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Il cinema e l’esperienza religiosa. Intervista a Raffaele Simongini.

In fondo per secoli – dice Simongini –  l’obiettivo delle arti è stato quello di rendere visibile ciò che è invisibile, ciò che denominiamo con le parole mistero, soprannaturale e trascendente. L’esperienza cinematografica può diventare un’esperienza religiosa, un rito che coinvolge una comunità disposta a confrontarsi con il soprannaturale, con l’irrazionale, con il trascendente e con l’invisibile.

Raffaele Simongini, docente di Storia del cinema e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti, saggista e documentarista (autore di numerosi programmi d’arte per Rai Educational), si occupa in particolar modo di teoria dell’immagine nelle aree disciplinari delle arti visive con particolare attenzione al cinema.

Cinema e religione, un rapporto complesso?

Si dovrebbe cominciare dalla definizione del termine religione, definizione che non potrà mai essere esaustiva, considerando la complessità dell’argomento. Tra le molte teorie, preferisco quella che ha enunciato il grande filosofo e psicologo nordamericano William James nel saggio Le varie forme dell’esperienza religiosa del 1902, in cui l’autore orienta l’attenzione sui sentimenti religiosi e su come si manifestano a livello psicologico nei soggetti analizzati.

Secondo James, la religione definisce “i sentimenti, gli atti e le esperienze d’individui nella loro solitudine, in quanto comprendono di essere in relazione con qualsiasi cosa che possono considerare il divino”. D’altra parte è un’esperienza religiosa molto comune quella di provare un’insoddisfazione esistenziale, scandita dalla contraddizione tra la consapevolezza di una finitezza temporale e l’aspirazione ad una eternità regolata da un ordine superiore. In particolar modo il filosofo esalta il primato dell’esperienza vissuta, dell’immaginazione creatrice e del sentimento, rispetto agli aspetti dottrinali appartenenti alle religioni istituzionali. Inoltre l’interpretazione psicologica di James consente di inserire la religione all’interno di un discorso più ampio che coinvolge la natura umana. In sintesi: la religiosità è un’attitudine psicologica dell’umanità che si manifesta in ogni individuo dotato di una coscienza e di un inconscio, dove risiedono le risorse interiori più originarie dell’umanità, ispirate dal senso del divino e dal sacro. Per James infatti la coscienza non è che una piccola isola perduta nel grande mare dell’inconscio. In tal senso le sue analisi sono proficue soprattutto se collegate a esperienze estetiche. In particolar modo alcuni artisti, e nel nostro caso i cineasti, esprimono sentimenti religiosi molto particolari, raramente dettati dalle convenzioni della professione di fede o da tradizioni consolidate da abitudini familiari. Essi infatti hanno una vita interiore costellata da una religiosità travagliata, da un senso del sacro tormentato dal dubbio, dall’angoscia davanti al nulla, dall’impotenza nei confronti del mistero dell’Universo e da forme di sofferenza caratterizzate dalla melanconia o dalla depressione.

In fondo che diritto abbiamo di credere che il divino compia la sua opera solo per mezzo di spiriti perfetti? Talvolta anche in un individuo imperfetto, quale può essere l’artista, si può scorgere uno strumento più adatto ad un elevato scopo, quello di suscitare in noi un sentimento religioso. Ciò che conta, infatti, è unicamente l’opera compiuta, anche se l’artefice sia in realtà pieno di difetti o afflitto da angosce esistenziali. Pertanto la religione dovrebbe essere osservata come un’esperienza individuale di dialogo con il divino, fondata sul sentimento.

Scriveva Federico Fellini a tal proposito: “Chi fa un mestiere come il mio, l’artista, anche se non vuole porselo sul piano etico e della responsabilità, vive in un sentimento che per forza di cose è religioso”.

Il cinema, quindi, come le arti visive in passato, può suscitare o raccontare esperienze religiose? 

In fondo per secoli l’obiettivo delle arti è stato quello di rendere visibile ciò che è invisibile, ciò che denominiamo con le parole mistero, soprannaturale e trascendente. 

Ha ragione il cardinale Giancarlo Ravasi quando collega le origini del cinema a quelle della teologia, fondate sull’immagine e la parola.   

Non solo, ma la comunicazione neotestamentaria dei Vangeli, rispetto a quella del Decalogo, fonda la rappresentabilità della religione sulle immagini. Inoltre il linguaggio teologico è riconducibile a una struttura simbolica e analogica, come quella cinematografica.

Tuttavia, rispetto alla pittura e alla scultura, se il cinema è stato condannato alla riproduzione mimetica del mondo fisico, determinato dal medium fotografico, è pur vero che trae la sua forza nella presenza dell’immagine sul grande schermo, “nella fisicità delle emozioni, per cui il trascendente diventa l’immanente che vive nella vibrazione di un gesto, nell’esperienza di un volto, nella forza di una parola”, come ha scritto lo storico del cinema Edoardo Bruno.

L’esperienza cinematografica può diventare un’esperienza religiosa, un rito che coinvolge una comunità disposta a confrontarsi con il soprannaturale, con l’irrazionale, con il trascendente e con l’invisibile. Si tratta di assistere a rappresentazioni simboliche costituite da immagini in movimento, che suscitano un senso di appartenenza a qualcosa di più grande, un senso nascosto che le parole nella loro accezione letterale non possono chiarire. Probabilmente la natura simbolica delle immagini, nel senso più elevato del termine, definisce l’affinità tra l’esperienza cinematografica e quella religiosa. Inoltre il simbolo è un utile antidoto alla superficiale e ingannevole moltiplicazione delle immagini prodotte dai media. 

Nella società attuale, nella quale ogni oggetto di consumo è ridotto a immagine, e dove le immagini dominano le nostre esistenze, si devono stabilire modelli e criteri di distinzione tra le immagini. Tento di spiegarmi meglio: occorre distinguere tra immagini appartenenti a una sfera universale e simbolica della sensibilità, forme di conoscenza e d’identità che aspirano a perdurare nel tempo, come nel caso delle immagini proiettate sul grande schermo, e quelle invece appartenenti alla sfera della comunicazione, che esprimono la fugacità della nostra vita senza lasciar traccia dentro di noi. Infatti, la produzione e il consumo delle immagini in movimento si caratterizzano per un’evidente varietà di supporti tecnologici, come smartphone, computer, e altre tipologie di schermi; ciò comporta l’esposizione a una quantità eccessiva d’immagini che provocano una specie di accecamento simbolico: si guarda senza ricordare e senza fare esperienza. 

Il cinema muore quando i film affogano in un flusso indiscriminato d’immagini, in un archivio senza fondo dove giacciono immagini consumate in un istante. Il cinema sopravvive se continua il processo di rappresentazione della nostra esistenza fondato su un rituale che si ripete fin dalla notte dei tempi: dai racconti delle Sacre Scritture, al vecchio saggio del villaggio che attorno al fuoco narrava storie riguardanti il sacro, fino ad Omero, il padre di tutti i poeti, che innalzò il racconto fin sulle vette del mito. Dopotutto le immagini in movimento e le storie sono atti simbolici di resistenza nei confronti della morte e di una ricerca di significato nella nostra vita. 

Nella relazione tra cinema e religione ci sono stati molti film ispirati alla Bibbia?

Certo, per molto tempo, fin dalle origini, il cinema ha dedicato alla religione pellicole a soggetto biblico o comunque ispirate a valori più prettamente cristiani. Non è però l’argomento che intendo sviluppare. Non sono gli effetti speciali di Hollywood a suscitare l’aspetto sacro nel cinema, e neppure storie ispirate alle Sacre Scritture. Sono altre forme spirituali e culturali a suggerire sentimenti religiosi. 

Sussiste una relazione prioritaria tra cinema, sogno, mito e religione?  

Ora se vogliamo riflettere attorno alla funzione del cinema, o per meglio dire, a una particolare funzione che non si esaurisca in un senso estetico o di puro intrattenimento, si può asserire che il cinema corrisponde, in virtù dei suoi aspetti simbolici, a caratteristiche simili al mito, al sogno e al sentimento religioso. Sto pensando a un ragionamento suggerito da Joseph Campbell, tra i più autorevoli studiosi dei miti dedicati alla figura dell’eroe e ispiratore di numerosi film statunitensi, secondo cui il mito non è molto diverso dal sogno. 

“Perché in sogno abbiamo un’esperienza personale di quel fondamento profondo e oscuro che sta alla base delle nostre vite coscienti, mentre un mito è il sogno di una società. Il mito è il sogno pubblico e il sogno è il mito privato. Se il tuo mito privato, il tuo sogno, coincide con quello della società, sei in buon accordo con il gruppo. Altrimenti ti aspetta un’avventura nella foresta buia”

Come non associare queste parole a quelle espresse dal genio di Fellini:

L’individuo attraverso i sogni esprime quella parte di se stesso più segreta, misteriosa, inesplorata che corrisponde all’inconscio, così la collettività, l’umanità farebbe la stessa cosa attraverso la creazione degli artisti. La produzione artistica cioè, non sarebbe altro che l’attività onirica dell’umanità”

Il mito indica un tempo prossimo all’eternità mentre il sogno un istante vissuto dal nostro inconscio. E’ l’eternità di un istante che il cinema realizza trasformando l’immanente nel trascendente, il materiale nello spirituale, il profano nel sacro.

Anche il teorico del cinema, André Bazin ha scritto qualcosa riguardo al sacro.

Bazin crede nella realtà, che grazie al cinema e alla temporalità delle immagini, 

restituisce l’aspetto sacrale finalizzato alla vittoria sulla morte.

Nel saggio Che cosa è il cinema? André Bazin ricorre alla psicologia per ricondurre le origini delle arti plastiche al complesso della mummia; ciò comporta nell’umanità l’esigenza di sostituire con l’immagine ciò che è destinato a dissolversi. In questo senso il cinema costituisce l’atto finale di una storia dell’arte fondata su un comune intento, quello di resistere al divenire e alla morte. Il cinema ha introdotto il movimento e la durata nel mondo delle immagini, rendendo eterno quell’istante strappato alla contingenza della realtà mostrata sul grande schermo. In tal modo l’indagine fenomenologica della cinepresa è indirizzata alla realtà quotidiana per scorgere nei fenomeni i riflessi del sacro. Ogni istante è pervaso da una sacralità che riscatta il reale dalla materialità. E’ uno dei motivi per cui Bazin amava il cinema di Roberto Rossellini. Un senso di attesa e di angoscia che si risolve in un atto improvviso di fede. Un’epifania, una manifestazione del sacro che colpisce, come San Paolo sulla via di Damasco, i personaggi. Penso all’episodio de Il miracolo con Anna Magnani e Federico Fellini o a Francesco, Giullare di Dio.

Oltre a Bazin, sempre in un’area teorica francese, ricordiamo l’abate Amédée Ayfre, che ha proposto un’interessante lettura della relazione tra sacro e cinema, attraverso due aspetti, secondo l’analisi del docente di teologia, Davide Zordan: lo stile della trascendenza e lo stile dell’incarnazione.  Il primo stile adatta il rigore ieratico e stilizzato dell’arte bizantina alle immagini cinematografiche, secondo un’espressività austera e una messa in scena essenziale.

Il linguaggio adottato dal regista restituisce una visione liturgica dei fenomeni, secondo principi ispirati al cristianesimo.

Ad esempio possiamo ritrovare lo stile trascendente in Ordet di Theodor Dreyer, che sviluppa una problematica tipica della religione protestante, quella della dottrina della predestinazione ma allo stesso tempo anche quella riguardante il miracolo della resurrezione. Per Dreyer, erede della tradizione filosofica di Kierkegaard, l’angoscia davanti al nulla può essere superata solo con la purezza della fede. Oppure Au hazard Balthazar di Robert Bresson, che riguarda la visione giansenista della vita: la consapevolezza che l’esistenza religiosa si muove tra predestinazione, eventualità casuale, libero arbitrio e probabilmente anche la Grazia. 

L’altro stile, quello dell’incarnazione, cattura le tracce del sacro sul corpo dei personaggi. Spesso le storie raccontano la crisi esistenziale del protagonista in una situazione drammatica, al limite della sopravvivenza. La condizione d’angoscia può diventare un grido di preghiera per la salvezza dei personaggi. In fondo sono essere umani disposti a credere al divino, per riscattare una condizione di miseria. Tra i film citati da Ayfre ricordiamo Umberto D. di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini e La strada e Il bidone di Fellini. 

E rispetto ad Andrej Tarkovskij?

Tra i grandi di sempre, leggiamo questa sua affermazione straordinaria: 

«L’immagine artistica è di per sé espressione della speranza, grido della fede, e ciò è vero indipendentemente da cosa essa esprima, foss’anche la perdizione dell’uomo. L’atto creativo è già di per sé una negazione della morte. […] Il significato dell’arte è la ricerca di Dio nell’uomo. La ricerca del cammino per l’uomo».

Tuttavia l’esperienza cinematografica, quando aspira alla dimensione più religiosa, non si esaurisce solo nella ricerca di un senso dopo la morte, ma anche nell’esperienza di vivere per un istante in uno stato di grazia. E’ un vitalismo che si oppone al pensiero tragico del nulla, è  un concetto, a parer mio, che si lega al cinema di Fellini. Sono riflessioni ispirate da pellicole come Le notti di Cabiria e Otto e ½. Siamo progettati, infatti, per credere che le cose non nascano dal nulla e che non svaniscano del tutto. Rifiutiamo qualsiasi pensiero che conduca la nostra coscienza verso il baratro, verso l’abisso del vuoto. Spetta alla filosofia e alla religione, ma soprattutto all’arte di confortarci anche quando la situazione sembra precipitare, giù fino nelle voragini della coscienza. Non abbiamo scelte: preferiamo pensare a qualcosa che esista, anche se è nascosta, come una divinità, piuttosto che ad una prospettiva priva di speranze. E’ la natura umana ma anche quella del cinema: la persistenza di un’immagine che possa durare per l’eternità, come un ricordo indelebile. 

D’altronde Fellini collegava l’atto creativo ad un sentimento religioso:

“Chi ci guida nell’ avventura creativa? Come è potuto accadere? Soltanto la fiducia in qualcosa o in qualcuno nascosto dentro di te, qualcuno che conosci poco, che si fa vivo ogni tanto, una tua parte sorniona e sapiente che si è messa a lavorare al posto tuo può aver favorito la misteriosa operazione. Tu l’hai aiutata questa tua parte inconscia dandole fiducia, non contrastando, lasciando fare a lei. Questo sentimento di fiducia credo che possa definirsi sentimento religioso.”

Si tratta di attribuire un significato nella nostra esistenza?

Lo ha spiegato molto bene Campbell.

Non cerchiamo solo di attribuire un senso alla vita; piuttosto di sentire dentro di noi l’esperienza di essere vivi, di sentire una risonanza interiore che sia in sintonia con l’universo e con gli altri. Si tratta di provare il rapimento del vivere nel mondo e, perché negarlo, di meravigliarsi dinnanzi ad un capolavoro proiettato nella sala cinematografica.

Non è un caso che bisognerebbe parlare dei film di Fellini come se fossero una creatura viva, una persona, lasciandosi coinvolgere da un’emozione personale. 

Quando conosciamo qualcuno non teorizziamo sopra di lui, non domandiamo come è giunto a essere quel determinato individuo, non ricorriamo agli algidi ragionamenti razionali, ma restiamo affascinati dal carattere, dai sentimenti che suscita in noi, dall’energia che emana e da un inconscio che parla anche con i gesti. In una parola: empatia.

Da quello che hai detto la sala cinematografica può diventare un luogo “sacro”? 

Ti rispondo ancora con le parole di Joseph Cambell:

“Bisogna avere uno spazio o dei momenti particolari, oppure un giorno, in cui non sapere che cosa scrivono i giornali, o dove sono i nostri amici, né gli obblighi che abbiamo verso gli altri e quelli che gli altri hanno nei nostri confronti. Uno spazio in cui poter fare semplicemente esperienza e sviluppare ciò che siamo e potremmo essere. E’ il luogo dell’incubazione creativa. All’inizio può accadere che non succeda niente, ma se possiedi un luogo sacro e te ne servi, può darsi che qualcosa avvenga”. 

Spesso pensiamo che il mondo sia diventato un brutto e finto spettacolo a cui non crediamo più, un pessimo film guardato in una sala cinematografica mal attrezzata. Tuttavia possiamo tornare a credere nel mondo anche attraverso il cinema, come ha scritto Gilles Deleuze: “Bisogna che il cinema non filmi il mondo, ma la credenza in questo mondo, il nostro unico legame.
Ci si è spesso interrogati sulla natura dell’illusione cinematografica. Restituirci la credenza nel mondo, questo è il cinema moderno (quando smette d’essere brutto). Nella nostra universale schizofrenia abbiamo bisogno di ragioni per credere in questo mondo”

Nel corso del tempo alcuni cineasti hanno suggerito attraverso le immagini la possibilità di credere a qualcosa di ordine superiore.  La credenza in un mondo che altrimenti rischia di dissolversi in una ragione calcolante universale, d’ispirazione puramente scientifica, che non si interroga più sul senso della nostra esistenza.

Ci siamo dimenticati di Ingmar Bergman?

Nel cinema di Ingmar Bergman sussiste una visione del trascendente molto particolare. Quasi certamente il regista pensava ad un lento e progressivo allontanamento di Dio dagli uomini, dove trionfa la desolazione o l’assurdità dell’esistenza. Ha ragione Emanuele Severino quando sostiene che per comprendere il cinema di Bergman è necessario partire da Nietzsche e dalla morte di Dio. Nella prima parte della carriera affronta spesso il problema della questione dell’esistenza di Dio, soprattutto nel Settimo sigillo. Poi improvvisamente cala “il silenzio”, termine che dà il titolo ad un film del 1963, con cui il regista conclude la trilogia iniziata con Come in uno specchio (1961), dove il problema della fede giunge fino alla follia della protagonista e Luci d’inverno (1962), dove invece Bergman affronta la crisi religiosa di un pastore protestante. 

Più ci inoltriamo nella sua filmografia e maggiormente il problema del nulla prende il sopravvento su quello di Dio.

Prendiamo ad esempio Persona (1966), il senso ultimo del film può essere sintetizzato leggendo un brano tratto dalla sceneggiatura: 

“Le grida della nostra fede e del nostro dubbio nell’oscurità e nel silenzio, sono una delle più terribili prove della nostra innegabile solitudine, e della costante paura che ci possiede”.

Altri registi?

Oltre a quelli già citati, penso ad Accattone, Mamma Roma e Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, a La leggenda del Santo bevitore di Ermanno Olmi. Per i registi stranieri al Decalogo di Krzysztof Kieslowski o alla Via Lattea di Luis Bunuel, il quale affermava di essere ateo per grazia di Dio; nella contemporaneità a First reformed (ispirato a Luci d’inverno di Bergman e al Diario di un curato di campagna di Bresson) e a Il collezionista di carte di Paul Schrader, e infine a The tree of life di Terence Malick. Ricordiamo che Paul Schrader ha scritto un saggio intitolato “Il trascendente nel cinema”, in cui analizza le opere di Dreyer, Bresson e Ozu.

Sono solo i primi nomi che mi vengono in mente, la lista sarebbe troppo lunga. 

 

Arrivederci, bandiera rossa

Trent’anni fa la fine dell’Urss. Gorbaciov. Per tale motivo la redazione de “Il Domani d’Italia” ha scelto per oggi di dedicare ai lettori questa poesia di EVGENIJ EVTUŠENKO (1932 – 2017).

Arrivederci, bandiera rossa – dal Cremlino scivolata giù
Non come ti innalzasti, agile, lacera, fiera,
sotto il nostro esecrare sul fumante Reichstag,
sebbene pure allora intorno all’asta, truffa si attuasse.
Arrivederci bandiera rossa… Eri metà sorella, metà nemica.
Eri in trincea speranza unanime d’Europa,
ma tu di rosso schermo recingevi il Gulag
e sciagurati tanti in tuta da carcerati.

Arrivederci, bandiera rossa. Riposa tu, distenditi.
E noi ricorderemo quelli che dalle tombe più non si leveranno.
Gl’ingannati hai condotto al massacro, alla strage.
Ricorderanno anche te – ingannata tu stessa.
Arrivederci bandiera rossa. Non ci portarsti bene.
Grondavi di sangue e te noi col sangue togliamo.
Ecco perché adesso lacrime non ci sono da detergere,
così brutalmente sferzasti, con le nappe scarlatte, le pupille.
Arrivederci, bandiera rossa… Il primo passo verso la libertà
lo compimmo d’impulso sulla nostra bandiera
A su noi stessi, nella lotta inaspriti.

Che non si calpesti di nuovo «l’occhialuto» Zivago.
Arrivederci, bandiera rossa… Da te disserra il pugno,
che ti serra di nuovo, ancora minacciando fratricidio,
quando all’asta si afferra la marmaglia
o la gente affamata, confusa dalla retorica.
Arrivederci bandiera rossa… Tu fluttui nei sogni,
rimasta una striscia nel russo tricolore.
Nelle mani dell’azzurrità e del biancore
Forse il colore rosso dal sangue sarà liberato.
Arrivederci, bandiera rossa… guarda, nostro tricolore,
che i bari di bandiere non barino con te!
Possibile anche per te lo stesso giudizio:
pallottole proprie ed altri ne hanno la seta divorato?

Arrivederci, bandiera rossa… Sin dalla nostra infanzia
Noi giocavamo ai «rossi» e i «bianchi» battevamo forte.
Noi, nati nel paese che più non c’è,
ma in quell’Atlantide noi eravamo, noi amavamo.
Giace la nostra bandiera al gran bazar d’Ismajlovo.
La «smerciano» per dollari, alla meglio.
Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non ho assaltato il Reichstag.
Non sono un «kommunjak». Ma guardo la bandiera e piango.

Vieni sempre Signore

La preghiera di un grande sacerdote poeta.

 

David Maria Turoldo

 

Vieni di notte, ma nel nostro cuore è sempre notte:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni in silenzio, noi non sappiamo più cosa dirci:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni in solitudine, ma ognuno di noi è sempre più solo:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni figlio della pace, noi ignoriamo cosa sia la pace:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni a liberarci, noi siamo sempre più schiavi:

e dunque vieni sempre Signore.

Vieni a consolarci, noi siamo sempre più tristi:

e dunque vieni sempre Signore.

Vieni a cercarci, noi siamo sempre più perduti:

e dunque vieni sempre Signore.

Vieni, tu che ci ami, nessuno è in comunione col fratello

se prima non è con te, o Signore.

Noi siamo tutti lontani, smarriti,

né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo:

vieni, Signore. Vieni sempre, Signore.

Rai Due: Sulla via di Damasco, il 26 dicembre una puntata da Assisi sul francescanesimo.

Come può l’utopia economica e sociale dei primi discepoli di San Francesco offrire risposte ai problemi dell’oggi?

Il periodo che stiamo vivendo porterà la troupe di Sulla via di Damasco a riflettere su quello che il carisma francescano può apportare alla ripresa e al cammino di rinascita. Tra gli affreschi giotteschi della Basilica Superiore di Assisi, Eva Crosetta, domenica 26 dicembre, su Rai Due, alle 8.30, intervisterà fra’ Felice Autieri, storico del Sacro Convento, interrogandolo proprio su come l’utopia economica e sociale dei primi discepoli di San Francesco possa ancora offrire le risposte ai problemi di questo tempo buio, ingombro di disuguaglianze e precarietà.


Che economia e francescanesimo non siano un paradosso lo dimostra la storia della Legatoria Tuderte, di Todi (Pg): 9 operai racconteranno come, innescando la fiducia reciproca, hanno salvato la loro impresa e il lavoro dal fallimento. Con fra’ Emanuele Gelmi, subito dopo, uno sguardo sulla vita di accoglienza nella Casa Papa Francesco (Assisi), luogo di ascolto, di rinascita e di bellezza per tanti che sono disprezzati dall’economia che uccide. “L’economia va ripensata e guarita senza ricorrere a particolari medicinali – ha detto fra’ Felice – se non quello di ripartire dalla centralità dell’uomo”.

Anche noi donne vorremmo essere “nonne al servizio delle Istituzioni”. Ma le condizioni non ci sono. 

Non abbiamo il coraggio di scegliere per la nostra Repubblica una figura intorno ai 50 anni (soglia minima per essere eletti) femminile, competente e di moralità ferma. 

Elisabetta Caponi

Giovedì 16 dicembre a “Spazio” condotto da Roberto Inciocchi su TGSky24, alle 10.30, in un orario per casalinghe si direbbe ma con lo smart working diffuso l’audience potrebbe essere diversa, Claudio Martelli politico di razza della I° Repubblica, afferma che se i partiti candidassero una donna al Quirinale sarebbe questo un fatto e non una mera notizia. E centra la questione da par suo. Perché finora le donne candidato Presidente della Repubblica sono nella manica dei 5 leader politici che debbono decidere, assi da calare se del caso nel momento opportuno per vincere la battaglia o condizionarla fortemente. Tranne che per il gruppo misto che non ha un leader come ovvio e nemmeno un portavoce. E noi donne del Paese, statisticamente contate in 30.369.987 pari al 51,3% secondo l’ultima rilevazione di Istat, non siamo né sentite né ci facciamo sentire. Come a dire che la questione del Presidente della Repubblica è affare che non ci riguarda direttamente o per il quale, non essendo state mai interpellate in merito, vige la stanca rassegnazione dell’indifferenza all’argomento. Per dirla tutta non vale la regola tutta maschile che le donne non hanno interesse per la politica attiva preferendo nella maggioranza andare a votare e basta, ma non è valida nemmeno quella di aprire una consultazione pubblica per individuare una rosa di candidate scelte dalle donne del paese e dagli uomini che con loro solidarizzano perché anche fossero le migliori nella competenza e nella qualità morale della persona, nei fatti diventerebbero solo la riserva dalla quale attingere se mai servisse. 

La verità si nasconde nello stesso termine di repubblica democratica. Perché un Paese che non ha nelle sue Istituzioni pubbliche la rappresentanza femminile non può dirsi democratico poiché esclude una parte della sua stessa essenza: il demos che non è più popolo nella sua interezza ma diventa solo parte/componente di un insieme. Certamente le Istituzioni della Repubblica sono democratiche ma è il governo di esse ad essere non democratico e non servono solo le leggi speciali per tentare di arginare questo vulnus nel Paese, serve una cultura veramente democratica che riesca a far comprendere a noi tutti amaramente che questo Paese non è democratico nella sua stessa natura; una contraddizione in termini che fa male alle coscienze di noi tutti e anche ai sentimenti di moltissime donne nel Paese. 

Anche le donne vorrebbero essere “nonne al servizio delle Istituzioni” per riprendere le parole del Presidente del Consiglio in carica, ma le condizioni di questa partecipazione non ci sono. Ci rappresentiamo ancora una volta con l’equazione età=sapienza, che ha una sua verità interna forte e non detta visto che il governo delle Istituzioni è affidato a questa generazione, ma non abbiamo il coraggio di scegliere per la nostra Repubblica una figura intorno ai 50 anni (soglia minima per essere eletti) femminile, competente e di moralità ferma. Se lo facessimo il nostro simbolo, la nostra iconica immagine di Repubblica difronte al mondo sarebbe letta come quella di un Paese che guarda al suo futuro e affida il cammino ad una “madre” per una volta dopo una lunga teoria di “padri”. E così ho scritto la mia letterina a Gesù Bambino. 

Caro Gesù Bambino, 

In questo Natale che sta arrivando, se t’avanza del tempo alle molte e più importanti richieste che tutti noi ti facciamo in questo tempo di sofferenza e senza pace, ti chiediamo umilmente di mandare “una madre” alla guida del nostro Paese, perché il cuore del Paese molto soffre, la gente è spaventata e ha paura della pandemia, la povertà avanza rapida tra noi, abbiamo timore di non farcela a superare il quotidiano che viviamo e il nostro futuro è nebbioso e scuro. Ci sta mancando il coraggio di affrontare le prove, mandaci una “madre” che consoli i nostri cuori, ponga la sua mano sulle nostre spalle, prenda le nostre mani, quelle vecchie come quelle giovani, e ci conduca lungo questo percorso.

Il Quirinale e la politica

Nella elezione del Presidente della Repubblica le dinamiche tradizionali e strutturali della politica non possono non ritornare protagoniste anche quando gli attuali partiti sono in una crisi profonda, se non addirittura irreversibile.

Forse ha ragione il nostro amico e Direttore Lucio D’Ubaldo quando dice, anche se solo in un tweet, che alcuni contenuti della conferenza stampa del Presidente del Consiglio hanno evidenziato alcuni aspetti che rischiano di contraddire i principi basilari della politica. E questo sostanzialmente per due motivi che sono e restano centrali anche, e soprattutto, quando si affronta il capitolo più importante della vita politica italiana: e cioè l’elezione del Capo dello Stato.

In primo luogo, anche se questo governo è stato il frutto di un sostanziale fallimento della politica e dei partiti – nello specifico delle forze populiste uscite vincenti dalle elezioni del marzo 2018 e, per essere ancora più precisi, del populismo demagogico, anti politico, qualunquista, antiparlamentare, giustizialista e manettaro dei 5 stelle – è indubbio che la politica non può essere commissariata a lungo. Riemerge come un fiume carsico anche quando è stata ridicolizzata e resa grottesca dopo l’irruzione del populismo grillino. Perchè, appunto, prima o poi si riprende il comando. E nella elezione del Presidente della Repubblica le dinamiche tradizionali e strutturali della politica non possono non ritornare protagoniste anche quando gli attuali partiti sono in una crisi profonda, se non addirittura irreversibile.

In secondo luogo tutti noi sappiamo che, questa volta, l’elezione del Presidente della Repubblica è resa particolarmente complessa e difficile per un motivo molto semplice: e cioè, i cosiddetti capi patito non controllano più i rispettivi gruppi parlamentari. Gruppi che, come ormai tutti sanno – almeno quelli che si occupano di politica e di questo importante ma sempre più colorito percorso singolare che coincide con l’elezione del Capo dello Stato – badano quasi esclusivamente ad ottenere il massimo possibile a livello personale. Ovvero, stipendio di rango garantito sino a fine legislatura e raggiungimento del vitalizio dopo 4 anni, sei mesi e un giorno della legislatura. È del tutto evidente che di fronte ad una situazione del genere, più squallida di quasi tutte le altre vigilie per l’elezione dell’inquilino al Colle più alto, quel che resta della politica non può che tornare in campo. E le accelerazioni non guidate politicamente e non governate dalla politica rischiano, realmente, di aggrovigliare sempre di più la situazione. Come puntualmente è capitato dopo la conferenza, seppur interessante, del Presidente del Consiglio. 

Verrebbe veramente da chiedersi, se non ora quando?

 

La mostra dei 100 presepi per portare il Natale nel cuore (Città Nuova).

Fino al 9 dicembre 2022 in piazza san Pietro a Roma sarà possibile visitare la mostra dei 100 presepi.

Vittoria Terenzi

«Non viviamo un Natale finto, per favore, un Natale commerciale! Lasciamoci avvolgere dalla vicinanza di Dio, questa vicinanza che è compassionevole, che è tenera». Ancora una volta, le parole di papa Francesco restituiscono a tutti il significato profondo e più vero del Natale.

A portare a tutti questo annuncio, anche quest’anno la Mostra dei 100 presepi in Vaticano è tornata ad ornare uno dei bracci del colonnato di S. Pietro. È una festa di luci e colori. Piccoli e grandi, provenienti dalla Sicilia o dal Venezuela, i presepi ricordano a ciascuno che la vera Nascita avviene nel cuore. «A Natale il regalo migliore si scarta col cuore», hanno scritto i bambini delle scuole primarie nella sezione a loro dedicata.

Un Natale del cuore, quello dei più piccoli e quello degli adulti, la natività riprodotta con diversi materiali e colori esprime aspirazioni e stati d’animo: dal desiderio di vita e di gioia rappresentato con festosa semplicità dai presepi coloratissimi dei bambini, alla voglia di leggerezza del presepe di Annalisa Paniccià fatto interamente all’uncinetto, alla ricercatezza di quello realizzato da Assocoral – Calypso, nel quale il rosso del corallo naturale impreziosisce gli abiti dei personaggi. Accanto al classico presepe napoletano, non manca l’originalità di chi lo ha realizzato all’interno di un autobus o in una vecchia caffettiera riproducendo il Natale di Greccio del 1223. Non si può, tuttavia, dimenticare l’attuale emergenza sanitaria, così Barbara Forgione ha incollato la sua natività su uno schermo protettivo contro il Covid-19, auspicando che la venuta al mondo del Salvatore porti la pace in ogni angolo della terra.

Il Bambino Gesù si incarna nella vita e nella storia, come quella dell’artista Massimiliano Signorile che ha portato alla Mostra un presepe in legno, sughero e gesso. «Il presepe in mostra quest’anno è dedicato a mia madre per tanti motivi – spiega -. Quelle nel presepe sono le sue statuine e mi diceva sempre che appena possibile avrei dovuto creare qualcosa per lei. Purtroppo è venuta a mancare, ma prima della sua morte, durante la malattia, sono riuscito a costruire questo presepe ispirato al tempio di Palmira che era stato distrutto, che rappresenta mia madre distrutta dalla malattia, tempio che Gesù ha ricostruito in tre giorni, esempio di chi torna a vivere per sempre». La sua passione nasce circa venti anni fa, quasi per caso: «Un giorno – racconta –  salendo in soffitta ho visto delle statuine della natività buttate alla rinfusa su uno scaffale, e senza pensarci due volte le ho sistemate alla meglio ponendo intorno a loro dei cartoni per dargli riparo. 

Qualche giorno dopo salendo di nuovo in quel luogo ho notato che i cartoni erano caduti, allora con la colla li ho attaccati tra di loro». Inizia così la sua ricerca: «Non soddisfatto, ho comprato un libro di presepi dove si parlava di gesso, colla vinilica, cartone e senza rendermene conto dopo qualche mese su quella soffitta avevo impastato e colato chili di gesso, costruendo case, colonne, recinti, e incidendo su di esse forme architettoniche a me del tutto sconosciute fino ad allora. Da lì, una passione che è cresciuta sempre di più per quella storia che ormai è parte profonda della mia vita».

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https://www.cittanuova.it/la-mostra-dei-100-presepi-portare-natale-nel-cuore/?ms=002&se=004

 

(Qui tutte le informazioni sulla mostra)

Notizie in breve dal mondo. AsiaNews consegna, nella nota pre-natalizia, pillole d’informazione preziose. 

In forma succinta, l’agenzia internazionale dei gesuiti fornisce ai lettori il quadro di alcune novità non sempre presenti sui principali media.

HONG KONG
Nella notte (del 22 dicembre, ndr) è stato tolto il Pilastro della vergogna, celebre statua nell’università di Hong Kong che commemora il massacro cinese di piazza Tiananmen del 1989. La costruzione riproduceva corpi e volti insanguinati dei manifestanti pro-democrazia uccisi dalle autorità cinesi. I vertici dell’ateneo ne avevano ordinato la rimozione a ottobre. L’autore Jens Galschiot parla di gesto “brutale”.

MYANMAR
Dai primi di febbraio, quando la giunta ha preso il potere rovesciando il governo civile di Aung San Suu Kyi, nella regione di Yangon i tribunali militari hanno condannato a morte oltre 90 persone. Secondo stime della Assistance Association for Political Prisoners, l’esercito ha ucciso 1348 civili e ne ha arrestati 8131, la maggior parte dei quali fermati durante le proteste di piazza non violente.

CINA
Col pretesto del Covid-19, le autorità cinesi del Sichuan e del Qinghai impediscono ai familiari di visitare i prigionieri politici tibetani chiusi in carcere. Le restrizioni restano in vigore sebbene da oltre un anno non vi siano contagi nelle prigioni di Mianyang e di Minyak Yak-nga. Vietati gli incontri anche distanziati e separati da un vetro, proibita la consegna di cibo, vestiti o medicine.

SRI LANKA – IRAN
Lo Sri Lanka vuole saldare il debito con l’Iran sulle importazioni di petrolio barattandolo con del tè. La proposta è del ministro Ramesh Pathirana, il quale intende inviare merce per 5 milioni di dollari ogni mese, fino alla somma di 251 milioni. Colombo vive una grave crisi economica, acuita dalla pandemia di Covid-19 che ha affossato il turismo. La modalità non violerebbe le sanzioni Usa. 

TURCHIA
La Turchia ha approvato per uso “di emergenza” il primo vaccino contro il Covid-19 di produzione interna. Il ministero della Sanità afferma che l’uso su larga scala di Turkovac, basato su un virus inattivato, dovrebbe partire entro la fine dell’anno. Il processo di produzione è iniziato nell’aprile del 2020, ma risultati positivi di studi pre-clinici sugli animali sono arrivati solo nell’ottobre scorso. 

INDIA
I leader di alcuni gruppi di estrema destra, legati al governo del premier Narendra Modi, hanno invocato la “pulizia etnica” delle minoranze in India, in particolare i 200 milioni di musulmani. L’attacco è giunto durante un summit di tre giorni promosso da Yati Narsinghanand, leader Hindutva. Come esempio hanno citato le atrocità di massa del 2017 in Myanmar contro i Rohingya. 

RUSSIA – STATI UNITI
Il primo round delle trattative tra Russia e Stati Uniti sulle garanzie di sicurezza si terrà all’inizio del 2022. È quanto ha assicurato il ministro degli esteri di Mosca Sergej Lavrov in un’intervista al canale televisivo RT. Per il capo della diplomazia russa “sono già state approvate le modalità del lavoro da svolgere insieme e gli americani hanno già nominato i responsabili degli incontri”.

GEORGIA
A Tbilisi si è svolta una nuova manifestazione del “Movimento Nazionale” a sostegno dell’ex-presidente Mikhail Saakašvili, per chiederne la liberazione. Migliaia di persone hanno sfilato con la pioggia e al gelo sul prospekt Rustaveli al centro della capitale. Una colonna di auto ha sfilato davanti all’ospedale militare di Gori per salutare il leader detenuto nel giorno del suo compleanno.

Tokyo Godfathers. La recensione del film di Satoshi Kon nell’ultima newsletter de “La Civiltà Cattolica”.

La pellicola del regista giapponese, morto nel 2010, suscita il vivo apprezzamento di Padre Vezzani. In conclusione, lo definisce “un film adatto a questo tempo natalizio”

 

Leonardo Vezzani S.I.

Tokyo Godfathers è un film di animazione del 2003 diretto da Satoshi Kon, pubblicato su Netflix in questo tempo di Natale, e racconta di tre persone senza dimora: Hana, una donna transessuale, Gin, un alcolizzato, e Miyuki, una ragazzina scappata di casa. I tre vivono insieme in una baracca nella periferia di Tokyo e in un certo modo vivono tutte le dinamiche di una famiglia.


La notte di Natale i tre protagonisti, durante una delle tante discussioni, trovano una neonata che piange dietro a un cumulo di immondizia. Se per Hana quello è un dono del cielo, il coronamento del suo desiderio di diventare madre, per gli altri due la bambina è un problema di cui sbarazzarsi portandola alla polizia. Dopo diverse tensioni riescono a trovare un accordo: è necessario ritrovare i genitori, e ci penseranno loro a farlo.


Seguendo i vari indizi che si sono lasciati dietro i presunti genitori, i tre compagni di viaggio si ritroveranno a fare i conti con la loro vita precedente. Ognuno di loro ha una ferita aperta con la quale non erano riusciti a riconciliarsi, e il lasciare tutto per vivere per strada è stato l’unico modo attraverso cui, a suo tempo, sono stati capaci di affrontarla. L’arrivo della neonata li smuove e scatena tutta una serie di coincidenze: per caso Hana ritorna nel locale in cui ha lavorato da giovane e in cui ha conosciuto l’amore; per caso Gin ritrova una persona amata che non aveva il coraggio di cercare; per caso Miyuki ha un’opportunità di riconciliazione con il suo passato.


Questa strana e disfunzionale famiglia nel frattemmpo attraversa tutto l’underground di Tokyo, intrecciando la sua vita con la mafia giapponese, con il mondo dell’immigrazione clandestina e dell’emarginazione sociale, e facendo esperienza di come, nelle vite piegate dalle fatiche e dal dolore, possa esserci ancora spazio per la tenerezza.


La piccola Kiyoko è la protagonista indiscussa di questa storia. La neonata, nella sua impotenza, ha la forza di ribaltare le esistenze di tutti quelli che hanno a che fare con lei. Quasi come se le vite di tutti stessero aspettando qualcuno che rompesse gli equilibri precari del presente e desse la forza di guardare con occhi riconciliati al proprio passato. Insomma, è un film adatto a questo tempo natalizio. 

 

Le grandi religioni mondiali. Il dialogo di Papa Francesco.

Questo contributo è stato presentato martedì 14 dicembre a un dibattito organizzato a Brescia dal Circolo Cultura Libera sul tema ‘Il sociale e il sacro. Riflessioni sull’ Enciclica ‘Fratelli tutti’, con la partecipazione del teologo  Mons. Giacomo Canobbio, della pastora valdese Anne Zell e di Giuditta Serra (Gruppo Donne di Sant’Eufemia). Pubblichiamo l’ultima delle quattro parti in cui abbiamo diviso l’intervento del prof. Minella.

Il progetto di Papa Francesco nella Fratelli tutti, a mio parere, si pone precisamente due obiettivi. 

 

  1. Combattere le grandi distruzioni e le grandi disuguaglianze che il turbocapitalismo, la civiltà ipermoderna, sta producendo nel mondo, fino a minacciare di renderlo invivibile per le prossime generazioni: e a questo fine recuperare un  sentimento della presenza attuale del divino in modo, con un linguaggio, con un apparato concettuale che sia comprensibile per gli uomini e le donne della tarda modernità, che sono inseriti nella cultura scientifica moderna. Dal rifiuto di accettare  questa volontà e capacità di attualizzare il sentimento della fede, radicandolo nella cultura e nelle contraddizioni contemporanee, nascono le obiezioni di principio dei tradizionalisti a Papa Francesco. 
  2. Recuperare a questo fine un dialogo tra tutte le religioni mondiali, grandi e piccole, in ciascuna delle quali devono essere riconosciuti dei ‘semi di verità’, che vanno valorizzati al di là delle particolarità locali e storicamente transitorie. Naturalmente a questo fine devono essere combattute le tendenze integraliste e fanatiche, che allignano in ogni religione e che portano a misconoscere la fondamentale fraternità originaria degli esseri umani. 

 

E Papa Francesco è molto preciso e sottile nel ricordare le precondizioni psicologiche di questo movimento fraterno verso l’altro, che  costituisce la sostanza più profonda delle religioni, su cui in questa sede non posso soffermarmi. Infine, vi è un riconoscimento che Papa Francesco ha spesso ribadito, per esempio nei suoi dialoghi con i rappresentanti del mondo islamico, e che viene spesso sottaciuto: è il riconoscimento della legittimità, in linea di principio, del pluralismo religioso. Il fondamento implicito  di questa apertura ecumenica è costituito, a mio parere, dal recupero della teologia apofatica, cioè negativa: per cui Dio è come una cima coperta di nuvole eterne, una verità verso cui si dirigono tutte le religioni senza che nessuna possa dire di possederla interamente e monopolisticamente. Si potrebbe obiettare a questa concezione: ma essa elimina la verità assoluta del cristianesimo! 

 

Non è così: essa invece lo apre alla verità delle altre religioni. Come dice Rémi Chéno, segretario generale dell’Istituto domenicano di Studi orientali: “In Cristo i cristiani trovano in verità la pienezza della verità, come affermano nelle loro Scritture (Col., 2, 9). Ma questa pienezza non è esclusiva: essi intuiscono che può essere trovata altrove! Tutta la divinità, dice Rémi Cheno, non il tutto della divinità: la tota divinitas, non il totum divinitatis”.

 

Chi è Walter Minella

Walter Minella ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (Armando, Roma 1994). Ha tradotto dal russo il breve saggio di Varlam Šalamov, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Ibis, Como-Pavia 2012) . L’incontro personale e la frequentazione con il vecchio Pietro Prini lo ha indotto a curare il libro postumo del maestro, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2015) e a scrivere la monografia Pietro Prini (Lateran University Press, Città del Vaticano 2016). Ha curato con altri studiosi: Credere oggi in Dio e nell’uomo. Pietro Prini filosofo del  dialogo tra fede e scienza (Armando, Roma 2018), Etica oggi tra empatia e libero arbitrio (Ibis, Como-Pavia 2019) e L’invasione della vita. Le scelte difficili nell’epoca della pandemia (Mimesis, Milano-Udine 2020).

A proposito del Quirinale. La “linea” dì Argomenti 2000 sul tema dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Nella Newsletter n. 9, appena distribuita per email, l’«Associazione dì amicizia politica» Argomenti 2000 ha provveduto a inserire una breve nota – qui attribuita per comodità al Presidente – che riassume gli elementi principali della condotta tenuta da questa realtà associativa di matrice cattolico democratica in ordine alla questione del Quirinale.

La debolezza dei partiti si riconosce anche nelle contorsioni del dibattito che prelude alla nomina del capo dello Stato. C’è incertezza sul profilo del futuro presidente, la personalizzazione dei partiti non consente di uscire da uno schema sostanzialmente bloccato, salvo invocare un’alternanza in virtù di un bipolarismo che non c’è e di una maggioranza della destra fatta di sondaggi e non di risultati. Avvisaglie pericolose che parlano di una destabilizzazione ulteriore e di un’occasione mancata perché i partiti tornino a fare politica. E questo in un momento in cui la stabilità avrebbe un valore aggiunto nel portare a termine la strategia post Covid.

Abbiamo firmato insieme ad altre associazione una sorta di identikit di come dovrebbe essere il futuro Presidente della Repubblica.  (clicca qui per leggere il documento).

Tuttavia il passaggio dell’elezione del Presidente della Repubblica porta con sé anche altri temi che ci chiedono di guardare avanti verso la fine della legislatura. La sconsiderata riforma del taglio orizzontale dei parlamentari cui, nonostante gli impegni, non ha fatto seguito alcun contrappeso delle modifiche regolamentari o simili (adesso si ventila una riforma costituzionale per abolire il semestre bianco che elimina l’impossibilità di sciogliere le camere negli ultimi sei mesi di mandato presidenziale) purtroppo al calo numerico non è detto che corrisponda un aumento di qualità del personale politico.

Anche se può apparire scontato, dobbiamo ribadire come oggi in crisi sia la stessa democrazia. È in crisi nella percezione comune, nell’arretramento delle conoscenze, nella distanza siderale dall’esperienza di coloro che sono usciti dalla guerra e hanno combattuto per la democrazia. C’è carenza di senso civico e quindi dello stato. Senza la coscienza dei cittadini, le istituzioni da sole non possono svolgere il loro compito. Il calo costante di partecipazione elettorale è un indicatore troppo sottovalutato. A preoccuparsi dovrebbero essere i cittadini perché chi fa politica di professione, tutto sommato può essere agevolato dal contrarsi del corpo elettorale eppure il percorso democratico è la migliore garanzia per i diritti e la libertà.

Riflessioni in ordine sparso, come ho detto, che possono alimentare il nostro confronto, arricchendosi dell’opinione di tanti amici. All’inizio del nuovo anno comunicheremo alcune iniziative su cui avremo modo di tornare.

 

La saggezza dell’umiltà (e dell’umorismo). Editoriale dell’Osservatore Romano.

È una scena paradossale quella di Betlemme –  scrive il direttore  Monda – perché da una parte c’è il movimento della terra, i Magi, come i pastori, che sentono l’urgenza dell’andare e adorare, dall’altra la pace del cielo.

Una grotta, un buco nel terreno, è qui che Gesù, il Figlio di Dio, sta per nascere. Dio s’incarna e viene ad abitare in mezzo a noi “piantandosi” nella terra, nell’humus. Da questa parola, humus, provengono diverse altre parole come umano, umanità ma anche umile, umiltà e forse anche umorismo. Umanità e umiltà senza dubbio camminano insieme perché, lo ricordava san Paolo VI, umiltà vuol dire verità, significa guardarsi senza ipocrisie e riconoscersi per quello che siamo, esseri fatti di humus, di fango, fragili e limitati. I problemi nascono quando le due cose non camminano insieme, quando l’umanità si discosta dalla saggezza dell’umiltà e recita una parte che non è la sua, quella del potente o, peggio, dell’onnipotente. È appunto una recita, una vera “ipocrisia” (ipocrites in greco è l’attore).

Il Santo Padre oggi [ieri per chi legge, ndr] nell’ultima catechesi precedente al Natale ci ha ricordato invece la saggezza dell’umiltà che è «la via che ci conduce a Dio e, allo stesso tempo, proprio perché ci conduce a Lui, ci porta anche all’essenziale della vita, al suo significato più vero, al motivo più affidabile per cui la vita vale la pena di essere vissuta». Una saggezza quella dell’umiltà che «ci spalanca all’esperienza della verità, della gioia autentica, della conoscenza che conta. Senza umiltà siamo “tagliati fuori”, siamo tagliati fuori dalla comprensione di Dio, dalla comprensione di noi stessi. Occorre essere umile per capire noi stessi, tanto più per capire Dio. I Magi potevano anche essere dei grandi secondo la logica del mondo, ma si fanno piccoli, umili, e proprio per questo riescono a trovare Gesù e a riconoscerlo. Essi accettano l’umiltà di cercare, di mettersi in viaggio, di chiedere, di rischiare, di sbagliare…».

Pensando ai Magi prende consistenza il legame tra umiltà e umorismo: essi, i sapienti, si fanno piccoli, cioè non si prendono troppo sul serio, ma si abbassano, rovesciano lo schema mentale a cui naturalmente potrebbero fare riferimento. La loro autoironia e autocritica li salva, permette quel cammino di conversione che li scuote e li mette in movimento. È una scena paradossale quella di Betlemme, perché da una parte c’è il movimento della terra, i Magi, come i pastori, che sentono l’urgenza dell’andare e adorare, dall’altra la pace del cielo: stille nacht diciamo in una delle più famose canzoni natalizie, cantiamo la notte calma, ferma, serena. In questa serenità il mondo cambia, si stravolge: il sussulto dei cuori, del cuore di Maria, di Giuseppe, dei pastori e dei Magi (molto diverso dal sussulto nel cuore di Erode), è il preludio al sussulto dell’universo che vive in questo momento una nuova creazione, una ripartenza che è l’alba della redenzione. Così questa scena ci invita a meditare sul paradosso della necessità di fermarsi un momento nella pace, spezzando la frenesia dei ritmi quotidiani, fermarsi ma per ripartire, spegnere i motori ma per riaccendere i motivi, ritornare a quell’essenziale della vita di cui parla il Papa, quello per cui la vita è degna di essere vissuta.

Politiche urbane. Governare la riurbanizzazione di Roma. L’analisi de “Il Mulino”.

Dopo la crisi del 2008, si è avviata una fase di riurbanizzazione che, se opportunamente governata, potrebbe avere ricadute positive sulle disuguaglianze generate da decenni di caotica diffusione residenziale.

Massimiliano Crisci

All’indomani della grande crisi del 2008 il crollo dei valori immobiliari ha prodotto un forte calo dei trasferimenti dalla città compatta di Roma alle periferie metropolitane, interrompendo uno spopolamento dell’urban core che sembrava inarrestabile. Si è avviata una fase di riurbanizzazione che, se opportunamente governata, potrebbe avere ricadute positive sugli squilibri e le disuguaglianze generate da decenni di intensa e caotica diffusione residenziale.

Il processo di diffusione residenziale nell’area romana ha preso vigore negli anni Settanta e in meno di quattro decenni ha ridotto di ben 700 mila residenti la popolazione dell’urban core, scesa da 2,2 a 1,5 milioni di abitanti, mentre nel resto della città metropolitana i residenti sono raddoppiati, passando da 1,2 a 2,8 milioni. 

Lo spopolamento della città compatta è stato dovuto in parte a scelte di vita, ma soprattutto ai valori immobiliari insostenibili che hanno innescato traiettorie in uscita dalla città fortemente selettive. Si trattava soprattutto di giovani adulti e famiglie con figli in tenera età che non potevano permettersi di rimanere a vivere nei quartieri di origine e si insediavano in aree a bassissima densità, povere di servizi e prive di validi collegamenti con mezzi pubblici. In una città monocentrica e dal territorio enorme come Roma, si è così sviluppata una popolazione periurbana sempre più ampia che ha dovuto adattarsi ad allungare percorsi e tempi degli spostamenti casa-lavoro, determinando un cronico sovra-utilizzo del mezzo privato.

Lo spopolamento della città compatta è stato dovuto in parte a scelte di vita, ma soprattutto ai valori immobiliari insostenibili che hanno innescato traiettorie in uscita dalla città fortemente selettive

L’allontanamento dei giovani adulti dalla città compatta ha prodotto anche differenze nelle caratteristiche delle famiglie lungo l’asse centro-periferia, con i nuclei giovani con figli presenti soprattutto nelle aree periferiche e gli anziani soli o in coppia concentrati nei quartieri centrali. Una configurazione che ha ulteriormente indebolito un Welfare familiare già sotto pressione, diradando le relazioni di cura e di mutuo aiuto tra generazioni della stessa famiglia, cioè tra figli e genitori anziani e tra nonni e nipoti.

Il modello insediativo dispersivo della capitale ha generato enormi costi collettivi: dal consumo di suolo all’inquinamento atmosferico, dal consumo energetico all’incidentalità nelle strade, fino alla complessa gestione dei servizi pubblici di rete. Costi collettivi che ricadono soprattutto sui cittadini periurbani, producendo significative disuguaglianze nelle opportunità e nella qualità di vita tra gli abitanti del centro e delle periferie.

Negli anni successivi alla grande crisi del 2008 la diffusione residenziale ha subito un freno e l’urban core di Roma ha ripreso ad attrarre residenti. Se nel 2005 la città compatta perdeva ogni anno quasi 20 mila abitanti a favore dei quartieri a cavallo del Grande raccordo anulare (Gra) e dei comuni dell’hinterland, nel 2016 ne ha persi solo 2.000, un saldo negativo analogo a quello della fine degli anni Sessanta, quando il processo diffusivo non era ancora esploso.

Il ripopolamento della città compatta si deve soprattutto al forte calo dei trasferimenti verso le periferie metropolitane ed è legato all’andamento di alcuni fattori macroeconomici che incidono sulla domanda e sull’offerta di abitazioni, come i prezzi delle abitazioni e i tassi di interesse sui mutui. 

In questa ottica, negli anni Duemila si possono individuare quattro fasi nell’evoluzione dei flussi centrifughi dall’urban core di Roma

1) Fino al 2005 si ha una fase espansiva del mercato immobiliare, sia nei valori sia nel volume delle transazioni, favorita anche da tassi di interesse decrescenti, e la diffusione urbana raggiunge la sua massima intensità sulla spinta del forte differenziale dei valori immobiliari tra aree centrali e periferiche, con un tasso di emigrazione del 20 per mille. 

2) A partire dal 2006 il mercato immobiliare romano sperimenta una prima crisi a carattere endogeno, dovuta all’improvviso aumento dei tassi sui mutui e alla forte crescita dei prezzi delle abitazioni, che comporta un calo delle compravendite e una prima diminuzione dei trasferimenti in uscita dalla città compatta (18 per ogni mille residenti). 

3) La crisi globale del 2008 è il potente fattore esogeno che arresta finalmente i prezzi delle abitazioni, che si stabilizzano su livelli ancora molto elevati (in media, circa 3.700 euro/m2 nel 2011 a Roma). Malgrado il taglio dei tassi di interesse, le transazioni continuano a diminuire per la maggiore prudenza delle banche nella concessione dei mutui. In una congiuntura di forte instabilità economica, il tasso di emigrazione dall’urban core subisce una nuova diminuzione (16 per mille nel 2012).

4) Dopo l’ulteriore shock prodotto nel 2011-12 dalla crisi del debito sovrano, dal 2013 si ha una ripresa delle compravendite favorita da una politica creditizia espansiva e soprattutto dalla diminuzione dei prezzi delle case (in media, circa 3.000 euro/m2 nel 2016 a Roma) che provoca un rapido calo della diffusione urbana, con il tasso di emigrazione dalla città compatta che nel 2016 crolla all’11,6 per mille.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/governare-la-riurbanizzazione-di-roma?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+17+-+20+dicembre+%5B8192%5D

 

Il sacro e il divino costituiscono un rimando alla trascendenza. Così l’uomo apprende il rispetto per gli altri esseri viventi.

Questo contributo è stato presentato martedì 14 dicembre a un dibattito organizzato a Brescia dal Circolo Cultura Libera sul tema ‘Il sociale e il sacro. Riflessioni sull’ Enciclica ‘Fratelli tutti’, con la partecipazione del teologo  Mons. Giacomo Canobbio, della pastora valdese Anne Zell e di Giuditta Serra (Gruppo Donne di Sant’Eufemia). Pubblichiamo la terza delle quattro parti in cui abbiamo diviso l’intervento del prof. Minella.

Ce lo dicono alcuni dei più grandi filosofi del Novecento: penso per esempio a Heidegger (“Solo un dio ci può salvare”, titolo dell’intervista postuma) o a Jaspers, il geniale allievo di Weber per cui l’idea di Dio come ‘onniabbracciante’ costituisce il centro del suo pensiero. Oppure al filosofo francese di origine ebraica Emanuel Lévinas o al filosofo francese Paul Ricoeur o al filosofo italiano Pietro Prini. O a filosofe come Edith Stein, Simone Weil, Maria Zambrano, o a scrittrici come Catherine Mansfield, Virginia Woolf, Ludmila Ulickaja (non credo sia casuale la presenza di tante donne nell’avvertire questa presenza-assenza di Dio). Il sacro attiva sentimenti che vengono espunti nella oggettività della scienza, giustamente, e nell’atomizzazione della società, erroneamente: il senso della partecipazione all’altro, il senso dell’empatia come via regia per la conoscenza antropologica e psicologica (come aveva già stabilito la scuola antropologica statunitense fondata da Boas): in breve, l’amore come potenza conoscitiva. 

Si potrebbe obiettare a questa riflessione che viene compiuto un passaggio troppo brusco e immotivato tra il sacro e il divino, che enormemente varie sono le forme del sacro, così come le forme del divino: per cui il rigore intellettuale impedirebbe di omogeneizzare sentimenti così differenziati nella storia e nelle loro espressioni. Rispondo che il sacro e il divino comunque costituiscono un rimando alla trascendenza, all’ulteriorità, e che da questo rimando all’alterità l’esperienza umana risulta, o può risultare, arricchita di un alone di rispetto e di reverenza verso gli altri esseri del mondo. È pur vero che il sacro e il divino possono anche essere piegati a mostruose deformazioni disumane: si vedano i sacrifici religiosi o le guerre di religione. 

Proprio per questo non possono essere recuperati in toto, ma nel sentimento originario che, al di là del velo di ignoranza e anche di barbarie, in essi si esprime: un po’ come faceva, con la grande sapienza dell’arte, Lev Tolstoj a proposito dei barbari suoi contemporanei, i contadini russi alla cui profonda umanità, nascosta sotto uno strato di superstizione, si ispirava e a cui ha dedicato splendidi ritratti (per esempio, Platon Karataev in Guerra e Pace).  Questa esperienza fondamentale – ‘un filo di luce che lega al cielo’ (Hegel) – trascende l’immediatezza e i particolarismi e consente di contrastare le istanze distruttive di cui questi sono portatori. Ma proprio essa viene per principio espulsa dall’immanenza tecnico-economica che prevale nella civiltà contemporanea, con le conseguenze che abbiamo ricordato prima e che oggi appaiono evidenti nel loro esito tragico. 

Non si devono comprendere le forme, antiche e moderne, del sacro o del divino nella loro esteriorità formale, oggi non proponibile: si tratta di compiere un’opera di recupero che sia, per quanto è possibile, rispettosa del senso nascosto della tradizione, di capire qual è l’investimento emotivo che in queste culture arcaiche si esprime e che manifesta un profondo senso di coappartenenza vitale al mondo naturale e a quello sociale: l’esatto opposto del sentimento dominante nelle società ipermoderne, in cui il valore, e potremmo anche dire la ‘religione’ dominante, è costituito dal culto del profitto (denaro) e dalla crescita infinita, di tipo puramente quantitativo, così ben espressa  dal parametro del PIL. In breve: potremmo dire che questa cultura ipermoderna, che si pone come ‘obiettiva’, avalutativa, neutrale, costituisce una grande religione di massa, che ha i suoi adepti, le sue articolazioni, le sue gerarchie, e che si oppone alle grandi religioni tradizionali. Le quali a loro volta spesso reagiscono, in alcune civiltà-mondo (penso per esempio alla civiltà islamica) negando completamente i valori scientifici e civili della modernità, limitandosi a importarne le tecnologie, anzitutto quelle militari.

 

Chi è Walter Minella

Walter Minella ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (Armando, Roma 1994). Ha tradotto dal russo il breve saggio di Varlam Šalamov, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Ibis, Como-Pavia 2012) . L’incontro personale e la frequentazione con il vecchio Pietro Prini lo ha indotto a curare il libro postumo del maestro, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2015) e a scrivere la monografia Pietro Prini (Lateran University Press, Città del Vaticano 2016). Ha curato con altri studiosi: Credere oggi in Dio e nell’uomo. Pietro Prini filosofo del  dialogo tra fede e scienza (Armando, Roma 2018), Etica oggi tra empatia e libero arbitrio (Ibis, Como-Pavia 2019) e L’invasione della vita. Le scelte difficili nell’epoca della pandemia (Mimesis, Milano-Udine 2020).

Tenda della solidarietà: 50 anni fa, a Roma, la battaglia del sindacato per il diritto al lavoro. I pensieri di un protagonista.

Ricordare un episodio cruciale per le lotti sindacali a Roma, quando il 22 dicembre 1971 l’opinione pubblica prese bruscamente coscienza dei problemi di occupazione in alcune fabbriche della città, serve a fissare lo sguardo su analoghe esigenze e preoccupazioni nell’attuale fase di crisi innescata dalla pandemia.

Quante sono le storie dimenticate o ignorate, che hanno segnato la vita di centinaia e centinaia di persone, in modo particolare di lavoratori e lavoratrici, che nella Capitale d’Italia hanno assunto un valore simbolico nella lotta per la difesa del lavoro e dell’occupazione? Una, tra le tante che se ne possono raccontare, è accaduta a Roma e dopo 50 anni è giusto ricordare, proprio perché in questo periodo il “problema lavoro” è centrale e urgente nella vita dl nostro paese: “Senza lavoro non esiste dignità umana e i giovani, in particolare, sembrano essere senza speranza ed espropriati del loro futuro”.

Nel 1971, a Roma, si viveva in continuità con la stagione dell’autunno caldo, ovvero con la fase delle lotte sindacali operaie che prese il via nel 1969, in concomitanza con il drammatico preludio degli anni di piombo. La grande mobilitazione sindacale matura alla scadenza dei contratti di lavoro – scadenza fissata a tre anni dalla firma – in particolar modo di quello dei metalmeccanici. In quel periodo le rivendicazioni salariali spontanee nelle grandi fabbriche si congiungono alle agitazioni studentesche che reclamano un generalizzato “diritto allo studio” per tutti gli strati sociali (accordo sulle 150 ore). L’azione combinata del movimento degli studenti e degli operai costrinse il sindacato a recuperare la testa e la guida del movimento spontaneo.

I rapporti di forza, le tecniche di sciopero, l’astensione dal lavoro e dallo studio, le occupazioni di fabbriche e scuole,  coordinate da una nuova coscienza sindacale politica e partecipativa, portarono a formalizzare negli anni successivi alcune conquiste sociali di rilievo, prima fra tutte lo Statuto dei lavoratori. A Roma la situazione occupazionale era molto complessa e difficile, perché accanto ai processi di ristrutturazione aziendale, che spesso significavano espulsione di forza lavoro, ossia licenziamenti (poiché gli ammortizzatori sociali non garantivano coperture salariali), esistevano realtà produttive in crisi o occupate. La Coca Cola, le Camicerie Cagli, le Cartiere Tiburtine, la Pantanella, l’Aereostatica, il Lanificio Luciani, oltre Fatme, Voxson, Autovox, Lanificio Gatti, e altre ancora, erano le aziende ove il conflitto sociale determinava insicurezza e tensioni sociali, e si rifletteva anche nei quartieri e nei territori.

Le strutture sindacali di Roma e Provincia di CGIL,  CISL, e UIL quasi quotidianamente, fin dal settembre 1971, organizzavano delegazioni, picchetti, contatti con i rappresentanti dei lavoratori delle “aziende in crisi” per sollecitare interventi, trattative, individuare soluzioni, trovare nuovi interlocutori per le fabbriche sotto tutela di amministratori giudiziari come Giudici, Curatori e Custodi), con le Istituzioni (dal Comune alla Provincia, dal Governo al Parlamento) e con le Organizzazioni degli Imprenditori (Confindustria, Federlazio, ecc.) al fine di concludere le vertenze in essere.

Nel mese di dicembre, poiché esistevano problemi reali come le mancate soluzioni delle vertenze in atto e lo stato di disagio delle famiglie di lavoratori ( delle aziende in crisi), senza alcuna forma di tutela economica (v. cassa integrazione o indennità di disoccupazione), si decise di richiamare l’attenzione della pubblica opinione e delle Istituzioni con una iniziativa innovativa, mai fatta in precedenza nella Capitale. Un’iniziativa di grande impatto mediatico: “Una tenda di solidarietà per i lavoratori delle fabbriche occupate di Roma”, a Piazza di Spagna, nel cuore della Roma del benessere, nei giorni che precedevano il Santo Natale, per raccogliere aiuti economici. Si decise che mercoledì 22 dicembre 1971 doveva essere il giorno della solidarietà per i lavoratori in condizioni precarie, erigendo la tenda fra la “Barcaccia” e gli alberi delle palme.

Per la verità il clima politico di quei giorni era teso e difficile, da un lato c’erano le prime avvisaglie della stagione del terrorismo (fra il 1970 e il 1971, le vittime riconducibili agli anni di piombo erano state una ventina) e dall’altro non si riusciva ad eleggere il nuovo Capo dello Stato. Giuseppe Saragat era il Presidente uscente che aveva completato il settennato, Emilio Colombo era il Premier e Franco Restivo il Ministro dell’ Interno. Al Senato, il Presidente era Amintore Fanfani e alla Camera, Sandro Pertini. Le votazioni per il Quirinale andarono avanti fino al 29 dicembre 1971 e dopo 23 scrutini (il numero più alto di tutte le elezioni del Presidente) venne eletto Giovanni Leone. Quindi, immaginare il clima non solo politico di quel periodo rendeva l’iniziativa sindacale di solidarietà “un evento sensibile per l’ordine pubblico”.

Il Comune di Roma autorizzò formalmente l’occupazione di suolo pubblico, a Piazza di Spagna, per montare la tenda  , mentre la Questura, alla quale venne inviata e notificata la notizia dell’evento, non diede alcuna risposta. La mattina del 22 dicembre la piazza “salotto della Città eterna” è animata in maniera inconsueta, perché non ci sono solo turisti, ma arrivano drappelli e delegazioni di lavoratrici e lavoratori delle fabbriche occupate dai quartieri della città. Intendono raccogliere fondi e far sentire la loro voce con striscioni, cartelli, battendo in maniera ritmata su bidoni e urlando “lavoro, lavoro…”. Sembra la scena di un film, invece è il bisogno, la disperazione dei senza lavoro, che rappresentano il malessere sociale di quel periodo.

Tutto è controllato a vista dalle forze dell’ordine con equipaggiamento antisommossa, dagli scudi ai manganelli, dai lancia-fumogeni alle pistole, e con agenti in borghese muniti di macchine fotografiche. Dopo un breve colloquio fra il dirigente di PS e alcuni rappresentanti sindacali delle Confederazioni, viene comunicato che per la Questura di Roma non si può montare la tenda, vero punto di riferimento per la solidarietà cittadina con lavoratori in lotta. Un breve scambio di opinioni fra lavoratori e sindacalisti e scatta la decisione di montare comunque la tenda. Inizia l’allestimento, il commissario di PS indossa la fascia tricolore e si sente uno squillo di tromba. Ē il segnale della carica contro coloro che stavano intorno alla tenda. Grande confusione, un fuggi fuggi generale, un dirigente sindacale si sente male, forse perché colpito da qualche manganellata: arriva subito l’intervento dell’ambulanza e il ricovero al Pronto soccorso. Da un lato della piazza, sul tetto di un furgone fermo al centro della baraonda, si scorge  l’attore Gian Maria Volontè, che dietro una cinepresa riprende a tratti quanto stava accadendo. Poi una mezz’ora di tranquillità e di pace, il ritorno nella piazza, infine due nuovi tentativi di montare la tenda. Fra urla e suoni, le operazioni s’infrangono all’impatto di altre due cariche delle forze dell’ordine. 

Piazza di Spagna sembra un campo di battaglia, trenta persone fra lavoratori, lavoratrici e sindacalisti, nonché lo stesso Volontè, vengono fermati e portati con i furgoni cellulari al Commissariato Trevi Campo Marzio a piazza del Collegio Romano e sistemati in camera di sicurezza. Due ore di attesa, le identificazioni che sembravano uno stillicidio per le lungaggini burocratiche, ma alla fine ecco il rilascio: uscì anche Volontè dopo che gli fu chiesto se aveva il passaporto. Era stata una guerra di nervi. Le reazioni sindacali e politiche non si fecero attendere, dalla minaccia dello sciopero il giorno successivo con il blocco dei trasporti pubblici alle interrogazioni urgenti al Consiglio Comunale di Roma e al Parlamento. La sera arrivò dal Ministro Restivo, attraverso la Prefettura di Roma, l’autorizzazione a montare la tenda il giorno successivo. Il sindacato e i lavoratori delle fabbriche occupate avevano vinto una battaglia, il buon senso aveva avuto la meglio.

Il 23 dicembre la tenda era in piazza di Spagna. Grande folla, lavoratori, uomini dello spettacolo e della politica (Visconti, Loy, Ferreri, l’on. Cabras, Petroselli e tanti altri): si raccolsero molti fondi (diversi milioni, oltre all’impegno del Sindaco Darida che assicurò il contribuito di 25 milioni del Campidoglio). Le feste di Natale cadevano due giorni dopo e per molti furono meno nere. Le riprese di Volontè uscirono dopo 20 anni a testimonianza di quel giorno di lotta e di solidarietà del sindacato romano, in difesa del lavoro. Oggi, a 50 anni da dall’evento descritto, molte cose sono cambiate e si sono trasformate, ma quella lotta portò nelle settimane successive a verificare lo stato delle vertenze in atto. Alcune furono risolte, altre si chiusero negativamente, ma il confronto comunque riprese a dimostrazione che la tenda di Piazza di Spagna “aveva pagato”. 

Cosa dire in conclusione? La tristezza di questo periodo, dopo circa due anni di pandemia dovuta al Covid 19, è che i problemi del lavoro sono più acuti di quelli dell’inizio degli anni ’70. Occorre ridare slancio e speranza, con uno sguardo al futuro, superando le forme esasperate di individualismo, e quindi con una nuova etica e una nuova moralità nella società. E questo vale anche e soprattutto per il mondo del lavoro.

Solo se saremo uniti saremo forti. Quel che serve,  conoscendo gli attuali ostacoli, alla rimobilitazione dell’area di centro.

L’analisi qui esposta parte dal confronto tra partiti, movimenti e gruppi che orbitano, ancora in questa fase, nell’area di centro destra. L’autore insiste, da tempo, sulla rivisitazione di indirizzi e programmi politici, con l’obiettivo di rompere le pluriennali resistenze a riprendere un cammino comune, evidentemente su una linea nuova. 

È numerosa la schiera degli amici alla ricerca del centro perduto, considerato da tutti il luogo della politica privilegiato per rappresentare gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e dei ceti popolari. A riguardo, nel mio archivio elettronico ho raccolto oltre 180 testimonianze, tra le quali le più numerose sono quelle della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale. Ciascuna è meritevole di interesse e di attenzione anche se, non conoscendo quale sarà, alla fine, la legge elettorale che sarà adottata, è evidente come ognuna di esse, da sola, non sia in grado di garantire alcuna traduzione degli obiettivi prefissati sul piano politico istituzionale. Interesse e attenzione, ovviamente, in primis per la mia Dc, per la rinascita politica della quale mi sono battuto sin dal 2011; ma che, rispetto a essa, ora vivo una condizione di “osservatore non partecipante” in quanto, dopo dieci anni di impegno costante, permangono e, anzi, si sono moltiplicate, le divisioni, con una diffusa germinazione di sigle e simboli alla ricerca del glorioso scudo crociato, tuttora nella disponibilità elettorale e come rendita di posizione del trio Udc: Cesa-De Poli-Saccone. 

I buoni risultati elettorali nei comuni siciliani con il ritorno alla politica dell’amico Totò Cuffaro, sono un ottimo segnale, ancorché insufficiente a garantire una sicura prospettiva in vista delle prossime elezioni politiche sul piano nazionale. Anche l’esperienza della Federazione Popolare Dc avviata con l’amico Peppino Gargani, non è riuscita a sfociare nella formazione di quel “soggetto politico nuovo” che insieme all’amico Alberto Alessi avevamo indicato come soluzione compatibile, in attesa delle decisioni sempre promesse e mai attuate di Cesa e dell’Udc. È mancata alla Federazione, da un lato, l’accettazione reale del progetto da parte dell’Udc che, alla fine, ha confermato la sua ferma appartenenza al centro destra a guida prevalentemente leghista; una partecipazione ridotta a un ruolo subordinato e di mera sopravvivenza del trio; e dall’altro, il mancato convinto coinvolgimento della Dc di Grassi, più interessata a una riconferma del proprio ruolo di unica legittima continuità giuridica della Dc storica. Infine, non ha contribuito il tentativo intelligente, seppur tutto da verificare, dell’amico Rotondi con la sua intuizione di Verde Popolare, ossia il tentativo di coinvolgere in un nuovo movimento/lista/partito espressioni di area cattolica con quelle dei verdi, unite dai valori espressi dalla Laudato si’ di Papa Francesco: i temi strategici del nostro tempo in materia di clima e ambiente.  Anche il tentativo di  Clemente Mastella con il suo “Noi di Centro”, sconta il limite della riproposizione di un modello di partito di tipo personalistico assai lontano dalla nostra tradizione democratica popolare.

Con l’incontro di dell’altro ieri del direttivo della Federazione Popolare si è preso atto delle criticità esistenti e con l’amico Gargani si è condivisa l’idea di partire dalle realtà locali e regionali per verificare le concrete possibilità esistenti in ordine all’attivazione di un raggruppamento al centro di componenti politico culturali di area cattolico democratica e cristiano sociale, con quelle di area liberale e riformista. Un centro, dunque, ampio plurale e democratico, a guida collegiale, capace di rappresentare gli interessi e i valori di larga parte di quell’area elettorale da troppo tempo renitente al voto.

Le esperienze positive sperimentate in diversi comuni della Campania nelle recenti elezioni amministrative, come a Napoli, Salerno e Benevento, con risultati attorno al 5% di liste unitarie di centro, dimostrano che, partendo dal locale, con una visione forte sul piano più generale, possano nascere aggregazioni politiche insieme alle quali costruire un’assemblea costituente nazionale di un soggetto politico nuovo di centro, finalmente denominato come “Popolare, Liberale, Riformista”, capace di rappresentare una nuova credibile realtà della politica italiana. Non un partito di qualcuno, ma un partito a guida democratica e collegiale, rappresentativo di tutte le istanze proprie di un nuovo centro italiano. Si è anche evidenziata la necessità che questo soggetto politico nuovo, partendo dalle realtà locali, raccogliendo le indicazioni di programma a misura dei bisogni esistenti, sia guidato da una rinnovata classe dirigente alla quale si potranno affiancare quei “consiglieri anziani” in grado di offrire le loro migliori competenze. 

La presenza al direttivo della Federazione, convocato da Gargani, dell’amico Gianfranco Rotondi, lascia ben sperare che, alla fine, anche la sua bella iniziativa possa incontrarsi con quella che la Federazione Popolare Dc intende sviluppare nelle diverse realtà locali. È un invito questo rivolto anche agli amici di Insieme, di Rete Bianca e di Centro democratico, nella convinzione che, ancora una volta, solo se “saremo uniti saremo forti, e se saremo forti, saremo liberi” di portare avanti nelle sedi istituzionali le nostre proposte politiche.

Beppe Andreis, un punto di riferimento. Il ricordo dì Merlo su “Rinascita Popolare”.

Un laico cristiano fortemente impegnato nella società, nell’associazionismo e nella politica di ispirazione cristiana. Verrebbe quasi da dire un “uomo di altri tempi”. No, Beppe era un uomo moderno perché era un contemporaneo.

Beppe Andreis, 86 anni, ci ha lasciati nella sua Piossasco, di cui fu giovanissimo sindaco tra il 1963 e il 1970. Silenziosamente, com’è era il suo stile di vita. Sobrio, gentile, saggio e riservato, ma profondo e intenso nella sua analisi, nel suo impegno, nel suo comportamento e nella sua coerente e permanente militanza sociale, politica e culturale. Beppe è stato tante cose nella sua vita. Innanzitutto un grande lavoratore. Nella sua Sinio, nelle Langhe dove è stato viticoltore e coltivava nocciole di prestigio. Le sue mani ruvide e callose lo confermavano, senza tanti giri di parole, cosa faceva nella vita. Ma il curriculum di Beppe e la sua popolarità tra la gente comune affondano le radici nel cattolicesimo sociale e popolare. Dirigente per lunghi delle ACLI a livello locale e regionale e nazionale dopo la formazione politica e culturale nell’associazionismo cattolico, Beppe aveva sempre saputo dimostrare – concretamente e con il suo atteggiamento mite e aperto al dialogo e al confronto ma fermo nelle sue convinzioni profonde – di come si può essere un dirigente del mondo associativo e del mondo politico senza mai perdere il contatto con la base, con la realtà, con le condizioni concrete che vivono tutti i giorni gli uomini e le donne. Beppe fu il segretario amministrativo nazionale delle ACLI durante la grande e qualificata presidenza di Giovanni Bianchi.

E anche in quella occasione dimostrò in modo tangibile, attraverso la sua proverbiale saggezza e ricca umanità, come si può essere fedele all’Associazione aclista e al messaggio della Chiesa.

E poi c’è l’impegno politico diretto e militante. Beppe diventa segretario regionale del Partito Popolare Italiano su richiesta di Franco Marini e con la condivisione di tutta la nostra comunità politica piemontese. Erano gli anni della “diaspora” Popolare con la spaccatura del PPI tra Franco Marini e Gerardo Bianco da un lato e Rocco Buttiglione dall’altro. Una stagione politica decisiva per il PPI e per la costruzione dell’Ulivo. Beppe alla segreteria regionale e il sottoscritto a quella provinciale di Torino. E anche in quegli anni la saggezza, la buona educazione, il rispetto delle persone e la disponibilità al dialogo e all’incontro avevano sempre il sopravvento su qualunque altra considerazione. E sempre di comune accordo con i nostri amici più autorevoli, Guido Bodrato e Gianfranco Morgando.

 

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http://www.associazionepopolari.it/APWP/2021/12/21/beppe-andreis-un-punto-di-riferimento/

Il sacro è un’idea sorpassata? 

Questo contributo è stato presentato martedì 14 dicembre a un dibattito organizzato a Brescia dal Circolo Cultura Libera sul tema ‘Il sociale e il sacro. Riflessioni sull’ Enciclica ‘Fratelli tutti’, con la partecipazione del teologo Mons. Giacomo Canobbio, della pastora valdese Anne Zell e di Giuditta Serra (Gruppo Donne di Sant’Eufemia). Pubblichiamo la seconda delle quattro parti in cui abbiamo diviso l’intervento del prof. Minella.

La cultura del profitto come unico criterio sociale significativo porta con sé, necessariamente, la devastazione del mondo. E questa devastazione rende la vita alla fine impossibile.

Questa idea è stata una idea ricevuta, quasi un luogo comune, nella grande maggioranza dei filosofi tra Ottocento e Novecento. Accennerò a tre maestri del pensiero occidentale moderno: Marx, Weber e Nietzsche. Tutti e tre condividono la teoria della scomparsa del sacro come destino, ma la tonalità affettiva è diversa: ottimista in Marx che, dalla dissacrazione di ogni sacralità (alles Heiliges wird entweiht, Manifesto) operata dalla borghesia  deriva uno stimolo potente all’affermazione dell’essere umano, attraverso la rivoluzione comunista: si tratta di una tipica ideologia del titanismo moderno, i cui risultati  conosciamo bene. Il secondo maestro è Weber, che in sue due celebri conferenze, pronunciate alla fine della sua vita e riunite in traduzione italiana con il titolo Il lavoro intellettuale come professione, teorizzava con amarezza (non con esultanza, come Marx) il fatto che noi dobbiamo vivere in “un’epoca senza dei e senza profeti”: e questo a causa del processo intellettuale della Entzauberung der Welt, che solitamente viene tradotto come “disincantamento del mondo”, ma che propriamente significa qualcosa come demagificazione del mondo. Questo dettaglio getta luce sulla concezione del sacro che era implicita in questi pensatori: il sacro come magico, antitetico alla scienza. Infine ricordiamo il Nietzsche della Gaja scienza e la sua concezione tragica della morte di Dio, perché la morte di Dio  è legata – e qui sta la genialità di un filosofo per altri versi così discutibile – alla catastrofe dell’essere umano, per così dire alla morte dell’uomo.

Le conseguenze di questa assunzione filosofica, che potremmo definire con Nietzsche come la morte di Dio, sono state diverse, in diverse aree del mondo. Per quanto riguarda il marxismo, o forse meglio il cosiddetto marxismo orientale, il totalitarismo comunista si è affermato  nella prima metà del Novecento e continua a dominare in molti paesi asiatici. Nell’Occidente ricco si è invece affermata dapprima una cultura della modernità (non senza alcune cadute totalitarie in alcuni paesi dalle strutture democratiche più fragili, come l’Italia e la Germania tra le due guerre)  e poi della postmodernità, o ipermodernità, che per molti aspetti decisivi (la democrazia liberale anzitutto) è ben superiore alla cultura del totalitarismo. E tuttavia, dal punto di vista economico-sociale è proprio in Occidente  che sono state  elaborate le  ‘ricette’ che poi, dopo il 1989, sono state assorbite dai paesi dell’Est e che si compendiano in una legge: l’assolutizzazione del mercato come supremo risolutore di ogni problema umano. Ma questa, lo abbiamo visto, è la causa prima della rovina attuale del mondo.   

Quali sono le ricadute  esistenziali di questa impostazione? La cultura post-moderna, finiti i grandi sogni di trasformazione prometeica propri della modernità, ha finito per assumere, talvolta esplicitamente ma per lo più implicitamente, il postulato dell’insensatezza del vivere, avvertito particolarmente dai più giovani: è  una cultura ‘leggera’, ‘aperta’, ‘curiosa’ (viene in mente la fenomenologia dell’esistenza inautentica di Heidegger: chiacchiera, curiosità ed equivoco), che, generalmente individualista, dà per scontata la perdita del legame sociale. La post-modernità rifiuta le grandi fedi (spesso per responsabilità di queste ultime, che sono rimaste legate a una ricezione letteralista dei testi sacri, rifiutando di fare i conti con le grandi conquiste della scienza moderna) come, in genere, i grandi progetti di vita collettiva. Può ritagliarsi delle fedi piccole o minime (ad esempio la ‘fede’ in una squadra di calcio, in un cantante o in un gruppo rock, oppure, a livello collettivo, nel proprio popolo oppresso dalla ‘mondializzazione’, cioè  da altri popoli – ecco le radici del populismo – ecc.). Crede facilmente nei complotti. Cerca un’alleanza tra vittime dei complotti contro ‘i padroni del mondo’. Il suo nuovo ambiente vitale è costituito dai nuovi mass-media – non certo per la loro enorme e positiva capacità di comunicare notizie immediatamente da un capo all’altro del mondo, ma perché colpiscono l’attenzione, sono pieni di breaking news, danno l’impressione di svelare i retroscena nascosti della storia – insomma, di gettare luce sui grandi complotti mondiali.  

Il criterio implicito soggiacente a tutto questo modo di vivere è la ricerca del denaro che, da mezzo per procurarsi piacere, sicurezza, soddisfazione, diventa fine a se stesso,  spazzando via tutti gli altri fini. Che ne è, in questo contesto, delle più grandi conquiste dell’umanità, le arti, le filosofie e le scienze (quest’ultime in particolare sono il  più grande risultato intellettuale della modernità occidentale, non senza anticipazioni o agganci in altre grandi tradizioni culturali dell’umanità)? Mentre le arti e le filosofie sono in genere trascurate o disprezzate, in quanto residui del passato, le scienze vengono in genere accettate (anche se noi oggi assistiamo al dilagare, con una forza imprevista, di superstizioni antiscientifiche che vedono l’appoggio di alcuni intellettuali, protagonisti di una vera e propria trahison des clercs). Ma certo non sono apprezzate  per il loro rigore, per la serietà dell’impegno intellettuale che richiedono, per il controllo pubblico tendenzialmente universale a cui sono costantemente sottoposti i loro risultati, per la qualità delle loro scoperte – ma in quanto sono all’origine della tecnologia,  la quale a sua volta  è in grado di facilitare e promuovere il complesso di scelte di vita implicite, non problematizzate e perciò fortemente pervasive, della cultura di massa. Tecnologia che, a sua volta, è potentemente orientata dal criterio della ricerca del profitto imprenditoriale, che costituisce il criterio di attività socialmente dominante.  

Esistono sicuramente altri criteri sociali, oltre a quello della profittabilità: penso per esempio alle tante forme di generosità sociale, di impegno del proprio tempo senza volere nulla in cambio. Ma si tratta di varianti sociali oggi in grande misura subordinate. 

Ma allora, se ne deve trarre una implicazione: se questa cultura dominante nel mondo contemporaneo è caratterizzata da una presenza ubiqua – la cultura del profitto, della crescita produttiva, della distruzione dell’ambiente naturale, della desertificazione dell’umano – e insieme da un’assenza implicita – l’assenza del sacro, la morte di Dio – allora sarà contro questa cultura che si rivolgerà Papa Francesco. Attenzione: non contro le scienze, che sono sempre un accrescimento dell’esperienza umana – ma contro il cattivo uso delle scienze che la società tecnologica, iperprivatistica, imperniata sulla caccia al profitto può fare e spesso ha fatto. La distinzione tra scienza e organizzazione sociale del mondo è centrale nel ragionamento di Papa Francesco.  

 

Chi è Walter Minella

Walter Minella ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (Armando, Roma 1994). Ha tradotto dal russo il breve saggio di Varlam Šalamov, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Ibis, Como-Pavia 2012) . L’incontro personale e la frequentazione con il vecchio Pietro Prini lo ha indotto a curare il libro postumo del maestro, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2015) e a scrivere la monografia Pietro Prini (Lateran University Press, Città del Vaticano 2016). Ha curato con altri studiosi: Credere oggi in Dio e nell’uomo. Pietro Prini filosofo del  dialogo tra fede e scienza (Armando, Roma 2018), Etica oggi tra empatia e libero arbitrio (Ibis, Como-Pavia 2019) e L’invasione della vita. Le scelte difficili nell’epoca della pandemia (Mimesis, Milano-Udine 2020).

La demografia squaderna le difficoltà dell’Italia. Senza un’inversione di rotta, dice Bonanni, le prospettive di sviluppo collassano. 

Il crollo delle nascite non è un problema tra gli altri, ma l’epicentro di tutti i problemi. È la vera emergenza del Paese. Dobbiamo allungare lo sguardo e ricostruire un’idea di futuro. Aiutare i giovani, sostenere le nuove coppie, incrementare i servizi: questo è l’unico orizzonte che abbraccia la formazione di una politica in senso alto, come attendibile impostazione per una strategia di crescita e di progresso.  

Il tema trascurato e preoccupante della demografia italiana, torna alla ribalta nei media solo quando l’Istat rassegna il suo disastroso resoconto di come vanno le cose in Italia. È successo anche stavolta con i numeri della denatalità di quest’anno: meno 12 e 500 mila dei nati, già nei primi nove mesi del 2021, rispetto al 2020. Il dato certamente si è accentuato con la pandemia, ma già la tendenza  da molto tempo, progressivamente si è incrementata negativamente. 

Il numero medio di prolificità delle donne di cittadinanza italiana nel 2020 è stato di 1,17,  il dato più basso mai registrato in Italia per coppie di genitori entrambi italiani. Si spiega così, ovvero con 360 mila nati quest’anno, dunque 160 mila in meno rispetto al 2008. Intanto, alla conclusione in questi ultimi giorni del 2021 giungeremo al dato che da solo indica il declino: gli italiani saranno appena meno di 59 milioni segnando plasticamente il ritorno all’indietro di tantissimi anni dopo che avevamo raggiunto 12 anni fa i 60 milioni. Non poteva che andare così, con meno famiglie che si formano stabilmente, con donne che in media diventano madri per la prima volta ad oltre 30 anni. Ed intanto gli analisti ci mettono in guardia riguardo al tracollo demografico che avremo nel prossimo futuro qualora i fattori elencati non dovessero modificarsi, con conseguenze che si manifesteranno già nel 2050 con indici di nascituri pari alla meta dei morti. 

In una condizione tale, se volessimo riassumere ogni guaio italiano e capirne le conseguenze gravissime a cui saremo inesorabilmente condannati, il nostro repentino cambiamento demografico lo testimonia con efficacia. Infatti le tendenze che discutiamo hanno molte origini, a partire dal tenore di vita, dalla cultura dominante che ha stravolto i valori su cui poggiavano i comportamenti delle persone, dalla paura del sovrappopolamento globale. Ma questo andamento è anche spinto dai comportamenti della politica e dei governi che non ritengono popolare avere lo sguardo lungo e preferiscono occuparsi dei temi più spiccioli del momento. Dobbiamo essere consci che il prezzo di questa superficialità può diventare molto alto, con conseguenze nefaste per il futuro prossimo. A metà di questo secolo, riducendosi sensibilmente gli indici demografici di una decina di milioni di persone, ad esempio non avremo quante professionalità occorreranno per mantenere sufficienti produzioni e i servizi; il patrimonio abitativo privato perderà valore, le infrastrutture e i servizi pubblici costeranno di più a causa della sfavorevole economia di scala; il sostentamento del welfare avrà notevoli problemi per il numero esiguo di occupati versanti contribuzioni per la platea più vasta di pensionati con aspettativa di vita più alta. 

Insomma è insensato far finta di niente ed occorrerà fare molto per riconquistare un equilibrio tra nascite e morti. Lo si può fare nel lavoro conciliandolo meglio con i progetti genitoriali delle giovani coppie, sostenuti da misure fiscali ad hoc per imprese e genitori per politiche virtuose a favore di questi obiettivi; implementando la disponibilità di asili nido ed asili d’infanzia gratuiti; progettando il rilancio della buona economia e dunque rassicurando le giovani coppie con figli con redditi più alti si potrà concorrere a correggere la tendenza negativa che discutiamo. Insomma bisogna concludere la fase sciagurata di distribuzione di bonus pubblici per assecondare consumi frivoli e concentrare sostegni di grande valore e prospettiva come la difesa della natalità e la protezione  dello sviluppo demografico.

Il Quirinale e il costume politico. L’opinione di Merlo.

Stiamo assistendo a uno spettacolo poco decoroso. Sembra che prevalga su tutto un istinto che volge inevitabilmente al trasformismo. Siamo, dunque, ad uno snodo. O l’elezione del Capo dello Stato assume la giusta solennità, quel garbo e quella serietà che merita da parte della politica e dei suoi attori essendo la più alta carica dello Stato, oppure il potenziale cambio di sistema elettorale, con il passaggio alla elezione diretta, non potrà che essere preso in seria considerazione.

Noi sappiamo, ormai da svariati decenni, che la corsa per l’elezione del Presidente della Repubblica è un grande evento politico ma che è diventato, sempre di più, anche un fatto di costume politico. Cioè intere paginate di giornale – e adesso anche nei vari talk televisivi – dedicate alle trame, ai tranelli, alle ambizioni personali e alle potenziali alleanze che possono emergere dopo l’elezione da parte dei cosiddetti “grandi elettori” del Presidente della Repubblica. 

Per carità, un iter che esiste da tempo e che ormai quasi non è più una novità. Però c’è una differenza, e anche profonda, rispetto ad un passato anche solo recente. E cioè, mentre un tempo esistevano i partiti, i grandi partiti popolari e non solo quelli e, accanto ai partiti, anche i leader che guidavano ed affollavano questi soggetti politici, ora il panorama è cambiato quasi radicalmente. Ovvero, partiti simili a cartelli elettorali, leader che al primo snodo difficile e complesso vanno in difficoltà, numero di peones – cioè di parlamentari eletti per caso e destinati, quasi scientificamente, a non ritornare più nei palazzi del potere – sempre maggiore ed esposti al vento della instabilità e della precarietà degli attuali equilibri politici e, infine e soprattutto, partiti e capi partito che non controllano più i rispettivi gruppi parlamentari.

Ecco perchè questa elezione – e quella del prossimo gennaio in particolare – è diventata più un elemento di colore politico che non un fatto politico di straordinaria importanza. È anche solo sufficiente osservare silenziosamente come viene gestita e affrontata dai grandi organi di informazione per rendersene conto. Sembra solo e soltanto una somma di trame infinite e di tranelli quotidiani conditi con un intramontabile trasformismo parlamentare accompagnato da un ceto politico radicalmente squalificato e alla ricerca – come nei fatti risulta, purtroppo – dell’unico elemento che li interessa: ovvero, come conservare il più a lungo possibile lo stipendio mensile.

Ed è proprio di fronte a questo quadro che può nascere una comprensibile reazione. E mi riferisco a tutti coloro che perseguono, da anni, l’obiettivo di una radicale riforma per l’elezione del Presidente della Repubblica. Cioè una elezione disciplinata dal sistema presidenziale. Una strada, quindi, che eviterebbe questo spettacolo, sempre più degradante, a cui assistiamo ormai da mesi anche questa volta.

Siamo, dunque, ad uno snodo. O l’elezione del Capo dello Stato assume quella solennità, quel garbo e quella serietà che merita da parte della politica e dei suoi attori essendo la più alta carica dello Stato oppure il potenziale cambio di sistema elettorale non potrà che essere preso in seria considerazione prima o poi. Ancora una volta dipende tutto e soltanto della politica. Speriamo che le scorie del populismo grillino, al riguardo, siano giunte al capolinea e possa ritornare, almeno un po’ alla volta e progressivamente, la credibilità e la nobiltà della politica. Per il bene della politica italiana ma, soprattutto, per la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Democrazia targata Hong Kong. Il “Daily News” dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale .

Astensionismo record alle legislative di Hong Kong riservate ai “patrioti”. Ma Pechino difende “la nuova democrazia con caratteristiche locali”. Le riforme elettorali e la legge sulla sicurezza nazionale – spiega un white paper del potere cinese – hanno aperto la strada per affrontare “i sintomi e le cause profonde dei disordini” e il “ripristino dell’ordine” a Hong Kong.

Alessia Amighini

È l’astensionismo il dato che sarà ricordato, più di ogni altro, nella recente tornata elettorale a Hong Kong, la prima con il nuovo sistema per soli ‘patrioti’ imposto dal governo di Pechino. Solo il 30% degli aventi diritto si è recato ai seggi: un minimo storico che supera di molto l’ultima elezione in cui gli honkonghesi avevano disertato il voto, quella del 2000, dove comunque l’affluenza complessiva era prossima al 45%, mentre all’ultima tornata, nel 2016, il dato finale ha sfiorato il 60%. Il voto per il rinnovo del parlamento locale interessava 4,5 milioni di elettori. Nonostante le 14 ore di apertura dei seggi, soltanto 1 milione e 350mila aventi diritto ha votato. “Il nuovo Consiglio legislativo (LegCo), eletto col modello revisionato, aumenterà l’efficacia amministrativa della Regione speciale. Siamo sulla giusta via per il buon governo”, ha dichiarato la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, in partenza per Pechino per informare i leader statali dei “progressi” in campo economico, sociale e politico nell’ex colonia britannica. Secondo gli osservatori però i numeri parlano chiaro: dopo un anno e mezzo di repressione, una stretta sui diritti politici, gli arresti e le liste di proscrizione e la riforma della legge elettorale, il processo di voto ha perso ogni credibilità agli occhi della popolazione.

Un rinvio mirato?

Il rinnovo del consiglio legislativo di Hong Kong avrebbe dovuto tenersi il 6 settembre del 2020. Il governo di Hong Kong aveva deciso di rinviare il voto per contenere la pandemia da coronavirus, ma l’opposizione si era rivoltata accusando l’esecutivo di voler impedire alle persone di votare.

Un’accusa corroborata dal fatto che le forze di opposizione avevano stravinto da poco le elezioni per i consigli distrettuali: all’appuntamento si era registrato un tasso di votanti del 71% e i candidati democratici avevano ottenuto 396 seggi su 452. Un exploit senza precedenti che aveva alimentato la convinzione che le forze democratiche del ‘porto profumato’ avrebbero potuto imporsi anche nel parlamento locale. Ma soprattutto un risultato che dimostrava, al di là di ogni dubbio, che la maggioranza silenziosa degli hongkonghesi era nettamente schierata con i manifestanti scesi in piazza nelle ultime settimane. Un duro colpo alla credibilità della governatrice Carrie Lam che aveva più volte definito i disordini frutto di “una minoranza abilmente manovrata dall’esterno”. la reazione di Pechino non si è fatta attendere: il 30 giugno 2020 il parlamento cinese ha varato una legge sulla sicurezza nazionale che prevede il carcere a vita per la sedizione e la repressione per ogni forma di dissenso politico. La normativa ha portato a un’ondata di arresti tra gli attivisti e allo scioglimento del Demosistō, il più noto movimento per la democrazia a Hong Kong. 

Referendum su Pechino?

Allo stato attuale, dunque, il boicottaggio delle elezioni resta l’ultima forma di resistenza consentita alle forze pro-democratiche dell’arcipelago. “Naturalmente, il governo non ammetterà che si tratti di una sorta di referendum sulla loro performance, ma gli elettori sanno bene che queste elezioni non riguardano davvero chi ottiene i seggi”, spiega Kenneth Chan al quotidiano britannico The Guardian. “Il basso tasso di affluenza a Hong Kong indica fino a che punto le persone qui sono soddisfatte dello stato delle cose”. Per incoraggiare le persone a votare, il governo ha dato ai residenti la possibilità di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici il giorno delle elezioni e sono stati istituiti seggi elettorali ai confini con la Cina continentale per consentire a coloro che vivono sulla terraferma di esprimere la propria preferenza. Un totale di 153 candidati, approvati dal governo e ritenuti dunque onesti ‘patrioti’, si è presentato per i 90 seggi. Ma anche il numero di seggi eletti a suffragio è stato drasticamente ridotto passando da 35 a 20 su un totale salito da 70 a 90. Di questi, 82 sono stati vinti da membri del campo pro-establishment e pro-Pechino.

Nonostante le critiche provenienti da diversi paesi, Pechino ha rivendicato le elezioni a Hong Kong come “un grande successo”.

 

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La sfida ecumenica di Papa Francesco al mercatismo universale

Questo contributo è stato presentato martedì 14 dicembre a un dibattito organizzato a Brescia dal Circolo Cultura Libera sul tema ‘Il sociale e il sacro. Riflessioni sull’ Enciclica ‘Fratelli tutti’, con la partecipazione del teologo Mons. Giacomo Canobbio, della pastora valdese Anne Zell e di Giuditta Serra (Gruppo Donne di Sant’Eufemia). Pubblichiamo la prima delle quattro parti in cui abbiamo diviso l’intervento del prof. Minella, continuando poi da domani con le altre.

Walter Minella

La crisi della società mondiale contemporanea 

Oggi sembra finalmente accettata in linea di principio – meno, purtroppo, nei fatti – la denuncia che già anni fa aveva lanciato all’opinione pubblica del mondo Papa Francesco, insieme a molte autorità mondiali (penso per esempio al patriarca ortodosso Atenagora, oppure al Consiglio delle Chiese protestanti, oltre che a diversi studiosi e gruppi di ricerca indipendenti) sul pericolo imminente di una catastrofe ecologica globale. Si è preso atto, e non si poteva non farlo, della catastrofe che ha già cominciato a manifestarsi: ne sono prova le sempre più diffuse e devastanti  manifestazioni del cambio del clima, così come la riduzione preoccupante delle varietà della flora e della fauna. Ma probabilmente è una presa di coscienza ancora parziale e insufficiente, che confligge con colossali interessi economici in grado di condizionare le scelte dei decisori politici e gli orientamenti della pubblica opinione,  come dimostrano le insufficienti misure internazionali che finora sono state assunte. Quali  sono le ragioni di fondo di questa catastrofe? In estrema sintesi, ne indicherò, seguendo le indicazioni del Papa, due:  una di ordine economico-sociale, l’altra antropologico-culturale.   Sul piano economico-sociale, dopo il crollo dei regimi comunisti  tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, si è sviluppato  nell’Europa centro-orientale il neoliberismo economico insieme alla libertà politica,  in Cina il neoliberismo economico senza libertà politica e sotto lo stretto controllo politico di un partito unico che si proclama “comunista”. Si tratta di un evento epocale perché, detto in breve, per la prima volta si assiste a una piena globalizzazione del mondo, oltrepassando le diverse civiltà-mondo che erano (e in parte sono) ancora vive. Ma quali  sono state le conseguenze di questo processo? La  massima del neoliberismo è più o meno questa: che ‘ciò che fa bene all’impresa fa bene alla società’. Come corollario di questa tesi, era stata coniata la curiosa teoria del ‘gocciolamento’ (trickle-down): la ricchezza creata dall’impresa privata sarebbe ‘gocciolata giù’ su tutta la società. Oggi, le ricerche di diversi economisti, e in particolare di Piketty, ci dicono il contrario: è in corso, e continua a  svilupparsi, un terribile processo di crescita della disuguaglianza, tra i diversi stati e all’interno di ciascuno stato. Se ricordiamo il punto da cui siamo partiti, ossia la devastante crisi climatica, e più in generale ambientale, che mette in dubbio la possibilità stessa che l’umanità abbia un futuro, dobbiamo riconoscere che, se il modello della pianificazione centralizzata e autoritaria del totalitarismo comunista era risultato largamente fallimentare, anche il modello neoliberista mostra dei segni inequivocabili di fallimento sulla questione centrale: il mantenimento delle condizioni di sopravvivenza della terra. Sembra che il neoliberismo dimentichi  che non abbiamo un’altra terra a disposizione. 

Ho accennato a un secondo carattere del modello neoliberista, ed è quello antropologico-culturale. Qual è la filosofia implicita sottesa alla pratica economica neoliberista, che si vuole perfettamente razionale? E’ una filosofia in realtà profondamente irrazionale, ovvero espressione di una razionalità calcolante ridicolmente limitata, parziale. L’unico criterio sociale accettato come razionale, e perciò  dominante,  è costituito dalla ricerca del profitto d’impresa, l’unico criterio individuale è il profitto individuale.  Ma la profittabilità non è certo l’unica e nemmeno la più alta delle dimensioni. Esistono, molto più in alto di essa, la bellezza, la contemplazione,  l’interiorità: tutte esperienze possibili che questa cultura dell’efficienza e della profittabilità ignora o disprezza. Si tratta di  una cultura faustiana, esemplarmente rappresentata dal mito del Faust di Goethe: all’inizio dell’opera Faust deve tradurre il principio del Vangelo di Giovanni, ‘In principio era il logos’, e, dopo una serie di ripensamenti, traduce: “In principio era l’azione”. Se integriamo questo traduzione di Faust con quanto abbiamo detto sopra, dovremo dire: in principio era l’azione per il profitto. La conseguenza ultima di tutto ciò è la ‘barbarie civile’ in cui stiamo sprofondando, al termine della quale sta la distruzione del mondo. La realtà, in questa ideologia, è concepita come una serie di oggetti inanimati disponibili all’uso e all’abuso, mentre animali e vegetali sono visti come macchine semoventi. E, al di là della retorica sui diritti umani, che cosa sono gli umani, dal punto di vista della logica del profitto come unico criterio regolatore? Macchine semoventi anch’essi. Altri, altro, da utilizzare o da escludere.  Non si tiene presente che la devastazione del mondo esterno significa un impoverimento, se non alla fine un esaurimento, della vita di tutti: la chiusura, la riduzione dei mondi della vita finisce in una perdita del sentimento vitale, in una sorta di spaesamento e depressione. E, d’altra parte,  una  antica saggezza religiosa e filosofica ci ammonisce che ‘tu sei quello’, l’altro da te è una parte nascosta di te. 

Dunque, riassumendo questo brevissimo schema – della cui rapidità mi scuso: la cultura del profitto come unico criterio sociale significativo porta con sé, necessariamente, la devastazione del mondo. E questa devastazione rende la vita alla fine impossibile.

 

 Biografia di Walter Minella

Walter Minella ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (Armando, Roma 1994). Ha tradotto dal russo il breve saggio di Varlam Šalamov, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Ibis, Como-Pavia 2012) . L’incontro personale e la frequentazione con il vecchio Pietro Prini lo ha indotto a curare il libro postumo del maestro, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2015) e a scrivere la monografia Pietro Prini (Lateran University Press, Città del Vaticano 2016). Ha curato con altri studiosi: Credere oggi in Dio e nell’uomo. Pietro Prini filosofo del  dialogo tra fede e scienza (Armando, Roma 2018), Etica oggi tra empatia e libero arbitrio (Ibis, Como-Pavia  2019) e L’invasione della vita. Le scelte difficili nell’epoca della pandemia (Mimesis, Milano-Udine 2020).

 

 

Morti sul lavoro: quale prevenzione adottare? Inammissibile l’imitazione del modello asiatico. 

Se l’obiettivo è quello di estendere il sistema di rigido controllo e sorveglianza “stile cinese” all’interno Occidente, converrebbe dichiararlo apertamente, anziché limitarsi a spingerlo sull’onda di qualche emergenza.

Purtroppo nelle dinamiche della comunicazione la tragedia della gru a Torino che cade, inspiegabilmente, offusca le tre morti per lavoro che in media ogni giorno avvengono in Italia. Se poi si approfitta di eventi così anomali per accelerare il passaggio ai sistema dei crediti sociali, temo si finisca per non dare le risposte necessarie al contrasto e alla prevenzione delle morti bianche.

Così ha fatto il segretario della Cisl Sbarra che ha proposto la patente a punti per le aziende.

È appena il caso di ricordare che il sistema dei crediti sociali cinese ha visto la sua origine proprio nell’ambito aziendale, come sistema per valutare la credibilità, o “chengxin” (诚信) delle medesime. Così sorse nello scorso decennio il sistema per valutare la credibilità commerciale, o shangwu chengxin (商务诚信), che solo successivamente si estese ad altri ambiti, come quello istituzionale, giudiziario fino ad arrivare al sistema di valutazione della credibilità sociale di ogni individuo, il credito sociale vero e proprio, il shehui chengxin (社会诚信).

Ora, se l’obiettivo è quello di estendere rapidamente tale sistema di rigido controllo e sorveglianza all’interno Occidente, forse converrebbe dichiararlo apertamente, anziché limitarsi a spingerlo sull’onda di emergenze non sempre tali.

Magari anche indire un referendum, visto che si tratta di pensionare la Costituzione, mettendola a tenere compagnia allo Statuto Albertino, tra i cimeli della nostra storia.

Invece appare non privo di rischi sotto vari profili di primaria importanza, perseguire l’instaurarazione del sistema della cittadinanza a punti senza spiegarlo e senza preparare i cittadini (e assicurarsi prima che lo vogliano) al passaggio dalla civiltà giudaico-cristiana a quella asiatica, in contrapposizione della quale storicamente da sempre la nostra civiltà è nata e si è affermata.

Il Natale della tradizione? Lo abbiamo ricevuto dalla immigrazione.

Non è Festa senza le note di “White Christmas”. Bing Crosby ha reso famoso nel mondo il disco (e poi il film) della tradizione natalizia. Tutto viene da lontano, da un bielorusso immigrato in America.

50 milioni di copie, resta ad oggi (2021) il singolo discografico più venduto della storia. C’è di mezzo l’Hollywood di Fred Astaire e Danny Kaye, la Paramount e soprattutto Bing Crosby. “White Christmas” è questo, e nell’immaginario del Natale viene subito dopo Babbo Natale con la slitta trainata dalle classiche otto renne, a cui guarda caso proprio nel 1949 e sempre grazie ad una canzone – di Johnny Marks – si aggiunge Rudolph, la renna dal naso rosso luminoso che traccia la strada siderale per Santa.

Ma “White Christmas” non è americano, viene da Talačyn, un Comune nel cuore della Bielorussia. Lì nel 1888 nacque Izrail’ Moiseevič Bejlin, che noi conosciamo come Irving Berlin.  La famiglia, di origini ebraiche, emigrò poi negli Stati Uniti, stabilendosi a New York. Il padre, Moiseev Bejlin, anglicizzò il cognome in Baline, da cui poi Berlin, per mantenere la stessa fonetica bielorussa anche in inglese. Irving, presto orfano di padre, cominciò a lavorare fin da piccolo vendendo giornali e facendo l’artista di strada.

Un po’ di musica la imparò da autodidatta, trovando i primi insegnamenti elementari in famiglia. Non seppe mai suonare correttamente il pianoforte né leggere la musica da professionista. Si fece costruire un piano speciale di cui usava solo i tasti bianchi. Questo aggeggio aveva pedali che consentivano a Berlin di cambiare tonalità a piacimento, senza spostarsi sulla tastiera. Irving Berlin compose “White Christmas” per il film “La taverna dell’allegria” (Holiday Inn), che conquistò l’Oscar per la migliore canzone. Cantato da Bing Crosby il brano raggiunge il primo posto della classifica americana il 3 Ottobre del 1942. La canzone esplode nel 1954, quando la Paramount produce il film musicale omonimo con protagonista proprio Bing Crosby.

Irving Berlin è morto nel 1989 a 101 anni, un’anno dopo la seconda moglie, Ellin McKay, cattolica, di quindici anni più giovane di lui. La prima si era ammalata in viaggio di nozze e lo aveva lasciato solo dopo pochi mesi. Chi volesse sapere chi era basta ascolti la struggente “When I lost you” che Berlin compose per lei. L’interpretazione di Sinatra è molto bella. Come si vede, nel più consolidato nostro immaginario natalizio di neve e caminetti e cime luccicanti di abeti e letterine a Babbo Natale c’è un piccolo immigrato bielorusso, partito senza arte né parte.

 

I consigli di lettura della Fondazione Fossoli. Ne “Il nemico dentro” Nichols pone un quesito: dove ha fallito la democrazia?

Una società narcisistica e infantile – la nostra – affamata non di pane ma di conferme tribali e nazionalistiche, nella quale le tentazioni autoritarie stanno mettendo sempre più a rischio la tenuta dei sistemi democratici. Ma non tutto è perduto…

“Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi”, diceva all’inizio degli anni ‘70 Pogo, un popolare personaggio dei fumetti. Walt Kelly, il suo creatore, non immaginava che la battuta sarebbe diventata un modo di dire comune, né che avrebbe descritto a perfezione la situazione di cinquant’anni dopo. Mentre in Occidente le condizioni materiali di vita sono le migliori di sempre e continuano a migliorare, infatti, risentimento e malcontento sembrano dominare ogni spazio della vita comune: élite ciniche e corrotte, stranieri e immigrati, banchieri e intellettuali sono di volta in volta i “colpevoli” della decadenza che tanti cittadini dei paesi più evoluti al mondo percepiscono ormai in modo tanto drastico da mettere in discussione la democrazia liberale. 

Il consenso ottenuto da autocrati populisti, la propensione di molti per un governo di funzionari non eletti o le giustificazioni per l’uso politico della violenza sono i pericolosi segnali di tendenze illiberali sempre più diffuse: dopo aver supe – rato malattie, tensioni sociali, guerre e tragedie di ogni tipo, i paesi occidentali rischiano il paradosso di non superare la sfida di prosperità e benessere. Ma dove ha fallito la democrazia? La risposta che Tom Nichols dà in questo libro ha la forma di un’altra, scomodissima domanda: e se invece fossimo noi a non aver superato la prova della democrazia? Quando Edward Banfield teorizzò il “familismo amorale” nella Basilicata degli anni ‘50, stava descrivendo una società disfunzionale in cui persone altrimenti perbene erano capaci di pensare soltanto al loro benessere e a quello della loro ristretta cerchia familiare: uno schema che rischia di descrivere ancora meglio noi, cittadini globali del Ventunesimo secolo, ormai incapaci di dedicare tempo, motivazione, impegno e persino intelligenza ai temi politici del giorno – a meno che non siano per noi di vitale importanza personale. 

Secondo Tom Nichols, siamo ormai diventati una società narcisistica e infantile, affamata non di pane ma di conferme tribali e nazionalistiche, nella quale le tentazioni autoritarie stanno mettendo sempre più a rischio la tenuta dei sistemi democratici. Tutto è perduto, dunque? No, perché, anche se sarà difficile, resuscitando virtù dimenticate come amore per la comunità, compromesso, orgoglio civile e sacrificio, potremo difendere la democrazia, ancora oggi il nostro più prezioso bene comune.

Tom Nichols, Il nemico dentro, Luiss University Press.

Chi è l’autore:

Tom Nichols pè professore alla Harvard Extension School e allo U.S. Naval War College, è tra i più popolari e ascoltati commentatori politici statunitensi. Nel suo bestseller ‘La conoscenza e i suoi nemici’ (Luiss University Press, 2018) ha descritto l’ascesa dell’era dell’incompetenza – il nostro tempo, in cui ci siamo rivelati disposti a sacrificare la democrazia sull’altare dei nostri ego e della presunzione di conoscenza nutrita dai social network e dal web. In quel libro, Nichols scriveva che solo un improbabile evento catastrofico, ad esempio una guerra o una pandemia, avrebbe posto fine a tutto ciò rimettendoci sulla giusta traiettoria. Ha scritto Il nemico dentro perché si era sbagliato.

 

Fondazione Fossoli

www.fondazionefossoli.org 

 

Sbarra (Cisl) invita a fare della negoziazione il fulcro di un sindacalismo moderno e responsabile.

Il leader della Cisl ha rivendicato, ieri a Piazza Sant’Apostoli, il successo ottenuto al tavolo con il governo: non si può negare il sostanziale miglioramento della manovra di bilancio. E l’unità sindacale? “Figurarsi – ha detto Sbarra – se noi siamo contrari! Ma dobbiamo fare chiarezza sugli obiettivi, sui contenuti, e soprattutto sul modello di sindacato che serve a questo Paese”. Di seguito il discorso integrale.

La marcia verso il nuovo va orientata con la bussola della concordia e della corresponsabilità. Noi oggi vogliamo lanciare questa sfida. E diciamo al Governo, alle controparti pubbliche e private e anche a Cgil e Uil che questo è il tempo di esserci per cambiare. Di negoziare crescita, lavoro, contrasto alle disuguaglianze, lotta alla povertà. Ecco perché oggi siamo qui. Per promuovere un metodo e un percorso che ha un traguardo strategico per tutti: un nuovo e moderno Patto per il lavoro, la crescita e la coesione. Un grande Accordo che dia protagonismo sociale alle strategie di ripartenza, che contrasti i divari tenendo dentro chi ha più bisogno, dando nuove opportunità a chi perde il lavoro, o ne rimane ai margini, ai giovani e alle donne, ad anziani e migranti.

Questo è il messaggio che vogliamo dare in questa bella giornata, da questa ‘piazza della responsabilità’. Questo vogliamo fare, consolidando quel dialogo che è alla base dei risultati che abbiamo ottenuto e di quelli che otterremo. Per cambiare l’Italia e farla tornare a crescere, in modo equo, sostenibile e inclusivo. Per un Paese finalmente unito, da Nord a Sud, in cammino verso l’avvenire”, ha ribadito il leader Cisl.

Siamo in tanti a riempire questa bella piazza con i nostri colori,  le nostre voci e le nostre ragioni. Con tutto l’orgoglio per quel che siamo e rappresentiamo. Liberi. Autonomi. Lontani da totem ideologici, da qualsiasi tipo di subalternità politica. Nell’interesse esclusivo di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati. Principi, valori, che abbiamo sempre seguito e che guidano la nostra azione anche ora, in un momento che per il Paese è complicato e decisivo. Complicato, perché quella da cui stiamo cercando faticosamente di uscire, è la peggiore crisi dal dopoguerra, perché la pandemia morde ancora e le disuguaglianze continuano a creare ferite profonde. Decisivo, perché molto di ciò che sarà l’Italia nel prossimo futuro dipenderà dalle scelte di queste settimane. Allora c’è bisogno di illuminare la strada. Ma per questo non servono i bagliori di un incendio. Serve invece la luce che nasce dalle idee, dalle proposte concrete, dal coinvolgimento e dal confronto.

Non è il momento in cui ci si può accontentare di essere ‘contro’. Questa piazza di certo non lo è.

Non ci contrapponiamo a Governo e forze politiche di cui, pure, vediamo limiti e interessi di parte che non fanno bene al Paese. Men che meno siamo in contrapposizione rispetto alle piazze di due giorni fa. Convocate con parole d’ordine che non condividiamo. Ma che rispettiamo. Con allarmi eccessivi e una scelta degli strumenti di lotta che riteniamo sbagliati.

Questo passaggio ha messo in evidenza differenti culture e sensibilità. Due modi diversi di intendere l’azione sindacale.

Ma l’orizzonte dei nostri obiettivi deve restare comune. Dobbiamo tornare a guardare al domani insieme. Ma con gli occhi della responsabilità, dell’autonomia dalla politica, del riformismo vero. Noi iniziamo già oggi. Perché questa è una piazza ‘per’. Per incalzare Governo e Parlamento a migliorare ancora una Legge di Bilancio che all’inizio aveva molte più ombre che luci. E che ora si presenta in modo assai diverso. I passi sono stati fatti proprio perché abbiamo costruito e seguito la strada del dialogo, della ricerca pragmatica di punti di sintesi. D’altra parte è così che abbiamo affrontato e risolto questioni decisive nei mesi più duri della pandemia. Lo abbiamo fatto insieme.

Penso al rallentamento e alla ripartenza dell’attività produttiva. Alla sigla dei Protocolli sulla sicurezza, al loro aggiornamento. All’accordo sulle vaccinazioni in azienda. Al Patto per il pubblico impiego e a quello sulla scuola. E ancora: all’Avviso comune contro i licenziamenti. Alla comune assunzione di responsabilità sulla campagna vaccinale. All’accordo di pochi giorni fa sullo smart working. Quando si decide insieme, si decide bene. Sfilarsi dai tavoli di trattativa, invece, porta a decisioni unilaterali e isola il mondo del lavoro da scelte strategiche. Certo, non sono mancati gli stop and go. E quando il Governo ha avuto qualche sbandamento, qualche “amnesia”, non abbiamo fatto sconti.

Come è successo a ottobre con una manovra nata male, insufficiente proprio per la mancanza di coinvolgimento sociale. Per questo ci siamo mobilitati nei luoghi di lavoro e sul territorio. La nostra azione è stata determinata e intransigente. Ma dobbiamo essere sinceri: di fronte a noi non c’è stato un muro. Se fosse stato così avremmo fatto di tutto per tirarlo giù, con ogni mezzo a disposizione. E allora sì, lo sciopero generale sarebbe stato non solo giusto, ma doveroso. Per amor di verità, però, è impossibile dire che sia successo questo.

Il Presidente Draghi, che incontreremo ancora una volta dopodomani a Palazzo Chigi, si è dimostrato capace di ascoltare, si è impegnato ad aprire i Tavoli sui nodi cruciali del fisco e delle pensioni. E ha saputo cambiare e far progredire la Manovra. Non su tutto quello che volevamo. E per questo continueremo a farci sentire. Ma su molto, sì. Con forti elementi espansivi. Per la riforma degli ammortizzatori ci sono 5 miliardi e mezzo, 2 e mezzo in più rispetto a ottobre. Per la sanità si era partiti con 2 miliardi nel ‘22 e siamo arrivati a 6 per i prossimi tre anni. Sulle politiche sociali c’è un incremento da 150 a 850 milioni per la non autosufficienza, si avvia l’Assegno unico con 6 miliardi, si rifinanzia il Reddito di cittadinanza, che va meglio collegato a famiglie con minori e reso più accessibile agli immigrati.

L’Italia che vogliamo passa anche da questo. Dalla valorizzazione delle culture e della fraternità attraverso la solidarietà, l’inclusione nel lavoro, il coinvolgimento sociale. Vogliamo dirlo con più forza oggi, in occasione della giornata internazionale del migrante: non è possibile aspettare 10 anni per riconoscere un sostegno a donne e uomini che vivono, lavorano, creano ricchezza e bellezza del nostro Paese. 

E ancora: nel pubblico impiego ci sono le risorse per sbloccare i rinnovi contrattuali, si aggiornano gli ordinamenti e si finanzia la formazione. Per il caro-bollette ai 2 miliardi iniziali del Fondo di compensazione si sono aggiunti prima altri 800 milioni e poi un ulteriore miliardo.  Sul fisco siamo partiti con 3 miliardi su l’Irpef e 3 sull’Irap. Oggi sono diventati 8, con un rapporto di 7 a 1 a favore di lavoratori e pensionati. L’85% delle risorse è concentrato sotto i 50 mila euro, più del 40% sui redditi fino a 28mila. Si aggiunge 1 miliardo e mezzo per le decontribuzioni dei salari sotto i 35 mila euro, si eleva la no tax area dei pensionati a 8.500 euro e si sbloccano gli adeguamenti pensionistici con un intervento che da solo vale 4,7 miliardi.

Certo: la fumata nera sul contributo di solidarietà è stata una brutta pagina. Un’occasione persa. Ma quel che manca non può pesare più di quel che c’è. Con la logica del ‘benaltrismo’ non si è mai fatta una riforma e non si sono mai migliorate le condizioni dei lavoratori. Mai.

E a proposito di pensioni, è vero: la partita decisiva deve ancora iniziare. Ma intanto nella Legge di Bilancio passano la proroga dell’Ape sociale allargata e Opzione donna, insieme a un Fondo per accompagnare il pensionamento a 62 anni dei lavoratori delle piccole aziende in crisi. Abbiamo bloccato quota 103 nel 2023 e 2024. Restano cose che non vanno, sulle quali fino all’ultimo minuto noi continueremo nella nostra azione di pressing: la scuola e la piena inclusione di giovani e donne, su tutto. Ma se ci si trova su una via che fa compiere passi in avanti, si commette un grave errore ad abbandonarla. Soprattutto se l’alternativa è un sentiero che rischia di portare all’isolamento il sindacato e di trasformare i luoghi di lavoro in trincee. 

Il Paese ha bisogno di coesione e unità. Di una ricostruzione fatta insieme alle parti sociali che ci liberi da ritardi storici. Di approdare ad un nuovo modello di sviluppo, equo e sostenibile, con al centro il lavoro e la persona. Molto si deciderà da gennaio, nei prossimi mesi, quando ci saranno da affrontare i capitoli centrali di una nuova agenda sociale. A cominciare da fisco e pensioni. Al Tavolo sul fisco bisogna confermare e rafforzare l’intervento redistributivo e inserirlo in una riforma complessiva del sistema in nome dell’equità e della progressività. Vuol dire consolidare il sostegno ai redditi bassi, ampliare la no tax area, premiare le imprese che investono su occupazione stabile e formazione, abbattere il cuneo sul lato lavoro. E lotta decisa, senza tregua, all’evasione e all’elusione. Il cancro che corrode il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini. Un furto di 100 miliardi – mezzo PNRR – che ogni anno colpisce soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati.  

 

Sulle pensioni, c’è un punto di partenza chiaro: guai a pensare di tornare alle rigidità e ai freddi numeri della Legge Fornero, che non tengono conto della vita delle persone, della loro fatica, della differenza dei lavori.  Dei rischi che si corrono quando a 65 o 66 anni si è ancora costretti a stare alla catena di montaggio, su un campo assolato o sopra un ponteggio. No, non è possibile. Va costruita una previdenza dal volto umano, flessibile e inclusiva, specialmente per giovani e donne. Vanno introdotte pensioni di garanzia per ragazze e ragazzi incastrati in percorsi di precarietà. Bisogna sostenere la previdenza complementare ed estendere le quattordicesime. Soprattutto, va riconosciuta a tutti la libertà di uscire prima e in modo dignitoso dal circuito produttivo: 62 anni di età o 41 di contributi devono bastare. Una previdenza riformata deve essere la base di un patto tra generazioni, di un’Alleanza tra genitori e figli che unisca il Paese e sostenga le famiglie. Famiglie che stanno per essere investite dalla più iniqua delle tasse: un’inflazione che si abbatte in modo pesante e lineare sui consumi, danneggiando soprattutto le fasce deboli.

E allora, tra le risposte di sistema, non può che esserci anche una nuova politica dei redditi e delle tariffe. Così come si deve affrontare il tema della crescita dei salari, dell’incremento e della redistribuzione della produttività. Non solo per sacrosanti motivi di equità e giustizia. Ma perché l’uscita dalla crisi passa per la ripartenza del mercato interno. Poi è evidente che la chiave decisiva sono le risorse del PNRR. Bisogna impiegarle bene, senza sprechi. Va avviata una governance partecipata per assicurare qualità di spesa, certezza dei tempi, legalità e rispetto di forti condizionalità occupazionali, soprattutto per giovani e donne.

La traduzione di PNRR deve essere: investimenti e lavoro. Investimenti, sbloccando capitali pubblici e incentivando quelli privati. Per politiche industriali di rilancio dei nostri asset strategici. Per vincere la sfida della transizione digitale, ecologica ed energetica. Per infrastrutture materiali e immateriali che uniscano Nord e Sud, e il Paese all’Europa. Per il riscatto e lo sviluppo del Mezzogiorno. Per la lotta alle disuguaglianze. Per fare il salto di qualità su formazione, competenze e valorizzazione del “capitale umano”.

Troppo poco, davvero troppo poco, si continua a fare per la scuola. Bisogna valorizzare chi fa vivere ogni giorno le nostre comunità educanti: si sblocchi il contratto, si adeguino gli stipendi, si proceda alle stabilizzazioni del personale precario e a nuove assunzioni.

Il lavoro è ‘il valore su cui si basa la coesione della società, merita riconoscimento e tutela’. Lo ha detto il Presidente Mattarella, sottolineando che il successo del PNRR si misurerà da questo. Le giunga anche oggi, da questa piazza, caro Presidente, il nostro saluto, la nostra ammirazione, e il nostro grazie più sincero. Per tutto quello che ha fatto e ancora farà per il bene dell’Italia.

Con il lavoro, con le persone. Solo così ripartiremo. Creando occupazione stabile e dignitosa. Ben tutelata, retribuita, contrattualizzata. Lavoro di qualità, ben formato, compiendo un grande passo sulle politiche attive e l’occupabilità, dando un forte impulso all’apprendistato come canale privilegiato di ingresso. Lavoro dignitoso, che richiede di disboscare la giungla delle false partite Iva. Dei part-time involontari. Dei falsi tirocini e stage, che non sono altro che sfruttamento e lasciano i giovani nella precarietà. Quando invece dovrebbero essere loro, i giovani, i primi protagonisti e beneficiari di un grande piano nazionale per le competenze, per un inserimento lavorativo stabile e qualificato.

Si occupino di questo il Ministro Orlando e la politica! E restino fuori da materie di stretta competenza delle relazioni industriali come il salario minimo e la rappresentanza! Si pensi a rispondere alle delocalizzazioni predatorie. Bene, finalmente, l’emendamento in Manovra per imporre alle imprese il rispetto della responsabilità sociale e della Costituzione. L’Italia non è una riserva di caccia per le multinazionali! Se vuoi andar via per speculare, devi essere obbligato a negoziare con il sindacato e le istituzioni un piano per garantire la piena continuità occupazionale e produttiva. Altrimenti è giusto pagare penali salate! Bisogna affermare una volta per tutte il principio che le persone non sono pedine da sacrificare sull’altare del profitto. Un altare su cui perdono la vita cento lavoratori ogni mese. Nelle fabbriche, nei campi, nei cantieri. Una strage indegna di un Paese civile! Le norme conquistate al tavolo di negoziato e approvate sono primi passi nella direzione giusta. Il cammino deve andare avanti: servono più ispettori e controlli, più coordinamento, maggiore prevenzione e formazione. La sicurezza del lavoro deve essere una priorità assoluta!

Occupazione, sicurezza, sviluppo, coesione: su tutto questo oggi si può davvero voltare pagina. Abbiamo un’occasione storica per portare il Paese dentro una nuova economia sociale più solidale e competitiva. Solidarietà e competitività si incontrano nella Partecipazione. È quello che serve al Paese. Un nuovo modello di rapporti sociali e industriali partecipativo: un’occasione da cogliere sia nella contrattazione, sia attuando l’articolo 46 della Costituzione e assicurando maggiore coinvolgimento dei lavoratori nella vita delle imprese.

Due giorni fa, da piazza del Popolo, ho sentito parole di incoraggiamento a recuperare l’unità sindacale. Figurarsi se noi siamo contrari! Ma dobbiamo fare chiarezza sugli obiettivi, sui contenuti, e soprattutto sul modello di sindacato che serve a questo Paese.

La posizione identitaria e valoriale della Cisl è quella di un sindacato dell’autonomia, del pragmatismo, del riformismo, della partecipazione, della contrattazione. Questo serve. E non un sindacato ideologico, che radicalizza il conflitto su basi generiche e fumose, legato a un antagonismo secco rischia di alimentare l’astensionismo sindacale e di logorare la rappresentanza sociale, lasciandola ostaggio di riti e battaglie di retroguardia.

 

La rivista dei gesuiti di Milano, Aggiornamenti Sociali, ha un nuovo direttore: Padre Giuseppe Riggio SJ.

Già caporedattore, dal 1° gennaio 2022 subentra a Padre Giacomo Costa SJ,  alla guida della Rivista da 12 anni.

Il 2022 si apre con un avvicendamento alla direzione di Aggiornamenti Sociali, il mensile dei gesuiti dedicato alla riflessione e all’approfondimento dei fenomeni sociali articolando fede e giustizia nella prospettiva dell’ecologia integrale: p. Giacomo Costa, direttore dal 2010, passa il testimone a p. Giuseppe Riggio, ma continuerà a svolgere il ruolo di presidente della Fondazione Culturale San Fedele, editore della rivista, oltre che di superiore dei gesuiti di Milano e di vicepresidente della Fondazione Carlo Maria Martini; inoltre potrà dedicare maggiori risorse alla collaborazione con la Segreteria del Sinodo per il coordinamento del Sinodo 2021-2023 della Chiesa universale.

Nato a Messina nel 1976, dopo la laurea in giurisprudenza, p. Giuseppe Riggio ha conseguito la specializzazione in Diritto ed economia delle Comunità europee presso l’Università La Sapienza e ha lavorato alcuni anni presso il CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro). Entrato nella Compagnia di Gesù nel 2003, ha compiuto gli studi filosofici a Padova e quelli teologici fra Parigi e Milano svolgendo un tirocinio di due anni al Segretariato per la giustizia sociale e l’ecologia della Curia generalizia della Compagnia di Gesù, a Roma. Nel 2013 entra nella redazione di Aggiornamenti Sociali, diventando caporedattore due anni dopo. 

Oltre ad aver pubblicato una monografia teologica sul gesuita francese Michel de Certeau (storico, antropologo e studioso dei mistici del Seicento), p. Giuseppe Riggio è coautore di Il nome giusto delle cose, pubblicato nel 2018, un volume sul discernimento ignaziano rivolto ai giovani e a quanti li accompagnano, nato dall’esperienza maturata nel corso degli anni di impegno nella pastorale giovanile. Nel novembre 2021 è stato nominato Consulente ecclesiastico nazionale dell’UCSI, l’associazione dei giornalisti cattolici.

Il cambio di direzione si pone in un momento particolarmente stimolante per la vita della Rivista: dopo aver rinnovato il proprio progetto editoriale e la propria grafica a inizio 2021, la prossima sfida che attende Aggiornamenti Sociali è potenziare la propria presenza nel mondo del web e dei new media, scoprendo nuovi canali e nuovi linguaggi per portare avanti la propria missione di stimolare il dialogo, favorire il discernimento dei fenomeni sociali e accompagnare l’azione per il cambiamento.

Aggiornamenti Sociali è una rivista dei gesuiti che da oltre settant’anni offre strumenti per orientarsi nei cambiamenti della vita sociale, politica ed ecclesiale, articolando fede cristiana e giustizia, nella prospettiva dell’ecologia integrale. Fa parte della rete delle Riviste e Centri di ricerca e azione sociale dei gesuiti in Europa e della Federazione Jesuit Social Network – Italia.

I film di Natale. Breve rassegna su “Città Nuova” online.

Molte uscite di favole, commedie e drammi che si spera riempiranno le sale.

Mario Dal Bello

Cinema per tutti i gusti. È una uscita quasi fluviale post-pandemica. Riusciranno a far ritornare la gente in sala? Speriamo. Intanto, sfogliamo alcuni titoli.

Certo, Monica Bellucci in capelli argentati fa notizia. E mantiene lo charme, anche quando apre bocca in un dialetto umbro-romano che non è male. Protagonista della favola un po’ dark, un po’ furba La Befana vien di notte II – Le origini, agisce nel Settecento dello stato pontificio dove un cattivissimo gobbo poliziotto (un magistrale Fabio De Luigi), frustrato da genitori semidelinquenti, gioisce nell’ammazzare streghe e nel rapire bambini. Ma la strega Bellucci, in arte Dolores, smemorata e francesizzante, più fata buona che perfida strega, li protegge e protegge la ragazzina orfana, ladra e selvaggia Paola (Zoe Massenti, star di Tik Tok) destinata a diventare la Befana. Tra ville bellissime, nature incontaminate, papi e cardinali, ed effetti speciali l’iniziazione della ragazzina ribelle funzionerà e il cattivissimo verrà sistemato.

Piacevole, citazionista, un po’ televisivo, e astutamente fatto per i più giovani, il film fantasy diretto da Paola Randi funziona e offre quel che promette: favola bella con un po’ di suspence, bravi attori, e magie. Esce il 30. 

Tutta un’altra cosa House of Gucci, filmone diretto dal solito Ridley Scott, che ama lo spettacolo – soldi sesso star – ma ormai emoziona poco. Qui in salsa telenovela abbiamo la storia del delitto in casa Gucci, con Lady Gaga perfetta ad impersonare la terribile arrampicatrice moglie di Gucci, Patrizia Reggiani, e mandante del suo assassinio. In una Milano da bere, molto glamour e pretenziosa, la dinastia Gucci si afferma con lo stile impeccabile, classico e moderno, i giri internazionali, i modi di alta classe. Ovviamente, il film è stato girato in Italia e allora via con brani lirici e Caterina Caselli, secondo il gusto americano (che ormai ha stancato).

La storia è nota, i cattivi sono finiti in carcere, qualcuno è uscito e pare pentito. Certo, il dramma appare costruito appositamente su star come Lady Gaga, Al Pacino, Jared Leto (bravissimo), Jeremy Irons e loro danno il meglio, ma è freddo. Prodotto di lusso, piacevole per chi ama i melodrammi made in Italy sulle grandi dinastie e i loro contrasti, di formato televisivo a cui siamo abituati e che fa sognare chi ama una Milano ricca e mondana, perfida e geniale. Ma a questo forse ci siamo già abituati. Tutto sommato, uno spettacolo tranquillizzante.

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https://www.cittanuova.it/i-film-di-natale-4/?ms=005&se=003

Licio Benedetti, grande creatore di Presepi, ha lasciato ai Gordiani (Roma) un segno indelebile della sua arte.

Conosciutissimi sono i Presepi di Licio sulla Roma sparita. Fu tra i primi, moltissimi anni fa, ad utilizzare polistirolo e cartone per realizzare le scenografie presepiali. Adottava tecniche innovative quando ancora gli altri lavoravano quasi esclusivamente gesso, tanto che i Presepi risultavano pesantissimi da spostare.

“Fra Natale e la Befana i romani vanno per Presepi”. Questo vecchio adagio, ricordato in dialetto romanesco, era un modo di dire molto usato nel secolo scorso, riassumeva il sentimento di una abitudine molto diffusa nel popolo della Città Eterna, cioè di andare a visitare il Presepio non solo nella propria Parrocchia, ma anche nelle chiese vicine. Era quasi “un rito”, ma dimostrava come la tradizione popolare avesse aspetti di interessi non solo religiosi, ma anche storici, artistici e culturali. Un rito che si è tramandato nel tempo, con il valore e il significato che il Presepio ogni anno ci ricorda.

La Parrocchia romana di Santa Maria Madre della Misericordia ai Gordiani, ha avuto il previlegio di avere per oltre 40 anni un parrocchiano, Licio Benedetti, scomparso in questi giorni a 88 anni, che ha creato per la comunità parrocchiale e per gli abitanti del quartiere di Nuova Gordiani tanti Presepi nel corso dei decenni trascorsi. Con tanta passione, con tanto impegno e con un personale stile artistico, che animato da una grande creatività riusciva ad evidenziare il valore religioso del suo lavoro nel rappresentare il Natale.

Il funerale di Licio Benedetti ha rappresentato un momento di preghiera, ma anche di ricordo di un personaggio, umile e modesto, che ha lasciato una testimonianza indelebile del suo lavoro di abile artigiano e creatore di arte presepiale. Nell’omelia, Don Stefano Meloni già Parroco ai Gordiani, che ha celebrato il funerale insieme al Parroco Don Saju Perumayan Varghese, ha ricordato i tanti aspetti dell’impegno e la grande fede nel realizzare, anno dopo anno, il semplice ma significativo atto di “fare il Presepio”. Al termine della cerimonia ci sono stati gli elogi funebri per onorare la memoria di Licio Benedetti. 

Il primo è stato quello di Peppe Tedesco, che ha richiamato uno scritto dei presepisti dell’Istituto Sant’Anna di Castelfidardo (Ancona), ove la tradizione del “fare il Presepio” è molto sentita e radicata nel territorio, nel quale si legge:” Licio è stato uno dei più grandi presepisti, conosciutissimi sono i suoi Presepi sulla Roma sparita. Tra i primi, moltissimi anni fa ad utilizzare polistirolo e cartone per realizzare le scenografie presepiali; adottava tecniche poi risultate innovative quando ancora gli altri lavoravano quasi esclusivamente gesso e i Presepi risultavano pesantissimi da spostare. Dotato di una manualità eccezionale, con le sue innovazioni ha creato modelli di lampioncini e minuterie di metallo, che oggi diverse aziende, che costruiscono Presepi, utilizzano anche per merito suo. Un commosso e sentito saluto è stato quello di Peppe Pastori e del Rappresentante dell’AIAP di Roma (Associazione Italiana Amici del Presepio).

Non si può non ricordare la partecipazione di Licio Benedetti alla decima edizione della manifestazione “Costruiamo il Natale”, promossa dal francescano padre Nicola Scarlatino, con partecipanti da tutta Italia, con artisti come Renato Marchesi di Milano, Pier Luigi Bombelli di Crema, Angela Tripi di Palermo e tanti altri. Un evento per ammirare veri e propri capolavori dell’arte presepiale, ove Licio Benedetti fece conoscere non solo in Toscana la sua arte. Un aspetto che Licio non trascurava era quello di cercare di conoscere le valutazioni e i giudizi sul suo operato, dopo aver realizzato un nuovo Presepio: si metteva quasi in disparte, vicino all’allestimento presepiale, ascoltando i commenti di chi vedeva il suo lavoro all’entrata o all’uscita dalla chiesa. Questo è utile per capire il gradimento di chi guarda il Presepio, sosteneva Licio, e raccogliere suggerimenti e osservazioni. Diversi Presepi non più utilizzati a Santa Maria Madre della Misericordia, sono stati donati ad altre comunità parrocchiali.

La scomparsa di Lucio Benedetti, definito da molti conoscenti un  grande Maestro, papà e creatore di tanti Presepi, di una parrocchia della periferia romana, ha lasciato una preziosa eredità che dovrà essere raccolta. Si avvicina l’ottavo centenario della prima rappresentazione del Presepe di Greccio, la rappresentazione vivente di quell’evento, voluto da San Francesco, era la vigilia di Natale del 1223: una ricorrenza da valorizzare da chi ama il Natale. Per molte di queste cose, in tanti Ti hanno detto: “Riposa in pace mitico Licio”. 

Marini e il libro, perchè non ripartire dal “Popolo”?

Pur prendendo atto che le cosiddette condizioni politiche sono mutate e la presenza politica Popolare non è più declinabile come un tempo, resta il fatto che questo mondo possiede tuttora uno strumento straordinario che può rappresentare, ancora e come sempre, un volano di elaborazione culturale e di proposta politica qualificata e autorevole. E questo strumento di chiama “Il Popolo”.

Alla presentazione del mio ultimo libro intitolato “Franco Marini, il Popolare” e promosso dall’Istituto Sturzo a Roma nei giorni scorsi, sono emersi spunti di grande interesse politico e culturale avanzati dai qualificati amici intervenuti. Da Rosy Bindi a Gerardo Bianco, da Pierluigi Castagnetti a David Sassoli hanno sì affrontato i temi contenuti nel libro rileggendo, seppur rapidamente, i tratti salienti del magistero politico e sociale di Franco Marini ma, e soprattutto, hanno approfondito anche i punti decisivi che da tempo campeggiano nell’area cattolico democratica e popolare del nostro paese.

Senza entrare eccessivamente nel merito della discussione – che è possibile comunque riascoltare sul canale YouTube dell’Istituto Sturzo – il nodo principale che resta al centro del dibattito è quello di capire se la presenza popolare e sociale dei cattolici italiani si debba accontentare dei risultati ottenuti sul campo – dal valore e dal riconoscimento pieno e organico dell’Europa al ruolo dello Stato sociale, dalla qualità della democrazia ai valori contenuti nella nostra Costituzione – oppure se resta ancora necessario insistere su una presenza diretta nella cittadella politica italiana.

Certo, i tempi cambiano e, come ha suggerito Castagnetti nel suo intervento parlando del libro, è un esercizio sterile, ad esempio, confrontare le “scelte politiche” di Carlo Donat-Cattin con quelle di Franco Marini per il semplice motivo che le stagioni politiche mutano rapidamente e i rispettivi contesti storici altrettanto. Se questo è vero, com’è vero, è altrettanto credibile la tesi che la dispersione di questo mondo culturale ha generato inevitabilmente l’indebolimento di questa cultura politica che era e resta decisiva per la stessa qualità della nostra democrazia e per la salute del nostro sistema politico. Del resto, tutti i tentativi identitari di questi ultimi anni – almeno dopo la fine dell’esperienza del Partito Popolare Italiano in poi ad inizio degli anni duemila – sono franati o nell’irrilevanza politica o nel fallimento elettorale. Un dato di cui, piaccia o non piaccia, occorre pur prenderne atto dopo il varo di molti progetti che non hanno più incrociato il gradimento dei cittadini elettori

Ma un dato merita di essere ripreso ed evidenziato e che è emerso dal dibattito, evidenziato da Gerardo Bianco e anche da Rosy Bindi. E cioè, pur prendendo atto che le cosiddette condizioni politiche sono mutate e la presenza politica Popolare non è più declinabile come un tempo, resta il fatto che questo mondo possiede tuttora uno strumento straordinario che può rappresentare, ancora e come sempre, un volano di elaborazione culturale e di proposta politica qualificata e autorevole. E questo strumento di chiama “Il Popolo”, cioè lo storico e nobile quotidiano attorno al quale si sono formate intere generazioni di cattolici democratici, popolari e sociali e che ha contribuito, con la sua presenza e la sua azione, a condizionare e a indirizzare il corso della politica italiana. Certo, un tema ben noto a tutti noi Popolari. Ma, come sempre capita, ci sono circostanze storiche in cui è richiesto un supplemento di riflessione e anche di iniziativa e di proposta organizzativa. Una pubblicazione che non può diventare, come ovvio, una sorta di megafono di qualche partito o, peggio ancora, di qualche corrente di partito, ma uno strumento capace di declinare i principi, i valori e il giacimento politico e culturale che affondano le sue radici nel popolarismo di ispirazione cristiana.

Ecco, se il bel dibattito dell’Istituto Sturzo per commentare il magistero e l’esperienza politica di un grande Popolare come Franco Marini servisse anche per una riflessione sul “Popolo”, potremmo dire che il confronto tra di noi è sempre e ancora necessario, indispensabile e costruttivo.

La povertà dei giovanissimi: nostra è la responsabilità e un nostro dovere contrastarla. L’opinione di Elisabetta Campus.

La povertà non è solo economica e culturale, ma anche una dimensione psicologica che attraversa nel profondo l’animo di chi la conosce e la sta patendo, a qualunque età. Perché conoscere la povertà e affrontare le rinunce che essa comporta ti lascia un segno grande e profondo specie se sei nella infanzia e nell’adolescenza.

Trieste, una giornata come tante in questo dicembre, solo che Francesca (il nome è di fantasia) per pagare le bollette di casa vende i mobili della cameretta dei suoi bambini. È sola, ha tre figli in età scolare e un lavoro precario. Questa povertà diretta della famiglia si conserverà nel ricordo dei bambini che comprendono dolorosamente che il loro spazio vitale (la cameretta) può diventare precario se le esigenze economiche della famiglia ( le bollette di luce e gas) lo richiedono. Se la mamma non ha soldi e la vita diventa improvvisamente incerta, povertà è uguale a mobili che non abbiamo più e forse chissà cosa altro ci toglieranno nel futuro. 

Francesca e i suoi figli sono un simbolo della realtà di questo nostro Paese, non del Sud alla cui povertà ci siamo ipocritamente quasi assuefatti, ma del ricco Sud Est che nasconde le proprie difficoltà nel profondo del suo tessuto sociale ed economico, e che non vuole guardare alla povertà dei giovani e dei giovanissimi, mentre giriamo la testa da un’altra parte non volendo né vedere né sentire, tantomeno fare. Eppure non poche settimane fa il rapporto di Save the Children lo aveva detto chiaramente: il 13,5 % dei giovani è povero, significa che 1 minore su 7 è in povertà relativa che comporta la riduzione della capacità di spesa della famiglia non consente di accedere alle condizioni minime per una crescita sana: meno cibo, riduzione dello studio, delle relazioni sociali, delle attività culturali e sportive; una potenzialità di crescita dimezzata.

 E questo amarissimo fenomeno colpisce anche il Nord del Paese con una incidenza che sorprende: una forbice del 12-14% (nel Friuli di Francesca il 14.2 che su una popolazione scolastica alle primarie di poco più di 45.000 studenti significa che 6.300 studenti poveri e non è poco), su cui le politiche regionali poco fanno e poco hanno fatto, e l’attenuante pandemia non riesce a giustificare l’assenza dell’attenzione delle Istituzioni per il futuro di queste generazioni. 

Ma la povertà non è solo economica e culturale ma anche una dimensione psicologica che attraversa nel profondo l’animo di chi la conosce e la sta patendo, a qualunque età. Perché conoscere la povertà e affrontare le rinunce che essa comporta ti lascia un segno grande e profondo specie se sei nella infanzia e nell’adolescenza, quando i tuoi strumenti per elaborare quello che ti accade intorno sono ancora in fase di costruzione. Lo sanno bene tutte le generazioni passate e quelle contemporanee che sono uscite da una guerra o da un grande migrazione come la migrazione economica in atto dall’Asia e dall’Africa. 

Nessuna madre e nessun padre, in verità, vorrebbe mai che i propri figli conoscano la povertà, ma se questo accade la società tutta non può voltarsi da un altro lato. Perché le famiglie con un solo genitore, con un figlio o con tanti, sono quelli che abbiamo lasciato indietro nei nostri piani per un futuro migliore; e lo abbiamo fatto anche inconsciamente e senza una vera e propria cattiveria e piccineria piccolo borghese che tiene stretto il proprio piccolo gruzzoletto senza curarsi degli altri, semplicemente abbiamo creduto che non fosse un problema strutturale della nostra società ma un temporaneo effetto economico, la cui soluzione abbiamo lasciato alle regole del mercato ( tra tutte la più semplice e che prima o poi questo genitore un lavoro lo avrebbe trovato). Ma così facendo abbiamo condannato i loro figli, che sono il futuro di tutti noi. Quel futuro a cui lasciamo il debito alto del PNRR con il quale stiamo disegnando il nostro breve presente. 

Allora prima di ogni azione il nostro dovere e la nostra responsabilità di uomini e donne va al loro futuro, affinché possano dire che si sono stati poveri ma accanto al loro papà e alla loro mamma, c’eravamo tutti noi, quelli che stanno nelle Istituzioni e quelli che fanno volontariato, e quelli che semplicemente per gli altri ci sono e basta. 

 

Elisabetta Campus – Giustizia e civiltà solidale. Centro studi popolari europei.

L’Africa in cima all’agenda di politica internazionale. Il punto di don Giulio Albanese (L’Osservatore Romano).

L’Africa è storicamente un continente contendibile per le sue straordinarie risorse umane e naturali. Fino a che punto i governi africani e la stessa Ua saranno in grado di far valere il principio che il proprio continente, nel suo complesso, deve essere protagonista del proprio sviluppo?

Lo spazio di manovra dei governi africani è ancora fortemente condizionato non solo dagli effetti globali della pandemia covid-19, ma anche da una crescita economica più lenta del previsto e dal pesante fardello dell’indebitamento. Ciò nonostante l’agenda politica africana continua ad essere densa di appuntamenti di alto profilo.

Ad esempio, lo scorso ottobre si è svolto nella capitale rwandese Kigali il 2° meeting ministeriale Unione africana (Ua) – Unione europea (Ue), una riunione propedeutica in vista del 6° Summit Ua-Ue, previsto per il prossimo mese di febbraio a Bruxelles.

Durante l’incontro di Kigali, si è discusso su vari temi che hanno riguardato in particolare l’impegno per contrastare la pandemia, gli investimenti nelle transizioni digitali e green, la pace, la sicurezza, la governance globale e la mobilità umana. A questo punto gli occhi sono tutti puntati sul vertice di Bruxelles che dovrebbe rappresentare l’occasione propizia per meglio definire il futuro del partenariato tra i due continenti, dando risposte convincenti alle nuove sfide poste dall’emergenza pandemica. Vi è poi il tema della mobilità umana dalle coste africane, tanto caro a Papa Francesco, che merita risposte coraggiose in una stagione della storia umana profondamente segnata dalle diseguaglianze.

Nel frattempo, dal 28 al 30 novembre, si è svolto, nella capitale senegalese, Dakar, il Forum on China – Africa Cooperation (Focac), un evento triennale ormai alla sua ottava edizione. Si è trattato di un appuntamento particolarmente rilevante per il continente africano. Definito come un high-level forum — un mix tra un incontro a livello ministeriale e un vertice — l’iniziativa è servita a dare nuovo vigore alle relazioni sino-africane. A questo proposito sono state conseguite importanti intese sul programma sanitario e di salute pubblica — soprattutto per quanto concerne il contrasto al covid-19 — così come sul programma di riduzione della povertà, di promozione degli investimenti esteri e di contrasto al cambiamento climatico.

Il governo di Pechino ha deciso di sostenere il progetto della Great Green Wall — la Grande Muraglia Verde, da realizzare nel territorio del Sahel, di cui peraltro abbiamo già parlato ampiamente in questa rubrica — lanciata nel 2007 dalla Ua per contrastare il riscaldamento globale. È bene rammentare che il partenariato sino-africano, fin dagli esordi, ha dato un impulso notevole allo sviluppo infrastrutturale in Africa, dando nuova linfa alla Belt and Road Initiative (Bri), la nuova via della seta, ufficialmente inaugurata nel 2013, il cui valore stimato — per volume di scambi avvenuti dopo la sua istituzione — ha toccato i 4 miliardi di dollari Usa. Naturalmente il cammino è ancora lungo perché ciò che è ancora carente in Africa sono proprio le hard infrastructure — come porti e strade — cui la Ua e il governo di Pechino stanno lavorando congiuntamente con l’intento di rendere operativa l’African Continental Free Trade Agreement (Afcfta). Si tratta di un’iniziativa panafricana, inaugurata ufficialmente lo scorso gennaio, volta a creare un’area di libero scambio interna al continente, con lo scopo di supportare l’industrializzazione nel continente africano.

Da rilevare che la Turchia, in quanto potenza emergente, non intende stare alla finestra a guardare e sta rafforzando la propria politica in Africa con molteplici iniziative. Lo scorso ottobre il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha intrapreso un viaggio che lo ha portato in Angola, Nigeria e Togo. Poco dopo si è svolto ad Istanbul il Turkey-Africa Business Council Meeting, al quale hanno partecipato oltre trenta ministri e diversi rappresentanti di organizzazioni regionali africane. Mentre proprio oggi si apre a Istanbul il 3° summit Turchia-Africa, sul tema «Partenariato rafforzato per lo sviluppo comune e la prosperità», a conferma che Ankara vuole restare ben posizionata nel continente africano, avviando una nuova fase nelle relazioni della Turchia con la Ua e i Paesi africani.

Non è un caso se il numero delle ambasciate turche in Africa è passato da 12 del 2002 alle attuali 43, con una di prossima apertura in Guinea-Bissau. Il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, intervenendo in una conferenza stampa il 30 settembre scorso, ha affermato che l’approccio della Turchia all’Africa si basa sul principio delle «soluzioni africane ai problemi dell’Africa». Rilevando che la Turchia è stata un partner strategico della Ua dal 2008, Çavuşoğlu ha precisato che il suo governo «mira a sostenere gli sforzi di sviluppo dell’Africa e ad aumentare le relazioni commerciali, culturali e umane».

Ma attenzione, anche gli Stati Uniti hanno deciso di rilanciare la propria presenza in Africa. Nel quadro di un rinnovato interesse di Washington per il continente africano, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, il mese scorso, ha compiuto una missione diplomatica di ampio respiro in alcuni Paesi africani, la prima nel continente dalla sua entrata in carica. Una visita, quella del capo della diplomazia statunitense, che lo ha visto fare tappa prima in Kenya, poi in Nigeria e a seguire in Senegal, con l’intento — più o meno esplicito — di riaffermare una presenza statunitense nel continente che, soprattutto negli ultimi anni, sembrava essersi affievolita, lasciando spazio ad altri attori internazionali. L’obiettivo di fondo degli Stati Uniti è quindi quello di elevare il proprio profilo come protagonista di primo piano nelle iniziative regionali e internazionali per ripristinare la pace e promuovere la democrazia nella macroregione africana. Di particolare rilevo è stato l’annuncio, formulato nella capitale nigeriana Abuja, della volontà, da parte del presidente Usa Joe Biden, di organizzare il prossimo anno un vertice con i leader africani per dimostrare il rinnovato impegno di Washington nel continente. «Il presidente Biden intende ospitare il vertice dei leader Usa-Africa per guidare il tipo di diplomazia e di impegno di alto livello che possono trasformare le relazioni e rendere possibile una cooperazione efficace», ha affermato Blinken nel suo discorso pronunciato nella sede della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas). Il segretario di Stato Usa si è anche fatto interprete del disagio che viene avvertito nei circoli della diplomazia africana in riferimento alla parcellizzazione degli interessi stranieri in Africa. Ha infatti riconosciuto che molti governi africani «temono che in un mondo di rivalità più acute tra le maggiori potenze saranno costretti a scegliere».

A questo proposito ha detto con chiarezza: «Non vogliamo farvi scegliere. Vogliamo darvi delle scelte», ricordando che gli Stati Uniti hanno finora fornito più di 50 milioni di dosi di vaccino contro il covid-19 in Africa «senza alcun vincolo» e che altre forniture sono in arrivo, oltre ad aver erogato oltre 1,9 miliardi di dollari in assistenza per finanziare aiuti alimentari di emergenza e altri aiuti umanitari in tempo di pandemia.

Da rilevare, comunque, che anche la Russia intende riaffermare la propria presenza in Africa. In vista del secondo vertice Russia-Africa, previsto per ottobre-novembre 2022 ad Addis Abeba, in Etiopia, è stato istituito un consiglio di coordinamento sotto l’egida del Segretariato del Forum del partenariato Russia-Africa (Rapf). Anche il governo di Mosca è molto interessato a sostenere l’Afcfta, facendo anche leva su due documenti firmati durante il precedente vertice di Sochi, vale a dire il Memorandum d’intesa tra il governo della Federazione russa e l’Unione africana sui principi fondamentali delle relazioni e della cooperazione e il Memorandum d’intesa tra la Commissione economica eurasiatica e l’Unione africana sulla cooperazione economica. Naturalmente l’interesse nei confronti dell’Africa riguarda anche altri attori come le monarchie del Golfo, il Pakistan, l’India, l’Iran, Israele e tanti altri. Una domanda però, a questo punto, sorge spontanea: l’Africa è storicamente un continente contendibile per le sue straordinarie risorse umane e naturali. Fino a che punto i governi africani e la stessa Ua saranno in grado di far valere il principio che il proprio continente, nel suo complesso, deve essere protagonista del proprio sviluppo? Il quesito è centrale perché bisognerà verificare in che termini per gli stati africani le relazioni con il mondo esterno saranno effettivamente un fattore qualificante nel processo di transizione verso una maggiore stabilità e una migliore governance.

Per dirla con le parole di Papa Francesco, serve un approccio più responsabile, all’insegna del «multilateralismo come espressione di un rinnovato senso di corresponsabilità globale», non escludendo, come spesso accade, i poveri e i più vulnerabili.

L’Onu dichiara il 2022 Anno internazionale dello sviluppo sostenibile della montagna. Soddisfazione dell’Uncem.

La Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite afferma che le montagne sono l’habitat di specie uniche di flora e fauna, sicché i i paesi di montagna costituiscono tipi unici di ecosistemi. Ciò significa che i problemi che devono affrontare a causa del cambiamento climatico sono specifici.

 

Il 2022 sarà l'”Anno internazionale dello Sviluppo sostenibile della Montagna”. Lo ha stabilito […] giovedi 16 dicembre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Una notizia e una scelta importantissime, secondo Uncem. L’Anno internazionale cade esattamente a vent’anni dal precedente, il 2002. Il 2022 sarà peraltro anche quello dei 70 anni di Uncem. Che dunque celebrerà il “compleanno” in un anno speciale.

“L’ONU – si legge nella nota ufficiale diffusa – inviterà tutti gli Stati membri, il sistema delle Nazioni Unite, altre organizzazioni internazionali e regionali e le parti interessate, tra cui la società civile, il settore privato e il mondo accademico, a osservare l’Anno al fine di aumentare la consapevolezza delle problematiche connesse”. Il rappresentante del Kirghizistan, introducendo la Risoluzione in materia, ha affermato che le montagne sono l’habitat di specie uniche di flora e fauna e che i paesi di montagna costituiscono tipi unici di ecosistemi e i problemi che devono affrontare a causa del cambiamento climatico sono specifici. Pertanto, l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici, così come lo sviluppo sostenibile in questi paesi, richiedono l’attuazione di una serie speciale di misure che rispondano alle loro esigenze. La Risoluzione invita tutti gli Stati membri e le organizzazioni internazionali e regionali e altre parti interessate a osservare l’Anno internazionale per aumentare la consapevolezza dell’importanza dello sviluppo sostenibile della montagna. 

La proclamazione dell’Anno internazionale dello sviluppo sostenibile delle montagne non solo riconosce la necessità di preservare il sistema di supporto vitale globale indispensabile per la sopravvivenza dell’ecosistema globale, ma fornisce anche una solida base per ulteriori lavori sostanziali sullo sviluppo della montagna, avendo così un vero significato globale per il futuro dell’umanità, ha detto.

“È una grande notizia per tutti, per tutti gli Stati – evidenzia Marco Bussone, Presidente Uncem – Alla proposta del Kirghizistan nella Risoluzione ha lavorato intensamente l’Italia. E voglio ringraziare in modo speciale Rosa Laura Romeo, alla guida della Mountain Partnership della FAO, della quale Uncem fa parte, che ha agito con un’azione diplomatica importantissima per raggiungere la votazione della Risoluzione all’Assemblea ONU. Nel 2022 potremo avviare una serie di iniziative e analisi, politiche e opportunità a caratura internazionale. Con tutti gli Stati che faranno la loro parte. Italia ed Europa sono certo guideranno il percorso e i processi. Uncem farà la sua parte nel settantesimo di fondazione, che abbiamo aperto con l’Assemblea nazionale che si conclude oggi [si è conclusa ieri per chi legge, ndr]”.        

Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia degli auguri da parte del Corpo Diplomatico.

Con il suo carico di sofferenza – ha detto Mattarella –  per milioni di nostri concittadini, la pandemia ci ha dolorosamente ricordato che la cooperazione internazionale e la solidarietà non sono soltanto opzioni possibili bensì esigenze risolutive. Riportiamo il testo integrale dell’intervento.

Eccellentissimo Decano,

Signor Ministro,

Signore e Signori Ambasciatori,

desidero ringraziare l’Eccellentissimo Decano per le sue riflessioni e per gli auguri davvero molto graditi che, a nome del Corpo Diplomatico, ha voluto rivolgere all’Italia e a me personalmente.

È con grande piacere che torno ad accogliervi al Quirinale per il saluto di fine anno. Oggi, per me, è anche l’occasione di un commiato.

Vorrei esprimere a voi tutti e ai cittadini dei vostri Paesi, che rappresentate qui a Roma, gli auguri più cordiali per le prossime festività.

Nell’anno che volge al termine gli effetti della pandemia hanno continuato a colpire indistintamente tutti noi, in ogni Continente, rendendo sempre più evidente che le risposte alle sfide del momento presente trascendono i confini nazionali.

I nostri destini, quelli del pianeta e dell’intera umanità, sono inestricabilmente legati.

Con il suo carico di sofferenza per milioni di nostri concittadini, la pandemia ci ha dolorosamente ricordato che la cooperazione internazionale e la solidarietà non sono soltanto opzioni possibili bensì esigenze risolutive.

Ci si può salvare soltanto agendo tutti insieme.

È una considerazione, quest’ultima, più volte ricordata nei nostri incontri, ben prima dell’avvento della pandemia.

La realtà dei nostri giorni ci lascia intendere come in ogni ambito delle relazioni internazionali approcci esclusivamente nazionali non abbiano speranza di successo.

Stiamo fronteggiando – con sofferenza ma con crescente efficacia – un comune pericolo per il genere umano che ha provocato ovunque lutti e ha posto in crisi le economie e le società di tutti i continenti. Fronteggiarla è stato reso possibile dall’opera della comunità scientifica internazionale che ha collaborato in maniera aperta e integrata al di sopra dei confini, scambiando conoscenze, esperienze, scoperte.

Questa pandemia fa temere che possano insorgerne altre ed è indispensabile che alla collaborazione scientifica internazionale, che sta proseguendo, si affianchi l’apertura reciproca alla collaborazione da parte degli Stati nella comunità internazionale. In ogni ambito.

Quale richiamo più convincente dei gravi comuni pericoli che corriamo insieme per sollecitare in questa direzione?

Va avvertita l’esigenza di rilanciare, a tutte le latitudini, la riflessione sul ruolo che attualmente svolge il sistema multilaterale con le sue istituzioni e circa le prospettive di riforma che si possono presentare per renderlo più efficace.

Per la Repubblica italiana, i padri costituenti affermarono la strada del multilateralismo.

Un ordinamento internazionale che rifiuti la violenta composizione delle controversie e che assicuri – tramite la certezza del diritto – pace, libertà e rispetto dei diritti umani, è l’unico nel quale tutti i popoli della terra possano rispecchiarsi adeguatamente.

Per questo, e nonostante le numerose problematiche che hanno minato la cooperazione al livello globale, la promozione di un multilateralismo imperniato sulle Nazioni Unite rimane priorità dell’Italia.

Auspichiamo che le Nazioni Unite divengano un’organizzazione sempre più efficiente, trasparente, rappresentativa e responsabile.

Per questo, forti del nostro ancoraggio ai valori della democrazia, della libertà e della dignità della persona, restiamo impegnati in uno scambio costruttivo con gli attori globali affinché si trovi insieme risposta alle più vive istanze della comunità internazionale.

Una risposta per ridurre le diseguaglianze e migliorare i meccanismi di governance globale che le stesse Nazioni Unite stanno provando a delineare, come viene dimostrato da quel “New Global Deal” auspicato dal Segretario Generale Guterres.

Di fatto, senza un multilateralismo interconnesso, sensibile alle istanze dei Paesi in via di sviluppo e di tutti gli attori sociali, non riusciremo a risolvere pacificamente le crisi, non avranno esito gli sforzi per difendere efficacemente i diritti umani, né quelli diretti a generare opportunità di sviluppo così necessarie a tutte le latitudini. Non riusciremo a lasciare in eredità alle prossime generazioni un pianeta abitabile.

La gestione condivisa e pacifica dei beni pubblici globali, che appartengono all’intera umanità, non potrà essere garantita.

Le crisi in atto hanno generato lo scorso anno, secondo le Agenzie delle Nazioni Unite, un incremento del fenomeno migratorio, che ha raggiunto un livello che supera i 280 milioni di essere umani, mentre i profughi, nello stesso periodo, hanno superato gli 82 milioni di persone.

E’ evidente che non possiamo chiudere gli occhi, ripiegarci su noi stessi, ma dobbiamo avere il coraggio di raccogliere le sfide, elaborando congiuntamente soluzioni all’altezza degli impegni liberamente assunti a livello internazionale.

Eccellentissimo Decano, Autorità, Signore e Signori Ambasciatori,

la salute, un bene così prezioso e di così immediata percettibilità da parte di ciascun abitante del globo, è un ambito dal quale possiamo iniziare il cammino per un’azione multilaterale produttiva e giusta.

Le drammatiche differenze nella distribuzione dei vaccini, nella disponibilità di cure e posti letto a livello globale e perfino nel reperimento di dati affidabili hanno posto in evidenza carenze dell’attuale governance della sanità. È dunque necessario rafforzare l’architettura sanitaria globale, come abbiamo affermato nella Dichiarazione di Roma, dello scorso maggio al termine del Vertice sulla Salute Globale.

Desidero ricordare, a questo proposito, che l’Italia sostiene un approccio solidale e cooperativo nella lotta al virus, e il rinnovato impegno dell’Unione Europea, nell’ambito del progetto Covax, volto a conseguire nel 2022 l’obiettivo di vaccinare il 70% della popolazione mondiale.

Dobbiamo impegnarci a fondo per rispettare gli impegni presi al Vertice del G20 – che l’Italia ha avuto l’onore di presiedere – e accompagnare con determinazione gli sforzi per accrescere i tassi di immunizzazione, particolarmente nel Continente africano.

Un secondo ambito di lavoro che richiede risposte comuni e concertate, risultato di uno sforzo multilaterale aperto e costruttivo, è il cambiamento climatico. Da questo, e dalle connesse sfide della transizione energetica e tecnologica, come anche della sicurezza alimentare e della difesa della biodiversità, dipende il futuro dell’umanità.

Nel 2015, anno di inizio del mio mandato, è stato negoziato da oltre 190 Paesi l’Accordo di Parigi.

Ricordo che prima della COP21 gli scenari più pessimistici ci ponevano di fronte a un possibile aumento della temperatura globale fino a sei gradi centigradi, con conseguenze catastrofiche.

L’accordo raggiunto alla recente Conferenza di Glasgow ci fa sperare di poter contenere l’aumento della temperatura entro due gradi o, con uno sforzo ulteriore, entro un grado e mezzo.

Mantenere credibile questo scenario è di vitale importanza.

Dietro modeste variazioni si celano implicazioni e conseguenze reali per tutti, e in particolare per i più vulnerabili.

La strada è ancora lunga, ma abbiamo compiuto passi importanti. E questo attraverso il dialogo e la diplomazia multilaterale, e anche grazie a una sempre più ampia divulgazione scientifica che informa l’opinione pubblica, divulgazione scientifica che stimola la partecipazione. La partecipazione di tutti, a partire dalle nuove generazioni che hanno infuso nuovo vigore in questi dibattiti, è essenziale se vogliamo giungere ai traguardi che ci siamo posti.

Perché la sfida per la salute della Terra riguarda ciascuno di noi, personalmente e direttamente.

Il cambiamento climatico va affrontato con politiche ambientali eque e sostenibili.

Il necessario processo di transizione energetica può rappresentare un vero e proprio acceleratore per una rafforzata cooperazione tecnologica internazionale che tenga conto degli interessi di tutti e non lasci indietro nessuno.

Gli investimenti richiesti possono apparire ingenti ma il “ritorno” in termini di salute pubblica, di occupazione, di qualità della vita e di salvaguardia dell’ambiente è – e sarà – certamente superiore.

Raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica al 2050 è una missione che richiede determinazione e coerenza.

Presuppone mirati interventi nel breve termine, significative modifiche nelle abitudini personali nel medio e ampi cambiamenti strutturali nel lungo periodo. Offre in cambio, tuttavia, grandi opportunità in termini di crescita inclusiva e sostenibile nonché di equità sociale e intergenerazionale.

Se sulla protezione dell’ambiente siamo riusciti a compiere alcuni passi avanti significativi, un’area nella quale il nostro comune impegno deve ancora prendere forma è il governo della transizione digitale.

I nuovi strumenti tecnologici, dalla pervasività dei social media al futuro dell’informatica quantistica, passando per il cruciale settore dell’intelligenza artificiale, stanno, ogni giorno, in maniera recondita, condizionando e modificando i comportamenti della nostra vita.

I singoli Stati e i consessi internazionali faticano a cogliere e regolamentare fenomeni di questa portata, per renderli coerenti con gli obiettivi del bene comune propri a ciascuna comunità.

Si è aperto un vuoto normativo che la comunità internazionale deve saper colmare al più presto, nel nome del diritto dei cittadini alla conoscenza e alla trasparenza.

Le regole non possono essere dettate dalle tecnologie: è imperativo lavorare per applicazioni che abbiano ben chiaro che è la persona – con i suoi inalienabili diritti e le imprescindibili tutele di questi diritti – a essere il punto di riferimento centrale.

Non sono gli algoritmi a poter decidere la nostra esposizione alle informazioni, a influenzare le nostre preferenze, a incanalare le nostre scelte.

La tecnologia è un formidabile strumento a disposizione dell’umanità. Non può accadere il contrario.

Sotto un altro profilo, mi sia permesso aggiungere che noto, con piacere, come negli ultimi sette anni, anche tra le vostre fila, la presenza femminile sia andata aumentando.

Questo è uno sviluppo importane, positivo. Sono profondamente convinto che il contributo delle donne nelle nostre società sia prezioso e sia interesse di tutti che venga maggiormente valorizzato.

Il mondo ha bisogno del contributo attivo e partecipato di tutti.

E penso anche a quello delle giovani generazioni.

Eccellentissimo Decano, Autorità, Signore e Signori Ambasciatori,

all’Unione Europea, contesto irrinunziabile dell’azione internazionale dell’Italia e orizzonte della prosperità che desideriamo costruire per il nostro Continente, vorrei dedicare una riflessione conclusiva.

In questo 2021 l’Unione ha saputo svolgere un ruolo determinante al fine di coordinare e rafforzare la risposta comune alla pandemia e alle sue pesanti conseguenze economiche e sociali.

Il Next Generation EU, concreta e autentica dimostrazione di solidarietà tra gli Stati Membri, ha avuto altresì il valore di catalizzatore del processo d’integrazione continentale, per compiere un salto di qualità.

Nei grandi scenari internazionali, la voce dell’Europa, con la sua vocazione di pace, stabilizzazione e testimonianza di valori di libertà, è essenziale.   Con gli strumenti del Next Generation EU sarà possibile acquisire una più marcata autonomia strategica, coerente e complementare, nel settore della difesa, con l’Alleanza Atlantica che contribuirà a rafforzare.

L’Unione potrà consolidare così un ruolo positivo al livello internazionale, a partire dal suo vicinato – dal Mediterraneo alle sue frontiere orientali – testimoniando in modo efficace la saldezza dei suoi valori, fondati sul fondamentale rispetto della dignità di ogni persona e di ogni popolo, in ogni condizione.
Anche sullo scacchiere mondiale l’Europa potrà esprimere la sua opinione più di quanto sinora non abbiano saputo fare singolarmente i suoi membri.

L’Unione Europea è geneticamente multilaterale e il suo più efficace contributo sarà realmente positivo e determinante.

Eccellentissimo Decano, Autorità, Signore e Signori Ambasciatori,

il mio auspicio è per un 2022 che consenta ai nostri popoli di far tesoro delle lezioni che abbiamo appreso in questi due anni, per un futuro migliore.

La Repubblica Italiana vi è grata per l’amicizia e la cooperazione che i Paesi che rappresentate ci esprimono.

In questo spirito rinnovo a tutti voi i miei migliori auguri per il Natale ormai prossimo e per il nuovo anno.

Auguri.

Ricordi di quel dicembre 1971, quando prevalse Leone nella scelta per il Quirinale.

Ricorda icasticamente l’autore che fino al “9 dicembre il candidato era Fanfani, il 21 dicembre divenne Leone”. In realtà, nelle votazioni interne al gruppo dei Grandi Elettori democristiani, la competizione si svolse tra il futuro Presidente della Repubblica e Moro. Su quest’ultimo pesava la pregiudiziale di quanti ritenevano troppo condizionata dal Pci la sua candidatura. Tuttavia, come ricorderà anni dopo Giorgio Amendola, l’unico a non chiedere nel 1971 l’appoggio dei comunisti fu proprio Moro.

L’intervista di Giancarlo Leone, ieri sul Mattino di Napoli, a proposito della elezione del padre Giovanni, già senatore a vita, a Presidente della Repubblica, mi ha fatto aprire il cassetto dei ricordi su quel dicembre del 1971. 

Posso dire di essere uno dei testimoni diretti. Partecipai infatti al rito della distruzione delle schede con le quali i grandi elettori della Dc avevano indicato alla delegazione composta da Forlani, Segretario Politico, i due presidenti dei gruppi camera e Senato, Andreotti e Spagnolli, e Benigno Zaccagnini presidente del Consiglio nazionale del partito, il nominativo del designato. Non doveva rimanere traccia del voto per non indebolire la candidatura, garantendo perciò unità e compattezza. 

Le schede di colore diverso tra Camera e Senato, tutte timbrate e vidimate dai componenti del seggio, dei 423 grandi elettori Dc, dopo  il voto espresso nella sala che sarà poi dedicata ad Aldo Moro al secondo piano, furono bruciate nella segreteria del Gruppo parlamentare al primo piano del Palazzo dei Gruppi in via Uffici del Vicario. Guidava le operazioni Luigi Salsedo, un napoletano di origine ma teutonico nel lavoro avendo sposato una bolzanina, mitico capo della segreteria del Gruppo insieme a Mario Salerno e al sottoscritto. In seguito ci saremmo dotati di macchine distruggi documenti, come avvenne per Cossiga nel 1995 e Scalfaro nel 1992, ma quella volta (si finì a notte inoltrata intorno alle tre del mattino) le schede furono bruciate a piccoli blocchi in un piccolo contenitore di metallo tenendo bene aperte le finestre per potere fare uscire il fumo, evitando che potessero scattare i dispositivi antincendio. Va detto che c’era un turno di notte dei commessi che ad orari prestabiliti faceva il giro degli uffici per marcare l’orario nei diversi ambienti e verificare lo stato dei luoghi. 

Giancarlo Leone ha fatto bene a ricordare la sua trepidazione. Ricordo che il fratello Mauro, già giovane docente universitario, venne al Gruppo e restò per molte ore nel salottino in attesa dei risultati degli incontri della delegazione. Non dimentichiamo che i figli di Leone erano cresciuti a Montecitorio e, raccontavano i commessi, da ragazzi andavano a giocare a pallone sulle terrazze. 

Ma veniamo alle questioni politiche. Durante la prima fase, quella della contrapposizione tra Fanfani e De Martino, pesarono i tentativi diretti ad incrinare l’unità della Dc. Fu pubblicata sull’Avanti la notizia che Scelba non avrebbe votato Moro come possibile candidato gradito alle sinistre, con conseguente rinuncia alla “opzione De Martino”. 

Mario Scelba  venne al Gruppo. Scrisse di suo pugno una smentita che chiese di far pubblicare sul Popolo, garantendo quella unità che fu poi mantenuta negli scrutini fino alla elezione. 

Andreotti rivelerà nel suo libro De prima Repubblica che il margine a favore di Leone “non fu  molto alto”. Giocarono a suo vantaggio la compattezza dei senatori e per taluni la preclusione verso Moro per la sponsorizzazione comunista.  Il 9 dicembre il candidato era Fanfani, il 21 dicembre divenne Leone. 

Se c’è un insegnamento da quelle vicende riguarda il metodo e le procedure, soprattutto quelle interne che erano granitiche in tutte le fasi. Elezioni interne a scrutinio segreto, mandato alla delegazione convocata in permanenza, riunione degli organi direttivi congiunti interni ai gruppi parlamentari, riunione della direzione. I grandi elettori venivano costantemente informati da circolari che venivano inviate nelle caselle dell’ufficio Postale al Piano dell’Aula. Tutte le regole erano rispettate. La democrazia interna della Dc non era un optional, ma un metodo! 

Chiarire bene i diritti dei lavoratori fragili

Sarebbe auspicabile che entro la fine dell’anno si sappia con esattezza quale sia il trattamento riservato, in maniera puntuale ed organica, a questa categoria debole del mondo del lavoro.

In un articolo (inviato al Ministro per le disabilità Erika Stefani e all’Ufficio disabili di Palazzo Chigi) avevamo recentemente sollecitato la proroga dello stato di emergenza, in considerazione dell’aumento esponenziale dei contagi e dei ricoveri ospedalieri a causa della quarta ondata pandemica e della variante Omicron. 

Da tempo ci battiamo per la tutela dei fragili, in particolare di quei lavoratori che a motivo della loro condizione di salute (immunodepressi, affetti da artrite reumatoide, chemioterapici, invalidi ex legge 104/92) sono stati dichiarati inidonei al lavoro attivo per evitare di essere sovraesposti al rischio di contrarre il Covid. “Stato di emergenza per i fragili significa smart working ed assenza equiparata a ricovero ospedaliero senza computo nel cd. ‘periodo di comporto’ “: queste erano le parole che avevamo usato, per sostenere numerose richieste avanzate da singoli o da associazioni , a cominciare dall’ANMIC. 

Il Presidente Draghi, confutando le dicerie sui calcoli  “quirinalizi”, ha raccolto la richiesta avanzata da chi come noi ci ha messo la faccia, da alcune forze politiche e da una parte dei suoi stessi Ministri.

Con provvedimento di cui si attende la pubblicazione sulla G.U. il Consiglio dei Ministri ha dunque deciso la proroga dello stato di emergenza fino al 31 marzo 2022: un atto coraggioso e consapevole della delicatezza del momento. Per l’aspetto sopra richiamato, che tanto ci sta a cuore, la bozza di Decreto Legge testualmente recita: “art.9 (Prestazione lavorativa dei soggetti fragili e congedi parentali) comma 1). È prorogato l’articolo 26, comma 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino alla data di adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque non oltre il 31 marzo 2022”. 

Questa dovrebbe essere – salvo sorprese – la normativa che regolamenterà questa fattispecie, come parte del più ampio corpo dei provvedimenti assunti. Ora, poiché le prime agenzie di stampa hanno dato notizia di una sola delle due tutele da noi richiamate – vale a dire la possibilità di avvalersi del “lavoro agile” più noto come “smart working” –  pare necessario chiarire se anche la seconda (“equiparazione del periodo di malattia al ricovero ospedaliero, fuori dal periodo di comporto”) sia stata o meno rinnovata, essendo in vigore, tra alti e bassi, fino al 31 dicembre 2021.  Vale dunque la pena, per precisione e completezza, di richiamare la fonte normativa che il Decreto in fieri promette di rinnovare: “Decreto legge 17 marzo 2020 n 18 art 26 – comma 2 bis: Fino al 30 aprile 2020 per i lavoratori dipendenti pubblici  e privati  in  possesso   del   riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché per i lavoratori in possesso di certificazione rilasciata dai competenti organi medico-legali, attestante una condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o  dallo  svolgimento  di  relative terapie salvavita, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, della medesima legge n. 104 del 1992, il periodo di  assenza  dal  servizio  è equiparato al ricovero ospedaliero di cui all’articolo 87, comma 1, primo periodo, del presente decreto ed è prescritto dalle competenti autorità sanitarie, nonché  dal medico di assistenza primaria che ha in carico il paziente, sulla base documentata del riconoscimento di disabilità o delle certificazioni dei competenti organi medico-legali di cui sopra, i cui riferimenti sono riportati, per  le verifiche  di   competenza, nel medesimo certificato” . 

Se il Decreto in via di pubblicazione richiama  – come pare – il testo sopra riportato non sembra esservi dubbio alcuno sul fatto che i lavoratori fragili possano avvalersi di questa facoltà, a loro tutela sotto ogni profilo di considerazione: ci sono situazioni infatti in cui lo “smart working” non è applicabile a certe tipologie lavorative e finora saggiamente la normativa ha previsto in alternativa la facoltà di avvalersi  di quanto sancito dall’art.26 -comma 2 del D.L. 17/3/2020 n. 18 che si va a rinnovare.

Per non saper né leggere né scrivere a noi pare che il rinnovo delle tutele per i lavoratori fragili in via di emanazione e fino al termine dello stato di emergenza appena stabilito (31 marzo 2022) comprenda dunque senza dubbi interpretativi anche quanto sopra riportato e ora in via di proroga. Forse questa fattispecie può apparire un dettaglio tecnico di cui non dare notizia, per enfatizzare il cd. “smart working”: sarebbe secondo noi un limite interpretativo decisamente incompleto, riduttivo e per certi aspetti inspiegabile. Confidiamo dunque che il testo che verrà pubblicato sulla G.U. sia recepito nella sua integralità, a confutare dubbi, timori e ansie.

Almeno entro Natale, senza aspettare Capodanno o la Befana, che si sappia che cosa attende i lavoratori fragili nei primi tre mesi dell’anno nuovo: è un auspicio che rinnoviamo con forza e confidiamo che sia recepito e scritto a chiare lettere.

Gerusalemme, mons. Marcuzzo: quartiere cristiano ‘zona speciale’ a tutela dell’identità (AsiaNews).

Il presule rilancia la proposta formulata nella lettera di Natale dai patriarchi e capi delle Chiese di Terra Santa. Un passo “necessario” per preservarne la presenza, tutelare lo status quo e la sua universalità. “Assalti fisici e per vie legali” mettono in pericolo il futuro della comunità. Critiche per l’arrivo di ebrei americani, mentre resta il blocco per i pellegrini. 

Riconoscere al quartiere cristiano di Gerusalemme la natura di zona di “salvaguardia” è fondamentale per “preservare la presenza” dei suoi abitanti e lo “status quo”, che tutela tanto i cristiani quanto gli stessi ebrei e i musulmani. È quanto sottolinea ad AsiaNews l’ex vicario patriarcale di Gerusalemme dei Latini mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, ancora oggi attivo nella pastorale, rilanciando la richiesta avanzata nei giorni scorsi da patriarchi e capi delle Chiese della città santa nella lettera-appello per il Natale. “Siamo a favore di questo documento – aggiunge il presule, da decenni nella regione di cui è profondo conoscitore – ma restano i dubbi sul fatto che verrà ascoltato dalle autorità israeliane”. 

Nel documento pubblicato il 13 dicembre scorso, i leader cristiani di Gerusalemme chiedono di intavolare un dialogo per dare vita a una “zona speciale” con l’obiettivo specifico di “salvaguardare l’integrità” del quartiere cristiano nella città vecchia. L’obiettivo, prosegue la lettera, è quello di garantirne l’unicità e di preservarne il patrimonio per il bene “della comunità locale, della vita della nazione e del mondo intero”. Un intervento che si è reso necessario, proseguono, dopo i numerosi episodi degli ultimi anni che costituiscono una “minaccia” alla presenza stessa dei cristiani. 

Una richiesta formulata in passato anche da emissari vaticani e dalla Santa Sede, a garanzia dei luoghi santi di Gerusalemme che rappresentano un unico per i fedeli delle tre grandi religioni monoteiste di tutto il mondo. Ed è anche il modo per difenderli da atti “unilaterali” e a sfondo politico che ne stravolgono l’equilibrio ad opera di singole nazioni o realtà politico-religiose locali. 

Il 9 dicembre scorso i rappresentanti delle Chiese cristiane della Terra Santa si sono riuniti nella sede del patriarcato greco-ortodosso. In quell’occasione il patriarca Theophilos III dal balcone dell’Imperial Hotel alla porta di Jaffa, uno degli ingressi al quartiere cristiano, aveva voluto ricordare il valore della presenza cristiana e le minacce all’identità, alle proprietà e agli abitanti del quartiere. In particolare attraverso “gli atti di gruppi nazionalisti ebrei radicali” che, mediante “l’acquisto di case palestinesi”, mirano a ridurre la popolazione non ebraica a Gerusalemme.

Il nostro obiettivo, sottolinea mons. Marcuzzo, è di “preservare presenza cristiana e status quo, a tutela di tutti”. Tutto ciò è “messo quotidianamente in discussione” da “assalti fisici e per vie legali” col proposito di rilevare la proprietà di case e beni “nei territori musulmani e cristiani” di Gerusalemme. “Questo ci fa paura – prosegue il prelato – perché mette in pericolo la stessa coesione nazionale: Israele è e deve essere aperta, universale, ma se si chiude in se stessa, in piccoli ghetti dominati da autorità locali” sarà una sconfitta per tutti. 

Il pericolo è costituito da gruppi “radicali” e fanatici che assaltano, attaccano, impediscono il regolare svolgimento delle celebrazioni o persino il passaggio in certi punti della città. Non sono rari, avverte, i casi accaduti di recente in cui “monaci armeni” sono stati presi di mira da questi gruppi. “Il senso di questa zona speciale – avverte – è proprio quello di impedire lo svuotamento a livello di territorio e di popolazione”, perché nel lungo periodo ”le persone si stancano delle vessazioni e dei maltrattamenti”, eliminando al contempo “disparità di trattamento e illegalità“. In tema di disparità, il presule non risparmia una “critica” finale alle autorità israeliane che “concedono permessi di ingresso ad ebrei americani” nonostante le chiusure imposte per bloccare la variante Omicron del Covid-19, ma non applicano la stesso criterio ai pellegrini cristiani per Natale.

In merito alla questione relativa agli ingressi nel Paese, l’ambasciata israeliana presso la Santa Sede precisa in una nota che eventuali eccezioni vengono concesse “senza discriminazioni” di natura “religiosa”.

 

La politica ricominci dalla classe operaia

Perché la politica di professione non ritrova fiducia nei cittadini? Semplice, perché la politica – soprattutto quella che si definisce “di sinistra” – si è imborghesita.

La crisi di partecipazione politica, causata, da un lato, dall’assenza di figure carismatiche di spessore, dall’altro, dalla sfiducia della cittadinanza in quei rappresentanti istituzionali che dovrebbero garantirne benessere e diritti, ha prodotto quel malcontento popolare oramai divenuto trasversale. Nessuno crede più alla cosiddetta “ultima spiaggia” ossia a quel partito o movimento che, volta per volta, si sono avvicendati, promettendo la risoluzione dei problemi sociali, politici, economici. 

I grandi partiti e movimenti tentano di costituire, volta per volta, associazioni, liste civiche, piccoli “partitini” e movimenti trasversali che, in apparenza, nascono spontaneamente dal basso. In realtà sono il goffo tentativo di illudere la cittadinanza, captando il malcontento e riportandolo ubbidiente al voto. Il risultato è l’inesorabile “inciucio” finale con i vecchi partiti di maggioranza, sfiduciati in precedenza dai cittadini che, beffati una seconda volta, se li ritrovano, ancora, al potere. I partiti politici, di destra e di sinistra, hanno demandato, di fatto, i loro compiti a governi tecnici i quali, avvicendandosi, hanno operato quelle misure aggressive e muscolari che “i politici” non avevano il coraggio di operare. Lo abbiamo constatato negli ultimi decenni, con la progressiva erosione dei diritti nel mondo del lavoro e delle pensioni. 

Perché la politica di professione non ritrova fiducia nei cittadini? Semplice, perché la politica – soprattutto quella che si definisce “di sinistra” – si è imborghesita. È distante dalla vita dell’uomo della strada, lontana dalle sofferenze quotidiane del sottoproletariato urbano. Non esistono giovani politici “figli di povera gente”, che si ergono in mezzo al marasma dei lavoratori della base. Tutti i giovani candidati sono, a loro modo, dei privilegiati, che parlano, si vestono, da persone semplici ma, di fatto, non hanno faticato un solo giorno. A nulla serve creare questo, o quel movimento politico, che organizza sit-in e gazebi, anche nelle periferie, se i rappresentanti istituzionali vengono sempre da quella piccola o media borghesia, se non addirittura dalla classe agiata. Una volta eletti, non sanno, non capiscono, non sentono il bisogno di estirpare in concreto i problemi degli elettori. Una politica che voglia, ancora una volta, attrarre l’attenzione della cittadinanza, deve ricominciare dalla classe operaia. 

Che cos’è oggi la classe operaia? Non è più quel sentimento di categoria che animava tutti i lavoratori, e che li univa, in un intento comune. Oggi questa “classe” è semplicemente quel gruppo di persone i cui individui privilegiano come fonte di reddito il lavoro, rispetto ai redditi finanziari e di tipo imprenditoriale. I voti sono lì: sono, in particolare, nel nuovo sottoproletariato dell’era digitale (logistica, Amazon); tra gli operai della vigilanza, Guardie Particolari Giurate (vigilanza armata) e Servizi Fiduciari (vigilanza non armata); tra gli Oss (operatori socio-sanitari); e tra gli operai delle cooperative sociali. Queste figure rappresentano, in modi diversi, la stessa faccia dello sviluppo economico-finanziario che, nell’era pandemica, hanno faticato più di altri, assumendo nuovi, gravosi compiti, senza tuttavia ricavarne nulla in merito a retribuzione e di diritti. Bisogna tornare a dare dignità agli operai; ma per farlo dobbiamo dare loro attenzione. Dare attenzione alla classe operaia.

Per l’Azione. Non un sottotitolo, ma una storia.

Cos’è stata e cosa ha rappresentato la rivista del Movimento giovanile Dc? Rifarsi a questa storica testata, aggiungendo “Per l’Azione” sotto “Democraticicristiani”, l’organo dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), vuol dire collegarsi idealmente a una feconda stagione dell’impegno dei cattolici democratici. In effetti, lo slancio delle nuove generazioni si qualificava per la fatica della ricerca, con un generale sforzo di approfondimento, delle motivazioni e delle scelte politiche. È possibile leggere l’intera pubblicazione dell’ANDC – dove è ospitato, appunto, il pezzo di Eufemi – cliccando qui.

Non è soltanto un sottotitolo, ma qualcosa di più. “Per l’Azione” è stata una rivista e un luogo di elaborazione culturale; è stato lo spazio anche critico dei giovani dc, il confronto intergenerazionale tra ex popolari e i nuovi fermenti della società civile; era un “crocevia affollato di gioventù che non è mai stato uno spazio per trasmigrare, ma un vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca del mondo nuovo’’.

È oggi anche il riferimento, per il nostro periodico, ad un preciso momento storico, quello del dopoguerra del Novecento definito il “secolo delle riviste”. “Per l’Azione”, come organo di stampa dei giovani democristiani guidati da Franco Maria Malfatti, rientra tra queste. Dopo gli anni della limitazione della libertà, quando l’organo di divulgazione clandestino era La Punta diretto da Giorgio Tupini (ne erano protagonisti i liceali del sant’Apollinare e del San Gabriele), che sospese le pubblicazioni nel giugno 1947 il dibattito si fece vivace, coinvolgendo il mondo cattolico nelle attività culturali, politiche e religiose, sia con la ripresa di tante pubblicazioni di tante riviste prima sospese, poi con la nascita di tanti nuovi quotidiani a Torino Firenze e Napoli. 

Dopo “Cronache Sociali” di Lazzati, Fanfani, Dossetti e La Pira, che dal 1947 al 1951 si poneva in modo critico rispetto alla linea del quotidiano ufficiale della Dc “Il Popolo”, emergeva la contrapposizione tra la “democrazia governante” di De Gasperi, con una gestione efficiente del potere, e la “democrazia partecipata”, con il partito inteso come collegamento tra Governo e società civile. Sullo sfondo v’era la concezione del rapporto con il Pci, non di semplice contrapposizione ma, per i dossettiani, di competizione intellettuale e politica. 

In quel tempo nasceranno anche il settimanale “La Discussione” di De Gasperi e il quindicinale “Concretezza” di Giulio Andreotti. Su posizioni più articolate “Tempo Nuovo”, “San Marco”, “Humanitas”, “Adesso”, quest’ultimo orientato da don Primo Mazzolari, e per breve tempo la “Voce Operaia” di Franco Rodano, Adriano Ossicini e Felice Balbo. 

Se si pensa a “Per l’Azione” non si può non pensare a Bartolo Ciccardini che ne fu direttore nel periodo 1950-1952 prima di dirigere “Terza Generazione” (1953-1954 e “La Discussione” (1969-1977) Bartolo Ciccardini fece proprie le tesi di  Balbo. A scorrere i nomi di quelle vicende vengono i brividi: Nicola Signorello (il primo direttore), Gianni Baget Bozzo, Franco Nobili, Ettore Ponti, Franco Evangelisti, Pietro Scoppola, Carlo Donat Cattin, Arnaldo Forlani, Nino Andreatta, Giovanni Galloni, Attilio Ruffini, Achille Ardigò, Tommaso Morlino, Leopoldo Elia, Franco Grassini…e altri ancora. Non si può non riandare con la memoria alla Comunità del Porcellino, alla Chiesa nuova, alle Sorelle Portoghesi, alla Congregazione dei Filippini, alla colonia dei bresciani. 

Il leit motiv era la “dichiarata autonomia dal partito”, con una linea politica spostata a sinistra. Il pensiero ci riporta al confronto intellettuale di quegli anni in cui la libertà di pensiero era più forte di qualsiasi compromesso. Bartolo Ciccardini ha voluto ricordare quando nonostante il Congresso di Venezia (1949) e il tentativo di pacificazione tra De Gasperi e Dossetti, con Fanfani chiamato al ministero del lavoro, La Pira sottosegretario e Dossetti vicesegretario del Partito, Cronache Sociali esce con una minuscola didascalia “soluzioni di fondo che non si lasciano catturare”. De Gasperi si irrita. Ci sono momenti di tensione anche artatamente alimentate. Tutto sembra precipitare. Quei momenti vengono vissuti da molti dei protagonisti al tavolo delle sorelle Portoghesi. 

Bartolo Ciccardini, assumendo la direzione di “Per l’Azione”, un titolo dolcemente leninista, scriverà di “avere pagato un prezzo a De Gasperi”. Per Bartolo i gruppi giovanili non dovevano essere una specificazione organizzativa, bensì uno strumento, cioè una funzione specifica per insegnare un metodo di formazione. Fa proprie le tesi del filosofo Balbo; nel frattempo un gruppo di giovani cattolici comunisti torinesi nel travaglio  “dell’inveramento  del Pci” scende a Roma in dissenso con il Partito;  una rottura che avvenne per usare le parole di Del Noce perche “non si è cattolici comunisti, ma comunisti perché cattolici”. Felice Balbo cercherà di dare una nuova interpretazione del comunismo, sostituendo al materialismo dialettico una teoria dello sviluppo dell’essere, non più fondata sul contrasto fra tesi e antitesi di Hegel, ma fondata sulla filosofia dell’essere di San Tommaso. Si intensifica in quella fase il dialogo con Terza Generazione (dopo quella fasciste quella antifascista) e con quanto ruota intorno a quella rivista e alla influenza di padre Gino Del Bono. 

Andreotti nella sua biografia autorizzata di Massimo Franco ricorderà di avere visto due volte piangere De Gasperi e furono lacrime…dossettiane.

 

Don Sturzo e il «fegato nero» della politica. Quarant’anni fa lo sceneggiato Rai (L’Osservatore Romano).

Per gentile concessione riportiamo questo articolo che appare nell’edizione del 15 novembre del foglio ufficioso della Santa Sede. L’idea alla base del documentario, ricorda l’autore, “era di Giovanni Di Capua, la sceneggiatura di Italo Alighiero Chiusano, la regia di Giovanni Fago e la consulenza storica di Gabriele De Rosa, che di Sturzo — interpretato con misura e partecipazione da Flavio Bucci — fu amico, e sul quale ha scritto molto”.

È classico ed eterogeneo, lo sceneggiato Don Luigi Sturzo, che quarant’anni fa (il 10 dicembre del 1981) iniziava il suo viaggio in tre puntate su RaiUno. L’idea era di Giovanni Di Capua, la sceneggiatura di Italo Alighiero Chiusano, la regia di Giovanni Fago e la consulenza storica di Gabriele De Rosa, che di Sturzo — interpretato con misura e partecipazione da Flavio Bucci — fu amico, e sul quale ha scritto molto.

È classico perché, in linea con la lunga stagione degli sceneggiati Rai, impasta essenzialità e densità verbale, rigore filologico e dialoghi materici pregni di informazioni, dal peso specifico abbondante, impegnativo. È consueto per l’assenza di divagazioni dal cuore del soggetto, in questo caso dal nucleo spirituale e politico del personaggio. Lo è per l’avanzare didascalico della narrazione in funzione didattica, educativa, consapevolmente scolastica. È eterogeneo, invece, perché nella sua terza parte smonta le scenografie della finzione e abbandona i costumi e gli interni d’epoca – anche un po’ spiazzando – per aprirsi alla forma del documentario.

Nel raccontare l’ultima fase della vita e dell’attività del sacerdote fondatore del Partito Popolare Italiano nel 1919, infatti, quella che va dalla seconda guerra mondiale al suo rientro in patria nel 1946 dopo l’esilio a Londra e in America, fino alla sua morte nel 1959, Flavio Bucci smette l’abito talare e veste panni borghesi. Lo fa leggendo, tra le mura e i giardini del convento delle Canossiane a Roma – dove Sturzo visse dal rientro in Italia fino ai suoi ultimi giorni – lettere e pensieri di questo fondamentale e straordinario prete siciliano. La voce dell’attore si accompagna a quella narrante spalmata sopra immagini di repertorio in bianco e nero: un tappeto di volti e di paesaggi umani su quel delicato momento storico; ma entrambe si sospendono per lasciare posto ad altri documenti: alla lettura delle parole di Aldo Moro per la commemorazione di don Sturzo al Teatro Eliseo, il 24 settembre 1959; alle interviste a Giulio Andreotti – sul rapporto tra Sturzo e De Gasperi – a Guido Gonella e allo stesso Gabriele De Rosa, che riassume e commenta, nei minuti finali del programma, i tre episodi dello sceneggiato dedicato a questo presbitero la cui scelta della via politica era legata all’essere – ricorda lo storico – «un prete del pontificato di Leone XIII: uno di quelli che uscivano dalla sagrestia per accostarsi alla società civile». 

Nel primo episodio si fa più volte riferimento all’enciclica Rerum novarum dello stesso Leone XIII e viene mostrato il discorso tenuto da don Sturzo a Caltagirone nel 1905, per le elezioni comunali: sono le parole di un programma e di un pensiero col quale Sturzo «riesce ad aggregare – spiega De Rosa – la coscienza politica non solo di tanta parte del movimento cattolico, ma di quella parte del nostro paese che era rimasta esclusa dalle scelte fondamentali del nostro Stato unitario». 

Il secondo episodio è sulla dimensione europea di Sturzo, sul suo fiero antifascismo, sulla sua lotta contro i totalitarismi, fino alla terza parte sul suo rapporto con l’Italia e la politica del dopoguerra, con la sintesi, conclude De Rosa, che «o è democrazia morale o non è democrazia». Cambia l’approccio, dunque, la forma, anche se in tutte le puntate rimane la voce narrante ad aumentare la chiarezza e la precisione di un testo sanamente concepito il grande pubblico. Non cambia, in ogni caso, la sostanza, che rimane quella di un racconto attento a descrivere l’uomo nel suo percorso politico costruito sulla relazione costante con la fede: «È il mio dovere di cristiano», risponde don Sturzo a chi gli chiede, nel primo episodio, perché si impegni in politica, lotti coi pastori e si faccia il «fegato nero». Su questo principio pone la sua passione, le sue idee, la fatica di portare avanti l’alto senso di responsabilità e di impegno civile, il suo delicato rapporto con la chiesa di quegli anni, il suo legame profondo con la storia: lo Sturzo di questo sceneggiato è ovviamente quello del 18 gennaio 1919, della fondazione del Partito Popolare con l’appello a tutti gli uomini «liberi e forti», ed è quello che incontra Giolitti, Turati, Salvemini; è uomo che attraversa i momenti più drammatici della storia italiana e mondiale del Novecento. 

Si muove col suo tempo sempre addosso, palpabile, pressante: sfondo avvolgente e cornice ricca di dettagli che contribuiscono a rendere ancora oggi la visione di questo “quarantenne” don Luigi Sturzo — con la sua scrittura copiosa e le qualità immersive intrinseche al prodotto audiovisivo — valida per iniziare, o per accompagnare, una ricognizione sulla statura, l’attualità, l’importanza, la lezione del presbitero nato a Caltagirone nel 1871, e insieme sulla complessità dei decenni che egli ha nobilmente, cristianamente, duramente attraversato.

 

L’attesa e il potere. Una riflessione di Raniero La Valle. 

Il rovesciamento del potere in diaconia, in  testimonianza, in martirio e dono di sé è l’apice del paradosso cristiano, mentre l’ideologia machiavelliana che fa del potere un idolo ne è la massima contraddizione.

Raniero La Valle

Se c’è un periodo dell’anno, almeno fino a quando resti una sopravvivenza di memorie cristiane, contrassegnato da un senso di attesa, questo è il tempo di Avvento  che stiamo vivendo: un tempo liturgico tradizionalmente esteso alla stagione civile, in cui si parla della venuta di qualcuno, dell’accadere di qualcosa, da cui il futuro sarà modificato. Si tratta del Natale, di cui qualcuno dice  che non si dovrebbe neanche parlare, per alludere invece a più generiche “feste”. 

L’attesa che quest’anno attraversa tutto il mondo è per la fine della pandemia, ma essa per un verso è legata a fattori imprevedibili, per un altro verso è legata alla sola cosa che sarebbe risolutiva e che non vogliamo fare, cioè la soppressione dei brevetti sui vaccini e i farmaci salvavita , la vaccinazione universale e drastiche riforme per rendere salubre l’aria che respiriamo come abbiamo reso potabile nei tubi l’acqua che beviamo. 

L’altra attesa che domina oggi in Italia i discorsi della politica è quella dell’elezione del presidente della Repubblica, a cui sembra che tutto drammaticamente sia sospeso, compresa la durata della legislatura, mentre dovrebbe essere un evento ordinario della vita democratica. Draghi ne approfitta per ignorare i sindacati, la destra la enfatizza come il passaggio cruciale della sua acquisizione definitiva del potere: Renzi, che non ne possiede affatto le chiavi, ha già regalato la presidenza alla destra come se le toccasse per diritto di successione, la Meloni la rivendica come sua, ne fa l’architrave della “casa dei conservatori”, la ordina al presidenzialismo  e la riserva a un “patriota” che nella sua semantica sembra parola molto affine a “fascista” e lo fa come se non fosse per Costituzione dovere non solo di un presidente ma di ogni titolare di funzioni pubbliche adempierle con disciplina ed onore, cioè per la “patria”. 

Quello che si dimentica, e proprio nel momento in cui si fa appello a una millantata identità liberale e cristiana, è che se il potere è mitigato dalla tradizione liberale esso è addirittura rovesciato nel suo contrario dalla tradizione cristiana; c’è scritto nel Vangelo che Pilato non avrebbe nessun potere se non gli fosse dato dall’alto, che essere re vuol dire stare nel mondo per dare testimonianza alla verità, sta scritto nelle lettere di san Paolo che il Verbo di Dio svuotò se stesso e che la forma di Dio ha preso la forma del servo; mentre a conclusione del suo “Funzioni e ordinamento dello Stato moderno” Giuseppe Dossetti sottolineò che secondo il greco della “Lettera ai Romani” coloro che esigono i tributi devono essere considerati come “liturghi di Dio”. Il rovesciamento del potere in diaconia, in  testimonianza, in martirio e dono di sé è l’apice del paradosso cristiano, mentre l’ideologia machiavelliana che fa del potere un idolo ne è la massima contraddizione; all’opposto i controlli, i limiti e le garanzie nei confronti del potere sono il massimo inveramento che le Costituzioni moderne e soprattutto il costituzionalismo postbellico, che ora vogliamo proiettare verso una Costituzione mondiale  realizzano di una rivoluzione non più solo religiosa e politica, ma antropologica. 

Contro questa conversione del potere assistiamo alle sfide più dure. Su tutti i fronti la destra è all’attacco per dare perennità ai poteri esistenti, potere del denaro sulla politica, potere dei padroni sui servi, potere delle cose sull’uomo, potere dei cittadini sugli stranieri. Secondo il quotidiano britannico “Guardian” il 6 gennaio scorso ci sarebbe stato un piano  che avrebbe dovuto consentire a Trump di perpetuare il suo potere invalidando l’elezione di Biden, quando esplose l’attacco dei “patrioti” al Campidoglio; sui collegi elettorali americani il sistema sta lavorando per configurarli in modo che ne sia scontata l’assegnazione alla destra; in Inghilterra un tribunale decide l’estradizione di Assange per esecrare lo svelamento dei crimini del potere, mentre come ha denunciato il papa all’Angelus le statistiche dicono che quest’anno si sono fatte più armi dell’anno scorso, ultima istanza di un potere incondizionato.

È contro questo dilagare inarginato del potere che le risorse dell’etica, della politica, del costituzionalismo e del diritto devono essere mobilitate perché la democrazia resti nell’attesa dei futuro.

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Uno sciopero complicato. Non a caso la Cisl ha scelto di non aderire. Dopo il 16 bisognerà tornare al tavolo delle trattative.

A differenza di altri Paesi del centro e del nord Europa, l’Italia registra una differenza più marcata nelle fasce dei redditi. Si comprende allora la presa di posizione di Cgil e Uil relativa allo sciopero del 16 dicembre. Ma in questa fase, come sostiene la Cisl, occorre equilibrio e moderazione. Il, dialogo con il governo non va interrotto.

Siamo alla vigilia dello sciopero indetto da due forze sindacali, la Cgil e la Uil. Non è la prima volta che il fronte sindacale si divide. In più circostanze questo fenomeno ha dimostrato comportamenti opposti: più oltranziste le prime due sigle; meno feroce la Cisl.

Hanno ragione o hanno torto?

Perché queste due domande? Perché potrebbero avere ragione e torto; oppure torto e anche ragione. Non c’è alcun dubbio che i sindacati fanno gl’interessi dei lavoratori. La loro funzione è quella. Non per questo però, sono un corpo estraneo dalla società. Cioè non sono un insieme astratto, in quanto sono anch’essi calati nel tessuto del Paese.

Da questa breve osservazione, si può allora dare una risposta alle due domande. Se viste separatamente dal contesto, non c’è alcun dubbio che (Cgil e Uil) abbiano ragione; calate nell’orizzonte complessivo invece, emergerà il loro torto. Come si comprende la cosa è piuttosto complessa. Ad esser sinceri, il nostro Paese, a differenza di altri del centro e del nord Europa, registra una differenza più marcata nelle fasce dei redditi. Da noi i salari sono nettamente più bassi rispetto a Francia, Germania e Inghilterra. Da qui si giustifica la presa di posizione relativa al giorno 16 dicembre. 

 

La cosa è piuttosto chiara, la quantità di denaro che sta interessando l’Italia potrebbe essere redistribuita con maggiore equità. Questo è il problema sottolineato dalle due forze sindacali che hanno proclamato lo sciopero (Cgil e Uil). Dal loro punto di vista la pretesa è più che legittima. Accanto a questa lettura c’è poi quella più articolata e mediata di coloro i quali sostengono che, proprio perché stiamo attraversando un periodo terribile, non sia possibile scrivere manovre non in linea con i comportamenti già ben collaudati. In sostanza, è maggiorente comprensibile una lotta sindacale in tempi meno burrascosi, che nei frangenti attuali dove un po’ tutti vano soffrendo una malessere in ogni angolo palpabile e vero. È ciò che sostiene la Cisl e quanti ci richiamano alla moderazione quando si tratta di ridisegnare i flussi della redistribuzione dei redditi.

Come ben capite, non mi sento di dare né torto né ragione, né agli uni né agli altri. Tutti hanno dalla loro parte un bel sacco di motivi per spingere verso la propria direzione, e nel contempo, soffrono anche per avere un bel numero di contrarietà a frenare i propri andamenti. 

Sta di fatto che la contraddizione non verrà sciolta prima dell’evento. Che coloro i quali tentavano di mediare non sono riusciti nell’impresa. Quindi, lo sciopero si farà.

Ma dopo aver consumato questo strappo ci sarà un’altra pagina da scrivere. Foglio che dovrà essere riempito comunque, dalle controparti, perché una soluzione dovrà essere ciò nonostante trovata.

Comitato 10 Dicembre. Per squarciare il velo del silenzio e offrire un contributo alla verità sul ruolo svolto dalla Dc.

Dopo la presentazione a Mestre del libro di Giorgio Aimetti, Carlo Donat Cattin, la vita e le idee di un democratico cristiano scomodo, si è deciso di costituire il Comitato 10 Dicembre (la data in cui si è svolto l’incontro) con l’obiettivo di discutere nelle varie realtà italiane, dei personaggi più rappresentativi della storia politica democratico cristiana.

Scomparso Sandro Fontana, uno dei più illustri storici di matrice cattolica e democratico cristiana, Francesco Malgeri è probabilmente uno degli ultimi esponenti delle scienze storiche che hanno scritto della Dc con occhi non deformati dalla “damnatio memoriae”. È, infatti, questo il condizionamento ideologico che sembra orientare quasi tutti gli storici italiani che, sulla Dc e i suoi esponenti, sembra abbiano eretto un muro di silenzio, quando non si riducano a considerare la presenza della Dc come un freno alla crescita democratica del Paese. È tempo di sollevare questo velo e di sollecitare gli studiosi della storia contemporanea a un esame più rigoroso dei documenti, degli atti, degli uomini e dei fatti che hanno caratterizzato la lunga stagione della guida democratico cristiana dell’Italia (1948-1993).

 

Avendo organizzato un incontro dibattito nei giorni scorsi a Mestre, per la presentazione del libro di Giorgio Aimetti: Carlo Donat Cattin, la vita e le idee di un democratico cristiano scomodo, con Mario Tassone, Pasquale Ruga e Mario Rossi, si è deciso di costituire il Comitato 10 Dicembre (la data in cui si è svolto l’incontro) con l’obiettivo di discutere nelle varie realtà italiane, dei personaggi più rappresentativi della storia politica democratico cristiana. Un modo per avvicinare i giovani alla conoscenza di coloro che hanno contribuito alla nascita, alla difesa e al consolidamento della democrazia italiana.

 

Stimolato dalla pubblicazione dell’amico D’Ubaldo sulla testata online “Il domani d’Italia”, sul periodico “Democraticicristiani-“Per l’Azione”, voglio esprimere tutto il mio apprezzamento per una rivista che si inserisce nella migliore tradizione politica e culturale dei democratici cristiani. Ringrazio la direttrice Maria Chiara Mattesini e D’Ubaldo, per l’accostamento della testata a “Per l’Azione”, la pubblicazione che, per noi della quarta generazione Dc, costituì un punto di riferimento importante per la nostra formazione politica. Tentando di ricercare notizie su Francesco Mattioli, che di quella rivista fu la guida politico culturale (tutta la documentazione è raccolta presso l’Istituto Sturzo a Roma) per il MGDC (Movimento Giovanile della Dc, ndr) della stagione guidata da Luciano Benadusi e Gilberto Bonalumi, mi sono imbattuto casualmente anche in un libro dei “I Quaderni del Ferrari”, scritto da Dario Mengozzi su La “sinistra” cattolica modenese-Cronache di una singolare esperienza politica di base. Trattasi di una miniera preziosa di documenti e informazioni redatta nel 75° anniversario della morte di Francesco Luigi Ferrari, avvenuta a Parigi nel 1933. Com’è scritto nella prefazion, il Quaderno si colloca in questo percorso, presentandoci le vicende della sinistra modenese, una esperienza politica del movimento cattolico modenese guidata da Ermanno Gorrieri a partire dagli anni del secondo dopoguerra fino alla fine degli anni settanta. Mengozzi dice chiaramente nella introduzione che il suo lavoro non è e non intende essere un testo storiografico. Può tuttavia essere considerato una “cronaca”, o un “diario” (anche se si tratta di un “diario ex post”) le cui tappe sono scandite da un elenco di avvenimenti  e di persone .

 

Come avviene per tutti i diari, anche in questo caso l’autore ha scelto fatti e nomi soprattutto sulla base di un coinvolgimento diretto: ricordi, ideali, priorità, giudizi di valore non sono resi espliciti, ma hanno improntato la successione cronachistica e sono il vero filtro del lavoro di ricerca che ha preceduto la stesura finale. 

 

Siamo certi che in ogni città italiana siano presenti studi, documenti, testimonianze che potranno essere di stimolo per approfondire la storia del partito dei cattolici democratici e dei cristiano democratici. Siamo già pronti per concorrere con il nostro Comitato 1O Dicembre alla presentazione del prossimo libro redatto dall’amico prof Pino Nisticò, già presidente della Regione Calabria, dedicato al ricordo di Riccardo Misasi, una delle colonne portanti della sinistra Dc di Base e della guida politica demitiana della Dc. Crediamo che da ogni città, provincia e Regione si faranno avanti gli amici democratici cristiani, come il sottoscritto “non pentiti”, per offrire il proprio contributo a squarciare il velo di omertà e di falsificazione sulla storia del nostro partito. E chissà che qualche storico senza pregiudizi non raccolga il nostro invito e la nostra provocazione. Sollecitiamo anche con quest’articolo di aderire al Comitato 10 Dicembre al fine di favorire l’emersione dei tesori culturali rappresentati dalle vicende politico amministrative degli uomini della Dc che hanno contribuito alla difesa e allo sviluppo della democrazia italiana.

Franco Salvi nel centenario della nascita. Un vero maestro di coerenza nella vita politica: il ricordo di un amico.

L’impegno politico per Salvi è scaturito, come normale conseguenza, da un dovere etico profondo, attento alle necessità delle persone, nel tentativo di costruire una società giusta e generosa dove i problemi fossero considerati e affrontati indipendentemente dalla loro apparente importanza. Il testo è tratto da “Democraticicristiani-Per l’Azione”, organo dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

Alfredo Bonomi

Ci sono persone che diventano determinanti per il percorso umano di una vita. Per me Franco Salvi è stata una di queste. È datato negli ultimi mesi del 1969 il primo incontro che ho avuto con lui e da quel colloquio sono uscito con la convinzione che era necessario, per dar voce al mio desiderio di impegnarmi per la società della Valle Sabbia, un coinvolgimento diretto nel vivo dell’amministrazione pubblica.

Da questa certezza venne l’idea di dedicarmi al mio piccolo comune montano, denso di storia e di problemi, visto come concreto campo d’azione per dar senso a idealità e progettualità maturate dopo attente riflessioni.

Senza l’incontro con Franco Salvi, con molta probabilità, non avrei intrapreso quel percorso amministrativo che mi ha poi visto Sindaco per venticinque anni, attivo a livello della Comunità Montana di Valle Sabbia e nella U.S.L. n.39. Tutti gli altri impegni nei vari organismi scolastici e culturali della Valle, ed anche in un raggio più esteso, sono state ‘piste operative’ saldamente ancorate ad una visione più vasta, non limitata ad un singolo territorio. In questo ‘sguardo d’insieme’ Franco Salvi mi ha insegnato che la cultura era fondamentale per dar più valore all’impegno.

Sulla rigorosità morale di Franco Salvi è già stato detto tutto. L’impegno politico per lui è scaturito, come normale conseguenza, da un dovere etico profondo, attento alle necessità delle persone, nel tentativo di costruire una società giusta e generosa dove i problemi fossero considerati e affrontati indipendentemente dalla loro apparente importanza.

Per un giovane la vicinanza di una personalità così granitica nei valori e così misurata nel porsi, non poteva che essere percepita come una ‘folgorazione’ per impegnarsi.

Così è stato per me. I moltissimi incontri avuti con lui, non tanto i convegni ‘di grido’, ma nell’antica farmacia di via Battaglie, trasformata in studio o, meglio, in un luogo di paziente e generoso ascolto, erano un sicuro arricchimento umano, ma anche una sorta di percorso spirituale, dove la politica non si immiseriva nel contendere del potere, ma era vista come un convinto impegno quotidiano, lontano dalla fuga dalle responsabilità, che non disdegnava la legittima forza dialettica per la difesa di valori ritenuti portanti per una società più giusta.

Da questa visione veniva a noi giovani, e naturalmente a me giovane amministratore, la molla per un impegno fatto di atti concreti ed anche di decoro sul piano umano.

Non si trattava quindi di impoverire il cammino intrapreso con una disinvolta pratica nel ‘superare gli ostacoli’, ma di arricchirlo con la pazienza di rimuovere gli ostacoli di danno per una visione della società ancorata ai grandi valori cristiani e a quelli portati dalla Resistenza, tesa a creare uno Stato attento ai bisogni di tutti e rispettoso delle peculiarità personali, in un quadro complessivo di vera libertà.

Dal 1970 al 1990 i nostri incontri sono stati fitti, poi si sono un po’ diradati anche per le sue condizioni di salute.

Nella farmacia-studio di via Battaglie portavo problematiche, richieste che riguardavano anche situazioni di singole persone, che sembravano poca cosa ma che, in realtà, erano ‘grande cosa’ per chi aveva la necessità di essere considerato ed aiutato. Chiedevo pure molti consigli.

Naturalmente questa era la facciata più evidente di un rapporto ‘declinato’ nell’ottica di poter giovarsi di un parere autorevole per rispondere alle molte esigenze che si presentano quotidianamente ad un amministratore. 

A questo versante si affiancava però una dimensione più profonda.

La coerenza morale di Franco Salvi, la sua rigorosa adesione ai valori in cui credeva, il suo modo di vedere la politica, strettamente legata ad una scala valoriale da rispettare, mai da rinnegare, sono stati una ‘lezione politica’ profonda e motivante per molti anche nei momenti difficili e drammatici che ha dovuto affrontare.

La mia convinta adesione al ‘Gruppo Moroteo’ bresciano (un orientamento mai mutato durante tutto il mio ‘cammino amministrativo’) è maturata e si è consolidata, sino a diventare una ‘dominante’ nel modo di concepire l’impegno pubblico, grazie ai ripetuti colloqui avuti con Franco Salvi e al suo esempio moralmente luminoso e politicamente tutto dedito allo spirito di servizio. La sua figura è stata un punto obbligato di riferimento per un gruppo di valligiani, attivi a livello comunitario, che, pur nelle difficoltà, hanno cercato di avere una visione d’insieme nell’agire amministrativo, supportati anche da serie riflessioni culturali.

Ricordando Franco Salvi è però d’obbligo soffermarsi sulle sue caratteristiche umane. Uomo di poche ma sostanziali parole, di sguardi significativi più che di gesti teatrali, con una grande delicatezza nel porsi e nell’esprimere i sentimenti, sapeva rapportarsi all’interlocutore in maniera penetrante e coinvolgente. Quella che, ad una prima impressione, poteva sembrare timidezza, era invece una forma di rispetto per chi aveva di fronte.

La non eccelsa retorica nel parlare denotava lo sforzo continuo di trovare i vocaboli giusti e di ‘far parlare l’animo’. Teneva in alta considerazione l’amicizia. La sua semplicità nel porsi era dettata da una collaudata propensione a non voler ‘apparire’, ma a voler ‘essere’. Così era anche nei rapporti umani e nell’amicizia.

Il 21 ottobre del 1978 Franco Salvi mi accompagnò all’altare della piccola e artistica chiesa parrocchiale di Avenone per il mio matrimonio con Daniela. Io ero a quel tempo Sindaco di Pertica Bassa e lei segretaria della Sezione D.C. di Vestone-Nozza. La giornata era di quelle che mozzano il fiato tanto era bella. I picchi della Corna Blacca sembravano di cristallo, protesi verso il cielo di un azzurro totale. La tavolozza dei colori autunnali componeva una cartolina di bellezza indimenticabile. Le sfumature del colore erano in armonia con la felicità dei cuori.

Gli occhi di Franco Salvi brillavano mentre mi accompagnava in chiesa. Si era portato in quel di Pertica Bassa per essere vicino a due giovani in un momento fondamentale della loro vita.

Non ho mai dimenticato il suo volto e l’intensità del suo fugace sorriso che ha detto molto in quella giornata.

Certo, pensando a Franco Salvi, alla sua rigorosità morale, alla ‘palestra dei valori’ nella quale allenava il suo animo, ai drammi che ha affrontato per essere fedele ad una vita coerente ed ad azioni altrettanto coerenti, non si può scacciare un sottile filo di malinconia che pervade la mente. Questo filo è alimentato dalla constatazione dei ‘disastri politici’ che sono venuti dopo, dell’arroganza di ‘politicanti’ presenzialisti, della nevrosi del dover apparire ad ogni costo, della ‘solitudine della politica’, così come è stata costretta dall’attuale società, certo per ragioni che andrebbero attentamente indagate, senza però far venir meno il senso della speranza.

Per leggere la rivista “Democraticicristiani-Per l’Azione” 

 

La “buona opera” per il Natale del Circolo San Pietro

L’antico Sodalizio romano moltiplica i suoi sforzi per venire incontro alle difficoltà dei più poveri. In tutte le Cucine economiche verrà servito il pranzo di Natale, mentre a Santo Stefano e il 27 dicembre, e ancora il 1°, il 2 e il 3 gennaio, per finire con l’Epifania, resterà aperta la Cucina economica di via Adige, grazie alla scelta di soci e volontari di avvicendarsi nei turni ai fornelli. La nota appare nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano.

«Proprio oggi l’impresa edile ha finalizzato i lavori della Casa famiglia San Paolo VI e ci ha riconsegnato le chiavi della struttura di via di San Giovanni in Laterano, dove le nostre volontarie stanno facendo il possibile per terminare arredamenti, pulizie e quell’infinità di dettagli necessari ad aprirla e inaugurarla in tempi più rapidi possibili». Lo ha detto il presidente Niccolò Sacchetti al termine dell’annuale messa del Circolo San Pietro in preparazione al Natale.

I soci dell’antico sodalizio romano si sono ritrovati nella basilica papale di San Giovanni in Laterano sabato pomeriggio, 11 dicembre, per la celebrazione presieduta dall’assistente ecclesiastico, monsignor Franco Camaldo. All’0melia il prelato ha spiegato che «essenziali e inseparabili dalla preghiera sono le “buone opere”, come ricorda l’orazione della prima domenica di Avvento, con la quale si chiede al Padre celeste di suscitare in noi “la volontà di andare incontro con le buone opere” al Cristo che viene».

Per questo al termine del rito il presidente Sacchetti, ringraziando il Circolo San Pietro per l’impegno profuso nell’anno, ha messo il punto sulla “buona opera” della Casa famiglia dedicata a Papa Montini. Quindi ha ricordato l’importanza di partecipare attivamente a quella “consultazione del popolo di Dio” che è la principale novità del processo sinodale inaugurato da Papa Francesco il 9 ottobre scorso. «Si tratta di un’occasione per mettere a frutto la nostra esperienza maturata al servizio della città di Roma — ha spiegato — dando voce ai poveri e agli esclusi con cui abbiamo un contatto continuo e quotidiano, esattamente come è stato espressamente chiesto nel Documento preparatorio».

E se la messa è stata anche l’occasione per uno scambio di auguri in vista delle festività, le attività del sodalizio non vanno in vacanza. In tutte le Cucine economiche verrà servito il pranzo di Natale, mentre a Santo Stefano e il 27 dicembre, e ancora il 1°, il 2 e il 3 gennaio, per finire con l’Epifania, resterà aperta la Cucina economica di via Adige, grazie alla scelta di soci e volontari di avvicendarsi nei turni ai fornelli. Dallo scorso febbraio, alcuni di essi la domenica e in giorni festivi, cucinano in prima persona per gli assistiti, segnando di fatto un ritorno alle origini e alla tradizione della “minestra del Papa”.

«L’apertura natalizia della Cucina di via Adige — aveva dichiarato nei giorni scorsi Sacchetti — offrirà al Circolo un’occasione in più per ascoltare le esigenze degli assistiti, aiutandoli anche nel percorso della ricerca di un lavoro che possa restituire loro quella dignità che pensano perduta. Offrire un pasto, un letto per la notte, curare il prossimo malato, fragile, non basta: si tratta di prendere per mano questi fratelli e accompagnarli nella società in modo che domani possano camminare da soli nella piena dignità di figli di Dio». 

 

Mattarella a Bussone, Presidente delle Comunità montane: “La coesione è un grande obiettivo della Repubblica”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente dell’Unione Nazionale Comuni, Comunità ed Enti Montani (Uncem), Marco Bussone, il seguente messaggio, qui riprodotto integralmente, in occasione dell’Assemblea nazionale (13-17 dicembre 2021) che vede coinvolti gli amministratori di queste storiche e significative istituzioni territoriali.

Il Paese sta affrontando una stagione che invoca un’alta e condivisa responsabilità per combattere la pandemia e, insieme, costruire con coraggio la ripresa.

Autonomia e coesione sono i protagonisti di un percorso che interpella i Comuni, le Comunità e le Unioni Montane, gli enti che a vario titolo sono chiamati a concorrere alla realizzazione nelle aree montane del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Si tratta di un’impresa a cui tutte le istituzioni, e ogni espressione della società civile, sono chiamate a partecipare: la sfida è di riorganizzare i nostri modelli di vita, di sostenere una innovazione finalmente attenta agli equilibri ecologici, di ridurre le diseguaglianze economiche e quelle territoriali che così pesantemente comprimono opportunità e diritti.

L’Assemblea nazionale Uncem è un’occasione preziosa di confronto per far crescere la consapevolezza di questo passaggio storico e per allargare la base della partecipazione. Innovazione e sostenibilità sono parole divenute familiari perché costituiscono un traguardo: esse sono già parte, da tempo, del lavoro quotidiano per contrastare lo spopolamento, per agevolare l’accesso ai servizi, per estendere le reti in modo da accorciare divari nei tempi e nelle opportunità.

Nelle strategie e nelle missioni del Pnrr i piccoli Comuni, le aree rurali, i territori montani potranno e dovranno contribuire con idee ed esperienze, concorrere al raggiungimento degli obiettivi. La coesione è un grande obiettivo della Repubblica e, in questo momento, deve essere ancor più il metodo di lavoro, di collaborazione leale e costruttiva, di partecipazione al bene comune, come chiedono i nostri concittadini.

Sono certo che i lavori della vostra Assemblea andranno in questa direzione ed è con questo spirito che formulo a tutti i partecipanti gli auguri più cordiali.

Ormai è finita l’anti-casta. Il ritorno alla politica è nei fatti. Non c’è spazio più per la demagogia. L’opinione di Merlo.

Lunico elemento positivo che emerge dopo questa campagna contro l’establishment, spenta per motivazioni molto concrete e del tutto comprensibili, consiste nel lento ma inesorabile ritorno della politica. Nel momento in cui declina il populismo anti parlamentare e giustizialista,  vieppiù manettaro, si può ricominciare a ritessere il filo pazientedella politica e dei suoi strumenti.

C’è stato un tema – che poi era “il” tema per eccellenza – che ha permesso ad un partito, i 5 stelle, di imporsi nelle elezioni del 2013 e di stravincere in quelle del 2018. Quel tema si chiama “anti casta”. Era il compendio di insulti, diffamazioni, urla, schiamazzi, offese e attacchi personali di ogni tipo e di ogni sorta rivolti a tutti quelli che avevano preceduto gli alfieri e i protagonisti di quella cosiddetta rivoluzione democratica. Un contesto che ha fatto irruzione nel nostro paese travolgendo tutto ciò che era lontanamente riconducibile alla politica. E quindi partiti, classe dirigente, culture politiche, competenza, preparazione, rispetto della democrazia, senso dello Stato e soprattutto rispetto delle persone. Tutto travolto e riassunto nel micidiale slogan coniato dal guru del partito dei 5 stelle. Ovvero “vaffanculo”. Certo, il tutto è stato preparato, oliato e pianificato da una orchestra di insultatori seriali presenti in vari organi di informazione che hanno cavalcato quell’onda trasformandola in un potente movimento politico. Non possiamo definirlo culturale perchè sarebbe un oltraggio alla cultura e a tutto ciò che ha rappresentato la cultura nel nostro paese.

Ora, però, quell’onda – come tutte le mode che si sono imposte nel nostro paese – si è affievolita se non addirittura scomparsa. I grandi pifferai dell’informazione hanno cessato di cavalcare quell’onda e il partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, com’era facile prevedere, si sono trasformati in in partito che non solo non contesta più la casta ma che si è trasformata casta per eccellenza. Al punto che oltre ad utilizzare tutti i benefit, i privilegi e le comodità che il potere offre e dispone, sono i più accaniti sostenitori di tutto ciò di cui la casta ha sempre ottenuto. Introducendo, come da copione, quel malcostume politico che, pur di restare al potere ed ottenere gli svariati benefit, li inchioda nel palazzo. Parlo del trasformismo parlamentare e dell’opportunismo politico. Cioè, detto in altre parole, allearsi con tutti pur di restare al potere. Non a caso, per la prima volta nella storia repubblicana italiana, cioè dal secondo dopoguerra, ci troviamo di fronte ad un partito che, misteriosamente e collettivamente, ha rinnegato tutto ciò che ha urlato, sbraitato, giurato e promesso in tutte le piazze italiane per oltre 15 anni. Tutto è cambiato improvvisamente, tutto è stato cancellato e tutto è stato rimosso.

Ecco perchè c’è una domanda attorno alla quale sarà pur necessario dare una risposta. E cioè, la tanto sbandierata anti casta che ha fatto la fortuna di un partito e soprattutto di uno stuolo di personaggi che hanno campato sulla criminalizzazione politica della cosiddetta casta per svariati lustri, è scomparsa del tutto dall’orizzonte politico italiano oppure corre ancora in modo carsico nel nostro paese? Credo sia una domanda legittima perchè, pur trattandosi di una moda del tutto strumentale e finalizzata a colpire determinati avversari per avvantaggiare una precisa parte politica, non può scomparire del tutto dopo una criminalizzazione martellante e persistente e che nel nostro paese – è inutile negarlo – ha sempre trovato facile accoglienza e disponibilità ad essere cavalcata.

In attesa di dare una risposta a questa legittima domanda, credo che l’unico elemento positivo che emerge dopo questa campagna che ormai si è spenta per motivazioni molto concrete e del tutto comprensibili, consiste nel lento ma inesorabile ritorno della politica. Quando parlo di potenziale e possibile ritorno della politica, intendo “la politica dei partiti”, la consapevolezza che senza un minimo di preparazione e di competenza ci si affida “all’uno vale uno”, cioè alla improvvisazione e alla casualità della classe dirigente, alla centralità delle culture politiche e a ciò che storicamente hanno rappresentato nel nostro paese e, in ultimo, ad un decoro pubblico che nei tempi del populismo si è del tutto smarrito e perso per strada.

Perchè, infine, tutto ruota attorno al declino del populismo di marca grillina. Nel momento in cui declina il populismo anti politico, demagogico, anti parlamentare e giustizialista manettaro, si può ricominciare a ritessere il filo paziente, operoso e fecondo della politica e dei suoi strumenti. Speriamo sia la volta buona.

Come nascono le idee. Parisi, Premio Nobel, spiega la forza dell’imprevedibilità nel processo della conoscenza scientifica. 

Nel suo libro appena pubblicato, lo scienziato italiano prende per mano il lettore e lo guida nella intricata foresta del sapere. “Le idee – egli sostiene – spesso sono come un boomerang: partono in una direzione ma poi vanno a finire altrove. Se si ottengono risultati interessanti e insoliti, le applicazioni possono apparire in campi assolutamente imprevisti”. 

Leggere il libro di Giorgio Parisi, Premio Nobel 2021 per la Fisica assegnatogli per la sua ricerca sui “sistemi complessi” ,e rimanerne affascinati è un tutt’uno: c’è la sua biografia accademica e ci sono le descrizioni scientifiche. Tuttavia, la vita di uno scienziato va oltre. Non basta la passione, serve il talento: una dote intuitiva e folgorante che il giovanissimo studente universitario dimostrò di possedere allorquando, incerto tra il corso di matematica e quello di fisica, scelse la seconda. Forse per il fatto che, come spiega nel libro, la fisica può essere considerata una sorta di matematica applicata, aprendo vasti orizzonti deduttivi e applicativi.

Già a 25 anni sfiorò il medesimo Premio, ma per studi in un campo diverso della fisica: mentre si lavava nella vasca da bagno della casa dei suoi genitori, si soffermò a guardare le piastrelle colorate del muro e fu colto da una intuizione che può scaturire solo da una mente geniale: non proviamo neanche a descriverla, ogni tentativo sarebbe riduttivo. Ma ciò dimostra (e lui lo spiega più volte) come la lampadina dell’eureka possa accendersi all’improvviso, una volta in casa, in altre occasioni leggendo, un’altra volta ancora mentre si è al volante dell’auto: a lui successe proprio così. Conquistare il Nobel  oggi, ad alcuni decenni di distanza. è il risultato di anni di ricerche e applicazioni portate avanti con una grande carica motivazionale, con tenacia, apertura mentale, curiosità, pensiero divergente non disgiunto da un sicuro possesso del metodo scientifico, tra dubbi (in senso ‘popperiano’), intuizioni, prove, tentativi, ripensamenti, illuminazioni improvvise. Scorrendo le pagine del libro si coglie una vocazione che attraversa la sua vita di uomo di scienza: trovo che sia una storia esemplare per i giovani, oggi. Il cammino descritto non era in discesa: sono stati necessari lo studio, la ricerca, la tenacia, l’impegno, il sacrificio. In genere si valuta il risultato finale che si consegue, nel suo caso l’Accademia dei Lincei, il prestigio della docenza universitaria, il Nobel.

Diverse molle lo hanno spinto a guardare in avanti, oltre i risultati o le incertezze del momento: la soddisfazione di risolvere problemi, il poter teorizzare spiegazioni e regole, la semplice (lui dice persino ‘divertente’) curiosità, perché la scienza è un enorme puzzle (Richard Feynman). Riportando l’affermazione di un suo collega: ”i Fisici non lavorano solo, lavorano divertendosi”. Nella scheda editoriale che accompagna il volume c’è scritto che il professor Parisi a un certo punto volse il suo interesse verso i sistemi complessi perché quelli semplici gli sembravano quasi noiosi.

Secondo le regole della fisica sono definiti sistemi complessi quei fenomeni che non riguardano un solo oggetto di studio: come gli storni in volo o il gregge di pecore che si muovono con movimenti sincroni, cambiando direzione, mantenendo le distanze, organizzandosi in modo da proteggersi dai predatori semplicemente disponendosi in modo diverso. O come il dover collocare in un contenitore oggetti di forma diversa, in modo da raggiungere la massima capienza. Un volo di storni può ispirare una pagina letteraria, una poesia, una metafora. Ma può anche essere approcciato dalla biologia, dagli studi sui comportamenti degli animali. Farne oggetto di approfondimenti secondo le regole e le applicazioni della fisica credo sia una straordinaria novità dal punto di vista scientifico: Parisi, al riguardo, sostiene che “il futuro ci sorprenderà”, consapevole che ciò sarà dovuto anche ai suoi studi e alle sue intuizioni, grazie all’apertura di indagine sui sistemi complessi.

Da grande studioso – presupposto imprescindibile per raggiungere lo status di scienziato – Parisi dimostra perchè il  ‘metodo’ sia un pilastro della scienza: però aggiunge che “il lavoro migliore di una vita di ricerca può saltare fuori per caso”, in ciò evidenziando quanto conti il fattore imponderabile, l’aggancio di una intuizione geniale, la sorpresa di una scoperta non ancora immaginata ma sedimentata nella mente e a portata di mano. Senza contare anche la fase di latenza dell’inconscio, il pensiero che diventa folgorazione, parola, azione. Leggendo queste riflessioni dello scienziato Parisi ricordo ciò che mi disse Rita Levi Montalcini: “Oggi c’è un’enfasi molto forte sulle dotazioni scientifiche, sulle attrezzature, sui mezzi e gli strumenti di cui la scienza può disporre in qualunque campo. Ebbene io credo che tutto ciò conti ma che conti e serva ancor di più lo sforzo dell’immaginazione, l’intelligenza dell’uomo. E’ la mente umana il motore della ricerca scientifica, il pensiero e l’intuizione la nobilitano sopra ogni cosa”. Lei mi parlava di “imagination” mentre lo stesso Einstein sosteneva che “la fantasia è più importante della conoscenza”.

Ora, leggendo Parisi e cogliendo tra le pagine da lui scritte molte riflessioni illuminanti, ho trovato una interpretazione quasi sovrapponibile circa l’importanza dell’intuizione rispetto sia alla metodica per regole consolidate che alle conoscenze codificate. Con una importante deduzione che avanza lui stesso: “Il pensiero verbale deve essere preceduto da un pensiero non verbale”. È dunque vero, anche secondo il suo punto di osservazione della realtà, che “il pensiero pensante” conta più del “pensiero pensato”.

Se è la mente umana il motore della ricerca scientifica, se  il pensiero e l’intuizione la nobilitano sopra ogni cosa, si può attribuire anche un valore etico a questo assioma. Ad esempio, mai arrestarsi di fronte alle difficoltà ma utilizzarle per superare il momento critico, essere capaci di rimettere in discussione ciò che potrebbe sembrare una conquista, utilizzare proprio l’errore come motivo di apprendimento, per ripartire da capo. Parisi non disdegna di considerare e stigmatizzare gli atteggiamenti antiscientifici della nostra epoca e di questa contingenza pandemica: si pensi al negazionismo, alle pregiudiziali ideologiche dei no vax, al terrapiattismo.

Lo stesso, recente,  55° Rapporto del Censis stima che circa il 5,9 % degli italiani sia orientato su queste posizioni. Ed egli si chiede come sia possibile negare le evidenze scientifiche, i Rapporti degli Organismi internazionali sulla sostenibilità ambientale, le derive demografiche esponenzialmente crescenti.

Il nostro Premio Nobel è convinto tuttavia che sopravviveremo al nichilismo e all’incoscienza autodistruttiva, perchè fare opera di pedagogia sociale non è una scelta perdente in partenza. Ciò che conta per uno scienziato e per un fisico in particolare è l’evidenza delle cose, la realtà nel suo porsi oggettivo, l’acquisizione di conoscenze e di regole, di spiegazioni, dimostrazioni. In un bellissimo passaggio del suo libro scrive : “Bisogna difendere la cultura italiana su tutti i fronti. Se gli italiani perdono la loro cultura, che cosa resta del Paese?”.  Verrebbe  allora da chiedergli perché – a partire dalla scuola  – ignoriamo la storia fino ad espungerla dal tema di maturità, inoltre perché importiamo a livello formativo anglicismi, sostituiamo la narrazione con i test a crocetta e inventiamo neologismi che lentamente dissolvono l’importanza della nostra straordinaria cultura tramandata.

La prestigiosa Accademia dei Lincei – di cui Parisi è oggi Vice Presidente dopo averla presieduta dal 2018 al 1° agosto 2021 – è una della più antiche d’Europa essendo stata fondata nel 1603, un vero “tempio del sapere”, considerata la massima istituzione culturale italiana: la sua finalità istituzionale è di “promuovere, coordinare, integrare e diffondere le conoscenze scientifiche nelle loro più elevate espressioni nel quadro dell’unità e universalità della cultura”. Se un membro autorevole di questa èlite culturale di scienziati come il professor Parisi, ora Premio Nobel, afferma che “tutte le attività culturali italiane sono da tempo in lento, costante declino”, credo che questa riflessione vada assunta come interrogativo che riguarda i destini  della società, della politica, del mondo della cultura e della ricerca del nostro Paese e direttamente il futuro di ciascuno di noi.

 

Giorgio Parisi, In un volo di storni, Rizzoli, 2021, 14 €.

 

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GIORGIO PARISI 
si è laureato alla Sapienza di Roma nel 1970 e ha lavorato
come ricercatore presso i Laboratori nazionali di Frascati dal 1971 al 1981.
In cattedra nel 1981, è stato professore ordinario di Fisica teorica presso l’Università di Roma II Tor Vergata e poi di Teorie quantistiche presso La Sapienza. 
Dal 1988 è membro dell’Accademia nazionale dei Lincei (di cui è stato presidente ed è ora vice presidente), dal 1992 della National Academy of Sciences americana,
dal 1993 dell’Académie des Sciences francese, dal 2013 della American Philosophical Society. Nell’ottobre 2021 ha ricevuto il premio Nobel per la Fisica «per la scoperta dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria», sesto fisico italiano premiato dall’Accademia svedese.

Un accordo bilaterale con la Germania, dopo quello tra Italia e Francia? L’idea non convince. Draghi si muove in altra logica.

A consigliare estrema prudenza nei rapporti con Berlino vi è la crisi strutturale del suo modello economico mercantilista che sta dimostrando di non reggere l’onda d’urto inflazionistica delle politiche espansive americane.

Il triangolo no. Anche se in geometria… non è reato, nella geopolitica europea credo che per l’Italia nel migliore dei casi potrebbe rivelarsi solo un’illusione procedere nella direzione indicata da Romano Prodi, e auspicata dall’amico Enrico Farinone in una sua peraltro autorevole, ricca e stimolante analisi su “Il Domani d’Italia”, quella di procedere alla stipula di un nuovo trattato bilaterale italo-tedesco dopo il trattato franco-tedesco di Acquisgrana e quello italo-francese del Quirinale.

Proprio perché la situazione italiana, come osserva Farinone  appare caratterizzata da un livello di qualità dei partiti scadente e di converso da un ruolo di Draghi che risulta indiscutibile di certo in questa e verosimilmente anche nella prossima legislatura, non paiono sussistere le condizioni per l’attuazione di una tale proposta. Il trattato del Quirinale è un progetto che Draghi ha ereditato dall’accomodante Gentiloni e che l’attuale Presidente del Consiglio ha trasformato in qualcosa di molto diverso da ciò per cui era stato originariamente pensato, e che appare inserito in una strategia di accordi bilaterali, con la quale il nostro Paese intende cooperare al benessere e alla sicurezza, tutelando i propri interessi, in Europa e nel mondo. Per questo tutto lascia supporre che il prossimo grande trattato bilaterale, se Draghi resterà a lungo a Palazzo Chigi, sarà con il Regno Unito prima che con la Germania.

Il ruolo e la leadership in Europa dell’ex presidente della Bce dipendono più da un suo comune sentire con Washington che da velleità di inserimento nel direttorio europeo che si snoda tra Parigi e Berlino, dal quale sempre, seppur erroneamente, l’Italia viene considerata il parente povero. L’Italia è al centro del Mediterraneo, al centro della civiltà,  non ha bisogno di elemosinare riconoscimenti che fanno da sempre parte di un disegno geopolitico, quello neo-carolingio, alternativo agli interessi italiani i quali possono esser meglio tutelati da una relazione strategica con la “quarta Roma” che sorge al di là dell’oceano.

D’altra parte, anche ammettendo per mera ipotesi, la necessità del completamento del triangolo italo-franco-tedesco, il rafforzamento dell’intesa fra Francia ed Italia appare per molti versi giustificabile, essendo i due popoli cugini uniti nel bene e nel male da un comune destino, che in questo decennio potrebbe finire per esser rinforzato oltre ogni previsione.

Ma la necessità di un nuovo trattato italo-tedesco che non sia la conferma della capitolazione della nostra economia a vantaggio di quella tedesca, avvenuta tramite una interpretazione egoistica e miope dei Trattati Europei, durante l’«eraMerkel» (una figura che presto gli eventi storici riporteranno alla sua effettiva dimensione) come si potrebbe mai giustificare? A consigliare estrema prudenza nei rapporti con Berlino vi è la crisi strutturale del suo modello economico mercantilista che sta dimostrando di non reggere l’onda d’urto inflazionistica delle politiche espansive americane. E sotto questo profilo anche il nuovo cancelliere Scholz non potrà fare miracoli se non cercare di gestire nel modo meno doloroso una situazione difficile, sebbene tutt’altro che imprevista, e cercare di procrastinare il più possibile il momento in cui la Germania dovrà scegliere fra rinunciare al proprio sistema che ha imposto ai propri partner, per salvare l’Europa, oppure seguire il suo secolare modello economico e geopolitico che tante tragedie ha provocato.

Sempre più l’Europa dovrà cercare di sopravvivere nonostante la Germania: per questo un’Italia non subalterna, capace di esprimere con autorevolezza la propria visione dei problemi europei e globali, che è l’Italia di Draghi, appare preferibile a innaturali triangolazioni.

Il Mattarella bis e l’ombra dei due Mattei. Scrive La Palombara su “formiche.net”.

Mai come oggi l’elezione del Capo dello Stato ha avuto così tante implicazioni internazionali. A Washington come nelle cancellerie europee si fa il tifo per un secondo mandato di Sergio Mattarella, messo in dubbio dai giochi dei due “Mattei”. Di seguito il commento di Joseph La Palombara, professore emerito di Scienza politica a Yale. Anche “Il Domani d’Italia”, come è noto ai suoi elettori, condivide l’idea della rielezione di Mattarella. 

Nonostante la dichiarata opposizione di Sergio Mattarella a un bis, sarebbe comunque necessario convincerlo ad accettare. Il suo Paese, la comunità atlantica, l’Unione europea ne hanno bisogno. Raramente infatti la campagna per la presidenza della Repubblica italiana ha avuto così tante implicazioni.

Il presidente sa certamente cosa è ovvio agli occhi di Washington, dell’Ue e di tanti altri Paesi che osservano da vicino l’Italia. E cioè che, forse più che mai in passato, i prossimi sette anni del Quirinale avranno conseguenze internazionali. Sotto questa luce è visto oggi all’estero l’attuale Capo dello Stato.

Per quali ragioni? La prima: nonostante Mario Draghi sia la persona più ovvia da spedire al Quirinale, la sua provvidenziale leadership politica, necessaria tanto in Europa quanto in Italia, può essere espressa in modo molto più dinamico dal suo ufficio di presidente del Consiglio a Palazzo Chigi. L’Ue, prima ancora che l’Italia, richiede che Draghi rimanga esattamente dove è ora. È fin troppo banale da ricordare.

Due, non meno importante: l’Italia deve evitare a tutti i costi la leadership politica dei due Mattei, Renzi e Salvini. Matteo Renzi è già stato presidente del Consiglio. È visto da tutti come un politico che è molto più bravo a parlare in tutte le lingue di “rivoluzione” che a farne una, in Italia o all’estero. In poche parole, quella di Renzi oggi si deve considerare un’esperienza politica fallimentare. Questa è di certo l’opinione che ne hanno fuori dall’Italia. E l’Italia farebbe bene a prenderne atto.

Da una prospettiva politica, la leadership di Matteo Salvini può rivelarsi anche peggiore. Nonostante la sua recente svolta retorica, che sembra indicare una riconciliazione, il suo euro-scetticismo è ormai agli atti. E oggi che il Regno Unito non ne fa più parte, l’Ue ha bisogno più che mai dell’Italia e della sua leadership.

Né sfugge a qualcuno che il recente tentativo di Salvini di mettere insieme i partiti politici italiani, di qualunque dimensione, non è altro che uno stratagemma. Salvini è il fiero leader della destra italiana. E a dispetto del suo apparente, aperto sostegno a Silvio Berlusconi, rimane lui il vero aspirante alla leadership del Paese: gli italiani lo sanno.

 

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