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Chiaroscuri del governo Draghi. Le sue luci e le sue ombre. Governo tecnico o governo politico.

Il dado è  tratto !

Il governo italiano è  cosa fatta: bene. E il trasformismo ci ha sempre fatto pensare male: esatto. Il programma è stato presentato, e intanto la fiducia del Senato è arrivata: ottimo. Il doppio dei politici sui tecnici “esterni”: giusto. Poche donne e molti uomini : peccato…ma non  è una tragedia!  Preoccupazioni per molti settentrionali e pochi meridionali: una grande sciocchezza ! Ci sono grillini dissidenti e malpancisti, anche di F.I,  con  un pezzettino di  Sinistra Italiana social-ecologista che si separano e formano un Intergruppo: non tutti i mali vengono per nuocere. E c’è una destra sovranista e urlatrice nazional-populista con i voti, sembra,  ma senza costrutto: pazienza!

Ma c’è dell’altro.

Perché se ricordiamo bene , nel corso della crisi  è stato spesso evocato il ‘Governo dei migliori’.  Aggiungo : evocato e auspicato con molta superficialità e tanta precipitazione . Ed è stato invocato ed atteso, un comandante capo  granitico muscoloso e capace.

Con un suo personale governo di ferro ben piantato  a palazzo Chigi. Per rispondere  così al sentimento diffuso fra gli Italiani, di  questi tempi paurosi e alla ricerca di un uomo forte che li tranquillizzi : caratteristica  di un regime autoritario come ha rilevato tempo fa  il Censis.

Quest’insieme di notizie messe in un unico calderone e date in pasto senza discernimento, grazie al caos del mondo dei media vecchi e nuovi, ad una opinione pubblica spaventata, distratta e incerta sul proprio futuro e su quello dei figli, preoccupa.

E anche molto.

Preoccupa il disinvolto atteggiamento, da parte della stampa quotidiana, della pletora di giornalisti che rincorrono ,la notizia breve e il parlato veloce, delle  televisioni e dei social, dove   si  è sempre taciuto sui pericoli nascosti  per la nostra democrazia rappresentativa,  quando si vara un governo di esperti i quali in quanto tali, difficilmente ammettono il dissenso , la discussione e la mediazione, e che snobbano il Parlamento e gli inesperti.

Tanto sanno tutto loro !

Il  modello : “…ragazzino lasciami lavorare”  faceva forse felice solo  il vecchio Platone, che , come ci insegnano gli studiosi, amava solo  i governi delle  aristocrazie e dei migliori, ma non amava per niente, anzi odiava , la democrazia del popolo e il  voto popolare.

Ma andiamo a noi.

I governi del Presidente

I  governi del Presidente non sono nuovi in Italia.

Quando tuttavia essi si contestualizzano e si calano nella storia politica e sociale che si vive,  come amava raccomandare il sociologo Luigi Sturzo , possono avere significati e aspettative diversi.

Che poi nel nostro caso, proprio il governo  Draghi possa (forse) rappresentare l’inizio di un tempo postideologico tutto ancora da costruire, è il solo aspetto positivo  nascosto dietro le righe di tutta la  vicenda,  ed è  solo da augurarselo con quel pizzico di ottimismo che non guasta mai.

Di un tempo cioè che una volta presa coscienza che “siamo tutti sulla stessa barca” , per dirla col ‘compagno’ Bergoglio, e che in prospettiva dobbiamo remare tutti insieme collaborando ed evitando i conflitti,  ci ritrovi più uniti e ci faccia necessariamente superare, non solo per l’emergenza che  viviamo, le vecchie categorie politiche orizzontali ideologiche che abbiamo ereditate dalla storia : destra, sinistra, centro, con annessi e spesso insignificanti fotocopie personali di mezzo. Caso mai,  e alle soglie del Terzo millennio cristiano, ce le faccia almeno ridefinire. Con la speranza che sappiano mantenere rigidamente  fisso il timone verso un europeismo politico. E che,  sorretti da Norberto Bobbio , ci mettano nelle condizioni di distinguere sempre fra eguaglianza e diseguaglianza. Uno studioso, Bobbio  che tra le altre cose raccomandava proprio agli intellettuali e ai “migliori”,  che  : «Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.».

Gli esperti al governo

Sono  da giorni  convinto – e  non sono solo, grazie  a Dio –  che con l’incarico a Draghi stiamo tutti  guardando il dito e non la luna.

Mattarella ha fatto più del  suo dovere.

E Draghi è bravo.

Non ci sono dubbi !

Draghi ha un ottimo profilo etico e professionale. È un uomo responsabile e serio. Parla poco e non ama i social.  Ed è nel suo campo economico-finanziario, super competente. Bene, anche  perché raccoglie ampi consensi:

da un recentissimo sondaggio Winpoll per Il  Sole 24 ore, risulta che ben 2/3 di italiani hanno fiducia nelle misure di Draghi , ma che tuttavia mettono nello stesso tempo  al primo posto  le politiche per favorire l’occupazione e la formazione. Già ! La disoccupazione e la formazione. Draghi, se crede ai sondaggi , è avvertito.

Detto tutto ciò,  abbiamo completamente rimosso e  stiamo tuttavia dimenticando, che quelli che ne escono con le ossa rotte – forse da guarire in lunghi  anni se non è già tardi – sono la politica italiana, i partiti italiani, assieme alla  qualità della classe politica italiana e delle élite culturali  italiane. Citando alcuni dati Censis,  il 76%;degli italiani non ha oggi fiducia nei partiti, tenendi conto che la sfiducia sale all’81%  tra gli operai, e va all’89%  tra i disoccupati.

A mio avviso partiti e classe politica sfiduciati e

delegittimati già  da un poco di tempo,  non solo per aver preso ultimamente in prestito da uno studio legale l’avvocato Conte consacrando  cosi un  antiparlamentarismo già in fase avanzata, ma anche per aver dimostrato al mondo intero la loro incapacità di sapere (e potere) gestire una crisi che tutta Europa  sta dimostrando di sapere (e potere) gestire – bene o male e  con più o meno  errori – nel rispetto delle più semplici ed elementari  regole democratiche e parlamentari di routine.  

Senza l’aiuto di Governi del Presidente.

E soprattutto  senza aver bisogno di  ” tecnici esterni” nel Governo.

Se è tutta colpa del Recovery plan, e della sua amministrazione,  allora la delegittimazione preoccupa  di più, perché  è  molto  più subdola. Sino a fare pensare male sul modo scorretto  di gestire i soldi  da parte dei politici e dei burocrati  italiani.

Anche di fronte a una classe politica che ormai ama il  protagonismo , la politica spettacolo e i cinguettii,   e con partiti, partitini e gruppi personali,   i governi di un Paese non dovrebbero mai essere governi tecnici perché, augurarsi tali governi con dei tecnici unici e insindacabili possessori delle verità, significa augurarsi governi forti ma non  democratici.

Remiamo insieme …ricordando Bergoglio

Auguriamo  a questo punto al nostro Paese , che proprio grazie a Draghi e al rimescolamento delle carte ideologiche che la sua presenza potrebbe promuovere e ha iniziato a promuovere,  si esca fuori al più presto dal “momentaccio”, sanitario e non,  che attraversiamo.  E soprattutto  possiamo  uscire  fuori da quello che ci aspetta nel post- covid, quando occorrerà essere più uniti e coesi per affrontare il signor Futuro pieno di incognite.

Perché il vero nodo è proprio quest’ultimo. Un Paese cioè  in grado di uscire  fuori  dalla rivoluzionaria e duratura crisi epocale  che viviamo e vivremo,  provocata  da radicali cambiamenti sociali e culturali  ( lavorativi, tecnologici e climatici ) e dunque necessariamente  politici,  con cui dovremo fare i conti nel Futuro iniziato da tempo.

Non bisogna essere per forza cattolici per ripetere assieme al ‘marxista’ Bergoglio, come dicevo,   che questo futuro ci trova tutti “sulla stessa barca”. 

Dobbiamo solo sperare che  questo futuro  non abbia ogni volta e sempre bisogno – in particolare  nei momenti critici e di emergenza – di grandi e pur rispettabili  nomi esterni alla dialettica politica e ai partiti politici.   Non abbia bisogno di governi tecnici lontani dal Parlamento, e sappia e possa risolvere le crisi al suo interno con una sua  classe politica selezionata agli inizi e formata per bene, senza la tombola delle primarie e senza ricorrere agli studi legali  e alle Università, o a bravi banchieri .

Draghi è autorevole.

Il suo governo è autorevole.

E “…tranquillizza l’Unione Europea”, come ha detto  Prodi

Auguri a Draghi e ai suoi ministri di un  Buon lavoro. 

 

I finti amanti del clima

Sono molte le nazioni che si dichiarano sempre più verdi ma che in realtà, sottobanco, commerciano contro il clima.

L’obiettivo dell’Accordo sul clima di Parigi è limitare il riscaldamento al di sotto di 2 gradi Celsius e il più vicino possibile a 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali. Per raggiungere questo obiettivo, il mondo deve ridurre la produzione di combustibili fossili di circa il 6% all’anno tra il 2020 e il 2030. Eppure le proiezioni attuali mostrano un aumento annuo del 2%.

Canada, Regno Unito e Norvegia hanno tutti fissato obiettivi ambiziosi. Il Regno Unito e il Canada si sono impegnati a ridurre le loro emissioni territoriali a zero entro il 2050. La Norvegia vuole essere a impatto zero entro il 2030. 

Ma i buoni propositi di queste nazioni non sempre sono reali, o quantomeno, non sempre riescono a convivere con il vile bisogno di guadagno.

Pensiamo a Oslo. I lampioni sono alimentati da fonti rinnovabili. Per risparmiare energia, le luci intelligenti si attenuano quando non c’è nessuno in giro. Anche il suo sistema di trasporto pubblico è alimentato interamente da energia rinnovabile. Due terzi delle auto nuove vendute in città sono elettriche. C’è solo un problema. Gran parte dell’innovazione ambientale di cui la Norvegia è così orgogliosa è finanziata dai soldi del petrolio. Perché la Norvegia è una delle più importanti esportatrici di combustibili fossili .

Il Regno Unito che ospiterà un importante vertice sul clima entro la fine dell’anno, sta valutando l’apertura di una nuova miniera di carbone.

Il Canada, un 
autoproclamato leader del clima , sta riversando dollari su un progetto di oleodotto. Secondo il Canada Energy Regulator, la produzione di greggio del paese dovrebbe continuare ad aumentare fino al 2039. Secondo i dati del governo, le riserve di petrolio del Canada si attestano a circa 168 miliardi di barili. Se tutto ciò fosse estratto e bruciato, si aggiungerebbero circa 72 gigatonnellate di CO2 nell’atmosfera, sulla base di un calcolo che utilizza le cifre dell’IPCC per i contenuti di carbonio predefiniti. Questo è quasi un terzo del budget di carbonio rimanente del mondo.

Se anche la Norvegia continua a perforare come previsto, le emissioni totali dalle sue riserve conosciute di petrolio e gas ammonteranno a circa 15 gigatonnellate di CO2, secondo CICERO, un istituto di ricerca sul clima norvegese. Ciò consumerebbe il 6,5% del budget di carbonio rimanente per il mondo intero.
Nel frattempo, l’Autorità britannica per il petrolio e il gas stima che alla fine del 2019 le riserve di petrolio del Regno Unito ammontavano a 5,2 miliardi di barili, sufficienti per continuare la produzione per altri due decenni. Se ciò accadesse, la successiva combustione di questi combustibili estratti aggiungerebbe altri 2,2 gigatonnellate di CO2 nell’atmosfera.

Insomma, sembra che il vecchio adagio, sia sempre attuale. Predicare bene e razzolare male.

La pandemia e l’elemosina di san Cipriano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberta Cutaia

Nella seconda metà del III secolo, mentre infuria un’epidemia, l’antico vescovo di Cartagine scrive un’autentica teologia delle opere di carità, un testo di grande attualità che ben ci introduce in questo tempo di penitenza segnato dall’emergenza sanitaria

«È vero, carissimi fratelli, che qualcuno di noi, per tirarsi indietro dall’elemosina, cerca la scusa di avere famiglia e figli»; forse «ti rimane il dubbio di restare senza soldi, se farai molte opere buone?». È un breve stralcio tratto da De opere et eleemosynis, scritto fra il 252 e il 254, durante un’epidemia, da san Cipriano, vescovo di Cartagine, il primo che in Africa conseguì la corona del martirio. Un testo questo — di autentica teologia dell’elemosina — dai contenuti di disarmante attualità, che introduce il nostro tempo di Quaresima, condizionato proprio da una pandemia. Fin dai primi tempi, il cristianesimo sull’esempio di Gesù Cristo si mostrò “anticonformista” nel garantire a ogni persona da mangiare e da bere, chiedendo a tutti di dare un contributo e non soltanto a pochi. «Tu sei preoccupato e hai paura che, se inizierai a donare la maggior parte del tuo patrimonio, forse ti potresti ridurre in miseria, una volta che i tuoi beni siano stati spesi tutti per una generosa beneficenza: su questo sii impavido, sii tranquillo. Non può finire ciò che si spende a vantaggio di Cristo». L’invito del vescovo Cipriano non è un mero sentimentalismo ma una scelta di vita supportata dalle sacre Scritture. «Lo Spirito Santo parla per mezzo di Salomone e dice: “Chi dà ai poveri, non avrà mai bisogno, ma chi distoglie il suo sguardo sarà in grande miseria”[…]. Di conseguenza mentre i poveri nelle loro preghiere innalzano il rendimento di grazie a Dio e pregano per noi, in virtù delle nostre elemosine e delle nostre opere di carità compiute a loro favore, la ricchezza di colui che compie il bene è accresciuta dalla ricompensa di Dio» (Cipriano, Trattati, Città Nuova, 2004, pagine 108-130).

Delle opere caritative Cipriano non fu soltanto promotore; lui stesso praticò fino al martirio (14 settembre 258) questo esercizio di carità. Tant’è che nelle comunità della Chiesa africana esistevano — equivalente delle Caritas dei nostri giorni — delle specie di casse dove si raccoglievano donazioni, ognuno secondo le proprie possibilità, solitamente una volta al mese o quando si poteva a favore dei poveri per provvedere a qualsiasi necessità e non solo per il nutrimento. «Tu conservi il denaro, che non ti salva anche se conservato a dovere, accumuli un patrimonio che ti opprime con il suo peso, e non ti ricordi che cosa rispose Dio al ricco che si vantava con sciocca vanagloria dell’abbondanza dei suoi beni. Disse: “Sciocco, in questa notte ti è richiesta la tua vita. Allora di chi saranno le cose che hai preparato? Dividi i tuoi guadagni con il tuo Dio”» (capitolo 13). Cioè i poveri e i bisognosi del mondo! E Cipriano, che comprendeva molto bene i timori e le paure delle persone di rinunciare a taluni propri beni, rassicurava la comunità con episodi ricavati dalla Bibbia. Tra gli altri esempi quello della vedova della città di Giaffa, Tabitha, famosa per le opere di carità che faceva a qualsiasi persona bisognosa. «Poiché Tabitha, che si era dedicata moltissimo a compiere opere di carità ed elemosine, si era ammalata ed era morta, fu mandato a chiamare Pietro presso il capezzale della defunta. Quando egli giunse sollecitamente seguendo l’istinto caritatevole proprio del suo apostolato, fu circondato dalle vedove che piangevano e supplicavano, mostrando i mantelli, le tuniche e tutti gli abiti, che erano stati donati dalla buona vedova; imploravano la grazia per la defunta non con le loro parole, ma per le opere da lei compiute»; mentre «tutti entravano nella stanza e si meravigliavano, il corpo si rianima, risorto di nuovo a questa luce del mondo. I meriti della misericordia ebbero tanta efficacia, ebbero tanto valore le opere di carità! Colei che aveva donato i mezzi per vivere alle vedove in difficoltà meritò di essere richiamata alla vita grazie alla preghiera di quelle stesse vedove» (capitolo 6).

«Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!», scrive Alessandro Manzoni ne I promessi sposi (Meridiani, Mondadori, 2002, tomo I , pagina 422). Fare l’elemosina è imitare l’amore di Dio, che per primo si è preso cura dell’uomo. Il termine deriva dal greco eleemosyne, dal verbo eleêin: avere compassione, pietà. Un altro esempio calzante ripreso da Cipriano è la storia della vedova di Zarepta. «Si parla di una vedova: dopo che si era esaurito ogni cibo a causa della carestia e della fame, quella vedova aveva fatto un pane di cenere con il poco farro e olio che era rimasto; dopo averlo mangiato, sapeva che sarebbe morta insieme ai suoi figli. Sopraggiunse Elia e le chiese che fosse dato da mangiare prima a lui. Quella donna non esitò a obbedire, né come madre preferì i suoi figli a Elia, pur essendo nella fame e nel bisogno. Anzi al cospetto di Dio compie ciò che è gradito a Lui: senza indugio e con generosità offre ciò che era richiesto e dona non una piccola parte dal molto, ma tutto quel poco che possiede; pur essendo affamati i suoi figli, si nutre prima un forestiero e nella miseria e nella fame si pensa prima al dovere della carità che al cibo, perché si salva in modo spirituale l’anima compiendo opere di carità» (capitolo 17). Ora la Quaresima, col suo ricorrente invito alla penitenza e all’emendazione, potrebbe o, meglio, dovrebbe, essere il tempo propizio per intraprendere un nuovo cammino di vita sotto l’egida e l’auspicio del cartaginese Cipriano. «Gareggiamo volentieri e gioiosamente per raggiungere questa vittoria che otteniamo grazie alle opere di carità» (capitolo 26). «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre» (Matteo, 6, 26).

‘Ndrangheta: da frutta a market affari da 24,5 mld

Dal controllo dei trasporti dell’ortofrutta fino all’estorsione dei supermercati il volume d’affari delle agromafie ha superato i 24,5 miliardi di euro con attività che riguardano l’intera filiera del cibo, anche approfittando anche della crisi causata dall’emergenza covid. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alle ultime operazioni delle forze dell’ordine che hanno smascherato pericolosi sodalizi criminali che imponevano le proprie ditte di autotrasporto e di prodotti ortofrutticoli con estorsioni, intimidazioni e attività di intestazione fittizia di beni a soggetti compiacenti.

L’agroalimentare è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi economica perché – sottolinea la Coldiretti – consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone. Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione le agromafie impongono l’utilizzo di specifiche ditte di trasporti, o la vendita di determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della mancanza di liquidità, arrivano a rilevare direttamente grazie – continua la Coldiretti – alle disponibilità di capitali ottenuti con il commercio della droga.

Un fenomeno che minaccia di aggravarsi ulteriormente per gli effetti della pandemia che potrebbe spingere le imprese a rischio a ricorrere all’usura per trovare i finanziamenti necessari. In questo modo la malavita si appropria – sottolinea la Coldiretti – di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma anche compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy.

“Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie ancora larghe della legislazione con la riforma dei reati in materia agroalimentare” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’innovazione tecnologica e i nuovi sistemi di produzione e distribuzione globali rendono ancora più pericolose le frodi agroalimentari che per questo vanno perseguite con un sistema punitivo più adeguato con l’approvazione delle proposte di riforma dei reati alimentari presentate da Giancarlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio Agromafie”.

Startup e PMI innovative, nuovo incentivo per gli investimenti

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero dello Sviluppo economico che, di concerto con il Ministero dell’Economia, definisce le modalità di attuazione del nuovo incentivo per le persone fisiche che investono in startup e PMI innovative.

L’agevolazione fiscale, introdotta dal decreto Rilancio, è pari al 50% dell’investimento effettuato nelle startup innovative (investimento agevolabile fino ad un massimo di 100 mila euro, per ciascun periodo di imposta) e nelle PMI innovative (fino ad un massimo di 300 mila euro, oltre tale limite, sulla parte eccedente l’investitore può detrarre il 30% in ciascun periodo d’imposta), nei limiti delle soglie fissate dal regime “de minimis”.

L’investimento, che può essere effettuato direttamente o anche indirettamente attraverso fondi comuni (Oicr), deve essere mantenuto per almeno 3 anni.

La presentazione della domanda, la registrazione e la verifica dell’aiuto “de minimis” sarà effettuata esclusivamente tramite la piattaforma informatica in corso di predisposizione dal MiSE.

Sono ammessi tutti gli investimenti già effettuati nel corso dell’anno 2020 e fino all’operatività della piattaforma: l’impresa beneficiaria può presentare domanda nel periodo compreso tra il primo marzo e il 30 aprile 2021.

A regime gli investimenti dovranno essere effettuati solo dopo la presentazione della domanda.

 

Per maggiori informazioni

Decreto (gazzettaufficiale.it)

Infezioni virali: scoperta una “scorciatoia” del sistema immunitario per combatterle

Una “scorciatoia” del sistema immunitario per rifornire più rapidamente l’organismo delle difese necessarie (le cellule natural killer) a contrastare virus e altri agenti patogeni. Sono le nuove cellule staminali super-efficienti scoperte dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e dell’Università di Genova con la collaborazione di altri Centri italiani. Lo studio ha coinvolto bambini e adulti affetti da HIV, epatite C e infezione da citomegalovirus. I risultati della ricerca, finanziata principalmente da AIRC, sono stati appena pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Allergy and Clinical Immunology.

LE CELLULE NATURAL KILLER

Le cellule natural killer (NK) giocano un ruolo fondamentale nella difesa di prima linea contro le infezioni da virus, ma anche contro la crescita dei tumori e la diffusione di metastasi. Hanno una vita piuttosto breve (pochi giorni) e richiedono un ricambio costante che viene garantito dalle staminali da cui hanno origine tutte le cellule del sangue. In alcune condizioni patologiche, come le infezioni virali e altre malattie infiammatorie, l’impiego e il possibile “esaurimento” delle NK aumentano notevolmente. Per rispondere al fabbisogno dell’organismo, quindi, le staminali si attivano, iniziano a dividersi e a dare origine a diverse cellule difensive del sangue, in particolare le NK. Tuttavia, per ottenere cellule NK mature e perfettamente armate occorrono molte settimane, un tempo non sempre compatibile con l’aggressività e la rapidità della replicazione del virus in corso d’infezione.

LO STUDIO

Lo studio che ha portato alla scoperta delle nuove staminali è stato condotto dai ricercatori del Bambino Gesù e dell’Università di Genova in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Istituto Gaslini, l’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, l’Università di Torino, l’Ospedale Sanremo e l’Ospedale Policlinico San Martino. Nella ricerca sono stati coinvolti pazienti pediatrici e adulti affetti da HIV, epatite C e infezione da citomegalovirus.

Le indagini di laboratorio sui campioni di sangue dei pazienti arruolati, hanno portato alla scoperta di due nuovi tipi di staminali, individuate grazie a particolari caratteristiche (marcatori) della loro superficie cellulare. Nel primo tipo sono presenti tre proteine: la proteina CD34 che permette di identificare tutte le cellule staminali del sangue e le proteine DNAM-1 e CXCR4 che controllano l’attivazione e la migrazione delle cellule. Il secondo tipo, invece, è sprovvisto della proteina CD34 (perciò difficilmente riconoscibile come staminale), ma per una peculiare combinazione di molecole sulla superficie cellulare si è rivelato in grado di dare origine a cellule NK mature.

Dalla ricerca è emerso, inoltre, che molte delle NK generate dalle nuove staminali sono dotate di un recettore (la proteina NKG2C) che permette di riconoscere il citomegalovirus (CMV) e di bloccarne la replicazione. Il CMV è un virus molto diffuso ed è un’importante causa di malattia, soprattutto per le persone con il sistema immunitario compromesso.

«Le cellule staminali identificate per la prima volta con la nostra ricerca sono state rintracciate in grandi quantità nel sangue di pazienti con infezioni virali. Rappresentano, quindi, una sorta di scorciatoia utilizzata dal sistema immunitario per generare rapidamente NK quando c’è bisogno di nuove armi contro i patogeni» spiegano il prof. Lorenzo Moretta, responsabile dell’Area di Ricerca di Immunologia del Bambino Gesù e il prof. Andrea De Maria del Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Genova. «Una volta isolate e coltivate in laboratorio, le nuove staminali si moltiplicano e, in circa 3 settimane, danno origine a cellule NK mature, dotate di una spiccata capacità di uccidere le cellule tumorali e pronte a combattere i virus, soprattutto il citomegalovirus».

LE PROSPETTIVE TERAPEUTICHE

«La scoperta di staminali così efficaci nelle difese contro i virus, ma anche molto efficaci contro i tumori, apre la strada alla definizione di strategie terapeutiche per sfruttarle al meglio» sottolinea il prof. Moretta. «Immaginiamo, ad esempio, farmaci in grado di rafforzarle ulteriormente o in grado di indurne una estesa proliferazione direttamente nei pazienti o in laboratorio, seguita da infusione nei pazienti stessi».

«Indagini ancora del tutto preliminari hanno individuato numeri particolarmente elevati delle nuove cellule staminali anche in pazienti con COVID-19» conclude il prof. De Maria. «Questi dati potrebbero offrire nuovi spunti per comprendere meglio la grave malattia innescata dal virus SARS-CoV-2 (ad esempio studiando le possibili correlazioni tra la frequenza delle nuove staminali e l’evoluzione del COVID-19) e per disegnare nuovi interventi terapeutici efficaci».

Draghi? Un gigante.

Senza ghirigori e giri di parole, senza retorica pomposa da avvocaticchio di paese ha toccato tutti i temi che hanno fatto dell’Italia un paria nel consesso mondiale.

Prima di tutto atlantismo ed europeismo: niente più ammiccamenti a Russia e Cina. L’Italia è fondatore della EU e Paese centrale dell’alleanza atlantica.
L’Euro è irreversibile…come la morte (capito Salvini?)

Gli interventi che incidono sulla vita dei cittadini saranno presi e annunciati con sufficiente anticipo (capito Conte e Speranza?)

Il piano vaccinale sarà rafforzato e la distribuzione affidata alle strutture esistenti senza padiglioni petalosi (capito Arcuri?)

Il piano di riforme sarà orientato a lasciare ai giovani, che già pagano e hanno pagato gli egoismi di chi ha avuto, un Paese migliore

Debito pubblico buono; uno spreco oggi è un torto alle future generazioni

Valorizzazione del ruolo delle donne nel mondo del lavoro basata sulle pari condizioni di partenza e non sulle “farisaiche quote rosa”

Riforma degli ammortizzatori sociali oggi squilibrati fra chi ha molte protezioni e chi non ne ha nessuna

Colmare il gap di competenze della scuola italiana senza rinunciare alla nostra cultura; recupero delle ore perse

Rafforzamento della ricerca, anche quella di base

Riforma del fisco complessiva, no interventi su singole voci che si prestano anche all’azione dei gruppi di pressione; riduzione graduale del carico fiscale

Rafforzamento della concorrenza, favorire la partecipazione dei privati agli investimenti

Riforma della giustizia civile, smaltimento dell’arretrato e ristrutturazione dell’organizzazione dei tribunali

Transizione verde e digitale in un quadro complessivo di riforme

Attenzione ai Paesi in cui vengono violati i diritti fondamentali dell’uomo (Russia, Bielorussia, Hong Kong, Myanmar)

Un discorso che si proietta non solo oltre la legislatura ma anche oltre il 2026.

[Tratto da Fb]

Il discorso programmatico del Premier Draghi al Senato

Il primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini.

Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti. Ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno.

Prima di illustrarvi il mio programma, vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari.

Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro enorme sacrificio e li ringraziamo. Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni.

Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole.

Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour:”… le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano”.

Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività.Nel ringraziare, ancora una volta il presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia.

Ringrazio altresì il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia.

Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule.

Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca.

Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti.

Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato. La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un Paese. Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo.

Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità. Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili.

Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza. Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato.

Questo è lo spirito repubblicano del mio governo. La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo.

Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione. L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti.

Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale.

A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità, il proprio apporto. Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti.

Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura.

È una domanda che ci dobbiamo porre quando non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura. Una domanda alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse.

Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti. Esprimo davanti a voi, che siete i rappresentanti eletti degli italiani, l’auspicio che il desiderio e la necessità di costruire un futuro migliore orientino saggiamente le nostre decisioni.

Nella speranza che i giovani italiani che prenderanno il nostro posto, anche qui in questa aula, ci ringrazino per il nostro lavoro e non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo.

Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori.

Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione.

Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa.

Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea.

Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere.

Siamo una grande potenza economica e culturale. Mi sono sempre stupito e un po’ addolorato in questi anni, nel notare come spesso il giudizio degli altri sul nostro Paese sia migliore del nostro. Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano.

Da quando è esplosa l’epidemia, ci sono stati – i dati ufficiali sottostimano il fenomeno — 92.522 morti, 2.725.106 cittadini colpiti dal virus, in questo momento 2.074 sono i ricoverati in terapia intensiva. Ci sono 259 morti tra gli operatori sanitari e 118.856 sono quelli contagiati, a dimostrazione di un enorme sacrificio sostenuto con generosità e impegno.

Cifre che hanno messo a dura prova il sistema sanitario nazionale, sottraendo personale e risorse alla prevenzione e alla cura di altre patologie, con conseguenze pesanti sulla salute di tanti italiani.

L’aspettativa di vita, a causa della pandemia, è diminuita: fino a 4 – 5 anni nelle zone di maggior contagio; un anno e mezzo – due in meno per tutta la popolazione italiana. Un calo simile non si registrava in Italia dai tempi delle due guerre mondiali. La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne.

Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento.

Si è anche aggravata la povertà. I dati dei centri di ascolto Caritas, che confrontano il periodo maggio-settembre del 2019 con lo stesso periodo del 2020, mostrano che da un anno all’altro l’incidenza dei “nuovi poveri” passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che oggi si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta.

Tra i nuovi poveri aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, degli italiani, che sono oggi la maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa, di fasce di cittadini finora mai sfiorati dall’indigenza.Il numero totale di ore di Cassa integrazione per emergenza sanitaria dal 1 aprile al 31 dicembre dello scorso anno supera i 4 milioni. Nel 2020 gli occupati sono scesi di 444 mila unità ma il calo si è accentrato su contratti a termine (-393 mila) e lavoratori autonomi (-209).

La pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato.Gravi e con pochi precedenti storici gli effetti sulla diseguaglianza. In assenza di interventi pubblici il coefficiente di Gini, una misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, sarebbe aumentato, nel primo semestre del 2020 (secondo una recente stima), di 4 punti percentuali, rispetto al 34.8% del 2019. Questo aumento sarebbe stato maggiore di quello cumulato durante le due recenti recessioni. L’aumento nella diseguaglianza è stato tuttavia attenuato dalle reti di protezione presenti nel nostro sistema di sicurezza sociale, in particolare dai provvedimenti che dall’inizio della pandemia li hanno rafforzati.

Rimane però il fatto che il nostro sistema di sicurezza sociale è squilibrato, non proteggendo a sufficienza i cittadini con impieghi a tempo determinato e i lavoratori autonomi.Le previsioni pubblicate la scorsa settimana dalla Commissione europea indicano che sebbene nel 2020 la recessione europea sia stata meno grave di quanto ci si aspettasse – e che quindi già fra poco più di un anno si dovrebbero recuperare i livelli di attività economica pre-pandemia – in Italia questo non accadrà prima della fine del 2022, in un contesto in cui, prima della pandemia, non avevamo ancora recuperato pienamente gli effetti delle crisi del 2008-09 e del 2011-13.

La diffusione del Covid ha provocato ferite profonde nelle nostre comunità, non solo sul piano sanitario ed economico, ma anche su quello culturale ed educativo. Le ragazze e i ragazzi hanno avuto, soprattutto quelli nelle scuole secondarie di secondo grado, il servizio scolastico attraverso la didattica a distanza che, pur garantendo la continuità del servizio, non può non creare disagi ed evidenziare diseguaglianze. Un dato chiarisce meglio la dinamica attuale: a fronte di 1.696.300 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, nella prima settimana di febbraio solo 1.039.372 studenti (il 61,2% del totale) ha avuto assicurato il servizio attraverso la Didattica a Distanza.

Questa situazione di emergenza senza precedenti impone di imboccare, con decisione e rapidità, una strada di unità e di impegno comune.

Gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo: non era mai accaduto che si riuscisse a produrre un nuovo vaccino in meno di un anno.

La nostra prima sfida è, ottenutene le quantità sufficienti, distribuirlo rapidamente ed efficientemente. Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare, ricorrendo alla protezione civile, alle forze armate, ai tanti volontari.

Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private.

Facendo tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati. E soprattutto imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi disponendo subito di quantità di vaccini adeguate. La velocità è essenziale non solo per proteggere gli individui e le loro comunità sociali, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus.

Sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi dobbiamo aprire un confronto a tutto campo sulla riforma della nostra sanità. Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria). È questa la strada per rendere realmente esigibili i “Livelli essenziali di assistenza” e affidare agli ospedali le esigenze sanitarie acute, post acute e riabilitative. La “casa come principale luogo di cura” è oggi possibile con la telemedicina, con l’assistenza domiciliare integrata.

Scuola:  non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà. Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale.

Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza. È necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale. Siamo chiamati disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugare le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo. Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni.

In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli Itis (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. E’ stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale. Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli Itis, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia.

Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate. La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria.

Allo stesso tempo occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici. Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza.

Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo? Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente.

Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così. Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute, dall’inquinamento, alla fragilità idrogeologica, all’innalzamento del livello dei mari che potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili. Lo spazio che alcune megalopoli hanno sottratto alla natura potrebbe essere stata una delle cause della trasmissione del virus dagli animali all’uomo. Come ha detto papa Francesco “Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessi al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore”.

Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane. Anche nel nostro Paese alcuni modelli di crescita dovranno cambiare.

Ad esempio il modello di turismo, un’attività che prima della pandemia rappresentava il 14 per cento del totale delle nostre attività economiche. Imprese e lavoratori in quel settore vanno aiutati ad uscire dal disastro creato dalla pandemia. Ma senza scordare che il nostro turismo avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato.Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce.

Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi.La capacità di adattamento del nostro sistema produttivo e interventi senza precedenti hanno permesso di preservare la forza lavoro in un anno drammatico: sono stati sette milioni i lavoratori che hanno fruito di strumenti di integrazione salariale per un totale di 4 miliardi di ore.

Grazie a tali misure, supportate anche dalla Commissione Europea mediante il programma Sure è stato possibile limitare gli effetti negativi sull’occupazione. A pagare il prezzo più alto sono stati i giovani, le donne e i lavoratori autonomi. È innanzitutto a loro che bisogna pensare quando approntiamo una strategia di sostegno delle imprese e del lavoro, strategia che dovrà coordinare la sequenza degli interventi sul lavoro, sul credito e sul capitale.

Centrali sono le politiche attive del lavoro. Affinché esse siano immediatamente operative è necessario migliorare gli strumenti esistenti, come l’assegno di riallocazione, rafforzando le politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati. Vanno anche rafforzate le dotazioni di personale e digitali dei centri per l’impiego in accordo con le regioni.

Questo progetto è già parte del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza ma andrà anticipato da subito. Il cambiamento climatico, come la pandemia, penalizza alcuni settori produttivi senza che vi sia un’espansione in altri settori che possa compensare.

Dobbiamo quindi essere noi ad assicurare questa espansione e lo dobbiamo fare subito. La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create. Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta.

La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne.

L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo.

Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro.Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali.

Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese.

Aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno.

Sviluppare la capacità di attrarre investimenti privati nazionali e internazionali è essenziale per generare reddito, creare lavoro, investire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite. Vi sono poi strumenti specifici quali il credito d’imposta e altri interventi da concordare in sede europea.

Per riuscire a spendere e spendere bene, utilizzando gli investimenti dedicati dal Next Generation e occorre irrobustire le amministrazioni meridionali, anche guardando con attenzione all’esperienza di un passato che spesso ha deluso la speranza.

In tema di infrastrutture occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare ed accelerare gli investimenti con certezza dei tempi, dei costi e in piena compatibilità con gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel Programma nazionale di Ripresa e Resilienza.

Particolare attenzione va posta agli investimenti in manutenzione delle opere e nella tutela del territorio, incoraggiando l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di Intelligenza artificiale e tecnologie digitali. Il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti.

La strategia per i progetti del Next Generation EU non può che essere trasversale e sinergica, basata sul principio dei co-benefici, cioè con la capacità di impattare simultaneamente più settori, in maniera coordinata.

Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare, non solo dispiegando tutte le tecnologie a nostra disposizione ma anche investendo sulla consapevolezza delle nuove generazioni che “ogni azione ha una conseguenza”.

Come si è ripetuto più volte, avremo a disposizione circa 210 miliardi lungo un periodo di sei anni. Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia.

La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo Strumento per la ripresa e resilienza, dovrà essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica. Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR).

Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro che, includendo le necessarie interlocuzioni con la Commissione Europea, avrebbe una scadenza molto ravvicinata, la fine di aprile. Gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal Governo uscente saranno di importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale. Voglio qui riassumere l’orientamento del nuovo Governo.

Le Missioni del Programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente, ovvero l’innovazione, la digitalizzazione, la competitività e la cultura; la transizione ecologica; le infrastrutture per la mobilità sostenibile; la formazione e la ricerca; l’equità sociale, di genere, generazionale e territoriale; la salute e la relativa filiera produttiva.

Dovremo rafforzare il Programma prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano.

Il Programma è finora stato costruito in base ad obiettivi di alto livello e aggregando proposte progettuali in missioni, componenti e linee progettuali. Nelle prossime settimane rafforzeremo la dimensione strategica del Programma, in particolare con riguardo agli obiettivi riguardanti la produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G.Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione.

Compito dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione. In base a tale visione strategica, il Programma nazionale di Ripresa e Resilienza indicherà obiettivi per il prossimo decennio e più a lungo termine, con una tappa intermedia per l’anno finale del Next Generation EU, il 2026. Non basterà elencare progetti che si vogliono completare nei prossimi anni. Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione Europea intende arrivare a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti. Selezioneremo progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del Programma, prestando grande attenzione alla loro fattibilità nell’arco dei sei anni del programma.

Assicureremo inoltre che l’impulso occupazionale del Programma sia sufficientemente elevato in ciascuno dei sei anni, compreso il 2021. Chiariremo il ruolo del terzo settore e del contributo dei privati al Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza attraverso i meccanismi di finanziamento a leva (fondo dei fondi).

Sottolineeremo il ruolo della scuola che tanta parte ha negli obiettivi di coesione sociale e territoriale e quella dedicata all’inclusione sociale e alle politiche attive del lavoro.

Nella sanità dovremo usare questi progetti per porre le basi, come indicato sopra, per rafforzare la medicina territoriale e la telemedicina. La governance del Programma di ripresa e resilienza è incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei Ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore.

Il Parlamento verrà costantemente informato sia sull’impianto complessivo, sia sulle politiche di settore. Infine il capitolo delle riforme che affronterò ora separatamente. Le riformeIl Next generation EU prevede riforme.

Alcune riguardano problemi aperti da decenni ma che non per questo vanno dimenticati. Fra questi la certezza delle norme e dei piani di investimento pubblico, fattori che limitano gli investimenti, sia italiani che esteri. inoltre la concorrenza: chiederò all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, di produrre in tempi brevi come previsto dalla Legge Annuale sulla Concorrenza (Legge 23 luglio 2009, n. 99) le sue proposte in questo campo. Negli anni recenti i nostri tentativi di riformare il paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati. Il problema sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza.

Nel caso del fisco, per fare un esempio, non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli. Inoltre, le esperienze di altri paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta.

Ad esempio la Danimarca, nel 2008, nominò una Commissione di esperti in materia fiscale. La Commissione incontrò i partiti politici e le parti sociali e solo dopo presentò la sua relazione al Parlamento.

Il progetto prevedeva un taglio della pressione fiscale pari a 2 punti di Pil. L’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito veniva ridotta, mentre la soglia di esenzione veniva alzata. Un metodo simile fu seguito in Italia all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando il governo affidò ad una commissione di esperti, fra i quali Bruno Visentini e Cesare Cosciani.

Il compito di ridisegnare il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951. Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio.

In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività.

Funzionale al perseguimento di questi ambiziosi obiettivi sarà anche un rinnovato e rafforzato impegno nell’azione di contrasto all’evasione fiscale. L’altra riforma che non si può procrastinare è quella della pubblica amministrazione. Nell’emergenza l’azione amministrativa, a livello centrale e nelle strutture locali e periferiche, ha dimostrato capacità di resilienza e di adattamento grazie a un impegno diffuso nel lavoro a distanza e a un uso intelligente delle tecnologie a sua disposizione. La fragilità del sistema delle pubbliche amministrazioni e dei servizi di interesse collettivo è, tuttavia, una realtà che deve essere rapidamente affrontata. Particolarmente urgente è lo smaltimento dell’arretrato accumulato durante la pandemia.

Agli uffici verrà chiesto di predisporre un piano di smaltimento dell’arretrato e comunicarlo ai cittadini

La riforma dovrà muoversi su due direttive: investimenti in connettività con anche la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini; aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici, anche selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati.

Nel campo della giustizia le azioni da svolgere sono principalmente quelle che si collocano all’interno del contesto e delle aspettative dell’Unione europea. Nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, la Commissione, pur dando atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ci esorta: ad aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l’applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell’arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione.

Nei nostri rapporti internazionali questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite. Ancoraggi che abbiamo scelto fin dal dopoguerra, in un percorso che ha portato benessere, sicurezza e prestigio internazionale. Profonda è la nostra vocazione a favore di un multilateralismo efficace, fondato sul ruolo insostituibile delle Nazioni Unite.

Resta forte la nostra attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa. Gli anni più recenti hanno visto una spinta crescente alla costruzione in Europa di reti di rapporti bilaterali e plurilaterali privilegiati. Proprio la pandemia ha rivelato la necessità di perseguire uno scambio più intenso con i partner con i quali la nostra economia è più integrata.

Per l’Italia ciò comporterà la necessità di meglio strutturare e rafforzare il rapporto strategico e imprescindibile con Francia e Germania. Ma occorrerà anche consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una specifica sensibilità mediterranea e dalla condivisione di problematiche come quella ambientale e migratoria: Spagna, Grecia, Malta e Cipro.

Continueremo anche a operare affinché si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato Nato.

L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati. Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina.

Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati. L’avvento della nuova Amministrazione USA prospetta un cambiamento di metodo, più cooperativo nei confronti dell’Europa e degli alleati tradizionali.

Sono fiducioso che i nostri rapporti e la nostra collaborazione non potranno che intensificarsi.

Dal dicembre scorso e fino alla fine del 2021, l’Italia esercita per la prima volta la Presidenza del G20. Il programma, che coinvolgerà l’intera compagine governativa, ruota intorno a tre pilastri: People, Planet, Prosperity.

L’Italia avrà la responsabilità di guidare il Gruppo verso l’uscita dalla pandemia, e di rilanciare una crescita verde e sostenibile a beneficio di tutti.

Si tratterà di ricostruire e di ricostruire meglio. Insieme al Regno Unito – con cui quest’anno abbiamo le Presidenze parallele del G7 e del G20 – punteremo sulla sostenibilità e la “transizione verde” nella prospettiva della prossima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico (Cop 26), con una particolare attenzione a coinvolgere attivamente le giovani generazioni, attraverso l’evento “Youth4Climate”.

Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento. E’ un sostegno che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono un paese capace di realizzare i loro sogni. Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che sono certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia.

Ogni tappa della vita è un tempo per credere, sperare e amare

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
Il digiuno, la preghiera e l’elemosina sono le condizioni e l’espressione della Quaresima come percorso di conversione.
Lo ha spiegato papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2021.
«La via della povertà e della privazione (il digiuno), lo sguardo e i gesti d’amore per l’uomo ferito (l’elemosina) e il dialogo filiale con il Padre (la preghiera) ci permettono di incarnare una fede sincera, una speranza viva e una carità operosa».
«Il digiuno aiuta ad amare Dio e il prossimo» perché «chi digiuna si fa povero con i poveri e “accumula” la ricchezza dell’amore ricevuto e condiviso».
Il Pontefice ha continuato sostenendo che la speranza è acqua viva, che alimenta la nostra fede e che non delude.
Quando Gesù crocifisso annuncia che il terzo giorno risorgerà, sta affermando la speranza: ossia che la storia non si chiude sui nostri errori, sulle nostre violenze e ingiustizie e sul peccato che crocifigge l’Amore.
Speranza che significa attingere dal suo Cuore aperto il perdono del Padre.
È vero che parlare di speranza nelle difficoltà in cui viviamo potrebbe sembrare una provocazione – ha sottolineato Francesco –, ma ricevendo il perdono di Gesù, diventiamo a nostra volta diffusori del perdono.
Il perdono di Dio – ha ribadito – permette di vivere una Pasqua di speranza e fraternità.
Ed ha spiegato che, per dare speranza, basta essere «una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza».
Per questo è fondamentale raccogliersi per pregare e incontrare, nel segreto, il Padre della tenerezza.
«La carità – ha aggiunto il Papa – vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno, è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza».
«La carità – ha continuato – si rallegra nel veder crescere l’altro. La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione».
Secondo papa Francesco, a partire dall’amore sociale è possibile progredire verso una civiltà dell’amore. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché è il modo migliore per raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti.
«La carità – ha sottolineato il Pontefice – è dono che dà senso alla nostra vita. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità».
Vivere una Quaresima di carità vuol dire anche prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid.
«Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità – ha concluso Francesco – i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società».

Il “centro”, dopo questo Governo decolla.

Dunque, il Governo Draghi è decollato e la politica, almeno quella che abbiamo vissuto e sperimentato negli ultimi tempi tra i diversi schieramenti alternativi – si fa per dire – viene momentaneamente sospesa. Almeno si spera. Ora, all’interno di un quadro politico che negli ultimi 3 anni, cioè dopo le elezioni del 2018, è stato dominato e caratterizzato dal populismo e dal trasformismo, con questa esperienza di governo forse sarà possibile ricostruire un nuovo assetto politico, con nuove alleanze e, molto probabilmente, anche con nuovi soggetti politici. Purtroppo, non cambieranno granché gli esponenti politici ma anche su questo versante ci saranno novità. Probabilmente circoscritte, ma ci saranno.

Ed è proprio in questa cornice che si rende sempre più necessaria la presenza politica di una forza che sia in grado di riaffermare una vera cultura di governo, una capacità di comporre interessi contrapposti, che abbia un grande rispetto delle istituzioni con un vero senso dello Stato,  che eserciti una cultura della mediazione, che batta alla radice qualsiasi deriva che punta alla radicalizzazione della lotta politica e che, soprattutto, abbia una classe dirigente che sappia finalmente coniugare rappresentatività territoriale, politica e sociale con la qualità della medesima classe dirigente. Insomma, per dirla in breve, che sappia recuperare quelle caratteristiche e quelle peculiarità – pur senza riproporre quella esperienza partitica, come ovvio e scontato – che hanno caratterizzato per decenni la cittadella politica italiana. Certo, è del tutto evidente che l’attuale fase politica è quasi antropologicamente diversa rispetto a quella del passato. Del resto, quando prevalgono i disvalori del trasformismo, del populismo e quindi dell’opportunismo, è del tutto evidente che la politica, almeno quella che per molti anni abbiamo conosciuto e sperimentato anche nel nostro paese, è destinata ad arretrare e a fare un passo di lato. Ma la ruota gira e la moda di ieri, che ha fatto la fortuna di alcuni partiti, può diventare nell’arco di poco tempo una palla al piede per chi vuole e cerca di ridare prestigio, autorevolezza e credibilità alla stessa politica e ai partiti. Ma per centrare questo obiettivo è altrettanto evidente che si rende indispensabile una classe dirigente che non sia ispirata a quei disvalori. Populismo e trasformismo non possono più essere le stelle polari che orientano le scelte politiche e gli stessi comportamenti concreti. Di conseguenza, l’inaffidabilità e il cinismo più spregiudicato dei vari capi e capetti politici non rientrano tra gli elementi più gettonati per la nuova e futura classe dirigente. Gli slogan, ormai sempre più virali sulla rete, attorno al “mai e poi ancora mai con quel partito e con quell’esponente politico” non possono più essere il metro con cui si misura la credibilità della classe dirigente politica. Slogan che si sono rivelati, tra l’altro e come l’esperienza ha platealmente confermato, autentiche panzanate e solenni falsità.

Ecco perchè, la necessità di ridare fiato e concretezza ad un partito di centro, o meglio ad un partito che declini “politiche di centro”, diventa una priorità nel confuso e disorientato panorama politico italiano. E proprio il governo autorevolmente guidato da Mario Draghi può essere l’occasione propizia per inaugurare anche una stagione politica che sia in grado, pur senza coltivare facili illusioni, di invertire un po’ la rotta rispetto al decadimento etico, culturale, politico e anche programmatico a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi. Un partito di centro che declini politiche di centro non potrà che essere un soggetto di natura federativa che metta insieme culture e sensibilità diverse e che ha l’ambizione di rappresentare un punto di equilibrio e di sintesi per il sistema politico italiano. E, quel che più conta, con una classe dirigente che non faccia del basso trasformismo e del bieco opportunismo la sua cifra distintiva.

Appello al presidente Draghi e ai Ministri Speranza (salute) e Orlando (lavoro)

La legge di bilancio del 30/12/2020 n° 178 all’art.481 prevede testualmente che “Le disposizioni dell’articolo 26, commi 2 e 2-bis, del decreto-legge 17marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, si applicano nel periodo dal 1° gennaio 2021al 28 febbraio 2021”.

Trattasi delle tutele sanitarie a favore dei cd. “lavoratori fragili” introdotte con il cd. “Decreto Cura Italia” ma solo fino al 15/10/2020, per patologie gravi come l’immunodepressione, le malattie oncologiche e le invalidità ex legge 104/92: per errore o per dimenticanza esse non erano state rinnovate nel periodo 16/10/2020-31/12/2020. La citata legge di bilancio 178/2020 le aveva dunque ripristinate a far data dal 1° gennaio e fino al 28 febbraio p.v.

Una data che si sta rapidamente avvicinando senza che siano giunte dal nuovo Governo voci di un rinnovo della loro validità.

Va precisato che le tutele di cui trattasi prevedono, per il lavoratore a cui sia stata certificata la condizione di fragilità e la conseguente inidoneità temporanea all’impiego, l’utilizzo in mansione diversa in smart working o – laddove ciò non sia possibile – l’equiparazione del periodo di assenza per salute, che scaturisce dalla attestazione medica di inidoneità per il periodo di emergenza sanitaria, al ricovero ospedaliero.

In questo modo il lavoratore fragile che si assenta dal servizio per le citate gravi ragioni di salute non deve fare ricorso all’utilizzo del cd. “periodo di comporto” del proprio CCNL: una garanzia che evita il pericolo di consumare il congedo contrattuale per malattia che – sic stantibus rebus in regime di emergenza pandemica da Covid 19  – potrebbe protrarsi oltre la durata dell’emergenza sanitaria. 

IL DOMANI d’ITALIA aveva avuto modo di occuparsi di questa fattispecie con tre articoli “dedicati” che qui si riportano per un inquadramento tematico e per la descrizione della sequenza temporale dei provvedimenti, ivi compresa l’improvvida (e probabilmente non voluta ma dovuta a mero errore materiale) sospensione delle tutele, come sopra descritto. Va precisato che proprio grazie a questa nostra presa di posizione e alla sollecitazioni delle OO.SS , il Governo aveva sanato il vulnus della temporanea interruzione delle tutele sanitarie.

https://ildomaniditalia.eu/annullate-le-tutele-sanitarie-per-i-lavoratori-fragili/

https://ildomaniditalia.eu/legge-di-bilancio-ripristinate-fino-al-28-febbraio-2021-le-tutele-per-i-lavoratori-fragili/      

https://ildomaniditalia.eu/tutela-lavoratori-fragili-necessarie-ulteriori-precisazioni/     

Cresce l’ansiosa attesa tra coloro che potrebbero beneficiare di un rinnovo del provvedimento di tutela, formulato nella stessa, identica dicitura riportata nel citato articolo 481 della legge di Bilancio 2021. 

Contestualmente il Governo – in considerazione del permanere della situazione generale di gravità e diffusione della pandemia, aggravato dalle varianti genetiche del virus che attenuano l’efficacia dei vaccini, dovrebbe ricalibrare allo stato di fatto la durata del periodo di emergenza, attualmente fissato fino al 5 marzo p.v. con il D.L. n° 2/2021.

Il DOMANI d’ITALIA che aveva preso a cuore questa situazione di difficoltà che riguarda lavoratori già ammalati da gravi patologie conclamate e certificate e maggiormente a rischio (da ciò la condizione di “fragilità” ) di contrarre il Covid 19, attese anche le recentissime dichiarazioni degli scienziati circa l’espandersi di una “terza ondata” a seguito delle variazioni genetiche del virus e la conseguente ipotesi di un ulteriore periodo di lockdown, sollecita una presa in carico di questa situazione da parte del Governo in carica.

Essa dovrebbe prevedere l’estensione del periodo di emergenza e il rinnovo delle già citate tutele sanitarie, per il quale sarebbe sufficiente prorogare per un ulteriore ragionevole periodo le previsioni normative dell’art. 481 della legge 178 del 30/12/2020.

Siamo vicinissimi alla scadenza: speriamo che il Presidente Draghi e i Ministri competenti si facciano premura di un sollecito rinnovo, possibilmente non l’ultimo giorno utile. Gli interessati devono essere informati al più presto circa la decisione che rientra nella logica del freno al contagio e riguarda quindi tutti. 

Governo Draghi. Un nuovo patto repubblicano

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo la prima parte dell’articolo che, volendo approfondire nel dettaglio, si può leggere nella versione integrale sul sito di “Convergenza Cristiana”

Il Governo Draghi ha dunque preso il via ed ecco che in soli dieci giorni il fiume della storia ha terminato di percorrere completamente la sua ansa, aprendosi ad un orizzonte del tutto nuovo ed inesplorato.

Dopo trent’anni di inossidabile bipolarismo, smantellato anche da alcuni cattolici di allora come quelli del “Patto Segni”, nasce anche in Italia una “groβe Koalition”. Contro ogni previsione si è arrivati in meno che non si dica, all’incontro di tutte le forze popolari che hanno sentito di non potersi sottrarre all’appello del Presidente della Repubblica ed unirsi nell’impegno della difesa della Repubblica in un momento di straordinaria difficoltà.  “Occorre rimettere insicurezza l’Italia”. Questa la parola d’ordine ed i generosi e gli intelligenti non si sono sottratti.

Non era difficile prevedere per chi ha un minimo di “divina scintilla” nelle cose della politica che questo sarebbe sto il punto di arrivo della crisi. Da sempre in Italia le situazioni di difficoltà più o meno estreme sono state gestite e superate dall’incontro prima e dalla la collaborazione responsabile poi, di poli politici lontani tra loro. Così fu per il “Connubio “tra Cavour e Rattazzi dopo il disastro di Custoza. Così fu nell’incontro tra i liberali ed i movimenti operai per il trasformismo di De Pretis prima e di Giolitti dopo.

Così fu addirittura per il Fascismo che riuscì a gestire la drammatica crisi del dopoguerra amalgamando per venti lunghi anni prima di implodere Monarchia, grande proprietà agraria, grossi gruppi industriali con il socialismo movimentista e dannunziano fortemente popolare e populista di marca mussoliniana. Di fronte alla drammatica crisi dell’economia collassata su sé stessa sia per la pandemia  ma ancor più per la evidente incapacità dei Governi Conte, più di una volta in questi ultimi tempi abbiamo sentito evocare la parola “guerra”.

Siamo in una guerra! Naturale dunque che non si potesse non rispondere all’appello ineludibile ed in qualche modo ultimativo del Presidente della Repubblica e di Draghi: bisogna mettere insicurezza il paese!

Ecco allora arrivare il governo nuovo e diverso dei “migliori” e purtroppo con lui anche lo sbadiglio beota di quanti ancora pensavano di interpretare questo fatto nuovo e dirompente avendo l’occhio fisso ai partiti e ad un passato bipolare che ormai non c’è più.

Volenti o nolenti l’unità nazionale che è nata in soli dieci giorni e che è sotto i nostri occhi è il frutto di una iniziativa certamente democratica e costituzionale ma fortemente connotata dai tratti di un presidenzialismo declinato attraverso la rigida e letterale lettura degli articoli 92 e 93 della Costituzione ‘interpretati ed applicati alla lettera’. E’ stata così messa a nudo una pura e semplice verità. L’aver messo al loro giusto posto i partiti resi liquidi e di plastica da trent’anni di anestesia democratica indotta dal bipolarismo, ha permesso di far venir fuori un nuovo “Patto Repubblicano” tra tutte le forze politiche, sociali ed economiche vive e vitali del paese.

La compiuta declinazione politica di questo fatto ed i suoi effetti compiuti si vedranno con chiarezza solo nei prossimi anni, perché per mettere in sicurezza il paese occorreranno appunto alcuni anni. E questo è il motivo per il quale non sono certo, come qualcuno sostiene, che questo Governo duri un anno o poco più.

Quello di cui invece sono certo perché ben lo vedo è il grande rammarico del dover constatare l’assenza totale di una componente cattolica autorevole e strutturata in partito, quale perno portante ma anche garante di questo “Patto Repubblicano” stilato sotto i nostri occhi. E’ il rammarico dell’ottobre del 2018 quando fallì il generoso sforzo di quanti lottarono perchè la parte migliore del mondo cattolico si fondesse con le varie anime della Democrazia Cristiana restituendo loro vita. E ‘ il rammarico del fallimento dello sforzo successivo per far nascere un partito identitario e nuovo quale risultante della elaborazione di un pensiero politico forte cristianamente ispirato mediato intelligentemente e sapientemente con tutte le forze sociali e politiche di ispirazione cristiana. Tentativo decapitato dalla avventata ed insipiente decisioni di far nascere un partito a data certa e per decreto, con l’idea di trasformare non si sa bene cosa in non si sa ben che e soprattutto in non si sa bene come.

Oggi si vedono gli effetti di quegli errori e di quei ritardi. Effetti pesanti dalle conseguenze gravide di incognite e di rischi. Il motivo è molto semplice. Il “Patto Repubblicano” sarà caratterizzato da manovre economiche ultra espansive. Draghi già lo aveva fatto capire nel suo intervento al meeting di Rimini e noi non avevamo mancato di coglierlo. Ma le manovre economiche che si profilano avranno possibilità concreta di riuscita se accompagnate contestualmente dallo sradicamento senza tanti complimenti della mala pianta di una amministrazione costretta all’inefficienza da leggi prolisse, sbagliate ed eccessive nel numero, e da una giustizia i cui tempi biblici ci costano un calo annuo del 2% del Pil, ovvero da una giustizia che per la sua inefficienza blocca ogni possibile sviluppo economico.

Quattro dunque i futuri protagonisti insieme a Draghi: il Ministro dell’Economia e Finanza, il Ministro dello Sviluppo Economico, il Ministro della Giustizia ed il Ministro della Pubblica Amministrazione: Franco, Giorgetti, Cartabia e Brunetta. L’insuccesso dell’ambizioso progetto di mettere in sicurezza il paese è certo se il lavoro di questi quattro Ministri finisse ad arenarsi ed a spegnersi nel fallimento. Se in altre parole si finisse a sterilizzare ogni possibilità di manovra economica espansiva e dunque di rendere buono il debito attraverso investimenti buoni per le insufficienze delle strutture e degli uomini.

Il problema allora è che un progetto ambizioso e coraggioso quale quello  messo in campo dal Mattarella e Draghi, esige e postula anche e soprattutto l’accompagnamento ed il sostegno di una forte spinta etica rinvenibile in tutta la società civile.

Qui l’articolo completo

Idee per prendersi cura del mondo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Merola

In un mondo travolto dalla pandemia che da oltre un anno terrorizza l’umanità, mietendo vittime innocenti e segnando per sempre nella carne e nell’animo i sopravvissuti, che ci ha resi tutti incapaci di guardare oltre il buio del tempo presente, schiacciati dal senso di precarietà che ormai ognuno avverte su di sé, anche le parole sembrano aver perso di significato e di quella forza propulsiva che nel corso della storia hanno iniziato cambiamenti epocali. Eppure l’uomo, nonostante la crisi comunicativa, che già il filosofo Ferdinand Ebner identificava all’origine della crisi moderna ovverosia come “caduta della parola”, ha a disposizione da sempre e soltanto la forza delle parole se vuole cambiare se stesso e gli altri, e il corso della storia.

Consapevole di tutto questo, ovvero che ognuno di noi è chiamato a dare, giorno dopo giorno e relazione dopo relazione, senso compiuto a frammenti di vita, il vescovo Nunzio Galantino, professore emerito di Antropologia filosofica e dal 2018 a capo dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ( APSA ), dopo essere stato segretario generale della Cei, da alcuni anni, su «Il Sole 24 Ore», propone settimanalmente a partire ogni volta da una parola diversa idee per prendersi cura del mondo. Queste parole chiave, ben centoventisette, rielaborate e ordinate, sono state raccolte nel libro, Nel cuore della vita. Idee per prendersi cura del mondo (Milano, Solferino, 2021, pagine 304, euro 17,50), con la prefazione di Andrea Riccardi e la postfazione di Luigi Ciotti.

Un «viaggio intorno all’uomo», spiega l’autore nell’introduzione, in sei tappe per «disegnare un itinerario di conoscenze e di riflessioni che può accompagnarci lungo strade incerte. Riportandoci nel cuore della vita e contribuendo a farci scoprire chi siamo, ma soprattutto chi potremmo essere e chi vogliamo ancora diventare».

Un viaggio che non può essere percorso in solitaria, ma con la cura e la vicinanza degli altri. Il primo nucleo tematico del libro chiarisce chi sono gli altri: è tutta l’umanità senza distinzioni di genere, razze, colori, provenienze e storie personali. La seconda tappa prosegue indagando l’essenza della persona e il suo mistero. Gli esseri umani si distinguono dagli animali per l’uso della parola come strumento di comunicazione. Pertanto il terzo nucleo tematico è la raccolta delle parole dedicate ai linguaggi e alle esperienze, intese come strumenti che raccontano chi siamo diventati e chi possiamo diventare. La tappa successiva è forse quella centrale dell’intera raccolta, perché ricorda che c’è persona solo dove c’è l’impegno a prendersi cura del mondo. Dove ci si impegna a «dare corpo ai sogni e mettere su gambe stabili la speranza». Da qui la descrizione delle caratteristiche necessarie per chi vuole scoprire la vera ricchezza che abita la persona e la rende fruttuosa per sé e per gli altri. Infine, la sesta tappa dedicata ai limiti con i quali ciascuno è chiamato a fare i conti. Per conoscerli, accettarli e, «quando è dato farlo», superarli. Perché se affrontati con scrupolo, ricorda Galantino, i propri limiti «possono essere fonte inesauribile e occasione di crescita».

Il presidente dell’ APSA , allo stesso modo del padrone di casa della parabola evangelica che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche, pagina dopo pagina distribuisce idee come perle preziose, mettendo in luce una straordinaria capacità a lavorare come artigiano sulla parola, perché sia onesta, perché non tradisca, perché corra, in qualche modo liberante, sulle labbra dei lettori. Dà insomma materiali per pensare e per discutere, convinto che «rendere migliore il mondo è rendere migliori se stessi».

Del resto la raccolta delle parole in nuclei tematici non ne impedisce anche una lettura secondo prospettive diverse. Un aiuto, spiega Galantino, «viene certamente dal frequente rimando alla loro etimologia, che ne svela significati spesso dimenticati o distorti dall’uso improprio». Recuperare il senso delle parole è, per il professore di filosofia divenuto vescovo, «anche un ritorno all’origine dell’essere umano e dell’importanza che ha per lui il sentirsi parte di un mondo fatto di relazioni».

Insomma, «Galantino ci conduce alla scoperta del cuore di parole — conclude don Ciotti nella postfazione — che pronunciamo perlopiù distrattamente, ignorandone il senso recondito e il legame con gesti fondativi dell’esperienza umana. E così ci fa conoscere il patrimonio di vita e storia che evochiamo nel pronunciarle, conoscenza che genera cura e responsabilità».

Debutta il Bilancio idrologico nazionale

Parte il nuovo progetto di bilancio idrologico nazionale per migliorare la qualità delle acque e la gestione della risorsa idrica del nostro Paese. Nell’ambito del Piano Operativo Ambiente, promosso dal Ministero dell’Ambiente, si avviano le attività del “Progetto sul Bilancio Idrologico Nazionale” coordinato da ISPRA, a partire dalle prime due Convenzioni attuative per i distretti idrografici della Sardegna e dell’Appennino Settentrionale, firmate rispettivamente a dicembre 2020 e gennaio 2021.

Il Piano Operativo Ambiente, finanziato dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2014-2020, è articolato in un complesso di importanti interventi per la tutela dell’ambiente e la promozione dell’uso efficiente delle risorse. Oltre 100 milioni di euro dei fondi gestiti dal Ministero dell’Ambiente sono dedicati agli interventi di miglioramento della qualità delle acque in tutto il territorio nazionale. Di questa dotazione finanziaria si avvarranno le sette Autorità di bacino distrettuale responsabili delle azioni di miglioramento della qualità dei corpi idrici nonché della realizzazione con ISPRA del “Progetto sul Bilancio Idrologico Nazionale”.

Questo progetto, che prevede un finanziamento complessivo di 10,5 milioni di euro, si propone di integrare le attività condotte dagli uffici idrografici delle regioni e delle province autonome responsabili del monitoraggio idrologico, per dare nuovo impulso al monitoraggio idrometrico e alle misure di portata e sviluppare una metodologia uniforme su scala nazionale per la gestione dei dati idrologici e la loro elaborazione per la stima delle componenti di bilancio su scala distrettuale.

L’obiettivo è, dunque, colmare il gap conoscitivo attualmente esistente in relazione all’effettiva entità della risorsa idrica superficiale, consentendo di ottenere una stima affidabile del bilancio idrologico. Tale passaggio è indispensabile per raggiungere gli obiettivi di qualità dei corpi idrici previsti dall’Unione europea e per il conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU, in merito all’accesso universale all’acqua.

La prima Convenzione attuativa per regolamentare compiutamente lo svolgimento delle attività tecnico-scientifiche previste dal progetto è stata sottoscritta lo scorso 30 dicembre 2020 e prevede la collaborazione tra l’Autorità di distretto della Sardegna, l’ARPA Sardegna e l’ISPRA. È stata poi la volta della Convenzione tra l’Autorità di distretto dell’Appennino Settentrionale, l’ARPA Liguria, le Regioni Toscana e Umbria e l’ISPRA, siglata il 25 gennaio 2021. È infine imminente l’avvio delle collaborazioni per il distretto idrografico del Fiume Po e per il distretto idrografico dell’Appennino Centrale, previste nei prossimi mesi.

La peggiore piaga degli ultimi 50 anni sta colpendo l’Africa orientale. Le locuste

L’Africa orientale è attualmente colpita da una seconda ondata di piaga delle locuste, che dilaga da più di un anno.

I singoli animali sono innocui. Tuttavia, quando vivono vicini, gli insetti cambiano il loro comportamento e formano sciami che escono e divorano tutto sul loro cammino. Le locuste si sono moltiplicate inosservate per tre generazioni nella penisola arabica prima che gli sciami migrassero nello Yemen e poi invadessero l’Africa orientale alla fine del 2019. 

Anche l’Organizzazione mondiale dell’alimentazione (FAO) ha avvertito a metà gennaio che il Kenya e l’Etiopia meridionale sarebbero stati colpiti da una seconda invasione di locuste. Gli insetti potrebbero diffondersi anche in altri paesi come Uganda, Sud Sudan, Eritrea e Gibuti. Forti piogge e cicloni avrebbero portato a una nuova generazione di locuste.

Tuttavia, l’organizzazione delle Nazioni Unite sottolinea che la nuova situazione non può essere paragonata alla drammatica diffusione di insetti dello scorso anno. Un motivo importante: con l’aiuto della FAO, i paesi dell’Africa orientale sono riusciti a costruire una flotta di 28 aerei ed elicotteri, 60 squadre di terra e 3.000 cacciatori di locuste  addestrati a tempo di record.

In oltre 6000 ore di volo, i parassiti sono stati irrorati con pesticidi dall’aria per contenere gli sciami. Con l’aiuto della tecnologia digitale e delle immagini satellitari, sono stati esplorati i luoghi di riproduzione e le rotte migratorie delle locuste. Secondo la FAO, dal gennaio 2020 sono stati trattati 1,5 milioni di ettari di terreno in Africa orientale e Yemen.

Tuttavia, i fondi finanziari sono ora vuoti. Secondo la FAO, i 28 aerei non sarebbero in grado di decollare a marzo senza fondi aggiuntivi per carburante, tempi di volo e ore pilota. Sarebbero necessari circa 28 milioni di euro per mantenere le operazioni in corso fino a giugno, ha detto il vicedirettore generale della FAO Laurent Thomas. “Sarebbe tragico buttare via questi risultati, soprattutto ora che i paesi dell’Africa orientale iniziano a vedere la luce alla fine del tunnel”.

 

Mercoledì delle Ceneri

Con il Mercoledì delle Ceneri, oggi, comincia il primo giorno di Quaresima nel calendario liturgico cristiano. Questa festività si celebra 46 giorni prima di Pasqua , e quindi può cadere nei giorni che vanno dal 4 febbraio fino al 10 marzo. Secondo i vangeli di Matteo , Marco e Luca , Gesù trascorse 40 giorni di digiuno nel deserto, dove ha subito la tentazione di Satana.

Papa Francesco celebrerà la Santa Messa con il Rito di benedizione e imposizione delle Ceneri presso l’Altare della Cattedra, nella Basilica di San Pietro.

L’imposizione delle ceneri sul capo del pontefice, che tradizionalmente avveniva nella basilica di Sant’Anastasia al Palatino per mano del cardinale protovescovo, per almeno cinque secoli si è svolta in silenzio.

Stando alla dissertazione scritta dal cardinal Niccolò Maria Antonelli nel 1727, il rito era piuttosto antico, anteriore a papa Gregorio I (VI secolo), e si svolgeva «dicendo sacra illa verba: Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris» perlomeno fino al pontificato di papa Celestino III (1191-1198), mentre l’assenza di qualsiasi formula rituale («nihil dicendo») è sicuramente attestata con papa Urbano VI (1378-1389) ma potrebbe essere anticipata con buone ragioni all’inizio del Trecento. Il passaggio quindi al rito silenzioso sarebbe avvenuto nel XIII secolo, mentre la pronuncia della formula ammonitrice è stata reintrodotta all’inizio del Settecento.

Dalla basilica di Sant’Anastasia prendeva poi le mosse la solenne processione penitenziale che, a piedi scalzi (almeno fino al XII secolo), saliva fino alla prima stazione quaresimale della basilica di Santa Sabina, sull’Aventino, dove i pontefici celebravano la messa stazionale e pronunciavano la loro omelia del Mercoledì delle ceneri. Interrotta nel Settecento e ripresa da papa Giovanni XXIII nel 1962, facendola però iniziare dalla chiesa benedettina di Sant’Anselmo, a poca distanza da Santa Sabina, questa tradizione è stata continuata anche dai suoi successori, con le uniche eccezioni del 2013 e del 2016: nel 2013, in seguito alle dimissioni di papa Benedetto XVI, le circostanze hanno suggerito di radunarsi nella basilica vaticana, mentre nel 2016, vista la presenza delle spoglie di San Pio da Pietrelcina e di San Leopoldo Mandic nella Basilica Vaticana, papa Francesco ha preferito celebrare in San Pietro.

Particolare la tradizione nel Parco nazionale del Vesuvio, gli abitanti di Sant’Anastasia compivano, ancora pochi decenni fa sul monte Somma, un percorso sulle pendici lungo la strada ornata dalle stazioni della Via Crucis, per andare infine a dissetarsi con l’acqua limpida della sorgente Olivella.

 

 

Commercio: Istat, export nel 2020 in calo del 9,7%. “Peggior risultato dopo la caduta del 2009”

A dicembre 2020 si stima una flessione congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l’estero, più intensa per le esportazioni (-3,8%) che per le importazioni (-1,1%). La diminuzione su base mensile dell’export è dovuta al calo delle vendite sia verso i mercati extra Ue (-3,9%) sia verso l’area Ue (-3,7%).

Nell’ultimo trimestre del 2020, rispetto al trimestre precedente, l’export cresce del 3,3%, trainato soprattutto dalle maggiori vendite di beni strumentali e beni intermedi. Nello stesso periodo, l’import aumenta del 4,3%.

A dicembre 2020, l’export registra una crescita tendenziale del 3,3% (da +1,1% di novembre), dovuta all’aumento delle vendite sia verso i mercati extra Ue (+4,1%), sia verso l’area Ue (+2,4%). L’import segna una flessione dell’1,7, determinata soprattutto dal calo degli acquisti dall’area extra Ue (-3,2%).

Tra i settori che contribuiscono maggiormente all’aumento tendenziale dell’export si segnalano metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+21,8%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+28,5%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+7,8%) e autoveicoli (+11,0%). I maggiori cali riguardano prodotti petroliferi raffinati (-35,6%), articoli in pelle (-11,1%) e articoli di abbigliamento (-9,6%).

Su base annua, i paesi che contribuiscono in misura più ampia all’incremento dell’export sono Germania (+7,7%), Stati Uniti (+7,9%), Regno Unito (+12,5%) e Cina (+18,3%). In diminuzione si segnalano le vendite verso paesi OPEC (-13,1%), Giappone (-9,7%) e Spagna (-2,7%).

Nel complesso del 2020, l’export registra una contrazione del 9,7%, con riduzioni di pari entità verso entrambi i mercati di sbocco, area Ue ed extra Ue. Il calo è dovuto in particolare alla caduta delle esportazioni di macchinari e apparecchi (-12,6%), prodotti petroliferi raffinati (-42,1%) e articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-20,8%). Risultano in aumento le vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+3,8%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+1,9%).

Nell’ultimo mese del 2020 si stima che il saldo commerciale risulti positivo per 6.844 milioni di euro, con un aumento di 1.780 milioni rispetto a dicembre 2019. Nell’anno 2020 l’avanzo commerciale raggiunge +63.577 milioni (+86.125 milioni al netto dei prodotti energetici). Nel 2019 era stato pari a +56.116 milioni.

Nel mese di dicembre 2020 i prezzi all’importazione aumentano dello 0,7% su base mensile e diminuiscono del 4,4% su base annua.

Variante covid: “Difficile tornare a scuola al 100%”

Il rientro a scuola al 100% è un obiettivo difficile da raggiungere mentre si discute del rischio connesso alla variante inglese del coronavirus. “Tornare a scuola al 100% è un obiettivo che ci poniamo tutti, il problema è se in queste situazioni sia possibile”, dice Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, a Sky Tg24. “In questo momento è difficile pensarci, ma è un obiettivo di lungo termine al quale dobbiamo prestare attenzione. Non a caso abbiamo chiesto un’accelerazione della campagna vaccinale”.

“La variante si sta diffondendo all’interno popolazione e bisogna stare attenti soprattutto in quegli ambienti come le aule dove ci sono molti ragazzi e docenti in spazi abbastanza limitati. Al momento mancano rilevazioni ufficiali sul rendimento dei ragazzi rispetto all’adozione della didattica a distanza, non a caso ho chiesto se ne possa occupare l’Invalsi, Istituto Nazionale per Valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, così da avere un monitoraggio effettivo, scientifico su basi oggettive che possa essere realizzato in tutte le classi. Pensare a una ripresa settembre con un monitoraggio e un piano recupero che possa effettivamente colmare queste lacune mi sembra un buon orizzonte di politica scolastica”,aggiunge.

“Abbiamo un forte bisogno di capire dove ci sono sacche povertà ed esattamente in cosa consistono. La pandemia ha acuito situazioni che già esistevano – dice ancora – La situazione è molto differenziata sia a livello geografico sia a livello di singola classe, dipende dalle singole situazioni, tanti ragazzi non sono riusciti a collegarsi in maniera efficace, a seconda della situazione della famiglia l’efficacia della dad è stata diversa. Bisogna vedere dove le competenze sono carenti, soprattutto negli istituti superiori dove quest’anno è stato più sofferto, con stop and go continui”.

No, la vecchia “macchinetta” non potrà più tornare a girare

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gaël Giraud

Le Scritture ci invitano a prenderci cura del creato: «Dio vide che era cosa buona» (Gen 1). Noi sappiamo che esso è anche fragile: il nostro modo di vita, di produzione, di consumo, ereditato dalla seconda rivoluzione industriale, non è compatibile con il rispetto della creazione, in particolare con la finitezza delle risorse energetiche fossili e con la lentezza di riproduzione delle energie rinnovabili. Le Conferenze episcopali della Germania e della Francia ci stimolano con decisione a prendere parte alla straordinaria conversione cui ci convoca la sfida energetica. Conversione a uno stile di vita sobrio nell’ambito di un’economia non carbonica e di istituzioni giuste, attente ai più poveri. Certo i piccoli gesti della vita quotidiana sono indispensabili: consumare (molto) meno carne (rossa), non bere più acqua imbottigliata, allevare api in giardino, non viaggiare più in aereo, sostituire i computer da scrivania con pc portatili, non cambiare l’acqua della piscina tutte le settimane ecc. Ma questo non basterà a frenare il riscaldamento. Tanto più che una parte dei nostri consumi energetici sono obbligati: chi non ha un’auto per andare al lavoro o ha un’abitazione mal coibentata non può “soltanto” andare in bicicletta o infilarsi un maglione… La transizione ecologica è il processo grazie al quale le nostre società potrebbero passare da un’organizzazione economica incentrata essenzialmente sul consumo di energie fossili, che ha fra i suoi sottoprodotti emissioni massicce di gas serra, a un’economia sempre meno energivora e inquinante. Essa probabilmente sta ai prossimi decenni come l’invenzione della stampa sta al XV secolo o la rivoluzione industriale ai secoli XVIII e XIX . La generazione che arriva oggi all’età adulta porta una responsabilità storica: o riesce a innescare questa transizione (almeno nei Paesi di antica industrializzazione) e se ne parlerà nei libri di storia di fine secolo; o non vi riesce, e forse se ne parlerà fra due generazioni, ma in termini ben diversi! Questa transizione, ormai lo comprendiamo, rappresenta un autentico sconvolgimento della società. In qualche modo il trauma dei campi di concentramento e dei gulag ha fatto prendere coscienza a un Occidente atterrito per la perversione possibile della razionalità moderna forgiata dai Lumi. Una volta passato il tempo della ricostruzione del dopoguerra (una generazione), l’esperienza di questa possibile perversione ha gettato un dubbio radicale su ogni forma di utopia “illuminata”, sia essa la democrazia repubblicana o il “socialismo” collettivista. Vi si può probabilmente leggere una delle origini della disaffezione nei confronti delle grandi istituzioni (lo Stato in primo luogo, ma anche la Chiesa), divenuta palpabile dagli anni Settanta e di cui la caduta del muro di Berlino nel 1989 potrebbe essere un tardivo nuovo volto. Di quale progetto di società disponiamo adesso, in grado di mobilitare le energie collettive, di tracciare l’orizzonte di un avvenire comune? Come abbiamo visto sopra, il messianismo della “società di proprietari” sembra essere l’unica “utopia” sventolata da certe élite economiche legate al mondo finanziario attorno al bacino atlantico (e tutt’al più in Giappone e a Taiwan). L’attualità s’incarica di mostrare quanto un simile progetto, lungi dal risolvere la “panne escatologica” delle nostre società, conduca al disastro. La transizione ecologica rappresenta un’autentica alternativa a quell’utopia.

Concretamente come si fa? Il passo più immediato è senz’altro il rinnovamento termico, che ha lo scopo di ridurre drasticamente il consumo di energia da parte degli edifici, prima voragine energetica delle nostre economie attuali. Questo primo passo sembra non porre problemi tecnici maggiori all’edilizia e all’insieme dei mestieri collegati. L’unico freno che trattiene il decollo di questo rinnovamento è la mancanza di finanziamenti. Il secondo cantiere, che tocca la seconda fonte di consumo di energie fossili, è la mobilità: aereo, auto, treno. Qui le cose si fanno molto più complicate. Non tanto a motivo dell’aereo: ci abitueremo a organizzare videoconferenze invece di attraversare gli oceani per la più insignificante delle riunioni di lavoro. Le difficoltà sorgono non appena si cerca di sostituire intelligentemente il treno all’auto e al camion: la cosa esige dei compromessi politici (da dove facciamo passare la nuova ferrovia?) e una revisione completa del nostro assetto territoriale. Ciò comporta un effettivo e completo riordino dei territori, la rivalorizzazione di una parte delle reti ferroviarie che abbiamo smontato pezzo per pezzo dopo la Seconda guerra mondiale. Occorre dunque rimettere in auge il trasporto pubblico, mentre l’urbanizzazione delle nostre città esige un ripensamento. Possiamo già anticipare che bisognerà mettere un punto finale alle periferie residenziali di villette e favorire numerose cittadine ad alta densità abitativa, irrigate da una fitta rete di trasporto pubblico e collegate le une alle altre da treni e da autobus (a basso consumo di carburante). Il treno, però, non potrà sostituire del tutto l’automobile: bisognerà sviluppare al massimo il car pooling, inventare un altro rapporto con le quattroruote. Il terzo cantiere, infine, è quello della trasformazione delle nostre modalità di produzione dell’energia: probabilmente non si potranno chiudere tutte le centrali a carbone, ma almeno bisognerà assolutamente catturare la C O 2 prodotta e investire massicciamente sulle fonti di energia non carbonica, in modo da arrivare a fare a meno del carbone (a livello europeo) e in vista di ridurre progressivamente il gas. Spingiamoci più in là. Se i prezzi delle energie fossili diventassero molto volatili, il commercio internazionale potrebbe ridursi significativamente… Nel 2008-2009 è diminuito del 30% in tre mesi: questo vuole almeno dire che il commercio mondiale può contrarsi in maniera considerevole.

La “globalizzazione” non è irreversibile. Evidentemente, nel 2008-2009 la contrazione fu dovuta agli effetti congiunti del crac finanziario sulle economie reali e dei movimenti erratici del prezzo del barile, che, abbiamo visto, furono probabilmente dettati dai movimenti dei capitali sui mercati derivati sul petrolio. Ma una fiammata del prezzo del barile fino a 200, 300 dollari, e anche più, potrebbe ben comportare la conseguenza di non avere più gamberetti thailandesi nei nostri centri commerciali a Natale. Non a causa del trasporto marittimo, per quanto esso rappresenti l’80% del trasporto internazionale: le navi consumano talmente poco carburante rispetto alla massa di merci che possono trasportare, che abbiamo ancora un margine considerevole prima che diventino troppo care. Semplicemente non andremo più a fare shopping a Port-de-Bouc, dalle parti di Marsiglia. E il camion che trasporta i nostri prodotti quotidiani da Port-de-Bouc al centro commerciale del nostro quartiere, quello sì che è troppo assetato di petrolio. E, oggi come oggi, non siamo in grado di fabbricare camion elettrici che viaggino veloci e trasportino grandi quantità di merci su lunghe distanze. Molte aziende l’hanno già capito perfettamente, e spostano i loro stabilimenti vicino ai porti marittimi per minimizzare i costi del trasporto. Se si dovesse operare di nuovo una regionalizzazione del commercio internazionale, gli europei dovrebbero anche reimparare a produrre in prima persona una parte dei prodotti, per i quali l’importazione sarebbe diventata troppo onerosa. E questo comporterebbe una reindustrializzazione delle nostre economie.

E l’agricoltura? Un riassetto del territorio con piccole città molto dense e costi di trasporto elevati porterebbe a una nuova valorizzazione della poli-agricoltura attorno a tutti questi centri urbani. Buona notizia: sarà l’occasione di mettere fine all’eccessiva specializzazione agricola.

Perché sia davvero bene comune

Articolo pubblicato sulle pagine di https://www.meridianoitalia.tv/ a firma di Gianni Lattanzio

E’ venuto il momento di capire davvero cosa significhi parlare di bene comune, al di là delle dichiarazioni di intenti. Innanzitutto, è bene guardare con realismo alle sfide che abbiamo davanti: la carenza e la precarietà del lavoro, l’emergenza ambientale, il moltiplicarsi dei fenomeni migratori, l’esponenziale crescita di poveri sotto ogni latitudine, il tutto, oggi, nel contesto di una terribile pandemia. Viene subito in mente la raccomandazione di Papa Francesco: mettere al bando l’idea che si possa ignorare il fatto che ognuno di questi fronti ormai riguarda tutti. Lo ha ben spiegato nell’Enciclica Laudato sì, dove il messaggio centrale non è la denuncia ambientale ma il richiamo a un’ecologia delle relazioni, perché tutto sul pianeta è interconnesso. Non è solo un discorso di globalizzazione ma di significati: nessuno può prescindere dalle conseguenze di disequilibri pesanti che si manifestino a proposito della salute dell’ambiente in cui viviamo o nei rapporti di forza tra ricchi e poveri.

A marzo 2020 avrebbe dovuto tenersi l’incontro tra giovani economisti voluto fortemente da Papa Francesco: per via del  coronavirus è stato rimandato di qualche mese e si è tenuto poi in modalità digitale. In ogni caso ha offerto un contributo importante di pensiero al dibattito sul rilancio dell’economia. Vale la pena recuperare qualche caposaldo della Economy of Francesco.

       La road map in sostanza è presto detta: perseguire un valore economico  sostenibile dal punto di vista ambientale, che significa lavorare per un’economia circolare, dove gli scarti del consumo e della produzione si trasformano in materia prima di nuovi prodotti. Ma significa anche sviluppare una cultura che soppianti quella che Papa Francesco definisce la cultura dello scarto,  che implica il tema dei rifiuti, ad esempio quelli di plastica che avvelenano ambiente e salute dell’uomo, ma anche gli esseri umani che non reggono il passo: poveri, anziani, persone con handicap o molto più comunemente quei lavoratori che, non essendo specializzati, stanno perdendo l’impiego man mano che l’automazione avanza. L’opposto di tutto ciò è, secondo Papa Francesco, una visione completamente diversa dei sistemi dell’economia.

Fare propria la concezione di “un’ecologia di relazioni” significa ribaltare l’ottica: prendersi piuttosto cura delle persone, guardando ai bisogni. In fase di pandemia può essere più urgente che mai la sollecitudine a prendersi cura della salute, ma – nella visione di Francesco – dovrebbe  in realtà diventare il paradigma nuovo dei modelli economici. O meglio: non c’è solo il vaccino o le cure per il coronavirus da considerare, che pure ovviamente sono un’urgente priorità. C’è da dire che sono sempre di più gli economisti che giurano che l’attenzione per i più fragili è la ricetta migliore anche per i più agiati. E non è un richiamo astratto: le formule ci sono. Il primo suggerimento che emerge è quello di far fuori l’illusione che un certo liberismo per anni ha alimentato: che producendo ricchi si producesse a cascata anche benessere per le altre fasce sociali. Non ha funzionato e ci ritroviamo sempre più marcate diseguaglianze sociali a tanti livelli. E non c’è appello che tenga alla globalizzazione, che doveva fungere da vasi comunicanti, o alla digitalizzazione che avvantaggia solo chi è già avanti e che taglia i posti di lavoro non specializzati.

Resta la preoccupazione di come muoversi scongiurando l’ipotesi di decrescita, di come risolvere il problema della sostenibilità ambientale e della sfida alla salute senza compromettere la capacità di creare occupazione o minare la sostenibilità finanziaria dell’Italia. L’economista Leonardo Becchetti parla da tempo di “ricca sobrietà”, ribadendo proprio che per risolvere il dilemma ci vuole una risposta culturale prima ancora che economica. Secondo Becchetti, la ricca sobrietà è la risposta sul piano individuale e degli stili di vita al paradosso di una decrescita aggregata impossibile e controproducente a fronte di una decrescita settoriale urgente e improrogabile, come l’uscita dalle fonti fossili. Un punto di riferimento importante sono i risultati degli studi sulla soddisfazione di vita in tutto il mondo, che ci dicono che i fattori fondamentali per la nostra soddisfazione sono molto meno materiali di quello che pensiamo. In primis, infatti, c’è la qualità delle relazioni che abbiamo, anche se nessun Pil la misura. L’idea, dunque, è anche quella di guardare in modo nuovo ai numeri, pensando società dove la creazione di valore, economico e non, rispetti gli equilibri della sostenibilità finanziaria, sociale – che significa lavoro per tutti – ed ambientale.

Qui l’articolo completo

Impianti sci: basta polemiche inutili. Adesso contano solo i ‘ristori’. Il Governo agisca subito.

Sulla riapertura degli impianti di risalita adesso occorre passare dalle sterile polemica ad una politica che sostenga concretamente e rapidamente l’intera filiera economica e produttiva del cosiddetto ‘sistema neve’. Fermarsi alla denuncia, alla polemica sulla comunicazione tardiva del Ministro Speranza – che, come ovvio, è stata una scelta alquanto infelice e singolare – e alla contrapposizione tra i vari livelli istituzionali, sono esercizi verbali che adesso hanno scarso significato politico con zero ricadute positive per il settore interessato.

Si tratta, semmai, di attrezzarsi da subito affinchè il Governo affronti con serietà, e soprattutto con rapidità, il capitolo dei cosiddetti ‘ristori’. Basta con gli inutili ordini del giorno in Parlamento, con le conferenze stampa e le promesse di risarcimenti futuri. Il sostegno ai lavoratori, agli operatori, alle piccole e medie aziende che rischiano semplicemente di fallire, sono impegni concreti ed urgenti e, al contempo, non si può più assistere al balletto sulla entità delle cifre stanziate e sulla tempistica indefinita per l’erogazione delle risorse.

Il Governo agisca subito, e con efficacia, su questo fronte. Fornendo risposte precise alle categorie interessate, sulla tempistica dei fondi da erogare e sulle risorse stanziate. Il resto appartiene solo alla polemica propagandistica sterile ed inconcludente.

L’addio alla stagione dello sci costa 10 mld

La chiusura degli impianti anche nell’ultima parte della stagione è destinata ad avere effetti non solo sulle piste da sci ma sull’intera economia che ruota intorno al turismo invernale che ha un valore stimato prima dell’emergenza Covid tra i 10 e i 12 miliardi di euro all’anno tra diretto, indotto e filiera. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al nuovo rinvio della riapertura allo sci in zone gialle deciso dal Ministro della Salute Roberto Speranza dopo il nuovo pronunciamento del Comitato tecnico scientifico.

Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di una decisione che arriva per l’avanzare dei contagi che ha costretto all’’entrata in zona arancione insieme ad Abruzzo (con Chieti e Pescara zone rosse), di Liguria, Toscana e la provincia di Trento mentre quella di Bolzano è autonomamente in lockdown. Una decisione destinata – continua la Coldiretti – ad avere effetti non solo sulle piste ma anche sull’intero indotto delle vacanze in montagna, dall’alloggio alla ristorazione, dagli agriturismi ai rifugi fino alle malghe con la produzione dei pregiati formaggi, che dallo stop al turismo sulla neve hanno subito un calo di fatturato fino al 90%.

Proprio dal turismo invernale – sottolinea la Coldiretti – dipende buona parte della sopravvivenza delle strutture agricole che con le attività di allevamento e coltivazione svolgono un ruolo fondamentale per il presidio del territorio contro il dissesto idrogeologico, l’abbandono e lo spopolamento. Con le presenze praticamente azzerate nel momento più importante della stagione, si guardava – conclude la Coldiretti – con speranza all’ultimo scorcio seppur con il pesante limite allo spostamento tra regioni ma le aspettative sono andate all’ultimo momento deluse.

Migranti: Viminale, da inizio anno sbarcate 2.341 persone

Sono finora 2.341 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Nello stesso periodo, lo scorso anno furono 2.014 mentre nel 2019 furono 215.

Negli ultimi giorni sono state 106 le persone in arrivo sulle nostre coste (106 venerdì e 2 sabato), che hanno fatto salire a 1.302 il totale delle persone arrivate via mare nel nostro Paese da inizio mese. L’anno scorso, in tutto febbraio, furono 1.211, mentre nel 2019 furono 60.

Degli oltre 2.300 migranti sbarcati in Italia nel 2021, 334 sono di nazionalità tunisina (14%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Guinea (254, 11%), Costa d’Avorio (249, 11%), Eritrea (217, 9%), Mali (129, 5%), Algeria (125, 5%), Sudan (94, 4%), Bangladesh (83, 4%), Afghanistan (76, 3%), Camerun (64, 3%) a cui si aggiungono 716 persone (31%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Fondo Nuove Competenze, 500 mln nel 2021

Pubblicato il Decreto 22 gennaio 2021 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze che, modificando il precedente Decreto del 9 ottobre 2020, regola i termini e le modalità di accesso al Fondo Nuove Competenze istituito dal D.L. n. 34/2020 (art. 88, comma 1), convertito con modificazioni in L. n. 77/2020 e successivamente integrato dal D.L. n. 104/2020. Nel frattempo, grazie all’impegno diretto del Ministro Catalfo, la dotazione del Fondo è stata portata a 730 milioni di euro, rispetto ai 230 iniziali. Del resto, come più volte messo in evidenza dalla titolare del Dicastero, il Fondo è uno strumento inedito in quanto, puntando sulla formazione e riqualificazione delle risorse, ha una connotazione fortemente attiva e si pone quale misura alternativa alla Cassa Integrazione, con benefici quindi sia per i datori di lavoro sia per i lavoratori.

Nel Decreto si chiarisce che gli accordi collettivi devono essere sottoscritti entro il 30 giugno 2021 e devono prevedere progetti formativi, il numero dei lavoratori coinvolti nell’intervento e il numero di ore da destinare a percorsi per lo sviluppo delle competenze nonché, nei casi di erogazione della formazione da parte dell’impresa, la dimostrazione del possesso dei requisiti tecnici, fisici e professionali di capacità formativa per lo svolgimento del progetto. Infatti, per gli anni 2020 e 2021, i contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, ovvero dalle loro rappresentanze sindacali operative in azienda ai sensi della normativa e degli accordi interconfederali vigenti, possono realizzare specifiche intese di rimodulazione dell’orario di lavoro per mutate esigenze organizzative e produttive dell’impresa ovvero per favorire percorsi di ricollocazione dei lavoratori, con le quali parte dell’orario di lavoro viene finalizzato a percorsi formativi. Dunque, l’orario di lavoro potrà essere rimodulato per consentire ai dipendenti la frequenza di corsi formativi i cui costi per le aziende, grazie all’intervento del Fondo, saranno a carico dello Stato. Inoltre, non ci sarà alcuna riduzione della retribuzione per i lavoratori rispetto ai consueti meccanismi della Cassa Integrazione. Le domande di accesso al Fondo Nuove Competenze dovranno essere presentate all’ANPAL, entro il 30 giugno 2021.

Il potere terapeutico di una passeggiata

Secondo una ricerca della London School of Economics camminare è la ginnastica migliore per stare in forma.

La camminata veloce o più semplicemente una bella passeggiata aiutano a prevenire malattie importanti (come patologie cardiovascolari e diabete) e tiene lontano molte malattie degenerative.

Ma vediamo in dettaglio quali sono i benefici della camminata:

  1. Aiuta l’insulina. Camminare favorisce il lavoro dell’ormone insulina che metabolizza benissimo gli zuccheri prevenendo il diabete.
  2. Fa bene alle ossa. Camminare aiuta inoltre la mineralizzazione ossea (primo passo contro l’osteoporosi) e contrasta tutte quelle malattie ossee che con il passare del tempo affliggono anziani e non.
  3. Allena il cuore. Camminare fa bene anche al nostro cuore poiché la camminata veloce mantiene più alto il battito cardiaco sottoponendolo ad un ottimo lavoro e allenamento mantenendo migliore la funzionalità cardiaca. Inoltre camminare, così come svolgere altra attività fisica, aiuta a regolare il colesterolo.
  4. Perdita di peso. La camminata veloce è un ottimo alleato a chi vuole perdere peso e dimagrire infatti
  5. Migliora le attività cognitive. Secondo degli studi svolti su 130 persone in America questa attività, stimolando le funzioni cardiorespiratorie, aumenta il flusso di sangue al cervello, migliorandone di conseguenza le funzioni cerebrali come memoria e attività generali.
  6. Camminare fa bene alla vista
  7. Se cammini ti ammali di meno.Grazie al migliore funzionamento del sistema circolatorio, le tue difese immunitarie saranno più attive, aumenterà il rilascio di edorfina, stimolerà il sistema linfatico, diminuirà il livello di stress
  8. Con una semplicissima camminata di 25 minuti, fatta in modo regolare, puoi allungare la tua vita da 3 a 7 anni in più

Coronavirus Roccagorga, istituita la zona rossa

L’ordinanza è stata firmata dal presidente regionale Nicola Zingaretti. Per quindici giorni non si potrà entrare ed uscire dal paese. Inoltre:

  • È vietato ogni spostamento in entrata e in uscita dal comune, nonché all’interno del comune stesso, salvo che gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute;
  • È consentito il rientro al domicilio, alla residenza o all’abitazione di coloro che fossero alla data della presente ordinanza fuori dal comune; il transito solo qualora necessario a raggiungere altri territori non soggetti a restrizioni negli spostamenti;
  • Lo spostamento verso una sola abitazione privata abitata è consentito, nell’ambito del territorio comunale, una volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le 5 e le 22, e nei limiti di due persone ulteriori rispetto a quelle già conviventi, oltre ai minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la potestà genitoriale e alle persone disabili o non autosufficienti conviventi.
  • Sono sospese le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità, sia negli esercizi di vicinato sia nelle medie e grandi strutture di vendita, anche ricompresi nei centri commerciali, purché sia consentito l’accesso alle sole predette attività e ferme restando le chiusure nei giorni festivi e prefestivi. Sono chiusi, indipendentemente dalla tipologia di attività svolta, i mercati, salvo le attività dirette alla vendita di soli generi alimentari, prodotti agricoli e florivaistici. Restano aperte le edicole, i tabaccai, le farmacie e le parafarmacie;
  • Sono sospese le attiviità dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), ad esclusione delle mense e del catering continuativo su base contrattuale a condizione che vengano rispettati i protocolli o le linee guida diretti a prevenire o contenere il contagio. Resta consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonche’ fino alle 22 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze. Per i soggetti che svolgono come attività prevalente una di quelle identificate dai codici Ateco 56.3 e 47.25 l’asporto è consentito esclusivamente fino alle ore 18. Restano comunque aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande siti nelle aree di servizio e rifornimento carburante situate lungo le autostrade, gli itinerari europei E45 e E55, negli ospedali, negli aeroporti, nei porti e negli interporti, con obbligo di assicurare in ogni caso il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro;
  • Tutte le attività previste dall’art. 1, comma 10, lettere f) e g) del Dpcm 14 gennaio 2021 (palestre e piscine), anche svolte nei centri sportivi all’aperto, sono sospese;
  • Sono sospesi tutti gli eventi e le competizioni organizzati dagli enti di promozione sportiva;
  • E’ consentito svolgere individualmente attività motoria in prossimità della propria abitazione purché comunque nel rispetto della distanza di almeno un metro da ogni altra persona e con obbligo di utilizzo di dispositivi di protezione delle vie respiratorie; è inoltre consentito lo svolgimento di attività sportiva esclusivamente all’aperto e in forma individuale;
  • Fermo restando lo svolgimento in presenza della scuola dell’infanzia, della scuola primaria, dei servizi educativi per l’infanzia e del primo anno di frequenza della scuola secondaria di primo grado, le attività scolastiche e didattiche si svolgono esclusivamente con modalità a distanza. Resta salva la possibilitò di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o in ragione di mantenere una relazione educativa che realizzi l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali:
  • E’ sospesa la frequenza delle attività formative e curriculari delle università e delle istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica, fermo in ogni caso il proseguimento di tali attività a distanza. I corsi per i medici in formazione specialistica, i corsi di formazione specifica in medicina generale, nonche’ le attivita’ dei tirocinanti delle professioni sanitarie e le altre attivita’, didattiche o curriculari, eventualmente individuate dalle universita’, sentito il Comitato universitario regionale di riferimento, possono proseguire, laddove necessario, anche in modalità in presenza;
  • Sono sospese le attività inerenti servizi alla persona, diverse da quelle individuate nell’allegato 24 al Dpcm 14 gennaio 2021;
  • I datori di lavoro pubblici limitano la presenza del personale nei luoghi di lavoro per assicurare esclusivamente le attività che ritengono indifferibili e che richiedono necessariamente tale presenza, anche in ragione della gestione dell’emergenza; il personale non in presenza presta la propria attività lavorativa in modalità agile;
  • Sono temporaneamente sospese le prove di verifica delle capacità e dei comportamenti per il conseguimento delle patenti di categoria B, B96 e BE, con conseguente proroga dei termini previsti iin favore dei candidati che non hanno potuto sostenere dette prove, per un periodo pari a quello di efficacia dell’ordinanza;
  • Sono sospesi le mostre e i servizi di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura ad eccezione delle biblioteche dove i relativi servizi sono offerti su prenotazione e degli archivi, fermo restando il rispetto delle misure di contenimento dell’emergenza epidemica;
  • E’ disposta la chiusura al pubblico delle strade e piazze nei centri urbani, dove si possono creare situazioni di assembramento, per tutta la giornata, fatta salva la possibilità di accesso e deflusso, agli esercizi commerciali legittimamente aperti e alle abitazioni private;
  • È fortemente raccomandandato l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie anche all’interno delle abitazioni private;
  • È demandata alla Asl di Latina di assumere, in accordo con ilsSindaco del Comune di Roccagorga, ogni opportuna ulteriore azione ritenuta necessaria, anche relativa alle strutture e case di riposo presenti sul territorio, in caso di modifica della situazione epidemiologica;
  • Il Seresmi procederà all’aggiornamento dell’andamento epidemiologico correlato alla diffusione del virus nel comune di Roccagorga decorsi 7 giorni dall’entrata in vigore del presente provvedimento.

Il paese che sarà controllato dalle forze dell’ordine 24 ore su 24.

 

Il governo Draghi cambierà la geografia della politica

Un drappello di grillini ribelli e Sinistra Italiana, almeno per la parte controllata dal segretario Fratoianni, voteranno contro il governo Draghi. Sul piano dei numeri, data l’estensione della maggioranza, non si annuncia nulla di grave. Sul piano politico emerge però una demarcazione significativa, tale cioè da configurare un grande blocco centrale, variegato al suo interno, che trova a sinistra un’opposizione parallela e contrapposta a quella nazionalista di Fratelli d’Italia. Nella storia italiana questo fenomeno si è più volte ripetuto: l’adesione a una politica di larghe convergenze, a cominciare dal connubio Cavour-Rattazzi, ha provocato contestualmente il taglio delle ali estreme.

Sotto questo profilo, l’unità realizzata attorno a Draghi perde il carattere di eccezionalità che l’autoesclusione della Meloni, l’unica a schierarsi contro seppur con dichiarato intento costruttivo, sembrava fino a ieri accreditare. L’emersione, dunque, di un dissenso organizzato sulla sinistra permette di identificare l’attuale maggioranza come il nuovo perimetro politico entro cui di andrà ad articolare la dialettica tra forze compatibili e insieme alternative, in base evidentemente a organiche scelte di programma. In altre parole, anche ammettendo la tendenza a preservare la logica del bipolarismo disegnato con l’avvento della Seconda Repubblica, s’intravvede in prospettiva la ristrutturazione del sistema politico lungo l’asse di una più razionale politica delle alleanze.

Da ciò deriva l’implausibilità di talune affermazioni, come quelle ad esempio di Salvini e Berlusconi in ordine alla sostanziale continuità del vecchio centro-destra, una volta superata l’attuale esperienza di governo; oppure, con diverso timbro in area giallo-rossa, quelle che lasciano intendere la prefigurazione di uno scenario molto simile alla “gioiosa macchina da guerra” dei Progressisti di Occhetto. Non si tratta di una implausibilità astratta e sofisticata, bensì di una molto più pragmatica, quindi più autentica e. concreta perché dettata dal buon senso. Il percorso tratteggiato con la formazione del governo Draghi non prevede il ritorno ai punti di partenza in virtù di una fatale convenienza restauratrice. In questo processo, volere o volare, ogni forza politica è chiamata a misurarsi con le incertezze e insieme con le suggestioni del cambiamento. Il futuro non sarà il prolungamento di esauste logiche fin qui conosciute e  sperimentate, senza successo.

 

L’ecologia integrale di Papa Francesco. Intervista a Mons. Poma e al Prof. Minella.

Mons. Poma, Prof. Minella, faccio subito riferimento al saggio che avete pubblicato a commento delle recenti Encicliche di Papa Francesco, sul settimanale IL TICINO di Pavia e sulla rivista ‘Adista’ di Roma. Qual è la motivazione, l’incipit che Vi ha suggerito queste importanti letture e queste riflessioni interpretative? 

L’occasione per la nostra riflessione è stata data dall’ epidemia di Covid-19, con le sue angoscianti ripercussioni su tutta la popolazione mondiale. L’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass-media si è concentrata sulle caratteristiche del virus, sulle misure necessarie per proteggersi dalla sua diffusione, sulla distribuzione dei vaccini, sulle ricadute, a livello economico, sociale e psicologico, di questa pandemia, sul cordoglio per i nostri morti ecc.: tutte questioni assolutamente importanti, anzi urgenti. E tuttavia, a nostro parere non è stata presa in considerazione in misura sufficiente una problematica che va al di là dell’immediatezza: ossia la dimensione ecologica che è all’origine del virus e che, a sua volta, rimanda a una complessiva questione economica e sociale, che potremmo  definire come il tipo di globalizzazione che ha finito per prevalere nel mondo attuale. Per quanto riguarda le origini ecologiche  della pandemia,  riassumiamo con parole nostre il pensiero di due illustri scienziati dell’Università di Pavia, Carlo Alberto Redi e Manuela Monti: si tratta di zoonosi, cioè di patologie infettive trasmesse all’uomo per un fenomeno che si chiama spillover (il salto di specie): agenti patogeni che se ne stavano tranquilli in una specie, quando riescono a infettare un’altra specie ( nel caso specifico, gli esseri umani) si diffondono rapidamente e con effetti assai gravi sulla salute e la vita dei nuovi ospiti. Questo salto si verifica nel momento in cui vi è il contatto tra esseri umani e la specie portatrice del virus. L’incontrollata accelerazione e moltiplicazione di tali contatti è dovuta al fatto che, a partire dalla rivoluzione industriale, i due terzi della superficie del pianeta sono stati  distrutti e trasformati per vari processi (urbanizzazione, industrializzazione, uso del terreno per attività agricole).  Con le parole di Papa Francesco: “il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni” (Laudato si’, § 161). Dunque quel virus Covid-19 che dai mass media e dall’opinione pubblica viene per lo più percepito come un caso isolato e come causa (di malattia, morte, sconvolgimento della vita)  è in realtà una delle tante manifestazioni patologiche che sono conseguenza della particolare globalizzazione che stiamo vivendo. Essa, in prima approssimazione, si manifesta in due forme fondamentali: a) obiettiva, universale connessione tra tutti gli esseri umani  e tra gli esseri umani e la natura: come dice Papa Francesco,  “tutto è in relazione” (Laudato si’, § 70)  b) profonda contrapposizione tra gli esseri umani (si pensi alle disuguaglianze crescenti all’interno dei paesi ricchi e tra paesi ricchi e poveri)  e tra gli esseri umani e la natura  (processo di devastazione della natura in tutte le aree del mondo – un processo  che dal  Novecento ad oggi ha fatto passi da gigante).  Ciò significa che una catastrofe sanitaria dovuta alla devastazione ambientale che si produce in Cina, come il Covid-19, può avere, dopo qualche settimana, drammatiche ripercussioni sulla vita quotidiana delle persone in tutto il mondo – per esempio in Italia. Ma noi non siamo ancora abituati a questa apertura mondiale dello sguardo:  mentre l’economia è globale, noi tendiamo a rimanere ancorati a una visione nazionale dei problemi, estesa al massimo alla nostra area di civiltà (l’Europa, il mondo occidentale). Esiste la globalizzazione dell’economia e delle malattie, non esiste ancora la globalizzazione delle menti e dei cuori.  Riflettendo su queste questioni, ci è sembrata ancora più notevole l’Enciclica Laudato si’, scritta nel 2015, quindi quattro anni prima dello scoppio dell’epidemia da Covid-19: il documento papale  ci è sembrato non solo una descrizione analitica potente di ciò che stava succedendo nel mondo ma anche una visione profetica dei rischi a cui l’umanità andava incontro. E la recente Enciclica Fratelli tutti (su cui ci ripromettiamo di tornare in un saggio successivo) ci pare sia una delle risposte pratiche più lungimiranti che circolino oggi nel mondo rispetto ai problemi drammatici posti dalla globalizzazione contemporanea.

L’esordio del Vs. saggio propone un parallelo storico con la ‘Rerum Novarum’ di Papa Leone XIII, non tanto rispetto ai contenuti che vanno evidentemente contestualizzati nel pertinente periodo storico, quanto per l’ampiezza dell’intuizione che ha originato l’emanazione delle Encicliche. Occorreva a fine ‘800 e occorre adesso ad inizio del terzo millennio, una presa di posizione della  Chiesa di fronte all’enigma di un mutamento dei destini terreni dell’uomo. Allora ci trovavamo in piena rivoluzione industriale, oggi viviamo i riflessi olistici della globalizzazione, in particolare “Laudato sì” (2015) e “Fratelli tutti” (2020) hanno le sembianze, per usare un’espressione di San Paolo, di una sorta di “ricapitolazione di tutte le cose”. Uso allora le Vs. parole: “Si può dire che le due encicliche rappresentino le due parti di un dittico: l’una più incentrata sul versante dell’analisi delle dinamiche socio-economiche, l’altra su quello di una proposta umana – umana perché cristiana, cristiana perché integralmente umana. Proprio per questo tale proposta si rivolge a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà: perché ‘oggi, credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente un’eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti’”. Volete argomentare questa suggestiva definizione, tenendo  conto del fatto che il tema del “bene comune” si è evoluto e precisato in quello più attuale di “beni comuni”?  

Le due ultime Encicliche di Papa Francesco non sono spuntate come un fungo in una notte. Esse presuppongono un lavoro di elaborazione precedente, riprendono e sviluppano intuizioni che erano già presenti nella dottrina degli ultimi pontefici,  come Papa Francesco ricorda nei primi paragrafi della Laudato si’.  Citiamo da una recente ricerca di un brillante storico, Paolo Corsini: “L’enciclica di Papa Francesco, ‘Laudato si’. Sulla cura della casa comune’, costituisce il punto di approdo di un magistero i cui sviluppi risalgono almeno a Paolo VI. Papa Montini, infatti, in più di un’occasione ha avuto modo di enunciare la posizione della Chiesa sulla problematica ecologica, “conseguenza drammatica dell’attività incontrollata dell’essere umano” che, “attraverso uno sfruttamento sconfinato della natura, rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione”. Così nella lettera apostolica Octogesima adveniens del 1971. L’attenzione al tema è andata via via crescendo in relazione alla dimensione epocale che esso ha progressivamente assunto, sino a concretizzarsi in ripetuti interventi tanto da parte di Giovanni Paolo II che di Benedetto XVI, non senza che anche il Patriarca Bartolomeo, sul versante della Chiesa ortodossa, abbia sottolineato le radici etiche e spirituali delle problematiche ambientali”. Premesso tutto questo, ci pare che, nel caso delle Encicliche di Papa Francesco, si verifichi quel fenomeno che, nella dialettica hegeliana, è noto come ‘trasformazione della quantità in qualità’: la questione ecologica non è più una questione, pur importante, tra le altre ma, nella acuta percezione di Papa Francesco, è diventata la questione centrale dell’umanità contemporanea – purché la categoria di ecologia sia compresa nel suo significato più profondo,  di ecologia integrale, che  cioè non riguarda solo il rapporto tra gli esseri umani e la natura, ma anche i rapporti tra gli esseri umani e di ciascun essere umano con il suo Sé profondo, cioè con la Trascendenza. E’ in questo senso che noi istituiamo un parallelo  tra la Rerum Novarum (1891) di Papa Leone XIII e le due Encicliche di Papa Francesco, la Laudato si’ (2015) e la Fratelli tutti (2020), considerandole uno “sviluppo potente nella dottrina sociale della Chiesa”, che aprono un nuovo periodo nella storia del pensiero sociale della Chiesa. 

La crisi pandemica in atto, i suoi effetti a livello planetario, le restrizioni alle libertà nella vita quotidiana dei cittadini di tutto il mondo impongono degli interrogativi ai quali mi pare la Chiesa non voglia restare estranea. Si ha la percezione (il Rapporto ONU del 2019 lo ha confermato) di vivere una lunga transizione verso un radicale mutamento del concetto di sostenibilità ambientale. Si parla di possibile estinzione della vita sul pianeta per mano dell’uomo e comunque si percepisce un radicale mutamento dei rapporti tra natura e progresso. Senza entrare negli aspetti scientifici del tema non pare a voi necessario un recupero della consapevolezza dell’importanza della vita, in tutti i suoi aspetti, anche nei rapporti inevitabilmente imposti dalle deriva tecnologiche che incidono sull’ecosistema? Quale uomo e quale modello di umanità la Chiesa intende proporre al dibattito culturale e al senso poietico della creatività spirituale che ne deriva, con l’autorevolezza delle proprie deduzioni? 

La riflessione religiosa di Papa Francesco è strettamente collegata a una serie di elementi, ecologici, economici, sociali, scientifici, filosofici, storici che sono, per così dire, fusi insieme e che dalla meditazione religiosa sono, per così dire, illuminati. Questo però, se rende particolarmente affascinante tale meditazione, nello stesso tempo ne rende difficile un’esposizione analitica, perché tutti i diversi aspetti si richiamano reciprocamente. Cercheremo di ovviare a questa difficoltà procedendo dapprima  a una ricostruzione  di  alcuni momenti centrali dell’Enciclica e poi  cercando di unirli in una sintesi comprensiva. A nostro parere i postulati fondamentali dell’argomentazione di Papa Francesco sono due: a) la fraternità universale tra gli esseri umani. Come dice il grande poeta inglese John Donne, “nessun uomo è un’isola/ Completo in se stesso,/ Ogni uomo è un pezzo del continente/ Una parte del tutto/ […] La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,/ Perché io sono parte dell’umanità./   E perciò non chiedere mai/ Per chi suona la campana/ Suona per te”. b) la fraternità tra gli esseri umani e la natura (“perché tutte le creature sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri”, Laudato si’, § 42). Questa concezione antropologica ha delle nette implicazioni critiche su vari piani, se noi confrontiamo questi criteri generali con quelli che presiedono al tipo particolare di globalizzazione che si è verificato nel mondo negli ultimi due secoli (con una particolare accentuazione negli ultimi quarant’anni).  Cominciamo da quello economico-sociale. Una formulazione particolarmente chiara di questa contrapposizione ci pare risieda  in una celebre frase di Margaret Thatcher, che fu il primo ministro inglese dal 1979 al 1990: “La società non esiste … esistono degli individui, uomini e donne, ed esistono le famiglie”. Come si vede, questa concezione, eliminando totalmente il carattere sociale dell’essere umano (“la società non esiste”) confligge non solo con la concezione cristiana dell’essere umano, ma anche con quella classica greca, con quella ebraica ecc.: viene assolutizzato il carattere egoistico, atomistico, isolato, individualista, degli esseri umani, con l’unica eccezione della famiglia. Come si spiega allora il fatto che comunque gli uomini  vivono in aggregazioni? Con quella che Papa Francesco chiama “la concezione magica del mercato” (L.S.  § 190). Secondo questa concezione, propria dell’homo oeconomicus, se ciascuno agisce nel modo più egoistico possibile, mirando esclusivamente a perseguire il proprio interesse economico, dall’individualismo estremo uscirà magicamente il bene della collettività. Questa magia, questo miracolo (adoperiamo non a caso il lessico religioso, più precisamente il lessico dell’idolatria) verrà compiuto dal mercato:  tutto ciò che ostacola l’azione del mercato (interventi dello Stato a difesa dei più poveri, forme di associazionismo e di volontariato ecc.) dovrà essere considerato nel peggiore dei casi come uno spreco irrazionale di risorse, nel migliore come un attardarsi su dimensioni inessenziali del vivere sociale. Ciò che è decisivo, ciò che veramente importa è la crescita della ricchezza nazionale, del prodotto interno lordo (Pil), non importa come ottenuto e come distribuito. “I problemi si risolvono solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui” (L.S., ibidem). Anche perché, si sostiene, la ricchezza in mano di pochi ricchi finirà, prima o poi,  per defluire giù, fino agli strati più bassi della società (teoria del ‘gocciolamento’, o trickle-down, sostenuta in particolare da Ronald Reagan, presidente degli USA tra il 1981 e il 1989). Insomma, riprendendo le antiche concezioni del primo protestantesimo di matrice calvinista indagate da Max Weber,  la ricchezza è un signum electionis da parte di Dio e la povertà uno stato che si avvicina molto alla colpa,  al ripudio da parte di Dio (una formulazione particolarmente grossolana di questa teoria è data dalla ‘teologia della prosperità’, sostenuta in Brasile da alcune sette fondamentaliste protestanti). Queste concezioni, che abbiamo sommariamente riassunto, valgono per i rapporti tra gli esseri umani. E per quanto riguarda i rapporti tra umani e natura? La risposta è semplice: il problema non esiste. Da questa impostazione “si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata … Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite” (L.S., § 107). Se il profitto d’impresa è il criterio decisivo di valutazione dell’agire sociale, allora tutto ciò che fa il bene dell’impresa fa il bene della società – e della natura. E così, è possibile legittimare, per esempio,  la selvaggia deforestazione dell’Amazzonia, il più importante polmone verde del mondo (come sta facendo Bolsonaro)  oppure  ritirarsi dalla convenzione di Parigi per la protezione del clima (come  aveva fatto Trump). Di fronte all’idolo del profitto, la natura è un immenso arsenale di cose disponibili alla valorizzazione, per il bene dell’impresa e degli azionisti. Il criterio dell’utilità immediata diventa il criterio dominante. Questa concezione dell’uomo, e del rapporto dell’uomo con la natura, sta alla base dell’utilizzazione della scienza e della tecnica. Queste, che in sé sono straordinarie conquiste della civiltà umana, vengono utilizzate o sviluppate essenzialmente in funzione dei criteri che abbiamo sommariamente elencato. Il risultato è quella che Papa Francesco chiama “la globalizzazione del paradigma tecnocratico” (L.S., § 106-114), cioè la diffusione universale di un modello di comprensione  e di azione che combina una grande raffinatezza di superficie con una straordinaria rozzezza semplicistica nei presupposti filosofici di fondo. Si tratta di un modello profondamente unilaterale di interpretazione e di azione che oggi si sta rivelando fallimentare, come dimostrano la crisi ecologica e le disuguaglianze laceranti e crescenti del pianeta.  Con le parole di due dirigenti politici europei, che forse segnano un cambiamento di rotta rispetto a un passato anche recente: “Non possiamo pensare l’economia senza gli esseri umani, la vita viene prima” (Emmanuel Macron). “La pandemia ha fatto emergere le nostre vulnerabilità, ci ha dimostrato quanto siamo interdipendenti” (Angela Merkel). Dunque la posizione religiosa di Papa Francesco, che si sviluppa in contrapposizione all’ideologia (che forse sarebbe meglio definire idolatria) del mercatismo comincia a trovare ascolto anche in alcuni circoli dirigenti. Tale posizione implica effettivamente “un recupero della consapevolezza dell’importanza della vita, in tutti i suoi aspetti”. Anche perché l’alternativa è proprio quella indicata dal testo della domanda: “la possibile estinzione della vita sul pianeta per mano dell’uomo”. I poeti  vedono le cose prima meglio e prima di noi uomini comuni. E così William Shakespeare (Troilo e Cressida) agli inizi del Seicento, aveva profeticamente indicato le conseguenze di questa impostazione antropologica: “E l’ingordigia, lupo universale,/ forte di questo duplice sostegno,/ del potere e del volere, fatalmente/ Farà dell’universo la sua preda/ Fino così a divorar se stessa”. 

Nel vostro saggio vi soffermate brevemente sul nesso di continuità e di coerenza tematica e semantica che unisce le due encicliche di papa Francesco ed analizzate in particolare la prima – la “Laudato si’” – immagino proprio a motivo del fatto che la lettura di entrambe e gli approfondimenti che ne derivano e che auspicate vanno graduati in una prospettiva di continuità. Perché affermate di trovare nella prima enciclica l’impianto concettuale che sottende alla piena comprensione della seconda?

In sintesi la prima Enciclica analizza in profondità le ragioni per cui oggi si è veramente compiuta l’unificazione del mondo,  la terra è diventata un  mondo unitario costituito da una sola civiltà umana, sia pure articolata in tante culture e civiltà particolari e, soprattutto, caratterizzata da tanti ‘inequità’, come dice il Papa, tra i diversi paesi e in ciascun paese. La seconda sviluppa sul piano operativo e propositivo questa impostazione, le cui premesse analitiche sono date dalla Laudato si’. Le due Encicliche propongono un atteggiamento di apertura autenticamente ecumenica che incontra tuttavia delle difficoltà ad essere compreso ed assimilato dall’opinione pubblica, e anche da una certa parte del mondo cattolico. Per quali motivi?  Vorremmo, sia pure sommariamente, accennare ad alcune delle radici di questo atteggiamento di rifiuto della realtà globalizzata o quanto meno di difficoltà a riconoscerne il peso e la portata. Anzitutto c’è una ragione storica: è difficile oggi comprendere la civiltà globale contemporanea  perché  nel passato esistevano (e in misura subordinata esistono ancora) le cosiddette civiltà-mondo, cioè aree di civiltà particolari che si autoconsideravano come la civiltà, l’unica esistente. Al di fuori di quest’area di civiltà ci sarebbero stati i ‘barbari’, gli incivili. Oggi le cose non stanno più così: anzitutto dal punto di vista materiale è giusto dire, come ci ricorda Papa Francesco, che siamo tutti sulla stessa barca, che nessuno individuo o nessun popolo si salva da solo e che ‘barbaro’ è chi pensa che ‘gli altri’, i diversi da noi, siano ‘barbari’ (si ricordi la lezione di Montaigne). L’idea di riproporre i vecchi nazionalismi (America first ecc.), oltre che ingenerosa, è profondamente sbagliata, perché suppone che si possa isolare egoisticamente il proprio popolo dalla sorte comune dell’umanità. Le vicende del Covid-19 ci dimostrano, invece, che siamo tutti collegati, in negativo e in positivo: in negativo, perché le malattie presenti in un popolo si trasformano in breve nelle malattie di un altro popolo; in positivo, perché si aprono enormi spazi per la valorizzazione delle ricchezze umane, psicologiche e culturali diffuse tra i vari popoli, come ci ricorda Papa Francesco. C’è poi una ragione culturale in questa difficoltà ad affrontare positivamente la globalizzazione.  La civiltà occidentale, nelle sue punte intellettuali più alte, ha compiuto una rigorosa demolizione intellettuale di quel procedimento che viene chiamato ‘etnocentrismo’, che consiste nell’assumere la propria cultura come paradigmatica per tutte le altre culture del mondo. Questa capacità di autocritica, questo saper guardare con interesse alle altre civiltà è, a nostro parere,  una delle glorie maggiori della civiltà europea. Si aggiunga che l’atteggiamento mentale etnocentrico, dominante nel passato,  si era combinato  regolarmente  con l’imperialismo, cioè con la sottomissione dei popoli del cosiddetto ‘Terzo Mondo’ e con la rapina delle loro risorse. E infine, che tale atteggiamento era normalmente accompagnato dalla più ributtante delle ideologie, il razzismo. Come la natura  era vista come un insieme di cose da depredare così le popolazioni extra-occidentali erano considerate in blocco più o meno ‘barbare’, esseri umani di serie B, non pienamente umani, come invece sarebbe stato  il maschio bianco occidentale. Queste realtà storica, e queste ideologie, hanno avuto  un’esistenza plurisecolare. Si capisce allora come persone culturalmente fragili, e forse anche per questo psicologicamente  aggressive,  possano pensare di aggrapparsi al passato, recuperando o riverniciando vecchie forme di ‘(in)cultura antropologica’ che esistono ancora e che purtroppo si manifestano di frequente nella forma di razzismo becero, primitivo. Tuttavia oggi è forse prevalente, almeno a livello di dichiarazioni pubbliche, una variante di razzismo apparente meno rozza, che potremmo definire come ‘razzismo differenzialista’. Esso sostiene più o meno una impostazione di questo genere: riconosciamo le differenze culturali tra i popoli, che non sono giudicabili su una scala di superiorità o inferiorità. Le culture sono diverse e incommensurabili. Proprio  per questo è necessario evitare il contatto tra le cultureil cosiddetto meticciato: ciascuno deve restare ‘a casa sua’, occorre isolare i popoli gli uni dagli altri. Queste proposte (che talvolta sono enunciate in difesa della ‘tradizione cristiana’: e questo è uno scandalo) anzitutto sono antiscientifiche: come è noto le razze non esistono, esistono le culture e l’incontro tra le culture è sempre esistito e, se non è stato gestito in modo distruttivo, è stato un potente stimolo al progresso intellettuale.  In secondo luogo tali impostazioni sono contrarie al senso più profondo del messaggio cristiano, che è l’amore universale di Dio per tutti gli uomini e la necessaria risposta degli uomini con l’amore reciproco. Questo ci ricorda papa Francesco nelle due Encicliche e anche per questo dobbiamo essergli grati.  

Lo scenario di complessità che abbiamo di fronte in questa lunga fase di transizione della cd. “postmodernità” propone temi eticamente convergenti, rispetto ai quali la Chiesa nella sua dimensione teologica, dogmatica ed ecumenica non può rimanere estranea. Spaesamento, disorientamento, incertezze, caducità e meticciato culturale della società liquida, pensiero calcolante, prevalenza delle derive geoeconomiche su quelle geopolitiche: tutto ci parla di uno sparigliamento di opposti e di contrari, del relativismo prodotto dalla secolarizzazione, dei conflitti etnici, culturali e religiosi in atto, di derive fondamentaliste. Persino le conquiste della scienza a vantaggio dell’uomo vengono messe in discussione da una sorta di nichilismo pregiudiziale che ci parla di terrapiattismo, negazionismo, apparenza. Insomma tutto sembra aprire ad un mondo con molte incertezze dove – per dirla con Hans Blumenberg – siamo come naufraghi alla deriva. Il teologo Mons.Bruno Forte mi ha parlato di un’epoca di “declino della parola”. Oggi, mentre scrivo queste domande, è la giornata della Parola, voluta da Papa Francesco: Mons. Forte la interpreta come “Parola tra due silenzi”: il silenzio dell’ascolto di Dio e degli altri e il silenzio della vita vissuta, in cui la parola diventa testimonianza e impegno credibile. Quanto è importante risalire alla “Parola” delle Sacre Scritture e alternarla con il silenzio della meditazione, per comprendere e vivere il presente in tutte le sue contraddizioni e le sue potenzialità? Quanto sono importanti il silenzio e la riflessione nella nostra vita?

Le ricadute antropologiche di questo modello di società, che Papa Francesco analizza criticamente, sono da lui sintetizzate da nella formula del “relativismo pratico” (§ 122). Con essa a nostro parere Papa Francesco Intende indicare le ricadute psicologico-sociali di quell’atteggiamento fondamentale, che abbiamo esaminato in precedente e che sta alla base della ‘magia del mercato’: ossia l’egoismo assunto come valore, la perdita della dimensione sociale. Ma “quando l’essere umano pone sé stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diventa relativo … insieme all’onnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano, si sviluppa nei soggetti questo relativismo, in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati” (L.S. §122). Le ricadute psicologiche, di questa autolimitazione, di questa riduzione dell’apertura al mondo dell’io, di questa perdita del senso della comunità, della fraternità, si manifestano con alcuni tratti affermati apertamente, e con altri nascostamente negati. Apertamente affermati sono alcuni tratti che già Heidegger, in Essere e tempo, aveva contrassegnato come i caratteri distintivi dell’esistenza inautentica: la chiacchiera, la curiosità, l’equivoco. Ma ora l’industria del consumo di massa, potenziata all’infinito dai social media, tende a produrre quella che potremmo definire come una vera e propria colonizzazione dell’anima, imperniata sul divertimento (in cui viene assorbita la potente spinta dell’amore, declinato soltanto come consumo della sessualità), sulla superficialità, sull’ignoranza del passato, sull’esigenza di sempre nuove cose, di oggetti che vengono presentati come indispensabili per l’essere umano contemporaneo (è questa la logica di ciò che Papa Francesco chiama, con un neologismo castigliano, la rapidación). Questa superficialità di massa è, per così dire, il sottoprodotto antropologico del predominio totale del mercato come  regolatore delle relazioni con il mondo. Si capisce allora come emergano quei tratti psicologici che   la domanda esprime sinteticamente: “spaesamento, disorientamento, incertezze …”, per cui “persino le conquiste della scienza a vantaggio dell’uomo vengono messe in discussione da una sorta di nichilismo pregiudiziale che ci parla di terrapiattismo, negazionismo, apparenza”.  Come dice Papa Francesco, “nella realtà concreta che ci interpella, appaiono diversi sintomi che mostrano l’errore, come il degrado ambientale, l’ansia, la perdita del senso della vita e del vivere insieme” (L.S. § 110). “La gente ormai non sembra credere in un futuro felice” [non a caso nell’industria del cinema hollywoodiano le distopie  sono diventate un genere di particolare successo], non confida ciecamente in un domani migliore a partire dalle attuali condizioni del mondo … l’accumularsi di continue novità consacra una fugacità che ci trascina in superficie in un’unica direzione …  la permanente novità dei prodotti si unisce a una pesante noia.” (L.S., § 113).Questa impostazione consumistica, corrispondente alla logica dello sviluppo del mercatismo, nasconde una profonda angoscia sotterranea, un tragico impoverimento umano (le testimonianze nella recente letteratura occidentale sono innumerevoli: si vedano per esempio Samuel Beckett o Philip Roth). Essa si traduce in un insieme di caratteristiche psicologiche che potremmo in ultima analisi definire come la perdita del Sé più profondo. E qui viene opportuna la frase di Gesù:  “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Quale vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? E che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?” (Matteo, 16, 25-26). Questa chiusura solipsistica, questa fredda solitudine, segnata da azione, divertimento, superficialità, movimento, rapidación, corrisponde dunque alla perdita di una dimensione costitutiva dell’essere umano, l’anima (come risulta chiaro dal Faust di Goethe, il poema archetipo della modernità).  Giustamente il teologo Mons. Bruno Forte  ha parlato di un’epoca di ‘declino della parola’. La parola è sostituita dalla chiacchiera: la parola, come la musica, comprende e richiede il silenzio (la meditazione, la contemplazione) mentre la chiacchiera implica e presuppone il rumore, alla fin fine l’assenza di comunicazione con gli altri e con il Sé profondo – la perdita della Trascendenza, la perdita di Dio. Potremmo allora dire che la radice ultima della desolazione contemporanea, come aveva intuito in un passo profetico della Gaja scienza Friedrich Nietzsche, è la morte di Dio – non nel senso che Dio possa morire (al massimo potrà morire il dio tappabuchi stigmatizzato da Bonhoeffer, e questa sarà una grande conquista religiosa) ma perché Dio, come istanza suprema di valore, di senso,  di bellezza e di bontà,  è scomparso dall’orizzonte quotidiano di molti esseri umani. E ciò comporta un impoverimento fondamentale. “Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia”, dice Papa Francesco (L.S. 118), Ma un’adeguata antropologia richiede lo spazio lasciato libero per l’Alterità, per il soffio dello Spirito. Questo è il nesso che lega l’ecologia profonda all’antropologia e alla religione. Ecco perché, come Lei sottolinea nella Sua domanda,  “è così importante, risalire alla ‘Parola’ delle Sacre Scritture e alternarla con il silenzio della meditazione, per comprendere e vivere il presente in tutte le sue contraddizioni e le sue potenzialità”. Non a caso il Salmo 1 descrive così la situazione del giusto, dello tzaddiq: “Egli sarà come un albero / piantato presso canali d’acqua/ che il suo frutto dà a suo tempo/ e il cui fogliame non appassisce/ e tutto quello che fa riuscirà” (Salmi, 1,3).  Non ci interessa qui la prospettiva troppo  ottimistica delineata nell’ultimo verso, che sarà all’origine della discussione accesa di Giobbe con Dio. Ci interessa invece la prospettiva antropologica generale: Dio è simboleggiato dai canali d’acqua che sono fondamentali  per la pianta, perché le apportano le sostanze nutritive di cui abbisogna. Noi siamo la pianta, ma Dio è l’acqua della vita – e senza acqua la pianta muore. Se intendiamo in senso non materiale ma esistenziale la strofa successiva,  abbiamo una potente conferma di questa intuizione antropologica: “Non così i malvagi,/ ma piuttosto come pula/ che il vento disperde”. I malvagi sono propriamente gli esseri umani senza Dio, le piante a cui manca l’acqua della vita: necessariamente il vento, la rúach li disperde. Dio è anche indicato come la roccia, la rupe, il rifugio, il baluardo, il Padre …: tanti simboli potenti che esprimono la necessità per l’essere umano di trovare una via di accesso al Sé più profondo – un fondamento, un complemento, una forza capace di integrare la nostra miseria. Questo, a nostro parere, è il senso  del richiamo alla lettura della Parola ebraico-cristiana. Quali sono le difficoltà che si frappongono? Nel migliore dei casi, il pregiudizio cont
ro ciò che è ‘vecchio’, ‘non scientifico’: come se  la sapienza vitale fosse equivalente alla conoscenza scientifica! La scienza è una straordinaria conquista dell’umanità: ma gli scienziati metodologicamente avvertiti sanno che essa non equivale alla sapienza, non ci dice che cosa fare, come vivere (lo riconosceva già Max Weber nei suoi  saggi su
Il lavoro intellettuale come professione). Ma l’ostacolo fondamentale crediamo non  sia di natura intellettuale, ma pratica: la Bibbia richiede uno studio che implica impegno, concentrazione, fatica. Essa presuppone raccoglimento, silenzio, meditazione –  e il confronto con una comunità di amici, come è o dovrebbe essere la Chiesa. Ma perché, si obietta, impiegare tempo per un testo di duemila o tremila anni fa quando ci sono tante cose interessanti, divertenti, utili, profittevoli che catturano la nostra attenzione? Forse gli attuali social media rischiano di togliere addirittura il tempo, lo spazio mentale, della domanda, perché immergono la persona (soprattutto il giovane) in un fluire ininterrotto di stimoli che girano tutti intorno a un centro vuoto ma nascosto, rimosso.  Dunque l’invito del Papa Francesco è preliminarmente una scommessa: diamo credito alla Bibbia, supponiamo che in essa ci sia un tesoro nascosto. Ma Papa Francesco non si limita a un esame accurato del “Vangelo della creazione” (capitolo secondo della L.S.), cioè a una ricostruzione della dottrina ebraico-cristiana intorno alla creazione, segnalando tanto le deformazioni che ne sono state  date nel corso della storia quanto le autentiche rinascite dell’autenticità originaria, il cui simbolo può essere  considerato san Francesco d’Assisi. Papa Francesco fa di più: egli si richiama alla sapienza depositata nella culture tradizionali, stoltamente disprezzata da una cultura imperniata sul pragmatismo utilitarista e sul consumismo (“la visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità”, § 144; “la scomparsa di una cultura può essere grave  come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale”, §145). Non soltanto: egli cita espressamente, con approvazione, Alì Al-Khawwas, uno dei mistici appartenenti  alla corrente sufi dell’Islam, il quale, “a partire dalla sua esperienza, sottolineava la necessità di non separare troppo le creature del mondo dall’esperienza di Dio nell’interiorità” (§ 233). Ulteriori sviluppi di questa impostazione, che potremmo definire della convivialità delle differenze religiose, verranno date dal Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu-Dhabi da Sua Santità Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb,  e dall’Enciclica Fratelli tutti, del 2020.  

Ricordo questa frase da un’omelia di Papa Francesco a Santa Marta: “il mondo sta cambiando e anche noi dobbiamo cambiare insieme a lui”. Vi trovo una consapevolezza quasi sconvolgente, che impone un ripensamento sulla presenza della Chiesa nel mondo e per noi tutti – rispetto al dirsi e all’essere cristiani oggi. Possiamo dire che questa affermazione può essere riferita e rapportata ai tre aspetti della crisi contemporanea che voi evidenziate nell’impianto analitico dell’Enciclica “Laudato si’”: quello ecologico, quello sociale e quello culturale, valoriale ed antropologico? Anch’io ho colto come voi la presenza della cultura filosofica del ‘900 nell’impianto culturale di “Laudato si’”: in particolare è evidente il riferimento indiretto a Martin Heidegger e al pericolo che scientismo e tecnocrazia diventino talmente preponderanti da produrre una sorta di mutazione ontologica dell’essere umano, divorato dal Dio denaro, schiavo dei progressi compiuti, vittima della tecnocrazia che produce modelli esistenziali basati sul consumo e che conducono, inevitabilmente, ad una frattura nella convivenza solidale tra umanità e contesto ambientale, tra uomo e natura. Non pensate anche voi che questa considerazione della filosofia del ‘900 sia un valore aggiunto che rende straordinariamente contestualizzata l’enciclica, in modo che sia letta, compresa e seguita nel modo più ampio e accessibile da laici e credenti?     

Come ricorda Papa Francesco nel § 121 della Laudato si’, “lo stesso cristianesimo, mantenendosi fedele alla verità che ha ricevuto da Gesù Cristo, sempre si impegna e si riesprime nel dialogo con le nuove situazioni storiche, lasciando sbocciare così la sua perenne novità”. E dunque, ‘il mondo sta cambiando e noi dobbiamo cambiare insieme a lui’. A commento di questa concezione  vorremmo ricordare la frase di Gustav Mahler, il sommo musicista del primo Novecento: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Ci pare che essa sia in piena sintonia con le affermazioni di Papa, anche se certo non troverà l’accordo di alcuni adoratori delle ceneri, che forse sono più di quanto non si pensi. Quanto alla presenza della cultura filosofica del Novecento nell’enciclica del Papa, siamo totalmente d’accordo con l’affermazione che essa “sia un valore aggiunto che rende straordinariamente contestualizzata l’enciclica, in modo che sia letta, compresa e seguita nel mondo più ampio e accessibile da laici e credenti”. A nostro parere è importante sottolinearne la ricchezza culturale, anche perché c’è chi sostiene che questo Papa sarebbe solo un pastore, privo di spessore teologico. Naturalmente il Papa è un vero pastore universale, come per esempio lo fu, altrettanto mirabilmente, papa Giovanni XXIII: ma questo non vuole affatto dire che sia una persona sprovveduta culturalmente. A noi pare invece che l’orientamento pastorale di Papa Francesco presupponga una forte consapevolezza intellettuale che si manifesta in un ricco apparato culturale, esplicito o implicito, oltre che in un atteggiamento di partecipazione emotiva, di condivisione, di sensibilità alle ferite degli esseri umani del nostro tempo, che egli pratica con semplicità e che propone alla sua Chiesa (pensiamo per esempio alle sue bellissime immagini della Chiesa ‘ospedale da campo’ o della ‘Chiesa in uscita’).  Per questo ci pare importante sottolineare la ricchezza dei riferimenti culturali, elaborati creativamente, presenti in questa Enciclica. Abbiamo già ricordato Heidegger (che nell’Enciclica non è citato, ma è presente attraverso la mediazione del teologo italo-tedesco Romano Guardini). Ricordiamo qui altri autori e altri temi, implicitamente o esplicitamente presenti. La contrapposizione tra problema e mistero, cioè il rifiuto di ogni riduzionismo scientistico, di ogni tentazione di ridurre il mistero a problema, ricorda la lezione del grande filosofo cattolico Gabriel Marcel, uno dei cui discepoli, il filosofo cristiano protestante Paul Ricoeur, è peraltro citato. Il recupero della corporeità, il rifiuto di un dualismo malato tra anima e corpo, evoca la lezione della fenomenologia. La logica di Io e Tu contrapposta alla logica di Io ed Esso era già stata indagata brillantemente dal filosofo ebreo Martin Buber. E, per chiudere questo accenno sommario ai riferimenti filosofici nascosti dell’Enciclica, che sono molti, possiamo dire che in essa viene recuperata implicitamente quella componente del marxismo che era stata recepita dalla teologia latino-americana attraverso la categoria di ‘peccato sociale’: ovvero l’attenzione alle condizioni strutturali che, promuovendo le disuguaglianze sociali, impediscono la fioritura della personalità di ognuno. Quella di Papa Francesco è la scelta preferenziale per i poveri.  Questo naturalmente non vuol dire che Papa Francesco accetti la metafisica materialista e ‘progressista’ del marxismo né, tanto meno, la visione totalitaria del comunismo come conclusione necessaria della storia, che richiederebbe la ‘dittatura del proletariato’, l’uso della violenza come ‘levatrice della storia’ ecc. (concezione che, lo diciamo per scrupolo filologico, è antitetica sia rispetto all’utopismo comunista del giovane Marx sia rispetto all’analisi del feticismo della merce, compiuta nel Capitale: queste sono pagine importanti della filosofia classica tedesca). Anzi il nostro Papa è ben attento a sottolineare ‘l’amicizia sociale’ e a privilegiare la categoria di ‘popolo’ su quella di classe e lotta di classe. E tuttavia, seguendo la tradizionale dottrina sociale della Chiesa, egli rifiuta apertamente di appiattirsi sulla visione liberista del mercato, che oggi è divenuta dominante nel mondo, secondo cui la proprietà privata dei beni costituirebbe un principio assoluto e indiscutibile. Il principio sociale prioritario è la destinazione universale dei beni, mentre la tutela della proprietà privata non è che un principio derivato. Dunque nel caso di Papa Francesco sarebbe assurdo parlare di comunismo, si potrebbe invece parlare di comunitarismo. 

Titolando il vostro saggio “L’ecologia integrale di Papa Francesco” immagino abbiate pensato all’opera incessante di trasformazione degli ambienti di vita ma anche alla violazione della natura stessa da parte dell’uomo. Gli studi di David Quammen riassunti nella sua opera “Spillover” del 2014 attribuiscono l’eziopatogenesi della pandemia Covid 19 alla sistematica opera disgregatrice degli equilibri del pianeta, che hanno prodotto mutazioni genetiche tali da rendere vulnerabile il genoma umano ad opera del virus. Eppure, all’esordio del suo libro gli fu dato del mentecatto. Si aggiungano i problemi demografici, esplosivi, siamo 7,5 miliardi di esseri umani e arriveremo ad 11 miliardi a fine secolo, secondo il biologo Edward O. Wilson oltre i 6 miliardi di persone la natura ha fatto scattare un semaforo rosso di incompatibilità. Questa consapevolezza dell’importanza di una ecologia totale viene recuperata nella vostra riflessione (uso ancora le vostre parole): “La crisi ecologica generata dall’applicazione universale di questo modello di sviluppo, che papa Francesco definisce “il paradigma tecnocratico”, è solo l’aspetto più evidente, urgente e drammatico”. Ripenso alla siepe di Giacomo Leopardi e all’orticello di Ermanno Olmi: ci siamo allontanati irreversibilmente da quel modello di “armonia” che dovrebbe guidare i nostri passi?

Gli studi pionieristici di David Quammen, riassunti nella sua opera “Spillover” del 2014, costituiscono un testo di riferimento fondamentale, che sta dietro anche alle ricerche di Manuela Monti e CarloAlberto Redi che abbiamo citato all’inizio di questo dialogo. Il fatto che, come Lei ricorda, “all’esordio del suo libro a Quammen fu dato del mentecatto” è un’ulteriore dimostrazione di come “le furie dell’interesse privato” possano tradursi in un’ideologia che non riesce più a vedere aspetti fondamentali della realtà. La situazione attuale della terra è assai grave, ma ancora non irreversibile. Non abbiamo però a disposizione un tempo infinito per metterci al riparo dalle catastrofi che stiamo provocando e in parte abbiamo già prodotto. E’ veramente necessario un cambiamento di mentalità (ci viene in mente il termine greco metánoia, che vuol dire proprio cambiamento di mente e che tradizionalmente viene tradotto con ‘conversione’). Ma la conversione ecologica implica, come Papa Francesco ci ha spiegato, una conversione antropologica. In questo senso la siepe di Giacomo Leopardi e l’orticello di Ermanno Olmi sono simboli efficaci  di quel rapporto con l’infinito che fonda il rapporto con il finito e con la bellezza, permettendoci di guardare la realtà con uno sguardo ricco di pietas. 

Nella vostra importante riflessione sulla “Laudato si’” vi soffermate conclusivamente sul fondamento “mistico” che sottende e sostiene lo spirito più autentico dell’Enciclica. Essa non è riduttivamente un trattato di ecologia, né vuole sostituirsi agli studi di altre discipline che considerano il rapporto tra l’uomo e la natura, in una prospettiva di sostenibilità vitale. Bellezza del creato, rispetto del contesto e della dignità umana, contemplazione, interiorizzazione della quietudine come stato di grazia esprimono una visione religiosa e trascendente che si oppone al consumo, al degrado, alla violenza materiale e simbolica che vengono sistematicamente perpetrati in nome di un progresso sul quale molte pagine di descrizione e spiegazione andrebbero riscritte. Il Vs. saggio sotto questo profilo è rivelatore e profetico: ci fate dono di una sintesi conclusiva declinata nella virtù della speranza?

Spesso i commentatori di cultura laica ci pare non colgano quello che è a nostro parere è l’atteggiamento fondamentale, originario da cui scaturisce l’enciclica Laudato si’: lo chiameremo il fondamento mistico. Esso presuppone il venire meno delle riserve critiche dell’Io di fronte al mondo (riserve che, in altri contesti, per esempio in quello scientifico, sono del tutto appropriate, anzi necessarie) e, per così dire, il venir meno delle sue pretese di essere fondamento del mondo ma, al contrario, la scomparsa, almeno tendenziale, della centralità dell’io, che viene per così dire assorbito nella contemplazione della bellezza e che sopravvive solo come consenso, appagamento, tranquillità, pace, serenità. Tutte le grandi religioni mondiali, nei loro momenti più alti, presentano modalità e figure comparabili. Così san Francesco, veramente alter Christus, nel Cantico delle creature rimanda al suo Maestro, archetipo di un’umanità redenta. E, nelle diverse tradizioni cristiane e in quelle di altre religioni, non mancano mai, almeno in alcune correnti, esponenti di questa apertura quieta e meditativa alla meraviglia del creato. Ad essa faceva riferimento il grande mistico cattolico tedesco Angelus Silesius nel suo “Pellegrino cherubico”: Una rosa è senza perché. Fiorisce perché fiorisce/ Lei a se stessa non bada, non chiede che la si guardi. E così il nostro Dante, a proposito delle nozze mistiche tra san Francesco e Madonna Povertà, parlava di Amore e maraviglia e dolce sguardo. Questo sentimento mistico delle bellezza del mondo, sacro, inviolabile riflesso della bellezza di Dio, è, a nostro parere, il fondamento del testo papale. E senza di questo ci pare difficile cogliere l’Enciclica Laudato si’ nella sua profondità. Ma se questa esperienza, così propria della dignità dell’essere umano, c’è, allora risulta scosso quel criterio del fare come unico fondamento che è stato il presupposto centrale del modo di pensare occidentale moderno e post-moderno e che ha prodotto tanto la strumentalizzazione della scienza ai fini della tecno-scienza guidata dal mercato quanto l’esaltazione dell’avidità e del consumo delle cose e delle persone ridotte a cose.  E allora, c’è spazio per la Speranza? Sì, perché, come diceva Péguy (“Il portico del mistero della seconda virtù”, 1911) “la Fede è quella che tiene duro nei secoli dei secoli. La Carità è quella che dà se stessa nei secoli. Ma è la piccola Speranza che si leva tutte le mattine”. O, come dice Papa Francesco in questa splendida Enciclica, “per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri. Inoltre, facendo crescere le capacità peculiari che Dio ha dato a ciascun credente, la conversione ecologica lo conduce a sviluppare la sua creatività e il suo entusiasmo, al fine di risolvere i drammi del mondo” (L.S., §220). Questo è l’augurio conclusivo che rivolgiamo a tutti i lettori del Domani d’Italia, oltre che naturalmente a noi stessi.   

 

Monsignor Gianfranco Poma, teologo. E’ stato assistente spirituale dell’Azione cattolica della diocesi di Pavia (1988-1995), docente in Seminario (1966-2000), direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi (1997-2005), delegato vescovile per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (2005 – 2016).

Prof. Walter Minella: saggista e filosofo. Ha tradotto il breve saggio di  Varlam Tichonovič Šalamov,Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Como – Pavia 2012). Ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini,  Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Caltanissetta – Roma 2015); sullo stesso autore ha scritto la monografia Pietro Prini (Città del Vaticano, 2016). Ha curato con altri studiosi il volume Credere oggi in Dio, ancora e nonostante: Pietro Prini filosofo del dialogo tra fede e scienza (Roma 2018).

 

Consumi, i saldi invernali sostengono il retail

 I saldi invernali hanno dato una spinta al mercato retail. Secondo l’Osservatorio Stocard a gennaio 2021 si è registrato un incremento degli acquisti nei negozi fisici rispetto alla settimana prima dell’inizio dei saldi.  L’analisi, in particolare, si è basata sui dati aggregati degli acquisti in Italia pre-post l’inizio dei saldi fino al 31 gennaio 2021.

Il primo mese del 2021 ha visto un notevole aumento di vendite in molti settori merceologici, in primis arredamentofashionsport e pharma, ma anche bricopets e kids.

I saldi invernali, attesi dal consumatore soprattutto dopo un anno terribilis come il 2020, hanno rappresentato per il retail, di prima necessità e non, un momento di risalita e sollievo economico  così come emerso il 28 Gennaio in occasione dell’Osservatorio Non-Food di Retail  Institute – commenta Valeria Santoro, Country Manager di Stocard Italia – L’incremento delle vendite ha coinvolto pressoché tutti i settori merceologici e in vetta alla classifica si posiziona il settore dell’arredamento come probabile conseguenza della situazione storica che stiamo vivendo, che ci vede trascorrere molto tempo dentro le mura domestiche. Segue al secondo posto il fashion, settore merceologico particolarmente colpito durante la pandemia, a testimonianza del desiderio di ritorno alla quotidianità. L’analisi dell’Osservatorio si è basata sull’aggregazione ponderata di dati regionali in quanto l’avvio dei saldi è avvenuto in giorni diversi da regione a regione come conseguenza delle limitazioni imposte dai vari DPCM.”

L’Osservatorio Stocard ha inoltre evidenziato che, rispetto alla settimana pre-saldi, a gennaio il numero dei consumatori è aumentato del 7%. Anche il flusso di acquisti ha registrato una crescita del +5%.

Analizzando i settori merceologici nel periodo di analisi è emerso che:

  • Il numero di acquisti nei negozi di arredamento sono aumentati del 39%. Si tratta di un incremento notevole se comparato all’analisi effettuata da Stocard a dicembre, in cui risultava essere l’ultimo settore per crescita (+14%).
  • In netto incremento – con consumi in rialzo del 27% – anche il fashion, tra i settori che più necessitano della ripresa, e lo sport con +24% di acquisti dall’inizio dei saldi a conferma del trend in crescita dell’home fitness già da maggio 2020.
  • Rispetto al mese di dicembre risultano in calo i consumi nella ristorazione (da +37% a +12%), complici anche le chiusure di bar e ristoranti in quelle zone d’Italia che a gennaio sono state inserite in fascia arancione e rossa.
  • Il settore dell’editoria ha registrato un incremento del solo 2% rispetto alla settimana precedente ai saldi. Lo stesso settore aveva registrato un picco del 71% durante il periodo natalizio. Un trend comunque fisiologico.

Rotta di solidarietà: Una società senza umanità non ha futuro!

A Venezia, città incrocio di civiltà per antonomasia e melting pot ante litteram, che anche a fronte di recenti scelte dell’Amministrazione comunale sembra aver perso questa vocazione e appare ormai svuotata di una spinta solidaristica, nasce un’iniziativa concreta che è un grido di speranza verso il Mondo.

– Una società senza umanità non ha futuro! Questo è uno degli slogan di riferimento del progetto che mette in dialogo la sezione ANPI Sette Martiri di Venezia e la nave Mare Jonio di Mediterranea, attualmente ormeggiata all’Isola della Certosa nella laguna di Venezia per riparazioni, con l’obiettivo di trovare i finanziamenti per ripartire con l’attività umanitaria con una imbarcazione più moderna ed attrezzata.

L’Anpi che ha tra le proprie finalità il richiamo allo spirito solidaristico della Costituzione, si sente in piena sintonia con le attività umanitarie di Mediterranea. Ancora di più in un momento in cui, dalla Presidenza nazionale, si lancia un appello per una grande alleanza fra le forze progressiste, democratiche e antifasciste.

– L’iniziativa della Sezione Sette Martiri che mira a diffondere la conoscenza delle attività di Mediterranea, prevede una chiamata a raccolta di artisti, fotografi, grafici, illustratori, galleristi, artigiani, creativi a livello locale, nazionale e internazionale, che offriranno le loro opere per un fundraising destinato al sostegno economico di questa “piattaforma di solidarietà” cui aderiscono molte realtà della società civile e democratica e, nell’immediato, per la messa in mare di una nuova nave.

L’invito è rivolto anche agli studenti degli istituti artistici, alle associazioni democratiche, alla cittadinanza attiva e sarà un’occasione per valorizzare le produzioni di queste attività e il loro impegno verso l’instaurarsi di una nuova sensibilità ambientale e umana. Tante e diverse presenze, quindi, come solidarietà concreta verso esuli di mare e di terra, nei confronti dei quali la nostra coscienza non permette di restare indifferenti; in un certo modo una rinascita o una conferma dell’esistenza di quella Venezia d’acqua e di terra composta da persone di buona volontà che, così come resistono difronte alle proprie difficoltà in questo particolare periodo, allo stesso modo ancora si schierano contro le ingiustizie sociali.

Meningite da meningococco l’Italia sotto la media europea

Nel 2019 in Italia sono stati segnalati 189 casi di meningite da meningococco, 1671 casi da pneumococco e 186 casi di malattia invasiva da emofilo. Lo indicano i dati sulla sorveglianza delle meningiti batteriche pubblicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) sul sito Epicentro.

Per quanto riguarda la neisseria meningitidis (la forma di malattia invasiva da meningococco) nel 2019 c’è stato un leggero aumento rispetto al 2018, in cui erano stati 170, e un calo rispetto al 2017 (197).

Nel periodo 2017-2019 l’incidenza delle malattie invasive da meningococco ha oscillato tra 0,33 casi per 100.000 abitanti nel 2017, 0,28 casi nel 2018 e 0,31 casi nel 2019. Dati inferiori alla media europea di 0,6 casi del 2017. I più colpiti nel 2019 sono stati i neonati sotto l’anno di età (2,97) e i bambini di 1-4 anni (0,88), anche se in leggera diminuzione rispetto agli anni precedenti. L’incidenza nei giovani adulti (15-24 anni) si è mantenuta stabile (0,58).

Gualtieri Sindaco? Una candidatura che nasce male. Se Calenda rinuncia, perde di credibilità. Il problema è il rilancio della politica di centro.

La candidatura di Gualtieri a sindaco di Roma appare una simulazione che rimanda a un vecchio modo di intendere la politica. 

Si simula l’esercizio della responsabilità, perché si lancia una personalità d’indubbio spessore e certamente adeguato a ridare slancio a una città depressa, ma si dissimula il nodo politico che le amministrative, specie nella Capitale, devono affrontare e risolvere. Certo, se non fosse per una sgradevole sensazione di ars combinatoria a fini di potere, con un ex ministro appena uscito dal governo e prontamente destinato ad altro incarico, tutto potrebbe rientrare in un quadro di ragionevolezza: ci vuole in effetti un sindaco prepararato, capace di portare una ventata di competenza dopo anni di approssimazioni e inconcludenze, sicché parrebbe logico indicare la figura dell’unico dirigente Pd romano all’altezza di questo identikit.

Tuttavia Gualtieri non è un tecnico o non è soltanto un tecnico. Se entra in pista ha da porsi il problema di quale ruolo intenda svolgere, sapendo che la partita capitolina assume un valore politico straordinario. A prescindere da Calenda, destinato a menomare la sua credibilità qualora compisse il fatidico passo indietro, la scelta del futuro inquilino del Campidoglio pone in risalto la questione di una nuova alleanza, tanto più se collegata al fresco cambiamento del quadro di governo. Si tratta di capire, in altri termini, se l’avvento di Draghi lasci inalterato un consunto modello di alleanze o se ne richieda viceversa una profonda ristrutturazione.

Forza Italia non ha la forza e neppure la volontà, con tutta evidenza, di giocare la carta di una possibile ricomposizione al centro. Berlusconi pretende lucrare qualcosa, e forse più di qualcosa, dalla partecipazione al governo, ma non assume iniziative degne di nota per quanto attiene alla formazione di un disegno politico coerente, tale cioè da trasferire a terra i ragionamenti sulle grandi opzioni ideali, in primo luogo sull’europeismo come banco di prova di una più autorevole e sensibile classe dirigente. Allora, vista la mancanza di fantasia nello schieramento moderato di centrodestra, a maggior ragione dovrebbe valere un criterio direttivo meno angusto per le forze democratiche e popolari, di cui il Pd costituisce un vettore decisivo.

Tra la Raggi e Abodi, ammesso che sopravvivano entrambi come candidati, si apre un grande spazio al centro. Questo spazio al Pd di Zingaretti non sembra interessare. Si prova a simulare, appunto, una ipotesi di buongoverno per far passare di nascosto un faticoso revamping del motore giallorosso, immaginando che il profilo di Gualtieri induca perlomeno al secondo turno a convergenze elettorali “spontanee” tra democratici e grillini. È un approccio molto discutibile. Di certo non contempla il bisogno di inventare, passando per il grande varco della democrazia locale, un riposizionamento del mondo riformista sull’onda delle inevitabili trasformazioni che l’avvento di Draghi lascia presagire.

Con questa modalità la candidatura di Gualtieri immette sabbia negli ingranaggi del rinnovamento. È uno schiaffo a chi ha sostenuto finora la proposta di Calenda. Sancisce la necessità di una più determinata distinzione nell’area del riformismo, con l’implicito richiamo all’urgenza di un rilancio della politica di centro, senza più complessi d’inferiorità. O meglio, senza più subordinazioni. 

Draghi è la discontinuità. Ora l’alternativa esige la ristrutturazione della politica, intanto nello spazio extraparlamentare.

Il Governo Draghi è un bene per il nostro Paese: nonostante qualche legittima perplessità circa la sua composizione, va accompagnato con fiducia e speranza. Non bisogna credere, tuttavia, che il prestigio e l’autorevolezza del nuovo Premier bastino a dissolvere tutte le insidie e a superare le debolezze strutturali della politica e della società italiane. Sarebbe un errore micidiale.

Draghi è un “fuoriclasse” e sono certo che imprimerà una correzione di rotta significativa e positiva, ma neppure lui potrà – da solo – rimettere definitivamente l’Italia sul sentiero giusto. Sono rimasto sconcertato dalla faccia tosta dimostrata dalla classe politica in questo frangente. Dopo il fallimento del secondo Governo di questa Legislatura ci si sarebbe attesi almeno un minimo di pudore, accompagnato magari da una sincera riflessione sulle cause profonde che impongono ai Capo dello Stato in carica, con sistematica ricorrenza, soluzioni di questo tipo e “appelli estremi” come quello lanciato da Mattarella.

Invece, niente di tutto ciò: né pudore, né riflessione. Solo il tentativo di “mettere il cappello” sul nuovo Premier per rivendicare la bontà delle proprie battaglie di bandiera, le quali – in larga parte – sono proprio quelle che hanno portato alla crisi di sistema che ha imposto la soluzione Draghi. Tutti a elogiare – in primis il M5S – il nuovo Ministero per la “transizione ecologica”.

Ma solo qualche settimana fa, le stesse forze politiche del Conte Due avevano varato una bozza di Recovery Plan (di cui, per scelta europea, la transizione ecologica deve essere uno dei pilastri) che Bruxelles avrebbe rimandato al mittente dopo averlo fatto a coriandoli, tanto era inconsistente. Tutti a rivendicare “continuità” (con l’opra del Conte Due oppure con gli slogan della ex opposizione) quando sappiamo bene che invece Draghi è stato incaricato proprio perché con queste “continuità” si sarebbe andati a sbattere.

Domanda: può un Paese come il nostro affidare le speranze di visione, competenza, serietà e coraggio solamente ad un Premier Taumaturgo e ai suoi tecnici, mentre il sistema politico si balocca in slogan e rivendicazioni auto referenziali?

Evidentemente, no.

Dunque, mentre Draghi e la sua squadra cercheranno di fare il loro dovere nel prossimo anno o anno e mezzo, occorre che tutto il sistema Paese (dalla sua tecnocrazia alle parti sociali e imprenditoriali) decida finalmente di diventare “adulto”. E occorre che la Politica si rigeneri, assumendo piena coscienza della propria crisi di rappresentanza e di ruolo. Personalmente credo che ciò richieda una radicale riorganizzazione del sistema politico, oggi in larga parte incapace di “dare voce” a moltissimi cittadini.

In particolare a quella larga parte di italiani che avverte il pericolo di avventure populiste ma non crede neppure alle formule e alle parole d’ordine del recente passato, che percepisce un po’ come vuote e retoriche. È lo spazio di un Riformismo adulto, coraggioso e responsabile. Lo spazio delle culture popolari e liberal democratiche declinate secondo i nuovi paradigmi del nostro tempo e le necessità di trasformazione della società e delle istituzioni. Sostenere con coraggio queste trasformazioni, senza compromettere la coesione sociale e senza svuotare di senso comunitario la democrazia, è la vera missione di questo “spazio politico che oggi non c’è “.

Vi sono troppe frammentazioni e troppe bandierine più o meno personali. Eppure è lì che servirebbe una proposta nuova, autorevole e convincente. Qualcuno pensava di farla nascere “in vitro” (e su progetto esecutivo altrui) attorno a Conte. Come era ovvio e come abbiamo scritto, la cosa non aveva fondamento alcuno. La strada per noi non può che essere quella “extra parlamentare”, cioè quella della comunità, dei territori, della costruzione di un progetto di resilienza politica.

Ma occorre lavorarci subito. Il mondo dei “popolari” (da Insieme a Rete Bianca, da Demos alla Rete Popolare promossa da Giuseppe De Mita) deve trovare un punto di incontro e – nello stesso tempo – non può non aprire un dialogo serio e operoso con Base Italia di Marco Bentivogli e con le altre esperienze che si muovono in questo campo.

Che cos’è l’Amore?

“Che cos’è l’Amore?” forse sa raccontarlo meglio chi non lo ha. Ché chi lo vive quotidianamente spesso finisce con il darlo per scontato, senza più capacitarsi pienamente di quanto sia immensa la fortuna di aver ricevuto in dono quello che altro non è se non un Miracolo.

Ognuno di noi è, da solo, l’essenza del proprio essere: ciascuno racchiude in sé tutti gli elementi necessari a definirsi persona nella sua completezza.
Talvolta, però, tutte le piccole sfumature, che insieme danno il disegno di noi, sono disordinate in una specie di caos in cui risulta difficile dare il giusto ordine e un senso finito ai nostri pezzetti. Non è così semplice capire chi siamo veramente e quale sia il nostro ruolo rispetto a noi stessi, alla vita, agli altri.

Tutti abbiamo un’identità solo nostra, un piccolo patrimonio personale che ci rende unici e diversi da chiunque altro. Spesso però questo tesoro rimane nascosto, difficilmente interpretabile, chiuso in una sorta di mistero.
È proprio l’Amore il filo conduttore che unisce le parti e compone il disegno finale; è la struttura portante che salda le componenti, le irrobustisce nella sicurezza di radici profonde e le rende pronte ad esternarsi, in una forma compiuta e solida, che meglio resiste alla pesca alla cieca tra le carte delle “probabilità” e degli “imprevisti”.

L’Amore fa germogliare il seme delle nostre potenzialità, trasformandole in atto; fa crescere il nostro essere “in nuce”, il nostro stato embrionale, verso la maturità; completa le parti ancora mancanti, colora le zone d’ombra, trasforma lo schizzo in un quadro finito, l’abbozzo in un’opera d’arte.
E’ il collante che tiene uniti i frammenti, come tasselli di un puzzle, realizzando quell’immagine finale che lascia tutti a bocca aperta, per stupore e meraviglia, di fronte a dettagli nuovi, particolari che altrimenti non sarebbero mai emersi.

Ecco, se qualcuno mi chiedesse: “Cos’è l’Amore?”, io risponderei che l’Amore è quel tratto di lapis che unisce i puntini da 1 a 100.

La pandemia ci sollecita a creare un nuovo mondo più umano, giusto, solidale e pacifico

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«Il 2021 è un tempo da non perdere. E non sarà sprecato nella misura in cui sapremo collaborare con generosità e impegno. In questo senso ritengo che la fraternità sia il vero rimedio alla pandemia e ai molti mali che ci hanno colpito. Fraternità e speranza sono come medicine di cui oggi il mondo ha bisogno».
Così l’8 febbraio Papa Francesco ha concluso il suo discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Un intervento, quello del Pontefice, di altissimo profilo umano, spirituale, sociale ed economico.
Francesco ha affrontato tutti i temi che sono alla base dell’attuale crisi planetaria invitando la comunità internazionale a cogliere la minaccia della pandemia come occasione per realizzare le riforme necessarie a costruire un mondo più umano, giusto, solidale e pacifico.
Il Papa ha messo in luce i rischi e le conseguenze di un modo di vivere dominato dall’egoismo e dalla cultura dello scarto, evidenziando che siamo di fronte a un’alternativa: continuare sulla strada finora percorsa o intraprendere un nuovo cammino.
In merito alla crisi sanitaria, ha rinnovato il suo impegno affinché ad ogni persona siano offerte le cure e l’assistenza di cui abbisogna, promuovendo l’accesso universale all’assistenza sanitaria di base e la disponibilità di terapie e di farmaci.
E ha precisato: «Non può essere la logica del profitto a guidare un campo così delicato quale quello dell’assistenza sanitaria e della cura».
Per la risoluzione della crisi ambientale il Papa ha chiesto la collaborazione internazionale, auspicando che la prossima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP26), prevista a Glasgow nel novembre prossimo, consenta di trovare un’intesa efficace per affrontare le conseguenze del cambiamento climatico.
Circa le difficoltà economiche e occupazionali, Francesco ha sostenuto che l’attuale crisi è «l’occasione propizia per ripensare il rapporto fra la persona e l’economia, è giunto il momento di porre fine a un’economia basata sullo sfruttamento e sullo scarto sia delle persone sia delle risorse naturali».
«Serve – ha sottolineato – una sorta di “nuova rivoluzione copernicana” che riponga l’economia a servizio dell’uomo e non viceversa, iniziando a studiare e praticare un’economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda».
«Oggi meno che mai – ha aggiunto – si può pensare di fare da sé. Occorrono iniziative comuni e condivise anche a livello internazionale, soprattutto a sostegno dell’occupazione e della protezione delle fasce più povere della popolazione».
In questo ambito il Papa ha elogiato lo stanziamento proposto dal piano Next Generation EU perché «rappresenta un significativo esempio di come la collaborazione e la condivisione delle risorse in spirito di solidarietà siano non solo obiettivi auspicabili, ma realmente accessibili».
Sul piano internazionale Francesco ha ribadito l’opposizione alle sanzioni economiche ed ha spiegato: «Pur comprendendo la logica delle sanzioni, la Santa Sede non ne vede l’efficacia e auspica un loro allentamento, anche per favorire il flusso di aiuti umanitari, innanzitutto di medicinali e di strumenti sanitari, oltremodo necessari in questo tempo di pandemia».
Inoltre la Santa Sede continua a chiedere di «condonare, o perlomeno ridurre, il debito che grava sui Paesi più poveri e che di fatto ne impedisce il recupero e il pieno sviluppo».
In merito alla questione immigrazione, dopo aver espresso apprezzamento per l’impegno dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), di cui quest’anno ricorre il 70° anniversario della fondazione, Papa Francesco ha ricordato che la Santa Sede, quale membro del Comitato esecutivo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), resta fedele ai principi enunciati nella Convenzione di Ginevra del 1951 e nel Protocollo del 1967, che stabiliscono «la definizione legale di rifugiato, i loro diritti, nonché l’obbligo legale degli Stati a proteggerli».
Il Pontefice ha affrontato anche la crisi della politica e le minacce ai principi democratici. «Mantenere vive le realtà democratiche – ha affermato – è una sfida di questo momento storico».
«Purtroppo – ha aggiunto – la crisi della politica e dei valori democratici si ripercuote anche a livello internazionale, con ricadute sull’intero sistema multilaterale e l’evidente conseguenza che Organizzazioni pensate per favorire la pace e lo sviluppo – sulla base del diritto e non della legge del più forte – vedono compromessa la loro efficacia».
«La pandemia – ha rilevato il Papa – è un’occasione da non sprecare per pensare e attuare riforme organiche, affinché le Organizzazioni internazionali ritrovino la loro vocazione essenziale a servire la famiglia umana per preservare la vita di ogni persona e la pace».
Sul versante della pace, il Pontefice ha indicato come segno incoraggiante l’entrata in vigore del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, come pure l’estensione per un ulteriore quinquennio del Nuovo Trattato sulla Riduzione delle Armi Strategiche (il cosiddetto “New START”) fra la Federazione Russa e gli Stati Uniti d’America.
In questo contesto ha ricordato le parole di san Giovanni XXIII pronunciate nel 1963: «Troppe armi ci sono nel mondo! Giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti e che si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti».
In conclusione Papa Francesco ha affermato: «La crisi dei rapporti umani e, conseguentemente, le altre crisi che ho menzionato non si possono vincere se non salvaguardando la dignità trascendente di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio».

Ai nastri di partenza

Tanto tuonò che piovve. Non poteva andare diversamente, le nuvole erano piuttosto gonfie e i segnali non tradivano le attese. Per fortuna siamo muniti di ombrello e non ci bagniamo. Bene che sia così.

Ne avevamo bisogno, dopo un mese di insopportabili secche. Di ogni cosa c’è sempre qualcosa da ridire. La perfezione è una condizione dell’anima, dello spirito, non della realtà. Quindi, anche il Governo Draghi subisce la legge della mancanza. Inevitabile.

Hanno già messo i ferri in acqua, il giorno del giuramento è coinciso anche con la prima seduta del Consiglio dei Ministri. Del resto si deve fare in fretta. Bene, ma in fretta. Non si sa quanto durerà. Propendo a pensare che tra un anno, dopo l’elezione del Presidente della Repubblica, chiuda i battenti. Non è pensabile infatti, che un governo così composto possa durare più del necessario.

Cosa attenderci? Poche cose, ma immaginiamo ben fatte. Il problema più grosso sarà quello di dare un volto preciso alla spesa relativa ai fondi europei. Lì, non si può sbagliare. Sarebbe un mostruoso delitto. Non a caso Draghi ha fortificato la pattuglia di quelli che, in sintonia con il suo pensiero, si occuperanno di questo tema. In parallelo c’è sempre da risolvere quell’immane problema della pandemia. Quest’ultimo attraverserà ancora molti mesi di quest’anno e, se tutto va bene, dovremmo piegarlo al nostro volere, verso l’inizio dell’autunno.

Le due colonne citate, reggeranno la sorte di altre misure governative. Certo non di portata pari alle stesse, ma, pur sempre dense di capitale importanza. Penso ai problemi della giustizia; al grande problema del lavoro, ricordo solamente che a fine marzo c’è il grande problema dei licenziamenti, della cessazione della cassa covid, dei ristori e via discorrendo; dovrebbe esserci anche il grande tema dell’ambiente con certe riconversione di politiche industriali; la vicenda dei trasporti; e, insomma, partite comunque delicate. Non intendo ovviamente citarne altre, ma ogni i ministero avrà una sua piccola gatta da pelare.

La fortuna vuole che tutti ci guardano con più rispetto, che i mercati non ci metteranno a dura prova, che gli speculatori resteranno fuori gioco. E che, infine, il mondo politico europeo e non solo, guarderà all’Italia con un maggior occhio di riguardo. Lo starter ha dato il via alla corsa, adesso, assisteremo alla tenuta di questi nuovi podisti.

Carnevale: frappe e strufoli fai da te in 1 casa su 2

Senza carri e feste in maschera è boom dei dolci fatti in casa per più di 1 famiglia su 2 (52%) per dimenticare le ansie dell’emergenza Covid, andare alla ricerca della normalità perduta e ritrovare i “comfort food” della tradizionale.

La necessità di passare il tempo fra le mura domestiche a causa delle misure anti Covid ha spinto al ritorno della cucina casalinga fai da te con – sottolinea la Coldiretti – la riscoperta di ricette e dolci della tradizione. La preparazione dei piatti tradizionali delle feste è – continua la Coldiretti – così un’attività tornata ad essere gratificante per uomini e donne a anche come antidoto alle tensioni e allo stress provocate dalla pandemia. E fra gli strumenti di questa rivoluzione dei fornelli nelle case degli italiani, oltre a mattarello e frusta per le uova è arrivata – spiega Coldiretti – anche la macchina impastatrice entrata ufficialmente nel 2021 nel nuovo paniere consumi dell’Istat.

L’Italia offre una scelta che non ha eguali al mondo – evidenzia Coldiretti – dai tortelli della Lombardia alle tagliatelle fritte dell’Emilia, dalla schiacciata toscana ai grostoli del Trentino, fino agli scroccafusi delle Marche ma anche la pignolata bianconera della Sicilia, il migliaccio della Campania, gli aciuleddi della Sardegna.

E se le frappe sono fra i dolci più diffusi da nord a sud dell’Italia, con appellativi e forme diverse, la leggenda racconta che la loro origine risalga  ai tempi dell’antica Roma con il nome di “frictilia” ed erano realizzate con un impasto di farina e uova che veniva steso, tagliato e fritte nello strutto bollente e mangiato durante le feste, soprattutto nel periodo invernale.

L’ITALIA DEI DOLCI DI CARNEVALE

ABRUZZO: la cicerchiata – spiega Coldiretti – è composta da gnocchetti grandi come ceci, fritti, guarniti con zucchero caramellato e miele e decorati con i canditi e confettini.

BASILICATA: dalle pastarelle, biscotti ricoperti da glassa fondente e coriandoli, alle chiacchiere al vin cotto o spolverate di zucchero a velo, dalla torta da sanguinaccio ai taralli al nastro con glassa di zucchero.

CALABRIA: la pignolata, fatta da piccole sfere di pasta dolce, fritte in olio di oliva e unite tra di loro dal miele e chiacchiere, e i nacatuli o nacatole.

CAMPANIA: struffoli, palline fritte con zucchero e miele, il sanguinaccio e l’antico migliaccio che – afferma la Coldiretti – nasce da una base di semolino, latte e burro.

EMILIA ROMAGNA: sfrappole e lasagnette, tagliatelle dolci fritte bagnate con succo di arancia e cosparse di zucchero a velo.

FRIULI-VENEZIA GIULIA: crostoli, frittelle e castagnole.

LAZIO: oltre alle classiche frappe e castagnole gustose e morbide palline di pasta fritta riempite di ricotta o crema pasticciera ci sono i cecamariti ciociari preparati durante il carnevale per ingolosire i mariti. Si tratta – spiega la Coldiretti – di golose palline preparate da un impasto abbastanza compatto con cui vengono creati dei grandi gnocchi che vengono arrotolati a mano e fritti.

LIGURIA: le bugie sono nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo.

LOMBARDIA: tortelli, dolci fritti cosparsi di zucchero e cannella o farciti con crema o con uvetta.

MARCHE: arancini e scroccafusi, palline di pasta con cannella e scorza di limone spolverate di zucchero e bagnate con alchermes

MOLISE: tortelli  dolce campobassano consiste in una sorta di grande tortello con ripieni vari. L’impasto della sfoglia con cui viene creato il dolcetto è ottenuto con farina, uova, zucchero burro e rum. Questa viene poi guarnita con tre tipologie di ripieno (crema, cioccolato, noci e mandorle, o marmellata di amarene) e successivamente fritto in olio bollente. Anche i tortelli con ripieno di crema possono essere conservati più giorni in quanto la crema subisce un processo di cottura.

PIEMONTE: friciò, dolcetti fritti con uvetta e scorze di limone, bugie, rombi o nastri fritti.

PUGLIA: chiacchiere e frittelle.

SARDEGNA: aciuleddi, deliziosi dolcetti sardi a forma di treccia, dall’impasto semplice ma arricchiti da un abbondante strato di miele

SICILIA: la pignolata, che è un dolce metà bianco e metà nero composto da pezzettini di pasta fritti e ricoperti da glassa al limone o cioccolata e iravioli fritti con crema o ricotta.

TOSCANA: schiacciata fiorentina una torta soffice e delicata realizzata con ingredienti semplici e poveri, che solitamente si gusta durante il martedì grasso! Per aromatizzare la schiacciata fiorentina e conferirle il classico colore si utilizzano scorza e succo di arancia, ma in molti aggiungono anche un pizzico di zafferano che rilascia al dolce una tonalità e un sapore più deciso!

TRENTINO ALTO ADIGE: grostoi, nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo.

UMBRIA: strufoli, dolci fritti e bagnati con alchermes.

VALLE D’AOSTA: bugie e tortelli con uva sultanina ammorbidita nel liquore e ricoperti di zucchero e panzerotti alla marmellata.

VENETO: frittelle e crema fritta alla veneziana.
Fonte: Elaborazioni Coldiretti

Comunità Montana del Lazio: un premio per le associazioni

C’è tempo fino al 28 febbraio per partecipare al bando “Ambasciatrici per l’economia civile e sociale”, promosso dall’XI Comunità Montana del Lazio e rivolto alle associazioni di volontariato e non profit del territorio.

L’ente ha istituito il Distretto dell’economia civile e sociale dei Castelli Romani e Prenestini, che comprende tredici Comuni dell’area dei Castelli Romani. Si tratta di un cantiere permanente di lavoro e di sperimentazione che si impegna a immaginare e costruire una realtà urbana, rurale e montana in grado di sviluppare delle risposte innovative a bisogni sociali, economici e ambientali in uno spirito di comunità, che vuole coinvolgere istituzioni e società civile in un progetto di crescita delle persone e del loro benessere.

Se sostenibilità, reciprocità, fraternità, gratuità, felicità pubblica, pluralità degli attori economici sono i principi fondamentali dell’economia civile, il premio mette a disposizione 15mila euro da utilizzare per azioni di animazione territoriale volte a realizzare un contesto territoriale resiliente e collaborativo con lo scopo di costruire delle precondizioni necessarie alla attivazione di processi virtuosi verso lo sviluppo del Distretto.

Le associazioni che vorranno partecipare dovranno dunque proporre iniziative di sensibilizzazione e mobilitazione dei cittadini su sostenibilità sociale e ambientale delle aziende, risparmio responsabile, politiche di giustizia e solidarietà sociale.

Porti verdi: la rotta per uno sviluppo sostenibile

Nella lotta alla crisi climatica un importante contributo può arrivare dalla decarbonizzazione del trasporto marittimo, reso possibile grazie ai progressi tecnologici che consentono oggi l’elettrificazione dei consumi navali in porto oltre che della logistica e della attività portuali di terra. Un processo che deve essere accelerato puntando su innovazione tecnologica, digitalizzazione dei sistemi logistici portuali, efficientamento energetico degli scali, integrazione tra porti e rete ferroviaria creando “corridoi green”, progressiva elettrificazione dei consumi attraverso l’utilizzo delle energie rinnovabili e conversione della flotta navale con mezzi aventi un minor impatto ambientale.

È questa la rotta da seguire per accelerare il processo di decarbonizzazione per Legambiente ed Enel X, la global business line del Gruppo Enel che progetta e sviluppa soluzioni incentrate sui principi di sostenibilità ed economia circolare, per fornire a persone, comunità, istituzioni e aziende un modello alternativo che rispetti l’ambiente e integri l’innovazione tecnologica nella vita quotidiana. Il report “Porti verdi: la rotta verso uno sviluppo sostenibile”, presentato oggi nel corso del webinar, in diretta sulla pagina Facebook e sul sito della Nuova Ecologia e Legambiente.it., fa il punto anche sulle best practices di settore, sui vincoli da superare e sulle opportunità di sviluppo che si aprono a partire dal prezioso contributo tecnologico del cold ironing, ovvero la tecnologia per mezzo della quale è possibile ridurre le emissioni navali in porto grazie alla connessione alla rete elettrica su terraferma, fino ad azzerarle se si alimenta il cold ironing con le fonti rinnovabili.

Nel tracciare questa rotta, sono sei le azioni chiave a cui dare priorità nel 2021: 

1) finalizzare il processo di definizione di una tariffa elettrica dedicata al cold ironing in modo da renderla competitiva rispetto all’utilizzo dei motori di bordo,

2) introdurre schemi di finanziamento o cofinanziamento pubblico per accelerare la transizione del sistema portuale italiano verso la sostenibilità,

3) identificare gli interventi prioritari sul sistema portuale per avviare il processo di elettrificazione,

4) promuovere la progressiva elettrificazione dei consumi portuali con fonti rinnovabili,

5) sviluppare una roadmap nazionale che preveda l’elettrificazione dell’intero sistema portuale. L’abilitazione al cold ironing dei 39 porti italiani del network TEN-T permetterebbe ogni anno di evitare la combustione di oltre 635mila tonnellate di gasolio marino,

6) sviluppare le infrastrutture ferroviarie nei porti e le interconnessioni con la rete al fine di favorire il trasporto elettrico e su ferro per lunghe e medie distanze.

Tali misure, se messe in campo, potrebbero contribuire a rafforzare il sistema portuale italiano e a innovare la gestione nella direzione della sostenibilità.

Per fermare il Coronavirus bisogna accelerare sui vaccini

Per fermare le varianti del coronavirus in Italia è necessario accelerare le vaccinazioni. Lo sottolinea Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e componente dell’Unità di crisi Covid-19 della Liguria, in un post su Facebook.

“La situazione epidemiologica italiana – scrive Bassetti – rimane stabile con tasso di positività̀ nazionale al 4.6% e discesa lenta dell’1-2% dei ricoveri ospedalieri e in terapia intensiva. Siamo su un altopiano stabile. E questa è una buona notizia. La cattiva notizia è la circolazione calcolata intorno al 20% della variante inglese. Questo impone una ulteriore accelerazione alle vaccinazioni per ridurre la circolazione virale”, conclude l’infettivologo.

I grandi leader e i cattolici popolari. Ora servono coraggio e coerenza.

A pochi giorni dalla scomparsa di un grande leader cattolico popolare, Franco Marini, che ha  contribuito a segnare anche la storia travagliata ma esaltante del cattolicesimo sociale nel nostro  paese, non possiamo non farci una domanda. Almeno noi, cioè tutti coloro che sono approdati  all’impegno politico attraverso un lungo “apprendistato” culturale nel solco della tradizione  cattolico democratica, popolare e sociale.  

Ovvero, nessuno pone il tema sulla cosiddetta “eredità” – o gli eredi – di questi grandi leader  cattolico popolari del passato che hanno segnato in profondità lo stesso cammino della  democrazia italiana ma, molto più modestamente, ci si ferma sul rischio di non contribuire, oggi, e  seppur inconsapevolmente, allo sgretolamento progressivo di quella nobile tradizione politica,  culturale, ideale, di governo e forse anche etica. In altre parole, com’è possibile che, dopo aver  frequentato quei luoghi, dopo aver “imparato” e metabolizzato molti insegnamenti funzionali poi  alla militanza e all’impegno politico diretto nei partiti di riferimento e nelle istituzioni, ci sia poi  stata una sostanziale dispersione di quel ricco e fecondo patrimonio? In discussione, come ovvio,  non c’è il problema dei presunti “eredi” di quelle grandi personalità. Come tutti sappiamo,  semplicemente non esistono eredi. E quelli che si autocandidano ad esserlo non sono che  parentesi comiche e anche un po’ patetiche. Quello che, invece, resta al centro della riflessione è  come sia possibile che i nostri grandi punti di riferimento, i nostri veri leader che con la loro  azione, il loro coraggio e la loro cultura hanno segnato e caratterizzato nelle diverse fasi storiche  la vita politica italiana non trovino oggi una concreta prosecuzione nella cittadella politica italiana.  

Se non riusciamo a dare una risposta concreta, seria e credibile a questa domanda e a questa –  purtroppo – perdurante latitanza, noi corriamo il rischio, sempre più tangibile, che non solo non  avremo più eredi – il che, francamente, è un fatto ormai largamente acquisito – ma, soprattutto,  non riusciremo più neanche a farci portatori ed interpreti di quella cultura nella società  contemporanea e nella politica attuale. 

E se a questa domanda non verrà data una risposta credibile e necessariamente rapida, la  tradizione e la cultura del cattolicesimo democratico, popolare e sociale si ridurrà inesorabilmente  a puro esercizio nostalgico o al massimo ad un approccio agiografico. Non credo che sia questa  la prospettiva o l’auspicio dei tanti amici cattolici democratici e popolari che continuano,  giustamente, a individuare nel magistero dei grandi leader del passato, e non solo, un faro che  continua ad illuminare anche oggi la presenza pubblica di quella tradizione e di quella nobile  corrente ideale.  

In ultimo, non possiamo permetterci il lusso di limitarci solo a celebrare questi grandi leader che,  per molti di noi, sono stati anche autentici amici nonchè veri “educatori” alla politica concreta e  alla vita pubblica. Lo dobbiamo alla nostra cultura, alla nostra tradizione e al nostro modo  d’essere in politica e nella società. Ma lo dobbiamo anche a loro, ai nostri leader e compagni di  viaggio per molto tempo. A cominciare proprio da Franco Marini che, con il suo coraggio, la sua  determinazione, la sua coerenza e il suo pragmatismo è riuscito a testimoniare con forza, e per  molti anni, i valori e i principi del cattolicesimo sociale e popolare nel sindacato, nella politica e  nella società italiana. 

Istituto Teologico Giovanni Paolo II: un ciclo di incontri su come viene raccontata la famiglia al cinema, in letteratura e in tv

Durante i cinque incontri pubblici promossi dal Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia sarà raccontato come il cinema, la letteratura e la televisione parlano della famiglia e come ne influenzano le dinamiche, cambiando il linguaggio e ridisegnando le relazioni.

I relatori saranno Michele Cometa, ordinario di Storia della cultura e Cultura visuale dell’Università di Palermo, mons. Dario Edoardo Viganò, vice cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze, Sergio Perugini, segretario della Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei, Andrea Fabiano di Timvision, Elisabetta Sola di VatiVision, Domenico Starnone, scrittore e sceneggiatore, e Daniele Luchetti, regista.

Coordinato da Gilfredo Marengo e da Riccardo Prandini dell’Università di Bologna, il corso si svolgerà dal 3 al 31 marzo tutti i mercoledì, dalle 16.30 alle 18. Aperto al pubblico, il corso sarà trasmesso anche in diretta streaming sul sito internet e sul profilo Facebook e sul canale YouTube dell’Istituto.

L’Umanesimo digitale stella polare della ripresa

Consumatori più digitali e più propensi a cercare prodotti e servizi on-line. La pandemia da Covid-19 ha spinto la digitalizzazione di prodotti e servizi in Europa, modificando i comportamenti dei consumatori e accelerando quelle trasformazioni in corso che, in condizioni normali, avrebbero richiesto anni per affermarsi.

E’ quanto emerge dallo studio della prestigiosa società di consulenza e revisione Deloitte ‘Umanesimo digitale, stella polare della ripresa’. Il 30% dei consumatori europei (di Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito e Paesi scandinavi) ha provato, secondo la ricerca, per la prima volta lo shopping online e l’e-banking durante la prima ondata Covid. Quasi la stessa percentuale (35%) d’intervistati pensa che sfrutterà i canali di vendita digitali anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Significativo il dato sulla popolazione anziana: per sfuggire all’isolamento e alla solitudine, quasi la metà (44%) dei pensionati ha usato per la prima volta le tecnologie digitali. Ma digitalizzare ogni esperienza non è sempre la soluzione migliore: il 41% degli intervistati dichiara di preferire un mix tra canale online e lo shopping fisico. E il 38% ritiene che il processo di digitalizzazione non consideri sufficientemente l’aspetto umano.

“La tecnologia e l’innovazione sono state fondamentali per permetterci di continuare a lavorare, studiare, comunicare – afferma Andrea Poggi, Innovation Leader North and South Europe di Deloitte – Senza questo prezioso alleato l’impatto della pandemia sarebbe stato molto più pesante da tutti i punti di vista: sanitario, economico, sociale. Allo stesso tempo, però, abbiamo anche capito quali siano i limiti dell’innovazione: non possiamo pensare di trasformare ogni esperienza fisica in esperienza virtuale. Dobbiamo andare nella direzione di una innovazione sempre più antropocentrica. E per questo pensiamo che le soluzioni vincenti saranno rappresentate da modelli ibridi, in cui c’è un mix integrato di digitale e fisico”, conclude Poggi.

Il robot che allena gli anziani

Sviluppare un robot che faccia da personal trainer agli anziani e ne corregga i movimenti errati in modo da ingaggiarli attivamente e incoraggiarne allo stesso tempo l’esercizio fisico. È l’obiettivo di “Dr. VCoach: employment of advanced deep learning and human-robot interaction for virtual coaching”, progetto dell’Università di Cagliari finanziato con 171mila euro nell’ambito del programma europeo Marie Skłodowska-Curie Individual Fellowships.

Il robot agirà secondo le direttive di un vero personal trainer umano che tramite un’interfaccia lo istruirà sulle operazioni da compiere: le attività di studio, di ricerca e di addestramento si svolgeranno all’interno del laboratorio di Human-Robot Interaction (visita il sito), fondato e diretto dal professor Reforgiato, e nei locali del Dipartimento di Matematica e Informatica dell’ateneo di Cagliari.

Il progetto prevede anche la partecipazione delle aziende R2M Solution s.r.l., che fornirà sinergie con diversi progetti H2020 attivi sullo stesso dominio, EveryWhereSport s.r.l. che metterà a disposizione le sue competenze sull’e-Coaching, e VisioScientiae s.r.l. per le sue competenze nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale. Queste ultime sono entrambe spin-off dell’ateneo cagliaritano.

Il nuovo vaccino per l’Herpes Zoster

L’Herpes Zoster (HZ) è una patologia virale, acuta, determinata dalla riattivazione dell’infezione latente del virus varicella zoster, da cui praticamente tutti sono infettati in età infantile.

Al momento, in Italia, la patologia può essere prevenuta con un vaccino virus vivo attenutato, offerto gratuitamente come LEA dai 65 anni e agli ultra cinquantenni affetti da diabete mellito, patologia cardiovascolare e BPCO o candidati al trattamento con terapia immunosoppressiva, fattori che aumentano il rischio di sviluppare HZ o ne aggravano il quadro sintomatologico.

Il prodotto però ha un’efficacia limitata e non può essere somministrato alle persone immunocompromesse che, paradossalmente, sono quelle maggiormente a rischio.

Invece nelle prossime settimane verrà messo a disposizione un nuovo vaccino, Shingrix, approvato dalla Food and drug administration (Fda) degli Stati Uniti nel 2017 e dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema) nel 2018 e indicato per le persone dai 50 anni in su e nei soggetti fragili a partire dai 18 anni.

Il vaccino, che viene somministrato in due dosi a due mesi l’una dall’altra, ha anche il vantaggio di una minore termolabilità, può essere quindi conservato più facilmente.

Il governo Draghi, ecco i 23 ministri.

Mario Draghi ha accettato l’incarico di formare il nuovo governo e, dopo aver incontrato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha presentato la lista dei suoi ministri.

Federico D’Incà ai Rapporti con il Parlamento

Vittorio Colao all’Innovazione tecnologica

Renato Brunetta Pubblica amministrazione

Maria Stella Gelmini agli Affari regionali

Mara Carfagna al Sud

Elena Bonetti alle Pari opportunità

Erika Stefani alle Disabilità

Fabiana Dadone alle Politiche giovanili

Massimo Graravaglia al Turismo

Luigi Di Maio agli Esteri

Luciana Lamorgese all’Interno

Marta Cartabia alla Giustizia

Daniele Franco all’Economia

Lorenzo Guerini alla Difesa

Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico

Stefano Patuanelli all’Agricoltura

Roberto Cingolani alla Transizione ecologica

Enrico Giovannini alle Infrastrutture

Andrea Orlando al Lavoro

Patrizio Bianchi all’Istuzione

Cristina Messa all’Università

Dario Franceschini alla Cultura

Roberto Speranza alla Salute

Sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli

Draghi e il deficit di classe dirigente

E’ stato dibattuto in questi giorni il ruolo delle elites nella storia politica italiana. Sappiamo che Draghi proviene da una tradizione di servizio all’interesse nazionale tra le più severe e prestigiose, quella della Banca d’Italia. Da Stringher a Einaudi, da Menichella a Ciampi. Via Nazionale come fucina di classe dirigente nel senso migliore del termine. A tale riguardo, si è parlato di un possibile confronto con il governo Ciampi, primo presidente del Consiglio “tecnico” nella storia repubblicana. In quell’esecutivo (l’ultimo della Prima Repubblica) figurava un personale politico di prim’ordine. Giuristi come Sabino Cassese e Leopoldo Elia, economisti come Beniamino Andreatta e Luigi Spaventa, intellettuali come Alberto Ronchey e Valdo Spini. In quella fase era stato anche proposto, come possibile ambasciatore negli Stati Uniti, il nome dell’Avvocato Gianni Agnelli. Questo perché la maggior preoccupazione delle cancellerie internazionali era che il Dipartimento di Stato Usa avrebbe abbandonato il sistema politico italiano al proprio destino. Forse tra qualche tempo gli storici inizieranno a raccontare gli scopi dei viaggi a Washington di alcuni magistrati della procura di Milano, nel periodo precedente lo scoppio dell’inchiesta “Mani Pulite”. 

In ogni caso, l’Italia del secondo dopoguerra ha dimostrato di avere elites importanti in tutti i settori, da Enrico Mattei a Raffaele Mattioli, da Adriano Olivetti a Norberto Bobbio. Naturalmente ciò non è stato ininfluente nel successo di quei decenni, nella modernizzazione – industriale e civile – di un Paese uscito in macerie dalla guerra. Lo sviluppo economico si è sempre accompagnato alla capacità di cogliere e interpretare l’interesse generale, di mettere le proprie capacità al servizio della nazione, di unire la “comunità di destino” intorno a progetti comuni e condivisi.

Ciò ha funzionato, in modo abbastanza efficace, fino alla fine della cosiddetta “Repubblica dei partiti” (come la chiamava Pietro Scoppola) e all’avvento dei partiti personali. Le cui conseguenze nefaste sono evidenti anche nella cronaca di questi giorni.

Al termine del “secondo giro” di consultazioni a Montecitorio, il leader del M5S Beppe Grillo si è espresso pubblicamente nei confronti del Premier incaricato come avrebbe fatto il geometra Calboni, un classico spaccone che ostenta conoscenze importanti, superiorità nei confronti dei colleghi e ruffianeria verso i potenti. Nel primo film di Fantozzi (diretto da Luciano Salce) il geometra saluta amabilmente quelli che incontra, ricchi signori seduti ai tavolini di un bar très chic di Cortina, tutti palesemente sconosciuti. “Calboni sparava balle così mostruose che a quota 1.600 metri Fantozzi fu colto da allucinazioni competitive” recita la voce narrante, tratta dal genio di Paolo Villaggio. 

L’ex comico genovese (Grillo) non è stato da meno: “Draghi mi ha chiamato l’Elevato e io non so come chiamarlo, lo chiamo Supremo. Ha anche senso dell’umorismo. Belin, non pensavo”. 

A rileggere Il Fatto quotidiano, era stato profetico Luigi Di Maio quando raccontava agli amici che l’ex governatore della Bce gli aveva fatto “una buona impressione”…

Ricordo di una conversazione con l’ex Presidente del Senato Franco Marini

Presidente Marini, quanto ha influito sulla sua esperienza parlamentare e di alta rappresentanza istituzionale e in che misura orienta ancora il suo impegno politico la lunga e prestigiosa esperienza di militanza sindacale? 

Quando, nel ’91, accettai l’incarico di Ministro del lavoro lasciando la segreteria generale della Cisl avevo alle spalle più di trent’anni di attività nel sindacato avendo iniziato, poco più che ventenne e non ancora laureato, all’ufficio vertenze della Cisl reatina. Prima di arrivare, nell”85, a guidare l’organizzazione che prima di me aveva avuto al suo vertice Pastore, Storti, Macario ed il mio amico Carniti, ho ricoperto numerosi incarichi, lavorato al nord, al centro e nel mezzogiorno, partecipato a migliaia di assemblee e manifestazioni pubbliche, animato scioperi e firmato contratti. Perché dico queste cose? Per provare a rendere la ricchezza e la densità umana prima ancora che sociale e politica che mi è giunta dall’esperienza sindacale. Non è calcolabile il numero delle persone, donne e uomini, gente del nord e del sud, operai e impiegati, giovani e meno giovani, imprenditori e amministratori, uomini di governo e dirigenti di organizzazioni sindacali di altri Paesi che ho avuto l’opportunità di incontrare, conoscere, ascoltare. Questo costituisce lo zaino con cui mi sono incamminato nella politica e nelle istituzioni. Zaino che non ho mai messo da parte sia da parlamentare che da ministro che da presidente del Senato.

Qual è il valore aggiunto che il sindacato porta in dote alla politica?

Naturalmente è l’attenzione privilegiata al mondo del lavoro che, voglio dirlo chiaramente, non si esaurisce nel lavoro dipendente. Il sindacato è un punto di osservazione privilegiato per apprezzare e riconoscere il contributo che imprenditori, artigiani, lavoratori autonomi danno alla crescita economica ed allo sviluppo del Paese. Il lavoro, quello di chi lo crea come quello di chi lo compie, è pilastro fondamentale della società come, del resto, ci ricorda la nostra Costituzione fin dall’articolo uno. C’è poi un aspetto meno, per dir così, “alto” ma che io considero particolarmente importante: nel sindacato non puoi stare a discutere all’infinito, i lavoratori aspettano che i loro problemi vengano risolti e quindi, in un tempo ragionevole, devi trovare una soluzione, insomma il contratto si deve fare. Ecco, io penso che chi fa politica provenendo dalle fila sindacali abbia un’attitudine in più a trovare le soluzioni ai problemi:  va bene il confronto, va bene anche lo scontro e le mediazioni, se possibili, ma il momento delle decisioni arriva e va onorato. Naturalmente assumendosi le proprie responsabilità.

Si avverte sul versante dell’osservatorio istituzionale la disaffezione della gente per la politica? Come la spiega?

E’ un fenomeno tanto evidente quanto preoccupante. A renderlo, in questa fase, più diffuso e profondo penso abbia agito una vena “antipolitica” spesso favorita anche da chi ha ruolo e peso nell’ambito politico. E’ possibile ricomporre la frattura? Penso di sì. A patto però che si smetta di additare all’opinione pubblica le istituzioni, ed in particolare il Parlamento, come un ostacolo o un orpello.

Perché i partiti non sono ancora riusciti a disegnare una riforma elettorale che consenta ai cittadini di esprimere le preferenze sulle candidature? Non le sembra che sia una democrazia bloccata e decisamente autoreferenziale quella che “blinda” i nomi in lista e impone scelte operate da una ristretta cerchia di addetti ai lavori?

<Su questo punto occorre essere chiari. La “porcata”, cioè l’attuale legge elettorale secondo la definizione del suo stesso estensore, è stata voluta dal centrodestra non certo da noi che eravamo e siamo fermamente contrari: non è un dettaglio ricordare che noi abbiamo votato contro quella legge. E’ il centrodestra a portarne la responsabilità ed è ancora il centrodestra a non volere una riforma che noi chiediamo, e proponiamo insistentemente. Anche questa “porcata” contribuisce ad allontanare i cittadini dalla politica privandoli del diritto di scegliersi il proprio rappresentante>.

Che cosa manca al bipolarismo italiano per avvicinarsi al sistema dell’alternanza in atto nelle migliori democrazie occidentali? Perché permane uno sfilacciamento di frange, gruppi, movimenti sovente motivati da malcelati personalismi? 

Il bipolarismo che stiamo sperimentando ormai da tre lustri non ha fallito sul versante della alternanza, non si può parlare di un sistema ingessato. Cosa manca? Al di là del necessario superamento di un clima perennemente arroventato, da costante campagna elettorale, che trova nel presidente del Consiglio un formidabile animatore penso che occorra procedere a quelle riforme istituzionali, di cui da tanto tempo si discute, e alla revisione dei regolamenti parlamentari così da giungere, finalmente, ad un sistema equilibrato e organico in tutte le sue parti.

Dopo la crisi delle ideologie che cosa è oggi di destra e di sinistra?

Affrontare la questione contenuta nell’interrogativo necessiterebbe di ben altro spazio. Mi limito ad una semplice considerazione. E’ vero, sono tramontati i grandi sistemi di pensiero che hanno improntato di sé il “secolo breve”, il novecento. Ma le grandi questioni da cui essi stessi sono scaturiti non si sono dissolte come neve al sole. E fino a quando queste grandi questioni sopravviveranno ci saranno sempre risposte di destra e di sinistra perché possono mutare i tempi e le situazioni ma non i principi e gli ideali che ispirano l’azione degli uomini e dei soggetti politici.

Sui temi della bioetica Lei pensa che si possano prefigurare schieramenti e appartenenze o che sia più utile e praticabile il cosiddetto voto di coscienza, aperto e trasversale rispetto ai partiti?

I temi eticamente sensibili appartengono, per loro natura, alla sfera delle questioni su cui non può essere mai richiesta, o peggio, imposta la disciplina di partito. Detto questo, mia ferma convinzione è che si debba ricercare, all’interno dei partiti, il massimo di unità possibile. Il voto di coscienza non è una sorta di uscita d’emergenza o un male minore né tanto meno la strada per evitare la ricerca di un’intesa. Il voto di coscienza è una prerogativa indiscussa ed indiscutibile del parlamentare a cui egli fa ricorso se, in coscienza appunto, sente di non poter condividere la strada adottata dalla maggioranza.

La fase recessiva nell’economia mondiale ha disvelato scenari inquietanti: politica, informazione e finanza hanno preso le distanze dall’etica e dagli interessi della gente. Ci sono dunque mani sapienti che governano il mondo sfruttando le derive negative della globalizzazione?

Non sono incline a credere ai complotti orditi da chissà quali oscuri e insondabili centro di potere. Considero, in genere, il ricorso a spiegazioni simili come una rinuncia a interrogarsi e a capire le ragioni per cui certi eventi, domestici o sovranazionali che siano, accadono. Per dirla in soldoni, la crisi finanziaria esplosa tra il 2007 e 2008 non è estranea all’affermarsi su scala planetaria della finanziarizzazione del capitalismo associata alla mutazione del mercato da regola dell’economia a regola della società, a ideologia. Penso che farebbe bene a tutti, uomini di governo e dell’economia, ripassare quel brano del Compendio della dottrina sociale della Chiesa in cui si dice che questa “pur riconoscendo al mercato la funzione di strumento insostituibile di regolazione all’interno del sistema economico, mette in evidenza la necessità di ancorarlo a finalità morali che assicurino e nello stesso tempo circoscrivano adeguatamente lo spazio della sua autonomia”.

Su riforme istituzionali, Costituzione, modernizzazione del Paese ci sono in campo idee e progetti apparentemente inconciliabili. Si riuscirà a trovare la via della concertazione e del dialogo per dare continuità alla nostra tradizione culturale e restituire sicurezza e fiducia alla gente?

A questa domanda non posso che rispondere positivamente. E non per esclusivo ottimismo della volontà. Coltivo la fiducia perché credo fermamente che la politica ha ancora qualcosa da dire oggi. E questo qualcosa intercetta la necessità di assicurare al Paese quell’adeguamento della sua architettura istituzionale indispensabile per corrispondere ai mutamenti intervenuti nelle società contemporanee negli ultimi decenni. Trattandosi della struttura portante dello Stato è fuori discussione che serva un’intesa che superi gli schieramenti politici e, del resto, si è visto, quando il centrodestra ha voluto imporre la propria linea è intervenuto il referendum popolare a cancellare tutto. Nella mia esperienza di presidente del Senato ho richiamato, con insistenza, la necessità del dialogo tra le forze in campo come precondizione per giungere alle riforme tanto attese. Non ho cambiato idea e, per quanto posso, continuo a battere su questo tasto.

Presidente Marini, oltre il dato di una rappresentanza partitica che non c’è più, quali sono le ragioni per cui sono ancora attuali l’impegno e la militanza politica da parte dei cattolici?

Lo scorso marzo sono stato chiamato a commemorare, a Torino, Carlo Donat Cattin, nel ventesimo anniversario della sua scomparsa. Mi è capitato di rileggere, per quell’occasione, alcuni scritti di colui che considero il mio maestro in politica. A proposito dell’impegno politico dei cattolici dice in un bel libro-intervista: “Sul terreno democratico, costruendo istituzioni e norme e operando nell’amministrazione dello Stato, noi dobbiamo determinare condizioni di libero sviluppo della società, condizioni di equità, di giustizia, di uguali condizioni di partenza. In esse le forze vive della società liberamente si svilupperanno, innoveranno, creeranno culture e civiltà”.  Queste ragioni valevano al tempo della Dc e valgono ancora oggi perché se mutano le forme o, come si dice oggi, i contenitori politici non mutano le ragioni per cui scegliamo l’impegno politico. E oggi come allora sono esattamente illustrate dalle parole di Donat Cattin.

Prime iniziative a Pieve di Soligo (TV) per il centenario della nascita di Francesco Fabbri

“Una vista spesa per la politica, un esempio per i giovani, un uomo da ricordare per la saldezza dei suoi valori e per la rettitudine dimostrata in tutto il suo percorso”: così scriveva il presidente emerito del Senato della Repubblica, Franco Marini, da pochi giorni scomparso, all’inizio del più recente volume biografico sul compianto ministro Francesco Fabbri di cui è autore Ivano Sartor, pubblicato nel 2018 per iniziativa della Fondazione Francesco Fabbri, oggi impegnata insieme a tante altre realtà della provincia di Treviso a ricordare in questo 2021 il centenario della nascita dell’insigne statista. “Ricordare la figura di Francesco Fabbri non è difficile – annotava ancora Marini – perché nella sua breve esistenza ha lasciato una traccia importante di quanto ha realizzato, e non solo dal punto di vista pratico … egli può essere definito un politico che in anni difficili ha voluto essere un innovatore, animato da una grandissima coscienza sociale, dote che aveva mostrato fin da piccolo, quando ad appena quindici anni diventa dirigente dell’Azione Cattolica”. Il prossimo 15 agosto 2021 Francesco Fabbri avrebbe compiuto cent’anni. Un traguardo sicuramente non insolito in questo nostro tempo, in cui l’approdo al secolo di vita è ormai entrato in una prassi consueta dell’esistenza. Purtroppo, invece, sono passati già 44 anni dalla morte dell’illustre statista, scomparso prematuramente 55enne per malattia il 20 gennaio 1977, quando era Ministro in carica della Marina Mercantile nel terzo governo Andreotti, nel quale era sua collega l’altro ministro trevigiano Tina Anselmi.

Un ricordo di stima e gratitudine

Che cosa dire, oggi, di Fabbri, che possa essere memoria feconda e insieme riferimento importante per il presente e il futuro della nostra comunità civile? Innanzitutto, serve proprio l’impegno a ricordare, con la memoria che lo scrittore Alessandro D’Avenia interpreta come la vittoria della vita sul tempo. Coloro che non sono più tra noi vivono soltanto nel momento in cui li ricordiamo, altrimenti rischiano di morire per sempre nell’oblio colpevole di chi non riconosce onore e non riserva gratitudine per quello che è stato. Francesco Fabbri, per parte sua, non è mai stato dimenticato e continua ad essere compianto ma, soprattutto, rimpianto. Proprio di recente lo hanno dimostrato gli esiti delle prime celebrazioni svoltesi in queste settimane a Pieve di Soligo, sua cittadina di origine, all’inizio dell’anno centenario della sua nascita. Lo attesta il favore unanime registrato per l’annuncio dell’intitolazione all’insigne parlamentare e uomo di governo del nuovo palazzetto dello sport pievigino, che si chiamerà PalaFabbri dopo un percorso avviato con una petizione e concluso con la felice intesa di un gruppo di sodalizi locali. Lo manifesta il successo di critica e di pubblico per l’evento streaming dedicato alla lettura in musica del diario di prigionia di Fabbri nei lager nazisti, dove il giovane sottotenente fu internato dal 1943 al 1945, un testo di straordinaria valenza storica, morale e civile. Tutto conferma che il ricordo è vivissimo in tante generazioni della Marca Trevigiana, e non solo, sempre alimentato del resto in tutti gli anni seguiti al 1977, e che la profonda riconoscenza per la figura e l’opera esemplare di Francesco Fabbri si è come tramutata in un sentimento di nostalgia e di ammirazione senza tempo, quasi in un sentire laico di devozione per uno statista che ha manifestato in concreto il senso autentico del servizio disinteressato a lungimirante alla società e alle istituzioni.

Pensiero e azione in linea con Giuseppe Toniolo

Animato da profonda fede cristiana, egli aveva maturato proprio nei campi di concentramento la scelta definitiva e totale di impegnarsi per la libertà e la democrazia e di dedicarsi totalmente, senza riserve, alla politica come “forma esigente di carità” verso tutti, e in particolare verso i più bisognosi. Nel pensiero e nell’azione competente, concreta e di amore alle persone e al territorio fu un vero leader democratico cristiano, allievo di fatto del grande economista e sociologo cattolico conterraneo, Giuseppe Toniolo, proclamato beato dalla Chiesa nel 2012 e sepolto nel Duomo di Pieve, come lui “riformatore sociale che prima di tutto è riformatore di se stesso”, ispirandosi ai più alti valori umani e cristiani. Svolse tutti i ruoli istituzionali a partire da sindaco di Pieve di Soligo e vice presidente della Provincia di Treviso, e fino a deputato, senatore, sottosegretario e Ministro della Repubblica, e insieme fu impegnato in tantissime realtà culturali, cooperative, economiche e sociali che da lui furono ideate, promosse, avviate e guidate (una per tutte, il Consorzio Bim Piave Treviso), in una sintesi completa e vitale dei principi della sussidiarietà, del protagonismo dei corpi intermedi, della buona amministrazione, del rigoroso rispetto delle istituzioni.

Nel segno della libertà

Oggi abbiamo nostalgia per Fabbri, dicevamo sopra, e per il suo sguardo lungo di statista che è artefice di sviluppo e pensa e agisce per le nuove generazioni, proprio come il giovane militare nella sofferenza dei lager tedeschi provava nostalgia per la libertà e per le immagini, i pensieri e i sentimenti del luogo natio, della famiglia, delle feste e delle tradizioni della casa ancora lontana. “Ho sempre sognato e tanto sperato che il giorno della fine delle nostre sofferenze di prigionia, dovesse essere un radioso mattino di primavera. E difatti è così: il sole splende a festa oggi, il cielo è chiaro e luminoso, i nostri animi leggeri. Il reticolato nudo e spinoso s’è destato al sole d’aprile e ha germogliato il fiore della libertà”: così Francesco Fabbri il 13 aprile 1945 nel suo diario di guerra. Oggi, a cent’anni dalla nascita, la sua lezione è intatta, i suoi insegnamenti di straordinaria attualità, la sua fede nella libertà ci aiuta a rinnovare l’impegno per il bene comune, a cercare di vincere l’assedio del reticolato della pandemia e delle gravi difficoltà del nostro tempo. Ecco Fabbri, un bene autentico che appartiene all’intera comunità, un simbolo vero di rinascita morale e civile per tutto il Paese.

Augusto Gregori e Luca Bedoni: “Da subito  ci impegneremo affinché vengano messe in campo azioni concrete e immediate per il rilancio e la valorizzazione dell’industria del turismo”.

In una nota Augusto Gregori e Luca Bedoni, rispettivamente membro della segreteria e responsabile industria commercio artigianato e turismo e coordinatore del forum turismo del Partito democratico del Lazio hanno dichiarato: “Abbiamo riunito il Forum turismo del Partito Democratico del Lazio, nel quale si è discusso delle nuove sfide che ci attendono per il rilancio del turismo regionale, a partire dalla legge 13 che ora è in discussione in commissione e dove ci sono tante novità”.

“Ci sono donne e uomini, imprese e interi settori in ginocchio – continuano Gregori e Bedoni – che hanno necessità di risposte immediate. Nei prossimi giorni partiremo con una campagna di ascolto e confronto nei territori con amministratori associazioni e operatori di settore, che ci vedrà impegnati a costruire una visione futura che abbia al centro le esigenze e la valorizzazione dei territori, la promozione degli stessi, la formazione degli operatori, la revisione della governance e un grande piano sul turismo congressuale, come indicato nella legge 13.

Da subito  ci impegneremo affinché vengano messe in campo azioni concrete e immediate per il rilancio e la valorizzazione dell’industria del turismo. Dobbiamo trasformare questo momento di difficoltà in una opportunità per il futuro e dobbiamo farlo insieme, e adesso”.