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IL CONFRONTO TRA RATZINGER E HABERMAS SULLO STATO LIBERALE / Intervento su Appunti

Forse non sono ancora maturi i tempi per una valutazione pacata e meno “calda” dell’apporto che Joseph Ratzinger-Benedetto XVI ha fornito non soltanto all’istituzione che lo ha annoverato tra i suoi figli più eminenti, ma al dibattito culturale e scientifico, anche quello non strettamente teologico.

Sembra tuttavia possibile già avanzare alcune ipotesi ricostruttive di una linea intellettuale che è stata capace di fare i conti con le trasformazioni che hanno condotto alla società post-secolare, e lo è stata in quanto sin dall’inizio attenta alle correlazioni tra fede e ragione, religione e scienza: correlazioni che l’enciclica postuma Lumen fidei esprime con speciale nettezza, come si trae da uno dei suoi passaggi  più conosciuti (n. 34), non casualmente ripreso, due anni dopo, da papa Francesco nella Laudato si (n. 199, nt. 16): «La luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù (…) Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli occhi della scienza».

Se questo è il punto di partenza, qual è il punto di arrivo? Proprio nel modo con cui Joseph Ratzinger ha risposto a questa domanda risiede, a parere di chi scrive, uno dei nuclei di maggiore interesse della sua riflessione. L’economia di questo mio intervento suggerisce, al fine di dimostrare l’assunto, di ricorrere a un’esempio. Traggo l’esempio da un avvenimento che ha avuto una risonanza mediatica anche al di fuori della cerchia ristretta degli studiosi, tanto da essere oggetto di pubblicazioni in diverse lingue e da continuare a essere ricordato come emblematico: alludo al dialogo, svolto a Monaco di Baviera il 19 gennaio 2004, tra il cardinale Joseph Ratzinger e il filosofo Jürgen Habermas sul tema I fondamenti morali e prepolitici dello Stato liberale.

Il dialogo prendeva espressamente spunto da un celebre dictum, o teorema, proposto a metà degli anni Sessanta del secolo scorso dal costituzionalista assiano Ernst-Wolfgang Böckenförde: «Lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé [ndr: cioè senza venire meno ai suoi caratteri intrinseci] non può garantire». Il suo autore chiarì il punto attraverso la seguente domanda: «Di cosa vive lo Stato, dove trova la forza che lo sostiene e garantisce l’omogeneità e le intrinseche virtù regolative della libertà, delle quali ha bisogno da quando la forza vincolante tratta dalla religione non è né può più essere essenziale per esso?». Su queste basi, il dialogo si incentrò sulle fonti di legittimazione degli attuali ordinamenti costituzionali e sul ruolo pubblico delle religioni in contesti sociali secolarizzati. L’intervento di Ratzinger viene generalmente e correttamente ricordato soprattutto sotto tre profili.

In primo luogo, per il modo con cui viene sintetizzato lo stato della questione, a partire dalla perspicua delineazione dei caratteri e del compito della politica («sottoporre il potere al controllo della legge, in modo da garantirne un uso assennato») e dalla conseguente importanza che venga superata la diffidenza nei confronti della legge e dei suoi ordinamenti («solo così, infatti, si esclude l’arbitrio e la libertà può essere vissuta come libertà condivisa dalla comunità«), cui si aggiunge la consapevolezza che il principio di maggioranza, il quale, insieme a quello di rappresentanza, struttura «la forma di ordinamento politico più adeguata», cioè la democrazia, non può escludere che una maggioranza opprima con norme persecutorie una minoranza e che esso pertanto «lascia sempre aperta la questione dei fondamenti etici della legge» Ciò ha indotto l’età moderna a formulare un insieme di «elementi normativi nelle differenti dichiarazioni dei diritti», sottraendoli al gioco delle maggioranze, ma la discussione verte proprio sull’evidenza interna di tali valori e sul loro fondamento.

In secondo luogo, per la lucidità con cui viene analizzata la questione del diritto naturale, cioè della figura argomentativa con cui la chiesa cattolica «richiama alla ragione comune nel dialogo con le società laiche e con le altre comunità di fede e con cui ricerca i fondamenti di una comprensione attraverso i principi etici del diritto in una società laica e pluralista». Per Joseph Ratzinger tale strumento è («purtroppo»…) diventato inefficace, in quanto la vittoria della teoria evoluzionista ha comportato il superamento di una «idea di natura in cui natura e ragione si compenetrano, la natura stessa è razionale»: oggi prevale nettamente l’idea che «la natura come tale non sarebbe razionale, anche se in essa v’è un atteggiamento razionale: questa è la diagnosi che per noi ne deriva e che oggi appare per lo più inoppugnabile». Circa l’ultimo elemento del diritto naturale che sembra essere sopravvissuto alla crisi della nozione di natura, cioè i diritti umani, egli sottolinea che «essi non sono comprensibili senza presupporre che l’uomo in quanto tale, semplicemente per la sua appartenenza alla specie umana, sia soggetto di diritti, che il suo essere stesso comporti valori e norme che devono essere individuati, ma non inventati». E in proposito il cardinale prospetta che la teoria dei diritti umani oggi dovrebbe forse «essere integrata da una dottrina dei doveri umani e dei limiti umani, e ciò potrebbe però aiutare a rinnovare la questione, se non ci possa essere una ragione naturale, e dunque un diritto razionale, per l’uomo e la sua esistenza nel mondo. Un simile discorso dovrebbe oggi essere interpretato e applicato interculturalmente. Per i cristiani ciò avrebbe a che fare con la creazione e con il Creatore. Nel mondo indiano corrisponderebbe al concetto di “Dharma”, la legge interna all’essere, nella tradizione cinese all’idea degli ordinamenti celesti».

In terzo luogo, per la constatazione circa l’importanza cruciale dell’interculturalità come dimensione inevitabile della discussione sulle questioni fondamentali dell’essere umano, con la connessa non universalità di fatto di entrambe le principali culture dell’occidente, quella della fede cristiana e quella della razionalità laica (ancorché «entrambe esercitino – ciascuna a suo modo – un influsso su tutto il mondo e su tutte le culture», resta «un dato di fatto che la nostra razionalità secolare, per quanto illumini la nostra ragione di formazione occidentale, non è comprensiva di ogni ragione che, in quanto razionalità, nella sua ricerca di rendersi evidente urta contro dei limiti»). Se dunque «la cosiddetta etica globale resta un’astrazione» (e il riferimento, garbato ma fermo, è evidentemente al suo antico condiscepolo Hans Küng), l’unica strada sotto il profilo pratico è quella – e sul punto Ratzinger manifesta un ampio accordo su quanto aveva esposto Habermas – della disponibilità ad apprendere e della autolimitazione da entrambe le parti, per cui abbiamo «necessità di un rapporto correlativo tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate alla reciproca chiarificazione e devono far uso l’una dell’altra e riconoscersi reciprocamente», all’interno di un processo universale e interculturale di chiarificazione, «in cui infine le norme e i valori essenziali in qualche modo conosciuti o intuiti da tutti gli esseri umani possano acquistare nuovo potere di illuminare, cosicché ciò che tiene unito il mondo possa nuovamente conseguire un potere efficace nell’umanità». Come si vede, al termine del ragionamento si torna idealmente al punto di partenza della Lumen fidei.

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https://appuntidiculturaepolitica.it/2023/01/25/joseph-ratzinger-benedetto-xvi-dal-dialogo-con-habermas-alla-lumen-fidei/
[Titolo originale dell’articolo: Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: dal dialogo con Habermas alla «Lumen fidei»]

POPULISMO, L’AVVERSARIO DA BATTERE.

C’è un grande ostacolo da rimuovere se si vuol perseguire sino in fondo il triplice obiettivo di rilanciare la politica, ridare un ruolo ai partiti popolari e democratici e riscoprire le culture politiche tradizionali che sono in grado di archiviare la mediocrità del dibattito pubblico di questi ultimi anni. E questo ostacolo da rimuovere lo si definisce con un semplice sostantivo: populismo. Perchè il populismo è il tarlo che corrode la nostra democrazia, è il metodo che criminalizza tutto ciò che è riconducibile al passato e, in ultimo, introduce nella dialettica politica reale la deriva trasformistica ed opportunistica. E questo per la semplice ragione che il populismo non ha una cultura politica, non ha una storia politica nè, tantomeno, un progetto politico di medio/lungo periodo. Per non parlare della classe dirigente… E, di conseguenza, chi cavalca la deriva populista è disposto a tutto pur di restare al potere o di conquistare nuovi consensi trasversali.

Ora, senza disperdersi in lunghe analisi, è appena sufficiente fotografare il comportamento concreto del partito populista per eccellenza, cioè il partito di Grillo e di Conte, in questi ultimi anni per avere la precisa consapevolezza di come si declina il populismo nella concreta dialettica politica italiana. E se questo partito ha avuto un brusco rallentamento elettorale alle ultime elezioni politiche, non si può non ricordare che i consensi ai populisti pentastellati continua ad essere significativo. Certo, uno degli elementi decisivi di questo consenso massiccio è dovuto al fatto che essendo un partito senza linea e senza alcun progetto politico, può coprire tutte le parti in commedia, come si suol dire. E cioè, ad esempio, dopo essere stati fortemente europeisti ed atlantisti durante la prima fase del conflitto russo/ucraino, nell’arco di pochi giorni diventare scientificamente pacifisti se non addirittura equidistanti. E, ancora, nell’arco di poche settimane si diventa sostenitori per eccellenza della sub cultura assistenzialista e pauperista del nostro paese senza battere ciglio. Per non parlare dell’ultima vocazione ecologista ed ambientalista. Insomma, come si suol dire, ci troviamo di fronte ad un approccio politico che contempla “il tutto e il contrario di tutto”.

Ecco perchè il populismo è pericoloso e soprattutto insidioso per chi crede nel recupero di credibilità ed autorevolezza della politica e dei suoi strumenti principali, cioè i partiti e le culture politiche. E può rappresentare, purtroppo, un vulnus che blocca lo stesso rinnovamento della politica dopo una stagione all’insegna della improvvisazione, del decadimento etico e del “nulla della politica”, per dirla con Mino Martinazzoli. Stupisce, al riguardo, che il partito erede della storica filiera della sinistra italiana del Pci/Pds/Ds, cioè il Partito democratico, pensi ancora di stringere alleanze organiche con il partito populista per eccellenza, declinandola come alleanza “dei progressisti”.

Ma, al di là di questo ‘mistero’ politico, è indubbio che il populismo era, è e resta il pericolo politico, culturale ed etico maggiore se vogliamo realmente invertire la rotta della politica italiana rispetto a ciò che è concretamente capitato in questi ultimi tempi. E questo al di là della costruzione delle rispettive coalizioni politiche e della stessa dialettica politica contemporanea.

OCCIDENTE-BRICS, UN DIALOGO POSSIBILE ANCHE GRAZIE ALL’ITALIA.

La guerra è sempre un inutile e intollerabile spreco di vite umane (e rivela pure con spietatezza quali siano le classi sociali e gli stati “spendibili” e quelli no). Non fa eccezione la guerra in Ucraina, deliberatamente “seminata” negli anni dal 2014 in avanti da una parte, la “nostra”, e colpevolmente non evitata dall’altra, la Russia, nonostante le gravi provocazioni ricevute e nonostante possa contare su innumerevoli strumenti di pressione e su una invidiabile reti di relazioni e di alleanze internazionali, con cui avrebbe potuto cercare comunque una soluzione diplomatica al conflitto nel Donbass.

Ma tant’è. A questo punto siamo giunti. Quando il sistema di alleanze di cui fa parte l’Italia si schiera, le nostre istituzioni si schierano. Tocca piuttosto alla opinione pubblica, e alle forze politiche nelle modalità più appropriate e responsabili, dibattere le opzioni per giungere alla pace, avanzare domande, prospettare una strategia per il dopoguerra. Partendo dal considerare tutti gli scenari possibili (almeno quelli immaginabili) tra i quali anche quelli più sfavorevoli per ciascuna parte. Come, ad esempio, ha provato a fare il sociologo Mauro Magatti, nel suo editoriale di ieri su Avvenire. In particolare quali potrebbero essere le conseguenze per l’Europa di una non vittoria in Ucraina? E per la Nato? Come si comporterebbe la Turchia nel caso? Uno sguardo sullo scenario peggiore aiuta a guardare con più realismo a quelle che sono le reali posizioni delle parti anziché a quelle che si vorrebbe che fossero.

La linea della Russia verso l’Occidente appare chiara, sintetizzabile nel seguente modo: “smettetela di pestarci i piedi, in passato non avete voluto riconoscere la neutralità dell’Ucraina, anzi ve la siete presa, comprata, l’avete militarizzata; ora dovrete accettare la sua divisione”. Stop, nessuna ulteriore minaccia. Invece la linea dell’Occidente verso la Russia rischia di risultare più ambigua. Nessuno sano di mente in Europa (ad eccezione della setta neocon, che, anche in Italia, detta la linea nelle redazioni) si sognerebbe di cimentarsi in una guerra che abbia come obiettivo ultimo lo smembramento della Russia, passando dalla “liberazione” di tutti i territori dell’Ucraina (cosa che nella situazione data viene interpretata da Mosca come una dichiarazione di guerra totale). Anche una parte dell’establishment americano sembra essere di questo avviso.

Ma c’è un’altra parte di élite occidentale, espressione del “magico” mondo della speculazione finanziaria, di alcuni fra i giganti del digitale, che controlla pressoché integralmente la catena dell’informazione occidentale, che coltiva il sogno, la distopia, di un “proprio” governo mondiale e che vede nel multipolarismo che nei fatti si sta affermando, una alternativa (per loro una minaccia) a questo loro progetto di potere, e quindi appare determinata ad andare fino in fondo nel regolare i conti con la Russia. Questo, e non altro, a giudizio di molti osservatori a livello internazionale, costituisce il principale ostacolo al dialogo e alla pace. Un ostacolo che solo l’Occidente, cominciando dal suo centro, gli Stati Uniti, può cercare di rimuovere dal proprio interno, prima che possa scoccare l’ora di una concatenazione di eventi inarrestabili.

Se invece dovesse perdurare l’attuale situazione di stallo nel potere americano, con i neocons che spingono per l’escalation del conflitto in Europa, e l’ala “realista” non sufficientemente forte per imporre una definitiva via d’uscita ma ancora in controllo della situazione, su impulso di quest’ultima gli Stati Uniti potrebbero finire per puntare proprio ancora sull’Italia per superare il loro attuale arroccamento su un unilateralismo d’altri tempi, puntando sul fatto che il nostro Paese possa fungere in qualche modo da ponte se non addirittura da apripista, verso il mondo dei Brics. E così magari la strettissima collaborazione che si registra tra Algeri e Roma in campo energetico (frutto, per parte italiana di una totale intesa bilaterale con gli Usa)  potrebbe finire per rivelarsi ancor più preziosa in futuro nell’avvicinare l’Occidente, attraverso l’Italia, al formato Brics Plus (i Brics allargati) del quale l’Algeria va a costituire un perno fondamentale. Non a caso il prossimo vertice Brics che la presidenza di turno sudafricana sta organizzando per il prossimo agosto, avrà per tema proprio “BRICS e Africa”. 

Forse un giorno si giungerà a un accordo di pace sui territori contesi in Ucraina. Ma ciò che potrà renderlo stabile e duraturo, dipenderà innanzitutto da un riconoscimento reciproco tra Occidente, Russia e le altre nuove potenza di questo secolo, come attori con pari dignità nella definizione della politica mondiale. Una cosa appare sin d’ora abbastanza chiara: opporsi al multipolarismo solo con la guerra, impedisce all’Occidente di concorrere a guidarlo e ci espone al rischio di doverlo poi in qualche modo subire.

LAZIO, PADOVANO (LISTA D’AMATO): “LA DESTRA DIVIDE, VA FERMATA” | INTERVISTA

Negli ultimi anni il territorio è andato acquisendo un’importanza crescente nelle politiche di sviluppo in Italia, mentre si è riacceso il dibattito sul suo significato e sulle trasformazioni che segnano il nostro tempo. Come “ripensare” il territorio regionale alla luce del nuovo scenario sociale?

In questa fase molto particolare della storia del nostro Paese, della sua modernizzazione e della sua trasformazione, in un momento marcato da una lunga crisi economica, ma anche di valori che segnano la conclusione di un ciclo di sviluppo, sembra importante confrontarsi con un periodo di transizione altrettanto complesso nel quale affondano le radici di molti dei processi che oggi mostrano i loro controversi esiti.

Nell’ultimo quinquennio, ovvero il periodo della crisi che ha travolto molti Paesi del mondo e in particolare l’Europa, le trasformazioni politiche, economiche e sociali intervenute hanno generato un disorientamento diffuso a partire dal nesso tra politiche urbane e luoghi (città, metropoli, regioni urbane, territori, paesaggi) e dunque anche la città di Roma di cui sono evidenti le rovine e le ferite lasciate nel sistema sociale e ambientale. Le ultime e ravvicinate crisi hanno colpito le persone e le comunità in modo profondo, nella ricchezza materiale e in quella interiore.

Una strategia di uscita dalla crisi globale non può essere che una strategia articolata, aperta, in grado di agire sulla molteplicità dei fattori che ne sono all’origine. Dobbiamo vedere il territorio, nella sua concezione più ampia e considerarlo una fondamentale possibilità e opportunità per l’uscita positiva dalla crisi: il territorio come chance plurale, complessa, come opificio di futuro durevole. Dobbiamo perseguire l’idea di uno sviluppo che sia a misura del territorio. Questo è l’elemento culturale su cui edificare il futuro. La riscoperta e la reinvenzione del territorio può essere il fondamento di un processo di trasformazione e di riconversione dell’economia e dello sviluppo. Un tema su cui anche Papa Francesco in questi anni ci ha invitato a riflettere. Non si tratta di un obiettivo semplice e riposante. La condizione attuale è infatti il risultato di un lungo processo di crescita basato sullo sfruttamento senza limiti del territorio e dell’ambiente. 

La “nuova economia” passa attraverso un modo nuovo di intendere il territorio. Favorire l’innovazione e investire sulla qualità e sulle tecnologie consentendo alle imprese e alle persone servizi sempre migliori innovando spazi e i luoghi d’incontro sociale e di identità lavorativa incentivando la creazione di nuova occupazione con il coinvolgimento dei giovani, in modo da non disperdere saperi, identità e conoscenze. L’idea della comunità al centro del sistema economico e non il contrario.

D: Nella Lista Civica D’Amato in ogni provincia del Lazio c’è una donna capolista: Marta Bonafoni a Roma, Valeria Campagna a Latina, Silena D’Angeli a Rieti, Pina Barattelli a Viterbo, Jole Falese a Frosinone. Una scelta politica forte e una dimostrazione di sensibilità da parte del candidato presidente…

Certamente sì, una scelta importante e impegnativa per le candidate che dimostra una sensibilità verso le donne.

D: Nel programma della Lista Civica D’Amato spicca il reddito di formazione: 800 euro al mese per i giovani in cerca di occupazione. Come si può contrastare con efficacia la sotto-occupazione giovanile, anche in un’ottica di superamento del Reddito di cittadinanza?

Direi che è uno strumento diverso per natura. Il “Reddito di formazione” è un’indennità mensile di 800 euro a chi partecipa a corsi di formazione: con l’ambizione di avere una formazione ‘utile’. Le nostre imprese spesso lamentano di non trovare personale adeguato alle loro esigenze. Questo strumento, la cui applicazione va condivisa con il mondo dell’impresa, necessita di una fase iniziale di sperimentazione che consentirà di valutarne l‘efficacia, per poi diventare strumento ordinario. Il reddito di formazione è una tessera di una proposta più complessiva. Nei prossimi anni dobbiamo intervenire sulle politiche del lavoro perché questa è una fase di transizione e il futuro non è confortante. Il lavoro debole, che è parte di questa realtà, si contrasta con la formazione e incrociando domanda e offerta. Occorre anche intervenire sulle politiche industriali a partire dall’accesso al credito. E tra le urgenze c’è la realizzazione di un piano che sostenga le PMI: dalla formazione alla sostenibilità, dal passaggio generazionale alle indicazioni europee ispirate al principio “Pensare prima in piccolo” per adeguare il sistema normativo alle esigenze delle PMI. 

D: Analoga attenzione viene dedicata al tema della sanità territoriale. Le parole del candidato presidente della coalizione di centrodestra, Francesco Rocca, sulle “sinergie tra pubblico e privato” (nell’ottica di ridurre le liste d’attesa) lasciano intendere, in realtà, una graduale privatizzazione del sistema sanitario regionale. Il ‘modello Lombardia’ è auspicabile per la regione Lazio?

Il nostro sistema regionale e nazionale è già integrato pubblico – privato e semmai occorre rilanciare il pubblico se vogliamo risolvere problemi come quello delle liste d’attesa. Le quali sono dovute a carenze infrastrutturali, di personale e fondi, nonché alle “difficoltà” della medicina del territorio, assistenza e cure primarie. Tutto ciò sovraccarica i PS ed i reparti ordinari con conseguenze devastanti sulle liste di attesa che si allungano e si “sfaldano” a favore di privato e privato convenzionato, creando ulteriore caos e disorganizzazione. Bisogna intervenire per eliminare le difficoltà esistenti. Occorre rifondare il sistema investendo nella medicina del territorio e di prossimità, nella medicina generale, possibilmente non libero professionale ma con impegno orario subordinato facendosi carico delle necessità assistenziali dei pazienti creando percorsi definiti e coordinandosi con un adeguato sistema di cure ed assistenza domiciliare. E’ parte di questo quadro garantire una stabilità e giusta remunerazione per rendere il SSN attraente per giovani medici e professionisti di alto profilo ad oggi concentrati su un pubblico e/o privato accreditato più competitivo ed efficiente. Inoltre occorre creare un sistema di prevenzione con osservatori continui onde evitare future criticità nel caso di eventuali pandemie, nonché carenza di assistenza e cura nelle patologie da affrontare in urgenza, come quelle cardiologiche, neurologiche, pneumologiche, chirurgiche, traumatologiche, infettivologiche e nelle patologie oncologiche vera grande sfida per un’incidenza che cresce ed una popolazione che invecchia.

Mi sembra che il modello di sanità lombarda, e non solo per quello, ha mostrato tutte le sue difficoltà durante la pandemia.

D: Parliamo di Roma Capitale: all’orizzonte ci sono traguardi importanti, di cui potrà beneficiare tutta la Regione (Giubileo 2025, candidatura a Expo 2030). Quanto è importante una rinnovata partnership istituzionale tra la Pisana e il Campidoglio?

Ci dobbiamo credere. La partnership è fondamentale perché questa regione vive una complessità in più rispetto alle altre: quella di avere all’interno la Città Capitale la quale impone il suo ruolo nell’articolato sistema delle autonomie territoriali che caratterizza il nostro Paese. Questo tema antico si ripropone anche oggi alla “vigilia” del Giubileo 2025 e candidatura a Expo 2030. Il tema delle relazioni centro-periferia da tempo è diventato, in tutti i Paesi, oggetto di forti tensioni istituzionali, che in qualche caso sfiorano le forme di aperto conflitto.

Qual è il senso della battaglia elettorale, perché scegliere D’Amato? La destra punta a vincere e sembra avere il vento in poppa. 

Nel Lazio si è formata una coalizione che corrisponde al modello più genuino di centro-sinistra, di cui conoscemmo in passato, con la formazione dell’Ulivo, la prima importante sperimentazione. Votare D’Amato significa investire, quindi, sulla difesa e sul rilancio di una coalizione autenticamente riformatrice. Dobbiamo fermare la destra, il suo consenso non è stabilizzato. In effetti, l’opinione pubblica oscilla nel giudizio sul Governo Meloni. Passa da Palazzo Chigi un messaggio di divisione, quando invece nel Paese c’è voglia di coesione e solidarietà. Allora, se vinciamo nel Lazio l’ambizione della destra può essere fortemente ridimensionata. Responsabilmente, noi vogliamo unire e non dividere.

GIORGIA MELONI, OBIETTIVO PARTITO CONSERVATORE.

Giorgia Meloni è da tre mesi alle prese con le difficoltà del governare. Un’impresa certo più complicata del contestare chi governa, esercizio nel quale lei per anni si è cimentata con buona qualità e indubbio successo. In queste prime battute è parsa muoversi con una certa prudenza, anche se talvolta condita con qualche asperità rimasta inevitabilmente nelle sue corde, ma tuttora non è riuscita ad evitare alcuni passi falsi, suoi o più frequentemente dei suoi ministri, che hanno comportato imbarazzanti retromarce di sicuro non gradite alla premier ma oggettivamente non evitabili. Oltre a ciò, ma questo è noto, deve guardarsi le spalle dai suoi due infìdi alleati, entrambi invidiosi del suo successo e smaniosi di recuperare un consenso perduto che però non tornerà. 

Eppure, dietro la coltre di queste tutto sommato inevitabili difficoltà (e scontando il pedaggio dovuto all’inesperienza: Palazzo Chigi non è un luogo facile), pare di individuare nella leader di Fratelli d’Italia un disegno politico e culturale assai ambizioso, necessitante di tempo (e infatti non per caso ripete spesso che il suo governo durerà l’intera legislatura) e di costanza tutt’altro che illusorio, e perciò sarebbe utile per i suoi avversari politici, al centro e alla sinistra, non sottovalutarlo. Dal punto di vista culturale l’ambizione è connettere il vecchio pensiero conservatore, a suo dire da troppi anni in Italia dileggiato e lasciato ai margini della politica e della società, con la modernità espressa dal mondo occidentale così che essa non sia solo il portato del progressismo della Sinistra e di certo radicalismo liberal, bensì venga contaminata dal senso profondo della tradizione incarnato dalla religione, dalla famiglia, dalla nazione e insomma dai valori tipici della Destra conservatrice, ma non più meramente post-fascista e neppure post-missina.

A questo fine sarà utile andarsi a rileggere il discorso col quale la premier ha presentato il proprio governo alle Camere e in particolare il “pantheon” di personalità ivi citate. Un ruolo rilevante nel recupero di figure importanti per il sentire della Destra è immaginabile che Meloni lo abbia assegnato al ministro Sangiuliano, un giornalista con il vezzo dell’intellettuale che per il momento si è distinto solo per una esibita saccenza peraltro alquanto vacua, ma che è uno studioso di Giuseppe Prezzolini, nazionalista non fascista amico di uomini rilevanti del conservatorismo italiano, Indro Montanelli per citarne uno. E questo qualcosa vuol dire. L’uscita su Dante del Ministro della Cultura per quanto assurda possa apparire (ed essere) è parte, a mio avviso non improvvisata, di questo disegno teso a costruire un profilo nazionale più sostenuto e consapevole al Paese (termine non a caso mai utilizzato dalla Presidente del Consiglio, che in ogni circostanza utilizza e ostenta il vocabolo “nazione”, appunto).

Altrettanto rilevante, in questo caso sotto il profilo sociale, è la vicinanza empatica che Giorgia Meloni desidera trasmettere se non proprio interpretare fisicamente con i ceti più popolari, i meno favoriti nella battaglia quotidiana della vita, gli sconfitti della globalizzazione, i disagiati, insomma chi non ce l’ha fatta o rischia di non farcela. L’insistito richiamo alle sue origini umili, al suo essersi cavata da sola fuori da una condizione di partenza difficile non è casuale, né un mero vezzo da esibire in qualche trasmissione televisiva. Il suo libro autobiografico, una sincera confessione che ha trovato un forte riscontro di vendite un anno prima del successo elettorale, è un inno al suo essere una “underdog”, come ha voluto – sempre non per caso – rimarcare nel suo intervento alla Camera dei Deputati. Un termine anglosassone per rimarcare un concetto, l’essere stata “sfavorita” nel suo approccio alla vita, una condizione che è di tanti, persone che vanno aiutate dallo Stato ma che – come lei ha fatto, ad esempio anche imparando l’inglese – devono pure impegnarsi da sé, attivarsi per uscire da una situazione di difficoltà che può essere provvisoria, che deve essere provvisoria se davvero c’è la volontà di uscirne (l’ostilità verso il reddito di cittadinanza può essere letta anche attraverso questa luce interpretativa).

L’aspetto sociale è dunque ben presente nella sua visione politica, non per nulla sviluppatasi in un’organizzazione di destra avente al suo interno una forte componente sindacale e, appunto, sociale. Pure di questo l’opposizione dovrà tenere conto. Infine v’è l’aspetto politico, che come sempre è quello decisivo. Diversi indizi lasciano ritenere che questa partita Meloni intenda giocarla a un livello più alto, ovvero sul piano internazionale. Volendo lei saldare fortemente la “nazione Italia” all’occidente atlantico, sta procedendo lungo due direttrici di fondo. Da un lato l’alleanza con gli USA, anche quando a Washington comandano i democratici. E questo comporta la condivisione stretta della linea americana sulla guerra in Ucraina, con tutte le conseguenze del caso. Così facendo Meloni mantiene un raccordo con i Paesi dell’oriente europeo, ovvero quelli più scettici o addirittura ostili nei confronti della UE come è oggi (al pari di quanto pure lei ritiene) e maggiormente inclini ad una alleanza di ferro con gli Stati Uniti. Dall’altro il tentativo (ancora appena abbozzato, tutto da costruire, trattandosi di operazione assai delicata e complicata) di cambiare l’asse portante dell’Unione Europea, che è sempre stato detenuto dalla collaborazione fra Popolari e Socialisti lungo la direttrice franco-tedesca. Ora, muovendo dal suo ruolo apicale presso i Conservatori europei e da quello di leader del primo partito italiano, sta studiando la possibilità di mutare gli equilibri di Bruxelles. Primo passo per una “rivisitazione” dell’impostazione generale se non addirittura dei Trattati fondativi dell’Unione.

È questa la cornice entro la quale collocare i ripetuti incontri con Manfred Weber, capogruppo PPE a Strasburgo, uno dei massimi dirigenti popolari tedeschi maggiormente interessati ad un possibile progetto neo-conservatore. Come si sa, con l’uscita di scena della signora Merkel la CDU, complice anche la sconfitta elettorale patita nel 2021, ha virato verso destra le proprie politiche e dunque l’ipotesi di un asse europeo in grado di emarginare i socialisti non viene disdegnata. Il tempo, un anno, per sviluppare il progetto c’è. Non tutto è, naturalmente, così semplice. Numerosi sono gli intoppi – a cominciare da quelli di natura interna, Meloni lo sa bene – che si incontreranno lungo la strada. Ma è percorrendo quest’ultima che la Destra italiana avrà la possibilità – aiutata anche dall’immersione di realismo che il governo di un paese necessariamente impone – di lasciarsi alle spalle l’ingombrante peso di un passato inquinato da intollerabili rigurgiti fascisti e missini. Un’altra possibile variazione di scena, quella di un nuovo e forte Partito Conservatore italiano, che i suoi avversari dovranno esaminare con cura per adottare le più opportune contromosse. Naturalmente ciò di cui si è scritto qui naviga nel mare delle ipotesi, con una qualche effettiva possibilità, però, che il disegno sia effettivamente questo. I prossimi mesi ci diranno qualcosa in merito. In un senso o nell’altro.

DIALOGHIAMO, NON C’È TEMPO DA PERDERE PER I LIBERI E FORTI.

Le riflessioni degli amici Fioroni e D’Ubaldo su Il Domani d’Italia di ieri (Il PD fa passi indietro: tempi nuovi per i Popolari?) e contestualmente quella di Giorgio Merlo (Cambio di scena: destra sinistra e centro…non più tabù) confermano le difficoltà/impossibilità di continuare l’esperienza politica in un PD sempre più orientato a ricomporsi nella sua unità originaria della sinistra italiana. Anche a destra, come scrive Giorgio Merlo, la presidente Meloni tenta “di interpretare con eleganza e diligenza, la destra politica, culturale e sociale italiana”.

Contrariamente a quanto alcuni amici democratico cristiani hanno deciso, nel recente ufficio politico di quel partito, ossia di scendere in campo anche nelle prossime elezioni regionali del Lazio e della Lombardia a sostegno delle candidature di destra, appartengo a quel gruppo di “DC non pentiti” convinti che la fedeltà alla nostra migliore tradizione storico politica, ci imponga di concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Una ricomposizione dell’area popolare, premessa indispensabile per favorire la nascita del centro nuovo della politica italiana, ampio e plurale: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. 

Un centro aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. È quanto con gli amici della Federazione Popolare Dc ci siamo proposti alcuni anni fa e che, adesso, potrebbe essere concretamente sperimentato con gli amici Popolari già partecipi dell’esperienza nel Pd. Uniti sui valori fondanti della dottrina sociale cristiana e sulla fedeltà alla Costituzione repubblicana, dovremmo impegnarci tutti insieme per un progetto indispensabile al rafforzamento del sistema democratico del nostro Paese.

A Venezia siamo interessati a favorire l’avvio di un centro civico popolare di partecipazione democratica, nel quale aprire finalmente, dopo anni di silenzi e di divisioni nella diaspora post democristiana (1993-2023), il dialogo tra i diversi movimenti, associazioni, gruppi e persone appartenenti alla vasta area politico culturale popolare. Se anche dal centro nazionale tale progetto fosse favorito, con l’obiettivo di preparare un’assemblea costituente nella quale definire la proposta politico programmatica di area popolare e scegliere la nuova classe dirigente, credo che sarebbe oltremodo utile e opportuno. Lasciamo alle foglie caduche d’autunno di quanti sono interessati, pur di sopravvivere, al ruolo di ascari reggicoda della destra o della sinistra, di sottrarsi a questo impegno. Crediamo, invece, che spetti ancora ai “liberi e forti italiani del XXI secolo”, raccogliere il testimone della migliore tradizione sturziana e degasperiana, per offrire una nuova speranza a un Paese in grave crisi culturale, economica e sociale, e una sponda sicura per il sistema democratico italiano. 

LAVORATORI FRAGILI, LACRIME DI COCCODRILLO E LACRIME VERE.

Notizie di stampa riferiscono di un ripensamento, potremmo dire un ravvedimento, della politica di fronte al problema insoluto delle tutele dei lavoratori fragili. Pare che in questi gg il Ministro del Lavoro Calderone si sia pronunciata a favore di una riscrittura delle tutele, oltre la situazione veramente miserevole e ingiusta attualmente in vigore, per portare un po’ di equità di trattamento tra lavoratori di serie A e di serie B: sembra infatti che se ne parli in Senato. Il decreto aiuti-bis – quello definito un “traguardo raggiunto” dal Ministro pro-tempore Andrea Orlando – scaduto il 31 dicembre u.s. era stato rinnovato pari-pari, recando con sè una discriminazione di fondo persino inaccettabile: quella che riguardava e riguarda tuttora la possibilità per i fragili di accedere allo Smart working. Tutela che non spettava e non spetta al momento tutti i lavoratori bensì coloro il cui profilo professionale consente questa opzione. Per gli altri il nulla. Eppure la Costituzione parla chiaro: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, non si possono creare discriminazioni per sesso, credo, fede e aggiungo lavoro, soprattutto in una Repubblica fondata sul lavoro. Questa separazione tra aventi diritto e reietti ha gettato nel panico migliaia di lavoratori fragili le cui patologie sono comprese nel D.M. salute (cd. “Speranza”) del 4 febbraio 2022. Prima era il “medico competente” a valutare situazioni di inidoneità temporanea, in regime di pandemia e di “stato di emergenza”, ora il D.M. citato elenca le patologie dei “fragili” per definizione.

Stiamo parlando, signore e signori, di chemioterapici, immunodepressi, affetti da patologie degenerative, che assumono farmaci pesanti, che si sottopongono a terapie cicliche, che sono sovraesposti al contagio da Covid. Ci si chiede innanzitutto perché in tutto il periodo di vigenza del decreto aiuti-bis non si sia provveduto a sanare la discriminazione tra chi può fare lavoro agile e chi invece deve recarsi nella sede di servizio (e per auto-tutelarsi deve fare ricorso alla malattia del proprio comporto contrattuale e poi alle ferie) : la domanda si è protratta per tutto il mese di gennaio, nonostante il pressing di chi si rivolgeva al Presidente del Consiglio, ai Ministri competenti, alla loro burocrazia, al Parlamento (io mi metto tra questi) senza mai ottenere un cenno di riscontro, una parola di attenzione, una dichiarazione basata su sentimenti di consapevolezza e umanità. Non ne ha parlato nessuno, l’argomento non è stato mai affrontato neanche nei programmi televisivi dedicati alla politica, alla legge di bilancio e al decreto milleproroghe. Un silenzio assordante che ora sta prendendo voce a seguito delle segnalazioni di casi disperati. Ho letto la dichiarazione di vari esponenti politici di ogni parte. “Sarebbe molto grave se il Governo non facesse quello che la Ministra Calderone ha dichiarato in aula” ha tuonato un’esponente del Pd, dimenticando che questa situazione vige dai tempi del decreto aiuti bis voluto dal Ministro Orlando.

Dov’era allora la politica? Ai tempi della Presidenza Conte – è vero, si era in periodo di emergenza – però le tutele erano state approvate e poi, tra alti e bassi, prorogate fino al 30/6/2022. Dopo il nulla, o peggio: la discriminazione in base al lavoro svolto a parità di gravità di patologia. La politica dimostra sovente superficialità e ignoranza: uno è fragile non per il lavoro che fa ma per la malattia che ha. Delegando pilatescamente ogni decisione ai datori di lavoro nuove ingiustizie hanno alimentato quella di fondo. Associazioni e riviste “tecniche” con leggerezza hanno scritto articoli da cui si evinceva che la tutela dello smart working valeva per tutti, senza distinzioni. E ciò ha creato disorientamento e disparità di trattamento. I datori di lavoro si sono trovati a gestire una situazione incredibile: rispondere a quesiti e istanze dei dipendenti senza alcuna istruzione o direttiva governativa. Nella scuola si è creata una realtà caotica: c’ stato persino chi ha chiesto di fare smart working in quanto fragile e questa fragilità, anziché essere una condizione da tutelare e proteggere ha finito per diventare un vulnus, un difetto: si ha notizia di lavoratori spediti alla visita di controllo del MEF solo perché ammalati di una patologia che è inclusa nel D.M. Salute citato: cornuti e mazziati, con il rischio di essere licenziati.

Ora siamo al capolinea: o si chiariscono e si stabiliscono norme eque, giuste, capaci di tutelare tutti i fragili o la discriminazione è destinata a durare nell’indifferenza generale. A questo punto solo la magistratura potrebbe intervenire per l’incostituzionalità manifesta di una legge dello Stato che fa figli e figliastri: io lo segnalo come quel tale che invocava un giudice a Berlino (per noi a Roma). Una vergogna, non c’è termine più adatto. Ma se il Governo e il Parlamento intervengono, ripristinino le tutele previgenti: e non chiamiamo per favore populista chi le aveva introdotte, piuttosto considerino la leggerezza di valutazione e l’incompetenza di chi le ha tolte e non rinnovate, gettando la gente nel caos: ci sono situazioni disperate e di umiliazione, solo una legge chiara e certa, illuminata potrebbe risolvere. Vediamo se questa volta si fa sul serio e si azzera tutta la burocrazia nata da una situazione di partenza iniqua, che ha generato comportamenti persino di accanimento nei confronti di persone malate che meritano solo comprensione e aiuto. Stato o Nazione che sia dobbiamo essere civili, non dire che lo siamo.

CRISTIANESIMO, LA STRADA PER IL RINNOVAMENTO DELL’OCCIDENTE.

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Vittorio Possenti

La questione dell’umanesimo rimane in modo permanente al centro della storia contemporanea, come lo è stata per il Concilio che ne ha rilanciato il problema, ricordando il compito del cristiano nella città dell’uomo. All’inizio del suo pontificato Giovanni Paolo ii osservava: «La verità che dobbiamo all’uomo è innanzi tutto una verità sull’uomo». Esplicito era l’invito ai credenti ad essere presenti nella controversia sull’humanum e sul divinum. Decenni dopo, il convegno della Chiesa italiana a Firenze riprendeva il tema: «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo» (2015). Era ormai chiaro che la crisi dell’umanesimo cristiano entro l’Occidente secolarizzato si era accentuata, per cui rimaneva ineludibile la domanda su come ridargli vita. Il nuovo umanesimo in Cristo altro non è che è l’umanesimo dell’Incarnazione del Verbo, procedente dal Verbum caro.

In questa visione si riassume il significato di Umanesimo integrale (1936), al cui centro sta l’evento dell’Incarnazione del Verbo, e il suo valore nella storia universale. Da ciò prende origine ciò che Maritain chiama sì umanesimo, «ma umanesimo teocentrico, umanesimo integrale, umanesimo dell’Incarnazione», ossia cristocentrico, in cui il divino e l’umano si danno la mano. Con ciò si introducevano il rapporto religione-cultura, l’idea di cristianesimo come promotore delle civiltà ed il compito dei credenti nella città. Il rapporto fra cristianesimo e culture veniva impostato come necessario, ma non in forma univoca. Il primo, ponendosi come trascendente e perciò “altro” rispetto alle civiltà, ha interrotto quel nesso rigido fra una religione e una cultura che sembra sussistere in altri ambiti religiosi. L’alterità e la trascendenza del cristianesimo sono garanzia della sua efficacia benefica: la religione cristiana «trascende ogni cultura e ogni civiltà. È la suprema benefattrice delle civiltà e delle culture e, d’altra parte, è indipendente in sé stessa da queste: libera, universale, strettamente universale, cattolica».

Il Concilio Vaticano II ha fatto propria questa prospettiva: «In realtà, solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (Gaudium et Spes, n. 22). Il brano continua: «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato». Il nesso cristologia-antropologia viene ormai affermato come il criterio ermeneutico per l’antropologia cristiana. L’uomo fa riferimento a Cristo e si comprende a partire da lui, non viceversa: non è Adamo che spiega Cristo, ma Cristo che spiega Adamo. La teologia della politica nell’evo cristiano mantiene la trascendenza e l’immanenza del cristianesimo: non perde il suo significato soterico, divino, né la capacità di ispirare liberazione, giustizia, rispetto e amore nella vita sociale e politica, contrastando la distruzione della verità antropologica da parte delle varie forme del secolarismo. La capacità del cristianesimo di edificare civiltà non è esaurita, e non si riduce a magniloquente universal-umanismo, sempre a rischio del suo contrario.

Tutto ciò si riflette sulla Chiesa, che non è in primo luogo una comunità di argomentazione, ma un popolo, una comunione di fede, di prassi, di preghiera, di unione nella vita buona; una comunità di discorso-racconto di quanto accadde (memoria storica) e di quanto attendiamo (atteggiamento prolettico rivolto al futuro ed alle cose ultime). Anche la Chiesa è un “popolo”, il popolo di Dio, ed un “corpo”. Non un corpo politico come lo Stato o la società politica, ma il corpo mistico di Cristo, centrato sull’eucaristia. Quest’ultima è la continuazione dell’Incarnazione, è “liturgia pubblica” che crea e nutre: essa ricuce una comunità che le vicende politiche tendono a lacerare.

La perdurante importanza di Umanesimo integrale sta anche nell’aprire la porta alla filosofia cristiana della storia, di cui Maritain fissò le fondamentali direttrici. Proprio quando al culmine dello storicismo questa disciplina stava per essere dichiarata morta e sepolta, nell’ambito della filosofia dell’essere e del tomismo sorgeva su antica radice e con speciale attenzione alla modernità una concezione della storia che rappresenta tuttora una possibilità aperta. Facendo posto all’azione umana indirizzata da un umanesimo integrale, la filosofia della storia elaborata da Maritain accoglie l’idea dello sviluppo, e intende completare l’opus philosophicum con tale disciplina. Ne abbiamo particolare bisogno in quanto i sistemi di filosofia della storia ereditati dal XIX secolo risultano inservibili e superati. Forse solo la visione di Comte rimane in auge, non perché sia vera, ma perché rappresenta meglio di altre lo spirito del tempo: la rivoluzione attraverso la scienza-tecnica che aprirebbe la definitiva età del mondo.

Guardando alle società liberaldemocratiche dell’Occidente, l’umanesimo della persona deve affrontare temibili sfide che non provengono più dal marxismo, ma dall’involuzione del concetto di liberalismo e in specie di individuo, ridotto a esclusiva libertà di autodeterminazione, in cui l’altro è sentito come un limite. Il liberalismo, che da decenni si è trasformato in neoliberalismo e libertismo sul piano etico, e liberismo in campo economico, occupa tutta la scena. Le nuove versioni predominano in Occidente, e il loro richiamo alla persona e alla sua dignità è spesso di comodo per coprire altri cammini: le società liberali sono in crisi a motivo della loro concezione aggressiva dell’individuo autocentrato e del distacco dall’idea cristiana di persona. Definito dal principio dell’autonomia soggettocentrica, l’occidentalismo sposa non l’autolegislazione dell’imperativo categorico del dovere, quanto invece la ricerca di vitalità. Esso è inscrivibile entro il perimetro della volontà di potenza, intesa soprattutto come volontà di vitalità. Il suo stesso agnosticismo è in genere di tipo ludico o spensierato, lontano dall’ateismo tragico o prometeico. Il complesso etico-culturale dominante ha oggi come scopo la libertà e il benessere dell’individuo isolato, come contenuto il godimento del soggetto privato, come principio la sua volontà naturale, come conseguenza la crisi del bene comune.

L’obiettivo diventa la ricerca di un minimo comune denominatore etico, dove la vita morale si attesta su valori minimali: il reciproco non offendersi dei soggetti, il difendersi dall’altro, rinchiudendosi in se stessi senza dono solidale; il mettere tra parentesi l’interdipendenza e reciprocità degli uomini. Ogni uomo è un’isola. Il punto più critico della cultura e delle istituzioni liberali risiede dunque nella sfera etico-culturale: relativismo e vitalismo, l’autodeterminazione come valore in sé, l’autorealizzazione. Nel recente Il liberalismo e i suoi oppositori (2022) F. Fukuyama prende partito contro l’individuo egoista e l’io sovrano. La libertà dell’individuo è stata intesa in due modi: libertà economica e di proprietà che ha condotto a immense diseguaglianze, e libertà di autonomia individuale che mette a rischio l’idea stessa di società e di bene comune. Mi si perdonerà se ricordo un mio lavoro del 1991 (Le società liberali al bivio. Lineamenti di filosofia della società), in cui le deviazioni delle liberaldemocrazie erano tratteggiate, e nuovi cammini proposti. Un obiettivo primario dell’opera stava nell’intento di fermare il moto degenerativo delle idee liberali, e il declino intellettuale e religioso di tali società, imperniate sulla libertà parossistica del singolo, a sfavore di eguaglianza e solidarietà. Le società occidentali devono riformarsi profondamente, non solo per reggere il confronto geopolitico con le potenze autocratiche in crescita, ma soprattutto per essere sé stesse, correggendo i loro punti pericolosamente scoperti prima che si aggravino ulteriormente. Un motivo in più per rinnovare la via verso l’umanesimo del Verbum caro.

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Fonte: L’Osservatore Romano – 20 dicembre 2022

[L’articolo, in origine pubblicato con il titolo “Il cristianesimo è la vera strada per il rinnovamento dell’Occidente”, è qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano stampato nella Città del Vaticano]

IL PD FA PASSI INDIETRO: TEMPI NUOVI PER I POPOLARI?

A leggere il Manifesto del nuovo Partito democratico si resta incatenati al dubbio se compiacersi o dolersi,  essendo comunque nitida la percezione di quanto ancora possa incidere sulla fragilità delle scelte la combinazione di un programmismo onnivoro con una permanente incertezza d’identità. Abbiamo sotto mano un compendio di fervide intenzioni progressiste, tutte ricamate con il filo d’oro della costante esortazione al cambiamento, da cui fatica ad uscire però un messaggio di aderenza alla complessità della vita reale. La somma di attenzioni a gruppi o segmenti – le diverse minoranze del panorama sociale – non pareggia l’esigenza di una sintesi politica, improntata a realismo, di cui abbisogna una proposta per il governo del Paese. 

Nel 2007, il Manifesto dei Valori redatto da Mauro Ceruti sulla scia di colloqui con Scoppola Reichlin e Parisi, lanciava un messaggio di fiducia. Si guardava al futuro, si delineava la speranza di un nuovo umanesimo, si accoglieva la novità di un sistema-mondo, con le sue luci e le sue ombre. Il contagio delle culture alla base del riformismo era pensato come elemento generativo di una svolta democratica, anche oltre i confini dell’Italia. Questa tensione ideale aveva bisogno di incorporarsi nel vivo della battaglia politica, dando respiro e vigore all’iniziativa di partito. Non è stato così. Da quel momento il Pd ha conosciuto l‘affastellarsi di gestioni diverse, tutte sostanzialmente disallineate, per una ragione o per l’altra, dall’iniziale volontà di cucire con certosina sapienza i panni del riformismo. Un partito che doveva trasformare il sistema di gioco, rompendo le gabbie di un bipolarismo rudimentale, ha perso slancio e credibilità man mano che irrigidiva il posizionamento di potere lungo una complicata traiettoria di tipo, per così dire, “demo-social-radicale”. In questo modo l’alba di un nuovo centro-sinistra è stata ben presto cancellata dalla folgorazione di una sinistra inquieta d’idee e suggestioni, ma finanche adattiva rispetto al potere. E si è visto, alla stretta finale, come le elezioni del 25 settembre abbiano segnato clamorosamente la distanza di questo Pd “di sinistra” dal grosso del suo elettorato potenziale, tanto da toccare nella circostanza il minimo storico dei consensi.

Dopo la sconfitta era dunque attesa una risposta coraggiosa, un ripensamento alla luce del progetto del 2007 – ben concepito e mal realizzato -, una più sofisticata elaborazione della piattaforma politica democratica. In realtà il testo finale, rimesso nelle mani di Letta e Speranza, non sembra corrispondere appieno a questo bisogno di rigenerazione. Ebbene, ci sono interi passaggi insuscettibili di contestazione, a cominciare da quelli che affrontano la questione delle riforme istituzionali: si mette un punto fermo, giustamente, contro l’intenzione della destra di fare dell’Italia una repubblica presidenziale, differenziando per altro il regionalismo, senza riguardi alla coesione territoriale e sociale, e quindi con il rischio di ulteriori squilibri ai danni del Mezzogiorno. Poi seguono le grandi opzioni, anch’esse da salutare con favore, a fresco contatto con le tante emergenze dell’ora: l’imperativo della pace, il sogno europeistico sempre vivo, l’ansia di equità e giustizia specialmente in rapporto al globalismo selvaggio degli ultimi decenni, la scommessa sul clima e l’energia, la fascinazione del comunitarismo come ombrello di solidarietà, l’appello alla dignità del lavoro umano, e altro ancora. E quando si legge nelle ultime righe che “democrazia e umiliazione non stanno insieme”, rimbalza la sensazione di un vasto sentire comune: resta, in definitiva, una radice etica che conferma il Pd nella sua missione di partito con una regola di progresso umanamente apprezzabile.

Ciò nondimeno, se il Manifesto rappresenta l’atto di fondazione del nuovo partito, alcune perplessità di fondo ne inficiano seriamente l’impostazione. È la traiettoria inclinata a un’etica giacobina, per la quale i diritti nascono dalla persona ma vanno oltre la persona, fissandosi in astrazioni e camuffamenti di dogmi, a rubare lo spazio di una superiore unità dei riformisti. Sembra che sui valori insorga il pregiudizio dei più radicali, il loro concetto di verità, l’esclusivismo delle loro visioni. Si tratta di una vera e propria retrocessione quanto a ricerca di punti focali di convergenza. Il paradosso è che mentre si rifiuta in economia il primato dell’individualismo, lo si accetta, per contro, nel modo d’intendere e coltivare la cultura dei diritti delle famiglie (solo al plurale) e delle persone, non incrociando minimamente, in questo modo, la posizione storico-filosofica del personalismo d’ispirazione cristiana.  

Si perde contatto, insomma, con una linea di pensiero politico. Anche l’europeismo, eredità saliente della storia democristiana – storia da cui il Pd dovrebbe ricavare il collegamento con il “riformismo reale” del Ventesimo secolo italiano – sfuma nel panegirico del Manifesto di Ventotene. Un documento, questo, davvero insigne e rispettabile, figlio dell’antifascismo di matrice azionista, ma piegato al disegno di un’Europa equidistante tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Unione Sovietica. In più, l’Europa tratteggiata da Spinelli e altri figura all’apice di una rivoluzione neo-illuminista a carattere aspramente anticlericale – basti pensare che la Chiesa è bollata come “naturale alleata di tutti i regimi reazionari”. È vero, nel Manifesto del Pd si parla dello “spirito di Ventotene”, quasi a voler scontornare le affermazioni più ostiche per un partito desideroso di aprire varchi, e non di chiuderli, evidentemente. Il problema però è che l’europeismo di De Gasperi – agli atti qualcosa di fondamentale e decisivo per la formazione della prima Comunità – cede il passo all’europeismo finanche mitizzato di Ventotene, sicché anche su questo terreno il Pd sconta l’incapacità di fare i conti con un passato degno di rispetto.

In conclusione, alla luce di un esame come quello affrontato qui brevemente, bisogna riconoscere con serenità che il Pd non fa un passo avanti, bensì ne fa uno o più indietro. In cerca d’identità, finisce per annullare quel dato innovativo che dava fiducia all’equilibrio tra centro e sinistra. E ciò a misura della impermeabilità nei riguardi della lezione rappresentata dal popolarismo, fino alle sue ultime evoluzioni, dopo la lunga stagione di governo della Dc, alle quali si agganciava il proposito di una politica rinnovata in forza di un partito capace di mettere insieme progresso e solidarietà. Il Pd si contrae, il Pd frena: non c’è più lo slancio iniziale. E il passaggio al “nuovo Pd” avviene con la premura di rialzare una bandiera, quella della sinistra, che nella nostra vicenda democratica è comunque identificabile con la controstoria di un’Italia minoritaria. 
L’impressione è che non s’avverta – dovrebbe invece avvertirlo Bonaccini, il più accreditato contendente alla segreteria, data anche la sua solida esperienza amministrativa – che il riformismo non fa solo rima con popolarismo, ma reclama e contempla l’apporto insostituibile del popolarismo. Finora tanti “sussurri e grida” di un congresso invero concitato, ma di una strana concitazione a freddo, si sono andati a spegnere sulle risonanze di questo discorso impegnativo, mortificandone  la portata. L’eco di qualche striminzita laudatio, volta a rassicurare più che a coinvolgere, ha preso il posto della discussione a tutto campo sul futuro della buona politica di avanzamento e sviluppo democratico. Ecco dove sta l’insidia della marcia indietro! E allora, che fare? Non si può cedere alla lusinga di una felice sopravvivenza, svuotando l’anima della narrazione che chiama in causa il cattolicesimo politico. Lo sguardo va rivolto al domani, sapendo di andare incontro a tempi nuovi, per i quali bisogna sempre essere  pronti.

CAMBIO DI SCENA: DESTRA SINISTRA E CENTRO…NON PIÙ TABÙ.

Lentamente, ma irreversibilmente, ritornano le tradizionali categorie della politica italiana,. E cioè, la destra , la sinistra e il centro. A cui, purtroppo, si deve aggiungere il populismo dei 5 stelle. Ma, per fermarsi a quelle categorie che erano e restano centrali per districarsi all’interno dei meandri e delle dinamiche della politica italiana, è sicuramente un fatto positivo ed incoraggiante che proprio attorno al ritorno di quelle categorie si possa anche rilanciare il prestigio, il ruolo e l’autorevolezza della stessa politica. E questo dopo una stagione caratterizzata dalla deriva populista, qualunquista e anti politica di matrice grillina che ha distrutto gli storici riferimenti ideali, azzerato il ruolo dei partiti ed indebolito settori consistenti della classe dirigente. E proprio dopo l’irruzione di questa malapianta, che purtroppo continua ancora a scorrere nelle viscere del nostro paese, è inevitabile che il confronto politico avvenga lungo categorie che esprimono e riassumono le culture politiche tradizionali. Che, seppur aggiornate e riviste perchè adeguate ai bisogni, alle domande e alle istanze della società contemporanea, sono espressione di valori e di principi precisi che delimitano e qualificano i rispettivi campi politici.

Ora, il ritorno di queste antiche ma sempre attuali categorie politiche, contribuisce anche in modo decisivo a sciogliere alcune contraddizioni che da tempo campeggiano nella politica italiana. Per fare un solo esempio, è positivo che la sinistra italiana si caratterizzi per quello che storicamente è stata. Certo, adesso deve competere con la “sinistra per caso” interpretata e declinata dal populismo anti politico dei 5 stelle, ma è indubbio che l’antica filiera del Pci/Pds/Ds/Pd non può continuare ad essere ambigua e balbettante. Di conseguenza, sarà del tutto naturale, nonchè fisiologico, che chi non si riconosce o non proviene o non è riconducibile a quella filiera storica e culturale sarà semplicemente un corpo estraneo rispetto alla “mission” politica di quel partito.

E, specularmente, la stessa riflessione si può fare sul versante del centro politico e culturale del nostro paese. E cioè, le istanze politiche, culturali, sociali e programmatiche e quindi valoriali di questa area politica non possono continuare ad essere vagamente e strumentalmente confuse con la sinistra e nella sinistra. Dopodichè, è del tutto ovvio e scontato che la costruzione delle alleanze richiede la convergenza di più forze politiche che danno origine alle tradizionali e collaudate coalizioni di centro destra e di centro sinistra. Ma quello che va rilevato in questo momento è che la ripartenza della destra, del centro e della sinistra, chiarisce anche il cammino concreto di alcuni partiti che in questi ultimi anni hanno giocato un ruolo poco chiaro al punto di confondere le idee agli stessi elettori se non addirittura allontanarli dal partito stesso. È il caso del Pd che, per continuare a praticare una sempre più astratta e virtuale “vocazione maggioritaria” e di partito di centrosinistra senza trattino, ha finito per smarrire definitivamente la sua identità e il suo ruolo. 

Ora, finalmente, seppur dopo un congresso che appare sempre più bizzarro ed originale, potrà finalmente essere il vero erede del Pci/Pds/Ds senza più avere rimorsi e ripensamenti. E, al contempo, toccherà al centro declinare, con altrettanta chiarezza, una “politica di centro” che sia in grado di recuperare quel ruolo che negli anni bui del populismo è stato sostanzialmente spazzato via. Purchè non si riduca ad essere un banale e semplice “partito personale” o “del capo” ma, al contrario, sappia rappresentare al suo interno le principali culture riformiste e costituzionali del nostro paese. E la stessa riflessione vale per la destra politica, culturale e sociale italiana interpretata con eleganza e diligenza dall’attuale Premier Giorgia Meloni.

Ecco perchè, finalmente, si può aprire una stagione ricca di contenuti, di scelte coerenti e di lungimiranza politica. Con la speranza che il trasformismo, l’opportunismo e un ridicolo e grottesco consociativismo siano ormai alle nostre spalle.

NON SBARRIAMO LE PORTE ALL’EMIGRAZIONE DALL’AMERICA LATINA

In questo mondo globalizzato e in questa società cosmopolita ci sono derive sociali e umanitarie alle quali non prestiamo la dovuta attenzione, presi come siamo da una sorta di atteggiamento refrattario, di indifferenza verso il nostro prossimo, infastiditi dalle preoccupazioni familiari o dalle beghe condominiali. O semplicemente perché usiamo lo smartphone e le nuove tecnologie per assecondare il nostro egoismo e metterlo al centro del mondo. Nelle nostre scuole i genitori protestano perché la merenda viene data in un orario non gradito, non accettano voti di insufficienza, affrontano in malo modo gli insegnanti che ritirano i cellulari durante i compiti in classe. O li aggrediscono perché hanno osato richiamare il proprio figlio ai suoi doveri.

Ci sono luoghi del mondo dove le scuole non esistono: un amico giornalista mi ha mandato da Londra alcune foto di alunni dell’Afghanistan che preparano gli esami seduti in mezzo alla neve o studiano su una stuoia stesa sul prato semplicemente perché l’aula, la scuola, fisicamente non ci sono. Ma c’è un fenomeno sociale nuovo al quale finora il mondo occidentale non ha prestato la dovuta attenzione. Me ne sono capacitato dalla crescita delle domande di permesso di soggiorno di genitori stranieri per la tutela dei figli minori che via via giungevano in tribunale. Triplicate in 4/5 anni. È il fenomeno della migrazione biblica verso l’Europa e l’Italia di famiglie provenienti da Paesi dell’America Latina (El Salvador, Colombia, Perù, Venezuela in primis): gente che fugge per sottrarsi alla delinquenza dilagante, alla violenza su donne e minori, ai taglieggiamenti, alle estorsioni, ricatti, minacce, rapine a mano armata. Ti fermano per strada machete alla mano e ti spogliano di tutto.

È sconsigliato portare orologi al polso negli aeroporti ma anche nei centri urbani, monili, o semplicemente borse da lavoro, per non parlare di borsette o portafogli in vista.

Recentemente il 56° Rapporto CENSIS ha confermato un calo di reati nel nostro Paese, nonostante le apparenze: probabilmente è il clima di paura e diffidenza diffuso che induce a maggiori cautele e ingigantisce il fenomeno della microdelinquenza. In centro America i reati sono all’ordine del giorno e aumentano, furoreggiano le Maras (così si chiamano le bande locali, spesso di minorenni) che tengono in scacco le forze dell’ordine, a volte colluse o corrotte. Rapimenti di bambini a scopo estorsivo, ragazzine dodicenni che diventano le donne dei capi che le sottraggono alla famiglia. Esercenti di locali e negozi sistematicamente taglieggiati, forze dell’ordine minacciate o indifferenti per evitare ripercussioni personali o familiari. Bimbe e bimbi sequestrati all’uscita da scuola e di cui non si sa più nulla. Arriva a casa dei genitori una foto del figlio ritratto fuori dall’edificio scolastico o nei giardini pubblici: è un avvertimento a pagare un pizzo, pena il suo rapimento.

Qui in Europa, in Italia non ce ne rendiamo conto se non ascoltando i racconti di chi viene nei nostri Paesi, considerati più rassicuranti e ordinati nella vita sociale. È gente in fuga dal proprio luogo nativo per salvare i figli e ricostruirsi un futuro, che lasciano casa, lavoro, imprese non avendo tutele nei cfr. della malavita crescente oppure per trovare attività più remunerate che consentano di mettere via qualche risparmio da inviare ai parenti, specie anziani rimasti nel luogo di residenza. Non giungono con i barconi, non passano attraverso lo SPRAR, non vanno nei centri di prima accoglienza.

Ma senza un’autorizzazione a soggiornare stabilmente sono pur sempre irregolari. Per questo portano con sé i figli minori ciò che consente loro di ottenere un permesso di soggiorno per assistenza alla prole. “Vogliamo crescere qui i nostri figli, trovare un lavoro, una casa per dare loro un futuro più sicuro”. Si tratta di una migrazione atipica che predilige il modello occidentale di vita e in genere riguarda persone animate da buone intenzioni, che chiedono di integrarsi, non solo di ‘essere integrate’. Lavorando onestamente – come badanti, portieri di condomini, corrieri, trasportatori, magazzinieri – e regolarizzandosi sul territorio italiano contribuiscono alla crescita dell’economia nazionale. Vogliamo rimandare indietro anche loro?

L’AZIONE CATTOLICA E LA QUESTIONE DELLA DEMOCRAZIA OGGI

Le piazze colorate dei Fridays for future e gli sguardi appassionati dei giovani di Segni del Tempo ci raccontano l’esistenza di un vivo interesse tra i cittadini (e in particolare tra i giovani) per le grandi questioni che riguardano la vita pubblica e il bene comune.

Allo stesso tempo, il crollo dell’affluenza in occasione delle ultime elezioni politiche (alle quali ha votato solo il 63,91% degli aventi diritto) ci ricorda sia l’incapacità del nostro sistema politico di incanalare al suo interno le migliori energie presenti nella società, sia l’esistenza di un clima di diffusa sfiducia sulla capacità delle nostre istituzioni rappresentative di raccogliere e fare sintesi delle istanze e dei bisogni dei cittadini e di tradurle in politiche idonee a incidere effettivamente sulla qualità della vita delle persone.

Nella distanza tra cittadini e istituzioni fotografata da questo accostamento si manifesta quella crisi della democrazia rappresentativa di cui si discute da tempo in Italia, senz’altro aggravata dall’accentuarsi della crisi economica e dal progressivo aumento delle disuguaglianze a seguito dei tragici eventi che hanno segnato e ancora segnano il nostro tempo (su tutti la pandemia e la guerra ancora oggi in corso).

Una crisi che non riguarda e interroga solo i partiti politici (che appaiono sempre più come meri centri di potere e non come canali effettivi della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica)\ e le istituzioni (strette tra l’esigenza di governare la complessità e di dare risposte tempestive e adeguate ai problemi del nostro tempo e quella di non sacrificare la dimensione pluralista e partecipata dei processi decisionali pubblici) ma che interpella tutti noi – come cittadini e come cristiani – e ci chiede di riflettere sull’efficacia del nostro impegno per una cittadinanza attiva e consapevole, sulla nostra capacità di creare reti per la promozione del bene comune e per l’elaborazione e la condivisione di cultura politica, nonché, più in generale, sul nostro modo di abitare gli spazi del dibattito e della decisione pubblica, tanto a livello locale quanto a livello nazionale, ovvero di esserne protagonisti.

Per queste ragioni l’Azione Cattolica Italiana e l’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici “Vittorio Bachelet” hanno deciso di impegnarsi – in occasione del XLIII Convegno Bachelet, che si svolgerà a Roma il 10 e l’11 febbraio 2023 presso la Domus Mariae (Via Aurelia, 481) – in una riflessione sulla necessità di “Rigenerare la democrazia”, coscienti – a quarantatré anni dalla sua morte – dell’attualità dell’invito di Vittorio a «gettare seme buono» nei momenti in cui l’aratro della Storia rivolta le zolle della realtà sociale italiana.

Nella consapevolezza che la rigenerazione della democrazia italiana richiede sia un intervento sui meccanismi della rappresentanza politica (per favorire l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini alla vita pubblica ed evitare il consolidarsi di posizioni di monopolio nell’esercizio del potere da parte di cerchie ristrette, nonché per rendere effettivo il legame tra eletti, elettori e territori) sia l’elaborazione di una cultura politica che guardi alle sfide che come comunità siamo chiamati ad affrontare (nella prospettiva di promuovere il benessere e lo sviluppo di ogni persona umana, così come richiesto dall’art. 3 della Costituzione), il Convegno si articolerà in due distinte sessioni di lavoro: la prima venerdì pomeriggio dalle ore 15.30 alle 18.45; la seconda sabato mattina dalle ore 9.00 alle 13.00.

Per leggere il testo integrale

https://azionecattolica.it/rigenerare-la-democrazia/

GAIANI, “I CARRI ARMATI A KIEV? HANNO UN VALORE POLITICO” | AGI

Non saranno assolutamente sufficienti i carri armati che l’Occidente fornirà a Kiev. Inoltre, serviranno “moltissimi mesi” per addestrare gli ucraini a utilizzarli. Motivo per il quale “il tema dei carri armati, che è quello più seguito dai media occidentali, ha più una valenza politica che militare concreta”. Lo afferma all’AGI Gianandrea Gaiani, direttore della rivista online Analisi Difesa, commentando la decisione della Germania di inviare all’Ucraina 14 Leopard 2.

“Il Leopard 2 – spiega Gaiani – fa parte dell’ultima generazione di carri armati sviluppati in Europa. Sono stati progettati durante le fasi finali della Guerra Fredda, alla fine degli anni 70, e sviluppati negli anni successivi”. “Finita l’epoca di quel confronto, i mezzi corazzati sono stati via via dimenticati, hanno assunto un ruolo sempre meno rilevante negli eserciti occidentali. Non sono quindi stati sviluppati nuovi carri armati, ma sono stati aggiornati quelli che erano in servizio, come appunto i Leopard 2, che oggi sono arrivati alla versione A7 Plus, una versione molto avanzata di un carro datato, ma con il meglio della tecnologia europea in termini di mezzi corazzati”, precisa l’esperto.  

“Il motivo per il quale il Leopard 2 viene così richiesto da Kiev – aggiunge – è legato al fatto che la gran parte degli eserciti europei ha acquisito una parte di questi carri, che alla fine della Guerra Fredda la Germania aveva in quantità superiori alle sue necessità e che quindi ha poututo cedere a tantissimi Paesi alleati, non soltanto in Europa”. Questi mezzi sono però “così sofisticati adesso che occorre chiedersi come possono essere gestiti da personale militare ucraino, che si presume debba essere addestrato in poche settimane per il loro utilizzo”.

Fra l’altro, osserva Gaiani, “l’esercito ucraino è un esercito che sta combattendo da un anno, ha subito perdite spaventose, anche di mezzi corazzati”. E “le flotte di carri armati occidentali sono composte oggi da poche centinaia – in molti casi solo poche decine – di mezzi. La Germania ha 260 Leopard in servizio, di cui solo la metà operativi, ne ha altri nei magazzini e potrà arrivare a 330. Per questo non potrà darne più di qualche decina agli ucraini, altrimenti disarmarebbe i suoi reparti corazzati. Il Regno Unito, la Francia e anche l’Italia hanno numeri ancora più piccoli. La Francia ha un altro tipo di carro armato, il Leclerc, il Regno Unito darà invece 14 Challenger 2 e potrà darne anche qualcun altro in futuro, ma quello che voglio dire è che alla fine i numeri che potremo fornire non saranno alti, a meno che non si decida in Europa di disarnmare i nostri reparti”. Inoltre “servono diversi mesi per addestrare personale militare preparato, ma per le reclute – e oggi l’esercito ucraino è in buona parte composto da reclute – a mio parere serviranno moltissimi mesi. Basti pensare che a volte occorrono 2 anni per convertirsi da un carro a un altro e parlo di un esercito in pace”. “Gli ucraini – prosegue Gaiani – combattono già con 4 tipi di carri armati sovietici diversi, ora gli aggiungiamo altri 3 tipi di carri occidentali – ognuno con un suo sistema di manutenzione – che impiegano cannoni calibro 120 mm e non i 125 mm sovietici”.

Per Gaiani “i Paesi occidentali hanno fatto del sostegno militare all’Ucraina non solo una bandiera comune, ma anche uno strumento di disputa interna. Basti vedere l’aggressività con cui la Polonia sprona la Germania a fornire sempre più armi, ma anche il dibattito fra americani e europei, che è un po’ più sottotraccia, e le critiche tra paesi europei, in particolare le critiche dei piccoli Stati baltici verso i grandi Paesi perché non hanno fornito abbastanza armi o munizioni. Quandi è un dibattito politico che vede anche delle sfide, delle diatribe, all’interno della Nato e dell’Ue”. 
Insomma, sottolinea Gaiani, “io penso che in realtà le difficoltà di addestramento e quelle logistiche” questi carri armati “non diventeranno certo decisivi” in questo conflitto. “Fra l’altro – continua Gaiani – quante munizioni potremo fornie per questi mezzi? È chiaro che se dobbiamo alimentare noi lo sforzo militare ucraino nel tempo o convertiamo la nostra industria – ma questo significa miliardi di investimenti – oppure ci troveremo con la coperta molto corta”.   Piuttosto, osserva infine il direttore di Analisi Difesa, “mi pare che ci occupiamo poco di un altro tema, ovvero che i russi hanno ripreso l’iniziativa. Stanno avanzando lentamente, ma progressivamente, nel Donbass, stanno scardinando le difese ucraine sull’asse Siversk a Bakhmut e stanno avanzado a Zaporizhzhia. Lo dico anche se è difficile capire se i russi hanno le capacità oggi di condurre un’offensiva che possa addirittura portare a circondare una buona parte dell’esercito ucraino a est del fiume Dnipro. Però, oggi la notizia è che i russi hanno ripreso l’iniziativa e hanno potuto farlo dopo le ritirate molto disordinate da Kharkiv e da Kherson. Ora hanno accorciato il fronte e ridotto il peso della loro inferiorità numerica facendo affluire volontari e riservisti, che stanno addestrando anche per future operazioni”.

SOLIANI, “RITROVARE LE RADICI, IL COMPITO DEL PD” | C3DEM

Una nuova consapevolezza ci scuote, in questi primi due decenni del nuovo secolo: le democrazie sono minacciate nel mondo, il valore umano è travolto dalla disumanità, la violenza e le guerre sembrano prevalere all’orizzonte. Restano le coscienze il luogo ove proteggere la democrazia, affermare la fraternità universale, costruire le vie della pace.

Mai come oggi la politica appare indebolita di fronte al potere e agli interessi dei pochi, dei più forti, eppure mai come oggi essa appare così necessaria, alla guida dei Paesi, dei processi di unità nel mondo, a cominciare dall’Unione Europea, del dialogo internazionale tra i popoli.
Il valore della politica, la dignità della politica, l’efficacia della politica, unica via nonviolenta per il futuro dell’umanità.

Di nuovo la coscienza è chiamata in causa, oggi come ieri. Nel baratro della sconfitta, gli antifascisti e i resistenti riflettevano sul futuro. Esserci, partecipare è ancora il nostro compito, oggi. Non lasciare campo libero agli autocrati, alle persone sole al comando, a chi detiene le leve della finanza, dell’economia, degli eserciti, della comunicazione, talvolta della stessa rappresentanza religiosa intrecciata al potere. Non è questo il secolo che avevamo immaginato dopo le sfide del ‘900, dopo le catastrofi del ‘900, dopo le liberazioni del ‘900. Dopo la nascita delle Costituzioni democratiche, la proclamazione dei diritti umani universali, il dialogo tra le religioni che ha aperto orizzonti nuovi all’umanità.

La sfida è questa, oggi: difendere la democrazia, difendere il valore umano, il diritto, la salvaguardia del pianeta, portare l’umanità al potere, rendere ineluttabile la pace.
Con la cultura, con la solidarietà, con il dialogo tra le religioni, con la politica. Con la politica, nella sua espressione democratica, cioè con i partiti. Logorati dalla storia, travolti non di rado dalla corruzione, dai comportamenti autoreferenziali, dall’incompetenza, eppure sempre necessari per far vincere la volontà dei più, del popolo, unico sovrano in democrazia.

La vicenda del Partito Democratico, dalla sua nascita nel 2007 ad oggi, è tutta iscritta in questo nostro tempo. Nato dalla volontà di unire forze politiche e culturali diverse, secondo lo spirito di questi decenni, di cui il processo di unità dell’Europa è simbolo – “unità delle diversità”, come recita il suo motto –, il Partito Democratico ha affrontato l’indebolimento della politica, la supplenza dei governi dei tecnici, le insidie del populismo e del nazionalismo, il venir meno dell’orizzonte del “noi”, della fiducia nel futuro delle nostre società, del consenso degli elettori.

[Il titolo originale scelto dai redattori di “c3dem” è “Il tempo politico e le scelte”]

Per leggere il testo integrale 

https://www.c3dem.it/il-tempo-politico-e-le-scelte/

CASELLI, “LA MAFIA NON È UNA SEMPLICE EMERGENZA”.

Dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio del 1992 che chiusero l’esperienza giudiziaria ed esistenziale di Falcone e Borsellino quanto fu difficile raccogliere il testimone e riannodare pazientemente le fila della giustizia, sia in termini operativi che di ripensamento di un percorso che voleva ricostruire un tessuto di legalità nella società e nel Paese?

I risultati delle indagini dopo le stragi (ottenuti con il decisivo concorso delle forze di polizia) sono stati imponenti. Si fa luce su numerosissimi omicidi commessi da Cosa Nostra aventi come vittime sia affiliati sia esponenti delle istituzioni, sacerdoti, giornalisti, imprenditori, professionisti. L’elenco è interminabile. Ma all’inizio va menzionata la strage di Capaci, perché la prima decisiva confessione al riguardo fu resa il 23 ottobre 1993 – in un interrogatorio svoltosi dalle ore 1.45 alle ore 6.00 – a me come procuratore di Palermo.

Proprio a me infatti aveva chiesto di parlare il pentito Santino Di Matteo, per ricostruire nei dettagli l’attacco criminale (cui egli aveva personalmente partecipato) che aveva causato la morte di Falcone. Posso poi ricordare che sono stati individuati, arrestati, processati (e in gran parte già condannati anche con sentenze definitive) i responsabili degli omicidi del colonnello Giuseppe Russo e dell’insegnante Filippo Costa (Corleone, 20 agosto 1977), di Giuseppe Impastato (Cinisi, 9 maggio 1978), del giornalista Mario Francese (Palermo, 26 gennaio 1979), di Michele Reina (9 marzo 1979), di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), di Pio La Torre e Rosario Di Salvo (30 aprile 1982), del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo (Palermo, 3 settembre 1982), del vicequestore dottor Giuseppe Montana (28 luglio 1985), del vicequestore dottor Antonino Cassarà e dell’agente di Polizia Roberto Antiochia (6 agosto 1985), dell’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco (Palermo, 12 gennaio 1988), dell’imprenditore Libero Grassi (Palermo, 29 agosto 1991), dell’onorevole Salvo Lima (Palermo, 12 marzo 1992), del potente esattore Ignazio Salvo (Santa Flavia, 17 settembre 1992), del parroco di Brancaccio don Pino Puglisi (Palermo, 15 settembre 1993) e di altri ancora. 

Si scoprono delle vere e proprie “centrali” del crimine. Vengono recuperati arsenali di armi e di esplosivi. Si ricostruiscono occulti canali di riciclaggio. Vengono catturati pericolosissimi latitanti. Fra i tanti – e per citare soltanto quelli appartenenti al vertice dell’organizzazione mafiosa – basti qui ricordare: Salvatore Riina (15 gennaio 1993), Giuseppe Montalto (5 febbraio 1993), Raffaele Ganci (10 giugno 1993), Giuseppe e Filippo Graviano (27 gennaio 1994), Domenico Farinella (29 novembre 1994), Michelangelo La Barbera (3 dicembre 1994), Leoluca Bagarella (24 giugno 1995), Salvatore Cucuzza (4 maggio 1996), Giovanni Brusca (20 maggio 1996), Pietro Aglieri (6 giugno 1997), Gaspare Spatuzza (2 luglio 1997), Vito Vitale (14 aprile 1998), Giuseppe Guastella (24 maggio 1998), Mariano Tullio Troia (15 settembre 1998), Salvatore Genovese (12 ottobre 2000), Benedetto Spera (30 gennaio 2001), Antonino Giuffrè (16 aprile 2002). Un numero così imponente di latitanti, ciascuno di elevatissima caratura criminale, non si registra né prima né dopo il periodo in oggetto. Anche se, ovviamente, di catture ve ne sono state anche in seguito, in particolare quelle “eccellenti” di Bernardo Provenzano (11 aprile 2006) e Matteo Messina Danaro (16 gennaio 2023). Si individuano e si sequestrano beni e capitali di provenienza illecita per un valore complessivo superiore a 5,5 milioni di euro (pari a circa 11 miliardi di lire). 

Grazie al determinante contributo dei collaboratori di giustizia (una slavina!) si celebrano processi che si concludono con condanne per 650 ergastoli e un’infinità di anni di reclusione. Infine è possibile impostare una nuova strategia d’attacco al lato oscuro del pianeta mafia, iniziando a indagare anche le sue “relazioni esterne” con alcuni settori inquinati della società civile e dello Stato. 

Sono trascorsi 30 anni, perché un periodo così lungo fino ai fatti di questi giorni? Il Procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha affermato che “c’è stata certamente una fetta di borghesia che negli anni ha aiutato Messina Denaro e le nostre indagini ora stanno puntando su questo”.

È evidente che Cosa Nostra stragista (quella dei Corleonesi) ha subito durissimi colpi: se non è finita, sembra in via di estinzione. Come una corazzata colpita più volte anche sotto la linea di galleggiamento che però non affonda. Perché? Non si deve dimenticare (mai!) che la mafia, tutte le mafie in verità, non sono “soltanto” una banda di gangster pericolosi. Esse sono anche e soprattutto un’organizzazione criminale strutturata, non una “semplice” emergenza. Vanno affrontate e colpite appunto come organizzazione, oltre che nelle singole componenti individuali. 

Va anche detto che le associazioni di tipo mafioso non operano nel vuoto. Sono inserite in un sistema di rapporti di complicità che coinvolgono professionisti, imprenditori, amministratori pubblici, uomini politici, soggetti che affiancano i capi della mafia e formano la “borghesia mafiosa” (di cui ha parlato anche l’attuale procuratore capo di Palermo De Lucia) o “zona grigia”. È proprio questa a costituire la vera spina dorsale del potere mafioso. Un esempio: il riciclaggio non sarebbe possibile senza il contributo ben ricompensato di esperti che sanno agire nelle banche e nel sistema finanziario sia nazionale che internazionale. Il prefetto-generale Dalla Chiesa parlava di “polipartito” della mafia, a significare la compenetrazione dell’organizzazione criminale nella politica, nell’economia, nelle istituzioni, nell’informazione e nella società civile. Le “relazioni esterne” con pezzi del mondo legale offrono alla mafia coperture e complicità, formando un intreccio di interessi e favori scambiati, sussumibili nei casi più gravi nel reato di “concorso esterno” in associazione mafiosa. In sostanza, la mafia è forte non solo per la sua organizzazione interna ma anche per le alleanze e gli appoggi esterni, e sono questi che ne spiegano la resilienza nel tempo oltre a favorire le lunghe latitanze. Quindi, oltre a perseguire i boss occorre colpire la zona grigia più di quanto non sia fin qui avvenuto. 

C’è poi un ulteriore fondamentale aspetto da considerare. Pochissimi giorni prima di essere  ucciso da Cosa Nostra il 3 settembre 1982, a un giornalista che gli chiede come sconfiggere l’organizzazione criminale, Dalla Chiesa (lui, uomo votato alla repressione nel rispetto delle regole) non risponde “manette!”, ma spiega che se i diritti fondamentali dei cittadini (lavoro, casa, assistenza sociale e sanitaria) non sono soddisfatti, i mafiosi li intercettano e li trasformano in favori che concedono a chi vogliono, rafforzando così il loro potere. In questo modo Dalla Chiesa afferma la necessità di affiancare all’antimafia “della repressione” (arresti, processi e condanne ai mafiosi o a chi li aiuta) anche l’antimafia “sociale o dei diritti”. Dopo Dalla Chiesa (absit iniuria…), Pietro Aglieri, un pezzo da novanta di Cosa Nostra, che ad un pm di Palermo, Alfonso Sabella, ebbe a dire: “Quando voi venite nelle nostre (sic) scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri (sic) ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni, chi trovano? A voi o a noi?”. 

Ecco, finché i cittadini incroceranno soltanto il volto “militare” dello Stato, e invece dello Stato troveranno soprattutto i mafiosi, finché saranno costretti ad essere sostanzialmente loro sudditi, la guerra alla mafia non sarà vinta. E sarà vano pretendere un duraturo, costante impegno della società civile. Infine, quel che si è sempre evidenziato e va evidenziato ancor oggi è un chiaro limite culturale. Quello di percepire la mafia come un problema esclusivamente di ordine pubblico, cogliendone la pericolosità soltanto in situazioni di emergenza, quando, cioè, la mafia mette in atto strategie sanguinarie; quello di trascurare i rischi della convivenza con la mafia quando essa adotta strategie «attendiste», dimenticando la sua lunga storia di violenze che ha fatto di un’associazione criminale un vero e proprio sistema di potere criminale. Di qui un andamento discontinuo, una specie di stop and go, dell’attenzione al problema mafia e delle reazioni ad esso. In particolare nella politica (tutta, senza distinzioni di casacche) poco incline – al di là dei proclami di facciata – ad inserire la mafia in posizioni di rilevo della propria agenda.

Contano ancora i collaboratori di giustizia e i pentiti? Questa indagine sembrerebbe smentirlo. Sull’uso delle intercettazioni come strumento investigativo prima c’erano molte polemiche, ora sembrano tutti d’accordo, o quasi…

Premessa: le organizzazioni criminali mafiose sono fondate sul segreto; per combatterle efficacemente, penetrando al loro interno, occorre rompere la corazza del segreto; lo si può fare ascoltando i mafiosi che – appunto perché tali – conoscono quei segreti; l’ascolto può essere diretto (il “pentimento”) o “captato” usando le intercettazioni telefoniche o ambientali. È semplicemente l’ABC dell’antimafia. Quanto alle intercettazioni, Il Ministro Nordio sembra, poco razionalmente, dubitarne persino in materia di criminalità organizzata di stampo mafioso. Tant’è che è arrivato a dire che i mafiosi non parlano al telefono e se parlano sanno di essere ascoltati e quindi lanciano messaggi. Cosa che se può essere parzialmente vera nel caso di intercettazioni telefoniche su utenza abitualmente usata dal mafioso, non è per nulla verosimile nel caso di intercettazioni ambientali, quando le voci dei mafiosi e dei loro compari vengono captate da “cimici” nascoste (parentesi: piazzarle costa una gran fatica intrisa di rischi e pericoli gravi, che è poco riguardoso trascurare con l’argomento che tanto i mafiosi non parlano…). 

Ma c’è di più. I rimedi alle eventuali disfunzioni dello strumento delle intercettazioni di certo non si contrastano buttando via il bambino con l’acqua sporca (come vorrebbe l’ossessione compulsiva di certi affaristi e politici), ma piuttosto operando nel solco della legge Orlando, una di quelle varate perché “ce lo chiede l’Europa”. Il rimedio suggerito dal Ministro ha invece del surreale, perché propone di ricorrere massicciamente alle cosiddette “intercettazioni preventive”, che però hanno un leggero inconveniente: non sono utilizzabili nel processo (!); per cui Davide – lo Stato – contro Golia – il malaffare organizzato – non avrebbe neppur più la fionda…Ferma restando l’importanza decisiva delle intercettazioni, anche in questo quadro i pentiti conservano un ruolo importante quanto meno perché sono spesso loro che indicano dove piazzare le cimici.

Vuole chiarirci il concetto di “ergastolo ostativo” e il dibattito in atto? Le pena del carcere in regime di 41/bis secondo Lei è sempre attuale e necessaria?

Il senso di una giustizia giusta, attenta anche alle esigenze della persona coinvolta in problemi di giustizia, è di evitare che ci si accanisca sul colpevole fino a schiacciarlo e impedirgli di cambiare.

Se la pena scivola nelle spirali tortuose della persecuzione vendicativa finisce per essere inefficace, sia per chi subisce il castigo sia per chi da quel torto o sbaglio è stato ferito. Il colpevole deve essere punito secondo le leggi, ma se non capisce (anche con le modalità di esecuzione della sanzione) il perché del suo errore, la punizione finisce per servire a poco. Perché incattivisce chi la subisce, confermandolo in una scuola di violenza che inevitabilmente genera altra violenza, nuovi errori e nuova insicurezza per la società civile.

Sono principi sacrosanti di civiltà (non solo giuridica), basilari in un regime democratico. Ma che in concreto possono funzionare solo per i condannati che danno prove concrete, riconoscibili e sicure di volersi reinserire o almeno fanno sperare che prima o poi ci proveranno davvero. Non è questo il caso dei mafiosi “irriducibili” che non si sono pentiti. Quelli cioè che hanno rifiutato e rifiutano ogni forma di ravvedimento operoso attraverso la collaborazione con la giustizia (comunemente detta “pentimento”) nel contrasto alla criminalità mafiosa.

L’ergastolo non è più ostativo in modo assoluto dopo che il parlamento ha convertito in legge il D.L. 16/2/2022 in base al quale anche i mafiosi ergastolani non pentiti possono accedere ai benefici purchè sussistano gli stringenti requisiti stabiliti con tale decreto. Resta un ”doppio binario”. Il mafioso è vissuto e vive per praticare un metodo di intimidazione, assoggettamento e omertà capace di dominare parti consistenti del territorio nazionale e momenti significativi della vita politico-economica del Paese. In questo modo il mafioso contribuisce in maniera concreta e decisiva a creare tutta una serie di ostacoli di ordine economico e sociale che limitano fortemente la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana. 

Allora, si può dire che con la pratica sistematica dell’intimidazione e dell’assoggettamento (articolo 416 bis codice penale) i mafiosi si mettono sotto le scarpe tutti i valori della Costituzione e si pongono fuori della sua area? Si può dire che per rientrarvi – senza collaborare con la giustizia – devono offrire prove granitiche di ravvedimento? Si può dire che la Costituzione non è un bancomat? Si può dire, in ultimo, che il “doppio binario” risponde a criteri di ragionevolezza stante la specificità della mafia?

L’AMA, LA MORTE A DENTI STRETTI NEI CIMITERI ROMANI.

Quando la morte è a farti visita si ha sempre un comprensibile disagio. Sarà per questo che un dipendente dell’AMA, l’Azienda Municipale Ambiente di Roma, con giusta sollecitudine, si è affrettato a togliere i denti d’oro ai morti che gli capitavano sotto mano. AMA è l’acronimo di “Ask Me Anything”. Tradotto significa “chiedetemi quello che volete”. Per questo il becchino si è preso diligentemente dalla salma un souvenir di valore. Ciò non ad integrazione del lavoro fatto, ma invece ricordando che souvenir sta per subvenire, andare in soccorso a chi ne abbia bisogno. Non se l’è fatto ripetere due volte e subito si è speso per il morto, di fresco estumulato, per fargli prendere una boccata d’aria dopo tanto buio. 

AMA il prossimo tuo come te stesso è il comandamento al quale non si è sentito di disattendere. Probabilmente, appassionato di poesia, ne ha pensata una con una nuova formulazione, appena cambiando la geografia del volto: “Verrà la morte e avrà i tuoi denti” potrebbe calzare a pennello. Del resto la morte non è avvezza al sorriso e pur priva di un dente nessuno potrà accorgersene. La pubblicità potrebbe sbizzarrirsi sopra attingendo dallo slogan di un vecchio detersivo. Da “Ava come lava!” ad “Ama, come ama!” il passo è breve. È ora questo il grido di battaglia di quel cimitero.

La giustizia si sta interrogando se l’uomo estirpatore, così ricco di pietà, si sia mosso con l’innocenza di chi ha denti da latte o con la saggezza di chi vanta i denti del giudizio. Sensibile agli scritti di letteratura, davanti al magistrato, potrà difendersi richiamando Baricco: ”Aveva un dente d’oro proprio qui, così in centro che sembrava l’avesse messo in vetrina per venderlo”, ed ho pertanto provveduto all’incombenza. Forse, più ragionevolmente ammettendo la sua colpa, potrà dire che quando c’è poco da mettere sotto ai denti è meglio rimuovere il migliore, per far intendere agli altri che è inutile aspettare qualcosa da mangiare. È bene, ancor più da morti, avere il senso della realtà e non abbandonarsi agli inganni. L’età dell’oro, secondo la mitologia, è il momento in cui l’uomo può nutrirsi e vivere senza lavorare, al bando ogni malanno e la giustizia. Infine si muore senza invecchiare o soffrire. 

Troppo bello per essere vero. La morte pretende l’incertezza della sorte di chi le si affida. Ostentare un dente d’oro non vale a condizionarla, facendola indulgere per consegnarti in Paradiso. Per il poeta Esiodo l’età dell’oro sarebbe il tempo di «un’aurea stirpe di uomini mortali», che passavan la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro…tutte le cose belle essi avevano». Pare che il binomio sia inscindibile, che non possa esserci traccia d’oro senza la scorta di un’aura nei paraggi. L’aura è un soffio vitale e un’aura di santità deve aver avvolto, come un’aureola, il becchino che non si è risparmiato nel puntiglioso adempimento delle proprie incombenze del tutto complice con le proprie vittime. Con lo stile dell’epoca, Petrarca scriveva: «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi…». Manzoni per primo comprese che di fronte al mistero della morte ogni giudizio non ha senso, tutto si riduce ad unità; la carità, nella sua forma estrema del perdono, primeggia su tutto, per cui “In qual ora, in qual parte del suolo, Trascorriamo quest’aura vital, Siam fratelli”. 

L’addetto ai servizi cimiteriali non è stato nuovo a queste gesta. Sulle spalle già un processo per vilipendio di cadavere per una mancia chiesta ai familiari di un defunto nello svolgimento del suo lavoro. Dai giornali si legge che abbia rivenduto la refurtiva ad uno di quei Compro Oro tanto di moda da trent’anni a questa parte, da quando la crisi economica ha fatto mordere non solo i denti agli italiani. Il titolare sembra sia della zona di Centocelle che, stando all’onomatopea, non lascia sperare nulla di buono per il suo destino di libertà in mano alla giustizia. Par che si chiami Ciabattini. Ciabattino è detto chi fa male il proprio mestiere. Peggio, se in panciolle, è in attesa di una manciata di oro mentre con le comode scarpe di riposo, calzate dall’originario tempo del giorno dello Shabbat, se ne sta a casa vagheggiando sui prossimi profitti. Si deve battere il ferro finché è caldo è la regola da osservare, così precipitando nell’età in cui si torna al sudore. Il ferro è utile a fabbricare armi. Il nostro becchino è uomo ispirato. Sarà per questo che si è rifugiato nell’oro.

EPIDEMIA DELL’INDIFFERENZA: PADRE TUROLDO SUI POVERI.

Ribelle e fedele. David Maria Turoldo combatté ogni fenomeno che potesse offendere la dignità della vita e i diritti della persona e, nello stesso tempo, visse con spirito integrale la propria vocazione, la quale si riconosceva nel dialogo costante con Dio, suo “unico confidente”, come rileva il cardinale Gianfranco Ravasi nella prefazione a David Maria Turoldo, Il sapore del pane (Edizioni San Paolo, 2002), che raccoglie riflessioni e poesie del presbitero composte in momenti differenti. Un libro che vale la pena di riprendere e rileggere tanto vibra dell’ardore e della passione che caratterizzano lo stile comunicativo di Turoldo, che non si limitava a dire, ma andava oltre volendo annunciare e proclamare.

In queste pagine si riscontra, con icastica evidenza, il suo indomito impegno per la causa della giustizia e della moralità. «I poveri – afferma – li sopportiamo perfino alle porte delle chiese la domenica, quando andiamo per abitudine ad assistere alla tua morte, Signore. Siamo tutti come l’Epulone, con questo bassorilievo di Lazzaro alle soglie del palazzo, per dar risalto alla nostra distinzione». Sottolinea il cardinale Ravasi che per il teologo e scrittore «fede e vita, preghiera e società, culto ed esistenza, tempo e piazza s’incontrano e convivono». È per questa ragione che in filigrana a tutte le sue pagine, anche quelle più marcatamente politiche, s’intravedono continue citazioni, allusioni e ammiccamenti alle Sacre Scritture. «Quello che egli sente — afferma il porporato — è il dramma dell’uomo che si tormenta per le strade della storia, e il dramma di Dio che si pone accanto alla sua creatura più cara, libera di accoglierlo o di respingerlo». Le riflessioni e le poesie di Turoldo costituiscono, al contempo, un inno liturgico e un canto di battaglia, e «ci conducono nell’eremo ma anche nel groviglio della città».

Le riflessioni assumono spesso la caratura di una vera e propria denuncia che squarcia il velo della prudente e anodina diplomazia. In virtù di questo “strappo” Turoldo non ha dunque difficoltà nel dichiarare che «ormai siamo uomini senza rimorsi». E quindi lamenta che «quando un popolo è indifferente, allora sorgono le dittature e l’umanità diventa un gregge solo, appena una turba senza volto. Allora il bene è uguale al male, il sacro uguale al profano, e l’amore è unicamente piacere, un male il sacrificio, un peso la libertà e la ricerca». Il suo auspicio è di essere salvato «dal colore grigio dell’uomo adulto» e che tutto il popolo sia liberato «dalla senilità dello spirito» e che quindi possa ritornare a cantare nelle chiese. Le sue poesie sono anzitutto una celebrazione del Signore, la cui presenza è garanzia di serenità e sicurezza. «Vieni tu che ci ami, nessuno è in comunione col fratello se prima non lo è con te, o Signore. Noi siamo tutti lontani, smarriti, né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo. Vieni, Signore», scrive. E subito dopo aggiunge: «Vieni sempre, Signore».

Non si fa certo scrupoli Turoldo di lanciare attacchi alla Chiesa. Rileva che la religione può contare anche sugli istinti, «ma non è questa la sua base». Le passioni sono sempre «una vegetazione effimera». Per questa ragione la piazza è sempre piena per tutti, lussureggiante. «Stiano tranquilli i capi, i dittatori di ogni colore — scrive —. La piazza sarà sempre il loro regno, e il popolo lo strumento di manovre infallibili. Invece non si illudano i pontefici circa le masse acclamanti, non si gonfi soprattutto il nostro cristianesimo delle adunate spettacolari. Non è questa la Chiesa adorante». Le radici dello Spirito, infatti, sono altrove. Esse «possono germinare anche nella carne, ma la loro resistenza viene dalla verità e dalla grazia».

Nella ferma consapevolezza che senza una sincera e convinta umiltà non è possibile affermare uno spirito di autentica comunione, Turoldo prega il Signore affinché faccia scoprire e riscoprire a ogni credente «il sapore dell’acqua e il dolciore del pane e dell’olio». Una preghiera che si innalza al Creatore che «nudi e uguali ci generi alla luce, uguali e nudi ci ghermisci poi nella tua inviolata tenebra». Senza la povertà non ci sarà benessere per nessuno e nessuna cosa è nostra che non sia di tutti. «Anche l’unico mantello è dell’ignudo — sottolinea con forza Turoldo — e l’ultimo avanzo è dell’indigente. E l’ultimo pane è per chi ha fame!». Tali asserzioni si configurano come insegnamenti che il Signore impartisce al suo popolo. Così prega Turoldo: «Signore, insegnaci tutto questo, affinché possiamo dirci cristiani».

Fonte: L’Osservatore Romano – 19 gennaio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano stampato in Città del Vaticano]

CARD. ZUPPI, «LA CHIESA NON FINISCE SULLE SUE SOGLIE».

[…]

Un’intuizione importante, che Benedetto XVI ha proposto all’attenzione della Chiesa, è quella delle minoranze creative. Colgo l’occasione di questo richiamo, per esprimere il nostro dolore per la sua recente scomparsa, nonostante fosse “sazio di anni” e di una vita carica di bene per la Chiesa, l’umanità, la cultura. Gli siamo grati per il suo servizio generoso alla Chiesa, per i suoi quasi otto anni di ministero come Vescovo di Roma, Primate d’Italia, Papa della Chiesa universale: ha amato l’Italia come sua seconda patria e la sua Chiesa. 

Anche se minoranza, la Chiesa non può cercare riparo nella chiusura, come se unica via sia estraniarsi dal mondo e la distanza garantisca la salvezza dell’identità. Non vogliamo nemmeno accettare svogliatamente di essere minoranza, in fondo con la paura di prenderci responsabilità e di essere creativi. Lo diventiamo se uniti e se pieni di Spirito, docili a questo anche per non finire catturati dalle preoccupazioni interne. Senza andare dove ci manda Gesù che ci ha chiamati per sederci con Lui, finiamo per discutere inevitabilmente su chi sia il più grande o del vittimismo di Marta. 

La minoranza non è solo l’espressione di una progressiva riduzione, ma esprime una volontà autentica di vivere il Vangelo, capace di energie di bene, che si riversano sulla società intera che è sempre il suo orizzonte. Del resto la nostra è una società di minoranze, di frammenti, se non di tante isole, le solitudini dell’“io”. E guai quando questo avviene anche nelle nostre comunità! La Chiesa deve ritessere il senso comunitario in una società dell’io e dell’estraneità, richiamando a un destino comune. Questa visione della minoranza creativa è tutt’altro che contraddittoria con quella di Chiesa di popolo di cui è testimone Francesco. Anch’essa è una realtà nel nostro Paese, come manifesta la pietà popolare. 

Una Chiesa di popolo è una realtà che non pone confini, “dogane” – disse all’inizio Francesco: una Chiesa di popolo per il popolo della città. Certamente ci interroga la flessione nella partecipazione dei cristiani alla Messa domenicale dopo la pandemia, ma dobbiamo sempre pensare che i nostri confini sono ben più larghi. La Chiesa non finisce sulle sue soglie.

[…]

Per leggere il testo integrale

https://www.chiesacattolica.it/card-zuppi-una-nuova-stagione/

DESTRA | IL BOUQUET DELLA PREMIER MELONI MOSTRA QUALCHE FIORE APPASSITO.

Manca una decina di giorni alla fine della luna di miele dei cento giorni di Governo Meloni e nel suo bouquet cominciano ad apparire i primi fiori appassiti. È fisiologico, i fiori non sono destinati a durare per non più di tre settimane, ma se tenuti con un buon ricambio di acqua sorpassano le cinque/sette settimane. A guardare il bouquet, i fiori appassiti sono quelli che erano i più belli in partenza, rappresentando le promesse elettorali facili e acchiappasogni di ognuno di noi: meno spesa corrente e quindi più soldi nel portafoglio, che significava anche la possibilità di qualche piccola soddisfazione in più prima in occasione del Natale. Non è andata così. Il Natale è stato di magro. Bollette e carburanti rincarati, spesa corrente salita, portafogli smagriti, stipendi ridotti all’osso. Abbiamo non dico fatto la fame (anche se alcuni di noi la fame l’hanno fatta davvero) ma certo il cenone di Natale, quello che te lo raccontavi per le settimane successivi per quanto avevi mangiato, è stato un ricordo. I regali sotto l’albero o il presepe, la befana con tutta la scopa è stato fatto tutto per i bambini, per noi adulti poco o meglio niente: andrà meglio l’anno prossimo. Si spera.

Certo governare il Paese in tempo di recessione strisciante non è da augurare a nessuno, se poi ti capita che la tua compagine politica ci torna dopo dieci anni e che per giunta sei anche la prima donna premier da che c’è il sistema repubblicano, alla sfortuna, come dicevano le nostre nonne, si aggiunge una certa dose di ostinata sfiga. L’inizio dell’anno è l’occasione per la presentazione delle statistiche di andamento dell’anno precedente da parte di tutti gli istituti di studi demografici, socio-politici ed economici. E per quanto siano tediosi, per via della non facile lettura a primo colpo dei numeri, andrebbero letti, prima che servano a presentare una qualsivoglia soluzione per la popolazione nostrana. L’Italia lo si sa è un Paese di vecchi, ma la sua distribuzione sul territorio non è omogenea. L’Istat che ce li fotografa al gennaio 2022, li distribuisce per aree territorialmente abbastanza somiglianti: Nord ovest – Nord-est – Centro – Sud – Isole. Prendiamo la classe da 65 anni a 100 anni e più, dentro potrebbero esserci tutti quelli che vanno in pensione quest’anno per raggiunti limiti di anzianità di servizio, le donne, i cargiver, i lavoratori precoci, e ovviamente i già pensionati. Nel Nord-ovest sono 3.886.988, nel Nord-Est 2.783.832, nel Centro 2.870.917,  nel Sud  3.010.952 e nelle Isole 1.498.715. Inutile dire che le donne sono in misura più alta e che la classe di maggiore presenza è quella che va dai 75 ai 90 poi i numeri decrescono sensibilmente, ma certamente non scompaiono totalmente. Di questo esercito di anziani che come vedete costituisce l’ossatura della popolazione, ben 4 milioni e 300 mila sono anziani soli perché hanno perso il loro compagno/a (dizione più corretta statisticamente: mono-famiglia di anziani).

Succede però che a guardare invece la voce risorse economiche, sviluppo del territorio, livelli di assistenza su base locale la situazione è quella che si sospettava da tempo: il Centro, il Sud e le Isole sono i territori dove il deficit di servizi sanitari in termini di risorse disponibili per fare assistenza è più alto. Si traduce che non ci sono risorse per assistere gli anziani presenti sui territori e che non ve ne saranno nei prossimi anni. Lo aveva ben detto il rapporto Osservasalute presentato a maggio 2022 dove l’analisi del rapporto regionale tra la spesa pubblica e il PIL aveva rappresentato distanze interregionali molto ampie, poiché al Centro, al Sud e nelle Isole la spesa per case di cura private o in convenzione è una voce rilevante del bilancio sanitario (invero mette in evidenza nel Nord il caso Lombardia come regione con alta spesa sanitaria non pubblica); per l’assistenza territoriale domiciliare integrata, l’unica in grado di “garantire una adeguata continuità ai bisogni di salute, anche complessi, delle persone non autosufficenti”, il dato evidenzia sì una riduzione della ospedalizzazione rispetto agli anni passati, ma soprattutto una distribuzione non omogenea dell’assistenza domiciliare perché, ancora una volta, è condizionata dalle risorse del bilancio regionale e dalla capacità della strutture regionali socio-sanitarie di conoscere e raggiungere la popolazione anziana. E qui l’efficienza organizzativa fa la differenza. Se vivi in una Regione che non si è dotata di una struttura socio-assistenziale capillare efficiente, la condizione di abbandono a se stessi e ai propri familiari è quella più frequente. Se poi andiamo a vedere i posti letto nelle RSA nel Sud e nelle Isole, gli anziani presenti sono significativamente meno che nelle regioni del Nord. E questo perché le pensioni percepite sono mediamente di valore inferiore e non consentono la copertura di parte dei costi delle strutture RSA a carico dei familiari o pazienti. Qui gli anziani vivono da soli, prevalentemente nelle loro abitazioni, con i figli a fare visita.

Se questa è la fotografia del Paese rappresentata dalla scienza dei numeri, è evidente quanto sia stridente il tono del comunicato personale della premier Meloni nel presentare il 19 gennaio la soluzione trovata per l’assistenza agli anziani e per tutti coloro che ne hanno bisogno, definendola solennemente “patto per la terza età”. Non per colpa propria, ma nell’intento di voler parlare a chi aveva messo a settembre nel suo bouquet quel fiore, assicurando che non lo aveva dimenticato, anzi lo aveva debitamente rinfrescato con acqua fresca, ha presentato quelli che altri hanno preparato per lei non guardando i nuovi dati sulla gente, sulle risorse attuali e non quelle che verranno, immaginando per noi, che già soffriamo abbastanza, una bengodi della salute che non arriverà. Forse la cecità della burocrazia di questo distratto Governo immagina che quel patto unilaterale comporti una serie infinita di torpedoni di arzilli vecchietti e vecchiette che percorrendo le italiche strade vada da Sud a Nord, non solo a trovare i nipoti emigrati, ma pure a curarsi l’artrite che piega le ginocchia e inarca le spalle, aggiustare dentiere, sciogliere cataratte, ecc…sognare una gioventù svanita e lottare ancora per una voglia di vivere che ancora esiste. Un patto per sognare sarebbe più onesto chiamarlo. 

Però…che tristezza Signora Presidente.

SÌ, UNA VOLTA LA POLITICA C’ERA E CASINI LO RACCONTA BENE. E PER IL FUTURO?

L’ultimo libro di Pier Ferdinando Casini “C’era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano” è decisamente un bel libro. E lo dico senza alcuna piaggeria, senza la benché minima regressione nostalgica e, soprattutto, senza pensare di replicare un passato ormai consegnato agli archivi storici. Ma è indubbio che scorrendo le pagine scritte dell’amico Casini – o meglio del ‘racconto’ della storia democratica del nostro paese in questi ultimi anni – emerge in modo inequivocabile la differenza quasi ‘antropologica’ di “quella” politica rispetto a quella contemporanea. O almeno di quella stagione politica che ha dovuto convivere con la malapianta della deriva populista, anti politica e qualunquista. Una fase caratterizzata dall’irruzione del populismo grillino che ha letteralmente sconvolto le fondamenta tradizionali del nostro agire politico e della stessa dialettica democratica. E la politica, oggi, può ritornare protagonista solo se, seppur lentamente, faranno capolino almeno tre elementi costitutivi, come emerge chiaramente anche da questa preziosa pubblicazione.

Innanzitutto è necessario avere una classe dirigente autorevole e qualificata capace di interpretare e declinare la politica nella stagione contemporanea. Se dovessero continuare a prevalere le categorie del populismo grillino, e cioè l’improvvisazione, la casualità e il pressappochismo, la politica sarebbe condannata a giocare ancora una volta un ruolo subalterno, marginale e del tutto periferico rispetto alla scelte concrete che condizionano, orientano e segnano lo sviluppo e il futuro del nostro paese. Una classe dirigente, cioè, autorevole, rappresentativa e radicata nel territorio. Come quella che, seppur con alti e bassi, ha caratterizzato per lungo tempo il cammino della democrazia italiana.

In secondo luogo la politica può nuovamente essere protagonista nella società italiana se, al contempo, viene disciplinata e rappresentata da quegli strumenti democratici per eccellenza che rispondono al nome di ‘partiti’. Cioè partiti autenticamente democratici, popolari ed espressione di interessi sociali e culturali. E quindi, e di conseguenza, no ai “partiti personali”, no ai grigi ed anonimi “cartelli elettorali” e ai partiti “del capo” che fanno e disfano la politica a loro piacimento. Ma, al contrario, partiti che sappiano veicolare il consenso popolare e che, soprattutto, sappiano indicare quella “visione di società” o quel “progetto di società” che ormai sono categorie sostanzialmente scomparse dall’orizzonte politico italiano.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la centralità delle culture politiche. Culture politiche, riformiste e costituzionali, che sono state spazzate via dall’irruzione dei disvalori del populismo che hanno raso al suolo tutto ciò che era seppur lontanamente riconducibile al passato. Culture politiche che possono nuovamente ridare respiro ideale alle scelte politiche, battere l’ordinaria amministrazione e la semplice gestione dell’ esistente. Strumenti culturali che possono, e devono, giustificare la stessa distinzione tra la destra, la sinistra, il centro, i riformisti, i conservatori, i moderati, i reazionari e via discorrendo. Perché con le categorie grottesche e vuote del ‘vecchio’ e del ‘nuovo’ si dura sicuramente una stagione ma poi si ripiomba nell’anonimato politico, nel trasformismo e nell’opportunismo politico e parlamentare e, soprattutto, nel “nulla della politica” , per dirla con Mino Martinazzoli. Come puntualmente è capitato nel nostro paese in questi ultimi tempi.

Ecco perché il libro di Casini è un utile strumento che aiuta la riflessione e anche, e forse ancor di più, incentiva all’azione politica, culturale ed organizzativa. Sotto questo aspetto, non si tratta di rifare goffamente ed irresponsabilmente la Democrazia Cristiana ma, semmai, di continuare a prestare ascolto all’insegnamento e ai consigli che arrivano dai ‘democristiani’. E Pier Ferdinando Casini ci aiuta in questo percorso. Per questo il libro va letto, dibattuto ed approfondito.

IL PD SI APPRESTA A CELEBRARE UN CONGRESSO FARSA: LA CRITICA DI MORETTON.

Quando uno perde l’anima, difficilmente riesce a recuperarla mantenendo lo stesso stile di vita.

Se il Pd pensa di riacciuffare il senso ormai smarrito della sua collocazione in un quadro di centro sinistra credibile, con questi quattro candidati alla segreteria non ha, almeno secondo me, alcuna speranza di giungere a quel traguardo.

Dovevano rimodellare l’intero impianto politico, si erano proposti una nuova Costituente, sono invece rimasti schiacciati dalle candidature che anteponevano le persone ai propositi teorici del programma Costituente. 

Peggio di così non potevano fare. Forse con quella mossa avranno raccolto qualche transfuga, ma da quanto so, non tutti quelli che sono usciti cinque anni fa, stanno facendo il viaggio del ritorno. 

Le furbizie non pagano mai. 

Vincerà Stefano Bonaccini. Pensate che non sia così? Le debolezze di Paola De Micheli, Gianni Cuperlo e Elly Schlein, sono gigantesche. La De Micheli è sempre restata all’ombra di qualche ammiraglio emiliano; Cuperlo è il ritorno del perdente; Schlein è l’invenzione per tenere aperto uno spiraglio nella radicalità di quelli che si collocano da quella parte. Il Congresso Pd è bell’è fatto; le primarie sigillate a priori; il destino definito persino nei minimi particolari.

LA RUSSIA ETICHETTA LA FONDAZIONE SAKHAROV COME “INDESIDERABILE”

I pubblici ministeri russi lunedì hanno dichiarato “indesiderabile” la fondazione con sede negli Stati Uniti che preserva l’eredità del premio Nobel per la pace Andrei Sakharov.

La motivazione sarebbe: “le attività della Fondazione Andrei Sakharov costituiscono una minaccia all’ordine costituzionale e alla sicurezza della Russia”.

La legge russa, infatti punisce coloro che si ritiene abbiano collaborato con una ONG internazionale “indesiderabile” con multe salate e pene detentive.

Tra la metà del 2015 e l’inizio del 2023 le autorità russe hanno dichiarato “indesiderabili” più di 70 organizzazioni, compresi i media incentrati sulla denuncia di frodi e corruzione in Russia.

Ora è il turno della Fondazione Andrei Sakharov.

Sakharov, un tempo in Russia era celebrato come un eroe dell’industria della difesa sovietica per il suo ruolo nello sviluppo della bomba nucleare sovietica e divenne uno dei più importanti dissidenti dell’URSS dalla fine degli anni ’60. 

Ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1975 per il suo lavoro contro la corsa agli armamenti nucleari.

Raggiunse la sua più grande popolarità nell’era della perestrojka, raggiungendo lo status di autorità morale nazionale.

Arrestato nel 1980 dopo aver denunciato la guerra sovietica in Afghanistan, Sakharov fu mandato in esilio nella città di Nizhny Novgorod, allora chiusa agli stranieri.

Ne uscì solo sei anni dopo.

L’organizzazione, ora, presieduta dal matematico Alexei Semyonov non ha ancora commentato la sentenza.

MALTEMPO: 5 BUFERE AL GIORNO, SOS FRUTTA E VERDURA

Il crollo delle temperature accompagnato da gelate e neve, dopo il caldo anomalo degli ultimi mesi, mette a rischio verdure e ortaggi coltivati all’aperto. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti, per l’ondata di maltempo con una media di oltre 5 eventi estremi al giorno, sui dati dell’European Severe Weather Database (Eswd), tra bufere di vento, neve, grandine e violente precipitazioni che hanno provocato frane, smottamenti ed esondazioni con interi campi di frutteti, vigneti, serre e stalle allagati. L’arrivo del grande freddo – sottolinea la Coldiretti – colpisce le coltivazioni invernali in campo come cavoli, verze, cicorie, e broccoli. Questi ultimi reggono anche temperature di qualche grado sotto lo zero ma se la colonnina di mercurio scende repentinamente o se le gelate sono troppo lunghe si verificano danni.

A preoccupare – continua la Coldiretti – è anche il balzo dei costi per il riscaldamento delle serre per la coltivazione di ortaggi e fiori che risente dell’impennata della bolletta. Il brusco abbassamento della temperatura con gelo rischia peraltro di bruciare fiori e gemme di piante e alberi, con pesanti effetti sui prossimi raccolti dopo che – ricorda la Coldiretti – il caldo anomalo lungo tutta la Penisola ha favorito il risveglio anticipato delle varietà piu’ precoci di noccioli, pesche, ciliegie, albicocche, agrumi e mandorle.

Si sta verificando in Italia una evidente tendenza alla tropicalizzazione che – precisa la Coldiretti – si manifesta con una più elevata frequenza di eventi violenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi. L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con i danni provocati dalla siccità e dal maltempo che hanno superato nel 2022 i 6 miliardi di euro.

NOVANTA ANNI FA NASCEVA L’ISTITUTO PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE | ARCHIVIO STORICO DELL’IRI

La storia dell’IRI – Archivio storico dell’IRI

L’IRI – Istituto per la Ricostruzione Industriale è istituito nel 1933 come ente di diritto pubblico, con il fine di riorganizzare da un punto di vista tecnico, economico e finanziario, le attività industriali dell’Italia colpita, come il resto del mondo occidentale, da una crisi economica e finanziaria senza precedenti.

L’IRI nasce a ridosso dell’anno peggiore della crisi, il 1932, “in sordina” e con un carattere “transitorio”, appare come una soluzione tampone per far fronte ad “eccezionali vicende finanziarie”. Ed in questo senso, è articolato in due organismi autonomi: uno, la SEZIONE SMOBILIZZI, dedicato alla gestione delle rilevanti partecipazioni industriali provenienti dai portafogli azionari delle grandi “banche miste”, l’altro, la SEZIONE FINANZIAMENTI, destinato a provvedere le necessarie risorse finanziarie a quelle imprese industriali “orfane” del sostegno fino ad allora assicurato dall’indebitamento bancario a medio termine.

Le vicende immediatamente successive determineranno il superamento di questo modello organizzativo, per il quale l’IRI era espressione, per il carattere della sua temporaneità, della convinzione governativa che la crisi, che aveva colpito l’economia italiana, potesse essere superata attraverso la restituzione al capitale privato delle azioni delle imprese industriali che erano nel portafoglio delle banche di affari affidate all’Istituto, appositamente creato.

La soppressione della SEZIONE FINANZIAMENTI, con il passaggio delle sue competenze all’IMI, e la trasformazione nel 1937 dell’IRI da ente provvisorio a struttura permanente di gestione di partecipazioni industriali, sanciranno sia l’impossibilità di affidare nuovamente alle cure di imprenditori e investitori privati la sistemazione di patrimoni industriali bisognosi di interventi radicali di riorganizzazione, sia l’inadeguatezza dello strumento finanziario così come si era delineato all’origine.

L’IRI assunse la figura di una holding e le aziende che caddero sotto il suo controllo mantennero la forma giuridica della società per azioni, prevedendo una articolazione in tre

diversi stadi: alla base si trovavano le società che svolgevano l’attività produttiva propriamente detta. Queste società, in gruppi omogenei, facevano capo a società finanziare di settore, originariamente Stet (1934); Finmare (1934) e Finsider (1937), cui si aggiungeranno dopo la guerra, Finmeccanica (1948) e Finelettrica (1952) che, a loro volta, erano controllate dall’IRI:

“Questo organismo –sottolinea Pasquale Saraceno, uno dei protagonisti di primo piano della vita dell’ente, artefice delle scelte strategiche – è dotato di propria personalità giuridica e di propri organi direttivi. E’ separato sai dal punto di vista giuridico che da quello funzionale, dall’amministrazione dello Stato. L’ente e le finanziarie non svolgono attività industriale: questa è riservata alle aziende controllate. Queste ultime sono organizzate in società per azioni sulla base del diritto privato. Una simile “formula” permette a privati risparmiatori di partecipare come azionisti al capitale e quindi ai rischi di aziende controllate dallo Stato: una forma di cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato”.

Emerge così l’attribuzione all’IRI della missione di gestire imprenditorialmente un gruppo industriale formato da società per azioni regolate dal diritto privato e strategicamente orientate al mercato attraverso la guida di una holding capogruppo sotto il controllo di una holding di settore.

Si tratta di una struttura che, sia pure attraverso la mediazione di un ente pubblico, riprende i caratteri delle grandi holding che si andavano affermando, ancorché in forme embrionali, a livello internazionale: in esse si affiancava, al controllo sui costi di produzione, la possibilità di diversificare la presenza settoriale delle società controllate, adattando la struttura dei gruppi all’evoluzione delle tecnologie ed all’emergere di nuovi settori2.

Con il 1937, l’Istituto assumendo stabilmente la forma e la funzione di holding industriale, consolida il carattere imprenditoriale, oltreché finanziario, della propria gestione, anche se un’azione del genere era stata già avviata nel primo quadriennio di vita dell’istituto (tra il 1933 ed il 1937).

Per leggere il testo integrale

http://www.maas.ccr.it/archivioiri/archivio/TestoIRI.pdf

PER COSTRUIRE UN NUOVO PATTO POLITICO EUROPEO NEL PAESE | DOCUMENTO DI ARGOMENTI2000

L’inizio di questo terzo decennio del secolo vede emergere un quadro storico e politico in profonda evoluzione. L’intrecciarsi della crisi pandemica, della crisi economico-sociale, della crisi ambientale e di quella dell’equilibrio planetaria, segnano il venir meno di strutture e istituzioni, visioni del mondo e paradigmi di lettura. 

Più che una crisi della politica, quello che la realtà restituisce è il bisogno di un di più di politica, che sappia però prendere le mosse dal confronto con le cose e la loro verità. La prospettiva che vogliamo proporre è quella della costruzione di un nuovo patto politico europeo radicato nel paese e per questo occorre lavorare su una visione rinnovata di politica, di democrazia e di partito. Si tratta di pensare queste parole nella pratica di una cultura politica che ha le sue radici nella realtà del Paese e che ha i suoi punti di riferimento nel principio di fraternità, nel senso profondo della cittadinanza europea, nella equità ed equanimità come regolatrici dei rapporti economici, sociali e ambientali, nella pace come progetto politico. 

I punti che seguono sono la traccia su cui sviluppare questa iniziativa politica. A fondamento di questo nostro approccio vi è la convinzione che, in questo inizio di millennio, la politica abbia il compito di riconoscere la realtà umana, con le sue criticità, certo, ma anche con le sue dinamiche vitale e le sue risorse. Siamo convinti che tutta questa ricchezza debba essere sapientemente governata e ordinata ma e non costretta e crediamo che la democrazia, pensata per questo nostro tempo – il tempo della transizione ecologica, il tempo dell’era digitale, il tempo della fine della globalizzazione e dell’inizio di una prospettiva planetaria –, sia il patrimonio politico che come europei possiamo spendere a beneficio di tutti. La nostra proposta è quella di delineare la prospettiva di una cultura politica nuova che si radica nella storia del cattolicesimo politico. La lucida coscienza del valore storico delle tante ramificazioni espresse da quella esperienza non può tradursi in un vincolarsi ad uno schema memoriale che rischia di non far cogliere l’urgenza di elaborare una cultura politica per questo tempo: il tempo di una umanità planetaria. 

La politica come intelligenza delle cose. La politica non è solo gestione del potere, ma è prima di tutto capacità di interpretare le istanze che emergono dalla storia e dalla vita delle persone e dare loro un ordine e una composizione possibili. La politica ha l’esigenza di emergere da un confronto con le grandi istanze che i contesti sociali, economici e culturali pongono. Per questo inizio di XXI secolo la dignità del lavoro, la cura dell’ambiente, il ruolo delle generazioni più giovani, la lotta contro la povertà nelle sue diverse forme sono i grandi nodi su cui edificare una visione politica e proposte programmatiche conseguenti.

Per leggere il testo completo

https://www.argomenti2000.it/content/costruire-un-nuovo-patto-politico-europeo-nel-paese

EXPO 2030. DIMITRI KERKENTZES, SEGRETARIO GENERALE DEL BIE, IN VISITA A ROMA: A NOVEMBRE LA SCELTA | AGI

È una visita molto importante, non sarà l’unica quest’anno. A novembre l’assemblea generale del Bureau International des Expositions (Bie) sarà chiamata a scegliere la sede della rassegna in programma nel 2030. La competizione è serrata, negli ultimi mesi il funzionario del Bie ha già visitato Riyadh in Arabia Saudita e Busan in Corea, le candidate concorrenti assieme ad Odessa in Ucraina.

Il funzionario del Bie è atteso da una serie di incontri strettamente riservati, dal sindaco Roberto Gualtieri al presidente del Comitato promotore Roma Expo 2030 Giampiero Massolo passando per ministri ed imprenditori. In programma ci sarebbe anche la vista a Tor Vergata, la location proposta per sviluppare i padiglioni della rassegna romana, pensata con il titolo “Persone e territori: rigenerazione, inclusione e innovazione”

La partita è aperta. Le variabili nella geopolitica dei grandi eventi sono numerose. Negli ultimi anni i Paesi del Golfo persico hanno ottenuto molto, anche per la capacità di mobilitare risorse ingenti: tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 si è svolta a Dubai Expo 2020 – in ritardo a causa della pandemia di Covid – mentre il mese scorso sono stati disputati i mondiali di calcio in Qatar. Non stupirebbe, dunque, il tris con una nova Expo. Da settimane, però, l’inchiesta giudiziaria Qatargate aperta a Bruxelles, che al momento coinvolge diversi europarlamentari in carica o passati, ha fatto balenare l’ipotesi di una presunta filiera di corruzione per accreditare l’emirato di Doha in Europa in vista di grandi eventi.

L’oriente invece ospiterà la prossima edizione di Expo, nel 2025 ad Osaka in Giappone. Forse un appuntamento troppo ravvicinato per poter bissare subito dopo con una rassegna in Corea. Discorso a parte per Odessa, con l’Ucraina da quasi un anno alle prese con l’invasione delle truppe russe. La futura ricostruzione tramite fondi internazionali potrebbe passare anche dai grandi eventi ma l’incertezza sulla durata del conflitto pone un grande punto interrogativo sulla reale fattibilità dell’evento. 

Poi c’è Roma, con la sua storia e il fascino delle bellezze archeologiche e architettoniche millenarie. Ma anche con le tante contraddizioni di una Capitale che fatica a vincere la sfida della modernizzazione, dove gli ultimi grandi eventi hanno lasciato più ferite urbanistiche che progetti compiuti.  Il lavoro diplomatico a sostegno della candidatura è fitto. Il tempo stringe. Il sindaco Gualtieri, così come la Farnesina, è al lavoro per tessere la rete di alleanze internazionali necessarie in vista del voto di novembre. Da mesi l’ambasciatore Massolo ripete che si tratta di “una sfida nazionale” dove “è l’Italia che si candida, non una città”. La scorsa settimana intato la Conferenza dei rettori delle università italiane ha sottoscritto un documento a sostegno della candidatura. 

Il masterplan romano, curato dall’archistar Carlo Ratti assieme all’architetto Italo Rota e all’urbanista Richard Burdett Burdett, è ambizioso. L’idea è quella di rigenerare l’area di Tor Vergata, dove si dovevano svolgere i mondiali di nuoto del 2009, a partire dello scheletro della Vela di Calatrava, rimasta incompiuta dal 2011, con un boulevard urbano che passando attraverso una serie di parchi giunga fino in centro storico. Una rassegna dunque all’insegna della riconversione urbana che guarda alla smart city per rinnovare un quadrante difficile della periferia cittadina. Tra i punti di forza del progetto il più grande parco solare urbano del mondo.  

“Da italiana e da romana credo che Expo 2030 a Roma sarebbe una grande opportunità. Ce la mettiamo tutta”, ha sostenuto nelle scorse settimane la premier Giorgia Meloni. Gualtieri chiosa: “Il nostro progetto è molto ambizioso e di straordinaria qualità. Questa è una sfida di tutto il Paese, può essere vinta con un incessante impegno comune”. Domani parte la visita del Bie, ad aprile è attesa una seconda ispezione. 

Fonte: Agenzia Italia (AGI)

IL LAVACRO RUSSO DELLA GELIDA APOCALISSE | ASIANEWS

Stefano Caprio

Con la festa del Battesimo del Signore, che secondo il calendario ortodosso si celebra il 19 gennaio, anche la Russia ha concluso l’itinerario liturgico natalizio, preparandosi ad affrontare la parte più rigida dell’inverno. I Kreščenskye Morozi, le “gelate del Battesimo”, sono la porta che si spalanca sull’ignoto, in quanto il freddo potrebbe rivelarsi così intenso da impedire l’arrivo della primavera, e il rinascere della vita. In molte regioni della Russia e dell’Asia centrale, in effetti, questi giorni stanno segnando temperature record in negativo, con medie di 20 gradi sotto lo zero e picchi sotto i 40, creando enormi problemi di approvvigionamento ed efficienza energetica a grandi masse di persone.

Le condizioni atmosferiche, pur con tutti gli imprevisti dei cambiamenti climatici, mantengono alte le motivazioni che fanno del Battesimo quasi la più grande festa della devozione ortodossa russa, superiore perfino ai riti pasquali. Il bagno nell’acqua gelata, nel kupel (fonte battesimale) con l’apertura a croce sul ghiaccio dei laghi, è un rito quasi esclusivo dei russi, rievocando certo tante tradizioni paganeggianti e apotropaiche, ma mantenendo una sua dimensione di “spiritualità apocalittica”: se si sopravvive alla triplice immersione nell’acqua della gelida morte, allora si potrà sperare davvero in una vita nuova.

Se nella Pasqua russa in pochi assistono alle lunghe liturgie, ma moltissimi fanno la fila intorno alle chiese per benedire uova e dolciumi, al Battesimo russo la meta del pellegrinaggio non è neppure la chiesa, ma il kupel nei boschi. Secondo i dati del ministero degli Interni, sono state allestite quest’anno quasi diecimila “manifestazioni battesimali” all’aperto, dove si sono immerse un milione e mezzo di persone. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha tranquillizzato la popolazione assicurando che il presidente Putin si è immerso “in provincia di Mosca, secondo la sua tradizione”, anche se qualche perplessità è rimasta per l’assenza di video e foto del leader nel ghiaccio, che negli anni passati attestavano l’integrità fisica e morale dello zar. Il perfido Zelenskyj ne ha approfittato per dileggiare il suo rivale russo, parlando al gotha politico e finanziario di Davos, per dire che “non sono neanche sicuro che Putin sia vivo”.

In passato il bagno putiniano ha sollevato in effetti diverse domande, in quanto le mosse del capo sembravano a volte incoerenti e diversificate, in particolare nelle incertezze sul segno della croce, una volta addirittura fatto alla maniera latina. Del resto le supposizioni sui tanti sosia del presidente si sono moltiplicate negli anni del Covid, quando le poche uscite di Putin dal bunker fuori Mosca suggerivano l’uso degli “avatar” per evitare rischi d’infezione. Ora il Battesimo inaugura la stagione della possibile “fine del regime”, per i grandi rischi delle operazioni militari e degli scontri politici neanche tanto sotterranei intorno al Cremlino. Già la liturgia del Natale ha mostrato la solitudine del capo in corpetto antiproiettile e sguardo da funerale nella cappella dell’Annunciazione del Cremlino, facendo pensare che ormai “Putin riesce a parlare solo con Dio”, secondo l’espressione di Leonid Gozman su Novaja Gazeta.

Le apparizioni pubbliche del leader, al netto delle possibili sostituzioni, sono divenute via via più grottesche, con le conferenze stampa (ormai sempre più rare) in cui i giornalisti stanno a “tre fermate di tram di distanza”, secondo un’espressione diffusa, i tavoli lunghi un chilometro, gli auguri di buon anno sullo sfondo di soldati immobili (forse un video-montaggio). Già alcuni anni fa lo scrittore satirico Vladimir Vojnovič, morto nel 2018, presupponeva che “Putin sia già stato assunto in cielo, e da lì comunica con il popolo a lui affidato”. Altri lo considerano l’incarnazione dei romanzi di Gabriel Garcia Marquez, come “L’autunno del patriarca” o “Cent’anni di solitudine”. La sua permanenza nel “bunker” è diventata una sigla abituale durante la pandemia, e la guerra in corso ha ulteriormente rafforzato questa similitudine con l’ultimo Hitler, o ancor di più con la condotta tremebonda di Stalin durante l’invasione nazista.

Le tante supposizioni sulla sua salute cagionevole, o la morte con successiva trasfigurazione, o la possibile degradazione psichica, non aiutano certo a comprendere che futuro attende la Russia, al di là delle sensazioni rovinose. Il superamento del gelo già si prevede come una grandiosa nuova mobilitazione bellica della popolazione, anche solo estendendo la leva militare obbligatoria ad almeno la metà dei maschi adulti che non sono ancora fuggiti dal Paese. Il terrore di Putin si trasmette a tutti i russi, al punto da creare una consapevolezza della fine imminente, ribadendo in discorsi ed esortazioni che il vero scopo della vita è “morire per la Patria”. Un messaggio apocalittico ribadito, del resto, anche nelle omelie dei gerarchi ortodossi.

Il patriarca Kirill ha ribadito questa prospettiva “finale” durante la celebrazione del Battesimo del Signore, nella liturgia da lui presieduta non nella grande cattedrale del Salvatore, ma nella più piccola chiesa dell’Epifania a Elokhovo, in un quartiere meno centrale di Mosca, che fungeva da sede patriarcale ai tempi sovietici. Egli ha proclamato che “il Signore è apparso nel mondo per rinnovare la coscienza degli uomini, aiutandoli a formare un nuovo sistema di valori, morali e spirituali, grazie al quale l’umanità ha raggiunto grandi obiettivi”. Questo percorso non è stato “progressivo”, ma pieno di ostacoli da superare, ma “noi qui oggi, nella Mosca del XXI secolo, sentiamo la forza della grazia divina”. Senza l’energia divina “l’umanità non esisterebbe più da tempo”, ammonisce il patriarca, “e oggi noi sappiamo che vi sono nuove minacce al mondo e al nostro Paese, che mettono in pericolo l’umanità intera”.

Secondo il capo degli ortodossi russi “degli uomini folli hanno pensato che la grande potenza della Russia, che possiede armi straordinarie, abitata da uomini forti, motivati alla vittoria di generazione in generazione e che non si sono mai arresi ad alcun nemico, ma sono sempre usciti vittoriosi, che sia possibile sconfiggere questo popolo, o come alcuni affermano, si possa riformattarlo”, nel senso di imporre valori estranei che “neanche si possono chiamare valori”, perché diventino come tutti gli altri e si sottomettano a chi pensa di controllare il mondo intero. Quindi oggi “bisogna pregare il Signore che illumini questi folli, perché ogni desiderio di annientare la Russia comporta la fine del mondo”.

Serve quindi una nuova consapevolezza, esorta Kirill, quella della “dipendenza reciproca” che tiene conto della fragilità del mondo in cui viviamo, e unisca tutti nel riconoscimento dei “valori autentici”, quelli rappresentati dalla fede ortodossa. In conclusione, il patriarca si dice certo che “il Signore non abbandonerà la terra russa, sarà al fianco delle sue guide e del nostro presidente ortodosso, del nostro esercito”. Se non sarà necessario “risolvere definitivamente le divergenze e i conflitti”, alla fine tutti potranno riconciliarsi e tranquillizzarsi, e “il mondo sarà migliore”.

Anche i ritornelli della propaganda incessante – sui media di Stato e tutte le strutture sociali russe, a cominciare dalla scuola – si stanno sempre più uniformando alle note apocalittiche del presidente e del patriarca, insieme agli altri dirigenti dello Stato e della Chiesa. Il periodo natalizio ha segnato una frattura della coscienza, esaltata proprio dalla festa conclusiva del Battesimo e dall’incognita sulla imminente “offensiva finale” di primavera. La ritirata da Kherson e dalla regione di Khar’kov a novembre ha portato a immaginare non più veramente la conquista dell’Ucraina e la sua “purificazione”, ma una trasformazione della guerra nella nascita di una “nuova civiltà” in cui alla Russia si affiancano l’Indocina, l’Africa e l’America latina. Un “non-Occidente”, il nie-Zapad che sempre più viene ribadito ad ogni occasione: non una contrapposizione geografica, ma spirituale e globale, la Russia è il vero Oriente e il vero Occidente allo stesso tempo. E questa nuova civiltà si crea distruggendo i falsi valori, anche a costo della propria stessa scomparsa.

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-lavacro-russo-della-gelida-Apocalisse-57572.html

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LA QUESTIONE DEL SEMIPRESIDENZIALISMO INVESTE LA RESPONSABILITÀ DELLA CLASSE DIRIGENTE: È UNA RIFORMA UTILE?

Con una certa regolarità in Italia si torna a parlare di presidenzialismo o semipresidenzialismo. Dal fronte di Fratelli d’Italia fu avanzata nel 2018 una proposta di legge di revisione costituzionale e ora ancor più autorevolmente da parte della presidente del Consiglio si ripete che il presidenzialismo (ma forse si vorrebbe dire semipresidenzialismo?) sarebbe l’opzione da adottare. Trattandosi di una riforma costituzionale di notevole portata le domande da porsi sono: 1. Quale è il problema che si vuole risolvere; 2. Lo strumento ipotizzato è quello più adatto? 3. Questo strumento potrebbe avere controindicazioni significative?

Quale è il problema? Quali ragioni vengono portate per chiedere l’elezione diretta del capo dello stato e il semipresidenzialismo? Come ha detto con chiarezza Meloni nella sua conferenza stampa di fine anno le ragioni sono: 1. assicurare stabilità ai governi e 2. avere governi che siano frutto della indicazione popolare. Due ragioni non banali, avanzate negli ultimi anni da molte parti e alle quali si è cercato di rispondere senza grande successo con riforme del sistema elettorale. Non viene menzionata invece la qualità del capo dello stato, forse anche perché questo aspetto non sembra così rilevante poiché con il sistema attuale l’Italia è riuscita negli ultimi decenni a dotarsi di capi dello stato di notevole prestigio e capacità di fronteggiare con autorevolezza le crisi.

Lo strumento ipotizzato. Prima di tutto chiariamo la differenza tra presidenzialismo e cosiddetto vice-presidenzialismo. Entrambi comportano l’elezione diretta del capo dello stato, ma nel caso del primo il presidente è anche il solo vertice dell’esecutivo, cioè è contemporaneamente capo dello stato e capo del governo. Nel secondo invece è presente anche un presidente del consiglio dei ministri che deve contare sulla fiducia del parlamento. Aggiungiamo che il primo modello, esemplificato dagli Stati Uniti, ma anche da gran parte dei paesi dell’America latina, toglie al parlamento il potere di sfiduciare il capo dello stato (se non per via giudiziaria, o impeachment) e al capo dello stato di sciogliere il parlamento, realizzando così una netta separazione tra i due poteri. A coloro che parlano di questo modello ricordiamo che, come insegna il caso statunitense, il potere del presidente è poi fortemente limitato (in sede legislativa) da un Congresso (il parlamento) nettamente autonomo e che può esprimere maggioranze opposte (e lo fa spesso). Nei fatti il presidente è tutt’altro che onnipotente.

Poiché mi sembra si voglia parlare di semipresidenzialismo diamo uno sguardo intorno a noi. Limitandoci agli stati europei l’elezione diretta del presidente non è certo una rarità, anzi è in via di netta crescita. Ben diciannove paesi lo adottano oggi, mentre in un numero più limitato (9) il capo dello stato è eletto dal parlamento. Poi naturalmente ci sono i paesi monarchici (8) che si basano sulla successione ereditaria di un monarca fortemente depoliticizzato. Solo Cipro adotta un modello di presidenzialismo pieno. Oltre alla Francia, l’Austria, la Bosnia Erzegovina (ma con una presidenza a tre), la Bulgaria, la Croazia, la Finlandia, l’Irlanda, l’Islanda, la Lituania, il Montenegro, la Macedonia del Nord, la Polonia, il Portogallo, la Repubblica ceca, la Romania, la Serbia, la Slovenia, la Slovacchia e l’Ucraina adottano il primo modello.

Ebbene, tra tutti questi paesi in pratica solo la Francia funziona veramente secondo il modello che in Italia ci si immagina, cioè con un presidente della repubblica che è anche la guida politica del paese e al quale il governo è subordinato. Dunque la Francia è l’eccezione più che la norma! Negli altri paesi troviamo un presidente eletto popolarmente ma il governo si forma sulla base dei risultati delle elezioni parlamentari e delle maggioranze che si formano in parlamento. I leader di partito puntano ad affermarsi come primi ministri attraverso le elezioni parlamentari, piuttosto che candidarsi come presidenti.

Prima conseguenza, il ruolo politico del governo non è subordinato a quello del presidente, seconda conseguenza la configurazione politica del governo potrà essere diversa da quella del presidente. E in più sotto uno stesso presidente si possono avere diverse formazioni di governo a seconda delle coalizioni che si formano o disfano in parlamento. Dunque i due obiettivi per i quali Meloni propone il semipresidenzialismo non dipendono dall’elezione diretta del presidente ma dal sistema dei partiti. A seconda dei casi ci potrà essere stabilità o instabilità; quanto a “governi frutto dell’indicazione popolare” avverrà esattamente quello che avviene nei sistemi parlamentari. In alcuni casi l’indicazione popolare sarà chiara, in altri saranno le trattative tra i partiti in parlamento a decidere.

Ma se si realizzasse il modello francese? La domanda è allora come si riesca a riprodurre questa eccezionalità. Il punto merita di essere chiarito per i nostri aspiranti riformatori. Qualcuno dirà che tutto sta nei poteri stabiliti nelle rispettive costituzioni. In realtà il ruolo politico forte del presidente francese deriva da come il modello “è partito” all’inizio e poi si è sviluppato e dalla conformazione del sistema politico-partitico. La “trazione presidenziale” del sistema è stata costruita all’origine grazie alla figura politicamente dominante di De Gaulle, alla grave crisi dei partiti francesi della IV repubblica e al fatto che i nuovi partiti della V Repubblica sono stati nel tempo costruiti e ricostruiti intorno alle ambizioni e prospettive presidenzialiste di una serie di leader politici. Da De Gaulle a Macron, i leader con aspirazioni presidenziali hanno plasmato i partiti piuttosto che il contrario. In altri paesi invece i partiti, più solidi, e i loro leader hanno preferito giocare la loro partita (spesso anche per esigenze di coalizione) in parlamento e quindi hanno lasciato le elezioni presidenziali a figure politiche meno importanti. Per realizzare il semipresidenzialismo alla francese non basta dunque riscrivere le norme della costituzione.

Conviene inoltre ricordare che anche il caso francese ha presentato in passato situazioni nelle quali il presidente si è trovato a dover coesistere con una maggioranza parlamentare di colore opposto, oppure con un una maggioranza che non dominava completamente. La saggezza dei presidenti Mitterrand e Chirac e la loro disponibilità a lasciare spazio ai primi ministri hanno consentito coabitazioni relativamente tranquille con un governo di diverso orientamento politico (che ha assunto pienamente la guida politica). In altri paesi europei presidenti con ambizioni politiche meno controllate si sono trovati impegnati in conflitti istituzionali con governi che si rifacevano a maggioranze parlamentari antagoniste. Con risultati non proprio positivi.

In sintesi dunque e pensando anche ai nostri “riformatori” possiamo fissare questi punti: a. introdurre l’elezione diretta del presidente non garantisce un “semipresidenzialismo alla francese” se non ci sono le stesse peculiari condizioni favorevoli; b. nella maggior parte dei casi il “semipresidenzialismo” funziona come un parlamentarismo classico con l’unica differenza (poco rilevante) che il presidente è eletto dai cittadini e non dal parlamento; c. esiste la possibilità tutt’altro che remota che tra un presidente eletto direttamente e un capo del governo espresso dalle elezioni parlamentari si inneschino tensioni e conflitti se le due parti non hanno la saggezza di accettare una convivenza politica concordata.

Le ragioni per intraprendere la sempre complicata e spesso conflittuale strada di una riforma costituzionale sembrano quindi molto ridotte, tanto più che in Italia la Presidenza della Repubblica, anche se eletta indirettamente, ha svolto un ruolo non irrilevante e generalmente positivo nella vita politica utilizzando semplicemente i principali poteri riconosciuti dalla Costituzione, cioè il potere di nomina del capo del governo, quello di nomina dei ministri e quello di rinvio al parlamento delle leggi. Soprattutto occorre notare che se questi poteri sono rimasti formalmente invariati nel tempo è variata invece a seconda delle situazioni la pregnanza politica del loro impiego. Parliamo soprattutto dei poteri del Presidente a riguardo del governo, tema che oggi assume una importanza particolare. L’esperienza di questi ultimi anni ha mostrato che tutte le volte che i partiti del parlamento non sono stati in grado di costruire una maggioranza di governo capace di affrontare una situazione di grave crisi e hanno avuto timore di affrontare elezioni anticipate è stato il Presidente della Repubblica ad assicurare una supplenza e a pilotare una soluzione di forte caratura attraverso l’incarico ad una figura indipendente di alto prestigio capace di costruire una larga maggioranza. E’ stato così con i governi Ciampi, Monti e infine Draghi. Ma i capi dello stato sono intervenuti anche in maniera meno clamorosa scartando alcune nomine di ministri ritenute poco affidabili e garantendo la fedeltà del paese ai suoi impegni internazionali.

C’è da chiedersi allora se l’iniziativa sul semipresidenzialismo sia una bandiera da sventolare piuttosto che un meditato progetto volto a migliorare il funzionamento del sistema istituzionale italiano

Appendice. La proposta di FDI del 2018

In attesa del progetto che verrà presentato, guardiamo intanto la proposta di legge di Fratelli d’Italia dell’11 giugno 2018 per capire se le questioni qui sollevate siano chiare ai proponenti (tra i quali anche il presidente del consiglio Meloni).

In vari articoli si afferma il ruolo di guida del governo del Presidente della Repubblica (art 83: il “Presidente rappresenta l’Italia in sede internazionale ed europea; art. 92: “il Presidente presiede il Consiglio dei Ministri; art. 95 “il Presidente dirige la politica generale del governo e ne è responsabile [ma come?]. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo promuovendo e coordinando l’attività dei ministri con il concorso del primo Ministro”). Si vuole quindi un Presidente governante.

Poco o nulla cambia invece sullo scioglimento del Parlamento e su presidenza del Consiglio di Difesa e dichiarazione di Guerra (art. 87 e 88 riformati); si aggiunge solo il Consiglio supremo per la Politica Estera.

E veniamo all’altra componente del governo del paese, cioè il Consiglio di ministri. Qui l’innovazione non è nella nomina del Primo Ministro o dei ministri, che ricalcano l’attuale costituzione, ma nel rapporto tra governo e parlamento. Seguendo il modello francese (ma non solo…) non è considerata obbligatoria la fiducia espressa del parlamento, basta quella implicita cioè l’assenza di una mozione di sfiducia. Sarebbe quindi più facile avere governi di minoranza (soprattutto se le opposizioni sono divise e bilaterali), che però dovranno poi ottenersi una maggioranza nei normali voti in parlamento. Circa la sfiducia si introduce stranamente la cosiddetta sfiducia costruttiva (usata in un sistema parlamentare come Germania). In base a questa chi presenta la mozione deve indicare il nome del prossimo capo del governo. Non sembra che gli estensori del progetto si siano accorti che se la mozione passa il Presidente sarà quindi spogliato del potere di scegliere il capo del governo!

In ogni caso, sia dopo normali elezioni che diano una maggioranza diversa dal colore del Presidente della Repubblica che in caso di sfiducia costruttiva, nulla potrebbe impedire che si prospetti un governo di diverso orientamento politico del Presidente. Vorrà sempre il Presidente sciogliere le camere o invece la coabitazione sarà una possibilità concreta e allora il ruolo intrusivo assegnato al Presidente nella gestione del governo costituirà più una fonte di conflitto che uno strumento per dare chiarezza di governo al paese?

In conclusione per ora la progettazione del semipresidenzialismo appare alquanto confusa.

CATTOLICI E POPOLARI ALLA ‘CHIAMA’ DEI PARTITI: SI MOLTIPLICANO GLI APPELLI, MA SENZA UNITÀ È TUTTO MOLTO FRAGILE.

L’iniziativa promossa da Pier Luigi Castagnetti tempo fa all’Istituto Sturzo a Roma ha avuto indubbiamente il merito di innescare un forte dibattito attorno al ruolo, alla funzione e alla stessa ‘mission’ dei cattolici popolari e sociali nella cittadella politica italiana. Un confronto politico e culturale e un’onda mediatica che sono andati ben oltre la costruzione di una micro corrente all’interno del Pd a sostegno di qualche candidato alla segreteria nazionale del partito. Al contrario, il mondo e l’area Popolare, almeno questa è l’opinione della stragrande maggioranza di chi si riconosce in quest’area culturale, sente oggi il bisogno e la necessità di ritornare ad essere protagonisti, pur senza alcuna presunzione od arroganza. Si è chiusa, cioè, al netto di chi continua a ripararsi in qualche partito in cambio di una manciata di seggi parlamentari, la fase di una presenza politica puramente ornamentale e di contorno. Per dirla con un riferimento politico e storico autorevole e di qualità, l’esperienza dei ‘cattolici indipendenti di sinistra’ è giunta al capolinea, almeno per il momento. Si apre, cioè, un nuovo cammino e una nuova stagione per una cultura politica che storicamente ha caratterizzato il cammino della democrazia italiana dal secondo dopoguerra in poi.

Ed è proprio lungo questo solco che si inserisce un tema curioso che campeggia in questi ultimi tempi nel dibattito politico del nostro paese. E cioè, si moltiplicano gli ‘appelli’ dei vertici di alcuni partiti ai cattolici, o meglio ai Popolari, per qualificare e per arricchire il progetto politico complessivo dei rispettivi partiti. Un aspetto sicuramente importante ed incoraggiante non solo per il riconoscimento della qualità, dell’autorevolezza e della modernità di questo filone ideale ma anche, e soprattutto, per il ruolo politico che può ancora giocare nella concreta dialettica politica italiana. Certo, ad oggi non è ancora praticabile, e soprattutto realistica, l’idea di dar vita ad un partito politico organizzato ed autonomo che sia in grado di replicare, seppur in chiave aggiornata e rivista, le esperienze di un passato recente e meno recente. Ma è altrettanto indubbio che, e non solo per gli ‘appelli’ rivolti ai cattolici e ai Popolari, cresce la domanda per una rinnovata presenza politica ed istituzionale. Il tutto, però, deve avvenire ad una condizione ben precisa. Ovvero, non è più credibile, almeno questa è l’opinione maggioritaria e ricorrente, garantire una presenza di solo potere all’interno dei partiti esistenti o limitarsi, ancor peggio, a giocare un ruolo del tutto laterale e periferico ai fini della costruzione del progetto politico dei partiti di riferimento. E quindi ‘no’ ai partiti schiettamente e rigorosamente “personali” e ‘no’ ai partiti che hanno una ‘mission’ politica, del tutto legittima, ma radicalmente estranea ed esterna alle domande, alla cultura, all’esperienza e alla storia dei cattolici popolari e sociali.

Ecco perchè, se da un lato è importante che si moltiplichino gli ‘appelli’, anche se un po’ vaghi, ai cattolici e ai Popolari affinchè siano più presenti in alcuni partiti, dall’altro è consigliabile che questa cultura e questa storia – cioè gli uomini e le donne che continuano a riconoscersi in questo patrimonio di idee e di valori – siano il più uniti possibile. E questo non in chiave nostalgica ma per riaffermare in modo più forte e più convincente le ‘ragioni’ politiche, culturali e programmatici dei cattolici popolari e dei cattolici sociali nel nostro paese.

SULLE ORME DI STURZO DOBBIAMO COSTRUIRE UN PROGRAMMA DI RIFORME, SAPENDO CHE LA DESTRA NON LE FARÀ.

Da Sindaco DC di un paese altopolesano, agli inizi degli anni’70, profilandosi i decreti Stammati, che avrebbero introdotto il finanziamento diretto dello Stato agli enti locali sulla base della spesa storica, essendo aperto un forte dibattito tra gli amministratori DC, in maggioranza in quasi tutti i comuni del Veneto,  decisi di chiamare i capifamiglia del mio paese in Comune per verificare le situazioni reali economico patrimoniali di ciascuno. Realizzai la più importante e analitica revisione dell’imposta di famiglia, ultimo strumento nelle mani degli enti locali, grazie alla quale negli anni successivi il mio comune poté contare sul finanziamento statale correlato all’ultima entrata che da quel censimento era stato fatta, con piena adesione, seppur con qualche mugugno, dei cittadini.

L’introduzione del welfare state alla fine degli anni ’60, che è stata una delle grandi conquiste della DC e del centro-sinistra, si è accompagnata alla riforma fiscale del 1974 voluta dall’allora ministro Visentini, con le conseguenze che derivarono da quella scelta da lui fortemente perseguita e attuata: la scissione tra il momento dell’autonomia ed il momento delle responsabilità, ossia il venir meno di uno dei capisaldi fondamentali di tutto l’insegnamento sturziano, con l’instaurarsi di una pericolosissima prassi fondata su un unico sportello centralizzato delle entrate ed oltre 30.000 sportelli incontrollati ed incontrollabili della spesa, con le conseguenze ben note sul piano del deficit pubblico. Da un punto di vista strutturale, con la trattenuta fiscale alla fonte dei redditi da lavoro dipendente (con i datori di lavoro, pubblici e privati, in funzione di esattori fiscali per conto dello Stato) si realizzava una condizione assurda e iniqua, per cui il peso prevalente del welfare state veniva pressoché totalmente sostenuto dalle categorie a reddito di lavoro accertabile, mentre largo spazio alla accumulazione veniva lasciato ai detentori di capitali finanziari destinati a sostenere con l’acquisto dei titoli il debito pubblico e, dunque, con un sistema vizioso in cui si drenano i capitali dai redditi di lavoro e di impresa e si pompano gli interessi del debito pubblico che, nel 2022, a fine Dicembre, ha raggiunto la cifra enorme di circa 2750 miliardi di €. 

Estensione progressiva del welfare state ed enorme sperequazione a livello fiscale in cui evasione, erosione ed elusione lasciano pressoché fuori controllo oltre un terzo del reddito nazionale prodotto: sono queste le situazioni da cui partire per impostare seriamente un programma di risanamento e di rilancio della nostra economia. Dobbiamo tornare a Sturzo, se vogliamo conservare intatti i caratteri di un partito popolare, ma ciò significa: da un lato ricomporre la frattura tra il momento dell’autonomia e quello delle responsabilità e, dunque, ri-attribuire una concreta capacità impositiva agli enti locali che dovranno concorrere con lo Stato, sin dal momento dell’accertamento, alla determinazione della politica delle entrate, insieme all’assunzione in presa diretta delle responsabilità nella politica delle uscite; dall’altro a por mano, senza più rinvii ed esitazioni, ad una rigorosa riforma fiscale che annulli le attuali insopportabili ingiustizie e sperequazioni. Due grandi obiettivi,dunque, politico programmatici: la riforma della finanza nazionale e locale e la riforma fiscale.

E’ evidente, infatti, come mi scrive l’amico On. Bruno Tabacci, che “ con un 20 per cento di Pil nero e un 6-7 per cento di malavitoso un Paese non regge, perché produce troppe distorsioni e disuguaglianze”. E non regge nemmeno un Paese in cui il terzo stato produttivo sostiene il sistema a favore della “casta”, dei “diversamente tutelati” e del “quarto non Stato”, di cui da tempo scrivo con la mia teoria euristica dei quattro stati, in cui suddivido, “ ai fini del ragionamento”, la società italiana. Non possiamo più continuare con un sistema nel quale larga parte dello  scambio di beni e servizi si regge sul dilemma: con o senza fattura? Si tratta, come l’amico Tabacci sostiene da molti anni, di introdurre il conflitto di interesse tra le due parti, autorizzando la possibilità di produrre nella dichiarazione dei redditi i titoli certficati delle spese effettuate per una serie di beni e servizi ammessi, eliminando così l’interesse reciproco delle parti a sottrarre il dovuto fiscale allo Stato e alle sue necessità.

Serve una nuova politica economica e un ripensamento organico della costruzione europea giunta a un punto morto inferiore e che, distrutta la sovranità popolare nazionale, non ha saputo garantirla a un livello più elevato e partecipato, quello europeo. Di fatto abbiamo costruito un ircocervo iper-burocratico che ci ha spogliato del potere fondamentale sulla moneta senza offrirci contropartite adeguate, che non siano i gravi costi sociali conseguenti alle politiche del rigore basate sulle illegittime prescrizioni dei fiscal compact (denunciate a suo tempo dal prof Guarino) e del pareggio di bilancio vigilate a BXL con una Banca centrale priva del potere di emissione della moneta proprio di ogni istituto con quelle competenze e funzioni.

In Italia, poi, servirà una tosatura a zero della spesa pubblica: dalle 20 Regioni e società derivate si potrebbe/dovrebbe passare a 5-6 macroregioni con competenze esclusivamente legislative di programmazione e controllo, con totale dismissione di tutte le partecipate et similia; un’analoga tosatura nelle spese dello Stato a livello ministeriale e negli enti derivati. Idem ai livelli territoriali regionali e locali.

Se le caste economiche, politiche e burocratiche tenteranno ancora una volta di opporsi, insieme ai nodi scorsoi impostoci dalle assurde e illegittime norme europee ( Guarino docet) e dai poteri finanziari internazionali che hanno sovvertito il NOMA ( Non Overlapping Magisteria)  stabilendo il primato della finanza sull’ economia e la politica ridotte a ruoli ancillari, stavolta non sarà la ghigliottina, ma una  nuova “ assemblea della pallacorda”   destinata a compiere una rivoluzione politico istituzionale levatrice della nuova repubblica o una drammatica rottura di tipo autoritario. Per adesso la sfiducia e la delusione degli elettori sono state raccolte dalla destra a guida di Fratelli d’Italia, con una maggioranza ibrida che, io credo difficilmente saprà e/o vorrà affrontare questi nodi gordiani dal caso italiano.

Spero di sbagliarmi, ma naso-metricamente non vedo orizzonti diversi. Di questo, credo, invece, che noi DC e Popolari dovremo seriamente discutere, dai comitati civico popolari territoriali all’assemblea costituente del nuovo partito di centro, da organizzarsi quanto prima per il bene dell’Italia.

LA STORIA DELL’ANGELUS DOMENICALE: CHI INVENTÒ QUESTA PRATICA? | DAL SITO DELL’ISTITUTO EMMANUEL MOUNIER.

La storia dell’Angelus, che il Pontefice recita ogni domenica con i fedeli in piazza S. Pietro, si collega alla particolare devozione per Maria SS. Assunta che animava Pio XII. Ancora prima di iniziare le pratiche per la definizione del dogma, Pio XII manifestò questa Sua speciale devozione suggerendo alla Madre Luigia Tincani (1889/1976), Serva di Dio e fondatrice delle Missionarie della Scuola, di intitolare all’Assunta l’Istituto Universitario Pareggiato che esse intendevano promuovere e del quale il 26 ottobre 1939 avvenne l’inaugurazione.

Il 1 maggio 1946 Pio XII interpellava i vescovi scrivendo loro di esprimere un parere circa la possibile proposizione dell’Assunzione corporea della beatissima Vergine come dogma di fede e se essi lo desideravano realmente; facendo seguito a questa adesione, Pio XII il 18 agosto 1950 annunciava la definizione dogmatica e il 1 novembre di quello stesso Anno Santo firmava e pubblicava la Bolla Dogmatica per la definizione dell’Assunzione in corpo ed anima di Maria SS. Assunta in Cielo.

Il 1954 fu un anno molto doloroso per Pio XII perché iniziò a soffrire di una malattia gastrica e anche per i gravi problemi che affliggevano l’Azione Cattolica Italiana, percorsa da tensioni molto forti dopo il fallimento dell’operazione Sturzo. Malgrado ciò, concesse un’udienza al prof. Luigi Gedda (1902-2000), Presidente Generale dell’Azione Cattolica, il 10 marzo del 1954, che gli propose di recitare l’Angelus ai microfoni della Radio Vaticana affinchè tutti i fedeli potessero unirsi al Romano Pontefice nell’invocare l’aiuto di Maria SS. Assunta. Il Pontefice, tuttavia, non condivise la proposta di Gedda e in un primo momento la reputò non efficace. In una successiva udienza privata svoltasi il 26 giugno, essendo in corso l’Anno Mariano, il professore si permise il coraggio di rinnovare la medesima domanda di recitare l’Angelus il 15 agosto ai microfoni della Radio Vaticana, dalla residenza estiva di Castelgandolfo; anche perché in quella giornata, allora come oggi, il Papa ha l’usanza di celebrare la festa dell’Assunta con un pontificale nella vicina chiesa pontificia di S. Tommaso da Villanova percorrendo a piedi il tragitto dal palazzo apostolico alla Chiesa e viceversa, sempre lambito da entusiastico fervore dei fedeli. Pio XII acconsentì benevolmente alla richiesta di Gedda, presentatagli anche a nome dell’Azione Cattolica Italiana. Di conseguenza il 14 agosto 1954 l’”Osservatore Romano” informò che “…l’Angelus recitato dal Santo Padre nella festività dell’Assunta sarà radiodiffuso”; e successivamente, sempre  l’“Osservatore Romano”, comunicò il 16/17 dello stesso mese che “…alle ore 12 di ieri domenica, festività di Maria SS. Assunta, il Santo Padre ha benevolmente acconsentito che la Sua recita dell’Angelus domini venisse radiodiffusa dalla stazione radio del Vaticano a cui era collegata la rete nazionale della Radiotelevisione Italiana. In tal modo l’Augisto Pontefice, aderendo al filiale desiderio dell’Azione Cattolica Italiana, ha dato modo nella solennissima ricorrenza dell’insigne gloria della Vergine Santa, in questo radioso Anno Mariano, agli ascritti e a tutti gli altri fedeli di unirsi devotamente a lui, nel pio saluto alla Madre di Dio”.

Da allora per opera di Luigi Gedda ebbe inizio la recita dell’Angelus domenicale di Pio XI; al suo ritorno in Vaticano,  onde evitare di affaticarLo con un udienza collettiva, Gedda Lo pregò di recitare l’Angelus affacciandosi alla finestra del Suo studio privato, quella famosa finestra illuminata fino a tarda notte che appare anche nel film, scritto da Luigi Gedda stesso nel 1942, sulla vita quotidiana di un papa:  “Pastor Angelicus”, diretto da Romolo Marcellini e prodotto da una società cinematografica (Orbis Film), creata dallo stesso Gedda e che avrebbe prodotto capolavori come  “La porta del cielo” che consentì al regista Vittorio De Sica di sottrarsi alle pressioni dei nazifascisti per trasferirsi nella Repubblica Sociale.

La recita dell’angelus domenicale da quel lontano 1954, dalla finestra affacciata su piazza S. Pietro, sarebbe proseguita con Giovanni XXIII, da Paolo VI, da Giovanni Paolo I nel suo brevissimo pontificato, da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI fino all’attuale pontefice Francesco. Nel 1977 Gedda pensò di promuovere un’emittente televisiva cattolica (Teleradiosole), diretta da Cesare Ardini, la quale trasmetteva regolarmente gli Angelus domenicali. Successivamente Teleradiosole ha potuto trasmettere via satellite l’Angelus in Argentina attraverso la televisione di Stato, Canale 7, favorita dalla collaborazione della Presidente dell’Associazione Argentina di Cultura, prof.ssa Lila Blanco. Ebbene, Canale 7 ritrasmetteva l’Angelus ad altre ben 28 emittenti locali argentine. Questa trasmissione durò soltanto un anno, ma il suo servizio fu profetico perché d’allora migliaia di stazioni televisive di molte nazioni ne danno notizia ogni settimana, diffondendo attraverso la parola del Papa il messaggio di Cristo agli uomini d’oggi. Tutto questo da un idea del genetista Luigi Gedda, il medico che parlava di Dio!

Giulio Alfano

Docente di Filosofia Politica presso la Pontificia Università Lateranense e Presidente dell’Istituto Emmanuel Mounier.

Per informazioni sull’Istituto Emmanuel Mounier

https://www.istitutomounier.

RIFLETTENDO SUL FUTURO POSSIBILE PARTITO DEMOCRATICO | DAL BLOG DI C3DEM

Dopo anni di vagabondaggio politico e sono approdato al Pd ritenendola l’unica forza in grado di competere con  le forze di destra. Il Pd non soddisfa appieno la mia visione politica, ma non ci sono oggi alternative in grado di instaurare un rapporto di forza con queste destre. Le elezioni e il sistema elettorale hanno consegnato l’Italia alla coalizione delle destre ma non il Paese. Debbo però riscontrare che il risultato elettorale è stato profondamente traumatico per il Partito Democratico. Nel tentativo di definire le cause della sconfitta e della apertura del congresso si è introdotta una sorta di accanimento terapeutico nei confronti del Pd che rischia di indebolirlo più che la presenza di un governo di destra. Si scatenata una ricerca di capri espiatori e l’emergere di vecchi risentimenti che stanno a mio parere inibendo i necessari ragionamenti più pacati. Ho l’impressione che lo sguardo si stia volgendo all’indietro più che in avanti. Sicuramente le sconfitte vanno analizzate con estremo rigore tenendo conto dei percorsi compiuti, degli errori e delle sfide che si devono affrontare.

Da montanaro penso che per salire  una montagna come quella che il Pd ha da scalare prima di partecipare alle prossime elezioni serve un buon allenamento capace di  rafforzare le gambe e il cuore. Le sue gambe sono gli iscritti e i militanti da rimotivare e ampliare, il cuore le idee, le proposte e quel tanto di utopia che rappresenta un ingrediente indispensabile  per  dare il tono ideale  a una proposta politica dei tempi lunghi. L’utopia è stata ridotta a sogno mentre rimane una visione di lungo termine della partita che si intende giocare. Nella realtà di oggi che appare raffreddata dall’avanzare della ideologia tecnocratica, serve introdurre una proposta e una visione calda in grado di  emozionare il cuore degli italiani per navigare nel periodo turbolento in cui stiamo vivendo e che vivremo nei prossimi anni.

Ci si deve rendere conto che abbiamo un partito che manca di identità e che non si è dato una proposta sui tempi lunghi e che rimane nonostante l’avvio della stagione congressuale impigliato nella visione puramente  elettoralistica dei tempi brevi. Non è un caso che si continui a discutere di alleanze quando invece servono prioritariamente nuove risorse intellettuali e politiche. Sono stupito che di fronte al configurarsi di una  crisi esistenziale si tenda  a dare  priorità alle candidature a segretario e al puro contrasto congiunturale con il Governo Meloni  di cui non si è analizzata la novità che questo rappresenta nello scenario politico e sociale italiano. Si è preferito ricorrere a raffigurazioni superate e non cogliere che la pratica di settant’anni di democrazia ha ucciso le nostalgie verso i modelli totalitari e che ci consegna una nuova dialettica nella quale si deve essere in grado di giocare la partita da centroavanti e non in difesa. Senza una nuova narrazione politica e senza una strategia il Pd è oggetto degli interessi parziali e personali delle vecchie leaderships che avrebbero oggi, prima del congresso, dovere di mettersi da parte essendo statei sconfitte dall’elettorato. Perché se il Pd ha preso pochi voti la responsabilità è di chi in questi anni lo ha guidato. Per questo ho apprezzato le dimissioni di Enrico Letta, ma non può essere l’unico che si assume la responsabilità .

Si è ora aperta una scaramuccia congressuale che manca di respiro, di entusiasmo e che rischia di spingere  il partito ancora più fuori rotta. I cattolici democratici devono smettere di svolgere un ruolo subalterno, quando invece  hanno un ruolo da giocare nella ricostruzione del Pd, non si tratta di fare una corrente ma di immettere una linea di tendenza e di proposta capace di proporre innovazione e di recuperare il voto dei molti cattolici che, delusi e non catturati dalle destre, hanno scelto di astenersi. Ho apprezzato e mi sono ritrovato nell’intervento e nell’incontro dei Popolari organizzato da Castagnetti. Ma quello che mi lascia perplesso è che questo incontro non abbia generato una raccolta di quanto emerso e non abbia spinto verso la proposta di una specifica candidatura congressuale, estremamente necessaria non per conquistare la Segreteria ma per segnare il Pd come partito plurale.

C’è una responsabilità culturale prima che politica di una nostra presenza di cattolici democratici  ed è nel renderci chiaramente visibili e stimolanti, soprattutto oggi che le forze della destra governativa  stanno  strumentalizzando i segni e il linguaggio religioso in un modo che offende la nostra sensibilità di fede e la nostra laicità positiva . Inoltre, sono turbato nel vedere emergere una sorta di nostalgia verso una sinistra che non è mai esistita e che rischia di rendere comunque il tono e il linguaggio della comunicazione congressuale  prevedibile e poco brillante. Sono convinto che al paese serve la presenza di una sinistra riformatrice in grado di porsi come alternativa alle destre conservatrici e di delineare i contenuti del nuovo riformismo progressista, solidale e federalista. In questa riformulazione della Sinistra il pensiero dei cattolici democratici è indispensabile, anche perché in questi ultimi anni è stato arricchito dal magistero di Benedetto XVI e di Papa Francesco.

L’Italia ha bisogno di una sinistra che abbandoni i miti del passato e che cerchi con forza e intelligenza di delineare le forme e i mezzi della nuova emancipazione sociale degli strati più deboli della società, ma che sia anche in grado di disegnare le nuove forme di un patriottismo non nazionalista, europeista, con uno sguardo attento ai paesi poveri, alla questione della guerra e del pacifismo. Nello stesso tempo capace di valorizzare le culture che attraverso l’immigrazione s’impiantano nel nostro paese e che lo stanno già rendendo multiculturale, multireligioso e sempre più ibrido; e che ne costituiscono la nuova struttura unitaria che il patriottismo sovranista minerebbe.

Si deve tenere presente che ad  accentuare  le difficoltà del riformismo progressista, le destre – più agili e maggiormente concentrate sul mantenimento del potere – stanno assumendo molti dei titoli dei temi riformisti per poi piegarli alle loro istanze come: il salario minimo, la rivoluzione industriale verde, l’abbassamento delle tasse, le politiche famigliari, la politica demografica , la sanità, la scuola. Attraverso questa operazione mistificante e trasformista  già stanno penetrando nelle aree tradizionalmente rappresentate , socialmente e politicamente, dal Pd. Sono temi  che esigono declinazioni concrete e non ci si può accontentare nel dire che il Pd le farebbe meglio.

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Il “FASCISMO ETERNO” DI UMBERTO ECO PUÒ GUIDARE LA CRITICA ALL’USCITA DI SANGIULIANO SU DANTE PENSATORE DI DESTRA.

Dunque, Dante Alighieri uomo di destra? E la Divina Commedia capolavoro letterario di destra? Secondo l’attuale Ministro della Cultura, come è noto, e anche dopo i suoi chiarimenti con una lettera al “Corriere della Sera”, non ci sono dubbi. Se così stanno le cose, penso che sia utile non abbandonare la discussione emersa dopo la sua bizzarra tesi.  E questo  per un motivo molto semplice. Non si tratta di affrontare un tema culturalmente balordo e insensato, come hanno chiarito studiosi, editorialisti e commentatori, bensì di esaminare con rigore gli effetti ideologici che ha avuto una sparata del genere sulla vasta opinione  pubblica italiana. Oggi distratta, assente dalle urne e quant’altro, ma disponibile a inghiottire tutto grazie all’eco mediatica di questo Dante che ha preso la tessera e si è iscritto a FdI in una sezione di Firenze. Il messaggio apparentemente innocuo, fatto circolare e valutato come una insulsa polemica che interessa solo gli intellettuali e i letterati italiani, è a ben vedere innocuo solo apparentemente. È infatti servito a diffondere forti simboli e storici miti. Dimostrando una precisa scelta di campo, sul piano politico, tesa a fare Ri-nascere o a rinforzare un nazionalismo italiano sovranista, conservatore e patriottico, la cui ideologia di fondo è stata sperimentata in Italia sotto un regime e una dittatura, per venti lunghi anni del secolo passato. E, come si sa, i simboli e i  miti nella società emotiva della comunicazione, delle immagini, dellapolitica spettacolo, delle fakes news, ecc…contano molto. 

Un simbolo e un mito, quello di Dante di destra, che se vogliamo è anche un simbolo antieuropeista, e che in questi “cambiamenti epocali” – come Papa Bergoglio chiama le trasformazioni in atto – si riveste larvatamente di un’aura di Stato autoritario e centralista, precisamente sotto forma di quel Presidenzialismo che nell’agenda di Giorgia Meloni occupa grande rilievo. Non deve apparire fuorviante ma, a proposito di simboli e miti, sembra che Putin abbia fatto collocare nel suo studio il ritratto dello Zar Pietro il Grande e quello della Regina Caterina II di Russia. Entrambi,  come narrano  gli storici, icone  del potente imperialismo della Russia dispotica, oggi rimpianto…tragicamente dal novello Zar che abita il Cremlino.

Su Dante Alighieri e sul suo essere di destra se ne è dunque  parlato e scritto molto, anche su questo blog, con diversi  interventi interessanti, a partire dagli stimoli originali espressi da Martinazzoli nel corso di un dibattito in una scuola di Brescia. Ma le scelte culturali e ideologiche di Sangiuliano, i suoi “…modi di pensare e sentire”, e le  sue “…insondabili pulsioni”, mi hanno anche ricordato una sua costante voglia di presenzialismo ed esibizionismo, persino incontrollata. Subito dopo il suo arrivo in RAI, voluto dalla coppia Meloni-Salvini come direttore del Tg2, è stato richiamato dai Vertici aziendali per aver partecipato a una Convention di Fratelli d’Italia non come moderatore di dibattito, ma come battitore libero e uomo di partito. Sin d’allora ho pensato che la riservatezza defilata e silenziosa, la modestia, sono virtù che il nuovo Ministro della cultura non ha mai conosciuto. Anche nelle vesti di direttore di Tg, Sangiuliano non faceva altro che esibirsi e comparire, usurpando spazio ai giornalisti della testata e sfoggiare la presenza in quasi tutti i dibattiti negli studi televisivi del “suo” telegiornale. Non mancava mai: sempre lì, seduto accanto ai…suoi dipendenti, conduttrici o conduttori delle interviste. C’è sempre stato, insomma, dietro ai suoi comportamenti, il bisogno di apparire e di ostentare un presenzialismo che possiamo osservare anche nel suo nuovo ruolo di Ministro, e che, se dobbiamo essere onesti. faceva a pugni con il buon curriculum di studioso che aveva alle spalle saggi e riflessioni su personaggi storici e attente ricerche sulle comunicazione di massa.

Proprio per tutto questo mi sono incuriosito della sua lettera di precisazioni al “Corriere della Sera”, attraverso la quale ricorrendo e aggrappandosi, tanto per cambiare, a decine di citazioni,  ha  tentato di addolcire la sua boutade, di rimuovere la sua formazione nel Msi e di trascurare la sua appartenenza alla cultura della destra tradizionalista e patriottica, chiarendo che la sbalorditiva uscita su Dante “fascista” è stata solo una voluta “provocazione”. D’accordo, ma arrivati a questo punto è lecito chiedersi: è possibile, e in che senso, collegare Sangiuliano a Umberto Eco? Ecco, sono andato a riprendere e a consultare il libriccino su “Fascismo Eterno”, frutto di una conferenza tenuta proprio da Eco alla Columbia University nell’aprile del 1995. Ebbene, mentre in quella sede, con coraggio intellettuale e molto spirito democratico, egli affermava che “…sarebbe difficile” vedere di nuovo ritornare governi totalitari e fascisti “…nella stessa forma ma in circostanze storiche diverse”; nel medesimo tempo precisava di non credere al fatto che Alleanza Nazionale dei suoi tempi – ex Msi e futura Fratelli d’Italia – fosse un partito fascista, perché “…certamente (è) un partito di destra…che ha però poco a che fare col vecchio fascismo storico”. Dunque, una volta liquidato il pericolo di un ritorno del fascismo storico, Eco chiariva bene il significato attribuito alla destra moderna non fascista, spesso assimilata ancora oggi, assieme a sinistra comunista e centro cattolico moderato, a categorie  superate, senza dubbio da ridefinire totalmente. 

In sostanza, accantonate le paure, Eco metteva bene in guardia e  sollecitava attenzioni ai “…modi di pensare e di sentire…a una serie di abitudini culturali, istinti oscuri e insondabili pulsioni…”che nascondevano atteggiamenti fascisti e autoritari, antidemocratici e pericolosi, spesso presenti ancora ai nostri giorni, se ci facciamo caso, nel dibattito pubblico, nelle posture e nel linguaggio della attuale nostra classe politica. Qualche commentatore li ha definiti “caratteristiche utili per disegnare l’identikit del fascismo eterno”. Di quel fascismo cioè che sotto forma di pulsioni e atteggiamenti non muore mai. E li ha elencati mettendo al primo posto il culto della tradizione – di cui Dante è per noi italiani l’esempio laico piu evidente. Seguito dal rifiuto del dubbio e della critica; dal gusto di difendere la nazione e la razza; e dal grave “errore di dissentire dall’unico Capo forte”. Sangiuliano scrive a tale proposito che Dante Alighieri  crede “…che lo Stato abbia un fondamento razionale e naturale, basato su legami gerarchici in grado di dare stabilità e ordine”; e conseguentemente a una patria legata al solitario leader per grazia calvinista ricevuta, in stretto rapporto col suo popolo, quest’ultimo inteso come unità solida e compatta, senza nessun pluralismo culturale, religioso e sociale. Ora, con tutti i distinguo e le scuse del paragone, mi aspetto solo che qualcuno dopo aver letto le “Beatitudini” trascritte nel Vangelo di Matteo, sostenga che esse sono le radici del marxismo, del comunismo e della sinistra politica. O persino che la triade rivoluzionaria francese “Liberté, Egalité, Fraternité”, sia d’origine cristiana. 

Tutto è possibile! Ma occorre sempre  dimostrarlo.

IRAN, UNA DEMOCRAZIA A SECCO.

La questione scalpita senza provocare più particolare scalpore, a tutto ci si abitua, anche a fare a meno dell’acqua. La regione del Khuzestan è sempre stata turbolenta, abitata prevalentemente da arabi sciiti. Da quelle parti un movimento separatista non manca di farsi sentire, questa volta gli argomenti non mancano. La siccità irrita la gola e le menti, rende incandescente il cuore dei rivoltosi che invocano acqua e giustizia. 

Il Khuzestan anticamente si chiamava Elmas. Il nome deriva dal figlio maggiore di Sem e nipote di Noè. Quest’ultimo era destro a gestire l’alluvione che dovette fronteggiare, ma nulla potrebbe contro il deserto su cui oggi si incaglierebbe la sua barca. Per difendersi dalle sanzioni internazionali l’Iran ha concentrato le sue risorse idriche sull’agricoltura, deviando fiumi, scavando pozzi e mettendo su un sistema di 192 dighe che hanno prosciugato le falde acquifere del territorio. Occorre erigere dighe contro i rivoltosi, le loro strilla presto evaporeranno come l’acqua nei bacini idrici che con il sole battente vanificano il loro riempimento. Sembra proprio che le disgrazie colpiscano sempre al meridione di ogni paese. 

I Khuzestan è appunto a Sud del potere di Teheran. Altre vittime ci sono state perché il regime reprime quelle che sarebbero i sobillatori aizzati dai paesi confinanti. In particolar modo lo Stato carogna sarebbe l’Arabia Saudita che anni fa provocò un’invasione di cavallette provenienti dalla penisola araba che avevano saccheggiato i raccolti di barbabietole e pistacchi. Le piaghe d’Egitto hanno evidentemente una loro perenne attualità.Nel 2019, per combattere la siccità, quel dannato vicino di casa ricorse alla semina delle nuvole con fiocchi di sale facendo piovere copiosamente e anche in Iran se ne avvertirono, di sponda, gli effetti devastanti dovute a pesanti inondazioni.

Oggi, si protesta non solo in piazza ma lungo il letto dei fiumi inariditi, così i facinorosi sperano di avere vie spianate per le loro grida e lamentazioni e forse per avere pietre a disposizione da tirare contro le forze di polizia, mandate a ripristinare l’ordine costituito. Scoppierà la guerra tra i contadini e i centri urbani per chi abbia ragione ad avere la priorità degli approvvigionamenti. Sta di fatto che il 97% del paese è in difficoltà.  A questo si aggiunge anche una grave crisi sanitaria mentre il 70% della popolazione a mano di 40 anni, non ha memoria della rivoluzione del 1979 ed ha arsura di diritti e libertà, reclamando contro le disuguaglianze sociali e la grave carenza di servizi del paese.

Se le autorità hanno accusato “criminali e nemici del sistema” per le violenze, sia la guida suprema Ali Khamenei che il presidente uscente Hassan Rouhani hanno, ad onor del vero, sostenuto il diritto dei manifestanti a protestare. Forse anche loro hanno sete e non solo di bastonate da dare al prossimo. Il presidente eletto Ebrahim Raisi ha però un’altra opinione della faccenda. Il regime ha trovato un capro espiatorio. Il potere in questi anni ha fatto in qualche modo barricate contro la precedente carestia di pane e la costante crisi energetica, dovuta ad una incredibile filiera di corruzione lungo tutta la sua linea di gestione. 

Ora, contro la mancanza d’acqua, la colpa sarebbe delle donne che non portano il velo. Dio punisce chi non osserva comandamenti e precetti. L’imam Mohammad-Mehdi Hosseini Hamedani, rappresentante della Guida Suprema nella città di Karaj ha tuonato contro le donne che non indossano il l’hijab. Fulmini e saette che non hanno mosso comunque un filo di pioggia. Già in passato, un procuratore generale, Mohammad Jafar Montazeri, aveva sentenziato che il mancato rispetto delle regole ha come conseguenza inevitabili una serie di disastri naturali. A ruota altri religiosi si sono espressi sulla stessa linea.  In quella logica, non viene il sospetto che forse dall’Alto la sete di democrazia potrebbe essere punita con la sete d’acqua. Un Dio vindice prosciuga la gola e la cattiveria dei governanti e la terra diventa lo specchio bruciato della politica. La siccità incrosterà la saliva del Potere che non potrà più disporre comandi di morte e renderà secchi i suoi passi fino a paralizzarli, mandando al macero la stagnazione morale delle sue gesta.

Siamo all’opposto di “piove, governo ladro”. In una benedizione Apache si legge: “Possa la pioggia lavare le tue preoccupazioni” ed ancora in un canto: “Il Vento è la mia medicina che spazza via le pietre dalla mia mente. La pioggia è la mia medicina che lava le mie ossa stanche”. Così anche San Paolo VI che in un Angelus del 1976 pregò: “Tu, Padre buono, fa’ scendere dal cielo sopra la terra arida la pioggia sospirata, perché rinascano i frutti…Tu, Padre buono, che su tutti fai brillare il tuo sole e cadere la pioggia, abbi compassione di quanti soffrono duramente per la siccità che ci ha colpito in questi giorni….Fa’ scendere dal cielo sopra la terra arida la pioggia sospirata…Che la pioggia sia per noi il segno della tua grazia e benedizione…”. Se le cose non cambieranno, in Iran resteranno preoccupazioni ed ossa stanche e probabilmente qualche cosa di assai più. Non scorreranno speranze, non nuoterà, gioiosa, la felicità di un popolo, non galleggerà, leggera, la pace.

DA ROMA NORD A SUD: IL VIAGGIO PIÙ LUNGO DI GIORGIA | ESTRATTO DA MAG1861

A Roma esistono soltanto due punti cardinali: Nord e Sud. Nella narrativa degli eredi di Romolo e Remo, per cui la semplificazione assurge a indiscutibile chiave interpretativa, la città eterna è spaccata. Da una parte ci sono i quartieri ricchi, i palazzi signorili, le vie eleganti, i locali chic e i residenti snob. Dall’altra quelli poveri, ordinari, quasi grezzi, in cui i cittadini sono più spontanei, a volte ‘coatti’. Due modalità dell’Essere. Invece la Capitale, come ogni metropoli contemporanea, ha zone eterogenee, in cui si mischiano storie e aspirazioni diverse. Contraddizioni. In cui le differenze s’intrecciano. Ma la schematizzazione, sostenuta da una spiccata ironia, è un’ossessione per gli abitanti della città eterna e dipinge un quadro nitido in cui le due metà si specchiano in un’unica grande, indolente, metropoli che è sempre rimasta, al tempo stesso, una città di provincia.


Giorgia Meloni sembra riconciliare le due anime. Le ricuce in un’unica trama, da cui traspare una ‘poligamia di luoghi’. Da Roma Nord a Sud, passando per Est e Ovest. La leader di Fratelli d’Italia sfiora tutti i punti cardinali, gli stessi in cui si riorganizzò la destra negli anni Ottanta. Erano i tempi della ricostruzione di un’area politica che usciva a pezzi dalle lotte del decennio precedente. Per lei, classe ’77, giovanissima militante sbarcata presto nelle istituzioni, i quartieri s’innervano con la politica. Non potrebbe essere diversamente. La sua vita sconfina da ogni scontata toponomastica. Il suo legame con la Garbatella, popolare zona a Sud della città eterna, è il più noto. Giorgia ne ha fatto un piccolo brand. I suoi avversari ne lamentano l’approccio sanguigno, sostenuto da impennate di decibel. Lei lo rivendica. “Io ci provo a essere più posata, pacata, ma ogni tanto… Sono della Garbatella, ragazzi, e ogni tanto l’anima esce, che dobbiamo fare?!”. La Garbatella. Nei progetti degli Anni Venti doveva ospitare i lavoratori del porto commerciale a cui avrebbe dovuto condurre un canale navigabile parallelo al Tevere (dove oggi c’è Via del Porto Fluviale). Il re Vittorio Emanuele III posò la prima pietra. Rimase solo quella. Il quartiere, però, fu costruito secondo il modello delle città giardino all’inglese. Lotti con case basse e spazi verdi, con orti coltivabili, collegati al centro della città. Un quartiere lontano dalla destra. Quello preferito dal regista cult di una certa sinistra, Nanni Moretti, che gli ha dedicato un giro in Vespa nel suo ‘Caro Diario’: “Me ne vado in giro per i lotti popolari. Ma non mi piace solo vedere le case dall’esterno, ogni tanto mi piace vedere anche come sono fatte dentro e allora suono al citofono e faccio finta di fare un sopralluogo. Dico che sto preparando un film, il padrone di casa mi chiede di cosa parla questo film e io non so che dire. Cos’è questo film? E’ la storia di un pasticcere, trotzkista… Un pasticcere trotzkista nell’Italia degli anni Cinquanta. E’ un film musicale. Un musical”. Anche Giorgia non avrebbe difficoltà a citofonare in un condominio della Garbatella. La ricordano, e la vedono ancora tanti residenti, visto che la madre Anna è rimasta ad abitare qui. Da bambina giocava in giardino con la sorella Arianna.


Eppure la Meloni è nata in un luogo che si trova agli antipodi, proprio in quella Roma che nella retorica toponomastica è benestante e sofisticata: la Camilluccia, un quartiere verde e silenzioso sotto Monte Mario con negozi raffinati e viali per passeggiare. Non era ancora alle Elementari (la sorella frequentava la prima) quando si trasferirono nella piccola casa alla Garbatella – 45 metri quadrati – dove vivevano nonna Maria, nonno Gianni e la bisnonna Nena. Ma l’appartamento a Roma Nord lo ricorda per una vicenda che nella storia familiare ha avuto sempre uno spazio centrale: andò a fuoco. “Io e mia sorella facevamo dei giochi un po’ così…” ha raccontato. “Io mi sono presa la colpa”. Avevano quattro anni lei e sei Arianna. “Accendemmo una candela per organizzare una festa nella nostra camera. Mia sorella trovò la candela e il fiammifero, io lo accesi. Per tutta la vita sono stata la responsabile di questa cosa”.


Poi ci sono stati gli anni al liceo linguistico ‘Amerigo Vespucci’, in via dell’Olmata, a Santa Maria Maggiore, all’Esquilino. All’epoca era uno dei pochissimi linguistici pubblici. Era all’avanguardia, aveva anche un’aula di informatica. Giorgia fu eletta rappresentante di istituto. A cinquecento metri c’è Colle Oppio. Lei si era iscritta al circolo Msi in via Guendalina Borghese alla Garbatella. Aveva scelto di impegnarsi nel partito subito dopo la Strage di Via D’Amelio a Palermo, in cui persero la vita il giudice Borsellino e cinque agenti della sua scorta. La sezione del suo quartiere dipendeva proprio da quella di Colle Oppio. Lei divenne leader di ‘Fare Fronte per il contropotere studentesco’, sigla parallela del Fronte della Gioventù.

Fonte: MAG1861, nuovo mensile dell’Agenzia di stampa AGI, https://www.mag1861.it

Questo ampio stralcio dell’articolo è qui riprodotto per gentile concessione dell’autore.

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MILANO 1918: I DIFFICILI PROBLEMI DEL DOPOGUERRA. LA CONFERENZA DI STURZO CHE APRE ALLA FONDAZIONE DEL PPI.

… Farà meraviglia certo, a spiriti superficiali e ai liberali dello stampo classico, sentire che oggi il problema più significativo e l’elemento di contrasto si basa sopra una ragione di libertà. E non è certo di una libertà formale ed esteriore che intendo parlare, ma di una libertà intima e sostanziale, che pervade e informa tutto il corpo sociale.

Col crollo della Germania si è rivelato nella sua profonda crisi l’assurdo pratico della concezione panteistica dello stato, che tutto sottopone alla sua forza il mondo interno ed esterno, l’uomo e la sua ragione d’essere, le forze sociali e i rapporti umani; nella deificazione di una forza e di un potere assoluto, sostituito alle grandi ragioni di giustizia e alle grandi finalità dello spirito.

Tale concezione panteistica è penetrata, dove più dove meno, in tutte le nazioni civili a base liberale e democratica e nel pensiero prevalente della filosofia del diritto pubblico; e quelle che hanno maggiormente contrastato le finalità religiose della chiesa, hanno sostituito, nella negazione di ogni problema spirituale collettivo, una nuova religione laica, quella dello stato sovrano assoluto, forza dominatrice e vincolatrice, norma e legge morale, potere incoercibile, sintesi unica di volontà collettiva.

È evidente che doveva trovarsi una ragione ultima di questo potere dello stato; e mancando al laicismo politico la visione di Dio, ha trovato nella parola popolo la giustificazione di un potere, che oggi il popolo rivendica, poiché ne sente i vincoli, che in gran parte addebita al dominio della classe borghese; confondendo così quel che natura pone da quel che è attuazione pratica attraverso la realtà della vita, e quel che è elemento di elaborazione e di specificazione del dinamismo sociale.

Certo, il complesso della vita economica e politica di una nazione moderna è così denso di relazioni e di sviluppi, ha tali enormi compiti nel progredire delle ragioni sociali, che nuovi vincoli crea, mentre nuovi utili servizi presta; onde nuovi organismi e più sviluppati si impongono, leggi più complicate e ordinamenti molteplici si creano, pari al ritmo della vita moltiplicantesi come onde che si accavallano e si dissolvono nella tempesta dell’attività collettiva. Però, mentre ogni nuovo sviluppo di vita crea vincoli di relazione, tende per questo alla liberazione di miserie e di deficienze morali o intellettuali, politiche o economiche, secondo la natura specifica di ciascun movimento; così è nel giusto ritmo della vita sociale mantenere l’equilibrio tra lo sviluppo della personalità individuale e quello della ragione collettiva, perché ogni vincolo porti una elevazione, e ogni elevazione conquisti una libertà. Non vorrei essere oscuro: l’elemento familiare dà il più luminoso esempio al mio dire: l’uomo che si unisce ad una donna nel sacro vincolo della società matrimoniale perde una parte della sua libertà individuale e accetta le leggi e i patti coniugali ai fini specifici: ma insieme passa in una condizione di liberazione dalle ragioni di inferiorità quale era per lui la vita del celibe (nel senso naturale della parola, a parte ogni concezione di abnegazione cristiana), ottenendo l’aiuto della donna ai fini naturali, nel mutuo amore, nella filiazione, per la continuità della specie. E tale liberazione ed insieme elevazione determina in lui, con i nuovi doveri e diritti, l’acquisto di libertà sociali, cioè la possibilità di conquistare i fini della nuova società con atti di propria volontà e sotto la propria ragione personale.

Della stessa libertà, in ordine spiritualmente più elevato parlava san Paolo quando, predicando il cristianesimo, mentre annunziava la legge di Cristo, che è abnegazione e mortificazione di sensi, che è giustizia e rispetto all’altrui personalità, proclamava la liberazione da una società inferiore, la società del peccato, e annunziava la libertà dei figliuoli di Dio: una libertà psicologica rinnovatrice e vivificatrice, nel vincolo di nuova società cui si appartiene liberamente, la società cristiana. Così è in tutto lo sviluppo della vita sociale, da quella domestica a quella nazionale, da queste a tutte le forme di libere unioni: la ragione sociale è insita all’uomo, come ragione specifica della sua esistenza; e ogni novello vincolo che egli accetta o persegue per la sua elevazione e il suo miglioramento (e perciò rispondente alle sue finalità naturali) è nuovo ausilio a superare se stesso e le proprie deficienze, e nuovo mezzo per la liberazione da mali che si fuggono per beni che si vogliono raggiungere: è insomma un elemento di libertà organica.

Ma quando l’organismo, perdendo le sue finalità liberatrici, si trasmuta in tirannia personale e collettiva, in forza di inerzia, in elemento di contrasti ai più elevati sviluppi, in ragione di predominio, in mezzo di sopraffazione: in una parola quando è rotto l’equilibrio tra la ragione sociale, che è vincolo, e la liberazione subbiettiva, che è il raggiungimento del bene personale inteso e goduto: allora alla libertà diviene antagonistico il vincolo sociale, che per ciò stesso deve essere ridotto allo equilibrio ovvero spezzato e infranto.

Ebbene, questo disquilibrio fra il vincolo statale e la libertà individuale, nel godimento e raggiungimento dei beni comuni, oggi c’è ed è grande; ed è acuito da tutte le crisi che son precedute, ed è reso visibile e forte dai fenomeni della guerra, ed ha la sua ragion d’essere nella concezione statale assoluta e panteistica. C’è l’inversione dei termini: mentre il vincolo sociale deve servire alla elevazione personale di ciascun associato, nella concezione statale liberale lo Stato diviene come fine ultimo di ogni attività degli associati, legge a se stesso, principio di ogni altra ragione collettiva…

[Il testo è tratto da AA.VV., Il Partito Popolare Italiano nel cinquantesimo anniversario della sua fondazione, Edizioni Cinque Lune, 1970]

LA COMUNICAZIONE E LA GIUSTA MISURA

Sia detto senza pregiudizio, Giorgia Meloni sta diventando il limite di se stessa. E la sua comunicazione sta diventando il limite della sua politica. 

Di fronte alla difficoltà la presidente del consiglio si dà molto da fare con i media. Troppo. Se c’è da giustificare l’aumento delle accise pubblica due, tre video, uno dopo l’altro, per cercare di giustificare la giravolta rispetto ai proclami di qualche tempo prima. Se c’è da parlare agli alleati si precipita in televisione e per dar l’idea di quanto il momento sia cruciale scomoda le frasi di Garibaldi alla vigilia delle grandi battaglie. Se c’è da celebrare (giustamente) l’arresto di Matteo Messina Denaro si catapulta a Palermo con tutte le tele-camere al seguito. 

Ora, ognuna di queste scelte di comunicazione ha un suo perché. Ma tutte insieme finiscono per dare un’altra idea. E cioè che la premier confidi di affrontare ogni difficoltà poli- tica a suon di comunicati stampa. Si dirà che questa è la chiave della modernità, e un po’ è vero. Ma ci dovrebbe sempre essere una misura nelle cose. E quando la misura mediatica supera di troppo la misura della politica è evidente che c’è un problema. Nessuno chiede a Meloni di ispirarsi alla riservatezza dei leader di una volta, a cui capitava di esagerare in discrezione, ritrosia e qualche volta perfino opacità. 

Erano altri tempi, e non è il caso di evocarli troppo. Ma la sensazione di questi giorni è che si stia instaurando un rapporto un po’ bulimico con i media. E che quel rapporto non sia tanto la celebrazione di una forza ma semmai la rivelazione di un problema.

Fonte: “La Voce del Popolo” – 19 gennaio 2023

[L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia] 

LA SINISTRA DC NON VA IN ARCHIVIO, ANZI ILLUMINA CON LA SUA STORIA LA POLITICA ODIERNA.

Ho letto che alcuni amici cattolici democratici lamentano che i grandi leader della sinistra dc del passato vengono oggi anche ricordati e celebrati da esponenti autorevoli e qualificati del centro destra. Ora, che la lezione, il magistero e l’attività politica e di governo dei maggiori leader della sinistra dc siano riconosciuti e ricordati dalla politica a livello trasversale non è affatto negativo. Anzi, è un significativo passo in avanti sulla strada del rafforzamento della democrazia contro ogni tentativo teso a radicalizzare il confronto politico e culturale.

Ora, va pur detto con chiarezza, la sinistra italiana non è così abituale a riconoscere l’esperienza politica e di governo dei leader della sinistra dc. E, aggiungo, anche legittimamente e comprensibilmente. Al di là dei fisiologici riconoscimenti formali se non addirittura protocollari, è appena sufficiente ricordare la personalità di Carlo Donat-Cattin, il più prestigioso leader della sinistra sociale democristiana per rendersi conto che la lettura storica e politica della sinistra italiana non è particolarmente elogiativa. Per usare un eufemismo. E, probabilmente, la stessa valutazione vale anche per altri grandi esponenti del filone del cattolicesimo popolare e democratico italiano. È di tutta evidenza, quindi, che anche altre grandi correnti culturali del nostro paese possano rileggere, e condividere, la testimonianza politica e culturale di questi grandi uomini e donne che hanno caratterizzato per molti anni l’evoluzione della politica del nostro paese. Ma, comunque sia, quello che conta ai fini della concreta esperienza vissuta dai maggiori esponenti della sinistra dc nel partito di riferimento, nelle istituzioni e nella politica in generale, è evidenziare, in termini sempre più oggettivi e trasparenti, quello che ha rappresentato la sinistra dc nel suo complesso nel nostro paese.

L’elemento determinante, però, è un altro. E cioè, se si rilegge la storia della sinistra dc ci si rende conto che si tratta di una pagina politica che non è banalmente storicizzabile o, peggio ancora, da archiviare. E questo lo si evince direttamente da ciò che questi leader hanno rappresentato nel corso della storia democratica del nostro paese. Sia in termini di azione politica e sia, soprattutto, sul versante della concreta azione di governo. Al netto, come ovvio e scontato, del profondo cambiamento del contesto politico ed istituzionale che è intervenuto. Tocca, però, a tutti coloro che continuano ad individuare in quella esperienza politica, culturale e di governo una fonte importante anche per orientarsi nella complessa situazione politica contemporanea non ritrarsi, sacrificando cioè sull’altare delle singole convenienze personali la rinuncia alle proprie origini. È ciò che capita oggi, ad esempio, all’interno del Pd dove la definizione e il rilancio della cultura e della storia della sinistra italiana sono radicalmente estranei a tutto ciò che è riconducibile al filone del cattolicesimo politico e sociale del nostro paese.

Perché la sinistra dc, più “politica” o più “sociale”, continua ad essere un faro che può illuminare il concreto comportamento di chi si impegna nella cittadella politica italiana. E non solo sotto il profilo culturale ma anche, e soprattutto, su quello più propriamente politico. Dopodichè, che sia la sinistra o il centro destra a sottolineare la “contemporaneità” o la “modernità” politica e culturale di alcuni grandi esponenti della sinistra dc poco importa. Quello che conta è non dimenticare le proprie radici. Soprattutto da parte di coloro che hanno concretamente militato in quelle straordinarie comunità politiche ed umane.

SALVATORE LA ROCCA NELL’ANNIVERSARIO DELLA SUA SCOMPARSA: RILEGGIAMO IL RICORDO DEGLI AMICI SU “IL POPOLO”.

Salvatore La Rocca, consigliere nazionale del partito, si è spento nella sua casa romana di via Pio Foà 23, la sera di mercoledì scorso. I funerali si svolgeranno nella mattinata odierna, alle ore 11,30, presso la Parrocchia di Santa Maria Madre della Provvidenza, via Donna Olimpia 35. Giorgio Pasetto, Elio Mensurati, Federico Fauttilli e Lucio D’Ubaldo tracciano qui, con un breve ricordo, il profilo umano e politico dell’amico Salvatore. A tutti i suoi cari, in particolare alla moglie e ai figli, le condoglianze della redazione de “Il Popolo”. 

In questi ultimi anni, Salvatore La Rocca era tornato a svolgere con la semplicità, l’abnegazione e l’intelligenza che lo contraddistinguevano un lavoro umile, impegnandosi a fianco degli amici popolari di Monteverde, nella realtà della XVI circoscrizione. Aveva iniziato così, da giovanissimo, accompagnando e vivendo la nascita della esperienza romana della sinistra democristiana. Quando la Sezione di Montesacro, dove egli sul finire degli anni ‘50 svolgeva la sua attività militante, registrò il formarsi di una nuova maggioranza attorno ai giovani della componente di “Base“, anche per opera della sua prese corpo l’idea di affidare a Giovanni Galloni la Segreteria sezionale, come segnale simbolo di una battaglia politica di rinnovamento della linea politica democristiana.

Per i suoi indubbi meriti fu via via sollecitato ad assumere incarichi e responsabilità a vari livelli: dirigente locale del partito, Vice Segretario regionale, Presidente dell’ACEA, Deputato, Segretario romano, Consigliere comunale, Amministratore in aziende pubbliche di rilievo nazionale e romano.

Ma tutto questo, che pure descrive lo sviluppo di un pregevole curriculum vitae, non dà conto della personalità di Salvatore.  

Colpì nella sua azione la capacità di vivere con distacco l’esercizio democratico del potere. Aveva invece la consapevolezza di dover stabilire, con se stesso e con gli altri, un modulo d’impegno che fosse aperto costantemente alla necessaria assunzione – se del caso – dell’onere e delle responsabilità di stare in minoranza, di essere opposizione.

Senza tuttavia cadere nella tentazione inversa dell’isolamento moralistico e strumentale.

Ha potuto perciò trasmettere un insegnamento prezioso che dovrebbe aiutare a capire quanto sia importante nella vita di partito concorrere sempre alla formazione di una linea e di un indirizzo politico, anche se le circostanze dovessero imporre di distinguere le proprie responsabilità dalle occasionali maggioranze. Ecco perché il gusto, la scelta, il desiderio di organizzare la proposta attraverso il dialogo con tutti gli interlocutori possibili, nella intima convinzione che nessuna scelta in politica abbia valore e sostanza al di fuori di una cultura delle alleanze e del consenso. 

“Parlare con Salvatore“ era nella Democrazia Cristiana di Roma, il ricorrente e in un certo senso obbligato passaggio a cui sembrava giusto ricorrere, allorché vi fosse il problema di chiarire e di spiegare le ragioni di un determinato processo politico. 

Ha saputo parlare, discutere, comprendere ciò che gli uomini e le cose disponevano sul tavolo della politica, intrecciando così un legame complesso e fecondo con leve successive di militanti democristiani. La sua mitezza ha contenuto e nascosto, in fondo, un legittimo motivo di orgoglio: quello di aver rappresentato in ultima istanza la coscienza critica, per così dire, dei gruppi dirigenti della DC romana. Fino a quando, non ha incontrato l’opacità e il degrado della vita di un partito sempre più svuotato dei suoi valori originari e sempre più dominato da nuove, deprecabili regole. Non si è arreso, ma ha preferito accompagnare con il consiglio e la discrezione le battaglie di altri uomini e di altre generazioni. Il PPI era la sua casa, l’orizzonte entro cui poteva ridisegnare i motivi della sua prima esperienza di giovane aclista, l’altra Democrazia Cristiana che aveva a modo suo immaginato e difeso, talvolta con incomprensioni e con difficoltà, forse anche sbagliando, ma avendo dalla sua quell’impareggiabile lucidità, quell’incredibile distacco emotivo e intellettuale dalle vicende particolari. Tutto questo, di lui, ci mancherà.

Fonte: “Il Popolo” – 22 gennaio 1999.

PERCHĖ SECONDO I SONDAGGI GLI ITALIANI APPREZZANO L’IDEA DELL’UOMO FORTE AL COMANDO?

Un’occhiata ai soliti sondaggi ci segnala che 6 Italiani su 10 apprezzano un uomo forte. Perché? Il dato e la domanda dovrebbero inquietare. Ci sono cause evidenti che si possono elencare anche con una certa superficialità, di cui mi scuso. Mi chiedo se i politici sperimentano cosa significhi stare ore ad un call o conctat center per avere risposte in merito a diritti esigibili o a necessarie informazioni per accedervi. Le persone più sprovvedute e incapaci sono abbandonate. Nei giorni prefestivi, festivi, la notte i cittadini non possono contare sul proprio medico e la guardia medica li indirizza al pronto soccorso, con i guai seguenti (per costo e inappropriatezza), ecc. Bisognerebbe stare ‘dentro’ le difficoltà della gente e non solo parlarne con dati e commenti sociologici. 

È ora di rivedere il rapporto con i cittadini che è ascolto e poi soluzione. La democrazia che non decide causa il desiderio dell’uomo o della donna forte. I partiti possono evitare tale ‘nostalgia’ se fanno il loro lavoro e riconquistano la fiducia e sconfiggono sfiducia e assenteismo (quando non rancore). Alla ricerca di un lavoro degno e ben rimunerato abbiamo ridotto i posti di lavoro: tolti i bigliettai sui mezzi di trasporto pubblico (minor sicurezza e più evasori del biglietto); affidati a call center incarichi per cui sarebbe ben più efficace e gradito un operatore interno all’entecheloconosceesisentepartedellaimpresa; cooperative che sostituiscono servizi essenziali, cucina, assistenza, pulizia, ecc. invece di contare su personale professionalizzato, affezionato al ‘brand’ della istituzione; gli esempi sarebbero moltissimi e chi legge potrebbe elencarli. Purtroppo l’esempio viene dall’alto. Basti ricordare i ritardi e le difficoltà frapposte da farraginose procedure burocratiche in ogni ambito della vita comunitaria. 

I ritardi dei decreti applicativi di leggi importanti nuocciono ai cittadini: si facciano leggi immediatamente autoattuative! I concerti fra ministeri per approvare una norma abbiano un tempo di scadenza, senza possibili proroghe, per cui scaduti i giorni, si proceda per silenzio assenzio. Si misurerebbe la efficienza degli uffici. Il governo emani decreti rigorosamente aderenti al dettato costituzionale. Soprattutto a condizioni cambiate si abbia il coraggio di abrogare leggi che risultano inefficaci, perché tocca alla politica rispondere ai cittadini delle scelte. La legge Bassanini impedisce la riconoscibilità delle responsabilità e rallenta le decisioni insinuando il tarlo che la burocrazia è la sola responsabile di ritardi, rinvii e procedure, per far lavorare i diversi “azzecca garbugli“. È accelerata la vita quotidiana di tutti, anche delle persone disagiate, per cui la classe dirigente politica non può esimersi dal ‘correre’ per risolvere i problemi; apprezzerebbero anche quelli che hanno meno bisogno.

La realtà ancora una volta è stata delineata in controluce dalle parole di Mattarella nel discorso di fine anno. Non abbiamo bisogno di uno Stato assistenziale – che distribuisce bonus, condoni, detrazioni, anticipi di imposte – ma che controlli con rigore, che applichi la giustizia sociale, in una parola che attui scrupolosamente la Costituzione. Si costruisce il futuro facendo forse anche sognare i cittadini, se viene proposta una visione di cittadinanza per cui la Repubblica siamo noi, ciascuno. “La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune“, affermazione impegnativa del Presidente. La lotta senza quartiere alla evasione è dovere dello Stato. Da qui potrebbe ripartire la reputazione della democrazia decidente e equa.

INTERVENTO SU FORMICHE | NEL SOLCO DI STURZO, IDENTITÀ E CONTINUITÀ DEL CATTOLICESIMO POLITICO. E OGGI? 

Finita la Grande guerra, l’Italia della Vittoria iniziava presto a misurare la distanza tra sentimenti di palingenesi sociale e  insufficenze delle istituzioni, con grave disagio dei ceti popolari. Tra l’armistizio con l’Impero Austro-Ungarico (novembre 1918) e l’apertura della Conferenza di pace di Parigi (gennaio 1919) il Paese visse in uno stato di generale eccitazione. I liberali, rimasti al potere, non seppero dare risposta a questo moto collettivo di speranza e insieme d’inquietudine. Si deteriorò in poco tempo il mito della “guerra vinta” e iniziò la scomposizione del vecchio blocco di potere, fino alle tormentate vicende che aprirono le porte all’avvento del fascismo nell’ottobre del 1922.

Luigi Sturzo colse con lucidità l’elemento rivoluzionario che contrassegnava, all’indomani dell’armistizio, il passaggio ad un nuovo assetto dell’Europa e del mondo. Per capire fino in fondo la genesi del Partito popolare occorre riflettere sulla conferenza da lui tenuta proprio a novembre del 1918, quando l’entusiasmo a tutti i livelli impediva di guardare ai grandi problemi emergenti dalla guerra. In quella sede, Sturzo richiamò l’attenzione sulla definitiva chiusura di un ciclo storico, iniziato con la Rivoluzione francese, e mise l’accento sulle prospettive dell’avvenire democratico dell’Italia.  

Ecco, allora, che l’appello “ai liberi e forti” del 18-19 gennaio 1919 si configura come un intreccio virtuoso di passato e futuro: da un lato eredita e riassume le ragioni di una lunga traversata nel deserto, con l’astensione polemica dei cattolici dalla vita politica nazionale (Non expedit) a causa della “ferita” di Porta Pia; dall’altro, invece, prefigura uno scenario di profondo cambiamento, con l’ingresso a pieno titolo dei partiti popolari – tra cui, appunto, il partito dei cattolici democratici (non conservatori) – nella vita politico parlamentare, nonché il necessario e conseguente ricambio di classe dirigente.

A Sturzo spetta il merito di questa sintesi propulsiva, in sostanza unificante la tradizione con il progresso, di cui si avrà pienezza di riscontro successivamente nella esperienza della Dc proposta da De Gasperi all’indomani della seconda guerra mondiale. Anche lui, pensando con originalità a un partito di centro “in cammino verso sinistra”, elabora una visione aperta del cattolicesimo politico, senza rinunciare alla forza dell’identità. Partito di governo più che di testimonianza, la Dc è “nuova” rispetto al Ppi, ma continua ad operare nel solco tracciato da Sturzo.

La continuità è un tratto che distingue l’azione dei cattolici in politica. Quando il 18 gennaio del 1994 si “chiude” la Dc e si rifonda il Ppi, l’idea di una esperienza che continua e si rinnova emerge con tutta la forza possibile. Sergio Mattarella, allora direttore de “Il Popolo”, scriverà quel giorno un editoriale per dire che la Dc “chiude formalmente la propria storia perché possa continuare una storia più ampia”. Si ritorna a Sturzo senza timore di andare, per così dire, anche oltre Sturzo.

Questo modo di pensare e di agire resta nella memoria collettiva del mondo cattolico democratico e popolare. Poco importa, al limite, se oggi tale concetto di continuità, inteso nel suo dinamismo, sconta il limite di un oscuramento che il rifiuto del “partito identitario” ha reso pressoché indiscutibile. Sta di fatto che l’Italia di oggi, con l’avvento al potere di una destra fortemente identitaria, registra semmai la fine del “partito pluridenitario”, come dimostra in parallelo la crisi del Pd e di Forza Italia. Che può accadere, dunque, alla dispersa compagine dei popolari? Nulla indica che si ritorni alla vecchia forma partito, ma nulla vieta di pensare, anche alla luce delle ultime esternazioni, che una certa consapevolezza dell’essere necessari a stessi, prima che ad altri, porti a declinare un nuovo modo di ragionare sul futuro del popolarismo, in continuità con la lezione di Luigi Sturzo.

A CASA DI SANTA PRISCA. PROSEGUONO GLI STUDI ATTORNO ALL’ANTICO EDIFICIO CRISTIANO ALL’AVENTINO.

Rocco Ronzani

Alla storia plurisecolare dell’antico edificio cristiano dell’Urbe che porta il nome di Santa Prisca, sul colle Aventino, sono stati dedicati molti e approfonditi studi e, tuttavia, meriterebbe ancora una rilettura, sotto l’aspetto archeologico e architettonico, ma anche storico e artistico. Sono state studiate ampiamente le preesistenze classiche, specialmente dopo la scoperta del mitreo del III secolo negli ambienti ipogei della chiesa. Molto resta da indagare sulla storia del monumento e delle istituzioni religiose che nel corso dei secoli si sono avvicendate nella custodia. Si rende necessaria anche la rilettura della vicenda della santa titolare che, inizialmente identificata con la martire del III secolo, fu retrodatata dallo storico della Chiesa cardinale Cesare Baronio al I secolo. Si avvalorava così la tradizione del suo battesimo da parte di Pietro e si completava la “memoria apostolica”: Paolo vi avrebbe dimorato, in alternativa alla domus alla Regola, e Pietro avrebbe svolto qui il suo ministero, celebrando l’eucaristia per una delle più antiche comunità cristiane di Roma e battezzandovi Prisca. Alla valorizzazione della memoria apostolica dell’Aventino è collegata anche la più cospicua presenza di testimonianze araldiche presenti nell’edificio sacro e nella sua cripta, realizzata e affrescata per permettere ai pellegrini di giungere più da vicino al sottosuolo che, agli occhi degli ecclesiastici deputati alla custodia, conservava verosimilmente le memorie cristiane tra le più antiche dell’Urbe.

Proprio l’episodio del battesimo è stato uno dei più valorizzati in occasione del giubileo del 1600. Committente dei lavori di restauro fu Benedetto Giustiniani, cardinale del titolo presbitoriale tra il 1599 e il 1611. La riscoperta e la promozione delle memorie paleocristiane dell’Urbe, centro della cattolicità, assumeva un ruolo nella polemica antiprotestante. Tra le grandi sintesi storico-erudite di quegli anni vanno segnalati in particolare proprio gli Annales del cardinale oratoriano Baronio, in rapporto con il Giustiniani.

È merito di Daniela Gallavotti Cavallero aver illustrato la centralità della figura di san Pietro nel ciclo di affreschi commissionati da Giustiniani a Santa Prisca. A completamento dei riferimenti iconografici petrini, già puntualmente rilevati dalla studiosa, vorrei richiamare l’attenzione sul catino absidale dove l’affresco che rappresenta attualmente sant’Agostino, frutto di una maldestra ripittura collocabile tra XIX e inizi del XX secolo, soppianta certamente l’immagine originale di un san Pietro in cattedra al quale rinviano chiaramente i simboli papali retti da angeli: la tiara, la ferula pontificale e le chiavi petrine.

Restano da indagare i motivi della presenza di due santi identificati dalla studiosa con san Benedetto e sant’Antonio abate. Il primo sarebbe stato «scelto in quanto santo eponimo del committente», il cardinale Benedetto Giustiniani; per il secondo Gavallotti Cavallero non trova motivazioni abbastanza ovvie. In realtà, il secondo santo non è identificabile con Antonio, bensì con il riformatore benedettino Giovanni Gualberto (995-1073), santo fondatore della riforma di Vallombrosa. La figura, infatti, è rappresentata con l’abito monastico vallombrosano, recante in mano il bastone a forma di tau con due manici terminanti nelle caratteristiche protomi leonine, che è poi la ferula araldica rappresentata anche nell’arme dei Vallombrosani. Il richiamo è al primitivo progetto del cardinale Giustiniani di insediare a Santa Prisca una comunità di Vallombrosani. Naufragato tale progetto, Giustiniani chiamò a risiedere a Santa Prisca gli Agostiniani della congregazione osservante di Lombardia, presenti a Roma dal XV secolo in Santa Maria del Popolo. Dopo l’impegnativo lavoro di restauro del luogo sacro, era naturale che il cardinale Giustiniani assicurasse, ai fedeli e ai pellegrini dell’anno giubilare, la cura del culto divino attraverso una presenza stabile, monastica ovvero religiosa, che garantisse il decoro del luogo sacro.

Fonte: L’Osservatore Romano – 18 gennaio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano edito dalla Santa Sede]

LACUNE LEGISLATIVE SULLE TUTELE DEI LAVORATORI FRAGILI. QUALI PROSPETTIVE? NE PARLIAMO CON l’ON. DE TOMA.

On. De Toma, dall’inizio della pandemia fino ad oggi e prevedibilmente per un certo periodo (viste le varianti del virus in arrivo) parlamento e governi hanno affrontato e affronteranno la questione delle tutele sanitarie per i cosiddetti “lavoratori fragili”. Lei si è occupato intensamente di questa materia, con interventi in aula, emendamenti e proposte normative: intanto vuole precisare che cosa si intende per “lavoratori fragili”?

Indubbiamente occorre riferirsi ai lavoratori indicati del decreto interministeriale del 4 febbraio 2022 con il quale sono state indicate le patologie croniche con scarso compenso clinico e con particolare connotazione di gravità, in presenza delle quali la prestazione lavorativa è normalmente svolta in modalità agile. Tuttavia, alla luce delle criticità emerse in sede di attuazione del decreto rispetto alle patologie che, sebbene gravi, non sono state incluse in quelle che danno diritto a svolgere la prestazione in modalità agile, sarebbe auspicabile quanto prima una revisione della lista delle patologie richiamate nel decreto, anche in relazione agli effetti avversi sulla salute umana delle numerose varianti. Importante, inoltre, sarà tenere in considerazione tutti coloro che non possono svolgere l’attività lavorativa da remoto e non posso essere ricollocati. 

I primi provvedimenti legislativi a partire dal D.L. 17/3/2020 n.° 18 – art. 26, comma 2 e 2-bis avevano previsto una duplice tutela: l’accesso allo smart working e l’’equiparazione della malattia dei fragili al ricovero ospedaliero. Ciò si è protratto fino al 31 marzo 2022 (eccetto alcune brevi parentesi) e poi dal 24/5/2022 fino al 30/6/2022. A partire dal cd. “decreto aiuti-bis voluto dal Ministro del Lavoro Orlando è stata mantenuta la sola tutela dell’accesso al lavoro agile a domicilio mentre non è stata rinnovata la protezione per i lavoratori fragili dell’equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero. Inoltre non si è considerato che lo smart working non è accessibile a tutti i lavoratori (ad es. i docenti ne sono esclusi) a motivo del loro profilo professionale, non declinabile a domicilio. Che conseguenze ha comportato questa scelta?

Le conseguenze sono note e una vasta platea di lavoratori che non possono svolgere la prestazione da remoto, soprattutto nel pubblico impiego, ha subito una compressione in termini di diritto alla tutela della propria salute. Quella dell’allora ministro del lavoro è stata una scelta assai infelice che potrebbe mettere a rischio la salute di questi lavoratori fragili. Dunque, ribadisco la necessità di tutelare tutta la categoria di persone, istituendo per loro una soluzione mirata e duratura.

Alla scadenza del decreto aiuti-bis (31/12/2022) e con la nuova legge di bilancio questa disparità di trattamento tra chi può fare il lavoro in smart working e chi ne è escluso, è rimasta. Pertanto si profila una discriminazione tra lavoratori di serie A e di serie B, con un profilo di incostituzionalità della normativa rinnovata fino al 31/3/2023. Inoltre è stata esclusa la tutela dell’equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero. In questo modo un chemioterapico, un immunodepresso, un malato compreso nella categoria dei fragili di cui al D.M. Salute del 4/2/2022, per curarsi deve ricorrere al congedo contrattuale o alle ferie. Lei si è battuto a lungo contro questo vulnus normativo, purtroppo inascoltato. Quali sono le sue proposte in questa fase di stallo in cui si cercano i fondi per dare copertura ad una legge che preveda un trattamento equo e commisurato alla gravità dei casi?

Il governo oggi in carica pur nell’emergenza dettata dal pochissimo tempo a disposizione per predisporre una legge di bilancio complessa sotto il profilo degli equilibri della finanza pubblica ha, purtroppo, confermato quanto già fatto dal passato governo  prorogando tuttavia le tutele al 31 marzo prossimo. Sono tuttavia consapevole che ciò non basta e mi adopererò affinche da un lato siano posti in campo entro quella data gli opportuni correttivi atti ad una maggiore tutela diffusa e dall’altro mi lascia ben sperare la volontà annunciata dal Ministro del Lavoro Marina Calderone di rivedere la legge sul lavoro agile, che oggi peraltro è divenuto una realtà lavorativa diffusa e consolidata sia nel privato che nel pubblico impiego. La revisione annunciata dal Ministro Calderone saprà certamente dare forma strutturale alle positive esperienze di lavoro agile e di Smart working attivate e che, indiscutibilmente hanno confermato un miglioramento in termini di produttività della prestazione lavorativa e, senza dubbio, della qualità della vita di milioni di lavoratori. Soprattutto quelli che svolgono pesanti attività di cura familiare nei confronti dei figli o di altri congiunti con disabilità grave con loro conviventi e parlo in particolar modo dei caregiver familiari che oramai dal 2017 attendono incolpevolmente il completamento della normativa di riferimento. Cosa peraltro inserita a chiarissime lettere nel programma di Fratelli d’Italia e che mi auspico possa esser presa in considerazione nei prossimi provvedimenti, passata questa prima fase di governo, caotica e soprattutto “con la coperta ereditata che è abbastanza corta”.

Un’ultima domanda che è anche una constatazione sul grado di civiltà del Paese. In considerazione della delicatezza della materia (parliamo di malati di tumore, soggetti immunodepressi, affetti da patologie degenerative come l’artrite reumatoide, invalidi ex legge 104/92…che vengono invitati ad accedere alla 4° e finanche alla 5° dose di vaccino) ritiene urgente che si assumano provvedimenti anche sui luoghi di lavoro e si prevedano tutele altamente cautelative verso i soggetti più esposti al contagio? David Quammen scrisse che viviamo in un mondo di virus: quello del Covid 19 e delle sue molteplici varianti non va forse combattuto sul piano della prevenzione, innanzitutto? Correre ai ripari inseguendo la pandemia con decisioni postume non sembra una buona strategia. Che cosa ne pensa?

Lei ha utilizzato una parola che ho molto a cuore: “civiltà”. Ecco, amo sempre ricordare, come ho fatto nei miei interventi in Aula nella passata Legislatura, che questa che sto conducendo è una vera e propria battaglia di civiltà a sostegno dei lavoratori fragili.

Detto ciò, Le rispondo con una frase che dovrebbe essere il must to do di ogni buon cittadino “la mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro”. In ragione di ciò credo che non possano esservi più costrizioni e privazioni dei diritti fondamentali come avvenuto nel recente passato, perché il danno potrebbe rivelarsi maggiore del beneficio ma che debba prevalere il senso di rispetto e di tutela della propria salute e di quella dell’altro adottando i più consoni comportamenti. Dunque la mascherina ad esempio, indossata nei luoghi di lavoro o, per dirne una, sui mezzi pubblici, non deve essere una imposizione ma un dovere sentito con responsabilità del bravo cittadino che protegge se stesso e chi gli sta vicino. È tutta una questione di educazione civica. 

Infine, la pandemia, ci ha fatto conoscere un nuovo “modo di lavorare”, già presente in passato in alcuni settori ma indubbiamente accentuato durante il periodo del lockdown dovuto alla pandemia da Covid Sars 2, ovvero lo smart working. Questo nuovo modo di intendere il lavoro, secondo me, è importante sia sfruttato laddove possa rappresentare un concreto miglioramento/necessità del lavoratore, rendendo appunto il lavoro “agile”, senza però azzerare completamente (per coloro che ne hanno la possibilità ovviamente, ovvero coloro che non rischiano per la propria salute), le relazioni sociali. In conclusione credo che un giusto bilanciamento tra smart working e lavoro in presenza possa solamente giovare al lavoratore, fermo restando il dovere di istituirlo in maniera quotidiana e dunque fissa, per tutti quei fragili che per motivi di salute, “devono poter esser protetti dal contatto con il mondo esterno”.

18 GENNAIO 1994: A 75 ANNI DALL’APPELLO DI STURZO, RINASCEVA IL PPI. PER MATTARELLA, CHIUSA LA DC, S’APRIVA UNA “UNA STORIA PIÙ AMPIA”.

Settantacinque anni separano il 18 gennaio del 1919 da quello di oggi. Oggi però la DC non rievoca quella data. Non celebra un avvenimento, lo pronuncia di nuovo. In un Paese immensamente cambiato rispetto alle sue condizioni di inizio del secolo, la Democrazia Cristiana chiude formalmente la propria storia perché possa continuare una storia più ampia: quella dell’impegno dei cattolici nella politica italiana. Altri partiti l’hanno fatto per rompere con il proprio passato, noi lo facciamo per ricollegarci al nostro passato e, sulla base di una straordinaria esperienza, dare vita a un nuovo soggetto della politica.

Che cosa pronunciamo nuovamente oggi? Innanzitutto una identità. Una vocazione laica, cristianamente ispirata. Una vocazione in nessun modo integralista, che darà vita non al partito dei cattolici ma a un partito di cattolici democratici che cercherà di vincere sulla base delle proprie proposte e di una propria, ritrovata coerenza tra fini e comportamenti, ciò che si era andato deteriorando e dissolvendo. Poi pronunciamo un impegno e un metodo di lavoro.

Perché la nostra proposta sia credibile, occorre far si che nel partito popolare non ci siano “padroni di casa“ e “ospiti“ e più o meno graditi. In altre parole è necessario intendere la costruzione del nuovo partito come un lavoro comune, che nasce dal basso, dal tessuto civile.

Che impegna le realtà vive di mondi diversi, e non solo di ispirazione cristiana, pronti a condividere un medesimo progetto di solidarietà, di progresso, di libertà e di giustizia, di sviluppo dell’unità nazionale nel solco della migliore tradizione del cattolicesimo democratico.Il Partito popolare vuole essere strumento politico della società civile, delle donne e degli uomini che credono nel valore della partecipazione politica, della responsabilità personale, dell’impegno diretto.

Non esistono scorciatoie che evitino la fatica, ma anche la passione di questa operazione politica. E a quella fatica sono chiamati tutti coloro che hanno a cuore il futuro della presenza politica dei cattolici.

VERSO LE ELEZIONI EUROPEE. CHE RUOLO AVRANNO I POPOLARI NEL 2024?

Tutto lascia prevedere che saranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, nel giugno del 2024, il vero test elettorale sul quale verrà valutato il nuovo governo di Destra ma soprattutto verranno testati i nuovi assetti politici che stanno iniziando a delinearsi in questi mesi ma che sono ancora in via di definizione. È questa una condizione anche di altri Paesi dell’Unione, ragion per cui davvero la prova elettorale continentale del prossimo anno potrebbe assumere un rilievo molto importante per il futuro della politica europea. Quanto ciò sia vero lo dimostrano, al momento, le iniziative che alcuni attori politici stanno cominciando ad avviare.

La premier, nella sua versione di leader dei Conservatori europei, sta prudentemente avviando colloqui e sondaggi con i Popolari europei, rappresentati in Italia da Berlusconi e Tajani ma ben consapevoli che oggi le carte del centrodestra italiano le dà Giorgia Meloni. Favorita dallo spostamento a destra del PPE, ora orfano della leadership incontrastata e centrista con sguardo a sinistra di Angela Merkel e timoroso di perdere ulteriori consensi sul fronte più conservatore. Quella che però potrebbe diventare una dura competizione su quella parte dello scacchiere è al tempo stesso una opportunità per costruire un fronte comune e vincente da contrapporre alle socialdemocrazie continentali, attualmente non tutte in buona salute. Scardinando così alla radice l’asse politico, quello fra socialisti e popolari, che ha da sempre retto l’organizzazione e l’impostazione politica generali della UE. La tentazione nella quale sta cadendo la CDU guidata da Friedrich Merz (da sempre acerrimo avversario della Merkel, collocato su posizioni di destra) è un’eccellente opportunità per la Destra europea, che potrebbe in questo modo uscire dal ghetto nel quale è confinata da sempre. Certo, l’operazione non è semplice, presenta margini di rischio per tutti ma ha un suo fascino e una sua logica. Si tratterà di vedere se Giorgia Meloni vorrà non solo esplorarla ma poi anche attuarla. Un tema sul quale tornare.

Poi ci sono le manovre sul fronte liberaldemocratico, che si pone al centro degli schieramenti europei, anche se tradizionalmente più prossimo ai socialisti che ai popolari. Ma tutto è in movimento, anche qui. La guida delle operazioni è del Presidente francese Emmanuel Macron. Non è un caso se l’altro giorno in una sala affollata la presentazione a Milano del progetto Renew Europe è stata fatta, alla presenza di Calenda e Renzi, da Sandro Gozi, già deputato del Pd ma attualmente parlamentare europeo eletto in Francia nel partito di Macron, del quale è amico personale. Renew Europe si propone di fatto come lo sviluppo della vecchia ALDE, l’alleanza democratica guidata anche allora da un francese, Francois Bayrou, della quale al Parlamento Europeo era parte un ventennio fa la Margherita di Francesco Rutelli e dei Popolari.

Infine, la socialdemocrazia oggi orfana dei laburisti inglesi e oscillante fra impennate elettorali e severe cadute a seconda dei paesi e dei momenti storici ma in generale non proprio in eccellenti condizioni, oggi a forte rischio d’essere peggiorate se lo scandalo che ha coinvolto alcuni suoi esponenti dovesse allargarsi e consolidarsi in quel campo e solo in esso (cosa però che, allo stato, non può essere ipotizzata a priori).

Bene. In questo quadro qui sommariamente tratteggiato quale è il poto, lo spazio, il ruolo dei Popolari italiani, dei cattolici democratici italiani? Forse però la prima domanda da farsi è se c’è ancora un popolarismo attivo e consapevole di sé, in Italia. Un tema che è affiorato nella bella e interessante iniziativa di un mese fa voluta dall’Associazione Popolari, ma che ora richiede un approfondimento e uno sviluppo. In effetti, osservando con occhio disincantato e però critico la situazione, si può notare che i Popolari (almeno: quelli che sono ancora nell’agone politico richiamandosi, in un qualche modo, alla loro nobile tradizione) sono sparsi un po’ qua un po’ là senza essere davvero incisivi ovunque. Non certo lo sono quelli che sin dall’inizio della diaspora sono andati a destra, capaci di cogliere qualche postazione un tempo grazie a Forza Italia ma oggi in difficoltà a fronte del prevalere della Destra. Ma questo si sapeva.

Il problema sono quelli – ad esempio chi scrive – che hanno convintamente sposato la causa del Pd e che poi negli anni si sono ritrovati in un partito sempre più lontano valorialmente, e oggi persino inetto politicamente, condizione quest’ultima che i cattolici democratici non avevano mai conosciuto, in Italia. A livello continentale, per sovrappiù, essi sono addirittura rinchiusi nell’alveo del socialismo (la dicitura del Gruppo al Parlamento di Strasburgo, Socialisti & Democratici, non essendo certo sufficiente a negare il dato oggettivo, facilmente certificabile leggendo qualsiasi organo di stampa). Ma pure, al momento, assenti dal citato nuovo progetto liberaldemocratico, che è imperniato sul macronismo e che qui in Italia è rappresentato da Calenda, con Renzi che vi partecipa certo non in qualità di Popolare. Insomma, se come tutto lascia prevedere saranno le elezioni europee del prossimo anno il crocevia dei nuovi assetti politici nazionali e probabilmente pure europei, i Popolari devono capire e decidere se affrontarle con un piglio certo più combattivo di quanto dimostrato sinora. Se vorranno ancora avere un ruolo. Appunto, se.

DIO PATRIA E FAMIGLIA? DANTE NON È IL POETA DELLA DESTRA.

Domenica Nicola Tuzzabanchi – ma chi si nasconde dietro questo pseudonimo? – ha avuto il merito con la sua garbata ironia di farci pendere con tenerezza verso il grande padre Dante, tirato per la giacchetta dal Ministro della cultura della Repubblica italiana. Questi appare in tutta la sua pastosa iattanza culturale nel desiderare un’Italia assoggettata ad una dimensione piccola, se non minuscola, di una destra custode della tradizione. Una tradizione che si traduce nei valori ritenuti fondanti per questo tipo di riferimento: Dio, Patria e Famiglia (con le iniziali maiuscole). Valori che creano un imbarazzo strisciante anche nella compagine di governo, non perché di per sé siano superati, ma perché nella loro rigidità precludono quello della solidarietà, che è il cardine del cristianesimo rivendicato quale credo fondante riconosciuto.

Se volessimo portare all’estremo il ragionamento, i tre valori così come sono citati andrebbero bene per un bel numero di credo (o credi, l’Accademia della Crusca lascia a noi decidere) religiosi. In realtà, chiudere la cultura cristiana espressa da padre Dante nel quadrato politico guelfo/ghibellino significa riportare in auge uno scontro tra fazioni per le quali, alcuni secoli fa, ci siamo scannati come capretti tra cristiani, cedendo anche incosciamente all’affermazione di sé attraverso lo scontro. E anche questo è un segno poco cristiano, se il comandamento primo è amatevi gli uni e gli altri.

Peggio andò, come sappiamo, tra i guelfi bianchi e i guelfi neri, divisi dal rapporto con il Papa regnante, sicché lo scontro fu ancora più aspro, tanto da portare Dante all’esilio. Certo Tuzzabanchi non si osa al dispregio dell’esibita cultura ministeriale, tanto di letteratura che di storia e finaco di catechismo, e gliene siamo grati; ciò nondimeno noi lettori, che non siamo disincantati, sappiamo che la cultura di destra ha una rappresentanza degna di attenzione, sebbene non veda (o vedeva) il ministro nostrano tra i suoi portavoce. Umilmente segnaliamo però l’incombenza di un silenzio assordante, proprio di quanti invece di quella destra, per l’appunto degna, ne sono o ne vogliono essere testimoni. Con il rischio, a forza di silenzi, di trovarsi essi stessi a misurare l’onta del ridicolo, magari per un’eventuale, non del tutto improbabile, campagna di propaganda popolare per la revisione dei testi scolastici.

IUS PACIS. LA MINACCIA DELL’OLOCAUSTO NUCLEARE ESIGE CHE SI DIVENTI OPERATORI DI PACE.

Il periodo storico che stiamo vivendo è caratterizzato, come ha ben spiegato Papa Francesco, dalla terza guerra mondiale a pezzi. Una guerra che viene ferocemente combattuta in spregio alla gente che soffre e che muore, e in spregio alle idee e ai valori incentrati sul “ripudio della guerra”. Il ripudio della guerra, com’è noto, è stato stabilito nella Costituzione italiana, che ha appena compiuto 75 anni di vita. L’umanità sta rischiando di perire a causa del probabile olocausto nucleare. Pertanto è da considerare importante la possibilità di mettere a frutto ogni idea a favore della pace, che non può essere, quest’ultima, una tregua tra due guerre ricorrenti.

Non possiamo, non dobbiamo perire senza nulla dire; non possiamo, non dobbiamo lasciare al “Fato”, senza nemmeno reagire, la facoltà di decidere i passi decisivi verso l’apocalisse; non possiamo non provare a renderci operatori di pace; non possiamo essere neutrali tra coloro che fanno le guerre e coloro, gli esseri umani con o senza divisa, che le guerre le subiscono. È esigito, quindi, un impegno diffuso e corale rivolto a realizzare una vera rivoluzione culturale che porti all’affermazione di un nuovo diritto inviolabile dell’uomo, un diritto universale e fondamentale delle umane genti: lo ius pacis.

Lo ius pacis, prima ancora di essere recepito dagli ordinamenti giuridici, dovrebbe entrare nella coscienza dei singoli esseri umani e dei popoli attraverso: 1) l’elaborazione di concetti e parole chiave capaci di disseminare la consapevolezza sulla urgente necessità di abbandonare definitivamente l’epoca primordiale e barbarica della guerra fra esseri umani (guerra che ai nostri tempi è anche guerra distruttiva di dimensione planetaria); 2) l’acquisizione della consapevolezza, da parte di tutti i popoli del Pianeta, che il comandamento “non uccidere” dev’essere composto di due sole parole, senza altre aggiunte o locuzioni di qualsiasi specie, come sono i casi, entrambi tribali, del “non uccidere un uomo della tua tribù” e del “non uccidere un uomo della tua nazione o della tua religione”; 3) la consapevolezza generalizzata delle conseguenze irreparabili e funeste dell’olocausto nucleare.

Quanto alla guerra fra esseri umani e natura, non bisogna tenere conto solamente del selvaggio uso del territorio e del clima, ma anche delle conseguenze dannose e irrimediabili sull’ambiente delle guerre “moderne”. Infatti la scienza e la tecnologia hanno approntato letali armamenti idonei a porre fine all’esistenza della vita nel Pianeta Terra, mentre la cultura umanistica segna il passo e nulla fa per indirizzare a fin di bene lo sviluppo della ricerca e del sapere scientifico.

Si potrebbe obiettare che il pensiero rivolto ad una nuova era senza guerre sia un’utopia. Me ne rendo conto. Ma non mi pare azzardato osservare che l’utopia sia stata e possa ancora essere il motore del progresso. Al riguardo, le idee sullo ius pacis coincidono totalmente con i contenuti e le finalità indicate dal Papa Francesco e con quanto ha scritto Albert Einstein. Significative sono, ad esempio, le affermazioni del Papa secondo cui la guerra è una pazzia e il suo riferimento allo ius pacis lanciato in occasione dell’incontro di preghiera innanzi al Colosseo con i leader Cristiani e delle altre religioni. Le parole del Papa, pronunciate il 22 settembre 2022 dalla sua finestra, sono particolarmente significative: “Per favore, facciamo respirare alle giovani generazioni l’aria sana della pace, non quella inquinata della guerra, che è una pazzia!”

Ricordo perfettamente il “clima” di paura vissuto nel secolo scorso dall’intera umanità durante la crisi di Cuba. E ricordo la soluzione che fu trovata, per impedire l’olocausto nucleare, dai leader politici e religiosi di quel tempo. La Pacem in Terris di Giovanni XXIII è un documento importante anche perché maturato in quel contesto di reale pericolo per l’umanità.

In questi ultimi tempi, nei quali la terza guerra mondiale è già scoppiata a pezzi, c’è una situazione gravida di pericoli maggiori di quelli che abbiamo conosciuto durante la crisi di Cuba. Ecco perché, a mio avviso, necessita divulgare e illustrare idee a favore della pace.
Grandi uomini hanno elaborato pensieri di pace. Ma quasi sempre i loro pensieri sono cancellati dalla memoria umana. Basta citarne uno per tutti: Albert Einstein. Le sue riflessioni e le sue indicazioni contro la guerra e a favore della pace dovrebbero diventare oggetto di insegnamento nelle scuole. Cito alcuni passi di un suo libro dove, a proposito della guerra, ha testualmente scritto: “Bisogna sopprimere questa vergogna della civiltà il più rapidamente possibile”…“i giornali di un paese possono, in due settimane, portare la folla cieca e ignorante ad un tale stato di esasperazione da indurre gli uomini ad indossare l’abito militare per uccidere e farsi uccidere…” … ”nonostante tutto, io stimo tanto l’umanità da essere persuaso che questo fantasma malefico sarebbe da lungo tempo scomparso se il buonsenso dei popoli non fosse sistematicamente corrotto, per mezzo della scuola e della stampa, dagli speculatori del mondo politico e del mondo degli affari” .

Quanto alla pace, le parole di Albert Einstein, sono particolarmente significative: “Gli uomini veramente superiori delle generazioni passate hanno riconosciuto l’importanza degli sforzi per assicurare la pace internazionale. Ma ai nostri tempi lo sviluppo della tecnica ha fatto di questo postulato etico una questione di esistenza per l’umanità civilizzata di oggi e la partecipazione attiva alla soluzione del problema della pace è considerata una questione di coscienza che nessun uomo coscienzioso può ignorare”.

D’altronde, le iniziative e le parole del Papa, che ha preso il nome del Santo di Assisi, stanno aprendo la strada verso una sperabile svolta epocale. Non basta il pacifismo che puntualmente soccombe innanzi al bellicismo, il bellicismo che, per sua natura, è sordo, cieco e portatore di “valori” alternativi ai bisogni di buona salute, di buona educazione e di buon lavoro degli umani.

Non basta la pace diventata una pausa temporale tra una guerra e quella successiva. Non basta la cultura consolatoria e assolutoria, spesso di natura religiosa, dopo ogni guerra. Non basta essere neutrali, ma bisogna essere contro le guerre, come ha insegnato Gino Strada, con comportamenti concreti.

Dobbiamo alzare forte e chiara, da donne e uomini liberi e forti, la nostra voce a favore dello ius pacis, che deve diventare uno dei diritti inviolabili dell’uomo, alla stregua del diritto alla vita e del diritto alla libertà. Del diritto, cioè, alla libertà di vivere ripudiando la guerra, ovvero ripudiando il “diritto” a causare morte e distruzione. Lo ius pacis dovrebbe diventare un diritto azionabile con relative responsabilità, cioè un diritto correlato a specifici doveri dei singoli individui, delle comunità e, soprattutto, dei decisori politici.
Sotto quest’ultimo aspetto, quello dei doveri, l’etica della responsabilità dovrebbe totalmente ispirare e regolare ogni atto dovuto. Il concetto di responsabilità dovrebbe essere seriamente incardinato nell’idea di un nuovo umanesimo.

Può, il 2023, diventare un anno veramente nuovo, un anno ri-generativo di un nuovo umanesimo caratterizzato dalla responsabilità di tutti e di ciascuno nella cura del futuro dell’umanità e nella cura della “casa comune”?.

LA CINA INVECCHIA A UN RITMO PREOCCUPANTE PER LE AUTORITÀ. E ANCHE L’ECONOMIA PERDE COLPI.

La Cina invecchia troppo in fretta. La popolazione cinese è scesa nel 2022 a 1,411 miliardi, in calo di circa 850.000 persone rispetto all’anno precedente. Gli analisti hanno affermato che il declino è stato il primo dal 1961. Anche il tasso di natalità è sceso al minimo storico 6,77 nati per 1.000 abitanti, in calo rispetto ai 7,52 di un anno prima e al livello più basso dalla fondazione della Cina comunista nel 1949. Sono nati circa 9,56 milioni di bambini, rispetto ai 10,62 milioni del 2021, nonostante la spinta da parte del governo per incoraggiare più coppie sposate ad avere figli.

I nuovi dati hanno accompagnato anche l’annuncio di una delle peggiori performance economiche annuali della Cina in quasi mezzo secolo, con l’economia in espansione di appena il 3%. La crisi demografica della Cina, che dovrebbe avere un impatto crescente sulla crescita negli anni a venire, sta diventando un vero e proprio allarme per la società cinese. Pechino ha già abbandonato nel 2015 la sua decennale e molto controversa politica del “figlio unico”, ma questo non ha risolto il problema di una società sempre più formata da anziani.

Molti giovani scelgono di sposarsi più tardi o decidono di non avere figli del tutto. Si sentono compressi tra la preoccupazione di doversi occupare della cura dei genitori anziani – in quanto figli unici- e la preoccupazione di crescere bambini piccoli.

Ma insieme all’inquietudine per l’invecchiamento, si prevede che il calo della popolazione, in particolare del numero di lavoratori, avrà un profondo impatto sull’economia cinese per diversi decenni. Si prevede che il costo del lavoro aumenterà, erodendo la competitività della forza lavoro cinese, e la pressione sui lavoratori per fornire assistenza agli anziani aumenterà drasticamente. Un allarme che si può riassumere nella nota frase “La Cina rischia di invecchiare prima di diventare ricca”.

Consumi: la Dieta Mediterranea vince la sfida mondiale delle diete nel 2023

La dieta mediterranea si è classificata come migliore dieta al mondo del 2023 davanti alla dash e alla flexariana ma è sotto attacco degli effetti del cambiamento climatico, dell’esplosione dei costi di produzione e delle scelte dell’Unione Europea che boccia il vino con etichette allarmistiche e promuove i grilli a tavola. Lo rende noto la Coldiretti sulla base del best diets ranking elaborato dal media statunitense U.S. News & World’s Report’s, noto a livello globale per la redazione di classifiche e consigli per i consumatori.

La dieta mediterranea – sottolinea la Coldiretti – ha vinto la sfida tra 24 diverse alternative con un punteggio di 4,6 su 5 grazie agli effetti positivi sulla salute ed è anche fra le più facili da seguire, adatta alle famiglie, semplice da organizzare con alimenti di base, incoraggia un consumo moderato di grassi sani, come l’olio d’oliva, e scoraggia i grassi malsani, come i grassi saturi, con meno del 30% circa delle calorie totali provenienti dai grassi ed è adatta a chi segue prescrizioni religiose halal o kosher. La dieta mediterranea – continua la Coldiretti – è salutare per il cuore ed è stata associata a una riduzione della pressione sanguigna, del colesterolo e del peso corporeo, nonché a migliori risultati di salute cardiovascolare e tassi inferiori di malattie cardiache e ictus. L’abbondanza di frutti di mare ricchi di nutrienti, noci, semi, olio extravergine, fagioli, verdure a foglia verde e cereali integrali nella dieta mediterranea vanta anche molti benefici per il cervello. Gli antociani in bacche, vino e cavolo rosso sono considerati particolarmente benefici per la salute.

Un ruolo importante per la salute che – precisa la Coldiretti – è stato riconosciuto ad oltre un decennio dall’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco avvenuta il 16 novembre 2010. L’apprezzamento mondiale per la dieta mediterranea fondata principalmente su pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari – continua la Coldiretti – si deve agli studi dello scienziato americano Ancel Keys che per primo ne ha evidenziato gli effetti benefici dopo aver vissuto per oltre 40 anni ad Acciaroli in provincia di Salerno.

La dieta mediterranea – sottolinea Coldiretti – conquista il primo posto, seguita sul podio da quella dash contro l’ipertensione che si classifica seconda e la flexariana, un modo flessibile di alimentarsi, che è terza. Al quarto posto la dieta mind che previene e riduce il declino cognitivo e quinta classificata la dieta TLC (Therapeutic Lifestyle Changes) creata dal National Cholesterol Education Program del National Institutes of Health con l’obiettivo di ridurre il colesterolo come parte di un regime alimentare salutare per il cuore con molta verdura, frutta, pane, cereali, pasta e carni magre.

Si tratta di un tesoro del Made in Italy che ha consentito all’Italia livelli di longevità fra più alti al mondo, ma è sotto attacco – denuncia Coldiretti – su più fronti: climatico, economico e politico europeo. I cambiamenti climatici con i danni provocati dalla siccità e dal maltempo in Italia hanno tagliato le produzioni degli alimenti base della dieta mediterranea con il crollo del 30% per l’extravergine di oliva, del 10% per passate, polpe e salse di pomodoro fino al meno 5% per il grano duro destinato alla produzione di pasta tricolore. Con l’esplosione dei costi causata dalla guerra in Ucraina più di 1 azienda agricola su 10 (13%) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività – evidenzia Coldiretti – ma ben oltre 1/3 del totale nazionale (34%) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dei rincari spinti dalla guerra in Ucraina.

Ma sulla dieta mediterranea pesano anche altre minacce come il via libera dell’Unione Europea all’immissione sul mercato degli insetti come nuovi alimenti o l’autorizzazione Ue concessa all’Irlanda che potrà adottare un’etichetta per vino, birra e liquori con avvertenze terroristiche, che non tengono conto delle quantità, come “il consumo di alcol provoca malattie del fegato” e “alcol e tumori mortali sono direttamente collegati” nonostante i pareri contrari di Italia. Francia e Spagna e altri sei Stati Ue. Un pericoloso precedente che – afferma la Coldiretti – rischia di aprire le porte a una normativa comunitaria allarmistica e ingiustificata, capace di influenzare negativamente le scelte dei consumatori nei confronti di un alimento che fa parte a pieno titolo della dieta mediterranea e conta diecimila anni di storia e le cui tracce nel mondo sono state individuate nel Caucaso mentre in Italia si hanno riscontri in Sicilia già a partire dal 4100 a.c. Un approccio semplicistico e fuorviante che si concretizza anche con lo scontro sulle etichette a semaforo tipo nutriscore che si stanno diffondendo in molti Paesi dell’Unione Europea.

“Si rischia di promuovere cibi spazzatura con edulcoranti al posto dello zucchero e di sfavorire elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva considerato il simbolo della dieta mediterranea, ma anche specialità come il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano ed il prosciutto di Parma le cui semplici ricette non possono essere certo modificate” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “è inaccettabile spacciare per tutela del consumatore un sistema che cerca invece di influenzarlo nei suoi comportamenti orientandolo a preferire prodotti di minore qualità anche perché – conclude Prandini – l’equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera come nel sistema di etichettatura a batteria, e non certo sullo specifico prodotto”.

 
LA CLASSIFICA DELLE DIETE NEL MONDO NEL 2023

1)    Mediterranea

2)    Dash contro l’ipertensione

3)    Flexariana, un modo flessibile di alimentarsi

4)    Mind che previene e riduce il declino cognitivo

5)    TLC, anti colesterolo
Fonte: Elaborazioni Coldiretti su U.S. News & World’s Report’s

Progetto Cabin Art, inaugurato in Via Petroselli

È stata inaugurata in via Petroselli, angolo Via Vico Jugario la prima opera site specific di Cabin art, il progetto pilota di rigenerazione urbana promosso dal Gabinetto del Sindaco – Ufficio di Scopo Politiche Giovanili in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, finalizzato a recuperare e valorizzare 6 gabbiotti dismessi della Polizia Locale, attraverso interventi di arte figurativa e di street art realizzati da giovani artisti.

“Cabin art è un’azione di rigenerazione urbana creativa e innovativa. Oggi con l’inaugurazione della prima opera ridiamo vita a strutture dismesse e isolate dal contesto urbano, trasformandole in un elemento artistico che dialoga con la grande ed eterna bellezza di Roma. Desidero ringraziare i giovani artisti che stanno portando la loro grande passione in un’operazione innovativa al servizio della città, l’assessore alla Cultura Miguel Gotor, la Sovrintendenza Capitolina e Zètema Progetto Cultura per l’organizzazione e per la collaborazione. Dare spazio al talento significa costruire una città più inclusiva e più bella” ha dichiarato il delegato del Sindaco alle Politiche giovanili, Lorenzo Marinone.

All’iniziativa, insieme al delegato Marinone, sono intervenuti Miguel Gotor, assessore alla Cultura di Roma Capitale, Francesco Spano, segretario generale del MAXXI, Eleonora Farina, curatrice di MAXXI Arte e componente della commissione esaminatrice, e i giovani artisti vincitori dell’avviso pubblico Cabin Art.

Gli artisti vincitori sono stati selezionati dall’apposita commissione di Roma Capitale – composta da esperti del Maxxi, della Sovrintendenza Capitolina e di Zètema Progetto Cultura – che ha valutato le migliori 6 proposte tra le 68 presentate.

L’opera inaugurata oggi si intitola IANUS ed è stata realizzata da ADR (Andrea Piccinno).

L’intervento artistico realizzato si snoda sui quattro lati del gabbiotto come una narrazione continua che partendo dal volto del Giano in ombra, prosegue con la rappresentazione della Natura che avvolge la Terra, rappresentata come un’enorme sfera arancione, che viene poi rivelata e “scoperta” allo sguardo del Giano illuminato. La lettura ciclica dell’opera fa sì che, per osservarla interamente, lo spettatore debba girarle tutto intorno.

La scelta di raffigurare Giano, il famoso dio bifronte, è legata al luogo in cui si trova la garitta: l’area archeologica del Foro Olitorio, dove sorgevano i templi di età repubblicana dedicati a Spes, a Giunone Sospita e appunto a Giano, dei quali sono visibili alcuni resti e le colonne inglobate nella chiesa di San Nicola in Carcere. La raffigurazione di Giano si pone quindi in relazione con il territorio, con l’intento di valorizzarne il patrimonio culturale, storico e artistico. Per la raffigurazione dell’antica divinità, l’artista si è ispirato alla celebre scultura fittile del II secolo a.C. nota come Testa di Giano bifronte, da Vulci.

L’opera pone inoltre l’attenzione sulle tematiche ambientali, mettendo in evidenza la natura e la sostenibilità, necessarie per la sopravvivenza della Terra.

Nei prossimi giorni verranno conclusi anche gli altri 5 interventi artistici sulle rispettive cabine dismesse: sulla Cabina 1 in Piazza Vittorio Emanuele II (Municipio I) l’opera Up to You di BiceLuna (Federica Mancini); sulla Cabina 3 in Via Casilina/Via di Tor Pignattara (Municipio V) il lavoro Rifiorire di NIAN (Eugenia Chiasserini); sulla Cabina 4 in Piazzale Labicano (Municipio VII) l’opera Al suono di Roma di Leonardo Crudi; sulla Cabina 5 in Circonvallazione Gianicolense/Via Ottavio Gasparri (Municipio XII) l’intervento The Pinkish Box di Vittorio Pannozzo; sulla Cabina 6 in Piazza di Villa Carpegna (Municipio XIII) l’opera Pattern Geometrico di MOTOREFISICO (il duo Lorenzo Pagliara e Gianmaria Zonfrillo).