prudenza.

 

Mi si permetta una puntualizzazione conclusiva, che è assolutamente laica e slegata da pregiudizi di ordine moraleggiante: «Io sono a favore della vita, non della morte».

L’OSSERVATORE ROMANO, QUANDO È L’ALGORITMO A FARE MUSICA.

 

«Naive Bayes», lultimo progetto discografico di Emanuele De Raymondi. «La macchina prova ad apprendere per poi scimmiottare la creatività umana con risultati altalenanti… a momenti sembra tentennare o andare in tilt e, alla fine ne esce irrimediabilmente sconfitta: il pezzo si conclude non a caso con lensemble di musicisti finalmente soli e liberati dalla presenza dellelettronica/macchina».

 

Filippo Simonelli

 

Naive Bayes è un nome noto a chi si occupi di statistica e intelligenza artificiale, ma è qualcosa di assolutamente inedito per chi fa musica. Il Naive Bayes, di fatto un “classificatore”, è uno strumento tramite il quale l’intelligenza artificiale può imparare nuovi concetti e azioni tramite l’esperienza, proprio come gli esseri umani. Da qualche settimana però Naive Bayes è anche il titolo dell’ultimo progetto discografico di Emanuele De Raymondi, compositore romano, e dell’Ensemble Sentieri Selvaggi edito dall’etichetta ProMu. Un progetto che unisce cd e interpretazione dal vivo, musica “acustica” e una componente elettronica molto spiccata, e soprattutto getta nuova luce sul possibile rapporto tra creatività umana e universo tecnico.

 

De Raymondi, la mente (tutt’altro che artificiale) dietro a questo progetto, cerca di chiarire fin da subito alcune delle domande che il suo lavoro sembra porre. A cominciare dal nome, che in realtà ha un collegamento molto più sottile ma comunque chiaro tra la sua musica e il “classificatore”: «Ho immaginato come se a comporre fosse un algoritmo di apprendimento automatico, rappresentato didascalicamente dalla traccia elettronica, che venisse sottoposto all’analisi della storia della musica classica e contemporanea, al fine di apprendere l’arte della composizione». Questa simulazione di apprendimento si articola in diversi modi, che vanno dalle (sporadiche) citazioni letterali alle ben più frequenti citazioni stilistiche, omaggio a un’idea o a un linguaggio di questo o quell’autore che ha influenzato il corso della storia della musica. L’idea di base è che la musica sia comunque musica colta, che raccoglie stimoli e suggestioni dalla tradizione di tutti i secoli precedenti — c’è Beethoven, ma c’è anche John Adams, e ci si possono rinvenire citazioni nascoste che l’autore stesso ha inserito in maniera inconsapevole, proprio come se lo avesse fatto tramite una macchina vera e propria.

 

Ma se tante sono le citazioni, ancora di più sono le invasioni provenienti da altri mondi che magari farebbero storcere il naso a chi si aspetta a un progetto di pura musica colta. Con delle premesse di questo tipo, i musicisti che interpretano questo tipo di musica devono essere non solo degli specialisti della contemporanea, ma anche degli interpreti capaci di approcciarsi con la giusta sensibilità a un progetto così fuori dai canoni stilistici di tutti i generi musicali, proprio perché ne incorpora mille e più al suo interno. La scelta dunque non poteva che essere rivolta ai Sentieri Selvaggi, il poliedrico ensemble fondato e diretto da Carlo Boccadoro, che da anni porta al pubblico alcune delle proposte musicali più audaci in Italia. A livello di scelta lessicale, è interessante notare come i Sentieri si autodefiniscano da anni una band, come se fossero un gruppo rock: si aggiunge un nuovo tassello a questa storia di contaminazione, proprio nello spirito di fornire più informazioni possibili al nostro ipotetico algoritmo. «La macchina prova ad apprendere per poi scimmiottare la creatività umana con risultati altalenanti… a momenti sembra tentennare o andare in tilt e, alla fine ne esce irrimediabilmente sconfitta: il pezzo si conclude — non a caso — con l’ensemble di musicisti finalmente soli e liberati dalla presenza dell’elettronica/macchina».

 

C’è un’ultima provocazione che però De Raymondi lascia irrisolta sul tavolo per tutti i suoi potenziali interlocutori e ascoltatori, e che seppure sia nato nel contesto musicale in questo caso in realtà può riguardare infiniti ambiti della creatività umana: «E se fosse che l’algoritmo, invece di essere stato sconfitto, ha avuto la meglio e ha “colonizzato” la modalità compositiva umana? Come potremmo distinguerlo?».

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 29 luglio 2022.

[Qui pubblicato per gentile concessione]

LA DESTRA HA IL VENTO IN POPPA. LE ELEZIONI DEL 25 SETTEMBRE RICHIEDONO SCELTE CORAGGIOSE, SPECIE DA PARTE DEL PD.

 

Serve una coalizione ampia e un Pd “aperto”. Letta faccia attenzione a non lasciarsi rinchiudere nell’angolo. Non ha senso enfatizzare il posizionamento a sinistra, quando la natura e la vocazione del Pd sono impregnati di quei valori fondativi che evocavano l’oltrepassamento delle divisioni del Novecento, così da riunire le autentiche culture riformatrici (storicamente più di centro, e del centro di matrice dc, che di sinistra). Bisogna aprire al mondo cattolico, altrimenti la proposta politica non ha sviluppi sufficienti.

 

 

Giuseppe Fioroni

 

Più avanzano i giorni e meno si chiarisce la volontà dei partiti coinvolti in un disegno intelligente e coraggioso di preservazione della cosiddetta Agenda Draghi, contro l’ondata della destra. Quasi non se ne parla più, né dell’Agenda e né di Draghi: il programma appare conformato all’esigenza di aggiungere e togliere qualcosa, per pizzicare le corde più sensibili dell’elettorato; la leadership sembra un gioco di numeri e combinazioni, giacché se avanza con prudenza l’ipotesi di Letta – il front runner Dem – immediatamente sopraggiunge l’autocandidatura di Calenda. Il timore è che i nodi, invece di sciogliersi, si aggroviglino ulteriormente.

 

Sul perimetro dell’alleanza la novità consiste – e non è cosa da poco – nel riconoscere che non sono accettabili veti e pregiudiziali, essendo prioritario identificare il comune intento di allargare l’area della partecipazione e del coinvolgimento in questa dura battaglia elettorale. Tuttavia al momento vince la tattica, non la lungimiranza e la generosità. Dietro i buoni propositi ci sono le dinamiche  legate alla scelta dei candidati, in un contesto che vede la riduzione del numero dei parlamentari. Molto dipende dal Pd, dalla tenuta del suo gruppo dirigente, in quanto gli alleati potenziali sono troppo debolì per andare oltre la misura dei distinguo e dei rilanci, spesso dettati da preoccupazioni molto concrete in ordine alla convenienza a stare in un grande contenitore di centro sinistra.

 

Eppure il contenitore, specialmente questa volta, deve essere ampio. Senza questa apertura la destra può dilagare, vincendo a mani basse. Ora, se il Pd mostra di volersi impegnare seriamente, ancora conserva nei suoi movimenti la farraginosità che dipende da una strategia per così dire faticosa. Non ha senso, a mio giudizio, enfatizzare il posizionamento a sinistra, quando invece la natura e la vocazione del partito sono impregnati di quei valori fondativi che evocavano l’oltrepassamento delle divisioni del Novecento, così da riunire le autentiche culture riformatrici (storicamente più di centro, e del centro di matrice dc, che di sinistra).

 

Se il Pd ripiega le vele e si propone come forza di sinistra, con una sottile ma evidente forzatura rispetto alla sua connotazione originaria, può ambire a ricomporre il solito cartello elettorale che dal 1948 ad oggi sta poco sotto o poco sopra la soglia del 30 per cento. In più, facendo questa retromarcia, viene ad appannarsi il contributo dei popolari, anche a dispetto dell’essere popolare gran parte della dirigenza del partito e della rappresentanza governativa. Il passaggio è stretto e non consente l’accomodarsi nell’ambivalenza, esibendo una carta d’identità che il tempo – dobbiamo esserne consapevoli – ha reso fatalmente meno leggibile, quasi fosse scaduta.

 

È necessario dare un colpo di frusta a tutte le pigrizie e gli accomodamenti. Le candidature sono importanti e vanno individuate con cura, anche sollecitando la disponibilità a rendere un servizio nei collegi disperati, dove vincere è pressoché impossibile. Credo che il retroterra popolare del cattolicesimo italiano sia in grado di produrre uno sforzo di testimonianza attiva, sempre che lo si solleciti con garbo e capacità di spiegazione. Oggi il Pd è troppo “neutro” per essere attrattivo dei “mondi vitali” che hanno radici nell’Italia della solidarietà, e quindi nel tessuto connettivo di comunità impegnate laicamente nel sociale in forza di una motivazione di fede.

 

Se posso dare un consiglio, gli amici del Nazareno dovrebbero preoccuparsi di “catturare”, in senso nobile e positivo, alcune figure emblematiche del retroterra cattolico. Un tempo anche la Dc prevedeva la selezione di candidature simbolo: chi non ricorda l’ingresso in lista o nei ruoli di fìgoverni di personaggi della statura di Leopoldo Elia, Roberto Ruffilli, Vittorio Bachelet (ma anche Augusto Del Noce, Armando Rigobello, Nicolò Lipari). Questa è la sfida che non può lasciare indifferente Enrico Letta. Oggi è più difficile di ieri? Ho l’impressione, a dire il vero, che sia più necessaria e vincolante, in qualche modo più decisiva. Diversamente emergerà che l’epica competizione con la triade Berlusconi-Salvini-Meloni tutto sarà meno che epica, essendo persa in partenza.

L’ESPLOSIONE DOPO DRAGHI DEI PARTITI DI CENTRO, TUTTI COSTRUITI A MISURA DI UN LEADER SOLITARIO.

 

Il centrismo appare un fenomeno contratto nell’ambizione di trovare uno spazio di agibilità. Manca un vero disegno politico. Bernard Manin parla della “Democrazia del pubblico” che, grazie al sistema dei media, trasforma la rappresentanza in un rapporto diretto tra leader e opinione pubblica, senza partito dietro. Trovare una specifica e originale identità culturale, oggi non serve.

 

Nino Labate

 

Sono passati diversi giorni dalla cacciata di Draghi. E il 25 settembre si avvicina…Devo per onestà confessare che ero scettico sulle sue dimissioni. Scommettevo sulla forza di persuasione del suo “mentore” Mattarella e sugli appoggi di una buona fetta di classe politica che lo stimava: solo parole, anche se Berlusconi stesso pareva inizialmente usare parole di responsabilità. Ma non ho fatto i conti con l’eccitazione da sondaggi della Meloni, con l’occasione da non perdere del suo amico Salvini, e con il tornaconto e gli interessi personali del Cavaliere. Conte, suppongo non abbia capito dove andava a finire il suo Movimento. E di tutto questo ho dovuto prenderne atto, amaramente.

 

Comunque siano andate le cose, non credevo tuttavia possibile l’esplosione di un neo-centrismo come quello emerso sotto i nostri occhi dopo il licenziamento di Draghi. Le sue dimissioni hanno visto spuntare dal nulla una frittata di sigle e simboli cerchiati che si dichiarano di centro, come non si era mai visto prima in Italia. Tutti single. Ognuno con se stesso e con pochi amici fidati. La DC era altra, proprio altra cosa! E chi tenta di identificarsi, ma anche solo di ispirarsi con il suo nuovo centrino, dimostra tutta la sua incompetenza storica sulle vicende politiche italiane degli utimi 50 anni del secolo passato.

 

Emerge dunque un neo-centrismo.

 

Un neo-centrismo però senza una precisa cultura politica.  Un neo-centrismo spezzettato sino all’irrilevanza elettorale. Frammentato in decine di partiti fotocopie, singoli partitini, liste e  liste civiche, nelle mani di singoli e autonomi  uomini politici. Un neo-centrismo declinato a volte anche in senso moderato, con un termine ottocentesco da borghesia ricca e aristocrazia agiata, per fare presa su quella striscetta di ceto medio rimasta sulla scena, e su quel filetto di borghesia italiana ancora viva. Entrambi con altri e seri  problemi per la testa, propri e dei figli con la valigia in mano.

 

E in qualche caso, ma solo per comodità elettorale, un  neo-centrismo attratto dai suoi due lati e autoproclamato di centro-sinistra e di centro-destra. Pur sapendo che oggi destra e sinistra – se proprio ci teniamo a usare ancora  queste categorie del passato senza chiarire di volta in volta di cosa parliamo – indicano cose assai diverse. E non è finita. Perché il filo rosso che ha unito questi nuovi centristi riguarda l’attacco al populismo imperante. Tutti contro il populismo…degli altri. Con una reiterazione da brividi del termine, su cui si è sempre ignorato il fatto che la retorica populista, il rivolgersi cioè direttamente al popolo, appartiene sin da Pericle e assieme alla menzogna, alla fisiologia della democrazia politica, come ci ha ricordato Hannah Arendt. Retorica e menzogna oggi rinforzate sino all’inverosimile dai media vecchi e nuovi, e dai social bugiardi e manipolati. Un neo-centrismo infine – e questo dispiace – definito in alcuni casi anche cattolico, quando non cristiano. E con qualche leader fondatore che si è avventurato a proclamare la sua nuova formazione addirittura come partito di centro cattolico-democratico, dimostrando con ciò d’ignorare il significato di questa particolare cultura politica cattolica. Ma tant’e!

 

Stando così le cose non ci rimane che di augurare buone cose a questo neo-centrismo italiano 2.0; che, coalizzato o meno, viene tutto giocato sulle opinioni nascoste dei non votanti e astenuti, sulla attuale legge elettorale con una buona quota proporzionale, non escludendo alcune proposte particolari relative al lavoro, ai pensionati, e alle imprese, più o meno sposate a ben vedere da tutto l’arco costituzionale. Altro non c’è. O se c’è, è ben nascosto sotto l’insana e narcisa voglia di protagonismo dei singoli leader, confermando in questo modo la tesi di Bernard Manin sulla “Democrazia del pubblico” dei nostri giorni, che grazie al sistema dei media trasforma la rappresentanza in un rapporto diretto tra leader e opinione pubblica, senza partito dietro. Trovare una specifica e originale identità culturale, oggi non serve. Non c’è infatti da offrire una specificità distinta di valori e principi; e non c’è una qualche originale offerta di nuove regole democratiche. Serve solo uno che sappia parlare alle pance degli elettori.

 

Se proprio stanno così le cose, non si capisce bene allora  quali sono e cosa sono la destra e la sinistra che si oppongono al neo-centrismo esploso in Italia. Tentiamo noi una risposta. Il neo-centrismo di oggi nasce perché ha  sui suoi lati, due forti e pericolosi rivali che bisogna combattere e che conviene ricordare sin dentro la cabina elettorale:  – da una parte la voglia dichiarata di  un progetto politico di statalizzazione di tutto il libero mercato, col blocco della proprietà privata e della libertà d’impresa attraverso una  pianificazione centrale nelle mani del segretario dell’unico partito esistente, rimanendo sempre in attesa di una rivoluzione proletaria mondiale; – dall’altra parte, di fare a meno dello Stato e di “lasciar fare” liberamente gli spiriti animali conservatori, nella gestione del mercato e di tutta la  società, perche solo il singolo individuo senza vincoli,  anche facendo leva sulla sua etica protestante, sa innovare e gestire il progresso.

 

Dunque, sia per l’una che per l’altra di queste tragiche alternative presenti in Italia, è meglio stare nel mezzo! E ho volutamente trascurato l’urgente necessità di trovarsi in mezzo tra partiti di sinistra con un dichiarato programma di tutela della sola classe operaia atea, con nelle  mani  la falce da una parte, e il martello dall’altra; e partiti di destra con un dichiarato programma di un ritorno al “fascismo eterno”, nostalgici di colonie, oggi frammisto al nazional-sovranismo modello “First Italy”; e poi ancora nemici giurati dell’Europa unita, ma pronti a trasformare “l’aula sorda e grigia” del Parlamento in un “…bivacco di manipoli”. Queste sono dunque la sinistra e la destra – dico bene?! – che abitano oggi in Italia. E proprio contro queste divaricazioni pericolose, bisogna per forza creare un centro lontano dall’una e dall’altra!

 

Per evitare l’ironia a tutto campo su cose serie, è certo  che nessuno puo negare che quando si usano i termini di destra e sinistra, questi termini indicano oggi altre cose, e comprendono nelle loro definizioni altri fattori nel frattempo  sopraggiunti.  Ma quello che si deve evitare riguarda il fatto di rivolgersi alla triade destra-centro-sinistra per giustificare il pluralismo, come ha fatto qualche neo-centrista. Intendiamoci, il pluralismo quando non è falso e ad uso del leader di turno, è legittimo. E su cui non si può e non si dovrebbe scherzare.

Anche se, a tale proposito, non posso fare a meno di ricordare le preoccupazioni di Benigno Zaccagnini che  dialogando nei lontanissimi anni ’70 con Norberto Bobbio difendeva, sì, il pluralismo, ma ne metteva nello stesso tempo in evidenza i “…pericoli della  disgregazione e delle  tentazioni centrifughe, facendo eco alle inquietudini di Bobbio che accanto agli aspetti positivi del pluralismo, ne  sottolineava il connesso “…maleficio della disgregazione”.

 

Rimane in conclusione solo una considerazione finale che prende spunto dall’ottimo libro della filosofa e sociologa Francesca Rigotti, che suggerisco di leggere, L’era del singolo. Sin dalla copertina, ella ci avverte che “…essere individui oggi non basta piu”. E poi ragiona e riflette sui passaggi culturali della nostra epoca che vanno dall’organicismo (il noi e lo stare insieme senza discutere) all’individualismo (prima io, poi gli altri, Stato compreso),  arrivando al singolarismo dei nostri giorni (io unico e solo  con i bisogni solo miei). Siamo, secondo questa acuta studiosa, di fronte ad  una svolta antropologica epocale del modo di stare insieme nella società. Un epoca in cui è meglio identificarsi con se stessi e rimanere da soli, isolati e autonomi dal resto della comunità e della società.

 

Ora, se la metafora della barca di Bergoglio è sempre valida, ci resta da dire che per gestire bene le radicali trasformazioni sotto i nostri occhi, anziché salire assieme agli altri su una unica barca, e remare assieme agli altri, ci stiamo separando grazie alla nostra insana voglia di essere singoli. E stiamo salendo su singole barche remando da soli. Se si osserva bene la società dei nostri giorni, e in particolare quella società dei tanti partiti politici e partitini,  questo passaggio dal Noi al Singolo della Rigotti, potrà spiegare  molte cose. Oggi il partito è declinato al singolare. E si fa forza su un singolo leader. Non è più il partito del Noi e di certi valori condivisi, di un insieme di persone, di un insieme di attese, o se vogliamo di una domanda comune e condivisa. Ma solo il partito del signor  X e del signor Y, con una singolare offerta tutta giocata sulla singola faccia del signor X o del signor Y. Tutto il resto è noia! Non conta!  E la democrazia, lo stare insieme agli altri? e il bene comune?

Beh …meglio lasciar perdere!

IL GUAZZABUGLIO DELLE CANDIDATURE. ATTENZIONE A NON DELUDERE LE GIUSTE ASPETTATIVE POPOLARI.

 

I problemi esistono in tutti gli schieramenti. Guai a concedere troppo spazio alle alchimie di partito. Mentre si affilano le armi e cercano nomi e argomenti convincenti, la bramosia del potere e gli interessi di parte suscitano nel popolo sentimenti contrastanti: sono troppi i problemi irrisolti da tempo.

 

Francesco Provinciali

 

 

Si voterà il 25 settembre dunque ma mettere insieme la riduzione del numero dei parlamentari con le nuove circoscrizioni (230 deputati e 115 senatori in meno), depositare i simboli dei partiti tra il 12 e il 14 agosto, le candidature nei collegi uninominali tra il 21 e il 22 agosto, con un occhio di riguardo al sistema elettorale in vigore, calcolare i passaggi di squadra a cavallo del benservito a Draghi e comprimere tutto in un meno di un mese è come far entrare un cocomero intero in un frullatore, risolvere il cubo di Rubik in trenta secondi o giocare in 9 contro 11 con il Real Madrid. Di Maio l’ha combinata grossa, ma erano i tempi in cui era ancora impegnato nel tentativo di scardinare la scatola di sardine e si affacciava salutando ai balconi del Palazzo. Ma ciò che al comune cittadino pare un rebus incomprensibile per i partiti potrebbe risolversi in un organigramma deciso a tavolino da tre o quattro teste pensanti.

 

Le gerarchie interne, al netto dei mal di pancia sui nomi e delle inevitabili trombature da mettere in conto, funzioneranno 24 h su 24 per assemblare gioiose macchine da guerra: la posta in gioco è alta e non si può fallire. Possiamo sempre contare sulla generosità dei politici in carriera, già ben incardinati nelle istituzioni: Zingaretti ha annunciato che lascerebbe la presidenza della Regione ma solo dopo l’elezione al Parlamento, non si sa mai, Berlusconi ridimensiona i fuoriusciti da FI con l’aiuto dell’On.le Fascina e promette pensioni minime da mille euro e un milione di alberi da piantare ogni anno. Chi ricorda il milione dei posti di lavoro sa che lui arrotonda sempre, per eccesso, con una lungimiranza ineguagliabile. La statura del leader ce l’ha tutta, è fuori discussione: perciò si candiderà contando su Salvini che gli avrebbe promesso la Presidenza del Senato.

 

La Meloni prepara liste dei candidati e dei ministri sicura dei sondaggi che proiettano FDI verso il primo posto ma lo fa, bisogna ammetterlo, con discrezione, anche se il PPE indica in Tajani il proprio nome per Palazzo Chigi: ma al netto del risultato del voto puntualizza Salvini, che punta al sorpasso dopo il pit-stop del Papeete. A sinistra il “campo progressista” si allunga e si accorcia come il letto Procuste ma pare – ascoltando Enrico Letta che non ci sarà alcuna alleanza con i 5S. Ciò irrita Conte che non accetta la politica dei due forni, alleati alle amministrative e divisi alle politiche, si attendono intanto nell’ordine: che venga sciolto dall’Elevato il rebus del doppio mandato, che Di Battista rientri dalla Siberia ( se ancora vi si trova in mandato esplorativo) e decida di farsi tentare dalla discesa in campo, che altri incerti sulle profezie della democrazia virtuale lancino il dado e passino il Rubicone, entrando in ‘Insieme per il futuro’ o aggregandosi a formazioni minori. Il Centro potrebbe riservare sorprese, dipenderà da quanti ne faranno parte: la convergenza di postulanti, invitati e convitati si fa insistente, entrano ed escono nuovi soggetti politici come dalle porte girevoli del teatro di Feydeau.

 

Intanto dopo i no-tav, no tap, no-vax, i terrapiattisti e i negazionisti ’full optional’ si sta organizzando la propaganda dei ‘no-voto’: il bacino di pescaggio degli astenuti è notoriamente ampio, a differenza di quello attuale dei fiumi, è che tutti guardano in quella direzione, per convincere la gente a votare e a far pendere la bilancia a destra o a sinistra. Come detto il Centro potrebbe essere l’ago della bilancia: è talmente rarefatto e suscettibile di crescenti adesioni da aspirare davvero – sommando gli addendi – a conseguire al voto un risultato a due cifre. Ma mentre destra e sinistra possono consolidare alleanze già sperimentate o impiantarne di nuove, per forza di attrazione, il Centro diventerebbe nella migliore ipotesi un rassemblement come auspicato da Renzi: il problema è che quella a cui si vuole dar vita è un’alleanza elettorale di vertice di soggetti politici esistenti, l’area di raccolta comprende partiti già formati e soprattutto i rispettivi capi. Anche in periferia, cioè tra noi comuni mortali, si pensa a quando il centro era garanzia di stabilità di governo, ovvero si immaginano e si compongono formazioni nuove, che nascono dal e nel territorio, anche senza nostalgie per il passato. Il dubbio riguarda la forza di penetrazione di questo associazionismo locale nei cfr. di chi è già seduto al centro dell’emiciclo parlamentare e ci vuole restare.

 

In un mese sarà più facile che si compattino le forze del centro parlamentare in nome di un interesse comune, piuttosto che si realizzi la sperimentazione di soggetti nuovi di emanazione popolare. Ho letto molte disquisizioni sulla necessità di un centro federato che moderi le derive bipolari, analisi culturalmente ineccepibili e potenzialmente strategiche. Ma il tempo breve che resta potrà al massimo concedere, lavorando sul territorio, di negoziare un ingresso nelle alleanze guidate dai capi e capetti delle forze politiche esistenti. Più che attraverso assemblee o congressi – a cui difetta il tempo a disposizione- ciò si deciderà ai tavoli delle ovattate stanze dei palazzi romani. E mentre tutti affilano le armi e cercano nomi e argomenti convincenti, la bramosia del potere e gli interessi di parte suscitano nel popolo sentimenti contrastanti: troppi problemi irrisolti da tempo, troppe promesse, troppe illusioni.

1922. ASSALTO FASCISTA ALLA FEDERAZIONE DELLE COOPERATIVE DI RAVENNA. MATTARELLA, “LA STORIA È PARTE DI NOI”.

 

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ieri a Ravenna, in occasione della cerimonia commemorativa del centenario dellassalto fascista alla sede della Federazione delle Cooperative di Ravenna

 

 

Redazione

 

Rivolgo a tutti un saluto di grande cordialità. E per tutti saluto il Presidente della Regione e il Sindaco Presidente della Provincia e, attraverso lui, tutti i cittadini di Ravenna.

 

Qui a Ravenna oggi ricordiamo, come abbiamo fatto questa mattina con gli interventi che abbiamo ascoltato e che ringrazio, una pagina di violenza, di devastazione e di morte, nel capitolo della nostra storia che avrebbe portato alla perdita della libertà per gli italiani, con l’avvio della stagione buia della dittatura fascista, nell’agonia dell’ordinamento monarchico-liberale.

 

La pianura padana, in quegli anni, era divenuta teatro del disordine e della violenza delle bande fasciste, sostenute dagli ambienti agrari, contro le rivendicazioni del movimento contadino che si era dotato di solide organizzazioni, a partire dalle cooperative.

 

E proprio contro le cooperative si sfogò la rappresaglia dei gruppi guidati da Italo Balbo e Dino Grandi, esponenti dell’ala oltranzista del fascismo.

 

L’assalto alla sede della Federazione delle cooperative di Ravenna si inseriva nelle scorrerie delle carovane che percorrevano la pianura padana e, dalle campagne e dai centri minori, puntavano alla conquista delle città e all’abbattimento delle amministrazioni locali liberamente elette dai cittadini.

 

Il raid nel pieno centro della città, non era, certo, la prima violenza registrata in Romagna, come abbiamo visto nel filmato e abbiamo ascoltato negli interventi. La sconfitta elettorale registrata a Ravenna dal Blocco nazionale, in cui si ritrovava il fascismo, alle elezioni parlamentari del maggio 1921, condusse – nonostante il patto di pacificazione sottoscritto tra socialisti e fascisti alla presenza del Presidente della Camera dei Deputati, Enrico De Nicola, il 3 agosto 1921 – a una “marcia” su Ravenna a settembre dello stesso anno, con la devastazione della Camera del lavoro.

 

Il precedente più immediato era stato quello degli scontri – con diversi morti – avvenuti nel corso dello sciopero generale indetto il 26 luglio 1922, riguardo al ruolo del sindacato fascista a Ravenna, in contrapposizione alle organizzazioni del lavoro e della cooperazione.

 

Da settimane i manipoli fascisti facevano razzie, incendiavano, assassinavano, terrorizzavano i paesi del circondario.

 

Su Ravenna erano confluiti centinaia di squadristi armati dalle province di Ferrara e di Bologna. Si voleva – laddove non si era riusciti con il voto – soggiogare con la violenza la città, culla della cooperazione socialista e repubblicana, per conquistare definitivamente la Romagna.

 

Italo Balbo nella sua strategia eversiva – d’intesa con il suo referente Dino Grandi e con i vertici del partito fascista – univa la distruzione di circoli, di cooperative, di case del popolo, di spacci di consumo, a obiettivi politici ulteriori.

 

A Ravenna uno degli obiettivi più importanti era quello di spezzare la convergenza, l’unità d’azione in campo sindacale e cooperativo, tra socialisti e repubblicani.

 

Erano i giorni della crisi del primo governo Facta. La mozione presentata dai socialisti, guidati da Filippo Turati, e che provocò le dimissioni del governo il 19 luglio 1922, aveva la sua ragione proprio nella denuncia di un crescendo di intimidazioni, di aggressioni violente, di assassinii politici ad opera dei fascisti.

 

Violenze in tutta Italia, le ultime a Cremona, messa a ferro e fuoco, e a Novara, con gli episodi di Lumellogno e l’occupazione del Palazzo comunale.

 

Alle violenze organizzate il governo non rispondeva con efficacia. A livello locale, i prefetti e le forze dell’ordine da essi dipendenti, apparivano spesso irresoluti nella difesa dello Stato, offrendo così sponde ai manipoli di assalitori.

 

I deputati fascisti votarono a favore della mozione per provocare la fine del governo Facta e le sue dimissioni e fu lo stesso Mussolini a prendere la parola nell’aula di Montecitorio, pronunciando uno dei discorsi più platealmente minacciosi nei confronti della vita democratica, con queste parole: “Il fascismo (…) dirà (…) tra poco se vuole essere un partito legalitario, cioè un partito di governo, o se vorrà invece essere un partito insurrezionale, nel qual caso non solo non potrà più far parte di una qualsiasi maggioranza di governo, ma probabilmente non avrà neppure l’obbligo di sedere in questa Camera”.

 

Come così annunciato, ottenuta la caduta del governo, l’azione eversiva della milizia fascista si fece più intensa; frenetica.

 

La democrazia liberale, sopravvissuta alla Grande guerra, alle incertezze e alle successive drammatiche emergenze sociali, alle turbolenze, agli scioperi, alle occupazioni delle fabbriche, alle violenze che avevano costellato il cosiddetto “biennio rosso”, vedeva, nella sua incompiutezza, le forze costituzionali e popolari incapaci di intendersi e di dar vita a un governo di salvezza nazionale.

 

Il Corriere della Sera, espressione della borghesia liberale, pochi giorni prima degli eventi di Ravenna, il 23 luglio 1922, scriveva:

 

”Il fascismo è ormai arrivato a un punto del suo cammino in cui, se un mutamento di rotta non avviene, esso si troverà a essere soltanto un focolaio sovversivo della disgraziata Italia, una fazione – e se è grossa tanto peggio per la patria – deliberata di intendere l’ordine nello Stato come il “suo” ordine, secondo il suo arbitrio”.

 

È il clima in cui avvenne l’assalto alla centrale delle cooperative di Ravenna, la notte di un secolo fa.

 

Nullo Baldini, deputato socialista, protagonista del cooperativismo di lavoro nel Ravennate, fu portato a forza fuori dall’edificio che venne dato alle fiamme.

 

Turati aveva deciso di provare la strada di una coalizione antifascista, e per quella sua salita al Quirinale sarà poi espulso dal Partito socialista, insieme all’ala riformista, per aver violato il divieto di relazioni con i partiti borghesi. Nullo Baldini, sempre attento agli equilibri nazionali e sempre schierato con Turati, era tra coloro che più spingevano per aprire una fase nuova, per rafforzare il collegamento con i partiti popolari e democratici, perché la strada fosse sbarrata alle dilaganti violenze dei fascisti, che avrebbero trovato il loro compimento nel cedimento della monarchia, nell’ottobre successivo.

 

Al primo governo Facta seguì un secondo governo Facta. Ugualmente debole.

 

Si apriva il ventennio drammatico, nel secolo scorso, del prevalere delle dittature in Europa, preludio del Secondo conflitto mondiale e delle sue atrocità.

 

L’attacco alla sede della Federazione delle cooperative di Ravenna intendeva colpire il cuore del movimento di riscatto popolare del territorio, che era giunto a organizzare oltre 15.000 braccianti agricoli.

 

Con esso si intendeva indebolire l’istanza di partecipazione democratica che si affacciava in modo sempre più vigoroso.

 

La libertà dei corpi sociali di un Paese è elemento che contribuisce a sorreggere la vita democratica. Quando le formazioni intermedie vengono compresse, costrette al silenzio, è l’intera impalcatura delle libertà e dei diritti che viene compromessa.

 

La cooperazione è stata ed è un soggetto della democrazia economica, un vettore di progresso. Una protagonista, insieme ad altri, di quel sistema produttivo e di servizi plurale che ha reso la nostra economia tra le più avanzate al mondo.

 

Il fascismo la costrinse dentro le gabbie di uno Stato oppressivo e totalitario. La Repubblica le ha ridato libertà e respiro.

 

La solidarietà, la centralità della persona, la crescita del lavoro come misura di dignità per ogni donna e ogni uomo, valori che ne sono alla base, alimentano la democrazia e hanno trovato nella Costituzione riconoscimento esplicito.

 

È un’esigenza che va sempre avvertita, anche nelle condizioni inedite di un tempo che registra cambiamenti così veloci.

 

La storia è parte di noi. Di ciascuno di noi come persona, di noi come comunità. È alle fondamenta della nostra cultura, dei nostri ordinamenti, dei valori in cui ci riconosciamo e che costituiscono l’asse portante della società contemporanea.

 

La libertà di cui godiamo, la democrazia che è stata costruita, l’uguaglianza e la giustizia che la Costituzione ci prescrive di ricercare sono figlie di una storia sofferta e di generazioni che le hanno conquistate con dolore, sacrificio, impegno, consegnandole alla nostra cura affinché possiamo a nostra volta trasmetterne il testimone.

 

È una lezione, quella di allora, di coraggio, di fiducia. È la coscienza di essere parte di una storia che continua, consapevoli anche dei momenti più oscuri e indegni vissuti e del loro superamento.

 

La democrazia nasce da questa diffusa coscienza della responsabilità di ciascuno nella difesa delle comuni libertà.

 

È stata – è – una conquista di popolo.

 

A noi tocca rigenerarla ogni giorno, chiamando i più giovani a esserne protagonisti.

 

E appaiono di grande significato, oggi qui a Ravenna, le parole poste dal presidente Luigi Einaudi nella motivazione della Medaglia d’oro al valor militare, conferita a questa Città per il contributo fornito alla Liberazione d’Italia.

 

Con queste parole desidero concludere:

 

“Memore delle lotte per l’Unità e per l’indipendenza e delle glorie garibaldine – recita la motivazione – la città di Ravenna scrisse nella storia del nuovo Risorgimento italiano pagine mirabili e da ricordare ad esempio per le future generazioni”.

ALLE ELEZIONI CON VERVE UNITARIA. IL 25 SETTEMBRE DELLA DESTRA ALL’INSEGNA DELLA (FALSA) COESIONE. 

A un osservator attento non può sfuggire l’evidenza dei fatti. La coalizione a guida Meloni vuole apparire unita, ma la realtà è un’altra.

 

La destra assume l’unità a sigillo della propria forza, almeno prova a farlo grazie anche all’entusiasmo di chi sente il vento in poppa. Tuttavia si tratta di una coalizione che risorge dalle ceneri delle sue stesse contraddizioni, profonde e vistose, avendo Lega e Forza Italia vissuto l’esperienza di unità nazionale e Fratelli d’Italia, per contro, la sua negazione. Negli ultimi diciotto mesi – Draghi Presidente del Consiglio – metà coalizione è stata al governo e l’altra metà all’opposizione. Tutto questo appare cancellato, di colpo, come per magia: la battaglia elettorale consacra un’immagine di disciplina.

Qualcosa però non quadra nella rappresentazione che si vuole baldanzosamente proporre.

Anzittutto l’unità dovrebbe essere assicurata dal riconoscimento, stabilito nell’ultimo vertice, che al partito più votato spetta designare il capo del governo. Naturalmente non è sfuggito ai commentatori politici più attenti la sostituzione di “esprimere” con “designare”, stante la preccupazione di Lega e Forza Italia a riguardo della candidatura a premier di Giorgia Meloni. L’accordo, insomma, rinvia alla fase post elettorale dal momento che  l’automatismo rivendicato da Fratelli d’Italia – il leader del partito più votato guadagna il titolo di Presidente del Consiglio in pectore – non ha più niente…di automatico.

Ora, per giunta, Berlusconi punta i piedi, anche se con diminuita forza di seduzione mediatica. Nulla è scontato. “Sarà Forza Italia – dice infatti a Zona Bianca (Rete 4) l’anziano leader degli Azzurri – ad indicare il premier perché io scendo in campo anche stavolta in una campagna elettorale come ho fatto diverse volte perché sento dentro forte il dovere di farlo e quindi gli faremo una campagna elettorale in cui cercheremo di far pervenire agli italiani tutte le motivazioni che avrebbero nell’indicare noi con loro voto”.

Poi ci sono i programmi, che aggrovigliano e complicano le relazioni all’interno dell’alleanza. Cosa si fa sul piano economico? Rispetto alla cosiddetta Agenda Draghi già s’intravede la voglia di un “andare oltre”, che tradotto significa prendere da essa le distanze. È un atteggiamento, questo, che incrocia la coerenza della Meloni, ma contempla al tempo stesso l’ambiguità di Salvini e Berlusconi, compartecipi della definizione e gestione dell’Agenda. Bisognerà anche capire se la proposta leghista di uno scostamento di 50 miliardi per finanziare interventi a sostegno di imprese e famiglie entrerà nel paniere della campagna elettorale. Draghi non ne voleva sapere, visto l’alto debito dell’Italia. E pure la Meloni oggi frena.

Infine, come si registra in queste ore, pesa il dilemma delle interferenze russe. Una bazzecola! È in gioco davvero  l’indipendenza e la credibilità dell’Italia. Anche in questo caso scattano le divisioni sotterranee, con Salvini  sospettato di “prendere ordini” da Putin e la Meloni impegnata a rassicurare gli USA sulla tenuta della solidarietà atlantica. Vogliamo aggiungere a questo la discussione sul futuro dell’Europa? Berlusconi fatica ad esercitare il ruolo di garante dell’europeismo agli occhi del Partito Popolare Europeo (PPE) e, più in generale, delle varie istituzioni di Bruxelles.

È questa la coalizione unita?

Conte, la sinistra sociale e Donat-Cattin.

 

È arrivato il momento di alzare la voce da parte di tutti coloro che considerano il patrimonio del cattolicesimo sociale e politico non un luogo da saccheggiare da chicchessia, ma una fonte da cui continuare a trarre ispirazione e insegnamento, anche e soprattutto per come affrontare la stagione contemporanea.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, Giuseppe Conte non finisce di stupirci. Al di là del simpatico Bersani che non si rassegna per l’esclusione dei populisti dei 5 Stelle dalla potenziale alleanze di centro sinistra, adesso registriamo l’ennesima metamorfosi politica di Conte, il capo dei 5 Stelle. Dopo l’alleanza stretta ed organica con la destra di Salvini diventa un cattolico di sinistra con la coalizione con il Pd per poi riscoprire, misteriosamente e nuovamente, la sua anima populista e demagogica della prima ora grillna. Adesso, almeno così pare, sta per diventare il nuovo alfiere e protagonista della “sinistra sociale”, il difensore per eccellenza della giustizia sociale. Una sorta di Robin Hood de noantri. Insomma, per dirla in termini ancora più espliciti, abbiamo trovato il nuovo Carlo Donat-Cattin della e nella politica italiana.

 

Ora, al di là del trasformismo che anima e caratterizza il partito populista per eccellenza di cui Conte è l’esempio classico ed indiscutibile, non c’è alcun dubbio che ci troviamo di fronte all’ennesima piroetta da parte di un personaggio e di un partito che nella geografia politica italiana hanno già ricoperto tutti i ruoli. Dalla destra alla sinistra al centro, senza alcun problema e senza alcuna dignità anche perchè, com’è ormai evidente a tutti, si tratta di un partito privo di qualsiasi identità e di qualsiasi cultura politica per cui tutti i ruoli sono possibili ed intercambiabili.

 

Ma di fronte ad operazioni così sfacciate e anche così ridicole, forse è arrivato anche il momento per alzare la voce da parte di tutti coloro che considerano il patrimonio del cattolicesimo sociale e politico non un luogo da saccheggiare da chicchessia ma una fonte da cui continuare a trarre ispirazione e insegnamento – possibilmente con una coerenza nel comportamento politico – anche e soprattutto per come affrontare la stagione contemporanea. E, all’interno di questo nobile e antico patrimonio, recuperare la lezione esercitata e declinata da leader politici e statisti come, ad esempio, quello svolto da uomini e donne come Carlo Donat-Cattin o Tina Anselmi. E quindi, tutti coloro che ricavano la loro ispirazione ideale e culturale dal filone del cattolicesimo sociale per giustificare il proprio impegno politico, non possono assistere passivamente di fronte a chi si appropria di un ruolo che semplicemente non gli appartiene. Non si tratta di non rispettare i repentini ed improvvisi cambiamenti politici di chi pratica con disinvoltura la prassi trasformistica ed opportunistica. Ma, molto più semplicemente, prendere atto che non si possono giocare in politica tutti i ruoli possibili. Disinvoltamente e qualunquisticamente. Lo possono fare i populisti ma non certamente coloro che hanno una cultura politica, un profilo politico e una coerenza politica e culturale di fondo.

 

Ecco perchè di fronte a questi atteggiamenti – come quelli, appunto, del capo dei 5 Stelle – abbiamo il dovere di reagire. Non si può regalare ad un partito populista e privo di qualsiasi identità la soluzione della “questione sociale” che è drammaticamente scoppiata nel nostro paese dopo la doppia emergenza sanitaria e bellica. Una “questione sociale” che è fatta di diseguaglianze sociali, di disoccupazione, di caduta a picco del ceto medio, di crescente povertà, di centinaia di migliaia di famiglie ai margini della nostra società e, anche e soprattutto, di depressione psicologica e di mancanza di stimoli e di fiducia di moltissime persone, in particolare di giovani, nel futuro. Insomma, una situazione esplosiva che si può incrociare con la sfiducia nelle istituzioni e con un crescente astensionismo elettorale determinando una crisi della democrazia e dei suoi istituti più rappresentativi. E con l’avvicinarsi del voto del 25 settembre la “questione sociale” non può non essere affrontata. E, soprattutto, da coloro che provengono da una tradizione politica e culturale che fa proprio dell’istanza sociale la molla che giustifica l’impegno politico ed istituzionale. E quindi la difesa, la promozione e la crescita dei ceti popolari nel nostro paese. Senza derive assistenzialistiche e senza le sirene populiste. Ma con l’arma della politica, degli istituti della democrazia e con una precisa e definita cultura politica.

ROTONDI E LE ELEZIONI: L’ASSURDO DI UNA DC, DA LUI EVOCATA A SPROPOSITO, CHE BATTEZZA LA DESTRA DI MELONI.

Una gaffe imperdonabile o una lucida provocazione? In ogni caso, l’uscita di Gianfranco Rotondi non è ammissibile. La DC è il partito di De Gasperi, un vero antifascista.

 

Giuseppe Fioroni

 

La campagna elettorale è il momento della verità. Bisogna dire a chiare note che a destra, con Giorgia Meloni, riprende forma quel “fascismo eterno” – così lo definiva Umberto Eco – rimescolante le idee più disparate, in ultimo unite da un principio di autorità attorno alla figura del leader.

 

Essere democratici, europeisti e filo-atlantici appartiene alla tradizione dei partiti nati dalla lotta per la libertà, in primo luogo – per rispetto della storia – la Democrazia cristiana. De Gasperi scelse coraggiosamente l’Aventino, pagò con il carcere la sua opposizione al Regime, contribuì all’azione del CLN, guidò l’Italia alla rinascita e alla stabilizzazione democratica. Il suo ricordo evoca l’impegno di un vero democratico e antifascista, senza mezzi termini.

 

Questo è un punto fermo, anzi fermissimo, che Gianfranco Rotondi ha il dovere di considerare vincolante (invece di asserire, secondo la cronaca del suo compleanno riportata oggi dal Foglio, che “la Dc battezza Giorgia Meloni”). È assurdo parlare a nome della Dc – espressione di un passato nobile, ma pur sempre…passato – né di portare in dote alla destra lo spirito autentico dei democratici cristiani. Semmai è uno spirito che un composito “fronte repubblicano” dovrebbe accogliere con fervore, perché il 25 settembre non ammette la riduzione della battaglia elettorale a schermaglie senza principi.

 

A forza d’inchinarsi al pragmatismo, secondi criteri di opportunità contingente, si finisce per abbandonare l’orizzonte dei valori. A Letta spetta questo compito, e cioè di tener insieme programmi e visione politica con chiarezza, unendo le forze attorno alla migliore tradizione democratica del nostro Paese. Soprattutto il PD, per i suoi valori fondativi, dovrebbe operare nel segno della rivendicazione di una grande eredità, per la quale è lecito confidare nell’apprezzamento di un elettorato vasto, con interessi e sensibilità oltrepassanti il perimetro delle vecchie formule politiche.

LE ORIGINI CULTURALI DELLE CRISI POLITICHE

La retorica è un’arma terribile in mano alla democrazia moderna, ma le sue  risposte non sono affatto convincenti. Da tempo la politica in Italia mostra la noia dell’inazione, il contrabbando del merito con la schiavitù dell’appartenenza, l’assenza di modelli sociali da proporre. I partiti si sono impadroniti da molto tempo del potere inteso come comando e non come servizio. Bisogna unire responsabilità e competenza.

La vicenda tutta italiana della sfiducia a Draghi ha spiegazioni contingenti ed empiriche nella partitocrazia che divora in un sol boccone tutto il know how accumulato in una carriera apicale dal Professore-Presidente, riducendo le sue eccelse competenze a merce di scambio con i luoghi comuni del potere al popolo, del ricorso alle urne, delle alchimie e dei distinguo da fissione dell’atomo. La retorica è un’arma terribile in mano alla democrazia moderna, ma le sue  risposte non sono affatto convincenti.

Ancorchè clamorosa nel suo porsi nella solita cronaca da manuale Cencelli, essa è la punta di un iceberg, la parte visibile di un gigantesco baratro in cui la politica è finita da anni. Non è necessario scomodare i macigni che rotolano nella riflessione sullo stato attuale del mondo del compianto filosofo Emanuele Severino: la democrazia, il cristianesimo, la globalizzazione, la prevalenza della tecnica sul pensiero pensante, i luoghi comuni che sgretolano ad uno ad uno i puntelli su cui radica la cultura tramandata.

Possiamo aggiungerci l’affabulazione digitale, la privacy e la trasparenza, la rivendicazione di ogni diritto possibile nella dimensione antropologica soggettiva che manda in frantumi il concetto di sostenibilità.

Guerre, pandemie, alterazione irreversibile dell’ecosistema ne sono i derivati, di cui abbiamo una cognizione mutevole e cangiante che va dalle ricerche degli organismi internazionali, agli studi degli scienziati, fino ai discorsi da bar dove trionfa il feticcio dell’uno-vale-uno introdotto dalla democrazia virtuale, dai sondaggi, dal negazionismo preconcetto, dalla caienna senza fondo dei social dove influencer e tribuni del popolo hanno sostituito la civiltà dei valori come ancoraggi al naufragio contemporaneo.

Le ‘opinioni’ in nome della libertà di espressione riversano nel mondo della comunicazione e dell’informazione una pletora incontrollabile di fake-news – lo stesso Papa Francesco lo ha denunciato – che alterano irrimediabilmente convincimenti e orientamenti sganciandoli dalla razionalità e dal buon senso, fino a creare una sorta di limbo dell’indeterminato. Forse Umberto Galimberti si domanderebbe se esista ancora una via per cercare ed acclarare una verità condivisibile, che ci consenta di interconnetterci e comunicare, umanamente.

Si tratta di una tendenza di lunga deriva: leggiamo i Rapporti annuali del Censis solo nei giorni dei commenti di rito mentre dovremmo farne oggetto di riflessione più intensa e approfondita.

Ciò che sta cambiando il mondo sono gli eventi drammatici che alterano in modo esponenziale il concetto di normalità dentro una cornice di sostenibilità: ambientale, in primis, ma anche fisica, biologica, relazionale, sistemica. Ma poi ci sono le acuminate lance delle infinite soggettività prevalenti che generano uno stato di sospensione e di distacco dalla realtà, si avverte il bisogno di una guida e di una visione del mondo che non riduca i ragionamenti e le intuizioni alla mera gestione del presentismo prevalente.

Si percepisce una sensazione di logoramento e di consumo, non sono solo i ghiacciai che si sciolgono, è la fagocitosi di un antropocentrismo che vuole impossessarsi del mondo fino a distruggerlo.

A cominciare dal concetto di normalità, divenuto simbolo arcaico di intollerabile immobilismo, fino a rendere la stessa identità individuale e collettiva un modo di essere appannato e impermeabile al vero.

Ciò non riguarda solo il nostro Paese, ci sono derive planetarie di cui stiamo prendendo consapevolezza temendo una condizione di irreversibilità. Ma qui più che altrove, nel mondo occidentale, ci rendiamo conto che da anni, da decenni, la politica mostra la noia dell’inazione, il contrabbando del merito con la schiavitù dell’appartenenza, l’assenza di modelli sociali da proporre, che troviamo invece in altre realtà che hanno saputo sconfiggere – ad esempio – le piaghe della corruzione e della burocrazia.

La riduzione del numero dei parlamentari (a fronte di un risparmio risibile se rapportato allo sperpero del reddito di cittadinanza pensato e gestito in modo inadeguato) altererà il concetto di rappresentanza, con circoscrizioni elettorali sconfinate e candidature decise a tavolino non certo per meriti certificati: come al solito, come sempre non avranno spazio i migliori ma gli yes man di provata fede.

Bisogna interrogarsi sul perché non sia possibile un ricambio della classe dirigente del Paese: ciò è dovuto anche al fatto che il sistema scolastico difetta di capacità di orientamento, solida preparazione e selezione.

Persone come Mattarella e Draghi non sono la retorica di Stato che ci difende dall’arrembaggio del qualunquismo, dell’incompetenza e dalla bramosia dei partiti barattata come “deciso cambio di passo”: essi sono l’espressione del valore dell’esperienza, unita a solida cultura e competenza altrove non rinvenibile.

I partiti si sono impadroniti da molto tempo – attraverso una logica spartitoria – del potere inteso come comando e non come servizio. Ma la new age della politica come è stata formata? Quale senso civico ha appreso nella propria formazione? Quale preparazione ha maturato? Basti pensare all’intercambiabilità dei Ministri, scelti col bilancino del peso del partito piuttosto che per la specifica esperienza maturata ad es. in un ambito professionale, con esiti disastrosi. Si pensi all’economia, ma anche alla salute, all’istruzione.

C’è un deficit di fondo nella qualità della classe politica espressa dal Paese da alcuni decenni a questa parte, un vulnus attribuibile all’inadeguatezza della sua formazione che rimanda al declino del sistema scolastico, all’impreparazione favorita da logiche facilitative: lo certifica da tempo l’OCSE e dovremmo esserne consapevoli. Sta in questo gap formativo – oltre ai mali tipici della partitocrazia – una delle cause, forse la principale, delle crisi ricorrenti della politica che non riesce a gestire le evidenze dei suoi compiti: servire e guidare il Paese unendo responsabilità e competenza.

Non credo sia un azzardo affermare quanto sia determinante la formazione scolastica ed universitaria nella preparazione dei decisori politici, quanto e con quale peso specifico la “cultura” sia propedeutica ad una misurata, sapiente e lungimirante guida del Paese.

COSA OCCORRE FARE E DA DOVE OCCORRE PARTIRE CON IL PROSSIMO PARLAMENTO E IL PROSSIMO GOVERNO SUI TEMI SOCIALI DELLE DISABILITÀ.

Ecco i primi 6 punti da mettere subito in agenda

Non ha importanza chi fosse al Governo ieri cosi come oggi o domani, quello che conta è che sui temi sociali delle disabilità e dell’assistenza alle persone con disabilità o non autosufficienti, cosi come agli anziani, ma anche delle tutele per i lavoratori fragili più esposti ai rischi di questa pandemia che non accenna a finire, occorre “fare”.

Non possono esservi veti della politica che nella maggior parte dei casi si verificano per una mancanza di conoscenza dei temi da parte del legislatore, per una scarsa propensione di alcuni di essi a porsi in concreto nei panni dei Cittadini più fragili, o per sterili contrapposizioni delle ideologie politiche che trovano il loro momento di rivalsa nel voto parlamentare tra maggioranza e opposizione magari proprio per affossare decisioni sui temi sopra citati o, peggio, divisioni volte ad assecondare interessi di parte, o ancora per brutali calcoli sulle risorse da individuare che se date alle disabilità, verrebbero sottratte al altre misure importanti solo per la parte politica che le propone.

Ma prima di proseguire vi racconto una storia che non ha ancora il suo lieto epilogo e che spinge e rafforza il mio impegno civile in favore del mondo delle disabilità, che non è un mondo a parte ma è parte integrante di questo nostro mondo e come tale non può essere ignorato.

Nel 2017 con la Legge n. 205, venne introdotto per la prima volta in Italia il riconoscimento della figura giuridica del Caregiver Familiare. Si dava quindi dignità a coloro che, in silenzio, a costo di immensi sacrifici personali, assistono costantemente il loro congiunto convivente con disabilità grave.

Non mi dilungo qui, su cosa fanno i Caregiver Familiari (da non confondere con Colf e Badanti) e sui rischi di isolamento sociale che comporta la loro insostituibile funzione di sussidiarietà allo Stato nell’assistenza domiciliare al congiunto con disabilità grave, o sui rischi e sugli effetti, derivanti una non realizzazione della loro legittima aspirazione di vita, occupazionale, economica e quindi previdenziale, che sebbene siano elementi noti anche alla politica, restano ancora nodi irrisolti.

Con la Legge 205, vennero anche stanziati dei soldi, ben 20 milioni per il 2018, da destinare proprio a loro: i Caregiver Familiari.

Tuttavia ad oggi sono molto pochi coloro che ne hanno beneficiato in misura praticamente irrisoria, anche se sembra che per allargare l’attuale platea dei beneficiari (forse in chiave elettorale) il contributo verrà ulteriormente ridotto a chi ha la fortuna di essere riuscito ad averlo, peraltro non direttamente come prevedeva la legge istitutiva ma attraverso un lungo passaggio burocratico che vede le sempre poche risorse economiche destinate prima alle Regioni, poi ai Comuni e da qui, con clausole stringenti e teoricamente non previste dalla legge, alla persona con disabilità “gravissima” (che per inciso è un termine che non esiste ai sensi dell’art. 3 comma 3 della L. 104/92 ma viene erroneamente mutuato da un DM del 2016 del Ministro del Lavoro, che andrebbe corretto) a titolo di assegno di cura, ma mai direttamente al Caregiver Familiare per le finalità della legge, trasformando così la sua insostituibile opera e presenza in quella di un fantasma senza diritti.

Si è quindi determinata, in mancanza di una norma applicativa chiara e capace di individuare la platea dei Caregiver Familiari ad essere beneficiari di misure di sostegno, una varietà applicativa della norma originale che, ove tradotta anche in norme regionali se emanate dalle Regioni, si concretizza nell’erogazione dei servizi fondamentali per la realizzazione del diritto del Caregiver Familiare. Questo tuttavia resta sempre in secondo piano, rispetto al congiunto con disabilità assistito, determinando così una inaccettabile sperequazione di trattamento tra cittadini in pari condizione di fragilità sociale ed economica e quindi di estremo bisogno.

La battaglia dell’emendamento sul Caregiver Familiare nel 2017 fu vinta non senza difficoltà, forti delle 165 firme che raccogliemmo e che rappresentavano per il Governo un palese rischio di finire in minoranza in Aula se non avesse mutato il proprio parere all’emendamento da “contrario” a “favorevole”, cosa che poi avvenne, determinando così il voto favorevole all’unanimità della Commissione Bilancio del Senato. Io c’ero e quella norma come molte altre per portare avanti quella battaglia di civiltà, è stata una vittoria non solo mia ma di tutti coloro che l’hanno sottoscritta con in testa la senatrice Laura Bignami che propose l’emendamento.

Ma veniamo all’oggi, purtroppo, nonostante le promesse elettorali del 2018, ancora non si è provveduto ad una regolamentazione anche amministrativa necessaria per individuare i Caregiver Familiari sulla base di una valutazione multidisciplinare e multidimensionale e dunque corrispondere loro, in forma diretta, il sostegno economico e i servizi cui avrebbero diritto secondo le intenzioni della norma del 2017.

Alla fine di questa legislatura, che si è chiusa anticipatamente, facciamo il punto su cosa occorre mettere nell’agenda politico-parlamentare e del Governo che uscirà dalle urne del prossimo 25 settembre, da realizzare nei i primi 100 giorni di attività.

Ci sono alcuni grandi temi abbandonati, o declinati non appropriatamente in norme complete ed efficaci, sui quali è necessario che il nuovo Parlamento si attivi sin da subito per realizzare nel concreto i diritti delle persone con disabilità, ovvero per migliorare la loro condizione di vita e quella dei loro nuclei familiari.

Ecco i primi sei punti in sintesi:

🔴 Revisionare la legge delega sulla disabilità, che appare incompleta, scritta frettolosamente perché vincolante per le risorse del PNRR e per assecondare l’Europa, ma “carica” di disposizioni “estranee” che rischiano di sovrapporsi ad istituti già esistenti e che rischiano di mettere in discussione i diritti già acquisiti delle persone con disabilità, senza migliorare in concreto e nell’immediato la loro condizione di vita. Sul tema sarebbe stato necessario usare meno parole, meno annunci, meno proclami e proporre norme di immediata concretezza e utilità per i cittadini.

🔴 Occorre completare urgentemente la regolamentazione del Caregiver Familiare di cui al comma 255 della legge 205/17 che, nonostante le promesse, anche nella 18^ Legislatura che si chiude non è stata fatta, lasciando così una differenziazione di tutele inaccettabile sotto il profilo dei diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione.

🔴 Definire norme strutturali che prevedano l’incremento delle pensioni di invalidità con percentuale inferiore al 100%, che non sono state aumentate in conseguenza della sentenza della Corte Costituzionale che ha imposto l’incremento delle pensioni agli invalidi civili totali. Anche qui, nonostante le indicazioni della Consulta le promesse non sono state mantenute. Per questo occorre farsi carico con responsabilità di porre in campo una riforma della previdenza e dell’assistenza, in particolare delle persone con disabilità o non autosufficienti, in modo sostenibile ma che dia certezza di dignità di vita.

🔴 Occorre con urgenza potenziare, anche sotto il profilo delle risorse da destinare a tale scopo mediante una revisione periodica delle norme sulla base dei mutamenti socio economici, la normativa in materia di diritto allo studio delle persone con disabilità e disturbi specifici dell’apprendimento come elemento imprescindibile per una Scuola ed una Università realmente inclusive che valorizzino il ruolo di giustizia sociale della terza missione con l’obiettivo costante di riequilibrare le differenze di partenza, anche nelle competenze, degli studenti e delle studentesse con disabilità o DSA. Ciò affinché la Scuola e le Università siano concretamente la porta di accesso per la realizzazione occupazionale. Questo senza dimenticare che nel processo di formazione e inclusione, o meglio di non esclusione degli studenti con disabilità o dsa, il ruolo fondamentale è proprio quello dei corpi docenti e amministrativi ai quali devono essere riservate specifiche azioni di formazione e professionalizzazione, tese alla creazione di una forte cultura in materia di disabilità, capace anche di rafforzare la loro azione di orientamento degli studenti cosi come di integrazione con le famiglie, primo luogo di formazione ed orientamento dello studente, anche avvalendosi dello sviluppo del partenariato pubblico-privato.

🔴 Occorre procedere con urgenza alla riforma del collocamento obbligatorio di cui alla legge 68/99, anche mediante un rinnovato patto sociale tra imprese pubbliche e private, affinché si realizzino in concreto le condizioni per la creazione di un mondo del lavoro effettivamente inclusivo e capace di essere, anche culturalmente, a misura delle persone con disabilità, valorizzando inoltre la creazione e l’azione di organi collegiali negli ambienti di lavoro per assicurare piena dignità e condizioni di parità nel lavoro alle persone con disabilità o disturbi specifici dell’apprendimento.

🔴 Alla luce delle esperienze sin qui vissute a seguito degli anni di pandemia, è necessario dare certezza e continuità alle forme di Tutela sanitaria e di prevenzione dai rischi pandemici per i lavoratori fragili pubblici e privati, ivi compresi quelli delle Forze Armate e di Polizia ad Ordinamento Militare in servizio effettivo, anche attraverso forme di automatismo per l’attivazione delle tutele. Questo per evitare, come più volte accaduto nel corso di questi ultimi due anni, di lasciare tali soggetti in balia della agognata “proroga dei termini di vigenza” delle misure di tutela previste dai commi 2 e 2 bis dell’articolo 26 del decreto legge 18/2020,  che, come noto, sono terminate senza alcun rinnovo il 30 giugno scorso.

Sono solo sei punti, i primi ma essenziali, che propongo anche se occorrerebbe veramente (e finalmente) una vera legge quadro per riformare l’intero settore delle disabilità, delle fragilità e delle non autosufficienze per dare certezza del diritto a tali persone e ai loro nuclei familiari, agli anziani non autosufficienti, alle persone con disturbi specifici dell’apprendimento e ai lavoratori in condizioni di fragilità.  Spero, e non solo io, che tali punti divengano il “must to do” dell’agenda dei primi 100 giorni del Governo che verrà.

E’ giunto il momento che la politica dimostri di non essere solo capace di “recitare” parole sulla disabilità, di fare annunci sul “faremo” a cui non segue mai nessuna azione concreta e dia seguito, con la necessaria volontà e competenza tecnica, ad ogni azione volta a delineare con concretezza e celerità, le soluzioni dei tanti temi ancora aperti che per molte persone e per le loro famiglie sono come delle ferite aperte.

 

*  Francesco Alberto Comellini ha iniziato la sua carriera professionale nella cooperazione internazionale allo sviluppo come direttore di progetti sociali finanziati dal Ministero degli Affari Esteri italiano in Sud America. Si è occupato delle relazioni bilaterali e della cooperazione allo sviluppo come membro della delegazione del CelS alla Conferenza delle Nazioni Unite per la lotta al narcotraffico. È stato componente del Comitato Televendite, istituito con decreto del Ministro delle Comunicazioni, Consigliere per i rapporti istituzionali di REA – Radiotelevisioni Europee Associate. È stato consulente parlamentare dei membri della Camera dei Deputati. Consulente del Formez PA per la comunicazione della Consigliera Nazionale di Parità (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Ha costituito e diretto l’Ufficio Relazioni Istituzionali e Comunicazione di Assopetroli Assoenergia. È stato relatore a convegni e seminari sui temi dell’energia e delle comunicazioni istituzionali, svolti presso diverse istituzioni tra cui la Fondazione Konrad Adenauer, il Centro Studi Avanzati per la Difesa, la Luiss Business School, l’Università Lumsa e presso il dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Quest’ultimo per un seminario sul diritto derivante dal riconoscimento del caregiver familiare. E’ stato Coordinatore dell’Ufficio Legislativo di un Gruppo Parlamentare al Senato della Repubblica (COR). Da maggio 2017 a fine XVII legislatura ha collaborato con diversi parlamentari. È inoltre Consulente Politico e Comunicazione Pubblica esperto in politiche pubbliche e relazioni istituzionali. Da agosto 2018 all’agosto 2019 è stato chiamato dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alla Famiglia e alla Disabilità e incaricato della segreteria tecnica e dei Rapporti istituzionali. In questo ruolo ha seguito direttamente con il Sottosegretario, l’attività parlamentare e i rapporti con i membri della Camera e del Senato. Dal 2019 è stato chiamato a far parte del gruppo di lavoro su Disabilità e Dsa presso l’Agenzia Nazionale per la Valutazione e la Ricerca Universitaria, che l’8 giugno del 2022 ha pubblicato il primo rapporto ANVUR  “Gli studenti con disabilità e DSA nelle università italiane – Una risorsa da valorizzare” . Nel 2019 ha collaborato con l’Associazione ANGLAT e nel 2020 con l’Associazione Nazionale Mutilati Invalidi Civili – ANMIC. Da novembre 2021 è membro del Dipartimento per il Benessere Integrale “Maria e il creato”, Gruppo di Lavoro – Servizi territoriali alla persona e alle famiglie della Pontificia Accademia Mariana Internazionalis (Ente dello Stato Vaticano) e da ultimo è stato chiamato a far parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio permanente sulle disabilità dell’Università UNITELMA Sapienza. Dal 2016 svolge con passione l’impegno civile di pressione e sensibilizzazione delle Istituzioni politico-parlamentari e di Governo e dell’opinione pubblica in favore della piena realizzazione dei diritti delle persone con disabilità o DSA e delle persone più fragili. Ha scritto numerosi articoli in materia di politiche per le disabilità

LA DESTRA NON SI FRONTEGGIA CON LE FORZE RIFORMISTE IN ORDINE SPARSO.

 

Le identità di cultura politica si rigenereranno, temprate da una crisi senza precedenti come quella che stiamo vivendo. Ma ora non è il tempo delle divisioni.

 

Lorenzo Dellai

 

A meno di auspicate novità delle prossime ore, saremo chiamati a votare difronte ad uno scenario assai strano. Dopo aver ucciso il Governo Draghi – con il determinante contributo degli utili idioti grillini – la Destra (ma quale “centro-destra”? Smettiamola con questa manipolazione semantica) si presenterà alle elezioni unita e compatta.

 

Chi invece ha votato a favore di Draghi pare orientato a presentarsi diviso. Ognuno rivendica centralità e responsabilità, ma ognuno vuole correre da solo, pensando di essere – da solo – la reincarnazione di Degasperi, Churchill, Kennedy e De Gaulle nella stessa persona. Agiscono “come se” ci fosse il proporzionale puro, ma la riforma elettorale non è stata fatta, purtroppo.

 

La Destra lo ha capito. Gli altri no.

 

Pensano di poter conquistare posizioni sul campo, da usare dopo il voto. Ma rischiano così invece di spartirsi solo le macerie di una sconfitta di proporzioni cosmiche. Quando la Destra avrà conquistato la maggioranza (magari dei due terzi) del Parlamento, forse, lo capiranno, ma sarà tardi.

 

Facciamo appello a Letta, Renzi, Calenda, Zamagni, Sala e agli altri personaggi che in questi mesi hanno interpretato – seppur con diverse sensibilità – l’Italia che non si rassegna. Ascoltiamo ciò che dicono persone come Marco Bentivogli. Leggiamo attentamente le analisi di Padre Francesco Occhetta su “Comunità di Connessioni”.

 

Interpretiamo bene ciò che bolle nelle pieghe delle nostre comunità locali. Le nuove forme della rappresentanza politica nasceranno nel prossimo futuro. Le identità di cultura politica si rigenereranno, temprate da una crisi senza precedenti come quella che stiamo vivendo. E magari lo faranno su spartiti inediti.

 

Ma ora il tempo non è quello della divisione, ma quello delle convergenze possibili e necessarie contro la deriva della Democrazia e dell’Europa. Come disse Aldo Moro, “questo è il tempo che ci è dato vivere”.

 

Tutto il resto sarà caduco ed effimero.

ADESSO È IL TEMPO DELLA VERITÀ. QUALE ALLEANZA DI CENTRO SINISTRA SI VUOLE COSTRUIRE?

Diceva Mino Martinazzoli chein Italia la politica è sempre stata sinonimo di politica delle alleanze”. Allora, che alleanza per il 25 settembre? Il tempo sta per scadere. Al di là delle promesse da marinaio o delle proposte goliardiche, è giunto veramente il momento per sapere se il Pd, innanzitutto, e i suoi principali alleati perseguono realmente lobiettivo di costruire e consolidare una coalizione di centro sinistra nel nostro Paese.

 

Giorgio Merlo

 

 

Ora siamo arrivati al dunque. Mi spiego subito e meglio. Il centro sinistra – o almeno alcuni dei suoi capi partito – non può continuare pubblicamente a recitare il rosario laico della necessità dell’alleanza vasta, di raccogliere sino all’ultimo voto contro i potenziali “fascisti” e contro un’alleanza “sovversiva, illiberale e pericolosa” per la qualità della nostra democrazia e poi, privatamente, stendere l’elenco dei veti e delle pregiudiziali politiche e personali contro tizio, caio e sempronio che pure appartengono a questo campo politico.

 

Insomma, per dirla con chiarezza e senza infingimenti ed ipocrisie di varia natura, o si lavora per costruire un’alleanza politica riformista, democratica, di governo e realmente e convintamente inclusiva oppure, al contrario, lo si dice in pubblico per lavarsi la coscienza e poi si punta in privato – esclusivamente ed organicamente – a fare il pieno di potenziali eletti per il proprio partito con tanti saluti ad una alleanza e ad una coalizione competitiva e capace di essere una vera alternativa al centro destra e alla destra. Questo, e non altro, è il cuore della scelta politica che deve fare innanzitutto il vertice del Partito democratico e, in secondo luogo, tutti i partiti e i movimenti cosiddetti alternativi al centro destra e alla destra. Perché, sino ad oggi, abbiamo assistito ad uno spettacolo francamente indecente che non può non far rabbrividire qualsiasi cittadino/elettore che vota un’alleanza di centro sinistra. E questo perché  prevalgono, paradossalmente e grottescamente, una serie di veti e di controveti che bloccano all’origine qualsiasi possibilità di dar vita ad una alleanza politica seria e competitiva.

 

Del resto, con questa strana e singolare concezione non sarebbe mai nato l’Ulivo – per non parlare dell’Unione – ma non sarebbero mai decollati neanche altre formule politiche del passato sempre ispirate a quella “cultura delle alleanze” che resta il punto nevralgico e decisivo per dare un governo al nostro Paese nel segno del pieno riconoscimento del pluralismo democratico e della negazione della prassi del “partito unico” e, di conseguenza, dell’uomo solo al comando. E questo non solo perché , come ci ricordava sempre l’indimenticabile Mino Martinazzoli, “in Italia la politica è sempre stata sinonimo di politica delle alleanze”. Ma per la semplice ragione che, soprattutto in un contesto politico ed istituzionale caratterizzato da un impianto sostanzialmente bipolare, se non si costruisce una alleanza competitiva, larga e plurale la sconfitta è già assicurata in partenza.

 

Ed è proprio questo il dubbio che comincia a circolare sempre di più nel campo del centro sinistra. Perché, per dirla con l’ultima notizia di giornata, quando Clemente Mastella ha posto il tema di costruire finalmente un’alleanza larga e plurale senza alcuna prevenzione o pregiudiziale di natura politica o personale nei confronti di chicchessia, la reazione dei vari capi partito del centro sinistra non è stata affatto entusiasmante e nè tantomeno positiva, nonchè scontata. E questo, purtroppo, resta il vero tallone d’Achille non solo per il futuro e la prospettiva del centro sinistra ma anche, e soprattutto, per il destino democratico e riformista del nostro Paese.

 

Ora, tutti sappiamo che il tempo sta per scadere. E, al di là delle promesse da marinaio o delle proposte goliardiche che vengono pubblicamente avanzate sapendo che poi saranno privatamente sabotate, è giunto veramente il momento per sapere se il Pd, innanzitutto, e i suoi principali alleati perseguono realmente l’obiettivo di costruire e consolidare una coalizione di centro sinistra nel nostro Paese o se, al contrario, danno per scontata la sconfitta al prossimo 25 settembre e si cerca, ognuno per sè, di ridurre i danni. Tertium non datur. Questo è il bivio di fronte al quale ci troviamo. Tutti sappiamo, ma proprio tutti, che in molti collegi del Sud senza un’alleanza politica vera e convinta con Mastella e il suo partito il risultato è compromesso in partenza. Senza sconti e senza ipocrisia. E lo stesso, forse, può valere per Renzi in altri territori del nostro Paese, e via discorrendo.

 

Ecco perché adesso deve avere il sopravvento “il linguaggio della verità” a scapito di quello ispirato alla furbizia se non addirittura a quello dell’ipocrisia. Saranno solo le scelte politiche concrete a dirci quale delle due linee prevarrà. E questo è utile oggi per sapere come il centro sinistra affronterà questa impegnativa e complessa campagna elettorale e domani per certificare che le responsabilità politiche di una eventuale sconfitta avranno nomi e cognomi ben definiti.

L’ETÀ DEI GHIACCIOLI. UN RACCONTO GIOCATO SUL FILO DELL’AMARCORD.

 

L’autore propone un’incursione nell’estate della sua infanzia,  immaginando di associare a questo ricordo una generazione che quel tempo l’ha vissuto, forse con analoghe esperienze. Il testo rappresenta un capitolo del libro ‘Ligure Lombardo’, scritto molti anni fa, ora fuori commercio. Provinciali ne aveva già pubblicato uno, ovveroLe piazze di paese dove siamo cresciuti” (ospitato anche “Il Domani d’Italia”), ricevendo un inatteso, grande successo (con i complimenti anche di diversi Colleghi o Scrittori, con la C e S maiuscole).

 

Francesco Provinciali

 

Quando ero piccolo ma in grado di capire le cose, dopo aver fatto i compiti uscivo da solo o con gli amici e mi fermavo a giocare nei paraggi di casa. Si andava in bicicletta nel corto rettilineo tra la fontanella ‘d’aegua bronzinna’ (di acqua del rubinetto) e la piazza della chiesa N.S. Assunta di Genova Prà Palmaro. Era un tragitto breve ma a noi sembrava una tappa del Giro d’Italia, era dritto e piatto ma noi ci vedevamo curve, salite e discese. Nei primi tempi usavo le bici degli amici fino a quando i miei genitori non me ne avevano comprato una tutta mia: costava diecimila lire ed era usata ma a me sembrava quella di Gimondi.

 

Quando, qualche anno dopo, era venuto Gino Bartali – che non correva più da tempo – a inaugurare la  sede di un supermercato COOP, io ero lì, in prima fila a cavalcioni della mia Bianchi. Mia nonna, una donna molto religiosa, mi aveva spiegato l’importanza di quella chiesa: era ‘plebana’, cioè nei tempi antichi aveva la giurisdizione ecclesiale più estesa del circondario e poi aveva conservato quel titolo nei secoli successivi. I miei compagni di sgambate in bici erano Seba (Sebastiano) e Davide. In casa del primo, che era anche mio compagno di classe alle elementari, ci andavo a fare lunghe partite a Monopoli ma perdevo sempre: lui ‘comprava’ terreni, case e alberghi e mi mandava puntualmente in rovina.

 

Giocavamo anche coi trenini elettrici, da lui e da me, ma il suo era un costoso Rivarossi e il mio un più modesto Lima.

Qualche volta lo invitavo io e si faceva una gran cagnara in casa mia, con lui e i miei fratelli, allora molto piccoli. Si saltava ripetutamente su un vecchio divano, facendo un gran baccano, fino a quando si affacciava mia mamma sulla porta della sala e ci diceva “fate i fetentoni?”, e quello era il segnale per piantarla lì. Quel divano, che noi bistrattavamo come una rete da circo equestre, era in realtà un pezzo di antiquariato lombardo, di cui i miei genitori si erano disfatti in cambio di un ‘trumeau’ da ingresso, di quelli fatti in serie, per ritrovarlo poi sontuosamente ristrutturato e rimesso a nuovo, in vendita  a una cifra astronomica nella vetrina del mobiliere.

 

Oltre alla bici si giocava pure a pallone, in piazza, ma a quell’occupazione ci avrei dedicato più tempo in seguito quando, crescendo, ero stato ammesso alla ristretta cerchia di iniziati che potevano godere di quel privilegio. Nel tempo libero si andava nella sede di azione cattolica: tutti i ragazzini della mia età erano iscritti ‘d’ufficio’ al gruppo degli ‘aspiranti’: c’erano il calcetto, il biliardo (ma quello era riservato a chi ci sapeva fare) e tante stanze a disposizione dove, alla domenica, si andava pure a catechismo. In giro non c’erano molti altri svaghi né occasioni di divertimento: la mia generazione è cresciuta così, in mezzo alla strada.  Bevevamo alla fontanella o alle canne dei contadini ma nessun genitore aveva mai mandato un esposto all’ASL per verificare la purezza dell’acqua: forse perché le ASL non esistevano ancora e forse perché loro, i nostri amati genitori, avevano visto di peggio durante la guerra.

 

Ricordo che a carnevale ci mascheravamo con quello che si trovava, al massimo ci compravamo una pistola e un cappello da sceriffo e ci divertivamo così, senza annoiarci e senza fare i bulli. Alla parata del ‘carossezzo’ (sfilata in maschera) si partecipava tutti e le bambine venivano premiate per i loro costumi: avevano addosso i vestiti dismessi delle nonne ma vincevano classificandosi con la più nobile livrea di  “damine dell’800”. Di quel punto, davanti alla sede del vecchio municipio locale che comprendeva anche i giardinetti pubblici, dove avvenivano quelle premiazioni, ho un ricordo particolare: di una volta che c’era stato un alto prelato, posizionato in cima alle scale esterne in pietra del palazzo che, rivolgendosi al folto pubblico di bambini presenti, non ho in mente per quale circostanza, aveva maliziosamente chiesto: “preferite la mamma che avete a casa o quella che avete in cielo?”. E tutti in coro, ero rimasto stupito da quello slancio, proprio incoraggiati dalla tante e tante mamme presenti, avevano urlato: “quella del cielo!”.

 

Avrei voluto alzare la mano per dire che no, in quel momento, io preferivo la mia di mamma, quella che avevo a casa ma non l’avevo fatto intuendo, come tante altre volte mi è poi capitato nella vita, che sarei stato guardato male, di traverso, come un disadattato. Ripensandoci oggi credo che se si riproponesse l’occasione questa volta parlerei, ma senza polemica: solo per dire che tra le due mamme, per un bambino di quella età non doveva esserci conflitto. Una la vedeva, ed era quella che gli scodellava la minestra e gli rimboccava le coperte e l’altra, di cui a quell’età aveva solo vagamente sentito parlare, non avrebbe trovato nulla da ridire ad una sua eventuale scelta più sincera. Se la situazione si ripetesse oggi uscirebbero fuori nell’ordine: la privacy, la pluralità dei credi e delle confessioni, l’ingerenza negli affari di stato e il complesso di Edipo. Non è trascorso un secolo ma anche questo è un segno dei tempi.

 

Dalle parti di casa mia, nelle strade interne, girava il camioncino del ghiaccio e noi gli davamo la caccia, specie d’estate. In tutte le case non c’erano ancora i frigoriferi, sarebbero arrivati di lì a poco insieme alle cucine americane in formica e ai lavelli inox: usavano le ghiacciaie, che non producevano il ghiaccio ma lo consumavano lentamente per conservare i cibi e sembrava già un lusso così. Questo camioncino si trascinava appresso una fila di petulanti mocciosi, tra i quali c’ero pure io: come si fermava si partiva all’assalto, come i pirati che abbordano una nave in rada. L’autista era un bonaccione, non si scocciava mai e ci spezzava col punzone delle piccole scaglie che noi leccavamo fino alla loro consunzione: mai mangiato dei ghiaccioli così buoni.

 

Era solo acqua, non avevano né gusto né colore, quei sorbetti, ma il refrigerio che concedevano era impagabile. Qualche tempo dopo venne cambiato l’autista e quello nuovo non era così comprensivo come il suo collega: ci prendeva a calci nel sedere come ci vedeva avvicinare al cassone. Nel frattempo nelle latterie e nei bar era iniziato il commercio dei ghiaccioli veri, quelli di marca e se ne vendevano in gran quantità: marca “Conti” e si poteva vincerne un altro se nello stecchino si trovava la scritta ‘hai vinto!’. I miei erano contrari ai ghiaccioli, dicevano che rovinavano la pancia, al massimo mi concedevano il camillino, il pinguino o la coppa dei piccoli. Allora io li mangiavo lontano da casa e poi mi sciacquavo bene le labbra per non lasciare tracce di colore.

 

Ricordo che una volta una buonanima di donna – che Dio l’abbia in gloria – mi aveva visto mentre me ne mangiavo uno e, chissà perché, era corsa a dirlo a mia mamma. A casa ero stato sottoposto a un interrogatorio di terzo grado e mi sentivo tremendamente in colpa: il ghiacciolo mi era piaciuto ma poi mi era andato di traverso. “Hai mangiato una coppa o un ghiacciolo?” incalzava lei e io confesso che quella volta avevo spudoratamente mentito: “una coppa – avevo risposto – di quelle con la ciliegia”. E questo era uno dei peccati possibili del tempo, magari neanche facilmente perdonabili.

LE ELEZIONI DEL 25 SETTEMBRE NON POSSONO PREFIGURARSI COME UNO SGORBIO DELL’ETERNO 8 SETTEMBRE ITALIANO.

Brevi considerazioni sul filo del realismo e del paradosso. Bisogna salvarsi dal pessimismo di Galli della Loggia, furioso con i centristi. Un vago concetto filosofico, aggrappato all’ironia benevola, ci restituisce invece un’idea di centro.

 

Ubaldo Alessi

 

Siamo entrati nell’eone della propaganda e non possiamo atteggiarci a sublimi commentatori senza passione. A destra e a manca la verità si costruisce con l’ansia di dragare il fiume dei consensi elettorali, scoprendo tuttavia che la meteorologia politica disvela un’analogo fenomeno di siccità nell’arido panorama di astensionismi rancorosi, difficili da riportare alle “chiare, fresche et dolci acque” della partecipazione e dell’impegno. Nessuna passione partigiana riesce a nascondere l’angustia e il disdoro di una politica disarcionata dal nobile destriero dell’io desiderante, ovvero del nostro attenderci con il cuore e con la mente un discorso razionale sul perché della lotta democratica, sulle motivazioni ad essa collegate, sui ragionamenti che l’accompagnano in generale o dovrebbero accompagnarla nelle vicissitudini correnti.

 

Non possiamo esimerci da uno sforzo di obiettività. Che le cose non siano chiare, esposte come si vede alla frammentarietà dei linguaggi, alla confusione dei programmi, non è contestabile. La divisione passa per un giudizio che si protende, anche al di là delle intenzioni più aggraziate, nel comodo e inevitabile pregiudizio. Chi non vuole la Meloni, volge lo sguardo a sinistra; chi assume la sinistra come un destino infausto, per quanto Letta non sia un estremista, accetta qualsiasi torsione dello schieramento di destra, anche la possibile leadership della Giovanna d’Arco uscita dai circoli giovanili di matrice fascista. Questo accenno di radicalizzazione ha fatto già tabula rasa dei sinceri o strumentali peana per Draghi. Basta osservare come sia prossimo allo spegnimento il discorso sull’Agenda che porta il nome del Presidente del Consiglio dimissionato. Solo Calenda e Bonino tengono botta. In realtà le trattative in corso, da un lato e dall’altro, vertono su problemi urgenti e spinosi che attengono, per fare l’esempio canonico, sull’allestimento delle coalizioni e il vaglio delle candidature, più ancora sulla regola da adottare per la scelta del candidato alla guida del futuro governo.

 

I programmi dovrebbero fissare uno spartiacque. Eppure non è così, non sempre si ottiene, infatti, la limpida alternativa che giustifichi la rivendicazione di un’appartenza orgogliosa. Siamo sicuri che il presidenzialismo – tanto per citare la riforma costituzionale che Fratelli d’Italia assume  a fondamento della sua battaglia elettorale – non serpeggi in maniera trasversale a dispetto del suo carattere storicamente divisivo? Si obietta che ormai non rappresenta un tabù, bensì l’innovazione che serve a garantire la stabilità di governo, da valutare pertanto con pragmatismo, senza paraocchi ideologici. E così declina la capacità di ricondurre la questione, di per sé delicata, nel giusto ambito ideale e quindi nel perimetro di un’autentica cultura politica.

 

Ieri Galli della Loggia ha messo il dito nella piaga: si gioca con le illusioni. L’editoriale pubblicato sul “Corriere della Sera” parte dalla critica, finanche spazientita, alle varie mosse che dovrebbero portare all’organizzazione di un nuovo centro. Ebbene, dopo approfondita disamina, la fredda conclusione stabilisce che questo centro tanto agognato è vuoto, esiste solo nelle ambizioni e nelle velleità di alcuni condottieri senza esercito, fiduciosi che al pari dell’intendenza l’esercito in qualche modo seguirà. A scorrere il testo ci si avvede, però, che il vuoto non appartiene solo al centro, ma si estende all’intera dimensione della politica italiana. Nulla si salva: vanitas vanitatis et omnia vanitas.

 

Ora, tra la partigianeria e l’asetticità sconsolata, l’una del militante cieco e l’altra dell’intellettuale illuminato, ci deve essere una qualche via di mezzo. Almeno, questa è la speranza. Altrimenti si finisce di ridurre il 25 settembre – evento democratico per eccellenza – a sgorbio involontario dell’eterno 8 settembre della dissoluzione patria. A Galli della Loggia bisogna pur resistere, altrimenti ci si abitua a pensare che il regno del pessimismo sia il destino dell’umanità; ci si abitua cioè a una politica che oscilla tra la faziosità e il disincanto, prigioniera dell’irrimediabile gioco degli estremi; insomma, ci si abitua al peggio. E dunque, se questo può rinfrancare l’animo dei centristi, un vago concetto filosofico riporta alla luce l’esigenza di un punto intermedio, ovvero di una necessaria istanza mediatrice che salvi la vita, e in particolare la vita politica, dal superiore vuoto della casualità ingestibile. Nella filigrana dell’ironia, spesso preziosa, abbiamo ancora modo di proclamare che il centro esiste. O potrebbe esistere.

ELEZIONI 25 SETTEMBRE: LETTA E LA MARCIA DEI PROGRESSISTI. PIU’ AL CENTRO O PIU’ A SINISTRA? L’INSIDIA CALENDA

Da qui al 25 settembre il messaggio deve essere chiaro. L’elettorato è in grado di capire se la formula di centro sinistra comporta lo spostamento dell’asse politico verso l’uno o verso l’altro dei suoi termini costitutivi. C’è un’Italia che all’ideologia preferisce la concretezza. Bisogna dare risposte alle questioni più stringenti e impegnative, senza giocare sugli equivoci. Calenda si propone come un’alternativa che suscita attrazione, specie nei quadri di partito che provengono dall’esperienza della Margherita. Il discorso di fondo riguarda il futuro del Paese: con o senza Draghi?

Un osservatore esterno guarderebbe all’Italia con sorpresa e stupore. Abbiamo mandato a casa Draghi, senza troppi riguardi, e ci siamo imbarcati in elezioni anticipate che s’annunciano muscolari, per usare un aggettivo educato. Si torna a un bipolarismo che non promette la ricucitura democratica del Paese, ma la radicalizzazione dei suoi bisogni e dei suoi linguaggi. La transizione affidata al governo di unità nazionale non è stata sfruttata, in positivo, per creare le condizioni di una dialettica più matura ed equilibrata tra le forze politiche. Insomma, rischiamo di tornare indietro.

L’azione di Letta ha molti aspetti lodevoli. Non c’è dubbio che la sua volontà di aprire porte e finestre del partito corrisponda a un disegno di rinnovamento, sia nei contenuti che nei metodi. Nulla da eccepire a questo riguardo. Avrei preferito comunque che la sua incoronazione a segretario – il voto in Assemblea nazionale è stato pressoché unanime – imprimesse una immediata correzione alla linea della cosiddetta “alleanza strategica” con i 5 Stelle. La correzione purtroppo non c’è stata. Questo però non incide sulle valutazioni attuali, le uniche in grado di lasciare traccia nel dibattito elettorale. Il problema è che oggi la rottura con il “cattolico democratico” (sic!) Conte vale a livello nazionale, non in alcune regioni importanti come la Sicilia e il Lazio. Ciò rende più debole la proposta del Pd.

Nel breve tempo che ci separa dal 25 settembre il messaggio deve essere chiaro. L’elettorato è in grado di capire se la formula di centro sinistra comporta lo spostamento dell’asse politico verso l’uno o verso l’altro dei suoi termini costitutivi. Le parole devono corrispondere ai fatti e al momento i fatti segnalano che dietro il centro sinistra di nuovo conio fa capolino la vecchia illusione della sinistra di espandersi per emulsione di temi occhieggianti a un certo radicalismo di massa. Del resto, la denominazione “Democratici e progressisti” che Letta propone per queste elezioni, evoca i “Progressisti” del 1994, con la sonora sconfitta del PDS di Occhetto. Non essere smemorati è già una virtù.

Queste sono contraddizioni che non può concedersi un partito desideroso di accreditarsi come forza di equilibrio, capace agli occhi della pubblica opinione di proseguire sulla strada di Draghi. Se il problema è aggregare o riaggregare quel 30 per cento che dal 1948 costituisce il patrimonio elettorale della sinistra, allora più di tanto non serve insistere su ritocchi semantici o iconografici, utili solo in presenza di una diversa filosofia e una diversa strategia politica. Per questo molti quadri intermedi del Pd, perlopiù provenienti dalla Margherita, subiscono l’attrazione di possibili alternative, ad esempio di Calenda e del suo “deutero-riformismo”. Vedono infatti come egli si muove in funzione di una politica meno ideologica e più concreta, con l’obiettivo di “far respirare” un organismo sociale che vive la costrizione di questo bipolarismo.

Mi auguro che il Pd sia pronto a reagire, alzando il tono del confronto, aprendo ai mondi vitali di un’Italia che non si arrende, coinvolgendo nelle sue liste figure realmente rappresentative, legate a comunità e storie di sentimenti politici, come un tempo erano i partiti di popolo. Tra i cattolici circola un desiderio di buona politica e c’è, più in generale, un Paese che vuole o pretende coerenza. Occorre essere seri. Farsi paladini di Draghi nei “giorni dell’ira” e poi, passata l’emozione, lasciar cadere l’idea del suo ritorno alla guida del governo in caso di vittoria, è sintomo di confusione. Altri questo errore non lo commettono: alzano la bandiera di Draghi e annunciano di volere Draghi anche dopo il 25 settembre. Ecco, a forza di volere tutto e il contrario di tutto, in un lungo monologo di autogratificazioni, si corre il rischio di perdere il contatto con la realtà. È tempo di concentrarsi sulle risposte più impegnative e, proprio per questo, più vere.

ALLA DESTRA BISOGNA OPPORRE UN’ALLEANZA DI PROGRAMMA. NEI COLLEGI SERVONO CANDIDATURE UNITARIE.

Le forze politiche che hanno convintamente e lealmente sostenuto il governo Draghi e non lo hanno fatto cadere devono mettere a parte, almeno un po’, i propri specifici interessi e fare qualche sacrificio nell’interesse superiore. L’alternativa è perdere e con essa perdere tutto. Una battaglia solo identitaria, di “centro” o di “sinistra” condurrebbe alla sconfitta. Non c’è neppure il proporzionale, e quindi a maggior ragione non avrebbe alcun senso se non quello di solleticare l’ego di qualche capo-sigla. Dopo, il buio.

 

Enrico Farinone

 

Berlusconi avvia la campagna elettorale promettendo pensioni più ricche, manco fossimo tornati alla vuota sloganistica di 25 anni fa, e tanti alberi da piantumare senza sapere che un programma di riforestazione del territorio è previsto dal PNRR. Salvini ritorna sui suoi cavalli di battaglia, gli stessi da 10 anni a questa parte, e riprende quindi a picchiar duro sui migranti e i loro “barconi”, senza minimamente porsi il problema di come si dovranno gestire a livello europeo le migrazioni future, che rischiano d’essere epocali se la desertificazione provocata dal cambiamento climatico – che iniziamo a sperimentare pure noi a queste latitudini – non verrà bloccata da un radicale mutamento del nostro rapporto con la natura. Meloni ci avverte d’essere una “patriota” e si pone in atteggiamento muscolare e minaccioso contro quella stessa UE che sta dandoci un mucchio di soldi, per noi fondamentali, e altri ancora dovrebbe versarcene. Questi qui secondo tutti i sondaggi vinceranno le elezioni.

 

Ora, qualsiasi persona dotata di senno e non accecata dall’ideologia della Destra e dal suo odio verso tutto ciò che sa di sinistra (incluso quel cattolicesimo sociale impegnato silenziosamente nel servizio al prossimo con opere concrete e senza esporre immaginette votive da mostrare quasi fossero santini elettorali) si rende perfettamente conto che in questa maniera si va a sbattere.

 

Bene, di queste persone fortunatamente in Italia ce ne sono ancora molte. Sono la maggioranza del Paese, altrimenti nonostante tutti i nostri guai e le nostre carenze non saremmo ancora una delle nazioni più ricche al mondo. Sono le persone che, al di là dei propri convincimenti politici, apprezzavano Draghi come capo del Governo vedendolo anche come il garante di fronte all’Europa degli impegni assunti dall’Italia per l’attuazione dei progetti previsti dal PNRR. Queste persone non hanno né gradito né compreso le ragioni per le quali lo stesso Draghi è stato sfiduciato (fra l’altro in modo meschino, senza neppure un voto) dal Parlamento. A queste persone – prive di alcun orpello ideologico o politicista – i partiti che hanno lealmente sostenuto il governo Draghi dovrebbero rivolgersi, mantenendo pure ciascuno di essi la propria originalità politica, ma al tempo stesso costituendo una sorta di rassemblement da presentar loro nei collegi uninominali.

 

So bene che si tratta di un lavoro improbo, e il tempo è scarso. Scarsissimo. Si tratta di raggiungere un accordo politico. E poi di suddividere i collegi su base nazionale ma al tempo stesso avendo l’accortezza di candidare in ognuno di essi personalità locali note e autorevoli e non politici professionisti calati dall’alto. Ma le forze politiche che hanno convintamente e lealmente sostenuto il governo Draghi e non lo hanno fatto cadere devono mettere a parte, almeno un po’, i propri specifici interessi e fare qualche sacrificio nell’interesse superiore. L’alternativa è perdere, e con essa perdere, ogni partito, tutto invece che solo un poco, devoluto all’interesse comune come detto.

 

Si tratta, certo, di superare anche antichi e recenti litigi, incomprensioni e quant’altro nonché gli egocentrismi di leader più o meno davvero tali. Ma questo è un prezzo che questi signori dovranno essere disposti a pagare se realmente credono in ciò che dicono, ovvero che l’interesse dell’Italia è proseguire sulla via delle riforme e della collaborazione europea. Tanto più che alla gente comune dei loro rapporti personali non importa nulla. Assolutamente nulla.

 

Del resto, l’operazione qui proposta non trae forza dalla sommatoria delle diverse sigle, dall’indice di gradimento dei vari capi partito e nemmeno dall’eventuale photo-opportunity che questi ultimi eventualmente faranno con tanto di sorrisi di circostanza. L’operazione qui proposta trae forza, molta potenziale forza, da quanto si diceva all’inizio: dalle persone, dai cittadini, dagli italiani che sono rimasti allibiti da quanto accaduto e che ora sono preoccupati, più di prima, per la propria attività imprenditoriale o professionale, per il proprio lavoro subordinato, per la propria pensione, per i propri risparmi, per la mancanza di impiego per i giovani, insomma per l’andamento della propria vita familiare e individuale. Molti di questi italiani hanno in passato votato anche centrodestra, alcuni si saranno pure astenuti, ma essendo il loro un approccio non ideologico sono ben disposti (ormai abbiamo imparato: l’elettorato degli anni Duemila è mobile) a dare il proprio consenso a chi promette di proseguire il lavoro avviato da Draghi. Garantendo solennemente di essere disponibili a dimostrare con i fatti (ovvero anche con qualche sacrificio in termini di seggi parlamentari) di credere davvero a questo impegno.

 

A qualcuno più smagato questa può apparire una proposta ingenua, ancorché onorevole, ma a costui dico che l’alternativa è la sconfitta. E con essa una torsione regressiva in senso populista e nuovamente ostile alla UE, che produrrà nefaste conseguenze al Paese tutto. Se si parte da una condizione di svantaggio (quella nello specifico che da diverso tempo ci propone ogni sondaggio) per vincere bisogna togliere voti potenziali agli avversari e portarli dalla propria parte. I soli propri voti di appartenenza non bastano. Una battaglia solo identitaria, di “centro” o di “sinistra” (fra l’altro pure essa suddivisa tra diverse sigle) condurrebbe alla sconfitta. Non c’è neppure il proporzionale, e quindi a maggior ragione non avrebbe alcun senso se non quello di solleticare l’ego di qualche capo-sigla per alcune settimane. Dopo, il buio. Ma non solo per questi ultimi, che sarebbe poca cosa. Buio per il Paese, che invece è cosa molto più seria. E grave.

CANCELLARE DALL’AGENDA DRAGHI IL “REGIONALISMO DIFFERENZIATO”.

 

Le regioni del Nord e del resto del Paese (con le rispettive forze politiche di riferimento) dovrebbero capire che, sulla base dellinequivocabile modello di regionalismo previsto dalla Costituzione, non possono pensare di ottenere e gestire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” in materiedi competenza dello stato per incrementare ulteriormente i propri egoismi finanziari e di potere.

 

Andrea Piraino

 

Dopo che, ancora una volta, all’approssimarsi della scadenza della legislatura, il ‘combinato disposto’ delle tre ‘sorelle’ del Centro-Nord (Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna) -alle quali da ultimo si sono aggregate le regioni Liguria, Piemonte e Toscana- con il dipartimento per gli affari regionali della presidenza del consiglio dei ministri aveva tirato fuori, con modalità quanto meno poco trasparenti, il progetto di passare subito al regionalismo differenziato secondo quanto previsto dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione, l’ormai ex presidente del consiglio Draghi -nelIa sua relazione introduttiva del dibattito politico svoltosi al senato per verificare se vi fossero le condizioni di ricomporre la maggioranza di “unità nazionale” che lo aveva sostenuto fino a quel momento- ha sottolineato di assumere l’impegno “per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata”.

 

Sulla base anche della spinta di quello che ormai si configura come un vero e proprio coordinamento delle regioni le Nord, non è difficile credere che la ragione di una tale affermazione sia da ricercare nell’accentuarsi delle crisi che in questi ultimi tempi si sono registrate in settori strategici della vita sociale nazionale come la sanità e le energie dove la governance ha raggiunto punte di confusività e conflittualità tra regioni e stato veramente preoccupanti. Così come è facile pensare che con questa affermazione Draghi volesse smussare le acute spigolosità creatasi con Lega e Forza Italia nel tentativo di ricompattare la maggioranza. Soltanto che non ha riflettuto abbastanza che a causa di una tale idea di attuazione del regionalismo, come ha scritto Massimo Villone (in la Repubblica Napoli del 23 giugno 2022), si finisce per incamminarsi “verso un separatismo (del Paese) soft”.

 

Per le forze politiche ed i presidenti delle regioni che la perseguono, infatti, questa forma di autonomia rafforzata non è semplicemente un fatto di efficientamento dell’esercizio delle funzioni regionali ma anche e soprattutto il tentativo di ancorare all’attuale “spesa storica”, sostenuta dalle amministrazioni statali, le risorse finanziarie umane e strumentali necessarie all’esercizio da parte delle regioni di queste ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ‘conquistate’. Naturalmente, per cristallizzarle nelle loro disparità rispetto alle regioni del Centro-sud (Per avere un’idea del divario che si sancirebbe, basta considerare che la città di Reggio Emilia con 171 mila abitanti attualmente spende per istruzione e cultura rispettivamente 28 e 21 milioni di euro mentre la città di Reggio Calabria con 180 mila ab. ne impiega appena 9 e 4.) almeno fino alla definizione dei fabbisogni e dei costi standard che, a regime, dovrebbero poi costituire il nuovo criterio di calcolo per l’assegnazione delle risorse. Solo che è del tutto utopistico pensare che in uno o anche due/tre anni si riesca a fare ciò che non si è fatto in ben 21 anni dall’introduzione in Costituzione della norma riguardante la “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Sicché, viene difficile non concludere che ancora una volta si era (e si è) di fronte al vecchio tentativo delle regioni più ricche del Paese di risolvere le loro crescenti difficoltà competitive rispetto alle regioni del centro Europa con l’abbandono della solidarietà verso quelle del Sud Italia e pazienza se questo mette a rischio la coesione e l’unità nazionale.

 

Del resto, sia a livello di opinione pubblica che di classi dirigenti regionali e nazionali fa ancora molta fatica ad affermarsi l’idea – recentemente sostenuta da Antonio D’Amato, ex presidente di Confindustria – che, “senza una ripresa del Sud, l’Italia non ce la farà a riprendere un cammino stabile di crescita” e quindi che il regionalismo competitivo sempre più sbandierato dalle regioni settentrionali è un errore clamoroso che penalizza non solo il nostro Paese ma l’intera Europa. La quale da tempo, invece, si è resa conto di ciò e per questo con il Next Generation EU ha riconosciuto all’Italia una tale massa di risorse che senza questa giustificazione risulterebbero incomprensibili. Risorse, però, che naturalmente se non saranno impiegate senza un apprezzabile tentativo di creare un nuovo spirito nazionale, nel dialogo tra Sud e Nord, e non metteranno in campo un altro tipo di connessione, di idee, di propositi, di serietà progettuale, di voglia di conquistare assieme il futuro, potranno essere con facilità revocate negandoci le ultime rate dei finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

 

Siamo di fronte insomma – come ricordava Adriano Giannola nel recente convegno di Maratea organizzato dalle Fondazioni Nitti e Merita – alla grande contraddizione che potrebbe drammaticamente esplodere tra gli obbiettivi del Piano e la pretesa di autonomia differenziata delle regioni del Nord. Altro, dunque, che vagheggiamenti di un “Mezzogiorno piattaforma europea del Mediterraneo!”.

 

Ma questa dell’autonomia differenziata e, soprattutto, del modo di declinarla delle regioni del Nord e delle forze politiche che ad essa fanno riferimento non è l’unica modalità di interpretare il regionalismo! Che dalle univoche indicazioni che derivano dagli artt. 2 e 3, dall’art. 5, dagli artt. 116 e 117 e dall’art. 119 della Costituzione riceve invece una fisionomia completamente diversa. E non come genericamente la si indica: collaborativa, cooperativa, di stampo solidale. Ma come più specificamente si deve precisare di tipo complementare, integrativa, comunitaria.

 

Cosa di cui dovremmo cercare tutti di capire il significato! Perché è qui il focus dell’intera quistione del regionalismo repubblicano. Che finora non è stato adeguatamente colto. E cioè che esso è il modo paritario di organizzare e strutturare i territori e le comunità per assicurarne una governance condivisa e pienamente funzionale:1) al perseguimento dell’eguaglianza nell’approntamento e fruizione dei servizi; 2) alla garanzia delle libertà individuali e collettive nell’esercizio delle attività sociali ed economiche; 3) al confronto ed alla partecipazione delle diverse soggettività nelle decisioni che si devono assumere solidalmente.

 

E tutto ciò non  a seguito di una generica scelta ideologica o politica ma secondo le modalità di attuazione di una precisa norma costituzionale quale l’art. 117, ottavo comma. Dove, addirittura senza alcun intervento né meno a posteriori dello stato, è previsto che più regioni “per il migliore esercizio delle loro funzioni” possano concludere delle intese fra loro “anche con la individuazione di organi comuni”. Queste intese, logicamente, poi devono essere ratificate dalle leggi delle suddette regioni ma non richiedono, come detto, alcun intervento confermativo da parte dello  stato che nell’ordinamento comunitario della Repubblica non può pretendere chiaramente di svolgere alcun ruolo di indirizzo rispetto al modo autonomo di esercitare le proprie funzioni da parte delle regioni . È, insomma, l’applicazione del regionalismo repubblicano che è veramente paritario (v. art. 114 Cost.) e non ha bisogno dello stato se non come ente funzionale al raggiungimento delle finalità e degli obbiettivi stabiliti dalla Costituzione.

 

Lo ha compreso perfettamente tutto ciò il movimento Mezzogiorno Federato (MF) che si batte per la federalizzazione del Sud attraverso un processo di intese tra le varie regioni che dovrebbe portare ad un vero e proprio cambio di sistema con la costruzione anche di una organizzazione comune al fine di programmare e gestire gli interventi che l’esercizio delle funzioni proprie delle regioni richiedono. E lo dovrebbero capire ancor meglio le regioni del Nord e del resto del Paese (con le rispettive forze politiche di riferimento) che, sulla base dell’inequivocabile modello di regionalismo previsto dalla Costituzione, non possono pensare di ottenere e gestire “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” in ‘materie’ di competenza dello stato per incrementare ulteriormente i propri egoismi finanziari e di potere. Ma semmai per ottenere maggiori autonomie in settori statali dove porre in essere una forma di governance comunitaria che ne rafforzi l’adeguatezza, l’organicità e la efficienza degli interventi e della loro attuazione. Del resto, questo è quanto alcune, se non tutte, queste regioni hanno cominciato a fare aderendo alle due macroregioni europee che si sono costituite nell’area geografica dell’Adriatico e dello Jonio ed in quella delle Alpi. Così ancorando il riconoscimento dell’autonomia differenziata ad una condizione effettivamente diversa e propria del territorio e delle comunità interessate, senza ledere l’interesse proprio delle altre regioni.

 

Insomma, il regionalismo comunitario non è un voler tagliare le ali alla potenzialità espansiva delle regioni del Nord ma il bloccare lo spazio ai loro egoismi regionali contrari al bene comune del Paese e protesi ad un sostanziale stravolgimento del modello costituzionale.

 

Per il resto si tratta, poi, non solo di fornire alle regioni del Mezzogiorno gli strumenti adeguati  per aiutarle a fermare lo scivolamento rovinoso del loro modo di essere verso enti di gestione ed a indirizzare la propria azione verso la formazione di progetti strategici di sviluppo comune e di regolazione normativa della società ma anche di aiutare tutte le altre regioni ad avviare un progressivo processo di decentramento del loro potere unitario verso comuni e città metropolitane certamente più prossimi alle varie realtà territoriali e delle comunità.

 

Questo della dimensione istituzionale locale, infatti, è l’altro fondamentale profilo che le regioni devono recuperare nella prospettiva di una multilevel governance ancorata ai territori ed alle comunità locali! Ciò implica, sulla base dell’art. 5 Cost., una indispensabile riforma dell’organizzazione degli enti locali nella direzione di un recupero di funzioni amministrative essenziali e, soprattutto, di un salto di qualità nella gestione della efficienza  amministrativa. Città metropolitane, province, liberi consorzi di comuni non possono costituire la zavorra del sistema istituzionale. Ne devono diventare i protagonisti ma non in contrapposizione alle regioni o, comunque, alle altre istituzioni ma in sinergia con tutto il sistema  che finalmente deve capire che non esiste in funzioni di interessi particolari propri di singole comunità, territori, classi, gruppi sociali, agglomerati di interessi, etc. ma per perseguire – tutte le istituzioni insieme, naturalmente per le rispettive sfere di responsabilità- il bene comune dei cittadini. In questo modo la trasformazione  dei municipi  e delle città con la riconquista di poteri reali e risorse adeguate capaci di incidere sulla governance effettiva delle regioni costituirebbe la vera condizione capace di far rinascere l’intero Paese. Obbiettivo non più procrastinabile che implica, come fondamentale e primaria azione di chiunque voglia fare politica in questa contingenza storica, la battaglia per la riforma dello stato e l’introduzione di un autonomismo e regionalismo comunitario.

 

Ma se tutto questo è vero, la immediata conseguenza sul piano politico è una ed una sola: la cancellazione dalla cd. Agenda Draghi dell’ impegno che riguardi il riconoscimento di forme di  regionalismo differenziato e la chiara ed inequivoca opzione, invece, per attuare il regionalismo comunitario che è il modello che indica la Costituzione.

CAMPIONI DEL MONDO DI FIORETTO, GLI ITALIANI  AFFRONTANO LE ELEZIONI A COLPI DI MAZZATE. SERVE UN GRANDE CENTRO?

 

Interessanti le argomentazioni di Lillo Mannino e Gerardo  Bianco. La traumatica sfiducia a Draghi ha cambiato il quadro politico. C’è più attenzione alle potenzialità del centro. Ora, la spinta del cattolicesimo democratico e popolare deve favorire la configurazione di una “grande alleanza” che corrisponda allidea di un “grande centro”, con levidente finalità di unire i democratici anti sovranisti e anti populisti.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Sulla spinta dell’indignazione per il licenziamento di Draghi, cresce la consapevolezza di quanto sia importante la mobilitazione dei cattolici. Non siamo agli appelli alla ricostituzione della Dc, ma alla presa d’atto della consumazione di ogni ipotesi centrista corriva con il sovranismo e il populismo. Conte e Salvini sono espressione di una politica che non si concilia con la tradizione del cattolicesimo democratico e popolare.  Né la  Meloni, con il suo rafforzato identikit di destra, può riuscire meglio nel tentativo di appropriazione di una eredità culturale e politica come quella democristiana (alla quale, saltuariamente, invita a guardare Guido Crosetto). Anche le personalità più ostiche al dialogo con il Pd, al punto di “sopportare” finora la reazione berlusconiana in quanto propiziatrice di una difesa dall’egemonismo della sinistra, giungono a considerare inammissibile la svolta nazional-corporativa che travolge la posizione dei moderati di centrodestra.

 

Durante i colloqui a Villa Grande, nei giorni cruciali della crisi, non è stata minimamente avvertita la voce dell’Udc. È la fine di ogni illusione o, se vogliamo, di ogni equivoco. Non solo Casini, leader di quel partito per molti anni, ha deciso di schierarsi al fianco del Pd fin dalle elezioni del 2018, rompendo perciò con il centrismo subalterno alla destra; non solo lui, appunto, ma anche Lillo Mannino, finalmente riconosciuto innocente al culmine di una lunghissima trafila di processi per presunti legami con la mafia, abbandona remore e pregiudiziali, a lungo ostentati, per dire oggi che lo stesso Pd si configura, alla luce degli eventi, come un “partito della stabilità (…) che di fatto sta al centro” (salvo sbandamenti); non solo, dunque, una generica esaltazione delle potenzialità di un’area che pure manca di una struttura sufficientemente omogenea, eccetto per il rifiuto dell’attuale bipolarismo, ma anche e soprattutto la prefigurazione di un asse tra centro e sinistra per fare argine all’offensiva di una destra già pronta a festeggiare la vittoria all’esito delle votazioni del prossimo 25 settembre.

 

In questa cornice non poteva mancare l’intervento di Gerardo Bianco, il “Gerry White” dei Popolari intransigenti, quelli della rottura con Buttiglione e la sua politica di appeasement rispetto alle lusinghe dell’allora Polo della Libertà. Prima di fare appello ai cattolici affinchè partecipino attivamente alla battaglia elettorale, Bianco ha voluto dire la sua sulla questione del centro. “La mia impressione – ha detto all’Adnkronos – è che sia sbagliata l’impostazione concettuale. Il ‘centro’ non è un luogo geometrico né un luogo dove si collocano le forze politiche. Il ‘centro’ è la risultante conclusiva di una politica. Il centro è sostanzialmente un elemento dove convergono le forze che trovano un accordo su una linea, un indirizzo non solo di politica economica ma anche di pensiero, soprattutto di grandi indirizzi di civiltà”. A seguire, però, ha voluto aggiungere un auspicio e una preoccupazione: “È auspicabile che, in vista delle prossime elezioni, ci sia uno schieramento, una coalizione che possa rappresentare ciò che ho appena detto, ma non aiutano queste iniziative personali, fra l’altro di persone che in qualche modo sono anche state causa della crisi. I vari Renzi, Calenda, Bonino, insomma, possono giocare un ruolo, ma in un certo senso sono anche loro elementi della crisi, soprattutto perché si combattono da prime donne, non hanno capito che non bisogna partire dall’interesse personale né essere altezzosi. In questo momento viva l’umiltà. La politica dei partiti, purtroppo, si è personalizzata, e all’origine di tutto questo c’è il berlusconismo”.

 

Sembra di cogliere, dunque, la volontà di fare chiarezza. Mentre l’Italia in queste ore conquista il mondiale di fioretto, alle elezioni si dispone a vivere una partita giocata a colpi di mazzate. Il confronto si annuncia rabbioso, ben lontano dagli auspici che vorrebbero la dialettica tra i partiti e le coalizioni inguainata nelle forme di una contesa civile, con la giusta dose di far play. Ecco perché il centro esercita un certo fascino sull’elettorato più attento e sensibile al mantenimento di un clima politico di razionalità e compostezza, specie nella particolare congiuntura economica e sociale che segna la vita democratica del Paese. E tuttavia, se ha un senso il recupero di un’istanza di centro come espressione di una politica responsabile, parimenti ha senso la ricerca di una dimensione concettualmente più ampia di questa formula a rischio di logoramento. La spinta del cattolicesimo democratico e popolare, in linea con le argomentazioni di Mannino e Bianco, deve perciò favorire la configurazione di una “grande alleanza” che corrisponda all’idea di un “grande centro”, con l’evidente finalità di unire i democratici anti sovranisti e anti populisti. Certo, i tempi sono stretti e tutto congiura a rendere improbo il passaggio nella cruna dell’ago di questa nuova proposta. Solo un salto di fantasia e generosità può dare forma a una costruttiva strategia unitaria, con un programma politico chiaro, così da fronteggiare civilmente e coraggiosamente l’Invincibile Armata della destra.

CENTRO SINISTRA, ADESSO BASTA CON LE FATWE E I VETI.

 

Se passa la logica ostativa e pregiudiziale dei Calenda di turno, la prossima consultazione elettorale è già persa in partenza. Se, invece, si punta a competere e possibilmente a vincere, allora la deriva dei veti politici e personali e delle fatwe va semplicemente rispedita al mittente in modo definitivo ed irreversibile.

 

Giorgio Merlo

 

Ma adesso basta con i veti personali e politici e, soprattutto, basta con le “fatwe”. Perchè scorrendo tutti gli organi di informazione si apprendono notizie politicamente agghiaccianti per il campo del centro sinistra. Dunque, ricapitolando, Calenda – che si è trasformato in una sorta di ‘tribunale’ laico della santa inquisizione – distribuisce patenti di moralità, di competenza, di onestà e anche di capacità politica a tutti. E, di conseguenza, contribuisce in modo poderoso a spaccare il campo alternativo al centro destra. Semprechè non sia quello il suo vero obiettivo politico… Cosa di cui molti, ormai, cominciano a dubitare. Ma non basta, adesso insorgono anche veti e fatwe nei confronti di Renzi e del suo partito da parte di altri partiti del centro sinistra, per non parlare dello stesso Calenda che, oltre a Mastella e a Di Maio, adesso mette nel libro nero anche gli ambientalisti e gli esponenti della sinistra ex comunista.

 

Ora, però, al di là di questi atteggiamenti grotteschi se non addirittura ridicoli, c’è da porsi una domanda decisiva: ovvero, il campo del centro sinistra corre per vincere e competere oppure persegue l’obiettivo della testimonianza, della vendetta rancorosa contro questo o quell’esponente politico per motivazioni puramente personali o di bassa lega? Ma quando mai, al proposito, abbiamo assistito nella tanto biasimata prima repubblica ad atteggiamenti di questo genere? Certo anche nella lunga storia politica e di governo della Democrazia Cristiana, per fare un solo esempio, abbiamo assistito alla negazione di candidature a singoli esponenti – anche a grandi leader e statisti come Carlo Donat-Cattin o Ciriaco De Mita – ma non si è mai giunti a questo degrado nei confronti di un intero partito. Perchè, nello specifico, cosa significa porre un veto politico o una pregiudiziale personale? Cosa significa, in un sistema democratico e liberale, porre una sorta di “fatwa” laica nei confronti non di un singolo esponente politico ma addirittura di un partito? Ma lo sa Calenda – che è il principale fustigatore su questo versante – che quando si pone una strampalata “fatwa” su un partito si marchia una intera comunità politica a livello nazionale? Noi abbiamo conosciuto ed assistito in questi anni alla criminalizzazione politica e personale di esponenti politici e di molti partiti. È stato, questo, l’esercizio normale e fisiologico praticato dal partito populista per eccellenza, cioè del partito di Grillo e di Conte. Del resto, su questo versante è stato un comportamento coerente con la storia dei 5 stelle. Cioè di un partito che ha fatto dell’attacco spietato alle persone, all’esperienza, alla storia e alla cultura politica dei partiti democratici la sua ragion d’essere. Calenda, per caso, attraverso la prassi dei veti e delle fatwe laiche nei confronti di alcuni partiti e dei suoi leader, intende riproporre la deriva populista, qualunquista e demagogica cara al patrimonio dei 5 stelle? Vien da chiederselo per sapere se c’è una coincidenza tra queste due derive anti democratiche e populiste.

 

Ecco perché, alla vigilia della presentazione dei simboli di partito, delle coalizioni e delle candidature dei vari partiti nei collegi uninominali e nella quota proporzionale, questo nodo politico nel campo del centro sinistra va semplicemente sciolto. Se passa la logica dei veti e delle fatwe dei Calenda di turno, la prossima consultazione elettorale è già persa in partenza. Se, invece, si punta a competere e possibilmente a vincere, allora la deriva dei veti politici e personali e delle fatwe va semplicemente rispedita al mittente in modo definitivo ed irreversibile.

 

Il Pd, cioè il principale partito del campo del centro sinistra, scelga quale delle sue strade intraprendere. Da lì si capirà se si corre per vincere o se si partecipa solo per marcare, ognuno per sè, il proprio orticello.

ALLEATI PER CONTINUARE IL LAVORO DI DRAGHI: LA DC DI GRASSI APRE A SINISTRA. IMPORTANTE IL VOTO DEI CATTOLICI.

 

L’unica strada per assicurare al Paese stabilità politica, economica e finanziaria, e tranquillità sociale, è quella indicata di un’alleanza elettorale a sostegno dell’unità euro atlantica in politica estera e dell’agenda Draghi per il programma. A breve si saprà come s’intende organizzare quest’alleanza centrale, verso la quale la Dc guidata da Renato Grassi, ha espresso disponibilità. A tempo stesso, ai i cattolici compete riflettere seriamente sui rischi reali che corre l’Italia col voto settembrino. Un voto nel quale, come nel 1948, sono messe in gioco le scelte decisive compiute dalla Dc di De Gasperi nel 1948

 

Ettore Bonalberti

 

Nel clima che si sta creando di fortissimo scontro elettorale sulle scelte fondamentali della Repubblica, sarebbe stato utile poter disporre di un sistema elettorale proporzionale, unico misuratore autentico della complessa e articolata volontà popolare. Un sistema da molti di noi sempre auspicato: proporzionale con sbarramento e le preferenze con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva, come in Germania, per cui nessun governo può essere fatto cadere in assenza di una maggioranza parlamentare alternativa. È il sistema al quale, in queste ore, si è convertito anche Beppe Grillo, ma, ahinoi, credo che non ci sia più né il tempo né la volontà di un parlamento di “nominati”, di por fine al disgraziato sistema maggioritario che, con modifiche ricorrenti, ci ha consegnato, alla fine, le due Camere del maggior trasformismo di tutta la storia e una lunga stagione di maggioranze inter scambiali di corto respiro.

 

Mai come stavolta la presenza di uno schieramento centrale, democratico, popolare, liberale, riformista, euro atlantico, avrebbe potuto ottenere il consenso maggioritario dagli italiani, come fu quello che la Dc di De Gasperi seppe raccogliere il 18 Aprile 1948. Come direbbe, Aldo Moro, però: “Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà” e, con queste regole, l’unica strada per assicurare al Paese stabilità politica, economica e finanziaria, e tranquillità sociale, è quella indicata di un’alleanza elettorale a sostegno dell’unità euro atlantica in politica estera e dell’agenda Draghi per il programma. A breve si saprà come s’intende organizzare quest’alleanza centrale, verso la quale anche il nostro partito, la Dc guidata da Renato Grassi, ha espresso disponibilità. Si conosceranno le proposte programmatiche indispensabili per affrontare i grandi temi, già identificati nelle scelte del PNRR e le modalità di presentazione della lista: con quale simbolo e con quanti e quali partiti essa si formerà. Come sempre è accaduto nella storia politica italiana nei momenti in cui si decidono i destini della nazione, la sua posizione certa e non ondivaga a livello internazionale e la capacità di offrire risposte puntuali alle attese della povera gente e ai bisogni del terzo stato produttivo, composto dai piccoli e medi imprenditori, agricoltori, artigiani, commercianti, liberi professionisti, operatori delle partite IVA, sarebbe essenziale il contributo offerto dalla vasta e articolata realtà del mondo cattolico.

 

Mai come in questo momento sarebbe utile e opportuno che anche dal mondo cattolico  giungessero segnali forti a sostegno dell’alleanza elettorale euro atlantica e dell’agenda Draghi. Tutto questo sarebbe facilitato, ovviamente, dal sistema elettorale proporzionale con la presentazione autonoma della lista del centro come da noi condivisa. Col sistema maggioritario del rosatellum, però, vince chi elegge più parlamentari; la ragione per la quale è inevitabile la formazione dei due poli di destra e di sinistra. Andare separati vorrebbe dire consegnare il Paese, senza nemmeno combattere, alla destra del duo Meloni-Salvini, col “Cavaliere dimezzato” ancora una volta pronto a offrire agli italiani le sue promesse da marinaio. L’alleanza pertanto inevitabile con il Pd dovrebbe, però, convincere quel partito a tener conto dei valori non negoziabili dei cattolici italiani, onde evitare di consegnare gratuitamente voti alla destra nazionalista e sovranista per inseguire minoritarie derive radicali. Certo ai cattolici compete riflettere seriamente sui rischi reali che corre l’Italia col voto settembrino. Un voto nel quale, come nel 1948, sono messe in gioco le scelte decisive compiute dalla Dc di De Gasperi nel 1948, con l’adesione alla NATO e nel 1954, con quella all’UEO. Scelte oggi messe in discussione dal tentativo di Putin di rompere l’unità europea e atlantica con la condiscendenza attiva o passiva di amici italiani di lungo o più recente corso.

 

A sinistra, dunque, si comprendano le ragioni per cui è necessario ricevere il consenso dei cattolici, e noi dell’area culturale e politica cattolico democratica e cristiano sociale, abbiamo il dovere di restare coerenti alla nostra migliore tradizione e alla nostra storia. Anche nella scelta dei candidati nelle liste, non si commetta l’errore di imporre dall’alto dei nominati, accoliti dei soliti noti, ma si favorisca la scelta delle migliori personalità presenti e rappresentative dei diversi territori. Amici che, almeno per la nostra parte politica, si impegnino ad assumere il codice etico del decalogo sturziano, come stella polare dei loro comportamenti personali e politico amministrativi.

DRAGHI NON HA CEDUTO AL POPULISMO. SUI 5 STELLE IL PD HA SBAGLIATO. È TEMPO DI PARLARE AL PAESE REALE.

 

Bisogna concepire un incontro dei diversi”, per dare un senso di novità a una coalizione capace di misurarsi con successo sul terreno della competizione con Salvini, Berlusconi e la Meloni. Se si sbaglia questo passaggio, rinunciando all’appello dei tanti che hanno abbandonato il campo perché delusi dalla mancata osservanza di un vero spirito unitario, allora il Pd è destinato a insabbiarsi in una campagna elettorale senza vigore e dunque senza prospettive. L’Agenda Draghi costituisce un impegno politico, al punto di prevedere che dopo le elezioni sia ancora lui, Mario Draghi, a guidare un nuovo governo.

 

Giuseppe Fioroni

 

Prima di tuffarci nella battaglia degli slogan, abbiamo il dovere di valutare correttamente l’accaduto. Draghi si è mosso con piglio e tempra di politico, mentre attorno al governo si organizzavano operazioni di disturbo. Il pericolo era la caduta di tensione, il gioco delle astuzie, la tentazione del piede dentro e del piede fuori, senza più il minimo tessuto connettivo a salvaguardia della esperienza di unità nazionale. Andare avanti in questo modo significava l’abbandono dello spirito repubblicano a favore di una logica di egoismi e contrapposizioni, preludio di una campagna elettorale all’insegna della rimozione di qualsiasi vincolo di solidarietà, ciascuno sottraendosi a un dovere di coerenza per il lavoro svolto assieme.

 

Non so fino a che punto il Pd abbia tenuto a freno queste spinte irrazionali. Certo, lo ha fatto più di altri e con più convinzione; lo ha fatto per una sensibilità che attinge ai valori di grandi culture democratiche e riformatrici, presenti nella storia del nostro secondo Novecento; soprattutto lo ha fatto per un senso di responsabilità nei confronti del Paese e per un atto di riconoscenza verso l’italiano più stimato negli ambienti internazionali, pronto a servire le istituzioni in una fase tormentata della vita politica nazionale (e non solo nazionale). Tuttavia, nel passaggio da Zingaretti a Letta sarebbe stato logico attendersi un cambio strutturale di linea politica, riconoscendo per tempo quanto fosse problematica la cosiddetta alleanza strategica con i 5 Stelle. Questo è mancato, con grave danno per il centro sinistra, tanto da dover adesso registrare l’impossibilità di qualsiasi accordo con Conte dopo la rottura sulla mancata fiducia al governo.

 

Cosa possiamo fare a questo punto? Letta ha parlato di una cambio di percezione degli italiani: la caduta di Draghi e la “vittoria annunciata” della destra scatenano i timori di una larga parte di opinione pubblica. Si tratta, allora, di aprire porte e finestre della politica – uscire dal castello, ci direbbe Moro – per accogliere le sensibilità di un elettorato che muove da altri convincimenti rispetto a quelli della sinistra tradizionale, sebbene congiunta alle forze di matrice popolare e liberale. Bisogna concepire un “incontro dei diversi”, per dare un senso di novità a una coalizione capace di misurarsi con successo sul terreno della competizione con Salvini, Berlusconi e la Meloni. Mettere veti o subire pregiudiziali è quanto di più ostico si possa immaginare in questa impresa di cooperazione a maglie larghe. Il Pd non deve pertanto coltivare l’illusione del “fai da te”, per cui ci si dimentica di quelle culture di governo – in primis il popolarismo  – che recano in sé il giusto primato delle alleanze.

 

È sorprendente come si trascuri il lavorìo nascosto di altri partiti, genericamente dislocati al centro, volto a cucire rapporti di vicinanza con il mondo cattolico. E ancor più sorprendente, all’inverso, appare l’inclinazione del Pd a ritenere che le “luci spente” riferibili a quel mondo possano tornare comunque utili all’interno del partito, anche se non illuminano più, certamente non più come una volta. Basta forse esibire un certificato di nascita per dare contezza di una testimonianza attiva, conscia delle novità del tempo, ma pur sempre fedele a una visione politica? A me non sembra, onestamente.

 

Se si sbaglia questo passaggio, rinunciando a richiamare i tanti che hanno abbandonato il campo perché delusi dalla mancata osservanza di un vero spirito di apertura, allora il Pd è destinato a insabbiarsi in una campagna elettorale senza vigore e dunque senza prospettive. Il che sarebbe la definitiva sanzione dell’errore che riporta, su un piano più generale, al misconoscimento delle ragioni di un elettorato alla ricerca di nuovi sbocchi, spinto però negli ultimi tempi a rifugiarsi perlopiù nell’astensionismo. Oggi si profila l’occasione per essere protagonisti della difesa e del rilancio della cosiddetta Agenda Draghi, dando al “Paese reale” l’assicurazione che in caso di vittoria il primo impegno consisterà nel chiedere ancora a Draghi di guidare un governo nel pieno dei poteri, con la coesione e la chiarezza d’indirizzo mancanti negli ultimi, eccezionali 18 mesi di una legislatura segnata dal trasformismo più smaccato. Un trasformismo che ha finito per logorare tutti, in parte anche il Pd, mettendo sul piedistallo gli uomini per tutte le stagioni.

SCELTE ADEGUATE A ELEZIONI RAPIDE.

 

La coalizione per Draghi”, anziché inseguire i populismi sul loro terreno, deve puntare innanzitutto a caratterizzarsi per la concretezza e il buon senso. Per questo il Pd, partito della medio-alta borghesia, deve confermare la rottura col M5S e stringere unalleanza strategica con il centro popolare.  Lagenda sociale si esprime e si rafforza non con alleanze con soggetti inaffidabili, ma con la concretezza di atti di governo capaci di dare rappresentanza agli interessi diffusi della classe media. Sapendo che il vero bipolarismo in queste elezioni sarà purtroppo quello fra il voto e lastensione.

 

Giuseppe Davicino

 

Il treno delle “elezioni rapide” è partito così veloce in un pomeriggio in piena estate che mentre si fatica ancora a realizzare quanto successo, si è già in campagna elettorale. Eppure non è difficile cogliere il contrasto tra le ambiguità di quasi tutti i partiti e la determinazione politica, non solo istituzionale, commisurata alla delicatezza del momento, del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio. Entrambi sembrano aver imposto, alla luce del sole e senza alcuna forzatura costituzionale, un andamento a questa fase politica elettorale che altrimenti avrebbe potuto trascinarsi a lungo, regalandoci nuove fantasiose capriole.

 

Il governo degli affari correnti, dai faldoni spessi, è tornato al lavoro con il proposito ben chiaro di monitorare e affrontare qualunque priorità ed emergenza che si dovesse presentare oltre a quelle già note. Nessun vuoto, nessun rallentamento, Roma non si ferma per guardarsi l’ombelico ma è presente senza pause sulla scena europea e globale. In tal modo è stata costruita la cornice di stabilità nella quale le forze politiche potranno organizzare le loro proposte e il popolo sovrano potrà pronunciarsi il prossimo 25 settembre.

 

La legge elettorale nella sua parte maggioritaria incentiva a costituire ampie alleanze e ad alzare lo scontro tra gli schieramenti. L’Agenda Draghi è divenuta uno spartiacque trasversale tra coloro che intendono proseguirla e coloro che intendono superarla pur senza spiegare bene in quale modo. Appare molto concreto il rischio che le ragioni di opportunità elettorale superino quelle di natura politica. Credo anch’io come molti, che se il Partito Democratico, in positivo uno dei non protagonisti della fine di questa legislatura, facesse prevalere l’aritmetica dei collegi sulla razionalità politica, riaprendo ad una alleanza con il Movimento Cinque Stelle, commenterebbe un errore di prospettiva, così come se non sfruttasse tutte le opportunità di alleanza con l’area di centro. L’agenda sociale si esprime e si rafforza non con alleanze con soggetti inaffidabili ma con la concretezza di atti di governo capaci di dare rappresentanza agli interessi diffusi, a quella classe media senza la quale non vi può essere democrazia in senso pieno.

 

La coalizione “per Draghi”, anziché inseguire i populismi sul loro terreno, deve puntare innanzitutto a caratterizzarsi per la concretezza e il buon senso. Spiegando agli elettori che l’iperinflazione da caro energia non si doma con mancette o bonus, ma attraverso la prosecuzione della politica energetica “matteiana” rivolta verso l’Africa, che Draghi ha iniziato. Che il conflitto in Ucraina non è una guerricciola, ma uno scontro tra due visioni di governo del mondo, e che mentre si contrasta l’invasione russa bisogna pensare a quale tipo di mondo vuole l’Occidente, e a ciò che verrà dopo la guerra, al tipo di relazioni che vorremo riallacciare con la Russia, gli altri Brics e l’80% del mondo che occidentale non è. Che la transizione ecologica non si fa a scapito dei ceti popolari, con scelte punitive e traumatiche, talora con la cecità del furore ideologico, ma con gradualità, guardando alla sostenibilità sociale ed economica delle scelte, guadando con decisione e in stretto coordinamento con gli Stati Uniti, alle nuove e più promettenti fonti di energia pulita complementari alle rinnovabili.

 

Il tutto senza dimenticare, mentre inevitabilmente nelle prossime settimane i toni del confronto politico si faranno più accesi, che tale dibattito coinvolge, se va bene, non più della metà del corpo elettorale. Come anche ormai i sondaggisti cominciano a rilevare, il vero bipolarismo in questa campagna elettorale si giocherà, purtroppo, tra la fascia di cittadini a cui i partiti riescono ancora a dire qualcosa e la fascia di cittadini, probabilmente altrettanto consistente, per i quali in questa fase i partiti non sembrano dire più qualcosa. Sarebbe un errore rinunciare in partenza a tentate di parlare anche, e direi soprattutto ,con loro. Anche perché tra di essi una parte non trascurabile ha guardato con attenzione all’esperienza di governo di Draghi, e si aspetta certo misure di governo concrete ma anche un discorso chiaro e coinvolgente sugli obiettivi, su dove si sta portando il Paese. E non nuove cortine fumogene di stampo populista che, nel bene e nel male, non ammagliano più l’elettorato.

LA GRATITUDINE È IL SENTIMENTO DEL GIORNO PRIMA. LICENZIATO IN MALO MODO UN GRANDE CIVIL SERVANT.

 

“Limmagine dellItalia – scrive l’autore sull’onda della delusione per la fine del governo Draghi – ne esce destrutturata e compromessa, in un contesto internazionale caratterizzato dalla guerra e dalla crisi energetica, dalle mire espansionistiche di Russia e Cina che aspirano ad un nuovo ordine mondiale. In unEuropa debole che cerca di organizzare una strategia comune la clamorosa estromissione di Draghi alimenta più di un sospetto su ingerenze e regie esterne”.

 

 

Francesco Provinciali

 

La concitazione e l’accavallarsi di incontri, accordi, trame, conciliaboli, cose dette e poi smentite, scritte e poi aggiustate, che ha preceduto il giorno del voto in Senato, con tutti i suoi siparietti, gli espliciti e gli impliciti lascerà un ricordo eloquente di cosa sia diventata la politica partitica, anche nei suoi cascami istituzionali e parlamentari. Instabilità è un termine che può spiegare molte situazioni, un clima generale di incertezza che si vive interiormente, crea disagio, oltre gli ordini di scuderia, come stato emotivo e si riverbera sul Paese: si percepiscono sfiducia e sofferenza, incomunicabilità e nuove forme di solitudine.

 

Da anni descriviamo e analizziamo il gap che separa il paese legale da quello reale, possiamo dire che il D-Day del voto al Senato ha rappresentato una delle pagine più inquiete, scellerate e vergognose della storia repubblicana recente. Quando erano venute al pettine le incongruenze e le incertezze del Conte 1 e 2 Mattarella si era affidato alla persona che meglio di tutte, per esperienza, autorevolezza e consuetudine istituzionale a livello internazionale poteva offrire garanzie per un governo di medio periodo che ripristinasse stabilità e ordine delle cose, visione e lungimiranza anche in coincidenza con la delicata gestione del Pnrr. In questi ultimi anni il Parlamento ha dato molti segnali di debolezza: lungaggini legislative, passaggi di partito, pletora di gruppi, arroccamenti aventiniani. Come la definisce Antonio Polito una politica “declinante”, una lunga teoria di figure retoriche di stile che esprimevano gli aspetti più deteriori, coreografici, acefali ma anche miserevoli e penosi di una immobilità del fare giunta al capolinea.

 

La paralisi provocata dalla mancanza di una solida maggioranza di governo, non dimentichiamolo, ha evocato la rielezione prima di Napolitano e poi di Mattarella. Ma ciò che è successo in questa occasione supera la più negativa e distopica delle situazioni possibili: l’autorevolezza di Draghi è sempre stata fuori discussione, la sua competenza unita ad un carisma naturale lo hanno in breve tempo portato al centro del crocevia delle relazioni internazionali. Guerra, pandemia, crisi climatica, fisco, imprese, mondo del lavoro, transizione ecologica, digitalizzazione: tutto è stato messo in agenda con un cronoprogramma in progress nel Pnrr, lui stesso ha sempre favorito la più ampia condivisione all’interno della composita maggioranza su cui poteva contare. Errori e ritardi sarebbero ammessi anche nella “Città del sole” di Tommaso Campanella, l’importante è la sintonia di intenti, il clima di lealtà e collaborazione. Il benservito che gli è stato riservato in occasione del voto è una pagina nera della democrazia parlamentare: ai 5S capeggiati da Conte con spirito di crociata e toni rivendicativi inaccettabili in una normale interlocuzione di maggioranza, al punto da provocare la scissione di Di Maio che – portando fuori dal movimento una cinquantina di parlamentari- ha svelato retroscena di un complotto ordito da tempo, si sono uniti all’ultimo momento la Lega e FI che fino al giorno prima avevano detto di sostenere comunque il governo in carica, considerando anzi una sorta di benedizione la fuoriuscita dei grillini.

 

È stato il colpo di grazia decisivo, una cosa inaspettata: ricordiamo tutti i siparietti televisivi dei vari convenuti dei due partiti che hanno sempre avuto parole di elogio e di rispetto verso Draghi, tanto da ripetere “lo sosterremo fino all’ultimo”. Evidentemente la riconoscenza è il sentimento del giorno prima, come asseriva Andreotti, poiché all’apparir del vero l’abbandono dell’aula senza votare è stato uno schiaffo morale alla persona e l’abiuro di un governo in cui entrambi i partiti avevano peso e rappresentanza. Non è un caso che forzisti da sempre come M.Stella Gelmini e Renato Brunetta abbiano lasciato il partito. In questa oscura e torbida vicenda c’entra, come ho già scritto, la sirena del ribaltone politico attraverso il voto anticipato, l’irriverenza verso un leader che il mondo ci invidia, i sentimenti di primazia dei troppi ombelichi nel ventre molle parlamentare, una spudoratezza confermata dalle dichiarazioni successive che addossavano a Draghi la pre-condizione della medesima maggioranza ricompattata, andata in crisi nei giorni bui delle rivendicazioni e degli ultimatum. Abbandonando senza neanche un saluto, una parola di ringraziamento il premier alla salita al Colle, coloro che hanno deciso l’anticipo di chiusura di questa legislatura hanno manifestato modi spicci e irriverenti, anteponendo interessi di parte a quelli del Paese.

 

Ma in politica l’ostentazione tracotante della sicurezza e la fideistica adesione ai sondaggi hanno sovente restituzioni inaspettate e non gradite. La gente non va più a votare perché – dopo averle provate tutte – non si fida più delle promesse elettorali. Molti degli attuali parlamentari, specie quelli eletti con una manciata di voti, non saranno più rieletti, ma la crisi è stata pilotata in modo tale da garantire loro il diritto al vitalizio che dovrebbe scattare dal 23 settembre, a seconda della data del voto.

 

Molte voci si sono levate nel Paese per invocare la permanenza di Draghi fino alla scadenza naturale, ma l’ingordigia dei pieni poteri ha fagocitato le brame degli apriscatole di sardine, dei populisti, dei nazionalisti, dei finti liberali e dei “patrioti”.

 

L’immagine dell’Italia ne esce destrutturata e compromessa, in un contesto internazionale caratterizzato dalla guerra e dalla crisi energetica, dalle mire espansionistiche di Russia e Cina che aspirano ad un nuovo ordine mondiale. In un’Europa debole che cerca di organizzare una strategia comune la clamorosa estromissione di Draghi alimenta più di un sospetto su ingerenze e regie esterne. Il rafforzamento dell’alleanza atlantica e il ricompattamento del mondo occidentale a fronte di pericoloso reset geopolitico e geoeconomico erano due capisaldi della politica estera Draghi a cui auguriamo di realizzarli ad un livello di responsabilità internazionale.

 

Ci aveva visto giusto e questo ha dato evidentemente fastidio a quei partiti – sostenuti da giornalisti, opinionisti e pseudo intellettuali – che esprimono una visione ben diversa delle alleanze e postulano rapporti di apertura e collaborazione con quelle potenze mondiali che avversano, anzi “odiano” il mondo occidentale. Ciò che sembrava essersi chiuso con il 900 rischia di riaprire ora scenari inimmaginabili.

 

LETTA PARLA DI NUOVA PERCEZIONE DEGLI ITALIANI, DUNQUE L’AGENDA DRAGHI PESA SULLE ELEZIONI DEL 25 SETTEMBRE.

La polarizzazione della contesa politica vede a questo punto il fattore distintivo nella cosiddetta Agenda Draghi. Attorno ad essa saddensa in effetti un sistema di forze, con epicentro nel Pd, che può “farsi centro” nella società e tra gli elettori, puntando a rimobilitare, oltre tutto, molte energie a lungo compresse nellastensionismo.

Ancora è presto per identificare quale sarà la questione chiave che nella parte culminante della campagna elettorale determinerà l’esito della competizione. Tutto può cambiare da qui al 25 settembre. D’altronde, ragioniamo a tutt’oggi su sondaggi che pescano nel mare di opinioni largamente sedimentate, con un quadro politico sconvolto però dalla fine traumatica del governo Draghi. Intanto, ieri al Tg3, Enrico Letta ha dato l’addio a Conte nel contesto di una dichiarazione molto interessante: “Vogliamo candidati – ha spiegato – che vadano in giro per il Paese a raccontare cosa è successo e, soprattutto, un’altra idea di Italia. Vedremo chi ci starà e attorno a questa volontà costruiremo una coalizione che sono convinto sarà vincente per un motivo molto semplice: il voto di ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) ha cambiato completamente il panorama politico e modificato completamente la percezione degli italiani”.

Non c’è dubbio che la polarizzazione della contesa politica vede a questo punto il fattore distintivo nella cosiddetta Agenda Draghi, con l’impegno alla conferma o il desiderio di discontinuità a rimarcare il confine tra gli schieramenti contrapposti. Il tradizionale confine tra centro sinistra e centro destra, alterato negli ultimi anni dall’irruzione del fenomeno grillino, non è più così rigido. Una parte della pubblica opinione, pur non essendo di sinistra, ha reagito male di fronte allo spettacolo delle dimissioni del Presidente del Consiglio; spettacolo triste che ha messo in evidenza l’irresponsabilità del M5S e il cinismo di Salvini e Berlusconi,  incoraggiati nell’impresa dalla Meloni; un’impresa che in sostanza priva l’Italia, nell’attuale fase delicata, di un prestigioso servitore dello Stato. Da oggi, nonostante il mantello protettivo del Quirinale, la configurazione euro-atlantica del Paese entra potenzialmente nel cono d’ombra dell’incertezza per le compulsioni nascoste all’interno del centro destra, generando allarme da qui alla scadenza elettorale.

E dopo? Quali garanzie può dare una coalizione precipitosamente riunificata, più contraddittoria di quanto voglia apparire, con l’imprevedibilità e, perché no, l’estremismo istintivo di Salvini? L’accusa più pesante che Draghi al Senato ha rivolto al leader della Lega metteva in risalto il suo maldestro tentativo di recarsi a Mosca – per fare cosa? – senza mandato o copertura del governo. Non è stata un’accusa di poco conto. Ecco allora che l’eventuale successo del centro destra comporta il rischio che il protagonismo salviniano complichi la navigazione del futuro esecutivo ove mai fosse rispolverato, all’occorrenza, un atteggiamento ambiguo e disinvolto in politica internazionale. Non è una questione secondaria, come si può facilmente intuire.

Ora, con il suo accenno al cambio di “percezione degli italiani”, Letta getta un fascio di luce sullo scostamento possibile da vecchi paradigmi. Da ciò consegue che il discorso sulle alleanze s’involva nel mutamento appena intercettato. In questo modo si profilerebbe la struttura di una nuova coalizione, ancorata fortemente ai valori del riformismo democratico e dell’europeismo, in grado di erodere e conquistare lo spazio occupato finora dal centro destra. Insomma, la battaglia elettorale è appena agli inizi, ma già incombono le scelte, prima fra tutte quella di una reinvenzione della politica di centro, e cioè verso i tanti elettori delusi e preoccupati per l’avvitamento radical-nazionalista della destra.

Il Pd svolga allora la sua parte, certo non secondaria, riconoscendo tuttavia che l’alleanza con i 5 Stelle propagandata fino a ieri ha compromesso la proposta che andava intrecciandosi attorno all’esperienza di Draghi. È stata una partita giocata male, ora si tratta di cambiare registro seriamente.

ORA SUBITO L’UNITÀ DEI CENTRISTI. È QUELLO CHE CHIEDE UNA PARTE CONSIDEREVOLE DELL’ELETTORATO.

 

Adesso c’è la grande scommessa politica, culturale e programmatica di mettere in campo il progetto del Centro accompagnato da una altrettanto credibile politica di centro”. Siamo in una situazione dove in gioco ci sono il destino politico del nostro paese e la qualità della nostra democrazia. Nonchè, e soprattutto, lefficacia della nostra azione di governo. Su questo versante la riorganizzazione dellarea centrista sarà la vera e grande novità delle prossime elezioni politiche.

 

Giorgio Merlo

 

Dopo lo spettacolo inguardabile e incommentabile offerto dai 5 Stelle e dalla Lega in Parlamento, cambia rapidamente lo scenario politico nel nostro paese. E con questa legge elettorale non muta neanche il panorama delle centralità delle coalizioni in campo. E cioè, di fronte al tradizionale centro destra – che quando si avvicinano le elezioni, come da copione, si ricompatta in modo granitico di fronte al corpo elettorale – ci sarà una coalizione di centro sinistra. Ora, su questo versante credo sia necessario dire con chiarezza e trasparenza che una alleanza di centro sinistra oggi può essere credibile e fortemente competitiva solo se rompe definitivamente ed irreversibilmente con il populismo di ciò che resta dei 5 Stelle.

 

Certo, sarebbe curioso se qualcuno pensasse ancora di individuare in Conte e nel populismo demagogico, anti politico, qualunquista, giustizialista e manettaro dei 5 Stelle la realtà con cui costruire una strategia di governo e una prospettiva politica credibile per il nostro futuro. Su questo versante è quantomai necessario essere politicamente intransigenti. E senza alcun moralismo. Ovvero, basta con i populisti anche se con questa crisi di governo si sono presi una parziale rivincita mettendo, però, in ginocchio l’intero nostro paese e gettandolo in una situazione oscura a carico di incognite.

 

Detto questo – che non è, comunque sia, una variabile indipendente ai fini della qualità della nostra democrazia, della credibilità delle nostre istituzioni democratiche e della autorevolezza della nostra classe dirigente – adesso c’è la grande scommessa politica, culturale e programmatica di mettere in campo il progetto del Centro accompagnato da una altrettanto credibile “politica di centro”. E la scommessa, di conseguenza, è quella di rilanciare il progetto politico centrista in vista delle ormai prossime elezioni politiche.

 

Un progetto che coincide con una rinnovata esigenza di inserire il buon senso nella cittadella politica italiana, di essere elemento di garanzia e di stabilità del sistema politico italiano e, al contempo, di saper sprigionare e declinare una vera ed autentica cultura di governo. Riformista, democratica e innovativa. E cioè, un luogo politico che in questi ultimi anni è stato delegittimato se non addirittura politicamente criminalizzato dall’onda montante del populismo anti politico e qualunquista. C’è chi la definisce giornalisticamente “agenda Draghi”, chi la definisce come un’area politica necessaria ed indispensabile per garantire il buon governo e chi, infine, la individua come un modo decisivo per rialzare il prestigio e il ruolo della politica.

 

Certo, con l’indizione delle elezioni politiche costruire quest’area fatta di politici ma anche di tanta società civile, di mondo delle professioni, di associazionismo sociale e culturale e anche, e soprattutto, di interessi sociali, è semplicemente un fatto che si impone. E questo perchè quest’area sociale, culturale, economica, produttiva e politica richiede di essere oggi “rappresentata”. Manca, cioè, questa rappresentanza politica ed organizzativa nello scenario pubblico italiano da ormai molti anni. È di tutta evidenza, al riguardo, che le simpatiche tesi – nonchè strampalate – inerenti le pregiudiziali politiche o, peggio ancora, di natura personale che vengono accampate da alcuni esponenti di questo campo sulla composizione di quest’area politica, vadano adesso semplicemente accantonate e mandate in soffitta.

 

Siamo, cioè, in una situazione dove in gioco ci sono il destino politico del nostro paese e la qualità della nostra democrazia. Nonchè, e soprattutto, l’efficacia della nostra azione di governo. Su questo versante la riorganizzazione dell’area centrista sarà la vera e grande novità delle prossime elezioni politiche. Lo scenario tripolare – destra, sinistra e populisti 5 stelle – è ormai alle nostre spalle. Quello che adesso conta è riunire quest’area politica, culturale e sociale; darle una veste organizzativa funzionale alle prossime elezioni generali; scegliere la coalizione che non è condizionata dalle derive populiste e sovraniste e, in ultimo, presentare una squadra di candidati rappresentativi, radicati nel territorio e politicamente autorevoli. Tutto il resto è testimonianza impolitica e residuale. Cioè politicamente inutile e sterile.

CARO DRAGHI, A CONTI FATTI NON LA MERITAVAMO.

Parole dure e senza equivoci. L’autrice si rivolge all’ex Premier: “La maggior parte di noi, quella che silenziosamente lavora, che ama ancora lItalia, nonostante tutto, e si preoccupa per il futuro che la attende, avrebbe tanto voluto che Lei fosse rimasto, ma chiederLe tanto, dopo lo spettacolo indecoroso che è stato mandato in scena alle Aule, sarebbe stato davvero ingiusto”.

 

La verità è che forse non L       a meritavamo. Un uomo di buon senso, esemplare nel lavoro e nella vita, competente e garbato, opinion leader stimato dal resto del mondo, non può essere a capo del nostro Parlamento.

Perché il nostro, diciamolo, è un Parlamento popolato per la maggior parte da politicanti improvvisati, spesso ignoranti, arrivisti, interessati alla poltrona, senza arte ne’ parte, privi di talenti e di competenze, che spera di trovare a Montecitorio quel vitalizio che altrove, nella vita quotidiana, non ha saputo trovare. Onorevoli che di onorevole non hanno proprio niente.

Un dialogo costruttivo tra voi non era nemmeno ipotizzabile perchè il divario è incolmabile. Un po’ come chiudere in una stanza un militante talebano e un baronetto inglese e pretendere non solo che parlino lo stesso linguaggio, ma che pure vadano d’accordo.

Eppure parte degli italiani questa volta aveva provato a dire la sua. Mai era successo che si scendesse in piazza per chiedere a un Presidente del Consiglio di rimanere in carica. E i motivi sono evidenti: solo un economista che tutto il mondo ci invidia avrebbe avuto la capacità di traghettarci attraverso la peggior crisi economica dal dopoguerra ad oggi; siamo stanchi di gente che fa della politica un mestiere per campare di rendita sulle spalle dei cittadini, labile come bandiere al vento a seconda della convenienza per non perdere il posto in prima fila; ci piacciono, eccome se ci piacciono, le persone perbene e quell’impressione, mai provata prima, di qualcuno che sembri preoccuparsi più del bene del Paese che del proprio interesse: quando mai ricapiterà di trovare qualcuno che rinunci al suo compenso da Premier?

Con Lei ci si sentiva al sicuro, eravamo orgogliosi di essere guidati da un uomo autorevole che tutti stimano, una di quelle persone che, quando parlano, tutti, ma proprio tutti (nostri parlamentari a parte) si zittiscono e ascoltano ammirati quello che ha da dire. Ecco, ci dava la sensazione del buon padre di famiglia di una volta, quello che teneva i conti ancora sul foglio di carta, con le entrate e le uscite mensili, che tagliava le spese superflue e faceva sacrifici per poi concedersi con un sospiro di sollievo le meritate vacanze in estate con moglie e figli.

Solo che i bambini con cui aveva a che fare Lei si sono dimostrati meno spaventati dall’inflazione e dalla guerra che dal babau. E hanno continuato a bisticciare, indisciplinati e capricciosi, fino all’ultimo.

No, Presidente, no. Noi non La meritiamo. Possiamo solo ringraziarLa per quello che ha fatto per noi e per quello che, con un encomiabile senso di responsabilità, ha dimostrato sarebbe ancora stato disposto a fare; e dobbiamo scusarci per non essere stati capaci di volare alla Sua stessa altezza. La maggior parte di noi, quella che silenziosamente lavora, che ama ancora l’Italia, nonostante tutto, e si preoccupa per il futuro che la attende, avrebbe tanto voluto che Lei fosse rimasto, ma chiederLe tanto, dopo lo spettacolo indecoroso che è stato mandato in scena alle Aule, sarebbe stato davvero ingiusto.

Non La abbiamo saputa meritare, Presidente. Ed è giusto così, perché, allo stesso modo, Lei non meritava affatto la punizione di essere ancora alle prese con questo Parlamento.