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Per l’Azione. Introduzione di Alessandro Forlani al saluto che Moro indirizzò nel 1961 ai giovani dc. 

Riportiamo un ampio stralcio del testo che introduce e commenta sull’organo dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani) – inglobante da questo numero la scritta “Per l’Azione” sotto la testata “Democraticicristiani” – un editoriale di Aldo Moro apparso nel 1961 sulla rivista del Movimento Giovanile DC. 

Dalle parole di Aldo Moro, rivolte dalle pagine di Per l’Azione, nel lontano 1961, ai giovani democratici cristiani impegnati nel rilancio della rivista, riaffiora un linguaggio che, per lunghi anni, ha accompagnato e motivato la militanza di partito di più generazioni. Troviamo esortazioni alla tensione morale e spirituale, nella preparazione “ideologica e politica”, ai fini della proficua integrazione nella società e all’assunzione di pubbliche funzioni (tema della formazione culturale, già ricorrente negli scritti di Romolo Murri, agli albori del movimento democratico cristiano). E sottolinea, al riguardo, la necessità di arrivare alla politica con “idee chiare e precise” e “con uno sforzo di coerenza”, auspici che i trasformismi disinvolti dei nostri giorni sembrano relegare addirittura su un altro pianeta.  

E riemerge, più vivo che mai, da questi moniti dello statista pugliese, il valore, direi la forza, della funzione del partito, come strumento di crescita democratica, ma anche di diffusione di una cultura politica e istituzionale necessaria per favorire il ricambio generazionale delle classi dirigenti.   Un valore che può essere riaffermato, naturalmente, qualora i partiti non si discostino dalla propria naturale vocazione e rifuggano da tentazioni fuorvianti e, in particolare, dall’impropria sovrapposizione alle pubbliche istituzioni nella concreta gestione del potere, paventata costantemente da Luigi Sturzo, dopo il rientro dal lungo esilio, nei suoi articoli sul Giornale d’Italia. 

Come appaiono lontane le esortazioni di Moro rivolte ai giovani dagli slogan dell’antipolitica, delle piazze telematiche, della Rete sovrana su qualsivoglia tematica, con l’insistenza sull’esaurimento della funzione dei partiti, magari con il pretesto dei vituperati “costi della politica” !!     Nel suo appello a quei ragazzi di sessant’anni fa, Moro sottolinea il valore dell’esperienza di Per l’Azione, nella sua precedente stagione, tra il 1948 e il 1953. In quella fase, nell’Italia appena uscita dai tunnel della dittatura e del conflitto mondiale, i Gruppi Giovanili dc – come li chiamavano allora – erano animati da un intenso fervore di iniziative, di ricerca intellettuale e di approfondimento culturale, misurandosi con le nuove frontiere del pensiero filosofico e sociologico (da Sturzo a Maritain), ma anche dell’arte e della letteratura e analizzando gli scenari internazionali, così come le evoluzioni storiche del proprio paese, per interpretarne bisogni ed aspirazioni.    

Per l’Azione, sotto la direzione di figure significative come Nicola Signorello, Franco Nobili, Franco Maria Malfatti e Bartolo Ciccardini, rappresentò, in quegli anni, il luogo di dibattito su questi temi e lo strumento di divulgazione delle ansie e dei fermenti che investivano quella gioventù così forgiata dalle tragedie di un recente passato e intenta a delineare le prospettive future.    

 

Il pdf di “Democraticicristiani-Per L’Azione” sarà distribuito ai lettori de “Il Domani d’Italia” già a partire dalla serata di oggi, lunedì 13 dicembre 2021.

Franco Salvi a 100 anni dalla nascita. Tino Bino: “Visse come un samurai, una vita dedicata alla moralità dei fini”.

Riportiamo la seconda parte del testo di Tino Bino, autorevole esponente del cattolicesimo democratico bresciano, che ricorda sull’organo dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani) – inglobante da questo numero la scritta “Per l’Azione” sotto la testata “Democraticicristiani” – la figura di Franco Salvi nel centenario della sua nascita (13 dicembre 1921)

Dopo la guerra Franco Salvi si impegnò immediatamente nella ricosruzione. Fu vice-presidente nazionale della FUCI per volere di Montini, poi Paolo VI. E in breve, iscritto alla Dc, divenne responsabile della Camilluccia, la scuola quadri del partito. Passò da lì l’intera classe dirigente democristiana, metà del giornalismo italiano, tutta la dirigenza dell’industria pubblica. Fu a lungo parlamentare, primo collaboratore di Aldo Moro, responsabile dei morotei, fondatore del moroteismo, e dei rapporti, per conto di Moro, con i leader della sinistra, e le figure d’oltre Tevere, le teste pensanti del Vaticano. Incarnò in prima persona la linea politica del cattolicesimo democratico. 

Gettò a lungo lo sguardo sui problemi internazionali con collaborazioni dirette e indirette, promosse movimenti, fu presidente di associazioni per l’Africa e per l’Est Europa. E alla fine accettò ruoli secondari, incarichi di modeste identità. Non chiese mai nulla per sé, la sua carriera, il suo prestigio. Ho incontrato due anni fa, poco prima che morisse, Nicola Rana, l’intellettuale di Moro. Abbiamo  parlato a  lungo di Franco. Mi ha confermato che Franco Salvi è stata una delle personalità più rigorose e cristalline della Dc italiana e che non ebbe ciò che meritava. Molte volte il suo nome figurava nella lista dei ministri da nominare, ma lo stesso Moro ne chiedeva la rinuncia. Franco, diceva, doveva stare al partito, doveva dirigere il gruppo, essere il riferimento delle mille controversie che nascevano in ogni parte d’Italia. La  fedeltà, il coraggio, la testimonianza, lo sguardo al futuro, la passione per il rigore   e la verità, l’assunzione del rischio personale, sono tutte qualità che si trovano intatte nel discorso storico che Franco pronuncia dalla tribuna del XIV congresso del febbraio 1980. 

Lo ricorda in una bella pagina Corrado Belci nella biografia dedicata a Franco. Fu deriso, insultato, fischiato dai dorotei e da quanti stavano aderendo ad una linea che era un insulto alla memoria di Moro. Denunciò l’ipocrisia, il potere fine a sé stesso, il trasformismo imperante, le congiure, il capovolgimento e il tradimento  della linea di Moro e Zaccagnini. Faticò a terminare l’intervento. Le sue parole erano sommerse da urla e minacce. In tribuna stampa, dove io sedevo, arrivavano solo echi e stralci del discorso. Ma Salvi, un piccolo punto grigio, isolato e solitario sulla tribuna al centro di una assemblea babelica, non si intimidì. “Amicus Plato, concluse, sed magis amica veritas. Per questo, amici, ho parlato, ho creduto doveroso dire quello che vi ho detto”. Ed era come un addio, un congedo limpido in una stagione che avrebbe cominciato il declino finale di una lunga storia.

 

Il pdf di “Democraticicristiani-Per L’Azione” sarà distribuito ai lettori de “Il Domani d’Italia” già a partire dalla serata di oggi, lunedì 13 dicembre 2021.

Il Pnrr e il riformismo in Italia. L’intervento di Gallo, ex Presidente della Consulta, sul Working Paper della Fondazione Ezio Tarantelli. 

Il Pnrr e il riformismo in Italia. L’intervento di Gallo, ex Presidente della Consulta, sul Working Paper della Fondazione Ezio Tarantelli. 

Pubblichiamo di seguito la parte conclusiva del contributo di Franco Gallo. Di rilievo, nella prima parte, l’affermazione seguente: “La pandemia ci costringe a constatare che non esiste un capitalismo davvero praticabile senza un forte sistema di servizi pubblici e senza una protezione dei beni (comuni) globali di interesse collettivo, quali sono appunto non solo la salute, ma anche l’istruzione, l’ambiente, la cultura e la biodiversità”. 

 

Franco Gallo

 

[…] nonostante le disponibilità offerte dal Recovery Fund e, in particolare, in Italia dal Pnrr, il costo di tutti questi impegnativi interventi non sarà in futuro di facile copertura; basti tenere presente che la «manovra 2020» pensata dal Governo prevedeva per la riforma fiscale un fondo di soli 2,3 Mld «liberi». Come è evidente che, nell’attuale contingenza, l’unico strumento fiscale per finanziare il rilancio della produttività, dare una direzione alla crescita e ridurre il più possibile le disuguaglianze dovrebbe essere il recupero dell’evasione. Ma tutti sappiamo che tale strumento, anche se ci fosse una reale volontà politica di realizzarlo, non potrebbe fornire, nel breve e medio termine, le necessarie, consistenti maggiori entrate.

Stando così le cose, la via da seguire non può che essere quella di considerare la relativa spesa per quella che è: una spesa per investimenti pubblici da finanziare con il debito (c.d. spesa pubblica qualificata). Il che non sarà facile perché richiederebbe l’esclusione di questo tipo di spesa dall’applicazione dell’aurea regola comunitaria del pareggio di bilancio, quando e se questa sarà reintrodotta alla cessazione della crisi pandemica.

Se comunque, dopo e a causa di tale crisi, l’Ue si dimostrasse incline a concedere tale esclusione e quindi a ripensare, seppure parzialmente, il Patto di stabilità e crescita, anche riguardo ai paesi fortemente indebitati come l’Italia, mi pare però inevitabile che essa richiederebbe al nostro paese l’impegno a definire dette spese secondo stringenti regole comuni. Tra tali regole, la più importante sarebbe quella di sottoporre la relativa decisione sia a controlli rigorosi sulla loro destinazione d’investimento da parte della Commissione, sia a forme di copertura comunitaria a debito, nonché a forme di garanzia, diretta e indiretta, del bilancio europeo. 

Come ci avvertono gli economisti keynesiani, l’esito positivo di una tale operazione dovrebbe essere (quasi) scontato. Se gli investimenti consentiti in deficit fossero oculati e produttivi, il tasso di crescita del reddito da essi prodotto sarebbe, infatti, superiore al tasso di interesse pagato sul debito, con la conseguenza di ridurre col tempo il rapporto tra debito pubblico e Pil. Non sappiamo se gli altri Stati membri dell’Ue saranno disposti in futuro ad accettare una siffatta eccezione al principio del pareggio e, in caso positivo, sela maggioranza delle forze politiche italiane, accetteranno gli stretti controlli europei sopra ricordati. 

Ho però l’impressione che, quando gli effetti dell’applica- zione del Recovery Plan saranno esauriti e il nostro paese dovrà puntare alla ripresa economica senza avere più il sostegno di aiuti eccezionali e senza poter realizzare una riforma impegnativa che garantisca un consistente aumento di entrate fiscali, il non poter fruire anche della possibilità di effettuare questi tipi di spesa a debito aggraverà – nonostante lo scudo che la Bce potrebbe offrire – la sua già critica situazione economica e finanziaria.

 

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(Testo integrale – pp. 11/14 del Working Paper)

 

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/12/n.-23-del-Working-Paper.pdf

Il triangolo europeo: ora serve il terzo Trattato.

Berlino assiste al passaggio di consegne da Merkel a Scholz. Parigi è già catapultata nella campagna per le presidenziali. Roma si ritrova al bivio fra la possibilità – unica – di assumere un ruolo primario nella politica europea in questo delicato momento di transizione in virtù del prestigio e delle capacità del suo Presidente del Consiglio.

Se qualcuno immaginava che il Trattato del Quirinale firmato da Italia e Francia avrebbe incrinato l’asse franco-tedesco che da sempre guida la politica europea una risposta l’ha ricevuta già al secondo giorno di cancellierato di Olaf Scholz, speso a Parigi non certo per caso né per pura formalità o cortesia. Ma proprio questo viaggio-lampo dà ragione a quanti, in primis Romano Prodi, giustamente sostengono che ora l’Italia debba lavorare di gran lena ad un patto-bis, proprio con la Germania.

Il momento è perfetto, l’attimo va colto. Il neo Cancelliere deve disegnare, fra le altre cose, la sua idea di Europa e per quanto possa forse essere riluttante a farlo causa le note ritrosie tedesche a divenire il faro dell’Unione generate dal cupo retaggio storico egli non potrà esimersi da questa incombenza. L’eredità lasciatagli dal lungo cancellierato di Angela Merkel del resto è tanto ingombrante quanto prestigiosa, perché è a tutti chiaro chi nell’ultima decade ha dominato politicamente la scena continentale.

Al tempo stesso la contingenza elettorale ha determinato un vuoto (che ci si deve augurare possa essere limitato ad un tempo che in ogni caso si protrarrà per qualche mese) nella conduzione dell’Unione, e realisticamente non si può pretendere che esso venga interamente riempito dalla Presidente Von der Leyen: non per mancanze proprie, tutt’altro; bensì per fragilità strutturale della costruzione comunitaria, ancora imperniata sul potere effettivo degli Stati, e quindi perennemente indefinita, alla ricerca di una prospettiva federalista che si intravvede in lontananza senza comprendere però se è reale o se piuttosto è un miraggio.

Dunque, Berlino ha un nuovo leader dopo sedici anni: un tempo di avvio e di impostazione generale deve essergli evidentemente concesso. Parigi si sta immergendo in una campagna elettorale presidenziale che dovrà testare alla prova del voto popolare francese le ambizioni sovranazionali di Macron. Roma si ritrova al bivio fra la possibilità – unica – di assumere un ruolo primario nella politica europea in questo delicato momento di transizione in virtù del prestigio e delle capacità del suo Presidente del Consiglio e quella al contrario di precipitare nella solita crisi di governo che conduce ad elezioni anticipate teatro di uno scontro fra partiti oggettivamente scadenti.

L’intrecciarsi di queste contingenze nei tre Stati principali dell’Unione, ora che la Gran Bretagna non è più un suo membro, produce un’opportunità unica: ovvero un loro coordinamento stretto, ratificato da appositi Trattati, capace di guidare la UE attraverso gli stretti varchi che gli eventi internazionali stanno determinando: dal nuovo atteggiamento statunitense al rapporto col Drago cinese, dalle migrazioni al cambiamento climatico, dalle questioni di confine territoriale con la Russia a quelle di confine marittimo con la difficile area nord-africana. Nonché capace di affrontare, all’interno di una logica davvero unitaria, consapevole della necessità storica di lavorare ad un destino comune perché così impone la nuova realtà mondiale e perché questo era il mandato storico lasciato ai posteri dai padri fondatori della Comunità europea, tutti quei temi che la pandemia ha clamorosamente e drammaticamente fatto emergere dalla pigra gestione nazionalistica cui ci eravamo conformati: la indispensabilità di una politica comune di difesa; il superamento della rigida e immobilistica regola dell’unanimità su varie questioni primarie, a cominciare dalla politica estera; la riforma in senso solidale – di fatto già anticipata da Next Generation UE – del Patto di Stabilità e delle sue regole ormai superate; l’individuazione delle spese utili per tutti da sterilizzare nei singoli debiti nazionali.

Ora, questa “guida forte” dell’Unione, indispensabile per darle un orizzonte, una prospettiva politica, un futuro, per completarsi necessita di un terzo Trattato dopo quello del Quirinale e dopo quello di Aquisgrana firmato nel 2019 fra Germania e Francia. Un Trattato fra Roma e Berlino. Vi si può lavorare da subito. La contingenza, si è detto, è favorevole. Unica. E non si tratterebbe solo di agevolare un interesse comune ai due Paesi perché le loro credenziali in tema di democrazia, rispetto dei diritti umani, difesa della pace e dello stato di diritto, libertà di pensiero sono tali da garantire il loro ancoraggio in tutta l’Unione, senza compromessi. Un’agenda globale sulla quale anche Washington intende puntare senza riserve. 

Sarebbe un peccato, imperdonabile, se miseri calcoli da politica di serie B, purtroppo nient’affatto impossibili nello scenario italiano, dovessero pregiudicare questa straordinaria opportunità.

Il riformismo «sindacale»: spirito e ancoraggi. Carera espone la sua idea sul Working Paper della Fondazione Ezio Tarantelli.

Nel mondo della rappresentanza «riformista» del lavoro – sostiene in conclusione l’autore rifacendosi ad Albert Hirschman – ci sono sempre antiche eredità corporative e particolaristiche da superare e nuove esigenze da soddisfare, nuove aspirazioni cui corrispondere con misura e buon senso per incidere significativamente, senza farsi travolgere dai cicli della storia, sul proprio tempo storico e oltre la quotidianità.

Aldo Carera

Albert Hirschman affermava che «in ogni condizione c’è una riforma possibile». Secondo l’illustre economista di Harvard ogni processo di sviluppo suppone strette relazioni cicliche tra la razionalità dei comportamenti individuali e le passioni suscitate dall’agire sociale. Nel loro alternarsi, successi e fallimenti mettono alla prova l’elasticità e l’apertura mentale, l’attitudine a concentrarsi sulla possibile soluzione di problemi, piuttosto che a far prevalere gli schieramenti e le tradizioni di appartenenza. Così inteso, il concetto di riformismo conferma la sua originaria venatura polisemica anche nella pur ristretta accezione sindacale (dunque in chiave Cisl), fatte salve le sostanziali differenze delle sue manifestazioni nel caso delle rappresentanze del lavoro, delle aggregazioni politiche o di ogni altra più generica espressione no profit.

In realtà il termine, utilizzato per la prima volta in un dibattito sul tema, ancor oggi implica il nesso tra ordinamento giuridico, azione politica e trasformazioni sociali. Nel dibattito politico il riformismo può dunque apparire come un’in- distinta configurazione che include il paternalismo statalista alla Bismarck, qualche sua formulazione liberale, piuttosto che le istanze di trasformazione dall’interno del capitalismo secondo la più diffusa accezione socialista.

Per quanto brillante e seducente, quest’ultima, come tutte le formulazioni teoriche, è esposta alla caducità indotta dal- le turbolenze dei processi di trasformazione propri della società contemporanea. Interferenze che investono ogni forma stabilmente organizzata di convivenza umana e modificano gli elementi che l’hanno fatta nascere, crescere, evolvere o invecchiare. All’eventuale obsolescenza della componente ideologica fortunatamente non è detto corrisponda il tramonto delle visioni, delle idee e dei valori riformistici alimentati alla fonte inesauribile della natura dell’uomo.

La prassi riformista suppone che i valori siano iscritti nella coscienza individuale e vengano prima della libera organizzazione della società. Per differenziarsi dalle derive estreme del neoliberismo e dai massimalismi ideologici, il riformismo dispone di un accostamento comunitario alla contemporaneità, fondato su una comprensione personalistica delle diverse manifestazioni dei rapporti tra libertà e democrazia, individuo e società, legalità e solidarietà, istituzioni e sussidiarietà. La pluralità delle sue possibili declinazioni, all’interno di una medesima organizzazione, consente di avvalersi dello scambio culturale e di esperienze che ne ampliano gli orizzonti identitari.

Aldo Carera, Presidente della Fondazione Giulio Pastore e docente presso il Dipartimento di Storia dell’economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

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Il periodico dell’ANDC cambia gerenza: alla direzione Maria Chiara Mattesini, “Per l’Azione” nel corpo della testata.

Da domani sarà distribuito il periodico – quest’anno come unico numero, ma il proposito è quello del rilancio editoriale nel 2022 – dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). 

Sebbene ancora in fase di studio, il rilancio della testata dell’ANDC – “democraticicristiani” – presenta le prime novità. La giovane ricercatrice, Maria Chiara Mattesini,  impegnata come storica anche nell’Istituto Sturzo, prende in carico la direzione effettiva. Di particolare rilievo appare l’integrazione della testata con riferimento a “Per l’Azione”, strumento di comunicazione per molti anni della gioventù democristiana. Anticipiamo qui i saluti del responsabile si fini di legge, Lucio D’Ubaldo, e della nuova titolare del periodico.  

Nuova direzione 

Lucio D’Ubaldo

Maria Chiara Mattesini ha raccolto, mesi fa, l’invito a presentare una figura femminile che ha onorato la politica del nostro Paese: Angela Maria Guidi Cingolani, militante fin da giovane nelle fila del Ppi e poi della Dc, prima esponente di governo per volere di De Gasperi.

Ora, con l’uscita di questo numero di “democraticicristiani”, Maria Chiara ne assume la direzione – in altri tempi si sarebbe detto “politica” – per avviare una nuova fase di questo impegno editoriale. Merita un ringraziamento sincero.

La testata, per giunta, si presenta adesso con un sottotitolo – Per l’Azione – che “aggancia” la storia dell’organo ufficiale, edito a fasi alterne, dei Gruppi Giovanili della Dc. Di questa storia abbiamo voluto rintracciare i motivi essenziali, andando anche a recuperare in questo numero un editoriale di Aldo Moro.

Il cammino continua.

Uno spazio di riflessione

Maria Chiara Mattesini

Con piacere ho accettato di assumere la direzione di questo foglio, che nelle nostre intenzioni vuole rappresentare un contributo per ricordare e problematizzare in chiave attuale la memoria storica del movimento democratico di ispirazione cristiana, attraverso la valorizzazione degli uomini e delle donne che vi hanno preso parte. 

Nostra cura sarà rafforzare, perciò, questo strumento di comunicazione, pur considerando l’esiguità delle risorse.

Proseguiremo in questo sforzo nella speranza di offrire uno spazio di riflessione e conversazione su ciò che il pensiero politico cattolico ci ha insegnato, attraverso l’analisi e l’interpretazione di ciò che è stato pensato e realizzato, nonché sulle questioni che ci lascia in eredità quali possibili chiavi di lettura per i tempi presenti.

Santa Sede all’Osce: combattere intolleranza e discriminazione religiosa (Radio Vaticana).

“I crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale”: lo ha detto l’Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Osce, intervenuto il 9 dicembre ad una riunione dell’organismo europeo.

Isabella Piro 

Crescono in Europa l’intolleranza e le discriminazioni motivate da antisemitismo e pregiudizi religiosi: a lanciare l’allarme è monsignor Janusz Urbańczyk, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna), nel corso della 1348.ma riunione del Consiglio permanente dell’organismo, svoltasi il 9 dicembre. Il presule sottolinea, in particolare, che “i crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale”; pertanto, tutti gli Stati membri sono invitati ad affrontare “senza pregiudizi o selettività gerarchica” tali fenomeni contro cristiani, ebrei, musulmani e membri di altre religioni.

No ad approcci parziali

Non solo: gli ultimi dati raccolti, sottolinea il presule, indicano che “le comunità cristiane sono ampiamente vittime di crimini d’odio e di incidenti motivati da pregiudizi anti-religiosi anche negli Stati in cui esse sono in maggioranza”. Nel 2020, infatti, in Europa, sono stati segnalati 980 casi di crimini d’odio contro i cristiani, quasi il 25 per cento del totale, ovvero più di qualsiasi altro gruppo religioso e con un aumento di quasi il 70 per cento rispetto all’anno precendete. Per questo la Santa Sede auspica “la stessa attenzione per tutte le forme di intolleranza religiosa e di discriminazione”, indipendentemente dal fatto che siano dirette contro maggioranze o minoranze. In sostanza, afferma l’Osservatore permanente, bisogna escludere “qualsiasi approccio parziale o selettivo”.

In aumento attacchi contro luoghi di culto

C’è poi un altro numero in crescita ed è quello degli “attacchi terroristici, crimini d’odio e altre manifestazioni di intolleranza che prendono di mira sinagoghe, moschee, chiese, luoghi di culto, cimiteri e siti religiosi”. Di qui il richiamo del presule all’Osce affinché si elaborino linee guida specifiche per garantire “la sicurezza delle comunità cristiane, in aggiunta e sulla base di quanto già svolto” per la tutela delle comunità ebraiche e musulmane.

Preconcetti e stereotipi sulla fede

Per conto della Santa Sede monsignor Urbańczyk si dice preoccupato anche per l’intolleranza e le discriminazioni crescenti che deve affrontare “chi vuole vivere e agire secondo coscienza, ispirato dal proprio credo religioso”. In questo caso, spiega il presule, entrano in gioco “stereotipi negativi sulla fede”, secondo cui “i comportamenti di ispirazione religiosa, come la circoncisione, la macellazione rituale, l’abbigliamento religioso o l’obiezione di coscienza non dovrebbero avere spazio nella società moderna e secolarizzata”. Ma questi sono “preconcetti”, afferma l’Osservatore permanente, preconcetti che “ignorano che la religione può essere un fattore positivo e stabilizzante per le nostre democrazie”.

Tutelare libertà di religione

Per questo, conclude il presule, la Santa Sede sostiene l’impegno dell’Osce contro il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo, l’intolleranza e la discriminazione contro i musulmani, i cristiani e i membri di altre religioni e ribadisce che tale impegno “non può essere separato da quello in favore della libertà di religione o di credo”.

 

Galantino, i cattolici e la politica. Confrontare con i segni dei tempi l’invito a ragionare sul partito d’ispirazione cristiana.

La categoria  del  pluralismo  politico  ed  elettorale  ha  segnato in profondità l’area cattolica italiana. Un  pluralismo  che,  di  fatto, ha  bloccato all’origine  qualsiasi  tentativo  di  organizzare un  partito o un soggetto politico credibile e competitivo. Qualunque sia la collocazione politica di  ciascuno di noi, quello che conta è conservare,nella  concreta azione politica il proprio riferimento culturale,  etico  ed  ideale.  

Alcuni  amici  su  queste  colonne  hanno,  giustamente,  richiamato l’attenzione sulla sostanziale assenza del  dibattito  dopo  le  parole,  misurate  e  responsabili,  di  Monsignor  Galantino  in  merito  ad una  eventuale  ed  ipotetica  presenza  politica  dei  cattolici  nella  società  contemporanea. Un’assenza  di  dibattito  e  di  confronto  che  però,  almeno  dal  mio  punto  di  vista,  non  stupisce affatto. Per due motivi semplici ma altrettanto oggettivi. Il  primo  è  che  un  partito  identitario  –  parlando  di  cattolici,  come  ovvio  –  almeno  in  questi  ultimi anni  non  ha  avuto  alcuna  ricaduta  concreta  nella  cittadella  politica  italiana.  Né  in  termini  politici né,  tantomeno,  sotto  il  profilo  elettorale.  Certo,  non  si  può  addossare  la  responsabilità  di  questi ripetuti  fallimenti  politici  ed  elettorali  a  tutti  coloro  che  hanno  intrapreso,  in  buona  fede  e  con grande  passione,  il  progetto  di  dar  vita  ad  una  sorta  di  Democrazia  Cristiana  o  di  Partito  Popolare Italiano in miniatura.  

In  secondo  luogo  la  categoria  del  pluralismo  politico  ed  elettorale  ha  segnato  in  profondità  l’area cattolica  italiana.  Proprio  perché  si  tratta  di  un’area  culturale,  sociale  e  politica  fortemente articolata,  vasta,  composita  e  frammentata  al  suo  interno.  Un  pluralismo  che,  di  fatto, ha bloccato all’origine qualsiasi tentativo di  organizzare  un  partito  o  un  soggetto  politico  credibile  e competitivo.  Anche  perché,  in  un  quadro  del  genere,  non ci sarebbe una sola associazione di ispirazione  cattolica,  o  una  sola  parrocchia  o  un  solo  movimento  che  sceglierebbe  unitariamente  e seccamente  un  partito.  Per  non  parlare,  come  ovvio  e  scontato,  della  Chiesa  nella  sua  vasta articolazione centrale e periferica. 

Due  elementi, questi, che bloccano all’origine un  confronto costruttivo e fecondo sul futuro della presenza  politica dei cattolici nellasocietà  pubblica  contemporanea.  Detto  in  altri  termini,  sono temi  che  non  fanno  più  notizia  perchè, semplicemente, hanno ormai scarsa  attinenza con il dibattito politico che si è sviluppato dalla  fine del Partito Popolare Italiano in poi, cioè dall’inizio degli anni duemila. Ora, però, è pur vero che le recenti riflessioni  di Monsignor Galantino non possono e non devono passare  inosservate.  Sono  importanti,  degne  di  nota  e  meritano  di essere approfondite ognuna nei propri luoghi di  impegno,  di  elaborazione e di presenza nella società.  Ad  una  condizione, almeno  a  mio  parere.  Qualunque  sia  la  collocazione  politica  di  ciascuno  di  noi  –  al  riguardo,  io credo  che  oggi  sia  importante  e  decisivo  rafforzare  una  presenza  politica  di  “centro” attraverso la riscoperta di  una  “politica  di  centro”  dopo la lenta ma inesorabile  deriva del populismo di sinistra e del sovranismo di alcuni  settori della destra – quello  che  conta  è  conservare  nella  concreta azione politica il proprio riferimento culturale, etico  ed ideale.  

Non c’è alcuna ragione che possa far sì che si debba  rinunciare,  per  convenienza o per tatticismo, ad una  cultura politica o ad un patrimonio ideale. E questo non  solo per rispetto di chi ci ha preceduto e del loro  magistero, ma anche, e soprattutto, per la propria coerenza personale. Per questo le osservazioni di Monsignor  Galantino non vanno né sottovalutate e né banalizzate. Semmai, vanno affrontate confrontandole con i “segni dei tempi”.   

Non sprechiamo l’occasione del Pnrr: la Cisl ha chiesto da tempo un nuovo patto sociale. Il Working Paper della Fondazione Tarantelli.

Il «riformismo nazionale» si è sempre arenato di fronte ad alcuni ostacoli in apparenza insuperabili, anche perché condizionati da pregiudizi e da un’assenza di visione prospettica del paese; oggi le forze parlamentari e i corpi intermedi della società sono forse di fronte ad un’opportunità irrepetibile nel breve-medio periodo. A questi temi è dedicato il n. 23 del Working Paper – edizione Novembre Dicembre 2021 – e la presentazione che si svolgerà il prossimo lunedì 13 dicembre, alle ore 15.30, su piattaforma Zoom. In fondo le istruzioni per accedere al webinar. 

Qualche commentatore ha definito il Next Generation Eu un «nuovo piano Marshall»; siamo in un contesto diverso, ma il tema del ripartire e del ricostruire è ben presente anche in questa fase di coda della pandemia. Un motivo conduttore globale, che impegnerà l’intero scenario internazionale, nel quale l’Unione europea ha scelto di adottare un nuovo approccio alle dinamiche economiche e finanziarie, puntando sugli investimenti ed accelerando i processi di transizione verso un nuovo modello di sviluppo con al centro la trasformazione digitale ed ecologica, nuove infrastrutture ed interventi significativi per il potenziamento dei servizi educativi, di assistenza sanitaria e per la coesione sociale e territoriale. 

L’economia italiana, oltre al «rimbalzo» positivo di questi mesi, dovrà pertanto consolidare un modello strutturale di crescita, cercando di recuperare le distanze accumulate negli anni precedenti, superando gli ostacoli che si sono frapposti in questo lungo periodo e che hanno mostrato le debolezze e le contraddizioni del nostro sistema amministrativo, istituzionale e fiscale. Il paese dovrà dimostrare pertanto di essere all’altezza dei compiti assegnatigli, di saper spendere bene i fondi attribuiti e di farlo anche alle condizioni poste dalla Commissione europea, affrontando i nodi al momento irrisolti. L’Unione europea vincola infatti l’erogazione dei fondi messi a disposizione dal programma Ngeu, all’approvazione di una serie di riforme ritenute fondamentali: • riforme di contesto (pubblica amministrazione e giustizia, alle quali si aggiunge anche quella fiscale); • riforme abilitanti (semplificazione e concorrenza); • riforme settoriali, individuate nelle sei missioni del Pnrr. 

Siamo pertanto di fronte ad un impegno nel merito di questioni irrisolte e alle quali il Parlamento ed il «sistema paese» dovranno rispondere con efficacia istituzionale e con determinazione politica. Questa serie di obblighi impone poi, sul piano politico e culturale, un carattere riformista alla stagione di gestione del Pnrr. Il «riformismo nazionale» si è sempre arenato di fronte ad alcuni ostacoli sembrati insuperabili, anche perché condizionati da pregiudizi e da un’assenza di visione prospettica del paese; oggi le forze parlamentari e i corpi intermedi della società sono forse di fronte ad un’opportunità irrepetibile nel breve-medio periodo e che non si potrà sprecare. Per rendere efficace questa delicata fase di ricostruzione e rilancio,  oltre  l’attenta  regìa  del  Governo,  sarà necessario il massimo coinvolgimento  delle forze  sociali  a  tutti  i  livelli;  le  riforme,  oltre  ad essere  approvate,  avranno  un  loro  vissuto,  soltanto  se  accompagnate  da  una  condivisione nel territorio e tra le categorie del paese. Su queste basi si realizza una proposta riformista,  partecipando  alla  sua  costruzione  senza ideologismi,  con  competenza  e responsabilità. La  Cisl,  dimostrando  lungimiranza,  ha  ormai da  tempo  chiesto  un  nuovo  «patto  sociale», che  possa  mettere  assieme  il  Governo,  gli  Enti locali,  le  forze  parlamentari  e  quelle  sociali, favorendo  il  massimo  del  dialogo  e  del  confronto,  per  governare  i  processi  e  le  ricadute delle  riforme  e  con  l’obiettivo  di  rendere  fruibili equamente i risultati che si otterranno. 

Con  queste  caratteristiche  saremo  in  grado di  favorire  i  processi  innovativi  richiesti  per migliorare  la  struttura  produttiva,  culturale  e sociale  del  paese,  rafforzandone  l’immagine sul  piano  internazionale,  giocando  un  ruolo da  protagonista  a  garanzia  della  nuova  impostazione  emersa  nell’Unione  europea  e  garantendo  l’impegno  ad  una  progressiva  riduzione delle diseguaglianze. In  questo  numero  approfondiremo  le  connessioni  tra  le  dinamiche  derivanti  dalla  realizzazione  degli  obiettivi  del  Pnrr,  le  riforme da  realizzare  e  l’esperienza  del  riformismo italiano  con  i  contributi  di  eminenti  personalità  del  diritto  e  dell’economia,  del  mondo  accademico,  di  rappresentanti  delle  istituzioni e attraverso la linea retta tracciata dalla  Cisl. 

 

Antonello Assogna, Coordinatore di redazione della collana Working Paper, formatore della Fondazione Ezio Tarantelli Centro Studi Ricerca e Formazione.

 

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Presentazione del Working Paper n. 23
13 dic 2021 15:30 Roma
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Irpef 2022: le novità, i rischi, le prospettive concrete. Bonus Renzi, addio.

MODULISTICA CONTRIBUTI F24 F 24 SEMPLIFICATO MODELLO DI PAGAMENTO UNIFICATO TASSE

Le riforme delle pensioni, i governi tecnici, l’aumento del costo della vita, hanno anticipato l’amaro calice post-Covid che, dal punto di vista economico, costerà fior di quattrini.

È la recessione, bellezza! Le tre grandi crisi della globalizzazione rappresentano un giro di vite spalmato per decenni. Le riforme delle pensioni, i governi tecnici, l’aumento del costo della vita, hanno anticipato l’amaro calice post-Covid che, dal punto di vista economico, costerà fior di quattrini. Come conseguenza della riforma dell’Irpef, infatti, nel 2022 le nostre buste paga saranno in apparenza (e in sostanza) più leggere. Quegli 80 (Governo Renzi) e poi 100 euro (Governo Conte) in più al mese che i lavoratori aventi diritto (con reddito da 8.174,00 euro ed entro i 26.600 euro) erano abituati a vedersi elargiti dal 2016 prenderanno il volo, o meglio, verranno trasformati in una detrazione. Questa manovra, all’apparenza soltanto formale, porterà un risparmio per le casse dello Stato di circa 16 miliardi di euro.

Un ulteriore aspetto di cui tenere conto è la “no tax area”: quella fascia di reddito che non viene tassato, in quanto i redditi risultano inferiori ad una certa cifra. Per tutti i lavoratori dipendenti, al momento questa soglia è fissata intorno a 8.130 euro annui, mentre per gli autonomi è di 4.800 euro annui.

Questo comporterà anche un riordino delle aliquote, proposte come segue: la fascia di reddito più bassa, fino a 15mila euro, resta invariata al 23%. Quella di 15-28mila euro scenderà dal 27% al 25%. Quella da 28mila a 50mila euro sarà spostata dal 38% al 35%. Oltre i 50mila euro si passerà direttamente al 43%. 

Questo significa che al di sotto di questi importi di reddito complessivo annuo non viene applicata alcuna tassazione, quindi non vi è un rientro nelle aliquote Irpef. Questa soglia, tuttavia, potrebbe anche subire delle variazioni con l’anno nuovo, in base alle decisioni che verranno prese dalla parte governativa.

Verrà cancellato il “bonus Renzi?” Oltre a semplificare il sistema, trasformare il bonus in detrazione eviterebbe di creare salti di aliquota marginale effettiva, in favore di una detrazione strutturale unica, “incastrata” nel sistema fiscale, più difficile da elidere, in futuro. Una magra consolazione, dunque.

 

La crisi del Meazza ed il sapore sconosciuto del dissenso. Analisi di “ArcipelagoMilano”

Dopo il plebiscito, Beppe Sala assaggia per la prima volta il gusto amaro della distanza dalla città.

Giuseppe Ucciero

Il tempo passa e la questione del Meazza diventa ogni giorno più delicata ed ingombrante. Beppe Sala ne pare ormai consapevole e le sue mosse goffe sono segno di crescente nervosismo. Si può parlare della prima vera crisi di rapporto con la città?

Il fatto è che, per la prima volta dall’inizio del suo regno, prende forma un dissenso ampio e trasversale, nato in sordina nella società ma, qui sta il nocciolo della questione, in avvicinamento verso la politica. Così Beppe un po’ sbotta e un po’ si riposiziona: passa dall’ “allora compratevelo”(lo stadio)  all’ “io sono nel mezzo” (tra società calcistiche e città). Tocca a Milan ed Inter di convincere i “loro” tifosi della bontà del “loro” progetto. Come se avendo preso la decisione in giunta, non toccasse principalmente a lui l’onere della difesa del “suo” provvedimento. 

Intanto, il dibattito pubblico, pur malamente abortito come “debat publique”, e silenziato finora nell’aula comunale, prende forma e decolla nella città: Berlusconi e Moratti, tanto lontani per stile e simpatie politiche, hanno preso posizione bipartisan contro la demolizione del “vecchio” stadio. Forse Beppe pensava, come per gli scali ferroviari, di aver a che fare solo con le resistenze di qualche illuminato urbanista, ed ha tirato diritto, dimenticando che qui si tratta di calcio, una passione così forte da chiamare tutti in campo a dire la loro. Se poi i Presidenti delle maggiori glorie calcistiche cittadine si muovono di conserva, questo pesa, eccome se pesa, nella forza simbolica e negli assetti di potere. 

Nella grande pancia della città, nei bar del centro e delle periferie, luoghi elettivi della formazione del consenso o della sua crisi, cresce la sgradevole percezione che l’operazione, presentata come grande occasione di rigenerazione urbana e di ritrovata potenza calcistica, sia in realtà principalmente utile ad arricchire le poco amate proprietà cinesi ed americane dei club e, con loro, gli attori della speculazione immobiliare (pardon transizione urbana) in servizio permanente effettivo. 

Ci si chiede, in breve, per quale motivo si debba abbattere uno stadio recentemente ristrutturato e funzionante, e se non sia preferibile semmai migliorarlo con minor spesa, piuttosto che distruggere un simbolo caro ai milanesi negli ultimi 70 anni. Ci si domanda se l’abbattimento del Meazza non sia distruzione non solo della memoria ma anche di un rilevante valore patrimoniale del Comune. Quel che è peggio, per gli amici del progetto, la bolla comincia ad attrarre e contaminare molti esponenti della vita pubblica, passata e presente, fino ad assumere una inevitabile fisionomia politica, pur non ancora partitica: attorno al Meazza, accanto a chi ha a cuore la tutela di un bene pubblico di grande valore o della qualità urbanistica cittadina, si aggiungono figure che Beppe, nel suo non sempre delicato incedere, ha messo da parte o addirittura triturato. 

I nomi, per chi sa qualcosa della vita degli ultimi 10 o 20 anni della cronaca cittadina, non hanno bisogno di presentazioni particolari. La slavina si muove e scendendo a valle si ingrossa, inglobando quanto incontra, riempiendosi di umori negativi che vanno aldilà della questione specifica, accrescendo forza e virulenza. Ed il segno politico è, aldilà delle intenzioni dei singoli, contrario al Sindaco.

Né lo aiutano i poco eleganti commenti: risuona ancora quel “fuori dalle grotte” urlato ai dipendenti comunali ancora attardati, per lui, nel comodo smart working di casa, ed il ricordo non fa piacere. Ecco, per molti questo stile di comunicazione poco si conforma alla misura che dovrebbe ispirare un primo cittadino e segnala un’arroganza decisionista non appropriata, limite pesante nella sua azione politica. 

Non sembrano accettabili ad un pur moderato sentimento democratico la sottrazione sistematica della questione al dibattito pubblico e la tentata delegittimazione del referendum cittadino, incautamente motivata con l’inedita e sorprendente teoria dell’oggetto ammissibile solo in materia “etico-morale” (???). Una fesseria assoluta non solo sotto il profilo giuridico (*) ma anche del senso comune, per di più clamorosamente smentita dalla precedente prassi referendaria (i quesiti del 2011 per intenderci), focalizzata su problematiche ambientali e specifiche iniziative progettuali.

Il fastidio mostrato verso la discussione pubblica, nelle sedi istituzionali e non, contraddice anche le recenti simpatie per il colore verde, sensibilità politica che presuppone il coinvolgimento dei cittadini nei processi deliberativi, trattandosi della loro vita. Così anche l’iscrizione ai verdi europei corre il serio rischio di trovarsi derubricata da conversione miracolosa sulla via di Damasco a spregiudicata capriola, utile forse nel breve a ramazzare qualche voto, ma inevitabilmente incapace di esorcizzare il sentimento di distacco che il mondo ambientalista sta maturando sempre più, in Comune ma non solo. Prendono crescente distanza Monguzzi e Fedrighini, un tempo vicini.

 

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https://www.arcipelagomilano.org/archives/59501?utm_source=Newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=20210812

 

Riflessioni sul Quirinale. Il Paese reale si riconosce in Mattarella e chiede al più l’elezione di uno come Mattarella.

Ci auguriamo – dice l’autore –  che le prossime settimane possano servire, senza dover tirare nessuno “per la giacchetta”, a individuare una figura di riferimento condivisa che possa essere “come l’attuale inquilino del Quirinale”(Liliana Segre).

L’ultimo rapporto pubblicato dal Censis mostra alcune tendenze del Paese il cui andamento è stato persino accelerato dalla pandemia: la dispersione scolastica e universitaria, la disoccupazione femminile e giovanile, lo scetticismo nei confronti della scienza e dei vaccini, l’attribuzione al virus di una serie di mali “storici” del Paese. Ancora, lo scollamento tra cittadini e istituzioni e la “fuga” dalla politica. L’unica figura cui viene ancora riconosciuta una qualche autorevolezza, assieme al Pontefice, è il Presidente della Repubblica. 

Nel giorno di sant’Ambrogio, a Milano, si è avuta la dimostrazione pratica del “metodo Ambrogio” di cui parlava Paolo Mieli in un editoriale di qualche settimana fa. I dieci minuti di applausi in occasione della prima alla Scala sono un apprezzamento tangibile per il lavoro svolto dal Presidente durante il settennato. Si è visto – all’opera – il Paese “reale”, quello fotografato dal Censis ma che spesso non riesce ad uscire dalle statistiche ufficiali o dalle analisi dei sociologi.

Come ha scritto Ubaldo Alessi sul nostro giornale: “Mattarella ha conquistato la fiducia di un Paese che pure viene dal contagio di un populismo abbarbicato alla rabbia antipolitica. Rappresenta la controspinta della nazione che ripudia la propaganda e la rassegnazione, vuole riprendere dimestichezza con un potere misurato ed efficace, spera di partecipare alla bella risalita dopo la caduta nel tormento sociale e sanitario della pandemia. Attorno al Presidente della Repubblica si respira l’aria pulita di un’Italia volenterosa, pronta a rimboccarsi le mani, a fare squadra”.

Nelle prossime settimane ci saranno alcuni snodi cruciali relativi alle attribuzioni dei fondi del Pnrr: sarebbe utile arrivarci con Palazzo Chigi e Quirinale nella pienezza dei rispettivi poteri. Invece l’incertezza attuale non aiuta il “discernimento” da parte delle forze politiche (e non solo) sulle questioni vitali del Paese. Ci auguriamo che le prossime settimane possano servire – senza dover tirare nessuno “per la giacchetta” – a individuare una figura di riferimento condivisa che possa essere “come l’attuale inquilino del Quirinale” per utilizzare le parole della senatrice Liliana Segre.

 

Riflettiamo sull’amore politico, teniamo a mente le sollecitazioni dell’Enciclica Fratelli Tutti.

Le istituzioni, e quindi anche la politica, devono riconoscere che l’amore politico è pieno di piccoli e grandi gesti “di cura reciproca, anche civile e politica”.

Ma come, non c’è giornale, social o dibattito televisivo che non presentino politici in contrasto e si può azzardare l’espressione “amore politico”? È quello che fa Papa Francesco nella enciclica Fratelli tutti, intitolando il n.180 “L’ amore politico”. Altri Papi – Pio XI, Paolo VI – hanno espressamente definito carità politica l’attività di operare per il bene comune, in istituzioni sane, gestendo servizi a favore dei cittadini. E l’attuale Papa non manca, dall’inizio del suo magistero, di invitare i giovani a dedicarsi alla politica.

Come decifrare questa forte affermazione?

Il Magistero, in realtà, non ha mai sfuggito il rapporto con la politica, a cominciare da quel preciso invito: “restituite a Cesare quello che è di Cesare e date a Dio quello che è di Dio”.

Le istituzioni dell’impero romano potevano anche essere oppressive, tuttavia San Pietro nella sua prima lettera scrisse: ”State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. (…) onorate il re. Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili” (in latino, etiam discolis).

Inoltre, nella lettera a Timoteo, San Paolo spiega che i superiori devono essere attenti ai collaboratori, ricordando il centurione che prega per il suo servo.

Le istituzioni sono garanzia e scudo per tutti, potenti e popolo. Oggi sembra che questa consapevolezza si sia persa nel volgere del tempo. La contestazione ai vaccini, agli scienziati che assicurano sui risultati della ricerca, ai governi che assumono deliberazioni per proteggere la popolazione, segnala una insofferenza da parte di porzioni di cittadini – minoritarie ma vivaci fino alla violenza – che ritengono limitata la libertà personale dalle regole imposte. È un epifenomeno che ha molti antecedenti ma affrontati senza approfondimenti nel recente passato, quando non con sufficienza, con la sicumera di poterli dominare.

Le istituzioni, e quindi anche la politica, devono riconoscere che l’amore politico è pieno di piccoli e grandi gesti “di cura reciproca, anche civile e politica, che si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore”. Bella questa indicazione della finalità della politica che, secondo l’enciclica spinge a realizzare grandi obiettivi, con uno sguardo realistico, al di là di interessi di parte. Oggi ci troviamo in una situazione particolare in tal senso, infatti l’attuazione del PNRR ci offre l’occasione per progettare e attuare importanti obiettivi di sviluppo e modernizzazione del Paese. Anzi: ci inserisce in un quadro di cooperazione attiva –  aiuti stanziati notevoli – con l’Europa.

 

Serve una condivisione diffusa anche da parte dei cittadini perché non tutti i risultati si ottengono solo con la mano pubblica. Siamo tutti chiamati a farci carico dei propri doveri per portare la nostra tessera a completare un grande mosaico, l’immagine dell’Italia e dell’Europa nel mondo. Lo strumento principe per esprimere amore per il prossimo è la partecipazione: richiede volontà, tempo e competenza, che deve essere coltivata e acquisita, perché non siamo ‘imparati’, tuttologi. Invece assistiamo al fenomeno della incompetenza divulgata come valore perché è esemplarmente raffigurata da certa classe dirigente. L’opinione pubblica, tuttavia, sta dimostrando di apprezzare la competenza, la prudenza insieme alla fermezza del presidente Draghi ed anche i partiti della maggioranza che lo sostiene, sembra riconquistino consenso. Quindi arriva un messaggio per tentare di ridurre l’astensionismo che, per ora, è ancora il partito maggioritario.

Spiegare e far accompagnare passo passo l’attuazione del Pnrr potrebbe risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica, frastornata dalla bulimia comunicativa sui vaccini e sul toto presidente della Repubblica. Si aspettano idee chiare sulle pensioni, sulle tasse, sulla occupazione.

Su questo fronte ci sono importanti bisogni e deboli risposte. In sanità mancano decine di migliaia di professionisti – dai medici ai tecnici – e siccome per formare un medico servono almeno sei anni e gli interventi strutturali previsti dalla missione 6 del Pnrr hanno la scadenza al 2026, chi occuperà i posti necessari al funzionamento? Le confederazioni degli industriali e degli artigiani segnalano un fabbisogno di manodopera in tutte le specializzazioni per centinaia di migliaia di unità ma manca una forte iniziativa a far incontrare domanda e risposta e soprattutto la nostra organizzazione scolastica si sta preparando a programmare la formazione per i cittadini che entreranno nel mondo del lavoro nei prossimi decenni? Salute e formazione, sanità e cultura sono i pilastri dello sviluppo: il resto segue.

Non ci sono più barriere, giocoforza le intelligenze si propongono in Italia e fuori, liberamente. Il progetto Studanteum.

In apertura dei lavori del Convegno “Dante ed il Quadrivio delle Scienze – Il progetto Studanteum”, svoltosi ieri, 9 dicembre 2021, nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza, dopo gli interventi della Magnifica Rettrice dell’Ateneo (Sapienza) Antonella Polimeni, del Presidente Fondazione (Sapienza) Eugenio Gaudio e del Preside di Architettura (Sapienza) Orazio Carpenzano, ha portato il saluto il vice presidente della Associazione “Svegliamoci Italici” Umberto Laurenti. Riportiamo di seguito il testo del suo intervento.

Non è il caso di approfittare dello spazio di un saluto a questa vostra iniziativa, per esporvi le origini, gli obiettivi, le attività fin qui svolte dall’Associazione Svegliamoci Italici, della quale Piero Bassetti è presidente ed io vice; mi limiterò a dire che da poche settimane abbiamo dato il via concreto alla costituzione della Italica Global Community, lasciando agli atti di questo evento poche pagine tratte dalla nostra rassegna stampa. Né ho le competenze per affrontare credibilmente temi rilevanti quali il contributo di Dante al formarsi della cultura che ci unisce e contraddistingue, o le caratteristiche innovative e di eccellenza proprie della architettura di Giuseppe Terragni e degli altri componenti della scuola razionalista italiana. 

Mi limiterò a sottolineare alcuni elementi che accomunano il percorso di studio e ricerca da voi compiuto per arrivare al progetto Studanteum come luogo dedicato al fondersi e compenetrarsi del pensiero scientifico e umanistico, ed il percorso da noi avviato per favorire la creazione della Comunità di tutti coloro che nel mondo apprezzano la cultura italica.

La fuga (che più propriamente definirei circolazione) dei cervelli, c’è sempre stata. Tale fenomeno trae le proprie radici nella nascita delle Università  che ha gradualmente rimesso in circolazione, fuori dalle mura dei conventi dove avevano trovato protezione nei secoli più bui, i testi antichi e, con essi, la conoscenza del sapere e la produzione culturale. Tanti studiosi e tanti artisti hanno lasciato la propria terra  di nascita per andare ad accrescere il proprio sapere e la propria maestria altrove, determinando al contempo l’arricchimento culturale dei nuovi luoghi di attività. In genere si è trattato di vite coronate dal successo che, attraverso un percorso ricco di sacrifici, hanno quasi sempre riportato lo studioso o l’artista a casa.  Non è potuto invece tornare a casa il trentenne italico Davide Giri, ricercatore alla Columbia University di New York, ucciso a pochi passi dalla sua residenza universitaria. 

Dunque la circolazione di cervelli ha sempre contraddistinto l’Europa e, in particolare, l’Italia, coinvolgendo poeti, letterati, medici, musicisti, uomini d’armi e di chiesa, artisti e, in questi ultimi anni,…chef e stilisti! Negli  anni ’60, ’70, ’80, fino all’avvento generalizzato del web, l’accesso alla conoscenza scientifica avveniva esclusivamente attraverso il percorso scolastico ed universitario e l’approfondimento individuale mediante i testi scritti.  Tante le problematiche conseguenti: accesso elitario agli studi, scarsa disponibilità di laboratori ed attrezzature, qualità non omogenea del corpo docente, sostanziale esclusione di gran parte dei cittadini residenti nelle aree rurali e nelle periferie urbane. Poi è arrivato il web e, contemporaneamente, si è avviata una pressoché totale globalizzazione dell’economia e  della scienza. Pertanto non ci sono più di fatto barriere per l’accesso alla conoscenza scientifica ed alla cultura in generale, non esistono  confini nazionali per la circolazione delle idee, delle acquisizioni scientifiche, dell’innovazione. Alla stessa stregua non ci sono più barriere per la circolazione e l’emigrazione dei cervelli, degli scienziati, dei protagonisti della ricerca in qualsiasi campo. 

Gli Italici: non solo coloro i cui avi sono emigrati nei vari continenti nel corso dell’ultimo secolo, ma anche e, direi, a maggior ragione, poiché è il risultato di una libera scelta individuale, di coloro che si riconoscono  nello spirito italico: persone spesso che neppure sono in grado di parlare la lingua italiana ma certamente riconoscono ed amano il linguaggio italico. E per capire quanto conta la cultura, basti pensare all’influenza che la Rai esercita con le sue trasmissioni in tutto il bacino Mediterraneo ed anche nel resto del mondo. Gli Italici sono sempre stati europei, e tra essi Dante Alighieri, italico-europeo, già dal cognome, che vuol dire tedesco di origine, glocale ante-litteram, poiché legato al proprio territorio ma proteso nel mondo, padrone della cultura dell’intero mondo allora conosciuto. Ed il legame con il territorio di origine ed al contempo con il mondo intero, dovrà essere un tratto distintivo dello Studanteum, favorendo l’interazione tra le diverse culture e l’unione tra Accademia e società civile. 

Fa un po’ impressione dover richiamare di continuo la funzione sociale dell’Università, i cui costi non possono venir sopportati solo dalle famiglie degli studenti, e leggere invece nelle cronache di Tuscania, una città allora di 3 mila abitanti: “Nel febbraio 1510 Tommaso di Vincenzo Tome era iscritto al secondo anno di giurisprudenza dell’Università di Siena ed ottenne dalla comunità di Tuscania i 15 fiorini, relativi al primo anno, previsti dalla norma statutaria che stabiliva un sussidio triennale di 15 fiorini annui per gli studenti di giurisprudenza e 12 fiorini per quelli di medicina. Inoltre gli studenti erano esenti dalle prestazioni personali dovute alla comunità e da qualsiasi imposta. L’anno successivo, alla fine di ottobre, Vincenzo ottenne il sussidio per il secondo e terzo anno, precisamente 30 ducati d’oro camerali, equivalenti a 30 fiorini”.

Scrivevo in una intervista dell’ottobre 2018: “Sul piano del business, della diffusione della cultura Italica nel mondo, delle ricadute positive per il turismo ed il consumo dei prodotti italici, è tutto facilmente intuibile, ma anche sul piano squisitamente politico, non ho paura a dire che ne potrà derivare un grande vantaggio: quando servirà,  saranno gli Italici a salvare gli italiani”. 

Possiamo dire che abbiamo gettato un seme, in questi quattro anni, se abbiamo potuto leggere sul “Sole 24 Ore” del 4 dicembre scorso, un articolo dell’economista bocconiano Severino Salvemini, del quale riporto alcune righe: “Secondo Piero Bassetti siamo oggi in presenza di un foltissimo pubblico internazionale che adora lo stile italiano, inteso come comune sentire, come modo di stare al mondo, come atteggiamento di fondo. E condivide valori, modelli di consumo, modalità di fare business, di mangiare e bere, di vivere l’arte, e così via. Sono gli italici, parlano lingue differenti, ma condividono il gusto della lingua italiana come elemento rilevante per comprendere la storia e la contemporaneità dell’Italia”. “I fattori che rendono vincente l’affermazione del prodotto italiano nel mondo sono molto legati a componenti immateriali difficilmente narrabili: il cosiddetto soft power o, all’italiana, il potere morbido e garbato”. “Pertanto capire a quali condizioni la lingua italiana incorpori, anche se intangibilmente, i valori del Made in Italy e della creatività italiana, è di sicuro un esercizio conveniente. Approfondire i percorsi di successo delle aziende italiane, individuarne i tratti distintivi e socializzarli con il vasto pubblico straniero degli “italici” aiuta a far capire meglio il nostro Paese contemporaneo e a consolidare la giusta reputazione del brand Italia”.

Germania: inizia l’era Scholz. Daily focus dell’ISPI.

Olaf Scholz si insedia come nono cancelliere della Germania dal dopoguerra: il suo governo ‘semaforo’ si trova già ad affrontare sfide urgenti.

Antonio Villafranca 10

Olaf Scholz, leader dei Socialdemocratici e vincitore delle elezioni dello scorso settembre, si è insediato come nono cancelliere della Repubblica federale tedesca dal secondo dopoguerra. “Sarà un nuovo inizio per il nostro paese, io farò di tutto per riuscire”, ha detto il neocancelliere prendendo il testimone da Angela Merkel, protagonista assoluta della politica tedesca (ed europea) che si appresta a uscire di scena dopo 16 anni di governo. Il Bundestag, il parlamento tedesco, ha eletto Scholz cancelliere con 395 voti su 735. A 63 anni, il leader dei socialdemocratici diventa così il quarto cancelliere dell’Spd dopo Willy Brandt, Helmut Schmidt e Gerhard Schroeder. Si troverà alla guida di un esperimento politico inedito: la cosiddetta coalizione ‘Semaforo’, costituita da Spd, Verdi e Liberali, i cui 16 ministri hanno prestato giuramento ieri diventando il primo governo tedesco a includere tante donne quanti uomini. Riguardo all’emergenza pandemica ancora in corso, Scholz ha sottolineato che “il passaggio di consegne avviene nel mezzo di una crisi non chiusa e questo comporta costanza e comunanza”. Ma nonostante i messaggi di continuità non c’è dubbio che la fine dell’era Merkel segni una svolta a Berlino e in Europa.

Prima la pandemia?

Il governo di Olaf Scholz ha piani ambiziosi per combattere il cambiamento climatico, eliminando il carbone e spingendo sulle energie rinnovabili, e dovrà preso concentrarsi sulle tensioni alla frontiera tra Russia e Ucraina, ma la sua priorità iniziale sarà senza dubbio la pandemia di coronavirus. La Germania si trova infatti nel pieno della quarta ondata di contagi. Le autorità sanitarie hanno registrato altri 69.601 casi nelle ultime 24 ore e altri 527 decessi, il numero più alto dallo scorso inverno. A fronte di un tasso di vaccinazione molto più basso rispetto ad altri paesi europei come Danimarca e Belgio, il nuovo cancelliere si è detto favorevole ad introdurre la vaccinazione obbligatoria per tutti. Ma anche coloro che sono disposti a vaccinarsi devono affrontare numerosi ostacoli: dalle lunghe code fuori dai centri di vaccinazione alla carenza di dosi vaccinali e personale medico. Un contesto generale in cui le tensioni sociali stanno aumentando: la scorsa settimana manifestanti no vax e anti-lockdown hanno tenuto una fiaccolata davanti alla casa del ministro della Sanità regionale della Sassonia. La protesta – rivendicata da alcune sigle dell’ultradestra – ha generato molto clamore ed è stata condannata dai principali partiti tedeschi.

Sfida economica

La seconda sfida che il governo si troverà ad affrontare riguarda l’economia: se Scholz il mese scorso ha promesso la “più grande modernizzazione industriale della Germania in più di 100 anni” e la sua coalizione sembra determinata a investire miliardi per rendere più verde l’economia tedesca e aggiornarne le infrastrutture, il quadro generale appare ben più cupo rispetto a quando l’Spd ha vinto le elezioni in settembre. I dati più recenti mostrano un crollo degli ordini di fabbrica molto maggiore di quanto previsto dagli analisti. L’industria è afflitta da carenze di materie prime e prodotti come i microchip, che hanno portato a colli di bottiglia nelle consegne e problemi di produzione nell’industria automobilistica. Nel frattempo, l’inflazione ha toccato il 6%, il livello più alto dai primi anni Novanta. Gli esperti ora ritengono che la Germania potrebbe impiegare più tempo rispetto all’intera zona euro per tornare ai livelli di crescita economica pre-pandemia. I gruppi imprenditoriali temono anche che le nuove restrizioni sui non vaccinati, introdotte il mese scorso, possano scoraggiare i consumi nel periodo prenatalizio.

 

*Antonio Villafranca, direttore della ricerca ISPI

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/germania-inizia-lera-scholz-32593

 

Perchè continuare ad allearsi con i populisti?

Serve un disegno politico alternativo. Allora, si tratta d’indebolire quella logica degli “opposti estremismi” che continua a caratterizzare il comportamento delle due coalizioni principali; mettere in campo una iniziativa ‘centrista’, democratica, riformista e plurale, capace di contrastare tali dinamiche; favorire pertanto lo sviluppo di un progetto che assomigli ad una sorta di “Margherita 2.0”

Dunque, se non sbaglio, la stragrande maggioranza degli italiani conosce i danni politici, sociali, culturali, istituzionali, economici e di costume provocati dalla sub cultura del populismo in questi ultimi anni. Oltre ad aver profondamente inquinato la democrazia, ridicolizzato la credibilità della classe dirigente politica ed amministrativa e volgarizzato le stesse istituzioni democratiche. Perchè è indubbio che con il carico di antipolitica, antiparlamentarismo, demagogia, qualunquismo e mancanza di cultura di governo che il populismo si trascina dietro, è la stessa qualità della democrazia a pagarne il prezzo più duro e più arduo.

Ora, c’è una domanda alla quale prima o poi occorrerà dare un risposta politica seria e concreta. Ovvero, come si può siglare un’alleanza politica e programmatica, addirittura organica e storica per citare il guru della sinistra romana, cioè Bettini, con il partito populista per eccellenza, ovvero i 5 stelle? Com’è possibile individuare nel populismo decadente e ormai persin patetico l’alleato con cui intraprendere un progetto riformista, democratico e socialmente avanzato nel nostro paese? Come può essere credibile progettare una riforma istituzionale con un partito che, come l’esperienza concreta ha confermato – e non pregiudiziali politiche o pregiudizi culturali – pratica disinvoltamente il trasformismo parlamentare e l’opportunismo politico? E, infine, come può un partito cosiddetto riformista e di sinistra come il Pd pensare che la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e un progetto di sviluppo economico/sociale può essere fatto di comune accordo con un partito che nell’arco di pochi giorni ha cancellato in modo misterioso, nonchè improvviso e collettivo, tutto ciò che ha sbraitato, urlato, scritto e giurato in tutte le piazze italiane per oltre 15 anni?

Sono sufficienti queste poche, e persin banali domande, per arrivare ad una conclusione altrettanto scontata e banale. E cioè, non può arrivare da un partito populista – convertito o meno che sia ha poco importanza al riguardo – una spinta per rilanciare la cultura e un progetto riformista, democratico e anche costituzionale nel nostro paese. Altrochè il cosiddetto “campo largo” della sinistra italiana o, addirittura, un “Nuovo Ulivo 2.0”. Qui, molto più semplicemente, ci troviamo di fronte alla solita ed antica logica del pallottoliere dove pur di vincere con un voto in più rispetto agli avversari/nemici, si è disposti ad allearsi con chiunque e con chicchessia a prescindere da qualsiasi giudizio di valore.

Per questi semplici motivi, e per indebolire quella logica degli “opposti estremismi” che continua a caratterizzare, purtroppo, il comportamento concreto delle due coalizioni principali, è necessario mettere in campo una iniziativa ‘centrista’, democratica, riformista e plurale, capace di contrastare tali dinamiche. E l’iniziativa di un progetto politico che assomigli ad una sorta di “Margherita 2.0” risponde, appunto, a quel postulato. Non può essere il populismo anti politico, demagogico, giustizialista e qualunquista la frontiera della miglior politica italiana. Serve altro. Ed è giunto il momento di provarci.

L’Italia ha bisogno ancora di Mattarella. I cattolici si propongano come avanguardia di un grande compito di riscatto nazionale.

L’accoglienza ricevuta alla Scala di Milano dimostra quanto sia apprezzata la condotta del nostro Presidente della Repubblica. Nel frattempo, lasciando da parte l’idea di un partito identitario, destinato a raccogliere consensi molto esigui, spetta ai cattolici proporsi alla guida di una svolta di civiltà, come sarebbe, ad esempio, lo sradicamento della mala pianta dell’evasione fiscale.

Chi si fosse aspettato che la politica, anzi, direi i politici, prendessero coscienza della realtà storica che stiamo vivendo, non può che essere deluso. Un segnale netto c’è lo hanno dato i cittadini che, alle ultime amministrative, sono rimasti a casa, rinunciando al diritto di voto. Abbiamo un Paese, se posiamo lo sguardo a prima della pandemia, disastrato, con problemi gravi di efficienza: la pubblica amministrazione pronta solo ad esercitare la burocrazia, la magistratura che non tranquillizza chi ha bisogno di giustizia, uno stato sociale in agonia, l’informazione al lumicino, se non del tutto spenta. Senza dimenticare una Europa attraversata come non mai da forti correnti egoistiche. Un Paese, insomma, che richiederebbe una politica responsabile con partiti orientati, tutti, a salvare l’Italia. In questo quadro, due anni fa, si è scatenata la pandemia, che ci ha trovati impreparati ed inizialmente scettici sul da farsi. 

Abbiamo pagato duramente e ci siamo resi conto di quanti disastri avevamo realizzato “giocando” a rimpiattino. Per fortuna c’è stato un certo risveglio che ci ha portato ai vaccini e a capire che la solidarietà fra paesi e cittadini è irrinunciabile. Presa di coscienza, soprattutto fra i paesi a più alto reddito, che esclude la parte di mondo più povera, ma che ha gli stessi diritti. Se non sarà così ci ritroveremo travolti dalla disperazione della povertà. In questo stato di grave emergenza, per nostra grande fortuna, abbiamo al Quirinale un grande presidente. Con mossa politicamente all’altezza ha coinvolto l’unica personalità che poteva esercitare il ruolo che all’Italia serviva. I partiti, nel vuoto pneumatico che li avvolge, non hanno che potuto fare buon viso e Mario Draghi ha preso su di sé la responsabilità di dare una svolta alle condizioni critiche del Paese, anche in vista della montagna di soldi che l’Europa si è resa disponibile a concederci a fronte di un cambiamento radicale del nostro paese. Cambiamento che solo una persona di grande prestigio e considerazione internazionale poteva garantire.

Purtroppo tutto questo accade in scadenza di mandato di Mattarella e a fine legislatura. Coincidenza esplosiva che rischia di mandare a monte tutto ciò che si è impostato perché il cambiamento riuscisse. Su questo punto il dibattito è iniziato da tempo. Ma più che dibattito somiglia sempre più a cicaleccio insensato che rischia di minare il lavoro del governo. La posizione di Mattarella è la più controversa e piena di agguati. Il Presidente in diverse occasioni ha esplicitato la volontà di evitare un secondo mandato. Ma, viene da pensare, che altro poteva dire con un quadro politico così frammentato e privo di visione. Un Pd che non ha avuto parole vicinanza, anzi non ne vuole parlare. Il mondo del cattolicesimo politico, tramite documenti varati in altrettante occasioni di confronto e che avrebbero dovuto, secondo il mio modesto pensiero, fare sentire la propria vicinanza, speranza e il proprio forte desiderio di una disponibilità a guardare questa prova con occhi più benevoli, si sono subito affrettati a ringraziamenti di ben servito. Altri, che “la democrazia ha le sue regole”. 

Anche lo stato di necessità e l’emergenza hanno le proprie regole. Regole che dovrebbero far guardare lontano chi invece ha sempre lo sguardo sulla punta del proprio naso e sugli interessi del proprio “giardinetto”. Questo punto cruciale (il Quirinale) trascina inevitabilmente con sé il capo del governo e tutta l’architettura politica che è alla base del rinnovamento del nostro Paese. Vogliamo fare sentire tutta la nostra solidarietà al nostro presidente per permettergli di prendere in serenità qualunque decisione? Noi speriamo in una riconferma! Quanto è amato e stimato nel Paese lo prova l’accoglienza che riceve nelle uscite pubbliche, l’ultima la “standing ovation” del teatro la Scala.

Sul panorama del cattolicesimo sentirei di dire che, proprio dalla sua prospettiva, sarebbe auspicabile evitare ulteriori passi che frammentino ancora di più il quadro politico. Mi chiedo perché piuttosto che insistere con la formazione di partiti identitari, che raccoglierebbero le briciole e che sarebbero granelli di sabbia fra gli ingranaggi del parlamento, non si spendano nella società civile e anche in partiti di riferimento per rigenerare quel senso di responsabilità utile affinché alcuni malcostumi, origine di grande ingiustizia sociale, finiscano. Mi permetto una provocazione di cui chiedo preventivamente scusa se percepita poco rispettosa del contributo che il cattolicesimo ha dato alla politica, in tempi non recenti.

Chiedo, perché le energie che si stanno investendo nel parlare di “centro” e di partito identitario – a questo proposito viene da chiedersi se Mons. Galantino è la voce di una certa gerarchia nostalgica di un tempo che lo stesso  Papa Francesco ha detto non essercene bisogno – non vengono indirizzate altrove? Per esempio progettando una incisiva campagna contro un “peccato” che costa alla nostra comunità nazionale più di 100 miliardi di euro l’anno: l’evasione fiscale. Una grande campagna etica e morale, questa sì, per sconfiggere povertà e rendere il Paese più civile. Andare di porta in porta, di parrocchia in parrocchia, a raccomandare di chiedere scontrini, fatture, di non pagare in nero, giacché pagare le tasse è un atto di amore per il prossimo oltre che etico. Che grande servizio al Paese!

Super green pass o pensione? Stiamo manifestando per il problema sbagliato.

Chi scamperà al Covid non scamperà alla vecchiaia. Le generazioni che in questo momento hanno 20-30 anni costituiranno una bomba sociale che esploderà al momento del loro pensionamento. È logico che debbano, già da ora, sforzarsi di costruirsi un portafoglio previdenziale. Occorre tener desta la riflessione su questa incombenza difficile e tuttavia ineliminabile.

Il “Super Green Pass” è senza dubbio la questione del momento, il problema più angosciante per chi non ha proprio voglia di vaccinarsi e per chi, fatte le prime due vaccinazioni contro il Covid-19, non vuole “osare” di più con il richiamo. Fra decine di fake news, che vanno dal grafene nei vaccini fino alla teoria sul dimezzamento della popolazione mondiale (che avrebbero fatto prima a non darlo, il vaccino …) i contagi non si fermano e decine di gruppi si stanno organizzando per manifestare, anche violentemente, contro un sistema politico e sanitario giudicato oppressore, che vuole obbligare, di fatto, i propri cittadini, ad un vaccino non risolutivo e deleterio per la salute: insomma, parliamo di un t.s.o. mondiale a cui simo tutti sottoposti. Eppure, c’è una malattia ancora più pericolosa che nessuno ha calcolato e che era già comparsa prima del Coronavirus e prima dei vaccini: la vecchiaia.

Contro questa si era trovato un rimedio grossolano ma tuttavia efficace: la pensione. Uno Stato, il cui Welfare State era tanto forte da poter retribuire i propri cittadini nell’ultima parte della loro vita con un decoroso assegno di mantenimento, aveva, di fatto, permesso ad intere generazioni di anziani un riparo contro la malattia, un andare incontro all’inesorabile fine in maniera dignitosa. Ora non più.

Con la tanto vituperata “riforma Fornero” le pensioni non sono state cancellate. Eppure, come il green pass accompagna calorosamente al vaccino, pur non essendo obbligatorio, la riforma delle pensioni di fatto elargirà una pensione così miserevole da necessitare il correr ai ripari con una forma di previdenza integrativa, versando noi stessi i nostri contributi, non verso l’Inps, piuttosto, verso una compagnia assicurativa, ente privato a cui lo Stato riconosce questo officio di utilità pubblica. Eppure, in Italia, i giovani che sono preparati a questo discorso sono assai pochi. Innanzitutto, perché non esiste, da noi, una cultura liberista, che porti a riflettere sulla necessità di contribuire direttamente alla nostra sussistenza, senza l’onnipresente apporto dello Stato. Noi siamo abituati allo Stato “mettiti la maglia di lana che fa freddo”, che si curava dei suoi sudditi dalla culla alla bara. La previdenza complementare (pensione privata), disciplinata dal D.lgs. 5 dicembre 2005 n. 252, rappresenta il secondo pilastro del sistema pensionistico. Il suo scopo è quello di integrare la previdenza di base obbligatoria, o di primo pilastro, la pensione statale. Ha come obiettivo quello di concorrere ad assicurare al lavoratore, per il futuro, un livello adeguato di tutela pensionistica, insieme alle prestazioni garantite dal sistema pubblico di base, sempre più carenti e lacunose. Oltre a una mancanza di mentalità tale da voler riflettere su questi temi, le nuove generazioni non hanno contratti di lavoro e stipendi così forti da potersi permettere di “pagarsi” la pensione. 

La previdenza complementare è basata su un sistema di forme pensionistiche (fondi di categoria, fondi assicurativi, etc.) incaricate di raccogliere il risparmio previdenziale mediante il quale, al termine della vita lavorativa, si potrà beneficiare di una pensione integrativa.

Al raggiungimento dell’età pensionabile il lavoratore raccoglie quanto versato nella polizza di previdenza complementare: la compagnia gli riconosce: o tutto quanto versato in un’unica soluzione inclusi gli interessi, oppure un assegno annuale/mensile a vita che può anche superare quanto versato dal lavoratore.

Essendo le pensioni contributive contemporanee non adeguate all’aspettativa di vita media futura (media 850 euro per 40 anni di contributi per un lavoratore operaio), nel costruire la sua pensione privata il lavoratore deve calcolare alcune variabili che poteva vantare al momento dello stipendio e che vengono a mancare con la pensione, incluse le esigenze medico-farmaceutiche che si andranno a creare con l’avanzare dell’età. Nella costruzione di una pensione futura, il lavoratore o la lavoratrice devono calcolare: una somma media mensile da destinare alla spesa alimentare (ad esempio 150,00 euro al mese) e una per le utenze (ad esempio, 200,00 euro di “spese parte padronale”) che includono le spese di casa in generale. Questo, nel caso in cui la persona possa vantare una casa di proprietà, mettendosi al riparo da ulteriori preoccupazioni. In questo esempio, dovrà costruirsi una pensione integrativa di 350,00 euro, che andrà a coprire il cibo e le spese vive di quando sarà anziano/a, potendo utilizzare la “pensione statale” per tutte le altre incombenze come, ad esempio, le medicine, i guasti domestici, o un badante. 

Strumenti per la costruzione della previdenza integrativa sono: il trattamento di fine rapporto (Tfr) e la contribuzione volontaria. Calcolando un versamento annuale di euro 840,00 euro, pari a 70,00 euro mensili, per anni 40, si avrà un cumulo finale di circa 33.600 euro che con gli interessi andranno probabilmente a sfiorare i 40.000 euro. Si richiederà al fondo assicurativo di versare la somma in un premio annuale o mensile, oppure in un’unica soluzione. L’ideale sarebbe quello di versare non 70,00 euro, ma 500,00 euro al mese: ma chi ha la forza economica per poterselo permettere? Le generazioni che in questo momento hanno 20-30 anni costituiranno una bomba sociale che esploderà al momento del loro pensionamento. Chi li sfamerà? È logico che devono, già da ora, sforzarsi per costruirsi un portafoglio previdenziale. Allo stipendio, un lavoratore deve decurtare la spesa dell’affitto o del mutuo, le utenze, gli abbonamenti al telefono e a internet, le spese della macchina, o del motorino, il cibo, nonché preoccuparsi di mettere da parte una somma mensile per la costituzione di un fondo di emergenza per le “varie ed eventuali”. Vien da sé che soltanto uno stipendio di oltre duemila euro potrebbe sopportare la decurtazione mensile necessaria per costituire, in un arco di tempo non inferiore ai quarant’anni, una pensione privata minimamente decorosa. Si dirà che queste righe servono solo ad aggiungere preoccupazioni per le menti di giovani già preoccupate. Tutt’altro: non lo sono abbastanza. Queste righe servono a creare la pre-occupazione necessaria a una vera riflessione su quali siano le priorità che le persone, soprattutto le più giovani, dovrebbero avere in questo momento. Chi scamperà al Covid non scamperà alla vecchiaia. Questa, senza una situazione economica che consenta l’autonomia personale, sarà dolorosa, triste e greve. Il punto, quindi, non è “se moriamo” (a causa di…) ma piuttosto: se per disgrazia campiamo.

Mattarella strappa l’applauso. Il Paese si riconosce in lui, meriterebbe di essere rieletto.

Standing ovation al Teatro alla Scala di Milano allorché il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è affacciato al palco reale da dove si accingeva a seguire la Prima di Macbeth. Il pubblico presente in sala gli ha tributato sei minuti di applausi. In aggiunta, dalla platea si è levato più di un “Bis” rivolto al Capo dello Stato. Successivamente il direttore musicale del Teatro alla Scala, Riccardo Chailly, ha diretto l’inno di Mameli e immediatamente dopo si è alzato il sipario per dare inizio all’opera. 

Non saranno gli applausi della Scala a modificare l’atteggiamento di Mattarella. L’uomo appartiene all’universo della sicilianità orgogliosa e risoluta, in parte mitigata dall’educazione ricevuta da ragazzo, a Roma, all’Istituto San Leone Magno diretto dai Padri gesuiti, un tempo sulla Nomentana. Il suo pensiero è chiaro, la sua volontà ancora più chiara: dopo sette anni il Presidente della Repubblica non deve aspirare alla rielezione e quindi, in vista della scadenza, urge che si accinga ai preparativi del trasloco. Ha fatto anche sapere di un appartamento già preso in affitto, così da evitare l’ansia di frettolose incombenze dell’ultimo minuto.  

Questo sul piano personale, come cifra di moralità che permea la coscienza di un cattolico con indubbio senso dello Stato; poi c’è la politica, un certo culto del diritto, la conoscenza dei Palazzi e quindi del potere, con le sue insidie, spesso occulte. C’è l’istintiva riluttanza a subire l’onta di compromessi poco nobili, per contrattare all’occorrenza la rielezione a termine, con l’idea di legare il mandato presidenziale a una scadenza comandata da future convenienze. Di chi, si vedrà. No, chiedere questo a Mattarella sfiora l’offesa, anzi la contempla e la propone spudoratamente.

Ora, se la platea milanese del tempio della musica, alla prima del Macbeth, si alza in piedi e applaude, non è per nulla un fatto secondario o, per così dire, incidentale. Non è fortuito che lasci risuonare un “bis” semplice e inequivocabile. Mattarella ha conquistato la fiducia di un Paese che pure viene dal contagio di un populismo abbarbicato alla rabbia antipolitica. Rappresenta la controspinta della nazione che ripudia la propaganda e la rassegnazione, vuole riprendere dimestichezza con un potere misurato ed efficace, spera di partecipare alla bella risalita dopo la caduta nel tormento sociale e sanitario della pandemia. Attorno al Presidente della Repubblica si respira l’aria pulita di un’Italia volenterosa, pronta a rimboccarsi le mani, a fare squadra.

Per questo occorre ringraziare Mattarella. È stato fedele a una missione che ha significato, innanzitutto, la custodia e la promozione dei valori della Carta costituzionale. Meriterebbe di essere rieletto…lui malgré.               

 

Ha deluso l’attuale bipolarismo. Al centro convergono in molti, anche troppi. Chi tirerà le fila? L’opinione di Provinciali.

Se l’obiettivo non è il potere ma il radicamento territoriale, l’ispirazione ideale, la difesa di valori a rischio di estinzione, il “corto raggio” e la filiera politica del fiduciariato locale potrebbero concorrere a rivitalizzare il Paese, metodo peraltro indicato dal recente Rapporto Censis.

Numerosi e sempre interessanti gli articoli ospitati su Il Domani d’Italia in tema di impegno politico dei cattolici. Motu proprio o tirati per la giacca dalle sollecitazioni delle gerarchie della Chiesa (ultima quella di Mons. Galantino ma non  dimentichiamo quelle dei Card. Bagnasco e Ruini, per fermarsi all’ieri o all’altro ieri), molti si esprimono con una pluralità di idee e valutazioni che significano fermento, ricchezza culturale, desiderio latente, legittima consapevolezza di un bisogno che sta nei cassetti della storia o nelle corde delle analisi politiche e sociali del ns. tempo. Trovo che queste considerazioni abbiano il pregio della coerenza dei valori che non ci sono più e di quelli che dovrebbero sostituire il caravanserraglio della partitocrazia nazionale, con una spinta che nasca dal basso, dai bisogni della gente, della partecipazione popolare per troppo tempo conculcata. 

In un Paese in cui si votano parlamentari già designati dai proprietari dei partiti – coloro che mettono nome e ipoteca sui simboli elettorali – dove l’astensionismo si avvia a superare i voti espressi, la riduzione di deputati e senatori, voluta da un referendum improvvido e demagogico, legittimerà il passaggio dalla democrazia virtuale alla oligarchia sostanziale. Basta osservare le manovre in atto a Montecitorio e a Palazzo Madama per capacitarsi del fatto che ogni congettura sul prossimo inquilino del Quirinale sottende l’implicito non detto: “esserci”, “restare”, “trovare uno spazio” per sopravvivere alla falcidie del taglio prossimo venturo. 

Ad essere realisti, osservando la mappa attuale degli schieramenti, lo sparigliamento dei gruppi specie al centro – da sempre determinante per alleanze, bilanciamenti e quorum necessari – potrebbe scoraggiare il più audace teorico di una nuova rappresentanza politica identitaria del cattolicesimo social-liberale: il rassemblement che si va configurando per fare spazio ad un tertium genus politico è luogo di incroci, provenienze e identità diverse, convergenze ispirate da temperante moderazione. Si tratta di un centro che è già affollato e lo sarà ancora di più: tutti si stanno muovendo in questa direzione, c’è dunque spazio tra gli opposti populismi di destra e sinistra. 

Con una rappresentanza parlamentare ridotta, compressa ed eterodiretta dalle segreterie dei partiti, il centro sopravvive se si ricompatta: poco importa se questo avviene per una spinta alla sopravvivenza autoreferenziale, si smussano gli angoli, si attenuano gli attriti, si persegue l’istinto federatore. I dettagli che dividevano ora potrebbero unire. L’esistente è già ampiamente debordante rispetto alle potenzialità ricettive degli scranni parlamentari: basta osservare la variegata presenza, ufficiale o occultata dentro partiti più consistenti, per rendersi conto di quanti inquilini attuali vogliano rinnovare il contratto di locazione. Udc, Coraggio Italia, Italia viva, Azione e +Europa, Maie-PSI-Facciamo Eco, Minoranze linguistiche, gruppo misto, Centro democratico, Noi con l’Italia, Rinascimento-Usei,-Adc, Alternativa, Democrazia Cristiana, senza contare deputati e senatori non iscritti ad alcun gruppo ma in attesa di più sicura collocazione. 

Si aggiungano aggregazioni attualmente non rappresentate ma foriere di nuove adesioni – come ‘Noi del centro’ di Mastella, a cui guardano futuri adepti (ma lui che si dichiara copernicano, cioè inclusivo, non accetterebbe ad esempio Calenda definito tolemaico) in un rimescolamento dove conteranno più i numeri delle idee. C’è poi chi spinge per convergere nelle aggregazioni che si compongono per accorpamenti scissioni e fissioni: molti guardano con interesse ad iniziative come Base Italia di Marco Bentivogli, ex FLM Cisl, ad Insieme o all’Associazione dei popolari, mentre si affacciano nuovi o vecchi coaguli, come Cambiamo, Idea, il Popolo della famiglia, i Popolari di Giovanardi, il CDU di Mario Tassone. Il fermento è notevole, segno di vitalità e coraggio, fedeltà ai valori tramandati dagli esempi del passato. Ma con questo sistema elettorale si resta o si entra solo se ci si unisce: la storia parlamentare dal Risorgimento ai giorni nostri insegna che “navigare necesse est”, una volta dentro, poi, il rimescolamento di carte e appartenenze è assoggettato a variabili empiriche imprevedibili e altrimenti spiegabili.

Ora io credo che chi convintamente si esprime in questa effervescente fucina di idee che sono i magazine di ispirazione cattolica – e tra questi “Il Domani d’Italia” catalizza interventi autorevoli – sia animato da sentimenti onesti e da intendimenti coerenti con il passato: ricorrono i nomi di Sturzo, De Gasperi, La Pira, Dossetti, Moro, Donat Cattin, Zaccagnini, Martinazzoli e mi scuso per le omissioni non volute per ragioni di spazio. Credo inoltre che chi scrive mettendoci la faccia tenga conto delle sollecitazioni della Chiesa ad una presenza politica incisiva, ispirata ai valori del Vangelo, al fondamento cristiano e cattolico delle idee, pur nel grande contenitore della laicità dello Stato, un ‘valore’, una ‘conquista’ di cui la Chiesa stessa ha preso atto. Personalmente, genovese di nascita e di formazione politica, debbo a Paolo Emilio Taviani questo rigoroso insegnamento che è la base fondativa di un partito che guardi alla società civile e plurale. 

La percezione prevalente – tuttavia – è che le redini del gioco saranno tenute dai politici attuali, coloro che siedono in Parlamento, molti di lungo corso, altri dotati di raffinata lungimiranza tattica, specie al centro del centro parlamentare, sostenendo il metodo e la rotta intrapresi da Mario Draghi. Scrivere a lungo su teoremi ipotetici in cantiere non costa nulla, ma temo possa essere alla fin fine ininfluente. Come al solito prevarranno la scelta dei capi carismatici e il saltare alla svelta sul carro vincente, perché in fondo si tratta anche di risveglio preelettorale.

Solo un sistema proporzionale puro potrebbe anche in un Parlamento ridotto, consentire di aspirare ad una pur minima rappresentanza. Ma se l’obiettivo non è il potere ma il radicamento territoriale, l’ispirazione ideale, la difesa di valori a rischio di estinzione, il “corto raggio” e la filiera politica del fiduciariato locale potrebbero concorrere a rivitalizzare il Paese, metodo peraltro indicato dal recente Rapporto Censis, e con esso anche la presenza del cattolicesimo sociale innervato nei gangli e nei cenacoli dell’associazionismo che sopravvive alle derive di omologazione di basso profilo culturale.

50 anni del Nobel, poi “Delitto Neruda”: l’autore Roberto Ippolito racconta tutta la storia a Dottor Libro.

Giovedì 9 dicembre alle 18.00 nella ricorrenza della consegna del Premio, evento all’Ospedale Israelitico all’Isola Tiberina a Roma per la rassegna dedicata ai pazienti e ai sanitari. L’organizzazione dona ai ricoverati covid un grande numero di copie.

È il poeta dell’amore, dell’impegno civile e della vita, amato nel mondo intero. Esattamente cinquanta anni fa il cileno Pablo Neruda ricevette il premio Nobel per la letteratura. L’avvenimento viene celebrato e rievocato insieme alla tragica morte nemmeno due anni dopo. È Roberto Ippolito, autore di “Delitto Neruda”, pubblicato da Chiarelettere, a raccontare tutta la storia giovedì 9 dicembre 2021 alle 18.00 in coincidenza con la ricorrenza all’Ospedale Israelitico all’Isola Tiberina a Roma con l’organizzazione di Dottor Libro, gli appuntamenti letterari dedicati a pazienti, familiari, medici e personale sanitario e aperti a tutti promossi nelle strutture sanitarie da Claudio Madau.

Per l’occasione Dottor Libro dona ai ricoverati covid dell’ospedale un grande numero di copie di “Delitto Neruda”, il libro che con vaste ricerche internazionali smentisce la versione ufficiale della morte per il cancro alla prostata. “Il poeta Premio Nobel ucciso dal golpe di Pinochet” si legge sulla copertina.

L’incontro, in presenza con i limiti dell’attuale situazione sanitaria, è realizzato in collaborazione con il Festival Mondo Eco che lo trasmette sui propri canali social, così come fanno “Dottor Libro” e l’Ospedale Israelitico.

Il Nobel, consegnato a Stoccolma il 10 dicembre 1971, suggellò la luminosa carriera culturale di Neruda, consacrato senza confini a soli vent’anni con “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, pubblicato nel 1924.  Dal “Canto generale” alle “Odi elementari”, Neruda è “uomo fra gli uomini” come disse l’ispanista e traduttore Giuseppe Bellini. Un uomo legato alla sua terra, che inneggia all’America Latina, con forti passioni, battagliero politicamente. “Una specie di re Mida che trasformava in poesia tutto quello che toccava” lo definì Gabriel García Márquez, a sua volta poi vincitore del Nobel nel 1982.

Roberto Ippolito ricorda tutto questo, mettendo in evidenza con “Delitto Neruda” come i suoi versi siano finiti nel mirino del regime autoritario che ha sconvolto il Cile. Con l’instaurazione della dittatura militare di Augusto Pinochet, in Cile l’11 settembre 1973, finisce un sogno. Le case di Pablo Neruda devastate, i suoi libri incendiati nei falò per le strade. Ovunque terrore e morte. Anche la poesia è considerata sovversiva. A dodici giorni dal golpe che depone l’amico Salvador Allende, Neruda muore nella Clinica Santa María di Santiago. La stessa in cui, anni dopo, morirà avvelenato anche l’ex presidente Frei Montalva, oppositore del regime. Il decesso di Neruda avviene alla vigilia della sua partenza per il Messico, ufficialmente per il cancro. Ma la cartella clinica è scomparsa, manca l’autopsia, il certificato di morte è sicuramente falso.

Ippolito ha raccolto le prove sostenibili, gli indizi e il movente della fine non naturale di Neruda, sulla scorta dell’inchiesta giudiziaria volta ad accertare l’ipotesi di omicidio, e per questo contrastata in ogni modo da nostalgici e negazionisti. Per la sua drammatica ricostruzione, l’autore si è avvalso di una vasta documentazione proveniente dalle fonti più disparate: archivi, perizie scientifiche, testimonianze, giornali cartacei e on-line, radio, televisioni, blog, libri, in Cile, Spagna, Brasile, Messico, Perù, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Italia.

“Delitto Neruda” è scritto con il rigore dell’inchiesta e lo stile di un thriller mozzafiato. Protagonista, una figura simbolo della lotta per la libertà, non solo in Cile, vittima al pari di García Lorca, suo grande amico e illustre poeta, ucciso dal regime franchista. “Il mondo deve sapere la verità sulla morte di mio zio Pablo” afferma Rodolfo Reyes, nipote di Pablo Neruda e rappresentante legale dei familiari.

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La proprietà privata è solo un diritto secondario. I beni comuni negli Atti degli Apostoli e in “Fratelli tutti”. Approfondimento dell’Osservatore Romano.

Riproduciamo per gentile concessione l’articolo che appare nell’edizione del 6 dicembre del giornale ufficioso della Santa Sede. Gli esseni – scrive l’autore – che vivevano nella comunità di Qumran rinunciavano al diritto di proprietà privata e stabilivano un fondo comune e, così facendo, tutti i membri ricevevano la stessa somma per soddisfare i propri bisogni. Nel caso della comunità ecclesiale cristiana, l’equazione della destinazione comune dei beni seguiva una logica diversa. Gli apostoli raccomandavano di condividere su base volontaria i propri averi, non di abolire il diritto di proprietà.

Marcello Figueroa 

Nella parte «Le pandemie e altri flagelli della storia» dell’enciclica Fratelli tutti, al numero 36 leggiamo: «Se non riusciamo a recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni, l’illusione globale che ci inganna crollerà rovinosamente e lascerà molti in preda alla nausea e al vuoto. Inoltre, non si dovrebbe ingenuamente ignorare che «l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca». Il “si salvi chi può” si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia».

Dopo l’evento della Pentecoste, che segnò l’inizio della Chiesa come comunità di battezzati dallo Spirito Santo, che proclamava il Vangelo di Cristo e conviveva secondo i principi del Padre amorevole, i progressi furono asimmetrici. Da un lato nei primi anni il numero dei credenti aumentò in modo esponenziale, mentre dall’altro l’ordinamento sociale ed economico alternò progressi a battute d’arresto. Si dovette esercitare la pazienza per soddisfare le necessità di tanti bisognosi, molti dei quali erano convertiti, specialmente tre le vedove e gli emarginati. Da un punto di vista meramente correlativo, dobbiamo attendere fino al capitolo sesto del libro degli Atti degli Apostoli per trovare un ordine diaconale in grado di porre rimedio a questa asimmetria che sfiorava la discriminazione e il pregiudizio.

Ai nostri tempi, dopo l’enorme impatto del covid-19, che si è propagato in maniera esponenziale in tutto il mondo, anche le disuguaglianze sociali e le asimmetrie economiche sono apparse più evidenti, soprattutto nei confronti dei vulnerabili. Una volta superata la pandemia, non dobbiamo sperare di riuscire a creare in poco tempo economie e società giuste e sostenibili. Lo Spirito ci può tuttavia aiutare con il frutto della pazienza a mettere in moto processi positivi e ad attendere che si sviluppino. Nel frattempo dobbiamo cercare di ricostruire una società economicamente più equilibrata, rinnovare i valori della solidarietà e ristabilire vincoli d’interconnessione rispetto ai beni del pianeta. Dobbiamo aderire al principio della destinazione comune dei beni e in tal modo costruire — con i frutti dello Spirito Santo, la sovranità di Cristo, la benedizione del Padre e l’insegnamento apostolico della Chiesa primitiva — una nuova generosità in un mondo che è per tutti.

Facendo nuovamente riferimento a Fratelli tutti, al numero 120 Papa Francesco afferma: «Di nuovo faccio mie e propongo a tutti alcune parole di san Giovanni Paolo II , la cui forza non è stata forse compresa: “Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno”». In questa ottica ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale, è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, “non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione”, come affermava san Paolo VI . Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica».

In tal senso il libro degli Atti degli Apostoli viene nuovamente in nostro aiuto. Dal secondo al quinto capitolo del secondo libro di san Luca troviamo alcuni paragrafi eloquenti. Si tratta di tre riassunti narrativi che, a mo’ di separatori tematici, ci danno indicazioni precise su come si svolgeva la vita all’interno della comunità cristiana che viveva con pazienza la comunione eucaristica e la destinazione comune dei beni. Il testo biblico ci dice che: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (Atti degli Apostoli, 2, 44-46). Sulla stessa linea, il secondo separatore tematico del libro testimonia che «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (ibidem, 4, 32-35).

Per quanto riguarda l’accompagnamento testimoniale dello Spirito Santo dinanzi a tali esperienze comunitarie, il racconto lucano nel terzo riassunto ci dice che «molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti» (Atti degli Apostoli, 5, 12-16).

Gli esseni che vivevano nella comunità di Qumran rinunciavano al diritto di proprietà privata e stabilivano un fondo comune e, così facendo, tutti i membri ricevevano la stessa somma per soddisfare i propri bisogni. Nel caso della comunità ecclesiale cristiana, l’equazione della destinazione comune dei beni seguiva una logica diversa. Gli apostoli raccomandavano di condividere su base volontaria i propri averi, non di abolire il diritto di proprietà. In tal modo si cercava, come frutto della pazienza, della carità e della giustizia, di rafforzare l’unità e l’armonia nella comunità di fede.

I cristiani praticavano l’uso comune dei loro averi e non la comproprietà. In tal modo persino l’ombra degli apostoli che la luce del Vangelo proiettava sul loro pellegrinare risanava al loro passaggio le disuguaglianze, gli squilibri e le ingiustizie di una società che apparteneva a un altro regno. Quanto noi oggi dobbiamo comprendere e apprendere da loro, specialmente in questi tempi di pandemia e di post-pandemia mondiale!

 

Il Pd ha grandi responsabilità di fronte al Paese, non può rifugiarsi nella logica del tatticismo e del temporeggiamento.

La candidatura di Conte, sfiorita in poche ore, fornisce lo spunto per riflettere sul modo di agire del Pd. La linea politica appare incerta, se non contraddittoria. Tutto questo pesa sulla vicenda del Quirinale.

Le interpretazioni possono essere molte, anche sofisticate, ma la vicenda riguardante la candidatura di Conte nel collegio di Roma Centro pesa come un macigno sulla bontà e la coerenza della politica delle alleanze portata avanti dal Pd. Anzi pesa, a rigore, sulla politica tout court della segreteria Letta. Quel che resta dopo la rapida conclusione degli eventi, con gli avversari a gongolare per il ritiro del candidato in pectore, è un deficit di padronanza. Conte ha reagito con il solito sussiego, pur celando a fatica il fastidio per un’operazione che nelle forme ricorda il fallimento della mediazione sul ddl Zan: stessa sbrigatività nel gesto e nell’esito. 

Dunque, che cosa accade al Nazareno? È una domanda che merita una riflessione, dentro e fuori le mura del partito.

Se si vuole costruire un’alleanza larga, giocando sull’idea di un Ulivo tutto nuovo, bisogna allora cominciare da un limpido processo dì coinvolgimento, senza pregiudiziali, per dare respiro alla manovra. Gli interlocutori non si individuano a priori, né si scelgono sulla base delle convenienze: in realtà sono quelli che occupano, con la loro autonomia, uno spazio largo abbastanza perchè non sembri all’occorrenza una finzione. Invece la proposta, così come viene normalmente intercettata dalla pubblica opinione, consiste in un amalgama di persistente debolezza ed equivocità, limitandosi a prefigurare la mescola vagheggiata degli elettorati di Pd e 5 Stelle.

Suscita anche perplessità la tendenza a sperimentare sottobanco l’alleanza con Forza Italia, o meglio con gruppi di potere locale che guardano al dopo Berlusconi, puntando a sostituire i Renzi e i Calenda, e nondimeno i riformisti del Pd, nella rappresentanza dell’area più centrale dell’elettorato. Il fenomeno ha preso corpo nelle ultime settimane e impatta, qui e là, sulle imminenti elezioni provinciali. Non si capisce se Letta ignori o faccia finta d’ignorare l’insorgere di questo trasformismo molecolare, a lento rilascio, che sprigiona tossine pericolose per la democrazia. Non dice nulla l’abnorme crescita dell’astensionismo?                     

Tutto questo s’intreccia con l’appuntamento più complicato, quello che riguarda la scelta del nuovo Presidente della Repubblica. È vero, la partita si apre formalmente a gennaio; adesso, ad aprirla, si rischierebbe un contraccolpo sulla legge di bilancio, vista anche l’improvvida rottura di Cgil e Uil sulla manovra finanziaria; tuttavia, come si sa, la partita è in pieno svolgimento. E come giocarla? Fa bene il Pd a voltare le spalle alla ridda delle candidature, ma farebbe altrettanto bene a dichiarare l’inamovibilità di Draghi da Palazzo Chigi. Ecco, questo trincerarsi dietro un giusto riserbo, non garantisce tuttavia il necessario raffreddamento delle spinte più infuocate. In sostanza, il Pd dovrebbe anteporre la stabilità – vale a dire la stabilità di governo – a qualsiasi altro obiettivo politico.

Letta, in conclusione, non può continuare a traccheggiare.

La Cisl? Sbarra…la strada allo sciopero generale. Stupore del governo per la scelta “incomprensibile” di Cgil e Uil. 

Cgil e Uil proclamano lo sciopero generale di 8 ore per il prossimo 16 dicembre, con manifestazione nazionale a Roma e con il contemporaneo svolgimento di analoghe e interconnesse iniziative interregionali in altre 4 città. La Cisl si dissocia per bocca del Segretario generale, Luigi Sbarra,  mettendo in risalto l’azione “responsabile e costruttiva” del sindacato, con esiti favorevoli per i lavoratori a seguito di forti e serie trattative portate avanti in queste settimane. 

Draghi non se l’aspettava. C’è anche il sospetto che alcuni settori sindacali, contigui alla sinistra più barricadiera e meno responsabile, vogliano forzare la mano nell’ottica di una radicalizzazione della lotta e quindi di una inevitabile rottura del precario equilibrio di governo, spingendo verso le elezioni anticipate. Sta di fatto che la decisione appare francamente sproporzionata, se non ingiustificata.

Venerdì scorso, la Cgil, e ieri sera, la Uil, hanno riunito i propri organismi statutari per una valutazione sulla manovra economica varata dal Governo.  “Pur apprezzando lo sforzo e l’impegno del premier Draghi e del suo esecutivo – spiegano i sindacati – la manovra è stata considerata insoddisfacente da entrambe le organizzazioni sindacali, in particolare sul fronte del fisco, delle pensioni, della scuola, delle politiche industriali e del contrasto alle delocalizzazioni, del contrasto alla precarietà del lavoro soprattutto dei giovani e delle donne, della non autosufficienza, tanto più alla luce delle risorse, disponibili in questa fase, che avrebbero consentito una più efficace redistribuzione della ricchezza, per ridurre le diseguaglianze e per generare uno sviluppo equilibrato e strutturale e un’occupazione stabile”.  

Pertanto, avendo ricevuto dai propri rispettivi organismi il mandato pieno a dare continuità alla mobilitazione, le due segreterie confederali nazionali hanno proclamato lo sciopero.

I segretari generali di Cgil e Uil, Maurizio Landini e PierPaolo Bombardieri, interverranno dalla manifestazione di Roma, che si svolgerà a Piazza del Popolo.

Oggi, alle ore 17,30, presso l’Hotel Londra in Piazza Sallustio a Roma, i segretari generali di Cgil e Uil terranno una conferenza stampa per illustrare le ragioni e le modalità dello sciopero.

Invece la Cisl, sempre oggi, riunirà la segreteria per compiere una valutazione sulla decisione delle altre sigle sindacali. A riguardo, il sindacato ha diffuso una nota del segretario Luigi Sbarra: “La Cisl considera sbagliato ricorrere allo sciopero generale e radicalizzare il conflitto in un momento tanto delicato per il Paese, ancora impegnato ad affrontare una pandemia che non molla la presa e teso a consolidare i segnali positivi di una ripresa economica e produttiva che necessita di uno sforzo comune per essere resa strutturale. Tanto più considerati i rilevanti passi avanti fatti nell’ultimo mese sui contenuti della legge di bilancio”.

Secondo Sbarra ci sono stati “risultati che valutiamo in modo positivo e che garantiscono avanzamenti su riduzione delle tasse ai lavoratori e pensionati, risorse per gli ammortizzatori sociali e contratti di espansione, maggiori stanziamenti per la sanità, importanti risorse per non autosufficienza, pubblico impiego, assegno unico per i figli, uniti all’impegno forte assunto dal Governo di aprire al più presto un confronto con il sindacato sulle rigidità della Legge Fornero e di accelerare la riforma fiscale”.

Inoltre, a giudizio del Segretario generale della Cisl, “la manovra di oggi è molto diversa e migliore di quella di un mese fa: merito di una mobilitazione sindacale intransigente, responsabile e costruttiva, che ha puntato a riallacciare i fili dell’interlocuzione senza conflitti sterili”.

“I risultati sono arrivati – sottolinea – sulla via del dialogo e del confronto e su questa via la Cisl intende proseguire, in una fase decisiva per il futuro del nostro Paese, rinsaldando il dialogo sociale per ottenere nuovi avanzamenti e continuando ad esercitare pressione sul Parlamento  per migliorare ulteriormente la Manovra e la politica di sviluppo  su lavoro e pensioni, politiche industriali e scuola, sostegno al reddito e caro-bollette, per assicurare nuove e maggiori opportunità ai nostri giovani”.

“Per arrivare a traguardi concreti e duraturi – ha concluso il leader Cisl – non serve incendiare lo scontro in modo generalizzato: rischiamo di spezzare i rapporti sociali e industriali trasformando i luoghi di lavoro in campi di battaglia. Quello che serve oggi è l’esatto opposto: coesione, responsabilità e partecipazione sociale”.

In ultimo, da Palazzo Chigi filtra lo stupore per l’iniziativa di Cgil e Uil. Fonti della Presidenza del Consiglio fanno presente che la manovra è fortemente espansiva, sicché lo sciopero non appare comprensibile. È una manovra – aggiungono le stesse fonti – che traghetta il Paese verso la ripresa e sostiene famiglie, lavoratori e pensionati.

 

Centro e federazione, ecco come nasce una “Margherita 2.0”. Merlo risponde a Bonalberti.

Il messaggio emerso dal Brancaccio è quello di unire i vari riformismi delusi dal massimalismo della sinistra e dal populismo dei 5 stelle da un lato e dal sovranismo di alcuni settori della destra dall’altra. E unire i vari riformismi significa, appunto, dar vita ad una “federazione” – una sorta di “Margherita 2.0” – capace di ricostruire realmente quel “centro” attraverso un partito organizzato, espressivo di interessi sociali e profondamente radicato nel territorio.

Innanzitutto va dato atto al mio grande amico Ettore Bonalberti – di radice politica e culturale ‘forzanovista’ come il sottoscritto, cioè quella sinistra sociale democristiana guidata dal nostro antico maestro Carlo Donat-Cattin – di avanzare sempre riflessioni ispirate alla correttezza, alla trasparenza e alla grande passionalità che da sempre lo caratterizza. Lo ricordo perchè è un atteggiamento non comune anche fra i vecchi democristiani o meno vecchi democratici cristiani. Quello di Bonalberti è un atteggiamento, invece, proiettato sempre in avanti. Cioè non si limita a contemplare l’esistente o ad essere catturato dalla regressione nostalgica o passatista.

Detto questo, veniamo al merito. Sabato si è svolta a Roma una importante ed interessante iniziativa promossa dall’amico Clemente Mastella al Teatro Brancaccio e da molti altri amici di quasi tutte le regioni italiane con centinaia e centinaia di persone con due grandi obiettivi politici: innanzitutto rideclinare, concretamente, nel nostro paese le ragioni di una “politica di centro” che in questi ultimi anni è stata sacrificata sull’altare del populismo grillino. Perchè a forza di rincorrere un partito che ha fatto dell’antipolitica, della demagogia, del populismo, dell’antiparlamentarismo, del giustizialismo manettaro e della liquidazione di tutte le culture politiche – salvo, poi, con l’arrivo del simpatico Conte innescare una misteriosa ‘conversione’ collettiva, improvvisa e alternativa a quello che hanno scritto, urlato, sbraitato e giurato in tutte le piazze italiane – si rischia di scimmiottare quel comportamento e quella prassi politica e, mi permetto di aggiungere, sub culturale. E, per declinare una vera ed autentica ‘politica di centro’, è altresì necessario mettere in campo una organizzazione politica reale. Cioè non virtuale o dopolavoristica come abbiamo assistito in questi ultimi anni. Tentativi tutti nobili ma politicamente inconsistenti ed elettoralmente fallimentari.

In secondo luogo il messaggio emerso dal Brancaccio, almeno a mio parere, è quello di unire i vari riformismi delusi dal massimalismo della sinistra e dal populismo dei 5 stelle da un lato – uniti in una alleanza “storica e organica” come direbbero Zingaretti e Bettini – e dal sovranismo di alcuni settori della destra dall’altra. E unire i vari riformismi significa, appunto, dar vita ad una “federazione” – che noi abbiamo definito, per rendere meglio l’idea, una sorta di “Margherita 2.0” – capace di ricostruire realmente quel “centro” attraverso un partito organizzato, espressivo di interessi sociali e profondamente radicato nel territorio che adesso è addirittura invocato, evocato ed auspicato dai suoi maggiori e storici detrattori. Verrebbe da dire, quando tramontano le mode, ritornano i “fondamentali”.

Dopodiché, si chiede correttamente Ettore nel suo bell’articolo su queste colonne, non si potrebbe prima “ricomporre tutta la vasta e articolata area cattolico sociale, democratico e popolare”? Domande giusta e anche legittima, dal punto di vista di Ettore perchè lui ci ha sempre creduto e si è sempre battuto disinteressatamente per raggiungere questo obiettivo. Purtroppo questo tentativo è stato perseguito per svariati lustri e non è riuscito a fare passi in avanti significativi. Ma questa volta, forse, siamo giunti ad una svolta. Non solo per fermarsi a ricomporre quest’area in chiave esclusivamente testimoniale ma per portare, con altri, un contributo decisivo che faccia di questo filone culturale – o almeno per chi ci sta, come ovvio e scontato – un asset qualificante del nuovo e futuro soggetto federativo. Insomma, se c’è la volontà di difendere un patrimonio culturale e politico che non sia svenduto per un piatto di lenticchie con il populismo giustizialista dei grillini o con il sovranismo di alcuni settori della destra, forse si può centrare l’obiettivo. È solo una questione di volontà e di guardare in avanti, come ci dice giustamente anche Ettore.

Nato vs Russia. Biden a Putin: “Dobbiamo parlare”. Il commento dell’ISPI.

Oggi i leader di USA e Russia terranno un vertice virtuale. Gli americani denunciano le manovre militari russe al confine con l’Ucraina, e ne temono un’imminente invasione.

Eleonora Tafuro Ambrosetti

Il presidente statunitense Joe Biden e quello russo Vladimir Putin si incontreranno virtualmente [oggi] martedì 7 dicembre. La notizia del vertice è stata confermata sia dalla Casa Bianca che dal Cremlino. I due leader discuteranno di quanto sta accadendo a ridosso del confine ucraino, dove – stando ad alcuni rapporti dell’intelligence USA – si starebbero ammassando fino a 175mila soldati russe. Gli Stati Uniti temono che la Russia possa presto invadere l’Ucraina e minacciano sanzioni. La replica del Cremlino: “Abbiamo il diritto di muovere le truppe all’interno del nostro territorio”. Mosca avrebbe negato di pianificare un attacco all’Ucraina ma il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha parlato delle necessità della Russia di difendere la propria sicurezza e la propria sovranità, invitando l’Occidente a interrompere l’espansione verso est della NATO. Un progetto a cui Kiev, invece, non vuole rinunciare. Gli USA hanno informato anche i partner europei e provano a creare un fronte diplomatico compatto con l’Unione Europea, i cui paesi membri inizialmente erano poco convinti sul reale pericolo della situazione, affinché cessino le tensioni.

Secondo un rapporto dell’intelligence USA, filtrato dal Washington Post, il Cremlino starebbe pianificando un’invasione su più fronti da compiere a gennaio 2022 con l’impiego di 175mila militari. La relazione si fonda su una serie di foto satellitari che attesterebbero la presenza di 50 battaglioni a ridosso del confine orientale ucraino, a cui si sarebbero recentemente aggiunti carri armati ed artiglieria pesante. Al momento, i militari russi si concentrerebbero in tre aree distinte del territorio della Federazione che confina con l’Ucraina e si tratterebbe di 70mila unità a cui si potrebbero velocemente unire i riservisti, raggiungendo il numero di 175mila truppe. Kiev parla invece di 94mila soldati. Numeri che, ad ogni modo, lasciano pochi dubbi sulle intenzioni di Mosca: le manovre militari rispondono all’esigenza strategica di scoraggiare l’allargamento ad est della NATO. Quella di Putin sarebbe quindi innanzitutto una mossa per mostrare i muscoli all’Occidente a cui chiede “precise garanzie legali” affinché l’Alleanza atlantica interrompa la propria espansione verso i paesi del vecchio Patto di Varsavia. D’altronde, non è la prima volta che la Russia dispone i propri soldati in quella regione. Lo scorso aprile, Mosca spostò rapidamente e senza preavvisi, 100mila truppe, insieme a carri, velivoli, ospedali da campo ed altra attrezzatura militare. Come allora, anche quella di oggi sembra un’esercitazione provocatoria, dal retrogusto di Guerra fredda, che indirettamente serve per riportare le parti in causa al tavolo dei negoziati.

“Quello che farò è mettere insieme ciò che credo sia una serie completa e pertinente di iniziative che rendano molto, troppo difficile a Putin di proseguire con ciò che la gente teme”, ha detto il presidente USA Biden, alludendo a nuovi cicli di sanzioni. La Casa Bianca è consapevole che quello russo è un copione già visto della strategia di deterrenza contro la NATO e invita l’Ucraina a non cedere in provocazioni che possano giustificare l’escalation. Ciò che Washington non sembra voler fare, invece, è escludere un futuro ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica. “Sono i paesi della NATO a decidere chi sarà un membro della NATO, non la Russia”, ha detto l’addetto stampa della Casa Bianca Jen Psaki, aggiungendo che “è importante ricordare da dove arrivano le provocazioni. Non dagli Stati Uniti. Non dall’Ucraina.” Provocazioni che vorrebbero provare a forzare quanto non è stato raggiunto negli anni coi negoziati. Gli accordi di Minsk del 2014 sono rimasti lettera morta, ma le sue disposizioni potrebbero funzionare nel dare le garanzie che Mosca cerca: innanzitutto l’autonomia delle regioni secessioniste del Donbass. Anche gli americani confidano nel rilancio di quegli accordi: “Il tango si balla in due, e se i nostri amici russi sono pronti ad impegnarsi con quanto previsto a Minsk, e i nostri amici ucraini fanno lo stesso, noi daremo pieno supporto, [perché] quello è il modo migliore per evitare una nuova crisi in Ucraina”, ha detto il segretario di stato USA Antony Blinken.

A cura di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale, ISPI

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/biden-putin-dobbiamo-parlare-32578

 

La prossima pandemia potrebbe essere peggiore

Wuhan, China - East Asia, Corona virus, Pneumonia

La ricercatrice Sarah Gilbert, che ha scoperto il vaccino AstraZeneca avverte che: “non sarà l’ultima volta che un virus minaccia “le nostre vite e il nostro mondo”. La verità, ha detto, è che la prossima potrebbe essere peggiore. “Potrebbe essere più contagioso o più letale, o entrambi”, ha detto.

Attualmente la ricercatrice è professoressa di Vaccinologia presso lo Jenner Institute dell’Università di Oxford, un istituto di ricerca indipendente che deve il suo nome proprio a Edward Jenner, l’inventore della vaccinazione.

Ha inoltre co-fondato, insieme al professor Adrian Hill, Vaccitech, una società di biotecnologia che sviluppa vaccini e immunoterapie per tumori e malattie infettive.

Se l’insegnamento scade a servizio sociale a subirne il danno sono i ragazzi. Mastrocola e Ricolfi dialogano sulla crisi della scuola.

Intervista agli autori di un libro da poche settimane in libreria (Paola Mastrocola, Luca Ricolfi, Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza, La Nave di Teseo, 2021), che fa il punto sulla decadenza dell’istituzione scolastica.

 

Il vostro libro mette il dito sulla piaga: quella di un progressivo impoverimento culturale del sistema scolastico italiano, un fenomeno che ha radici forse ancor più lontane di quelle da Voi evidenziate, quando vi riferite alla cosiddetta Riforma Berlinguer che aveva introdotto la “scuola dell’autonomia” nel 2000: quella dei progetti extracurricolari, della valutazione oggettiva e del successo formativo. Guardando a ritroso già successivamente ai decreti delegati del 1974 si colgono segni di un cedimento strutturale: allargando la gestione della scuola a componenti interne ed esterne si sono alzati i piani della partecipazione democratica (e in questo ci abbiamo creduto) ma si sono abbassate le altezze delle professionalità e dello studio inteso come impegno e motivazione. Si tratta dunque di una deriva che abbandona i fondamentali della scuola creando l’illusione dell’uguaglianza semplificata? Ricordo una frase di Antonio Gramsci: “Dobbiamo evitare la tendenza a render facile quello che non può esserlo senza esserne snaturato”: possiamo applicarla anche alla scuola?

La strada intrapresa dalla scuola, negli ultimi decenni, secondo noi è chiara: per aiutare i ceti svantaggiati, abbassare il livello d’istruzione, puntando a una scuola facile, divertente, flessibile, assistenziale. L’arricchimento culturale, che era basato sul valore del sapere e della conoscenza e quindi sullo studio sistematico delle varie discipline, cede il posto a una scuola accogliente, che si occupa del benessere psicologico dei ragazzi innanzi tutto, evitando loro frustrazione e fatica, e noia. Già. L’insegnamento tradizionale è stato bocciato come noioso: meglio allargare a progetti extracurricolari, a laboratori e uscite, meglio abolire la lezione (per molti un versamento di nozioni negli allievi-imbuti). Peccato, perché così i ragazzi vengono illusi e danneggiati: credono di avere una preparazione che invece non hanno; e proprio quelli che si voleva aiutare, cioè i figli delle famiglie meno avvantaggiate culturalmente ed economicamente, quelli che cui sarebbe giovato un’istruzione altissima, spesso non sono in grado di continuare, per impreparazione, studi più complessi.  

Riporto solo una parte delle sigle e degli acronimi che circolano nella scuola 4.0: una babele semantica e simbolica che sopravvive e anzi prolifera. Eppure chi non sa o non parla di BES, DaD, DDI, RAV, GLO, PEI, POF, FO, DOS, DSA, ADHD, FAD, FIS, GLH, GLIP, GOP, IOP; LEA, MOF, LIM, LIS, NAV, GAV, OSA, OF, PAF, PDF, PDP, PECUP, PMOF, PIA, PEP, PNF, POR, PON, PTOF, PSP, ROL, RAV, RE, RSPP, SASI-S, TIC, UdA, USR, UST….è considerato un troglodita. Didattica e corsi di formazione del personale si basano su un impianto costruito su autoreferenzialità e anglicismi, teoremi studiati a tavolino come gli incastri di un mosaico astratto, transfert da logiche aziendalistiche: Prof. Ricolfi in che cosa difetta questa impostazione, analizzando dati e risultati? 

Quando, come oggi accade, gli adempimenti burocratici e il tempo necessario per assimilare le innovazioni (per lo più calate dall’alto), assorbono più del 5% del tempo di lavoro, c’è qualcosa che non va. E quel qualcosa che non va è semplicemente la volontà di potenza e di sorveglianza degli apparati, che ha trasformato la nostra società in una “gabbia d’acciaio”, come a suo tempo previde Max Weber. La burocrazia ha reso la vita sociale profondamente alienante e repressiva, e lo ha fatto senza mantenere la promessa di una maggiore razionalità, come può constatare chiunque osservi le assurdità delle norme che gli apparati pubblici impongono in ogni angolo della nostra vita, non solo sul lavoro.

Trovo che la scuola della mia adolescenza sapeva affiancare la vita, senza forzature: svolgeva la sua parte, in genere con umiltà e in silenzio. Non erano tutte rose e fiori, c’erano difficoltà, ingiustizie, discriminazioni: qualcuno l’ha poi ben evidenziato, scrivendo la sua lettera ad una professoressa e il sessantotto ha scoperchiato molte viltà ma le ‘vestali della classe media’, cioè gli insegnanti di quel tempo, erano le prime vittime della situazione dovendo vivere come i fedeli depositari di una cultura da tramandare in un mondo dove stavano emergendo con forza dei valori diversi: il successo, l’arrivismo, i lesti guadagni, la facilitazione, la stagione dei diritti, l’apertura al sociale, l’egualitarismo irriverente che ha poi partorito i mostri sacri della trasparenza e della privacy, mettendo di fatto le manette ai polsi delle relazioni personali e della comprensione tra la gente. Professoressa Mastrocola, che cosa è successo?

È successo un progressivo svilimento della figura dell’insegnante. Come dice lei, prima svolgeva un lavoro anche umile e sommesso ma enorme, che era quello di insegnare le nozioni basilari del sapere e tramandare l’immenso patrimonio culturale, scientifico e artistico, che ci viene da millenni; un lavoro il cui valore gli era infinitamente riconosciuto dalle famiglie. Ora la società è cambiata, e la cultura oggi non interessa quasi più a nessuno. Molte famiglie, spesso disgregate, distratte, o attratte dalle sirene del consumismo e dei social, demandano tutto alla scuola, chiedono aiuto e sostegni, non certo cultura. Così la scuola si adegua alle esigenze della cosiddetta “utenza” e si piega a essere, perlopiù, un servizio educativo e sociale ad ampio raggio. L’insegnante diventa un educatore, un facilitatore, una figura multi-funzione. E non so come si sentano oggi gli insegnanti, forse molti ondeggiano confusi su quale ruolo interpretare. Ma è certo che di questa confusione paghiamo tutti un prezzo. 

Da quando la scuola – che è luogo di relazioni umane, di socializzazione e di apprendimenti, di conoscenza e trasmissione del sapere – è stata snaturata dalle teorie nuoviste di matrice aziendalista (ben descritta nelle metafore del ‘preside-sceriffo’ e poi ‘capitano della nave’, degli insegnanti funzioni-obiettivo e poi funzioni-strumentali) vi si respira un’aria di irreggimentazione, con una minuziosa parcellizzazione dei ruoli, una logica preordinata e sequenziale di azioni e procedure studiate a tavolino, con un effetto moltiplicatore della burocrazia decentrata secondo i dettami di una malintesa autonomia, una fucina di progetti effimeri e spesso senza esito dove l’enfasi è posta più sul preparare che sul fare. Tutto deve essere misurato, previsto, programmato. C’è gran fervore nel progettare una complessità virtuale che con fatica si trasferisce poi sul piano fattuale: molte riunioni, molte circolari, più tempo dedicato ai corollari che alla didattica in classe: Prof. Ricolfi, l’OCSE pone il sistema scolastico italiano agli ultimi posti delle classifiche sulla solidità della formazione impartita. Non Le sembra da analista dei dati che manchi una rigorosa cultura  della verifica? Del controllo tecnico “esperto”? Di concorsi selettivi per il personale scolastico ed  esami seri per gli alunni? Promuovere tutti non è forse un inganno in danno dei più deboli?

Sì, ma credo anche che i confronti internazionali possano riservare delle sorprese. La scuola italiana è sicuramente più burocratizzata, e più oppressa dalla venerazione delle procedure, di quanto lo sia la scuola in altre società moderne. E’ anche vero che nessun sistema scolastico di tipo occidentale è iniquamente selettivo come il nostro. Però esiste anche un’altra faccia della medaglia, quella che potremmo chiamare delle “minoranze eccellenti”. Nei casi in cui gli insegnanti non rinunciano a trasmettere conoscenze, e nei casi in cui gli studenti sono animati da un genuino desiderio di apprendere, la scuola italiana fornisce ancora livelli di preparazione più alti di quelli della maggior parte degli altri paesi, come testimonia lo stupore dei nostri ragazzi di ritorno da un anno in una scuola secondaria all’estero per il basso livello dei programmi svolti in quelle scuole. E’ questo uno dei motivi per cui, quando emigrano, spesso i nostri ragazzi hanno buone chance di successo (l’altro motivo è che il lusso di andare all’estero se lo possono permettere soprattutto i figli dei ceti medio-alti). Il guaio è che, da noi, tutto il sistema dell’insegnamento è progettato non per includere, bensì per ritardare l’esclusione. Ti promuovo oggi anche se non sai niente, perché sono un insegnante democratico. E me ne infischio che tu domani debba fermarti per le lacune che io ti ho permesso di accumulare, perché a me interessa solo non passare dalla parte dei cattivi. E’ paradossale, ma gli insegnati più severi sono l’unico baluardo contro l’uscita precoce dal sistema dell’istruzione (la cosiddetta dispersione, termine orribile usato per le perdite delle condotte idriche).

La scuola sta perdendo le sue radici storiche e culturali, la tradizione e l’esperienza sono irrazionalmente sostituite hic et nunc dalla folle e spesso improduttiva logica dell’ innovazione tout court. Lungo questa strada stiamo abbandonando discipline come la geografia, espunta dai programmi di studio delle superiori (la sua presenza è ridotta al lumicino: 1 ora la settimana in alcuni istituti tecnici, 3 ore nel biennio del liceo ma trasformata in geo-storia, un mostro culturale riduttivo e tutto da inventare), mentre la storia è quasi estromessa dalle tracce dei temi di maturità (peraltro statisticamente la meno scelta dai maturandi, circa il 3% tra gli ambiti proposti negli ultimi anni) e raramente viene fatta oggetto di approfondimenti che vadano oltre le allegorie delle guerre e delle battaglie. Sta venendo meno il fondamento formativo e l’inquadramento spazio-temporale della cultura tramandata: geografia e storia si stanno spegnendo come gli zolfanelli della piccola fiammiferaia, grammatica, ortografia, sintassi sono orpelli inutili. Prof.ssa Mastrocola conferma questa deriva di impoverimento culturale?

Non sapremo più collocare nello spazio e nel tempo. Più o meno sta già avvenendo: molti, al nome di uno stato o città o catena montuosa, annaspano nel vuoto, non hanno la minima idea del paese, spesso continente, al quale quel luogo appartenga. Poco male, si dice: c’è internet. In effetti uno digita e in tre secondi ha la risposta. Che bisogno c’è di studiare per anni geografia o storia? Così dicono, e così stanno impostando anche la scuola. Il fatto è che la nostra mente è molto più potente di un motore di ricerca: perché elabora nel tempo le nozioni apprese, e questo le consente di fare collegamenti imprevedibili e spesso vincenti: è vedendo i legami nascosti tra cose lontane che l’uomo ha sempre creato, inventato, scoperto. Questa è la forza del pensiero, che noi stiamo azzerando. Lo diceva già FinkielKraut, in un sublime libro nel cui titolo c’era già tutto: La défaite la pensée. Era il  1987! In quanto a ortografia, grammatica e sintassi: fine, le si ritengono cose superate, di una scuola vecchia, antiquata, reazionaria. Già negli anni ’70 la scuola democratica predicava la loro sparizione. Io penso invece che una scuola moderna dovrebbe mantenere in piedi alcuni pilastri imprescindibili, ad esempio l’uso della parola, la capacità verbale, in tutte le sue espressioni. Mettere gli accenti giusti, riconoscere un pronome, sapere il senso di un avverbio, essere capaci di coordinare e subordinare le frasi in un periodo non è semplicemente un frivolo esercizio formale, ma vuol dire possedere uno schema mentale logico, col quale cogliere i livelli polisemici e metaforici di un testo, quindi affrontare meglio gli studi, e la vita.

Prof.ssa Mastrocola, c’è un punto nella sua immaginaria lettera ad un genitore che spiega molto di quanto è accaduto e rende conto di un iniziale barlume di consapevolezza “Lentamente , si comincia a comprendere che programmazione, burocrazia test a crocette hanno spento ogni passione negli insegnanti non meno che negli allievi. Che l’esaltazione degli strumenti digitali a danno dei libri ha impoverito la scuola. E che la guerra dei pedagogisti contro la lezione (bollata spregiudicatamente come frontale) ha reso difficilissima la trasmissione delle conoscenze e delle passioni che alimentano la voglia di conoscere”. Ciò che Lei scrive tocca il cuore del problema e spiega il danno educativo provocato da tutto ciò che in questi anni si è interposto nel rapporto insegnamento-apprendimento (che si sintetizza nella didattica). Un rapporto fondamentalmente umano, che implica consapevolezza dei ruoli, autorevolezza della formazione, comprensione e condivisione nei percorsi di acquisizione e trasmissione del sapere. Da sempre ho in mente una bellissima metafora di cosa è o dovrebbe essere una classe. Quella del pedagogista Luigi Lombardi Vallauri  che pensa alla scuola come “astronave di assorti”: un luogo dove insegnanti ed allievi sono idealmente uniti nell’impegno della meditazione intesa come riflessione sulla vita e sul mondo. Ecco, ci aiuta a comprenderne appieno il significato?

Non so davvero come un insegnante possa insegnare e appassionare senza far lezione! La lezione è il nucleo del suo lavoro, il momento in cui attua al massimo livello l’interazione con gli allievi; è un incontro, un passaggio diretto, una trasmissione, anche emotiva. Lo dice anche Recalcati, nel suo L’ora di lezione (2014), il cui sottotitolo è illuminante: Per un’erotica dell’insegnamento. In una società che non ha più né padri né maestri, l’insegnante può essere quella guida ideale, che trasforma l’oggetto del sapere in un oggetto del desiderio, erotico nel senso più alto della parola eros. Invece ora vogliono fare dell’insegnante un puro trasmettitore di informazioni, un valutatore di competenze, un burocrate, uno che conta le crocette in un test  e compila schede, al massimo un intrattenitore. La pedagogia ha oggi un ruolo eccessivo, predominante e soffocante. Insegnare non è (solo) conoscere i metodi e innovare didattiche: è passare dei contenuti e, per farlo, occorre innanzi tutto una preparazione culturale. “Astronave di assorti” è una definizione che mi piace molto: ripensare la classe come un insieme di persone assorte, pensose, studiose, e non come un gruppo di lavoro impegnato solo in un continuo problem solving. A scuola non si impara (solo) a risolvere problemi, si impara prima di tutto a pensare. Bisogna dare più fiducia al pensiero, dei ragazzi e degli insegnanti: anche se il pensiero è per definizione aereo e imprendibile, non valutabile e non “spendibile” (orrenda parola!) nell’immediato, è un tesoro che si accumula in segreto e che poi darà i suoi frutti. Ma poi, nel tempo. Bisogna dare fiducia anche al tempo, alla lenta maturazione che, come i frutti di un albero, ha bisogno di pioggia e di sole, di concime, di vento e bufere, di estati e di inverni: in una parola, di tempo…

La scuola è stata forse in questi anni il contesto sociale più attraversato dalla massa d’urto del cambiamento ed è successo di tutto, un vero ribaltone generale: molti somari sono passati dai banchi direttamente alle cattedre, molti insegnamenti sono stati giudicati inutili e superflui, molti libri sostituiti dai giornali e dalla ‘cultura della realtà’, molti soloni hanno fatto a gara per stabilire più aggiornati paradigmi culturali fino alle recenti derive delle ‘tre i’ e dell’ondata delle nuove tecnologie, delle nuove educazioni e dei ‘progetti’. Nel vostro libro sostenete una tesi “forte”: che proprio questo tipo di scuola, progressista e basato sulla prevalenza dei diritti sui doveri, sia stata in realtà “una macchina di disuguaglianza sociale”. Il figlio dell’idraulico o dell’operaio non vi trovano più supporti compensativi alle diversità (sociali, di censo, di possibilità economiche) , il diritto allo studio finisce per essere vanificato poiché lo studio e la formazione non sono più mezzi di riscatto e di elevazione sociale.Prof. Ricolfi, ci sono dati su questo vero e proprio fallimento del sistema scolastico?

Certo che ci sono dati, l’ultimo capitolo del libro è dedicato precisamente a ricostruire – dati alla mano – i meccanismi che conducono a infliggere un danno, spesso irreparabile e non risarcibile, innanzitutto ai figli dei ceti popolari. E’ il grande limite della cultura dei diritti nella scuola: il “diritto al successo formativo”, di berlingueriana memoria, si può anche provare ad esigerlo, e magari riuscire ad usufruirne infilando una promozione dietro l’altra.  Quel che si dimentica, però, e che con il diritto al lavoro le cose si complicano: il lavoro cui si ha accesso dipende dalla preparazione, non dal titolo di studio. Cancellare il dovere di studiare, sostituendolo con il diritto al successo formativo, significa far evaporare il diritto al lavoro. L’articolo 1 e l’articolo 34 della Costituzione sono interdipendenti, nel senso che solo se assicura ai capaci e meritevoli la possibilità di raggiungere i gradi più altri degli studi (art. 34), la Repubblica può dirsi compiutamente fondata sul lavoro (art.1). I padri costituenti avevano ben chiaro il nesso fera diritti e doveri, e avrebbero visto con orrore l’ideologia del diritto al successo formativo.

Se al venir meno della funzione di compensazione delle disuguaglianza di opportunità formative aggiungiamo quel mondo esterno a cui i giovani prestano ascolto, quello degli influencer e degli imbonitori di ogni schermo (dalla TV agli smartphone) che raccolgono milioni di followers su tematiche surreali e spesso demenziali, ci si chiede come la scuola potrebbe mai competere rispetto ad apprendimenti fugaci e a nuovi linguaggi. Essa subisce le contraddizioni di  una dimensione virtuale basata su impressioni, opinioni, approssimazioni emendabili, cancellazione della memoria, oblio. Nel nome della semplificazione del presente e della rimozione del passato rischieremo dunque di formare menti acritiche e prive di ogni motivazione alla conoscenza? La scuola perderà anche questa battaglia con il mondo concorrente del web?

La scuola deve competere tenacemente con i social, non adeguarsi o asservirsi! La scuola è esattamente ciò che può offrire ai ragazzi un’alternativa, un altro modo di stare al mondo. Visto che i social invadono già la nostra vita, lasciamo che la scuola sia un luogo totalmente diverso, alieno, non contaminato, non omologato: libero! Solo a scuola si leggono libri, ci si sofferma su una parola, una frase, una pagina, un pensiero, un’idea… Solo a scuola si studiano le poesie, la filosofia, la letteratura antica e tutte le infinite e mirabili opere che l’ingegno umano, in tutti i campi, ha prodotto nei secoli. Se non a scuola, dove mai un ragazzo può incontrare Omero, Dante, Montale, Shakespeare, Thomas Mann (per parlare solo della mia materia…)? Dove? In famiglia? nei centri commerciali? in tivù? su twitter o instagram? per strada? sui giornali? La scuola è un altro luogo, deve conservare la sua specificità, e puntare esattamente a quella, e crederci. E avere quindi il coraggio di lasciar fuori i social, il web, gli smartphone e gli influencer e tutti gli annessi: non sarà per questo meno innovativa e moderna, anzi! La scuola sia una zona libera, un momento di silenzio e riflessione e studio, una pausa di qualche ora al giorno dal caos assordante che c’è fuori. E smettiamola con questa insulsa contrapposizione vecchio/nuovo: ci sono pilastri eterni, su cui dobbiamo continuare a poggiare l’istruzione dei nostri giovani. Altrimenti ne faremo dei servi e dei consumatori seriali, li abbandoneremo all’appiattimento del presente, alla mera e pappagallesca ripetizione di formule preconfenzionate e vuote di ogni senso. La scuola è il luogo dove ritrovare un senso. Abbiamo una cultura sterminata da trasmettere ai ragazzi, che farà migliore la loro vita e li renderà delle persone libere e pensanti, cioè pensanti e quindi libere.

Prof. Ricolfi, la cultura cosiddetta “progressista” ha deriso e demolito la scuola degli apprendimenti basilari: il leggere, scrivere e far di conto sono stati sostituiti dai  “nuovi saperi” che spesso si risolvono in costrutti opinabili, effimeri e senza esito. Un progettificio on-demand dal fiato corto e dagli esiti fallaci. Da quando la scuola organizza corsi di educazione stradale ci sono più incidenti tra i giovani dovuti allo “sballo”, da quando si inocula l’idea dell’identità di genere fluttuante e a libera scelta o si attivano corsi di educazione sessuale crescono gli episodi di bullismo, stalking e stupri di gruppo. Per muovere l’ascensore sociale fermo al piano terra in una società aperta o fluida occorre possedere una cultura solida, una diligente applicazione negli studi, una tassonomia tra gli apprendimenti fondamentali e quelli superflui. Recuperare il senso della vera meritocrazia. Il sistema deve garantire effettiva uguaglianza delle opportunità di accesso e di uscita. In questo ha dunque fallito la scuola progressista della facilitazione e della semplificazione culturale?

Mi pare evidente. Quel che mi stupisce è che ci sia voluto un libro per dimostrare una cosa che è sotto gli occhi di tutti. E ancor più mi stupisce che, a dispetto della quantità di prove che abbiamo riportato, sia sotto forma di ricostruzioni storiche sia sotto forma di analisi statistiche, ci sia ancora qualcuno che non vuole riconoscere nemmeno il nucleo minimo della nostra analisi, che riassumerei in due punti: in cinquant’anni il livello culturale della scuola e dell’università è crollato, e il crollo ha danneggiato soprattutto i ceti popolari. Finché la cultura progressista non riconoscerà questo errore, la macchina della diseguaglianza continuerà a mietere le sue vittima.

L’insegnante deve essere sollevato dal sovraccarico di burocrazia autogeneratasi in questi decenni, deve tornare ad essere l’artefice della didattica intesa come sintesi di insegnamento e apprendimento. E gli alunni devono essere motivati allo studio come fonte di emancipazione personale e riscatto sociale. Il Rinascimento italiano che da più parti si postula come via d’uscita dalla crisi pandemica passa necessariamente da una scuola che sappia recuperare i fondamentali del rapporto educativo. Per fare questo bisogna riconsegnare – metaforicamente – ai docenti le chiavi di accesso alle aule, ai libri, al sapere, alla conoscenza da stimolare e trasmettere e insieme a questo il “gusto” di farlo. Restituendo loro l’immedesimazione in un compito professionale (che è anche funzione sociale) che è andato spegnendosi in una deriva di omologazione culturale. La grande bellezza della scuola    italiana è il sapere ereditato, la formazione del pensiero critico, la cultura che entra passando   attraverso la storia e le tradizioni. Prof.ssa Mastrocola, chiedo a Lei che oltre che docente è anche scrittrice e come tale può creativamente leggere e intercettare le derive future: tutto questo è un’utopia o una speranza?

Temo che sia una splendida utopia. I segnali che vedo intorno a me indicano tutt’altra strada, che poi è la strada intrapresa già da anni. Tecnologia, innovazione, sperimentazione didattica, pedagogismo a gogò, e soprattutto educazione e non istruzione, apprendimento e non insegnamento. Una scuola del fare e dell’utile, rivolta solo al mondo del lavoro. Non una scuola della conoscenza, e del sapere fine a se stesso, non immediatamente spendibile, ma patrimonio culturale cui attingere nella vita, nel tempo. Soprattutto mi pare che la scuola oggi voglia essere più che altro un’agenzia psico-socio-pedagogica, di aiuto e sostegno, non un luogo di trasmissione del sapere millenario. Un luogo di inclusione (parola totem, mille volte al giorno ripetuta come un mantra): ma cosa vuol dire? Nulla più della cultura include, e accoglie, tutti. Ma se voglio solo includere, senza dare cultura, creerò una specie di grande asilo-nido, dove tenere tutti insieme, ma a fare che? Tutti vogliamo includere, nessuno vuole escludere: ma allora perché non farlo proprio attraverso la cultura? Perché la parola cultura non viene mai pronunciata nei discorsi sulla scuola? Eppure la scuola è – è stata e dovrebbe essere sempre – il luogo primo della cultura, primo anche nel senso temporale, perché è il luogo dove prima s’incontra.  Bisognerebbe che gli insegnanti si riprendessero il loro ruolo culturale, che amassero loro per primi lo studio e la conoscenza, che insorgessero contro questo asservimento passivo alla società. È dagli insegnanti che deve partire la rivolta, secondo me, riconquistando una loro dignità professionale. Questa è l’unica speranza che ho. E la speranza non muore mai. Non saremmo qui a parlare ancora di scuola, se non avessimo speranza.

 

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Paola Mastrocola

Paola Mastrocola ha esordito con il romanzo La gallina volante (2000), vincitore del premio Calvino. Finalista al premio Strega nel 2001 con Palline di pane e vincitrice del premio Campiello nel 2004 con Una barca nel bosco, ha pubblicato, tra gli altri, La scuola raccontata al mio cane (2004), Che animale sei? (2005), Più lontana della luna (2007), La felicità del galleggiante (2010), Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (2011), Non so niente di te (2013), L’esercito delle cose inutili (2015), La passione ribelle (2015), L’amore prima di noi (2016) e Leone (2018).

Luca Ricolfi

Luca Ricolfi (Torino, 1950), sociologo e docente di Analisi dei dati, ha fondato la rivista di analisi elettorale “Polena” e l’Osservatorio del Nord Ovest. Attualmente è presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume. Fra i suoi libri: Perché siamo antipatici? (2005), Tempo scaduto. Il contratto con gli italiani alla prova dei fatti (2006), Illusioni italiche (2010), Il sacco del Nord (2012), La sfida. Come destra e sinistra possono governare l’Italia (2013), L’enigma della crescita (2014, 2020), Sinistra e popolo (2017). Per La nave di Teseo ha pubblicato La società signorile di massa (2019), vincitore del premio Biella letteratura e industria – Giuria dei lettori e del premio Città di Como – Sezione Saggistica.

Il rapporto alunno-docente: da crisi ad opportunità. Il punto di vista di “Comunità di Connessioni”.

Riportiamo un ampio stralcio del testo pubblicato nel Dossier di ottobre di Vita Pastorale, curato da Comunità di Connessioni. Come rendere la scuola un luogo attrattivo per le ragazze e i ragazzi? “Credo che un nuovo approccio –  sostiene l’autrice – possa e debba esistere, prendendo le forme del modello partecipativo”.

Assia Maria Sciolari

Nel passaggio da sfera familiare a dimensione pubblica, la scuola assume il ruolo essenziale di essere il primo spazio intermedio dove incontrare laltro e scoprire così i nostri limiti. Le fondamenta della relazione in società, del vivere insieme con responsabilità e cooperazione si costruiscono infatti proprio a scuola dove comprendiamo innanzitutto noi stessi: perché è proprio dalla presa di coscienza di chi siamo che possiamo capire cosa desideriamo portare nella società in cui viviamo. Il suo essere un ponte tra privato e pubblico rende però la scuola anche unistituzione fragile, indebolita sia dalle fratture che dividono la società che da quelle della famiglia, come dimostra la crisi innanzitutto relazionale che oggi sta attraversando la sfera educativa in Italia, in cui spesso oltre 600.000 giovani allanno abbandonano la scuola prima del diploma.

Tuttavia, è proprio nei periodi di crisi che si ha lopportunità di fermarsi ad osservare ed analizzare ciò che non funziona, con lobiettivo di progettare insieme il cambiamento. Per questo motivo, la speranza e la positività non devono abbandonarci alle difficoltà: perché solo attraverso una presa di coscienza collettiva di ciò che non funziona, è possibile trovare la forza che la società necessita per affrontare i cambiamenti sistemici di cui ha bisogno. In tal senso, è bene cercare di rispondere ad alcune domande che devono interrogare il sistema educativo: qual è il ruolo della scuola e dellinsegnante nella società? Come possiamo restituire alla scuola la sua capacità attrattiva e di forza catalizzatrice di energie e desideri per la società? Sono convinta che la risposta a queste domande si trovi nel modello relazionale che abita la scuola.

Vorrei quindi iniziare con lanalizzare il modello relazionale che oggi abita la scuola per poter poi delinearne uno nuovo, in grado di rispondere ai bisogni e alle necessità di questo periodo. Potremmo definire il modello relazionale maggiormente presente oggi nella scuola italiana, un modello cattedratico: dove i docenti insegnano e gli alunni apprendono in una relazione unidirezionale. Lobiettivo in questo modello è infatti lacquisizione delle cosiddette competenze di base” e, di conseguenza, le ragazze e i ragazzi sono valutati su quello che sono in grado di fare e su come lo fanno. Nella mia esperienza di insegnante allinterno della scuola, ho potuto constatare che questo modello è stato superato per tre motivi principali. Il primo motivo è legato ad internet: oggi reperire le informazioni è diventato estremamente facile. Basta avere un cellulare o un tablet per ottenere nel giro di pochi secondi tutte le informazioni che ci interessano, persino spiegate in maniera chiara e attendibile, come dimostrano siti di divulgazione come Wikipedia o, ancora, le video lezioni degli youtubers”, dove ragazzi appassionati di una materia decidono di mettere a disposizione le loro competenze in rete, rendendo le lezioni spesso molto più coinvolgenti e chiare di quelle che si svolgono tradizionalmente a scuola o in DAD.

Il secondo motivo è invece legato alla digitalizzazione: se prima la risoluzione di un esercizio o di una traduzione era fonte di soddisfazione e acquisizione di una competenza, che sarebbe tornata utile nella vita professionale, oggi esistono applicazioni digitali che risolvono problemi di matematica, fisica e che traducono gli antichi scritti in pochissimi secondi. Non è difficile comprendere quindi come, agli occhi dei più giovani, alcuni degli esercizi e delle nozioni che vengono insegnate a scuola sembrino una mera perdita di tempo.

Infine, la presenza massiva dei social network nella vita di tutti noi ha abituato i ragazzi ad esprimere sempre la propria opinione su qualsiasi tipo di argomento, anche quando non si possiedono le competenze specifiche che servono a vagliare ed orientare le opinioni verso la verità. Appare quindi chiaro come una scuola dove il flusso di informazioni è unidirezionale (docente verso studente), dove occorra prendere per buono ciò che linsegnante spiega senza poter mettere in discussione le conoscenze presentate, appaia poco coinvolgente alle nuove generazioni.

Quale può essere allora un modello alternativo che sia in grado di rispondere a questi cambiamenti, rendendo la scuola un luogo nuovamente attrattivo per le ragazze e i ragazzi? Credo che un nuovo approccio possa e debba esistere, prendendo le forme del modello partecipativo. In questo modello, lobiettivo è la crescita ontologica della ragazza e del ragazzo e non solo quella conoscitiva. Il docente viene considerato come un magister, un maestro e una guida che condivide con lallievo obiettivi comuni, fornendogli strumenti, ma soprattutto un metodo. Il magister non è più una figura di fronte, al di là dellalunno, ma si trova accanto per cercare di valorizzare quelli che sono i suoi punti di forza, donandogli soprattutto gli strumenti che gli permettano di prendere coscienza di sé. Quando poi si condividono obiettivi comuni si crea uno spirito di complicità, che porta gli alunni ad apprendere con molta più facilità e a superare limiti alle volte impensabili. Le materie in questa prospettiva diventano quindi strumenti e le diversità punti di forza e non più di debolezza.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/rapporto-alunno-docente/

Come al palio di Siena. Considerazioni sull’iniziativa di Clemente Mastella: è questa la via della ricomposizione politica?

Prima di avviare un altro partito di centro, non sarebbe meglio tentare – scrive l’autore – la ricomposizione di tutte le diverse espressioni del cattolicesimo democratico e sociale? Continuare a giocare da soli potrà garantire un ruolo subalterno in qualche lista-rifugio, ma ciò non risolve il problema storico politico italiano.

Tutti alla ricerca del miglior allineamento  come i fantini con i loro cavalli al palio di Siena. Qui non si tratta di fantini assoldati dalla propria contrada e disponibili alla compravendita fedifraga del miglior offerente, ma di diversi “conducator” alla ricerca delle possibili alleanze pre elettorali.

La “giostra” era iniziata con l’incontro dell’on Gianfranco Rotondi con il suo nuovo movimento-partito, “Verde popolare”, foriero di una possibile alleanza elettorale bianco verde. Resta il dubbio se potrà coesistere una coalizione tra un amico, ancora organicamente legato a Berlusconi e a Forza Italia e l’on Bonelli, la cui rappresentanza reale dei verdi italiani è tutta da verificare.

Scontata la posizione a destra del trio dell’Udc – Cesa, De Poli, Saccone – ridotto al ruolo di ruota di scorta della Lega salviniana (spiace che su tali posizioni non si dissoci quella nobil donna della senatrice Binetti), dall’assemblea nazionale di Noi Di Centro, riunitasi sabato mattina a Roma su invito dell’on. Clemente Mastella,  è giunto un segnale di orientamento opposto, ossia quello di costruire una sorta di Margherita 2.0, essenziale, a detta del sindaco di Benevento, per garantire maggioranza e governabilità al Pd, al quale si richiede un ritorno all’Ulivo dei tempi prodiani. Anche qui un centro subalterno, smemori del fatto che,  come ci ha insegnato Donat Cattin, è sempre il cane che muove la coda, specie nelle condizioni attuali, tanto a sinistra che a destra.

Come a Venezia, negli anni’ 50, andava di moda la SVAC (Società Veneziana Aspiranti Conti), l’aspirazione nostalgica di una media borghesia di parvenu agli usi e costumi dell’antica aristocrazia, così, da diverso tempo, a Roma sembra sorta la SIAC (Società Italiana Aspiranti Conducator), particolarmente diffusa tra esponenti ex democratico cristiani. Ciascuno è impegnato a costruire un proprio partito/ino, col bel triste risultato che a furia di costruzioni, il villaggio delle diverse formazioni conta ormai un numero impressionante di casematte, molte delle quali senza alcuna prospettiva elettorale concreta. 

Ha un bel gridare Merlo, che ha aperto i lavori dell’assemblea, contro i partiti personali, se, alla fine, nel simbolo di Noi dì Centro, appare in bella evidenza il nome di Mastella. Noi vecchi democristiani siamo stati allevati in una scuola dove i partiti, non solo erano rispettosi dell’art. 49 della Costituzione, ma nei quali le leadership si conquistavano sul campo, nel duro lavoro del confronto politico anche più serrato.  Credo sia stato un errore inserire il nome di Mastella nel simbolo del partito, se si voleva evitare la critica di un ennesimo tentativo di personalizzazione della politica. Altro errore non aver esteso l’invito ai tanti amici di area Dc e popolare che, anche per questo, non erano presenti.

Sabato il Teatro Brancaccio era, comuqnue, al completo, nel rispetto delle regole anti-covid, e forte è stata la risposta delle “truppe mastellate”, sempre pronte a raccogliere l’invito del loro leader. Donne e uomini di tutte le estrazioni sociali, con molti giovani – prevalevano gli accenti meridionali, ma erano presenti anche amici di altre realtà territoriali italiane.

Occhio benevolo rivolto ai renziani e ad altri gruppi di un centro politico in movimento, con un netto rifiuto per l’asino di Buridano, Calenda, il quale, a furia di considerarsi al centro del mondo, a detta di Mastella, rischia di finire, appunto, come quell’asino triste. Netta la disponibilità a raccordarsi con Renzi, ma, è proprio di oggi (ieri per chi legge, ndr) la notizia che Italia Viva intende unificarsi in Parlamento col gruppo di Toti e Brugnaro. Manovre dei fantini prima del Palio del Quirinale?

Un’osservazione espressa anche da diverse persone che ho avuto modo di sentire al Brancaccio era la seguente: ma perché non impegnarsi innanzi tutto a ricomporre la vasta area cattolico democratica e cristiano sociale, aperti alla collaborazione con espressioni culturali dell’area liberale e riformista socialista e repubblicana, in alternativa alla destra nazionalista e populista e alla sinistra ancora in cerca della propria identità, piuttosto che continuare a frazionarsi in mille rivoli ?

In questo assai confuso allineamento, manca il mossiere del Palio, che, allo stato degli atti, potrà dare il via, solo dopo l’elezione del Presidente della repubblica e la decisione definitiva di governo e parlamento sulla legge elettorale. Al,riguardo, è positiva la conferma di Mastella a favore della legge elettorale proporzionale, purché combinata con le preferenze, ma, mi permetto di insistere: prima di avviare un altro partito di centro, non sarebbe meglio tentare la ricomposizione di tutte le diverse espressioni della nostra area sociale, culturale e politica? Continuare a giocare da soli potrà, forse, anche garantire un ruolo subalterno in qualche lista-rifugio, ma non risolve il problema storico politico italiano e della sua crisi di sistema; una crisi che non è solo riconducibile all’assenza di un centro in grado, come seppe fare la Dc, di saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, dando loro efficace rappresentanza politica, ma anche e, soprattutto, è legata all’esigenza del ritorno in campo di una cultura politica cattolico democratica e cristiano sociale ispirata dai valori e orientamenti espressi dalle ultime encicliche sociali dell’età della globalizzazione.

Guai se, tra l’egoistica volontà di competizione alla ricerca di un’affermazione personale o di un ristretto gruppo di aficionados e la necessità della collaborazione, prevalesse la prima. L’antropologia culturale ci ricorda che nell’isola di Pasqua, esempio del prevalere dello scontro, la competizione tra i diversi clan portò i Rapa Nui ad esaurire le risorse sino alla scomparsa della loro civiltà. Per costruire le grandi statue lipidee utilizzarono, infatti, grandissime quantità del legno dei boschi dell’isola sino all’esaurimento di quelle risorse e al progressivo depauperamento della biodiversità e della loro stessa civiltà. L’Isola di Anita, invece, sopravvive tutt’oggi, grazie alla collaborazione di tutti i suoi abitanti. Essa è la dimostrazione antropologica che la collaborazione vince sulla competizione. Vale sempre l’aforisma secondo cui da soli si va più veloci, insieme si va più lontano.

Sono anni che, da profeta disarmato, auspico questa ricomposizione della nostra area, per cui  formulo anche agli amici Clemente Mastella e al neo presidente dell’assemblea costituente di Noi di Centro, Giorgio Merlo, i migliori auguri, nella speranza che anche il loro encomiabile sforzo possa facilitare quell’unità possibile di un’area politica decisiva per il superamento della crisi di sistema dell’Italia.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti) (www.alefpopolaritaliani.it)

 

Renatino e il formaggio che non caglia. Cosa ne pensa Campanella.

La pubblicità del formaggio parmigiano con loperaio sfruttato dal padrone ha un sottile risvolto nel sottotesto. Oggi il vero svantaggiato non è – solo – lui ma tutti i ragazzi che ambiscono a qualcosa che non avranno mai. 

Reggiano o no, il formaggio piace a tutti. Il tanto lacrimevole operaio caseario che 365 giorni allanno lo lavora – ed è stato più volte specificato, in quella ormai famosa e tanto vituperata pubblicità – si sente felice. Lo è pur non avendo mai visto il mare, come detto ai giovinastri borghesi che, increduli, lo incalzano di domande. 

Alla loro logorrea Renatino risponde a monosillabi, abituato alla concretezza, a non perdere tempo, ad avere una visione solida della vita. I ragazzi che ambiscono a un posto di chef verranno, nella realtà, delusi; sappiamo che solo uno ce la fa. Gli altri dovranno ripiegare” a un posto di lavoro come quello di Renatino. Un posto che però non è libero. Li hanno tanto illusi che ora tutti sperano di diventare il prossimo Bottura. 

Già lo predisse Andreotti: non possiamo pretendere una società di pesi massimi. In tanti ridemmo sulle disgrazie di unaltra celebre macchietta: Fantozzi. C’è poco da ridere: lui aveva famiglia, automobile, casa di proprietà e un lavoro stabile, ferie pagate e la pensione. I ragazzi di oggi se lo sognano. Ciò che è cambiato nel tempo è stata la reazione del pubblico, non la realtà delle cose. Gli operai, gli impiegati, i lavoratori tutti, sono ancora sfruttati ma, se prima si rideva, oggi ci si indigna. Lindignazione rivela una non esigua fetta di ipocrisia, o di distrazione: vogliamo il formaggio ma non vogliamo sapere come viene fatto. Gli antichi romani conoscevano bene il lavoro degli schiavi. Noi oggi preferiamo non sapere quante persone sottopagate ci vogliono per confezionare un pacco, cucinare un panino, costruire un cellulare. 

Quanti lavoratori delle pulizie, della vigilanza, del commercio, nei supermercati vivono come Renatino? E quando ce lo fanno notare ci arrabbiamo. Ci inquieta, mortifica, sconvolge, sapere che c’è gente che lavora così perché nostro figlio, nostro nipote, nostro cugino, nostra sorella, la nostra fidanzata o noi stessi sbarchiamo il lunario lavorando come ciucci senza un giorno di riposo fisso e col minimo salariale. Oppure ci indignano perché conoscere lo sfruttamento altrui ci dovrebbe in qualche modo attivare, organizzarci, chiamare lamico avvocato, scrivere ai sindacati, organizzare manifestazioni (ormai tutte contro i vaccini) per cercare di porre rimedio alla situazione. Però non vogliamo uscire dalla nostra zona confort, dalla nostra bolla. 

Non vi preoccupate: Renatino è il vero privilegiato. I sogni di gloria dei ragazzi ridanciani nello spot verranno delusi. Renatino preferisce farsi bastare la sua concretezza. Ognuno con le sue illusioni; ma alcuni a stomaco pieno.

Nessuno risponde a Mons. Galantino? Forse è un bene. Le astrazioni non danno forza a un nuovo partito d’ispirazione cristiana.

Nessuno risponde a Mons. Galantino? Forse è un bene. Le astrazioni non danno forza a un nuovo partito d’ispirazione cristiana.

Delle Foglie ha rilevato un sottile disagio dinanzi alle affermazioni di Mons. Galantino sulla opportunità di riprendere il tema dell’impegno politico dei cattolici, anche attraverso la costituzione di un nuovo partito. Non è un male, di per sé, il silenzio finora registrato. Chi non ha parlato avverte probabilmente il disagio di operazioni surrettizie, con scarsi riferimenti concreti alla realtà del Paese.

Lucio D’Ubaldo

L’ex Presidente dell’Mcl, il giornalista Domenico Delle Foglie, osserva in un articolo che appare su “formiche.net” come la recente uscita di Mons. Nunzio Galantino a proposito della ricostruzione di un partito d’ispirazione cristiana non abbia suscitato particolari reazioni.

Scrive testualmente a riguardo: “La verità è che la diaspora politica dei cattolici è un fatto. Mentre la presenza politica dei cattolici (addirittura nella forma di un partito) resta solo una vaga speranza. Forse più viva all’interno dei Palazzi apostolici (sia pure senza alcuna benedizione) che nel corpaccione del cattolicesimo italiano. A questo punto della nostra storia, cioè nel contesto di una società fortemente secolarizzata e adeguatasi a vivere “senza Dio”, forse la domanda più giusta è un’altra: davvero il sistema Italia ha bisogno di un partito di ispirazione cristiana? La domanda non solo è legittima. È ineludibile”.

Certo, la domanda se non giusta è perlomeno fondata. Ma lo è soprattutto in relazione al fatto che fondatamente Mons. Galantino non ha dato una ricetta, ma ha suggerito una riflessione. A nessuno può sfuggire che il suo invito a riflettere è stato accompagnato dalla premessa circa la necessità di un discorso laico, con tutte le implicazioni e le conseguenze del caso, per il quale un partito di valori adeguati all’insegnamento della Chiesa possa o debba sperimentare un nuovo impegno sulla scena pubblica italiana.

Non è un male, di per sé, questo silenzio finora registrato. Chi non ha parlato avverte probabilmente il disagio di operazioni surrettizie, con scarsi riferimenti concreti alla realtà del Paese e senza una robusta mediazione, intellettuale e politica, che si mostri e si percepisca all’altezza dei problemi. L’astrattezza consiste in primo luogo nella rimozione della straordinaria vicenda del cattolicesimo politico del Novecento. Si vuol ricominciare a prescindere dalla storia, tanto che citare Sturzo o De Gasperi si applesa come dato incidentale, ancorchè esibito con sussiego in alcune circostanze.

Eppure una nota di ottimismo ci vuole. Non è vero che i cattolici rimangano incatenati a un silenzio di prescrizione, guardando di sottecchi la politica e ciò che si muove attorno ad essa, così d’apparire intristiti o sfiduciati. Questo è il tempo dell’accumulazione, per essere domani più generosi, forse anche più maturi. Ogni fuga in avanti nasconde un errore di valutazione e mina alla radice la prospettiva di ripresa del “discorso politico” dei cattolici. Dobbiamo avere fiducia. A patto comunque di essere fedeli alla cultura del dialogo e del pluralismo come orizzonte imprescindibile di qualsiasi operazione concepita e vissuta nel tempo nuovo della Chiesa.

Il social-liberalismo di Sturzo. Il confronto con John Rawls e Amartya Sen sul rapporto tra giustizia e solidarietà. 

 

Sturzo non fu mai un liberale classico, ma di certo fece sue alcune posizioni come la difesa della proprietà privata e della libertà economica. Fu uno studioso originale e un  politico capace. Lo si comprende bene in questo confronto a distanza con due eminenti intellettuali del Novecento. Il link a fondo pagina consente di vedere la registrazione del dibattito, promosso dall’ANDC, sul libro di Alfonso D’Amodio.

 

Rita Padovano

 

Indagare la quotidianità, è questo lo spazio in cui si colloca l’iniziativa dell’Associazione Democratici Cristiani del 26 novembre u.s., voluta anche per analizzare, nel giorno che ricordava il centocinquantesimo anniversario della sua nascita, le corrispondenze tra Luigi Sturzo, John Rawls e Amartya Sen.

L’occasione è,stata fornita da un lavoro di recente pubblicazione (marzo 2021) di Alfonso D’Amodio, edito da Solfanelli, Libertà, giustizia e sviluppo, Sturzo, Rawls e Sen: un dialogo inaspettato.

Si tratta di figure eminenti che, distanziate nel tempo e con stili diversi, contribuiscono a forgiare la connessione tra democrazia, giustizia e libertà. Gli ultimi due, Rawls e Sen, emergono come grandi intellettuali del Novecento le cui teorie sono ancora utili a comprendere la complessità del nostro tempo.

Anzi di più.

Se si esplorassero i concetti capisaldi del loro pensiero, contenuti anche nel sottotitolo di questo volume, se si inverassero le loro idee, potremmo individuare gli elementi utili a tracciare un nuovo percorso, ideale e  politico.

Perché la politica è tradurre i principi in sentieri percorribili, quelli che il nostro tempo va cercando.

Il perno da cui partire è proprio l’idea di giustizia che Rawls definisce essere “la prima virtù delle istituzioni sociali e che nel caso in cui risultino ingiuste devono essere eliminate oppure riformate”. Invece, sul piano economico, Sen propone un nuovo concetto di sviluppo, che non coincide con un aumento del reddito ma della qualità della vita.

Dentro questo spartiacque si pone l’opera di Luigi Sturzo che a differenza degli altri due viene ancora oggi, a torto, non sufficientemente studiato in maniera sistemica, tanto da non essere percepito come autore di riferimento per l’intera cultura politica nazionale e internazionale.

La teoria della giustizia sociale elaborata da Rawls resta ancora oggi quella più solida e meglio sviluppata tra quelle oggi a nostra disposizione, e per questo di maggior riferimento, sebbene nemmeno essa vada esente da critiche.

Come afferma lo stesso autore, il confronto tra Rawls e il sacerdote calatino fa sì che questo volume inserisca in un quadro teorico più ampio il pensiero di Sturzo e concorra a meglio comprenderlo, gettando luce su quegli elementi rimasti finora controversi riguardo alla sua adesione ai principi liberali.

Sturzo non fu mai un liberale classico ma di certo fece sue alcune posizioni come la difesa della proprietà privata e della libertà economica. Uno studioso originale. Un politico capace che restituì ai cattolici lo spazio della politica sottraendoli così all’insidiosa contesa tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica che animava o meglio tormentava quel periodo storico.

 

Rita Padovano è la Segretaria generale dell’Associzione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC)

 

Il link per il video

Dibattito sul libro di Alfonso D’Amodio, Libertà, giustizia e sviluppo. Sturzo, Rawls e Sen: un dialogo inaspettato, 2021, Edizioni Solfanelli.

https://youtu.be/yKNQA49r5P0

Una domanda a Enrico Letta: come si può investire, seriamente, sull’alleanza con i 5 Stelle?

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. L’autore, capo della Segretaria di Piazza del Gesù all’epoca della scissione del Ppi e attualmente segretario del Nuovo Cdu, formazione appartenente all’area moderata di centro-destra, mette sotto accusa la scelta del Pd. L’intesa con i grillini, egli sostiene, contrasta con i valori dei democratici cristiani.

 

Mario Tassone

 

In passato ci siamo divisi sulla strategia da seguire, essendo una parte della Ppi contraria a ogni cedimento al populismo berlusconiano.

 

Ora vorrei chiedere a Enrico Letta, all’epoca fra gli “scissionisti” che avevano messo il veto su Berlusconi, come fa a perseguire una alleanza organica con i 5 Stelle.

Si tratta di un Movimento che è l’emblema della crisi morale e istituzionale del Paese. È la coda della rivoluzione per via giudiziaria che ha messo in crisi la democrazia, mirando al cuore delle esperienze culturali e politiche che nel complesso erano anche le sue.

 

La dirigenza pentastellata ha condotto una “crociata” contro il finanziamento pubblico dei partiti, ora invece è per il 2 per mille (un finanziamento attraverso la sottoscrizione dei cittadini ma sempre pubblico!)

 

Un Movimento politico? No, un gruppo ben organizzato che unisce cinismo e disinvolta propensione per il potere, capace nel recente passato di carpire la fiducia dei cittadini, con il trionfo nelle elezioni politiche del 2013 e  del 2018!

 

Noi, la nostra storia con il bagaglio di valori, la dobbiamo continuare a difendere impedendo che il progetto del Vaffa Day continui a vanificare le conquiste di libertà e di democrazia dell’Italia.

È chiaro che l’equivoco si annida proprio nel Pd, un non-partito dai riferimenti storici compositi, dove convivono linee finanche opposte e interagiscono veri ossimori politici. In sostanza un non-partito che non ha una visione o un progetto condiviso, ma vive alla giornata gestendo le spinte e le controspinte, che non danno nessuna prospettiva. Allora l’alleanza con i 5 Stelle è fra due opacità, ovvero tra chi ha tratto vantaggio con il populismo eversivo a buon mercato e chi è, per così dire, in ricerca d’autore.

 

Ecco dunque la domanda: Letta l’autore l’ha trovato in Grillo e nel suo progetto del Vaffa Day? Nessun commento. Solo il dovere morale di molti di noi – democratici d’ispirazione cristiana – ancora affezionati all’idea di difendere un prezioso bagaglio di idealità.

 

Noi ci teniamo la nostra storia e non possiamo farci nulla se altri amici si accontentano, finendo per non stringere nulla se non un umiliante pressappochismo.

Un seme gettato nell’Oriente cristiano. Le più antiche poesie in onore dell’Immacolata Concezione.

 

Il culto a Maria ebbe origini nellOriente cristiano. In Occidente la festa della Concezione di Maria entrò nellXI secolo in Inghilterra, per poi estendersi nel XII agli altri Paesi. Vari teologi sostenevano che la Vergine era stata concepita con il peccato originale, altri affermavano che già al concepimento Maria ne era priva.

Il testo, qui riprodotto per gentile concessione, appare in originale nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano. 

 

Benno Scharf

 

«E quando ebbe vita nel corpo di sua madre fu già priva del peccato che Adamo nostro padre, malconsigliato, aveva commesso. Egli piange per averlo fatto ed averci aperto la porta dell’inferno; ma ora questa si è richiusa e si è aperta quella del paradiso, a suo tempo chiusa per mala ventura da nostra madre Eva, che con grande follia mangiò di quel frutto, che Dio le aveva proibito». Questo testo, le ultime due quartine della lunga Cantiga 411, costituiscono il primo riferimento all’Immacolata Concezione nella poesia non liturgica medievale dei Paesi occidentali.

La raccolta delle 427 Cantigas de Santa Maria, il grande canzoniere mariano della Spagna medievale, venne completata verso l’anno 1280. Curatore e autore di alcune di esse fu il re Alfonso X di Castiglia (1221–1284), detto il Saggio. Ispiratore dell’opera era stato il francescano Juan Gil de Zamora (1241-1318), poeta, teologo, musicista, scienziato dalla cultura universale; il re lo aveva chiamato alla sua corte come consigliere e come precettore dell’erede al trono Sancho.

Il culto a Maria ebbe origini nell’Oriente cristiano; all’inizio dell’ VIII secolo il vescovo Sant’Andrea di Creta (660–740) compose un canone (inno) in cui vi è l’invocazione. «Immacolata Madre di Dio vergine, sola degna d’ogni canto, prega ardentemente per la nostra salvezza». In Occidente la festa della Concezione di Maria, entrò nell’ XI secolo in Inghilterra, per poi estendersi nel XII agli altri Paesi. Però vari teologi sostenevano che la Vergine era stata concepita con il peccato originale, ma poi liberata di questo durante la gravidanza della madre Anna oppure nel momento della propria nascita; altri affermavano che già al concepimento Maria ne era priva.

Tra i primi, detti Maculisti, spiccano grandi nomi del pensiero scolastico: i santi Alberto Magno, Bernardo, Tommaso d’Aquino, Domenico e praticamente tutto l’ordine Domenicano; la dottrina dei secondi, detti Immaculisti, venne propugnata dal beato Giovanni Duns Scoto (1265–1308), e poi da tutto l’ordine francescano. Pochi anni prima però il già citato Gil de Zamora ne aveva detto nel Liber Mariae, verso il 1275.

Nel XIII e XIV secolo l’Immacolata Concezione viene citata in poesie e canzoni, ma sempre come accenno; mancano però testi specifici. Ad esempio nella canzone duecentesca inglese Sii salutata, o Regina dei cieli Maria è subito chiamata «Vergine immacolata, madre pura», senza però ulteriori riferimenti. Fa eccezione il poeta toscano Bianco da Siena (1350–1399), che in una lauda dedica all’immacolato concepimento tre delle 113 terzine che la compongono: «Benedetta sie tu, sposa divina / sença peccato original concetta /nel ventre d’Anna, o nobilẹ fantina / Laudata sie tu sempre e benedetta, / o glorïosa Vergine beata, / dallo Spirito Santo preeletta, / dal quale, quando fusti ingenerata / nella tua Madre dal tuo Padre santo, / sença peccato original creata. / Benedetta sie tu, che porti vanto / sopra a ogni altra creata nel mondo, / d’esser concetta santa, com’i’ canto».

La polemica tra maculisti e immaculisti si fece sempre più aspra. Nel 1439 una frazione del concilio di Basilea (non più riconosciuta da Roma) dichiarò l’Immacolata Concezione «verità di fede». L’anno successivo a Valence, nella Francia Meridionale, i francescani indissero festeggiamenti, con una gara di poesia sull’argomento. Vinse una canzone in lingua catalana, composta da Francesch de Mescua. Il testo di 40 versi è una dissertazione sull’Immacolata Concezione con un argomento di fondo: Gesù è il frutto perfetto e quindi Maria, la pianta che lo ha generato, non poteva essere sotto il dominio del demonio neppure per un istante.

In una cronaca, pubblicata nel 1509 dal francescano Thomas Murner (1475–1537), massimo poeta e narratore svizzero del XVI secolo è incisa nel retro della copertina in legno la prima poesia all’Immacolata in lingua tedesca. «Maria madre, vergine pura / noi vogliamo dire la tua lode. / Tu sei stata concepita senza il peccato originale: / l’astuzia del malvagio non poté impedirlo. / Ottienici la grazia tu / sempre pronta a misericordia verso i peccatori (…) / scampaci dal fuoco del diavolo: / Solo sotto la tua protezione noi siamo sicuri: / fa che tuo figlio non si volga lontano da noi».

La devozione al grande mistero si diffuse sempre più. In Francia, a Rouen, l’abate Guiot fondò nel 1701 l’Academie de l’Immacuèe Conception che fino al 1789 indisse ogni anno un premio di poesia. Fatto rivoluzionario per l’epoca, la partecipazione era aperta anche alle donne e quattro volte vi furono poetesse al primo posto, decine di volte al secondo o terzo. Nome di spicco: Anne Marie Le Page du Boccage, definita da Goldoni «La Saffo della Francia».

Dalli…al Natale. La “scomunica” della Commissaria europea ha provocato forti reazioni. Gaffe o lucida premeditazione?

 

Le nuove strutture di potere economiche di tipo planetario agiscono con i loro pervasivi mezzi nell’ambito della cultura e della informazione per forzare la storia e imporre la distruzione dei cardini di ogni fede religiosa.

 

Raffaele Bonanni

 

È naufragata nell’imbarazzo generale il tentativo “politically correct” della Commissaria europea alla uguaglianza Helena Dalli, di imporre direttive ai funzionari della Unione Europea  per garantire, attraverso l’uso di termini neutri, comunicazioni prive di elementi potenzialmente offensivi. Ma gira e rigira, ecco che la Commissaria attraverso le sue raccomandazioni pone neanche tanto subdolamente l’esigenza di non citare, nelle missive da inviare, il Natale: al suo posto si consiglia una indistinta definizione di festa. Poi pone il tema di non citare troppo nomi come Maria e Giovanni, sostituendoli con nomi non cristiani, ed altre corbellerie simili.

 

La gaffe è stata così clamorosa che ha scomodato la stessa Ursula Von der Leyen, che infastidita dall’incendio provocato dalle polemiche ha dovuto immediatamente stoppare la direttiva. Questo fatto, in verità, è stato visto da moltissimi europei come il tentativo maldestro a cui spesso si ricorre per imporre culture lontane da quelle popolari, con la motivazione del rispetto dovuto ad altre culture. In verità queste giustificazioni che vengono date anche in Italia con episodi similari, appartengono ad élite culturalmente minoritarie che attraverso poteri vari, intendono imporre fraudolentemente la loro opinione ai cittadini.  Una vicenda dunque, che sostanzialmente si collega a tante altre di carattere subliminali ed esplicite come quella che commentiamo.

 

Helena Dalli, aldilà della sua manifesta avventatezza, non credo sia del tutto sprovveduta, ponendosi contro le culture più intime che fondano l’Europa: la concezione liberal democratica, posta a base del patto originario degli Stati che reggono le istituzioni europee, e quella identitaria e religiosa cristiana, che riguarda grandemente il popolo europeo. D’altronde, l’appartenenza della Commissaria ad una comunità come quella maltese, di sentimenti cristiani profondissimi, non ha impedito in spregio ad ogni buon senso e principio  di responsabilità istituzionale di proporre l’assurdo “vademecum”. Dietro queste manifestazioni di intolleranza, motivate dalla esigenza di rispettare le altre culture e sensibilità, si nascondono minoranze di interessi e culture che attraverso il potere delle istituzioni, del denaro, dei media, e strumenti di diffusione della cultura, vogliono imporre il loro pensiero, resuscitando nei fatti lo “Stato etico” come decisore, arbitro e giudice assoluto del bene e del male, fonte dell’etica per il singolo e per la comunità, e quindi unico creatore del bene comune. Sappiamo come questa concezione filosofica hegeliana e hobbesiana sia già stata travisata e utilizzata a piene mani dai teorici delle sciagurate dittature nere e rosse del Novecento, i quali l’hanno messa in pratica con conseguenze gravissime.

 

Questa filosofia politica si contrappone alla moderna Democrazia liberale che non delega allo Stato e al corpo politico tutti i diritti dei cittadini, se non la giustizia. In definitiva la teoria dello Stato etico affidava alle istituzioni il compito di “educare” i cittadini attraverso i suoi poteri. Oggi invece, nell’era contemporanea e globalizzata, le nuove strutture di potere economiche di tipo planetario agiscono con i loro pervasivi mezzi nell’ambito della cultura e della informazione per forzare la storia e imporre la distruzione dei cardini di ogni fede religiosa, di ogni realtà organizzata, di ogni potere che non risponda al disegno di modellare il mondo secondo una visione unilaterale: la loro.

Il Censis racconta l’Italia fragile del rancore e della irrazionalità. Il commento di Provinciali.

 

C’è un diffuso senso di insoddisfazione, come se si fosse chiuso un ciclo di aspettative inevase: quel “presentismo asfissiante” già denunciato in altre occasioni oscilla tra attesa e ripresa, tra latenza e incerto futuro.

 

Francesco Provinciali

 

Giunto alla sua 55esima redazione, l’annuale Rapporto Censis sullo stato del Paese non tradisce le aspettative e presenta una situazione complessa e ricca di dettagli connotativi che – per fermo immagini, analisi documentate da dati e percentuali, interpretazioni sempre originali e penetranti – offre spunti di conoscenza e riflessione non limitate ai soli addetti ai lavori, economisti o ricercatori sociali che siano.

 

L’approccio descrive un quadro d’insieme che spiega gli approfondimenti tematici, le considerazioni generali come sempre sono suffragate da evidenze significative, lo stesso incipit è a dir poco folgorante. “L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale. Per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E poi: il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone. Perchè sta succedendo? E’ la spia di qualcosa di più profondo: le aspettative soggettive tradite provocano la fuga nel pensiero magico. Siamo nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Per l’81% degli italiani oggi è molto difficile per un giovane ottenere il riconoscimento delle risorse profuse nello studio.

 

Il rischio di un rimbalzo nella scarsità: ecco i fattori di freno alla ripresa economica e le incognite che pesano sul risveglio dei consumi”. La società irrazionale che si va manifestando nelle dissolvenze incrociate di molteplici contraddizioni non è solo la conseguenza della lunga crisi pandemica che sta scompaginando la vita nella sua dimensione planetaria: essa si accompagna e si spiega attraverso altre emergenze che la sostengono e la qualificano. Ci sono le teorie cospirazionistiche, il negazionismo aprioristico che cancella il vaglio critico, i complotti delle sostituzioni etniche provocate da èlite globalistiche, il reset mondiale, il sovranismo psichico, la lunga deriva mai conclusa della stagione del rancore individuale e collettivo, il rifiuto della ragione e degli strumenti con cui abbiamo finora costruito il progresso e il benessere: la scienza, la medicina, i farmaci, le innovazioni tecnologiche. Per il 12,7% degli italiani la scienza produce più danni che soluzioni e per un buon 31,4 % il vaccino è un trabocchetto sperimentale per cavie disponibili a farsi convincere ad inocularlo.

 

C’è un diffuso senso di insoddisfazione, come se si fosse chiuso un ciclo di aspettative inevase: quel “presentismo asfissiante” già denunciato in altre occasioni oscilla tra attesa e ripresa, tra latenza e incerto futuro. “E’ un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà”. Il binomio attesa/ripresa è un leit motiv del Rapporto.

 

L’incertezza è una categoria dominante di questo tempo, lo vediamo con il protrarsi della pandemia, lo riscontriamo nell’emergenza dei problemi ambientali posti in termini ultimativi, con la sostenibilità di una visione antropocentrica che confligge con la natura che si ribella e impone la sua forza ma anche con un allargamento del gap delle disuguaglianze. Forse è per questo che il 69% degli italiani si dichiara molto incerto sul futuro, che l’82% crede di meritare di più sul lavoro e il 62% pensa di valere di più in assoluto. D’altra parte manca un modello economico sostenibile, una rappresentazione di società che premi la dimensione collettiva dello sviluppo. Gli investimenti pubblici sono scesi del 27% negli ultimi dieci anni, la crescita dei consumi è stimata al 5% e comunque inferiore al PIL atteso, permane il problema della disoccupazione giovanile (la generazione NEET) una vera fragilità per un Paese che ambisce a crescere: si stimano 2,7 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, il 29,3% del totale, oltre il 40% al sud, la condizione del lavoro femminile esprime un tasso di occupazione intorno al 54%, il più basso in Europa, il livello medio delle retribuzioni è calato del 2,9% nel periodo sopra considerato, unico Paese dell’area OCSE (in Lituania è aumentato del 200%, nell’U.E. in una media a due cifre), il piano di digitalizzazione della P.A. e dei servizi stenta a decollare poiché non riesce a scindersi da una burocrazia latente, pervasiva ed opprimente. La diffusione delle tecnologie favorisce paradossalmente le disuguaglianze (anche in ambito scolastico, si pensi alla Dad mai decollata in pieno al sud dove il 30% delle famiglie non possiede un PC) ma anche nuove forme di difficoltà relazionali, di rapporti di prossimità e persino nuovi tipi di reati.

 

Sul piano sociale il Rapporto evidenzia l’emergenza di un processo di verticalizzazione (non solo a livello politico ma del sistema-Paese, di quello scolastico, dell’economia dove preoccupa una ripresa dell’inflazione: ci sono dinamiche innescate a livello planetario ma è oggettivamente riscontrato ad ottobre 2021 il rialzo dei prezzi del 20,4% su base annua, e nei dettagli, dell’80,5% per l’energia, del 13,3% per la chimica, del 10,1% per il manifatturiero e del 4,5% per le costruzioni – fonte il Sole 24ore) con una rottura dei meccanismi orizzontali a livello di famiglia, di impresa, di prossimità. Tuttavia si tratta di tensioni verticali presenti in una società che cerca di crescere più per progetti enunciati che per naturale evoluzione: la stessa conclamata “fase di transizione ecologica e digitale” richiede investimenti ma anche risorse umane, preparazione, competenza, pensiero, capacità immaginativa non disgiunta da una prospettiva etica e di maturazione della coscienza collettiva. Ove ciò non avviene si verifica un ripiegamento verso l’economia dello “zero virgola”: si pensi alle dinamiche di rimescolamento sul piano geoeconomico mondiale ad es. attraverso le politiche espansive della Cina, l’assenza di una strategia condivisa dai Paesi dell’U.E., le incertezze a livello di Pnrr e di Recovery plan. Parole ricorrenti nel linguaggio dei soli iniziati.

 

Più volte lo stesso Presidente del Censis Giuseppe De Rita ha evidenziato il solco che separa la teoria delle enunciazioni di principi trionfalistici e delle previsioni quasi palingenetiche, rispetto alla loro concreta attuazione. Affermazioni come “transizione ecologica” e “riconversione digitale” sono generiche e difficilmente metabolizzabili in una società che tradizionalmente necessita di evoluzioni lente e partecipate.

 

Con apprezzabile discernimento il Rapporto stima quattro livelli di transizione praticabili: la transizione green, ossia la necessità di ridurre il danno ecologico delle attività umane, per salvaguardare l’ambiente delle generazioni future, la transizione digitale che è il simbolo della sfida tecnologica e dell’innovazione delle grandi società globali,  la transizione demografica per rimettere al centro dell’iniziativa politica il lavoro giovanile, il ruolo delle donne, il potenziamento dei servizi di assistenza e di protezione sociale, la transizione del lavoro che oggi è al centro di un rinnovato bisogno collettivo. Ma c’è un aspetto – quello demografico – cui il Censis, sull’onda di dati recentemente stimati dall’ISTAT (cfr. il Rapporto sulle cd. “culle vuote”), dedica nel Rapporto particolare attenzione, evidenziando un “rischio di rimbalzo” nelle risorse umane. Dal 2015 al 2020 c’è stato un calo di 906.146  persone nella popolazione del Paese, per la prima volta si prevede- dal 1861 – un numero di nati nel 2021 inferiore alle 400 mila unità, così come – sempre per la prima volta – nel 2020 le nascite ogni 1000 abitanti sono scese al 6,8% contro una media UE del 9,1%. In questa situazione demografica combinata con le incertezze economiche,  il 55,3% delle coppie in età fertile accantona il progetto di avere un figlio mentre l’11,1% vi rinuncia. E in tema di passaggio dalla fase di attesa a quella della ripresa il Rapporto del Censis rimarca la necessità di possedere una misurata coscienza delle leve che producono crescita dal basso: la ricerca di nuove filiere e l’economia del corto raggio.  Secondo il Censis occorre dunque riconsiderare una dimensione economica spazio-temporale di “corto raggio”, che tenga conto delle filiere preesistenti all’impazzimento della globalizzazione e alle spinte espansive a livello geoeconomico. In questa linea di indirizzo vanno viste le tematiche “della sostenibilità, della riconversione ecologica, della qualità dei servizi di vita collettiva, del fisco come strumento di lotta alle diseguaglianze sociali, fino alla esaltazione della economia circolare. Insomma il genius loci – che è valorizzazione del “qui ed ora”, la riscoperta del territorio, la peculiarità delle risorse – troppo frettolosamente espunto dai processi di mondializzazione, ritrova senso e prospettiva in un disegno di crescita, con misurati e diffusi investimenti sociali e recuperando forti motivazioni individuali.

 

Per l’Italia la stagione delle filiere lunghe (“il made in Italy, quella enogastronomica, quella del primato nella produzione dei macchinari, quella del turismo”) necessita di una riconversione sul “corto raggio” gestibile e riprogrammato. Il Censis teme al riguardo che una rimodulazione dei modelli di sviluppo economico e sociale resti prigioniera del quotidiano dibattito d’opinione, del ‘cortissimo’ raggio della cronaca che si focalizza sul presente e non preme il tasto dell’ascensore sempre fermo da tempo al piano terra e racchiuda in un perimetro autoreferenziale ogni progetto di crescita che peraltro va cercato e sollecitato. L’emergenza sanitaria e le sue conseguenze, l’attenzione alle variazioni del clima, lo sviluppo dirompente della tecnologia, l’indebitamento pubblico inarrestabile, il gap digitale: sono tutti esempi di come la società italiana sia messa alla prova, chiamata a un lavoro di autocoscienza, individuale e collettiva.

 

Che cosa serve, allora, per raggiungere questi obiettivi? Serve coscienza, pensiero, servono competenze. “Parlare con parole nuove e affrontare con serietà le fragilità del nostro tessuto sociale è quello che serve nell’attuale dialettica socio-politica. Nell’orizzonte della ripresa si nota un’inquietudine politica, timida e incerta. Ben vengano paura e incertezza del futuro, se aiuteranno nuovi modi di pensare e costruire società e istituzioni, di riconnettere tra loro tecnica e politica, vita sociale e attività statale. Solo che il sistema politico non si annidi in un acquietamento di pensiero, maschera di ogni poco curata transizione”.

Cile, elezioni presidenziali: la DC sceglie di appoggiare, in nome della democrazia, il candidato della sinistra.

 

Riportiamo il testo della mozione politica, in traduzione e versione originale, che il Partito della Democrazia Cristiana del Cile ha approvato nel Consiglio Nazionale del 28 novembre scorso. È stata la Presidente del partito, Carmen Frei, figlia dello storico Presidente del Cile, il democristiano Edoardo Frei, a illustrare la linea del partito. Il PDC ha formalizzato il suo appoggio al candidato della sinistra, Gabriel Boric, in vista del ballottaggio (19 dicembre) per la Presidenza della Repubblica. A questa scelta il partito è pervenuto in considerazione del giudizio fortemente negativo sulla candidatura di Joséphine Antonio Kast, espressione di una destra pericolosa, a vocazione autoritaria, contigua o legata agli ambienti nostalgici dell’era Pinochet.

 

Redazione

 

Mozione politica del Consiglio Nazionale del PDC

 

  1. Il Consiglio Nazionale del PDC esprime il suo più pieno apprezzamento alla nostra candidata presidenziale, Yasna Provoste Campillay, per la sua generosità e dedizione in questa campagna presidenziale nella quale ha rappresentato il nostro partito e i partiti del Nuovo Patto Sociale.
  2. Ringraziamo i nostri candidati al Senato, alla Camera dei Deputati e Deputati, i Consiglieri Regionali, che hanno dato il meglio di sé, insieme alle loro squadre, rappresentando la Democrazia Cristiana su tutto il territorio nazionale.
  3. Il Consiglio nazionale del PDC dichiara il proprio sostegno alla candidatura alla Presidenza della Repubblica di Gabriel Boric Font nel secondo turno presidenziale del 19 dicembre.
  4. Il PDC non intende entrare nel futuro governo né offre il suo sostegno in termini condizionati. Sulla candidatura di Gabriel Boric pesa ora la responsabilità di riunire una maggioranza popolare anelante a profonde trasformazioni in un quadro di governabilità e pace sociale.
  5. Riteniamo che il candidato dell’estrema destra, José Antonio Kast, rappresenti una minaccia al processo costituente e un ritorno all’autoritarismo che va contro i processi di sviluppo democratico e la giustizia, che per decenni abbiamo contribuito a consolidare.
  6. La Democrazia Cristiana riafferma come principi inalienabili della sua azione politica il valore universale dei diritti umani, la sua adesione illimitata alla democrazia, allo Stato di diritto e al rifiuto di ogni forma di violenza.
  7. Il Consiglio Nazionale del PDC apprezza il contenuto della lettera inviata da Gabriel Boric, da cui scaturisce un rapporto di dialogo e mutuo rispetto che tra noi intendiamo preservare.

 

Voto político Junta Nacional del PDC 28 de noviembre de 2021

 

  1. La Junta Nacional del PDC expresa su más pleno reconocimiento a nuestra candidata presidencial, Yasna Provoste Campillay, por su generosidad y entrega en esta campaña presidencial representando a nuestro partido y a los partidos de Nuevo Pacto Social.
  2. Agradecemos a nuestros candidatos y candidatas al Senado, a la Cámara de Diputados y Diputadas, Consejeros Regionales, que han dado lo mejor de sí, junto a sus equipos, representando a la Democracia Cristiana a lo largo del territorio nacional.
  3. La Junta Nacional del PDC declara su apoyo a la candidatura a la Presidencia de la República de Gabriel Boric Font en la segunda vuelta presidencial del 19 de diciembre.
  4. El PDC no se propone ingresar al futuro gobierno ni condiciona su apoyo. La candidatura de Gabriel Boric tiene ahora la responsabilidad de convocar a una mayoría ciudadana que anhela transformaciones profundas con gobernabilidad y en paz social.
  5. Consideramos que el candidato de la extrema derecha, José Antonio Kast, representa una amenaza al proceso constituyente y un retorno al autoritarismo que va en contra de los avances democráticos y en equidad que hemos ayudado a consolidar por décadas.
  6. La Democracia Cristiana reafirma como principios irrenunciables de su actuación política el valor universal de los derechos humanos, su adhesión irrestricta a la democracia, al Estado de Derecho y el rechazo a toda forma de violencia.
  7. La Junta Nacional del PDC valora el contenido de la carta enviada por Gabriel Boric, que establece una relación de diálogo y respeto mutuo que nos proponemos mantener entre nosotros.

 

Per saperne di più

https://www.pdc.cl

https://youtu.be/wuKCnXwI-KI

Il virus è mutante. Il no-vax anche.

 

La disperazione è tale che, per soffocare la loro psicopatologia non curata, i no vax cercano di riproporre gli schemi che portarono al sequestro e alla morte del povero Aldo Moro. Sempre più si stanno assottigliando le distinzioni tra criminali e sovversivi. Dietro a un criminale non sempre vi è un sovversivo; ma dietro a ogni sovversivo può esserci un criminale.

 

Danilo Campanella

 

Quando un virus si replica o crea copie di se stesso a volte cambia leggermente. Questi cambiamenti sono chiamati “mutazioni”. Anche il virus Sars-CoV-2, responsabile della malattia COVID-19, presenta delle mutazioni sulla cosiddetta proteina ‘spike’, che è quella con cui il virus ‘si attacca’ alla cellula. Queste varianti hanno dato prova di una maggiore trasmissibilità rispetto al virus ‘originale’. La decisione di dichiarare un ceppo virale come VOC (variante preoccupante) e riconoscerle un preciso lignaggio numerico, è dovuta alla presenza, nel virus-variante, di diverse mutazioni che potrebbero avere un impatto sul comportamento dello stesso, anche in termini di gravità della malattia o della capacità di diffusione.

Le “voc” attualmente scoperte sono: la ‘variante inglese’ o ‘Alpha’ (B.1.1.7) è stata isolata per la prima volta nel settembre 2020; la ‘variante sudafricana’ o ‘Beta’ (B.1.351) è stata isolata per la prima volta nell’ottobre 2020 in Sud Africa; la ‘variante brasiliana’ o ‘Gamma’ (P.1) è stata isolata per la prima volta nel gennaio 2021 in Brasile e Giappone; la variante ‘indiana’ o ‘Delta’ (B.1.617.2), è stata isolata per la prima volta nel dicembre 2020 in India. Il 26 novembre l’Oms ha designato con il lignaggio B.1.1.529 la voc “Omicron”. La variante è stata isolata per la prima volta in campioni raccolti l’11 novembre in Botswana e il 14 novembre in Sud Africa.

Come riportato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), al momento le misure per prevenire l’infezione rimangono invariate da quelle finora in uso. Pertanto, utilizzo delle mascherine, distanziamento sociale e igiene delle mani devono continuare ad essere rigorosamente adottate e rispettate in qualsiasi circostanza. Naturalmente, è fondamentale rispettare anche tutte le indicazioni e le restrizioni imposte dalle normative attualmente in vigore.

Alla variante virale se ne è aggiunta un’altra: quella del no-vax ‘terrorista’. Il dissenso è ‘mutato’ in qualcosa di virulento, feroce, ideologico, organizzato. Si è passati dal ‘motivare’ il proprio dissenso nei confronti dle vaccino – o nella possibile obbligatorietà di quest’ultimo – alle manifestazioni di piazza, al furto e alla vendita di green pass, alla fabbricazione di green pass (fasulli9, all’aggressione contro cose e istituzioni: medici, infermieri, sindacati.

In un tempo imprecisato, comunque molto lontano, gli esseri umani hanno cercato di dare un senso a ciò che per loro era inspiegabile: dal fulmine nel cielo, che doveva, per forza, essere opera di un dio, alla causa dei malori, nel periodo in cui non vi era microscopio che potesse mostrare piccoli ‘animalini’ chiamati poi batteri, o virus. Tuttavia la mente, l’insieme dei processi cognitivi del cervello, tende, per cultura e predisposizione, ad essere razionale, o irrazionale. La mente irrazionale poggia le sue sicurezze sulla passione e sul sentimento; potremmo dire sull’impressione. È la mente arcaica, animale, antica. Non a caso, tutto ciò che è “natura”, e ritorno alle origini, viene consacrato, dai conservatori di questa predisposizione mentale.

Questo “irrazionalismo antropologico” si basa sulla certezza che vi sia “qualcosa” indipendente da noi che ci guida dall’alto, una “super-stitio”, un qualcosa che dirige le nostre esistenze. Come gli uomini primitivi si sentivano dipendenti dagli incendi prodotti dai fulmini, o dalle alluvioni prodotte dalle tempeste, o dai terremoti, dalle malattie, etc. nei loro successori è rimasto un frammento emotivo di questa ansia, di questo fatalismo, direi di questo “istinto” e che, in gergo tecnico, possiamo definire semplicemente come “superstizione”. In senso storico, quindi collettivo, possiamo identificare tre fasi della superstizione: il mito, la religione e la cospirazione. Nel primo stadio, legato all’epoca più antica della nostra storia, il divario tra irrazionale e razionale era molto ampio: non si cercava una risposta al volere degli dei. Grazie alla filosofia le domande hanno pervaso tutto (anche grazie a quel fastidioso ‘tafano’ di Socrate) ed anche il mito, è divenuto un costrutto nuovo, in cui gli esseri umani sono partecipi, in qualche misura, del disegno del dio. Quando la scienza sperimentale prese piede, questa convinzione cominciò razionalmente a sgretolarsi. Ma datosi che alcuni uomini e donne sono emotivamente predisposti non a ragionare, ma a “sentire” (ciò non significa che non ragionino in senso assoluto) la loro mente è rimasta impermeabile ed ha utilizzato il nuovo lessico tecnico-scientifico (Steiner docet) per dare una nuova forma alla superstizione: una forma che fosse coerente con le loro aspettative. Per questo motivo hanno sostituito gli dei con gli alieni, poi con le sette degli illuminati; il disegno divino con quello umano.

Questo tentativo di far combaciare tessere diverse di un disegno che non esiste, se non nella mente di chi lo concepisce, dandolo in eredità ad altri, costruendo una nuova narrazione neo-mitica o pseudo-religiosa, possiamo definirlo “cospirazionismo”, da un termine che è già in uso e sul quale non vi sono ad ora studi accademici che consentano di storicizzarne i contenuti. Dal dissenso ‘sragionato’ lentamente si arriverà allo scontro, proprio come negli anni Settanta il dissenso extraparlamentare della sinistra radicale produsse, in taluni ambienti, le Brigate Rosse. Un’esagerazione? Non si direbbe, dato che il 1 dicembre Corrado Formigli ha aperto la puntata di PiazzaPulita su La7 con un’inchiesta di Fanpage.it, su una frangia di estremisti che ha provato ad alzare il livello dello scontro con le istituzioni proponendo di “sequestrare un politico”. La disperazione di questi no-vax è tale che, per soffocare la loro psicopatologia non curata, cercano di riproporre gli schemi che portarono al sequestro e alla morte del povero Aldo Moro, per citare il più noto simbolo di un mondo che credevamo esserci lasciati alle spalle.

Nelle città lasciate in custodia alla polizia e ai pubblici amministratori, che hanno il mandato del popolo, criminali e sovversivi stanno tessendo i loro fili invisibili. A chi spetta, e cosa aspetta, a reciderli? Ci troviamo ora in una situazione surreale in cui ogni cittadino si sente un giudice, un poliziotto, un medico, e che, di fatto, impedisce ai primi di espletare le loro sacrosante funzioni. Dobbiamo riconoscerlo: sempre più si stanno assottigliando le distinzioni tra criminali e sovversivi. Dietro a un criminale non sempre vi è un sovversivo; ma dietro a ogni sovversivo può esserci un criminale. In un Paese debole, con una cittadinanza ancora ‘bambina’, ad alcuni spetta il compito di educare, ad altri quello di curare, ad altri spetterebbe il compito di reprimere. In questo delicato momento, la repressione è, forse, il miglior vaccino.

Tornare a studiare la realtà, a capirla, a pensarla. Note su un incontro di cattolici democratici a Parma (c3dem).

 

Il Borgo di Parma e Agire politicamente” hanno organizzato un incontro per presentare e discutere un recente libro di Lino Prenna sul cattolicesimo democratico al tempo di papa Bergoglio ma anche per festeggiare i 90 anni di Giorgio Campanini. Sono intervenuti, oltre a Prenna, Pierluigi Castagnetti, Carla Mantelli, Matteo Truffelli e Giorgio Campanini. Con una insolita consonanza sul cammino da compiere. Riportiamo uno stralcio della nota pubblicata da “C3dem-Per una rete di cattolici democratici”.

 

Questa nota non ha nessuna pretesa. Verte attorno a un tema insieme impegnativo e logorato, sfidante e sfibrato: il rapporto tra cattolici e politica. Ma, in realtà, qui si vuole solamente dar conto di un piccolo dibattito, tenutosi nei giorni scorsi nella sede dell’associazione “Il Borgo”, a Parma. Occasione è stata un’iniziativa di Lino Prenna, coordinatore di un’altra associazione di ispirazione cattolica, “Agire politicamente”. Entrambe le associazioni sono tra le animatrici della rete c3dem, nata una decina di anni fa con l’intento di ravvivare quella corrente cattolico-democratica che in tempi passati molto ha contribuito a rinnovare la cultura politica del cattolicesimo e a imprimere valori personalistici e solidaristici alla democrazia italiana.

 

Prenna è autore di un libro recente, molto denso, in cui ha cercato di mostrare come il cattolicesimo democratico abbia oggi una possibilità di rilancio recuperando il filone culturale del popolarismo di don Sturzo e traducendolo nella nuova prospettiva che il pontificato di Francesco ha coraggiosamente aperto con la sua teologia del popolo e la sua concezione della azione politica come mediazione tra le polarità che caratterizzano la vita umana e la realtà storica. Il libro si intitola Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo, sottotitolo: “Sui sentieri di Francesco” (lo abbiamo recensito poco tempo fa su questo sito; vedi qui).

L’incontro di Parma è nato un po’ per discutere del libro, ma anche, e forse soprattutto, per festeggiare Giorgio Campanini, per i 90 anni compiuti quest’anno e per il grande, grandissimo lavoro di pensiero, di insegnamento, di formazione culturale che per tanti decenni ha condotto in Italia nel solco del migliore cattolicesimo democratico. Il festeggiamento è stato fatto in casa, infatti Giorgio Campanini e i figli Riccardo e Sandro sono tra gli animatori dell’associazione “Il Borgo”, che ha ospitato l’incontro.

 

In un clima semplice e amicale hanno preso la parola, dopo una introduzione di Prenna, tre interlocutori: Pierluigi Castagnetti, Carla Mantelli (insegnante e membro dell’assemblea nazionale del Pd), e Matteo Truffelli (già presidente nazionale dell’Azione cattolica e professore di Storia delle dottrine politiche a Parma, nella stessa cattedra occupata in passato da Giorgio Campanini).

 

Mi è parsa singolare nell’incontro, e interessante, l’assonanza che vi è stata, pur con accenti diversi e con un di più di pessimismo da parte di Castagnetti e un di più di ottimismo da parte di Mantelli e Truffelli, nel dire con nettezza una cosa: il mondo, la realtà sono cambiati profondamente nel corso di una generazione, e il compito primario ora è cercare di conoscere la realtà nuova in cui siamo immersi, capirla, viverci dentro, e far maturare in noi la comprensione di quale apporto poter dare, di quale direzione imprimere al nostro impegno, al nostro cammino.

 

Ripercorriamo gli interventi

 

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https://www.c3dem.it/tornare-a-studiare-la-realta-a-capirla-a-pensarla-note-su-un-incontro-di-cattolici-democratici-a-parma/

Quirinale, conta il profilo del “candidato”. L’opinione di Merlo.

 

Continua misteriosamente a mancare, quando si discetta sul futuro Capo dello Stato, l’attenzione al “profilo” del candidato. Sarebbe infatti necessario individuare una personalità che tranquillizzi gli italiani, che qualifichi il nostro paese sulla scena internazionale e che, soprattutto, non sia attaccabile sotto il profilo della credibilità personale.

 

Giorgio Merlo

 

Che l’elezione del Presidente della Repubblica rappresenti, da sempre, una tappa politica importante ma anche ricca e gustosa di retroscena è ormai un dato di fatto. Ogni giorno che si avvicina al voto in Parlamento da parte dei “grandi elettori” si produce una novità, ci sono cose da raccontare inesplorate e sconosciute sino al giorno prima, tranelli da consumare, vendette da pianificare, rancori mai sopiti e, soprattutto, un esercito di franchi tiratori che muta continuamente. O meglio, i franchi tiratori ci sono sempre stati ma cambiano rapidamente perchè il tutto è sempre e solo funzionale ai propri interessi. Politici, elettorali e personali.

Certo, quando c’era ancora la politica – cioè prima dell’avvento del populismo dei 5 stelle – i franchi tiratori, è paradossale dirlo ma è così, rispondevano anche a strategie politiche e di prospettiva politica. Con il decollo dell’”uno vale uno” e con un Parlamento composto da moltissime persone che puntano deliberatamente, se non quasi esclusivamente, allo stipendio di fine mese, è molto difficile prevedere qualsiasi epilogo. Certo, ogni elezione fa capo a sè ed è persin inutile ripercorrerle una ad una talmente sono note e conosciute. A cominciare dall’ultima, quella che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano e poi alla scelta, saggia e responsabile, di Sergio Mattarella. Ma gli incidenti studiati, pianificati e progettati su Franco Marini prima e su Romano Prodi poi, rimarranno scolpiti nel malcostume della politica italiana. Uno squallore, che è nato all’interno del Pd e della sinistra italiana dell’epoca e di chi la dirigeva e che, da quel momento, ha quasi certificato uno squallore comportamentale da cui difficilmente si può tornare indietro.

Ma, per fermarsi all’oggi, quello che continua misteriosamente a mancare quando si discetta sul futuro Capo dello Stato è il “profilo” del candidato. Quando si dice profilo non si intende solo il grado di studio, le pubblicazioni fatte, la partecipazione ai dibattiti o la presenza nei salotti potenti e influenti della Capitale. No, il profilo del candidato al Quirinale riguarda una somma di elementi che si intrecciano l’un l’altro e che alla fine tratteggiano una personalità che tranquillizza gli italiani, che qualifica il nostro paese sulla scena internazionale e che, soprattutto, non è attaccabile sotto il profilo della credibilità personale. Pur senza moralismi e senza alcuna deriva giustizialista di stampo grillino.

Ecco, sotto questo aspetto il dibattito langue. È sostanzialmente vago. Si punta, semmai, sulla “divisività” di quel candidato, sulla eccessiva partigianeria di quello o sull’incapacità di poter rappresentare realmente il popolo italiano dall’altro ancora. Per carità, tutti temi importanti e di non secondaria importanza per un Capo dello Stato. Ma è indubbio che se il profilo del candidato è serio, qualificato, fedele da sempre ai principi e ai valori della Carta Costituzionale e politicamente non sprovveduto, difficilmente può essere messo in discussione. Per questo semplice motivo l’auspicio è che, d’ora in poi, accanto alla conta dei potenziali franchi tiratori e al tornaconto personale e politico di molti grandi elettori, ci si può concentrare prevalentemente, se non quasi esclusivamente, sul “profilo” e sulla “natura” dei vari candidati. Sarebbe, questo, l’unico modo anche per qualificare e nobilitare questo passaggio pur sempre decisivo ed importante della nostra storia politica e repubblicana.

La perenne tensione balcanica

 

L’area balcanica – permanente zona critica d’Europa – si è in queste due ultime decadi suddivisa in diversi stati ma non ha risolto molti dei nodi di fondo – etnici e religiosi – che la caratterizzano o la perseguitano, rimanendo così un problema dalla potenziale esplosività incistato nel cuore del continente. L’idea di una Grande Serbia genera immediatamente quella di una Grande Croazia e quindi la fine dello Stato bosniaco. Con le inevitabili ripercussioni sulle minoranze dell’una e dell’altra parte.

 

Enrico Farinone

 

Diversi lustri sono trascorsi dalla disgregazione di quella che fu la Jugoslavia, nazione non-allineata guidata dal mitico maresciallo Tito e Stato multi-etnico e multi-religioso per definizione. L’area balcanica – permanente zona critica d’Europa – si è in queste due ultime decadi suddivisa in diversi stati ma non ha risolto molti dei nodi di fondo – appunto etnici e religiosi – che la caratterizzano, oserei dire che la perseguitano. Rimanendo così un problema dalla potenziale esplosività incistato nel cuore del continente.

Seguendo la rotta tracciata da Slovenia e Croazia anche Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo (oltre a Macedonia del Nord e Albania) hanno posto la propria candidatura per aderire alla UE ma a giudizio di tutti gli osservatori (e al di là dei diversi capitoli tuttora aperti e non facilmente completabili) l’Unione commetterebbe un grave errore nell’accoglierli in quanto si porterebbe in casa un conflitto che purtroppo cova ancora sotto le ceneri. Oltre che dare – con i regolamenti comunitari attualmente in vigore – potere di veto ad altre nazioni oltre quelle già presenti la cui popolazione non raggiunge quella di molte città europee.

Non solo. Le differenze e i contrasti culturali, etnici, religiosi si traducono in vertenze intorno ai confini fra i diversi stati, classico elemento che può innescare conflitti, spesso non solo latenti. E’ vero però che l’integrazione di tutti questi Paesi nella UE consentirebbe di “imbullonare” le attuali frontiere annullando così un argomento foriero di rischi gravi e ne favorirebbe uno sviluppo economico e infrastrutturale di sicuro interesse per tutti. Tanto è vero che, nell’assenza degli europei, di quest’ultimo punto si stanno occupando i cinesi, i russi, i turchi. Ovvero gli attori più assertivi e dinamici dell’attuale equilibrio geopolitico mondiale.

Per la Cina, che ha nel porto del Pireo il suo hub logistico nel vecchio continente, punto di approdo della sua “Via della Seta marittima”, il corridoio balcanico è essenziale per trasportare nei mercati di sbocco del nord Europa le merci arrivate via mare ad Atene. Non è un caso se ormai da quasi dieci anni Pechino ha costruito la piattaforma “17+1” (PECO, Paesi Europa Centro Orientale), un club di rappresentanza e promozione dei suoi interessi incistato nella Mitteleuropa. E anche se nell’ultimo anno ha perduto un membro (la Lituania) e pure un po’ di smalto col parziale disimpegno di alcuni suoi componenti, ma non di quelli balcanici, rimane un inequivoco esempio di quanto la Cina miri ad allargare la propria penetrazione commerciale dalle nostre parti.

Un impegno che si è allargato anche alla campagna vaccinale, in particolare in Serbia. Paese principale dell’area, guidato da un autocrate, Aleksandar Vucic, in buoni rapporti oltre che con i cinesi anche e soprattutto con la Russia, fornitrice di grandi quantità di vaccino Sputnik. Qui i legami sono soprattutto culturali, in ragione della comune matrice slava, ma pure di approccio politico verso l’idea di una supremazia regionale che accomuna la visione dello stesso Vucic e di Vladimir Putin. Quella del serbo, ovviamente, è limitata ai territori dell’ex Jugoslavia, ma proprio questo produce frizioni e preoccupazioni assolutamente da non sottovalutare.

Prova ne sia l’ultima crisi, ovvero la crescita di un sempre più baldanzoso neo-nazionalismo serbo in seno alla Bosnia-Erzegovina che da parte sua Vucic sta alimentando, con l’evidente anche se non plateale sostegno di Putin: il quale non da oggi ritiene strategica tutta l’area balcanica, da recuperare all’influenza russa. Paese confederale composto da serbi, croati e bosniaci musulmani avente una presidenza collegiale tripartita ovviamente sottoposta a tutte le inevitabili tensioni di natura etnico-religiosa di un Paese in parte serbo-ortodosso e in parte croato-musulmano: dunque quello maggiormente a rischio di implosione fra tutti quelli sorti alla fine della guerra civile degli anni Novanta.

L’idea di una Grande Serbia genera immediatamente quella di una Grande Croazia e quindi la fine dello Stato bosniaco. Con le inevitabili ripercussioni sulle minoranze dell’una e dell’altra parte. In luoghi ove poco più di 30 anni fa si sono registrati massacri raccapriccianti e permangono odi atavici anche il solo pensiero di queste possibili ripercussioni desta una reale sensazione di paura. Paura di una nuova guerra nel cuore dell’Europa. Sarajevo. Ricorda nulla?

L’area balcanica – permanente zona critica d’Europa – si è in queste due ultime decadi suddivisa in diversi stati ma non ha risolto molti dei nodi di fondo – etnici e religiosi – che la caratterizzano o la perseguitano, rimanendo così un problema dalla potenziale esplosività incistato nel cuore del continente. L’idea di una Grande Serbia genera immediatamente quella di una Grande Croazia e quindi la fine dello Stato bosniaco. Con le inevitabili ripercussioni sulle minoranze dell’una e dell’altra parte.

 

Enrico Farinone

 

Diversi lustri sono trascorsi dalla disgregazione di quella che fu la Jugoslavia, nazione non-allineata guidata dal mitico maresciallo Tito e Stato multi-etnico e multi-religioso per definizione. L’area balcanica – permanente zona critica d’Europa – si è in queste due ultime decadi suddivisa in diversi stati ma non ha risolto molti dei nodi di fondo – appunto etnici e religiosi – che la caratterizzano, oserei dire che la perseguitano. Rimanendo così un problema dalla potenziale esplosività incistato nel cuore del continente.

Seguendo la rotta tracciata da Slovenia e Croazia anche Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo (oltre a Macedonia del Nord e Albania) hanno posto la propria candidatura per aderire alla UE ma a giudizio di tutti gli osservatori (e al di là dei diversi capitoli tuttora aperti e non facilmente completabili) l’Unione commetterebbe un grave errore nell’accoglierli in quanto si porterebbe in casa un conflitto che purtroppo cova ancora sotto le ceneri. Oltre che dare – con i regolamenti comunitari attualmente in vigore – potere di veto ad altre nazioni oltre quelle già presenti la cui popolazione non raggiunge quella di molte città europee.

Non solo. Le differenze e i contrasti culturali, etnici, religiosi si traducono in vertenze intorno ai confini fra i diversi stati, classico elemento che può innescare conflitti, spesso non solo latenti. E’ vero però che l’integrazione di tutti questi Paesi nella UE consentirebbe di “imbullonare” le attuali frontiere annullando così un argomento foriero di rischi gravi e ne favorirebbe uno sviluppo economico e infrastrutturale di sicuro interesse per tutti. Tanto è vero che, nell’assenza degli europei, di quest’ultimo punto si stanno occupando i cinesi, i russi, i turchi. Ovvero gli attori più assertivi e dinamici dell’attuale equilibrio geopolitico mondiale.

Per la Cina, che ha nel porto del Pireo il suo hub logistico nel vecchio continente, punto di approdo della sua “Via della Seta marittima”, il corridoio balcanico è essenziale per trasportare nei mercati di sbocco del nord Europa le merci arrivate via mare ad Atene. Non è un caso se ormai da quasi dieci anni Pechino ha costruito la piattaforma “17+1” (PECO, Paesi Europa Centro Orientale), un club di rappresentanza e promozione dei suoi interessi incistato nella Mitteleuropa. E anche se nell’ultimo anno ha perduto un membro (la Lituania) e pure un po’ di smalto col parziale disimpegno di alcuni suoi componenti, ma non di quelli balcanici, rimane un inequivoco esempio di quanto la Cina miri ad allargare la propria penetrazione commerciale dalle nostre parti.

Un impegno che si è allargato anche alla campagna vaccinale, in particolare in Serbia. Paese principale dell’area, guidato da un autocrate, Aleksandar Vucic, in buoni rapporti oltre che con i cinesi anche e soprattutto con la Russia, fornitrice di grandi quantità di vaccino Sputnik. Qui i legami sono soprattutto culturali, in ragione della comune matrice slava, ma pure di approccio politico verso l’idea di una supremazia regionale che accomuna la visione dello stesso Vucic e di Vladimir Putin. Quella del serbo, ovviamente, è limitata ai territori dell’ex Jugoslavia, ma proprio questo produce frizioni e preoccupazioni assolutamente da non sottovalutare.

Prova ne sia l’ultima crisi, ovvero la crescita di un sempre più baldanzoso neo-nazionalismo serbo in seno alla Bosnia-Erzegovina che da parte sua Vucic sta alimentando, con l’evidente anche se non plateale sostegno di Putin: il quale non da oggi ritiene strategica tutta l’area balcanica, da recuperare all’influenza russa. Paese confederale composto da serbi, croati e bosniaci musulmani avente una presidenza collegiale tripartita ovviamente sottoposta a tutte le inevitabili tensioni di natura etnico-religiosa di un Paese in parte serbo-ortodosso e in parte croato-musulmano: dunque quello maggiormente a rischio di implosione fra tutti quelli sorti alla fine della guerra civile degli anni Novanta.

L’idea di una Grande Serbia genera immediatamente quella di una Grande Croazia e quindi la fine dello Stato bosniaco. Con le inevitabili ripercussioni sulle minoranze dell’una e dell’altra parte. In luoghi ove poco più di 30 anni fa si sono registrati massacri raccapriccianti e permangono odi atavici anche il solo pensiero di queste possibili ripercussioni desta una reale sensazione di paura. Paura di una nuova guerra nel cuore dell’Europa. Sarajevo. Ricorda nulla?

Aerodinamica.  La spigolatura di “Nota Design”.

 

Laerodinamica automobilistica restò a lungo una specialità italiana, raggiungendo forse lapice sotto Antonio Lago, il padrone della Talbot francese. Per certi versi si trattò più di un’opera d’arte che di unauto. Divenne più una questione stilistica che una tecnologia: fuorché dal campo dei velivoli ovviamente. Le forme aerodinamiche però venivano associate a una certa idea di modernità”, oggi non molto apprezzata.

 

Hans Jansen

 

L’aria è una sostanza – un fluido – anche se nella vita quotidiana ce ne accorgiamo poco. È invisibile e, a meno che non tiri un forte vento, non abbiamo motivi per tenere conto della resistenza che pone ai nostri movimenti. Per secoli la sua l’anomala “solidità” poteva interessare solo chi viaggiava con un veliero oppure conduceva un mulino a vento. I veicoli terrestri di una volta si spostavano troppo lentamente perché la resistenza dell’aria potesse essere un problema importante.

La vettura qui sopra (in copertina, ndr) è il “Siluro Ricotti” o, più formalmente, la A.L.F.A. 40-60 HP Castagna “Aerodinamica”. L’allora “Anonima Lombarda Fabbrica Automobili” – non ancora una sigla fusa con la “Romeo” – si occupò della meccanica mentre la carrozzeria fu della Castagna Milano, un’antica azienda scomparsa nel 1954. Il progetto invece lo commissionò un eccentrico nobile milanese, il Conte Marco Ricotti, che si sarebbe ispirato alla forma aerodinamica dei primi dirigibili.

Il veicolo fu costruito tra il 1913 e il 1914 sul telaio di una macchina da corsa ALFA 40-60 HP convenzionale. Le prestazioni dell’Aerodinamica furono spettacolari: raggiunse i 139 km/h sul chilometro lanciato, una velocità folle per le pessime strade dell’epoca. Non si pensò mai di fabbricarla in serie, era semplicemente il giocattolo di un riccastro che poteva permetterselo. Infatti, dopo un po’, Ricotti la fece modificare asportando il tetto, trasformandola in una sorta di cabriolet ancora più eccentrica. La vettura originale andò perduta ma una replica (…), realizzata negli anni Settanta, è conservata al museo storico Alfa Romeo di Arese.

L’aerodinamica automobilistica restò a lungo una specialità italiana, raggiungendo forse l’apice sotto Antonio Lago, il padrone della Talbot francese, con la sua Talbot Lago SS Coupé del 1937, nota anche come la ‘Goutte d’Eau’ (goccia d’acqua) per via della sua forma. Per certi versi si trattò più di un’opera d’arte – bellissima – che di un’auto. Prodotta in soli 16 esemplari, uno dei quali è recentemente passato di mano per cinque milioni di dollari.

 

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https://d19cgyi5s8w5eh.cloudfront.net/usr/feac2f0d4c30c40ec9da945178d64c9f/eml/U3oyjx9mQcyjwVcsCt3Y1Q?e=lucioalessio%40me.com&a=JPu3Y13BT_2NqAsjrJaDoA&f=f7eb87b2&t=1

La pandemia richiede un impegno ancora più esteso, per questo il volontariato internazionale può fare molto.

 

La crescente dissociazione tra i progressi scientifici e tecnologici, da un lato, e la coscienza umanistica e sociale” dallaltro, sta provocando un primitivismo di ritorno” dai toni vagamente neo pagani, oltre che anti scientifici. L’Italia deve dare l’esempio di come proseguire ed estendere la lotta alla diffusione del virus, anche sostenendo l’attività delle Ong nei Paesi poveri del mondo.

 

Lorenzo Dellai

 

La nuova variante Covid “Omicron”, partita dal Sudafrica, ci indica per l’ennesima volta tre punti di verità.

 

Primo: le varianti del Virus si sviluppano laddove il Virus può circolare con maggiore facilità nei corpi delle persone. Ciò accade dove la gente è meno vaccinata. Nel Nord e nel Sud del Mondo. In Sudafrica il tasso di vaccinazione è del 25 per cento. La media africana è del 10.

 

Secondo: siamo ormai irreversibilmente in un Mondo interdipendente ed interconnesso. E non solo nel senso di Internet. Pensare di sconfiggere una Pandemia globale senza una strategia sanitaria globale è pura illusione.

 

Terzo: ciò che accade nel Mondo rende ancora più necessaria la nostra protezione vaccinale. Nessuno ha mai detto che essa garantisca al cento per cento contro eventuali contagi. Ma la realtà dei fatti – non delle teorie – dimostra che contiene la Pandemia e che preserva enormemente da conseguenze gravi nel caso di infezione e quindi dalla necessità di una ospedalizzazione che rende difficile le cure per tutte le altre anche gravi patologie.

 

Riflettiamo un attimo, con nervi saldi: non è la prima volta – e non sarà l’ultima – che l’umanità viene colpita da una Pandemia. La specie umana convive da sempre con con Virus benigni o letali. Prima che l’intelligenza umana producesse i rimedi che oggi possiamo usare (per esempio i vaccini: ma magari in futuro troveremo altre soluzioni) la forma di difesa del genere umano era costituita da una faccenda molto semplice: i più forti sopravvivevano, mentre i più deboli morivano. Una legge di natura, qualcuno potrà dire.

 

Ma il progresso dell’umanità si misura proprio nella capacità di gestire questa brutale legge della Natura. L’alternativa vera alla vaccinazione massiccia (a parte i lockdown, che vediamo adottati nuovamente ed inesorabilmente in questi giorni nei territori con meno vaccinati) è in realtà quella di tornare alla versione primitiva della “immunità di gregge”, ottenuta non con la vaccinazione di tutti o quasi, ma con la “naturale” diffusione del virus, la morte dei più deboli e la sopravvivenza dei più forti.

 

Sta qui il vero punto “morale” (e perfino religioso, per chi crede, anche per i fanatici seguaci di monsignor Vigano’) della questione. La crescente dissociazione tra i progressi scientifici e tecnologici da un lato e la coscienza “umanistica e sociale” dall’altro, come dice Francesco – che si misura nella cinica ignoranza alimentata dai ciarlatani sulla Rete e non solo – sta provocando un “primitivismo di ritorno”, dai toni vagamente neo pagani, oltre che anti scientifici nei Paesi ricchi.

 

Al contrario, nei Paesi poveri, in larga parte, la gente non ha ancora la possibilità di accedere ai benefici della scienza e della tecnologia. Ivi compresi i vaccini anti Covid. Anziché opporsi alle vaccinazioni e al Green Pass, sarebbe urgente e doveroso pretendere invece una campagna di immunizzazione nei tanti paesi del sud del mondo oggi in balia del virus e delle sue continue mutazioni. Che puntualmente poi ci fanno visita. E non attraverso i barconi dei disperati, ma sui Jet di linea, come abbiamo visto nel caso del manager italiano di cui alla cronaca di questi giorni.

 

Su questo sì che si giustificherebbero tante manifestazioni di piazza e tante iniziative sui Social. Altro che cortei No Green Pass! Occorre che l’Italia dia il buon esempio – come è nella sua tradizione di solidarietà internazionale, fondata su una rete straordinaria di volontari – destinando in via straordinaria una quota di proprie risorse (visto che si sta discutendo il Bilancio) a favore di iniziative per la vaccinazione anti Covid in Africa.

 

Questa cifra dovrebbe sostenere la vaccinazione di un numero di africani almeno pari a quella degli italiani che hanno deciso, purtroppo, di non vaccinarsi. Sarebbe un piccolo ma concreto aiuto all’Africa ma anche una scelta di forte valenza simbolica. Il danno al “bene comune globale” provocato da chi, pur avendo la fortuna di poterlo fare, da noi non si vaccina, sarebbe compensato dal sostegno a chi, tale opzione di sicurezza sanitaria, non può farla. E non certo, come da noi, per egoismo, paura o superficialità.

 

Le molte ONG italiane che operano in Africa saprebbero come usare bene questi fondi, in collaborazione con le autorità internazionali, anche al netto del dibattito sulla necessità (ambivalente, peraltro) dei brevetti. Gli esperti ci dicono che non è solo un problema di disponibilità di dosi, ma anche di organizzazione dei servizi. L’esperienza della Cooperazione Italiana potrebbe in tal senso essere molto utile in tanti Paesi africani dove essa opera da decenni.

La religione della famiglia. In «Verga cristiano» di Giuseppe Savoca (L’Osservatore Romano).

 

Savoca, nello scandagliare il vocabolario esistenziale di Verga, dedica una particolare attenzione alla parola «peccato», che è una categoria interna al suo mondo, alla sua antropologia e alla sua idea di storia, di ogni storia. Pubblichiamo, per gentile concessione, l’articolo integrale che appare sul numero odierno del giornale ufficioso della Santa Sede.

Gabriele Nicolò

 

L’impresa è coraggiosa, perché intende portare alla luce tesori nascosti sia nella dimensione esistenziale che nell’impostazione narrativa di Giovanni Verga, la cui immagine dominate si specchia nello stereotipo di uno scrittore ateo e materialista. Con Verga cristiano dal privato al vero (Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2021, pagine 231, euro 28) Giuseppe Savoca — professore emerito di letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Catania — rivisita l’opera dell’autore siciliano con l’obiettivo di stabilire, con solide e acute argomentazioni, il legame che unisce il suo essere cristiano nel privato e la “verità” che pervade e innerva i suoi capolavori.

Savoca rileva che Verga ha a cuore, plasmandola nell’atto creativo della scrittura, la religione della famiglia, come significativamente attestato dalle lettere ai propri cari. In tali missive lo scrittore si configura quale «vero autore e protagonista di un secondo romanzo familiare», sotto forma di cronaca della sua famiglia, in cui risiede il nucleo genetico de I Malavoglia. Il riesame puntuale della teoria dell’impersonalità — soprattutto in merito al pensiero e ai sentimenti dei personaggi malavoglieschi — conferma, da una prospettiva critica inedita, che Verga si colloca sempre e soltanto dalla parte dei buoni, degli umili e dei vinti.

Al contempo lo studio filologico della prefazione all’Amante di Gramigna svela una precisa tematica biblica soggiacente al “fiat creatore” che è alla radice della poetica verdiana. Savoca ha quindi la perizia di rinvenire sottili quanto sicure tracce della Genesi e di altri testi della Bibbia in Rosso Malpelo. In questo fanciullo si è sempre stati tentati di riconoscere il simbolo di una devastante malinconia, la figura che riassume in sé il classico pessimismo verghiano. In realtà, evidenzia l’autore, a questo bistrattato fanciullo Verga fa dire il suo sì alla vita, ovvero alla condizione di «vedere in faccia ogni cosa bella o brutta», attribuendogli il «godimento»: vale a dire, la bellezza e la nostalgia della vita all’aria aperta, del cielo azzurro e dei verdi campi.

Il libro si rivela — al di là della nobile indagine che conduce e dell’eccellenza dell’obiettivo che si propone — un prezioso strumento di “ripasso culturale”, poiché richiama passi e citazioni diretti a favorire una comprensione, la più esaustiva possibile, del valore della narrativa verghiana. Puntuale è il riferimento a Federigo Tozzi il quale sintetizzava così i meriti dello scrittore: «Verga ha riunito nella prosa di due o tre libri tutto ciò che un’unità umana può dare. Egli non si è scisso, è restato compatto». Tozzi invitava a non «accontentarsi di sapere che Giovanni Verga esiste e che è grande», ma a fare anche in modo di «procurarci le occasioni di ritrovarlo in mezzo a noi». L’«unità umana» evocata da Tozzi è da lui paragonata a una di quelle «impalcature fatte per tenere in qualche remota elevazione la nostra anima».

Dal canto suo, Luigi Pirandello — ricorda Savoca — individuava, tra i meriti di Verga, la capacità di «spogliarsi», ovvero di emanare «una forza costruttiva», di stimolare «un richiamo alle origini» che aprono la via alla «sola conquista necessaria agli uomini e ai popoli, la conquista del proprio stile». E nel caratterizzare «il miracolo» dell’arte verghiana che ha luogo ne I Malavoglia, Pirandello dichiara che «il segreto del prodigio è nella visione totale dell’autore, che dà a quanto appare sparso e a caso nell’opera quell’intima vitale unità che non domina mai da fuori, ma si trasfonde e vive nei singoli attori del dramma». In questo modo, osserva Pirandello, «da un capo all’altro, per tanti fili, che non sono di questo o di quel personaggio, ma che partono da quella necessità fatale dominante, l’opera d’arte si tiene tutta, meravigliosamente, con quello scoglio, con quel mare, con l’antica dirittura solenne di quel vecchio uomo di mare, in una primitività quasi omerica».

Non meno penetranti le espressioni, meritoriamente riportate da Savoca, formulate da Gesualdo Bufalino secondo cui la partita verghiana «non si giocò subito sulla pagina bianca, ma prima nel cuore scuro dell’uomo». È da questo «cuore scuro» dell’uomo Verga che nasce «il miracolo», che non è solo della scrittura ma anche di «una esistenza più spesso nascosta che offerta, e il cui segreto è destinato a svelarsi solo a patto d’un lungo assedio e d’un difficile amore».

Savoca, nello scandagliare il vocabolario esistenziale di Verga, dedica una particolare attenzione alla parola «peccato», che è una categoria interna al suo mondo, alla sua antropologia e alla sua idea di storia, di ogni storia. «La storia del singolo come quella di una famiglia o di gruppi sociali e, in fondo, dell’uomo nella sua essenza, e al di là di ogni sua concretezza storico-sociale».

«Ritengo — scrive Savoca — che sarebbe criticamente molto produttivo investigare le diverse fenomenologie di questo tema, non escludendo aprioristicamente la dimensione religiosa e cristiana dello scrittore e dei suoi personaggi su cui resta molto da capire e da mettere in luce. Su questa strada si arriverà forse a rileggere tutto il mondo verghiano come una dolente risposta al trauma della cosiddetta morte di Dio, trama che è il prezzo pagato dall’uomo occidentale al trionfo della modernità». Verga e la sua Sicilia non si rassegnano alla «scristianizzazione» ed alla caduta e perdita dei valori che sembrano caratterizzare e piagare la modernità. «Non so — rileva l’autore — se si possa legittimamente pensare che la modernità per Verga sia il peccato. Credo tuttavia di poter avanzare l’ipotesi che la sua contemporaneità superi il moderno sulla base del primato della “coscienza” e del primato dell’antropologia sulla storia».

Come I Malavoglia esprimono una conquista di linguaggio che è sulla strada degli altri racconti pur presentandosi come nuovo, così le lettere “private” testimoniano un settore della lingua verghiana «meritevole di uno studio specifico», anche per «le tangenze e gli scambi» che è possibile rinvenire e istituire con la lingua dei capolavori. Tale realtà si manifesta soprattutto sul terreno che si potrebbe definire del «linguaggio del cuore e della religione della famiglia».

Era il 15 novembre 1880. Al culmine della fama, al fratello Mario così scriveva: «Ah! Se tutti quelli che m’invidiano potessero leggermi nel cuore, e vedere che giornate passo. Non so pensare alla fine dell’anno senza sentirmi stringere il cuore, e mi sento stanco e sfiduciato di tutto, pur nel tempo istesso che i miei scritti hanno fortuna. Allora il mio pensiero corre a voi, fratelli miei, e desidero un cantuccio della mia casa, e l’oscurità e la pace». Parole che si elevano a testimonianza esemplare del valore perenne del nucleo familiare, che nessuna traversia — per quanto destabilizzante e crudele — potrà mai scalfire, e tanto meno violare.

Decoder: la Chiesa e la cultura pop (AgenSir).

 

 

Ci sono alcune domande che, nella Chiesa, dobbiamo avere il coraggio di farci, sporcandoci le mani e andando a fondo del variopinto ciarpame della cultura pop, nella speranzosa certezza di trovare delle perle preziose che ci permettano di dialogare con la gente, specialmente con le generazioni più giovani, a partire da loro, sul loro livello, con un linguaggio loro comprensibile, così da poter davvero decodificare anche per loro lannuncio di un Vangelo che altrimenti rischia di riversare la sua luce sempre sui soliti, che peraltro sono sempre di meno. Di questo si occuperà dora innanzi la rubrica quindicinale Decoder”

 

Alessandro di Medio

Almeno ogni tanto, se si vuole davvero parlare CON gli altri, e non solo A gli altri, sarebbe bene interloquire con loro, mettendosi in ascolto di quanto interessa loro, di quello a cui pensano, che seguono, che vogliono.

La Chiesa è maestra di ascolto… in qualche modo, almeno in certe forme che a noi oggi sembrano ovvie, ma che non lo erano prima che essa nascesse, l’ascolto lo ha proprio inventato lei: l’accompagnamento spirituale, i colloqui, le condivisioni del sentire, la confessione, i dialoghi terapeutici… tutta roba nata nella Chiesa ancora giovane, in ambiente monastico o comunitario che fosse. Il tramonto degli dei “falsi e bugiardi”, che emettevano sentenze oracolari indiscutibili (e incomprensibili ai più) ha lasciato sempre più il posto al Dio che si rivela all’uomo per parlarci, anzi che lo crea proprio per avere un interlocutore degno e adeguato.

Quindi è normale che negli ambienti cristiani si parli molto e si ascolti molto, come sanno bene tutti gli inascoltati del globo, che nei nostri ambienti trovano sempre qualcuno che, pazientemente, li stia a sentire.

Va detto però che questo ascolto sembra incepparsi quando riguarda non tanto le persone, quanto quello che maggiormente le occupa nel quotidiano a livello di fruizioni, intrattenimento, evasioni, consumi, scoperte, letture, visioni, ecc. La Chiesa, forse risentendo ancora oggi di un certo elitarismo culturale, sembra essere sempre un passo indietro quanto alla consapevolezza di quello che la gente vede, legge, mangia, usa.

Quali sono le serie streaming che i giovani stanno vedendo di più? Perché? Che messaggio trasmettono? Cosa possiamo valorizzarne? Cosa ci dicono della distanza tra le nuove generazioni e l’insegnamento del Vangelo? Ci sono punti di vicinanza?

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2021/11/30/decoder/

Il Fair play Day ricorda l’Olimpiade di Roma ‘60 (RomaSette).

 

Atleti e tedofori al Coni per i 60 anni della manifestazione. Viola (Coni Lazio): «Fu unavventura che rilanciò lItalia e la città». Le testimonianze dei protagonisti.

 

Alessandra Gaetani

 

La sesta edizione del Fair play Day ha un titolo emblematico: il dovere compiuto. Si celebrano i 60 anni dall’Olimpiade estiva Roma ’60. Oggi, 1 dicembre, a 60 anni (+ 1 causa pandemia), il Salone d’onore del Coni ne accoglie atleti e tedofori, chi vide realizzare l’impresa come Sergio Garroni, figlio di Marcello che fu il segretario generale. Si salutano come se si fossero lasciati ieri. «Era doveroso verso chi partecipò 13 anni dopo la fine della II Guerra mondiale», spiega Ruggero Alcanterini, presidente del Comitato nazionale italiano Fair Play.  «L’Olimpiade di Roma ’60 fu un’avventura che rilanciò l’Italia e Roma – sottolinea Riccardo Viola, presidente Coni Lazio -. Segnò la nascita dell’Olimpiade nell’era moderna con la tv che trasmise le gare. Lanciò lo sport in Italia. Nacquero i grandi impianti sportivi che abbiamo. Consolidò una valenza internazionale nata con l’Olimpiade invernale di Cortina ’56. I Giochi rappresentano anche la memoria: nel 1960 debuttarono le Paralimpiadi. Abbiamo presentato un documento per Roma come città inclusiva attraverso lo sport. Se avremo gli impianti su tutto il territorio cittadino sarà possibile candidarsi ogni 4 anni». Cos’è lo sport? «Valori che non moriranno mai. Un’isola felice per i giovani, per questo è importante a livello territoriale. Ora si faccia squadra contro il Covid-19».

Molti i cimeli della famiglia Garroni al Coni. Medaglie, annulli postali, pizze del film “La grande Olimpiade”. Sergio Garroni ricorda: «Ringrazio mio padre per l’educazione che mi ha trasmesso. Devo a lui quello che sono. In famiglia si respirava sport a prescindere dagli eventi. È scuola di vita, anche senza partecipare a un’Olimpiade». Sul palco salgono atleti e tedofori applauditi da tutti per la consegna del diploma commemorativo. Tra loro Abdon Pamich, Daniela Beneck, Salvatore Gionta, capitano della Nazionale di pallanuoto che vinse l’oro, in diretta da casa. Luciana Marcellini, la più giovane atleta di quell’Olimpiade, aveva 12 anni, indossa la divisa originale. Gareggiò nei 200 rana. Come si raggiungono questi traguardi? «Con il senso del dovere, me lo ha trasmesso mia madre – spiega Marcellini -.

L’etica di vita non cambierà mai: significa competere con chi è meglio di te e fare lo stesso. Pratico canottaggio alla Canottieri Aniene, sono stata la prima socia donna». Cosa c’è di diverso ora nel mondo dello sport? «Noi ci siamo accostati allo sport per lo sport. Adesso è una professione, poi arriva lo sport come gioco». Come erano viste le atlete? «C’era più uguaglianza con gli uomini. Eravamo due universi diversi ma uguali: la differenza si fermava tra chi valeva di più e chi meno dal punto di vista sportivo». Il ricordo più bello? «Aver saputo quanto valgo».

 

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https://www.romasette.it/il-fair-play-day-ricorda-lolimpiade-di-roma-60/

Mons. Paglia: ”È il tempo di tessere una nuova alleanza tra le generazioni”.

 

Intervista esclusiva, a cura di Francesco Provinciali, a S.E. Mons. Vincenzo Paglia, autore del libro di recente pubblicazione L’età da inventare. La vecchiaia tra memoria ed eternità (Piemme).

Mons. Paglia, nellincipit del Suo libro Lei ricorda lincontro con il Ministro della Salute Speranza al quale rappresentò il problema dellabbandono degli anziani in epoca di piena pandemia. Il risultato fu questo incarico della Commissione istituita dal Ministro che Lei presiede (superando le remore delle due rive del Tevere, da una parte lo Stato dallaltra il Vaticano”). Ci vuole raccontare come stanno procedendo i lavori di questa Commissione? Quali sono le problematiche messe a fuoco e quali gli obiettivi attesi?

La Commissione ha terminato il suo lavoro ed ha consegnato al governo le Raccomandazioni. Tra l’altro al termine del mio libro, il lettore potrà tenere in mano il testo delle Raccomandazioni stesse, che completano il percorso di lettura. Infatti l’età anziana è il frutto più maturo della nostra società. Siamo anziani grazie al progresso della medicina, dell’alimentazione, grazie ad una qualità della vita che ci consente di vivere più a lungo. In Occidente, beninteso, perché le disparità nell’accesso alle cure, alla salute, al cibo, ai servizi, nel mondo sono purtroppo fortissime e profondissime. Noi in Occidente viviamo di più, rispetto al passato, l’età media si è allungata. Ma per fare che cosa? Non basta vivere più a lungo, occorre vivere meglio, all’interno di un progetto di società. Altrimenti gli anziani vivranno certamente più a lungo ma come “scarti” della società. Lo abbiamo visto durante i mesi più duri della pandemia, con le decine di migliaia di anziani morti nelle case di riposo. Affinché questa esperienza drammatica non si ripeta dobbiamo prendere coscienza della presenza e del ruolo degli anziani e dobbiamo farlo una volta per tutte.

La sua vocazione ad occuparsi di questo tema ha radici lontane, dai tempi del Suo impegno nella Comunità di SantEgidio. C’è dunque una coerenza di pensieri e azioni tra ieri e oggi? Debbo confessarLe che la Sua Presidenza della Pontificia Accademia per la vita – che di primo acchito farebbe pensare agli albori della vita che nasce, ai piccoli, ai giovani, alle famiglie – trovo che abbia una attinenza persino logica per chi come Lei si occupa della vita nella sua interezza e lungo tutto il ciclo biologico dellesistenza umana. In altre parole, possiamo dire che i soggetti più anziani fanno parte a pieno titolo della grande tematica della vita? Che il problema demografico del Paese non è solo nelle culle vuote”- come evidenziato da una Ricerca dellISTAT- ma anche nellemarginazione relazionale che letà della vecchiaia soffre per definizione?

La risposta alla domanda è nelle cifre. In Italia la popolazione anziana – sopra i 65 anni – raggiunge il 23,4% del totale cioè stiamo parlando di 13,9 milioni di persone. L’Italia, ci dicono i numeri, dopo il Giappone, è il secondo paese al mondo per numero percentuale di anziani. È un cambiamento epocale. E colleghiamo questi dati con un’indagine della Università Cattolica di Milano, secondo cui il 7% degli uomini e l’83% delle donne tra i sessantacinque e i settantacinque anni si sentono “poco” o “per nulla” anziani. Insomma la condizione anziana è molto fluida e plurale, senza un riconoscimento sociale definito e univoco. Allora dobbiamo eliminare il pre- giudizio che la condizione di anziano equivalga a sofferenza e solitudine e cominciare a pensare che siamo davanti a una straordinaria opportunità di ampliare non solo la durata della vita ma anche – soprattutto – la qualità della vita. E gli anziani, tutti, portano alla società un “di più” di sapienza e di “vita”, appunto.

Insieme al Giappone lItalia è il Paese che vanta la maggiore longevità. Eppure non basta vivere più a lungo: è fondamentale occuparsi della qualità della vita anche nella cd. terza età”. Ora io trovo che ci sia una lenta deriva di espunzione degli anziani dal concetto di pienezza esistenziale. Certo servono RSA che funzionino, famiglie che considerino un vecchio in casa come una risorsa e non un peso. Ma in un mondo dove lapparenza conta più della realtà essere appartati” – come ci ricorda il filosofo Galimberti- non è un privilegio per senatoresma lanticamera della solitudine. È forse questo il male che oltre la malattia, oltre la pandemia, oltre lessere socialmente ininfluenti fa soffrire più intensamente e crea nella persona anziana una condizione depressiva e di lento abbandono? Non a caso Gabriel García Màrquez scriveva che la morte non arriva (solo) con la vecchiaia, ma con la solitudine. È così?

Andrei un passo oltre la sua domanda. Per dire che noi stessi siamo il problema della vecchiaia. Noi anziani – e sono anch’io nella categoria – non dobbiamo sentirci dei residui della società. La vecchiaia è un’età della vita, tanto quanto le altre. Ha delle caratteristiche positive e altre negative. La maggior parte di noi anziani è in buona salute, coltiva degli interessi, moltissimi si dedicano alla famiglia ed ai nipoti. È la solitudine il pericolo maggiore per le persone anziane. Per questo serve tessere e ritessere una rete di relazioni. Per questo serve un continuum di assistenza che prenda in carico la persona anziana, lasciandola in casa propria finché è possibile, però all’interno di un sistema socio-assistenziale che tuteli la salute e apra alle relazioni interpersonali. La relazione è la migliore cura, a tutte le età, e soprattutto nella terza e quarta età.

Trovo che i miti del vivere oggi siano legati al senso delleffimero. Anche di vite bruciate come se non avessero valore. Da questo punto di vista una persona anziana possiede un dono che trovo straordinario: lessere depositario di una sorta di ricapitolazione di tutte le cose”, come direbbe San Paolo, di quella dimensione- cioè – di distacco dove la fine abbraccia linizio, il caput” incontra l’”archè”. Ho fatto la mia apparizione sulla scena della vita con lordine di ritirarmene, sto recitando la mia parte come tutti i miei simili: poi non mi rimarrà che sparire”: sono parole del filosofo e predicatore Jacques Benigne Bossuet, vissuto nel XVII secolo e credo possano essere usate rendere ciò che spetta a coloro che hanno attraversato i marosi di una vita – conservando in dono della testimonianza. Il bene più prezioso per una società che voglia dirsi civile è dunque la saggezza che alberga nellanimo delle persone anziane? 

È il tempo di tessere una “nuova alleanza” tra le generazioni. Oggi in Italia per la prima volta nella storia abbiamo quattro generazioni che vivono insieme: i bambini, i giovani, gli adulti e gli anziani. Gli anziani (nonni e bisnonni) non devono essere un peso, perché in tanti casi si tratta di persone valide, capaci di badare a se stesse, lucide, con tanti interessi e tanta esperienza di vita. E comunque sono sempre da “onorare”, come dice il Comandamento, anche quando “perdono il senno”, aggiunge il libro della Bibbia che si chiama Siracide. E indispensabile, piuttosto, che si avvii il dialogo tra le generazioni per creare una “nuova alleanza”. Tutti siamo portatori di una nuova visione della vita, nel dialogo, nello scambio, nell’arricchimento reciproco. Che è l’antidoto migliore al senso dell’effimero!

Dopo la scoperta (intesa come valorizzazione, investimento, invenzione) dellinfanzia (il 900 si aprì come secolo dedicato allinfanzia ma abbiamo visto e vediamo ancora oggi quanto sia sovraesposta al male e alle violenze, questa tenera età) Lei parla della necessità di inventare” la vecchiaia: apprezzo leggendo i Suoi scritti la profonda formazione culturale e ancor più il Suo grande senso pratico, la capacità di declinare la teoria nella pratica. Ci offre , Monsignore, alcune piste da percorrere per dare concretezza a agibilità, accesso, pienezza di senso e di stili di vita a questo concetto importante di re-invenzione” della vecchiaia?

La Commissione ha presentato al Primo Ministro Mario Draghi il risultato del lavoro svolto, la Carta dei Diritti degli Anziani e dei Doveri della Società. La Carta indica princìpi fondamentali e diritti che possono trovare un riconoscimento formale e intende offrire indicazioni operative ed organizzative ad istituzioni e operatori chiamati a prendersi cura delle persone anziane. Il nostro documento è diviso in tre parti.La prima è denominata «Per il rispetto della dignità della persona anche nella terza età» ed elenca i diritti delle persone anziane i quali, pur non essendo esplicitamente citati in Costituzione, secondo la Commissione per la riforma della assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana trovano fondamento sia nell’articolo 2 e sia nell’art.3. La seconda parte, «Per un’assistenza responsabile», riguarda sia i diritti delle persone anziane sia i doveri dei medici, degli operatori sanitari e delle istituzioni relativamente ai percorsi di cura e alle modalità di erogazione dell’assistenza sanitaria. La terza e ultima parte, Per una vita attiva di relazione, comprende i diritti delle persone anziane ad avere una vita in convivenza, conservando la loro possibilità di accedere a servizi culturali e ricreativi, nonché di manifestare il loro pensiero e di accrescere la loro cultura, pur in presenza di limitazioni psicofisiche, e sottolinea il dovere delle istituzioni e della società di evitare nei loro confronti ogni forma di isolamento e reclusione. La Carta punta inoltre a facilitare la conoscenza per le persone anziane dei loro diritti fondamentali nonché dei doveri che gravano su quanti entrano in relazione con loro. Come dicevo, il testo integrale si può leggere al termine del libro, come appendice, in modo che ognuno potrà farsi un’idea del lavoro svolto!

Lumanità – tra pandemia che si protrae, distruzione della natura, conflitti etnici, problemi geopolitici e geoeconomici- sta cercando nuove strade di sopravvivenza. Anche Papa Francesco se ne è occupato, peraltro con grande acutezza di analisi, specie nell’’enciclica Laudato sì”. Trovo che il terzo millennio abbia conservato irrisolti due grandi temi ereditati dal 900: la graduale dissoluzione dellidentità personale accentuata dalla globalizzazione e la sudditanza al pensiero calcolante” dove gli interessi e non gli ideali sono il motore delle azioni umane. Luomo avverte un senso di inadeguatezza perché gli manca sempre qualcosa per sentirsi appagato, la competizione genera processi di espunzione sociale: resiste chi è utile e fino a quando lo è. Chiaro che un anziano che non lavora più, che deve sopravvivere con una pensione non sempre sufficiente ad affrontare i problemi delletà e i suoi bisogni diventa – in senso negativo – un predestinato. Fuori dal lavoro, (spesso) fuori dalla famiglia, (sovente) solo finisce per immedesimarsi in un processo di marginalizzazione che lo rende precario (dopo una vita di lavoro) e soccombente. Ma c’è di più: non si fa altro che parlare di digitalizzazione, riconversione tecnologica, uso pervasivo di hardware e software sempre più complessi. Perché in questa visione” edulcorata di un mondo (in realtà a un tempo facilitato ma reso schiavo dallevoluzione della tecnocrazia) una persona anziana non è messa in condizione di partecipare (partem capere”) a questi processi evolutivi? Tutto diventa complicato: i codici alfanumerici, le app, il web, lo SPID, ora il cambio dei televisori. La cd. cultura dello scarto” per usare le parole di Papa Francesco: ciò che non si usa si getta. C’è un Garante” per tutto: perché non si istituisce un Garante per la vecchiaia serena”?

Le dirò che a mio avviso sono le nostre famiglie, tutte, e la società nel suo insieme che devono garantire una vecchiaia serena. È oggi necessario, a mio avviso, un ampio e convergente sforzo collettivo perché l’allungamento della vita – la facilità con cui arriviamo e spesso superiamo gli Ottanta ed i Novanta anni – deve portarci a riempire di contenuti questo tempo della vita umana. Non può essere uno spazio svuotato di attività, quasi anticamera della fase ultima, della morte. Ci deve essere una socialità, tempi di vita e di relazione, tempi di attività, e una spiritualità, per convergere verso una visione che dia serenità e benessere alle persone anziane. Per questo come dicevo un elemento fondamentale è la “nuova alleanza” tra le generazioni. Ma non basta. È tutta la società che deve impegnarsi per valorizzare gli anziani, perché gli anziani sono tutti noi, in quanto andiamo tutti verso la prospettiva dell’età che avanza.

 

La paura di invecchiare diventa a un certo punto la paura di morire. In quel momento dellesistenza affiorano le cose fatte, quelle tralasciate, quelle perdute per sempre. È una sensazione che si percepisce ma sovente rimane inespressa, come tristezza interiore”. Uno si guarda indietro e fa inevitabilmente un bilancio della propria vita. Sarebbe bello poter dire tutti: ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. Solo San Paolo ha pronunciato queste parole. Parlandone con il rispetto che merita, è possibile educarci alla rassegnazione? O davvero avvicinandosi la fine dellesistenza terrena si finisce per auto-percepirci – per usare le parole dello scrittore Jean Amèry – come protagonisti di un naufragio, invisibili e senza illusioni, immaginando il futuro solo come negazione?

Nei testi più antichi della Bibbia la morte più che un castigo era considerata come la normale conclusione dell’esistenza. La fine ideale della vita si realizzava nella vecchiaia: una vita lunga come quella dei patriarchi, da Abramo e Isacco, o dei re, come Davide, che chiudevano la loro esistenza «vecchi e sazi di giorni» (Gen 25, 8; 35, 29; 1 Cr 23, 1), o la fine serena e soddisfatta di Giobbe che, dopo aver superato le prove della vita, «visse ancora centoquarant’anni e vide figli e nipoti per quattro generazioni. Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni» (Gb 42, 16- 17). Il tema della morte, dunque, non è un tema “finale”, rispetto a cui augurarci di non dovercene occupare se non proprio agli sgoccioli della vita. È, in realtà, il tema di fondo della vita, di tutta la vita, nelle sue diverse età: da bambini, da adolescenti, da giovani, da adulti e da anziani. Il senso di trascendenza che abita il cuore (trascendere se stessi, il proprio limite e quello altrui), non trova una sua ragione anche nella morte? Ne sono convinto: se tutti, credenti e non credenti, potessimo concentrarci seriamente sul legame che ci accomuna – dalla bellezza del nostro venire alla luce e per tutte le età della vita, sino alla fatica del nostro congedo – nella sfida del senso della vita e del controsenso della morte, l’intera nostra civiltà sarebbe diversa. Le nostre angosce profonde, e le semplificazioni con le quali cerchiamo di risolverle, creerebbero fra di noi ben altre complicità. Purtroppo, molto cristianesimo moderno si è rassegnato a investire i valori della vita eterna nell’impegno per il benessere della vita presente, caduca, corruttibile e mortale, per rendersi credibile, appunto, come parola di vita. Un “dirottamento” non privo di rischio. È vero che il Vangelo suscita umanesimo, ci mancherebbe altro! Ma per la fede questa vita è il seme, non la fioritura. Il Concilio Vaticano II scrive: «In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine. L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, dal timore di una distruzione definitiva. Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore» (Gaudium et spes, 18). E allora senza il pensiero di una destinazione eterna, la vita sulla terra perde peso, passione e sapore. La partita decisiva non è fra il cristianesimo e la civiltà, o tra la fede e la ragione. La partita è fra l’incredulità e la speranza, l’indifferenza e l’amore.

 

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S.E. Mons. Vincenzo Paglia,è Arcivescovo, Presidente della Pontificia Accademia per la vita e Gran Cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Tra i suoi ultimi libri, Vivere per sempre (Piemme 2018), La coscienza e la legge, con Raffaele Cantone (Laterza 2019), e Larte della preghiera (Terra Santa 2020). Per Einaudi ha pubblicato, con Luigi Manconi, Il senso della vita. Conversazioni tra un religioso e un pococredente (2021). Per Piemme ha pubblicato recentemente Letà da inventare. La vecchiaia tra memoria ed eternità” (2021).

Movimento 5 Stelle, quanti elettori seguiranno la “conversione” dei capi? L’opinione di Merlo.

 

Sarebbe la prima volta nella storia politica italiana che un elettore sia chiamato a seguire un partito che nellarco di pochissimo tempo è diventato un soggetto radicalmente diverso ed alternativo rispetto a ciò che ha sempre detto e che è sempre stato.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, a quanto si apprende dagli organi di informazione, stanno per crollare gli ultimi due baluardi che hanno caratterizzato l’esperienza politica del partito di Grillo. E cioè, il finanziamento pubblico ai partiti e il totem dei due mandati parlamentari. Ora, è persin inutile ricordare le promesse – giurate, urlate, scritte, inveite e sbandierate in tutte le piazze italiane in questi ultimi anni – fatte dai 5 stelle e sistematicamente e platealmente rinnegate negli ultimi mesi. L’elenco è lunghissimo ed è noto a tutti quegli italiani che si occupano minimamente di politica o anche solo di costume.

 

È perfettamente, inutile, pertanto, fare l’elenco. Ma quello che interessa maggiormente, e seriamente, alla politica italiana non è il destino o l’epilogo dei 5 stelle. Quello interessa ai militanti di quel partito e, soprattutto, a quelli che sono seduti in Parlamento e nei vari organismi istituzionali locali. Semmai, l’aspetto curioso – credo unico nella politica italiana in questi ultimi decenni – è come un partito possa conservare un consenso, anche se ormai più che dimezzato rispetto alle elezioni del 2018, quando ha rinnegato radicalmente tutto ciò che ha detto per molti e lunghi anni. Detto in altre parole, un elettore può seguire e votare ancora un partito che dice l’esatto contrario di ciò che ha sempre predicato e giurato? Un elettore può riconoscersi ancora in un partito che ha mutato linguaggio, strategia, progetto, prospettiva, lettura della società e giudizi sulle singole persone senza neanche battere ciglio?

 

Sono due banali domande, persin ridicole, che non possono che avere una sola risposta. Se questo cambiamento radicale, se questo trasformismo sfacciato e senza più confini dovesse ancora avere un piccolo consenso elettorale – altrochè ciò che i sondaggi….- ci troveremmo di fronte ad una metamorfosi della politica italiana dove tu puoi dire il dopo giorno l’esatto contrario di quello che hai giurato il giorno prima. Ovvero, sarebbe la prima volta nella storia politica italiana, dal secondo dopoguerra in poi, dove un elettore segue pedissequamente e supinamente un partito che nell’arco di pochissimo tempo è diventato un soggetto radicalmente diverso ed alternativo rispetto a ciò che ha sempre detto e che è sempre stato.

 

Ma, come ben sappiamo, tutto dovrebbe avere un limite. E anche il più straordinario e paradossale trasformismo a cui non abbiamo ancora mai assistito nella storia politica italiana, dovrà fare i conti con l’orientamento concreto dell’elettorato. E la prima risposta è già arrivata con le recenti amministrative – e non è che la prima avvisaglia – e sarà destinata ad essere travolgente, almeno questa è la mia opinione, in vista delle ormai prossime elezioni politiche. Perchè passare dal “vaffanculo”, dalla criminalizzazione politica di tutti gli avversari politici e dal rifiuto esplicito delle istituzioni politiche della prima repubblica, dal più spietato giustizialismo manettaro ad un partito di centro, moderato, liberale e addirittura rispettoso dei partiti e delle persone c’è un oceano da attraversare.

 

E, quindi, e infine, quanti saranno e chi saranno quegli elettori che condivideranno questa misteriosa, improvvisa e collettiva “conversione” politica? Questo, forse, è uno degli aspetti più curiosi e più attesi delle ormai prossime elezioni politiche.

O di qua o di là? Anche basta. Dicone mette sotto la lente d’ingrandimento i limiti del bipolarismo e la voglia di centro.

 

Molti italiani sono alla ricerca di una nuova offerta politica di centro, che vuol dire né con i populisti e né con i sovranisti. Tuttavia non  sono sufficienti le soluzioni del ‘900, occorre guardare al futuro con il “pragmatismo solido” che contraddistingue un’azione politica radicata nelle culture politiche del liberalismo, del popolarismo e del riformismo, senza barriere ideologiche.

 

Armando Dicone

 

Dall’attuale classe dirigente politica, risuonano i soliti accordi: “o di qua o di là”; “ripartire dal fronte contro le destre o le sinistre” a seconda di chi parla; “il voto utile” come se ci fossero voti inutili; “si vince al centro” questo è il più pericoloso, perché di solito vogliono solo il nostro voto, ma mai il nostro contributo ideale e programmatico; e tanti altri messaggi di cui la maggioranza degli italiani è davvero stanca, basta guardare i dati degli astenuti.

Parole vuote che ritornano ad ogni campagna elettorale, come se per governare un Paese bastasse essere contro qualcuno o qualcosa.

 

Sono 30 anni che siamo costretti a subire questo schema destra contro sinistra e dopo tutti questi anni, nessuno dei protagonisti dice la verità: “questo sistema in Italia non funziona”. Non voglio entrare nel merito del perché non possa funzionare, ma vorrei soffermarmi su un altro aspetto che può farci finalmente guardare al futuro: l’esigenza diffusa tra i cittadini di poter votare e partecipare ad un nuovo progetto, culturale e politico, centrale, indipendente e autonomo.

 

Ho raccolto alcuni sondaggi che fotografano, in maniera incontestabile, l’esigenza di molti italiani di avere una nuova offerta politica di centro, che vuol dire né con i populisti e né con i sovranisti, ma anche che non abbiamo bisogno di soluzioni del ‘900, ma dobbiamo guardare al futuro con quel sano “pragmatismo solido”, che contraddistingue un’azione politica radicata nelle culture politiche del liberalismo, del popolarismo e del riformismo, ma senza barriere ideologiche che ne possano affossare l’elaborazione concreta del programma politico. Come già sperimentato nel nostro umile “Forum al Centro”, sui temi e sulle proposte siamo sempre disponibili a fare sintesi, senza pregiudiziali ideologiche o inutili personalismi.

 

Un sondaggio di Ipsos, che ho già citato in un precedente articolo, mostra che la maggioranza degli astenuti, alle europee del 2019, si autocolloca nell’area di centro (42%). Dato molto importante, che dimostra come lo spazio centrale abbia il più alto potenziale elettorale tra gli astenuti.

 

Il sondaggio SWG del 16 novembre, dimostra che il 22% degli intervistati “ritiene che ci sarebbe bisogno di un nuovo partito” nell’area di centro, di questi il 12% pensa che debba essere “slegato sia dal centrosinistra che dal centrodestra”; il 23% vorrebbe un nuovo partito “fuori dall’asse destra-sinistra”, ma senza autodichiarsi di centro. Come si può notare, il 55% degli intervistati, la maggioranza, ritiene opportuno un nuovo progetto politico capace di superare il duopolio sinistra-destra.

Da non sottovalutare è il 18% che vorrebbe un nuovo progetto nel “centrodestra moderato” e l’11% che lo vorrebbe nel “centrosinistra moderato e riformista”. Tutti dati che dimostrano la volontà di creare un nuovo schema politico, fuori dalle logiche dello scontro diretto tra i due poli.

 

 

Ma cosa chiedono gli elettori intervistati, che vorrebbero un nuovo soggetto politico nell’area di centro?

 

 

Il 35%, la maggioranza, ritiene che il nuovo partito dovrebbe occuparsi di ridurre l’evasione fiscale e la corruzione, poi qualcuno racconta che questo tema non sia remunerativo dal punto di vista elettorale. Altri temi sono “sostenere una crescita economica inclusiva” (28%),  “ridurre le disuguaglianze sociali” (28%) e rendere lo Stato più moderno ed efficiente (27%).

 

Su questi temi è possibile trovare insieme le soluzioni? Io penso di sì, basta farlo con passione, umiltà e senza alcun retropensiero di tipo personale, il carrierismo verrà dopo e per chi lo vorrà. Continuo a pensare che sia arrivato il momento di mettere in campo merito, competenze e talenti, ognuno di noi deve assumersi il suo piccolo pezzo di responsabilità civica.

 

Adesso abbiamo il compito di mettere insieme donne e uomini, associazioni e movimenti, per tentare di trovare insieme temi e soluzioni condivise, dobbiamo organizzare la “domanda” affinché il nuovo progetto non sia solo una semplice operazione elettorale.