Home Blog Pagina 626

Don Alberione, l’apostolo della comunicazione sociale. L’Europa ha bisogno della sua testimonianza.

 

Venerdì scorso, 26 novembre, a Roma, presso la Basilica Maria Regina degli Apostoli” (Santuario della Società San Paolo), per il cinquantesimo anniversario del dies natalis del Beato Giacomo Alberione, il Cardinale Marcello Semeraro ha presieduto la Messa con Don Valdir Josè De Castro (Superiore Generale della Società San Paolo) ed altri esponenti del governo nazionale Paolino.

 

Vincenzo Martorana

 

Chiesa gremita di fedeli, in onore di Don Alberione, ricordato come l’apostolo della comunicazione sociale dei tempi moderni.

 

Durante l’omelia, il Cardinale Semeraro ha esposto la sequenza evangelica “Gesù Via Verità e Vita” quale fondamento della teologia alberioniana; citando anche San Beda, Sant’Ambrogio, San Paolo VI, lo stesso San Paolo Apostolo, egli ha ricordato come Don Alberione sia stato illuminante per migliaia di vocazioni ecclesiastiche e ispiratore di copiose opere di santità che hanno, dunque, radici spirituali lontane, ma sempre attuali e gravide di futuro, partendo da un presente dove il Fondatore Paolino ha saputo cogliere o, meglio, “scrutare i segni dei tempi”, proprio innestato in Cristo come il piccolo tralcio alla Fonte della grazia, perciò riuscendo a portare molto frutto anche in opere di apostolato, presenti in tutti i continenti della terra.

 

Quindi, l’autentico discepolo paolino è colui che con la mente, con la volontà e con il cuore agisce centrato in Cristo, sì che possa dire di sè: vivit vero in me Christus.

Sulla base di tale visione cristologica, nel saluto conclusivo della funzione liturgica, Don Valdir ha affermato come tanti altri possano continuare l’opera del Beato Giacomo Alberione, ponendo al centro della propria testimonianza “Gesù Via Verità e Vita”, per mezzo di Maria Santissima.

 

L’idea che emerge, come bilancio centenario dell’apostolato del Fondatore della Società San Paolo, è la fortissima, indissolubile, simbiotica unione tra Don Alberione e i suoi “figli” con Gesù Cristo, propulsiva di un impegno sempre vivo nella società, perché innerva la moderna comunicazione sociale dello spirito cristiano che idealmente è il polmone dell’Occidente.

 

Di questa identità l’Europa necessita per non smarrire il senso del futuro, sempre più imperniato sulla funzione dei social network, sempre più bisognoso di punti di riferimento ancorati non a valori mutevoli, relativi, liquidi, ma a princìpi aristotelicamente inamovibili come quelli della Dottrina Sociale della Chiesa, universali come quelli del Vangelo.

 

Vincenzo Martorana, impegnato nel Centro Culturale San Paolo, é un Cooperatore Paolino.

Italia Viva…la Dc: Maria Elena Boschi s’inventa direttrice d’orchestra di un bel confronto politico su Martinazzoli.

 

Si è svolta ieri pomeriggio a Roma, nell’Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari, in via di Campo Marzio, la presentazione del libro di Annachiara Valle “Il cambiamento impossibile. Biografia di uno strano democristiano” (Rubettino), seconda edizione aggiornata di un precedente lavoro dell’autrice a confronto con l’ultimo segretario della Dc e fondatore del nuovo Ppi, Mino Martinazzoli. Al dibattito, coordinato da Marco Damilano, hanno preso parte, oltre a Maria Elena Boschi, Paolo Corsini, Marco Follini, Agazio Loiero e Pierluigi Castagnetti.

 

Ubaldo Alessi

 

Qualcuno può ancora ricordare che Martinazzoli, all’indomani delle elezioni del 1994, stilò un amaro commento sulla vittoria di Berlusconi facendo ricorso alla nota definizione di Piero Gobetti sul fascismo come “biografia morale della nazione”. Il berlusconismo trasponeva nell’Italia in rivolta, spinta a traversare il pelago di Tangentopoli con le zattere della rabbia e della furbizia, il vecchio trasformismo aggressivo che agglutinò le paure e le furie serpeggianti nel ceto medio del primo dopoguerra. Corsi e ricorsi, per dirla con Vico, sempre con il problema di una debole e pur ribelle società civile.

 

Fu intransigente, Martinazzoli, a dispetto dell’indole dorotea del corpaccione di un partito che egli aveva rivoltato come un calzino, spegnendo le insegne di una storia senza più storia, per salvarne la natura profonda di forza democratica e popolare. Dunque, il popolarismo che rinasce sulle ceneri della Dc implica l’affidamento a un motivo d’intransigenza. Qui sta l’originalità, in sintesi, della costruzione politica martinazzoliana: occupa il centro non per istinto di equilibrismo, ma per promozione di valori e di scelte, senza  introflessioni di quieto vivere.

 

È questo il centro che oggi manca, perciò torna d’attualità la “formula Martinazzoli”. Difficile credere che alligni laddove si celebra, quotidianamente, la gloria posticcia del pragmatismo. Sta di fatto, però, che il radical-progressismo del Pd genera un bisogno di “nuovo centro”; bisogno, cioè, d’dentità riformatrice che non dipenda da altri, bensì interagisca con altri, secondo lo spirito degasperiano delle alleanze. Quel che ieri s’è detto, nell’Aula dei Gruppi parlamentari, rappresenta l’indizio di un cambiamento. Va dato atto a Maria Elena Boschi di aver saputo avviare una riflessione, in sostanza sui “miti fondativi” del centro, di cui si avvertiva la necessità e l’urgenza.

 

 

Dalla sinossi del libro

 

«In questo libro si ritrova nella sua interezza una figura singolare e rilevante di protagonista della vita pubblica italiana e, insieme, una rappresentazione genuina, coraggiosa, non scontata, di due decenni cruciali, quelli nei quali si avviò a conclusione e si chiuse una intera fase storica dell’Italia repubblicana». Così, il 4 ottobre 2011, Giorgio Napolitano scriveva sulle pagine del Corriere della sera.

 

Un mese dopo la scomparsa di Mino Martinazzoli l’allora presidente della Repubblica tratteggiava, attraverso le parole della prima edizione di questo volume, la figura dell’uomo che cercò di salvare la storia della Democrazia cristiana insieme con una concezione della politica a servizio del bene comune e dello sviluppo del Paese. Il rapporto con Aldo Moro, lo scandalo Lockheed, il giallo di Ustica e la morte di Sindona. Il maxi processo alla mafia e i rapporti con Giovanni Falcone, la contestazione della legge Mammì sugli assetti radiotelevisivi culminate nelle dimissioni di cinque ministri compresi Martinazzoli e Sergio Mattarella, la fine della Dc, i rapporti con la Lega e con Berlusconi.

 

A dieci anni dalla sua morte riproponiamo, arricchite dalle testimonianze dei politici di ieri e di oggi e dalle sue stesse parole che la prima stesura non aveva incluso, i ricordi di un politico atipico che tentò di cambiare le sorti del nostro Paese e la degenerazione di una politica sempre più asservita al culto della personalità. Con la sua ironia, a tratti irriverente, Martinazzoli disegna l’Italia che fu, che è e che forse sarà. Il quadro complesso di una Repubblica sempre in bilico fra ascesi e dannazione.

Prove di Centro. Tante premesse e tante promesse, ma a decidere in pratica sarà un sussulto di buona volontà.

 

Ogni iniziativa finalizzata al superamento della diaspora democristiana è da valutare con attenzione. Questa è la posizione di Bonalberti. Egli torna sull’argomento difendendo il lavoro svolto o da svolgere, sia che punti a rilanciare politicamente il partito “mai giuridicamente sciolto”, sia e ancor di più, se mira ad allargare l’area di centro, sempre essenziale per il sistema politico italiano.

 

Ettore Bonalberti

 

Sono aperte le prove di formazione del nuovo centro della politica italiana. Ha iniziato Gianfranco Rotondi con l’incontro del 26 Novembre a Roma di “Verde è popolare”; un tentativo di mettere insieme l’area ex Dc guidata dall’amico campano con almeno una parte dei Verdi, sotto il segno dell’ambientalismo ispirato dall’enciclica di Papa Francesco, Laudato Si’. Trattasi dell’annuncio di un nuovo movimento-partito che si pone l’obiettivo di preparare una lista bianco-verde per le prossime elezioni politiche. Seguirà il 3 Dicembre l’ennesima assemblea dell’UDC di Cesa col suo trio, sempre fermo nel ruolo subalterno al centro destra a dominanza leghista. Il 4 Dicembre, poi, sarà la volta dell’Assemblea nazionale costituente di “Noi di Centro” indetta da Clemente Mastella, tentativo che seguirò con particolare attenzione, se, come mi auguro, rappresenterà lo strumento in grado di favorire il processo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale verso un centro più ampio, allargato alle componenti liberali e riformiste socialiste e repubblicane. Infine, il consiglio nazionale della Dc guidata da Renato Grassi, convocato il 15 Dicembre per decidere la data del XX Congresso nazionale del partito.

 

Considero positivamente ogni iniziativa finalizzata al superamento della diaspora Dc che ha caratterizzato i quasi trent’anni che ci separano dalla fine politica della Democrazia Cristiana (1993), sia che intenda rilanciare politicamente il partito “mai giuridicamente sciolto”, sia e ancor di più, se intende allargare l’area di centro che considero essenziale per il sistema politico italiano. Legge elettorale da un lato e necessità di dare finalmente adeguata rappresentanza politica al terzo stato produttivo e ai ceti popolari, sono le pre-condizioni da cui si dovrebbe partire anche da parte di chi formula superficiali sentenze sui diversi tentativi sin qui compiuti, come quelli della Federazione Popolare dei Dc guidata da Giuseppe Gargani, messi in crisi miseramente dal permanente gioco di ostruzione condotto dal trio dell’UDc, dalle elezioni europee alle ultime amministrative d’autunno.

 

Guai se, come qualcuno giustamente paventa, le diverse scadenze programmate dovessero servire come miseri espedienti, già sperimentati negli anni, per garantire semplicemente a qualche amico una personale candidatura alle prossime elezioni politiche. Non servirebbero né al progetto di ricomposizione politica dei Dc e Popolari, né, soprattutto, a dare risposta alla disaffezione che sta tenendo lontana dal voto la maggioranza degli italiani. Il tema della disaffezione dal voto rappresenta inequivocabilmente la crisi del sistema politico italiano. Un sistema che vede da molti anni succedersi alla guida dei governi personalità tecniche o improvvisati politici senza elezione parlamentare e il continuo scivolamento della repubblica parlamentare verso forme più o meno palesi di Repubblica Presidenziale o, come avviene, pressoché quotidianamente da diverso tempo, una via di mezzo al limite del dettato costituzionale.

 

Lo stesso dibattito su Draghi a Palazzo Chigi o al Quirinale (questa seconda ipotesi intesa – vedi Giorgetti – come garanzia di una guida dal Colle più alto, de facto di tipo presidenziale, anche senza il mutamento della norma costituzionale) è espressione della confusione che regna sovrana, tipica di un sistema politico istituzionale in crisi. Una crisi che è conseguenza di quella dei partiti, ridotti a meri comitati elettorali al servizio dei capi di turno, o, addirittura, eterodiretti, catalizzatori di “nominati” fisiologicamente indotti al trasformismo politico e parlamentare che è la condizione permanente di questa triste fase della nostra Repubblica. Convinto come sono che serva ricomporre una grande forza di centro democratica, popolare, liberale, riformista socialista e repubblicana, mi auguro che alla fine, da tutte le diverse assise di area annunciate, emerga netta questa determinazione, considerato anche che tale formula sarebbe efficace ed efficiente tanto nel caso in cui il Parlamento dei nominati decidesse di conservare il sistema elettorale maggioritario attuale, che nel caso sia approvata una legge elettorale proporzionale alla tedesca, con le preferenze, come da sempre auspicato.

 

A Venezia, nei prossimi giorni discuteremo di questo progetto con gli amici socialisti, liberali e repubblicani, per lanciare anche dalla città lagunare il progetto di un nuovo centro alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della proprio identità. Un centro pronto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana.

 

 

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it)

Nuova Global. Nuove vie di unità in un mondo diviso. Una iniziativa di Città Nuova.

 

Nasce la “Nuova global foundation”, una piattaforma che mette in rete le edizioni di Città Nuova nel mondo. Primo appuntamento il 30 novembre prossimo.

 

Redazione

 

Un progetto che ha una pianificazione di 5 anni e 4 obiettivi. Così Stanislav Lencz, che ne è direttore, descrive lo scopo dell’iniziativa Nuova Global: rafforzare le Città Nuova a livello locale, costruire una rete globale, lanciare una nuova piattaforma mediatica per i leader e creare una fondazione. https://youtu.be/mw-sT6JbB8I.

 

Oggi, martedì 30 novembre, questo progetto segna una tappa importante di avvio: la Unity Conference 2021, dal tema Innovate New Ways for Inclusion in a Divided World. Metterà in luce le questioni relative alla costruzione di economie più resilienti e inclusive, con interventi sugli investimenti a impatto sociale e sull’impatto dei cambiamenti climatici, tra gli altri.

 

La conferenza segna anche il lancio ufficiale della Nuova Global Foundation e punta a suscitare interesse da parte dei media e degli imprenditori da più di 21 Paesi in tutto il mondo. L’evento, in programma dalle 13.00 alle 15.00, prevede la partecipazione online e dal vivo al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo (Roma). Interverranno Margaret Karram e Jesús Morán, presidente e co-presidente del Movimento dei Focolari; il rev. Kyoichi Sugino e Réka Szemerkényi, economista, membri del consiglio di amministrazione della Nuova Global Foundation; Richard B. Tantoco, presidente e Ceo dell’Energy Development Corporation; Olayemi Wonuola Keri, Ceo di Heckerbella Limited.

 

La Nuova Global Foundation è una piattaforma di recente costituzione che collega la rete globale di riviste e case editrici di Città Nuova. Ha lo scopo di sostenere lo sviluppo dei media per diffondere l’ideale della fraternità universale e di un mondo unito e farlo diventare realtà ispirando milioni di persone. Serve come piattaforma che sostiene lo sviluppo di organizzazioni mediatiche e progetti giornalistici che fanno emergere sfide e soluzioni globali per il bene comune e per uno sviluppo umano.

 

Per informazioni sull’agenda dell’evento e per registrarsi gratuitamente accedere a: https://nuovaglobal.org/unity-conference/

55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2021. Un appuntamento destinato anche quest’anno a lasciare il segno.

 

 

Attraverso il Censis Giuseppe De Rita ha descritto anno per anno i cambiamenti del Paese. Oggi il fondatore resta in disparte, ma non per questo il timbro della ricerca, sempre condotta sul filo del rigore e della fantasia, può dirsi meno efficace.

Mancano pochi giorni al tradizionale evento del Censis. Il Rapporto si annuncia foriero di novità e ricco di suggestioni, considerata la forza di una ripresa “a scacchi”, che mette in evidenza la vitalità e insieme le contraddizioni del Paese. La presentazione, a cura di Massimiliano Valeri (direttore generale) e Giorgio De Rita (Segretario Generale), si terrà venerdì prossimo in straming. L’attesa, anche stavolta, rimane alta.

Giunto alla 55ª edizione, il Rapporto Censis prosegue l’analisi e l’interpretazione dei più significativi fenomeni socio-economici del Paese, individuando i reali processi di trasformazione della società italiana. Su questi temi si soffermano le «Considerazioni generali» che introducono il Rapporto.

Nella seconda parte, «La società italiana al 2021», vengono affrontati i processi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.

Cos’è il Censis

Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, è un istituto di ricerca socio-economica fondato nel 1964.

A partire dal 1973 è diventato una Fondazione riconosciuta con Dpr n. 712 dell’11 ottobre 1973.

Il Censis svolge da oltre cinquant’anni una costante e articolata attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica in campo socio-economico. Tale attività si è sviluppata nel corso degli anni attraverso la realizzazione di studi sul sociale, l’economia e l’evoluzione territoriale, programmi d’intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.

Il lavoro di ricerca viene svolto prevalentemente attraverso incarichi da parte di ministeri, amministrazioni regionali, comunali, camere di commercio, associazioni imprenditoriali e professionali, istituti di credito, aziende private, gestori di reti, organismi internazionali, nonché nell’ambito dei programmi dell’Unione europea. L’annuale «Rapporto sulla situazione sociale del Paese», redatto dal Censis sin dal 1967, viene considerato il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana.

 

Venerdì, 3 dicembre 2021, ore 10:00 – Segui la diretta streaming

https://youtu.be/NuCem5ggAl0

Fioroni a Letta, ‘maldestre alleanze locali rovinano l’idea di un vero rinnovamento democratico”. Di nuovo…Moro vs Scelba?

 

L’ex Ministro Fioroni, interprete del filone demo-popolare della Pd, s’interroga in questa lettera aperta a Enrico Letta (ieri pubblicata sul “Corriere di Viterbo” e qui riprodotta integralmente per gentile concessione dell’autore) sullo strano connubio – non solo a Viterbo – tra Democratici e Berlusconiani. Sembra una tendenza che mira a verificare la plausibilità e la consistenza nelle realtà amministrative locali, specie in occasione delle imminenti elezioni provinciali, di un’alleanza (Pd-FI) definibile facilmente e non a caso come “innaturale”.

Fioroni, del resto, cita la forte replica di Moro a Scelba, nel congresso Dc di Napoli (1962), in opposizione alla tesi circa la verifica per esperimenti locali della praticabilità del nascente centro-sinistra. Moro, giustamente, esigeva e otteneva la primazia del disegno politico organico e strategico, da non distorce attraverso causali e sempre “a rischio” operazioni municipali.

Ora, con il suo distrarsi, Letta pare acconciarsi alla restaurazione di un metodo alla Scelba forse, appunto, per saggiare il terreno in vista di un’evoluzione dei rapporti politici e quindi delle alleanze, per altro ancora incerta e nebulosa (red.).

 

Giuseppe Fioroni

 

Caro Enrico, vorrei attirare la tua attenzione sul rischio di inciampare lungo il sentiero degli imminenti rinnovi dei Presidenti e dei consigli provinciali. Se ci facciamo prendere dall’attivismo combinatorio, confondendolo con la sana e autentica strategia delle alleanze, potremmo andare incontro a forti delusioni.

 

Le ultime elezioni regionali e comunali hanno dato un esito abbastanza soddisfacente per il Pd, vista l’affermazione, in molti casi, delle sue liste e dei suoi candidati. Ne ha tratto indubbiamente beneficio l’intero centro-sinistra, malgrado venga esso percepito in questa fase come un aggregato ancora informe. Bisogna cogliere i segnali di cambiamento, interpretandoli correttamente e usandoli saggiamente, a prescindere dalle convenienze reali o apparenti che le circostanze suggeriscono. Nella responsabilità di un grande partito non prevale l’effimero e il contingente, ma l’indirizzo dotato di coerenza.

 

A Viterbo, per esempio, si annuncia la sperimentazione di un’alleanza a dir poco pasticciata, per di più gestita sottobanco, con il Pd che rinuncia al suo candidato alla guida della Provincia per “coprire” un disegno da cui trae vantaggio un centro-destra felicemente lanciato verso una vittoria a tavolino. Sembra di capire che nelle intenzioni dei vari interlocutori – e tra questi anche i rappresentanti dei 5 Stelle – ci sia un obiettivo ambizioso, quello cioè del possibile rimescolamento di carte, in particolare tra progressisti e moderati, sull’onda dell’immancabile appello alla solidarietà nel frangente più delicato della nostra vita politica nazionale e locale. Tale nobiltà d’intenti si scontra però con l’evidenza di un approccio tattico che esonda dal sano pragmatismo e finisce, vuoi o non vuoi, nell’abituale prassi trasformistica della vecchia Italietta…di provincia.

 

Dietro i buoni propositi fa capolino una strana combinazione di interessi, sì legittimi, ma che permette al gruppo dirigente di Forza Italia di devitalizzare, per adesso, le sue contraddizioni. Viterbo è un caso isolato? A me risulta di no, anzi fa parte, se posso esprimere un sospetto, della plateale tendenza al travisamento di ciò che dovrebbe rappresentare sui territori la genuina volontà di apertura del centro-sinistra. Non si comincia dal basso, qualunque sia la retorica che ne accompagna il facile richiamo: in realtà, si deve cominciare dall’alto. Aveva ragione Moro quando opponeva il suo netto rifiuto alle pressioni di Scelba per sottoporre, in via preventiva, al vaglio di sperimentazioni locali la storica prospettiva d’accordo tra cattolici e socialisti. Quanto più era seria e impegnativa l’opzione dì centro-sinistra, tanto più s’imponeva, nella visione morotea, l’esigenza di una profonda condivisione di valori e programmi nella logica dì un’alleanza a carattere strategico, per garantire la sostenibilità dì lunga durata del progetto politico.

 

Se si vuole davvero cambiare registro, per spostare in avanti gli equilibri e produrre la ricerca di nuove aggregazioni, quel che conta è il percorso da identificare con chiarezza e onestà d’intenti, senza la dubbia cosmetica di avventure caso per caso, lontano dal controllo della pubblica opinione. La lezione dì Moro ci deve guidare nel comprendere che le accelerazioni e le scorciatoie sono destinate a confondere le idee, minando la credibilità di un rinnovamento, tanto evocato quanto bistrattato, della democrazia del nostro Paese.

Culture riformatrici e “federazione” politica. L’opinione di Merlo.

 

In un contesto ancora fortemente caratterizzato dalle scorie del populismo grillino, lunica strada realisticamente percorribile resta quella di legare lattualità e la modernità di una cultura politica – nel caso specifico del cattolicesimo popolare e sociale – in un contenitore più largo e pluralistico. Quello che comunemente viene definito come una federazione” o un soggetto politico plurale”.

Giorgio Merlo

L’avvento del populismo, che purtroppo non è ancora arrivato al suo capolinea politico ed elettorale, ha contribuito a radere al suolo ogni seppur lontana reminiscenza di cultura politica nel nostro paese. Oltre ad aver distrutto i partiti, azzerato la competenza, archiviato la qualità della classe dirigente e liquidato la politica ha dato un colpo di grazia anche alle cosiddette “culture politiche”. Cioè a quelle tradizioni ideali, culturali, etiche e progettuali che hanno rappresentato il faro che illuminava e stimolava il confronto politico tra i vari partiti per molti decenni. Oltre ad essere l’unico motore capace di far vivere la politica nella pubblica opinione.

L’irruzione del populismo nelle sue diverse versioni, dal “vaffa day” alla rottamazione, dalla fedeltà dogmatica nei confronti del “capo” o del ”guru” alla rincorsa spasmodica ed ossessiva dei sondaggi, ha di fatto distrutto la politica, i partiti e, soprattutto, le culture politiche. È del tutto evidente che le conversioni improvvise, misteriose e collettive del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, è comica se non addirittura grottesca. Perchè populisti erano e populisti rimangono. Gli unici cambiamenti sono dettati, come tutti sanno, dalle convenienze del momento – nel caso specifico dalla rendita di posizione di restare in Parlamento e al potere ancora per qualche tempo – ma nulla c’entrano con la politica, i programmi, la prospettiva politica o, giammai, i riferimenti ideali.

Ma, al di là delle vicenda politica legata ai 5 stelle – che interessa prevalentemente se non quasi esclusivamente chi risiede nelle istituzioni locali e nazionali di quel partito – quello che ci deve interessare è, semmai, come si possano riscoprire e rilanciare nel dibattito politico contemporaneo le culture politiche per trasformarle, possibilmente, in azione politica concreta. E su questo versante, purtroppo, non possiamo esimerci da una considerazione di fondo. Ovvero, non c’è più una corrispondenza diretta tra la singola cultura politica che alimenta e vivifica una singola formazione politica. E questo non solo perchè i “partiti personali” che ormai dominano in modo incontrastato la politica italiana hanno azzerato qualsiasi forma di riferimento ideale ma per la semplice ragione che le culture politiche sono diventate progressivamente oggetto di dibattito storico ed accademico. Cioè legate quasi esclusivamente ai ricordi di un passato improponibile o legato, appunto, all’arricchimento degli archivi storici.

Ecco perchè, in un contesto del genere ancora fortemente caratterizzato dalle scorie del populismo griullino, l’unica strada realisticamente percorribile resta quella di legare l’attualità e la modernità di una cultura politica – nel caso specifico del cattolicesimo popolare e sociale – in un contenitore più largo e pluralistico. Quello che comunemente viene definito come una “federazione” o un soggetto politico “plurale”. E questo anche perchè i partiti fortemente identitari difficilmente sono riusciti a far breccia. La conferma arriva dalle centinaia di tentativi fatti in questi ultimi anni e tutti puntualmente falliti. Sia sotto il profilo politico che sul versante elettorale. E l’unica via d’uscita resta, appunto, quella di saper legare in un progetto virtuoso e credibile una ricca e moderna eredità culturale con altre tradizioni ideali. Riformiste, democratiche e costituzionali. Spezzando, definitivamente, quella degenerazione del partito personale e del dogma della personalizzazione della politica che hanno contribuito in modo potente a ridurre la politica alla sola simpatia e popolarità del suo capo. Cadute queste, tutto il castello precipita.

E, quindi, è proprio su questo versante che si può tentare di iniziare ad invertire progressivamente la rotta. Cioè a restituire alla politica quel ruolo e quella funzione che le spetta. Cercando, come si è fatto nelle migliori stagioni politiche e storiche del nostro paese, di legare ogni scelta e ogni progetto politico ad un riferimento culturale ed ideale. Passa da questa strettoia la fuoriuscita dalla subcultura populista di marca grillina. Perchè dopo il freddo glaciale e l’inverno non può che arrivare, salvo sorprese imprevedibili, la primavera.

Ucraina, un test complicato e decisivo. Putin mostra i muscoli e parla di “crisi irreversibile” dell’Occidente. Che fare?

 

L’Ucraina è per la Russia un luogo della propria storia ed in effetti sono molti gli ucraini che ancor oggi parlano meglio il russo che l’ucraino.  Ma al di là di questi aspetti, la verità è che Putin ha ormai da anni evidenziato quelle che sono le sue linee rosse”: nessuno degli Stati sorti dalla disgregazione dell’URSS può aderire all’Alleanza Atlantica né entrare nell’Unione Europea.

 

 

Enrico Farinone

 

E’ dal 2014 che il conflitto a bassa intensità fra Ucraina e Russia si accende ad intermittenza, generando ogni volta fortissime preoccupazioni presso le Cancellerie europee e la Segreteria di Stato americana. Ma nell’anno che va a concludersi l’allarme è divenuto arancione se non proprio rosso per ben due volte, l’ultima un paio di settimane fa con la movimentazione di truppe russe ai confini con l’Ucraina orientale, quel Donbass costituito dalle due regioni russofone di Donetsk e Lugansk che, autoproclamando la propria indipendenza aveva di fatto avviato il conflitto interno fra separatisti filorussi sostenuti da Mosca (che annesse contestualmente la Crimea) e governo ucraino. Un conflitto che ha comportato ad oggi 14.000 morti e un milione e mezzo di sfollati.

 

La scorsa primavera il Cremlino aveva raggruppato un numero considerevole di uomini e di mezzi corazzati a poche decine di chilometri dal confine ucraino e in tutta risposta Kiev aveva rafforzato i propri contingenti militari lungo le linee di confine orientali e anche lungo quelle meridionali con la Crimea. E il presidente Volodimir Zelenskij aveva rinnovato con forza alla NATO la richiesta di accettare e velocizzare l’adesione del suo Paese. Esattamente quello che Mosca non può tollerare.

 

L’Ucraina è per la Russia un luogo della propria storia ed in effetti sono molti gli ucraini che ancor oggi parlano meglio il russo che l’ucraino (in realtà assai simile al primo), anche se il Ministero dell’Istruzione di Kiev ha avviato un piano per diversificare quanto più possibile le due lingue favorendo in ogni modo l’utilizzo di quella nazionale.  Ma al di là di questi aspetti, la verità è che Putin con grande determinazione ha ormai da anni evidenziato quelle che sono le sue “linee rosse”: nessuno degli Stati sorti dalla disgregazione dell’URSS può aderire all’Alleanza Atlantica né entrare nell’Unione Europea. I tre Paesi baltici da questo punto di vista bastano e avanzano.

 

Il messaggio recapitato nel tempo a Washington e a Bruxelles è chiaro, e periodicamente ricordato anche con queste manovre militari ai confini. Ciò vale per l’Ucraina e anche per la Georgia, come pure si è visto qualche tempo fa. Anche per queste ragioni i Protocolli di Minsk, siglati dal c.d. “Quartetto Normandia” (Russia, Ucraina, Germania, Francia) per sancire la pace sul territorio ucraino non sono stati mai attuati. “Un’autentica sovranità ucraina può esistere soltanto in sodalizio con la Russia”, ha declamato con durezza Putin in un suo scritto la scorsa estate: un monito che assomiglia molto ad un avvertimento, se non ad una vera e propria minaccia.

 

Ed è infatti ciò che temono al quartier generale NATO, dove si ritiene necessario rispondere ad ogni esercitazione militare russa dal tono provocatorio con analoga e maggiore contro-esercitazione dell’Alleanza nei territori interessati. L’adesione dell’Ucraina alla NATO invece potrebbe causare una reazione russa assai grave. Da qui la prudenza estrema in argomento da parte degli alleati atlantici.

 

Resta pertanto difficile valutare, per gli occidentali, quale sia il comportamento migliore: perché se da un lato si teme il gioco pesante di Putin, dall’altro non si vorrebbe mostrare paura a fronte dell’assertività aggressiva che si intravede in controluce (e non solo) nelle mosse del Cremlino, su ogni dossier: dalla Bielorussia all’Ucraina, alla Georgia. Per non parlare della Libia. Come se la necessità vitale per l’Europa del gas russo e la debolezza dimostrata in Afghanistan dall’America di Biden rappresentassero per il capo del Cremlino la cartina di tornasole di quello che è il suo pensiero di fondo: che l’Occidente è ormai entrato in una crisi irreversibile. Da sfruttare.

Per una nuova cultura dei diritti. Editoriale di “Comunità di connessioni”.

 

Un dibattito andato a male – Lo scontro consumatosi appena poche settimane fa sulla proposta di legge ormai universalmente conosciuta come ddl Zan” (dal nome del suo presentatore) lascia una ennesima, profonda ferita nel dibattito che da decenni si trascina nel Paese fra cattolici e non credenti intorno al tema dei cosiddetti diritti civili”.

Giulio Stolfi

Un confronto male impostato e peggio sviluppato ha visto l’interferenza di ambiguità e tatticismi, rivelatisi decisivi per l’esito parlamentare del testo, poiché gli hanno procurato un “affossamento” che non è conseguito ad una approfondita ed esaustiva sedimentazione della problematica nella coscienza collettiva, come sarebbe stato invece auspicabile.

La “sconfitta” del ddl, percepita come dovuta all’azione ostruzionistica e reazionaria di minoranze organizzate ed (indebitamente) influenti, non mette quindi capo ad un punto di equilibrio, bensì crea una faglia davanti alla quale, anche chi vedeva con preoccupazione la possibile introduzione nell’ordinamento delle disposizioni recate dal disegno Zan, dovrebbe avere ben poco da festeggiare. Risuona indebolita leco di argomenti che pure avrebbero meritato diversa condivisione, quale quello sulla scarsa tenuta del testo al vaglio di imprescindibili cardini del sistema penale (in particolare, avendo riguardo al principio di tassatività), così come di regole elementari dello Stato di diritto (l’anticipazione della tutela penale non può spingersi fino alla repressione di un semplice pensiero, e ciò a prescindere perfino dalla tutela della libertà di pensiero, che è, a ben guardare, altra e più sostanziosa cosa: cogitationis poenam nemo patitur).

Lo scopo di queste righe non è, però, quello di ricapitolare le ragioni pro o contra ddl Zan, né tantomeno quello di tentare di distillarne altre. La riflessione che va condotta è quella, oltre il merito del singolo (non-) provvedimento, sul contesto che continua a generare, come si è detto prima, una discussione perpetuamente inceppata. Deve essere detto molto chiaramente, allo stesso modo, che non può farsi questione di vaghi auspici al “dialogo” facendone carico integrale a due “parti” che muovono, su questo punto, da assunti di contenuto basati su presupposti affatto inconciliabili.

Due culture dei diritti inconciliabili. O no? – Si fronteggiano, infatti, due culture dei diritti la cui legittimazione e la cui impalcatura di merito conseguono a snodi fondamentali in mutua opposizione. Opposizione talmente forte che l’una parte spesso fatica perfino a riconoscere all’altra che, per l’appunto, essa esprime comunque una cultura dei diritti e non solo una, consapevole o meno, istanza negatoria (in un caso) o distruttiva (nell’altro). La visione tradizionale, radicata nel pensiero della Chiesa, si pone allascolto e alla contemplazione di un ordine che, per il suo essere reale”, conoscibile con la retta ragione ed esterno al soggetto conoscente, non è per questo mero insieme di vincoli estrinseci, ma, al contrario, movimento vivo, tendente alla pienezza universale, che sola si raggiunge nel Cristo (punto Omega” di una Evoluzione, per dirla con Teilhard de Chardin). Si tratta di un movimento del quale ogni persona (unità, anzi singolarità, costitutivamente in relazione con le altre) partecipa attivamente, nella costruzione di “legami di vita buona”, e non è inserita quale semplice destinataria di obblighi[1].

Anche la legge umana deve, quindi, essere innanzitutto momento con valenza ordinativa, non comando, e quindi non primariamente atto di volontà, imposizione (ossia sempre, in radice, esercizio di violenza), ma strumento di costruzione del bene comune e, insieme, di affermazione della libertà individuale. Il risvolto di questa concezione, naturalmente, è che il parametro ultimo di validità della legge positiva, e quindi anche di quella che attribuisce posizioni di vantaggio ai singoli, è la sua conformità a quest’Ordine. La cultura dei diritti della Tradizione della Chiesa è, pertanto, profondamente realista: non pretende di tracciare un catalogo “chiuso”, ma richiede un esercizio permanente di presidio di un punto di convergenza. In questo senso, l’azione del potere pubblico nel disegnare e attribuire posizioni di vantaggio ai singoli può essere vasta, ma è limitata, sia pur in modo mobile, dalla irriducibile esigenza che questa attribuzione non sconfini mai in un atto anti-umano, perché lesivo di una dignità intoccabile.

Non si tratta, quindi, di negare istanze di protezione, quanto piuttosto di vigilare perché lazione dello Stato non si risolva in atti anti-umani, che si qualificano per tali poiché portano il marchio della violenza, innanzitutto sulla libera coscienza (es.: limposizione di modelli educativi e culturali, per quanto essi si qualifichino come progressivi”, in questottica è sempre atto in sé “regressivo”). Per chi scrive è l’autentica “cultura dei diritti cattolica”. La dogmatica, spesso ancora frettolosamente invocata da molti, dei “valori non negoziabili” sottende, al contrario, un’ambiguità di fondo, che rivela tracce di genealogie che, con l’antico e solido realismo che si è sommariamente abbozzato fin qui, hanno poco a che vedere. Esse, infatti, prescindono proprio dal postulato fondamentale della evidenza dell’Ordine: si parte, invece, dal riconoscimento del solo lume individuale, approdando, tramite l’interposizione dello Stato, a forme di normativismo tutte fondate in un’astrazione di qualche tipo e di necessità risolte in cataloghi chiusi di posizioni soggettive, che disegnano i confini del rapporto fra individuo e detentore della potestà politica.

Se si procede da questa prospettiva, che è poi la stessa della concezione dei diritti liberale, laica, moderna, diventa davvero difficile fermare la dinamica espansiva che conduce alla “scoperta” di sempre nuovi diritti. In questo senso, lespansione indeterminata delle posizioni soggettive di vantaggio altro non è che un portato inevitabile del procedere della ragione umana lungo una traiettoria lineare. Il senso della linea è nel suo procedere in avanti, indefinitamente, verso la non-compressa affermazione del diritto di avere diritti” (oggetto di uno degli ultimi saggi di Stefano Rodotà, convinto assertore di una dinamica espansiva quale quella appena tratteggiata). Per chi voglia preservare un catalogo contenutisticamente presidiabile, ossia “chiuso”, non in progressiva espansione, di diritti fondamentali, senza tuttavia rinunciare a una fondazione degli stessi puramente giusrazionalista, la strada diventa, come si capisce, stretta. In altre parole, se si vuol essere “conservatori” pur restando “moderni”, non rimane quasi altra scelta che quella di arroccarsi su un innatismo aprioristico, originalista. Un esito che appare, francamente, molto poco auspicabile o difendibile[2].

In campo laico” e progressista” certe operazioni, ovviamente, sono del tutto superflue. Consegue quindi alla scelta fondamentale post-illuminista di espandere allinfinito il riconoscimento dei diritti una proliferazione non problematica, perché letta come un perenne progresso, di nuove formulazioni positive che attribuiscono posizioni di vantaggio ai singoli. Si tratta di una logica in sé coerente, ma non per questo aliena da due ordini di rischi. Li si può schematizzare molto brevemente, a costo di una (necessaria) semplificazione:

  • da un lato, proprio perché la giuridicità moderna si risolve in giuridicità positiva, ogni concezione fondata in una visione razionalista di tipo moderno dei diritti vede la “giuridificazione” positiva come approdo necessario di ogni istanza di protezione o di attribuzione di posizioni soggettive di vantaggio. Ciò però conduce ad una sovrapposizione di piani: non c’è “pieno” diritto finché non c’è norma, ma, quindi, questo equivale ad ammettere che la positivizzazione finisce anche col fondare il diritto, non solo col riconoscerlo”. Pertanto, e specularmente, si deve ammettere che dovunque vi sia una formulazione positiva vi è un “vero” diritto, e quindi la volontà “procedurale” dello stato legislatore è paradigma ultimo non solo della giuridicità, ma, in ultima analisi, anche dell’esistenza dei diritti. Tracce di questo – pericolosissimo – cortocircuito logico si trovano in varie pronunce delle corti sovranazionali, specie della CEDU (ad es., in materia di trascrizione dei matrimoni fra persone dello stesso sesso).

Continua a leggere

https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/per-una-nuova-cultura-dei-diritti/

I sogni diventano realtà quando sono condivisi. Messaggio del Card. Parolin per le Settimane Sociali di Francia

 

Non bisogna aver paura di sognare, perché se i sogni vengono condivisi possono diventare realtà. In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il Papa si rivolge ai partecipanti al 95° incontro delle Settimane sociali di Francia che si tiene a Versailles e online da ieri, 26 novembre, fino a domenica 28 incoraggiandoli a lavorare per «formulare le piste di speranza di cui il mondo ha tanto bisogno». Pubblichiamo di seguito una traduzione dal francese del testo, così come riportata sull’Osservatore Romano di oggi 27 novembre 2021.

Card. Pietro Parolin

 

Signora Dominique Quinio,

Mentre inaugurate oggi il vostro incontro annuale 2021 delle Settimane Sociali, Sua Santità Papa Francesco è lieto di unirsi con il pensiero e con la preghiera a lei, così come a tutti coloro che parteciperanno alle riflessioni e ai dibattiti che si svolgeranno nei prossimi tre giorni.

Quest’anno avete scelto il tema: «Osiamo sognare il futuro. Prendersi cura degli uomini e della terra». A volte si rimprovera ai sognatori di non affrontare lo spessore del reale, ed è in effetti un rischio dal quale bisogna guardarsi.

Ma non dobbiamo aver paura di sognare, soprattutto se questo sogno è condiviso e nutrito insieme. Come l’esprimeva così bene dom Helder Camara, «quando si sogna da soli non è che un sogno; ma quando si sogna in tanti, è l’inizio di una nuova realtà». Permettetemi dunque di condividere con voi i sogni che il Santo Padre ha espresso nella sua esortazione apostolica Querida Amazonia, e che si applicano altrettanto bene al contesto del vostro incontro annuale. Noi dobbiamo sognare una società che «lotti per i diritti dei più poveri… dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa»; sognare una società «che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana»; sognare una società che «custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste» (n. 7); sognare infine una società che accolga il messaggio evangelico, ossia «l’annuncio di un Dio che ama infinitamente ogni essere umano, che ha manifestato pienamente questo amore in Cristo crocifisso per noi e risorto nella nostra vita» (n. 64). Questi sogni potranno divenire realtà solo se saranno condivisi. Pertanto il Santo Padre si rallegra degli scambi che vivrete in questi giorni, poiché essi sono parte di quella “cultura dell’incontro” che lui auspica vivamente.

La pandemia ha, in qualche modo, accelerato la presa di coscienza che i nostri stili di vita devono cambiare. È urgente pensare un futuro che invogli, che faccia vivere la speranza. Come cristiani è questa virtù così bella della speranza che possiamo offrire al mondo in questi tempi determinanti per il futuro. Essa è «una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito verso cose grandi, come la verità, la bontà e la bellezza, la giustizia e l’amore. […] La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa» (Fratelli tutti, n. 55).

Il Santo Padre chiede al Signore di aprire i vostri cuori, di illuminare le vostre menti e d’ispirare i vostri scambi, affinché possano formulare le piste di speranza di cui il mondo ha tanto bisogno; che i vostri lavori sostengano, difendano e promuovano la cura del creato, delle persone più fragili, e lo sviluppo integrale di ognuno, anche nella sua fondamentale dimensione spirituale. Papa Francesco affida la fecondità del vostro incontro annuale all’intercessione della Vergine Maria e imparte a lei, signora Presidente, così come a tutti i partecipanti, la sua Benedizione e l’assicurazione della sua preghiera.

Stato d’emergenza e lavoratori fragili: decidere prima, non dopo.

 

Avvicinandosi la scadenza dello stato di emergenza si ripropone la questione delle tutele normative dei lavoratori fragili. Sarebbe il caso di evitare le rincorse del passato, è bene cominciare a parlarne per tempo per evitare dimenticanze o decisioni all’ultimo minuto.

 

Francesco Provinciali 

 

Di tutti i provvedimenti assunti dal Consiglio dei Ministri del 24 novembre e illustrati nella Conferenza stampa dal Presidente Draghi e dai Ministri Gelmini e Speranza è stato dato ampio resoconto da giornali e TV. Forse l’informazione poteva essere più accurata e chiara, soprattutto comprensibile: scienza e politica nei due anni della pandemia raramente hanno trovato una sintesi unificante che permettesse di parlare come si mangia. Sui modi e sui tempi delle comunicazioni e delle informazioni (due parole che non hanno lo stesso significato) ci sono sempre state ulteriorità e cascami da puntualizzare. Già ai tempi dei DPCM di Conte tutto era estremamente burocratizzato, contorto, parcellizzato ma non sempre comprensibile. Anche adesso parlare di green pass base e super green pass assomiglia più ad un linguaggio commerciale, ad una distinzione lessicale variamente interpretabile e cangiante che ad un profilo certo di tipo medico- normativo-prescrittivo-istituzionale.

Sempre troppi distinguo, rimandi, particolarità di situazioni specifiche che- per quanto tentino di abbracciare la molteplicità dei comportamenti da regolamentare- non completano e non saturano la totalità delle situazioni e delle evenienze. C’è sempre un punto che rimane non definito, una prassi che ammette deroghe, si promettono sanzioni in caso di irregolarità accertate ma l’impressione è che prepotenti, negazionisti e frequentatori dei rave party restino più facilmente impuniti e che siano anziani, singoli cittadini, vittime della burocrazia a pagare il conto di infrazioni minime e di peccati veniali.

 

Il senso dell’impostazione del provvedimento nel suo complesso è stato ad onor del vero univoco e mirato: ridurre le occasioni di trasmissione del contagio e spingere verso la vaccinazione più ampia possibile, riducendo gli spazi di evasione e diniego dei no vax, responsabilizzando al senso civico e al perseguimento del bene comune. L’esperienza insegna che la prevenzione riduce i contagi, i ricoveri e gli intubati: purtroppo in piena quarta ondata gli ospedali vedono assottigliarsi i posti letto disponibili: la cocciutaggine colpevole dei negazionisti produce danni e costi alla collettività. Al quarto ritorno dell’ennesima variante e con alcuni Paesi (specie in Europa) in lockdown ci si rende conto che l’obbligatorietà da subito del vaccino avrebbe salvato molte vite umane, con preveggenza e buon senso.
Poi ci sono decisioni a termine: le zone, i colori, le restrizioni sempre suscettibili di modifiche, le regioni che possono o vogliono legiferare in deroga, c’è un decorso fisiologico che va controllato ma non si può rimandare proprio tutto e assumere provvedimenti in continua revisione. Della scadenza dello stato di emergenza non se ne è parlato: in una situazione che marcia verso una conferma piena di tutti gli elementi che costituiscono una situazione emergenziale ci si attendeva qualcosa di più. E’ vero che scadono a gennaio i due anni dal primo provvedimento Conte ma intanto si può cominciare a preparare un decreto legge che preveda una legge-proroga; tutti i dati concorrono nel prevedere una fase apicale dei contagi, come accaduto in passato. Allora non si possono ripetere le rincorse a ritroso delle occasioni precedenti: decidere la proroga dello stato di emergenza all’ultimo minuto o peggio oltre la scadenza, può portare solo confusione e scompigli, incomprensioni e incertezze.

Per tre volte la situazione dei lavoratori fragili è stata legata al rinnovo dello stato di emergenza ma anche in presenza di questo, eventuali decisioni sono state prese solo successivamente, magari con effetto retroattivo, il che ha creato ansie e disparità di trattamento. Ci si aspetterebbe più decisionismo e coraggio: non si può decidere fuori tempo massimo affidando i provvedimenti e le scelte alla burocrazia degli apparati decentrati, ai datori di lavoro. Se i segnali vanno in direzione di un incremento esponenziale dei contagi, dei ricoveri e dei decessi vuol dire che si deve pensare a mettere per tempo sotto tutela le categorie più fragili.

Quella dei lavoratori immunodepressi, invalidi e chemioterapici è forse la più a rischio: non ci si può ridurre a decidere tra Natale e Capodanno. Il passato trascorso tra incertezze, voci dell’ultima ora, conferme e smentite ha sempre seminato panico, insicurezze, timori, sovraesposizioni. Se il trend incrementale continua occorre prevedere per tempo cosa decidere circa la proroga dello stato di emergenza che si traduce in più accorte e circostanziate tutele.

Nelle precedenti occasioni i fragili sono stati messi nella umiliante condizione di elemosinare un atto di ravvedimento: ora che c’è ancora tempo per decidere si decida in tempo utile per evitare che pandemia che non si ferma e fragilità che rimangono tali, procurino disagi e abbandoni ingiustificabili. Stato di emergenza per i fragili significa smart working ed assenza equiparata a ricovero ospedaliero senza computo nel cd. ‘periodo di comporto’. Non si possono rincorrere la Presidenza del Consiglio e i Ministri competenti affinchè siano costretti a rimediare fuori tempo massimo ad una ennesima, possibile dimenticanza.

Una novità storica. Il Trattato del Quirinale è la pietra tombale del sovranismo.

 

Lasse portante degli ultimi trentanni passava da Parigi a Berlino e Roma sembrava essere in subordine rispetto alle altre due capitali europee. La firma del Trattato riequilibra i rapporti in Europa, rilanciando il ruolo dell’Italia.

 

Gianfranco Moretton

 

Pur nella difficoltà che ancora ci colpisce e mette in ginocchio le nostre speranze, con l’aggiunta di questa variante cosiddetta africana, segnate da un crollo generalizzato delle borse internazionali, registriamo un fatto particolarmente interessante avvenuto ieri nelle sedi istituzionali romane. L’accordo siglato da Draghi e Macron, sotto l’egida di Mattarella, mette in luce un accordo storico tra questi due Paesi fondamentali d’Europa.

 

C’è sempre stata una sorta di rivalità tra la Francia e l’Italia, rivalità che risale a secoli addietro e che in qualche modo, ha sempre messo questi due cugini un po’ l’uno in competizione con l’altro. Le firme di ieri (venerdì 26 novembre per chi legge, ndr) hanno messo a tacere quel sotterraneo dissidio, aprendo una porta importantissima nelle relazioni tra le due parti. Tutto questo sempre inscrivibile in una cornice europeista. Si sa che l’asse portante degli ultimi trent’anni passava da Parigi a Berlino e che Roma sembrava essere in subordine rispetto alle altre due capitali europee.

 

C’è sempre stata una sorta di rivalità tra la Francia e l’Italia, rivalità che risale a secoli addietro e che in qualche modo, ha sempre messo questi due cugini un po’ l’uno in competizione con l’altro. Le firme di ieri hanno messo a tacere quel sotterraneo dissidio, aprendo una porta importantissima nelle relazioni tra le due parti. Tutto questo sempre inscrivibile in una cornice europeista. Si sa che l’asse portante degli ultimi trent’anni passava da Parigi a Berlino e che Roma sembrava essere in subordine rispetto alle altre due capitali europee.

 

L’evento di ieri (venerdì…) modifica sostanzialmente gli equilibri precedenti e, possiamo dirlo con certezza, finalmente anche a nostro vantaggio. Senza entrare nei dettagli dell’accordo siglato e di quali opportunità offra tanto a noi quanto agli altri, non sarà compito mio elencarlo in questo momento. Qualsiasi quotidiano farà uno specchietto complessivo del risultato ottenuto il 26 di novembre 2021.

 

Cosa significa questo?

 

Beh, un passo avanti per chi ritiene fondamentale, non solo mantenere i rapporti di buon vicinato con tutti i Paesi europei, ma ancor più intensificarli e irrobustirli per cementare ulteriormente le relazioni all’interno di questo nostro continente.

 

È sostanzialmente una bacchettata sulle dita di chi intenda porre l’accento sempre più sulle politiche sovraniste. Perché gli indirizzi presi ieri testimoniano una linea di condotta volta a ritenere maggiormente  decisivo il rapporto internazionale tra i Paesi europei. Sostanzialmente più s’infittiscono le relazioni politiche, economiche, sociali e culturali tra i Paesi, tanto più ci troveremo garantiti da una sensibilità europea, sensibilità che dovrà fronteggiare sempre più le difficoltà che il futuro ci presenterà in conseguenza delle evoluzioni nei Paesi dell’estremo Oriente del Sud Asiatico e degli Stati Uniti d’America.

 

In un quadro internazionale complesso e caratterizzato da una marcata e non sempre positiva evoluzione,  rafforzare i rapporti con i paesi europei e per noi prima che una necessità, un dovere.

 

Salvini non ha in alcun modo messo il bastone tra le ruote. Indice che anche il suo sovranismo comincia a indebolirsi. Anche la Meloni non ha battuto ciglio. Tutto questo, a mio avviso, dimostra che la strada maestra è ormai tracciata: i Paesi da soli, verrebbero inesorabilmente schiacciati, se intendessero far fronte al futuro rifacendosi solo alle proprie individuali capacità.

 

Resta ancora un quesito a cui non riusciamo, almeno per ora, a rispondere e cioè: la nuova Germania del dopo Merckel che ruolo avrà? Forse, Francia e Italia siglando quell’accordo, hanno inteso spingere il grande Paese del centro Europa a dialogare in modo diverso con la UE.

A cavallo del trojan, la spia informatica. La spigolatura di Treccani-Lingua italiana.

 

Laspetto curioso delluso del termine trojan (privato di horse”) consiste nel fatto che si attribuiscono a un troiano” le subdole caratteristiche del mezzo che, semmai, ingannò proprio i Troiani: il famoso cavallo di Troia, appunto.

 

Marco Brando

 

Cosa ci fa un troiano nel mio computer o nel mio smartphone? Al giorno d’oggi capitano sorprese che neppure il mitico e fantasioso Omero avrebbe potuto immaginare: prima di tutto, perché pc e telefonini ai tempi della guerra di Troia fortunatamente non esistevano, altrimenti dei e oracoli avrebbero avuto meno audience; inoltre gli spazi disponibili in quegli aggeggi sono piuttosto angusti. Eppure da alcuni anni ci capita spesso di leggere o ascoltare cronache giudiziarie in cui si riferisce che un troiano, nascosto in un computer o in un cellulare, ha incastrato qualcuno. È capitato, per esempio, durante le indagini sull’intreccio di interessi non limpidissimi tra politica e magistratura. Il malcapitato “spiato” è stato Luca Palamara, ex pubblico ministero, ex presidente dell’ANM ed ex membro del CSM. Palamara – a sua insaputa, per iniziativa degli investigatori – si è portato in giro l’ospite per un sacco di tempo all’interno dello smartphone, dal 2018 in poi; l’infiltrato ha poi riferito il contenuto di conversazioni telefoniche e di dialoghi avvenuti nei dintorni del telefono.

 

 

Da Ilio agli USA

 

Al di là dei risvolti penali, è interessante indagare su quelli linguistici, in particolare sul modo in cui il troiano sia entrato nel lessico delle cronache giornalistiche. È accaduto più di 3.000 anni dopo la guerra narrata da Omero, in cui si racconta l’assedio di Troia nel XII secolo a.C. (epoca presunta) ad opera di Greci di età micenea, gli Achei. Finora abbiamo usato la traduzione in italiano della parola: in realtà, gli organi di informazione tricolori parlano e scrivono di trojan, insinuati in computer e telefoni, usando la versione inglese. Il termine viene pronunciato così come è scritto, con la “j” trasformata in “i” (lo si può ascoltare intorno al 15° secondo di un video di Report, sulla Rai, datato 14 novembre 2019), mentre la traslitterazione della pronuncia inglese di trojan è ˈtroʊʤən (più o meno, “trodscen”).

 

Comunque anche pochi giorni fa, il 12 novembre 2021, un notizia pubblicata dall’agenzia di stampa Adnkronos era intitolata: “Intercettazioni, il costituzionalista Marini: ‘Anche i giustizialisti temono i trojan, leso il diritto dei cittadini alla segretezza delle comunicazioni’”. Dunque, un trojan (o trojan horse, in italiano “cavallo di Troia”, sebbene horse non sia quasi mai comparso negli organi di informazione italiani) è, nell’ambito della sicurezza informatica, un tipo di malware (altro termine entrato nel gergo informatico nostrano, è la contrazione dell’inglese malicious software, letteralmente ‘software malvagio’). Funziona mentre è nascosto all’interno di un altro programma considerato utile e innocuo: basta far partire quest’ultimo, per attivare anche il trojan, che intercetta attività e conversazioni.

 

Minacce per i computer

 

È difficile stabilire quando questo termine sia stato usato per la prima volta, sebbene il luogo di nascita sembri collocato negli Stati Uniti. Già nel 1971 il primo manuale dedicato a Unix (un sistema operativo per computer) lo ha citato come se tra gli addetti-ai-lavori fosse noto: “Si potrebbero creare cavalli di Troia in grado di utilizzare in modo improprio i file di altri”. Nel 1974 è comparsa un’altra citazione in un rapporto dell’US Air Force sull’analisi della vulnerabilità nei sistemi informatici Multics (Multiplexed Information and Computing Service), sviluppati a partire dal 1964. Poi la parola è diventata celebre tra gli esperti nel 1983, grazie alla menzione di Ken Thompson, pioniere dell’informatica moderna, durante la sua conferenza di accettazione del premio Turing, nel 1983. Il 19 maggio 1987 il giornalista Mark McCain sul New York Times ha citato i trojans come una grave minaccia per gli utilizzatori di computer.

 

Continua a leggere

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/trojan.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

L’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani formula l’auspicio di un rinnovato incarico a Sergio Mattarella

 

Pubblichiamo l’ordine del giorno approvato dall’Associazione (ANDC), presieduta da Lucio D’Ubaldo, al termine dell’Assemblea generale tenuta ieri a Roma in occasione dei 150 anni della nascita di Luigi Sturzo.

 

Redazione

 

L’Assemblea generale dell’Associazione nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), si è riunita a Roma ieri, 26 novembre 2021, in occasione dei 150 anni dalla nascita del fondatore del Partito popolare, Luigi Sturzo.

 

Nella circostanza ha preso spunto dalle vicende politiche atttuali per esprimere nei confronti del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, un vivo apprezzamento per il lavoro svolto al vertice delle Istituzioni repubblicane, il profondo rispetto per la Carta costituzionale, l’impegno esemplare con il quale, nei momenti cruciali della vita democratica del Paese, ha dato prova di saggezza di fronte a gravi difficoltà, specialmente in una fase complessa e delicata dei rapporti internazionali tra gli Stati e tra le aree economiche del mondo, contribuendo in questo modo a rafforzare lo spirito europeo.

 

L’Associazione, per altro, considera essenziale il proseguimento della politica di coesione nazionale che ha trovato riscontro efficace nella esperienza di Governo voluta dal Presidente Mattarella e associata largamente alla figura di Mario Draghi. La stabilità non è un bene da trattare con sbrigativa leggerezza, dal momento che l’Italia ha bisogno senza dubbio di non compromettere l’opera di attuazione del Pnrr. Per questo le scelte dei prossimi mesi risulteranno determinanti.

 

A riguardo, l’ANDC formula l’auspicio che le forze politiche siano animate da senso di equilibrio e responsabilità, specialmente nell’esaminare con sereno scrupolo la possibilità di confermare, al vertice dello Stato, il Presidente in carica. Anche se Mattarella ha più volte ribadito l’esclusione di un secondo mandato, il sentimento che prevale nella pubblica opinione è di piena fiducia nei confronti della sua persona. Per questo non sarebbe una forzatura, né fornirebbe pretesti alla evocazione di un presidenzialismo fuori dal dettato costituzionale: un reincarico rappresenterebbe semmai la stigmate del  primato di una politica al servizio del bene comune.

 

Mattarella, in definitiva, merita di ricevere un nuovo attestato di consenso.

Don Sturzo: Bianco, “la sua idea non c’è più. Sulla tutela del pianeta i cattolici possono ritrovarsi”.

 

Il movimento politico cattolico non esiste più. La società si è secolarizzata e la scelta fatta di sciogliere quel nucleo di politici che si raccoglieva attorno al Ppe sui principi sturziani ha finito per rendere ininfluente il movimento politico cattolico.

 

Gerardo Bianco

 

Rileggere Sturzo, meditare sulle cose che ha sostenuto, è un vantaggio culturale per la storia del movimento politico cattolico e non cattolico nel suo insieme. Ma la sua idea di inserire i cattolici nel sistema politico italiano, superando il ‘non expedit’, ormai è tramontata definitivamente con la scomparsa dei cattolici democratici in politica, e da allora con la chiara irrilevanza nel sistema politico. I cattolici come portatori di una idea politica e di organizzazione economica e sociale sono sostanzialmente spariti.

 

La premessa per una ripresa del movimento cattolico è quella di fare i conti con la realtà e con la cultura contraddittoria che regge i sistemi dei Paesi evoluti economicamente e culturalmente. Se non si trova una nuova sintesi per la salvaguardia del pianeta, non si può immaginare di crescere aumentando i consumi. Bisogna immaginare di liberare il pianeta, riducendo le emissioni per un maggior equilibrio naturale.

 

Tutto oggi muove verso lo strada del concetto di natura. Se la politica e la cultura non recuperano questo concetto rischiano di fondare le proprie scelte su presupposti sbagliati. E proprio l’insegnamento che viene dalla tradizione e dalla cultura cristiana è fondamentale per una nuova sintesi. Basta meditare sull’enciclica ‘Laudati si’ per recuperare coerenza a un discorso che il pensiero contemporaneo ha sottovalutato. Solo una grande tradizione universale come il pensiero cristiano può fare tutto questo.

 

Una considerazione di fondo sul pensiero e su una presenza organizzata e politica dei cattolici può ripartire da una idea di città: la città dell’uomo come modello da realizzare. Un’idea culturalmente forte di città oggi manca, ed è una cosa che rientra nella cultura cristiana e in cui Sturzo torna come un gigante a suggerire soluzioni.

 

Chi evoca oggi il Centro parla di un elemento geometrico dietro il quale non c’è niente. Per creare un punto di equilibrio serve una crescita ideologica e morale, una visione sociale. Oggi dietro chi evoca il Centro non c’è una cultura, c’è il vuoto. Siamo molto lontani.

 

(La nota è un semplice collage di dichiarazioni, rese l’altro ieri dall’autore all’agenzia di stampa Adnkronos)

Popolarismo popolo e populismo. A 150 anni dalla nascita di don Luigi Sturzo.

 

L’autore, Presidente dell’Istituto Sturzo, ha pubblicato questo testo sulle pagine dell’Osservatore Romano di ieri. Per gentile concessione del giornale, ne forniamo visione ai nostri lettori. “Sturzo – scrive  Antonetti – si oppose a riferimenti indiscriminati (…) al popolo, inteso come massa di manovra tendenzialmente eterodiretta e disponibile alla realizzazione di strategie e di obiettivi avanzati da soggetti politici «terzi», singoli o collettivi”.

Nicola Antonetti

Luigi Sturzo, il fondatore del popolarismo, non affrontò in modo diretto le questioni legate ai fenomeni populisti dei suoi tempi; diversamente, nei suoi studi è sempre presente l’acuta avvertenza degli equivoci semantici e dei rischi totalitari che sono immanenti a un uso improprio del termine popolo. L’idea del popolarismo fu elaborata da Sturzo in tutto il corso della sua vita per offrire ai cattolici e a tutti gli uomini “liberi e forti” un modello di aggregazione politica autonomo e diverso dalle ideologie otto-novecentesche del liberalismo e del socialismo. Una essenziale definizione del popolarismo la diede quando affermò che esso era «esattamente una teoria dello Stato democratico», da non confondere o falsificare con esperienze che, pure agitando forti richiami ai poteri del popolo, non rispettavano o tradivano i princìpi del pluralismo costituzionale. Respingeva, quindi, l’idea che un «popolo amorfo e disorganico» potesse scambiare un temporaneo consistere come maggioranza elettorale con la legittimazione a contrastare o a combattere, sulla base di una malintesa concezione della sovranità, le minoranze e le opposizioni contrarie ai suoi interessi, pratici e ideali.

Nelle sue riflessioni, quindi, Sturzo si oppose a riferimenti indiscriminati (sul piano teorico come su quello pratico) al popolo, inteso come massa di manovra tendenzialmente eterodiretta e disponibile alla realizzazione di strategie e di obiettivi avanzati da soggetti politici «terzi», singoli o collettivi. Riprendendo le analisi di Antonio Rosmini, egli faceva risalire l’origine di tutti i gravi equivoci legati all’uso del termine popolo a quando venne meno il «dualismo» tra società e Stato, che era stato fissato dal primo costituzionalismo liberale per consentire agli individui e alle collettività la libera difesa dei propri diritti civili e politici contro ogni esorbitante esercizio di astratte sovranità popolari, nazionali e statali. Il problema per Sturzo era nato con la Rivoluzione francese, perché da allora si era concepita «la sovranità popolare come un dato assoluto non limitato da qualsiasi elemento originario — quale la natura razionale della personalità umana — dando alla pretesa volontà generale (totalitaria o maggioritaria) un valore illimitato e irresponsabile». In tal modo erano sorti i «monismi di Stato» o «popolari», che, nelle stagioni dei totalitarismi, avevano compresso o annullato ogni autonomia e libera espressione della vita sociale.

La presa di distanza dalle forme «monistiche» del potere popolare per Sturzo non poteva che far capo ai paradigmi della dottrina sociale cattolica e del liberalismo politico nei quali sono definiti i processi di «socializzazione» che producono quote distinte di sovranità del tutte legittimate a determinare assieme, in piena libertà e senza esclusioni reciproche, condizioni di giustizia e comuni regole di convivenza in un medesimo sistema politico. In sostanza, Sturzo rimase sempre del tutto convinto che ogni tipo di riconoscimento del popolo andasse riferito alle «forme» sociali, territoriali, politiche e istituzionali nelle quali gli uomini vivono e sviluppano le loro attività.

Anche nella nostra Costituzione, richiamata la sovranità del popolo, l’impegno primario della Repubblica consiste nel garantire i diritti inviolabili degli uomini, delle “formazioni sociali” e delle associazioni (dai sindacati ai partiti e alle autonomie locali) che, chiamati a presidiare lo Stato sociale di diritto, sono, su più piani e in modo distinto, i protagonisti politici e i mediatori istituzionali dei processi democratici. Oggi, ma non da oggi, è emersa una concezione diversa, di stampo neogiacobino e populista, volta a legittimare ruolo e funzioni delle istituzioni democratiche non più sull’evolversi della competizione pubblica tra forze diverse, bensì su un non meglio definito e mutevole potere del “popolo”, cui, peraltro, andrebbe riservata la vocazione a esprimersi in forme dirette di democrazia. In questa direzione si rischia di ricadere in quei «monismi statali o popolari» denunciati per tempo e senza sconti da Sturzo.

Nel Trattato Italia-Francia il Servizio civile. Il commento di Bobba su “Vita”.

 

“Sono felice – scrive l’ex Presidente delle Acli ed ex parlamentare, anche con incarichi di governo – che il seme gettato più di cinque anni orsono – e rimasto infruttuoso per le alterne vicende politiche dei governi di Italia e Francia – abbia trovato piena e più autorevole consacrazione in un vero e proprio trattato di rafforzamento della collaborazione tra i due Paesi”.

Luigi Bobba

“Nel quadro del Servizio civile universale italiano e del servizio civile francese e sulla base di una cooperazione tra le agenzie e gli enti governativi incaricati della gestione dei due programmi e delle opportunita’ di mobilita’ giovanile, le Parti istituiscono un programma di volontariato italo-francese intitolato servizio civile italofrancese. Esse esaminano la possibilita’ di collegare questo programma al Corpo europeo di solidarieta’”.

È quanto si legge all’art.9 del “Trattato per una cooperazione bilaterale rafforzata tra Italia e Francia firmato oggi al Quirinale. Parole che rievocano chiaramente la dichiarazione di intenti – siglata dal sottosegretario Sandro Gozi e dal sottoscritto, in quanto titolare della delega sul Servizio civile durante il Governo Renzi, – nel corso dell’incontro bilaterale tra i due governi tenutosi a Venezia l’8 marzo del 2016. I due Paesi – recitava la dichiarazione di intenti del 2016 – “favoriscono il rafforzamento della loro collaborazione nel settore del servizio civile” e a tal fine “intendono sviluppare un progetto pilota sperimentale per la mobilita’ dei giovani nel quadro del Servizio civile, basato sui valori di liberta’ e democrazia negli ambiti della solidarieta’, del sostegno ai rifugiati…..”. Il documento ipotizzava che il progetto coinvolgesse 100 giovani volontari – 50 per ciascuno dei paesi – in modo da realizzare un esperimento di servizio civile bi-nazionale come primo passo verso una sorta di Erasmus del Servizio civile.

Sono felice che il seme gettato piu’ di cinque anni orsono – e rimasto infruttuoso per le alterne vicende politiche dei governi di Italia e Francia – abbia trovato piena e piu’ autorevole consacrazione in un vero e proprio trattato di rafforzamento della collaborazione tra i due Paesi. Allora si era fatto fatto un lungo lavoro di preparazione con il Ministro per le citta’, la gioventu’ e lo Sport del governo francese, Patrick Kanner ; e quel lavoro – rimasto incompiuto – ha ispirato sicuramente la scrittura dell’art. 9 del Trattato firmato oggi al Quirinale.

Continua a leggere

http://www.vita.it/it/article/2021/11/26/nel-trattato-italia-francia-il-servizio-civile/161161/

A 150 anni dalla nascita di Sturzo: apriamo una nuova strada per interpretare il ruolo dei cattolici nella città secolarizzata.

 

 

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo gli ultimi paragrafi della conclusione del suo libro Libertà, Giustizia e Sviluppo. Sturzo, Rawls e Sen: un Dialogo Inaspettato (Solfanelli, 2021), che oggi pomeriggio, alle ore 17.30, con diretta sul canale YouTube de “Il Domani d’Italia”, sarà presentato a Roma presso il centro congressi “Gli Archi”, Largo S. Lucia Filippini 20. in onore del 150° anniversario della nascita del fondatore del PPI. Si segnala che subito dopo, alle 18.30, in suffragio di Luigi Sturzo Mons. Michele Pennisi celebrerà una messa nella Basilica di Sant’Agostino (Piazza Sant’Agostino).

 

Alfonso D’Amodio

 

Andando oltre la correlazione armonica tra Sturzo, Rawls e Sen, qui emersa, scopo principale di questo lavoro era rispondere alla sfida del pluralismo accettando seriamente e “dal di dentro” una dottrina comprensiva specifica la lezione di Sen e del Liberalismo politico così da scoprire se e quale posto potessero avere i cattolici in politica nel post-secolarismo. Ebbene, non mi sembra azzardato affermare, che non solo questo lavoro ha pienamente risposto all’obiettivo prefissatosi, ma lo ha superato.

 

Nella terza e ultima parte di questo elaborato ho dedicato alcuni capitoli a cercare di analizzare le ragioni dell’antidogmatismo politico e, concordandovi, ho deciso di analizzare gli snodi che hanno fatto arrivare “fuorilegge” il cattolicesimo ai pensatori contemporanei. Ebbene, un certo sviluppo moderno del pensiero cristiano ha frainteso la definizione tommasiana della legge naturale inserendovi quell’evidenza moderna che ha portato a un soggettivismo cognitivo che non solo ha frantumato quella pacifica e classica relazione con il reale insistendo solo sul momento cogitativo dell’atto cognitivo, ma ha aperto la via a quel relativismo di cui ancora oggi subiamo gli effetti.

 

Il tentativo di recuperare la corretta interpretazione dei testi di Tommaso non vuole rinnegare in nessun modo la fede cattolica e i suoi dogmi ma cerca di ritrovare quella giusta armonia tra fede e ragione che possa permettere alla dottrina comprensiva cattolica di dialogare proficuamente con il panorama politico contemporaneo.

 

Proprio sulla scia dell’esempio di Sturzo, ho tentato di rispondere politicamente ad un’esigenza politica, sempre nel rispetto e nella personale adesione alla fede cattolica, attraverso un’impostazione della politica laica fondata sulla persona e sulla sua dignità che potesse perseguire i sublimi valori di giustizia e solidarietà comuni a tutti gli uomini. La “persona”, in effetti, è l’unico vero elemento in comune che le diverse culture hanno e fondare la chiave valoriale su questa unità di misura, a sua volta metafisicamente fondata, potrebbe restituire una proficua politica personale, oggi resa anche possibile da Sen e dall’ausilio della IA. La via è aperta e il terreno di ricerca è fertile, spetta a noi ora, attraverso una nuova filosofia politica e alla sua formalizzazione seguendo di nuovo l’esempio di Sen, nonché ad una conseguente azione politica e comunicativa, formare, e quindi dotare, le persone delle capacità adeguate a coltivare questo fertile, quanto inesplorato, terreno.

 

Sembrerebbe allora, concludendo, che per i cattolici “ragionevoli”, cioè che acquisiscano la prospettiva di Sturzo e di Rawls, non solo ci sia ancora posto nel panorama politico contemporaneo, ma che ci debba essere. Spero, con questo mio lavoro, seppur non esaustivo, di aver dimostrato i proficui insegnamenti reciproci che ancora si possono instaurare tra una dottrina comprensiva, quale quella cattolica, e l’orizzonte plurale, liberale, democratico e costituzionale che caratterizza l’epoca post-secolare.

 

Ebbene, a conclusione di questo viaggio, inaspettatamente più proficuo di come inizialmente pensavo, mi piace pensare, che questo mio lavoro, attraverso i profondi e fecondi pensatori scelti, possa configurarsi come una possibile mia risposta a quell’«Appello ai Liberi e Forti», formulato esattamente cento anni fa da Sturzo, e che forse oggi potrebbe rinvigorirsi nella nuova formulazione nell’ambito del politico come: A tutte le Persone Libere e Ragionevoli!, a cui, umilmente e fiduciosamente, dedico questo mio lavoro.

Il caleidoscopio dell’accoglienza

 

Il grande problema di questo secolo sarà costituito per noi dall’incognita dell’Africa: i dati forniti sulla popolazione nigeriana a metà secolo ne faranno la terza etnia mondiale e si prevede che un 25% circa di essa sarà stanziale in Europa. Si nota l’assenza, a riguardo, di una lungimirante visione politica. Certamente il tema dell’accoglienza è multicorde, evocando per altro sentimenti umanitari. Dobbiamo avere la consapevolezza che ci sono eventi che sono più forti di qualunque ‘cogitante ragionamento’.

Ho imparato che la realtà va letta attraverso l’analisi oggettiva dei dati, piuttosto che sull’onda di valutazioni emotive. Così è stato per un approfondimento del tema “Italia, paese delle culle vuote”, considerato dall’ISTAT sulla base di una Ricerca della Sapienza, ripassato alla luce delle osservazioni dei Rapporti CENSIS (sta per essere pubblicato il 55°), così intervistando il Presidente dell’ISTAT Prof. Giancarlo Blangiardo, docente di demografia alla Bicocca, ho avuto una rappresentazione sintetica di un quadro prospettico che ci attende negli anni a venire, in tema di migrazioni e accoglienze. 

Le valutazioni più recenti indicano in circa 7,6 miliardi il numero di esseri umani che oggi popolano il Pianeta e se ne contano poco più di 60 milioni in Italia. Guardando al passato vediamo come ci siano voluti numerosi millenni per arrivare al primo miliardo di cittadini del mondo, mentre è stato sufficiente un solo secolo per sfondare il muro dei 5 miliardi e già pochi decenni dopo si viaggia velocemente verso il confine dei dieci. Ma ciò che è rilevante non è solo la crescita della popolazione mondiale bensì, e soprattutto, la divaricazione tra i paesi economicamente più sviluppati – il loro attuale miliardo di abitanti resterà tale anche in futuro- e quelli etichettati come “in via di sviluppo”, cui sarà interamente ascrivibile la crescita demografica mondiale”… La demografia di paesi emergenti come Cina e India è segnata da dinamiche espansive partite anni fa, ma destinate ad esaurire gli effetti di crescita, specie per la Cina. Quest’ultima dovrebbe fermarsi attorno a 1,4 miliardi già dai prossimi anni, mentre l’India, eseguito il sorpasso entro il prossimo decennio, dovrebbe assestarsi attorno a 1,6 miliardi attorno alla metà del secolo. Quanto alla Nigeria, gli attuali 200 milioni di abitanti saliranno a 300 milioni tra meno di vent’anni e a 400 milioni alla metà del secolo. D’altra parte negli scenari mondiali la vera incognita resta l’Africa, in particolare quella sub sahariana, dove i segnali di rallentamento della fecondità e della crescita sono ancora modesti. È evidente che tutto ciò impone una revisione di alcuni equilibri sul piano della produzione, del consumo e della distribuzione delle risorse e delle persone nel panorama mondiale”. Da queste valutazioni si evince che il grande problema di questo secolo (e di quelli a venire) sarà costituito per noi dall’incognita dell’Africa: i dati forniti sulla popolazione nigeriana a metà secolo ne faranno la terza etnia mondiale e si prevede che un 25% circa di essa sarà stanziale in Europa. Pensando agli sbarchi attuali provenienti dal Nord Africa si intuisce un effetto moltiplicatore dagli esiti demografici (ma anche culturali, sociali, economici, di integrazione e inclusione) imprevedibili.

La lettura dei Rapporto ONU 2020 aveva destato molte preoccupazioni: secondo l’Organizzazione delle nazioni unite siamo alla soglia della sesta estinzione della vita sul pianeta, la prima per mano dell’ uomo. Questo spiega la stretta interconnessione che lega la crescita demografica all’esplosione della pandemia. “La crescita della specie umana ha raggiunto dimensioni innaturali: cresce di 70 milioni di persone all’anno e ha raggiunto i 7 miliardi e mezzo di abitanti. Secondo gli studi del biologo Edward O. Wilson una volta superati i 6 miliardi di abitanti la presenza dell’uomo diventa incompatibile con l’ambiente: essa si può rallentare per eventi patogeni o – per lo stesso motivo- può arrestarsi all’improvviso. E’ come se la natura mettese un limite all’espansione degli esseri umani sulla terra, una sorta di crollo per incompatibilità: è questa la ragione principale dello scatenarsi delle pandemie, che diventano fenomeni aberranti di autoregolazione di una soglia di tollerabilità sistemica. Ecco dunque che i concetti di estinzione della biodiversità per mano dell’uomo e di sostenibilità antropocentrica nel contesto planetario diventano interrelati e complementari. Le pandemie sono dovute a mutazioni genetiche di tipo selettivo, a reazioni della natura che usa i virus RNA come arma micidiale di selezione naturale”.  

Il Rapporto ONU 2021 e la recente conferenza di Glasgow del COP26 hanno rimarcato con toni ultimativi una situazione planetaria improcrastinabile rispetto a soluzioni da assumere in tema di riconversione ecologica, fonti energetiche, innalzamento delle temperature e del livello dei mari. Tutto questo accade – spiega il Direttore di Limes Lucio Caracciolo – mentre geopolitica e geoeconomia stanno mutando pelle. Dopo il fallimento della globalizzazione ci sono due fenomeni rilevanti sui scala mondiale: l’espansione della Cina che contende agli USA il primato di prima potenza economica generando un conflitto tra le due superpotenze (dopo l’incontro di Anchorage in Alaska del marzo scorso sta emergendo in tutta la sua potenziale esplosività la questione di Taiwan, primo produttore mondiale di semiconduttori, batterie elettriche e microchips come si evince dal libro Fermare Pechino di Federico Rampini) e il declino per frazionamento del mondo occidentale (vedasi NATO, ONU e organismi internazionali). Tutto questo sposterà l’asse strategico sul Pacifico ma l’Europa e l’Italia non saranno indenni da questa politica espansiva proveniente dall’Est del pianeta. Sul piano della macro-analisi l’Europa diventerà terra di conquista o comunque di derive demografiche (Africa) ed economiche (Cina) che incideranno sugli assetti attuali, rivelando la debolezza intrinseca del suo frazionamento politico: interrogarsi più spesso e con cognizione sul futuro della U.E. diventerà un dovere imprescindibile.

Rimarcherei l’assenza di una lungimirante visione politica da parte dell’Italia e dell’Europa sugli scenari futuri, che andranno configurandosi per “eterodirezione” dei flussi migratori e commerciali, piuttosto che per avvedute politiche di programmazione e gestione a livello dei singoli Stati e dell’U.E. Certamente il tema dell’accoglienza è multicorde, evocando per altro sentimenti umanitari. Come non ricordare la figura di Gino Strada e la sua visione inclusiva del mondo, quindi la considerazione dei flussi migratori non solo per numeri ma per principi legati alla dignità del singolo, della persona umana: e come è possibile dimenticare, per giunta, le Encicliche di Papa Francesco “Fratelli tutti” e “Laudato sì”? Dobbiamo avere la consapevolezza che ci sono eventi che sono più forti di qualunque ‘cogitante ragionamento’.

Così ancora il Prof. Blangiardo “Sono pienamente convinto che il confronto e l’interscambio con gli altri è sempre arricchente, ma devo aggiungere che per poterlo valorizzare occorrono condizioni di fiducia reciproca. Penso che i flussi migratori siano un contributo per la società ospite e un vantaggio per i migranti solo se si realizzano forme di convivenza rispettose di regole e valori. Perché ciò accada è importante che vi sia chiarezza sulle norme e che siano altresì condivisi i principi che definiscono diritti e doveri del vivere sociale. Il percorso di integrazione deve essere reso possibile a tutti gli immigrati, ma questo naturalmente richiede un dispendio di risorse che difficilmente sono compatibili con flussi di entità particolarmente rilevante. I numeri, ancora una volta, hanno una grande importanza”… Mi limito a ricordare che già oggi molti bambini con cittadinanza straniera diventano, in base alle leggi attualmente in vigore, cittadini italiani. Siamo tra i primi 5 paesi dell’Unione europea per la più alta percentuale bambini con meno di 15 anni tra coloro che acquisiscono la cittadinanza italiana. Questo è sotto gli occhi di tutti attraverso i dati Eurostat del triennio 2015-2017, gli ultimi disponibili. Aggiungo che gli stessi dati sottolineano come l’Italia sia stato nel triennio, tra i 28 paesi dell’UE, quello con il maggior numero di acquisizioni di cittadinanza, sia in generale che rispetto ai i soggetti con meno di 15 anni”.

Il tema dell’accoglienza è una sorta di caleidoscopio che presenta molte facce di lettura: sul piano culturale è una conquista di civiltà e ciò vale non solo per i flussi dei migranti ma anche nella vita quotidiana. Accogliere vuol dire qualcosa di più di “accettare”, penso ad esempio al problema degli anziani che finiscono emarginati o soccombenti in una società dove l’uso spregiudicato delle tecnologie e la digitalizzazione pervasiva sono strumenti selettivi e marginalizzanti: la stessa comunicazione difetta di informazione (sono due livelli diversi dell’interloquire). Ne sto parlando con Mons. Vincenzo Paglia – Presidente della Pontifica Accademia per la vita – e ricordo la lezione del Prof. Giulio Maira sul cervello, quella con il Prof. Arnaldo Benini sulla mente offuscata dall’ alzheimer. Eppure la saggezza degli anziani spesso non viene considerata in un mondo di arrivismo, dove prevalgono il bello, il forte e l’efficiente, dove – come mi aveva detto il filosofo Galimberti “vince il pensiero calcolante”. “Come posso applicare il principio evangelico ama il prossimo tuo come te stesso se il mio prossimo non esiste più?”.

Ci manca il senso di ‘prossimità’: questa società malata di indifferenza, sospetto ed egoismo diventa selettiva, avvinghiata in angosce esistenziali, poco attenta alla presenza degli altri. Noi stessi siamo “gli altri degli altri”. Come ricorda Luigi Zoja “Abbiamo perso la dimensione e la percezione del nostro prossimo”… : nel mondo attuale dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo”. “Da quando il mondo si è fatto laico…Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio”. 

Forse ci si apre ad accogliere se prima ci si misura con se stessi. Per questo mi piace concludere con le parole di Pupi Avati: “Per rendersi reciprocamente attendibili io debbo esordire con lei confessando una mia debolezza, se esprimo fin da subito quello che è un mio limite lei si fida di me e mi ascolta con maggiore attenzione. Invece oggi succede che nell’interlocuzione, l’esordio, l’approccio è caratterizzato da toni di aggressività, diffidenza, tracotanza: subentrano sovrastrutture strategiche dietro le quali ognuno di noi si cela, si nasconde, si protegge per non rendersi visibile e intercettabile dagli altri e non si arriva mai ad un rapporto sincero e profondo, costruttivo e proficuo per entrambi”.                                                                                   

Centro, una scommessa vincente se plurale e riformista.

 

S’affaccia all’orizzonte la formazione di un’area politica e culturale, nonchè programmatica – appunto quella di centro – che non potrà non rispondere a due prerequisiti di fondo: dev’essere un’area plurale al suo interno e deve saper dispiegare un progetto politico autenticamente riformista, di governo, con una classe dirigente qualificata e non improvvisata.

 

Giorgio Merlo

 

Che il quadro politico italiano vada incontro ad una scomposizione/ricomposizione è abbastanza evidente a tutti. Salvo a quelli che pensano, ingenuamente, che la precarietà di oggi sia destinata a consolidarsi per i prossimi lustri. Certo, il tutto è anche e soprattutto il frutto e la conseguenza di uno sfacciato trasformismo politico e parlamentare che ha travolto e ridicolizzato l’intera politica italiana. È appena sufficiente osservare il percorso, incredibile ma vero, del partito dei 5 stelle per rendersene conto. Nell’arco di pochissimo tempo hanno radicalmente rinnegato tutto ciò che hanno predicato, scritto, urlato e giurato in tutte le piazze italiane per molti anni. L’elemento simpatico di questo singolare trasformismo è che la conversione è avvenuta incredibilmente per tutti e nello stesso tempo. Tutto ciò che è stato detto per anni appartiene ormai al passato e se qualcuno lo rinfaccia viene anche attaccato e contestato.

 

Attenzione: i protagonisti sono sempre gli stessi perchè tutti quelli che facevano parte dei 5 stelle prima maniera sono quelli che si sono poi convertiti misteriosamente al nuovo corso. Ma questo non è l’unico esempio, anche se è il più eclatante e paradossale. Molti altri partiti hanno vissuto questa metamorfosi. Basti pensare alla Lega, almeno quella di rito Salviniano. E allo stesso Pd che ormai ha accentuato, seppur legittimamente, la sua natura e il suo profilo di partito della sinistra italiana. E con la prossima, e del tutto possibile, confluenza del partito di Bersani nello stesso Pd, si avrà anche il marchio di questa certezza politica.

 

Ma, al di là dei percorsi individuali dei singoli partiti, legittimi e anche comprensibili per svariate motivazioni, è indubbio che esiste un’area politica, culturale e sociale – come ormai dicono tutti i sondaggisti e vari opinionisti e commentatori politici – che si presenterà alla prossima competizione elettorale. Un’area genericamente definita di “centro riformista” che sarà sempre più competitiva dopo il fallimento clamoroso del populismo anti politico, demagogico, qualunquista e manettaro dei 5 stelle e il lento tramonto dello stessa scommessa salviniana che ha dato l’illusione, per qualche anno, di poter sbaraccare tutto e vincere a mani basse tutte le elezioni. La realtà concreta, come si è poi progressivamente snodata, è andata però in un’altra direzione. E dunque, un’area politica e culturale, nonchè programmatica – appunto quella di centro – che non potrà non rispondere a due prerequisiti di fondo: dev’essere un’area plurale al suo interno e deve saper dispiegare un progetto politico autenticamente riformista, di governo, con una classe dirigente qualificata e non improvvisata come abbiamo sperimentato negli ultimi anni dominati dal populismo grillino e che abbia un alto senso dello stato e delle stesse istituzioni democratiche. Un’area, cioè, capace di ridare nobiltà alla politica da un lato e una visibile qualità alla nostra democrazia dall’altro. Una sorta, appunto, di Margherita 2.0 opportunamente rivista e aggiornata rispetto a quella conosciuta molti anni fa ma, comunque sia, un progetto politico che non si limiti ad essere vagamente identitario. Tentativi, del resto, che sono miseramente e ripetutamente falliti a livello politico ed elettorale.

 

Ecco, quindi, la vera scommessa politica in vista delle prossime elezioni. Il resto, almeno ad oggi, è abbastanza stabile. Accanto al recente e progressivo massimalismo della sinistra e al tardo populismo dei 5 stelle si affianca uno stanco sovranismo della destra che non hanno saputo infiammare, appassionare e coinvolgere i cittadini. Che, non a caso, sono sempre più disincantati e lontani dalla politica e quindi anche dalla partecipazione al voto. Si tratta, quindi, di scommettere sino in fondo su questo nuovo progetto politico. Che, ad oggi, è francamente l’unica novità che emerge da un sempre più sfilacciato e confuso dibattito politico e culturale.

Cosa c’è dietro la crisi umanitaria ai confini bielorussi

 

Tra i vari aspetti della questione bielorussa, merita di essere esaminato il rischio connesso al “Suwalki gap”. Si tratta di un corridoio di confine lungo 104 km e largo 65 fra Bielorussia e Kaliningrad, enclàve russa sul Mar Baltico, che separa Lituania e Polonia prendendo il nome da una vicina cittadina polacca (Suwalki appunto). Queste poche miglia sono da molti generali americani considerate il ventre molle dell’Alleanza Atlantica in Europa. È l’unica via infatti di accesso terrestre della UE a Lituania, Lettonia ed Estonia.

 

 

Enrico Farinone

 

Alexander Lukashenko è ben consapevole di giocarsi il proprio potere con l’azzardo che ha posto in essere utilizzando quale inconsapevole esca la povera umanità migrante fatta ammassare ai confini con la Polonia. Il dittatore bielorusso confida nella protezione offertagli da Vladimir Putin, dal quale pure sa di non essere particolarmente stimato, in ragione dei concreti interessi regionali che la Russia vuole ad ogni costo tutelare nel suo ormai lunghissimo contenzioso, a volte sotterraneo a volte invece ben evidente, con l’Unione Europea. Che la crisi si manifesti ai confini della nazione oggi più lontana dai valori fondanti la stessa Unione e dalla linea politica di Bruxelles è un dato di estremo interesse per il Cremlino.

È però opportuno riavvolgere brevemente il nastro, per comprendere meglio le ragioni della crisi, risolta in tragedia per tanti infelici e incolpevoli esseri umani.

L’idea originaria di Putin – coerente con la sua ossessione maggiore, ovvero evitare che i paesi cerniera fra Russia e occidente già parte dell’Unione Sovietica si integrino definitivamente nella UE (come già accaduto per quelli baltici) o addirittura entrino nella NATO – era di creare una “unione di stati”, di fatto uno Stato unico, fra Russia e Bielorussia. Dal punto di vista geografico la vasta pianura che costituisce il territorio di quest’ultima offre una protezione di centinaia di chilometri assai importante a giudizio degli strateghi militari del Cremlino. Non solo.

Un corridoio di confine lungo 104 km e largo 65 fra Bielorussia e Kaliningrad, enclàve russa sul Mar Baltico, separa Lituania e Polonia prendendo il nome da una vicina cittadina polacca, Suwalki. Queste poche miglia sono da molti generali americani considerate il ventre molle dell’Alleanza Atlantica in Europa. Esse potrebbero venire occupate dai russi in poche ore, isolando così i tre paesi baltici e le truppe NATO ivi stanziate. Il “Suwalki gap”, come è stato chiamato, è infatti l’unica via di accesso terrestre della UE a Lituania, Lettonia ed Estonia.

Anche per questa ragione, evidentemente, la Bielorussia interessa molto al Cremlino. La suggestione unificatrice però non ha mai convinto Lukaschenko: sia perché, e non è difficile a capirsi, il suo ruolo si ridurrebbe a quello del mero vassallo, essendo Minsk completamente dipendente da Mosca in ogni settore, a cominciare da quello energetico. Sia perché la popolazione, memore dell’occupazione sovietica, in linea generale rifiuta anche solo l’ipotesi dell’unificazione.

Putin negli anni ha dunque dovuto ripiegare, senza però mai riporre completamente nel cassetto una soluzione che egli continua a ritenere utile. Attendendo pazientemente l’occasione buona per liberarsi dal dittatore recalcitrante per sostituirlo con qualcuno meglio disposto nei suoi confronti. La ribellione popolare dell’estate 2020 contro le elezioni farsa del 9 agosto che hanno rinnovato il mandato presidenziale a Lukaschenko, e la successiva feroce reazione di quest’ultimo hanno però mutato il quadro, costringendo Putin ad un sostegno a denti stretti al collega bielorusso, ben consapevole che se non domata la rivolta delle piazze avrebbe alla lunga condotto quel Paese nelle braccia dell’Europa.

Un sostegno, però, condizionato. Lo si è visto bene quando Lukaschenko ha minacciato l’Europa di bloccare le importanti forniture di metano russo che transitano dal suo territorio ricevendo un assai eloquente “niet” da Mosca, ovviamente attenta a non pregiudicare la sua maggiore fonte di reddito e di commercio, oltre che rilevante strumento di pressione nei confronti degli europei.

Indebolito sul piano interno nonostante la repressione attuata, isolato a livello internazionale e quindi costretto a ricercare la protezione dell’ingombrante vicino che non lo ama e lo tiene sotto stretto controllo, Lukaschenko ha dapprima ritenuto indispensabile provare al mondo quanto il suo potere fosse solido: a questo serviva la manifestazione di forza, in realtà di protervia, dello scorso 23 maggio quando il volo commerciale Ryanair sul quale era imbarcato un giornalista inviso al regime venne costretto ad atterrare a Minsk. E successivamente, a fronte delle proteste e delle conseguenti sanzioni adottate dall’Unione Europea, ha pensato di utilizzare meschinamente la carta dei migranti mediorientali, consapevole di quanto essi siano un problema per i governi occidentali. Dichiarando che non avrebbe più impedito l’attraversamento dei confini bielorussi ai migranti desiderosi di approdare in Europa. Attivandosi poi in tal senso, facendone arrivare via aereo in territorio bielorusso per poi ammassarli, come fossero cose senz’anima, con pieno disprezzo di ogni umana pietà, ai confini polacchi. Persone alla ricerca di un minimo vitale, incolpevolmente imprigionate in una morsa politica della quale nulla sanno, e nulla sapranno mai.

“La riforma del C.S.M. non è più rinviabile”. Il discorso di Sergio Mattarella alla Scuola dei magistrati.

 

Pubblichiamo il testo pressoché integrale dell’intervento del Presidente della Repubblica al decennale della Scuola Superiore della magistratura.

Redazione

La Scuola Superiore della Magistratura è il luogo privilegiato per percorsi formativi idonei a favorire il consolidamento della preparazione professionale, elemento vitale per un corretto svolgimento della funzione giurisdizionale.

Accanto allo scopo di approfondimento professionale, specifico dell’istituto, non sfugge a nessuno come due temi si affianchino in maniera non eludibile: da un lato la questione etica, dall’altro il ruolo significativo che la Magistratura riveste nell’ambito dello sforzo che la Repubblica sta compiendo per raggiungere gli obiettivi delineati nel Piano di ripresa e resilienza.

Le vicende registrate negli ultimi tempi nell’ambito della Magistratura non possono e non devono indebolire l’esercizio della “funzione giustizia” – essenziale per la coesione di qualunque società, anche della nostra comunità – attività, del resto, svolta quotidianamente, con serietà, impegno e dedizione, negli uffici giudiziari. Se così non fosse, ne risulterebbero conseguenze assai gravi per l’ordine sociale e un nocumento per l’assetto democratico del Paese. Ma occorre un ritrovato rigore.

Alla Scuola compete, in questa congiuntura, imprimere impulso alla consapevolezza di ogni magistrato dell’etica che deve accompagnarlo, dalla quale non si può prescindere per assicurare al cittadino la doverosa qualità e credibilità dell’Ordine giudiziario.

Anche la garanzia della sua indipendenza – elemento irrinunziabile nel modello della Costituzione – risiede nel prestigio che gli viene riconosciuto e, quindi, anzitutto nella coscienza dei cittadini.

È un terreno sul quale non sono ammesse esitazioni o incertezze: la Magistratura è chiamata, in questo periodo, a rivitalizzare le proprie radici deontologiche, valorizzando l’imparzialità e l’irreprensibilità delle condotte individuali; rifuggendo dalle chiusure dell’autoreferenzialità e del protagonismo.

In questa direzione deve muovere anche la riforma del C.S.M., non più rinviabile.

L’organo di governo autonomo, quale presidio costituzionale per la tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura, è chiamato ad assicurare le migliori soluzioni per il funzionamento dell’organizzazione giudiziaria, senza mai cedere ad una sterile difesa corporativa.

L’attività del C.S.M., sin dal momento della sua composizione, deve mirare a valorizzare le indiscusse professionalità su cui la Magistratura può contare, senza farsi condizionare dalle appartenenze e dedicando particolare attenzione anche alla promozione della parità di genere.

Il dibattito sul sistema elettorale dei componenti del Consiglio superiore deve ormai concludersi con una riforma che sappia sradicare accordi e prassi elusive di norme che, poste a tutela della competizione elettorale, sono state talvolta utilizzate per aggirare le finalità della legge.

È indispensabile, quindi, che la riforma venga al più presto realizzata, tenendo conto dell’appuntamento ineludibile del prossimo rinnovo del Consiglio superiore.

Non si può accettare il rischio di doverne indire le elezioni con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili.

Sotto l’altro aspetto, anche la “funzione giustizia” è chiamata a concorrere per sostenere la ripresa del Paese, nell’ambito del processo di modernizzazione, per realizzare gli obiettivi indicati nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

All’Ordine giudiziario compete un ruolo primario per affrontare una fase complessa sotto molteplici aspetti, che può essere superata concentrando gli sforzi sui traguardi comuni da raggiungere. Di questa fase, la Magistratura è, a sua volta, una protagonista.

Le risorse aggiuntive di mezzi e di personale previste rappresentano un’occasione, da non perdere, per innovare le modalità di esercizio della giurisdizione, in vista del raggiungimento dell’obiettivo dei tempi processuali come indicati nel Piano ed in linea con i parametri europei.

Il potenziamento dell’Ufficio del processo si pone, in questa prospettiva, come strumento diretto ad aumentare gli standard di produttività nella volontà di dare risposte alla domanda di giustizia in maniera più efficace e tempestiva.

Affinché ciò avvenga, occorre un significativo mutamento nelle modalità di svolgimento del lavoro giudiziario con l’adozione di un modulo organizzativo basato sulla collaborazione e sul confronto con altre figure.

La stagione di rinnovamento avviatasi con l’entrata in vigore della legge di riforma del processo penale è destinata a completarsi con le indispensabili modifiche al processo civile e all’ordinamento giudiziario.

Il coraggio del cambiamento è la sfida di fronte a cui si trova il nostro Paese, Magistratura inclusa. Sono convinto che si tratti di una sfida che essa saprà raccogliere, manifestando l’indubbia volontà di essere all’altezza della funzione essenziale che l’ordinamento democratico le attribuisce, ottenendo la fiducia che questa funzione merita.

Il contributo della Scuola si presenta fondamentale in questa direzione, attraverso l’elaborazione di corsi formativi capaci di sostenere un cambiamento organizzativo e di mentalità non più rinviabile.

La Costituzione garantisce, all’art. 2, i diritti della persona, e la connessa garanzia di giustizia è affidata alla Magistratura. Lo Stato democratico, fondato sull’uguaglianza e sulla pari dignità delle persone, si basa su questo principio.

La soggezione del giudice soltanto alla legge costituisce garanzia in questa direzione.

Nella storia della Repubblica, la Magistratura ha avuto un ruolo significativo nell’accompagnare l’evoluzione della società, assicurando la tutela di diritti individuali, a volte sollecitando il Parlamento, anche attraverso l’attività ermeneutica, con il richiamo a principi e valori contenuti nella Costituzione.

L’esercizio della giurisdizione è stato sempre influenzato dalle sensibilità del contesto storico-sociale. Pertanto oggi, ancor più che in passato, le decisioni della Magistratura devono essere “comprensibili e riconoscibili” e, per essere tali, vanno improntate ai canoni costituzionali della ragionevolezza e dell’equità, valori che devono guidare nel giudizio.

L’intervento della Magistratura comporta sempre delle conseguenze. La preoccupazione di esse non può determinare o frenare l’azione giudiziaria. È proprio tale consapevolezza a dover guidare il magistrato nell’applicazione della legge, che va calibrata per le implicazioni del caso concreto sia sul singolo che sull’intero tessuto sociale. Va sempre avvertita appieno la necessaria e delicatissima responsabilità – affidata dalla Repubblica – di iniziative o di decisioni che incidono sulla vita e sulla dignità dei cittadini. Ciò deve valere in ciascuna fase processuale, non soltanto in quella della deliberazione conclusiva.

In questa prospettiva, l’applicazione delle norme va sempre responsabilmente orientata ad assicurare una risposta giudiziaria puntuale, che consideri le varie esigenze, senza perdere di vista il loro contesto e l’interesse generale in cui incidono. Per questo il giudice è chiamato a conoscere il fatto e le norme, e saper inquadrare la specificità e la complessità del caso alla luce dei principi costituzionali.

L’emergenza pandemica – dalla quale potremo uscire soltanto grazie al completamento della campagna vaccinale – ha reso ancor più evidente l’irrompere – anche nelle aule di tribunale – di istanze individuali alla ricerca di risposte con attese sovente contraddittorie. Al giudice compete trovare soluzioni ancorate al diritto positivo e, al contempo, correttamente declinate in ragione della loro incidenza sull’intera società.

La considerazione dei valori in rilievo non può che avvenire, infatti, facendo applicazione del canone della ragionevolezza, funzionale ad ancorare la decisione al sistema dei principi delineato in Costituzione, nell’ambito del quale si collocano anche i poteri attribuiti alla Magistratura che li esercita con autonomia e indipendenza.

Queste prerogative, tuttavia, non possono mai essere intese come una legittimazione per ogni genere di iniziativa o di decisione, ma rappresentano la difesa da influenze esterne affinché il magistrato utilizzi il suo bagaglio culturale per assicurare la più efficace attuazione del diritto. Interpretazione, infatti, non può voler dire né arbitrio né, tanto meno, una mera esercitazione intellettuale: è sempre la norma – correttamente inserita nella cornice valoriale delineata in Costituzione – a dover perimetrare l’ambito di riferimento della giurisdizione per l’affermazione del diritto e della giustizia.

 

Per saperne di più

https://www.quirinale.it/elementi/61252

L’elezione del Quirinale e il “metodo Ambrogio”

 

L’episodio ricordato da Paolo Mieli – l’elezione a furor di popolo di Ambrogio a Vescovo – è colto e illuminante, ma l’analogia non regge del tutto rispetto alla situazione attuale. L’elezione del Capo dello Stato, infatti, ha poco a che spartire con l’ispirazione divina o con l’esortazione di un bambino.

 

Gabriele Papini

 

In un brillante editoriale sul “Corriere della Sera”, Paolo Mieli ha stigmatizzato le pratiche singolari e i rituali opachi che da sempre circondano l’elezione del Presidente della Repubblica. Lo storico ed editorialista ha sostenuto la sua tesi suggerendo un parallelo con il “metodo Ambrogio”, cioè la modalità con cui nel 374 il governatore Ambrogio venne eletto vescovo di Milano. Secondo il racconto del biografo Paolino, Ambrogio partecipò alle esequie del vescovo emerito. A un certo punto, un bambino gridò “Ambrogio vescovo!” e la folla si unì spontaneamente a quella esortazione. Dopo un primo momento di esitazione, Ambrogio (che sarà un grande episcopo nonché patrono della città di Milano) si piegò alla volontà popolare. A questa vicenda, si è spesso ispirata la Chiesa per alcune modalità particolari nella designazione dei Pontefici: l’elezione per acclamazione era una pratica non inusuale nei secoli scorsi.

 

L’episodio ricordato da Paolo Mieli è colto e illuminante ma l’analogia non regge del tutto rispetto alla situazione attuale. L’elezione del Capo dello Stato, infatti, ha poco a che spartire con l’ispirazione divina o con l’esortazione di un bambino. Nel nostro Paese, da sempre il metodo più pratico per ottenere una carica pubblica è quello di fingere di non ambirvi. Talvolta rifiutandolo pubblicamente, quel tanto che basta per farselo riproporre per “il bene del Paese” e a quel punto accettarlo – malgrado tutto – per “spirito di servizio”.

Però è anche vero che un Presidente della Repubblica, a prescindere dalle modalità più o meno trasparenti della sua elezione, una volta eletto deve rappresentare “l’unità della nazione”, in altre parole non deve essere “divisivo”. In questa occasione – più che nel recente passato – ha fatto capolino anche il tema della questione di genere per cui la più alta carica dello Stato dovrebbe essere una donna quasi per principio. A supporto di questa tesi c’è una robusta corrente di pensiero sostenuta da giornaliste, conduttrici tv e opinioniste. Si tratta in realtà di un discorso sul metodo piuttosto che sul merito. Non si tratta cioè di analizzare le peculiarità di Marta Cartabia oppure di Rosy Bindi (tanto per non fare nomi) bensì di proporre la candidatura di una donna al Quirinale, quale che sia, perché “i tempi sono maturi”.

 

Dunque senza un “sistema” e una cultura politico-istituzionale di riferimento comune, arriviamo all’appuntamento solenne del Colle, che potrà riservare sorprese: come la proposta di insediare al vertice della Repubblica insieme con Draghi – candidato naturale e di equilibrio – anche un semipresidenzialismo “di fatto” che prevede un trasferimento del potere esecutivo. Naturalmente il semipresidenzialismo non è un tabù ma la Costituzione va rispettata, semmai riformata, non aggirata strada facendo. E in ogni caso tutto dovrebbe avvenire alla luce del sole, con una discussione aperta e con il controllo della pubblica opinione, non come risultato estemporaneo di circostanze casuali, incrociate con una presunzione dello “spirito del tempo” spacciato per volontà popolare.

 

Lo spirito del tempo, infatti, può avere torto, soprattutto quando è sedotto da scorciatoie e semplificazioni (oppure blindato da uno stato di emergenza permanente). In questo passaggio così delicato della storia della Repubblica, di tutto abbiamo bisogno meno che di una democrazia “di fatto”. Non avendo capitalizzato questi mesi di delega “tecnica” per ritrovare un’autorevolezza e riprendere un ruolo di indirizzo, i partiti ora dovrebbero affrettarsi a ricostruire un sistema che possa preparare il ritorno della politica. Senza la quale il Palazzo del potere resta comunque vuoto.

Una nuova legge sulla cittadinanza è un’esigenza che tutti dovrebbero sentire come necessaria

 

Perché bisogna superare lo ius sanguinis? E cosa impedisce davvero lo Ius Soli? 

 

David Tesoriere

 

Finalmente, quando sarà finita la sbornia elettorale per il Quirinale, si potrà tornare a parlare seriamente, termine non sempre coretto visti alcuni dei nostri rappresentanti, di aspetti più significativi per il nostro paese.

Sicuramente, i temi economici la faranno da padrone nel panorama post-elettorale. Ma vista la mia scarsa esperienza in materia e la guida di Draghi, non credo che quest’ultimo abbia bisogno di un mio inutile commento.

Cosa che in questi giorni più mi preme, è riportare alla luce la necessità di trattare nuovamente un tema come quello della cittadinanza.

Lo Ius Soli o Ius Culturae, due parole che a molti incutono timore; su di essi si è aperta una facile propaganda che dovrebbe appartenere ad un tempo passato ma che ancora oggi appanna un discorso serio e coerente su questo tema.

In Italia, lo ius soli è già in applicazione. Tale diritto vale nei seguenti casi:

  1. per nascita sul territorio italiano da genitori ignoti;
  2. per nascita sul territorio italiano da genitori apolidi;
  3. per nascita sul territorio italiano da genitori stranieri impossibilitati a trasmettere al soggetto la propria cittadinanza secondo la legge dello Stato di provenienza;
  4. e, in virtù dell’art. 4, comma 2, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, una versione particolare dello ius soliè applicata allo straniero nato in Italia e che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età.

Ora, da alcune settimane, forse per screditare la figura del segretario del partito democratico, si va dicendo che ormai questa è una battaglia perduta.

Io credo che quello che più preoccupa tutti quelli che si schierano contro, sia più che altro la paura di dover un giorno scendere a patti con diversi retaggi culturali.

Sino ad ora abbiamo mutuato dagli altri paesi ciò che più ci piaceva (halloween), ma cosa diremmo se in un paese italiano a forte concentrazione messicana si volesse festeggiare l’anniversario della morte di Miguel Hidalgo (rivoluzionario e religioso messicano)? Quanto potrebbe far paura una sua statua vicino a quella del nostro Garibaldi? Cosa accadrebbe se eleggessero un sindaco di origine africana ?

Niente. Non cambierebbe molto. Come posso sostenerlo? Facile. Ci sono esempi specifici.

Cosa è successo quando abbiamo eletto Cesare Castelpietra (Italo/Africano) sindaco di Carzano in Valsugana? Cosa è successo quando Jean-Léonard Touadi (una delle persone più preparate e più rispettose che abbia conosciuto) è stato assessore al comune di Roma? Cosa è successo dopo l’elezione di Kyenge Kashetu o Khalid Chaouki in Parlamento?

Inoltre già in molti paesi esiste questo principio.

Tra i paesi che, da più lungo tempo, applicano lo ius soli in modo automatico e senza condizioni figurano gli Stati Uniti. Il XIV emendamento della costituzione statunitense prevede che chiunque nasca sul territorio statunitense e sia soggetto alla sua giurisdizione — fatta eccezione, quindi, per personale del corpo diplomatico ed eventuali truppe straniere d’occupazione – sia cittadino americano.

Ma gli Stati Uniti non sono i soli. Sempre nel continente americano troviamo Canada, Messico, Argentina, Brasile, Paraguay, Perù, Ecuador, Honduras, Nicaragua e Giamaica.

In Europa il sistema è vigente in Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda e Irlanda.

Non sarà che forse non siamo abituati a confrontarci con altre culture? Che ancora non siamo pronti ad affrontare quel famoso melting pot di cui tanto si è parlato negli anni passati?

L’unica cosa certa è che dobbiamo dare una risposta a questi ragazzi e a queste ragazze che sono italiani a tutti gli effetti.

Le vie del cristianesimo dopo la seconda guerra mondiale

 

La fede è passata attraverso la sfida dei totalitarismi, oggi rischia di “compromettersi” per effetto di interpretazioni manichee, con la divaricazione tra l’antico e il nuovo testamento. Invece Gesù precisa e annuncia la loro connessione. Chi riduce il messaggio del Signore Gesù a etica dellintenzione” o a una interpretazione individualistica o esistenzialistica nel senso dellideologia della demondanizzazione, si priva dellessenza della sua persona. Ugualmente chi interpreta Gesù come un ribelle fallito è fuori dalla verità.

 

Roberto Paolucci

 

Karl Marx affermava che il Vangelo aveva avuto già abbastanza tempo per mettere alla prova le sue possibilità. Ma l’efficacia storica del Vangelo è ancora tutta da scoprire. Con l’ascesa del terzo Reich e quella del comunismo in Russia il cattolicesimo europeo e il cristianesimo ortodosso entrarono in una crisi catacombale. Ma questo periodo giovò a entrambi, ritrovando forza e profondità. La perdita del potere era stata salutare. La speranza era rifiorita proprio nei luoghi della sua assenza terrena, nell’orrore dei campi dì concentramento e nei tribunali dello stalinismo comunista assassino.

 

La risultante fu quella di cercare di evitare ogni nuova commistione della fede con la politica. In relazione a tale programma  si è sviluppata una posizione dualistica per cui la fede cristiana non sarebbe orientata alla santificazione del mondo quanto alla sua radicale laicizzazione, desacralizzazione: nulla sarebbe di più sbagliato che voler edificare una società cristiana. Tra i più recenti esempi di tale posizione è il libro di autori francesi R. Luneau e P. Ladriere, Il sogno di Compostela, 1989, che in relazione all’incontro mondiale dei giovani a Santiago di Compostela accusava Giovanni Paolo Il di un romanticismo rivolto al passato, mirante a promuovere una restaurazione della cristianita’: demondanizzazione e radicale laicizzazione che sostennero l’impegno nei partiti marxisti. Tuttavia nel primo dopoguerra avevamo assistito alla nuova costruzione politica realizzata con piena coscienza a partire dai principi morali del cristianesimo, con piena indipendenza rispetto agli ordinamenti ecclesiali, ma mantenendo un consapevole legame con il centro spirituale della fede. È la generazione di politici che noi possiamo chiamare i veri padri dell’Europa: Adenauer, Schuman, De Gasperi, De Gaulle ed altri.

 

Tuttavia negli anni ‘60 emerge questa concezione di un mondo totalmente autonomo, mondano, che si potrebbe chiamare deviazione di tipo manicheo, chiamata “teologia politica o della liberazione”. Si fondava sulla concezione che Gesù di Nazareth non aveva da annunciare nulla di pertinente all’esistenza terrena, se non la profezia del “totalmente altro, come regno di Dio”. Questo era esattamente il programma della demondanizzazione e della totale laicizzazione. Ma la miseria sociale crescente nel mondo e la non rinunciabile responsabilità dei cristiani ha, per così dire, ribaltato il problema: “il regno di Dio” non sarebbe più al di fuori del mondo ma dentro il mondo, e la fede diventa così ideologia politica, la politica cioè avrebbe assorbito la fede.

 

Queste sono le due opzioni estreme che tengono in essere l’interrogativo sulla responsabilità sociale e politica della fede. Ma qual è la risposta di verità a queste due opzioni, demondanizzazione radicale laicista e reintegrazione del regno di Dio in senso politico di sinistra? L’autentica comprensione di questo problema sembra  dipendere dalla giusta comprensione del rapporto fra Antico e Nuovo Testamento. Se si separano i due testamenti, andando contro l’interpretazione del Signore Gesù che parla di inseparabile continuità fra i due, si perde ogni relazione in riferimento alla realtà del mondo creato e Gesù diventerebbe un puro moralista. All’opposto, se la redenzione del nuovo testamento viene ridotta a esodo politicamente interpretato, e il regno di Dio diviene il frutto della liberazione, dell’azione liberatrice dell’uomo, Gesù Cristo perderebbe la sua propria identità. Se infatti facciamo riferimento al servo del Signore ( Is, 42, 1-4 e 5-9), di esso si dice, per tre volte in quattro versetti, che egli porta “il diritto” alle nazioni, lo stabilisce sulla terra, realmente proclama la legge.

 

“Il termine ebraico mispat, che si traduce con diritto, viene citato nella Bibbia ebraica ben 422 volte. Tanto che si può definire mispat come diritto, giustizia, legge, giudizio, o, più chiaramente, <norma data da Dio>, al fine di assicurare una società ben ordinata” ( Benedetto XVI).

 

Il popolo d’Israele è liberato e diviene nazione libera e sovrana per il fatto che esso è diventato una comunità di diritto attorno alla legge di Dio. La non libertà è l’assenza di legge e di diritto. Il dono della legge è lo specifico compimento della liberazione. Di una legge cioè che è realmente diritto, giusto ordinamento nei rapporti di relazione, in rapporto alla creazione e nella relazione al Creatore di tutte le cose, visibili ed invisibili, come recita il Credo nella Messa. La libertà dell’uomo può risultare solo nella giusta correlazione vicendevole delle libertà, e solo se esse attingono nella libertà di Dio, nella sua verità. Vera giustizia, giusto diritto possono scaturire solo quando il Dio vero è autenticamente riconosciuto e così anche l’uomo riconosce davvero se stesso, e in questo riconoscimento di Dio riordina l’essere nella comunione. Questo fu il motivo per cui il Sinai fu per Israele criterio e fondamento della sua libertà; e Israele perse la sua libertà nella misura in cui si allontanò dal diritto, ripiombando nell’assenza di legge e quindi nella schiavitù.

 

Il cuore della liberazione sta nel dono della legge del decalogo, secondo la disposizione di Dio ed è intimamente associata e alla ragione che si apre a Dio, e alla volontà che permette di passare all’azione. Purtroppo, poiché l’uomo nella sua esistenza storica conserva sempre la libertà di negarsi, la sua libertà dentro la storia resta sempre incompiuta. Ma dov’è la distinzione fra il primo Mosè e il servo di Dio? Il servo di Dio non comunica più la legge solo ad Israele, ma la porta alle nazioni (Is, 42, 1), e stabilisce il diritto a tutta la terra (Is, 42, 4). L’evento diviene universale e la salvezza coinvolge il mondo intero, riconciliato e raccolto nella comune giustizia dell’unico Dio.

 

Ma come avviene ciò? Forse per via di conquista o di sottomissione? No, perché “Egli non alza la voce, Egli soffre per la giustizia, Egli non contrappone all’ingiustizia nuova ingiustizia, ma l’assume nel suo patire ( “uomo dei dolori che ben conosce il patire“)”. Gesù precisa e annuncia questa connessione fra l’antico e nuovo testamento. E chi riduce il messaggio del Signore Gesù a “etica dell’intenzione” o a una interpretazione individualistica o esistenzialistica nel senso dell’ideologia della demondanizzazione, si priva dell’essenza della sua persona. Ugualmente chi interpreta Gesù come un ribelle fallito è fuori dalla verità.

 

Gesù non era né Barabba né Spartaco, ma se stesso, il Signore della storia: “L’intatta concretezza d’ogni prescrizione sociale e giuridica dei profeti e, sulla loro linea, l’intera legge, penetrata profeticamente ed estesa universalmente, sono realtà che gli appartengono a pieno titolo. La fede in lui travalica l’ambito sociale e politico, ma è proprio così una fede responsabile verso la società e verso il mondo. La fede comprende in sé il sociale non nella forma di un programma partitico bell’e fatto, di un compiuto ordinamento strutturale del mondo. Il sociale è presente nella fede, proprio nella modalità della responsabilità, cioè rinviato alla mediazione della ragione e della volontà. Ragione e volontà devono cercare di concretizzare e realizzare nelle mutevoli situazioni storiche la misura, rinfrancata dalla fede, della mispat (diritto) di Dio, sempre nell’ essenziale incompiutezza dell’umano agire storico, al quale non è dato di innalzare “il regno”, ma è affidato il compito di andargli incontro con l’opera della giustizia e dell’amor…La speranza della Fede si sporge sempre infinitamente oltre le nostre realizzazioni, essa attinge l’eterno; ma proprio il fatto che questa speranza ci è donata, ci da’ il coraggio, nonostante tutte le inadeguatezze, di riprendere sempre di nuovo la lotta per un ordine di giustizia, che è forma di libertà ed eleva un argine contro la tirannia dell’ingiustizia” (Benedetto XVI, 2018, da La Vera Europa, identità e missione).

Suicidio assistito. Gambino: “Attenzione a non rendere ancora più fragili e privi di tutela i pazienti in bilico tra la vita e la morte” (AgenSir).

 

“Serve l’impegno di tutti, affinché attraverso dolorosissimi casi singoli non si giunga a nuovi protocolli sanitari generalizzati che finiscano inesorabilmente per rendere ancora più fragili e privi di tutela proprio i pazienti in bilico tra la vita e la morte”. Lo sostiene Alberto Gambino, presidente di Scienza& Vita, commentando il parere del Comitato etico regionale delle Marche sulla vicenda di “Mario”. Sarà il Ssn a doversi fare carico dell’assistenza al suicidio dei pazienti che lo richiedano?, l’ulteriore questione sollevata dal giurista. Di qui l’auspicio di una legge per scongiurare che nelle strutture sanitarie “si possa assistere inerti ad atti suicidari di autoassunzione di farmaci letali”.

 

Giovanna Pasqualin Traversa

 

Per la prima volta un Comitato etico non si è pronunciato su un caso di cosiddetto “accanimento terapeutico”, com’è noto, “non ammesso dalla legge”. Il Comitato etico regionale delle Marche è stato infatti chiamato a verificare, nell’ambito di “una vicenda diversa, nella quale il paziente stesso, alla luce dei quattro criteri indicati dalla Corte costituzionale, ritiene di poter interrompere la propria esistenza attraverso la somministrazione di un farmaco letale”, la sussistenza di questi criteri.

Alberto Gambino, giurista e presidente dell’Associazione Scienza& Vita, interpellato dal Sir commenta il parere con il quale il Comitato dell’Azienda sanitaria marchigiana riconosce nel caso in esame – la richiesta di Mario (nome di fantasia), camionista marchigiano di 43 anni, tetraplegico immobilizzato da 10 anni dopo un incidente stradale – la sussistenza delle condizioni previste dalla Consulta nella cosiddetta “sentenza Cappato” (n.242/2019) per la non punibilità di chi agevola il suicidio.

“Il Comitato etico – spiega anzitutto Gambino – valuta anzitutto la precondizione posta dalla Corte costituzionale, ossia che siano state offerte al paziente terapie del dolore e cure palliative. Questo è un passaggio importante: dal parere si evince che queste cure sono state somministrate ma che il dolore non è soltanto fisico ma anche psichico, e che il paziente non ha accettato un aumento di questi trattamenti”. Qui, secondo il giurista, “si apre il tema della dignità della vita, intesa non in senso oggettivo, bensì soggettivamente, secondo il sentire di ogni paziente e correlata ad una concezione soggettiva di dignità del morire”. In altri termini, precisa il giurista,

il Comitato etico si muove sulla scorta della prospettiva, aperta dalla Corte costituzionale, secondo cui “è solo il paziente a stabilire che cosa sia per lui dignitoso o no”.

Per Gambino, “il Comitato ritiene sussistano i requisiti dal punto di vista di una valutazione strettamente etica e di prassi sanitarie, ma fa emergere di avere ricevuto la richiesta di un parere anche in ordine alle modalità di somministrazione di questo farmaco letale, precisando tuttavia di non avere ricevuto elementi sufficienti per esprimere un giudizio etico sulla procedura indicata e, dunque, in definitiva il parere è formalmente incompleto e dunque non positivo”.

E qui, spiega il presidente di Scienza& Vita, “si apre un discorso strettamente giuridico, non di competenza del Comitato: se mai ci fosse un parere totalmente positivo, il paziente potrà essere assistito nel suo atto di suicidio da una struttura pubblica o solo privatamente? In altre parole: il Servizio sanitario dovrà farsi carico di assistere il paziente nell’autosomministrazione del veleno?

Questo la Corte costituzionale non lo stabilisce, né poteva, dunque, essere indicato dal Comitato etico. Si tratta di un tema delicatissimo che richiederà eventualmente una legge che possa scongiurare che nelle strutture sanitarie si possa assistere inerti ad atti suicidari di autoassunzione di farmaci letali”.

Gambino richiama il caso di Eluana Englaro, diverso perché legato ad una richiesta di interruzione di cure, ma che ha posto lo stesso interrogativo. “In quel caso – spiega – Tar e Consiglio di Stato hanno ritenuto che, una volta riconosciuto il diritto del paziente al rifiuto delle cure, le amministrazioni pubbliche debbano porre in essere gli atti che consentano la realizzazione di quel diritto”. Sulla scorta di quella vicenda, il giurista ritiene verosimile che, tuttora in assenza di una legge,

“un giorno potrebbe intervenire la decisione di un organo di giustizia amministrativa, il Tar ed eventualmente in seconda battuta il Consiglio di Stato, stabilendo che a fronte di un diritto riconosciuto, entro certi limiti, al suicidio assistito, l’amministrazione pubblica, ergo il Ssn, debba porre in essere tutti gli atti che consentano al paziente l’auto somministrazione del farmaco letale”.

 

Dov’è la novità?

 

Continua a leggere

https://www.agensir.it/italia/2021/11/23/suicidio-assistito-gambino-attenzione-a-non-rendere-ancora-piu-fragili-e-privi-di-tutela-i-pazienti-in-bilico-tra-la-vita-e-la-morte/

Il dialogo inaspettato tra Sturzo, Rawls e Sen nel libro di  D’Amodio. Un’analisi originale e coraggiosa del pensiero sturziano.

 

In occasione della ricorrenza dei 150 anni dalla nascita di Luigi Sturzo, l’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) organizza a Roma, venerdì 26 novembre alle 17.30, presso il Centro congressuale “Gli Archi”, Largo S. Lucia Filippini 20, la presentazione del libro di Alfonso D’Amodio, Libertà, giustizia e sviluppo. Sturzo, Rawls e Sen: un dialogo inaspettato, Solfanelli, 2021.

Giulio Alfano, nella circostanza, terrà la relazione introduttiva. Di seguito riportiamo la parte finale della sua prefazione al volume di D’Amodio.

 

Giulio Alfano

 

D’Amodio confronta il progetto sturziano sullo sfondo del  grande timore della gerarchia ecclesiastica di quegli anni,  il  modernismo, e rende speculare la forza della dignità  politica di Sturzo con quello che definisce “il ruggito  Rawlsiano”, che ha spazzato via ogni possibile alternativa  di  ricerca. I due pensatori quindi, secondo l’autore,  hanno risposto, seppur in tempi tanto distanti e  indipendentemente uno dall’altro, ai valori di libertà,  democrazia,  giustizia  e  solidarietà  per  tutti  gli  uomini.

 

La sfida lanciata è ben riassunta dal “fatto del pluralismo” di individuare una forma politica che potesse rappresentare  tutti nella pubblica piazza, come mai era avvenuto prima.  Sturzo  fa  riferimento  nei suoi  discorsi  alla  necessità  che  il Partito popolare operasse una politica capace di  rappresentare tutti i cittadini senza esclusione, ma anche  senza  ingerenza da parte delle istituzioni;  in questo senso anche la chiesa cattolica veniva posta di fronte al concetto  non sempre  condiviso  della  “laicità”  della  politica.  Sturzo,  come  nota  D ’Amodio,  non  concepiva  un  partito cattolico “perché un ossimoro” e infatti evidenziava  come la religione non potesse circoscriversi in una  concezione o statuto partitico, che la Chiesa non debba essere declassata a ruolo di un partito e soprattutto che la politica non è  una  religione.

 

La passione politica non deve frantumarsi in divisioni  confessionali  e  in  questo anche  s e  Sturzo  non  sarà  un  padre costituente, vedrà nella Costituzione della  Repubblica italiana un importante riferimento per l’affermazione della libertà anche nel riconoscimento del giusto ruolo della religione come recita  l’art. 7.

 

In questo senso specularmente divide ogni dottrina  comprensiva dalla possibilità di entrare politicamente nella  pubblica competizione e in ciò esattamente, come Sturzo, vuole arrivare ad individuare un modo per poter arrivare  alla  costituzione di una giustizia equa, solidale, che sappia  armonizzare progresso e sviluppo, perché possa la politica rappresentare tutti i cittadini.

 

Nella sua visione infatti Sturzo non vuole isolare la  “persona”  dal  proprio  contesto e anche dalla propria fede per tutelare la  dignità della persona; emerge secondo D’Amodio un fatto importante di contatto con Rawls nel  fatto che per poter permettere il pieno sviluppo della persona e la tutela della sua dignità che muove dalla libertà di ciascuno. E in questo anche Sturzo evidenzia l’importanza della visione liberale.

 

Il panstatismo non solo non raggiunge le istanze dei singoli sul territorio, ma viola il diritto alla partecipazione politica del cittadino. E Rawls perviene alla medesima conclusione perché la libertà in tutte le articolazioni è il primo principio di una teoria della giustizia come equità, che necessita quindi della forma liberaldemocratica costituzionale che radica meglio il “metodo democratico”.

 

Tuttavia molto interessante secondo me è l’ultima parte del lavoro di D’Amodio in cui ha dedicato capitoli col fine di analizzare le ragioni dell’antidogmatismo politico, soprattutto intrattenendosi su quei pensatori che si sono resi estranei al pensiero filosofico cattolico, recuperando una corretta interpretazione delle fonti filosofiche di S. Tommaso d’Aquino, nella giusta armonia tra fede e ragione, che poi costituisce lo snodo dei problemi in epoche diverse affrontati anche da Sturzo e Rawls. La formalizzazione di tale ricerca ha consentito a D’Amodio di pervenire ad un’analisi esaustiva della filosofia politica e del suo spendibile valore nelle nostre attuali società postglobalizzate, arricchendo il lavoro con il riferimento a Sen come esempio scientifico della visione filosofica, senza indulgere a dettami esclusivamente economici.

 

Per questo il lavoro di D’Amodio costituisce un primo passo verso la riscoperta del valore filosofico politico di una ricerca che partendo dalla storia risale alle matrici di pensieri troppo spesso esclusi attualmente e direi universalmente dal dibattito politico.

 

L’orizzonte plurale della sua ricerca consente di collocare in senso dinamico le opere di Sturzo e Rawls senza consegnarle soltanto all’indulgenza della memoria affettiva, ma rendendole operative per interpretare un mondo in così rapido e spesso convulso cambiamento, coordinando visioni politiche complementari nella democrazia partecipativa come ultima sfida che l’epoca contemporanea offre all’uomo.

Senza democrazia locale la Sicilia è perduta

 

In futuro la riforma della pubblica amministrazione e della Regione o imbocca la strada del cambiamento del sistema di governo locale o finirà per fallire i suoi obbiettivi di trasparenza e funzionalità.

 

 

Andrea Piraino

 

Mentre il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sigla con i Comuni italiani riuniti nell’Assemblea annuale dell’Anci, celebratasi dal 9 all’11 novembre scorso, il Patto di Parma per l’attuazione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) da oltre 200 miliardi di euro impegnandosi a far approvare la nuova Carta delle Autonomie che modifica il Testo Unico degli Enti Locali (dpr. 67/2000) ed i meno fortunati sindaci della Sicilia sono costretti a protestare per il vero e proprio crack che si è abbattuto su più di un quarto dei Comuni isolani ormai in dissesto o sull’orlo del default, la Regione siciliana, ormai con una arroganza sfacciata che ritiene di gestire il potere al di là delle più elementari regole della democrazia costituzionale, continua dopo un periodo di ben otto anni a sottoporre a regime di commissariamento il sistema di governo di due istituzioni territoriali costitutive della Repubblica (art. 114 cost.): le città metropolitane ed i liberi consorzi (o, per il resto del Paese, province).

 

È semplicemente una vergogna! Un abuso di potere che non si può più tollerare! A meno che non si sia rinunciato ad annoverare la Sicilia tra le istituzioni costituzionali sottoposte alle regole democratiche della sovranità popolare voluta dall’art. 1 della Costituzione e quindi gli organi di Comuni, Città metropolitane e Liberi consorzi tra le istituzioni elette con sistemi democratici.

 

Ma tale resa sarebbe assurda e ci renderebbe complici di un vero e proprio disegno eversivo!Come bisogna cominciare a dire senza esitazione con riferimento a tutte quelle istituzioni di controllo che, di fronte a questa clamorosa situazione, fanno finta di non saper nulla ed evitano di intervenire; così rendendosi complici di un gravissimo vulnus alla democrazia.

 

Ma questa realtà non è solo un oltraggio ad un valore come la democrazia, che purtroppo sempre più spesso oggi, per via di populismi e sovranismi vari, viene pericolosamente messo in discussione, ma un insulto  ai bisogni ed ai diritti dei cittadini siciliani che ormai a causa del mancato funzionamento di queste istituzioni locali non vedono più da tempo garantiti diritti come quello alla mobilità in sicurezza nelle strade provinciali (che in Sicilia in molti casi sono le sole), all’istruzione secondaria, ai servizi sociali, alla pianificazione del territorio, alla programmazione ed allo sviluppo, alla partecipazione al governo delle aree vaste, in prospettiva, vera nuova articolazione del territorio per una governance efficace, efficiente, a reale servizio delle comunità.

 

Per queste ragioni è necessario, allora, intervenire con un grande movimento di massa. Senza fare sconti a nessuno ed anzi cercando di coinvolgere le istituzioni europee che non devono più tollerare di vedere calpestate, senza che un proprio Stato-membro reagisca, le regole fondamentali dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali di parte dei propri cittadini.

L’opinione pubblica siciliana deve prendere coscienza che questa battaglia ormai è ineludibile e per questo già fin da subito deve denunciare che tutte le prossime elezioni amministrative che si svolgeranno prossimamente in Sicilia sono illegittime. È inutile, infatti, celebrare ‘ludi cartacei’ quando poi i poteri e le funzioni che i Comuni dovrebbero autonomamente esercitare sono condizionati dall’indirizzo imposto da Città metropolitane e Liberi consorzi guidati da ‘agenti’ del Governo regionale che soltanto ad esso rispondono e non hanno alcuna discrezionalità amministrativa. Pensiamo al processo di attuazione del PNRR. Tutto dipende con questo sistema dal Governo regionale, il cui grado di inefficienza però è tale che recentemente il ministro Patuanelli ha dovuto respingere tutti i 31 progetti agricoli presentati dalla Regione con una perdita secca per la Sicilia di 422 milioni di euro.

 

Ma non è solo questo! Anzi, francamente, questo profilo si può considerare addirittura secondario. Molto più importante e significativa, infatti, è la circostanza che in futuro la riforma della pubblica amministrazione e della Regione o imbocca la strada del cambiamento del sistema di governo locale (che sarà il vero protagonista dello sviluppo glocal ormai irrinunciabile) o finirà per fallire i suoi obbiettivi di trasparenza e funzionalità.

 

Bisogna, in sostanza, cambiare la struttura dell’ordinamento degli EE.LL. e del suo rapporto con la Regione che non potrà più essere gerarchico ma deve essere paritario, improntato al principio della collaborazione e della cooperazione, aperto all’interazione con lo Stato e, naturalmente, la stessa Unione Europea. Solo così, infatti, territori e comunità potranno finalmente diventare protagonisti del loro futuro ed in questo modo consentire ai loro cittadini di diventare veri attori interpreti del proprio avvenire.

 

Il movimento autonomistico siciliano deve rendersene conto ed imboccare fin da subito questa strada! Sapendo che si tratterà di iniziare una battaglia ‘provincia’ per ‘provincia’, territorio per territorio, comune per comune, che non potrà che avere un unico esito: la vittoria! Caso contrario, dovrà registrare non la sua sconfitta ma la sua scomparsa. Perché, come è successo altre volte nella storia, un movimento nato per realizzare un’unica grande meta non potrebbe sopravvivere alla sua mancata conquista. Sosteniamolo, allora, e spendiamoci per il futuro della Sicilia e dei Siciliani, contribuendo: 1) a riportare la Democrazia nelle ex province (Città metropolitane e Liberi Consorzi); 2) a costituire il Consiglio delle Autonomie Locali (per affiancarlo  all’Assemblea Regionale Siciliana come seconda ‘camera’ legislativa); 3) ad instaurare un Sistema Federativo con le altre Regioni del Mezzogiorno per affrontare, finalmente, la sfida dello sviluppo con il Nord. Per l’Italia, per l’Europa!

No alla sospensione dei sindaci se non condannati in via definitiva. Il Pd propone la modifica della legge Severino.

 

È stato depositato ieri, sia al Senato che alla Camera, un ddl che modifica la legge Severino per quanto riguarda la responsabilità degli amministratori locali.

 

Redazione

 

Il testo del disegno di legge, firmato da autorevoli parlamentari del Pd. I primi firmatari al Senato sono Dario Parrini, presidente della commissione Affari costituzionali, Anna Rossomando, vice presidente del Senato e responsabile giustizia del partito, Franco Mirabelli, vice presidente dem e capogruppo in commissione Giustizia; invece alla Camera Andrea Giorgis, coordinatore del comitato riforme istituzionali del partito, e i capigruppo in commissione Giustizia e Affari costituzionali Alfredo Bazoli e Stefano Ceccanti.

 

I Dem prevedono che non ci sia più la sospensione automatica per gli amministratori regionali e locali che riportano condanne non definitive, a meno che non si tratti di condanne per reati gravi e di particolare allarme sociale tra i quali la corruzione, la concussione e i delitti legati alle mafie.

 

“Il ddl – spiega una nota del Pd – raccoglie l’esigenza, manifestata da molto tempo e con crescente intensità soprattutto dai sindaci italiani, di modificare in maniera chirurgica alcuni punti della Legge Severino che nei nove anni trascorsi dalla sua entrata in vigore sono stati in non pochi casi all’origine di vicende paradossali e inique. Peraltro questa proposta, in quanto mira a realizzare un diverso bilanciamento tra le esigenze della lotta all’illegalità e quelle della salvaguardia della stabilità ed efficienza delle pubbliche amministrazioni, si pone in antitesi con l’approccio seguito dai promotori del referendum in materia di giustizia, un approccio che risulta del tutto non condivisibile poiché fondato su una linea di abrogazione indiscriminata delle norme”.

 

In definitiva, si tratta di una iniziativa che Sindaci e amministratori locali, anche nella recente Assemblea annuale dell’Anci a Parma, avevano sollecitato unitariamente.

 

***

La dissoluzione dell’identità mette all’angolo un individuo sempre più fragile. Non è un problema politico?

 

Il mondo sta perdendo la consapevolezza culturale degli archetipi: essi non saranno mai compensati dalle più avanzate conquiste tecnologiche, specie se esse generano un conflitto con “madre natura”: la pandemia che flagella il mondo è conseguenza di una ribellione alla distruzione del pianeta. Affidiamo alla tecnica – in un continuo passaggio dall’interno all’esterno – la fantasia creatrice, il pensiero divergente, l’immaginazione. Se questo pensiero debole comincia a prender corpo in famiglia e nella scuola rischiamo di crescere una generazione di soggetti ibridi e defedati, deboli e soccombenti alla mutevolezza del momento, istrionici e forse fraudolenti verso se stessi.

 

Francesco Provinciali

 

Sosteneva Hume che ogniqualvolta riflettiamo sulla nostra identità personale ci troviamo di fronte a una serie di percezioni che ci appartengono, ma tra le quali non possiamo mai isolare quella distinta che riguarda il nostro io: «Non riesco mai a sorprendere me stesso senza percezione e a cogliervi altro che percezione». Da questa prospettiva di valutazione, l’identità personale diventa una mera suggestione, l’integrità della persona una supposizione, un’entità sommativa e fittizia assoggettata alla mutevolezza anche temporale delle percezioni. Come già in Locke la riflessione di Hume si muove tra empirismo e razionalismo, come derivazione del cogito cartesiano ma in una cornice più ontologica (l’essere) che gnoseologica (il conoscere), anche se in lui segue la direzione della probabilità e dello scetticismo. Credo sia questo il fondamento filosofico da cui prende corpo il tema dell’identità lungamente cercata e della sua progressiva dissoluzione, ereditata dal ‘900, attraverso Kant, Hegel e Nietzsche.

 

Uno, nessuno e centomila’ è la metafora suggestiva usata da Luigi Pirandello per spiegare le contraddizioni tra l’unicità della persona e la molteplicità delle sue sembianze e dei ruoli sociali che ne sono la caleidoscopica rappresentazione: indossando le maschere imposte dalle circostanze la persona diventa personaggio ‘in cerca d’autore’, asservito alle lusinghe o alle contraddizioni dei mutanti contesti relazionali o attore che esplicita un atto di volontà di mutevolezza o nascondimento. Mentre Cassirer è interessato non tanto alla conoscenza in sé quanto alla sua rappresentazione simbolica: «Non possiamo cercare il vero “immediato” là fuori, nelle cose, ma dobbiamo cercarlo in noi stessi»…; ciò che interessa non è la distinzione tra il dentro e il fuori quanto «da quali punti di vista e in base a quale necessità il sapere stesso pervenga a queste distinzioni».

 

Possiamo da ciò argomentare che la sua fenomenologia della conoscenza tratteggia i connotati dell’uomo come “animale simbolico”, depositario di una continuo rimescolamento delle forme rappresentative della realtà. Decisamente illuminante al riguardo è la lettura dello splendido, recentissimo, saggio di Giuseppe Saponaro, “Per Ernst Cassirer”. Il ‘900 accosta alla riflessione speculativa della filosofia come luogo del rimuginamento interiore la forza dirompente dell’evoluzione tecnologica, del quotidiano,  si apre ai nuovi linguaggi nella loro valenza semantica e simbolica, si incardina nel concetto di modernità e si esplicita nelle pluralità e nella molteplicità delle forme espressive.

 

Va osservato che la letteratura e il teatro si sono ampiamente occupati del tema dell’identità, del suo radicamento interiore e della sua connotazione sociale e culturale. Lo sfondo integratore è quel Novecento in cui l’individuo è alla perenne ricerca di una ragione di vita e di una spiegazione al senso delle cose in un contesto esistenziale in cui già prende corpo la rappresentazione plastica della precarietà esistenziale: a partire dai racconti e dalle pièces teatrali di Anton Checov ma più ancora segnatamente in quello che non a torto è stato definito da Martin Esslin  il teatro dell’assurdo, vera icona della vita come perenne attesa, dell’equivoco e dell’inganno, che ha in Samuel Beckett il più autorevole rappresentante (specie con ‘Aspettando Godot’ e ‘Giorni felici’), insieme ad Eugène Ionesco, Harold Pinter e in parte a Thomas Bernhard, che nel “Riformatore del mondo” celebra l’ipertrofia senza freni di un egocentrismo persino miserevole.

 

E mentre attorno all’uomo e per sua mano, tra due guerre mondiali devastanti, cresce vorticosamente l’impresa tecnologica che prende il posto della rivoluzione industriale, si materializzano rappresentazioni di continuo spaesamento dell’individuo in un contesto sociale caratterizzato da assenza di radicamenti esistenziali, da ambivalenze indecifrabili e relativismo etico: ne assume le sembianze Leopold Bloom nell’Ulisse di Joyce e ancor più ‘l’uomo senza qualità’ di Musil, collocato al centro di una gigantesca rappresentazione iconografica da cui esce ridimensionato non per carenza di potenziali capacità ma per assenza di motivazioni e di possibilità di mettere in pratica i principi a cui vorrebbe ispirare la propria condotta, mentre mutano radicalmente i processi di identificazione sociale (a cominciare dal significato di borghesia) pervasi da un senso di decadenza, impossibilità di autorealizzazione, crescente sentimento di impotenza interiore e difficoltà di dominio della realtà. Il tema di fondo che germina dal capolavoro incompiuto è a ben vedere quello del conflitto tra l’”io “ e il “mondo”, l’impossibilità di afferrare e dominare i processi di emancipazione della realtà, compiendo un impossibile tentativo di ricapitolazione dei contesti esistenziali, per mettere ordine nella propria vita.

 

Avvertiamo in questo straordinario romanzo una sorta di transito dall’interno all’esterno: di una coscienza che si fa più attenta, sensibile e perspicace ma al tempo stesso debole e incerta e di un universo materiale e simbolico pervasivo, di cui sfugge il dominio. A ben vedere un’intuizione illuminante che ritroviamo nell’ampia rivisitazione di Zygmunt Bauman – a questo punto persino inflazionata, abusata e distorta da una folta schiera di replicanti e ‘traduttor dei traduttori’ – che descrive una società liquida ed indeterminata che genera sentimenti di spaesamento, angosce e paure in un contesto puntilliforme e privo di approdi, dentro il quale l’uomo senza qualità diventa uomo senza ancoraggi.

 

Siamo nel pieno della crisi esistenziale ed ontologica dell’io pensante e della confusione e sovrapposizione di ruoli nei processi relazionali e partecipativi tipici delle moderne democrazie. Una deriva cui cerca di porre mano una visione utilitaristica della realtà e dell’universo simbolico delle relazioni (definita “dell’attore sociale”) , entro cui l’individuo possa ritrovare un ruolo e una funzione a valenza costruttivista, anche in chiave di autodeterminazione personale. che ha in Goffman e in Ardigò due autorevoli interpreti.

 

Dentro e fuori, realtà e sua rappresentazione, dimensione ontologica che muove verso il consolidamento interiore di una idea del mondo e fenomenologia simbolica come luogo del possibile: sono i temi che anticipano il dualismo che ci è più contemporaneo, quello tra reale e virtuale, tra percepibile e possibile, tra gestibile ma sfuggente e imperscrutabile perché ‘altrove’.

 

Essere e apparire sono la rappresentazione binaria dell’identità cangiante fino a palesarsi come transito verso la sua dissoluzione. Scavando nel profondo la psicanalisi offre contributi decisivi di studio e spiegazione al tema dell’identità di genere, oggi estremamente attuale sul piano culturale e rispetto alle declinazioni normative applicabili al concetto di autodeterminazione identitaria. In un interessante saggio del 2012 Magioncalda e Vassallo considerano il tema dell’identità di genere che definiscono “uno dei fattori psicosessuali che insieme con l’identità sessuale, l’orientamento ed il comportamento sessuale, vanno a costituire, nel contesto generale della personalità, la sessualità dell’individuo. L’identità di genere è la sensazione soggettiva e profondamente radicata che ognuno ha di essere uomo o di essere donna e che generalmente corrisponde al sesso biologico della persona”, soffermandosi peraltro nella considerazione dei cosiddetti “disturbi dell’identità di genere” il cui presupposto scaturisce dalla distinzione biologica dei sessi al punto che – nell’ampia disamina dei casi – viene citata la legge14 aprile 1982, n. 164, vigente in Italia, che reca le “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”, successivamente modificata dall’art.10, D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396.

 

La dissoluzione dell’identità è una deriva che esprime una vistosa accelerazione agli inizi di questo terzo millennio: essa matura in un contesto caratterizzato dall’obsolescenza delle ideologie, sostituite spesso da non convincenti e mutevoli opinioni fino al negazionismo, passa attraverso la società globalizzata che va perdendo il valore del radicamento nella storia e del genius loci, subisce l’intorbidamento del relativismo etico, l’esplosione delle nuove tecnologie e la spinta verso la digitalizzazione come modello di comunicazione e di scambio di relazioni affidate ad algoritmi e a codici alfanumerici.

 

Il mondo sta perdendo la consapevolezza culturale degli archetipi: essi non saranno mai compensati dalle più avanzate conquiste tecnologiche, specie se esse generano un conflitto con “madre natura”: la pandemia che flagella il mondo è conseguenza di una ribellione alla distruzione del pianeta. Affidiamo alla tecnica – in un continuo passaggio dall’interno all’esterno – la fantasia creatrice, il pensiero divergente, l’immaginazione.

 

Stiamo perdendo la correlazione tra manualità e pensiero (e viceversa) affidandoci alle “macchine”: nelle scuole in Finlandia è stato abolito il corsivo e introdotto il tablet, quei ragazzini crescendo useranno solo la firma digitale, mai quella manuale, persa per sempre (Finnish National Agency for Education EDUFI – Istituto Nazionale per l’Educazione Finlandese, 2016). La connotazione biologica, il DNA che ci caratterizza viene assoggettato alla valutazione discrezionale di una sensazione del momento, destinata ad essere cangiante: “oggi mi sento uomo”, “oggi mi sento donna”, non sono lui, non sono lei, chiamatemi “loro”. Il cosplay (travestimento) è l’epifenomeno di una insicurezza interiore oppure la scelta di annullare la certezza dell’identità in una sorta di nichilismo inafferrabile, privato di una stabile conversione.

 

Se questo pensiero debole comincia a prender corpo in famiglia e nella scuola rischiamo di crescere una generazione di soggetti ibridi e defedati, deboli e soccombenti alla mutevolezza del momento, istrionici e forse fraudolenti verso se stessi. Il timore è che le donne e i minori paghino il prezzo più salato, la discriminazione più pervasiva, sia essa connotata da violenza fisica o mascherata da perbenismo. Intanto nel buco nero del web, un universo simbolico che ha molte vie di accesso e poche certezze di ritorno, vengono carpiti i dati dei profili social, costruite improbabili identità mentre si consumano violenze e inganni in danno dei più deboli ed indifesi, si istiga al male e all’autodistruzione, la vita stessa è un accidente storico privo di valore, uno scherzo del tempo nello spazio. La percezione dell’identità in David Hume, pur se velata da uno scetticismo razionale, perfino dalla diffidenza come metodo di conoscenza, avrebbe meritato un esito più rassicurante.

Cile, Provoste (Dc) appoggerà il candidato di sinistra al ballottaggio. Un commento, in campagna elettorale, di Carmen Frei.

 

Yasna Provoste, dopo aver raccolto circa il 12 per cento nelle elezioni di ieri, ha detto di voler trattare con Boric (il candidato della nuova sinistra radicale) in vista del balottaggio, con l’intento chiaro di evitare che vada avanti il fascismo che rappresenta Kast”, il candidato della destra estrema. Qui riproponiamo la nota con la dichiarazione che pochi giorni prima dell’apertura delle urne ha reso Carmen Frei, figlia di Edoardo, lo storico Presidente cileno e leader prestigioso della Dc negli anni ‘60-‘70.

 

Redazione

 

La presidente nazionale della Democrazia Cristiana, Carmen Frei, ha risposto alle dichiarazioni del candidato presidenziale, Gabriel Boric, il quale a metà settimana aveva sottolineato come la Dc abbia rappresentato una storia di “boicottaggio” dei cambiamenti.

 

Non è così. “La Democrazia Cristiana è stata un partito che ha sempre operato in funzione delle trasformazioni sociali, dando ad esse la spinta necessaria, per un Cile più giusto.  La vicenda democristiana custodisce la memoria della “Rivoluzione nella Libertà” che ha portato alla Riforma Agraria, alla nazionalizzazione del rame e alla emancipazione popolare durante il governo di mio padre”, ha detto con chiarezza la  Presidente Dc.

 

Allo stesso modo, ha proseguito Carmen Frei, “durante al dittatura abbiamo difeso i diritti umani, con passione, impegno, generosità e coraggio, e abbiamo lavorato per tornare alla democrazia, anche a costo della vita di tanti compagni.  Abbiamo saputo organizzare e costruire insieme una proposta democratica, inclusiva, con una visione dello Stato che nella cornice della democrazia esigeva governabilità, pace e crescita economica, nonostante il dato di un Paese con il 40% di povertà, responsabilità ed eredità di un Pinochetismo che oggi mira a riconquistare la guida del nostro Paese”.

 

Carmen Frei ha colto altresì l’occasione per sottolineare che “il candidato della sinistra deve avere una coscienza storica che gli permetta di avere l’umiltà di riconoscere che il Cile non inizia con lui o con il Frente Amplio. L’interpretazione stravagante della storia ignora il lavoro di milioni di persone quando si è trattato di ricostruire il paese dopo la dittatura. Certamente, lo abbiamo fatto con entusiasmo e coraggio.  Ecco perché oggi penso che per governare siano necessarie qualità molto importanti: responsabilità e esperienza, innanzi tutto, ma anche  coerenza effettiva con i discorsi e i propositi politici che s’intende portare avanti. Ma, soprattutto, ci vuole tolleranza e umiltà”.

 

Il Cile non è un paese dominato dagli estremi. “Non abbiamo bisogno di governi populisti – di destra o di sinistra –  che ci propongano di tornare alle ricette fallimentari, tanto nel mondo come in Cile, come quelle rappresentate dalla destra neoliberista, individualista e mercatista del Pinochetismo; e neppure dalla sinistra totalitaria, che disprezza la libertà in forza della visione di uno Stato oppressivo delle persone. La Democrazia Cristiana ha dispiegato costantemente la sua azione guardando al bene del Cile, con più successi che errori, e Yasna Provoste rappresenta questa visione per la quale i cileni possano acquisire maggiori diritti, maggiore uguaglianza e migliore sviluppo in un clima di rispetto dello Stato di diritto, che ci permetta di continuare a crescere nell’ordine, nella pace e nella sicurezza”.

 

Per leggere il testo originale

https://www.pdc.cl/2021/11/12/carmen-frei-presidenta-de-la-dc-el-candidato-de-la-izquierda-debe-tener-una-conciencia-historica-que-le-permita-tener-humildad-para-reconocer-que-chile-no-comienza-ni-con-el-ni-con-el-frente/

Libia: tutti i candidati. Il focus dell’Ispi.

 

Presentata oggi (oggi per chi legge, ndr) a Tripoli la lista delle candidature per le presidenziali. Ma sulle future elezioni gravano ancora dubbi e divisioni.

 

Federica Saini Fasanotti

 

C’è anche l’attuale primo ministro libico, Abdulhamid Dbeibah, tra i candidati alla presidenza della Libia per le elezioni del prossimo 24 dicembre. È l’ultimo, annunciato colpo di scena in una corsa verso il voto sempre più affollata nel paese alle prese con la sua prima tornata elettorale in sette anni. Dbeibah si è registrato domenica nonostante la promessa di non farlo, posta come condizione al momento di assumere il suo attuale incarico, e nonostante le contestate regole elettorali gli impediscano di candidarsi. Finora, la Commissione ha riferito di aver ricevuto 61 candidature. Ma presentare la domanda non basta a garantirsi la partecipazione. Gli aspiranti candidati devono soddisfare delle condizioni – come avere una fedina penale pulita e possedere esclusivamente la cittadinanza libica – per accedere alla competizione, in modo da assicurare maggiore inclusività e trasparenza al processo elettorale. Nel frattempo, la lista dei candidati, annunciata oggi a Tripoli, aumenta fino a raggiungere quota 61, mentre sono già più di 3 milioni (su circa 7 milioni di elettori) i cittadini libici che si sono registrati per partecipare al voto.

 

Una corsa affollata?

 

Al momento, la lista dei candidati alle elezioni presidenziali conta tutti i nomi di spicco del panorama politico libico e oltre. C’è Aguila Saleh, presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, un tempo sostenitore delle offensive del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, comandante in capo dell’esercito nazionale libico e anche lui candidato; Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muammar Gheddafi, ricomparso dopo essere stato sequestrato dalle milizie di Zintan e attualmente ricercato dalla Corte penale internazionale. E poi ancora l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha e il vicecapo del precedente Consiglio presidenziale Ahmed Maitig. Per il resto, si tratta di candidati che non hanno ricoperto cariche pubbliche. Eppure, fa notare il quotidiano Daily Sabah, “l’identità dei candidati alla presidenza rischia di ipotecare la legittimità e dell’intero processo elettorale”, e ancora: “Le elezioni non sono una seconda possibilità per teppisti, golpisti, criminali e signori della guerra per soddisfare la loro sete di potere”.

Sembra dargli ragione il procuratore militare il generale della Libia, che oggi – come riferisce Agenzia Nova – ha rinnovato la sua richiesta di sospendere le procedure di candidatura di Saif al Islam Gheddafi e di Khalifa Haftar fino al completamento delle indagini sulle accuse nei loro confronti. In un appello rivolto al capo dell’Alta Commissione elettorale, il procuratore militare ha fatto riferimento a quattro presunti reati di cui è stato accusato Haftar e alle accuse di crimi di guerra contro il secondogenito del defunto leader libico Gheddafi.

Incertezza sulle regole?

A complicare le cose, a meno di sei settimane dal voto sostenuto dalla comunità internazionale nell’ambito di una road map per riportare la stabilità nel paese, il fatto che le regole siano tutt’altro che condivise: in base all’articolo 12 della legge elettorale infatti, uno degli articoli più controversi, gli aspiranti presidenti sono chiamati a lasciare i propri incarichi, sia civili sia militari, novanta giorni prima delle elezioni. Una circostanza che eliminerebbe quindi la candidatura del premier Dbeibah mentre ammetterebbe quella di Haftar. Ma l’Alto Consiglio di Stato con sede a Tripoli ha respinto la legge. Nel tentativo di superare lo stallo, il presidente del Consiglio presidenziale libico, Khaled al Mishri ha prima proposto di mantenere al 24 dicembre solo le elezioni legislative, rinviando quelle presidenziali ad una data successiva al referendum costituzionale, e poi ha invitato gli elettori a boicottare i seggi. Secondo il presidente le elezioni per il capo dello stato non porterebbero la stabilità che, ha detto, in questo momento è “l’obiettivo prioritario” per i libici.

 

Continua a leggere

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-tutti-candidati-32416#g1

Cl, la transizione di un movimento dopo le dimissioni di don Julian Carron. Il commento su “santalessandro.org” .

 

Il testo è tratto dal settimanale online della diocesi di Bergamo. Nei paragrafi finali, cui è possibile accedere attraverso il link indicato a fondo pagina, si possono leggere alcune interessanti considerazioni sulla questione della presenza dei cattolici in politica.

Giovanni Cominelli

Ai primi di ottobre abbiamo dato notizia del Motu proprio pontificio “Authenticum Charismatis” del 1° novembre 2020. Esso stabilisce che i fondatori di Movimenti e Comunità ecclesiali possono esercitare la leadership a vita, ma i loro successori non possono stare al comando per più di due mandati, comunque non oltre i dieci anni. Tempo due anni, per allinearsi alle nuove direttive.

La novità di questi giorni è che don Julian Carron, Presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, non ha atteso i due anni, si è dimesso in questi giorni con una lettera alla Fraternità, “per favorire che il cambiamento della guida a cui siamo chiamati dal Santo Padre si svolga con la libertà che tale processo richiede… Questo porterà ciascuno ad assumersi in prima persona la responsabilità del carisma”.

La decisione di Carron ha suscitato attenzione e commenti di opposto segno, visto che Comunione e Liberazione ha contato e conta molto nella Chiesa e nella società civile italiana e che, pertanto, ha addosso gli occhi di molti, spesso tutt’altro che benevoli. È l’OK Corral tra Papa Francesco e un Movimento a lui ostile? Il gesto “contiene una sfida”, come sostiene A. Polito sul Corriere della Sera? Una sfida di certo. Ma, rivolta al Papa o a CL? Secondo alcuni commentatori, Papa Francesco vuole addomesticare ruvidamente CL. Concordano con questa interpretazione non solo i nemici di CL, ma anche settori ciellini. Insomma: sarebbe la fine di CL.

L’opinione di chi scrive è che la sfida non sia rivolta né al Papa né ai critici interni, bensì a tutto il Movimento che Carron ha diretto dal 19 marzo 2005. Non pare essere un rancoroso addio all’insegna dell’“adesso arrangiatevi!”. Se un aspetto tattico è individuabile, esso è mosso dalla preoccupazione che una transizione di potere lunga due anni possa far impantanare CL in diatribe interminabili e paralizzanti.

La fatica di una trasformazione profonda

Il suo gesto va compresa sullo sfondo di due questioni brucianti, ancorché di diversa urgenza.

La prima è quella del passaggio dal tempo del “carisma” a quello della “democrazia”. Carron sapeva benissimo, fin dal 2005, di non essere un leader carismatico. “L’essere designato” come leader ne era già la controprova.  Ma il problema è dei ciellini, non di don Carron. Per loro la transizione alla democrazia è dolorosa. Il carisma faceva comodo a tutti. Intanto al leader carismatico. Una volta fondato e costruito un movimento sulla propria misura – anche se don Giussani sosteneva di non aver fondato nulla – il capo può fare ciò che vuole, dall’elaborazione teologica al consigliare il fidanzato/fidanzata più adatto/a, all’indicare le preferenze per il Consiglio comunale di Milano. Ma il carisma fa comodo soprattutto ai militanti. Perché li mette al riparo dal tormento del dubbio e dalle incertezze della scelta.

Il movimento si muove come una falange, che ti esalta nelle vittorie, sempre memorabili, e ti conforta nelle sconfitte, sempre gloriose. Il passaggio alla responsabilità personale è doloroso e faticoso, perché svanisce l’effetto-falange.

Su questo tema Carron ha insistito fin dal suo discorso di accettazione dell’investitura il 19 marzo 2005: occorre passare dal Noi all’Io, all’assunzione di responsabilità personali. Una posizione scomoda, che non risparmia né i vertici né la base e che genera divergenze e divisioni.  Non che fossero mancate all’epoca di don Giussani, ma la potenza del carisma le aveva rese inoffensive o, comunque, ricomprese. Con la gestione Carron sono emerse più libere e più nette.

Una riflessione in divenire su come stare nel mondo

La seconda questione bruciante è che, a partire dal maggio 2012, Carron ha accompagnato/promosso la modifica dell’identità storica di CL su un punto identificante: sul come stare nel mondo.

Quella dello “stare nel mondo senza essere del mondo” è una postura assai scomoda, già prevista dal Vangelo di Giovanni come drammatica. È il rapporto con la politica. CL lo ha declinato, dando vita al Movimento popolare, nato il 29 maggio 1975 e sciolto il 2 dicembre 1993. Dopo lo scioglimento, ha continuato, attraverso propri esponenti – di cui il più noto è Roberto Formigoni – a partecipare alla battaglia politica, attraversando prima il processo di decomposizione della DC e poi quello di formazione di Forza Italia e del PdL. Formigoni è stato presidente della Regione Lombardia dal 1995 al 2013. Nel 1986 CL ha poi promosso la Compagnia delle Opere come strumento di presenza attiva nella società. Insomma, CL ha praticato “la presenza”, in contrapposizione polemica, fin dagli anni ‘’60, alla “scelta religiosa”, tipica dei movimenti cattolici ufficiali, dall’Azione cattolica alla Fuci, assumendo posizioni nette su divorzio, aborto, procreazione assistita, riconoscimento delle coppie omossessuali, caso Englaro e governando da posizioni di potere le istituzioni, dall’amministrazione della Sanità alla Formazione professionale ecc…

Continua a leggere

https://www.santalessandro.org/2021/11/20/cl-la-transizione-di-un-movimento-dopo-le-dimissioni-di-don-julian-carron/

Saldi nella storia, la formula giusta per illuminare il cammino dei cattolici democratici.

Pubblichiamo l’ultima parte dell’intervento che l’autore ha letto al convegno dello Sturzo del 18 novembre 2021 su «Bernardo Mattarella a 50 anni dalla scomparsa», alla presenza del Presidente della Repubblica.

 

Beppe Tognon

 

Forse la questione più significativa per il cattolicesimo democratico degli anni Sessanta e Settanta è stata quella dell’unità dei cattolici, la cui portata andava molto al di là della necessità storica rivendicata da De Gasperi, perché richiamava l’enorme tema di come praticare l’unità in un contesto economico sociale e culturale segnato da evidenti rotture. All’interno della DC la tensione politica crebbe in parallelo con la rivoluzione dei costumi, il complicarsi del quadro internazionale e la fuoriuscita dal perimetro democratico cristiano di molti gruppi, per altro con scarsa fortuna.

 

La vicenda del divorzio è stato l’esempio più significativo di una rottura dell’unità dei cattolici sul piano dei diritti civili ma è decisivo notare due cose: la prima che quel passaggio nobilitò il carattere democratico dell’istituto referendario e quindi del rapporto tra parlamento e popolo; la seconda che, sul piano politico, tale rottura non presupponeva la fine della unità della DC, come troppo spesso si è detto. Dopo il 74 furono proprio i cattolici democratici a impegnarsi in una faticosa opera di mediazione politica e culturale che li ha portati a sacrificarsi per un rinnovamento che altri facevano finta di assecondare. La tragedia del terrorismo, l’assassinio di Moro e la morte di papa Montini contribuirono certamente a ricompattare per un momento il mondo cattolico, ma non riuscirono a nascondere il fatto che si era rotto un delicato equilibrio politico.

 

L’Assemblea degli esterni del 1981 per il rinnovamento della Dc è stato l’ultimo grande tentativo di riconciliare strategia sociale e strategia politica in nome dell’unità del partito, ma mancavano sia energie morali sia una cultura politica disponibile a cambiamenti istituzionali. L’azione di forze eversive e la pressione esercitata in quel momento di debolezza dagli alleati di governo e dall’opposizione avevano reso l’unità del partito sempre più debole.

 

Un’ultima considerazione. Si è abituati a dire che il Concilio Vaticano II è stato il secondo «gancio» che la storia ha offerto, dopo la stagione costituente, al cattolicesimo democratico per crescere, ma è bene dire che se il Concilio ha certamente reso onore al suo valore, dall’altro lo ha in qualche modo messo in crisi, assegnandogli il compito di andare ben oltre Leone XIII e Maritain. La governabilità e la politica economica divennero le nuove sfide. Dopo di allora il tema della democrazia passò dal se al come, e, come sempre accade quando si passa dai principi ai modi, il come rinvia a un chi diverso e più qualificato. Gli anni Ottanta e Novanta ci hanno riportati a ben prima della DC, a ripensare le radici lontane della democrazia e all’equilibro faticoso tra comunitarismo e individualismo.

 

Speriamo che l’enormità raggiunta dalle disuguaglianze e dalle questioni ambientali riescano a condurre l’impazienza dei giovani a riconoscere che, soprattutto in democrazia, è necessario essere «saldi nella storia», che è, a mio avviso, la formula più efficace per illuminare il cammino dei cattolici democratici, se mai ci sarà per loro ancora un futuro politico.

 

Chi è Beppe Tognon

Storico delle idee, è professore di Storia dell’educazione presso l’università LUMSA di Roma dove dirige il dottorato in Scienze dell’educazione. Nato a Bergamo nel 1956, sposato con due figlie, si è laureato e perfezionato in Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è specializzato a Parigi e in Germania. Ha insegnato presso le università di Venezia, di Pisa, di Roma. Dal 1996 al 1998 è stato Sottosegretario di Stato per la Ricerca scientifica e tecnologica nel primo governo Prodi. Dal 2007 al 2012 ha guidato il Comitato scientifico della Fondazione Bruno Kessler. E’ membro della giuria del Premio “Alcide De Gasperi: costruttori d’Europa” della Provincia autonoma di Trento, nonché Presidente della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi.

La lezione di Donat-Cattin secondo Aimetti. Una biografia accurata alla luce della storia politica del secondo Novecento.

 

 

Il libro scritto da Giorgio Aimetti pubblicato recentemente da Rubbettino, Carlo Donat-Cattin, la vita e le idee di un democristiano scomodo”, non ripercorre soltanto il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale – e privato – del leader democristiano piemontese e di un importante e qualificato statista della prima repubblica, ma ha il merito di rileggere anche le costanti che hanno caratterizzato la politica italiana per quasi 50 anni.

 

Certo, sono molti gli aspetti che si potrebbero trarre da una vasta ed interessante pubblicazione come questa. Ma c’è un aspetto che a volte viene dimenticato, o volutamente sottovalutato, e che invece merita di essere ripreso e approfondito perchè non ha una scadenza temporale nè può essere banalmente storicizzato. Parlo del rapporto tra i cattolici e l’impegno politico, o meglio il ruolo dei cattolici democratici, popolari e sociali nella cittadella politica italiana nelle diverse fasi storiche e che resta un tema di grande attualità. Moderno e contemporaneo. E nell’epoca storica che ha visto protagonista Carlo Donat-Cattin – cioè dall’inizio degli anni ‘50 sino all’inizio degli anni ‘90 – il rapporto dei cattolici con la politica e soprattutto con la gerarchia ecclesiastica e i suoi insegnamenti è stato un elemento costitutivo per lo stesso impegno nella società e nelle istituzioni democratiche.

 

Un rapporto che è stato comune e simile per molti leader democratici cristiani ma non per tutti. In sintesi, per uomini come Donat-Cattin essere un cattolico impegnato nel pubblico – nell’Azione cattolica come nel sindacato, nella politica come nelle istituzioni – è sempre stato ispirato a 3 criteri di fondo che rispondono anche alla sua concreta esperienza nelle varie fasi della sua vita.

 

Innanzitutto un rigoroso rispetto della laicità dell’azione politica e sindacale. Differenza dei ruoli e dei “piani”, come si diceva un tempo, ma sempre ispirati ad una concezione che affondava le sue radici nell’umanesimo cristiano e, per quanto lo riguardava, nel filone del cattolicesimo sociale. Per questi motivi la dottrina sociale della Chiesa, nella sua diversa e continua evoluzione, ha sempre avuto un’importanza centrale per tutto il suo magistero pubblico. E coniugare la laicità dell’azione temporale con una coerente aderenza all’insegnamento della Chiesa è sempre stato il faro che ha illuminato la sua militanza concreta.

 

In secondo luogo nessun cedimento al clericalismo e al confessionalismo. Atteggiamenti, invece, che hanno contraddistinto, nella lunga stagione politica democristiana, il comportamento politico di molti altri esponenti che a volte confondevano l’aderenza all’insegnamento della Chiesa e, nello specifico, di alcuni settori della gerarchia, con il condizionamento della concreta azione politica. Una sorta di clericalismo strisciante che era apprezzato nelle segrete stanze delle varie Curie disseminate in tutto il paese ma che non incrociava gli interrogativi e le domande che una società, sempre più laica e secolarizzata, poneva ai politici. Anche e soprattutto cattolici. E Donat-Cattin, su questo versante, ha sempre privilegiato i contenuti e il progetto politico di cui si faceva portatore rispetto a indicazioni che provenivano da altri settori. Qualsiasi essi fossero.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la rettitudine morale e personale di Donat-Cattin senza mai scivolare nel moralismo sciatto e avaloriale. Di qui la celebre distinzione tra i “moralisti” che indicano un problema e individuano se stessi e il proprio clan come gli unici titolari ad affrontarlo e risolverlo, e i “moralizzatori” che, al contrario, si battono per la soluzione del problema senza anteporre mai la propria persona e il proprio cerchio di amici coma la via miracolistica e salvifica da perseguire. Sotto questo aspetto, la lunga, complessa e difficile militanza politica di Donat-Cattin ha sempre concentrato la sua attenzione sui contenuti dell’azione politica e sindacale senza mai farsi affascinare o condizionare dai richiami moralistici frutto di una sub cultura che ha caratterizzato, al contrario, alcune esperienze riconducibili al mondo cattolico tradizionale.

 

Mi sono soffermato solo su tre aspetti, tra i tanti, che si potevano ricordare attorno a questo tema. Ma, comunque sia, anche per intraprendere oggi una nuova e rinnovata azione politica da parte dei cattolici italiani non possiamo – e non dobbiamo, a mio parere – dimenticare lo straordinario magistero politico e culturale di uomini come Carlo Donat-Cattin. Che hanno anche pagato personalmente un duro prezzo per aver sempre conservato nella loro vita una coerenza esemplare e cristallina nell’azione sindacale, politica e istituzionale.

Il centro “decentrato” e, insieme, la corsa al centro. Tra i cattolici si cerca di fare partito, ma senza adeguati strumenti d’analisi.

Troppe lacune e troppi errori condizionano i ragionamenti sulla ripresa d’iniziativa politica dei cattolici. Chi sono oggi i cattolici? Cosa rappresentano? Il centro diventa una formula indistinta e paradossale, qualcosa che sfiora l’ambiguità, se non il trasformismo. Papa Francesco c’invita intanto a riflettere sulla circostanza che le tante emergenze di questo tempo obbligano a considerare l’urgenza di operare tutti insieme, poiché siamo in fin dei conti sulla stessa barca. È un monito che la politica non può ignorare.

 

Nino Labate

 

Se ne è scritto spesso anche su questo quotidiano online, ma non sono il solo a notare che nelle ultime settimane il tema ha perso di interesse. Si è infatti fortemente  attenuato il desiderio di creare una forza politica cattolica, definita di centro, a cui si è spesso aggiunto l’aggettivo moderato/a.  Diciamoci la verità, la spinta al tanto atteso centro moderato cattolico, se questo voleva essere onestamente laico e liberale, non indicava niente di nuovo, oppure di alternativo agli schieramenti esistenti che insistiamo a chiamare di destra e sinistra. E non specificava nessuna originale identità partitica e culturale, realisticamente concreta per i nostri giorni. Essendo oggi i centristi moderati – e cioè i non estremisti, quelli nei comportamenti e nel carattere disponibili alla mediazione, i controllati e misurati, gli equilibrati e rispettosi della Costituzione – presenti in tutti i partiti politici italiani. 

 

C’è da pensare che quest’ultimo silenzio sia stato forse provocato dalle innumerevoli formazioni emerse di recente autoproclamatisi di centro, o frettolosamente identificate come tali sulla scia del “centrista moderato” Draghi; che messe assieme a quelle irrilevanti e personalizzate che già esistevano da tempo, compongono una confusa galassia destinata e capace, secondo gli ottimisti promotori, a essere alternativa e a delegittimare i cosiddetti partiti di destra e sinistra, che nel loro estremismo rappresentano pericoli seri per la democrazia del nostro Paese. Sarà!

 

Tocca solo  aggiungere, che  questi nuovi e vecchi centri  politici e partitici, nati e sospesi nel vuoto sociologico più assoluto, non sono mai riusciti a comunicare il loro profilo culturale, la propria filosofia politica, se non aggrappandosi al (vecchio) centro della Democrazia cristiana, ai suoi (vecchi) ceti medi, alla sua (vecchia) borghesia e al suo (vecchio) mondo cattolico;  e oggi puntando, infine, tutte le carte sul non voto e su una legge proporzionale.

 

Il centrismo dc

 

C’era di mezzo, nello storico centrismo DC, la teoria (e la prassi) della benemerita categoria della mediazione, grazie a Dio non denominata trasformismo, indubbiamente utile nel secondo dopoguerra solo perché in presenza di posizioni radicalmente diverse e di soluzioni fortemente  alternative. Era necessaria in quegli anni a far cambiare le idee in modo di superare l’antifascismo, e per trasformare il Pci in  un partito democratico – come auspicava  e scriveva  sul “Popolo Nuovo” Augusto Del Noce nella seconda metà del 1945, e come circa trent’anni dopo, verificò Aldo Moro. Insomma, un “centrismo di mediazioni” – quello di ieri – utile e necessario. Mentre quello cattolico di oggi – quando non vuole essere conservatore e tradizionalista, se non del tutto clericale a difesa dei “principi non negoziabili” – necessita al minimo  di urgenti chiarimenti culturali, tali da far capire anche quale sia o possa esser la base elettorale a cui si vuole rivolgere. Dunque, nuove (e vecchie) centralità politiche lontane dalle attuali e tragiche alternative di destra e sinistra? Nuovi (e vecchi) partiti, partitini, liste e movimenti che si contendono questo illusorio e nostalgico spazio geometrico, giocando tutte le loro carte solo e soltanto su un sistema elettorale proporzionale, e scommettendo solo e soltanto sugli astensionisti?

 

Da quello che si è letto, c’è da crederlo, altro infatti non si è visto e saputo. A partire, come si diceva, da quelle indispensabili analisi sociologiche sulla struttura della società in cui viviamo – come raccomandava con estremo realismo don Luigi Sturzo 100 anni fa. E con gli sguardi rivolti alla storia che stiamo costruendo, con le sue rivoluzioni digitali e antropologiche in crescita esponenziale, i cui esiti ci sono sconosciuti. Rivoluzioni che convivono, come sappiamo, accanto ai preoccupanti allarmi sul clima e sulle emissioni di gas serra, lanciati recentemente da Glasgow.

 

La necessità di capire le persone

 

Mi convinco sempre più che a questo punto occorrerebbero anche buoni antropologi e psicologi, per spiegare nello stesso tempo sia il profilo dei non votanti, sia i comportamenti di rifiuto dei No Vax e dei No Green pass, a cui sotto alcuni aspetti somigliano molto avendo in comune il disinteresse per il bene comune e per il prossimo, la paura del nuovo e della modernità assieme al disincanto per la politica, alla sfiducia nelle competenze e alla  sottovalutazione di tutta la classe politica e di tutti i partiti. Insomma, un tragico menefreghismo per il vivere insieme, una certa avversione verso la democrazia rappresentativa e una forte ostilità per le caste, ovvero per le classi dirigenti e le élite competenti.

 

La preoccupazione per il Covid c’entra poco. Credo che il 50% degli aventi diritto al voto è rimasto a casa perché rifiuta la politica e perché vive solo di emozioni; perché rimpiange il passato e crede ciecamente in quello che si legge sui social; in quello che sostiene il proprio leader di opinioni, oggi influencer,  a cui si delega la massima fiducia. Molto amarcord e molta paura, dunque, uniti ad una sopraggiunta indifferenza, coniugati con un pericoloso individualismo che spinge a pensare prima di ogni cosa a se stessi, e poi, se rimane tempo, anchea chi vive con noi nei mondi vitali e nella comunita a noi vicini.

 

La legge proporzionale e la “…prudenza politica” di Del Noce

 

Par dunque di capire che per i neocentristi solo una buona legge elettorale proporzionale sia in grado di far togliere le pantofole a metà degli italiani aventi diritto al voto, per spingerli verso i seggi elettorali e, conseguentemente, farli votare un partito cattolico di centro. E per farli allontanare dai pericoli della destra e sinistra italiane. Una legge, che però nei suoi effetti imprevisti e nelle sue ricadute, è anche capace di fare proliferare partiti personali fotocopie di partiti e programmi, e di duplicare culture politiche già esistenti. Un pluralismo, come si capisce, interpretato male.

 

Non è finita. Perché pare di capire che una robusta quota di questi assenteisti appartenga al voto cattolico di centro anche in quanto ceto medio. Lasciando sospesa la definizione di ceto medio, sarà vero anche questo. Una  categoria geometrica, lontana mille miglia da destra e sinistra, che tuttavia ha di recente coinvolto persino  l’inconsapevole Draghi, catapultato a sua insaputa in questo spazio.  E, in attesa di eventi quirinalizi, sottoposto  all’attenzione continua dei “centristi” Berlusconi e Renzi. E non solo. Un centro che vuole rinascere, facendo leva proprio sulla moderazione di Draghi. Si vuole pertanto una collocazione centrale, all’insegna della “…prudenza politica e della mediazione“, come la definiva Augusto del Noce nel lontano 1945: che tuttavia la riteneva necessaria solo e soltanto perché ci si trovava in quegli anni di fronte a un Pci ancora non totalmente democratico. E solo e soltanto  perché si era al cospetto di un robusto antifascismo che andava superato “…senza violenza e  con la “libertà” (v. il suo Centrismo: vocazione o condanna con una bella introduzione di Lorella Cedroni).

 

In quei lontanissimi anni, la posizione centrista di Del Noce era giustificata, essendo precipuamente rivolta alle classi medie di quei tempi: quelle ereditate dal  fascismo. Non solo. Teneva conto della borghesia italiana così come essa si configurava in Italia alla fine della guerra: quasi tutta ancora adagiata sui principi  dell’ordine e sui valori fascisti della Nazione. Non certo ai ceti medi, alla middle class, e alla (nuova) borghesia globalizzati dei nostri giorni. Erano tuttavia i tempi della preistoria democratica del nostro Paese. Con l’Italia senza ancora una sua robusta e lungimirante  Costituzione, come quella sopraggiunta da lì a un paio di anni; con l’Unione Sovietica comunista alle nostre porte; con una società ancora nelle mani di una ristretta élite cultural-politica, ed una ancora più ristretta élite economica di stampo liberale, con analfabetismo diffuso e sacche di povertà oggi inimmaginabili, specie nel Mezzogiorno d’Italia.

 

Conclusioni

 

Devo alla fine chiarire che pur rimanendo molto scettico sulla nascita di una realtà politica di centro, caratterizzata dal cattolicesimo sociale democratico e popolare, nel  caso in cui comparisse la seguirei con molta attenzione e interesse. Tale ipotetica nascita mi lascia però incredulo e dubbioso a causa delle approssimative motivazioni che  giustificherebbero la comparsa (per molti la ri-comparsa)  di una simile realtà nell’anno del Signore 2021 o 2022. D’altronde, la si è voluta già proporre solennemente sotto forma di partito politico, con tanto di nome e di Manifesto programmatico nel contesto di un convegno fondativo a carattere nazionale, chiudendo però gli occhi sul retroterra dell’impegno sociale e politico dei cattolici e sul prepolitico formativo. È calato l’oblio su quelle benedette scuole di partito, consegnate dunque al passato, sulla crisi dello storico associazionismo cattolico e sulla secolarizzazione galoppante che fa sbarrare le chiese ormai senza sacerdoti. Queste dimenticanze mi hanno lasciato  perplesso, anche perché si sono riscontrate presso  intellettuali, opinionisti e personaggi cattolici di buon livello culturale, che non hanno avuto però l’ardire di sostenere la  tesi che buona parte se non tutta la cultura laico liberale fusa nei valori cristiani del vecchio centro si è ora decentrata ed è stata assorbita dagli attuali partiti italiani della cosiddetta destra e della cosiddetta sinistra. Destra e sinistra, ai nostri giorni, sono per altro da ridefinire completamente, tenendo la barra sempre dritta sulla diade alternativa di eguaglianza e diseguaglianza proposta con lungimiranza da Norberto Bobbio.

 

Rimangono, certo, minoranze nazifasciste chiuse nel proprio settarismo religioso. E rimane un certo squadrismo ideologico, con tanta insana voglia di picchiare. Fenomeni sociali più di competenza dell’ordine pubblico che della democrazia dei partiti e della vasta opinione pubblica nel suo radicamento sociale. E rimangono frange di operaismo ancora bloccate sulla classe operaia e sul proletariato ottocentesco, ma oggi col computer in mano. E rimangono gli odi verso un capitalismo tuttora supposto nelle mani di una scomparsa borghesia benestante, mentre oggi risulta larga,ente controllato dalla finanza globale e da quell’1% di supericchi che stabilisce il bello e cattivo tempo di interi popoli.

 

È emerso infine un irrealistico antieuropeismo becero e sovranista, che nell’era della globalizzazione interculturale e di una strada avviata verso l’unità politica europea, è tuttavia destinato piano piano a scomparire. Non sembri alla fine irriverente, ma  la “Fratelli Tuttiassieme all’unica e sola barca “…dove siamo tutti imbarcatie sopra la quale dobbiamo remare tutti insieme, suggeriscono qualcosa anche alla politica. Fanno capire a quel futuro già avanzato che esiste una modalità capace di farci evitare la dispersione su molte piccole barche irrilevanti. Spingendoci a  riflettere sulla necessità di essere uniti il più possibile.

Flebile nel Pd la voce dei cattolici democratici. Anche questo spiega la ragione di un certo astensionismo elettorale.

 

La nota dell’autore, non priva di amarezza, deriva dalla lucida constatazione di come sia insufficiente e poco riflessiva l’azione messa in campo dopo le amministrative dal gruppo dirigente del Pd di Roma.

Mario Sirimarco

 

Alle ultime amministrative il Pd ha raccolto un ottimo risultato politico che si è tradotto inevitabilmente in generose distribuzioni di posti per assecondare la bramosia di potere delle diverse anime (o meglio i diversi gruppi) che lo compongono. Il risultato non deve però illudere perché se è vero che il Pd rafforza il suo ruolo di punto di riferimento essenziale per riformisti di varia natura nella prospettiva di un neobipolarismo, è altrettanto vero che molti nodi problematici devono essere risolti e le elezioni politiche arriveranno. Direi che oggi il Pd è il vero grande problema politico, anzi…lo è da quando è nato.

 

Di fronte alla sfida della Destra (che ci si augura possa essere più libera da pesanti incrostazioni) il Pd prima di pensare a come allargare il polo di centro sinistra deve diventare vero partito, con un progetto, con una visione, con una apertura a nuovi soggetti (senza evocare stagioni passate), cercando soprattutto di cogliere i fermenti del mondo giovanile, oggi escluso in modo preoccupante dalla vita politica.

 

Finora, dalla nascita ad oggi salvo pochi momenti di slancio, il Pd è stato essenzialmente un luogo di incontro e contrattazione di gruppi, correnti, anime a fini elettorali e di potere, una sorta di caminetto stile prima Repubblica di compensazione e di tutela di una classe dirigente autoreferenziale; oggi ci sono le condizioni politiche per proporsi veramente come pilastro della politica nazionale non per debolezze altrui ma per capacità proprie. Occorre riaprire, Letta lo ha colto ma ci vuole più coraggio, una fase costituente che parta dai territori e che si apra effettivamente, non per slogan, a tutto ciò che si muove virtuosamente nella società.

 

In questa prospettiva non può mancare l’apporto dei cattolici democratici custodi del riformismo che nella storia ha dimostrato la sua centralità ed eredi di una tradizione che oggi può e deve trarre linfa vitale dal magistero di Papa Francesco sui temi dello sviluppo, dell’ambiente, della responsabilità internazionale, della dignità della persona in tutte le sue dimensioni in tutte le sue latitudini in tutti i suoi bisogni.

 

Questa voce è assai flebile nell’attuale Pd (incapace di cogliere i fermenti che ci sono nel mondo dell’associazionismo e delle parrocchie con le loro innumerevoli attività di solidarietà e socialità) e questo spiega l’altissima astensione e l’allontanamento di molti cattolici democratici dalla vita politica.

 

Finita la fase della distribuzione di premi e prebende è il caso di mettersi a lavoro cominciando a fare Politica nel senso più vero e nobile del termine, ma è anche il caso che chi avverta l’importanza del momento intervenga e faccia sentire la sua voce, fuori dai circoli e dai salotti, riscoprendo il senso vero della partecipazione e della democrazia.

 

 

(Il testo è tratto dalla pagina Fb dell’autore)

Pluralismo e libertà: Sturzo vs Rousseau.

 

In vista del 150° anniversario della nascita di Luigi Sturzo (26 novembre 1971-26 novembre 2021) riportiamo un ampio stralcio di questo articolo-saggio che la Fondazione PER (Progresso-Europa-Riforme) ha pubblicato nei giorni scorsi. Ringraziamo l’autore e la Fondazione per il permesso accordato alla riedizione del testo sul nostro giornale.

Luigi Giorgi

È difficile riannodare i fili di una memoria e di un percorso storico, come quella di Luigi Sturzo, che si è snodato attraverso due guerre mondiali, diversi pontificati e regimi totalitari, in una incessante lotta ed elaborazione attorno ai temi della libertà e della democrazia. Nonché intorno alla promozione di ordinamenti inclusivi in grado di coinvolgere, il più possibile, i cittadini nei processi decisionali.

La ricostruzione storica può cercare di narrarne, nel modo più preciso possibile, i passaggi e gli avvenimenti, ma forse non riuscirà mai a coglierne con precisione le tensioni e le possibilità.

Vi si può soltanto avvicinare e cercare di porre all’attenzione quanto di quella esperienza possa essere d’ispirazione ancora oggi. Per afferrare quel vivente di cui scriveva Marc Bloch, in un circolo virtuoso, dialettico, che viene ricordato da Marrou, il quale lo individuava in un movimento elicoidale: “per cui lo storico passa […] dall’oggetto della sua ricerca al documento che di essa è strumento e viceversa; la domanda che ha causato il movimento, lungi dal restare sempre identica a se stessa, si modifica continuamente in funzione dei dati documentari”.

Possiamo dire che la riflessione sturziana si connota per una estrema concretezza condotta secondo i canoni esperienzali della presenza sul territorio sia a livello amministrativo che statuale. Ragionamento che sarà debitore alla stagione siciliana, nell’impegno fra le maglie amministrative del comune. Articolare in modo diverso lo Stato liberale, vissuto come distante ed elitario, divenne uno dei suoi propositi, come quello della creazione di una presenza di cattolici italiani, nell’agone politico secondo canoni di autonomia, programma e democrazia.

 Laicità e democrazia

Sturzo ragionava attorno all’importanza della laicità e della democrazia, in ambito cattolico, quando ancora si faceva molto fatica in quel mondo, ad accettare ed interagire, senza timori politico-intellettuali, con tali idee. Disse infatti a Caltagirone già nel 1905: “La necessità della democrazia nel nostro programma? Oggi io non la saprei più dimostrare, la sento come un istinto; è la vita del pensiero nostro: i conservatori sono dei fossili, per noi, siano pure dei cattolici: non possiamo assumerne alcuna responsabilità”.

E democrazia significava laicità, sia come abito mentale sia come struttura istituzionale, se così si può dire. Ha scritto Mario D’Addio: “La laicità presuppone una ragione che riconosce un fondamento che la trascende, fissando i limiti e l’ambito della sua autonomia; il laicismo, invece, si richiama all’autosufficienza della ragione”.

 Contro gli assoluti”

Sturzo non ha mai ragionato per assoluti, sia essi politici che statuali, ha ritenuto che tali riferimenti fossero afferenti ad altre esperienze più importanti e profonde. E ciò non perché ammiccasse ad una sorta di relativismo. Ma perché credeva che la democrazia per essere tale e per essere soprattutto valida dovesse essere pluralista, aprirsi alle esigenze e alle strutture che si trovavano fra il cittadino e lo Stato. Che potesse esserlo, quindi, attraverso la promozione dei cosiddetti corpi intermedi e della persona, con le sue peculiarità non disponibili per nessuno sia esso ente, che partito, che uomo politico.

A maggior ragione, in virtù di una tale visione, riteneva che non si potesse cedere troppo, in una visione totalizzante dello stesso termine, alle istanze popolari, soprattutto se poste come forza normativa e costitutiva di ordinamenti e bisogni statuali, istituzionali e territoriali, “Sturzo era (e fu sempre) – ricorda Nicola Antonetti – del tutto contrario all’uso del termine popolo quando esso è inteso come nebulosa numerica che, essendo priva di una qualsiasi identità sociale e politica autonoma e riconoscibile, è a rischio di essere eterodiretta”. Articolare le istituzioni, secondo differenti esigenze, significava disarticolare il significato, giacobino, e quindi totalizzante di popolo. Un’articolata composizione delle forme istituzionali avrebbe influito, nella sua visione, sulle forme sociali.

Resta sempre emblematica di una tale tensione la lettera scritta al fratello Mario nel novembre del 1934: “Io interpreto la teoria della sovranità popolare assoluta come una derivazione dalla teoria delle monarchie di diritto divino. Caduto, per il razionalismo del sec. XVIII, il concetto religioso su cui si basava l’assolutezza del potere, si doveva creare un altro punto di assolutezza e si riversò sul popolo come volontà generale (Rosseau). Il passaggio da questa concezione a quello dello Stato assoluto (e quindi etico) avvenne per il tramite dell’idealismo hegeliano, che fu un passo avanti sul razionalismo”.

La storia come luogo della libertà

La sua riflessione era dentro la storia ma non si adagiava in uno storicismo deterministico di matrice hegeliana, tantomeno marxista. Ma andava incontro ad una visione della storia considerata luogo della libertà e dell’affermazione della persona, intesa come protagonista produttrice, in modo organico, di cambiamento. In tale ottica, inoltre, la storia non poteva non tener conto del problema del mistero (della concezione della creazione e della caduta, scriverà lo stesso Sturzo). Perché essa, priva di un fine teleologico, doveva aiutare a comprendere la difficoltà dei tempi, ed assistere la persona nel suo mutamento.

La complessità moderna, la società delle industrie, della produzione svincolata da ogni fine sociale, la pervasività dello Stato e dei partiti nelle società del secondo dopoguerra saranno motivo di riflessione per Sturzo. E in tale ottica si muoverà anche la sua speranza che la costruzione europea fosse il più inclusiva immaginabile ed il più mediterranea possibile. “Noi vogliamo un’Europa indipendente e federata. Se l’oriente resterà totalitario, la federazione europea comincerà da occidente: Inghilterra, Francia, Italia, Olanda, Belgio, Lussemburgo”, scrisse su “Il Popolo” nel 1948.

A suo parere la costruzione europea, seppur occidentale, anche per il contesto nel quale scrisse, doveva considerare maggiormente la parte Sud del Vecchio continente.

 

Continua a leggere

https://perfondazione.eu/pluralismo-e-liberta-sturzo-vs-rousseau/

Il futuro tra utopia e catastrofe”: gli Incontri della Diocesi dì Alessandria. Intervista con Renato Balduzzi (La Voce Alessandrina).

 

Anche questanno la Diocesi di Alessandria organizza i Martedì di Avvento, in collaborazione con il Centro di cultura dellUniversità Cattolica e il Meic, Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale di Alessandria. Il 30 novembre sarà ospite il professor Pierluigi Viale, Ordinario di Malattie Infettive nellUniversità di Bologna. A seguire, il 7 dicembre, interverrà il professor Stefano Zamagni, docente di Economia politica nellUniversità di Bologn. Infine, martedì 14 il ciclo di incontri si concluderà con la professoressa Morena Baldacci, teologa, docente di Liturgia alla Facoltà teologica di Torino.

 

Andrea Antonuccio

 

Abbiamo chiesto a Renato Balduzzi, Ordinario di diritto costituzionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nonché instancabile promotore dei Martedì diocesani, di cominciare a introdurci ai contenuti che ascolteremo. A partire dal titolo: “Il futuro tra utopia e catastrofe”.

Professor Balduzzi, perché questo titolo?

«Da una parte, la catastrofe è in mezzo a noi, sotto forma di un virus pandemico che sappiamo non sarà l’ultimo, sotto forma di una malattia dell’ambiente difficile da curare, e sotto forma di una malattia spirituale, anche dentro la Chiesa, che sappiamo di dover curare. Questa “terna” di difficoltà può essere considerata dunque come una “catastrofe”. Dall’altra, noi abbiamo delle ragioni di speranza, e per questo il futuro non è più soltanto un tempo verbale, ma è la nostra speranza: nei confronti delle minacce per la salute, intrecciate con quelle per l’ambiente e con le minacce spirituali che rendono più difficile il cammino comune nella Chiesa».

Parliamo dei relatori di questi Martedì di Avvento.

«Per i motivi che ho esposto, abbiamo invitato un infettivologo di grande equilibrio come Pierluigi Viale, che ci aiuterà a capire come si può vivere e stare in mezzo alle pandemie, per evitare di comportarci come fanciulli ignari o come “alieni” arrabbiati e facili prede delle tante “bufale” che circolano sul web. Sotto il profilo dell’ambiente, Stefano Zamagni, economista di fama internazionale, ci spiegherà perché quella di Francesco non è un’utopia, ma può diventare un luogo, un topos della nostra vita. E infine Morena Baldacci, teologa della liturgia, ci aiuterà a capire come ridurre lo scarto tra sinodalità liturgica e sinodalità pastorale. Uno scarto che ci sarà sempre, è chiaro, ma che a noi sembra ancora eccessivo».

Di questo ciclo di tre incontri, qual è lappuntamento che lei attende con più interesse?

«È difficile dirlo. Il primo incontro è più immediato, per imparare a vivere nella pandemia e a sconfiggerla; il secondo rappresenta il medio-lungo termine: guarda alle generazioni di domani, perché noi siamo oggi la prima generazione a percepire così chiaramente il cambiamento climatico nella nostra vita. Il terzo Martedì invece è per l’oggi e per il domani, perché affronta la domanda su quale sia il legame tra il professare la nostra fede e la vita: come possano stare insieme fede e storia, che cosa unifichi la nostra vita interiore e l’attività esteriore, come collegare l’eucaristia quotidiana o domenicale, la liturgia, i sacramenti con le relazioni tra di noi e verso gli altri, come passare dall’assemblea liturgica a quella sinodale, insomma con quale sentimento e atteggiamento, e con quale coerenza, affrontiamo la pandemia e le tante questioni di oggi».

Continua a leggere

https://lavocealessandrina.it/blog/2021/11/18/i-martedi-davvento/

E l’Italia va. Secondo gli scenari industriali di Confindustria il mondo della manifattura gira a pieno ritmo.

 

Presentato ieri il Rapporto del Centro Studi della Confindustria: “La manifattura al tempo della pandemia. La ripresa e le sue incognite”. Che cosa emerge? L’Italia ha recuperato, ora traina l’Eurozona. Germania e Francia sono lontane dall’assorbimento degli effetti prodotti dallo shock. Di seguito la sintesi del Rapporto.

 

Redazione

 

Dopo il crollo dei primi mesi del 2020, l’attività industriale a livello mondiale ha risalito velocemente la china nella restante parte dello scorso anno. Successivamente al rimbalzo, tuttavia, il percorso di crescita si è sostanzialmente interrotto nel 2021, tanto nel mondo avanzato quanto in quello emergente. Nell’Unione europea e negli Stati Uniti l’indice di produzione manifatturiera è tornato a toccare i livelli pre-crisi a gennaio 2021, senza però superarli stabilmente nei mesi successivi. La Cina è avanzata fino a luglio 2021 di un modesto +1,6%. Altrove è andata peggio.

 

Al rallentamento strutturale della crescita industriale globale che precede lo scoppio della pandemia, nel corso dell’ultimo anno si sono aggiunti gli effetti negativi prodotti da misure di lockdown in molti paesi emergenti rese necessarie dal dilagare ancora incontrollato del Covid-19, la crisi della logistica marittima che ha fatto impennare i costi di trasporto e rallentato i flussi commerciali di materie prime, semilavorati e beni finiti, e la crisi energetica in Cina che ha costretto a sospensioni forzate di molte attività industriali, con effetti a cascata per gli approvvigionamenti in tutto il resto del mondo.

 

In questo difficile contesto internazionale, alcuni settori hanno continuato ad espandersi nel corso del 2021. A livello mondiale, farmaceutica, elettronica e meccanica strumentale, sotto la duplice spinta della domanda di vaccini e di digitalizzazione, hanno superato nel corso di quest’anno di oltre il 10% i livelli del quarto trimestre del 2019. Male, invece, sia per la debole ripresa della domanda sia per le strozzature nelle forniture, i comparti legati ai mezzi di trasporto (non solo automotive) e quelli della moda.

 

Poiché l’insorgere della crisi pandemica ha determinato in tutto il mondo una caduta dell’attività manifatturiera nel primo semestre del 2020 a cui ha fatto seguito un recupero nella restante parte dello stesso anno, le quote nazionali del valore aggiunto manifatturiero globale (calcolate a prezzi correnti) mostrano una sostanziale stabilità. L’Italia conserva il settimo posto a livello mondiale. Non sono però mancate alcune eccezioni degne di rilievo. La Cina, che già da anni riveste il ruolo di primo produttore manifatturiero mondiale, ha re­gistrato una crescita di oltre due punti percentuali della propria quota di mercato, passata dal 28,6% del valore aggiunto totale nel 2019 al 30,1% nel 2020. Il distacco dagli Stati Uniti (16,6%) è cresciuto ulteriormente, arrivan­do quasi a quattordici punti percentuali. Anche Corea del Sud e Taiwan, i cui sistemi manifatturieri hanno sviluppato una forte specializzazione nelle produzioni legate all’elettronica – ossia in uno dei comparti più in salute nel 2020 – sono riuscite lo scorso anno a guadagnare posizioni in classifica (rispettivamente una e due). Taiwan, in particolare, grazie a una crescita del valore aggiunto nel 2020 che è stata superiore anche a quella cinese, è salita, per la prima volta nella sua storia, all’undicesimo posto della classifica, scavalcando Russia e Messico.

 

Nel 2020 gli investimenti diretti esteri (IDE), che rappresentano uno dei princi­pali mezzi attraverso cui si sono costruite le catene globali del valore e sono al centro dell’accelerazione della dinamica del commercio mondiale, sono crol­lati del 35%, sotto il peso dell’incertezza esplosa con la pandemia. L’inversione di tendenza sembra già iniziata nei primi due trimestri del 2021, essendo i flussi mondiali di ide tornati a crescere ai livelli pre-Covid. Le prospettive per l’anno in corso, secondo l’unctad12, sono migliorate sensibilmente. Infatti, per il 2021 si prevede una crescita degli IDE nel mondo tra il 10 e il 15%; di questo aumento beneficeranno maggiormente le economie sviluppate (con un tasso di crescita tra il 15 e il 20%) rispetto a quelle emergenti e in via di sviluppo (tra il 5 e il 10%). I comparti maggiormente beneficiari dei capitali esteri investiti sono quelli della salute e della transizione ecologica.

 

A differenza di quanto accaduto con le precedenti crisi globali, la manifattura italiana, dopo il tracollo di oltre 40 punti percentuali nel bimestre di marzo e aprile del 2020, non solo ha recuperato stabilmente i livelli di attività precedenti lo scoppio della pandemia, ma è diventata uno dei principali motori della crescita industriale nell’Eurozona. In Germania e Francia, infatti, nonostante un calo meno drastico dei volumi di produzione nei mesi più critici del 2020, il pieno riassorbimento dello shock appare ancora lontano: ancora sotto del 10% dai livelli pre-crisi la produzione tedesca, del 5% quella francese.

 

La performance industriale italiana è spiegata innanzitutto da una dinamica della componente interna della domanda che, grazie alle misure governative di sostegno ai redditi da lavoro prima e di stimolo alla spesa dopo, ha dato un contributo decisivo alla ripresa della produzione nazionale. A fronte di un fatturato estero che ad agosto del 2021 ha segnato un +2,8% in valore rispetto al picco di febbraio 2020, il fatturato interno ha registrato nello stesso arco temporale un +7,0%. La crescita è trainata innanzitutto dai comparti legati alle costruzioni, dove è in corso un boom di investimenti.

 

Un ruolo fondamentale è poi rappresentato dal basso grado di esposizione delle imprese manifatturiere italiane alle strozzature che stanno affliggendo le catene globali del valore in questo frangente. In base alla media delle risposte dalle imprese nella seconda parte del 2021, “solo” il 15,4% di esse ha lamentato vincoli di offerta alla produzione per mancanza di materiali o insufficienza di impianti, contro una media UE del 44,3% e a fronte addirittura del 78,1% dei rispondenti in Germania.

 

La tenuta della capacità produttiva in Italia, sostenuta anche da un massiccio ricorso ai prestiti garantiti dallo Stato (il nuovo debito netto contratto dalle imprese manifatturiere italiane nel 2020 è stato pari a 4,1 punti di fatturato, rispetto ad appena 0,3 nel 2019), ha scongiurato una forte ondata di chiusure ed evitato così pesanti ricadute negative sul fronte dell’occupazione. Alla fine del secondo trimestre 2021, le ore lavorate nell’industria risultavano sotto dei livelli pre-pandemici del 4,2% rispetto allo stesso periodo del 2019, gli occupati dell’1,1%. Per la seconda parte dell’anno, le attese delle imprese manifatturiere sul fronte della domanda di lavoro restano positive.

 

I risultati preliminari di un’analisi realizzata dal Centro Studi Confindustria in collaborazione con il gruppo di ricerca RE4IT, relativa ai processi di backshoring in corso nella manifattura italiana, rivelano che il fenomeno del rientro in Italia di forniture precedentemente esternalizzate non è marginale. Tra i rispondenti che avevano in essere rapporti di fornitura estera, il 23% ha già avviato, negli ultimi cinque anni, processi totali o parziali di backshoring. Al primo posto tra le motivazioni addotte per spiegare il fenomeno compare la disponibilità di fornitori idonei in Italia (il che significa che la passata esternalizzazione non ha determinato la scomparsa di reti di fornitura nazionale nell’ambito in cui opera l’impresa) e la possibilità di abbattere i tempi di consegna (il che implica che il ricorso alla fornitura nazionale è rimasto efficien­te sul piano operativo).

 

In tema di sostenibilità ambientale, le stime del Centro Studi Confindustria mostrano come, nel 2020, parallelamente al calo dell’attività manifatturiera vi sia stata una forte riduzione dei livelli di emissioni di CO2 nell’atmosfera in tutte le principali economie industriali del mondo, a partire da UE (-8,4% rispetto al 2019) e USA (-7,7%), con la sola, rilevante, eccezione della Cina (+1,6%). Le emissioni prodotte dalla manifattura cinese sono peraltro stimate in accelerazione rispetto alle media del quadriennio 2015-2019. La manifattura italiana si conferma, anche nel 2020, tra le più virtuose al mondo in termini di ridotte emissioni, insieme a quella tedesca e francese.

 

 

 

Per leggere il Rapporto completo (con le slide)

 

https://www.confindustria.it/home/centro-studi/temi-di-ricerca/tendenze-delle-imprese-e-dei-sistemi-industriali/tutti/dettaglio/rapporto-scenari-industriali-2021?utm_source=CSC&utm_medium=Newsletter&utm_campaign=SInov21

I servizi di prossimità nella città dei 15 minuti. Continua il dibattito sulla testata “Il Bo Live” dell’Università di Padova.

 

La “città dei 15 minuti” è un’ipotesi progettuale in fase di sperimentazione tesa a far sì che il cittadino possa soddisfare le proprie esigenze nel tempo di pochi minuti, muovendosi a piedi da dove abita. Le esperienze di Parigi, Barcellona e Milano.

Francesco Alessandria

 

Il tema della prossimità non è nuovo: lo tratta anche Ambrogio Lorenzetti, che, nel 1338, a Siena, in un ciclo di affreschi dipinge la “Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo”. Nella rappresentazione del buon governo vi è la città compatta, piena di vita, in cui ciascuno è impegnato in varie attività in una dimensione a scala umana e di prossimità. È evidente che esistono profonde differenze tra le città medievali e quelle contemporanea, ma entrambe perseguono lo stesso obiettivo: la misura d’uomo, la prossimità.

Ma quali sono i principali servizi di prossimità di cui ha bisogno il cittadino?

Tra i più significativi vi sono, in primis, i servizi sanitari, quali servizi primari accessibili alle fasce deboli, e non solo, dove ricevere assistenza o supporto sanitario unitamente, magari, al rilancio della figura del medico di base. Vi sono poi i centri sociali, che devono essere aperti, soprattutto, verso giovani e famiglie, ed essere teatro di nuove collaborazioni con altre realtà e soggetti del territorio. Le biblioteche di quartiere e aree circostanti, intese quali luoghi da valorizzare in virtù del loro ruolo culturale, aggregativo e educativo, nonché di presidio sociale in territori spesso periferici e attraversati da fragilità sociali. Gli oratori, identificabili in luoghi di aggregazione comunitaria, capaci di svolgere un ruolo essenziale nella costruzione dello scambio culturale, anche il mondo interetnico. I mercati rionali, che offrono forme di incontro e presidio sul territorio con ricadute in termini di coesione sociale nel quotidiano. La scuola, intesa quale luogo in cui gli spazi di aggregazione forniscono stimoli per la costruzione e la trasmissione di conoscenze. Gli spazi verdi, che rappresentano per gli abitanti dei quartieri gli spazi di incontro e socialità, e che dovrebbero essere più aperti, accessibili e attrattivi. La viabilità, che, oltre ad essere oggetto di confronto sulle politiche di mobilità, è lo spazio pubblico dove si manifestano i bisogni dei più deboli (dei senza fissa dimora, degli immigrati…), ed è lì che risulta più facile intercettare i bisogni dei soggetti fragili. Le attività commerciali, che dai grandi centri commerciali in periferia prospettano (in alcune città sono già stati realizzati) tipologie di esercizi commerciali a cavallo tra il grande supermercato e il negozio di “generi alimentari” del dopoguerra…

Ma questo concetto di prossimità, alla base della funzione della città, venne messo in discussione nel secolo scorso, quando i decisori (ri)pensarono le città attorno a un’idea di efficienza posta sulla specializzazione e sull’economia di scala. In ossequio all’efficienza furono realizzate porzioni di città specializzate (zone industriali, centri direzionali, cittadelle universitarie, centri per lo sport, quartieri residenziali-dormitorio, ecc.). In ognuna di queste zone si è concentrata la specifica funzione dell’attività e dei servizi. Tali scelte hanno avuto un senso per le realtà grandi e inquinanti che andavano delocalizzate dalla città; così pure i lavori d‘ufficio dovevano essere concentrati nei centri direzionali per favorire lo scambio (allora) fisico delle informazioni. Poi si passò al commercio, che doveva avvenire nei centri commerciali, i quali divennero le “nuove piazze”! (Sic!). In buona sostanza si andò realizzando la “città delle distanze”, sulla quale, però, la pandemia ci ha indotto a riflettere, portandoci a ritenere quanto siano necessarie, invece, la corretta prossimità e la corretta distribuzione dei servizi, in primis quelli sanitari.

Il tema della prossimità, si ribadisce, non è nuovo e va, quindi, affrontato con rinnovato slancio:

  • attraverso la (ri)costruzione di comunità. Ma una comunità non si può progettare perché è una realtà che emerge da una molteplicità di eventi, ciò che si può fare è creare un ambiente adatto e produrre stimoli che portino a generare incontri e avviare conversazioni che creino comunità;
  • ponendo attenzione alla relazione tra città. In effetti, la città attuale è priva di “cura” verso i propri abitanti, che sono intesi solo come utenti o clienti di servizi. L’ipotesi è che per rigenerare una città che “curi” i propri abitanti serva sviluppare nuove comunità con una nuova generazione di servizi: servizi collaborativi distribuiti sul territorio, che siano di stimolo alle comunità, e infrastrutture di supporto. Per far ciò è necessario operare su diversi piani: portando i servizi e le attività vicino ai cittadini (localizzazione), favorendo la costruzione di comunità (socializzazione), coinvolgendo vari attori (inclusione) e mettendo in collegamento le diverse aree coinvolte (coordinamento);
  • focalizzando la relazione tra la dimensione fisica e quella digitale della prossimità. La pandemia ha imposto una trasformazione sociale importante che ha posto “il digitale” quale fattore ormai imprescindibile delle nostre comunità. Prossimità e cura, pur radicate nel mondo fisico, hanno una sempre crescente componente digitale caratterizzata da piattaforme, ciascuna delle quali può essere orientata focalizzando il tipo di attività che si intende promuovere.

Utili riferimenti sono le best practices, in cui la governance ha avviato esperienze di innovazione sociale e urbana particolarmente rilevanti: si pensi a Parigi, a Barcellona, a Milano.

Chi è l’autore

Francesco Alessandria – Architetto, urbanista, Ph.D., con esperienze internazionali in Francia, Giappone ed Egitto, insegna Progettazione urbanistica presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma La Sapienza. È autore di libri, saggi e articoli su riviste specializzate nazionali ed internazionali. È tra gli esperti della Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo italiano e presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

 

 

Continua a leggere

https://ilbolive.unipd.it/it/news/servizi-prossimita-citta-15-minuti

In cammino. L’Italia, come tutta Europa, è alle prese con il desiderio di normalità e la fatica di nuove imprese.  

Gioverebbe al Paese, nel quadro post-pandemico, che i partiti si determinassero a chiedere a Draghi di continuare il suo servizio fino al 2026. Meglio reservare la sua figura per l’Europa dove potrà sostenere, meglio che al Quirinale, gli sforzi per implementare il programma di resilienza.

In cammino o in marcia (più inquietante) tante persone in questo periodo: per il clima, contro il green pass, per le pensioni, contro i licenziamenti.

E’ un mese autunnale per la politica: una tavolozza di sfumature fra le forze politiche presenti in Parlamento.

Il cammino del Paese attraverso il PNRRmira al futuro con la modernizzazione insieme alla transizione ecologica nell’accompagnarne le diverse fasi.

Anche sulla scena internazionale abbiamo avuto colori chiaroscuri. Il nostro Paese col governo Draghi ha ottenuto risultati con la chiara e decisa presidenza del G20; anche a Cop26 ha dato un contributo straordinario nel mettere a nudo la inaccettabile ignavia nell’affrontare la questione delle migrazioni di popoli che fuggono da guerre, violenze, fame, freddo…Tuttavia, soprattutto, i giovani attivisti hanno, invece, protestato perché non hanno riconosciuto i passi avanti. Difficile accordare oltre 190 Stati, dalle piccolissime isole che rischiano di scomparire dalle mappe geografiche fino ai colossi Cina, India, Russia, Usa. Solo le democrazie occidentali sono in grado di sottoscrivere gli impegni! Draghi, sia pure in video, ha ottenuto di far dialogare Xi Jinping e Biden perché la pace del mondo è fondata sulla loro possibilità di cooperazione, certo con la grande zavorra della questione diritti civili e decarbonizzazione. 

L’Italia ha ottenuto grande considerazione e per il futuro della Unione è importante l’amicizia del nostro presidente del consiglio con Macron, Merkel e Sanchez. L’Europa mediterranea ha un compito improbo ma irrinunciabile di far proseguire il cammino verso la definitiva Unione. Le difficoltà alle nostre frontiere non devono far recedere ma aumentare gli sforzi, accanto a Von Der Leyen che non accetta i ricatti di Polonia e Ungheria e pretende il rispetto dei trattati. La storia ci ha consegnato tragiche lezioni ogni volta che i patti sono stati stracciati.

È importante che i cittadini siano convinti di quanto è indispensabile per il futuro sicuro essere uniti. La pandemia l’ha chiaramente dimostrato: ivirus non conoscono confini, come anche i risultati della ricerca. Di conseguenza si è costituita una regia europea che vede un comitato misto di ministri della salute e dell’economia. L’Europa della salute ha preso consistenza e si vedranno i risultati.

Purtroppo non è una corsa ma una lenta marcia quella che, sogniamo, possa condurre agli Stati Uniti d’Europa, una grande Patria delle nostre Patrie. Al contrario sembra una corsa quella verso il colle del Quirinale. Ma non interessa gli Italiani. È incredibile come i partiti stiano perdendo tempo, intasando tutte le pagine dei giornali, triturando nomi e proposte. Non è una priorità dei cittadini che sono alle prese con le molteplici incertezze che COVID-19 non cessa di suscitare: i movimenti, il lavoro, i rincari dei beni di consumo, la riforma pensionistica.

Non sembra credibile che il popolo italiano non sia dotato di una regola stabile e definitiva sul regime dei pensionamenti. Come pure non conoscono una legge elettorale stabile e definitiva e debbano adeguarsi, ad ogni tornata elettorale, a nuove regole. Sempre meno adatte a risvegliare l’interesse degli elettori. È un peccato, ma sta capitando, che si incrocino tutti i percorsi con le loro scadenze – elezione del Capo dello Stato, elezioni politiche, riforme- e le attuali forze politiche sembrano faticare nel riconoscerne le priorità. Enrico Letta ha avanzato una proposta ragionevole e ‘politica’: un passo alla volta, con confronto serrato sulle priorità del Paese e quando sarà ora, in gennaio, sulla scelta del Presidente della Repubblica.

È tempo di smettere di presentare nomi. È mancanza di rispetto per gli interessati, come prefigurare condizioni che non potranno essere realistiche perché contrarie alla Costituzione. Almeno a questa “Bibbia civile“, come la definiva Ciampi, si deve massimo rispetto e, soprattutto, quando si tratti di scegliere una persona che dovrà esserne il massimo custode. In realtà, se ben osserviamo, il Parlamento alla stretta finale non ha mai sbagliato nel scegliere il Capo dello Stato.

Per ora sono state abbastanza rispettate le donne, anche se da molte parti si auspica una ascesa femminile al Colle.

Repubblica anni fa lanciò una intensa campagna “Bonino for Presidente” e siamo ancora là…Il passo delle forze politiche in questi mesi è segnato dalla capacità di Draghi di procedere secondo una tempistica del governo “che non è quella delle campagne elettorali”. Ancora una volta conviene il detto “lo statista pensa alle nuove generazioni, il politico alla prossima campagna elettorale”.mNext generation EU è occasione e strumento per riprendere la strada che possa risvegliare l’interesse dei cittadini verso la politica e nei confrontidella Europa. Questa è considerata meno ‘matrigna’ con la dote di finanziamenti immessi nella nostra ‘ripresa resilienza’. Tocca alla dirigenza politica rendere efficace e produttiva questa stagione mai, contemporaneamente, così ricca di opportunità ma anche segnata dalle preoccupazioni che la pandemia continua a distribuire a piene mani. Il governo Draghi, formato per affrontare entrambe le crisi – sanitaria ed economica – scavalla con la fine della legislatura, auspicabilmente nel 2023, la durata del PNRR che scade nel 2026. 

Potremmo fare un sogno? Chissà con quale legge elettorale voteremo il prossimo parlamento; è chiaro che sarà il frutto di una improvvida riduzione dei parlamentari, votata senza che siano seguite le altre necessarie riforme per un ordinato funzionamento della istituzione che rappresenta la sovranità del popolo. I parlamentari che hanno tagliato le poltrone non avevano riflettuto sul loro destino? Comunque avremo assemblee costrette a maggioranze parlamentari che potrebbero prescindere dalle obbligate alleanze elettorali, esplicite o implicite che siano. Gioverebbe al Paese -“prima gli Italiani”- che i partiti si determinassero a chiedere a Draghi di continuare il suo servizio fino al 2026 (preserviamolo per l’Europa dove potrà sostenere, meglio che al Quirinale, gli sforzi del Paese per implementare il programma di resilienza). Gli Italiani potrebbero apprezzare la ‘saggezza‘ dei partiti e ricostruire un po’ di fiducia in loro. Realizzato qualche successo, le forze politiche potranno accreditarselo e ricominciare le loro corse per riconquistare il consenso. È un sogno esagerato augurarmi una ripresa della reputazione dei partiti e della passione civile? Vorrei augurarci che i giovani possano essere davvero garanzia per un futuro liberato dalle paure e animato dalla speranza.

Superare il vecchio concetto di sovranità. l’Europa trascrive nella sua storia ancora giovane la formula ideale di Maritain.

Riportiamo il messaggio che il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha indirizzato al Presidente dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, Francesco Miano, in occasione del convegno di studi su “A settant’anni da L’uomo e lo Stato di Jacques Maritain” (18-19 novembre – Roma, Trieste, Cassino, Potenza).

L’Uomo e lo Stato costituisce un punto di riferimento essenziale per comprendere la filosofia politica di Jacques Maritain, un testo che, a settanta anni dalla sua prima pubblicazione, ci esorta a ripensare alle nozioni di Popolo e Stato, a riscoprire il valore della comunità e a mettere al centro del nostro agire l’impegno imprescindibile per la pace e la riconciliazione tra i popoli. 

Con quest’opera il filosofo francese – che trova nel pensiero classico e in San Tommaso d’Aquino la sua primaria fonte di ispirazione – evidenzia il principio della politica intesa come “bene comune”, concetto peraltro già sviluppato nel 1936 con Umanesimo Integrale e, al tempo stesso, si pone, in modo innovativo, al crocevia delle questioni più impegnative del dibattito politico moderno. 

D’altronde la classe dirigente cattolica è cresciuta, in Italia più intensamente che altrove, con la convinzione che il disegno filosofico maritainiano fosse l’anima di un modello di trasformazione nella libertà e per la libertà capace di controsfidare il messianismo marxista; quel particolare messianismo ateo che pure delineava un approccio “metareligioso” alla società senza classi, di per sé giusta, e perciò capace di accogliere e realizzare una prospettiva di liberazione, ultima frontiera di un umanesimo a dimensione totalmente antropocentrica.

Penso che questo saggio continui ad essere molto attuale poiché, oltre a delineare i pilastri teorici del pensiero maritainiano, declina le nozioni di sovranità e di rappresentanza democratica e soprattutto pone alla base di ogni ordine sociale e politico la persona umana e non, materialmente, l’individuo. 

Egli scrive infatti che “soltanto mediante la democrazia può essere attuata una razionalizzazione morale della politica”; in altri termini, non esiste un passaggio oltre la regola democratica, e quindi contro di essa, che contempli in ogni caso la sicurezza di esiti positivi nell’opera di costruzione del bene comune. 

Con L’uomo e lo Stato, oltre al primato della “politica umana” emerge la viva consapevolezza che le società democratiche non sono autosufficienti ma devono lavorare per l’unità e strutturarsi attorno ad un progetto di scala universale, non collegato alla difesa egoistica del benessere del mondo occidentale industrializzato.

Da questo punto di vista, l’Europa trascrive nella sua storia ancora giovane la formula ideale di Maritain. Non solo. Mentre fa questo, compiendo un esercizio di democrazia a larga scala, indica una prospettiva che riguarda il mondo intero: una prospettiva di maggiore comprensione e integrazione, di cui, avrebbe detto negli stessi anni Giorgio La Pira, si nutre il discorso della pace e del progresso.

L’attualità de L’uomo e lo Stato sta proprio nella trasformazione – a mio giudizio – del concetto di sovranità. E sta nella forza evocativa di un “governo mondiale” alla portata del nostro tempo, se non vogliamo che sia, quello attuale, l’ultimo tempo dell’umanità.

Dante, secoli prima, aveva pensato l’impero come luogo di composizione delle singolarità – e le città erano, nella sua epoca, le singolarità più dinamiche – per affermare la potenza di una sovranità corrispondente al disegno di ordine e giustizia secondo la visione umanistica e pre-rinascimentale, ancora intrinsecamente cristiana. 

Ecco perché è importante riscoprire il senso delle relazioni umane e, al tempo stesso, definire nuove regole per il mondo globale. 

Per queste ragioni è quanto mai urgente rafforzare la nostra coesione europea e investire – come ci invita a fare Maritain – nel valore della comunità, perché in fondo è la fratellanza la base dell’“amicizia sociale”, l’unica che riesce a coniugare i diritti con la responsabilità per il bene comune. 

Tuttavia, se vogliamo far diventare il nostro Continente protagonista e vero attore globale serve individuare strumenti più raffinati, più flessibili e più efficaci. . 

Di fronte alle sfide che abbiamo davanti, viviamo in una fase storica in cui si stanno ridefinendo degli equilibri fondamentali per la convivenza civile e, proprio per questo, è necessario che tutti diano il loro contributo. Tutto ciò implica il rispetto di un’alterità che deve essere percepita come arricchimento, perché rappresenta il segno visibile di quanto il mondo sia una realtà immensamente complessa. 

Con Maritain, guardando avanti, dobbiamo confidare nella potenza creativa della democrazia nel quadro di una diversa struttura del potere che ad essa si collega, fuori da un destino ristretto dello Stato nazione, ormai per alcuni aspetti decisamente superato. Ne saremo capaci? Il progetto europeista certifica questo impegno, ma indica il permanere della sfida. La nostra sfida.      

Per saperne di più

Consultare la pagina Facebook dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain.

Bisogna affrontare con determinazione la mala pianta dell’inflazione. Urge ridurre le accise.

Assistere passivamente alla lievitazione dei prezzi non è saggio, visto che l’inflazione erode il potere d’acquisto dei lavoratori e incide, come tassa occulta, sul risparmio degli italiani. Una prima misura consiste nella correzione delle accise. Il governo ne deve sperimentare l’efficacia, in tempi brevi, se non altro perché la misura permette di controbilanciare l’aumento delle materie prime e delle conseguenti transazioni commerciali.

Eravamo così abituati nell’ultimo decennio in Italia alla inflazione bassa che c’eravamo convinti che questa condizione potesse restare immutata sfidando ogni tempo. Ma chi conosce la storia, sa che tutto dipende dalle variabili ponderabili e non che sono sempre in agguato e che dettano la loro inesorabile ed eterna legge. Le dinamiche sono pressoché identiche a quello che accade ad un corpo umano: se cambiano quantità della alimentazione in più o in meno; se aumentano le preoccupazioni o per la loro assenza; se si è in movimento frenetico o in relax, se si raggiungono picchi pericolosi di pressione arteriosa, così come la pressione bassa che conduce al collasso. 

Accadde anche con l’inflazione negli anni ’70-’80 quando raggiungemmo fino ed oltre il 20% di inflazione che debilitò sopratutto la condizione dei ceti popolari che vivevano solo di salari; ed un anno fa con la inflazione pressoché attestata allo zero, causata dal forte rallentamento della domanda aggregata nel suo complesso. In questo caso con la bassa domanda di beni e servizi, che conduce inesorabilmente alla deflazione quando raggiunge una percentuale al di sotto dello zero. Dunque è dal 2012 che non si arrivava al 3%, e naturalmente sale tra le persone e negli ambienti più avvertiti del paese la preoccupazione che questa rapida ascesa ne annunci altre ancora portandoci guai. 

L’Istat ha reso pubblici i dati relativi all’andamento della inflazione nelle regioni e nei comuni con più di 150 mila abitanti. La regione a più alta inflazione è il Trentino Alto Adige con il 3,5% che corrisponde ad un aggravio medio pari a 948 euro su base annua e di 1359 euro per una famiglia composta da quattro persone. Seguono a poca distanza la Valle d’Aosta e l’Emilia Romagna, mentre la città più cara è Bolzano, e la più virtuosa invece è Ancona con un aumento di 567 euro su base annua. Gli elementi scatenanti inflattivi, sono da addebitare alla circostanza di essere passati da un sensibile rallentamento della economia determinata dal Covid, e poi, con il volgere verso una quasi normalità, alla domanda di famiglie e imprese spinte dal desiderio di normalità. Ma la componente più pesante ed ingombrante risulta essere quella energetica che accelera da un +20,2%  a +24,9 di settembre, con prezzi della componente regolamentata che spaziano da +34,3% a 42,3%. 

Intanto l’Ipca (indice armonizzato dei prezzi al consumo), che è il sistema di misurazione dell’andamento dei prezzi di vari beni campioni ai fini del calcolo, anche per compensare la perdita del valore di acquisto del salario, è giunto al 3,2%. A conti fatti non è una situazione da prendere sotto gamba e le autorità governative non devono perdere tempo nel ritardare i provvedimenti necessari da contrapporre a questo malanno. Innanzitutto devono monitorare singola per singola componente dei prezzi dei beni di consumo e del costo dei servizi, per evitare una rincorsa speculativa che in verità abbiamo già subito per lassismo, come esperienza cocente quando entrammo nell’euro. In secondo luogo si deve intervenire sul costo della energia, che ripeto, per la sua dimensione di crescita e per la dipendenza che esercita per innumerevoli attività civili ed industriali, ci fa correre il rischio di veder saltare ogni equilibrio economico. 

Ecco perché il governo deve agire subito sull’accise come intervento di raffreddamento immediato, per frenare l’accelerazione costante che determina sui costi di ogni bene che dipende anche dal costo dell’energia fossile. Non è mai stato chiarito agli italiani quale dimensione assumono le tasse sulla componente carburante e da quale sistema perverso viene regolato. Si sa soltanto che la benzina vendendosi alla pompa a 1,8-1,9 euro al litro, un terzo di questo prezzo riguarda una parte che va in tasca a chi immette sul mercato il barile di petrolio, poi a chi lo raffina, al benzinaio che la vende ed infine circa due terzi dell’intero costo alla pompa va allo Stato. 

Una cifra enorme che, in termini di cash flow, gli italiani pagano allo stato, la cui dimensione a quanto pare è top secret, oltre le tasse dirette e indirette che vanno alle regioni, ai comuni, ed allo Stato; una cifra che ormai, appunto, impoverisce progressivamente il paese per la perdita di investimenti e per un mercato interno che langue per insufficienti salari super tassati. Se le cose stanno così, si faccia qualcosa. Si intervenga sulle accise per frenare l’inflazione. Diversamente la inflazione, come un corvo, ci porterà male.

Gridare il Vangelo con tutta la propria vita. Le omelie anno liturgico C, domenicali e festive, di Fratel Arturo Paoli.

L’editore Gabrielli manda in libreria questa raccolta di omelie, curata da Dino Biggio, che ci restituisce l’immagine nitida di una straordinaria figura di missionario e di mistico.  

«Dio ci ha scelti per svolgere il suo programma, il suo progetto nel mondo, per fare le cose. Non dobbiamo pensare a un Dio immobile, a un Dio che ha fatto tutto e che si può permettere di godere la sua felicità. Gesù ci presenta un Dio che sta lavorando, che sta ancora creando, che in un certo senso sta ancora faticando per costruire questo mondo. Perché questo mondo non è costruito del tutto, non è completato, presenta delle dissonanze, delle disarmonie, delle disuguaglianze; è un po’ come una casa che non ha raggiunto la sua armonia, la pienezza del suo disegno architettonico; è un mondo ancora da costruire, da completare. Bisogna sentire profondamente questa scelta di Dio, bisogna assumere e assimilare questa vocazione profonda; occorre sentire che proprio nella povertà di Nazaret, nella dimenticanza assoluta in cui Nazaret è lasciata, Dio mi ha scelto proprio lì.» (Arturo Paoli)

«Effondi come acqua il tuo cuore, davanti al volto del Signore» (Lam 2,19). In questa “Parola di Dio” è possibile trovare tutto “il piccolo fratello” e la sua esperienza personale di Gesù di Nàzaret, vissuti nei colloqui d’amore del mattino presto nei quali Gesù e Arturo «parlavano faccia a faccia come uno parla con il proprio “Amico”» (Es 33,11). Ogni notte vegliavano insieme per ore e insieme attendevano l’aurora, come due innamorati, svegliandola per offrirla al mondo e alla Chiesa, perché amare è perdere tempo per la persona amata. Le omelie domenicali e festive all’anno liturgico C nascono da queste veglie e ancora una volta confermano che “il Profeta vive ben oltre la morte”. Sempre più profondamente si comprende che fratel Arturo Paoli è stato posto come “sentinella” non solo per il suo tempo ma ancor più per l’attuale. Scorrendo i titoli delle omelie si può cogliere ciò di cui si ha più bisogno per il proprio cammino e lo si legge, lo si gusta, provando a incarnarlo concretamente nelle giornate.
Le faticose e laboriose trascrizioni che Dino Biggio, fedele al mandato ricevuto, ha portato a termine svelano il ministero della Parola del piccolo fratello di Charles de Foucauld, il Profeta di Lucca e dell’America Latina. Nelle omelie e negli altri scritti appare in tutta la sua verità e autenticità il servo di Dio perché servo dei poveri; per questo le trascrizioni devono essere considerate un’opera che scende dal cielo perché non nascono «né da carne né da sangue» (cf Mt 16,17). Dalla Prefazione di Paolo Farinella, prete

Chi è il curatore 

DINO BIGGIO – Nato nel 1944 a Calasetta, in Sardegna, ha svolto l’attività di bancario fino al pensionamento. Dal 2006 cura la trascrizione dei discorsi di Arturo Paoli, nel rispetto delle indicazioni da lui ricevute. Di Arturo Paoli ha curato; La misericordia di Dio è umana (Ed. VivereIn 2020); Svegliate Dio! (2007) e Gridare il Vangelo con tutta la propria vita. Anno liturgico B e C (Gabrielli editori 2020 – 2021; Anno A in preparazione). È stato coautore con lui di Dio nella trasparenza dei poveri (Ed. La Collina 2011). Con Arturo Paoli ha pubblicato anche Mi formavi nel silenzio (Edizioni Paoline, 2012).

Chi è l’autore

ARTURO PAOLI – Figura straordinaria di missionario e mistico, appartenente alla congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo, Arturo Paoli nacque a Lucca nel 1912 e per quarantacinque anni condivise l’esistenza durissima dei popoli dell’America Latina, facendo della povertà e delle disuguaglianze sociali che seguano la loro vita i temi della sua predicazione e della sua ricerca di fede. 

Fedele fino all’ultimo al messaggio di liberazione di Gesù, ha sempre proclamato la necessità di un cristianesimo schierato al fianco degli oppressi, in ferma opposizione all’economia neoliberista che è all’origine della loro condizione. 

Rientrato definitivamente in Italia nel 2006, ha vissuto a San Martino in Vignale (Lucca) presso la casa “Beato Charles de Foucauld” fino al giorno della sua morte, avvenuta il 13 luglio 2015. Da ricordare l’incontro con Papa Francesco, svoltosi nella Casa Santa Marta il 18 gennaio 2014, per rinnovare con lui la gioia della preghiera e l’impegno verso gli emarginati e i poveri.

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/scienze-religiose/arturo-paoli-gridare-il-vangelo-con-tutta-la-propria-vita-omelie-anno-liturgico-c/

Appunti di teologia dantesca: dalla politica all’estetica. L’estremo limite del male (L’Osservatore Romano).

In uno scenario popolato da dannati e demoni si rende necessario l’aiuto di Virgilio-ragione. Vibrante è lo sdegno del poeta verso il Potere incarnato dalla città di Pisa che stritola con denti da cannibale vite innocenti.

Gabriella M. Di Paola Dollorenzo 

Gli ultimi canti dell’Inferno disegnano i punti fermi della prospettiva teologica di Dante, poiché il suo pensiero politico-filosofico-morale si stratifica nella dimensione estetica, creando quelle icone incancellabili nella nostra memoria: Ugolino e Lucifero. Eppure è necessario ancora scalfire, come avviene in ogni restauro di opere d’arte, la superficie, per ritrovare il colore originario impresso da Dante ai suoi versi. Vengono in aiuto le fonti sacre e profane di Dante, rielaborate secondo la sua prospettiva teologica. A questo punto del viaggio è necessario fornire al lettore tutte le coordinate possibili per capire quale sia l’estremo limite del male, a cui arrivano le creature angeliche e umane. 

Progressivamente i dannati e demoni, che precedono Lucifero, sono immersi nel ghiaccio di Cocito: giganti fino all’ombelico, traditori dei parenti e della patria fino al capo (Caina ed Antenora), degli ospiti, stesi sotto il ghiaccio (Tolomea), dei benefattori, coperti dal ghiaccio (Giudecca). In codesto orribile scenario è sommamente necessario l’aiuto di Virgilio-ragione che caramente ( XXI , 28) stringe la mano di Dante prima di vedere Nembrot (Genesi X, 8-10; e XI , 1-9), il maggior responsabile della torre di Babele, e gli altri cinque giganti, tutti accomunati dall’assenza di luce intellettuale, così evocata da Adamo: «la lingua ch’io parlai fu tutta spenta/ innanzi che all’ovra inconsumabile/ fosse la gente di Nembrot attenta/ che nullo effetto mai razionabile / per lo piacer uman (…) sempre fu durabile» (Paradiso, XXVI , 122-29). I giganti anticipano Lucifero poiché le loro dimensioni suggeriscono l’idea del Vuoto in cui si cade quando si sceglie il Male. Occorrono rime adeguate (secondo il canone di Convivio, IV , II ,13), per preparare il lettore a concentrarsi davanti all’orrore di Lucifero, icona del fondo dell’universo e del fondo dell’animo violentato dal Male: «S’io avessi le rime aspre e chiocce, / come si converrebbe al tristo buco / sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce, / io premerei di mio concetto il suco/ più pienamente; ma perch’io non l’abbo,/ non senza tema a dicer mi conduco» ( XXXI i 1- 6). 

Conseguentemente occorre inserire proprio a questo punto della narrazione la vicenda di Ugolino della Gherardesca, coadiutore dei guelfi di Pisa, e dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, capo della parte ghibellina e causa della morte di lui e dei suoi congiunti. Anche se la dantistica novecentesca ha dato più spazio al cannibalismo di Ugolino, non evidenziato dai primi commenti alla Commedia, credo sia necessario chiedersi: perché Dante ha inserito qui l’incontro con Ugolino, prima della “visione” di Lucifero? Forse perché quando la malvagità si rivolge verso gli innocenti rinnova la strage perpetrata da Erode e ricordata da Matteo, 2, 16. Siamo davanti allo sdegno di Dante verso il potere, in questo caso incarnato dalla città di Pisa, che stritola con denti da cannibale le vite innocenti: «Ahi Pisa, vituperio de le genti/ del bel paese là dove ‘l sì suona,/ poi che i vicini a te punir son lenti, / muovasi la Capraia e la Gorgona,/e faccian siepe ad Arno in su la foce,/ si ch’elli annieghi in te ogne persona!/ Che se ‘l conte Ugolino aveva voce / d’aver tradita te de le castella, / non dovei tu i figliuoi porre a tal croce./ Innocenti facea l’età novella, / novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata / e li altri due che ‘l canto suso appella». ( XXXIII , 79-90). 

Nello scatenarsi del Male tra gli uomini periscono gli innocenti: la ragione teologica di Dante si rifiuta di accettarlo, come accadrà alcuni secoli dopo per Fëdor Dostoevskij, angosciato dal dolore innocente nelle sue note al Vangelo di Giovanni e nei suoi romanzi. Così Ivan Karamazov rivolto al fratello Alëša: «Di questioni ce n’è un’infinità, ma io ho preso in considerazione i bambini, perché qui spicca con palmare chiarezza ciò che volevo dire. Ascolta: posto che tutti si debba soffrire, per comperare a prezzo di sofferenza la futura armonia, che c’entrano i bambini?» I fratelli Karamazov, II parte, libro V ). Per Dante come per Fëdor la soluzione andrà cercata nell’Innocente per eccellenza, vittima del potere a Gerusalemme: «sotto ‘l cui colmo consunto /fu l’uom che nacque e visse sanza pecca» ( XXXIV ,12-115). Il Cristo è evocato nella conclusione dell’Inferno, nel luogo di Lucifero, che in eterno piange e dilacera i traditori della Chiesa e dell’impero, le massime istituzioni volute da DIO ( Monarchia , LIBRO III , 15-16): Giuda, Bruto e Cassio: «Com’io divenni allor gelato e fioco,/ nol dimandar Lettor, ch’i non lo scrivo, però ch’ogne parlar sarebbe poco./ Io non mori’ e non rimasi vivo» ( XXXIV , 22-27).

A «Dio, l’ imperador che là su regna» si oppone Lucifero, lo ‘mperador del doloroso regno ( XXXIV , 28), poiché le sue tre facce costituiscono l’antitesi della Trinità: alla divina Potestate, alla somma Sapienza, al primo Amore si contrappongono l’impotenza, l’ignoranza e l’odio. Dante è finalmente libero da codesti sentimenti e il suo stato d’animo segnala la svolta nel cammino di conversione: Salimmo su, el primo e io secondo ( XXXIV ,136) Virgilio-ragione va avanti e Dante lo segue, verso le stelle.

I franchi tiratori umiliano la democrazia. Dobbiamo invocare uno scatto di dignità dei rappresentanti del popolo.

Abbiamo bisogno di una svolta, e anche profonda, della politica e nella politica italiana. Affinchè non si assista più a uno spettacolo che rischia, purtroppo, di allontanare ulteriormente il cittadino dalle istituzioni e dalla politica. I franchi tiratori, copiosamente all’opera contro Marini e Prodi nel 2014, sono un grave sintomo di crisi delle istituzioni democratiche.

Quando ci si avvicina alla scadenza del settennato e alla elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, ritornano come le stagioni meteorologiche alcuni tasselli di un mosaico che si ripetono in modo persin ossessivo nelle diverse fasi storiche. Si possono citare perchè sono sempre gli stessi: sotterfugi, imboscate, tradimenti, veti personali, tatticismi esasperati, rapidi cambiamenti di posizione e tornaconti di partito e personali. Tornaconti di natura politica, come ovvio. E infine, e soprattutto, i franchi tiratori. Ecco, è proprio sui franchi tiratori che si può e si deve concentrare l’attenzione. Perchè si tratta di una categoria strana e singolare ma che però è stata decisiva, salvo casi eccezionali – elezioni di Ciampi e di Cossiga – nel caratterizzare e nel lastricare l’avventura della politica italiana.

Certo, ci sono svariati tipi di franchi tiratori. I peggiori li abbiamo sperimentati indubbiamente nel 2013. Prima con Franco Marini, grande leader politico, popolare e coerente, che è stato cecchinato da 154 franchi tiratori/mascalzoni dopo che l’assemblea dei “grandi elettori” del centro sinistra aveva votato a larga maggioranza la sua candidatura al Quirinale. Franchi tiratori prevalentemente appartenenti al Pd e al campo della sinistra che avevano fatto mancare il loro voto ad un fondatore autorevole e qualificato del Pd, oltre ad essere stato uno storico leader politico e un uomo delle istituzioni. Peggio ancora capitò per il povero Prodi, storico candidato al Quirinale, dove addirittura fu cecchinato, seppur solo dagli ormai famosi 101 franchi tiratori, dopo aver ricevuto una standing ovation da curva sud senza passare attraverso il voto dei “grandi elettori” di quell’area politica come avvenne, invece, per Marini.

Poi ci sono i franchi tiratori della prima repubblica, notoriamente più seri, anche se siamo sempre nel campo dei tradimenti. Ma in quelle occasioni, seppur svariate, diverse e singolari, i franchi tiratori erano il più delle volte il frutto di decisioni politiche abbastanza pubbliche delle varie correnti democristiane e di altri partiti che mettevano veti sui singoli candidati. Insomma, era una lotta politica interna ai partiti che si trascinava nelle aule parlamentari ma, il più delle volte, erano annunciate se non addirittura persino attese. Certo, il dibattito, anche acceso e appassionato come sempre, avveniva prima, cioè quando c’era il confronto politico interno sulla designazione del candidato o dei candidati alla Presidenza della Repubblica.

In ultimo ci sono i franchi tiratori “a la carte”, cioè persone che ragionano esclusivamente sulla base del proprio tornaconto. Che, detto fra di noi, è quello che leggiamo quotidianamente su quasi tutti gli organi di informazione. E cioè, tradotto per i non addetti ai lavori, prima verifico sino a quando posso percepire il lauto stipendio e possibilmente anche il vitalizio e poi decido chi può essere il candidato migliore che può soddisfare quella mia finalità e desiderio. Ora, è del tutto evidente che in una stagione politica ancora dominata in larga misura dai populisti, almeno nelle attuali aule parlamentari, questa prassi è difficile da sradicare e da smantellare. E questo per un motivo molto semplice: e cioè, i partiti si sono trasformati in cartelli elettorali, la politica è sostanzialmente evaporata e i comportamenti sono dettati quasi esclusivamente dalla propria convenienza momentanea. Ed è proprio perchè conviviamo, purtroppo, in un contesto del genere che la prossima elezione del Presidente della Repubblica è esposta a qualsiasi esito e resta del tutto imprevedibile. Certo, si tratta di una caduta verticale del ruolo e della funzione della politica, della credibilità delle istituzioni – in questo caso del Parlamento – e, soprattutto, della caratura e del qualità della cosiddetta classe dirigente. È triste, in effetti, molto triste ma è la realtà, ascoltare nei vari talk televisivi e leggere i vari commenti sugli organi di informazione del legame stretto che esiste tra il raggiungimento del vitalizio, l’ottenimento degli stipendi ancora per qualche mese e l’elezione del Presidente della Repubblica.

Ecco perchè abbiamo bisogno di una svolta, e anche profonda, della politica e nella politica italiana. Affinchè non si assista più a questo spettacolo che rischia, purtroppo, di allontanare ulteriormente il cittadino dalle istituzioni e dalla politica. Altrochè i populisti che annunciavano pomposamente di “aprire il Parlamento come una scatola di tonno”. Alla fine, mai il Parlamento italiano ha vissuto una stagione così decadente e così triste. Almeno per quanto riguarda la qualità della democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

L’utopia può diventare un ideale realizzabile. Maritain c’invita a riflettere sul futuro del mondo. Intervista con Gennaro Curcio. 

Settant’anni fa, Jacques Maritain pubblicava L’uomo e lo Stato. L’opera è uno dei libri più importanti del Novecento, almeno per quel che riguarda la vicenda intellettuale e politica dei cattolici. Riflettere oggi sugli esiti della ricerca condotta dal filosofo francese intorno ai temi della politica significa ripercorrere gli sviluppi di un pensiero “alto”. Un pensiero che lega lo Stato alla tutela del bene comune e definisce l’azione politica e civica come servizio alla solidarietà in un contesto democratico nel quale l’unico centro delle relazioni sociali è la persona, con i suoi diritti e i suoi doveri.

Si conclude oggi il convegno promosso dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain, dedicato appunto alla rilettura de L’uomo e lo Stato. Ne parliamo con il Segretario Generale, Gennaro Giuseppe Curcio.

  1. In genere, dopo settant’anni, un libro cade nel dimenticatoio. Qual è, allora, la ragione che induce a ritenere stimolante un esame aggiornato del testo di Maritain?

L’opera politica più nota e sistematica del filosofo Jacques Maritain, pubblicata in inglese (Man and State, 1951) è il risultato di sei conferenze tenute all’Università di Chicago nel 1949. Accolto come un testo di grande rilievo e tradotto in molte lingue, il libro costituisce il momento conclusivo di ricerche iniziate oltre vent’anni prima. Con questo volume (un classico del pensiero politico e una delle maggiori espressioni della scuola democratica) l’autore prende posto nella galleria dei grandi pensatori moderni. Per Maritain lo Stato ha per contenuto il bene comune e nella sua azione deve portare alla solidarietà in una democrazia che pone al centro delle relazioni sociali la persona con i suoi diritti e doveri. L’opera si divide in sette capitoli: Il popolo e lo Stato – Il concetto di sovranità – Il problema dei mezzi – I diritti dell’uomo – La carta democratica – La Chiesa e lo Stato – Il problema dell’unificazione politica del mondo.

 

  1. Quali personalità politiche sono state ispirate dall’opera L’Uomo e lo Stato?

Le idee di Maritain – in particolare nel suo capolavoro politico L’Uomo e lo Stato – hanno ispirato la formulazione di varie Carte costituzionali, nonché personalità, movimenti e partiti politici di vari Paesi in diversi continenti. In particolare ricordiamo De Gasperi, La Pira, Dossetti e Moro in Italia. Robert Schumann, la resistenza francese, Etienne Borne e Mazowieski in Europa. Eduardo Frei, Rafael Caldera e Duarte in America Latina.

 

  1. Perché è importante il tema dei diritti umani nell’Uomo e lo Stato?

L’impegno del filosofo francese per i diritti umani fu molto importante nella sua collaborazione con l’UNESCO, in particolare nella preparazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, con la II conferenza tenuta dall’agenzia dell’ONU a Città del Messico nel 1947. In questa sede, Maritain sviluppa ampiamente l’idea che tutti possono trovarsi d’accordo nelle prassi di riconoscimento e difesa dei diritti umani. Questa posizione è fondata sulla distinzione tra ragione teoretica e ragione pratica: da quest’ultima derivano i principi e i ragionamenti che guidano l’agire morale. Nella società l’ideale sarebbe di poter condividere fondazione teoretica e ragionamento pratico, ma il secondo permette comunque, in un mondo pluralista, un’azione socialmente importante. L’esposizione teoretica di Maritain è comunque preziosa per il tema della fondazione dei diritti umani, in particolare oggi, di fronte a richieste sempre diverse di riconoscere “nuovi” diritti.

 

  1. Perché è importante l’ultimo capitolo dell’Uomo e lo Stato?

L’ultimo capitolo del volume affronta il tema dell’unificazione politica del mondo. In altre parole, il tema di come “vincere la pace” dopo aver vinto la Seconda guerra Mondiale da parte dei Paesi occidentali. Maritain non ritiene che il cammino verso un’autorità mondiale possa avvenire con un semplice passaggio di poteri dagli Stati nazionali ad enti sovranazionali. Ritiene ipotizzabile la realizzazione della teoria da lui disegnata solo a lungo termine e a certe condizioni assai problematiche, passando attraverso l’accettazione di profondi mutamenti nelle strutture sociali ed economiche della vita nazionale e internazionale dei popoli. Questa preparazione – di lungo periodo – della società permette che l’utopia possa diventare un ideale realizzabile, in assenza del quale avremmo una visione problematica sia tra i popoli che tra i governi.

 

Per seguire o rivedere le sessioni di lavoro del Convegno:

https://it-it.facebook.com/JacquesMaritainInstitute/

Nuovo corso dell’Istituto Toniolo: Fioroni nominato Vice Presidente. Un segnale di apertura verso il futuro.

L’Ente, fondatore e “garante” della Università Cattolica del Sacro Cuore, sceglie la strada della continuità e del rinnovamento.

Giuseppe Fioroni, ex Ministro dell’Istruzione, dopo essere stato nominato a dicembre del 2020 nel Comitato di indirizzo dell’Istituto Toniolo, attualmente presieduto dall’arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, ha ricevuto ieri un ulteriore e importante riconoscimento. Infatti, dopo ampia verifica, il Consiglio di amministrazione ha proceduto a insediarlo nella carica di Vice Presidente, di fatto con funzioni vicarie in mancanza di altre figure con analoga collocazione e responsabilità.

L’Istituto di studi superiori Giuseppe Toniolo è l’ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e ha il compito di garantirne il perseguimento dei fini istituzionali in ordine alle scelte strategiche e culturali, nonché agli indirizzi ideali e formativi. Di fatto, si tratta della massima istituzione nel settore culturale della Chiesa.

Promuove il legame – così si legge sul sito istituzionale – tra l’Università Cattolica e le diocesi italiane; sostiene l’inserimento in Università di studenti meritevoli bandendo annualmente oltre 200 Borse e Premi di studio; opera per la qualificazione del progetto formativo dei Collegi in Campus; concorre al processo di internazionalizzazione dell’Ateneo.

Nei suoi organi di governance in passato ci sono stati tra gli altri i cardinali Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), Carlo Maria Martini, Angelo Scola e Dionigi Tettamanzi. Per quanto riguarda il mondo cattolico impegnato in politica, Emilio Colombo, Giorgio La Pira, Gianni Letta e Oscar Luigi Scalfaro.

La nomina di Fioroni, legata a un curriculum di assoluto rilievo pubblico, appare come esplicita conferma di una strategia di rilancio dell’Istituto, specie nel campo della formazione dei giovani. La Chiesa italiana, chiamata ad affrontare con piena consapevolezza la stagione del sinodo, mostra in sostanza la volontà di rimettere in movimento una delle le sue più qualificate istituzioni.  

 

Per saperne di più

https://www.istitutotoniolo.it

Bielorussia e mal d’Europa. Il commento dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

<> on May 15, 2017 in Beijing, China.

Sulla crisi dei migranti bloccati alla frontiera polacca Merkel chiama Lukashenko e filtra l’ipotesi di colloqui con la Bielorussia. Tra l’imbarazzo di Bruxelles e il ‘no’ di Varsavia.

Prima con Putin poi, direttamente con Lukashenko: i colloqui avviati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel stanno portando ad un allentamento delle tensioni al confine tra Polonia e Bielorussia. Lo riferiscono fonti diverse secondo cui, nelle ultime ore, le autorità bielorusse hanno accolto centinaia dei circa 7mila migranti bloccati alla frontiera, in un edificio poco distante mente Ursula von der Leyen ha annunciato l’invio di aiuti umanitari per 700mila euro. Tutto risolto dunque? Non proprio. Secondo Minsk, le conversazioni delle ultime ore avrebbero fatto da viatico per l’apertura di colloqui diretti tra Minsk e l’Unione Europea; una notizia che ha colto di sorpresa molti leader europei e su cui Bruxelles si è affrettata a gettare acqua sul fuoco: si tratterebbe solo di “discussioni tecniche”. 

 

L’imbarazzo è legittimo: se i negoziati fossero confermati, il governo di Lukashenko – non riconosciuto e sottoposto dall’Ue a un regime di sanzioni per violazione dei diritti umani – verrebbe elevato al rango di interlocutore diretto con i 27. Ad alimentare la confusione, sono arrivate nel pomeriggio le dichiarazioni della portavoce di Minsk – tuttora non confermate da Berlino – secondo cui Merkel avrebbe accettato di accogliere 2mila migranti in Germania, mentre la Bielorussia si farebbe carico di rimpatriare i restanti 5mila. “In cambio Lukashenko vuole essere riconosciuto come leader legittimo della Bielorussia e vuole che vengano cancellati i nomi di alcune personalità a lui vicine dalla lista di sanzioni supplementari che la Ue sta per approvare”: a denunciarlo è la ministra degli Esteri dell’Estonia, Eva-Maria Liimets, aggiungendo che è importante che le sanzioni alla Bielorussia “rimangano in vigore” e che l’intesa per nuove sanzioni da parte dell’Unione “sia varata al più presto”.

L’ipotesi di un’apertura nei confronti di Lukashenko, accusato dall’Ue di usare i migranti come strumento di pressione contro l’Unione, ha sollevato l’irritazione di diversi governi europei, primo fra tutti quello di Varsavia. “Ho detto chiaramente al presidente della Germania che la Polonia non riconoscerà alcun accordo preso sopra le nostre teste”, ha detto il presidente polacco Andrzej Duda. Le guardie di frontiera polacche nei giorni scorsi hanno sparato gas lacrimogeni e aperto idranti contro le persone che, abbandonate a temperature glaciali ormai da settimane, hanno cercato di attraversare il confine. “Ricordo inoltre che questa crisi, alimentata da Minsk prima alla frontiera con la Lettonia e la Lituania e poi con quella polacca è una provocazione contro i confini europei e della Nato” ha aggiunto Duda. Due giorni fa anche i presidenti di Lettonia, Lituania ed Estonia avevano esortato la Commissione europea a rivedere la politica migratoria dell’Ue esprimendo il loro sostegno alla Polonia. Nella dichiarazione congiunta, i leader delle tre repubbliche baltiche invitavano Ursula von der Leyen non solo a proporre “le modifiche necessarie al quadro giuridico dell’UE in materia di migrazione e politica di asilo”, ma anche a fornire “un adeguato sostegno finanziario alla costruzione di barriere fisiche e infrastrutture”.

 

Continua a leggere

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-e-mal-deuropa-32383