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Una domanda a Enrico Letta: come si può investire, seriamente, sull’alleanza con i 5 Stelle?

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. L’autore, capo della Segretaria di Piazza del Gesù all’epoca della scissione del Ppi e attualmente segretario del Nuovo Cdu, formazione appartenente all’area moderata di centro-destra, mette sotto accusa la scelta del Pd. L’intesa con i grillini, egli sostiene, contrasta con i valori dei democratici cristiani.

 

Mario Tassone

 

In passato ci siamo divisi sulla strategia da seguire, essendo una parte della Ppi contraria a ogni cedimento al populismo berlusconiano.

 

Ora vorrei chiedere a Enrico Letta, all’epoca fra gli “scissionisti” che avevano messo il veto su Berlusconi, come fa a perseguire una alleanza organica con i 5 Stelle.

Si tratta di un Movimento che è l’emblema della crisi morale e istituzionale del Paese. È la coda della rivoluzione per via giudiziaria che ha messo in crisi la democrazia, mirando al cuore delle esperienze culturali e politiche che nel complesso erano anche le sue.

 

La dirigenza pentastellata ha condotto una “crociata” contro il finanziamento pubblico dei partiti, ora invece è per il 2 per mille (un finanziamento attraverso la sottoscrizione dei cittadini ma sempre pubblico!)

 

Un Movimento politico? No, un gruppo ben organizzato che unisce cinismo e disinvolta propensione per il potere, capace nel recente passato di carpire la fiducia dei cittadini, con il trionfo nelle elezioni politiche del 2013 e  del 2018!

 

Noi, la nostra storia con il bagaglio di valori, la dobbiamo continuare a difendere impedendo che il progetto del Vaffa Day continui a vanificare le conquiste di libertà e di democrazia dell’Italia.

È chiaro che l’equivoco si annida proprio nel Pd, un non-partito dai riferimenti storici compositi, dove convivono linee finanche opposte e interagiscono veri ossimori politici. In sostanza un non-partito che non ha una visione o un progetto condiviso, ma vive alla giornata gestendo le spinte e le controspinte, che non danno nessuna prospettiva. Allora l’alleanza con i 5 Stelle è fra due opacità, ovvero tra chi ha tratto vantaggio con il populismo eversivo a buon mercato e chi è, per così dire, in ricerca d’autore.

 

Ecco dunque la domanda: Letta l’autore l’ha trovato in Grillo e nel suo progetto del Vaffa Day? Nessun commento. Solo il dovere morale di molti di noi – democratici d’ispirazione cristiana – ancora affezionati all’idea di difendere un prezioso bagaglio di idealità.

 

Noi ci teniamo la nostra storia e non possiamo farci nulla se altri amici si accontentano, finendo per non stringere nulla se non un umiliante pressappochismo.

Un seme gettato nell’Oriente cristiano. Le più antiche poesie in onore dell’Immacolata Concezione.

 

Il culto a Maria ebbe origini nellOriente cristiano. In Occidente la festa della Concezione di Maria entrò nellXI secolo in Inghilterra, per poi estendersi nel XII agli altri Paesi. Vari teologi sostenevano che la Vergine era stata concepita con il peccato originale, altri affermavano che già al concepimento Maria ne era priva.

Il testo, qui riprodotto per gentile concessione, appare in originale nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano. 

 

Benno Scharf

 

«E quando ebbe vita nel corpo di sua madre fu già priva del peccato che Adamo nostro padre, malconsigliato, aveva commesso. Egli piange per averlo fatto ed averci aperto la porta dell’inferno; ma ora questa si è richiusa e si è aperta quella del paradiso, a suo tempo chiusa per mala ventura da nostra madre Eva, che con grande follia mangiò di quel frutto, che Dio le aveva proibito». Questo testo, le ultime due quartine della lunga Cantiga 411, costituiscono il primo riferimento all’Immacolata Concezione nella poesia non liturgica medievale dei Paesi occidentali.

La raccolta delle 427 Cantigas de Santa Maria, il grande canzoniere mariano della Spagna medievale, venne completata verso l’anno 1280. Curatore e autore di alcune di esse fu il re Alfonso X di Castiglia (1221–1284), detto il Saggio. Ispiratore dell’opera era stato il francescano Juan Gil de Zamora (1241-1318), poeta, teologo, musicista, scienziato dalla cultura universale; il re lo aveva chiamato alla sua corte come consigliere e come precettore dell’erede al trono Sancho.

Il culto a Maria ebbe origini nell’Oriente cristiano; all’inizio dell’ VIII secolo il vescovo Sant’Andrea di Creta (660–740) compose un canone (inno) in cui vi è l’invocazione. «Immacolata Madre di Dio vergine, sola degna d’ogni canto, prega ardentemente per la nostra salvezza». In Occidente la festa della Concezione di Maria, entrò nell’ XI secolo in Inghilterra, per poi estendersi nel XII agli altri Paesi. Però vari teologi sostenevano che la Vergine era stata concepita con il peccato originale, ma poi liberata di questo durante la gravidanza della madre Anna oppure nel momento della propria nascita; altri affermavano che già al concepimento Maria ne era priva.

Tra i primi, detti Maculisti, spiccano grandi nomi del pensiero scolastico: i santi Alberto Magno, Bernardo, Tommaso d’Aquino, Domenico e praticamente tutto l’ordine Domenicano; la dottrina dei secondi, detti Immaculisti, venne propugnata dal beato Giovanni Duns Scoto (1265–1308), e poi da tutto l’ordine francescano. Pochi anni prima però il già citato Gil de Zamora ne aveva detto nel Liber Mariae, verso il 1275.

Nel XIII e XIV secolo l’Immacolata Concezione viene citata in poesie e canzoni, ma sempre come accenno; mancano però testi specifici. Ad esempio nella canzone duecentesca inglese Sii salutata, o Regina dei cieli Maria è subito chiamata «Vergine immacolata, madre pura», senza però ulteriori riferimenti. Fa eccezione il poeta toscano Bianco da Siena (1350–1399), che in una lauda dedica all’immacolato concepimento tre delle 113 terzine che la compongono: «Benedetta sie tu, sposa divina / sença peccato original concetta /nel ventre d’Anna, o nobilẹ fantina / Laudata sie tu sempre e benedetta, / o glorïosa Vergine beata, / dallo Spirito Santo preeletta, / dal quale, quando fusti ingenerata / nella tua Madre dal tuo Padre santo, / sença peccato original creata. / Benedetta sie tu, che porti vanto / sopra a ogni altra creata nel mondo, / d’esser concetta santa, com’i’ canto».

La polemica tra maculisti e immaculisti si fece sempre più aspra. Nel 1439 una frazione del concilio di Basilea (non più riconosciuta da Roma) dichiarò l’Immacolata Concezione «verità di fede». L’anno successivo a Valence, nella Francia Meridionale, i francescani indissero festeggiamenti, con una gara di poesia sull’argomento. Vinse una canzone in lingua catalana, composta da Francesch de Mescua. Il testo di 40 versi è una dissertazione sull’Immacolata Concezione con un argomento di fondo: Gesù è il frutto perfetto e quindi Maria, la pianta che lo ha generato, non poteva essere sotto il dominio del demonio neppure per un istante.

In una cronaca, pubblicata nel 1509 dal francescano Thomas Murner (1475–1537), massimo poeta e narratore svizzero del XVI secolo è incisa nel retro della copertina in legno la prima poesia all’Immacolata in lingua tedesca. «Maria madre, vergine pura / noi vogliamo dire la tua lode. / Tu sei stata concepita senza il peccato originale: / l’astuzia del malvagio non poté impedirlo. / Ottienici la grazia tu / sempre pronta a misericordia verso i peccatori (…) / scampaci dal fuoco del diavolo: / Solo sotto la tua protezione noi siamo sicuri: / fa che tuo figlio non si volga lontano da noi».

La devozione al grande mistero si diffuse sempre più. In Francia, a Rouen, l’abate Guiot fondò nel 1701 l’Academie de l’Immacuèe Conception che fino al 1789 indisse ogni anno un premio di poesia. Fatto rivoluzionario per l’epoca, la partecipazione era aperta anche alle donne e quattro volte vi furono poetesse al primo posto, decine di volte al secondo o terzo. Nome di spicco: Anne Marie Le Page du Boccage, definita da Goldoni «La Saffo della Francia».

Dalli…al Natale. La “scomunica” della Commissaria europea ha provocato forti reazioni. Gaffe o lucida premeditazione?

 

Le nuove strutture di potere economiche di tipo planetario agiscono con i loro pervasivi mezzi nell’ambito della cultura e della informazione per forzare la storia e imporre la distruzione dei cardini di ogni fede religiosa.

 

Raffaele Bonanni

 

È naufragata nell’imbarazzo generale il tentativo “politically correct” della Commissaria europea alla uguaglianza Helena Dalli, di imporre direttive ai funzionari della Unione Europea  per garantire, attraverso l’uso di termini neutri, comunicazioni prive di elementi potenzialmente offensivi. Ma gira e rigira, ecco che la Commissaria attraverso le sue raccomandazioni pone neanche tanto subdolamente l’esigenza di non citare, nelle missive da inviare, il Natale: al suo posto si consiglia una indistinta definizione di festa. Poi pone il tema di non citare troppo nomi come Maria e Giovanni, sostituendoli con nomi non cristiani, ed altre corbellerie simili.

 

La gaffe è stata così clamorosa che ha scomodato la stessa Ursula Von der Leyen, che infastidita dall’incendio provocato dalle polemiche ha dovuto immediatamente stoppare la direttiva. Questo fatto, in verità, è stato visto da moltissimi europei come il tentativo maldestro a cui spesso si ricorre per imporre culture lontane da quelle popolari, con la motivazione del rispetto dovuto ad altre culture. In verità queste giustificazioni che vengono date anche in Italia con episodi similari, appartengono ad élite culturalmente minoritarie che attraverso poteri vari, intendono imporre fraudolentemente la loro opinione ai cittadini.  Una vicenda dunque, che sostanzialmente si collega a tante altre di carattere subliminali ed esplicite come quella che commentiamo.

 

Helena Dalli, aldilà della sua manifesta avventatezza, non credo sia del tutto sprovveduta, ponendosi contro le culture più intime che fondano l’Europa: la concezione liberal democratica, posta a base del patto originario degli Stati che reggono le istituzioni europee, e quella identitaria e religiosa cristiana, che riguarda grandemente il popolo europeo. D’altronde, l’appartenenza della Commissaria ad una comunità come quella maltese, di sentimenti cristiani profondissimi, non ha impedito in spregio ad ogni buon senso e principio  di responsabilità istituzionale di proporre l’assurdo “vademecum”. Dietro queste manifestazioni di intolleranza, motivate dalla esigenza di rispettare le altre culture e sensibilità, si nascondono minoranze di interessi e culture che attraverso il potere delle istituzioni, del denaro, dei media, e strumenti di diffusione della cultura, vogliono imporre il loro pensiero, resuscitando nei fatti lo “Stato etico” come decisore, arbitro e giudice assoluto del bene e del male, fonte dell’etica per il singolo e per la comunità, e quindi unico creatore del bene comune. Sappiamo come questa concezione filosofica hegeliana e hobbesiana sia già stata travisata e utilizzata a piene mani dai teorici delle sciagurate dittature nere e rosse del Novecento, i quali l’hanno messa in pratica con conseguenze gravissime.

 

Questa filosofia politica si contrappone alla moderna Democrazia liberale che non delega allo Stato e al corpo politico tutti i diritti dei cittadini, se non la giustizia. In definitiva la teoria dello Stato etico affidava alle istituzioni il compito di “educare” i cittadini attraverso i suoi poteri. Oggi invece, nell’era contemporanea e globalizzata, le nuove strutture di potere economiche di tipo planetario agiscono con i loro pervasivi mezzi nell’ambito della cultura e della informazione per forzare la storia e imporre la distruzione dei cardini di ogni fede religiosa, di ogni realtà organizzata, di ogni potere che non risponda al disegno di modellare il mondo secondo una visione unilaterale: la loro.

Il Censis racconta l’Italia fragile del rancore e della irrazionalità. Il commento di Provinciali.

 

C’è un diffuso senso di insoddisfazione, come se si fosse chiuso un ciclo di aspettative inevase: quel “presentismo asfissiante” già denunciato in altre occasioni oscilla tra attesa e ripresa, tra latenza e incerto futuro.

 

Francesco Provinciali

 

Giunto alla sua 55esima redazione, l’annuale Rapporto Censis sullo stato del Paese non tradisce le aspettative e presenta una situazione complessa e ricca di dettagli connotativi che – per fermo immagini, analisi documentate da dati e percentuali, interpretazioni sempre originali e penetranti – offre spunti di conoscenza e riflessione non limitate ai soli addetti ai lavori, economisti o ricercatori sociali che siano.

 

L’approccio descrive un quadro d’insieme che spiega gli approfondimenti tematici, le considerazioni generali come sempre sono suffragate da evidenze significative, lo stesso incipit è a dir poco folgorante. “L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale. Per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E poi: il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone. Perchè sta succedendo? E’ la spia di qualcosa di più profondo: le aspettative soggettive tradite provocano la fuga nel pensiero magico. Siamo nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Per l’81% degli italiani oggi è molto difficile per un giovane ottenere il riconoscimento delle risorse profuse nello studio.

 

Il rischio di un rimbalzo nella scarsità: ecco i fattori di freno alla ripresa economica e le incognite che pesano sul risveglio dei consumi”. La società irrazionale che si va manifestando nelle dissolvenze incrociate di molteplici contraddizioni non è solo la conseguenza della lunga crisi pandemica che sta scompaginando la vita nella sua dimensione planetaria: essa si accompagna e si spiega attraverso altre emergenze che la sostengono e la qualificano. Ci sono le teorie cospirazionistiche, il negazionismo aprioristico che cancella il vaglio critico, i complotti delle sostituzioni etniche provocate da èlite globalistiche, il reset mondiale, il sovranismo psichico, la lunga deriva mai conclusa della stagione del rancore individuale e collettivo, il rifiuto della ragione e degli strumenti con cui abbiamo finora costruito il progresso e il benessere: la scienza, la medicina, i farmaci, le innovazioni tecnologiche. Per il 12,7% degli italiani la scienza produce più danni che soluzioni e per un buon 31,4 % il vaccino è un trabocchetto sperimentale per cavie disponibili a farsi convincere ad inocularlo.

 

C’è un diffuso senso di insoddisfazione, come se si fosse chiuso un ciclo di aspettative inevase: quel “presentismo asfissiante” già denunciato in altre occasioni oscilla tra attesa e ripresa, tra latenza e incerto futuro. “E’ un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà”. Il binomio attesa/ripresa è un leit motiv del Rapporto.

 

L’incertezza è una categoria dominante di questo tempo, lo vediamo con il protrarsi della pandemia, lo riscontriamo nell’emergenza dei problemi ambientali posti in termini ultimativi, con la sostenibilità di una visione antropocentrica che confligge con la natura che si ribella e impone la sua forza ma anche con un allargamento del gap delle disuguaglianze. Forse è per questo che il 69% degli italiani si dichiara molto incerto sul futuro, che l’82% crede di meritare di più sul lavoro e il 62% pensa di valere di più in assoluto. D’altra parte manca un modello economico sostenibile, una rappresentazione di società che premi la dimensione collettiva dello sviluppo. Gli investimenti pubblici sono scesi del 27% negli ultimi dieci anni, la crescita dei consumi è stimata al 5% e comunque inferiore al PIL atteso, permane il problema della disoccupazione giovanile (la generazione NEET) una vera fragilità per un Paese che ambisce a crescere: si stimano 2,7 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, il 29,3% del totale, oltre il 40% al sud, la condizione del lavoro femminile esprime un tasso di occupazione intorno al 54%, il più basso in Europa, il livello medio delle retribuzioni è calato del 2,9% nel periodo sopra considerato, unico Paese dell’area OCSE (in Lituania è aumentato del 200%, nell’U.E. in una media a due cifre), il piano di digitalizzazione della P.A. e dei servizi stenta a decollare poiché non riesce a scindersi da una burocrazia latente, pervasiva ed opprimente. La diffusione delle tecnologie favorisce paradossalmente le disuguaglianze (anche in ambito scolastico, si pensi alla Dad mai decollata in pieno al sud dove il 30% delle famiglie non possiede un PC) ma anche nuove forme di difficoltà relazionali, di rapporti di prossimità e persino nuovi tipi di reati.

 

Sul piano sociale il Rapporto evidenzia l’emergenza di un processo di verticalizzazione (non solo a livello politico ma del sistema-Paese, di quello scolastico, dell’economia dove preoccupa una ripresa dell’inflazione: ci sono dinamiche innescate a livello planetario ma è oggettivamente riscontrato ad ottobre 2021 il rialzo dei prezzi del 20,4% su base annua, e nei dettagli, dell’80,5% per l’energia, del 13,3% per la chimica, del 10,1% per il manifatturiero e del 4,5% per le costruzioni – fonte il Sole 24ore) con una rottura dei meccanismi orizzontali a livello di famiglia, di impresa, di prossimità. Tuttavia si tratta di tensioni verticali presenti in una società che cerca di crescere più per progetti enunciati che per naturale evoluzione: la stessa conclamata “fase di transizione ecologica e digitale” richiede investimenti ma anche risorse umane, preparazione, competenza, pensiero, capacità immaginativa non disgiunta da una prospettiva etica e di maturazione della coscienza collettiva. Ove ciò non avviene si verifica un ripiegamento verso l’economia dello “zero virgola”: si pensi alle dinamiche di rimescolamento sul piano geoeconomico mondiale ad es. attraverso le politiche espansive della Cina, l’assenza di una strategia condivisa dai Paesi dell’U.E., le incertezze a livello di Pnrr e di Recovery plan. Parole ricorrenti nel linguaggio dei soli iniziati.

 

Più volte lo stesso Presidente del Censis Giuseppe De Rita ha evidenziato il solco che separa la teoria delle enunciazioni di principi trionfalistici e delle previsioni quasi palingenetiche, rispetto alla loro concreta attuazione. Affermazioni come “transizione ecologica” e “riconversione digitale” sono generiche e difficilmente metabolizzabili in una società che tradizionalmente necessita di evoluzioni lente e partecipate.

 

Con apprezzabile discernimento il Rapporto stima quattro livelli di transizione praticabili: la transizione green, ossia la necessità di ridurre il danno ecologico delle attività umane, per salvaguardare l’ambiente delle generazioni future, la transizione digitale che è il simbolo della sfida tecnologica e dell’innovazione delle grandi società globali,  la transizione demografica per rimettere al centro dell’iniziativa politica il lavoro giovanile, il ruolo delle donne, il potenziamento dei servizi di assistenza e di protezione sociale, la transizione del lavoro che oggi è al centro di un rinnovato bisogno collettivo. Ma c’è un aspetto – quello demografico – cui il Censis, sull’onda di dati recentemente stimati dall’ISTAT (cfr. il Rapporto sulle cd. “culle vuote”), dedica nel Rapporto particolare attenzione, evidenziando un “rischio di rimbalzo” nelle risorse umane. Dal 2015 al 2020 c’è stato un calo di 906.146  persone nella popolazione del Paese, per la prima volta si prevede- dal 1861 – un numero di nati nel 2021 inferiore alle 400 mila unità, così come – sempre per la prima volta – nel 2020 le nascite ogni 1000 abitanti sono scese al 6,8% contro una media UE del 9,1%. In questa situazione demografica combinata con le incertezze economiche,  il 55,3% delle coppie in età fertile accantona il progetto di avere un figlio mentre l’11,1% vi rinuncia. E in tema di passaggio dalla fase di attesa a quella della ripresa il Rapporto del Censis rimarca la necessità di possedere una misurata coscienza delle leve che producono crescita dal basso: la ricerca di nuove filiere e l’economia del corto raggio.  Secondo il Censis occorre dunque riconsiderare una dimensione economica spazio-temporale di “corto raggio”, che tenga conto delle filiere preesistenti all’impazzimento della globalizzazione e alle spinte espansive a livello geoeconomico. In questa linea di indirizzo vanno viste le tematiche “della sostenibilità, della riconversione ecologica, della qualità dei servizi di vita collettiva, del fisco come strumento di lotta alle diseguaglianze sociali, fino alla esaltazione della economia circolare. Insomma il genius loci – che è valorizzazione del “qui ed ora”, la riscoperta del territorio, la peculiarità delle risorse – troppo frettolosamente espunto dai processi di mondializzazione, ritrova senso e prospettiva in un disegno di crescita, con misurati e diffusi investimenti sociali e recuperando forti motivazioni individuali.

 

Per l’Italia la stagione delle filiere lunghe (“il made in Italy, quella enogastronomica, quella del primato nella produzione dei macchinari, quella del turismo”) necessita di una riconversione sul “corto raggio” gestibile e riprogrammato. Il Censis teme al riguardo che una rimodulazione dei modelli di sviluppo economico e sociale resti prigioniera del quotidiano dibattito d’opinione, del ‘cortissimo’ raggio della cronaca che si focalizza sul presente e non preme il tasto dell’ascensore sempre fermo da tempo al piano terra e racchiuda in un perimetro autoreferenziale ogni progetto di crescita che peraltro va cercato e sollecitato. L’emergenza sanitaria e le sue conseguenze, l’attenzione alle variazioni del clima, lo sviluppo dirompente della tecnologia, l’indebitamento pubblico inarrestabile, il gap digitale: sono tutti esempi di come la società italiana sia messa alla prova, chiamata a un lavoro di autocoscienza, individuale e collettiva.

 

Che cosa serve, allora, per raggiungere questi obiettivi? Serve coscienza, pensiero, servono competenze. “Parlare con parole nuove e affrontare con serietà le fragilità del nostro tessuto sociale è quello che serve nell’attuale dialettica socio-politica. Nell’orizzonte della ripresa si nota un’inquietudine politica, timida e incerta. Ben vengano paura e incertezza del futuro, se aiuteranno nuovi modi di pensare e costruire società e istituzioni, di riconnettere tra loro tecnica e politica, vita sociale e attività statale. Solo che il sistema politico non si annidi in un acquietamento di pensiero, maschera di ogni poco curata transizione”.

Cile, elezioni presidenziali: la DC sceglie di appoggiare, in nome della democrazia, il candidato della sinistra.

 

Riportiamo il testo della mozione politica, in traduzione e versione originale, che il Partito della Democrazia Cristiana del Cile ha approvato nel Consiglio Nazionale del 28 novembre scorso. È stata la Presidente del partito, Carmen Frei, figlia dello storico Presidente del Cile, il democristiano Edoardo Frei, a illustrare la linea del partito. Il PDC ha formalizzato il suo appoggio al candidato della sinistra, Gabriel Boric, in vista del ballottaggio (19 dicembre) per la Presidenza della Repubblica. A questa scelta il partito è pervenuto in considerazione del giudizio fortemente negativo sulla candidatura di Joséphine Antonio Kast, espressione di una destra pericolosa, a vocazione autoritaria, contigua o legata agli ambienti nostalgici dell’era Pinochet.

 

Redazione

 

Mozione politica del Consiglio Nazionale del PDC

 

  1. Il Consiglio Nazionale del PDC esprime il suo più pieno apprezzamento alla nostra candidata presidenziale, Yasna Provoste Campillay, per la sua generosità e dedizione in questa campagna presidenziale nella quale ha rappresentato il nostro partito e i partiti del Nuovo Patto Sociale.
  2. Ringraziamo i nostri candidati al Senato, alla Camera dei Deputati e Deputati, i Consiglieri Regionali, che hanno dato il meglio di sé, insieme alle loro squadre, rappresentando la Democrazia Cristiana su tutto il territorio nazionale.
  3. Il Consiglio nazionale del PDC dichiara il proprio sostegno alla candidatura alla Presidenza della Repubblica di Gabriel Boric Font nel secondo turno presidenziale del 19 dicembre.
  4. Il PDC non intende entrare nel futuro governo né offre il suo sostegno in termini condizionati. Sulla candidatura di Gabriel Boric pesa ora la responsabilità di riunire una maggioranza popolare anelante a profonde trasformazioni in un quadro di governabilità e pace sociale.
  5. Riteniamo che il candidato dell’estrema destra, José Antonio Kast, rappresenti una minaccia al processo costituente e un ritorno all’autoritarismo che va contro i processi di sviluppo democratico e la giustizia, che per decenni abbiamo contribuito a consolidare.
  6. La Democrazia Cristiana riafferma come principi inalienabili della sua azione politica il valore universale dei diritti umani, la sua adesione illimitata alla democrazia, allo Stato di diritto e al rifiuto di ogni forma di violenza.
  7. Il Consiglio Nazionale del PDC apprezza il contenuto della lettera inviata da Gabriel Boric, da cui scaturisce un rapporto di dialogo e mutuo rispetto che tra noi intendiamo preservare.

 

Voto político Junta Nacional del PDC 28 de noviembre de 2021

 

  1. La Junta Nacional del PDC expresa su más pleno reconocimiento a nuestra candidata presidencial, Yasna Provoste Campillay, por su generosidad y entrega en esta campaña presidencial representando a nuestro partido y a los partidos de Nuevo Pacto Social.
  2. Agradecemos a nuestros candidatos y candidatas al Senado, a la Cámara de Diputados y Diputadas, Consejeros Regionales, que han dado lo mejor de sí, junto a sus equipos, representando a la Democracia Cristiana a lo largo del territorio nacional.
  3. La Junta Nacional del PDC declara su apoyo a la candidatura a la Presidencia de la República de Gabriel Boric Font en la segunda vuelta presidencial del 19 de diciembre.
  4. El PDC no se propone ingresar al futuro gobierno ni condiciona su apoyo. La candidatura de Gabriel Boric tiene ahora la responsabilidad de convocar a una mayoría ciudadana que anhela transformaciones profundas con gobernabilidad y en paz social.
  5. Consideramos que el candidato de la extrema derecha, José Antonio Kast, representa una amenaza al proceso constituyente y un retorno al autoritarismo que va en contra de los avances democráticos y en equidad que hemos ayudado a consolidar por décadas.
  6. La Democracia Cristiana reafirma como principios irrenunciables de su actuación política el valor universal de los derechos humanos, su adhesión irrestricta a la democracia, al Estado de Derecho y el rechazo a toda forma de violencia.
  7. La Junta Nacional del PDC valora el contenido de la carta enviada por Gabriel Boric, que establece una relación de diálogo y respeto mutuo que nos proponemos mantener entre nosotros.

 

Per saperne di più

https://www.pdc.cl

https://youtu.be/wuKCnXwI-KI

Il virus è mutante. Il no-vax anche.

 

La disperazione è tale che, per soffocare la loro psicopatologia non curata, i no vax cercano di riproporre gli schemi che portarono al sequestro e alla morte del povero Aldo Moro. Sempre più si stanno assottigliando le distinzioni tra criminali e sovversivi. Dietro a un criminale non sempre vi è un sovversivo; ma dietro a ogni sovversivo può esserci un criminale.

 

Danilo Campanella

 

Quando un virus si replica o crea copie di se stesso a volte cambia leggermente. Questi cambiamenti sono chiamati “mutazioni”. Anche il virus Sars-CoV-2, responsabile della malattia COVID-19, presenta delle mutazioni sulla cosiddetta proteina ‘spike’, che è quella con cui il virus ‘si attacca’ alla cellula. Queste varianti hanno dato prova di una maggiore trasmissibilità rispetto al virus ‘originale’. La decisione di dichiarare un ceppo virale come VOC (variante preoccupante) e riconoscerle un preciso lignaggio numerico, è dovuta alla presenza, nel virus-variante, di diverse mutazioni che potrebbero avere un impatto sul comportamento dello stesso, anche in termini di gravità della malattia o della capacità di diffusione.

Le “voc” attualmente scoperte sono: la ‘variante inglese’ o ‘Alpha’ (B.1.1.7) è stata isolata per la prima volta nel settembre 2020; la ‘variante sudafricana’ o ‘Beta’ (B.1.351) è stata isolata per la prima volta nell’ottobre 2020 in Sud Africa; la ‘variante brasiliana’ o ‘Gamma’ (P.1) è stata isolata per la prima volta nel gennaio 2021 in Brasile e Giappone; la variante ‘indiana’ o ‘Delta’ (B.1.617.2), è stata isolata per la prima volta nel dicembre 2020 in India. Il 26 novembre l’Oms ha designato con il lignaggio B.1.1.529 la voc “Omicron”. La variante è stata isolata per la prima volta in campioni raccolti l’11 novembre in Botswana e il 14 novembre in Sud Africa.

Come riportato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), al momento le misure per prevenire l’infezione rimangono invariate da quelle finora in uso. Pertanto, utilizzo delle mascherine, distanziamento sociale e igiene delle mani devono continuare ad essere rigorosamente adottate e rispettate in qualsiasi circostanza. Naturalmente, è fondamentale rispettare anche tutte le indicazioni e le restrizioni imposte dalle normative attualmente in vigore.

Alla variante virale se ne è aggiunta un’altra: quella del no-vax ‘terrorista’. Il dissenso è ‘mutato’ in qualcosa di virulento, feroce, ideologico, organizzato. Si è passati dal ‘motivare’ il proprio dissenso nei confronti dle vaccino – o nella possibile obbligatorietà di quest’ultimo – alle manifestazioni di piazza, al furto e alla vendita di green pass, alla fabbricazione di green pass (fasulli9, all’aggressione contro cose e istituzioni: medici, infermieri, sindacati.

In un tempo imprecisato, comunque molto lontano, gli esseri umani hanno cercato di dare un senso a ciò che per loro era inspiegabile: dal fulmine nel cielo, che doveva, per forza, essere opera di un dio, alla causa dei malori, nel periodo in cui non vi era microscopio che potesse mostrare piccoli ‘animalini’ chiamati poi batteri, o virus. Tuttavia la mente, l’insieme dei processi cognitivi del cervello, tende, per cultura e predisposizione, ad essere razionale, o irrazionale. La mente irrazionale poggia le sue sicurezze sulla passione e sul sentimento; potremmo dire sull’impressione. È la mente arcaica, animale, antica. Non a caso, tutto ciò che è “natura”, e ritorno alle origini, viene consacrato, dai conservatori di questa predisposizione mentale.

Questo “irrazionalismo antropologico” si basa sulla certezza che vi sia “qualcosa” indipendente da noi che ci guida dall’alto, una “super-stitio”, un qualcosa che dirige le nostre esistenze. Come gli uomini primitivi si sentivano dipendenti dagli incendi prodotti dai fulmini, o dalle alluvioni prodotte dalle tempeste, o dai terremoti, dalle malattie, etc. nei loro successori è rimasto un frammento emotivo di questa ansia, di questo fatalismo, direi di questo “istinto” e che, in gergo tecnico, possiamo definire semplicemente come “superstizione”. In senso storico, quindi collettivo, possiamo identificare tre fasi della superstizione: il mito, la religione e la cospirazione. Nel primo stadio, legato all’epoca più antica della nostra storia, il divario tra irrazionale e razionale era molto ampio: non si cercava una risposta al volere degli dei. Grazie alla filosofia le domande hanno pervaso tutto (anche grazie a quel fastidioso ‘tafano’ di Socrate) ed anche il mito, è divenuto un costrutto nuovo, in cui gli esseri umani sono partecipi, in qualche misura, del disegno del dio. Quando la scienza sperimentale prese piede, questa convinzione cominciò razionalmente a sgretolarsi. Ma datosi che alcuni uomini e donne sono emotivamente predisposti non a ragionare, ma a “sentire” (ciò non significa che non ragionino in senso assoluto) la loro mente è rimasta impermeabile ed ha utilizzato il nuovo lessico tecnico-scientifico (Steiner docet) per dare una nuova forma alla superstizione: una forma che fosse coerente con le loro aspettative. Per questo motivo hanno sostituito gli dei con gli alieni, poi con le sette degli illuminati; il disegno divino con quello umano.

Questo tentativo di far combaciare tessere diverse di un disegno che non esiste, se non nella mente di chi lo concepisce, dandolo in eredità ad altri, costruendo una nuova narrazione neo-mitica o pseudo-religiosa, possiamo definirlo “cospirazionismo”, da un termine che è già in uso e sul quale non vi sono ad ora studi accademici che consentano di storicizzarne i contenuti. Dal dissenso ‘sragionato’ lentamente si arriverà allo scontro, proprio come negli anni Settanta il dissenso extraparlamentare della sinistra radicale produsse, in taluni ambienti, le Brigate Rosse. Un’esagerazione? Non si direbbe, dato che il 1 dicembre Corrado Formigli ha aperto la puntata di PiazzaPulita su La7 con un’inchiesta di Fanpage.it, su una frangia di estremisti che ha provato ad alzare il livello dello scontro con le istituzioni proponendo di “sequestrare un politico”. La disperazione di questi no-vax è tale che, per soffocare la loro psicopatologia non curata, cercano di riproporre gli schemi che portarono al sequestro e alla morte del povero Aldo Moro, per citare il più noto simbolo di un mondo che credevamo esserci lasciati alle spalle.

Nelle città lasciate in custodia alla polizia e ai pubblici amministratori, che hanno il mandato del popolo, criminali e sovversivi stanno tessendo i loro fili invisibili. A chi spetta, e cosa aspetta, a reciderli? Ci troviamo ora in una situazione surreale in cui ogni cittadino si sente un giudice, un poliziotto, un medico, e che, di fatto, impedisce ai primi di espletare le loro sacrosante funzioni. Dobbiamo riconoscerlo: sempre più si stanno assottigliando le distinzioni tra criminali e sovversivi. Dietro a un criminale non sempre vi è un sovversivo; ma dietro a ogni sovversivo può esserci un criminale. In un Paese debole, con una cittadinanza ancora ‘bambina’, ad alcuni spetta il compito di educare, ad altri quello di curare, ad altri spetterebbe il compito di reprimere. In questo delicato momento, la repressione è, forse, il miglior vaccino.

Tornare a studiare la realtà, a capirla, a pensarla. Note su un incontro di cattolici democratici a Parma (c3dem).

 

Il Borgo di Parma e Agire politicamente” hanno organizzato un incontro per presentare e discutere un recente libro di Lino Prenna sul cattolicesimo democratico al tempo di papa Bergoglio ma anche per festeggiare i 90 anni di Giorgio Campanini. Sono intervenuti, oltre a Prenna, Pierluigi Castagnetti, Carla Mantelli, Matteo Truffelli e Giorgio Campanini. Con una insolita consonanza sul cammino da compiere. Riportiamo uno stralcio della nota pubblicata da “C3dem-Per una rete di cattolici democratici”.

 

Questa nota non ha nessuna pretesa. Verte attorno a un tema insieme impegnativo e logorato, sfidante e sfibrato: il rapporto tra cattolici e politica. Ma, in realtà, qui si vuole solamente dar conto di un piccolo dibattito, tenutosi nei giorni scorsi nella sede dell’associazione “Il Borgo”, a Parma. Occasione è stata un’iniziativa di Lino Prenna, coordinatore di un’altra associazione di ispirazione cattolica, “Agire politicamente”. Entrambe le associazioni sono tra le animatrici della rete c3dem, nata una decina di anni fa con l’intento di ravvivare quella corrente cattolico-democratica che in tempi passati molto ha contribuito a rinnovare la cultura politica del cattolicesimo e a imprimere valori personalistici e solidaristici alla democrazia italiana.

 

Prenna è autore di un libro recente, molto denso, in cui ha cercato di mostrare come il cattolicesimo democratico abbia oggi una possibilità di rilancio recuperando il filone culturale del popolarismo di don Sturzo e traducendolo nella nuova prospettiva che il pontificato di Francesco ha coraggiosamente aperto con la sua teologia del popolo e la sua concezione della azione politica come mediazione tra le polarità che caratterizzano la vita umana e la realtà storica. Il libro si intitola Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo, sottotitolo: “Sui sentieri di Francesco” (lo abbiamo recensito poco tempo fa su questo sito; vedi qui).

L’incontro di Parma è nato un po’ per discutere del libro, ma anche, e forse soprattutto, per festeggiare Giorgio Campanini, per i 90 anni compiuti quest’anno e per il grande, grandissimo lavoro di pensiero, di insegnamento, di formazione culturale che per tanti decenni ha condotto in Italia nel solco del migliore cattolicesimo democratico. Il festeggiamento è stato fatto in casa, infatti Giorgio Campanini e i figli Riccardo e Sandro sono tra gli animatori dell’associazione “Il Borgo”, che ha ospitato l’incontro.

 

In un clima semplice e amicale hanno preso la parola, dopo una introduzione di Prenna, tre interlocutori: Pierluigi Castagnetti, Carla Mantelli (insegnante e membro dell’assemblea nazionale del Pd), e Matteo Truffelli (già presidente nazionale dell’Azione cattolica e professore di Storia delle dottrine politiche a Parma, nella stessa cattedra occupata in passato da Giorgio Campanini).

 

Mi è parsa singolare nell’incontro, e interessante, l’assonanza che vi è stata, pur con accenti diversi e con un di più di pessimismo da parte di Castagnetti e un di più di ottimismo da parte di Mantelli e Truffelli, nel dire con nettezza una cosa: il mondo, la realtà sono cambiati profondamente nel corso di una generazione, e il compito primario ora è cercare di conoscere la realtà nuova in cui siamo immersi, capirla, viverci dentro, e far maturare in noi la comprensione di quale apporto poter dare, di quale direzione imprimere al nostro impegno, al nostro cammino.

 

Ripercorriamo gli interventi

 

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https://www.c3dem.it/tornare-a-studiare-la-realta-a-capirla-a-pensarla-note-su-un-incontro-di-cattolici-democratici-a-parma/

Quirinale, conta il profilo del “candidato”. L’opinione di Merlo.

 

Continua misteriosamente a mancare, quando si discetta sul futuro Capo dello Stato, l’attenzione al “profilo” del candidato. Sarebbe infatti necessario individuare una personalità che tranquillizzi gli italiani, che qualifichi il nostro paese sulla scena internazionale e che, soprattutto, non sia attaccabile sotto il profilo della credibilità personale.

 

Giorgio Merlo

 

Che l’elezione del Presidente della Repubblica rappresenti, da sempre, una tappa politica importante ma anche ricca e gustosa di retroscena è ormai un dato di fatto. Ogni giorno che si avvicina al voto in Parlamento da parte dei “grandi elettori” si produce una novità, ci sono cose da raccontare inesplorate e sconosciute sino al giorno prima, tranelli da consumare, vendette da pianificare, rancori mai sopiti e, soprattutto, un esercito di franchi tiratori che muta continuamente. O meglio, i franchi tiratori ci sono sempre stati ma cambiano rapidamente perchè il tutto è sempre e solo funzionale ai propri interessi. Politici, elettorali e personali.

Certo, quando c’era ancora la politica – cioè prima dell’avvento del populismo dei 5 stelle – i franchi tiratori, è paradossale dirlo ma è così, rispondevano anche a strategie politiche e di prospettiva politica. Con il decollo dell’”uno vale uno” e con un Parlamento composto da moltissime persone che puntano deliberatamente, se non quasi esclusivamente, allo stipendio di fine mese, è molto difficile prevedere qualsiasi epilogo. Certo, ogni elezione fa capo a sè ed è persin inutile ripercorrerle una ad una talmente sono note e conosciute. A cominciare dall’ultima, quella che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano e poi alla scelta, saggia e responsabile, di Sergio Mattarella. Ma gli incidenti studiati, pianificati e progettati su Franco Marini prima e su Romano Prodi poi, rimarranno scolpiti nel malcostume della politica italiana. Uno squallore, che è nato all’interno del Pd e della sinistra italiana dell’epoca e di chi la dirigeva e che, da quel momento, ha quasi certificato uno squallore comportamentale da cui difficilmente si può tornare indietro.

Ma, per fermarsi all’oggi, quello che continua misteriosamente a mancare quando si discetta sul futuro Capo dello Stato è il “profilo” del candidato. Quando si dice profilo non si intende solo il grado di studio, le pubblicazioni fatte, la partecipazione ai dibattiti o la presenza nei salotti potenti e influenti della Capitale. No, il profilo del candidato al Quirinale riguarda una somma di elementi che si intrecciano l’un l’altro e che alla fine tratteggiano una personalità che tranquillizza gli italiani, che qualifica il nostro paese sulla scena internazionale e che, soprattutto, non è attaccabile sotto il profilo della credibilità personale. Pur senza moralismi e senza alcuna deriva giustizialista di stampo grillino.

Ecco, sotto questo aspetto il dibattito langue. È sostanzialmente vago. Si punta, semmai, sulla “divisività” di quel candidato, sulla eccessiva partigianeria di quello o sull’incapacità di poter rappresentare realmente il popolo italiano dall’altro ancora. Per carità, tutti temi importanti e di non secondaria importanza per un Capo dello Stato. Ma è indubbio che se il profilo del candidato è serio, qualificato, fedele da sempre ai principi e ai valori della Carta Costituzionale e politicamente non sprovveduto, difficilmente può essere messo in discussione. Per questo semplice motivo l’auspicio è che, d’ora in poi, accanto alla conta dei potenziali franchi tiratori e al tornaconto personale e politico di molti grandi elettori, ci si può concentrare prevalentemente, se non quasi esclusivamente, sul “profilo” e sulla “natura” dei vari candidati. Sarebbe, questo, l’unico modo anche per qualificare e nobilitare questo passaggio pur sempre decisivo ed importante della nostra storia politica e repubblicana.

La perenne tensione balcanica

 

L’area balcanica – permanente zona critica d’Europa – si è in queste due ultime decadi suddivisa in diversi stati ma non ha risolto molti dei nodi di fondo – etnici e religiosi – che la caratterizzano o la perseguitano, rimanendo così un problema dalla potenziale esplosività incistato nel cuore del continente. L’idea di una Grande Serbia genera immediatamente quella di una Grande Croazia e quindi la fine dello Stato bosniaco. Con le inevitabili ripercussioni sulle minoranze dell’una e dell’altra parte.

 

Enrico Farinone

 

Diversi lustri sono trascorsi dalla disgregazione di quella che fu la Jugoslavia, nazione non-allineata guidata dal mitico maresciallo Tito e Stato multi-etnico e multi-religioso per definizione. L’area balcanica – permanente zona critica d’Europa – si è in queste due ultime decadi suddivisa in diversi stati ma non ha risolto molti dei nodi di fondo – appunto etnici e religiosi – che la caratterizzano, oserei dire che la perseguitano. Rimanendo così un problema dalla potenziale esplosività incistato nel cuore del continente.

Seguendo la rotta tracciata da Slovenia e Croazia anche Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo (oltre a Macedonia del Nord e Albania) hanno posto la propria candidatura per aderire alla UE ma a giudizio di tutti gli osservatori (e al di là dei diversi capitoli tuttora aperti e non facilmente completabili) l’Unione commetterebbe un grave errore nell’accoglierli in quanto si porterebbe in casa un conflitto che purtroppo cova ancora sotto le ceneri. Oltre che dare – con i regolamenti comunitari attualmente in vigore – potere di veto ad altre nazioni oltre quelle già presenti la cui popolazione non raggiunge quella di molte città europee.

Non solo. Le differenze e i contrasti culturali, etnici, religiosi si traducono in vertenze intorno ai confini fra i diversi stati, classico elemento che può innescare conflitti, spesso non solo latenti. E’ vero però che l’integrazione di tutti questi Paesi nella UE consentirebbe di “imbullonare” le attuali frontiere annullando così un argomento foriero di rischi gravi e ne favorirebbe uno sviluppo economico e infrastrutturale di sicuro interesse per tutti. Tanto è vero che, nell’assenza degli europei, di quest’ultimo punto si stanno occupando i cinesi, i russi, i turchi. Ovvero gli attori più assertivi e dinamici dell’attuale equilibrio geopolitico mondiale.

Per la Cina, che ha nel porto del Pireo il suo hub logistico nel vecchio continente, punto di approdo della sua “Via della Seta marittima”, il corridoio balcanico è essenziale per trasportare nei mercati di sbocco del nord Europa le merci arrivate via mare ad Atene. Non è un caso se ormai da quasi dieci anni Pechino ha costruito la piattaforma “17+1” (PECO, Paesi Europa Centro Orientale), un club di rappresentanza e promozione dei suoi interessi incistato nella Mitteleuropa. E anche se nell’ultimo anno ha perduto un membro (la Lituania) e pure un po’ di smalto col parziale disimpegno di alcuni suoi componenti, ma non di quelli balcanici, rimane un inequivoco esempio di quanto la Cina miri ad allargare la propria penetrazione commerciale dalle nostre parti.

Un impegno che si è allargato anche alla campagna vaccinale, in particolare in Serbia. Paese principale dell’area, guidato da un autocrate, Aleksandar Vucic, in buoni rapporti oltre che con i cinesi anche e soprattutto con la Russia, fornitrice di grandi quantità di vaccino Sputnik. Qui i legami sono soprattutto culturali, in ragione della comune matrice slava, ma pure di approccio politico verso l’idea di una supremazia regionale che accomuna la visione dello stesso Vucic e di Vladimir Putin. Quella del serbo, ovviamente, è limitata ai territori dell’ex Jugoslavia, ma proprio questo produce frizioni e preoccupazioni assolutamente da non sottovalutare.

Prova ne sia l’ultima crisi, ovvero la crescita di un sempre più baldanzoso neo-nazionalismo serbo in seno alla Bosnia-Erzegovina che da parte sua Vucic sta alimentando, con l’evidente anche se non plateale sostegno di Putin: il quale non da oggi ritiene strategica tutta l’area balcanica, da recuperare all’influenza russa. Paese confederale composto da serbi, croati e bosniaci musulmani avente una presidenza collegiale tripartita ovviamente sottoposta a tutte le inevitabili tensioni di natura etnico-religiosa di un Paese in parte serbo-ortodosso e in parte croato-musulmano: dunque quello maggiormente a rischio di implosione fra tutti quelli sorti alla fine della guerra civile degli anni Novanta.

L’idea di una Grande Serbia genera immediatamente quella di una Grande Croazia e quindi la fine dello Stato bosniaco. Con le inevitabili ripercussioni sulle minoranze dell’una e dell’altra parte. In luoghi ove poco più di 30 anni fa si sono registrati massacri raccapriccianti e permangono odi atavici anche il solo pensiero di queste possibili ripercussioni desta una reale sensazione di paura. Paura di una nuova guerra nel cuore dell’Europa. Sarajevo. Ricorda nulla?

L’area balcanica – permanente zona critica d’Europa – si è in queste due ultime decadi suddivisa in diversi stati ma non ha risolto molti dei nodi di fondo – etnici e religiosi – che la caratterizzano o la perseguitano, rimanendo così un problema dalla potenziale esplosività incistato nel cuore del continente. L’idea di una Grande Serbia genera immediatamente quella di una Grande Croazia e quindi la fine dello Stato bosniaco. Con le inevitabili ripercussioni sulle minoranze dell’una e dell’altra parte.

 

Enrico Farinone

 

Diversi lustri sono trascorsi dalla disgregazione di quella che fu la Jugoslavia, nazione non-allineata guidata dal mitico maresciallo Tito e Stato multi-etnico e multi-religioso per definizione. L’area balcanica – permanente zona critica d’Europa – si è in queste due ultime decadi suddivisa in diversi stati ma non ha risolto molti dei nodi di fondo – appunto etnici e religiosi – che la caratterizzano, oserei dire che la perseguitano. Rimanendo così un problema dalla potenziale esplosività incistato nel cuore del continente.

Seguendo la rotta tracciata da Slovenia e Croazia anche Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo (oltre a Macedonia del Nord e Albania) hanno posto la propria candidatura per aderire alla UE ma a giudizio di tutti gli osservatori (e al di là dei diversi capitoli tuttora aperti e non facilmente completabili) l’Unione commetterebbe un grave errore nell’accoglierli in quanto si porterebbe in casa un conflitto che purtroppo cova ancora sotto le ceneri. Oltre che dare – con i regolamenti comunitari attualmente in vigore – potere di veto ad altre nazioni oltre quelle già presenti la cui popolazione non raggiunge quella di molte città europee.

Non solo. Le differenze e i contrasti culturali, etnici, religiosi si traducono in vertenze intorno ai confini fra i diversi stati, classico elemento che può innescare conflitti, spesso non solo latenti. E’ vero però che l’integrazione di tutti questi Paesi nella UE consentirebbe di “imbullonare” le attuali frontiere annullando così un argomento foriero di rischi gravi e ne favorirebbe uno sviluppo economico e infrastrutturale di sicuro interesse per tutti. Tanto è vero che, nell’assenza degli europei, di quest’ultimo punto si stanno occupando i cinesi, i russi, i turchi. Ovvero gli attori più assertivi e dinamici dell’attuale equilibrio geopolitico mondiale.

Per la Cina, che ha nel porto del Pireo il suo hub logistico nel vecchio continente, punto di approdo della sua “Via della Seta marittima”, il corridoio balcanico è essenziale per trasportare nei mercati di sbocco del nord Europa le merci arrivate via mare ad Atene. Non è un caso se ormai da quasi dieci anni Pechino ha costruito la piattaforma “17+1” (PECO, Paesi Europa Centro Orientale), un club di rappresentanza e promozione dei suoi interessi incistato nella Mitteleuropa. E anche se nell’ultimo anno ha perduto un membro (la Lituania) e pure un po’ di smalto col parziale disimpegno di alcuni suoi componenti, ma non di quelli balcanici, rimane un inequivoco esempio di quanto la Cina miri ad allargare la propria penetrazione commerciale dalle nostre parti.

Un impegno che si è allargato anche alla campagna vaccinale, in particolare in Serbia. Paese principale dell’area, guidato da un autocrate, Aleksandar Vucic, in buoni rapporti oltre che con i cinesi anche e soprattutto con la Russia, fornitrice di grandi quantità di vaccino Sputnik. Qui i legami sono soprattutto culturali, in ragione della comune matrice slava, ma pure di approccio politico verso l’idea di una supremazia regionale che accomuna la visione dello stesso Vucic e di Vladimir Putin. Quella del serbo, ovviamente, è limitata ai territori dell’ex Jugoslavia, ma proprio questo produce frizioni e preoccupazioni assolutamente da non sottovalutare.

Prova ne sia l’ultima crisi, ovvero la crescita di un sempre più baldanzoso neo-nazionalismo serbo in seno alla Bosnia-Erzegovina che da parte sua Vucic sta alimentando, con l’evidente anche se non plateale sostegno di Putin: il quale non da oggi ritiene strategica tutta l’area balcanica, da recuperare all’influenza russa. Paese confederale composto da serbi, croati e bosniaci musulmani avente una presidenza collegiale tripartita ovviamente sottoposta a tutte le inevitabili tensioni di natura etnico-religiosa di un Paese in parte serbo-ortodosso e in parte croato-musulmano: dunque quello maggiormente a rischio di implosione fra tutti quelli sorti alla fine della guerra civile degli anni Novanta.

L’idea di una Grande Serbia genera immediatamente quella di una Grande Croazia e quindi la fine dello Stato bosniaco. Con le inevitabili ripercussioni sulle minoranze dell’una e dell’altra parte. In luoghi ove poco più di 30 anni fa si sono registrati massacri raccapriccianti e permangono odi atavici anche il solo pensiero di queste possibili ripercussioni desta una reale sensazione di paura. Paura di una nuova guerra nel cuore dell’Europa. Sarajevo. Ricorda nulla?

Aerodinamica.  La spigolatura di “Nota Design”.

 

Laerodinamica automobilistica restò a lungo una specialità italiana, raggiungendo forse lapice sotto Antonio Lago, il padrone della Talbot francese. Per certi versi si trattò più di un’opera d’arte che di unauto. Divenne più una questione stilistica che una tecnologia: fuorché dal campo dei velivoli ovviamente. Le forme aerodinamiche però venivano associate a una certa idea di modernità”, oggi non molto apprezzata.

 

Hans Jansen

 

L’aria è una sostanza – un fluido – anche se nella vita quotidiana ce ne accorgiamo poco. È invisibile e, a meno che non tiri un forte vento, non abbiamo motivi per tenere conto della resistenza che pone ai nostri movimenti. Per secoli la sua l’anomala “solidità” poteva interessare solo chi viaggiava con un veliero oppure conduceva un mulino a vento. I veicoli terrestri di una volta si spostavano troppo lentamente perché la resistenza dell’aria potesse essere un problema importante.

La vettura qui sopra (in copertina, ndr) è il “Siluro Ricotti” o, più formalmente, la A.L.F.A. 40-60 HP Castagna “Aerodinamica”. L’allora “Anonima Lombarda Fabbrica Automobili” – non ancora una sigla fusa con la “Romeo” – si occupò della meccanica mentre la carrozzeria fu della Castagna Milano, un’antica azienda scomparsa nel 1954. Il progetto invece lo commissionò un eccentrico nobile milanese, il Conte Marco Ricotti, che si sarebbe ispirato alla forma aerodinamica dei primi dirigibili.

Il veicolo fu costruito tra il 1913 e il 1914 sul telaio di una macchina da corsa ALFA 40-60 HP convenzionale. Le prestazioni dell’Aerodinamica furono spettacolari: raggiunse i 139 km/h sul chilometro lanciato, una velocità folle per le pessime strade dell’epoca. Non si pensò mai di fabbricarla in serie, era semplicemente il giocattolo di un riccastro che poteva permetterselo. Infatti, dopo un po’, Ricotti la fece modificare asportando il tetto, trasformandola in una sorta di cabriolet ancora più eccentrica. La vettura originale andò perduta ma una replica (…), realizzata negli anni Settanta, è conservata al museo storico Alfa Romeo di Arese.

L’aerodinamica automobilistica restò a lungo una specialità italiana, raggiungendo forse l’apice sotto Antonio Lago, il padrone della Talbot francese, con la sua Talbot Lago SS Coupé del 1937, nota anche come la ‘Goutte d’Eau’ (goccia d’acqua) per via della sua forma. Per certi versi si trattò più di un’opera d’arte – bellissima – che di un’auto. Prodotta in soli 16 esemplari, uno dei quali è recentemente passato di mano per cinque milioni di dollari.

 

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La pandemia richiede un impegno ancora più esteso, per questo il volontariato internazionale può fare molto.

 

La crescente dissociazione tra i progressi scientifici e tecnologici, da un lato, e la coscienza umanistica e sociale” dallaltro, sta provocando un primitivismo di ritorno” dai toni vagamente neo pagani, oltre che anti scientifici. L’Italia deve dare l’esempio di come proseguire ed estendere la lotta alla diffusione del virus, anche sostenendo l’attività delle Ong nei Paesi poveri del mondo.

 

Lorenzo Dellai

 

La nuova variante Covid “Omicron”, partita dal Sudafrica, ci indica per l’ennesima volta tre punti di verità.

 

Primo: le varianti del Virus si sviluppano laddove il Virus può circolare con maggiore facilità nei corpi delle persone. Ciò accade dove la gente è meno vaccinata. Nel Nord e nel Sud del Mondo. In Sudafrica il tasso di vaccinazione è del 25 per cento. La media africana è del 10.

 

Secondo: siamo ormai irreversibilmente in un Mondo interdipendente ed interconnesso. E non solo nel senso di Internet. Pensare di sconfiggere una Pandemia globale senza una strategia sanitaria globale è pura illusione.

 

Terzo: ciò che accade nel Mondo rende ancora più necessaria la nostra protezione vaccinale. Nessuno ha mai detto che essa garantisca al cento per cento contro eventuali contagi. Ma la realtà dei fatti – non delle teorie – dimostra che contiene la Pandemia e che preserva enormemente da conseguenze gravi nel caso di infezione e quindi dalla necessità di una ospedalizzazione che rende difficile le cure per tutte le altre anche gravi patologie.

 

Riflettiamo un attimo, con nervi saldi: non è la prima volta – e non sarà l’ultima – che l’umanità viene colpita da una Pandemia. La specie umana convive da sempre con con Virus benigni o letali. Prima che l’intelligenza umana producesse i rimedi che oggi possiamo usare (per esempio i vaccini: ma magari in futuro troveremo altre soluzioni) la forma di difesa del genere umano era costituita da una faccenda molto semplice: i più forti sopravvivevano, mentre i più deboli morivano. Una legge di natura, qualcuno potrà dire.

 

Ma il progresso dell’umanità si misura proprio nella capacità di gestire questa brutale legge della Natura. L’alternativa vera alla vaccinazione massiccia (a parte i lockdown, che vediamo adottati nuovamente ed inesorabilmente in questi giorni nei territori con meno vaccinati) è in realtà quella di tornare alla versione primitiva della “immunità di gregge”, ottenuta non con la vaccinazione di tutti o quasi, ma con la “naturale” diffusione del virus, la morte dei più deboli e la sopravvivenza dei più forti.

 

Sta qui il vero punto “morale” (e perfino religioso, per chi crede, anche per i fanatici seguaci di monsignor Vigano’) della questione. La crescente dissociazione tra i progressi scientifici e tecnologici da un lato e la coscienza “umanistica e sociale” dall’altro, come dice Francesco – che si misura nella cinica ignoranza alimentata dai ciarlatani sulla Rete e non solo – sta provocando un “primitivismo di ritorno”, dai toni vagamente neo pagani, oltre che anti scientifici nei Paesi ricchi.

 

Al contrario, nei Paesi poveri, in larga parte, la gente non ha ancora la possibilità di accedere ai benefici della scienza e della tecnologia. Ivi compresi i vaccini anti Covid. Anziché opporsi alle vaccinazioni e al Green Pass, sarebbe urgente e doveroso pretendere invece una campagna di immunizzazione nei tanti paesi del sud del mondo oggi in balia del virus e delle sue continue mutazioni. Che puntualmente poi ci fanno visita. E non attraverso i barconi dei disperati, ma sui Jet di linea, come abbiamo visto nel caso del manager italiano di cui alla cronaca di questi giorni.

 

Su questo sì che si giustificherebbero tante manifestazioni di piazza e tante iniziative sui Social. Altro che cortei No Green Pass! Occorre che l’Italia dia il buon esempio – come è nella sua tradizione di solidarietà internazionale, fondata su una rete straordinaria di volontari – destinando in via straordinaria una quota di proprie risorse (visto che si sta discutendo il Bilancio) a favore di iniziative per la vaccinazione anti Covid in Africa.

 

Questa cifra dovrebbe sostenere la vaccinazione di un numero di africani almeno pari a quella degli italiani che hanno deciso, purtroppo, di non vaccinarsi. Sarebbe un piccolo ma concreto aiuto all’Africa ma anche una scelta di forte valenza simbolica. Il danno al “bene comune globale” provocato da chi, pur avendo la fortuna di poterlo fare, da noi non si vaccina, sarebbe compensato dal sostegno a chi, tale opzione di sicurezza sanitaria, non può farla. E non certo, come da noi, per egoismo, paura o superficialità.

 

Le molte ONG italiane che operano in Africa saprebbero come usare bene questi fondi, in collaborazione con le autorità internazionali, anche al netto del dibattito sulla necessità (ambivalente, peraltro) dei brevetti. Gli esperti ci dicono che non è solo un problema di disponibilità di dosi, ma anche di organizzazione dei servizi. L’esperienza della Cooperazione Italiana potrebbe in tal senso essere molto utile in tanti Paesi africani dove essa opera da decenni.

La religione della famiglia. In «Verga cristiano» di Giuseppe Savoca (L’Osservatore Romano).

 

Savoca, nello scandagliare il vocabolario esistenziale di Verga, dedica una particolare attenzione alla parola «peccato», che è una categoria interna al suo mondo, alla sua antropologia e alla sua idea di storia, di ogni storia. Pubblichiamo, per gentile concessione, l’articolo integrale che appare sul numero odierno del giornale ufficioso della Santa Sede.

Gabriele Nicolò

 

L’impresa è coraggiosa, perché intende portare alla luce tesori nascosti sia nella dimensione esistenziale che nell’impostazione narrativa di Giovanni Verga, la cui immagine dominate si specchia nello stereotipo di uno scrittore ateo e materialista. Con Verga cristiano dal privato al vero (Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2021, pagine 231, euro 28) Giuseppe Savoca — professore emerito di letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Catania — rivisita l’opera dell’autore siciliano con l’obiettivo di stabilire, con solide e acute argomentazioni, il legame che unisce il suo essere cristiano nel privato e la “verità” che pervade e innerva i suoi capolavori.

Savoca rileva che Verga ha a cuore, plasmandola nell’atto creativo della scrittura, la religione della famiglia, come significativamente attestato dalle lettere ai propri cari. In tali missive lo scrittore si configura quale «vero autore e protagonista di un secondo romanzo familiare», sotto forma di cronaca della sua famiglia, in cui risiede il nucleo genetico de I Malavoglia. Il riesame puntuale della teoria dell’impersonalità — soprattutto in merito al pensiero e ai sentimenti dei personaggi malavoglieschi — conferma, da una prospettiva critica inedita, che Verga si colloca sempre e soltanto dalla parte dei buoni, degli umili e dei vinti.

Al contempo lo studio filologico della prefazione all’Amante di Gramigna svela una precisa tematica biblica soggiacente al “fiat creatore” che è alla radice della poetica verdiana. Savoca ha quindi la perizia di rinvenire sottili quanto sicure tracce della Genesi e di altri testi della Bibbia in Rosso Malpelo. In questo fanciullo si è sempre stati tentati di riconoscere il simbolo di una devastante malinconia, la figura che riassume in sé il classico pessimismo verghiano. In realtà, evidenzia l’autore, a questo bistrattato fanciullo Verga fa dire il suo sì alla vita, ovvero alla condizione di «vedere in faccia ogni cosa bella o brutta», attribuendogli il «godimento»: vale a dire, la bellezza e la nostalgia della vita all’aria aperta, del cielo azzurro e dei verdi campi.

Il libro si rivela — al di là della nobile indagine che conduce e dell’eccellenza dell’obiettivo che si propone — un prezioso strumento di “ripasso culturale”, poiché richiama passi e citazioni diretti a favorire una comprensione, la più esaustiva possibile, del valore della narrativa verghiana. Puntuale è il riferimento a Federigo Tozzi il quale sintetizzava così i meriti dello scrittore: «Verga ha riunito nella prosa di due o tre libri tutto ciò che un’unità umana può dare. Egli non si è scisso, è restato compatto». Tozzi invitava a non «accontentarsi di sapere che Giovanni Verga esiste e che è grande», ma a fare anche in modo di «procurarci le occasioni di ritrovarlo in mezzo a noi». L’«unità umana» evocata da Tozzi è da lui paragonata a una di quelle «impalcature fatte per tenere in qualche remota elevazione la nostra anima».

Dal canto suo, Luigi Pirandello — ricorda Savoca — individuava, tra i meriti di Verga, la capacità di «spogliarsi», ovvero di emanare «una forza costruttiva», di stimolare «un richiamo alle origini» che aprono la via alla «sola conquista necessaria agli uomini e ai popoli, la conquista del proprio stile». E nel caratterizzare «il miracolo» dell’arte verghiana che ha luogo ne I Malavoglia, Pirandello dichiara che «il segreto del prodigio è nella visione totale dell’autore, che dà a quanto appare sparso e a caso nell’opera quell’intima vitale unità che non domina mai da fuori, ma si trasfonde e vive nei singoli attori del dramma». In questo modo, osserva Pirandello, «da un capo all’altro, per tanti fili, che non sono di questo o di quel personaggio, ma che partono da quella necessità fatale dominante, l’opera d’arte si tiene tutta, meravigliosamente, con quello scoglio, con quel mare, con l’antica dirittura solenne di quel vecchio uomo di mare, in una primitività quasi omerica».

Non meno penetranti le espressioni, meritoriamente riportate da Savoca, formulate da Gesualdo Bufalino secondo cui la partita verghiana «non si giocò subito sulla pagina bianca, ma prima nel cuore scuro dell’uomo». È da questo «cuore scuro» dell’uomo Verga che nasce «il miracolo», che non è solo della scrittura ma anche di «una esistenza più spesso nascosta che offerta, e il cui segreto è destinato a svelarsi solo a patto d’un lungo assedio e d’un difficile amore».

Savoca, nello scandagliare il vocabolario esistenziale di Verga, dedica una particolare attenzione alla parola «peccato», che è una categoria interna al suo mondo, alla sua antropologia e alla sua idea di storia, di ogni storia. «La storia del singolo come quella di una famiglia o di gruppi sociali e, in fondo, dell’uomo nella sua essenza, e al di là di ogni sua concretezza storico-sociale».

«Ritengo — scrive Savoca — che sarebbe criticamente molto produttivo investigare le diverse fenomenologie di questo tema, non escludendo aprioristicamente la dimensione religiosa e cristiana dello scrittore e dei suoi personaggi su cui resta molto da capire e da mettere in luce. Su questa strada si arriverà forse a rileggere tutto il mondo verghiano come una dolente risposta al trauma della cosiddetta morte di Dio, trama che è il prezzo pagato dall’uomo occidentale al trionfo della modernità». Verga e la sua Sicilia non si rassegnano alla «scristianizzazione» ed alla caduta e perdita dei valori che sembrano caratterizzare e piagare la modernità. «Non so — rileva l’autore — se si possa legittimamente pensare che la modernità per Verga sia il peccato. Credo tuttavia di poter avanzare l’ipotesi che la sua contemporaneità superi il moderno sulla base del primato della “coscienza” e del primato dell’antropologia sulla storia».

Come I Malavoglia esprimono una conquista di linguaggio che è sulla strada degli altri racconti pur presentandosi come nuovo, così le lettere “private” testimoniano un settore della lingua verghiana «meritevole di uno studio specifico», anche per «le tangenze e gli scambi» che è possibile rinvenire e istituire con la lingua dei capolavori. Tale realtà si manifesta soprattutto sul terreno che si potrebbe definire del «linguaggio del cuore e della religione della famiglia».

Era il 15 novembre 1880. Al culmine della fama, al fratello Mario così scriveva: «Ah! Se tutti quelli che m’invidiano potessero leggermi nel cuore, e vedere che giornate passo. Non so pensare alla fine dell’anno senza sentirmi stringere il cuore, e mi sento stanco e sfiduciato di tutto, pur nel tempo istesso che i miei scritti hanno fortuna. Allora il mio pensiero corre a voi, fratelli miei, e desidero un cantuccio della mia casa, e l’oscurità e la pace». Parole che si elevano a testimonianza esemplare del valore perenne del nucleo familiare, che nessuna traversia — per quanto destabilizzante e crudele — potrà mai scalfire, e tanto meno violare.

Decoder: la Chiesa e la cultura pop (AgenSir).

 

 

Ci sono alcune domande che, nella Chiesa, dobbiamo avere il coraggio di farci, sporcandoci le mani e andando a fondo del variopinto ciarpame della cultura pop, nella speranzosa certezza di trovare delle perle preziose che ci permettano di dialogare con la gente, specialmente con le generazioni più giovani, a partire da loro, sul loro livello, con un linguaggio loro comprensibile, così da poter davvero decodificare anche per loro lannuncio di un Vangelo che altrimenti rischia di riversare la sua luce sempre sui soliti, che peraltro sono sempre di meno. Di questo si occuperà dora innanzi la rubrica quindicinale Decoder”

 

Alessandro di Medio

Almeno ogni tanto, se si vuole davvero parlare CON gli altri, e non solo A gli altri, sarebbe bene interloquire con loro, mettendosi in ascolto di quanto interessa loro, di quello a cui pensano, che seguono, che vogliono.

La Chiesa è maestra di ascolto… in qualche modo, almeno in certe forme che a noi oggi sembrano ovvie, ma che non lo erano prima che essa nascesse, l’ascolto lo ha proprio inventato lei: l’accompagnamento spirituale, i colloqui, le condivisioni del sentire, la confessione, i dialoghi terapeutici… tutta roba nata nella Chiesa ancora giovane, in ambiente monastico o comunitario che fosse. Il tramonto degli dei “falsi e bugiardi”, che emettevano sentenze oracolari indiscutibili (e incomprensibili ai più) ha lasciato sempre più il posto al Dio che si rivela all’uomo per parlarci, anzi che lo crea proprio per avere un interlocutore degno e adeguato.

Quindi è normale che negli ambienti cristiani si parli molto e si ascolti molto, come sanno bene tutti gli inascoltati del globo, che nei nostri ambienti trovano sempre qualcuno che, pazientemente, li stia a sentire.

Va detto però che questo ascolto sembra incepparsi quando riguarda non tanto le persone, quanto quello che maggiormente le occupa nel quotidiano a livello di fruizioni, intrattenimento, evasioni, consumi, scoperte, letture, visioni, ecc. La Chiesa, forse risentendo ancora oggi di un certo elitarismo culturale, sembra essere sempre un passo indietro quanto alla consapevolezza di quello che la gente vede, legge, mangia, usa.

Quali sono le serie streaming che i giovani stanno vedendo di più? Perché? Che messaggio trasmettono? Cosa possiamo valorizzarne? Cosa ci dicono della distanza tra le nuove generazioni e l’insegnamento del Vangelo? Ci sono punti di vicinanza?

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2021/11/30/decoder/

Il Fair play Day ricorda l’Olimpiade di Roma ‘60 (RomaSette).

 

Atleti e tedofori al Coni per i 60 anni della manifestazione. Viola (Coni Lazio): «Fu unavventura che rilanciò lItalia e la città». Le testimonianze dei protagonisti.

 

Alessandra Gaetani

 

La sesta edizione del Fair play Day ha un titolo emblematico: il dovere compiuto. Si celebrano i 60 anni dall’Olimpiade estiva Roma ’60. Oggi, 1 dicembre, a 60 anni (+ 1 causa pandemia), il Salone d’onore del Coni ne accoglie atleti e tedofori, chi vide realizzare l’impresa come Sergio Garroni, figlio di Marcello che fu il segretario generale. Si salutano come se si fossero lasciati ieri. «Era doveroso verso chi partecipò 13 anni dopo la fine della II Guerra mondiale», spiega Ruggero Alcanterini, presidente del Comitato nazionale italiano Fair Play.  «L’Olimpiade di Roma ’60 fu un’avventura che rilanciò l’Italia e Roma – sottolinea Riccardo Viola, presidente Coni Lazio -. Segnò la nascita dell’Olimpiade nell’era moderna con la tv che trasmise le gare. Lanciò lo sport in Italia. Nacquero i grandi impianti sportivi che abbiamo. Consolidò una valenza internazionale nata con l’Olimpiade invernale di Cortina ’56. I Giochi rappresentano anche la memoria: nel 1960 debuttarono le Paralimpiadi. Abbiamo presentato un documento per Roma come città inclusiva attraverso lo sport. Se avremo gli impianti su tutto il territorio cittadino sarà possibile candidarsi ogni 4 anni». Cos’è lo sport? «Valori che non moriranno mai. Un’isola felice per i giovani, per questo è importante a livello territoriale. Ora si faccia squadra contro il Covid-19».

Molti i cimeli della famiglia Garroni al Coni. Medaglie, annulli postali, pizze del film “La grande Olimpiade”. Sergio Garroni ricorda: «Ringrazio mio padre per l’educazione che mi ha trasmesso. Devo a lui quello che sono. In famiglia si respirava sport a prescindere dagli eventi. È scuola di vita, anche senza partecipare a un’Olimpiade». Sul palco salgono atleti e tedofori applauditi da tutti per la consegna del diploma commemorativo. Tra loro Abdon Pamich, Daniela Beneck, Salvatore Gionta, capitano della Nazionale di pallanuoto che vinse l’oro, in diretta da casa. Luciana Marcellini, la più giovane atleta di quell’Olimpiade, aveva 12 anni, indossa la divisa originale. Gareggiò nei 200 rana. Come si raggiungono questi traguardi? «Con il senso del dovere, me lo ha trasmesso mia madre – spiega Marcellini -.

L’etica di vita non cambierà mai: significa competere con chi è meglio di te e fare lo stesso. Pratico canottaggio alla Canottieri Aniene, sono stata la prima socia donna». Cosa c’è di diverso ora nel mondo dello sport? «Noi ci siamo accostati allo sport per lo sport. Adesso è una professione, poi arriva lo sport come gioco». Come erano viste le atlete? «C’era più uguaglianza con gli uomini. Eravamo due universi diversi ma uguali: la differenza si fermava tra chi valeva di più e chi meno dal punto di vista sportivo». Il ricordo più bello? «Aver saputo quanto valgo».

 

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https://www.romasette.it/il-fair-play-day-ricorda-lolimpiade-di-roma-60/

Mons. Paglia: ”È il tempo di tessere una nuova alleanza tra le generazioni”.

 

Intervista esclusiva, a cura di Francesco Provinciali, a S.E. Mons. Vincenzo Paglia, autore del libro di recente pubblicazione L’età da inventare. La vecchiaia tra memoria ed eternità (Piemme).

Mons. Paglia, nellincipit del Suo libro Lei ricorda lincontro con il Ministro della Salute Speranza al quale rappresentò il problema dellabbandono degli anziani in epoca di piena pandemia. Il risultato fu questo incarico della Commissione istituita dal Ministro che Lei presiede (superando le remore delle due rive del Tevere, da una parte lo Stato dallaltra il Vaticano”). Ci vuole raccontare come stanno procedendo i lavori di questa Commissione? Quali sono le problematiche messe a fuoco e quali gli obiettivi attesi?

La Commissione ha terminato il suo lavoro ed ha consegnato al governo le Raccomandazioni. Tra l’altro al termine del mio libro, il lettore potrà tenere in mano il testo delle Raccomandazioni stesse, che completano il percorso di lettura. Infatti l’età anziana è il frutto più maturo della nostra società. Siamo anziani grazie al progresso della medicina, dell’alimentazione, grazie ad una qualità della vita che ci consente di vivere più a lungo. In Occidente, beninteso, perché le disparità nell’accesso alle cure, alla salute, al cibo, ai servizi, nel mondo sono purtroppo fortissime e profondissime. Noi in Occidente viviamo di più, rispetto al passato, l’età media si è allungata. Ma per fare che cosa? Non basta vivere più a lungo, occorre vivere meglio, all’interno di un progetto di società. Altrimenti gli anziani vivranno certamente più a lungo ma come “scarti” della società. Lo abbiamo visto durante i mesi più duri della pandemia, con le decine di migliaia di anziani morti nelle case di riposo. Affinché questa esperienza drammatica non si ripeta dobbiamo prendere coscienza della presenza e del ruolo degli anziani e dobbiamo farlo una volta per tutte.

La sua vocazione ad occuparsi di questo tema ha radici lontane, dai tempi del Suo impegno nella Comunità di SantEgidio. C’è dunque una coerenza di pensieri e azioni tra ieri e oggi? Debbo confessarLe che la Sua Presidenza della Pontificia Accademia per la vita – che di primo acchito farebbe pensare agli albori della vita che nasce, ai piccoli, ai giovani, alle famiglie – trovo che abbia una attinenza persino logica per chi come Lei si occupa della vita nella sua interezza e lungo tutto il ciclo biologico dellesistenza umana. In altre parole, possiamo dire che i soggetti più anziani fanno parte a pieno titolo della grande tematica della vita? Che il problema demografico del Paese non è solo nelle culle vuote”- come evidenziato da una Ricerca dellISTAT- ma anche nellemarginazione relazionale che letà della vecchiaia soffre per definizione?

La risposta alla domanda è nelle cifre. In Italia la popolazione anziana – sopra i 65 anni – raggiunge il 23,4% del totale cioè stiamo parlando di 13,9 milioni di persone. L’Italia, ci dicono i numeri, dopo il Giappone, è il secondo paese al mondo per numero percentuale di anziani. È un cambiamento epocale. E colleghiamo questi dati con un’indagine della Università Cattolica di Milano, secondo cui il 7% degli uomini e l’83% delle donne tra i sessantacinque e i settantacinque anni si sentono “poco” o “per nulla” anziani. Insomma la condizione anziana è molto fluida e plurale, senza un riconoscimento sociale definito e univoco. Allora dobbiamo eliminare il pre- giudizio che la condizione di anziano equivalga a sofferenza e solitudine e cominciare a pensare che siamo davanti a una straordinaria opportunità di ampliare non solo la durata della vita ma anche – soprattutto – la qualità della vita. E gli anziani, tutti, portano alla società un “di più” di sapienza e di “vita”, appunto.

Insieme al Giappone lItalia è il Paese che vanta la maggiore longevità. Eppure non basta vivere più a lungo: è fondamentale occuparsi della qualità della vita anche nella cd. terza età”. Ora io trovo che ci sia una lenta deriva di espunzione degli anziani dal concetto di pienezza esistenziale. Certo servono RSA che funzionino, famiglie che considerino un vecchio in casa come una risorsa e non un peso. Ma in un mondo dove lapparenza conta più della realtà essere appartati” – come ci ricorda il filosofo Galimberti- non è un privilegio per senatoresma lanticamera della solitudine. È forse questo il male che oltre la malattia, oltre la pandemia, oltre lessere socialmente ininfluenti fa soffrire più intensamente e crea nella persona anziana una condizione depressiva e di lento abbandono? Non a caso Gabriel García Màrquez scriveva che la morte non arriva (solo) con la vecchiaia, ma con la solitudine. È così?

Andrei un passo oltre la sua domanda. Per dire che noi stessi siamo il problema della vecchiaia. Noi anziani – e sono anch’io nella categoria – non dobbiamo sentirci dei residui della società. La vecchiaia è un’età della vita, tanto quanto le altre. Ha delle caratteristiche positive e altre negative. La maggior parte di noi anziani è in buona salute, coltiva degli interessi, moltissimi si dedicano alla famiglia ed ai nipoti. È la solitudine il pericolo maggiore per le persone anziane. Per questo serve tessere e ritessere una rete di relazioni. Per questo serve un continuum di assistenza che prenda in carico la persona anziana, lasciandola in casa propria finché è possibile, però all’interno di un sistema socio-assistenziale che tuteli la salute e apra alle relazioni interpersonali. La relazione è la migliore cura, a tutte le età, e soprattutto nella terza e quarta età.

Trovo che i miti del vivere oggi siano legati al senso delleffimero. Anche di vite bruciate come se non avessero valore. Da questo punto di vista una persona anziana possiede un dono che trovo straordinario: lessere depositario di una sorta di ricapitolazione di tutte le cose”, come direbbe San Paolo, di quella dimensione- cioè – di distacco dove la fine abbraccia linizio, il caput” incontra l’”archè”. Ho fatto la mia apparizione sulla scena della vita con lordine di ritirarmene, sto recitando la mia parte come tutti i miei simili: poi non mi rimarrà che sparire”: sono parole del filosofo e predicatore Jacques Benigne Bossuet, vissuto nel XVII secolo e credo possano essere usate rendere ciò che spetta a coloro che hanno attraversato i marosi di una vita – conservando in dono della testimonianza. Il bene più prezioso per una società che voglia dirsi civile è dunque la saggezza che alberga nellanimo delle persone anziane? 

È il tempo di tessere una “nuova alleanza” tra le generazioni. Oggi in Italia per la prima volta nella storia abbiamo quattro generazioni che vivono insieme: i bambini, i giovani, gli adulti e gli anziani. Gli anziani (nonni e bisnonni) non devono essere un peso, perché in tanti casi si tratta di persone valide, capaci di badare a se stesse, lucide, con tanti interessi e tanta esperienza di vita. E comunque sono sempre da “onorare”, come dice il Comandamento, anche quando “perdono il senno”, aggiunge il libro della Bibbia che si chiama Siracide. E indispensabile, piuttosto, che si avvii il dialogo tra le generazioni per creare una “nuova alleanza”. Tutti siamo portatori di una nuova visione della vita, nel dialogo, nello scambio, nell’arricchimento reciproco. Che è l’antidoto migliore al senso dell’effimero!

Dopo la scoperta (intesa come valorizzazione, investimento, invenzione) dellinfanzia (il 900 si aprì come secolo dedicato allinfanzia ma abbiamo visto e vediamo ancora oggi quanto sia sovraesposta al male e alle violenze, questa tenera età) Lei parla della necessità di inventare” la vecchiaia: apprezzo leggendo i Suoi scritti la profonda formazione culturale e ancor più il Suo grande senso pratico, la capacità di declinare la teoria nella pratica. Ci offre , Monsignore, alcune piste da percorrere per dare concretezza a agibilità, accesso, pienezza di senso e di stili di vita a questo concetto importante di re-invenzione” della vecchiaia?

La Commissione ha presentato al Primo Ministro Mario Draghi il risultato del lavoro svolto, la Carta dei Diritti degli Anziani e dei Doveri della Società. La Carta indica princìpi fondamentali e diritti che possono trovare un riconoscimento formale e intende offrire indicazioni operative ed organizzative ad istituzioni e operatori chiamati a prendersi cura delle persone anziane. Il nostro documento è diviso in tre parti.La prima è denominata «Per il rispetto della dignità della persona anche nella terza età» ed elenca i diritti delle persone anziane i quali, pur non essendo esplicitamente citati in Costituzione, secondo la Commissione per la riforma della assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana trovano fondamento sia nell’articolo 2 e sia nell’art.3. La seconda parte, «Per un’assistenza responsabile», riguarda sia i diritti delle persone anziane sia i doveri dei medici, degli operatori sanitari e delle istituzioni relativamente ai percorsi di cura e alle modalità di erogazione dell’assistenza sanitaria. La terza e ultima parte, Per una vita attiva di relazione, comprende i diritti delle persone anziane ad avere una vita in convivenza, conservando la loro possibilità di accedere a servizi culturali e ricreativi, nonché di manifestare il loro pensiero e di accrescere la loro cultura, pur in presenza di limitazioni psicofisiche, e sottolinea il dovere delle istituzioni e della società di evitare nei loro confronti ogni forma di isolamento e reclusione. La Carta punta inoltre a facilitare la conoscenza per le persone anziane dei loro diritti fondamentali nonché dei doveri che gravano su quanti entrano in relazione con loro. Come dicevo, il testo integrale si può leggere al termine del libro, come appendice, in modo che ognuno potrà farsi un’idea del lavoro svolto!

Lumanità – tra pandemia che si protrae, distruzione della natura, conflitti etnici, problemi geopolitici e geoeconomici- sta cercando nuove strade di sopravvivenza. Anche Papa Francesco se ne è occupato, peraltro con grande acutezza di analisi, specie nell’’enciclica Laudato sì”. Trovo che il terzo millennio abbia conservato irrisolti due grandi temi ereditati dal 900: la graduale dissoluzione dellidentità personale accentuata dalla globalizzazione e la sudditanza al pensiero calcolante” dove gli interessi e non gli ideali sono il motore delle azioni umane. Luomo avverte un senso di inadeguatezza perché gli manca sempre qualcosa per sentirsi appagato, la competizione genera processi di espunzione sociale: resiste chi è utile e fino a quando lo è. Chiaro che un anziano che non lavora più, che deve sopravvivere con una pensione non sempre sufficiente ad affrontare i problemi delletà e i suoi bisogni diventa – in senso negativo – un predestinato. Fuori dal lavoro, (spesso) fuori dalla famiglia, (sovente) solo finisce per immedesimarsi in un processo di marginalizzazione che lo rende precario (dopo una vita di lavoro) e soccombente. Ma c’è di più: non si fa altro che parlare di digitalizzazione, riconversione tecnologica, uso pervasivo di hardware e software sempre più complessi. Perché in questa visione” edulcorata di un mondo (in realtà a un tempo facilitato ma reso schiavo dallevoluzione della tecnocrazia) una persona anziana non è messa in condizione di partecipare (partem capere”) a questi processi evolutivi? Tutto diventa complicato: i codici alfanumerici, le app, il web, lo SPID, ora il cambio dei televisori. La cd. cultura dello scarto” per usare le parole di Papa Francesco: ciò che non si usa si getta. C’è un Garante” per tutto: perché non si istituisce un Garante per la vecchiaia serena”?

Le dirò che a mio avviso sono le nostre famiglie, tutte, e la società nel suo insieme che devono garantire una vecchiaia serena. È oggi necessario, a mio avviso, un ampio e convergente sforzo collettivo perché l’allungamento della vita – la facilità con cui arriviamo e spesso superiamo gli Ottanta ed i Novanta anni – deve portarci a riempire di contenuti questo tempo della vita umana. Non può essere uno spazio svuotato di attività, quasi anticamera della fase ultima, della morte. Ci deve essere una socialità, tempi di vita e di relazione, tempi di attività, e una spiritualità, per convergere verso una visione che dia serenità e benessere alle persone anziane. Per questo come dicevo un elemento fondamentale è la “nuova alleanza” tra le generazioni. Ma non basta. È tutta la società che deve impegnarsi per valorizzare gli anziani, perché gli anziani sono tutti noi, in quanto andiamo tutti verso la prospettiva dell’età che avanza.

 

La paura di invecchiare diventa a un certo punto la paura di morire. In quel momento dellesistenza affiorano le cose fatte, quelle tralasciate, quelle perdute per sempre. È una sensazione che si percepisce ma sovente rimane inespressa, come tristezza interiore”. Uno si guarda indietro e fa inevitabilmente un bilancio della propria vita. Sarebbe bello poter dire tutti: ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. Solo San Paolo ha pronunciato queste parole. Parlandone con il rispetto che merita, è possibile educarci alla rassegnazione? O davvero avvicinandosi la fine dellesistenza terrena si finisce per auto-percepirci – per usare le parole dello scrittore Jean Amèry – come protagonisti di un naufragio, invisibili e senza illusioni, immaginando il futuro solo come negazione?

Nei testi più antichi della Bibbia la morte più che un castigo era considerata come la normale conclusione dell’esistenza. La fine ideale della vita si realizzava nella vecchiaia: una vita lunga come quella dei patriarchi, da Abramo e Isacco, o dei re, come Davide, che chiudevano la loro esistenza «vecchi e sazi di giorni» (Gen 25, 8; 35, 29; 1 Cr 23, 1), o la fine serena e soddisfatta di Giobbe che, dopo aver superato le prove della vita, «visse ancora centoquarant’anni e vide figli e nipoti per quattro generazioni. Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni» (Gb 42, 16- 17). Il tema della morte, dunque, non è un tema “finale”, rispetto a cui augurarci di non dovercene occupare se non proprio agli sgoccioli della vita. È, in realtà, il tema di fondo della vita, di tutta la vita, nelle sue diverse età: da bambini, da adolescenti, da giovani, da adulti e da anziani. Il senso di trascendenza che abita il cuore (trascendere se stessi, il proprio limite e quello altrui), non trova una sua ragione anche nella morte? Ne sono convinto: se tutti, credenti e non credenti, potessimo concentrarci seriamente sul legame che ci accomuna – dalla bellezza del nostro venire alla luce e per tutte le età della vita, sino alla fatica del nostro congedo – nella sfida del senso della vita e del controsenso della morte, l’intera nostra civiltà sarebbe diversa. Le nostre angosce profonde, e le semplificazioni con le quali cerchiamo di risolverle, creerebbero fra di noi ben altre complicità. Purtroppo, molto cristianesimo moderno si è rassegnato a investire i valori della vita eterna nell’impegno per il benessere della vita presente, caduca, corruttibile e mortale, per rendersi credibile, appunto, come parola di vita. Un “dirottamento” non privo di rischio. È vero che il Vangelo suscita umanesimo, ci mancherebbe altro! Ma per la fede questa vita è il seme, non la fioritura. Il Concilio Vaticano II scrive: «In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine. L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, dal timore di una distruzione definitiva. Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore» (Gaudium et spes, 18). E allora senza il pensiero di una destinazione eterna, la vita sulla terra perde peso, passione e sapore. La partita decisiva non è fra il cristianesimo e la civiltà, o tra la fede e la ragione. La partita è fra l’incredulità e la speranza, l’indifferenza e l’amore.

 

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S.E. Mons. Vincenzo Paglia,è Arcivescovo, Presidente della Pontificia Accademia per la vita e Gran Cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Tra i suoi ultimi libri, Vivere per sempre (Piemme 2018), La coscienza e la legge, con Raffaele Cantone (Laterza 2019), e Larte della preghiera (Terra Santa 2020). Per Einaudi ha pubblicato, con Luigi Manconi, Il senso della vita. Conversazioni tra un religioso e un pococredente (2021). Per Piemme ha pubblicato recentemente Letà da inventare. La vecchiaia tra memoria ed eternità” (2021).

Movimento 5 Stelle, quanti elettori seguiranno la “conversione” dei capi? L’opinione di Merlo.

 

Sarebbe la prima volta nella storia politica italiana che un elettore sia chiamato a seguire un partito che nellarco di pochissimo tempo è diventato un soggetto radicalmente diverso ed alternativo rispetto a ciò che ha sempre detto e che è sempre stato.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, a quanto si apprende dagli organi di informazione, stanno per crollare gli ultimi due baluardi che hanno caratterizzato l’esperienza politica del partito di Grillo. E cioè, il finanziamento pubblico ai partiti e il totem dei due mandati parlamentari. Ora, è persin inutile ricordare le promesse – giurate, urlate, scritte, inveite e sbandierate in tutte le piazze italiane in questi ultimi anni – fatte dai 5 stelle e sistematicamente e platealmente rinnegate negli ultimi mesi. L’elenco è lunghissimo ed è noto a tutti quegli italiani che si occupano minimamente di politica o anche solo di costume.

 

È perfettamente, inutile, pertanto, fare l’elenco. Ma quello che interessa maggiormente, e seriamente, alla politica italiana non è il destino o l’epilogo dei 5 stelle. Quello interessa ai militanti di quel partito e, soprattutto, a quelli che sono seduti in Parlamento e nei vari organismi istituzionali locali. Semmai, l’aspetto curioso – credo unico nella politica italiana in questi ultimi decenni – è come un partito possa conservare un consenso, anche se ormai più che dimezzato rispetto alle elezioni del 2018, quando ha rinnegato radicalmente tutto ciò che ha detto per molti e lunghi anni. Detto in altre parole, un elettore può seguire e votare ancora un partito che dice l’esatto contrario di ciò che ha sempre predicato e giurato? Un elettore può riconoscersi ancora in un partito che ha mutato linguaggio, strategia, progetto, prospettiva, lettura della società e giudizi sulle singole persone senza neanche battere ciglio?

 

Sono due banali domande, persin ridicole, che non possono che avere una sola risposta. Se questo cambiamento radicale, se questo trasformismo sfacciato e senza più confini dovesse ancora avere un piccolo consenso elettorale – altrochè ciò che i sondaggi….- ci troveremmo di fronte ad una metamorfosi della politica italiana dove tu puoi dire il dopo giorno l’esatto contrario di quello che hai giurato il giorno prima. Ovvero, sarebbe la prima volta nella storia politica italiana, dal secondo dopoguerra in poi, dove un elettore segue pedissequamente e supinamente un partito che nell’arco di pochissimo tempo è diventato un soggetto radicalmente diverso ed alternativo rispetto a ciò che ha sempre detto e che è sempre stato.

 

Ma, come ben sappiamo, tutto dovrebbe avere un limite. E anche il più straordinario e paradossale trasformismo a cui non abbiamo ancora mai assistito nella storia politica italiana, dovrà fare i conti con l’orientamento concreto dell’elettorato. E la prima risposta è già arrivata con le recenti amministrative – e non è che la prima avvisaglia – e sarà destinata ad essere travolgente, almeno questa è la mia opinione, in vista delle ormai prossime elezioni politiche. Perchè passare dal “vaffanculo”, dalla criminalizzazione politica di tutti gli avversari politici e dal rifiuto esplicito delle istituzioni politiche della prima repubblica, dal più spietato giustizialismo manettaro ad un partito di centro, moderato, liberale e addirittura rispettoso dei partiti e delle persone c’è un oceano da attraversare.

 

E, quindi, e infine, quanti saranno e chi saranno quegli elettori che condivideranno questa misteriosa, improvvisa e collettiva “conversione” politica? Questo, forse, è uno degli aspetti più curiosi e più attesi delle ormai prossime elezioni politiche.

O di qua o di là? Anche basta. Dicone mette sotto la lente d’ingrandimento i limiti del bipolarismo e la voglia di centro.

 

Molti italiani sono alla ricerca di una nuova offerta politica di centro, che vuol dire né con i populisti e né con i sovranisti. Tuttavia non  sono sufficienti le soluzioni del ‘900, occorre guardare al futuro con il “pragmatismo solido” che contraddistingue un’azione politica radicata nelle culture politiche del liberalismo, del popolarismo e del riformismo, senza barriere ideologiche.

 

Armando Dicone

 

Dall’attuale classe dirigente politica, risuonano i soliti accordi: “o di qua o di là”; “ripartire dal fronte contro le destre o le sinistre” a seconda di chi parla; “il voto utile” come se ci fossero voti inutili; “si vince al centro” questo è il più pericoloso, perché di solito vogliono solo il nostro voto, ma mai il nostro contributo ideale e programmatico; e tanti altri messaggi di cui la maggioranza degli italiani è davvero stanca, basta guardare i dati degli astenuti.

Parole vuote che ritornano ad ogni campagna elettorale, come se per governare un Paese bastasse essere contro qualcuno o qualcosa.

 

Sono 30 anni che siamo costretti a subire questo schema destra contro sinistra e dopo tutti questi anni, nessuno dei protagonisti dice la verità: “questo sistema in Italia non funziona”. Non voglio entrare nel merito del perché non possa funzionare, ma vorrei soffermarmi su un altro aspetto che può farci finalmente guardare al futuro: l’esigenza diffusa tra i cittadini di poter votare e partecipare ad un nuovo progetto, culturale e politico, centrale, indipendente e autonomo.

 

Ho raccolto alcuni sondaggi che fotografano, in maniera incontestabile, l’esigenza di molti italiani di avere una nuova offerta politica di centro, che vuol dire né con i populisti e né con i sovranisti, ma anche che non abbiamo bisogno di soluzioni del ‘900, ma dobbiamo guardare al futuro con quel sano “pragmatismo solido”, che contraddistingue un’azione politica radicata nelle culture politiche del liberalismo, del popolarismo e del riformismo, ma senza barriere ideologiche che ne possano affossare l’elaborazione concreta del programma politico. Come già sperimentato nel nostro umile “Forum al Centro”, sui temi e sulle proposte siamo sempre disponibili a fare sintesi, senza pregiudiziali ideologiche o inutili personalismi.

 

Un sondaggio di Ipsos, che ho già citato in un precedente articolo, mostra che la maggioranza degli astenuti, alle europee del 2019, si autocolloca nell’area di centro (42%). Dato molto importante, che dimostra come lo spazio centrale abbia il più alto potenziale elettorale tra gli astenuti.

 

Il sondaggio SWG del 16 novembre, dimostra che il 22% degli intervistati “ritiene che ci sarebbe bisogno di un nuovo partito” nell’area di centro, di questi il 12% pensa che debba essere “slegato sia dal centrosinistra che dal centrodestra”; il 23% vorrebbe un nuovo partito “fuori dall’asse destra-sinistra”, ma senza autodichiarsi di centro. Come si può notare, il 55% degli intervistati, la maggioranza, ritiene opportuno un nuovo progetto politico capace di superare il duopolio sinistra-destra.

Da non sottovalutare è il 18% che vorrebbe un nuovo progetto nel “centrodestra moderato” e l’11% che lo vorrebbe nel “centrosinistra moderato e riformista”. Tutti dati che dimostrano la volontà di creare un nuovo schema politico, fuori dalle logiche dello scontro diretto tra i due poli.

 

 

Ma cosa chiedono gli elettori intervistati, che vorrebbero un nuovo soggetto politico nell’area di centro?

 

 

Il 35%, la maggioranza, ritiene che il nuovo partito dovrebbe occuparsi di ridurre l’evasione fiscale e la corruzione, poi qualcuno racconta che questo tema non sia remunerativo dal punto di vista elettorale. Altri temi sono “sostenere una crescita economica inclusiva” (28%),  “ridurre le disuguaglianze sociali” (28%) e rendere lo Stato più moderno ed efficiente (27%).

 

Su questi temi è possibile trovare insieme le soluzioni? Io penso di sì, basta farlo con passione, umiltà e senza alcun retropensiero di tipo personale, il carrierismo verrà dopo e per chi lo vorrà. Continuo a pensare che sia arrivato il momento di mettere in campo merito, competenze e talenti, ognuno di noi deve assumersi il suo piccolo pezzo di responsabilità civica.

 

Adesso abbiamo il compito di mettere insieme donne e uomini, associazioni e movimenti, per tentare di trovare insieme temi e soluzioni condivise, dobbiamo organizzare la “domanda” affinché il nuovo progetto non sia solo una semplice operazione elettorale.

Don Alberione, l’apostolo della comunicazione sociale. L’Europa ha bisogno della sua testimonianza.

 

Venerdì scorso, 26 novembre, a Roma, presso la Basilica Maria Regina degli Apostoli” (Santuario della Società San Paolo), per il cinquantesimo anniversario del dies natalis del Beato Giacomo Alberione, il Cardinale Marcello Semeraro ha presieduto la Messa con Don Valdir Josè De Castro (Superiore Generale della Società San Paolo) ed altri esponenti del governo nazionale Paolino.

 

Vincenzo Martorana

 

Chiesa gremita di fedeli, in onore di Don Alberione, ricordato come l’apostolo della comunicazione sociale dei tempi moderni.

 

Durante l’omelia, il Cardinale Semeraro ha esposto la sequenza evangelica “Gesù Via Verità e Vita” quale fondamento della teologia alberioniana; citando anche San Beda, Sant’Ambrogio, San Paolo VI, lo stesso San Paolo Apostolo, egli ha ricordato come Don Alberione sia stato illuminante per migliaia di vocazioni ecclesiastiche e ispiratore di copiose opere di santità che hanno, dunque, radici spirituali lontane, ma sempre attuali e gravide di futuro, partendo da un presente dove il Fondatore Paolino ha saputo cogliere o, meglio, “scrutare i segni dei tempi”, proprio innestato in Cristo come il piccolo tralcio alla Fonte della grazia, perciò riuscendo a portare molto frutto anche in opere di apostolato, presenti in tutti i continenti della terra.

 

Quindi, l’autentico discepolo paolino è colui che con la mente, con la volontà e con il cuore agisce centrato in Cristo, sì che possa dire di sè: vivit vero in me Christus.

Sulla base di tale visione cristologica, nel saluto conclusivo della funzione liturgica, Don Valdir ha affermato come tanti altri possano continuare l’opera del Beato Giacomo Alberione, ponendo al centro della propria testimonianza “Gesù Via Verità e Vita”, per mezzo di Maria Santissima.

 

L’idea che emerge, come bilancio centenario dell’apostolato del Fondatore della Società San Paolo, è la fortissima, indissolubile, simbiotica unione tra Don Alberione e i suoi “figli” con Gesù Cristo, propulsiva di un impegno sempre vivo nella società, perché innerva la moderna comunicazione sociale dello spirito cristiano che idealmente è il polmone dell’Occidente.

 

Di questa identità l’Europa necessita per non smarrire il senso del futuro, sempre più imperniato sulla funzione dei social network, sempre più bisognoso di punti di riferimento ancorati non a valori mutevoli, relativi, liquidi, ma a princìpi aristotelicamente inamovibili come quelli della Dottrina Sociale della Chiesa, universali come quelli del Vangelo.

 

Vincenzo Martorana, impegnato nel Centro Culturale San Paolo, é un Cooperatore Paolino.

Italia Viva…la Dc: Maria Elena Boschi s’inventa direttrice d’orchestra di un bel confronto politico su Martinazzoli.

 

Si è svolta ieri pomeriggio a Roma, nell’Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari, in via di Campo Marzio, la presentazione del libro di Annachiara Valle “Il cambiamento impossibile. Biografia di uno strano democristiano” (Rubettino), seconda edizione aggiornata di un precedente lavoro dell’autrice a confronto con l’ultimo segretario della Dc e fondatore del nuovo Ppi, Mino Martinazzoli. Al dibattito, coordinato da Marco Damilano, hanno preso parte, oltre a Maria Elena Boschi, Paolo Corsini, Marco Follini, Agazio Loiero e Pierluigi Castagnetti.

 

Ubaldo Alessi

 

Qualcuno può ancora ricordare che Martinazzoli, all’indomani delle elezioni del 1994, stilò un amaro commento sulla vittoria di Berlusconi facendo ricorso alla nota definizione di Piero Gobetti sul fascismo come “biografia morale della nazione”. Il berlusconismo trasponeva nell’Italia in rivolta, spinta a traversare il pelago di Tangentopoli con le zattere della rabbia e della furbizia, il vecchio trasformismo aggressivo che agglutinò le paure e le furie serpeggianti nel ceto medio del primo dopoguerra. Corsi e ricorsi, per dirla con Vico, sempre con il problema di una debole e pur ribelle società civile.

 

Fu intransigente, Martinazzoli, a dispetto dell’indole dorotea del corpaccione di un partito che egli aveva rivoltato come un calzino, spegnendo le insegne di una storia senza più storia, per salvarne la natura profonda di forza democratica e popolare. Dunque, il popolarismo che rinasce sulle ceneri della Dc implica l’affidamento a un motivo d’intransigenza. Qui sta l’originalità, in sintesi, della costruzione politica martinazzoliana: occupa il centro non per istinto di equilibrismo, ma per promozione di valori e di scelte, senza  introflessioni di quieto vivere.

 

È questo il centro che oggi manca, perciò torna d’attualità la “formula Martinazzoli”. Difficile credere che alligni laddove si celebra, quotidianamente, la gloria posticcia del pragmatismo. Sta di fatto, però, che il radical-progressismo del Pd genera un bisogno di “nuovo centro”; bisogno, cioè, d’dentità riformatrice che non dipenda da altri, bensì interagisca con altri, secondo lo spirito degasperiano delle alleanze. Quel che ieri s’è detto, nell’Aula dei Gruppi parlamentari, rappresenta l’indizio di un cambiamento. Va dato atto a Maria Elena Boschi di aver saputo avviare una riflessione, in sostanza sui “miti fondativi” del centro, di cui si avvertiva la necessità e l’urgenza.

 

 

Dalla sinossi del libro

 

«In questo libro si ritrova nella sua interezza una figura singolare e rilevante di protagonista della vita pubblica italiana e, insieme, una rappresentazione genuina, coraggiosa, non scontata, di due decenni cruciali, quelli nei quali si avviò a conclusione e si chiuse una intera fase storica dell’Italia repubblicana». Così, il 4 ottobre 2011, Giorgio Napolitano scriveva sulle pagine del Corriere della sera.

 

Un mese dopo la scomparsa di Mino Martinazzoli l’allora presidente della Repubblica tratteggiava, attraverso le parole della prima edizione di questo volume, la figura dell’uomo che cercò di salvare la storia della Democrazia cristiana insieme con una concezione della politica a servizio del bene comune e dello sviluppo del Paese. Il rapporto con Aldo Moro, lo scandalo Lockheed, il giallo di Ustica e la morte di Sindona. Il maxi processo alla mafia e i rapporti con Giovanni Falcone, la contestazione della legge Mammì sugli assetti radiotelevisivi culminate nelle dimissioni di cinque ministri compresi Martinazzoli e Sergio Mattarella, la fine della Dc, i rapporti con la Lega e con Berlusconi.

 

A dieci anni dalla sua morte riproponiamo, arricchite dalle testimonianze dei politici di ieri e di oggi e dalle sue stesse parole che la prima stesura non aveva incluso, i ricordi di un politico atipico che tentò di cambiare le sorti del nostro Paese e la degenerazione di una politica sempre più asservita al culto della personalità. Con la sua ironia, a tratti irriverente, Martinazzoli disegna l’Italia che fu, che è e che forse sarà. Il quadro complesso di una Repubblica sempre in bilico fra ascesi e dannazione.

Prove di Centro. Tante premesse e tante promesse, ma a decidere in pratica sarà un sussulto di buona volontà.

 

Ogni iniziativa finalizzata al superamento della diaspora democristiana è da valutare con attenzione. Questa è la posizione di Bonalberti. Egli torna sull’argomento difendendo il lavoro svolto o da svolgere, sia che punti a rilanciare politicamente il partito “mai giuridicamente sciolto”, sia e ancor di più, se mira ad allargare l’area di centro, sempre essenziale per il sistema politico italiano.

 

Ettore Bonalberti

 

Sono aperte le prove di formazione del nuovo centro della politica italiana. Ha iniziato Gianfranco Rotondi con l’incontro del 26 Novembre a Roma di “Verde è popolare”; un tentativo di mettere insieme l’area ex Dc guidata dall’amico campano con almeno una parte dei Verdi, sotto il segno dell’ambientalismo ispirato dall’enciclica di Papa Francesco, Laudato Si’. Trattasi dell’annuncio di un nuovo movimento-partito che si pone l’obiettivo di preparare una lista bianco-verde per le prossime elezioni politiche. Seguirà il 3 Dicembre l’ennesima assemblea dell’UDC di Cesa col suo trio, sempre fermo nel ruolo subalterno al centro destra a dominanza leghista. Il 4 Dicembre, poi, sarà la volta dell’Assemblea nazionale costituente di “Noi di Centro” indetta da Clemente Mastella, tentativo che seguirò con particolare attenzione, se, come mi auguro, rappresenterà lo strumento in grado di favorire il processo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale verso un centro più ampio, allargato alle componenti liberali e riformiste socialiste e repubblicane. Infine, il consiglio nazionale della Dc guidata da Renato Grassi, convocato il 15 Dicembre per decidere la data del XX Congresso nazionale del partito.

 

Considero positivamente ogni iniziativa finalizzata al superamento della diaspora Dc che ha caratterizzato i quasi trent’anni che ci separano dalla fine politica della Democrazia Cristiana (1993), sia che intenda rilanciare politicamente il partito “mai giuridicamente sciolto”, sia e ancor di più, se intende allargare l’area di centro che considero essenziale per il sistema politico italiano. Legge elettorale da un lato e necessità di dare finalmente adeguata rappresentanza politica al terzo stato produttivo e ai ceti popolari, sono le pre-condizioni da cui si dovrebbe partire anche da parte di chi formula superficiali sentenze sui diversi tentativi sin qui compiuti, come quelli della Federazione Popolare dei Dc guidata da Giuseppe Gargani, messi in crisi miseramente dal permanente gioco di ostruzione condotto dal trio dell’UDc, dalle elezioni europee alle ultime amministrative d’autunno.

 

Guai se, come qualcuno giustamente paventa, le diverse scadenze programmate dovessero servire come miseri espedienti, già sperimentati negli anni, per garantire semplicemente a qualche amico una personale candidatura alle prossime elezioni politiche. Non servirebbero né al progetto di ricomposizione politica dei Dc e Popolari, né, soprattutto, a dare risposta alla disaffezione che sta tenendo lontana dal voto la maggioranza degli italiani. Il tema della disaffezione dal voto rappresenta inequivocabilmente la crisi del sistema politico italiano. Un sistema che vede da molti anni succedersi alla guida dei governi personalità tecniche o improvvisati politici senza elezione parlamentare e il continuo scivolamento della repubblica parlamentare verso forme più o meno palesi di Repubblica Presidenziale o, come avviene, pressoché quotidianamente da diverso tempo, una via di mezzo al limite del dettato costituzionale.

 

Lo stesso dibattito su Draghi a Palazzo Chigi o al Quirinale (questa seconda ipotesi intesa – vedi Giorgetti – come garanzia di una guida dal Colle più alto, de facto di tipo presidenziale, anche senza il mutamento della norma costituzionale) è espressione della confusione che regna sovrana, tipica di un sistema politico istituzionale in crisi. Una crisi che è conseguenza di quella dei partiti, ridotti a meri comitati elettorali al servizio dei capi di turno, o, addirittura, eterodiretti, catalizzatori di “nominati” fisiologicamente indotti al trasformismo politico e parlamentare che è la condizione permanente di questa triste fase della nostra Repubblica. Convinto come sono che serva ricomporre una grande forza di centro democratica, popolare, liberale, riformista socialista e repubblicana, mi auguro che alla fine, da tutte le diverse assise di area annunciate, emerga netta questa determinazione, considerato anche che tale formula sarebbe efficace ed efficiente tanto nel caso in cui il Parlamento dei nominati decidesse di conservare il sistema elettorale maggioritario attuale, che nel caso sia approvata una legge elettorale proporzionale alla tedesca, con le preferenze, come da sempre auspicato.

 

A Venezia, nei prossimi giorni discuteremo di questo progetto con gli amici socialisti, liberali e repubblicani, per lanciare anche dalla città lagunare il progetto di un nuovo centro alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della proprio identità. Un centro pronto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana.

 

 

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it)

Nuova Global. Nuove vie di unità in un mondo diviso. Una iniziativa di Città Nuova.

 

Nasce la “Nuova global foundation”, una piattaforma che mette in rete le edizioni di Città Nuova nel mondo. Primo appuntamento il 30 novembre prossimo.

 

Redazione

 

Un progetto che ha una pianificazione di 5 anni e 4 obiettivi. Così Stanislav Lencz, che ne è direttore, descrive lo scopo dell’iniziativa Nuova Global: rafforzare le Città Nuova a livello locale, costruire una rete globale, lanciare una nuova piattaforma mediatica per i leader e creare una fondazione. https://youtu.be/mw-sT6JbB8I.

 

Oggi, martedì 30 novembre, questo progetto segna una tappa importante di avvio: la Unity Conference 2021, dal tema Innovate New Ways for Inclusion in a Divided World. Metterà in luce le questioni relative alla costruzione di economie più resilienti e inclusive, con interventi sugli investimenti a impatto sociale e sull’impatto dei cambiamenti climatici, tra gli altri.

 

La conferenza segna anche il lancio ufficiale della Nuova Global Foundation e punta a suscitare interesse da parte dei media e degli imprenditori da più di 21 Paesi in tutto il mondo. L’evento, in programma dalle 13.00 alle 15.00, prevede la partecipazione online e dal vivo al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo (Roma). Interverranno Margaret Karram e Jesús Morán, presidente e co-presidente del Movimento dei Focolari; il rev. Kyoichi Sugino e Réka Szemerkényi, economista, membri del consiglio di amministrazione della Nuova Global Foundation; Richard B. Tantoco, presidente e Ceo dell’Energy Development Corporation; Olayemi Wonuola Keri, Ceo di Heckerbella Limited.

 

La Nuova Global Foundation è una piattaforma di recente costituzione che collega la rete globale di riviste e case editrici di Città Nuova. Ha lo scopo di sostenere lo sviluppo dei media per diffondere l’ideale della fraternità universale e di un mondo unito e farlo diventare realtà ispirando milioni di persone. Serve come piattaforma che sostiene lo sviluppo di organizzazioni mediatiche e progetti giornalistici che fanno emergere sfide e soluzioni globali per il bene comune e per uno sviluppo umano.

 

Per informazioni sull’agenda dell’evento e per registrarsi gratuitamente accedere a: https://nuovaglobal.org/unity-conference/

55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2021. Un appuntamento destinato anche quest’anno a lasciare il segno.

 

 

Attraverso il Censis Giuseppe De Rita ha descritto anno per anno i cambiamenti del Paese. Oggi il fondatore resta in disparte, ma non per questo il timbro della ricerca, sempre condotta sul filo del rigore e della fantasia, può dirsi meno efficace.

Mancano pochi giorni al tradizionale evento del Censis. Il Rapporto si annuncia foriero di novità e ricco di suggestioni, considerata la forza di una ripresa “a scacchi”, che mette in evidenza la vitalità e insieme le contraddizioni del Paese. La presentazione, a cura di Massimiliano Valeri (direttore generale) e Giorgio De Rita (Segretario Generale), si terrà venerdì prossimo in straming. L’attesa, anche stavolta, rimane alta.

Giunto alla 55ª edizione, il Rapporto Censis prosegue l’analisi e l’interpretazione dei più significativi fenomeni socio-economici del Paese, individuando i reali processi di trasformazione della società italiana. Su questi temi si soffermano le «Considerazioni generali» che introducono il Rapporto.

Nella seconda parte, «La società italiana al 2021», vengono affrontati i processi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.

Cos’è il Censis

Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, è un istituto di ricerca socio-economica fondato nel 1964.

A partire dal 1973 è diventato una Fondazione riconosciuta con Dpr n. 712 dell’11 ottobre 1973.

Il Censis svolge da oltre cinquant’anni una costante e articolata attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica in campo socio-economico. Tale attività si è sviluppata nel corso degli anni attraverso la realizzazione di studi sul sociale, l’economia e l’evoluzione territoriale, programmi d’intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.

Il lavoro di ricerca viene svolto prevalentemente attraverso incarichi da parte di ministeri, amministrazioni regionali, comunali, camere di commercio, associazioni imprenditoriali e professionali, istituti di credito, aziende private, gestori di reti, organismi internazionali, nonché nell’ambito dei programmi dell’Unione europea. L’annuale «Rapporto sulla situazione sociale del Paese», redatto dal Censis sin dal 1967, viene considerato il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana.

 

Venerdì, 3 dicembre 2021, ore 10:00 – Segui la diretta streaming

https://youtu.be/NuCem5ggAl0

Fioroni a Letta, ‘maldestre alleanze locali rovinano l’idea di un vero rinnovamento democratico”. Di nuovo…Moro vs Scelba?

 

L’ex Ministro Fioroni, interprete del filone demo-popolare della Pd, s’interroga in questa lettera aperta a Enrico Letta (ieri pubblicata sul “Corriere di Viterbo” e qui riprodotta integralmente per gentile concessione dell’autore) sullo strano connubio – non solo a Viterbo – tra Democratici e Berlusconiani. Sembra una tendenza che mira a verificare la plausibilità e la consistenza nelle realtà amministrative locali, specie in occasione delle imminenti elezioni provinciali, di un’alleanza (Pd-FI) definibile facilmente e non a caso come “innaturale”.

Fioroni, del resto, cita la forte replica di Moro a Scelba, nel congresso Dc di Napoli (1962), in opposizione alla tesi circa la verifica per esperimenti locali della praticabilità del nascente centro-sinistra. Moro, giustamente, esigeva e otteneva la primazia del disegno politico organico e strategico, da non distorce attraverso causali e sempre “a rischio” operazioni municipali.

Ora, con il suo distrarsi, Letta pare acconciarsi alla restaurazione di un metodo alla Scelba forse, appunto, per saggiare il terreno in vista di un’evoluzione dei rapporti politici e quindi delle alleanze, per altro ancora incerta e nebulosa (red.).

 

Giuseppe Fioroni

 

Caro Enrico, vorrei attirare la tua attenzione sul rischio di inciampare lungo il sentiero degli imminenti rinnovi dei Presidenti e dei consigli provinciali. Se ci facciamo prendere dall’attivismo combinatorio, confondendolo con la sana e autentica strategia delle alleanze, potremmo andare incontro a forti delusioni.

 

Le ultime elezioni regionali e comunali hanno dato un esito abbastanza soddisfacente per il Pd, vista l’affermazione, in molti casi, delle sue liste e dei suoi candidati. Ne ha tratto indubbiamente beneficio l’intero centro-sinistra, malgrado venga esso percepito in questa fase come un aggregato ancora informe. Bisogna cogliere i segnali di cambiamento, interpretandoli correttamente e usandoli saggiamente, a prescindere dalle convenienze reali o apparenti che le circostanze suggeriscono. Nella responsabilità di un grande partito non prevale l’effimero e il contingente, ma l’indirizzo dotato di coerenza.

 

A Viterbo, per esempio, si annuncia la sperimentazione di un’alleanza a dir poco pasticciata, per di più gestita sottobanco, con il Pd che rinuncia al suo candidato alla guida della Provincia per “coprire” un disegno da cui trae vantaggio un centro-destra felicemente lanciato verso una vittoria a tavolino. Sembra di capire che nelle intenzioni dei vari interlocutori – e tra questi anche i rappresentanti dei 5 Stelle – ci sia un obiettivo ambizioso, quello cioè del possibile rimescolamento di carte, in particolare tra progressisti e moderati, sull’onda dell’immancabile appello alla solidarietà nel frangente più delicato della nostra vita politica nazionale e locale. Tale nobiltà d’intenti si scontra però con l’evidenza di un approccio tattico che esonda dal sano pragmatismo e finisce, vuoi o non vuoi, nell’abituale prassi trasformistica della vecchia Italietta…di provincia.

 

Dietro i buoni propositi fa capolino una strana combinazione di interessi, sì legittimi, ma che permette al gruppo dirigente di Forza Italia di devitalizzare, per adesso, le sue contraddizioni. Viterbo è un caso isolato? A me risulta di no, anzi fa parte, se posso esprimere un sospetto, della plateale tendenza al travisamento di ciò che dovrebbe rappresentare sui territori la genuina volontà di apertura del centro-sinistra. Non si comincia dal basso, qualunque sia la retorica che ne accompagna il facile richiamo: in realtà, si deve cominciare dall’alto. Aveva ragione Moro quando opponeva il suo netto rifiuto alle pressioni di Scelba per sottoporre, in via preventiva, al vaglio di sperimentazioni locali la storica prospettiva d’accordo tra cattolici e socialisti. Quanto più era seria e impegnativa l’opzione dì centro-sinistra, tanto più s’imponeva, nella visione morotea, l’esigenza di una profonda condivisione di valori e programmi nella logica dì un’alleanza a carattere strategico, per garantire la sostenibilità dì lunga durata del progetto politico.

 

Se si vuole davvero cambiare registro, per spostare in avanti gli equilibri e produrre la ricerca di nuove aggregazioni, quel che conta è il percorso da identificare con chiarezza e onestà d’intenti, senza la dubbia cosmetica di avventure caso per caso, lontano dal controllo della pubblica opinione. La lezione dì Moro ci deve guidare nel comprendere che le accelerazioni e le scorciatoie sono destinate a confondere le idee, minando la credibilità di un rinnovamento, tanto evocato quanto bistrattato, della democrazia del nostro Paese.

Culture riformatrici e “federazione” politica. L’opinione di Merlo.

 

In un contesto ancora fortemente caratterizzato dalle scorie del populismo grillino, lunica strada realisticamente percorribile resta quella di legare lattualità e la modernità di una cultura politica – nel caso specifico del cattolicesimo popolare e sociale – in un contenitore più largo e pluralistico. Quello che comunemente viene definito come una federazione” o un soggetto politico plurale”.

Giorgio Merlo

L’avvento del populismo, che purtroppo non è ancora arrivato al suo capolinea politico ed elettorale, ha contribuito a radere al suolo ogni seppur lontana reminiscenza di cultura politica nel nostro paese. Oltre ad aver distrutto i partiti, azzerato la competenza, archiviato la qualità della classe dirigente e liquidato la politica ha dato un colpo di grazia anche alle cosiddette “culture politiche”. Cioè a quelle tradizioni ideali, culturali, etiche e progettuali che hanno rappresentato il faro che illuminava e stimolava il confronto politico tra i vari partiti per molti decenni. Oltre ad essere l’unico motore capace di far vivere la politica nella pubblica opinione.

L’irruzione del populismo nelle sue diverse versioni, dal “vaffa day” alla rottamazione, dalla fedeltà dogmatica nei confronti del “capo” o del ”guru” alla rincorsa spasmodica ed ossessiva dei sondaggi, ha di fatto distrutto la politica, i partiti e, soprattutto, le culture politiche. È del tutto evidente che le conversioni improvvise, misteriose e collettive del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, è comica se non addirittura grottesca. Perchè populisti erano e populisti rimangono. Gli unici cambiamenti sono dettati, come tutti sanno, dalle convenienze del momento – nel caso specifico dalla rendita di posizione di restare in Parlamento e al potere ancora per qualche tempo – ma nulla c’entrano con la politica, i programmi, la prospettiva politica o, giammai, i riferimenti ideali.

Ma, al di là delle vicenda politica legata ai 5 stelle – che interessa prevalentemente se non quasi esclusivamente chi risiede nelle istituzioni locali e nazionali di quel partito – quello che ci deve interessare è, semmai, come si possano riscoprire e rilanciare nel dibattito politico contemporaneo le culture politiche per trasformarle, possibilmente, in azione politica concreta. E su questo versante, purtroppo, non possiamo esimerci da una considerazione di fondo. Ovvero, non c’è più una corrispondenza diretta tra la singola cultura politica che alimenta e vivifica una singola formazione politica. E questo non solo perchè i “partiti personali” che ormai dominano in modo incontrastato la politica italiana hanno azzerato qualsiasi forma di riferimento ideale ma per la semplice ragione che le culture politiche sono diventate progressivamente oggetto di dibattito storico ed accademico. Cioè legate quasi esclusivamente ai ricordi di un passato improponibile o legato, appunto, all’arricchimento degli archivi storici.

Ecco perchè, in un contesto del genere ancora fortemente caratterizzato dalle scorie del populismo griullino, l’unica strada realisticamente percorribile resta quella di legare l’attualità e la modernità di una cultura politica – nel caso specifico del cattolicesimo popolare e sociale – in un contenitore più largo e pluralistico. Quello che comunemente viene definito come una “federazione” o un soggetto politico “plurale”. E questo anche perchè i partiti fortemente identitari difficilmente sono riusciti a far breccia. La conferma arriva dalle centinaia di tentativi fatti in questi ultimi anni e tutti puntualmente falliti. Sia sotto il profilo politico che sul versante elettorale. E l’unica via d’uscita resta, appunto, quella di saper legare in un progetto virtuoso e credibile una ricca e moderna eredità culturale con altre tradizioni ideali. Riformiste, democratiche e costituzionali. Spezzando, definitivamente, quella degenerazione del partito personale e del dogma della personalizzazione della politica che hanno contribuito in modo potente a ridurre la politica alla sola simpatia e popolarità del suo capo. Cadute queste, tutto il castello precipita.

E, quindi, è proprio su questo versante che si può tentare di iniziare ad invertire progressivamente la rotta. Cioè a restituire alla politica quel ruolo e quella funzione che le spetta. Cercando, come si è fatto nelle migliori stagioni politiche e storiche del nostro paese, di legare ogni scelta e ogni progetto politico ad un riferimento culturale ed ideale. Passa da questa strettoia la fuoriuscita dalla subcultura populista di marca grillina. Perchè dopo il freddo glaciale e l’inverno non può che arrivare, salvo sorprese imprevedibili, la primavera.

Ucraina, un test complicato e decisivo. Putin mostra i muscoli e parla di “crisi irreversibile” dell’Occidente. Che fare?

 

L’Ucraina è per la Russia un luogo della propria storia ed in effetti sono molti gli ucraini che ancor oggi parlano meglio il russo che l’ucraino.  Ma al di là di questi aspetti, la verità è che Putin ha ormai da anni evidenziato quelle che sono le sue linee rosse”: nessuno degli Stati sorti dalla disgregazione dell’URSS può aderire all’Alleanza Atlantica né entrare nell’Unione Europea.

 

 

Enrico Farinone

 

E’ dal 2014 che il conflitto a bassa intensità fra Ucraina e Russia si accende ad intermittenza, generando ogni volta fortissime preoccupazioni presso le Cancellerie europee e la Segreteria di Stato americana. Ma nell’anno che va a concludersi l’allarme è divenuto arancione se non proprio rosso per ben due volte, l’ultima un paio di settimane fa con la movimentazione di truppe russe ai confini con l’Ucraina orientale, quel Donbass costituito dalle due regioni russofone di Donetsk e Lugansk che, autoproclamando la propria indipendenza aveva di fatto avviato il conflitto interno fra separatisti filorussi sostenuti da Mosca (che annesse contestualmente la Crimea) e governo ucraino. Un conflitto che ha comportato ad oggi 14.000 morti e un milione e mezzo di sfollati.

 

La scorsa primavera il Cremlino aveva raggruppato un numero considerevole di uomini e di mezzi corazzati a poche decine di chilometri dal confine ucraino e in tutta risposta Kiev aveva rafforzato i propri contingenti militari lungo le linee di confine orientali e anche lungo quelle meridionali con la Crimea. E il presidente Volodimir Zelenskij aveva rinnovato con forza alla NATO la richiesta di accettare e velocizzare l’adesione del suo Paese. Esattamente quello che Mosca non può tollerare.

 

L’Ucraina è per la Russia un luogo della propria storia ed in effetti sono molti gli ucraini che ancor oggi parlano meglio il russo che l’ucraino (in realtà assai simile al primo), anche se il Ministero dell’Istruzione di Kiev ha avviato un piano per diversificare quanto più possibile le due lingue favorendo in ogni modo l’utilizzo di quella nazionale.  Ma al di là di questi aspetti, la verità è che Putin con grande determinazione ha ormai da anni evidenziato quelle che sono le sue “linee rosse”: nessuno degli Stati sorti dalla disgregazione dell’URSS può aderire all’Alleanza Atlantica né entrare nell’Unione Europea. I tre Paesi baltici da questo punto di vista bastano e avanzano.

 

Il messaggio recapitato nel tempo a Washington e a Bruxelles è chiaro, e periodicamente ricordato anche con queste manovre militari ai confini. Ciò vale per l’Ucraina e anche per la Georgia, come pure si è visto qualche tempo fa. Anche per queste ragioni i Protocolli di Minsk, siglati dal c.d. “Quartetto Normandia” (Russia, Ucraina, Germania, Francia) per sancire la pace sul territorio ucraino non sono stati mai attuati. “Un’autentica sovranità ucraina può esistere soltanto in sodalizio con la Russia”, ha declamato con durezza Putin in un suo scritto la scorsa estate: un monito che assomiglia molto ad un avvertimento, se non ad una vera e propria minaccia.

 

Ed è infatti ciò che temono al quartier generale NATO, dove si ritiene necessario rispondere ad ogni esercitazione militare russa dal tono provocatorio con analoga e maggiore contro-esercitazione dell’Alleanza nei territori interessati. L’adesione dell’Ucraina alla NATO invece potrebbe causare una reazione russa assai grave. Da qui la prudenza estrema in argomento da parte degli alleati atlantici.

 

Resta pertanto difficile valutare, per gli occidentali, quale sia il comportamento migliore: perché se da un lato si teme il gioco pesante di Putin, dall’altro non si vorrebbe mostrare paura a fronte dell’assertività aggressiva che si intravede in controluce (e non solo) nelle mosse del Cremlino, su ogni dossier: dalla Bielorussia all’Ucraina, alla Georgia. Per non parlare della Libia. Come se la necessità vitale per l’Europa del gas russo e la debolezza dimostrata in Afghanistan dall’America di Biden rappresentassero per il capo del Cremlino la cartina di tornasole di quello che è il suo pensiero di fondo: che l’Occidente è ormai entrato in una crisi irreversibile. Da sfruttare.

Per una nuova cultura dei diritti. Editoriale di “Comunità di connessioni”.

 

Un dibattito andato a male – Lo scontro consumatosi appena poche settimane fa sulla proposta di legge ormai universalmente conosciuta come ddl Zan” (dal nome del suo presentatore) lascia una ennesima, profonda ferita nel dibattito che da decenni si trascina nel Paese fra cattolici e non credenti intorno al tema dei cosiddetti diritti civili”.

Giulio Stolfi

Un confronto male impostato e peggio sviluppato ha visto l’interferenza di ambiguità e tatticismi, rivelatisi decisivi per l’esito parlamentare del testo, poiché gli hanno procurato un “affossamento” che non è conseguito ad una approfondita ed esaustiva sedimentazione della problematica nella coscienza collettiva, come sarebbe stato invece auspicabile.

La “sconfitta” del ddl, percepita come dovuta all’azione ostruzionistica e reazionaria di minoranze organizzate ed (indebitamente) influenti, non mette quindi capo ad un punto di equilibrio, bensì crea una faglia davanti alla quale, anche chi vedeva con preoccupazione la possibile introduzione nell’ordinamento delle disposizioni recate dal disegno Zan, dovrebbe avere ben poco da festeggiare. Risuona indebolita leco di argomenti che pure avrebbero meritato diversa condivisione, quale quello sulla scarsa tenuta del testo al vaglio di imprescindibili cardini del sistema penale (in particolare, avendo riguardo al principio di tassatività), così come di regole elementari dello Stato di diritto (l’anticipazione della tutela penale non può spingersi fino alla repressione di un semplice pensiero, e ciò a prescindere perfino dalla tutela della libertà di pensiero, che è, a ben guardare, altra e più sostanziosa cosa: cogitationis poenam nemo patitur).

Lo scopo di queste righe non è, però, quello di ricapitolare le ragioni pro o contra ddl Zan, né tantomeno quello di tentare di distillarne altre. La riflessione che va condotta è quella, oltre il merito del singolo (non-) provvedimento, sul contesto che continua a generare, come si è detto prima, una discussione perpetuamente inceppata. Deve essere detto molto chiaramente, allo stesso modo, che non può farsi questione di vaghi auspici al “dialogo” facendone carico integrale a due “parti” che muovono, su questo punto, da assunti di contenuto basati su presupposti affatto inconciliabili.

Due culture dei diritti inconciliabili. O no? – Si fronteggiano, infatti, due culture dei diritti la cui legittimazione e la cui impalcatura di merito conseguono a snodi fondamentali in mutua opposizione. Opposizione talmente forte che l’una parte spesso fatica perfino a riconoscere all’altra che, per l’appunto, essa esprime comunque una cultura dei diritti e non solo una, consapevole o meno, istanza negatoria (in un caso) o distruttiva (nell’altro). La visione tradizionale, radicata nel pensiero della Chiesa, si pone allascolto e alla contemplazione di un ordine che, per il suo essere reale”, conoscibile con la retta ragione ed esterno al soggetto conoscente, non è per questo mero insieme di vincoli estrinseci, ma, al contrario, movimento vivo, tendente alla pienezza universale, che sola si raggiunge nel Cristo (punto Omega” di una Evoluzione, per dirla con Teilhard de Chardin). Si tratta di un movimento del quale ogni persona (unità, anzi singolarità, costitutivamente in relazione con le altre) partecipa attivamente, nella costruzione di “legami di vita buona”, e non è inserita quale semplice destinataria di obblighi[1].

Anche la legge umana deve, quindi, essere innanzitutto momento con valenza ordinativa, non comando, e quindi non primariamente atto di volontà, imposizione (ossia sempre, in radice, esercizio di violenza), ma strumento di costruzione del bene comune e, insieme, di affermazione della libertà individuale. Il risvolto di questa concezione, naturalmente, è che il parametro ultimo di validità della legge positiva, e quindi anche di quella che attribuisce posizioni di vantaggio ai singoli, è la sua conformità a quest’Ordine. La cultura dei diritti della Tradizione della Chiesa è, pertanto, profondamente realista: non pretende di tracciare un catalogo “chiuso”, ma richiede un esercizio permanente di presidio di un punto di convergenza. In questo senso, l’azione del potere pubblico nel disegnare e attribuire posizioni di vantaggio ai singoli può essere vasta, ma è limitata, sia pur in modo mobile, dalla irriducibile esigenza che questa attribuzione non sconfini mai in un atto anti-umano, perché lesivo di una dignità intoccabile.

Non si tratta, quindi, di negare istanze di protezione, quanto piuttosto di vigilare perché lazione dello Stato non si risolva in atti anti-umani, che si qualificano per tali poiché portano il marchio della violenza, innanzitutto sulla libera coscienza (es.: limposizione di modelli educativi e culturali, per quanto essi si qualifichino come progressivi”, in questottica è sempre atto in sé “regressivo”). Per chi scrive è l’autentica “cultura dei diritti cattolica”. La dogmatica, spesso ancora frettolosamente invocata da molti, dei “valori non negoziabili” sottende, al contrario, un’ambiguità di fondo, che rivela tracce di genealogie che, con l’antico e solido realismo che si è sommariamente abbozzato fin qui, hanno poco a che vedere. Esse, infatti, prescindono proprio dal postulato fondamentale della evidenza dell’Ordine: si parte, invece, dal riconoscimento del solo lume individuale, approdando, tramite l’interposizione dello Stato, a forme di normativismo tutte fondate in un’astrazione di qualche tipo e di necessità risolte in cataloghi chiusi di posizioni soggettive, che disegnano i confini del rapporto fra individuo e detentore della potestà politica.

Se si procede da questa prospettiva, che è poi la stessa della concezione dei diritti liberale, laica, moderna, diventa davvero difficile fermare la dinamica espansiva che conduce alla “scoperta” di sempre nuovi diritti. In questo senso, lespansione indeterminata delle posizioni soggettive di vantaggio altro non è che un portato inevitabile del procedere della ragione umana lungo una traiettoria lineare. Il senso della linea è nel suo procedere in avanti, indefinitamente, verso la non-compressa affermazione del diritto di avere diritti” (oggetto di uno degli ultimi saggi di Stefano Rodotà, convinto assertore di una dinamica espansiva quale quella appena tratteggiata). Per chi voglia preservare un catalogo contenutisticamente presidiabile, ossia “chiuso”, non in progressiva espansione, di diritti fondamentali, senza tuttavia rinunciare a una fondazione degli stessi puramente giusrazionalista, la strada diventa, come si capisce, stretta. In altre parole, se si vuol essere “conservatori” pur restando “moderni”, non rimane quasi altra scelta che quella di arroccarsi su un innatismo aprioristico, originalista. Un esito che appare, francamente, molto poco auspicabile o difendibile[2].

In campo laico” e progressista” certe operazioni, ovviamente, sono del tutto superflue. Consegue quindi alla scelta fondamentale post-illuminista di espandere allinfinito il riconoscimento dei diritti una proliferazione non problematica, perché letta come un perenne progresso, di nuove formulazioni positive che attribuiscono posizioni di vantaggio ai singoli. Si tratta di una logica in sé coerente, ma non per questo aliena da due ordini di rischi. Li si può schematizzare molto brevemente, a costo di una (necessaria) semplificazione:

  • da un lato, proprio perché la giuridicità moderna si risolve in giuridicità positiva, ogni concezione fondata in una visione razionalista di tipo moderno dei diritti vede la “giuridificazione” positiva come approdo necessario di ogni istanza di protezione o di attribuzione di posizioni soggettive di vantaggio. Ciò però conduce ad una sovrapposizione di piani: non c’è “pieno” diritto finché non c’è norma, ma, quindi, questo equivale ad ammettere che la positivizzazione finisce anche col fondare il diritto, non solo col riconoscerlo”. Pertanto, e specularmente, si deve ammettere che dovunque vi sia una formulazione positiva vi è un “vero” diritto, e quindi la volontà “procedurale” dello stato legislatore è paradigma ultimo non solo della giuridicità, ma, in ultima analisi, anche dell’esistenza dei diritti. Tracce di questo – pericolosissimo – cortocircuito logico si trovano in varie pronunce delle corti sovranazionali, specie della CEDU (ad es., in materia di trascrizione dei matrimoni fra persone dello stesso sesso).

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/per-una-nuova-cultura-dei-diritti/

I sogni diventano realtà quando sono condivisi. Messaggio del Card. Parolin per le Settimane Sociali di Francia

 

Non bisogna aver paura di sognare, perché se i sogni vengono condivisi possono diventare realtà. In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il Papa si rivolge ai partecipanti al 95° incontro delle Settimane sociali di Francia che si tiene a Versailles e online da ieri, 26 novembre, fino a domenica 28 incoraggiandoli a lavorare per «formulare le piste di speranza di cui il mondo ha tanto bisogno». Pubblichiamo di seguito una traduzione dal francese del testo, così come riportata sull’Osservatore Romano di oggi 27 novembre 2021.

Card. Pietro Parolin

 

Signora Dominique Quinio,

Mentre inaugurate oggi il vostro incontro annuale 2021 delle Settimane Sociali, Sua Santità Papa Francesco è lieto di unirsi con il pensiero e con la preghiera a lei, così come a tutti coloro che parteciperanno alle riflessioni e ai dibattiti che si svolgeranno nei prossimi tre giorni.

Quest’anno avete scelto il tema: «Osiamo sognare il futuro. Prendersi cura degli uomini e della terra». A volte si rimprovera ai sognatori di non affrontare lo spessore del reale, ed è in effetti un rischio dal quale bisogna guardarsi.

Ma non dobbiamo aver paura di sognare, soprattutto se questo sogno è condiviso e nutrito insieme. Come l’esprimeva così bene dom Helder Camara, «quando si sogna da soli non è che un sogno; ma quando si sogna in tanti, è l’inizio di una nuova realtà». Permettetemi dunque di condividere con voi i sogni che il Santo Padre ha espresso nella sua esortazione apostolica Querida Amazonia, e che si applicano altrettanto bene al contesto del vostro incontro annuale. Noi dobbiamo sognare una società che «lotti per i diritti dei più poveri… dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa»; sognare una società «che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana»; sognare una società che «custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste» (n. 7); sognare infine una società che accolga il messaggio evangelico, ossia «l’annuncio di un Dio che ama infinitamente ogni essere umano, che ha manifestato pienamente questo amore in Cristo crocifisso per noi e risorto nella nostra vita» (n. 64). Questi sogni potranno divenire realtà solo se saranno condivisi. Pertanto il Santo Padre si rallegra degli scambi che vivrete in questi giorni, poiché essi sono parte di quella “cultura dell’incontro” che lui auspica vivamente.

La pandemia ha, in qualche modo, accelerato la presa di coscienza che i nostri stili di vita devono cambiare. È urgente pensare un futuro che invogli, che faccia vivere la speranza. Come cristiani è questa virtù così bella della speranza che possiamo offrire al mondo in questi tempi determinanti per il futuro. Essa è «una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito verso cose grandi, come la verità, la bontà e la bellezza, la giustizia e l’amore. […] La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa» (Fratelli tutti, n. 55).

Il Santo Padre chiede al Signore di aprire i vostri cuori, di illuminare le vostre menti e d’ispirare i vostri scambi, affinché possano formulare le piste di speranza di cui il mondo ha tanto bisogno; che i vostri lavori sostengano, difendano e promuovano la cura del creato, delle persone più fragili, e lo sviluppo integrale di ognuno, anche nella sua fondamentale dimensione spirituale. Papa Francesco affida la fecondità del vostro incontro annuale all’intercessione della Vergine Maria e imparte a lei, signora Presidente, così come a tutti i partecipanti, la sua Benedizione e l’assicurazione della sua preghiera.

Stato d’emergenza e lavoratori fragili: decidere prima, non dopo.

 

Avvicinandosi la scadenza dello stato di emergenza si ripropone la questione delle tutele normative dei lavoratori fragili. Sarebbe il caso di evitare le rincorse del passato, è bene cominciare a parlarne per tempo per evitare dimenticanze o decisioni all’ultimo minuto.

 

Francesco Provinciali 

 

Di tutti i provvedimenti assunti dal Consiglio dei Ministri del 24 novembre e illustrati nella Conferenza stampa dal Presidente Draghi e dai Ministri Gelmini e Speranza è stato dato ampio resoconto da giornali e TV. Forse l’informazione poteva essere più accurata e chiara, soprattutto comprensibile: scienza e politica nei due anni della pandemia raramente hanno trovato una sintesi unificante che permettesse di parlare come si mangia. Sui modi e sui tempi delle comunicazioni e delle informazioni (due parole che non hanno lo stesso significato) ci sono sempre state ulteriorità e cascami da puntualizzare. Già ai tempi dei DPCM di Conte tutto era estremamente burocratizzato, contorto, parcellizzato ma non sempre comprensibile. Anche adesso parlare di green pass base e super green pass assomiglia più ad un linguaggio commerciale, ad una distinzione lessicale variamente interpretabile e cangiante che ad un profilo certo di tipo medico- normativo-prescrittivo-istituzionale.

Sempre troppi distinguo, rimandi, particolarità di situazioni specifiche che- per quanto tentino di abbracciare la molteplicità dei comportamenti da regolamentare- non completano e non saturano la totalità delle situazioni e delle evenienze. C’è sempre un punto che rimane non definito, una prassi che ammette deroghe, si promettono sanzioni in caso di irregolarità accertate ma l’impressione è che prepotenti, negazionisti e frequentatori dei rave party restino più facilmente impuniti e che siano anziani, singoli cittadini, vittime della burocrazia a pagare il conto di infrazioni minime e di peccati veniali.

 

Il senso dell’impostazione del provvedimento nel suo complesso è stato ad onor del vero univoco e mirato: ridurre le occasioni di trasmissione del contagio e spingere verso la vaccinazione più ampia possibile, riducendo gli spazi di evasione e diniego dei no vax, responsabilizzando al senso civico e al perseguimento del bene comune. L’esperienza insegna che la prevenzione riduce i contagi, i ricoveri e gli intubati: purtroppo in piena quarta ondata gli ospedali vedono assottigliarsi i posti letto disponibili: la cocciutaggine colpevole dei negazionisti produce danni e costi alla collettività. Al quarto ritorno dell’ennesima variante e con alcuni Paesi (specie in Europa) in lockdown ci si rende conto che l’obbligatorietà da subito del vaccino avrebbe salvato molte vite umane, con preveggenza e buon senso.
Poi ci sono decisioni a termine: le zone, i colori, le restrizioni sempre suscettibili di modifiche, le regioni che possono o vogliono legiferare in deroga, c’è un decorso fisiologico che va controllato ma non si può rimandare proprio tutto e assumere provvedimenti in continua revisione. Della scadenza dello stato di emergenza non se ne è parlato: in una situazione che marcia verso una conferma piena di tutti gli elementi che costituiscono una situazione emergenziale ci si attendeva qualcosa di più. E’ vero che scadono a gennaio i due anni dal primo provvedimento Conte ma intanto si può cominciare a preparare un decreto legge che preveda una legge-proroga; tutti i dati concorrono nel prevedere una fase apicale dei contagi, come accaduto in passato. Allora non si possono ripetere le rincorse a ritroso delle occasioni precedenti: decidere la proroga dello stato di emergenza all’ultimo minuto o peggio oltre la scadenza, può portare solo confusione e scompigli, incomprensioni e incertezze.

Per tre volte la situazione dei lavoratori fragili è stata legata al rinnovo dello stato di emergenza ma anche in presenza di questo, eventuali decisioni sono state prese solo successivamente, magari con effetto retroattivo, il che ha creato ansie e disparità di trattamento. Ci si aspetterebbe più decisionismo e coraggio: non si può decidere fuori tempo massimo affidando i provvedimenti e le scelte alla burocrazia degli apparati decentrati, ai datori di lavoro. Se i segnali vanno in direzione di un incremento esponenziale dei contagi, dei ricoveri e dei decessi vuol dire che si deve pensare a mettere per tempo sotto tutela le categorie più fragili.

Quella dei lavoratori immunodepressi, invalidi e chemioterapici è forse la più a rischio: non ci si può ridurre a decidere tra Natale e Capodanno. Il passato trascorso tra incertezze, voci dell’ultima ora, conferme e smentite ha sempre seminato panico, insicurezze, timori, sovraesposizioni. Se il trend incrementale continua occorre prevedere per tempo cosa decidere circa la proroga dello stato di emergenza che si traduce in più accorte e circostanziate tutele.

Nelle precedenti occasioni i fragili sono stati messi nella umiliante condizione di elemosinare un atto di ravvedimento: ora che c’è ancora tempo per decidere si decida in tempo utile per evitare che pandemia che non si ferma e fragilità che rimangono tali, procurino disagi e abbandoni ingiustificabili. Stato di emergenza per i fragili significa smart working ed assenza equiparata a ricovero ospedaliero senza computo nel cd. ‘periodo di comporto’. Non si possono rincorrere la Presidenza del Consiglio e i Ministri competenti affinchè siano costretti a rimediare fuori tempo massimo ad una ennesima, possibile dimenticanza.

Una novità storica. Il Trattato del Quirinale è la pietra tombale del sovranismo.

 

Lasse portante degli ultimi trentanni passava da Parigi a Berlino e Roma sembrava essere in subordine rispetto alle altre due capitali europee. La firma del Trattato riequilibra i rapporti in Europa, rilanciando il ruolo dell’Italia.

 

Gianfranco Moretton

 

Pur nella difficoltà che ancora ci colpisce e mette in ginocchio le nostre speranze, con l’aggiunta di questa variante cosiddetta africana, segnate da un crollo generalizzato delle borse internazionali, registriamo un fatto particolarmente interessante avvenuto ieri nelle sedi istituzionali romane. L’accordo siglato da Draghi e Macron, sotto l’egida di Mattarella, mette in luce un accordo storico tra questi due Paesi fondamentali d’Europa.

 

C’è sempre stata una sorta di rivalità tra la Francia e l’Italia, rivalità che risale a secoli addietro e che in qualche modo, ha sempre messo questi due cugini un po’ l’uno in competizione con l’altro. Le firme di ieri (venerdì 26 novembre per chi legge, ndr) hanno messo a tacere quel sotterraneo dissidio, aprendo una porta importantissima nelle relazioni tra le due parti. Tutto questo sempre inscrivibile in una cornice europeista. Si sa che l’asse portante degli ultimi trent’anni passava da Parigi a Berlino e che Roma sembrava essere in subordine rispetto alle altre due capitali europee.

 

C’è sempre stata una sorta di rivalità tra la Francia e l’Italia, rivalità che risale a secoli addietro e che in qualche modo, ha sempre messo questi due cugini un po’ l’uno in competizione con l’altro. Le firme di ieri hanno messo a tacere quel sotterraneo dissidio, aprendo una porta importantissima nelle relazioni tra le due parti. Tutto questo sempre inscrivibile in una cornice europeista. Si sa che l’asse portante degli ultimi trent’anni passava da Parigi a Berlino e che Roma sembrava essere in subordine rispetto alle altre due capitali europee.

 

L’evento di ieri (venerdì…) modifica sostanzialmente gli equilibri precedenti e, possiamo dirlo con certezza, finalmente anche a nostro vantaggio. Senza entrare nei dettagli dell’accordo siglato e di quali opportunità offra tanto a noi quanto agli altri, non sarà compito mio elencarlo in questo momento. Qualsiasi quotidiano farà uno specchietto complessivo del risultato ottenuto il 26 di novembre 2021.

 

Cosa significa questo?

 

Beh, un passo avanti per chi ritiene fondamentale, non solo mantenere i rapporti di buon vicinato con tutti i Paesi europei, ma ancor più intensificarli e irrobustirli per cementare ulteriormente le relazioni all’interno di questo nostro continente.

 

È sostanzialmente una bacchettata sulle dita di chi intenda porre l’accento sempre più sulle politiche sovraniste. Perché gli indirizzi presi ieri testimoniano una linea di condotta volta a ritenere maggiormente  decisivo il rapporto internazionale tra i Paesi europei. Sostanzialmente più s’infittiscono le relazioni politiche, economiche, sociali e culturali tra i Paesi, tanto più ci troveremo garantiti da una sensibilità europea, sensibilità che dovrà fronteggiare sempre più le difficoltà che il futuro ci presenterà in conseguenza delle evoluzioni nei Paesi dell’estremo Oriente del Sud Asiatico e degli Stati Uniti d’America.

 

In un quadro internazionale complesso e caratterizzato da una marcata e non sempre positiva evoluzione,  rafforzare i rapporti con i paesi europei e per noi prima che una necessità, un dovere.

 

Salvini non ha in alcun modo messo il bastone tra le ruote. Indice che anche il suo sovranismo comincia a indebolirsi. Anche la Meloni non ha battuto ciglio. Tutto questo, a mio avviso, dimostra che la strada maestra è ormai tracciata: i Paesi da soli, verrebbero inesorabilmente schiacciati, se intendessero far fronte al futuro rifacendosi solo alle proprie individuali capacità.

 

Resta ancora un quesito a cui non riusciamo, almeno per ora, a rispondere e cioè: la nuova Germania del dopo Merckel che ruolo avrà? Forse, Francia e Italia siglando quell’accordo, hanno inteso spingere il grande Paese del centro Europa a dialogare in modo diverso con la UE.

A cavallo del trojan, la spia informatica. La spigolatura di Treccani-Lingua italiana.

 

Laspetto curioso delluso del termine trojan (privato di horse”) consiste nel fatto che si attribuiscono a un troiano” le subdole caratteristiche del mezzo che, semmai, ingannò proprio i Troiani: il famoso cavallo di Troia, appunto.

 

Marco Brando

 

Cosa ci fa un troiano nel mio computer o nel mio smartphone? Al giorno d’oggi capitano sorprese che neppure il mitico e fantasioso Omero avrebbe potuto immaginare: prima di tutto, perché pc e telefonini ai tempi della guerra di Troia fortunatamente non esistevano, altrimenti dei e oracoli avrebbero avuto meno audience; inoltre gli spazi disponibili in quegli aggeggi sono piuttosto angusti. Eppure da alcuni anni ci capita spesso di leggere o ascoltare cronache giudiziarie in cui si riferisce che un troiano, nascosto in un computer o in un cellulare, ha incastrato qualcuno. È capitato, per esempio, durante le indagini sull’intreccio di interessi non limpidissimi tra politica e magistratura. Il malcapitato “spiato” è stato Luca Palamara, ex pubblico ministero, ex presidente dell’ANM ed ex membro del CSM. Palamara – a sua insaputa, per iniziativa degli investigatori – si è portato in giro l’ospite per un sacco di tempo all’interno dello smartphone, dal 2018 in poi; l’infiltrato ha poi riferito il contenuto di conversazioni telefoniche e di dialoghi avvenuti nei dintorni del telefono.

 

 

Da Ilio agli USA

 

Al di là dei risvolti penali, è interessante indagare su quelli linguistici, in particolare sul modo in cui il troiano sia entrato nel lessico delle cronache giornalistiche. È accaduto più di 3.000 anni dopo la guerra narrata da Omero, in cui si racconta l’assedio di Troia nel XII secolo a.C. (epoca presunta) ad opera di Greci di età micenea, gli Achei. Finora abbiamo usato la traduzione in italiano della parola: in realtà, gli organi di informazione tricolori parlano e scrivono di trojan, insinuati in computer e telefoni, usando la versione inglese. Il termine viene pronunciato così come è scritto, con la “j” trasformata in “i” (lo si può ascoltare intorno al 15° secondo di un video di Report, sulla Rai, datato 14 novembre 2019), mentre la traslitterazione della pronuncia inglese di trojan è ˈtroʊʤən (più o meno, “trodscen”).

 

Comunque anche pochi giorni fa, il 12 novembre 2021, un notizia pubblicata dall’agenzia di stampa Adnkronos era intitolata: “Intercettazioni, il costituzionalista Marini: ‘Anche i giustizialisti temono i trojan, leso il diritto dei cittadini alla segretezza delle comunicazioni’”. Dunque, un trojan (o trojan horse, in italiano “cavallo di Troia”, sebbene horse non sia quasi mai comparso negli organi di informazione italiani) è, nell’ambito della sicurezza informatica, un tipo di malware (altro termine entrato nel gergo informatico nostrano, è la contrazione dell’inglese malicious software, letteralmente ‘software malvagio’). Funziona mentre è nascosto all’interno di un altro programma considerato utile e innocuo: basta far partire quest’ultimo, per attivare anche il trojan, che intercetta attività e conversazioni.

 

Minacce per i computer

 

È difficile stabilire quando questo termine sia stato usato per la prima volta, sebbene il luogo di nascita sembri collocato negli Stati Uniti. Già nel 1971 il primo manuale dedicato a Unix (un sistema operativo per computer) lo ha citato come se tra gli addetti-ai-lavori fosse noto: “Si potrebbero creare cavalli di Troia in grado di utilizzare in modo improprio i file di altri”. Nel 1974 è comparsa un’altra citazione in un rapporto dell’US Air Force sull’analisi della vulnerabilità nei sistemi informatici Multics (Multiplexed Information and Computing Service), sviluppati a partire dal 1964. Poi la parola è diventata celebre tra gli esperti nel 1983, grazie alla menzione di Ken Thompson, pioniere dell’informatica moderna, durante la sua conferenza di accettazione del premio Turing, nel 1983. Il 19 maggio 1987 il giornalista Mark McCain sul New York Times ha citato i trojans come una grave minaccia per gli utilizzatori di computer.

 

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https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/trojan.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

L’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani formula l’auspicio di un rinnovato incarico a Sergio Mattarella

 

Pubblichiamo l’ordine del giorno approvato dall’Associazione (ANDC), presieduta da Lucio D’Ubaldo, al termine dell’Assemblea generale tenuta ieri a Roma in occasione dei 150 anni della nascita di Luigi Sturzo.

 

Redazione

 

L’Assemblea generale dell’Associazione nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), si è riunita a Roma ieri, 26 novembre 2021, in occasione dei 150 anni dalla nascita del fondatore del Partito popolare, Luigi Sturzo.

 

Nella circostanza ha preso spunto dalle vicende politiche atttuali per esprimere nei confronti del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, un vivo apprezzamento per il lavoro svolto al vertice delle Istituzioni repubblicane, il profondo rispetto per la Carta costituzionale, l’impegno esemplare con il quale, nei momenti cruciali della vita democratica del Paese, ha dato prova di saggezza di fronte a gravi difficoltà, specialmente in una fase complessa e delicata dei rapporti internazionali tra gli Stati e tra le aree economiche del mondo, contribuendo in questo modo a rafforzare lo spirito europeo.

 

L’Associazione, per altro, considera essenziale il proseguimento della politica di coesione nazionale che ha trovato riscontro efficace nella esperienza di Governo voluta dal Presidente Mattarella e associata largamente alla figura di Mario Draghi. La stabilità non è un bene da trattare con sbrigativa leggerezza, dal momento che l’Italia ha bisogno senza dubbio di non compromettere l’opera di attuazione del Pnrr. Per questo le scelte dei prossimi mesi risulteranno determinanti.

 

A riguardo, l’ANDC formula l’auspicio che le forze politiche siano animate da senso di equilibrio e responsabilità, specialmente nell’esaminare con sereno scrupolo la possibilità di confermare, al vertice dello Stato, il Presidente in carica. Anche se Mattarella ha più volte ribadito l’esclusione di un secondo mandato, il sentimento che prevale nella pubblica opinione è di piena fiducia nei confronti della sua persona. Per questo non sarebbe una forzatura, né fornirebbe pretesti alla evocazione di un presidenzialismo fuori dal dettato costituzionale: un reincarico rappresenterebbe semmai la stigmate del  primato di una politica al servizio del bene comune.

 

Mattarella, in definitiva, merita di ricevere un nuovo attestato di consenso.

Don Sturzo: Bianco, “la sua idea non c’è più. Sulla tutela del pianeta i cattolici possono ritrovarsi”.

 

Il movimento politico cattolico non esiste più. La società si è secolarizzata e la scelta fatta di sciogliere quel nucleo di politici che si raccoglieva attorno al Ppe sui principi sturziani ha finito per rendere ininfluente il movimento politico cattolico.

 

Gerardo Bianco

 

Rileggere Sturzo, meditare sulle cose che ha sostenuto, è un vantaggio culturale per la storia del movimento politico cattolico e non cattolico nel suo insieme. Ma la sua idea di inserire i cattolici nel sistema politico italiano, superando il ‘non expedit’, ormai è tramontata definitivamente con la scomparsa dei cattolici democratici in politica, e da allora con la chiara irrilevanza nel sistema politico. I cattolici come portatori di una idea politica e di organizzazione economica e sociale sono sostanzialmente spariti.

 

La premessa per una ripresa del movimento cattolico è quella di fare i conti con la realtà e con la cultura contraddittoria che regge i sistemi dei Paesi evoluti economicamente e culturalmente. Se non si trova una nuova sintesi per la salvaguardia del pianeta, non si può immaginare di crescere aumentando i consumi. Bisogna immaginare di liberare il pianeta, riducendo le emissioni per un maggior equilibrio naturale.

 

Tutto oggi muove verso lo strada del concetto di natura. Se la politica e la cultura non recuperano questo concetto rischiano di fondare le proprie scelte su presupposti sbagliati. E proprio l’insegnamento che viene dalla tradizione e dalla cultura cristiana è fondamentale per una nuova sintesi. Basta meditare sull’enciclica ‘Laudati si’ per recuperare coerenza a un discorso che il pensiero contemporaneo ha sottovalutato. Solo una grande tradizione universale come il pensiero cristiano può fare tutto questo.

 

Una considerazione di fondo sul pensiero e su una presenza organizzata e politica dei cattolici può ripartire da una idea di città: la città dell’uomo come modello da realizzare. Un’idea culturalmente forte di città oggi manca, ed è una cosa che rientra nella cultura cristiana e in cui Sturzo torna come un gigante a suggerire soluzioni.

 

Chi evoca oggi il Centro parla di un elemento geometrico dietro il quale non c’è niente. Per creare un punto di equilibrio serve una crescita ideologica e morale, una visione sociale. Oggi dietro chi evoca il Centro non c’è una cultura, c’è il vuoto. Siamo molto lontani.

 

(La nota è un semplice collage di dichiarazioni, rese l’altro ieri dall’autore all’agenzia di stampa Adnkronos)

Popolarismo popolo e populismo. A 150 anni dalla nascita di don Luigi Sturzo.

 

L’autore, Presidente dell’Istituto Sturzo, ha pubblicato questo testo sulle pagine dell’Osservatore Romano di ieri. Per gentile concessione del giornale, ne forniamo visione ai nostri lettori. “Sturzo – scrive  Antonetti – si oppose a riferimenti indiscriminati (…) al popolo, inteso come massa di manovra tendenzialmente eterodiretta e disponibile alla realizzazione di strategie e di obiettivi avanzati da soggetti politici «terzi», singoli o collettivi”.

Nicola Antonetti

Luigi Sturzo, il fondatore del popolarismo, non affrontò in modo diretto le questioni legate ai fenomeni populisti dei suoi tempi; diversamente, nei suoi studi è sempre presente l’acuta avvertenza degli equivoci semantici e dei rischi totalitari che sono immanenti a un uso improprio del termine popolo. L’idea del popolarismo fu elaborata da Sturzo in tutto il corso della sua vita per offrire ai cattolici e a tutti gli uomini “liberi e forti” un modello di aggregazione politica autonomo e diverso dalle ideologie otto-novecentesche del liberalismo e del socialismo. Una essenziale definizione del popolarismo la diede quando affermò che esso era «esattamente una teoria dello Stato democratico», da non confondere o falsificare con esperienze che, pure agitando forti richiami ai poteri del popolo, non rispettavano o tradivano i princìpi del pluralismo costituzionale. Respingeva, quindi, l’idea che un «popolo amorfo e disorganico» potesse scambiare un temporaneo consistere come maggioranza elettorale con la legittimazione a contrastare o a combattere, sulla base di una malintesa concezione della sovranità, le minoranze e le opposizioni contrarie ai suoi interessi, pratici e ideali.

Nelle sue riflessioni, quindi, Sturzo si oppose a riferimenti indiscriminati (sul piano teorico come su quello pratico) al popolo, inteso come massa di manovra tendenzialmente eterodiretta e disponibile alla realizzazione di strategie e di obiettivi avanzati da soggetti politici «terzi», singoli o collettivi. Riprendendo le analisi di Antonio Rosmini, egli faceva risalire l’origine di tutti i gravi equivoci legati all’uso del termine popolo a quando venne meno il «dualismo» tra società e Stato, che era stato fissato dal primo costituzionalismo liberale per consentire agli individui e alle collettività la libera difesa dei propri diritti civili e politici contro ogni esorbitante esercizio di astratte sovranità popolari, nazionali e statali. Il problema per Sturzo era nato con la Rivoluzione francese, perché da allora si era concepita «la sovranità popolare come un dato assoluto non limitato da qualsiasi elemento originario — quale la natura razionale della personalità umana — dando alla pretesa volontà generale (totalitaria o maggioritaria) un valore illimitato e irresponsabile». In tal modo erano sorti i «monismi di Stato» o «popolari», che, nelle stagioni dei totalitarismi, avevano compresso o annullato ogni autonomia e libera espressione della vita sociale.

La presa di distanza dalle forme «monistiche» del potere popolare per Sturzo non poteva che far capo ai paradigmi della dottrina sociale cattolica e del liberalismo politico nei quali sono definiti i processi di «socializzazione» che producono quote distinte di sovranità del tutte legittimate a determinare assieme, in piena libertà e senza esclusioni reciproche, condizioni di giustizia e comuni regole di convivenza in un medesimo sistema politico. In sostanza, Sturzo rimase sempre del tutto convinto che ogni tipo di riconoscimento del popolo andasse riferito alle «forme» sociali, territoriali, politiche e istituzionali nelle quali gli uomini vivono e sviluppano le loro attività.

Anche nella nostra Costituzione, richiamata la sovranità del popolo, l’impegno primario della Repubblica consiste nel garantire i diritti inviolabili degli uomini, delle “formazioni sociali” e delle associazioni (dai sindacati ai partiti e alle autonomie locali) che, chiamati a presidiare lo Stato sociale di diritto, sono, su più piani e in modo distinto, i protagonisti politici e i mediatori istituzionali dei processi democratici. Oggi, ma non da oggi, è emersa una concezione diversa, di stampo neogiacobino e populista, volta a legittimare ruolo e funzioni delle istituzioni democratiche non più sull’evolversi della competizione pubblica tra forze diverse, bensì su un non meglio definito e mutevole potere del “popolo”, cui, peraltro, andrebbe riservata la vocazione a esprimersi in forme dirette di democrazia. In questa direzione si rischia di ricadere in quei «monismi statali o popolari» denunciati per tempo e senza sconti da Sturzo.

Nel Trattato Italia-Francia il Servizio civile. Il commento di Bobba su “Vita”.

 

“Sono felice – scrive l’ex Presidente delle Acli ed ex parlamentare, anche con incarichi di governo – che il seme gettato più di cinque anni orsono – e rimasto infruttuoso per le alterne vicende politiche dei governi di Italia e Francia – abbia trovato piena e più autorevole consacrazione in un vero e proprio trattato di rafforzamento della collaborazione tra i due Paesi”.

Luigi Bobba

“Nel quadro del Servizio civile universale italiano e del servizio civile francese e sulla base di una cooperazione tra le agenzie e gli enti governativi incaricati della gestione dei due programmi e delle opportunita’ di mobilita’ giovanile, le Parti istituiscono un programma di volontariato italo-francese intitolato servizio civile italofrancese. Esse esaminano la possibilita’ di collegare questo programma al Corpo europeo di solidarieta’”.

È quanto si legge all’art.9 del “Trattato per una cooperazione bilaterale rafforzata tra Italia e Francia firmato oggi al Quirinale. Parole che rievocano chiaramente la dichiarazione di intenti – siglata dal sottosegretario Sandro Gozi e dal sottoscritto, in quanto titolare della delega sul Servizio civile durante il Governo Renzi, – nel corso dell’incontro bilaterale tra i due governi tenutosi a Venezia l’8 marzo del 2016. I due Paesi – recitava la dichiarazione di intenti del 2016 – “favoriscono il rafforzamento della loro collaborazione nel settore del servizio civile” e a tal fine “intendono sviluppare un progetto pilota sperimentale per la mobilita’ dei giovani nel quadro del Servizio civile, basato sui valori di liberta’ e democrazia negli ambiti della solidarieta’, del sostegno ai rifugiati…..”. Il documento ipotizzava che il progetto coinvolgesse 100 giovani volontari – 50 per ciascuno dei paesi – in modo da realizzare un esperimento di servizio civile bi-nazionale come primo passo verso una sorta di Erasmus del Servizio civile.

Sono felice che il seme gettato piu’ di cinque anni orsono – e rimasto infruttuoso per le alterne vicende politiche dei governi di Italia e Francia – abbia trovato piena e piu’ autorevole consacrazione in un vero e proprio trattato di rafforzamento della collaborazione tra i due Paesi. Allora si era fatto fatto un lungo lavoro di preparazione con il Ministro per le citta’, la gioventu’ e lo Sport del governo francese, Patrick Kanner ; e quel lavoro – rimasto incompiuto – ha ispirato sicuramente la scrittura dell’art. 9 del Trattato firmato oggi al Quirinale.

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http://www.vita.it/it/article/2021/11/26/nel-trattato-italia-francia-il-servizio-civile/161161/

A 150 anni dalla nascita di Sturzo: apriamo una nuova strada per interpretare il ruolo dei cattolici nella città secolarizzata.

 

 

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo gli ultimi paragrafi della conclusione del suo libro Libertà, Giustizia e Sviluppo. Sturzo, Rawls e Sen: un Dialogo Inaspettato (Solfanelli, 2021), che oggi pomeriggio, alle ore 17.30, con diretta sul canale YouTube de “Il Domani d’Italia”, sarà presentato a Roma presso il centro congressi “Gli Archi”, Largo S. Lucia Filippini 20. in onore del 150° anniversario della nascita del fondatore del PPI. Si segnala che subito dopo, alle 18.30, in suffragio di Luigi Sturzo Mons. Michele Pennisi celebrerà una messa nella Basilica di Sant’Agostino (Piazza Sant’Agostino).

 

Alfonso D’Amodio

 

Andando oltre la correlazione armonica tra Sturzo, Rawls e Sen, qui emersa, scopo principale di questo lavoro era rispondere alla sfida del pluralismo accettando seriamente e “dal di dentro” una dottrina comprensiva specifica la lezione di Sen e del Liberalismo politico così da scoprire se e quale posto potessero avere i cattolici in politica nel post-secolarismo. Ebbene, non mi sembra azzardato affermare, che non solo questo lavoro ha pienamente risposto all’obiettivo prefissatosi, ma lo ha superato.

 

Nella terza e ultima parte di questo elaborato ho dedicato alcuni capitoli a cercare di analizzare le ragioni dell’antidogmatismo politico e, concordandovi, ho deciso di analizzare gli snodi che hanno fatto arrivare “fuorilegge” il cattolicesimo ai pensatori contemporanei. Ebbene, un certo sviluppo moderno del pensiero cristiano ha frainteso la definizione tommasiana della legge naturale inserendovi quell’evidenza moderna che ha portato a un soggettivismo cognitivo che non solo ha frantumato quella pacifica e classica relazione con il reale insistendo solo sul momento cogitativo dell’atto cognitivo, ma ha aperto la via a quel relativismo di cui ancora oggi subiamo gli effetti.

 

Il tentativo di recuperare la corretta interpretazione dei testi di Tommaso non vuole rinnegare in nessun modo la fede cattolica e i suoi dogmi ma cerca di ritrovare quella giusta armonia tra fede e ragione che possa permettere alla dottrina comprensiva cattolica di dialogare proficuamente con il panorama politico contemporaneo.

 

Proprio sulla scia dell’esempio di Sturzo, ho tentato di rispondere politicamente ad un’esigenza politica, sempre nel rispetto e nella personale adesione alla fede cattolica, attraverso un’impostazione della politica laica fondata sulla persona e sulla sua dignità che potesse perseguire i sublimi valori di giustizia e solidarietà comuni a tutti gli uomini. La “persona”, in effetti, è l’unico vero elemento in comune che le diverse culture hanno e fondare la chiave valoriale su questa unità di misura, a sua volta metafisicamente fondata, potrebbe restituire una proficua politica personale, oggi resa anche possibile da Sen e dall’ausilio della IA. La via è aperta e il terreno di ricerca è fertile, spetta a noi ora, attraverso una nuova filosofia politica e alla sua formalizzazione seguendo di nuovo l’esempio di Sen, nonché ad una conseguente azione politica e comunicativa, formare, e quindi dotare, le persone delle capacità adeguate a coltivare questo fertile, quanto inesplorato, terreno.

 

Sembrerebbe allora, concludendo, che per i cattolici “ragionevoli”, cioè che acquisiscano la prospettiva di Sturzo e di Rawls, non solo ci sia ancora posto nel panorama politico contemporaneo, ma che ci debba essere. Spero, con questo mio lavoro, seppur non esaustivo, di aver dimostrato i proficui insegnamenti reciproci che ancora si possono instaurare tra una dottrina comprensiva, quale quella cattolica, e l’orizzonte plurale, liberale, democratico e costituzionale che caratterizza l’epoca post-secolare.

 

Ebbene, a conclusione di questo viaggio, inaspettatamente più proficuo di come inizialmente pensavo, mi piace pensare, che questo mio lavoro, attraverso i profondi e fecondi pensatori scelti, possa configurarsi come una possibile mia risposta a quell’«Appello ai Liberi e Forti», formulato esattamente cento anni fa da Sturzo, e che forse oggi potrebbe rinvigorirsi nella nuova formulazione nell’ambito del politico come: A tutte le Persone Libere e Ragionevoli!, a cui, umilmente e fiduciosamente, dedico questo mio lavoro.

Il caleidoscopio dell’accoglienza

 

Il grande problema di questo secolo sarà costituito per noi dall’incognita dell’Africa: i dati forniti sulla popolazione nigeriana a metà secolo ne faranno la terza etnia mondiale e si prevede che un 25% circa di essa sarà stanziale in Europa. Si nota l’assenza, a riguardo, di una lungimirante visione politica. Certamente il tema dell’accoglienza è multicorde, evocando per altro sentimenti umanitari. Dobbiamo avere la consapevolezza che ci sono eventi che sono più forti di qualunque ‘cogitante ragionamento’.

Ho imparato che la realtà va letta attraverso l’analisi oggettiva dei dati, piuttosto che sull’onda di valutazioni emotive. Così è stato per un approfondimento del tema “Italia, paese delle culle vuote”, considerato dall’ISTAT sulla base di una Ricerca della Sapienza, ripassato alla luce delle osservazioni dei Rapporti CENSIS (sta per essere pubblicato il 55°), così intervistando il Presidente dell’ISTAT Prof. Giancarlo Blangiardo, docente di demografia alla Bicocca, ho avuto una rappresentazione sintetica di un quadro prospettico che ci attende negli anni a venire, in tema di migrazioni e accoglienze. 

Le valutazioni più recenti indicano in circa 7,6 miliardi il numero di esseri umani che oggi popolano il Pianeta e se ne contano poco più di 60 milioni in Italia. Guardando al passato vediamo come ci siano voluti numerosi millenni per arrivare al primo miliardo di cittadini del mondo, mentre è stato sufficiente un solo secolo per sfondare il muro dei 5 miliardi e già pochi decenni dopo si viaggia velocemente verso il confine dei dieci. Ma ciò che è rilevante non è solo la crescita della popolazione mondiale bensì, e soprattutto, la divaricazione tra i paesi economicamente più sviluppati – il loro attuale miliardo di abitanti resterà tale anche in futuro- e quelli etichettati come “in via di sviluppo”, cui sarà interamente ascrivibile la crescita demografica mondiale”… La demografia di paesi emergenti come Cina e India è segnata da dinamiche espansive partite anni fa, ma destinate ad esaurire gli effetti di crescita, specie per la Cina. Quest’ultima dovrebbe fermarsi attorno a 1,4 miliardi già dai prossimi anni, mentre l’India, eseguito il sorpasso entro il prossimo decennio, dovrebbe assestarsi attorno a 1,6 miliardi attorno alla metà del secolo. Quanto alla Nigeria, gli attuali 200 milioni di abitanti saliranno a 300 milioni tra meno di vent’anni e a 400 milioni alla metà del secolo. D’altra parte negli scenari mondiali la vera incognita resta l’Africa, in particolare quella sub sahariana, dove i segnali di rallentamento della fecondità e della crescita sono ancora modesti. È evidente che tutto ciò impone una revisione di alcuni equilibri sul piano della produzione, del consumo e della distribuzione delle risorse e delle persone nel panorama mondiale”. Da queste valutazioni si evince che il grande problema di questo secolo (e di quelli a venire) sarà costituito per noi dall’incognita dell’Africa: i dati forniti sulla popolazione nigeriana a metà secolo ne faranno la terza etnia mondiale e si prevede che un 25% circa di essa sarà stanziale in Europa. Pensando agli sbarchi attuali provenienti dal Nord Africa si intuisce un effetto moltiplicatore dagli esiti demografici (ma anche culturali, sociali, economici, di integrazione e inclusione) imprevedibili.

La lettura dei Rapporto ONU 2020 aveva destato molte preoccupazioni: secondo l’Organizzazione delle nazioni unite siamo alla soglia della sesta estinzione della vita sul pianeta, la prima per mano dell’ uomo. Questo spiega la stretta interconnessione che lega la crescita demografica all’esplosione della pandemia. “La crescita della specie umana ha raggiunto dimensioni innaturali: cresce di 70 milioni di persone all’anno e ha raggiunto i 7 miliardi e mezzo di abitanti. Secondo gli studi del biologo Edward O. Wilson una volta superati i 6 miliardi di abitanti la presenza dell’uomo diventa incompatibile con l’ambiente: essa si può rallentare per eventi patogeni o – per lo stesso motivo- può arrestarsi all’improvviso. E’ come se la natura mettese un limite all’espansione degli esseri umani sulla terra, una sorta di crollo per incompatibilità: è questa la ragione principale dello scatenarsi delle pandemie, che diventano fenomeni aberranti di autoregolazione di una soglia di tollerabilità sistemica. Ecco dunque che i concetti di estinzione della biodiversità per mano dell’uomo e di sostenibilità antropocentrica nel contesto planetario diventano interrelati e complementari. Le pandemie sono dovute a mutazioni genetiche di tipo selettivo, a reazioni della natura che usa i virus RNA come arma micidiale di selezione naturale”.  

Il Rapporto ONU 2021 e la recente conferenza di Glasgow del COP26 hanno rimarcato con toni ultimativi una situazione planetaria improcrastinabile rispetto a soluzioni da assumere in tema di riconversione ecologica, fonti energetiche, innalzamento delle temperature e del livello dei mari. Tutto questo accade – spiega il Direttore di Limes Lucio Caracciolo – mentre geopolitica e geoeconomia stanno mutando pelle. Dopo il fallimento della globalizzazione ci sono due fenomeni rilevanti sui scala mondiale: l’espansione della Cina che contende agli USA il primato di prima potenza economica generando un conflitto tra le due superpotenze (dopo l’incontro di Anchorage in Alaska del marzo scorso sta emergendo in tutta la sua potenziale esplosività la questione di Taiwan, primo produttore mondiale di semiconduttori, batterie elettriche e microchips come si evince dal libro Fermare Pechino di Federico Rampini) e il declino per frazionamento del mondo occidentale (vedasi NATO, ONU e organismi internazionali). Tutto questo sposterà l’asse strategico sul Pacifico ma l’Europa e l’Italia non saranno indenni da questa politica espansiva proveniente dall’Est del pianeta. Sul piano della macro-analisi l’Europa diventerà terra di conquista o comunque di derive demografiche (Africa) ed economiche (Cina) che incideranno sugli assetti attuali, rivelando la debolezza intrinseca del suo frazionamento politico: interrogarsi più spesso e con cognizione sul futuro della U.E. diventerà un dovere imprescindibile.

Rimarcherei l’assenza di una lungimirante visione politica da parte dell’Italia e dell’Europa sugli scenari futuri, che andranno configurandosi per “eterodirezione” dei flussi migratori e commerciali, piuttosto che per avvedute politiche di programmazione e gestione a livello dei singoli Stati e dell’U.E. Certamente il tema dell’accoglienza è multicorde, evocando per altro sentimenti umanitari. Come non ricordare la figura di Gino Strada e la sua visione inclusiva del mondo, quindi la considerazione dei flussi migratori non solo per numeri ma per principi legati alla dignità del singolo, della persona umana: e come è possibile dimenticare, per giunta, le Encicliche di Papa Francesco “Fratelli tutti” e “Laudato sì”? Dobbiamo avere la consapevolezza che ci sono eventi che sono più forti di qualunque ‘cogitante ragionamento’.

Così ancora il Prof. Blangiardo “Sono pienamente convinto che il confronto e l’interscambio con gli altri è sempre arricchente, ma devo aggiungere che per poterlo valorizzare occorrono condizioni di fiducia reciproca. Penso che i flussi migratori siano un contributo per la società ospite e un vantaggio per i migranti solo se si realizzano forme di convivenza rispettose di regole e valori. Perché ciò accada è importante che vi sia chiarezza sulle norme e che siano altresì condivisi i principi che definiscono diritti e doveri del vivere sociale. Il percorso di integrazione deve essere reso possibile a tutti gli immigrati, ma questo naturalmente richiede un dispendio di risorse che difficilmente sono compatibili con flussi di entità particolarmente rilevante. I numeri, ancora una volta, hanno una grande importanza”… Mi limito a ricordare che già oggi molti bambini con cittadinanza straniera diventano, in base alle leggi attualmente in vigore, cittadini italiani. Siamo tra i primi 5 paesi dell’Unione europea per la più alta percentuale bambini con meno di 15 anni tra coloro che acquisiscono la cittadinanza italiana. Questo è sotto gli occhi di tutti attraverso i dati Eurostat del triennio 2015-2017, gli ultimi disponibili. Aggiungo che gli stessi dati sottolineano come l’Italia sia stato nel triennio, tra i 28 paesi dell’UE, quello con il maggior numero di acquisizioni di cittadinanza, sia in generale che rispetto ai i soggetti con meno di 15 anni”.

Il tema dell’accoglienza è una sorta di caleidoscopio che presenta molte facce di lettura: sul piano culturale è una conquista di civiltà e ciò vale non solo per i flussi dei migranti ma anche nella vita quotidiana. Accogliere vuol dire qualcosa di più di “accettare”, penso ad esempio al problema degli anziani che finiscono emarginati o soccombenti in una società dove l’uso spregiudicato delle tecnologie e la digitalizzazione pervasiva sono strumenti selettivi e marginalizzanti: la stessa comunicazione difetta di informazione (sono due livelli diversi dell’interloquire). Ne sto parlando con Mons. Vincenzo Paglia – Presidente della Pontifica Accademia per la vita – e ricordo la lezione del Prof. Giulio Maira sul cervello, quella con il Prof. Arnaldo Benini sulla mente offuscata dall’ alzheimer. Eppure la saggezza degli anziani spesso non viene considerata in un mondo di arrivismo, dove prevalgono il bello, il forte e l’efficiente, dove – come mi aveva detto il filosofo Galimberti “vince il pensiero calcolante”. “Come posso applicare il principio evangelico ama il prossimo tuo come te stesso se il mio prossimo non esiste più?”.

Ci manca il senso di ‘prossimità’: questa società malata di indifferenza, sospetto ed egoismo diventa selettiva, avvinghiata in angosce esistenziali, poco attenta alla presenza degli altri. Noi stessi siamo “gli altri degli altri”. Come ricorda Luigi Zoja “Abbiamo perso la dimensione e la percezione del nostro prossimo”… : nel mondo attuale dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo”. “Da quando il mondo si è fatto laico…Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio”. 

Forse ci si apre ad accogliere se prima ci si misura con se stessi. Per questo mi piace concludere con le parole di Pupi Avati: “Per rendersi reciprocamente attendibili io debbo esordire con lei confessando una mia debolezza, se esprimo fin da subito quello che è un mio limite lei si fida di me e mi ascolta con maggiore attenzione. Invece oggi succede che nell’interlocuzione, l’esordio, l’approccio è caratterizzato da toni di aggressività, diffidenza, tracotanza: subentrano sovrastrutture strategiche dietro le quali ognuno di noi si cela, si nasconde, si protegge per non rendersi visibile e intercettabile dagli altri e non si arriva mai ad un rapporto sincero e profondo, costruttivo e proficuo per entrambi”.                                                                                   

Centro, una scommessa vincente se plurale e riformista.

 

S’affaccia all’orizzonte la formazione di un’area politica e culturale, nonchè programmatica – appunto quella di centro – che non potrà non rispondere a due prerequisiti di fondo: dev’essere un’area plurale al suo interno e deve saper dispiegare un progetto politico autenticamente riformista, di governo, con una classe dirigente qualificata e non improvvisata.

 

Giorgio Merlo

 

Che il quadro politico italiano vada incontro ad una scomposizione/ricomposizione è abbastanza evidente a tutti. Salvo a quelli che pensano, ingenuamente, che la precarietà di oggi sia destinata a consolidarsi per i prossimi lustri. Certo, il tutto è anche e soprattutto il frutto e la conseguenza di uno sfacciato trasformismo politico e parlamentare che ha travolto e ridicolizzato l’intera politica italiana. È appena sufficiente osservare il percorso, incredibile ma vero, del partito dei 5 stelle per rendersene conto. Nell’arco di pochissimo tempo hanno radicalmente rinnegato tutto ciò che hanno predicato, scritto, urlato e giurato in tutte le piazze italiane per molti anni. L’elemento simpatico di questo singolare trasformismo è che la conversione è avvenuta incredibilmente per tutti e nello stesso tempo. Tutto ciò che è stato detto per anni appartiene ormai al passato e se qualcuno lo rinfaccia viene anche attaccato e contestato.

 

Attenzione: i protagonisti sono sempre gli stessi perchè tutti quelli che facevano parte dei 5 stelle prima maniera sono quelli che si sono poi convertiti misteriosamente al nuovo corso. Ma questo non è l’unico esempio, anche se è il più eclatante e paradossale. Molti altri partiti hanno vissuto questa metamorfosi. Basti pensare alla Lega, almeno quella di rito Salviniano. E allo stesso Pd che ormai ha accentuato, seppur legittimamente, la sua natura e il suo profilo di partito della sinistra italiana. E con la prossima, e del tutto possibile, confluenza del partito di Bersani nello stesso Pd, si avrà anche il marchio di questa certezza politica.

 

Ma, al di là dei percorsi individuali dei singoli partiti, legittimi e anche comprensibili per svariate motivazioni, è indubbio che esiste un’area politica, culturale e sociale – come ormai dicono tutti i sondaggisti e vari opinionisti e commentatori politici – che si presenterà alla prossima competizione elettorale. Un’area genericamente definita di “centro riformista” che sarà sempre più competitiva dopo il fallimento clamoroso del populismo anti politico, demagogico, qualunquista e manettaro dei 5 stelle e il lento tramonto dello stessa scommessa salviniana che ha dato l’illusione, per qualche anno, di poter sbaraccare tutto e vincere a mani basse tutte le elezioni. La realtà concreta, come si è poi progressivamente snodata, è andata però in un’altra direzione. E dunque, un’area politica e culturale, nonchè programmatica – appunto quella di centro – che non potrà non rispondere a due prerequisiti di fondo: dev’essere un’area plurale al suo interno e deve saper dispiegare un progetto politico autenticamente riformista, di governo, con una classe dirigente qualificata e non improvvisata come abbiamo sperimentato negli ultimi anni dominati dal populismo grillino e che abbia un alto senso dello stato e delle stesse istituzioni democratiche. Un’area, cioè, capace di ridare nobiltà alla politica da un lato e una visibile qualità alla nostra democrazia dall’altro. Una sorta, appunto, di Margherita 2.0 opportunamente rivista e aggiornata rispetto a quella conosciuta molti anni fa ma, comunque sia, un progetto politico che non si limiti ad essere vagamente identitario. Tentativi, del resto, che sono miseramente e ripetutamente falliti a livello politico ed elettorale.

 

Ecco, quindi, la vera scommessa politica in vista delle prossime elezioni. Il resto, almeno ad oggi, è abbastanza stabile. Accanto al recente e progressivo massimalismo della sinistra e al tardo populismo dei 5 stelle si affianca uno stanco sovranismo della destra che non hanno saputo infiammare, appassionare e coinvolgere i cittadini. Che, non a caso, sono sempre più disincantati e lontani dalla politica e quindi anche dalla partecipazione al voto. Si tratta, quindi, di scommettere sino in fondo su questo nuovo progetto politico. Che, ad oggi, è francamente l’unica novità che emerge da un sempre più sfilacciato e confuso dibattito politico e culturale.

Cosa c’è dietro la crisi umanitaria ai confini bielorussi

 

Tra i vari aspetti della questione bielorussa, merita di essere esaminato il rischio connesso al “Suwalki gap”. Si tratta di un corridoio di confine lungo 104 km e largo 65 fra Bielorussia e Kaliningrad, enclàve russa sul Mar Baltico, che separa Lituania e Polonia prendendo il nome da una vicina cittadina polacca (Suwalki appunto). Queste poche miglia sono da molti generali americani considerate il ventre molle dell’Alleanza Atlantica in Europa. È l’unica via infatti di accesso terrestre della UE a Lituania, Lettonia ed Estonia.

 

 

Enrico Farinone

 

Alexander Lukashenko è ben consapevole di giocarsi il proprio potere con l’azzardo che ha posto in essere utilizzando quale inconsapevole esca la povera umanità migrante fatta ammassare ai confini con la Polonia. Il dittatore bielorusso confida nella protezione offertagli da Vladimir Putin, dal quale pure sa di non essere particolarmente stimato, in ragione dei concreti interessi regionali che la Russia vuole ad ogni costo tutelare nel suo ormai lunghissimo contenzioso, a volte sotterraneo a volte invece ben evidente, con l’Unione Europea. Che la crisi si manifesti ai confini della nazione oggi più lontana dai valori fondanti la stessa Unione e dalla linea politica di Bruxelles è un dato di estremo interesse per il Cremlino.

È però opportuno riavvolgere brevemente il nastro, per comprendere meglio le ragioni della crisi, risolta in tragedia per tanti infelici e incolpevoli esseri umani.

L’idea originaria di Putin – coerente con la sua ossessione maggiore, ovvero evitare che i paesi cerniera fra Russia e occidente già parte dell’Unione Sovietica si integrino definitivamente nella UE (come già accaduto per quelli baltici) o addirittura entrino nella NATO – era di creare una “unione di stati”, di fatto uno Stato unico, fra Russia e Bielorussia. Dal punto di vista geografico la vasta pianura che costituisce il territorio di quest’ultima offre una protezione di centinaia di chilometri assai importante a giudizio degli strateghi militari del Cremlino. Non solo.

Un corridoio di confine lungo 104 km e largo 65 fra Bielorussia e Kaliningrad, enclàve russa sul Mar Baltico, separa Lituania e Polonia prendendo il nome da una vicina cittadina polacca, Suwalki. Queste poche miglia sono da molti generali americani considerate il ventre molle dell’Alleanza Atlantica in Europa. Esse potrebbero venire occupate dai russi in poche ore, isolando così i tre paesi baltici e le truppe NATO ivi stanziate. Il “Suwalki gap”, come è stato chiamato, è infatti l’unica via di accesso terrestre della UE a Lituania, Lettonia ed Estonia.

Anche per questa ragione, evidentemente, la Bielorussia interessa molto al Cremlino. La suggestione unificatrice però non ha mai convinto Lukaschenko: sia perché, e non è difficile a capirsi, il suo ruolo si ridurrebbe a quello del mero vassallo, essendo Minsk completamente dipendente da Mosca in ogni settore, a cominciare da quello energetico. Sia perché la popolazione, memore dell’occupazione sovietica, in linea generale rifiuta anche solo l’ipotesi dell’unificazione.

Putin negli anni ha dunque dovuto ripiegare, senza però mai riporre completamente nel cassetto una soluzione che egli continua a ritenere utile. Attendendo pazientemente l’occasione buona per liberarsi dal dittatore recalcitrante per sostituirlo con qualcuno meglio disposto nei suoi confronti. La ribellione popolare dell’estate 2020 contro le elezioni farsa del 9 agosto che hanno rinnovato il mandato presidenziale a Lukaschenko, e la successiva feroce reazione di quest’ultimo hanno però mutato il quadro, costringendo Putin ad un sostegno a denti stretti al collega bielorusso, ben consapevole che se non domata la rivolta delle piazze avrebbe alla lunga condotto quel Paese nelle braccia dell’Europa.

Un sostegno, però, condizionato. Lo si è visto bene quando Lukaschenko ha minacciato l’Europa di bloccare le importanti forniture di metano russo che transitano dal suo territorio ricevendo un assai eloquente “niet” da Mosca, ovviamente attenta a non pregiudicare la sua maggiore fonte di reddito e di commercio, oltre che rilevante strumento di pressione nei confronti degli europei.

Indebolito sul piano interno nonostante la repressione attuata, isolato a livello internazionale e quindi costretto a ricercare la protezione dell’ingombrante vicino che non lo ama e lo tiene sotto stretto controllo, Lukaschenko ha dapprima ritenuto indispensabile provare al mondo quanto il suo potere fosse solido: a questo serviva la manifestazione di forza, in realtà di protervia, dello scorso 23 maggio quando il volo commerciale Ryanair sul quale era imbarcato un giornalista inviso al regime venne costretto ad atterrare a Minsk. E successivamente, a fronte delle proteste e delle conseguenti sanzioni adottate dall’Unione Europea, ha pensato di utilizzare meschinamente la carta dei migranti mediorientali, consapevole di quanto essi siano un problema per i governi occidentali. Dichiarando che non avrebbe più impedito l’attraversamento dei confini bielorussi ai migranti desiderosi di approdare in Europa. Attivandosi poi in tal senso, facendone arrivare via aereo in territorio bielorusso per poi ammassarli, come fossero cose senz’anima, con pieno disprezzo di ogni umana pietà, ai confini polacchi. Persone alla ricerca di un minimo vitale, incolpevolmente imprigionate in una morsa politica della quale nulla sanno, e nulla sapranno mai.

“La riforma del C.S.M. non è più rinviabile”. Il discorso di Sergio Mattarella alla Scuola dei magistrati.

 

Pubblichiamo il testo pressoché integrale dell’intervento del Presidente della Repubblica al decennale della Scuola Superiore della magistratura.

Redazione

La Scuola Superiore della Magistratura è il luogo privilegiato per percorsi formativi idonei a favorire il consolidamento della preparazione professionale, elemento vitale per un corretto svolgimento della funzione giurisdizionale.

Accanto allo scopo di approfondimento professionale, specifico dell’istituto, non sfugge a nessuno come due temi si affianchino in maniera non eludibile: da un lato la questione etica, dall’altro il ruolo significativo che la Magistratura riveste nell’ambito dello sforzo che la Repubblica sta compiendo per raggiungere gli obiettivi delineati nel Piano di ripresa e resilienza.

Le vicende registrate negli ultimi tempi nell’ambito della Magistratura non possono e non devono indebolire l’esercizio della “funzione giustizia” – essenziale per la coesione di qualunque società, anche della nostra comunità – attività, del resto, svolta quotidianamente, con serietà, impegno e dedizione, negli uffici giudiziari. Se così non fosse, ne risulterebbero conseguenze assai gravi per l’ordine sociale e un nocumento per l’assetto democratico del Paese. Ma occorre un ritrovato rigore.

Alla Scuola compete, in questa congiuntura, imprimere impulso alla consapevolezza di ogni magistrato dell’etica che deve accompagnarlo, dalla quale non si può prescindere per assicurare al cittadino la doverosa qualità e credibilità dell’Ordine giudiziario.

Anche la garanzia della sua indipendenza – elemento irrinunziabile nel modello della Costituzione – risiede nel prestigio che gli viene riconosciuto e, quindi, anzitutto nella coscienza dei cittadini.

È un terreno sul quale non sono ammesse esitazioni o incertezze: la Magistratura è chiamata, in questo periodo, a rivitalizzare le proprie radici deontologiche, valorizzando l’imparzialità e l’irreprensibilità delle condotte individuali; rifuggendo dalle chiusure dell’autoreferenzialità e del protagonismo.

In questa direzione deve muovere anche la riforma del C.S.M., non più rinviabile.

L’organo di governo autonomo, quale presidio costituzionale per la tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura, è chiamato ad assicurare le migliori soluzioni per il funzionamento dell’organizzazione giudiziaria, senza mai cedere ad una sterile difesa corporativa.

L’attività del C.S.M., sin dal momento della sua composizione, deve mirare a valorizzare le indiscusse professionalità su cui la Magistratura può contare, senza farsi condizionare dalle appartenenze e dedicando particolare attenzione anche alla promozione della parità di genere.

Il dibattito sul sistema elettorale dei componenti del Consiglio superiore deve ormai concludersi con una riforma che sappia sradicare accordi e prassi elusive di norme che, poste a tutela della competizione elettorale, sono state talvolta utilizzate per aggirare le finalità della legge.

È indispensabile, quindi, che la riforma venga al più presto realizzata, tenendo conto dell’appuntamento ineludibile del prossimo rinnovo del Consiglio superiore.

Non si può accettare il rischio di doverne indire le elezioni con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili.

Sotto l’altro aspetto, anche la “funzione giustizia” è chiamata a concorrere per sostenere la ripresa del Paese, nell’ambito del processo di modernizzazione, per realizzare gli obiettivi indicati nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

All’Ordine giudiziario compete un ruolo primario per affrontare una fase complessa sotto molteplici aspetti, che può essere superata concentrando gli sforzi sui traguardi comuni da raggiungere. Di questa fase, la Magistratura è, a sua volta, una protagonista.

Le risorse aggiuntive di mezzi e di personale previste rappresentano un’occasione, da non perdere, per innovare le modalità di esercizio della giurisdizione, in vista del raggiungimento dell’obiettivo dei tempi processuali come indicati nel Piano ed in linea con i parametri europei.

Il potenziamento dell’Ufficio del processo si pone, in questa prospettiva, come strumento diretto ad aumentare gli standard di produttività nella volontà di dare risposte alla domanda di giustizia in maniera più efficace e tempestiva.

Affinché ciò avvenga, occorre un significativo mutamento nelle modalità di svolgimento del lavoro giudiziario con l’adozione di un modulo organizzativo basato sulla collaborazione e sul confronto con altre figure.

La stagione di rinnovamento avviatasi con l’entrata in vigore della legge di riforma del processo penale è destinata a completarsi con le indispensabili modifiche al processo civile e all’ordinamento giudiziario.

Il coraggio del cambiamento è la sfida di fronte a cui si trova il nostro Paese, Magistratura inclusa. Sono convinto che si tratti di una sfida che essa saprà raccogliere, manifestando l’indubbia volontà di essere all’altezza della funzione essenziale che l’ordinamento democratico le attribuisce, ottenendo la fiducia che questa funzione merita.

Il contributo della Scuola si presenta fondamentale in questa direzione, attraverso l’elaborazione di corsi formativi capaci di sostenere un cambiamento organizzativo e di mentalità non più rinviabile.

La Costituzione garantisce, all’art. 2, i diritti della persona, e la connessa garanzia di giustizia è affidata alla Magistratura. Lo Stato democratico, fondato sull’uguaglianza e sulla pari dignità delle persone, si basa su questo principio.

La soggezione del giudice soltanto alla legge costituisce garanzia in questa direzione.

Nella storia della Repubblica, la Magistratura ha avuto un ruolo significativo nell’accompagnare l’evoluzione della società, assicurando la tutela di diritti individuali, a volte sollecitando il Parlamento, anche attraverso l’attività ermeneutica, con il richiamo a principi e valori contenuti nella Costituzione.

L’esercizio della giurisdizione è stato sempre influenzato dalle sensibilità del contesto storico-sociale. Pertanto oggi, ancor più che in passato, le decisioni della Magistratura devono essere “comprensibili e riconoscibili” e, per essere tali, vanno improntate ai canoni costituzionali della ragionevolezza e dell’equità, valori che devono guidare nel giudizio.

L’intervento della Magistratura comporta sempre delle conseguenze. La preoccupazione di esse non può determinare o frenare l’azione giudiziaria. È proprio tale consapevolezza a dover guidare il magistrato nell’applicazione della legge, che va calibrata per le implicazioni del caso concreto sia sul singolo che sull’intero tessuto sociale. Va sempre avvertita appieno la necessaria e delicatissima responsabilità – affidata dalla Repubblica – di iniziative o di decisioni che incidono sulla vita e sulla dignità dei cittadini. Ciò deve valere in ciascuna fase processuale, non soltanto in quella della deliberazione conclusiva.

In questa prospettiva, l’applicazione delle norme va sempre responsabilmente orientata ad assicurare una risposta giudiziaria puntuale, che consideri le varie esigenze, senza perdere di vista il loro contesto e l’interesse generale in cui incidono. Per questo il giudice è chiamato a conoscere il fatto e le norme, e saper inquadrare la specificità e la complessità del caso alla luce dei principi costituzionali.

L’emergenza pandemica – dalla quale potremo uscire soltanto grazie al completamento della campagna vaccinale – ha reso ancor più evidente l’irrompere – anche nelle aule di tribunale – di istanze individuali alla ricerca di risposte con attese sovente contraddittorie. Al giudice compete trovare soluzioni ancorate al diritto positivo e, al contempo, correttamente declinate in ragione della loro incidenza sull’intera società.

La considerazione dei valori in rilievo non può che avvenire, infatti, facendo applicazione del canone della ragionevolezza, funzionale ad ancorare la decisione al sistema dei principi delineato in Costituzione, nell’ambito del quale si collocano anche i poteri attribuiti alla Magistratura che li esercita con autonomia e indipendenza.

Queste prerogative, tuttavia, non possono mai essere intese come una legittimazione per ogni genere di iniziativa o di decisione, ma rappresentano la difesa da influenze esterne affinché il magistrato utilizzi il suo bagaglio culturale per assicurare la più efficace attuazione del diritto. Interpretazione, infatti, non può voler dire né arbitrio né, tanto meno, una mera esercitazione intellettuale: è sempre la norma – correttamente inserita nella cornice valoriale delineata in Costituzione – a dover perimetrare l’ambito di riferimento della giurisdizione per l’affermazione del diritto e della giustizia.

 

Per saperne di più

https://www.quirinale.it/elementi/61252

L’elezione del Quirinale e il “metodo Ambrogio”

 

L’episodio ricordato da Paolo Mieli – l’elezione a furor di popolo di Ambrogio a Vescovo – è colto e illuminante, ma l’analogia non regge del tutto rispetto alla situazione attuale. L’elezione del Capo dello Stato, infatti, ha poco a che spartire con l’ispirazione divina o con l’esortazione di un bambino.

 

Gabriele Papini

 

In un brillante editoriale sul “Corriere della Sera”, Paolo Mieli ha stigmatizzato le pratiche singolari e i rituali opachi che da sempre circondano l’elezione del Presidente della Repubblica. Lo storico ed editorialista ha sostenuto la sua tesi suggerendo un parallelo con il “metodo Ambrogio”, cioè la modalità con cui nel 374 il governatore Ambrogio venne eletto vescovo di Milano. Secondo il racconto del biografo Paolino, Ambrogio partecipò alle esequie del vescovo emerito. A un certo punto, un bambino gridò “Ambrogio vescovo!” e la folla si unì spontaneamente a quella esortazione. Dopo un primo momento di esitazione, Ambrogio (che sarà un grande episcopo nonché patrono della città di Milano) si piegò alla volontà popolare. A questa vicenda, si è spesso ispirata la Chiesa per alcune modalità particolari nella designazione dei Pontefici: l’elezione per acclamazione era una pratica non inusuale nei secoli scorsi.

 

L’episodio ricordato da Paolo Mieli è colto e illuminante ma l’analogia non regge del tutto rispetto alla situazione attuale. L’elezione del Capo dello Stato, infatti, ha poco a che spartire con l’ispirazione divina o con l’esortazione di un bambino. Nel nostro Paese, da sempre il metodo più pratico per ottenere una carica pubblica è quello di fingere di non ambirvi. Talvolta rifiutandolo pubblicamente, quel tanto che basta per farselo riproporre per “il bene del Paese” e a quel punto accettarlo – malgrado tutto – per “spirito di servizio”.

Però è anche vero che un Presidente della Repubblica, a prescindere dalle modalità più o meno trasparenti della sua elezione, una volta eletto deve rappresentare “l’unità della nazione”, in altre parole non deve essere “divisivo”. In questa occasione – più che nel recente passato – ha fatto capolino anche il tema della questione di genere per cui la più alta carica dello Stato dovrebbe essere una donna quasi per principio. A supporto di questa tesi c’è una robusta corrente di pensiero sostenuta da giornaliste, conduttrici tv e opinioniste. Si tratta in realtà di un discorso sul metodo piuttosto che sul merito. Non si tratta cioè di analizzare le peculiarità di Marta Cartabia oppure di Rosy Bindi (tanto per non fare nomi) bensì di proporre la candidatura di una donna al Quirinale, quale che sia, perché “i tempi sono maturi”.

 

Dunque senza un “sistema” e una cultura politico-istituzionale di riferimento comune, arriviamo all’appuntamento solenne del Colle, che potrà riservare sorprese: come la proposta di insediare al vertice della Repubblica insieme con Draghi – candidato naturale e di equilibrio – anche un semipresidenzialismo “di fatto” che prevede un trasferimento del potere esecutivo. Naturalmente il semipresidenzialismo non è un tabù ma la Costituzione va rispettata, semmai riformata, non aggirata strada facendo. E in ogni caso tutto dovrebbe avvenire alla luce del sole, con una discussione aperta e con il controllo della pubblica opinione, non come risultato estemporaneo di circostanze casuali, incrociate con una presunzione dello “spirito del tempo” spacciato per volontà popolare.

 

Lo spirito del tempo, infatti, può avere torto, soprattutto quando è sedotto da scorciatoie e semplificazioni (oppure blindato da uno stato di emergenza permanente). In questo passaggio così delicato della storia della Repubblica, di tutto abbiamo bisogno meno che di una democrazia “di fatto”. Non avendo capitalizzato questi mesi di delega “tecnica” per ritrovare un’autorevolezza e riprendere un ruolo di indirizzo, i partiti ora dovrebbero affrettarsi a ricostruire un sistema che possa preparare il ritorno della politica. Senza la quale il Palazzo del potere resta comunque vuoto.

Una nuova legge sulla cittadinanza è un’esigenza che tutti dovrebbero sentire come necessaria

 

Perché bisogna superare lo ius sanguinis? E cosa impedisce davvero lo Ius Soli? 

 

David Tesoriere

 

Finalmente, quando sarà finita la sbornia elettorale per il Quirinale, si potrà tornare a parlare seriamente, termine non sempre coretto visti alcuni dei nostri rappresentanti, di aspetti più significativi per il nostro paese.

Sicuramente, i temi economici la faranno da padrone nel panorama post-elettorale. Ma vista la mia scarsa esperienza in materia e la guida di Draghi, non credo che quest’ultimo abbia bisogno di un mio inutile commento.

Cosa che in questi giorni più mi preme, è riportare alla luce la necessità di trattare nuovamente un tema come quello della cittadinanza.

Lo Ius Soli o Ius Culturae, due parole che a molti incutono timore; su di essi si è aperta una facile propaganda che dovrebbe appartenere ad un tempo passato ma che ancora oggi appanna un discorso serio e coerente su questo tema.

In Italia, lo ius soli è già in applicazione. Tale diritto vale nei seguenti casi:

  1. per nascita sul territorio italiano da genitori ignoti;
  2. per nascita sul territorio italiano da genitori apolidi;
  3. per nascita sul territorio italiano da genitori stranieri impossibilitati a trasmettere al soggetto la propria cittadinanza secondo la legge dello Stato di provenienza;
  4. e, in virtù dell’art. 4, comma 2, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, una versione particolare dello ius soliè applicata allo straniero nato in Italia e che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età.

Ora, da alcune settimane, forse per screditare la figura del segretario del partito democratico, si va dicendo che ormai questa è una battaglia perduta.

Io credo che quello che più preoccupa tutti quelli che si schierano contro, sia più che altro la paura di dover un giorno scendere a patti con diversi retaggi culturali.

Sino ad ora abbiamo mutuato dagli altri paesi ciò che più ci piaceva (halloween), ma cosa diremmo se in un paese italiano a forte concentrazione messicana si volesse festeggiare l’anniversario della morte di Miguel Hidalgo (rivoluzionario e religioso messicano)? Quanto potrebbe far paura una sua statua vicino a quella del nostro Garibaldi? Cosa accadrebbe se eleggessero un sindaco di origine africana ?

Niente. Non cambierebbe molto. Come posso sostenerlo? Facile. Ci sono esempi specifici.

Cosa è successo quando abbiamo eletto Cesare Castelpietra (Italo/Africano) sindaco di Carzano in Valsugana? Cosa è successo quando Jean-Léonard Touadi (una delle persone più preparate e più rispettose che abbia conosciuto) è stato assessore al comune di Roma? Cosa è successo dopo l’elezione di Kyenge Kashetu o Khalid Chaouki in Parlamento?

Inoltre già in molti paesi esiste questo principio.

Tra i paesi che, da più lungo tempo, applicano lo ius soli in modo automatico e senza condizioni figurano gli Stati Uniti. Il XIV emendamento della costituzione statunitense prevede che chiunque nasca sul territorio statunitense e sia soggetto alla sua giurisdizione — fatta eccezione, quindi, per personale del corpo diplomatico ed eventuali truppe straniere d’occupazione – sia cittadino americano.

Ma gli Stati Uniti non sono i soli. Sempre nel continente americano troviamo Canada, Messico, Argentina, Brasile, Paraguay, Perù, Ecuador, Honduras, Nicaragua e Giamaica.

In Europa il sistema è vigente in Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda e Irlanda.

Non sarà che forse non siamo abituati a confrontarci con altre culture? Che ancora non siamo pronti ad affrontare quel famoso melting pot di cui tanto si è parlato negli anni passati?

L’unica cosa certa è che dobbiamo dare una risposta a questi ragazzi e a queste ragazze che sono italiani a tutti gli effetti.

Le vie del cristianesimo dopo la seconda guerra mondiale

 

La fede è passata attraverso la sfida dei totalitarismi, oggi rischia di “compromettersi” per effetto di interpretazioni manichee, con la divaricazione tra l’antico e il nuovo testamento. Invece Gesù precisa e annuncia la loro connessione. Chi riduce il messaggio del Signore Gesù a etica dellintenzione” o a una interpretazione individualistica o esistenzialistica nel senso dellideologia della demondanizzazione, si priva dellessenza della sua persona. Ugualmente chi interpreta Gesù come un ribelle fallito è fuori dalla verità.

 

Roberto Paolucci

 

Karl Marx affermava che il Vangelo aveva avuto già abbastanza tempo per mettere alla prova le sue possibilità. Ma l’efficacia storica del Vangelo è ancora tutta da scoprire. Con l’ascesa del terzo Reich e quella del comunismo in Russia il cattolicesimo europeo e il cristianesimo ortodosso entrarono in una crisi catacombale. Ma questo periodo giovò a entrambi, ritrovando forza e profondità. La perdita del potere era stata salutare. La speranza era rifiorita proprio nei luoghi della sua assenza terrena, nell’orrore dei campi dì concentramento e nei tribunali dello stalinismo comunista assassino.

 

La risultante fu quella di cercare di evitare ogni nuova commistione della fede con la politica. In relazione a tale programma  si è sviluppata una posizione dualistica per cui la fede cristiana non sarebbe orientata alla santificazione del mondo quanto alla sua radicale laicizzazione, desacralizzazione: nulla sarebbe di più sbagliato che voler edificare una società cristiana. Tra i più recenti esempi di tale posizione è il libro di autori francesi R. Luneau e P. Ladriere, Il sogno di Compostela, 1989, che in relazione all’incontro mondiale dei giovani a Santiago di Compostela accusava Giovanni Paolo Il di un romanticismo rivolto al passato, mirante a promuovere una restaurazione della cristianita’: demondanizzazione e radicale laicizzazione che sostennero l’impegno nei partiti marxisti. Tuttavia nel primo dopoguerra avevamo assistito alla nuova costruzione politica realizzata con piena coscienza a partire dai principi morali del cristianesimo, con piena indipendenza rispetto agli ordinamenti ecclesiali, ma mantenendo un consapevole legame con il centro spirituale della fede. È la generazione di politici che noi possiamo chiamare i veri padri dell’Europa: Adenauer, Schuman, De Gasperi, De Gaulle ed altri.

 

Tuttavia negli anni ‘60 emerge questa concezione di un mondo totalmente autonomo, mondano, che si potrebbe chiamare deviazione di tipo manicheo, chiamata “teologia politica o della liberazione”. Si fondava sulla concezione che Gesù di Nazareth non aveva da annunciare nulla di pertinente all’esistenza terrena, se non la profezia del “totalmente altro, come regno di Dio”. Questo era esattamente il programma della demondanizzazione e della totale laicizzazione. Ma la miseria sociale crescente nel mondo e la non rinunciabile responsabilità dei cristiani ha, per così dire, ribaltato il problema: “il regno di Dio” non sarebbe più al di fuori del mondo ma dentro il mondo, e la fede diventa così ideologia politica, la politica cioè avrebbe assorbito la fede.

 

Queste sono le due opzioni estreme che tengono in essere l’interrogativo sulla responsabilità sociale e politica della fede. Ma qual è la risposta di verità a queste due opzioni, demondanizzazione radicale laicista e reintegrazione del regno di Dio in senso politico di sinistra? L’autentica comprensione di questo problema sembra  dipendere dalla giusta comprensione del rapporto fra Antico e Nuovo Testamento. Se si separano i due testamenti, andando contro l’interpretazione del Signore Gesù che parla di inseparabile continuità fra i due, si perde ogni relazione in riferimento alla realtà del mondo creato e Gesù diventerebbe un puro moralista. All’opposto, se la redenzione del nuovo testamento viene ridotta a esodo politicamente interpretato, e il regno di Dio diviene il frutto della liberazione, dell’azione liberatrice dell’uomo, Gesù Cristo perderebbe la sua propria identità. Se infatti facciamo riferimento al servo del Signore ( Is, 42, 1-4 e 5-9), di esso si dice, per tre volte in quattro versetti, che egli porta “il diritto” alle nazioni, lo stabilisce sulla terra, realmente proclama la legge.

 

“Il termine ebraico mispat, che si traduce con diritto, viene citato nella Bibbia ebraica ben 422 volte. Tanto che si può definire mispat come diritto, giustizia, legge, giudizio, o, più chiaramente, <norma data da Dio>, al fine di assicurare una società ben ordinata” ( Benedetto XVI).

 

Il popolo d’Israele è liberato e diviene nazione libera e sovrana per il fatto che esso è diventato una comunità di diritto attorno alla legge di Dio. La non libertà è l’assenza di legge e di diritto. Il dono della legge è lo specifico compimento della liberazione. Di una legge cioè che è realmente diritto, giusto ordinamento nei rapporti di relazione, in rapporto alla creazione e nella relazione al Creatore di tutte le cose, visibili ed invisibili, come recita il Credo nella Messa. La libertà dell’uomo può risultare solo nella giusta correlazione vicendevole delle libertà, e solo se esse attingono nella libertà di Dio, nella sua verità. Vera giustizia, giusto diritto possono scaturire solo quando il Dio vero è autenticamente riconosciuto e così anche l’uomo riconosce davvero se stesso, e in questo riconoscimento di Dio riordina l’essere nella comunione. Questo fu il motivo per cui il Sinai fu per Israele criterio e fondamento della sua libertà; e Israele perse la sua libertà nella misura in cui si allontanò dal diritto, ripiombando nell’assenza di legge e quindi nella schiavitù.

 

Il cuore della liberazione sta nel dono della legge del decalogo, secondo la disposizione di Dio ed è intimamente associata e alla ragione che si apre a Dio, e alla volontà che permette di passare all’azione. Purtroppo, poiché l’uomo nella sua esistenza storica conserva sempre la libertà di negarsi, la sua libertà dentro la storia resta sempre incompiuta. Ma dov’è la distinzione fra il primo Mosè e il servo di Dio? Il servo di Dio non comunica più la legge solo ad Israele, ma la porta alle nazioni (Is, 42, 1), e stabilisce il diritto a tutta la terra (Is, 42, 4). L’evento diviene universale e la salvezza coinvolge il mondo intero, riconciliato e raccolto nella comune giustizia dell’unico Dio.

 

Ma come avviene ciò? Forse per via di conquista o di sottomissione? No, perché “Egli non alza la voce, Egli soffre per la giustizia, Egli non contrappone all’ingiustizia nuova ingiustizia, ma l’assume nel suo patire ( “uomo dei dolori che ben conosce il patire“)”. Gesù precisa e annuncia questa connessione fra l’antico e nuovo testamento. E chi riduce il messaggio del Signore Gesù a “etica dell’intenzione” o a una interpretazione individualistica o esistenzialistica nel senso dell’ideologia della demondanizzazione, si priva dell’essenza della sua persona. Ugualmente chi interpreta Gesù come un ribelle fallito è fuori dalla verità.

 

Gesù non era né Barabba né Spartaco, ma se stesso, il Signore della storia: “L’intatta concretezza d’ogni prescrizione sociale e giuridica dei profeti e, sulla loro linea, l’intera legge, penetrata profeticamente ed estesa universalmente, sono realtà che gli appartengono a pieno titolo. La fede in lui travalica l’ambito sociale e politico, ma è proprio così una fede responsabile verso la società e verso il mondo. La fede comprende in sé il sociale non nella forma di un programma partitico bell’e fatto, di un compiuto ordinamento strutturale del mondo. Il sociale è presente nella fede, proprio nella modalità della responsabilità, cioè rinviato alla mediazione della ragione e della volontà. Ragione e volontà devono cercare di concretizzare e realizzare nelle mutevoli situazioni storiche la misura, rinfrancata dalla fede, della mispat (diritto) di Dio, sempre nell’ essenziale incompiutezza dell’umano agire storico, al quale non è dato di innalzare “il regno”, ma è affidato il compito di andargli incontro con l’opera della giustizia e dell’amor…La speranza della Fede si sporge sempre infinitamente oltre le nostre realizzazioni, essa attinge l’eterno; ma proprio il fatto che questa speranza ci è donata, ci da’ il coraggio, nonostante tutte le inadeguatezze, di riprendere sempre di nuovo la lotta per un ordine di giustizia, che è forma di libertà ed eleva un argine contro la tirannia dell’ingiustizia” (Benedetto XVI, 2018, da La Vera Europa, identità e missione).

Suicidio assistito. Gambino: “Attenzione a non rendere ancora più fragili e privi di tutela i pazienti in bilico tra la vita e la morte” (AgenSir).

 

“Serve l’impegno di tutti, affinché attraverso dolorosissimi casi singoli non si giunga a nuovi protocolli sanitari generalizzati che finiscano inesorabilmente per rendere ancora più fragili e privi di tutela proprio i pazienti in bilico tra la vita e la morte”. Lo sostiene Alberto Gambino, presidente di Scienza& Vita, commentando il parere del Comitato etico regionale delle Marche sulla vicenda di “Mario”. Sarà il Ssn a doversi fare carico dell’assistenza al suicidio dei pazienti che lo richiedano?, l’ulteriore questione sollevata dal giurista. Di qui l’auspicio di una legge per scongiurare che nelle strutture sanitarie “si possa assistere inerti ad atti suicidari di autoassunzione di farmaci letali”.

 

Giovanna Pasqualin Traversa

 

Per la prima volta un Comitato etico non si è pronunciato su un caso di cosiddetto “accanimento terapeutico”, com’è noto, “non ammesso dalla legge”. Il Comitato etico regionale delle Marche è stato infatti chiamato a verificare, nell’ambito di “una vicenda diversa, nella quale il paziente stesso, alla luce dei quattro criteri indicati dalla Corte costituzionale, ritiene di poter interrompere la propria esistenza attraverso la somministrazione di un farmaco letale”, la sussistenza di questi criteri.

Alberto Gambino, giurista e presidente dell’Associazione Scienza& Vita, interpellato dal Sir commenta il parere con il quale il Comitato dell’Azienda sanitaria marchigiana riconosce nel caso in esame – la richiesta di Mario (nome di fantasia), camionista marchigiano di 43 anni, tetraplegico immobilizzato da 10 anni dopo un incidente stradale – la sussistenza delle condizioni previste dalla Consulta nella cosiddetta “sentenza Cappato” (n.242/2019) per la non punibilità di chi agevola il suicidio.

“Il Comitato etico – spiega anzitutto Gambino – valuta anzitutto la precondizione posta dalla Corte costituzionale, ossia che siano state offerte al paziente terapie del dolore e cure palliative. Questo è un passaggio importante: dal parere si evince che queste cure sono state somministrate ma che il dolore non è soltanto fisico ma anche psichico, e che il paziente non ha accettato un aumento di questi trattamenti”. Qui, secondo il giurista, “si apre il tema della dignità della vita, intesa non in senso oggettivo, bensì soggettivamente, secondo il sentire di ogni paziente e correlata ad una concezione soggettiva di dignità del morire”. In altri termini, precisa il giurista,

il Comitato etico si muove sulla scorta della prospettiva, aperta dalla Corte costituzionale, secondo cui “è solo il paziente a stabilire che cosa sia per lui dignitoso o no”.

Per Gambino, “il Comitato ritiene sussistano i requisiti dal punto di vista di una valutazione strettamente etica e di prassi sanitarie, ma fa emergere di avere ricevuto la richiesta di un parere anche in ordine alle modalità di somministrazione di questo farmaco letale, precisando tuttavia di non avere ricevuto elementi sufficienti per esprimere un giudizio etico sulla procedura indicata e, dunque, in definitiva il parere è formalmente incompleto e dunque non positivo”.

E qui, spiega il presidente di Scienza& Vita, “si apre un discorso strettamente giuridico, non di competenza del Comitato: se mai ci fosse un parere totalmente positivo, il paziente potrà essere assistito nel suo atto di suicidio da una struttura pubblica o solo privatamente? In altre parole: il Servizio sanitario dovrà farsi carico di assistere il paziente nell’autosomministrazione del veleno?

Questo la Corte costituzionale non lo stabilisce, né poteva, dunque, essere indicato dal Comitato etico. Si tratta di un tema delicatissimo che richiederà eventualmente una legge che possa scongiurare che nelle strutture sanitarie si possa assistere inerti ad atti suicidari di autoassunzione di farmaci letali”.

Gambino richiama il caso di Eluana Englaro, diverso perché legato ad una richiesta di interruzione di cure, ma che ha posto lo stesso interrogativo. “In quel caso – spiega – Tar e Consiglio di Stato hanno ritenuto che, una volta riconosciuto il diritto del paziente al rifiuto delle cure, le amministrazioni pubbliche debbano porre in essere gli atti che consentano la realizzazione di quel diritto”. Sulla scorta di quella vicenda, il giurista ritiene verosimile che, tuttora in assenza di una legge,

“un giorno potrebbe intervenire la decisione di un organo di giustizia amministrativa, il Tar ed eventualmente in seconda battuta il Consiglio di Stato, stabilendo che a fronte di un diritto riconosciuto, entro certi limiti, al suicidio assistito, l’amministrazione pubblica, ergo il Ssn, debba porre in essere tutti gli atti che consentano al paziente l’auto somministrazione del farmaco letale”.

 

Dov’è la novità?

 

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https://www.agensir.it/italia/2021/11/23/suicidio-assistito-gambino-attenzione-a-non-rendere-ancora-piu-fragili-e-privi-di-tutela-i-pazienti-in-bilico-tra-la-vita-e-la-morte/

Il dialogo inaspettato tra Sturzo, Rawls e Sen nel libro di  D’Amodio. Un’analisi originale e coraggiosa del pensiero sturziano.

 

In occasione della ricorrenza dei 150 anni dalla nascita di Luigi Sturzo, l’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) organizza a Roma, venerdì 26 novembre alle 17.30, presso il Centro congressuale “Gli Archi”, Largo S. Lucia Filippini 20, la presentazione del libro di Alfonso D’Amodio, Libertà, giustizia e sviluppo. Sturzo, Rawls e Sen: un dialogo inaspettato, Solfanelli, 2021.

Giulio Alfano, nella circostanza, terrà la relazione introduttiva. Di seguito riportiamo la parte finale della sua prefazione al volume di D’Amodio.

 

Giulio Alfano

 

D’Amodio confronta il progetto sturziano sullo sfondo del  grande timore della gerarchia ecclesiastica di quegli anni,  il  modernismo, e rende speculare la forza della dignità  politica di Sturzo con quello che definisce “il ruggito  Rawlsiano”, che ha spazzato via ogni possibile alternativa  di  ricerca. I due pensatori quindi, secondo l’autore,  hanno risposto, seppur in tempi tanto distanti e  indipendentemente uno dall’altro, ai valori di libertà,  democrazia,  giustizia  e  solidarietà  per  tutti  gli  uomini.

 

La sfida lanciata è ben riassunta dal “fatto del pluralismo” di individuare una forma politica che potesse rappresentare  tutti nella pubblica piazza, come mai era avvenuto prima.  Sturzo  fa  riferimento  nei suoi  discorsi  alla  necessità  che  il Partito popolare operasse una politica capace di  rappresentare tutti i cittadini senza esclusione, ma anche  senza  ingerenza da parte delle istituzioni;  in questo senso anche la chiesa cattolica veniva posta di fronte al concetto  non sempre  condiviso  della  “laicità”  della  politica.  Sturzo,  come  nota  D ’Amodio,  non  concepiva  un  partito cattolico “perché un ossimoro” e infatti evidenziava  come la religione non potesse circoscriversi in una  concezione o statuto partitico, che la Chiesa non debba essere declassata a ruolo di un partito e soprattutto che la politica non è  una  religione.

 

La passione politica non deve frantumarsi in divisioni  confessionali  e  in  questo anche  s e  Sturzo  non  sarà  un  padre costituente, vedrà nella Costituzione della  Repubblica italiana un importante riferimento per l’affermazione della libertà anche nel riconoscimento del giusto ruolo della religione come recita  l’art. 7.

 

In questo senso specularmente divide ogni dottrina  comprensiva dalla possibilità di entrare politicamente nella  pubblica competizione e in ciò esattamente, come Sturzo, vuole arrivare ad individuare un modo per poter arrivare  alla  costituzione di una giustizia equa, solidale, che sappia  armonizzare progresso e sviluppo, perché possa la politica rappresentare tutti i cittadini.

 

Nella sua visione infatti Sturzo non vuole isolare la  “persona”  dal  proprio  contesto e anche dalla propria fede per tutelare la  dignità della persona; emerge secondo D’Amodio un fatto importante di contatto con Rawls nel  fatto che per poter permettere il pieno sviluppo della persona e la tutela della sua dignità che muove dalla libertà di ciascuno. E in questo anche Sturzo evidenzia l’importanza della visione liberale.

 

Il panstatismo non solo non raggiunge le istanze dei singoli sul territorio, ma viola il diritto alla partecipazione politica del cittadino. E Rawls perviene alla medesima conclusione perché la libertà in tutte le articolazioni è il primo principio di una teoria della giustizia come equità, che necessita quindi della forma liberaldemocratica costituzionale che radica meglio il “metodo democratico”.

 

Tuttavia molto interessante secondo me è l’ultima parte del lavoro di D’Amodio in cui ha dedicato capitoli col fine di analizzare le ragioni dell’antidogmatismo politico, soprattutto intrattenendosi su quei pensatori che si sono resi estranei al pensiero filosofico cattolico, recuperando una corretta interpretazione delle fonti filosofiche di S. Tommaso d’Aquino, nella giusta armonia tra fede e ragione, che poi costituisce lo snodo dei problemi in epoche diverse affrontati anche da Sturzo e Rawls. La formalizzazione di tale ricerca ha consentito a D’Amodio di pervenire ad un’analisi esaustiva della filosofia politica e del suo spendibile valore nelle nostre attuali società postglobalizzate, arricchendo il lavoro con il riferimento a Sen come esempio scientifico della visione filosofica, senza indulgere a dettami esclusivamente economici.

 

Per questo il lavoro di D’Amodio costituisce un primo passo verso la riscoperta del valore filosofico politico di una ricerca che partendo dalla storia risale alle matrici di pensieri troppo spesso esclusi attualmente e direi universalmente dal dibattito politico.

 

L’orizzonte plurale della sua ricerca consente di collocare in senso dinamico le opere di Sturzo e Rawls senza consegnarle soltanto all’indulgenza della memoria affettiva, ma rendendole operative per interpretare un mondo in così rapido e spesso convulso cambiamento, coordinando visioni politiche complementari nella democrazia partecipativa come ultima sfida che l’epoca contemporanea offre all’uomo.

Senza democrazia locale la Sicilia è perduta

 

In futuro la riforma della pubblica amministrazione e della Regione o imbocca la strada del cambiamento del sistema di governo locale o finirà per fallire i suoi obbiettivi di trasparenza e funzionalità.

 

 

Andrea Piraino

 

Mentre il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sigla con i Comuni italiani riuniti nell’Assemblea annuale dell’Anci, celebratasi dal 9 all’11 novembre scorso, il Patto di Parma per l’attuazione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) da oltre 200 miliardi di euro impegnandosi a far approvare la nuova Carta delle Autonomie che modifica il Testo Unico degli Enti Locali (dpr. 67/2000) ed i meno fortunati sindaci della Sicilia sono costretti a protestare per il vero e proprio crack che si è abbattuto su più di un quarto dei Comuni isolani ormai in dissesto o sull’orlo del default, la Regione siciliana, ormai con una arroganza sfacciata che ritiene di gestire il potere al di là delle più elementari regole della democrazia costituzionale, continua dopo un periodo di ben otto anni a sottoporre a regime di commissariamento il sistema di governo di due istituzioni territoriali costitutive della Repubblica (art. 114 cost.): le città metropolitane ed i liberi consorzi (o, per il resto del Paese, province).

 

È semplicemente una vergogna! Un abuso di potere che non si può più tollerare! A meno che non si sia rinunciato ad annoverare la Sicilia tra le istituzioni costituzionali sottoposte alle regole democratiche della sovranità popolare voluta dall’art. 1 della Costituzione e quindi gli organi di Comuni, Città metropolitane e Liberi consorzi tra le istituzioni elette con sistemi democratici.

 

Ma tale resa sarebbe assurda e ci renderebbe complici di un vero e proprio disegno eversivo!Come bisogna cominciare a dire senza esitazione con riferimento a tutte quelle istituzioni di controllo che, di fronte a questa clamorosa situazione, fanno finta di non saper nulla ed evitano di intervenire; così rendendosi complici di un gravissimo vulnus alla democrazia.

 

Ma questa realtà non è solo un oltraggio ad un valore come la democrazia, che purtroppo sempre più spesso oggi, per via di populismi e sovranismi vari, viene pericolosamente messo in discussione, ma un insulto  ai bisogni ed ai diritti dei cittadini siciliani che ormai a causa del mancato funzionamento di queste istituzioni locali non vedono più da tempo garantiti diritti come quello alla mobilità in sicurezza nelle strade provinciali (che in Sicilia in molti casi sono le sole), all’istruzione secondaria, ai servizi sociali, alla pianificazione del territorio, alla programmazione ed allo sviluppo, alla partecipazione al governo delle aree vaste, in prospettiva, vera nuova articolazione del territorio per una governance efficace, efficiente, a reale servizio delle comunità.

 

Per queste ragioni è necessario, allora, intervenire con un grande movimento di massa. Senza fare sconti a nessuno ed anzi cercando di coinvolgere le istituzioni europee che non devono più tollerare di vedere calpestate, senza che un proprio Stato-membro reagisca, le regole fondamentali dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali di parte dei propri cittadini.

L’opinione pubblica siciliana deve prendere coscienza che questa battaglia ormai è ineludibile e per questo già fin da subito deve denunciare che tutte le prossime elezioni amministrative che si svolgeranno prossimamente in Sicilia sono illegittime. È inutile, infatti, celebrare ‘ludi cartacei’ quando poi i poteri e le funzioni che i Comuni dovrebbero autonomamente esercitare sono condizionati dall’indirizzo imposto da Città metropolitane e Liberi consorzi guidati da ‘agenti’ del Governo regionale che soltanto ad esso rispondono e non hanno alcuna discrezionalità amministrativa. Pensiamo al processo di attuazione del PNRR. Tutto dipende con questo sistema dal Governo regionale, il cui grado di inefficienza però è tale che recentemente il ministro Patuanelli ha dovuto respingere tutti i 31 progetti agricoli presentati dalla Regione con una perdita secca per la Sicilia di 422 milioni di euro.

 

Ma non è solo questo! Anzi, francamente, questo profilo si può considerare addirittura secondario. Molto più importante e significativa, infatti, è la circostanza che in futuro la riforma della pubblica amministrazione e della Regione o imbocca la strada del cambiamento del sistema di governo locale (che sarà il vero protagonista dello sviluppo glocal ormai irrinunciabile) o finirà per fallire i suoi obbiettivi di trasparenza e funzionalità.

 

Bisogna, in sostanza, cambiare la struttura dell’ordinamento degli EE.LL. e del suo rapporto con la Regione che non potrà più essere gerarchico ma deve essere paritario, improntato al principio della collaborazione e della cooperazione, aperto all’interazione con lo Stato e, naturalmente, la stessa Unione Europea. Solo così, infatti, territori e comunità potranno finalmente diventare protagonisti del loro futuro ed in questo modo consentire ai loro cittadini di diventare veri attori interpreti del proprio avvenire.

 

Il movimento autonomistico siciliano deve rendersene conto ed imboccare fin da subito questa strada! Sapendo che si tratterà di iniziare una battaglia ‘provincia’ per ‘provincia’, territorio per territorio, comune per comune, che non potrà che avere un unico esito: la vittoria! Caso contrario, dovrà registrare non la sua sconfitta ma la sua scomparsa. Perché, come è successo altre volte nella storia, un movimento nato per realizzare un’unica grande meta non potrebbe sopravvivere alla sua mancata conquista. Sosteniamolo, allora, e spendiamoci per il futuro della Sicilia e dei Siciliani, contribuendo: 1) a riportare la Democrazia nelle ex province (Città metropolitane e Liberi Consorzi); 2) a costituire il Consiglio delle Autonomie Locali (per affiancarlo  all’Assemblea Regionale Siciliana come seconda ‘camera’ legislativa); 3) ad instaurare un Sistema Federativo con le altre Regioni del Mezzogiorno per affrontare, finalmente, la sfida dello sviluppo con il Nord. Per l’Italia, per l’Europa!

No alla sospensione dei sindaci se non condannati in via definitiva. Il Pd propone la modifica della legge Severino.

 

È stato depositato ieri, sia al Senato che alla Camera, un ddl che modifica la legge Severino per quanto riguarda la responsabilità degli amministratori locali.

 

Redazione

 

Il testo del disegno di legge, firmato da autorevoli parlamentari del Pd. I primi firmatari al Senato sono Dario Parrini, presidente della commissione Affari costituzionali, Anna Rossomando, vice presidente del Senato e responsabile giustizia del partito, Franco Mirabelli, vice presidente dem e capogruppo in commissione Giustizia; invece alla Camera Andrea Giorgis, coordinatore del comitato riforme istituzionali del partito, e i capigruppo in commissione Giustizia e Affari costituzionali Alfredo Bazoli e Stefano Ceccanti.

 

I Dem prevedono che non ci sia più la sospensione automatica per gli amministratori regionali e locali che riportano condanne non definitive, a meno che non si tratti di condanne per reati gravi e di particolare allarme sociale tra i quali la corruzione, la concussione e i delitti legati alle mafie.

 

“Il ddl – spiega una nota del Pd – raccoglie l’esigenza, manifestata da molto tempo e con crescente intensità soprattutto dai sindaci italiani, di modificare in maniera chirurgica alcuni punti della Legge Severino che nei nove anni trascorsi dalla sua entrata in vigore sono stati in non pochi casi all’origine di vicende paradossali e inique. Peraltro questa proposta, in quanto mira a realizzare un diverso bilanciamento tra le esigenze della lotta all’illegalità e quelle della salvaguardia della stabilità ed efficienza delle pubbliche amministrazioni, si pone in antitesi con l’approccio seguito dai promotori del referendum in materia di giustizia, un approccio che risulta del tutto non condivisibile poiché fondato su una linea di abrogazione indiscriminata delle norme”.

 

In definitiva, si tratta di una iniziativa che Sindaci e amministratori locali, anche nella recente Assemblea annuale dell’Anci a Parma, avevano sollecitato unitariamente.

 

***

La dissoluzione dell’identità mette all’angolo un individuo sempre più fragile. Non è un problema politico?

 

Il mondo sta perdendo la consapevolezza culturale degli archetipi: essi non saranno mai compensati dalle più avanzate conquiste tecnologiche, specie se esse generano un conflitto con “madre natura”: la pandemia che flagella il mondo è conseguenza di una ribellione alla distruzione del pianeta. Affidiamo alla tecnica – in un continuo passaggio dall’interno all’esterno – la fantasia creatrice, il pensiero divergente, l’immaginazione. Se questo pensiero debole comincia a prender corpo in famiglia e nella scuola rischiamo di crescere una generazione di soggetti ibridi e defedati, deboli e soccombenti alla mutevolezza del momento, istrionici e forse fraudolenti verso se stessi.

 

Francesco Provinciali

 

Sosteneva Hume che ogniqualvolta riflettiamo sulla nostra identità personale ci troviamo di fronte a una serie di percezioni che ci appartengono, ma tra le quali non possiamo mai isolare quella distinta che riguarda il nostro io: «Non riesco mai a sorprendere me stesso senza percezione e a cogliervi altro che percezione». Da questa prospettiva di valutazione, l’identità personale diventa una mera suggestione, l’integrità della persona una supposizione, un’entità sommativa e fittizia assoggettata alla mutevolezza anche temporale delle percezioni. Come già in Locke la riflessione di Hume si muove tra empirismo e razionalismo, come derivazione del cogito cartesiano ma in una cornice più ontologica (l’essere) che gnoseologica (il conoscere), anche se in lui segue la direzione della probabilità e dello scetticismo. Credo sia questo il fondamento filosofico da cui prende corpo il tema dell’identità lungamente cercata e della sua progressiva dissoluzione, ereditata dal ‘900, attraverso Kant, Hegel e Nietzsche.

 

Uno, nessuno e centomila’ è la metafora suggestiva usata da Luigi Pirandello per spiegare le contraddizioni tra l’unicità della persona e la molteplicità delle sue sembianze e dei ruoli sociali che ne sono la caleidoscopica rappresentazione: indossando le maschere imposte dalle circostanze la persona diventa personaggio ‘in cerca d’autore’, asservito alle lusinghe o alle contraddizioni dei mutanti contesti relazionali o attore che esplicita un atto di volontà di mutevolezza o nascondimento. Mentre Cassirer è interessato non tanto alla conoscenza in sé quanto alla sua rappresentazione simbolica: «Non possiamo cercare il vero “immediato” là fuori, nelle cose, ma dobbiamo cercarlo in noi stessi»…; ciò che interessa non è la distinzione tra il dentro e il fuori quanto «da quali punti di vista e in base a quale necessità il sapere stesso pervenga a queste distinzioni».

 

Possiamo da ciò argomentare che la sua fenomenologia della conoscenza tratteggia i connotati dell’uomo come “animale simbolico”, depositario di una continuo rimescolamento delle forme rappresentative della realtà. Decisamente illuminante al riguardo è la lettura dello splendido, recentissimo, saggio di Giuseppe Saponaro, “Per Ernst Cassirer”. Il ‘900 accosta alla riflessione speculativa della filosofia come luogo del rimuginamento interiore la forza dirompente dell’evoluzione tecnologica, del quotidiano,  si apre ai nuovi linguaggi nella loro valenza semantica e simbolica, si incardina nel concetto di modernità e si esplicita nelle pluralità e nella molteplicità delle forme espressive.

 

Va osservato che la letteratura e il teatro si sono ampiamente occupati del tema dell’identità, del suo radicamento interiore e della sua connotazione sociale e culturale. Lo sfondo integratore è quel Novecento in cui l’individuo è alla perenne ricerca di una ragione di vita e di una spiegazione al senso delle cose in un contesto esistenziale in cui già prende corpo la rappresentazione plastica della precarietà esistenziale: a partire dai racconti e dalle pièces teatrali di Anton Checov ma più ancora segnatamente in quello che non a torto è stato definito da Martin Esslin  il teatro dell’assurdo, vera icona della vita come perenne attesa, dell’equivoco e dell’inganno, che ha in Samuel Beckett il più autorevole rappresentante (specie con ‘Aspettando Godot’ e ‘Giorni felici’), insieme ad Eugène Ionesco, Harold Pinter e in parte a Thomas Bernhard, che nel “Riformatore del mondo” celebra l’ipertrofia senza freni di un egocentrismo persino miserevole.

 

E mentre attorno all’uomo e per sua mano, tra due guerre mondiali devastanti, cresce vorticosamente l’impresa tecnologica che prende il posto della rivoluzione industriale, si materializzano rappresentazioni di continuo spaesamento dell’individuo in un contesto sociale caratterizzato da assenza di radicamenti esistenziali, da ambivalenze indecifrabili e relativismo etico: ne assume le sembianze Leopold Bloom nell’Ulisse di Joyce e ancor più ‘l’uomo senza qualità’ di Musil, collocato al centro di una gigantesca rappresentazione iconografica da cui esce ridimensionato non per carenza di potenziali capacità ma per assenza di motivazioni e di possibilità di mettere in pratica i principi a cui vorrebbe ispirare la propria condotta, mentre mutano radicalmente i processi di identificazione sociale (a cominciare dal significato di borghesia) pervasi da un senso di decadenza, impossibilità di autorealizzazione, crescente sentimento di impotenza interiore e difficoltà di dominio della realtà. Il tema di fondo che germina dal capolavoro incompiuto è a ben vedere quello del conflitto tra l’”io “ e il “mondo”, l’impossibilità di afferrare e dominare i processi di emancipazione della realtà, compiendo un impossibile tentativo di ricapitolazione dei contesti esistenziali, per mettere ordine nella propria vita.

 

Avvertiamo in questo straordinario romanzo una sorta di transito dall’interno all’esterno: di una coscienza che si fa più attenta, sensibile e perspicace ma al tempo stesso debole e incerta e di un universo materiale e simbolico pervasivo, di cui sfugge il dominio. A ben vedere un’intuizione illuminante che ritroviamo nell’ampia rivisitazione di Zygmunt Bauman – a questo punto persino inflazionata, abusata e distorta da una folta schiera di replicanti e ‘traduttor dei traduttori’ – che descrive una società liquida ed indeterminata che genera sentimenti di spaesamento, angosce e paure in un contesto puntilliforme e privo di approdi, dentro il quale l’uomo senza qualità diventa uomo senza ancoraggi.

 

Siamo nel pieno della crisi esistenziale ed ontologica dell’io pensante e della confusione e sovrapposizione di ruoli nei processi relazionali e partecipativi tipici delle moderne democrazie. Una deriva cui cerca di porre mano una visione utilitaristica della realtà e dell’universo simbolico delle relazioni (definita “dell’attore sociale”) , entro cui l’individuo possa ritrovare un ruolo e una funzione a valenza costruttivista, anche in chiave di autodeterminazione personale. che ha in Goffman e in Ardigò due autorevoli interpreti.

 

Dentro e fuori, realtà e sua rappresentazione, dimensione ontologica che muove verso il consolidamento interiore di una idea del mondo e fenomenologia simbolica come luogo del possibile: sono i temi che anticipano il dualismo che ci è più contemporaneo, quello tra reale e virtuale, tra percepibile e possibile, tra gestibile ma sfuggente e imperscrutabile perché ‘altrove’.

 

Essere e apparire sono la rappresentazione binaria dell’identità cangiante fino a palesarsi come transito verso la sua dissoluzione. Scavando nel profondo la psicanalisi offre contributi decisivi di studio e spiegazione al tema dell’identità di genere, oggi estremamente attuale sul piano culturale e rispetto alle declinazioni normative applicabili al concetto di autodeterminazione identitaria. In un interessante saggio del 2012 Magioncalda e Vassallo considerano il tema dell’identità di genere che definiscono “uno dei fattori psicosessuali che insieme con l’identità sessuale, l’orientamento ed il comportamento sessuale, vanno a costituire, nel contesto generale della personalità, la sessualità dell’individuo. L’identità di genere è la sensazione soggettiva e profondamente radicata che ognuno ha di essere uomo o di essere donna e che generalmente corrisponde al sesso biologico della persona”, soffermandosi peraltro nella considerazione dei cosiddetti “disturbi dell’identità di genere” il cui presupposto scaturisce dalla distinzione biologica dei sessi al punto che – nell’ampia disamina dei casi – viene citata la legge14 aprile 1982, n. 164, vigente in Italia, che reca le “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”, successivamente modificata dall’art.10, D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396.

 

La dissoluzione dell’identità è una deriva che esprime una vistosa accelerazione agli inizi di questo terzo millennio: essa matura in un contesto caratterizzato dall’obsolescenza delle ideologie, sostituite spesso da non convincenti e mutevoli opinioni fino al negazionismo, passa attraverso la società globalizzata che va perdendo il valore del radicamento nella storia e del genius loci, subisce l’intorbidamento del relativismo etico, l’esplosione delle nuove tecnologie e la spinta verso la digitalizzazione come modello di comunicazione e di scambio di relazioni affidate ad algoritmi e a codici alfanumerici.

 

Il mondo sta perdendo la consapevolezza culturale degli archetipi: essi non saranno mai compensati dalle più avanzate conquiste tecnologiche, specie se esse generano un conflitto con “madre natura”: la pandemia che flagella il mondo è conseguenza di una ribellione alla distruzione del pianeta. Affidiamo alla tecnica – in un continuo passaggio dall’interno all’esterno – la fantasia creatrice, il pensiero divergente, l’immaginazione.

 

Stiamo perdendo la correlazione tra manualità e pensiero (e viceversa) affidandoci alle “macchine”: nelle scuole in Finlandia è stato abolito il corsivo e introdotto il tablet, quei ragazzini crescendo useranno solo la firma digitale, mai quella manuale, persa per sempre (Finnish National Agency for Education EDUFI – Istituto Nazionale per l’Educazione Finlandese, 2016). La connotazione biologica, il DNA che ci caratterizza viene assoggettato alla valutazione discrezionale di una sensazione del momento, destinata ad essere cangiante: “oggi mi sento uomo”, “oggi mi sento donna”, non sono lui, non sono lei, chiamatemi “loro”. Il cosplay (travestimento) è l’epifenomeno di una insicurezza interiore oppure la scelta di annullare la certezza dell’identità in una sorta di nichilismo inafferrabile, privato di una stabile conversione.

 

Se questo pensiero debole comincia a prender corpo in famiglia e nella scuola rischiamo di crescere una generazione di soggetti ibridi e defedati, deboli e soccombenti alla mutevolezza del momento, istrionici e forse fraudolenti verso se stessi. Il timore è che le donne e i minori paghino il prezzo più salato, la discriminazione più pervasiva, sia essa connotata da violenza fisica o mascherata da perbenismo. Intanto nel buco nero del web, un universo simbolico che ha molte vie di accesso e poche certezze di ritorno, vengono carpiti i dati dei profili social, costruite improbabili identità mentre si consumano violenze e inganni in danno dei più deboli ed indifesi, si istiga al male e all’autodistruzione, la vita stessa è un accidente storico privo di valore, uno scherzo del tempo nello spazio. La percezione dell’identità in David Hume, pur se velata da uno scetticismo razionale, perfino dalla diffidenza come metodo di conoscenza, avrebbe meritato un esito più rassicurante.

Cile, Provoste (Dc) appoggerà il candidato di sinistra al ballottaggio. Un commento, in campagna elettorale, di Carmen Frei.

 

Yasna Provoste, dopo aver raccolto circa il 12 per cento nelle elezioni di ieri, ha detto di voler trattare con Boric (il candidato della nuova sinistra radicale) in vista del balottaggio, con l’intento chiaro di evitare che vada avanti il fascismo che rappresenta Kast”, il candidato della destra estrema. Qui riproponiamo la nota con la dichiarazione che pochi giorni prima dell’apertura delle urne ha reso Carmen Frei, figlia di Edoardo, lo storico Presidente cileno e leader prestigioso della Dc negli anni ‘60-‘70.

 

Redazione

 

La presidente nazionale della Democrazia Cristiana, Carmen Frei, ha risposto alle dichiarazioni del candidato presidenziale, Gabriel Boric, il quale a metà settimana aveva sottolineato come la Dc abbia rappresentato una storia di “boicottaggio” dei cambiamenti.

 

Non è così. “La Democrazia Cristiana è stata un partito che ha sempre operato in funzione delle trasformazioni sociali, dando ad esse la spinta necessaria, per un Cile più giusto.  La vicenda democristiana custodisce la memoria della “Rivoluzione nella Libertà” che ha portato alla Riforma Agraria, alla nazionalizzazione del rame e alla emancipazione popolare durante il governo di mio padre”, ha detto con chiarezza la  Presidente Dc.

 

Allo stesso modo, ha proseguito Carmen Frei, “durante al dittatura abbiamo difeso i diritti umani, con passione, impegno, generosità e coraggio, e abbiamo lavorato per tornare alla democrazia, anche a costo della vita di tanti compagni.  Abbiamo saputo organizzare e costruire insieme una proposta democratica, inclusiva, con una visione dello Stato che nella cornice della democrazia esigeva governabilità, pace e crescita economica, nonostante il dato di un Paese con il 40% di povertà, responsabilità ed eredità di un Pinochetismo che oggi mira a riconquistare la guida del nostro Paese”.

 

Carmen Frei ha colto altresì l’occasione per sottolineare che “il candidato della sinistra deve avere una coscienza storica che gli permetta di avere l’umiltà di riconoscere che il Cile non inizia con lui o con il Frente Amplio. L’interpretazione stravagante della storia ignora il lavoro di milioni di persone quando si è trattato di ricostruire il paese dopo la dittatura. Certamente, lo abbiamo fatto con entusiasmo e coraggio.  Ecco perché oggi penso che per governare siano necessarie qualità molto importanti: responsabilità e esperienza, innanzi tutto, ma anche  coerenza effettiva con i discorsi e i propositi politici che s’intende portare avanti. Ma, soprattutto, ci vuole tolleranza e umiltà”.

 

Il Cile non è un paese dominato dagli estremi. “Non abbiamo bisogno di governi populisti – di destra o di sinistra –  che ci propongano di tornare alle ricette fallimentari, tanto nel mondo come in Cile, come quelle rappresentate dalla destra neoliberista, individualista e mercatista del Pinochetismo; e neppure dalla sinistra totalitaria, che disprezza la libertà in forza della visione di uno Stato oppressivo delle persone. La Democrazia Cristiana ha dispiegato costantemente la sua azione guardando al bene del Cile, con più successi che errori, e Yasna Provoste rappresenta questa visione per la quale i cileni possano acquisire maggiori diritti, maggiore uguaglianza e migliore sviluppo in un clima di rispetto dello Stato di diritto, che ci permetta di continuare a crescere nell’ordine, nella pace e nella sicurezza”.

 

Per leggere il testo originale

https://www.pdc.cl/2021/11/12/carmen-frei-presidenta-de-la-dc-el-candidato-de-la-izquierda-debe-tener-una-conciencia-historica-que-le-permita-tener-humildad-para-reconocer-que-chile-no-comienza-ni-con-el-ni-con-el-frente/

Libia: tutti i candidati. Il focus dell’Ispi.

 

Presentata oggi (oggi per chi legge, ndr) a Tripoli la lista delle candidature per le presidenziali. Ma sulle future elezioni gravano ancora dubbi e divisioni.

 

Federica Saini Fasanotti

 

C’è anche l’attuale primo ministro libico, Abdulhamid Dbeibah, tra i candidati alla presidenza della Libia per le elezioni del prossimo 24 dicembre. È l’ultimo, annunciato colpo di scena in una corsa verso il voto sempre più affollata nel paese alle prese con la sua prima tornata elettorale in sette anni. Dbeibah si è registrato domenica nonostante la promessa di non farlo, posta come condizione al momento di assumere il suo attuale incarico, e nonostante le contestate regole elettorali gli impediscano di candidarsi. Finora, la Commissione ha riferito di aver ricevuto 61 candidature. Ma presentare la domanda non basta a garantirsi la partecipazione. Gli aspiranti candidati devono soddisfare delle condizioni – come avere una fedina penale pulita e possedere esclusivamente la cittadinanza libica – per accedere alla competizione, in modo da assicurare maggiore inclusività e trasparenza al processo elettorale. Nel frattempo, la lista dei candidati, annunciata oggi a Tripoli, aumenta fino a raggiungere quota 61, mentre sono già più di 3 milioni (su circa 7 milioni di elettori) i cittadini libici che si sono registrati per partecipare al voto.

 

Una corsa affollata?

 

Al momento, la lista dei candidati alle elezioni presidenziali conta tutti i nomi di spicco del panorama politico libico e oltre. C’è Aguila Saleh, presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, un tempo sostenitore delle offensive del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, comandante in capo dell’esercito nazionale libico e anche lui candidato; Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muammar Gheddafi, ricomparso dopo essere stato sequestrato dalle milizie di Zintan e attualmente ricercato dalla Corte penale internazionale. E poi ancora l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha e il vicecapo del precedente Consiglio presidenziale Ahmed Maitig. Per il resto, si tratta di candidati che non hanno ricoperto cariche pubbliche. Eppure, fa notare il quotidiano Daily Sabah, “l’identità dei candidati alla presidenza rischia di ipotecare la legittimità e dell’intero processo elettorale”, e ancora: “Le elezioni non sono una seconda possibilità per teppisti, golpisti, criminali e signori della guerra per soddisfare la loro sete di potere”.

Sembra dargli ragione il procuratore militare il generale della Libia, che oggi – come riferisce Agenzia Nova – ha rinnovato la sua richiesta di sospendere le procedure di candidatura di Saif al Islam Gheddafi e di Khalifa Haftar fino al completamento delle indagini sulle accuse nei loro confronti. In un appello rivolto al capo dell’Alta Commissione elettorale, il procuratore militare ha fatto riferimento a quattro presunti reati di cui è stato accusato Haftar e alle accuse di crimi di guerra contro il secondogenito del defunto leader libico Gheddafi.

Incertezza sulle regole?

A complicare le cose, a meno di sei settimane dal voto sostenuto dalla comunità internazionale nell’ambito di una road map per riportare la stabilità nel paese, il fatto che le regole siano tutt’altro che condivise: in base all’articolo 12 della legge elettorale infatti, uno degli articoli più controversi, gli aspiranti presidenti sono chiamati a lasciare i propri incarichi, sia civili sia militari, novanta giorni prima delle elezioni. Una circostanza che eliminerebbe quindi la candidatura del premier Dbeibah mentre ammetterebbe quella di Haftar. Ma l’Alto Consiglio di Stato con sede a Tripoli ha respinto la legge. Nel tentativo di superare lo stallo, il presidente del Consiglio presidenziale libico, Khaled al Mishri ha prima proposto di mantenere al 24 dicembre solo le elezioni legislative, rinviando quelle presidenziali ad una data successiva al referendum costituzionale, e poi ha invitato gli elettori a boicottare i seggi. Secondo il presidente le elezioni per il capo dello stato non porterebbero la stabilità che, ha detto, in questo momento è “l’obiettivo prioritario” per i libici.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-tutti-candidati-32416#g1

Cl, la transizione di un movimento dopo le dimissioni di don Julian Carron. Il commento su “santalessandro.org” .

 

Il testo è tratto dal settimanale online della diocesi di Bergamo. Nei paragrafi finali, cui è possibile accedere attraverso il link indicato a fondo pagina, si possono leggere alcune interessanti considerazioni sulla questione della presenza dei cattolici in politica.

Giovanni Cominelli

Ai primi di ottobre abbiamo dato notizia del Motu proprio pontificio “Authenticum Charismatis” del 1° novembre 2020. Esso stabilisce che i fondatori di Movimenti e Comunità ecclesiali possono esercitare la leadership a vita, ma i loro successori non possono stare al comando per più di due mandati, comunque non oltre i dieci anni. Tempo due anni, per allinearsi alle nuove direttive.

La novità di questi giorni è che don Julian Carron, Presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, non ha atteso i due anni, si è dimesso in questi giorni con una lettera alla Fraternità, “per favorire che il cambiamento della guida a cui siamo chiamati dal Santo Padre si svolga con la libertà che tale processo richiede… Questo porterà ciascuno ad assumersi in prima persona la responsabilità del carisma”.

La decisione di Carron ha suscitato attenzione e commenti di opposto segno, visto che Comunione e Liberazione ha contato e conta molto nella Chiesa e nella società civile italiana e che, pertanto, ha addosso gli occhi di molti, spesso tutt’altro che benevoli. È l’OK Corral tra Papa Francesco e un Movimento a lui ostile? Il gesto “contiene una sfida”, come sostiene A. Polito sul Corriere della Sera? Una sfida di certo. Ma, rivolta al Papa o a CL? Secondo alcuni commentatori, Papa Francesco vuole addomesticare ruvidamente CL. Concordano con questa interpretazione non solo i nemici di CL, ma anche settori ciellini. Insomma: sarebbe la fine di CL.

L’opinione di chi scrive è che la sfida non sia rivolta né al Papa né ai critici interni, bensì a tutto il Movimento che Carron ha diretto dal 19 marzo 2005. Non pare essere un rancoroso addio all’insegna dell’“adesso arrangiatevi!”. Se un aspetto tattico è individuabile, esso è mosso dalla preoccupazione che una transizione di potere lunga due anni possa far impantanare CL in diatribe interminabili e paralizzanti.

La fatica di una trasformazione profonda

Il suo gesto va compresa sullo sfondo di due questioni brucianti, ancorché di diversa urgenza.

La prima è quella del passaggio dal tempo del “carisma” a quello della “democrazia”. Carron sapeva benissimo, fin dal 2005, di non essere un leader carismatico. “L’essere designato” come leader ne era già la controprova.  Ma il problema è dei ciellini, non di don Carron. Per loro la transizione alla democrazia è dolorosa. Il carisma faceva comodo a tutti. Intanto al leader carismatico. Una volta fondato e costruito un movimento sulla propria misura – anche se don Giussani sosteneva di non aver fondato nulla – il capo può fare ciò che vuole, dall’elaborazione teologica al consigliare il fidanzato/fidanzata più adatto/a, all’indicare le preferenze per il Consiglio comunale di Milano. Ma il carisma fa comodo soprattutto ai militanti. Perché li mette al riparo dal tormento del dubbio e dalle incertezze della scelta.

Il movimento si muove come una falange, che ti esalta nelle vittorie, sempre memorabili, e ti conforta nelle sconfitte, sempre gloriose. Il passaggio alla responsabilità personale è doloroso e faticoso, perché svanisce l’effetto-falange.

Su questo tema Carron ha insistito fin dal suo discorso di accettazione dell’investitura il 19 marzo 2005: occorre passare dal Noi all’Io, all’assunzione di responsabilità personali. Una posizione scomoda, che non risparmia né i vertici né la base e che genera divergenze e divisioni.  Non che fossero mancate all’epoca di don Giussani, ma la potenza del carisma le aveva rese inoffensive o, comunque, ricomprese. Con la gestione Carron sono emerse più libere e più nette.

Una riflessione in divenire su come stare nel mondo

La seconda questione bruciante è che, a partire dal maggio 2012, Carron ha accompagnato/promosso la modifica dell’identità storica di CL su un punto identificante: sul come stare nel mondo.

Quella dello “stare nel mondo senza essere del mondo” è una postura assai scomoda, già prevista dal Vangelo di Giovanni come drammatica. È il rapporto con la politica. CL lo ha declinato, dando vita al Movimento popolare, nato il 29 maggio 1975 e sciolto il 2 dicembre 1993. Dopo lo scioglimento, ha continuato, attraverso propri esponenti – di cui il più noto è Roberto Formigoni – a partecipare alla battaglia politica, attraversando prima il processo di decomposizione della DC e poi quello di formazione di Forza Italia e del PdL. Formigoni è stato presidente della Regione Lombardia dal 1995 al 2013. Nel 1986 CL ha poi promosso la Compagnia delle Opere come strumento di presenza attiva nella società. Insomma, CL ha praticato “la presenza”, in contrapposizione polemica, fin dagli anni ‘’60, alla “scelta religiosa”, tipica dei movimenti cattolici ufficiali, dall’Azione cattolica alla Fuci, assumendo posizioni nette su divorzio, aborto, procreazione assistita, riconoscimento delle coppie omossessuali, caso Englaro e governando da posizioni di potere le istituzioni, dall’amministrazione della Sanità alla Formazione professionale ecc…

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https://www.santalessandro.org/2021/11/20/cl-la-transizione-di-un-movimento-dopo-le-dimissioni-di-don-julian-carron/