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Caro prezzi e tariffe: la Cisl chiede un nuovo patto per i redditi.

Eurostat ha recentemente attestato che nonostante il nostro Paese recuperi sul fronte occupazionale, nel 2023 si è registrata una crescita del divario fra le famiglie italiane e quelle dell`area Ue determinata dal caro prezzi e tariffe. Un tema che conferma la preoccupazione più volte palesata dalla Cisl che da tempo sollecita scelte condivise sul fronte della tutela del potere di acquisto di retribuzioni e pensioni”. E` quanto sottolinea il segretario confederale della Cisl, Ignazio Ganga.

“Questo tema ripropone la necessità di un esame della congiuntura tra Governo e sindacato tesa a conseguire la sottoscrizione di un nuovo patto di politica dei redditi con l`obiettivo di calmierare prezzi e tariffe anche ricercando soluzioni utili che dovranno trovare, possbilmente, un punto di approdo nella prossima manovra economica – dice – per la Cisl la tutela del potere di acquisto delle famiglie dovrà poter prevedere la messa in campo di strumenti tesi ad arginare la speculazione che insiste nel carrello della spesa da associare necessariamente al rinnovo tempestivo dei contrati pubblici e privati scaduti, non abbassando la guardia sul versante dell`adeguamento delle pensioni al costo della vita. Tutto ciò si rende necessario anche allo scopo di evitare contraccolpi sulla crescita economica del Paese che, perdurando tale situazione, potrebbe ingenerare elementi di criticità sul fronte dei consumi”.

Secondo la Cisl per restituire potere di acquisto ai redditi “sarebbe necessario un intervento a ventaglio che agisca su più variabili fra cui prezzi, tariffe, carburanti, affitti, fisco nazionale e locale, tutti aspetti che incidono in modo significativo sul potere di acquisto di lavoratori e pensionati”.

Sangiuliano e la donna di Pompei: la leggerezza del potere.

Il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano deve avere il culto della attenzione e su come meglio procedere nella sua esperienza di governo. Sembra sia caduto adesso in un brodo di coltura sfavorevole al suo prestigio. Gli viene contestato di essersi circondato di una donna che si sarebbe spacciata per una sua consigliera, con tanto di incarico ministeriale, che spesso è apparsa negli incontri in cui è stato istituzionalmente presente.

Sono seguite le sue smentite mentre la donna, Maria Rosaria Boccia, ha ribadito al contrario di essersi mossa in virtù di incarichi che le sono stati ufficialmente conferiti. La questione di sostanza, oltre i formalismi, non è se per i diversi viaggi del Ministro, i soldi dei contribuenti siano serviti, o meno, anche a supportare le spese di trasferimento della donna. Il punto di maggiore rilevanza sembra essere piuttosto un altro.  Si tratta di capire se il Ministro, nella confusione delle dichiarazioni a sua giustificazione e nelle repliche della Boccia, meriti di essere bocciato per una mancanza di prudenza, posto che sembra siano circolati anche documenti riservati che, tra un viaggio ed un altro, la donna non avrebbe mai dovuto visionare.

Su questo l’opposizione sta montando un caso cercando di usare la questione come un boccino per far saltare uno dei membri della compagine alla guida del Paese e poi festeggiare semmai facendo bisboccia. Per quanto si legge sembra che la Boccia sia persona che abbia un paio di lauree a corredo conseguite con università oggi di gran moda, oltre che vantare una attività familiare di commercio in quel di Pompei. I contestatori pompano aria sul fuoco che cova sotto la cenere della diatriba in corso ed il fatto non accenna a placarsi. Prima o poi si arriverà ad un chiarimento.

Da quelle parti c’è una parola del dialetto che può essere utile per rendere nitida la situazione. “Traseticcio” è colui che non essendo invitato marca la sua presenza in una determinata situazione, entra in un contesto non essendo invitato. Potremmo aggiungere che ha la smania di apparire, di inventarsi un ruolo, di mostrarsi tra quelli che fanno parte di una situazione anche se gli spetterebbe, in caso eventuale, solo una parte assai marginale, si potrebbe dire di semplice contorno. Può darsi, ma non è detto, che sia stato questo l’atteggiamento della Boccia che forse ha smaniato per riconoscersi una visibilità in un certo mondo.

Il mondo politico è pieno di gente che desidera mettersi in luce anche esaltando requisiti scarsi o inesistenti. È pieno anche di gente che pure con i titoli perfettamente in ordine sgomita per avere un momento di notorietà. Per questo occorre un massimo di prudenza che argini certe umane pruderie.

Qui non si tratta di aver messo in luce la pompeiana insula dei casti amanti, di una storia tra un Ministro ed una sua collaboratrice. Qui è piuttosto richiesta una massima accortezza quando si compone un cast di collaboratori utili alla propria azione istituzionale, mettendo innanzitutto e in via preventiva le carte in ordine. Su questo storicamente c’è sempre un Capo di Gabinetto che dovrebbe saper bene vigilare, suggerire e provvedere.

Tra accedere ad ambiti riservati e rovinare in un ascesso che infiammi le carni vive del governo il passo è breve. Il Ministro dichiara che era ipotizzata la nomina della Boccia Consigliere a titolo gratuito per i grandi eventi, mai poi concretata a seguito di perplessità sollevate appunto dalla struttura ministeriale.

Resta il fatto che la Boccia, in modo formale o informale, pare fosse in carne ed ossa spesso e volentieri a corredo dello staff del Ministro.

C’è confusione. Il Capo del Dicastero alla Cultura porta il fardello, quanto ad identità, di due Santi. Stando al cognome, di San Giuliano se ne contano almeno una dozzina, oltre ad un paio di beati. La confusione è tanta ma forse quella che potrebbe più facilmente appuntarsi al Ministro è quella di San Giuliano “l’ospitaliere” che per riparare al fatto di aver ucciso i genitori, passò il resto dei suoi giorni ad offrire assistenza a viandanti e pellegrini.

Sarà forse per questo che il nostro Ministro forse mosso ad attenzione per una donna, che chiedeva un piccolo ruolo nel mondo, le ha concesso per buon animo uno spazio senza stare troppo a ricamarci sopra.

L’opposizione ha poco da sbraitare chiedendo la testa del Ministro. Non dimentichi che qualche tempo fa venne fuori un episodio relativo ad un giornalista con il ruolo di capo segreteria di Sandro Gozi, al tempo Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Governo Renzi. La persona, peraltro, era anche consulente dell’allora Sindaco di Firenze Nardella. Venne poi fuori che il soggetto in questione, per quanto si legge, aveva millantato una laurea mai conseguita e che il suo curriculum non era pertanto veritiero. Anche per i forcaioli occorre ricordare che la prudenza non è mai troppa.

Mino Martinazzoli, l’esteta della Democrazia Cristiana.

Parlare di Mino Martinazzoli a 13 anni dalla scomparsa non è affatto un’operazione facile. E non solo perché Martinazzoli, come del resto molti leader democristiani, non è un personaggio classificabile secondo schemi predefiniti. Ma perché Martinazzoli era ancora di più. Era, cioè, un esteta della politica. Molto di più di un intellettuale prestato alla politica o di un letterato funzionale alla politica. Perché Martinazzoli non era solo un raffinato affabulatore, un creativo della lingua e della sintassi italiana ma era, soprattutto, un politico che ti affascinava con la sua narrazione e il suo inimitabile talento. Insomma, Mino Martinazzoli non era un politico come tutti gli altri. Per questo era ascoltato, riverito, ricercato ma mai temuto. Perché le sue riflessioni erano così profonde e pervasive che non sempre venivano immediatamente percepite e metabolizzate dal “popolo democristiano” e dall’area cattolica italiana ma poi, e puntualmente, diventavano oggetto di riflessione e di approfondimento. Nella Dc e fuori della Dc. E sono celebri, al riguardo, le molteplici ed infinite citazioni del leader politico bresciano. Citazioni che snocciolava e dispensava nei mille incontri lungo la penisola. Vale la pena ricordarne alcune, e forse neanche le più importanti, per sottolineare ancora una volta il profilo e la ricchezza di questo statista. “Non credo alla politica come una totalità dell’esistere, ho un rapporto abbastanza controverso con la politica”; “Una volta nel 1994 incontrai Silvio Berlusconi e cercai di spiegargli che fare politica significava fare gli interessi degli altri e non i propri. Non ebbi successo”; “Massimo D’Alema è bravo, intelligente. Non è l’uomo che punta a un partito democratico indistinto e confuso come Veltroni. È un leader della sinistra diverso da noi. Proprio per questo ci si potrebbe alleare perché non ci sarebbe confusione”; e ancora, “Mi lusinga che uno come me, fuori dal ‘milieu’ della politica, ogni tanto possa essere evocato anche nella parte di outsider nella corsa al Quirinale”; “Constato una certa insufficienza della politica, almeno da quel che leggo. Mi sembra la fase del riduttivismo, la politica ridotta ad evento”; “Una volta dicevo che l’arte imita la natura, ora dico che la politica imita l’economia”.

Ecco, alcune rapide pillole che evidenziano in modo plastico che le riflessioni di Martinazzoli non sono mai banali ma vanno sempre ascoltate, lette ed interpretate perché sono semplicemente profonde e capaci, al contempo, di cogliere l’essenza dei processi politici che di volta in volta si susseguivano.

Un curriculum politico ed istituzionale, quello di Mino, ricco, variegato e composito ma sempre ispirato e condizionato dai valori, dai principi e dalla fedeltà alla miglior tradizione del cattolicesimo politico italiano. Presidente della Provincia, Sindaco di Brescia, tre volte Ministro – Difesa, Grazia e Giustizia, Riforme istituzionali e affari regionali -, parlamentare dal 1972 al 1994, ultimo segretario della Dc in un periodo drammatico e carico di incognite e primo segretario del nuovo Partito popolare italiano.

Certo, anche il percorso politico di Martinazzoli è carico di contraddizioni, di sbandamenti e di scatti d’umore. Che, del resto, appartenevano al carattere dell’ex Sindaco di Brescia. Eppure Martinazzoli, al di là dei suoi tormenti intellettuali, è sempre rimasto un autorevole e qualificato punto di riferimento. E non solo per la sinistra democristiana – la sua casa naturale – ma per tutta la Democrazia Cristiana e l’intera politica italiana. Memorabile, comunque sia, resterà il suo intervento all’ultimo congresso della Dc nel 1989 accompagnato da oltre 25 minuti di applausi ed ovazioni da parte dei congressisti/delegati di tutta Italia.

Insomma, l’insegnamento, la testimonianza e il magistero politico, civile, culturale ed istituzionale di Mino Martinazzoli sono destinati ancora a segnare in profondità il cammino e il percorso, a volte tortuoso e a volte entusiasmante, della storia del cattolicesimo democratico, popolare e sociale del nostro paese. E Martinazzoli, al riguardo, è stato e rimane una pietra miliare di questo cammino.

Rivista Il Mulino | Riflessioni sulle radici cristiane dell’Europa.

Michele Dantini

 

Tenutosi in disparte nella prima fase della Rivoluzione francese, nel dicembre 1792 Malesherbes, uomo dei Lumi e illustre magistrato, scrive al presidente della Convenzione, Bertrand Barère, montagnardo intransigente, per offrirsi di difendere Luigi XVI, detenuto in attesa di processo. Questa sua iniziativa comporta grande coraggio. È vero: i giacobini ricordano ancora i titoli di merito del «virtuoso Malesherbes», nobile di orientamento liberale, patrocinatore dei Parlamenti e sostenitore della riforma in senso costituzionale della monarchia, protettore di Diderot e D’Alembert ai tempi dell’Encyclopedie. Tuttavia i precedenti di scrupoloso servitore della Corona, ancorché critico del regime assolutistico, avrebbero dovuto suggerire maggiore prudenza all’anziano uomo di Stato, se questi, per sua stessa ammissione, non «disprezz[asse] ormai la vita» tanto da disinteressarsi di perderla (è ghigliottinato nell’aprile 1794).

Alla data in cui scrive a Barère, Malesherbes ha tratto da tempo le conclusioni sul processo rivoluzionario, il cui estremismo aborre; e sviluppato amare riflessioni sul fallimento dei moderati – monarchici costituzionali, prima, “foglianti” e girondini poi. La disfatta del progetto riformista è per lui imputabile in primo luogo alle ambiguità tenute dal partito dei monarchiens in merito alla religione e alla Chiesa e all’adozione di misure patentemente illiberali che, tra 1789 e 1790, violano una prima volta le norme del rispetto della proprietà e della persona, fanno leva sull’anticlericalismo “militante” parigino (e di poche altre regioni: il Midi, il Sud Ovest) e aprono la strada al Terrore. Le misure antireligiose prese a partire dall’ottobre 1789 costituiscono retrospettivamente, per Malesherbes, non la prova di un superiore cinismo o di scaltrezza da parte monarchico-costituzionale, ma un deprecabile atto di slealtà e un suicidio politico.

Sulla scorta di considerazioni di Burke e Tocqueville, gli storici di orientamento non pregiudizialmente filogiacobino hanno spesso osservato che la Chiesa francese, nell’ultimo periodo dell’Ancien Régime, era ben lungi dal costituire un territorio di privilegio, crapula e licenziosità. Al contrario. Se spesso il demanio ecclesiastico era amministrato con scrupolo pari, se non superiore, al feudo “fisiocratico”, il clero secolare, nelle figure del curato di campagna o del sacerdote dei quartieri meno abbienti delle città, era bene in grado di comprendere le privazioni e le rinunce cui erano costretti i ceti minori, tanto da poterli egregiamente rappresentare. Gli Stati Generali prima e la Convenzione poi offrono ampia esemplificazione di un clero riformista e “liberale” schierato con il Terzo Stato – il cui “manifesto”, è noto, è redatto da un abate, Emmanuel-Joseph Sieyès.

Preparato dall’anticlericalismo settecentesco, che non distingue tra Cristo e Chiesa e riconosce nell’esperienza religiosa solo “fanatismo” o “superstizione”, l’anticristianesimo rivoluzionario è per così dire l’“elefante nella stanza” della Rivoluzione francese. Fatta eccezione per la storiografia in lingua inglese, che si è molto spesa in proposito nei decenni recenti, la memoria delle stragi del clero «refrattario» o di semplici credenti (stragi di marca di volta in volta maratista, giacobina, brissottina o hébertista) compiute a Parigi, Nantes, Marsiglia, Lione e altrove all’insegna del progetto di “decristianizzazione” – progetto che, inviso al solo Robespierre, a partire dal 1792 assume tratti genocidari con le esecuzioni di massa, gli affondamenti di barconi carichi di donne e uomini legati nudi o i primi studi sperimentali sull’efficacia di gas e veleni – non è a mio avviso diffusa così come pure dovrebbe nella coscienza europea moderna, al pari, ad esempio, della memoria della Shoah e del Gulag. Una simile rimozione fa sì che possa sembrare facile, o addirittura ovvio, richiamarsi oggi, da parte di questo o quello schieramento, alla Rivoluzione francese come a un’“origine” senza curarsi di distinguere tra moderazione e Terrore: dimenticando che solo il rifiuto della menzogna e della sopraffazione – o, in termini più concreti, l’immediata avversione per una qualsiasi ideologia della tabula rasa; per l’estremismo dottrinario; per la costruzione razziale o sociologica o sessuale dell’Altro e del “nemico” – può costituire oggi criterio attendibile per la creazione di un’opinione pubblica europea “progressista” e “liberale” (rimando qui, per le implicazioni di lungo periodo del Terrore e le continuità tra estremismo rivoluzionario francese e bolscevismo, a François Furet, Penser la Révolution française, saggio del 1978 purtroppo non tradotto in italiano. Michael Walzer si è di recente soffermato sul problema di una sinistra dottrinaria qui. Riferimento polemico immediato sono talune prese di posizione occidentali a favore di Hamas: le osservazioni di Walzer meritano però di essere considerate in termini più generali e profilate su uno sfondo storico-culturale).

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/costituzionalismo-liberale-e-cristianesimo

La scelta del premierato scardina l’attuale forma di governo.

Si ritorna ciclicamente a dibattere di riforme costituzionali, sia quelle attinenti la forma di governo – parlamentare o presidenziale? Quale rapporto tra gli organi di rappresentanza e quelli di direzione politica? Quanta e quale indipendenza e autonomia della magistratura? – sia con riguardo alla forma di Stato: autonomie, federalismo, regioni, con le implicazioni collegate alla cosiddetta autonomia differenziata.

È noto che l’inizio dei discorsi di revisione della Costituzione, nella sua Parte seconda, quella attinente all’organizzazione della Repubblica, risale agli anni Ottanta, con la Commissione bicamerale presieduta dall’on. Bozzi. Poi negli anni Novanta abbiamo avuto le Commissioni presiedute da De Mita, lotti e infine D’Alema. Per ultimi hanno tentato questa strada, non facile, sia Berlusconi sia Renzi. Ebbene, tutti i tentativi sono falliti lungo il percorso, ovvero sono stati bocciati nei referendum popolari confermativi.

Unica eccezione positiva è stata la proposta di revisione in senso più autonomista e regionalista, ai limiti del federalismo, che il centrosinistra approvò, ma con maggioranza assai risicata, nel 2001 e che venne confermata dal referendum popolare.

Tanti insuccessi hanno una loro spiegazione generale nell’idea della “coalizione contro”, nel senso che tutti gli elettori che sono contrari alla maggioranza che in quel momento governa e al suo esponente principale – ieri Berlusconi e Renzi e, forse, domani Meloni – si coagulano sul fronte del no, quasi prescindendo dai contenuti. Ecco perché l’attuale presidente del Consiglio dei ministri, pur avendo dichiarato che la sua proposta di premierato è la «madre di tutte le riforme» si è subito affrettata a precisare che, in caso di insuccesso, lei non si dimetterebbe… Sul punto si vedrà, perché le conseguenze di una sconfitta dopo tanto impegno non sarebbero facili da smaltire.

C’è dunque in campo la proposta di modificare in modo largo e profondo l’attuale forma di governo, nonostante che gli articoli da modificare non siano tanti, ma tutti significativi. Si progetta il transito da una forma di governo parlamentare – a dominanza dei partiti politici, i quali coalizzandosi esprimono una maggioranza a fronte della quale il presidente della Repubblica sceglie e nomina il presidente del Consiglio dei ministri, e in caso di crisi è il dominus della situazione politica che ne scaturisce, potendo rinviare il governo alle Camere o sciogliere il Parlamento – a una forma di governo di nuovo conio, perché diventerebbe invece a dominanza del premier, che si trascinerebbe dietro la “sua maggioranza” la quale resterebbe a lui/lei legata per tutta la legislatura: nel bene e nel male.

Per ottenere la legittimazione a far ciò e stringere a sé i parlamentari in un progetto politico pensato per cinque anni, il Capo della maggioranza ha bisogno di un’elezione popolare diretta. Tuttavia, questa ipotesi è non solo una novità assoluta per l’Italia, ma addirittura per il mondo intero, salvo il caso di Israele che la sperimentò per un paio d’anni, ma la abbandonò perché risultava impraticabile, portando più difficoltà che benefici.

Ovviamente il discorso è diverso per le repubbliche presidenziali o semi presidenziali, quindi per gli Stati Uniti d’America o per la Francia, ma per questi ordinamenti le differenze di sistema sono tali da non consentire paragoni utili.

Non è adesso indispensabile scendere nei dettagli ordinamentali del progetto, che sembra ancora incompleto e non maturo presentando anche tecnicamente difetti e lacune, ma se dovesse andare in porto esso stravolgerebbe la nostra forma di governo.

Ne cito solo alcuni: il vulnus al principio della separazione dei poteri, che è da sempre garanzia fondamentale di uno Stato di diritto; il venir meno della centralità del Parlamento e il netto abbassamento del livello di rappresentatività democratica; la perdita di autorevolezza e di efficacia del ruolo del capo dello Stato, che diventerebbe soltanto il notaio di volontà politiche e amministrative deliberate altrove.

La proposta governativa, che ha già ottenuto il primo voto favorevole del Senato, sui quattro complessivi richiesti, corredati almeno dalla maggioranza assoluta dei deputati e senatori, sarebbe tuttavia realizzabile solo dopo che fosse approvata una legge elettorale apposita. Questo sarà il passaggio politico cruciale perché la questione è aperta, ma i contrasti assai forti.

È ovvio che moltissimo dipenderà dalla scrittura di tale legge elettorale, un mix di proporzionale e maggioritario, ma con tutti gli occhi puntati sul punto dell’asticella che consentirebbe la vittoria: quella che porrebbe il Parlamento “al traino” della elezione diretta della o del premier. La regola democratica di base richiederebbe il 50% dei voti.

Si è molto insistito sulla esaltazione della sovranità popolare, sostenendo che sarebbero i cittadini come singoli e non i malvisti partiti a decidere, ma si vuole dimenticare che tale sovranità decidente si esprimerebbe una volta ogni cinque anni, esaurendosi nella giornata dell’investitura diretta di un Capo. È ancora l’obiezione sarcastica che Rousseau sollevava contro la forma di governo inglese, col suo modello parlamentare rappresentativo, operante ogni cinque anni.

Mancano ancora diversi mesi, anzi semestri, prima di arrivare alla stretta finale, che probabilmente coinciderà con la fine della legislatura nell’autunno del 2027, preceduta verosimilmente dal referendum costituzionale apposito. Ma è sin d’ora indispensabile che tutti comincino a prendere coscienza del fatto che, nel progetto da poco approvato in Senato, è rinvenibile una torsione leaderistico-autoritaria che mette in discussione la forma di governo democratico parlamentare, che a sua volta è l’essenza del nostro ordinamento repubblicano attuale.

A ogni modo il difetto maggiore che rinvengo è identico a quello che caratterizzava, in negativo, tutte le passate esperienze: non si fanno riforme costituzionali partigiane, o a dispetto. È indispensabile cercare testardamente e lealmente i punti di accodo, come fece in maniera solenne e fruttuosa l’Assemblea costituente nel lontano, ma nobilissimo, biennio 1946/47.

 

Enzo Balboni, già ordinario di Diritto costituzionale, Università cattolica del Sacro Cuore di Milano.

La credibilità delle alleanze è un imperativo per il futuro

La cultura delle alleanze, come ben si sa nel nostro paese, è strutturalmente riconducibile alla tradizione, alla cultura e al pensiero del cattolicesimo politico, seppur declinata nelle diverse fasi storiche in modo diverso. Non a caso, Mino Martinazzoli diceva efficacemente che “in Italia la politica è sinonimo di politica delle alleanze”. Nulla a che vedere, quindi, con la “vocazione maggioritaria”, con la dittatura di un solo partito e, sopratutto, con alleanze che vengono fatte e pianificate attraverso la sub cultura del pallottoliere.

Ora, è di tutta evidenza che ci troviamo di fronte ad una situazione politica dove uno dei postulati essenziali della cultura cattolico popolare e della stessa cultura democratica è stato sacrificato sull’altare delle mera convenienza momentanea, delle pregiudiziali ideologiche ed esclusivamente dettato dall’odio implacabile nei confronti dei nemico politico. E, del resto, è appena sufficiente registrare, anche solo come osservatori, allo spettacolo che viene offerto quotidianamente dai tre leader della sinistra – quella radicale della Schlein, quella estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e quella populista dei 5 stelle – per rendersi conto che l’allargamento di quella coalizione non è dettato da criteri politici o di contenuto ma ispirato dal criterio impolitico e qualunquista della pura sommatoria numerica. Insomma, l’esatto contrario di quello che viene sbandierato ad ogni ora e rimproverato strenuamente al centro destra. E cioè, la necessità di possedere una solida cultura di governo. Senza la quale, qualsiasi ipotesi di governare una città, una regione o una nazione è semplicemente impossibile e compromessa. E gli screzi, gli insulti, le accuse reciproche e gli attacchi politici tra il capo del partito personale di Renzi, Italia Viva, e il leader del partito populista Conte sono persin troppo eloquenti per approfondirli ulteriormente. Certo, l’ultima piroetta politica di Renzi appartiene più al campo del trasformismo che non a quello della coerenza e della prospettiva polica. Del resto, quando si rinnega tutto ciò che si è detto, scritto e ripetuto per anni per intraprendere, poi, una strada politica del tutto opposta se non addirittura alternativa qualunque commento è puramente superfluo.

Ecco perché, se si vuol recuperare con coerenza e lungimiranza uno dei cardini centrali della politica e della stessa prassi democratica del nostro paese, la credibilità della cultura delle alleanze è un aspetto prioritario e costitutivo. E la risposta a questa domanda non è nè la logica del pallottoliere, né la coltivazione della vocazione maggioritaria e né, tantomeno, la sub cultura dell’annientamento e della distruzione del nemico politico individuato come l’epicentro di tutto il male possibile. Questa, come ovvio, non risponde ad una concezione democratica e costituzionale ma è il frutto e la conseguenza di una prassi tribale dove non si contempla la stessa democrazia dell’alternanza per la semplice ragione che l’avversario è un nemico da abbattere che non viene riconosciuto sotto il profilo politico e neanche programmatico e men che meno etico/morale.

Dibattito | Problemi per Meloni se Salvini strizza l’occhio all’ultradestra tedesca.

In un consiglio nazionale della Dc riunitosi poco tempo dopo la riunificazione della Germania (3 Ottobre 1990), Giulio Andreotti fece un discorso, a noi giovani apparso un po’ disallineato, di cui all’uscita a Piazzale Sturzo gli chiedemmo spiegazione. Con garbo e ironia ci disse: “Amo tanto la Germania che ne preferisco due”. Andreotti aveva la vista lunga e, onestamente, dopo il voto in Turingia e in Sassonia, con lo tsunami del voto alla destra “Alternativa per la Germania” (AfD), ci dovremmo ricordare di quella sua illuminante predizione. La Germania, insomma, va trattata sempre con molta attenzione.

Quello di ieri nei due Länder tedeschi è stato un voto destinato a sconvolgere non solo i governi delle due regioni interessate, ma lo stesso equilibrio del governo centrale, considerato che due partiti della “coalizione semaforo” – i verdi e i liberali –  in Turingia non hanno nemmeno raggiunto la soglia del 5% necessaria per accedere al Parlamento (in Sassonia si sono salvati solo i verdi). Un voto, questo, che potrebbe riflettersi sulla tenuta del governo Scholz, con conseguenze sugli stessi equilibri dell’Unione europea.

Puntale la soddisfazione espressa dalla Lega di Salvini per l’esito del voto, con l’ennesima evidenziazione del carattere bicefalo della politica estera del governo. L’uscita leghista non avrà fatto piacere né alla Presidente Meloni, né al ministro Fitto, indicato come commissario dell’Italia nell’esecutivo europeo. Credo che dovrebbe essere necessario un chiarimento in sede parlamentare, per valutare correttamente quale sia l’esatta direzione di marcia della politica estera italiana. Un chiarimento che noi dc e Popolari ci sentiamo di sollecitare in particolare agli amici di Forza Italia, che del Ppe sono attualmente i principali rappresentanti, interessati come siamo, e da tempo andiamo proponendo, a costituire la sezione unitaria italiana dei Popolari, nella quale i dc e i Popolari del nostro Paese hanno il diritto di partecipazione, in quanto eredi dei padri co-fondatori del Ppe.

Se il dibattito sullo ius scholae può legittimamente rientrare tra le diverse opzioni che sul diritto di cittadinanza sono presenti trasversalmente nella maggioranza, altra questione è quella dell’unità della politica estera del Paese che dal 1949 in avanti tutti i governi, da De Gasperi a Draghi, hanno sempre rispettato, tenendo ferma la solidarietà euroatlantica. Nessun governo della Prima o della Seconda Repubblica sarebbe mai sopravvissuto a una situazione in cui tra Presidente del consiglio e uno dei suoi vice fosse in atto la netta alternativa di orientamento politico sulle alleanze internazionali presente oggi nel governo Meloni.

Ora, a questo governo già vittima di molti casi difficili al suo interno (Santanché, Sgarbi, Lollobrigida, Valditara, ecc..) sembra che questa divaricazione nella politica estera non significhi nulla, quasi fosse un semplice gioco delle parti della commedia recitata a soggetto senza copione. Presidente Meloni, se accetta un consiglio faccia molta attenzione alla confusa squadra di governo che le tocca guidare. Non basteranno i sorrisi e gli abbracci con Ursula van der Leyen per accreditarsi in Europa o evidenziare il solo ricordo della natura dell’Italia Paese fondatore dell’Ue per essere rispettati. Si ricordi del monito andreottiano, pur con i dovuti aggiornamenti, tenendo presente comunque che la maggioranza parlamentare si potrà anche continuare a controllare, ma alla lunga, le italiche giravolte in politica estera, ben note ai nostri partner internazionali, finiranno col dover essere pagate e, se e quando accadrà, il prezzo sarà pesantissimo.

Tra progresso e responsabilità: i dilemmi dell’Intelligenza Artificiale.

L’IA rappresenta una frontiera di straordinaria importanza, capace di trasformare radicalmente le nostre società, economie e persino il nostro modo di concepire l’esistenza umana.

Dal punto di vista etico, l’IA solleva interrogativi significativi. Basti citare la questione della responsabilità nelle decisioni autonome delle macchine: chi risponde degli errori commessi da un sistema di IA? Inoltre, è imperativo garantire che lo sviluppo dell’IA avvenga nel rispetto dei diritti umani, evitando bias e discriminazioni insite nei dati e negli algoritmi. La trasparenza e l’equità devono essere principi guida nella progettazione e nell’implementazione di queste tecnologie.

Dal punto di vista religioso, l’IA pone domande profonde sulla natura dell’uomo e del divino. Alcune tradizioni religiose potrebbero vedere nella creazione di entità autonome una sfida ai concetti di anima e coscienza. È necessario un dialogo aperto e rispettoso tra teologi, eticisti e scienziati per affrontare queste tematiche e trovare un terreno comune che rispetti le diverse sensibilità.

Sul fronte dell’innovazione tecnologica, l’IA rappresenta un motore di crescita senza precedenti. Le sue applicazioni spaziano dalla medicina alla finanza, dalla logistica all’educazione, promettendo di aumentare l’efficienza, ridurre i costi e migliorare la qualità della vita. Tuttavia, è fondamentale che gli Stati valutino attentamente i rischi di ulteriori squilibri indotti da questa tecnologia dal potenziale così dirompente.

Squilibri che possono generarsi sia all’interno delle singole nazioni, sia tra nazioni stesse. Occorre quindi bilanciare, attraverso un opportuno sistema di regole nazionali ed internazionali, l’opportunità di sfruttare l’IA come motore di evoluzione e benessere, con la necessità di garantire equità sociale e interessi collettivi.

In conclusione, l’intelligenza artificiale offre opportunità straordinarie, ma richiede anche un’attenta riflessione su temi etici, religiosi e tecnologici. Solo attraverso un approccio equilibrato e inclusivo potremo sfruttarne appieno il potenziale, garantendo al contempo il benessere e i diritti di tutti i cittadini.

Sulla scorta di queste premesse, è in programma un convegno presso l’Università di San Marino, esattamente il prossimo 28 Novembre, dal titolo “Innovare Responsabilmente: Dialoghi su Intelligenza Artificiale ed Etica”. Un appuntamento da mettere in agenda.

 

Nicola Barone è Presidente di Tim San Marino e Ambasciatore-Inviato speciale della Repubblica del Titano.

In Turingia e Sassonia si fa sentire il peso della Storia

Nell’annunciato trionfo dell’estrema destra di Afd (Alternative für Deutschland) nei due länder orientali di Turingia e Sassonia, in cui si è votato ieri, incidono certo scelte di politica interna contingenti, di cui è responsabile la coalizione “semaforo” tra socialdemocratici, verdi e liberali, che dal 2021 gestisce soprattutto il declino dell’ex locomotiva d’Europa. In particolare il furore ideologico dei Verdi della ministra degli esteri Annalena Baerbock, proprio negli anni in cui eventi straordinari come la pandemia e la guerra sull’uscio di casa della Germania, avrebbero consigliato un approccio più flessibile in materia di energia e di ambiente, hanno contribuito a incattivire il clima, soprattutto agli occhi delle fasce sociali e dei territori più vulnerabili, come quelli dell’ex Ddr. Ma una ascesa così consistente dell’estrema destra in questi due länder, peraltro accompagnata da una clamorosa affermazione del partito nato da una scissione della sinistra di Linke, la Bsw, l’Alleanza “Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia”, fondata appena nel gennaio scorso dalla stessa Wagenknecht, non appaiono spiegabili solo con cause interne recenti o di lunga data, come l’approccio predatorio che molti tedeschi orientali rimproverano ai fratelli dell’Ovest, dopo una riunificazione di cui l’intera Unione Europea si è fatta carico.

Ciò a cui si sta assistendo in Germania, sembra implicare  un discorso più complesso.

Mentre l’ascesa dell’estrema destra, che trova il suo principale argine nella tenuta del centro della Cdu (primo partito, seppur di poco, in Sassonia), appare sempre più difficile da contenere nelle istituzioni, emerge una spaccatura nella sinistra, generalmente liquidata in termini di rossobrunismo, nonostante la leader della sinistra nazionalista Sahra Wagenknecht abbia già categoricamente escluso qualunque ipotesi di collaborazione con AfD in Turingia e Sassonia. Accanto a un crescente malcontento sociale, a una crisi economica spaventosa, la politica tedesca è portata dagli eventi a chiedersi come reagire, in un impasto di sentimenti tra la coscienza della grandezza del popolo tedesco, della colpa per un certo suo passato, della sua  vocazione sempre contrastata fra l’Europa e l’immensità di un Est di cui sente profondo il richiamo.

È sufficiente un sommario richiamo a ragioni di tale ordine per capire che, da una prospettiva di ragione storica,  sia estremamente rischioso trattare un Paese dagli equilibri così complessi e fragili come la Germania, come è stato trattato in questo secolo dagli alleati americani e britannici. Fino allo scorso decennio dandole carta bianca in Europa, incuranti degli enormi danni causati dall’ordoliberismo e dalla conseguente austerità, e in questo decennio, dopo aver avvelenato i pozzi di una possibile soluzione diplomatica della questione ucraina, antecedente all’invasione russa, imponendo alla Germania i canoni di una anacronistica geopolitica mackinderiana fondata sull’eurasia-fobia, che l’ha privata del fondamentale apporto dell’energia russa a basso costo, in seguito al sabotaggio dei gasdotti North Stream.

Mentre giustamente in molti ora avvertono il rischio di una deriva estremista di destra in Germania, pochi sottolineano che un tale rischio non poteva non essere messo nel conto (e i maligni insinuano forse anche voluto, ancora una volta, dopo la non lineare ascesa del politico di origini austriache nel secolo scorso) da quei gruppi dirigenti che hanno avuto un ruolo di primo piano nel riportare, sin da subito dopo la caduta del Muro di Berlino, la guerra in Europa e che stanno ora cercando attraverso il conflitto ucraino di realizzare il loro progetto di una separazione strutturale e duratura dell’Europa dall’Asia, da perseguire anche al prezzo di sfidare la Storia, ovvero al prezzo di rischiare una nuova, imprevedibile destabilizzazione tedesca. A queste forze va opposto l’impegno per un’Europa che punti al più presto a uscire dal suo status di nano politico per proporsi invece come uno dei cardini del nuovo multipolarismo che si sta affermando nel mondo attuale.

Preambolo e Ulivo, momenti di grande politica. Oggi invece…le piroette di Renzi.

Diciamolo subito per evitare spiacevoli equivoci. Non si può confondere il sacro con il profano. Ovvero, l’intera stagione politica della prima repubblica e l’inizio della cosiddetta seconda repubblica con il nulla che caratterizza l’attuale geografia politica italiana. Del resto, è appena sufficiente indagare su come decollavano i progetti politici nel passato e confrontarli con quelli di oggi per rendersi conto del profondo e quasi antropologico cambiamento intervenuto. Un cambiamento non solo nel metodo – il che è già decisivo per la credibilità stessa di una politica democratica e partecipativa – ma soprattutto nel merito. E, tra i molti passaggi decisivi che hanno accompagnato e caratterizzato la prima e la seconda repubblica, possiamo citarne due, forse tra i più importanti ai fini della svolta politica impressa al paese. Il cosiddetto “preambolo” scritto e pianificato dal leader della sinistra sociale della Dc Carlo Donat-Cattin al congresso del partito nel febbraio del 1980 che bloccava “allo stato dei fatti ogni accordo di governo con il Pci” e il decollo dell’Ulivo in vista delle elezioni politiche del 1996 che faceva partire la nuova stagione di un rinnovato e qualificato centro sinistra di governo. Due momenti, due progetti politici, due visioni della società che sono stati preceduti da un fortissimo e qualificato dibattito politico e culturale, da un confronto – anche duro e spietato – sui contenuti e sugli elementi decisivi che dovevano declinare una nuova cultura di governo. L’uno, tutto ancora incardinato all’interno del sistema dei partiti e delle correnti democristiane ma che investiva il futuro e la prospettiva della intera politica italiana e l’altro, già frutto dell’impianto maggioritario e bipolare, che doveva dar vita ad una vera e

propria democrazia dell’alternanza.

Ecco, in entrambi i casi era la politica a prevalere. Erano i contenuti ad avere la meglio perché in gioco, infatti, c’era quello che Pietro Scoppola definitiva “un progetto di società”. Al di là, come ovvio e scontato, della profonda differenza tra i due progetti collocati in contesti storici ormai

lontani l’uno dall’altro. Ovvero, la politica vissuta all’insegna della progettualità, della cultura, della visione di futuro e, soprattutto, dell’autorevolezza della classe dirigente che doveva incardinare e declinare quell’iniziativa politica.

Ora, di grazia, cos’è rimasto di tutto ciò nella politica contemporanea? Per fermarsi alle ultime scintille ferragostane, domina la piroetta di Renzi, capo di Italia Viva, uno dei tanti partiti personali – seppur di piccole dimensioni – che ha rinnegato tutto ciò che ha detto, scritto, teorizzato e urlato in questi ultimi due anni per approdare nel cartello delle sinistre, cioè il futuro “Fronte popolare” composto dalla sinistra radicale della Schlein, da quella fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e dai populisti dei 5 stelle. Una piroetta che nasce da una intervista personale ad un quotidiano, che innesca un dibattito – prevalentemente di natura tattica, opportunistica e trasformistica – che prescinde radicalmente da qualsiasi contenuto e che può, com’è altrettanto ovvio, essere modificato o rinnegato o confermato con una successiva piroetta.

Ecco perché, quando si parla di credibilità della politica, di autorevolezza della classe dirigente e di serietà degli stessi progetti politici dei partiti – o di ciò che è rimasto di loro – non possiamo non fare dei semplici e anche banali confronti con il passato. E non solo con la prima repubblica, quando la politica era protagonista e decisiva ai fini del governo della società, ma anche con l’inizio della seconda repubblica prima dell’avvento del populismo anti politico, demagogico e qualunquista. Cioè prima dell’affermazione del partito di Grillo e di Conte e della Lega salviniana.

Adesso non ci resta che attrezzarsi per invertire lentamente questa deriva fatta solo di tatticismo, di opportunismo, di trasformismo e di tutto ciò che faceva dire all’indimenticabile Martinazzoli che siamo passati dal “tutto è politica al nulla della politica”. Questa è, oggi, la vera sfida e scommessa per rilanciare la qualità della democrazia da un lato e la credibilità della politica e di chi la interpreta dall’altro.

la nota sul tema dell’autonomia differenziata dell’Episcopato italiano.

Pubblichiamo di seguito la nota sul tema dell’autonomia differenziata. Il testo, approvato dal Consiglio Episcopale Permanente il 22 maggio nel corso dei lavori della 79ª Assemblea Generale, raccoglie e fa proprie le preoccupazioni emerse dall’Episcopato italiano.

«Il Paese non crescerà se non insieme»[1]. Questa convinzione ha accompagnato, nel corso dei decenni, «il dovere e la volontà della Chiesa di essere presente e solidale in ogni parte d’Italia, per promuovere un autentico sviluppo di tutto il Paese»[2]. È un fondamentale principio di unità e corresponsabilità, che invita a ritrovare il senso autentico dello Stato, della casa comune, di un progetto condiviso per il futuro.
Sono parole molto attuali anche oggi, in cui si discutono le modalità di attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario, secondo quanto consentito dal dettato costituzionale. Ed è proprio la storia del Paese a dirci che non c’è sviluppo senza solidarietà, attenzione agli ultimi, valorizzazione delle differenze e corresponsabilità nella promozione del bene comune.
Ci dà particolare forza l’esperienza di sinodalità delle nostre Chiese, grazie alla quale stiamo crescendo nella capacità di “camminare insieme” come comunità cristiane e con i territori e la comunità civile del Paese.
In particolare, crediamo che la parola “insieme” sia la chiave per affrontare le sfide odierne e la via che conduce a un futuro possibile per tutti. Siamo convinti infatti – e la storia lo conferma – che il principio di sussidiarietà sia inseparabile da quello della solidarietà. Ogni volta che si scindono si impoverisce il tessuto sociale, o perché si promuovono singole realtà senza chiedere loro di impegnarsi per il bene comune, o perché si rischia di accentrare tutto a livello statale senza valorizzare le competenze dei singoli. Solidarietà e sussidiarietà devono camminare assieme altrimenti si crea un vuoto impossibile da colmare. Con Papa Francesco, ripetiamo che «la fraternità universale e l’amicizia sociale all’interno di ogni società sono due poli inseparabili e coessenziali. Separarli conduce a una deformazione e a una polarizzazione dannosa» (Fratelli tutti, 142).
Da sempre ci sta a cuore il benessere di ogni persona, delle comunità, dell’intero Paese, mentre ci preoccupa qualsiasi tentativo di accentuare gli squilibri già esistenti tra territori, tra aree metropolitane e interne, tra centri e periferie. In questo senso, il progetto di legge con cui vengono precisate le condizioni per l’attivazione dell’autonomia differenziata – prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione – rischia di minare le basi di quel vincolo di solidarietà tra le diverse Regioni, che è presidio al principio di unità della Repubblica.
Tale rischio non può essere sottovalutato, in particolare alla luce delle disuguaglianze già esistenti, specialmente nel campo della tutela della salute, cui è dedicata larga parte delle risorse spettanti alle Regioni e che suscita apprensione in quanto inadeguato alle attese dei cittadini sia per i tempi sia per le modalità di erogazione dei servizi.
Gli sviluppi del sistema delle autonomie – la cui costruzione con Luigi Sturzo, nel secolo scorso, è stata uno dei principali contributi dei cattolici alla vita del Paese – non possono non tener conto dell’effettiva definizione dei livelli essenziali delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali che devono essere garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale.
Di fronte a tutto questo, rivolgiamo un appello alle Istituzioni politiche affinché venga siglato un «patto sociale e culturale» (Evangelii gaudium, 239), perché si incrementino meccanismi di sviluppo, controllo e giustizia sociale per tutti e per ciascuno.

Quando il mobbing lavorativo diventa stalking

La recentissima Sentenza della terza sezione penale della Corte di Cassazione n° 32770 del 21 agosto 2024 rappresenta un importante punto di svolta nella considerazione del mobbing lavorativo. Parliamo di quel comportamento che si estrinseca attraverso reiterate azioni vessatorie nei confronti di un lavoratore, deliberatamente messe in atto allo scopo di umiliarlo, emarginarlo, compromettere la sua integrità psico-fisica e persino costringerlo ad abbandonare il posto di lavoro o ad estrometterlo dallo stesso, solitamente generate in senso deteriore e fuorviante da un rapporto di sovraordinazione gerarchica (ma anche tra pari, il cdosiddetto ‘mobbing orizzontale’) che, ove ripetuto assumendo sembianze sistematiche, finalizzate e persecutorie, può essere assimilato al reato penale di stalking, ai sensi degli artt. 572, 610 e 612 bis del c.p.

Non sono infrequenti le situazioni lavorative – solitamente addebitabili al datore di lavoro – nelle quali il dipendente è fatto oggetto di trattamenti umilianti, offensivi, lesivi della sua dignità personale e professionale, esplicitando un accanimento nei suoi confronti, che sovente viene emarginato o escluso da comunicazioni o applicazione di norme che lo riguardano e persino da attività lavorative che potrebbe normalmente svolgere così come – di converso – attraverso l’assegnazione di compiti faticosi o umilianti, fino ad imporre in modo unilaterale e non concordato condizioni personali di lavoro, allo scopo di creare un demansionamento lavorativo, ovvero obbligando il sottoposto ad impegni che non tengono conto delle disposizioni normative derivanti da leggi che riguardano la fattispecie dell’impiego: a titolo di esempio si cita il caso di quei lavoratori collocati in smart working ai quali sono state chieste prestazioni onerose ed esorbitanti dall’orario di lavoro o dal tipo di attività assegnata, disapplicando apposite, esplicite indicazioni normative che prevedevano un tipo diverso di utilizzo del personale.

Si tratta di comportamenti umilianti sotto il profilo psicologico, ispirati in genere ad un disegno di emarginazione e di sottostima del soggetto, a volte usando lo strumento delle visite mediche di controllo per accertarne l’idoneità/inidoneità, accompagnando la richiesta di accertamento con affermazioni del tutto prive di competenza specifica – riservata al personale sanitario –  come il riferire di “condizioni fisiche che facciano presumere l’inidoneità fisica permanente assoluta o relativa al servizio”: al verificarsi di situazioni analoghe pare opportuno stigmatizzarle e ricondurle alla fattispecie prevista dalla citata Sentenza della Cassazione nel senso che integrano il passaggio dal ‘mobbing’ allo stalking che è un vero e proprio reato penale.

È dunque significativa, fino a diventare una sorta di vera e propria svolta epocale interpretativa dei comportamenti autoritari e umilianti in ambito lavorativo, la parte della Sentenza laddove la Corte di Cassazione ha, infatti, sottolineato che il mobbing, quando esercitato con modalità vessatorie reiterate e idonee a determinare un perdurante stato di ansia o di timore nella vittima, può essere ricondotto alla fattispecie dello stalking”. Poiché è noto che le Sentenze di Cassazione sono equiparabili per cogenza e applicabilità all’interpretazione autentica di fattispecie non espressamente previste da una apposita normativa vigente, oppure riconducibili ad un combinato disposto, ovvero dirimenti in caso di dubbio di liceità, ne consegue che questa Sentenza n° 32770 sarà richiamata nei ricorsi proposti da coloro che si riterranno lesi da azioni ‘vessatorie reiterate’ e foriere di stati d’ansia, timore, disagio emotivo, stress in costanza di accanimento persecutorio e – di converso – sarà assunta e integrata nelle Sentenze degli adìti Tribunali.

Carlo Levi, un pittore con le parole: stasera su Rai 5.

“La paura della libertà è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone e nulla è più faticoso e veramente spaventoso dell’esercizio della libertà”.

Parole di Carlo Levi, medico, pittore, scrittore, antifascista torinese: il valore della sua testimonianza civile e politica, ma soprattutto profondamente umana, è al centro di “L’altro ’900: Carlo Levi” che “Sciarada, il circolo delle parole” in onda domani [oggi per chi legge, ndr] alle 22.50 su Rai 5.

Parte della puntata è stata girata ad Aliano, la Gagliano del capolavoro di Levi, nei luoghi che videro, tra il 1935 e il ’36, il medico-pittore confinato perché antifascista e fondatore di “Giustizia e Libertà”, il movimento di ispirazione gobettiana nato a Torino. Ne parla la storica Anna Foa, figlia di Vittorio, che con Carlo Levi, Massimo Mila, Michele Giua e altri giovani intellettuali, subì l’arresto nella Torino antifascista.

Destinato in un primo momento a Grassano, in Basilicata, Levi fu successivamente spostato ad Aliano perché considerato particolarmente pericoloso per l’ordine pubblico nazionale, ma da quella esperienza nacquero alcune delle pagine più appassionate e vibranti della nostra storia letteraria e molti dei più intensi ritratti dell’arte del Novecento.

Nella “cella senza muri del confino”, Levi imparò a conoscere e ad amare la gente di Aliano, i loro volti scuri, il loro dolore a volte rassegnato. Seppe ritrarla con fedeltà e rispetto e seppe scriverne. Non pensò mai di voler cambiare qualcosa di quella cultura contadina che lo aveva accolto, ma capì il valore del confronto e del rispetto tra mondi diversi. È quanto raccontano nella puntata lo storico e critico della letteratura Giulio Ferroni e la storica dell’arte contemporanea Daniela Fonti, presidente della Fondazione Carlo Levi.

La questione del tempo e della memoria, nodo centrale nella vita dell’uomo, è anche l’elemento che maggiormente caratterizza la scrittura testimoniale di Carlo Levi, come osserva Giulio Ferroni. Per “trovare voce nella Storia”, cioè dignità, presenza, un popolo ha bisogno della sua memoria e soltanto testimoniando e tramandando la verità avrà la possibilità di restare nella Storia, di avere una identità nel tempo.

Ha scritto Vincenzo Consolo che la forza e la poesia delle pagine di Carlo Levi è “l’amore per tutto quanto è umano, acutamente umano, vale a dire debole e doloroso, cioè nobile”. La narrativa civile di Levi porta con sé il grande valore del documento e della testimonianza, il senso di giustizia, la difesa della dignità dell’uomo.

Accompagnata dal “paesologo” e scrittore Franco Arminio per le strade di Aliano e dalle letture dell’attore Alessio Vassallo, la puntata fa emergere il sentimento di Levi che parla ancora con una straordinaria forza e attualità.

Toni Bisaglia, l’idea di una Dc popolare e moderna.

Toni Bisaglia fu una figura politica incompiuta. Morì quando era ancora giovane e aveva appena imboccato il percorso di una sorta di rinnovamento di se stesso, nel bel mezzo di un tentativo più corale di ridisegnare la Dc e attrezzarla in vista di quei tempi nuovi che si annunciavano imminenti, promettenti e insidiosi. Inoltre egli era piuttosto restio a raccontarsi, tantomeno a celebrarsi. Contava sul fatto che a parlare in suo conto sarebbero state le sue opere, e tanto più il tempo (pur poco, e affrettato) che sentiva di avere ancora davanti a sé. Tempo che quella caduta da una barca nel mare di Portofino gli portò via tutto a un tratto.

Quella sua morte così accidentale finì per essere a quel punto il tratto più conosciuto di lui, alimentando un mistero che non aveva ragioni e oscurando una biografia che non era ancora compiuta. Alle sue spalle, però, c’era già una storia politica di rilievo, come esponente e poi come leader di quel “Veneto bianco” che rimase a lungo il bacino di consenso più ampio del nostro insediamento popolare. E davanti a lui, in un futuro che non ebbe modo di vedere, c’erano quei legami solidi e promettenti che aveva annodato con De Mita, segretario del partito; con Cossiga, allora presidente del Senato e di lì a poco capo dello Stato; e in modi forse un tantino meno intimi e meno complici, con Forlani. La terza generazione, come la si etichettò. Egli si trovava insomma ben dentro la vita democristiana di quegli anni, ignaro che quella vita sarebbe stata assai più breve, e soprattutto assai più tormentata, di come all’epoca si immaginava.

Avesse avuto più tempo davanti a sé avrebbe tagliato i traguardi più apicali cui sembrava destinato. Ma in realtà lui stesso  aveva una sorta di presentimento di quel che sarebbe potuto accadere. Non alla sua persona, affatto. Ma semmai al suo mondo, al suo partito, alla sua terra politica. Come avesse intuito per tempo lo sfacelo che sarebbe capitato dieci anni dopo. In una parola, aveva ben chiara la fragilità del potere. Del suo, prima di tutto.

Per molti anni Bisaglia fu a lungo un outsider. Era figlio di un ferroviere. La sua famiglia era povera e marginale. E la sua città era a suo modo marginale anch’essa. Aveva mosso i suoi primi passi politici nella provincia di Rovigo, allora la meno democristiana del Veneto. Per giunta era stato guardato con sospetto dai notabili che governavano il partito in quegli anni. Troppo giovane, troppo dinamico, troppo ambizioso, forse troppo disinvolto. Privo di quelle ambiguità e di quelle ipocrisie un po’ untuose che allora andavano per la maggiore, specie da quelle parti.

Come tutti in quegli anni, cominciò con le associazioni cattoliche e con il Movimento giovanile del partito. Ricordava sempre che alla morte di De Gasperi s’era precipitato con altri ragazzi a Sella di Valsugana e aveva assistito all’arrivo di Andreotti, allora giovane sottosegretario. Accolto dalla moglie dello statista trentino con un’espressione che lo aveva colpito: “Eppure, le voleva bene”. Dove quell’”eppure” poteva essere letto in molti modi (e Bisaglia indulgeva da parte sua al modo più malizioso, o almeno più severo).

Arrivare in Parlamento, muovendo da quella provincia più povera (anche di voti) e quasi periferica, non fu affatto impresa facile. A rendergliela un pochino meno proibitiva fu il legame intessuto con Mariano Rumor, gran capo dei dorotei e quasi sul punto di diventare segretario del partito e poi presidente del consiglio. Quel legame lo accompagnò e lo aiutò per molti anni. E quando poi si ruppe e le loro sorti si divisero, non senza qualche asprezza, Bisaglia ne ricavò una sorta di imbarazzo. Poiché lui si sentiva più moderno, più dinamico, più adatto ai tempi nuovi rispetto al suo capo storico. Avvertendo però il peso di una frattura che non si rimarginò mai del tutto.

Arrivato a Roma, si dedicò all’organizzazione del partito. Il tema era quasi un suo pallino, in quei primi anni importanti. Era convinto che i modelli politici adottati fin lì avessero fatto il loro tempo. Sia quelli del notabilitato degasperiano. Sia anche quelli, apparentemente più moderni, introdotti poi dal dinamismo di Fanfani e dei “giovani” di Iniziativa democratica, la nuova corrente di maggioranza. La sua idea era che la Dc dovesse a quel punto cercare nuove sintesi tra i “valori” e gli “interessi”. E cioè le due polarità -non più opposte l’una all’altra- intorno a cui si snodava il rapporto con l’elettorato. Quelle due polarità incarnavano nella sua visione il legame tra passato e futuro.

 

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Ius scholae, l’emendamento di Azione al ddl in materia di sicurezza.

“Azione presenterà un emendamento sullo ius scholae al disegno di legge in materia di sicurezza (AC 1660-A), che all`articolo 9 già reca una norma di modifica della legge 91/92 in materia di cittadinanza degli stranieri, e che l`aula della Camera inizierà a discutere il prossimo 10 settembre”. Lo riferisce una nota di Azione.

“Si tratta della traduzione normativa della proposta avanzata, ma non ancora formalizzata, da Forza Italia. Il termine per la presentazione degli emendamenti è il prossimo 9 settembre, quindi c`è tempo e modo per raccogliere, a partire ovviamente da Forza Italia, suggerimenti di modifiche e integrazioni e per approfondirne tecnicamente la formulazione normativa, fermo restando il contenuto della proposta, cioè il riconoscimento della cittadinanza ai minori stranieri, che abbiano completato un percorso di studio di 10 anni nel territorio nazionale, fino all`assolvimento dell`obbligo scolastico”, spiega la nota.

“La proposta di emendamento è la seguente: all`articolo 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti: “2-bis. Il minore straniero nato in Italia che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente nel territorio nazionale per almeno dieci anni la scuola primaria e secondaria, con la conclusione positiva del primo ciclo d`istruzione e l’assolvimento dell’obbligo scolastico, acquista la cittadinanza italiana. La cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell`interessato, da un genitore legalmente residente in Italia o da un esercente la responsabilità genitoriale, all`ufficiale dello stato civile del comune di residenza, da annotare nel registro dello stato civile.

Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, l`interessato può rinunciare alla cittadinanza italiana se in possesso di altra cittadinanza.

2-ter.: Qualora non sia stata espressa la dichiarazione di volontà di cui al comma 2-bis, l`interessato in possesso dei relativi requisiti acquista la cittadinanza se ne fa richiesta all`ufficiale dello stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età”, conclude Azione nella nota.

Durov, pedina o re nel gioco della disinformazione?

L’evento più clamoroso per la Russia negli ultimi giorni non è stata la previsione sulla vittoria dell’Ucraina nella guerra, sbandierata dal presidente Volodymyr Zelenskyj sulla scia dell’entusiasmo per l’offensiva nella regione di Kursk, ma l’arresto dello zar russo di internet, Pavel Durov, in un aeroporto francese. Sia i portavoce del potere, sia la maggior parte delle voci di opposizione in Russia hanno reagito all’unisono, in modo stupefacente, in difesa della libertà di espressione e di comunicazione. La guerra dell’informazione è infatti ben più estesa e devastante di quella sul campo, non ovviamente per il numero delle vittime e la portata delle distruzioni, ma per la sensazione effettiva del potere, o della consistenza della lotta contro di esso.

La piattaforma di messaggistica Telegram, fondata da Durov nel 2013, è in effetti l’unico spazio in cui il pubblico russofono può avere accesso ai contenuti politici senza blocchi, interruzioni o sanzioni, e questo vale non solo per la Russia, ma per molti Paesi del Medio Oriente, dell’Asia centrale e di quella sud-orientale. Nell’Europa occidentale, e in particolare in Francia, Telegram viene invece spesso associata al narcotraffico, al terrorismo, alla pirateria informatica e alla diffusione di materiali pornografici, compresi quelli di pedofilia.

Pavel Durov, imprenditore pietroburghese che compirà quarant’anni a ottobre, domina lo spazio dei social network in Russia fin dal 2006, agli inizi della diffusione nel mondo di questi nuovi mezzi di comunicazione. Insieme al fratello Nikolaj aveva fondato la prima rete VKontakte (“In Contatto”), che divenne immediatamente popolare in Russia e in molti altri Stati ex-sovietici, insieme con l’altro messenger Odnoklassniki (“Compagni di Classe”), anch’esso legato al sistema di Durov. Questi primi strumenti sono stati lasciati al totale controllo del Cremlino dopo l’inizio del conflitto con l’Ucraina nel 2014, e il giovane magnate digitale ha rivendicato la propria libertà di diffondere qualunque informazione, anche criticando il governo, rimanendo sul trono di Telegram.

Durov ha quindi lasciato ufficialmente la Russia, dove comunque ritorna ogni volta che lo ritiene necessario, e ha stabilito la sua residenza a Dubai, prendendo allo stesso tempo la cittadinanza degli Emirati, delle isole di Saint Kitts & Nevis e della Francia, rinunciando agli Stati Uniti e a Singapore, dove “sentiva troppe pressioni”, come da lui raccontato in un’intervista a Tucker Carlson, l’unico giornalista occidentale amato dai russi. Il passaporto francese gli era stato concesso per via assolutamente privilegiata, dopo alcune cene con il presidente Emmanuel Macron, che gli consigliava di spostare a Parigi la sede della sua impresa.

Il suo arresto in Francia – con rilascio ai domiciliari su cauzione dopo una settimana, con obbligo di rimanere nel Paese – ha scatenato una tempesta di reazioni in Russia, sollevando numerose perplessità sui suoi reali motivi. Durov si è recato a Parigi con il suo aereo privato dall’Azerbaigian, dove sembra avesse avuto l’opportunità di incontrare direttamente Vladimir Putin. Sembra improbabile che non fosse al corrente dei rischi del viaggio, viste le sue relazioni ai massimi livelli, per cui si ipotizza che si tratti di una manovra dalle finalità oscure, a meno che non dimostri la protervia di chi si crede al di sopra di tutte le leggi. Per i russi, il sospetto è che il padrone di Telegram sia andato a consegnare le chiavi d’accesso alle informazioni cruciali del suo messenger, per favorire gli occidentali nella guerra globale.

La piattaforma è in effetti molto usata dai soldati russi per comunicare tra loro (anche dagli ucraini, del resto), ma non è molto credibile che i comandanti militari vi facciano passare i piani strategici, e del resto il sistema di Telegram non ha vere e proprie “chiavi d’accesso”, essendo costruito su un castello di database e di server non comunicanti tra loro. Al di là dell’effettivo significato tecnico-militare della vicenda, la sua risonanza dimostra il significato più vasto degli intrecci nel mondo della comunicazione; la Russia, isolata politicamente ed economicamente dall’Occidente e in cerca di una nuova dimensione a cavallo dei mondi, non può rinunciare al suo ruolo nello spazio globale virtuale.

Il controllo sulle informazioni è infatti lo strumento principale per imporre un’interpretazione degli eventi favorevole ai propri scopi. Non si tratta certo di una novità: la manipolazione della realtà era già uno degli obiettivi principali degli antichi storici romani, dallo stesso Giulio Cesare a Tito Livio, Tacito e Sallustio, come arma ideologica dell’impero. I russi ne hanno tratto insegnamento fin dalla medievale “Cronaca di Nestor” che narra gli eventi della Rus’ di Kiev, presentando il “popolo nuovo” chiamato a riscrivere la storia, a cui si sono ispirati gli zar e i segretari sovietici, fino al loro attuale emulatore del Cremlino. Uno scrittore e filosofo russo dell’Ottocento, Vladimir Odoevskij, aveva addirittura profetizzato la nascita dei blog e di internet nel suo romanzo utopico “Anno 4338”, scritto nel 1835, in cui narrava che “tra le case sono stabiliti dei telegrafi magnetici, grazie ai quali coloro che vivono a grandi distanze possono conversare tra loro”, diffondendo perfino dei “giornali casalinghi, preparati da chi ha maggiori conoscenze e che sostituiscono l’abituale corrispondenza”, che oltre a informare sulla vita interna delle famiglie offrono “diverse riflessioni, osservazioni, scoperte e proposte”.

Di proposte su Telegram ce n’è effettivamente un gran numero, e molte di esse suscitano reali preoccupazioni. In passato Durov ha dovuto piegarsi controvoglia alle imposizioni di Stati stranieri, come nel 2022 quando la Germania lo accusò di non moderare i contenuti secondo le leggi, la stessa accusa che ha portato all’arresto di Parigi. Non molto tempo fa in Europa è stata elaborata la versione finale del Digital Services Act, il regolamento Ue sui servizi digitali 2022/2065, a cui i rappresentanti di Telegram giurano di attenersi scrupolosamente, bloccando i contenuti pirata e non diffondendo agli europei i canali vietati come RT, il derivato della Russkoe Televidenie, uno dei principali mezzi di propaganda del Cremlino. Del resto, la Commissione europea ha specificato che non sono state rilevate violazioni a queste regole da parte di Telegram.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/L’arresto-di-Durov-e-i-paradossi-della-libertà-61402.html

Succede Oggi | Il Muro Torto, un ritratto di Roma tra realtà e immaginazione.

Andrea Carraro
Vorrei parlare del meritorio ripescaggio di un libro di Mario Picchi, Il Muro Torto, che uscì nel ’64 del secolo scorso, oggi riproposto da Narhval Edizioni (184 pagine, 17 Euro) con la prefazione di Filippo La Porta che ne fissa le coordinate e i punti di forza, tratteggiando altresì un breve ritratto dell’autore livornese, romano d’adozione, che morì nel 1996: noto soprattutto come traduttore e prefatore di classici della letteratura francese (I miserabili di Victor Hugo, il Meridiano dei Racconti di Maupassant), come giornalista culturale e firma dell’Espresso e di La Repubblica. Scrisse anche per Belfagor, La Fiera letteraria, Galleria, ecc.

Protagonista di questo suo romanzo è Carlo, che fa un mestiere d’altri tempi, rappresentante di inchiostri per penne stilografiche, – il quale vive in un’isola verde in prossimità del Muro Torto, – a un passo da Piazza del Popolo e da Villa Borghese, dal Pincio, da Via Veneto, “un seme di libertà nel fianco della metropoli”, così lo definisce, dal quale può vedere, senza essere visto, tante cose: le macchine che sfrecciano a gran velocità sulla strada verso Porta Pinciana o piazzale Flaminio, “impenetrabili come scarafaggi in fuga”, la gente che passa sul marciapiedi, gli operai impegnati in qualche lavoro di manutenzione stradale, qualche coppietta che si apparta nel verde ad amoreggiare.

Il Carlo di Picchi non potrebbe mai vivere in un condominio insieme ad altre persone socialmente simili a lui, perché egli è “un sognatore asociale e disadattato”, ci spiega il critico La Porta, apparentandolo al Ballard de Lisola di cemento, un uomo del sottosuolo, che si è creato un sottosuolo protetto, ad altezza d’uomo”, innamorato della propria libertà e della propria solitudine, in un luogo quasi inaccessibile, protetto dalle piante e dagli alberi, dove sogna talora di portarci una compagna “che accetterà di dividere con me la solitudine, la pace e una ricchezza forse invisibile agli occhi dei più, ma vera. Insieme cureremo l’orto, il giardino la casa”.

 

Coprotagonista del romanzo è la città di Roma, potremmo dire con il prefatore, il suo centro storico, soprattutto, che Carlo percorre in lungo e in largo, a piedi ma anche in tram, – suo privilegiato mezzo di spostamento, non possedendo un’automobile, ma anche osservatorio permanente sul traffico cittadino, sui passanti, sulla folla anonima dei viaggiatori, soprattutto sulle giovani donne cui dedica talvolta analisi minuziose e appassionate, immaginando le loro vite sulla base del loro aspetto, del loro abbigliamento.

 

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https://www.succedeoggi.it/2024/08/mario-picchi-sognando-roma/

L’Europa che non vogliamo dimenticare: educazione alla pace grazie alla letteratura.

In un succoso articolo Elena Stancanelli su “La Repubblica” ci ricorda l’unione tra Jean Seberg e Romain Gary. Entrambi moriranno suicidandosi, a distanza di tempo l’uno dall’altro, lasciando un patrimonio di bellezza e cultura che vale la pena recuperare. Gary, tra i suoi pregevoli lavori, scrive “L’educazione europea” e ne ottiene successo.

La trama è riassumibile nella impresa di partigiani polacchi che combattono l’esercito tedesco. Ciascuno dei combattenti ha vite e storie diverse alle spalle. Insieme ad altri personaggi ed a Janek, un ragazzo, costretto a crescere in fretta per fronteggiare la crudeltà della guerra, c’è ad esempio anche un calzolaio ucraino che scoprirà in seguito di essere il padre di un giovane e capace generale dell’Armata russa.

La figura di maggior spicco è Dobranski che per le sue qualità diventa il leader del gruppo e tra una azione ed un’altra scrive appunto “L’educazione europea” che si traduce in alcune significative righe: “In Europa abbiamo le cattedrali più antiche, le più vecchie e celebri università, le più grandi biblioteche, ed è qui che si riceve l’educazione migliore, sembra che vengano in Europa da tutti gli angoli del mondo per istruirsi. Ma alla fine, quel che ti insegna tutta questa famosa educazione europea è come trovare il coraggio e delle buone ragioni, valide e convenienti, per ammazzare un uomo che non ti ha fatto nulla e che se ne sta seduto sul ghiaccio con i pattini e a testa china, aspettando la fine”.

Si sogna piuttosto un mondo dove: ” Non ci sarebbero più state guerre, gli americani e i russi avrebbero unito i loro sforzi fraterni per costruire un mondo nuovo e felice dal quale il timore e la paura sarebbero stati banditi per sempre. Tutta l’Europa sarebbe stata libera e unita: ci sarebbe stata una rinascita spirituale …”.

Il racconto apre anche alla speranza “La verità è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all’uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere una fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, di un rifugio. Talvolta questo rifugio è solo una canzone, una poesia, una musica, un libro. Vorrei che il mio libro fosse uno di quei rifugi e che aprendolo, alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare. Non esiste un’arte disperata: la disperazione è solo una mancanza di talento”.

C’è un istinto di salvezza negli uomini che non deve conoscere amputazioni: “quanti usignoli avevano cantato così nella notte attraverso i secoli? Quanti usignoli umani, fiduciosi e ispirati sono morti cantando questa eterna e meravigliosa canzone?  Quanti altri ne moriranno ancora nel freddo e nei patimenti? Quanti secoli ci vorranno ancora? Quanti usignoli…vivere senza opprimere, perdonare senza dimenticare nessuna cosa importante muore”.

Questo romanzo di trincea, dove gli uomini sono costretti a rifugiarsi continuamente nelle buche per non esporsi ai colpi nemici, a vivere sotto terra per poi un giorno riemergere al pari di una resurrezione, è una occasione per farci riflettere sui giorni d’oggi.

Jeans Seberg, protagonista della nouvelle vague, della nuova onda, soffriva di depressione a causa della persecuzione patita a causa della FBI che l’aveva messa nel mirino per la sua difesa dei diritti degli afroamericani. Una persecuzione che l’aveva aveva costretta per un periodo a nascondersi, a ripararsi dalla ottusità di un certo potere.

A sua volta Gary, trascurato dalla critica, aveva cambiato nome vincendo con diversa identità nuovamente il premio Goncourt con “La vita davanti a sé,” un romanzo in cui il sentimento dell’amore prevale sui legami di sangue e le difficoltà del presente si dissolvono di fronte alla voglia di vivere. Così la storia di una prostituta ebrea che adotta un ragazzo arabo all’interno della banlieu di Belleville.

In Europa e nel mondo non ci sono venti di guerra, minacce di conflitti che possono degenerare in peggio. Siamo già nel dramma ed ancor più non cessiamo ogni giorno di precipitarvi più nel fondo. L’Europa per prima, per il suo ruolo nella storia, dovrebbe rieducarsi, tirare fuori il meglio dei suoi valori per dare un nuovo indirizzo non solo a se stessa ma all’intero mondo. L’Europa dovrebbe riaffiorare sollevandosi dalla fossa in cui è caduta e permettere ai suoi uomini e donne di esporsi senza più temere, forti d’amore.

Michel, il protagonista di “Fino all’ultimo respiro”, film manifesto della Nauvelle Vague, si rivolge a Patricia rimproverandola: “Ahimè, Ahimè sono innamorato di una ragazza che ha una nuca deliziosa, un bellissimo seno, una bellissima voce, dei magnifici polsi, una fronte magnifica, delle stupende ginocchia ma che però è una vigliacca”.

Par che parli all’Europa priva di piglio per rischiare la responsabilità della pace e di oltre di meglio ancora, un continente che subisce passivamente l’onda dei fatti, piuttosto che alimentarla, standoci saldamente in groppa.

La guerra finirà. Già troppo spazio sarà rubato dalle croci cimiteriali ai campi di grano. La guerra finirà e avrebbe un senso solo se non avesse mai fine. La guerra finirà e la memoria passerà al dopo. A rimetterci, inutilmente, come sempre, saranno solo i morti.

A settembre nei convegni di corrente s’andava a scuola di politica

Uno degli elementi caratterizzanti la politica tradizionale – quando non era solo fatta da partiti personali, da cartelli elettorali e dalla spettacolarizzazione spicciola – era quella di organizzare i cosiddetti “convegni settembrini”. Cioè convegni politici che, di norma, riuscivano a dettare l’agenda politica in vista della ripresa autunnale. Convegni che venivano promossi prevalentemente dalle correnti dei partiti, in primis della Democrazia Cristiana, ma anche da molti altri partiti. Tanto di maggioranza, quanto dell’opposizione. Ovviamente di quell’epoca storica.

Una prassi che è proseguita, seppur con minor forza ed incisività, anche all’inizio della seconda repubblica. Ma si trattava già di una esperienza che si avviava lentamente al suo capolinea. Con la conseguenza che la politica progressivamente si indeboliva anche e soprattutto sul versante della progettualità politica e della elaborazione culturale. È appena sufficiente ricordare uno dei tanti convegni di quella stagione, e cioè gli incontri promossi dalla sinistra sociale della Dc di Forze Nuove che faceva capo a Carlo Donat-Cattin a livello nazionale a Saint-Vincent, per rendersi conto dello spessore politico di quella fase storica.

Certo, una fase che era caratterizzata da alcuni elementi di fondo. Innanzitutto la presenza dei partiti politici organizzati e che producevano politica; in secondo luogo la centralità delle culture politiche e, in ultimo ma non per ordine di importanza, le classi dirigenti autorevoli, qualificate e riconosciute. Tre elementi che, purtroppo, oggi si sono fortemente indeboliti per la trasformazione radicale della geografia politica nel nostro paese. Perché con l’irrompere dei partiti personali e la sostanziale scomparsa della democrazia all’interno dei partiti stessi il confronto e il dibattito sono stati sacrificati sull’altare di questa maldestra modernità. E, al contempo, il tramonto delle culture politiche di riferimento hanno attenuato la personalità e la stessa specificità dei rispettivi partiti.

Da qui il trionfo del trasformismo e dell’opportunismo che erano, e restano, le derive principali della crisi della politica e della sua caduta di credibilità presso settori crescenti della pubblica opinione.

Ecco perché, e proprio partendo dalla esperienza dei tradizionali convegni settembrini, si può ancora invertire la rotta se si vuole ridare autorevolezza, prestigio e credibilità alla politica. E ciò può avvenire solo attraverso il recupero di una prassi e di una tradizione che restano decisivi ed essenziali per la stessa qualità della democrazia italiana. In discussione, infatti, non c’è il rimpianto di un passato che non ritorna più, come ovvio e scontato. Ma, al contrario, la riscoperta di un metodo, e di un merito, che non possono scomparire perché ci si deve adeguare ad un fantomatico “nuovo corso”. La politica – o meglio, la politica con la P maiuscola – del resto, si nutre esclusivamente di contenuti, di progetti, di cultura e di visione del futuro. Senza questi ingredienti fondamentali il tutto si riduce a spettacolo, a fatti legati alla pura contingenza e a scontri personali ed opportunistici. E la rilettura di quei momenti del passato, che restano di straordinaria modernità anche per l’attuale stagione politica, continua ad essere utile per capire come si può declinare concretamente la politica anche in una società post ideologica. Anche perché non possiamo rassegnarci ad una “democrazia senza partiti” o, peggio ancora, ad una “partitocrazia senza partiti”.

Dibattito | L’alternativa al centrodestra richiede la presenza di una forza riformista.

Nel 2024 si è sentito un gran parlare della ricostruzione del Centro. Se ad ogni articolo uscito sul tema fosse corrisposto un voto, forse oggi un’ipotetica lista di Centro si posizionerebbe subito dopo FdI e PD. Così purtroppo non è, almeno per ora.

Per motivi anagrafici non ho potuto votare né la DC, né i suoi partiti alleati dell’allora galassia centrista (PLI, PRI, PSDI). Si può dire che ho conosciuto solo il sistema di potere bipolare, essendo nato pochi giorni prima che cadesse il muro di Berlino. Nonostante questo, ho quasi sempre votato per le proposte alternative ai due poli principali, non per una semplice vocazione minoritaria ma per precise scelte ideologiche e programmatiche.

Queste proposte erano talvolta di ispirazione più marcatamente cattoliche, o più liberali o più riformiste ma tutte erano accomunate da un uguale e triste destino, nessuna lista è ricomparsa nelle schede elettorali alla tornata successiva. Pochi voti e vita breve, il peggior viatico per qualunque soggetto politico, eppure ancora oggi si continua a parlare di praterie al centro, perché?

Forse il motivo si trova nel fatto che sempre al centro i due poli vanno a racimolare i voti per vincere di volta in volta le elezioni. Berlusconi aveva ancorato il suo partito al PPE e consentiva a partiti neocentristi di orbitare nella sua coalizione, Prodi vinse due volte le elezioni con una sinistra alleata alla componente popolare e cristiano sociale, Renzi arrivò al 40% rubando i voti accumulati dalla scelta civica montiana, la stessa Giorgia Meloni ha vinto le elezioni alleandosi a forze centriste come FI e NM che insieme valevano quasi il 10%.

Né la sinistra, né la destra in Italia sono state maggioranza e per vincere le elezioni si sono sempre dovute alleare a forze centriste, di ispirazione più riformista o di ispirazione più conservatrice. Sembra che in Italia, così come in tutti gli altri sistemi bipolari del mondo, le elezioni si vincano coinvolgendo più elettori indipendenti o indecisi possibili. Sembra che ovunque, da noi e all’estero, non si possa ottenere una maggioranza senza parlare agli elettori centristi, o almeno a una parte di essi. È la storia ad insegnarcelo.

Nel sistema maggioritario attuale, nel centrodestra, questo fattore ha permesso a partiti moderati come l’UDC prima e la FI post-berlusconiana ora di racimolare consensi, portando avanti battaglie identitarie e influenzando anche la propria coalizione (si pensi alla riforma della giustizia) o il dibattito pubblico (si pensi allo ius scholae).

Nonostante questo, sono sicuro che la stragrande maggioranza degli elettori forzisti oggi preferirebbe Draghi come presidente del Consiglio o vorrebbe evitare di trovarsi alleato a liste elettorali dove compaiono candidati impresentabili e che sforano in sentimenti nostalgici o altro. Eppure, sono sicuro che nuovamente una stragrande maggioranza di elettori del partito di Taiani non vorrebbe uscire dalla coalizione di centro destra, come se ormai si sentissero radicati in quella alleanza, portatori delle tesi liberal conservatrici e cattoliche.

Qualcuno più malizioso potrebbe pensare che la motivazione sia quella che è meglio stare al governo o al potere piuttosto che rimanere senza poltrona. Ma se invece la motivazione fosse quella di voler far contare le proprie idee all’interno di un’alleanza plurale?

Se il quadro è chiaro nell’alleanza di centrodestra, altrettanto non si può dire per l’alternativa. Partiamo da un concetto fondamentale, al momento non esiste una coalizione di centro sinistra nazionale. Esistono differenti alleanze locali a geometria variabile, ci sono numerosi partiti di opposizione, si ipotizzano diversi schemi di gioco per provare a divenire maggioranza ma, al momento, il governo può dormire sogni tranquilli.

Ci sono alcune certezze però, nessuna alleanza alternativa al centro destra potrà essere credibile senza l’apporto del principale partito d’opposizione, il PD. Questa assunzione è motivata innanzitutto dai voti e poi perché rappresenta, con tutti i suoi difetti, una sintesi culturale e politica di centrosinistra. È sufficiente il PD da solo? Attualmente no e difficilmente potrà bastare. Serve dunque costruire un’alleanza ma con chi?

A sinistra del PD sicuramente gioca AVS e, almeno a guardare l’allocazione europea con the Left, anche il M5S, sebbene sia il partito personale di colui il quale ha firmato da Presidente del Consiglio i decreti sicurezza salviniani, non proprio una legge di sinistra. E poi? Questa galassia è sufficiente a battere il centro destra? Quali posizioni emergerebbero sulla politica estera? Il PD rimarrebbe l’unico partito di questa coalizione schierato a difesa dell’Ucraina? A meno che AVS non dovesse sposare le tesi dei Verdi Europei, il PD da solo riuscirebbe a garantire questo posizionamento?

La politica estera è un esempio, il PD ha bisogno di costruire un’alleanza anche con partiti di ispirazione centrista e riformista. Più Europa, tra gli altri, rappresenta la costola laicista ma non è sufficiente.

Esistono infatti molti cittadini che sono contrari alle politiche di questa maggioranza come l’autonomia e il premierato, che ritengono giusto che il popolo ucraino sia difeso, che sono garantisti, contrari ad aumenti di tasse (come la patrimoniale) ma favorevoli alla lotta all’evasione fiscale, che vorrebbero investimenti su sanità e scuola magari riducendo la pioggia di sussidi statali, che sono favorevoli all’introduzione del salario minimo e dell’inserimento dei lavoratori nei CdA delle aziende, che credono nella costruzione degli Stati Uniti d’Europa e condividono i cardini della dottrina sociale della Chiesa. Questi cittadini come dovrebbero votare?

Certamente non per il centro destra vista la contrarietà a certe riforme meloniane, né agli alleati del PD di sinistra, viste le differenze su temi come le tasse e l’Ucraina. Sono sicuro che esistono moltissimi punti in comune sia con il PD sia con Più Europa, ma ci sono anche delle piccole differenze che non renderebbero soddisfatti questi elettori. Inoltre, votando questi due partiti non ci sarebbe determinate garanzie che in una coalizione così di sinistra le proprie idee sarebbero tutelate e portate avanti.

No, manca un soggetto capace di rappresentare questi elettori all’interno della coalizione. Un soggetto che, portando avanti i principi enunciati prima, sia capace di rafforzare lo spirito riformista dell’alternativa al centro destra, influenzando la coalizione ed evitando che la sinistra commetta errori come il Superbonus, per citarne uno. Senza un soggetto del genere questa coalizione non si potrebbe nemmeno chiamare di centro sinistra.

Sono sicuro che non mancano esponenti politici in grado di rappresentare questa area, molti sono fuoriusciti in differenti momenti dal PD, altri hanno condiviso percorsi terzopolisti ma c’è bisogno di unità e di meno personalismi. Soprattutto c’è bisogno di portare avanti le idee che rappresentano questi elettori centristi in modo da contagiare l’alternativa al governo Meloni.

Prima di allearsi alla sinistra, il centro deve aver chiaro le basi e il programma con cui far nascere questa coalizione. Si deve costruire un’alternativa al centro destra, ma non un’alternativa qualunque.

Mi direte, ma perché un soggetto del genere si dovrebbe alleare anche con partiti così distanti, come i grillini? Perché siamo in un sistema maggioritario ed è inutile raccontarci favole, i partiti di centro possono essere autonomi e indipendenti solo in un sistema proporzionale, quindi bisogna scegliere o di qua o di là.

Se queste sono le politiche dell’attuale maggioranza di governo, c’è poca scelta, c’è bisogno di costruire un’alternativa seria che non sia populista e bisogna farlo partendo da un programma chiaro e da vincoli netti. Poi magari, un domani, quando saremo nella maggioranza, si potrà rintrodurre finalmente una legge proporzionale. Allora saremo ancora una volta in grado di camminare da soli: liberi e forti.

Estate, una breve girandola di illusioni, abitudini ed emozioni.

Archiviamo un’estate densa e breve, infuocata e alluvionata, lungamente attesa e salutata senza postume nostalgie. Non una pausa dalle fatiche ma faticosa essa stessa, tra code e lavori in corso, sold out del turismo di massa, miscuglio etnico, chiassose kermesse musicali, solitudini siderali, abbandoni, rituali ripetitivi e stanchi e consumo di tutto: del suolo, dell’aria, dei risparmi, del tempo inutile, delle vacanze brevi per vivere e sopravvivere al resto dell’anno. Abbiamo avuto la stagione più calda di sempre, la settimana più rovente, il giorno (pare il 21 luglio) più bollente.

Di tutto e di più: i piromani e gli incendi devastanti (questa gente meriterebbe l’ergastolo perché chi uccide la natura uccide l’umanità), i crolli degli edifici, l’esondazione dei fiumi, i tornadi e le trombe d’aria, le contese balneari, il ritorno del Covid accompagnato dal vaiolo delle scimmie, il bostrico che divora gli alberi in montagna e il granchio blu con il vermocane che impestano i mari. La Foresta Amazzonica, polmone del pianeta, che fornisce il 20% dell’ossigeno che ci è necessario per respirare, quest’anno ha subìto un’impennata del 98% di incendi rispetto all’estate del 2023: una cifra da capogiro. Il cambiamento climatico l’ha fatta da padrone, dallo scioglimento dei ghiacciai alle tempeste d’acqua, alla siccità, all’afa insopportabile, all’erosione delle coste.

Non vorrei dimenticare qualche fenomeno atmosferico ma i segnali di una svolta repentina nell’ecosistema ci sono tutti: di questo dobbiamo capacitarci se vogliamo por mano a quel che resta del nostro futuro. È evidente a tutti che l’estate del 2025 e poi quelle degli anni che verranno saranno sempre più calde, asfissianti, appiccicose, insopportabili. Il rialzo termico è una costante irreversibile. Di questo dovremmo essere tutti consapevoli e fare qualcosa, a cominciare dal resto dell’anno. Ci sono contesti ambientali dove l’acqua – il bene più prezioso e indispensabile per la sopravvivenza di tutte le specie animali e vegetali, viene sperperata da anni senza che nessuno ponga rimedio a questa colpevole negligenza.  Il fenomeno è planetario, comincia al Polo Nord e finisce al Polo Sud ma in Italia la disinvoltura con cui – in modo trasandato, indifferente e pressapochista – non si affrontano certi problemi chiama in causa molte responsabilità.

Dovremmo essere un Paese civile ma gli stili di vita sono ispirati al qualunquismo e all’attesa fideistica che qualcun altro provveda. Non sappiamo tutelare il nostro patrimonio naturale e artistico eppure deteniamo il record delle presenze straniere. Ho letto un articolo di Giuliano Zulin – esperto sul tema – il quale ha calcolato che con un miliardo di euro si potrebbero creare 20 centri di desalinizzazione dell’acqua marina ma mi pare che la politica non si occupi del problema. Non trovo nel PNRR un programma di tutela ambientale adeguato, di prevenzione dei dissesti idrogeologici, di messa in sicurezza degli edifici: si avverte un senso di usura del mondo e delle cose che fa pensare ad un tracollo imminente, a cominciare dalle stesse condizioni di sopravvivenza.

Tutto si sta consumando, esaurendo, scomparendo in modo repentino. Nel resto dell’anno non ce ne occupiamo abbastanza e i problemi estivi ricorrenti esplodono sempre acuiti ed aggravati. C’è una sorta di narcolessia di massa rispetto alle evidenze che incombono: qualche scienziato comincia a chiedersi se sarà l’I.A. a salvarci con una accorta programmazione di risorse ed energie o se arriverà presto il tempo in cui qualcuno comincerà ad indossare le maschere di ossigeno per sopravvivere alle temperature torride, all’aria incandescente e all’assenza dell’acqua. Anche nei luoghi di villeggiatura cominciano ad emergere criticità: il traffico, lo smog, l’inquinamento, si trasferiscono anche nei contesti che dovrebbero essere i più protetti.

L’umanità si muove ora petulante e invadente ora mossa da necessità vitali: non dimentichiamo che le immagini ricorrenti delle guerre non sono coreografie sullo sfondo di conflitti inevitabili: sono piuttosto l’icona di una totale assenza di coscienza morale. I bambini e gli anziani sono le prime vittime di certe politiche dissennate e incoscienti. L’uomo non sa stare in pace con sé stesso, figuriamoci con i nemici. Eppure avvertiamo tutti di camminare sull’orlo di un baratro: anche se il mondo fosse disarmato secondo l’ONU siamo quasi giunti alla vigilia della sesta estinzione della vita sul pianeta, questa volta per mano dell’uomo. Ogni anno celebriamo il rituale delle previsioni catastrofiche in sede di incontri ‘COP’ (è l’acronimo di Conference of Parties) la riunione annuale dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC).

Se pensiamo che la Convenzione è un trattato ambientale internazionale che fu firmato durante la Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite, informalmente conosciuta come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, facciamo rapidamente il conto di quanto tempo si è perduto. Il trattato puntava alla riduzione delle emissioni dei gas serra, alla base dell’ipotesi di riscaldamento globale, prevedendo la stipula di protocolli che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni: il principale di questi è il protocollo di Kyōto. Dovrebbero essere i giovani i più preoccupati al futuro che ci attende vista l’inerzia degli Stati membri dell’ONU e le resistenze di Paesi come la Cina e l’India sull’uso del carbone inquinante. Ma sono i genitori, la scuola, la politica i veri responsabili di una negligente pedagogia sociale: accettare il peggio come fenomeno irreversibile e tirare a campare sopravvivendo al presente.

I titoli di coda dei telegiornali sono sempre ispirati ad una visione edulcorata e gaudente della vita, forse per riconciliare con le brutte notizie date in apertura, una sorta di oppio dei popoli che ci parla di musica, moda, loisir, culto dell’estetica e del lusso. Ma non saranno certo le baggianate che circolano sui social a cui si dà eco, le più recenti prodezze degli influencer, gli abiti stravaganti esibiti sui red carpet, le adunate oceaniche alle esibizioni di certe star internazionali a rendere consapevoli le persone sul valore della vita e sul rispetto della natura.  Prevale- come mi disse il grande psicanalista Luigi Zoja – l’allegoria di Lucignolo e del paese dei balocchi. Fumo negli occhi per non vedere la realtà e illusioni. Senza renderci conto che tutto ciò alimenta il senso dell’effimero.

Oltre gli stereotipi: la complessità del divario Nord-Sud.

La storia del divario tra Nord e Sud è un’eredità del passato che continua a condizionare il presente. Sin dalla nascita dell’Italia unita, la “questione” è rimasta irrisolta, seppur affrontata con maggiore impegno nel secondo dopoguerra, dai nuovi partiti alla guida della Repubblica tra gli anni ’50 e ’60, capaci di promuovere politiche di sviluppo come la Cassa per il Mezzogiorno, in una fase politica in cui prese forma quella che si può definire la democrazia sociale (concetto espresso da Paolo Pombeni, Il valore sociale della manovra, “Il Messaggero”, 29 agosto 2024)

Oggi, il tema è tornato al centro del dibattito politico, alimentato da una narrazione spesso semplificata e stereotipata. L’immagine del Mezzogiorno come una “palla al piede” per lo sviluppo del paese è un cliché persistente, utilizzato strumentalmente per giustificare diseguaglianze, mancati investimenti e, troppo spesso, per catturare facili consensi.

La rappresentazione dei territori meridionali come una sorta di blocco indistinto incapace di cogliere e seguire la via della modernità è una semplificazione che distorce la realtà e alimenta divisioni inutili.

In questa prospettiva, si può recuperare una lettura sulla storia dei pregiudizi antimeridionali e, soprattutto, sull’uso (populista) che dei medesimi si è fatto e si continua a fare, per cercare di superare questa visione distorta (A. De Francesco, La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale, Feltrinelli 2012).

Solo riconoscendo la complessità delle cause del divario, si possono affrontare, insieme, le possibili soluzioni in grado di produrre politiche efficaci e uno sviluppo equilibrato del paese.

Il tema è serio e merita riflessioni altrettanto argomentate, come quelle recentemente espresse da Mons. Francesco Savino (“la Repubblica”, 28 agosto 2024), dove, intorno al dibattito sull’autonomia differenziata, fa emergere le preoccupazioni sul rischio della creazione di “due Italie: una prospera, l’altra abbandonata a se stessa”, che riflettono un timore diffuso sulla riforma e, di conseguenza, sulla coesione nazionale.

In questo scenario, l’invocazione, singolare, di un “nuovo Risorgimento”, a distanza di oltre un secolo e mezzo, suggerisce l’urgenza di un rinnovato impegno collettivo per promuovere valori quali la giustizia sociale, la sussidiarietà, la cittadinanza.

L’appello ai giovani a studiare del vice presidente della CEI, va proprio in questa direzione, vale a dire quella di contribuire a costruire un paese più giusto in un futuro comune.

Cattolici e destra, non mettere argini è negare la storia dc.

C’è da un po’ di tempo un pensiero fisso nei commenti dell’esimio opinionista Giorgio Merlo che non lascia dubbi sulla torsione di strategia circa l’auspicato nuovo soggetto politico di area cattolica, a meno di non volerlo ritenere il frutto di una robusta dose di velleitarismo che in questi ultimi mesi sembra orientare i suoi sofismi dialettici.

Lo spunto, ancora una volta ce lo dà un recente articolo del 26 scorso, “Le novità del centro” su questo giornale. Inoltre ci offre l’opportunità di tarare quanto il velleitarismo riesca a incunearsi non solo nelle strategie di questi novelli leader politici.

Nella breve analisi, mi pare di vedere trascurati due fondamentali aspetti. Il primo: l’autore, in questo suo pseudo panegirico, sembra del tutto ignorare che FI, al di là delle apparenze di una sua artificiosa facciata democratica, resta pur sempre un partito padronale, sostenuto finanziariamente, nella gran parte del suo bilancio, dalla famiglia Berlusconi e quindi con interessi che talvolta non sono sovrapponibili alle aspettative di buona parte dei ceti meno fortunati.

L’altro aspetto, non dissimile, il calibrare le sue osservazioni (con un refrain che non invita di certo il lettore ad approfondire, tanto sembrano ripetersi i nuovi fondamenti delle sue tesi che facilmente offre il fianco alla facile critica) secondo una visione politica imbalsamata in una staticità degli assetti, rebus sic stantibus, oggi invece sempre più imprevedibili, già nel volgere di pochi anni.

Non si intravede invece una sia pur breve analisi delle evoluzioni, di cui un esponente politico che mira all’area cattolica deve essere protagonista sulla scorta di progetti politici che oggi le nuove sfide interne ed internazionali ci impongono fuori dalla dicotomia, destra-sinistra, ma che guardino e si pongano, pur non perdendo l’ancoraggio ai propri valori di riferimento, come promotori di nuove frontiere.

Insomma non andrebbe trascurato il rapido divenire del sistema politico oggi non in grado di catturare non più di metà di elettorato che va a votare e che passa da destra a sinistra con nonchalance.

In questo quadro non sembra avere, nei ripetuti commenti, tutto il focus critico che merita questo singolare disegno, che tenta di portare avanti FI (Tajani appare più esecutore di altri) nel chiaro obiettivo (essebdo comunque condivisibile l’intento di rendere giustizia a migliaia di immigrati di seconda generazione e riportare il rapporto Stato-Regione secondo Costituzione, in una visione di certo più moderata) di volersi porre come leader di un centro capace di ripristinare valori cattolici di cui Tajani non sembra essere coerente rappresentante, impegnato come è nel quotidiano ruolo di perfetto gregario di politiche oscurantiste, reazionarie e discriminatorie verso taluni ceti sociali.

Insomma non si può essere teneri verso tattiche che sotto il manto di prospettive poco praticabili e poco credibili servono solo a ingrossare elettoralmente le fila della maggioranza. E che sia un espediente di facciata, lo si coglie agevolmente ponendo mente alla netta ostilità degli altri partner di maggioranza.

Insomma da una parte una mossa piuttosto grossolana ma finalizzata ad accreditare una vocazione liberale, tesa a far breccia su un’area più ampia. Anche se l’elettorato per quanto liquido non è sicuramente disattento. E poi l’azione politica quotidiana che porta avanti Tajani non appare per nulla disallineata dai chiari propositi  di destrutturare gli equilibri più delicati del nostro sistema istituzionale per sostituirli con un forte accentramento di poteri.

Ancor più singolare appare il commento che viene reiterato in data 28 agosto, laddove non si adombra nessuna prospettiva di intese con la parte riformista, cattolica e moderata delle forze progressiste, mentre non si delineano neanche marginalmente i tratti di una coalizione di governo che assedia ogni giorno diritti e principi costituzionali consolidati.

Così, se da una parte sembra insormontabile il ragionamento di netta chiusura verso l’area politica che impropriamente si etichetta di sinistra,  come fosse un caleidoscopio di estremismi, ove campeggiano velleitarismo, massimalismo, radicalismo, fondamentalismo e populismo, senza lasciare alcuna chance a tutte quelle radici sottostanti che rappresentano nel partito della Schlein e non solo, culture, cattoliche, moderate e riformiste, come si riuscì nel passato, pur in coalizioni assai rischiose; altrettanto rigore argomentativo non si scorge nel categorizzare, nella breve disamina che ne fa l’autore, anche se allo stato delle cose ci sono solo dichiarazioni di Tajani e non intese formalizzate con esponenti del mondo cattolico.

Ecco quanto incredibilmente si legge nell’articolo citato (“Centro sinistra? Ormai è solo sinistra”): “…le forze, i movimenti e le culture centriste, riformiste, moderate e democratiche non possono che guardare altrove. Semmai, e questa rappresenta la vera sfida e scommessa politica dei prossimi mesi, si tratta di rafforzare un luogo politico che rappresenti autenticamente il Centro politico che poi, altrettanto naturalmente, si allei con altri partiti e altre culture politiche in grado di dare un governo stabile e coerente al nostro Paese. E questo è, oggi, il compito prioritario dei cattolici popolari e dei cattolici sociali che non si rassegnano a giocare un ruolo puramente ornamentale e del tutto periferico nella politica”.

Con tali prospettive sembra congiungersi la recente dichiarazione di Cuffaro (Nuova Dc), che per non lasciare equivoci e fraintendimenti ci delinea come debba intendersi oggi una connotazione centrista, ove sembra appunto rivendicare una collocazione stabile e strutturale nell’area di destra-centro. Non a caso si è di recente varato un cartello elettorale di nuovo conio tra la nuova Dc e Noi moderati di Lupi.

Dobbiamo concludere che in questo quadro bipolare non c’è più spazio per alleanza di altra natura? Di certo, tra le righe di questi commenti, non sembra emergere alcuna tessitura critica, pur apparendo assai velleitaria l’idea di FI di riportare il baricentro politico nell’area centrista se si pensa a quante distorsioni nella cura dei comuni interessi si sono innestate, nell’idea guida di un liberismo sfrenato, leggi ad personam( per difendersi dalle miriadi di processi) e promesse disattese, fino a portarci alla reprimenda di una commissione europea che ci ha dettato l’agenda con lacrime e sangue( governo Monti-Napolitano)

Vien da chiedersi se Merlo pensi davvero, in presenza di un elettorato liquido ed umorale, e nell’obiettivo come egli dice “…di dare al paese un governo stabile”, che si possa mettere in piedi un soggetto politico, di area cattolica in direzione di una coalizione dove, tra le altre cose c’è un tentativo di affermare culture non proprio in linea con la nostra Costituzione.

Considerazioni che, incredibilmente, ci fanno cogliere tra le righe di questi pregiati commenti un pessimismo e un consegnarsi, disarmati, allo spadroneggiare delle forze di destra (e con Tajani ed il suo singolare Ppe, dove sembra ignorare che un Europa dei moderati non può prescindere dai partiti riformisti).

Sembra quasi affermarsi la tentazione, con il pretesto di “avere governi stabili”, di abdicare alla funzione primaria della politica, ossia sondare e promuovere nuove prospettive, soprattutto se non si è di fronte a culture autoritarie (dove invece l’opposizione deve essere netta) finendo per consolidare una cultura di governo che ha come primo obiettivo la destrutturazione e la riscrittura della nostra Carta Costituzionale nata all’insegna dell’antifascismo.

E pensare che fu una regola aurea che consentì alla Dc di sperimentare nuove alleanze al suo fianco sinistro, ma ben consapevole di alcuni paletti non travalicabili, anche per sottrarre le forze repubblicane e riformiste all’egemonia del Pci.

Dibattito | Iniziativa Popolare getta un sasso nel mare del cattolicesimo politico.

Iniziativa Popolare è un movimento avviato da alcuni esponenti dc e popolari (Tassone, Gemelli, Scilipoti, Bonalberti, Tucciariello e il compianto Publio Fiori) che ha affidato a due giovani: Mattia Orioli, marchigiano e Roberta Ruga, veneziana, il coordinamento di questa nuova realtà che si propone di favorire la ricomposizione politica dell’area dei dc e popolari italiani. Movimento allo “statu nascenti”, Iniziativa Popolare ha attivato un Comitato di coordinamento con altre realtà partitiche e associative (DC di Cuffaro, Unione Cristiana, Nuovo Cdu, Rinascita Popolare, Piattaforma 2024, Tempi Nuovi e altri) avente proprio l’obiettivo della ricomposizione politica dei dc e popolari.

I principi fondanti del comitato si saldano nell’identità e secondo la storia, la tradizione, e l’esperienza del PPI (Partito Popolare Italiano) e della DC (Democrazia Cristiana), quali formazioni laiche di ispirazione cristiana e di mattice democratico popolare ben radicate nella storia italiana.

Questo progetto si pone anche come un momento di propulsione, affinché il primato della politica possa essere recuperato, favorendo ed aprendosi al confronto e al dialogo con tutti.

Esso intende salvaguardare la propria identità valoriale e politica, considerata non negoziabile, alla quale non si intende rinunciare per dissolverla in altre storie politiche, ma, al contempo, si vuole aprire un dialogo fattivo e costruttivo, affinché si possano ricreare e ricostruire quelle condizioni politiche che hanno fatto risorgere l’Italia e l’Europa dopo il secondo conflitto mondiale.

Il centro della politica, cui fa riferimento Iniziativa Popolare, non è inteso come un mero spazio geometrico, vuoto, perimetro di opportunità egoistiche, personalistiche o elettorali, né tantomeno uno spazio confuso o indefinito di mescolanze politiche indefinite, ma è considerato, invece, come punto d’incontro di culture di storie politiche anche diverse, ma contraddistinte da valori, progetti comuni in grado di ridare al paese una speranza. È tempo, scrive infatti Iniziativa Popolare, di uscire dalla radicalizzazione destra-sinistra, che tanti danni ha portato al Paese, per ritrovare la dimensione e il metodo interclassista, che ha saputo interpretare nel passato la volontà popolare, garantendo la stabilità dei programmi di governo e la costruzione del Paese moderno. Questo centro, oggi, nell’attuale configurazione della politica italiana, è orfano di una delle se colonne portanti, quella dei popolari e democratici cristiani per via della diaspora suicida e delle conseguenti divisioni.

Nei giorni scorsi si è riunito il gruppo dirigente di Iniziativa Popolare, con lo strumento consolidato degli incontri online, e alla fine della riunione, come sempre molto partecipata, si sono decise alcune azioni così riassumibili:

 

  • adesione alla raccolta di firme per l’indizione dei referendum contro l’autonomia differenziata e il presidenzialismo indicato dal governo;
  • costituzione con atto notarile del comitato nazionale per il cancellierato sul modello tedesco, con elezione del parlamento con legge elettorale di tipo proporzionale con preferenze e introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva. Un modello che garantisce, con la centralità del parlamento, la governabilità. Trattasi di un comitato aperto all’adesione di quanti vorranno condividere il progetto;
  • concorrere alla costruzione della sezione unitaria italiana del Partito Popolare Europeo, in adesione al programma del PPE e a sostegno della maggioranza che ha eletto Ursula von der Leyen alla guida dell’esecutivo europeo;
  • attivare nelle realtà locali, i comitati per la partecipazione democratica di tutte le componenti di area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale per rilanciare dalla base i principi del popolarismo sturziano e degasperiano;
  • partecipazione alle prossime elezioni comunali e regionali con liste di area centrale di ispirazione democratico cristiana, popolare, liberale e riformista.

Siamo allo “statu nascenti”, ma fortemente impegnati a favorire il progetto di ricomposizione politica di un’area culturale, sociale e politica, ispirata dai principi della dottrina sociale cristiana e del popolarismo sturziano e degasperiano, declinati nella nuova realtà caratterizzata dai paradigmi epocali: Ambiente, Lavoro, Economia, Salute, Giustizia, Formazione con le Tecnologie, sui quali non mancano le parole delle encicliche sociali degli ultimi pontefici, da Papa San Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI sino a Papa Francesco. Siamo un piccolo sasso gettato nell’ampio mare del cattolicesimo italiano che, dopo la 50ª settimana sociale di Trieste e il meeting di Cl a Rimini, è alla ricerca di una risposta politico organizzativa all’altezza dei bisogni della nostra società, con particolare riferimento agli interessi e ai valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. Speriamo che il cerchio si allarghi coinvolgendo i Liberi e Forti ancora presenti nel nostro Paese.

Guerra o guerre In Medio Oriente? Non tutto è come appare.

La tensione fra Israele e i suoi peggiori nemici (l’Iran e i suoi proxy, le tre H – Hamas, Hezbollah, Houthy) è, come tutti vediamo ogni giorno dallo scorso 7 ottobre, altissima. Il rischio della deflagrazione del conflitto anche in Libano è assai concreto e infatti l’altro giorno ci si è andati molto vicino, con l’attacco preventivo dell’IDF israeliano per eliminare droni, missili, piattaforme di lancio di Hezbollah e la seguente risposta con il lancio di oltre 300 razzi e droni verso il nord di Israele.

Non solo. La risposta iraniana all’omicidio a Teheran, qualche settimana fa, del capo politico di Hamas è sospesa, non annullata. L’estenuante trattativa in corso al Cairo per il cessate-il-fuoco o anche per qualcosa di più non giunge ad una conclusione, e così si continua a combattere e ormai quasi non si contano più le vittime, oltre le 40.000. E ancora: adesso Israele pare voler accentuare la propria pressione militare in Cisgiordania, accentuando così il pericolo di un’estensione del conflitto con Hamas che, infatti, ha minacciato il ritorno dei suoi “martiri suicidi” disposti a farsi saltare in aria in mezzo alla folla.

Situazione molto complicata. Eppure, eppure se tutto non è ancora esploso una ragione c’è, e non la prudenza con la quale gli Stati Uniti sostengono l’alleato israeliano. La ragione è che l’intera regione a prevalenza sunnita guarda con terrore ad una possibile espansione in essa dell’influenza (e qualcosa di più) degli ayatollah sciiti. L’Iran all’Arabia e alle altre monarchie del Golfo, così come all’Egitto e alla Giordania, fa molto più paura di Israele con cui, peraltro, i rapporti diplomatici sono stati da tempo riallacciati (con l’eccezione, per ora, di Riad e di Muscat) e non sono stati interrotti neppure in questi mesi nonostante la mattanza a Gaza (ovviamente condannata con toni forti ma non fino al punto di troncare i rapporti con Gerusalemme).

Nel mondo sunnita solo la Turchia di Erdogan, che chiaramente ambisce a giocare un ruolo da protagonista regionale in ossequio ad un passato nel quale fu grande potenza mediterranea e mediorientale, ha attaccato duramente Israele e il suo governo, quasi a voler costituire un’alternativa sunnita al radicalismo antisionista iraniano. Per assumere un ruolo guida fino ad oggi esercitato dall’Arabia. Obiettivo tanto ambizioso quanto difficile, che genera ulteriori dubbi a Washington su quale sia alla fine il vero gioco di Erdogan, alleato poco disciplinato nella NATO attento a giocare una partita geopolitica tutta sua ad alto grado di ambiguità.

Tutto ciò significa che una guerra strisciante è in corso, ma essa non coinvolge solo Israele e i suoi nemici. C’è una guerra sotterranea fra Arabia – e il suo mondo di riferimento – e Iran, nonostante la ripresa recente di relazioni diplomatiche favorite dalla Cina. Ed è di natura globale, perché attiene non solo al potere terreno ma anche a quello spirituale e quindi molto più devastante, potenzialmente. E però c’è anche una guerra, non dichiarata o, meglio, dichiarata attraverso l’opposizione a un terzo (Israele, appunto), interna al mondo sunnita, non più rappresentato in toto dall’Arabia ospite dei luoghi sacri della religione musulmana.

Non è prevedibile dunque, purtroppo, un consistente e rapido calo della tensione nell’intera regione. Neppure se e quando a Gaza cessassero i bombardamenti, unica buona notizia casomai al Cairo questo nuovo round negoziale individuasse un pertugio per abbozzare una fragile tregua. Fragile, ma pur sempre tregua.

Il compito dei Popolari è recuperare anzitutto la loro identità

In questa pausa agostana abbiamo assistito ad un dibattito sul centro innescato da l’on. Rotondi, che onestamente ha assunto contorni discutibili. Dopo anni di bipolarismo, che hanno condotto per mano il Paese a populismo, crisi della rappresentanza e delle Istituzioni democratiche, sarebbe il caso di meditare con più attenzione su determinati passaggi storici dei popolari (o ex Dc) e sul futuro di questa cultura politica.

Anzitutto nessuno ne esce vincitore. Questo perché né chi milita nel Pd, né chi si trova, come Rotondi, Parlamentare di FdI, può affermare di riuscire a dare vero spazio politico alle tesi del mondo Popolare. La distruzione del centro, ha portato ad un annacquamento delle sue posizioni, altro che sale negli schieramenti di Ruiniana memoria. E, soprattutto, altro che solo problema di geometria delle posizioni, come lo derubrica Rotondi a proposito dell’esperienza del Terzo Polo.

È una questione squisitamente di cultura politica, e di capacità d’incidere nella storia (che è l’essenza della politica). A proposito dell’esperienza del Terzo Polo, tra l’altro, l’8% alle Politiche per un progetto abbozzato in pochi mesi, dimosta il contrario di quel che dice Rotondi, e cioè che esiste uno spazio politico per il centro in Italia.

Anche le suggestive riflessioni sulla similitudine di contrarietà alla sinistra, intesa come contrapposizione tra mondo statlista (delle sinistre) e mondo non statalista non regge in Italia. Non abbiamo i liberal conservatori inglesi  (Tories) nel nostro Paese, ma i post missini. E l’essere alternativi al mondo delle sinistre non può appiattire la cultura Popolare su quella, appunto, post missina.

Vogliamo commentare le recenti uscite giustizialiste del sottosegretario Delmastro a proposito di carceri (mentre Forza Italia fa una campagna con tutt’altra impostazione)? O le ambiguita della Meloni nelle relazioni europee? O, magari, entrare nel dibattito sullo Ius Scholae? O, ancora, dei rischi di un Premierato senza bilanciamento, quando servirebbe la restituzione di un ruolo vero per il Parlamento e per i Parlamentari? E lo spacchettamento del Paese con l’autonomia differenziata?

Premesso che Berlusconi, un pò come fece Moro con il Pci (ma senza voler azzardare paragoni tra le due personalita, profondamente distanti e diverse) ha fatto bene a far entrare nell’agone democratico, e nelle Istiuzioni, la destra. È stato un elemento di normalizzazione democratica, di stabilizzazione sociale e di ampliamento dell’offerta politica per il Paese.

Ma resta che, e questo lo affermo anche da persona che aveva creduto in questa possibilità, la destra Italiana non ha compiuto una  transizione vera e propria verso una destra liberale e conservatrice, ma ha confermato, ad oggi, i suoi tratti post missini.

La conclusione di questo ragionamento è che, l’unica possibilità per il centro è un’alleanza con la sinistra, per giunta questa sinistra? No. Anche perché conosciamo i tratti culturali che ci distinguono da quel mondo: radicalismo sui diritti civili e sociali (pensiamo alle recenti, inaccettabili, esternazioni di Ilaria Salis sul tema del diritto alla casa), sfiducia nel principio di sussidiarietà e, quindi, di tanto in tanto statalismo di ritorno.

Ovviamente non dimentichiamo che destra e sinistra, negli ultimi trent’anni, hanno spesso ceduto non tanto ad un sano liberismo e ad atteggiamenti (e politiche) amichevoli nei confronti del mercato, cosa auspicabile, ma a forme di anarco-liberismo (pensiamo alla discutibile gestione delle privatizzazioni).

Per quanto detto, trent’anni di bipolarismo forzoso in Italia sono li a dimostrare che la strada maestra per i Popolari (o centro) resta quella dell’unità, per affermare la propria identità e promuoverne le politiche conseguenti. Le alleanze si decidono volta per volta sulla base delle politiche e delle strategie da portare avanti nell’interesse dell’Italia e degli Italiani.

Per il resto, si ha sempre l’impressione che le riflessioni strategiche agostane siano schiacciate su di una prospettiva di breve periodo. Ma il centro e le forze centriste hanno bisogno di qualcosa che vada oltre un pensiero corto. Hanno bisogno di recuperare slancio e generosità, luoghi di aggregazione, pensieri lunghi, persone e leader (vecchi e nuovi). Per una stagione dove la Politica ritorni ad essere protagonista e con essa una politica di centro.

 

Giuseppe Vecchione

Coordinatore Provinciale (Avellino) di “Tempi Nuovi – Popolari Uniti”

Sorrida Stenterello per la Rider di Firenze sanzionata da Just Eat

Foto di wal_172619 da Pixabay

Non siamo alle solite ma quasi. Questa volta la differenza è nel fatto che la protagonista della vicenda ama il suo lavoro perché ciò che desidera è stare all’aria aperta e non essere rinchiusa tra le pareti di un ufficio. Fa la rider e non se ne lamenta e non sembra pensare a questo come un impiego passeggero. È la sua professione, punto e basta.

Tutte le storie, anche belle, corrono il rischio di restare impigliate durante la lettura a qualche imprevedibile uncino. Un algoritmo ha contestato a Bruna, che da 8 anni pedala per la Just Eat, di non mantenere una velocità media adeguata in ordine alle consegne da fare.

L’algoritmo è, secondo una definizione, una sequenza finita di operazioni da svolgere per risolvere un dato problema; in questo caso si è limitato a registrare una velocità senza dire come ovviare. A dire il vero, la risposta è nel pedalare più forte per centrare la media dei 21 Km/h contro i 15 Km/h invece registrati alla rider durante la sua prestazione di lavoro.

Just eat…e pedal faster, pensa solo a portare da mangiare e pedala più veloce, questo potrebbe essere il nuovo motto a cui Bruna e i suoi colleghi dovrebbe ispirarsi. Il loro cuore deve essere tutto nelle gambe e non viceversa.

Non conta se, eventualmente, saranno gentili con il cliente, se scambieranno velocemente una chiacchiera, se quella consegna sarà una occasione di umanità e di relazioni, se ci sarà uno scambio, anche fugace, di altro oltre al cibo. Conta solo far andare la bicicletta più velocemente è possibile.

Ora la questione è in mano ai sindacati ma non è questo il punto di interesse. Resta il fatto che sui sanpietrini di Firenze non è facile mantenere andature a certe velocità. Quella città pare che abbia preso nome da un soldato, Florio, ucciso sulla sua terra o invece si traduce in un più semplice auspicio di un luogo di floridezza che non abbia cadute ma mantenga un decoro medio.

A Bruna l’algoritmo non chiede di vincere il Giro d’Italia, di avere particolari acumi di chiacchiera o di essere capace, se occorresse, impennarsi sulla sua bicicletta. Vuole solo che si mantenga nel mezzo, che non eccella e che non cada, che sappia mantenersi con l’equilibrio di chi è anonimo e indistinto, che non sfori e che non fori.

Avrebbe chiesto probabilmente che la notizia non andasse sui “media” e si augura che nessun medium rubi in anticipo il pensiero della società che si appronta a fronteggiare la difesa dalla sua dipendente, assunta peraltro con regolare contratto.

“Che bruna è sì, ma il bruno il bel non toglie” si legge nella Gerusalemme liberata. Sarebbe ora che nel mondo della produzione non si guardasse solo a certi algoritmi, così restituendo al lavoro ritmi che non si accompagnino anche al blues, all’avere etimologicamente i “diavoli blu” in corpo con la tristezza e l’agitazione a corredo.

A Bruna hanno contestato di essere sotto lo standard richiesto, quindi non è stata in grado di portare in alto lo stendardo di un servizio rapido e soddisfacente e con lettera prestampata con provvedimento disciplinare scalandole dallo stipendio tre ore di lavoro. Bruna non ha alzato orgogliosa gli stendardi della Società ma avrebbe stentato in impegno a sudore.

Stenterello è la maschera tipica di Firenze. È gracile d’aspetto e “cresciuto a istento”. Puntualmente dalla parte dei deboli, trova però sempre il modo di trovare il sorriso malgrado le ingiustizie di cui è vittima. “Si rammenti i miei tormenti non mai spenti anzi più spanti” declama Stenterello. Chissà che queste parole non servano d’avviso anche a Just Eat a cui va detto che oltre alla pancia c’è di più.

L’Arabia Saudita sempre più centrale nello scenario del Medio Oriente

Se c’è un Paese che ha saputo collocarsi tra l’Est e l’Ovest, rafforzando la sua autonomia, e senza esser travolto dallo scontro fra interessi di potenze esterne, questo è il Regno dell’Arabia Saudita. Soprattutto dopo che il giovane attuale primo ministro Moḥammad bin Salman sembra aver avuto la meglio nella lotta per la successione al trono e da qualche anno è riuscito a imporre al Regno Saudita profondi cambiamenti interni e nella politica estera.

In particolare nelle relazioni internazionali Riyad ha saputo svolgere un ruolo di primo piano sia nei confronti delle prospettive aperte dai negoziati sugli Accordi di Abramo, promossi dagli Stati Uniti, che il feroce attacco terroristico del 7 ottobre dello scorso anno contro Israele, ha interrotto, sia nel contempo con i principali interlocutori dell’Est e del.Sud del mondo, con particolare riguardo al Coordinamento dei Brics. In tale ambito si sono create le condizioni per il disgelo e la riappacificazione con lo storico rivale costituito dalla Repubblica Islamica dell’Iran sciita attraverso la mediazione cinese. L’Arabia Saudita ha portato i suoi rapporti con i Brics a un punto tale da ricevere l’invito ad aderire a pieno titolo, durante il vertice Brics di Johannesburg, giusto un anno fa. Però pur avendo formalmente accettato l’invito ad aderirvi nel gennaio scorso, a differenza dell’Argentina che in seguito al cambio del presidente, nel dicembre dello scorso anno aveva declinato l’invito, l’Arabia Saudita non avrebbe ancora confermato in via definitiva la sua adesione ai Brics. Intatti il Regno Saudita continua a partecipare a tutte le attività del Coordinamento Brics ma in veste di Paese invitato all’adesione e non in veste di Paese membro a pieno titolo, full fledged, come i nuovi arrivati Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia. Quindi, si può dire che ad oggi l’Arabia Saudita non abbia ancora né respinto né accolto l’invito ad aderire ai Brics.

Risulta assai interessante interrogarsi sulle motivazioni di un tale cambiamento.  Forse una chiave di lettura su quale sia l’effettiva strategia seguita dall’Arabia Saudita, si può ricavare dall’intervista che l’ambasciatore americano a Riyadh, Michael Ratney, ha concesso lo scorso 26 agosto, a uno fra i maggiori giornali internazionali in lingua araba, il quotidiano Asharq al-Awsat (Il Medio Oriente). In questo colloquio il diplomatico americano ha annunciato che Washington e Riyad sono in procinto di stipulare un pacchetto molto ampio di accordi, “storico” lo ha definito  l’ambasciatore Usa, che spaziano dall’economia, alle nuove tecnologie all’ambito militare, che richiamano nella sostanza quel percorso di pace che era stato prospettato dagli Accordi di Abramo quattro anni fa, e che si stava allargando anche all’Arabia Saudita prima della strage del 7 ottobre. Adesso il governo di Riyad potrebbe aver fiutato l’occasione di giocare un ruolo di primaria importanza nel tentativo di superare il conflitto in corso ed anche in funzione di un rafforzamento della propria strategia di diminuire gli investimenti in progetti a’estero per concentrarsi sullo sviluppo interno del Paese, puntando sulla sostenibilità, sulla riduzione delle aree desertiche introducendo nuove coltivazioni e sulle nuove tecnologie.

Ciò spiegherebbe anche il formale allentamento dei legami dell’Arabia Saudita con i Brics in funzione del rafforzamento del suo ruolo di mediazione. Il rilancio della collaborazione saudita con gli Stati Uniti costituisce una formidabile forma di pressione su Israele nella direzione di una ripresa dei colloqui per una normalizzazione delle relazioni bilaterali in cambio di un impegno dello Stato Ebraico a riconoscere un percorso verso la costituzione dello Stato di Palestina.

Da qualunque punto di vista la si osservi, la politica estera dell’Arabia Saudita sembra aver qualcosa di interessante da dirci su come ormai i protagonisti del nuovo mondo multilaterale interpretano il loro partecipare ad alleanze internazionali, manifestando una forte coscienza dell’interconnessione fra le varie regioni del mondo, che rende anacronistico qualsiasi tentativo di sistematica separazione.

Piersanti Mattarella, il Moro della Sicilia.

Piersanti Mattarella nacque a Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935. Secondogenito di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana e fratello di Sergio, 12° Presidente della Repubblica Italiana. Si trasferì a Roma con la famiglia nel 1948. Studiò al San Leone Magno, retto dai Fratelli maristi, e militò nell’Azione cattolica mostrandosi attento conoscitore della dottrina sociale della Chiesa. Si laureò a pieni voti in Giurisprudenza alla Sapienza con una tesi sui problemi dell’integrazione economica europea. Tornò in Sicilia nel 1958 per sposarsi. Divenne assistente ordinario di diritto privato all’Università di Palermo. Ebbe due figli: Bernardo e Maria.

Entrò nella Dc nel 1963 e nel novembre del 1964 si candidò alle elezioni comunali di Palermo per lo scudo crociato, ottenendo un grande successo personale. La sua consiliatura coincise con l’apogeo del “Sacco di Palermo”. Furono anni di grande tormento e crisi per Dc in Sicilia, con durissime spaccature correntizie e la presenza a dir poco ingombrante di figure come Lima e Cianacimino.

Nel 1967 Piersanti entrò nell’Assemblea Regionale e fu rieletto parlamentare regionale per altre due legislature. Fu anche assessore regionale alla Presidenza con delega al Bilancio nelle diverse giunte ( 1971- 76 ). Il 9 febbraio 1978 fu eletto dall’Assemblea presidente della Regione Siciliana, alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano.

Era il giorno dell’Epifania del 1980 quando, in via della Libertà a Palermo, una grandine di pallottole lo sorprese, mentre si stava recando a messa con moglie e figli. Di quel giorno, quando un killer si è avvicinato all’automobile su cui c’era Piersanti con la moglie e con la figlia, rimane la fotografia di Sergio che estrae dall’auto il corpo del fratello, in un abbraccioche è passato alla storia.

Nella sentenza della Corte di Assise del 12 aprile 1995 n. 9/95, che ha giudicato gli imputati per il suo assassinio, si legge che «l’istruttoria e il dibattimento hanno dimostrato che l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi» e si aggiunge che da anni aveva «caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola».

Nel 1995, vennero condannati all’ergastolo quali mandanti dell’omicidio Mattarella i boss della “cupola” mafiosa. Le condanne vennero confermate in Cassazione. Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati con certezza.

 

Profondo rinnovamento, non superamento della DC

La passione politica di Piersanti Mattarella non nasce dunque da una conversione fulminea, ma è il frutto di una lunga gestazione tra più componenti, che si distendono nel tempo: l’esempio paterno, gli ideali di rinnovamento respirati negli ambienti cattolici, la frequentazione di grandi uomini politici e – non ultimo – la rivolta morale contro la condizione della politica siciliana, contrassegnata da pratiche arcaiche, lotte di potere e interessi poco trasparenti…

Il Card. Pappalardo, nel corso dell’omelia funebre, così descrisse in modo mirabilmente riassuntivo l’azione politica di Piersanti: “Egli poteva ben attribuirsi, senza dover arrossire, la duplice qualifica di democratico, nel senso vero ed ampio della parola, e di cristiano”.

Questa ispirazione viene da lontano, tanto che in appunti personali giovanili conservati dal figlio, Piersanti parlava di un’azione politica e di governo “troppo lunga e impacciata nell’elaborazione di riforme sociali” . Già un appello non per la distruzione o il superamento della Dc, ma per il suo rinnovamento. Il partito d’ispirazione cattolica doveva ripartire dal recupero delle radici religiose e morali e spingersi sul terreno di più decise riforme sociali.

 

Responsabilità, trasparenza e concretezza

Ma la sua ispirazione si incarna in precisi e inequivocabili gesti di concretezza politica, soprattutto quando eserciterà ruoli fondamentali e delicati nell’ ARS. Come assessore al bilancio, per esempio, ha finalmente l’occasione per sperimentare programmazione e lo sviluppo. Le sue parole d’ordine, di fatto sconosciute prima nel parlamento regionale, diventano: coordinamento, collegialità, responsabilità e trasparenza.

I risultati sono sorprendenti. Negli anni successivi, infatti, presenta e fa votare entro i termini di legge i bilanci di previsione, evitando l’annoso e umiliante ricorso all’esercizio provvisorio.

Nel Novembre 1975, poi, la novità assoluta del patto programmatico di fine legislatura regionale, con l’inedita sponda anche del PCI. E non può sfuggire il fatto di come la Sicilia si candidi ad essere il laboratorio della politica italiana. Sono gli anni, infatti, in cui si discute della questione comunista, dopo la strategia del compromesso storico, lanciata da Enrico Berlinguer nel 1973. E tutto questo mentre Aldo Moro sta portando a compimento la sua riflessione sulla terza fase. Non a caso alcuni giornalistici lo definiscono “il Moro siciliano”.

E tutto questo percorso di novità non può in nessun caso prescindere da una radicale rigenerazione della vita del partito, cominciando a ristabilire la legalità del tesseramento.

Aldo Moro, amico e maestro, diventa in questi anni per Piersanti Mattarella qualcosa di più di un riferimento politico nazionale. È l’erede e il continuatore della linea storica e politica del cattolicesimo democratico che passa per Sturzo e per De Gasperi.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1549-piersanti-mattarella-da-solo-contro-la-mafia.html

Grazie, vecchio Joe. Il ritiro ha restituito l’onore a Biden.

Ora che il rito della Convention si è adeguatamente celebrato i Democratici USA avviano lo sprint che nelle loro speranze li condurrà a mantenere la Casa Bianca. Poco più di due mesi per consolidare il vantaggio acquisito nel corso delle ultime settimane partendo da una situazione notevolmente compromessa.

È impressionante come le cose siano cambiate in così poco tempo. A conferma che nell’epoca della comunicazione immediata c’è spazio quasi solo per l’immagine, per le sensazioni del momento, sostanzialmente per la superficialità.

Donald Trump nel giro di una giornata è diventato improvvisamente vecchio: non perché non lo fosse prima, ma perché la sua competitor è cambiata. Non più un anziano e con preoccupanti segnali di invecchiamento neuronale; ma una donna assai più giovane e nel pieno della maturità. Efficace e determinata. Molto difficile, per l’ex presidente, sconfiggerla sul piano mediatico. Ecco perché il campo democratico è adesso ottimisticamente impegnato col pieno di energie per vincere la partita, mentre quello repubblicano ha accusato il colpo.

Tutto ciò non significa che le questioni di merito, sia quelle maneggiate con un surplus di propaganda (come le migrazioni) sia quelle più inerenti la vita quotidiana degli americani (come l’inflazione o l’occupazione lavorativa), non avranno importanza nella ormai breve campagna elettorale. Né che la verticale frattura del Paese-guida dell’Occidente fra un campo ormai più reazionario che conservatore e un campo progressista a sua volta diviso fra tendenze più radicali e al contrario più conservatrici non sia e non rimanga la cifra principale degli odierni problemi americani.

Ma certamente le riflessioni su questi temi verranno influenzate nella testa dei molti elettori non ideologicamente o programmaticamente schierati con uno o l’altro dei due partiti dalla efficacia dell’immagine dei due candidati.

La rinnovata vitalità della contesa è anche merito del presidente in carica, Joe Biden. Bisogna dirlo, senza timore. Stava sbagliando, ha avuto la forza di riconoscerlo. Non con un discorso, con una decisione. Si è ritirato dalla corsa. Certo, sono state le pressioni – anche energiche, come pare siano state quelle di Barack Obama e Nancy Pelosi – a convincerlo. Forse anche a costringerlo. Probabilmente alla fine sarà stata la moglie Jill, che lo ha sempre sostenuto, a consigliarlo per il meglio. Resta però il fatto che, pur ferito nell’orgoglio, il vecchio Joe si è con umiltà messo da parte.

È doveroso ricordarlo. È giusto. Perché l’urgenza della nuova battaglia lo ha sacrificato anche nella Convention del suo partito. Relegato in apertura, in orario tardo per i residenti della costa est (da dove lui proviene), applaudito e ringraziato da un’organizzazione studiata nei dettagli ma di fatto già accantonato, quasi che non fosse ancora il Presidente, per ancora cinque mesi.

La vita a volte è crudele, la politica lo è quasi sempre. Anche nei confronti di chi, come Joe Biden, nella politica ha vissuto l’intera esistenza, cogliendo soddisfazioni e successi che sono concessi a pochi. E dunque le lacrime di commozione sono state l’epitaffio di una vita, prima che di una carriera. Una vita straordinaria, per di più contrappuntata da molti drammi familiari.

In futuro probabilmente questo Presidente di transizione verrà largamente rivalutato dal lavoro degli storici e degli analisti non legati alla stretta attualità. Ma oggi – accantonato così bruscamente nei fatti anche se non nelle maniere, che comunque avrebbero dovuto essere un poco più empatiche e meno spicce – è importante riconoscergli di aver saputo anteporre l’interesse generale a quello percepito come personale. Indicando la sua vice ha avviato il rinnovamento generazionale del suo partito, ha posto gli Stati Uniti di fronte alla possibilità di eleggere alla presidenza per la prima volta una donna, di colore e di seconda generazione. Non è poco. Non è davvero poco.

Centro sinistra? Ormai è solo sinistra. S’impone l’autonomia del Centro.

Il sistema bipolare è il frutto concreto della democrazia dell’alternanza. Un modello che esiste sia con il sistema elettorale proporzionale e sia con quello maggioritario. Del resto, come amava dire Guido Bodrato, anche nella prima repubblica c’era la democrazia dell’alternanza e il bipolarismo.

Eccome se esisteva. C’era un sistema di alleanze imperniato sul ruolo guida della Democrazia Cristiana a cui si contrapponeva il pianeta delle sinistre egemonizzato dal Partito comunista italiano. E gli elettori, liberamente e al di là di qualsiasi ‘conventio ad excludendum’, decidevano liberamente da chi farsi governare. Dopodiché, con l’avvento del sistema maggioritario coinciso con l’esperienza della seconda repubblica, anche il modello elettorale spingeva in modo più secco ed inequivocabile verso il bipolarismo politico.

Detto questo, si tratta adesso di capire come sono cambiate nel tempo le coalizioni e, di conseguenza, il profilo politico, culturale e programmatico delle alleanze. Sotto questo versante, e per fermarsi al tradizionale centro sinistra, non possiamo non avanzare alcune riflessioni. Anche perchè, storicamente, il centro sinistra è sempre stato un’alleanza politica e programmatica tra il Centro e la Sinistra. Così è stato dal 1996 in poi. Si trattava, cioè, di una coalizione che univa le forze politiche e le culture centriste, riformiste e moderate con i partiti e i movimenti riconducibili alla sinistra politica e culturale del nostro Paese, di provenienza in particolare ex e post comunista.

Ora, è indubbio che il profilo politico di questa coalizione è profondamente cambiato. E del tutto legittimamente, come ovvio. E il nodo di fondo, molto semplicemente, è che si è passati da una coalizione di centro sinistra ad una coalizione di sinistra. Nulla di più e nulla di meno. E, non a caso, l’unità tra la sinistra radicale, massimalista e libertaria della Schlein, la sinistra fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e la sinistra populista e demagogica dei 5 Stelle di Conte, non contempla affatto la presenza di altri settori politici. Fuorché qualcuno pensi, simpaticamente e goliardicamente, che il piccolo partito personale di Renzi, dopo l’ultima piroetta politica del suo capo, rappresenti il Centro di quella coalizione. Anche perchè, com’è altrettanto evidente, l’azionista di maggioranza – se non addirittura esclusivo – di quest’alleanza è la sinistra in tutte le sue multiformi espressioni. E qualsiasi altro apporto non può che essere paragonato al contributo che i tradizionali “partiti contadini” davano alla coalizione a conferma della sua natura plurale. Un semplice orpello del tutto ininfluente e politicamente insignificante.

Anche perché, è inutile ribadirlo, l’unità politica delle tre sinistre segna e suggella anche una forte e profonda convergenza di natura culturale ed ideale. Lo potremmo definire un blocco sociale, politico e soprattutto culturale che spiega e giustifica un perfetto bipolarismo funzionale ad una vera e propria democrazia dell’alternanza.

Ed è per queste ragioni, persino troppo semplici da spiegare, che le forze, i movimenti e le culture centriste, riformiste, moderate e democratiche non possono che guardare altrove. Semmai, e questa rappresenta la vera sfida e scommessa politica dei prossimi mesi, si tratta di rafforzare un luogo politico che rappresenti autenticamente il Centro politico che poi, altrettanto naturalmente, si allei con altri partiti e altre culture politiche in grado di dare un governo stabile e coerente al nostro Paese. E questo è, oggi, il compito prioritario dei cattolici popolari e dei cattolici sociali che non si rassegnano a giocare un ruolo puramente ornamentale e del tutto periferico nella politica

Le sorelle d’Italia con le mani avanti per non cadere indietro

Il vittimismo – non da oggi – è la cifra che maggiormente caratterizza l’attuale governo e chi lo guida. In due casi le vicende personali dei politici possono diventare di rilevanza pubblica; quando i giornali mettono il naso tra le mura domestiche (in modo del tutto inopportuno e non condivisibile) o quando sono gli stessi personaggi politici a rendere pubbliche le loro vicende personali e familiari. In questo secondo caso siamo in presenza di una precisa scelta che tende inevitabilmente a stimolare i sentimenti più diversi che vanno dalla banale ed inutile curiosità finoall’atteggiamento compassionevole nei confronti delle persone coinvolte. Proprio per questo motivo chi a vario titolo segue queste vicende non deve perdere mai di vista il cosiddetto “punto politico” della situazione.

Questa volta la scena è stata presa dall’altra Meloni, Arianna. Ma la sorella della Premier era già balzata all’attenzione delle cronache ben prima che decidesse (sua sponte) di pubblicizzare la separazione da Francesco Lollobrigida. Quello che può interessare al Paese non è certo la telenovela delle sorelle Meloni, ma piuttosto chiarire il ruolo di una persona che prenderebbe parte alle decisioni di governo senza averne titolo, ma solo in quanto sorella della Presidente del Consiglio; oppure fare chiarezza sui rapporti – politici ed economici – con frange della destra estremistica e neofascista, come è emerso dall’inchiesta che sta disvelando l’intervento economico della Fondazione Alleanza Nazionale per l’acquisto della sede di Acca Larentia. Va rispettata la privacy personale e familiare di tutti, non distogliendo l’attenzione dai veri problemi del Paese. Ci interessa sapere come verrà costruita la prossima Legge di bilancio, se continuerà la progressiva privatizzazione della sanità, come cambierà il sistema previdenziale e pensionistico, come potremo recuperare il potere d’acquisto che abbiamo perso da due anni a questa parte; ci interessa capire quale sarà il ruolo dell’Italia in Europa dopo le maldestre mosse della “nostra” Premier.

La fuga in avanti della stampa vicina al governo (vedi “Il Giornale”, “Libero”, ecc.), che parla genericamente di aggressioni giudiziarie, rappresenta un nuovo tentativo di annacquare il dibattito politico per spostarlo dai problemi reali delle persone, delle famiglie e delle imprese, al mondo dei fantasmi. Di solito sono modalità che si utilizzano per mettere le mani avanti rispetto a possibili e rovinosi scivoloni.

Medio Oriente e Brics, tre sono le notizie importanti.

L’Autorità Nazionale Palestinese presenterà domanda di adesione ai Brics dopo il vertice di Kazan (22-24 ottobre prossimi). Lo ha annunciato l’altro ieri a Mosca in una conferenza stampa l’ambasciatore palestinese in Russia Abdel Hafiz Nofal. Tutti gli attuali nove membri del Coordinamento Brics riconoscono lo stato di Palestina.

La presidenza di turno dei Brics, detenuta quest’anno dalla Federazione Russa, ha reso noto che una intera sessione dei lavori del summit sarà dedicata alla Palestina, e che a questo vertice è stato invitato anche Mahmoud Abbas, presidente dell’Anp. Non è detto che si tratti di una buona notizia. Dipende anche da cosa farà nel frattempo l’Occidente. Probabilmente accelerare i tempi del nostro riconoscimento della Palestina come stato, con le indispensabili garanzie per Israele, potrebbe evitare che l’avvicinamento della Palestina ai Brics si traduca in una spinta verso una ulteriore polarizzazione, anziché in un passo verso la pace.

 

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L’Arabia Saudita, stato chiave del Medio Oriente, pare non aver ancora confermato in via definitiva la sua adesione ai Brics, pur avendo formalmente accettato l’invito ad aderirvi nel gennaio scorso, a differenza dell’Argentina che in seguito al cambio del presidente, nel dicembre dello scorso anno aveva declinato l’invito. Non è chiaro se si tratti di una decisione tattica, per aumentare i margini della sua mediazione, vista la piega che hanno preso gli eventi in quell’area, oppure se di una decisione strategica. Sta di fatto che, ad ora, il Regno Saudita continua a partecipare a tutte le attività del Coordinamento Brics ma in veste di Paese invitato all’adesione e non in veste di Paese membro full fledged come i nuovi arrivati Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia.

 

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L’Iran, membro Brics, ha varato un massiccio piano di aiuti per la ricostruzione della Siria. La Repubblica Islamica sta ricostruendo scuole, ospedali e altre infrastrutture civili in Siria, a partire dalla martoriata Aleppo. Dal nostro punto di vista occidentale si può  osservare che è più insidioso questo, perché genera consenso, che il supporto militare, come Teheran fa in Libano con Hezbollah.

Per questo urge una iniziativa non solo umanitaria ma strategica verso la Siria, Paese fondamentale sia per la soluzione ai conflitti armati dell’area, sia per le rotte commerciali e energetiche, sia per la gestione del fenomeno migratorio. Bisogna dire che l’Italia è lo stato più avanti in questo senso. Il nostro Paese, unico fra quelli G7,  infatti, ha normalizzato le relazioni  diplomatiche con la recente nomina dell’ambasciatore italiano a Damasco nella persona di Stefano Ravagnan, già inviato speciale del Ministero degli Esteri per la Siria.  L’Italia, inoltre, insieme alla Santa Sede, fu l’unico Paese europeo a rompere il tentennamento di fronte al devastante terremoto in Siria dello scorso anno, pronunciandosi subito per l’invio degli aiuti umanitari urgenti nonostante i rischi di strumentalizzazione propagandistica del regime di Assad. Non siamo soli però, in quanto un altro grande Paese della Nato, la Turchia, ha svoltato ormai in direzione della stabilizzazione della martoriatissima Siria e per il rientro dei milioni di profughi siriani dal suo territorio.

Il presidente turco Erdogan in una lunga intervista al magazine americano Newsweek per il Vertice Nato lo scorso 10 luglio ha illustrato la sua visione sul futuro della Siria, anche per non consegnarla ancora di più all’influenza della Russia e dei Brics:

“Siamo noi che combattiamo veramente Daesh.  Siamo l’unico alleato della NATO ad impegnarsi in un combattimento ravvicinato con Daesh.  Ci battiamo per un clima di pace in Siria.  La soluzione a tutti questi conflitti è una nuova unione sociale in Siria sulla base dell’integrità territoriale.  Il nostro desiderio fondamentale è che la Siria non sia una terra in cui le potenze regionali e globali si scontrano con il braccio di ferro, ma uno stato prospero, completamente libero dal terrorismo e governato dai siriani”.

Una presa di posizione di particolare rilievo, perché implica di seguire lo stesso criterio, la fine delle opposte interferenze straniere in cambio della ristabilita integrità territoriale, anche per l’Ucraina.

Purtroppo, occorre constatare con amarezza che in questi processi l’Ue è oggettivamente ostacolata a esprimere una posizione unitaria, soprattutto per ciò che un Paese come la Francia (senza contare il Regno Unito che non è più nell’Ue) ha fatto con disinvoltura sul campo tra Libano e Siria in questo secolo. Ciononostante va esplorato ogni spazio per la diplomazia e il dialogo perché l’Unione Europea, accanto ad altri, possa esercitare un ruolo reciprocamente vantaggioso con i Paesi del quadrante medio-orientale.

L’Arabia Saudita sempre più centrale nello scenario del Medio Oriente

29Se c’è un Paese che ha saputo collocarsi tra l’Est e l’Ovest, rafforzando la sua autonomia, e senza esser travolto dallo scontro fra interessi di potenze esterne, questo è il Regno dell’Arabia Saudita. Soprattutto dopo che il giovane attuale primo ministro Moḥammad bin Salman sembra aver avuto la meglio nella lotta per la successione al trono e da qualche anno è riuscito a imporre al Regno Saudita profondi cambiamenti interni e nella politica estera.

In particolare nelle relazioni internazionali Riyad ha saputo svolgere un ruolo di primo piano sia nei confronti delle prospettive aperte dai negoziati sugli Accordi di Abramo, promossi dagli Stati Uniti, che il feroce attacco terroristico del 7 ottobre dello scorso anno contro Israele, ha interrotto, sia nel contempo con i principali interlocutori dell’Est e del.Sud del mondo, con particolare riguardo al Coordinamento dei Brics. In tale ambito si sono create le condizioni per il disgelo e la riappacificazione con lo storico rivale costituito dalla Repubblica Islamica dell’Iran sciita attraverso la mediazione cinese. L’Arabia Saudita ha portato i suoi rapporti con i Brics a un punto tale da ricevere l’invito ad aderire a pieno titolo, durante il vertice Brics di Johannesburg, giusto un anno fa. Però pur avendo formalmente accettato l’invito ad aderirvi nel gennaio scorso, a differenza dell’Argentina che in seguito al cambio del presidente, nel dicembre dello scorso anno aveva declinato l’invito, l’Arabia Saudita non avrebbe ancora confermato in via definitiva la sua adesione ai Brics. Intatti il Regno Saudita continua a partecipare a tutte le attività del Coordinamento Brics ma in veste di Paese invitato all’adesione e non in veste di Paese membro a pieno titolo, full fledged, come i nuovi arrivati Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia. Quindi, si può dire che ad oggi l’Arabia Saudita non abbia ancora né respinto né accolto l’invito ad aderire ai Brics.

Risulta assai interessante interrogarsi sulle motivazioni di un tale cambiamento.  Forse una chiave di lettura su quale sia l’effettiva strategia seguita dall’Arabia Saudita, si può ricavare dall’intervista che l’ambasciatore americano a Riyadh, Michael Ratney, ha concesso lo scorso 26 agosto, a uno fra i maggiori giornali internazionali in lingua araba, il quotidiano Asharq al-Awsat (Il Medio Oriente). In questo colloquio il diplomatico americano ha annunciato che Washington e Riyad sono in procinto di stipulare un pacchetto molto ampio di accordi, “storico” lo ha definito  l’ambasciatore Usa, che spaziano dall’economia, alle nuove tecnologie all’ambito militare, che richiamano nella sostanza quel percorso di pace che era stato prospettato dagli Accordi di Abramo quattro anni fa, e che si stava allargando anche all’Arabia Saudita prima della strage del 7 ottobre. Adesso il governo di Riyad potrebbe aver fiutato l’occasione di giocare un ruolo di primaria importanza nel tentativo di superare il conflitto in corso ed anche in funzione di un rafforzamento della propria strategia di diminuire gli investimenti in progetti a’estero per concentrarsi sullo sviluppo interno del Paese, puntando sulla sostenibilità, sulla riduzione delle aree desertiche introducendo nuove coltivazioni e sulle nuove tecnologie.

Ciò spiegherebbe anche il formale allentamento dei legami dell’Arabia Saudita con i Brics in funzione del rafforzamento del suo ruolo di mediazione. Il rilancio della collaborazione saudita con gli Stati Uniti costituisce una formidabile forma di pressione su Israele nella direzione di una ripresa dei colloqui per una normalizzazione delle relazioni bilaterali in cambio di un impegno dello Stato Ebraico a riconoscere un percorso verso la costituzione dello Stato di Palestina.

Da qualunque punto di vista la si osservi, la politica estera dell’Arabia Saudita sembra aver qualcosa di interessante da dirci su come ormai i protagonisti del nuovo mondo multilaterale interpretano il loro partecipare ad alleanze internazionali, manifestando una forte coscienza dell’interconnessione fra le varie regioni del mondo, che rende anacronistico qualsiasi tentativo di sistematica separazione.

Molinari, il centro e l’Italia: nell’aria volteggia una nuova semplificazione politica.  

Molinari, il centro e l’Italia: nell’aria volteggia una nuov semplificazione politica.

 

Perché non convince il sistema di “campi larghi transatlantici” contro i populisti proposto dal direttore di Repubblica. La missione del centro è ritrovare il consenso della classe media, non rattoppare progetti ormai anacronistici.

 

Giuseppe Davicino

 

Anche il direttore di Repubblica Maurizio Molinari domenica scorsa si è aggiunto alla scia degli autorevoli commentatori da sempre indifferenti, quando non ostili, alle forze politiche di centro ma che in questa complicata fase di cambio d’epoca si ricordano all’improvviso dell’importanza delle culture politiche che compongono il centro, e dell’importanza di dare risposta alle istanze delle fasce sociali intermedie per superare la crisi della democrazia.

A tal fine si cerca di arruolare anche settori del mondo cattolico moderato in un progetto internazionale, quello delineato nell’editoriale di Molinari su Repubblica, all’apparenza attraente e in vari punti formalmente condivisibile, ma che ad una attenta analisi risulta fondarsi su una piattaforma radical-chic declinata in una dimensione sovranazionale e unipolare, nella quale la netta apertura al centro assume il sapore di un disperato appello quasi a togliere le proverbiali castagne dal fuoco a dei gruppi dirigenti nazionali e inter-occidentali assuefatti ad operare come se lo status quo interno e internazionale post 1989 fosse immutabile, indiscutibile e senza fine.

Adesso che la maggioranza degli elettori, a causa del declino della classe media occidentale, volta loro le spalle, o decidendo di non partecipare alle urne, oppure compiendo scelte, criticabili quanti si vuole, verso populisti e sovranisti, ecco scattare in maniera concertata la repentina, e perciò  sospetta, riscoperta delle virtù politiche del centro.

Il sistema di coalizioni, di campi larghi transatlantici, contro i populisti, caldeggiato da Molinari non fa innanzitutto un buon servizio a Kamala Harris la quale nell’auspicabile caso di sua vittoria avrà di fronte a sé la scelta di traghettare l’America nel nuovo multilateralismo per garantire quelle riforme sociali interne da lei annunciate per riconciliare il Partito Democratico con la classe media. Per realizzare tali riforme la Harris dovrà chiudere la porta, nella sua futura Amministrazione al “partito della guerra” – al quale il direttore del quotidiano italiano è ideologicamente affine – e dovrà ringraziare, per intenderci, gente come Jake Sullivan o Victoria Nuland, del lavoro svolto così bene al punto che gli Stati Uniti ne potranno ragionevolmente fare a meno per il futuro.

Perseguire invece una perpetuazione dell’unilateralismo americano che, passando dai numeri risicati della Francia di Macron, si irradia a centri concentrici all’intera Ue, privata delle sue legittime ambizioni  di superpotenza globale, e in un ruolo del tutto subalterno, all’Italia, appare una operazione allo stesso tempo nostalgica, anacronistica e velleitaria, stante il fatto che il mondo è divenuto molto diverso da come se lo immagina Molinari.

Ecco perché quei cattolici che si collocano al centro – a prescindere da quelle che siano le loro concrete e pluralistiche opzioni politiche contingenti – a mio parere, non possono ridursi a utili portatori d’acqua al mulino di un mondo che qualcuno, seppur potentissimo, vorrebbe riesumare.

E visto che l’attenzione di vari editorialisti di Repubbica sembra rivolgersi soprattutto al soggetto in questo momento oggettivamente più consistente del centro, Forza Italia, non si può fare a meno di rilevare che anche la dirigenza di Forza Italia deve stare ben attenta a non cascare nella trappola tesa al centro dal giornale fondato da Eugenio Scalfari. Da questo punto di vista almeno la fiera appartenenza al Ppe di Forza Italia, la sua crescente distinzione dalle componenti di destra del governo Meloni, sembrerebbero deporre a favore di una strategia, ripetutamente annunciata dal segretario Tajani, volta a portare il centro, un centro plurale e aperto, necessariamente capace, aggiungo, di andare oltre i confini di Forza Italia, ad essere la prima forza politica del Paese,  anziché ridursi ad essere lo zerbino di quelle forze internazionali rappresentate in Italia dalla Schlein, delle quali Repubblica è da sempre l’house organ.

Dibattito | Centro politico: un fantasma o una necessità?

Ci risiamo! E questa volta non tanto per bocca di qualche  tenace cattolico vedovo inconsolabile del Centro politico. O per certi interessati proprietari di qualche partitino personale che in qualche caso tengono il simbolo dello “Scudo Crociato” sotto chiave. Ma per la penna di uno stimato giornalista laico, spesso sostenitore del bipolarismo se non del bipartitismo. Ezio Mauro.

Ho atteso alcuni giorni per vedere se il suo articolo pubblicato su ‘la Repubblica’ il 18 agosto scorso: “La metamorfosi di Forza Italia”, stimolava dibattito e discussione. Ma tranne i buoni chiarimenti di Giuseppe Fioroni e Giorgio Merlo su questo blog, non ho avuto la possibilità di leggere qualcosa.

La ricerca di un nuovo centro politico, oggi solo…geometrico mi viene da aggiungere o solo alternativo alle posture e alle frasi della Meloni e della Schlein, è dunque ritornata autorevolmente nel dibattito pubblico. Ma questa volta, come si diceva, non ha riguardato i tanti diversi e solitari cattolici, rispettabili nostalgici di una Dc consegnata definitivamente ai libri di storia. Una nostalgia centrista sempre rimasta però silenziosa sul (dato di) fatto che, da sempre, il cattolicesimo politico ha avuto da fare con i cattolici democratici di sinistra, e con i cattolici conservatori di destra: come li ha scrutati Sturzo sin dagli inizi del Novecento. E se ancora vogliamo rivolgerci alla diade settecentesca francese, ci sono sempre stati oltre a una sinistra dc ed a una destra dc anche cattolici centristi, cattolici bipolaristi e cattolici pluralisti; cattolici sociali e cattolici ultraliberali;  cattolici individualisti e chiusi, e “cattolici del noi” aperti; cattolici della nazione e cattolici del mondo; e via discorrendo. E non per ultimo cattolici clericali e cattolici autenticamente laici: tra questi ultimi, un “cattolico a modo suo“, studioso e intellettuale serio della coscienza religiosa e di fede autentica, come veniva definito l’indimenticabile  Pietro Scoppola.

Questo benedetto Centro politico, individuato come unico e solo salvatore della democrazia moderna, era dunque da molti anni in  agenda. Specie da parte, ripeto, di tante frange del cattolicesimo politico. Anche con convegni, interessanti manifesti e incontri, buoni giornali cartacei e on line. C’era di fronte il pericolo di un tragico ritorno del fascismo storico e del comunismo storico. O, se vogliamo, c’era da una parte la totale libertà del mercato, e dall’altra un mercato completamente nelle mani dello Stato con una sua pianificazione centralizzata.

In questa recente e ultima occasione, la novità e la sorpresa spuntano da una riflessione sul centro di un noto giornalista controcorrente di sinistra, “…storico detrattore…della Dc“, come puntualizza Giorgio Merlo. Ezio Mauro è  uno stimato commentatore con cui bisogna sempre misurarsi. A  leggere con attenzione il suo articolo non si può tuttavia evitare di intravvedere tra le  righe un velato sarcasmo e una sottile ironia, che in questo appunto non si prendono in considerazione.

Forza Italia si vuole trasformare in una nuova Dc ? Tajani in un  De Gasperi degli anni 2000? E i precedenti di Berlusconi aiutano? Comunque stiano le cose, e al di là dello scherno, Ezio Mauro, per mettere in apprensione Giorgia Meloni e Elly Schlein, fa nascere questa nuova Dc di centro dalla “mutazione” di Forza Italia. Trasformata “d’emblée in un partito che può ereditare il lascito culturale, politico e i valori, della Dc storica. E che oggi può riunire i “moderati” italiani al momento dispersi. Se non addirittura assenti dal seggio elettorale per mancanza di un sistema elettorale proporzionale, e per l’assenza di una offerta specificamente indirizzata a coloro che sono – appunto –  parchi e calmi, sereni ed equilibrati anche nei programmi politici. Insomma quei moderati giacenti in silenzio in attesa di sapere cosa passa il convento di destra e quello di sinistra. Protesi perennemente alla mediazione degli altri e senza idee proprie. Evitando dunque quegli elettori non moderati, perché sfrenati, incontrollati e costantamente inappagati e rivoluzionari.

Si tratta, chiarisce però Ezio Mauro –  e meno male –   di recuperare un centro politico e sociale “…mitologico“. Un centro cioè – viene da pensare – irreale ed astratto, esistente solo nella fantasia? Oppure un centro formato da quella  borghesia scomparsa tuttavia da tempo – come moltissimi anni fa ha sostenuto Giuseppe De Rita – sommata ad un antico ceto medio salito sul discensore e oggi scomposto in diversi ceti?

Si tratta di tenere anche  conto che i frequentatori della messa domenicale sono calati dal 37% circa del 1993, al 24% circa di cinque anni fa – dice Diotallevi – e al 18 % circa dei nostri giorni: tutti ultra sessantenni che votano in buona parte per FdI, M5s e Lega?

Un fatto è però certo. Perché alla fine si tratta di depositare a sinistra un “mitologico” – anche in questo caso – proletariato otto-novecentesco. Assieme a una  “mitologica” classe operaia già da un po’ di tempo sostituita dai robot e dall’IA e che in parte  oggi vota per Fratelli d’Italia. Avendo a destra un “mitologico” fascismo dispotico, autoritario e senza Parlamento, antieuropeista, antiatlantico e filorusso, e a sinistra un marxismo leninista ? Ezio Mauro tutti questi interrogativi li evita. Si limita, al di là della forzatura ironica, ad evocare alla fine la Dc. Ma ad ammettere nello stesso tempo che Forza Italia non potrà mai occupare quello spazio. E, mi viene da aggiungere che non lo potrà mai  occupare anche se si metterà in testa di “…camminare verso sinistra”.

Dalla globalizzazione selvaggia alla bioeconomia: un nuovo patto per l’umanità.

 

Vitaliano Gemelli

 

Prima di esaminare gli aspetti filosofici etici e morali della realtà economica attuale, sarebbe importante esaminare lo stato effettuale di trenta anni di globalizzazione senza regole, che ha caratterizzato tale periodo.

Negli USA il BMI tendenziale prevede che il 50 % degli Statunitensi entro il 2030 sarà obeso; tale situazione determinerà un incremento degli interventi di chirurgia bariatrica, un incremento delle patologia legate all’obesità, quali diabete, patologie cardiovascolari, morte prematura, rischi metabolici e malattia coronarica,  cancro, disturbi muscoloscheletrici , disturbi gastrointestinali , problemi riproduttivi, conseguenze genito-urinarie, conseguenze respiratorie,  Infezioni,  conseguenze dermatologiche, comorbidità con disturbi psichiatrici.

Oltre all’incremento delle spese sanitarie legate al fenomeno dell’obesità, si verifica l’incremento dei prodotti dietetici, che l’industria offre come antidoto; pertanto, il processo mentale che si proietta al cittadino si condensa nella formula di mangiare quello che vuole tanto vi è il rimedio che risolve il problema.

Infatti, i messaggi pubblicitari relativi ai cibi, decantano la prelibatezza e la golosità degli stessi a prescindere dalla loro salubrità; è la soddisfazione del desiderio, quale esso sia, che si persegue e mai – o quasi – l’effettivo bisogno equilibrato di alimenti finalizzati al benessere fisico.

Inoltre, da molto tempo si pratica la induzione al nuovo bisogno per poter vendere qualsiasi cosa ad iniziare dai prodotti alimentari, producendo dipendenza più o meno accentuata, tanto da diventare abitudine consolidata.

L’individuo, che prima era “persona”, attualmente è solo “consumatore”, dipendente da tutte le produzioni esistenti e il “desiderio”, come si è puntualizzato prima, è indotto con sofisticati sistemi espliciti e subliminali per ogni cosa, senza che il cittadino, che di fatto ha perduto il suo diritto di scelta, possa difendersi.

In molti Paesi si verifica che le legislazioni siano funzionali al sistema produttivo, piuttosto che alla tutela del cittadino; attualmente il problema della produzione di energia tende a convertire tutto verso il sistema elettrico per ridurre le fonti fossili e privilegiare le fonti rinnovabili.

Lodevole lo scopo, ma attualmente le fonti rinovabili producono il 13,47 % di energia nel mondo e il 18,36 % in Italia (indagine del 2021 della British Petroleum); del 13,47 % di energia da fonti rinnovabili, misurata in 7.931 TWh, 4274 TWh (54 %) sono prodotti dall’idroelettrico, 1.862 TWh (23 %) dall’eolico, 1.033 TWh (13 %) dal solare.

Con tali valori mondiali, che possono essere rapportati proporzionalmente in UE, è verosimile che entro il 2035 tutto il parco macchine europeo possa essere alimentato da energia prodotta da fonti alternative?

Come si potrà risolvere il problema della produzione delle batterie e quello del loro smaltimento, considerato che hanno componenti altamente inquinanti?

Come sarà affrontato il rapporto con la Cina, che attualmente detiene il primato della produzione?

Attualmente non ci sono risposte e in mancanza tutto il sistema produttivo entra in fibrillazione, perché non vi sono le condizioni per fare una programmazione che sia affidabile come per il passato.

La Germania e l’Italia, che sono le prime manifatture europee, hanno i sistemi industriali bloccati dall’incertezza del futuro e da provvedimenti legislativi ideologici più che programmatori, per soddisfare correnti di pensiero, che non fondano la propria sussistenza sulle analisi e sui bisogni dei cittadini, ma sulle indicazioni di un presunto “nuovo ordine mondiale”, di cui non si conoscono le coordinate, ma solo gli effetti nefasti.

In particolare, vi sono tre grandi problematiche che hanno la necessità di essere affrontate con tempi congrui, che vengono negati dalle circostanze dei mercati mondiali.

La prima è l’innovazione tecnologica dei processi produttivi, che necessita di capitali e formazione del personale, che attualmente non sono disponibili in sufficienza per effetto del ciclo negativo che sta vivendo l’industria europea e tedesca e italiana in particolare; una situazione analoga si sta vivendo negli USA nel settore metallurgico e automobilistico.

 

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Achille Ardigò, l’eredità intellettuale e politica di un cattolico di frontiera.

Come definire questo importante personaggio “eclettico”?

 

La cifra eclettica

Un laico cattolico che ha testimoniato e vissuto come indivisibile il proprio impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana attraverso livelli  creativi, successivi e diffusivi: ispirazione religiosa, interesse culturale (curvato sulla sociologia ) ed impegno civile (con forti incursioni politich).

L’obiettivo del nostro articolo è quello di incrociare e tentare di unificare le varie dimensioni del suo ricco pensiero e della sua vita operosa: giornalista, accademico, soggetto istituzionale, politico, sempre in costante dialogo con la società civile del nostro Paese.

Infatti, la sua “cifra” emerge fino dall’età giovanile. In lui l’impegno civile divenne subito culturale e presto politico, intersecandosi inestricabilmente  con la storia democratica e repubblicana.

 

Fede, cultura, politica

Nato in Friuli nel 1921, da una famiglia che, per la precoce morte del padre, era stata portata avanti dalla mamma, che riuscì a far laureare tutti i cinque figli, trascorse tutta la sua vita in Emilia-Romagna, particolarmente a Bologna. Qui Ardigò negli anni ’30 prese parte all’attività dell’Azione cattolica bolognese e dal 1938 specialmente alla vita della FUCI.

Dopo l’armistizio, infatti, già laureato in lettere e filosofia a Bologna, militò, dal 1° settembre 1944, nella VI Brigata “Matteotti” col compito di staffetta. Nello stesso periodo  iniziò anche la sua attività giornalistica, curando la pubblicazione del quindicinale clandestino La Punta, organo dei giovani democristiani. Nel dopoguerra fu redattore del quotidiano cattolico LAvvenire dItalia e della rivista Cronache sociali.

Partecipò da protagonista, ancorché non nella prima fila del potere di governo, a quelli che sono stati i momenti più importanti e più alti della oggi cosiddetta “prima” Repubblica, quella che potremmo, da storici, chiamare la Repubblica democristiana, capace, come dirà più tardi il professore, di creare una “nuova sintesi politica “.

Ardigò visse così l’età degasperiana della Ricostruzione, nel doppio ruolo di studioso ed attore, a fianco di Giuseppe Dossetti. Partecipò alla stagione del centro-sinistra, come pensatore di punta accanto ad Aldo Moro. E, a partire dagli anni ’70,  fu ancora supporto culturale della leadership di Benigno Zaccagnini e di Aldo Moro, durante la drammatica stagione della «solidarietà nazionale».

A partire da questo decennio, che lo vedrà sempre più protagonista del mondo accademico bolognese e nazionale fino a fondare l’ Istituto Nazionale di Sociologia, rallenta la sua presenza diretta nella DC, per poi lasciare il Consiglio nazionale del partito nel 1973. Scelta che comunque non lo farà allontanare dalla politica. Nel 1975, dopo la sua dichiarazione per il NO nel referendum del 1974 per l’abrogazione della legge sul divorzio, fonda la Lega Democratica con Gorrieri e Scoppola.

Collaborò con Tina Anselmi e Rosy Bindi nel settore sanitario. Fu vicino ai giovani cattolici democratici della Rosa bianca, partecipando alla scuola di politica di Brentonico e agli incontri della sinistra democristiana a Lavarone. Contribuì, insieme con Lazzati, Clemente Riva, Giuseppe De Rita, padre Bartolomeo Sorge, Domenico Rosati, Vittorio Bachelet e Giovanni Nervo, a preparare il primo convegno ecclesiale nazionale, indetto dalla Conferenza episcopale italiana (CEI), sul tema Evangelizzazione e promozione umana (1976).

Dal 1995 in poi, come intellettuale cattolico militante, sostenne dapprima l’esperienza politica di centro-sinistra de L’Ulivo (sfociata nel 2007 nel Partito democratico) e successivamente de I Democratici di Romano Prodi e del sociologo politico Arturo Parisi.

Gli anni ‘90 e l’inizio del nuovo secolo per Ardigò costituiscono un’ulteriore fase di studio e ricerca, focalizzati, in particolare, sulle nuove tecnologie e sulla loro applicazione in ambito sanitario, coerentemente con i ruoli ricoperti a CUP 2000 S.p.A. e all’Istituto Ortopedico Rizzoli.

 

La sua bussola per un intero secolo

In un suo articolo in Nuova Democrazia ( primi del 1945 ), riprendendo l’allocuzione natalizia del 1944 di Pio XII, Ardigò scrive: “Per un vero cristiano oggi non è più lecito credere alle possibilità della rinuncia alla vita sociale. La tranquillità e l’ordine saranno il frutto solo della nostra forte azione politica, severa verso gli opportunismi e la disonestà d’ogni condizione e gravezza”. E’ questo il suo sguardo lungo che accompagnerà il suo pensiero e l’azione sociale e politica per tutto il secolo.

E ci piace fare un volo cronologico fino ad un’altra sua intervista, contenuta nel libro Professare la sociologia (pubblicata nel 2022 a cura di E. Minardi). In essa il professore offre un affresco ricco e di vasto respiro sul senso del mestiere di sociologo, dove spiega come la sua visione ponga sempre al centro la categoria di “persona”, rifiutandosi di abbracciare le derive normative e ideologiche oppure individualistiche, tipiche di alcune importanti tradizioni del pensiero sociologico.

Questa visione influenzerà sempre la sua produzione editoriale, ma costituirà anche la filigrana delle sue innumerevoli conferenze e corsi di formazione. Nell’intervento che terrà a S. Pellegrino nel 1961 emerge una simmetrica filosofia applicabile allo Stato: ”Ma quale tipo di Stato? Ecco il problema. […] Lo Stato moderno, che, sul modello inglese assume la libertà come proprio fine è uno Stato in crisi perché il vero fine dello Stato deve essere la felicità umana, il bonum humanum simpliciter e tale finalismo deve essere deliberato e programmatico; non astratto ed episodico».

 

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Robert Kennedy Jr ripudia la storia della sua famiglia

Foto di WikiImages da Pixabay
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La tragedia dei Kennedy è mal tradotta in italiano con maledizione, così perdendo il connotato di un fatto e un dolore intimo estraneo ad eventuali volontà altrui.

È una famiglia che ha conosciuto successi e poteri, pagando con lutti e disgrazie che avrebbero piegato qualsiasi clan. Non hanno piegato i Kennedy che hanno comunque sempre trovato la forza di rialzarsi e di risollevarsi anche dalle contraddizioni che hanno macchiato una dinastia vocata ad essere guardata ad esempio per il mondo.

Dei Kennedy ci si innamora per la loro caratura e ci si rattrista quando conoscono la polvere: difficile restarne indifferenti. Per alcuni esperti in materia quel nome potrebbe risalire al significato di testa brutta, per altri invece a testa elmata.

In entrambi i casi c’è traccia dei Kennedy che abbiamo imparato a conoscere per gli errori commessi e per la loro capacità di essere, piaccia o no, una leadership mondiale, condottieri pronti alla battaglia per migliore il bene del pianeta.

Per far questo non si sono risparmiati in figliolanza. Partendo dalle generazioni più vicine ai nostri tempi, Rose e Joseph, i genitori di John, Bob e Ted, ebbero, oltre a loro, altri 6 figli.

A sua volta John ebbe quattro figli, due dei quali morti alla nascita. Di questi il più noto John-John morì a 39 anni in un incidente aereo mentre andava al matrimonio della cugina.

«…Speravamo che questo John Kennedy si sarebbe pettinato i capelli quando sarebbero diventati grigi, con la sua adorata Carolyn al suo fianco. Ma, come suo padre, gli si è dato tutto tranne una lunga vita». Queste le parole dello zio Ted al suo funerale.

Ted, per parte sua 3 figli, fu coinvolto in un incidente d’auto nel quale ci rimise la vita una donna a bordo della sua auto e lui venne accusato di omissione di soccorso con le conseguenze riportate dalle cronache del tempo.

Bob Kennedy ha avuto una prole numerosa, 11 nascite a segnare la sua discendenza, tra cui David morto di cocaina e Karry arrestata per droga.

Per il resto divorzi, problemi con la giustizia e incarichi politici di prestigio internazionale hanno sempre caratterizzato la stirpe kennedyana, ma questa volta il clamore è suscitato proprio dal figlio di Bob, Robert Francis Kennedy Jr, l’uomo che ha abbandonato il partito democratico per passare nelle file repubblicane a sostegno di Trump.

È un esempio di vita e sentimenti inquieti vantando 3 matrimoni, una delle mogli è morta impiccandosi, e 6 figli.  Robert si è soprattutto distinto per essere un teorico del complottismo, dando l’allarme in merito ad una mano nera che muove le sorti di una ignara umanità. Ha contrattato con Trump un posto nella sua prossima Amministrazione a fronte del sostegno profuso per la sua eventuale elezione a Presidente degli USA.

Qualcuno lo chiamerebbe un campione di “salta cavallo” ma sarebbe un errore ed anche per qualche verso una assoluzione. Gli altri Kennedy hanno subito stigmatizzato il passaggio nelle schiere nemiche.

Confusa è la etimologia dei Kennedy e incerta è quella del complotto.  Forse è rapportabile ad un cumulo di persone o va privilegiato il riferirsi ad un complice o al complicare, avvolgere insieme, o ad un cumulo di persone. Altri ne segnalano l’origine nella radice “pelot” dove una palla composta di corde ben arrotolate richiamano l’assemblaggio e la copertura di una realtà dalla trama nascosta al suo interno. Per i Democratici ora rotola la palla del complottismo, al pari delle teste della ragionevolezza e della coerenza.

Comunque sia, Robert è affetto da quel complottismo che consente sempre di avere una soluzione appropriata che, senza di essa, rischierebbe di restare nel mistero e che è difficile da decifrare con le comuni categorie della conoscenza.

Gli Obama hanno lanciato la candidatura di Kamala Harris al grido di “Yes, she can”. Un Kennedy invece non ci sta.  Ken è il famoso bambolotto della Mattel, da non confondersi con Big Jim. Come i Kennedy, ama le donne con cui ha relazioni tumultuose. Ha una veste ufficiale di fidanzato della bionda Barbie dalla quale per anni si è separato per poi tornare ufficialmente a far coppia.

È passato con disinvoltura dai capelli neri a quelli biondi adattandosi ai nuovi stili suggeriti dai tempi correnti e si è presentato in pubblico in 40 differenti versioni, un campione di flessibilità e adattamento.

Il nostro Kennedy non ha nulla da invidiargli. Ha un nome e cognome per patrimonio e idee dalle quali, a torto o a ragione, non deflette. I suoi detrattori dicono che sia solo abile a montare a cavallo delle tendenze correnti, secondo le inclinazioni suggerite del mercato. I suoi sostenitori gli attribuiscono, al contrario, il genio di saper leggere più nitidamente la realtà che solo in pochi riescono lucidamente ad intravedere, sempre coerente con il suo credo.

Ha scelto di appoggiare Trump il cui cognome origina dall’italiano “trionfo”, e designa anche una carta di briscola vincente, comunque uno che surclassa gli avversari. Biden lo ha beffeggiato ribattezzandolo “dump”, spazzatura. In politica questo è ormai il lessico d’uso.

Quanto al nostro Robert  Kennedy, maybe, he can, maybe, he can’t.

Conte vs Grillo, la lotta per chi guida i 5 Stelle.   

Che Conte a Grillo non piacesse affatto lo si era capito da subito. E lo scontro in atto, che nelle prossime settimane potrebbe farsi molto duro, era non solo prevedibile ma addirittura inevitabile.

L’istrionico fondatore del Movimento 5 Stelle, colui senza il quale mai le idee e le futuribili suggestioni di Gianroberto Casaleggio avrebbero potuto concretarsi in un movimento politico dal vasto consenso popolare, non poteva accettare oltre la trasformazione della sua creatura in partito, per di più nel partito leaderistico dell’avvocato Conte.

C’è un conflitto di personalità ma c’è anche una visione diversa, molto diversa, della filosofia e della missione del movimento. Che era sorto su base nazionale per contestare alla radice, con argomentazioni per lo più populistiche e anti-politiche, favorite peraltro dalla decadenza culturale e politica dei partiti tradizionali, l’intero sistema istituzionale: un movimento d’opinione veicolato dalla rete che aveva un solo obiettivo, ovvero cacciare tutti gli altri, corrotti per antonomasia, e avviare una immaginata democrazia digitale (senza spiegare peraltro cosa essa significasse nel concreto) essenzialmente giustizialista, ambientalista, pacifista.

Meno interessato, invece, ad altre tematiche pure importanti e contemporanee, quali ad esempio le migrazioni o l’unità europea. E per nulla disponibile a farsi coinvolgere nella politica-politicante del sistema partitico (“apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno”). Il vincolo dei due mandati dimostra(va) la coerenza con questo intendimento.

Il M5S di Conte è tutt’altra cosa. E fa specie ascoltare i suoi colonnelli dichiarare, in perfetto politichese, che le “esperienze” maturate possono essere utili (ovvero: si abolisca il vincolo),

Dopo averne cambiato lo statuto ora Conte mira dunque a prendersi per intero il partito emarginando Grillo (dopo aver fatto fuori i suoi uomini, quelli della prima ondata) attraverso un’assemblea di base organizzata puntualmente alla bisogna. Un golpe che Grillo, ancorché invecchiato e non più pungente come nei suoi tempi migliori, non può consentire.

Non può consentire al proprio ego che il vanitoso e ambizioso avvocato pugliese stravolga la sua creatura sfidandolo apertamente. Cosa che – nella sorpresa dei tanti che ne avevano apprezzato il fare presidenziale ai tempi dei suoi due governi – di fatto fece quando davanti al portone di Palazzo Chigi, dal quale era stato costretto ad andarsene, si tolse la cravatta, si sfilò la mitica pochette, e si dichiarò disponibile ad aiutare il Movimento.

Ma chi – Grillo fra questi – ne aveva osservato con una qualche perplessità il camaleontismo nel passaggio dal governo con Salvini a quello col Pd ne aveva colto la brama di potere, finanche la ferocia con la quale lo perseguiva e lo avrebbe perseguito. Dietro alla valanga di parole, a pensieri spesso poco intelligibili, all’oscurità del linguaggio e alla vaghezza dei contenuti si cela infatti un personaggio che coltiva una sola, pervicace ossessione: tornare a Chigi.

Ora, però, dopo il magro risultato elettorale europeo Conte necessita di uno scatto, per essere libero di guidare il M5S (ma cambierà anche la denominazione, questo è certo) verso lidi nuovi o pure vecchi, inesplorati o anche già percorsi, chissà. Coltivando un populismo diverso, disponibile al compromesso quando serve, al trasformismo quando utile, al radicalismo quando necessario.

Un alleato infido per Elly Schlein. Un avversario da stroncare, per Beppe Grillo.

La novità del Centro nella evoluzione del sistema politico italiano

Stanno emergendo in modo sempre più chiaro ed evidente alcuni tasselli politici. Chiari ed inequivocabili. Elementi che, al di là delle legittime e diverse opinioni, quasi si impongono per la loro oggettività nella geografia politica del nostro paese.

E, andando con ordine, si possono riassumere con alcuni punti essenziali. Innanzitutto è fallito definitivamente ed irreversibilmente il tentativo del cosiddetto ‘terzo polo’ centrista. Con esso è tramontata anche la credibilità politica dei rispettivi capi dei due piccoli partiti personali che lo avevano cavalcato, gestito e governato, cioè Renzi e Calenda. E sorvoliamo sulle ragioni che hanno portato a questo fallimento politico ed elettorale perchè è persin troppo noto per essere ancora ulteriormente descritto ed approfondito.

In secondo luogo il futuro “Fronte popolare” della Schlein, di Conte e del trio Fratoianni/Bonelli/Salis è politicamente, culturalmente e programmaticamente alternativo rispetto a tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile al Centro e alla ‘politica di centro”. Si tratta, molto più semplicemente, di una riedizione – con una versione aggiornata e rivista – della “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria che è di totale appannaggio della sinistra post ed ex comunista. I ‘partiti contadini’ che saranno ammessi nella coalizione frontista – tipo quello di Renzi semprechè non confluiscano già nel Pd nei prossimi mesi per ragioni oggettive – sono solo comparse e sigle meramente aggiuntive e politicamente del tutto ininfluenti.

In terzo luogo è possibile ricostruire, oggi, uno spazio di centro, seppur nell’ambito di una democrazia bipolare e dell’alternanza, se si consolida un soggetto/luogo/partito politico che sia in grado di declinare sino in fondo un Centro riformista, democratico, plurale, socialmente avanzato e con una schietta e definita cultura di governo. Un luogo, cioè, che non può ridursi a mera comparsa per pietire qualche seggio parlamentare all’azionista di maggioranza della coalizione per sè e i “propri cari”, per citare una celebre espressione di Giulio Andreotti.

E, in ultimo, questo luogo politico – da affinare, ricostruire e rilanciare – non può che partire da Forza Italia e da ciò che concretamente può rappresentare nella cittadella politica italiana contemporanea. E quindi, e di conseguenza, un partito autenticamente democratico al suo interno; un partito che declina sino in fondo una cultura politica centrista, riformista e di governo e, in ultimo, un partito plurale che esalta tutti gli apporti culturali e politici riconducibili all’universo centrista del nostro paese.

Insomma, un luogo politico che in questi ultimi anni si è politicamente, e misteriosamente, inabissato e che adesso invece deve essere riscoperto e rilanciato. E questo non per il bene di un partito o di uno schieramento ma, semmai, per rafforzare la stessa qualità della democrazia italiana, nonchè dell’efficacia dell’azione di governo.

Rai 5 svela l’anima di Silone: viaggio nel cuore della Marsica.

Un viaggio tra le pagine e i luoghi del giornalista, scrittore e politico Ignazio Silone: lo propone “Sciarada, il circolo delle parole” con “Ignazio Silone. La voce del cafone”, in onda domani [oggi per chi legge, ndr] alle 23 su Rai 5.

Clarissa Montilla, Alessio Guerrini, Dario Marani, autori dello Speciale, raccontano la vita e la scrittura di Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli, che nasce a Pescina, in Abruzzo, il primo maggio del 1900, una data involontariamente significativa per un autore che tutta la vita si è occupato dei lavoratori più umili. Tra le testimonianze, quelle del pronipote Romolo Tranquilli, di Andrea Sangiovanni dell’università di Teramo, del sociologo Benedetto Di Pietro, di Manlio Cimini dell’università di Chieti-Pescara, dello scrittore Renzo Paris, di Liliana Biondi dell’università dell’Aquila e di Sebastiana Ferrari, curatrice dell’Archivio Silone.

La terra d’origine di Silone è la zona del Fucino, dove a metà Ottocento la famiglia Torlonia provvede al prosciugamento appropriandosi di questo latifondo di quattordicimila ettari e ricostruendo un sistema piramidale di vassallaggio. Il 13 gennaio 1915 un terribile terremoto rade al suolo molti paesi tra cui Pescina. Moltissimi i morti tra cui la madre: è il trauma che segna la sua vita. Dopo il terremoto Silone è sempre più attento alle condizioni di povertà dei contadini della Marsica. Inizia a occuparsi di politica e nel 1921 è tra i fondatori del Partito Comunista Italiano da cui viene espulso, dopo anni di impegno attivo, nel 1931. Diventerà, parole sue, “un socialista senza partito, un cristiano senza chiesa” “Fontamara”, il suo capolavoro esce in lingua tedesca, a Zurigo, nel 1933, novant’anni fa. In Italia viene pubblicato soltanto nel 1947. L’universo contadino della Marsica, simbolo di ogni povertà, è nel romanzo il luogo nel quale lo scrittore ritaglia la sua “poetica del cafone”, una vera e propria elegia degli ultimi.

Lo Speciale si chiude a Pescina dove lo scrittore riposa, secondo le sue volontà, sotto il campanile di San Berardo, con la vista del Fucino in lontananza e ad Aielli dove l’artista Alleg ha trascritto “Fontamara” in un murale di 80 metri.

Il confronto sullo Ius Scholae apre nuovi scenari politici

A un passo dalla ripresa in piena regola, con il governo chiamato subito ad affrontare i nodi di una difficile legge di bilancio, la scena politica appare più mossa del previsto. Le elezioni europee non sono state quel fastoso coronamento delle ambizioni della premier, di cui alla vigilia del voto si favoleggiava nei salotti della politica romana. C’è stata indubbiamente la crescita di Fratelli d’Italia, ma non l’impennata oltre la soglia del 30 per cento come nelle aspettative più ambiziose; una crescita valida per i calcoli in percentuale, causa il forte astensionismo, essendo diminuito invece il peso dei voti in assoluto; e senza l’impennata, dunque, ha fatto capolino la difficoltà della destra di radice almirantiana a farsi riconoscere, tanto a Roma quanto a Bruxelles, come elemento di stabilità e piena affidabilità democratica.

La premier ha poi commesso il grave errore di isolarsi rispetto alla concertazione del tradizionale asse franco-tedesco che ha portato alla riconferma di Ursula von der Leyen al vertice della Commissione. Da ciò deriva il disagio di Forza Italia, stretta nel mezzo della doppia solidarietà al quadro di governo nazionale e al rinnovato patto tra popolari, socialisti e liberal-democratici in Europa. Non è stato un passaggio qualunque dal momento che i tedeschi della Cdu, asse portante del Ppe, hanno chiaramente avallato e sostenuto la scelta di netta chiusura alla destra sovranista. Dopodiché la posizione di Tajani come leader di Forza Italia e vice presidente del Ppe s’è fatta molto più scivolosa e complicata.

La disputa sullo ius scholae è un segno evidente di questa imprevista torsione, a fronte dell’Europa, che investe i rapporti tra alleati di governo. I retroscena attorno ai propositi dichiarati o nascosti di Marina e Pier Silvio Berlusconi non offrono elementi di maggiore consistenza politica. Quel che conta è l’insostenibilità del balletto tra Meloni e Salvini su chi occupa lo spazio della destra nazional-popolare, con la conseguente mortificazione della linea europeistica di Forza Italia.

Per questo nell’intervista concessa ad “Avvenire”, l’altro ieri, Letizia Moratti ha scandito a chiare lettere che la questione dello ius scholae non s’inquadra nella classica disputa estiva, complice il solleone, ma s’intreccia con una riflessione politica concernente l’indirizzo dei Popolari in Europa. Con queste parole si blinda – qualcuno dice si vincola – la posizione di Tajani. In effetti, l’uscita della neo-eurodeputata azzurra ha il significato di una “bollinatura” che fa dei diritti dei nuovi italiani il terreno di conflitto con l’ostilità e le ambiguità di Lega e Fratelli d’Italia. Si sposta l’asse verso il centro e forse si gettano le basi – almeno così sembra – di un programma più conforme alle aspettative dell’elettorato intermedio, del resto sempre più infastidito da logiche di tipo radicale.

Bisogna capire, in conclusione, fino a che punto si voglia procedere in questa nuova direzione, possibilmente coinvolgendo in modo rispettoso e credibile tutte le forze autenticamente riformiste.

Prove generali di rivalutazione della Dc

Niente da fare. Non c’è un solo giorno che sui grandi organi di informazione manchi un riferimento concreto alla Dc e al rimpianto di quella storica esperienza politica. Mi spiego meglio. Dalla politica estera ai diritti, dalla ricetta economica e sociale alle riforme istituzionali e alla cultura di

governo; e cioè, ogni tema che si affronta e che è in cima all’agenda politica contemporanea, emerge in modo concreto e neanche tanto nascosta la “voglia della Dc”. Nessuno, come ovvio, ne sottolinea e ne auspica il ritorno. Ma quasi tutti ne evidenziano un sostanziale rimpianto. E il dato curioso è che questa richiesta o rimpianto o auspicio arriva nientepopodimeno che dagli storici detrattori e contestatori di quella concreta esperienza politica e della sua classe dirigente, leader e statisti compresi. È una reazione francamente singolare ed anacronistica perchè si tratta di osservatori e commentatori che hanno sempre considerato la Dc una sorta di “inciampo della storia” nella migliore delle ipotesi se non addirittura, e il più delle volte, di una vera e proprio “associazione a delinquere”. Questo era il giudizio, abbastanza unanime, di quasi tutti gli opinion leader libereral/progressisti del nostro paese dopo l’irruzione di tangentopoli e la sostanziale criminalizzazione politica dell’intera vicenda democristiana. Basti pensare ancora alla recente lettura del Direttore dell’Unità Sansonetti che ha paragonato la Dc ad una sorta di “terrorismo armato centrista”. Cioè il vero mandante politico “dello stragismo di Stato” nel nostro Paese.

Ora, se è indubbio che si tratta di un partito consegnato alla storia, è altrettanto vero che la sua lezione politica continua ad essere di straordinaria attualità e modernità. Ma non soltanto per il progetto politico che ha dispiegato nel corso dei decenni e che, come ovvio, è frutto di quella stagione storica, quanto per il ‘metodo’ e lo ‘stile’ che ha saputo trasmettere nel sistema politico italiano. Un metodo, frutto anch’esso di una precisa e determinata cultura politica che, piaccia o non piaccia, rappresenta tutt’oggi l’unica modalità capace di saper coniugare la “cultura del comportamento con la cultura del progetto”, per dirla con Pietro Scoppola. E cioè, il profondo rispetto delle norme, dei principi e dei valori costituzionali e quindi della qualità della nostra democrazia con la bontà del progetto politico e di governo.

Certo, quando gli storici detrattori e contestatori della Dc e della sua classe dirigente nazionale e locale confrontano quella esperienza con i populisti, gli improvvisatori e i parvenu della politica contemporanea c’è semplicemente da rabbrividire. E quindi anche i vari Sorgi, Cacciari, Mauro,

Molinari, Giannini, Galli Della Loggia e compagnia cantante, devono prendere atto – seppur amaramente – che purtroppo non è ancora nata una classe dirigente e, soprattutto, una esperienza politica in grado di potere essere paragonata anche solo minimamente con quella lunga e anche travagliata pagina storica. E allora, e di conseguenza, non resta che il rimpianto e il buon ricordo. Ma, al contempo – e qui risiede la profonda contraddizione politica e anche morale della lunghissima lista di questi presunti maìtre à penser – si continua a non dare dignità politica, culturale ed etica al partito della Democrazia Cristiana.

Ecco perchè, ogniqualvolta assistiamo ad una dubbia ed equivoca riabilitazione della Dc da parte dei suoi detrattori o ad un maldestro rimpianto, non possiamo non esercitare la categoria del dubbio e del sospetto. Perché, alla fine, sempre di implacabili detrattori della Dc si tratta. Che siano antichi, attuali o postumi giudizi la diffidenza è sempre la miglior arma da sfoderare. Per il rispetto della storia, innanzitutto, e non solo della Dc.

Meeting di Rimini: tra fede e politica, un’Italia da riscrivere.

In questa fase di fine estate puntuale a Rimini si svolge il Meeting di Comunione e Liberazione, che polarizza l’attenzione del variegato mondo di quello che rimane della politica e dell’ economia e del sociale.

L’Assise di Rimini è un momento di analisi, di progetti, di possibili soluzioni dei problemi del Paese. È un accorrere di personaggi di prima grandezza veri e una moltitudine di aspiranti ad esserlo.  La partecipazione al Meeting, dunque, è per i più un attestato.  I temi affrontati…non hanno avuto, per storia, apprezzabili riscontri.

L’evento di Rimini si segnala per la grande mobilitazione in un slancio dove spiritualità e religiosità, giustizia e diritti sono sempre meno centrali.  C’è una maggioranza di governo che con le riforme costituzionali mina le fondamenta della nostra convivenza nella libertà e nella democrazia, la centralità dell’Uomo, viene messa in discussione e non si fa nessuna azione seria di contrasto a una deriva eversiva.

Gli spazi dell’ agibilità democratica  si restringono e l’ economia è condizionata da forze egemoni che agiscono senza regole e controlli.  Gli squilibri sociali aumentano, e gli obiettivi di sviluppo sempre più lontani. Rimangono gli extra profitti in tanti campi,  soprattutto in quelli energetici e del credito.

L’evasione fiscale non si vuole risolvere: tanti sono gli incroci di interessi e molti i pusillanimi che solo nelle dichiarazioni appaiono  statisti coraggiosi dai pensieri forti. Gli applausi nelle giornate riminesi di tanti giovani generosi ,che credono e hanno fede,coprono vuoti e inerzie.

Il governatore della Banca d’Italia,Panetta, ha fatto una relazione seria. Ha parlato di debito pubblico,di Pnrr,di Immigrazione da regolare,delle difficoltà europee. Temi non nuovi ma riproposti con un piglio diverso.

Se il Pnrr scade nel 1926 e siamo in una fase di decelerazione nell’attuazione, se le riforme strutturali sono solo annunciate,se la lotta all’evasione solo reiteratamente declamata, se continuano scelte errate, se la “cassa piange”…cosa si fa?

Se a Rimini si vivesse l’attualità della lezione di don Giussani, l’Assise dovrebbe concludersi con la proposta  di intraprendere un percorso di giustizia con una riforma per colpire l’evasione e fare luce sui tanti nascondimenti degli extra profitti lucrati a discapito di una umanità non tutelata e senza speranza. Al ministro dell’economia sarebbe giusto fare l’invito a declinare un proprio pensiero compiuto senza farfugliare. E questo sarebbe un miracolo…e un bel risultato del Meeting.

 

[Il testo compare sulla pagina Fb dell’autore]

Santuario mariano di Chandavila: riconosciuta l’azione dello Spirito Santo.

Foto di Miguel Rivas
Foto di Miguel Rivas

Il Dicastero per la Dottrina della Fede “dà volentieri il suo consenso” affinché l’arcivescovo di Mérida-Badajoz, monsignor José Rodríguez Carballo, proceda con la dichiarazione del proposto “nihil obstat”, in modo che “il santuario di Chandavila, erede di una ricca storia di semplicità, di poche parole e molta devozione, possa continuare ad offrire ai fedeli che desiderano avvicinarsi ad esso, un luogo di pace interiore, consolazione e conversione”.

È quanto scrive il cardinale prefetto Victor Manuel Fernández in una lettera, approvata da Papa Francesco ieri 22 agosto, in risposta ad una missiva del presule spagnolo del 28 luglio scorso in merito alle vicende, risalenti al 1945, di due giovani alle quali sarebbe apparsa la Madonna, come Vergine Addolorata, nella località spagnola di Chandavila, in Estremadura, vicino al confine con il Portogallo.

Secondo le Norme pubblicate il 17 maggio scorso dal Dicastero per la Dottrina della Fede, con il nulla osta, “anche se non si esprime alcuna certezza sull’autenticità soprannaturale del fenomeno, si riconoscono molti segni di un’azione dello Spirito Santo” per cui “si incoraggia il vescovo diocesano ad apprezzare il valore pastorale e a promuovere pure la diffusione di questa proposta spirituale, anche mediante eventuali pellegrinaggi a un luogo sacro”, mentre i fedeli sono autorizzati a dare “in forma prudente la loro adesione”.

 

La vicenda di Marcelina e Afra

La devozione alla Vergine Addolorata a Chandavila è nata verso la fine della Seconda Guerra Mondiale con le esperienze spirituali che due ragazze, Marcelina Barroso Expósito di dieci anni e la diciassettenne Afra Brígido Blanco, hanno avuto separatamente in questa stessa località a partire dal maggio 1945.

“Marcelina – scrive il cardinale Fernández – racconta che, all’inizio, vide una forma scura nel cielo, che in altri momenti diventava sempre più chiara, come fosse la Vergine Addolorata, con un manto nero pieno di stelle, su un castagno. Ma l’esperienza profonda di questa ragazza, più che la visione, fu quella di aver sentito l’abbraccio e il bacio che la Vergine le diede sulla fronte. Questa assicurazione della vicinanza affettuosa della Madonna è forse – nota il porporato – il messaggio più bello. Anche se, con il passare dei giorni, sia lei che Afra hanno identificato la figura come la Vergine Addolorata, ciò che risalta maggiormente è una presenza della Vergine che infonde consolazione, incoraggiamento e fiducia. Quando la Vergine chiede a Marcelina di camminare in ginocchio attraverso un tratto di ricci secchi di castagno, spine e pietre taglienti, non lo fa per provocarle sofferenza. Al contrario, le chiede fiducia di fronte a questa sfida: «Non temere, non ti accadrà nulla»”.

 

La tenerezza di Maria

“Questo invito della Madonna a confidare nel suo amore – prosegue il cardinale prefetto – ha dato a questa bambina povera e sofferente la speranza e l’esperienza di sentirsi promossa nella sua dignità. Quel semplice mantello fatto di canne ed erba con cui la Madonna ha protetto le ginocchia della bambina, non è forse una bella espressione della tenerezza di Maria? Allo stesso tempo fu un’esperienza di bellezza, perché la Vergine apparve circondata da costellazioni luminose, come quelle che si potevano ammirare di notte nei cieli limpidi dei piccoli villaggi dell’Estremadura”.

Una vita discreta al servizio di malati, anziani e orfani

Dopo le presunte visioni, le due ragazze hanno condotto “una vita discreta e per nulla appariscente” dedicandosi “a opere di carità, occupandosi soprattutto di malati, anziani e orfani, trasmettendo così a chi soffriva la dolce consolazione dell’amore della Vergine che avevano sperimentato”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-08/dottirna-fede-nulla-osta-vergine-addolorata-chandavila.html

Per i Gesuiti la formazione è un nuovo metodo per curare la comunità

Comunità di connessioni – Roma

Comunità di connessioni nasce nel 2009 a Roma come associazione impegnata ad approfondire i temi della vita sociale e politica alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e dei princìpi della Costituzione, che fondano e promuovono la dignità della persona.

Apartitica, plurale, fa del dialogo e del confronto gli strumenti di lavoro. Propone percorsi di formazione politica, dialoghi spirituali tra professionisti, cura un magazine online e collabora con diverse testate, lavora per commissioni connettendo esperienze tra amministratori a livello locale, propone ritiri spirituali annuali e offre formazione ad imprese e amministrazioni, collabora con la Fondazione vaticana Fratelli Tutti. A coordinare la proposta è p. Francesco Occhetta.

Il percorso formativo “formpol” offre ogni anno cinque incontri con ministri, docenti ed esponenti dell’associazionismo e un evento istituzionale. Volti e metodo ne hanno fatto una comunità, ricca di connessioni per collegare i punti virtuosi di esperienze. Oltre mille le persone coinvolte in questi anni.

 

GenerAzioni – Palermo

Si chiama “GenerAzioni” il cammino proposto a Palermo dall’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe”, nel solco della scuola ideata da p. Bartolomeo Sorge nel 1986. Un cantiere intergenerazionale per leader di comunità, impegnati nella rigenerazione dei territori, in grado di individuare problematiche ed opportunità. Circa 40 le persone coinvolte nel 2023. Hanno dai 18 ai 55 anni, tutte con esperienze di impegno civile. Innovazione sociale, terzo settore, cittadinanza attiva, impegno diretto in politica sono alcuni dei risvolti concreti emersi. “É una casa in cui abitano coloro che intendono operare nel sociale e impegnasi nella polis per dare nuova vita” spiega p. Gianni Notari. “Dinanzi alla crisi della politica riteniamo che occorra invertire la rotta. Siamo convinti che sia necessario uscire dalla dimensione privata e dalle personali autoreferenzialità per volgerci alla costruzione delle comunità”.

 

I Care Lab – Milano

Promosso da Aggiornamenti Sociali, rivista e think tank dei gesuiti italiani, nasce a Milano “I Care Lab”, Sei gli incontri proposti a cadenza mensile: dalle motivazioni personali alle difficoltà in campo, alle comunità generative, con testimoni, giochi, simulazioni, momenti di condivisione e scambio. Trenta i giovani dai 21 ai 35 anni che vi hanno preso parte provenienti da Lombaria, Liguria e Toscana. “Una risposta positiva che ci ha incoraggiato ad andare avanti” spiega p. Giuseppe Riggio, responsabile della proposta. “Coltiviamo un sogno: far crescere nei partecipanti la capacità di confrontarsi con la complessità della realtà in cui vivono e operano, di essere attenti ai singoli episodi senza perdere di vista il quadro sociopolitico più ampio in cui si inseriscono, di assumere lo sguardo di realtà anche le più lontane da noi, di riconoscere quelli che sono le forze positive e generative all’interno di un territorio e di una comunità, per poter collaborare con esse nello svolgimento del proprio servizio”.

In “filigrana”, in tutte e tre le esperienze, è riconoscibile il paradigma pedagogico ignaziano: partire dall’ esperienza – personale o di testimoni – riletta e rielaborata per arrivare a forme di azione e intervento nei diversi contesti, attraverso il discernimento personale e del bene comune.

 

Fonte: https://gesuiti.it/scuole-formazione-politica/

 

 

 

 

 

 

Grillo o Conte? Cantava Madama Butterfly: “Un bel dì vedremo”.

Siamo ormai alla “Grilliade”, la storia della lunga contrapposizione tra Grillo e Conte.

Il genio di Flaiano osservava come “in due si tace meglio”. È quanto non sta accadendo tra i due protagonisti alla guida del M5S che se le stanno mandando a dire senza risparmiarsi su come rilanciare una sfiatata esperienza politica. 

Il Beppe nazionale, affabulatore di mestiere, propone un ritorno alla origini senza derogare a principi identitari come quello del divieto di superare i due mandati elettorali dei loro rappresentanti nelle istituzioni.

L’altro, Giuseppi, “afflitto dal complesso di parità non si sentiva inferiore a nessuno”, immagina invece un processo costituente, una radicale rifondazione del movimento, che a parlar chiaro suona come sua liquidazione, per dar nascita, in ipotesi, ad un nuovo soggetto politico con nome, simbolo, statuto e regole diverse.

Tutto dovrebbe avvenire accogliendo in piena trasparenza le istanze che provengono da una non ben definita base di simpatizzanti o aderenti, tutti evidentemente periti di norme e regolamenti. Qualcuno, pensando con diffidenza, potrebbe avere in mente il perpetuarsi di una ipocrita finzione dove “uno vale uno” fino a quando poi non si devono prendere effettive decisioni. 

Specchietto per le allodole a parte, non sembra che Conte sia stato scelto dal popolo dei 5 Stelle, inizialmente non sapendo neanche chi fosse; stesso discorso per altre nomine nell’allora Governo guidato dal professor Giuseppi e per le altre cariche politiche negli altri gangli del potere.

Ciò che emerge, alla stregua di nuovi salvatori della patria, è che i 5 Stelle ambivano a cambiare in meglio il nostro paese. Dopo pochi anni le loro ambizioni si sono sbriciolate alla prova dei fatti. 

L’elenco sarebbe lungo, ciascuno sia pure con carature diverse: Di Pietro, Dini, Ingroia insieme ai mille altri creatori di un esercito di partiti personali  durati dal giorno alla notte o poco più e che per sopravvivere si rifondano ossessivamente.

Da ricostituirsi a fondere il passo è breve; siamo forse allo squaglio, alla liquefazione di una invenzione che, come concepita, non può reggere la pratica politica. Se l’è squagliata per tempo Gigino Di Maio che fiutata l’aria, ha cambiato campo mettendosi in proprio.

I 5 Stelle più che rifondare sono ora alla fronda, lontano dalla riva di un futuro in cui imbarcarsi, ancorati poco saldamente alla sopravvivenza, intimoriti che ormai la politica li abbia per sempre sfrondati dai suoi privilegi.

Sempre i critici di turno potrebbero chiedere chi rifonderà gli italiani per i danni di un populismo scellerato.

Conte, per giustificare l’iniziativa, ha detto che 300 persone, non si sa come sorteggiate, si occuperanno dunque di stilare un documento in vista di una assemblea vera e propria. La politica affidata, insomma, ad un tirare a dadi su chi possa imbroccare la soluzione migliore per una allarmante cura ricostituente. Il rimedio sembra peggiore del male.

Nella stesura dello scritto, speriamo che venga fuori qualcosa di meglio di quel patto prematrimoniale in cui Jennifer Lopez ed il marito attore si impegnavano a fare l’amore quattro volte alla settimana con le conseguenze che sappiamo.

Ancor più, Conte ha ammesso che in passato, a dispetto dei mille proclami sbandierati per dire della loro parodia di democrazia, le cose non sono andate affatto così perché a decidere è stato soltanto una ristrettissima élite di persone. 

Vi abbiamo fin oggi preso in giro, compresa la mia scelta a Capo di un passato Governo della Repubblica, dettagli insignificanti. Comunque sia, fate finta di nulla perché da oggi cambiamo pagina. Il rischio è che anche questa volta ci faranno veder le stelle.

Possibile che questa volta lo scenario non sia l’hotel Forum, che stavolta sa di bucatura, con un panorama che affaccia su vetusti reperti archeologici di un fasto passato e mai più tornato. 

Forse i due Giuseppi andranno in televisione a Forum per dirimere le loro controversie. Arriveranno tristemente alle carte bollate, proprio loro che spacciavano al mondo un Movimento leggero. 

Conte e la sua contesa vedremo che fine farà. Chissà se sopravviverà alle contestazioni del gruppo storico grillino che, più che frinire con il “cri cri” di allarme, prenderà simbolicamente un crick per minacciare l’avversario a causa di tradimento o per risollevare il Movimento dalla polvere in cui è caduto. 

Grillo resta il “proprietario” del Movimento. Già questo titolo, stando alla materia politica, dovrebbe di per sé suscitare allarme ma il popolo a queste inezie non presta attenzione. Per lo smanioso Conte si potrebbe invece richiamare un passaggio de Il Gattopardo: “Quanto a illusioni non credo ne abbia più di me ma se occorre è abbastanza furbo per crearsele”.

Si è costruito ormai un suo seguito. Forse, fregandosene, legge il pensiero che insolentemente gli appunterebbe Grillo a cui non è sfuggita la lezione della grande Hedy Lamarr, secondo cui non è difficile diventare una grande ammaliatrice. Basta restare immobili e sembrare stupidi.

L’ambizione lo ha portato ad emanciparsi dal suo talent scout che fin ora si è trattenuto per come il carattere gli ha reso possibile, ispirandosi alla regola di San Bernardo di Chiaravalle: vedere tutto, passare sopra a molte cose, alcune poche correggerle. Adesso sembra proprio non farcela più a trattenersi e si andrà probabilmente allo scontro definitivo.

All’Italia non resta che sperare nel motto per cui a quelli di cui Dio vuole sbarazzarsi, toglie per prima la ragione. Così sembra stia accadendo. “Un bel dì vedremo”, cantava Madama Butterfly. 

I limiti del Fronte popolare, oggi come ieri.

Anche il “Fronte popolare” può essere, anzi lo è, un progetto politico. Certo, si tratta di un progetto alquanto singolare ed anacronistico perchè non nasce quasi mai attorno ad un progetto politico di governo ma sempre e solo “contro” qualcuno o qualcosa. Ovvero, si individua un nemico giurato ed implacabile, lo si carica di ogni nefandezza e ci si scaglia contro con una violenza inaudita perchè, appunto, rappresenta un pericolo mortale per la democrazia, le istituzioni e il futuro e la prospettiva di un paese.

Ora, per non scomodare altre esperienze europee – mi riferisco, nello specifico, a ciò che è capitato di recente nella vicina Francia – fermiamoci alla storia del nostro paese. In sintesi, siamo alla vigilia del decollo del terzo “Fronte popolare”. Il primo, il più importante e anche il più significativo, è stato quello gestito e pianificato da Palmiro Togliatti, “il migliore” e dal Pci dell’epoca. Cioè le elezioni politiche del 18 aprile 1948. Obiettivo unico e dichiarato era la battaglia dura contro la Dc, contro il principale statista e leader politico del momento, Alcide De Gasperi, contro l’Occidente e il “potere” delle Chiesa cattolica. Sappiamo tutti com’è andata a finire e l’instaurazione di un regime comunista nel nostro paese svanì.

Il secondo “Fronte popolare” – anche se il termine usato fu “la gioiosa macchina da guerra – fu quello allestito dal PDS, cioè gli ex e i post comunisti, per le elezioni del 1994. Cambia fisicamente il nemico ma non cambia affatto la pericolo mortale del nemico. E nel 1948 come nel 1994 il rischio mortale è sempre lo stesso: e cioè, battere la potenziale “minaccia fascista” e tutto quello che ne consegue.

Passano altri 30 anni e siamo di nuovo lì. Altro “Fronte popolare”, altro nemico giurato da annientare e altra “minaccia fascista” e tutto quello che ne consegue all’orizzonte. Dunque, cambiano – come ovvio e scontato – i personaggi, i partiti, i contesti, le formule politiche – ma non

muta affatto il nemico. Ieri come oggi è sempre quello. Sempre lo stesso. È appena sufficiente, al riguardo, ascoltare gli interventi quotidiani dei leader delle tre sinistre contemporanee – quella radicale e massimalista della Schlein, quella fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e quella populista e demagogica dei 5 Stelle – per arrivare alla semplice conclusione che siamo sempre di fronte al solito rischio mortale per la conservazione della nostra democrazia.

E quindi, riprendendo il solito ritornello, parliamo sempre di “torsione autoritaria”, “deriva illiberale”, “negazione delle libertà democratiche”, “violazione dei valori e dei principi costituzionali”, “libertà di espressione a rischio” e, dulcis in fundo, “minaccia fascista”. Insomma, ieri come oggi, sempre lo stesso film, sempre la stessa minaccia e, soprattutto, sempre lo stesso cupo orizzonte.

Ecco perchè la deriva o il progetto del cosiddetto “Fronte popolare” non sono mai destinati a declinare una vera e propria cultura di governo. Perchè, di norma, si tratta di un banale pallottoliere elettorale, o di un cartello elettorale che mette insieme tutto e il contrario di tutto pur di liquidare un nemico che, puntualmente, si rivela inesistente. Certo, se avesse vinto il “Fronte popolare” di Togliatti e compagni nel 1948 il destino dell’Italia democratica sarebbe stato diverso.

Profondamente diverso. Ma questa è un’altra storia.

Morale della favola. È di tutta evidenza che chi vuole costruire una cultura di governo, chi vuole perseguire concretamente una cultura e una politica centrista e riformista e chi, in ultimo, lavora per un vero cambiamento e rinnovamento della politica non può sposare la logica, o la deriva, del “Fronte popolare” che era, e resta, un approccio funzionale alla sola radicalizzazione della lotta politica da un lato e alla sub cultura degli “opposti estremismi” dall’altro. Entrambi incompatibili con la cultura e la prassi democratica e costituzionale.

Ius soli o ius scholae? L’apertura di Forza Italia merita attenzione.

C’è un modo freddo e cinico di guardare le cose e un’altro, sentimentale e poetico. Le osservazioni fatte ieri [l’altro ieri per chi legge, ndr] al Meeting di Rimini, da autorevoli rappresentanti delle istituzioni economiche e sociali, sono incontrovertibili. 

Il nostro Paese ha bisogno di un tasso di crescita che ad oggi la popolazione non garantisce. Mi riferisco alla crescita demografica. I dati sono impietosi. Di questo passo, tra venti anni, ci sarà una netta carenza nel mondo del lavoro e della produzione. 

Cosa suggeriscono dal Meeting? Senza giri di parole, tanto l’espressione di chi governa la banca, quanto di chi gestisce i fondi delle pensioni, a chiare lettere dicono: “è indispensabile un incremento della immigrazione”.

Tutto questo incrocia con il tema dello ius soli o dello ius scholae. Questione che sta agitando le acque in entrambi i campi politici. Tajani ha lanciato l’idea, proposta subito bloccata da Salvini e dalla Meloni. Nel centro sinistra, ci sono quelli che intendono arroccarsi nell’idea dello ius soli e altri che aprono alla proposta di Forza Italia.

Certo è che non si può più eludere il problema. Non lo si può per ragioni di carattere squisitamente intrinseco: sono decenni che la cosa si trascina, senza trovare un giusto equilibrio; sia per le ragioni emerse nel convegno di Rimini. 

La mia personale posizione è che non si rimanga nel guado. Che qualcosa si faccia. Che si abbia uno sguardo più profondo. Sarei per registrare le convergenze sulla proposta del segretario del partito di Berlusconi. Credo ci sia sufficiente maturità per non eludere più la situazione. 

Aggiungo solo che è necessario aumentare il tasso demografico.

[Il testo è tratto dal blog dell’autore]